Marzo 2011
INDIALOGO
n. 31
Supple m e n t o d i I n d i a l o g o . i t , a u t o r i z z . N . 2 d e l 16.6.2010 del Tribunale di Pinerolo
L’altra
metà
del cielo:
le donne
Buone News
A cura di Gabriella Bruzzone
la ricerca scientifica svela
Le dinamiche che originano la felicità
Da sempre al centro dei pensieri di ognuno
di noi, nonché di pensatori e filosofi, oggi la
felicità si è trasformata in una preoccupazione
anche per gli scienziati.
In uno studio condotto e pubblicato sul Financial Times infatti vengono messi in evidenza
gli aspetti più significativi che sono alla base
della felicità. Gli scienziati si sono soffermati
particolarmente su quegli aspetti che, incidendo maggiormente sulle nostre vite, determinano il livello di felicità e serenità personali.
Alla base sicuramente c’è la buona salute,
primo fattore di benessere, a scapito invece
del denaro che serve solamente a soddisfare una piccola parte di piaceri; così anche un
aumento di stipendio non è paragonabile alla
vicinanza dei propri amici più cari.
L’esperienza più tragica è data dalla perdita
del lavoro, ma si è notato che la disperazione
diminuisce se anche amici e conoscenti vivono la stessa situazione. Analogamente, se si
è gli unici in sovrappeso tra amici in forma ci
si sentirà a disagio, ma se anche i nostri amici
hanno problemi di peso come noi, ci sentiamo
più sereni.
Il “British Medical Journal” si è soffermato
invece sull’aspetto contagioso della felicità:
questa si trasmette esattamente come un vi-
rus e dipende dalla vicinanza con persone felici. Più siamo a contatto con persone serene,
più abbiamo possibilità di sentirci felici.
A questo proposito, Nicholas Christakis della
Medical School di Harvard e James Fowler,
sociologo dell’Università della California (San
Diego) hanno messo a punto una vera e propria formula matematica che riassume la felicità e le sue cause. La formula è stata rappresentata in un diagramma - chiamato appunto
“diagramma della felicità” - dopo aver condotto uno studio su oltre cinquemila persone tra
i 21 e i 50 anni.
Ma la felicità non si trasmette tra tutti gli individui: ci sono infatti alcuni elementi che concorrono o meno alla sua “contagiosità”. Gli
studiosi hanno infatti tenuto conto del contesto sociale e delle relazioni di parentela, di
amicizia o lavorative tra chi si è sottoposto
al test. Ad esempio il contagio non avviene
tra colleghi di lavoro e tra vicinanze virtuali,
ovvero amicizie tenute in contatto solo per via
telematica. È invece assodato che un buon
grado di empatia e di complicità tra gli individui favorisce la trasmissione della felicità.
A tutti questi fattori ne aggiungerei uno che,
a parer mio, è portatore di una buona parte
di felicità, pur sottovalutato perché di pratica
quotidiana: il cibo. In effetti un buon pasto, curato e salutare, meglio
ancora se consumato
in compagnia di amici
o famigliari, stimola il
buon umore e mantiene
allegri.
Quindi, malgrado le formule e i grafici matematici, possiamo ancora
elencare tra i classici ingredienti della felicità lo
stare bene con se stessi
e con gli altri e la buona
cucina.
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| Editoriale |
È tradizione nel mese di marzo parlare
della condizione della donna. Quest’anno
dopo le cronache delle Ruby e delle veline,
disposte a tutto pur di ottenere dei vantaggi
economici o sociali, e dopo la manifestazione d’indignazione del 13 febbraio, questo
evento assume un significato particolare.
Anche perché sono scese in piazza donne
che non l’avevano mai fatto, come le suore.
Una di queste è addirittura salita sul palco di
Piazza del Popolo a Roma, in rappresentanza di 80.000 suore italiane, per testimoniare
tutto il proprio disagio.
Che cosa è andata a dire questa piccola
suora (Eugenia Bonetti), tra le più applaudite, impegnata in prima persona rischiando
la pelle per salvare dalla prostituzione molte
donne?
«Basta! Basta all’indegno mercato del corpo femminile...». Ha poi proseguito: «Ci preoccupa la cultura che viene trasmessa dalla
Tv e dalla pubblicità dove il corpo della donna è solo immagine di strumento di piacere,
di consumo e di guadagno. Ci indignano i
maschi che non si mettono in discussione.
È arrivato il momento di fermarsi e riflettere,
stiamo procedendo in un vicolo cieco, oltre
c’è solo il baratro. Non è una questione che
coinvolge solo le donne. Ma la dignità della persona, uomini e donne. Noi chiediamo
rispetto, chiediamo di rivedere stili di vita,
chiediamo a ognuno di assumersi responsabilità. Lo chiediamo come suore e come
donne». È il caso di dire: “Parole sante!”.
Antonio Denanni
PINEROLO INDIALOGO
Direttore Responsabile
Antonio Denanni
Hanno collaborato a questo numero: Fiammetta Bertotto,
Michele Barbero, Silvio Ferrero, Emanuele Sacchetto, Valentina Voglino, Gabriella Bruzzone, Francesca Noardo,
Maurizio Allasia, Andrea Obiso, Mario Rivoiro, Massimiliano
Granero, Nadia Fenoglio, Giulia Antonucci, Francesca Costarelli, Michele F.Barale, Massimiliano Malvicini
Con la partecipazione di Elvio Fassone
photo
Giacomo Denanni, Irene Lo Bianco
Pinerolo Indialogo, supplemento di Indialogo.it
Autorizzazione del Tribunale di Pinerolo
n. 2 del 16/06/2010
redazione
Tel. 0121397226 - Fax 1782285085
E-mail: [email protected]
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Buone News
le dinamiche della felicità
4Eventi
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svolta donna contro la violenza
Primo piano
riallineare la sorte degli uomini
8Visibili&Invisibili
la rivoluzione dei gelsomini/masciari
9Nuvole sopra i 20
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il coraggio al femminile
Politica in Città
giovanili riflessioni elettorali/2
Pinerolo come la vorrei/4
le imprese artigiane ancora pessimiste
Delibere comunali
febbraio 2011
13Iniziative
l’isola di mezzo
14Tendenze
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16
touch o qwerty
Giovani@Scuola
lotta alla mafia a suon di cultura
Giovani Scuola&Lavoro
fare la ragazza alla pari
17Sociale &Volontariato
18
i frutti di baobab
Personaggi
michela paschetto
19Teatro
18mila giorni o il pitone
20Arte&Architettura
destino incerto per la cavallerizza
21Serate di laurea
all’insegna delle lettere moderne
22Sport
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pulcini pinerolo 2002
Musica
neg e giallo
http://www.pineroloindialogo.it
http://www.facebook.com/indialogo.apinerolo
http://www.issuu.com/pineroloindialogo
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EVENTI
Marzo: la festa della donna
A cura di Giulia Antonucci
intervista a maria teresa maloberti
“Svolta donna”: contro la violenza
L’associazione pinerolese nata nel 2007 contro gli abusi sulle donne
È ormai tradizione che nel mese di marzo, con la ricorrenza della “Giornata della
donna” ci si soffermi a riflettere sulla condizione sociale della donna. Ne parliamo con
la Prof. Maria Teresa Maloberti, membro
all’Associazione “Svolta donna”
Com’è nata l’Associazione “Svolta Donna”?
Il Centro d’Ascolto “Svolta Donna” è stato
fondato nel 2007 ad opera del sindaco di
Porte Laura Zoggia e di un gruppo di persone
volenterose e disponibili ad impegnarsi in prima persona per promuovere una convivenza
senza violenza.
Nel Maggio 2008, dopo cinque mesi di collaborazione con i servizi del territorio e dopo
un’attenta analisi del problema della violenza sulle donne, è nato il numero verde
334.3664768 attraverso il quale le donne
possono contattare il Centro e con l’assistenza e l’accompagnamento delle volontarie possono contattare specialisti e professionisti secondo i bisogni individuati.
Quali sono le attività proposte da “Svolta
Donna”?
La nostra Associazione si propone di attivare
forme di ascolto ed accoglienza delle donne
vittime di violenza attraverso l’operato del
Centro di Ascolto Telefonico.
Inoltre si promuovono iniziative di informazione e sensibilizzazione rivolte alla popolazione sul tema della violenza, attraverso la
programmazione di iniziative pubbliche, giornate dedicate, la stampa e la diffusione di
opuscoli informativi, la pubblicazione di atti
di convegni, la redazione di articoli per giornali, riviste ed altri periodici, l’attività editoriale.
Inoltre è attivo il Gruppo scuola: alcune volontarie si occupano di andare nelle scuole
(Liceo Porporato, Istituto Alberghiero, Liceo
Valdese, scuola media, scuola materna) e di
parlare dell’associazione, di sensibilizzare la
popolazione e di distribuire materiale informativo durante l’orario d’ingresso.
Chi è che si rivolge al Centro?
Riceviamo telefonate da donne di ogni età,
estrazione sociale e livello culturale. Comunemente si crede che la violenza sia solo di tipo
fisico, ma può manifestarsi in diversi modi e
assumere varie forme: può essere fisica, sessuale, psicologica, economica, oppure può
manifestarsi come stalking (persecuzione).
È un fenomeno che si manifesta soprattutto
all’interno della relazione di coppia, nella famiglia, all’interno di rapporti che dovrebbero
basarsi sulla fiducia, sull’amore e che dovrebbero rappresentare luoghi di protezione.
Si tratta di donne molto attaccate ai figli,
fragili, sole, senza l’appoggio della famiglia,
senza lavoro o precarie, che vorrebbero uscire dalla loro situazione ma non sanno dove
andare: le donne che subiscono violenza si
sentono confuse, insicure, provano vergogna ed al tempo stesso dolore per la situazione che vivono.
