Origine ed evoluzione del genere
Homo
Dispensa del corso di Preistoria — modulo A — a.a. 2006/2007
ultima revisione: gennaio 2007
prof. Raffaele C. de Marinis
Università degli Studi di Milano
Dipartimento di Scienze dell’Antichità
Sezione di Archeologia
v. Festa del Perdono, 7
I–20122 Milano
[email protected]
Typeset by LATEX 2ε – G. Mantegari
Indice
1 Dai
alla
1.1
1.2
1.3
1.4
1.5
1.6
1.7
1.8
1.9
miti delle origini alla teoria dell’evoluzione biologica e
nascita dell’archeologia preistorica
Dal Medioevo all’età moderna . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Le scienze naturali nell’età dei Lumi . . . . . . . . . . . . . .
Due nuove discipline scientifiche: la paleontologia e la geologia
Il trasformismo di Lamarck . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Darwin e la teoria dell’evoluzione . . . . . . . . . . . . . . . .
L’origine dell’uomo alla luce della teoria dell’evoluzione . . . .
Nascita dell’archeologia preistorica . . . . . . . . . . . . . . .
Darwin affronta il tema dell’origine dell’uomo . . . . . . . . .
Evoluzionismo e religione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2 La Paleontologia umana
2.1 Metodi di datazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2.1.1 Metodo Potassio / Argon . . . . . . . . . . . . . . .
2.1.2 Le ere geologiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2.2 Difficoltà insite nello studio dei fossili . . . . . . . . . . . . .
2.3 Classificazione zoologica dell’uomo . . . . . . . . . . . . . .
2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad oggi . .
2.5 Qualche nozione di anatomia comparata tra scimmie antropomorfe e uomo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2.6 Hominidae, Homo, Homo sapiens . . . . . . . . . . . . . . .
3 La
3.1
3.2
3.3
3.4
3.5
3.6
documentazione fossile dei più antichi Ominidi
Gli Ominidi pre-umani: i più antichi bipedi . . . . . .
Orrorin tugenensis . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ardipithecus ramidus . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Australopithecus anamensis . . . . . . . . . . . . . .
Australopithecus afarensis . . . . . . . . . . . . . . .
Australopithecus bahrelghazali . . . . . . . . . . . . .
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63
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67
68
74
3.7 Australopithecus africanus . . . . . . . . . . . .
3.8 Le caverne di Sterkfontein . . . . . . . . . . . .
3.9 Il genere Paranthropus (Australopiteco robusto)
3.10 Australopithecus garhi . . . . . . . . . . . . . .
3.11 Il significato evolutivo della bipedia . . . . . . .
3.12 Australopithecus / Homo habilis . . . . . . . . .
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4 L’Homo erectus
4.1 Homo ergaster ovvero i più antichi Homo erectus africani . .
4.2 L’Homo erectus in Asia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
4.2.1 L’Homo erectus dell’isola di Giava . . . . . . . . . . .
4.2.2 L’Homo erectus in Cina . . . . . . . . . . . . . . . .
4.3 Il significato evolutivo dell’Homo erectus . . . . . . . . . . .
4.4 Il comportamento culturale dei più antichi membri del genere
Homo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
4.5 Ambrona-Torralba . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
4.6 Bilzingsleben . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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100
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. 117
. 124
. 128
5 Gli Ominidi fossili europei della fine del Pleistocene inferiore
130
e del Pleistocene medio
5.1 Gli Ominidi fossili europei della seconda metà del Pleistocene
medio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 134
6 L’uomo di Neandertal
139
6.1 Un po’ di storia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139
6.2 Le caratteristiche dell’uomo di Neandertal . . . . . . . . . . . 142
6.3 Indici di umanità per i Neandertal . . . . . . . . . . . . . . . . 145
7 Il destino dell’uomo di Neandertal e l’origine dell’uomo moderno
149
Elenco delle tabelle
1.1 La tassonomia linneana. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
2.1 Suddivisione delle ere geologiche. . . . . . . . . . . . . . . .
2.2 Suddivisione del Quaternario. . . . . . . . . . . . . . . . . .
2.3 Suddivisione degli animali sulla base degli organi di relazione,
di presa e di locomozione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2.4 Funzione locomotoria e campo di relazioni anteriore negli animali e nell’uomo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
2.5 La memoria negli animali e nell’uomo. . . . . . . . . . . . .
. 43
. 44
. 58
. 59
. 60
3.1 Capacità dei crani rinvenuti a Sterkfontein (tra parentesi sono
riportate le stime iniziali successivamente corrette). . . . . . . 81
3.2 Ritrovamenti dell’Africa Orientale relativi a Paranthropus. . . 84
3.3 Capacità craniche calcolate su reperti di Paranthropus. . . . . 85
4.1 Capacità craniche stimate su alcuni reperti di Homo erectus. . 99
4.2 Specchietto riassuntivo dei principali reperti di Giava (crani). . 107
4.3 Specchietto riassuntivo dei principali reperti di Giava (mandibole). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 108
4.4 Capacità craniche stimate su reperti pertinenti allo stadio classico dell’Homo erectus di Giava. . . . . . . . . . . . . . . . . . 109
4.5 Capacità craniche stimate su reperti pertinenti allo stadio più
evoluto dell’Homo erectus di Giava. . . . . . . . . . . . . . . . 109
4.6 Stratigrafia della caverna maggiore della collina“Ossa del drago”,
nei pressi del villaggio di Chu Ku Tien. . . . . . . . . . . . . . 113
iii
1
“ . . . alla ricerca di legami profondi . . . l’uomo è stato considerato sotto l’aspetto zoologico della sua natura. Ne è risultato che
l’uomo zoologico non continuava solo ad avere in comune con gli
altri mammiferi l’organizzazione propria agli animali a sangue
caldo, ma che i suoi comportamenti, con l’umanizzazione, restavano identici a quelli di un mammifero sociale, onnivoro, per il
quale i condizionamenti derivanti dal territorio, dalla ricerca del
cibo e dalla riproduzione continuavano a essere concepibili e interpretabili in termini zoologici. Un simile atteggiamento che può
essere indifferentemente considerato lapalissiano o pieno di un
“bestialismo” eccessivo, sembra giustificarsi per due ragioni. La
prima è che nel corso della evoluzione umana, soprattutto dopo
la scrittura, si è formata una immagine non materializzata, indispensabile allo sviluppo spirituale e al progresso, ma che, in
particolare nelle scienze umane, ha fatto sı̀ che l’uomo perdesse
qualsiasi legame con il vasto mondo. Sull’esempio dell’antenato
scimmia ci siamo sforzati di dimostrare a prezzo di quali difficoltà
l’immagine reale dell’antenato umano fosse emersa nell’ultimo secolo. La seconda ragione è che la distanza a cui si è giunti oggi
fra l’uomo che tende a divenire l’unico mammifero terrestre di
qualche importanza numerica e il resto del globo rende necessaria
una presa di coscienza di quello che è realmente l’homo sapiens, nato al tempo delle steppe per la caccia al cavallo selvatico e
adattatosi a poco a poco alla locomozione seduta in un’atmosfera
di petrolio bruciato. La paleontologia umana e la preistoria, che
destano curiosità per motivi che vanno molto al di là del punto
di vista scientifico, assumono il valore di scienze applicate quando si arriva alla constatazione che tutta l’ascesa delle civiltà si
è realizzata con quello stesso uomo fisico e intellettuale che faceva la posta al mammut e che la nostra cultura elettronica, che
ha appena cinquant’anni, si regge su un apparato fisiologico che
risale invece a quarantamila anni fa. Se c’è motivo di avere fiducia nelle possibilità di adattamento, tuttavia la distorsione esiste
ed è evidente la contraddizione fra una civiltà dai poteri quasi illimitati e un civilizzatore la cui aggressività è rimasta immutata
dal tempo in cui uccidere la renna significava sopravvivere.”
(A. Leroi – Gourhan, Il gesto e la parola, pp. 463 – 464).
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
CAPITOLO
1
Dai miti delle origini alla teoria dell’evoluzione
biologica e alla nascita dell’archeologia preistorica
l bisogno di rispondere ai profondi interrogativi sulla nostra identità e
origine e sul senso ultimo della nostra esistenza ha certamente assillato
la mente umana fin dai tempi più remoti, da quando esiste l’uomo dotato di
linguaggio articolato, autocoscienza e facoltà razionali. Anche i popoli senza
scrittura, le cd. popolazioni di interesse etnografico, con cui gli Europei sono
venuti in contatto nelle Americhe, in Africa, nell’Asia settentrionale, in Australia e in Oceania avevano elaborato sistemi di spiegazione del mondo che li
circondava1 , avevano creato cosmogonie, miti della creazione e delle origini,
miti escatologici. I cacciatori e raccoglitori del Paleolitico Superiore, vissuti
tra 35000 e 10000 anni fa, hanno lasciato traccia del proprio pensiero nell’arte
parietale, che André Leroi – Gourhan ha interpretato come “mitogramma”,
espressione di un pensiero “religioso” e di una visione del mondo sotto forma
di un insieme strutturato di simboli. Ma soltanto a partire dal momento in
cui sorgono civiltà urbane complesse, dotate di scrittura, possiamo conoscere
direttamente i pensieri che gli uomini avevano elaborato su temi quali l’origine del cosmo, della natura e della stessa umanità. Lo strumento con cui gli
uomini della preistoria e delle più antiche civiltà hanno cercato di rispondere
alle domande che essi si ponevano di fronte ai grandi fenomeni della natura o agli interrogativi sul significato della vita e della morte, sull’origine del
mondo e della società, è quello del mito, un racconto costruito con immaginazione e fantasia, che non intende esporre avvenimenti storici, ma offrire
I
1
A. Leroi-Gourhan, Le fil du temps. Ethnologie et Préhistoire, Paris 1983 (Fayard), p.
292 sgg.
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3
una spiegazione di ordine filosofico ed etico2 . La verità del mito, quindi,
non è di carattere storico o scientifico. Il pensiero speculativo e filosofico dei
popoli senza scrittura e delle più antiche civiltà, come quella egizia o quelle
mesopotamiche, è un pensiero mitopoieico. Soltanto nel VI secolo a.C. nell’ambiente ricco di fermenti culturali della Jonia greca cominciò a maturare
una nuova visione razionale del mondo, nacquero allora la filosofia e la storiografia. La liberazione del pensiero scientifico dalle maglie del mito fu un
processo lento e faticoso. La storiografia antica si ferma sempre a un passato
molto recente, del quale sono rimaste testimonianze scritte o del quale gli stessi storici sono stati spettatori. Quando gli storici antichi debbono affrontare
il tema delle origini o delle epoche più remote della loro stessa storia non
possono far altro che utilizzare come fonti i miti, le leggende, le tradizioni,
a volte cercando di razionalizzarle e sistemarle criticamente. “Io scrivo qui
come mi sembra vero, poiché le tradizioni dei Greci si contraddicono e mi
sembrano ridicole”, cosı̀ Ecateo verso il 500 a.C.
Pur essendo “arkaiologhia” una parola greca che significa “discorso sulle
cose antiche”, gli antichi non hanno mai fatto opera di archeologia, vale a dire
non hanno mai interrogato gli archivi storici sepolti sotto terra per ricostruire
il passato, anche quello più remoto. Il problema dell’origine dell’umanità e
della sua cultura non fu oggetto di studi e ricerche specifici, ma fin dall’Antichità si possono rintracciare due concezioni fondamentali che cercano di dare
risposta a questi interrogativi.
La prima è quella di una decadenza o di una caduta dell’uomo. Decadenza rispetto a una felice età dell’oro, ormai tramontata per sempre (Esiodo,
Le opere e i giorni, 106 sgg.), o caduta da una condizione originaria di bontà
e di innocenza, si pensi, ad es., al racconto della Genesi secondo cui l’uomo,
collocato da Dio nel paradiso terrestre, è decaduto prestando ascolto alle
tentazioni del serpente. Nella Genesi confluiscono due storie sacre, una più
antica, detta il racconto dello Yahvista, l’altra più recente, detta il documento sacerdotale. Soltanto lo Yahvista narra la storia del paradiso e del peccato
originale, a cui il documento sacerdotale non fa il minimo accenno3 . Naturalmente gli avvenimenti che sono raccontati non hanno alcun carattere storico,
si tratta di un mito che ha lo scopo di rispondere a una tremenda domanda:
unde malum, qual è l’origine del male. La propensione al male è connaturata
nell’uomo fin dalla sua creazione o l’uomo, creato buono, è diventato malvagio? Secondo la Genesi Dio creò l’uomo al sesto giorno, modellandolo con
2
Per una rassegna esemplificativa di miti delle origini e cosmogonie cfr. Origine ed
evoluzione dell’Uomo, a c. di Henry de Lumley, ediz. italiana a c. di G. Giacobini, Milano
1985, p. 21 sgg.
3
J. Bottero, Naissance de dieu. La Bible et l’historien, Paris (Gallimard), 1986, p. 155
sgg.
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4
della creta tratta dalla terra, soffiandogli poi nelle narici il soffio della vita,
di modo che l’uomo divenne un essere vivente; quindi lo pose in Eden, terra
pianeggiante e verdeggiante ricca di ogni genere di alberi, belli da vedersi
e buoni da mangiare, fra cui l’albero della vita e l’albero della conoscenza
del bene e del male. Dio impartı̀ al primo uomo l’ordine di non mangiare il
frutto dell’albero della conoscenza. In seguito, mentre Adamo era immerso
in un sonno profondo, Dio creò dalla sua costola la prima donna, Eva. Eva si
fece indurre dal serpente, simbolo di Satana, a mangiare il frutto dell’albero
proibito e lo fece mangiare anche ad Adamo. Dal quel momento Adamo ed
Eva persero la loro condizione originaria di innocenza e di santità. Dio li
cacciò dal paradiso e gli uomini furono condannati a vivere del faticoso lavoro dei campi e a sopportare innumerevoli sofferenze. In questo racconto
bisogna distillare dall’involucro letterario il contenuto dottrinario: il dolore e
la morte sono conseguenza della disobbedienza a Dio.
Il racconto biblico, che tanta importanza avrà nella storia della civiltà occidentale, per alcuni aspetti affonda le sue radici nelle letterature mesopotamiche,
in particolare in quella sumerica, la più antica di tutte. Nel racconto epico
“Enmerkar e il Signore di Aratta” un passo di una ventina di versi descrive
una mitica età dell’oro, quando tutti gli uomini parlavano una sola lingua e
vivevano in pace e senza pericoli, fino a quando il dio Enki con un malefizio
fece cadere l’uomo da quello stato di grazia, suscitando guerre e conflitti. In
un altro poema sumerico, “Enki e Ninhursag”, viene descritto un paese puro,
pulito e splendente, in cui non si conoscono la malattia e la morte, il paese
di Dilmun. Il dio Enki ordina a Utu, il dio sole, di far sgorgare dalla terra
l’acqua e di irrigare il paese, che si trasforma in un giardino lussureggiante.
Il paese di Dilmun è forse all’origine della concezione ebraica dell’Eden, il
paradiso terrestre. Lo stesso poema sumerico getta luce sulla creazione di
Eva dalla costola di Adamo. In ebraico Hawwah (Eva) significa “colei che fa
vivere”. Nel poema sumerico Enki si ammala e una delle parti ammalate è la
costola. Ninhursag crea una dea che guarisce la costola di Enki, Nin – ti, la
“signora della costola”, che significa anche “la signora che fa vivere”, poiché
ti in sumerico significa tanto costola, quanto far vivere. In ebraico il bisticcio letterario perde significato, ma il fatto che nel racconto dello Yahvista la
prima donna, “colei che fa vivere”, nasca dalla costola di Adamo, rivela un
influsso della mitologia sumerica4 .
La concezione di una duplice natura dell’uomo, formato dall’argilla, e
perciò miserabile e caduco, e da qualcosa di divino, dunque superiore a tutti
gli altri esseri viventi, trova alcuni riscontri nella letteratura sumerica. La dea
4
S.N. Kramer, I Sumeri agli esordi della storia, Milano 1958, p. 138 sgg.
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5
Nintu mescola all’argilla la carne e il sangue di un dio per far nascere l’uomo5 .
Per quanto riguarda il racconto del “peccato originale” è possibile che lo
Yahvista abbia utilizzato una storia pre – esistente, ma un vero parallelo
nelle letterature mesopotamiche non è ancora stato rintracciato.
L’idea della decadenza dell’umanità è presente anche nell’antica Grecia.
Ne “Le opere e i giorni” Esiodo (VII secolo a.C.) racconta il mito delle diverse
età dell’uomo. Nell’età dell’oro “gli uomini vivevano come dei, avendo il cuore
tranquillo, liberi da fatiche e da sventure, né incombeva la miseranda vecchiaia . . . la fertile terra dava spontaneamente numerosi e abbondanti frutti”
(vv. 106 – 126). Nella successiva età dell’argento visse una seconda generazione di uomini che non veneravano gli Dei, “peggiore e per nulla simile sia
nell’aspetto che nell’animo” a quella precedente (vv. 127 – 142). Nella terza
età, l’età del bronzo, gli uomini erano violenti e terribili, in perpetua guerra
(vv. 143 – 155). La quarta generazione di uomini, “più giusta e divina”, fu
quella dell’età degli eroi, che combatterono a Tebe e a Troia. Infine, venne
l’età del ferro, per Esiodo la peggiore di tutte: “mai io avrei voluto trovarmi
con la quinta stirpe di uomini: meglio prima morire o essere nato prima. . . di
giorno non cessano mai la fatica e l’inganno . . . ” (vv. 174 – 201).
L’altra concezione sulle origini è quella secondo cui l’umanità si sarebbe
perfezionata a poco a poco grazie a sempre nuove scoperte e invenzioni.
L’idea del progressivo sviluppo culturale dell’umanità, implicita anche in alcuni miti come quello di Prometeo, l’eroe civilizzatore (a questo proposito si
vedano Esiodo ed Eschilo), si rintraccia nelle riflessioni di storici come Tucidide e Senofonte e di filosofi come Aristotele e soprattutto Epicuro (341 –
270 a.C.).
Le concezioni epicuree troveranno espressione poetica in Lucrezio (98 –
54 a.C.), autore del de rerum natura, che contiene in nuce la periodizzazione
della storia umana in età della pietra, del bronzo e del ferro (cfr. vv. 951 e
sgg., 1280 e sgg.). I primi uomini – scrive Lucrezio – erano di una razza più
dura, con ossa più robuste e più grandi, capaci di sopportare maggiormente
il freddo e il caldo, vivevano dei prodotti spontanei della natura, davano la
caccia agli animali usando clave di legno o lanciando sassi con le fionde, vagavano nudi, non avevano leggi. In seguito scoprirono il fuoco, cominciarono a
vestirsi di pelli animali, scoprirono l’agricoltura, costruirono capanne e adottarono l’istituto della famiglia. Nacque la religione, si costruirono altari e
templi, sorsero città e sovrani, fece la sua comparsa anche la guerra. Gli
uomini scoprirono dapprima l’oro e il bronzo e soltanto in un secondo tempo
il ferro:
Arma antiqua manus ungues dentesque fuerunt
5
J. Bottero, Naissance de Dieu cit., p. 214.
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6
et lapides et item silvarum fragmina rami
et flamma atque ignes, post quam sunt cognita primum.
Posterius ferri vis est aerisque reperta.
Et prior aeris erat quam ferri cognitus usus,
quo facilis magis est natura et copia maior.
(libro V, vv. 1283 – 1288).
Un’identica concezione, esposta forse con chiarezza ancora maggiore, si
trova in Cina nell’opera di Yüan K’ang’s (52 d.C.), che la attribuisce a Feng
Hu Tzu, filosofo vissuto qualche secolo prima, all’epoca della dinastia dei
Chou orientali (770 – 221 a.C.):
Nell’età di Hsüan Yüan, Shen Nung e Ho Hsü, armi e strumenti
erano fatti di pietra per tagliare gli alberi e costruire le case e
venivano seppellite con i morti. . .
Nell’età di Huang Ti le armi e gli strumenti erano fatti di giada
per tagliare alberi, costruire case e scavare il terreno . . . e venivano
seppellite con i morti;
Nell’età di Yü armi e strumenti erano fatti di bronzo per costruire
canali . . . e case . . .
Nell’epoca attuale armi e strumenti sono fatti di ferro6 .
Ma né in Grecia né a Roma e neppure in Cina si giunse mai a fare vera e
propria opera di ricerca archeologica7 . Le nozioni intorno al passato più remoto dell’umanità derivavano dalla sopravvivenza di tradizioni di età precedenti,
da intuizioni filosofiche e dal confronto con i popoli barbari contemporanei.
Per es., Tucidide ritiene che i Greci dei tempi più antichi avessero un grado
di civiltà paragonabile a quello dei barbari suoi contemporanei (Guerra del
Peloponneso, I, 6).
Ebbe invece un certo sviluppo presso i Greci e i Romani l’etnografia:
Erodoto descrisse le tribù degli Sciti e degli Etiopi, notando che questi ultimi
usavano ancora armi di pietra; Diodoro Siculo descrisse i trogloditi del golfo
arabico; Cesare e Tacito i modi di vita, gli usi e i costumi delle popolazioni
galliche e germaniche.
La nozione che nell’“età degli eroi”, vale a dire all’epoca della civiltà micenea (II millennio a.C.), non si conoscesse ancora il ferro era diffusa nel mondo
antico e traeva spunto, oltre che dai poemi omerici, in cui gli eroi combattono esclusivamente con armi di bronzo, anche da occasionali scoperte archeologiche, come, per es., nel 476 – 475 a.C. l’apertura della presunta tomba
6
7
K. Chang, The archaeology of Ancient China, New Haven, Ct., 1968, p. 1 ss.
E.D. Phillips, The Greek vision of prehistory, in “Antiquity”, xxxviii, 1964, 171-178.
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1.1 Dal Medioevo all’età moderna
7
di Teseo nell’isola di Sciro, da parte di Cimone in ossequio alle prescrizioni
dell’oracolo di Delfi: la tomba fu identificata in un piccolo tumulo che racchiudeva un corpo di grandi dimensioni e si poté constatare che la spada e
la lancia erano di bronzo (Plutarco, Vita di Teseo, 36).
D’altro canto, già presso i Romani non si conosceva più l’esatto significato
delle punte di freccia in selce scheggiata e delle asce di pietra verde levigata, e
si pensava che fossero il prodotto della caduta dei fulmini: per questo motivo
venivano denominate “ceraunia”, che significa “pietre del fulmine” (dal gr.
keraunós). Utilizzate spesso come amuleti, veniva loro attribuito un valore
magico e terapeutico (Plinio, Naturalis historia, libri xxxiii e xxxvii)8 .
1.1 Dal Medioevo all’età moderna
Con la fine del mondo antico e la perdita di una buona parte del suo patrimonio storico, scientifico e artistico, i testi sacri diventarono la fonte pressoché
esclusiva per conoscere il passato degli uomini. Durante il Medioevo il pensiero storico si cristallizzò intorno al racconto biblico inteso in senso letterale,
cioè si riteneva – e molti lo ritengono ancora oggi, ma questa interpretazione
letterale non costituisce più dogma di fede – che i fatti, gli avvenimenti e i
personaggi del Pentateuco, fossero storicamente veri. Come conseguenza la
questione delle origini umane si ridusse a una questione di cronologia biblica,
sulla quale esistevano valutazioni disparate. Dai primi padri della Chiesa fino
a Lutero si fornirono computi differenti, ma alla fine si realizzò un consenso
sulla cifra di circa 6000 anni, che ebbe larga diffusione. In Cosı̀ è se vi pare,
commedia scritta da Shakespeare nel 1600, nell’atto IV, scena I, Rosalinda dice: “Questo povero mondo è vecchio di almeno seimila anni e in tutto
questo tempo non c’è stato un solo uomo che sia morto di persona, videlicet,
per causa d’amore”. James Ussher (1581 – 1656), arcivescovo di Armagh,
in un’opera pubblicata postuma nel 1658, Gli Annali del mondo dalle origini dei tempi . . . fino alla dispersione degli Ebrei, stabilı̀ che la creazione del
mondo da parte di Dio era avvenuta nel 4004 a.C. Poco dopo il vice – cancelliere dell’università di Cambridge, John Lightfoot, stabilı̀ anche la stagione
e il giorno preciso della creazione, il 23 ottobre del 4004 a.C.9 alle nove del
8
Gli studi più importanti sui “ceraunia” nell’antichità e in rapporto alle superstizioni
medievali e alle credenze popolari, sono: E. Cartailhac L’âge de la pierre dans les souvenirs
et les superstitions populaires, Parigi l877; La France préhistorique, ivi 1889; T. Hamy,
Matériaux pour servir à l’histoire de l’archéologie prehistorique, i, Le mémoire de Mahudel
sur les pierres de foudre, 1737, in “Revue archéologique”, iv serie, vii, 1906, 239-259; e
CH. S. Blinkenberg, The thunderweapon in religion and folklore, a study in comparative
archaeology, Cambridge 1911.
9
G. Daniel, The Idea of Prehistory cit., p. 12 sgg.
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1.1 Dal Medioevo all’età moderna
8
mattino, mentre l’uomo era stato creato venerdı̀ 28 ottobre 4004 a.C., giorno,
mese e ora coincidevano con la data di inizio dell’anno accademico! Questa
cronologia continuò a essere sostenuta dalle varie chiese cristiane per tutto il
XVIII e XIX secolo, ma era destinata a entrare in conflitto con i progressi
compiuti dalle scienze naturali.
Il problema del passato più remoto dell’umanità tornò ad affacciarsi nella cultura europea con la scoperta dell’America e le grandi esplorazioni e
navigazioni dell’età moderna, che misero gli europei in contatto con le popolazioni cosiddette selvagge. Nello stesso tempo cominciarono a svilupparsi le
scienze naturali, in particolare quelle della terra.
Per la nascita dell’archeologia preistorica10 ebbero particolare importanza le discussioni su “ceraunia” e “glossopetra” (queste ultime erano punte di
freccia di selce, che venivano ritenute denti fossili di squali o lingue di serpenti pietrificate). Michele Mercati (1541 – 1593), direttore dell’orto botanico
vaticano, fu il primo a sostenere che le selci scheggiate e le asce di pietra
levigata, che si scoprivano cosı̀ frequentemente nei campi in seguito ai lavori
agricoli, erano prodotti dell’attività umana, risalenti a popolazioni primitive
ancora ignare dell’uso del metallo. Purtroppo, la sua opera, un catalogo
delle collezioni di minerali, fossili, oggetti archeologici ed etnografici del papa
Clemente VIII, fu pubblicata molto tempo dopo la sua morte (Metallotheca,
Roma 1717). Parlando dei “ceraunia” Mercati afferma che intorno alla loro
natura circolano due opinioni, la prima, che è anche la più diffusa, sostiene
che queste pietre siano state prodotte dal fulmine, la seconda, sostenuta dagli
storici, ritiene che si tratti invece di manufatti prodotti dall’uomo, prima della
conoscenza del ferro, per percussione delle selci. “I più antichi uomini ebbero
per coltelli delle schegge di selce”. Mercati cerca poi di conciliare i dati della
Bibbia con quelli dell’antiquaria e dell’etnografia. Secondo la Bibbia lo scopritore del ferro fu Tubalcain, appartenente alla settima generazione dopo
Adamo, ma anteriore al diluvio universale. Mercati formulò l’ipotesi che la
conoscenza del ferro dopo il diluvio fosse rimasta appannaggio di una cerchia ristretta di uomini e che invece le popolazioni che con le loro migrazioni
ripopolarono la terra dopo il diluvio avessero perduto questa conoscenza e
fossero ritornate all’uso di armi e strumenti di pietra. Stranamente, mentre
Mercati riconobbe la vera natura delle cuspidi di freccia in selce, per quanto
10
La storia della nascita dell’archeologia preistorica può essere seguita attraverso i lavori
di A. Laming-Emperaire, Origines de l’archéologie préhistorique en France, Parigi 1964; G.
Daniel, 150 years of archaelogy, London, 1950; Id., The Idea of Prehistory, London 1962,
trad. italiana Firenze 1968; Id., The origins and growth of archaeology, Harmondsworth
1967; Id., A hundred and fifty years of archaelogy, London 1975; Id., A short history of
Archaeology, London 1981, trad. italiana Storia dell’archeologia, Milano 1982; O. KlindtJensen, A history of Scandinavian archaeology, Londra 1975.
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1.1 Dal Medioevo all’età moderna
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riguarda le asce di pietra levigata non si discostò dall’opinione tradizionale
che si trattasse di pietre cadute dal cielo insieme ai fulmini.
Il naturalista Ulisse Aldrovandi (1522 – 1607), nonostante il fatto che raffigurasse strumenti di pietra degli Indiani d’America e istituisse un paragone
tra gli strumenti e le armi delle popolazioni “selvagge” e i “ceraunia”, rimase
fermo all’idea che le punte di freccia in selce fossero prodotte dai fulmini
(Musaeum metallicum, Bologna 1648).
Ma ormai un numero sempre maggiore di antiquari confrontava i “ceraunia” con i manufatti degli Indiani d’America. Nel corso del Seicento e del
Settecento si diffuse, specie in Inghilterra, Francia, Germania e ancor più nei
paesi nordici, il gusto per il collezionismo e si formarono, presso antiquari,
nobili e sovrani, numerose raccolte o “gabinetti” di curiosità, tra i quali un
posto di rilievo era occupato dagli oggetti archeologici provenienti dalle scoperte occasionali. Accanto alla figura dello storico tradizionale comparve cosı̀
quella dell’antiquario, mentre di tanto in tanto venivano effettuati veri e propri scavi, come, per es, nel 1685 quello di una tomba dolmenica a Cocherel
nel dipartimento dell’Eure (Francia), che portò al rinvenimento di asce di
pietra levigata, fra cui una di giadeite.
Il secolo XVIII è ricco di descrizioni di scoperte di sepolture “pagane”
(cosı̀ era denominato tutto ciò che risaliva a epoca anteriore alla diffusione
del cristianesimo) nell’Europa centrale: in particolare si trattava di tombe
rnegalitiche e di campi di urne.
L’idea che le “pietre del fulmine” fossero in realtà opera dell’uomo e che
le antiche popolazioni europee fossero vissute in condizioni simili a quelle
dei selvaggi contemporanei, è sostenuta con grande chiarezza da Antoine
de Jussieu (De l’origine et des usages de la pierre de foudre, Parigi 1723).
All’Accademia Reale delle Scienze de Jussieu presentò un’ascia di pietra levigata proveniente dai Caraibi e un’altra ascia e tre punte di freccia provenienti
dal Canada e le confrontò con le “pietre del fulmine” della collezione reale,
dimostrando che si trattava di manufatti prodotti dall’uomo. È questo il primo esempio dell’utilizzo dell’etnografia per la comprensione del significato dei
resti archeologici preistorici. De Jussieu si spinse ancora più avanti. Poiché
nella maggior parte dei paesi in cui si rinvengono le pietre del fulmine, non vi
sono cave o ciottoli che possano essere stati utilizzati per fabbricarle in loco,
bisogna ritenere che uomini provenienti da regioni in cui si trovava la materia
prima venissero a scambiarle con altri prodotti ed è lo stesso fenomeno che
si poteva osservare presso le popolazione selvagge delle Americhe.
Larga eco ebbe l’opera del missionario gesuita J.F. Lafitau, Moeurs des
sauvages amériquains, comparées aux moeurs des premiers temps, Parigi
1724, 2 voll., lodata da Voltaire. Il padre Lafitau metteva a confronto le no-
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1.1 Dal Medioevo all’età moderna
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tizie tramandate dall’Antichità sulle popolazioni barbare e i fatti che erano
stati osservati presso le contemporanee popolazioni “selvagge”.
L’idea che lo stato di natura rappresentasse una condizione originaria
e un tempo comune a tutta l’umanità è ampiamente diffusa nel pensiero
settecentesco insieme al “mito del buon selvaggio”.
La cultura illuministica e l’idea di progresso nella storia, le prime concezioni evoluzionistiche della natura e un nuovo concetto di tempo, prepararono
il terreno favorevole allo sviluppo della ricerca preistorica (cfr. per es. G.L.
Buffon, Les époques de la nature, Parigi 1778, dove si afferma che le pietre
ritenute un tempo cadute dalle nuvole e generate dal fulmine altro non sono
che i primi monumenti dell’arte dell’uomo allo stato di natura).
Le esplorazioni e le navigazioni dell’età moderna, dal doppiaggio del Capo
di Buona Speranza alla scoperta dell’America e alla circumnavigazione del
globo fecero entrare gli Europei in contatto non solo con popolazioni “selvagge”, ma per la prima volta anche con le scimmie antropomorfe, il gorilla
e lo scimpanzé in Africa centrale, l’orang – utang e il gibbone nel sud – est
asiatico. In realtà gli Europei conoscevano molto male tutte le scimmie, ma
certamente la scoperta delle grandi scimmie antropomorfe rivelò per la prima
volta agli Europei animali che mostravano una curiosa ed anche imbarazzante
somiglianza con l’uomo, sia dal punto di vista dell’aspetto fisico che ancor più
da quello del comportamento: le scimmie antropomorfe, infatti, ridono, sono
curiose, manipolano oggetti, giocano e comunicano tra loro, hanno espressioni di gioia e di collera. Nello stesso tempo ciò che li divide dall’uomo è
molto profondo: non hanno un linguaggio articolato e l’aspetto, pur presentando molte somiglianze con l’uomo, è comunque troppo “bestiale” per poter
ammettere facilmente un legame di parentela.
Andrew Battell, un marinaio inglese che, fatto prigioniero dai portoghesi
nel 1559 dopo un naufragio, fu costretto ad arruolarsi nelle loro truppe coloniali, visse per diversi anni presso il fiume Maiombe nell’Africa occidentale.
In un libro apparso soltanto dopo la sua morte, nel 1625, una raccolta di
storie di viaggi pubblicata da Samuel Purchas, viene riportato il racconto
di Battell, che parla – in maniera piuttosto confusa – di due grandi scimmie, definite come “mostri” pericolosi che vivevano nelle foreste equatoriali.
Nella lingua delle popolazioni locali erano chiamati Pongo ed Engeco. La
descrizione del Pongo, pur contenendo alcune notizie poco verosimili, permette di identificarlo con il gorilla. Risale al 1641 la prima descrizione di un
orango ad opera del’anatomista olandese Nicolaas Tulp e al 1658 quella di
un orango femmina da parte del medico olandese Jakob de Bondt11 . Uno
11
G.B. Schaller, L’anno del gorilla (1964), Bari 1968, p. 12 sgg.; J.C. Greene, La morte
di Adamo (1959), Milano 1971, p. 211 sgg. e pp. 235-236.
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1.2 Le scienze naturali nell’età dei Lumi
11
studio sistematico e comparativo fu realizzato nel 1699 da Eduard Tyson,
autore dell’opera Orangutang or the anatomy of a pigmy compared with that
of a monkey, an ape and a man, London 1699, 2nd ed. 1751. Il pigmeo in
realtà era un piccolo scimpanzé portato a Londra dall’Angola e morto pochi
mesi dopo il suo arrivo nella capitale inglese. Tyson individuò 48 caratteri
per cui il “pigmeo” assomigliava all’uomo e 34 per cui assomigliava alla scimmia. Tyson analizzò anche un orango venuto dall’Indonesia12 . È a partire
da quest’epoca che nella lingua inglese si afferma il termine “ape” per indicare le scimmie antropomorfe, distinguendole dalle comuni scimmie, che
sono chiamate “monkey”, distinzione che manca completamente nella lingua
italiana.
Uno scimpanzé fu portato a Londra nel 1738, mentre nonostante numerose
segnalazioni precedenti, la scoperta ufficiale del gorilla avvenne soltanto nel
1846, quando due missionari inglesi spedirono a Londra alcuni scheletri di un
primate di dimensioni maggiori dello scimpanzé e appartenenti a una nuova
scimmia antropomorfa che aveva la fama di non fuggire l’uomo e di essere
particolarmente feroce, il gorilla. Nel 1855 per la prima volta un giovane
esemplare di gorilla femmina arrivò vivo a Londra.
1.2 Le scienze naturali nell’età dei Lumi
Nel XVIII secolo, l’età dell’Illuminismo, le scienze naturali conobbero un
grande sviluppo. Fu allora che si cominciò a conoscere in maniera più approfondita e sistematica il mondo della natura e ad avere un’idea più precisa
dell’enorme varietà degli organismi viventi. L’ampliarsi degli orizzonti, l’intensificarsi delle conoscenze, il prevalere di uno spirito razionale nello studio
della natura sfociarono nella nascita della sistematica botanica e zoologica.
Il merito principale è dello svedese Carlo Linneo (1707 – 1778) che con la
sua opera monumentale Systema naturae ideò un sistema gerarchico di classificazione degli organismi viventi fondato sulle somiglianze e differenze, un
sistema che dalla distinzione più generale, regno animale e regno vegetale,
conduce via via fino alla singola specie13 .
Linneo, forma italianizzata di Carl von Linné, dopo aver studiato alle
università di Lund e di Uppsala, compı̀ viaggi di ricerca in Lapponia e nella regione di Dalarna, quindi si trasferı̀ in Olanda per completare gli studi
12
J.C. Greene, La morte di Adamo cit., p. 213 sgg.; S.J. Gould, Lo scimpanzè di Tyson,
in S.J. Gould, The Flamingo’s smile. Reflections on Natural History, New York 1985,
trad. Italiana Il sorriso del fenicottero, Milano, 1987, pp. 211-225; J. Marks 2004, pp.
24-25.
13
Sull’opera di Linneo cfr. J.C. Greene, La morte di Adamo cit., p. 155 sgg.
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1.2 Le scienze naturali nell’età dei Lumi
12
di medicina e fu in Olanda che diede alle stampe la prima edizione del suo
Systema naturae. Fu poi in Inghilterra e in Francia. Nominato professore
all’università di Uppsala nel 1741, fece ritorno in patria, dove rimase fino alla
sua morte. La sua opera Systema naturae gli procurò larga fama, Linneo
lavorò assiduamente per arricchire e completare questo sistema di classificazione della natura, e ne fece ben dodici edizioni diverse. Per quanto non
abbia viaggiato molto, Linneo si avvalse di un’ampia schiera di collaboratori,
che aveva mandato in giro per il mondo a raccogliere campioni botanici e
animali. Alcuni collaboratori di Linneo, ad es., parteciparono ai primi viaggi del capitano James Cook, il grande navigatore ed esploratore inglese
(1o viaggio nel 1768 – 1771, 2o viaggio nel 1772 – 1775), altri non fecero più
ritorno. Per rendersi conto del graduale e progressivo ingrandirsi dell’opera
di Linneo, basti pensare che le specie animali considerate erano 549 nella prima e 5897 nell’undicesima edizione. La più importante è la decima edizione,
apparsa negli anni 1758 – 1759 in due volumi, perché vi fu introdotto per
la prima volta il sistema della nomenclatura binaria per designare le specie,
sistema che fu ben presto universalmente adottato e che rappresentò una
svolta nel campo delle scienze naturali. In precedenza, infatti, non vi erano
criteri uniformi per definire le specie e da ciò derivava una non piccola confusione: moltiplicazione del numero delle specie partendo da semplici varietà
oppure raggruppamento di specie diverse in una sola specie, se si accentuava
l’importanza di un carattere piuttosto che di un altro.
La nomenclatura binaria comprende il genere e la specie indicati con nomi
latini: ad es., il leone nella classificazione scientifica viene designato con la
formula binomia Panthera leo, in cui Panthera indica il genere, leo la specie;
la tigre è Panthera tigris; l’orango è Pongo pigmaeus, lo scimpanzè Pan
paniscus, l’uomo Homo sapiens, e cosı̀ via.
La tassonomia linneana comprendeva 6 unità principali disposte in senso
gerarchico, da quelle più generali ed estese fino a quelle più particolari che
coincidono con la singola specie (tabella 1.1)
unità principale
Regno
Classe
Ordine
Genere
Specie
Varietà
animali
mammiferi
carnivori
Pantheraoppure Felis
Panthera leo, cioè il leone, oppure Felis sylvestris, cioè il gatto
corrisponde più o meno al concetto di razza
Tabella 1.1 La tassonomia linneana.
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1.2 Le scienze naturali nell’età dei Lumi
13
La nomenclatura trinomia comprende anche la definizione della varietà o
sottospecie, ad es. Homo sapiens sapiens.
Nella sistematica di Linneo manca un’importante unità tassonomica, quella della famiglia. Linneo era convinto che ogni specie costituisse una entità fissa creata da Dio e quindi inserire nella sistematica un concetto come quello di
famiglia, che implica parentela, non poteva certo essere conforme all’esigenza
di armonizzare la scienza con la teologia.
Tuttavia, se inizialmente Linneo considerava la specie come il tipo primordiale creato da Dio e immutabile, tranne che per variazioni temporanee
prodotte dall’ambiente e dal clima – da qui il concetto di varietà – , nelle
sue ultime opere ammise la possibilità che le specie potessero essersi formate
per ibridazione di generi diversi. In un altro punto Linneo venne a trovarsi
ai confini dell’ortodossia, quando rifletteva sulla durata della storia della terra. Era intimamente convinto che il mondo fosse molto più antico di quanto
comunemente si ammettesse in base alle sacre scritture. Già la collocazione
dell’uomo fra i quadrupedi, cioè fra i mammiferi, aveva provocato violente
reazioni.
Alle unità fondamentali di classe, ordine, genere, specie si sono in seguito aggiunte altre unità, innanzitutto la famiglia, un gruppo di generi tra
loro imparentati, e in seguito altre unità intermedie come sottotipo, sottoclasse, sotto – ordine, infra – ordine, super – famiglia o sotto – famiglia. La
nomenclatura scientifica è in latino e si usa il suffisso – idae per designare la
famiglia, ad es. Hominidae, Felidae, il suffisso –ea, per la super – famiglia,
ad es. Anthropoidea o Hominoidea e quello –inae per la sottofamiglia, ad es.
Ponginae, Homininae.
Attualmente si usano le seguenti unità tassonomiche:
• Regno
• Phylum (un tempo: Tipo)
• Sub – phylum
• Superclasse
• Classe
• Sottoclasse
• Ordine
• Sotto – ordine
• Infra – ordine
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1.2 Le scienze naturali nell’età dei Lumi
14
• Superfamiglia
• Famiglia
• Sottofamiglia
• Genere
• Specie
• Varietà, Razza
Nella tassonomia linneana si rivela pienamente lo spirito razionale e sistematico dell’età dei lumi. Alla base della classificazione per unità sempre
più ampie vi è la maggiore o minore somiglianza che le innumerevoli singole
specie presentano tra loro. In questo modo l’incredibile e straordinaria varietà
degli organismi viventi animali e vegetali veniva identificata e raggruppata
secondo principi logici e razionali, in base ai diversi livelli di affinità che essi
presentano tra loro.
Per Linneo la specie era una entità fissa creata da Dio, poiché ogni individuo genera soltanto individui simili a se stesso. I diversi livelli di affinità
che gli animali mostravano di possedere rispecchiavano una sorta di parentela
ideale corrispondente al pensiero di Dio all’atto della creazione. Soltanto un
secolo più tardi la teoria evoluzionista di Darwin farà comprende come la
tassonomia linneana era molto di più che una semplice classificazione in base
alle reciproche somiglianze e differenze, dal momento che rispecchiava un
legame ben più profondo esistente fra tutti gli organismi viventi, quello della
comune ascendenza.
Un altro grande naturalista del XVIII secolo è stato Georges – Louis
Leclerc, conte di Buffon (1707 – 1788), autore di una monumentale Histoire
naturelle in 44 volumi, pubblicata a partire dal 1749 e a lungo ristampata
anche nel corso del XIX secolo. A Buffon si deve la formulazione del concetto
biologico di specie, che supera il criterio della somiglianza, criterio che applicato al campo del mondo degli organismi viventi può rivelarsi insufficiente o
problematico a causa delle differenze a volte profonde dovute al dimorfismo
sessuale o agli stadi di sviluppo per gli invertebrati (larve e individui adulti)
o al contrario al fatto che organismi viventi morfologicamente simili possono presentare adattamenti ecologici e comportamenti differenti e costituire
quindi specie distinte.
La specie è costituita da un gruppo di individui che sono in grado di
accoppiarsi e generare una prole fertile, capace a sua volta di riprodursi.
Specie diverse possono accoppiarsi tra loro e produrre prole, che tuttavia
risulta sterile. L’esempio classico è quello del cavallo che feconda un’asina,
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1.3 Due nuove discipline scientifiche: la paleontologia e la geologia
15
da cui nasce il bardotto oppure dell’asino che feconda una cavalla, da cui
nasce il mulo. Mulo e bardotto sono sterili. “Ogni specie – ogni successione
di individui che si possono riprodurre con successo l’un con l’altro – sarà
considerata come un’unità. . . La specie è una successione costante di individui
simili che si possono riprodurre l’un con l’altro”.
1.3 Due nuove discipline scientifiche: la paleontologia e la
geologia
Due nuove discipline scientifiche avranno un’importanza fondamentale per la
comprensione del problema dell’origine dell’uomo, la paleontologia, ovvero lo
studio dei fossili, e la geologia.
La prima citazione di fossili risale a Senofone di Colofone (ca. 570 –
480 a.C.), uno dei filosofi della scuola ionica sorta nel VI secolo a.C. nelle
colonie greche dell’Asia Minore. Sembra che Pitagora – secondo quanto riporta Ovidio, Metamorfosi, XV, 60 ss. – ed Erodoto conoscessero il significato
dei fossili. Ad es., Erodoto a dimostrazione della sua idea che un tempo la
valle del Nilo fosse una grande e lunga insenatura marina, cita il ritrovamento
di conchiglie sui monti circostanti (Erodoto, II, 11 – 12). L’idea medievale
dei fossili come lusus naturae, giochi o scherzi di natura, si appoggiava ad
Aristotele, a cui Avicenna attribuisce la teoria che i fossili fossero formazioni
inorganiche prodotte da una forza interna alla terra, una non meglio precisata
vis plastica. Nel Medioevo era diffusa anche l’opinione – a lungo sopravvissuta nelle credenze popolari – che i fossili fossero opera del demonio o delle
streghe. Ad es., l’impronta di una conchiglia fossile in una roccia era ritenuta
l’impronta dello zoccolo del diavolo.
La prima comprensione della reale natura dei fossili si deve, in maniera
indipendente l’uno dall’altro, a Leonardo da Vinci (1452 – 1514), Girolamo
Fracastoro (1478 – 1553) e Bernard Palissy (1510 – 1590).
Un appunto di Leonardo da Vinci, nel codice di Leicester, ci mostra
chiaramente come egli avesse compreso la vera natura dei fossili: “Il limo
dei fiumi ha ricoperto queste conchiglie fossili, penetrando anche nel loro interno, quando erano ancora sul fondo del mare presso la costa. Si pretende
che queste conchiglie si siano formate sulle colline per influsso degli astri, ma
– mi domando – dove sono oggi le stelle che formano sulle colline conchiglie
di età e specie differenti? D’altra parte come potrebbero le stelle spiegare
l’origine delle ghiaie, che sembrano essere state arrotondate dal movimento
dell’acqua corrente? Come spiegare, infine, per mezzo di una simile causa la
pietrificazione su queste stesse colline di foglie di piante e di alberi marini?”.
La natura organica dei fossili e la tesi che non potevano essere stati dec 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
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1.3 Due nuove discipline scientifiche: la paleontologia e la geologia
16
positati dal diluvio universale furono sostenute da Palissy, agrimensore e ceramista14 . Il suo mestiere gli fornı̀ l’occasione di compiere molte osservazioni
sui terreni, le loro stratificazioni e i fossili che contenevano. Palissy espose
le proprie idee sulla natura dei fossili in una serie di lezioni pubbliche tenute
a Parigi nel 1575 e 1576 e in uno scritto del 1580, senza incontrare molta
fortuna tra le autorità accademiche della Sorbona. Palissy finirà i suoi giorni
alla Bastiglia nel 1590.
Doveva passare ancora un secolo prima che venisse generalmente accettata
l’idea che i fossili sono resti di organismi animali e vegetali un tempo vissuti
sulla terra, anche se la loro deposizione era attribuita al diluvio universale.
Le scienze naturali erano costrette a cercare di conciliare le osservazioni e i
dati di fatto accertati con il racconto biblico dalla creazione del mondo fino
al diluvio di Noè, ritenuto il paradigma storico assiomatico, a cui comunque
la scienza doveva rimanere subordinata. Nonostante la forza delle osservazioni scientifiche e delle scoperte che andavano sempre più accumulandosi,
ci vollero secoli per liberarsi definitivamente da questo paradigma, un processo che si è compiuto molto gradualmente. Il primo passo fu la consapevolezza
di una nuova dimensione del tempo geologico e della enorme durata delle diverse tappe in cui si articolava la storia della terra. Il termine “giorno” della
Genesi non poteva essere interpretato che in chiave metaforica. Lo sviluppo
della geologia darà un contributo fondamentale alla comprensione della storia della vita sulla terra e quindi anche al problema dell’origine dell’uomo.
Grazie alla geologia nacque una nuova concezione del tempo. Importante
a questo proposito fu l’opera di Buffon, Époques de la nature, Paris 1778.
Per stimare l’antichità della terra Buffon fece ricorso a due calcoli. Se un
sottile foglietto di ardesia – una roccia argillosa debolmente metamorfosata
– corrisponde a una marea, una collina con una formazione di ardesia dello
spessore di centinaia di metri può avere impiegato 14000 anni a formarsi. Il
secondo calcolo concerne il tempo di raffreddamento dei solidi. La terra in
origine era una sfera di materia allo stato incandescente e poi si è progressivamente raffreddata. Buffon fece riscaldare fino al calor bianco alcune sfere
di metallo e di pietra nelle sue fucine di Montbard (Côte d’Or), il paese di
cui era signore, e poi calcolò il tempo di raffreddamento. In questo modo,
facendo le proporzioni con le dimensioni del globo terrestre, arrivò a calcolare per la terra un’età di 75000 anni. Per Buffon era una stima minima,
in realtà nei suoi manoscritti si trova la cifra di 3 milioni di anni per l’età
della terra. “Il grande operaio della natura è il tempo: . . . egli fa tutto”.
Negli Atti dell’Accademia di Digione, presso la quale Buffon presentò il suo
libro, è riportata questa frase attribuita a Buffon: “Collochiamo un certo
14
A. Laming-Emperaire, Origines de l’archéologie cit., pp. 129-130.
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1.3 Due nuove discipline scientifiche: la paleontologia e la geologia
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numero di pietre miliari lungo la strada eterna del tempo”. Fondamentale
per la nascita della moderna geologia e la comprensione dell’enorme durata dei tempi geologici fu la dottrina dell’attualismo di James Hutton (1726
– 1797)15 . Nato a Edimburgo da famiglia benestante, dopo aver studiato
legge, intraprese gli studi di medicina, laureandosi all’università di Leida, in
Olanda, nel 1749. Non esercitò mai la professione. Dapprima creò insieme
a un amico un’impresa per la produzione di sale di ammoniaca secondo un
procedimento di loro scoperta, poi si dedicò alla ristrutturazione e gestione
del podere ereditato dal padre. In questo periodo crebbe il suo interesse
per la storia naturale della terra. Dopo vari viaggi, stabilitosi definitivamente a Edimburgo nel 1767, Hutton divenne un membro di quella cerchia
di intellettuali che farà della capitale scozzese uno dei centri più vivaci dell’Illuminismo e che annoverava il filosofo David Hume, lo storico William
Robertson, il poeta Robert Burns, il chimico Joseph Black, che per primo
isolò l’anidride carbonica, l’economista Adam Smith, James Watt, inventore
del primo motore a vapore. Hutton espose pubblicamente le sue teorie sulla
storia naturale della terra alla Royal Society di Edimburgo nel 1785 in due
conferenze, il cui testo vedrà la luce nei Transactions of the Royal Society
del 1788. Le teorie allora vigenti, note come nettunismo, prevedevano la
formazione sedimentaria delle rocce primarie in ambiente marino e il loro
successivo emergere in seguito al ritirarsi delle acque, conformemente all’interpretazione letterale della Genesi. Successivamente l’erosione delle rocce
primarie avrebbe portato alla formazione di quelle secondarie, caratterizzate
da una stratificazione orizzontale, mentre le rocce più recenti erano dovute
ad alluvioni ed eruzioni vulcaniche. Al contrario, James Hutton era convinto
che la spiegazione dei fenomeni geologici, anche di quelli più grandiosi, doveva essere ricercata nelle stesse forze naturali che sono ancora oggi visibili in
azione: erosione prodotta dalla forza del vento, dalla pioggia, dai fiumi e dal
moto ondoso; trasporto e accumulo dei sedimenti erosi; eruzioni vulcaniche
e terremoti; alluvioni. In particolare Hutton dava importanza al calore interno della terra, che produceva il sollevamento e l’inclinazione degli strati
rocciosi e l’infiltrazione del magma in strati sedimentari più antichi. Inoltre,
sedimentazione, sollevamento, erosione, trasgressione marina formavano cicli
che si ripetevano periodicamente. L’attualismo o uniformismo di Hutton in
sostanza implicava che piccole cause, purché agenti continuamente per un
lunghissimo periodo di tempo, producono effetti di grande portata. Hutton
troverà le prove più eclatanti delle sue teorie nell’anno stesso della pubbli15
Sulla vita e opere di James Hutton si può vedere il bel libro di Repcheck recentemente
tradotto in italiano: J. Repcheck, L’uomo che scoprı̀ il tempo. James Hutton e l’età della
terra, Milano, Raffaello Cortina, 2004.
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1.3 Due nuove discipline scientifiche: la paleontologia e la geologia
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cazione delle due conferenze alla Royal Society. Nel giugno 1788 Hutton
insieme a John Playfair, professore di matematica all’università di Edimburgo, e sir James Hall, chimico, perlustrarono in barca le coste del mare del
Nord a sud di Edimburgo. Al promontorio di Siccar Point la parete della
scogliera mostrava dal basso verso l’alto strati grigi di scisti micacei con orientamento verticale, uno strato di grossi frammenti di scisti, strati orizzontali
di arenaria rossa. Gli strati grigi con orientamento verticale in origine erano
stati deposti orizzontalmente, poi furono sollevati fino quasi ad assumere un
orientamento a V capovolta, quindi sottoposti all’erosione e poi nuovamente
sommersi dalle acque. Quindi si accumularono le arenarie rosse, che furono
poi sollevate sopra il livello del mare ma senza subire inclinazioni. Tutto
questo processo aveva richiesto un tempo incommensurabile.
Nel 1795 Hutton pubblicò Theory of the Earth, with Proofs and Illustrations, in due volumi. Per quanto dopo la sua morte, avvenuta nel 1797, gli
amici Playfair e Hall si prodigassero per sostenere le sue teorie e dimostrarne
la validità attraverso nuove importanti prove, le idee di Hutton non fecero
molti proseliti, dal momento che erano in contrasto con l’ortodossia, anzi
gli valsero l’accusa di essere blasfemo e ateo. Nel frattempo le scoperte paleontologiche di Cuvier gettavano le basi di una nuova visione della storia
della terra, incentrata sulla concezione del succedersi di sei grandi catastrofi,
l’ultima delle quali era stata il diluvio universale. Il nuovo paradigma divenne il catastrofismo e non mancarono i tentativi di conciliare nettunismo
e catastrofismo in un’unica teoria.
Georges – Léopold Cuvier (1769 – 1832) è stato uno dei fondatori della
moderna paleontologia16 . All’età di 26 anni si stabilı̀ a Parigi, dove trovò
lavoro al Jardin des Plantes. Fece una brillante carriera accademica e politica sotto Napoleone e poi anche sotto la monarchia, diventando un’autorità
indiscussa e per molti aspetti anche indiscutibile. Prima di lui lo studio dei
fossili era in gran parte circoscritto alle conchiglie, Cuvier diede impulso alla
paleontologia dei vertebrati e all’anatomia comparata. Lo studio dei fossili, in particolare dei grandi mammiferi del bacino parigino (Recherches sur
les ossements fossiles de quadrupèdes, Parigi 1812, 4 voll.), aveva rivelato a
Cuvier che un tempo la terra era stata abitata da faune molto diverse da
quelle attuali, inoltre lo studio della successione delle faune fossili attraverso
le stratificazioni del terreno dimostrava che faune diverse si erano susseguite
nel corso del tempo e che l’uomo era assente nei terreni anteriori a quelli contenenti le faune moderne. Cuvier insistette molto sull’importanza dei fossili
per datare gli strati geologici. Inoltre, si deve a Cuvier un’osservazione che
16
Sugli sviluppi della paleontologia nel XVIII e XIX secolo cfr. J.C. Greene, La morte
di Adamo cit., p. 109 sgg.
