SAMIZDAT
COLOGNOM
foglio semiclandestino per l’esodo
Numero 6
settembre 2003 – settembre 2004
Indice
LUOGHI / NON LUOGHI
RIORDINADIARIO/CONTATTI: pag. 1 Poesia delle donne; Luciano Della Mea, InOltre e
l’intellettuale massa pag. 3 L’amico filoamericano pag. 4 Guerra e riviste pag. 5 Duello
sull’esodo pag.6 I seminari di Lodi. pag. 7 Massimo Gorla; Le maschere del caos di Luca
Baiada; Sulla militanza in Avanguardia Operaia pag. 9 Classicità e guerre d’oggi pag. 10
Problemi di «una rivista di poesia e ricerca» pag. 11 Nuova serie di Samizdat Colognom
pag. 13 Franco Fortini a dieci anni dalla morte pag. 16 La regina-colf
RIORDINADIARIO/COLOGNOM: pag. 16 Felice Gandolfo; Sui candidati a sindaco di
Cologno pag. 17 Sette slogan; Una città, un sindaco pag. 19 Perché sostengo Vittorio
Beretta; No al richiamo della foresta diessina pag. 21 Letterina aperta ai compagni
RIORDINADIARIO/APPUNTI DI LETTURA: pag. 23 Lenin; Arte contemporanea pag. 24
Una nuova rivista MEMORIA: pag. 24 Danilo Montaldi
Da questo numero Samizdat Colognom esce in edizione cartacea come supplemento a L’OSPITE INGRATO del Centro Studi
Franco Fortini. È presente anche su Internet al sito web http: //digilander.libero.it /samizdatcolognom. È curato da Ennio
Abate. Per contatti: Ennio Abate, Via Pirandello, 6 – 20093 Cologno Monzese - Tel. 02.26700095 E-mail: [email protected]
SAMIZDAT? È termine russo. Indicava gli opuscoli della comunicazione dissidente nei paesi dell’Est e della
ex Urss. Letteralmente significa autoedizione. Qui è assunto in entrambi i significati: foglio di pensiero critico
e forma di pubblicazione non cortigiana.
COLOGNOM? Abbreviazione straniante di Cologno Monzese, il luogo/non luogo, lo spazio ibrido e
problematicamente periferico nel quale il foglio viene scritto.
ESODO? La parola rimanda alle migrazioni passate e presenti, al rifiuto di chiudersi o lasciarsi chiudere in un
intrasformabile mondo esistente dei padroni.
RIORDINADIARIO/CONTATTI
5 ottobre 2003 Progetto Patchwork sulla
poesia delle donne
Cara Loredana [Magazzeni],
che tu fossi stata una femminista anni '70
l'avevo capito. Ma siamo nel 2003. Il
femminismo,
estratto
dalla
costola
dell'Adamo comunista (ma senti un po'
questo!), ha “divorziato” dal contestato e
infine tramortito suo “sposo”, accusato
pur’esso
di
essere
padre-padrone,
maschilista e patriarcale, malgrado fosse
stato l'unico ad assaggiare un po' della mela
offertagli dalle femministe. Gli altri maschi
(patriarcali doc) erano e sono rimasti come
prima. Dico qui, nell'Occidente che passa
per
democratico.
Che,
se
guardassimo altrove, c'è da rabbrividire. Il
cambiamento della società ha cancellato il
comunismo dal discorso simbolico (Chi lo
nomina più? Al massimo Toni Negri...), ma ha
anche edulcorato e reso accademico il
femminismo. Tu stessa sei costretta ad
abbassare il tiro: affermi che non siete un
gruppo prettamente femminista, ma di donne.
È come dire che non c'è continuità fra gli anni
del femminismo (anni '70 all'incirca) e l'oggi
delle donne. O che la continuità è solo ideale.
Non voglio fare il gufo. Auguro riuscita alla
vostra inchiesta che vuole accertare il
pensiero delle donne sulla “propria” poesia.
Ma ti propongo una piccola scommessa: se
si facesse un'antologia di poeti e poetesse
celando i loro nomi, lettori e lettrici
indovinerebbero il sesso degli/delle scriventi?
Non credo. Soprattutto in poesia la resa della
differenza biologica o autobiografica o della
“vita” da parte di poeti e poetesse è in molti
casi meno rilevante che in altri campi, meno
accentuata di come piace pensare ad un
certo femminismo separatista o all’odierno
post-femminismo. Non auspico certo che la
poesia si maschilizzi, diventi aggressiva o
conquisti un qualunque potere. (Semmai noto
che diverse femministe o donne che passano
per femministe hanno introiettato lo stile
“maschilista” rimproverato agli uomini).
Neppure credo che sia la mancanza di potere
a muovere la poesia e la letteratura in
genere. La poesia non è sempre e
automaticamente contro il potere o per un
ridimensionamento dei suoi effetti perversi
(anche linguistici). Nelle forme particolari
(storiche, istituzionali, linguistiche) della
poesia e della letteratura si svolge un conflitto
presente anche altrove: quello per dar nuove
forme o trattenere nelle vecchie i bisogni di
libertà (o di democrazia o di un nuovo
equilibrio fra maschile e femminile), che
nascono dai corpi e dalle esperienze di vita di
tutti noi, in varia misura “uomini-donne”, cioè
esseri in trasformazione. Il linguaggio poetico,
costruito nel tempo anch’esso con l’apporto
più dei dotti che degli ignoranti, degli uomini
che delle donne, in parte ci agevola e in parte
condiziona
negativamente
la
nostra
trasformazione. Anche la poesia è zona di
conflitto e non garantisce di per sé il
raggiungimento della libertà. Ci sono fior di
reazionari anche in poesia e in letteratura e
scrivono “belle” poesie o saggi “intelligenti”!
25 Ottobre 2003 Luciano Della
INOLTRE e l’intellettuale massa
Mea,
Ho fra le mani le poche lettere che ci
siamo scritti io e Luciano Della Mea. Vanno
dal ‘96 al ‘99. Portano le tracce del nostro
tardivo rapporto: guardingo e presto
conflittuale da parte di entrambi sulle
questioni legate alla rivista InOltre (la ragione
del nostro incontro); di solidarietà affettuosa,
quando invece ci siamo confidati qualcosa
sulle nostre famiglie, le fatiche quotidiane, le
mie e sue poesie.
La vicenda della rivista è stata per me
fonte di pena, per lui di irritazione, credo. In
quel 16 dicembre ’95, alla Biblioteca Serantini
di Pisa, dove avviammo i lavori per farla
nascere, eravamo parecchi: gli editori della
Jaca Book, i potenziali redattori e
collaboratori di Pisa, di Milano e uno,
Giuseppe Muraca, di Catanzaro. Luciano,
grazie alla sua amicizia con il presidente della
Jaca Book, Sante Bagnoli, aveva concordato
con lui e Giuseppe Muraca il progetto della
nuova rivista, dopo che un altro editore,
Pullano, aveva interrotto al terzo numero la
pubblicazione di Utopia concreta, diretta dallo
stesso Muraca e alla quale alcuni di noi
avevano collaborato. C’era entusiasmo in
quel primo incontro. Decidemmo che la
nuova rivista sarebbe stata semestrale, con
un tema centrale a numero, svolto non solo in
forma saggistica ma anche in testi di vario
genere (poesie, racconti, inchieste), un
inserto di immagini in bianco e nero; e che
avrebbe avuto
una direzione collegiale:
Muraca per il Sud, io per il Nord, e per il
Centro Luciano Della Mea e Marco Cini,
quest’ultimo come coordinatore.
Il patatrac avvenne di lì a poco: alla
terza riunione, sempre alla Biblioteca
Serantini, il 27 luglio ’96. Luciano propose e
ribadì poi in una lettera «ai compagni della
nuova rivista innominata [...] un nuovo e
diverso assetto direttivo della rivista»
(direttore: Ivan, suo fratello, più Marco Cini).
Ribaltò, cioè, senza preavviso, il percorso
collegiale appena iniziato. Di fronte alle giuste
(lo penso ancora oggi) rimostranze mie e di
Muraca, si mostrò insofferente, testardo,
sferzante nei giudizi personali e poco
propenso a giustificare quel repentino
cambiamento (Poteva essere considerata
«pletorica» una direzione a quattro, come lui
affermò?). Ne venne una crisi, che bloccò a
lungo l’uscita del secondo numero e portò
all’abbandono mio e di Muraca. Con la
mediazione di Sante Bagnoli e di Marco Cini,
io accettai poi di continuare la collaborazione;
ma Muraca, il più amareggiato, si ritirò.
InOltre ha continuato ad uscire, ma è
altra cosa da come l’avevamo immaginata
allora. Il progetto iniziale (si pensava di
creare varie redazioni locali in Italia e magari
anche fuori, guadagnare collaboratori e un
certo numero di lettori, farsi sentire nel
dibattito culturale, ecc.) ha marciato lento e
zoppicante. E non tanto a causa del clima
politico pesante del nostro paese, ma perché
è
stato
affossato
sul
nascere
quell’esperimento di un lavoro collegiale. Se
tutti concordavamo su una «visione plurale
del progetto-rivista» perché la direzione della
rivista non doveva essere per coerenza
altrettanto plurale?
Non farò perciò nemmeno ora, in
ossequio alla retorica che sempre s’insinua in
ogni commemorazione, le lodi del Luciano
Della Mea organizzatore culturale aperto e
sensibile. L’esperienza di Inoltre contraddice
o offusca, magari di poco,
questa sua
immagine. In quel momento - per diffidenza
d’antica data verso gli “intellettuali”, per quel
suo pessimismo leopardiano-timpanariano,
per legami affettivi non dichiarati - fu miope e
ostile verso di noi, bistrattati intellettuali
massa, che volevamo cooperare alla pari. È
un obiettivo che, a partire dal ’68, serpeggia
in ogni movimento forse con più insistenza
che in passato e che non era inconciliabile
col socialismo libertario di Luciano. Egli ci
contrappose, invece, un criterio verticistico di
professionalità, lo stesso che vale nelle
università e nelle aziende e che vige in modi
a volte caricaturali e immiseriti anche nella
tradizione partitica del movimento operaio
(comunista e socialista).
Rileggo ancora quelle nostre lettere; e
sorrido ora di fronte alle scintille del nostro
dissenso. Luciano giudicò un’inchiesta che
proponevo ai redattori e collaboratori troppo
macchinosa
(meglio
un
curriculum!);
rabbrividì a sentirmi parlare di «esodo dalla
Sinistra»; contrappose alla mia ipotesi di una
«rivista di studio» per gli intellettuali di massa
la sua di una rivista «strumento di lotta»;
desiderava che InOltre riprendesse e
ampliasse il lavoro che Il Grandevetro faceva
da 20 anni in Toscana, mentre io pensavo
che dovevamo metterci alle spalle non solo
la breve esperienza di Utopia concreta (la
rivista di Muraca, “preistoria” di InOltre), ma
anche il toscanocentrismo de Il Grandevetro;
e dubitavo persino del terzomondismo della
prima felice tradizione sessantottina della
Jaca Book. Gli scrissi: «Vorrei un InOltre che
davvero sia in (dove ci troviamo e spesso
siamo costretti a stare), ma vada
decisamente e coraggiosamente oltre (in
senso non solo geografico-politico, ma
culturale) le tradizioni in cui siamo cresciuti
come
“italiani”:
cattolica,
socialista,
comunista, liberale. Dobbiamo tutti entrare in
un flusso di idee più ampio e sconvolgente, in
gran parte da decifrare». E lui, pungente, mi
rispose che in queste ultime mie parole
leggeva «un verso di una incomprensibile
poesia ermetica».
Mi chiedo oggi perché abbia
continuato a cercare il dialogo con lui (e poi
con suo fratello Ivan), malgrado questi
dissensi, e a collaborare in una InOltre già
normalizzata. Mi rispondo: - perché fare
rivista oggi è impresa da dannati, ma
necessaria nel deserto barbarico che ci
assedia; - per riconoscenza verso la Jaca
Book («Ma non sono quelli di Comunione e
Liberazione?», mi chiedevano sospettosi gli
amici, appena raccontavo della nuova rivista
in cantiere. Non più di tanto, gli rispondevo, e
a sinistra oggi c’è di peggio…); - perché ho
imparato a marciare come singolo e non più
intruppato e a verificare a fondo ogni
incontro che mi capita. InOltre è stato ed è
uno di questi. E può ridursi - lo scrissi
nell’editoriale del primo numero (estate 1997)
- ad un cenacolo rissoso e lamentoso di
epigoni o di pensionati della sinistra sotto
l’egida di una casa editrice cattolica “aperta”,
ma
non è escluso che possa ancora
costruire un gruppo di intellettuali massa
«altri da quello che incertamente siamo
adesso».
2
Ma c’è un’altra ragione. Ho continuato
per una sorta di onesta “complicità proletaria”
con il Luciano dall’esistenza inquieta, quello
che ho sentito a me più vicino. Questo lato
della sua persona (mi scrisse: «La pratica è
stata prevalente nella mia vita e per lo più ha
reso la cultura, il sapere, funzionale alla
pratica») non compensava
i limiti del
militante di vecchio stampo (ma ogni
militanza, anche la mia, esodante, ha
addosso limiti storici!). Nel suo puntare dritto
all’utopia,
non
coglieva
come
inavvertitamente il suo pensiero diventasse
in lui una corazza ideologica, un surrogato
della precedente divisa militare di cui si era
spogliato. E, per strapparsi più tardi al
progressismo del movimento operaio che
ormai sentiva falso, scivolava facilmente in
un materialismo nichilista («Ho combattuto
sodo pur ritenendo, dal 1945 in poi, che la
vita in qualsiasi forma non abbia senso»).
Tutto questo lo so. Tuttavia nelle lettere ci
sono squarci di tenerezza senile per certe
analogie delle situazioni quotidiane che
entrambi vivevamo o avevamo vissuto e
incoraggiamenti da padre-fratello maggiore a
non temere di abbandonarsi alla “vita”. Questi
aspetti della sua persona, spesso velati,
hanno sciolto il rancore che in qualche
momento ho avuto verso di lui. Nella scrittura
epistolare, Luciano correggeva lo sconcerto e
la rabbia in cui mi gettavano i suoi interventi
in direzione. Avevo insistito per questo
rapporto collaterale, anche se lo sentivo
scettico: «Scriverci di più non è facile, si fa
chiarezza
incontrandoci,
parlandoci,
disputando», mi diceva. E forse per questa
sua convinzione, dopo le scintille iniziali, le
lettere si diradarono e interruppero. Lo
chiamavo di tanto in tanto a telefono per
sentire come stava.
Poi un ultimo sprazzo. Il 13 maggio
2002, mi giunse una sua inattesa telefonata.
Mi chiese dove poteva mandarmi un fax. E
m’inviò il giorno seguente una poesia (Il
tempo) e uno scritto su Joyce Lussu, che
aveva dedicato ad un suo amico da poco
morto, Giuseppe Carboni. La poesia aveva
versi disincantati e disperati : « …come
se/nulla più potesse accadere/ da qui al
limitato orizzonte…/ Non stare a perder
tempo / per migliorare la specie/ che non può
diventare che peggiore./ Dalle nei suoi
esemplari direttamente conosciuti/ un buffetto
di affetto». Nel leggerli, sentii di misurarmi
con uno che mi precedeva lesto verso la
morte.
M’interrogherò ancora sulle ragioni del
mancato incontro politico e di quel troppo
tenue rapporto d’amicizia con Luciano Della
Mea. Ho sempre pensato che fosse una
conseguenza della sua esperienza militare,
che perciò egli somigliasse a mio padre e ad
altri di una generazione che ha trascinato in
mezzo a noi, avendola iscritta nella propria
carne e nella propria psiche, i segni atroci
della Seconda guerra mondiale. (Tratti di
durezza simile, anche se più “coltivata”, li
avevo scorti in Fortini). Forse insistendo a
contrastarlo, a controbattergli, a cercare un
dialogo su un nuovo terreno, come avevo
fatto all’inizio di InOltre, si sarebbe smosso.
Ma forse non ne aveva voglia. Gli altri, mi
pare, lo accettavano “com’era”. Io mi rifiutai di
farlo. Ma com’era Luciano Della Mea?
P.s. settembre 2004
Nel febbraio-marzo 2004 ho abbandonato la
rivista INOLTRE, prendendo atto che i
condizionamenti alla gestione collegiale non
venivano solo da Luciano o da suo fratello
Ivan, ma anche dalla Jaca Book. Immagino
Luciano sardonico che mi dice: Ce n’è voluta
per capirla tutta, eh? Era ora!
23 nov. 2003 Sei appunti polemici sui
giochetti di prestigio di un amico
filoamericano
1) «Dopo l’”8 settembre irakeno” gli
oppositori sono tutti nazionalisti, paragonabili
ai repubblichini di Salò». Anche se le
analogie possono fuorviare, dopo l'8
settembre 1943 non ci furono solo i
repubblichini di Salò, ma anche tanti ufficiali e
soldati dell'esercito italiano lasciato allo
sbando da Badoglio e casa Savoia che
formarono bande partigiane democratiche
contro i nazifascisti. Dopo l'“8 settembre
irakeno", noi non sappiamo cosa stia
succedendo nel campo dell’opposizione agli
invasori (che in questo caso sono la
coalizione anglo-americana più i suoi rincalzi,
italiani compresi). Tutti i resistenti in Irak
sarebbero nazionalisti e quindi paragonabili
esclusivamente ai "repubblichini" di Salò?
Aspettiamo di saperne di più. Perché
precipitarsi a proclamare che «la attuale
resistenza irakena appare molto più pilotata
dall'esterno, eterodiretta, organizzata dall'alto
e senza un vero programma politico”?
3
2) «La bandiera della pace si concilia
con la bandiera nazionale (nel nostro caso il
tricolore)». Impossibile: in questo caso la
bandiera nazionale (il tricolore) è issata da
invasori. Ai confusionari va ripetuto che
morire dietro Hitler e Mussolini non è la
stessa cosa che morire per liberarsi da tiranni
e invasori (e, quindi, che i morti della nostra
Resistenza non riposano placidi accanto ai
morti della repubblica di Salò). Ci spiace, ma
non possiamo considerare martiri o eroi i
carabinieri che sono andati assieme agli
anglo-americani ad invadere l'Irak. Precisare,
precisare
sempre:
oggi
gli
angloamericani sono
invasori;
quando
sbarcarono a Salerno o in Normandia
rispondevano con altri (sovietici compresi) ad
un’invasione (quella nazista).
3) «Chi è contro la guerra in Irak è
indifferente, altrimenti non si chiederebbe
“Che c'entriamo noi con questa guerra?” (dal
momento che vogliamo la pace) e “Che
c'entriamo noi con l'identità nazionale e la
bandiera?” (dal momento che siamo cittadini
potenziali di un altro mondo possibile, senza
confini)». È bene riconoscere la relativa
impotenza della nostra opposizione alla
guerra in Irak (o crediamo davvero alla balla
del pacifismo come «seconda potenza
mondiale»?), ma non sostituirei mai questa
relativa impotenza con il tifo, gregario e ben
più impotente del nostro, di chi parla degli
invasori come «amici anglo-americani che
sbagliano».
4) «In ogni caso, a questo punto, il
terrorismo c’è, e come…».. Ma il terrorismo
c'è (o meglio s'espande o s'esaspera)
perché l'invasione non era (non è) la
medicina giusta per debellarlo. Tra l'altro, mi
chiederei
perché
i
palestinesi, che
notoriamente erano tra i popoli più laici della
zona, si scannano ora tra loro. Sharon,
Bush, la politica dell'Europa non c'entrano per
nulla? Come non c'entrarono nella guerra
civile in Bosnia i tedeschi, il Vaticano,
etc.? Le guerre civili, si sa, sono sempre
"questioni interne" di popoli sottosviluppati e
non democratici.
5) «Bisogna andare oltre la denunzia
delle maschere che inchiodano ogni soggetto
al ruolo che assume (un padrone é un
padrone, un dirigente é un dirigente, un
militare é un militare, e poi anche un padre é
un padre, una madre é una madre, un
maschio é un maschio, etc.)». Beh, c’è un
solo modo per farlo: costringere/convincere
chi
ha
ruoli
oppressivi
ad
abbandonarli. Davvero «un poliziotto é un
poliziotto, un carabiniere un carabiniere, etc»,
malgrado siano persone in carne e ossa e
non dei mostri. Quei ruoli schiacciano le
eventuali buone intenzioni personali, finché
non verranno combattuti e sostituiti da altri
modi di essere più liberi e rispettosi degli
altri. Il Perlasca fascista che, smentendo il
suo ruolo di fascista, salvò gli ebrei, fu
possibile perché esisteva un grande
movimento antifascista. Allo stesso modo
oggi, i carabinieri che si accorgessero del
ruolo non certo umanitario che svolgono in
Irak potranno sottrarvisi solo se crescerà un
movimento ben più forte dell’attuale contro la
guerra. Imporci invece di piangere o
commuoverci per i carabinieri morti
nell'attentato di Nassirya
è suggerire
subdolamente al movimento contro la guerra
di censurarsi e piegarsi alla retorica
patriottarda. I “nostri morti” sono prima di
tutto i civili di qualsiasi nazionalità uccisi dai
militari invasori. L’espressione civile del
dolore ha una gerarchia: quello per la morte
dei militari invasori segue e non precede la
pena per i morti civili.