Nominare la violenza, riconoscerla ed identificarla è il primo grande passo per interrompere un rapporto violento.
Quale genere di assistenza garantite alle
donne che si rivolgono al Centro d’Ascolto?
Dopo un primo approccio telefonico, è possibile fissare un incontro gratuito con una
psicologa del Centro.
Inoltre è possibile avere una consulenza legale
gratuita da un avvocato del Centro e, se necessario, far intervenire gli assistenti sociali.
Alcune donne si sono rivolte a noi perchè
il marito non consente loro di accedere al
proprio conto in banca: per questo è nato un
gruppo di microcredito all’interno di “Svolta
Donna”, in collaborazione con il Centro per
l’Impiego di Pinerolo. In questo modo le donne disoccupate possono essere messe in
lista ed avere la precedenza.
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All’interno dell’Associazione Onlus
“Svolta Donna” è operativo un Gruppo che si è occupato in particolare del
microcredito, partendo dall’esperienza di Muhammad Yunus, vincitore del
Premio Nobel per la pace 2006. Nel
panorama delle esperienze italiane
spicca il lavoro di approfondimento
teorico e pratico della Prof.ssa Luisa
Brunori. Il suo modello fa riferimento a Yunus e prevede la possibilità di
passaggio da una forma di Welfare
passivo ad una forma attiva, basata
sullo sviluppo delle proprie risorse.
Poiché si pensa possa essere interessante conoscere più a fondo questo
intreccio di economia e psicologia
si organizzano in varie parti d’Italia
dei seminari.
SEMINARIO DI STUDIO
SUL MICROCREDITO AL FEMMINILE
Invito
Per riflettere sul microcredito come strumento elettivo di sviluppo culturale e di
recupero sociale delle fasce deboli della
popolazione e di lotta all’esclusione finanziaria per lo sviluppo della comunità territoriale su un possibile progetto condiviso
di sostegno all’occupazione femminile
seminario
con la Prof.ssa LUISA BRUNORI
Docente di Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna - Direttore
Centro Interdipartimentale di Ricerca e di
Intervento sui Gruppi-CIRIG
Fondatrice e Presidente Osservatorio Internazionale sulla Microfinanza - M.I.O dell’Università di Bologna
8 MARZO 2011- ORE 14 - 18
SALA CONFERENZE ASL TO3
STRADALE FENESTRELLE, 72
PINEROLO (TO)
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primo pian
Lettere al giornale
Risponde Elvio Fassone
c’è bisogno di un’idea guida che orienti verso il futuro
Riallineare la sorte degli uomini
«I bisogni reali insoddisfatti e le folle dei senza lavoro»
D.- La crisi ha demolito, o almeno molto ridimensionato, il mito del libero mercato come
soluzione di ogni problema. Si lamenta,
però, che a questo punto la politica non è
più ispirata da alcuna linea-guida che possa
orientarci per il futuro. E’ davvero così?
E’ difficile dire che cosa si intenda per
idea-guida, una volta cadute le ideologie
che le alimentavano. Penso che con questo termine si debba avere riguardo ad una
certa idea di futuro, che sia fondata sull’osservazione critica di ciò che esiste, e che sia
sufficientemente fornita di eticità per mobilitare le persone e convincerle che il futuro
può essere orientato in funzione di quella.
Che cosa ci dice l’osservazione?
Innanzi tutto ci pone davanti alla constatazione che il mondo nella sua globalità
ha imboccato la strada della perequazione.
Per secoli l’Occidente ha convogliato su di
sé la ricchezza, l’invenzione e il benessere,
a scapito delle altre parti del pianeta: lo ha
fatto con la schiavitù, con l’imposizione dei
rapporti di scambio tra le merci, con le politiche monetarie, con i prestiti soffocanti,
con l’appropriazione delle materie prime e
delle fonti di energia, e in mille altri modi.
Oggi il resto del pianeta vuole recuperare su
tutti i fronti, drenando ricchezza in direzione contraria. Questo riequilibrio ha la forza
della storia, la spinta della giustizia, l’energia della loro maggior capacità di sacrificarsi, l’ineluttabilità dei vasi comunicanti.
L’epilogo di questo movimento tellurico è
che dobbiamo adattarci a cedere parte del
nostro benessere. Ne abbiamo molto, e non
è una tragedia. Il punto è come distribuire
questo sacrificio. Noi lo stiamo facendo in
modo sbagliato. Lo facciamo smantellando
a poco a poco le conquiste sociali con le
quali abbiamo cercato di umanizzare l’altra
grande rivoluzione di un secolo fa, quella
dell’industrializzazione e del fecondo compromesso tra capitalismo e socialdemocrazia. Lo facciamo demolendo lo stato sociale
e polarizzando la nostra ricchezza sulla parte alta della piramide sociale. Infatti cresce il prodotto interno, sia pure di poco, ma
aumenta anche la povertà, cioè il numero
di coloro che stanno sotto la soglia del benessere, o la sfiorano scendendo nella scala
sociale. E sono sempre più scarse le risorse
per il sostegno alle situazioni di difficoltà, gli
operai salgono sulle gru, si allungano le file
davanti alle istituzioni di assistenza.
Allora la prima idea-guida scaturisce
proprio dal principio dei vasi comunicanti.
E’ fatale che il riequilibrio planetario sposti ricchezza e benessere a
danno nostro; ma
è necessario che
anche all’interno
dell’occidente,
destinato a patire
lo
scorrimento,
questo avvenga
secondo lo stesso
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principio, e quindi che il sacrificio non sia scaricato sui
più deboli di questa parte
del mondo, ma sia sopportato principalmente da coloro che hanno più beneficiato della rendita storica oggi
chiamata al rendiconto.
I corollari, come è intuitivo, discendono a cascata.
L’idea-guida non può essere
quella ammiccante del “non
mettere le mani nelle tasche
dei cittadini”, ma quella del collocarsi nel
solco della grande perequazione globale,
recuperando, su scala planetaria e su tempi
generazionali, l’intuizione dell’anno giubilare, che ogni 50 anni riallineava le sorti degli
uomini, resi ineguali dalle vicende della vita
(v. Levitico, 25,8 ).
C’è poi una seconda idea-guida. L’epilogo della grande crisi è stato ed è una gigantesca ristrutturazione del mondo della
produzione, a scapito del lavoro. La ripresa, ammesso che ci sia, è in ogni caso una
jobless recovery, una ripartenza senza lavoro. Abbiamo risanato le banche, le principali colpevoli del trauma; abbiamo spostato il loro debito privato sul debito pubblico,
castrando il futuro e chi ci dovrà vivere;
abbiamo curato la crisi da sovra-produzione
mandando a casa un bel po’ di produttori.
Abbiamo cioè usato come medicina la stessa ricetta che ha causato la malattia.
Questa prospettiva non regge, per una
considerazione elementare. Il progresso
scientifico-tecnologico permette di produrre la stessa quantità di beni con un sempre
minor numero di lavoratori. Si scrive aumento di produttività, si legge disoccupazione strutturale. Pertanto, per mantenere
un passabile livello di occupazione, l’apparato ha bisogno di produrre un volume
sempre crescente di beni. Ma la crescita
illimitata non è concepibile, per molte ragioni: perché sono limitate le risorse da trasformare in beni; perché la polarizzazione
della ricchezza svuota i borsellini, sicché ci
sono i prodotti ma non i compratori; perché non ha senso sollecitare dei bisogni
artificiali per collocare quei beni, quando
vi sono molti bisogni reali insoddisfatti;
perché comunque si perviene all’esubero
e quindi alla categoria degli “inutili”, con
quel segue in termini di degrado sociale.
Allora l’altra idea-guida è quella
di realizzare il matrimonio che attende da
tempo.
Da una parte ci sono i milioni di non occupati che aspettano chi li venga a chiamare per un lavoro. Dall’altra parte ci sono gli
innumerevoli lavori che attendono una manodopera che non c’è: le scuole da bonificare, gli acquedotti da risanare, le colline
che smottano, i fiumi che esondano, i treni
dei pendolari, l’istruzione da diffondere, i
posti letto insufficienti, le opere d’arte da
tutelare, gli anziani da rispettare, la ricerca che langue, l’accompagnamento delle
situazioni umane in difficoltà. Una vigna
sterminata senza operai, che non riesce
ad accogliere la folla immensa degli operai
senza lavoro.
Bisogna farli incontrare. Bisogna dirottare l’aumento di produttività, offerto dalla
scienza e dalla tecnica, non sull’incremento dei beni materiali, ma sulla produzione
dei beni immateriali di cui siamo poveri. Il
costo non sarà il mercato a soddisfarlo,
ma la politica: non con il debito accollato al domani, ma ancora una volta con la
perequazione, richiesta a chi ha avuto più
vantaggi dall’oggi.
diritti umani
Visibili & Invisibili
Di Massimiliano Granero
un’onda inarrestabile generata dalla fame
La Rivoluzione dei Gelsomini
Tunisia, Algeria, Egitto, Giordania, Bahrein,
Yemen e Libia. E poi ancora Gibuti, Mauritania,
Iraq, Iran, Arabia Saudita, Marocco, Siria, Somalia e Kuwait. La Rivoluzione dei Gelsomini
avanza come un’onda che nulla può fermare.
La protesta, anzi le proteste, che sta scuotendo il Medio Oriente dalla fine del 2010 è al
centro dell’attenzione mediatica internazionale,
per tutti i risvolti che ha portato e che porterà
nel mondo intero.
