A S S O C I A Z I O N E
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Associazione Amici dei Musei c.p. 162, 67100 L’Aquila centro
Anno II/IV Trimestre n°6 2007
Tribunale dell’Aquila n°553 del Registro Giornali 18.03.2006
Periodico Trimestrale Gratuito
Poste Italiane Spa - spedizione in abbonamento postale - 7o% - Pescara
E D I T O R E
L’opinione di
ALBERTO CLEMENTI
Il personaggio
GIANNI CARAVAGGIO - ANGELO MOSCA
Architettura
PUBBLICI(t)TÀ Chieti
Eventi
IL FLUIDO TURCATO
RETROSPETTIVA AL MUSEO COLONNA
ANTOLOGICA DI CLAUDIO VERNA A L’AQUILA
Un paese per Museo
SANTO STEFANO DI SESSANIO
SPECIALE MUSEI D’ABRUZZO
I poster di MU6
ETTORE SPALLETTI
EDITORIALE
di Walter Capezzali
In copertina:
Mimmo Paladino, "...bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini,
non era altro, in fin dei conti, che una buonissima Fata,
che da più di mill'anni abitava nelle vicinanze di quel bosco"
Serigrafia, collage, acquaforte
Cultura per recuperare
(cfr. pag 19)
2
Editoriale
Walter Capezzali
Cultura per recuperare
3
L’opinione di
Alberto Clementi: Paesaggi dell’intrattenimento
5
Le promesse di...
6
Il personaggio
a cura di Massimiliano Scuderi
Gianni Caravaggio - Angelo Mosca
9
Architettura
di Marco Morante e Maura Scarcella
PUBBLICI(t)TÀ Chieti
10
Eventi
Il fluido Turcato
Retrospettiva al Museo Colonna
11
Eventi
Antologica di Claudio Verna a L’Aquila
13
Esperienze e Musei
Alla scoperta della ceramica di Castelli
nel Museo “Villa Urania”
15
Un paese per Museo
di Filippo Tronca
Santo Stefano di Sessanio
16
Itinerari
di Filippo Tronca
Villavallelonga. Orsi e Mammuocchie
17
Itinerari
di Filippo Tronca
Goriano Valli. Il vigneto delle biodiversità
18
Infomu6
Mostre / premio / seminari / attività / eventi / convegni
MUSEI n.6
Periodico Trimestrale ideato da Germana Galli
Progetto grafico
Con il contributo della Regione Abruzzo
Ad.Venture / Compagnia di comunicazione
impaginazione a cura di Franco Mancinelli
Editore
Foto
Associazione Amici dei Musei d’Abruzzo
Casella postale 162, 67100 L’Aquila centro
[email protected]
www.mu6abruzzo.it
www.mu6abruzzo.eu
Webmaster Claudia Valentini
Pepe Barbieri pag 9
Roberto Boscaglia pag 9
Margherita Coletti pag 16
Luciano D’Angelo pag 3
Mario Di Paolo pag 15
Marco Introini pag 9
Corrado Meotti pag 6
Direttore Responsabile
Stampa
Walter Capezzali
Poligrafica Mancini
Sambuceto / Chieti
Coordinamento editoriale
Germana Galli
Traduzioni (sito web)
Monica Fagnano
Redazione
Angela Ciano, Franco Dus, Marco Morante,
Jessika Romano, Maura Scarcella, Massimiliano Scuderi,
Filippo Tronca.
Distribuzione
Per questo numero hanno collaborato: Alberto Clementi,
Vincenzo De Pompeis, Barbara Esposito,
Cristiana Pasqualetti, Alessandra Sammarone.
© MU6 / 2007 stampato in italia
Spedizione postale
Due recenti interventi, sul “Corriere della Sera” e sul suo inserto settimanale “Io
Donna” ci pongono degli interrogativi, delle sentenze e delle risposte, altalenanti
tra pessimismo e ottimismo. Il tutto ci riguarda, e ne approfittiamo per confermare
pensieri già espressi.
Da un lato, c’è la corrispondenza da Washington di Ennio Caretto che, presentando
il recente libro di Walter Laqueur, Gli ultimi giorni dell’Europa (che nell’edizione in
inglese reca l’ancor più preoccupante sottotitolo Epitaph for an Old Continent), ne sottolinea il sostanziale pessimismo sul futuro di una “società vittima del relativismo
e della perdita dell’identità culturale”, destinata a trasformarsi in “un museo della
storia mondiale”, “un paradiso turistico, un parco culturale, una Disneyland dei ricchi e dei sofisticati”, perdendo definitivamente (sembrerebbe averlo già perso) il
ruolo di motore propulsore sul piano economico, sociale, ovvero la vis politica un
tempo vanto del nostro Continente.
Dall’altro lato, c’è l’articolo di Giovanna Melandri che, sotto forse un non sufficientemente chiaro titolo d’assieme (“Holidaylandia”), parla, per l’Italia, dei Beni culturali ed ambientali, della loro valorizzazione e dell’adeguamento di infrastrutture e
addetti, come di una nuova (antica) risorsa disponibile al fine di recuperare il primato nel campo dell’offerta turistica. La perdita di 4 milioni di turisti dopo il boom
dell’Anno Santo contrasta, secondo la Melandri, con un dato di fatto: possediamo un
capitale unico al mondo che nessuno potrà clonarci, copiare o riprodurre, dobbiamo
saggiamente valorizzarlo e utilizzarlo come volano di sviluppo anche economico.
Laqueur, almeno in apparenza, vedrebbe dunque l’avvento di una stagione “nera”
per l’Europa, destinata ad un mortificante ruolo di “parcogiochi” culturale; la
Melandri, da parte sua, sollecita gli italiani affinché il desiderio sempre vivo di sempre più stranieri di portarsi nel nostro Belpaese, possa di nuovo trasformarsi in concreta praticabilità, facendo sì che ci siano fondi per la manutenzione di musei e
opere d’arte e per le produzioni culturali, ma pure che i turisti di questo settore non
vengano considerati “come polli da spennare immediatamente e una volta per tutte,
piuttosto che come clienti da coccolare per farli poi tornare in futuro”, fruitori convinti “della nostra cultura, non solo dei capolavori più celebri, della fama delle
straordinarie città d’arte, ma anche del fascino meno noto e talvolta un po’ nascosto dei piccoli borghi, dalle tradizioni musicali o dalla qualità dei cibi e dei vini”.
Ci compiacciamo di ritrovare nelle parole della ex Ministro per i Beni e le Attività
culturali (oggi alle Politiche giovanili e alle Attività sportive) il nostro stesso motivo d’essere, illustrato chiaramente fin dalle prime battute di questo periodico:
intendere i beni culturali, e quindi anche i musei, i siti archeologici, le risorse
ambientali, come veri volani di sviluppo, di occupazione, di miglioramento. Certo,
la Melandri insiste sulla necessità di provvedere ad una più sorridente accoglienza,
ad una migliore qualità della ricettività e della professionalità degli addetti, ad una
più concorrenziale (a livello internazionale) offerta relativamente ai costi; altrimenti i risultati positivi non verranno, magari la gente “sognerà” l’Italia, ma non potrà
agevolmente venirci e adeguatamente goderne.
Siamo molto d’accordo. Sicché, al pessimismo dello storico Walter Laqueur, che per
l’Europa prevede un futuro da costoso parco giochi, o forse da “sito museale” nell’aspetto meno incoraggiante del termine (una sorta di “tiomba” dell’identità culturale del Continente), preferiamo l’incoraggiante ottimismo di Giovanna Melandri, e
osiamo ancora una volta proporre alla componente museale un ruolo positivo, stimolante, moderno, adeguato ai tempi e accompagnato da una parallela crescita di
quella “politica dell’accoglienza” che sollecita infrastrutture coerenti e abbordabili.
Non un “luogo” per lo sfizio di pochi stanchi ricchi, piuttosto i “luoghi” per sempre
più numerosi e dinamici amanti del bello. La cultura è davvero patrimonio di tutti.
La redazione si avvale
della preziosa collaborazione di Tiziana Valente.
MU2
D O V E T R O VA R E M U 6 : M U S E I D E L L A R E G I O N E A B R U Z Z O / C H I E T I , L I B R E R I A D E L U C A ( V I A C . D E L O L L I S , 1 2 / 1 4 ) / N U O VA L I B R E R I A ( P I A Z Z A B A R B A C A N I ,
L’OPINIONE DI
Paesaggi dell’intrattenimento
Alberto Clementi
Se volete visitare l’Europa, fate una vacanza in Virginia…. Lì c’è tutto
il piacere e il colore della vecchia Europa, ma è molto più vicina!
Da “Ode alla gioia” Busch Gardens Theme Park (*)
Che i paesaggi stiano progressivamente
trasformandosi nei luoghi dell’infinito
intrattenimento attraverso cui tende ad
affermarsi l’economia contemporanea è
una scoperta tutt’altro che recente.
Eppure ancora poco esplorati appaiono
i reali processi all’opera e le loro
conseguenze per le strategie del
governo del territorio, o anche, più
riduttivamente, i loro riflessi per una
cultura progettuale che voglia essere
sempre più consapevole dei valori in
gioco quando si rivendica giustamente
l’importanza del paesaggio
nell’architettura, nell’urbanistica e
nell’arte del nostro tempo.
Il paradigma dei parchi a tema è stato
quanto mai fecondo per farci
comprendere le ragioni che presiedono
alla costruzione dei recinti specializzati del
tempo libero, modellati dalla
simulazione nelle esperienze di
apprendimento del mondo e delle sue
singolarità incarnate dai luoghi della
storia e della natura.
Busch Gardens, o Disneyland, ci
insegnano ad esempio come sia
possibile realizzare esperienze di
successo, secondo Sorkin grazie
soprattutto alla loro capacità di
“intensificare il presente, la
trasformazione del mondo attraverso
una crescita esponenziale dell’accesso
al consumo di beni-merce ridotti al
loro grado zero”.
Così un viaggio a Disneyland può
sostituirsi a quello per il Giappone
reale, reinterpretato e stilizzato nei suoi
significati essenziali attraverso i
simboli del samurai e del sushi da
apprendere e consumare velocemente,
in una cornice rassicurante e funzionale
che oltre tutto è più vicina.
La conoscenza del luogo tende ora a
trasformarsi in spettacolo, affidandosi
ad una narrazione elementare che
accompagna l’esperienza
dell’attraversamento, insieme reale
(dentro il parco) e virtuale (in una
dimensione geografica atopica),
facendo largamente ricorso a tecnologie
multimediali quanto mai avanzate.
Meno chiare appaiono però le cose
quando cerchiamo di interpretare il
mutamento del territorio alla scala
dell’insieme, provando a ricombinare
in un ordine comprensibile l’apparire
dei nuovi luoghi dell’intrattenimento, quelli
della conoscenza e del consumo che
insieme al permanere delle scene più
tradizionali sembrano caratterizzare
molti nostri paesaggi.
Ci rendiamo conto che questi singolari
incubatori dell’innovazione stanno
soppiantando di fatto i luoghi della
produzione come chiavi di volta dei
nuovi assetti insediativi e ambientali
del nostro territorio.
Peraltro abbiamo imparato anche a
riconoscere l’inattualità delle
distinzioni canoniche tra produzione,
consumo e intrattenimento, e con esse
la crisi della visione della prima
modernità con la sue compulsioni
ossessive verso la specializzazione
funzionale.
Non è allora infondato ritenere, come
Bonomi, che “la frattura tra il tempo
del lavoro e quello del tempo libero,
tra i valori sacri e le passioni profane,
oggi non esiste più“.
Anzi, con tutta evidenza all’interno di
parchi tematici ma ormai visibilmente
anche al loro esterno, si può rilevare
che sempre più spesso il lavoro tende ad
assumere le forme proprie dello spettacolo,
omologando la produzione del tempo
libero alle logiche dell’impresa
industriale, mirate ad estrarre il valore
aggiunto dalla filiera complessiva
dell’intrattenimento.
E così gli addetti ai vari servizi dentro
il parco sembrano sollecitati a
diventare gli attori di una scena
globale, chiamata ad assicurare la
qualità dello spettacolo e la
soddisfazione dei consumatori, e al
tempo stesso l’igiene, la sicurezza e
gioiosità di un ambiente che vuole
apparire familiare a tutti.
E tuttavia continua a rimanere
sfuggente il senso complessivo del
mutamento in atto nel territorio e nel
paesaggio, sotto l’effetto combinato di
queste isole introverse fortemente
strutturate al proprio interno e delle
altre dinamiche che si sviluppano più
liberamente ovunque, concorrendo
congiuntamente a rielaborare il senso
dell’esistente.
Ci domandiamo se e quanto questi
spazi eterotopici siano da considerare i
precursori di una trasformazione più
generale. Se il loro potere
morfogenetico possa davvero prevalere
su quello del patrimonio sedimentato
nel configurare la scena del presente,
soprattutto nei contesti ricchi di storia
che caratterizzano il nostro paesaggio.
E se infine il mutamento più rilevante,
prima ancora che l’identità dei singoli
materiali insediativi, non investa
piuttosto il senso più profondo delle
connessioni che danno forma al
territorio contemporaneo.
Sorkin ci ha fatto comprendere quanto
la nuova città “abbia il potere non solo
di oltrepassare le scene tradizionali, ma
di cooptarle relegandole al ruolo di
mere intersezioni di una griglia globale
che rende obsolete le abituali categorie
del tempo e dello spazio”.
