Cesare Guerreschi
FONDAMENTI, STRUTTURA E
PROGRAMMA TERAPEUTICO
MULTIMODALE DELLA S.I.I.Pa.C.
S.I.I.Pa.C.
Vicolo Gumer, 12 - 39100 BOLZANO
1
Sommario
PREMESSA
3
COME NASCE LA S.I.I.PA.C.
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IL GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO
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ASPETTI TEORICI E MODALITA’ OPERATIVE DEL PROGRAMMA TERAPEUTICO
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LA TEORIA SISTEMICO-RELAZIONALE
12
L’APPROCCIO MULTIMODALE AL PAZIENTE
15
LE ATTIVITÀ DELLA S.I.I.PA.C.
17
PREVENZIONE ED INFORMAZIONE
20
IL PROGRAMMA TERAPEUTICO
I colloqui di motivazione
La psicoterapia individuale
La terapia di coppia
La terapia multicoppiale
La terapia familiare
La terapia di gruppo
Il lavoro con il tutor
La consulenza psichiatrica
Gam-Anon
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25
27
28
30
32
36
37
41
44
IL PASSO SUCCESSIVO: LA COMUNITÀ TERAPEUTICA PER GIOCATORI D ’AZZARDO
PATOLOGICI
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L’ACCOGLIENZA
46
REMISSIONE DEL SINTOMO
48
COSTRUZIONE / POTENZIAMENTO DI ABILITA’
49
COSTRUZIONE DI “SELF-EFFICACY”
50
TRATTAMENTO E ARTICOLAZIONE DEL LAVORO TERAPEUTICO
56
BIBLIOGRAFIA
60
2
PREMESSA
Il 1999 è stato l’anno della fondazione della S.I.I.Pa.C., la Società Italiana di
Intervento sulle Patologie Compulsive, ovvero la prima struttura italiana nata
con l’obiettivo principale di studiare ed offrire un’adeguata possibilità di
intervento per i giocatori d’azzardo patologici ed i loro familiari.
Oggi possiamo dire che la S.I.I.Pa.C. ha centrato gli obiettivi che si era
proposta grazie ad un lungo lavoro, che ha visto dirigenti ed operatori
impegnati su più fronti, su di un terreno quasi del tutto sconosciuto in Italia.
In primo luogo si è compiuto un consistente sforzo divulgativo finalizzato a
spiegare che cos’è il gioco d’azzardo patologico e quali sono le gravi
problematiche ad esso legate, ponendo l’attenzione su di un problema
sanitario e sociale in continua escalation.
Parallelamente abbiamo realizzato un centro riabilitativo per giocatori
d’azzardo patologici unico in Italia, innovativo sia dal punto di vista delle
terapie proposte, sia da quello delle figure professionali che vi operano:
psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, commercialisti, avvocati, e altri ancora per
la prima volta uniti in un’équipe multimodale, che si prefigge come unico
scopo il benessere di persone che, a causa del gioco d’azzardo patologico,
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hanno vissuto sulla propria pelle situazioni di una drammaticità inquietante e
foriere di sofferenze a volte al limite della sopportabilità umana.
Questa pubblicazione ha lo scopo di far conoscere a coloro che
maggiormente sono interessati al fenomeno del gioco d’azzardo patologico
(GAP) quali sono i presupposti teorici in base ai quali si opera alla S.I.I.Pa.C.,
quale tipo di terapie vengono applicate e come è strutturata ed organizzata
l’associazione.
Le persone che hanno collaborato e collaborano con noi sono davvero tante
e ringraziarle tutte risulta impossibile; ritengo, però, che un ringraziamento
particolare vada al Comune di Bolzano, che nelle figure del sindaco, dottor
Giovanni Salghetti Drioli, e dell’assessore ai servizi sociali e sanità, dottoressa
Mimma Battisti, ha dimostrato grande lungimiranza verso queste tematiche,
sostenendo i nostri sforzi e, primo ente pubblico in Italia, ha edito un volume
sul gioco d’azzardo patologico rivolto all’intera popolazione cittadina.
Cesare Guerreschi
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COME NASCE LA S.I.I.Pa.C.
La Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive, S.I.I.Pa.C., nasce
ufficialmente nel mese di gennaio del 1999, rilevando nel campo del gioco
d’azzardo quanto, già da alcuni anni, stava svolgendo la sezione bolzanina
della Società Italiana di Alcologia (S.I.A.).
Il fenomeno del gioco d’azzardo patologico si era infatti a più riprese
presentato in pazienti alcolisti che si erano rivolti alla S.I.A., in maniera tanto
eclatante, da rendersi necessario lo sviluppo di uno studio specifico su questa
particolare patologia.
L’assenza di bibliografia italiana, ma più in generale lo stato di completa
ignoranza nel quale versava il nostro paese relativamente al GAP, ci indusse
ad un certo punto a pensare all’istituzione di una struttura apposita per questi
pazienti. Il GAP non è volutamente presente nella denominazione ufficiale
dell’associazione: si è voluto in questo modo lanciare un chiaro messaggio,
ricordando a tutti che i nuovi stili di vita, così come i nuovi modelli sociali che
si stanno sviluppando, si stanno rivelando terreno fertile per lo sviluppo di
dipendenze diverse da quelle da sostanze e riguardano invece nuovi
comportamenti.
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Nei fatti, rimane comunque fuor di dubbio, che l’impegno che ha quasi
totalmente assorbito le energie della S.I.I.Pa.C. è determinato dalla volontà di
contrastare il GAP.
Sin dal 1998, il futuro gruppo fondatore della S.I.I.Pa.C. aveva preso contatti
con i Gamblers Anonymous (GA), l’associazione di auto-aiuto dei giocatori
patologici, nata nel 1957 a Los Angeles sul modello degli Alcolisti Anonimi
(AA). La collaborazione con l’International Service Office di questa struttura
ha portato, alla fine dello stesso anno, alla nascita del primo gruppo di GA a
Bolzano.
Nel contempo, venivano attivati corsi rivolti agli operatori, professionisti e
volontari, e si sviluppava il programma terapeutico rivolto ai giocatori
patologici, che come vedremo tra breve, presenta forti caratteristiche
innovative rispetto a quelli elaborati per le dipendenze da sostanze.
Sin da prima della fondazione della S.I.I.Pa.C., va segnalata la collaborazione
instaurata con il Comune di Bolzano, che dall’anno 2000 si è estesa anche alla
Provincia Autonoma dell’Alto Adige.
Di fondamentale importanza è risultata essere l’istituzione di “Telefono
Verde”, la linea telefonica gratuita a disposizione di tutti coloro che si
confrontano con un problema di gioco d’azzardo patologico. Va da sé, che la
gestione della linea verde, soprattutto con l’aumentare delle richieste
pervenute (oltre 1.000 al mese, attualmente) ha comportato un forte
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investimento in risorse umane, con la formazione di operatori motivati e
qualificati, disponibili a fornire agli utenti le nozioni da essi richieste.
In collaborazione con gli stessi Enti Pubblici, la S.I.I.Pa.C. è concretamente
impegnata nella ricerca scientifica, che si concretizza nel monitoraggio dei
comportamenti a rischio e potenzialmente patologici nella popolazione, e
nella sperimentazione di nuovi farmaci anticompulsivi, associati alla
psicoterapia (quest’ ultima in collaborazione anche con alcune case
farmaceutiche).
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IL GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO
Avventurarsi
nel
mondo
del
gioco
d’azzardo
patologico
significa
intraprendere un viaggio all’interno di una realtà fatta di sofferenze,
menzogne, debiti e disperazione. Significa affrontare una patologia
sommersa, quasi sconosciuta ai più, ma che è una tragica realtà nata più o
meno contemporaneamente al gioco d'azzardo. Non mancano infatti esempi
di giocatori patologici nella storia: uno per tutti il grande scrittore Fjodor
Dostoevskij.
Nel corso dei secoli, ed ancora oggi per molte fasce della nostra società,
coloro che si rovinavano con il gioco erano considerati dei viziosi, dei
depravati, vittime delle loro cattive abitudini.
Oggi, sappiamo che non è così. Tra i primi a realizzare la reale natura che
portava una persona a rovinarsi con il gioco d'azzardo sono stati i giocatori
stessi. Negli Stati Uniti, e precisamente a Los Angeles, alcuni giocatori
patologici diedero vita ai Gamblers Anonymous (Giocatori Anonimi) nel 1957,
mentre la scienza medica riconobbe il gioco d’azzardo patologico come
disturbo mentale nel 1980, inserendolo nella terza edizione del Diagnostic
and Statistical Manual of Mental Disorders (Manuale statistico e diagnostico
dei disturbi mentali, DSM - III), edito dall’Associazione degli Psichiatri
Americani (APA).
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Lo sviluppo della ricerca scientifica in questo campo, ha poi portato ad una
revisione dei criteri diagnostici del gioco d’azzardo patologico, riportati nella
quarta edizione del Manuale che lo pone nella categoria dei disturbi del
controllo degli impulsi non classificati altrove, di cui riportiamo le
caratteristiche diagnostiche:
La caratteristica fondamentale del Gioco d'Azzardo Patologico è un comportamento persistente,
ricorrente, e maladattivo di gioco d'azzardo (Criterio A) che compromette le attività personali,
familiari, o lavorative. La diagnosi non viene fatta se il comportamento di gioco d'azzardo è meglio
attribuibile ad un Episodio Maniacale (Criterio B).
Il soggetto può essere totalmente assorbito dal gioco (per es., rivive esperienze di gioco passate,
programma la prossima impresa di gioco, o pensa ai modi di procurarsi denaro con cui giocare)
(Criterio A1). La maggior parte di soggetti affetti da Gioco d'Azzardo Patologico afferma di
ricercare l'avventura (uno stato di eccitazione e di euforia) ancora più dei soldi. Possono essere
necessarie scommesse e puntate progressivamente più ingenti, o rischi maggiori , per continuare a
produrre il livello di eccitazione desiderato (Criterio A2). I soggetti con Gioco d'Azzardo Patologico
spesso continuano a giocare nonostante i ripetuti sforzi per controllare, ridurre, o interrompere il
comportamento (Criterio A3). Vi può essere irrequietezza o irritabilità quando si tenta di ridurre o
di interrompere il gioco d'azzardo (Criterio A4). Il soggetto può giocare per risolvere i propri
problemi o per alleviare un umore disforico (per es., sentimenti di impotenza, di colpa, di ansia, di
depressione) (Criterio A5). Può svilupparsi una modalità di rincorsa al ripristino delle proprie
perdite, con un bisogno impellente di restar sempre nel gioco (spesso con puntate più forti o
assumendo rischi maggiori) per annullare una perdita o una serie di perdite. Il soggetto può
abbandonare la propria strategia di gioco d'azzardo e cercare di riguadagnare le proprie perdite
tutte in una volta. Sebbene tutti i giocatori d'azzardo abbiano la tendenza a rincorrere la perdita
per brevi periodi, è la ricerca spasmodica di recupero a lungo termine che è più caratteristica dei
soggetti con Gioco d'Azzardo Patologico (Criterio A6). Il soggetto può mentire ai familiari, al
terapeuta, o ad altri per occultare l'entità del proprio coinvolgimento nel gioco d'azzardo (Criterio
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A7). Quando le possibilità di ottenere prestiti sono esaurite, il soggetto può ricorrere a
comportamenti antisociali per ottenere denaro (per es., contraffazione, frode, furto, o
appropriazione indebita) (Criterio A8). Il soggetto può aver messo a repentaglio o aver perso una
relazione significativa, il lavoro, oppure opportunità scolastiche o lavorative a causa del gioco
(Criterio A9). Il soggetto può anche cercare di svignarsela, scaricando sulla famiglia o su altri una
situazione finanziaria disperata causata dal gioco d'azzardo (Criterio A10).
Inquadrate le caratteristiche del GAP, dobbiamo sottolineare come questa sia
una malattia progressiva e cronica analogamente alle più note dipendenze da
sostanze psicoattive.
Vengono definite “progressive” quelle patologie in cui lo stato di salute del
soggetto da essa afflitto è destinato a peggiorare con il tempo; in queste è
infatti possibile rilevare una serie di passaggi comuni, che evidenziano in
maniera precisa il progredire della malattia e il suo costante aggravamento.
Per quanto concerne il gioco d’azzardo patologico, esemplificativo a questo
riguardo è lo schema di Custer, di cui parleremo dettagliatamente più avanti.
La cronicità della patologia, infine, determina l’impossibilità, per il soggetto
affetto, di guarire dalla malattia, quanto meno in termini medici. In tutte le
dipendenze, infatti, il risultato che ci si prefigge con la terapia riabilitativa è
quello della sospensione della patologia, ottenibile unicamente con la totale
astinenza dalla sostanza o dal comportamento che hanno prodotto la
dipendenza.
Il gioco d'azzardo, nelle sue manifestazioni non patologiche, è un’attività
largamente accettata dalla società, così come lo è, ad esempio, il consumo di
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bevande alcoliche. Proprio l’accettazione sociale di tali attività può però
portare un soggetto alla dipendenza.
La patologia colpisce per 2/3 gli uomini e per 1/3 le donne ed inizia
tipicamente nell’adolescenza nei primi e più tardivamente nelle seconde,
sebbene la dipendenza possa insorgere dopo anni di gioco d’azzardo
acettato socialmente.
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ASPETTI TEORICI E MODALITA’ OPERATIVE DEL
PROGRAMMA TERAPEUTICO
Dopo aver descritto le caratteristiche salienti della patolgia e la nascita della
nostra struttura, ci apprestiamo a descrivere in breve le impostazioni e le basi
teoriche delle scuole a cui appartengono i nostri psicoterapeuti.
LA TEORIA SISTEMICO-RELAZIONALE
La teoria sistemico-relazionale è una delle più avanzate e complesse
nell’ambito delle teorie psicologiche concepite a fini psicoterapeutici,
ispirandosi a modelli cibernetici, informatici e biologici, si è dimostrata
adeguata ad analizzare in modo corretto ed efficace le problematiche
inerenti l’uomo e l’ambiente in cui è inserito.
L’origine di questa teoria si rifà ai principi della “Teoria generale dei sistemi”
elaborata da von Bertanlaffy; nei campi psichiatrico e psicologico, la teoria
sistemico-relazionale trova i suoi primi fondamenti in Bateson (1958), e nel
gruppo di Palo Alto, U.S.A., (1960) cui fanno capo Weakland, Haley e
Watzlawick.
Da questi presupposti teorici, la S.I.I.Pa.C. considera il GAP un sintomo che
si manifesta nel singolo individuo, ma che è spesso indice di qualcosa di
disfunzionale all’interno del sistema in cui vive.
Essendo le regole di un sistema più forti della volontà del singolo individuo,la
volontà o la necessità da parte di un membro di modificare alcune regole o
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comportamenti dello stesso, non otterrà alcun effetto, a meno che il sistema,
nel suo insieme, non sia disposto al cambiamento.
All’interno della famiglia, valutata nel suo intero come sistema, giocare
d’azzardo può essere un modo di mettersi in relazione con gli altri, anche
se attraverso un comportamento autodistruttivo. Generalmente il sistema
da cui proviene il giocatore patologico è estremamente rigido: il gioco
diviene quindi il prezzo che tutto il sistema familiare è disposto a pagare
pur di mantenere immodificate le proprie regole e conservare mediante la
rigidità il proprio equilibrio omeostatico. La famiglia attua così una
graduale esclusione del giocatore dal sistema e lo individua come
“paziente designato”, cioè come colui che porta il sintomo.