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1.3 Due nuove discipline scientifiche: la paleontologia e la geologia
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avrà grande peso sulle future ricerche: “le differenze che esistono tra gli animali fossili e quelli attualmente viventi aumentano in relazione all’età degli
strati che li racchiudono, in modo che una esposizione di queste differenze
diventerebbe una specie di tabella cronologica dei terreni”. O ancora: “più gli
strati in cui noi troviamo le ossa fossili sono antichi, più esse sono differenti
da quelle degli animali che conosciamo al giorno d’oggi”, un dato di fatto che
solo la teoria dell’evoluzione sarà in grado di spiegare scientificamente. Ma
per Cuvier, come per Linneo, la specie era un’entità fissa creata da Dio e
quindi si poneva il problema di conciliare i dati della scienza con la religione
cristiana. Fu cosı̀ che Cuvier, partendo dal presupposto dell’assenza di forme
fossili intermedie tra le varie faune che avevano popolato la terra in tempi
successivi, si oppose al trasformismo di J. – B. Lamarck e Geoffroy Saint –
Hilaire. Cuvier elaborò la teoria delle catastrofi, secondo la quale la storia
della terra si articolava in diversi cicli caratterizzati da gruppi differenti di
animali, ciascuno di questi cicli si concludeva con un cataclisma naturale che
provocava la scomparsa repentina, l’estinzione di tutte le faune, mentre all’inizio del ciclo successivo Dio creava una serie di nuove specie per ripopolare
la terra. Fissità della specie, creazionismo e catastrofismo sono i cardini di
questa teoria.
La paleontologia, comunque, metteva gli studiosi di fronte a un fenomeno
che richiedeva spiegazioni più adeguate che non il catastrofismo: attraverso le
successive stratificazioni della terra era possibile osservare non solo il continuo
cambiamento delle forme di vita, ma anche la comparsa successiva di forme
di vita sempre più complesse.
Il concetto di stratigrafia fornı̀ un altro potente strumento di conoscenza per la ricostruzione della storia della terra. La geologia stratigrafica si
avvale del concetto di fossile – guida, formulato da un contemporaneo di
Cuvier, William Smith (1769 – 1839): ogni strato geologico si caratterizza
per un insieme di determinati tipi di fossili. La dottrina dell’attualismo di J.
Hutton e la geologia stratigrafica saranno utilizzati da Charles Lyell (1797 –
1875) nella prima grande opera di sintesi della geologia moderna, Principles
of Geology or the modern changes of the Earth and its Inhabitants as illustrative of Geology, 3 voll., Londra,1830 – 1833, 18727). Scozzese di nascita,
Lyell si laureò a Oxford nel 1819 e iniziò una serie di ricerche sul terreno
in patria, in Francia e in Italia che lo porteranno dalle iniziali convinzioni
ortodosse, anti – huttoniane, a comprendere la validità delle teorie di Hutton
e a rivalutarlo come il padre della moderna geologia. In contrasto con la
teoria del catastrofismo e della fissità della specie, propugnata da G. Cuvier,
l’attualismo o uniformismo, di cui Lyell si fece assertore, affermava che la
spiegazione dei fenomeni geologici doveva essere ricercata nelle stesse forze
naturali che osserviamo ancor oggi in azione: le piccole cause, purché agenc 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
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1.4 Il trasformismo di Lamarck
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ti continuamente per un lunghissimo periodo di tempo, producono effetti di
grande portata, senza alcuna necessità di ricorrere all’ipotesi di periodiche
catastrofi naturali. È l’antico concetto espresso dal detto latino gutta cavat
lapidem saepe cadendo. L’età della terra non poteva essere di soli 6000 anni,
ma incommensurabilmente più antica.
1.4 Il trasformismo di Lamarck
Jean – Baptiste Pierre – Antoine de Lamarck (1744 – 1829) fu il primo naturalista a elaborare una teoria della trasformazione graduale degli organismi
viventi. Appartenente a una piccola nobiltà provinciale ormai decaduta e
impoverita, Lamarck dopo aver compiuto i primi studi presso i Gesuiti e
aver perso il padre, nel 1761 si arruolò nell’esercito, ma ben presto dovette
constatare la difficoltà di intraprendere la carriera militare per un giovane
senza mezzi. Nel 1768 si congedò e si recò a Parigi, dove pur vivendo con
pochi mezzi e facendo diversi lavori, riuscı̀ a continuare gli studi. Conobbe
Jean – Jacques Rousseau, sviluppò un grande interesse per la botanica e nel
1778 pubblicò Flore françoise, un’opera che richiamerà su di lui l’attenzione
di Buffon.
Buffon gli affidò l’educazione del figlio, che sperava di avviare lungo la
strada della ricerca scientifica, e lo fece entrare all’Académie des Sciences.
Nel 1781 Lamarck ebbe l’incarico di custode dell’erbario al Jardin du Roi, che
durante la Rivoluzione Francese cambierà nome, diventando prima Jardin des
Plants e poi Musée Nationale d’Histoire Naturelle (1793). Al Musée furono
istituite due cattedre di zoologia, affidate una a Lamarck, che si occuperà
degli Invertebrati, e l’altra al più giovane Geoffroy Saint – Hilaire, che si
dedicherà ai Vertebrati.
In otto anni Lamarck compirà un imponente lavoro di revisione e classificazione degli Invertebrati, un campo degli studi fino a quel momento ancora
in uno stato di grande confusione. Lamarck definirà dieci classi differenti
di Invertebrati, basandosi sulle caratteristiche dei loro organi fondamentali
– respirazione, circolazione e sistema nervoso. Nel 1801 i risultati del suo
lavoro furono pubblicati nell’opera Système des animaux sans vertèbres.
Lo studio degli invertebrati portò Lamarck a concepire la teoria del trasformismo, che espose nel 1802 nell’opuscolo Recherches sur l’organisation des corps
vivants e nel 1809 nell’opera Philosophie Zoologique. Lamarck rimase impressionato dalla constatazione che nel regno animale vi erano delle differenze graduali tra le varie classi per quanto concerne la complessità della loro
organizzazione, tali da poter formare una sorta di catena della vita, che partiva dalle forme più semplici ed elementari di organizzazione degli organismi
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1.5 Darwin e la teoria dell’evoluzione
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viventi per giungere attraverso una lunga serie continua di gradini fino alle
forme di vita più complesse e dotate di intelligenza, che culminano con l’uomo, collocato nel gradino più alto. “Cittadini, andate dal più semplice al
più complesso e avrete il filo esatto che unisce tutte le creazioni della natura, avrete un’idea precisa della loro progressione, sarete convinti che il più
semplice degli esseri viventi ha dato origine a tutti gli altri”. Questa scala
della progressione della vita “indica. . . il cammino percorso dalla natura nel
dar vita alle diverse forme animali”.
Secondo Lamarck l’idea della stabilità della specie era una falsa impressione generata dalla breve prospettiva temporale considerata, limitata soltanto ai tempi storici. Ma se si considerano le specie estinte che la paleontologia
cominciava a far conoscere in maniera sempre più approfondita, si potrà comprendere che le specie moderne discendono da quelle estinte. D’altra parte
poiché tutti gli organismi viventi dipendono per la loro esistenza dall’adattamento all’ambiente e poiché la storia della terra dimostra che l’ambiente ha
attraversato continue e incessanti trasformazioni, è impensabile ritenere che
le specie si siano mantenute fisse e inalterate. Ciò che deve sorprendere non
è la trasformazione delle specie, ma il fatto che alcune specie siano rimaste
inalterate per lunghissimi periodi di tempo.
Lamarck cercò di individuare le cause dell’evoluzione nell’uso e disuso
degli organi in rapporto all’ambiente e formulò la discussa teoria secondo
cui i caratteri acquisiti potevano essere trasmessi alla prole. I cambiamenti
climatici e ambientali determinavano nuovi bisogni e la necessità di adottare
nuovi modi di vita, questi ultimi inducevano modificazioni strutturali, in
base al principio “la funzione crea l’organo”. Le modificazioni cosı̀ acquisite
potevano essere trasmesse ai discendenti. In questo modo una specie mutava
gradualmente fino a diventare una nuova specie. L’ereditarietà dei caratteri acquisiti rappresentò il punto debole della teoria di Lamarck e contribuı̀
fortemente al rifiuto dell’intera teoria del trasformismo.
1.5 Darwin e la teoria dell’evoluzione
Gli anni fra il 1830 e il 1859 sono quelli in cui gli studi delle scienze naturali
avviati nel XVIII secolo giunsero a piena maturazione e le diverse discipline,
ormai autonome e ciascuna dotata di una propria metodologia, interagirono
tra loro convergendo verso la comprensione del posto dell’uomo nella natura:
scienze naturali, in particolare la zoologia, la paleontologia, la geologia e la
nascente archeologia preistorica.
Charles Darwin (1809 – 1882), un giovane naturalista, dal 7 dicembre 1831
al 2 ottobre 1836 effettuò un viaggio intorno al mondo a bordo del brigantino
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1.5 Darwin e la teoria dell’evoluzione
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Beagle, comandato dal capitano Robert Fitzroy, viaggio durato più di 57 mesi,
quasi cinque anni. Il Beagle veleggiò lungo le coste del Brasile, dell’Uruguay
e dell’Argentina, fino alla Terra del Fuoco, per poi risalire lungo le coste
del Cile, del Perù e dell’Equador e raggiungere l’arcipelago delle Galapagos.
Da qui attraversò tutto l’oceano Pacifico, arrivando a Tahiti e poi in Nuova
Zelanda, Australia e Tasmania. Il brigantino navigò, quindi, lungo le coste
meridionali dell’Australia, da qui puntò verso l’Oceano Indiano, raggiungendo
le isole Cocos e poi le Mauritius. Quindi, dopo aver toccato Città del Capo e
doppiato il capo di Buona Speranza attraversò l’Oceano Atlantico con tappe
a S. Elena, Ascensione e infine nuovamente in Brasile, da cui fece rotta verso
l’Inghilterra.
Il compito principale del viaggio del Beagle era quello di tracciare una
carta dei mari ancora poco conosciuti, di cartografare le coste dell’America
meridionale, di effettuare una serie di misurazioni cronometriche e registrare
le condizioni meteorologiche di queste parti della Terra. Il compito di Darwin
era quello del naturalista, raccogliere campioni geologici ed esemplari della
flora e della fauna dei paesi che venivano toccati nel corso del viaggio. Ma,
come è stato scritto, questo viaggio doveva dare risultati ben più importanti che tracciare una carta di mari e coste ancora poco conosciuti, doveva
dare una risposta nuova, tale da sconvolgere il mondo, ad uno degli enigmi
più misteriosi e fondamentali: qual è l’origine dell’uomo e della vita che lo
circonda17 .
Darwin aveva portato con sé il primo volume dei Principles of Geology
di Lyell e il 28 ottobre 1832, quando il Beagle era ormeggiato nel porto di
Montevideo ricevette per posta dall’Inghilterra il secondo volume fresco di
stampa, mentre il terzo e ultimo volume arrivò mentre il Beagle si trovava alle
Falkland. L’opera di Lyell esercitò un influsso decisivo sul giovane Darwin.
Durante la lunga sosta a Bahia, in Brasile, Darwin effettuò alcune spedizioni
nella foresta amazzonica; a Punta Alta, sempre in Brasile, scoprı̀ un importante giacimento di mammiferi fossili, alcuni di dimensioni gigantesche come
il Megatherium; attraversò le pampas e la Patagonia, poté osservare da vicino
una popolazione primitiva come i Fuegini della Terra del Fuoco, attraversò le
Ande da Valparaiso in Cile a Tucuman in Argentina, ma soprattutto poté fare
osservazioni nuove sulle somiglianze e differenze tra le varie specie animali e
porsi domande sulle cause dell’estinzione di tante specie e sulla distribuzione
geografica di specie diverse ma affini. Ad es., Darwin fu colpito dal numero e
dalle differenze tra le specie di topi che aveva trovato lungo la costa atlantica
e lungo quella pacifica dell’America meridionale, rispettivamente 13 e 5. I
17
Su Darwin e la nascita della teoria dell’evoluzione cfr. J.C. Greene, La morte di Adamo
cit., p. 293 sgg. Per la vita di Darwin cfr. A. Keith, Darwin (1955), Milano 1965.
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1.5 Darwin e la teoria dell’evoluzione
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due gruppi erano separati dalla Cordigliera delle Ande ed erano sensibilmente
differenti. Secondo la spiegazione tradizionale, queste specie erano differenti
perché ciascuna era stata creata da Dio e collocata in diversi ambienti, ma
a Darwin si affacciò un’altra possibile spiegazione: “Altrimenti si dovrebbe
pensare che la differenza fra le specie nelle due regioni si sia prodotta durante
un certo periodo di tempo”. Nella lenta maturazione del pensiero di Darwin
svolse un ruolo importantissimo il soggiorno alle Galapagos nel settembre e
ottobre del 1835. In questo arcipelago formato da 13 isole, a 500 miglia dalle
coste dell’Equador, Darwin ebbe la possibilità di osservare la variabilità della
specie, poiché ogni isola aveva una differente varietà di testuggine gigante e di
fringuello, qui, inoltre, incontrò 26 specie di uccelli ed enormi lucertole nere,
le iguane, 16 specie di conchiglie terrestri e 90 specie di conchiglie marine.
Per quanto la fauna e la flora delle Galapagos facessero parte della provincia
americana, Darwin fu colpito dall’impressionante numero di specie nuove,
proprie ed esclusive di questo arcipelago, anzi di ciascuna isola dell’arcipelago. La soluzione più ragionevole sembrava ammettere che un numero limitato
di specie avesse raggiunto le isole dell’arcipelago dal continente e che in seguito ogni specie si fosse sviluppata in ciascuna isola senza più avere contatti
fino a divenire una nuova specie distinta da quelle delle isole vicine. Darwin ebbe l’intuizione che alle Galapagos si trovava di fronte alla possibilità
di comprendere “il mistero dei misteri: la prima apparizione di nuovi esseri
sulla terra”.
Al ritorno in Inghilterra, Darwin era ormai un naturalista affermato,
conobbe personalmente Lyell ed Owen, il fondatore del Museo di Storia Naturale di Londra, fu nominato membro della Geological Society, di cui sarebbe
diventato poco tempo dopo segretario. Nel corso del viaggio intorno al mondo Darwin aveva formato una cospicua raccolta naturalistica, comprendente
piante, invertebrati, coleotteri, insetti, mammiferi fossili, pesci, rettili, uccelli
e mammiferi, nonché molti campioni geologici.
Nei primi tempi lavorò per stendere la relazione da inserire nel volume
curato da Fitzroy sul viaggio del Beagle, volume che sarà pubblicato nel 1839
e riscosse un grande successo. Sei anni dopo Darwin pubblicherà una nuova
edizione della sua parte, rivedendola e ampliandola, opera che vedrà la luce
nel 1845 con il titolo di Viaggio di un naturalista intorno al mondo.
Già nel luglio del 1837 Darwin aveva iniziato a mettere per iscritto le sue
osservazioni e riflessioni su quella che cominciò a chiamare “la mia teoria”,
sono i famosi Notebooks, i Taccuini.
Darwin aveva dato a diversi specialisti i materiali della sua collezione per
uno studio di ciascun settore in vista di un’opera collettiva sulla zoologia
del viaggio del Beagle. Ben presto John Gould, specialista degli uccelli, gli
comunicò che i fringuelli e i tordi delle Galapagos, per quanto simili a quelli
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1.5 Darwin e la teoria dell’evoluzione
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del continente sudamericano ed anche strettamente affini tra di loro, costituivano comunque delle specie separate. Appariva chiaro, a questo punto, il
ruolo svolto dall’isolamento geografico nel processo di speciazione.
La lettura nel 1838 dell’opera di Malthus, Saggio sul principio della popolazione (1798), sarà determinante per la formulazione del concetto di lotta
per la sopravvivenza e di selezione naturale. La popolazione, se non è tenuta
sotto controllo, continua a raddoppiarsi ogni 25 anni, ossia cresce in proporzione geometrica, quindi con un tasso molto più elevato che non le risorse
disponibili. Sono ancora conservate la pagine dei Taccuini in cui Darwin calcolò l’aumento di una popolazione di elefanti a partire da una sola coppia in
assenza di ostacoli naturali. Darwin scelse l’esempio dell’elefante perché si
tratta di una specie con basso tasso riproduttivo. Nonostante ciò, se tutti i
discendenti di una sola coppia di elefanti vivessero e si riproducessero normalmente, dopo 750 anni ci sarebbero più di 18 milioni di elefanti discendenti
da quell’unica coppia (226). Nella realtà ce ne sono più o meno soltanto due.
Perché? il processo attraverso cui questi due animali sono scelti viene definendosi nella concezione di Darwin come selezione naturale ed è l’ambiente
ad operare la scelta. In ogni specie il numero degli individui che sopravvivono
e si riproducono è piccolo in rapporto al numero degli individui generati ed
è l’ambiente a determinare chi riesce a sopravvivere e a riprodursi. “Poiché
nascono più individui di quanti ne possano sopravvivere, deve necessariamente esistere una lotta per l’esistenza tra individui della stessa specie, fra
quelli di specie diverse e di tutti gli individui contro le condizioni fisiche della
vita”.
D’altra parte, nel caso degli animali domestici l’uomo ha operato allo
stesso modo della natura, sostituendosi ad essa ed applicando la selezione per
mantenere le variazioni per lui più vantaggiose e modificando quindi le specie
originarie. Darwin fu un attento osservatore delle tecniche degli allevatori, i
quali sanno perfettamente che ogni individuo del branco è diverso da tutti gli
altri e selezionano con grande attenzione e cura i capi maschili e femminili
per la riproduzione in base alle loro caratteristiche ritenute più vantaggiose
per un determinato scopo.
In natura, infatti, ogni popolazione presenta variazioni che si verificano
spontaneamente, cioè indipendentemente dall’ambiente, e sono del tutto casuali, vale a dire senza uno scopo o una direzione precisa. Alcune variazioni
possono essere favorevoli perché danno all’individuo una maggiore capacità
di adattamento all’ambiente in cui vive e di conseguenza una maggiore probabilità di sopravvivenza e di lasciare una prole più numerosa fornita di quella
vantaggiosa variazione adattiva. Al contrario, gli individui con variazioni
sfavorevoli hanno una minore probabilità di sopravvivenza e una minore discendenza, ragion per cui quella variazione tende a scomparire. Con il passare
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1.5 Darwin e la teoria dell’evoluzione
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del tempo, da una generazione all’altra, la variazione favorevole diventerà
sempre più comune nell’ambito di una determinata popolazione, producendo
una differenza rispetto a un’altra popolazione della stessa specie. Quando
le differenze diventano numerose e le popolazioni si separano nello spazio, si
originano nuove specie. Questo processo si verifica non solo nello spazio, ma
anche nel tempo, per cui la stessa popolazione si modifica fino a diventare
una specie differente rispetto alla propria lontana ascendenza.
Già nel 1842 Darwin aveva messo per iscritto un primo abbozzo della sua
teoria in 35 pagine e due anni dopo scrisse un testo più ampio, di circa 200
pagine. Darwin comunicò i risultati a cui era pervenuto a un gruppo ristretto
di amici e colleghi: John S. Henslow, il suo professore di botanica a Cambridge, il geologo Lyell, il botanico Joseph Hooker, l’entomologo Thomas V.
Wallaston, l’ornitologo John Gould, il botanico americano Asa Gray. Nel
1856 Darwin fu sollecitato da Lyell a pubblicare in un’opera i risultati delle
sue ricerche e i principi della teoria dell’evoluzione degli organismi viventi
attraverso la selezione naturale. Darwin si mise al lavoro e contava di avere
bisogno ancora di qualche anno. Nel frattempo anche Alfred Russel Wallace
(1823 – 1913), un naturalista che stava lavorando in Malesia e in Indonesia,
era giunto, del tutto indipendentemente da Darwin, a conclusioni simili e
nel 1858 aveva messo per iscritto le sue idee in un articolo di una ventina
di pagine, ancora manoscritto, dal titolo Sulla tendenza delle varietà ad allontanarsi indefinitamente dal tipo originario. Wallace inviò a Darwin il suo
manoscritto, pregandolo di sottoporlo al giudizio anche di Lyell. Darwin ne fu
abbastanza sconvolto, perché l’articolo sembrava un riassunto dell’opera che
stava terminando di scrivere. Lyell e Hooker, che da tempo erano a conoscenza della teoria di Darwin, risolsero il problema presentando insieme, il 1 luglio
1858, l’articolo di Wallace e una sintesi del lavoro di Darwin sulla teoria dell’evoluzione alla Linnean Society di Londra, suscitando un enorme interesse
e una grande attesa. A questo punto Darwin lavorò ininterrottamente per
tredici mesi alla stesura del libro che doveva renderlo celebre.
Il 24 novembre 1859 venne finalmente pubblicata Sull’origine delle specie
per mezzo della selezione naturale. La tiratura di 1250 copie andò esaurita
in un solo giorno. L’opera fu continuamente ristampata e già nel 1876 se ne
erano vendute più di 60.000 copie, una cifra incredibilmente alta per l’epoca.
Ben presto sarà tradotta in tutte le principali lingue europee.
L’impatto prodotto dalla teoria darwiniana sul pensiero e la cultura europei furono enormi. Per la prima volta veniva dimostrato scientificamente
come le singole popolazioni appartenenti alle più svariate specie di organismi viventi potevano lentamente modificarsi fino a dare origine a nuove
specie grazie al ruolo determinante svolto dall’ambiente. È l’ambiente che
attua la selezione naturale e poiché l’ambiente cambia in continuazione, come
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1.6 L’origine dell’uomo alla luce della teoria dell’evoluzione
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era stato ormai dimostrato dalla geologia, i cambiamenti ambientali orientano la direzione dell’evoluzione degli organismi viventi. Senza cambiamenti
ambientali non ci sarebbe evoluzione degli organismi viventi.
1.6 L’origine dell’uomo alla luce della teoria dell’evoluzione
I primi fossili umani furono scoperti nell’Ottocento (Engis, 1828; Gibilterra,
1848; Neandertal, 1856), ma il loro significato non fu immediatamente compreso, anche se la grande antichità della specie umana era già stata intuita
da vari studiosi nel Settecento e nei primi decenni dell’Ottocento. La paleoantropologia ricevette un impulso decisivo soltanto dopo la pubblicazione
de L’origine delle specie e l’affermarsi dell’evoluzione degli organismi viventi
come teoria scientifica. Nella sua opera Darwin non aveva preso in considerazione il problema dell’origine dell’uomo e si era limitato ad accennare che
“molta luce sarà fatta sull’origine dell’uomo e sulla sua storia”. In una lettera indirizzata a Wallace il 22 dicembre 1857 Darwin scriveva che avrebbe
evitato di affrontare il problema dell’uomo, perché essendo ancora avvolto da
una gran quantità di pregiudizi, avrebbe contribuito a far respingere tutta la
teoria.
Il tema dell’origine dell’uomo alla luce della teoria evoluzionistica fu affrontato per la prima volta da Thomas Henry Huxley (1825 – 1895) pochi anni
dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie. Huxley18 , dopo aver compiuto studi di medicina a Londra, entrò nella marina da guerra come medico
e nel 1846 si imbarcò sulla fregata Rattlesnake che partiva per una crociera
scientifica della durata di quattro anni nella regione malese. In questo modo
Huxley ebbe la possibilità di focalizzare i suoi interessi verso l’anatomia e la
fisiologia animale, specialmente degli invertebrati. Tornato in Inghilterra si
dedicò a tempo pieno agli studi scientifici e nel 1854 ottenne l’insegnamento
alla School of Mines e al Geological Survey e spostò i suoi interessi sempre più
verso la paleontologia dei vertebrati. Strinse amicizia con il botanico Hooker, con Darwin, con Lyell. Ancor prima della pubblicazione dell’Origine delle
specie, Darwin aveva discusso con Huxley della nuova teoria dell’evoluzione
degli organismi viventi. Nel 1860 alla riunione dell’Associazione per il Progresso delle Scienze tenuta a Oxford, Huxley difese efficacemente la teoria
evoluzionistica di fronte agli attacchi del vescovo Wilberforce. Huxley svolse
un importante ruolo come difensore e divulgatore dell’evoluzionismo, perché
aveva compreso che era necessario che la discussione uscisse dallo stretto am18
Sulla vita e le opere di Huxley cfr. E. Padoa, Introduzione, in T.H. Huxley, Il posto
dell’uomo nella natura e altri scritti, Milano 1956, pp. 5-48.
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1.6 L’origine dell’uomo alla luce della teoria dell’evoluzione
27
bito degli specialisti per allargarsi a un più ampio pubblico, se si voleva che
la teoria venisse accettata.
Nel 1863 pubblicò Evidence as to Man’s place in Nature, un libro diviso in
tre parti, la prima dedicata alle scimmie antropomorfe e alla classificazione
zoologica dell’uomo, la seconda all’uomo in relazione agli altri animali, la
terza ai resti fossili dell’uomo. Attraverso l’anatomia comparata Huxley
dimostrò che qualunque aspetto si esaminasse – il cranio, la dentatura, lo
scheletro, la mano, il piede o l’encefalo – si arrivava ad un’unica conclusione:
le differenze tra l’uomo e le scimmie antropomorfe sono più piccole di quelle
tra le scimmie antropomorfe e i cercopiteci e le altre scimmie inferiori. Ciò
nonostante, la demarcazione tra l’uomo e le scimmie antropomorfe è netta,
non ci sono forme intermedie, ma ancora più netta è la demarcazione tra il
gorilla o lo scimpanzé e l’orango. “L’uomo differisce meno dagli Antropoidi
che non essi dalle altre famiglie dello stesso ordine”. Di conseguenza se è vera
la teoria dell’evoluzione darwiniana e le scimmie antropomorfe, i cercopiteci
e le platirrine sono rami derivati da un comune gruppo più antico, non è possibile dubitare che anche “l’uomo può essersi originato da modifiche graduali
di una scimmia antropomorfa o da un ramo derivato dalle medesime forme
primitive dalle quali hanno preso origine gli antropoidi stessi.”.
Nella terza parte dell’opera Huxley prese in considerazione i crani scoperti
nella grotta di Engis e nella valle di Neander e concluse che non potevano costituire l’anello mancante tra l’uomo e le scimmie antropomorfe. Per quanto
più primitivi di qualunque altro cranio finora noto, non erano molto lontani
dall’ambito delle variazioni del cranio dell’umanità attuale. “Dove dobbiamo
allora cercare questo Uomo primigenio? . . . forse in strati ancora più antichi,
le ossa fossilizzate di una scimmia più vicina all’uomo o di un uomo più
pitecoide di quanti finora conosciuti attendono le ricerche di un paleontologo
che deve ancora nascere?”. La risposta a questa domanda doveva venire più
di trent’anni dopo, quando nel febbraio 1895, quattro mesi prima della sua
morte, Hooker gli scrisse che gli Olandesi a Giava avevano scoperto qualcosa
che sembrava l’anello mancante e che avevano denominato Pithecanthropus
erectus Dubois.
Nello stesso anno 1863 in cui Huxley pubblicava il suo libro, veniva dato
alle stampe un altro importante contributo concernente il problema dell’origine dell’uomo e della sua alta antichità geologica, l’opera di Ch. Lyell, The
geological evidences of the Antiquity of Man with remarks on theories of the
origin of species by variation, London 1863. Lyell analizzò sistematicamente
le prove geologiche, paleontologiche e archeologiche dell’antichità dell’uomo:
le scoperte fatte nelle torbiere e nei kjökkenmöddinger della Danimarca, le
palafitte della Svizzera e i crannogs dell’Irlanda, i tumuli dell’Ohio nel Nord
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1.6 L’origine dell’uomo alla luce della teoria dell’evoluzione
28
America, le scoperte di Tournal, Schmerling e Boucher de Perthes19 , quelle
effettuate in Inghilterra e le scoperte di Lartet a Aurignac nella Dordogna.
Lyell cercò di valutare la durata dei tempi quaternari, l’età delle glaciazioni,
proponendo una cifra minima di 225.000 anni. Dal ventesimo capitolo in
poi passò a esaminare la teoria del transformismo o dell’evoluzione degli organismi viventi, mettendo in luce gli apporti forniti da Lamarck, Darwin e
Wallace. Bisogna ricordare che nei suoi Principles of Geology, di trent’anni
prima, Lyell aveva discusso la teoria di Lamarck rifiutandola. Infine, nell’ultimo capitolo, il XXIV, viene discusso il significato della teoria dell’evoluzione
in relazione al problema dell’origine dell’uomo. Lyell si domanda se una volta accettata la teoria evoluzionista per il regno animale, l’uomo debba essere
considerato una eccezione alla regola. Per rispondere a questa domanda, Lyell
affrontò per prima cosa il problema della classificazione zoologica dell’uomo,
esponendo il pensiero di chi come Blumenbach (1779) voleva farne un ordine
a parte, o Robert Owen, che addirittura voleva riservare all’uomo una classe
a sé distinta da quella dei mammiferi. Dopo aver soppesato attentamente
tutte le opinioni e dimostrato la fondatezza delle critiche rivolte da molti
autori, da Saint Hilaire fino ad Huxley, a coloro che volevano staccare l’uomo
dall’ordine dei Primati, Lyell non prese apertamente posizione sul problema
dell’inclusione o meno dell’uomo nel generale processo dell’evoluzione20 .
In Germania il medico e zoologo Ernst Haeckel (1834 – 1919), dell’università di Jena, accolse subito con grande favore la teoria darwiniana dell’evoluzione delle specie e della selezione naturale, diffondendola nel mondo
di lingua germanica. Nel 1866 pubblicò un’opera in due volumi, Morfologia generale degli organismi, e nel 1868 Storia della creazione naturale, una
raccolta di conferenze pubbliche. In entrambe le opere Haeckel applicava i
principi dell’evoluzionismo darwiniano a temi quali l’origine delle specie e il
significato delle somiglianze morfologiche fra specie diverse. Ad Haeckel si
deve l’introduzione di termini destinati a grande diffusione e a divenire di
uso corrente quali ecologia, ontogenesi e filogenesi. Attraverso gli studi di
embriologia Haeckel formulò una legge secondo cui l’ontogenesi è una ricapitolazione della filogenesi: ogni individuo nelle diverse fasi del suo sviluppo
pre – natale attraversa gli stessi stadi del passato evolutivo della sua specie.
Nel capitolo XXVII della Storia della creazione naturale Haeckel affrontava il problema dell’origine dell’uomo. “L’ipotetico albero genealogico del
genere umano ci si presenterà da se stesso come risultato finale dell’anatomia comparata e della sistematica”. Haeckel classificava l’uomo tra i primati,
come già Linneo, ma ipotizzò l’esistenza di uno stadio intermedio tra le scim19
20
Sulle prime ricerche di archeologia preistorica cfr. più avanti al capitolo I, 8.
Cfr. J.C. Greene, La morte di Adamo cit., p. 361 sgg.
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
1.6 L’origine dell’uomo alla luce della teoria dell’evoluzione
29
mie antropomorfe e l’uomo, definito Pithecanthropus alalus, cioè uomo scimmia senza parola. Haeckel suppose che attraverso questo “anello mancante”
l’uomo derivasse dalle antropomorfe asiatiche anziché da quelle africane.
Haeckel ha rappresentato il tipico scienziato positivista, sostenitore del
materialismo, convinto che la scienza possa dare una risposta ai problemi
della religione, della metafisica, dell’etica. Inoltre, applicando i principi della
selezione naturale e della lotta per l’esistenza al campo sociale, contribuı̀ alla
creazione di un clima culturale e politico che in seguito si rivelerà nefasto per
la Germania della fine del XIX e dei primi decenni del XX secolo.
Dopo L’origine delle specie, Darwin lavorò a due nuovi libri, Sui vari
modi in cui le orchidee vengono fecondate tramite gli insetti, pubblicato nel
1862, e Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico, che sarà
pubblicato nel 1868.
Naturalmente seguiva attentamente il dibattito sull’origine dell’uomo, che
aveva preso lo spunto dalla sua teoria dell’evoluzione degli organismi viventi.
Darwin era in stretti rapporti di amicizia e di dialogo scientifico con Lyell e
con Huxley e intrattenne una corrispondenza anche con Haeckel.
Nel 1865 fu pubblicato Prehistoric Times di John Lubbock. I Lubbock
erano vicini di casa di Darwin. Il padre, sir John, banchiere e matematico,
era divenuto amico di Darwin e lo aveva aiutato a risolvere alcuni problemi
di matematica. Il giovane Lubbock fece omaggio della sua pubblicazione a
Darwin. In Prehistoric Times Lubbock divide il passato preistorico dell’uomo
in quattro epoche: l’età della pietra scheggiata, l’età della pietra levigata,
l’età del Bronzo e l’età del Ferro. È quindi il primo studioso a suddividere l’età
della pietra in Paleolitico, età della pietra scheggiata, di età pleistocenica,
epoca in cui l’uomo era vissuto accanto a faune estinte come il mammuth,
e Neolitico, età della pietra levigata, corrispondente ai tempi geologici più
recenti, post – glaciali, in cui le faune sono come quelle attuali e gli uomini
adottano l’agricoltura e l’allevamento.
Quest’opera ebbe un grande successo, poiché rappresentava una prima
sintesi delle conoscenze conseguite dalla nascente archeologia preistorica.
Lubbock ha dedicato alcuni capitoli ai kjökkenmöddinger della Danimarca,
alle palafitte della regione alpina, ai monumenti megalitici e a i tumuli, all’uso della pietra e del bronzo, alle faune quaternarie, all’uomo delle caverne
e all’industria litica proveniente dalle ghiaie pleistoceniche delle valli fluviali
come quella della Somme. Altri capitoli sono dedicati ai cosiddetti selvaggi
moderni, che forniscono un utile materiale comparativo per la comprensione
delle vestigia preistoriche. Infine, Lubbock discusse anche dell’antichità dell’uomo, dell’origine delle diverse razze umane e dell’applicabilità del concetto
di selezione naturale all’uomo.
Nel 1865 la preistoria era ormai diventata una disciplina scientifica che
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1.7 Nascita dell’archeologia preistorica
30
indaga e cerca di ricostruire gli aspetti culturali dell’umanità anteriore ai
tempi storici, dal passato più remoto fino alle soglie della storia. La sua
costituzione come disciplina autonoma era lentamente maturata nella prima metà del XIX secolo ed è opportuno soffermarci brevemente a considerare quali sono state le principali tappe che hanno condotto alla nascita
dell’archeologia preistorica.
1.7 Nascita dell’archeologia preistorica
Il grande sviluppo della ricerca preistorica dalla metà dell’Ottocento in poi
si deve al formarsi, nei primi decenni del secolo, di due indirizzi: il primo
di carattere naturalistico e il secondo di carattere antiquario, spesso tra loro
strettamente intrecciati, come vedremo nel caso di Boucher de Perthes.
Il riconoscimento delle selci scheggiate come manufatti prodotti dall’uomo da una parte, il nuovo pensiero geologico rappresentato da Ch. Lyell
dall’altra, aprirono la strada alla scoperta dell’uomo paleolitico e quindi alla
dimostrazione della grandissima antichità della specie umana.
Infatti, nel corso della prima metà del XIX secolo si moltiplicarono le scoperte di manufatti e resti umani associati a ossa di animali estinti in contesti geologici molto antichi, di età “diluviale”, come allora si diceva, corrispondente
al nostro Pleistocene, l’età delle glaciazioni.
Già nel 1800 John Frere aveva pubblicato21 la notizia del ritrovamento,
avvenuto qualche anno prima, a Hoxne nel Suffolk, di selci lavorate insieme
con ossa di elefante, in uno strato ghiaioso alla profondità di oltre 3 m. Frere
aveva osservato scrupolosamente la sequenza stratigrafica del terreno: 45 cm
di terreno vegetale, un potente strato di argilla della potenza di 2,25 m, quindi
uno strato di sabbia con conchiglie dello spessore di 30 cm, infine uno strato
di ghiaie, quello che conteneva le selci scheggiate, della potenza di oltre 60
cm. Nello strato di sabbie che ricopriva le ghiaie furono rinvenuti i denti e la
mascella di un grande animale di una specie estinta e sconosciuta. Non solo
Frere riconobbe la natura artificiale delle selci scheggiate, ma ne comprese
anche la grande antichità: “Mi sembra evidente che siano armi da guerra,
costruite ed usate da una gente che non conosceva l’uso dei metalli”, e ancora:
“La situazione in cui furono trovate queste armi può indurci a riferirle a ’a
very remote period indeed even beyond that of the present world’ (un’epoca
veramente molto remota, perfino al di là di quella del mondo presente)”22 .
Nel 1826 un farmacista di Narbonne, Tournal, scavando nella caverna di
Bize presso Narbonne (Aude) scoprı̀ ossa umane associate a ossa di mam21
22
In una lettera inviata ad Archaeologia, il periodico della Society of Antiquaries.
G. Daniel, The Idea of Prehistory cit. p. 36 sgg.
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1.7 Nascita dell’archeologia preistorica
31
miferi estinti. Nel 1833 P. – D. Schmerling, di Liegi, pubblicò un’opera23 , in
cui si dava notizia delle scoperte fatte nella caverna di Engis: ossa umane,
strumenti di pietra e ossa di animali estinti, come il rinoceronte tichorhinus
e la iena delle caverne. Altre scoperte simili furono fatte in Inghilterra, nella
caverna Kent’s Hole presso Torquay tra il 1825 e il 1841, ma è soltanto grazie
all’opera di J. Boucher de Crévecoeur de Perthes che si poté arrivare alla
definitiva dimostrazione dell’esistenza dell’uomo “anti – diluviano” (anteriore
al diluvio universale) ovvero appartenente all’età “diluviale”, come allora era
denominato il Pleistocene.
Tra il 1836 e il 1859 Boucher de Perthes condusse ricerche sistematiche
lungo i terrazzi della Somme, in particolare nelle cave di ghiaia presso Abbeville.
A partire dal 1841 la scoperta di alcune amigdale nella terrazza media della valle della Somme, nelle cave di Menchecourt, associate a fauna estinta
come rinoceronte, elefante e orso delle caverne, fornı̀ la prova decisiva dell’alta antichità dell’uomo, dimostrata dalla sua coesistenza con specie animali
fossili. Le sue scoperte e i suoi scritti24 furono oggetto di vivaci polemiche e
le sue conclusioni vennero respinte dalla maggior parte degli studiosi francesi,
ma attirarono l’attenzione dei geologi e archeologi inglesi. Nel 1858 anche
in Inghilterra si era raggiunto il medesimo risultato: gli scavi nella grotta
di Brixham nel Devonshire condotti da Hugh Falconer portarono alla luce
manufatti di selce associati a fauna estinta. H. Falconer nel 1858 si recò ad
Abbeville per conoscere Boucher de Perthes e constatare di persona che le
selci provenienti dalla terrazza di 30 m erano effettivamente strumenti artificiali, prodotti dalla mano dell’uomo, e che gli strati che le contenevano erano
intatti. Era questa la prima autorevole conferma alla giustezza delle tesi
di Boucher de Perthes e l’anno seguente, sollecitati da Falconer, si recarono
ad Abbeville anche Joseph Prestwich e John Evans. Prestwich ed Evans
scoprirono e fotografarono in situ un bifacciale nelle cave di Saint Acheul.
Al ritorno in Inghilterra Prestwich lesse una relazione alla Royal Society ed
Evans alla Society of Antiquaries. “Quel che sembra stabilito senza alcun
dubbio è che in un periodo di antichità remota, anteriore a tutti quelli di
cui finora abbiamo trovato tracce, questa parte della terra fu popolata dall’uomo” (Evans). Le loro conclusioni furono pubblicamente sottoscritte da
Charles Lyell25 .
23
P. – D. Schmerling, Recherches sur les ossements fossiles découverts dans les cavernes
de la province de Liège, 2 voll. più un atlante di tavole.
24
J. Boucher de Perthes, Antiquités celtiques et antédiluviennes. Mémoire sur l’industrie
Primitive et les arts à leur origine, Paris 1847-64, 3 voll; De l’homme antédiluvien et de
ses oevres, Paris 1860. Su Boucher de Perthes e i suoi scritti cfr. A. Laming-Emperaire,
Origine de l’archéologie cit., p. 155 sgg.
25
G. Daniel, The Idea of Prehistory cit., p. 40 sgg.
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
1.7 Nascita dell’archeologia preistorica
32
L’altro grande fı̀lone che portò allo sviluppo dell’archeologia preistorica,
quello di origine romantico – antiquaria, trovò il clima culturale più favorevole
nei paesi nordici, in particolare in quelli scandinavi. Il Romanticismo valorizzò molto le leggende e le saghe nazionali e gli antichi monumenti, come per es.
quelli megalitici, spesso ancora inseriti nel paesaggio dell’Europa occidentale
e settentrionale, e che circondati da un alone di mistero, esercitavano fascino
e grande suggestione. Gli studiosi nordici, d’altra parte, sapevano che gli
oggetti archeologici costituivano l’unica fonte di informazione per ricostruire
la storia culturale del proprio paese prima dell’impero romano e dell’avvento
del cristianesimo. In Danimarca, grazie anche a una precoce legislazione sulle
scoperte archeologiche, si erano formate importanti collezioni, per cui storici e antiquari si trovarono di fronte al problema di raccogliere, classificare
e conservare gli antichi manufatti26 . Nel 1807 Rasmus Nyerup, che in una
pubblicazione apparsa nell’anno precedente aveva auspicato l’istituzione di un
museo nazionale danese delle Antichità Nordiche, divenuto segretario della
commissione regia per la raccolta e la conservazione delle antichità nazionali,
ebbe a scrivere: “Tutto ciò che è giunto fino a noi dal paganesimo è avvolto
in una densa nebbia: esso appartiene a uno spazio di tempo che non possiamo misurare. Sappiamo che è più vecchio del cristianesimo, ma se di un
paio d’anni o di un paio di secoli o addirittura di oltre un millennio possiamo solo cercare di indovinarlo”27 . In questa frase di Nyerup è sintetizzata
la situazione degli studi agli inizi dell’Ottocento. Poco tempo dopo Nyerup
fu sostituito nella sua carica da Christian Jorgensen Thomsen (1788 – 1865),
che lavorò alacremente per aprire al pubblico il museo. Per porre ordine tra
i reperti archeologici, egli raggruppò i manufatti in tre periodi, della pietra,
del bronzo e del ferro, che diventò il celebre sistema delle tre età. Nel 1819 fu
inaugurato il museo di antichità nordiche e negli anni seguenti Thomsen espose i criteri che aveva utilizzato nel disporre i materiali in senso cronologico,
attribuendoli alle tre età successive della pietra, del bronzo e del ferro28 . Si
trattava di una suddivisione basata sul materiale con cui erano fabbricati gli
strumenti da taglio: egli vi pervenne osservando che le tombe ormai vicine
al periodo storico contenevano armi e strumenti di ferro, le tombe che sembravano le più antiche di tutte, quelle di tipo megalitico, contenevano solo
strumenti di pietra, mentre tombe a cremazione in cista litica o in urne fittili
chiuse da una lastrina di pietra contenevano soltanto manufatti di bronzo e
26
Sulla nascita e gli sviluppi dell’archeologia preistorica nei paesi scandinavi cfr. O.
Klindt-Jensen, A History of Scandinavian Archaeology, London 1975.
27
Su Nyerup, Thomsen e il sistema delle tre età cfr., oltre alla nota precedente, G.
Daniel, The Origins and Growth cit., p. 90 ss; Id., The Idea of Prehistory cit., p. 42 sgg.
28
Ch. J. Thomsen, Rapido sguardo sui monumenti e sulle antichità della preistoria
nordica, in Guida alle antichità nordiche, Copenaghen 1836, pp. 25-89, in danese.
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
1.8 Darwin affronta il tema dell’origine dell’uomo
33
mai di ferro, per cui furono assegnate a un’età intermedia.
Il suo successore, Jens Jacob Asmussen Worsaae (1821 – 1885) fu il primo
archeologo professionista nel vero senso della parola: formulò i principi dello
scavo archeologico, sostenne la necessità di usare il metodo comparativo e
di studiare il passato di un paese non isolatamente, ma in rapporto a quello
delle altre nazioni. Fondamentali furono i suoi scavi compiuti dal 1847 nei
kjøkkenmøddinger e negli skovmoses (torbiere) con il geologo Forchammer e
con lo zoologo Steenstrup, che dimostrarono stratigraficamente la validità del
sistema delle tre età. In La preistoria della Danimarca, Copenaghen 1843,
in danese, J.J.A. Worsaae suddivise l’età della Pietra in un periodo antico
corrispondente ai kjøkkenmøddinger e in uno recente corrispondente all’epoca
delle tombe megalitiche; l’età del Bronzo in un periodo antico caratterizzato
da tombe a inumazione sotto tumulo, e in uno recente caratterizzato da
tombe a cremazione; anche l’età del Ferro venne suddivisa in un periodo
antico, coevo all’impero romano, e in uno recente, coevo, alle migrazioni
barbariche e all’età vichinga.
Il sistema delle tre età si diffuse rapidamente in Inghilterra, in Francia
e in Svizzera. La guida del British Museum per il 1866 fa esplicito riferimento alla suddivisione degli antiquari nordici. In Svizzera la scoperta delle
palafitte durante l’inverno 1853 – 54 e la loro interpretazione a opera di Ferdinand Keller29 confermarono l’importanza e l’esattezza delle classificazioni
degli archeologi danesi. A. Morlot, professore di geologia all’Accademia di
Losanna, scrisse un piccolo trattato che diffondeva le nuove concezioni30 .
Soltanto in Germania la tripartizione della scuola scandinava fu respinta dagli
storici e dagli archeologi, fra cui L. Lindenschmidt, il fondatore nel 1852 del
Römisch – Germanisches Zentralmuseum di Mainz, e passarono alcuni anni
prima che venisse generalmente accettata.
In conclusione, verso la metà del XIX secolo le ricerche geologiche, paleontologiche, archeologiche e quelle di matrice romantico – antiquaria si
integrarono tra loro, dando origine alla moderna scienza della preistoria.
1.8 Darwin affronta il tema dell’origine dell’uomo
Dopo quasi dodici anni di silenzio sul tema dell’origine dell’uomo, Darwin
tornò a scendere in campo e pubblicò nel 1871 The Descent of Man and
29
“Mitteilungen der Antiquarischen Gesellschaft in Zürich”, annate tra il 1853 e il 1879;
The lake dwellings of Switzerland and other parts of Europe, Londra 1878, cfr. inoltre
125 Jahre Pfahlbauforschung, in “Archäologie der Schweiz”, II, 1979, 1, e Palafitte: mito e
realtà, Verona 1982.
30
A. Morlot, Études géologiques et archéologiques en Danemark et en Suisse, Losanna
1861.
c 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
1.8 Darwin affronta il tema dell’origine dell’uomo
34
Selection in Relation to Sex. Come già Th. Huxley ed E. Haeckel, anche
Darwin sostiene che l’affinità strutturale tra uomo e scimmie antropomorfe
doveva significare una loro antica parentela e quindi la derivazione dell’uomo da un ancient member, un antico membro della famiglia delle scimmie
antropomorfe. A differenza di Haeckel, Darwin pensa che l’origine dell’uomo debba essere ricercata in Africa, poiché le sue affinità sono maggiori con
scimpanzé e gorilla che non con l’orango o i gibboni. Per Darwin l’uomo si
distingue da tutti gli altri primati per tre aspetti fondamentali: una grande
intelligenza, la grande abilità manuale e la capacità di fabbricare utensili,
la stazione eretta e la locomozione bipede. Una scimmia antropomorfa che
avesse cominciato a possedere anche in piccola misura queste qualità umane,
avrebbe avuto un sicuro vantaggio rispetto agli altri primati e da questo momento la pressione continua della selezione naturale non poteva che condurre
alla nascita dell’uomo moderno. Darwin affronta anche il tema dell’origine
delle razze attuali, affermando che nella diversificazione delle razze umane il
ruolo principale è stato svolto non dalla selezione naturale, ma da quella sessuale, che dipende non tanto dalla lotta per l’esistenza, quanto dalla lotta tra
individui della stessa specie, in genere maschi, per il possesso delle femmine.
La maggior parte del libro è dedicata ad esaminare la selezione sessuale e
i caratteri sessuali secondari in tutto il regno animale, dai crostacei fino ai
mammiferi31 .
Darwin accentuò l’importanza della selezione in relazione al sesso, poiché
riteneva che le differenze tra le diverse razze umane non avessero una qualche
particolare utilità, cioè un valore adattivo, e che di conseguenza non potessero
essere ricondotte all’azione della selezione naturale. Oggi sappiamo che non è
cosı̀: le differenze razziali hanno un valore adattivo e sono quindi frutto della
selezione naturale. Soltanto due tipi di caratteristiche possono evolversi in
relazione alla selezione sessuale: quelli direttamente coinvolti nella competizione tra i maschi per l’accesso alle femmine e tutta la gamma di ornamentazioni del maschio che servono a influenzare la scelta da parte della femmina.
In realtà selezione naturale e selezione sessuale sono più intrecciate tra loro
di quanto Darwin ritenesse.
A questo punto, dopo la pubblicazione delle opere di Huxley, Haeckel
e Darwin, iniziò la ricerca del missing link, l’anello mancante dell’albero
genealogico della specie umana, concepito da Haeckel come un essere a metà
strada tra le antropomorfe attuali e l’uomo e battezzato Pithecanthropus
alalus, cioè uomo – scimmia privo di linguaggio.
Nel corso di quasi un secolo e mezzo di ricerche sono stati scoperti in
31
Sul pensiero di Darwin in relazione all’origine dell’uomo cfr. J.C. Greene, La morte
di Adamo cit., p. 368 ss.
c 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
1.9 Evoluzionismo e religione
35
Europa, Asia e Africa migliaia di resti fossili di Ominidi che consentono di
tracciare il quadro, sia pure ancora lacunoso, del processo dell’ominazione.
1.9 Evoluzionismo e religione
Nel 1543 veniva pubblicata l’opera più importante di Nicolò Copernico, De
revolutionibus orbium coelestium, nella quale si affermava, in contrasto con
la concezione tolemaica fatta propria da Tommaso d’Aquino e dalla Chiesa,
che la terra non era al centro dell’universo, ma ruotava insieme agli altri
pianeti intorno al sole. Quasi un secolo dopo Galileo Galilei dimostrava la
validità del sistema copernicano nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del
mondo (1632), ma sarà costretto all’abiura. Un secolo e mezzo dopo, Georges
– Louis Buffon (1778) e James Hutton (1788) dimostrarono, con argomenti
diversi, che la terra non era vecchia di appena 6000 anni, come si riteneva
sulla base della Bibbia, ma incomparabilmente più antica. Nel 1859 con la
teoria dell’evoluzionismo Charles Darwin poneva le premesse per dimostrare
che l’uomo, lungi dall’essere stato creato direttamente da Dio, discendeva da
un antenato scimmiesco.
Le conquiste della scienza moderna faticarono molto ad essere ammesse
dalla Chiesa. Tuttavia, in nessun passo della Bibbia si sostiene che la terra
è posta al centro dell’universo. Galileo fu condannato per eresia perché la
Chiesa riteneva che la teoria copernicana fosse contraria all’insegnamento
della Bibbia. In realtà i teologi cattolici avevano fatto propria la concezione
aristotelico – tolemaica dell’universo ed è questo il motivo per cui Galileo fu
condannato. Il racconto biblico secondo cui il mondo, le piante, gli animali e
l’uomo sono stati creati in sei giorni può essere tranquillamente inteso in senso
metaforico, non certo letterale. Diversa è la questione dell’origine dell’uomo.
In questo caso l’accordo tra pensiero religioso ed evoluzionismo si rivela molto
più difficile e complesso.
I creazionisti e catastrofisti seguaci di Cuvier respinsero la teoria di Darwin, che comunque guadagnò un consenso crescente nel campo degli studiosi
per la forza e la solidità delle prove che andavano accumulandosi in suo favore.
Innanzitutto, esaminiamo qual’era la posizione di Darwin nei confronti
della religione. Per Darwin la selezione naturale ha valore adattivo, cioè determina un migliore adattamento, ma non è teleologica, cioè orientata verso
un determinato scopo o fine. “Questo principio per il quale ogni lieve variazione, se utile si mantiene, è stato da me denominato selezione naturale per
indicare la sua analogia con la selezione operata dall’uomo”. L’evoluzione è
un processo graduale, casuale e imprevedibile, privo di qualsiasi finalità. Darwin si pose il problema della difficoltà di concepire l’uomo come il risultato di
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
1.9 Evoluzionismo e religione
36
un mero caso e di una cieca necessità. Tuttavia, pur con dubbi e incertezze,
alla fine Darwin adottò una posizione agnostica nei confronti della religione.
La teologia naturale di W. Paley sosteneva che l’universo con tutte le sue
meraviglie e bellezze, e a questo proposito si ricorreva all’argomento della
complessità e perfezione di un organo come l’occhio, non poteva che essere la
manifestazione del disegno intelligente di un artefice soprannaturale, la prova
dell’esistenza di una Causa Prima dotata di intelligenza. Di fronte a queste
argomentazioni Darwin manifestò un atteggiamento scettico e razionalista e
fece proprio l’antico argomento di Epicuro: “la natura del mondo non è stata
affatto disposta per noi dal valore divino, tanto è il male di cui è piena” (Lucrezio, V, 198 – 199). Cfr. la lettera di Darwin a Hooker, 13.07.1856: “quale
libro potrebbe scrivere un cappellano del diavolo sulle opere della natura cosı̀
rozze, piena di sprechi, grossolanamente erronee ed orribilmente crudeli”, e
quella ad Asa Gray, 22.05.1860: “. . . mi sembra che nel mondo ci sia troppa
infelicità”, oppure i Notebooks N, 115: “che le circostanze abbiano dato all’ape
il suo istinto non è meno meraviglioso del fatto che abbiano dato all’uomo il
suo intelletto”.
Accanto alle tendenze di tipo positivistico e materialistico, esemplificate
da Haeckel o a quelle agnostiche per quanto riguarda i riflessi dell’evoluzionismo sulle problematiche di tipo filosofico o “metafisico”, proprie ad es. di Huxley e dello stesso Darwin, ebbe non poca importanza un filone che potremmo
definire di tipo spiritualistico o finalista. Il botanico americano amico di Darwin e convinto sostenitore della teoria dell’evoluzione, Asa Gray, pubblicò un
saggio32 , in cui sosteneva che la dottrina della variazione e della selezione
naturale non minava in alcun modo le fondamenta della teologia naturale.
L’ipotesi della derivazione delle specie non era contraria, secondo Gray, ad
alcuna idea relativa alla creazione del mondo della natura. Infatti, basta
ammettere che i meccanismi e le operazioni della natura si compiono in virtù
di forze messe in atto fin dal principio della creazione, e inoltre si può anche
accettare l’idea che di tanto in tanto vi sia stato un intervento diretto di Dio
per orientare il processo dell’evoluzione.
Lo stesso Lyell, che esitò a lungo prima di accettare la teoria di Darwin, nel
1863 concludeva il suo libro sull’antichità dell’uomo scrivendo: “Bisognerebbe
piuttosto dire che lungi dall’avere una tendenza materialista, l’ipotesi dell’introduzione sulla terra a epoche geologiche successive, prima della vita, poi
della sensazione, quindi dell’istinto, infine dell’intelligenza propria dei mammiferi superiori cosı̀ vicini alla ragione e infine della ragione perfettibile dell’Uomo stesso, ci offre il quadro del predominio sempre crescente dello spirito
32
A. Gray, Natural Selection not inconsistent with Natural Theology, London 1861, 55
pp.
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1.9 Evoluzionismo e religione
37
sulla materia”.
Il più convinto assertore di una evoluzione finalistica fu Alfred R. Wallace, che si allontanerà sempre più dal darwinismo. Wallace sostenne che
le capacità intellettuali e il senso morale dell’uomo non avrebbero mai potuto svilupparsi soltanto in seguito alle mutazioni e alla selezione naturale.
Bisognava ammettere un intervento esterno, soprannaturale, una intelligenza
superiore che avrebbe guidato lo sviluppo dell’evoluzione fino all’apparizione
dell’uomo33 .
Concezioni analoghe saranno in seguito espresse da Robert Broom, lo
scopritore di molti fossili di Australopitechi, e dal padre gesuita Teilhard de
Chardin (1881 – 1955), secondo cui tutta l’evoluzione della vita sulla terra
sarebbe orientata verso la comparsa dell’uomo34 .
Paradossalmente, proprio negli Stati Uniti, paese dei più spettacolari progressi scientifici, si è radicato il creazionismo, sostenitore dell’interpretazione
letterale del racconto biblico della creazione e della giovane età della terra.
Si tratta di un movimento religioso e politico, sostenuto dai fondamentalisti
cristiano – evangelici, promotori di vere e proprie crociate contro il darwinismo. Alcuni stati adottarono leggi che vietavano l’insegnamento scolastico
delle teorie di Darwin ed è rimasto celebre il processo Scopes, un insegnante
che violò queste disposizioni, a Dayton nel Tennessee. Il processo si aprı̀
nel 1925 e Scopes fu condannato a un’ammenda di 100 dollari. Nel 1927 la
Corte Suprema annullò la condanna per un cavillo tecnico, ma soltanto nel
1968 la legge che vietava l’insegnamento dell’evoluzionismo venne dichiarata
incostituzionale35 . A questo punto il movimento creazionista, invocando la
libertà di pensiero, cercò di far passare la tesi delle pari opportunità, cioè
chiese che fosse sancito l’obbligo dell’insegnamento nelle scuole della dottrina del creazionismo accanto alla teoria dell’evoluzione. Nel 1987 la Corte
suprema federale pose fine alla controversia vietando agli Stati di imporre
l’obbligatorietà dell’insegnamento del creazionismo. Negli ultimi quindici
anni ha acquistato sempre maggior peso il movimento neo – creazionista,
che ammette l’evoluzionismo, ma non la dottrina darwiniana della selezione
naturale. L’evoluzione della vita sulla terra sarebbe guidata da un disegno
intelligente esterno all’ordine naturale ed avrebbe un fine e una direzione
33
Sulle concezioni di Wallace cfr. l’importante saggio di G. Scarpelli, Il cranio di cristallo. Evoluzione della specie e spiritualismo, Torino 1993, p. 21 ss. e p. 125 ss.; cfr. anche
J.C. Greene, La morte di Adamo cit. p. 364 ss.