E davvero sembra che questi paesaggi
dell’intrattenimento ci parlino di una
nuova territorialità, dove vengono trattati
soprattutto i desideri e le emozioni di
masse crescenti di consumatori.
Intanto che agisce una nuova economia
sempre più pervasiva, la rifkiniana
economia dell’esperienza, che alla
produzione classica dei beni materiali
preferisce il controllo dei processi di
costruzione del senso, nella ambiziosa
prospettiva di “trasformare in mercato
la vita stessa di ciascun individuo”.
Un’economia cioè che tende a
sostituire alla produzione industriale
quella culturale, e che mette al centro
il territorio e il paesaggio ora non più
per offrire solo servizi primari ma
piuttosto per capitalizzare l’accesso alle
esperienze culturali.
Lo sconfinamento dai luoghi
specializzati del piacere e del desiderio
sembra di fatto alludere allo stato
nascente di una nuova forma del
territorio, che sa creare un contesto
completamente nuovo, sia riutilizzando
in gran parte la sostanza di quello
esistente che aggiungendo specifici
spazi eterotopici come catalizzatori
privilegiati del mutamento.
Assistiamo ad un processo in cui
l’infinito intrattenimento sembra oggi
insinuarsi dappertutto, nelle pieghe
delle città come dei territori aperti,
snaturando profondamente il senso dei
rapporti sociali e produttivi che hanno
modellato nelle lunghe durate i
paesaggi esistenti.
C’è da riflettere seriamente su queste
tendenze al mutamento riconoscibili
ovunque, in Italia come in Europa.
Quanto sta accadendo nei paesaggi
delle Dolomiti o della Toscana, o
peggio nella Costa Smeralda in
Sardegna, ci avverte dell’urgenza di una
strategia di contrasto allo scivolamento
del territorio verso un fuori scala
rappresentato dai grandi parchi
tematici dell’intrattenimento
interpretati in salsa italiana.
Dobbiamo purtroppo prendere atto con
rammarico delle perduranti difficoltà
delle nostre politiche del paesaggio,
strette nella morsa di due impostazioni
alternative che si contendono il campo.
L’impossibile tutela ad oltranza
perorata dallo Stato, che vorrebbe
congelare il paesaggio nelle sue forme
ereditate dal tempo senza disporre di
altre risorse che dei vincoli.
O la valorizzazione sostenibile,
sostenuta invece dalle Regioni che,
seguendo i principi della Convenzione
europea del paesaggio, vorrebbero
utilizzare il paesaggio come risorsa
strategica per un nuovo modello di
sviluppo, capace di coniugare
virtuosamente territorio, economia e
società.
Lo scenario globale di una sfera
culturale assorbita progressivamente in
quella economica incombe però in
modo inquietante.
Sta a noi trovare la forza di un progetto
che sappia riaffermare il primato del
valore culturale del paesaggio senza
rinunciare alle risorse portate dalla
nuova economia dell’esperienza. Un
progetto capace di trasmettere emozioni
quanto di suscitare rispetto e
comprensione per i diritti del nostro
paesaggio, alla ricerca di un sapiente
equilibrio tra valori di permanenza e
valori del mutamento.
Purtroppo il recente dibattito sul
paesaggio nel nostro paese non invita
all’ottimismo. Ma forse, da un
rinnovato interesse delle arti e
dell’architettura per questi temi potrà
forse scaturire una nuova visione che ci
aiuterà a considerare l’infinito
intrattenimento non solo una minaccia,
ma anche come un’occasione preziosa
per un uso creativo del nostro tempo in
armonia con il nostro paesaggio.
(*) slogan di promozione di Busch Gardens,
parco tematico a Williamsburg, Virginia
Alberto Clementi,
Preside della Facoltà di Architettura
Università d’Annunzio Chieti-Pescara
, 9 - VA S T O ) / L ' A Q U I L A , C A F F È P O L A R ( V I A S A N TA G I U S TA , 1 7 / 2 1 ) / L I B R E R I A C O L A C C H I ( V I A A N D R E A B A F I L E , 1 7 ) / L I B R E R I A M O N D A D O R I ( V I A M O N -
MU3
LE PROMESSE DI...
Il 2007 si sta chiudendo. Che cosa promette o si ripromette per il nuovo anno e quale gli obiettivi da raggiungere?
Abbiamo rivolto questa domanda ad una serie di personalità e personaggi del mondo della politica, della cultura, dell’imprenditoria…
LUCIANO D’ALFONSO
Il patrimonio artistico e culturale abruzzese è sotto gli occhi di tutti.
Come tanti sono stati gli sforzi da parte delle istituzioni e da parte di soggetti attivi in campo culturale di valorizzarlo e renderlo pienamente fruibile non solo per gli abruzzesi. Il passo ulteriore da fare è cercare di creare un sistema che comprenda i tantissimi musei del nostro territorio, che
passi attraverso i siti archeologici, i borghi storici, le sedi dei parchi naturalistici e delle riserve, che crei un circolo virtuoso fra le risorse tutte che
l’Abruzzo ha da offrire, al fine di lanciare un nuovo e considerevole volano in termini di sviluppo economico e sociale. Coinvolgere, oltre agli enti
pubblici, anche altri soggetti come le università, le istituzioni culturali, è un buon modo per
creare sinergie innovative che potranno permettere non solo l’apertura di tanto patrimonio ad
abruzzesi e non abruzzesi, ma anche lo scambio di progetti e iniziative con le regioni e gli stati
che abbiamo di fronte, intorno, accanto. L’Abruzzo è una regione cerniera e questa posizione
racchiude preziose opportunità di sviluppo, la “veicolazione” della cultura è una di queste.
ELISABETTA MURA
È come essere divisi tra i desideri, i sogni e una difficile realtà che si è
annunciata già in questo scorcio di anno con i fondi della cultura fortemente penalizzati dall’esigenze del bilancio regionale. Sono quindi
soprattutto preoccupata perché le spese per la cultura non sono spese
allegre e potrebbero andare deluse molte aspettative. La cultura è un
investimento che porta anche sviluppo economico. E come tutti gli investimenti deve rientrare in un quadro di programmazione complessivo.
L’Assessorato alla Cultura della Regione Abruzzo sta quindi lavorando
ad un rinnovamento dell’intero settore. Mi auguro di concludere con
successo il processo di riforma della legislazione in materia di spettacolo e di estendere il rinnovamento del quadro normativo anche ai Beni Culturali. Sono imprescindibili interventi di
base. Oltre i tanti progetti in cantiere per il 2008, vorrei ribadire che è necessario per l’Abruzzo
valorizzare le proprie vitali energie ma con l’ambizione di guardare oltre, ed intendo al
Mediterraneo, con progetti forti e di qualità evitando di disperdere le energie in mille rivoli.
LUCIANO D’ANGELO
Che cosa mi riprometto per il 2008? Di certo la realizzazione di un progetto a cui sto lavorando già da quasi un anno insieme all’amico giornalista Claudio Valente.
“Ibn Battuta e il Mediterraneo, un mare di pace” si propone, attraverso un vero
e proprio reportage fotografico e giornalistico, di ripercorrere l’itinerario
del viaggio di Battuta nei paesi islamici che si affacciano sul
Mediterraneo, dal Marocco alla Turchia, per cogliere i cambiamenti tra
la realtà di quei tempi, raccontata nella Rihla, e quella di oggi e nello
stesso tempo perseguire il messaggio di pace, di rispetto per le altre cul-
LUDOVICO RAIMONDI
Nella veste di Direttore Amministrativo della Biblioteca e Pinacoteca
“Vincenzo Bindi” e del Polo Museale Civico di Giulianova:
“La promessa, oltre che l’auspicio, è il massimo impegno a fare in modo
che entro il 2008 il Servizio Cultura e Turismo possa tornare nella sede
“naturale” della Biblioteca Civica a Palazzo Bindi e che la collana del
Polo Museale Civico si arricchisca della nuova perla del Museo di Civiltà
Contadina Aprutina voluta dal compianto Avv. Riccardo Cerulli nella sua
Villa in Via S. Lucia di Giulianova”.
ture e di tolleranza.
Con il sensibile aiuto dell’Assessore alla Cultura della Regione Abruzzo, sarà pubblicato un
volume fotografico, con un saggio di presentazione di Tahar Ber Jelloun vincitore del premio
Goncourt nel 1987, e contestualmente sarà allestita una mostra itinerante che, partendo da
Pescara, toccherà alcune città italiane come Roma, Napoli e Bari e arabe come Fez e Damasco.
VINCENZO D’ERCOLE
Mi piacerebbe che nel 2008 si cominciasse a pensare seriamente a come
rendere fruibile il patrimonio che sta venendo alla luce nel nostro territorio, e con questo intendo il territorio Vestino. Reperti importanti e di
assoluto valore che continuano a restare invisibili, ma che rappresentano una ricchezza incredibile; reperti che hanno permesso di fare luce su
parte della storia del nostro territorio, quella preromana, fino ad ora sconosciuta ma la cui fruibilità è praticamente nulla.
ADELCHI DE COLLIBUS
La città di Pescara ha finalmente intrapreso la strada di un’identità culturale. Durante il mio mandato sono state tante le iniziative che hanno
raccolto consensi anche al di fuori della nostra Regione. Mi piace sottolineare, però, la riapertura dell’ex Aurum che nei miei progetti sarebbe
dovuto diventare un centro di eccellenza per la cultura; purtroppo su
questa idea non si è riusciti a coinvolgere gli altri enti del territorio
necessari per reperire forze e risorse.
Non posso fare promesse perché non intendo ricandidarmi per le elezioni del 2008, però mi piacerebbe che le belle manifestazioni avviate
durante il mio mandato, come il Festival della Letteratura o la stagione delle grandi mostre,
non venissero abbandonate.
RIZZIERO DI SABATINO
Nel Gennaio 2008 Rizziero Arte cambierà sede.
La nuova galleria aprirà i battenti con l'inaugurazione di una grande
mostra di Nicola De Maria.
Il programma espositivo proseguirà, fino a inizio della stagione estiva,
con delle mostre personali di: Domenico Bianchi, Prudencio
Irazabal e Marcel Dzama.
Tutti artisti che collaborano da tempo con la galleria, ad eccezione
dello spagnolo Irazabal, per la prima volta in mostra a Pescara.
ANNA IMPONENTE
Il 2008 è un anno ricco di iniziative importanti, la P.S.A.E. sta già collaborando alla grande mostra dedicata alle macchine di Leonardo che
prenderà il via in febbraio e che riporterà l’attenzione sul binomio arte –
scienza e sulle possibili convergenze che possono esserci tra questi due
campi non sempre, come pensa chi è di formazione crociana, separati.
Ci saranno poi progetti sperimentali come quello che coinvolgerà artisti abruzzesi contemporanei che, con le loro opere, dovranno confrontarsi con il proprio passato e con le creazioni degli artisti dei secoli precedenti. La speranza è che si riesca a superare una delle difficoltà maggiori che si incontrano facendo il mio lavoro. Quella cioè dei finanziamenti, pubblici in particolare, alle iniziative culturali ormai centellinati e che lasciano sempre con il fiato sospeso.
Spero che si capisca che una buona programmazione si può fare con l’attenzione dovuta di
tutte le forze politiche che ci supportano.
CESARE MANZO
A Roma, dopo Justin Lowe con cui si aprirà la stagione, sono in programma Boris Achour e Matteo Fato.
Nello spazio di Pescara, dopo la doppia personale di Jimmie Durham e
Michelangelo Pistoletto, vorrei presentare altri grandi artisti con cui
sono in contatto. In controtendenza con le programmazioni a lungo termine, amo avere un futuro libero che mi permetta di scegliere velocemente e cambiare direzione se necessario.
Un altro obiettivo, non meno importante, al quale continuo a dedicare il mio impegno è Fuori Uso, cui vorrei dare un sede fissa. Mi piacerebbe che la prossima edizione fosse curata da Achille Bonito Oliva.
Infine, un obiettivo a breve termine è la prima partecipazione della galleria ad Artissima.
ANNA MARIA REGGIANI
Auspico che il lavoro dei mesi prossimi sia quello di mettere in evidenza i beni culturali d’Abruzzo che costituiscono un patrimonio diffuso di
grande valore. Il lavoro di comunicazione e trasmissione sarà compiuto
d’intesa con gli organi locali: Regione, Province e Comuni. Come neo
direttrice dei Beni Culturali e Paesaggistici per l’Abruzzo questa è una
delle priorità per i prossimi mesi. Mesi che si calano in uno scenario
dove è indispensabile che la dimensione strategica e progettuale del
bene (culturale ndr) sia definita secondo nuove prospettive di analisi.
Considerando, innanzi tutto, che l’istituzione culturale non può essere
considerata come un soggetto chiuso, poco permeabile nei confronti del contesto esterno.
ENRICO SAQUELLA
Sia come azienda che come famiglia siamo stati sempre molto sensibili
al mondo dell’arte, in tutte le sue espressioni! Infatti da anni siamo
sponsor di molti eventi culturali, cittadini e non solo, quali il cartellone
della Società del Teatro e della Musica, del Festival del Jazz ed altri.