Nata in Tunisia - si dice dal gesto estremo di
Mohamed Bouazizi, venditore ambulante nella
città di Sidi Bouzid che si dà fuoco in segno di
protesta - è presto dilagata oltre i confini all’interno del bacino del Mediterraneo. Perché, andando oltre le cartine geopolitiche disegnate dai
conquistatori occidentali, tutte queste diverse
manifestazioni sono parte di un’unica grande
rivoluzione. I diversi rami si riuniscono in un
unico tronco che dà loro la linfa per vivere. E
le radici comuni sono molteplici. In primo luogo
una lingua unica, l’arabo, simbolo di un’unica
civiltà che coinvolge nelle sue varie sfumature
tutti i paesi del Maghreb e del Mashreq. Una
storia comune li unisce, fatta di sfruttamento e
di sofferenza, di dolore e di sottosviluppo. Che
ha permesso ai più spietati dittatori di prendere
il potere con le armi e di mantenerlo con l’ignoranza e con il culto della persona su larga scala.
Ma la realtà scatenante questo sconvolgimento
è un’altra: la fame. Una fame che noi non conosciamo, una fame che non fa distinzione di
razza, di sesso, né di religione. Una fame che
affonda nel dispotismo dei regimi e nella connivenza dei paesi sviluppati. Non ci resta che
seguire l’onda, credendo negli uomini e nella
forza della democrazia, senza pretendere di volerla esportare.
pino masciari
L’imprenditore che ha detto no alla ‘ndrangheta
A Pino Masciari piace raccontare la sua
storia. Questo è certo. E l’hanno potuto
constatare i ragazzi che hanno partecipato
all’incontro organizzato dal presidio di Libera della Val Pellice la mattina di venerdì
11 febbraio alla biblioteca di Torre Pellice.
Insieme a quei pochi (ma buoni) che hanno
sentito la sua storia nel pomeriggio.
Pino Masciari! Chi era costui? Era un imprenditore di Calabria, un imprenditore del mattone tra i più conosciuti ed
influenti. Però anche un
uomo tutto d’un pezzo,
solido come gli edifici
che costruiva la Masciari Costruzioni. E, purtroppo, una voce fuori
dal coro: egli infatti, a
differenza di molti altri
imprenditori, ha detto
no all’intrusione mafiosa nei suoi affari. Un no
secco e deciso che si
sarebbe rivelato cruciale
per il corso futuro della
sua vita. E di quella della sua famiglia. Dopo
una serie di assalti nei cantieri di Masciari la
‘ndrangheta decide di colpirlo direttamente.
L’ultima goccia è il fuoco che divampa davanti casa da una delle sue auto. Incomincia così la sua vita da recluso, da esiliato.
Una moglie e due figli piccoli, due figli che
non possono correre né mai impareranno
a farlo, vive rinchiuso per aver denunciato. Dal 1997 ad oggi vive sotto scorta,
nel continuo pericolo di un
attentato. In una località
protetta senza poter lavorare, senza poter essere il
vero Pino Masciari. Ma è
ora di voltare pagina, questo il senso di “Costruire il
coraggio”, scritto a quattro mani con la moglie
Marisa. Pino vuole tornare a vivere, circondato da
quella folla di amici che
ha acquistato negli anni.
Speriamo anche qualcuno
in queste valli.
8
società
Nuvole sopra i 20
A cura di Fiammetta Bertotto
“le eroine invisibili dell’unità d’italia”
Il coraggio al femminile
Mi chiedo cosa significhi essere donna
oggi, qui, nel nostro Paese; ma anche altrove.
Mi chiedo quale sia la direzione presa, quali siano le scelte che bisogna affrontare,
cosa ci sia da cambiare, perché e come.
Poi mi chiedo anche cosa significasse essere donna ieri, qui, nel nostro Paese; ma
anche altrove. Quali battaglie, quali sacrifici, quali interessi sono venuti meno e
quali, invece, sono immutati.
Sono due le cose che mi sono venute in
mente, in questo marzo da centocinquantenario nazionale: la prima, è la grande
manifestazione a tinte rosa del 13 febbraio scorso; la seconda, l’adesione fattiva
che molte donne hanno offerto a quegli
anni risorgimentali che ci ritroviamo ora a
festeggiare, anni densi di speranze nuove
e, sotto molti aspetti, innovatrici.
Non è sicuramente originale – e, purtroppo, non lo è mai stato – parlare di conflitti
tra i sessi, di ruolo della donna subordinato a quello dell’uomo, e così via. Eppure, alla luce degli ultimi, come chiamarli,
“sconvolgimenti social-culturali” che molto hanno avuto a che fare con il clima politico in cui ci troviamo a vivere, forse non è
del tutto inopportuno tentare di riproporre
alle nuove generazioni femminili il ricordo
di quelle loro antenate che hanno lottato
per dei valori ben precisi e che non si sono
arrese né ai pregiudizi né allo stato di cose
a loro contemporaneo.
Queste donne, che Bruna Bertolo definisce nel suo libro da poco uscito “le eroine
invisibili dell’unità d’Italia” (ed. Ananke),
non solo ebbero un ruolo rilevante in tale
processo, ma furono numerose e di diverse estrazioni sociali: poetesse e contadine
si trovarono insieme, dimostrandosi determinate ad ottimizzare il loro quotidiano in
una lotta condivisa, per un futuro di cui
ben poco potevano immaginare, impegnandosi attivamente nelle cospirazioni,
ma anche negli scontri veri e propri (per
lo più nelle vesti d’infermiere e/o organizzatrici).
Inoltre, dettaglio fondamentale, il loro
impegno non si fermò con l’Unificazione
(1861), ma anzi si fece da quel momento in poi sempre più partecipe, attraverso
ruoli che guardavano ora al riscatto sociale delle classi disagiate, ora alla promozione e sistemazione dell’educazione, fino ad
arrivare, solo nel 1946, alla conquista del
voto politico.
Ecco, in un certo senso, la manifestazione del 13 febbraio mi ha ricordato questo
tipo di volitività positiva, forte, coraggiosa. Mi sono anche sentita meno sola, osservando donne più anziane e donne più
giovani di me a fianco una dell’altra, accomunate dalla mia stessa ansia di rigenerazione.
Se non ora, quando?
Studentesse del Liceo Porporato, maturande 2007
Già; e chissà che questo grido di ribellione pacifica, eppure così decisa, non sia lo
stesso che anche quelle donne vestite di
merletti e gonne lunghe hanno urlato con
fiducia e sorrisi nei loro giorni migliori.
“Vogliano le donne felici ed onorate dei
tempi avvenire rivolgere tratto tratto
il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni
delle donne che le precedettero nella
vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e
prepararono la via alla non mai prima
goduta, forse appena sognata, felicità!” Cristina Trivulzio di Belgiojoso, 1866
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politica
In Città
A cura di Emanuele Sacchetto
“cronaca youn g” di politica
Il terremoto elettorale/2: l’ala destra
Squillo di trombe in casa sinistra. Il nemico è in vista. Giunge da destra, ben armato,
compatto. Soprattutto giovane, il paladino
Andrea Chiabrando nel suo viaggio ha preso con sé alleati forti. Strana ironia che proprio i grandi secessionisti, quelli del
“tutti divisi siamo più forti”
abbiano accettato di allearsi, unirsi. Ma certo, quando
si tratta di vittorie gli ideali
non contano, solo i numeri.
E dunque eccoci. Da destra stanno arrivando sotto
le mura della roccaforte di
sinistra. Gli arcieri di Covato Magno sono pronti.
Anche se tra i Paladini Democratici ancora si pensa a
una possibile alleanza (primarie o non primarie?). Ma
non c’è tempo. Il nemico è
alle porte. Ha un programma chiaro, dettagliato, che
cambierà la nostra cittadella. Ma prima bisogna far la
voce grossa. Bisogna far
capire a tutti che loro sono
quelli dei “fatti”. Non importa che tipo di fatti. Conta solo che siano visibili e
mirabili da tutti. Dunque
ci vuole un po’ di sangue,
fuoco e qualche testa mozzata. Solo così gli
avversari capiranno che è guerra. Perché è
guerra. Un conflitto elettorale. Ormai anche
i giornali della cittadella lo sanno. E si sono
schierati. Lanciano frecce nell’ombra, avvelenate. Vorrebbero aprire le porte ai “salvatori”. Senza aver ancora liste definite già la
peste elettorale dilaga. E ha già fatto i primi
morti, innocenti.
Ma attenzione! C’è in vista qualcuno, da
sinistra. Arrivano i Grillini, capeggiati dalla
loro giovanissima quinta stella (maestra)
Luca Salvai. Attaccano la roccaforte, anche
loro, al grido “più trasparenza!”. Si sono dati
ben 5 stelle per le loro idee, togliendone una
un po’ da ogni partito. La
città è in preda al panico
e alla confusione. Nessuno si schiera per paura
di una pugnalata. Per ora
si sono viste solo frecciatine, dardi vilipendiosi
scagliati nell’ombra. Ma
ora si aspettano delle
idee. Non basta certo la
politica politicante delle
belle parole. Ma neanche quella azionista dei
fatti senza pensiero. Ci
vuole confronto! Ma per
questo bisogna essere
aperti, saper parlare liberamente e senza avvelenati insulti. Le idee arrivano solo se sono viste.
Spesso sono i più giovani a voler innovare.
Ma i vecchi, i giovani li
mandano a combattere
per i loro “ideali”. Non
c’è tempo per ascoltarli.
Bisogna uccidere il nemico. A ogni costo. E se
per caso un vecchio si
circonda di giovani per ascoltarne le idee
e talvolta pure le realizza, egli viene bollato come il bonaccione ‘young’ e i giovani
come i soliti raccomandati.
Questa è la campagna “elettorale” dei paladini del medioevo. Dove non c’era tempo
per confronti diplomatici e al dialogo si preferiva la spada.
Ma non c’era neanche democrazia.
Oggi siamo nel 2011. Cosa è rimasto di
spade e democrazia?