Il sintomo inoltre può essere letto come una “manovra” per mettere in
discussione le regole del sistema, l’esigenza di ridefinire le relazioni tra i
membri, l’espressione di una richiesta di cambiamento; ma può anche
significare il rifiuto al cambiamento, diventare l’elemento stabilizzante del
sistema, essere cioè funzionale alla sua omeostasi. In questo caso, la rigidità
del sistema diviene tale, che i membri non giocatori patologici non saranno
disposti al cambiamento nemmeno di fronte alla raggiunta astinenza del
paziente designato.
Questo avviene perché spesso il sintomo è anche il mezzo per mascherare
altri problemi, non risolti alla base, quali ad esempio crisi della coppia. Se il
sintomo è il centro dell’attenzione attorno ed in funzione del quale tutti i
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membri si organizzano, non vi è più spazio per affrontare altri problemi,
ridiscutere le proprie relazioni, effettuare dei cambiamenti. Ogni possibilità
diversa è vissuta da tutti come una minaccia all’omeostasi del sistema,
quindi pericolosa. Conseguentemente, l’equilibrio che il sistema tende a
mantenere diviene patologico: ci si organizza intorno ad un disagio e lo si
mantiene pur di non affrontare problemi più profondi.
Un intervento terapeutico sistemico-relazionale, tenendo conto di tutte le
variabili che possono portare un sistema familiare ad organizzarsi attorno
al gioco, può avere l’effetto di un cambiamento radicale all’interno della
famiglia: se si instaurano nuovi equilibri, nuove regole di convivenza e un
nuovo modo di comunicare e di relazionarsi, è molto probabile che anche
il portatore del sintomo riesca a rigettarlo.
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L’APPROCCIO MULTIMODALE AL PAZIENTE
La terapia multimodale, è un approccio che offre un’integrazione
umanistica, una sitematizzazione e un programma completo per la
diagnosi e la terapia.
Fin dagli anni ’70 esistono diverse applicazioni della terapia multimodale in
situazioni eterogenee riportate da vari autori tra cui A.A. Lazarus, Kwee, De
Waal, Yorkey e McCarthy, Plutchik.
Lo scopo della terapia multimodale è ridurre le sofferenze psichiche e
favorire la crescita individuale nel modo più rapido e duraturo possibile.
L’assunto inizale afferma che difficilmente i problemi sono riconducibili ad
una singola causa e che quindi non esistono cure unitarie.
In base a ciò, gli operatori multimodali dividono la personalità umana in 7
modalità ovvero in 7 dimensioni diverse ma fortemente interattive; la
valutazione dell’individuo attraverso ciascuna di queste specifiche modalità
e delle loro interazioni salienti permette di raggiungere una comprensione
completa e olistica della persona umana e del suo ambiente sociale.
Le nostre personalità sarebbero il prodotto dei nostri compotamenti
(behaviour), processi emotivi (affective processes), immagini (images),
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cognizioni (cognitions), relazioni interpersonali (interpersonal relations) e
funzioni biologiche1 (biological functions).
La terapia multimodale implica la valutazione ed il trattamento delle 7
modalità al fine di adattare le tecniche terapeutiche alle necessità del
paziente.
Pur utilizzando tecniche efficaci tratte da fonti differenti, i terapeuti
multimodali non aderiscono a nessuna delle teorie relative. Similarmente a
quanto avviene nella psicanalisi,la soluzione dei conflitti è considerata
determinante per il successo del trattamento tenendo presente che le
persone non sono necessariamente consapevoli di certe connessioni tra
eventi passati e presenti e che le stesse connessioni possono influenzare i
comportamenti, le percezioni e le emozioni esistenti.
Un esempio esplicativo molto banale di una elaborazione multimodale
potrebbe essere il seguente:
il Signor G. si presenta dichiarando di essere ipocondriaco e che la sua
ipocondria si scatena in particolare quando soffre di emicrania.
L’ipotetica scomposizione multimodale potrebbe procedere così:
• Quando il signor G. soffre di emicrania, diventa inattivo e si isola
(COMPORTAMENTO)
• Di conseguenza inizia a sentirsi ansioso (EMOTIVITA’)
• Sente un dolore molto intenso (SENSAZIONE)
Con questo termine di comprendono eventuali usi ed abusi di framaci, droghe; eventuali
interventi medici subiti e, più in generale, tutto il complesso delle abitudini igeniche ed alimentari
1
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• Si immagina di avere un tumore cerebrale (IMMAGINAZIONE)
• Durante le crisi la moglie gli porge cure ed attenzioni eccessive
(RELAZIONI INTERPERSONALI)
• Il signor G. utilizza vari tipi di analgesici (FUNZIONI BIOLOGICHE).
Le attività della S.I.I.Pa.C.
La S.I.I.Pa.C., in base ai presupposti teorici esposti, non considera opportuno
adottare modelli e metodologie standardizzate, poiché questo implicherebbe
una restrizione delle possibilità di intervento, una rigidità nei trattamenti ed in
definitiva un incanalare gli utenti in percorsi obbligati, che se non accettati, si
risolverebbero in un aumento dei drop-out.
La S.I.I.Pa.C. ritiene efficace attenersi ad un approccio che possa offrire agli
utenti un percorso terapeutico differenziato e differenziabile a seconda delle
esigenze del singolo individuo, della sua condizione in rapporto alla fase in
cui si trova rispetto al GAP, delle sue relazioni in famiglia e nella società. Ciò
non toglie che per la maggior parte dei pazienti sia previsto anche un iter
terapeutico comune, propedeutico alle terapie differenziali.
La S.I.I.Pa.C. opera partendo da queste premesse:
dell’individuo.
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a)
tutti i modelli di riferimento possono essere significativi, ma non ogni
modello è applicabile a tutti;
b)
superato il ciclo della dipendenza attiva, la patologia sottostante
(biologica e/o psicologica e/o sociale) rende il giocatore patologico
eterogeneo. Il problema centrale è la difficoltà che permane nel
sopportare le frustrazioni, l’ansia e la depressione;
c)
la terapia è in gran parte un processo educazionale: giocare è un
meccanismo inadeguato che può essere rimpiazzato da attività più
salutari;
d)
il trattamento più appropriato sarà eclettico e profondo in quanto
richiede una adeguata diagnosi per ogni giocatore;
e)
i
mezzi
dovranno
necessariamente
essere
multimodali
e
multidisciplinari in una continuità di cura.
La S.I.I.Pa.C. pone al centro dell’attenzione il giocatore, protagonista della
sua vita, e la sua personalità; riafferma il valore della solidarietà verso la
persona, puntando in modo particolare alla ristrutturazione della stessa
personalità, e pertanto alla sua crescita; cerca di rimuovere il sintomo gioco
come pre-condizione per il raggiungimento, attraverso un percorso
terapeutico, di una migliore qualità della vita, sono coinvolti in quest’opera
ammalati, familiari, operatori (volontari e professionisti), consci di far parte
di un tutto più grande della somma dei singoli.
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Per quanto concerne la prevenzione, la S.I.I.Pa.C. ritiene che si debba avere
come obiettivo primario una educazione al gioco della popolazione e ciò è
fattibile solo con il conseguente coinvolgimento di Enti Pubblici e Privati,
così come dell’industria del divertimento, con cui siamo pronti a
collaborare.
L’instaurarsi ed il perdurare del sintomo gioco d’azzardo patologico sono
favoriti ed indotti anche dall’atteggiamento che ha la nostra società verso il
gioco. Ne consegue che gli interventi devono essere mirati su due livelli
distinti: il primo, prevenzione ed informazione rivolte alla popolazione,
attraverso la stretta collaborazione tra Ente pubblico e privato, al fine di
mutare significati e valori che il gioco d’azzardo ha nell’opinione pubblica;
il secondo, incidere sulla cultura e sull’atteggiamento verso il gioco
d’azzardo del singolo individuo facente parte di una comunità, piuttosto
che sull’atteggiamento verso il gioco della stessa comunità.
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PREVENZIONE ED INFORMAZIONE
Il fenomeno del gioco d’azzardo è estremamente complesso ed articolato. I
motivi che conducono a giocare d’azzardo sono molteplici: culturali, sociali,
educativi, somatici, psicologici, affettivi e variano in funzione dell’età, del
sesso, della classe sociale di appartenenza, dei costumi e dei modelli di
riferimento.
Il mito del gioco d’azzardo, quale simbolo di raffinatezza (si pensi solo
all’immagine dei signori nei casinò, abbigliati in frac…), fattore aggregante,
il suo ruolo iniziatico al mondo degli adulti, il “gusto” del rischio, hanno
favorito un atteggiamento non solo di tolleranza, ma di stimolo nei suoi
confronti, ed il suo radicarsi nella cultura e tradizioni.
È pertanto evidente che non può esistere un “modello” ideale di
prevenzione, ma una profilassi unita ed una continua opera di
informazione. Condizione essenziale per la sua efficacia è che l’intervento
sia globale, pianificato e coinvolga tutti coloro che possono incidere
positivamente in un’azione coordinata di educazione sanitaria e tutela
della salute.
I problemi non si risolvono settorialmente. La salute, la previdenza, gli
aspetti morali, educativi ed economici, devono essere considerati
globalmente ed un programma di prevenzione del GAP necessita di essere
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inquadrato in una politica di prevenzione della salute, del benessere, del
progresso.
Quanto finora attuato dalla S.I.I.Pa.C. nel campo della prevenzione è stato
conforme a tale linea ed in collaborazione con l’ente pubblico ed altre
istituzioni interessate, ivi comprese le scuole di ogni ordine e grado ed i
gestori concessionari di licenze per l’esercizio del gioco d’azzardo.
Relativamente alle scuole, oltre al contatto con gli studenti, si privilegia il
contatto con gli insegnanti, i quali, se sensibilizzati, possono coinvolgere i
giovani concretamente con interventi informativi, attraverso lavori di
gruppo e ricerche, molto più efficaci della semplice informazione “calata
dall’alto”.
Con i gestori di casinò ed i concessionari di licenze per il gioco d’azzardo, si
è affrontata la questione relativamente all’educazione al gioco d’azzardo,
esaltandone gli aspetti ludico ed aggregante, informando nel contempo
sui rischi di un gioco eccessivo ed incontrollato ed approntando misure di
tutela per quei giocatori che dovessero rivelarsi affetti da GAP.
D’intesa col Comune di Bolzano, nel 1999 è stato edito un opuscolo dal
titolo “Il gioco d’azzardo patologico”, rivolto e distribuito all’intera
popolazione; con lo stesso comune di Bolzano e con la collaborazione
della Provincia Autonoma dell’Alto Adige, si sta svolgendo una ricerca sulle
abitudini al gioco d’azzardo all’interno della popolazione bolzanina; con la
collaborazione degli stessi, è stato dato il via al “Telefono Verde”, la linea
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telefonica gratuita rivolta a chi ha problemi, diretti od indiretti, connessi al
GAP.
Inoltre, consci della rilevanza che la problematica ricopre sull’intero
territorio nazionale, si stanno aprendo e si sono già aperte sezioni regionali
della S.I.I.Pa.C. (Torino, Roma, Venezia, Palermo).
Il coinvolgimento dei mass media è stato costante e costruttivo.
Regolarmente la carta stampata e le emittenti radio-televisive, tanto locali
quanto nazionali, pubblicano articoli o promuovono servizi sul GAP e sulle
iniziative promosse dalla S.I.I.Pa.C.
Consci dell’importanza delle nuove tecnologie multimodali, si è inoltre
aperto un sito internet multilingue (http://www.siipac.it), costantemente
aggiornato e rivolto all’intera popolazione.
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IL PROGRAMMA TERAPEUTICO
Affrontando il tema della terapia per il giocatore d’azzardo patologico, il
quesito al quale dobbiamo rispondere è: qual è l’obiettivo che ci prefissiamo
di raggiungere? Questo quesito ci porta inevitabilmente a porci un’ulteriore
domanda: Il nostro obiettivo è la guarigione del giocatore?
Per quanto paradossale possa sembrare, la risposta a quest’ultima domanda è
“no”.
Parlare di “guarigione” nel caso del gioco d’azzardo patologico, così come in
tutte le altre dipendenze, è scientificamente scorretto e pericoloso ai fini della
terapia.
Non esiste infatti “guarigione” dalle dipendenze. È bene chiarire subito questo
concetto: il soggetto dipendente da una sostanza o da un comportamento,
che agisce come una sostanza, rimane da essi dipendente per l’intera durata
della sua vita. Si pensi, nuovamente, alla dipendenza che più si avvicina al
gioco d’azzardo patologico, ovvero l’alcolismo: anche in questo caso, il
soggetto alcolista rimane tale per sempre. Non si può pensare che, dopo
un’astinenza più o meno lunga, la persona alcolista sia nuovamente in grado
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di assumere un atteggiamento nei confronti della sostanza uguale a quello di
coloro, che alcolisti non sono mai stati2.
Ma allora, quale deve essere il nostro obiettivo? L’obiettivo è quello della
sospensione
della
malattia,
della
disattivazione
del
comportamento
patologico.
Si è già detto che il gioco d'azzardo patologico è una malattia cronica e
progressiva. La cronicità presuppone appunto il fatto, che essa non può
essere “guarita”.
Può però essere sospesa. Se è chiaro il fatto, che il soggetto dipendente
rimarrà tale per tutta la sua vita, è chiaro anche che egli mai, e ribadiamo mai,
potrà avere il controllo sul suo comportamento, nel momento in cui dovesse
giocare d’azzardo. L’impotenza del soggetto di fronte al gioco d’azzardo può
essere combattuta solo ed esclusivamente con la totale astinenza.
Non si tratta solo di una questione di terminologia. Illudere il paziente rispetto
ad una sua guarigione, significa abbassare la sua soglia di attenzione verso le
ricadute, e sviluppare in lui la convinzione, che un giorno potrà nuovamente
tornare a giocare d’azzardo in modo controllato (il che è ovviamente
deleterio).
L’astinenza non è ovviamente l’unico obiettivo del trattamento. Bisogna
arrivare a cambiare la psiche malata dello stesso giocatore, a ridurre il suo Io
ipertrofico, a riportarlo alle sue responsabilità, ad un rapporto più razionale
con la realtà, nonché a riappropriarsi della sua emotività.
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Il programma che analizzeremo ora è la risultante degli studi da noi effettuati
sul trattamento per giocatori patologici negli Stati Uniti ed in Canada e degli
studi che, supportato dalla mia équipe, ho sviluppato in quasi trent’anni di
lavoro in questo settore.
Abbiamo cercato di adattare il programma alla nostra realtà sociale,
inserendo al suo interno alcune figure nuove.
Il modello terapeutico prevede un intervento multidisciplinare sul paziente,
volto ad intervenire su tutti gli aspetti della vita del soggetto, che siano stati
coinvolti negativamente dal gioco d’azzardo patologico. Va comunque
sempre tenuto presente, che, seppure il modello di trattamento sia unico, esso
è destinato ad essere modulato in base alle specifiche esigenze di ogni
singolo paziente.
I colloqui di motivazione
Nel trattamento del gioco d’azzardo patologico, i colloqui di motivazione
rivestono un ruolo fondamentale. Giova infatti ricordare come, nei soggetti
affetti da tale patologia, la motivazione ad intraprendere un trattamento
riabilitativo sia spesso viziata da aspettative diverse, rispetto a quelle che essi
dovrebbero attendersi. In molti casi (la maggioranza), l’utente si rivolge alla
struttura per cercare un aiuto per risolvere la sua situazione economica; egli
non ha consapevolezza della sua situazione rispetto al gioco d'azzardo,
facendo risalire le sue disavventure economiche ad un periodo di sfortuna
transitoria. In questi casi, il soggetto raggiunge il centro di trattamento con la
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convinzione, ancora intatta, di riuscire prima o poi a risolvere i suoi guai grazie
ad una grossa vincita.
Ecco allora che il colloquio di motivazione deve porsi come primo obiettivo
quello della costruzione della motivazione al cambiamento, gestendo la
resistenza che il soggetto offre.