34
Autore di molte opere dedicate a questo tema, pubblicate per lo più postume: Le
phénomène humain, L’apparition de l’homme, La vision du passé, Le milieu divin, L’avenir
de l’homme, L’énergie humaine, L’activation de l’énergie, La place de l’homme dans la
nature.
35
Non solo nel Tennessee, ma anche in altri stati come la Florida e l’Oklahoma.
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1.9 Evoluzionismo e religione
38
precisa, la comparsa dell’uomo. Il neo – creazionismo sostiene che le sue
tesi sono scientificamente dimostrabili. Il neo – creazionismo è diventato
un movimento molto influente, sostenuto oltre che dalla chiesa evangelica di
stampo fondamentalista, anche dal movimento politico neo – conservatore, e
gode di forti finanziamenti. I neo – creazionisti hanno fatto breccia in alcuni
stati come il Kansas, l’Alabama, l’Ohio, il New Mexico, il Nebraska. Recentemente il presidente Bush ha proposto di mettere sullo stesso piano nei
programmi scolastici l’insegnamento del darwinismo e del neo – creazionismo. Un riflesso di questa situazione si è avuto anche in Italia, con il tentativo
di sopprimere dai programmi scolastici l’insegnamento dell’evoluzionismo di
Darwin, tentativo andato per ora a vuoto di fronte all’ondata di proteste del
mondo scientifico. Fenomeni simili si sono verificati anche in Inghilterra, dove
alcune scuole finanziate dallo stato e sponsorizzate anche da privati hanno
tolto l’insegnamento del darwinismo dai programmi scolastici, sostituendolo
con il creazionismo. Nonostante le proteste di illustri scienziati, come Richard
Dawkins, di Oxford, e perfino di alcuni vescovi anglicani, Blair si è rifiutato
di intervenire, invocando la necessità di diversificare il sistema scolastico.
La Chiesa cattolica si oppose per lungo tempo alle teorie evoluzionistiche.
Il Concilio Vaticano I nel 1870 condannò la teoria dell’origine dell’uomo ab
irsuto simio, da un irsuto scimmione. Di fatto, tuttavia, un numero crescente di scienziati di fede cattolica accettava l’evoluzionismo. Nel 1950 con
l’enciclica Humani generis Pio XII affermava che l’evoluzionismo poteva essere oggetto di ricerche e di discussioni da parte di scienziati e di teologi
per quanto riguarda l’origine del corpo umano, mentre doveva ritenersi vincolante per il cattolico che l’anima fosse stata creata direttamente da Dio.
In realtà, di fronte alle sempre più evidenti prove scientifiche della validità della teoria darwiniana, le classi colte del mondo cattolico e protestante
hanno accettato l’evoluzionismo. Il 22 ottobre 1996 in un messaggio inviato alla Pontificia Accademia delle Scienze il pontefice Giovanni Paolo II
ha sostenuto che il punto di vista scientifico e quello religioso sull’origine
dell’uono non sono inconciliabili. L’evoluzionismo viene accettato non più
come una semplice ipotesi tra le tante, ma come una teoria pienamente confermata. L’uomo rappresenta comunque “un salto ontologico” nella storia
della vita sulla terra. “Tenuto conto dello stato delle ricerche scientifiche a
quell’epoca e anche delle esigenze proprie della teologia, l’Enciclica Humani
generis considerava la dottrina dell’“evoluzionismo” un’ipotesi seria, degna di
una ricerca e di una riflessione approfondite al pari dell’ipotesi opposta. Pio
XII aggiungeva due condizioni di ordine metodologico: che non si adottasse
questa opinione come se si trattasse di una dottrina certa e dimostrata e
come se ci si potesse astrarre completamente dalla Rivelazione riguardo alle
questioni da essa sollevate . . . Oggi, circa mezzo secolo dopo la pubblicazione
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1.9 Evoluzionismo e religione
39
dell’Enciclica, nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria
dell’evoluzione una mera ipotesi. È degno di nota il fatto che questa teoria si
sia progressivamente imposta all’attenzione dei ricercatori, a seguito di una
serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere. La convergenza non
ricercata né provocata, dei risultati dei lavori condotti indipendentemente
gli uni dagli altri, costituisce di per sé un argomento significativo a favore
di questa teoria”. “Il Magistero della Chiesa è direttamente interessato alla questione dell’evoluzione, poiché questa concerne la concezione dell’uomo,
del quale la Rivelazione ci dice che è stato creato a immagine e somiglianza
di Dio (cfr. Gn 1, 28 – 29) . . . l’individuo umano non deve essere subordinato
come un puro mezzo o come un mero strumento né alla specie né alla società;
egli ha valore per se stesso. È una persona. Grazie alla sua intelligenza e alla
sua volontà, è capace di entrare in rapporto di comunione, di solidarietà e di
dono di sé con i suoi simili. . . . È in virtù della sua anima spirituale che la persona possiede, anche nel corpo, una tale dignità. Pio XII aveva sottolineato
questo punto essenziale: se il corpo umano ha la sua origine nella materia viva che esisteva prima di esso, l’anima spirituale è immediatamente creata da
Dio (“animas enim a Deo immediate creari catholica fides nos retinere iubet”,
Enciclica Humani generis, AAS 42, 1950, p.575). Di conseguenza, le teorie
dell’evoluzione che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo
spirito come emergente dalle forze della materia viva o come un semplice
epifenomeno di questa materia, sono incompatibili con la verità dell’uomo.
Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della persona.
Con l’uomo ci troviamo dunque dinanzi a una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un salto ontologico, potremmo dire. Tuttavia, proporre una
tale discontinuità ontologica non significa opporsi a quella continuità fisica
che sembra essere il filo conduttore delle ricerche sull’evoluzione dal piano della fisica e della chimica? La considerazione del metodo utilizzato nei diversi
ordini del sapere consente di conciliare due punti di vista apparentemente
inconciliabili. Le scienze dell’osservazione descrivono e valutano con sempre
maggiore precisione le molteplici manifestazioni della vita e le iscrivono nella
linea del tempo. Il momento del passaggio all’ambito spirituale non è oggetto
di un’osservazione di questo tipo, che comunque può rivelare, a livello sperimentale una serie di segni molto preziosi della specificità dell’essere umano.
L’esperienza del sapere metafisico, della coscienza di sé e della propria riflessività, della coscienza morale, della libertà e anche l’esperienza estetica e
religiosa, sono però di competenza dell’analisi e della riflessione filosofiche,
mentre la teologia ne coglie il senso ultimo secondo il disegno del Creatore”.
Ultimamente la polemica sull’inconciabilità tra evoluzionismo darwiniano
e religioni rivelate si è riaccesa. Secondo Ratzinger il darwinismo è relativismo
nichilistico. E’ possibile conciliare la fede nel Dio provvidenziale e la scienza,
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1.9 Evoluzionismo e religione
40
che può fornire prove dell’esistenza del disegno intelligente. Il cardinale di
Vienna ha pubblicamente sostenuto che il pensiero di Giovanni Paolo II non
è stato correttamente inteso e che la teoria dell’evoluzione biologica è una
ipotesi, non una certezza.
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CAPITOLO
2
La Paleontologia umana
a paleontologia umana o paleoantropologia è la disciplina che studia essenzialmente la morfologia degli Ominidi fossili. Per comprendere e delineare il processo evolutivo bisogna disporre di una datazione dei reperti e
collocarli nel loro contesto ecologico originario. La ricostruzione delle condizioni climatiche e ambientali in cui vissero gli Ominidi e la loro datazione
relativa e assoluta è possibile grazie all’ausilio di altre scienze come la geologia, la mineralogia, la paleontologia e la palinologia (studio dei pollini fossili);
per meglio comprendere lo psichismo, il modo di vita e le forme di relazioni
sociali dei più antichi uomini è indispensabile l’archeologia preistorica che
studia i manufatti e l’evolversi delle tradizioni culturali. La paleoantropologia fa quindi parte di un complesso sistema di ricerche interdisciplinari, il cui
scopo comune è la ricostruzione dell’evoluzione fisica e culturale del genere
umano.
L
2.1 Metodi di datazione
Per lo studio e la ricostruzione del processo evolutivo degli Ominidi i metodi
di datazione più importanti sono quelli radiometrici, integrati dalla biostratigrafia e dalla stratigrafia paleomagnetica e più recentemente dalle stime della
divergenza evolutiva fatte dalla genetica, il cosiddetto orologio biomolecolare.
Le datazioni radiometriche sono datazioni assolute, cioè forniscono date
in anni solari a partire da oggi, anche se con un margine di errore statistico
più o meno ampio a seconda dei metodi e dei singoli campioni utilizzati. I
metodi radiometrici si basano sul fatto che determinati elementi chimici come
ad es. il carbonio, l’uranio o il potassio, hanno isotopi naturali instabili, cioè
radioattivi, che quindi sono soggetti a decadimento radioattivo con un tempo
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2.1 Metodi di datazione
42
di dimezzamento sufficientemente ben conosciuto. Il tempo di dimezzamento
o semiperiodo o vita media (half life) è il periodo di tempo in cui il numero
degli isotopi radioattivi si riduce della metà. Il decadimento radioattivo è
costante per ciascun elemento e non è influenzato da fattori ambientali e
neppure dal tipo di sostanza di cui l’elemento fa parte.
2.1.1
Metodo Potassio / Argon
Questo metodo si può applicare a ceneri vulcaniche e rocce di origine effusiva
come lava, basalti, graniti, tufi, feldspati, trachiti, pomici, andesiti, rioliti. La
maggior parte delle rocce e dei minerali contengono potassio. Dei tre isotopi
del potassio, uno è radioattivo (40 K) e costituisce lo 0,01167% del potassio.
Ha un semiperiodo di un miliardo e duecentocinquanta milioni di anni (T =
1,25 x 109). L’89% del 40 K decade in 40Ca e l’11% decade in 40 A, un isotopo
stabile. Alle alte temperature di un’eruzione vulcanica, tutto l’argon accumulato in precedenza in una roccia viene rilasciato, mentre dopo l’eruzione e
la solidificazione della roccia eruttata, riprende il processo di decadimento del
40
K in 40 A e l’argon si accumula nuovamente. Il rapporto tra 40 A e 40 K è funzione diretta del tempo trascorso dal momento di raffreddamento della roccia
e quindi la misurazione del contenuto di 40 A e 40 K di una roccia consente di
stabilire l’epoca in cui è avvenuta la sua solidificazione. Affinché la datazione
sia valida è necessario che il campione non abbia acquisito oppure perso 40 A
nel corso del tempo. L’atmosfera contiene lo 0,93 di argon e quindi si può
verificare contaminazione nel corso del tempo. Il tasso di contaminazione può
essere calcolato misurando l’eventuale presenza di due isotopi dell’argon (38 A
e 36 A), che sono presenti in percentuali note nell’argon atmosferico. Alcuni
minerali, invece, possono perdere argon in seguito a fenomeni di carattere
fisico e chimico e quindi sono meno adatti alle datazioni con questo metodo.
Il limite inferiore delle datazioni potassio/argon, inizialmente di circa 500
ka, è stato notevolmente abbassato con i perfezionamenti della tecnica, ma
tanto più il campione è recente tanto più il metodo diventa impreciso e di
scarsa utilità, avendo una deviazione standard che diventa eguale o quasi
eguale alla data stessa. Non esiste un limite superiore per questa tecnica di
datazione, che trova il suo miglior campo di applicazione in geologia e per
stabilire l’età stessa della terra.
2.1.2
Le ere geologiche
Nella tabella 2.1 sono indicate le suddivisioni delle ere geologiche.
Il Quaternario, da 2 My ad oggi, si suddivide come indicato nella tabella
2.2
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2.1 Metodi di datazione
ere e periodi
43
epoche
datazione
Olocene
da 0,01 ad oggi
da 2 a 0,01 My
al limite tra
Pliocene e
Pleistocene
compare il genere
Homo
Pliocene
da 6 a 2 My
al limite tra
Miocene e Pliocene
compaiono i primi
Ominidi
Miocene
Oligocene
Eocene
Paleocene
da 23 a 6 My
da 38 a 23 My
da 54 a 38 My
da 65 a 54 My
Cretacico
Giurassico
Triassico
Paleocene
Cretacico
da 225 a 65 My
Permiano
Devoniano
Siluriano
Ordoviciano
Cambriano
da 570 a 225 My
Quaternario
Pleistocene
Terziario
Mesozoico
Paleozoico
Precambriano o
Proterozooico
da 65 a 54 My
da 225 a 65 My
da 4600 a 570 My
Tabella 2.1 Suddivisione delle ere geologiche.
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2.2 Difficoltà insite nello studio dei fossili
ere e periodi
epoche
datazione
Inferiore
da 2 My a 0,736 anni
da oggi
Pleistocene
Olocene
Medio
da 0,736 a 0,130 My
Superiore
da 0,130 a 10.000 –
9.000 BC
44
al limite tra
Pleistocene Medio
e Superiore
compare l’Homo
sapiens
da 10.000 – 9.000 anni
BC ad oggi
Tabella 2.2 Suddivisione del Quaternario.
2.2 Difficoltà insite nello studio dei fossili
La paleontologia cerca di ricostruire la filogenesi delle diverse specie, ma
mentre in biologia la specie è definibile come una popolazione di individui in
grado di accoppiarsi e generare prole fertile, in paleontologia la definizione
di specie va incontro a grandi difficoltà, che spiegano in parte la miriade di
classificazioni diverse proposte dai vari autori. Innanzitutto, non è possibile
la verifica sperimentale, cioè la prova biologica della interfecondità e quindi
della appartenenza effettiva di organismi fossili a una medesima specie. La
classificazione dei fossili deve basarsi su criteri di carattere morfologico, con
tutti i limiti che questi comportano, per di più accentuati dal fatto che la
documentazione fossile degli Ominidi è spesso molto frammentaria e raramente si dispone di scheletri completi e ben conservati. Inoltre, mentre la
documentazione biologica concerne organismi viventi attuali, quella fossile si
dispone lungo un considerevole arco di tempo e in questa ampia escursione
cronologica è possibile osservare la gradualità dei cambiamenti, la gradualità
con cui le specie si trasformano. Se si disponesse di una documentazione fossile completa, risulterebbe arbitrario delimitare delle unità specifiche in un
continuum evolutivo, poiché ciascun individuo risulterebbe co-specifico con i
propri immediati antenati e discendenti.
La specie paleontologica, quindi, non è soltanto una entità definita nello
spazio, ma anche nel tempo, una cronospecie. È molto difficile stabilire con
certezza fino a che punto le specie definite in paleontologia siano dei taxa validi. I criteri per definire una specie fossile sono la morfologia, la distribuzione
spaziale e la cronologia. Nel caso dei fossili ominidi, il problema risulta ulteriormente aggravato da vari fattori: dall’incompletezza della documentazione
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2.3 Classificazione zoologica dell’uomo
45
– ad es. per interi periodi non si dispone di fossili oppure sono in numero
troppo esiguo o troppo frammentari – al fatto che non sempre si è in grado
di datare i fossili in maniera sufficientemente sicura.
2.3 Classificazione zoologica dell’uomo
Un pannello del museo di storia naturale di Londra mostra con chiarezza e
semplicità la classificazione zoologica dell’uomo. Tutti gli esseri umani sono
dei Vertebrati, infatti come tutti i vertebrati abbiamo una spina dorsale. Gli
esseri umani sono mammiferi, infatti come tutti i mammiferi abbiamo peli
o capelli, ghiandole che producono latte e tre ossa separate nella parte media dell’orecchio. Gli esseri umani sono primati, infatti come tutti i primati
abbiamo unghie alle dita delle mani e dei piedi, un pollice opponibile e quattro incisivi nella mascella superiore e quattro in quella inferiore (mandibola).
Gli esseri umani sono apes (scimmie antropomorfe), infatti come tutte le
antropomorfe non abbiamo coda, le scapole sono poste sul dorso e non lateralmente ed abbiamo un modello a Y dei solchi sulla superficie masticatoria
dei molari.
Nella sistematica zoologica, quindi, l’uomo appartiene all’ordine dei primati e per comprendere la filogenesi umana è necessario fornire qualche notizia sulla sistematica dei primati. Il termine “primati”, dal latino primas,
–atis primato, superiorità, compare per la prima volta nella decima edizione (1758-1759) del Systema naturae di Linneo per designare un ordine
di mammiferi comprendente le scimmie e l’uomo.
L’ordine dei Primati si suddivide in due sub-ordini, le Proscimmie e le
Scimmie o Antropoidi. Le Proscimmie comprendono i lemuri, i loris e i tarsi suddivisi a loro volta in numerose famiglie. Le Scimmie si suddividono
in due infra-ordini, Platyrrhini o Scimmie del Nuovo Mondo, caratterizzate
dal setto nasale largo e narici laterali divergenti, e Catarrhini o Scimmie del
Vecchio Continente, caratterizzate da setto nasale stretto. Le Scimmie catarrine comprendono due superfamiglie, Cercopithecoidea, scimmie quadrupedi
e con coda, ed Hominoidea, che comprendono tre famiglie, Hylobatidae (i gibboni, il siamang ed altre specie che vivono nell’arcipelago indonesiano, nella
penisola malese e in Indocina), Pongidae ed Hominidae. I Pongidi, ovvero
le grandi scimmie antropomorfe, comprendono l’orango (Pongo pygmaeus),
che vive nelle foreste di Sumatra e del Borneo; il gorilla (Gorilla gorilla),
lo scimpanzé (Pan troglodytes, Pan satyrus e Pan paniscus). Il gorilla e le
diverse specie di scimpanzé abitano le foreste vergini dell’Africa equatoriale.
Gli Ominidi sono rappresentati da un’unica specie vivente, Homo sapiens,
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2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad oggi
46
distinta in numerose varietà razziali e in grado di occupare tutti gli ambienti
naturali della terra.
2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad
oggi
Per molti decenni dopo la pubblicazione de L’Origine delle specie e de L’origine dell’uomo le scoperte di fossili umani furono molto poche e questo
ebbe una’influenza negativa sulle concezioni del processo dell’antropogenesi
formulate dagli stessi assertori della teoria dell’evoluzione. A parte le sepolture di uomini di Neandertal rinvenute tra il 1908 e il 1911 in Francia, la
paleontologia umana poté disporre solo della calotta cranica e del femore di
Trinil (1891), della mandibola di Mauer (1907), del cranio di Broken Hill
(1921), mentre il cranio di un bambino di Australopiteco scoperto a Taung
nel 1924 non fu ammesso come Ominide dalla scienza ufficiale. A ciò si aggiunse il grave episodio del falso di Piltdown (1912-1915), che disorientò la
paleoantropologia per circa quarant’anni.
Solo nel 1929 iniziò il primo ventennio d’oro per la paleontologia umana.
Nel 1929 si scoprirono i primi resti di fossili umani del Pleistocene Medio a
Chu Ku Tien in Cina, dove i ritrovamenti continuarono fino al 1937. Nello
stesso tempo ripresero le ricerche degli olandesi a Giava e tra il 1931 e il 1933
si recuperò un’importante serie di crani a Ngandong e tra il 1937 e il 1941
a Sangiran. In Europa risale al 1933 la scoperta del cranio di Steinheim,
in Germania, al 1935 quella dei primi frammenti del cranio di Swanscombe
in Inghilterra, al 1929 e al 1935 quella dei crani di Saccopastore in Italia.
Importanti ritrovamenti di uomini di Neandertal e di uomini anatomicamente
moderni furono fatti tra il 1931 e il 1933 nelle grotte del monte Carmelo in
Palestina, a Skhul e a Tabun. Infine, Robert Broom riprese le ricerche nel
Sudafrica e tra il 1936 e il 1948 scoprı̀ i più antichi fossili di Ominidi allora
conosciuti a Sterkfontein, Kromdraai e Swartkrans, mentre R. Dart effettuò
nuovi rinvenimenti a Makapansgat.
Nel 1959 con il ritrovamento del cranio di Zinjanthopus boisei da parte
dei Leakey nello strato I di Olduvai e la sua datazione con il nuovo metodo
del K-Ar radioattivi a 1,75 Ma1 iniziò una nuova stagione di grandi scoperte
e questa volta soprattutto in Africa, nelle regioni attraversate dalla Great
Rift Valley. Le scoperte a Olduvai continuarono ancora per alcuni anni, ma
una nuova promettente regione fossilifera fu individuata nel 1967 da Richard
Leakey. Mentre stava volando dal Kenya all’Etiopia, fece una deviazione
1
D’ora in poi si useranno queste abbreviazioni: Ma = mega-annum (1 milione di anni
fa), Ka = kilo-annum (mille anni fa).
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2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad oggi
47
dalla rotta normale e sorvolò il lato orientale del lago Turkana. Guardando
dal finestrino, si rese conto che non stava volando sopra una regione vulcanica,
come era opinione diffusa, ma su un panorama di rocce sedimentarie incise dai
fiumi, una regione ideale per la ricerca dei fossili. Richard Leakey organizzò
una serie annuale di campagne di ricerca, che tra il 1968 e il 1976 portarono
alla scoperta, a Koobi Fora e a Ileret, di una quantità impressionante di resti
di Ominidi pleistocenici e pliocenici. In seguito estese le sue ricerche alla riva
occidentale del Turkana, dove fece scoperte altrettanto clamorose, come il cd.
cranio nero e il ragazzo del Turkana. Dal 1973 al 1976 una spedizione francoamericana iniziò l’esplorazione delle gole di Hadar, nella depressione dell’Afar
in Etiopia, rinvenendo, tra l’altro, il famoso scheletro di Lucy. Dal 1974 al
1979 Mary Leakey diresse le ricerche a Laetoli in Tanzania, che portarono
alla scoperta delle impronte lasciate dagli Ominidi pliocenici.
Quelle africane sono certamente le scoperte più numerose e più clamorose
– e continuano tutt’ora con un ritmo intenso – ma anche in Asia e in Europa si
sono verificati importantissimi ritrovamenti: a Giava nella località già nota
di Sangiran ed in alcuni nuovi siti; in Cina ancora a Chu Ku Tien e in
alcune località della regione di Lantian, a Yunxian, Hexian, Mapa, Dali e
Yungniushan; a Petralona e più recentemente a Apidima in Grecia; nella
caverna dell’Arago in Francia; ad Atapuerca in Spagna; a Dmanisi in Georgia;
a Ceprano e ad Altamura in Italia.
Come abbiamo detto in precedenza, per quasi settant’anni i sostenitori
dell’estensione della teoria dell’evoluzionismo anche all’uomo avevano ben
pochi reperti di Ominidi fossili per convalidare il loro assunto e ricostruire
la filogenesi umana, almeno nelle sue linee principali. Nella ricostruzione del
processo di ominazione e nell’interpretazione dei fossili comunque disponibili
ebbero un peso determinante le diverse correnti del pensiero evoluzionistico,
che cominciarono a manifestarsi fin dalla pubblicazione de L’origine delle
specie. Accanto alle tendenze di tipo positivistico e materialistico, esemplificate da Haeckel o a quelle agnostiche per quanto riguarda i riflessi dell’evoluzionismo sulle problematiche filosofiche o di tipo “metafisico”, proprie
ad es. di Huxley, ebbe non poca importanza un filone che potremmo definire
di tipo spiritualistico o finalista. Il botanico americano amico di Darwin e
convinto sostenitore della teoria dell’evoluzione, Asa Gray, pubblicò un saggio2 , in cui sosteneva che la dottrina della variazione e della selezione naturale
non minava in alcun modo le fondamenta della teologia naturale. L’ipotesi
della derivazione delle specie non era contraria, secondo Gray, ad alcuna idea
relativa alla creazione del mondo della natura. Infatti, era sufficiente am2
A. Gray, Natural Selection not inconsistent with Natural Theology, London 1861, 55
pp.
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2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad oggi
48
mettere che i meccanismi e le operazioni della natura si compiono in virtù di
forze poste in atto fin dal principio della creazione, e inoltre si poteva anche
accettare l’idea che di tanto in tanto vi fosse stato un intervento diretto di
Dio per orientare il processo dell’evoluzione.
Lo stesso Lyell, che esitò a lungo prima di accettare la teoria di Darwin, nel
1863 concludeva il suo libro sull’antichità dell’uomo scrivendo: “Bisognerebbe
piuttosto dire che lungi dall’avere una tendenza materialista, l’ipotesi dell’introduzione sulla terra a epoche geologiche successive, prima della vita, poi
della sensazione, quindi dell’istinto, infine dell’intelligenza propria dei mammiferi superiori cosı̀ vicini alla ragione e infine della ragione perfettibile dell’Uomo stesso, ci offre il quadro del predominio sempre crescente dello spirito
sulla materia”.
Il più convinto assertore di una evoluzione finalistica fu Alfred R. Wallace, che si allontanerà sempre più dal darwinismo. Wallace sostenne che
le capacità intellettuali e il senso morale dell’uomo non avrebbero mai potuto svilupparsi soltanto in seguito alle mutazioni e alla selezione naturale.
Bisognava ammettere un intervento esterno, soprannaturale, una intelligenza
superiore che avrebbe guidato lo sviluppo dell’evoluzione fino all’apparizione
dell’uomo3 .
Concezioni analoghe saranno in seguito espresse da Robert Broom, lo
scopritore di molti fossili di Australopitechi4 , dal paleontologo Jean Piveteau5
e dal padre gesuita Teilhard de Chardin6 (1881-1955).
È nel contesto del prevalere dell’idealismo contro il positivismo a cavallo
del XIX e del XX secolo, dei continui attacchi portati alla teoria darwiniana dell’evoluzione e dell’affermarsi della concezione di una evoluzione teleorientata, capace di riconciliare scienza e religione, che possiamo comprendere come sia maturato, anche presso ricercatori delle più diverse estrazioni
ideologiche, un orientamento metodologico nella paleontologia umana che è
possibile definire “pitecofobia”, cioè l’allontanamento in un passato geologico
sempre più remoto del momento in cui si è separata una linea ominide indipendente da quella delle antropomorfe. In questo modo la nostra parentela
con le scimmie antropomorfe o era negata o risaliva a un’età talmente antica
3
Sulle concezioni di Wallace cfr. l’importante saggio di G. Scarpelli, Il cranio di cristallo. Evoluzione della specie e spiritualismo, Torino 1993, p. 21 ss. e p. 125 ss.; cfr. anche
J.C. Greene, La morte di Adamo cit. p. 364 ss.
4
R. Broom, Les origines de l’homme, Payot, Paris, 1934, p. 224.
5
J. Piveteau, Origine et destinée de l’homme, Masson, Paris 1973.
6
Autore di molte opere dedicate a questo tema, pubblicate per lo più postume: Le
phénomène humain, L’apparition de l’homme, La vision du passé, Le milieu divin, L’avenir
de l’homme, L’énergie humaine, L’activation de l’énergie, La place de l’homme dans la
nature.
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2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad oggi
49
da perdere gran parte del suo significato.
I maggiori rappresentanti dell’antropologia agli inizi del XX secolo furono
in Inghilterra Arthur Keith (1866-1955) e Grafton Elliott Smith (1871-1937).
Inizialmente Keith, medico e anatomista, in base ai suoi studi aveva concluso
che il primo carattere umano a comparire doveva essere stata la bipedia e che
il processo di encefalizzazione si sarebbe sviluppato soltanto in un momento
successivo. Di parere opposto era Elliott Smith, convinto che per prima
cosa si fosse sviluppato un grande cervello, quando ancora i nostri antenati
vivevano sugli alberi, e che la stazione eretta e l’andatura bipede si fosse
sviluppata soltanto in seguito, quando i nostri antenati scesero dagli alberi.
Arthur Keith, tratto in inganno dalla errata datazione dell’uomo di Galley
Hill, attribuito agli inizi del Pleistocene, abbandonò le sue convinzioni iniziali
ed accettò le teoria di Elliott Smith: lo sviluppo di un grande cervello doveva
risalire già al Pliocene e la formula “il cervello apre la strada” orientò gli studi
di paleoantropologia e l’interpretazione dei fossili di Ominidi.
A questo punto il terreno era pronto per la beffa di Piltdown7 . Un avvocato dilettante di paleontologia, Charles Dawson, rinvenne in una cava a
Piltdown alcuni frammenti di teca cranica umana che consegnò a Arthur
Smith Woodward (1864-1944), conservatore del Dipartimento di Geologia
del British Museum e specialista di pesci fossili, con il quale era in contatto. Le ricerche proseguirono nell’estate del 1912 con la partecipazione dello
stesso Woodward e occasionalmente anche del padre Teilhard de Chardin.
Furono rinvenuti tre frammenti di parietale appartenenti allo stesso cranio
e in seguito alla presenza del solo Dawson una mezza mandibola sul fondo
della cava. In base al livello degli strati di ghiaia da cui provenivano e alla
quota del terrazzo fluviale in cui la cava era ubicata, i resti furono attribuiti
al Pleistocene inferiore o al Pliocene. Woodward battezzò un nuovo genere
di Ominide, l’Eoanthropus dawsoni 8 , che presentava la singolare caratteristica di possedere un neurocranio di grande capacità e di aspetto moderno
e una mandibola completamente scimmiesca, ma con la strana particolarità
di possedere molari con un’usura piatta, di tipo umano. La scoperta ebbe
una certa risonanza sulla stampa e il 18 dicembre 1912 Woodward e Dawson
presentarono ufficialmente la nuova specie di Ominide alla Geological Society
di Londra.
Nell’agosto del 1913 Teilhard de Chardin rinvenne nella cava il canino che
si adattava perfettamente alla mandibola, un canino del tutto scimmiesco,
7
Su Keith, Elliott Smith e la vicenda del falso di Piltdown cfr. J.S. Weiner, The
Piltdown Forgery, Oxford University Press, London 1955; J. Reed, Gli anelli mancanti.
L’avventura della paleoantropologia, (1981), Milano 1983, p. 51 ss.
8
Eoanthropus l’uomo dell’alba, dawsoni in onore dello scopritore.
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad oggi
50
mentre nel gennaio del 1915 Dawson rinvenne in una località vicina frammenti
di occipitale e di frontale che attribuı̀ alla stessa specie.
La teoria di Elliott Smith ed ora anche di Arthur Keith secondo cui l’encefalizzazione, l’acquisizione di un grande cervello, costituiva la prima tappa
del processo che condurrà all’uomo, sembrava confermata dai ritrovamenti
paleontologici.
A questo punto Keith collocava l’origine della famiglia degli Ominidi nell’Oligocene, quando si sarebbe verificata la divergenza tra il ramo delle scimmie antropomorfe e quello degli Ominidi, da cui si sarebbero poi staccati alcuni rami secondari destinati all’estinzione, dapprima quello del Pitecantropo
di Giava, in seguito quello dei Neanderthaliani, mentre l’Eoanthropus rappresentava un ceppo molto vicino alla linea propriamente umana, che nel corso
del Pleistocene avrebbe condotto direttamente all’uomo moderno.
Molti autorevoli studiosi di primatologia e paleontologia umana dubitarono
seriamente dell’associazione tra il cranio e la mandibola: G. Miller, W. K.
Gregory (1876-1970), A. Hrdlicka (1869-1943), M. Boule (1861-1942), H.F.
Osborn. In seguito, però, alcuni (Hrdlicka, Boule, Osborn) accettarono la
nuova paradossale specie o comunque attenuarono il loro rifiuto, principalmente per il fatto che la strana associazione tra un cranio di tipo umano e
una mandibola scimmiesca veniva a ripetersi nel secondo sito individuato da
Dawson nel 1915. Per quarant’anni l’uomo di Piltdown creò un quadro falso
della filogenesi umana. Nel 1925 la maggior parte della comunità scientifica
non comprese il carattere ominide del cranio di Australopiteco scoperto a
Taung. Il Pithecanthropus erectus di Giava e l’uomo di Neanderthal diventavano rami secchi dell’evoluzione del genere umano, senza alcun rapporto
con la linea che avrebbe condotto all’uomo moderno.
Nel 1943 un paleoantropologo di grande caratura, Franz Weidenreich, ammoniva di eliminare Piltdown dal catalogo degli uomini fossili, ma soltanto
anni dopo Kenneth Oakley sottopose al dosaggio del fluoro i reperti, dimostrando che il cranio umano e la mandibola scimmiesca erano molto più
recenti della fauna estinta proveniente dalle ghiaie del terrazzo fluviale di
Piltdown. A questo punto l’associazione di un cranio moderno e una mandibola scimmiesca diventava insostenibile, poiché era fuori discussione che in
epoche recenti le scimmie antropomorfe in Inghilterra non erano mai esistite.
Nel 1953 John Weiner riesaminò accuratamente i reperti dell’Eoanthropus e
scoprı̀ che la mandibola era stata modificata artificialmente, limando i molari
e il canino, eliminando il processo coronoideo e limando la sinfisi mandibolare. Inoltre, sia la mandibola che il cranio erano stati colorati artificialmente
per dar loro la stessa patina delle ossa fossili che si rinvenivano nella cava di
Piltdown. L’Eoanthropus usciva definitivamente di scena. Non è mai stato
possibile appurare con certezza chi fosse l’autore del falso. I maggiori sospetti
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2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad oggi
51
ricadono ovviamente su Dawson, ma non si è potuto stabilire se egli agı̀ da
solo o insieme a qualcun altro. In quest’ultimo caso la lista dei sospettati
comprende Elliot Smith, il geologo W. Sollas e perfino lo scrittore Arthur Conan Doyle, ma soprattutto Teilhard de Chardin. Quest’ultimo studiò teologia
al seminario dei Gesuiti di Ore Place a Hastings, non distante da Piltdown,
dove nel 1912 sarà ordinato sacerdote. Fin dal 1909 era divenuto amico di
Dawson e sembra significativo il fatto che nelle sue opere non abbia quasi
mai menzionato Piltdown, come se sapesse che si trattava di un falso9 .
L’idea che l’origine della linea evolutiva degli Ominidi fosse molto antica sarà il filo conduttore delle ricerche di un allievo di Keith, Louis Leakey.
Nel 1932 L. Leakey attribuı̀ ad alcuni crani frammentari di tipo moderno
rinvenuti a Kanjera e a una mandibola rinvenuta a Kanam, entrambe località del Kenya occidentale, una datazione all’inizio del Pleistocene, ma le sue
conclusioni furono dimostrate errate: i resti di Kanjera erano molto recenti
e la mandibola di Kanam non era di un uomo di tipo moderno. In un libro
pubblicato nel 1934, Adam’s Ancestors, Leakey presentò un albero genealogico della specie umana in cui la divergenza evolutiva tra Ominidi e scimmie
antropomorfe era collocata nell’Oligocene, esattamente come aveva già fatto
Arthur Keith. Vent’anni dopo, la posizione di Leakey non era cambiata di
molto: nella edizione del 1953 la divergenza evolutiva tra Ominidi e Pongidi
era collocata all’inizio del Miocene e soprattutto verso la fine del Miocene
si sarebbe verificata una divergenza tra il ramo delle Neoanthropinae, conducente direttamente all’uomo moderno, e i rami delle Australopithecinae
e delle Palaeoanthropinae, comprendente quest’ultimo tutti i fossili di Homo erectus e di Homo neanderthalensis, considerati rami secchi destinati
all’estinzione. Molto più tardi Leakey attribuı̀ alla famiglia degli Ominidi
i resti di una scimmia antropomorfa africana, il Kenyapithecus wickeri, del
Miocene medio (circa 14 Ma). Leakey continuò a manifestare l’opinione che
gli Australopitechi non appartenevano alla linea evolutiva che avrebbe condotto all’uomo moderno e che un giorno si sarebbe rinvenuto il genere Homo
in strati geologici molto antichi, risalenti al Pliocene.
Leakey non era l’unico a cercare l’origine della famiglia degli Ominidi
cosı̀ indietro nel tempo. Negli anni ’60 e ’70 del XX secolo i pareri sull’epoca in cui avrebbe avuto inizio una distinta linea evolutiva ominide erano molto discordi. Alcuni autori la ponevano nell’Oligocene (teoria delle
protocatarrine) o addirittura in epoca più antica (teoria delle proscimmie).
9
La posizione di Teilhard de Chardin in relazione al falso di Piltdown è accuratamente
analizzata da S. J. Gould in tre saggi riuniti poi in Quando i cavalli avevano le dita (1983),
Milano 1984, pp. 201-252. L’opinione maturata da Gould è che Teilhard abbia architettato
la frode insieme a Dawson o perlomeno che fosse a conoscenza del fatto che Piltdown era
una frode, ma mantenne il silenzio.
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2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad oggi
52
Un autorevole paleontologo come Bjorn Kurtén sostenne la tesi che la linea
ominide da un lato, quella delle scimmie antropomorfe e delle scimmie catarrine dall’altro si fossero separate più di 35 Ma fa, al passaggio dall’Eocene
all’Oligocene10 . Ma la teoria che ebbe il più largo consenso è stata quella
dei pre-brachiatori: da Ominoidei primitivi, arboricoli ma pre-brachiatori, si
sarebbero sviluppate, da una parte le scimmie antropomorfe, in cui prevalsero
la brachiazione, un completo adattamento alla foresta tropicale e una dieta
fondamentalmente vegetariana, dall’altra gli Ominidi, a stazione eretta e locomozione bipede, onnivori e progressivamente adattatisi all’ambiente della
prateria. La divergenza evolutiva si sarebbe verificata nel corso del Miocene
medio e superiore.
Nel Miocene superiore venivano ipotizzate quattro linee evolutive distinte: driopiteci, ramapiteci, oreopiteci e gigantopiteci11 . Il Dryopithecus,
caratterizzato da grandi canini e robusta mandibola, rappresenta certamente
l’antenato diretto dei Pongidi africani, mentre il Ramapithecus (databile a
14 Ma in Africa e a 12-7 Ma in Asia) sarebbe stata la prima specie classificabile come Ominide per la forma dell’arcata dentaria, l’assenza di diastema,
la morfologia dei denti. Il Ramapithecus, mangiatore di erbe, semi, radici,
bulbi, piante grasse, viveva in un ambiente di foresta rada o savana boscosa,
intorno a laghi o lungo fiumi. La savana boscosa era ritenuta – e ancor oggi è ritenuta – l’habitat in cui si sono svolte le tappe iniziali del processo
dell’ominazione: né foresta tropicale né aperta prateria, ma un ambiente di
transizione, con alberi sufficienti per fornire cibo e rifugio dai pericoli dei
carnivori predatori e nello stesso tempo con ampi spazi aperti in cui sperimentare nuovi modi di locomozione e nuove risorse di cibo, “la culla ideale
per l’evoluzione degli Ominidi, combinando la sfida e l’incentivo delle praterie
aperte con la sicurezza della foresta ” (J.R. Napier).
L’origine della famiglia degli Ominidi veniva quindi individuata nel Miocene
medio-superiore e si pensava che il Ramapithecus potesse essere alla base della
linea evolutiva che avrebbe condotto alle Australopitecine.
A questo punto si aprı̀ una controversia tra paleoantropologi e biologi.
Dal momento che il meccanismo alla base dell’evoluzione è costituito dalle
mutazioni geniche, gli studi di biologia molecolare possono dare un contributo determinante alla ricostruzione delle maggiori o minori affinità e della
10
B. Kurtén, Non dalle scimmie, (1971), Torino 1972.
L’Oreopithecus, i cui resti scoperti in Toscana (nella miniera di Baccinello presso Grosseto) mostrano qualche tendenza ominide nel bacino, è stato definito un vero paradosso
anatomico; comunque, era certamente un brachiatore e appartiene a una linea estinta. Il
Gigantopithecus, noto solo attraverso denti e mandibole ritrovate in Asia (databili tra 10
e 2-1 milioni di anni fa, è in parte contemporaneo di Ominidi già umani, ed è da mettere
in relazione con la linea evolutiva che condurrà all’Orango.
11
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad oggi
53
maggiore o minore distanza genetica tra le diverse specie. Il numero dei
cambiamenti intervenuti nella struttura delle proteine, degli aminoacidi e del
DNA in ciascun ramo evolutivo costituisce un’indicazione del tempo trascorso
dal momento del formarsi di una divergenza evolutiva, il cosiddetto orologio
bio-molecolare.
Dal punto di vista genetico uomo, scimpanzé e gorilla sono molto simili,
più di quanto non appaia dal punto di vista morfologico. Dai dati biomolecolari emerge chiaramente che essi formano un gruppo nettamente separato
dalle scimmie antropomorfe asiatiche, orango e ilobatidi, mentre è più difficile comprendere quali siano le loro precise relazioni. Se l’anatomia comparata induce a classificare l’uomo in una famiglia distinta rispetto a gorilla e
scimpanzé, la genetica mostra un quadro differente, in cui non sono del tutto
chiare le reciproche relazioni filogenetiche tra uomo, scimpanzé e gorilla. Nel
1967 Vincent Sarich e Allan Wilson12 confermarono, attraverso le analisi immunologiche di una proteina del siero sanguigno, l’albumina, quanto era già
stato in precedenza appurato e cioè che l’uomo e le scimmie antropomorfe
africane sono più vicini tra loro che non rispetto all’orango, ma non furono
in grado di stabilire il preciso grado di affinità tra uomo, gorilla e scimpanzé,
per cui proposero che la divergenza evolutiva tra le tre specie si fosse verificata nello stesso momento. Inoltre, basandosi sulla distanza immunologica
dell’albumina del sangue nei Primati, proposero che la separazione di una
distinta linea evolutiva dell’uomo e delle antropomorfe africane non potesse
risalire più indietro di 5 Ma, una data molto più recente di quanto avevano
finora proposto i paleantropologi.
Gli studi successivi13 hanno utilizzato la comparazione della sequenza
degli aminoacidi in proteine omologhe, quella dei cromosomi mediante diverse tecniche di banding, la comparazione della sequenza del DNA nucleare e mitocondriale, l’ibridazione DNA-DNA. I risultati non sono sempre
concordanti, ma dalla maggior parte di essi emerge che le maggiori affinità
si riscontrano tra uomo e scimpanzé, che dunque costituiscono una stretta
unità filo-genetica divergente rispetto a quella del gorilla. In ogni caso le
strettissime relazioni genetiche tra uomo, scimpanzé e gorilla sono state ulteriormente confermate, differendo queste tre specie per meno del 3% del loro
DNA, una differenza piccola se si pensa che il genoma (l’insieme del corredo
cromosomico) umano comprende circa 3,2 miliardi di coppie di basi.
Secondo i calcoli di C.G. Sibley e J.E. Ahlquist, basati sull’informazione
12
V. Sarich, A. Wilson, Immunological timescale for hominid evolution, in Science, 158,
1967, pp. 1200-1203.
13
Cfr. i contributi di diversi autori a Genetic clues of relatedness, in The Cambridge
Encyclopedia of Human Evolution, Cambridge 1992, pp. 293-321 e bibliografia a pp.
482-483.
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
2.5 Qualche nozione di anatomia comparata tra scimmie antropomorfe e
uomo
54
proveniente dall’ibridazione DNA-DNA, la divergenza evolutiva tra scimmie
del Vecchio Continente (Cercopitecidi) ed Hominoidea si sarebbe verificata
tra 33-32 e 27-26 Ma; il ramo degli Ilobatidi si sarebbe staccato tra 22-21 e
18-17 Ma, la divergenza tra orango e antropomorfe africane risalirebbe a un
periodo tra 16 e 13 Ma. Tra 10 e 8 Ma si staccò la linea evolutiva del Gorilla
e a un periodo compreso tra 7,7 e 5,8 Ma risale l’ultimo antenato comune tra
scimpanzé e uomo.
Per quanto l’orologio bio-molecolare esprima soltanto un ordine di grandezza, questi dati portavano ad escludere nella maniera più categorica che abbia
potuto esistere una linea evolutiva ominide già nel corso del Miocene.
Inizialmente, le conclusioni dei biologi non furono accettate dai paleoantropologi, nella maggior parte dei casi convinti che il Ramapithecus potesse
appartenere alla linea ominide, ma in seguito le cose hanno cominciato a cambiare. Grazie anche a nuove scoperte di fossili più completi, è stato possibile
stabilire che il Ramapithecus non era affatto un Ominide, bensı̀ la forma femminile del Sivapithecus, una specie con forte dimorfismo sessuale da porre
nella diretta ascendenza dell’orango. A questo punto i fossili confermavano
le conclusioni raggiunte dai biologi. Nessun fossile di Ominide è stato finora
scoperto in strati geologici anteriori al limite tra Miocene e Pliocene.
2.5 Qualche nozione di anatomia comparata tra scimmie
antropomorfe e uomo
Le problematiche poste dalla paleontologia umana richiedono necessariamente che anche i lettori di formazione non scientifica si familiarizzino con
qualche nozione di anatomia comparata tra uomo e scimmie antropomorfe14 .
Cominciando dal cranio, è possibile osservare che il rapporto tra neurocranio e ossa facciali (splancnocranio) è completamente diverso nell’uomo e
nei Pongidi: nell’uomo il neurocranio è grande in confronto alle ossa facciali,
nei Pongidi avviene il contrario. Nell’uomo le ossa facciali sono poste al di
sotto del neurocranio, nei Pongidi sporgono molto in avanti rispetto al neurocranio. L’architettura della scatola cranica è differente: nell’uomo il frontale
si innalza quasi verticalmente al di sopra delle orbite, la volta cranica è elevata, l’osso occipitale descrive una curva arrotondata, l’area nucale è piccola
ed è rivolta verso il basso; nei Pongidi la fronte è appiattita e sfuggente all’indietro, la volta cranica bassa (platicefalia), l’occipitale presenta un’area
14
A questo proposito cfr. W.E. Le Gros Clark, The Fossil Evidence for Human Evolution, Chicago, 19642; B.G. Campbell, Human Evolution: an Introduction to Man’s Adaptations, Chicago 1966, trad. ital. Storia evolutiva dell’uomo, Milano 1974, p. 77 sgg.; L.
Aiello, C. Dean, Human Evolutionary Anatomy, London 1990.
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2.5 Qualche nozione di anatomia comparata tra scimmie antropomorfe e
uomo
55
nucale molto estesa e rivolta posteriormente. Questa differenza è espressa
dal rapporto tra la distanza tra inion e opisthion e tra inion e lambda, nelle
antropomorfe intorno a 1,96 e nell’uomo inferiore a 1. La differenza di altezza
della volta cranica è espressa dall’indice di altezza sopra-orbitaria, FB/AB,
in cui B è il punto di massima altezza del cranio, A il punto del piano di
Francoforte sulla verticale di B, F il punto del piano passante per il margine
superiore dell’orbita e parallelo al piano di Francoforte sulla verticale di B: il
rapporto è in media 0,69 nell’uomo e 0,45 nello scimpanzé.
Il cranio dell’uomo in norma occipitale presenta un profilo quasi pentagonale, con la larghezza massima verso l’alto, quello dei Pongidi ha un
profilo a tenda con la larghezza massima verso la base. Nei Pongidi i rilievi
sopra-orbitari sono molto spessi e formano un forte toro continuo. Molto
importante è la posizione del foro occipitale (foramen magnum): nell’uomo
è quasi al centro della base cranica, in modo che la testa possa rimanere in
equilibrio al di sopra della colonna vertebrale, nei Pongidi è spostato verso
la parte posteriore del cranio, per cui tutto il peso della testa cade in avanti rispetto alla colonna vertebrale ed è quindi necessario possedere muscoli
nucali molto potenti in grado di controbilanciare il peso in avanti della testa.
Nell’uomo il foro auditivo esterno è posto al disotto dell’arcata zigomatica,
nei Pongidi lungo il suo prolungamento.
La mandibola nell’uomo presenta la protuberanza del mento, il ramo ascendente ha un’altezza che è circa il doppio della sua larghezza, l’incisura
mandibolare è ampia e il condilo mandibolare e il processo coronoideo sono
ben sviluppati. Nei Pongidi il mento è assente e la simfisi mandibolare anziché
verticale è obliqua verso l’interno e presenta un toro mandibolare e la cosiddetta placca scimmiesca. Il rapporto altezza/larghezza del ramo ascendente
è inferiore a 1,5 (uomo 2,06; gorilla 1,44). La forma dell’arcata dentaria
è parabolica nell’uomo, a U nei pongidi, per cui nell’uomo i molari sono
allineati con i premolari, ma non con il canino, mentre nei pongidi molari,
premolari e canini sono allineati e paralleli. Nell’uomo gli incisivi formano
con i canini una curva continua, senza alcuna interruzione; nei Pongidi gli
incisivi sono posti più in avanti rispetto ai canini e separati da uno spazio
vuoto chiamato diastèma.
Per quanto riguarda la dentatura, la formula dentaria è la stessa tra uomo
e pongidi, 2.1.2.3, cioè considerando una emi-arcata abbiamo due incisivi, un
canino, due premolari e tre molari, complessivamente 32 denti.
Nell’uomo gli incisivi sono piccoli, nei Pongidi più grandi e più larghi. Il
canino dei Pongidi è grande, ha forma conica, punta aguzza e sopravanza
tutti gli altri denti; nell’uomo il canino ha una forma spatulata e tende a
diventare più simile a un incisivo. Nei Pongidi il canino è un’arma di difesa ed è notevolmente maggiore nei maschi che nelle femmine (dimorfismo
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2.5 Qualche nozione di anatomia comparata tra scimmie antropomorfe e
uomo
56
sessuale); negli uomini non c’è dimorfismo sessuale per quanto riguarda il
canino. Poiché i canini dei Pongidi sono molto sporgenti rispetto agli altri
denti, per poter chiudere la bocca i canini devono sovrapporsi e ciò è consentito dal diastèma, lo spazio libero tra canini e incisivi nella mascella e
tra canini e P3 nella mandibola. Nei Pongidi i canini mantengono sempre
la punta aguzza, mentre presentano delle faccette di usura laterale a causa
dello sfregamento tra loro; nell’uomo, invece, la punta del canino è soggetta
all’usura piatta al pari della superficie masticatoria di tutti gli altri denti.
Nell’uomo i premolari sono bicuspidi ed hanno una sola radice; nei Pongidi
il primo premolare inferiore (P 3), correlato funzionalmente con il canino
superiore, è unicuspide e P3 e P4 inferiori hanno due radici.
Nei Pongidi i molari inferiori hanno cinque cuspidi separate da solchi a
forma di Y, mentre i molari superiori hanno quattro cuspidi. Nell’uomo i
molari inferiori e superiori hanno quattro cuspidi, tranne M1 inferiore, che
ha cinque cuspidi. Nei pongidi le dimensioni dei molari sono crescenti da M1
a M3, cioè dall’avanti all’indietro; nell’uomo si verifica il contrario e M3 è
più piccolo di M1 e M2. Un’altra differenza importante è lo spessore dello
smalto, nell’uomo maggiore che nei Pongidi.
Per quanto riguarda lo scheletro postcranico le principali differenze tra
Uomo e Pongidi sono le seguenti:
1. nei Pongidi la lunghezza degli arti superiori è maggiore di quella degli
arti inferiori; l’indice intermembrale (omero + radio / femore + tibia
x 100) è 66-73 nell’uomo, 104-110 nello scimpanzé, 120-133 nel gorilla,
140-150 nel gibbone.
2. le ossa del bacino (pelvis): nell’uomo la parte superiore (osso iliaco)
è più ampia e più corta e tende ad assumere la forma di un bacino
per meglio sostenere i visceri addominali, mentre nei pongidi è molto
più stretta e più alta; nell’uomo la zona di articolazione con il sacro è
più in basso e nello stesso tempo più lontana dall’articolazione con il
femore (acetabulo), per cui il peso si scarica sulla gamba in modo più
diretto. In veduta laterale si può osservare come l’osso iliaco presenti
la cresta superiore accentuatamente incurvata, mentre nei Pongidi è
solo leggermente ricurva; nell’uomo l’incisura sacro-iliaca è profonda,
nei pongidi è larga e poco profonda.
3. nei Pongidi l’osso ischiatico è più lungo e più stretto, nell’uomo più
corto e più largo; nei Pongidi il pube è poco sporgente, nell’uomo è
decisamente sporgente.
4. l’articolazione del femore con l’acetabulo e con la tibia è differente tra
uomo e Pongidi. Nei Pongidi femore e tibia risultano allineati per cui
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2.6 Hominidae, Homo, Homo sapiens
57
il peso si scarica dal collo del femore sul condilo interno del ginocchio,
mentre nell’uomo il femore e la tibia formano un angolo, per cui il
peso si scarica dal collo del femore al condilo esterno del ginocchio. Di
conseguenza, nell’uomo il condilo esterno è più grande di quello interno,
nei Pongidi avviene il contrario.
2.6 Hominidae, Homo, Homo sapiens
Con un’opera che ha fatto epoca, Le geste et la parole, I. Technique et langage,
Paris 1964; II. La mémoire et les rhytmes, Paris 1965 (traduz. italiana, Torino
1977), André Leroi-Gourhan ci conduce a “una presa di coscienza di ciò che è
realmente l’Homo sapiens, nato al tempo delle steppe per la caccia al cavallo
selvatico e adattatosi a poco a poco alla locomozione seduta in un’atmosfera
di petrolio bruciato”.
Il ragionamento di Leroi-Gourhan, volto a definire le strutture antropologiche fondamentali, parte da lontano, alla ricerca delle condizioni che hanno
gradualmente reso possibile, nel lento dipanarsi della storia della vita sulla
terra, l’emergere dell’umanità.
Negli animali vi è una organizzazione funzionale basata su organi di relazione e orientamento, deputati alla raccolta delle informazioni, organi di
presa per l’acquisizione del cibo e organi di locomozione per potersi muovere
nell’ambiente. Si tratta di un insieme sinergico sottoposto alla legge delle correlazioni, per cui ogni modificazione di un termine presuppone quello degli
altri due. Tra gli animali è possibile osservare una distinzione fondamentale
(tabella 2.3) tra:
1. organismi a disposizione radiale, che hanno, in genere, forma circolare o
a vaso di fiori, nei quali gli organi di presa e di relazione sono distribuiti
su gran parte della superficie del corpo, mentre gli organi di locomozione
appaiono poco sviluppati;
2. organismi a simmetria bilaterale e campo di relazione anteriore: in
questo caso gli organi di presa e di relazione sono collocati nella parte
anteriore del corpo, che ha forma allungata, mentre gli organi di locomozione hanno una disposizione simmetrica bilaterale nella parte
medio-posteriore del corpo lungo un asse longitudinale. Negli animali a
simmetria bilaterale si sviluppano forme di tecnicità legate alla cattura
e alla dissezione del cibo e nelle forme più evolute anche alla costruzione
di ripari.
Nell’evoluzione dei Mammiferi si verifica una netta divergenza di tendenze funzionali per quanto concerne il campo di relazione anteriore. La
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2.6 Hominidae, Homo, Homo sapiens
58
prima è quella degli erbivori, animali che si specializzano nel consumo di
erbe e piante erbacee e nella locomozione veloce. Gli erbivori perdono del
tutto l’integrazione degli arti anteriori con il campo anteriore di relazione e
si specializzano per la marcia veloce. Questo ha comportato la perdita di
qualunque tecnicità manuale: tutte le operazioni tecniche si concentrano intorno alla bocca e i denti si specializzano uniformemente (cfr. incisivi dei
ruminanti e degli equidi, zanne degli elefanti e dei cinghiali, corni nasali e
frontali dei rinoceronti, ecc.). In alcuni casi l’esclusione degli arti anteriori dalle operazioni tecniche ha come conseguenza lo sviluppo di strumenti
facciali, ad es. la proboscide degli elefanti.
La seconda tendenza funzionale è propria dei carnivori e degli onnivori,
animali con prensione locomotrice, caratterizzati cioè da organi di presa poco
specializzati, che svolgono nello stesso tempo anche una funzione locomotrice.
Questi animali hanno denti multiuso e differenziati e mantengono la primitiva
pentadattilia. Gli arti anteriori vengono utilizzati a fini di tecnicità manuale
e non solo di locomozione. In ogni ordine, le specie che sviluppano maggiormente le capacità di presa, tendono ad acquisire la possibilità di una stazione
eretta. Il legame tra la parte anteriore (la testa) e gli arti anteriori (le mani)
è molto stretto, ma la tecnicità manuale rimane tributaria di quella facciale.
Radiata
organismi a disposizione radiale degli organi di relazione, di
presa e di locomozione distribuiti su gran parte della superficie
del corpo ad es. echinodermi
Bilateralia
organismi a simmetria bilaterale e campo di relazione anteriore
disposizione simmetrica bilaterale degli organi di locomozione
organi di relazione e di presa nella parte anteriore del corpo
Tabella 2.3 Suddivisione degli animali sulla base degli organi di relazione, di presa e di
locomozione.
pesci
anfibi Invertrebati Cordati rettili
Insetti uccelli
Chelicerati mammiferi
Crostacei
Perdita dell’integrazione tra gli arti anteriori hanno funzione campo di relazione anteriore locomotrice e nello stesso tempo e arti anteriori, che si specializzano di organi di presa, la cui tecnicità nella marcia veloce rimane tributaria di quella ad es. tutti gli Ungulati (Perissodattili facciale e Artiodattili)
ad es. Carnivori, Roditori Primati
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2.6 Hominidae, Homo, Homo sapiens
59
Nei Primati, a differenza di tutti gli altri Mammiferi, la presa manuale
diventa l’azione dominante, anche se la locomozione è quadrupede, quadrumane o del tipo knuckle-walking (tabella 2.4). Tutti i primati sono capaci di
raddrizzarsi e di liberare braccia e mani per compiere gesti di carattere tecnico. Esiste una significativa correlazione tra sviluppo del pollice della mano
e radice del canino: più il pollice è sviluppato in lunghezza, più è sviluppata
la stazione eretta e più sono ridotte le dimensioni dei canini e più la faccia
appare meno “bestiale”.