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Pinerolo come la vorrei /4
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di Marco Milone
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Le imprese artigiane ancora pessimiste
Il ritardo nei tempi di pagamento ne affossa la liquidità
Nella prospettiva delle elezioni comunali del 2011 abbiamo
messo in campo questa rubrica per riportare le aspettative dei cittadini dai futuri amministratori della nostra città.
Interviene Marco Milone, Presidente della CNA di Pinerolo
Il quadro economico generale appare ancora critico
per tutti i comparti e in modo particolare per l’artigianato, come testimoniato dall’ultima “Indagine congiunturale sull’artigianato, il commercio e la piccola industria”
realizzata dall’Ufficio Studi della CNA Torino che denuncia che ben 18 aziende sulle 350 che hanno costituito il campione di indagine nel corso del 2010 hanno
cessato l’attività a fine anno. Nessuna per fortuna nella zona del pinerolese, dove il campione è diviso equamente tra aziende che aumentano il proprio fatturato e
aziende che registrano ulteriori cali, ma è ormai evidente che i livelli della produzione si stanno assestando
stabilmente a una quota inferiore al 30% rispetto alla
situazione ante crisi del 2008. La ripresa è ancora lontana. Su di essa pesano come un macigno, la questione dei termini di pagamento, sia nei rapporti tra privati
che in quelli con le pubbliche amministrazioni, con un
aggravarsi del rapporto di sudditanza delle piccole imprese nei confronti delle grandi. Tutto ciò incide sulla
liquidità delle aziende, ne complica la gestione finanziaria e le espone al rischio concreto di fallimento. L’Italia
è, tra i paesi dell’Unione europea, quello più colpito dai
ritardi di pagamento e naturalmente l’attuale crisi non
ha fatto che peggiorare questa tendenza. La provincia
di Torino, poi, per la presenza delle grandi imprese, da
sempre riscontra ritardi superiori ai 90 giorni, cioè alla
media nazionale nei pagamenti dei fornitori e dei subfornitori. Per risolvere tale problema la CNA ha avanzato alcuni ipotesi, chiedendo ai parlamentari torinesi
di farsene portavoce in Parlamento: l’Iva per Cassa
nelle prestazioni di servizio e la revisione del sistema di
pagamento tra aziende private. Al fine di evitare di anticipare allo Stato le somme delle imposte derivanti da
fatture non incassate, chiediamo di rendere obbligatoria, e non facoltativa,
l’applicazione dell’Iva
per cassa per le prestazioni di servizio, nel
cui ambito rientrano
tutte le attività di subfornitura. Per quanto
riguarda i pagamenti
tra aziende private,
la legge sui termini di
pagamento italiana
dovrebbe prevedere,
sulla falsariga della legge francese, un termine massimo di 60 giorni, con accordi in deroga, prima dell’entrata a regime, per un periodo non superiore a due
anni. Le Pmi da sole non possono farcela e mancano
al momento azioni governative studiate “su misura”
per loro. La prossima agenda del Governo ma anche
di tutti gli enti di territorio ad iniziare dai comuni deve
porre al centro il tema dello sviluppo. Sino ad oggi le risorse straordinarie per affrontare la crisi hanno coperto
l’emergenza primaria dell’occupazione, sostenendo i
redditi dei lavoratori e delle famiglie, ciò non deve escludere che i prossimi interventi devono essere orientati
a sostenere la piccola impresa che produce, esporta
e crea occupazione. Solamente la miriade di piccoli
imprenditori fortemente legati al proprio territorio può
determinare la crescita del Prodotto interno lordo e
quindi il riassorbimento di cassaintegrati e disoccupati.
Non possiamo dimenticare che dal 2008 ad oggi sono
uscite dal mercato per cessazione o fallimento ben 55
mila unità produttive nel solo settore manifatturiero.
Altre aziende sono contemporaneamente nate, ma il
saldo del manifatturiero resta negativo. Bisogna fermare questa emorragia, accompagnando le aziende
rimaste e quelle neonate verso nuovi sentieri di sviluppo. Le Istituzioni del territorio devono intraprendere
tutte le iniziative utili a rilanciare l’economia spendendo
bene e subito quanto già programmato e stanziato nei
bilanci, avviando le opere pubbliche immediatamente
cantierabili, le manutenzioni e riparazioni, abbandonando la dannosa logica degli appalti al massimo ribasso, evadendo con sollecitudine i pagamenti inevasi
e rimuovendo ritardi inammissibili nelle concessioni
di licenze edilizie, commerciali e realizzazioni di piani
particolareggiati. L’attuale momento economico è già
molto difficile: i cittadini e le imprese non possono pagare anche le conseguenze derivanti da tensioni amministrative, dall’inefficienza della gestione pubblica e
da una burocrazia esasperata. Di fronte alla crisi attuale gli artigiani hanno
investito e continuano
ad investire anche il
patrimonio famigliare
svolgendo, con grandi
sacrifici, la loro parte,
ma questa sfida deve
essere colta da tutti
gli attori economici del
territorio.
zione
amministra
Pinerolo
A cura di Silvio Ferrero
M e s e d i f e bb r a i o 2 0 1 1
Delibere della Giunta comunale
Delibera 20 del 02.02.2011 Causa Giolitti +
Badino ed altri / Comune di Pinerolo. Ricorso
per Cassazione avverso la sentenza della Corte
d’Appello di Torino n. 1694/2010.
Delibera 21 del 02.02.2011 Introduzione di
nuove aree di sosta a pagamento e modificazione della tariffa oraria da Euro 0.80 a Euro 1.00.
Delibera 22 del 02.02.2011 Approvazione
bozza di convenzione tra il comune di Pinerolo
e la Fondazione “C. Feyles” e con l’ENAIP.
Delibera 23 del 02.02.2011 A.S.D. Sporting
Club di Pinerolo – 3° prova di coppa Italia e
dei campionati individuali di Short Track 5 – 6
febbraio 2011., stadio olimpico del Ghiaccio.
Concessione patrocinio e contributo.
Delibera 24 del 02.02.2011 Modificazioni ed
integrazioni alla DGC n. 323 del 29/07/2004
avente ad oggetto “Nomina Agenti Contabili”.
Delibera 25 del 02.02.2011 Approvazione tirocinio formativo – settore urbanistica.
Delibera 26 del 02.02.2011 35° Rassegna
dell’Artigianato del Pinerolese. Indirizzo programmatici e progetto della manifestazione.
Delibera 27 del 03.02.2011 Approvazione tariffe TARSU per l’anno 2011.
Delibera 28 del 03.02.2011 Approvazione
schema di bilancio di previsione per l’esercizio finanziario 2011, del bilancio pluriennale
2011 – 2013 e della relazione previsionale e
programmatica
2011 – 2013.
Delibera 29 del
03.02.2011
Circolo Tennis
Pinerolo – autorizzazione
alle realizzazione di opere di
miglioramento energetico,
abbattimento
barriere architettoniche,
realizzazione
di una piccola
area ricreativa
e concessione
garanzia fideiussoria.
Delibera 30 del 09.02.2011 Sistemazione area
esterna con intubazione bealera in via Nazionale – Abbadia Alpina.
Delibera 31 del 09.02.2011 Organizzazione
manifestazione 8 marzo e dintorni.
Delibera 32 del 09.02.2011 Autorizzazione
all’avviamento delle procedure di gare per il noleggio di apparecchiature fisse ed automatiche
di rilevazione sanzioni.
Delibera 33 del 09.02.2011 Piano nazionale di
edilizia abilitativa – Variante al piano regolatore
generale ed al piano per l’edilizia economica e
popolare – Individuazione dei criteri operativi.
Delibera 34 del 09.2011 Approvazione bozza
atto di impegno unilaterale per asservimento a
pubblico uso area destinata a parcheggio in via
San Luca.
Delibera 35 del 09.02.2011 Programmazione
triennale 2011 – 2013 del fabbisogno di personale.
Delibera 36 del 09.02.2011 Adesione all’iniziativa “M’illumino di meno” del 18.02.2011.
Delibera 37 del 09.02.2011 Carnevale di Pinerolo 2011 – concessione di patrocinio alla Pro
Loco – Provvedimenti.
Delibera 38 del 16.02.2011 Destinazione dei
proventi vincolati di cui all’art. 208 del D. Lgs.
285/1992 – anno 2011.
Delibera 39 del 16.02.2011 Linee di indirizzo
per la costituzione del fondo per il finanziamento della retribuzione di posizione e di risultato
del personale dirigenziale – anno 2011.
Delibera 40 del 16.02.2011 Ricognizione degli
immobili non strumentali all’esercizio delle funzioni istituzionali dell’ente suscettibili di valorizzazione ovvero di dismissione ai sensi dell’art.
58 della Legge 13/88 – anno 2011.
Delibera 41 del 16.02.2011 Approvazione
bozza atto di impegno unilaterale presentato
dalla soc. Barrovero impianti per asservimento
a pubblico uso area destinata a parcheggio in
Abbadia Alpina.
Delibera 42 del 16.2.2011 Pagamento all’A.T.C.
Differenze morosità 2008 non coperte dal fondo sociale regionale: determinazioni.
12
società
Iniziative
A cura di Francesca Costarelli
Un monumento alle vittime della strada
L’isola di mezzo
Ciro Cirri, realizzatore dell’opera: «Vorrei che fosse come piantare un seme»
Ali d’Argento, un’associazione di genitori che
hanno perso i propri figli in incidenti stradali, desidera donare alla città di Pinerolo un monumento
per ricordarli. È stato coinvolto il comune di Pinerolo nella figura del sindaco, l’ideazione e futura
realizzazione dell’opera è stata affidata a Ciro Cirri,
musicista ed artista pinerolese.
Ciro come ti sei sentito quando il Sindaco Paolo
Covato ti ha chiesto di occuparti di quest’opera?