Il problema va ribaltato nei suoi termini; va spostato dalla situazione
economica ai problemi che il gioco d’azzardo ha prodotto nella vita sociale,
affettiva e lavorativa del soggetto. La resistenza del soggetto, oltre ad un
frequente diniego della patologia, comune a tutti i dipendenti, si concentrerà
sul tentativo di riportare anche questi problemi al momentaneo periodo di
sfortuna. Bisogna quindi togliere all’utente l’illusione che una grossa vincita
possa cambiare questa situazione, spostando il nodo della questione dalla
crisi economica al suo comportamento.
Raggiunto questo obiettivo, sarà poi necessario rafforzare l’impegno al
cambiamento. Smettere di giocare non appena si inizia un trattamento è
relativamente facile; molto più arduo è mantenere questo comportamento nel
tempo.
In molti casi abbiamo potuto constatare, ad esempio, che, sebbene il soggetto
avesse effettivamente cessato di scommettere denaro, egli continuava a
scommettere in maniera virtuale, scommettendo mentalmente sulle corse e
verificandone poi i risultati. Per evitare situazioni di questo genere, occorre
prospettare al paziente la possibilità di affrontare con successo una vita senza
26
il gioco d'azzardo. In altri termini, bisogna riuscire ad instaurare in lui quella
speranza e quel sincero desiderio di aiuto, che sono alla base della fase critica
della scala di Custer.
La psicoterapia individuale
Risolta la questione della motivazione al trattamento del paziente, inizia la fase
della psicoterapia vera e propria. Indispensabile a tutti i giocatori, maschi e
femmine, d’azione o di fuga, è la parte concernente la psicoterapia
individuale.
Tra gli obiettivi che la psicoterapia individuale si prefigge, uno dei primi è il
superamento della struttura lineare e monotematica del paziente, per
giungere alla formazione di un modo circolare e pluritematico di pensare.
L’attenzione, durante il trattamento psicoterapico individuale, dovrà
focalizzarsi su alcune specifiche problematiche legate al vissuto del soggetto,
rispetto a temi quali l’affettività, l’emotività, la sessualità e la socializzazione, e,
in modo particolare, sulle forme di autoinganno, i vissuti di onnipotenza, gli
aspetti difensivi del mentire del paziente e sui problemi relativi ai confini dell’Io
e della realtà.
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La terapia di coppia
La gravità di questa patologia e il coinvolgimento che essa produce nei
confronti del partner e dell’intera famiglia del giocatore rendono necessario
un intervento mirato sulla coppia e sulla famiglia.
Non si tratta certo di un intervento mirato sul partner del giocatore, bensì di
una terapia che agisca direttamente sull’equilibrio della coppia, sulle sue
dinamiche relazionali, emotive, affettive e sessuali. In particolare, bisogna
ricordare che il gioco d’azzardo patologico, così come le altre dipendenze, è al
tempo stesso una malattia ed il sintomo di un disagio precedente allo
sviluppo della patologia. Ecco allora che l’intervento dovrà agire anche sul
disagio che potrebbe essere stato prodotto da problemi derivanti dalla
relazione in essere.
Il gioco d’azzardo va considerato come un modo di mettersi in comunicazione
con gli altri, anche se auto-distruttivo. La vita di coppia e le relazioni possono
essere meglio comprese se osservate con un’ottica sistemica. I membri delle
coppie possono essere visti come unità all’interno del sistema, la coppia come
un sottosistema nell’ambito di un sistema più vasto, la famiglia. Il sistema che
ruota attorno al gioco d’azzardo patologico è estremamente rigido e
l’evitamento della responsabilità è il modo fondamentale per mantenere il
sistema nella rigidità. Il sintomo gioco d’azzardo acquisisce un prezzo, che il
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sistema familiare è disposto a pagare pur di mantenere immodificate le
proprie regole e conservare la rigidità del proprio equilibrio (omeostasi).
Ci troviamo quindi di fronte ad una vera e propria incapacità di sincronizzarsi
con il ciclo vitale e le sue fasi critiche.
L’insieme dei traumi emozionali stressanti, provocati dal comportamento e
dalle conseguenze di esso da parte del coniuge giocatore, ha creato nel
tempo situazioni esplosive all’interno della coppia. L’interesse comune è
naufragato sotto l’impatto devastante degli interessi e degli egoismi personali,
scuotendo le basi della coppia e portandone all’interno un tasso di stress
eccessivamente alto. Le energie dei coniugi, anziché essere investite sul
patrimonio psicoaffettivo comune, sono state rivolte al modo in cui poter
acquisire il controllo sull’altro, con un potere distruttivo sulla normale vita
relazionale.
Se non si interviene prontamente, interrompendo il protrarsi di tale stato
patologico dei rapporti, la coppia è destinata a morire.
Bisogna riportare la coppia ad uno stato di omeostasi tale, per cui siano
eliminati i comportamenti distruttivi in atto.
Fino ad ora, il coniuge non giocatore ha assunto il ruolo di Adulto,
rimproverando, punendo, ma anche soccorrendo ed aiutando l’altro. Il
giocatore, dal canto suo, ha sfuggito le proprie responsabilità, delegandole
interamente al partner.
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In sostanza, la coppia deve imparare, o reimparare, a riconoscere i propri
bisogni reali. Per ottenere questo risultato, essa deve riappropriarsi del
linguaggio emotivo e dei suoi significati, il che significa individuare le
emozioni, denominarle, capirle e provvedere nell'azione; è importante che ad
essa vengano forniti gli strumenti necessari per decodificare le tensioni
generate dagli eccessi di paura, tristezza, rabbia, allarme ed insicurezza. La
tecnica comunicativa deve evolversi verso modalità che risultino meno
frustranti, e che superino il principio, da molto tempo attivo, per cui all’interno
della coppia deve individuarsi il vincitore ed il perdente. Infine, è molto
importante che i coniugi abbandonino l’idea di voler cambiare il partner,
provando invece a modificare se stessi, riscoprendo ed apprezzando la
sicurezza delle somiglianze e l’attrattiva delle diversità.
Lo scopo della terapia di coppia non è quello di ottenere una coppia perfetta,
quasi idealizzata, in costante armonia. Bisogna invece indirizzare gli eventuali
litigi verso il confronto, strumento necessario affinché si possano individuare e
fissare limiti e confini all’interno del rapporto, evitando l’invasione o lo
schiacciamento da parte di un partner verso l’altro.
La terapia multicoppiale
La terapia multicoppiale nasce per rispondere all’esigenza, di avere a
disposizione un immediato feedback di confronto fra più coppie.
Si tratta di costituire un sistema, che mescoli le caratteristiche del gruppo
familiare “naturale” con l’eterogeneità dei gruppi misti. Proprio questo
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carattere duplice del gruppo ne fa uno strumento unico e particolarmente
efficace nelle problematiche di coppia.
L’esperienza della terapia multicoppiale ha conosciuto un notevole sviluppo
nel tempo; dopo un’esperienza di questo tipo all’interno di un centro di
recupero per alcolisti, abbiamo pensato di importare questa impostazione
anche nel trattamento dei giocatori d’azzardo patologici, ottenendone
risultati più che incoraggianti.
Rispetto alle terapie multicoppiali riportate nella letteratura d’oltreoceano,
presso il Centro di recupero per Giocatori Patologici di Bolzano abbiamo
ritenuto opportuno apportare alcune modifiche.
Il gruppo è stato definito come gruppo aperto, con la possibilità di introdurre
nuove coppie. Nella conduzione del gruppo sono state date solo alcune
regole fondamentali ed alcune comunicazioni tecniche (orari, durata,
frequenza, pagamento, la regola comunicativa del tu), rifiutando una
funzione marcatamente centrale o molto direttiva del terapeuta. In questo
modo, si è ottenuto un gruppo più spontaneo anche nel processo e nel
prodursi di dinamiche.
L’uso di alcune tecniche dello psicodramma permette inoltre di utilizzare,
attraverso scambi di ruoli, drammatizzazioni e doppiaggi, la “potenza teatrale
del gruppo”.
Ma quali sono le finalità di una terapia multicoppiale? Innanzitutto,
l’intervento multicoppiale offre la possibilità di esplorare problematiche
31
relazionali, che in una “normale” terapia di coppia passano più facilmente
inosservate o addirittura non si evidenziano affatto, come se il gruppo avesse
una funzione rivelatrice e amplificatrice delle dinamiche della singola coppia.
In particolare, i bisogni legati al ruolo sessuale emergono in modo quasi
spontaneo, senza sollecitazioni da parte del terapeuta e con una nitidezza
sconosciuta negli interventi singoli, attraverso il prodursi di una netta
polarizzazione tra uomini e donne.
All’interno della terapia multicoppiale, sia per il singolo, sia per la coppia,
vengono riflessi elementi che non sono già consapevoli, ma che lo diventano,
avendo un termine di confronto nell’esperienza altrui e la possibilità di un
osservare dall’esterno non simulato, ma reale.
L’uso della drammatizzazione permette inoltre di utilizzare l’altro per
esprimere le proprie situazioni, crea una tensione emotiva, che viene vissuta
ma anche elaborata nel gruppo, con la doppia possibilità di rivivere e veder
rappresentare la propria situazione di coppia, le dinamiche con i figli o con la
famiglia.
Infine, il gruppo funziona come osservatorio, per verificare quanto alcuni
presupposti teorici corrispondano ad un comportamento reale, di cui
sperimentare in diretta la generalizzazione e la reiterazione, pur in diverse
storie ed organizzazioni di coppia.
La terapia familiare
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Nel trattamento del gioco d’azzardo patologico è importantissimo
coinvolgere la famiglia, per mezzo di un’adeguata Terapia Familiare, che la
porti
nella
sua
globalità
a
conoscere
ed
imparare
ad
accettare
emozionalmente il concetto che il gioco d’azzardo patologico è una malattia,
ma che anche le relazioni familiari possono essere o essere state malate,
venendo a costituire un fattore di nascita e/o di sviluppo del gioco d’azzardo
patologico di un suo singolo membro.
Quando parliamo di “famiglia”, intendiamo un gruppo naturale, con una sua
storia, con delle sue regole proprie (parte delle quali sono ereditate dalle
famiglie d’origine) e con un proprio modello relazionale, che viene
contrattato nel tempo tra i coniugi e tra loro e le rispettive famiglie.
Nell’applicazione della terapia familiare, così come in quella di coppia, la più
grave patologia, sulla quale è necessario intervenire, è costituita dai disturbi
nelle relazioni e nella capacità comunicativa, nonché dal ripetersi di schemi di
interazione rigidi; il gioco d’azzardo assume la funzione di sintomo del
malessere e stabilizzatore dell’omeostasi familiare.
Quando una famiglia decide di sottoporsi a terapia, essa ha già individuato al
suo interno uno dei suoi componenti (paziente designato), etichettato come
“colui che ha un problema” o che “costituisce il problema”. Quando però la
famiglia lo identifica come “il paziente”, i sintomi del paziente designato
possono essere considerati come stratagemmi, che sostengono il sistema, o
che il sistema hanno mantenuto.
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Nell’osservazione delle famiglie, in cui era presente un giocatore patologico, si
è osservato che il comportamento relativo al gioco del soggetto dipendente si
effettua attraverso modalità rigide, ripetitive, prevedibili, con spazi e tempi
precisi sia a casa, che fuori.
Le interazioni familiari vengono quindi a ruotare intorno a questo perno
stabile, che assume inconsapevolmente la funzione di regolamentare i tempi
e i modi di espressione dei conflitti, dei disaccordi, del desiderio o della paura
di intimità.
Il gioco d'azzardo viene quindi ad esplicare la funzione di organizzatore dei
comportamenti, di spartiacque, nell’ambito della complessità del sistema
familiare e dei suoi scambi con l’esterno.
Se alcuni fattori fondamentali di mantenimento del gioco d'azzardo
patologico cronico sono, come appare da queste osservazioni, strettamente
relazionali, si dovrà allora programmare un intervento, in tutti i casi ove ciò sia
possibile, al livello della necessità e dell’utilità del mantenimento del sintomo
gioco d'azzardo da parte di tutti i membri della famiglia.
Stante la difficoltà, omogenea al paziente giocatore patologico e agli altri
membri della sua famiglia, di modificare nei fatti un assetto di comportamenti
quasi automatici e, di contro, l’accettazione spesso incondizionata, a livello
puramente verbale, dei suggerimenti, dei consigli e delle proposte di
cambiamento offerte dagli operatori, si rende necessario esaminare
e
paragonare attentamente ad altri tipi di intervento tutte quelle tecniche
34
orientate
all’azione,
vale
a
dire,
tutte
le
tecniche
orientate
alla
sperimentazione di processi emotivi intensi, da cui non ci si possa
immediatamente difendere con la negazione e l’addossamento delle proprie
responsabilità.
Bisogna far vivere dei concreti processi esperenziali, con l’interpretazione di
modelli di relazione ripetitivi e con l’esasperazione della rigidità dei ruoli, fino
ad arrivare ad uno svuotamento di significato dei vecchi comportamenti e
giungere alla ricerca di nuove alternative.
Le regole che la famiglia costituisce nel tempo si esprimono nel modo di
vivere e non nelle parole, ed è a questo livello che risulta efficace la terapia,
costruendo un apposito piano di intervento per la famiglia del giocatore
d’azzardo patologico.
In concreto, il risultato ricercato è quello della trasformazione della famiglia. I
cambiamenti
riguardano
la
serie
di
aspettative,
che
regolano
il
comportamento dei suoi componenti. Anche l’esistenza di ogni singolo
individuo è destinata a mutare. La trasformazione in atto è significativa per
tutti i componenti della famiglia, ma soprattutto per il paziente designato, che
viene liberato dalla sua posizione di “deviante”.
Nella terapia familiare, la trasformazione, ovvero la ristrutturazione del sistema
familiare, porta al cambiamento, cioè ad una nuova esperienza individuale.
Resta comunque inteso che, pur non ignorando ogni singolo componente, la
mèta del terapeuta è di attivare le operazioni dell’intero sistema familiare.
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La terapia di gruppo
Affrontando il tema della terapia di gruppo, è bene sin dall’inizio chiarire un
aspetto indispensabile affinché essa possa essere attivata: il paziente giocatore
deve presentare una qualsiasi motivazione a smettere di giocare.
Bisogna in seguito affrontare alcuni problemi, che si manifestano
generalmente nella quasi totalità dei pazienti giocatori patologici. In
particolare, ci riferiamo alla passività del soggetto, che gli impedisce di
impegnarsi, aspettando invece che altri si assumano questo compito in vece
sua. Proprio questa passività, che spesso è all’origine di scarsi risultati ottenibili
in una terapia individuale, rende quasi insostituibile l’attivazione di una
terapia di gruppo.
Nella prima fase della terapia, il terapeuta deve assumere un ruolo “direttivo”,
che sappia stimolare ed indirizzare i partecipanti. Tale fase prosegue fino al
momento in cui il paziente, dopo aver individuato la reale natura dei suoi
problemi, inizia a lavorare attorno ad essi. Il terapeuta, nel contempo, facilita
le interazioni tra i membri del gruppo, lasciando una responsabilità ed una
iniziativa sempre maggiori ai membri del gruppo.
Ottenuto questo risultato, si attiva la seconda fase, più propriamente
terapeutica. Ora i membri del gruppo interagiscono tra di loro, si confrontano,
commentano le proprie esperienze e quelle degli altri, rivolgendosi
direttamente ad essi e distogliendo l’attenzione dal terapeuta.