Inoltre da tempo abbiamo avviato un’iniziativa di supporto all’arte visiva moderna andando alla ricerca di talenti abruzzesi che interpretino il
mondo del caffè quale testimonianza del connubio tra il piacere del
gusto e della vista. Personalmente sono convinto che il mondo imprenditoriale debba ripercorrere il mecenatismo rinascimentale e proprio
con questa convinzione continueremo ad essere vicini al mondo dell’arte sia continuando con
i progetti già avviati, sia sviluppando iniziative nuove, di cui alcune già in cantiere.
BENEDETTA SPALLETTI
Ho sempre sperato di far crescere la mia galleria seguendo i consigli e le
idee di tutti coloro che collaborano per farla esistere, quindi in primo
luogo gli artisti e poi tutte le persone che lavorano per Vistamare ogni
giorno. Pescara è stata una città importante per l’arte contemporanea,
mi piacerebbe che questa forza esistesse in maniera determinante e
coraggiosa anche oggi. Il mio desiderio è quello di poter comunicare
l’energia unica ed insostituibile che qualche sera si crea qui a Pescara,
che ha portato in galleria mostre importanti e che ha lasciato ricordi
speciali nella memoria di chi è venuto a trovarci. Questa energia è data
dall’impegno che metto nel mio lavoro, da un luogo prezioso che ho la fortuna di poter offrire e soprattutto dall’appoggio che gli artisti mi hanno dato fino ad oggi.
WAREHOUSE, TERAMO
Un ex opificio riconvertito in centro di produzione e fruizione di arte contemporanea, che serba in sé il suggestivo contrasto tra la struttura di
white cube e la tensione percepibile tra ciò che era e ciò che è divenuto.
Warehouse vuol essere uno spazio in continua evoluzione, superare il
concetto di galleria, per diventare laboratorio di produzione e mutare
poi in centro di attività didattiche, project-room e di nuovo tutto questo
insieme. Cantiere aperto per la sperimentazione di linguaggi multiculturali, fucina di creatività e libere espressioni artistiche veicolate attraverso concetti comunicativi nuovi, in grado di potenziarne la diffusione
e la conoscenza.
Warehouse sarà un polo di attrazione e produzione culturale in cui sviluppare, attraverso un
articolato programma di iniziative, un dialogo stimolante tra il territorio locale e le significative realtà provenienti da tutto il mondo.
MARCELLO ZACCAGNINI
…si la posso fare una promessa. Noi come tutte le cantine emettiamo
Co2 con la fermentazione del mosto, per questo uno dei miei obiettivi è
il rispetto per l’ambiente. Così accanto ai vigneti sto curando e ampliando la vegetazione boschiva in modo da bilanciare l’inevitabile inquinamento che produciamo.Per lo stesso motivo recuperiamo le acque della
lavorazione che vengono riutilizzate per innaffiare i vigneti. È una promessa che mi sento di fare a tutti con l’augurio di vendemmie sempre
migliori”.
S I G N O R B A G N O L I , 8 6 - AV E Z Z A N O ) / P E S C A R A , B O O K & W I N E ( N U O V O T R I B U N A L E ) / L I B E R N A U TA ( V I A T E R A M O , 2 7 ) / T E R A M O , L A S C O L A S T I C A
MU5
IL PERSONAGGIO
a cura di Massimiliano Scuderi
INTERVISTA
Gianni Caravaggio
Angelo Mosca
Angelo Mosca e Gianni
Caravaggio sono due artisti
internazionali di origine
abruzzese, che si sono affermati in Italia e all’estero. Lì
hanno potuto sviluppare il
loro lavoro ed un maggior
senso critico anche nel modo
di vedere il sistema dell’arte
italiana. Abbiamo rivolto a
loro alcune domande:
Dove e come ti sei formato? Ti sei affermato
lavorando in modo solitario o hai sviluppato
la tua ricerca crescendo all’interno di un
ambiente o di un gruppo?
Gianni Caravaggio: Ambedue le
cose. Da figlio di genitori abruzzesi
emigrati in Germania alla fine degli
anni sessanta mi sono formato
innanzitutto in Germania, vicino a
Stoccarda, poi mi sono trasferito a
Firenze e subito dopo a Milano per
conoscere la mia cultura originaria e
per studiare da Luciano Fabro
all’Accademia di Brera. Ho condiviso
per qualche anno anche l’esperienza
di lavorare alla Casa degli artisti
intorno alla metà degli anni 90 dove
in quegli anni c’era un rinnovo
generazionale. Alla fine del 98 ho
fondato con altri due artisti e un
critico (tra cui Satoshi Hirose e
Alessandro dal Pont) il gruppo
Microbo Erotico con cui ho
organizzato per quasi un anno delle
mostre al Microbo Erotico
Projectroom in Via Savona 133 a
Milano. Poi con altri artisti non solo
italiani abbiamo continuato ad
esporre in spazi istituzionali in
Europa (come al TENT di Rotterdam
nel 2000). Nonostante queste
esperienze di collaborazione che
ricerco per una mia esigenza
dialettica maturata dalla riflessione
sul mio lavoro stesso, mi considero
sostanzialmente solitario ed
autonomo nel mio percorso artistico.
Ribadisco però l’esigenza
fondamentale di condividere
riflessioni sull’arte e discuterne, è
un’esigenza che bisogna creare
attivamente dato la diminuizione
MU6
continua di tali occasioni spontanee
poiché sempre meno artisti sentono
la necessità di tale condivisione
dialettica. Penso che tale esigenza sia
fondamentale per una sana e
continua crescita artistica.
Angelo Mosca: ... bella domanda!
Non avendo frequentato Accademie
d’Arte ed avendo studiato tutt’altro
potrei dire di essere un
autodidatta...ma la parola è del tutto
inadatta per definire oggi un artista,
al quale è richiesta piuttosto un’idea
critica che un’abilità manuale.
Che rapporto hai con il tuo territorio?
GC: Dato che vivo a Milano la
considero il mio territorio. In Italia fin
ora Milano la considero l’unica
palestra efficace in cui un giovane
artista si possa formare (farsi le ossa
come si dice) confrontandosi con un
clima competitivo e un ritmo serrato
oltre al panorama delle gallerie. Ma
Milano agli artisti chiede tanto e alla
fine restituisce pochissimo. Mancano
quasi totalmente le entità istituzionali
per l’arte che da a tutto il sistema
dell’arte un carattere randagio, cosa
che si rispecchia nel quadro che l’arte
italiana può dare all’estero.
AM: Se intendiamo l’Abruzzo, il
migliore possibile. Cerco di sostenere
e sviluppare il maggior numero di
progetti. Sto perfino cercando di
curare una mostra nel centro storico
di Chieti. Chieti come tutte o quasi le
città di periferia si stanno svuotando.
Stanno perdendo senso.
Recentemente Flash Art ha condotto
un’interessante inchiesta sul rapporto tra la
provincia, intesa nel senso più ampio del
termine, e il centro. Tu cosa ne pensi?
GC: A flash-art avevo risposto così:
“La questione dell’isolamento
dell’artista posto nei termini di
presenza in luoghi di accumulo è un
falso problema quando l’artista viene
supportato per la qualità del suo
lavoro da un sistema dell’arte intatto
(galleria, istituzioni, critica, riviste
d’arte).” La penso ancora così.
AM: Il rapporto tra centro e periferia
è, da una parte, un falso problema:
Leonardo non veniva da Vinci?
Semmai è cambiata la struttura della
nostra società. Oggi è molto più
semplice entrare e uscire dal
centro...c’è molta più mobilità...
Cercherei piuttosto di definire cosa è
“centro” e cosa è “periferia”. Direi che
è centro dove avvengono cose che
hanno senso, non lo è dove questo
non avviene. Detto questo, ognuno
può stabilire distanze e proporzioni.
È evidente che nei centri è più
probabile che avvengano cose
sensate, interessanti. Però la forbice
potrebbe restringersi.
Perché ti sei trasferito fuori dall’Italia e come
ciò ha influenzato il tuo lavoro, qualora lo
abbia fatto?
GC: Sono un “meticcio” culturale
anche se artisticamente trovo
prevalentemente radici italiane ma in
tanto i miei genitori vivono ancora
vicino a Stoccarda e quando vado in
Germania non ho la sensazione di
andare all’estero ma ritorno anche lì
a casa. Non concepisco la frontiera
italiana come limite della mia
identità personale tanto meno ho la
sensazione di trasferirmi partendo da
un posto in cui sono radicato dato il
radicamento che può essere un fatto
mentale non sostanzialmente
territoriale.
AM: Mi sono mosso quando ho
capito che non c’era spazio per il mio
lavoro. A metà degli anni ‘90 un certo
tipo di pittura, in Italia, non la
guardava nessuno...Credo che
un’artista sia influenzato da tutto,
anche da quello che ci stiamo
dicendo ora.
Che idea hai dell’arte italiana e del suo
sistema?
AM: È tutto sottostimato...nella mia
accezione “sistema” significa
qualcosa di intelligente ed aperto.
In Italia la parola “sistema” ha
valenze quasi del tutto negative.
Evoca qualcosa di poco chiaro,
chiuso, affatto aperto all’esterno ed
alle novità.
Il mio “sistema” si conta sulle dita di
una mano o poco più. L’arte italiana
è un po’ cosi’, magari c’è qualcuno
che ha 20 amici piuttosto che cinque
come me, ma non molti di più!
Siamo ben lungi dal poter parlare di
sistemi!
Passami la battuta: l’Italia è una
repubblica disorganizzata che crede
poco nel suo presente, affatto nel
futuro e molto nel suo passato!!
Il sistema culturale e di mercato, oggi
dominante sugli altri modelli, è sicuramente
quello occidentale, cosa ne pensi? È possibile
l’affermarsi di nuovi modelli?
GC: Dato che oggi la stima si
costituisce nelle aste, il successo è di
quello che copia meglio la tendenza;
si sottrae sempre più tempo alla
riflessione sull’opera d’arte, e fare
un’opera sembra creare imbarazzo al
contrario della popolarità di chi si
atteggia con comportamenti pseudo
artistici che in realtà è pura strategia
esibizionistica, direi che ci sarebbe
da ripensare tutto a partire dalla
relazione fra opera d’arte e
spettatore.
AM: Se si guarda alla Cina o all’India,
alla Russia... mi pare che la loro
storia recente li abbia portati ad
idealizzare il modello occidentale.
Quando raggiungeranno una
consapevolezza, svilupperanno
sicuramente qualcosa di diverso
anche culturalmente. Credo dipenda
dalla natura stessa di un popolo,
dalla capacità di organizzarsi
appunto.
Come secondo te è vista l’arte italiana
all’estero, è percepita o non siamo ancora
riusciti a raggiungere una nostra
riconoscibilità?
GC: Ogni qual volta si presenti
un’occasione in qui l’arte italiana
potrebbe mostrarsi nella sua
complessità di ricerca e in quadro
abbastanza completa di quanto
succede in un taglio generazionale,
come lo potrebbe rappresentare una
presenza decisa di artisti italiani alla
Biennale di Venezia oppure come lo
( C O R S O S . G I O R G I O , 3 9 ) / B O L O G N A . L I B R E R I A P I C K W I C K , G A L L E R I A 2 A G O S T O 1 9 8 0 , 3 / 2 - W W W. C ATA L O G O P I C K W I C K . I T / W W W. M U 6 A B R U Z Z O . E U / D O V
Gianni Caravaggio, cosmicomica (nera), 2006, marmo nero del Belgio, lenticchie, Courtesy Tucci Russo, Torre Pellice (To) - Francesca Kaufmann, Milano
poteva recentemente rappresentare la
mostra al PS 1 di New York che è
stata cancellata nella sua prima
versione, succede appunto qualcosa
di “misterioso” che impedisce tale
possibilità. E quindi rimane sempre
un quadro molto limitato,
qualitativamente incompleto e
povero quello che l’Italia da, per
colpa propria (per colpa di alcuni che
abusano di potere). Il carattere
fortemente autolesionistico prevale
per colpa di piccole manovre
strategiche.
AM: È tutta sottovalutata...
Angelo Mosca, Francesco e Arianna, 2007, olio su tela,
cm 55 x 73, Courtesy annarumma404, Napoli - Milano
E T R O VA R E M U 6 : M U S E I D E L L A R E G I O N E A B R U Z Z O / C H I E T I , L I B R E R I A D E L U C A ( V I A C . D E L O L L I S , 1 2 / 1 4 ) / N U O VA L I B R E R I A ( P I A Z Z A B A R B A C A N I , 9 -
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PREMIO AGORÀ 2007
ARCHITETTURA
di Marco Morante e Maura Scarcella
PUBBLICI(t)TÀ Chieti
La città è museo delle sue architetture.
Mentre il singolo privato sembra faccia a gara con altri suoi simili a disperdere
nel territorio oggetti blindati e tra i più stravaganti, appare stridente la frequente mancanza da parte delle Amministrazioni Pubbliche e, con esse, dei progettisti incaricati nel dare il buon esempio. Meccanismi troppo radicati in Italia
fanno sì che concorsi di idee, commissioni di giudizio qualificate e, in generale,
il coinvolgimento di figure scelte in virtù di reali e comprovate competenze
siano il più delle volte ancora delle chimere.
Ecco perché le Opere Pubbliche, siano esse strade o ospedali, università o parcheggi vengono perlopiù accolte con timore, osteggiate dall’opinione pubblica
anziché reclamate per il loro portato di progresso.