Immediatamente mi è venuto spontaneo chiedere di incontrare i genitori dell’Associazione e, una
volta davanti ai loro sguardi, ho
capito che di fronte al loro dramma tutte le parole erano inutili.
Nulla può rappresentare un dolore così profondo. Siamo rimasti in
silenzio e poi abbiamo iniziato a
conoscerci e a confrontarci.
Qual è il messaggio a cui
quest’opera darà voce?
L’Associazione Ali d’Argento
voleva innanzitutto ricordare, voleva un simbolo che diventasse
memoria concreta dei loro ragazzi. Credo che l’intenzione del
ricordo sia fondamentale, ma serva soprattutto a chi ha subito il
dramma. Volevo qualcosa di più
per quest’opera. Vorrei che fosse
come piantare un seme, memoria ma anche stimolo di riflessione per chi rimane, per chi c’è.
Aiutaci ad immaginare questo monumento. A
quali suggestioni ti sei ispirato?
Ho deciso di non utilizzare immagini violente. Abbiamo tutti paura del dolore, quindi perchè sbattere in faccia ancora e ancora scene scomode, dure.
Penso che sia ora di riscoprire la delicatezza per
affrontare questi temi, con cui è difficile confrontarsi. Ecco perché ho utilizzato delle metafore per
rappresentare la malinconia e il dramma. Mi sono
immaginato una struttura morbida e dai colori tenui, circondata da una fontana a spirale interrotta,
acqua che scorre e lava, purifica. La vita che nasce, diviene, che può essere interrotta, che conti-
nua nonostante tutto, che termina... All’interno di
questo abbraccio d’acqua, della terra fresca dove
piantare un fiore, ricordo colorato e profumato. Un
monolite centrale appoggiato ad un gambo di rosa
che lo attraversa fino a sbucare sulla sommità. Su
questo blocco si stagliano seduti o in posizione
eretta dei bambini, degli adolescenti e dei giovani
fermi ad osservare ciò che li circonda. Infine tutta
l’opera sarà protetta e sovrastata da una copertura in plexiglass a cui saranno applicati centinaia di
frammenti colorati, una pioggia di luce e colore.
Da dove nasce il titolo dell’opera “Isola di mezzo”?
L’isola di mezzo è rappresentata dal monolite centrale,
luogo da cui i ragazzi osservano sia il cielo che la terra senza
poter raggiungere nessuna delle due dimensioni. Rimangono
sospesi a metà, come le loro
vite.
Quando e dove potremo veder
realizzato questo progetto?
Un’opera del genere ha bisogno di essere progettata e
costruita. Ho scelto materiali
giovani, particolari, nuovi: plexiglass, acciaio, vetroresina…
Per questo mi avvarrò della collaborazione di diversi professionisti per la realizzazione. Tutte queste persone hanno deciso di dare il
loro lavoro gratuitamente. Quindi, appena l’Associazione avrà fondi sufficienti a coprire il costo dei
soli materiali, in circa due mesi potremo portare a
compimento questo progetto. So che tanti si stanno mobilitando per aiutare l’Associazione Ali d’Argento, per esempio gli studenti del Liceo Porporato
hanno deciso di adottare simbolicamente “Isola di
mezzo” anche attraverso una raccolta fondi. Abbiamo bisogno del sostegno di tutti perché l’opera stessa è di tutti, monito, spunto di riflessione,
luogo d’incontro, di ritrovo. È anche per questo
che probabilmente verrà realizzata nei giardini della
Stazione di Pinerolo
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società
Tendenze
A cura di Massimiliano Malvicini
cultura giovanile e nuove tecnologie
Touch o qwerty?
Grossi, miniaturizzati, aggressivi, eleganti,
ma anche sempre più funzionali oltre che
per tutti i gusti.
Di cosa si sta parlando? Ovviamente si discute dei cellulari di ultima generazione,
sempre più potenti computer in miniatura
in costante evoluzione tecnologica e commerciale.
In questo universo tecnologico
sono, però, molte le differenze che caratterizzano i diversi modelli
telefonici.
In particolare con l’avvento del touchscreen,
diffuso
a livello globale grazie
soprattutto all’iPhone, si sta sempre di più
delineando una differenza tra i modelli che
fanno uso di questa tecnologia e quelli che,
invece, utilizzano le cosiddette tastiere
qwerty.
C’è da dire che quasi tutte le case madri di
telefoni cellulare equipaggiano i loro modelli di punta con l’una o l’altra tecnologia in
modo tale da coprire un più vasto campo
d’utenza, ma in fin dei conti è interessante
capire i vantaggi che possono portare l’una
o l’altra tecnologia in quanto sono sostanzialmente diverse l’una dall’altra.
In realtà gli schermi touchscreen sono sul
mercato da molti anni, ancor prima di qualunque versione di iPhone.
I cellulari con tecnologia touch sono generalmente belli da vedere, con uno schermo
solitamente molto ampio, e possiedono un
uso immediato ed intuitivo.
Essi sono anche eccellenti per mostrare ad
altri utenti quanto avviene sul display.
La mancanza, inoltre, di un tastiera fisica
si traduce spesso in un minore ingombro e
peso inferiore.
Naturalmente, però, non è tutto rose e fiori
in quanto l’immissione di testi più lunghi dei
normali sms è scomoda e macchinosa.
La superficie tende facilmente a sporcarsi
con grasso, polvere o altri sedimenti e l’atti-
vazione delle singole funzioni richiede movimenti più o meno ampi di dita o polsi.
Per quanto riguarda i cellulari con “tastiera
a scomparsa”, tra i pro si identifica sicuramente la facile digitazione di testi, anche per
documenti molto “corposi”, con una maggiore precisione e velocità. Tale tecnologia
permette anche un accesso ad una completa
serie di scorciatoie per velocizzare il proprio
lavoro anche se è il modello stesso del cellulare che si occupa di esplicare in un modo
o nell’altro quest’ultimo punto (dipende dal
sistema operativo).
Per quanto riguarda la pulizia dello schermo,
il display è generalmente più pulito dal momento che non entra in contatto con oggetti
o, peggio ancora, con i polpastrelli.
Come punti negativi del qwerty figurano sicuramente il maggiore ingombro e peso.
Il consiglio per gli utenti è, però, quello di
non scegliere mai seguendo le mode del momento, ma basandosi esclusivamente sulle
proprie esigenze e previsioni sull’uso che si
andrà a fare dell’apparecchio.
In fondo il cellulare, ora sempre più potente, veloce e ricco di funzioni, non dovrebbe
essere un altro oggetto della moda, esso dovrebbe essere piuttosto un importante strumento per il lavoro e per le nostre necessità
più impellenti, e non un’arma per apparire
più “cool”.
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società
Giovani@Scuola
A cura di Nadia Fenoglio
Intervista ad Arcangelo Badolati, testimone antimafia
Lotta alla mafia a suon di cultura
Arcangelo Badolati, caposervizio del quotidiano “Gazzetta del Sud” e autore di varie pubblicazioni sulla criminalità organizzata, incontra
gli studenti del liceo Porporato il 5
febbraio scorso.
Per iniziare, qual è la sua definizione del fenomeno mafioso?
La mafia è un’organizzazione di più
persone che si vota alla contaminazione delle strutture economicosociali delle regioni meridionali, in
particolare, e dell’istituzione statale
nel suo complesso. Tre componenti ne sono alla base: i servizi e la giustizia (privata) che elargisce in alternativa allo Stato e il
consenso omertoso che rafforza la sua azione.
L’Istat stima al 29% la disoccupazione giovanile in
Italia: c’è il rischio che sia terreno fertile per la mafia?
Questo è un problema serio. In tali circostanze il rischio per i cittadini è l’insubordinazione a
un potere politico che talvolta non ha interesse a lavorare nella direzione che gli è richiesta,
soprattutto se si fa i suoi, di interessi. D’altro
canto, l’attrattiva del “colpo grosso” attraverso l’affiliazione impedisce di affrancarsi da quel
grande potentato che elargisce denaro qual è
l’organizzazione mafiosa.
A suo avviso la collusione tra Stato e mafia si
risolve con gli arresti?
L’emergenza di cui la politica deve farsi carico è sbarrare le porte alle persone sospette di
collusione, a chiunque sia “in odor di mafia”.
Gli arresti, poi, sono merito dei poliziotti e non
dei politici che sugli arresti tengono conferenze.
L’impegno delle istituzioni nella tutela della collettività deve essere senza riserve e, soprattutto,
non appannaggio di una parte, ma lotta comune
di tutte le forze in campo. Combattere l’istituzionalizzazione della violenza, dunque, per la piena
affermazione delle libertà democratiche.
Qual è l’importanza dei movimenti impegnati nella lotta alla mafia?
Associazioni di questo tipo rivestono un ruolo significativo, e la loro è una
missione da sostenere. Una missione,
appunto, che non deve decadere nel
carrierismo: “i professionisti dell’antimafia”, come Leonardo Sciascia definisce
in un articolo del 1987 del Corriere della
Sera chi si serve della battaglia contro la mafia
come titolo di merito per fini personali, non possono ispirare quella frattura culturale necessaria
per debellare la mentalità mafiosa dalla società
civile.
La scuola si impegna a sufficienza nel combattere il pensiero mafioso?
Io credo che la scuola sia il veicolo universale attraverso il quale trasmettere il senso del Bello che vive
nella cultura, strumento imprescindibile nella lotta alla
mafia. Innamorarsi di una pagina di letteratura può
fare la differenza, e non è retorica. In tal senso la
scuola di oggi fa molto di più rispetto al passato: la
stessa stagione di attentati degli anni Novanta ha indotto l’opinione pubblica ad una coscienza più critica
del fenomeno. Se Saviano scrive che “capire diviene
una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare” significa che testimoniare l’illegalità è, prima che coscienza di un diritto,
esigenza per sopravvivere laddove l’ingerenza mafiosa impedisce di sognare il proprio futuro. E che un
ragazzo a Gioia Tauro non possa avere lo stesso sogno di uno a Pinerolo, questo non ha giustificazione.