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Il ruolo direttivo del terapeuta viene lentamente ridimensionato; il suo
compito, ora, è di mantenere ordine nel discorso, limitando le eccessive
divagazioni, e di frenare gli eccessi di entusiasmo, che, seppure spesso positivi,
possono risultare pericolosi, dando così inizio ad un processo di
responsabilizzazione, che appare fondamentale ai fini della terapia.
Importante è inoltre che egli sappia mantenere un livello ottimale di ansia nei
pazienti; tale livello ottimale dipende da una serie di variabili, tra le quali è
fondamentale la qualità d'appoggio fornita al paziente.
La terza ed ultima fase, che interviene a questo punto del trattamento,
prevede di responsabilizzare il paziente anche nei confronti degli altri. Le
responsabilità attribuite al paziente dovranno essere via via maggiori,
passando dalle semplici testimonianze fino alla collaborazione attiva
all’interno della terapia di gruppo. Si formerà così una catena, per cui chi è più
avanti nel corso della terapia sarà in condizione di aiutare coloro che si
trovano in una fase meno avanzata, ottenendo in tal modo stimoli e
gratificazioni per qualcosa che viene vissuto come estremamente positivo;
inoltre, se condotta in maniera corretta, tale occupazione impedirà di ricadere
nella nevrosi che ha dato avvio al gioco d’azzardo patologico.
Il lavoro con il tutor
Analizzeremo ora una parte del programma terapeutico, che difficilmente si
riscontra nel trattamento delle altre dipendenze.
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Il lavoro con il tutor si rende necessario a causa delle specifiche difficoltà di
carattere economico, che il gioco d’azzardo patologico genera nel bilancio
del giocatore e della sua famiglia.
Innanzi tutto, chi è il tutor, e quali sono i suoi compiti specifici?
L’obiettivo che ci si pone nel lavoro con il tutor è quello di alleviare le pressioni
economiche cui il giocatore ed i membri della sua famiglia sono sottoposti.
Ricordiamo ancora una volta che, di norma, quando un giocatore patologico
si rivolge ad una struttura di recupero, egli lo fa principalmente nel tentativo
di risolvere le sue crisi finanziarie, questo significa che la stragrande
maggioranza dei giocatori patologici, che richiedono aiuto, è costretta a fare
fronte a debiti di varia natura, spesso con la prospettiva di andare incontro a
problemi di natura civile o penale a causa di essi.
Ecco dunque che possiamo già facilmente intuire, come il tutor debba essere
innanzitutto un esperto di materie economiche. Non si richiede qui che il
tutor sia necessariamente un commercialista, che potrà invece essere
interpellato quando dovessero insorgere particolari problematiche di tipo
fiscale, ma che possieda un’adeguata conoscenza in materie quali tecnica
bancaria, ragioneria, diritto civile e penale (si tenga sempre presente,
comunque, che nei casi di particolare gravità, il tutor deve agire in
collaborazione con un avvocato).
Il tutor deve tenere presente, che molto difficilmente dovrà fronteggiare una
situazione che comporti la presenza di un unico creditore; proprio per le
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caratteristiche del gioco d'azzardo patologico, il soggetto ha ricercato,
durante il suo periodo attivo, di recuperare denaro da quante più fonti
possibili. Il compito che si prospetta per il tutor, quindi, è quello di selezionare i
debiti secondo una scala di gravità degli stessi, al cui apice vengono inseriti i
debiti che possono comportare conseguenze di tipo giuridico, sia civile, sia
penale, fino ad arrivare ai debiti contratti con i familiari, che solitamente
rappresentano il problema minore.
Il piano di risanamento debiti deve essere concordato con il terapeuta del
giocatore. La valenza terapeutica del ripagamento dei debiti impone al tutor
di verificare, oltre alla opportunità economica, anche quella ai fini del
trattamento psicoterapico, cui il soggetto è sottoposto. Un esempio valga per
tutti: è assolutamente sconsigliabile arrivare ad una soluzione, che permetta
l’immediato pagamento dei debiti. Il giocatore interpreterebbe questa
soluzione alla stregua di una vincita, e l’unico risultato ottenibile sarebbe
quello di rafforzare il suo comportamento verso il gioco.
Un altro punto, che il tutor deve affrontare con il giocatore, concerne la
gestione del denaro. Posto che è assolutamente indispensabile che il
giocatore sia momentaneamente privato di carte di credito o di qualsiasi altra
forma di moneta elettronica (ma nella maggioranza dei casi gli istituti di
credito hanno già provveduto al loro ritiro), rimane aperta la questione del
denaro contante. Si è avuto modo di verificare che il possesso eccessivo di
liquidi rappresenta una tentazione, alla quale il giocatore difficilmente resiste,
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soprattutto nei primi mesi di trattamento. È necessario, allora, che un familiare
si faccia carico della co-gestione del denaro assieme al giocatore. In sostanza,
il familiare prescelto, dovrà materialmente custodire gli averi contanti del
giocatore, consegnandoglieli esclusivamente in base alle esigenze di spesa
quotidiane. Un lavoro di questo tipo richiede due presupposti: il familiare
deve avere la consapevolezza di essere unicamente l’amministratore del
denaro, e deve averne chiara la finalità. Se egli amministrasse il denaro come
se gli appartenesse, o se richiedesse, in maniera autoritaria, spiegazioni
dettagliate sull’uso che verrà fatto del denaro, o se, peggio ancora, dovesse
negarne l’elargizione, decidendo da solo se una spesa sia da considerarsi
accettabile o meno, egli produrrebbe nel giocatore solo frustrazioni ed
umiliazioni,
ne
abbasserebbe
il
livello
di
auto-stima,
esponendolo
pericolosamente ad un forte rischio di ricadute. Dal canto suo, anche il
giocatore deve avere chiaro lo scopo di questa “amministrazione controllata”;
deve essere aiutato nella fase di costruzione delle motivazioni a smettere di
giocare, ed interpretare questa situazione come un modo per accelerare il suo
recupero. Diversamente, le forti restrizioni cui è sottoposto lo indurranno a
rifiutare l’approccio psicoterapico cui è sottoposto, con il rischio di una
ricaduta, quando non dell’abbandono della terapia stessa.
Infine, bisogna porre l’attenzione su alcuni inconvenienti che possono
verificarsi. Quando il giocatore raggiunge il centro di recupero, si trova spesso
in situazioni psicologiche estremamente delicate. È possibile che la voglia di
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“sfogarsi” lo porti a non percepire la differenza tra il tutor ed il terapeuta,
inducendolo a raccontarsi più con il primo, che non con il secondo. È
fondamentale che, non appena questo accade, il meccanismo venga
immediatamente interrotto. Bisogna fin da subito far chiarezza sui ruoli dei
vari operatori della struttura, stroncando sul nascere situazioni che
potrebbero rivelarsi pericolose e controproducenti per il soggetto patologico,
arrivando, se del caso, ad attribuire al giocatore un tutor diverso.
La consulenza psichiatrica
Come già constatato in precedenza, il gioco d’azzardo patologico è portatore
di tutta una serie di patologie correlate; tra queste molto gravi sono le forme
depressive, che in molti casi portano il soggetto a tentare il suicidio o
comunque a prenderlo in seria considerazione.
La pericolosità di tali patologie gioco-correlate impone di agire con la
massima cautela possibile, coinvolgendo nella terapia la consulenza
psichiatrica (ci si riferisce, ovviamente, al caso in cui lo psicoterapeuta sia uno
psicologo).
Anche in questo caso, però, si dovranno tenere presenti alcune cautele,
relativamente ad un trattamento con psicofarmaci. La preferenza andrà verso
quegli psicofarmaci, che presentano un minor gradiente di dipendenza, con
regolari controlli periodici del soggetto. Il rischio a cui ci si espone è infatti
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quello di una sostituzione della dipendenza da gioco d'azzardo con una
dipendenza da psicofarmaci, che comprometterebbe il trattamento in atto.
La consulenza legale
Come già riportato nella parte riguardante il lavoro con il tutor, i problemi di
carattere legale, connessi all’attività di gioco del paziente, richiedono spesso
l’intervento di un consulente legale.
Il legale non dovrà però agire solo ed esclusivamente sulle conseguenze legali
e civili legate ai reati commessi per finanziare l’attività di gioco o per ripagare i
debiti; egli dovrà anche fronteggiare situazioni di tutela preventiva del
patrimonio del giocatore o della sua famiglia. In molti casi, abbiamo affrontato
richieste che riguardavano, ad esempio, la situazione di regime patrimoniale
tra i coniugi, richieste di separazione, anche solo pro-forma, allo scopo di
tutelare almeno parte dei soggetti coinvolti dall’attività del giocatore. Anche
in questo caso, come già deve essere per il tutor, l’avvocato deve agire di
concerto con il terapeuta. Si pensi solo agli effetti che potrebbe avere una
separazione, anche solo pro-forma, se il coniuge giocatore dovesse viverla
come un ennesimo atto di sfiducia nei suoi confronti, anziché come una
misura cautelativa rivolta alla sua famiglia!
Cogliamo quindi l’occasione per ribadire, per l’ennesima volta, quanto sia
necessaria la collaborazione tra tutti gli operatori che partecipano al
programma terapeutico.
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I gruppi di auto-aiuto (Gamblers Anonymous)
I gruppi di auto-aiuto si sono rivelati uno strumento altamente efficace nella
terapia dei giocatori d’azzardo patologici.
Si tratta di gruppi, in cui persone, che condividono uno stesso problema, si
riuniscono periodicamente, seguendo un programma, che permette loro di
aiutarsi a vicenda.
In questi gruppi, a differenza dei gruppi di psicoterapia, non compare la figura
del terapeuta; essi sono completamente auto-organizzati ed autogestiti; il
programma terapeutico, nei casi che ora analizzeremo, è comune a gruppi
simili sparsi in tutto il mondo, e si ispira marcatamente all’esperienza degli
Alcolisti Anonimi.
Un ruolo importante svolto dai gruppi di auto-aiuto è di permettere al nuovo
venuto di verificare direttamente la possibilità di riuscire ad arrestare la sua
malattia; inoltre, per il nuovo membro significa alleviare quel senso di
solitudine, che lo aveva accompagnato sin dal momento in cui aveva deciso
di chiedere aiuto. Egli si accorge di non essere il solo ad avere intrapreso un
trattamento e, confrontando la sua situazione personale con quella degli altri
membri, avrà modo di riscontrare analogie e somiglianze.
L’associazione dei Giocatori Anonimi è diffusa in decine di Paesi del mondo,
seguendo il modello degli AA, GA si ispira ad un programma terapeutico di
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dodici passi, che ricalcano quelli degli altri gruppi di auto-aiuto, e basa la sua
riuscita sullo sviluppo di una spiritualità individuale e collettiva.
I gruppi di GA rispondono a regole ben precise, e si occupano esclusivamente
della sospensione della malattia e di apportare alcune modifiche della
personalità nei suoi membri, attraverso una rigorosa osservanza dei dodici
passi e delle regole di unità.
Non si curano, per contro, né della ricerca o dell’epidemiologia nel campo del
gioco d'azzardo patologico, né della rimozione delle cause che hanno portato
allo sviluppo della patologia.
Gam-Anon
Gam-Anon è l’associazione di auto-aiuto per familiari, ispirata anch’essa
dall’esperienza maturata dai familiari degli alcolisti in Al-Anon.
Anche in questo caso, i familiari seguono un programma terapeutico formato
da dodici passi e dodici regole di unità, secondo le stesse modalità di GA. Pur
essendo in stretto contatto tra di loro, però, GA e Gam-Anon rappresentano
due associazioni distinte e separate.
Lo scopo di questi gruppi è permettere ai familiari dei giocatori di confrontare
il proprio vissuto, ricevendo aiuto dalla spiritualità insita nel gruppo e dalle
esperienze degli altri membri.
Solo in rari casi accade, che un gruppo di GA ed un gruppo di Gam-Anon si
incontrino.
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L’assenza di confronti tra il giocatore ed i suoi familiari ci fa ancora una volta
ribadire che, pur riconoscendo questi gruppi come importanti, il programma
terapeutico per una completa riabilitazione del giocatore e della sua famiglia
debba essere concepito come la risultante di questo e di altri strumenti
terapeutici.
Il passo successivo: la comunità terapeutica per giocatori
d’azzardo patologici
Affrontare oggi il tema della Comunità Terapeutica per Giocatori d’Azzardo
Patologici significa da un lato attingere agli studi ed alle esperienze relativi
soprattutto all’alcolismo, dall’altro lato significa invece immettersi su una
strada che, almeno nella realtà dell’Europa Continentale, rappresenta una
novità pressoché assoluta, in cui le nostre conoscenze devono fondersi con
previsioni di studio e di ricerca, destinate a fornirci un’idea di Comunità
Terapeutica che, pur non abbandonando i principi base di questo tipo di
struttura, ne sconvolge (almeno in parte) il funzionamento, soprattutto nella
sua persona personalità.
Le prime Comunità Terapeutiche nacquero all’inizio dell’Ottocento in
Inghilterra, con l’obiettivo di un recupero sociale dei malati mentali. Il
presupposto era che una metodologia creativa e risocializzante sarebbe stata
più utile al fine del miglioramento dei pazienti stessi, rispetto ai metodi
precedentemente utilizzati.
La Comunità Terapeutica ha quindi anche una funzione socio-educativa.
Gli obiettivi di una Comunità Terapeutica, possono così essere sintetizzati:
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Gli obiettivi:
Remissione del sintomo
Costruzione / potenziamento di abilità
Costruzione di “self-efficacy”
nuove capacità di “problem solving”
migliorare le abilità espressive e comunicative
LA SALUTE DEL SINGOLO E DEL SISTEMA
L’ospite ha quindi, all’interno della Comunità Terapeutica, la possibilità di
esperire una notevole riorganizzazione del suo tempo: esistono una serie di
regole che il paziente deve seguire riferite al tempo, agli orari di sveglia, dei
pasti, alle attività terapeutiche e riabilitative, al lavoro ed al tempo libero. Il
fattore tempo riguarda anche il susseguirsi di fasi diverse del trattamento
terapeutico, con cambiamenti che implicano un processo di evoluzione e di
crescita.
Fin qui, dunque, le caratteristiche comuni che condividono le Comunità
terapeutiche destinate a pazienti alcolisti, tossicodipendenti e giocatori
patologici. Vediamo però quali sono le specificità richieste dal trattamento dei
Giocatori d’Azzardo Patologici, cui accennavamo in precedenza.
L’ACCOGLIENZA
Sin da questo momento, il nostro modello di C.T. per giocatori patologici si
distingue dagli altri: in questo caso, infatti, non solo si consiglia di presentarsi
al momento dell’accettazione accompagnati da un famigliare (partner), ma si
auspica addirittura una permanenza del famigliare stesso presso la Comunità
per i primi tre giorni.
L’approccio multimodale ad ottica sistemico-relazionale cui sto facendo
riferimento, prevede infatti un intenso lavoro da effettuarsi con i famigliari,
indispensabile nel caso dei giocatori patologici. Questo perché nel periodo di
permanenza del giocatore patologico presso la C.T., la famiglia dovrà
sopportare un carico di incombenze che in altre dipendenze non compaiono.
Ci riferiamo soprattutto all’insieme della situazione economico-legale, verso la
quale deve essere fatta la massima chiarezza, almeno nel breve periodo,
affinché possa essere affrontata con uno standard minimo di sicurezza di
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intervento per l’intero periodo in cui il familiare-giocatore protrarrà la sua
permanenza presso la C.T.
Sempre in questo periodo, alla famiglia verrà affiancato un tutor, che
assieme ad essa affronterà tali situazioni.