In Abruzzo, nel campo delle infrastrutture della mobilità i buoni esempi sono
più unici che rari e, nell’ambito di quelle dello “stare”, si riesce a contarne solo
qualcuna che sia capace di essere motore della riqualificazione dei territori e
delle città in cui si localizza e ad essere al tempo stesso rappresentativa di valori sociali ed istituzionali.
Chieti, forse per le importanti figure politiche che l’hanno rappresentata, può
vantare almeno due esempi certi che la pubblicizzano positivamente, a fronte di
una mediocre produzione edilizia recente e contemporanea comune a tante altre
città italiane. L’una, nella città storica, è il pregevole intervento di recupero ed
integrazione ad uso museale degli storici resti della Civitella, di cui si tratterà su
altre pagine di MU6 prossimamente; l’altra è il Campus Universitario allo Scalo.
Questo complesso, con la sua doppia appartenenza sia alle nuove estensioni
della città a valle che al centro antico a monte, è un polo attrattivo: campo
verde e campo di forze allo stesso tempo. È un sistema che affida alla capacità
di dialogo a distanza, attraverso i vuoti delle diverse parti, la costruzione dell’identità e del senso di un luogo privo di un confine segnato. L’ingresso in questo
campo, infatti, può essere addirittura inconsapevole ma, una volta all’interno, si
avverte subito una chiara variazione di stato. Il carattere di questo spazio è
determinato dalla qualità degli edifici che lo animano e dal gioco di relazioni
instaurato fra essi e con gli elementi naturali. Ogni tassello del disegno
d’insieme assume un ruolo differente ma comunque imprescindibile.
I fondamenti dell’idea architettonica alla base del progetto, localizzato a Chieti
Scalo a firma del gruppo Barbieri, Del Bo, Manzo, Mennella e realizzato a partire
dal 1995, vanno ricercati nella voglia di recuperare le tracce dell’originario e
ancor vivo paesaggio rurale e di configurare il Campus come elemento d’ordine
rispetto alla casualità delle nuove espansioni metropolitane.
Il disegno planimetrico del nuovo costruito è stato fortemente indirizzato e condizionato dalla preesistenza, sul sito, di edifici quasi tutti realizzati negli anni
sessanta su progetto di firme quali Grassi, Monestiroli e B.B.P.R.
Si distinguono - tra gli altri - l’edifico-percorso del nuovo rettorato, volume cavo
infisso nel pendio naturale; il recinto, coperto per metà, che racchiude l’ordinata
sequenza dei campi sportivi; l’imponente basamento della cittadella della scienza, suolo artificiale e vassoio per le alte ed iterate sagome lapidee delle nuove
facoltà mediche.
La semplicità degli oggetti, l’uniformità dei pochi materiali, le calibrazioni dispositive e relazionali connotano questo progetto urbano di una contemporanea classicità che lo attrezza per un sereno dialogo con il futuro, grazie anche ad un linguaggio che - asciutto - saprà far fronte alla propria connaturata “temporaneità”.
Opera Pubblica questa, e non Occasione Persa.
3°/4
laq_architettura
VA S T O ) / L ' A Q U I L A , C A F F È P O L A R ( V I A S A N TA G I U S TA , 1 7 / 2 1 ) / L I B R E R I A C O L A C C H I ( V I A A N D R E A B A F I L E , 1 7 ) / L I B R E R I A M O N D A D O R I ( V I A M O N -
MU9
EVENTI
Giulio Turcato, Giardino di Miciurin, 1953, olio su tela, cm 113x145
Il fluido Turcato
RETROSPETTIVA AL MUSEO COLONNA
“Tutto ciò che in arte è autentico, spontaneo, vissuto, è riconosciuto con difficoltà
e lentamente. E poiché questi otto pittori non ripetono ciò che la natura offre perchè sia copiato, né ciò che le tradizioni secolari hanno preparato per la comprensione universale, anch’essi soffrono d’incomprensione e d’ingiuste avversioni.
Vorrei che prima di giudicarli ciascuno cominciasse a togliersi il cappello davanti
alla loro serietà morale e ai loro sacrifici. Non sono essi i chierici che tradiscono. E
soltanto quando il pubblico avrà una migliore educazione morale, anche prima
che artistica, l’arte di questi giovani ardimentosi, coerenti, laboriosi e tenaci, sarà
compresa e apprezzata al suo giusto valore”. Così scriveva Lionello Venturi per la
Biennale di Venezia del 1952 a proposito di “Otto pittori italiani” giunti al traguardo della maturità: Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Turcato e
Vedova.
Sono anche trascorsi novantacinque anni dalla nascita di Giulio Turcato e ancora
grazie forse a quella sorta di “nomadismo interiore” che contraddistingue la sua
poetica, ci avviciniamo a questa rassegna con umile curiosità.
MU1 0
Partito dalla lezione di Giacomo Balla, l’artista mantovano, ma romano di adozione,
ha attraversato l’esperienza dei cubisti e degli espressionisti per approdare all’astrattismo pittorico quale mezzo per interpretare il mondo in tutti i suoi aspetti; dalla biologia all’entomologia, dalla fisica all’astronomia: tutto diventa occasione per nuove
invenzioni di forme e colori. Così questa mostra, che occupa con circa 100 opere, gli
spazi del Museo Vittoria Colonna, è un tracciato che esplora per intero l’intensa attività di questo artista. Alcune tele, di grandissime dimensioni, sono esposte nel salone centrale dell’Ex Aurum a dialogare con la grande scultura in legno intitolata
“Superamento” (1984 - 85). La qualità delle opere esposte, molte delle quali inedite, è
garantita dall’Archivio Turcato prestatore della maggior parte di esse.
info
GIULIO TURCATO
A cura di: Silvia Pegoraro
Sede: Museo d’Arte Moderna “Vittoria Colonna”, Via Gramsci, 1 - Pescara
Periodo espositivo: Dal 7 dicembre 2007 al 21 marzo 2008
Orari: Aperto tutti i giorni dalle ore 9,00 alle ore 13,00 e dalle ore 18,00 alle ore 24,00
Informazioni: Tel. +39 0854283759
S I G N O R B A G N O L I , 8 6 - AV E Z Z A N O ) / P E S C A R A , B O O K & W I N E ( N U O V O T R I B U N A L E ) / L I B E R N A U TA ( V I A T E R A M O , 2 7 ) / T E R A M O , L A S C O L A S T I C A
EVENTI
A sinistra:
Claudio Verna, Rosso scarlatto, 1967, acrilico e olio su tela, cm. 170 x 140
Sotto:
Claudio Verna, Trittico, 1970, acrilico su 3 tele accostate, cm. 200 x 300
Antologica di Claudio Verna
A L’AQUILA
INTERVISTA
“Tornare in Abruzzo per me è sempre un’emozione. Ho lasciato Guardiagrele da bambino, al seguito di mio padre ferroviere e di mia madre maestra elementare, per cui sono cresciuto con i racconti
quasi mitici che i miei genitori facevano delle tradizioni, degli usi e dei costumi di questa terra.
In realtà, a parte qualche vacanza in montagna a Termine di Cagnano Amiterno, il primo vero
contatto con l’Abruzzo lo ebbi nel 1973, quando vinsi il Premio Michetti; poi ho insegnato per due
anni pittura all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e anche questa è stata una esperienza piena
di significato.
Ora torno con una mostra che è insieme un riconoscimento della mia storia di artista, e un omaggio commosso alla mia terra”. Per Claudio Verna più che un ritorno è un omaggio alla sua
terra. Ma per la sua terra, la mostra ospitata nei prestigiosi spazi del Castello
Cinquecentesco dell’Aquila, è un doveroso riconoscimento ad un suo figlio famoso
sicuramente uno dei più conosciuti, soprattutto fuori dall’Abruzzo.
“Verna, opere 1967 - 2007” documenta quarant’anni di percorso di un artista che
ha sempre considerato il colore e non “l’olio su tela” come il vero protagonista della
sua pittura “…perché solo attraverso il colore riusciamo a percepire la realtà con la vista, perciò è
nella struttura del colore e non nella forma che si devono cercare i significati della pittura”.
Ma percepire insieme un percorso di lavoro e di vita così lunghi quali riflessioni suscita… cosa non accetta più e cosa invece le ha dato spunti per ulteriori riflessioni ?
“Non rinnego niente del mio percorso artistico, soprattutto gli errori, i dubbi e le contraddizioni che
lo hanno caratterizzato. Ancora oggi mi sorprendo di quanto possa cambiare, nel tempo, la valutazione di opere o cicli di opere di tanti anni fa. Cambiano le situazioni, il contesto, e lavori che mi sembravano modesti si sono rivelati decisivi per gli sviluppi ulteriori; altri, magari incensati dalla critica,
mostrano la corda, debitori di influenze esterne alla mia sensibilità.
Ma quello che conta veramente è il codice che governa tutta la ricerca, quell’insieme di pensiero e di
esperienza che anima ogni singolo quadro, al di là degli invitabili cambiamenti. Le mostre, soprattutto le antologiche, servono proprio a questo: a rintracciare quel filo sotterraneo che lega ogni
momento della propria vicenda artistica, e quindi a suggerire nuove soluzioni e nuove avventure”.
E la rassegna dell’Aquila si pone proprio di riuscire in questo intento.
L’ampia panoramica dedicata a Claudio Verna prende il via con opere che segnano
il superamento dell’esperienza informale mettendo in risalto una marcata analisi
mentale che rinnova i contenuti e il linguaggio. In anni in cui (i settanta soprattutto) molti artisti puntano al superamento del quadro per arrivare all’oggetto, all’azione e alla performance, Verna rimane fedele alla pittura, dimostrando che è possibile affrontare con essa un discorso moderno. Negli anni ’80 e ’90, invece, la struttura del quadro si fa più libera ed emozionata, anche se rimane sottesa un’esigenza
costruttiva che vibra di accordi e dissonanze. A partire dal 2000 poi, il ritorno all’uso dei colori acrilici, già sperimentati alla fine degli anni sessanta, imprime un
nuovo slancio e una nuova accelerazione alla sua ricerca artistica. Una parabola
lunga che ha avuto per Verna sempre un filo conduttore l’idea incrollabile della pittura come “cosa mentale”, che ha a che fare con il pensiero, non solo con le idee,
che vive in una dimensione virtuale ma con tutta la fisicità del suo essere materia,
corpo, pigmento. La pittura è “cosa mentale” il che vuol dire che ha a che fare con il pensiero,
d’altronde questo lo diceva già Leonardo e non mi sembra che sia mai stato smentito. Il pittore tutto
istinto e sentimento, che racconta solo se stesso, è una figura retorica sostanzialmente patetica: quasi
sempre un epigono di esperienze già fatte. La sperimentazione non è un’ipotesi di lavoro, è l’essenza
stessa del lavoro, la condizione senza la quale non è possibile alcun progetto. L’artista, il pittore, non
doppia la realtà, ne delinea una nuova e imprevedibile, o almeno propone un punto di vista che ci
costringe tutti a guardare le cose in maniera diversa. D’altra parte, “sperimentare a tutti i costi” può
anche significare una ricerca affannata e affannosa della “novità a tutti i costi”: ma questo riguarda
i sedicenti artisti che non hanno niente da dire e allora si rifugiano nella trovata, nello stravagante,
nel trucco letterario. L’arte contemporanea ne è piena, come pure della retorica dell’avanguardia. Ma
polemizzare con questa realtà è una inutile perdita di tempo”. D’altronde già nel ’94 Verna scriveva che la pittura (arte ndr) non può certo vivere di ritorni, ma neanche delle novità a tutti i costi; una conseguenza questa inevitabile del suo maturare nell’esperienza individuale. La pittura non ama gli aggettivi e la stessa parola qualità si misura in funzione del nuovo che elabora, di una possibile verità. “Le ragioni della pittura
sono antiche e irrinunciabili”.