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pinerolese
Giovani, Scuola&Lavoro
A cura di Silvia Biasiol
Studiare e anche guadagnare
Fare la “ragazza alla pari”
Se dovete completare gli studi e non avete
ancora un lavoro stabile e volete arricchire il
vostro bagaglio culturale imparando una lingua straniera direttamente sul posto senza
sbancarvi con un soggiorno studio... Come
fare? Vi racconto la mia esperienza.
Io ho trovato la risposta nell’organizzazione
Aupair: studio, lavoro e per un periodo entro
a fa parte di una nuova famiglia, conoscendone usanze e tradizioni.
Cosa serve? Beh… voglia di viaggiare, di
conoscere nuove persone, un po’ di responsabilità e di spirito d’avventura.
Tutto ha avuto inizio con un sito internet
www.aupair-world.it . È semplicissimo, basta iscriversi, compilare una scheda con le
proprie generalità, i propri hobbies e interessi. Si deve indicare il luogo in cui si vorreb-
be soggiornare: essendo un’organizzazione
internazionale sono disponibili praticamente
tutti i paesi. L’esperienza ha durata da un minimo di tre mesi a un massimo di ventiquattro. La persona deve avere un’ età compresa
tra i diciotto e i quarant’anni, oppure a seconda del paese, solo fino ai trenta. In alcuni
casi si accettano anche diciassettenni.
Da questo stesso sito le famiglie che vogliono ospitare una ragazza alla pari possono richiedere la disponibilità a quella più adatta
alle loro esigenze. La ragazza nel complesso
delle varie offerte sceglierà la più opportuna.
Così anch’io ho espresso preferenza per una
delle famiglie che si sono proposte e l’ho
contattata. Ho parlato al telefono con la signora, perché fondamentale per un lavoro
del genere è sapere un minimo della lingua in
questione. Lei è stata subito gentile e molto
disponibile. Tramite l’organizzazione abbiamo sbrigato un po’ di faccende burocratiche,
tra assicurazioni e contratti, e ora sono pronta a partire!
Trascorrerò sei mesi in Germania, a casa
di una famiglia costituita da genitori e tre
bambini di anni compresi tra i due e i sei. Il
mio lavoro sarà quello di occuparmi di loro
da quando tornano da scuola (h 12.30) fino
a quando non arrivano i genitori (h 17.30).
Dovrò preparare loro da mangiare, farli giocare ed accudirli. Potrà capitare
che debba fare dei piccoli lavori
di casa per loro, come il bucato,
pulire i piatti, mettere a posto la
stanza, ma solitamente della casa
si occupa qualcun altro. Avrò inoltre una camera mia e un bagno.
Al mattino potrò partecipare a
un corso di lingua, che però non
deve interferire con le mie ore lavorative.
Avrò diritto a un giorno libero a
settimana, più due al mese, che
la famiglia deve obbligatoriamente concedermi. Questi giorni sono
accumulabili: se per esempio da
agosto a dicembre non ne avrò
usufruito, potrò tornare in Italia e
trascorrere qui l’intero periodo delle vacanze.
Sarò retribuita con 300 euro al mese (la somma cambia in base alla nazione che si sceglie) e avrò vitto e alloggio gratuiti, dunque
l’unica spesa a mio carico sarà il viaggio. Vivrò 24 ore su 24 con la famiglia, compresi i
giorni festivi e le vacanze.
Penso che questo sia il modo migliore per
imparare veramente una lingua, in più si visitano posti nuovi, si guadagna un po’. Sarà
una esperienza fantastica, sicuramente indimenticabile, spero…
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società
Sociale&Volontariato
A cura di Valentina Voglino
S t e f a n i a R a Ym o n d o e J o r a m G a bb i o
In Africa con “Frutti di baobab”
“La storia di ognuno di noi è un mistero profondo, traboccante, ricchissimo. Figuriamoci
quando si incontrano e si intrecciano due storie […].” Le storie
si intessono quotidianamente e
i misteri profondi si svelano e si
arricchiscono di volta in volta di
punti di vista nuovi. Capita incontrando persone nuove che
ti conducono ad ampliare il tuo
orizzonte di pensiero e ad andare
oltre il già noto. E poi, ci sono i libri. Volumi a volte piccoli, magari
sconosciuti ai più, che raccontano storie di vita vissuta, aneddoti
sentiti e partecipati.
Capita così se si affronta l’intenso “Frutti di Baobab”, scritto
da due giovani sposi pinerolesi, Stefania Raymondo e Joram Gabbio, (pubblicato da Impremix a fine 2010, euro 13) il cui ricavato andrà
in Africa attraverso le missioni salesiane.
Il lettore che affronta queste pagine confonde il suo sguardo con quello degli autori, fino a
sentire con le proprie orecchie la storia raccontata da Stefano e si commuove quando sente
parlare di Balamuca, un bambino di 12 anni,
che vive per strada e sniffa benzina per sopportare il peso di vivere. Dopo varie insistenze, Balamuca si ferma nel centro gestito da Stefano:
studia, si impegna e presto raggiunge il livello
degli altri bambini. L’infanzia, in Angola, come
in molti altri paesi dimenticati da chi problemi
non ha, è difficile, ma la speranza è alimentata
dal vedere che le storie dei bambini che si fermano nel centro, cambiano davvero.
Il viaggio dura poco meno di un centinaio
di pagine e alla fine ci si accorge di aver visto la scuola gestita da padre Thiago, salesiano
dell’Uruguay, e di aver rivalutato quella italiana;
di aver capito che in posti come questi, l’urgenza primaria non è l’educazione, bensì l’incolumità dei bambini.
Si chiude il libro e negli occhi rimangono im-
pressi i colori di questo quadro intenso, vivace e ricco delle sfumature degli abiti sgargianti
degli abitanti vestiti a festa per
la messa della domenica; del blu
sulle mani di Stefania che scrive
su un’insegna di legno; degli occhi neri e dei capelli d’ebano di
Suzana. Si incontrano persone
coraggiose, ricche di amore per
la vita e per il prossimo, umili e
volenterose. Si abbracciano baobab millenari e se ne assaggiano i
frutti, e si cammina per la lixeira,
la discarica, in cui l’infanzia scalpita e trionfa la dignità,si sente
in bocca il gusto dell’ospitalità e
della manioca; si ammirano i danzatori di capoeira e si sente il pulsare del cuore dell’Angola.
Alla fine senti l’urgenza di ringraziare chi ha
vissuto e poi ha voluto condividere la sua storia, dal matrimonio alla scelta di destinarne tutti
i regali all’Africa, dal resoconto del viaggio a
quello delle emozioni provate, ma soprattutto:
“Forse ci dimentichiamo che quando la cicogna
ha posato il nostro fardello in Europa ci ha regalato libri, giocattoli e migliaia di stimoli per
crescere nell’intelligenza. E soprattutto ci scordiamo di ringraziare di tutto questo”.
Associazione Valore e laicità A.Barbero
Mercoledì 9 marzo inizia l’attività di sportello
dell’Associazione Valore laicità Alberto Barbero
per promuovere una campagna di compilazione e
di registrazione del testamento biologico. Rappresentanti dell’associazione forniranno informazioni,
distribuiranno modelli di testamento biologico, faranno da testimoni alla firma dell’interessato/a e
provvederanno a conservare una copia ed a tenere un registro di deposito dei testamenti biologici.
Lo sportello è aperto il secondo e quarto mercoledì del mese con orario 17.00-19.00 presso
un locale annesso al Tempio Valdese di Pinerolo in via dei Mille, 1
17
pinerolese
Personaggi
A cura di Michele Barbero
michela paschetto
In Afghanistan con Emergency
Michela Paschetto, infermiera originaria di
Prarostino, lavora con Emergency in Afghanistan.
Quante strutture di Emergency ci sono in Afghanistan e in quali hai lavorato?
I centri principali sono tre: il primo è stato
realizzato nel ‘99 ad Anabah, in Panshir, seguito da altri due ospedali a Kabul e nell’Helmand, a Lashkar-gah. C’è poi una rete di
punti di primo soccorso. Io sono stata per
un certo periodo nell’Helmand, mentre ora
sono responsabile medico dell’ospedale di
Anabah.
Cosa ci puoi dire del
conflitto che si sta svolgendo laggiù?
Nell’Helmand, dove
sono in corso i principali
scontri tra anglo-americani e le forze talebane,
quella cui ho assistito
è una guerra nel pieno
senso della parola. Una
guerra feroce, che colpisce in primo luogo i
civili: il 50% dei feriti
che vengono ricoverati a
Lashkar-gah sono bambini. Vittime delle violenze dall’una e dall’altra
parte, e soprattutto dei
bombardamenti. È davvero incredibile vedere arrivare così tante persone in condizioni
così disastrose. La domanda che sorge spontanea è: com’è possibile che vengano fatte
loro queste cose? In Panshir le cose vanno
diversamente, la situazione è tranquilla. Ma
lì si ha la possibilità di osservare più a freddo
le conseguenze della guerra: i mutilati, la miseria, la malnutrizione, l’assenza dei servizi
più elementari.
Come si svolge la tua vita quotidiana in Afghanistan?
A Lashkar-gah, per motivi di sicurezza,
non frequentavo luoghi diversi dall’ospedale e dagli alloggiamenti a poche centinaia di
metri. Non mi sono mai sentita veramente in
pericolo, anche perché il paese e l’ospedale
si trovano all’interno di una sorta di “cordone” formato dalle forze internazionali; ma comunque si conviveva giorno dopo giorno con
la guerra: il brusio costante delle scariche di
armi da fuoco e dei bombardamenti diventa,
alla lunga, tristemente familiare.
