SAMIZDAT COLOGNOM foglio semiclandestino per l’esodo Numero 6 settembre 2003 – settembre 2004 Indice LUOGHI / NON LUOGHI RIORDINADIARIO/CONTATTI: pag. 1 Poesia delle donne; Luciano Della Mea, InOltre e l’intellettuale massa pag. 3 L’amico filoamericano pag. 4 Guerra e riviste pag. 5 Duello sull’esodo pag.6 I seminari di Lodi. pag. 7 Massimo Gorla; Le maschere del caos di Luca Baiada; Sulla militanza in Avanguardia Operaia pag. 9 Classicità e guerre d’oggi pag. 10 Problemi di «una rivista di poesia e ricerca» pag. 11 Nuova serie di Samizdat Colognom pag. 13 Franco Fortini a dieci anni dalla morte pag. 16 La regina-colf RIORDINADIARIO/COLOGNOM: pag. 16 Felice Gandolfo; Sui candidati a sindaco di Cologno pag. 17 Sette slogan; Una città, un sindaco pag. 19 Perché sostengo Vittorio Beretta; No al richiamo della foresta diessina pag. 21 Letterina aperta ai compagni RIORDINADIARIO/APPUNTI DI LETTURA: pag. 23 Lenin; Arte contemporanea pag. 24 Una nuova rivista MEMORIA: pag. 24 Danilo Montaldi Da questo numero Samizdat Colognom esce in edizione cartacea come supplemento a L’OSPITE INGRATO del Centro Studi Franco Fortini. È presente anche su Internet al sito web http: //digilander.libero.it /samizdatcolognom. È curato da Ennio Abate. Per contatti: Ennio Abate, Via Pirandello, 6 – 20093 Cologno Monzese - Tel. 02.26700095 E-mail: [email protected] SAMIZDAT? È termine russo. Indicava gli opuscoli della comunicazione dissidente nei paesi dell’Est e della ex Urss. Letteralmente significa autoedizione. Qui è assunto in entrambi i significati: foglio di pensiero critico e forma di pubblicazione non cortigiana. COLOGNOM? Abbreviazione straniante di Cologno Monzese, il luogo/non luogo, lo spazio ibrido e problematicamente periferico nel quale il foglio viene scritto. ESODO? La parola rimanda alle migrazioni passate e presenti, al rifiuto di chiudersi o lasciarsi chiudere in un intrasformabile mondo esistente dei padroni. RIORDINADIARIO/CONTATTI 5 ottobre 2003 Progetto Patchwork sulla poesia delle donne Cara Loredana [Magazzeni], che tu fossi stata una femminista anni '70 l'avevo capito. Ma siamo nel 2003. Il femminismo, estratto dalla costola dell'Adamo comunista (ma senti un po' questo!), ha “divorziato” dal contestato e infine tramortito suo “sposo”, accusato pur’esso di essere padre-padrone, maschilista e patriarcale, malgrado fosse stato l'unico ad assaggiare un po' della mela offertagli dalle femministe. Gli altri maschi (patriarcali doc) erano e sono rimasti come prima. Dico qui, nell'Occidente che passa per democratico. Che, se guardassimo altrove, c'è da rabbrividire. Il cambiamento della società ha cancellato il comunismo dal discorso simbolico (Chi lo nomina più? Al massimo Toni Negri...), ma ha anche edulcorato e reso accademico il femminismo. Tu stessa sei costretta ad abbassare il tiro: affermi che non siete un gruppo prettamente femminista, ma di donne. È come dire che non c'è continuità fra gli anni del femminismo (anni '70 all'incirca) e l'oggi delle donne. O che la continuità è solo ideale. Non voglio fare il gufo. Auguro riuscita alla vostra inchiesta che vuole accertare il pensiero delle donne sulla “propria” poesia. Ma ti propongo una piccola scommessa: se si facesse un'antologia di poeti e poetesse celando i loro nomi, lettori e lettrici indovinerebbero il sesso degli/delle scriventi? Non credo. Soprattutto in poesia la resa della differenza biologica o autobiografica o della “vita” da parte di poeti e poetesse è in molti casi meno rilevante che in altri campi, meno accentuata di come piace pensare ad un certo femminismo separatista o all’odierno post-femminismo. Non auspico certo che la poesia si maschilizzi, diventi aggressiva o conquisti un qualunque potere. (Semmai noto che diverse femministe o donne che passano per femministe hanno introiettato lo stile “maschilista” rimproverato agli uomini). Neppure credo che sia la mancanza di potere a muovere la poesia e la letteratura in genere. La poesia non è sempre e automaticamente contro il potere o per un ridimensionamento dei suoi effetti perversi (anche linguistici). Nelle forme particolari (storiche, istituzionali, linguistiche) della poesia e della letteratura si svolge un conflitto presente anche altrove: quello per dar nuove forme o trattenere nelle vecchie i bisogni di libertà (o di democrazia o di un nuovo equilibrio fra maschile e femminile), che nascono dai corpi e dalle esperienze di vita di tutti noi, in varia misura “uomini-donne”, cioè esseri in trasformazione. Il linguaggio poetico, costruito nel tempo anch’esso con l’apporto più dei dotti che degli ignoranti, degli uomini che delle donne, in parte ci agevola e in parte condiziona negativamente la nostra trasformazione. Anche la poesia è zona di conflitto e non garantisce di per sé il raggiungimento della libertà. Ci sono fior di reazionari anche in poesia e in letteratura e scrivono “belle” poesie o saggi “intelligenti”! 25 Ottobre 2003 Luciano Della INOLTRE e l’intellettuale massa Mea, Ho fra le mani le poche lettere che ci siamo scritti io e Luciano Della Mea. Vanno dal ‘96 al ‘99. Portano le tracce del nostro tardivo rapporto: guardingo e presto conflittuale da parte di entrambi sulle questioni legate alla rivista InOltre (la ragione del nostro incontro); di solidarietà affettuosa, quando invece ci siamo confidati qualcosa sulle nostre famiglie, le fatiche quotidiane, le mie e sue poesie. La vicenda della rivista è stata per me fonte di pena, per lui di irritazione, credo. In quel 16 dicembre ’95, alla Biblioteca Serantini di Pisa, dove avviammo i lavori per farla nascere, eravamo parecchi: gli editori della Jaca Book, i potenziali redattori e collaboratori di Pisa, di Milano e uno, Giuseppe Muraca, di Catanzaro. Luciano, grazie alla sua amicizia con il presidente della Jaca Book, Sante Bagnoli, aveva concordato con lui e Giuseppe Muraca il progetto della nuova rivista, dopo che un altro editore, Pullano, aveva interrotto al terzo numero la pubblicazione di Utopia concreta, diretta dallo stesso Muraca e alla quale alcuni di noi avevano collaborato. C’era entusiasmo in quel primo incontro. Decidemmo che la nuova rivista sarebbe stata semestrale, con un tema centrale a numero, svolto non solo in forma saggistica ma anche in testi di vario genere (poesie, racconti, inchieste), un inserto di immagini in bianco e nero; e che avrebbe avuto una direzione collegiale: Muraca per il Sud, io per il Nord, e per il Centro Luciano Della Mea e Marco Cini, quest’ultimo come coordinatore. Il patatrac avvenne di lì a poco: alla terza riunione, sempre alla Biblioteca Serantini, il 27 luglio ’96. Luciano propose e ribadì poi in una lettera «ai compagni della nuova rivista innominata [...] un nuovo e diverso assetto direttivo della rivista» (direttore: Ivan, suo fratello, più Marco Cini). Ribaltò, cioè, senza preavviso, il percorso collegiale appena iniziato. Di fronte alle giuste (lo penso ancora oggi) rimostranze mie e di Muraca, si mostrò insofferente, testardo, sferzante nei giudizi personali e poco propenso a giustificare quel repentino cambiamento (Poteva essere considerata «pletorica» una direzione a quattro, come lui affermò?). Ne venne una crisi, che bloccò a lungo l’uscita del secondo numero e portò all’abbandono mio e di Muraca. Con la mediazione di Sante Bagnoli e di Marco Cini, io accettai poi di continuare la collaborazione; ma Muraca, il più amareggiato, si ritirò. InOltre ha continuato ad uscire, ma è altra cosa da come l’avevamo immaginata allora. Il progetto iniziale (si pensava di creare varie redazioni locali in Italia e magari anche fuori, guadagnare collaboratori e un certo numero di lettori, farsi sentire nel dibattito culturale, ecc.) ha marciato lento e zoppicante. E non tanto a causa del clima politico pesante del nostro paese, ma perché è stato affossato sul nascere quell’esperimento di un lavoro collegiale. Se tutti concordavamo su una «visione plurale del progetto-rivista» perché la direzione della rivista non doveva essere per coerenza altrettanto plurale? Non farò perciò nemmeno ora, in ossequio alla retorica che sempre s’insinua in ogni commemorazione, le lodi del Luciano Della Mea organizzatore culturale aperto e sensibile. L’esperienza di Inoltre contraddice o offusca, magari di poco, questa sua immagine. In quel momento - per diffidenza d’antica data verso gli “intellettuali”, per quel suo pessimismo leopardiano-timpanariano, per legami affettivi non dichiarati - fu miope e ostile verso di noi, bistrattati intellettuali massa, che volevamo cooperare alla pari. È un obiettivo che, a partire dal ’68, serpeggia in ogni movimento forse con più insistenza che in passato e che non era inconciliabile col socialismo libertario di Luciano. Egli ci contrappose, invece, un criterio verticistico di professionalità, lo stesso che vale nelle università e nelle aziende e che vige in modi a volte caricaturali e immiseriti anche nella tradizione partitica del movimento operaio (comunista e socialista). Rileggo ancora quelle nostre lettere; e sorrido ora di fronte alle scintille del nostro dissenso. Luciano giudicò un’inchiesta che proponevo ai redattori e collaboratori troppo macchinosa (meglio un curriculum!); rabbrividì a sentirmi parlare di «esodo dalla Sinistra»; contrappose alla mia ipotesi di una «rivista di studio» per gli intellettuali di massa la sua di una rivista «strumento di lotta»; desiderava che InOltre riprendesse e ampliasse il lavoro che Il Grandevetro faceva da 20 anni in Toscana, mentre io pensavo che dovevamo metterci alle spalle non solo la breve esperienza di Utopia concreta (la rivista di Muraca, “preistoria” di InOltre), ma anche il toscanocentrismo de Il Grandevetro; e dubitavo persino del terzomondismo della prima felice tradizione sessantottina della Jaca Book. Gli scrissi: «Vorrei un InOltre che davvero sia in (dove ci troviamo e spesso siamo costretti a stare), ma vada decisamente e coraggiosamente oltre (in senso non solo geografico-politico, ma culturale) le tradizioni in cui siamo cresciuti come “italiani”: cattolica, socialista, comunista, liberale. Dobbiamo tutti entrare in un flusso di idee più ampio e sconvolgente, in gran parte da decifrare». E lui, pungente, mi rispose che in queste ultime mie parole leggeva «un verso di una incomprensibile poesia ermetica». Mi chiedo oggi perché abbia continuato a cercare il dialogo con lui (e poi con suo fratello Ivan), malgrado questi dissensi, e a collaborare in una InOltre già normalizzata. Mi rispondo: - perché fare rivista oggi è impresa da dannati, ma necessaria nel deserto barbarico che ci assedia; - per riconoscenza verso la Jaca Book («Ma non sono quelli di Comunione e Liberazione?», mi chiedevano sospettosi gli amici, appena raccontavo della nuova rivista in cantiere. Non più di tanto, gli rispondevo, e a sinistra oggi c’è di peggio…); - perché ho imparato a marciare come singolo e non più intruppato e a verificare a fondo ogni incontro che mi capita. InOltre è stato ed è uno di questi. E può ridursi - lo scrissi nell’editoriale del primo numero (estate 1997) - ad un cenacolo rissoso e lamentoso di epigoni o di pensionati della sinistra sotto l’egida di una casa editrice cattolica “aperta”, ma non è escluso che possa ancora costruire un gruppo di intellettuali massa «altri da quello che incertamente siamo adesso». 2 Ma c’è un’altra ragione. Ho continuato per una sorta di onesta “complicità proletaria” con il Luciano dall’esistenza inquieta, quello che ho sentito a me più vicino. Questo lato della sua persona (mi scrisse: «La pratica è stata prevalente nella mia vita e per lo più ha reso la cultura, il sapere, funzionale alla pratica») non compensava i limiti del militante di vecchio stampo (ma ogni militanza, anche la mia, esodante, ha addosso limiti storici!). Nel suo puntare dritto all’utopia, non coglieva come inavvertitamente il suo pensiero diventasse in lui una corazza ideologica, un surrogato della precedente divisa militare di cui si era spogliato. E, per strapparsi più tardi al progressismo del movimento operaio che ormai sentiva falso, scivolava facilmente in un materialismo nichilista («Ho combattuto sodo pur ritenendo, dal 1945 in poi, che la vita in qualsiasi forma non abbia senso»). Tutto questo lo so. Tuttavia nelle lettere ci sono squarci di tenerezza senile per certe analogie delle situazioni quotidiane che entrambi vivevamo o avevamo vissuto e incoraggiamenti da padre-fratello maggiore a non temere di abbandonarsi alla “vita”. Questi aspetti della sua persona, spesso velati, hanno sciolto il rancore che in qualche momento ho avuto verso di lui. Nella scrittura epistolare, Luciano correggeva lo sconcerto e la rabbia in cui mi gettavano i suoi interventi in direzione. Avevo insistito per questo rapporto collaterale, anche se lo sentivo scettico: «Scriverci di più non è facile, si fa chiarezza incontrandoci, parlandoci, disputando», mi diceva. E forse per questa sua convinzione, dopo le scintille iniziali, le lettere si diradarono e interruppero. Lo chiamavo di tanto in tanto a telefono per sentire come stava. Poi un ultimo sprazzo. Il 13 maggio 2002, mi giunse una sua inattesa telefonata. Mi chiese dove poteva mandarmi un fax. E m’inviò il giorno seguente una poesia (Il tempo) e uno scritto su Joyce Lussu, che aveva dedicato ad un suo amico da poco morto, Giuseppe Carboni. La poesia aveva versi disincantati e disperati : « …come se/nulla più potesse accadere/ da qui al limitato orizzonte…/ Non stare a perder tempo / per migliorare la specie/ che non può diventare che peggiore./ Dalle nei suoi esemplari direttamente conosciuti/ un buffetto di affetto». Nel leggerli, sentii di misurarmi con uno che mi precedeva lesto verso la morte. M’interrogherò ancora sulle ragioni del mancato incontro politico e di quel troppo tenue rapporto d’amicizia con Luciano Della Mea. Ho sempre pensato che fosse una conseguenza della sua esperienza militare, che perciò egli somigliasse a mio padre e ad altri di una generazione che ha trascinato in mezzo a noi, avendola iscritta nella propria carne e nella propria psiche, i segni atroci della Seconda guerra mondiale. (Tratti di durezza simile, anche se più “coltivata”, li avevo scorti in Fortini). Forse insistendo a contrastarlo, a controbattergli, a cercare un dialogo su un nuovo terreno, come avevo fatto all’inizio di InOltre, si sarebbe smosso. Ma forse non ne aveva voglia. Gli altri, mi pare, lo accettavano “com’era”. Io mi rifiutai di farlo. Ma com’era Luciano Della Mea? P.s. settembre 2004 Nel febbraio-marzo 2004 ho abbandonato la rivista INOLTRE, prendendo atto che i condizionamenti alla gestione collegiale non venivano solo da Luciano o da suo fratello Ivan, ma anche dalla Jaca Book. Immagino Luciano sardonico che mi dice: Ce n’è voluta per capirla tutta, eh? Era ora! 23 nov. 2003 Sei appunti polemici sui giochetti di prestigio di un amico filoamericano 1) «Dopo l’”8 settembre irakeno” gli oppositori sono tutti nazionalisti, paragonabili ai repubblichini di Salò». Anche se le analogie possono fuorviare, dopo l'8 settembre 1943 non ci furono solo i repubblichini di Salò, ma anche tanti ufficiali e soldati dell'esercito italiano lasciato allo sbando da Badoglio e casa Savoia che formarono bande partigiane democratiche contro i nazifascisti. Dopo l'“8 settembre irakeno", noi non sappiamo cosa stia succedendo nel campo dell’opposizione agli invasori (che in questo caso sono la coalizione anglo-americana più i suoi rincalzi, italiani compresi). Tutti i resistenti in Irak sarebbero nazionalisti e quindi paragonabili esclusivamente ai "repubblichini" di Salò? Aspettiamo di saperne di più. Perché precipitarsi a proclamare che «la attuale resistenza irakena appare molto più pilotata dall'esterno, eterodiretta, organizzata dall'alto e senza un vero programma politico”? 3 2) «La bandiera della pace si concilia con la bandiera nazionale (nel nostro caso il tricolore)». Impossibile: in questo caso la bandiera nazionale (il tricolore) è issata da invasori. Ai confusionari va ripetuto che morire dietro Hitler e Mussolini non è la stessa cosa che morire per liberarsi da tiranni e invasori (e, quindi, che i morti della nostra Resistenza non riposano placidi accanto ai morti della repubblica di Salò). Ci spiace, ma non possiamo considerare martiri o eroi i carabinieri che sono andati assieme agli anglo-americani ad invadere l'Irak. Precisare, precisare sempre: oggi gli angloamericani sono invasori; quando sbarcarono a Salerno o in Normandia rispondevano con altri (sovietici compresi) ad un’invasione (quella nazista). 3) «Chi è contro la guerra in Irak è indifferente, altrimenti non si chiederebbe “Che c'entriamo noi con questa guerra?” (dal momento che vogliamo la pace) e “Che c'entriamo noi con l'identità nazionale e la bandiera?” (dal momento che siamo cittadini potenziali di un altro mondo possibile, senza confini)». È bene riconoscere la relativa impotenza della nostra opposizione alla guerra in Irak (o crediamo davvero alla balla del pacifismo come «seconda potenza mondiale»?), ma non sostituirei mai questa relativa impotenza con il tifo, gregario e ben più impotente del nostro, di chi parla degli invasori come «amici anglo-americani che sbagliano». 4) «In ogni caso, a questo punto, il terrorismo c’è, e come…».. Ma il terrorismo c'è (o meglio s'espande o s'esaspera) perché l'invasione non era (non è) la medicina giusta per debellarlo. Tra l'altro, mi chiederei perché i palestinesi, che notoriamente erano tra i popoli più laici della zona, si scannano ora tra loro. Sharon, Bush, la politica dell'Europa non c'entrano per nulla? Come non c'entrarono nella guerra civile in Bosnia i tedeschi, il Vaticano, etc.? Le guerre civili, si sa, sono sempre "questioni interne" di popoli sottosviluppati e non democratici. 5) «Bisogna andare oltre la denunzia delle maschere che inchiodano ogni soggetto al ruolo che assume (un padrone é un padrone, un dirigente é un dirigente, un militare é un militare, e poi anche un padre é un padre, una madre é una madre, un maschio é un maschio, etc.)». Beh, c’è un solo modo per farlo: costringere/convincere chi ha ruoli oppressivi ad abbandonarli. Davvero «un poliziotto é un poliziotto, un carabiniere un carabiniere, etc», malgrado siano persone in carne e ossa e non dei mostri. Quei ruoli schiacciano le eventuali buone intenzioni personali, finché non verranno combattuti e sostituiti da altri modi di essere più liberi e rispettosi degli altri. Il Perlasca fascista che, smentendo il suo ruolo di fascista, salvò gli ebrei, fu possibile perché esisteva un grande movimento antifascista. Allo stesso modo oggi, i carabinieri che si accorgessero del ruolo non certo umanitario che svolgono in Irak potranno sottrarvisi solo se crescerà un movimento ben più forte dell’attuale contro la guerra. Imporci invece di piangere o commuoverci per i carabinieri morti nell'attentato di Nassirya è suggerire subdolamente al movimento contro la guerra di censurarsi e piegarsi alla retorica patriottarda. I “nostri morti” sono prima di tutto i civili di qualsiasi nazionalità uccisi dai militari invasori. L’espressione civile del dolore ha una gerarchia: quello per la morte dei militari invasori segue e non precede la pena per i morti civili. 