6) «Il terrorismo non colpisce solo
Israele, non vuole destabilizzare soltanto il
governo turco ma attacca anche il grande
movimento per la pace. Insomma siamo tutti
sulla stessa barca». Il movimento contro la
guerra è fra l’incudine e il martello: colpito sia
dalla menzogna della “guerra al terrorismo”
(altri sono gli scopi di questa strategia) sia
dalla menzogna della “guerra santa contro
l’Occidente”. Non uniformandosi né a Bush &
Blair né a Bin Laden, contrastando questi
opposti fondamentalismi, evitando di stare
sulla barca apparentemente più vicina e
meno barbara, si creeranno le condizioni per
la pace, cioè per forme democratiche di
conflitto.
8 novembre 2003 Guerra e riviste 1
Caro Lelio [Scanavini],
«Quale resistenza effettiva e politica
potremmo costruire noialtri, qui ed ora, contro
la superpotenza americana?» chiedi dalle
pagine del n. 66 de IL SEGNALE nella nota
dedicata a Qui. Appunti dal presente n.8.
Potrei controbattere: una resistenza solo
simbolica
rischia
di
essere
pura
testimonianza etica. Oggi si corre questo
rischio, anche da parte di chi fa movimento
4
(contro la guerra, ecc.). Il rischio è poi più alto
da parte di chi fa una rivista (e noi tutti ne
facciamo o tentiamo di farne), specie quando
ci si muova sul piano letterario o lo si tenga in
grande considerazione. Esso, pur trattando di
politica o di guerra, può funzionare da filtro
evasivo. Ed è quanto ho rimproverato a quel
numero di QUI. La forma di «resistenza
simbolica» scelta (il diarismo degli interventi,
etc.) a me è parsa - malgrado la varietà degli
approcci che tu sottolinei - particolarmente
restia a porsi il problema della «resistenza
effettiva e politica». Poniamocelo noi pure
questo problema e non lasciamolo ai “politici”,
dando per scontato che "noialtri" non
possiamo far nulla, se non quello che già
facciamo (o che ci permettono di fare). Temo
un lavoro letterario accartocciato sullo
specialismo. Anche le riviste letterarie che
vogliono essere meno accademiche possibile
annusano troppo da lontano la "realtà".
Scorrendo la vostra Rassegna delle riviste
colpisce questa disattenzione. Tutte parlano
di poesie, narrativa, ecc. (Anche se qui non
esito, pur mantenendo la mia critica, a
togliermi il cappello di fronte a QUI o a IL
GABELLINO che il tema guerra almeno lo
affrontano).
10 novembre 2003 Guerra e riviste 2
Con debole insistenza
Ahimè, Lelio
dicevo:
le riviste di poesia e narrativa
vanno riviste!
Disdicevole o fuoriviante
non è
occuparsi di poesia e narrativa,
ma non fare
di tanto in tanto
(meglio spesso che mai)
la verifica dei poteri
delle nostre riviste
e degli altrui Averi.
La mordacchia
all'arte e alla cultura
qui in Occidente
a Loro non serve a niente.
È anche
il dolce far niente
inconcludente
del Poeta che s'occupa
solo di poesia
del Narratore che narra
solo del suo narrare (ed errare)
della rivista con unica vista
sulla vicina rivista
a lasciare agli USA
il potere di cui abusa.
17 novembre 2003 Duello sull’esodo con
una poetessa che vive in Inghilterra
Nido ed esodo
di Ennio Abate
I
Se nel mio povero nido
- la pioggia fuori scroscia e il vento si dibatte sogno un esodo di miei simili,
questa nostra funesta storia di sconfitte
perde ogni bieca intimità,
sorella taccola, che forse conobbi
schivando trappole nel gelo d'un dopoguerra.
Che fare dopo il pianto di sempre?
Con te discuto. Convoco i padri morti.
Non dei cinquanta tentativi di suicidi.
Non della Cosa smarrita.
Non un brandello di me stesso
nell'artiglio nell'ala nel becco.
Né gioielli, né suoni, né specchi di miseria
o l'elmo del possesso.
II
Dove andare? e correre ancora?
o ubriacarsi dondolando sulla soglia?
I troppo lucidati intelletti
hanno esaminato senza amore
solo i corpi più vicini;
e tramortiti ambiscono, in latino e in rancore,
solo a quelli gloriosi.
Ma alla femminetta, alla giovane animosa
guizza
la capriola dell’esodo,
quel dolce affanno che si brucia
nell’altro della contingenza;
e va, si consuma in sorriso,
già più non oscilla.
Smesso l’assillo,
al chiarore di altra luna e altro sole,
è sbucato accanto a lei
il muso dell’antica, buona bestia.
5
Nell’esodo, dunque.
La tana di sempre sfondata,
la gabbia approntata
aperta, finalmente deserta…
16 dicembre 2003 Sul gruppo detto I
Seminari di Lodi
Caro Carlo [Tombola],
data per scontata la mia stima per l'attività
de I seminari di Lodi, mi limito qui alle
seguenti osservazioni (condite da qualche
provocazione) sul primo gruppo d'interventi
da me letti:
1.
Non
di
sola
informazione
o
controinformazione (d'illuminismo!) dovrebbe
vivere, a Novecento concluso, un intellettuale
critico e militante (è lecito ancora il secondo
termine almeno nel nostro dibattito?), ma
anche (o soprattutto) di contatti reali e faccia
a faccia. Purtroppo oggi, malgrado la retorica
comunicativa, tali contatti sono fugaci,
sfilacciati e perlopiù, come nei tempi bui,
ridimensionati alla cerchia di amici. I contatti
diretti, anche se a volte appaiono o sono
palle al piede, non mi paiono sostituibili; e
meno che mai da quelli - illimitati, ma sempre
incorporei - resi possibili dalla Rete. Le
stesse conoscenze-informazioni giuste o
"rivoluzionarie" ricavabili (in teoria) dal Web e
che un gruppo potrebbe riuscire a
selezionare,
ordinare, preordinare, se
vogliono funzionare positivamente nelle
nostre esistenze, dovrebbero trovarle almeno
in parte predisposte ad accoglierle, essere
desiderate, mancarci, riempire dei vuoti.
Affinché le giuste informazioni possano
incontrarsi con i giusti bisogni-desideri, non
bisognerebbe, allora, fare anche su queste
nostre esistenze (sui loro bisogni-desideri,
intendo)
la
medesima
operazione
(selezionare, ordinare, preordinare) che voi
proponete nel confronti del Web? In passato
quanti semi "rivoluzionari" sono stati sparsi in
esistenze non predisposte ad accoglierli,
idealizzate dai "seminatori" o semplicemente
delirate? La questione che pongo rientra in
quella del cosiddetto soggetto di cui state
parlando, credo.
2. Il soggetto. A chi dovrebbero servire le
giuste informazioni? Cosa vogliamo fare
insieme? Sono domande importanti. Le
risposte da voi finora date mi sembrano
incerte, difensive e tendono a delineare un
soggetto tutto intellettuale e con vocazione
ad una clausura studiosa. Provoco: ma cosa
significa proporre come scelta di fondo la
conoscenza e la sua comunicazione, magari
con qualche concessione al rituale ritenuto
debole (incontri periodici faccia a faccia coi
"meno
allenati")?
Cosa
significa
l'autoformazione di un soggetto, il cui fine è
l'autoformazione di se stesso? I rischi di
autoreferenzialità, a cui il ceto intellettuale è
abbonato da secoli, mi sembrano forti. Va
bene studiare la storia del '900 (o del
comunismo novecentesco) senza saltare il
totalitarismo. Ne verranno fuori alcuni buoni e
utili seminari con profitto (si spera) per i più
giovani. Ma se serviranno solo a ribadire che
il comunismo è morto, non mi pare ci sia più
bisogno di farli. E anche se ce li proponiamo
per arginare il revisionismo storico, chiudiamo
la stalla quando i buoi sono scappati. Se si
spera (o si è convinti) che ci siano in quegli
anni di storia ancora delle buone rovine
(Fortini) da cui ricavare qualche mattone per
costruire una nuova civiltà, lo si dica; e si
indichino le zone da scavare e i temi siano
più precisi e circoscritti. Al di là di questo, a
mio parere, il soggetto non può essere il
gruppo di ricerca stesso. Il soggetto
dovrebbe travalicare il gruppo, essergli più
esterno, più ampio e, oggi, più plurale. Quale
o quali, allora? Qui si apre quasi un baratro.
Un accenno ad un soggetto sociale (quelli di
Scanzano), non composto da intellettualiricercatori e che potrebbe essere, se non il
protagonista, il destinatario della possibile
conoscenza confezionata dal gruppo che si
autoforma, affiora - mi pare - solo in uno degli
interventi che mi hai mandato. Non so se,
dopo la classe operaia, si possa parlare di
nuovo proletariato o di moltitudine senza
ficcarci in vicoli ciechi. Non so neppure se
bisogna andare a vedere empiricamente cosa
è questa società postmoderna o postfordista
(l'inchiesta è facile a dirsi, difficile a farsi; e
comunque un'ipotesi di soggetto deve
preesisterle). Sono però convinto che
l'autoformazione, pur intesa come aiuto
reciproco (ma il termine resta per me
equivoco
e
preferirei
quello
di
‘cooperazione’), andrebbe mirata fin da
subito al rapporto del gruppo in formazione
con un altro o con altri soggetti esistenti
all'esterno del gruppo stesso. (Solo se non ce
ne fossero, avrebbe senso la clausura!...).
3. Il medium ‘partito’ sostituito dal Web? Solo
in parte. Il partito sotto la cappa ufficiale della
6
Linea costruiva legami sociali forti (addirittura
ferrei) e la sua stessa reale esistenza
permetteva che se ne costruissero altri,
magari di "alternativi", di "eretici" in
concorrenza. Il medium Web ha qualcosa di
labile e imbarazzante, induce al fantasmatico:
è il medium ideale per una comunicazione
ininterrotta tra puri spiriti e non contempla di
per sé il passaggio al patto, all'impegno
pratico con gli altri e le altre in carne ed ossa.
Per arrivare a questo, bisognerà ancora
spegnere il computer e incontrarsi, parlare,
ecc.
22 gennaio 2004 Ai funerali di Massimo
Gorla
La deformazione per invecchiamento dei
corpi dei miei ex-compagni. Alcuni quasi
stento a riconoscerli.
10 febbraio 2004 Poesia civile e parodia del
potere. Dopo la lettura di Le maschere del
caos di Luca Baiada
Gentile Luca Baiada,
ho ricevuto e letto il suo libro. E sperando che
il contatto stabilito resista, le scrivo
spassionatamente le prime impressioni e
qualche considerazione più generale. Mi
hanno colpito positivamente il piglio
battagliero,
la
tensione
parodica,
l'ampiezza dei riferimenti culturali, il
linguaggio asciutto. Perplesso invece mi
rendono l'enfasi epica (ad es. in La
Perugia-Assisi del 2001) e certi cortocircuiti
antico-contemporaneo (es. a p. 37), irriverenti
e spiritosi ma facili. La riserva più consistente
è per me di ordine poetico-politico: la parodia
del potere non solo a volte si appiattisce sul
lessico
che
esso
adotta,
ma,
abbandonandosi
allo
sberleffo
e
al
divertimento, rischia di occultare la tragicità
pesante della nostra situazione e gli concede
troppo. (Non condivido perciò il giudizio di
Manacorda: «per denunciare la miseria delle
tante parole d'oggi è sufficiente riprodurle»,
p.6).
4 marzo 2004
Avanguardia Operaia
Sulla
militanza
in
Cara Marina [Massenz],
l’inedito Prof Samizdat che hai letto è una mia
riflessione poetica più sulla fine degli anni
Settanta (gli «anni di piombo») che sul
periodo della nostra militanza in Avanguardia
Operaia. Il periodo di AO, che pure, se non si
trattò solo di automitologia, fu il gruppo
politico extraparlamentare più forte a Milano
in quegli anni, è rimasto per me un buco,
anche per pochezza di riflessione collettiva
su quella esperienza da parte di quanti la
fecero. Forse non a caso, per ripensare
quegli anni e quello che avvenne dopo, mi
sono rivolto agli scritti di Fortini, di Rossanda,
di Bologna, di Negri, cioè di autori estranei o
fortemente critici dell'esperienza da noi fatta.
Dunque un vuoto di memoria collettiva. In
esso si è insinuata più facilmente la memoria
individuale o esistenziale, che ha conservato
però soprattutto i tratti doloranti, ambigui e,
tutto sommato, umilianti di quella mia
militanza. Perciò credo di comprendere
facilmente quanto ora tu dici: «A me allora
era chiuso tutto l'universo del leggere, della
poesia, dei sentimenti teneri, della mia
famiglia d'origine da cui mi ero brutalmente
separata, delle mie debolezze, della mia
creatività». Questo è accaduto anche a me e
a molti uomini e donne di allora. Eppure,
malgrado questi aspetti soffocanti e - ripeto per me umilianti (quando li ho rievocati, mi
hanno fatto pensare al periodo altrettanto
frustrante di Azione Cattolica della mia
infanzia-adolescenza a Salerno), non mi
sento neppure oggi di ridurre quella militanza
solo al mio innegabilmente amaro vissuto
esistenziale. E perciò, pur condividendo la
tua attenzione al “corpo” (cioè all’elemento
materiale, fisico, sensuale e sessuale), non
mi convince la contrapposizione frontale che
vedi fra militanza e “corpo”. Quella nostra
militanza avvenne in condizioni pesanti e,
diciamolo pure, in un gruppo-gabbia forse più
rigido e burocratico di altri. Ma, in quegli anni,
a Milano, espresse certi bisogni che
sentivamo. Alcuni soltanto, è vero. Per
rimanere nella tua metafora, Avanguardia
Operaia fu la “maschera” che ci servì per
coprire una parte del “corpo” (quella
“personale”) ma svelare l’altra (quella
“sociale”). Trovo facile e romantico pensare
che qualsiasi “maschera” - che non è soltanto
posa, occultamento, dissimulazione, ma
convenzione,
cultura,
forma,
protesi
artificiale, astrazione, selezione; e dunque
linguaggio che altri possono intendere potesse (o possa) essere abolita per far
posto (come si diceva, come si continua a
dire e magari a desiderare...) al “corpo”,
7
inteso ora in modi elementari ora
raffinati, come verità, piacere, felicità e
magari bontà. Tu sai bene, e lo dici, che il
“corpo” é luogo dell'ambivalenza, della
complessità, delle emozioni. E non penso lo
sia soltanto a causa della “maschera”.
Potessimo
strapparle
tutte
(operazione apparentemente
eroica),
troveremmo ancora – come molte rivoluzioni
sociali o culturali, individuali o collettive ci
mostrano - ambivalenze, complessità ed
emozioni. Che di per sé sono contraddittorie
o informi, mute e spesso indecifrabili, né
positive né
negative, né umane né
disumane. Affinché il “corpo” parli (e non
agisca soltanto, aggredisca, ecc.), c’è
bisogno di altri (di altre) disposti ad ascoltare,
capire,
voler
bene,
ecc.
E
contemporaneamente di un linguaggio, di
una grammatica per articolare i suoi bisogni, i
suoi desideri e farli intendere. E qui torna
indispensabile, credo, la “maschera”. A
livello dell’esperienza individuale, se non ci
fossero stati Freud e la psicoanalisi
(“maschera”, cultura, anche questa), il corpo
dell'isterica avrebbe continuato a parlare
(meglio: ad essere interpretato) alla vecchia
maniera: secondo le vecchie “maschere”
(categorie) della cultura positivista. E a livello
dell’esperienza sociale e politica, se non si
fossero costruite dopo il ’68-’69
le
“maschere” dei gruppi extraparlamentari,
sarebbero rimaste a disposizione solo quelle
ben più falsanti dei partiti che noi chiamammo
"storici" per distanziarcene (PCI, PSI, DC); o
quelle (complementari) del “privato” e della
“professione”. II mio ragionamento è questo:
non c'è dubbio che la maschera della
militanza d'allora (la cultura politica dei
gruppi, di AO in particolare) lasciava ben
poco intravvedere certi bisogni, disagi e
ambiguità. Ma essa assolse ad un'altra
funzione: ci spinse ad entrare in contatto con
eventi
e
realtà
sociali,
sbarrando
temporaneamente il discorso a cui eravamo
più abituati o portati per educazione familiare
e scolastica: quello sul "personale". Ci
permise di avvicinare (non sempre di capire)
delle cose da cui eravamo esclusi o distanti,
di agire in certe situazioni (con tue parole:
«alludo ad esempio sia alle forme di lotta
molto dure nella scuola [...] che a quelle pure
molto forti a cui ho partecipato quando
lavoravo all'AEG-TELEFUNKEN ed ero
sindacalista»).
Ma chiudeva altre vie e
possibilità di esperienze (ad esempio quelle
“giovanili” o più tardi “femministe”). O
imponeva la rimozione di alcuni aspetti della
nostra stessa militanza (ancora con parole
tue: «vedi violenza dei servizi d'ordine su cui
il silenzio incombeva ed era impossibile avere
un'idea esatta di cosa "noi stessi" facessimo,
ad esempio»). Non puoi dire però che,
quando partecipavi da studentessa o da
sindacalista a certe lotte, eri «senza
maschera». Avevi semmai trovato un
equilibrio
sopportabile
o
addirittura
soddisfacente fra “corpo” e “maschera”, fra
tuoi bisogni profondi e richieste del collettivo
di compagni a cui appartenevamo. A questa
“maschera” (quella della militante di AO che
accettava la durezza della lotta quando era
condivisa dalle "masse") aderivi. E respingevi
altre “maschere”, che pur allora erano
possibili e furono scelte: da quella del
simpatizzante del movimento, scettico verso
la militanza organizzata dai gruppi, a quella
del lottarmatista. Quanto agli errori: non era
possibile (non è possibile) evitarli. Tutti, da
tutte le parti in lotta, ne hanno fatti e ne
fanno. Solo alcuni errori erano (in parte,
forse) evitabili. Tu fai l'esempio dei servizi
d'ordine dei gruppi politici d’allora. Ma per
evitare gli errori dei servizi d'ordine,
bisognava non fare servizi d'ordine; e, di
conseguenza, non fare un certo tipo di
partito, di manifestazioni, ecc. Il che, allora,
equivaleva, a starsene a casa in certe
occasioni (ricordo un drammatico 11 febbraio
‘70 o ‘71 mi pare... c'era Almirante in P.zza
Cairoli, etc). Certo il silenzio incombeva sulla
questione dei servizi d’ordine ed era
impossibile avere un'idea esatta di cosa "noi
stessi" facessimo. Ma ci sono problemi
legati alla lotta degli oppressi che richiedono
silenzio e sacrificio (disciplina) di parti di noi
(come del resto accade tutti i giorni per
ragioni di lavoro, carriera o altro...). In politica
poi questo elemento di "durezza", a volte
tragico, che o accetti o rifiuti, è sempre in
primo piano. Rifiutandolo, non lotti più (o
forse fai un altro tipo di lotta). Noi, per diversi
anni abbiamo accettato quella “durezza”.
Inutilmente? Che non si siano raggiunti gli
obiettivi proclamati è certo. Che però solo
grazie a quelle lotte si siano svelate realtà e
verità che mai sarebbero emerse, è
altrettanto certo. Che molte nostre speranze
fossero infondate lo si poteva sapere solo
più tardi. Studi un po' di storia, vieni a sapere
di Gramsci in carcere messo quasi in
quarantena dal Partito, del comportamento di
8
Bucharin al processo. Vedi che la formapartito comporta rischi, sofferenze e magari
degenerazioni, ma non ti tiri indietro solo per
questo. Anche la forma-famiglia o la formaprofessione, ecc. hanno i loro inconvenienti.
Fu saggio o vile chi disse già allora: alt, in un
partito che si vuole rivoluzionario non
mettiamoci neppure il naso, perché
ripeteremo gli errori dei partiti del passato?
