A S S O C I A Z I O N E A M I C I D E I M U S E I D ’ A B R U Z Z O F I D A M Associazione Amici dei Musei c.p. 162, 67100 L’Aquila centro Anno II/IV Trimestre n°6 2007 Tribunale dell’Aquila n°553 del Registro Giornali 18.03.2006 Periodico Trimestrale Gratuito Poste Italiane Spa - spedizione in abbonamento postale - 7o% - Pescara E D I T O R E L’opinione di ALBERTO CLEMENTI Il personaggio GIANNI CARAVAGGIO - ANGELO MOSCA Architettura PUBBLICI(t)TÀ Chieti Eventi IL FLUIDO TURCATO RETROSPETTIVA AL MUSEO COLONNA ANTOLOGICA DI CLAUDIO VERNA A L’AQUILA Un paese per Museo SANTO STEFANO DI SESSANIO SPECIALE MUSEI D’ABRUZZO I poster di MU6 ETTORE SPALLETTI EDITORIALE di Walter Capezzali In copertina: Mimmo Paladino, "...bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini, non era altro, in fin dei conti, che una buonissima Fata, che da più di mill'anni abitava nelle vicinanze di quel bosco" Serigrafia, collage, acquaforte Cultura per recuperare (cfr. pag 19) 2 Editoriale Walter Capezzali Cultura per recuperare 3 L’opinione di Alberto Clementi: Paesaggi dell’intrattenimento 5 Le promesse di... 6 Il personaggio a cura di Massimiliano Scuderi Gianni Caravaggio - Angelo Mosca 9 Architettura di Marco Morante e Maura Scarcella PUBBLICI(t)TÀ Chieti 10 Eventi Il fluido Turcato Retrospettiva al Museo Colonna 11 Eventi Antologica di Claudio Verna a L’Aquila 13 Esperienze e Musei Alla scoperta della ceramica di Castelli nel Museo “Villa Urania” 15 Un paese per Museo di Filippo Tronca Santo Stefano di Sessanio 16 Itinerari di Filippo Tronca Villavallelonga. Orsi e Mammuocchie 17 Itinerari di Filippo Tronca Goriano Valli. Il vigneto delle biodiversità 18 Infomu6 Mostre / premio / seminari / attività / eventi / convegni MUSEI n.6 Periodico Trimestrale ideato da Germana Galli Progetto grafico Con il contributo della Regione Abruzzo Ad.Venture / Compagnia di comunicazione impaginazione a cura di Franco Mancinelli Editore Foto Associazione Amici dei Musei d’Abruzzo Casella postale 162, 67100 L’Aquila centro [email protected] www.mu6abruzzo.it www.mu6abruzzo.eu Webmaster Claudia Valentini Pepe Barbieri pag 9 Roberto Boscaglia pag 9 Margherita Coletti pag 16 Luciano D’Angelo pag 3 Mario Di Paolo pag 15 Marco Introini pag 9 Corrado Meotti pag 6 Direttore Responsabile Stampa Walter Capezzali Poligrafica Mancini Sambuceto / Chieti Coordinamento editoriale Germana Galli Traduzioni (sito web) Monica Fagnano Redazione Angela Ciano, Franco Dus, Marco Morante, Jessika Romano, Maura Scarcella, Massimiliano Scuderi, Filippo Tronca. Distribuzione Per questo numero hanno collaborato: Alberto Clementi, Vincenzo De Pompeis, Barbara Esposito, Cristiana Pasqualetti, Alessandra Sammarone. © MU6 / 2007 stampato in italia Spedizione postale Due recenti interventi, sul “Corriere della Sera” e sul suo inserto settimanale “Io Donna” ci pongono degli interrogativi, delle sentenze e delle risposte, altalenanti tra pessimismo e ottimismo. Il tutto ci riguarda, e ne approfittiamo per confermare pensieri già espressi. Da un lato, c’è la corrispondenza da Washington di Ennio Caretto che, presentando il recente libro di Walter Laqueur, Gli ultimi giorni dell’Europa (che nell’edizione in inglese reca l’ancor più preoccupante sottotitolo Epitaph for an Old Continent), ne sottolinea il sostanziale pessimismo sul futuro di una “società vittima del relativismo e della perdita dell’identità culturale”, destinata a trasformarsi in “un museo della storia mondiale”, “un paradiso turistico, un parco culturale, una Disneyland dei ricchi e dei sofisticati”, perdendo definitivamente (sembrerebbe averlo già perso) il ruolo di motore propulsore sul piano economico, sociale, ovvero la vis politica un tempo vanto del nostro Continente. Dall’altro lato, c’è l’articolo di Giovanna Melandri che, sotto forse un non sufficientemente chiaro titolo d’assieme (“Holidaylandia”), parla, per l’Italia, dei Beni culturali ed ambientali, della loro valorizzazione e dell’adeguamento di infrastrutture e addetti, come di una nuova (antica) risorsa disponibile al fine di recuperare il primato nel campo dell’offerta turistica. La perdita di 4 milioni di turisti dopo il boom dell’Anno Santo contrasta, secondo la Melandri, con un dato di fatto: possediamo un capitale unico al mondo che nessuno potrà clonarci, copiare o riprodurre, dobbiamo saggiamente valorizzarlo e utilizzarlo come volano di sviluppo anche economico. Laqueur, almeno in apparenza, vedrebbe dunque l’avvento di una stagione “nera” per l’Europa, destinata ad un mortificante ruolo di “parcogiochi” culturale; la Melandri, da parte sua, sollecita gli italiani affinché il desiderio sempre vivo di sempre più stranieri di portarsi nel nostro Belpaese, possa di nuovo trasformarsi in concreta praticabilità, facendo sì che ci siano fondi per la manutenzione di musei e opere d’arte e per le produzioni culturali, ma pure che i turisti di questo settore non vengano considerati “come polli da spennare immediatamente e una volta per tutte, piuttosto che come clienti da coccolare per farli poi tornare in futuro”, fruitori convinti “della nostra cultura, non solo dei capolavori più celebri, della fama delle straordinarie città d’arte, ma anche del fascino meno noto e talvolta un po’ nascosto dei piccoli borghi, dalle tradizioni musicali o dalla qualità dei cibi e dei vini”. Ci compiacciamo di ritrovare nelle parole della ex Ministro per i Beni e le Attività culturali (oggi alle Politiche giovanili e alle Attività sportive) il nostro stesso motivo d’essere, illustrato chiaramente fin dalle prime battute di questo periodico: intendere i beni culturali, e quindi anche i musei, i siti archeologici, le risorse ambientali, come veri volani di sviluppo, di occupazione, di miglioramento. Certo, la Melandri insiste sulla necessità di provvedere ad una più sorridente accoglienza, ad una migliore qualità della ricettività e della professionalità degli addetti, ad una più concorrenziale (a livello internazionale) offerta relativamente ai costi; altrimenti i risultati positivi non verranno, magari la gente “sognerà” l’Italia, ma non potrà agevolmente venirci e adeguatamente goderne. Siamo molto d’accordo. Sicché, al pessimismo dello storico Walter Laqueur, che per l’Europa prevede un futuro da costoso parco giochi, o forse da “sito museale” nell’aspetto meno incoraggiante del termine (una sorta di “tiomba” dell’identità culturale del Continente), preferiamo l’incoraggiante ottimismo di Giovanna Melandri, e osiamo ancora una volta proporre alla componente museale un ruolo positivo, stimolante, moderno, adeguato ai tempi e accompagnato da una parallela crescita di quella “politica dell’accoglienza” che sollecita infrastrutture coerenti e abbordabili. Non un “luogo” per lo sfizio di pochi stanchi ricchi, piuttosto i “luoghi” per sempre più numerosi e dinamici amanti del bello. La cultura è davvero patrimonio di tutti. La redazione si avvale della preziosa collaborazione di Tiziana Valente. MU2 D O V E T R O VA R E M U 6 : M U S E I D E L L A R E G I O N E A B R U Z Z O / C H I E T I , L I B R E R I A D E L U C A ( V I A C . D E L O L L I S , 1 2 / 1 4 ) / N U O VA L I B R E R I A ( P I A Z Z A B A R B A C A N I , L’OPINIONE DI Paesaggi dell’intrattenimento Alberto Clementi Se volete visitare l’Europa, fate una vacanza in Virginia…. Lì c’è tutto il piacere e il colore della vecchia Europa, ma è molto più vicina! Da “Ode alla gioia” Busch Gardens Theme Park (*) Che i paesaggi stiano progressivamente trasformandosi nei luoghi dell’infinito intrattenimento attraverso cui tende ad affermarsi l’economia contemporanea è una scoperta tutt’altro che recente. Eppure ancora poco esplorati appaiono i reali processi all’opera e le loro conseguenze per le strategie del governo del territorio, o anche, più riduttivamente, i loro riflessi per una cultura progettuale che voglia essere sempre più consapevole dei valori in gioco quando si rivendica giustamente l’importanza del paesaggio nell’architettura, nell’urbanistica e nell’arte del nostro tempo. Il paradigma dei parchi a tema è stato quanto mai fecondo per farci comprendere le ragioni che presiedono alla costruzione dei recinti specializzati del tempo libero, modellati dalla simulazione nelle esperienze di apprendimento del mondo e delle sue singolarità incarnate dai luoghi della storia e della natura. Busch Gardens, o Disneyland, ci insegnano ad esempio come sia possibile realizzare esperienze di successo, secondo Sorkin grazie soprattutto alla loro capacità di “intensificare il presente, la trasformazione del mondo attraverso una crescita esponenziale dell’accesso al consumo di beni-merce ridotti al loro grado zero”. Così un viaggio a Disneyland può sostituirsi a quello per il Giappone reale, reinterpretato e stilizzato nei suoi significati essenziali attraverso i simboli del samurai e del sushi da apprendere e consumare velocemente, in una cornice rassicurante e funzionale che oltre tutto è più vicina. La conoscenza del luogo tende ora a trasformarsi in spettacolo, affidandosi ad una narrazione elementare che accompagna l’esperienza dell’attraversamento, insieme reale (dentro il parco) e virtuale (in una dimensione geografica atopica), facendo largamente ricorso a tecnologie multimediali quanto mai avanzate. Meno chiare appaiono però le cose quando cerchiamo di interpretare il mutamento del territorio alla scala dell’insieme, provando a ricombinare in un ordine comprensibile l’apparire dei nuovi luoghi dell’intrattenimento, quelli della conoscenza e del consumo che insieme al permanere delle scene più tradizionali sembrano caratterizzare molti nostri paesaggi. Ci rendiamo conto che questi singolari incubatori dell’innovazione stanno soppiantando di fatto i luoghi della produzione come chiavi di volta dei nuovi assetti insediativi e ambientali del nostro territorio. Peraltro abbiamo imparato anche a riconoscere l’inattualità delle distinzioni canoniche tra produzione, consumo e intrattenimento, e con esse la crisi della visione della prima modernità con la sue compulsioni ossessive verso la specializzazione funzionale. Non è allora infondato ritenere, come Bonomi, che “la frattura tra il tempo del lavoro e quello del tempo libero, tra i valori sacri e le passioni profane, oggi non esiste più“. Anzi, con tutta evidenza all’interno di parchi tematici ma ormai visibilmente anche al loro esterno, si può rilevare che sempre più spesso il lavoro tende ad assumere le forme proprie dello spettacolo, omologando la produzione del tempo libero alle logiche dell’impresa industriale, mirate ad estrarre il valore aggiunto dalla filiera complessiva dell’intrattenimento. E così gli addetti ai vari servizi dentro il parco sembrano sollecitati a diventare gli attori di una scena globale, chiamata ad assicurare la qualità dello spettacolo e la soddisfazione dei consumatori, e al tempo stesso l’igiene, la sicurezza e gioiosità di un ambiente che vuole apparire familiare a tutti. E tuttavia continua a rimanere sfuggente il senso complessivo del mutamento in atto nel territorio e nel paesaggio, sotto l’effetto combinato di queste isole introverse fortemente strutturate al proprio interno e delle altre dinamiche che si sviluppano più liberamente ovunque, concorrendo congiuntamente a rielaborare il senso dell’esistente. Ci domandiamo se e quanto questi spazi eterotopici siano da considerare i precursori di una trasformazione più generale. Se il loro potere morfogenetico possa davvero prevalere su quello del patrimonio sedimentato nel configurare la scena del presente, soprattutto nei contesti ricchi di storia che caratterizzano il nostro paesaggio. E se infine il mutamento più rilevante, prima ancora che l’identità dei singoli materiali insediativi, non investa piuttosto il senso più profondo delle connessioni che danno forma al territorio contemporaneo. Sorkin ci ha fatto comprendere quanto la nuova città “abbia il potere non solo di oltrepassare le scene tradizionali, ma di cooptarle relegandole al ruolo di mere intersezioni di una griglia globale che rende obsolete le abituali categorie del tempo e dello spazio”. E davvero sembra che questi paesaggi dell’intrattenimento ci parlino di una nuova territorialità, dove vengono trattati