6) «Il terrorismo non colpisce solo Israele, non vuole destabilizzare soltanto il governo turco ma attacca anche il grande movimento per la pace. Insomma siamo tutti sulla stessa barca». Il movimento contro la guerra è fra l’incudine e il martello: colpito sia dalla menzogna della “guerra al terrorismo” (altri sono gli scopi di questa strategia) sia dalla menzogna della “guerra santa contro l’Occidente”. Non uniformandosi né a Bush & Blair né a Bin Laden, contrastando questi opposti fondamentalismi, evitando di stare sulla barca apparentemente più vicina e meno barbara, si creeranno le condizioni per la pace, cioè per forme democratiche di conflitto. 8 novembre 2003 Guerra e riviste 1 Caro Lelio [Scanavini], «Quale resistenza effettiva e politica potremmo costruire noialtri, qui ed ora, contro la superpotenza americana?» chiedi dalle pagine del n. 66 de IL SEGNALE nella nota dedicata a Qui. Appunti dal presente n.8. Potrei controbattere: una resistenza solo simbolica rischia di essere pura testimonianza etica. Oggi si corre questo rischio, anche da parte di chi fa movimento 4 (contro la guerra, ecc.). Il rischio è poi più alto da parte di chi fa una rivista (e noi tutti ne facciamo o tentiamo di farne), specie quando ci si muova sul piano letterario o lo si tenga in grande considerazione. Esso, pur trattando di politica o di guerra, può funzionare da filtro evasivo. Ed è quanto ho rimproverato a quel numero di QUI. La forma di «resistenza simbolica» scelta (il diarismo degli interventi, etc.) a me è parsa - malgrado la varietà degli approcci che tu sottolinei - particolarmente restia a porsi il problema della «resistenza effettiva e politica». Poniamocelo noi pure questo problema e non lasciamolo ai “politici”, dando per scontato che "noialtri" non possiamo far nulla, se non quello che già facciamo (o che ci permettono di fare). Temo un lavoro letterario accartocciato sullo specialismo. Anche le riviste letterarie che vogliono essere meno accademiche possibile annusano troppo da lontano la "realtà". Scorrendo la vostra Rassegna delle riviste colpisce questa disattenzione. Tutte parlano di poesie, narrativa, ecc. (Anche se qui non esito, pur mantenendo la mia critica, a togliermi il cappello di fronte a QUI o a IL GABELLINO che il tema guerra almeno lo affrontano). 10 novembre 2003 Guerra e riviste 2 Con debole insistenza Ahimè, Lelio dicevo: le riviste di poesia e narrativa vanno riviste! Disdicevole o fuoriviante non è occuparsi di poesia e narrativa, ma non fare di tanto in tanto (meglio spesso che mai) la verifica dei poteri delle nostre riviste e degli altrui Averi. La mordacchia all'arte e alla cultura qui in Occidente a Loro non serve a niente. È anche il dolce far niente inconcludente del Poeta che s'occupa solo di poesia del Narratore che narra solo del suo narrare (ed errare) della rivista con unica vista sulla vicina rivista a lasciare agli USA il potere di cui abusa. 17 novembre 2003 Duello sull’esodo con una poetessa che vive in Inghilterra Nido ed esodo di Ennio Abate I Se nel mio povero nido - la pioggia fuori scroscia e il vento si dibatte sogno un esodo di miei simili, questa nostra funesta storia di sconfitte perde ogni bieca intimità, sorella taccola, che forse conobbi schivando trappole nel gelo d'un dopoguerra. Che fare dopo il pianto di sempre? Con te discuto. Convoco i padri morti. Non dei cinquanta tentativi di suicidi. Non della Cosa smarrita. Non un brandello di me stesso nell'artiglio nell'ala nel becco. Né gioielli, né suoni, né specchi di miseria o l'elmo del possesso. II Dove andare? e correre ancora? o ubriacarsi dondolando sulla soglia? I troppo lucidati intelletti hanno esaminato senza amore solo i corpi più vicini; e tramortiti ambiscono, in latino e in rancore, solo a quelli gloriosi. Ma alla femminetta, alla giovane animosa guizza la capriola dell’esodo, quel dolce affanno che si brucia nell’altro della contingenza; e va, si consuma in sorriso, già più non oscilla. Smesso l’assillo, al chiarore di altra luna e altro sole, è sbucato accanto a lei il muso dell’antica, buona bestia. 5 Nell’esodo, dunque. La tana di sempre sfondata, la gabbia approntata aperta, finalmente deserta… 16 dicembre 2003 Sul gruppo detto I Seminari di Lodi Caro Carlo [Tombola], data per scontata la mia stima per l'attività de I seminari di Lodi, mi limito qui alle seguenti osservazioni (condite da qualche provocazione) sul primo gruppo d'interventi da me letti: 1. Non di sola informazione o controinformazione (d'illuminismo!) dovrebbe vivere, a Novecento concluso, un intellettuale critico e militante (è lecito ancora il secondo termine almeno nel nostro dibattito?), ma anche (o soprattutto) di contatti reali e faccia a faccia. Purtroppo oggi, malgrado la retorica comunicativa, tali contatti sono fugaci, sfilacciati e perlopiù, come nei tempi bui, ridimensionati alla cerchia di amici. I contatti diretti, anche se a volte appaiono o sono palle al piede, non mi paiono sostituibili; e meno che mai da quelli - illimitati, ma sempre incorporei - resi possibili dalla Rete. Le stesse conoscenze-informazioni giuste o "rivoluzionarie" ricavabili (in teoria) dal Web e che un gruppo potrebbe riuscire a selezionare, ordinare, preordinare, se vogliono funzionare positivamente nelle nostre esistenze, dovrebbero trovarle almeno in parte predisposte ad accoglierle, essere desiderate, mancarci, riempire dei vuoti. Affinché le giuste informazioni possano incontrarsi con i giusti bisogni-desideri, non bisognerebbe, allora, fare anche su queste nostre esistenze (sui loro bisogni-desideri, intendo) la medesima operazione (selezionare, ordinare, preordinare) che voi proponete nel confronti del Web? In passato quanti semi "rivoluzionari" sono stati sparsi in esistenze non predisposte ad accoglierli, idealizzate dai "seminatori" o semplicemente delirate? La questione che pongo rientra in quella del cosiddetto soggetto di cui state parlando, credo. 2. Il soggetto. A chi dovrebbero servire le giuste informazioni? Cosa vogliamo fare insieme? Sono domande importanti. Le risposte da voi finora date mi sembrano incerte, difensive e tendono a delineare un soggetto tutto intellettuale e con vocazione ad una clausura studiosa. Provoco: ma cosa significa proporre come scelta di fondo la conoscenza e la sua comunicazione, magari con qualche concessione al rituale ritenuto debole (incontri periodici faccia a faccia coi "meno allenati")? Cosa significa l'autoformazione di un soggetto, il cui fine è l'autoformazione di se stesso? I rischi di autoreferenzialità, a cui il ceto intellettuale è abbonato da secoli, mi sembrano forti. Va bene studiare la storia del '900 (o del comunismo novecentesco) senza saltare il totalitarismo. Ne verranno fuori alcuni buoni e utili seminari con profitto (si spera) per i più giovani. Ma se serviranno solo a ribadire che il comunismo è morto, non mi pare ci sia più bisogno di farli. E anche se ce li proponiamo per arginare il revisionismo storico, chiudiamo la stalla quando i buoi sono scappati. Se si spera (o si è convinti) che ci siano in quegli anni di storia ancora delle buone rovine (Fortini) da cui ricavare qualche mattone per costruire una nuova civiltà, lo si dica; e si indichino le zone da scavare e i temi siano più precisi e circoscritti. Al di là di questo, a mio parere, il soggetto non può essere il gruppo di ricerca stesso. Il soggetto dovrebbe travalicare il gruppo, essergli più esterno, più ampio e, oggi, più plurale. Quale o quali, allora? Qui si apre quasi un baratro. Un accenno ad un soggetto sociale (quelli di Scanzano), non composto da intellettualiricercatori e che potrebbe essere, se non il protagonista, il destinatario della possibile conoscenza confezionata dal gruppo che si autoforma, affiora - mi pare - solo in uno degli interventi che mi hai mandato. Non so se, dopo la classe operaia, si possa parlare di nuovo proletariato o di moltitudine senza ficcarci in vicoli ciechi. Non so neppure se bisogna andare a vedere empiricamente cosa è questa società postmoderna o postfordista (l'inchiesta è facile a dirsi, difficile a farsi; e comunque un'ipotesi di soggetto deve preesisterle). Sono però convinto che l'autoformazione, pur intesa come aiuto reciproco (ma il termine resta per me equivoco e preferirei quello di ‘cooperazione’), andrebbe mirata fin da subito al rapporto del gruppo in formazione con un altro o con altri soggetti esistenti all'esterno del gruppo stesso. (Solo se non ce ne fossero, avrebbe senso la clausura!...). 3. Il medium ‘partito’ sostituito dal Web? Solo in parte. Il partito sotto la cappa ufficiale della 6 Linea costruiva legami sociali forti (addirittura ferrei) e la sua stessa reale esistenza permetteva che se ne costruissero altri, magari di "alternativi", di "eretici" in concorrenza. Il medium Web ha qualcosa di labile e imbarazzante, induce al fantasmatico: è il medium ideale per una comunicazione ininterrotta tra puri spiriti e non contempla di per sé il passaggio al patto, all'impegno pratico con gli altri e le altre in carne ed ossa. Per arrivare a questo, bisognerà ancora spegnere il computer e incontrarsi, parlare, ecc. 22 gennaio 2004 Ai funerali di Massimo Gorla La deformazione per invecchiamento dei corpi dei miei ex-compagni. Alcuni quasi stento a riconoscerli. 10 febbraio 2004 Poesia civile e parodia del potere. Dopo la lettura di Le maschere del caos di Luca Baiada Gentile Luca Baiada, ho ricevuto e letto il suo libro. E sperando che il contatto stabilito resista, le scrivo spassionatamente le prime impressioni e qualche considerazione più generale. Mi hanno colpito positivamente il piglio battagliero, la tensione parodica, l'ampiezza dei riferimenti culturali, il linguaggio asciutto. Perplesso invece mi rendono l'enfasi epica (ad es. in La Perugia-Assisi del 2001) e certi cortocircuiti antico-contemporaneo (es. a p. 37), irriverenti e spiritosi ma facili. La riserva più consistente è per me di ordine poetico-politico: la parodia del potere non solo a volte si appiattisce sul lessico che esso adotta, ma, abbandonandosi allo sberleffo e al divertimento, rischia di occultare la tragicità pesante della nostra situazione e gli concede troppo. (Non condivido perciò il giudizio di Manacorda: «per denunciare la miseria delle tante parole d'oggi è sufficiente riprodurle», p.6). 4 marzo 2004 Avanguardia Operaia Sulla militanza in Cara Marina [Massenz], l’inedito Prof Samizdat che hai letto è una mia riflessione poetica più sulla fine degli anni Settanta (gli «anni di piombo») che sul periodo della nostra militanza in Avanguardia Operaia. Il periodo di AO, che pure, se non si trattò solo di automitologia, fu il gruppo politico extraparlamentare più forte a Milano in quegli anni, è rimasto per me un buco, anche per pochezza di riflessione collettiva su quella esperienza da parte di quanti la fecero. Forse non a caso, per ripensare quegli anni e quello che avvenne dopo, mi sono rivolto agli scritti di Fortini, di Rossanda, di Bologna, di Negri, cioè di autori estranei o fortemente critici dell'esperienza da noi fatta. Dunque un vuoto di memoria collettiva. In esso si è insinuata più facilmente la memoria individuale o esistenziale, che ha conservato però soprattutto i tratti doloranti, ambigui e, tutto sommato, umilianti di quella mia militanza. Perciò credo di comprendere facilmente quanto ora tu dici: «A me allora era chiuso tutto l'universo del leggere, della poesia, dei sentimenti teneri, della mia famiglia d'origine da cui mi ero brutalmente separata, delle mie debolezze, della mia creatività». Questo è accaduto anche a me e a molti uomini e donne di allora. Eppure, malgrado questi aspetti soffocanti e - ripeto per me umilianti (quando li ho rievocati, mi hanno fatto pensare al periodo altrettanto frustrante di Azione Cattolica della mia infanzia-adolescenza a Salerno), non mi sento neppure oggi di ridurre quella militanza solo al mio innegabilmente amaro vissuto esistenziale. E perciò, pur condividendo la tua attenzione al “corpo” (cioè all’elemento materiale, fisico, sensuale e sessuale), non mi convince la contrapposizione frontale che vedi fra militanza e “corpo”. Quella nostra militanza avvenne in condizioni pesanti e, diciamolo pure, in un gruppo-gabbia forse più rigido e burocratico di altri. Ma, in quegli anni, a Milano, espresse certi bisogni che sentivamo. Alcuni soltanto, è vero. Per rimanere nella tua metafora, Avanguardia Operaia fu la “maschera” che ci servì per coprire una parte del “corpo” (quella “personale”) ma svelare l’altra (quella “sociale”). Trovo facile e romantico pensare che qualsiasi “maschera” - che non è soltanto posa, occultamento, dissimulazione, ma convenzione, cultura, forma, protesi artificiale, astrazione, selezione; e dunque linguaggio che altri possono intendere potesse (o possa) essere abolita per far posto (come si diceva, come si continua a dire e magari a desiderare...) al “corpo”, 7 inteso ora in modi elementari ora raffinati, come verità, piacere, felicità e magari bontà. Tu sai bene, e lo dici, che il “corpo” é luogo dell'ambivalenza, della complessità, delle emozioni. E non penso lo sia soltanto a causa della “maschera”. Potessimo strapparle tutte (operazione apparentemente eroica), troveremmo ancora – come molte rivoluzioni sociali o culturali, individuali o collettive ci mostrano - ambivalenze, complessità ed emozioni. Che di per sé sono contraddittorie o informi, mute e spesso indecifrabili, né positive né negative, né umane né disumane. Affinché il “corpo” parli (e non agisca soltanto, aggredisca, ecc.), c’è bisogno di altri (di altre) disposti ad ascoltare, capire, voler bene, ecc. E contemporaneamente di un linguaggio, di una grammatica per articolare i suoi bisogni, i suoi desideri e farli intendere. E qui torna indispensabile, credo, la “maschera”. A livello dell’esperienza individuale, se non ci fossero stati Freud e la psicoanalisi (“maschera”, cultura, anche questa), il corpo dell'isterica avrebbe continuato a parlare (meglio: ad essere interpretato) alla vecchia maniera: secondo le vecchie “maschere” (categorie) della cultura positivista. E a livello dell’esperienza sociale e politica, se non si fossero costruite dopo il ’68-’69 le “maschere” dei gruppi extraparlamentari, sarebbero rimaste a disposizione solo quelle ben più falsanti dei partiti che noi chiamammo "storici" per distanziarcene (PCI, PSI, DC); o quelle (complementari) del “privato” e della “professione”. II mio ragionamento è questo: non c'è dubbio che la maschera della militanza d'allora (la cultura politica dei gruppi, di AO in particolare) lasciava ben poco intravvedere certi bisogni, disagi e ambiguità. Ma essa assolse ad un'altra funzione: ci spinse ad entrare in contatto con eventi e realtà sociali, sbarrando temporaneamente il discorso a cui eravamo più abituati o portati per educazione familiare e scolastica: quello sul "personale". Ci permise di avvicinare (non sempre di capire) delle cose da cui eravamo esclusi o distanti, di agire in certe situazioni (con tue parole: «alludo ad esempio sia alle forme di lotta molto dure nella scuola [...] che a quelle pure molto forti a cui ho partecipato quando lavoravo all'AEG-TELEFUNKEN ed ero sindacalista»). Ma chiudeva altre vie e possibilità di esperienze (ad esempio quelle “giovanili” o più tardi “femministe”). O imponeva la rimozione di alcuni aspetti della nostra stessa militanza (ancora con parole tue: «vedi violenza dei servizi d'ordine su cui il silenzio incombeva ed era impossibile avere un'idea esatta di cosa "noi stessi" facessimo, ad esempio»). Non puoi dire però che, quando partecipavi da studentessa o da sindacalista a certe lotte, eri «senza maschera». Avevi semmai trovato un equilibrio sopportabile o addirittura soddisfacente fra “corpo” e “maschera”, fra tuoi bisogni profondi e richieste del collettivo di compagni a cui appartenevamo. A questa “maschera” (quella della militante di AO che accettava la durezza della lotta quando era condivisa dalle "masse") aderivi. E respingevi altre “maschere”, che pur allora erano possibili e furono scelte: da quella del simpatizzante del movimento, scettico verso la militanza organizzata dai gruppi, a quella del lottarmatista. Quanto agli errori: non era possibile (non è possibile) evitarli. Tutti, da tutte le parti in lotta, ne hanno fatti e ne fanno. Solo alcuni errori erano (in parte, forse) evitabili. Tu fai l'esempio dei servizi d'ordine dei gruppi politici d’allora. Ma per evitare gli errori dei servizi d'ordine, bisognava non fare servizi d'ordine; e, di conseguenza, non fare un certo tipo di partito, di manifestazioni, ecc. Il che, allora, equivaleva, a starsene a casa in certe occasioni (ricordo un drammatico 11 febbraio ‘70 o ‘71 mi pare... c'era Almirante in P.zza Cairoli, etc). Certo il silenzio incombeva sulla questione dei servizi d’ordine ed era impossibile avere un'idea esatta di cosa "noi stessi" facessimo. Ma ci sono problemi legati alla lotta degli oppressi che richiedono silenzio e sacrificio (disciplina) di parti di noi (come del resto accade tutti i giorni per ragioni di lavoro, carriera o altro...). In politica poi questo elemento di "durezza", a volte tragico, che o accetti o rifiuti, è sempre in primo piano. Rifiutandolo, non lotti più (o forse fai un altro tipo di lotta). Noi, per diversi anni abbiamo accettato quella “durezza”. Inutilmente? Che non si siano raggiunti gli obiettivi proclamati è certo. Che però solo grazie a quelle lotte si siano svelate realtà e verità che mai sarebbero emerse, è altrettanto certo. Che molte nostre speranze fossero infondate lo si poteva sapere solo più tardi. Studi un po' di storia, vieni a sapere di Gramsci in carcere messo quasi in quarantena dal Partito, del comportamento di 8 Bucharin al processo. Vedi che la formapartito comporta rischi, sofferenze e magari degenerazioni, ma non ti tiri indietro solo per questo. Anche la forma-famiglia o la formaprofessione, ecc. hanno i loro inconvenienti. Fu saggio o vile chi disse già allora: alt, in un partito che si vuole rivoluzionario non mettiamoci neppure il naso, perché ripeteremo gli errori dei partiti del passato? Malgrado le umiliazioni, accettai di stare in AO fino al ’76; e , come te mi pare, mi trovavo più a mio agio nel fare lavoro di base a Cologno o nella scuola, come tu alla AEG piuttosto che nei direttivi di AO. Ma i due momenti erano così separabili? A volte la spinta partecipativa era tanto forte che potevi militare semplicemente e con più soddisfazione in un gruppo di base o in un Consiglio di fabbrica. Ma se, come ha scritto Sandro Portelli a proposito della Resistenza, certe azioni antifasciste spontanee (es. assalto ai forni) furono incoraggiate e rese possibili anche dalla presenza di partigiani armati, anche negli anni Settanta certe azioni forti e di massa, nella scuola o altrove, furono possibili per la presenza di gruppi organizzati in partiti (e dei loro servizi d'ordine!). Quindi la "maschera Samizdat" (cioè del militante) non la giudico come te «un nostro clamoroso errore», anche se essa non ci permetteva di mostrarci «interi». Lottavamo semmai con la speranza di diventare «interi» e assieme ad altri, quelli della nostra parte (o classe) o assieme all’"umanità". E accettavamo certe “amputazioni” come necessarie. Quando non ci fu più quella convinzione, ci siamo ritirati; e abbiamo cercato altre forme di resistenza (altri hanno scelto di passare coi vincitori). Siamo stati sconfitti, ma non perché i nostri corpi fossero stati del tutto ammutoliti dalla militanza. Solo in parte. E credo che lo fossero ancora di più prima. Sai bene quante mistificazioni ci furono anche in quelle esperienze più “libertarie” che misero assolutamente in primo piano il “corpo”: Re nudo, ecc. Siamo stati soprattutto sconfitti, perché chi aveva più potere e informazioni ci ha chiuso ogni sbocco: non solo rivoluzionario, ma anche riformistico, trascinando sui suoi obbiettivi l’intera Sinistra. E poi ci sono i nostri errori di lettura degli eventi: la ristrutturazione mondiale del lavoro e lo svuotamento del ruolo politico della classe operaia non compresi in tempo. ecc. Siamo stati sconfitti, ma non era sicuro che saremmo stati sconfitti. E la lotta contro i potenti è sempre impari. Quanto ai massacri: sempre le rivoluzioni sconfitte portano massacri (e forse anche quando vincono... questo è un altro elemento tragico). E, infine, sul salvare qualcosa di quell'esperienza, io proprio l'idealismo, che tu apprezzi, non salverei. Semmai auspicherei che nei futuri "assalti al cielo" ci sia meno idealismo. 