Malgrado le umiliazioni, accettai di stare in
AO fino al ’76; e , come te mi pare, mi trovavo
più a mio agio nel fare lavoro di base a
Cologno o nella scuola, come tu alla AEG
piuttosto che nei direttivi di AO. Ma i due
momenti erano così separabili? A volte la
spinta partecipativa era tanto forte che potevi
militare
semplicemente
e
con
più
soddisfazione in un gruppo di base o in un
Consiglio di fabbrica. Ma se, come ha scritto
Sandro Portelli a proposito della Resistenza,
certe azioni antifasciste spontanee (es.
assalto ai forni) furono incoraggiate e rese
possibili anche dalla presenza di partigiani
armati, anche negli anni Settanta certe azioni
forti e di massa, nella scuola o altrove, furono
possibili per la presenza di gruppi organizzati
in partiti (e dei loro servizi d'ordine!). Quindi la
"maschera Samizdat" (cioè del militante) non
la giudico come te «un nostro clamoroso
errore», anche se essa non ci permetteva di
mostrarci «interi». Lottavamo semmai con la
speranza di diventare «interi» e assieme ad
altri, quelli della nostra parte (o classe) o
assieme all’"umanità". E accettavamo certe
“amputazioni” come necessarie. Quando non
ci fu più quella convinzione, ci siamo ritirati; e
abbiamo cercato altre forme di resistenza
(altri hanno scelto di passare coi vincitori).
Siamo stati sconfitti, ma non perché i nostri
corpi fossero stati del tutto ammutoliti dalla
militanza. Solo in parte. E credo che lo
fossero ancora di più prima. Sai bene quante
mistificazioni ci furono anche in quelle
esperienze più “libertarie” che misero
assolutamente in primo piano il “corpo”: Re
nudo, ecc. Siamo stati soprattutto sconfitti,
perché chi aveva più potere e informazioni ci
ha
chiuso ogni sbocco: non solo
rivoluzionario,
ma
anche
riformistico,
trascinando sui suoi obbiettivi l’intera
Sinistra. E poi ci sono i nostri errori di lettura
degli eventi: la ristrutturazione mondiale del
lavoro e lo svuotamento del ruolo politico
della classe operaia non compresi in tempo.
ecc. Siamo stati sconfitti, ma non era sicuro
che saremmo stati sconfitti. E la lotta contro i
potenti è sempre impari. Quanto ai massacri:
sempre le rivoluzioni sconfitte portano
massacri (e forse anche quando vincono...
questo è un altro elemento tragico). E, infine,
sul salvare qualcosa di quell'esperienza, io
proprio l'idealismo, che tu apprezzi, non
salverei. Semmai auspicherei che nei futuri
"assalti al cielo" ci sia meno idealismo.
5 aprile 2004 Poesia: classicità e guerre
d’oggi
Caro Daniele [Santoro],
le tue poesie mi sembrano ancorate ad un
ideale di bellezza classica che nasconde
venature d'angoscia e inquietudine moderna.
L'impressione che ne ho è ambigua: da una
parte un'adesione intima, come se ritrovassi
cose preziose e una volta care (Ah, il mito
della Grecia antica assorbito sui banchi del
liceo Tasso nella mia Salerno degli anni
Cinquanta!), dall'altra la preoccupazione (del
vecchio!) che vede il poeta più giovane
aggirare la dura realtà della storia e il grigiore
del presente (merci, guerra, follie quotidiane
e politiche). Perciò dubbioso, mi chiedo e ti
chiedo se dall'alto della sensibilità che
attribuiamo agli eroi classici si può cogliere
quello che accade nelle guerre del
Novecento e dei nostri giorni.
29 aprile 2004
Caro Daniele [Santoro],
eccoti a tempo di record e come avevo
promesso
alcune
mie
impressioniosservazioni sulle tue "Nuove poesie".
POESIE PER HIROSHIMA (I-VI)
Bella e concisa la Premessa e saldo il
riferimento alla tragedia di Hiroshima.
Nelle quattro strofe il tema della meditazione
sulla morte si fa però mano mano etereo,
perde di vista la materialità dei moderni
genocidi. Prevale, forse con il ricorso ad
immagini sin troppo belle («frangersi a sera
nel mare la luna») e pacate («ad uno ad uno
li depositiamo/sul palmo delle acque i nostri
cari»), la sublimazione dell'orrendo dato
storico, che diventa pretesto e non è più
contenuto da non eludere, ma da sviluppare
(e nella Premessa non c'era elusione...). Qui
forse entra in funzione - suppongo - un certo
idealismo, che accentua, ad es., «l'inno
all'esistenza che non smette/ ancora di
stordirci con il suo trionfo» piuttosto che
9
insistere sulla contraddizione (fra «lieve
sventagliare di fragranze» e il fatto che «lì
sbocciano cadaveri»).
Lettera di Rubin Stacy...
Mi pare interessante questo lavorare su
spunti di eventi reali, storici. Anche
l'accentuazione paradossale della propria
umiltà da parte della vittima è una bella
trovata: il servo, insistendo nel suo
servilismo, smaschera la ferocia di quelli che
l'umiliano
e
l'ammazzano.
A
certe
espressioni più generiche («Mai mi sarei
permesso - Glielo giuro - venirLa a
importunare.
mi
perdoni»),
preferirei
particolari più chiari che accentuino la
crudeltà della situazione.
sulle scale a frugarci la bocca a strapparci le
labbra
Qui il tono è concitato. L'armamentario
classicheggiante
è
abbandonato.
La
sensualità espressa con immediatezza,
malgrado qualche enfasi («l'amalgamarsi
folle/ ardito andirivieni in sinfonia di corpi //poi
il fulminelacontrazioneilprecipizio»)
5 aprile 2004 Il Monte Analogo: una nuova
rivista di poesia e ricerca. Osservazioni [da
una lettera a Lorenzo Gattoni]
Continuano ad uscire nuove riviste. Quelle
letterarie (e sono tante) oscillano fra culto
dello specifico (la poesia, la narrativa, la
critica) e spinta a cercare, ma ancora a
tentoni fra le rovine di una grande tradizione
temuta/odiata/invidiata. Qui di seguito alcune
mie note sui problemi in discussione ne Il
Monte Analogo, a cui partecipo.
Linea editoriale Non abbiamo una linea
editoriale, ma ritengo utile costruirla,
valutando i pro e i contro e sbarazzandosi di
remore e pregiudizi. A me una linea editoriale
sembra una buona cosa, che non esclude la
pluralità. La mia attenzione alla moltitudine
poetante è un esempio di possibile linea
aperta alla pluralità – personale per ora, non
certo del gruppo attuale de Il Monte Analogo.
Tu mi fai notare che «appellarsi alla
moltitudine rischia di apparire un vanto
ideologico». E potrebbe – aggiungerei di mio
– portare ad una sorta di disarmo critico.
Estremizzando: pubblichiamo tutto e non se
ne parli più. Da subito, però, io ho cercato di
mettere alla prova questa mia attenzione alla
moltitudine poetante, affiancandole una
inchiesta sugli scriventi poesie e una
riflessione su vari aspetti della poesia
contemporanea italiana esaminati attraverso
il filtro di alcune riviste.
Pubblicabilità Stabilire che un testo sia
pubblicabile su Il Monte Analogo
è
comunque operazione «da intellettuale».
Lasciamo perdere la caricatura che oggi si fa
del lavoro intellettuale. Ma è abbastanza
chiaro che, per «dar spazio alla ricerca, al
nuovo, al movimento», dobbiamo avere
un’idea comunicabile e abbastanza condivisa
di cosa intendiamo per ‘ricerca’, ‘nuovo’,
‘movimento’. Sarà un’idea più intellettuale
che
intuitiva (o un misto)? Per me è
secondario. Importa che che sia comunicabile
e abbastanza condivisa...
Poeti rinomati I poeti noti (o rinomati) non
devono diventare la peste da cui fuggire. A
volte la loro opera potrebbe dare preziosi
spunti al lavoro della rivista. E, anche se
decidessimo di non pubblicare mai i loro testi
(cosa anche ovvia, perché i loro scritti hanno
già sufficiente circolazione e non perché
siano di poeti conosciuti), dovrebbero in
qualche ambito (seminariale, conversativo,
ecc.) essere oggetto di giudizio al pari degli
altri che vogliamo promuovere (o meglio:
conoscere innanzitutto!). Ai salotti scelti non
contrapponiamo i ghetti dei poeti sconosciuti.
No ad uno snobismo alla rovescia.
Giudizio amicale/ giudizio collettivamente
motivato Sul bloccare ogni forma di
nepotismo, di cricca, di cordata concordo in
linea di principio. Ma temo che regole
impersonali (ad es. la lettura dei testi da
esaminare in forma anonima) possano
diventare di facciata ed essere aggirate con
mille trucchi. Io indagherei più a fondo sui
comportamenti reali dei poeti, aspiranti poeti,
ecc., lasciando che si manifestino anche nei
loro aspetti spiacevoli o meschini senza
censure rigide. E poi – mi chiedo - l’essere
amico di un poeta da giudicare comporta
automaticamente complicità o cecità nel
giudicarlo? A volte l’amicizia può essere
anche un veicolo per entrare meglio in un
testo e aggiungere elementi di valutazione. E
il giudizio fazioso sul testo dell’amico o
dell’amica può forse essere corretto e rivisto
dalle opinioni degli altri. Meglio porre obiettivi
alti a tutti: il sentimento di amicizia o di
10
complicità cederà il passo a ragionamenti in
grado di
svelare
verità più alte e
condivisibili. Perché dovrei difendere a tutti i
costi un testo di un mio amico se,
discutendone seriamente con altri, venissero
fuori vari difetti in modo conclamato?
I rischi della poesia-mistero Il mistero
elemento essenziale della scrittura poetica?
Concordo ben poco. Non sono un illuminista
sfegatato, ma l’esperienza personale e
storica insegna che sotto la coltre oscura del
“mistero” trovi di tutto: santi e assassini,
truffatori e galantuomini. Che ci siano cose
misteriose, ignote, inconsce o semiconsce
non lo nego. Ma farle diventare l’«elemento
essenziale della scrittura poetica» significa,
secondo me, arruolare a priori i poeti in sette
iniziatiche. Li vedrai presi dalla gara a chi
svela il mistero più misterioso; e avrebbero
un lasciapassare in più per ignorare la realtà
(tragica) del mondo in cui vivono assieme agli
altri. Questo lasciapassare io non glielo do. Al
massimo suggerirei di impegnarsi prima a
svelare i “misteri” della nostra vita “civile”,
quelli che hanno portato e portano stragi,
guerre, dilapidazione del bene una volta
“pubblico”, ecc. Invitare i poeti a cercare il
mistero equivale ad una privatizzazione della
poesia, che per me è/dev’essere bene
comune.
La moltitudine per sempre “senza
qualità”? La poesia è stata ed è
storicamente una delle tante forme di
espressione dei bisogni, delle idee, dei
desideri delle élite culturali. La moltitudine
(vivente, lavorante) è stata (è) al massimo
spunto d’ispirazione da parte dei poeti
“famosi”.
La
moltitudine
poetante
(volgarmente detta: sottobosco, scribacchini,
poeti della domenica, ecc.) è oggetto di
scherno, di reprimenda, di diffidenza da parte
delle élite di cui sopra. Oggi affiora nei nostri
discorsi solo come “quantità”. Sul fenomeno
al massimo ci sono alcune interessanti
riflessioni sociologiche, che scivolano però
sugli aspetti forse più interessanti (estetici,
psicologici, stilistici, ecc.). Esso andrebbe
indagato invece per – lo dico rozzamente “spremere” dalla “quantità” la “qualità”. Ma
non la solita “qualità da élite” (i “grandi”, i
“famosi”), ma la “qualità dei molti”. Detto così
è, se vuoi, una pia intenzione. Ma dirige lo
sguardo verso una direzione trascurata.
Insistendo sul fenomeno informcando i soliti
occhiali estetici a cui
siamo abituati,
continueremo a vedere solo sottobosco,
scribacchini, poetastri, ecc. Oppure a
rimanere
incollati alle questioni tecnicospecialistiche del lavoro poetico (quelle che
tu elenchi: metrica, tematiche, linguaggio,
poetiche, stile, ecc.). Non nego che ci sia
un’etica della professione anche per i poeti, i
critici o i critici-poeti. Ma nei casi migliori crea
ammirevoli monumenti per il piacere delle
élite che vi hanno l’accesso riservato. Alle
masse, che dovrebbero rimanere masse, cioè
passivizzate, vanno gli scampoli. Ci vogliono
invece altri occhiali (critici), riflessioni serie,
categorie estetiche rinnovate per intendere
cosa può nascere di buono dai testi prodotti
dai molti.
Crisi dei canoni e canone occulto I canoni,
i mini-canoni, le linee editoriali, ecc. imposti
dall’alto
o
provenienti
dal
passato
infastidiscono. Meglio ricominciare, come tu
dici, dall’ascolto, da un’approssimativa
esplorazione, dalla discussione «parziale e
discutibile» di quelli che sono i nostri gusti,
canoni o mini-canoni personali, desideri di
linee editoriali, ecc. Si ricominci pure dal
«relativismo soggettivistico». Ma attenti a non
fissarlo in Canone occulto e non dichiarato,
che si nega ad ogni discussione, col pretesto
che è “naturale” pensare così, perché così
fan tutti o così fanno i manager culturali che
contano. Se si sa che
nello «spazio
soffocante e autoreferenziale, chiuso e
autoreplicante
della
cittadella
poetica
nostrana» questo è lo stile che domina, non
possiamo farlo nostro. Non dobbiamo farci
male con le nostre mani.
Aprile/maggio 2004 Nuova
SAMIZDAT COLOGNOM
serie
di
15 aprile
Cari amici,
in questi mesi, dopo lo sganciamento da
INOLTRE, ho oscillato fra l'ipotesi di una
nuova rivista e l'ipotesi di rilanciare
SAMIZDAT
COLOGNOM.
Ho
scelto
quest'ultima strada, incoraggiato anche dal
fatto che il Centro Studi Franco Fortini ha
accettato la mia richiesta di far uscire
SAMIZDAT COLOGNOM come supplemento
de L'OSPITE INGRATO. È una soluzione in
continuità con una parte della mia ricerca e
che non preclude l'esplorazione del "nuovo".
11
Vi mando pertanto in allegato una proposta
precisa, sulla quale chiedo che ciascuno dei
destinatari si pronunci: accettando l'ipotesi di
partenza,
correggendola,
allargandola,
restringendola, etc., o rifiutandola. Se le
vostre risposte saranno sufficientemente
positive, penso di convocare una prima
riunione per perfezionare assieme l'ipotesi.
P.s.
In appendice vi mando anche lo scambio
intercorso fra dicembre 2003 e marzo 2004
fra me e Piero Del Giudice sull'ipotesi di una
nuova rivista. Il taglio più giornalistico
dell'ipotesi di Del Giudice mi pare poco
praticabile. Ma alcuni dei temi proposti e
l'invito ad una presa sul "reale" li accetto.
Vedrò (o vedremo) in seguito se è possibile
mediare fra le due non contrapposte
esigenze.
Ipotesi di rivista apr 2004
Titolo: SAMIZDAT COLOGNOM
[con possibile sottotitolo: dai luoghi/non
luoghi dell’Italia in epoca postmoderna]
[in evidenza: supplemento a L’ospite ingrato
del Centro studi Franco Fortini]
Rubriche:
Dizionarietto-archivio critico di scritture
semiclandestine
Accoglierà le scritture più varie (appunti,
scambi di lettere o e-mail, poesie, racconti,
stralci di ricerche più corpose, sintesi,
commenti a libri letti, diari e riodinadiari, ecc.)
composte dagli scrittori/scriventi esclusi o ai
margini della comunicazione accademica e
massmediale. Non si tratterà di una scelta
casuale o amicale. Pubblicheremo a turno
esempi
ragionati dell’esperienza della
scrittura
semiclandestina
in
epoca
postmoderna. I pezzi dovranno sempre
essere accompagnati da un commento
critico, affidato a membri della redazione o a
collaboratori di fiducia, che mostri lealmente i
limiti o le potenzialità dei testi.
Sulla giostra delle riviste
Qui andranno pezzi (riflessioni di lettura
personale) di alcune delle riviste (o di singoli
numeri o articoli di esse) che i redattori
seguono o ritengono importante segnalare.
L’obiettivo e di costruire una mappa delle
zone di ricerca da approfondire o da evitare.
Appendice: scambi intercorsi con Piero Del
Giudice e Andrea Boeri sull’ipotesi di una
nuova rivista
1) da Del Giudice (7 marzo 2004)
Samizdat
Qui vanno tutti i pezzi di dissenso o di critica
della condizione postmoderna: articoli
individuali o redazionali o di collaboratori. I
pezzi tenderanno a precisare cosa sia
possibile intendere per esodo oggi. Vi
compariranno pezzi teorici (su autori, articoli,
saggi di riferimento per la redazione) o
commenti di eventi (ad es. la guerra in Irak).
Saranno frutto della discussione collettiva e
faranno da editoriale, da presa di posizione
comune. (In caso di vedute divergenti: se
esse sono ritenute ancora dialettiche,
saranno presentate apertamente; se ritenute
inconciliabili, si sceglierà a maggioranza).
Luoghi Non luoghi
Qui vanno tutti i pezzi d’inchiesta, che
riguarderanno le esperienze dei singoli o dei
gruppi organizzati nelle “città” in cui abitiamo,
sempre più luoghi/non luoghi (Augé) da
osservare, studiare e raccontare nella loro
problematica centralità o perifericità e nei loro
mutamenti.
Caro Ennio, ti mando alcuni appunti sui primi
interessi che suscita in me un lavoro comune
e la fondazione di una rivista. Niente voli alti,
ma molta attenzione, moti tentativi di capire.
Piero
D. Una rivista perché?
R. Perché non conosciamo il mondo in cui
viviamo
D. Una rivista per i propri testi?
R. La realtà come testo [da indagare]
Dunque una rivista perché non conosciamo e
non sappiamo muoverci, pensare, prendere
decisioni nella realtà che viviamo, perché
abbiamo paura la sera a camminare per le
strade.
Allora, almeno per cominciare:
Non conosciamo, vanno indagate:
a) le condizioni materiali di vita e di lavoro
della
gente
b) sono già attive le “cooperative” dei
sindacati (Cisl in particolare) che procurano
forza-lavoro per qualche mese) come vive un
12
giovane con un lavoro che dura 4 mensilità?
A 800 euro a busta?
d) Ma più in generale come sta dentro la vita
complessiva: la sua camera, la sua cucina, la
sua idea di futuro, la sua idea di “incontro”, di
associazione, di “amicizia”?
e) Non sappiamo quanta gente lavora per
es. nella scuola. Quanti sono i contratti, le
condizioni concrete di lavoro nella scuola
f) Non conosciamo il mutamento del rapporto
del dipendente nella azienda. Nella scuola si
fa “impresa”, il giovane che ha un contratto di
quattro mesi fa “impresa”, è “imprenditore” di
cosa?
g) Trasformazione del lavoro dipendente in
una società di “imprenditori” di niente
Va affermato:
1) la fine del sindacato come è
2) altre esperienze oltre il sindacato come è.
Perché queste esperienze, cosa è mutato
3) la fine dei partiti. Altre esperienze oltre i
partiti
4) la destra, la sinistra
5) l¹alternativa e le parole d¹ordine semplici
(no alla guerra)
6) la fine della ragionevolezza
7) la riproposta della ragione
2) da Ennio ad Andrea Boeri: chiarimenti
sull’ipotesi di nuova rivista (6 maggio 2004)
Caro Andrea, sei il primo dei possibili
collaboratori della rivista ad avere un
atteggiamento di curiosità sul tema
dell'esodo. Altri hanno subito storto il naso; e
forse hanno alcune buone ragioni. Vedremo.
Un'ipotesi di ricerca: questo è per me una
rivista. Non credo perciò possibile chiarire
prima di partire e in modi convincenti che
cosa intendo per esodo-esodare-esodante.
Posso spiegare (come ho fatto per cenni nei
primi numeri di SAMIZDAT COLOGNOM)
come io sia arrivato ad usare questa
terminologia e da quali fonti l'ho tratta. Posso
valutare le obiezioni sulla sua "vaghezza" o
"astrattezza" o "gergalità". Ad usare come
distintivo il termine e a volte anche in modi da
scuola di pensiero è una eterogenea e
internamente differenziata area, in cui
intravvedo disobbedienti, Negri, Virno,
DeriveApprodi, ecc. Verso di essa ho un
atteggiamento di attenzione e perplessità. Da
qui ho derivato il termine. A me è servito
soprattutto per fissare uno spartiacque dalla
Sinistra "continuista", che sembra credere
che con qualche correzione più o meno
drastica si possa ritornare a lavorare sulla
vecchia strada "progressista" (insomma
rioccupare lo spazio che fu del PCI o che
stava per aprirsi con la nuova sinistra attorno
al 68-69). Questa strada mi pare bloccata.