Maestro con questa mostra torna in Abruzzo… Cosa si aspetta? Non faccio mostre perché mi aspetto qualcosa. Spero soltanto, come sempre, che il mio lavoro riesca a stabilire un dialogo
con chi ha l’anima e il cuore aperti a nuove esperienze. Perché, come ha scritto Rothko, “un quadro
vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la
stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo”.
info
VERNA, Opere 1967 - 2007
Sede: L’Aquila, Castello Cinquecentesco - Museo Nazionale d’Abruzzo
Periodo espositivo: 24 novembre - 26 dicembre 2007
Orari: 8.30-19.30; chiuso il lunedì
Informazioni: Tel. 0862/633478 - 0862/633433
www.museonazionaledabruzzo.beniculturali.it
( C O R S O S . G I O R G I O , 3 9 ) / B O L O G N A . L I B R E R I A P I C K W I C K , G A L L E R I A 2 A G O S T O 1 9 8 0 , 3 / 2 - W W W. C ATA L O G O P I C K W I C K . I T / W W W. M U 6 A B R U Z Z O . E U
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ESPERIENZE E MUSEI
Alla scoperta
della ceramica di Castelli nel Museo
“Villa Urania”
“Villa Urania” è sede di una delle più
importanti raccolte mondiali di ceramica artistica di Castelli (TE). Ospita
150 selezionate maioliche acquistate
in Italia e all’estero dal Professore
Raffaele Paparella Treccia, realizzate
nel periodo di maggior fioritura della
ceramica castellana, tra il XVI e il
XVIII secolo. Nel 2006, il percorso
espositivo del Museo è stato rinnovato per facilitare un excursus tra gli
esemplari più significativi dello stile
manieristico, barocco e neoclassico,
seguendo l’evoluzione artistica della
ceramica di questo rinomato centro
di produzione. Dal 2007 la direzione
del Museo ha attivato una serie di
laboratori didattici museali per avviare un dialogo con le istituzioni scolastiche. Infatti i due sistemi formativi,
pur conservando la loro specificità,
risultano essere complementari e
indispensabili per la formazione. Si
tratta di laboratori incentrati sul tema
della ceramica abruzzese, rivolti a
bambini e ragazzi, con lo scopo di
rendere interessante la fruizione dei
reperti museali e fornire una chiave di
lettura sulle tecniche di produzione
utilizzate a Castelli. I laboratori si
basano sull’attività di carattere pratico attraverso la manipolazione e la
decorazione dell’argilla. Infatti, il fare
rappresenta uno strumento importante di apprendimento. L’accostamento
all’opera d’arte avviene con la riproduzione del disegno, ottenuto in
diverse fasi: dalla griglia di ingrandimento, si passa ai fori su carta velina,
allo spolvero di carbone, e alla colorazione. La produzione artistica spazia dalle opere di fantasia alla creazione di mattonelle che interpretano
elementi figurativi tratti dal soffitto
della chiesa castellana di San Donato.
Infine, i ragazzi lavorano in gruppo e
realizzano un mosaico composto da
formelle individuali in ceramica,
dipinte in sintonia cromatica.
Nel programma per il 2008 sono previsti laboratori indirizzati alle scuole
primarie e secondarie di 1° e 2° grado
e una serie di corsi rivolti ai ragazzi
dai 7 ai 18 anni, sempre attinenti la
ceramica abruzzese, oltre ad una
variegata serie di visite tematiche.
Sono ugualmente previsti specifici
laboratori e visite tematiche per
adulti.
I bambini delle scuole primarie e
secondarie potranno “Giocare con le
forme”, andare “Alla scoperta dei
colori” e “A caccia della linea”.
Invece, i bambini delle scuole secon-
darie di 1° grado potranno comporre
maioliche esclusive, lavorare ad una
galleria di ritratti e imparare a invertire la prospettiva. Infine, i ragazzi dai
7 ai 18 anni potranno prendere parte
a numerosi altri laboratori, tra cui
quelli dedicati ai seguenti temi:
1) Diventa decoratore;
2) Il paesaggio nelle maioliche di
Castelli;
3) L’ornato delle tese nelle maioliche
di Castelli.
La metodologia didattica che verrà
adottata si baserà sull’alternanza di
attività intuitive, per i più piccoli, con
attività ipotetico deduttive, operativo-cognitive e fruitivo-critiche. La fase di osservazione dell’opera d’arte farà scoprire le
regole su cui si fonda il linguaggio
visivo. Le fasi operative faranno capire le modalità dell’arte, ma anche le
sue stesse difficoltà, mentre la fase di
lettura dell’opera prodotta farà interiorizzare concetti e idee. Pertanto, il
metodo utilizzato permetterà
l’insegnamento di contenuti storico
artistici, anche complessi, tramite il
gioco didattico per i più piccoli e le
attività manuali per i ragazzi, e consentirà la stessa consueta modalità
della visita guidata.
Per la prima volta nel Museo si effet-
tueranno anche visite tematiche
dedicate ai seguenti argomenti:
1) Dalla terra alla maiolica;
2) Dal Manierismo al
Neoclassicismo;
3) I Grue: una illustre dinastia di
ceramisti;
4) I mercati e le rotte commerciali
delle maioliche castellane;
5) La forma e l’uso delle maioliche di
Castelli;
6) Viaggio nell’iconografia castellana;
7) Le fonti iconografiche delle maioliche castellane.
Il Museo Villa Urania è l’unico museo
abruzzese che organizza laboratori e
visite tematiche riguardanti la ceramica castellana. Presso la segreteria
del Museo sono disponibili opuscoli
esplicativi con maggiori informazioni
sia sui laboratori, sia sulle visite
tematiche. Per ulteriori informazioni
e prenotazioni si può contattare il
numero telefonico 085/4223426, dal
martedì al venerdì dalle ore 10,30 alle
13,00 e dalle ore 17,00 alle 20,00, o si
può mandare una e-mail al seguente
indirizzo:
[email protected]
Il direttore del Museo
Vincenzo de Pompeis
/ D O V E T R O VA R E M U 6 : M U S E I D E L L A R E G I O N E A B R U Z Z O / C H I E T I , L I B R E R I A D E L U C A ( V I A C . D E L O L L I S , 1 2 / 1 4 ) / N U O VA L I B R E R I A ( P I A Z Z A B A R -
MU13
I MUSEI AMICI DI
UN PAESE PER MUSEO
Santo Stefano di Sessanio
La Disneyland della lenticchia. Inaccessibile alcova di pietra ad uso delle scappatelle di noti critici d’arte un pò mandrilli. Luogo della memoria scippato alle Genti
d’Abruzzo, trasformato in privèe mediceo per ereditiere americane o ruspanti
miliardari neo-cafon. E poi quei muri di finto nero fumo nelle camere! L’aura millenaria del luogo che si dà alla macchia, per fuggire ai click delle festose comitive
di giapponesi. I nostri antenati, custodi silenti dell’Autentica Tradizione che si rigirano nella tomba, stando attenti a non sgualcire il vestito buono che deve durare
per l’eternità.
Nulla di più perverso che prepararsi ad un’intervista non banale con la testa traboccante di pregiudizi. Interlocutore è Daniele Kihlgren, demiurgo del modello di
sviluppo locale avente luogo in quel di Santo Stefano di Sessanio, “ridente paesello ai piedi del maestoso Gran Sasso”, per citare un vecchio depliant promozionale.
Ora a Santo Stefano opera un albergo diffuso con 32 camere, 70 posti letto, ricavati nelle otto case comprate direttamente dalla società Sextantio. Disseminate nel
borgo, hanno aperto l’attività sei ristoranti, ostelli e agriturismi per tutte le tasche,
un campeggio, 15 botteghe artigiane e di prodotti tipici. Migliaia i visitatori, grande attenzione anche dalla stampa internazionale. Eppure qualcuno, tra gli esperti
in materia, storce il naso: non dorme all’idea che Santo Stefano diventi un luogo
privo di autenticità. Autenticità: parola nebulosa eppure affilata come una lama
che trancia il bene dal male.
Incontriamo Daniele Kihlgren mentre è intento a progettare insieme ai suoi collaboratori una stanza da adibire al gioco dei bambini ospiti di Sextantio. Oggetto
dell’appassionato dibattito: l’utilizzo di fiabeschi seggioloni inizio novecento, non
espone al rischio di musealizzazione?
Daniele Kihlgren, nato a Milano da famiglia agiata e parentela mista, babbo svedese, mamma di Corleone, arrivò qui a Santo Stefano otto anni, rarissimo esemplare
di filosofo-imprenditore, determinato a realizzare la sua piccola utopia, a costo un
cospicuo e rischioso investimento. “Quando vidi per la prima volta Santo Stefano
- spiega il signor Kihlgren - venni folgorato sulla via di Damasco. Erano anni che
cercavo luoghi dove ancora non si era corrotto questo paesaggio così esclusivo
della nostra penisola, fino a diventare una regione dell’immaginario: borghi incastellati sulle sommità delle colline, circondati dal paesaggio campestre. Luoghi
che nella realtà sono troppe volte sacrificati ad un concetto di sviluppo distruttivo.
Nel clima grigio del mercato globale, questi borghi, proposti come mete turistiche,
sono sempre più serialmente replicati, dalla Toscana alla Provenza, da San Marino
a San Gimignano, inseguendo immaginari nazional-popolari, un “country” decontestualizzato e di basso folklore.”.
Nell’avvolgente e arcaica penombra della reception di Sextantio, vibriamo senza
scrupoli la prima domanda: “Allora, signor Kihlgren, cosa ci vuole significare questo finto nerofumo nelle sue camere?”
“Il nerofumo nelle camere c’era, è la stratificazione di una cultura contadina, di un
abitare che ci ha preceduti. Abbiamo conservato un richiamo legato alla vita di un
popolo nel suo luogo più sacro - il focolare domestico - che neppure la cultura
dotta e “ufficiale”, nella sua egemonia crociana, si era mai curata di tutelare, perché altro dalle glorie della classicità. Ci siamo semplicemente limitati ad integrare
laddove per ragioni estetiche era opportuno farlo. Non eravamo del resto di fronte
ad un quadro di Leonardo da Vinci, e dunque non abbiamo diversificato
l’intervento, rendendolo leggibile.”
Anche la scelta degli arredamenti è anti-crociana e devota alla storia con la “s”
minuscola, e pure sbilenca: “Abbiamo riempito gli spazi con oggetti testimoni
della cultura della povertà, restituendo una destinazione d’uso a potenziali reperti
museali. Molti mobili li abbiamo trovati in discarica, segno questo di damnatio
memoriae, di una rimozione collettiva delle tracce di un passato connotato, ingiustamente, come ignoranza e povertà. Una persona che lavora con me mi ha detto:
“Avete restituito dignità a qualcosa di cui mi avevano insegnato ad avere vergogna”. Nel Chianti va di moda il finto vecchio, l’Abruzzo ha invece un potenziale
diverso: offrire la durezza e la verità della sua cultura materiale”.
A tal fine e in quasi totale assenza di una letteratura a riguardo, rivela il signor
Kihlgren, state condotte ricerche sugli interni delle case abruzzesi, sono stati intervistati gli anziani, raccolto materiale fotografico d’epoca, in collaborazione con i
musei etnografici della regione.
Convincente, non c’è che dire… ma senza tentennamenti tiriamo fuori dalla faretra
altri tre strali: “Signor Kihlgren: questo modello non rischia di diventare ad uso e
consumo di pochi privilegiati? Non è che poi impacchetti il paese e te lo vendi gli
americani? Non rischia tutto ciò di snaturare l’autenticità dei luoghi?
“Le miliardarie americane che comprano casa a Santo Stefano - risponde - sarebbero paradossalmente la vera garanzia contro questo rischio di inautenticità. Un
turismo di qualità articolato lungo tutto l’anno consente di non trasformare questo e altri borghi in perpetue ed affollatissime fiere estive, è una garanzia contro le
colate di cemento che hanno reso - quelle si! - non autentici altri borghi abruzzesi.
Un turismo di alto target crea l’indotto che consente a tanti giovani di lavorare
qui. I prodotti tipici hanno poi una produzione limitata, non si addicono ai grandi
numeri, le coperte fatte a mano, ed altri oggetti artigianali, hanno un costo di vendita inevitabilmente alto. Per il resto a Santo Stefano si può mangiare a dormire
anche con pochi soldi e nessuno chiederà mai il biglietto d’ingresso al paese”.
“Già, ma gli abitanti del borgo - ribattiamo inarcando sospettosi il sopracciglio cosa ne pensano?”
“Gli abitanti del borgo - replica il signor Kihlgren - hanno fatto quadrato intorno a
questo progetto di tutela, e non solo per i posti di lavoro che sta creando o per
l’aumento del valore delle case. Sebbene, personalmente, una corale minoranza
mi avrebbe volentieri lapidato, per quanto riguarda il progetto, hanno collegialmente avocato a sè queste istanze di conservazione e di rispetto per il territorio. Il
Comune ed il Parco Nazionale hanno a tal fine formalizzato un documento, il
primo di questo genere nella storia dell’urbanistica, volto a conservare quel rapporto autentico tra il borgo storico ed il paesaggio agrario: un documento che
vieta quasi del tutto la realizzazione di nuovi edifici e impone precisi criteri di
ristrutturazione dell’esistente. Tutto questo è successo qui, nelle lontane periferie
dell’Impero, dove la gente era abituata ad emigrare, dove il progresso è sempre
venuto da fuori, dove gli emigrati diventano subito francesi o americani e quando
tornano, nella fretta di dimenticare, continuano a parlare la lingua straniera”.
Ci fermiamo col fiatone in cima ad un vicoletto. Anche la torre medicea, a guardarla col naso all’insù, evoca un cartoon di cappa e spada; i campi coltivati, tutto
intorno al paese, sono chissà un falso d’autore di una tela policroma di Paul Klee,
l’orografia dei luoghi è una visione satellitare di un sacco di tela e iuta di Alberto
Burri. Sarà tutto ciò filologicamente corretto, rispettoso dell’autenticità? Il rumore
ipnotico del telaio che scandisce il silenzio nella bottega artigiana di Sextantio è
un mantra avvolgente. La tessitrice, scopriamo, è una giovane archeologa. Anche
questa è una finzione, oppure una tradizione che si tramanda nella sua verità temporale? Magari la vecchietta titolata custode della tradizione della tessitura, oggi
le coperte le compra all’Ikea, perché ha l’artrosi alle mani. La proprietaria di una
bottega tira sul prezzo dei suoi preziosi formaggi, custode forse dell’abbaglio della
facile ricchezza che spinse un tempo ad emigrare, salvando i luoghi dall’invasione
barbarica delle villette tirolesi. Sarà banale, ma un fine settimana trascorso a
Santo Stefano ti riempie il cuore di pace. Complice una genziana, si troverebbe a
suo agio anche John Ruskin, teorico del non restauro, e del lasciare le tracce della
storia al loro romantico destino di disgregazione.