soprattutto i desideri e le emozioni di masse crescenti di consumatori. Intanto che agisce una nuova economia sempre più pervasiva, la rifkiniana economia dell’esperienza, che alla produzione classica dei beni materiali preferisce il controllo dei processi di costruzione del senso, nella ambiziosa prospettiva di “trasformare in mercato la vita stessa di ciascun individuo”. Un’economia cioè che tende a sostituire alla produzione industriale quella culturale, e che mette al centro il territorio e il paesaggio ora non più per offrire solo servizi primari ma piuttosto per capitalizzare l’accesso alle esperienze culturali. Lo sconfinamento dai luoghi specializzati del piacere e del desiderio sembra di fatto alludere allo stato nascente di una nuova forma del territorio, che sa creare un contesto completamente nuovo, sia riutilizzando in gran parte la sostanza di quello esistente che aggiungendo specifici spazi eterotopici come catalizzatori privilegiati del mutamento. Assistiamo ad un processo in cui l’infinito intrattenimento sembra oggi insinuarsi dappertutto, nelle pieghe delle città come dei territori aperti, snaturando profondamente il senso dei rapporti sociali e produttivi che hanno modellato nelle lunghe durate i paesaggi esistenti. C’è da riflettere seriamente su queste tendenze al mutamento riconoscibili ovunque, in Italia come in Europa. Quanto sta accadendo nei paesaggi delle Dolomiti o della Toscana, o peggio nella Costa Smeralda in Sardegna, ci avverte dell’urgenza di una strategia di contrasto allo scivolamento del territorio verso un fuori scala rappresentato dai grandi parchi tematici dell’intrattenimento interpretati in salsa italiana. Dobbiamo purtroppo prendere atto con rammarico delle perduranti difficoltà delle nostre politiche del paesaggio, strette nella morsa di due impostazioni alternative che si contendono il campo. L’impossibile tutela ad oltranza perorata dallo Stato, che vorrebbe congelare il paesaggio nelle sue forme ereditate dal tempo senza disporre di altre risorse che dei vincoli. O la valorizzazione sostenibile, sostenuta invece dalle Regioni che, seguendo i principi della Convenzione europea del paesaggio, vorrebbero utilizzare il paesaggio come risorsa strategica per un nuovo modello di sviluppo, capace di coniugare virtuosamente territorio, economia e società. Lo scenario globale di una sfera culturale assorbita progressivamente in quella economica incombe però in modo inquietante. Sta a noi trovare la forza di un progetto che sappia riaffermare il primato del valore culturale del paesaggio senza rinunciare alle risorse portate dalla nuova economia dell’esperienza. Un progetto capace di trasmettere emozioni quanto di suscitare rispetto e comprensione per i diritti del nostro paesaggio, alla ricerca di un sapiente equilibrio tra valori di permanenza e valori del mutamento. Purtroppo il recente dibattito sul paesaggio nel nostro paese non invita all’ottimismo. Ma forse, da un rinnovato interesse delle arti e dell’architettura per questi temi potrà forse scaturire una nuova visione che ci aiuterà a considerare l’infinito intrattenimento non solo una minaccia, ma anche come un’occasione preziosa per un uso creativo del nostro tempo in armonia con il nostro paesaggio. (*) slogan di promozione di Busch Gardens, parco tematico a Williamsburg, Virginia Alberto Clementi, Preside della Facoltà di Architettura Università d’Annunzio Chieti-Pescara , 9 - VA S T O ) / L ' A Q U I L A , C A F F È P O L A R ( V I A S A N TA G I U S TA , 1 7 / 2 1 ) / L I B R E R I A C O L A C C H I ( V I A A N D R E A B A F I L E , 1 7 ) / L I B R E R I A M O N D A D O R I ( V I A M O N - MU3 LE PROMESSE DI... Il 2007 si sta chiudendo. Che cosa promette o si ripromette per il nuovo anno e quale gli obiettivi da raggiungere? Abbiamo rivolto questa domanda ad una serie di personalità e personaggi del mondo della politica, della cultura, dell’imprenditoria… LUCIANO D’ALFONSO Il patrimonio artistico e culturale abruzzese è sotto gli occhi di tutti. Come tanti sono stati gli sforzi da parte delle istituzioni e da parte di soggetti attivi in campo culturale di valorizzarlo e renderlo pienamente fruibile non solo per gli abruzzesi. Il passo ulteriore da fare è cercare di creare un sistema che comprenda i tantissimi musei del nostro territorio, che passi attraverso i siti archeologici, i borghi storici, le sedi dei parchi naturalistici e delle riserve, che crei un circolo virtuoso fra le risorse tutte che l’Abruzzo ha da offrire, al fine di lanciare un nuovo e considerevole volano in termini di sviluppo economico e sociale. Coinvolgere, oltre agli enti pubblici, anche altri soggetti come le università, le istituzioni culturali, è un buon modo per creare sinergie innovative che potranno permettere non solo l’apertura di tanto patrimonio ad abruzzesi e non abruzzesi, ma anche lo scambio di progetti e iniziative con le regioni e gli stati che abbiamo di fronte, intorno, accanto. L’Abruzzo è una regione cerniera e questa posizione racchiude preziose opportunità di sviluppo, la “veicolazione” della cultura è una di queste. ELISABETTA MURA È come essere divisi tra i desideri, i sogni e una difficile realtà che si è annunciata già in questo scorcio di anno con i fondi della cultura fortemente penalizzati dall’esigenze del bilancio regionale. Sono quindi soprattutto preoccupata perché le spese per la cultura non sono spese allegre e potrebbero andare deluse molte aspettative. La cultura è un investimento che porta anche sviluppo economico. E come tutti gli investimenti deve rientrare in un quadro di programmazione complessivo. L’Assessorato alla Cultura della Regione Abruzzo sta quindi lavorando ad un rinnovamento dell’intero settore. Mi auguro di concludere con successo il processo di riforma della legislazione in materia di spettacolo e di estendere il rinnovamento del quadro normativo anche ai Beni Culturali. Sono imprescindibili interventi di base. Oltre i tanti progetti in cantiere per il 2008, vorrei ribadire che è necessario per l’Abruzzo valorizzare le proprie vitali energie ma con l’ambizione di guardare oltre, ed intendo al Mediterraneo, con progetti forti e di qualità evitando di disperdere le energie in mille rivoli. LUCIANO D’ANGELO Che cosa mi riprometto per il 2008? Di certo la realizzazione di un progetto a cui sto lavorando già da quasi un anno insieme all’amico giornalista Claudio Valente. “Ibn Battuta e il Mediterraneo, un mare di pace” si propone, attraverso un vero e proprio reportage fotografico e giornalistico, di ripercorrere l’itinerario del viaggio di Battuta nei paesi islamici che si affacciano sul Mediterraneo, dal Marocco alla Turchia, per cogliere i cambiamenti tra la realtà di quei tempi, raccontata nella Rihla, e quella di oggi e nello stesso tempo perseguire il messaggio di pace, di rispetto per le altre cul- LUDOVICO RAIMONDI Nella veste di Direttore Amministrativo della Biblioteca e Pinacoteca “Vincenzo Bindi” e del Polo Museale Civico di Giulianova: “La promessa, oltre che l’auspicio, è il massimo impegno a fare in modo che entro il 2008 il Servizio Cultura e Turismo possa tornare nella sede “naturale” della Biblioteca Civica a Palazzo Bindi e che la collana del Polo Museale Civico si arricchisca della nuova perla del Museo di Civiltà Contadina Aprutina voluta dal compianto Avv. Riccardo Cerulli nella sua Villa in Via S. Lucia di Giulianova”. ture e di tolleranza. Con il sensibile aiuto dell’Assessore alla Cultura della Regione Abruzzo, sarà pubblicato un volume fotografico, con un saggio di presentazione di Tahar Ber Jelloun vincitore del premio Goncourt nel 1987, e contestualmente sarà allestita una mostra itinerante che, partendo da Pescara, toccherà alcune città italiane come Roma, Napoli e Bari e arabe come Fez e Damasco. VINCENZO D’ERCOLE Mi piacerebbe che nel 2008 si cominciasse a pensare seriamente a come rendere fruibile il patrimonio che sta venendo alla luce nel nostro territorio, e con questo intendo il territorio Vestino. Reperti importanti e di assoluto valore che continuano a restare invisibili, ma che rappresentano una ricchezza incredibile; reperti che hanno permesso di fare luce su parte della storia del nostro territorio, quella preromana, fino ad ora sconosciuta ma la cui fruibilità è praticamente nulla. ADELCHI DE COLLIBUS La città di Pescara ha finalmente intrapreso la strada di un’identità culturale. Durante il mio mandato sono state tante le iniziative che hanno raccolto consensi anche al di fuori della nostra Regione. Mi piace sottolineare, però, la riapertura dell’ex Aurum che nei miei progetti sarebbe dovuto diventare un centro di eccellenza per la cultura; purtroppo su questa idea non si è riusciti a coinvolgere gli altri enti del territorio necessari per reperire forze e risorse. Non posso fare promesse perché non intendo ricandidarmi per le elezioni del 2008, però mi piacerebbe che le belle manifestazioni avviate durante il mio mandato, come il Festival della Letteratura o la stagione delle grandi mostre, non venissero abbandonate. RIZZIERO DI SABATINO Nel Gennaio 2008 Rizziero Arte cambierà sede. La nuova galleria aprirà i battenti con l'inaugurazione di una grande mostra di Nicola De Maria. Il programma espositivo proseguirà, fino a inizio della stagione estiva, con delle mostre personali di: Domenico Bianchi, Prudencio Irazabal e Marcel Dzama. Tutti artisti che collaborano da tempo con la galleria, ad eccezione dello spagnolo Irazabal, per la prima volta in mostra a Pescara. ANNA IMPONENTE Il 2008 è un anno ricco di iniziative importanti, la P.S.A.E. sta già collaborando alla grande mostra dedicata alle macchine di Leonardo che prenderà il via in febbraio e che riporterà l’attenzione sul binomio arte – scienza e sulle possibili convergenze che possono esserci tra questi due campi non sempre, come pensa chi è di formazione crociana, separati. Ci saranno poi progetti sperimentali come quello che coinvolgerà artisti abruzzesi contemporanei che, con le loro opere, dovranno confrontarsi con il proprio passato e con le creazioni degli artisti dei secoli precedenti. La speranza è che si riesca a superare una delle difficoltà maggiori che si incontrano facendo il mio lavoro. Quella cioè dei finanziamenti, pubblici in particolare, alle iniziative culturali ormai centellinati e che lasciano sempre con il fiato sospeso. Spero che si capisca che una buona programmazione si può fare con l’attenzione dovuta di tutte le forze politiche che ci supportano. CESARE MANZO A Roma, dopo Justin Lowe con cui si aprirà la stagione, sono in programma Boris Achour e Matteo Fato. Nello spazio di Pescara, dopo la doppia personale di Jimmie Durham e Michelangelo Pistoletto, vorrei presentare altri grandi artisti con cui sono in contatto. In controtendenza con le programmazioni a lungo termine, amo avere un futuro libero che mi permetta di scegliere velocemente e cambiare direzione se necessario. Un altro obiettivo, non meno importante, al quale continuo a dedicare il mio impegno è Fuori Uso, cui vorrei dare un sede fissa. Mi piacerebbe che la prossima edizione fosse curata da Achille Bonito Oliva. Infine, un obiettivo a breve termine è la prima partecipazione della galleria ad Artissima. ANNA MARIA REGGIANI Auspico che il lavoro dei mesi prossimi sia quello di mettere in evidenza i beni culturali d’Abruzzo che costituiscono un patrimonio diffuso di grande valore. Il lavoro di comunicazione e trasmissione sarà compiuto d’intesa con gli organi locali: Regione, Province e Comuni. Come neo direttrice dei Beni Culturali e Paesaggistici per l’Abruzzo questa è una delle priorità per i prossimi mesi. Mesi che si calano in uno scenario dove è indispensabile che la dimensione strategica e progettuale del bene (culturale ndr) sia definita secondo nuove prospettive di analisi. Considerando, innanzi tutto, che l’istituzione culturale non può essere considerata come un soggetto chiuso, poco permeabile nei confronti del contesto esterno. ENRICO SAQUELLA Sia come azienda che come famiglia siamo stati sempre molto sensibili al mondo dell’arte, in tutte le sue espressioni! Infatti da anni siamo sponsor di molti eventi culturali, cittadini e non solo, quali il cartellone della Società del Teatro