5 aprile 2004 Poesia: classicità e guerre d’oggi Caro Daniele [Santoro], le tue poesie mi sembrano ancorate ad un ideale di bellezza classica che nasconde venature d'angoscia e inquietudine moderna. L'impressione che ne ho è ambigua: da una parte un'adesione intima, come se ritrovassi cose preziose e una volta care (Ah, il mito della Grecia antica assorbito sui banchi del liceo Tasso nella mia Salerno degli anni Cinquanta!), dall'altra la preoccupazione (del vecchio!) che vede il poeta più giovane aggirare la dura realtà della storia e il grigiore del presente (merci, guerra, follie quotidiane e politiche). Perciò dubbioso, mi chiedo e ti chiedo se dall'alto della sensibilità che attribuiamo agli eroi classici si può cogliere quello che accade nelle guerre del Novecento e dei nostri giorni. 29 aprile 2004 Caro Daniele [Santoro], eccoti a tempo di record e come avevo promesso alcune mie impressioniosservazioni sulle tue "Nuove poesie". POESIE PER HIROSHIMA (I-VI) Bella e concisa la Premessa e saldo il riferimento alla tragedia di Hiroshima. Nelle quattro strofe il tema della meditazione sulla morte si fa però mano mano etereo, perde di vista la materialità dei moderni genocidi. Prevale, forse con il ricorso ad immagini sin troppo belle («frangersi a sera nel mare la luna») e pacate («ad uno ad uno li depositiamo/sul palmo delle acque i nostri cari»), la sublimazione dell'orrendo dato storico, che diventa pretesto e non è più contenuto da non eludere, ma da sviluppare (e nella Premessa non c'era elusione...). Qui forse entra in funzione - suppongo - un certo idealismo, che accentua, ad es., «l'inno all'esistenza che non smette/ ancora di stordirci con il suo trionfo» piuttosto che 9 insistere sulla contraddizione (fra «lieve sventagliare di fragranze» e il fatto che «lì sbocciano cadaveri»). Lettera di Rubin Stacy... Mi pare interessante questo lavorare su spunti di eventi reali, storici. Anche l'accentuazione paradossale della propria umiltà da parte della vittima è una bella trovata: il servo, insistendo nel suo servilismo, smaschera la ferocia di quelli che l'umiliano e l'ammazzano. A certe espressioni più generiche («Mai mi sarei permesso - Glielo giuro - venirLa a importunare. mi perdoni»), preferirei particolari più chiari che accentuino la crudeltà della situazione. sulle scale a frugarci la bocca a strapparci le labbra Qui il tono è concitato. L'armamentario classicheggiante è abbandonato. La sensualità espressa con immediatezza, malgrado qualche enfasi («l'amalgamarsi folle/ ardito andirivieni in sinfonia di corpi //poi il fulminelacontrazioneilprecipizio») 5 aprile 2004 Il Monte Analogo: una nuova rivista di poesia e ricerca. Osservazioni [da una lettera a Lorenzo Gattoni] Continuano ad uscire nuove riviste. Quelle letterarie (e sono tante) oscillano fra culto dello specifico (la poesia, la narrativa, la critica) e spinta a cercare, ma ancora a tentoni fra le rovine di una grande tradizione temuta/odiata/invidiata. Qui di seguito alcune mie note sui problemi in discussione ne Il Monte Analogo, a cui partecipo. Linea editoriale Non abbiamo una linea editoriale, ma ritengo utile costruirla, valutando i pro e i contro e sbarazzandosi di remore e pregiudizi. A me una linea editoriale sembra una buona cosa, che non esclude la pluralità. La mia attenzione alla moltitudine poetante è un esempio di possibile linea aperta alla pluralità – personale per ora, non certo del gruppo attuale de Il Monte Analogo. Tu mi fai notare che «appellarsi alla moltitudine rischia di apparire un vanto ideologico». E potrebbe – aggiungerei di mio – portare ad una sorta di disarmo critico. Estremizzando: pubblichiamo tutto e non se ne parli più. Da subito, però, io ho cercato di mettere alla prova questa mia attenzione alla moltitudine poetante, affiancandole una inchiesta sugli scriventi poesie e una riflessione su vari aspetti della poesia contemporanea italiana esaminati attraverso il filtro di alcune riviste. Pubblicabilità Stabilire che un testo sia pubblicabile su Il Monte Analogo è comunque operazione «da intellettuale». Lasciamo perdere la caricatura che oggi si fa del lavoro intellettuale. Ma è abbastanza chiaro che, per «dar spazio alla ricerca, al nuovo, al movimento», dobbiamo avere un’idea comunicabile e abbastanza condivisa di cosa intendiamo per ‘ricerca’, ‘nuovo’, ‘movimento’. Sarà un’idea più intellettuale che intuitiva (o un misto)? Per me è secondario. Importa che che sia comunicabile e abbastanza condivisa... Poeti rinomati I poeti noti (o rinomati) non devono diventare la peste da cui fuggire. A volte la loro opera potrebbe dare preziosi spunti al lavoro della rivista. E, anche se decidessimo di non pubblicare mai i loro testi (cosa anche ovvia, perché i loro scritti hanno già sufficiente circolazione e non perché siano di poeti conosciuti), dovrebbero in qualche ambito (seminariale, conversativo, ecc.) essere oggetto di giudizio al pari degli altri che vogliamo promuovere (o meglio: conoscere innanzitutto!). Ai salotti scelti non contrapponiamo i ghetti dei poeti sconosciuti. No ad uno snobismo alla rovescia. Giudizio amicale/ giudizio collettivamente motivato Sul bloccare ogni forma di nepotismo, di cricca, di cordata concordo in linea di principio. Ma temo che regole impersonali (ad es. la lettura dei testi da esaminare in forma anonima) possano diventare di facciata ed essere aggirate con mille trucchi. Io indagherei più a fondo sui comportamenti reali dei poeti, aspiranti poeti, ecc., lasciando che si manifestino anche nei loro aspetti spiacevoli o meschini senza censure rigide. E poi – mi chiedo - l’essere amico di un poeta da giudicare comporta automaticamente complicità o cecità nel giudicarlo? A volte l’amicizia può essere anche un veicolo per entrare meglio in un testo e aggiungere elementi di valutazione. E il giudizio fazioso sul testo dell’amico o dell’amica può forse essere corretto e rivisto dalle opinioni degli altri. Meglio porre obiettivi alti a tutti: il sentimento di amicizia o di 10 complicità cederà il passo a ragionamenti in grado di svelare verità più alte e condivisibili. Perché dovrei difendere a tutti i costi un testo di un mio amico se, discutendone seriamente con altri, venissero fuori vari difetti in modo conclamato? I rischi della poesia-mistero Il mistero elemento essenziale della scrittura poetica? Concordo ben poco. Non sono un illuminista sfegatato, ma l’esperienza personale e storica insegna che sotto la coltre oscura del “mistero” trovi di tutto: santi e assassini, truffatori e galantuomini. Che ci siano cose misteriose, ignote, inconsce o semiconsce non lo nego. Ma farle diventare l’«elemento essenziale della scrittura poetica» significa, secondo me, arruolare a priori i poeti in sette iniziatiche. Li vedrai presi dalla gara a chi svela il mistero più misterioso; e avrebbero un lasciapassare in più per ignorare la realtà (tragica) del mondo in cui vivono assieme agli altri. Questo lasciapassare io non glielo do. Al massimo suggerirei di impegnarsi prima a svelare i “misteri” della nostra vita “civile”, quelli che hanno portato e portano stragi, guerre, dilapidazione del bene una volta “pubblico”, ecc. Invitare i poeti a cercare il mistero equivale ad una privatizzazione della poesia, che per me è/dev’essere bene comune. La moltitudine per sempre “senza qualità”? La poesia è stata ed è storicamente una delle tante forme di espressione dei bisogni, delle idee, dei desideri delle élite culturali. La moltitudine (vivente, lavorante) è stata (è) al massimo spunto d’ispirazione da parte dei poeti “famosi”. La moltitudine poetante (volgarmente detta: sottobosco, scribacchini, poeti della domenica, ecc.) è oggetto di scherno, di reprimenda, di diffidenza da parte delle élite di cui sopra. Oggi affiora nei nostri discorsi solo come “quantità”. Sul fenomeno al massimo ci sono alcune interessanti riflessioni sociologiche, che scivolano però sugli aspetti forse più interessanti (estetici, psicologici, stilistici, ecc.). Esso andrebbe indagato invece per – lo dico rozzamente “spremere” dalla “quantità” la “qualità”. Ma non la solita “qualità da élite” (i “grandi”, i “famosi”), ma la “qualità dei molti”. Detto così è, se vuoi, una pia intenzione. Ma dirige lo sguardo verso una direzione trascurata. Insistendo sul fenomeno informcando i soliti occhiali estetici a cui siamo abituati, continueremo a vedere solo sottobosco, scribacchini, poetastri, ecc. Oppure a rimanere incollati alle questioni tecnicospecialistiche del lavoro poetico (quelle che tu elenchi: metrica, tematiche, linguaggio, poetiche, stile, ecc.). Non nego che ci sia un’etica della professione anche per i poeti, i critici o i critici-poeti. Ma nei casi migliori crea ammirevoli monumenti per il piacere delle élite che vi hanno l’accesso riservato. Alle masse, che dovrebbero rimanere masse, cioè passivizzate, vanno gli scampoli. Ci vogliono invece altri occhiali (critici), riflessioni serie, categorie estetiche rinnovate per intendere cosa può nascere di buono dai testi prodotti dai molti. Crisi dei canoni e canone occulto I canoni, i mini-canoni, le linee editoriali, ecc. imposti dall’alto o provenienti dal passato infastidiscono. Meglio ricominciare, come tu dici, dall’ascolto, da un’approssimativa esplorazione, dalla discussione «parziale e discutibile» di quelli che sono i nostri gusti, canoni o mini-canoni personali, desideri di linee editoriali, ecc. Si ricominci pure dal «relativismo soggettivistico». Ma attenti a non fissarlo in Canone occulto e non dichiarato, che si nega ad ogni discussione, col pretesto che è “naturale” pensare così, perché così fan tutti o così fanno i manager culturali che contano. Se si sa che nello «spazio soffocante e autoreferenziale, chiuso e autoreplicante della cittadella poetica nostrana» questo è lo stile che domina, non possiamo farlo nostro. Non dobbiamo farci male con le nostre mani. Aprile/maggio 2004 Nuova SAMIZDAT COLOGNOM serie di 15 aprile Cari amici, in questi mesi, dopo lo sganciamento da INOLTRE, ho oscillato fra l'ipotesi di una nuova rivista e l'ipotesi di rilanciare SAMIZDAT COLOGNOM. Ho scelto quest'ultima strada, incoraggiato anche dal fatto che il Centro Studi Franco Fortini ha accettato la mia richiesta di far uscire SAMIZDAT COLOGNOM come supplemento de L'OSPITE INGRATO. È una soluzione in continuità con una parte della mia ricerca e che non preclude l'esplorazione del "nuovo". 11 Vi mando pertanto in allegato una proposta precisa, sulla quale chiedo che ciascuno dei destinatari si pronunci: accettando l'ipotesi di partenza, correggendola, allargandola, restringendola, etc., o rifiutandola. Se le vostre risposte saranno sufficientemente positive, penso di convocare una prima riunione per perfezionare assieme l'ipotesi. P.s. In appendice vi mando anche lo scambio intercorso fra dicembre 2003 e marzo 2004 fra me e Piero Del Giudice sull'ipotesi di una nuova rivista. Il taglio più giornalistico dell'ipotesi di Del Giudice mi pare poco praticabile. Ma alcuni dei temi proposti e l'invito ad una presa sul "reale" li accetto. Vedrò (o vedremo) in seguito se è possibile mediare fra le due non contrapposte esigenze. Ipotesi di rivista apr 2004 Titolo: SAMIZDAT COLOGNOM [con possibile sottotitolo: dai luoghi/non luoghi dell’Italia in epoca postmoderna] [in evidenza: supplemento a L’ospite ingrato del Centro studi Franco Fortini] Rubriche: Dizionarietto-archivio critico di scritture semiclandestine Accoglierà le scritture più varie (appunti, scambi di lettere o e-mail, poesie, racconti, stralci di ricerche più corpose, sintesi, commenti a libri letti, diari e riodinadiari, ecc.) composte dagli scrittori/scriventi esclusi o ai margini della comunicazione accademica e massmediale. Non si tratterà di una scelta casuale o amicale. Pubblicheremo a turno esempi ragionati dell’esperienza della scrittura semiclandestina in epoca postmoderna. I pezzi dovranno sempre essere accompagnati da un commento critico, affidato a membri della redazione o a collaboratori di fiducia, che mostri lealmente i limiti o le potenzialità dei testi. Sulla giostra delle riviste Qui andranno pezzi (riflessioni di lettura personale) di alcune delle riviste (o di singoli numeri o articoli di esse) che i redattori seguono o ritengono importante segnalare. L’obiettivo e di costruire una mappa delle zone di ricerca da approfondire o da evitare. Appendice: scambi intercorsi con Piero Del Giudice e Andrea Boeri sull’ipotesi di una nuova rivista 1) da Del Giudice (7 marzo 2004) Samizdat Qui vanno tutti i pezzi di dissenso o di critica della condizione postmoderna: articoli individuali o redazionali o di collaboratori. I pezzi tenderanno a precisare cosa sia possibile intendere per esodo oggi. Vi compariranno pezzi teorici (su autori, articoli, saggi di riferimento per la redazione) o commenti di eventi (ad es. la guerra in Irak). Saranno frutto della discussione collettiva e faranno da editoriale, da presa di posizione comune. (In caso di vedute divergenti: se esse sono ritenute ancora dialettiche, saranno presentate apertamente; se ritenute inconciliabili, si sceglierà a maggioranza). Luoghi Non luoghi Qui vanno tutti i pezzi d’inchiesta, che riguarderanno le esperienze dei singoli o dei gruppi organizzati nelle “città” in cui abitiamo, sempre più luoghi/non luoghi (Augé) da osservare, studiare e raccontare nella loro problematica centralità o perifericità e nei loro mutamenti. Caro Ennio, ti mando alcuni appunti sui primi interessi che suscita in me un lavoro comune e la fondazione di una rivista. Niente voli alti, ma molta attenzione, moti tentativi di capire. Piero D. Una rivista perché? R. Perché non conosciamo il mondo in cui viviamo D. Una rivista per i propri testi? R. La realtà come testo [da indagare] Dunque una rivista perché non conosciamo e non sappiamo muoverci, pensare, prendere decisioni nella realtà che viviamo, perché abbiamo paura la sera a camminare per le strade. Allora, almeno per cominciare: Non conosciamo, vanno indagate: a) le condizioni materiali di vita e di lavoro della gente b) sono già attive le “cooperative” dei sindacati (Cisl in particolare) che procurano forza-lavoro per qualche mese) come vive un 12 giovane con un lavoro che dura 4 mensilità? A 800 euro a busta? d) Ma più in generale come sta dentro la vita complessiva: la sua camera, la sua cucina, la sua idea di futuro, la sua idea di “incontro”, di associazione, di “amicizia”? e) Non sappiamo quanta gente lavora per es. nella scuola. Quanti sono i contratti, le condizioni concrete di lavoro nella scuola f) Non conosciamo il mutamento del rapporto del dipendente nella azienda. Nella scuola si fa “impresa”, il giovane che ha un contratto di quattro mesi fa “impresa”, è “imprenditore” di cosa? g) Trasformazione del lavoro dipendente in una società di “imprenditori” di niente Va affermato: 1) la fine del sindacato come è 2) altre esperienze oltre il sindacato come è. Perché queste esperienze, cosa è mutato 3) la fine dei partiti. Altre esperienze oltre i partiti 4) la destra, la sinistra 5) l¹alternativa e le parole d¹ordine semplici (no alla guerra) 6) la fine della ragionevolezza 7) la riproposta della ragione 2) da Ennio ad Andrea Boeri: chiarimenti sull’ipotesi di nuova rivista (6 maggio 2004) Caro Andrea, sei il primo dei possibili collaboratori della rivista ad avere un atteggiamento di curiosità sul tema dell'esodo. Altri hanno subito storto il naso; e forse hanno alcune buone ragioni. Vedremo. Un'ipotesi di ricerca: questo è per me una rivista. Non credo perciò possibile chiarire prima di partire e in modi convincenti che cosa intendo per esodo-esodare-esodante. Posso spiegare (come ho fatto per cenni nei primi numeri di SAMIZDAT COLOGNOM) come io sia arrivato ad usare questa terminologia e da quali fonti l'ho tratta. Posso valutare le obiezioni sulla sua "vaghezza" o "astrattezza" o "gergalità". Ad usare come distintivo il termine e a volte anche in modi da scuola di pensiero è una eterogenea e internamente differenziata area, in cui intravvedo disobbedienti, Negri, Virno, DeriveApprodi, ecc. Verso di essa ho un atteggiamento di attenzione e perplessità. Da qui ho derivato il termine. A me è servito soprattutto per fissare uno spartiacque dalla Sinistra "continuista", che sembra credere che con qualche correzione più o meno drastica si possa ritornare a lavorare sulla vecchia strada "progressista" (insomma rioccupare lo spazio che fu del PCI o che stava per aprirsi con la nuova sinistra attorno al 68-69). Questa strada mi pare bloccata. Qui concordo con Del Giudice, anche se lui non parla di 'esodo'. L'esigenza di capire il mondo "sconosciuto" in cui ci siamo ritrovati è anche mia. Forse a distinguermi da lui sono tre esigenze: 1) dichiarare il punto di vista (l'intenzione) di chi si pone il compito di esplorare; 2) rimuginare il passato storico, al quale comunque dei fili ci trattengono; 3) definire la società in cui siamo col termine insufficiente ma utile di "postmoderna". Dirmi esodante segnala la mia insofferenza per questo mondo "sconosciuto", la volontà di fuggirlo e di andare verso un "altro mondo" anche se non nominabile (e qui mi aspetto obiezioni del tipo : come si fa a conoscere il mondo se vuoi fuggirlo; dire esodo significa sempre fissare un telos; rimuginare la storia è una trappola, ecc.). Anche l'uso del termine 'moltitudine' è da indagare: equivale a frammentazione delle 'classi' o ad una loro definitiva scomparsa? La «necessità d'indagare le condizioni materiali di vita e di lavoro della gente e le conseguenti analisi sulla fine del sindacato e dei partiti come organizzazioni di rappresentanza sociopolitica di massa» (Del Giudice) cozza però contro le difficoltà del lavoro che un'inchiesta richiede. Già ho avuto qualche reazione sgomenta di chi non se la sente di porsi in questa prospettiva, perché sa di essere esterno ai luoghi dove questi problemi sono realtà vissuta e pensa piuttosto di poter dare alla rivista solo un contributo di scrittura più "introspettiva". In questi anni l'isolamento è cresciuto per molti di noi. Escludere allora i più isolati o meno propensi a indagare la realtà (i "poeti", ecc.) dalla rivista? confinarli nello spazio delle "scritture clandestine"? tenere un collegamento anche con questi "ghetti" in cui si chiudono difensivamente tanti "io atomizzati"? 