Qui concordo con Del Giudice, anche se lui
non parla di 'esodo'. L'esigenza di capire il
mondo "sconosciuto" in cui ci siamo ritrovati
è anche mia. Forse a distinguermi da lui sono
tre esigenze: 1) dichiarare il punto di vista
(l'intenzione) di chi si pone il compito di
esplorare; 2) rimuginare il passato storico, al
quale comunque dei fili ci trattengono; 3)
definire la società in cui siamo col termine
insufficiente ma utile di "postmoderna". Dirmi
esodante segnala la mia insofferenza per
questo mondo "sconosciuto", la volontà di
fuggirlo e di andare verso un "altro mondo"
anche se non nominabile (e qui mi aspetto
obiezioni del tipo : come si fa a conoscere il
mondo se vuoi fuggirlo; dire esodo significa
sempre fissare un telos; rimuginare la storia
è una trappola, ecc.). Anche l'uso del
termine 'moltitudine' è da indagare: equivale
a frammentazione delle 'classi' o ad una loro
definitiva
scomparsa?
La
«necessità
d'indagare le condizioni materiali di vita e di
lavoro della gente e le conseguenti analisi
sulla fine del sindacato e dei partiti come
organizzazioni di rappresentanza sociopolitica di massa» (Del Giudice) cozza però
contro le difficoltà del lavoro che un'inchiesta
richiede. Già ho avuto qualche reazione
sgomenta di chi non se la sente di porsi in
questa prospettiva, perché sa di essere
esterno ai luoghi dove questi problemi sono
realtà vissuta e pensa piuttosto di poter dare
alla rivista solo un contributo di scrittura più
"introspettiva". In questi anni l'isolamento è
cresciuto per molti di noi. Escludere allora i
più isolati o meno propensi a indagare la
realtà (i "poeti", ecc.) dalla rivista? confinarli
nello spazio delle "scritture clandestine"?
tenere un collegamento anche con questi
"ghetti" in cui si chiudono difensivamente tanti
"io atomizzati"?
1 maggio 2004 FORTINI: Dieci anni dopo la
morte al “Punto Rosso” di Milano
Caro Massimo [Parizzi]
spero che questo ciclo di interventi sull'opera
di Fortini al Punto Rosso di Milano serva non
a una piccola setta di "fortiniani", col loro
13
corredo di citazioni e lumini votivi, ma a
riprendere interrogativi sull’intera sua opera,
come giustamente richiedeva Ranchetti; e
partendo dalla “attualità”, e quindi anche dalle
posizioni più o meno distanti dalle sue che
ciascuno di noi ha o crede di avere oggi. A
me è parso sempre un po' indecente sul
piano morale e negativo su quello politico che
qui a Milano, dove Fortini ha vissuto e
operato dal '45 e fino alla sua morte,
intessendo una fittissima rete di rapporti, mai
finora si sia trovata la spinta necessaria per
fare,
non
dico
quanto
ha
fatto
Siena col Centro Studi F.F. e il supporto dei
finanziamenti universitari, ma "qualcosa".
Cosa? Un ciclo di riletture della sua opera
come questo che adesso siamo riusciti a far
partire. Oppure una serie di interviste più o
meno a ruota libera a quanti lo conobbero o
hanno lettere, registrazioni di suoi interventi,
ecc. Meglio ancora un confronto su come si
siano trasformati alcuni dei temi da lui trattati
e che anche noi abbiamo continuato in vari
modi a trattare (intellettuali, scuola, riviste,
etc.). Mi si può obiettare: ma perché insistere
su una continuità, riferirsi alla sua opera, se il
"suo" mondo non è più il "nostro"? Certo molti
si son odati delle ragioni per il silenzio su di
lui o per distanziarsi dalla sua opera e dal suo
modello d'intervento intellettuale e politico.
Berardinelli è un caso, esplicito e per me
infelice: demolisce male l'antico e forse mal
sopportato maestro, prescindendo
da
considerazioni storiche e affidandosi ad uno
psicologismo debolista. Ma quei pochi che
accettano di partecipare a questo ciclo o
hanno seguito più o meno indirettamente
i lavori usciti su di lui nel frattempo
(Disobbedienze, Interviste 1952-‘94, Saggi ed
epigrammi, la rivista L'ospite ingrato, ecc.)
non credo che se ne occupino per
dinamiche accademiche o solo perché hanno
avuto modo di conoscerlo in vita, ma perché
ancora interrogati o messi in discussione
dalle sue opere. Chi non ne vuol più sentire
parlare (e saranno parecchi) neppure si
fanno vedere a questi incontri. Il "suo" mondo
non è più il "nostro", ma il "nostro" mondo
non coincide – credo - con la cancellazione
della sua opera e non s'identifica con il
postmodernismo,
anche
quando
ne
riconosce più o meno criticamente l’impatto
imponente o ne subisce la suggestione.
Personalmente credo di dare una relativa
importanza alla categoria del "tradimento".
Valuto
semmai
la
"qualità",
le
motivazioni, le argomentazioni usate per
distanziarsi da problemi presenti nella sua
opera. Se in questi anni siamo stati presi da
altre
proposte
o
abbiamo
battuto
altre vie (Manocomete, InOltre, l'analisi del
postfordismo da parte degli ex operaisti, per
quanto mi riguarda), delle ragioni ci devono
essere. Io, che pur ho cercato di non perdere
di vista la sua opera, di mantenere i contatti
con Siena, di curare un residuale "fortinismo"
dell'Associazione IPSILON di Cologno o di
fare i miei samizdat, ho dovuto lo stesso
riconoscere il mio isolamento. Resta però il
fatto, che in quest'occasione in cui ho potuto
riprendere in mano per una decina di giorni i
suoi scritti sul tema della guerra, essi mi
hanno parlato, coinvolto, posto dei problemi.
[...] Passo ai tuoi appunti sul primo incontro.
Suppongo che la ragione per la quale, come
tu scrivi, «Fortini non abbia mai scritto nulla,
per quanto ne so, sugli sconvolgimenti all’est
di quegli anni, pur tanto traumatici, esaltanti,
spettacolari» abbia un valido motivo: lo
sconvolgimento vero (per lui, per noi) era già
avvenuto prima: con la fine della Cina di Mao
e lo stritolamento nel corso degli anni
Settanta dell'ipotesi di nuova sinistra nella
tenaglia del compromesso storico da una
parte e del lottarmatismo dall'altra. Quelli
furono i veri traumi vissuti da Fortini (e penso
anche da molti di noi). Era stata la Cina il
suo «paese allegorico» ed era stata la nuova
sinistra (e il manifesto) la sua "casa politica".
Quando crolla l'Urss, il coinvolgimento è
minore, è già da sopravvissuto, che si vede
raggiunto nella sconfitta anche da quel PCI
che vanamente e disperatamente aveta
messo sull’avviso. Non credo si possa dire
che il crollo dell'Urss abbia significato per lui
«la fine di una dialettica che, nonostante
tutto, l’esistenza del blocco dell’est teneva
aperta per il fatto di essere, anche se soltanto
di nome, un secondo polo». Penso piuttosto
che abbia seguito solo con simpatia il
tentativo di Gorbaciov di riaprire una
possibile dialettica in una società come la
sovietica che non ne aveva più. E anche
quando, dopo più di vent'anni, si decide - a
mio parere illudendosi e aggrappandosi al
puro simbolo - a votare PCI, precisa appunto
che il suo «non sarà un voto alla politica del
Partito comunista, ma un voto al comunismo
o alla falce e martello che sta ancora
nel simbolo del Partito» (Fortini, Un dialogo
ininterrotto Interviste 1952-‘94, p.541-2).
Quando scrive «la perestroika ha come prima
14
ricaduta
quella
di
togliere
una
antitesi su cui l’opinione occidentale è vissuta
per mezzo secolo» (Extrema ratio, p. 101),
parla
dell'opinione
occidentale,
non
delle minoranze che già dagli anni Trenta
avevano occhi disincantati sull'Urss. E
quando dice: «Ciò che è stato demolito non è
il comunismo, caso mai il comunismo come
parte dell’eredità dell’Illuminismo» (Fortini, Un
dialogo ininterrotto Interviste 1952-‘94, p.
688),
si
riferisce
alle
esperienze
del
"socialismo
reale".
Non il comunismo come «combattimento per
il comunismo» (la definizione data su Cuore
nel 1989) che scorre dentro il terreno della
società del capitale come fiume carsico,
quindi non sempre visibile (e con possibilità di
“inondarla”, mutandone il paesaggio). Questo
è uno dei punti sul quale discutere, per
vedere quanto Fortini sia vicino o distante da
quelli che, sconfitto il socialismo reale,
accettano di ridurre il comunismo a ideale
orientativo. Un altro punto. Tu scrivi: «La
Masi diceva che oltre un terzo dgli europei
sarebbero “pronti” a una rappresentanza
politica di cui mancano però i “mediatori”.
Perché mancano? A me sembra che
“manchino” perché questo oltre un terzo non
è una classe, ma “gente”. E, in quanto tale, la
rappresentanza politica ce l’hanno: è questa
che c’è, in Italia da Bertinotti a Di Pietro.
Potrebbe essere “migliore”, e di molto, ma
potrebbe essere “diversa”?» Non credo.
Bertinotti, Di Pietro, ecc. rappresentano solo
fette di questa non-classe (la "gente", invece,
è quella rappresentata soprattutto da
Berlusconi). Ma il termine di "moltitudine",
come
tu
sai,
a
me
pare
più
utile, perché - si può essere d'accordo o
meno con Negri, Virno e compagni - pone un
problema arduo: e se in epoca postmoderna
questa massa sociale che ha preso il posto
della classe operaia fosse irrappresentabile?
Ci costringe cioè a uscire dalla logica che
prima o poi essa si rappresenterà o sarà
rappresentata o, come tu dici, già lo è. Qui
si entra in un campo scivoloso, sul quale
Fortini si è addentrato sempre malvolentieri
per un’ostilità verso l'operaismo e i suoi
sviluppi che egli motiva anche in modo
convincente
(l'ho
detto
a
proposito
della sua polemica con i «filoamericani di
sinistra»). Eppure la percezione del salto
avvenuto con l'implosione dell'Urss e poi con
la guerra del Golfo lo portò a ritenere esaurite
sia la tradizione socialista che comunista sia
la stessa categoria di imperialismo; e a
parlare di impero. Sarebbe azzardato un
accostamento a Negri, che in passato pure
mi ha suggestionato. Ma le sottolineature
fortiniane delle trasformazioni della figura
degli intellettuali, l'attenzione all'ampliamento
del terziario sono accostabili con cautela ai
discorsi sul lavoro immateriale. Insomma, mi
pare che interrogare Fortini, dopo aver
conosciuto le elaborazioni di Negri e altri, sia
un'operazione interessante, anche se può
scandalizzare qualcuno. Tutto sta a vedere
che se ne cava e se non si travisano le
posizioni messe a confronto. Un ultimo
punto: credo anch'io che il tema «Fortini e la
guerra» sia collegabile a quello «Fortini e la
Storia», con la S maiuscola. Ma parlando di
guerra, Fortini parla di Storia. E di
comunismo. O credi che, se spostassimo
l'attenzione sul tema della Storia, verrebbero
fuori cose diverse da quelle da lui dette sulla
guerra?
Caro Paolo [Giovannetti],
quando lessi per la prima volta Composita
solvantur anch'io ebbi l'impressione di una
"svolta" e pensai che si dovesse fare uno
sforzo per rileggere il Fortini precedente alla
luce di quanto scriveva in quell’ultima
raccolta poetica. Ma non parlerei di nichilismo
né di tentazione del nichilismo. Del resto tu
stesso presenti il dubbio (è nichilismo?) e poi
lo allontani, dicendo: «mi sembra che il
nichilismo lui l'abbia guardato in faccia». Più
che il nichilismo, è il sentimento della morte
imminente e personale che diventa
preponderante in questa raccolta, anche se il
pensiero di morte è stato costante in Fortini
(ricordo
lo
scritto
sulla
morte
di De Martino). La "svolta" sta forse in questo:
prevale il sentire la morte più del pensarla. E
ci vedo poco presente anche l'idea della
trasfigurazione o della rinascita. Vedo
l'allarme, la raccomandazione ai vivi data dal
moribondo in punto di morte. Il nuovo
ordine è più che mai solo possibilità. La
morte disperde le cose composte (dal poeta,
dagli uomini in lotta nel tempo storico) e
questa
dispersione
viene
accettata
(sopportata). Ma non annulla le verità emerse
sia dalla vita individuale (che foscolianamente
vengono proseguite nella memoria dei
vivi: amici, ecc.) sia dalle lotte collettive.
L'appello «proteggete le nostre verità» (su
uno spunto di Marcuse) consegna ai vivi
quello che è da salvare, quello che conta
15
dell'individuo
o
della
storia umana. Siamo, mi pare, agli antipodi
del nichilismo. Il comunismo è una verità
presente nella storia umana come possibilità.
Quindi anche quando non è visibile, quando
non c'è più un soggetto che, avendone fatto
un progetto politico, tenti di attuarlo, non
viene meno. Come verità s'intende, come
possibilità. (Qui, come ho detto anche a
Parizzi, si dovrebbe discutere quanto questa
verità in Fortini diventi o meno ideale,
quando vengono meno i soggetti concreti che
potrebbero portarla a maturazione. Mi pare
però che Fortini ha sempre respinto il
comunismo come ideale astorico....). Che le
Canzonette del Golfo siano promosse a
poesia-poesia dubito. O almeno: come la
mettiamo con la svalutazione della poesia di
fronte alla guerra? La poesia non è neppure
più guanciale per i morti. Sulla questione del
«mandato sociale» ti smentirei: della fine del
mandato sociale, Fortini parlò fin da Verifica
dei poteri e criticò i sessantottini che
avevano cercato di rianimarlo. La verità (del
comunismo) va protetta perché possibile, non
perché una classe dia il mandato sociale (agli
intellettuali). E questa difesa deve e può
avvenire anche oggi in una situazione in cui,
come dici, «"reale" e "artificiale" si sono
confusi in un pastone informe».
6 agosto 2004: La regina-colf
Caro Luigi [Consonni],
dall'articolo del Corriere della sera (4 agosto)
che mi hai inviato ho selezionato questi tre
passaggi: 1. «A Besoro - racconta Francesca
- la maggior parte delle gente coltiva i campi.
Riso soprattutto. C’è tanta povertà»; 2.
«Certo, non ha facoltà di fare imprigionare i
sudditi. Queste sono cose del passato. Anche
la tribù Ashanti si è adeguata ai tempi»;
3. «Il bisogno di lavorare mi ha spinto a
cercare un posto. Qualsiasi. Del resto, io so
fare soltanto le pulizie e la regina». Ed eccoti
il commento che mi chiedi: Com'è consolante
per dei padroni e per una giornalista sfiorata
dal femmnismo scoprire che la propria colf è
una regina, comanda persino sugli uomini
e non soltanto una "povera negra"! E quale
risarcimento simbolico un bell'articolo sul
Corriere della sera per una regina,
ovviamente «intelligente e dai modi gentili» e
così
timida da vergognarsi
di farsi
conoscere come regina! Guai se i poveri
ringhiassero! E guai se abbandonassero la
maschera di colf, che la regina è stata
costretta a mettere. Da chi? Dalla miseria del
suo paese, sulla quale ovviamente si
sorvola. Eppure la crescita dei dividendi delle
banche di Schio e dei dintorni un po'
spiegherebbe «tanta povertà» africana.
Insomma, nel suo piccolo, trovo quest'articolo
una quasi vomitevole Capanna dello zio Tom,
con la povera (per noi) e regina (per i
suoi) che s'illude e la padroncina e la
giornalista (magari entrambe femministe o
"d'idee aperte") che s'illudono anche loro. O
forse è la figliola della colf che s'illude, visto
che nell'articolo, al posto della madre, parla
lei, che deve studiare qui in Italia (come i figli
dei nostri borghesotti studiano ad Harvard) e,
si sa, deve compiacere insegnanti e
compagni di classe. Che falsa favola ci viene
raccontata! Le regine costrette a fare le colf
sono regine solo, quando tornano in ferie al
paese e se lo trovano sempre povero! A me
la vicenda fa pensare a tanti meridionali
(operai, impiegati, ecc.) anni CinquantaSessanta, che, quando dal Nord Italia
tornavano giù al loro paese in ferie,
riprendevano temporaneamente qualche
ruolo di prestigio che avevano avuto presso
familiari, amici o paesani prima di emigrare.
Ma la regalità (il potere) si misura rispetto ai
veri re o regine (cioè ai potenti che
comandano il mondo e distribuiscono
povertà in Africa, guerra in Irak, relativo
benessere e menzogne in Europa). La
regina di Besoro qui è solo una colf: si
è/l'hanno proletarizzata! Sai quanti schiavi
nell'antica Roma erano più istruiti dei loro
padroni ed erano stati magari re. Guai a
sentirsi re o regine mentre sottostiamo ai
comandi e ai salari imposti dagli altri! Meglio
essere compiacenti e pazienti e appena
possibile combattivi. Spero che la proletariaregina tiri presto fuori le unghie.
RIORDINADIARIO/ COLOGNOM
26 gennaio 2004 Felice Gandolfo
Elena mi telefona. È morto d’infarto. Era
tirato. Situazione pesantissima per B.: sola,
straniera qui, senza lavoro, con tre figli (due
gemelle handicappate).
5 maggio 2004 COLOGNOM: Piccoli
ragionamenti sui candidati a sindaco di
Cologno
16
Se voti Capodici
gli speculatori di Cologno saranno felici.
Ma che-cazzo-dici?
Guarda chi sta dietro Capodici
e ai suoi amici.
Se voti il verdastro Diaco
Cologno verrà inquinata più di Chicago.
Ma che-cazzo-dici?
Quello è il verde finto che piace a Capodici
e ai suoi amici.
Se voti il ragionier Lo Verso
il bilancio comunale t'andrà di traverso.
Ma che-cazzo-dici?
Quello è la calcolatrice di Capodici
e dei suoi amici.
Vuoi votare l'ex assessore Losi?
Ti riempirà di fesserie a piccole dosi.
Ma che-cazzo-dici?
Quella è la musa ispiratrice di Capodici
e dei suoi amici.
E se votassi Soldano il diessino?
Chi l'espertino del compromessino?
Ma che-cazzo-dici?
Quello fa politica solo in segreto,
come Capodici ed i suoi amici.
Giovanotti, anziani, sani, malati
lavoratori flessibili, precari, disoccupati
casalinghe, innamorati,
artisti, nonni, impiegati, pensionati
cittadini tutti, da Milan1 trombati
e giustamente incazzati,
mandiamo a casa i suoi gregari
mosci e riciclati.
Basta coi politici del ribaltone e del mortorio.
Votiamo sindaco Beretta Vittorio.
10 Maggio 2004 Sette slogan a rimette per
fare sindaco Vittorio Beretta
1. Io sono dell'oratorio e voto Beretta Vittorio.
Io non sono dell'oratorio e voto lo stesso
Beretta Vittorio
2. Gira a piedi o in bicicletta
e vai a votare Vittorio Beretta
3. Vuoi pulizia a Villa Casati?
Vota Beretta e i suoi alleati
4. Che ogni guerra sia maledetta,
1
Milan è l’ex sindaco di Cologno votato dal centro
sinistra e passato al centro destra
a Cologno l'ha detto Beretta
5.
Un sindaco che coi cittadini decide e
progetta?
Vota subito Vittorio Beretta
6.
Se alla motoretta preferisci la bicicletta,
vota sindaco Vittorio Beretta
7. La politica dei partiti ti va stretta?
Allora vota Vittorio Beretta!
16 maggio 2004 UNA CITTÀ, UN SINDACO
Testo per audivisivo
Cosa sta diventando Cologno?
Nessuno lo sa con precisione. Non è più un
paese. Non è più città-dormitorio. Ci arriva la
metropolitana. Ha sul suo territorio la
chiesetta romanica di San Giuliano e la
fortezza degli studi televisivi di Berlusconi,
due simboli estremi ed opposti: di un passato
medioevale ed europeo nel primo caso, del
presente postmoderno e americanizzato nel
secondo.
Cologno ha sempre più uffici, studi di
professionisti, nuove filiali di banche, centri
commericali e negozi a grandi vetrate. È il
terziario avanzato spiegano gli studiosi. Si
espande anche qui. S’insinua ora in qualche
vecchia corte ristrutturata ora in mezzo ai
condomìni.
Corti, «coree» palazzoni: sono, anche
se visibili e abitati, le tracce di un passato
ormai scomparso: quello contadino, quello
degli immigrati. I giovani e i nuovi arrivati ne
conoscono vagamente qualcosa forse dai libri
o dai racconti di qualche vecchio. Ma quel
passato e i suoi drammi non dicono loro
quasi più nulla. Sono dimenticati, seppelliti.