e della Musica, del Festival del Jazz ed altri. Inoltre da tempo abbiamo avviato un’iniziativa di supporto all’arte visiva moderna andando alla ricerca di talenti abruzzesi che interpretino il mondo del caffè quale testimonianza del connubio tra il piacere del gusto e della vista. Personalmente sono convinto che il mondo imprenditoriale debba ripercorrere il mecenatismo rinascimentale e proprio con questa convinzione continueremo ad essere vicini al mondo dell’arte sia continuando con i progetti già avviati, sia sviluppando iniziative nuove, di cui alcune già in cantiere. BENEDETTA SPALLETTI Ho sempre sperato di far crescere la mia galleria seguendo i consigli e le idee di tutti coloro che collaborano per farla esistere, quindi in primo luogo gli artisti e poi tutte le persone che lavorano per Vistamare ogni giorno. Pescara è stata una città importante per l’arte contemporanea, mi piacerebbe che questa forza esistesse in maniera determinante e coraggiosa anche oggi. Il mio desiderio è quello di poter comunicare l’energia unica ed insostituibile che qualche sera si crea qui a Pescara, che ha portato in galleria mostre importanti e che ha lasciato ricordi speciali nella memoria di chi è venuto a trovarci. Questa energia è data dall’impegno che metto nel mio lavoro, da un luogo prezioso che ho la fortuna di poter offrire e soprattutto dall’appoggio che gli artisti mi hanno dato fino ad oggi. WAREHOUSE, TERAMO Un ex opificio riconvertito in centro di produzione e fruizione di arte contemporanea, che serba in sé il suggestivo contrasto tra la struttura di white cube e la tensione percepibile tra ciò che era e ciò che è divenuto. Warehouse vuol essere uno spazio in continua evoluzione, superare il concetto di galleria, per diventare laboratorio di produzione e mutare poi in centro di attività didattiche, project-room e di nuovo tutto questo insieme. Cantiere aperto per la sperimentazione di linguaggi multiculturali, fucina di creatività e libere espressioni artistiche veicolate attraverso concetti comunicativi nuovi, in grado di potenziarne la diffusione e la conoscenza. Warehouse sarà un polo di attrazione e produzione culturale in cui sviluppare, attraverso un articolato programma di iniziative, un dialogo stimolante tra il territorio locale e le significative realtà provenienti da tutto il mondo. MARCELLO ZACCAGNINI …si la posso fare una promessa. Noi come tutte le cantine emettiamo Co2 con la fermentazione del mosto, per questo uno dei miei obiettivi è il rispetto per l’ambiente. Così accanto ai vigneti sto curando e ampliando la vegetazione boschiva in modo da bilanciare l’inevitabile inquinamento che produciamo.Per lo stesso motivo recuperiamo le acque della lavorazione che vengono riutilizzate per innaffiare i vigneti. È una promessa che mi sento di fare a tutti con l’augurio di vendemmie sempre migliori”. S I G N O R B A G N O L I , 8 6 - AV E Z Z A N O ) / P E S C A R A , B O O K & W I N E ( N U O V O T R I B U N A L E ) / L I B E R N A U TA ( V I A T E R A M O , 2 7 ) / T E R A M O , L A S C O L A S T I C A MU5 IL PERSONAGGIO a cura di Massimiliano Scuderi INTERVISTA Gianni Caravaggio Angelo Mosca Angelo Mosca e Gianni Caravaggio sono due artisti internazionali di origine abruzzese, che si sono affermati in Italia e all’estero. Lì hanno potuto sviluppare il loro lavoro ed un maggior senso critico anche nel modo di vedere il sistema dell’arte italiana. Abbiamo rivolto a loro alcune domande: Dove e come ti sei formato? Ti sei affermato lavorando in modo solitario o hai sviluppato la tua ricerca crescendo all’interno di un ambiente o di un gruppo? Gianni Caravaggio: Ambedue le cose. Da figlio di genitori abruzzesi emigrati in Germania alla fine degli anni sessanta mi sono formato innanzitutto in Germania, vicino a Stoccarda, poi mi sono trasferito a Firenze e subito dopo a Milano per conoscere la mia cultura originaria e per studiare da Luciano Fabro all’Accademia di Brera. Ho condiviso per qualche anno anche l’esperienza di lavorare alla Casa degli artisti intorno alla metà degli anni 90 dove in quegli anni c’era un rinnovo generazionale. Alla fine del 98 ho fondato con altri due artisti e un critico (tra cui Satoshi Hirose e Alessandro dal Pont) il gruppo Microbo Erotico con cui ho organizzato per quasi un anno delle mostre al Microbo Erotico Projectroom in Via Savona 133 a Milano. Poi con altri artisti non solo italiani abbiamo continuato ad esporre in spazi istituzionali in Europa (come al TENT di Rotterdam nel 2000). Nonostante queste esperienze di collaborazione che ricerco per una mia esigenza dialettica maturata dalla riflessione sul mio lavoro stesso, mi considero sostanzialmente solitario ed autonomo nel mio percorso artistico. Ribadisco però l’esigenza fondamentale di condividere riflessioni sull’arte e discuterne, è un’esigenza che bisogna creare attivamente dato la diminuizione MU6 continua di tali occasioni spontanee poiché sempre meno artisti sentono la necessità di tale condivisione dialettica. Penso che tale esigenza sia fondamentale per una sana e continua crescita artistica. Angelo Mosca: ... bella domanda! Non avendo frequentato Accademie d’Arte ed avendo studiato tutt’altro potrei dire di essere un autodidatta...ma la parola è del tutto inadatta per definire oggi un artista, al quale è richiesta piuttosto un’idea critica che un’abilità manuale. Che rapporto hai con il tuo territorio? GC: Dato che vivo a Milano la considero il mio territorio. In Italia fin ora Milano la considero l’unica palestra efficace in cui un giovane artista si possa formare (farsi le ossa come si dice) confrontandosi con un clima competitivo e un ritmo serrato oltre al panorama delle gallerie. Ma Milano agli artisti chiede tanto e alla fine restituisce pochissimo. Mancano quasi totalmente le entità istituzionali per l’arte che da a tutto il sistema dell’arte un carattere randagio, cosa che si rispecchia nel quadro che l’arte italiana può dare all’estero. AM: Se intendiamo l’Abruzzo, il migliore possibile. Cerco di sostenere e sviluppare il maggior numero di progetti. Sto perfino cercando di curare una mostra nel centro storico di Chieti. Chieti come tutte o quasi le città di periferia si stanno svuotando. Stanno perdendo senso. Recentemente Flash Art ha condotto un’interessante inchiesta sul rapporto tra la provincia, intesa nel senso più ampio del termine, e il centro. Tu cosa ne pensi? GC: A flash-art avevo risposto così: “La questione dell’isolamento dell’artista posto nei termini di presenza in luoghi di accumulo è un falso problema quando l’artista viene supportato per la qualità del suo lavoro da un sistema dell’arte intatto (galleria, istituzioni, critica, riviste d’arte).” La penso ancora così. AM: Il rapporto tra centro e periferia è, da una parte, un falso problema: Leonardo non veniva da Vinci? Semmai è cambiata la struttura della nostra società. Oggi è molto più semplice entrare e uscire dal centro...c’è molta più mobilità... Cercherei piuttosto di definire cosa è “centro” e cosa è “periferia”. Direi che è centro dove avvengono cose che hanno senso, non lo è dove questo non avviene. Detto questo, ognuno può stabilire distanze e proporzioni. È evidente che nei centri è più probabile che avvengano cose sensate, interessanti. Però la forbice potrebbe restringersi. Perché ti sei trasferito fuori dall’Italia e come ciò ha influenzato il tuo lavoro, qualora lo abbia fatto? GC: Sono un “meticcio” culturale anche se artisticamente trovo prevalentemente radici italiane ma in tanto i miei genitori vivono ancora vicino a Stoccarda e quando vado in Germania non ho la sensazione di andare all’estero ma ritorno anche lì a casa. Non concepisco la frontiera italiana come limite della mia identità personale tanto meno ho la sensazione di trasferirmi partendo da un posto in cui sono radicato dato il radicamento che può essere un fatto mentale non sostanzialmente territoriale. AM: Mi sono mosso quando ho capito che non c’era spazio per il mio lavoro. A metà degli anni ‘90 un certo tipo di pittura, in Italia, non la guardava nessuno...Credo che un’artista sia influenzato da tutto, anche da quello che ci stiamo dicendo ora. Che idea hai dell’arte italiana e del suo sistema? AM: È tutto sottostimato...nella mia accezione “sistema” significa qualcosa di intelligente ed aperto. In Italia la parola “sistema” ha valenze quasi del tutto negative. Evoca qualcosa di poco chiaro, chiuso, affatto aperto all’esterno ed alle novità. Il mio “sistema” si conta sulle dita di una mano o poco più. L’arte italiana è un po’ cosi’, magari c’è qualcuno che ha 20 amici piuttosto che cinque come me, ma non molti di più! Siamo ben lungi dal poter parlare di sistemi! Passami la battuta: l’Italia è una repubblica disorganizzata che crede poco nel suo presente, affatto nel futuro e molto nel suo passato!! Il sistema culturale e di mercato, oggi dominante sugli altri modelli, è sicuramente quello occidentale, cosa ne pensi? È possibile l’affermarsi di nuovi modelli? GC: Dato che oggi la stima si costituisce nelle aste, il successo è di quello che copia meglio la tendenza; si sottrae sempre più tempo alla riflessione sull’opera d’arte, e fare un’opera sembra creare imbarazzo al contrario della popolarità di chi si atteggia con comportamenti pseudo artistici che in realtà è pura strategia esibizionistica, direi che ci sarebbe da ripensare tutto a partire dalla relazione fra opera d’arte e spettatore. AM: Se si guarda alla Cina o all’India, alla Russia... mi pare che la loro storia recente li abbia portati ad idealizzare il modello occidentale. Quando raggiungeranno una consapevolezza, svilupperanno sicuramente qualcosa di diverso anche culturalmente. Credo dipenda dalla natura stessa di un popolo, dalla capacità di organizzarsi appunto. Come secondo te è vista l’arte italiana all’estero, è percepita o non siamo ancora riusciti a raggiungere una nostra riconoscibilità? GC: Ogni qual volta si presenti un’occasione in qui l’arte italiana potrebbe mostrarsi nella sua complessità di ricerca e in quadro abbastanza completa di quanto succede in un taglio generazionale, come lo potrebbe rappresentare una presenza decisa di artisti italiani alla Biennale di Venezia oppure come lo ( C O R S O S . G I O R G I O , 3 9 ) / B O L O G N A . L I B R E R I A P I C K W I C K , G A L L E R I A 2 A G O S T O 1 9 8 0 , 3 / 2 - W W W. C ATA L O G O P I C K W I C K . I T / W W W. M U 6 A B R U Z Z O . E U / D O V Gianni Caravaggio, cosmicomica (nera), 2006, marmo nero del Belgio, lenticchie, Courtesy Tucci Russo, Torre Pellice (To) - Francesca Kaufmann, Milano poteva recentemente rappresentare la mostra al PS 1 di New York che è stata cancellata nella sua prima versione, succede appunto qualcosa di “misterioso” che impedisce tale possibilità. E quindi rimane sempre un quadro molto limitato, qualitativamente incompleto e povero quello che l’Italia da, per colpa propria (per colpa di alcuni che abusano di potere). Il carattere fortemente autolesionistico prevale per colpa di piccole manovre strategiche. AM: È tutta sottovalutata... Angelo Mosca, Francesco e Arianna, 2007, olio su tela, cm 55 x 73, Courtesy annarumma404, Napoli - Milano E T R O VA R E M U 6 : M U S E I D E L L A R E G I O N E A B R U Z Z O / C H I E T I , L I B R E R I A D E L U C A ( V I A C . D E L O L L I S , 1 2 / 1 4 ) / N U O VA L I B R E R I A ( P I A Z Z A B A R B A C A N I , 9 - MU7 NEW BRANDS. NEW EVENTS. via Ravenna 3/22 - 65122 pescara TEL. 0854219183 - www.ad-venture.it PREMIO AGORÀ 2007 ARCHITETTURA di Marco Morante e Maura Scarcella PUBBLICI(t)TÀ Chieti La città è museo delle sue architetture. Mentre il singolo privato sembra faccia a gara con altri suoi simili a disperdere nel territorio oggetti blindati e tra i più stravaganti, appare stridente la frequente mancanza da parte delle Amministrazioni Pubbliche e, con esse, dei progettisti incaricati nel dare il buon esempio. Meccanismi troppo radicati in Italia fanno sì che concorsi di idee, commissioni di giudizio qualificate e, in generale, il coinvolgimento di figure scelte in virtù di reali e comprovate competenze siano il più delle volte ancora delle chimere. Ecco perché le Opere Pubbliche, siano esse strade o ospedali, università