Filippo Tronca
B A C A N I , 9 - VA S T O ) / L ' A Q U I L A , C A F F È P O L A R ( V I A S A N TA G I U S TA , 1 7 / 2 1 ) / L I B R E R I A C O L A C C H I ( V I A A N D R E A B A F I L E , 1 7 ) / L I B R E R I A M O N D A -
MU15
ITINERARI
di Filippo Tronca
VILLAVALLELONGA
Orsi e Mammuocchie
La curiosità di noi turisti aggrappati alla rete si fa ad un tratto vibrante eccitazione.
Tra i ginepri e le roverelle, Sandrino, professione orso sotto tutela, sale il dosso.
Goffo ma imponente. Getta uno sguardo annoiato al suo pubblico entusiasta, e
scompare dietro un masso mostrando le terga, immortalate dai frenetici click dei
telefonini. Nessuno di noi conosce l’antica lingua Anishabie, con cui gli indiani
Pueblos parlavano agli orsi per avere lumi sul futuro. Gli animali non hanno
l’anima, asseriscono molti filosofi e gli imprenditori della carne, però sarebbe utile
sapere cosa pensano di noi. E chissà se Sandrino e Yoga, compagna di cattività di
Sandrino, sognano un altro recinto, pieno di succulente galline da inseguire e
sbranare, come l’istinto gli suggerisce.
Ci troviamo nel Centro orso di Villavallelonga, nel Parco Nazionale di Abruzzo,
Lazio e Molise. Nello spazio museale, attraverso pannelli, bacheche e diorami
viene illustrato tutto ciò che utile e interessante sapere sul plantigrado. Ai più piccoli è dedicato un punto di interpretazione della natura, propedeutico ad escursioni organizzate dal centro che seguono percorsi olfattivi, visivi e tattili attraverso il
circostante regno dell’orso. Capiamo anche perchè Yoga e Sandrino sono chiusi
nel recinto: sono ormai troppo abituati all’uomo e reduci da diverse incursioni
all’interno dei paesi del Parco. Anche a loro la libertà potrebbe costargli cara.
Come è accaduto a Bernardo, la sua compagna e il suo cucciolo, uccisi da un vile
banchetto di polpette avvelenate. Un’insistente pioggia autunnale sottolinea la
malinconia che pervade in questi giorni il Parco, allontanando in compenso la
minaccia degli incendi. L’orso conferisce a questi luoghi un senso ed un’identità.
La sua effige appare sui gadget, sulle insegne di bar e negozi, sulle confezioni dei
prodotti tipici. Un tempo nei campi di granoturco spuntavano invece gli spaventosi “mammuocchie”: pupazzoni dalle fattezze umane, veri e propri spaventa-orsi,
che servivano a proteggere il raccolto dalla ghiottoneria dei plantigradi. E se ciò
non bastava c’era il piombo: un documento del 1881 tesse le lodi di tal Cirillo
Cocuzza, “famoso abbattitore di orsi, coi quali viene senza paura alle prese”. Non
ebbe invece il coraggio di premere il grilletto il re Vittorio Emanuele III, durante
una battuta di caccia qui a Villavallelonga, perché ammirato dall’eleganza dell’animale, e perché, non campando di polenta, non aveva certo bisogno di difendere i
campi di granoturco con le unghie.
Questi ed altri preziosi indizi sono incisi su targhe di pietra gettate all’ortica lungo
l’ormai dismesso percorso museale all’aperto “Storie di piante, pastori, streghe e
briganti”, intorno al belvedere del paese. Anche le taglie - una di 40 mila euro
pende sulla testa dell’uccisore di Bernardo - non sono una novità. Il prefetto Bosi,
si legge infatti in un bando sgrugnato dalla pioggia, offriva 12.000 lire per la cattura del brigante Domenico Fuoco e 3.000 lire per la pelle, evidentemente meno pregiata, del brigante Crocitto. Ricomponendo i cocci del bel museo che fu, si scopre
anche che i gatti che osservano immobili dai davanzali di Villavallelonga sono
streghe in fuga dal marito e di notte vanno a “sugare” il sangue dei preti, in questo
caso più simili al raro pipistrello barbastello che popola l’oscurità dei monti circostanti.
Villavallelonga è una delle porte del Parco, impossibile però raggiungere in automobile la capitale Pescasseroli: la strada finisce nella fiabesca valle dell’Aceretta, e
per entrare nel cuore dell’area protetta, bisogna proseguire a piedi, o immaginare
con la fantasia i luoghi oltre Monte Schiena Cavallo. D’inverno lo sterminato
bosco di faggi, aceri e querce, caro a papa Wojtyla, è una sinfonia di colori, a primavera trionfa il viola delle orchidee. Jean Baptiste, nel romanzo “Il profumo”, in
fuga dai miasmi infetti di Parigi, si perse nella follia per voler catturare l’essenza
profumata dell’universo. Più facile sedersi sotto una quercia e annusare senza pretese la polluzione umida dei profumi nell’inafferrabile istante del loro manifestarsi. Il profumo, come i boschi, come la vita di un orso, non ci appartengono, eppure
sono tra le cose più preziose che abbiamo. Proprio all’imbocco della valle che
porta all’Aceretta ci si imbatte nell’osteria della signora Francesca. I sinceri mattoni di cemento a vista hanno il merito di tenere lontani i Degustatori di professione
del Gambero rosso e della Guida Michelin. Se si è fortunati si possono assaggiare i
“frascarejje”, pietanza sacra a sant’Antonio abate: scaglie di acqua e farina, detti
“grattoni”, cucinati a mo’ di morbida polenta, condita con fumante sugo di pecora.
“Niente uova nell’impasto - si raccomanda la signora Francesca - è un piatto povero!”. E al primo boccone ci si sente un po’ più ricchi.
info
Centro Orso - Villavallelonga (AQ)
Via colle di marcandrei
Orario invernale (1ottobre - 31 marzo): 10.00 -13.00; 14.00 -17.00 / chiuso il martedi
Telefono: 0863.949261 / E-mail: [email protected]
MU1 6
D O R I ( V I A M O N S I G N O R B A G N O L I , 8 6 - AV E Z Z A N O ) / P E S C A R A , B O O K & W I N E ( N U O V O T R I B U N A L E ) / L I B E R N A U TA ( V I A T E R A M O , 2 7 ) / T E R A M O , L A S C O L A S
ITINERARI
di Filippo Tronca
GORIANO VALLI
Il vigneto
delle biodiversità
Il “pampanoso” dalle ampie foglie, il “ruscio”, che stilla mosto color sangue e ancora i
“coglioni dei frati”, dai grandi chicchi bianchi, e la zuccherosa “uva corna” dall’acino
duro ed oblungo, che le canagliette di paese andavano a mangiare nella vigna del
compare.
Sono solo alcune delle venticinque varietà di vitigni messi a dimora nel vigneto sperimentale dell’Arssa, un insolito percorso museale, che si distende su un pianoro nel
cuore della Media valle dell’Aterno, poco distante da Goriano Valli, ospitato nelle
terre dell’azienda agricola Vigna di more.
I vigneti disegnavano un tempo il paesaggio agrario dei luoghi, insieme ai borghi turriti, le chiese campestri, i campi di grano e i boschi, che a perdita d’occhio salgono
fin sull’orizzonte di pietra del Monte Sirente. Poi la secolare coltura della vite, complice l’emigrazione dei giovani e il mal di schiena degli anziani, è andata man mano
perdendosi, lasciando un vuoto nel paesaggio, nelle botti impolverate, nel cuore dei
paesani.
“Quello che vedete - spiega il signor Donato Silveri dell’Arssa - è un conservatorio di
materia vivente che rischiava di scomparire, e che siamo andati a cercare nelle vigne
degli anziani contadini in giro per l’Abruzzo”. L’obiettivo è reintrodurre la coltura di
questi vitigni, per la gioia del palato delle future generazioni, e per contribuire a salvare la ricchezza della civiltà mediterranea, che per Fernand Braudel “è mille cose alla
volta; non è un paesaggio, bensì innumerevoli paesaggi; non una civiltà, ma tante
civiltà ammucchiate una sull’altra”.
Dietro ogni varietà che si è salvata dal Leviatano dell’omologazione, c’è una persona
non banale e una filosofia di vita. Della varietà “riaco” ne erano rimaste tre viti nell’orto di un contadino della valle Subequana, coltivate per nostalgia delle tavolate
imbandite da quei grappoli precoci e saporiti. L’uva “san Francesco”, fu portata a
Sulmona, si narra, da un fraticello cercatore, e la sua coltura si è forse perpetuata in
devozione del santo, o per la bellezza dei grappoli color rubino. La mano di questi
contadini muove dunque la ruota della storia nella direzione opposta dell’economia
globale che distrugge la biodiversità del pianeta al ritmo di migliaia di specie ogni
anno.
“In questo vigneto - spiega il signor Donato - osserviamo il comportamento fenologico di ciascuna varietà: la fioritura, la maturazione e le caratteristiche agronomiche,
come la quantità di zuccheri o la resistenza a malattie e parassiti”. La funzione della
stazione agrometereologica collocata al fianco della vigneto è proprio quella di registrare, istante per istante, gli eventi atmosferici che scrivono la grammatica genetica
delle specie viventi.
Anche la brulicante attività che circonda il vigneto è un esempio di biodiversità delle
scelte di vita. La signora Adriana, infatti, dopo aver vissuto tanti anni in Francia
Corta, una capitale mondiale del vino, ha deciso di tornare nel suo paese d’origine
per dedicarsi alla coltivazione della terra. Consulente finanziaria, molto più affidabile
di tanti brokers di borsa, è stata la nonna Anna Domenica, che una notte è apparsa in
sogno ad Adriana e le ha indicato il luogo preciso dove impiantare una vite e due
meli cotogni.
Ora Adriana e il marito Maurizio producono frutta biologica, zafferano, tartufi, asparagi, hanno una pensione per cavalli e soprattutto hanno introdotto la coltura di vitigni tipici del Trentino, come il traminer, il kerner e lo chardonnier, poiché, come
hanno confermato gli illustri enologi Martin Aurich e Romeo Taraborrelli, il microclima di questa valle ben si presta all’esperimento. La prima storica vendemmia è stata
l’occasione per riaprire le cantine del barone. Quel ventre di pietra conserva i ricordi
di infanzia di tanti paesani. Sui muri sono tracciati segni che servivano da promemoria dei cesti di uva conferiti al barone come affitto per le terre. C’è da scommettere
che tracciata sul muro c’è qualche barretta in più. E in queste antiche cantine, se si è
capaci di ascolto, risuonano le parole dello scrittore Massimo Lelj, che in questa
valle ebbe i natali: il ritmo sordo dei pigiatori che spremevano l’uva coi piedi nudi e
rossi, il vociare allegro delle donne che assaggiavano il mosto, le botti che nell’oscurità e nel silenzio soffrivano le doglie della fermentazione.
Ultima nota sull’economia della biodiversità. Essa non chiude nel gretto egoismo,
ma vive di partecipazione e scambi di energia. Ed infatti la prima vendemmia è stata
possibile grazie al lavoro volontario dei gorianesi ed anche di qualche turista. Loro ci
hanno messo le braccia e l’esperienza, la signora Adriana ha regalato al paese tutta
la prima produzione di vino, ad uso di feste e compleanni. La vendemmia del resto è
stata da sempre un rito collettivo e il vino è più buono se lo si beve in compagnia.
info
Per visitare il Vigneto sperimentale di Goriano Valli contattare:
Arssa, Agenzia regionale servizi sviluppo agricolo - Tel.: 0864.33332 - www.arssa.abruzzo.it
Oppure Azienda agricola Vigna di More
Goriano Valli (Aq); Tel: 3487120908 / E-mail [email protected] / www.vignadimore.it
S T I C A ( C O R S O S . G I O R G I O , 3 9 ) / B O L O G N A . L I B R E R I A P I C K W I C K , G A L L E R I A 2 A G O S T O 1 9 8 0 , 3 / 2 - W W W. C ATA L O G O P I C K W I C K . I T / W W W. M U 6 A B R U Z Z O . E U
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INFO MU6
ILMUSEONUOVOLETTEREINBREVECONVEG
MOSTRE
JIMMIE DURHAM
MICHELANGELO
PISTOLETTO
GALLERIA CESARE MANZO
PESCARA
Una doppia personale generosa questa di
Michelangelo Pistoletto e Jimmie Durham a
Pescara, lo spazio è stato infatti allestito dai due
artisti con più lavori. Tra questi Pistoletto espone
Progetto n° 92, tratto dal libro Cento mostre da
realizzare nel mese di ottobre, edito nel 1976, contenente 100 idee per altrettante mostre concentrate
in un mese ma potenzialmente realizzabili nel corso
del tempo: una montagna di stracci, per metà
bianchi e per l’altra metà colorati, è divisa da una
fitta rete metallica, una barriera delle dimensioni
esatte della stanza. Altri due lavori del maestro dell’arte povera sono le bandiere di stracci, per quest’occasione, della pace e dell’Italia.