La permanenza del (o dei) famigliare presso la C.T. non implica
evidentemente che vi possa essere una commistione tra giocatori patologici e
loro famiglie all’interno della C.T., tutt’altro: se sarà necessario attuare alcuni
tipi di intervento in comune durante il giorno, sarà però assolutamente
indispensabile prevedere aree di soggiorno e di lavoro nettamente distinte
per i giocatori e per i loro famigliari, ivi comprese le aree notturne, se queste
dovessero essere previste anche per i famigliari.
Resta inteso, che sin dal momento dell’ingresso nella C.T., il paziente verrà
privato del denaro (compresi moneta elettronica ed assegni) ed oggetti di
valore.
Durante i primi tre giorni, quindi, si procederà alla fase dei colloqui di
motivazione, all’inquadramento diagnostico (indipendentemente dall’autore
dell’invio), all’inserimento nei gruppi oltre, naturalmente, alla spiegazione del
regolamento e del programma della C.T.
Particolare cautela dovrà essere posta ad eventuali inconvenienti di tipo
legale cui il paziente potrebbe incorrere durante la sua permanenza nella C.T.,
che ne potrebbero inficiare la validità terapeutica.
ACCOGLIENZA
PAZIENTE
-
Colloqui motivazionali
Inquadramento diagnostico
Inserimento nei gruppi
Rendiconto situazione economica e
legale
- Regolamento
- Accettazione programma terapeutico
FAMILIARE
- Informazioni
- Gruppo familiari
- Affiancamento tutor
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R E MI S S I ONE D E L S I NT OMO
La remissione del sintomo rappresenta l’obiettivo minimo normale di
qualsiasi programma svolto all’interno della Comunità Terapeutica. Va subito
detto che, nel nostro caso, la remissione del sintomo appare un obiettivo che
si pone spesso al di sotto del minimo.
I problemi di ordine economico e familiare che affliggono i Giocatori
Patologici al momento del loro inserimento in un programma di riabilitazione
appaiono sensibilmente più gravi di quelli degli altri pazienti dipendenti da
sostanze o, per meglio dire, essi presentano tempi di soluzione marcatamente
più dilatati, la soluzione di essi non dipendendo esclusivamente dal
programma terapeutico in atto.
Le lungaggini burocratico-giudiziarie e l’entità dei debiti possono portare il
paziente giocatore patologico a subire le conseguenze del suo
comportamento anche parecchi anni dopo la remissione del sintomo. Ciò
porta inevitabilmente ad una situazione di distress, che se non dovesse essere
canalizzata all’interno di uno stile di vita, un modo di pensare modificati,
avrebbe buone probabilità di essere foriera di ricadute.
Va inoltre tenuto presente che se per i giocatori di fuga il periodo di attività
di gioco risulta limitato dalla velocità con la quale essi hanno perduto il
controllo sull’impulso al gioco, nel caso dei giocatori d’azione l’intervento
terapeutico colpisce uno stile di vita protrattosi negli anni, con ovvie maggiori
difficoltà sia nella remissione del sintomo che nello sviluppo di uno stile di vita
idoneo a mantenere uno status di astinenza dal gioco.
In entrambi i casi, è opportuno valutare la possibilità di effettuare un
trattamento farmacologico a base di Fevarin© o Zoloft©, attualmente testati
presso il Centro di Bolzano in concomitanza con un trattamento di tipo
psicologico.
REMISSIONE DEL SINTOMO
Non sempre può essere l’obiettivo minimo normale.
Può essere necessario ottenere uno stile di vita tale, da permettere all’ex
giocatore di affrontare le conseguenze del GAP che dovessero manifestarsi
in futuro.
Valutare l’opportunità di affiancare un trattamento farmacologico al
trattamento psicologico.
48
C OS T R U Z I ONE / POT E NZ I A M E NT O D I A BI LI T A ’
In questo caso, più che in altri, appare opportuno dividere i pazienti tra
giocatori d’azione e giocatori di fuga.
Nel caso soprattutto dei primi, bisognerebbe più correttamente parlare di
distruzione di una percezione erronea della propria abilità e di ricostruzione
tanto dell’abilità (sia essa manuale o intellettiva), quanto appunto della
percezione che il paziente nutre verso di essa.
Soprattutto nel caso dei pazienti giocatori di corse dei cavalli o
scommettitori su manifestazioni sportive, si è notato che se non si
distruggono sin da subito le convinzioni erronee che essi nutrono verso le
proprie “capacità” o “abilità”, queste saranno un serio ostacolo ad una buona
riuscita del trattamento.
Sarà quindi importante insegnare al paziente a progettare eventi in cui
l’influenza delle manifestazioni legate alla casualità siano ridotte al minimo,
mentre la buona riuscita degli stessi sarà connessa a “valori” quali puntualità,
precisione, collaborazione, ecc.
Nel caso dei giocatori di fuga, invece, si tratterà di valorizzare e potenziare
quelle capacità che il soggetto giocatore patologico, pur consapevole di
possederle, non le riconosce come elementi di abilità soddisfacenti; allo stesso
modo, le situazioni che il paziente vive come frustranti e che hanno
contribuito a sviluppare la patologia dovranno essere vissute come eventi
positivi: il tempo libero del pensionato, ad esempio, piuttosto che le abilità
culinarie di una casalinga, da agente dello sviluppo del GAP dovranno essere
trasformati in rinforzi per il mantenimento dell’astinenza.
49
COSTRUZIONE / POTENZIAMENTO DI ABILITA’
GIOCATORI
D’AZIONE
- Distruzione della percezione erronea
- Ricostruzione dell’abilità e della per cezione di essa
- Nuovi valori: puntualità, precisione,
collaborazione
GIOCATORI
FUGA
PER
- Valorizzazione e potenzia –
mento delle capacità
- Positivizzazione di situazioni
vissute negativamente
L’AGENTE DELLO SVILUPPO DEL GAP DIVENTA RINFORZO
PER L’ASTINENZA
C OS T R U Z I ONE D I “ S E LF - E F F I C AC Y ”
Il Gioco d’Azzardo Patologico modifica profondamente il rapporto del
soggetto con il proprio corpo, la propria emotività, le relazioni con gli altri,
il lavoro ed il tempo libero.
Le esigenze del proprio corpo vengono sistematicamente trascurate, siano
esse di ordine biologico od igienico. Il primo “insegnamento” per modificare
questo atteggiamento arriva dalla regolarità con cui viene scandita la vita
della C.T. Bisogna ripristinare abitudini dismesse, assegnando loro un valore di
positività da contrapporre alla trascuratezza tipica del periodo di attività di
gioco.
RELAZIONE CON IL PROPRIO CORPO
Regolarità è Ripristino delle abitudini dismesse (alimentari e igieniche)
Valore positivo della cura del corpo opposto alla trascuratezza
50
Il recupero dell’emotività è un obiettivo fondamentale sin dalla prima fase
del trattamento. Soprattutto i Giocatori Patologici d’azione, che hanno quindi
alle spalle anni di attività, si ritrovano “emotivamente morti”. Il recupero
emotivo di questi pazienti (ma anche dei giocatori per fuga) avviene per il
tramite di attività incompatibili con il gioco d’azzardo, con la riscoperta di
nuove capacità, anche manuali. Lo sviluppo di capacità manuali permette di
ribattere alla fase (auto)distruttiva del soggetto giocatore patologico con una
fase costruttiva e creativa, il cui risultato simbolico è, per il paziente, carico di
significati che superano la semplice riuscita materiale dell’attività.
Sempre nel tentativo di recuperare l’emotività perduta del paziente,
abbiamo potuto constatare che, oltre all'ergoterapia, ottimi risultati sono stati
ottenuti con l’applicazione della teoria dei colori di Goethe e Steinach e,
soprattutto, con la musicoterapia.
È importante alternare esercizi che impiegano abilità manuali, oratorie e
creative, al fine di recuperare, assieme all’emotività, anche adeguate capacità
di esprimerla, sia verbalmente, sia non verbalmente.
L’EMOTIVITA’
Attività incompatibili con il gioco d’azzardo:
• Ergoterapia
• Teoria dei coloro di Goethe e Steinach
• Musicoterapia
Alternanza di attività manuali, oratorie e progettuali
RECUPERO EMOTIVO E DELLA CAPACITA’ D I ESPRIMERE EMOZIONI
Il programma riabilitativo all’interno della C.T. deve naturalmente prevedere
un mutamento del modo di relazionarsi con gli altri da parte del paziente.
Anche in questo caso, è opportuno optare per un intervento diversificato, a
seconda della tipologia del giocatore. Per entrambi, giocatori per fuga e
giocatori d’azione, il risultato al cui conseguimento si lavora è lo stesso, ovvero
la capacità di stare assieme agli altri in armonia, ma le “basi” da cui si parte
sono diverse.
I giocatori d’azione si presentano con un Io ipertrofico e, di conseguenza, la
tendenza a monopolizzare l’attenzione nelle situazioni sociali in cui essi si
51
trovano; il rapporto con gli altri, inoltre, è di tipo competitivo-concorrenziale,
ed il giocatore tende a voler mostrare la propria superiorità rispetto agli altri.
Il giocatore per fuga, invece, tende ad evitare le situazioni sociali e ad
isolarsi. Pur avendo anch’egli sviluppato una buona capacità manipolativa
degli altri, in questo genere di “attività” è meno abile del suo omologo
giocatore d’azione, e vi è il rischio che nelle situazioni sociali comunitarie egli
tenda a soccombere di fronte alla personalità dei giocatori d’azione.
Per ovviare a questi rischi, l’esperienza (nostra, ma anche dei Centri
statunitensi) ci insegna a valutare con molta cautela l’opportunità di riunire
all’interno di uno stesso gruppo giocatori d’azione e giocatori per fuga. In
diverse situazioni i giocatori d’azione tendono ad esaltare il tipo di gioco al
quale essi si dedicavano, rimarcando la presunta abilità necessaria ad eseguirli
e ridicolizzando gli altri giochi e chi li pratica. Proprio per la difficile gestibilità
di queste situazioni e la mancanza di elementi terapeutici che esse
comportano, sono assolutamente da evitarsi.
Attività comuni sia per giocatori per fuga che per giocatori d’azione sono
tutte quelle manuali, la musicoterapia oltre, s’intende, alla condivisione dei
momenti ricreativi e dei pasti.
52
LE RELAZIONI CON GLI ALTRI
GRUPPI TERAPEUTICI DIVISI
GIOCATORI D’AZIONE
- Io ipertrofico
- Relazione competitivo-concorrenziale
GIOCATORI PER FUGA
- Tende ad evitare le
situazioni sociali
COLLABORAZIONE E CONDIVISIONE DI OBIETTIVI
Il lavoro è un aspetto al quale bisogna prestare attenzione estrema, poiché
riveste un’importanza superiore rispetto a quella degli altri pazienti, che di
solito usufruiscono di una Comunità Terapeutica. Per il nostro paziente, dal
lavoro dipende la velocità con la quale egli riuscirà a sanare i suoi debiti e,
quindi, a chiudere definitivamente la porta sul suo passato.
Il GAP, nei casi più gravi, avrà portato al licenziamento del paziente o al
fallimento della sua attività, negli altri il soggetto giocatore patologico ha
visto la sua redditività ridotta e spesso si cimenta con lavori di livello
inferiore rispetto a quanto la sua preparazione gli permetterebbe.
Nell’elaborazione del progetto di C.T. per giocatori patologici, abbiamo
pensato all’inserimento di un’équipe di intervento sul posto di lavoro,
composta dallo psicoterapeuta, dal tutor e/o da un’assistente sociale, il cui
compito è quello di promuovere nuovi stimoli e nuova professionalità nel
paziente e quindi individuare l’area lavorativa in cui le potenzialità del
paziente stesso possono esprimersi al meglio.
53
IL LAVORO
Obiettivi:
•
•
•
•
•
Recupero della produttività
Recupero di professionalità
Responsabilizzazione
Equipe di intervento sul posto del lavoro
Gestione delle frustrazioni
REINSERIMENTO NEL MONDO LAVORATIVO
Sull’utilizzo del tempo libero, invece, dobbiamo affrontare due discorsi
distinti. Il primo, comune a tutti i pazienti che presentano un problema di
dipendenza, è quello del riempimento del cosiddetto “Grande vuoto”. Ci
riferiamo con questo termine al “vuoto” conseguente all’abbandono di
un’attività che, seppure in modo patologico, riempiva tutti gli aspetti della
vita di un soggetto.
Il lavoro in C.T. si rivela particolarmente utile in questo senso, perché
l’attività programmata, la presenza degli altri pazienti, nonché del tutor,
permettono di superare l’impasse che la nostra esperienza insegna esservi
in tutti i giocatori patologici al momento del loro ingresso in trattamento.
È inoltre importante che gli interessi del paziente si rivolgano ad attività
incompatibili con il gioco d’azzardo; è forte il rischio, infatti, che egli si
rivolga ad attività che, pur non essendo propriamente definibili d’azzardo,
siano a forte rischio di scommesse (biliardo, bowling, freccette, ecc.).
L’altro aspetto connesso al tempo libero è invece tipicamente legato al
gioco d’azzardo patologico: soprattutto nei casi in cui il comportamento
precedente del soggetto aveva gravemente compromesso la situazione
54
finanziaria, si è verificato che il tempo libero venisse impiegato in una
seconda attività lavorativa; questa situazione, seppur iniziata con il
lodevole intento di ridurre i tempi di restituzione dei debiti, unita
all’impiego di parte del tempo libero per attività terapeutiche (Gamblers
Anonymous, ad esempio) influisce negativamente sulla famiglia dell’ex
giocatore, che rischia di sentirsi nuovamente abbandonata a se stessa.
Ecco quindi, che il lavoro con il terapeuta ed il tutor diventa importante
anche per insegnare al paziente a gestire il proprio tempo libero
lasciandovi spazio per attività ricreative, da svolgersi anche con la famiglia,
ed evitando pericolosi piani di risanamento debiti, eccessivamente ristretti
nel tempo.
55
IL TEMPO LIBERO
- Rivalutare iniziative
ed attività ricreative
che risultino incompatibili
con il gioco d’azzardo, per
colmare il «Grande Vuoto»
- Evitare attività che, pur non
essendo classificabili come
giochi d’azzardo sono comunque
“a rischio” per le ricadute
- Evitare che nel tempo
libero venga sottratto
eccessivo spazio alle
attività ricreative e
alla famiglia.
- Evitare piani di risanamento debiti ec –
cessivamente ristretti nel tempo.
TRATTAMENTO E ARTICOLAZIONE DEL LAVORO TERAPEUTICO
Nell’elaborazione di questo modello di trattamento, ci siamo ispirati ad
un’ottica sistemica e non lineare, che prevede un trattamento multimodale
del GAP.
L’approccio multimodale al GAP è senza dubbio il più oneroso, prevede
infatti l’inserimento di figure nuove per un modello terapeutico, quali sono
il tutor, il legale, il commercialista, ma, d’altro canto, ci sembra assurdo ed
irresponsabile pretendere di curare il GAP senza sviluppare il modello
terapeutico attorno a quelle peculiarità che gli sono proprie.
Il trattamento è finalizzato all’acquisizione della capacità di affrontare
conflitti, sofferenze, problemi, senza ricorrere al gioco o a sostanze
psicotrope, ad accrescere l’autostima, le abilità sociali e lavorative, la
capacità di gestione del tempo libero.
Il lavoro con i singoli pazienti è articolato in tre diverse fasi: la prima, di
valutazione clinica del paziente e di formulazione di progetti terapeutici
individualizzati; la seconda, relativa al trattamento vero e proprio; la terza,
56
di valutazione dei risultati del trattamento e di preparazione al momento,
delicatissimo per ogni individuo, delle dimissioni.
L’esperienza
che
si
sta
realizzando
a
Bolzano
assume
sempre
maggiormente caratteristiche e connotati che, per certi pazienti, risultano
assai simili a quelli di una Comunità Terapeutica.