1 maggio 2004 FORTINI: Dieci anni dopo la morte al “Punto Rosso” di Milano Caro Massimo [Parizzi] spero che questo ciclo di interventi sull'opera di Fortini al Punto Rosso di Milano serva non a una piccola setta di "fortiniani", col loro 13 corredo di citazioni e lumini votivi, ma a riprendere interrogativi sull’intera sua opera, come giustamente richiedeva Ranchetti; e partendo dalla “attualità”, e quindi anche dalle posizioni più o meno distanti dalle sue che ciascuno di noi ha o crede di avere oggi. A me è parso sempre un po' indecente sul piano morale e negativo su quello politico che qui a Milano, dove Fortini ha vissuto e operato dal '45 e fino alla sua morte, intessendo una fittissima rete di rapporti, mai finora si sia trovata la spinta necessaria per fare, non dico quanto ha fatto Siena col Centro Studi F.F. e il supporto dei finanziamenti universitari, ma "qualcosa". Cosa? Un ciclo di riletture della sua opera come questo che adesso siamo riusciti a far partire. Oppure una serie di interviste più o meno a ruota libera a quanti lo conobbero o hanno lettere, registrazioni di suoi interventi, ecc. Meglio ancora un confronto su come si siano trasformati alcuni dei temi da lui trattati e che anche noi abbiamo continuato in vari modi a trattare (intellettuali, scuola, riviste, etc.). Mi si può obiettare: ma perché insistere su una continuità, riferirsi alla sua opera, se il "suo" mondo non è più il "nostro"? Certo molti si son odati delle ragioni per il silenzio su di lui o per distanziarsi dalla sua opera e dal suo modello d'intervento intellettuale e politico. Berardinelli è un caso, esplicito e per me infelice: demolisce male l'antico e forse mal sopportato maestro, prescindendo da considerazioni storiche e affidandosi ad uno psicologismo debolista. Ma quei pochi che accettano di partecipare a questo ciclo o hanno seguito più o meno indirettamente i lavori usciti su di lui nel frattempo (Disobbedienze, Interviste 1952-‘94, Saggi ed epigrammi, la rivista L'ospite ingrato, ecc.) non credo che se ne occupino per dinamiche accademiche o solo perché hanno avuto modo di conoscerlo in vita, ma perché ancora interrogati o messi in discussione dalle sue opere. Chi non ne vuol più sentire parlare (e saranno parecchi) neppure si fanno vedere a questi incontri. Il "suo" mondo non è più il "nostro", ma il "nostro" mondo non coincide – credo - con la cancellazione della sua opera e non s'identifica con il postmodernismo, anche quando ne riconosce più o meno criticamente l’impatto imponente o ne subisce la suggestione. Personalmente credo di dare una relativa importanza alla categoria del "tradimento". Valuto semmai la "qualità", le motivazioni, le argomentazioni usate per distanziarsi da problemi presenti nella sua opera. Se in questi anni siamo stati presi da altre proposte o abbiamo battuto altre vie (Manocomete, InOltre, l'analisi del postfordismo da parte degli ex operaisti, per quanto mi riguarda), delle ragioni ci devono essere. Io, che pur ho cercato di non perdere di vista la sua opera, di mantenere i contatti con Siena, di curare un residuale "fortinismo" dell'Associazione IPSILON di Cologno o di fare i miei samizdat, ho dovuto lo stesso riconoscere il mio isolamento. Resta però il fatto, che in quest'occasione in cui ho potuto riprendere in mano per una decina di giorni i suoi scritti sul tema della guerra, essi mi hanno parlato, coinvolto, posto dei problemi. [...] Passo ai tuoi appunti sul primo incontro. Suppongo che la ragione per la quale, come tu scrivi, «Fortini non abbia mai scritto nulla, per quanto ne so, sugli sconvolgimenti all’est di quegli anni, pur tanto traumatici, esaltanti, spettacolari» abbia un valido motivo: lo sconvolgimento vero (per lui, per noi) era già avvenuto prima: con la fine della Cina di Mao e lo stritolamento nel corso degli anni Settanta dell'ipotesi di nuova sinistra nella tenaglia del compromesso storico da una parte e del lottarmatismo dall'altra. Quelli furono i veri traumi vissuti da Fortini (e penso anche da molti di noi). Era stata la Cina il suo «paese allegorico» ed era stata la nuova sinistra (e il manifesto) la sua "casa politica". Quando crolla l'Urss, il coinvolgimento è minore, è già da sopravvissuto, che si vede raggiunto nella sconfitta anche da quel PCI che vanamente e disperatamente aveta messo sull’avviso. Non credo si possa dire che il crollo dell'Urss abbia significato per lui «la fine di una dialettica che, nonostante tutto, l’esistenza del blocco dell’est teneva aperta per il fatto di essere, anche se soltanto di nome, un secondo polo». Penso piuttosto che abbia seguito solo con simpatia il tentativo di Gorbaciov di riaprire una possibile dialettica in una società come la sovietica che non ne aveva più. E anche quando, dopo più di vent'anni, si decide - a mio parere illudendosi e aggrappandosi al puro simbolo - a votare PCI, precisa appunto che il suo «non sarà un voto alla politica del Partito comunista, ma un voto al comunismo o alla falce e martello che sta ancora nel simbolo del Partito» (Fortini, Un dialogo ininterrotto Interviste 1952-‘94, p.541-2). Quando scrive «la perestroika ha come prima 14 ricaduta quella di togliere una antitesi su cui l’opinione occidentale è vissuta per mezzo secolo» (Extrema ratio, p. 101), parla dell'opinione occidentale, non delle minoranze che già dagli anni Trenta avevano occhi disincantati sull'Urss. E quando dice: «Ciò che è stato demolito non è il comunismo, caso mai il comunismo come parte dell’eredità dell’Illuminismo» (Fortini, Un dialogo ininterrotto Interviste 1952-‘94, p. 688), si riferisce alle esperienze del "socialismo reale". Non il comunismo come «combattimento per il comunismo» (la definizione data su Cuore nel 1989) che scorre dentro il terreno della società del capitale come fiume carsico, quindi non sempre visibile (e con possibilità di “inondarla”, mutandone il paesaggio). Questo è uno dei punti sul quale discutere, per vedere quanto Fortini sia vicino o distante da quelli che, sconfitto il socialismo reale, accettano di ridurre il comunismo a ideale orientativo. Un altro punto. Tu scrivi: «La Masi diceva che oltre un terzo dgli europei sarebbero “pronti” a una rappresentanza politica di cui mancano però i “mediatori”. Perché mancano? A me sembra che “manchino” perché questo oltre un terzo non è una classe, ma “gente”. E, in quanto tale, la rappresentanza politica ce l’hanno: è questa che c’è, in Italia da Bertinotti a Di Pietro. Potrebbe essere “migliore”, e di molto, ma potrebbe essere “diversa”?» Non credo. Bertinotti, Di Pietro, ecc. rappresentano solo fette di questa non-classe (la "gente", invece, è quella rappresentata soprattutto da Berlusconi). Ma il termine di "moltitudine", come tu sai, a me pare più utile, perché - si può essere d'accordo o meno con Negri, Virno e compagni - pone un problema arduo: e se in epoca postmoderna questa massa sociale che ha preso il posto della classe operaia fosse irrappresentabile? Ci costringe cioè a uscire dalla logica che prima o poi essa si rappresenterà o sarà rappresentata o, come tu dici, già lo è. Qui si entra in un campo scivoloso, sul quale Fortini si è addentrato sempre malvolentieri per un’ostilità verso l'operaismo e i suoi sviluppi che egli motiva anche in modo convincente (l'ho detto a proposito della sua polemica con i «filoamericani di sinistra»). Eppure la percezione del salto avvenuto con l'implosione dell'Urss e poi con la guerra del Golfo lo portò a ritenere esaurite sia la tradizione socialista che comunista sia la stessa categoria di imperialismo; e a parlare di impero. Sarebbe azzardato un accostamento a Negri, che in passato pure mi ha suggestionato. Ma le sottolineature fortiniane delle trasformazioni della figura degli intellettuali, l'attenzione all'ampliamento del terziario sono accostabili con cautela ai discorsi sul lavoro immateriale. Insomma, mi pare che interrogare Fortini, dopo aver conosciuto le elaborazioni di Negri e altri, sia un'operazione interessante, anche se può scandalizzare qualcuno. Tutto sta a vedere che se ne cava e se non si travisano le posizioni messe a confronto. Un ultimo punto: credo anch'io che il tema «Fortini e la guerra» sia collegabile a quello «Fortini e la Storia», con la S maiuscola. Ma parlando di guerra, Fortini parla di Storia. E di comunismo. O credi che, se spostassimo l'attenzione sul tema della Storia, verrebbero fuori cose diverse da quelle da lui dette sulla guerra? Caro Paolo [Giovannetti], quando lessi per la prima volta Composita solvantur anch'io ebbi l'impressione di una "svolta" e pensai che si dovesse fare uno sforzo per rileggere il Fortini precedente alla luce di quanto scriveva in quell’ultima raccolta poetica. Ma non parlerei di nichilismo né di tentazione del nichilismo. Del resto tu stesso presenti il dubbio (è nichilismo?) e poi lo allontani, dicendo: «mi sembra che il nichilismo lui l'abbia guardato in faccia». Più che il nichilismo, è il sentimento della morte imminente e personale che diventa preponderante in questa raccolta, anche se il pensiero di morte è stato costante in Fortini (ricordo lo scritto sulla morte di De Martino). La "svolta" sta forse in questo: prevale il sentire la morte più del pensarla. E ci vedo poco presente anche l'idea della trasfigurazione o della rinascita. Vedo l'allarme, la raccomandazione ai vivi data dal moribondo in punto di morte. Il nuovo ordine è più che mai solo possibilità. La morte disperde le cose composte (dal poeta, dagli uomini in lotta nel tempo storico) e questa dispersione viene accettata (sopportata). Ma non annulla le verità emerse sia dalla vita individuale (che foscolianamente vengono proseguite nella memoria dei vivi: amici, ecc.) sia dalle lotte collettive. L'appello «proteggete le nostre verità» (su uno spunto di Marcuse) consegna ai vivi quello che è da salvare, quello che conta 15 dell'individuo o della storia umana. Siamo, mi pare, agli antipodi del nichilismo. Il comunismo è una verità presente nella storia umana come possibilità. Quindi anche quando non è visibile, quando non c'è più un soggetto che, avendone fatto un progetto politico, tenti di attuarlo, non viene meno. Come verità s'intende, come possibilità. (Qui, come ho detto anche a Parizzi, si dovrebbe discutere quanto questa verità in Fortini diventi o meno ideale, quando vengono meno i soggetti concreti che potrebbero portarla a maturazione. Mi pare però che Fortini ha sempre respinto il comunismo come ideale astorico....). Che le Canzonette del Golfo siano promosse a poesia-poesia dubito. O almeno: come la mettiamo con la svalutazione della poesia di fronte alla guerra? La poesia non è neppure più guanciale per i morti. Sulla questione del «mandato sociale» ti smentirei: della fine del mandato sociale, Fortini parlò fin da Verifica dei poteri e criticò i sessantottini che avevano cercato di rianimarlo. La verità (del comunismo) va protetta perché possibile, non perché una classe dia il mandato sociale (agli intellettuali). E questa difesa deve e può avvenire anche oggi in una situazione in cui, come dici, «"reale" e "artificiale" si sono confusi in un pastone informe». 6 agosto 2004: La regina-colf Caro Luigi [Consonni], dall'articolo del Corriere della sera (4 agosto) che mi hai inviato ho selezionato questi tre passaggi: 1. «A Besoro - racconta Francesca - la maggior parte delle gente coltiva i campi. Riso soprattutto. C’è tanta povertà»; 2. «Certo, non ha facoltà di fare imprigionare i sudditi. Queste sono cose del passato. Anche la tribù Ashanti si è adeguata ai tempi»; 3. «Il bisogno di lavorare mi ha spinto a cercare un posto. Qualsiasi. Del resto, io so fare soltanto le pulizie e la regina». Ed eccoti il commento che mi chiedi: Com'è consolante per dei padroni e per una giornalista sfiorata dal femmnismo scoprire che la propria colf è una regina, comanda persino sugli uomini e non soltanto una "povera negra"! E quale risarcimento simbolico un bell'articolo sul Corriere della sera per una regina, ovviamente «intelligente e dai modi gentili» e così timida da vergognarsi di farsi conoscere come regina! Guai se i poveri ringhiassero! E guai se abbandonassero la maschera di colf, che la regina è stata costretta a mettere. Da chi? Dalla miseria del suo paese, sulla quale ovviamente si sorvola. Eppure la crescita dei dividendi delle banche di Schio e dei dintorni un po' spiegherebbe «tanta povertà» africana. Insomma, nel suo piccolo, trovo quest'articolo una quasi vomitevole Capanna dello zio Tom, con la povera (per noi) e regina (per i suoi) che s'illude e la padroncina e la giornalista (magari entrambe femministe o "d'idee aperte") che s'illudono anche loro. O forse è la figliola della colf che s'illude, visto che nell'articolo, al posto della madre, parla lei, che deve studiare qui in Italia (come i figli dei nostri borghesotti studiano ad Harvard) e, si sa, deve compiacere insegnanti e compagni di classe. Che falsa favola ci viene raccontata! Le regine costrette a fare le colf sono regine solo, quando tornano in ferie al paese e se lo trovano sempre povero! A me la vicenda fa pensare a tanti meridionali (operai, impiegati, ecc.) anni CinquantaSessanta, che, quando dal Nord Italia tornavano giù al loro paese in ferie, riprendevano temporaneamente qualche ruolo di prestigio che avevano avuto presso familiari, amici o paesani prima di emigrare. Ma la regalità (il potere) si misura rispetto ai veri re o regine (cioè ai potenti che comandano il mondo e distribuiscono povertà in Africa, guerra in Irak, relativo benessere e menzogne in Europa). La regina di Besoro qui è solo una colf: si è/l'hanno proletarizzata! Sai quanti schiavi nell'antica Roma erano più istruiti dei loro padroni ed erano stati magari re. Guai a sentirsi re o regine mentre sottostiamo ai comandi e ai salari imposti dagli altri! Meglio essere compiacenti e pazienti e appena possibile combattivi. Spero che la proletariaregina tiri presto fuori le unghie. RIORDINADIARIO/ COLOGNOM 26 gennaio 2004 Felice Gandolfo Elena mi telefona. È morto d’infarto. Era tirato. Situazione pesantissima per B.: sola, straniera qui, senza lavoro, con tre figli (due gemelle handicappate). 5 maggio 2004 COLOGNOM: Piccoli ragionamenti sui candidati a sindaco di Cologno 16 Se voti Capodici gli speculatori di Cologno saranno felici. Ma che-cazzo-dici? Guarda chi sta dietro Capodici e ai suoi amici. Se voti il verdastro Diaco Cologno verrà inquinata più di Chicago. Ma che-cazzo-dici? Quello è il verde finto che piace a Capodici e ai suoi amici. Se voti il ragionier Lo Verso il bilancio comunale t'andrà di traverso. Ma che-cazzo-dici? Quello è la calcolatrice di Capodici e dei suoi amici. Vuoi votare l'ex assessore Losi? Ti riempirà di fesserie a piccole dosi. Ma che-cazzo-dici? Quella è la musa ispiratrice di Capodici e dei suoi amici. E se votassi Soldano il diessino? Chi l'espertino del compromessino? Ma che-cazzo-dici? Quello fa politica solo in segreto, come Capodici ed i suoi amici. Giovanotti, anziani, sani, malati lavoratori flessibili, precari, disoccupati casalinghe, innamorati, artisti, nonni, impiegati, pensionati cittadini tutti, da Milan1 trombati e giustamente incazzati, mandiamo a casa i suoi gregari mosci e riciclati. Basta coi politici del ribaltone e del mortorio. Votiamo sindaco Beretta Vittorio. 10 Maggio 2004 Sette slogan a rimette per fare sindaco Vittorio Beretta 1. Io sono dell'oratorio e voto Beretta Vittorio. Io non sono dell'oratorio e voto lo stesso Beretta Vittorio 2. Gira a piedi o in bicicletta e vai a votare Vittorio Beretta 3. Vuoi pulizia a Villa Casati? Vota Beretta e i suoi alleati 4. Che ogni guerra sia maledetta, 1 Milan è l’ex sindaco di Cologno votato dal centro sinistra e passato al centro destra a Cologno l'ha detto Beretta 5. Un sindaco che coi cittadini decide e progetta? Vota subito Vittorio Beretta 6. Se alla motoretta preferisci la bicicletta, vota sindaco Vittorio Beretta 7. La politica dei partiti ti va stretta? Allora vota Vittorio Beretta! 