Jimmie Durham invece, divenuto famoso per i suoi
assemblages di oggetti trovati e via via accumulati,
veri e propri concentrati di quotidianità che trovano
il più delle volte ispirazione nelle sue origini cherokee, presenta, oltre ad una nuova installazione, un
video realizzato in occasione della sedicesima edizione di Fuori Uso, in cui la sua azione sciamanica
determina la pittura di una pietra che, lasciata
precipitare in un secchio colmo di pittura, genera
un grumo di colore, investendo lo spazio espositivo.
ATTIVITÀ
NOTE MUSEALI
ALL’ISTITUTO
F.P. TOSTI
ORTONA
Il 07 ottobre scorso gli Amici dei Musei d’Abruzzo
hanno scelto Ortona per festeggiare la IV giornata
nazionale che la FIDAM dedica alla cultura.
Tra i tanti edifici del quartiere storico di
Terravecchia ad Ortona, particolare attenzione è
stata riservata al rinascimentale Palazzo Corvo in
quanto sede del prestigioso Museo Musicale
d’Abruzzo e Archivio Francesco Paolo Tosti.
Straordinaria l’ospitalità offerta dall’Istituto
Nazionale Tostiano animato da molteplici attività
in ambito editoriale, discografico e didattico.
Il percorso museale si è svolto tra cimeli, lettere,
programmi di sala, inviti a corte che raccontano la
vita del grande artista nella suggestiva ambientazione del suo studio londinese, ricostruito grazie
alle donazioni dei suoi pronipoti. Tante le foto con
dediche autografe ed i ritagli di giornale che documentano una biografia costellata di grandi successi e buone compagnie. Un tocco di raffinata partecipazione emanava il pianoforte che ha intonato le
arie delle romanze più celebri.
Come dimenticare che Palazzo Corvo è anche la
sede dell’Enoteca Regionale dove le degustazioni di
prodotti locali hanno alimentato un brindisi a
suggello di una giornata ben spesa.
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MOSTRE
RICERCHE
LE MONTAGNE
INCANTATE DI
MICHELANGELO
ANTONIONI
IMPORTANTE
SCOPERTA
Prima del Museo Nazionale d’Abruzzo solo
un’altra sede mussale,la Galleria Nazionale d’Arte
moderna, aveva reso omaggio al poliedrico genio
artistico di Michelangelo Antonioni. Era il 1983 e
Antonioni era ancora vivo.
A pochi mesi dalla sua scomparsa l’Abruzzo celebra
una delle personalità più versatili e, sicuramente,
uno dei più grandi maestri della cinematografia
mondiale e lo fa con una mostra dedicata ai suoi
studi pittorici sulla montagna. “Le Montagne
Incantate: Michelangelo Antonioni” propone centosessanta opere, sessantasette dipinti originali e
novantatré blow up, che il regista cominciò a realizzare alla fine degli anni settanta, al culmine di una
lunga carriera di successi cinematografici. Lo stesso
Antonioni così spiegava questa esperienza: “Per me
regista si è trattato di una interessantissima sperimentazione. Non mi ha mai sfiorato il pensiero di
toccare il mondo dell’arte, anche perché non saprei
a quale forma d’arte assegnare questi oggetti. Se è
vero che scarabocchiando quei pezzi di carta sono
evaso dal cinema, è anche vero che attraverso
l’ingrandimento fotografico in qualche modo al
cinema mi sono riavvicinato“.
Così il percorso espositivo, grazie anche ad un
sapiente allestimento e allo scenografico uso delle
luci, porta alla scoperta di opere sorprendenti “che
esplorano i prodigiosi effetti resi dall’ingrandimento
delle minuscole tempere che configurano, agli inizi
per casualità, l’immagine della montagna. Si tratta di un’ineffabile forma astratta - scrive in catalogo Imponente - capace di generare sulla carta una
serie infinita di possibilità combinatorie”. Il progetto, infatti, mette in evidenza i rapporti tra i paesaggi filmici della assai più nota produzione cinematografica, da Deserto rosso (1964), a Zabriskie Point
(1970) e Professione reporter (1974), ai film più
recenti e ai documentari realizzati nel corso di una
lunga carriera, con la serie degli inediti dipinti a
tempera di piccolo formato e con gli ingrandimenti
d’autore, i cosiddetti “blow up”, dal titolo dell’omonimo film del 1966.
La mostra, a cura di Anna Imponente
Soprintendente per il Patrimonio Storico Artistico
ed Etnoantropologico per l’Abruzzo, è stata realizzata in collaborazione con le Gallerie Civiche di Arte
Moderna e Contemporanea di Ferrara, e con
l’Istituto Cinematografico “La Lanterna Magica” e
l’Accademia dell’Immagine dell’Aquila. Essa centra
in pieno l’obiettivo di coniugare la poetica del
Maestro con l’identità dello spazio; la sede del Forte
Spagnolo connotato da un altrettanto grandioso
fondale naturale, il massiccio del Gran Sasso
d’Italia, offre una location non neutrale al tema dei
paesaggi visionari di Antonioni.
Nell’ambito dei trattati sui materiali e sulle tecniche
artistiche composti tra il Medioevo e la prima età
moderna il De arte illuminandi della Biblioteca
Nazionale di Napoli (ms XII. E. 27) rappresenta
l’unico “manuale” conosciuto esclusivamente dedicato
alla miniatura. Fino a ieri l’esemplare partenopeo
costituiva, inoltre, la sola copia nota del trattatello
adespota e redatto in latino. Scoperto nel 1872 da
Andrea Caravita, il manoscritto cartaceo venne pubblicato per la prima volta nel 1877 da Demetrio
Salazaro, assieme alla traduzione in italiano e in
francese del testo latino, in realtà già trascritto nel
1873 da Albert Lecoy de la Marche, che soltanto nel
1886 e poi nel 1890 lo destinava alla stampa, rivisto
e dotato degli opportuni apparati critici. Nel 1905
Icilio Guareschi provvide alla nuova edizione del
testo, tradotto in italiano da Mario Zucchi, mentre
nel 1933 Daniel V. Thompson e George H.
Hamilton curarono la traduzione in inglese dell’edizione del Lecoy de la Marche: sia l’edizione del
Guareschi sia l’edizione di Thompson e Hamilton
furono provviste di commento con numerose note tecniche. In tempi più recenti (1975) una nuova traduzione in italiano (ristampata nel 1992) è stata curata da Franco Brunello, corredata di un fitto apparato
di note e accompagnata da un saggio sulla tecnica
della miniatura medievale. Poco o nulla, però, si sa
tuttora della provenienza del codice napoletano, oltretutto privo del titolo, dal momento che De Arte illuminandi è la più tarda denominazione colla quale il
manoscritto è classificato presso la Biblioteca
Nazionale di Napoli. La cronologia dell’esemplare
partenopeo è stata fissata su basi per lo più paleografiche nella seconda metà del Trecento, in ogni caso
non oltre la soglia del 1400: dal canto suo, il testo
del trattato appare per più aspetti pressoché coevo al
Libro dell’Arte del toscano Cennino Cennini, col
quale condivide la razionale organizzazione degli
argomenti, ben diversa dalla natura dei più antichi
ricettari medievali.
Ora quell’autentica miniera, in parte inesplorata,
costituita dalle biblioteche e dagli archivi pubblici e
privati dell’Abruzzo, ci restituisce un’altra copia del
De arte illuminandi. Conservato presso l’Archivio di
Stato dell’Aquila e gentilmente segnalatomi da
Francesco Zimei, il manoscritto fa parte di un codice
miscellaneo cartaceo di provenienza francescana che,
per ragioni paleografiche e per i riferimenti a personaggi storici contenuti sia nella prima delle due
tabule delle materie sia nei vari testi riuniti, non
dovrebbe superare il terzo quarto del Quattrocento.
La ritrovata copia del De arte illuminandi deriva dal
perduto trattato originale per vie indipendenti dall’esemplare napoletano; essa è tutta riferibile a una
stessa mano quattrocentesca e, al pari del codice partenopeo, è sfornita del titolo. Tuttavia, nella seconda
tabula delle materie aggiunta dal compilatore della
miscellanea abruzzese il trattatello è denominato
“Libellus ad faciendum colores dandos in carta”; dal
“sommario” si ricava, inoltre, che l’opera era preceduta da un altro piccolo trattato indicato come “Arte
generali”, purtroppo mancante. L’esemplare abruzzese del De arte illuminandi, apparentemente completo,
consta di due fascicoli, per un totale di sedici fogli.
Dopo l’introduzione, il testo si articola in trentadue
rubriche (anziché trentuno come nell’esemplare
napoletano) collo spazio dei capilettera lasciato libero
per l’opera del miniatore, che non doveva essere una
medesima persona coll’amanuense, se questi ha fornito opportune indicazioni per l’inserimento delle lettere ornate, poi non eseguite, coll’eccezione delle prime
tre, lasciate al tratto. Benché rivolto anche agli esperti
del mestiere, il De arte illuminandi mira a istruire
L’AQUILA
Info: “Le Montagne Incantate: Michelangelo Antonioni”
L’Aquila, Castello Cinquecentesco - Museo Nazionale
d’Abruzzo
Dal 30 Ottobre al 9 Dicembre
Orari: 8.30 - 19.30 chiuso il lunedì
Tel. 0862/633478 - 0862/633433
www.museonazionaledabruzzo.beniculturali.it
FABBRICA TORRONI
Nucleo industriale - 67010 Bazzano - L’aquila
Tel. +39 0862 441088 - Fax +39 0862 441549
www.sorellenurzia.it
UN’INEDITA REDAZIONE ABRUZZESE
DEL DE ARTE ILLUMINANDI
L’AQUILA
l’aspirante miniatore in tutti i campi della disciplina, dalla natura dei colori alla preparazione delle
tinte artificiali, dalle sostanze leganti e agglutinanti
ai modi di fissare l’oro e l’argento sulla pergamena.
L’autore del trattato doveva essere egli stesso un
miniatore, se nell’introduzione egli specifica che,
“descrivendo brevemente i colori e il giusto modo di
proporzionarli, esporrò cose ben sperimentate”.
Rispetto alla copia napoletana, fra l’altro, quella
abruzzese presenta al termine del trattato
un’intrigante aggiunta in volgare, di mano diversa
da quella del copista del trattato, contenente un
rimedio per i problemi della vista, sicuramente frequenti fra quanti si occupavano di disegnare e di
dipingere lettere, fregi e scene di piccolo o piccolissimo formato. Anche in virtù della maggiore dovizia
di informazioni storiche che il manoscritto abruzzese
trasmette rispetto all’esemplare napoletano, la sua
edizione critica - curata da chi scrive e di prossima
pubblicazione - potrà gettare nuova luce non solo
sulla storia e sulla natura del trattato in sé, ma
anche sul ruolo dell’Abruzzo nelle vicende dell’ars
illuminandi fra Tre e Quattrocento: la regione conta
infatti un gran numero di opere, benché spesso
senza nome, e, viceversa, non pochi nomi di miniatori, questi ultimi altrettanto spesso senza opere.
Cristiana Pasqualetti
Università degli Studi dell’Aquila
CORSI
TECNICO DELLA
FRUIZIONE
MUSEALE
CHIETI-PESCARA
L’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti Pescara ha istituito dall’a.a. 2007-2008 il Corso di
Formazione Professionale per Tecnico della Fruizione
Museale.
La Direzione del Corso ha sede presso il “Museo di
Storia delle Scienze Biomediche”, amministrato dal
Dipartimento di Scienze del Movimento Umano
dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di
Chieti - Pescara. Il corso è rivolto a tutti coloro che
intendono compiere, in un tempo ragionevolmente
breve, un percorso didattico teorico-pratico atto a
garantire le competenze professionali idonee ad un
settore lavorativo che registra una richiesta crescente
di personale qualificato. Il tecnico della fruizione
museale viene formato per operare nei musei scientifici e non, nei parchi tecnologici, nelle mostre temporanee e permanenti; sarà altresì in grado di attivare
procedure di animazione, di marketing, di presentazione e manutenzione di exhibit interattivi; si occuperà di organizzare eventi, progettare percorsi di
apprendimento, effettuare indagini di mercato e pianificare servizi, gestire gli aspetti tecnici ed amministrativi delle strutture e delle reti museali, cogliere e
valorizzare le opportunità culturali ed ambientali che
il territorio offre. Una nuova generazione di operatori per interpretare le esigenze dei visitatori di domani. Il Corso ha durata annuale a partire dalla
seconda settimana di novembre fino alla quarta settimana di Giugno, con frequenza obbligatoria, per
un numero complessivo di 1000 ore, fra lezioni
frontali ed esercitazioni. Il tirocinio sarà svolto presso
il Museo di Storia delle Scienze Biomediche di Chieti
(MSSB) e presso il museo delle Genti d’Abruzzo di
Pescara. È prevista una prova finale con assegnazione di crediti formativi.