I pazienti della Comunità sono per lo più giocatori patologici con problemi
psicologici, relazionali e lavorativi tali da aver bisogno dell’aiuto del
gruppo, dell’affettività delle persone più vicine e di un programma
terapeutico vario e differenziato.
L’orario giornaliero è strutturato al fine di impegnare il paziente con attività
mirate alla risocializzazione, al vivere in maniera armonica le relazioni
interpersonali e ad affrontare le proprie problematiche psicologicamente al
fine di uscirne fuori definitivamente.
La permanenza di ogni paziente in Comunità varia a seconda dei livelli di
partenza rispetto alle problematiche di gioco, interpersonali e lavorative.
57
I momenti più qualificanti della C.T. sono:
a) Gruppo di discussione
È condotto da un operatore, ha scopi prettamente didattici e riguarda
problemi legati al gioco d’azzardo, relazionali e progettuali della vita di
ciascun paziente.
Esso si svolge giornalmente con la supervisione del direttore e permette a
ciascun paziente di parlare di sé e di ricevere forza e sostegno dal gruppo
stesso.
b) Gruppo terapeutico
È condotto dal direttore della C.T. e si prefigge di affrontare le molteplici
problematiche personali e relazionali che derivano dal gioco patologico.
Inizialmente i partecipanti del gruppo vengono sensibilizzati e motivati a
parlare di sé ed a prendere consapevolezza delle proprie difficoltà. In
seguito vengono aiutati a rinforzare la propria autostima e ad affrontare le
proprie paure. Il gruppo viene attivato due volte alla settimana.
c) Terapia individuale
Gli utenti usufruiscono anche di colloqui psicoterapeutici individuali per
approfondire le tematiche personali e per dare maggior spazio al percorso
terapeutico differenziato di ogni paziente.
Ognuno inoltre si serve del training autogeno come tecnica di rilassamento
e come aiuto per sciogliere l’ansia che assedia la vita del giocatore
patologico.
Voglio qui solo fare un breve accenno, dato che il tempo è purtroppo
limitato e l’argomento, al contrario, decisamente esteso, alla necessità che
ad una struttura residenziale come la C.T. si affianchino, per pazienti in fasi
diverse dal trattamento, delle strutture alternative semi-residenziali (le
58
cosiddette “strutture intermedie”), come i centri diurni a carattere socioterapeutico e socio-riabilitativo ed i day-hospital.
Il Centro diurno è una struttura che, proprio per il carattere
semiresidenziale di cui sopra, garantisce un’ospitalità parziale.
La loro creazione delle comiunità è ormai una necessità. Lo è per quei
pazienti che presentano un alto rischio di suicidio, lo è per quei pazienti
che necessitano di un cambiamento tanto radicale nel loro stile di vita, da
richiedere un’assistenza completa 24 ore su 24 e lo è per i famigliari di
queste persone, che quasi sempre sono il punto in cui confluiscono gli
enormi problemi economico-legali dovuti all’attività di gioco del loro
congiunto.
Sono tanti i motivi per i quali la Comunità Terapeutica per giocatori
d’azzardo patologici avrà un futuro. Ma è importante che si capisca, che
queste Comunità devono iniziare sin da subito a funzionare a pieno
regime, perché mai come in questa patologia l’esatto incastro di tutti i
tasselli del nostro mosaico terapeutico è conditio sine qua non per la piena
riabilitazione del paziente.
59
BIBLIOGRAFIA
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Special
groups
of
problem
gamblers,
in
httP://www.ccsa.ca/gmbv.htm
ü Griffiths, M.D., The cognitive psychology of gambling, in Journal of
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più variabili del C.R.I.A.F., C.R.I.A.F.-RE.Z.A.M., materiale interno, 1990
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ü Yalom, D.I.; Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo, Ed.
Boringhieri, 1977
60
L’azzardo socialmente
promosso:
quale strategia di prevenzione
del gioco patologico
di Gioacchino Lavanco, Loredana
Varveri e Rosaria Vaccaro
(Cattedra di Psicologia di Comunità
Università degli Studi di Palermo)
Convegno a Bolzano tenutosi nei giorn i
13-14-15 Settembre dal titolo
“Modelli di intervento per il Gioco
d’Azzardo Patologico:
1
dalla
prevenzione al trattamento”
1. Introduzione
I nuovi giochi d’azzardo, segnati da una vera e propria rivoluzione tecnologica,
definiscono un nuovo modo di giocare: solitario, decontestualizzato (ad ogni ora ed in ogni
luogo), globalizzato, con regole semplici ed universalmente valide e pertanto ad alta soglia
di accesso (Croce, 2001). Inoltre, si rivolgono ad un pubblico generalmente lontano
dall’azzardo e dai suoi luoghi di “culto”: adolescenti, casalinghe, pensionati mai entrati in
sale da gioco, interi nuclei familiari con i loro bambini popolano le sale gioco infestate da
slot-machine e videopoker o le affollate sale di Bingo per assistere alle estrazioni e
controllare i numeri. La preoccupazione principale è che tutto ciò possa creare nuove e
pericolose forme di dipendenza.
Con i nuovi giochi d’azzardo (videopoker, slot machine, Bingo, i giochi d’azzardo on
line, ecc.) il rischio di perdere il controllo del confine si fa più forte.
Il videopoker è entrato nelle abitudini degli italiani in maniera silenziosa, ma ora
assume i connotati di un vero e proprio allarme sociale. La sua demonizzazione, in
particolare, e quella del gioco d’azzardo, in generale, fa parte ormai dell’immaginario
collettivo.
Se il meccanismo del gioco - come nel caso del Lotto, delle lotterie, del Totocalcio, ecc.
– è differito nel tempo o se l’accessibilità al gioco - come nel caso del casinò – è ridotta, la
possibilità di sviluppare un comportamento problematico è più remota. I nuovi giochi
d’azzardo, al contrario, sono accessibili a tutti (pensiamo alle macchinette di videopoker
diffuse in maniera capillare sul territorio) e propongono partite veloci in cui si assiste al
trionfo della ripetizione ed alla perdita del controllo temporale e monetario; il “rifugio”, in
questo caso, rischia di alienare il soggetto dalla realtà. Si tratta, peraltro, di una realtà che
spesso annoia, deprime e non soddisfa; infatti, la passione per i videopoker, ad esempio,
cresce sempre più tra i cosiddetti “giocatori per fuga”.
Da alcuni anni, anche nel nostro Paese, le macchinette rappresentano la forma di gioco
predominante fra i giovani; alla massiccia presenza di tali giochi su tutto il territorio si
aggiunge il sentimento di noia di molti giovani, la necessità di ammazzare il tempo, il voler
non essere da meno dei compagni, il desiderio di vincere qualche soldo.
Numerosi studi condotti in diverse parti del mondo (Jacobs, 1989; Griffiths, 1990;
Fisher, 1993) ribadiscono la pericolosità che il nuovo gioco d’azzardo può rivestire
all’interno del mondo adolescenziale. In particolare, sono state indicate tre variabili
2
principali che sembrano aver contribuito all’aumento del gioco d’azzardo tra le fasce
giovanili della popolazione:
• la crescente liberalizzazione, la maggiore tolleranza e addirittura l’incoraggiamento
verso il gioco d’azzardo sviluppatisi in questi ultimi anni e percepito come innocuo;
• la ritardata consapevolezza del problema;
• la scarsa attenzione nei confronti di programmi per la formazione di una coscienza
collettiva sui problemi legati al gioco.
La scarsa conoscenza del fenomeno, dunque, rischia di essere aggravata dalla mancanza
di qualsiasi forma di sostegno fornita sino ad ora ad interventi di prevenzione – ancor più
che a quelli di cura e riabilitazione. A partire da tale constatazione, la Cattedra di
Psicologia di Comunità dell’Università di Palermo, da anni ha avviato un progetto di
ricerca che tra gli obiettivi primari si propone la migliore conoscenza del fenomeno del
videopoker, a partire dall’analisi degli aspetti ludico-strutturali di questo gioco, fino ad
arrivare all’esplorazione delle motivazioni che spingono i giocatori a “legarsi” a queste
macchine; analisi che insiste sull’osservazione delle variabili sociodemografiche e
cognitive con particolare riferimento al locus of control, alle caratteristiche di personalità,
alle attitudini e credenze sul gioco d’azzardo, nonché all’esperienza stessa di gioco.
Anche sul gioco del Bingo si hanno scarse conoscenze; in apparenza, non è altro che la
moderna versione della tradizionale tombola, il più familiare dei giochi natalizi.
Un gioco sociale, si direbbe, per le sue origini, per le sue caratteristiche, per l’atmosfera
che si respira nelle sale appositamente adibite; un gioco finalizzato alla socializzazione, se
pensiamo alle sue evidenti similitudini con il gioco della tombola, a quei tavoli rotondi e
numerosi che accolgono uomini e donne di tutte le età, coppie, gruppi di amici ed interi
nuclei familiari. Tuttavia, a ben guardare, è un gioco d’azzardo ripetitivo ed ipnotico come
il gioco elettronico, con un ritmo serrato d’estrazione dei numeri che non permette di
comunicare nemmeno con le persone sedute accanto, talmente veloce e spersonalizzante da
creare un effetto di intontimento; è un gioco d’alea per eccellenza, poiché il giocatore
durante tutto il tempo di gioco rimane passivo, non deve impegnare la sua intelligenza né i
suoi muscoli, ma aspettare solamente l’esito della sorte (De Luca, 2001).
Numerose ricerche condotte negli Stati Uniti, in Canada, ma anche in Europa (in
particolare, Spagna e Gran Bretagna) dimostrano come il rischio di diventare giocatore
patologico o compulsivo per gli utenti del Bingo è molto più alto rispetto agli altri giochi
d’azzardo (si stima che circa il 6-10% dei frequentatori delle sale è a rischio di diventare
un giocatore patologico).
La prima apparizione del Bingo in Italia risale al Festival dell’Unità del 1999 (Roma,
Antico mattatoio, luglio-settembre); è stato, poi, autorizzato con il Decreto Ministeriale, no
29, del 31 gennaio 2000.
3
Il Bingo si gioca in apposite sale aperte tutti i giorni, compresi i festivi, per 8 ore,
tuttavia esiste già la proposta di portare tale apertura a 16 ore. L’estrazione dei numeri ha
un andamento monotono, ma un ritmo incalzante; i numeri annunciati sono
immediatamente segnati sui monitor e tabelloni lampeggianti. Si vince con la cinquina
(cioè completando una riga con cinque numeri) e successivamente con il Bingo
(completando tutti i numeri di una cartella); il tutto dura circa sei minuti per un totale di 10
partite l’ora. La riscossione del premio è immediata ed è associata alla consegna di un
appariscente trofeo, che alimenta i sogni di vittoria dei giocatori ed invita i perdenti a
rimettere mano al portafogli, per l’acquisto di nuove cartelle, che i venditori ricominciano
subito a distribuire, per la prossima partita. Questa dinamica costituisce un vero e proprio
rinforzo che spinge a continuare a giocare ed a sfidare la sorte. I giocatori possono
acquistare un numero illimitato di cartelle, poiché alcuni tavoli posti lateralmente nella sala
sono dotati di particolari monitor, mediante i quali il giocatore può acquistare delle cartelle
“virtuali”. In questo modo, il gioco si velocizza. La posta impegnata per ogni partita,
esigua solo in apparenza, si moltiplica per la serie di partite giornaliere e porta al tracollo
psicologico ed economico del frequentatore assiduo, che potrebbe divenire una facile preda
degli usurai.
Come per il videopoker, la Cattedra di Psicologia di Comunità dell’Università di
Palermo, ha condotto di recente un’indagine nelle sale Bingo della provincia di Agrigento,
finalizzata ad analizzare, in particolare, le caratteristiche dei giocatori di Bingo – le loro
abitudini di gioco, il modo in cui percepiscono il Bingo, le motivazioni che spingono a
giocare, la superstizione, i rapporti sociali, il livello di problematicità del loro gioco,
nonché il grado in cui i giocatori tendono ad attribuire a se stessi o all’esterno (caso, fato,
ecc.) le cause degli eventi che accadono quotidianamente –. Dall’analisi dei dati raccolti
attraverso un questionario somministrato a 80 giocatori, è stato tracciato l’identikit del
giocatore tipo e sono state tratte alcune conclusioni: il Bingo attrae persone che non
avevano mai giocato prima e, tra queste, molte donne ed anziani; attira, in particolare, per
la sua la facilità, mentre la velocità è la caratteristica meno gradita. Nonostante gli
intervistati non risultino essere giocatori problematici – tant’è che percepiscono il Bingo
come un modo per divertirsi e passare un’ora in compagnia di familiari ed amici o solo per
circondarsi di gente –, è presente una non trascurabile percentuale di giocatori “a rischio”,
soprattutto tra i maschi abituali. In conclusione, emerge un quadro generale positivo che
vede il Bingo come un passatempo divertente e socializzante e come un modo per evadere
dalla routine quotidiana; tuttavia, non bisogna sottovalutare la presenza di soggetti per i
quali il gioco rischia di superare i “confini della normalità”.
Questo scenario non deve, tuttavia, condurci alla demonizzazione dei nuovi giochi
d’azzardo, tant’è che alcune ricerche cominciano a focalizzare l’attenzione proprio sui
benefici arrecati da queste forme di gioco – pensiamo, per esempio, ad una ricerca condotta
4
dall’Università di Alberta (2002) sul Bingo, a partire da una prospettiva di benessere,
confermata peraltro dai dati emersi –; tuttavia, non dobbiamo allo stesso tempo perdere di
vista le possibili conseguenze negative che potrebbero derivarne. Ne è una dimostrazione il
lavoro che noi stessi abbiamo condotto sul Bingo e che qui presentiamo.
2. Un contributo di ricerca sul Bingo
La presente ricerca empirico-descrittiva è stata promossa dalla Cattedra di Psicologia di
Comunità dell’Università degli Studi di Palermo, con l’intento di fornire un contributo
all’analisi e comprensione del complesso fenomeno del gioco sociale e, in particolare, del
gioco del Bingo. Si sono voluti indagare gli aspetti caratteristici delle sale Bingo, dei suoi
frequentatori e l’impatto che, a pochi mesi dalla loro apertura, esse hanno avuto tra i
giocatori della città di Agrigento e provincia.
2.1 Metodologia e strumenti
L’indagine è stata condotta in due diverse fasi: in un primo momento è stato svolto un
lavoro di osservazione e successivamente si è proceduto alla somministrazione del
protocollo di ricerca.
L’osservazione è stata svolta presso la sala Bingo di Agrigento per un periodo di circa
10 giorni consecutivi, coprendo sia il week-end che i giorni feriali, in diverse fasce orarie,
in modo da avere una visione più completa sull’andamento del fenomeno e sulle dinamiche
di gioco e dei giocatori di Bingo. Questa prima fase è stata un utile punto di partenza per
lo studio di un gioco che, essendo di recente introduzione, è ancora abbastanza sconosciuto
in Italia; inoltre, da questo lavoro preliminare sono emersi importanti spunti e quesiti, che
sono serviti per la messa a punto di un questionario, utilizzato nella presente ricerca.
In un secondo momento si è proceduto alla somministrazione di un protocollo composto
da:
1. La scala di controllo I-E di Rotter
2. La Poker-Machine Gambling Scale
3. Un questionario costruito “ad hoc” per la ricerca
4. Una scheda anamnestica.
La scala di controllo I-E di Rotter – nella versione italiana elaborata da Giovanna Nigro
(1983) – misura la dimensione di personalità nota come locus of control. Un individuo con
locus of control “interno” tende ad attribuire il successo o l’insuccesso a se stesso, alle
5
proprie capacità ed abilità, mentre un individuo “esterno” tende ad attribuirli al caso, alla
fortuna o al destino.