16 maggio 2004 UNA CITTÀ, UN SINDACO Testo per audivisivo Cosa sta diventando Cologno? Nessuno lo sa con precisione. Non è più un paese. Non è più città-dormitorio. Ci arriva la metropolitana. Ha sul suo territorio la chiesetta romanica di San Giuliano e la fortezza degli studi televisivi di Berlusconi, due simboli estremi ed opposti: di un passato medioevale ed europeo nel primo caso, del presente postmoderno e americanizzato nel secondo. Cologno ha sempre più uffici, studi di professionisti, nuove filiali di banche, centri commericali e negozi a grandi vetrate. È il terziario avanzato spiegano gli studiosi. Si espande anche qui. S’insinua ora in qualche vecchia corte ristrutturata ora in mezzo ai condomìni. Corti, «coree» palazzoni: sono, anche se visibili e abitati, le tracce di un passato ormai scomparso: quello contadino, quello degli immigrati. I giovani e i nuovi arrivati ne conoscono vagamente qualcosa forse dai libri o dai racconti di qualche vecchio. Ma quel passato e i suoi drammi non dicono loro quasi più nulla. Sono dimenticati, seppelliti. Perché questa, al di là delle apparenze, è una città dura. Non ha voglia di rimestare sul suo passato. È presa dal mutamento. Cambia in fretta il suo territorio e con esso i suoi abitanti. Ha altri problemi e drammi, che sembrano del tutto diversi da quelli di ieri o dell’altro ieri. Quali?. Vediamo il territorio. È stato fin troppo cementificato in passato. Dunque ci saranno sempre meno abitazioni da costruire. Ora – lo dicono tutti – si tratta di rendere questa città più “vivibile”. Bella parola. Ma che significa? Non è difficile prevedere che - lontano da noi, a tavolino, senza mettere neppure piede a Cologno - imprenditori, banchieri, urbanisti, ambientalisti di tutte le salse abbiano già pronti i loro progetti per render “più vivibile” questa città. Sembra di sentire i 17 loro discorsi: quel parco, quell’edificio cadente a che servono? Meglio farci un centro commerciale o una banca. Nelle vecchie strade il traffico scorre a fatica. Quale migliore occasione per riprogettare la rete viaria. Le città contemporanee sono, infatti, un cantiere ininterrotto. E anche a Cologno s’investe e s’investirà altro danaro. In assenza di interventi statali o regionali (agli enti locali il governo non fa che tagliare i fondi), questo denaro verrà investito da aziende private. A Villa Casati, alle porte del sindaco e degli assessori busseranno a frotte, cordiali, sorridenti, i modernizzatori, i fornitori di nuove tecnologie urbane. Offriranno le loro idee per conservare, risanare, rendere Cologno più “vivibile”. Chi controllerà e deciderà sui loro piani di ristrutturazione? Chi curerà che essi non peggioreranno le condizioni di vita di certi quartieri, com’è accaduto con la tangenziale e la metropolitana? Vediamo ora i problemi degli abitanti di Cologno. Su di loro si scaricano – come altrove – le conseguenze del declino industriale che riduce i posti di lavoro, dell’applicazione dell’informatica ai processi lavorativi che riduce ancor più il bisogno di manodopera fissa (anche istruita) e crea solo posti di lavoro precari, intermittenti, flessibili. Ne fanno le spese soprattutto i giovani. Abbiamo poi da far fronte all’invecchiamento della popolazione, all’arrivo di nuovi immigrati da paesi sconvolti da guerre e povertà. La paura creata dal clima di guerra e di terrorismo sta sempre più paralizzando la vita comunitaria e sociale. L’inquinamento dell’aria, dell’acqua è un veleno insidioso e sfuggente. Cosa significa, allora, rendere “vivibile” la vita sociale di Cologno? Significa contenere i danni e contrastare tutti i processi economici e tecnologici che strappano i legami sociali e diffondono in mezzo alla popolazione paura, incertezza, fatalismo, delega passiva agli esperti. E quindi: contrastare la disoccupazione, organizzare nuove rivendicazioni per i lavoratori flessibili e precari, impedire tagli alle pensioni, accogliere gli immigrati, vincere la paura allontanando gli spettri di una scienza e di una tecnologia disumanizzata e quelli della guerra e del terrorismo, alimentato invece che bloccato dalle scelte imperiali degli Stati Uniti. Ma a Cologno abbiamo una politica e dei politici capaci di affrontare con coraggio e saggezza sia le questioni del territorio sia quelle sociali? Se guardiamo al passato dobbiamo rispondere no. Mai questa città ha espresso un ceto politico veramente indipendente dai poteri economici forti e capace di far valere le spinte più democratiche presenti fra i suoi abitanti. Sempre in passato sindaci e assessori hanno dichiarato di agire negli interessi di tutti. Ma chi un po’ di storia di questa città la conosce sa com’è finita. Quando si è trattato di costruire, sono stati i costruttori a imporre le loro regole. Quando si è trattato di industrializzare parti del territorio, hanno contato soprattutto le decisioni imposte da industriali e banche. Non certo la preoccupazione per l’ambiente o la salute dei lavoratori e degli abitanti. Ed ora che l’economia italiana si deindustrializza e si terziarizza, si continuerà a privilegiare gli interessi dei pochi, dei più potenti economicamente dichiarando di farlo in nome di tutti i cittadini? Prevarranno, cioè, come in passato, le priorità di industriali, costruttori e fornitori di servizi alla città o i bisogni di noi che abitiamo questo territorio e vorremmo viverci bene o almeno decentemente? Prevarrà un’idea di Cologno “vivibile” per chi ha più soldi, informazioni e conoscenze in alto loco o una idea di Cologno “vivibile” per i lavoratori a reddito fisso, i giovani precari o disoccupati, i nuovi immigrati, gli emarginati? Prevarrà l’ambientalismo tecnocratico o l’ambientalismo sociale? Prevarranno i servizi privati a pagamento (e quindi per pochi) o quelli pubblici? L’ultima crisi della vita politica di Cologno, il cosiddetto “ribaltone”, cioè il passaggio del sindaco Milan dal centrosinistra al centro-destra, ha squalificato non solo un personaggio politico e bloccato l’attività amministrativa, ma ha disgregato ancora più i partiti; e aumentato l’indifferenza o la nausea per una politica ridotta a beghe personali fra politicanti. Abbiamo toccato cioè il fondo. Ecco perché l’elezione del nuovo sindaco è una cosa maledettamente seria, un’occasione per voltare davvero pagina, per ripulire Villa Casati dai politicanti e rimetterci dei politici seri. Dalla persona che farà il sindaco e da come saranno riempite le 18 poltrone della giunta e del futuro consiglio comunale dipenderà ancora una volta se in Comune avremo una politica coraggiosa e saggia o una politica intrallazzona e clientelare. Si dice in giro: ci vuole un sindaco bravo, onesto, capace di ascoltare i cittadini, democratico. Questo è il minimo. Ma non basta. Ci vuole attorno a lui un’alleanza di tutti i bravi, gli onesti, i democratici di Cologno. Conta la persona eletta, ma contano altrettanto gli elettori. Contano le qualità personali del futuro sindaco, ma conta ancora più la mobilitazione politica, attiva, insistente di quanti lo scelgono; e, non ultima, la sua volontà di farsi controllare e sostenere. Per questo noi scegliamo Vittorio Beretta e lo preferiamo non solo ai candidati del centro destra, ma anche all’altro candidato della sinistra. Per due semplici ragioni: 1) non solo è uno che – a detta di tutti quelli che l’hanno conosciuto e l’hanno visto al lavoro in questi anni come assessore ai servizi sociali - è bravo, onesto, sa ascoltare la gente, dialogare con tutti e sa conquistare la simpatia di molti; cioè possiede le qualità minime che si richiedono per fare il sindaco; ma 2) è per una politica che non delega, è uno che non chiede una firma in bianco e poi “faso tutto mi”. E questo conta molto di più. Beretta vale di più, perché ha reso da subito trasparenti e controllabili le ragioni della sua candidatura. Beretta vale di più perché si è impegnato pubblicamente a discutere anche in futuro, da sindaco, le cose da fare in questa città in un Forum permanente aperto a tutti. Beretta è il primo candidato sindaco di Cologno che si è fatto scegliere in pubblico e non in riunioni fra i segretari di partito. Beretta ha cominciato da subito a praticare il confronto pubblico con i cittadini che si autoganizzano e vogliono partecipare alle scelte. Non vuole una politica gestita dai cosiddetti “professionisti della politica”, ma dal sindaco assieme ai cittadini autorganizzati. Anche gli alleati di Vittorio Beretta (Rifondazione, Comunisti italiani, Società democratica per Cologno, Cologno solidale, Italia socialista) hanno vincolato le loro scelte alle decisioni del Forum, e cioè ad un’assemblea pubblica aperta a tutti. Infine, ad un solo partito appartiene Vittorio Beretta: il partito dei molti che ripudiano la guerra e si battono per una pace “senza se e senza ma”. Questo è l’unico partito che oggi ci va bene. 5 giugno 2004 PERCHÉ SOSTENGO VITTORIO BERETTA SINDACO E STO CON SOCIETÀ DEMOCRATICA PER COLOGNO Immigrato da Salerno, a Cologno vivo dal 1964. Ho fatto l’operaio notturnista, l’impiegato, lo studente-lavoratore e ho insegnato italiano e storia negli istituti tecnici a Cinisello, Sesto. S. Giovanni e Milano fino al 1998. Ho seguito e partecipato anche attivamente alla vita culturale e politica di Cologno sempre al di fuori dei partiti, prima nel Gruppo operai e studenti (1968-69), poi nell’associazione culturale Ipsilon e in un gruppo di ricerca sulla storia di Cologno (anni Novanta); e ora con una rivista, Samizdat Colognom, che si occupa di questioni locali e generali. In occasione di queste elezioni comunali mi sento di sostenere VITTORIO BERETTA come candidato sindaco, perché è fra i pochissimi politici colognesi che si battono per arricchire la vita dei molti (lavoratori, anziani, giovani, immigrati) contro i poteri economici che invece la immiseriscono e la sottomettono a scopi privati o corporativi. 20 giugno 2004: Intervento prima del ballottaggio fra Capodici (Forza Italia) e Soldano (Democratici di sinistra) NO AL RICHIAMO DELLA FORESTA DIESSINA Cari amici e compagni del Forum, la coalizione attorno a Beretta, pur raggiungendo un risultato eccezionale e lusinghiero (21,93%), dati i mezzi economici a nostra disposizione, non ci ha dato quello in cui tutti speravamo: che Vittorio andasse al ballottaggio al primo turno. Siamo perciò in una posizione difficile e si sono acuite pertanto anche fra noi le incertezze. Prevale – mi pare – una sorta di insidiosa accettazione acritica del “richiamo della foresta” rappresentato da Soldano e Ds. Gli argomenti usati (“Volete forse fare il gioco di Capodici?”), respinti con sdegno nella prima fase della campagna elettorale, oggi fanno 19 più breccia e paralizzano i nostri ragionamenti. Prima di continuare, a scanso d’equivoci (non sono un purista o un settario), ricordo che ero e sono favorevole a qualsiasi incontro interlocutorio con i Ds, che vedevo e vedo favorevolmente le trattative con loro anche di ristrette delegazioni del Forum (non tutto si può discutere solo in assemblea) in vista di un’alleanza contro la coalizione di Capodici. Ma una cosa è mantenere aperti i canali del dialogo e delle trattative (si dialoga e si tratta con tutti finché è possibile), un’altra è inchinarsi davanti al possibile vincitore, sorvolare sulle differenze reali che hanno impedito finora una coalizione più ampia (e probabilmente vincente già al primo turno), passare dalla critica aspra (e motivata) a Soldano e Ds ad un affannoso dar loro consigli, suggerimenti, lezioncine. E soprattutto ossequiarli in anticipo, premettendo a consigli, suggerimenti e lezioncine il dogma indiscusso: noi ti voteremo senza se e senza ma; e cioè comunque tu ti comporterai nei confronti della coalizione nata attorno a Vittorio Beretta e soprattutto nei confronti del Forum, accontentandosi cioè dell’ovvio ma del tutto insufficiente dato che Mario Soldano non è Capodici. È quanto mi pare sia accaduto purtroppo durante la serata del 17 in Via stata anche una “bella Petrarca2. Sarà serata”, come qualcuno ottimisticamente ha detto. Ma io sono rimasto paralizzato e sconcertato: era il Forum quello o una sorta di amichevole e a tratti commovente e faticosa “riconciliazione” fra i sostenitori dei due candidati del centro-sinistra dettata più dal “cuore” che dalla ragione? Erano i Ds che finalmente venivano al Forum, riconoscendone l’importanza o era il Forum che si lasciava trascinare fra le braccia di Soldano e dei Ds, accogliendo il ricatto implicito «Meglio Soldano che Capodici»? Avrei insomma preferito che il Forum prima si ponesse autonomamente il problema di analizzare il risultato del voto e la situazione da esso creata; e dopo il problema se appoggiare Soldano (gratis o ponendogli delle condizioni) e non viceversa. 2 Luogo in cui si è riunito il Forum durante la campagna elettorale Non accuso nessuno di questa, che magari solo a me appare una scivolata. Ma è legittimo chiedere perché le cose sono andate così. Io me la spiego col fatto che una buona parte dei partecipanti al Forum (militanti soprattutto di partiti e gente politicizzata) condivide, con convinzione o turandosi il naso, proprio il dogma: «Meglio Soldano che Capodici» (la cosiddetta scelta del “meno peggio”). Ora credete che al di fuori di questa cerchia, attiva ma comunque ristretta di cittadini, il dogma vale? Io non lo credo. Ma soprattutto quel dogma è davvero condivisibile? Personalmente non considero Soldano un alleato a cui affidarsi e a cui delegare uno solo dei problemi sollevati nel Forum (cosa invece che giustamente si è fatto con Vittorio Beretta candidandolo a sindaco). Considero Soldano semplicemente un possibile alleato con cui ora dialogare e trattare, ma misurando con molta cautela i punti possibili di accordo. Dopo, se fosse eletto sindaco, non metto la mano sul fuoco su niente. Non lo confondo, ciò dicendo, con Capodici. Non si equivalgono di sicuro per molti aspetti. Ma qualcosa lo accomuna a Capodici e a tutti gli altri politici di partito: si muove – e lo ha dichiarato pubblicamente in quella stessa serata – privilegiando esclusivamente un piano: quello che chiama della «democrazia rappresentativa», cioè quello dei partiti e degli accordi fra partiti (si veda la difesa rigida del “patto” con Del Corno vicesindaco). Al massimo egli rispetta (cosa ben diversa dal riconoscere) la democrazia espressa e praticata dal Forum, la «democrazia partecipativa». Questa differenza politica è grossa. E apparirebbe ancora più notevole se guardassimo alla crisi dei partiti (baluardi sì della democrazia in certe fasi storiche, ma anche sue palle al piede, perché la vita dei partiti anche in regime democratico alimenta continuamente e ormai da oltre un secolo processi di burocratizzazione quanto non di corruzione). E ancor più se ci interrogassimo sui possibili sviluppi della stessa «democrazia partecipativa» del nostro Forum. Qual è, infatti, la natura politica del Forum e quale possibile futuro (non solo immediato e locale) vediamo per esso? 20 Il Forum a me pare nascere proprio dalla crisi dei partiti e abbozzare una risposta a questa crisi, ma oscillando fra tendenze a svolgere una funzione di semplice supplenza e una più ambiziosa di risposta innovativa. Da una parte guarda, infatti, a quanto accade nelle istituzioni (Comune, partiti) e vi vuole giustamente far pesare la sua voce e i suoi uomini (da qui la campagna per Beretta sindaco). Ma dall’altra ha dimostrato una sensibilità e un’attenzione ai bisogni (economici, politici, morali e materiali) insoddisfatti della società (e non solo di quella sua ristretta parte, detta “civile”) che manca troppo spesso ai partiti; e tende a costruire soluzioni nuove (anche se ancora embrionali e incerte) per questi bisogni. Il Forum perciò mi sembra muoversi – a Cologno come altrove - ora in autonomia dai partiti (il che significa anche assieme ai partiti, se ci stanno e si mettono in ascolto, com’è accaduto con Rifondazione Comunista e Comunisti italiani) ora in polemica aperta contro di essi o alcuni di essi, quando non ci stanno (è il caso delle manifestazioni contro la guerra in Irak alla quale Fassino e Ds sono stati finora più che sordi). Il Forum è perciò percorso da una fertile ambivalenza, che finora ha tenuto insieme utopia e realismo, etica e politica; e che dovrà essere gelosamente difesa ma anche maturata, che è la cosa più ardua. Che futuro, allora, per il Forum? Propongo due ipotesi. Se il Forum si riducesse alla somma dei partiti che vi hanno aderito in vista delle elezioni del sindaco di Cologno, se le liste civiche venissero intese come “partitini” in fieri o organizzazioni gregarie dei partiti esistenti, se insomma il Forum – come ha inteso Soldano – non è che una semplice aggiunta o appendice o correttivo (provvisorio) della “vera” democrazia, che sarebbe la «democrazia rappresentativa», propria dei partiti, il nostro Forum potrebbe già chiudere o quasi: avrebbe già svolto in occasione delle elezioni il suo compito, può portare a casa qualche assessorato; e Soldano, se sarà sindaco, ne farà uno al massimo sul Piano Regolatore. Se, invece, è lecito ricordare allo smemorato Soldano e a noi stessi partecipanti al Forum un po’ di storia, la prospettiva del Forum apparirà ben più significativa. Infatti, oltre alla democrazia rappresentativa dei partiti (coi suoi limiti storici ormai evidenti) e a quella «partecipativa» che Soldano rispetta, intesa però esclusivamente come stampella delle istituzioni in crisi e che qualcuno vorrebbe allargare solo con il contagocce (cooptando immediatamente i suoi leader nei partiti già esistenti), ci sono state e ci sono esperienze significative di democrazia sempre «partecipativa», che sono andate e ancora vanno in direzione della cosiddetta e oggi dimenticata e magari sbeffeggiata «democrazia diretta» (dai soviet, ai consigli di fabbrica, a Solidarnosc, con esempi contemporanei come le esperienze del Chiapas, di Seattle, di Genova, ecc.). Quella del Forum potrebbe allora essere una democrazia sempre più ampia, senza confini (si pensi agli immigrati non ancora riconosciuti come cittadini anche se producono e lavorano), aperta ai bisogni veri della popolazione di questo territorio. È quella in cui spero e per cui mi batto. 