o parcheggi vengono perlopiù accolte con timore, osteggiate dall’opinione pubblica anziché reclamate per il loro portato di progresso. In Abruzzo, nel campo delle infrastrutture della mobilità i buoni esempi sono più unici che rari e, nell’ambito di quelle dello “stare”, si riesce a contarne solo qualcuna che sia capace di essere motore della riqualificazione dei territori e delle città in cui si localizza e ad essere al tempo stesso rappresentativa di valori sociali ed istituzionali. Chieti, forse per le importanti figure politiche che l’hanno rappresentata, può vantare almeno due esempi certi che la pubblicizzano positivamente, a fronte di una mediocre produzione edilizia recente e contemporanea comune a tante altre città italiane. L’una, nella città storica, è il pregevole intervento di recupero ed integrazione ad uso museale degli storici resti della Civitella, di cui si tratterà su altre pagine di MU6 prossimamente; l’altra è il Campus Universitario allo Scalo. Questo complesso, con la sua doppia appartenenza sia alle nuove estensioni della città a valle che al centro antico a monte, è un polo attrattivo: campo verde e campo di forze allo stesso tempo. È un sistema che affida alla capacità di dialogo a distanza, attraverso i vuoti delle diverse parti, la costruzione dell’identità e del senso di un luogo privo di un confine segnato. L’ingresso in questo campo, infatti, può essere addirittura inconsapevole ma, una volta all’interno, si avverte subito una chiara variazione di stato. Il carattere di questo spazio è determinato dalla qualità degli edifici che lo animano e dal gioco di relazioni instaurato fra essi e con gli elementi naturali. Ogni tassello del disegno d’insieme assume un ruolo differente ma comunque imprescindibile. I fondamenti dell’idea architettonica alla base del progetto, localizzato a Chieti Scalo a firma del gruppo Barbieri, Del Bo, Manzo, Mennella e realizzato a partire dal 1995, vanno ricercati nella voglia di recuperare le tracce dell’originario e ancor vivo paesaggio rurale e di configurare il Campus come elemento d’ordine rispetto alla casualità delle nuove espansioni metropolitane. Il disegno planimetrico del nuovo costruito è stato fortemente indirizzato e condizionato dalla preesistenza, sul sito, di edifici quasi tutti realizzati negli anni sessanta su progetto di firme quali Grassi, Monestiroli e B.B.P.R. Si distinguono - tra gli altri - l’edifico-percorso del nuovo rettorato, volume cavo infisso nel pendio naturale; il recinto, coperto per metà, che racchiude l’ordinata sequenza dei campi sportivi; l’imponente basamento della cittadella della scienza, suolo artificiale e vassoio per le alte ed iterate sagome lapidee delle nuove facoltà mediche. La semplicità degli oggetti, l’uniformità dei pochi materiali, le calibrazioni dispositive e relazionali connotano questo progetto urbano di una contemporanea classicità che lo attrezza per un sereno dialogo con il futuro, grazie anche ad un linguaggio che - asciutto - saprà far fronte alla propria connaturata “temporaneità”. Opera Pubblica questa, e non Occasione Persa. 3°/4 laq_architettura VA S T O ) / L ' A Q U I L A , C A F F È P O L A R ( V I A S A N TA G I U S TA , 1 7 / 2 1 ) / L I B R E R I A C O L A C C H I ( V I A A N D R E A B A F I L E , 1 7 ) / L I B R E R I A M O N D A D O R I ( V I A M O N - MU9 EVENTI Giulio Turcato, Giardino di Miciurin, 1953, olio su tela, cm 113x145 Il fluido Turcato RETROSPETTIVA AL MUSEO COLONNA “Tutto ciò che in arte è autentico, spontaneo, vissuto, è riconosciuto con difficoltà e lentamente. E poiché questi otto pittori non ripetono ciò che la natura offre perchè sia copiato, né ciò che le tradizioni secolari hanno preparato per la comprensione universale, anch’essi soffrono d’incomprensione e d’ingiuste avversioni. Vorrei che prima di giudicarli ciascuno cominciasse a togliersi il cappello davanti alla loro serietà morale e ai loro sacrifici. Non sono essi i chierici che tradiscono. E soltanto quando il pubblico avrà una migliore educazione morale, anche prima che artistica, l’arte di questi giovani ardimentosi, coerenti, laboriosi e tenaci, sarà compresa e apprezzata al suo giusto valore”. Così scriveva Lionello Venturi per la Biennale di Venezia del 1952 a proposito di “Otto pittori italiani” giunti al traguardo della maturità: Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova. Sono anche trascorsi novantacinque anni dalla nascita di Giulio Turcato e ancora grazie forse a quella sorta di “nomadismo interiore” che contraddistingue la sua poetica, ci avviciniamo a questa rassegna con umile curiosità. MU1 0 Partito dalla lezione di Giacomo Balla, l’artista mantovano, ma romano di adozione, ha attraversato l’esperienza dei cubisti e degli espressionisti per approdare all’astrattismo pittorico quale mezzo per interpretare il mondo in tutti i suoi aspetti; dalla biologia all’entomologia, dalla fisica all’astronomia: tutto diventa occasione per nuove invenzioni di forme e colori. Così questa mostra, che occupa con circa 100 opere, gli spazi del Museo Vittoria Colonna, è un tracciato che esplora per intero l’intensa attività di questo artista. Alcune tele, di grandissime dimensioni, sono esposte nel salone centrale dell’Ex Aurum a dialogare con la grande scultura in legno intitolata “Superamento” (1984 - 85). La qualità delle opere esposte, molte delle quali inedite, è garantita dall’Archivio Turcato prestatore della maggior parte di esse. info GIULIO TURCATO A cura di: Silvia Pegoraro Sede: Museo d’Arte Moderna “Vittoria Colonna”, Via Gramsci, 1 - Pescara Periodo espositivo: Dal 7 dicembre 2007 al 21 marzo 2008 Orari: Aperto tutti i giorni dalle ore 9,00 alle ore 13,00 e dalle ore 18,00 alle ore 24,00 Informazioni: Tel. +39 0854283759 S I G N O R B A G N O L I , 8 6 - AV E Z Z A N O ) / P E S C A R A , B O O K & W I N E ( N U O V O T R I B U N A L E ) / L I B E R N A U TA ( V I A T E R A M O , 2 7 ) / T E R A M O , L A S C O L A S T I C A EVENTI A sinistra: Claudio Verna, Rosso scarlatto, 1967, acrilico e olio su tela, cm. 170 x 140 Sotto: Claudio Verna, Trittico, 1970, acrilico su 3 tele accostate, cm. 200 x 300 Antologica di Claudio Verna A L’AQUILA INTERVISTA “Tornare in Abruzzo per me è sempre un’emozione. Ho lasciato Guardiagrele da bambino, al seguito di mio padre ferroviere e di mia madre maestra elementare, per cui sono cresciuto con i racconti quasi mitici che i miei genitori facevano delle tradizioni, degli usi e dei costumi di questa terra. In realtà, a parte qualche vacanza in montagna a Termine di Cagnano Amiterno, il primo vero contatto con l’Abruzzo lo ebbi nel 1973, quando vinsi il Premio Michetti; poi ho insegnato per due anni pittura all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e anche questa è stata una esperienza piena di significato. Ora torno con una mostra che è insieme un riconoscimento della mia storia di artista, e un omaggio commosso alla mia terra”. Per Claudio Verna più che un ritorno è un omaggio alla sua terra. Ma per la sua terra, la mostra ospitata nei prestigiosi spazi del Castello Cinquecentesco dell’Aquila, è un doveroso riconoscimento ad un suo figlio famoso sicuramente uno dei più conosciuti, soprattutto fuori dall’Abruzzo. “Verna, opere 1967 - 2007” documenta quarant’anni di percorso di un artista che ha sempre considerato il colore e non “l’olio su tela” come il vero protagonista della sua pittura “…perché solo attraverso il colore riusciamo a percepire la realtà con la vista, perciò è nella struttura del colore e non nella forma che si devono cercare i significati della pittura”. Ma percepire insieme un percorso di lavoro e di vita così lunghi quali riflessioni suscita… cosa non accetta più e cosa invece le ha dato spunti per ulteriori riflessioni ? “Non rinnego niente del mio percorso artistico, soprattutto gli errori, i dubbi e le contraddizioni che lo hanno caratterizzato. Ancora oggi mi sorprendo di quanto possa cambiare, nel tempo, la valutazione di opere o cicli di opere di tanti anni fa. Cambiano le situazioni, il contesto, e lavori che mi sembravano modesti si sono rivelati decisivi per gli sviluppi ulteriori; altri, magari incensati dalla critica, mostrano la corda, debitori di influenze esterne alla mia sensibilità. Ma quello che conta veramente è il codice che governa tutta la ricerca, quell’insieme di pensiero e di esperienza che anima ogni singolo quadro, al di là degli invitabili cambiamenti. Le mostre, soprattutto le antologiche, servono proprio a questo: a rintracciare quel filo sotterraneo che lega ogni momento della propria vicenda artistica, e quindi a suggerire nuove soluzioni e nuove avventure”. E la rassegna dell’Aquila si pone proprio di riuscire in questo intento. L’ampia panoramica dedicata a Claudio Verna prende il via con opere che segnano il superamento dell’esperienza informale mettendo in risalto una marcata analisi mentale che rinnova i contenuti e il linguaggio. In anni in cui (i settanta soprattutto) molti artisti puntano al superamento del quadro per arrivare all’oggetto, all’azione e alla performance, Verna rimane fedele alla pittura, dimostrando che è possibile affrontare con essa un discorso moderno. Negli anni ’80 e ’90, invece, la struttura del quadro si fa più libera ed emozionata, anche se rimane sottesa un’esigenza costruttiva che vibra di accordi e dissonanze. A partire dal 2000 poi, il ritorno all’uso dei colori acrilici, già sperimentati alla fine degli anni sessanta, imprime un nuovo slancio e una nuova accelerazione alla sua ricerca artistica. Una parabola lunga che ha avuto per Verna sempre un filo conduttore l’idea incrollabile della pittura come “cosa mentale”, che ha a che fare con il pensiero, non solo con le idee, che vive in una dimensione virtuale ma con tutta la fisicità del suo essere materia, corpo, pigmento. La pittura è “cosa mentale” il che vuol dire che ha a che fare con il pensiero, d’altronde questo lo diceva già Leonardo e non mi sembra che sia mai stato smentito. Il pittore tutto istinto e sentimento, che racconta solo se stesso, è una figura retorica sostanzialmente patetica: quasi sempre un epigono di esperienze già fatte. La sperimentazione non è un’ipotesi di lavoro, è l’essenza stessa del lavoro, la condizione senza la quale non è possibile alcun progetto. L’artista, il pittore, non doppia la realtà, ne delinea una nuova e imprevedibile, o almeno propone un punto di vista che ci costringe tutti a guardare le cose in maniera diversa. D’altra parte, “sperimentare a tutti i costi” può anche significare una ricerca affannata e affannosa della “novità a tutti i costi”: ma questo riguarda i sedicenti artisti che non hanno niente da dire e allora si rifugiano nella trovata, nello stravagante, nel trucco letterario. L’arte contemporanea ne è piena, come pure della retorica dell’avanguardia. Ma polemizzare con questa realtà è una inutile perdita di tempo”. D’altronde già nel ’94 Verna scriveva che la pittura (arte ndr) non può certo vivere di ritorni, ma neanche delle novità a tutti i costi; una conseguenza questa inevitabile del suo maturare nell’esperienza individuale. La pittura non ama gli aggettivi e la stessa parola qualità si misura in funzione del nuovo che elabora, di una possibile verità. “Le ragioni della pittura sono antiche e irrinunciabili”. Maestro con questa mostra torna in Abruzzo… Cosa si aspetta? Non faccio mostre perché mi aspetto qualcosa. Spero soltanto, come sempre, che il mio lavoro riesca a stabilire un dialogo con chi ha l’anima e il cuore aperti a nuove esperienze. Perché, come ha scritto Rothko, “un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo”. info VERNA, Opere 1967 - 2007 Sede: L’Aquila, Castello Cinquecentesco - Museo Nazionale d’Abruzzo Periodo espositivo: 24 novembre - 26 dicembre 2007 Orari: 8.30-19.30; chiuso il lunedì Informazioni: Tel. 0862/633478 - 0862/633433 www.museonazionaledabruzzo.beniculturali.it ( C O R S O S . G I O R G I O , 3 9 ) / B O L O G N A . L I B R E R I A P I C K W I C K , G A L L E R I A 2 A G O S T O 1 9 8 0 , 3 / 2 - W W W. C ATA L O G O P I C K W I C K . I T / W W W. M U 6 A B R U Z Z O . E U MU11 ALLESTIMENTI MUSEALI • ARREDI TECNICI ED ACCESSORI PER MUSEI RESTAURO OPERE D’ARTE • IMBALLAGGIO E