Info: www.unich.it/museo
tel: 0871 410927
e-mail: [email protected]
Università degli Studi - “G. d'Annunzio”
Chieti - Pescara
/ D O V E T R O VA R E M U 6 : M U S E I D E L L A R E G I O N E A B R U Z Z O / C H I E T I , L I B R E R I A D E L U C A ( V I A C . D E L O L L I S , 1 2 / 1 4 ) / N U O VA L I B R E R I A ( P I A Z Z A B A R B A C A N I
GNOMOSTREATTIVITÀLIBRISOTTOLALENTE
LIBRI
LIBRI
MOSTRE
EVENTI
GUIDA AI MUSEI
E AI SITI ARCHEOLOGICI IN ITALIA
MAURIZIO MAGGI
ECOMUSEI
GUIDA EUROPEA
MIMMO PALADINO
AL MAS
GARIBALDI TRA
STORIA E MITO
Come è cambiato il concetto di museo? E quanto
conta il contesto entro cui esso si cala, tanto più
se parliamo di archeologia? E cosa sono i parchi
archeologici e quali i luoghi dell’archeologia in
Italia? Sono solo alcune delle domande a cui
intende rispondere il primo volume della collana
di quaderni, o meglio materiali, d’archeologia
MiDA ideata da Anna Maria Reggiani neo
Direttore Regionale ai Beni Culturali e
Paesaggistici per l’Abruzzo. La “Guida ai
Musei e ai Siti Archeologici in Italia”, presentato a Chieti il 20 novembre scorso, costituisce dunque il primo numero della serie di
Materiali d’archeologia (MiDA) ed è una vera e
propria indagine - censimento di musei e siti
accessibili al pubblico, gestiti dalle
Soprintendenze Archeologiche o che fanno parte
di circuiti visitabili, che offrono spunti per una
politica culturale e turistica di nuova concezione.
Il volume dopo un’attenta analisi di come si è
evoluto il concetto di museo, focalizza
l’attenzione sulle più recenti e innovative esperienze di allestimenti museali e comunicazione,
su progetti didattici all’avanguardia, portando
all’attenzione nazionale l’esperienza pilota fatta
dalla Soprintendenza Archeologica abruzzese con
le scuole della regione. C’è poi un’ampia e dettagliata sezione dedicata ai luoghi dell’archeologia
in Italia. “Una ricerca questa – scrive ancora
Reggiani – condotta su base regionale, che evidenzia una dislocazione dei luoghi dell’archeologia non omogenea sul territorio nazionale, in
quanto rispecchia la complessa stratificazione
storica del nostro paese. Sul totale delle evidenze,
balza agli occhi come la metà sia ubicata nel
Lazio, dove nel 2006 si sono registrati quasi sei
milioni di visitatori, e nella Campania, quasi
cinque milioni i visitatori, che sono anche i
detentori dei maggiori incassi”.
Scritta da Maurizio Maggi, pubblicata dalla casa
editrice Allemandi&C. di Torino, la guida si propone come un viaggio attraverso gli Ecomusei di sedici paesi europei e mette insieme circa duecento differenti testimonianze di come è possibile interpretare
il territorio e salvaguardare la cultura dei popoli.
Nati in Francia alla fine degli anni sessanta e
l’inizio del decennio successivo ad opera dei museografi francesi Hugues de Varine e Georges Henri
Rivière, rispettivamente direttore ed ex-direttore e
consigliere permanente del The International
Council of Museums, gli Ecomusei furono pensati
come strumenti per tutelare le tracce di quella società rurale minacciata dall’urbanizzazione e dallo sviluppo tecnologico. Contemporaneamente si imposero come un nuovo modo di intendere il museo
all’interno di quella corrente di pensiero denominata “Nuova Museologia”. Nella concezione comune il
museo è visto come un contenitore creato per ospitare oggetti ed opere, appartenenti a persone, provenienti da diverse parti, per essere esposti allo sguardo del pubblico. Nell’Ecomuseo questi oggetti,
appartenenti anche alla vita quotidiana, rimangono nel loro luogo di origine per essere messi in relazione con il paesaggio, l’architettura e le testimonianze orali ad essi riferiti. Così facendo
l’osservatore comprende meglio il contesto spaziale e
temporale a cui appartengono e il museo assume
una dimensione sociale coinvolgendo le autorità
locali e i cittadini alla conservazione del proprio territorio.
Nella guida degli Ecomusei d’Europa molte le esperienze che fanno riferimento al territorio italiano.
Tre le aree di maggior sviluppo: in Piemonte, nel
Nord-est e nel Centro Italia. Solo in Abruzzo è possibile far visita all’Ecomuseo della riserva di Zompo
lo Schioppo a Grancia di Morino, all’Ecomuseo
d’Abruzzo a Secinaro (località appartenenti alla
provincia dell’Aquila) e all’Ecomuseo della Maiella
occidentale a Pescara.
Un viaggio tra memorie e tradizioni per tutti gli
amanti dell’arte e della natura.
Fino al 22 dicembre nelle sale del Museo d’arte dello
Splendore di Giulianova è possibile ammirare la
mostra Mimmo Paladino Pinocchio. La rassegna, a
cura di Enzo Di Martino e realizzata in collaborazione con la Fondazione Collodi, espone 26 tecniche
miste del maestro della Transavanguardia dedicate
alla celebre favola di Collodi. Di particolare interesse
il progetto didattico collegato alla mostra che coinvolge le scuole dell’infanzia e primarie di Giulianova
e dei paesi limitrofi per un totale di circa 1200
alunni. Il progetto prevede, oltre alla proiezione di
un cartone animato creato appositamente dallo staff
del museo, la visita “animata” alla mostra e le attività di laboratorio: i bambini dovranno creare un
personaggio o un episodio a scelta della favola con i
materiali messi a disposizione (colori a dita, pastello,
cera, pennarelli, acquerelli, stoffe, carte di tutti i tipi,
materiale di riciclo…). A conclusione mostra finale
degli elaborati.
“È la sua voce come tuon di maggio!”
Il Comitato Provinciale per la valorizzazione della
cultura della Repubblica nel contesto dell’unità
europea, istituito e presieduto dal prefetto Aldo
Vaccaro, ha ricordato il bicentenario della morte di
Giuseppe Garibaldi con manifestazioni celebrative
promosse in collaborazione con la Fondazione
Carichieti, l’Università “G. d’Annunzio”, l’Archivio
di Stato di Chieti, l’Ufficio Scolastico Provinciale, la
Provincia di Chieti, il Comune di Chieti, la Camera
di Commercio di Chieti, la Fondazione Spadolini
Nuova Antologia di Firenze. La mostra, allestita
nella Bottega d’Arte della Camera di Commercio,
ha esposto 110 pezzi da una serie di ritratti
dell’Eroe ai dipinti, raffiguranti scene di campi di
battaglia e storici incontri dei quali Garibaldi fu
protagonista dalla spedizione dei Mille a Teano. Tra
i cimeli foulard, ventagli, statuine, monili, medaglie
e francobolli celebrativi, portasigari e pipe. Di particolare interesse una Sacra Bibbia con dedica regalata a Garibaldi in occasione del suo trionfale viaggio in Inghilterra nel 1864. Il convegno, tenutosi
presso il Teatro Marrucino dal titolo “Dalla storia
al mito” ha visto la partecipazione della pronipote
Anita Garibaldi, il presidente della Fondazione
“Spadolini Nuova Antologia” Cosimo Ceccuti, il
direttore dell’Archivio di Stato Miria Ciarma, il
generale dei carabineri Corinto Zocchi, i professori
Camillo Gasbarri e Francesco Sanvitale.
MiDA
Barbara Esposito, Sedes Sapientiae II, 2007
ARTE
PER LA LITURGIA”
SAN GABRIELE (TE)
Il 20 ottobre 2007 si è conclusa la Quarta edizione del Corso di Perfezionamento in “Arte per
la Liturgia” che la Fondazione Staurós italiana
Onlus organizza presso il Museo Staurós d’Arte
Sacra Contemporanea (San Gabriele, Teramo).
CHIETI
ALLEMANDI
Alessandra Sammarone
CORSI
GIULIANOVA (TE)
Il corso di due settimane è stato frequentato da 25
giovani artisti provenienti da diverse Accademie
d’Italia. Alle lezioni frontali del mattino -tenute da
importanti liturgisti, biblisti, storici dell’arte e dell’architettura sacra e da estetologi- si sono avvicendate ore pomeridiane di laboratorio che hanno
visto la partecipazione degli artisti: Serena La
Scola, Omar Galliani, Franco Nocera, Enzo Orti;
docenti-guida per la realizzazione di progetti artistici relativi al tema della Natività. Lo stesso 20
ottobre, in concomitanza con la “Festa
dell’Artista”, è stata inaugurata la mostra conclusiva del corso (vistabile fino al 12 Gennaio 2008
al Museo Staurós) con catalogo a cura di Carlo
Chenis (Giovani artisti di-segnano il sacro IV,
Edizioni Staurós).
Artisti espositori: Sonia Andreani, John Santo
Alessio, Marco Cardone, Maria Grazia Carnazza,
Roberto Caruso, Francesca Casolani, Sara
Chiaranzelli, Roberta Congiu, Dellaclà,
Alessandra De Sanctis, Brunella Di Cesare,
Barbara Esposito, Luca Farina, Anna
Gramaccia, Carmela Gulino, Piotr Hanzelewicz,
Laura Papa, Elisabetta Perilli, Rita Sinopoli,
Matteo Tenardi, Eleonora Tomasich, Agata
Torrente, Luana Vadalà, Simone Zaccagnini.
Orario: 10-13 / 15-19 chiuso la domenica
Ingresso libero
Catalogo Papiro Arte
Per info e prenotazioni www.museodellosplendore.it
e-mail [email protected]
tel/fax 085/8007157
EVENTI
Info: Garibaldi tra storia e mito, 18 - 21 ottobre
2007 - www.prefetturachieti.it
MOSTRE
ZACCAGNINI E
DELVERDE:
BUON VINO E BUONA PASTA
BOLOGNANO (PE)
Si è svolto dal 24 al 27 ottobre scorsi il Press Tour
dedicato alla stampa specializzata italiana.
L’appuntamento è stato organizzato nell’ambito di
Abruzzo Made in Italy - Programmi di Marketing
Territoriale dell’Assessorato alle Attività Produttive
e all’Innovazione della Regione Abruzzo - Assessore
Valentina Bianchi. I giornalisti: Bruno Maggiolo,
direttore responsabile di Eurofinanza; Grazia
Spinardi, Mototech; Carlo Di Gregorio, Il Giornale
della Subfornitura; Piero Pardini, Automazione e
strumentazione; Luisa Agnese Della Fontana,
Eurofinanza online; Anna Torcoletti, Spot and
Web Media Communication Magazine; Benedetta
Magistrali, Spot and Web online e un giornalista
in rappresentanza di Panorama Economy. Visitate
la Atr e Micron Technology Italia. Particolarmente
apprezzata la serata presso le Cantine Zaccagnini
a Bolognano con degustazione in collaborazione
con il pastificio Delverde di Fara San Martino.
Una prima assoluta con abbinamenti fra cibo e
vino creati per l’occasione.
Un esperimento dall’esito positivo.
IL CIBO E... L’UOMO
TERAMO
“Il cibo e… l’uomo. Dal Paleolitico all’Impero
romano tra realtà e immaginario”. Teramo Museo Civico Archeologico “F. Savini”,
4 Dicembre – 31 Maggio 2008
Uno spaccato sulla triade mediterranea del vino, olio
e pane, nonché sulla pastorizia che, da sempre, costituisce una peculiarità dell’ area geografica abruzzese.
Tre le sezioni: dal paleolitico alla protostoria, con la
nascita dell’agricoltura, dell’allevamento e della lavorazione dei prodotti animali; una rassegna delle antiche fonti sugli alimenti; la fase romana con specifici
rimandi alle divinità protettrici del vino (Bacco), del
grano (Cerere), dell’olio (Minerva) e delle greggi
(Ercole) e, un’esposizione del vasellame da cucina e
da tavola. In mostra reperti provenienti da Napoli,
da Bologna, da Roma, oltre che da diverse località
dell’Abruzzo (Aielli, Alba Fucens, Chieti, Magliano
dei Marsi, Penne, Atri, Teramo, Corfinio).
I , 9 - VA S T O ) / L ' A Q U I L A , C A F F È P O L A R ( V I A S A N TA G I U S TA , 1 7 / 2 1 ) / L I B R E R I A C O L A C C H I ( V I A A N D R E A B A F I L E , 1 7 ) / L I B R E R I A M O N D A D O R I ( V I A M O N -
MU19
Ad.Venture
PROGETTO CANTIERE CULTURA
Beni culturali e turismo come risorsa di sviluppo locale (IT-G2-ABR-020)
DAL CANTIERE AL DISTRETTO
CULTURALE AQUILANO
CONVEGNO CONCLUSIVO
L’Aquila 23 gennaio 2008, ore 9.00
Sala Michetti Consiglio Regionale d’Abruzzo
Via M. Iacobucci, 4 - 67100 L’Aquila (AQ)
Il convegno “Dal cantiere al distretto culturale aquilano” intende raccogliere il percorso
promosso dal progetto Equal Cantiere Cultura al fine di iniziare a dare consistenza all’impianto progettuale,
all’assetto gestionale e alla prima stesura dell’agenda operativa del Distretto Culturale Aquilano.
SEGRETERIA ORGANIZZATIVA: Progetto Cantiere Cultura
Fondazione Cassa di Risparmio della provincia dell’Aquila
Piazza S. Giusta, 1 - 67100 L’Aquila - tel/fax: 0862. 401514 - email: [email protected]
Comune dell’Aquila
Università degli Studi dell’Aquila
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MU6 - N. 06