8 luglio 2004 Letterina aperta a quelli di Rifondazione e dei Comunisti italiani sul rapporto partiti- Forum Cari compagni, enuncio subito quello che voglio dire in due modi: uno per per sfogarmi (che significa dire un pezzetto di verità in modo brutale): il Forum non può essere lo zerbino dove voi vi ripulite le scarpe cariche della fanghiglia di partito; l’altro per ricominciare a ragionare (che significa, per me, valutare il pezzo di verità, che credo di afferrare, assieme a voi): il metodo di gran parte dei vostri interventi martedì sera (6 lug. 2004) è arrogante, non dialogante e i discorsi fatti riguardo al problema reale in discussione schizofrenici e accecati da logiche di partito. Perché il metodo è arrogante? Perché avete esposto quella che è la vostra opinione, cioè la “vostra” verità, “la verità del Partito” (quella che viene elaborata stando in un Partito, cioè da una «parte»), senza più confrontarla con le altre opinioni, cioè le “altre” verità, espresse da altri partecipanti al Forum, e rifiutando ogni mediazione, che vi spostasse di un millimetro dalla “vostra” (opinione, “ verità”). Così facendo, la vostra partecipazione al Forum è paragonabile a quella di chi arrivasse col cappotto (del Partito) addosso in mezzo ad una folla di persone in maniche di 21 camicia e restasse, così bardato, per tutto il tempo; e uscisse poi dalla sala senza chiedersi se davvero faceva caldo o faceva freddo, se esagerava lui a sentire freddo o esageravano gli altri a sentire caldo. O – e la cosa è comica – , nel caso qualche dubbio gli fosse venuto, affermasse che, per scioglierlo, deve prima consultare il Partito, riunire almeno il direttivo, ecc. Il dialogo con gli altri del Forum è così ridotto a quasi zero, è ipocrita, di facciata, perché subordinato in partenza (e quasi sempre) alla logica del Partito. Il Forum diventa un accessorio o, comunque, conta meno del Partito, viene sempre dopo il Partito; quando non è ancora pensato, secondo una famigerata visione d’altri tempi, «cinghia di trasmissione» del Partito. Il Partito diventa «tutto» e non più la «parte», che almeno nella teoria (la pratica è più controversa e qui non ne parlo) del suo massimo fondatore novecentesco, Lenin, doveva dialettizzarsi, confrontarsi, dialogare, litigare , se volete, con l’ altro: masse, soviet, ecc. Ripetete oggi un errore antico (inevitabile o evitabile, anche qui salto il problema), come se la storia nel frattempo non avesse spostato i termini del rapporto Partito-Movimenti, come se le «svolte» o le «aperture» ai movimenti dello stesso Bertinotti a Cologno non fossero arrivate o fossero declinate in”colognese”. Se il Forum segue (o sembra seguire) la vostra opinione, grandi lodi («è un nuovo modo di far politica»). Se sgarra o sembra prevalere un’altra opinione (“verità”), che non rientra nella cornice della «linea del Partito», ci si oppone (cosa legittima), ma ascoltando sempre meno l’opinione degli altri partecipanti al Forum («cittadini attivi») o dimenticando gli elettori ormai tornati «cittadini passivi». O, cercando addirittura di impedire l’elementare diritto del Forum a votare. (Per non ratificare le differenze già evidenti nel dibattito? Per il timore che la propria opinione risultasse in minoranza? Perché quel che conta, malgrado il Forum, sono gli accordi di Coalizione che lo hanno sostenuto o quello che viene fuori negli incontri di Delegazione? O per altre ragioni ancora, che a me sfuggono?) Ora io non nego che la vostra opinione (“verità”) di Partito debba operare nel Forum e convincere e magari prevalere (anche solo per due voti, com’è accaduto l’altra sera); ma essa non vale, a priori, più della mia opinione (verità”) o di quella di altri, operanti in gruppi o come singoli o ‘cani sciolti’. (Noto, di corsa, che quest’ultimo termine è usato con un certo disprezzo dai militanti di Partito più rigidi, i quali non arrivano ancora a concepire che esista una «militanza» esercitata da singoli individui e piccoli gruppi informali o meno formali di un Partito. Ma allora la crisi della Politica, la crisi della forma-Partito, è una favola o una realtà?). Nel Forum la “verità” (opinione) da chiunque sostenuta (Partito, lista, singolo) in partenza dovrebbe avere lo stesso valore. Ne acquisterà uno maggiore soltanto confrontandosi con altre “verità”, in un faticoso ma inevitabile braccio di ferro; e soprattutto con la “realtà”, virgolettata anche questa, perché «non sta lì» (all’esterno di noi), cambia continuamente, è «oggettiva» solo fino ad un certo punto, va continuamente ricontrollata con l’idea (sempre troppo fissa) che ce ne facciamo, ecc. Ma l’altra sera la vostra opinione (“verità”) non s’è imposta, non ha convinto davvero, non ha conquistato questo surplus di valore. Proprio perché i discorsi da voi portati al Forum l’altra sera sono stati schizofrenici e accecati da «logiche di partito». Schizofrenici, perché esaltate il Forum («nuovo modo far politica», ecc.), ma, diffidandone, vi ponete nei suoi confronti in un inaccettabile ruolo di tutori o di protettori da reali o immaginari rischi che esso avrebbe corso scegliendo di entrare subito in Giunta. Accecati da logiche di partito, perché il da farsi sul problema all’odg, che poteva essere affrontato molto pragmaticamente e con una certa fiducia nella forza politica del Forum, l’avete ingigantito quasi a questione di vita o di morte del Forum. Ma – e questo è peggio, paradossale e preoccupante - l’avete valutato soprattutto in funzione delle mosse (reali o immaginarie anche queste) di Soldano e dei Ds. In modo puramente reattivo, cioè, e miope e quasi paranoico: «Soldano ci vuole dividere...Soldano ha bisogno di noi, ma...Soldano ci dà poco rispetto al nostro 22%...Soldano ci vuole comprare per un piatto di lenticchie, ecc.». In primo piano è andato il vostro scontro, da Partito che «deve» rispondere alla «mossa» di un altro Partito. E il Forum? Omaggiato in apparenza all’inizio dei vari interventi, è finito in un angolo, quasi in 22 castigo, ripetutamente messo in guardia come un bambinello che vuole cedere alle perverse lusinghe del neosindaco. Per non parlare di un intervento delirante, che ha dipinto gli eventuali assessori del Forum come degli handicappati destinati a ubbidire come marionette a Soldano e ha invitato ad invecchiare in una “opposizione”, che mi pare semplicemente dogmatica e mal motivata. E i «cittadini» che il Forum ha mobilitato e da cui ha preso i voti? E la forza politica messa in campo in tutti questi mesi? E la qualità del dibattito svoltosi nelle riunioni del Forum? E la partecipazione di tanti, che nessuno dei partiti di Cologno può vantare? Tutto cancellato. Al chiodo che vi eravate fissato preventivamente in testa nelle vostre riunioni di Partito c’era solo il cartellino: in questa Giunta non s’ha da entrare (con l’aggiunta diplomatica: «per ora»). Se ci riflettete bene, l’altra sera le logiche di partito (almeno quelle a me evidenti) vi hanno risucchiato fino a portarvi ad agire un po’ come Soldano e i Ds hanno fatto durante la campagna elettorale: ha contato di più la scelta preventiva, appartata e immodificabile di Partito rispetto a quella che poteva essere costruita nel Forum e assieme al Forum, se non foste arrivati a testa bassa, “inquadrati”, con tanto di documentino scritto, ecc. Concludo: non sono un «antipartito», ma ritengo che oggi sia giunto il tempo che i Partiti (di governo o di opposizione) la smettano di «dar lezione». La «lezione» può venire anche dai singoli, dai gruppi, dai movimenti, dai «cittadini» (elettori o attori in proprio di comportamenti imprevisti e imprevedibili). E a volte sono delle ottime lezioni. Il Forum, anche per l’apertura dimostrata finora dai vostri Partiti, ne ha date (a Capodici, a Diaco, a Soldano, ecc.). Ma l’altra sera per me avete invertito marcia. RIORDINADIARIO/ APPUNTI DI LETTURA 3 dicembre 2003 Lenin 1 Costruì il partito all’alba (del secolo) come Dante, quando immaginò il suo poema. E sempre la notte era stata buia, tempestosa. Né dentro ,come si dice, né fuori si presentiva la luce. Ė forse esatto un secolo da quel Che fare col punto interrogativo. 22 gennaio 2004 Lenin 2 Ottantesimo anniversario della morte (21 gen. 1924). Com’è bello parlar male di Lenin oggi strizzando l’occhiolino alla parte cattolica del movimento per la pace e cancellando pezzi di storia. Eh, Bertinotti? 23 gennaio 2004 Arte contemporanea «Ma la vera svolta che ha cambiato le coordinate di fondo della ricerca artistica definibile come strettamente contemporanea inizia sia in Europa sia in America più o meno nella seconda metà degli anni cinquanta, sviluppandosi nel decennio successivo. Tale svolta va in direzione di un definitivo sfondamento dei confini tradizionali della pittura e della scultura… a partire da una critica radicale all’eccesso dell’espressività soggettiva ed esistenziale dell’informale e dell’action painting, e più in generale alla dimensione illusionistica dell’opera. E si caratterizza attraverso un coinvolgimento concreto della realtà oggettuale quotidiana; un’apertura provocatoria della cultura d’élite all’universo della cultura di massa; un nuovo e più diretto rapporto fra arte e vita, in termini di interventi performativi e di installazioni ambientali; e anche come processo di riflessione autoreferenziale sulla specificità e i limiti dei linguaggi artistici e sullo stesso sistema dell’arte.. punti di riferimento essenziali per questo cambiamento sono le esperienze estetiche più avanzate avviate nell’ambito delle avanguardie storiche da alcuni grandi precursori, tra cui innanzitutto Marcel Duchamp» (Francesco Poli, Arte contemporanea, Electa Mondadori 2003) E allora, l’avanguardia, eh, l’avanguardia! La controcultura, gli eroi trasgressivi di Jean Genet, i poeti della beat generation, le figure picaresche e deculturate di Antonin Artaud e di Samuel Beckett: lacerti di un mondo di cui ho sentito dire sempre da altri. Il desiderio di sapere e di avvicinarlo fu frenato e deviato dall’esserti buttato nel mondo opposto (piccolissimo borghese e proletario, non borghese e sottoproletario come quello dell’avanguardia), anche se della grande città. Ha poi funzionato la censura, forse motivata forse pregiudiziale, della militanza 23 marxista. Bene, andò così. Abbiamo fatto altro, mentre loro facevano questo. Adesso c’è uno spazio per controllare quello che hanno fatto. Colpisce questa immersione senza freni, anzi carica di antielitarismo, nella cultura di massa: «Queste pratiche, che hanno come riferimento il movimento dada ma anche il cubismo e il costruttivismo, prestano tutte la stessa attenzione al reale nelle sue componenti più ordinarie e anche svalorizzate: l’interesse per la strada, i rotocalchi, l’automobile, gli oggetti domestici, i rifiuti, direttamente prelevati sul vivo della vita quotidiana urbana» (p.15). La «nuova arte popolare» sarebbe la pubblicità? (p.15). Che tipo di antielitarismo è questo che propone la «necessaria relazione tra l’arte e la produzione di massa» capitalistica (p.15)? 3 febbraio 2004 Una nuova rivista, Forme di vita ( da Alias 31 gen. 2004) Il progetto: sforzarsi di cogliere insieme natura e condizione umana, che nella filosofia del ‘900 sono state tenute separate. La giustificazione: oggi la produzione, la tecnicizzazione investe il terreno primario delle forme di vita. Da qui viene ricavata la produzione di ricchezza. De Carolis parla di «tecnicizzazione» e non di «biopolitica», perché i dispositivi in atto non rinviano ad un controllo politico, ad un governo, ma regolano la loro evoluzione in base a criteri interni, definiti tecnicamente. La globalizzazione tende a costruire una unità sociale, non un’unità politica e il rischio è quello di una guerra civile planetaria (alla Schmitt). Rossanda: Ma cosa resta della invariante biologica? (E fa gli esempi delle trasformazioni subite soprattutto dalle donne: controllo dell’attività riproduttiva ad es.). Anche la natura umana è diventata una costruzione variabile. Critica la premessa del discorso: che solo oggi i rapporti di produzione mettano al lavoro, tra le facoltà umane, soprattutto il linguaggio. Non è detto afferma - che allo scalpellino medioevale impegnato nella costruzione delle cattedrali fosse richiesto un uso minore della facoltà intellettuale. E per l’oggi nei call center o nell’informatica si nota in prevalenza un abbassamento dell’umana intelligenza. Virno sottolinea che non è affatto automatico che il carattere comunicativo della produzione contemporanea produca una maggiore autonomia o autorealizzazione da parte di chi lavora. Anzi: avviene il contrario. MEMORIA/ MONTALDI L’immaginazione proletaria di Danilo Montaldi. Su Bisogna sognare. Scritti 1952-1975 di Danilo Montaldi Cooperativa Colibrì 1994 . Relazione al convegno organizzato il 9 maggio 2003 al Centro Culturale S. Vitale di Cremona 1. Notizie sul libro Fu pubblicato nel 1994, curato da un collettivo redazionale composto da Cesare Bermani, Gabriella Montaldi-Seelhorst e dal Centro d’Iniziativa Luca Rossi di Milano. Accoglie, ordinati cronologicamente, 104 scritti, vari per lunghezza e genere recensioni, presentazioni di mostre, commenti di documentari, articoli -, che erano stati composti da Montaldi fra 1952 e 1975, anno della sua morte, e fino a quel momento inediti. Il volume è completato da una puntuale Cronologia della vita e delle opere di Montaldi e da un’Appendice con 8 documenti del Gruppo di Unità Proletaria di Cremona. Esaminati per anno, gli scritti più numerosi si concentrano nel triennio 19571959 (rispettivamente 11, 22 e 10). Dal 1962 si diradano e per diversi anni (1963, 1967,1968,1970, 1971, 1973) mancano. Si tratta di vuoti dovuti ad altri impegni (Militanti politici di base, ad esempio, è completato nel 1969 e pubblicato nel 1971, anno in cui viene anche finito il Saggio sulla politica comunista in Italia). Poco so dell’effettiva circolazione del volume o della sua ricezione in ambienti militanti o ufficiali. 2. Storia e biografia Sarà bene ricordare schematicamente lo sfondo del periodo storico in cui vive e opera Montaldi. Si parte dal fascismo. A seguire: Seconda guerra mondiale, Resistenza, fondazione della Repubblica, fine della coalizione antifascista, conflitto di classe nelle campagne tra 1949 e 1950 (e riforma agraria), egemonia della Democrazia Cristiana, crisi del 1956 nella Sinistra, miracolo economico (1958-‘63, con la fuga 24 dalle campagne e le profonde trasformazioni sociali dovute all’industrializzazione del paese), la crisi del luglio 1960 che avvia il periodo del governo del centro sinistra (1958‘68) e, infine, “biennio rosso” (1968-‘69) e strategia della tensione. E sarà bene anche, per comodità d’analisi, suddividere la vita di Montaldi in 4 periodi: 1) la formazione giovanile nel cremonese (1929–1952), caratterizzata da subito in senso proletario e di militanza comunista; 2) i rapporti extracremonesi, soprattutto con Parigi e con le riviste italiane (1953–1956); 3) quello in cui contatti e ricerche personali confluiscono nella stesura delle sue opere principali e nella militanza del Gruppo di Unità Proletaria di Cremona (1957–1966); 4) quello, infine, che va dalla costituzione del Gruppo Karl Marx alla morte (1966 –1975). Vedremo così più agevolmente dove biografia e storia tendono ad incrociarsi e come si delineano chiaramente alcuni punti chiave della sua figura, che a me paiono i seguenti: - Montaldi è rimasto fedele ad un nucleo della sua formazione giovanile, proletaria e comunista. Importanti, in tal senso, sono le origini della sua famiglia, la precoce contrapposizione al regime fascista (maturata anche per la persecuzione subita dal padre), il rapporto con Giovanni Bottaioli, suo vero maestro di politica proletaria (dal 1946); - egli maturò un suo principio etico e politico di fondo: “stare vicino al proletariato”, con coerenti scelte di vita e una selezione accurata (al limite del settario) dei suoi contatti politici e culturali (questi sì: il gruppo olandese Spartacus e Socialisme ou Barbarie, ad es.; questi no: Sartre, Camus, “il manifesto”, ad es.); - con il Gruppo di Unità Proletaria e poi col Gruppo Karl Marx, ma anche fondando la galleria d’arte Renzo Botti, riuscì a fare di una certa Cremona dei suoi anni non un “luogo esemplare”, ma, sfuggendo ad ogni localismo, un punto di transito per “una concreta attività proletaria, con i suoi momenti di passione e di crisi”, dovunque essa emergesse: nelle campagne, a Parigi, fra gli immigrati della metropoli milanese o in mezzo alla “nuova classe operaia” emersa dalle lotte del ’68-’69. Rivediamo in sequenza i periodi della sua vita: 1) Il periodo della formazione giovanile nel cremonese (1929–1952), subito caratterizzata in senso proletario e di militanza comunista. Non solo sono proletarie le origini della sua famiglia, ma precoce è la sua contrapposizione al regime fascista, vissuta direttamente attraverso la persecuzione del padre (1941) e la propria autonomia, che lo spinge a studiare da autodidatta quello che gli interessa (abbandona infatti la scuola dopo la prima liceo, nel 1946) e ad impegnarsi presto in un apprendistato politico nel clandestino Fronte della Gioventù (1944), nella dissidenza del PCI del dopoguerra e nel fondamentale rapporto con Giovanni Bottaioli, vero suo padre spirituale proletario (1946), mentre già si fa strada la sua passione per la cultura francese, letteraria e cinematografica (1950); 2) I rapporti extra-cremonesi, soprattutto con Parigi e con le riviste italiane a cui comincia a collaborare (1953–1956). Il primo viaggio a Parigi di Montaldi è del 1953. Poi s’intensificano la collaborazione militante a Battaglia comunista, a Prometeo, i contatti con il gruppo olandese Spartacus e Socialisme ou Barbarie (1953), l’interesse per la poesia operaia (1955) e le collaborazioni a “Ragionamenti”, “Questioni”, “Opinione” e “l’Avanti” (1956); 3) Quello in cui contatti e ricerche personali confluiscono nella militanza nel Gruppo di Unità Proletaria (1957–1966) e può essere considerato il suo periodo di maturità. L’azione svolta a Cremona con il Gruppo di Unità Proletaria, in collaborazione (1957) con il Partito Comunista Internazionalista, ma anche con altre formazioni a livello internazionale, è la prova della sua scelta organica di “lavorare coi proletari” (ossia in posizione autonoma rispetto al movimento operaio ufficiale). Ma altrettanto organiche sono altre scelte: - una passione per la bellezza, l’arte e la musica (la volontà di non “perdere il senso della musica di Mozart”, la sua scoperta della pittura di Cosme Tura e Francesco del Cossa, il rapporto col pittore Guerreschi); - il rifiuto del mito della carriera o della professionalità (il rapporto di collaboratore e poi di redattore alla Feltrinelli, iniziato nel 1960, si conclude per sua volontà nel 1962, malgrado le pesanti condizione economiche in cui viene a trovarsi); - la distanza dai luoghi “dove si elaborano le riviste politiche come opere d’arte”, che svela la sua insofferenza dell’ambiente intellettuale, e milanese in particolare; - il contatto, costante invece, con 25 gruppi che fanno agitazione sociale in ambienti proletari; - il solido legame culturale e storico con Cremona (“per noi la Lombardia è quella”), dove fonderà, nel ’65, la galleria d’arte intitolata a Renzo Botti; 4) Quello che va dalla costituzione del Gruppo Karl Marx alla morte (1966-975). È un periodo di nuove aperture anche sul piano internazionale al clima di lotta di quegli anni e vede i preparativi del lavoro d’inchiesta sulla “nuova classe operaia” (1974), ma anche momenti di studio più appartato. S’intensifica il suo lavoro di traduttore (1965). Arrivano però le amarezze per i rifiuti della Feltrinelli di pubblicare il Saggio sulla politica comunista in Italia (1973). 3. Temi degli “Scritti” Li suddividerei, anche se spesso s’intrecciano fra loro, in quattro distinti blocchi: 1) quelli che riguardano la rivoluzione russa e lo stalinismo (che trattano cioè la questione dell’organizzazione di lotta del proletariato); 2) quelli riferibili al suo rapporto con la Francia e la cultura, ufficiale e dissidente, della sinistra francese (si potrebbe parlare di un “risciacquare i panni della sua immaginazione proletaria nella Senna”, che dà slancio al progetto di ricerca militante perseguito nelle sue opere); 3) quelli legati a Cremona e al significato culturale e politico, ma anche intimo e personale, che la città e la sua storia hanno per lui (e qui si dovrebbe parlare di radici “mobili” dell’immaginazione proletaria di Montaldi, tanto è attento alle trasformazioni dei contadini che si fanno proletari, immigrati, nuova classe operaia o operaio-massa); 4) quelli, ossessivamente numerosi soprattutto negli anni CinquantaSessanta, riferibili alla critica della cultura della sinistra ufficiale, italiana e francese (che è poi critica, per lui, della cultura nazional-popolare, cioè nazional-borghese, ovvero stalinista, nonché ipotesi, complementare e alternativa, di una cultura proletaria). 