Soltanto collocandola lungo queste tendenze evolutive, possiamo comprendere l’assoluta originalità organica dell’uomo. Nell’uomo avviene la separazione completa tra gli arti anteriori e la funzione locomotoria: la mano
si specializza per la presa e le azioni tecniche, il piede si specializza per la
marcia in stazione eretta sul suolo. Di conseguenza nel campo anteriore la
mano compie le azioni tecniche senza più intervento degli organi facciali, che
possono specializzarsi in un’altra direzione, quella del linguaggio. La traiettoria evolutiva che ha condotto all’uomo può sintetizzarsi nella formula: il
piede libera la mano, la mano libera la parola.
Campo di relazioni anteriore
Funzione locomotoria
Scimmie
e
scimmie
antropomorfe
uomo
arti anteriori
organi facciali
Si svolge mediante gli arti
anteriori e posteriori
La presa manuale è
dominante, ma non
esclusiva, gli arti
anteriori sono
utilizzati anche per
la locomozione
Hanno funzioni
tecniche, anche se
ridotte rispetto agli
altri mammiferi
È svolta interamente
dagli arti posteriori
La presa manuale è
esclusiva e compie
azioni tecniche
senza intervento
degli organi
facciali, gli arti
anteriori non
servono più alla
locomozione
Si specializzano nel
linguaggio
Tabella 2.4 Funzione locomotoria e campo di relazioni anteriore negli animali e nell’uomo.
La catena delle operazioni compiute mediante la mano costituisce una
tecnica che viene memorizzata (tabella 2.5). Nell’animale la memoria tecnica
è un automatismo determinato dall’istinto, cioè è ereditaria, geneticamente
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2.6 Hominidae, Homo, Homo sapiens
60
determinata, e quindi è caratteristica non tanto del singolo individuo quanto
della specie. Anche negli animali, specialmente nei mammiferi e negli uccelli,
esiste un altro tipo di memoria, che Leroi-Gourhan chiama di educazione: i
singoli individui apprendono determinate tecniche per esperienza personale o
attraverso l’esempio di altri individui della stessa specie e nel corso della vita
accumulano una serie di conoscenze che vengono memorizzate, ma che non
sono trasmissibili per via genetica alla discendenza. Negli animali la memoria
è soprattutto ereditaria e in misura minore conseguenza dell’apprendimento.
Nell’uomo vi sono proporzioni totalmente differenti tra memoria istintiva e
memoria di educazione: la prima rappresenta soltanto l’infrastruttura dei
processi operativi ed è ridotta, la memoria di educazione costituisce la quasi
totalità della memoria, per cui l’individuo dipende totalmente dal gruppo
sociale. La memoria di educazione è la somma delle conoscenze possedute
dal gruppo sociale, è interamente calata nel linguaggio e si trasmette da una
generazione all’altra non più come una sequenza di gesti da imitare, ma come
una serie di simboli e di valori attraverso l’uso del linguaggio articolato. La
parola è un utensile verbale, isolabile dalla bocca che l’emette, cosı̀ come
l’utensile artificiale è isolabile dalla mano che l’ha prodotto.
Memoria
tecnica
animale
uomo
È ereditaria ed
è caratteristica
di ogni singola
specie; è un
automatismo
determinato
dall’istinto
Costituisce la
maggior parte
della memoria
È ridotta e
rappresenta solo
l’infrastruttura
dei processi
operativi
Si forma per
apprendimento
e non è
trasmissibile
per via genetica
ai discendenti
È presente nei
mammiferi e
negli uccelli, ma
è ridotta
Costituisce la
quasi totalità
della memoria e
si trasmette
solo per via
extragenetica
attraverso il
linguaggio
Rappresenta la
somma delle
conoscenze
possedute dal
gruppo sociale,
per cui
l’individuo
dipende
totalmente dal
gruppo sociale
memoria
Memoria di
educazione
Tabella 2.5 La memoria negli animali e nell’uomo.
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2.6 Hominidae, Homo, Homo sapiens
61
Le strutture antropologiche fondamentali sono, quindi, da una parte il
tecnicismo manuale, la capacità di fabbricare utensili (l’Homo faber ) – ricordiamo a questo proposito l’affermazione di Benjamin Franklin: “Man is
a tool-maker” – , dall’altra il linguaggio verbale, la capacità di astrazione e
l’attività simbolica insite nelle proprietà del linguaggio umano (Homo sapiens). La formula sintetica di Leroi-Gourhan, il gesto e la parola, esprime
efficacemente queste due strutture fondamentali della condizione umana.
Leroi-Gourhan ha dimostrato lo stretto legame tra il gesto tecnico e il linguaggio. L’attività tecnica è stata resa possibile dalla stazione eretta e dalla
locomozione bipede, che hanno liberato la mano da qualunque necessità diversa dalla tecnicità, la mano ha liberato la parola, quindi inseparabilità tra
attività motoria, attività tecnica e attività verbale. Le caratteristiche essenziali della condizione umana sia biologiche che comportamentali e culturali,
non sono apparse all’improvviso tutte insieme, ma si sono formate gradualmente nel corso di un processo evolutivo durato qualche milione di anni, uno
spazio di tempo che ci sembra enorme, ma in realtà molto piccolo rispetto a
quanto normalmente si verifica nell’evoluzione degli animali.
Alla luce di questa presa di coscienza di che cosa è realmente l’uomo,
possiamo cercare di definire con più precisione che cosa dobbiamo intendere
per Ominide e che cosa per Homo in quanto genere.
Gli Ominidi sono una famiglia di Primati che hanno acquisito la stazione
eretta e una locomozione fondamentalmente bipede, nonché una dentatura di dimensioni ridotte rispetto alle scimmie antropomorfe, in particolare
per quanto riguarda il canino. La famiglia degli Ominidi comprende diversi
generi: Ardipithecus, Australopithecus, Paranthropus e Homo.
Homo è un genere di Ominide che ha acquisito un neurocranio di dimensioni maggiori rispetto a tutti gli altri generi di Ominidi e la capacità
di fabbricare utensili, dando con ciò origine al formarsi di una tradizione
culturale. Con la fabbricazione degli utensili ha inizio l’evoluzione culturale
prima ancora che l’evoluzione biologica abbia condotto all’uomo anatomicamente moderno. Per circa due milioni di anni l’evoluzione culturale procederà parallela a quella biologica e sarà molto lenta, perché dominata dai ritmi
biologici, in particolare dal processo di accrescimento del neurocranio.
Homo sapiens è la specie umana attuale ed alcuni dei suoi immediati antenati, con cui il processo di “modernizzazione” dell’anatomia umana giunge
a conclusione e vengono acquisite tutte le facoltà psichiche che contraddistinguono l’umanità attuale: un linguaggio verbale con una struttura grammaticale e sintattica complessa, capace di organizzare la realtà esterna ed interna
secondo esigenze logiche insite nel linguaggio stesso, di compiere cioè opera di
astrazione e di produzione di simboli. Dal momento in cui la documentazione
archeologica dimostra l’esistenza dell’attività simbolica e della creazione arc 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
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2.6 Hominidae, Homo, Homo sapiens
62
tistica e di tutta una serie di preoccupazioni, come ad es. la sepoltura dei
propri defunti, che non sono strettamente inerenti al procacciamento del cibo
e alla riproduzione, l’evoluzione culturale dominata dai ritmi biologici viene
sostituita da un’evoluzione culturale dominata dai fenomeni sociali.
L’uomo è l’unica specie di Ominide e l’unico membro del genere Homo
attualmente esistente sulla terra.
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CAPITOLO
3
La documentazione fossile dei più antichi Ominidi
3.1 Gli Ominidi pre-umani: i più antichi bipedi
primati sono animali di clima tropicale. Circa 40 milioni di anni fa comInaturale
parvero in Africa i più antichi primati superiori o scimmie; al loro habitat
esclusivamente arboreo, i primati devono lo sviluppo di un cervello
di grandi dimensioni, di un corpo con struttura in grado di adattarsi alla
stazione eretta, di una mano col pollice opponibile alle altre dita e di una visione binoculare stereoscopica. Infatti, una vita condotta permanentemente a
20 o 30 m dal suolo esige una vista, una prensione manuale, una locomozione
e una capacità mentale di grande efficacia e precisione.
L’evento di speciazione che condurrà alla formazione di una distinta linea
ominide si colloca alla fine del Miocene e nel corso dei Pliocene, tra 7 e 5
milioni di anni fa, quando il clima del globo cominciò a raffreddarsi. La
progressiva riduzione della foresta e l’estensione della savana e della prateria
costituiranno in seguito, tra 3 e 2 Ma1 , il periodo critico nella storia evolutiva
degli Ominidi, durante il quale si verificherà una rapida selezione naturale a
favore degli Ominidi a più avanzata bipedia, capaci di camminare a grandi
passi, di correre e di procurarsi una maggiore varietà di cibo, in particolare
la carne, o praticando lo sciaccallaggio o sviluppando tecniche di caccia.
Soltanto nel 1959, grazie alla datazione effettuata con il nuovo metodo del
K-Ar dello strato I di Olduvai, si ebbe per la prima volta un’idea abbastanza
precisa della effettiva durata dei periodi geologici più recenti della storia della terra, interessati dalla comparsa degli Ominidi e poi del genere Homo. Il
1
D’ora in poi si utilizzeranno le seguenti abbreviazioni: My/Ma = Mega-anno, 1 milione
di anni; ky/ka = kilo-anno, 1000 anni; quindi 3 Ma significa tre milioni di anni fa, 200 ka
significa 200.000 anni fa.
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3.2 Orrorin tugenensis
64
periodo tra 4 e 2 milioni di anni cominciò ad essere conosciuto nel corso degli
anni ’70 grazie alle sensazionali scoperte del Turkana e di Hadar, fra cui il
celebre scheletro di Lucy, ma per il periodo immediatamente precedente, tra
6 e 4 milioni di anni, fino a pochi anni fa si aveva soltanto qualche reperto
frammentario, come un piccolo frammento di mandibola da Lothagam, scoperto nel 1967 e datato a 5,6 Ma o un frammento di omero scoperto nel 1965
a Kanapoi e un primo molare inferiore da Lukeino, scoperto nel 1974.
Tra il 1992 e il 2001 si è verificata una serie di importanti scoperte che
gettano nuova luce sulla più antica storia degli Ominidi e sull’evento cladogenetico che ha separato le linee evolutive degli scimpanzé e degli Ominidi.
Trattandosi di scoperte recentissime, le classificazioni proposte sono ancora
incerte e non è possibile disporre per ora di un chiaro quadro tassonomico né
tanto meno di una sicura comprensione del significato filogenetico di questi
reperti.
3.2 Orrorin tugenensis
I paleontologi francesi Brigitte Senut e Martin Pickford hanno annunziato
nel dicembre 2000 di avere scoperto nei precedenti mesi di ottobre e novembre nella regione delle Tugen Hills, distretto di Baringo, in Kenya, in strati
geologici della formazione di Lukeino datati tra 6,2 e 5,6 Ma, tre frammenti
di femore, un frammento di omero, due frammenti di mandibola, una falange
e diversi denti isolati, in tutto tredici resti appartenenti ad almeno cinque
individui. Gli autori della scoperta hanno assegnato questi fossili a un nuovo
genere di Ominide, Orrorin tugenensis, soprannominato “Millennium man” o
“Millennium Ancestor”. Nella locale lingua Tugen Orrorin significa “l’uomo
delle origini”, mentre il nome della specie si riferisce alla regione in cui è stata
effettuata la scoperta.
La parte prossimale del femore è robusta, la testa del femore è molto larga
e di aspetto umano in rapporto al collo. Queste caratteristiche dimostrano
che il femore apparteneva a una creatura bipede. Le dimensioni, inoltre,
indicano una dimensione del corpo maggiore di quanto ci si potesse attendere
per un’epoca cosı̀ remota e per il più antico Ominide finora conosciuto. I
molari sono piccoli e con smalto spesso.
Gli autori della scoperta ritengono che Orrorin sia sulla linea diretta
che condurrà al genere Homo attraverso un genere intermedio, battezzato
Praeanthropus, che include Australopithecus anamensis, qualche esemplare di
Hadar già attribuito all’Australopithecus afarensis e il celebre cranio KNMER
1460, Homo rudolfensis. Questa interpretazione si basa sulla convinzione che
per comprendere la filogenesi umana debba essere data maggiore importanza
c 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
3.3 Ardipithecus ramidus
65
all’evoluzione dello scheletro piuttosto che a quella del cranio e dei denti. B.
Senut e il suo gruppo vedono due linee divergenti nei più antichi bipedi, una
Orrorin – Praeanthropus – Homo, caratterizzata da una andatura bipede
perfettamente eretta, l’altra caratterizzata da una andatura bipede con le
gambe flesse e dall’abilità di arrampicarsi sugli alberi, tipica della maggior
parte delle specie dei generi Australopithecus e Paranthropus. L’Ardipithecus
ramidus non solo sarebbe da escludere dalla filogenesi umana, ma sarebbe addirittura da collegare alla linea evolutiva delle scimmie antropomorfe africane,
scimpanzé e gorilla.
Queste affermazioni sembrano ancora premature sia per l’assenza di prove
a favore della teoria proposta sia per l’incertezza che domina nella classificazione dei più antichi Ominidi a causa delle condizioni frammentarie dei
resti finora scoperti.
3.3 Ardipithecus ramidus
Ad Aramis, nella regione del medio Awash (Etiopia) 17 resti di Ominidi fossili sono stati scoperti nel 1992 e 1993 in formazioni geologiche comprese tra
i tufi vetrosi di Gàala, datati 4,39 ± 0.03 Ma, e i tufi basaltici di Daam-Aatu,
ancora non datati2 . I resti sono stati attribuiti a una nuova specie denominata in un primo momento Australopithecus ramidus (ramid nella lingua Afar
significa radice) e comprendono numerosi denti, frammenti di omero, radio
e ulna, la parte destra di una mandibola, frammenti della base del cranio
(occipitale e temporale). All’inizio del 1995 sono stati rinvenuti più di cento
resti, comprendenti resti cranici e postcranici di un unico individuo conservato per circa il 45%, fra cui le ossa di un piede praticamente completo. La
nuova specie di Australopiteco presenta molte caratteristiche nei denti, nel
cranio e nello scheletro postcranico prossime allo scimpanzé e sembra quindi
essere la più simile allo scimpanzé fra tutte quelle finora conosciute. Ad es.,
il foro auditivo esterno è piccolo, la dentatura anteriore è robusta, adatta a
mordere e strappare. I molari sono più grandi che in uno scimpanzé, ma più
piccoli di quelli degli Australopiteci, e la dimensione degli incisivi rispetto
ai molari indica che ha avuto inizio un processo di riduzione della dentatura
anteriore. I canini sono più grandi rispetto a quelli degli Australopiteci, ma
hanno uno smalto più spesso rispetto a quelli degli scimpanzé. La posizione
dei condili occipitali e del foramen magnum 3 indica che il ramidus era un
2
La polarità magnetica negli strati sottostanti i tufi basaltici è inversa ed è quindi possibile stabilire che i sedimenti contenenti i fossili di ominidi si sono depositati nell’intervallo
tra gli episodi con polarità positiva di Nunivak (4,48 Ma) e Cochiti (4,29 Ma).
3
Nella parte anteriore e non posteriore della base cranica.
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3.3 Ardipithecus ramidus
66
bipede, quindi un Ominide. Le ossa del braccio e dell’avambraccio per la loro
robustezza dimostrano un’abilità di arrampicatore sugli alberi. I nuovi resti
del 1995, ancora in corso di studio, sembrano indicare una locomozione bipede, ma differente rispetto a quella di qualunque altro Ominide conosciuto.
Per questo motivo T. White e la sua équipe hanno ritenuto necessario attribuire questi resti fossili non solo a una nuova specie, ma anche a un nuovo
genere, battezzato Ardipithecus ramidus.
Dallo studio dei resti di legni fossilizzati, dei semi e della fauna è stato possibile stabilire che l’ambiente in cui visse il ramidus era boscoso e non aperta
savana. Le ossa del ramidus, al pari di quelle di altre specie di mammiferi
fossili, recano i segni lasciati dai denti dei carnivori.
Tra il 1997 e il 2001 nuovi importanti resti di Ardipithecus sono stati
scoperti nella regione del medio Awash, lungo il bordo occidentale della Rift
Valley, nelle località di Digiba Dora, Asa Koma, Alayla VP-2, Saitune Dora
e Amba East, in strati geologici databili tra 5,8 e 5,2 Ma, in parte quindi contemporanei con l’Orrorin tugenensis del Kenya. I resti comprendono
una emi-mandibola destra, frammenti di clavicola, omero e ulna, frammenti di falange della mano e del piede e denti isolati. Y. Haile-Selassie, che
ha studiato i reperti, ritiene che i denti presentino un mosaico di caratteristiche primitive e derivate, queste ultime condivise con i successivi Ominidi
ed assenti in tutte le scimmie antropomorfe fossili e attuali. In particolare
il canino inferiore costituirebbe la più antica documentazione dell’evoluzione
verso un canino “incisiviforme”, carattere esclusivo degli Ominidi. Al contrario, il canino superiore di Orrorin tugenensis è ancora abbastanza primitivo e privo di caratteri derivati. L’Ardipithecus ramidus rappresenta, perciò, un taxon ominide che per le sue caratteristiche primitive è ancora molto
prossimo all’antenato comune di scimpanzé e uomo, ma ormai posteriore all’evento cladogenetico che ha prodotto le due linee evolutive divergenti che
condurranno all’uomo e allo scimpanzé.
Sono probabilmente da ricollegare all’Ardipithecus alcuni resti frammentari rinvenuti negli anni ’60. Innanzitutto, un frammento di corpo mandibolare destro, che conserva il primo molare, e le cavità alveolari del P 4 e
degli altri due molari, rinvenuto a Lothagam (West Turkana). La sua età è
compresa tra 5,8 e 5,6 Ma. Dal punto di vista metrico e morfologico non si
differenzia dal ramidus e dall’afarensis.
Da Mabaget proviene un frammento della parte prossimale dell’omero
di un individuo sub-adulto, probabilmente femminile, rinvenuto nelle formazioni di Chemeron, a occidente del lago Baringo (Kenya). La datazione
è verso 5,1 Ma. Le dimensioni sono piccole, la morfologia, caratterizzata da
una testa ellittica e non globosa come nelle antropomorfe, sembra indicare
l’appartenenza a un Ominide. Da Tabarin, sempre nella formazione geologic 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
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3.4 Australopithecus anamensis
67
ca di Chemeron, proviene un frammento di corpo mandibolare che conserva
il primo e secondo molare. Lo smalto dei denti è ispessito e le cuspidi sono
basse. Dall’usura della superficie masticatoria è stato dedotto che l’individuo
poteva effettuare un movimento rotatorio delle arcate e che di conseguenza il
canino doveva essere ridotto. La datazione di questo frammento è verso 5,0
Ma.
Come per l’Orrorin, anche per l’Ardipithecus non è possibile formulare
giudizi sicuri, finché il materiale non sarà pubblicato in maniera completa e
non soltanto conosciuto attraverso brevi notizie preliminari. La definizione
di una esatta tassonomia e posizione filogenetica dei resti fossili attributi ad
Ominidi vissuti tra 6 e 4 Ma è inoltre particolarmente ardua per il fatto che
secondo gli studi di genetica bio-molecolare la separazione da un antenato
comune della linea ominide e della linea dello scimpanzé si sarebbe verificata
esattamente in questo arco di tempo, tra 7 e 5 Ma. Ora, noi non sappiamo se
l’antenato comune fosse più simile allo scimpanzé attuale oppure più simile a
un ominide e questo fatto genera una grande incertezza nell’interpretazione
dei resti fossili molto prossimi all’evento cladogenetico.
3.4 Australopithecus anamensis
Da Kanapoi, sul lato occidentale del lago Turkana, proviene un frammento di
omero scoperto nel 1965. In seguito ulteriori resti comprendenti una mandibola, un mascellare incompleto, un frammento di tibia e una serie di denti
sono stati scoperti nel 1994 da Meave Leakey.
I livelli fossiliferi appartengono alla parte inferiore di una serie di sedimenti
di origine fluviale. Le argilliti di base (claystones) sono state datate a 4,121
± 0.004 Ma. I livelli sedimentari con i fossili umani sono sigillati dal tufo
di Kanapoi, che si trova 20 m al di sotto del tufo di Lokochot datato a 3,5
Ma e del basalto di Kalokwanya datato a 3,41 ± 004 e 3,11 ± 0,004 Ma. In
base a correlazioni con le sequenze del bacino del Turkana è stato stabilito
che la parte inferiore della sequenza di Kanapoi doveva essere anteriore al
tufo di Moiti, datato a 3,9 Ma e quindi l’età degli ominidi di Kanapoi è stata
circoscritta al periodo tra 4,121 e 3,9 Ma.
Una dozzina di resti di Ominidi della stessa epoca e molto simili a quelli
di Kanapoi sono stati scoperti nel 1982, 1988 e 1995, sempre dall’équipe di
Meave Leakey, a Allia Bay, lungo il lato orientale del lago Turkana. Questi
resti comprendono frammenti di mandibola e di mascellare, di radio e diversi
denti. Successivamente è stato possibile datare anche il tufo di Kanapoi a 4,07
± 0.02 Ma, ottenendo la conferma delle precedenti valutazioni cronologiche.
Solo la mandibola KNM-KP 29287 proviene da un paleosuolo immediata-
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3.5 Australopithecus afarensis
68
mente sopra il tufo di Kanapoi e quindi ha una data leggermente posteriore.
Tra il 1995 e il 1997 nuovi resti di Ominidi fossili sono stati rinvenuti sia a
Kanapoi che a Allia Bay.
In base ai fossili di Kanapoi e di Allia Bay, Meave Leakey e collaboratori
hanno definito una nuova specie di Australopiteco, denominato Australopithecus anamensis (nella lingua turkana anam significa lago).
La mandibola dell’anamensis ha una forma a U, con molari, premolari
e canino allineati e paralleli, l’arcata dentaria del mascellare ha la classica
forma quasi a ferro di cavallo come nelle scimmie antropomorfe. La simfisi
mandibolare è fortemente inclinata posteriormente e forma un lungo piano
dietro gli incisivi, con un toro superiore sviluppato e uno inferiore ben sviluppato (placca scimmiesca). Tuttavia, a differenza che nelle scimmie antropomorfe i canini non sopravanzano fortemente gli altri denti e non hanno forma
conica, ma spatulata come negli Ominidi, inoltre è assente qualsiasi forma di
diastèma. Lo smalto dei molari è più spesso che nel ramidus. La morfologia
della tibia indica una locomozione bipede. Il capitato, il più voluminoso osso
della regione carpale, è di tipo ominide e si differenzia nettamente da quello
delle antropomorfe. Le dimensioni dei denti e della mandibola mostrano un
chiaro dimorfismo sessuale, evidente soprattutto nella dimensione dei canini.
L’Australopithecus anamensis è certamente un Ominide per l’acquisizione
della locomozione bipede e per le caratteristiche dei denti, ma presenta ancora
molti caratteri primitivi comuni alle antropomorfe mioceniche ed attuali.
3.5 Australopithecus afarensis
Resti di Ominidi databili al periodo compreso tra 3,8 e 3 Ma sono stati
scoperti in diverse zone della depressione dell’Afar in Etiopia: Hadar e medio
Awash nelle località di Belohdelie e Maka; a Koobi Fora (Turkana orientale) e
a Lomekwi (Turkana occidentale) in Kenya; a Laetoli nel nord della Tanzania.
Questi Ominidi sono stati classificati come appartenenti alla specie afarensis
del genere Australopithecus. Alla stessa epoca appartengono le impronte di
Ominidi rinvenute a Laetoli.
L’area di Laetoli si trova 25 km a sud di Olduvai, nella parte meridionale
della piana di Serengeti. In precedenza era conosciuta con il nome di Garusi,
il fiume che da Laetoli scorre verso sud gettandosi nel lago Eyasi. Nel 1935
Louis Leakey vi raccolse un canino che attribuı̀ a un cercopiteco e che soltanto
nel 1979 venne riconosciuto come appartenente a un Australopiteco adulto.
Nel 1939 l’antropologo tedesco L. Kohl-Larsen rinvenne un frammento di
mascellare di ominide conservante due premolari e separatamente un M3 in
uno strato di arenaria lungo una falesia 500 m a nord-ovest del punto in
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3.5 Australopithecus afarensis
69
cui il fiume Garusi entra nel lago. Nel 1974 Mary Leakey riprese le ricerche
nella regione. Nel 1975 e 1976 furono scoperti numerosi resti di Ominidi,
soprattutto denti, ma anche due mandibole (LH 4) e resti di scheletro di un
bambino di quattro anni (LH 21). I fossili provengono dall’unità superiore
degli strati di Laetoli, una formazione dello spessore di 50 m, ricca di orizzonti
a lapilli e blocchi vulcanici e di strati di tufo, ed erano compresi tra due strati
di tufo datati rispettivamente 3,77 Ma e 3,59 Ma.
Nel 1976 Andrew Hill per primo riconobbe impronte di uccelli e di mammiferi su una superficie esposta dall’erosione. Negli anni 1977-1979 furono
individuate sette zone con impronte sulla sinistra del fiume Garusi dislocate
su una lunghezza di 4,5 km. Non tutte sono state indagate. Impronte di
Ominidi sono venute alla luce nel 1977 nel sito A, datato a 3,6 Ma, e nel
1978 e 1979 nel sito G, dove sono state rinvenute due file di impronte lunghe
50 m e distanti circa 25 cm l’una dall’altra. Queste ultime sono state scavate
prima da Tim White e poi da Ron Clarke e Mary Leakey.
La conservazione delle impronte è dovuta a un complesso di circostanze
del tutto particolari. Il vicino vulcano Sadiman ha eruttato ceneri leggere
contenenti grandi quantità di natrocarbonatite, subito dopo l’eruzione una
serie di precipitazioni atmosferiche ha raffreddato le ceneri appena deposte
e subito dopo animali e Ominidi hanno camminato sopra gli strati di cenere
ancora bagnata, lasciando le loro impronte. La superficie con le impronte
si è poi asciugata al sole e la natrocarbonatite reagendo con l’acqua si è
cementificata, conservando le impronte. Questa dinamica si è ripetuta più
volte e il succedersi della caduta di ceneri e della pioggia atmosferica ha
creato in uno spessore di soli 20 cm quindici superfici sovrapposte in cui si
sono conservate le impronte.
Sulle superfici con impronte fossili sono state osservate orme di antilopi,
gazzelle, giraffe, elefanti, rinoceronti, cavallo tridattilo, suidi, iena, babbuino,
lepre, uccelli, insetti. Su alcune superfici è possibile riconoscere perfino le
impronte delle gocce di pioggia. Nel sito G le orme lasciate dagli Ominidi
sono 22 in una fila e 12 nell’altra. Le prime sono lunghe 18,5 e larghe 8,8
cm e la distanza tra loro è di 38,7 cm. Nella seconda fila le impronte sono
lunghe 21,5 e larghe 10 cm, mentre la falcata è di 47,2 cm; all’interno delle
impronte ve ne sono altre più piccole appartenenti a un bambino.
Le impronte lasciate dagli Ominidi hanno un contorno e una sagoma di
tipo umano. Il tallone è arrotondato, l’arco plantare ben sviluppato, l’alluce
rivolto in avanti e non divergente. L’andatura è quella di un individuo bipede
che procede a grandi passi. Tenendo conto che la lunghezza del piede in
genere corrisponde al 15% dell’altezza di un individuo, si può calcolare che
l’individuo adulto più grande fosse alto 140 cm, quello più piccolo 120 cm.
Sembra quindi possibile concludere che queste impronte siano state lasciate
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3.5 Australopithecus afarensis
70
da due adulti, uno di dimensioni maggiori dell’altro, probabilmente maschio
e femmina, e forse anche da un bambino che seguiva le orme dell’adulto più
grande.
Tuttavia, questa interpretazione non è certa, poiché secondo la testimonianza di Ron Clarke l’impronta di un tallone più piccolo all’interno dell’orma
di maggiori dimensioni sarebbe stata prodotta artificialmente nel corso della
rimozione del riempimento delle impronte a mazzuolo e scalpello da parte di
Mary Leakey. Secondo Clarke il fatto che queste impronte fossero maggiori
si doveva al leggero scivolamento del piede sulla cenere resa sdrucciolevole
dalla pioggia.
Per Ron Clarke le impronte hanno una morfologia simile a quella che possono lasciare anche le antropomorfe. Nelle impronte dell’individuo di maggiori dimensioni dietro la punta dell’alluce vi è un’altra impronta simile a
quella di un dito, che potrebbe essere stata lasciata dalla giunzione metatarso – falangi. Lo studio dei calchi presi da Clarke ha condotto Yvette Deloison,
del Museo di Storia Naturale di Parigi, a riconoscere nelle impronte le tracce
di un piede simile a quello di una scimmia antropomorfa, ad es. il peso è
scaricato sul lato del piede, il calcagno è appuntito e sono assenti le impronte
delle singole dita tranne l’alluce. Nel 1985 Clarke effettuò un esperimento
con due scimpanzé, un maschio e una femmina, costringendoli a camminare
su due piedi sulla sabbia umida. La femmina camminò nervosamente affondando le dita nella sabbia e con l’alluce divaricato, il maschio, al contrario,
camminò più tranquillo con l’alluce molto spesso allineato alle altre dita. Secondo Clarke l’esperimento ha dimostrato che le impronte di Laetoli possono
essere state lasciate da un piede con alluce leggermente divergente. Questa
posizione sembra ipercritica e la maggior parte degli studiosi attribuisce le
impronte di Laetoli ad Ominidi, che considerata l’epoca non potevano che
essere Australopiteci della specie afarensis.
La specie afarensis è stata definita per la prima volta da Donald Johanson
e Tim White nel 1978 al simposio di Stoccolma per il bicentenario della morte
di Linneo, utilizzandolo i fossili di Laetoli e di Hadar, questi ultimi di gran
lunga più numerosi.
Le scoperte più importanti sono state effettuate a Hadar negli anni 19731979 da parte di una missione franco-americana diretta da Maurice Taieb,
Donald Johanson e Yves Coppens. Le ricerche condotte nelle gole dei fiumi Kada Hadar, Sidi Hakoma, Garsela Dora e Ounda Hadar, tutti affluenti
dell’Awash, hanno portato alla scoperta di circa 350 fossili di Ominidi, che
sono riferibili da un minimo di 35 a un massimo di 65 individui. La gola
scavata dall’Hadar è profonda 140 m ed ha portato in esposizione i sedimenti
(argille, sabbie, ghiaie, limi) accumulatisi per circa un milione di anni in un
bacino lacustre il cui fondo era formato da eruzioni basaltiche di lava. La
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3.5 Australopithecus afarensis
71
formazione geologica di Hadar comprende tre membri principali denominati
dall’alto verso il basso Kada Hadar, Denen Dora e Sidi Hakoma. Agli strati di
sedimentazione fluviale e lacustre sono intercalati livelli di tuffiti e di basalti
che hanno consentito di eseguire datazioni radiometriche con il metodo del
K-Ar. L’abbinamento delle date radiometriche con la stratigrafia paleomagnetica ha permesso di stabilire una cronologia più dettagliata delle formazioni
geologiche di Hadar. Inizialmente l’unità inferiore, SH, è stata datata tra 4,05
e 3,6 Ma, quella media, DD, tra 3,6 e 3,2 Ma e quella superiore, KH, tra 3,2
e 2,7 Ma. In seguito, nuove datazioni effettuate con tecniche più avanzate4 ,
hanno condotto a una revisione della cronologia: l’unità inferiore si colloca
tra 3,4 e 3,22 Ma, quella media tra 3,22 e 3,18 e quella superiore tra 3,18 e
2,92 Ma. I fossili di Hadar sono quindi più recenti di quelli di Laetoli.
I reperti di Ominidi fossili di Hadar recano la sigla AL. I più importanti
sono i seguenti:
1. AL 128-33: frammento di mandibola sinistra, dalla parte inferiore
dell’unità SH;
2. AL 199 e 200: frammento di palato e palato con tutta l’arcata dentaria
completa dallo strato inferiore dell’unità Sidi Hakoma (SH 1), databile
tra 3,4 e 3,22 Ma;
3. AL 128 e 129: “giuntura del ginocchio”, da SH 1;
4. AL 277-1: frammento di mandibola sinistra dalla parte superiore di SH
3;
5. AL 266: mandibola frammentaria, conservante i molari e i premolari,
dalla parte basale dello strato SH upper;
6. AL 333: “la prima famiglia”, resti di almeno tredici individui dallo
strato Denen Dora 2, databile tra 3,2 e 3,18 Ma; vi sono mandibole,
mascelle, ossa craniche, ossa del piede, frammenti di omero, femori,
ossa della mano, ecc.
7. AL 188: mandibola da DD 3, databile tra 3,2 e 3,18 Ma;
8. AL 288: “Lucy”, scheletro conservato per circa il 40% di un individuo
femminile giovane, dallo strato più basso dell’unità Kada Hadar (KH
1), databile poco dopo 3,18 Ma.
9. AL 444-2: un cranio maschile quasi completo, privo della mandibola,
dalla parte superiore dell’unità KH
4
Single crystal
40
Ar/39 Ar.
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3.5 Australopithecus afarensis
72
I resti più primitivi provengono da SH 1. L’arcata dentaria di AL 200 ha
una forma ad U e presenta il diastema tra canino e incisivi e gli incisivi sono
larghi e a spatola, tuttavia il canino è fortemente ridotto rispetto a quello
dello scimpanzè e non sporge oltre la linea degli altri denti. Per quanto la
forma dell’arcata sia complessivamente a U, si osserva l’inizio di una curvatura, come è dimostrato dal fatto che la larghezza del palato all’altezza
del P3 è minore che all’altezza di M2, mentre nello scimpanzè è eguale. AL
128-129 comprendono la parte distale del femore e quella prossimale della
tibia, e poiché la giuntura del ginocchio è di tipo umano e non scimmiesco,
dimostrano che era già stata acquisita la stazione eretta e la locomozione
bipede.
Di straordinario interesse è il gruppo AL 333, comprendente circa 200
resti riferibili ad almeno 9 adulti e 4 bambini, rinvenuti in uno strato sottile
di argilla fine limosa, insieme a resti di pesci e di roditori, ma non di altri
animali. La concentrazione di un numero cosı̀ elevato di resti di Ominidi
è un fatto eccezionale. Non è un accumulo causato da animali carnivori,
poiché mancano i segni che normalmente i predatori lasciano sulle ossa delle
loro vittime. Potrebbe trattarsi di un gruppo di Ominidi sorpreso da una
improvvisa alluvione, e i cui corpi sono stati trascinati fino a un’area aperta
e pianeggiante, dove le ossa si sono poi depositate, ricoprendosi lentamente
di argilla fine.
AL 288, soprannominato Lucy, comprende 52 resti frammentari di una
giovane donna. Di particolare importanza è la conservazione delle ossa del
bacino (sacro, ileo, ischio). Dall’esame della dentatura è stata calcolata un’età
intorno ai vent’anni. La statura è stata valutata intorno ai 100/110 cm. La
conservazione di consistenti parti dell’omero e del femore ha permesso di
calcolarne la lunghezza in 23,5 e 28 cm, con un indice omero-femorale di
83,9, più prossimo ai valori umani che a quelli delle scimmie antropomorfe
(nell’uomo è 68-73, nello scimpanzé 104-110, nel gorilla 120-133).
L’afarensis presenta un polimorfismo di caratteri, in parte scimmieschi,
in parte umani in proporzioni eguali. Innanzitutto nei fossili attribuiti a
questa specie si riscontrano individui adulti dell’altezza di ca. 130-140 cm
e 45 kg di peso ed altri di circa 100-110 cm di altezza e 27-30 kg di peso,
nonché notevoli differenze nella dimensione dei canini. Secondo D. Johanson,
T. White e B. Kimbel si tratta di una sola specie caratterizzata ancora da
dimorfismo sessuale, come nelle scimmie antropomorfe; secondo altri autori
(Y. Coppens, R. Leakey, P. Tobias) sarebbero presenti due specie distinte di
Ominidi.
L’afarensis aveva certamente stazione eretta ed andatura bipede. Lo
dimostrano tutte le caratteristiche del bacino, l’angolo del collo femorale, la
giuntura del ginocchio. Nel complesso la pelvi è decisamente più simile a
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3.5 Australopithecus afarensis
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quella dell’uomo che non a quella dei Pongidi: l’osso iliaco è corto e largo,
incurvato lateralmente, ma non in maniera cosı̀ ampia come nell’uomo, l’osso
sacro è largo e ricurvo, l’incisura sacro-sciatica è ampia, l’acetabulo ha una
posizione obliqua; caratteri ancora primitivi sono la curvatura meno marcata
del bordo anteriore dell’ileo, che è piatto rispetto a quello dell’uomo.
Gli arti presentano aspetti pitecoidi. Le articolazioni della spalla sono
maggiormente rivolte verso l’alto, come negli arrampicatori. Il femore è ancora corto, mentre l’omero è di aspetto più simile a quello dell’uomo. Le
gambe risultavano, quindi, più corte, ma non come nei Pongidi. Le dita della
mano sono sottili e leggermente ricurve, cosı̀ come sono ancora ricurve quelle
del piede. Anche nel piede troviamo la coesistenza di aspetti umani e pitecoidi: le ossa del calcagno e dell’astragalo sono ben sviluppate, le dita del
piede sono corte e l’alluce è allineato con le altre dita come nell’uomo, ma i
metatarsi sono più lunghi, come nelle scimmie antropomorfe.
Questo polimorfismo di caratteri è stato valutato in maniera differente.
Secondo O. Lovejoy e B. Latimer i caratteri primitivi rappresentano l’eredità
evolutiva del passato, ma non avevano implicazioni funzionali particolarmente
significative e la bipedia dell’afarensis era ottima. Secondo R. Susman, J.
Stern e W. Jungers l’afarensis si arrampicava molto agilmente sugli alberi e
la sua bipedia era imperfetta. Braccia lunghe, gambe corte, statura bassa,
dita delle mani e dei piedi ricurve sono caratteri che facilitano l’arrampicarsi sugli alberi, abilità che doveva avere ancora grande importanza. Certamente l’afarensis passava molto tempo sugli alberi e soprattutto dormiva
sugli alberi.
La migliore prova dell’esistenza di Ominidi bipedi tra 4 e 3 milioni di anni
fa è stata fornita dalle impronte di Laetoli.
Il cranio è stato ricostruito da T. White e B. Kimbel utilizzando tredici
frammenti del gruppo AL 333. La scoperta nel 1993 di un cranio quasi
completamente conservato (AL 444-2) ha mostrato che questa ricostruzione
era sostanzialmente valida.
Il cranio è l’aspetto più chiaramente pitecoide dell’afarensis: neurocranio
piccolo e forte prognatismo facciale, la capacità cranica dell’esemplare ricostruito è valutata in ca. 350 cm3 , ma il cranio maschile quasi completo
scoperto in seguito ha una capacità di poco più di 500 cm3 . La mandibola è
molto robusta e mostra ancora la placca scimmiesca, la curvatura dell’arcata
dentaria non è più a U come nelle scimmie antropomorfe, ma non è ancora
arrotondata e regolarmente parabolica come nell’uomo: presenta uno stadio
intermedio, come dimostrano le mandibole AL 266 e AL 400. Quella di Lucy
ha una forma a V.
La dentatura mostra aspetti tipicamente ominidi nella forma dei molari e
dei premolari. Il P3 di Lucy non è unicuspide come nei Pongidi, ma presenta
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3.6 Australopithecus bahrelghazali
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un abbozzo di metaconide, quindi un inizio di un processo di molarizzazione.
Il canino di AL 333 X-3 è più simile a quello dell’uomo che non a quello dello
scimpanzé. Gli aspetti più primitivi si incontrano nei resti provenienti dallo
strato SH 1 (AL 199 e 200), con forma dell’arcata dentaria a U, presenza di
diastema, dentatura anteriore molto robusta, canino sporgente e più simile
a quello dello scimpanzé che non a quello dell’uomo. L’esame microscopico delle usure della superficie masticatoria ha mostrato che l’afarensis era
sostanzialmente erbivoro e si cibava prevalentemente di frutta e di fogliame.
Le caratteristiche ancora in parte primitive del piede sono state confermate dalla scoperta di un Ominide datato verso 3,3 Ma – quindi contemporaneo dell’afarensis – a Sterkfontein presso Krugersdorp nel Sud Africa,
soprannominato Little Foot. Nel 1978 il prof. P. Tobias decise di iniziare
l’esplorazione dei depositi più antichi, le unità 3 e 2 della formazione di
Sterkfontein. Nel 1992 fu fatto saltare con la dinamite un ampio campione
di breccia ricca di fossili di carnivori e di cercopiteci. Ron Clarke nel 1994
esaminando i fossili provenienti da questa breccia identificò alcune ossa del
piede di un Ominide, con caratteristiche in parte pitecoidi in parte umane.
Il nuovo Ominide fu etichettato StW 573. Tre anni dopo Clarke trovò altre
ossa del piede e frammenti delle due tibie dello stesso individuo sempre tra
i fossili recuperati negli anni precedenti. A questo punto Clarke pensò che il
resto dello scheletro fosse ancora intrappolato nella breccia della grotta e fece
ispezionare la superficie in esposizione per cercare se fosse visibile la sezione
di una tibia di Ominide. Dopo due giorni furono individuate le sezioni di
due tibie e di una fibula incassate nella breccia. Il lavoro di rimozione della
breccia portò alla luce nel 1998 le due tibie, la fibula, due femori, e in seguito
un omero, una mandibola e un cranio. Il proseguimento dei lavori nel 1999
ha portato alla luce le ossa di un avambraccio e della mano. Nella breccia del
membro 2 di Sterkfontein vi è quindi lo scheletro completo di un Ominide
con ogni probabilità simile all’afarensis, che attende di essere completamente
recuperato.
Per ora si conoscono le caratteristiche delle ossa del piede e della mano.
Il piede aveva ancora delle capacità prensili ed era adatto ad arrampicarsi
sugli alberi. Le falangi della mano hanno una curvatura simile a quella dell’afarensis. Nel cranio l’occipite presenta un inion pronunciato e appuntito.
L’arco zigomatico è massiccio a differenza che nel successivo africanus.
3.6 Australopithecus bahrelghazali
Recentemente M. Brunet ha scoperto presso Koro Toro nella regione di Bahr
el Ghazal nel Ciad un frammento di mandibola di Australopithecus databile
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3.7 Australopithecus africanus
75
sulla base del contesto bio-stratigrafico tra 3,5 e 3 Ma. Il frammento comprende la parte anteriore della mandibola con tutti i premolari, i canini e un
incisivo, nonché gli alveoli degli altri tre incisivi. I canini sono grandi e di forma spatulata, i premolari sono bicuspidi, la faccia interna della regione della
sinfisi ha un piano alveolare sub-verticale con due tori trasversali piccoli. Vi
sono quindi affinità, ma anche differenze con l’afarensis.
La scoperta dimostra che nel Pliocene medio-avanzato gli ominidi erano
distribuiti attraverso la fascia dei terreni boscosi e della savana dall’Africa
orientale fino all’Africa centro-occidentale, oltre che dall’Africa orientale fino
al Sud Africa.
3.7 Australopithecus africanus
Per l’arco di tempo tra 3 e 2,5 Ma la più importante documentazione di
Ominidi fossili proviene dal Sudafrica, mentre quella dell’Africa orientale,
cosı̀ ampia e significativa per le epoche precedenti, è del tutto lacunosa e
frammentaria tra 3 e 2,5 Ma.
Negli strati della fine del Pliocene del Sudafrica sono stati scoperti numerosi resti di Ominidi, databili tra 3 e 2,4 Ma e attribuibili per la maggior
parte a un’unica specie, l’Australopithecus africanus. Il nome fu introdotto
da Raymond Dart, professore di anatomia all’università del Witwatersrand,
che nel 1925 pubblicò il cranio fossile di un bambino rinvenuto l’anno prima
a Taung.
Le ricerche sugli Ominidi sudafricani furono riprese da un medico di origine scozzese, Robert Broom (1868-1951). Dopo aver esercitato la professione
di medico in Australia, Broom si trasferı̀ nel 1897 nel Sudafrica, dove per
molti anni fece il medico condotto, ma nello stesso tempo coltivò anche gli
studi di anatomia comparata e di paleontologia. La scoperta di Taung aveva stimolato il suo interesse per la paleoantropologia. Broom condivideva
l’interpretazione che del fossile di Taung era stata data da R. Dart. Insegnò per cinque anni zoologia e geologia al Victoria College di Stellenbosch,
costituendo importanti raccolte di fossili provenienti dai bacini del Karoo.
Nel 1934, all’età di 66 anni, ritiratosi definitivamente dall’attività di medico,
fu nominato conservatore paleontologo del Transvaal Museum di Pretoria.
Allo scopo di ottenere nuovi fossili di Ominidi condusse ricerche nelle cave
di calcare dei dintorni di Pretoria e in quelle nei pressi di Krugersdorp, una
sessantina di km a ovest di Pretoria. In cima alla collina di Sterkfontein, a
10 km da Krugersdorp, vi erano alcune caverne con brecce ossifere ed in una
di queste era attiva una cava di calcare. Due studenti di R. Dart, G.W.H.
Schepers e H. le Riche vi recuperarono diversi resti fossili di babbuino e di
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3.8 Le caverne di Sterkfontein
76
altri animali, che mostrarono a Broom. Le ricerche furono quindi indirizzate
nella caverna principale di Sterkfontein, destinata a diventare uno dei luoghi
fondamentali per lo studio delle origini umane.
3.8 Le caverne di Sterkfontein
Sterkfontein è una bassa collina sulla destra del fiume Bloubank, all’interno della riserva naturalistica Isaac Edwin Stegmann, 9,5 km a nord-ovest
di Krugersdorp nel Gauteng. A poco più di un km verso sud-ovest si trova
Swartkrans e a 1,6 km verso nord-est Kromdraai, entrambe importanti località fossilifere. Le caverne di Sterkfontein sono ubicate a 1480 m di quota,
presso la sommità della collina che raggiunge i 1486 m. Il nome significa
“strong fountain” e deriva dal nome del vecchio ufficio postale posto all’incrocio stradale. Sulle colline dolomitiche intorno a Krugersdorp vi sono altre
tre importanti località che hanno restituito fossili di Ominidi: Gladysvale,
Drimolen e Coopers. Nel 1999 tutta quest’area è stata iscritta dall’Unesco
nella “World Heritage List”.
Le caverne di Sterkfontein e di altre località della valle del Bloubank e della regione del Gauteng si aprono nel calcare dolomitico pre-Cambriano e sono
di origine carsica; la loro formazione risale a circa 20-30 milioni di anni fa in
seguito alla lenta azione dell’acqua della falda freatica contenente in soluzione
ossido di carbonio, che con l’acqua forma acido carbonico, e che infiltrandosi
nelle spaccature e nelle fessurazioni scioglie lentamente il carbonato di calcio
della roccia dolomitica dando origine a cavità sotterranee. Quando all’incirca
cinque milioni di anni fa la falda freatica si abbassò, le acque superficiali continuarono la loro azione di dissolvimento della dolomite e percolando nelle
cavità precedentemente formatesi depositarono il carbonato di calcio sotto
forma di stalattiti e stalagmiti, mentre al di sotto della falda si formavano
nuove cavità più profonde. In seguito i processi di erosione e di dilavamento
della superficie portarono alla formazione di aperture, attraverso cui penetravano nelle caverne sotterranee terra, detriti rocciosi e ossa di animali, che
si accumulavano costituendo un deposito di versante (talus). Lo stillicidio
del carbonato di calcio ha cementato lentamente il deposito, trasformandolo
in una roccia di colore arancio bruno denominata breccia. Alla fine, con il
progredire dell’erosione della superficie, la volta delle caverne è parzialmente
crollata e spazzata via, portando in esposizione i depositi di breccia.
Le caverne di questa regione non furono quindi abitate dagli Ominidi,
ma le ossa degli Ominidi come di altri animali quali iene, felini, scimmie e
antilopi, sono finite nelle caverne in seguito ai fenomeni di dilavamento o
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3.8 Le caverne di Sterkfontein
77
in seguito a cadute accidentali nelle strette aperture che funzionavano da
inghiottitoio.
Le caverne di Sterkfontein si sviluppano per un centinaio di metri su
due livelli. Quello superiore è in collegamento con la superficie attraverso
numerose aperture, quello inferiore, a 40 m di profondità, ospita un lago
sotterraneo e presenta numerose formazioni stalattitiche e stalagmitiche. Una
parte delle caverne è visitabile dal pubblico: attraverso l’ingresso meridionale
si scende in un’ampia camera (tourist cave), che conduce a una sala con
grandi stalattiti che pendono dal soffitto e un lago sotterraneo dalle acque di
una chiarezza cristallina. Le popolazioni locali attribuiscono a queste acque
proprietà medicamentose, in particolare per la cura della cecità. Prima di
raggiungere il lago vi è un deposito di breccia collassato dal livello superiore.
Proprio al di sopra di questo deposito si trova un pozzo lungo e stretto che
conduce alla vecchia cava di calcare e ai massicci depositi di breccia che sono
oggetto delle ricerche da parte della Palaeo-Anthropological Research Unit
dell’università del Witwatersrand.
La scoperta delle brecce ossifere di Sterkfontein è avvenuta tra il 1895
e il 1897. Nel 1895 Hans P. Thomasset aprı̀ una cava per il calcare. Nel
1896 l’italiano Guglielmo Martinaglia, cercatore d’oro e di calcare, per la
prima volta trovò l’ingresso della caverna facendo brillare con l’esplosivo il
deposito che l’ostruiva. Un gruppo di collegiali del Marist Brothers College di
Johannesburg vi recuperò nel 1895 i primi fossili di animali. Una compagnia
mineraria aprı̀ una cava per lo sfruttamento della breccia, che veniva estratta
con la dinamite e bruciata nei forni per produrre calce, mentre la breccia che
non aveva valore commerciale veniva accumulata in scarichi nei pressi della
cava. Fin dal 1897 David Draper indusse la compagnia a proteggere il livello
inferiore delle caverne dalle distruzioni vandaliche da parte di cercatori di
stallattiti e di fossili. Già a Dart, in seguito alla scoperta di Taung, erano
state inviate ossa fossili di Sterkfontein, ma avendole giudicate più recenti
rispetto a Taung R. Dart non vi intraprese alcuna ricerca. Quando Robert
Broom visitò per la prima volta Sterkfontein il 9 agosto 1936 vide su un
tavolo una piccola esposizione di fossili che erano offerti in vendita ai visitatori
domenicali delle caverne.
Le ricerche a Sterkfontein hanno conosciuto quattro fasi. La prima tra il
1936 e il 1939 fu condotta da R. Broom con l’aiuto di Schepers e portò alla
scoperta dei primi fossili di Ominidi. Il 17 agosto del 1936 venne alla luce
un calco endocranico naturale, che conservava i 2/3 anteriori e la sommità
del cranio. Nei giorni successivi furono recuperati la base del cranio, parte
dei parietali e del frontale, del mascellare e la mandibola. Nel settembre del
1937 sempre nella stessa cava, ma in un punto differente e stratigraficamente
inferiore furono scoperti un mascellare femminile con quattro denti ben conc 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
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3.8 Le caverne di Sterkfontein
78
servati, parte della faccia di un adulto maturo con i denti molto consumati,
la parte distale di un femore, un osso del polso. La scoperta nel 1937 di una
mandibola infantile, giudicata da Broom differente da quella di Taung, lo
indusse ad attribuire i fossili di Sterkfontein a un nuovo genere denominato
Plesianthropus transvaalensis, letteralmente “quasi uomo del Transvaal”.
Nel 1939 i lavori della cava di Sterkfontein furono interrotti a causa della
caduta del prezzo della calce.
La seconda fase delle ricerche vede ancora protagonista R. Broom, che
dietro incoraggiamento del generale Jan Smuts e con l’assistenza di John T.
Robinson, riprese le indagini nel 1947 nel luogo in cui era stato scoperto il
primo cranio. Furono subito trovati nuovi resti di Australopithecus, fra cui
un cranio quasi completo (Sts 5), rotto in due pezzi durante la sua estrazione
dalla breccia e soprannominato Mrs. Ples perché ritenuto femminile. La
scoperta fece epoca, poiché finalmente si aveva il cranio ben conservato di
un individuo adulto di Australopithecus africanus e si poteva stabilire con
sicurezza che l’aspetto del bambino di Taung una volta divenuto adulto non
sarebbe stato quello di uno scimpanzé o di un gorilla, come pretendevano gli
oppositori di R. Dart, ma di un vero Ominide. Una placchetta di metallo sulla
parete della “Old Lime Quarry” ricorda il punto della scoperta del cranio 5 e
all’uscita della visita turistica delle caverne di Sterkfontein è stata collocata
una statua in bronzo di R. Broom che tiene fra le mani il cranio di Mrs. Ples.
Gli Ominidi scoperti in queste due prime fasi sono contrassegnati dalla
sigla STS, assommano a circa un centinaio e sono conservati al Transvaal
Museum di Pretoria.
Nuove ricerche a Sterkfontein furono condotte tra il 1956 e il 1958 da C.
K. Brain e J. T. Robinson. Brain scoprı̀ nei livelli superiori utensili di pietra
scheggiata e nuovi resti di Ominidi che saranno attribuiti a un nuovo genere,
Telanthropus, e in seguito al genere Homo.
Con il 1966 ebbe inizio la quarta fase delle ricerche a Sterkfontein sotto la
direzione del prof. P. V. Tobias, successore di Dart nella cattedra di anatomia
all’università del Witwatersrand, con l’assistenza sul campo di Alun Hughues
fino al 1991, e in seguito, dal 1991 sotto la direzione del dr. Ron Clarke. Dal
1966 ad oggi le ricerche non si sono mai interrotte. La famiglia Stegmann ha
donato all’università del Witwatersrand le caverne di Sterkfontein, che sono
aperte al pubblico per una visita turistica. E’ possibile osservare l’area degli
scavi ed è stato allestito un piccolo museo.
Gli Ominidi scoperti dal 1966 in poi ammontano ad oltre 600 e recano
la sigla STW. Gli scavi dell’università del Witwatersrand hanno inoltre recuperato migliaia di ossa di animali fossili, oltre 300 frammenti di legno
fossilizzato e qualche migliaio di utensili litici, per la maggior parte provenienti dagli strati superiori. Tra le scoperte più importanti, oltre a quelle
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3.8 Le caverne di Sterkfontein
79
recentissime avvenute nel membro 2 già precedentemente ricordate, vi è un
cranio relativamente ben conservato di Australopithecus africanus, rinvenuto
nel 1989 nel membro stratigrafico 4 (STW 505) ed uno scheletro parziale di
adulto maschio (STW 431), sempre dal membro 4. Dal più recente membro 5
proviene il cranio STW 53, scoperto nel 1976 ed attribuito ad Homo habilis.
La precisa datazione degli Ominidi fossili scoperti nelle brecce ossifere
delle caverne sudafricane ha sempre costituito un problema di difficile soluzione.
Innanzitutto, bisogna tenere presente che molti ritrovamenti effettuati prima
del 1966 sono privi di precise indicazioni stratigrafiche. Quando Broom volle
riprendere le sue ricerche nel 1947, la Historical Monuments Commission
negò il permesso, poiché Broom non aveva nella sua équipe “un geologo competente”. Broom riteneva di essere lui stesso un competente geologo e di
conoscere le caverne con brecce ossifere del Sudafrica meglio di qualunque
altro. Forse aveva ragione, tuttavia la geologia dei riempimenti di queste
caverne si rivelerà di estrema complessità. Broom iniziò egualmente le sue
ricerche e la questione venne appianata con l’intervento del generale Smuts e
con la scoperta del cranio di Mrs. Ples.
La geologia delle caverne sudafricane fu in seguito studiata accuratamente
da T.C. Partridge e C. K. Brain, mentre la fauna venne studiata da R.F.
Ewer, F. Lavocat e in seguito da Elisabeth Vrba. Nelle caverne di Sterkfontein
sono stati distinti 6 membri o unità, 5 in quelle di Makapansgat, Swartkrans
e Kromdraai B est. La caverna di Taung venne completamente distrutta
prima che potessero essere effettuati studi geologici e paleontologici.
I riempimenti delle cavità carstiche sono molto complessi, poichè in seguito ai crolli strati recenti possono trovarsi sia al di sotto che al di sopra di strati
più antichi, e in seguito a infiltrazioni nelle fenditure dei depositi a breccia
resti fossili recenti possono apparire allo stesso livello di altri più antichi. Ciò
spiega l’aspetto a volte eterogeneo della fauna, con miscuglio di forme più
antiche e più recenti. A queste difficoltà si aggiunge il fatto che mancano
materiali di origine vulcanica per effettuare datazioni radiometriche.