Perché questa, al di là delle apparenze, è
una città dura. Non ha voglia di rimestare sul
suo passato. È presa dal mutamento. Cambia
in fretta il suo territorio e con esso i suoi
abitanti. Ha altri problemi e drammi, che
sembrano del tutto diversi da quelli di ieri o
dell’altro ieri.
Quali?. Vediamo il territorio. È stato
fin troppo cementificato in passato. Dunque ci
saranno sempre meno abitazioni da costruire.
Ora – lo dicono tutti – si tratta di rendere
questa città più “vivibile”. Bella parola. Ma
che significa?
Non è difficile prevedere che - lontano
da noi, a tavolino, senza mettere neppure
piede a Cologno - imprenditori, banchieri,
urbanisti, ambientalisti di tutte le salse
abbiano già pronti i loro progetti per render
“più vivibile” questa città. Sembra di sentire i
17
loro discorsi: quel parco, quell’edificio
cadente a che servono? Meglio farci un
centro commerciale o una banca. Nelle
vecchie strade il traffico scorre a fatica. Quale
migliore occasione per riprogettare la rete
viaria.
Le città contemporanee sono, infatti,
un cantiere ininterrotto. E anche a Cologno
s’investe
e s’investirà altro danaro. In
assenza di interventi statali o regionali (agli
enti locali il governo non fa che tagliare i
fondi), questo denaro verrà investito da
aziende private. A Villa Casati, alle porte del
sindaco e degli assessori busseranno a
frotte, cordiali, sorridenti, i modernizzatori, i
fornitori di nuove tecnologie urbane.
Offriranno le loro idee per conservare,
risanare, rendere Cologno più “vivibile”.
Chi controllerà e deciderà sui loro
piani di ristrutturazione? Chi curerà che essi
non peggioreranno le condizioni di vita di certi
quartieri, com’è accaduto con la tangenziale
e la metropolitana?
Vediamo ora i problemi degli abitanti
di Cologno. Su di loro si scaricano – come
altrove – le conseguenze del declino
industriale che riduce i posti di lavoro,
dell’applicazione dell’informatica ai processi
lavorativi che riduce ancor più il bisogno di
manodopera fissa (anche istruita) e crea solo
posti di lavoro precari, intermittenti, flessibili.
Ne fanno le spese soprattutto i giovani.
Abbiamo
poi
da
far
fronte
all’invecchiamento
della
popolazione,
all’arrivo di nuovi immigrati da paesi sconvolti
da guerre e povertà. La paura creata dal
clima di guerra e di terrorismo sta sempre più
paralizzando la vita comunitaria e sociale.
L’inquinamento dell’aria, dell’acqua è un
veleno insidioso e sfuggente.
Cosa
significa,
allora,
rendere
“vivibile” la vita sociale di Cologno? Significa
contenere i danni e contrastare tutti i processi
economici e tecnologici che strappano i
legami sociali e diffondono in mezzo alla
popolazione paura, incertezza, fatalismo,
delega passiva agli esperti. E quindi:
contrastare la disoccupazione, organizzare
nuove rivendicazioni per i lavoratori flessibili e
precari, impedire tagli alle pensioni,
accogliere gli immigrati, vincere la paura
allontanando gli spettri di una scienza e di
una tecnologia disumanizzata e quelli della
guerra e del terrorismo, alimentato invece
che bloccato dalle scelte imperiali degli Stati
Uniti.
Ma a Cologno abbiamo una politica e
dei politici capaci di affrontare con coraggio e
saggezza sia le questioni del territorio sia
quelle sociali? Se guardiamo al passato
dobbiamo rispondere no. Mai questa città ha
espresso un ceto politico veramente
indipendente dai poteri economici forti e
capace di far valere le spinte più
democratiche presenti fra i suoi abitanti.
Sempre in passato sindaci e assessori
hanno dichiarato di agire negli interessi di
tutti. Ma chi un po’ di storia di questa città la
conosce sa com’è finita.
Quando si è trattato di costruire, sono
stati i costruttori a imporre le loro regole.
Quando si è trattato di industrializzare parti
del territorio, hanno contato soprattutto le
decisioni imposte da industriali e banche.
Non certo la preoccupazione per
l’ambiente o la salute dei lavoratori e degli
abitanti. Ed ora che l’economia italiana si
deindustrializza e si terziarizza, si continuerà
a privilegiare gli interessi dei pochi, dei più
potenti economicamente dichiarando di farlo
in nome di tutti i cittadini?
Prevarranno, cioè, come in passato, le
priorità di industriali, costruttori e fornitori di
servizi alla città o i bisogni di noi che abitiamo
questo territorio e vorremmo viverci bene o
almeno decentemente?
Prevarrà un’idea di Cologno “vivibile”
per chi ha più soldi, informazioni e
conoscenze in alto loco o una idea di
Cologno “vivibile” per i lavoratori a reddito
fisso, i giovani precari o disoccupati, i nuovi
immigrati, gli emarginati?
Prevarrà l’ambientalismo tecnocratico
o l’ambientalismo sociale? Prevarranno i
servizi privati a pagamento (e quindi per
pochi) o quelli pubblici?
L’ultima crisi della vita politica di
Cologno, il cosiddetto “ribaltone”, cioè il
passaggio del sindaco Milan dal centrosinistra al centro-destra, ha squalificato non
solo un personaggio politico e bloccato
l’attività amministrativa, ma ha disgregato
ancora più i partiti; e aumentato l’indifferenza
o la nausea per una politica ridotta a beghe
personali fra politicanti. Abbiamo toccato cioè
il fondo.
Ecco perché l’elezione del nuovo
sindaco è una cosa maledettamente seria,
un’occasione per voltare davvero pagina, per
ripulire Villa Casati dai politicanti e rimetterci
dei politici seri. Dalla persona che farà il
sindaco e da come saranno riempite le
18
poltrone della giunta e del futuro consiglio
comunale dipenderà ancora una volta se in
Comune avremo una politica coraggiosa e
saggia o una politica intrallazzona e
clientelare.
Si dice in giro: ci vuole un sindaco
bravo, onesto, capace di ascoltare i cittadini,
democratico. Questo è il minimo. Ma non
basta. Ci vuole attorno a lui un’alleanza di
tutti i bravi, gli onesti, i democratici di
Cologno. Conta la persona eletta, ma
contano altrettanto gli elettori. Contano le
qualità personali del futuro sindaco, ma conta
ancora più la mobilitazione politica, attiva,
insistente di quanti lo scelgono; e, non ultima,
la sua volontà di farsi controllare e sostenere.
Per questo noi scegliamo Vittorio
Beretta e lo preferiamo non solo ai candidati
del centro destra, ma anche all’altro
candidato della sinistra. Per due semplici
ragioni: 1) non solo è uno che – a detta di
tutti quelli che l’hanno conosciuto e l’hanno
visto al lavoro in questi anni come assessore
ai servizi sociali - è bravo, onesto, sa
ascoltare la gente, dialogare con tutti e sa
conquistare la simpatia di molti; cioè
possiede le qualità minime che si richiedono
per fare il sindaco; ma 2) è per una politica
che non delega, è uno che non chiede una
firma in bianco e poi “faso tutto mi”. E questo
conta molto di più.
Beretta vale di più, perché ha reso da
subito trasparenti e controllabili le ragioni
della sua candidatura. Beretta vale di più
perché si è impegnato pubblicamente a
discutere anche in futuro, da sindaco, le cose
da fare in questa città in un Forum
permanente aperto a tutti.
Beretta è il primo candidato sindaco di
Cologno che si è fatto scegliere in pubblico e
non in riunioni fra i segretari di partito.
Beretta ha cominciato da subito a
praticare il confronto pubblico con i cittadini
che si autoganizzano e vogliono partecipare
alle scelte. Non vuole una politica gestita dai
cosiddetti “professionisti della politica”, ma
dal
sindaco
assieme
ai
cittadini
autorganizzati.
Anche gli alleati di Vittorio Beretta
(Rifondazione, Comunisti italiani, Società
democratica per Cologno, Cologno solidale,
Italia socialista) hanno vincolato le loro scelte
alle decisioni del Forum, e cioè ad
un’assemblea pubblica aperta a tutti.
Infine, ad un solo partito appartiene
Vittorio Beretta: il partito dei molti che
ripudiano la guerra e si battono per una pace
“senza se e senza ma”. Questo è l’unico
partito che oggi ci va bene.
5 giugno 2004 PERCHÉ SOSTENGO
VITTORIO BERETTA SINDACO E STO
CON SOCIETÀ DEMOCRATICA PER
COLOGNO
Immigrato da Salerno, a Cologno vivo
dal 1964. Ho fatto l’operaio notturnista,
l’impiegato, lo studente-lavoratore e ho
insegnato italiano e storia negli istituti tecnici
a Cinisello, Sesto. S. Giovanni e Milano fino
al 1998. Ho seguito e partecipato anche
attivamente alla vita culturale e politica di
Cologno sempre al di fuori dei partiti, prima
nel Gruppo operai e studenti (1968-69), poi
nell’associazione culturale Ipsilon e in un
gruppo di ricerca sulla storia di Cologno
(anni Novanta); e ora con una rivista,
Samizdat Colognom, che si occupa di
questioni locali e generali.
In occasione di queste elezioni
comunali mi sento di sostenere VITTORIO
BERETTA come candidato sindaco, perché è
fra i pochissimi politici colognesi che si
battono per arricchire
la vita dei molti
(lavoratori, anziani, giovani, immigrati) contro
i
poteri
economici
che
invece
la
immiseriscono e la sottomettono a scopi
privati o corporativi.
20 giugno 2004: Intervento prima del
ballottaggio fra Capodici (Forza Italia) e
Soldano (Democratici di sinistra)
NO AL RICHIAMO DELLA FORESTA
DIESSINA
Cari amici e compagni del Forum,
la coalizione attorno a Beretta, pur
raggiungendo un risultato eccezionale e
lusinghiero (21,93%), dati i mezzi economici
a nostra disposizione, non ci ha dato quello in
cui tutti speravamo: che Vittorio andasse al
ballottaggio al primo turno. Siamo perciò in
una posizione difficile e si sono acuite
pertanto anche fra noi le incertezze. Prevale
– mi pare – una sorta di insidiosa
accettazione acritica del “richiamo della
foresta” rappresentato da Soldano e Ds. Gli
argomenti usati (“Volete forse fare il gioco di
Capodici?”), respinti con sdegno nella prima
fase della campagna elettorale, oggi fanno
19
più breccia
e paralizzano i nostri
ragionamenti.
Prima di continuare, a scanso
d’equivoci (non sono un purista o un settario),
ricordo che ero e sono favorevole a
qualsiasi incontro interlocutorio con i Ds, che
vedevo e vedo favorevolmente le trattative
con loro anche di ristrette delegazioni del
Forum (non tutto si può discutere solo in
assemblea) in vista di un’alleanza contro la
coalizione di Capodici.
Ma una cosa è mantenere
aperti i canali del dialogo e delle trattative (si
dialoga e si tratta con tutti finché è possibile),
un’altra è inchinarsi davanti al possibile
vincitore, sorvolare sulle differenze reali che
hanno impedito finora una coalizione più
ampia (e probabilmente vincente già al primo
turno), passare dalla critica aspra (e
motivata) a Soldano e Ds ad un affannoso
dar loro consigli, suggerimenti, lezioncine. E
soprattutto
ossequiarli
in
anticipo,
premettendo a consigli, suggerimenti e
lezioncine il dogma indiscusso: noi ti
voteremo senza se e senza ma; e cioè
comunque tu ti comporterai nei confronti della
coalizione nata attorno a Vittorio Beretta e
soprattutto nei confronti del Forum,
accontentandosi cioè dell’ovvio ma del tutto
insufficiente dato che Mario Soldano non è
Capodici.
È quanto mi pare sia accaduto
purtroppo durante la serata del 17 in Via
stata anche una “bella
Petrarca2. Sarà
serata”, come qualcuno ottimisticamente ha
detto. Ma io sono rimasto paralizzato e
sconcertato: era il Forum quello o una sorta
di amichevole e a tratti commovente e
faticosa “riconciliazione” fra i sostenitori dei
due candidati del centro-sinistra dettata più
dal “cuore” che dalla ragione? Erano i Ds che
finalmente
venivano
al
Forum,
riconoscendone l’importanza o era il Forum
che si lasciava trascinare fra le braccia di
Soldano e dei Ds, accogliendo il ricatto
implicito «Meglio Soldano che Capodici»?
Avrei insomma preferito che il Forum
prima si ponesse autonomamente il problema
di analizzare il risultato del voto e la
situazione da esso creata; e dopo il problema
se appoggiare Soldano (gratis o ponendogli
delle condizioni) e non viceversa.
2
Luogo in cui si è riunito il Forum durante la
campagna elettorale
Non accuso nessuno di questa, che
magari solo a me appare una scivolata. Ma è
legittimo chiedere perché le cose sono
andate così. Io me la spiego col fatto che una
buona parte dei partecipanti al Forum
(militanti soprattutto di partiti e gente
politicizzata) condivide, con convinzione o
turandosi il naso, proprio il dogma: «Meglio
Soldano che Capodici» (la cosiddetta scelta
del “meno peggio”).
Ora credete che al di fuori di questa
cerchia, attiva ma comunque ristretta di
cittadini, il dogma vale? Io non lo credo. Ma
soprattutto
quel
dogma
è
davvero
condivisibile?
Personalmente
non
considero
Soldano un alleato a cui affidarsi e a cui
delegare uno solo dei problemi sollevati nel
Forum (cosa invece che giustamente si è
fatto con Vittorio Beretta candidandolo a
sindaco). Considero Soldano semplicemente
un possibile alleato con cui ora dialogare e
trattare, ma misurando con molta cautela i
punti possibili di accordo. Dopo, se fosse
eletto sindaco, non metto la mano sul fuoco
su niente.
Non lo confondo, ciò dicendo, con
Capodici. Non si equivalgono di sicuro per
molti aspetti. Ma qualcosa lo accomuna a
Capodici e a tutti gli altri politici di partito: si
muove – e lo ha dichiarato pubblicamente in
quella stessa serata – privilegiando
esclusivamente un piano: quello che chiama
della «democrazia rappresentativa», cioè
quello dei partiti e degli accordi fra partiti (si
veda la difesa rigida del “patto” con Del
Corno vicesindaco). Al massimo egli rispetta
(cosa ben diversa dal riconoscere) la
democrazia espressa e praticata dal Forum,
la «democrazia partecipativa».
Questa differenza politica è grossa. E
apparirebbe ancora più notevole se
guardassimo alla crisi dei partiti (baluardi sì
della democrazia in certe fasi storiche, ma
anche sue palle al piede, perché la vita dei
partiti anche in regime democratico alimenta
continuamente e ormai da oltre un secolo
processi di burocratizzazione quanto non di
corruzione). E ancor più se ci interrogassimo
sui
possibili sviluppi della stessa
«democrazia partecipativa» del nostro
Forum.
Qual è, infatti, la natura politica del
Forum e quale possibile futuro (non solo
immediato e locale) vediamo per esso?
20
Il Forum a me pare nascere proprio
dalla crisi dei partiti e abbozzare una risposta
a questa crisi, ma oscillando fra tendenze a
svolgere una funzione di semplice supplenza
e una più ambiziosa di risposta innovativa.
Da una parte guarda, infatti, a quanto
accade nelle istituzioni (Comune, partiti) e vi
vuole giustamente far pesare la sua voce e i
suoi uomini (da qui la campagna per Beretta
sindaco). Ma dall’altra ha dimostrato una
sensibilità e un’attenzione ai bisogni
(economici, politici, morali e materiali)
insoddisfatti della società (e non solo di
quella sua ristretta parte, detta “civile”) che
manca troppo spesso ai partiti; e tende a
costruire soluzioni nuove (anche se ancora
embrionali e incerte) per questi bisogni.
Il Forum perciò mi sembra muoversi –
a Cologno come altrove - ora in autonomia
dai partiti (il che significa anche assieme ai
partiti, se ci stanno e si mettono in ascolto,
com’è accaduto con Rifondazione Comunista
e Comunisti italiani) ora in polemica aperta
contro di essi o alcuni di essi, quando non ci
stanno (è il caso delle manifestazioni contro
la guerra in Irak alla quale Fassino e Ds sono
stati finora più che sordi).
Il Forum è perciò percorso da una
fertile ambivalenza, che finora ha tenuto
insieme utopia e realismo, etica e politica; e
che dovrà essere gelosamente difesa ma
anche maturata, che è la cosa più ardua.
Che futuro, allora, per il Forum?
Propongo due ipotesi.
Se il Forum si
riducesse alla somma dei partiti che vi hanno
aderito in vista delle elezioni del sindaco di
Cologno, se le liste civiche venissero intese
come “partitini” in fieri o organizzazioni
gregarie dei partiti esistenti, se insomma il
Forum – come ha inteso Soldano – non è
che una semplice aggiunta o appendice o
correttivo
(provvisorio)
della
“vera”
democrazia, che sarebbe la «democrazia
rappresentativa», propria dei partiti, il nostro
Forum potrebbe già chiudere o quasi:
avrebbe già svolto in occasione delle elezioni
il suo compito, può portare a casa qualche
assessorato; e Soldano, se sarà sindaco, ne
farà uno al massimo sul Piano Regolatore.
Se, invece, è lecito ricordare allo
smemorato Soldano e a noi stessi
partecipanti al Forum un po’ di storia, la
prospettiva del Forum apparirà ben più
significativa. Infatti, oltre alla democrazia
rappresentativa dei partiti (coi suoi limiti
storici
ormai
evidenti)
e
a quella
«partecipativa» che Soldano rispetta, intesa
però esclusivamente come stampella delle
istituzioni in crisi e che qualcuno vorrebbe
allargare solo con il contagocce (cooptando
immediatamente i suoi leader nei partiti già
esistenti), ci sono state e ci sono esperienze
significative
di
democrazia
sempre
«partecipativa», che sono andate e ancora
vanno in direzione della cosiddetta e oggi
dimenticata
e
magari
sbeffeggiata
«democrazia diretta» (dai soviet, ai consigli di
fabbrica, a Solidarnosc, con esempi
contemporanei come
le esperienze del
Chiapas, di Seattle, di Genova, ecc.). Quella
del Forum potrebbe allora
essere una
democrazia sempre più ampia, senza confini
(si pensi agli immigrati non ancora
riconosciuti come cittadini anche se
producono e lavorano), aperta ai bisogni veri
della popolazione di questo territorio. È quella
in cui spero e per cui mi batto.
8 luglio 2004 Letterina aperta a quelli di
Rifondazione e dei Comunisti italiani sul
rapporto partiti- Forum
Cari compagni,
enuncio subito quello che voglio dire
in due modi: uno per per sfogarmi (che
significa dire un pezzetto di verità in modo
brutale): il Forum non può essere lo zerbino
dove voi vi ripulite le scarpe cariche della
fanghiglia di partito; l’altro per ricominciare a
ragionare (che significa, per me, valutare il
pezzo di verità, che credo di afferrare,
assieme a voi): il metodo di gran parte dei
vostri interventi martedì sera (6 lug. 2004) è
arrogante, non dialogante e i discorsi fatti
riguardo al problema reale in discussione
schizofrenici e accecati da logiche di partito.
Perché il metodo è arrogante?
Perché avete esposto quella che è la vostra
opinione, cioè la “vostra” verità, “la verità del
Partito” (quella che viene elaborata stando in
un Partito, cioè da una «parte»), senza più
confrontarla con le altre opinioni, cioè le
“altre” verità, espresse da altri partecipanti al
Forum, e rifiutando ogni mediazione, che vi
spostasse di un millimetro dalla “vostra”
(opinione, “ verità”).
Così facendo, la vostra partecipazione
al Forum è paragonabile a quella di chi
arrivasse col cappotto (del Partito) addosso in
mezzo ad una folla di persone in maniche di
21
camicia e restasse, così bardato, per tutto il
tempo; e uscisse poi dalla sala senza
chiedersi se davvero faceva caldo o faceva
freddo, se esagerava lui a sentire freddo o
esageravano gli altri a sentire caldo. O – e la
cosa è comica – , nel caso qualche dubbio gli
fosse venuto, affermasse che, per scioglierlo,
deve prima consultare il Partito, riunire
almeno il direttivo, ecc.
Il dialogo con gli altri del Forum è così
ridotto a quasi zero, è ipocrita, di facciata,
perché subordinato in partenza (e quasi
sempre) alla logica del Partito. Il Forum
diventa un accessorio o, comunque, conta
meno del Partito, viene sempre dopo il
Partito; quando non è ancora pensato,
secondo una famigerata visione d’altri tempi,
«cinghia di trasmissione» del Partito.