4. Sul titolo degli “Scritti 1952-1975” Trovo il titolo del volume, Bisogna sognare, che sembra suggerire un Montaldi dedito ad un costruttivismo assoluto da “immaginazione al potere”, troppo sessantottino, unilaterale ed equivoco. (Già Baczko, studioso dell’utopia, fece notare che l’immaginazione era da sempre al potere3). Nell’immaginazione di Montaldi hanno, infatti, grande rilievo la memoria storica del proletariato rivoluzionario, i problemi complicati - e rimasti irrisolti - del rapporto partito-classe operaia e l’inchiesta sociale partecipe e in profondità (la raccolta di storie di vita non è un’intervista!), che mira ad una trasformazione culturale dei soggetti implicati. E la sua concezione proletaria della cultura mi pare sia rimasta esterna e ostile ai processi e alle teorie che già si delineavano nell’industria culturale dei suoi tempi e hanno poi prodotto l’attuale inflazione di immaginario. Non so neppure quanto Montaldi avrebbe condiviso l’enfasi sull’autonomia e la funzione creativa dell’immaginario sociale di studiosi come Castoriadis, Lefort e Morin, pure a lui vicini e presenti nella sua riflessione. Non per caso. Montaldi riprende quell’indicazione (“Bisogna sognare”) dal Che fare? di Lenin, il quale mai e poi mai può essere ridotto a cultore dell’immaginazione sciolta da ogni vincolo materiale e sociale. E, d’altra parte, in questi stessi scritti, Montaldi dichiara apertamente il suo rifiuto di “giocare una parte di sognatore… suo malgrado” (1956, p. 73), distingue il sogno della sua generazione da quello della precedente (di un Lombardo Radice, ad es.), per la quale “dire la verità era diventato antistorico”. Egli vuole, cioè, che il pur necessario sognare non si riduca a “un’altra esperienza religiosa”, ma si accompagni ad un “lavoro nuovo ad ogni livello”, a “una opportuna rilevazione di dati, condotta spregiudicatamente, nella tal fabbrica”, a “una seria elaborazione della cultura di sinistra su basi scientifiche” (e siamo nel 1965). Troppo forte è, infine, in Montaldi il sospetto per l’estetismo, per i modi letterari di concepire la vita, la politica e la società, anche se apprezza il surrealismo. (Teniamo presente, però, che in quegli anni siamo ben lontani dall’inflazione di quel “surrealismo di massa” o “snobismo di massa”, che Fortini stigmatizzerà alla fine degli anni Settanta). 5. I caratteri dell’immaginazione proletaria di Montaldi 3 B. Baczko, Immaginazione sociale, Encicopedia Einaudi, Einaudi, Torino, 1979, pag.55. 26 L’immaginazione proletaria di Montaldi (insisto sul proletaria) ha perciò caratteri storici specifici di quell’epoca. Innanzitutto è legata ad una realtà sociale dove le contrapposizioni di classe erano più verificabili (da chi voleva farlo, ovviamente); e c’era davvero una classe operaia numericamente in crescita e sindacalmente in ripresa, che s’imponeva anche come problema culturale all’opinione pubblica. Allora forse si poteva davvero sognare con qualche speranza in più e qualche rischio di delirio in meno, rispetto ad oggi, quando siamo immersi in un’enigmatica moltitudine (termine che so controverso, ma che assumo non in tutte le sue implicazioni teoriche, ma per indicare che non c’è più la classe operaia come la si pensava allora). Di questa nuova entità sociale non sappiamo se e in cosa sia erede di quella classe operaia, se sarà invece un suo surrogato o un sintomo del declino a livello mondiale di un’alternativa di liberazione. L’immaginazione proletaria, che emerge in questi scritti, ha dunque una base reale per tutto il periodo che va dagli anni Cinquanta al ’68-’69. E Montaldi può polemizzare con ottime ragioni - da posizioni quanto si vuole minoritarie ma non fragili con la sinistra e la sua (potremmo dire) immaginazione borghese (patriottica, stalinista, burocratica). L’immaginazione proletaria ha due caratteristiche: non è individualistica ed è giovanile, vigorosa, aperta all’utopia. Non è, infatti, quasi mai solitaria (tranne in uno di questi scritti e ne parlerò più avanti…). Scrive Montaldi: “Mi accorgo che in tutte le cose che ho fatto ho sempre favorito l’espressione degli altri, dei vicini, dei compagni che sono andato a cercare” (pag. XXV). La prova di questo primato del contatto cooperativo con gli altri si trova nelle sue stesse opere (da Autobiografie della leggera a Milano, Corea), nel fittissimo epistolario e nelle vicende del Gruppo di Unità Proletaria e del Gruppo Karl Marx. Se è vero, come ha di recente scritto Sergio Bologna, rifacendosi al sociologo tedesco Hans Speier, “non si è automaticamente proletari, si vuole esserlo, non si è ceto medio, si vuole esserlo. Il problema dell’identità è un problema di abitudini mentali, che solo in parte hanno a che fare con “condizioni oggettive”, “quantificabili”4, bisogna pur dire, senza cadere in vecchi determinismi, che la volontà di Montaldi di essere proletario assieme ad altri proletari (un proletario colto, un proletario che si costruiva le sue basi culturali nella memoria rivoluzionaria) ha una base materiale reale e specifica. Si potrebbe affermare cioè che, a partire dalle stesse condizioni familiari e dai contatti che egli intesse sia a Cremona che altrove (e in quelli che rifiuta…), gli riesce più facile essere proletario, a differenza di tanti intellettuali della sinistra del tempo; e quindi gli riesce più facile sfuggire alla lusinga del nazionalpopolare stalinista, scegliere per maestro un Bottaioli, cioè un ex bracciante e piastrellista, piuttosto che un Lukács o un Adorno, non cadere nell’identificazione partito-classe che rimproverava a Lombardo Radice, a Rossanda, a Sartre. Montaldi, morto purtroppo abbastanza giovane, pur avendo una memoria da elefante e avendo digerito altre sconfitte, innanzitutto quella della Resistenza, è stato esentato però dal vedere la degenerazione di tutta la cultura “dissidente” del ’68-69, ma anche la marcescenza dell’URSS e il trionfo imperiale o imperialista del “turbocapitalismo”. Avrebbe ribadito, adesso, quanto detto nel 1960, confermando quella sua fiducia nella classe “che sa sempre riprendere il filo e ricreare la propria avanguardia, e sa trasformare alla fine ogni sconfitta in una nuova ragione per continuare”? Non possiamo dirlo, ma la sua tenacia e il suo entusiasmo andrebbero salvati in qualche modo dallo scetticismo della nostra vecchiaia. Non è detto, infatti, che l’immaginazione proletaria non possa fermentare, in altre forme e magari in altre lingue, anche nella nuova dimensione imperiale o neoimperialista. 6. Il riferimento di Montaldi alla rivoluzione russa Da questi scritti emerge quanto il mito positivo della Rivoluzione russa si sia conservato intatto in Montaldi. Egli accoglie persino nel linguaggio quella che possiamo definire senza giri di parole una retorica 4 S. Bologna, Per un’antropologia del lavoro autonomo, in Il lavoro autonomo di seconda generazione, Feltrinelli, Milano, 1997, pag.99. 27 proletaria, quasi majakovskiana. Tre stralci a mo’ di esempio: “Violentemente sgomberata da mani proletarie, da quel macabro parassitismo “versagliese” (pag.130); “L’operaio, anche singolo, che è il prodotto di questa trasformazione sente soprattutto se stesso come massa che ha un mondo da conquistare”(pag.118); “la democrazia esiste ma là dove le masse proletarie dai milioni di teste prendono esse stesse nelle loro mani callose il martello del potere per picchiarlo sulla nuca della classe dominante” (p.54). La rivoluzione russa sembra poter entrare di peso nella misera storia italiana, com’è entrata nell’immaginazione e nella stessa biografia di Montaldi. Egli manifesta più volte entusiasmo nella possibilità di “ricominciare tutto dalle fondamenta”, come gli pare stia accadendo in Polonia o in Francia “presso quei gruppi marxisti” di cui cerca di portare conoscenza in Italia (pag.145). Certo dà sostanza alla propria immaginazione con tanti riferimenti teorici e storici (Lenin, il Partito Comunista d’Italia, la critica al trotzkismo, il richiamo a Rosa Luxemburg). La stessa sconfitta della Resistenza, letta in coerenza col suo pensiero come “fatto di classe” (pag.56), pesa su di lui, ma non gli impedisce di pensare che la possibile rivoluzione proletaria debba avvenire nel solco della rivoluzione russa. Da qui il suo proposito tenace: “Rimarremo vicini al proletariato, a continuare nella resistenza quotidiana ad opporci a coloro che hanno ingannato e tradito gli operai i soldati i contadini” (pag.58). Oggi, in tempo di revisionismo storiografico e memori dei toni caricaturali e tragici che assunse da noi quel mito negli anni Settanta , è fin troppo facile sorridere di questa insistenza di Montaldi sui soviet, Lenin, il partito. Le pagine degli Scritti dedicate all’argomento appaiono sicuramente datate. Tuttavia è da sottolineare la differenza fra le prese di posizione di Montaldi sulle questioni poste dalla Rivoluzione russa e quella dei gruppi postsessantottini che pure vi si richiamarono (differenza che smentisce, mi pare, il tentativo compiuto a suo tempo da Stefano Merli di fare di Montaldi, da una parte, il continuatore del filone socialista e, dall’altra, il padre spirituale della nuova sinistra italiana). Il richiamo a Lenin di Montaldi, infatti, non è mai diventato “leninismo” (Cfr. pag. 168). Il Lenin che affiora negli Scritti è quasi capovolto rispetto a quello che serviva al PCI di allora e ai gruppi dirigenti delle formazioni extraparlamentari per imporre “la linea”. Parlando della questione della disciplina, Montaldi ricava da Lenin l’insegnamento che non si deve mai impedire e soffocare la discussione (pag.168). Oppure sottolinea: “Dice Lenin che il socialismo dev’essere introdotto nella classe operaia dall’esterno; ma non dice dall’alto, dice dal basso” (pag. 191). Montaldi, poi, in questi Scritti lascia capire che il rapporto partito/masse è qualcosa di ambiguo, importante e non del tutto importante. Il partito per lui è “una forma contingente necessaria finché esiste la società borghese” (pag. 83), ma scrive anche che “per gli operai [il partito] è molto di più, e anche molto di meno”, poiché “oggi gli operai possono occupare le fabbriche credendo di farlo in nome del partito ma l’importante, diceva Marx, è ciò che gli operai fanno, non quello che credono di fare (pag. 83)”. Insomma, pur datato nel linguaggio, resta il fatto che la pratica di ricerca di Montaldi mal si concilia con il pedagogismo da partito o partitino; e che la sua riflessione si arrestava prudente di fronte alla schematica riproposizione negli anni Settanta del partito “rivoluzionario”. Ciò vuol dire che quel mito non operava necessariamente a senso unico e che, dall’esperienza proletaria e sociale, Montaldi sapeva trarre correttivi per la sua immaginazione pur così fortemente proletkult. 7. I suoi contatti con la Francia Il viaggio a Parigi che Montaldi, ventiquattrenne, compie nel ’53 non è una trasferta di formazione, ma serve a consolidare dal vivo precedenti contatti. Esso riconferma la capacità di Montaldi di muoversi in una dimensione internazionale, pur rimanendo Cremona luogo centrale e vitale del suo lavoro militante. A Parigi, legge, s’informa, vede gente, è attento a certe riviste francesi del dissenso che pongono l’esigenza di tornare ai principi fondamentali del marxismo. È a diretto contatto con posizioni degli anni ’60, forti, vive e comuni a minoranze che stavano uscendo dall’isolamento. L’influsso di quella cultura è senz’altro determinante in generale; ma da essa Montaldi seleziona con cura i riferimenti e le posizioni coerenti con la sua visione. Apprezza Naville, che “riafferma la validità della prospettiva marxista” (pag. 131), si conferma nel pensiero dialettico contro ogni 28 metafisica che vede “da una parte tutto il bene e dall’altra tutto il male”, estende la sua critica alla cultura della Gauche, sorella della Sinistra italiana con cui egli già era ai ferri corti (pag. 74), esaminando l’opera dei “mandarini” (come Sartre, Camus, Jeanson, Merlau-Ponty) e “prendendo ‘il partito delle masse’” (pag. 75). Conferma, dunque, quel suo taglio proletario d’intervenire nel mondo degli intellettuali, che a volte è anche posa, diciamocelo, ma in lui è soprattutto pratica coerente di vita, al limite del sacrificio che sempre ogni militanza comporta. In questo, Montaldi è vicinissimo al costume morale, se non al pensiero religioso della Weil, di cui riprende, come fossero sue, le parole di Riflessioni sulla guerra: “l’impotenza in cui ci si trova a un dato momento non può mai essere considerata come definitiva, non può dispensare dal rimanere fedeli a se stessi, né scusare la capitolazione davanti al nemico, di qualunque maschera si vesta. E sotto tutti i nomi che può assumere, fascismo, democrazia o dittatura del proletariato, il nemico principale resta l’apparato amministrativo, poliziesco e militare; non quello dall’altra parte, che non è nostro nemico se non in quanto è il nemico dei nostri fratelli, ma quello di questa parte che si dice nostro difensore mentre ci rende schiavi. In ogni circostanza, il peggiore dei tradimenti possibili consiste sempre nel sottomettersi a questo apparato e nel calpestare, in se stesso e negli altri, tutti i valori umani per servirlo” (pag.120). E un altro suo strumento per prendere le distanze da Sartre è ancora una volta la memoria: contro il Sartre che “nega una memoria di classe del proletariato”, Montaldi, che a quella è fin da ragazzo legato, insiste sul valore della “memoria attiva per la quale basta solo un vecchio operaio per atelier, o la lettura di un vecchio articolo o un racconto orale, e di cui si è perso il senso”. Crede al ruolo delle “minoranze rivoluzionarie” che “esistono dentro e fuori i sindacati e i partiti, che consapevolmente o inconsapevolmente cercano di superare” (pag. 84). La memoria è per lui campo di battaglia (come per noi oggi alle prese col revisionismo storiografico): si tratta di riconquistarla, poiché la si è persa. Scriveva nel 1958: “I fatti storici del passato sono visti come avvenimenti archeologici, che non ci appartengono, che fanno parte di qualcosa d’altro che non siamo noi: la Comune, la Rivoluzione russa, la Rivoluzione spagnola non vengono ricordati come fatti delle classi, quindi continui, quindi impliciti nello sviluppo della classe, quindi ripetibili in altre, adeguate forme anche in un avvenire di cui si affronti la prospettiva; sono considerati come ”passato”, come passato remoto” (pag.190). Sottolinea poi anche l’astrattezza di quel pensiero di Gauche che “quasi mai tende a diventare azione” (pag. 75) ed è una cultura che “non si fa momento di una politica”. E insiste: “se mai la Gauche vuole influenzare solo coloro che nell’azione già si trovano immersi”, “se mai solidarizza con certe manifestazioni della vita proletaria, ma altre più particolari, più interne, le sfuggono e non le comprende” (pag. 76). Sarebbe opportuno oggi - fatte le debite differenze di epoca e di problemi - confrontare questo “risciacquare i panni nella Senna” di Montaldi con altri risciacqui fatti successivamente da quanti hanno partecipato ai movimenti del ’68-’69 e del ’77. C’è da dire che l’ipotesi di abbandonare il marxismo in Montaldi è del tutto assente, mentre noi siamo stati posti di fronte a questo problema. Si può supporre che egli sarebbe rimasto estraneo a tutti gli sviluppi che vanno da Foucault a Deleuze e Guattari, al Negri di Marx oltre Marx? Non so. Il problema di quanto abbia inciso il rapporto con la cultura francese su Montaldi e quanto la sua immaginazione proletaria si sia difesa dalle posizioni dominanti d’allora (Sartre innanzitutto), o quanto egli avrebbe condiviso, se non fosse morto, gli sviluppi “postmoderni” dei membri di Socialisme ou Barbarie, è una questione interessante, complessa, ma che non può essere qui affrontata. 8. L’immaginazione proletaria di Montaldi ha un suo luogo: Cremona Ma dove in questi scritti davvero l’immaginazione proletaria mostra tutto il suo fondamento materiale e vissuto è nel lavoro che il Montaldi maturo ha svolto a Cremona, luogo - ribadisce ancora nel 1965, in una lettera a Monica Suter - non felice, semmai tragico come “quel paesaggio solitario di lunghe spiagge tagliate dalla corrente del fiume”, che però è “ un mondo nel quale mi piace vivere”. Negli Scritti troviamo importanti testimonianze di questo legame personale, politico e culturale: la ricerca su “La Pignone” (pag. 36), Una inchiesta nel Cremonese (pag. 90), I contadini della Valle padana (pag. 161), 29 Miglioli, Grieco e il contadino (pag. 226), il blocco di documenti su La matàna del Po (pag. 323), La cascina (pag. 433), Quelli del Po (pag. 442). Sono esempi del montaldiano e attivo “stare vicino al proletariato”, in dialogo, attraversando assieme la memoria, criticando nella discussione il metodo adottato, sottoponendo ad analisi la “prefigurazione”, cioè l’immaginazione (pag. 91), esplorando i “luoghi dove si fosse manifestata una concreta attività proletaria, con i suoi momenti di passione e di crisi”. Il “gruppo esterno” (pag. 97) che a Cremona nasce è per quegli anni l’eco intelligente (da “linea lombarda”, politicamente parlando), non la scimmiottatura, del partito di Lenin. Così, nel cogliere dal vivo permanenze e divenire delle forme di vita contadina, anteriori e posteriori all’industrializzazione delle campagne, Montaldi può polemizzare da posizioni di forza con certa letteratura che, allora, occupandosi di quel mondo e dell’immigrazione, era ancora orientata dal modello neorealistico, ma in modi sempre più estetizzanti (si vedano le sue critiche a Carlo Levi e a Zavattini e, per il cinema, la sua polemica col Visconti di Rocco e i suoi fratelli (pag. 382). Egli è critico verso le “presunte immutabili costanti del mondo agrario, il quale invece come qualsiasi altra realtà storica si sviluppa, si afferma, entra in crisi, si trasforma” (pag. 201); e si potrebbe vedere nella sua ricerca un percorso che “dalla saggezza contadina” va all’“ideologia proletaria” o che già vede quest’ultima in quello che altri chiamano saggezza contadina, folklore (pag.202). La sua attenzione è alle trasformazioni del lavoro, che stacca i giovani dagli anziani e riduce l’importanza della comunità familiare, per cui “saggezza contadina”, “dono”, “racconto”, miti vengono continuamente rielaborati. Tutte da studiare (ma esula dal mio intervento) sono le due presentazioni di Autobiografie della leggera (pag.196) e, quasi in contemporanea, di Militanti politici di base (pag.199), dove insiste sulla contrapposizione fra mitologia e storia. 