MOVIMENTAZIONE Società certificata ISO 9001:2000 e ISO 14001:2004 PRESENTI AL SALONE DEL RESTAURO DI FERRARA DAL 2 AL 5 APRILE 2008 SICURMAX DI POLISINI PIERINO - ZONA INDUSTRIALE 64046 MONTORIO AL VOMANO (TE) ITALY • TEL: +39 0861591777 - 0861590505 FAX:+39 0861590452 • WWW.SICURMAX.NET - [email protected] ESPERIENZE E MUSEI Alla scoperta della ceramica di Castelli nel Museo “Villa Urania” “Villa Urania” è sede di una delle più importanti raccolte mondiali di ceramica artistica di Castelli (TE). Ospita 150 selezionate maioliche acquistate in Italia e all’estero dal Professore Raffaele Paparella Treccia, realizzate nel periodo di maggior fioritura della ceramica castellana, tra il XVI e il XVIII secolo. Nel 2006, il percorso espositivo del Museo è stato rinnovato per facilitare un excursus tra gli esemplari più significativi dello stile manieristico, barocco e neoclassico, seguendo l’evoluzione artistica della ceramica di questo rinomato centro di produzione. Dal 2007 la direzione del Museo ha attivato una serie di laboratori didattici museali per avviare un dialogo con le istituzioni scolastiche. Infatti i due sistemi formativi, pur conservando la loro specificità, risultano essere complementari e indispensabili per la formazione. Si tratta di laboratori incentrati sul tema della ceramica abruzzese, rivolti a bambini e ragazzi, con lo scopo di rendere interessante la fruizione dei reperti museali e fornire una chiave di lettura sulle tecniche di produzione utilizzate a Castelli. I laboratori si basano sull’attività di carattere pratico attraverso la manipolazione e la decorazione dell’argilla. Infatti, il fare rappresenta uno strumento importante di apprendimento. L’accostamento all’opera d’arte avviene con la riproduzione del disegno, ottenuto in diverse fasi: dalla griglia di ingrandimento, si passa ai fori su carta velina, allo spolvero di carbone, e alla colorazione. La produzione artistica spazia dalle opere di fantasia alla creazione di mattonelle che interpretano elementi figurativi tratti dal soffitto della chiesa castellana di San Donato. Infine, i ragazzi lavorano in gruppo e realizzano un mosaico composto da formelle individuali in ceramica, dipinte in sintonia cromatica. Nel programma per il 2008 sono previsti laboratori indirizzati alle scuole primarie e secondarie di 1° e 2° grado e una serie di corsi rivolti ai ragazzi dai 7 ai 18 anni, sempre attinenti la ceramica abruzzese, oltre ad una variegata serie di visite tematiche. Sono ugualmente previsti specifici laboratori e visite tematiche per adulti. I bambini delle scuole primarie e secondarie potranno “Giocare con le forme”, andare “Alla scoperta dei colori” e “A caccia della linea”. Invece, i bambini delle scuole secon- darie di 1° grado potranno comporre maioliche esclusive, lavorare ad una galleria di ritratti e imparare a invertire la prospettiva. Infine, i ragazzi dai 7 ai 18 anni potranno prendere parte a numerosi altri laboratori, tra cui quelli dedicati ai seguenti temi: 1) Diventa decoratore; 2) Il paesaggio nelle maioliche di Castelli; 3) L’ornato delle tese nelle maioliche di Castelli. La metodologia didattica che verrà adottata si baserà sull’alternanza di attività intuitive, per i più piccoli, con attività ipotetico deduttive, operativo-cognitive e fruitivo-critiche. La fase di osservazione dell’opera d’arte farà scoprire le regole su cui si fonda il linguaggio visivo. Le fasi operative faranno capire le modalità dell’arte, ma anche le sue stesse difficoltà, mentre la fase di lettura dell’opera prodotta farà interiorizzare concetti e idee. Pertanto, il metodo utilizzato permetterà l’insegnamento di contenuti storico artistici, anche complessi, tramite il gioco didattico per i più piccoli e le attività manuali per i ragazzi, e consentirà la stessa consueta modalità della visita guidata. Per la prima volta nel Museo si effet- tueranno anche visite tematiche dedicate ai seguenti argomenti: 1) Dalla terra alla maiolica; 2) Dal Manierismo al Neoclassicismo; 3) I Grue: una illustre dinastia di ceramisti; 4) I mercati e le rotte commerciali delle maioliche castellane; 5) La forma e l’uso delle maioliche di Castelli; 6) Viaggio nell’iconografia castellana; 7) Le fonti iconografiche delle maioliche castellane. Il Museo Villa Urania è l’unico museo abruzzese che organizza laboratori e visite tematiche riguardanti la ceramica castellana. Presso la segreteria del Museo sono disponibili opuscoli esplicativi con maggiori informazioni sia sui laboratori, sia sulle visite tematiche. Per ulteriori informazioni e prenotazioni si può contattare il numero telefonico 085/4223426, dal martedì al venerdì dalle ore 10,30 alle 13,00 e dalle ore 17,00 alle 20,00, o si può mandare una e-mail al seguente indirizzo: [email protected] Il direttore del Museo Vincenzo de Pompeis / D O V E T R O VA R E M U 6 : M U S E I D E L L A R E G I O N E A B R U Z Z O / C H I E T I , L I B R E R I A D E L U C A ( V I A C . D E L O L L I S , 1 2 / 1 4 ) / N U O VA L I B R E R I A ( P I A Z Z A B A R - MU13 I MUSEI AMICI DI UN PAESE PER MUSEO Santo Stefano di Sessanio La Disneyland della lenticchia. Inaccessibile alcova di pietra ad uso delle scappatelle di noti critici d’arte un pò mandrilli. Luogo della memoria scippato alle Genti d’Abruzzo, trasformato in privèe mediceo per ereditiere americane o ruspanti miliardari neo-cafon. E poi quei muri di finto nero fumo nelle camere! L’aura millenaria del luogo che si dà alla macchia, per fuggire ai click delle festose comitive di giapponesi. I nostri antenati, custodi silenti dell’Autentica Tradizione che si rigirano nella tomba, stando attenti a non sgualcire il vestito buono che deve durare per l’eternità. Nulla di più perverso che prepararsi ad un’intervista non banale con la testa traboccante di pregiudizi. Interlocutore è Daniele Kihlgren, demiurgo del modello di sviluppo locale avente luogo in quel di Santo Stefano di Sessanio, “ridente paesello ai piedi del maestoso Gran Sasso”, per citare un vecchio depliant promozionale. Ora a Santo Stefano opera un albergo diffuso con 32 camere, 70 posti letto, ricavati nelle otto case comprate direttamente dalla società Sextantio. Disseminate nel borgo, hanno aperto l’attività sei ristoranti, ostelli e agriturismi per tutte le tasche, un campeggio, 15 botteghe artigiane e di prodotti tipici. Migliaia i visitatori, grande attenzione anche dalla stampa internazionale. Eppure qualcuno, tra gli esperti in materia, storce il naso: non dorme all’idea che Santo Stefano diventi un luogo privo di autenticità. Autenticità: parola nebulosa eppure affilata come una lama che trancia il bene dal male. Incontriamo Daniele Kihlgren mentre è intento a progettare insieme ai suoi collaboratori una stanza da adibire al gioco dei bambini ospiti di Sextantio. Oggetto dell’appassionato dibattito: l’utilizzo di fiabeschi seggioloni inizio novecento, non espone al rischio di musealizzazione? Daniele Kihlgren, nato a Milano da famiglia agiata e parentela mista, babbo svedese, mamma di Corleone, arrivò qui a Santo Stefano otto anni, rarissimo esemplare di filosofo-imprenditore, determinato a realizzare la sua piccola utopia, a costo un cospicuo e rischioso investimento. “Quando vidi per la prima volta Santo Stefano - spiega il signor Kihlgren - venni folgorato sulla via di Damasco. Erano anni che cercavo luoghi dove ancora non si era corrotto questo paesaggio così esclusivo della nostra penisola, fino a diventare una regione dell’immaginario: borghi incastellati sulle sommità delle colline, circondati dal paesaggio campestre. Luoghi che nella realtà sono troppe volte sacrificati ad un concetto di sviluppo distruttivo. Nel clima grigio del mercato globale, questi borghi, proposti come mete turistiche, sono sempre più serialmente replicati, dalla Toscana alla Provenza, da San Marino a San Gimignano, inseguendo immaginari nazional-popolari, un “country” decontestualizzato e di basso folklore.”. Nell’avvolgente e arcaica penombra della reception di Sextantio, vibriamo senza scrupoli la prima domanda: “Allora, signor Kihlgren, cosa ci vuole significare questo finto nerofumo nelle sue camere?” “Il nerofumo nelle camere c’era, è la stratificazione di una cultura contadina, di un abitare che ci ha preceduti. Abbiamo conservato un richiamo legato alla vita di un popolo nel suo luogo più sacro - il focolare domestico - che neppure la cultura dotta e “ufficiale”, nella sua egemonia crociana, si era mai curata di tutelare, perché altro dalle glorie della classicità. Ci siamo semplicemente limitati ad integrare laddove per ragioni estetiche era opportuno farlo. Non eravamo del resto di fronte ad un quadro di Leonardo da Vinci, e dunque non abbiamo diversificato l’intervento, rendendolo leggibile.” Anche la scelta degli arredamenti è anti-crociana e devota alla storia con la “s” minuscola, e pure sbilenca: “Abbiamo riempito gli spazi con oggetti testimoni della cultura della povertà, restituendo una destinazione d’uso a potenziali reperti museali. Molti mobili li abbiamo trovati in discarica, segno questo di damnatio memoriae, di una rimozione collettiva delle tracce di un passato connotato, ingiustamente, come ignoranza e povertà. Una persona che lavora con me mi ha detto: “Avete restituito dignità a qualcosa di cui mi avevano insegnato ad avere vergogna”. Nel Chianti va di moda il finto vecchio, l’Abruzzo ha invece un potenziale diverso: offrire la durezza e la verità della sua cultura materiale”. A tal fine e in quasi totale assenza di una letteratura a riguardo, rivela il signor Kihlgren, state condotte ricerche sugli interni delle case abruzzesi, sono stati intervistati gli anziani, raccolto materiale fotografico d’epoca, in collaborazione con i musei etnografici della regione. Convincente, non c’è che dire… ma senza tentennamenti tiriamo fuori dalla faretra altri tre strali: “Signor Kihlgren: questo modello non rischia di diventare ad uso e consumo di pochi privilegiati? Non è che poi impacchetti il paese e te lo vendi gli americani? Non rischia tutto ciò di snaturare l’autenticità dei luoghi? “Le miliardarie americane che comprano casa a Santo Stefano - risponde - sarebbero paradossalmente la vera garanzia contro questo rischio di inautenticità. Un turismo di qualità articolato lungo tutto l’anno consente di non trasformare questo e altri borghi in perpetue ed affollatissime fiere estive, è una garanzia contro le colate di cemento che hanno reso - quelle si! - non autentici altri borghi abruzzesi. Un turismo di alto target crea l’indotto che consente a tanti giovani di lavorare qui. I prodotti tipici hanno poi una produzione limitata, non si addicono ai grandi numeri, le coperte fatte a mano, ed altri oggetti artigianali, hanno un costo di vendita inevitabilmente alto. Per il resto a Santo Stefano si può mangiare a dormire anche con pochi soldi e nessuno chiederà mai il biglietto d’ingresso al paese”. “Già, ma gli abitanti del borgo - ribattiamo inarcando sospettosi il sopracciglio cosa ne pensano?” “Gli abitanti del borgo - replica il signor Kihlgren - hanno fatto quadrato intorno a questo progetto di tutela, e non solo per i posti di lavoro che sta creando o per l’aumento del valore delle case. Sebbene, personalmente, una corale minoranza mi avrebbe volentieri lapidato, per quanto riguarda il progetto, hanno collegialmente avocato a sè queste istanze di conservazione e di rispetto per il territorio. Il Comune ed il Parco Nazionale hanno a tal fine formalizzato un documento, il primo di questo genere nella storia dell’urbanistica, volto a conservare quel rapporto autentico tra il borgo storico ed il paesaggio agrario: un documento che vieta quasi del tutto la realizzazione di nuovi edifici e impone precisi criteri di ristrutturazione dell’esistente. Tutto questo è successo qui, nelle lontane periferie dell’Impero, dove la gente era abituata ad emigrare, dove il progresso è sempre venuto da fuori, dove gli emigrati diventano subito francesi o americani e quando tornano, nella fretta di dimenticare, continuano a parlare la lingua straniera”. Ci fermiamo col fiatone in cima ad un vicoletto. Anche la torre medicea, a guardarla col naso all’insù, evoca un cartoon di cappa e spada; i campi coltivati, tutto intorno al