Il Partito diventa «tutto» e non più la
«parte», che almeno nella teoria (la pratica è
più controversa e qui non ne parlo) del suo
massimo fondatore novecentesco, Lenin,
doveva dialettizzarsi, confrontarsi, dialogare,
litigare , se volete, con l’ altro: masse, soviet,
ecc. Ripetete oggi un
errore antico
(inevitabile o evitabile, anche qui salto il
problema), come se la storia nel frattempo
non avesse spostato i termini del rapporto
Partito-Movimenti, come se le «svolte» o le
«aperture» ai movimenti dello stesso
Bertinotti a Cologno non fossero arrivate o
fossero declinate in”colognese”.
Se il Forum segue (o sembra seguire)
la vostra opinione, grandi lodi («è un nuovo
modo di far politica»). Se sgarra o sembra
prevalere un’altra opinione (“verità”), che non
rientra nella cornice della «linea del Partito»,
ci si oppone (cosa legittima), ma ascoltando
sempre
meno
l’opinione
degli
altri
partecipanti al Forum («cittadini attivi») o
dimenticando gli elettori ormai tornati
«cittadini passivi». O, cercando addirittura di
impedire l’elementare diritto del Forum a
votare. (Per non ratificare le differenze già
evidenti nel dibattito? Per il timore che la
propria opinione risultasse in minoranza?
Perché quel che conta, malgrado il Forum,
sono gli accordi di Coalizione che lo hanno
sostenuto o quello che viene fuori negli
incontri di Delegazione? O per altre ragioni
ancora, che a me sfuggono?)
Ora io non nego che la vostra
opinione (“verità”) di Partito debba operare
nel Forum e convincere e magari prevalere
(anche solo per due voti, com’è accaduto
l’altra sera); ma essa non vale, a priori, più
della mia opinione (verità”) o di quella di altri,
operanti in gruppi o come singoli o ‘cani
sciolti’. (Noto, di corsa, che quest’ultimo
termine è usato con un certo disprezzo dai
militanti di Partito più rigidi, i quali non
arrivano ancora a concepire che esista una
«militanza» esercitata da singoli individui e
piccoli gruppi informali o meno formali di un
Partito. Ma allora la crisi della Politica, la crisi
della forma-Partito, è una favola o una
realtà?).
Nel Forum la “verità” (opinione) da
chiunque sostenuta (Partito, lista, singolo) in
partenza dovrebbe avere lo stesso valore.
Ne acquisterà uno maggiore soltanto
confrontandosi con altre “verità”, in un
faticoso ma inevitabile braccio di ferro; e
soprattutto con la “realtà”, virgolettata anche
questa, perché «non sta lì» (all’esterno di
noi), cambia continuamente, è «oggettiva»
solo fino ad un certo punto, va continuamente
ricontrollata con l’idea (sempre troppo fissa)
che ce ne facciamo, ecc.
Ma l’altra sera la vostra opinione
(“verità”) non s’è imposta, non ha convinto
davvero, non ha conquistato questo surplus
di valore. Proprio perché i discorsi da voi
portati al Forum l’altra sera
sono stati
schizofrenici e accecati da «logiche di
partito».
Schizofrenici, perché esaltate il Forum
(«nuovo modo far politica», ecc.), ma,
diffidandone, vi ponete nei suoi confronti in
un inaccettabile ruolo di tutori o di protettori
da reali o immaginari rischi che esso avrebbe
corso scegliendo di entrare subito in Giunta.
Accecati da logiche di partito, perché il
da farsi sul problema all’odg, che poteva
essere affrontato molto pragmaticamente e
con una certa fiducia nella forza politica del
Forum, l’avete ingigantito quasi a questione
di vita o di morte del Forum. Ma – e questo è
peggio, paradossale e preoccupante - l’avete
valutato soprattutto in funzione delle mosse
(reali o immaginarie anche queste) di
Soldano e dei Ds. In modo puramente
reattivo, cioè, e miope e quasi paranoico:
«Soldano ci vuole dividere...Soldano ha
bisogno di noi, ma...Soldano ci dà poco
rispetto al nostro 22%...Soldano ci vuole
comprare per un piatto di lenticchie, ecc.».
In primo piano è andato il vostro
scontro, da Partito che «deve» rispondere
alla «mossa» di un altro Partito. E il Forum?
Omaggiato in apparenza all’inizio dei vari
interventi, è finito in un angolo, quasi in
22
castigo, ripetutamente messo in guardia
come un bambinello che vuole cedere alle
perverse lusinghe del neosindaco. Per non
parlare di un intervento delirante, che ha
dipinto gli eventuali assessori del Forum
come degli handicappati destinati a ubbidire
come marionette a Soldano e ha invitato ad
invecchiare in una “opposizione”, che mi
pare semplicemente dogmatica e mal
motivata.
E i «cittadini» che il Forum ha
mobilitato e da cui ha preso i voti? E la forza
politica messa in campo in tutti questi mesi?
E la qualità del dibattito svoltosi nelle riunioni
del Forum? E la partecipazione di tanti, che
nessuno dei partiti di Cologno può vantare?
Tutto cancellato. Al chiodo che vi eravate
fissato preventivamente in testa nelle vostre
riunioni di Partito c’era solo il cartellino: in
questa Giunta non s’ha da entrare (con
l’aggiunta diplomatica: «per ora»).
Se ci riflettete bene, l’altra sera le
logiche di partito (almeno quelle a me
evidenti) vi hanno risucchiato fino a portarvi
ad agire un po’ come Soldano e i Ds hanno
fatto durante la campagna elettorale: ha
contato di più la scelta preventiva, appartata
e immodificabile di Partito rispetto a quella
che poteva essere costruita nel Forum e
assieme al Forum, se non foste arrivati a
testa bassa, “inquadrati”, con tanto di
documentino scritto, ecc.
Concludo: non sono un «antipartito»,
ma ritengo che oggi sia giunto il tempo che i
Partiti (di governo o di opposizione) la
smettano di «dar lezione». La «lezione» può
venire anche dai singoli, dai gruppi, dai
movimenti, dai «cittadini» (elettori o attori in
proprio di comportamenti imprevisti e
imprevedibili). E a volte sono delle ottime
lezioni. Il Forum, anche per l’apertura
dimostrata finora dai vostri Partiti, ne ha date
(a Capodici, a Diaco, a Soldano, ecc.). Ma
l’altra sera per me avete invertito marcia.
RIORDINADIARIO/ APPUNTI DI LETTURA
3 dicembre 2003 Lenin 1
Costruì il partito all’alba (del secolo)
come Dante,
quando immaginò il suo poema.
E sempre la notte era stata
buia, tempestosa.
Né dentro ,come si dice, né fuori si presentiva
la luce.
Ė forse esatto un secolo da quel Che fare col
punto interrogativo.
22 gennaio 2004 Lenin 2
Ottantesimo anniversario della morte (21 gen.
1924). Com’è bello parlar male di Lenin oggi
strizzando l’occhiolino alla parte cattolica del
movimento per la pace e cancellando pezzi di
storia. Eh, Bertinotti?
23 gennaio 2004 Arte contemporanea
«Ma la vera svolta che ha cambiato le
coordinate di fondo della ricerca artistica
definibile come strettamente contemporanea
inizia sia in Europa sia in America più o meno
nella seconda metà degli anni cinquanta,
sviluppandosi nel decennio successivo. Tale
svolta va in direzione di un definitivo
sfondamento dei confini tradizionali della
pittura e della scultura… a partire da una
critica radicale all’eccesso dell’espressività
soggettiva ed esistenziale dell’informale e
dell’action painting, e più in generale alla
dimensione illusionistica dell’opera. E si
caratterizza attraverso un coinvolgimento
concreto della realtà oggettuale quotidiana;
un’apertura provocatoria della cultura d’élite
all’universo della cultura di massa; un nuovo
e più diretto rapporto fra arte e vita, in termini
di interventi performativi e di installazioni
ambientali; e anche come processo di
riflessione autoreferenziale sulla specificità e i
limiti dei linguaggi artistici e sullo stesso
sistema dell’arte.. punti di riferimento
essenziali per questo cambiamento sono le
esperienze estetiche più avanzate avviate
nell’ambito delle avanguardie storiche da
alcuni grandi precursori, tra cui innanzitutto
Marcel Duchamp» (Francesco Poli, Arte
contemporanea, Electa Mondadori 2003)
E allora, l’avanguardia, eh, l’avanguardia! La
controcultura, gli eroi trasgressivi di Jean
Genet, i poeti della beat generation, le figure
picaresche e deculturate di Antonin Artaud e
di Samuel Beckett: lacerti di un mondo di cui
ho sentito dire sempre da altri. Il desiderio di
sapere e di avvicinarlo fu frenato e deviato
dall’esserti buttato nel mondo opposto
(piccolissimo borghese e proletario, non
borghese e sottoproletario come quello
dell’avanguardia), anche se della grande
città. Ha poi funzionato la censura, forse
motivata forse pregiudiziale, della militanza
23
marxista. Bene, andò così. Abbiamo fatto
altro, mentre loro facevano questo. Adesso
c’è uno spazio per controllare quello che
hanno fatto. Colpisce questa immersione
senza freni, anzi carica di antielitarismo, nella
cultura di massa: «Queste pratiche, che
hanno come riferimento il movimento dada
ma anche il cubismo e il costruttivismo,
prestano tutte la stessa attenzione al reale
nelle sue componenti più ordinarie e anche
svalorizzate: l’interesse per la strada, i
rotocalchi, l’automobile, gli oggetti domestici, i
rifiuti, direttamente prelevati sul vivo della vita
quotidiana urbana» (p.15).
La «nuova arte popolare» sarebbe la
pubblicità? (p.15). Che tipo di antielitarismo è
questo che propone la «necessaria relazione
tra l’arte e la produzione di massa»
capitalistica (p.15)?
3 febbraio 2004 Una nuova rivista, Forme
di vita ( da Alias 31 gen. 2004)
Il progetto: sforzarsi di cogliere
insieme natura e condizione umana, che
nella filosofia del ‘900 sono state tenute
separate. La giustificazione: oggi la
produzione, la tecnicizzazione investe il
terreno primario delle forme di vita. Da qui
viene ricavata la produzione di ricchezza. De
Carolis parla di «tecnicizzazione» e non di
«biopolitica», perché i dispositivi in atto non
rinviano ad un controllo politico, ad un
governo, ma regolano la loro evoluzione in
base a criteri interni, definiti tecnicamente. La
globalizzazione tende a costruire una unità
sociale, non un’unità politica e il rischio è
quello di una guerra civile planetaria (alla
Schmitt). Rossanda: Ma cosa resta della
invariante biologica? (E fa gli esempi delle
trasformazioni subite soprattutto dalle donne:
controllo dell’attività riproduttiva ad es.).
Anche la natura umana è diventata una
costruzione variabile. Critica la premessa del
discorso: che solo oggi i rapporti di
produzione mettano al lavoro, tra le facoltà
umane, soprattutto il linguaggio. Non è detto afferma - che allo scalpellino medioevale
impegnato nella costruzione delle cattedrali
fosse richiesto un uso minore della facoltà
intellettuale. E per l’oggi nei call center o
nell’informatica si nota in prevalenza un
abbassamento dell’umana intelligenza. Virno
sottolinea che non è affatto automatico che il
carattere comunicativo della produzione
contemporanea produca una maggiore
autonomia o autorealizzazione da parte di chi
lavora. Anzi: avviene il contrario.
MEMORIA/ MONTALDI
L’immaginazione proletaria di Danilo
Montaldi. Su Bisogna sognare. Scritti
1952-1975 di Danilo Montaldi Cooperativa
Colibrì 1994 . Relazione al convegno
organizzato il 9 maggio 2003 al Centro
Culturale S. Vitale di Cremona
1. Notizie sul libro
Fu pubblicato nel 1994, curato da un
collettivo redazionale composto da Cesare
Bermani, Gabriella Montaldi-Seelhorst e dal
Centro d’Iniziativa Luca Rossi di Milano.
Accoglie, ordinati cronologicamente, 104
scritti, vari per lunghezza e genere recensioni,
presentazioni
di
mostre,
commenti di documentari, articoli -, che erano
stati composti da Montaldi fra 1952 e 1975,
anno della sua morte, e fino a quel momento
inediti. Il volume è completato da una
puntuale Cronologia della vita e delle opere
di Montaldi e da un’Appendice con 8
documenti del Gruppo di Unità Proletaria di
Cremona. Esaminati per anno, gli scritti più
numerosi si concentrano nel triennio 19571959 (rispettivamente 11, 22 e 10). Dal 1962
si diradano e per diversi anni (1963,
1967,1968,1970, 1971, 1973) mancano. Si
tratta di vuoti dovuti ad altri impegni (Militanti
politici di base, ad esempio, è completato nel
1969 e pubblicato nel 1971, anno in cui viene
anche finito il Saggio sulla politica comunista
in Italia). Poco so dell’effettiva circolazione
del volume o della sua ricezione in ambienti
militanti o ufficiali.
2. Storia e biografia
Sarà bene ricordare schematicamente
lo sfondo del periodo storico in cui vive e
opera Montaldi. Si parte dal fascismo. A
seguire:
Seconda
guerra
mondiale,
Resistenza, fondazione della Repubblica, fine
della coalizione antifascista, conflitto di classe
nelle campagne tra 1949 e 1950 (e riforma
agraria),
egemonia
della
Democrazia
Cristiana, crisi del 1956 nella Sinistra,
miracolo economico (1958-‘63, con la fuga
24
dalle campagne e le profonde trasformazioni
sociali dovute all’industrializzazione del
paese), la crisi del luglio 1960 che avvia il
periodo del governo del centro sinistra (1958‘68) e, infine, “biennio rosso” (1968-‘69) e
strategia della tensione. E sarà bene anche,
per comodità d’analisi, suddividere la vita di
Montaldi in 4 periodi: 1) la formazione
giovanile nel cremonese (1929–1952),
caratterizzata da subito in senso proletario e
di militanza comunista; 2) i rapporti extracremonesi, soprattutto con Parigi e con le
riviste italiane (1953–1956); 3) quello in cui
contatti e ricerche personali confluiscono
nella stesura delle sue opere principali e nella
militanza del Gruppo di Unità Proletaria di
Cremona (1957–1966); 4) quello, infine, che
va dalla costituzione del Gruppo Karl Marx
alla morte (1966 –1975). Vedremo così più
agevolmente dove biografia e storia tendono
ad incrociarsi e come si delineano
chiaramente alcuni punti chiave della sua
figura, che a me paiono i seguenti:
- Montaldi è rimasto fedele ad un
nucleo della sua formazione giovanile,
proletaria e comunista. Importanti, in tal
senso, sono le origini della sua famiglia, la
precoce contrapposizione al regime fascista
(maturata anche per la persecuzione subita
dal padre), il rapporto con Giovanni Bottaioli,
suo vero maestro di politica proletaria (dal
1946);
- egli maturò un suo principio etico e
politico di fondo: “stare vicino al proletariato”,
con coerenti scelte di vita e una selezione
accurata (al limite del settario) dei suoi
contatti politici e culturali (questi sì: il gruppo
olandese Spartacus e Socialisme ou
Barbarie, ad es.; questi no: Sartre, Camus, “il
manifesto”, ad es.);
- con il Gruppo di Unità Proletaria e
poi col Gruppo Karl Marx, ma anche
fondando la galleria d’arte Renzo Botti, riuscì
a fare di una certa Cremona dei suoi anni non
un “luogo esemplare”, ma, sfuggendo ad
ogni localismo, un punto di transito per “una
concreta attività proletaria, con i suoi
momenti di passione e di crisi”, dovunque
essa emergesse: nelle campagne, a Parigi,
fra gli immigrati della metropoli milanese o in
mezzo alla “nuova classe operaia” emersa
dalle lotte del ’68-’69.
Rivediamo in sequenza i periodi della
sua vita:
1) Il periodo della formazione
giovanile nel cremonese (1929–1952), subito
caratterizzata in senso proletario e di
militanza comunista.
Non solo sono
proletarie le origini della sua famiglia, ma
precoce è la sua contrapposizione al regime
fascista, vissuta direttamente attraverso la
persecuzione del padre (1941) e la propria
autonomia, che lo spinge a studiare da
autodidatta
quello che gli interessa
(abbandona infatti la scuola dopo la prima
liceo, nel 1946) e ad impegnarsi presto in un
apprendistato politico nel clandestino Fronte
della Gioventù (1944), nella dissidenza del
PCI del dopoguerra e nel fondamentale
rapporto con Giovanni Bottaioli, vero suo
padre spirituale proletario (1946), mentre già
si fa strada la sua passione per la cultura
francese, letteraria e cinematografica (1950);
2)
I
rapporti
extra-cremonesi,
soprattutto con Parigi e con le riviste italiane
a cui comincia a collaborare (1953–1956). Il
primo viaggio a Parigi di Montaldi è del 1953.
Poi s’intensificano la collaborazione militante
a Battaglia comunista, a Prometeo, i contatti
con il gruppo
olandese Spartacus e
Socialisme ou Barbarie (1953), l’interesse per
la poesia operaia (1955) e le collaborazioni a
“Ragionamenti”, “Questioni”, “Opinione” e
“l’Avanti” (1956);
3) Quello in cui contatti e ricerche
personali confluiscono nella militanza nel
Gruppo di Unità Proletaria (1957–1966) e
può essere considerato il suo periodo di
maturità. L’azione svolta a Cremona con il
Gruppo di Unità Proletaria, in collaborazione
(1957)
con
il
Partito
Comunista
Internazionalista, ma anche con altre
formazioni a livello internazionale, è la prova
della sua scelta organica di “lavorare coi
proletari” (ossia in posizione autonoma
rispetto al movimento operaio ufficiale). Ma
altrettanto organiche sono altre scelte: - una
passione per la bellezza, l’arte e la musica (la
volontà di non “perdere il senso della musica
di Mozart”, la sua scoperta della pittura di
Cosme Tura e Francesco del Cossa, il
rapporto col pittore Guerreschi); - il rifiuto del
mito della carriera o della professionalità (il
rapporto di collaboratore e poi di redattore
alla Feltrinelli, iniziato nel 1960, si conclude
per sua volontà nel 1962, malgrado le pesanti
condizione economiche in cui viene a
trovarsi); - la distanza dai luoghi “dove si
elaborano le riviste politiche come opere
d’arte”, che svela la sua insofferenza
dell’ambiente intellettuale, e milanese in
particolare; - il contatto, costante invece, con
25
gruppi che fanno agitazione sociale in
ambienti proletari; - il solido legame culturale
e storico con Cremona (“per noi la Lombardia
è quella”), dove fonderà, nel ’65, la galleria
d’arte intitolata a Renzo Botti;
4) Quello che va dalla costituzione del
Gruppo Karl Marx alla morte (1966-975). È
un periodo di nuove aperture anche sul piano
internazionale al clima di lotta di quegli anni e
vede i preparativi del lavoro d’inchiesta sulla
“nuova classe operaia” (1974), ma anche
momenti di studio più appartato. S’intensifica
il suo lavoro di traduttore (1965). Arrivano
però le amarezze per i rifiuti della Feltrinelli di
pubblicare il Saggio sulla politica comunista
in Italia (1973).
3. Temi degli “Scritti”
Li suddividerei, anche se spesso
s’intrecciano fra loro, in quattro distinti
blocchi: 1) quelli che riguardano la rivoluzione
russa e lo stalinismo (che trattano cioè la
questione dell’organizzazione di lotta del
proletariato); 2) quelli riferibili al suo rapporto
con la Francia e la cultura, ufficiale e
dissidente, della sinistra francese (si potrebbe
parlare di un “risciacquare i panni della sua
immaginazione proletaria nella Senna”, che
dà slancio al progetto di ricerca militante
perseguito nelle sue opere); 3) quelli legati a
Cremona e al significato culturale e politico,
ma anche intimo e personale, che la città e la
sua storia hanno per lui (e qui si dovrebbe
parlare di radici “mobili” dell’immaginazione
proletaria di Montaldi, tanto è attento alle
trasformazioni dei contadini che si fanno
proletari, immigrati, nuova classe operaia o
operaio-massa); 4) quelli, ossessivamente
numerosi soprattutto negli anni CinquantaSessanta, riferibili alla critica della cultura
della sinistra ufficiale, italiana e francese
(che è poi critica, per lui, della cultura
nazional-popolare, cioè nazional-borghese,
ovvero
stalinista,
nonché
ipotesi,
complementare e alternativa, di una cultura
proletaria).
4. Sul titolo degli “Scritti 1952-1975”
Trovo il titolo del volume, Bisogna
sognare, che sembra suggerire un Montaldi
dedito ad un costruttivismo assoluto da
“immaginazione
al
potere”,
troppo
sessantottino, unilaterale ed equivoco. (Già
Baczko, studioso dell’utopia, fece notare che
l’immaginazione era da sempre al potere3).