Le indicazioni cronologiche più sicure vengono dalla combinazione del
metodo bio-stratigrafico con quello del paleomagnetismo. I più antichi Ominidi sudafricani sono stati scoperti nel membro 2 di Sterkfontein, che è possibile
datare tra 3,6 e 3,2 Ma. I resti di Australopithecus africanus provengono dal
membro 3 di Makapansgat, che la polarità inversa e le faune collocano tra
3,3 e 2, 9 Ma, e dal membro 4 di Sterkfontein, caratterizzato da polarità normale e da faune confrontabili con quelle databili tra 2,9 e 2,4 Ma in Africa
orientale. Recentemente è stato fatto un tentativo di datazione del membro
4 di Sterkfontein con il metodo ERS (risonanza elettromagnetica dello spin),
utilizzando lo smalto dei denti dei bovidi, ma il risultato di 2,1 ± 0,5 Ma
appare un po’ recente rispetto a quanto sembrerebbe indicato dalla fauna.
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3.8 Le caverne di Sterkfontein
80
I resti di Australopithecus/Paranthropus robustus provengono dal membro 5
di Sterkfontein, dal membro 3 di Kromdraai, dal membro 1 di Swartkrans
e da Drimolen, caratterizzati da polarità inversa e da fauna collocabile alla
transizione Pliocene-Pleistocene e all’inizio del Pleistocene, quindi tra 2 e 1,5
Ma. Alcuni resti di Paranthropus dalle unità 2 e 3 di Swartkrans sono ancora
più recenti e possono scendere fino a 1 Ma.
Anche se numerosi problemi circa la sua esatta datazione e la sua eventuale contemporaneità, almeno a partire da un certo momento, con altre
forme più avanzate di Ominidi, non possono per ora essere risolti in modo
definitivo, gli esempi più notevoli di Australopithecus africanus (o gracilis),
quelli di Makapansgat e Sterkfontein, databili al periodo di polarità normale
di Gauss tra 2,92 e 2,6 Ma, presentano una bipedia permanente, dimostrata
dal bacino di tipo umano, largo e svasato, con l’osso iliaco corto e ampio,
un’incisura sciatica ben sviluppata e una spina iliaca antero-inferiore molto
robusta. Altri aspetti del bacino differiscono dall’uomo, come la marcata
svasatura verso l’esterno dell’osso iliaco e la proeizione in avanti della spina
iliaca antero-superiore, che sembrano indicare una bipedia meno perfetta che
nell’uomo. La morfologia del femore e la posizione del foramen magnum
del cranio confermano la bipedia dell’Australopithecus africanus. Particolarmente importante è STS 14, poiché comprende oltre al bacino anche molte
vertebre. Le vertebre lombari sono sei, una più che nell’uomo. L’altezza di
questo australopiteco è calcolata intorno a 1-1,25 m; il peso sui 20-30 kg.
L’Australopithecus africanus aveva ancora braccia molto lunghe – l’indice
omero-femorale è in media 88 – e dita della mano e dei piedi ricurve, tutti
aspetti pitecoidi che indicano una abilità di arrampicatore sugli alberi.
Il cranio mostra tendenze umane più modeste: la faccia è proiettata in
avanti rispetto al neurocranio, il rapporto tra neurocranio e splancnocranio
è più simile a quello delle scimmie antropomorfe che non a quello dell’uomo,
la capacità cranica (che oscilla tra i 370 e i 518 cm3 ) è molto bassa, ma più
alta, relativamente alle dimensioni corporee, che in qualsiasi Pongide (tabella
3.2).
Nonostante questi aspetti primitivi, vi sono anche caratteri morfologici più evoluti rispetto all’Australopithecus afarensis e di tipo prettamente
umano: l’arcata dentaria è parabolica, la dentatura, con premolari e molari
ridotti rispetto agli incisivi e ai canini, delinea per la prima volta una chiara
tendenza verso l’onnivoria. Rispetto all’afarensis premolari e molari sono più
grandi, e i denti anteriori un po’ più piccoli, mentre l’usura dei canini, che
sono di dimensioni più ridotte, non produce margini taglienti ed è assente il
diastèma canino-incisivo. Le dimensioni dei denti denunciano l’esistenza di
un dimorfismo sessuale. L’ingrossamento della dentatura posteriore indica
un cambiamento nella dieta, con cibo più duro da masticare.
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3.9 Il genere Paranthropus (Australopiteco robusto)
STS 71
STS 19/58
STS 37-38
STS 5
STW 505
Makap 1
Taung
370 cm3
436
435
485
518
500 ± 20
440
81
(428)
(625)
Tabella 3.1 Capacità dei crani rinvenuti a Sterkfontein (tra parentesi sono riportate le
stime iniziali successivamente corrette).
L’analisi microscopica della superficie dei molari mostra graffiature e fossette che sembrano prodotte dalla masticazione di sottili particelle abrasive
contenute in molte foglie e frutti, un modello di usura della superficie masticatoria simile a quello degli scimpanzé e dei gorilla, che come è noto si nutrono sopratutto di fogliame e frutta. Tuttavia, l’analisi della composizione
chimica dello smalto dei denti condotta su quattro campioni da Matt Sponheimer e Julia Lee-Thorp, dell’università di Città del Capo, in particolare la
determinazione del tasso di 13C, ha mostrato valori intermedi tra quelli dei
mangiatori di frutta e inferiori a quelli degli animali che si nutrono di erbe
e di carici. Il dato sembra dimostrare che gli Australopiteci non mangiavano
soltanto frutta e fogliame, ma anche piante erbacee oppure animali erbivori
e di conseguenza bisogna ritenere che si muovessero dagli alberi nella savana
per nutrirsi di radici o di semi di qualche pianta erbacea o per praticare lo
sciaccallaggio.
È incerto se l’Australopithecus africanus fabbricasse strumenti, ma è molto
probabile che usasse strumenti naturali, in particolare pietre naturalmente
scheggiate, ossa lunghe e pesanti, denti e corna animali, bastoni di legno
(la cosiddetta cultura osteodentocheratica di R. Dart o fase protoculturale), anche se nessuna conclusione definitiva è stata raggiunta su questo
argomento.
3.9 Il genere Paranthropus (Australopiteco robusto)
Dalle caverne con brecce ossifere del Sudafrica proviene anche un Ominide
diverso dall’Australopiteco, per il quale Robert Broom coniò il termine di
Paranthropus, individuando una specie robustus a Kromdraai e una specie
crassidens a Swartkrans. In seguito queste due specie vennero riunite in
un’unica specie attribuita al genere Australopiteco e si parlò di tipo robusto
in contrapposizione al tipo gracile rappresentato dall’africanus. Più recen-
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3.9 Il genere Paranthropus (Australopiteco robusto)
82
temente si è tornati ad adottare la vecchia denominazione di Paranthropus
creata da Broom, ma riunendo gli esemplari di Kromdraai e Swartkrans in
un’unica specie robustus. Ominidi fossili simili al Paranthropus robustus sono
stati scoperti, a partire dal 1959, anche nell’Africa orientale, dapprima nel
livello I di Olduvai, da cui proviene il cranio classificato da Louis Leakey
come Zinjanthropus boisei, e poi in altre località, sopratuttto del Turkana.
Questi esemplari sono ora riuniti in una specie ritenuta diversa da quella
sudafricana, ma attribuita allo stesso genere, Paranthropus boisei.
Le prime scoperte furono effettuate nel 1938 a Kromdraai da parte di un
ragazzo, Gert Terblanche, e vennero a conoscenza di R. Broom che riuscı̀ ad
acquistare un palato, una mandibola priva del ramo ascendente, alcuni denti
e a recuperare sul luogo del rinvenimento frammenti di temporale ed altri due
denti. Con questi materiali Broom potè ricostruire parzialmente un cranio.
Nel febbraio del 1941 a brevissima distanza dal punto del primo ritrovamento
Broom scoprı̀ una mandibola di bambino dell’età di circa tre anni, non ben
conservata, ma con l’intera serie dei denti da latte tranne il primo incisivo.
Venne alla luce anche una serie di ossa post-craniche: frammenti di un omero
e di un’ulna, metacarpi, falangi e un astragalo.
Nel 1948 Broom lavorò a Swartkrans insieme a Wendell Philipps dell’università della California. Qui furono scoperti gran parte di una mandibola,
molari e incisivi superiori isolati, parte di un palato e delle ossa della faccia di
un individuo probabilmente femminile. Continuando i lavori con l’assistenza
di John Robinson, nell’aprile 1949 venne alla luce una mandibola e nel giugno
dello stesso anno i resti di tre crani. Broom attribuı̀ questi fossili a una nuova
specie, Paranthropus crassidens, che significa “quasi uomo dai grossi denti”.
Nel 1992 una nuova caverna con resti di Ominidi è stata scoperta da A.
W. Keyser a Drimolen, circa 7 km a nord di Sterkfontein. Fino ad ora sono
stati rinvenuti più di 80 resti di Ominidi, fra cui un cranio completo anche
di mandibola (DNH 7), scoperto nell’ottobre 1994, una mandibola con tutti
i denti (DNH 8), diversi frammenti di mandibole e mascellari e di ossa del
bacino e degli arti. Molti sono i denti isolati. La quasi totalità dei reperti
appartiene al Paranthropus robustus, ma alcuni frammenti del cranio e della
mandibola di un individuo giovane sono di Homo non meglio specificato.
Nell’Africa orientale sono stati scoperti resti appartenenti al genere Paranthropus a Olduvai e a Peninj in Tanzania, a Chesowanja e a Ileret (Turkana
orientale) in Kenya, nella valle dell’Omo e a Konso in Etiopia. I ritrovamenti
dell’Africa orientale sono meglio databili di quelli sudafricani.
Nel 1959 la scoperta del cosiddetto Ziniantropo nel sito FLK I dello strato
I di Olduvai fornı̀ l’occasione per la prima datazione di un Ominide con il
nuovo metodo del K-Ar. La sua età risultò di circa 1,7 Ma. Dal sito TK-BK
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3.9 Il genere Paranthropus (Australopiteco robusto)
83
II nello strato superiore, datato tra 1,4 e 1,2 Ma, provengono altri resti di
Parantropo (OH 28).
Nella regione di Ileret, lungo la costa orientale del lago Turkana, R. Leakey
ha scoperto tre importanti crani di Parantropo nel sito 10, databili tra 2 e 1,5
Ma (KNM-ER 406, 407 e 732). Sempre R. Leakey nel 1964 aveva scoperto a
Peninj, a ovest del lago Natron, una magnifica mandibola di Parantropo in
strati della formazione Humbu, databili verso 1,6 Ma.
Resti di Parantropo sono stati rinvenuti nella bassa valle dell’Omo nella
formazione di Shungura. Dal livello F del sito 57, datato tra 1,99 e 1,93 Ma,
proviene una mandibola frammentaria e dal livello D del sito 18, datato tra
2,6 e 2,12, una mandibola quasi completa. Quest’ultima, già definita come
Paraustralopithecus aethiopicus, ed ora Paranthropus aethiopicus, rappresenta una forma ancestrale del Parantropo, al pari del cosiddetto cranio nero
scoperto da R. Leakey a Lomekwi nel West Turkana (KNM-WT 17000) e
datato verso 2,5 Ma.
I ritrovamenti dell’Africa orientale dimostrano che il genere Paranthropus
ha cominciato a comparire verso 2,5 Ma e che le specie robustus del Sudafrica
e boisei dell’Africa orientale erano diffuse soprattutto tra 2 e 1,5 Ma, ma
hanno continuato a persistere fino a 1 Ma, dopo di che si sono estinte. Erano
quindi contemporanee delle più antiche forme di Homo.
La caratteristica fondamentale del Parantropo è il potente apparato masticatore, caratterizzato da molari e premolari molto grandi, di dimensioni
maggiori di qualsiasi altro Ominide, da premolari molarizzati, e da una forte
riduzione della dentatura anteriore: incisivi e canini sono molto piccoli sia
rispetto alla dentatura iugale sia in assoluto. Correlate a questo potente
apparato masticatore – lo Ziniantropo fu soprannominato nut-cracker, schiaccianoci – sono la forma e le dimensioni della mandibola, dal momento che
denti grandi hanno radici grandi: l’aspetto è massiccio, con un corpo mandibolare molto robusto e ramo ascendente largo e alto. Le arcate zigomatiche
sono robuste, lunghe ed espanse in fuori. La macrodontia del Parantropo
richiedeva necessariamente una muscolatura di notevole robustezza: i muscoli temporali, avendo a disposizione come superficie di attacco un piccolo
neurocranio, dovevano incontrarsi sulla sommità del cranio agganciandosi a
una cresta ossea, mentre i masseteri richiedevano arcata zigomatica e mandibola dalla struttura massiccia. La potenza dei muscoli temporali è dimostrata
dalla presenza di una cresta sagittale e quella dei masseteri dalla larghezza e
robustezza delle ossa zigomatiche.
Questo apparato masticatore cosı̀ potente è tipico di una dieta vegetariana coriacea. Anche l’aumento della superficie masticatoria dei molari e
premolari, le loro cuspidi basse e tozze e l’aspetto piatto in seguito all’usura
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3.9 Il genere Paranthropus (Australopiteco robusto)
Località Stato
Anno
scopsigla
erta
Kromdraai
Sudafrica1938
Kromdraai
Sudafrica1941
Swartkrans
Sudafrica1948
Swartkrans
Sudafrica1949
DrimolenSudafrica1994
DNH
7
DNH
8
Olduvai Tanzania1959
OH 5
Olduvai Tanzania1959
OH 28
Peninj
Ileret
Tanzania1964
Kenya
Valle
delEtiopia
l’Omo
Lomekwi
Kenya
(WT)
ER
406
ER
407
ER
732
Palato,
mandibola,
denti, frr.i
temporale
Mandibola di
bambino, frr.i
di omero e ulna,
metacarpi,
falangi,
astragalo
Mandibola, frr.i
ossa facciali
Mandibola,
resti di 3 crani
Cranio con
mandibola
Mandibola
completa
Cranio dal sito
FLK I
Dal sito TK-BK
II
Mandibola
completa
WT
17000
Denominazione
originaria
Età
Paranthropus
robustus
2,0 – 1,5
Paranthropus
robustus
2,0 – 1,5
Paranthropus
crassidens
Paranthropus
crassidens
2,0 – 1,0
2,0 – 1,0
Paranthropus
robustus
2,0 – 1,5
Zinjanthropus
boisei
1,75
1,4 – 1,2
1,6
Tre crani
mandibola
84
2,0 – 1,5
Paraustralopithecus
aethiopicus
2,6 – 2,12
“cranio nero”
2,5
Tabella 3.2 Ritrovamenti dell’Africa Orientale relativi a Paranthropus.
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3.9 Il genere Paranthropus (Australopiteco robusto)
85
indicano una dieta vegetariana comprendente non solo fogliame ed erbe, ma
anche radici, tuberi e bacche.
Il parantropo aveva dimensioni corporee maggiori dell’Australopithecus
africanus e poteva raggiungere un’altezza di 1,5 m, e un peso di ca 40-60
kg. Anche la capacità cranica è in media maggiore di quella dell’africanus
(tabella 3.3).
KNM-WT 17000
KNM-ER 732
KNM-ER 406
OH 5
SK 1585
KNM-ER 1805
410 cm3
506
510 ± 10
530
530
582
Tabella 3.3 Capacità craniche calcolate su reperti di Paranthropus.
Tuttavia, questo dato deve essere considerato in relazione alle maggiori dimensioni corporee. Nel complesso vi è un maggiore aumento della dimensione
delle ossa facciali e della mandibola che non del neurocranio.
Nel Parantropo si riscontra un chiaro dimorfismo sessuale, maggiore che
nell’africanus. La cresta sagittale del cranio è tipica dei maschi (ad es. SK
46, 48, 83, KNM-ER 406 e 1805, OH 5) e risulta assente nelle femmine (ad
es. KNM-ER 407 e 732, DNH 7, TM 1517). Inoltre, nei maschi le ossa
della faccia hanno una forma “scodellata”, nelle femmine sono piatte. Le
dimensioni dei denti, in particolare del canino superiore e del primo molare,
sono maggiori nei soggetti maschili.
Per quanto riguarda lo scheletro post-cranico non vi sono differenze sostanziali
rispetto all’Australopithecus africanus, a parte le dimensioni e la maggiore
robustezza delle ossa. Il Parantropo aveva senza dubbio una stazione eretta
e un’andatura bipede, come è dimostrato dalla posizione avanzata del foro
occipitale e dalla morfologia del bacino e del femore.
Paranthropus robustus e Paranthropus boisei costituiscono una linea ominide
divergente da quella umana e destinata a estinguersi.
Da un esame statistico dei resti di Australopithecus africanus e di Paranthropus robustus risulta che nel parantropo era maggiore la mortalità infantile o in età molto giovane. Per gli esemplari di africanus da Taung,
Sterkfontein e Makapansgat è stata calcolata una durata media della vita di
22 anni circa, per il Paranthropus da Swartkrans e da Kromdraai la media
scende a 17 anni circa. È dimostrabile poi da fori riscontrati sulla scatola
cranica (per es. a Swartkrans sull’esemplare SK 54, appartenente a un in-
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3.10 Australopithecus garhi
86
dividuo giovanile) che i parantropi erano preda frequente dei felini come il
leopardo.
3.10 Australopithecus garhi
Le ricerche nella regione del medio corso del fiume Awash, nella depressione desertica dell’Afar (Etiopia), condotte dall’Università di Berkeley (J.
D. Clark e T. White), hanno portato alla scoperta di alcuni resti di Ominidi databili a circa 2,5 Ma, un periodo ancora mal documentato in Africa
orientale. I ritrovamenti sono stati effettuati nella zona di Bouri e provengono dal membro Hatayae della formazione di Bouri. Nel 1996 sono stati
rinvenuti frammenti di femore e di omero di un individuo che doveva essere
alto poco meno di 1,5 m; nel novembre 1997 Y. Haile-Selassie rinvenne a
275 m di distanza, sempre nella stessa formazione geologica, i frammenti del
cranio di un secondo individuo, comprendenti parte della scatola cranica e
del mascellare. Il cranio è stato utilizzato per definire una nuova specie,
Australopithecus garhi, “l’Australopiteco della sorpresa” (garhi nella lingua
Afar significa sorpresa). La sorpresa consiste nel fatto che questo Ominide
possedeva molari e premolari molto grandi, ma anche incisivi e canini di dimensioni superiori a quelle di tutti gli Australopiteci finora conosciuti. Il
rapporto tra la dimensione della dentatura anteriore e la dimensione della
dentatura iugale è paragonabile a quello che si riscontra nell’afarensis, nell’africanus ed anche nelle più antiche specie di Homo. Il cranio presenta un
marcato restringimento post-orbitario e una capacità bassa, di circa 450 cm3 .
Non è possibile stabilire se ossa post-craniche e il cranio appartengano alla
stessa specie, anche se la cosa sembrerebbe probabile. Il femore è più lungo di
quello dell’afarensis e dell’africanus e si avvicina a dimensioni umane, mentre
le dimensioni dell’omero dimostrano che questo Ominide aveva ancora braccia
molto lunghe, come l’afarensis e l’africanus. Nei pressi dell’area in cui sono
venuti alla luce i resti dei due Ominidi e sempre nella stessa formazione
geologica, sono state trovate ossa di antilope frantumate con una pietra per
estrarne il midollo.
3.11 Il significato evolutivo della bipedia
Per quanto la bipedia avvicini l’afarensis e l’africanus all’uomo, le differenze
con il genere Homo, pur senza considerare neurocranio e statura, sono ancora
molto significative: gli Australopiteci hanno gambe relativamente corte, le
articolazioni del ginocchio meno sviluppate, piedi ancora abbastanza piatti
e con falangi leggermente incurvate, braccia ancora molto lunghe, spalle più
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3.11 Il significato evolutivo della bipedia
87
mobili, dita della mano lunghe e ricurve. Erano, quindi, creature a stazione
eretta e locomozione bipede, ma che si muovevano con un’andatura diversa
dalla nostra e ancora capaci di utilizzare gli arti anteriori per arrampicarsi e
muoversi rapidamente sugli alberi.
La comparsa della bipedia ha segnato l’inizio di un percorso evolutivo
che condurrà al genere Homo e alla nostra stessa specie. “In principio era il
piede”, con questa affermazione si apre il libro “Our species”, dell’antropologo
americano Marvin Harris. La differenziazione del piede dalla mano ha reso
possibile l’andatura bipede al suolo, la caratteristica fondamentale di tutti gli
Ominidi. Già Darwin nel 1871 aveva compreso che questo era stato il cambiamento decisivo, poiché consentiva di avere le mani libere per trasportare cibo
e oggetti. “Le mani e le braccia difficilmente avrebbero potuto perfezionarsi
in maniera tale da poter costruire armi o scagliare con precisione pietre e
lance fino a quando fossero state utilizzate in maniera abituale per la locomozione e per sostenere il peso del corpo”. A differenza degli Ominidi, le
grandi scimmie antropomorfe, scimpanzé, gorilla, orango, sono quadrumani,
hanno cioè un piede prensile, che si differenzia poco dalla mano e sono perciò
brachiatori o camminatori sulle nocche, non quadrupedi. L’antenato comune
degli Scimpanzè e degli Ominidi non era certamente un quadrupede, sarà
stato un brachiatore o un “knuckle walking”.
La comparsa dell’andatura bipede, che rappresenta l’inizio della storia
evolutiva degli Ominidi, si ricollega alle modifiche ambientali verificatesi in
Africa verso la fine del Miocene e nel corso del Pliocene: l’areale delle foreste
si ridusse e si espanse quello delle praterie erbose e della savana. In questo
nuovo habitat non potevano sopravvivere brachiatori o camminatori sulle
nocche, che infatti rimasero confinati nella foresta pluviale a occidente della
Rift Valley. Nell’ambiente aperto della savana potevano sopravvivere soltanto
primati quadrupedi, come i babbuini, oppure grandi scimmie antropomorfe
che avessero adottato un nuovo modo di locomozione, la bipedia, e questi
furono gli Ominidi. Il percorso dell’evoluzione è determinato non solo dalla
pressione selettiva dell’ambiente, ma anche da ciò che un organismo vivente
è nella sua realtà effettiva, in altri termini dal suo passato evolutivo. Poiché
i nostri antenati non erano quadrupedi, ma brachiatori o camminatori sulle
nocche, la via obbligata per adattarsi a vivere in un ambiente aperto come
la savana era la bipedia. “Giù dagli alberi” : cfr. il romanzo di Roy Lewis,
Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, 1960, che racconta esperienze e
tribolazioni di una famiglia: il padre ambizioso è proiettato verso il futuro, lo
zio Vania è convinto che scendere dagli alberi sarebbe un grave errore e insiste
a rimanere arboricolo. La documentazione fossile ci insegna che gli Ominidi
diventarono bipedi molto tempo prima di essere dotati di un grande cervello,
cioè di diventare intelligenti, ma qual è il significato della bipedia dal punto
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
3.11 Il significato evolutivo della bipedia
88
di vista di un migliore adattamento all’ambiente, quali vantaggi adattivi e
quindi di sopravvivenza procurava la nuova forma di deambulazione?
Le ossa delle dita delle mani e dei piedi ancora leggermente ricurve, la
lunghezza dell’omero di poco inferiore a quella del femore, quindi braccia
lunghe e gambe corte, statura ancora bassa sono tutte caratteristiche che
rendono più agevole arrampicarsi velocemente sugli alberi e dimostrano che
per i più antichi bipedi arrampicarsi sugli alberi era ancora estremamente
importante. Ma nello stesso tempo la morfologia del femore e del bacino,
l’articolazione del ginocchio e la morfologia delle ossa del piede ci parlano del
fatto che gli Ominidi vissuti tra 5 e 3 Ma erano capaci di andatura bipede al
suolo e che acquisirono questa capacità prima ancora di sviluppare un cervello di dimensioni maggiori rispetto a quello di una scimmia antropomorfa.
Anche la dentatura aveva cominciato ad acquistare caratteristiche umane,
allontanandosi per forma e dimensioni, per lo spessore dello smalto e per le
dimensioni relative di alcuni denti in rapporto ad altri dalla dentatura tipica
delle grandi scimmie antropomorfe. Ciò indica anche funzioni masticatorie
differenti e quindi una dieta differente.
Qual’è il significato evolutivo della bipedia? Quali vantaggi comporta
l’acquisizione della bipedia ai fini del procacciamento del cibo, della difesa
dai predatori, della possibilità di avere una discendenza più numerosa?
La differenziazione del piede dalla mano vuol dire avere le mani liberate dalle funzioni della locomozione e quindi libere di manipolare, fabbricare
utensili e trasportare cose e cibo, come già Darwin aveva compreso. Tuttavia, la fabbricazione di utensili comparirà soltanto dopo qualche milione
di anni dalla comparsa della bipedia e inoltre abbiamo visto come i più antichi Ominidi fossero ancora legati, almeno in parte, a una vita arboricola e
avessero una grande abilità e necessità di arrampicarsi sugli alberi.
La bipedia non solo si è affermata prima della capacità di fabbricare
utensili, ma anche prima che gli Ominidi si diffondessero nella savana. Se un
primate avesse dovuto diventare bipede dopo essersi diffuso nella savana, non
ne avrebbe mai avuto la possibilità, perché si sarebbe rapidamente estinto
in quanto facile preda per i carnivori. La bipedia, infatti, non è il modo di
locomozione più efficiente per spostarsi rapidamente in un habitat aperto, i
quadrupedi sono di gran lunga più veloci dei bipedi.
Nel 1981 Owen Lovejoy ha proposto una teoria sul perché della stazione
eretta e della bipedia. Secondo Lovejoy il sistema di locomozione non può
essere considerato separatamente da tutte le altre caratteristiche del comportamento, perché fa parte di una strategia globale di sopravvivenza ed è
soltanto in quest’ottica che possiamo comprenderne il significato. Per quanto
riguarda la riproduzione nel mondo animale esiste una stretta correlazione tra
tasso di natalità e cure parentali: più è basso il tasso di natalità, più intense
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3.11 Il significato evolutivo della bipedia
89
sono le cure parentali, e viceversa più alto è il tasso di natalità, più scarse
sono le cure parentali. Le grandi scimmie antropomorfe hanno un tasso di
natalità minimo, un figlio ogni cinque o sei anni, e quindi le cure parentali
assumono grande importanza, perché da esse dipende la sopravvivenza dei
piccoli. All’estremo opposto, gli animali che producono enormi quantità di
uova, ad es. i molluschi o i pesci, non prestano alcuna cura parentale alla
prole. In questo caso l’unica possibilità di perpetuare la specie è quella di produrre grandissime quantità di uova, la quasi totalità andranno perdute, ma
almeno alcune potranno giungere fino alla maturità. Inoltre, c’è un rapporto
anche tra basso numero di nascite e maggiori cure parentali da una parte e
un cervello di maggiori dimensioni, maggiore intelligenza ed una dipendenza più prolungata della prole dai genitori dall’altra. In altre parole, piccolo
numero di figli, più intense cure parentali, maggiore sviluppo del quoziente
di intelligenza, infanzia prolungata e comportamenti sociali complessi sono
strettamente collegati e interagiscono tra loro con un effetto di feed-back.
Poiché le scoperte paleontologiche hanno dimostrato che la bipedia è comparsa qualche milione di anni prima della fabbricazione di utensili artificiali,
la vecchia ipotesi che collegava locomozione bipede e fabbricazione di utensili
deve essere accantonata. Le ragioni della bipedia devono essere altre.
Gli scimpanzé hanno un figlio ogni 5-6 anni, perché una femmina non
può allevare più di un figlio per volta. Un tasso di natalità cosı̀ basso costituisce un rischio di estinzione. Secondo Lovejoy la bipedia degli Ominidi è
strettamente connessa a un maggiore tasso di natalità. Gli Ominidi hanno
aumentato la natalità, le nascite sono diventate più ravvicinate e una madre
è stata in grado di allevare due o tre figli per volta. Questo ha comportato
una forte diminuzione della mobilità della femmina e richiesto una maggiore
cooperazione sociale all’interno del gruppo. Se la femmina si sposta di meno,
ha bisogno dell’aiuto del maschio per l’approvvigionamento del cibo. La
spartizione del cibo consente questa nuova strategia riproduttiva. I maschi si
sarebbero fatti carico di rifornire le femmine di cibo, liberandole dal gravoso
compito della ricerca del cibo e consentendo loro di avere più tempo per
curare la prole. Ma per trasportare il cibo e condividerlo, il maschio deve
possedere l’andatura bipede e avere le mani libere. Poiché la sopravvivenza
dei piccoli dipende dal livello delle cure parentali, la capacità di trasportare il
cibo e di condividerlo aumenta notevolmente il livello delle cure che la madre
può fornire ai figli. Se i maschi nutrono le femmine e i piccoli, l’intervallo tra
le gestazioni può essere notevolmente ridotto.
Ma perché mai un maschio dovrebbe approvvigionare di cibo la femmina
e i suoi cuccioli? Ciò è possibile soltanto se si formano dei legami permanenti tra il maschio e la femmina e il legame di coppia presuppone altri
cambiamenti significativi: la scomparsa dell’estro nella femmina, e quindi
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3.11 Il significato evolutivo della bipedia
90
la scomparsa della competizione violenta tra i maschi per l’accesso alle femmine, una ricettività sessuale permanente della femmina, una differenziazione
epigamica che favorisca le scelte individuali, ad es. la comparsa di un seno
voluminoso nelle femmine che compensa la perdita dell’estro visibile, tipico
dei primati. Da qui a dire che nasce l’amore tra l’uomo e la donna il passo è
breve.
Questa teoria è stata in voga per alcuni anni, ma è contraddetta da una
serie di fatti. Se fosse vero che già in quest’epoca remota fosse scomparso
nelle femmine l’estro, non si spiegherebbe la permanenza di un forte grado
di dimorfismo sessuale, documentato dai resti fossili degli Australopiteci. Un
seno femminile voluminoso, tipico della specie umana anatomicamente moderna, non può che essere in relazione all’allattamento della prole: infatti, una
volta scomparso il prognatismo facciale, il neonato rischiava il soffocamento
durante la suzione, quindi esiste una correlazione precisa tra seno piatto e
prognatismo facciale e seno voluminoso e faccia ortognata. Il seno femminile
nella nostra specie non può che essere un’acquisizione recente. Più convincenti sembrano altre teorie proposte per spiegare l’adozione della stazione
eretta e della locomozione bipede da parte degli Ominidi. Verso la fine del
Miocene e nel corso del Pliocene la compatta e densa foresta pluviale è andata incontro a una progressiva riduzione e frammentazione, gli spazi lasciati
liberi dalla foresta sono stati occupati dalla savana boscosa, un ambiente di
transizione, e dalla savana aperta. Per una specie arboricola e frugivora come
i nostri antenati la riduzione degli alberi ha comportato una dispersione delle
risorse alimentari in tanti nuclei separati l’uno dall’altro da spazi aperti più
o meno estesi. Per ottenere la stessa quantità di cibo era necessario spostarsi
frequentemente da un sito all’altro attraversando spazi aperti e per questi
spostamenti la locomozione bipede a grandi passi era senza dubbio un modo di deambulazione più efficiente del camminare sulle nocche tipico dello
scimpanzè e del gorilla.
Col diffondersi delle praterie e delle savane a spese della foresta molte
grandi scimmie antropomorfe andarono incontro all’estinzione e soltanto una
specie riuscı̀ ad adattarsi alle nuove condizioni, frequentando più abitualmente il suolo e camminando velocemente su due piedi per raggiungere i
gruppi isolati di alberi e i nuclei residui di foresta. La bipedia ha certamente
consentito altri vantaggi, come poter trasportare cibo sugli alberi, trasportare
i piccoli durante gli spostamenti, guardare al di sopra delle erbe alte della
prateria per meglio controllare l’ambiente e segnalare la presenza di eventuali
pericoli, diminuire lo stress termico riducendo la superficie corporea esposta
alla radiazione solare.
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3.12 Australopithecus / Homo habilis
91
3.12 Australopithecus / Homo habilis
Il periodo tra 2,4 e 1,8 Ma non è ancora ben conosciuto per quanto riguarda gli Ominidi fossili. I ritrovamenti finora effettuati sono in genere molto
frammentari e manca un reperto sufficientemente completo come Lucy, Little
Foot o altri Australopiteci di Sterkfontein. Dalla documentazione disponibile appare comunque chiaro che in questo periodo si è verificato il secondo
grande avvenimento nell’evoluzione degli Ominidi, l’espansione della capacità cranica. Poiché l’encefalizzazione è una caratteristica fondamentale del
genere Homo, gli Ominidi vissuti in questo periodo che non siano riconducibili
all’Australopiteco robusto vengono classificati nel genere Homo.
La più antica specie del genere Homo finora conosciuta fu definita da Louis
Leakey, Philip Tobias e John Napier in un articolo pubblicato su Nature del
4 aprile 1964. L’identificazione di questa nuova specie si basava su una serie
di resti frammentari rinvenuti da L. e M. Leakey nella gola di Olduvai tra il
1960 e il 1963. I resti provenivano dal Bed I e dalla parte inferiore e media
del Bed II e comprendevano i seguenti esemplari:
• OH 7: una mandibola quasi completa con 13 denti conservati (manca
solo il secondo molare sul lato destro, mentre il terzo molare non era
ancora spuntato), un molare superiore, frammenti di ossa parietali fra
cui il parietale sinistro quasi completo, 21 ossa della mano e del polso,
riferibili a un individuo giovane, un ragazzo di ca. 11-12 anni, rinvenuto
nel 1960 nel sito FLK NN 1, parte media del Bed I, con un’età quindi
di poco posteriore a 1,75 ± 0.03 Ma;
• OH 8: ossa quasi complete di un piede e una clavicola di un individuo
ritenuto in un primo tempo adulto, rinvenute a breve distanza di OH
7, ora si pensa che possano appartenere allo stesso individuo di OH 7;
stessa età del precedente;
• OH 6: un premolare inferiore, un molare superiore e frammenti di cranio
dal sito FLK I, lo stesso che ha restituito il cranio di Zinjantropo, parte
mediana del Bed I, datato 1,75 ± 0.03 Ma;
• OH 13, soprannominato “Cinderella”: mandibola quasi completa, frammento di mascellare destro con cinque denti, frammenti della volta cranica (parietale destro e occipitale), di un individuo di ca. 15-16 anni,
rinvenuti nel 1963 nel sito MNK II, nella parte mediana del Bed II,
poco sopra il tufo eolico II A; la datazione è posteriore a 1,7 Ma;
• OH 16: cranio parzialmente conservato con parte dei due parietali,
dell’occipitale e del frontale, un frammento della parte prossimale delc 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
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3.12 Australopithecus / Homo habilis
92
l’ulna, riferibili a un individuo in età tardo adolescenziale, ca. 15-16
anni, soprannominato “George”, rinvenuto nel 1963 nel sito FLK II,
nella parte inferiore del Bed II, circa un metro al di sopra del tetto del
Bed I, datato verso 1,7 Ma.
In seguito, altre scoperte sono state effettuate a Olduvai. Nel sito DK
I, alla base del Bed I, con una datazione intorno a 2 /1,9 Ma, Nel 1968
sono venuti alla luce i resti molto frammentari di un cranio (OH 24), che fu
soprannominato “Twiggy”, industria litica olduvaiana e un circolo di pietre
che secondo i Leakey furono intenzionalmente collocate per predisporre un
riparo.
Ben presto altri reperti fossili di Ominidi sono stati attribuiti all’Homo
habilis. Innanzitutto quelli scoperti da Richard Leakey a Koobi Fora nell’East
Turkana: – la mandibola KNM-ER 1802 e il cranio KNM-ER 1470, rinvenuti
nel membro inferiore della formazione di Koobi Fora, 35 m sotto il tufo KBS,
datato tra 1,87 e 1,60 Ma, e quindi con un’età intorno ai 2/1,8 Ma. Il cranio
è stato rinvenuto nel 1972 in circa 300 frammenti sparsi in superficie e la sua
posizione stratigrafica è stata stabilita in base al sedimento ancora aderente
alle ossa. – il cranio KNM-ER 1813, proveniente dalla base del membro
superiore della formazione di Koobi Fora, al di sopra del tufo KBS, datato
tra 1,8 e 1,6 Ma. Conserva il mascellare con il palato e undici denti.
Inizialmente molti studiosi non hanno accettato la nuova specie, ritenendo che l’habilis non fosse altro che un Australopiteco con una capacità
cranica leggermente superiore. In effetti, le capacità craniche degli Ominidi
di Olduvai sono state calcolate a partire da reperti molto frammentari. Ma
in seguito la scoperta del cranio KNM-ER 1470, splendidamente conservato
e di notevole capacità, ha contribuito a far accettare la nuova specie. Resti
molto frammentari di Ominidi fossili rinvenuti nei depositi fluvio-lacustri
delle formazioni di Shungura, nella valle dell’Omo, sono stati attribuiti a Homo habilis. Provengono dalle unità E, datata intorno a 2,12 /2,06 Ma; F,
datata tra 1,99 e 1,93 Ma (una mandibola e denti isolati); G, datata tra 1,93
e 1,8 Ma (cranio L 894-1). Da tutti questi livelli proviene anche industria
litica di tipo olduvaiano (siti 57, 71, 84 e 123).
Nel 1985 Donald Johanson e Tim White hanno scoperto a Olduvai, nel
sito DDH (Dik-Dik Hill), alla base del Bed I, frammenti di cranio, un omero,
ulna, radio, femore e un frammento di tibia di un individuo femminile adulto
(OH 62), che sono stati attribuiti all’Homo habilis. Per la prima volta era
disponibile un buon numero di parti dello scheletro post-cranico che con
i suoi caratteri ancora primitivi dimostrava che l’habilis era effettivamente
molto simile all’Australopiteco gracile. Infine, nel 1992 il riesame da parte
di Andrew Hill di un frammento di temporale, scoperto a Chemeron nella
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3.12 Australopithecus / Homo habilis
93
regione del lago Baringo nel 1967 e datato a 2,4 Ma, ha permesso la sua
attribuzione al genere Homo, mentre nel 1996 il team dell’Institute of Human
Origins diretto da D. Johanson ha rinvenuto a Hadar nella regione dell’Afar
in un livello geologico poco al di sotto di ceneri vulcaniche datate a 2,33 ±
0.07 Ma una mascella di Homo (AL 666-1), associata a industria litica di
tipo olduvaiano. Anche una mandibola rinvenuta a Uraha nel Malawi, in un
deposito datato tra 2,5 e 2,3 Ma, e un primo molare inferiore scoperto nel
West Turkana (WT 42718) in un contesto datato intorno ai 2,3-2,4 Ma, sono
stati attribuiti al genere Homo. Inoltre, l’Homo habilis è stato identificato
anche nel Sud-Africa. Un cranio frammentario proviene dal membro 5 di
Sterkfontein (STW 53) ed un altro da Swartkrans (SK 80/847).
La comparsa del genere Homo è stata quindi retrodatata da 1,8 fino a
2,4 Ma, ma non è ancora chiaro se per ca. 600.000 anni vi sia stata un’unica
specie di Homo, l’Homo habilis, oppure più specie, come sono inclini a ritenere
molti studiosi.
Infatti, gli Ominidi di questo periodo presentano molte differenze tra loro.
Inizialmente interpretate come segno della persistenza di un forte dimorfismo
sessuale, la maggior parte degli studiosi attualmente ritiene che costituiscano
la prova dell’esistenza di almeno due specie diverse di Homo.
Dal punto di vista morfologico, ed anche per quanto riguarda la sua posizione cronologica, Homo habilis rappresenta uno stadio intermedio tra le
Australopithecine e l’Homo erectus. La caratteristica decisiva per includerlo
nel genere Homo è la maggiore capacità cranica rispetto alle Australopitecine.
Per quanto il cd. Rubicone cerebrale sia stato collocato diversamente a seconda degli autori (700 cm3 per Franz Weidenreich, 750 per Arthur Keith,
800 per Henry Vallois) e per quanto non esistano chiare linee di divisione per
questo aspetto tra Pongidi, Ominidi non umani e forme più arcaiche di Homo, in considerazione del forte grado di variabilità all’interno di ogni singola
specie, è comunque chiaro che con Homo habilis si è verificato un forte aumento della capacità cranica, tale da giustificare la sua inclusione nel genere
Homo. I valori calcolati sono i seguenti:
• OH 7: 647 cm3 secondo P. Tobias (710 secondo R. Holloway e 590
secondo M. Wolpoff)
• OH 24: 594 cm3 (secondo Tobias e Holloway)
• OH 13: 500 cm3 (638 secondo Tobias)
• ER 1470: 752 cm3 secondo Holloway, 775 secondo altre stime
• ER 1813: 510 cm3 (secondo Holloway)
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3.12 Australopithecus / Homo habilis
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La media risulta nettamente superiore a quella delle Australopitecine. Ma
anche altri aspetti morfologici dimostrano che Homo habilis era un Ominide
più avanzato di Australopithecus africanus: la diminuzione della dimensione
dei molari, che sono di forma meno larga e più allungata, un minore prognatismo facciale, la mascella e la mandibola sono più piccole rispetto alle
Australopitecine.
La scoperta di parte delle ossa dello scheletro post-cranico di un individuo
femminile avvenuta nel 1985 ad Olduvai (OH 62) ha dimostrato, tuttavia, che
gli arti superiori erano ancora relativamente lunghi, il femore corto, la statura
molto bassa. Quindi Homo habilis doveva essere ancora un agile arrampicatore degli alberi, come le Australopitecine. Che il corpo dell’Homo habilis
non fosse molto diverso da quello dell’Australopiteco gracile è dimostrato anche dalle ossa della mano e del piede rinvenute a Olduvai. Le falangi di OH 7
e OH 8 non sono incurvate come quelle dei Pongidi, ma neppure diritte come
quelle dell’uomo, bensı̀ presentano una moderata curvatura che li pone a un
livello intermedio. La falange terminale del pollice, piuttosto larga, è più
simile a quella dell’uomo che non a quella di un Pongide ed anche l’angolo
formato dal pollice con l’indice mostra un grado intermedio tra quello di un
Pongide e quello di un uomo. Le ossa del piede di OH 8 hanno metatarsi
molto robusti e il calcagno spostato verso il lato esterno del piede invece
che allineato al centro di gravità ed anche la posizione dell’astragalo indica
che la trasmissione del peso del corpo al piede non avveniva come nell’uomo. Caratteri tipicamente umani sono invece la curvatura longitudinale e
transversale dell’arco plantare e l’allineamento dell’alluce alle altre dita del
piede. L’habilis era quindi un bipede, ma la sua andatura non era ancora del
tutto simile a quella dell’uomo.
Grande importanza per l’inclusione dell’habilis nel genere Homo ha avuto
la scoperta che la più antica industria litica risale allo stesso arco cronologico,
tra 2,4 e 1,8 Ma, e la constatazione a Olduvai dell’associazione tra questa
industria litica, denominata olduvaiana, e i resti attribuiti all’Homo habilis.
Da questo fatto deriva il nome attribuito alla specie, dietro suggerimento di
Raymond Dart, che voleva sottolineare come questo Ominide fosse in grado
di fabbricare utensili artificiali.
Un altro fatto rilevante è stata la dimostrazione della coesistenza di due
specie di Ominidi, l’habilis e il Parantropo, che si evolsero una accanto
all’altra.
Ma ormai la maggior parte dei paleoantropologi concorda sul fatto che i
reperti attribuiti a Homo habilis presentano un tale grado di variabilità da
non poter essere attribuiti a un’unica specie. Bernard Wood ha attribuito il
celebre cranio ER 1470 e il frammento cranico del lago Baringo a una nuova
specie, Homo rudolfensis, contemporanea dell’habilis. Rispetto all’habilis
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3.12 Australopithecus / Homo habilis
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l’Homo rudolfensis ha denti di maggiori dimensioni, la faccia notevolmente
più larga e un potente apparato masticatorio e per quanto possa sembrare
paradossale anche un cervello più grande.
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
CAPITOLO
4
L’Homo erectus
el 1891 il medico olandese E. Dubois scoprı̀ a Trinil nell’isola di Giava
una calotta cranica e l’anno successivo nello stesso strato un femore che
attribuı̀ a una specie intermedia tra le scimmie antropomorfe e l’uomo e che
nel 1894 battezzò – utilizzando per il genere il termine creato da Haeckel
– Pithecanthropus erectus. La denominazione era giustificata dai caratteri
primitivi della calotta cranica, che permetteva comunque di stimare una capacità cranica di circa 900 cm3 , quindi intermedia fra quella delle scimmie
antropomorfe e quella dell’uomo, e dalle caratteristiche perfettamente umane
del femore che senza ombra di dubbio apparteneva a un individuo capace di
stazione eretta e di locomozione bipede.
Tra il 1929 e il 1937 numerosi resti fossili di un Ominide simile furono
rinvenuti negli scavi di Chu Ku Tien presso Pechino e furono assegnati alla
specie Sinanthropus pekinensis. Nel frattempo a partire dal 1936 e fino al
1941 si effettuarono nuove scoperte a Giava nelle località di Sangiran e Modjokerto da parte di Ralph von Koenigswald. Negli anni ’50 diversi studiosi
(Weidenreich, Mayr, Le Gros Clark, Howell) sostennero che l’uomo di Giava e quello di Pechino appartenevano alla stessa specie e che inoltre non vi
erano motivi per considerarli membri di un genere differente da quello dell’uomo. Venne cosı̀ definito il taxon Homo erectus, a cui saranno attribuiti
anche fossili umani venuti alla luce in Africa, a Ternifine in Algeria e nella
gola di Olduvai in Tanzania, nonché reperti europei di vecchia scoperta come
la mandibola di Mauer.
Homo erectus fu quindi considerato una specie umana diffusa in tutto
il vecchio continente e intermedia tra gli Australopiteci e l’uomo di Neanderthal. A partire dal 1973 le ricerche condotte nella regione del lago Turkana
portarono al rinvenimento di fossili umani attribuiti all’Homo erectus di età
N
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
4.1 Homo ergaster ovvero i più antichi Homo erectus africani
97
considerevolmente più antica di tutti quelli in precedenza conosciuti.
In seguito alcuni studiosi hanno ritenuto che queste più antiche forme
di Homo erectus presentassero differenze rispetto agli esemplari asiatici tali
da giustificare la loro attribuzione a una specie distinta denominata Homo
ergaster, limitando quella di Homo erectus ai soli fossili asiatici, in base ai
quali il taxon fu definito per la prima volta. Inoltre, anche i reperti europei
attribuiti in un primo tempo a Homo erectus, come la mandibola di Mauer, il
cranio e le mandibole dell’Arago o i reperti frammentari di Bilzingsleben, sono
stati attribuiti a una specie distinta, che riprende la vecchia denominazione
originariamente creata per la mandibola di Mauer, Homo heidelbergensis. A
questa ulteriore suddivisione hanno contribuito anche le nuove importanti
scoperte di Atapuerca in Spagna.
Quindi, mentre un tempo si riunivano molti fossili asiatici, africani ed
europei in una sola specie, ora vengono attribuiti a tre specie distinte di
Homo: ergaster, heidelbergensis ed erectus. Al contrario, secondo altri autori
le differenze tra reperti africani e asiatici sono espressione di una varietà
geografica di una medesima specie.
4.1 Homo ergaster ovvero i più antichi Homo erectus africani
Lasciando da parte le molteplici e diversificate opinioni sulla tassonomia dell’Homo erectus, è certo il fatto che esso costituisce il secondo grande stadio
evolutivo del genere umano, per il quale erano in passato di uso corrente varie
denominazioni, tutte equivalenti come protoantropi, arcantropi, pitecantropi.
Fino a poco tempo fa si pensava che le forme più arcaiche di Homo erectus
derivassero dall’Homo habilis, oggi si conoscono fossili attribuiti ad Homo
erectus che sono antichi quanto l’Homo habilis e quindi questa derivazione
viene messa in dubbio.
I primi rappresentanti di una nuova specie del genere Homo successiva
al rudolfensis e solo in parte anche all’habilis sono conosciuti finora soltanto
nella regione del lago Turkana in un periodo che è compreso tra l’episodio del
reversal magnetico di Olduvai (1.87 – 1.67 Ma) e il tufo Okote datato a 1,57
/ 1,48 Ma. Questi resti di Ominidi umani sono stati rinvenuti nel membro
superiore della formazione di Koobi Fora nell’East Turkana, che è divisa dal
membro inferiore dal celebre e controverso tufo KBS, correlabile grazie alle
date radiometriche e al paleomagnetismo con l’episodio di Olduvai. Al tetto
del membro superiore si trovano i tufi di Karari a Koobi Fora e di Chari a
Ileret, che sono stati datati a 1.32 ± 0.10 e 1.22 ± 0.01 Ma ed è in questo
intervallo che sono compresi alcuni reperti come KNM-ER 3833 e a Olduvai
OH 9.
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4.1 Homo ergaster ovvero i più antichi Homo erectus africani
98
Altri esemplari appartenenti alla stessa formazione geologica provengono
dal West Turkana. I principali reperti sono:
• KNM-ER 3733, un cranio frammentario, ritenuto femminile, comprendente anche parte della faccia e della mascella, ma privo della mandibola, rinvenuto a Koobi Fora nella parte inferiore del membro superiore,
può avere un’età intorno a 1.7 – 1.6 Ma;
• KNM-ER 1808, uno scheletro incompleto di un individuo giudicato
femminile, rinvenuto in sedimenti sottostanti ai tufi di Okote a Koobi
Fora (sito 103), quindi più antico di 1.48 – 1.57 Ma;
• KNM-ER 730, mandibola frammentaria e frammenti di cranio rinvenuti nell’area 103, nei pressi della riva del lago, nella stessa posizione
stratigrafica del precedente; – KNM-WT 15000, uno scheletro quasi
completo di un ragazzo di età stimata intorno a 11-12 anni, rinvenuto
nel 1984 a Nariokotome, sul lato occidentale del Turkana, in sedimenti
depositatisi su un tufo datato a 1.63 Ma;
• KNM-ER 992, mandibola da Ileret, sito 3, dalla parte superiore della
formazione superiore di Koobi Fora;
• KNM-ER 3883, un cranio comprendente tutte le orbite ma privo del
mascellare, rinvenuto a Ileret nella parte superiore del membro superiore di Koobi Fora, compresa tra tufi datati a 1,48 ± 0.17 / 1,57 Ma e
i tufi di Chari e Karari datati 1.32 ± 0.10 e 1.22 ± 0.01 Ma;
• SK 847, cranio frammentario;
• OH 9, calotta cranica scoperta nel 1960 nel sito LLK II, nel Bed II
superiore di Olduvai, datato verso 1.4 – 1.3 Ma;
• Konso (Etiopia), una mandibola associata a industria acheuleana, con
un’età di 1.4 Ma. I reperti OH 13 e OH 14 dal Bed II medio di Olduvai,
con un’età di circa 1.65 – 1.60 Ma, attribuiti da L. Leakey e P. Tobias
ad Homo habilis, secondo altri autori potrebbero appartenere già ad
Homo erectus arcaico.
Le caratteristiche principali dei più antichi Homo erectus sono le dimensioni corporee notevolmente accresciute rispetto agli Australopiteci e
all’Homo habilis e rudolfensis e paragonabili a quelle dell’uomo moderno
e l’inizio di un marcato processo di encefalizzazione, cioè di aumento delle
dimensioni del cervello.
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4.1 Homo ergaster ovvero i più antichi Homo erectus africani
99
Le ossa degli arti superiori, soprattutto quelle dell’avambraccio (ulna e
radio), si accorciano, mentre il femore e la tibia si allungano un poco. Si
raggiungono cosı̀ le proporzioni propriamente umane e nello stesso tempo
si raggiungono anche le dimensioni dell’uomo moderno per quanto riguarda
l’altezza. Il ragazzo di Nariokotome, un soggetto maschile di circa 11-12 anni,
era già alto 168 cm ed avrebbe raggiunto un’altezza di poco più di 180 cm. La
robustezza delle ossa è però maggiore rispetto a quella dell’uomo moderno.
Il cranio diventa più lungo, l’osso frontale più ampio, le ossa craniche
più spesse, la faccia più verticale, le orbite più grandi, l’apertura nasale più
ampia e le ossa nasali più prominenti, cioè si forma un naso esterno come
nell’uomo moderno.
Il rapporto tra neurocranio e splancnocranio è ormai radicalmente cambiato rispetto alle scimmie antropomorfe e ai più antichi Ominidi come gli
Australopiteci e le ossa facciali si collocano al di sotto della scatola cranica.
Queste caratteristiche differenziano profondamente i primi Homo erectus da
tutti gli Ominidi precedenti, compresi Homo rudolfensis e Homo habilis, e ne
fanno i primi veri rappresentanti del genere Homo.
Peculiare di Homo erectus è uno spesso toro sopraorbitario. La volta
cranica è bassa, il frontale è separato dal toro sopraorbitario da un solco
ed è sfuggente all’indietro. L’occipitale forma un angolo acuto, la squama
occipitale è più grande di quella nucale e tra le due corre una protuberanza
trasversale (toro occipitale), a cui si attaccavano i muscoli del collo. Le
capacità craniche stimate sono riportate nella tebella 4.1.
KNM-ER
3733
KNM-ER
3883
KNM-WT
15000
OH 9
848 cm3
804 cm3
(minimo)
909 cm3
(stima come
adulto)
1067 cm3
Tabella 4.1 Capacità craniche stimate su alcuni reperti di Homo erectus.
A partire da 1,6 Ma e forse anche un poco prima, si erano ormai sviluppate
quasi tutte le caratteristiche dell’uomo moderno tranne una, quella che ci
distingue da tutti gli altri animali, il nostro cervello.
Il ragazzo di Nariokotome è il più completo Ominide finora rinvenuto.
L’età è stata stimata inizialmente in circa 11-12 anni per il fatto che le suture
craniche non erano ancora saldate e fuse, le cartilagini del femore non ancora
saldate e soprattutto perché era appena spuntato il secondo molare. L’area di
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
4.2 L’Homo erectus in Asia
100
Broca nel cervello – uno dei centri che presiedono alle facoltà del linguaggio
– era già sviluppata, ma il canale della spina dorsale è piccolo rispetto alle
dimensioni dell’uomo moderno. Ciò significa che aveva una minore quantità
di tessuto nervoso e quindi un controllo meno sofisticato e meno flessibile di
alcuni muscoli e di alcune funzioni, in particolare è improbabile che potesse
emettere i suoni articolati che caratterizzano il linguaggio umano.
L’Homo erectus è il primo uomo uscito dai confini dell’Africa, come dimostra la sua diffusione nell’Asia orientale. Durante il Pleistocene medio,
tra 1,0 e 0,3 Ma circa, vissero le forme classiche dell’Homo erectus, la cui
diffusione viene ora a comprendere anche l’Europa. Dall’associazione più
volte riscontrata tra Homo erectus e manufatti di pietra scheggiata, sappiamo
che Homo erectus/Homo ergaster creò la cultura del bifacciale (o amigdala)
(ritrovamenti di Olduvai, Melka Konturè e Ternifine). Poiché le culture a
bifacciali sono note in Europa fin dalle fasi antiche, dobbiamo dedurre che
vi furono portate da uomini appartenenti alla specie Homo erectus/ergaster.
Nell’Asia orientale, al contrario, non è attestata la cultura del bifacciale, almeno durante il Pleistocene medio, e ciò può interpretarsi come prova del
fatto che la diffusione degli Ominidi in Asia sia avvenuta prima che in Africa
si passasse dalla pebble culture a quella del bifacciale. I più importanti reperti
di Homo erectus del Pleistocene medio sono tra l’altro, per il loro numero e
la loro completezza, proprio quelli asiatici, di Giava e della Cina.
4.2 L’Homo erectus in Asia
4.2.1
L’Homo erectus dell’isola di Giava
Un gran numero di crani e di mandibole di Homo erectus è stato scoperto
nell’isola di Giava. La loro precisa datazione è stata ed è oggetto di controversie, sia perché le possibilità di datazioni radiometriche sono minori rispetto
alle formazioni geologiche dell’Africa orientale, ricche di materiali di origine
vulcanica, sia perché i resti fossili non sempre sono stati rinvenuti nel corso
di ricerche e scavi da parte di studiosi, bensı̀ a volte consegnati o venduti
da raccoglitori locali, con conseguente grande incertezza sulla loro effettiva
posizione stratigrafica.