paese, sono chissà un falso d’autore di una tela policroma di Paul Klee, l’orografia dei luoghi è una visione satellitare di un sacco di tela e iuta di Alberto Burri. Sarà tutto ciò filologicamente corretto, rispettoso dell’autenticità? Il rumore ipnotico del telaio che scandisce il silenzio nella bottega artigiana di Sextantio è un mantra avvolgente. La tessitrice, scopriamo, è una giovane archeologa. Anche questa è una finzione, oppure una tradizione che si tramanda nella sua verità temporale? Magari la vecchietta titolata custode della tradizione della tessitura, oggi le coperte le compra all’Ikea, perché ha l’artrosi alle mani. La proprietaria di una bottega tira sul prezzo dei suoi preziosi formaggi, custode forse dell’abbaglio della facile ricchezza che spinse un tempo ad emigrare, salvando i luoghi dall’invasione barbarica delle villette tirolesi. Sarà banale, ma un fine settimana trascorso a Santo Stefano ti riempie il cuore di pace. Complice una genziana, si troverebbe a suo agio anche John Ruskin, teorico del non restauro, e del lasciare le tracce della storia al loro romantico destino di disgregazione. Filippo Tronca B A C A N I , 9 - VA S T O ) / L ' A Q U I L A , C A F F È P O L A R ( V I A S A N TA G I U S TA , 1 7 / 2 1 ) / L I B R E R I A C O L A C C H I ( V I A A N D R E A B A F I L E , 1 7 ) / L I B R E R I A M O N D A - MU15 ITINERARI di Filippo Tronca VILLAVALLELONGA Orsi e Mammuocchie La curiosità di noi turisti aggrappati alla rete si fa ad un tratto vibrante eccitazione. Tra i ginepri e le roverelle, Sandrino, professione orso sotto tutela, sale il dosso. Goffo ma imponente. Getta uno sguardo annoiato al suo pubblico entusiasta, e scompare dietro un masso mostrando le terga, immortalate dai frenetici click dei telefonini. Nessuno di noi conosce l’antica lingua Anishabie, con cui gli indiani Pueblos parlavano agli orsi per avere lumi sul futuro. Gli animali non hanno l’anima, asseriscono molti filosofi e gli imprenditori della carne, però sarebbe utile sapere cosa pensano di noi. E chissà se Sandrino e Yoga, compagna di cattività di Sandrino, sognano un altro recinto, pieno di succulente galline da inseguire e sbranare, come l’istinto gli suggerisce. Ci troviamo nel Centro orso di Villavallelonga, nel Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. Nello spazio museale, attraverso pannelli, bacheche e diorami viene illustrato tutto ciò che utile e interessante sapere sul plantigrado. Ai più piccoli è dedicato un punto di interpretazione della natura, propedeutico ad escursioni organizzate dal centro che seguono percorsi olfattivi, visivi e tattili attraverso il circostante regno dell’orso. Capiamo anche perchè Yoga e Sandrino sono chiusi nel recinto: sono ormai troppo abituati all’uomo e reduci da diverse incursioni all’interno dei paesi del Parco. Anche a loro la libertà potrebbe costargli cara. Come è accaduto a Bernardo, la sua compagna e il suo cucciolo, uccisi da un vile banchetto di polpette avvelenate. Un’insistente pioggia autunnale sottolinea la malinconia che pervade in questi giorni il Parco, allontanando in compenso la minaccia degli incendi. L’orso conferisce a questi luoghi un senso ed un’identità. La sua effige appare sui gadget, sulle insegne di bar e negozi, sulle confezioni dei prodotti tipici. Un tempo nei campi di granoturco spuntavano invece gli spaventosi “mammuocchie”: pupazzoni dalle fattezze umane, veri e propri spaventa-orsi, che servivano a proteggere il raccolto dalla ghiottoneria dei plantigradi. E se ciò non bastava c’era il piombo: un documento del 1881 tesse le lodi di tal Cirillo Cocuzza, “famoso abbattitore di orsi, coi quali viene senza paura alle prese”. Non ebbe invece il coraggio di premere il grilletto il re Vittorio Emanuele III, durante una battuta di caccia qui a Villavallelonga, perché ammirato dall’eleganza dell’animale, e perché, non campando di polenta, non aveva certo bisogno di difendere i campi di granoturco con le unghie. Questi ed altri preziosi indizi sono incisi su targhe di pietra gettate all’ortica lungo l’ormai dismesso percorso museale all’aperto “Storie di piante, pastori, streghe e briganti”, intorno al belvedere del paese. Anche le taglie - una di 40 mila euro pende sulla testa dell’uccisore di Bernardo - non sono una novità. Il prefetto Bosi, si legge infatti in un bando sgrugnato dalla pioggia, offriva 12.000 lire per la cattura del brigante Domenico Fuoco e 3.000 lire per la pelle, evidentemente meno pregiata, del brigante Crocitto. Ricomponendo i cocci del bel museo che fu, si scopre anche che i gatti che osservano immobili dai davanzali di Villavallelonga sono streghe in fuga dal marito e di notte vanno a “sugare” il sangue dei preti, in questo caso più simili al raro pipistrello barbastello che popola l’oscurità dei monti circostanti. Villavallelonga è una delle porte del Parco, impossibile però raggiungere in automobile la capitale Pescasseroli: la strada finisce nella fiabesca valle dell’Aceretta, e per entrare nel cuore dell’area protetta, bisogna proseguire a piedi, o immaginare con la fantasia i luoghi oltre Monte Schiena Cavallo. D’inverno lo sterminato bosco di faggi, aceri e querce, caro a papa Wojtyla, è una sinfonia di colori, a primavera trionfa il viola delle orchidee. Jean Baptiste, nel romanzo “Il profumo”, in fuga dai miasmi infetti di Parigi, si perse nella follia per voler catturare l’essenza profumata dell’universo. Più facile sedersi sotto una quercia e annusare senza pretese la polluzione umida dei profumi nell’inafferrabile istante del loro manifestarsi. Il profumo, come i boschi, come la vita di un orso, non ci appartengono, eppure sono tra le cose più preziose che abbiamo. Proprio all’imbocco della valle che porta all’Aceretta ci si imbatte nell’osteria della signora Francesca. I sinceri mattoni di cemento a vista hanno il merito di tenere lontani i Degustatori di professione del Gambero rosso e della Guida Michelin. Se si è fortunati si possono assaggiare i “frascarejje”, pietanza sacra a sant’Antonio abate: scaglie di acqua e farina, detti “grattoni”, cucinati a mo’ di morbida polenta, condita con fumante sugo di pecora. “Niente uova nell’impasto - si raccomanda la signora Francesca - è un piatto povero!”. E al primo boccone ci si sente un po’ più ricchi. info Centro Orso - Villavallelonga (AQ) Via colle di marcandrei Orario invernale (1ottobre - 31 marzo): 10.00 -13.00; 14.00 -17.00 / chiuso il martedi Telefono: 0863.949261 / E-mail: [email protected] MU1 6 D O R I ( V I A M O N S I G N O R B A G N O L I , 8 6 - AV E Z Z A N O ) / P E S C A R A , B O O K & W I N E ( N U O V O T R I B U N A L E ) / L I B E R N A U TA ( V I A T E R A M O , 2 7 ) / T E R A M O , L A S C O L A S ITINERARI di Filippo Tronca GORIANO VALLI Il vigneto delle biodiversità Il “pampanoso” dalle ampie foglie, il “ruscio”, che stilla mosto color sangue e ancora i “coglioni dei frati”, dai grandi chicchi bianchi, e la zuccherosa “uva corna” dall’acino duro ed oblungo, che le canagliette di paese andavano a mangiare nella vigna del compare. Sono solo alcune delle venticinque varietà di vitigni messi a dimora nel vigneto sperimentale dell’Arssa, un insolito percorso museale, che si distende su un pianoro nel cuore della Media valle dell’Aterno, poco distante da Goriano Valli, ospitato nelle terre dell’azienda agricola Vigna di more. I vigneti disegnavano un tempo il paesaggio agrario dei luoghi, insieme ai borghi turriti, le chiese campestri, i campi di grano e i boschi, che a perdita d’occhio salgono fin sull’orizzonte di pietra del Monte Sirente. Poi la secolare coltura della vite, complice l’emigrazione dei giovani e il mal di schiena degli anziani, è andata man mano perdendosi, lasciando un vuoto nel paesaggio, nelle botti impolverate, nel cuore dei paesani. “Quello che vedete - spiega il signor Donato Silveri dell’Arssa - è un conservatorio di materia vivente che rischiava di scomparire, e che siamo andati a cercare nelle vigne degli anziani contadini in giro per l’Abruzzo”. L’obiettivo è reintrodurre la coltura di questi vitigni, per la gioia del palato delle future generazioni, e per contribuire a salvare la ricchezza della civiltà mediterranea, che per Fernand Braudel “è mille cose alla volta; non è un paesaggio, bensì innumerevoli paesaggi; non una civiltà, ma tante civiltà ammucchiate una sull’altra”. Dietro ogni varietà che si è salvata dal Leviatano dell’omologazione, c’è una persona non banale e una filosofia di vita. Della varietà “riaco” ne erano rimaste tre viti nell’orto di un contadino della valle Subequana, coltivate per nostalgia delle tavolate imbandite da quei grappoli precoci e saporiti. L’uva “san Francesco”, fu portata a Sulmona, si narra, da un fraticello cercatore, e la sua coltura si è forse perpetuata in devozione del santo, o per la bellezza dei grappoli color rubino. La mano di questi contadini muove dunque la ruota della storia nella direzione opposta dell’economia globale che distrugge la biodiversità del pianeta al ritmo di migliaia di specie ogni anno. “In questo vigneto - spiega il signor Donato - osserviamo il comportamento fenologico di ciascuna varietà: la fioritura, la maturazione e le caratteristiche agronomiche, come la quantità di zuccheri o la resistenza a malattie e parassiti”. La funzione della stazione agrometereologica collocata al fianco della vigneto è proprio quella di registrare, istante per istante, gli eventi atmosferici che scrivono la grammatica genetica delle specie viventi. Anche la brulicante attività che circonda il vigneto è un esempio di biodiversità delle scelte di vita. La signora Adriana, infatti, dopo aver vissuto tanti anni in Francia Corta, una capitale mondiale del vino, ha deciso di tornare nel suo paese d’origine per dedicarsi alla coltivazione della terra. Consulente finanziaria, molto più affidabile di tanti brokers di borsa, è stata la nonna Anna Domenica, che una notte è apparsa in sogno ad Adriana e le ha indicato il luogo preciso dove impiantare una vite e due meli cotogni. Ora Adriana e il marito Maurizio producono frutta biologica, zafferano, tartufi, asparagi, hanno una pensione per cavalli e soprattutto hanno introdotto la coltura di vitigni tipici del Trentino, come il traminer, il kerner e lo chardonnier, poiché, come hanno confermato gli illustri enologi Martin Aurich e Romeo Taraborrelli, il microclima di questa valle ben si presta all’esperimento. La prima storica vendemmia è stata l’occasione per riaprire le cantine del barone. Quel ventre di pietra conserva i ricordi di infanzia di tanti paesani. Sui muri sono tracciati segni che servivano da promemoria dei cesti di uva conferiti al barone come affitto per le terre. C’è da scommettere che tracciata sul muro c’è qualche barretta in più. E in queste antiche cantine, se si è capaci di ascolto, risuonano le parole dello scrittore Massimo Lelj, che in questa valle ebbe i natali: il ritmo sordo dei pigiatori che spremevano l’uva coi piedi nudi e rossi, il vociare allegro delle donne che assaggiavano il mosto, le botti che nell’oscurità e nel silenzio soffrivano le doglie della fermentazione. Ultima nota sull’economia della biodiversità. Essa non chiude nel gretto egoismo, ma vive di partecipazione e scambi di energia. Ed infatti la prima vendemmia è stata possibile grazie al lavoro volontario dei gorianesi ed anche di qualche turista. Loro ci hanno messo le braccia e l’esperienza, la signora Adriana ha regalato al paese tutta la prima produzione di vino, ad uso di feste e compleanni. La vendemmia del resto è stata da sempre un rito collettivo e il vino è più buono se lo si beve in compagnia. info Per visitare il Vigneto sperimentale di Goriano Valli contattare: Arssa, Agenzia regionale servizi sviluppo agricolo - Tel.: 0864.33332 - www.arssa.abruzzo.it Oppure Azienda agricola Vigna di More Goriano Valli (Aq); Tel: 3487120908 / E-mail [email protected] / www.vignadimore.it S T I C A ( C O R S O S . G I O R G I O , 3 9 ) / B O L O G N A . L I B R E R I A P I C K W I C K , G A L L E R I A 2 A G O S T O 1 9 8 0 , 3 / 2 - W W W. C ATA L O G O P I C K W I C K . I T / W W W. M U 6 A B R U Z Z O . E U MU17 INFO MU6 ILMUSEONUOVOLETTEREINBREVECONVEG MOSTRE JIMMIE DURHAM MICHELANGELO PISTOLETTO