Nell’immaginazione di Montaldi hanno, infatti,
grande rilievo la memoria storica del
proletariato
rivoluzionario,
i
problemi
complicati - e rimasti irrisolti - del rapporto
partito-classe operaia e l’inchiesta sociale
partecipe e in profondità (la raccolta di storie
di vita non è un’intervista!), che mira ad una
trasformazione culturale dei soggetti implicati.
E la sua concezione proletaria della cultura
mi pare sia rimasta esterna e ostile ai
processi e alle teorie che già si delineavano
nell’industria culturale dei suoi tempi e hanno
poi
prodotto
l’attuale
inflazione
di
immaginario. Non so neppure quanto
Montaldi
avrebbe
condiviso
l’enfasi
sull’autonomia e la funzione creativa
dell’immaginario sociale di studiosi come
Castoriadis, Lefort e Morin, pure a lui vicini e
presenti nella sua riflessione. Non per caso.
Montaldi riprende quell’indicazione (“Bisogna
sognare”) dal Che fare? di Lenin, il quale mai
e poi mai può essere ridotto a cultore
dell’immaginazione sciolta da ogni vincolo
materiale e sociale. E, d’altra parte, in questi
stessi scritti, Montaldi dichiara apertamente il
suo rifiuto
di “giocare una parte di
sognatore… suo malgrado” (1956, p. 73),
distingue il sogno della sua generazione da
quello della precedente (di un Lombardo
Radice, ad es.), per la quale “dire la verità era
diventato antistorico”. Egli vuole, cioè, che il
pur necessario sognare non si riduca a
“un’altra esperienza religiosa”, ma
si
accompagni ad un “lavoro nuovo ad ogni
livello”, a “una opportuna rilevazione di dati,
condotta spregiudicatamente, nella tal
fabbrica”, a “una seria elaborazione della
cultura di sinistra su basi scientifiche” (e
siamo nel 1965). Troppo forte è, infine, in
Montaldi il sospetto per l’estetismo, per i modi
letterari di concepire la vita, la politica e la
società, anche se apprezza il surrealismo.
(Teniamo presente, però, che in quegli anni
siamo ben lontani dall’inflazione di quel
“surrealismo di massa” o “snobismo di
massa”, che Fortini stigmatizzerà alla fine
degli anni Settanta).
5. I caratteri dell’immaginazione proletaria di
Montaldi
3
B. Baczko, Immaginazione sociale, Encicopedia
Einaudi, Einaudi, Torino, 1979, pag.55.
26
L’immaginazione proletaria di Montaldi
(insisto sul proletaria) ha perciò caratteri
storici specifici di quell’epoca. Innanzitutto è
legata ad una realtà sociale dove le
contrapposizioni di classe erano più
verificabili (da chi voleva farlo, ovviamente); e
c’era
davvero
una
classe
operaia
numericamente in crescita e sindacalmente in
ripresa, che s’imponeva anche come
problema culturale all’opinione pubblica.
Allora forse si poteva davvero sognare con
qualche speranza in più e qualche rischio di
delirio in meno, rispetto ad oggi, quando
siamo immersi in un’enigmatica moltitudine
(termine che so controverso, ma che assumo
non in tutte le sue implicazioni teoriche, ma
per indicare che non c’è più la classe operaia
come la si pensava allora). Di questa nuova
entità sociale non sappiamo se e in cosa sia
erede di quella classe operaia, se sarà invece
un suo surrogato o un sintomo del declino a
livello
mondiale
di
un’alternativa
di
liberazione. L’immaginazione proletaria, che
emerge in questi scritti, ha dunque una base
reale per tutto il periodo che va dagli anni
Cinquanta al ’68-’69. E Montaldi può
polemizzare con ottime ragioni - da posizioni
quanto si vuole minoritarie ma non fragili con la sinistra e la sua (potremmo dire)
immaginazione
borghese
(patriottica,
stalinista,
burocratica).
L’immaginazione
proletaria ha due caratteristiche: non è
individualistica ed è giovanile, vigorosa,
aperta all’utopia. Non è, infatti, quasi mai
solitaria (tranne in uno di questi scritti e ne
parlerò più avanti…). Scrive Montaldi: “Mi
accorgo che in tutte le cose che ho fatto ho
sempre favorito l’espressione degli altri, dei
vicini, dei compagni che sono andato a
cercare” (pag. XXV). La prova di questo
primato del contatto cooperativo con gli altri si
trova nelle sue stesse opere (da
Autobiografie della leggera a Milano, Corea),
nel fittissimo epistolario e nelle vicende del
Gruppo di Unità Proletaria e del Gruppo Karl
Marx. Se è vero, come ha di recente scritto
Sergio Bologna, rifacendosi al sociologo
tedesco
Hans
Speier,
“non
si
è
automaticamente proletari, si vuole esserlo,
non si è ceto medio, si vuole esserlo. Il
problema dell’identità è un problema di
abitudini mentali, che solo in parte hanno a
che fare con “condizioni oggettive”,
“quantificabili”4, bisogna pur dire, senza
cadere in vecchi determinismi, che la volontà
di Montaldi di essere proletario assieme ad
altri proletari (un proletario colto, un proletario
che si costruiva le sue basi culturali nella
memoria rivoluzionaria) ha una base
materiale reale e specifica. Si potrebbe
affermare cioè che, a partire dalle stesse
condizioni familiari e dai contatti che egli
intesse sia a Cremona che altrove (e in quelli
che rifiuta…), gli riesce più facile essere
proletario, a differenza di tanti intellettuali
della sinistra del tempo; e quindi gli riesce più
facile sfuggire alla lusinga del nazionalpopolare stalinista, scegliere per maestro un
Bottaioli, cioè un ex bracciante e piastrellista,
piuttosto che un Lukács o un Adorno, non
cadere nell’identificazione partito-classe che
rimproverava a Lombardo Radice, a
Rossanda, a Sartre. Montaldi, morto
purtroppo abbastanza giovane, pur avendo
una memoria da elefante e avendo digerito
altre sconfitte, innanzitutto quella della
Resistenza, è stato esentato però dal vedere
la degenerazione di tutta la cultura
“dissidente” del ’68-69, ma anche la
marcescenza dell’URSS e il trionfo imperiale
o
imperialista
del
“turbocapitalismo”. Avrebbe ribadito, adesso,
quanto detto nel 1960, confermando quella
sua fiducia nella classe “che sa sempre
riprendere il filo e ricreare la propria
avanguardia, e sa trasformare alla fine ogni
sconfitta in una nuova ragione per
continuare”? Non possiamo dirlo, ma la sua
tenacia e il suo entusiasmo andrebbero
salvati in qualche modo dallo scetticismo
della nostra vecchiaia. Non è detto, infatti,
che l’immaginazione proletaria non possa
fermentare, in altre forme e magari in altre
lingue, anche nella nuova dimensione
imperiale o neoimperialista.
6. Il riferimento di Montaldi alla rivoluzione
russa
Da questi scritti emerge quanto il mito
positivo della Rivoluzione russa si sia
conservato intatto in Montaldi. Egli accoglie
persino nel linguaggio quella che possiamo
definire senza giri di parole una retorica
4
S. Bologna, Per un’antropologia del lavoro
autonomo, in Il lavoro autonomo di seconda
generazione, Feltrinelli, Milano, 1997, pag.99.
27
proletaria, quasi majakovskiana. Tre stralci a
mo’ di esempio: “Violentemente sgomberata
da mani proletarie, da quel macabro
parassitismo
“versagliese”
(pag.130);
“L’operaio, anche singolo, che è il prodotto di
questa trasformazione sente soprattutto se
stesso come massa che ha un mondo da
conquistare”(pag.118); “la democrazia esiste
ma là dove le masse proletarie dai milioni di
teste prendono esse stesse nelle loro mani
callose il martello del potere per picchiarlo
sulla nuca della classe dominante” (p.54). La
rivoluzione russa sembra poter entrare di
peso nella misera storia italiana, com’è
entrata nell’immaginazione e nella stessa
biografia di Montaldi. Egli manifesta più volte
entusiasmo nella possibilità di “ricominciare
tutto dalle fondamenta”, come gli pare stia
accadendo in Polonia o in Francia “presso
quei gruppi marxisti” di cui cerca di portare
conoscenza in Italia (pag.145). Certo dà
sostanza alla propria immaginazione con tanti
riferimenti teorici e storici (Lenin, il Partito
Comunista d’Italia, la critica al trotzkismo, il
richiamo a Rosa Luxemburg). La stessa
sconfitta della Resistenza, letta in coerenza
col suo pensiero come “fatto di classe”
(pag.56),
pesa su di lui, ma non gli
impedisce di pensare che la possibile
rivoluzione proletaria debba avvenire nel
solco della rivoluzione russa. Da qui il suo
proposito tenace: “Rimarremo vicini al
proletariato, a continuare nella resistenza
quotidiana ad opporci a coloro che hanno
ingannato e tradito gli operai i soldati i
contadini” (pag.58). Oggi, in tempo di
revisionismo storiografico e memori dei toni
caricaturali e tragici che assunse da noi quel
mito negli anni Settanta , è fin troppo facile
sorridere di questa insistenza di Montaldi sui
soviet, Lenin, il partito. Le pagine degli Scritti
dedicate all’argomento appaiono sicuramente
datate. Tuttavia è da sottolineare la differenza
fra le prese di posizione di Montaldi sulle
questioni poste dalla Rivoluzione russa e
quella dei gruppi postsessantottini che pure
vi si richiamarono (differenza che smentisce,
mi pare, il tentativo compiuto a suo tempo da
Stefano Merli di fare di Montaldi, da una
parte, il continuatore del filone socialista e,
dall’altra, il padre spirituale della nuova
sinistra italiana). Il richiamo a Lenin di
Montaldi, infatti, non è mai diventato
“leninismo” (Cfr. pag. 168). Il Lenin che
affiora negli Scritti è quasi capovolto rispetto
a quello che serviva al PCI di allora e ai
gruppi
dirigenti
delle
formazioni
extraparlamentari per imporre “la linea”.
Parlando della questione della disciplina,
Montaldi ricava da Lenin l’insegnamento che
non si deve mai impedire e soffocare la
discussione (pag.168). Oppure sottolinea:
“Dice Lenin che il socialismo dev’essere
introdotto nella classe operaia dall’esterno;
ma non dice dall’alto, dice dal basso” (pag.
191). Montaldi, poi, in questi Scritti lascia
capire che il rapporto partito/masse è
qualcosa di ambiguo, importante e non del
tutto importante. Il partito per lui è “una forma
contingente necessaria finché esiste la
società borghese” (pag. 83), ma scrive anche
che “per gli operai [il partito] è molto di più, e
anche molto di meno”, poiché “oggi gli operai
possono occupare le fabbriche credendo di
farlo in nome del partito ma l’importante,
diceva Marx, è ciò che gli operai fanno, non
quello che credono di fare (pag. 83)”.
Insomma, pur datato nel linguaggio, resta il
fatto che la pratica di ricerca di Montaldi mal
si concilia con il pedagogismo da partito o
partitino; e che la sua riflessione si arrestava
prudente
di
fronte
alla
schematica
riproposizione negli anni Settanta del partito
“rivoluzionario”. Ciò vuol dire che quel mito
non operava necessariamente a senso unico
e che, dall’esperienza proletaria e sociale,
Montaldi sapeva trarre correttivi per la sua
immaginazione pur così fortemente proletkult.
7. I suoi contatti con la Francia
Il viaggio a Parigi che Montaldi,
ventiquattrenne, compie nel ’53 non è una
trasferta di formazione, ma serve a
consolidare dal vivo precedenti contatti. Esso
riconferma la capacità di Montaldi di
muoversi in una dimensione internazionale,
pur rimanendo Cremona luogo centrale e
vitale del suo lavoro militante. A Parigi, legge,
s’informa, vede gente, è attento a certe riviste
francesi del dissenso che pongono l’esigenza
di tornare ai
principi fondamentali del
marxismo. È a diretto contatto con posizioni
degli anni ’60, forti, vive e comuni a
minoranze
che
stavano
uscendo
dall’isolamento. L’influsso di quella cultura è
senz’altro determinante in generale; ma da
essa Montaldi seleziona con cura i riferimenti
e le posizioni coerenti con la sua visione.
Apprezza Naville, che “riafferma la validità
della prospettiva marxista” (pag. 131), si
conferma nel pensiero dialettico contro ogni
28
metafisica che vede “da una parte tutto il
bene e dall’altra tutto il male”, estende la sua
critica alla cultura della Gauche, sorella della
Sinistra italiana con cui egli già era ai ferri
corti (pag. 74), esaminando
l’opera dei
“mandarini” (come Sartre, Camus, Jeanson,
Merlau-Ponty) e “prendendo ‘il partito delle
masse’” (pag. 75). Conferma, dunque, quel
suo taglio proletario d’intervenire nel mondo
degli intellettuali, che a volte è anche posa,
diciamocelo, ma in lui è soprattutto pratica
coerente di vita, al limite del sacrificio che
sempre ogni militanza comporta. In questo,
Montaldi è vicinissimo al costume morale, se
non al pensiero religioso della Weil, di cui
riprende, come fossero sue, le parole di
Riflessioni sulla guerra: “l’impotenza in cui ci
si trova a un dato momento non può mai
essere considerata come definitiva, non può
dispensare dal rimanere fedeli a se stessi, né
scusare la capitolazione davanti al nemico, di
qualunque maschera si vesta. E sotto tutti i
nomi che può assumere, fascismo,
democrazia o dittatura del proletariato, il
nemico
principale
resta
l’apparato
amministrativo, poliziesco e militare; non
quello dall’altra parte, che non è nostro
nemico se non in quanto è il nemico dei nostri
fratelli, ma quello di questa parte che si dice
nostro difensore mentre ci rende schiavi. In
ogni circostanza, il peggiore dei tradimenti
possibili consiste sempre nel sottomettersi a
questo apparato e nel calpestare, in se
stesso e negli altri, tutti i valori umani per
servirlo” (pag.120). E un altro suo strumento
per prendere le distanze da Sartre è ancora
una volta la memoria: contro il Sartre che
“nega una memoria di classe del
proletariato”, Montaldi, che a quella è fin da
ragazzo legato, insiste sul valore della
“memoria attiva per la quale basta solo un
vecchio operaio per atelier, o la lettura di un
vecchio articolo o un racconto orale, e di cui
si è perso il senso”. Crede al ruolo delle
“minoranze rivoluzionarie” che “esistono
dentro e fuori i sindacati e i partiti, che
consapevolmente
o
inconsapevolmente
cercano di superare” (pag. 84). La memoria è
per lui campo di battaglia (come per noi oggi
alle prese col revisionismo storiografico): si
tratta di riconquistarla, poiché la si è persa.
Scriveva nel 1958: “I fatti storici del passato
sono visti come avvenimenti archeologici, che
non ci appartengono, che fanno parte di
qualcosa d’altro che non siamo noi: la
Comune, la Rivoluzione russa, la Rivoluzione
spagnola non vengono ricordati come fatti
delle classi, quindi continui, quindi impliciti
nello sviluppo della classe, quindi ripetibili in
altre, adeguate forme anche in un avvenire di
cui si affronti la prospettiva; sono considerati
come
”passato”, come passato remoto”
(pag.190). Sottolinea poi anche l’astrattezza
di quel pensiero di Gauche che “quasi mai
tende a diventare azione” (pag. 75) ed è una
cultura che “non si fa momento di una
politica”. E insiste: “se mai la Gauche vuole
influenzare solo coloro che nell’azione già si
trovano immersi”, “se mai solidarizza con
certe manifestazioni della vita proletaria, ma
altre più particolari, più interne, le sfuggono e
non le comprende” (pag. 76). Sarebbe
opportuno oggi - fatte le debite differenze di
epoca e di problemi - confrontare questo
“risciacquare i panni nella Senna” di Montaldi
con altri risciacqui fatti successivamente da
quanti hanno partecipato ai movimenti del
’68-’69 e del ’77. C’è da dire che l’ipotesi di
abbandonare il marxismo in Montaldi è del
tutto assente, mentre noi siamo stati posti di
fronte a questo problema. Si può supporre
che egli sarebbe rimasto estraneo a tutti gli
sviluppi che vanno da Foucault a Deleuze e
Guattari, al Negri di Marx oltre Marx? Non so.
Il problema di quanto abbia inciso il rapporto
con la cultura francese su Montaldi e quanto
la sua immaginazione proletaria si sia difesa
dalle posizioni dominanti d’allora (Sartre
innanzitutto), o quanto
egli avrebbe
condiviso, se non fosse morto, gli sviluppi
“postmoderni” dei membri di Socialisme ou
Barbarie, è una questione interessante,
complessa, ma che non può essere qui
affrontata.
8. L’immaginazione proletaria di Montaldi ha
un suo luogo: Cremona
Ma dove in questi scritti davvero
l’immaginazione proletaria mostra tutto il suo
fondamento materiale e vissuto è nel lavoro
che il Montaldi maturo ha svolto a Cremona,
luogo - ribadisce ancora nel 1965, in una
lettera a Monica Suter - non felice, semmai
tragico come “quel paesaggio solitario di
lunghe spiagge tagliate dalla corrente del
fiume”, che però è “ un mondo nel quale mi
piace vivere”. Negli Scritti troviamo importanti
testimonianze di questo legame personale,
politico e culturale: la ricerca su “La Pignone”
(pag. 36), Una inchiesta nel Cremonese (pag.
90), I contadini della Valle padana (pag. 161),
29
Miglioli, Grieco e il contadino (pag. 226), il
blocco di documenti su La matàna del Po
(pag. 323), La cascina (pag. 433), Quelli del
Po (pag. 442). Sono esempi del montaldiano
e attivo “stare vicino al proletariato”, in
dialogo, attraversando assieme la memoria,
criticando nella discussione il metodo
adottato, sottoponendo ad analisi la
“prefigurazione”, cioè l’immaginazione (pag.
91), esplorando i “luoghi dove si fosse
manifestata una concreta attività proletaria,
con i suoi momenti di passione e di crisi”. Il
“gruppo esterno” (pag. 97) che a Cremona
nasce è per quegli anni l’eco intelligente (da
“linea lombarda”, politicamente parlando),
non la scimmiottatura, del partito di Lenin.
Così, nel cogliere dal vivo permanenze e
divenire delle forme di vita contadina,
anteriori e posteriori all’industrializzazione
delle campagne, Montaldi può polemizzare
da posizioni di forza con certa letteratura che,
allora, occupandosi di quel mondo e
dell’immigrazione, era ancora orientata dal
modello neorealistico, ma in modi sempre più
estetizzanti (si vedano le sue critiche a Carlo
Levi e a Zavattini e, per il cinema, la sua
polemica col Visconti di Rocco e i suoi fratelli
(pag. 382). Egli è critico verso le “presunte
immutabili costanti del mondo agrario, il quale
invece come qualsiasi altra realtà storica si
sviluppa, si afferma, entra in crisi, si
trasforma” (pag. 201); e si potrebbe vedere
nella sua ricerca un percorso che “dalla
saggezza
contadina”
va
all’“ideologia
proletaria” o che già vede quest’ultima in
quello che altri chiamano saggezza
contadina, folklore (pag.202).
La sua
attenzione è alle trasformazioni del lavoro,
che stacca i giovani dagli anziani e riduce
l’importanza della comunità familiare, per cui
“saggezza contadina”, “dono”, “racconto”,
miti vengono continuamente rielaborati. Tutte
da studiare (ma esula dal mio intervento)
sono le due presentazioni di Autobiografie
della leggera (pag.196) e, quasi in
contemporanea, di Militanti politici di base
(pag.199), dove insiste sulla contrapposizione
fra mitologia e storia.
9. Montaldi e la cultura di sinistra
Negli Scritti, la fittissima serie di
considerazioni,
spesso
contingenti
e
frammentarie, sulla cultura di sinistra degli
anni Cinquanta e Sessanta (l’arte, il cinema,
la letteratura), mira a contrapporre una
cultura proletaria all’ottica prevalente del
nazional-popolare. Ancora ritroviamo l’empito
tutto giovanile “per una vita proletaria che
diventi pienamente umana” e per un’azione
d’avanguardia, alla quale “una falange di
scrittori-operai deve contribuire, purché sia
illuminata non nostalgica” (pag.62). Simpatie
e rifiuti di Montaldi sono coerenti con la sua
visione e la sua pratica politica e sociale. Le
preferenze vanno innanzitutto al grande
cinema di Ejzenštein; alla letteratura e al
cinema francesi, che, a differenza dell’Italia
dove non c’è spazio per “una originale
creazione proletaria” (pag.61), sanno trattare
i personaggi-operai; alla poesia di protesta
(pag.61);
al
lavoro
delle
riviste
controcorrente, come “Discussioni” (pag.175)
e
“Ragionamenti”;
alla
raccolta
di
autobiografie (pag. 60), strada che presto
Montaldi imboccherà, non limitandosi a
raccogliere del mondo proletario solo i
documenti “corali”, quindi di sfondo, ma
anche i monumenti, spingendosi dunque
verso una “valutazione letteraria del
documento” (il suo riferimento era, allora, il
Rocco Scotellaro dei Contadini del Sud (pag.