Eugène Dubois (1855-1940), lo scopritore dei primi Ominidi fossili di Giava, coltivò la passione per la paleontologia fin da bambino; dopo aver studiato
medicina per sette anni, nel 1882 diventò lettore di anatomia all’università
di Amsterdam, ma entrato in contrasto con il proprio professore, nel 1887
diede le dimissioni e si arruolò come sottotenente medico nell’esercito olandese coloniale. La sua scelta era stata dettata da una precisa intenzione,
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
4.2 L’Homo erectus in Asia
101
quella di condurre ricerche paleontologiche in Indonesia, allora sotto il dominio coloniale dell’Olanda. Nell’autunno 1887 si imbarcò con la famiglia
alla volta di Sumatra, iniziando a prestare servizio presso l’ospedale militare
di Pajakoemboe. Nello stesso tempo si dedicava alle ricerche di fossili nelle
vicine grotte di Boea. Ben presto convinse le autorità governative a concedergli di passare alla riserva attiva e di dedicarsi a tempo pieno alle sue
ricerche paleontologiche, ottenendo anche i mezzi necessari per condurle su
larga scala. Nel marzo 1890 si trasferı̀ nell’isola di Giava, stabilendo la sua
base a Tulang Agung e iniziò ad effettuare una serie di prospezioni del territorio per individuare i siti fossiliferi più promettenti. Ottenuti come mano
d’opera i condannati ai lavori forzati e come assistenti due sergenti dell’esercito, si mise subito al lavoro. L’anno prima in una caverna presso Wadjak
era stato scoperto un cranio umano fossile, Dubois vi riprese le ricerche e
nel maggio 1890 scoprı̀ un secondo cranio ed altri frammenti, ma questi resti
umani erano associati a fauna recente ed erano troppo moderni per costituire
l’anello mancante che Dubois andava cercando. Ben presto la sua attenzione
fu attirata dai depositi fossiliferi della zona del vulcano Lawu-Kukusan, attorno al quale scorrono il fiume Solo-Bengawan e il suo affluente Madiun. Nel
novembre 1890 a Kedung Brubus venne alla luce un frammento di mandibola
con il P3 destro e la cavità del canino. Poco a sud del villaggio di Trinil presso un’ansa del fiume Solo l’attenzione di Dubois fu attirata da un deposito
dello spessore di 15 m che l’erosione del fiume aveva portato in esposizione e
lı̀ concentrò le sue ricerche, iniziando gli scavi nell’agosto-ottobre 1891. Fece
aprire una trincea quasi circolare di 12 m di diametro, entro cui lavoravano
50 forzati sotto la sorveglianza dei sergenti Kriele e de Winter, che ogni 1520 giorni imballavano i fossili scoperti e li spedivano a Tulang Agung, dove
Dubois li esaminava e classificava. In settembre fu trovato un dente e in ottobre una calotta cranica di Ominide. Non è chiaro se Dubois fosse presente
al momento della scoperta. Inizialmente egli pensò che i due reperti fossero
da attribuire a uno scimpanzé fossile. I lavori furono ripresi nel maggio 1892
e continuarono fino ad ottobre. Fu aperta una nuova trincea a monte della
precedente, lunga 24 m e profonda 8 m. Nel mese di agosto, nello stesso strato della calotta cranica, a circa 12-15 m di distanza, fu scoperto un femore
e nell’ottobre un altro dente. Nonostante che le ricerche proseguissero nel
1893 e nel 1894 su scala ancora maggiore non fu più trovato alcun resto di
Ominide.
La scoperta del femore, che era di tipo perfettamente umano, fece comprendere a Dubois che la calotta e i denti non potevano appartenere a una
scimmia antropomorfa, ma dovevano essere attribuiti a una creatura intermedia tra l’uomo e la scimmia, l’anello mancante ipotizzato da Haeckel. Nel
1894 Dubois descrisse il ritrovamento in un opuscolo pubblicato a Batavia,
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4.2 L’Homo erectus in Asia
102
l’attuale Gjakarta, dal titolo Pithecanthropus erectus. Eine menschenähnliche
Übergangsform aus Java. Rientrato in Olanda nel 1895, Dubois presentò i
suoi ritrovamenti a diversi congressi internazionali: nel 1895 a Leida, nel 1896
a Berlino, nel 1898 a Cambridge. Tutti riconobbero la grande importanza
della scoperta – si trattava dei primi fossili di Ominide scoperti al di fuori
dell’Europa – , ma non tutti furono convinti dell’interpretazione che ne aveva
dato Dubois: secondo alcuni si trattava di una scimmia antropomorfa, secondo altri di un vero membro del genere umano, altri ancora mettevano in
dubbio l’associazione tra la calotta cranica, i denti e il femore. Dubois ottenne
un posto di professore di mineralogia e geologia all’università di Amsterdam,
ma di fronte alle critiche rivoltegli si isolò sempre di più dalla comunità scientifica, rendendo difficile la consultazione diretta dei reperti da parte di altri
studiosi.
Importanti scoperte di Ominidi fossili ripresero a Giava nel 1931. Il geologo ter Haar stava lavorando alla carta geologica delle colline Kendeng ed
aveva posto la sua base a Ngandong, un piccolo villaggio sul fiume Solo, 10 km
a nord di Trinil. Nell’agosto 1931 scoprı̀ casualmente un importante deposito
ricco di fossili nella terrazza di 20 m al di sopra del fiume. Nel settembre
furono condotti i primi scavi e la fauna fossile venne inviata a Bandung, sede
del Servizio Geologico. Qui, W.F.F. Oppenoorth aprendo le casse trovò due
crani umani e si recò quindi subito a Ngandong per un sopralluogo: al suo
arrivo era già stato trovato un terzo cranio. Gli scavi continuarono nel 1932
e tra gennaio e novembre vennero alla luce altri otto crani. Nel mese di giugno, nel corso di un sopralluogo al sito, ter Haar e von Koenigswald poterono
scavare personalmente il cranio n. VI, uno dei più completi. Oltre ad undici
crani, furono rinvenute due tibie, ma nessun’altra parte dello scheletro e neppure una mandibola. Gli scavi di Ngandong fruttarono 25000 fossili animali,
fra cui molti bufali d’acqua e buoi selvatici. La fauna appariva più recente
di quella di Trinil e gli stessi resti umani mostravano di essere più evoluti
rispetto al Pithecanthropus erectus.
Il protagonista delle successive scoperte fu il paleontologo tedesco Gustav
Heinrich Ralph von Koenigswald. Nato a Berlino nel 1903, studiò in diverse
università tedesche e nel 1931 fu assunto come paleontologo dal governo coloniale olandese per la redazione della carta geologica di Giava. Nel 1934 von
Koenigswald scoprı̀ il sito di Sangiran, 60 km a occidente di Trinil e ne comprese le grandi potenzialità per la ricerca di fossili umani. Sangiran era già
conosciuta per la sua abbondanza di fossili ed era stata visitata anche da
Dubois nel 1893. La collina di Sangiran si trova ai margini nord-occidentali
del vulcano Lawu, nella valle del fiume Solo e presenta al centro una vasta
depressione circolare, una conca del diametro di 4 km, come se fosse il cratere
di un vulcano. Gli agenti atmosferici ed un piccolo fiume, il Kali Tjemoro,
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
4.2 L’Homo erectus in Asia
103
che si era aperto un passaggio attraverso la collina, avevano portato in esposizione tutta la sequenza stratigrafica, comprendente cinque unità principali:
le ghiaie superiori, tufi, conglomerati e arenarie con la fauna di Trinil, le
argille lacustri nere con la fauna di Djetis, uno strato di breccia vulcanica, le
sabbie e argille marine di colore verde azzurro.
Qui era finalmente possibile avere un quadro chiaro della successione dei
depositi dalla fine del Pliocene a tutto il Pleistocene. Von Koenigswald iniziò subito le ricerche a Sangiran, ma alla fine del 1934 vennero meno i finanziamenti per la nuova carta geologica e i lavori furono interrotti. Dietro
consiglio di Teilhard de Chardin, che proprio in quel periodo era di passaggio
a Giava per visitare i luoghi in cui era stato scoperto il pitecantropo, von
Koenigswald si rivolse alla Carnegie Institution di Washington, il cui presidente, J. C. Merriam, era un paleontologo. Divenuto Research Associate
della Carnegie Institution, von Koenigswald poté riprendere i lavori nel 1937
con un congruo finanziamento e le scoperte non si fecero attendere: nel 1937
vennero alla luce prima un frammento di mandibola e poi una calotta cranica, nel 1938 l’occipitale e i parietali di un nuovo cranio, nel 1939 la parte
posteriore di un cranio e parte del mascellare e della mandibola e poi un
nuovo frammento di mandibola, nel 1941 il frammento di una mandibola di
grandi dimensioni. La seconda guerra mondiale portò all’interruzione delle
ricerche, Giava fu occupata dai Giapponesi e von Koenigswald inviato in
un campo di internamento (von Koenigswald aveva la nazionalità danese).
Finita la guerra, dopo un breve periodo di lavoro all’American Museum of
Natural History, all’inizio del 1948 von Koenigswald accettò la cattedra di
paleontologia all’università di Utrecht e fece ritorno in Olanda.
Le ricerche a Sangiran continuarono solo occasionalmente: una nuova
mandibola fu scoperta nel 1952 ed un’altra ancora nel 1960. A von Koenigswald
si deve la formazione dei primi specialisti indonesiani di paleoantropologia,
come l’antropologo Teuku Jakob e il geologo S. Sartono, che continuarono le
ricerche a Sangiran. Tra il 1963 e il 1981 sono venuti alla luce quasi 30 nuovi
reperti, fra cui quattro crani e una mandibola.
Nuovi siti fossiliferi di Giava hanno restituito resti di Ominidi: Sambungmacan, da cui provengono due calotte craniche e un frammento di tibia, e
Ngawi, dove è stata scoperta una calotta cranica nel 1988. Molto singolare è
il recupero nel 1999 della calotta cranica Sambungmacan 3. Il proprietario di
un negozio di minerali, fossili e cose di storia naturale in New York acquistò
una partita proveniente dall’Indonesia nel marzo 1999. Ripulendo un fossile
tutto incrostato di fango, si trovò tra le mani la calotta cranica di un uomo
fossile. Secondo T. Jakob il cranio sarebbe stato scoperto nel 1997 tra Poloyo
e Chemeng nel distretto di Sambungmacan nel corso di lavori di estrazione
di sabbia dal letto del fiume Solo ed esportato clandestinamente.
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4.2 L’Homo erectus in Asia
104
Le formazioni pleistoceniche dell’area di Surakarta nella parte centrale
dell’isola di Giava, dove sono state effettuate tutte le scoperte di Ominidi fossili, comprendono tre grandi unità, che nelle linee generali sembrano
corrispondere al Pleistocene Inferiore, Medio e Superiore.
Durante il Pliocene l’isola di Giava era ancora sommersa e a quest’epoca risalgono le formazioni superiori di Kalibeng, costituite da marne gialle, argille blu, argille sabbiose di colore verde azzurro, sigillate da un banco calcareo a conchiglie di Balano. La soprastante breccia vulcanica contiene ancora diatomee e conchiglie marine. Alla base delle argille blu è stato individuato un reversal magnetico che dovrebbe corrispondere al limite
Gauss/Matuyama, datato a 2,45 Ma, mentre un episodio di polarità normale è presente nel banco calcareo a Balano, che dovrebbe corrispondere
all’episodio di Olduvai (1,87 – 1,67 Ma).
La formazione geologica successiva, denominata di Pucangan, è costituita
da circa 80-100 m di argille nere di sedimentazione lacustre, suddivise in una
parte medio-superiore ed in una inferiore da uno strato intermedio giallo di
origine marina. La parte superiore delle argille nere ha una polarità inversa
e quindi dovrebbe corrispondere ancora alla crono-zona Matuyama. Dalla
formazione di Pucangan proviene una fauna fossile denominata di Djetis.
Tra quest’ultima formazione e quella soprastante di Kabuh vi è uno strato
di separazione (Grenzhorizont), formato da un conglomerato calcificato molto
duro. Poco sotto il Grenzhorizont vi è un reversal magnetico che dovrebbe
corrispondere all’episodio di Jaramillo (0,97/0,90 Ma).
Gli strati di Kabuh hanno spessore variabile da 6 a 50-70 m e sono costituiti da sabbie e argille di deposizione fluviale, intercalati con arenarie e strati
di tufo. Il tufo intermedio separa la parte inferiore da quella medio-superiore
della formazione di Kabuh. Quest’ultima presenta polarità positiva e al tufo
intermedio corrisponde un reversal magnetico che dovrebbe essere il limite
Matuyama/Brunhes, datato a 0,787 Ma.
Un nuovo dettagliato studio della geologia di Sangiran è stato effettuato
da un’équipe indonesiana e giapponese, che ha individuato il reversal magnetico che segna l’inizio del Pleistocene medio non nel tufo intermedio ma in
quello superiore. È stata inoltre stabilita la posizione stratigrafica delle tectiti, già scoperte da von Koenigswald ed utilizzata per una datazione dell’Homo
erectus di Giava. Queste tectiti appartengono a uno sciame australo-asiatico
originatosi dall’impatto di un grande asteroide nell’area della penisola indocinese, tra Laos e Cambogia, uno dei più recenti eventi catastrofici che
hanno colpito la terra.. A seguito dell’impatto, questi oggetti di vetro sono
stati proiettati nell’atmosfera e sono poi ricaduti su un’area piuttosto vasta
comprendente l’Asia sud-orientale, parte dell’Oceania e l’Australia. È stato
possibile datare la formazione di queste tectiti, e quindi anche dell’impatto
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4.2 L’Homo erectus in Asia
105
dell’asteroide, mediante i metodi del K/Ar e dell’Ar/Ar, nonché delle tracce
di fissione, che hanno fornito concordemente un’età compresa tra 710 e 830
ka. La posizione stratigrafica di queste tectiti è ben conosciuta grazie a due
carote sottomarine ottenute al largo delle Filippine, nelle quali sono state
rinvenute verso la fine dell’OIS 20, circa 12000 anni prima del limite Brunhes/Matuyama, reversal magnetico con cui ha inizio l’OIS 19. La posizione
stratigrafica delle tectiti rinvenute a Sangiran tra il tufo superiore e quello
medio ben si accorda quindi con lo spostamento del reversal dal tufo medio
a quello superiore.
La fauna fossile rinvenuta negli strati di Kabuh è denominata fauna di
Trinil. Un limite erosivo separa la formazione di Kabuh da quella di Notoporo, costituita da sabbie e brecce vulcaniche. La polarità magnetica è normale. La fauna fossile è denominata fauna di Ngandong. Datazioni effettuate
su ossa della fauna di Ngandong con il metodo dei rapporti isotopici dell’uranio hanno confermato la pertinenza al Pleistocene superiore degli strati di
Notoporo.
Sono controverse le datazioni ottenute con il metodo del 40 Ar/39 Ar per
un orizzonte ricco di pomice vulcanica posto 2 m al di sopra del punto di
ritrovamento dei crani S 27 e S 31 nelle argille nere inferiori della formazione
di Pucangan: il risultato di 1,65 ± 0,03 Ma mal si accorda con lo schema
geologico sopra illustrato e quindi il materiale su cui è stata effettuata la
datazione potrebbe essere ridepositato, ma la stessa posizione stratigrafica
dei fossili umani a Sangiran è molto incerta.
Infine, è stato datato, sempre con il metodo 40 Ar/39 Ar, lo strato di breccia vulcanica di Modjokerto da cui proviene il cranio infantile rinvenuto nel
1936. Già attribuito alla base della formazione di Pucangan, era stato poi
assegnato alla formazione di Kabuh per la sua polarità normale. Pomici vulcaniche provenienti da questo strato hanno dato un’età di 1,81 ± 0.04 Ma,
un’età accettabile per la base della formazione di Pucangan, correlabile con
l’episodio di Olduvai, ma anche in questo caso il problema non risolvibile è
la effettiva provenienza stratigrafica del cranio di Modjokerto.
L’ominide più antico rinvenuto a Giava sarebbe appunto il cranio infantile
di Modjokerto (P V), se si accetta la sua provenienza da un’arenaria conglomeratica di origine vulcanica corrispondente alla breccia vulcanica alla base
della formazione di Pucangan, provenienza sostenuta da von Koenigswald. Il
raccoglitore locale autore della scoperta in un sopralluogo insieme a T. Jacob – effettuato a distanza di 39 anni – ha riconfermato questa provenienza.
Secondo Sartono in base alle note prese al momento della scoperta la fauna
associata al cranio sarebbe stata di tipo Trinil e non di tipo Djetis e quindi P
V sarebbe da associare alla formazione di Kabuh. La datazione della breccia
vulcanica alla base della formazione di Pucangan effettuata con il metodo
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4.2 L’Homo erectus in Asia
106
40
Ar/39 Ar ha fornito un’età di 1,81 ± 0,04 Ma e la polarità positiva confermerebbe la correlazione con l’episodio di Olduvai. In questo caso non solo il
cranio infantile P V sarebbe coevo dell’Homo habilis e dell’Homo rudolfensis,
ma la migrazione dei primi Ominidi umani fuori dall’Africa avrebbe dovuto
verificarsi in data ancora anteriore. Tutto ciò sembra in contrasto con le
caratteristiche del cranio infantile di Modjokerto. La sua età è stata valutata
da 2 fino a 5 anni ed avendo una capacità cranica di circa 650-700 cm3 , da
adulto avrebbe potuto raggiungere una capacità di 800-950 cm3 (a secondo
dell’età che viene assegnata al soggetto), che appare più compatibile con le
forme più antiche di Homo erectus che non con Homo habilis o rudolfensis. È
quindi possibile che sia più fondata l’attribuzione alla formazione di Kabuh,
come sostenuto da Sartono.
Dalle argille nere inferiori della formazione di Pucangan proverrebbero le
mandibole S 5, S 6 e i crani S 27 e S 31, dalle argille nere medio-superiori la
mandibola S 9. In realtà i fossili umani di Sangiran la cui posizione stratigrafica è stabilita con una certa sicurezza provengono dalla parte superiore
della formazione di Pucangan, che è stato accertato contenere materiale più
antico ridepositato e questo spiegherebbe le datazioni più antiche di 1 Ma. La
polarità normale della parte superiore della formazione e il fatto di trovarsi
al di sotto del cd. Grenzbank con cui inizia una polarità negativa, che caratterizza tutta la parte medio-inferiore della formazione di Kabuh, suggerisce
fortemente una correlazione con l’episodio di Jaramillo, per cui nessun fossile
umano a Sangiran sarebbe più antico di 1,07 Ma. La maggior parte dei fossili
umani trovati a Sangiran si data quindi tra 1,07 e 0,787 Ma.
Dagli strati inferiori della formazione di Kabuh provengono la calotta
cranica di Trinil e quelle di Sangiran S 2, S 3, S 10, S 12, a cui andrebbe
assegnata un’età verso 0,9 Ma. Dagli strati medio-superiori provengono la
mandibola di Kedung Brubus e il cranio S 17, databili quindi alla fine del
Pleistocene inferiore e all’inizio del Pleistocene medio, vale a dire tra 0,9 e
0,7 Ma.
I dodici crani di Ngandong sono stati rinvenuti in strati appartenenti alla
formazione di Notopuro, del Pleistocene superiore, tuttavia tenendo conto
che i crani presentano un certo grado di abrasione superficiale, è possibile che
siano stati trasportati da correnti fluviali che hanno eroso strati più antichi.
Gli Ominidi fossili di Giava hanno ricevuto denominazioni differenti. Pithecanthropus erectus fu sostituito a partire dagli anni ’50 da Homo erectus. In
precedenza R. von Koenigswald aveva attribuito al cranio del bambino di
Modjokerto il nome di Pithecanthropus modjokertensis e F. Weidenreich designò il cranio rinvenuto a Sangiran nel 1939 come Pithecanthropus dubius.
Ancora R. von Koenigswald nel 1945 classificò la mandibola rinvenuta a Sangiran nel 1941 come Meganthropus palaeojavanicus ed il termine di Megantropo
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4.2 L’Homo erectus in Asia
107
è stato in seguito applicato ad altri fossili di Giava come la mandibola S 8
e i crani S 27 e 31. Sartono e/o Jacob hanno coniato il termine di Homo
palaeojavanicus per indicare il Megantropo. Alcuni autori hanno visto nel
Megantropo un Australopiteco robusto. Tutte queste denominazioni sono
attualmente cadute in disuso e i fossili di Giava vengono tutti attribuiti a
un’unica specie Homo erectus e nelle differenze di robustezza e di dimensioni che avevano portato alla definizione del Megantropo oggi si tende a
riconoscere un fenomeno di dimorfismo sessuale.
Inizialmente i crani di Giava sono stati designati con la sigla P (= Pithecanthropus) I-VIII e le mandibole con la sigla P A-F. Poiché la quasi totalità
delle scoperte si è verificata a Sangiran, oggi si utilizza una numerazione
progressiva con la sigla della località, S 1, S 2, S 3 ecc.
Per orientarsi nelle vecchie e nuove denominazioni è utile uno specchietto
riassuntivo dei principali reperti (tabelle 4.2 e 4.3).
crani
località
anno
Trinil
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Modjokerto
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
1891
1937
1938
1939
1936
1963
1965
1969
1979
1981
vecchie denominazioni
sigle
PI
P II
P III
P IV
PV
P VI
P VII
P VIII
T2
S2
S3
S4
S
S
S
S
S
Pithecanthropus erectus
Pithecanthropus erectus
Pithecanthropus erectus
Pithecanthropus robustus
Pithecanthropus modjokertensis
10
12
17
31
38
Tabella 4.2 Specchietto riassuntivo dei principali reperti di Giava (crani).
Per quanto in passato i numerosi resti di Ominidi rinvenuti a Giava abbiano ricevuto differenti denominazioni e collocazioni tassonomiche, la maggior parte degli studiosi è attualmente concorde nel ritenere che appartengano
tutti a una sola specie, Homo erectus, nella quale è possibile riconoscere tre
stadi di sviluppo.
Lo stadio più antico comprende i fossili provenienti dalla parte inferiore
della formazione di Pucangan, databili quindi intorno a 1,6 – 1,4 Ma. Per
questo stadio non si dispone di alcun cranio completo. La parte posteriore
del cranio S 31 mostra caratteri primitivi, come uno spessore molto forte
(in media più di 12 mm), una carenatura sagittale che ha fatto supporre la
presenza di una vera e propria cresta sagittale (in realtà la regione sagittale
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4.2 L’Homo erectus in Asia
108
mandibole
località
Kedung
Brubus
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
anno
vecchie denominazioni
sigle
1890
PA
1936
1939
1941
1952
1960
1973
1973
PB
MA
MB
PC
PE
PF
S1
S5
S6
S8
S9
S 21
S 22
Pithecanthropus erectus
Pithecanthropus dubius
Meganthropus palaeojavanicus
Meganthropus palaeojavanicus
Tabella 4.3 Specchietto riassuntivo dei principali reperti di Giava (mandibole).
presenta due fratture parallele, che possono dare questa impressione, ma la
presenza di un forte toro angolare sembra escludere una cresta sagittale),
un toro occipitale fortemente sviluppato, una volta cranica larga e piatta. Il
frammento di mandibola S 6 ha un’altezza e una robustezza fuori del comune
per un membro del genere Homo, ma per il resto la morfologia è tipicamente
umana (la dimensione relativa dei denti, come ad es. P4, tra l’altro con una
sola radice, è la metà di M1, presenza di un rudimentale tuberculum geniale,
una spina per l’inserzione dei muscoli che regolano i movimenti della lingua,
compresi quelli che consentono il linguaggio).
I resti di Ominidi provenienti dagli strati superiori della formazione di
Pucangan (ca. 1,4 – 0,9 Ma), dal Grenzbank e dalla formazione di Kabuh
(ca. 0.9 – 0,5 Ma) costituiscono lo stadio classico dell’Homo erectus di Giava. La forma del cranio presenta una volta lunga e appiattita, un frontale
sfuggente, un occipitale nettamente angoloso con un forte toro trasversale,
una carena sagittale, linee temporali alte, larghezza massima spostata verso
il basso e verso la parte posteriore del cranio, profilo a tenda in norma occipitale, e infine un forte toro sopra-orbitario con restringimento post-orbitario
del frontale e contorno birsoide del cranio in norma verticale. Soltanto S
17 conserva quasi completamente le ossa della faccia, mentre S 4 comprende
la parte posteriore del cranio e il mascellare e gli si potrebbe adattare la
mandibola S 1. Il mascellare S 4 presenta tratti primitivi come il diastema
tra canino e incisivo, il secondo molare maggiore del primo (ma il terzo è più
piccolo), il canino sporgente dalla fila dei denti. Le capacità craniche sono
riportate nella tabella 4.4.
Lo stadio più evoluto comprende i crani di Sambungmacan 1 e 3, quello di
Nagwi, tutti senza preciso contesto geologico, e gli undici crani di Ngandong,
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4.2 L’Homo erectus in Asia
S4
T2
S2
S 10
S 12
S 17
109
908 cm3
940
813
855
1059
1004
Tabella 4.4 Capacità craniche stimate su reperti pertinenti allo stadio classico dell’Homo
erectus di Giava.
provenienti dalla terrazza di 20 m sul fiume Solo. La forma del cranio pur
essendo ancora lunga mostra caratteri più evoluti: il frontale è maggiormente
curvo, la volta cranica è più alta e più ampia, l’occcipitale più arrotondato.
Anche la capacità cranica è decisamente aumentata, come mostra la tabella
4.5.
Sambungmacan 1
Sambungmacan 3
Ngandong 1
Ngandong 6
Ngandong 12
1035/1100 cm3
917
1172
1251
1090
Tabella 4.5 Capacità craniche stimate su reperti pertinenti allo stadio più evoluto
dell’Homo erectus di Giava.
4.2.2
L’Homo erectus in Cina
In Cina la farmacopea tradizionale fa ricorso a “ossa di drago” (Lung Ku) e
a “denti di drago” (Lung Ya), che non sono altro che ossa e denti fossili, che
vengono ridotti in polvere e utilizzati per preparare pozioni medicamentose.
Questa tradizione ha alimentato lo scavo e il commercio dei fossili. Nel 1903
Max Schlosser pubblicando la collezione di fossili formata dal naturalista
tedesco K.A. Haberer con l’acquisto di ossa e denti di drago nelle drogherie
cinesi, segnalò la presenza di un molare superiore di Ominide. Era la prima
prova dell’esistenza di un uomo fossile in Cina. Lo svedese J. G. Andersson,
geologo poi dedicatosi anche all’archeologia e stabilitosi a Pechino nel 1914
come esperto minerario al servizio del governo cinese, nel 1921 iniziò scavi
alla ricerca di resti fossili nella collina Chi Ku San (osso del pollo) nei pressi
del villaggio di Chu Ku Tien, 42 km a sud-ovest di Pechino. Durante un
sopralluogo i locali gli segnalarono un’altra collina dalla parte opposta, dove
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
4.2 L’Homo erectus in Asia
110
era possibile trovare fossili di maggiori dimensioni, Lung Ku San, ovvero
collina osso del drago. Andersson trasferı̀ subito gli scavi in questa collina.
Il materiale raccolto sotto la direzione del connazionale dr. Otto Zdansky,
paleontologo, fu poi trasferito in Svezia per essere classificato e studiato.
Soltanto nel 1926, in occasione di una riunione per la visita del principe
ereditario di Svezia a Pechino, Zdansky rese noto il fatto che tra i fossili
provenienti da Chu Ku Tien erano stati trovati due denti umani.
Il ritrovamento destò un fortissimo interesse nel dr. Davidson Black (18841934), professore di anatomia all’Union Medical College di Pechino, un’istituzione sovvenzionata dalla fondazione Rockfeller. Black, dopo aver studiato
in Canada, suo paese natale, e in Inghilterra con il prof. Elliot Smith, si
era trasferito in Cina e coltivava una vera passione per la ricerca dell’uomo
fossile. Aveva già effettuato scavi senza successo in alcune grotte in Cina e
nel Siam. Egli convinse l’istituto Rockfeller a sovvenzionare con larghezza
di mezzi gli scavi a Chu Ku Tien per due anni. I lavori sul campo erano
condotti dal dr. B. Bohlin. La prima campagna si svolse nel 1927 e portò
alla scoperta di un molare inferiore di Ominide, non molto distante dal punto
in cui erano stati ritrovati gli altri due da O. Zdansky. In base a questo solo
ritrovamento Black definı̀ una nuova specie, Sinanthropus peckinensis, letteralmente uomo cinese di Pechino. Nonostante che dopo due anni di scavi
i resti umani ritrovati fossero nel complesso piuttosto modesti (frammenti
di mandibole, un frammento di omero, altri denti, frammenti di frontale e
di parietale), Black riuscı̀ a convincere la fondazione a creare a Pechino un
centro studi per le ricerche geologiche e paleontologiche in Cina (Cenozoic
Research Laboratory), rinunciando per parte sua all’ambizioso progetto di
una spedizione svedese-americana-cinese nel Turkmenistan. Bohlin, partito
per il Turkmenistan, fu sostituito nella terza campagna, quella del 1929, dal
dr. C. Pei Wen-Chung, a cui si deve la scoperta della prima calotta cranica
completa, che venne ufficialmente presentata a una riunione della Società Geologica della Cina il 28 dicembre dello stesso anno. In questo periodo giunse
a Pechino il padre Pierre Teilhard de Chardin, che collaborò agli scavi e alle
ricerche a Chu Ku Tien. Gli scavi continuarono ogni anno. Il 14 marzo 1934
il dr. Black morı̀ improvvisamente per un infarto e la direzione delle ricerche
fu assunta da Teilhard de Chardin.
Nel 1935 fu chiamato come Visiting Professor di anatomia all’Union Medical College e come direttore del Laboratorio il prof. Franz Weidenreich
(1873-1948). Weidenreich aveva studiato con il prof. Schwalbe in Germania
ed era stato professore a Strasburgo, Heidelberg e Frankfurt an Main. Nel
1933 quando il nazismo salı̀ al potere in Germania, Weidenreich si trovava
negli Stati Uniti per una serie di conferenze e decise di non rientrare in Germania. Ottenne un incarico come professore all’università di Chicago e nel
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4.2 L’Homo erectus in Asia
111
1935 accettò l’offerta che veniva da Pechino.
Weidenreich continuò l’opera di Black e si accinse a studiare accuratamente l’ingente materiale paleoantropologico che era andato accumulandosi
con le campagne di scavo. La situazione politica della Cina costrinse ad interrompere gli scavi nel 1937 e Weidenreich si dedicò al completamento degli
studi nel Laboratorio. Nel 1941 lasciò la Cina per gli Stati Uniti, portando
con sé i calchi dei fossili e tutta la documentazione. Nel dicembre del 1941
i fossili, che erano custoditi al Cenozoic Research Laboratory di Pechino,
furono presi in consegna, dietro richiesta cinese, da un reparto di marines
dell’ambasciata americana a Pechino, che doveva imbarcarsi a Chinwangtao
sulla President Harrison che navigava al largo della Cina. Nel frattempo
– era il 7 dicembre 1941 – avvenne l’attacco giapponese a Pearl Harbour e
il reparto americano, arrivato a Chinwangtao fu fatto prigioniero dai giapponesi. Da questo momento nessuno ha più visto i fossili di Chu Ku Tien e
nessuno è in grado di dire che fine abbiano fatto.
Ad occidente di Pechino si trovano le colline occidentali, una serie di bassi
rilievi con direzione nord-est – sud-ovest. Si tratta di una zona ricca di cave
di pietra, di miniere di carbone ed anche di templi (gli otto Grandi Templi).
Ai piedi di queste colline, 42 km a sud-ovest di Pechino, abbiamo il piccolo
villaggio di Chu Ku Tien. La collina “Ossa del drago”, costituita da roccia
calcarea, è subito a nord del villaggio. Lungo la sua fronte settentrionale
erano state aperte cave di pietra che avevano portato in esposizione i depositi
di riempimento delle caverne e delle fenditure prodotte dall’azione delle acque
sul calcare. La caverna maggiore (località 1) appariva ormai come un’ampia
e profonda fenditura aperta sul versante settentrionale per una lunghezza di
140 m e riempita da depositi della potenza di una cinquantina di metri, su
una profondità di 40 m a est e di soli 2,5 m ad ovest. L’entrata originaria della
caverna doveva essere rivolta verso nord-est e il soffitto era già in gran parte
crollato in età pleistocenica. Nel deposito (tabella 4.6) sono stati riconosciuti
17 strati principali. Alla base del terzo strato a partire dall’alto vi sono
grossi blocchi di crollo. Tra lo strato 7 e 8 un crostone stalagmitico divide
la parte superiore da quella inferiore del deposito. Gli strati dall’11 in poi
si trovano solo in un diverticolo verticale profondo almeno una ventina di
metri. Il deposito è costituito prevalentemente da brecce, limi, sabbie e ghiaie,
che comprendono molte lenti di ceneri, anche di considerevole spessore, e
abbondante fauna fossile.
Lo strato 13 ha polarità negativa ed è quindi anteriore a 787 ka (limite
Brunhes/Matuyama). Nello strato 7 è stato riscontrato un reversal megnetico, che in un primo momento si è ritenuto potesse corrispondere all’episodio
di Biwas III, datato 390 ka, ma che alla luce delle ultime datazioni radiometriche dovrebbe essere più antico. Le analisi polliniche indicano che gli strati
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4.2 L’Homo erectus in Asia
112
11-13 si sono depositati in un periodo con freddo in aumento e NAP > AP;
gli strati 8-10 indicano un periodo temperato caldo; lo strato 7 si è deposto
in un periodo più caldo dell’attuale, lo strato 6 segna un picco di freddo,
lo strato 4 è temperato caldo, mentre negli strati superiori la temperatura
appare in netta diminuzione.
I primi resti umani compaiono con lo strato 11, da cui provengono i crani
2 e 3, e poi si trovano in quasi tutti gli strati tranne lo strato 6, che però ha
restituito un focolare con ceneri, e nei primi due. La maggiore frequenza di
resti umani si ha negli strati 8-9, al di sotto del crostone stalagmitico, e negli
strati 3 e 4.
Una prima serie di datazioni ottenute con diverse tecniche (serie dell’uranio, tracce di fissione, termoluminescenza, risonanza elletromagnetica) sembrava indicare che il deposito risaliva nel suo insieme al Pleistocene medio,
fatta eccezione per gli strati più bassi, a partire dallo strato 13, che però
non avevano restituito resti umani. Le più recenti datazioni radiometriche
indicano, invece, che il deposito risale al Pleistocene Medio soltanto per la
parte posteriore al crostone stalagmitico che separa gli strati 7 e 8 e che di
conseguenza tutti i resti umani provenienti dagli strati 8-11 debbono essere
datati al Pleistocene inferiore, forse tra l’episodio di Jaramillo (1,07 Ma) e il
limite Brunhes/Matuyama (0,787 Ma).
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cranio IV, fr.o di mandibola
caldo secco
13
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
Tabella 4.6 Stratigrafia della caverna maggiore della collina “Ossa del drago”, nei pressi del villaggio di Chu Ku Tien.
erosione
freddo
crani II e III
12
polarità negativa
ESR 578
11
freddo
caldo
10 FT 462 ± 45
TL 417-592
10
cranio XIII,
una mandibola
temperato fresco
ESR 418
caldo
9
crani VI, X, XI, XII e tre
mandibole
U/Th > 300
8
crostone
caldo
Reversal magnetico (limite Brunhes/Matuyama ?)
temperato caldo
7
486 +34 – 28
524 +104 – 61
cranio I
freddo
FT 299 ± 55
TL 292 ± 26
TL 312 ± 28
freddo,
alla base grossi blocchi di crollo,
OIS 12 ?
6
5
4
3
cranio V, due mandibole
temperato
421+100 – 40
414 ± 13
256 + 62/-40
260 + 80/-50
clima
2
resti umani
fresco e secco
nuove date
radiometriche
U/Th 230 + 30/-23
Prime date
radiometriche
1
strati
4.2 L’Homo erectus in Asia
113
4.3 Il significato evolutivo dell’Homo erectus
114
Già von Koenigswald e Weidenreich avevano riconosciuto le strette affinità
tra Pithecanthropus erectus e Sinanthropus pekinensis e la appartenenza di
entrambi al genere Homo. In seguito furono attribuiti a una sola specie,
Homo erectus. Dopo la fine della seconda guerra mondiale le ricerche condotte
in Cina hanno portato alla scoperta di nuovi documenti riferibili all’Homo
erectus in diverse località.
Nel 1964 nella collina di Gongwangling, 17 km a est della città di Lantian
nello Shaanxi, sono stati rinvenuti una calotta cranica, frammenti di mascellare e di mandibola, in uno strato di argilla limosa grigia laminata dello
spessore di 2,6 m. La fauna e le analisi polliniche indicano un clima più caldo
dell’attuale e la polarità negativa attribuisce lo strato al Pleistocene inferiore con un’età maggiore di 787 ka. E’ questo il più antico Ominide finora
rinvenuto in Cina. Un cranio completo, privo della faccia, un frammento di
mandibola e una serie di denti sono stati scoperti nel 1980 nella grotta Longtandong, sul versante settentrionale dei monti Wanjiashan, nello Hexian. Il
deposito di riempimento della grotta risale al Pleistocene Medio e lo strato
da cui provengono i resti umani è stato datato a 194 ± 16 ka con la TL e tra
150 e 270 ka con l’U/Th. Due crani piuttosto deformati sono stati scoperti
nel 1989 e nel 1990 in un terrazzo del fiume Quyuan nello Yunxi, insieme
a industria litica scheggiata e a fauna della parte centrale del Pleistocene
medio.
Nel 1993 nella caverna Tangshan presso Nanjing, 250 km a nord-ovest di
Shanghai, sono venuti alla luce due crani di Homo erectus, uno M ed uno F.
Mentre in un primo tempo erano stati datati 150 ka, è stata recentemente
effettuata la datazione U/Th dello strato di calcite al di sotto del quale sono
stati rinvenuti i due crani. La datazione è stata effettuata all’università del
Queensland dal prof. Ken Collerson utilizzando una nuova spettrometria di
massa a ionizzazione termica. E’ risultato che i crani sono più antichi di 580
ka e probabilmente hanno un’età minima di 620 ka.
In conclusione, le più recenti datazioni indicano che l’Homo erectus in
Cina è più antico di quanto finora comunemente ammesso e nello stesso tempo
l’idea che l’Homo erectus nelle sue forme tipiche fosse presente in Cina fino ad
epoche relativamente recenti, quali ad es. 250 ka, deve essere abbandonata.
4.3 Il significato evolutivo dell’Homo erectus
L’Homo erectus, dalle forme africane più arcaiche, il cd. Homo ergaster, a
quelle asiatiche – secondo alcuni l’Homo erectus “stricto sensu” – e a quelle
europee, il cd. Homo heidelbergensis, si caratterizzano principalmente per
l’acquisizione di una corpo sostanzialmente di tipo umano in senso moderno,
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4.3 Il significato evolutivo dell’Homo erectus
115
e di un cervello di maggiori dimensioni rispetto a tutti i precedenti Ominidi,
anche se ancora inferiori rispetto all’umanità attuale. Sono, quindi, uomini
a capacità cranica ridotta, in altre parole non erano più Ominidi simili a
una scimmia antropomorfa, ma neppure uomini come noi. Il processo di
encefalizzazione che osserviamo in Homo erectus si accompagna anche ad
una più prolungata dipendenza della prole dai genitori.
Nelle scimmie antropomorfe il periodo di dipendenza dalla madre, l’età
dello svezzamento, il periodo di sviluppo infantile e giovanile e l’età di raggiungimento della maturità sono molto più rapidi che non nell’uomo e questa
differenza dei ritmi di sviluppo è dimostrata dai differenti modelli di eruzione
della dentatura permanente e dal diverso tasso di accrescimento del cervello dopo la nascita. Una più prolungata dipendenza della prole dai genitori
è strettamente correlata alla necessità di un più prolungato periodo di apprendimento: è l’apprendimento del linguaggio, della cultura e delle complesse regole della vita sociale che consente all’individuo di diventare adulto
e di sopravvivere. Poiché tutti gli aspetti che regolano il cosiddetto corso
di vita, cioè le varie tappe del ciclo vita-morte, sono correlati tra loro, la
conoscenza del modello di eruzione della dentatura permanente può consentire inferenze anche su altri aspetti del ciclo, come dimensioni del cervello,
età di raggiungimento della maturità sessuale e perfino longevità media.
Nelle scimmie antropomorfe il primo molare permanente della mandibola
spunta tra i 3 e i 4 anni, nell’uomo soltanto tra i 5 e i 7 anni. Nelle antropomorfe tra 5 e 7 anni sono spuntati i due incisivi e tra 5,5 e 7 anni il secondo
molare, tra 5,5 e 8,5 anni i due premolari, mentre il canino spunta soltanto
tra 6,5 e 9 anni, il terzo molare è l’ultimo dente a spuntare tra 8,5 e 11 anni.
Nell’uomo il modello è differente sia per quanto riguarda la durata del
periodo di formazione della dentatura permanente sia per quanto riguarda
l’ordine con cui i denti spuntano. Anche nell’uomo M1 è il primo dente
permanente a spuntare e M3 l’ultimo, ma l’ordine degli altri denti è differente,
in particolare il secondo molare spunta solo dopo il canino e i premolari tra
i 10 e i 14 anni, mentre nelle antropomorfe M2 spunta prima dei premolari
tra 5,5 e 7,5 anni. Il terzo molare spunta molto tardi, tra i 15 e i 22 anni.
In base ai dati finora acquisiti possiamo dire che il modello di sviluppo della dentatura permanente nei più antichi Ominidi come gli Australopiteci, era
sostanzialmente simile a quello delle scimmie antropomorfe, mentre l’Homo
erectus si trova in una posizione intermedia: il primo molare nel ragazzo di
Nariokotome era spuntato intorno a 4,6 anni, in media un anno più tardi che
nelle antropomorfe e nell’Australopiteco, ma un anno prima che nell’uomo;
il secondo molare era spuntato verso i 9 anni, in media 2,5 anni dopo che
in un antropomorfa e 2-3 anni prima che nell’uomo attuale. Tutti gli altri
denti erano già spuntati prime del secondo molare tranne che il dente del
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Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
4.3 Il significato evolutivo dell’Homo erectus
116
giudizio, esattamente come nell’uomo ma diversamente dalle antropomorfe e
dagli Australopiteci.
Altri aspetti dimostrano che Homo erectus era realmente intermedio tra
i più antichi Ominidi e l’uomo moderno: ad es., la riduzione del dimorfismo
sessuale, che è ancora molto forte nei più antichi Ominidi, mentre ora rientra
nei valori prossimi a quelli dell’uomo attuale. Ciò significa che presso l’Homo
erectus la competizione violenta tra i maschi per accedere all’accoppiamento
con le femmine doveva essere diminuita o scomparsa del tutto.
Un altro aspetto importante che collega l’Homo erectus all’umanità attuale è la forma della cassa toracica. Le antropomorfe e i più antichi Ominidi,
come l’Australopiteco e lo stesso Homo habilis, avevano costole a sezione arrotondata e una cassa toracica a forma di imbuto, stretta in alto e molto larga
in basso. Questa forma è in relazione alle dimensioni molto grandi degli intestini. L’uomo, invece, ha costole a sezione appiattita e una cassa toracica a
forma di botte, con intestini di dimensioni ridotte. Gli intestini molto grandi sono tipici degli animali che hanno una dieta vegetariana, perché devono
digerire una grande quantità di cibo vegetale. I carnivori hanno intestini
più piccoli. L’uomo moderno è onnivoro ed ha intestini che sono più piccoli
rispetto a quelli delle scimmie antropomorfe. Lo scheletro di Nariokotome
ha permesso per la prima volta di comprendere con precisione che il corpo
dell’Homo erectus era fondamentalmente simile a quello dell’uomo moderno
– a parte la robustezza – tanto per le dimensioni quanto per la forma. La
gabbia toracica è di tipo umano e di conseguenza bisogna ritenere che anche
la dieta non fosse più esclusivamente vegetariana.
Questi fatti, più l’accertato allungamento del periodo di dipendenza infantile, dimostrano che il modo di vita dell’Homo erectus si era allontanato
da quello dei più antichi Ominidi e aveva imboccato una strada che andava
nella direzione dell’umanità attuale.
Dal punto di vista culturale l’Homo erectus africano ed europeo è l’autore
di una industria litica, denominata acheuleana, che si contraddistingue per
la produzione di bifacciali, a volte accuratamente ed elegantemente lavorati.
Questa industria compare per la prima volta in Africa circa 1,5 Ma e per
più di 1 Ma permane più o meno inalterata, senza apprezzabili cambiamenti. I ritmi dell’evoluzione tecnologica furono quindi straordinariamente lenti.
Molto controversa è la questione se l’erectus fosse capace di controllare ed
utilizzare il fuoco. Prove sicure in questo senso mancano prima di 500 – 400
ka, quindi è possibile che soltanto le più tarde ed avanzate forme di Homo
erectus abbiano imparato a controllare il fuoco, una delle maggiori conquiste
culturali dell’umanità.
Le lentezze dell’evoluzione culturale dell’erectus, anzi la sua sostanziale
staticità, indicano abbastanza chiaramente che le capacità intellettive e linc 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
4.4 Il comportamento culturale dei più antichi membri del genere Homo
117
guistiche, per quanto dovessero essere notevolmente superiori a quelle delle
scimmie antropomorfe, dovevano essere ancora ben lontane da quelle dell’umanità moderna. A questo punto, considerando gli alti costi in termini
metabolici richiesti all’organismo per mantenere un cervello di grandi dimensioni – e quello dell’erectus era tale rispetto non solo alle antropomorfe
ma anche ai primi Ominidi – , ci si può domandare quale fosse il vantaggio
evolutivo di questa prima importante tappa del processo di encefalizzazione.
Una maggiore intelligenza significa maggiore capacità di elaborare informazioni e maggiore capacità di interazioni sociali e ciò comporta una più
elevata capacità di sfruttamento delle risorse dell’ambiente e una più alta
probabilità di sopravvivenza.
L’aumento delle dimensioni del cervello deve essere stato strettamente correlato anche alla capacità di percorrere rapidamente lunghe distanze. Spostarsi più rapidamente significa percorrere più ampi spazi e avere maggiori probabilità di trovare cibo, ma anche – in un ambiente tropicale come quello della
savana – andare incontro al rischio di uno stress termico. Per evitare questo
rischio l’Homo erectus ha sviluppato un nuovo modo per mantenere la temperatura corporea stabile. Innanzitutto, la stazione eretta e l’andatura bipede
riducono la superficie corporea colpita direttamente dalla radiazione solare,
ma di per sé non erano sufficienti: per poter percorrere velocemente lunghe
distanze nella savana è stato necessario acquisire un sistema di termoregolazione basato sulla perdita del mantello peloso, l’aumento delle ghiandole
sudoripare e un’abbondante sudorazione. Per riprendere il titolo di un celebre libro di un antropologo, Desmond Morris, l’Homo erectus ha cominciato a
diventare una “scimmia nuda”. L’evaporazione del sudore abbassa la temperatura corporea e produce un effetto refrigerante. Grazie a questo meccanismo
era possibile aumentare senza rischi il livello di attività in un ambiente tropicale. Secondo il biologo polacco Konrad Fialkowski anche l’aumento delle
dimensioni del cervello ha contribuito a diminuire il rischio di stress termico
per gli uomini che si erano adattati a vivere nella savana1 .
4.4 Il comportamento culturale dei più antichi membri del
genere Homo
A partire da 2,4 Ma compaiono in Africa orientale le più antiche industrie
litiche, in particolare a Kada Gona nella zona dell’Hadar (sito 72) (regione
dell’Afar in Etiopia) e nella valle dell’Omo, sempre in Etiopia (siti 71 e 84
1
K. Fialkowski, A Mechanism for the Origin of the Human Brain: A Hypothesis, in
Current Anthropology, 27, 1986, pp. 288-290; ID., On the Origin of the Human Brain:
Preadaptation versus Adaptation, in Current Anthropology, 28, 1987, pp. 540-543.
c 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
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4.4 Il comportamento culturale dei più antichi membri del genere Homo
118
nel membro E, siti 57 e 123 nel membro F), oltre che nel Turkana occidentale
(formazione di Nachukui). Anche se si tratta di piccoli ciottoli scheggiati e
di schegge, ancora poco caratterizzati dal punto di vista morfologico e tecnologico, costituiscono i primi strumenti artificiali fabbricati da un Ominide,
che si ritiene fosse l’Homo habilis. L’industria olduvaiana, rinvenuta in diversi livelli del Bed I di Olduvai, datato tra 1,9/1,85 e 1,7 Ma, e a Koobi
Fora nel tufo KBS (1,88 – 1,7), è caratterizzata da choppers, poliedri, pezzi
sferoidali, schegge ritoccate e denota un nuovo grado di complessità culturale. Dagli stessi livelli che hanno restituito l’industria olduvaiana provengono
due Ominidi, il Paranthropus boisei e l’Homo habilis, ma si ritiene che solo
quest’ultimo sia l’autore dei manufatti litici. L’Olduvaiano è ora attestato
anche a Dmanisi in Georgia, unitamente a consistenti resti di Homo erectus
arcaico, in un contesto datato verso 1,7 Ma. Sempre ad Olduvai, dal Bed
II inferiore e medio, tra 1,7 e 1,6 Ma, proviene l’industria dell’Olduvaiano
evoluto, che accanto al persistere dei tipi precedenti di manufati, si caratterizza per l’aumento degli sferoidi e dei chopping-tools e la comparsa dei primi
proto-bifacciali. Dal Bed II inferiore e medio provengono resti di Ominidi
attribuiti ancora a Homo habilis (OH 16, 13, 14), ma a Koobi Fora livelli
della stessa età hanno restituito i primi esemplari di Homo ergaster/erectus
(cfr. ER 3733). A partire da 1,5/1,4 Ma si diffondono le industrie a bifacciali
dell’Acheuleano inferiore, che sono associate all’Homo ergaster/erectus. Sia
l’Olduvaiano che l’Olduvaiano evoluto e l’Acheuleano inferiore sono spesso
associati a grandi quantità di ossa animali, specialmente erbivori, e di pietre.
Sull’interpretazione di questi accumuli è stato formulato un ampio ventaglio
di proposte.
L’ Homo habilis e l’Homo ergaster/erectus erano cacciatori oppure erano
scavangers in competizione con iene ed avvoltoi?
La risposta a questa domanda può venire, oltre che dalle considerazioni
sulle implicazioni relative al modo di sussistenza che l’anatomia dei più antichi rappresentanti del genere Homo presuppone, anche e sopratutto dall’archeologia.
Il modo di vita tipicamente umano prima della rivoluzione neolitica è
quello dei cacciatori-raccoglitori. Poiché l’apparizione delle prime industrie
litiche coincide con la comparsa dei primi segni di un processo di espansione
delle dimensioni del cervello e del nuovo genere Homo, e l’associazione tra
utensili artificiali e accumuli di ossa, si è pensato inizialmente che questi siti
corrispondessero a campi-base in cui veniva portato cibo vegetale e carne per
spartire il cibo tra i vari membri del gruppo sociale. Gli scavi di Olduvai,
condotti da Louis e Mary Leakey, hanno fornito la prima importante documentazione di paleosuperfici con accumuli di industria litica e ossa spezzate
di diverse specie di erbivori. Mary Leakey ha interpretato questi ritrovamenc 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
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4.4 Il comportamento culturale dei più antichi membri del genere Homo
119
ti come siti di macellazione (ad es. il sito FLK N 6, del Bed I superiore,
con resti di elefanti) o come superfici di abitato pertinenti a un campo-base
degli antichi Ominidi, che avevano acquisito un comportamento da cacciatoriraccoglitori (ad es. i siti DK 3 del Bed I inferiore; FLK NN 1 e 3 e FLK del
Bed I medio, FLK N 1-2 del Bed I superiore). Il sito FLK I ha restituito
40000 ossa e 2647 pietre scheggiate. Un cerchio di pietre nel livello I inferiore
del sito DK3 sarebbe stato la base di una capanna costruita con ramaglie e
frasche. Non viene neppure escluso l’uso del fuoco.
Fino alla metà degli anni ’70, partendo dal presupposto che la caccia era
la fondamentale forma di adattamento dell’uomo all’ambiente, il comportamento dei primi membri del genere Homo era considerato completamente
umano. La teoria della caccia fu consacrata al convegno della Wenner-Gren
Foundation a Chicago nel 1966, Man the Hunter, e l’adozione di un modo
di sussistenza basato sulla caccia sarebbe stata la principale forza direttrice
dell’evoluzione degli ominidi umani.
Verso la metà degli anni ’70 con Glynn Isaac, che ha condotto ricerche
nei siti del Turkana orientale, muovendosi inizialmente nell’ottica delle concezioni di Mary Leakey, comincia a manifestarsi una nuova impostazione del
problema del comportamento dei primi membri del genere Homo.
Isaac ha definito tre tipi di siti:
• tipo A, siti in cui si trova industria litica, ma scarsi resti animali. Sarebbero delle officine litiche, luoghi in cui si fabbricavano gli strumenti di
pietra scheggiata.
• Tipo B, siti in cui l’industria litica è associata ai resti ossei di un solo
animale, in genere di grandi dimensioni. In questo caso si tratterebbe di
siti in cui gli Ominidi sfruttavano le carcasse di animali morti di morte
naturale o abbandonate dai predatori, macellandole e asportando le
diverse parti.
• Tipo C, siti caratterizzati da accumulo di industria litica e di ossa di
animali diversi, che costituivano i campi-base degli Ominidi, in cui i
maschi trasportavano i resti animali e le donne i prodotti della raccolta
(frutti, semi, vegetali commestibili). Nel campo-base si praticava la
spartizione del cibo.
La nuova proposta di G. Isaac è la teoria della spartizione del cibo, teoria con la quale l’accento viene messo non tanto sull’uomo cacciatore quanto
sulla capacità di cooperazione, che è un aspetto ben più fondamentale della
condizione umana che non la caccia. La spartizione del cibo portato quotidianamente al campo-base, luogo sociale per eccellenza, implica una grande
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4.4 Il comportamento culturale dei più antichi membri del genere Homo
120
capacità di cooperazione tra tutti i membri del gruppo. Se poi la carne fosse ottenuta per mezzo della caccia o piuttosto per mezzo di un’attività di
sciaccallaggio rimaneva una questione difficile da risolvere. Per una corretta
interpretazione dei siti con accumulo di ossa animali e utensili artificiali è
indispensabile che siano condotti scavi scientifici molto accurati. Il sito 50
di Karari, nella pianura alluvionale a est del lago Turkana, scavato da Glynn
Isaacs negli anni 1978-1980, è uno di questi siti, scelto per dare risposta agli
interrogativi precedentemente posti ed è stato da subito al centro del dibattito. Ubicato nei pressi di un fiume con andamento meandreggiante, lungo
le cui rive crescevano alberi e cespugli, vi è stata portata alla luce una paleosuperficie di circa 200 m2 , risalente a 1,5 Ma, quindi all’epoca dei più antichi
Homo ergaster/erectus. Sono stati recuperati 2000 frammenti di ossa animali
e 1500 reperti di pietra lavica. L’industria litica appariva concentrata in due
“aree di attività”. È stato possibile operare qualche refitting e questo fatto
indica che gli utensili erano stati fabbricati in loco, sfruttando i ciottoli di
lava. Le ossa non soltanto erano state spezzate a colpi di pietra per aprirle, ma recavano anche segni di taglio prodotti dal margine tagliente degli
utensili di pietra. I segni di taglio lasciati sulle ossa indicano un’attività di
macellazione. Le ossa animali erano state portate in quel luogo dagli uomini
e tutta l’area scavata è interpretabile come un campo-base temporaneo di un
piccolo gruppo di una dozzina di individui. L’ipotesi centrale formulata da
Glynn Isaacs è quella della spartizione del cibo e della divisione del lavoro
tra maschi e femmine: i primi si dedicavano alla ricerca della carne, le femmine praticavano la raccolta del cibo vegetale e probabilmente anche di larve
di insetti e uova di uccelli. L’ipotesi della spartizione del cibo presuppone
non solo una divisione del lavoro, ma un contesto sociale del tutto diverso
da quello delle scimmie antropomorfe e dei più antichi Ominidi, un contesto
caratterizzato da una rete di interazioni e di reciprocità, di legami “familiari”
e di scambi, possibili solo grazie a una comunicazione più complessa e più
intensa di quella di tutti gli altri Primati.
Rimane aperto e di difficile soluzione per questi periodi cosı̀ antichi il
problema dei modi in cui gli Ominidi si procuravano la carne. Sono possibili
diverse ipotesi: caccia, sciacallaggio, ma anche una combinazione di entrambi.
Grazie alla capacità di cooperazione e all’uso di utensili di pietra, gli uomini
potevano avere successo nella competizione con gli animali “spazzini”. Ad es.,
avvistata una carcassa osservando il volteggiare nel cielo degli avvoltoi, potevano raggiungerla rapidamente e mentre alcuni tenevano lontano con bastoni
o con lancio di pietre gli avvoltoi o le iene, altri con utensili di pietra dal
bordo tagliente, operavano la dissezione della carcassa, asportando soprattutto gli arti superiori e inferiori, per poi rientrare velocemente al campo-base
portando con sé le parti staccate dalla carcassa. Gli utensili di pietra come
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4.4 Il comportamento culturale dei più antichi membri del genere Homo
121
choppers, chopping tools e vari tipi di schegge erano indispensabili per poter
lacerare la pelle molto dura di animali dalle grandi dimensioni e per poter
dissezionare rapidamente una carcassa.
L’aumento delle dimensioni del cervello rispondeva quindi alla necessità di
comportamenti tecnologici, culturali e sociali più complessi rispetto a quelli
dei primi Ominidi, derivanti in ultima analisi da una dieta non più esclusivamente vegetariana, ma onnivora, una dieta in cui la carne cominciava a
svolgere un ruolo di primo piano. Non avrebbe senso ridurre il comportamento dei primi Homo ergaster/erectus per quanto riguarda la sussistenza
a un puro e semplice sciaccallaggio, paragonabile a quello degli animali che
vivono recuperando cibo dalle carogne degli animali uccisi e abbandonati dai
predatori o morti per cause naturali.