GALLERIA CESARE MANZO PESCARA Una doppia personale generosa questa di Michelangelo Pistoletto e Jimmie Durham a Pescara, lo spazio è stato infatti allestito dai due artisti con più lavori. Tra questi Pistoletto espone Progetto n° 92, tratto dal libro Cento mostre da realizzare nel mese di ottobre, edito nel 1976, contenente 100 idee per altrettante mostre concentrate in un mese ma potenzialmente realizzabili nel corso del tempo: una montagna di stracci, per metà bianchi e per l’altra metà colorati, è divisa da una fitta rete metallica, una barriera delle dimensioni esatte della stanza. Altri due lavori del maestro dell’arte povera sono le bandiere di stracci, per quest’occasione, della pace e dell’Italia. Jimmie Durham invece, divenuto famoso per i suoi assemblages di oggetti trovati e via via accumulati, veri e propri concentrati di quotidianità che trovano il più delle volte ispirazione nelle sue origini cherokee, presenta, oltre ad una nuova installazione, un video realizzato in occasione della sedicesima edizione di Fuori Uso, in cui la sua azione sciamanica determina la pittura di una pietra che, lasciata precipitare in un secchio colmo di pittura, genera un grumo di colore, investendo lo spazio espositivo. ATTIVITÀ NOTE MUSEALI ALL’ISTITUTO F.P. TOSTI ORTONA Il 07 ottobre scorso gli Amici dei Musei d’Abruzzo hanno scelto Ortona per festeggiare la IV giornata nazionale che la FIDAM dedica alla cultura. Tra i tanti edifici del quartiere storico di Terravecchia ad Ortona, particolare attenzione è stata riservata al rinascimentale Palazzo Corvo in quanto sede del prestigioso Museo Musicale d’Abruzzo e Archivio Francesco Paolo Tosti. Straordinaria l’ospitalità offerta dall’Istituto Nazionale Tostiano animato da molteplici attività in ambito editoriale, discografico e didattico. Il percorso museale si è svolto tra cimeli, lettere, programmi di sala, inviti a corte che raccontano la vita del grande artista nella suggestiva ambientazione del suo studio londinese, ricostruito grazie alle donazioni dei suoi pronipoti. Tante le foto con dediche autografe ed i ritagli di giornale che documentano una biografia costellata di grandi successi e buone compagnie. Un tocco di raffinata partecipazione emanava il pianoforte che ha intonato le arie delle romanze più celebri. Come dimenticare che Palazzo Corvo è anche la sede dell’Enoteca Regionale dove le degustazioni di prodotti locali hanno alimentato un brindisi a suggello di una giornata ben spesa. MU1 8 MOSTRE RICERCHE LE MONTAGNE INCANTATE DI MICHELANGELO ANTONIONI IMPORTANTE SCOPERTA Prima del Museo Nazionale d’Abruzzo solo un’altra sede mussale,la Galleria Nazionale d’Arte moderna, aveva reso omaggio al poliedrico genio artistico di Michelangelo Antonioni. Era il 1983 e Antonioni era ancora vivo. A pochi mesi dalla sua scomparsa l’Abruzzo celebra una delle personalità più versatili e, sicuramente, uno dei più grandi maestri della cinematografia mondiale e lo fa con una mostra dedicata ai suoi studi pittorici sulla montagna. “Le Montagne Incantate: Michelangelo Antonioni” propone centosessanta opere, sessantasette dipinti originali e novantatré blow up, che il regista cominciò a realizzare alla fine degli anni settanta, al culmine di una lunga carriera di successi cinematografici. Lo stesso Antonioni così spiegava questa esperienza: “Per me regista si è trattato di una interessantissima sperimentazione. Non mi ha mai sfiorato il pensiero di toccare il mondo dell’arte, anche perché non saprei a quale forma d’arte assegnare questi oggetti. Se è vero che scarabocchiando quei pezzi di carta sono evaso dal cinema, è anche vero che attraverso l’ingrandimento fotografico in qualche modo al cinema mi sono riavvicinato“. Così il percorso espositivo, grazie anche ad un sapiente allestimento e allo scenografico uso delle luci, porta alla scoperta di opere sorprendenti “che esplorano i prodigiosi effetti resi dall’ingrandimento delle minuscole tempere che configurano, agli inizi per casualità, l’immagine della montagna. Si tratta di un’ineffabile forma astratta - scrive in catalogo Imponente - capace di generare sulla carta una serie infinita di possibilità combinatorie”. Il progetto, infatti, mette in evidenza i rapporti tra i paesaggi filmici della assai più nota produzione cinematografica, da Deserto rosso (1964), a Zabriskie Point (1970) e Professione reporter (1974), ai film più recenti e ai documentari realizzati nel corso di una lunga carriera, con la serie degli inediti dipinti a tempera di piccolo formato e con gli ingrandimenti d’autore, i cosiddetti “blow up”, dal titolo dell’omonimo film del 1966. La mostra, a cura di Anna Imponente Soprintendente per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per l’Abruzzo, è stata realizzata in collaborazione con le Gallerie Civiche di Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, e con l’Istituto Cinematografico “La Lanterna Magica” e l’Accademia dell’Immagine dell’Aquila. Essa centra in pieno l’obiettivo di coniugare la poetica del Maestro con l’identità dello spazio; la sede del Forte Spagnolo connotato da un altrettanto grandioso fondale naturale, il massiccio del Gran Sasso d’Italia, offre una location non neutrale al tema dei paesaggi visionari di Antonioni. Nell’ambito dei trattati sui materiali e sulle tecniche artistiche composti tra il Medioevo e la prima età moderna il De arte illuminandi della Biblioteca Nazionale di Napoli (ms XII. E. 27) rappresenta l’unico “manuale” conosciuto esclusivamente dedicato alla miniatura. Fino a ieri l’esemplare partenopeo costituiva, inoltre, la sola copia nota del trattatello adespota e redatto in latino. Scoperto nel 1872 da Andrea Caravita, il manoscritto cartaceo venne pubblicato per la prima volta nel 1877 da Demetrio Salazaro, assieme alla traduzione in italiano e in francese del testo latino, in realtà già trascritto nel 1873 da Albert Lecoy de la Marche, che soltanto nel 1886 e poi nel 1890 lo destinava alla stampa, rivisto e dotato degli opportuni apparati critici. Nel 1905 Icilio Guareschi provvide alla nuova edizione del testo, tradotto in italiano da Mario Zucchi, mentre nel 1933 Daniel V. Thompson e George H. Hamilton curarono la traduzione in inglese dell’edizione del Lecoy de la Marche: sia l’edizione del Guareschi sia l’edizione di Thompson e Hamilton furono provviste di commento con numerose note tecniche. In tempi più recenti (1975) una nuova traduzione in italiano (ristampata nel 1992) è stata curata da Franco Brunello, corredata di un fitto apparato di note e accompagnata da un saggio sulla tecnica della miniatura medievale. Poco o nulla, però, si sa tuttora della provenienza del codice napoletano, oltretutto privo del titolo, dal momento che De Arte illuminandi è la più tarda denominazione colla quale il manoscritto è classificato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. La cronologia dell’esemplare partenopeo è stata fissata su basi per lo più paleografiche nella seconda metà del Trecento, in ogni caso non oltre la soglia del 1400: dal canto suo, il testo del trattato appare per più aspetti pressoché coevo al Libro dell’Arte del toscano Cennino Cennini, col quale condivide la razionale organizzazione degli argomenti, ben diversa dalla natura dei più antichi ricettari medievali. Ora quell’autentica miniera, in parte inesplorata, costituita dalle biblioteche e dagli archivi pubblici e privati dell’Abruzzo, ci restituisce un’altra copia del De arte illuminandi. Conservato presso l’Archivio di Stato dell’Aquila e gentilmente segnalatomi da Francesco Zimei, il manoscritto fa parte di un codice miscellaneo cartaceo di provenienza francescana che, per ragioni paleografiche e per i riferimenti a personaggi storici contenuti sia nella prima delle due tabule delle materie sia nei vari testi riuniti, non dovrebbe superare il terzo quarto del Quattrocento. La ritrovata copia del De arte illuminandi deriva dal perduto trattato originale per vie indipendenti dall’esemplare napoletano; essa è tutta riferibile a una stessa mano quattrocentesca e, al pari del codice partenopeo, è sfornita del titolo. Tuttavia, nella seconda tabula delle materie aggiunta dal compilatore della miscellanea abruzzese il trattatello è denominato “Libellus ad faciendum colores dandos in carta”; dal “sommario” si ricava, inoltre, che l’opera era preceduta da un altro piccolo trattato indicato come “Arte generali”, purtroppo mancante. L’esemplare abruzzese del De arte illuminandi, apparentemente completo, consta di due fascicoli, per un totale di sedici fogli. Dopo l’introduzione, il testo si articola in trentadue rubriche (anziché trentuno come nell’esemplare napoletano) collo spazio dei capilettera lasciato libero per l’opera del miniatore, che non doveva essere una medesima persona coll’amanuense, se questi ha fornito opportune indicazioni per l’inserimento delle lettere ornate, poi non eseguite, coll’eccezione delle prime tre, lasciate al tratto. Benché rivolto anche agli esperti del mestiere, il De arte illuminandi mira a istruire L’AQUILA Info: “Le Montagne Incantate: Michelangelo Antonioni” L’Aquila, Castello Cinquecentesco - Museo Nazionale d’Abruzzo Dal 30 Ottobre al 9 Dicembre Orari: 8.30 - 19.30 chiuso il lunedì Tel. 0862/633478 - 0862/633433 www.museonazionaledabruzzo.beniculturali.it FABBRICA TORRONI Nucleo industriale - 67010 Bazzano - L’aquila Tel. +39 0862 441088 - Fax +39 0862 441549 www.sorellenurzia.it UN’INEDITA REDAZIONE ABRUZZESE DEL DE ARTE ILLUMINANDI L’AQUILA l’aspirante miniatore in tutti i campi della disciplina, dalla natura dei colori alla preparazione delle tinte artificiali, dalle sostanze leganti e agglutinanti ai modi di fissare l’oro e l’argento sulla pergamena. L’autore del trattato doveva essere egli stesso un miniatore, se nell’introduzione egli specifica che, “descrivendo brevemente i colori e il giusto modo di proporzionarli, esporrò cose ben sperimentate”. Rispetto alla copia napoletana, fra l’altro, quella abruzzese presenta al termine del trattato un’intrigante aggiunta in volgare, di mano diversa da quella del copista del trattato, contenente un rimedio per i problemi della vista, sicuramente frequenti fra quanti si occupavano di disegnare e di dipingere lettere, fregi e scene di piccolo o piccolissimo formato. Anche in virtù della maggiore dovizia di informazioni storiche che il manoscritto abruzzese trasmette rispetto all’esemplare napoletano, la sua edizione critica - curata da chi scrive e di prossima pubblicazione - potrà gettare nuova luce non solo sulla storia e sulla natura del trattato in sé, ma anche sul ruolo dell’Abruzzo nelle vicende dell’ars illuminandi fra Tre e Quattrocento: la regione conta infatti un gran numero di opere, benché spesso senza nome, e, viceversa, non pochi nomi di miniatori, questi ultimi altrettanto spesso senza opere. Cristiana Pasqualetti Università degli Studi dell’Aquila CORSI TECNICO DELLA FRUIZIONE MUSEALE CHIETI-PESCARA L’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti Pescara ha istituito dall’a.a. 2007-2008 il Corso di Formazione Professionale per Tecnico della Fruizione Museale. La Direzione del Corso ha sede presso il “Museo di Storia delle Scienze Biomediche”, amministrato dal Dipartimento di Scienze del Movimento Umano dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti - Pescara. Il corso è rivolto a tutti coloro che intendono compiere, in un tempo ragionevolmente breve, un percorso didattico teorico-pratico atto a garantire le competenze professionali idonee ad un settore lavorativo che registra una richiesta crescente di personale qualificato. Il tecnico della fruizione museale viene formato per operare nei musei scientifici e non, nei parchi tecnologici, nelle mostre temporanee e permanenti; sarà altresì in grado di attivare procedure di animazione, di marketing, di presentazione e manutenzione di exhibit interattivi; si occuperà di organizzare eventi, progettare percorsi di apprendimento, effettuare indagini di mercato e pianificare servizi, gestire gli aspetti tecnici ed amministrativi delle strutture e delle reti museali, cogliere e valorizzare le opportunità culturali ed ambientali che il territorio offre. Una nuova generazione di operatori per interpretare