9. Montaldi e la cultura di sinistra Negli Scritti, la fittissima serie di considerazioni, spesso contingenti e frammentarie, sulla cultura di sinistra degli anni Cinquanta e Sessanta (l’arte, il cinema, la letteratura), mira a contrapporre una cultura proletaria all’ottica prevalente del nazional-popolare. Ancora ritroviamo l’empito tutto giovanile “per una vita proletaria che diventi pienamente umana” e per un’azione d’avanguardia, alla quale “una falange di scrittori-operai deve contribuire, purché sia illuminata non nostalgica” (pag.62). Simpatie e rifiuti di Montaldi sono coerenti con la sua visione e la sua pratica politica e sociale. Le preferenze vanno innanzitutto al grande cinema di Ejzenštein; alla letteratura e al cinema francesi, che, a differenza dell’Italia dove non c’è spazio per “una originale creazione proletaria” (pag.61), sanno trattare i personaggi-operai; alla poesia di protesta (pag.61); al lavoro delle riviste controcorrente, come “Discussioni” (pag.175) e “Ragionamenti”; alla raccolta di autobiografie (pag. 60), strada che presto Montaldi imboccherà, non limitandosi a raccogliere del mondo proletario solo i documenti “corali”, quindi di sfondo, ma anche i monumenti, spingendosi dunque verso una “valutazione letteraria del documento” (il suo riferimento era, allora, il Rocco Scotellaro dei Contadini del Sud (pag. 61), un libro di biografie scritte e orali di uomini del Meridione); alla sociologia, che egli pensa di usare come disciplina contro la burocrazia (pag.290) e contro la letteratura neorealistica diventata “fregio e ghirigoro”. Contesta il cinema italiano. Vi vede “un mucchio di rovine”, dalle quali spiccano la “miseria di piccoli borghesi piagnucolosi” (pag. 51), l’uso regressivo del dialetto in letteratura, gli “esami di coscienza” degli intellettuali (bersaglio ancora Lucio Lombardo Radice, come esemplare di un “ampio settore della cultura di sinistra”), le false commozioni “per le riabilitazioni del XX Congresso”, il “togliattismo come stalinismo puro” (pag. 179), le mitologie del proletariato come “buon selvaggio”. Completamente ignorate o snobbate sono da Montaldi il formalismo della neoavanguardia e i raffinati giochi combinatori e fiabeschi di Calvino. Impressiona poi la serie degli intellettuali di sinistra, sia ufficiale che critica, bersagliati da Montaldi in tutto l’arco di tempo che va dal dopoguerra alla sua morte; e mi risparmio l’elenco o gli esempi. 10. Su alcune ombre dell’immaginazione proletaria di Montaldi 30 In genere, e non solo nella critiche all’intellettualità di sinistra, Montaldi sembra condividere in pieno l’idea marxiana che il proletariato non ha bisogno di farsi delle illusioni su se stesso, né logicamente di nascondere o abbellire interessi ed obbiettivi; e che la critica delle ideologie, condotta a fondo, farà del proletariato una classe perfettamente trasparente a sé stessa. Che questo poi sia avvenuto nella storia fra Otto e Novecento non possiamo certo affermarlo. Lo scivolamento fra reale e immaginario, fra mito e storia, è costante sia per i dominatori che per i dominati. Oggi, dunque, nella rilettura degli Scritti, terrei più presente la zona d’ombra che, suo malgrado, Montaldi mutua dalla visione marxiana, ancora fortemente illuminista e a tratti positivista. Anche questo è forse un condizionamento d’epoca per la sua generazione. Freud (faccio il suo nome per indicare un simbolo di un atteggiamento più avvertito di questi problemi) è nominato una sola volta - e en passant – in questi Scritti. Farò ora tre esempi dove, secondo me, l’immaginazione proletaria di Montaldi tocca queste zone d’ombra senza avvertire – secondo me - che, invece di penetrarvi a fondo, le aggira; e contraddicendo, in un caso, il suo stile profondamente antiromantico. Primo esempio: sulla rivoluzione russa: La preminenza che ha per Montaldi il mito della Rivoluzione russa comporta una rimozione degli effetti profondi dello stalinismo. Di questo Montaldi coglie il tratto fideistico e di sacralizzazione del partito e del capo. Ma vi contrappone solo sottolineo questo solo - la critica e il metodo scientifico. Non so se Montaldi potesse condividere l’idea di molti antropologi che un mito si combatte solo con un altro mito, ma mi pare che non riuscisse ad afferrare l’aspetto più oscuro di quella “religione” stalinista (come invece ha potuto fare di più un Moshe Lewin, mostrando quanto l’immaginazione proletaria degli operai sovietici si fosse, purtroppo, “compromessa” con lo stalinismo e sottolineando, perciò, come il “tradimento” della rivoluzione non toccasse soltanto i dirigenti o il partito). Montaldi, nel caso dello stalinismo, era frenato dalla diffusa mentalità dei militanti del tempo e forse anche dal livello della conoscenza storiografica di allora. Ma in effetti la sua critica si attesta soltanto sul piano dell’ideologia. È soprattutto polemica contro l’ideologia del nazional-borghese. L’unico di questi Scritti esplicitamente dedicato a Stalin tocca una questione davvero secondaria, come quella delle posizioni di Stalin sulla lingua. Quando accenna alla “degenerazione” del partito o del sistema sovietico (pagg.159,160), Montaldi si ferma a considerazioni generali e generiche: “La degenerazione del partito, a giusta ragione, porta oggi il nome di Stalin. Ma questo non significa che un patrimonio ideologico come quello bolscevico sia da dimenticare. Non ci sono mai state garanzie perché un partito non degenerasse; né ve ne sono per qualsiasi altro organismo della classe” (pag. 160); e anche i pochi riferimenti a Victor Serge si fermano all’apologia del rivoluzionario né interrogano da vicino l’esperienza che Serge ebbe della involuzione staliniana. Secondo esempio: “Su alcuni paesaggi” (pag.134). Questo, fra gli scritti dedicati al cremonese, mi ha impressionato, perché scopre una sensibilità quasi romantica verso un passato perduto (non dissimile mi pare da quella che Montaldi rimproverava a Bosio e ad altri), una sensibilità dunque meno “proletaria”, meno “trasparente”, marxiana solo per uno scatto finale tutto verbale. In questo saggio, infatti (inviato per lettera anche a Fortini, non so se nella medesima stesura), Montaldi si fa senza riserve promeneur: Se ne va in giro per la campagna, con un “un piccolo Goethe rilegato e di traduzione ottocentesca, che porto sempre con me”, aggiunge (135); mostra d’essere un conoscitore delle minuzie della storia locale dei monumenti; costruisce analogie sottili fra le sue letture e l’ambiente circostante (“aspirazione gotica di certi paesaggi locali”, pag. 137). Sembra, insomma, affascinato dalla mentalità locale (“la tetraggine del temperamento bassolombardo”), dallo “sfondo pagano” che fa persistere paure secolari “soprattutto nelle donne anziane”, copie - dice - di “quelle che dovettero essere le primitive abitatrici del fiume” (pag. 137). Qui una predilezione per il “popolare” (“le preziose notizie trasmesse in tono paesano ci guadagnano, non ci perdono”, pag. 134) e un’attenzione acuta a “tutto un mondo patriarcale, militarista, paternalistico e cattolico che se n’è andato” (pag. 142) e ai suoi residui ottocenteschi lo conducono a un’esperienza che a me pare puramente estetica, altre volte respinta (“Staccatomi dagli amici, mi diressi da solo verso quel romitorio, che sapevo […] per 31 poterne fare una privata verifica, e godermela tutta da solo”, pag.140; “Né si può dimenticare la bellezza degli stendardi feudali”, pag. 142). Siamo nel 1957 e Montaldi ha 28 anni, si dirà. Ma il gusto per il diroccato e il funebre (“Le chiese più vecchie, i torrioni, questi cimiteri, sono le cose da vedere in queste campagne”, pag.135), rafforzato da commossi “ricordi di letteratura inglese” (pag. 136), frammisto a pensieri di morte (“e mi ricordava che più di un anno fa io volevo scrivere qualcosa a proposito del sentimento della morte che si ha qui, nelle campagne”, pag.136), è quello romantico. O quasi. L’attenzione è proprio alle permanenze dell’arcaico (“E pertanto io ci passo attraverso a queste enormità di campagna, come mi capitava di promanarmi al museo dell’uomo del Palais de Chaillot tra i monumenti della civiltà africana e oceanica. Ché questa non è meno Africa e Preistoria di quella” (pag. 138). E non manca l’accoppiata di amore e morte: la storia della “nobile P.”, una signora lesbica (pag. 141). Solo a tratti o alla fine rispunta il marxista, lo scatto materialistico e marxiano, che dal riferimento alla ““gramezza” (veramente cristiana) della vita che lì vi si conduce (e che genera appunto quel sentimento) passa, con un pistolotto finale e improvvisato, all’affermazione: “poiché sappiamo ciò che i proletari sanno: che c’è un mondo, cioè, che è ancora tutto da guadagnare” (pag.143). Terzo esempio: Il rapporto Montaldi-Fortini. Vorrei accennare, anche per una questione personale di stima e di affetto per la memoria di entrambi, alla necessità di un confronto Fortini-Montaldi. Preciso subito: non è confronto fra un periferico e uno “scrittore europeo” (come si è detto di Fortini). Montaldi aveva i suoi circuiti europei diversi da quelli di Fortini (non casualmente sartriano). Sono due figure che, pur sapendo in contrasto (e gli Scritti mi hanno provato ancor più la loro distanza), continuo a sentire storicamente complementari, come se entrambe contenessero elementi essenziali della crisi che abbiamo vissuto lungo il secondo Novecento. Sono due volti di quella crisi diciamo pure : uno proletario e l’altro piccoloborghese; uno proletkult e l’altro ammantatosi della “sublime lingua borghese”; l’uno aperto all’operaismo del ‘69 e l’altro alle controverse dinamiche dell’intellettualità di massa del ’68. Ci sono pochi elementi per approfondire questo confronto. L’avvicinamento dei due avviene negli anni Cinquanta-Sessanta. Purtroppo il rapporto s’interrompe bruscamente. Il carteggio fra i due, infatti, è limitato: iniziato attorno al ’55, per iniziativa di Montaldi, che vedeva nell’esperienza de Il Politecnico un modello per sé e i suoi giovani compagni, si conclude già attorno al ’63, con una lettera in cui Montaldi rivendica orgogliosamente il fatto di non frequentare i luoghi “dove si elaborano le riviste politiche come opere d’arte”, rimproverando così Fortini, al quale ha mandato dei bollettini del Gruppo di Unità proletaria: “Non ci hai mai rivolto una critica, non ci hai mai detto che avevi qualcosa da dare, da scrivere, nemmeno un’indicazione sugli argomenti da trattare, da sviluppare, non un indirizzo cui mandarlo…” (Lettera di Montaldi del 9 marzo 1963 ). In assenza di testimonianze dirette e di altri documenti, mi pare giusto tentare qui solo una prima approssimativa contestualizzazione di quel rapporto. Notando innanzitutto che, di fronte alla vastità del processo d’industrializzazione e massificazione di cultura e scuola di quegli anni, l’emissione di polemica, sia da parte di Montaldi che dei suoi avversari, appare oggi davvero esorbitante e spesso sterile. La critica alla politica censoria del PCI, da una parte, e la difesa attardata del nazionalpopolare, dall’altra, si lasciavano passare sotto gli occhi l’offensiva capitalista, abilmente condotta proprio attraverso scuola e mezzi di comunicazione di massa. A quei processi, negli anni Sessanta, si reagì in vari modi: con l’opera anarchicheggiante di Bianciardi, con la difesa e il tentativo di sviluppare la cultura proletaria di Montaldi o con il tentativo di Fortini di salvare l’insegnamento del Politecnico, ponendosi il gramsciano problema dell’organizzazione della cultura, ma dal suo interno e proponendo perciò una manualistica molto ben fatta e una “scrittura comunicativa media”5, sperando di influire “attraverso il linguaggio negli strumenti di comunicazione di massa”. Questo tentativo apparve poi fallimentare allo stesso Fortini6. Non si 5 Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 19521994, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag. 440 6 “Questa idea si rivelava buona per il Manzoni, non per noi. L’immenso flusso di informazionecomunicazione avrebbe distrutto completamente una simile possibilità” (Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag. 440) 32 trattava più di una questione di censura politica esercitata dal PCI (tramite Antonio Giolitti) che colpiva l’opera di Trockij o faceva uscire Serge nella Nuova Italia, ma era – come disse ancora Fortini – che le case editrici “diventavano sempre più organi che veicolano mode” e si andava formando, anche coi tascabili, un‘intellettualità di massa “di secondo rango”. Sappiamo oggi che, di fronte a quei processi, tutte le varie culture della sinistra, sono risultate perdenti o hanno dovuto in qualche modo piegarsi. Ma anche l’ipotesi montaldiana della cultura proletaria non ha retto all’urto. Anche in questo caso, perciò, penso che l’immaginazione proletaria di Montaldi sia rimasta prigioniera del mito proletario, che in lui ha fatto ombra ad un’analisi più spregiudicata sulla capillarità e intensità dei processi che avvenivano nell’industria culturale. Ed è strano non trovare contributi in proposito da parte sua, che pure faceva il traduttore per Einaudi, Feltrinelli e Mondadori ed era implicato in qualche modo in questi processi dell’industria culturale, subendone anzi le conseguenze anche sul piano personale. (La vicenda del rifiuto della Feltrinelli di pubblicare il Saggio sulla politica del PCI non è irrilevante e andrebbe oggi indagata a fondo). Alla luce di tali considerazioni, ritengo particolarmente esasperate e forse mal indirizzate le accuse che Montaldi rivolge a Fortini, specie se si tiene conto della traiettoria successiva da quest’ultimo seguita fino alla morte nel ’94 e che è verificabile oggi, se si leggono le sue amare e anche autocritiche diagnosi sulla politica culturale tentata in quegli anni7. Certo 7 “Una volta si pensava che le idee determinassero delle conseguenze: oggi il margine delle conseguenze è stato eliminato nel pluralismo totale, e la democrazia delle idee è spinta all’estremo, come in quelle sette protestanti dove nel coro ognuno canta un salmo per conto suo, secondo che lo spirito detta. Nonm importa la cacofonia, tanto l’unico interlocutore è Dio. Così ognuno di noi canta la sua nota, e tutto finisce lì, nessuno mira alle conseguenze. Allora quando mi domandano se esista una cultura d’opposizione, io rispondo: non esiste, ed è meglio così. Finora la cultura d’opposizione è stata essenzialmente una cultura d’opposizione interna. Le uniche vere culture d’opposizione della prima metà del secolo, paradossalmente, sono state da un lato quella di origine leninista, dall’altro quella nazista. Le quali, beninteso, non hanno alcun rapporto tra di loro e rappresentano cose diversissime, ma entrambe sono Montaldi non si è chiuso come Fortini nella “sublime lingua borghese” ed era fuori dalla logica di tentare dall’interno dell’editoria, del giornalismo, del mondo universitario, di contrastare quei processi: il suo tenersi legato - l’abbiamo visto più volte - al mondo proletario in termini concreti ha significato per lui anche non fare carriera. L’antiaccademismo (non antintellettualismo, egli è intellettuale raffinato ma proletario), che lo distingue dagli altri intellettuali della Sinistra (il convinto rifiuto di professionalizzarsi di Montaldi è un sintomo), a me risulta sicuramente più simpatico e congeniale. Quel suo restare vicino al proletariato gli permette di essere sicuramente più attento di altri alle trasformazioni di quel mondo. Rispetto ad un Pasolini, ad esempio, è politicamente molto più agguerrito ed evita il suo populismo. D’altro canto, non ritengo neppure sbagliato essersi distanziato dal lucaccianesimo o dall’adornismo di Fortini. Tuttavia questa fedeltà al mondo proletario ha avuto anche i suoi risvolti negativi. Certe trasformazioni, proprio sul lato che oggi chiamiamo dell’”immateriale”, quel proletariato le ha poi subite, come abbiamo visto noi in questi oltre 25 anni trascorsi dalla morte di Montaldi. Per fronteggiarle o avvantaggiarsene almeno in parte, però con quella cultura proletaria non era più possibile intervenire. Questo dobbiamo dircelo, se non vogliamo abbandonarci al culto amicale. La “disattenzione” di Montaldi sul ’68 studentesco mi pare sveli una sua difficoltà. Questi fenomeni toglievano spazio alla sua visione proletaria: l’emergere di un’intellettualità di massa era qualcosa di abbastanza estraneo alla sua immaginazione, ma la storia successiva ci ha mostrato quanto le nuove figure sociali avessero il vento in poppa, quell’ambiguo soffio capitalista e postcomunista (come si è poi detto). La polemica con la Sinistra si è per noi in gran parte svuotata, non perché oggi si possa giustificare quella politica, ma semplicemente perché anch’essa è venuta meno, si è dissolta. Il tenace riferimento d’opposizione sul serio, e prevedono certe conseguenze. Oggi darsi da fare per una cultura d’opposizione è ridicolo, perché i temi di quelle che erano le parti in conflitto sono oggi distribuiti nel magma dell’informazione-comunicazione attuale” ( Fortini, Idem, pag. 446). 33 proletkult di Montaldi è stato fertile sul piano della sua ricerca, ma oggi dobbiamo dirci che Autobiografia della Leggera e Militanti politici di base, per non ridursi a letteratura, dovranno aspettare che si riaffacci il bisogno di qualche nuova forma di memoria e che si possa aver bisogno delle verità che contengono. 11. Conclusioni: La mia lettura degli “Scritti 1952-1975) Dopo aver trattato il tema che mi sono proposto, voglio accennare qui al sentimento contraddittorio che ha accompagnato questa mia rilettura degli scritti di Montaldi. Avevo conservato di lui in tutti questi anni un ricordo congelato dalla sua morte e, subito dopo, dagli strascichi amari e spesso tragici del periodo di quella militanza politica negli anni Settanta, che era stata occasione e ragione del nostro incontro. L’avevo espresso in questa poesia a lui dedicata: Milano, Corea a Danilo Montaldi E qui ammutoliti stemmo: i corpi sfibrati di fatica, le sovraccoperte a fiorami sulle brande, le collezioni di tiepide bamboline nelle credenze vetrate. La sterpaglia, i cantieri guardammo come nuotatori che all'improvviso restringersi del mondo spengono sul vuoto d’aria attorno occhi, cuori e volere e sprofondano con la muscolatura serrata trattenendo in un unico spasimo persino l'azzurro respirato dai loro padri. sono ritrovato nella posizione del vecchio, che fa i conti con un giovane e sotto certi aspetti con la propria giovinezza. E mi si è posto il problema di non far pesare oltremodo questo mio invecchiamento, di difendere attraverso quella di Montaldi anche la mia giovinezza - e salvare, criticamente però, quella dimensione proletaria presente nel suo/mio “tempo perduto”; 2) la consapevolezza della fine di quell’epoca e di una situazione attorno a noi completamente mutata. Nel passaggio - come si dice - “dal fordismo al postfordismo”, tutto è diventato più “immateriale”, i soggetti sociali e politici a cui facevamo riferimento allora sono stati emarginati, altri più indistinti o “mutanti” li vanno sostituendo. Siamo tutti meno “proletari”, più “intellettuali”, più “ceto medio” o “moltitudine”. Siamo tutti di fatto più distanti da Montaldi. Questo profondo cambiamento nel reale e nel nostro modo di pensarlo mi ha suggerito di guardarmi da una lettura degli Scritti solo simpatetica o basata su un’ottimistica continuità. Al di là della possibilità di ripresa di aspetti decisivi del suo stile (un nuovo tipo di memoria, l’inchiesta fra gli strati del lavoro informatizzato o fra i nuovi immigrati), il tentativo che dobbiamo fare è quello di tradurre, per questo nuovo ceto medio o neoproletario o moltitudine di oggi, il senso alto e nobile che Danilo Montaldi ebbe della condizione proletaria. Nel riprendere in mano ora questi scritti, due fatti mi si sono imposti: 1) il ribaltamento. a causa del tempo trascorso, dell’immagine personale che avevo di Montaldi: se a me, giovane immigrato e militante politico di base nell’hinterland milanese, quando lo conobbi attraverso alcuni incontri e lo scambio di poche lettere tra 1973 e 1975, egli appariva un possibile compagno-maestro-fratello maggiore, oggi mi 34