Ad Anabah abbiamo più libertà di movimento. Ma, beninteso, non ci sono grandi posti
dove andare: dalle sei del pomeriggio va via
l’elettricità!
Ti trovavi a Lashkar-gah quando i tre operatori italiani sono stati arrestati dai militari
afghani, nell’aprile 2010?
Sì. A seguito di un allarme tutto il personale non
locale era stato evacuato
dall’ospedale. A un certo punto ci è stato detto
che nella struttura c’erano
membri delle forze di sicurezza, che perquisivano e
facevano domande. È a quel
punto che i tre operatori
sono tornati sul posto per
vedere cosa stava succedendo, e sono stati arrestati. È chiaro che l’accusa di
voler organizzare un attentato contro il governatore
della provincia non ha alcun
senso. Quanto alle armi che
sono state trovate all’interno dell’edificio,
non dev’essere stato difficile introdurle ad
hoc: non abbiamo alcun tipo di sorveglianza
armata che controlli chi entra ed esce. Evidentemente la nostra attività, in particolare
il fatto che cerchiamo di far sapere quello
che si sta verificando nelle zone in cui opera
Emergency, ha dato fastidio a qualcuno.
Qual è il vostro rapporto con la gente?
Ottimo. Gli afghani si fidano di noi, ci rispettano per quello che facciamo. Inoltre,
sono un popolo davvero affascinante: nonostante la tragedia di cui sono vittime, riescono ad essere molto più allegri e divertenti degli italiani. Ma decenni di guerra ininterrotta
li hanno portati a ragionare giorno per giorno,
senza alcuna prospettiva di lungo periodo.
18
arte& olo
spettac
Teatro
A cura di Maurizio Allasia
Fotografie M.A.
la lotta contro i tagli va in scena
“18mila giorni o il pitone”
La lotta trasversale contro i tagli (di un posto di lavoro, di un finanziamento, di un’opportunità di vita) prende la scena anche a
teatro. A settembre scrivemmo della chiusura dell’Ente Teatrale Italiano e formulammo
l’ovvia previsione che per il mondo teatrale non sarebbe stata una stagione facile. Il
grido e le proteste del mondo della cultura
sono andate avanti e non si fermano, per
resistere all’impoverimento e non rimanere
in un silenzio accondiscendente. È notizia di
questi giorni che l’Agis (Associazione Generale Italiana Spettacolo) ha deciso di cancellare la neonata (per l’Italia) Giornata Mondiale del Teatro: con il Fus, il Fondo unico per
lo spettacolo ridotto a 268 milioni di euro,
non c’è niente da festeggiare, il Teatro non
ci sta.
“La decisione di non celebrare quest’anno la Giornata Mondiale del Teatro è la più
recente e più evidente ammissione della disastrosa condizione in cui il governo ha abbandonato l’intero settore della cultura ed in
particolare quello dello spettacolo a cui ha
riservato un taglio dei contributi pubblici che
non ha precedenti nella storia repubblicana
e che sarà foriero di danni enormi e irrecuperabili” - ha scritto Paolo Protti, presidente
dell’Agis, nel comunicato letto alla stampa
- “gli uomini che fanno, producono, promuovono il Teatro, e tutti con grande passione,
si sentono mortificati e assistono increduli a
quanto avviene”.
Un segnale forte, che ci mostra sofferenti
agli occhi del mondo anche nella gestione
del nostro patrimonio culturale. Un gesto
che però verrà probabilmente ignorato e che
avrebbe più rilevanza se si facesse davvero capire alla gente perché è necessario festeggiare il Teatro, dimostrare perché con la
cultura non solo si mangia ma soprattutto
si vive meglio, perché il Teatro (non solo
quello professionista) riguarda e
coinvolge più persone di quanto
si pensi. E perché ci siamo stufati di ripetere che la cultura non
si taglia per fare cassa ma si sostiene per migliorare la Nazione,
per continuare a farla crescere
anche nei prossimi 150 anni.
Chi meglio di un attore solitario
può rendere meglio l’idea della
precarietà? Giuseppe Battiston è
il protagonista di “18mila giorni
o Il pitone”, monologo scritto da
Andrea Bajani e sostenuto e arricchito dalla
musica “parlante” e profonda di Gianmaria
Testa, realizzato con il patrocinio delle sigle
sindacali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Battiston
(che finalmente non è più solo un bravo caratterista ma un attore straordinariamente
eclettico) dà il volto e il corpo alla rapida
discesa nella disperazione di chi a 50 anni
(18000 giorni, appunto) perde in un pomeriggio lavoro, moglie e figlio e soprattutto
l’identità all’interno della società che lo conteneva e lo rassicurava. La disgrazia muta in
farsa, tra mucchi di vestiti e lampade sulla
scena, dove la morte (civile, sociale, fisica)
è una presenza inquietante e silenziosa, strisciante, come quel pitone che pensavi si
coricasse accanto a te per affetto e stava
invece prendendo le misure per divorarti. E
per rubarti il posto.
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arte
Arte&Architettura
A cura di Michele F. Barale
Fotografia di M.F. Barale
Le rievocazioni risorgimentali non arrivano fino a caprilli
Destino ancora incerto per la Cavallerizza
Giugno 1981: nel cuore della notte il primo ministro Giovanni Spadolini telefona al
giornalista Lucio Lami per avere informazioni su un certo Caprilli e sulla Scuola di
Cavalleria di Pinerolo, di cui il presidente
degli USA Ronald Reagan gli ha più volte domandato senza ottenere risposte.
Celebre fuori dall’Italia, per il suo metodo adottato dalle più importanti cavallerie
del mondo, ai nostri occhi Caprilli appare
quasi uno sconosciuto, e poco nota è l’importanza della Scuola di Cavalleria a Pinerolo. A tal punto da far sfuggire che, per
insegnare il nuovo metodo agli ufficiali di
35 diverse Nazioni qui riuniti, Pinerolo fu
dotata del più grande galoppatoio coperto
d’Italia e tra i primi in Europa: la Cavallerizza Caprilli. Progettata dal Genio Militare
nel 1909, alla sua costruzione concorsero le Officine Ferroviarie di Savigliano, le
stesse che realizzarono le coperture delle
Stazioni a Milano e a Torino: nove travi
reticolari curve in metallo a coprire una
luce di 35 metri, per un’estensione di quasi 80, sorreggono l’orditura secondaria a
travi su cui appoggiano l’impalcato ligneo
e quindi la copertura metallica. Pochi gli
interventi subiti: l’aspetto esterno le è stato restituito dal recente restauro, di cui
necessiterebbe anche la parte interna. Ma
finché non sarà chiaro il suo destino, difficili saranno gli interventi. Troppo poco, infatti, lo spazio all’esterno per le operazioni
legate ai Concorsi Ippici, troppo abitato il
tessuto urbano circostante per bloccarlo
anche solo per alcuni giorni.
Toglierle i cavalli? «Mai», replica ancora
una volta il generale Distaso, come aveva già fermamente dichiarato nel 1982,
in occasione della mostra su Francesco
Baracca da lui allestita nel galoppatoio:
«Togliere l’equitazione dalla Cavallerizza
equivale a privarla della sua essenza, della sua dignità». Non hanno infatti avuto
successo l’ipotesi comunale negli Anni 70
di farne un mercato ortofrutticolo, né la
possibilità di farne una patinoire durante
le Olimpiadi, e neanche la proposta del
docente Grado Merlo di trasformarla in
Biblioteca. E quando, legati allo sviluppo
dei concorsi ippici, furono presentati due
diversi progetti per realizzare palchi dove
alloggiare il pubblico, mancarono i fondi
necessari per dare il via ai lavori.
In attesa di sapere la risposta, la Cavallerizza continua ad ospitare concorsi ippici minori e si prepara al grande evento,
quando il 20 luglio diverrà la base operativa di tutti i giornalisti al seguito del Tour
de France. E poi?
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società
Lettere al giornale
A cura di F.B.
serate di laurea
All’insegna delle Lettere Moderne
La sede in Via Grandi di Alzani Editore, una parte della propria dissertazione, ovha ospitato ancora una volta, lo scorso 25 vero sugli studi che il critico ha condotto
febbraio, l’iniziativa patrocinata dall’Asso- sull’opera di Cesare Pavese, nonché sull’inciazione culturale Onda d’Urto e dal Comu- tervista da lei fatta allo stesso Gioanola.
ne di Pinerolo, che permette ad ex allievi I meritati applausi hanno poi lasciato spapinerolesi di presentare le proprie tesi uni- zio ad un breve intermezzo musicale offerversitarie.
to da Stefania Del Sette, anche lei giovane
Protagoniste della serata sono state que- allieva del Liceo Porporato, che ha deliziato
sta volta Ruchika Tosel e Fiammetta Ber- il pubblico cantando “A natural woman” di
totto. Entrambe laureate presso la Facoltà Aretha Franklin.
di Lettere e Filosofia di Torino, hanno preÈ poi stato il turno di Fiammetta, anche
sentato ricerche pertinenti all’ambito uma- lei gentilmente introdotta da una sua ex
nistico, eppure tra loro molto diverse.
docente, la prof.ssa Elisa Strumia.