L. Binford, con un libro che fece epoca, Bones, ancient men and modern
myths (1981), sottopose a critica radicale le interpretazioni delle paleosuperfici di Olduvai, sostenendo che erano stati proiettati in un passato remoto modelli di comportamento culturale tipici dell’uomo anatomicamente
moderno. Binford è convinto che l’uomo cacciatore sia un fenomeno molto
recente, strettamente connesso all’invenzione del linguaggio articolato e all’uomo anatomicamente moderno. Per quanto ricca di spunti metodologicamente importanti, l’opera di Binford si spinge tuttavia a un estremo opposto, quando nega perfino agli uomini di Neandertal un comportamento da
veri cacciatori. Secondo Binford i più antichi rappresentanti del genere Homo non sarebbero stati in competizione con le iene per lo sfruttamento delle
carogne, sarebbero stati soltanto dei “profittatori marginali”, ovvero avrebbero frequentato i luoghi in cui i carnivori avevano abbandonato le carcasse
delle loro prede, frantumando le ossa con le pietre per estrarne il midollo.
Binford, inoltre, respinge anche la nozione di “campo-base” poiché non ci
sarebbero prove che il cibo veniva trasportato in questi presunti campi-base
e le paleosuperfici di Olduvai non sarebbero affatto suoli di abitato.
A seguito dell’opera di Binford, Glyn Isaac ha parzialmente rivisto le sue
concezioni, adottando una posizione più cauta.
“Fare archeologia di periodi estremamente remoti può essere paragonato abbastanza bene a un viaggio di esplorazione. Quando troviamo strati
risalenti a 2 milioni di anni e contenenti resti archeologici, abbiamo attraversato un oceano di tempo e siamo arrivati all’equivalente di un nuovo mondo..
I nostri ritrovamenti suscitano meraviglia e curiosità, ma in primo luogo noi,
come Colombo, siamo pronti a interpretarli nei termini dei nostri preconcetti.
Possiamo pensare di essere nelle Indie, quando in realtà siamo ai margini di
un continente sconosciuto.
Spostandoci verso un’immagine differente di ciò che è in causa, immaginiamo di guardare dentro un pozzo profondo. Al di là dell’orlo superiore
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4.4 Il comportamento culturale dei più antichi membri del genere Homo
122
debolmente illuminato, l’oscurità si estende lontano da chi osserva. . . ma in
queste profondità c’è uno sprazzo di luce sull’acqua. Se il pozzo non è troppo
profondo, aguzzando la vista possiamo forse vedere una figura – una figura
collocata in un contesto poco familiare, ma pur sempre una figura familiare.
Familiare, poiché è il nostro stesso riflesso. La ricerca archeologica del passato più remoto ha recentemente sperimentato momenti simili di verità. Sta
sorgendo la coscienza che in parte noi abbiamo usato l’archeologia e la più
antica documentazione come uno specchio con cui ottenere immagini più o
meno familiari di noi stessi.”2
Il concetto di campo-base è stato sostituito con quello di central place
foraging system, un luogo centrale di approvvigionamento del cibo, che corrisponde a quei siti maggiori con dense concentrazioni di strumenti, ossa
complete e ossa spezzate, mentre non è del tutto dimostrabile la spartizione
del cibo e neppure una occupazione di lunga durata da parte degli Ominidi.
I dati certi finora acquisiti sembrano dimostrare che vi è coincidenza tra
comparsa dei primi strumenti artificiali di pietra e comparsa dei primi membri
del genere Homo, cioè di Ominidi dotati di un cervello di maggiori dimensioni.
Homo habilis e poi Homo ergaster/erectus hanno sfruttato l’economia naturale utilizzando la tecnologia, ma senza quelle interazioni sociali complesse
rese possibili dal linguaggio.
Le pietre hanno cominciato a essere spezzate e scheggiate per produrre
margini taglienti, cioè strumenti adatti a tagliare. Le analisi microscopiche
dei manufatti hanno mostrato attraverso lo studio delle tracce d’uso che gli
utensili erano impiegati principalmente per macellare carcasse di animali e
per tagliare il legno, cioè per fabbricare altri utensili di legno, e in misura minore per tagliare steli di vegetali o per procurarsi del cibo o per confezionare
dei giacigli. Tagliare il legno poteva servire a fabbricare bastoni da scavo,
strumenti che consentivano di accedere a risorse sotterranee come tuberi e
radici sepolti in profondità, di cui la savana è particolarmente ricca, e non
accessibili ad altri primati. Le analisi delle ossa, di animali di piccole dimensioni come le gazzelle e di animali di grandi dimensioni come elefanti e
ippopotami, hanno evidenziato segni dovuti ai tagli della macellazione, tagli
di distacco della carne dalle ossa, tagli effettuati per asportare pelli.
I più antichi uomini avevano accesso alle carcasse di grandi animali erbivori, ne asportavano pezzi e li trasportavano in quei luoghi centrali, in cui
si sono accumulate ossa e utensili. Ciò è stato reso possibile dall’invenzione
di utensili con un margine tagliente. Quindi, è evidente il vantaggio adattivo
dei primi strumenti artificiali nell’approvvigionamento di un cibo di grande
2
(G. Isaac), Early stages in the evolution of human behavior: the adaptive significance
of stone tools, Zesde Kroon-Voordracht, Harlem, 1983
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4.4 Il comportamento culturale dei più antichi membri del genere Homo
123
valore nutritivo come la carne e il midollo osseo. L’uso di un equipaggiamento
tecnologico anche semplice ha rappresentato una differenza significativa nelle
strategie di adattamento e sopravvivenza rispetto ad altri primati e ad altri
animali. I più antichi utensili non sono armi. Le armi a disposizione dei primi
uomini rimanevano pietre da lancio e grossi bastoni di legno da usare come
una clava. Quali sono le implicazioni sociali e culturali dei primi strumenti? La fabbricazione di anche semplici strumenti avrebbe richiesto concetti
e abilità da apprendere durante il processo di crescita. Ciò sarebbe stato
facilitato dal prolungamento della dipendenza infantile e giovanile, il che significa un legame con la madre più lungo e più intenso. Il sistema sociale che
comincia a svilupparsi con l’uso di utensili è una sorta di luogo centrale di
raccolta del cibo. La comunicazione di informazioni diventa più vantaggiosa
che nella vita di qualunque altro primate non umano. La selezione cominciò
a favorire l’evoluzione delle abilità mentali che rendono il linguaggio possibile. I grandi siti in cui si trovano concentrazioni di ossa e di strumenti sono
focolai di vita sociale. In questi luoghi il cibo era stato più volte portato per
il suo consumo. Sono stati indicati come campi-base, basi domestiche, luoghi
centrali di raccolta del cibo. Inizialmente non è necessario il linguaggio per
trasmettere le cognizioni necessarie alla fabbricazione degli strumenti. Si impara a fabbricare strumenti innanzitutto alternando osservazione e tentativi
personali. Gli strumenti più antichi indicano un comportamento socialmente
appreso? Sono strumenti opportunistici piuttosto che oggetti fabbricati conformandosi a un modello socialmente prescritto, non vi sono segni di forme
fissate arbitrariamente e segni di stile, quindi una mentalità di tipo ancora
non- umano, anche se queste creature sono coinvolte in comportamenti che
ora sono caratteristici soltanto degli esseri umani. Questi nostri antenati non
erano umani, ma gli aspetti del loro sistema di sopravvivenza (fabbricazione
di strumenti, consumo di carne, luogo centrale di raccolta e consumo del cibo)
hanno creato una situazione in cui gli individui erano sottoposti a modelli
di selezione naturale che trasformano i loro discendenti in ciò che noi ora
siamo. I fabbricanti dei più antichi strumenti hanno cominciato a lasciare
immondezzai, a formare un record archeologico. Probabilmente il lancio di
pietre come proiettili per allontanare avvoltoi da una carcassa è stata la strada che ha condotto alla fabbricazione degli strumenti. Le pietre a volte si
spaccavano ed era possibile osservare che si produceva un margine tagliente.
Le pietre spaccate fornite di margine tagliente cominciarono a essere usate
per tagliare la pelle degli animali morti e per staccare la carne dalle ossa. Il
passo successivo è stato quello di battere con forza una pietra contro un’altra
e di utilizzare le schegge affilate e taglienti come strumento per macellare una
carcassa. Una scheggia di roccia può tagliare come un’affilata lama d’acciaio.
Gli utensili di pietra consentivano agli Ominidi di fare con le mani ciò che gli
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4.5 Ambrona-Torralba
124
altri animali facevano con i denti.
Quando si è passati dallo sciacallaggio alla caccia? L’Homo erectus è il
protagonista del passaggio dall’Olduvaiano all’Acheuleano intorno a 1,5/1,4
milioni di anni fa, ma l’industria del bifacciale rimane poi statica per almeno
un milione di anni. Con i bifacciali compaiono nella tecnologia due fattori
determinanti: ideazione di un modello e fabbricazione non secondo il principio del minimo sforzo, ma secondo uno schema prestabilito. La capacità
di visualizzare oggetti che ancora non esistono è il marchio distintivo della
cultura umana e si chiama “immaginazione”. Combinata con i ricordi del
passato e l’esperienza del presente, permette di formulare piani per il futuro.
Per il Pleistocene Medio i siti più significativi ai fini della comprensione
del comportamento culturale dell’Homo erectus e delle sue varietà più evolute
sono non tanto quelli africani quanto quelli europei, come ad es. Boxgrove
nel sud dell’Inghilterra, la caverna dell’Arago in Francia, Nortarchirico in
Basilicata, Bilzingsleben in Germania e soprattutto Torralba e Ambrona in
Spagna.
4.5 Ambrona-Torralba
I due siti all’aperto di Ambrona e Torralba si trovano, a due km di distanza
l’uno dall’altro, nella piccola valle del fiume Ambrona, nella Vecchia Castiglia, 156 km a nord-est di Madrid. Sono ubicati sulla terrazza di 40 m
sulla sinistra il primo e sulla destra del fiume il secondo, a ca. 1115 m slm.
Torralba è vicino alla sorgente del Jalon, un affluente dell’Ebro. Il fiume ha
intagliato un massiccio calcareo che costituisce una delle poche connessioni
tra la Vecchia e la Nuova Castiglia. La valle dell’Ambrona rappresenta una
via di comunicazione naturale tra la Meseta centrale e la valle dell’Ebro.
Le prime scoperte furono effettuate a Torralba nel 1888 per la messa
in opera di condutture idriche in occasione della costruzione della ferrovia.
Dal 1907 al 1913 vi effettuò scavi sistematici il marchese di Cerralbo, che
scoprı̀ anche il vicino sito di Ambrona, dove si limitò ad eseguire soltanto
qualche sondaggio. La fauna, che comprendeva una trentina di elefanti –
fra cui l’Elephas antiquus e in misura minore l’E. meridionalis – , e inoltre
rinoceronte, bovidi, cervidi e cavallo, fu studiata da E. Harlé, la geologia
dell’area da F. Palacios.
Dal 1961 al 1963 F.C. Howell riprese le ricerche nella valle dell’Ambrona,
scavando a Torralba un’area di 5000 m2 , e conducendo ad Ambrona uno scavo
di dimensioni più limitate. Nel 1980-1981 Howell insieme a L.G. Freeman
completò lo scavo di Ambrona, raggiungendo un’estensione complessiva di
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4.5 Ambrona-Torralba
125
6000 m2 . Dell’équipe facevano parte E. Aguirre per lo studio paleontologico
e K.W. Butzer per quello geologico.
Le formazioni pleistoceniche che racchiudono i resti paleontologici e archeologici poggiano su marne di età triassica. Vi sono stati distinti tre complessi,
inferiore, medio e superiore. I complessi medio e superiore sono sterili dal
punto di vista paleontologico e archeologico e sono separati da quello inferiore
da un suolo rosso di forte spessore, attribuito all’interglaciale Mindel-Riss.
Il complesso inferiore si articola in quattro unità sedimentarie dello spessore
complessivo di una dozzina di metri. Le unità I e II sono formate da ghiaie,
argille e limi di origine colluviale, l’unità III da marne palustri e l’unità IV da
ghiaie, sabbie e limi. I livelli archeologici sono documentati dalla fase Ic-Id
fino alla fase IVd.
La fauna pubblicata comprende Elephas antiquus, E. trogontherii, Dicerorhinus hemitoechus, Bos primigenius (pochi esemplari), Equus, Cervus, Rangifer,
Dama, Predama, Felis cf. leo, Canis cf. lupus e molta microfauna (uccelli,
roditori, piccoli mammiferi).
Le analisi palinologiche indicano un paesaggio dominato da Pinus silvestris, Artemisia e graminacee. Le percentuali di pino variano da livello
a livello, e da 50 o 70% arrivano fino a 90% nelle fasi più temperate. Anche alcuni resti di legno trovati a Torralba durante gli scavi del marchese de
Cerralbo sono di pino.
L’industria litica rinvenuta a Torralba è in selce, quarzite e calcare, più
raramente in calcedonio e diaspro, e comprende un’alta percentuale di bifacciali e di hacheraux. Le schegge sono per la maggior parte prive di ritocco, vi
sono raschiatoi laterali, grattatoi, lame ritoccate, perforatori e qualche caso
di bulino. Il rapporto strumenti su scheggia – bifacciali è di 3 a 1. I nuclei sono rari. Sembra quindi che gli strumenti fossero confezionati altrove e
portati dagli uomini sul sito.
La maggior parte dei bifacciali sono stati fabbricati con la tecnica della
percussione diretta, ma sono stati osservati anche diversi casi di bifacciali
rifiniti con la tecnica del percussore tenero. La forma più comune dei bifacciali a Torralba e ad Ambrona è quella amigdaloide con l’estremità distale
irregolare. In entrambi i siti il numero degli hacheraux è superiore a quello
dei bifacciali.
Alcune ossa sono state deliberatamente scheggiate per farne degli strumenti. Negli scavi Cerralbo sono stati raccolti diversi frammenti di legno
lavorato. Uno, conservato per la lunghezza di 1,5 m, ha l’estremità appuntita e una sezione rettangolare dello spessore di 2 cm, altri frammenti hanno
sezione piatta o piano-convessa. Secondo Cerralbo un frammento di legno
con la punta indurita dal fuoco sarebbe stato trovato dentro le ossa di un
elefante.
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4.5 Ambrona-Torralba
126
Non sono stati rinvenuti focolari, ma sono numerosi i carboni, i legni e
le ossa bruciate, che potrebbero documentare la conoscenza del controllo del
fuoco.
Per quanto concerne la datazione, i dati geologici e biostratigrafici indicano concordemente il Pleistocene Medio. Secondo Howell e Butzer i due siti
di Torralba e Ambrona sono da collocare nel Mindel avanzato, mentre secondo F. Bordes e F. Prat risalirebbero a un’età più recente, il Riss I, in base alle
caratteristiche dell’industria litica e dei cavalli. Tuttavia, l’assenza di tecnica levalloisiana tenderebbe a escludere una datazione posteriore alla fine del
Mindel/Riss. I nuovi studi condotti dai geologi spagnoli sembrano avvalorare
la data più antica. C. Gamble ha collocato i due siti nell’ambito degli stadi
isotopici 11-10-9, corrispondenti all’interglaciale Holstein (Mindel-Riss) con
l’intermezzo di un glaciale di breve durata (OIS 10).
La quantità delle ossa animali rinvenute e la loro distribuzione e associazione con strumenti di pietra scheggiata, osso e legno, nonché la natura
stessa dei luoghi dimostrano che Ambrona e Torralba erano siti di macellazione degli animali da parte degli uomini. A Torralba sono stati rinvenuti i
resti di almeno 75 elefanti, per lo più E. antiquus dalle zanne lunghe e diritte.
Soltanto un cranio era pressoché integro e nei suoi pressi sono stati trovati
allineati due femori e una zanna. Gli altri crani erano tutti frantumati probabilmente per estrarne il cervello. Durante gli scavi del 1909-1911 a Torralba
sarebbe stato rinvenuto un semicerchio formato da crani di elefante. Gli accumuli formati dalle ossa disarticolate e spezzate degli elefanti non possono
spiegarsi con cause naturali. Negli scavi condotti da Howell è stato effettuato il rilievo planimetrico di tutti i manufatti in pietra scheggiata, hacheraux,
bifacciali, raschiatoi laterali, schegge e utensili su scheggia, di tutte le ossa animali, dei resti di legno, delle concentrazioni di carboni, delle pietre.
In un rilievo pubblicato si può osservare in un’area di una dozzina di m2 , i
resti disarticolati di un elefante. A breve distanza due altre concentrazioni
di ossa comprendono parti di elefanti più piccoli e di altri animali distribuiti
casualmente. Evidentemente gli animali di dimensioni minori venivano completamente fatti a pezzi, mentre agli animali di grandi dimensioni come un
elefante adulto era prelevata la carne, ma la carcassa veniva lasciata in situ.
In un caso a Torralba sono state rinvenute le ossa del lato sinistro di un
elefante, mentre quelle del lato destro erano sparse nelle vicinanze. Howell ha
interpretato questa inusuale disposizione, immaginando che gli uomini dopo
avere macellato il lato destro, devono avere rivoltato l’elefante. Nello scavo
di Ambrona nel 1963 furono trovati allineati una zanna, due femori e due
tibie appartenenti a un unico grande elefante. Questa disposizione è chiaramente intenzionale e può essere dovuta unicamente all’azione dell’uomo. Una
possibile spiegazione è stata fornita da Howell: poiché gli elefanti erano afc 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
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4.5 Ambrona-Torralba
127
fondati nel fango e la zona era paludosa, l’allineamento di queste grosse ossa
rassodava il terreno e forniva agli uomini una sorta di passerella.
Se appare certo che gli animali rinvenuti a Torralba e ad Ambrona sono
stati macellati dagli uomini, più problematico è rispondere alla domanda:
come sono morti gli elefanti? Torralba e Ambrona sono la prova dell’esistenza
della caccia ai grandi mammiferi durante il Pleistocene?
Negli stessi strati che hanno restituito i resti animali e gli strumenti di
pietra scheggiata sono stati rinvenuti numerosi carboni sparsi ampiamente
per tutta l’area e che documentano inequivocabilmente l’uso del fuoco. Non
vi sono veri focolari, d’altra parte l’area era a quell’epoca paludosa. Clark
Howell ha prospettato una ricostruzione di ciò che può essere accaduto. In
autunno gli animali erbivori cominciavano a migrare verso sud, alla ricerca di
terre più calde, passando attraverso il corridoio naturale della valle del fiume
Ambrona. Due bande di uomini della specie Homo erectus, comprendenti
ciascuna pochi adulti maschi, una mezza dozzina di donne, numerosi adolescenti, ragazzi e bambini, per un totale di più o meno una trentina di persone,
si incontravano sulle pendici della valle e riunivano le loro forze per una battuta di caccia grossa. Sul fondo valle il fiume scorreva formando una serie di
meandri e vi erano aree paludose e aree a prateria. Sfruttando la direzione
del vento che soffiava da nord-ovest, un gruppo di cacciatori paleolitici con
l’uso del fuoco spinge una mandria di elefanti verso le zone paludose, mentre
un altro gruppo di cacciatori dà fuoco alla vegetazione lungo la riva del fiume
per impedire agli elefanti di attraversare il fiume e raggiungere il terreno asciutto. Gli elefanti che finiscono sul terreno paludoso affondano nel fango e
non riescono più a liberarsi. I cacciatori devono solo aspettare che l’animale
sia esausto per i tentativi di uscire dalla palude e a questo punto lo finiscono
a colpi di lance di legno e con lanci di pietre.
Altri ricercatori hanno contestato questa interpretazione, ritenendo che gli
uomini del Pleistocene Medio fossero ancora fermi allo stadio del sciacallaggio, cioè si limitavano a sfruttare le carogne abbandonate dai predatori. Nel
caso di Torralba e Ambrona, questi potevano essere i luoghi dove gli elefanti
andavano a morire.
L’interpretazione di Howell è certamente la più convincente. Infatti, gli
elefanti non erano prede di carnivori e nella fauna rinvenuta sono rappresentati elefanti di diversa età, adulti e giovani. La conformazione dei luoghi,
una valle che costituiva la via naturale di comunicazione tra la Meseta e la
valle dell’Ebro, dimostra che si trattava certamente di un punto di passaggio
per le mandrie di erbivori che migravano. Inoltre, alcuni fortunati ritrovamenti dimostrano l’esistenza già a quest’epoca di lance di legno e quindi
indirettamente la pratica della caccia ai grandi mammiferi.
A questo proposito sono significativi i recenti ritrovamenti di Schöningen
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4.6 Bilzingsleben
128
in Germania, tra Hannover e Magdeburgo, al limite tra il bassopiano settentrionale e i primi rilievi ercinici. Depositi torbosi risalenti all’interglaciale
Mindel-Riss (OIS 9-11) hanno conservato fauna e manufatti di legno, oltre
naturalmente a industria litica. Nel sito 13 di Schöningen sono state rinvenute una lancia appuntita a entrambe le estremità, lunga 78 cm; tre lance
in legno di abete rosso (Picea excelsa) lunghe 2,3 – 2,5 m. La punta accuratamente lavorata era ricavata dalla parte del legno più duro e più denso
della base dell’albero. Una di queste lance è stata trovata accanto all’osso
pelvico di un cavallo. Un’altra lancia in legno della medesima epoca venne
scoperta nel 1911 a Clacton on Sea nell’Essex: si tratta di un frammento
comprendente la punta e lungo 38,5 cm, in legno di tasso.
In conclusione, gli uomini del Pleistocene Medio dell’Europa centro-occidentale
praticavano la caccia grossa, di conseguenza dovevano avere sviluppato delle
tecniche di caccia e una organizzazione sociale che prevedesse la cooperazione tra bande, la distribuzione dei compiti tra uomini, donne, anziani
e adolescenti, la spartizione del cibo.
Un altro interrogativo di grande importanza concerne il fatto se questi
uomini fossero in grado di accendere il fuoco oppure se sapevano soltanto
ottenerlo da fonti naturali e poi conservarlo, trasportando le braci in un
contenitore adatto, ad es. in una palla di argilla.
4.6 Bilzingsleben
Il sito paleolitico presso Bilzingsleben, ubicato su un promontorio che domina
la valle del fiume Wipper, tributario della Saale, principale affluente dell’Elba,
in Turingia (Germania orientale), è venuto alla luce in una cava sfruttata fin
dall’inizio del XX secolo ed era noto ai paleontologi per i resti di fossili animali
e vegetali conservati dai suoi strati di tufo. Nel 1969 D. Mania vi individuò
un livello archeologico importante e iniziò scavi sistematici. Nel 1974 e nel
1976 furono scoperti frammenti di cranio di Homo erectus, in seguito anche
denti, appartenenti a tre individui, due adulti e un bambino.
Bilzingsleben risale alla fase più recente dell’interglaciale di Holstein. Gli
uomini vivevano ai bordi di un piccolo lago e i resti della loro frequentazione
del sito sono stati conservati dalla deposizione di sabbie e di carbonati lacustri
da parte di una fonte e infine sigillati da una crosta molto dura di travertino.
Lo scavo ha interessato un’area di 600 m2 e al suo interno 355 m2 , ricchi
di resti di rinoceronti ed elefanti, sono stati oggetto di una indagine più
esaustiva. In questo caso la distribuzione dei manufatti, che giacevano in
deposizione primaria, ha consentito una serie di osservazioni importanti.
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4.6 Bilzingsleben
129
Dalle ossa lunghe di elefanti e rinoceronti si ricavavano schegge di osso
per percussione su un’incudine.
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CAPITOLO
5
Gli Ominidi fossili europei della fine del
Pleistocene inferiore e del Pleistocene medio
a famiglia degli Ominidi si è formata in Africa e da lı̀ gli Ominidi si
sono diffusi in Asia e in Europa. Quando i primi Ominidi sono passati
L
dall’Africa in Asia e di quale genere e specie di Ominidi si trattava? Non
si ha fino ad ora alcuna prova che una qualche specie di Australopitecina
o l’Homo habilis abbiano lasciato l’Africa disperdendosi anche in Asia o in
Europa. I più antichi fossili di Ominidi al di fuori dell’Africa che sia possibile
datare con sicurezza risalgono a 1 Ma o poco prima in Asia e a 1 Ma o
poco dopo in Europa, ma nell’area più prossima all’Africa, il Vicino Oriente
e la regione del Caucaso si hanno documenti decisamente più antichi. A
Ubeidiya, sulla riva destra del Giordano, poco a sud del lago Tiberiade, un
deposito del Pleistocene inferiore della potenza di 150 m, ha restituito una
industria di tipo Olduvaiano nei livelli inferiori e di tipo Acheuleano in quelli
superiori. Tutta la serie stratigrafica presenta polarità inversa ed è più antica
di 1 Ma. In base alla fauna l’età è stimata intorno a 1,4 Ma. Sono stati
scoperti anche resti umani, ma troppo frammentari per essere classificati
con sicurezza (due frammenti di parietale, uno di temporale e due denti).
Sette km più a sud è stato scoperto un nuovo sito, Erk-el-Ahmar, in cui
antichi depositi lacustri di argilla, limo e sabbia, hanno restituito oltre a ossa
animali una industria litica comprendente nuclei e schegge di selce, e utensili
di tipo olduvaiano. Il deposito non contiene materiale vulcanico adatto a
datazioni radiometriche, ma è stato possibile ricostruire il profilo magnetico
che presenta diversi reversal e datare la formazione con i manufatti olduvaiani
a un periodo tra 2 e 1,7 Ma. Infine, a Dmanisi, in Gerogia, sono stati rinvenuti
industria litica di tipo olduvaiano e resti umani, fra cui quattro crani, databili
verso 1,75 Ma. L’uomo di Dmanisi è classificabile come Homo habilis o come
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una forma molto arcaica di Homo erectus.
L’Europa ha iniziato a essere popolata dagli Ominidi molto tempo dopo
l’Africa e l’Asia, ma si discute ancora in quale preciso momento del Pleistocene siano comparsi in Europa i primi Ominidi.
Secondo i sostenitori della cronologia corta ciò si sarebbe verificato soltanto a partire dal Pleistocene Medio, cioè da 778 ka, ma sopratutto nel corso
dell’OIS 13, tra 528 e 478 ka. I sostenitori della cronologia lunga affermano,
invece, che gli Ominidi sono comparsi in Europa già nel corso del Pleistocene
inferiore. A sostegno di questa tesi vengono addotti siti in Spagna, Francia,
Italia, Belgio, Germania, Boemia e Russia da cui proverrebbero industrie su
ciottolo del tipo Pebble culture rinvenute in formazioni geologiche con date
comprese tra 1.5 e 1.0 Ma o tra 1.0 e 0.5 Ma. Tuttavia, nella maggior parte
dei casi la natura di manufatti di questi utensili su ciottolo appare dubbia e
a volte le stesse date non sono stabilite con sicurezza.
Il dibattito si è riacceso recentemente con la scoperta degli Ominidi della
Grande Dolina di Atapuerca in Spagna, associati a un’industria su ciottolo,
e del cranio di Ceprano nel Lazio.
Ad Atapuerca gli scavi iniziati nel 1981 nella Trinchera Dolina hanno
portato alla scoperta nel 1994 di un importante gruppo di resti di Ominidi.
Il giacimento della Trinchera Dolina presenta una sequenza stratigrafica di
undici livelli. I più recenti, TD 11 e 10, hanno restituito una ricca industria
litica del Paleolitico Inferiore di tecnica levalloisiana; TD 8 è un livello ricco di
resti di carnivori ed erbivori del Pleistocene Medio; TD 7 è formato da sabbie
di deposizione fluviale; TD 6 ha restituito indutria litica su ciottolo ed anche
bifacciali (cosı̀ si pensava in un primo momento), fossili umani e abbondante
fauna. TD 5 e 4 sono stati investigati su un’area molto ristretta, ma si sono
rivelati ricchissimi di fauna del Pleistocene Inferiore; da TD 4 provengono
quattro manufatti relativi a industria litica scheggiata, che sarebbero le più
antiche testimonianze della presenza dell’uomo nel sito.
In un primo tempo il livello TD 6 era stato datato verso 500 ka, dal
momento che il limite Matuyama-Brunhes veniva identificato nel sottostante
livello TD 2/3. Il fatto che in TD 6 si verificasse la scomparsa del genere
Mimomys, sembrava confermare questa cronologia. Studi successivi hanno
rivisto la stratigrafia paleomagnetica del sito, collocando il livello TD 6 nel
Pleistocene Inferiore, poichè la polarità magnetica è inversa, quindi presumibilmente anteriore al limite M/B ed è presente Mimomys savini. Inoltre,
sembra che i bifacciali inizialmente attribuiti al livello TD 6 non abbiano una
provenienza del tutto sicura. La datazione di TD 6 sarebbe quindi anteriore
a 787 ka.
Da TD 6 provengono numerosi frammenti umani riferibili ad almeno 6
individui. I resti comprendono un frammento di mandibola con due molari
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di un individuo di circa 14 anni; un frammento di frontale e di mascellare,
quasi certamente appartenenti allo stesso individuo, un bambino di circa 1011 anni, forse femminile; un frammento di mascellare di bambino di circa 3-4
anni; un frammento di temporale; diversi denti isolati; una ottantina di frammenti di parti dello scheletro (costole, clavicole, vertebre, ossa lunghe degli
arti superiori e inferiori e ossa del piede) di almeno sei individui differenti.
Il frontale e mascellare del bambino di 10-11 anni (ATD 6-3) sono stati
utilizzati da J.L. Arsuaga per definire una nuova specie, Homo antecessor, che
sarebbe il più antico uomo penetrato in Europa, fatta eccezione per Dmanisi
in Georgia. La creazione di una nuova specie non sembra giustificata, tanto
più che è stata effettuata in base a resti piuttosto frammentari e per di più
appartenenti a un soggetto non adulto. Le caratteristiche degli Ominidi della
TD 6 sono volta cranica bassa con fronte appiattita, marcato torus sopraorbitario, corpo mandibolare di spessore ridotto e denti iugali piccoli. La
capacità cranica è stimata intorno ai 1000 cm3 e il soggetto potrebbe essere
femminile. Le striature dello smalto dei denti denunciano stress dovuti a
deficienze nutritive o a malattie.
Diversi resti umani recano segni di taglio. Ad es. su un frammento di
parietale (ATD 6-16) sono stati osservati 12 segni di taglio paralleli. Sono gli
stessi segni di macellazione e di scarnificazione osservabili sui resti di fauna
dello stesso livello, è quindi probabile che si tratti di cannibalismo, il più
antico caso sicuramente attestato.
Per quanto la maggior parte dei frammenti del cranio di Ceprano siano
stati raccolti nel 1994 fuori contesto in seguito a lavori di scasso del terreno
con un bulldozer, è stato possibile individuare lo strato di giacitura originaria
grazie al rinvenimento di alcuni frammenti in situ. Il cranio proviene da uno
strato argilloso di origine colluviale praticamente sterile. A. G. Segre ed E.
Segre Naldini hanno ricostruito la sequenza stratigrafica del bacino di Ceprano, da cui risulta che lo strato argilloso è sottostante alla serie di sabbie,
argille e ghiaie con clasti vulcanici di leucite-augite databili fino a 700 ka, e
soprastante alla serie senza piroclasti leucitici, anteriore a 700 ka e databile
fino a 1060 ± 110 ka. La datazione del cranio si colloca quindi intorno a
800-900 ka. Uno strato sottostante alle argille contenenti il cranio ha restituito una industria litica arcaica, a choppers, e con una fauna comprendente
Mammutus trogontherii, datato verso 980 ± 100 ka.
I ritrovamenti di Atapuerca e di Ceprano dimostrano che le regioni mediterranee dell’Europa sono state raggiunte e popolate dagli Ominidi molto prima
che non l’Europa continentale. Mentre in quest’ultima gli Ominidi si sono
diffusi nell’interglaciale o interstadiale tra 528 e 478 ka (OIS 13), a sud dei
Pirenei e a sud delle Alpi il popolamento può avere avuto inizio anche 300
ka prima.
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Il cranio appartiene a un soggetto adulto, di circa 20-40 anni, probabilmente maschile. La capacità cranica è di circa 1185 cm3 . La volta cranica è
bassa, il frontale sfuggente all’indietro, l’occipitale forma un angolo marcato
e vi è un toro occipitale transverso. Il toro sopraorbitale è massiccio e continuo, la costrizione post-orbitale è moderata. Il cranio non è molto lungo,
mentre è piuttosto largo per cui l’indice cefalico indica brachicrania, un fatto
del tutto insolito a questo livello cronologico e specifico. La volta cranica
non presenta carenatura sagittale e i parietali sono solo debolmente inclinati
verso l’alto.
I fossili di Ominidi appartenenti al genere Homo rinvenuti in Europa in
contesti databili al Pleistocene Medio, un arco di tempo di più di 600 ka,
possono suddividersi fondamentalmente in due gruppi, quelli pertinenti alla
prima metà del Pleistocene Medio, tra 775 e 427 ka, e quelli pertinenti alla
seconda metà, tra 427 e 127 ka.
Al primo gruppo appartengono un frammento di tibia e alcuni denti da
Boxgrove un deposito con bifacciali, fauna e aree di attività, databile intorno a 500 ka (OIS 13), (West Sussex, England); la mandibola di Mauer;
l’occipitale di Vertesszöllös e i reperti della Caune de l’Arago.
Mauer, presso Heidelberg: una mandibola rinvenuta nel 1907 in una cava
di sabbia a 24 m dal pdc; la polarità magnetica normale, la fauna e la microfauna indicano una fase di clima caldo nella prima parte del Pleistocene
Medio, probabilmente lo stadio OIS 13. La mandibola di Mauer è molto
grande e robusta, con ramo ascendente largo e basso rispetto a quello dell’uomo moderno, l’apofisi coronoide ottusa, l’insenatura tra processo coronoideo
e condilo mandibolare poco profonda a differenza che nell’uomo moderno, le
branche orizzontali alte e massicce, con assenza completa di mento. La sinfisi
mandibolare è molto spessa, obliqua verso l’interno anziché diritta e presenta un toro mandibolare. Per quanto le dimensioni dei molari siano ridotte
rispetto a ominidi più antichi, sono ancora molto robusti e il secondo molare
è maggiore del primo e del terzo, un aspetto primitivo. I molari conservano,
sia pure in forma ridotta, la quinta cuspide. Compare in forma incipiente il
taurodontismo, che sarà poi tipico delle popolazioni europee neandertaliane.
L’occipitale di Verteszollos presenta forte spessore, forma angolata e un
toro occipitale continuo, tutte caratteristiche che rimandano a Homo erectus,
da cui si differenzia per le dimensioni che sembrano indicare una scatola
cranica di capacità nettamente maggiore.
Arago, caverna dell’nei pressi di Tautavel (Francia sud-occidentale): 35
denti, 2 mandibole (A II e XIII), 1 cranio incompleto (A XXI + A XLVII),
un mascellare sinistro, un osso iliaco s. (A XLIV), 3 femori, 3 peroni, un
metatarso e una falangetta, 35 denti, pertinenti ad almeno 7 individui, di cui
4 adulti e 3 bambini, rispettivamente di circa 3, 7 e 10 anni. Nel deposito della
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5.1 Gli Ominidi fossili europei della seconda metà del Pleistocene medio
134
caverna dell’Arago sono state distinte cinque unità fondamentali, comprese
tra un crostone stalagmitico alla base ed un secondo crostone stalagmitico
al tetto. Nelle unità IV-I sono presenti dodici livelli e suoli d’abitato. I
resti umani provengono dal livello G alla base dell’unità III e sono asociati
a un’industria di tipo Tayaciano antico. Le datazioni effettuate con diversi
metodi (U/Th, ERS, TL) hanno dato risultati contrastanti. L’unità III nel
suo complesso, comprendente quattro strati di sabbie interstratificate con
quattro livelli di occupazione, è collocabile allo stadio OIS 12 (0.478 – 0.427
kyr) in base alla fauna, tipica del Pleistocene Medio ma con persistenza di
forme arcaiche, indicante un clima freddo e secco. La microfauna, ad es.,
comprende specie di roditori che vivono attualmente in ambiente artico. Il
livello E, soprastante quello con i resti umani, ha restituito un’industria litica
dell’Acheuleano medio, con bifacciali amigdaloidi, ovalari e lanceolati, molti
raschiatoi e manufatti ottenuti con tecnica levallois.
5.1 Gli Ominidi fossili europei della seconda metà del Pleistocene medio
Tra 427 ka e 300 ka (OIS 11-9) abbiamo alcuni ritrovamenti di resti di Homo
ben datati, come Swanscombe in Inghilterra, Bilzingsleben e Steinheim in
Germania, e Sima de los Huesos ad Atapuerca. Alla fine di questo periodo
è probabile che appartenga il cranio di Petralona e forse anche quello di
Apidima in Grecia.
I frammenti del cranio di un soggetto femminile adulto giovane sono stati
rinvenuti a più riprese nella cava di Barnfield Pit presso Swanscombe, tra
Dartford e Gravesend nel Kent, sulla sponda meridionale del Tamigi circa 30
km a sud di Londra. Un occipitale fu scoperto nel giugno 1935 e nel marzo
del 1936 a 7 m di distanza un parietale sinistro; il parietale destro, completo,
venne alla luce nello stesso livello a 15 m di distanza nell’agosto 1955. I
tre frammenti provengono dallo stesso livello, presentano lo stesso grado di
mineralizzazione, e le ricerche sul dosaggio del fluoro hanno confermato la
loro associazione con la fauna del Pleistocene medio rinvenuta nello stesso
livello. La dispersione dei frammenti si spiega con la natura stessa del sito,
un terrazzo fluviale: le ossa del cranio, non ancora ben saldate tra loro, sono
state trascinate dalla corrente del fiume e depositate in punti differenti.
Il deposito della terrazza di 30 m sopra il livello attuale del Tamigi comprende una sequenza della potenza di 14 m che poggia su sabbie di età
terziaria ed è articolata in nove unità principali. Dall’alto verso il basso
abbiamo:
1. terreno superficiale, con resti di industria neolitica;
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5.1 Gli Ominidi fossili europei della seconda metà del Pleistocene medio
135
2. Ghiaie superiori con industria litica del Musteriano di tradizione acheuleana
e fauna di clima freddo (gl. di Würm);
3. limi e franco-sabbioso superiori (upper brick earth) con fauna di clima
caldo nella parte superiore (igl. Riss-Würm) e freddo in quella inferiore (gl. Riss), industria del Paleolitico inferiore con bifacciali ovalari
dell’Acheuleano superiore;
4. deposito di soliflussione, sterile, inizi della gl. di Riss;
5. ghiaie medio-superiori, clima fresco;
6. ghiaie medio-inferiori con fauna di clima caldo, i resti umani e industria
litica dell’Acheuleano medio, con bifacciali lanceolati, schegge ritoccate
e rare schegge di tecnica Levallois;
7. superficie di erosione;
8. limo di esondazione fluviale, clima temperato;
9. franco-sabbioso inferiore (lower loam), con fauna clada, conchiglie terrestri e industria acheuleana e clactoniana;
10. ghiaie inferiori con fauna di clima caldo e industria litica clactoniana;
11. ghiaie basali con fauna di clima freddo e industria litica clactoniana.
Il livello che ha restituito i resti umani è databile a una fase avanzata
dell’igl. Mindel-Riss, correlabile con l’OIS 9 (334 – 300 ka). Una datazione
sulle ossa animali effettuata con il metodo del disequilibrio dell’uranio ha
fornito una data maggiore di 272 ka.
Del cranio di Swanscombe si conservano l’occipitale e i due parietali perfettamente combacianti, con le dentellature delle suture ben conservate. Mancano il frontale e le ossa della faccia. La curvatura del parietale indica che la
volta cranica era ancora bassa e in veduta occipitale il cranio mostra un contorno con la massima larghezza a metà altezza, cioè verso la base del parietale,
quasi sub-circolare e non pentagonale come nell’uomo moderno. La larghezza
dell’occipitale è notevole, anche questa un’indicazione che allontana il cranio
di Swanscombe dall’uomo anatomicamente moderno. Il profilo dell’occipitale è arrotondato, come nell’uomo moderno e diversamente dall’uomo di
Neanderthal, e il toro occipitale è poco sviluppato, ma presenta una fossa
sopra-iniaca come nell’uomo di Neanderthal. La capacità cranica stimata è
di circa 1275-1325 cm3 , ma potrebbe essere anche inferiore, intorno ai 1250
cm3 .
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5.1 Gli Ominidi fossili europei della seconda metà del Pleistocene medio
136
Il cranio di Steinheim offre l’opportunità di conoscere anche la parte facciale di un Homo della stessa epoca. Steinheim an der Murr si trova pochi km
a sud-est di. . . Nelle cave di ghiaia e di sabbia aperte sul terrazzo della Murr si
scoprivano frequentemente ossa di mammiferi pleistocenici che il proprietario
K. Sigrist donava regolarmente alla Wurttembergische Naturaliensammlung
di Stoccarda. Il 24 luglio 1933 il signor Sigrist comunicò a F. Berckhemer,
conservatore capo delle collezioni naturalistiche del museo, il rinvenimento
di un cranio umano. Fu inviato immediatamente sul posto un assitente del
museo che estrasse il cranio dalla sua posizione originale. Il deposito del
terrazzo nel punto della scoperta presentava la seguente startigrafia:
1. terreno superficiale;
2. strato di loess, dello spessore variabile da 1,5 a 2 m;
3. strato di ghiaie fluviali, di spessore variabile fino a 4 m abbondanti, a fauna fredda, con abbondanti resti di Mammuthus trogontherii e
Mammuthus primigenius;
4. sabbie miste a ghiaia, dello spessore fino a 2,6 m, con numerosi resti
di fauna di clima caldo: Elephas antiquus, Rhinoceros merckii, Bos
primigenius, Bufalus arni; in questo strato, alla profondità di 7,5 m
dal piano di campagna, fu rinvenuto il cranio umano;
5. potente formazione di ghiaie inframezzate a letti marnosi e sabbiosi,
a fauna calda come le sabbie soprastanti, dello spessore di 8 m; nella
parte più bassa a pietrisco riappare la fauna fredda.
La datazione dello strato da cui proviene il cranio è, in base a considerazioni paleontologiche, uno stadio avanzato dell’igl Mindel-Riss (OIS
9).
Il cranio è privo della mandibola, per il resto è quasi completo, ma mentre il lato destro è intatto, quello sinistro è lacunoso ed ha subito una leggera distorsione insieme al palato. Sembra trattarsi di un sogetto femminile
di età adulta, ma giovane, intorno ai 25 anni. La volta cranica è bassa,
il frontale sfuggente all’indietro, anche se di forma leggermente bombata.
L’occipitale mostra una curvatura arrotondata – manca del tutto lo chignon
neanderthaliano – e manca uno spesso toro trasversale, mentre è presente
la depressione sopra-iniaca. In norma occipitale il profilo del cranio appare
intermedio tra quello dei neanderthaliani e quello dell’uomo anatomicamente
moderno, la larghezza massima si colloca verso la parte inferiore dei parietali, e la volta cranica mostra una leggera carenatura saggitale. Vi è un
forte toro sopraorbitario continuo, che si estende fino alla parte più esterna
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5.1 Gli Ominidi fossili europei della seconda metà del Pleistocene medio
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delle orbite. In norma verticale si può osservare un restringimento postorbitario ababstanza marcato, ma non cosı̀ forte come nell’Homo erectus.
L’apofisi mastoide è ridotta, come nel Neanderthal. La capacità cranica è
stimata intorno ai 1100 cm3 (1145-1175 secondo Howell, 1070 secondo altri autori). La faccia è piuttosto piccola e il prognatismo appare di grado
modesto, come nell’uomo moderno. Sotto l’orbita la mascella presenta la
fossa canina. L’apertura nasale è molto larga, come nel Neanderthal, ma le
ossa nasali sono piccole.
Le dimensioni dei denti sono di tipo moderno, in particolare il M3 è
notevolmente ridotto.
La parte basale dell’occipitale è incompleta e manca tutta l’area intorno
al foramen magnum. Sembra trattarsi di un allargamento artificiale, dal
momento che il cranio fu raccolto con molta cura e nell’area in cui giaceva
non vi era alcuna delle porzioni mancanti. Di conseguenza F. Berchkemer
ritenne che si trattasse di una mutilazione intenzionale. Anche la lacuna della
regione temporale destra è stata attribuita a un colpo violento inferto prima
della morte.
Il più importante sito europeo del Pleistocene medio per i fossili umani
è senza dubbio la Sierra de Atapuerca, una piccola collina dell’altezza massima di 1079 m, 15 km ad est di Burgos nel nord della Meseta spagnola, in
un punto strategico per il passaggio dal bacino dell’Ebro a quello del Duero.
Lungo i fianchi di questa collina si aprono alcune caverne che hanno restituito
importanti testimonianze di vita preistorica. La Cueva Mayor è un complesso sistema carsico che si sviluppa per più di un km. Un percorso difficile
che passa da grandi sale alte 20 m fino a una galleria bassa in cui bisogna
strisciare lungo il suolo conduce a mezzo km dall’entrata a una grande sala
detta Sala dei Ciclopi, in un angolo della quale si apre un pozzo verticale
di 13 m di profondità in fondo al quale si accede a una piccola cavità, la
Sima de los Huesos (il pozzo delle ossa). Il suolo è formato da argilla molto
fine. Vi sono state rinvenute migliaia di ossa di orso ridotte a frammenti
piccoli e irriconoscibili. Un ingegnere minerario, Trinidad Torres, studioso di
orsi fossili, è stato il primo a condurre ricerche nella Sima de los Huesos nel
1976, ma tra i resti di orso recuperati emerse un frammento di mandibola
umana (AT-1), poi altri due frammenti di mandibola (AT-2, AT-3), alcuni
denti e frammenti di ossa craniche. A tutt’oggi sono stati scoperti più di
mille resti umani nella Sima de los Huesos, pertinenti a tutte le diverse parti
dello scheletro. In base ai denti il numero minimo di individui rappresentati
è di 32. Tutti i resti sono più o meno contemporanei, essendo stati rinvenuti nello stesso strato. L’importanza eccezionale di questa scoperta consiste
non solo nell’avere fornito un cranio completo di mandibola ed altri distretti
scheletrici completi, ma anche e sopratutto nel fatto di dare la possibilità di
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5.1 Gli Ominidi fossili europei della seconda metà del Pleistocene medio
138
studiare la variabilità di un’intera popolazione del Pleistocene medio. Infatti,
il campo di variabilità sia nelle dimensioni che nella morfologia si è dimostrato abbastanza ampio ed è molto istruttivo dal punto di vista metodologico;
infatti, se alcuni degli Ominidi de la Sima de los Huesos fossero stati scoperti
in siti differenti sarebbero stati attribuiti, da antropologi di tendenza splitter,
a specie diverse.
Tra i reperti più importanti vi sono tre crani scoperti nel 1992: il cranio
5 (AT-700) comprende anche la mandibola ed appartiene a un soggetto femminile, il cranio 4 (AT-600), privo della faccia e della mandibola, è probabilmente un individuo maschile, mentre il cranio 6 è di un bambino di circa 11
anni.
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CAPITOLO
6
L’uomo di Neandertal
urante l’ultimo stadio della glaciazione rissiana (OIS 6, ca. 186-130.000
anni fa), l’interglaciale Riss-Würm (OIS 5e, ca. 130-115.000 anni fa),
la prima parte della glaciazione di Würm (OIS 5d-4, ca. 115-58.000 anni
fa) e l’interpleniglaciale würmiano (OIS 3, tra 58.000 e 30.000 anni fa), i
documenti degli uomini fossili diventano molto più abbondanti e completi,
soprattutto in Europa.
In tutta Europa, nel Vicino Oriente e in parte dell’Asia centrale (fino all’Uzbekistan) è diffuso l’uomo di Neandertal. I reperti più significativi sono
quelli scoperti in Francia (almeno 25 località, fra cui La Chapelle-aux-Saints,
La Ferrassie, La Quina, Le Moustier, Saint Césaire), nella penisola iberica
(almeno 8 località, fra cui Gibilterra), in Italia (una dozzina di località, fra
cui Saccopastore e il Circeo), nel Belgio (4 località, fra cui Engis e Spy), in
Germania (7 località, fra cui la valle di Neander), in Moravia e Slovacchia
(almeno 5 località), in Croazia (Krapina, grotta di Vindija), in Ucraina (5 località), nei Monti Zagros iracheni a Shanidar, in Palestina (caverne di Tabun,
Amud, Kebara) e nell’Uzbekistan a Teshik-Tash.
D
6.1 Un po’ di storia
Il nome deriva dalla gola di Neander, un orrido pittoresco tra Elberfeld e Düsseldorf, profondo 53 m, sul cui fondo scorre un affluente di destra del Reno,
il Düssel1 . In questa gola amava ritirarsi a scrivere e a comporre Joachim
Neumann (1650-1680), autore di canti liturgici, che adottò come secondo
1
Sulla storia della scoperta e delle prime interpretazioni cfr. J. READER 1983, p. 19
e ss.; Cacciatori neandertaliani, pp. 12-16 (G. Giacobini); J. TATTERSALL 1995, pp. 74
e ss.
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6.1 Un po’ di storia
140
nome una forma grecizzata del proprio cognome, Neander, ed è in suo onore
che quella parte della valle del Düssel venne chiamata Neanderthal2 . Lungo i fianchi dirupati della valle si aprono diverse caverne, la maggiore delle
quali, posta a circa 20 m di altezza sopra il fondovalle – Neandershöhle o
Feldhofer Grotto – era destinata a diventare celebre. Nell’agosto 1856 vi
furono condotti lavori per sfruttarla come cava di calcare. Un deposito di
argilla di due metri di spessore la ostruiva quasi completamente. Gli operai cominciarono a rimuovere il deposito e alla profondità di circa 1,5 m
si imbatterono in un gruppo di ossa. Il proprietario pensò che si trattasse
di ossa di orso delle caverne e ordinò di tenerle da parte, comunicando la
notizia al dr. Johann K. Fuhlrott, insegnante presso il ginnasio di Elberfeld
ed appassionato di scienze naturali. Fuhlrott (1804-1877) prese in consegna
i reperti, comprendenti una calotta cranica, una clavicola, una scapola, due
omeri, due femori, parte del bacino, alcune costole, e fece un sopralluogo
alla caverna, interrogando gli operai, per raccogliere tutte le notizie sulle circostanze della scoperta. La caverna era stata ormai completamente svuotata
del deposito originario. È probabile che le ossa recuperate appartenessero
a una singola sepoltura, come si può evincere anche dalle notizie orali sulla scoperta raccolte da Fuhlrott presso gli operai. Sembra, infatti, che per
primo sia apparso il cranio nei pressi dell’entrata della grotta e subito dopo
le altre ossa poste sullo stesso piano del cranio. Fuhlrott studiando le ossa
comprese che si trattava di un tipo umano primitivo, ancora sconosciuto,
e si rivolse ad Hermann Schaffhausen, professore di anatomia all’università
di Bonn, per avere un parere autorevole. Nel giugno 1857 entrambi presentarono l’eccezionale ed enigmatico ritrovamento a una riunione della Società
di Storia Naturale del Reno Prussiano e della Westfalia a Bonn3 . Fuhlrott
sostenne l’antichità dell’uomo di Neandertal, basandosi su due argomenti, la
profondità alla quale era stato rinvenuto, criterio certamente inaffidabile, e la
profonda mineralizzazione delle ossa, argomento di maggior peso, poiché ne
dimostrava lo stato fossile. L’assenza di qualsiasi contesto – dalla caverna non
furono recuperate ossa di animali o manufatti – poneva comunque difficoltà
insormontabili per una datazione precisa. Schaffhausen, che era convinto che
2
Secondo la grafia dell’epoca, quando in tedesco valle si scriveva con l’h: thal. Per
molto tempo i paleoantropologi hanno utilizzato la forma originaria del nome e scritto
uomo di Neanderthal” o Homo neanderthalensis”, come si può leggere nella maggior parte
dei testi della prima metà del XX secolo. In seguito si è progressivamente imposto l’uso di
scrivere Neandertal, secondo quella che è la moderna grafia del termine valle in tedesco.
3
FÜHLROTT e SCHAAFHAUSEN, Korrespondenzblatt, n. 2, pp. 50-52, in Verhandlungen des naturhistorischen Vereins der Preussischen Rheinlande und Westfaliens, 1857;
SCHAAFHAUSEN, in Verhandlungen des naturhistorischen Vereins der Preussischen
Rheinlande und Westfaliens, t. 14, 1857, pp. XXXVIII-XLII.
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6.1 Un po’ di storia
141
non fosse dimostrata la concezione della fissità della specie, mise in rilievo
che pur essendo umano, lo scheletro era differente da qualunque altro finora
conosciuto. Gli aspetti che colpirono maggiormente erano la calotta cranica,
di grandi dimensioni, ma bassa e fornita di inusuali rilievi sopraorbitari quali
si ritrovano soltanto nel gorilla, e la robustezza delle ossa. La conclusione fu
che i resti dovevano appartenere a un membro di un’antica popolazione di
aspetto primitivo e selvaggio che aveva abitato la regione insieme ad animali
ora estinti prima che venisse occupata dagli antenati degli attuali abitanti.
La successiva pubblicazione di Schaaffhausen, corredata da accurati disegni delle ossa, attirò l’attenzione degli studiosi inglesi e il suo articolo venne
tradotto nel 1861 dall’anatomista George Busk4 . Già nel 1860 Charles Lyell,
l’eminente geologo inglese, aveva visitato la caverna di Neandertal, accompagnato dal dr. Fuhlrott, che gli mostrò l’originale della calotta cranica e gli
donò un calco5 . Lyell mostrò il calco ad Huxley, che lo commenterà nella sua
celebre opera del 1863, Man’s Place in Nature. Nel 1864 il geologo William
King, un allievo di Ch. Lyell, utilizzò il ritrovamento per definire una nuova
specie umana, Homo neanderthalensis. Nello stesso anno G. Busk e H. Falconer riconobbero le strette affinità tra il fossile di Neandertal e un cranio
scoperto fin dal 1848 nella caverna Forbes a Gibilterra. Al contrario, in Germania l’interpretazione di Schaaffhausen venne generalmente respinta e sotto
l’influsso di F. Mayer, un collega di Schaafhausen a Bonn, prima e di Rudolf
Virchow poi prevalse l’opinione che i resti dovessero attribuirsi a un individuo
di età recente affetto da deformazioni patologiche. Secondo Mayer, anche in
considerazione di presunti aspetti mongoloidi, poteva trattarsi di un cavaliere
cosacco ferito in combattimento durante le guerre napoleoniche e rifugiatosi
nella caverna di Feldhofer, dove trovò la morte. Queste interpretazioni furono
spazzate via definitvamente dal paleoantropologo tedesco Gustav Schwalbe
nel 1901, che ribattezzò i resti dell’uomo di Neandertal Homo primigenius.
Nel frattempo numerosi nuovi ritrovamenti dimostrarono l’antichità e l’effettiva esistenza di un tipo umano differente da quello attuale. Negli anni
1911-1913 Marcelin Boule pubblicò uno studio dettagliato ed esaustivo della
sepoltura de La Chapelle-aux-Saints, fornendo una interpretazione che per
molti anni resterà come un punto di riferimento fondamentale6 . Purtroppo,
Boule esasperò gli aspetti primitivi e “scimmieschi” del Neandertal, ricostruendo in modo non esatto le parti mancanti dello scheletro ed attribuendogli
un’andatura non perfettamente eretta come quella dell’uomo moderno: il
4
D. SCHAAFHAUSEN, On the Crania of the most Ancient Races of Man, in Natural
History Review, 1861, 1, p. 283 e ss.
5
C. LYELL 1863, p. 76.
6
M. BOULE, L’Home fossile de la Chapelle-aux-Saints, Annales de Paléontologie
Humaine, tomi 6-8, Paris, 1911-1913.
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6.2 Le caratteristiche dell’uomo di Neandertal
142
collo e la testa piegati in avanti, le gambe un po’ flesse, il piede poco arcuato
che appoggiava al suolo solo sul lato esterno, l’alluce divaricato. L’uomo di
Neandertal veniva, quindi, escluso dalla diretta ascendenza umana, opinione
che sarà condivisa anche da Arthur Keith. Paradossalmente, mentre nel XIX
secolo vi era chi vedeva nei resti di Neandertal deformazioni patologiche, ora
studiosi come Boule, Keith ed Elliott Smith non si resero conto che l’uomo
della Chapelle-aux-Saints era affetto da gravi deformazioni artritiche che avevano colpito la colonna vertebrale, fatto che li condurrà a interpretazioni del
tutto errate.
Inizialmente la discussione sull’uomo di Neandertal si è accentrata intorno al fatto se potesse essere considerato un membro del genere Homo e se
si trattasse di una specie differente dall’uomo attuale o di un individuo affetto da gravi patologie. Una volta acclarata la sua pertinenza al nostro stesso
genere, il neandertal fu considerato come una specie a sé stante, che occupava nella filogenesi umana una posizione intermedia tra quella dell’erectus
e quella dell’uomo attuale. I sostenitori della grande antichità della specie
sapiens e della validità dell’uomo di Piltdown consideravano che tanto l’erectus quanto il Neandertal non potevano essere antenati dell’uomo moderno,
ma costituivano rami collaterali destinati all’estinzione.