In diverse ricerche, su locus of control e gioco d’azzardo (Dickerson, 1984), è emerso
che chi ha sviluppato un controllo interno sceglie i giochi di abilità mentre chi ha un locus
of control esterno preferisce i giochi d’azzardo; inoltre è più probabile che i soggetti interni
giochino di più in seguito ad una sconfitta percepita come conseguenza della loro mancata
abilità.
La Poker-Machine Gambling Scale (PGS) ha l’obiettivo di verificare il livello di
problematicità al gioco. Questo strumento è una rielaborazione italiana del questionario
americano College Student Gambling Inventory (Mc Cown, 1997; cit. in Lavanco, 2001),
curata da Lavanco e Varveri, e che attualmente è in fase di standardizzazione.
Si tratta di una scala composta da 22 affermazioni che si riferiscono: alla quantità di
tempo e denaro speso nel gioco; alle motivazioni che spingono al gioco; alla presenza o
meno di un forte impulso a giocare e di sensi di colpa ad esso legati; al livello di
gratificazione legato al gioco; infine, alla percezione che il giocatore ha del giudizio di
amici e familiari.
Il soggetto intervistato deve segnare il proprio grado di accordo ad ogni affermazione
proposta, scegliendo un valore compreso tra uno e sette, che rappresenta il punteggio
parziale dell’item secondo le modalità di una scala Likert. Il punteggio totale oscilla tra un
minimo di 0 ed un massimo di 132; pertanto, 66 rappresenta la soglia oltre la quale si può
incominciare a parlare di problematicità di gioco.
Un questionario psico-sociale appositamente realizzato, composto da 29 items. Il
soggetto è invitato a segnare una o, quando appositamente richiesto, più risposte, tendenti
ad evidenziare le motivazioni e credenze che lo spingono al gioco del Bingo ed a fornire
una serie di informazioni generali su di esso e sul ruolo svolto nella sua vita, sia dal punto
di vista economico che da quello affettivo/relazionale.
Le informazioni raccolte da tale strumento hanno a che fare con le seguenti aree
tematiche:
1. Abitudini di gioco
2. Stato sociale del giocatore
3. Caratteristiche del gioco
4. Gioco di intrattenimento e socializzazione
5. Il Bingo crea nuovi giocatori?
6. Come il giocatore percepisce il Bingo: motivazioni, superstizione, rapporti sociali.
L’ultima parte del protocollo è costituita dalla scheda anamnestica che permette la
raccolta di informazioni socio-anagrafiche come sesso, età, luogo di residenza, stato civile
e professione; essa è composta anche da tre aree riservate, ai soggetti coniugati/conviventi,
ai soggetti separati/divorziati ed infine ai celibi/nubili che vivono con i genitori.
6
L’intero protocollo è stato somministrato, individualmente, a giocatori contattati presso
le sale Bingo di Agrigento e Villaseta (AG), nel periodo compreso tra giugno e luglio
2002.
Naturalmente, non tutti i soggetti contattati hanno voluto collaborare alla ricerca: alcuni
non terminavano il protocollo, che naturalmente veniva annullato, altri si rifiutavano fin
dall’inizio; soprattutto in questi ultimi si percepiva, e talora veniva dichiarato
esplicitamente, il timore di essere considerati “malati di gioco”. Altri ancora, pur
collaborando, hanno scelto di non rispondere alle domande del questionario riguardanti,
soprattutto, il giudizio che i familiari esprimevano sul loro gioco. Altre difficoltà si sono
manifestate a causa dello scarso livello di scolarizzazione incontrato soprattutto tra gli
anziani giocatori, i quali mostravano grosse difficoltà nella comprensione degli items
proposti, che spesso li portava ad un rifiuto o altrimenti alla richiesta di un costante
supporto. Molti giocatori, viceversa, superata talora un’iniziale diffidenza, hanno richiesto
volontariamente la somministrazione dei test, spinti dalla curiosità che nasceva anche in
virtù del passaparola tra i giocatori.
2.2 Il gruppo coinvolto
Il gruppo coinvolto nell’indagine è composto da 80 soggetti (N = 80), di cui 44 maschi
(55,0%) e 36 femmine (45,0%), selezionati casualmente tra i frequentatori abituali ed
occasionali delle sale Bingo di Agrigento e Villaseta (AG); nonostante il numero dei
giocatori maschi risulti più elevato, è molto interessante notare l’alta percentuale di
femmine che frequentano la sala.
Il gruppo ha una età compresa tra 16 e 67 anni (Tabella 1); la maggior parte dei soggetti
è concentrata nelle due fasce di età comprese tra 21-30 e 31-40 anni, che raccolgono
rispettivamente il 33,8% ed il 30,0% del totale degli intervistati, senza significative
differenze tra maschi e femmine. La percentuale dei soggetti oltre i 60 anni, pari al 3,8%,
risulta leggermente inferiore al dato reale, a causa delle difficoltà incontrate nella
somministrazione del protocollo, di cui si è parlato nel precedente paragrafo.
7
Tabella 1
Classi
< 20
21 - 30
31 - 40
41 - 50
51 - 60
oltre 60
Totali
N
1
15
13
6
8
1
44
Distribuzione del campione per classi di età
Maschi
Femmine
%
N
%
2,3
2
5,5
34,1
12
33,3
29,5
11
30,6
13,6
6
16,7
18,2
3
8,3
2,3
2
5,6
100,0
36
100,0
Totale
N
3
27
24
12
11
3
80
%
3,7
33,8
30,0
15,0
13,7
3,8
100,0
L’età media del gruppo è pari a 36,8 anni, con una lieve differenza tra i maschi (37,6) e
le femmine (35,9), e rispecchia la situazione realmente riscontrata nelle sale Bingo. La
presenza dei giovani è molto rilevante, soprattutto nei fine settimana e nelle ore notturne.
Rispetto al livello di scolarizzazione, il 46,2% dei soggetti possiede un diploma di
licenza media superiore, il 26,3% quello di licenza media inferiore, il 10,0% la licenza
elementare, l’8,7% si è laureato, mentre il 3,8% dichiara di non avere nessun titolo di
studio.
Il 45,0% dei soggetti è coniugato, il 47,5% celibe/nubile, il 5,0% divorziato ed il 2,5%
vedovo; quasi tutti vivono con i familiari (90,0%), coniugi e figli o genitori.
In prevalenza, nel gruppo sono presenti soggetti che svolgono la professione di
impiegato (35,0%), a cui seguono disoccupati (15,0%), casalinghe (11,3%) e pensionati
con il 5,0%; anche tra i consorti dei soggetti coniugati, emerge la professione di impiegato
(25,0%), seguita da artigiani (13,9%) e disoccupati (11,1%). Tra le mogli dei giocatori il
40,0% non produce reddito, trattandosi, perlopiù, di casalinghe e disoccupate, mentre il
18,8% dei mariti è pensionato.
3. Analisi dei dati
Una lettura generale dei dati raccolti ci consente di definire l’identikit del giocatore di
Bingo emerso dalla nostra indagine: si tratta di uomo di circa 37 anni, con un livello
d’istruzione medio-superiore, appartenente al ceto medio; svolge la professione di
impiegato, ha accanto a sé una compagna anch’essa impiegata o casalinga, e non presenta
particolari problemi economici. È un giocatore non problematico.
8
L’analisi più accurata dei dati, ha aggiunto elementi più dettagliati rispetto a questa
“sterile” descrizione; qui di seguito le informazioni approfondite emerse dall’analisi dei
singoli strumenti utilizzati per la ricerca.
3.1 Analisi dei dati ottenuti attraverso il questionario
Per ciascun item del questionario costruito ad hoc per l’indagine, sono state calcolate le
frequenze relative, corrispondenti alle alternative proposte, in funzione delle variabili sesso
e frequenza al gioco; si è, inoltre, proceduto a verificare l’esistenza di una eventuale
relazione di dipendenza tra le variabili indipendenti ora definite e la variabile oggetto
dell’item, utilizzando il test χ 2 . Decidiamo di discutere, in questa sede, i dati risultati
significativi al test χ2 .
I giocatori sono stati suddivisi in abituali e sociali in funzione della frequenza al gioco;
sono stati considerati abituali coloro che frequentano la sala Bingo almeno tre volte la
settimana, mentre sociali quelli che vi si recano fino a due volte la settimana. I giocatori
abituali sono il 33,7% dell’intero gruppo coinvolto, con le femmine che presentano un dato
percentuale (38,9%) più elevato rispetto a quello dei maschi (29,5%); i giocatori sociali
sono il 66,3% del gruppo e, viceversa fra questi, i maschi (70,5%) prevalgono sulle
femmine (61,1%). Tra gli abituali, gli uomini frequentano la sala Bingo, prevalentemente,
ogni giorno (13,6%), le donne, invece, tre volte la settimana (27,8%); tra i sociali non vi
sono sostanziali differenze tra uomini e donne (Tabella 2).
Tabella 2
Frequenza al gioco (%)
Giocatori
M
F
Tot.
Ogni giorno
13,6
2,8
8,8
Abituali Più di tre volte settimana
6,8
8,3
7,5
Tre volte settimana
9,1
27,8
17,4
Una/due volte settimana
34,1
27,8
31,3
Sociali Una volta al mese
0,0
5,5
2,5
Occasionalmente
36,4
27,8
32,5
Totali
100,0 100,0 100,0
M
F
Tot.
29,5
38,9
33,7
70,5
61,1
66,3
100,0
100,0
100,0
Il giocatore tipo rimane in sala mediamente un’ora (33,8%) e compra una cartella per
partita (73,8%), tuttavia è alta anche la percentuale di quelli che affermano di giocare per
più di tre ore (20,0%); il 10,0% dei soggetti afferma di acquistare in ogni partita tutte le
9
cartelle che riesce a controllare e di essi il 63,0% è giocatore abituale. Significativa è la
differenza esistente tra sociali e abituali: i primi rimangono in sala prevalentemente un’ora
(39,6%) al massimo due (24,5%); gli abituali, invece, presentano un andamento
percentuale crescente in funzione del tempo di gioco, con un picco in corrispondenza ad un
intrattenimento in sala per più di tre ore (37,0%). Un’altra differenza si ha nei tempi
minimi di gioco, dai quali risulta che solo il 3,7% degli abituali gioca per meno di trenta
minuti, mentre più alta è la percentuale dei sociali (15,1%) (Tabella 3).
Tabella 3
Meno di 30 min.
30 minuti
1 ora
2 ore
Più di tre ore
Totali
Maschi
15,9
6,8
34,1
25,0
18,2
100,0
Tempo di gioco (%)
Femmine
Abituali
Sociali
5,6
3,7
15,1
11,1
7,4
9,4
33,3
22,2
39,6
27,8
29,7
24,5
22,2
37,0
11,4
100,0
100,0
100,0
p<0,05
Totale
11,2
8,8
33,8
26,2
20,0
100,0
Caratteristiche del gioco
La sala Bingo è considerata un ambiente ideale per tutta la famiglia dal 20,2% delle
femmine; gli uomini sembrano, invece, più interessati alle caratteristiche tipiche del gioco,
come ricevere il trofeo dopo la vittoria (15,2%), la riscossione immediata della vincita
(10,4%), restando comodamente seduti (15,2%); entrambi sono attratti dalla facilità del
gioco (11, 4%).
Il gioco, dunque, piace parecchio, tanto che alla domanda su cosa si cambierebbe del
Bingo il 45,0% delle donne e il 31,0% degli uomini non cambierebbe nulla; la critica più
grande viene mossa alla velocità del gioco (22,4%) che però è la sua caratteristica
principale.
Come il giocatore percepisce il Bingo
La sala Bingo è considerata un amico (55,0%) col quale è piacevole trascorrere il tempo
(43,3%) e stare in compagnia (13,1% dei maschi); si ritiene, inoltre, il Bingo divertente
(13,5%) e rilassante (17,1% degli abituali) e naturalmente si gioca anche per vincere soldi
10
(10,6%). Per il 10,0% del gruppo si è accesa la passione per il Bingo, ritenendolo quasi un
amante.
La sensazione più forte provata da chi gioca è di stare in compagnia (43,8%), un po’
felicemente (16,3%) e un po’ stupidamente (17,5%), mentre nessuno si sente infelice
durante il gioco. Tra i giocatori sociali il Bingo non suscita alcuna sensazione di potenza,
al contrario, il 14,8% degli abituali sembra provare tale sensazione; inoltre, nessun
giocatore abituale e nessuna donna, si sente impotente dinanzi al gioco, probabilmente
perché si ha l’impressione di controllarlo e la convinzione che le proprie possibilità di
vincita siano superiori che nella realtà.
Se andiamo ad analizzare la percezione di successo nel gioco, troviamo un generale
accordo, tra gli scommettitori, nel ritenere piuttosto alta la probabilità di perdere (14,8%, si
perde sempre; 62,5% a volte si vince), soprattutto tra gli abituali (3,6%; a volte si perde) e
le donne (7,7%; a volte si perde), dove sono basse le percentuali di coloro che ritengono di
vincere spesso; al contrario tra i maschi (18,4%; a volte si perde) ed i giocatori sociali
(18,3%; a volte si perde) sembra leggermente più elevata la percezione di vincita. Nessuno
degli intervistati ha dichiarato di vincere sempre e su tale affermazione tutti quanti
sembrano d’accordo.
Tuttavia, la percezione dell’influenza del Bingo sull’economia familiare è neutrale per la
maggior parte dei soggetti del nostro gruppo; infatti, per il 68,8%, esso non dà né toglie
soldi alla famiglia, con un sostanziale accordo tra tutte le categorie da noi individuate.
Bisogna sottolineare, tuttavia, che per un 25,0% del gruppo il Bingo toglie soldi alla
propria famiglia.
Il gruppo coinvolto nella nostra indagine considera, in effetti, il Bingo un gioco dove è
importante il ruolo svolto dalla fortuna (21,3%) – in particolar modo le donne – anche se il
13,8% confida nella propria abilità ed il 7,5% nella propria competenza; il 36,3% dei
giocatori considera il Bingo un modo come un altro per fare fortuna, si tratta, del resto, di
soggetti che partecipano o partecipavano ad altre forme di gioco.
Oltre a credere alla fortuna il nostro gruppo risulta anche superstizioso, mettendo in
atto, gesti, riti ed azioni, allo scopo di dirigere il caso a proprio favore. Dall’analisi dei dati,
gli abituali sono risultati molto più superstiziosi dei giocatori sociali, scegliendo sempre lo
stesso posto (32,1%), cambiando posto durante la serata (25,0%) ed, infine, cercando il
tavolo con il loro venditore preferito (32,1%); il 60,0% dei sociali, al contrario, sembra non
affidarsi tanto ai riti scaramantici sedendosi, per esempio, dove capita (Tabella 4).
11
Tabella 4
Criterio di scelta del tavolo (%)
Maschi Femmine Abituali Sociali
Si sceglie sempre lo stesso posto
17,4
16,2
32,1
9,1
Si cambia posto durante la serata
21,7
21,6
25,0
20,0
Quello con il venditore preferito
15,2
21,6
32,1
10,9
Ci si siede dove capita
45,7
40,6
10,8
60,0
Totali
100,0
100,0
100,0
100,0
p<0,001
Totale
16,9
21,7
18,1
43,3
100,0
I giocatori dichiarano di avere un buon rapporto con i loro familiari, dai quali pensano
di essere amati (85,0%) e considerano, inoltre, la famiglia luogo d’amore (53,6%), serenità
(28,6%) e soddisfazione (9,5%). I familiari dei nostri soggetti, sembrano assumere un
atteggiamento ambiguo rispetto all’attività di gioco dei loro cari, dividendosi equamente
tra critiche (18,8%) ed incoraggiamenti (18,8%), anche nelle sotto categorie dei sociali
(17,0%) ed abituali (22,2%). Il 29,5% dei maschi non dice ai propri familiari che gioca ed
il 20,5% si sente da essi criticato; nello stesso tempo, essi ricevono maggiore
incoraggiamento dagli amici (18,2%), con i quali, forse, condividono la passione per il
gioco. Le donne che, come abbiamo già visto, si recano a giocare soprattutto con i
familiari, si sentono da questi più incoraggiate (25,0%), ma ricevono le critiche dagli amici
(36,1%). Il giudizio degli amici sembra più critico (44,4%) anche nei riguardi degli
abituali, probabilmente perché molti di essi, come abbiamo visto, si recano in sala con la
famiglia.