61), un libro di biografie scritte e orali di
uomini del Meridione); alla sociologia, che
egli pensa di usare come disciplina contro la
burocrazia (pag.290) e contro la letteratura
neorealistica diventata “fregio e ghirigoro”.
Contesta il cinema italiano. Vi vede “un
mucchio di rovine”, dalle quali spiccano la
“miseria di piccoli borghesi piagnucolosi”
(pag. 51), l’uso regressivo del dialetto in
letteratura, gli “esami di coscienza” degli
intellettuali (bersaglio ancora Lucio Lombardo
Radice, come esemplare di un “ampio settore
della cultura di sinistra”), le false commozioni
“per le riabilitazioni del XX Congresso”, il
“togliattismo come stalinismo puro” (pag.
179), le mitologie del proletariato come “buon
selvaggio”. Completamente ignorate o
snobbate sono da Montaldi il formalismo della
neoavanguardia
e i raffinati giochi
combinatori
e
fiabeschi
di
Calvino.
Impressiona poi la serie degli intellettuali di
sinistra, sia ufficiale che critica, bersagliati da
Montaldi in tutto l’arco di tempo che va dal
dopoguerra alla sua morte; e mi risparmio
l’elenco o gli esempi.
10. Su alcune ombre dell’immaginazione
proletaria di Montaldi
30
In genere, e non solo nella critiche
all’intellettualità di sinistra, Montaldi sembra
condividere in pieno l’idea marxiana che il
proletariato non ha bisogno di farsi delle
illusioni su se stesso, né logicamente di
nascondere o abbellire interessi ed obbiettivi;
e che la critica delle ideologie, condotta a
fondo, farà del proletariato una classe
perfettamente trasparente a sé stessa. Che
questo poi sia avvenuto nella storia fra Otto e
Novecento non possiamo certo affermarlo. Lo
scivolamento fra reale e immaginario, fra mito
e storia, è costante sia per i dominatori che
per i dominati. Oggi, dunque, nella rilettura
degli Scritti, terrei più presente la zona
d’ombra che, suo malgrado, Montaldi mutua
dalla visione marxiana, ancora fortemente
illuminista e a tratti positivista. Anche questo
è forse un condizionamento d’epoca per la
sua generazione. Freud (faccio il suo nome
per indicare un simbolo di un atteggiamento
più avvertito di questi problemi) è nominato
una sola volta - e en passant – in questi
Scritti. Farò ora tre esempi dove, secondo
me, l’immaginazione proletaria di Montaldi
tocca queste zone d’ombra senza avvertire –
secondo me - che, invece di penetrarvi a
fondo, le aggira; e contraddicendo, in un
caso,
il
suo
stile
profondamente
antiromantico.
Primo
esempio:
sulla
rivoluzione russa: La preminenza che ha per
Montaldi il mito della Rivoluzione russa
comporta una rimozione degli effetti profondi
dello stalinismo. Di questo Montaldi coglie il
tratto fideistico e di sacralizzazione del partito
e del capo. Ma vi contrappone solo sottolineo questo solo - la critica e il metodo
scientifico. Non so se Montaldi potesse
condividere l’idea di molti antropologi che un
mito si combatte solo con un altro mito, ma
mi pare che non riuscisse ad afferrare
l’aspetto più oscuro di quella “religione”
stalinista (come invece ha potuto fare di più
un Moshe Lewin, mostrando quanto
l’immaginazione proletaria degli operai
sovietici si fosse, purtroppo, “compromessa”
con lo stalinismo e sottolineando, perciò,
come il “tradimento” della rivoluzione non
toccasse soltanto i dirigenti o il partito).
Montaldi, nel caso dello stalinismo, era
frenato dalla diffusa mentalità dei militanti del
tempo e forse anche dal livello della
conoscenza storiografica di allora. Ma in
effetti la sua critica si attesta soltanto sul
piano dell’ideologia. È soprattutto polemica
contro l’ideologia del nazional-borghese.
L’unico di questi Scritti esplicitamente
dedicato a Stalin tocca una questione
davvero secondaria, come quella delle
posizioni di Stalin sulla lingua. Quando
accenna alla “degenerazione” del partito o
del
sistema
sovietico
(pagg.159,160),
Montaldi si ferma a considerazioni generali e
generiche: “La degenerazione del partito, a
giusta ragione, porta oggi il nome di Stalin.
Ma questo non significa che un patrimonio
ideologico come quello bolscevico sia da
dimenticare. Non ci sono mai state garanzie
perché un partito non degenerasse; né ve ne
sono per qualsiasi altro organismo della
classe” (pag. 160); e anche i pochi riferimenti
a Victor Serge si fermano all’apologia del
rivoluzionario né interrogano da vicino
l’esperienza
che
Serge
ebbe
della
involuzione staliniana. Secondo esempio: “Su
alcuni paesaggi” (pag.134). Questo, fra gli
scritti dedicati al cremonese, mi ha
impressionato, perché scopre una sensibilità
quasi romantica verso un passato perduto
(non dissimile mi pare da quella che Montaldi
rimproverava a Bosio e ad altri), una
sensibilità dunque meno “proletaria”, meno
“trasparente”, marxiana solo per uno scatto
finale tutto verbale. In questo saggio, infatti
(inviato per lettera anche a Fortini, non so se
nella medesima stesura), Montaldi si fa senza
riserve promeneur: Se ne va in giro per la
campagna, con un “un piccolo Goethe
rilegato e di traduzione ottocentesca, che
porto sempre con me”, aggiunge (135);
mostra d’essere un conoscitore delle minuzie
della storia locale dei monumenti; costruisce
analogie sottili fra le sue letture e l’ambiente
circostante (“aspirazione gotica di certi
paesaggi locali”, pag. 137). Sembra,
insomma, affascinato dalla mentalità locale
(“la tetraggine del temperamento bassolombardo”), dallo “sfondo pagano” che fa
persistere paure secolari “soprattutto nelle
donne anziane”, copie - dice - di “quelle che
dovettero essere le primitive abitatrici del
fiume” (pag. 137). Qui una predilezione per il
“popolare” (“le preziose notizie trasmesse in
tono paesano ci guadagnano, non ci
perdono”, pag. 134) e un’attenzione acuta a
“tutto un mondo patriarcale, militarista,
paternalistico e cattolico che se n’è andato”
(pag. 142) e ai suoi residui ottocenteschi lo
conducono a un’esperienza che a me pare
puramente estetica, altre volte respinta
(“Staccatomi dagli amici, mi diressi da solo
verso quel romitorio, che sapevo […] per
31
poterne fare una privata verifica, e godermela
tutta da solo”, pag.140; “Né si può
dimenticare la bellezza degli stendardi
feudali”, pag. 142). Siamo nel 1957 e
Montaldi ha 28 anni, si dirà. Ma il gusto per il
diroccato e il funebre (“Le chiese più vecchie,
i torrioni, questi cimiteri, sono le cose da
vedere in queste campagne”, pag.135),
rafforzato da commossi “ricordi di letteratura
inglese” (pag. 136), frammisto a pensieri di
morte (“e mi ricordava che più di un anno fa
io volevo scrivere qualcosa a proposito del
sentimento della morte che si ha qui, nelle
campagne”, pag.136), è quello romantico. O
quasi. L’attenzione è proprio alle permanenze
dell’arcaico (“E pertanto io ci passo attraverso
a queste enormità di campagna, come mi
capitava di promanarmi al museo dell’uomo
del Palais de Chaillot tra i monumenti della
civiltà africana e oceanica. Ché questa non è
meno Africa e Preistoria di quella” (pag. 138).
E non manca l’accoppiata di amore e morte:
la storia della “nobile P.”, una signora lesbica
(pag. 141). Solo a tratti o alla fine rispunta il
marxista, lo scatto materialistico e marxiano,
che dal riferimento alla ““gramezza”
(veramente cristiana) della vita che lì vi si
conduce (e che genera appunto quel
sentimento) passa, con un pistolotto finale e
improvvisato,
all’affermazione:
“poiché
sappiamo ciò che i proletari sanno: che c’è un
mondo, cioè, che è ancora tutto da
guadagnare” (pag.143). Terzo esempio: Il
rapporto Montaldi-Fortini. Vorrei accennare,
anche per una questione personale di stima e
di affetto per la memoria di entrambi, alla
necessità di un confronto Fortini-Montaldi.
Preciso subito: non è confronto fra un
periferico e uno “scrittore europeo” (come si è
detto di Fortini). Montaldi aveva i suoi circuiti
europei diversi da quelli di Fortini (non
casualmente sartriano). Sono due figure che,
pur sapendo in contrasto (e gli Scritti mi
hanno provato ancor più la loro distanza),
continuo
a
sentire
storicamente
complementari,
come
se
entrambe
contenessero elementi essenziali della crisi
che abbiamo vissuto lungo il secondo
Novecento. Sono due volti di quella crisi diciamo pure : uno proletario e l’altro piccoloborghese; uno proletkult e l’altro ammantatosi
della “sublime lingua borghese”; l’uno aperto
all’operaismo del ‘69 e l’altro alle controverse
dinamiche dell’intellettualità di massa del ’68.
Ci sono pochi elementi per approfondire
questo confronto. L’avvicinamento dei due
avviene negli anni Cinquanta-Sessanta.
Purtroppo
il
rapporto
s’interrompe
bruscamente. Il carteggio fra i due, infatti, è
limitato: iniziato attorno al ’55, per iniziativa di
Montaldi, che vedeva nell’esperienza de Il
Politecnico un modello per sé e i suoi giovani
compagni, si conclude già attorno al ’63, con
una lettera in cui Montaldi rivendica
orgogliosamente il fatto di non frequentare i
luoghi “dove si elaborano le riviste politiche
come opere d’arte”, rimproverando così
Fortini, al quale ha mandato dei bollettini del
Gruppo di Unità proletaria: “Non ci hai mai
rivolto una critica, non ci hai mai detto che
avevi qualcosa da dare, da scrivere,
nemmeno un’indicazione sugli argomenti da
trattare, da sviluppare, non un indirizzo cui
mandarlo…” (Lettera di Montaldi del 9 marzo
1963 ). In assenza di testimonianze dirette e
di altri documenti, mi pare giusto tentare qui
solo
una
prima
approssimativa
contestualizzazione
di
quel
rapporto.
Notando innanzitutto che, di fronte alla vastità
del
processo
d’industrializzazione
e
massificazione di cultura e scuola di quegli
anni, l’emissione di polemica, sia da parte di
Montaldi che dei suoi avversari, appare oggi
davvero esorbitante e spesso sterile. La
critica alla politica censoria del PCI, da una
parte, e la difesa attardata del nazionalpopolare, dall’altra, si lasciavano passare
sotto gli occhi l’offensiva capitalista,
abilmente condotta proprio attraverso scuola
e mezzi di comunicazione di massa. A quei
processi, negli anni Sessanta, si reagì in vari
modi: con l’opera anarchicheggiante di
Bianciardi, con la difesa e il tentativo di
sviluppare la cultura proletaria di Montaldi o
con il tentativo di Fortini di salvare
l’insegnamento del Politecnico, ponendosi il
gramsciano problema dell’organizzazione
della cultura, ma dal suo interno e
proponendo perciò una manualistica molto
ben fatta e una “scrittura comunicativa
media”5, sperando di influire “attraverso il
linguaggio negli strumenti di comunicazione
di massa”. Questo tentativo apparve poi
fallimentare allo stesso Fortini6. Non si
5
Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 19521994, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag. 440
6
“Questa idea si rivelava buona per il Manzoni,
non per noi. L’immenso flusso di informazionecomunicazione avrebbe distrutto completamente
una simile possibilità” (Fortini, Un dialogo
ininterrotto.
Interviste
1952-1994,
Bollati
Boringhieri, Torino, 2003, pag. 440)
32
trattava più di una questione di censura
politica esercitata dal PCI (tramite Antonio
Giolitti) che colpiva l’opera di Trockij o faceva
uscire Serge nella Nuova Italia, ma era –
come disse ancora Fortini – che le case
editrici “diventavano sempre più organi che
veicolano mode” e si andava formando,
anche coi tascabili, un‘intellettualità di massa
“di secondo rango”. Sappiamo oggi che, di
fronte a quei processi, tutte le varie culture
della sinistra, sono risultate perdenti o hanno
dovuto in qualche modo piegarsi. Ma anche
l’ipotesi montaldiana della cultura proletaria
non ha retto all’urto. Anche in questo caso,
perciò, penso che l’immaginazione proletaria
di Montaldi sia rimasta prigioniera del mito
proletario, che in lui ha fatto ombra ad
un’analisi più spregiudicata sulla capillarità e
intensità dei processi che avvenivano
nell’industria culturale. Ed è strano non
trovare contributi in proposito da parte sua,
che pure faceva il traduttore per Einaudi,
Feltrinelli e Mondadori ed era implicato in
qualche modo in questi processi dell’industria
culturale, subendone anzi le conseguenze
anche sul piano personale. (La vicenda del
rifiuto della Feltrinelli di pubblicare il Saggio
sulla politica del PCI non è irrilevante e
andrebbe oggi indagata a fondo). Alla luce di
tali considerazioni, ritengo particolarmente
esasperate e forse mal indirizzate le accuse
che Montaldi rivolge a Fortini, specie se si
tiene conto della traiettoria successiva da
quest’ultimo seguita fino alla morte nel ’94 e
che è verificabile oggi, se si leggono le sue
amare e anche autocritiche diagnosi sulla
politica culturale tentata in quegli anni7. Certo
7
“Una volta si pensava che le idee
determinassero delle conseguenze: oggi il
margine delle conseguenze è stato eliminato nel
pluralismo totale, e la democrazia delle idee è
spinta all’estremo, come in quelle sette protestanti
dove nel coro ognuno canta un salmo per conto
suo, secondo che lo spirito detta. Nonm importa la
cacofonia, tanto l’unico interlocutore è Dio. Così
ognuno di noi canta la sua nota, e tutto finisce lì,
nessuno mira alle conseguenze. Allora quando
mi
domandano
se
esista
una
cultura
d’opposizione, io rispondo: non esiste, ed è
meglio così. Finora la cultura d’opposizione è
stata essenzialmente una cultura d’opposizione
interna. Le uniche vere culture d’opposizione della
prima metà del secolo, paradossalmente, sono
state da un lato quella di origine leninista,
dall’altro quella nazista. Le quali, beninteso, non
hanno alcun rapporto tra di loro e rappresentano
cose
diversissime,
ma
entrambe
sono
Montaldi non si è chiuso come Fortini nella
“sublime lingua borghese” ed era fuori dalla
logica di tentare dall’interno dell’editoria, del
giornalismo, del mondo universitario, di
contrastare quei processi: il suo tenersi
legato - l’abbiamo visto più volte - al mondo
proletario in termini concreti ha significato per
lui
anche
non
fare
carriera.
L’antiaccademismo (non antintellettualismo,
egli è intellettuale raffinato ma proletario),
che lo distingue dagli altri intellettuali della
Sinistra
(il
convinto
rifiuto
di
professionalizzarsi di Montaldi è un sintomo),
a me risulta sicuramente più simpatico e
congeniale.
Quel suo restare vicino al
proletariato
gli permette di essere
sicuramente più attento di altri alle
trasformazioni di quel mondo. Rispetto ad un
Pasolini, ad esempio, è politicamente molto
più agguerrito ed evita il suo populismo.
D’altro canto, non ritengo neppure sbagliato
essersi distanziato dal lucaccianesimo o
dall’adornismo di Fortini. Tuttavia questa
fedeltà al mondo proletario ha avuto anche i
suoi risvolti negativi. Certe trasformazioni,
proprio sul lato che oggi chiamiamo
dell’”immateriale”, quel proletariato le ha poi
subite, come abbiamo visto noi in questi oltre
25 anni trascorsi dalla morte di Montaldi. Per
fronteggiarle o avvantaggiarsene almeno in
parte, però con quella cultura proletaria non
era più possibile intervenire. Questo
dobbiamo dircelo, se non vogliamo
abbandonarci
al
culto
amicale.
La
“disattenzione”
di
Montaldi
sul
’68
studentesco mi pare sveli una sua difficoltà.
Questi fenomeni toglievano spazio alla sua
visione
proletaria:
l’emergere
di
un’intellettualità di massa era qualcosa di
abbastanza
estraneo
alla
sua
immaginazione, ma la storia successiva ci ha
mostrato quanto le nuove figure sociali
avessero il vento in poppa, quell’ambiguo
soffio capitalista e postcomunista (come si è
poi detto). La polemica con la Sinistra si è per
noi in gran parte svuotata, non perché oggi si
possa giustificare quella politica, ma
semplicemente perché anch’essa è venuta
meno, si è dissolta. Il tenace riferimento
d’opposizione sul serio, e prevedono certe
conseguenze. Oggi darsi da fare per una cultura
d’opposizione è ridicolo, perché i temi di quelle
che erano le parti in conflitto sono oggi distribuiti
nel
magma dell’informazione-comunicazione
attuale” ( Fortini, Idem, pag. 446).
33
proletkult di Montaldi è stato fertile sul piano
della sua ricerca, ma oggi dobbiamo dirci che
Autobiografia della Leggera e Militanti politici
di base, per non ridursi a letteratura,
dovranno aspettare che si riaffacci il bisogno
di qualche nuova forma di memoria e che si
possa aver bisogno delle verità che
contengono.
11. Conclusioni: La mia lettura degli “Scritti
1952-1975)
Dopo aver trattato il tema che mi sono
proposto, voglio accennare qui al sentimento
contraddittorio che ha accompagnato questa
mia rilettura degli scritti di Montaldi. Avevo
conservato di lui in tutti questi anni un ricordo
congelato dalla sua morte e, subito dopo,
dagli strascichi amari e spesso tragici del
periodo di quella militanza politica negli anni
Settanta, che era stata occasione e ragione
del nostro incontro. L’avevo espresso in
questa poesia a lui dedicata:
Milano, Corea
a Danilo Montaldi
E qui ammutoliti stemmo:
i corpi sfibrati di fatica,
le sovraccoperte a fiorami sulle brande,
le collezioni di tiepide bamboline
nelle credenze vetrate.
La sterpaglia, i cantieri guardammo
come nuotatori
che all'improvviso restringersi del mondo
spengono sul vuoto d’aria attorno occhi, cuori
e volere
e sprofondano
con la muscolatura serrata
trattenendo in un unico spasimo
persino l'azzurro respirato dai loro padri.
sono ritrovato nella posizione del vecchio,
che fa i conti con un giovane e sotto certi
aspetti con la propria giovinezza. E mi si è
posto il problema di non far pesare oltremodo
questo mio invecchiamento, di difendere
attraverso quella di Montaldi anche la mia
giovinezza - e salvare, criticamente però,
quella dimensione proletaria presente nel
suo/mio
“tempo
perduto”;
2)
la
consapevolezza della fine di quell’epoca e di
una situazione attorno a noi completamente
mutata. Nel passaggio - come si dice - “dal
fordismo al postfordismo”, tutto è diventato
più “immateriale”, i soggetti sociali e politici a
cui facevamo riferimento allora sono stati
emarginati, altri più indistinti o “mutanti” li
vanno sostituendo. Siamo tutti meno
“proletari”, più “intellettuali”, più “ceto medio”
o “moltitudine”. Siamo tutti di fatto più distanti
da Montaldi. Questo profondo cambiamento
nel reale e nel nostro modo di pensarlo mi ha
suggerito di guardarmi da una lettura degli
Scritti solo simpatetica o basata su
un’ottimistica continuità. Al di là della
possibilità di ripresa di aspetti decisivi del suo
stile (un nuovo tipo di memoria, l’inchiesta fra
gli strati del lavoro informatizzato o fra i nuovi
immigrati), il tentativo che dobbiamo fare è
quello di tradurre, per questo nuovo ceto
medio o neoproletario o moltitudine di oggi, il
senso alto e nobile che Danilo Montaldi ebbe
della condizione proletaria.
Nel riprendere in mano ora questi
scritti, due fatti mi si sono imposti: 1) il
ribaltamento. a causa del tempo trascorso,
dell’immagine personale che avevo di
Montaldi: se a me, giovane immigrato e
militante politico di base nell’hinterland
milanese, quando lo conobbi attraverso
alcuni incontri e lo scambio di poche lettere
tra 1973 e 1975, egli appariva un possibile
compagno-maestro-fratello maggiore, oggi mi
34
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