La scoperta degli uomini fossili della Palestina diede l’avvio a nuove interpretazioni. Theodosius Dobzhansky propose che gli uomini della Palestina
costituivano la prova di una ibridazione tra Neandertal e sapiens, tesi che fu
accolta anche da Ernst Mayer7 . In questo caso Neandertal e sapiens dovevano
essere sottospecie di un’unica specie e si cominciò a designarle come Homo
sapiens neanderthalensis e Homo sapiens sapiens , mentre gli uomini del
Pleistocene medio avanzato furono designati come Homo sapiens “arcaico”.
Entrò in uso anche la distinzione tra Neandertal “classici”, quelli dell’Europa
occidentale con caratteri fortemente specializzati di adattamento a un clima
glaciale, e Neandertal orientali o progressivi, quelli del Vicino Oriente, con
caratteri di maggiore affinità con il sapiens. Più recentemente, in seguito a
numerose scoperte archeologiche ed anche paleoantropologiche, è stato meglio
messo a fuoco il problema della transizione dal Neandertal all’uomo attuale in
Europa e si è tornati a considerarli come due specie distinte, interpretazione
rafforzata dalle prime analisi del DNA dell’uomo di Neandertal.
6.2 Le caratteristiche dell’uomo di Neandertal
Gli uomini di Neandertal avevano statura di 1,5-1,65 m ca., con andatura
perfettamente eretta; le ossa del femore, del radio, della clavicola sono molto
7
E. MAYR 1970, pp. 703-705.
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6.2 Le caratteristiche dell’uomo di Neandertal
143
più robuste di quelle dell’uomo attuale e denotano una potente muscolatura.
Come conseguenza di una forma di adattamento a un clima freddo, il corpo
era di aspetto tozzo, con spalle molto larghe e gambe e avambraccio corti.
L’indice crurale, che esprime il rapporto tra lunghezza della tibia e quella del
femore, era poco meno di 79 presso i Neanderthaliani, un valore prossimo a
quello di popolazioni attuali che vivono in climi particolarmente rigidi, come
i Lapponi e gli Esquimesi, mentre presso popolazioni che vivono in ambienti
di clima caldo tropicale, come i Masai, l’indice crurale può raggiungere il
valore di 87. La struttura corporea dei Neanderthaliani era, quindi, adatta
a conservare il calore e denota un tipo umano specializzato per la vita in
ambienti dal clima molto rigido come quelli dell’ultima glaciazione. Altri
aspetti morfologici confermano questo fatto, ad es. la grande ampiezza delle
cavità nasali, che permetteva all’aria inspirata di riscaldarsi più rapidamente
prima di pervenire ai polmoni.
La differenza con l’uomo moderno si coglie non tanto nella struttura del
corpo, per quanto vi siano differenze, ad es. in alcuni aspetti dell’osso iliaco e dell’osso pubico, della scapola e della clavicola, ma soprattutto nella
morfologia del cranio. Caratteri salienti del neurocranio sono il frontale non
elevato, basso e sfuggente, la platicefalia, grande lunghezza e larghezza con
notevole capacità (da 1300 a 1740 cm3 , la media è stimata in ca. 1520 cm3 ,
quindi superiore a quella dell’uomo attuale), il contorno subcircolare in norma occipitale con larghezza massima a livello della metà altezza dei parietali,
l’occipite a forma di chignon, cioè con un profilo angoloso e la protuberanza occipitale alta, un forte toro occipitale orizzontale e non incurvato come
nell’uomo moderno, una caratteristica depressione soprainiaca, il processo
mastoide piccolo. L’iper-sviluppo dei seni frontali e mascellari ha determinato la formazione di una massiccia arcata sopra-orbitaria continua e un
forte sviluppo della regione naso-mascellare, cioè una mascella molto grande
e proiettata in avanti (forte prognatismo mediofacciale). Molto caratteristica
ed esclusiva del Neandertal è la morfologia della regione facciale, in cui il
profilo del mascellare in norma frontale è quasi diritto e non concavo come
nell’Homo erectus e nell’uomo moderno.
La mandibola, molto robusta, è priva di mento. Gli incisivi sono più
grandi che nell’uomo attuale ed hanno una caratteristica forma a paletta; i
premolari e i molari presentano un ingrandimento della cavità pulpare (taurodontismo) e radici in genere fuse. Tra il M3 e il ramo ascendente della
mandibola c’è un caratteristico spazio libero (diastema retromolare).
Mentre i reperti dell’interglaciale R/W presentano ancora una certa variabilità, quelli di età würmiana dell’Europa occidentale, compresa l’Italia,
hanno un altissimo grado di somiglianza morfologica, superiore a quanto in
genere si riscontra in una varietà razziale dell’uomo moderno. Questa grande
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6.2 Le caratteristiche dell’uomo di Neandertal
144
uniformità potrebbe essere stata una delle cause che portarono all’estinzione
dell’uomo di Neandertal.
Con l’uomo di Neandertal si trovano per la prima volta resti fossili di
adulti in età avanzata, il che significa certo un miglioramento delle condizioni di vita legato allo sviluppo culturale, e inoltre appaiono le prime
chiare testimonianze di sepolture intenzionali e di riti magico-religiosi.
L’uomo di Neandertal viveva di caccia e di raccolta del cibo. La dieta di
un animale è rivelata dal tasso di concentrazione di 13C e di 15Nitrogeno, nei
carnivori è alto quello di 15Nitrogeno, negli erbivori quello di 13C. Le analisi
condotte sul collagene delle ossa di neanderthaliani per determinare le concentrazioni di 13C e di 15Nitrogeno hanno dimostrato che la loro dieta era
quella di un carnivoro a metà strada tra un lupo, che consuma quasi esclusivamente carne, e una volpe, che accanto alla carne consuma occasionalmente
anche frutti, grani e fogliame.
Si è discusso molto e si discute tuttora sulle tecniche di caccia utilizzate dal
Neandertal. Tra la tesi estrema di L. Binford, che il Neandertal fosse ancora
un animale spazzino, necrofago, più che un cacciatore, e quella opposta che
fosse un cacciatore altamente specializzato, la documentazione archeologica
sembra indicare una via di mezzo: i Neanderthal erano dei veri cacciatori, ma
non molto specializzati, potevano cacciare o anche sfruttare come sciacalli
qualunque preda si trovasse nel loro territorio, senza praticare una forma
specializzata di caccia, come seguire le migrazioni dei branchi, per es. delle
renne – il che sarebbe stata una fonte inesauribile di cibo – e concentrarsi su
alcune specie piuttosto che su altre. Erano piuttosto stanziali e rimanendo
permanentemente tutto l’anno nella stessa area potevano andare incontro
a forti stress nutrizionali in determinate stagioni dell’anno. Questo fatto
sembra confermato dall’analisi dei denti. Un’analisi condotta su 300 resti
neanderthaliani ha riscontrato un tasso del 40% di ipoplasia, una patologia
che consiste in un mancato sviluppo completo dei denti e che è causata da
stress nutrizionali nei primi sette anni di vita.
I Neanderthaliani cacciavano utilizzando lance di legno, sulle quali potevano essere montate delle punte di selce. Non avendo tecniche di lancio a distanza, quali quelle consentite dall’arco o dal propulsore, dovevano affrontare
gli animali a distanza piuttosto ravvicinata, quasi in un corpo a corpo. Se
ciò era possibile grazie alla loro straordinaria robustezza, è anche vero che
probabilmente a questa pratica si deve l’alto numero di lesioni traumatiche
riscontrate sulle ossa degli uomini di Neanderthal.
Il riparo di La Quina in Francia documenta l’utilizzo di un’altra tecnica di
caccia, che consisteva nello spingere gli animali verso punti ristretti o verso un
dirupo al cui piede si trovavano appostati in agguato altri cacciatori. Infatti,
alla base del dirupo di La Quina sono state rinvenute ammucchiate molte
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6.3 Indici di umanità per i Neandertal
145
ossa di bovidi, cavallo e renna, macellati sul posto dopo essere stati uccisi
molto probabilmente in questa maniera.
In Europa occidentale i Neandertaliani cacciavano soprattutto cervidi nella prima fase del Würm, bue primigenio, bisonte e cavalli durante la seconda
fase più fredda e secca, mentre alle latitudini più meridionali la principale
preda era lo stambecco. Del mammuth nei depositi archeologici sono rappresentate soprattutto le ossa di individui giovani. Occasionalmente anche
l’orso poteva essere oggetto di caccia.
I mammiferi di media taglia come cervo, renna, stambecco, camoscio,
erano trasportati interi al campo base e qui scuoiati e macellati. Animali
di dimensioni maggiori come il Bos primigenius e il bisonte venivano macellati nel luogo di abbattimento, dove veniva poi abbandonata la colonna
vertebrale, mentre gli arti erano trasportati al campo base.
La presenza di bruciature all’estremità delle ossa lunghe fa ritenere che
a volte la carne venisse cotta alla brace. Il ritrovamento di focolari ben
strutturati nei siti di abitazione dimostra che gli uomini di Neandertal non
solo avevano il pieno controllo dell’uso del fuoco, ma che erano in grado di
riprodurlo.
6.3 Indici di umanità per i Neandertal
Numerosi documenti archeologici dimostrano che gli uomini di Neandertal
si prendevano cura dei propri simili nel caso in cui fossero rimasti feriti o
disabili, e che, inoltre, seppellivano i propri morti.
La Chapelle-aux-Saints è una piccola grotta di forma sub-circolare in cui
nel 1908 fu scoperto lo scheletro di un individuo adulto maturo, dell’età di ca.
40 anni, deposto in una fossa scavata nel substrato calcareo, lunga 1,45 e larga
1 m, profonda 30 cm, una sepoltura intenzionale. Lo scheletro era disteso sul
dorso, la testa rivolta verso ovest, il braccio destro ripiegato e quello sinistro
diritto, mentre le gambe erano ripiegate verso il lato destro. Vicino alla testa
vi erano ossa animali, molte delle quali recavano segni dell’azione del fuoco,
al pari del sedimento circostante.
L’uomo di questa sepoltura era ormai vecchio per l’epoca e aveva subito
una serie di traumi e malattie: una frattura alla mandibola, la perdita di
gran parte dei denti, una grave forma di artrite deformante. Per sopravvivere
cosı̀ a lungo in quelle condizioni, qualcuno doveva provvedere a fornirgli il
cibo, poiché certamente non poteva più andare a caccia, e probabilmente
era necessario pre-masticare il cibo prima di darglielo, nonché assisterlo nei
movimenti e negli eventuali spostamenti.
Non si tratta di un caso isolato. Recentemente, nel luglio 2000, a Bau
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6.3 Indici di umanità per i Neandertal
146
l’Aubesier, una caverna della Vaucluse, in Provenza, è stata scoperta una
mandibola appartenuta a un individuo che aveva perso i denti a causa di
un’infezione e che era sopravvissuto a questa patologia per diversi anni. La
sopravvivenza sarebbe stata impossibile senza l’aiuto del gruppo al quale apparteneva. Il cibo per un individuo cosı̀ debole doveva essere preparato, cotto,
tagliato e forse anche pre-masticato da qualcuno che lo assisteva. È vero che
una persona senza denti può consumare cibo molto soffice, come molluschi,
lumache ed anche vermi, se necessario, ma non risulta che i Neandertaliani
facessero uso di questo genere di cibo. La caverna di Bau l’Aubesier ha restituito anche una importante documentazione sull’uso controllato del fuoco e
sull’organizzazione dello spazio domestico, nonché sull’industria litica. Il livello di occupazione risale all’ultimo interstadiale rissiano (OIS 7), ca. 200.000
anni fa.
L’individuo n. 1 della caverna di Shanidar sopravvisse fino a ca. 40
anni nonostante le sue gravi infermità: cieco all’occhio sinistro, affetto da
artropatia grave, il braccio destro atrofizzato ed amputato dell’avambraccio.
Certamente non avrebbe potuto sopravvivere fino a 40 anni, se non fosse stato
assistito e nutrito. In cambio forse faceva qualche lavoro con la mano sinistra
e con la bocca, la fortissima usura della dentatura anteriore, letteralmente
fino alla radice, indica che probabilmente masticava le pelli per conciarle.
Questi esempi sono la chiara testimonianza di forti vincoli sociali e affettivi tra i membri dei gruppi neandertaliani, la cui esistenza è ulteriormente
avvalorata dal fatto che l’uomo di Neanderthal seppelliva i propri morti ed
aveva già elaborato un rituale funerario. Le più importanti sepolture neandertaliane sono state scoperte nella caverna di Shanidar in Iraq, in quella
di Kebara in Palestina, a Teshik Tash nell’Uzbekistan, a La Chapelle aux
Saints, La Ferrassie, Le Moustier, Régourdou e al Roc de Marsal in Francia.
Tutte le sepolture neandertaliane finora conosciute risalgono al Würm, a partire da ca. 70.000 anni fa. Infine, uno dei casi più straordinari è la sepoltura
IV di Shanidar, poiché l’analisi pollinica dei campioni prelevati in diversi
punti dell’area della sepoltura, ubicata a 15 m dall’entrata della grotta, ha
rivelato in corrispondenza dello scheletro una forte concentrazione di pollini
di diversi fiori di colore giallo (Achillea, Senecio, Centaurea), blu (Muscari)
ed alcune Malvacee. Alcuni pollini erano come incollati insieme a dozzine
o a centinaia e l’unica spiegazione dell’anomala concentrazione non può che
essere l’introduzione da parte dell’uomo e non la dispersione casuale da parte
di animali o dall’azione del vento. Quindi, i Neandertaliani avevano deposto
fiori in una tomba.
È fuori discussione che gli uomini di Neandertal avevano strutture sociali
molto più complesse di tutti gli Ominidi precedenti. I legami sociali e affettivi di cui la pratica della sepoltura dei morti e l’assistenza fornita ai propri
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6.3 Indici di umanità per i Neandertal
147
simili colpiti da gravi traumatismi o da gravi malattie invalidanti documentano concordemente l’esistenza, pongono in maniera acuta il problema delle
capacità linguistiche degli uomini di Neanderthal.
I suoni del linguaggio articolato dell’uomo moderno sono resi possibili
dalle corde vocali poste nella laringe, le quali imprimono delle vibrazioni al
flusso d’aria espirata, vibrazioni che sono poi ulteriormente modulate nella
bocca producendo le vocali, mentre le consonanti sono prodotte articolando
le vocali con le labbra (labiali), la lingua e i denti (dentali), la lingua e il
palato ( gutturali).
Negli uomini moderni la laringe è posta più in basso rispetto all’uomo
di Neandertal e quindi la faringe, cioè il canale che sta tra il palato molle e
l’epiglottide e nel quale avviene la fonazione risonante, è molto più lunga che
nel Neanderthal. Nello scheletro della sepoltura di Kebara si è conservato
integralmente l’osso ioide, a cui si attaccano i muscoli della gola e che quindi
svolge una importante funzione nel linguaggio. L’osso ioide di Kebara è
del tutto simile a quello umano. Certamente i Neandertaliani avevano un
linguaggio verbale, ma probabilmente con suoni differenti da quelli dell’uomo
moderno.
Il linguaggio verbale non consiste soltanto nell’emissione di suoni articolati, bensı̀ nell’associare a determinati suoni un determinato significato e
la codificazione di questa associazione avviene nella corteccia cerebrale. Il
linguaggio verbale richiede quindi facoltà elevate di astrazione e simbolizzazione.
A favore del fatto che l’uomo di Neandertal possedesse un linguaggio
verbale abbastanza sofisticato, anche se differente da quello dell’uomo moderno, parlano altre evidenze, alcune di carattere biologico, altre di carattere
archeologico.
Il suono articolato richiede precisi movimenti da parte della lingua che
sono controllati da due fasci di nervi che passano attraverso i canali ipoglottidi
alla base del cranio. Questi due fori nell’uomo moderno sono più grandi
che nel gorilla, nello scimpanzè, negli Australopiteci e nell’Homo erectus,
perché devono alloggiare un fascio di nervi più consistente. La larghezza
di questi canali nel Neandertal è paragonabile a quella dell’uomo moderno.
È quindi probabile che l’uomo di Neandertal fosse dotato di linguaggio, ma
probabilmente non nella stessa maniera con cui parliamo noi.
Nel 1996 a Divje Babe I, una caverna nella valle della Idrijca (Slovenia
occidentale) presso Sebrelje, è stato scoperto un flauto ricavato da un femore
di un giovane orso. La caverna ha un deposito della potenza di 12 m, risalente
al Pleistocene superiore e in corso di scavo dal 1980. Dallo strato 2, datato
35300 ± 700 e 36000 ± 1000 BP, provengono punte d’osso e altri reperti
aurignaciani. Gli strati 3-7, costituiti da pietrisco e con numerosi fenomeni
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6.3 Indici di umanità per i Neandertal
148
di crioturbazione nella parte superiore (strati 3-5), hanno restituito industria
litica musteriana. Lo strato 6 ha una datazione radiocarbonica di 43400 ±
1200/1400 BP. Gli strati 2-7 appartengono all’interpleniglaciale (OIS 3). Lo
strato 8 ha restituito industria litica musteriana ed ha due datazioni radiocarboniche: 45100 ± 1500/1800 e 46000 ± 2000 BP. La parte più profonda
del deposito è attribuibile al periodo tra il primo pleniglaciale würmiano (OIS
4) e l’ultimo interglaciale. Il flauto, scoperto nel 1995, proviene dalla parte
superiore dello strato 8 ed è stato rinvenuto a una profondità di 2,7 – 2,8 m
dalla superficie, a 15 m dall’entrata della caverna e a breve distanza da un
focolare, con resti di carboni, ceneri e ossa animali bruciate. Non vi sono
dubbi sulla sua pertinenza al Musteriano e sulla sua datazione.
Il reperto ha una lunghezza di 11,5 cm – la lunghezza originaria doveva
essere intorno ai 14 cm – e conserva ancora due fori circolari intatti e altri
due frammentari alle due estremità. I fori sono regolari ed allineati tra loro,
hanno un diametro di 9 mm. È incerto quale sia la parte prossimale e quella
distale dello strumento a causa delle rotture delle due estremità. Il centro
del primo foro è distante 1,75 cm dal centro del secondo foro, che a sua volta
dista dal centro del terzo foro 3,45 cm. La distanza tra terzo e quarto foro
è di 2,6 oppure di 3 cm: l’esatta posizione del quarto foro è incerta a causa
delle lacune del reperto. Sulla faccia opposta in corrispondenza del terzo
foro si trova un altro foro, conservato solo parzialmente, ma è incerto se si
tratti effettivamente del foro del pollice. Se cosı̀ fosse, l’imboccatura dello
strumento andrebbe collocata dalla parte di quello che abbiamo descritto
come quarto foro. In linea generale, la disposizione dei fori corrisponde bene
alla posizione delle dita ed è del tutto verosimile che si tratti del più antico
strumento musicale finora ritrovato. È notevole il fatto che la distanza tra
il secondo e il terzo foro sia il doppio di quella tra il primo e il secondo. In
questo caso avremmo una scala diatonica minore con quattro note: “mi, fa,
sol, la”.
Alcuni autori (Nowell, d’Errico) hanno espresso l’opinione che i fori non
siano stati prodotti dall’uomo, ma dal rosicchiamento dell’osso da parte di animali. A sostegno di questa ipotesi vengono addotti numerosi esempi di ossa
animali che recano fori circolari prodotti dalle morsicature di animali. Tuttavia, la considerazione che sicuramente tre, ma molto probabilmente quattro
fori sono allineati, che il diametro dei fori è eguale, che la distanza dei fori
corrisponde alla spaziatura di una scala musicale, che nonostante la presunta masticazione dell’osso da parte degli animali non vi sono altri segni che
comprovino questo fatto, rendono questa ipotesi estremamente improbabile.
Un flauto presuppone che i Neandertaliani producessero musica e quindi
possedessero facoltà di astrazione e simbolizzazione come quelle richieste dal
linguaggio verbale.
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CAPITOLO
7
Il destino dell’uomo di Neandertal e l’origine
dell’uomo moderno
ra 200 e 100 ka vi era una relativamente grande varietà di Ominidi
umani in diverse parti del Vecchio Continente: uomini di Neandertal in
T
Europa, uomini anatomicamente moderni in Africa, Homo erectus di forme
evolute nell’Estremo Oriente. Dopo 30 ka in tutto il Vecchio Continente
troviamo soltanto uomini anatomicamente moderni. Per spiegare questa
trasformazione sono state proposte due teorie.
La prima è nota come modello della continuità multiregionale o teoria del
candelabro. Fu avanzata per la prima volta da Franz Weidenreich nel 1939, in
seguito sostenuta da Carleton Coon (1962) ed ora da Milford Wolpoff, dell’università del Michigan. Secondo Weidenreich l’evoluzione dell’Homo erectus
di Chu Ku Tien avrebbe dato origine alla moderna razza mongoloide, l’Homo
erectus di Giava, di cui si conoscono forme più arcaiche (Trinil e Sangiran)
e forme più evolute (Ngandong) sarebbe all’origine della razza australoide,
mentre l’attuale razza negroide subsahariana discenderebbe dall’Homo erectus africano. Le tesi di Weidenreich furono riprese da Coon nel suo libro The
Origin of Races, pubblicato nel 1962 e dedicato alla memoria di Franz Weidenreich. Coon sosteneva che tutta l’umanità attuale poteva essere suddivisa
in cinque sottospecie, caucasoidi (la cd. razza bianca), negroidi, mongoloidi, australoidi e capoidi (Boscimani e Ottentotti) e che questa suddivisione
poteva essere riconosciuta già nell’Homo erectus del Pleistocene medio e superiore. Le cinque sottospecie si sarebbero evolute in maniera parallela e
indipendente l’una dall’altra fino a raggiungere il grado di Homo sapiens,
ma con ritmi differenti. Il phylum dei Caucasoidi sarebbe stato il primo a
pervenire allo stadio di Homo sapiens, seguito da quello dei mongoloidi, poi
dai negroidi e per ultimo dai capoidi e dagli australoidi. È forse superfluo
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150
sottolineare le chiare implicazioni razzistiche delle tesi di Coon, dal momento
che le differenze dei livelli di civiltà riscontrate nelle differenti popolazioni
venivano implicitamente ricondotte al precoce o tardivo raggiungimento dello stato sapiens da parte delle cinque sottospecie. Non a caso negli U.S.A.
i fautori della segregazione razziale cercarono di trovare nell’opera di Coon
un sostegno scientifico alle loro tesi. Tuttavia, il mondo scientifico americano
reagı̀ abbastanza concordemente all’opera di Coon, che caduto in totale discredito fu costretto ad abbandonare il suo insegnamento a Yale. La teoria
del candelabro è oggi sostenuta da Milford Wolpoff, ma con argomentazioni
sostanzialmente differenti da quelle di Coon. L’Homo erectus (o ergaster ) si
sarebbe diffuso dall’Africa in Asia e in Europa a partire da 2 Ma e in seguito
si sarebbe verificata una evoluzione parallela che alla fine condusse alle diverse varietà razziali attuali: da Homo erectus. dell’Indonesia alle popolazioni
australiane, da Homo erectus della Cina ai moderni Asiatici orientali, da Homo erectus/ergaster dell’Africa alle moderne popolazioni africane a sud del
Sahara, mentre Homo erectus/heidelbergensis attraverso l’uomo di Neandertal avrebbe contribuito geneticamente in maniera significativa alle moderne
popolazioni europee, unitamente a popolazioni immigrate dall’Africa e dall’Asia occidentale. A supporto di questa teoria si adduce il fatto che nelle
diverse regioni del Vecchio Continente è possibile riconoscere una continuità
morfologica nell’arco degli ultimi 2 Ma. Il fenomeno della comparsa della nuova specie Homo sapiens non si sarebbe verificato in una sola regione e una sola
volta, bensı̀ in tutte le principali regioni in cui si era diffuso l’Homo erectus
attraverso uno stadio intermedio spesso denominato Homo sapiens arcaico.
La differenza importante rispetto alle tesi di Coon consiste nel ritenere che vi
sia stato un costante flusso genico tra le popolazioni vicine, altrimenti popolazioni geograficamente del tutto isolate una dall’altra avrebbero finito per
produrre specie differenti. In sostanza, un’evoluzione parallela di popolazioni
con diversa dislocazione geografica, ma all’interno di un’unica specie.
In conclusione i sostenitori della continuità multiregionale ritengono che
la documentazione fossile dimostri che nelle diverse regioni del Vecchio Continente sia possibile osservare l’identica traiettoria evolutiva Homo erectus
– Homo sapiens arcaico – Homo sapiens anatomicamente moderno e che
inoltre le peculiari caratteristiche che distinguono le attuali razze umane si
comincino ad intravedere nelle singole regioni attraverso tutto questo percorso evolutivo, per cui sarebbero non tanto fenomeni recenti dovuti alla
dispersione dell’uomo moderno nel mondo, quanto il risultato di una lunga
storia evolutiva in loco.
Un’altra teoria sull’origine dell’uomo moderno fu esposta per la prima
volta da William Howells: l’Homo sapiens anatomicamente moderno sarebbe
comparso in epoca abbastanza recente in Africa per evoluzione dalle locali
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forme avanzate di Homo erectus e in seguito si sarebbe diffuso in Asia e
in Europa rimpiazzando tutte le locali popolazioni di Ominidi, dall’uomo
di Neandertal dell’Europa occidentale alle più tarde forme di Homo erectus
dell’Asia orientale. Howells denominò questo modello “ipotesi dell’arca di
Noè”.
Nel 1986 gli studi di genetica condotti da Allan Wilson, Rebecca Cann e
Mark Stoneking, dell’università di Berkeley, sembrarono corroborare questa
ipotesi. La ricerca venne condotta sul DNA mitocondriale, poiché ha soltanto
16500 coppie di basi a differenza del DNA del nucleo contenuto nei cromosomi, che comprende qualcosa come tre miliardi di coppie di basi. Inoltre, il
DNA mitocondriale è trasmesso soltanto dalla madre. Lo studio del DNA mitocondriale delle attuali popolazioni umane indicava una omogeneità molto
forte con scarsa variazione genetica e poiché il più alto tasso di variazione
era riscontrato nelle popolazioni africane attuali, ciò significa che nell’Africa
a sud del Sahara gli uomini moderni hanno avuto più tempo per accumulare
le variazioni e di conseguenza che l’uomo moderno in queste regioni è più
antico. Poiché la nascita dell’uomo moderno si sarebbe verificata in Africa,
la teoria venne ribattezzata teoria dell’“Eva africana”, per il fatto che il DNA
mitocondriale si trasmette per via materna.
Nel 1988 gli antropologi Christopher Stringer e Peter Andrews, del British
Museum, utilizzarono i nuovi dati genetici e quelli paleontologici per sostenere
l’origine africana dell’uomo moderno, sviluppando il modello out of Africa,
basato essenzialmente su pochi punti:
1. le popolazioni di Homo erectus originarie dell’Africa e diffusesi in Asia
ed Europa, rimasero geneticamente isolate e la loro evoluzione locale
condusse alla formazione di nuove specie: il Neandertal in Europa, le
forme classiche di Homo erectus nell’Asia orientale e sud-orientale;
2. l’uomo anatomicamente moderno è comparso in un’area che comprende
l’Africa meridionale, l’Africa orientale e il Vicino Oriente;
3. l’uomo anatomicamente moderno è migrato fuori dall’Africa ed ha occupato progressivamente tutto il Vecchio Continente, rimpiazzando completamente le locali popolazioni senza alcuna forma di ibridazione.
I primi studi sul DNA mitocondriale furono eseguiti su un campione numericamente piuttosto ridotto, ma in seguito il numero degli individui testati
è salito a 4000 unità e il risultato non è cambiato: nelle moderne popolazioni
umane dell’Europa, dell’Asia, dell’Australia, dell’Oceania e delle Americhe il
tasso di variazione del DNA mitocondriale è più basso che nelle popolazioni
africane a sud del Sahara. Per valutare l’epoca di formazione della specie
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umana anatomicamente moderna e la sua diffusione fuori dall’Africa si considerò un tasso di mutazione del 2-4% ogni milione di anni e di conseguenza
l’origine dell’uomo moderno poteva essere collocata tra 140 e 290 ka e la sua
uscita dall’Africa tra 90 e 180 ka. Si tratta di stime approssimative e non
bisogna trascurare il fatto che se si adotta un tasso di mutazione un po’ più
basso l’epoca in cui visse l’Eva africana viene a cadere nel range cronologico dell’Homo erectus e questo potrebbe essere un argomento a favore della
teoria della continuità multiregionale.
A favore della teoria del rimpiazzamento totale sono intervenuti gli studi sul DNA del Neandertal. Svante Paabo ed altri ricercatori sono riusciti
ad estrarre segmenti di DNA dalle ossa di alcuni scheletri di Neandertal e
confrontandolo con quello dell’umanità attuale ritengono che la differenza
sia tale da dover escludere che Neandertal ed uomo anatomicamente moderno possano aver fatto parte di un’unica specie. La divergenza evolutiva tra
Neandertal ed uomo moderno risalirebbe a più di 400 ka.
Mentre in Europa i primi resti di uomini anatomicamente moderni – gli
uomini di Cro Magnon, nella valle della Vézère in Dordogna e delle grotte dei
Balzi Rossi nella Liguria di Ponente, e gli uomini di Mladec e di Velika Pecina
in Moravia – venivano fatti risalire a circa 32-28 ka, nel Vicino Oriente le
grotte della Palestina hanno restituito sepolture di uomini moderni molto più
antiche di quelle europee. Gli scavi condotti da B. Vandermeersch nella grotta
di Qafzeh hanno portato alla luce le sepolture di 6 adulti e 8 bambini nei
livelli XXII e XXI del vestibolo, caratterizzati da industria litica musteriana.
Inizialmente datati tra 59 e 68 ka, successive datazioni con il metodo della
termoluminescenza hanno assegnato a queste sepolture un’età compresa tra
100 e 90 ka. Negli anni 1931-1932 furono scoperte le sepolture di 7 adulti e
3 bambini nella grotta di Skhul nel monte Carmelo. Anche in questo caso
uomini di tipo moderno, definibili come Proto-Cro Magnon, erano associati a
industria musteriana. Già datati verso 55-35 ka, le nuove datazioni assegnano
loro un’età compresa tra 93 e 65 ka (ESR) oppure intorno a 119 ka (TL).
Le sepolture neandertaliane della Palestina, venute alla luce nelle grotte
di Tabun, di Amud e di Kebara, sempre in contesti culturali di tipo levalloisomusteriano o di musteriano evoluto, sarebbero in parte più antiche (Tabun)
e in parte più recenti (Amud e Kebara, databili nell’ambito della prima parte
della glaciazione würmiana, tra 70 e 45 ka). Sembrerebbe quindi che con il raffreddamento climatico gli uomini moderni abbiano abbandonato la Palestina
e vi si siano insediati gli uomini di Neandertal provenienti dall’Europa orientale. Questa ipotesi può essere valida per i Neandertaliani di Amud, datati
mediante TL e ESR a 50 ka, e di Kebara, datati mediante TL a 60 ± 4 ka,
mentre i Neandertaliani del livello C della grotta di Tabun, già datati con il
14
C a 40,8 e 51 ka, alla luce delle date ESR (100 ka) e TL (170 ka), sembrano
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molto più antichi. Quindi l’alternanza uomo di Neandertal / uomo moderno
si sarebbe verificata più volte nella stessa regione.
Per quanto riguarda l’Europa bisogna precisare che le attribuzioni di resti
scheletrici di tipo Cro-Magnon ad età aurignaciana non è sicura, trattandosi
sempre di vecchie scoperte prive di controllo scientifico. In realtà, anche se
tutti i ricercatori sono concordi nel ritenere che l’Aurignaciano sia in trodotto
in Europa da uomini anatomicamente moderni, fino ad oggi non vi è una sola
sepoltura attribuibile con sicurezza all’Aurignaciano.
In Africa orientale e meridionale abbiamo documenti paleontologici e
archeologici dell’uomo moderno più antichi che in ogni altra parte del Vecchio
Continente.
Il cranio KNM-ER 3884, rinvenuto a Ileret nel membro Chari della formazione di Koobi Fora, comprende gran parte dei parietali, dei temporali e
dell’occipitale, la regione sopraorbitaria quasi completa e parte della mascella con tutti i denti. Appartenente a un individuo adulto, ha una capacità
cranica di ca. 1400 cm3 . Il toro sopra-orbitario, per quanto non molto forte,
è l’unico tratto arcaico, per il resto il cranio ha un aspetto moderno. Dallo
stesso livello del cranio proviene un femore (KNM-ER 999), che a parte la
sua robustezza, presenta caratteristiche moderne. Le datazioni U-Th e U-Pa
effettuate su due frammenti del cranio e sul femore indicano una data tra 250
e 300 ka.
Morfologicamente simili al cranio di Ileret sono quelli di Florisbad, nel
Sudafrica, e di Laetoli OH 18, in Tanzania. Florisbad è un cranio frammentario attribuito a un soggetto femminile ed è stato recentemente datato
mediante ESR a ca. 250 ka. Il cranio di Laetoli proviene dalla formazione di
Ngaloba ed è stato datato mediante U-Th al periodo compreso tra 129 e 108
ka.
Al periodo compreso tra 200 e 130 ka risale, probabilmente, il cranio frammentario di Eyasi. Uno dei ritrovamenti più importanti per questo periodo
cruciale dell’evoluzione del genere Homo è quello fatto nel 1967 nella valle
dell’Omo in Etiopia dalla spedizione congiunta franco-americana-kenyota diretta, per quanto riguarda il gruppo kenyota, da Richard Leakey. Negli strati
della formazione di Kibish fu rinvenuto un cranio (Omo 1), mentre altri due
furono scoperti in superficie. La formazione di Kibish comprende 5 unità
numerate da V a I a partire dall’alto. Il cranio Omo 1 è stato rinvenuto nella
parte superiore dell’unità I, i cui tufi erano troppo recenti per una datazione
U-Th. Le conchiglie di un livello inferiore a quello del cranio sono state datate
con la serie U-Th a ca. 130 ka, mentre la parte superiore dell’unità III è al di
là delle possibilità di datazione con il radiocarbonio e le conchiglie dell’unità
IV sono state datate con il 14 C a 37 ka. Una data tra 130 e 100 ka è quindi
possibile per il cranio Omo 1, che presenta caratteristiche moderne: frontale
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elevato, volta cranica alta, regioni parietali espanse, occipite arrotondato; la
mandibola presenta il mento, i denti sono moderni per forma e dimensioni.
La capacità cranica è superiore a 1400 cm3 . Le ossa dello scheletro postcranico provenienti dallo stesso livello (costole, vertebre, ossa della mano e del
piede, omero, tibia, ecc.) hanno una morfologia completamente moderna.
Il cranio Omo 2, il cui contesto stratigrafico non è sicuro, nonostante la
grande capacità cranica (1430 cm3 ) ha un aspetto più arcaico per la maggiore
robustezza, l’occipite a chignon, la volta cranica più bassa.
Nel 1999 e poi negli anni 2001-2003 il sito del ritrovamento dei crani Omo I
e II è stato nuovamente investigato da un’équipe delle università di New York,
dello Utah e di Canberra. Oltre al ritrovamento di altri resti dell’inidividuo
Omo I, è stato possibile datare con precisione un livello di ceneri vulcaniche
di poco sottostanti al livello da cui provengono i resti umani, ottenendo una
data di 196 ka. Quindi la data di Omo I e II è intorno ai 190-195 ka, più
antica di quanto finora si riteneva.
Poco tempo prima era stata effettuata un’importante scoperta a Herto
nella regione dell’Afar in Etiopia. Da livelli databili a 154-160 ka provengono
un cranio pressoché completo, frammenti di un secondo cranio e un cranio
parziale di un bambino di ca. 6-7 anni. Il cranio completo ha una capacità
di 1450 cm3 e la sua morfologia appare quasi del tutto moderna: il toro
sopraorbitario è poco sviluppato, il frontale è alto, la volta cranica convessa
e arrotondata, mentre l’occipitale forma un angolo.
Pienamente moderni appaiono i resti umani scoperti in alcune grotte intorno alla foce del fiume Klasies (Sudafrica) in un contesto culturale attribuibile alla Middle Stone Age africana. I resti umani, comprendenti 5
mandibole frammentarie, due frammenti di mascellare, alcuni frammenti di
calotta cranica, denti e resti scheletrici postcranici, provengono dai più antichi livelli di occupazione, caratterizzati da un’industria litica di débitage
levallois, denominata tipo Pietersburg, e datati all’ultimo interglaciale, ca.
125 – 115 ka, e intorno a 90 ka. Le conchiglie marine provenienti da questi
livelli hanno un rapporto isotopico dell’ossigeno (180/160) tipico di acque
molto calde come quelle di un periodo interglaciale. La maggior parte dei
resti umani provengono dai livelli datati verso 90 ka. Le mandibole hanno
un mento chiaramente definito, mentre il frontale è privo dello spesso torus
sopra-orbitario caratteristico dell’Homo erectus e dell’uomo di Neandertal.
Una sepoltura di uomo anatomicamente moderno è stata scoperta nel
1994 a Taramsa, una collina presso Dendera in Egitto, nel corso degli scavi
diretti da Pierre M. Vermeersch, dell’università di Lovanio in Belgio. La
località era in età preistorica un centro di estrazione di chert, una varietà di
selce utile per la fabbricazione di strumenti. All’interno di un pozzo, era stata
collocata la sepoltura di un bambino di circa 8-10 anni di età; la posizione
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in cui era stato deposto è molto singolare: appoggiato contro la parete in
posizione seduta, con la faccia rivolta verso est e la testa rivolta verso l’alto,
il braccio sinistro disteso lungo il fianco e quello destro piegato dietro il dorso.
La sepoltura è stata datata verso 55 ka e l’analisi preliminare condotta sullo
scheletro indica che si tratta di un individuo pienamente moderno, anche se
presenta ancora qualche tratto arcaico nella morfologia dell’avambraccio e
della faccia.
L’importanza del ritrovamento, oltre che per l’epoca a cui risale, dipende
anche dal fatto che si trova lungo la rotta che l’uomo moderno ha dovuto
percorrere nella sua diffusione al di fuori dell’Africa verso il Vicino Oriente e
l’Europa.
Altrettanto importanti sono le precoci documentazioni in Africa di aspetti
culturali quali l’industria litica su lama, lo sviluppo dell’industria su osso, il
microlitismo, l’utilizzo sistematico delle risorse delle acque interne e di quelle
marine lungo le coste, ad es. la pesca e la raccolta dei molluschi, e infine segni
materiali di comportamenti altamente simbolici, tutti elementi che denotano
un comportamento “moderno” solitamente associato al Paleolitico superiore
europeo e all’uomo anatomicamente moderno. Per quanto siamo ancora ben
lontani dall’avere un quadro chiaro degli sviluppi culturali durante la Middle
e la Late Stone Age in Africa, alcuni siti ben datati e scientificamente indagati
forniscono alcuni sicuri punti di riferimento.
Tra i siti più importanti vi è la caverna di Blombos, lungo la costa
sudafricana, 100 miglia a ovest del fiume Klasies. Gli scavi sono diretti dal
prof. Chris Henshilwood. La parte superiore del deposito è di età recente,
quindi uno strato sterile di sabbia gialla, residuo di un’antica duna, copre
il deposito della Middle Stone Age. Da questi livelli, datati tra 100 e 70
ka, provengono 7 denti di tipo moderno, fra cui alcuni decidui e un incisivo
non ancora spuntato di un bambino di circa 5 mesi attestano la presenza di
bambini piccoli e quindi indirettamente delle donne nella caverna. Sempre
in questi livelli sono stati rinvenuti migliaia di pezzi di ocra (ematite rossa),
molti dei quali mostrano segni di raschiatura per produrre evidentemente
polvere. Vi sono anche pezzi di ocra che hanno la forma di gessetti. L’uso
dell’ocra in polvere o in gessetti è strettamente connesso a un comportamento
di tipo simbolico caratteristico dell’uomo moderno: con l’ocra ci si dipingeva il corpo, oppure si coloravano le vesti, l’ocra aveva anche un significato
rituale nei riti di passaggio e nelle cerimonie della sepoltura dei defunti. Inoltre, l’ocra poteva servire per conciare le pelli. Recentemente nella caverna
di Blombos è stato rinvenuto un pezzo rettangolare di ocra su cui erano stati
incisi con una punta di pietra una serie di rombi in modo da formare un motivo ornamentale. E’ questo il più antico documento di arte figurativa finora
scoperto.
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Nella caverna di Blombos è stata rinvenuta industria litica su lama ed
anche industria su osso, ad es. punteruoli d’osso che potevano essere usati
per fare fori nelle pelli. La materia prima dei manufatti litici è una roccia
dura che si trova solo a una ventina di miglia di distanza. Fra i resti di pasto
vi sono ossa di pesci di grandi dimensioni e gusci di molluschi marini.
Gli uomini che vivevano nelle caverne alla foce del fiume Klasies avevano
una dieta comprendente selvaggina, molluschi, vegetali. Cacciavano antilopi,
foche, pinguini. I resti umani sono stati rinvenuti mescolati ai resti di pasto
e ai rifiuti di cucina, alcuni frammenti di cranio erano anneriti dal fuoco ed
alcune ossa mostravano chiari segni di taglio. Tutto ciò ha fatto pensare a
pratiche di cannibalismo.
Nel corso di una fase fredda datata ca. 70-65 ka le caverne del Klasies
furono abitate da una popolazione che praticava una scheggiatura laminare e
lamellare, fabbricava strumenti a dorso su lame sottili e strumenti microlitici
come segmenti a dorso. La materia prima utilizzata proveniva da ca. 20
km di distanza. Questa industria è stata denominata Howieson’s Poort ed è
conosciuta in diverse località del Sudafrica (Nelson Bay Cave, Paardeberg).
Una importante industria su osso, con arpioni, coltelli e ami, e una pratica
diffusa della pesca documentata dai rifiuti di pasto, in cui abbondano i resti
di pesci, è stata scoperta in due siti vicini nei pressi di Katanda, nello Zaire
orientale, verso il confine con l’Uganda, lungo i terrazzi del fiume Semliki,
che scorre subito a ovest del Ruwenzori e si immette nel lago Alberto. I due
siti, scavati da J. Yellen e A. Brooks, sono stati datati a 90-80 ka.
In conclusione, in Africa l’uomo anatomicamente moderno e gli aspetti
culturali ad esso collegati sarebbero più antichi che in ogni altra parte del
mondo. Quindi, i documenti paleontologici, le industrie litiche nonché altri aspetti culturali e gli studi del DNA convergerebbero per confermare la
teoria out of Africa: l’Homo sapiens ha avuto origine in Africa e da lı̀ si è
diffuso in altre parti del mondo, rimpiazzando completamente altre specie
di Ominidi, dall’uomo di Neandertal in Europa alle forme piè recenti di Homo erectus nell’Estremo Oriente asiatico. Quest’ultimo aspetto della teoria
è forse quello che ha suscitato le maggiori controversie. Soltanto in Europa
la documentazione archeologica è cosı̀ ampia da poter studiare in maniera
approfondita la diffusione dell’uomo anatomicamente moderno e i problemi
della scomparsa dell’uomo di Neandertal, mentre in altre regioni come l’Asia
orientale, l’Indonesia e l’Australia il quadro è ancora fortemente lacunoso.
Da un punto di vista teorico la sostituzione dell’uomo di Neandertal da
parte dell’uomo moderno può essere avvenuta secondo processi differenti: 1.
evoluzione locale dal Neandertal all’uomo moderno; 2. immigrazione dell’uomo moderno, che venendo in contatto con il Neandertal ne determina la
rapida e totale scomparsa come conseguenza della sua superiorità tecnologica
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o come conseguenza della diffusione di malattie verso le quali il Neandertal
non aveva difese immunitarie; 3. dopo l’immigrazione dell’uomo moderno in
Europa, il suo contatto con le popolazioni neandertaliane determina fenomeni
di acculturamento e di ibridazione o di assorbimento.
La prima ipotesi non è più accettabile alla luce sia dei dati archeologici che
di quelli paleoantropologici. La seconda ipotesi è quella che gode attualmente
del maggior numero di sostenitori, ma anche la terza ipotesi contiene elementi
che sembrano trovare conferma nella documentazione archeologica.
Innanzitutto, appare ormai chiaro che non vi è stato un rimpiazzamento
rapido e totale e una scomparsa più o meno improvvisa dell’uomo di Neandertal. Il processo è stato lento e di lunga durata – almeno quindicimila anni – e
differente da una parte all’altra dell’Europa. Sulla ricostruzione del quadro di
questo processo permangono molti elementi di incertezza, dovuti sostanzialmente al fatto che le datazioni radiocarboniche anteriori a 30-35 ka non sono
molto affidabili. Si ritiene in genere che l’Aurignaciano, a cui è strettamente
associata la diffusione dell’uomo moderno, abbia un’origine medio-orientale e
sia comparso dapprima nell’Europa sud-orientale, a partire da 45 ka: grotte
di Bacho Kiro, livello 11, e di Temnata in Bulgaria e siti di Istallöskó in
Ungheria e di Willendorf in Austria. Le datazioni tra 46 e 40 ka di questi siti
non sono comunque sicure, ad es. il livello 11 di Bacho Kiro è stato datato a
> 43 ka con il 14 C, ma nuove datazioni effettuate con l’AMS hanno fornito
date comprese tra 38 e 34 ka. Comunque tra 40 e 35 ka l’Aurignaciano sembra essersi diffuso lungo la via danubiana fino all’Europa centrale e dall’area
medio danubiana all’Italia settentrionale e quindi alla Francia meridionale e
alla Spagna settentrionale (Catalogna e regione cantabrica). A nord e a sud
di questo asse di diffusione est-ovest troviamo complessi culturali, definiti di
transizione tra Paleolitico Medio e Paleolitico Superiore, come lo Szeletiano
nell’Ungheria settentrionale, in Moravia e in Slovacchia; l’Uluzziano nella
penisola italiana; lo Chatelperroniano diffuso in Francia dal sud-ovest fino
allo Yonne. Questi complessi di transizione si sono sviluppati certamente
dai precedenti complessi musteriani, ma si caratterizzano per la presenza di
aspetti di novità, che possono ricondursi a un influsso esercitato dalla cultura aurignaciana (ad es. adozione della scheggiatura laminare e comparsa
di oggetti di ornamento).
Cosa sappiamo sulle popolazioni umane dei complessi di transizione e su
quelle dei più antichi complessi aurignaciani? Purtroppo molto poco. L’unico
individuo riferibile con sicurezza allo Chatelperroniano è stato scoperto a
St. Césaire in Francia: datato a 36 ka, è senza dubbio un neandertaliano.
Anche i denti rinvenuti nei livelli chatelperroniani della grotta della Renna
ad Arcy sur Cure sono di tipo neandertaliano. Analogamente alcuni denti
decidui provenienti dai livelli uluzziani della Grotta del Cavallo in Puglia
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sono attribuibili all’uomo di Neandertal.
Per quanto riguarda i complessi di transizione dell’Europa centrale, i
ritrovamenti di resti umani sono più frammentari e problematici. Un frammento di mascellare attribuibile all’uomo di Neandertal è stato rinvenuto nel
livello inferiore della grotta di Sipka in Cecoslovacchia, insieme a un’industria
di tipo musteriano denticolato, quasi del tutto priva di scheggiatura levalloisiana ma con una forte componente anche di tipi del Paleolitico superiore.
Il complesso si data all’interstadiale di Hengelo (ca. 40000 BP). Anche la
mandibola neandertaliana di Sveduv Stul, in Moravia, proviene da un livello
musteriano datato all’interstadiale di Hengelo. Nella grotta di Kulna, sempre in Moravia, il livello 6-a, caratterizzato da un’industria litica musteriana
senza scheggiatura levalloisiana, ma con presenza di scheggiatura laminare e
di grattatoi spessi, non ha restituito resti umani, ma dal sottostante livello
musteriano 7-a provengono frammenti di un mascellare e di parietali e molari decidui, che sono stati attribuiti all’uomo di Neandertal, mentre secondo
altri autori non presenterebbero caratteri neandertaliani. Infine, alcuni resti
di Neandertal sono stati rinvenuti nel livello G 1 della grotta di Vindija, in
Croazia, caratterizzato da un complesso a punte foliate bifacciali e dalla compresenza di tipi musteriani e del Paleolitico superiore, quali grattatoi frontali
su lama, bulini, due zagaglie d’osso, una tipo Mladec ed un’altra a base fessa.
Lo strato G 1 è stato datato mediante AMS a 33000 ± 400 BP. In conclusione,
i complessi di transizione dell’Europa centrale, databili tra 40 e 33 ka sono
da riferire all’uomo di Neandertal, come d’altra parte è ipotizzabile anche in
considerazione del loro legame filetico con le culture del Paleolitico Medio.
Anche lo Chatelperroniano e l’Uluzziano sono da riferire all’uomo di Neandertal. Per lo Chatelperroniano rimane il dubbio dell’uomo di Combe
Capelle. Nel riparo del Roc de Combe Capelle, in Dordogna, nel 1909 fu
scoperta una sepoltura umana nei livelli chatelperroniani, ma i dati precisi di
scavo fanno difetto e la fossa per la sepoltura potrebbe essere stata scavata entro i livelli chatelperroniani e quindi essere posteriore allo Chatelperroniano.
L’uomo di Combe Capelle, già conservato al museo di Berlino e distrutto durante la seconda guerra mondiale, pur essendo senza dubbio un uomo di tipo
anatomicamente moderno, presenta alcuni tratti più arcaici, quali il frontale
un po’ sfuggente, un certo spessore dei rilievi sopra-orbitari e una mandibola
praticamente priva di mento prominente.
L’uomo dei complessi Proto-Aurignaciani è quasi del tutto sconosciuto. Un frammento di mandibola sinistra con un molare, appartenente a
un soggetto giovane, proviene dal livello 11 della grotta di Bacho Khiro, già
datato a > 43 ka ed ora tra 38 e 34 ka (AMS). Dei resti umani – due adulti e
un giovane – scoperti nei livelli proto-aurignaciani della grotta di el Castillo,
nella regione cantabrica, non sappiamo nulla, perché sono ormai perduti.
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Dai livelli aurignaciani della caverna del Vogelherd, nella Germania sudoccidentale, che hanno restituito alcune tra le più antiche opere d’arte mobiliare, provengono anche resti umani di tipo anatomicamente moderno. Un
cranio e una mandibola dal livello V, datato 31.400 ± 1100 BP, e un cranio
dal successivo livello IV, datato 30.730 ± 750 BP. Quest’ultimo presenta un
forte spessore dei rilievi sopra-orbitari e inoltre ha la caratteristica di essere
brachicefalo, ragione per cui è stato in genere ritenuto più recente. Recenti
datazioni effettuate con il 14 C hanno confermato che i resti umani sono di
età recente, postglaciale. Il gruppo più consistente di resti umani attribuibili
all’Aurignaciano dell’Europa centrale proviene dalle grotte di Mladec, in
Moravia. Scoperti tra il 1881 e il 1922, la loro esatta posizione cronologica
rimane incerta, ma è probabile che risalgano all’interstadiale di Denekamp,
tra 32 e 28 ka, ed erano comunque associati a manufatti di tipo aurignaciano.
La maggior parte di questi reperti è stata distrutta alla fine della seconda
guerra mondiale dai nazisti in ritirata, che diedero alle fiamme il castello di
Mikulov, in cui erano conservati. La popolazione di Mladec si caratterizza
per uno spiccato dimorfismo sessuale: i soggetti maschili hanno una volta
cranica non molto elevata, un occipitale che ricorda la morfologia neandertaliana, ossa craniche molto spesse, arcate sopraccigliari di forte spessore;
quelli femminili sono di aspetto più gracile e non presentano tratti arcaici.
Nell’Europa occidentale all’Aurignaciano viene associato l’uomo di Cro
Magnon. Il ritrovamento eponimo, avvenuto nel 1868, non è ben datato.
Le sepolture di quattro adulti – 3 maschi e una femmina – e di un neonato
si trovavano in fondo alla grotta, nel livello J o I, nella parte più alta del
deposito archeologico. Sicuramente posteriori all’Aurignaciano II, possono
essere attribuiti all’Aurignaciano tardo, ma potrebbero essere anche più recenti. Anche le numerose sepolture delle grotte dei Balzi Rossi, attribuite
all’Aurignaciano, non sono databili con grande precisione.
La complessa situazione dei ritrovamenti a cavallo tra Paleolitico Medio
e Superiore ha dato luogo a differenti interpretazioni. Sembra, comunque,
innegabile, che i contatti tra uomo di Neandertal ed uomo moderno, definibile
forse come proto-Cro Magnon, abbiano dato luogo non solo a fenomeni di
acculturamento, con la formazione di quei complessi misti di cui abbiamo
parlato, ma anche a fenomeni di ibridazione, almeno occasionali.
La cultura proto-aurignaciana fa una precoce comparsa nella regione
cantabrica e in Catalogna, ma in tutto il resto della penisola iberica a sud
della valle dell’Ebro la cultura musteriana e l’uomo di Neandertal si sono
mantenuti fino a ca. 27 ka. L’Ebro sembra aver costituito una vera e propria
frontiera biologica e culturale. Non ci sono stati fenomeni di acculturamento
e una cultura tardo musteriana ha continuato a persistere per diecimila anni.
Dalla caverna di Figueira Brava in Portogallo provengono resti neandertalc 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
Origine ed evoluzione del genere Homo - Dispensa del corso di Preistoria modulo A degli Studi di Milano
160
iani datati a 31 ka, mentre nella caverna di Zafarraya è stata scoperta una
mandibola neandertaliana completa, in un livello di poco più antico di 27 ka:
è “l’ultimo Neandertal” finora conosciuto.
Dopo 28 ka, anche nella penisola iberica si diffonde una cultura aurignaciana evoluta, che porta alla definitiva scomparsa del musteriano. A questo
punto in tutta Europa si è affermato l’uomo moderno.
Una recente scoperta ha riaperto il problema delle forme di contatto e della permeabilità della frontiera genetica tra uomo moderno e uomo di Neandertal, riproponendo l’interrogativo se l’uomo di Neandertal abbia contribuito
al pool genico dell’umanità attuale.
A Lagar Velho, nella valle di Lapedo, nel Portogallo centrale, lavori di
terrazzamento condotti con un escavatore meccanico hanno portato in esposizione il deposito archeologico di un riparo sotto roccia. Nel dicembre 1998 è
stata rinvenuta la sepoltura di un bambino nella parte occidentale del riparo
e sono iniziati gli scavi diretti dal dott. Joao Zilhao, dell’Istituto Portoghese
di Archeologia, mentre per l’analisi dei resti umani è stato invitato a collaborare il prof. Erik Trinkaus. Le ricerche condotte nel sito durante il 2000 e
il 2001 hanno portato alla luce un ricco deposito stratificato del Gravettiano
e del Solutreano, 15 m più a est rispetto al luogo della sepoltura. Il deposito
al di sotto della sepoltura è risultato sterile. La sepoltura risale a ca. 24,5 ka
ed è contemporanea dei livelli gravettiani. Gli scavi hanno documentato accuratamente il rituale funerario: dopo aver scavato una fossa poco profonda,
vi è stato bruciato sul fondo un ramo di pino, poi è stato deposto il piccolo
defunto avvolto in una pelle tinta di ocra rossa, in posizione distesa, con il
piede sinistro sopra quello destro. Al collo il bambino portava un pendaglio
ricavato da una valva di Littorina obtusata, mentre in origine doveva avere un
copricapo con cuciti canini di cervo. Poiché i lavori di terrazzamento avevano
asportato il cranio della sepoltura, frammenti del cranio e quattro canini di
cervo forati sono stati trovati a tre metri di distanza dalla sepoltura. Attorno
alla spalla destra e ai piedi vi erano ossa di cervo, mentre fra le gambe sono
state ritrovate le ossa di un coniglio, che costituivano offerte funerarie.
Si stima che al momento della morte il bambino avesse circa 4 – 5 anni.
La singolarità del ritrovamento consiste nel fatto che lo scheletro mostra una
mescolanza di caratteri moderni, predominanti, come ad es. il mento prominente, ed altri che possono essere ricondotti a un’eredità neandertaliana, come
la grande robustezza delle ossa e il valore basso dell’indice crurale, cioè del
rapporto tra la lunghezza della tibia e quella del femore. Anche il rapporto
tra la lunghezza del radio e quella dell’omero è di tipo neandertaliano. Per
un bambino di quell’età le ossa appaiono di straordinaria robustezza. Un altro aspetto singolare è l’angolo formato dalla sinfisi mandibolare con la linea
delle gengive, che, analogamente a quanto si verifica nei Neandertal, appare
c 2007 Cattedra di Preistoria e Protostoria, Università
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molto meno ampio che nell’uomo moderno.
La sepoltura di Lagar Velho sembra quindi documentare che tra uomo
moderno e Neandertal si sono verificati incroci. Poiché tra “l’ultimo Neandertal” della penisola iberica e il bambino di Lagar Velho intercorre una
distanza di alcune migliaia di anni, Lagar Velho non può essere la conseguenza di un incrocio diretto – e come tale avrebbe potuto essere sterile, come
avviene quando si incrociano due specie diverse – , ma può soltanto discendere da una popolazione ibrida che è persistita per migliaia di anni. Se il
Neandertal e l’uomo moderno hanno dato luogo a ibridi fecondi, vuole dire
che non costituiscono due specie distinte, ma soltanto due varietà razziali,
sia pure molto distanti l’una dall’altra, all’interno della stessa specie.
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