Ruchika, infatFiammetta
ti, si è occupata
ha
dedicato
di Letteratura e
la propria tesi
psicanalisi in Elio
al cinema ed
Gioanola,
menalla letteratura
tre Fiammetta ha
italiana conraccontato
dei
temporanea,
Letterati di “Sofocalizzandosi
laria” al cinema.
sul fascicolo
Se la prima, dunmonografico
que, aveva come
che la rivioggetto uno spesta fiorentina
cifico personag“Solaria” ha
gio della cultura
dedicato per
Fiammetta Bertotto e Ruchika Tosel
contemporanea e
l’appunto al cil’impatto da lui esercitato sulla critica let- nematografo nel marzo del 1927. Scopo
teraria soprattutto italiana, la seconda si è della ricerca era dare un’idea di come gli
occupata di un tema più generale che ab- intellettuali italiani si ponessero, nella pribraccia numerosi intellettuali e questioni.
ma metà del Novecento, nei confronti del
Ruchika ha aperto la serata, introdotta rivoluzionario linguaggio filmico, inauguradalla prof.ssa Enrica Marino, sua docen- to in Francia solo nel 1895.
te al Liceo Porporato, che ha lodato con Dopo un secondo intervento musicale di
affetto il lavoro della ex allieva, compli- Stefania che ha cantato un brano di Giormentandosi, in particolare, per l’attenta e gia, è stato dato spazio alle domande dei
curata analisi dedicata a Giacomo Leopar- presenti, che hanno permesso di approfondi, letto da Ruchika attraverso gli occhi di dire meglio alcuni punti delle rispettive riGioanola, illuminato lettore del poeta mar- cerche e sfogare qualche curiosità.
chigiano.
Insomma, l’iniziativa Serate di Laurea
Ruchika ha poi iniziato la sua presentazio- si è rivelata ancora una volta un succesne, impreziosita da alcune immagini pro- so, arricchendo le possibilità, altrimenti
iettate sullo sfondo della sala, raccontan- purtroppo misere, dei neolaureati d’oggi di
doci brevemente la biografia di Gioanola far conoscere e divulgare le loro fatiche e i
e soffermandosi poi specificatamente su loro successi accademici.
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sport
Calcio giovanile
A cura di Andrea Obiso
il vivaio del pinerolo
Pulcini Pinerolo, classe 2002
Dopo una breve parentesi, durante la quale ci siamo occupati di
pallacanestro e rugby,
questo mese torniamo
a parlare di calcio ed in
particolare della squadra più rappresentativa
di tutto il pinerolese: il
Pinerolo F.C.
Durante la preparazione dell’argomento di
questo numero, però, ci siamo accorti
che il Pinerolo F.C. ha nel proprio organico troppe squadre e quindi parlarne in
generale sarebbe stato riduttivo, nonchè
ingeneroso.
Abbiamo così deciso di focalizzarci su uno
solo dei progetti della società, e la nostra
scelta è ricaduta sulla categoria dei Pulcini, in particolare la fascia d’età 2002.
Abbiamo incontrato ed intervistato uno
degli allenatori Mauro Zummo.
Quando giocavo nei Pulcini, se non ricordo male, eravamo un’unica categoria sen-
za distinzione
di
età.
Voi invece vi occupate dei Pulcini 2002,
la distinzione con i
Pulcini 2000 e 2001
è una semplice suddivisione in fasce d’età
o vi sono cambiamenti anche a livello di
competizione?
Certamente oltre alla
semplice componente anagrafica, suggerita dal nome della categoria, variano le
tipologie di competizione, infatti i campionati ufficiali sono riservati agli atleti che
hanno compiuto l’ottavo anno d’età, per
quanto riguarda i nostri ragazzi vengono
organizzati dei piccoli tornei.
Questi tornei, anche se non ufficiali,
prevedono una classifica? Che punti di
contatto hanno questi tornei con i campionati a cui siamo abituati?
I nostri tornei, oltre a non prevedere
una classifica, vengono disputati con formazioni da cinque giocatori in campo per
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ogni squadra.
Non vi sono forti punti in comune con i
campionati ufficiali anche perché la loro
funzione principale è quella di far giocare
i bambini ed abituarli così a confrontarsi
con altre squadre.
Qualche tempo fa ci siamo occupati di una
piccola società calcistica del pinerolese, il
Roletto Val Noce. Durante l’intervista i dirigenti ci avevano confessato il loro disappunto riguardo al fatto che molti bambini
lasciavano le squadre più “piccole” del pinerolese per andare a giocare nel Pinerolo.
A tale proposito le chiedo: i vostri ragazzi
provengono da diversi paesi del pinerolese?
Noi alleniamo diciannove ragazzi e sono
tutti residenti in Pinerolo quindi non riscontriamo questo fenomeno.
Siccome i vostri giocatori sono bambini,
quanti allenatori siete e che metodo usate
per allenarli?
Siamo due allenatori, io e Marcos Gargetti. Durante l’allenamento suddividiamo i
ragazzi in due gruppi seguiti ciascuno da un
allenatore.
In diversi casi un giocatore, se molto dotato, viene promosso nella rappresentativa di
fascia d’età superiore alla sua. Voi applicate questa abitudine?
Di norma questo avviene ma non è il nostro caso. Questo perché l’età impedirebbe
al ragazzo di partecipare ad un campionato
ufficiale ed è quindi inutile farlo allenare con
una squadra con cui non può giocare. Per
questo motivo preferiamo tenere separate
le fasce d’età almeno quando i ragazzi sono
così giovani.
Per permettere ai nostri lettori di farsi
un’idea più precisa sul vostro lavoro dove
possono venire a vedere i vostri allenamenti
e partite?
Sia gli allenamenti, che vanno dalle sei
fino alle sette e mezza, che le partite si
svolgono al campo Barbieri in Pinerolo.
Grazie per la disponibilità ed in bocca al lupo!
musica
Officine del suono
A cura di Mario Rivoiro
Blind Luck Records
G r uppi emergenti - Rapuzi hip hop team Italia
Neg e Giallo
Come nasce e quando nasce la passione dell’hip hop?
Pensiamo che oltre alla passione, si tratti di
attitudine, in quanto ci troviamo, da sempre, condizionati con naturalezza da un certo tipo di stile,
di suono e di gusto. Quindi possiamo dire che la
nostra passione per l’Hip Hop nasce praticamente
nello stesso momento in cui nasciamo noi.
Qual é la differenza tra hip hop ed il rap? Poiché
molti non la sanno...
Citando Pete Rock: L’Hip Hop è energia, e
l’energia non muore mai.
L’Hip Hop nasce nei bassifondi di New York fondamentalmente come cultura che permette ai
ragazzi di esprimersi in maniera creativa, permettendogli disfogarsi e tenendoli lontano dai guai,
rappresentandosi a livello artistico e umano.
Il Rap fa parte della cultura Hip Hop, rappresentandone l’aspetto musicale, si prefigge di diffondere determinati valori come la pace, il rispetto
per le donne, l’unione e l’amore verso la vita in sé.
L’Hip Hop permette ad ognuno di esprimersi secondo le proprie inclinazioni personali, lo possiamo notare nel Writing, l’arte di esprimersi attraverso il disegno, nel Breaking, l’arte di esprimersi
attraverso la danza, nel Rap l’arte di esprimersi
attraverso la voce e nel Dj’ing, l’arte di esprimersi
attraverso l’intrattenimento.
Ed è per questo che lo amiamo.
Cosa manca nella scena hip hop italiana?
Manca un approfondimento della cultura Hip Hop
da parte di chi si avvicina ad essa. In Italia manca
molta informazione a riguardo di questa cultura,
spesso travisata, a causa dei media che propon-
gono artisti ben lontani dalle fondamenta. Solo
perché c’è una persona che fa una pseudo rappata viene già chiamato Hip Hop (SBAGLIATO!).
Manca la voglia di studiare, la voglia di fraternizzare senza farsi la guerra superando le invidie
personali. Manca il livello sia da parte di chi dà,
ma soprattutto da parte di chi riceve, l’ascoltatore
medio non è interessato ad evolversi culturalmente.
Ciò nonostante siamo molto legati alla nostra terra, al nostro modo di essere Italiani e in Italia ci
sono le situazioni e le persone più che valide a
rappresentare la cultura Hip Hop. Dobbiamo comunque considerare che stiamo parlando di una
cultura che non è nata in Italia e che quindi non
è di facile divulgazione perchè l’Hip Hop non si
spiega, ma si capisce e si vive.
La sinergia che avete, alcune volte è intervallata
da tensioni o opinioni artistiche differenti?
Ti potrà sembrare strano ma no, naturalmente
quando abbiamo qualche progetto ne parliamo a
fondo e chiariamo quali sono i punti da sviluppare.
Il nostro fine comune, da principio, è sempre stato quello di diffondere la cultura Hip Hop.
Cosa pensate del rap futuristico?
…preferiamo quello classico, come Gangstar,
M.o.p., Krs One. Niente da togliere a chi sperimenta
se ha le qualità per farlo. Abbiamo validi esempi come
X-Zibit, Busta Rhymes e in Italia Fabri Fibra, che pur
sperimentando si mantengono alla radice pura.
Quali sono i progetti in cantiere e cosa possiamo
trovare in giro?
Attualmente abbiamo fuori il Cd di Neg “KISS
MY CAVALLO BASSO” e il Cd di Giallo “GIALLO
TV” entrambi in free-download che potrete trovare sulle nostre pagina facebook: NEG RAP-UZI,
GIALLO RAP-UZI. E’ possibile visualizzare il nostro primo video su Youtube estratto da “Giallo
Tv” :\giallo_mi piace. Tra le prossime uscite ci
sarà il nuovo Cd di Neg disponibile a breve e il Cd
di Neg e Giallo in cui rapperanno insieme.
Abbiamo riunito un collettivo di rapper sotto il
nome RAP-UZI HIP HOP TEAM ITALIA e stiamo
preparando tutti insieme un album.
Sperando di risentirci presto, potete ascoltarci
ogni sabato pomeriggio dalle 14.00 alle 15.00
sulle frequenze di RBE 96.55 e sullo streaming
www.rbe.it con “HIP HOP MOST WANTED” programma che conduciamo in diretta con il nostro
socio e amico Don Calo.
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Sono a m i c i d i P i n e r o l o I n D i a l o g o
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le donne - Pinerolo.Indialogo