le esigenze dei visitatori di domani. Il Corso ha durata annuale a partire dalla seconda settimana di novembre fino alla quarta settimana di Giugno, con frequenza obbligatoria, per un numero complessivo di 1000 ore, fra lezioni frontali ed esercitazioni. Il tirocinio sarà svolto presso il Museo di Storia delle Scienze Biomediche di Chieti (MSSB) e presso il museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara. È prevista una prova finale con assegnazione di crediti formativi. Info: www.unich.it/museo tel: 0871 410927 e-mail: [email protected] Università degli Studi - “G. d'Annunzio” Chieti - Pescara / D O V E T R O VA R E M U 6 : M U S E I D E L L A R E G I O N E A B R U Z Z O / C H I E T I , L I B R E R I A D E L U C A ( V I A C . D E L O L L I S , 1 2 / 1 4 ) / N U O VA L I B R E R I A ( P I A Z Z A B A R B A C A N I GNOMOSTREATTIVITÀLIBRISOTTOLALENTE LIBRI LIBRI MOSTRE EVENTI GUIDA AI MUSEI E AI SITI ARCHEOLOGICI IN ITALIA MAURIZIO MAGGI ECOMUSEI GUIDA EUROPEA MIMMO PALADINO AL MAS GARIBALDI TRA STORIA E MITO Come è cambiato il concetto di museo? E quanto conta il contesto entro cui esso si cala, tanto più se parliamo di archeologia? E cosa sono i parchi archeologici e quali i luoghi dell’archeologia in Italia? Sono solo alcune delle domande a cui intende rispondere il primo volume della collana di quaderni, o meglio materiali, d’archeologia MiDA ideata da Anna Maria Reggiani neo Direttore Regionale ai Beni Culturali e Paesaggistici per l’Abruzzo. La “Guida ai Musei e ai Siti Archeologici in Italia”, presentato a Chieti il 20 novembre scorso, costituisce dunque il primo numero della serie di Materiali d’archeologia (MiDA) ed è una vera e propria indagine - censimento di musei e siti accessibili al pubblico, gestiti dalle Soprintendenze Archeologiche o che fanno parte di circuiti visitabili, che offrono spunti per una politica culturale e turistica di nuova concezione. Il volume dopo un’attenta analisi di come si è evoluto il concetto di museo, focalizza l’attenzione sulle più recenti e innovative esperienze di allestimenti museali e comunicazione, su progetti didattici all’avanguardia, portando all’attenzione nazionale l’esperienza pilota fatta dalla Soprintendenza Archeologica abruzzese con le scuole della regione. C’è poi un’ampia e dettagliata sezione dedicata ai luoghi dell’archeologia in Italia. “Una ricerca questa – scrive ancora Reggiani – condotta su base regionale, che evidenzia una dislocazione dei luoghi dell’archeologia non omogenea sul territorio nazionale, in quanto rispecchia la complessa stratificazione storica del nostro paese. Sul totale delle evidenze, balza agli occhi come la metà sia ubicata nel Lazio, dove nel 2006 si sono registrati quasi sei milioni di visitatori, e nella Campania, quasi cinque milioni i visitatori, che sono anche i detentori dei maggiori incassi”. Scritta da Maurizio Maggi, pubblicata dalla casa editrice Allemandi&C. di Torino, la guida si propone come un viaggio attraverso gli Ecomusei di sedici paesi europei e mette insieme circa duecento differenti testimonianze di come è possibile interpretare il territorio e salvaguardare la cultura dei popoli. Nati in Francia alla fine degli anni sessanta e l’inizio del decennio successivo ad opera dei museografi francesi Hugues de Varine e Georges Henri Rivière, rispettivamente direttore ed ex-direttore e consigliere permanente del The International Council of Museums, gli Ecomusei furono pensati come strumenti per tutelare le tracce di quella società rurale minacciata dall’urbanizzazione e dallo sviluppo tecnologico. Contemporaneamente si imposero come un nuovo modo di intendere il museo all’interno di quella corrente di pensiero denominata “Nuova Museologia”. Nella concezione comune il museo è visto come un contenitore creato per ospitare oggetti ed opere, appartenenti a persone, provenienti da diverse parti, per essere esposti allo sguardo del pubblico. Nell’Ecomuseo questi oggetti, appartenenti anche alla vita quotidiana, rimangono nel loro luogo di origine per essere messi in relazione con il paesaggio, l’architettura e le testimonianze orali ad essi riferiti. Così facendo l’osservatore comprende meglio il contesto spaziale e temporale a cui appartengono e il museo assume una dimensione sociale coinvolgendo le autorità locali e i cittadini alla conservazione del proprio territorio. Nella guida degli Ecomusei d’Europa molte le esperienze che fanno riferimento al territorio italiano. Tre le aree di maggior sviluppo: in Piemonte, nel Nord-est e nel Centro Italia. Solo in Abruzzo è possibile far visita all’Ecomuseo della riserva di Zompo lo Schioppo a Grancia di Morino, all’Ecomuseo d’Abruzzo a Secinaro (località appartenenti alla provincia dell’Aquila) e all’Ecomuseo della Maiella occidentale a Pescara. Un viaggio tra memorie e tradizioni per tutti gli amanti dell’arte e della natura. Fino al 22 dicembre nelle sale del Museo d’arte dello Splendore di Giulianova è possibile ammirare la mostra Mimmo Paladino Pinocchio. La rassegna, a cura di Enzo Di Martino e realizzata in collaborazione con la Fondazione Collodi, espone 26 tecniche miste del maestro della Transavanguardia dedicate alla celebre favola di Collodi. Di particolare interesse il progetto didattico collegato alla mostra che coinvolge le scuole dell’infanzia e primarie di Giulianova e dei paesi limitrofi per un totale di circa 1200 alunni. Il progetto prevede, oltre alla proiezione di un cartone animato creato appositamente dallo staff del museo, la visita “animata” alla mostra e le attività di laboratorio: i bambini dovranno creare un personaggio o un episodio a scelta della favola con i materiali messi a disposizione (colori a dita, pastello, cera, pennarelli, acquerelli, stoffe, carte di tutti i tipi, materiale di riciclo…). A conclusione mostra finale degli elaborati. “È la sua voce come tuon di maggio!” Il Comitato Provinciale per la valorizzazione della cultura della Repubblica nel contesto dell’unità europea, istituito e presieduto dal prefetto Aldo Vaccaro, ha ricordato il bicentenario della morte di Giuseppe Garibaldi con manifestazioni celebrative promosse in collaborazione con la Fondazione Carichieti, l’Università “G. d’Annunzio”, l’Archivio di Stato di Chieti, l’Ufficio Scolastico Provinciale, la Provincia di Chieti, il Comune di Chieti, la Camera di Commercio di Chieti, la Fondazione Spadolini Nuova Antologia di Firenze. La mostra, allestita nella Bottega d’Arte della Camera di Commercio, ha esposto 110 pezzi da una serie di ritratti dell’Eroe ai dipinti, raffiguranti scene di campi di battaglia e storici incontri dei quali Garibaldi fu protagonista dalla spedizione dei Mille a Teano. Tra i cimeli foulard, ventagli, statuine, monili, medaglie e francobolli celebrativi, portasigari e pipe. Di particolare interesse una Sacra Bibbia con dedica regalata a Garibaldi in occasione del suo trionfale viaggio in Inghilterra nel 1864. Il convegno, tenutosi presso il Teatro Marrucino dal titolo “Dalla storia al mito” ha visto la partecipazione della pronipote Anita Garibaldi, il presidente della Fondazione “Spadolini Nuova Antologia” Cosimo Ceccuti, il direttore dell’Archivio di Stato Miria Ciarma, il generale dei carabineri Corinto Zocchi, i professori Camillo Gasbarri e Francesco Sanvitale. MiDA Barbara Esposito, Sedes Sapientiae II, 2007 ARTE PER LA LITURGIA” SAN GABRIELE (TE) Il 20 ottobre 2007 si è conclusa la Quarta edizione del Corso di Perfezionamento in “Arte per la Liturgia” che la Fondazione Staurós italiana Onlus organizza presso il Museo Staurós d’Arte Sacra Contemporanea (San Gabriele, Teramo). CHIETI ALLEMANDI Alessandra Sammarone CORSI GIULIANOVA (TE) Il corso di due settimane è stato frequentato da 25 giovani artisti provenienti da diverse Accademie d’Italia. Alle lezioni frontali del mattino -tenute da importanti liturgisti, biblisti, storici dell’arte e dell’architettura sacra e da estetologi- si sono avvicendate ore pomeridiane di laboratorio che hanno visto la partecipazione degli artisti: Serena La Scola, Omar Galliani, Franco Nocera, Enzo Orti; docenti-guida per la realizzazione di progetti artistici relativi al tema della Natività. Lo stesso 20 ottobre, in concomitanza con la “Festa dell’Artista”, è stata inaugurata la mostra conclusiva del corso (vistabile fino al 12 Gennaio 2008 al Museo Staurós) con catalogo a cura di Carlo Chenis (Giovani artisti di-segnano il sacro IV, Edizioni Staurós). Artisti espositori: Sonia Andreani, John Santo Alessio, Marco Cardone, Maria Grazia Carnazza, Roberto Caruso, Francesca Casolani, Sara Chiaranzelli, Roberta Congiu, Dellaclà, Alessandra De Sanctis, Brunella Di Cesare, Barbara Esposito, Luca Farina, Anna Gramaccia, Carmela Gulino, Piotr Hanzelewicz, Laura Papa, Elisabetta Perilli, Rita Sinopoli, Matteo Tenardi, Eleonora Tomasich, Agata Torrente, Luana Vadalà, Simone Zaccagnini. Orario: 10-13 / 15-19 chiuso la domenica Ingresso libero Catalogo Papiro Arte Per info e prenotazioni www.museodellosplendore.it e-mail [email protected] tel/fax 085/8007157 EVENTI Info: Garibaldi tra storia e mito, 18 - 21 ottobre 2007 - www.prefetturachieti.it MOSTRE ZACCAGNINI E DELVERDE: BUON VINO E BUONA PASTA BOLOGNANO (PE) Si è svolto dal 24 al 27 ottobre scorsi il Press Tour dedicato alla stampa specializzata italiana. L’appuntamento è stato organizzato nell’ambito di Abruzzo Made in Italy - Programmi di Marketing Territoriale dell’Assessorato alle Attività Produttive e all’Innovazione della Regione Abruzzo - Assessore Valentina Bianchi. I giornalisti: Bruno Maggiolo, direttore responsabile di Eurofinanza; Grazia Spinardi, Mototech; Carlo Di Gregorio, Il Giornale della Subfornitura; Piero Pardini, Automazione e strumentazione; Luisa Agnese Della Fontana, Eurofinanza online; Anna Torcoletti, Spot and Web Media Communication Magazine; Benedetta Magistrali, Spot and Web online e un giornalista in rappresentanza di Panorama Economy. Visitate la Atr e Micron Technology Italia. Particolarmente apprezzata la serata presso le Cantine Zaccagnini a Bolognano con degustazione in collaborazione con il pastificio Delverde di Fara San Martino. Una prima assoluta con abbinamenti fra cibo e vino creati per l’occasione. Un esperimento dall’esito positivo. IL CIBO E... L’UOMO TERAMO “Il cibo e… l’uomo. Dal Paleolitico all’Impero romano tra realtà e immaginario”. Teramo Museo Civico Archeologico “F. Savini”, 4 Dicembre – 31 Maggio 2008 Uno spaccato sulla triade mediterranea del vino, olio e pane, nonché sulla pastorizia che, da sempre, costituisce una peculiarità dell’ area geografica abruzzese. Tre le sezioni: dal paleolitico alla protostoria, con la nascita dell’agricoltura, dell’allevamento e della lavorazione dei prodotti animali; una rassegna delle antiche fonti sugli alimenti; la fase romana con specifici rimandi alle divinità protettrici del vino (Bacco), del grano (Cerere), dell’olio (Minerva) e delle greggi (Ercole) e, un’esposizione del vasellame da cucina e da tavola. In mostra reperti provenienti da Napoli, da Bologna, da Roma, oltre che da diverse località dell’Abruzzo (Aielli, Alba Fucens, Chieti, Magliano dei Marsi, Penne, Atri, Teramo, Corfinio). I , 9 - VA S T O ) / L ' A Q U I L A , C A F F È P O L A R ( V I A S A N TA G I U S TA , 1 7 / 2 1 ) / L I B R E R I A C O L A C C H I ( V I A A N D R E A B A F I L E , 1 7 ) / L I B R E R I A M O N D A D O R I ( V I A M O N - MU19 Ad.Venture PROGETTO CANTIERE CULTURA Beni culturali e turismo come risorsa di sviluppo locale (IT-G2-ABR-020) DAL CANTIERE AL DISTRETTO CULTURALE AQUILANO CONVEGNO CONCLUSIVO L’Aquila 23 gennaio 2008, ore 9.00 Sala Michetti Consiglio Regionale d’Abruzzo Via M. Iacobucci, 4 - 67100 L’Aquila (AQ) Il convegno “Dal cantiere al distretto culturale aquilano” intende raccogliere il percorso promosso dal progetto Equal Cantiere Cultura al fine di iniziare a dare consistenza all’impianto progettuale, all’assetto gestionale e alla prima stesura dell’agenda operativa del Distretto Culturale Aquilano. SEGRETERIA ORGANIZZATIVA: Progetto Cantiere Cultura Fondazione Cassa di Risparmio della provincia dell’Aquila Piazza S. Giusta, 1 - 67100 L’Aquila - tel/fax: 0862. 401514 - email: [email protected] Comune dell’Aquila Università degli Studi dell’Aquila