Gioco di intrattenimento e di socializzazione
Uno degli argomenti più discussi sul Bingo riguarda la possibilità o meno di
socializzare all’interno delle sale; abbiamo, perciò, considerato i seguenti aspetti: con chi si
va a giocare, con chi si preferisce stare al tavolo, se si conoscono nuove persone ed i
rapporti che si instaurano con esse. Il 37,8% delle femmine si reca in sala con figli e mariti
ed il 21,6% con il partner, confermandola luogo ideale per tutta la famiglia, probabilmente
perché sicuro, accogliente e fornito anche di servizi di ristorazione e ludoteca per i
bambini. Il 16,2% di esse vi si reca, invece, da sola, sceglie di sedersi da sola (16,7%) e vi
trascorre la maggior parte del tempo libero (10,1%), manifestando, così, un particolare
interesse per il gioco. I maschi preferiscono andare a giocare con gli amici (38,3%) o da
soli (19,1%), mostrando, però, maggiore propensione verso la socializzazione, sedendosi
con persone che non conoscono (9,1%). In generale, comunque, il gruppo sceglie di
sedersi con persone che conosce (76,3%) non concedendo, sembrerebbe, molto spazio alla
12
possibilità di fare nuovi incontri. Lo scenario sinora descritto viene arricchito anche da un
confronto fra abituali e sociali: i primi prevalgono sia tra coloro che si recano da soli in
sala (26,7%), sia tra quelli che scelgono di sedersi da soli (25,9%); mentre, i sociali
preferiscono andare in compagnia e stare in compagnia anche di persone che non si
conoscono (11,3%) (Tabella 5).
Tabella 5
Con chi si va a giocare (%)
Abit. Soc.
Con la famiglia
33,3
26,4
Con il partner
16,7
22,6
Da solo
26,7
13,2
Con gli amici
23,3
37,8
Totali
100,0 100,0
Con chi si preferisce stare al tavolo (%)
Abit.
Soc.
Con persone che si conoscono
70,4
79,2
Con persone che non si conoscono
3,7
11,3
Da solo
25,9
5,7
Risposte mancanti
0,0
3,8
Totali
100,0 100,0
p<0,05
Tuttavia, alla domanda “frequentando la sala Bingo si conoscono persone nuove?”,
l’81,3% degli intervistati risponde positivamente, ma solamente una parte di loro sembra
instaurare un rapporto di amicizia, incontrandosi anche fuori (18,5%) o sedendosi nello
stesso tavolo (21,5%); tale tendenza appare, inoltre, meno accentuata nelle femmine, le
quali hanno, più che altro, risposto di rivedersi solo in sala (62,1%). Da un confronto tra
abituali e sociali emerge, inoltre, che i primi tendono a vivere i momenti di socializzazione,
con i compagni di gioco, prevalentemente all’interno della sala, preferendo averli allo
stesso tavolo (30,4%), mentre i sociali li estendono anche fuori (21,4%).
Situazione economica dei giocatori
Solo il 5,0% dei soggetti intervistati dichiara una situazione economica disastrosa ed il
7,5% precaria, ma è interessante notare che tali percentuali sono più alte tra gli abituali
(disastrosa, 11,1%; precaria, 14,8%); la restante parte afferma di non avere problemi
finanziari manifestando una situazione economica discreta (48,8%), buona (32,5%) ed
agiata (3,8%).
Il proprio lavoro è la principale fonte di denaro per i maschi (90,9%) e per le femmine
(55,6%), le quali però attingono anche da genitori (13,9%), coniugi (11,1%) e dalla loro
pensione (11,1%); sembra, inoltre, che nessuno degli intervistati chieda in prestito denaro
per il gioco a banche, amici o ad estranei.
Il Bingo crea nuovi giocatori?
13
Il 17,5% dei nostri soggetti ha dichiarato di non essersi mai avvicinato al gioco prima
dell’apertura della sala Bingo e, sono principalmente le femmine le neo giocatrici (30,6%),
gli uomini invece si dilettavano già in altri giochi ed il 40,9% di essi giocava spesso.
I soggetti intervistati, da buoni Italiani, si confermano un “popolo di giocatori” con
l’82,5% di essi che si reca alle ricevitorie dividendosi tra Lotto (26,5%), SuperEnalotto
(23,9%) e Totocalcio (23,1%). Tra i giochi preferiti dalle donne troviamo il Lotto, con il
33,3% di preferenze, che risulta in generale il gioco più amato (26,5%). Particolarmente
interessante è la percentuale di giocatori abituali di Bingo, che afferma di non aver mai
giocato prima dell’apertura delle sale (40,7%), mentre l’84,9% dei sociali tentava già la
sorte.
È interessante notare come il Bingo, oltre ad aver creato nuovi giocatori, ha attratto
anche vecchi scommettitori, tanto che è in calo la percentuale totale degli appassionati dei
giochi tradizionali (68,8%).
Si nota anche che le femmine, probabilmente grazie al Bingo, riscoprono il piacere del
Lotto, con un dato che si impenna dal 33,3% al 45,8% (Tabella 6).
Tabella 6
Abitudini di gioco dopo l'apertura della sala Bingo (%)
M
F
Abit. Soc. Tot.
Si, gioco solo al Bingo
11,4 55,6 48,1 22,6 31,2
M
F
Tot.
Totip
1,3
4,2
2,0
SuperEnalotto
31,6 20,8 29,0
Totocalcio
19,7 12,5 18,0
No Scommesse sportive
13,2 12,5 13,0 88,6 44,4 51,9 77,4 68,8
Lotto
19,7 45,8 26,0
Videopoker
6,6
4,2
6,0
Altro
7,9
0,0
6,0
Totali
100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0
p<0,001
p<0,05
3.2 Analisi dei dati ottenuti attraverso la Scala di Controllo I-E di Rotter
Dopo aver terminato l’elaborazione dei dati relativi al questionario, ci proponiamo di
analizzare i risultati ottenuti nella scala di controllo I-E di Rotter.
Abbiamo calcolato media e deviazione standard dei punteggi, sia rispetto al totale del
gruppo, che alle sottocategorie individuate nella nostra indagine.
14
Da una prima lettura dei dati, mediamente, il totale dei soggetti sembra orientato verso
l’internalità, tranne le donne che risultano leggermente tendenti verso l’esternalità. Queste
ultime, probabilmente, ritengono che il loro successo o insuccesso dipenda più dal caso,
mentre sembra che i maschi credano meno al destino e tendano a considerare le vincite o le
perdite come dipendenti da se stessi e dalle loro capacità (Tabella 7).
Tabella 7
Maschi
N.44
Femmine
N. 36
Abituali
N. 27
Sociali
N. 53
Totale
N. 80
Media
10,1
11,8
10,9
10,8
10,8
Deviazione
Standard
3,3
2,8
3,1
3,2
3,2
p<.01
Se compariamo le percentuali relative alla variabile “frequenza al gioco”, tanto gli
abituali che i sociali seguono l’andamento generale già evidenziato.
I dati raccolti confermano la vasta letteratura sul locus of control che indica nelle donne
una più alta tendenza all’esternalità, legata al ruolo sessuale femminile così come definito
dal contesto sociale occidentale (Nigro, 1985).
Infine, abbiamo verificato, mediante il coefficiente “r” di Pearson, se vi fosse
correlazione lineare tra l’età degli intervistati ed i punteggi da essi ottenuti alla scala di
controllo I-E di Rotter. Tale coefficiente, che può assumere tutti i valori compresi tra -1
(quando tra le due variabili esiste una concordanza lineare negativa perfetta) e +1 (quando
esiste una concordanza lineare positiva perfetta), nel nostro caso è risultato vicino allo zero
(r=-0,069), il che indica una assenza di correlazione lineare tra la variabile età ed i
punteggi del Rotter.
3.3 Analisi dei dati ottenuti attraverso il Poker-Machine Gambling Scale
Concludiamo l’analisi dei dati raccolti nella nostra indagine, con l’elaborazione dei
punteggi ottenuti nel Poker-Machine Gambling Scale (PGS) (Tabella 8).
Anche in questo caso non è stata trovata una correlazione lineare tra l’età dei nostri
soggetti ed i punteggi ottenuti alla PGS (r=0,0097), né tantomeno tra i punteggi ottenuti al
Rotter e quelli ottenuti alla PGS (r=0,191). È stato, inoltre, effettuato il calcolo del test
parametrico z, per il confronto fra le differenze delle medie di ogni singolo item e delle
medie totali; lì dove riscontrato, è stato indicato il corrispondente livello di significatività
avendo assunto, così come fatto per il test χ 2, una probabilità critica pari al 5,0% (p=0,05).
15
Da una prima analisi dei punteggi totali, emerge un valore medio di 36,1 (deviazione
standard 25,4), pertanto il nostro gruppo si mantiene al di sotto della soglia di
problematicità (66); anche i giocatori abituali, che presentano il punteggio medio più alto
(41,7), si mantengono, comunque, al di sotto di tale livello.
Si gioca soprattutto per divertirsi e sono principalmente gli abituali a manifestare un
significativo grado di accordo con tale stato emotivo (Tabella 9); il gioco non è, tuttavia,
l’unica modalità di svago che i nostri soggetti sembrano preferire, né tantomeno un modo
per ridurre la noia o per dimenticare i problemi (Items 3, 5, 13, 14, 22).
Tabella 9
Ci si diverte giocando (%)
Grado di
accordo
Maschi
Femmine
0
1
2
3
4
5
6
Totali
15,9
11,4
15,9
15,9
9,1
9,1
22,7
100,0
13,9
2,8
8,3
19,4
19,4
8,3
27,9
100,0
16
Abituali
Sociali
Totale
7,4
18,9
7,4
7,5
18,5
9,4
0,0
26,4
22,2
9,4
18,5
3,8
26,0
24,6
100,0
100,0
p<0,05
15,0
7,5
12,5
17,5
13,8
8,8
24,9
100,0
Tabella 8
Poker Machine Gambling Scale: media e deviazione standard dei punteggi
N
Maschi
Femmine
Abituali
Sociali
Totale
Dev.
Dev.
Dev.
Dev.
Dev.
Media
Media
Media
Media
Media
stand.
stand.
stand.
stand.
stand.
Item
1
2
3
4
Spendo, per giocare, più soldi di quanto avessi pensato.
Il gioco toglie tempo al mio studio o al mio lavoro.
Quando esco solo il gioco mi fa divertire veramente.
Mi sento colpevole di aver giocato eccessivamente.
2,2
0,9
2,0
2,2
2,1
1,4
2,2
2,2
1,9
0,8
1,7
2,5
1,6
1,5
1,9
2,1
2,0
1,4
2,1
2,4
1,9
1,9
2,1
2,0
2,1
0,5
1,7
2,3
1,9
1,1
2,0
2,3
2,1
0,8
1,8
2,3
1,9
1,4
2,0
2,2
5
6
7
8
Gioco per ridurre la noia.
Gioco più a lungo di quanto stabilisco inizialmente.
Sono preoccupato del mio gioco.
Avrei meno problemi economici se non giocassi.
2,5
2,3
1,2
1,6
2,2
2,2
1,9
2,3
2,5
3,1
1,2
2,0
2,1
1,9
1,6
2,2
2,7
3,1
1,4
2,3
2,1
1,9
1,7
2,2
2,4
2,4
1,1
1,5
2,1
2,2
1,7
2,3
2,5
2,7
1,2
1,8
2,1
2,1
1,7
2,3
9 Avrei più denaro da spendere se non giocassi.
10 Quando perdo al gioco voglio continuare finché non ritorno a vincere.
11 Prendo a prestito denaro per giocare.
2,5
2,0
0,6
2,4
2,3
1,2
2,5
2,1
0,1
2,4
1,9
0,4
2,3
2,5
0,3
2,2
2,1
0,7
2,6
1,8
0,4
2,5
2,1
1,1
2,5
2,1
0,4
2,4
2,1
1,0
12
13
14
15
Sono preoccupato di dovere denaro a persone a causa del gioco.
Credo che il gioco renda migliori le mie giornate.
Gioco per dimenticare i problemi.
La mia famiglia pensa che io giochi molto.
1,1
1,0
1,6
1,5
2,1
1,4
2,1
2,1
0,4
1,5
1,8
1,0
1,4
1,6
2,2
1,5
0,9
1,2
1,8
1,3
1,9
1,3
2,1
1,7
0,8
1,3
1,7
1,3
1,8
1,6
2,1
1,9
0,8
1,2
1,7
1,3
1,8
1,5
2,1
1,9
16
17
18
19
I miei amici pensano che io giochi molto.
Qualche volta gioco di nascosto, così nessuno saprà che lo sto facendo.
Qualche volta sono a corto di denaro per aver giocato troppo.
Sento che potrei avere una vita migliore se non giocassi così tanto.
1,5
1,2
1,7
1,7
1,9
1,9
2,3
2,3
1,3
0,7
1,2
1,5
1,6
1,5
1,7
1,9
1,9
1,4
1,9
1,9
1,9
2,0
2,1
2,0
1,1
0,8
1,2
1,4
1,6
1,6
1,9
2,2
1,4
1,0
1,5
1,6
1,8
1,8
2,0
2,1
0,5
1,8
3,1
36,5
1,2
2,1
2,1
27,8
0,3
1,9
3,6
35,6
0,7
2,1
2,0
22,1
0,7
2,4
3,8
41,7
1,1
2,1
1,9
25,4
0,2
1,5
3,1
33,3
0,9
2,0
2,1
24,9
0,4
1,8
3,3
36,1
1,0
2,1
2,1
25,4
20 Gioco quando so che dovrei studiare o lavorare.
21 Ho un forte impulso a giocare.
22 Mi diverto giocando.
Totale
* p<0,05
** p<0,01
° p<0,005
°° p<0,001
L’impulso al gioco è più forte negli abituali e nelle donne, i quali tendono
maggiormente a rincorrere la perdita e ritrovandosi, talora, a giocare più a lungo di quanto
inizialmente stabilito, sembrano provare un certo senso di colpa per il loro gioco eccessivo
(Items, 6, 10, 21). Nel complesso però, il giocatore medio, non ritiene di spendere molto
tempo nel gioco che, inoltre, non interferisce in alcun modo né col lavoro né con lo studio
dei nostri soggetti (Items 2, 20).
Negli items (1, 8, 9, 11, 12, 18) inerenti il rapporto tra attività ludica e denaro speso, lo
scommettitore medio sembra riservare al gioco una piccola quantità del suo reddito;
raramente egli si ritiene a corto di soldi o con problemi economici legati al gioco, tuttavia
pensa che avrebbe più denaro da spendere se non giocasse. Egli, inoltre, non prende soldi
a prestito e non manifesta alcuna preoccupazione a tal riguardo. Tra le sottocategorie, è il
17
p
*
°
**
*
°°
°°
°
**
*
°
°°
giocatore abituale a percepire qualche problema economico legato al suo gioco (Tabella
10).
Tabella 10
Probemi economici legati al gioco (%)
Grado di
accordo
Maschi
Femmine
0
1
2
3
4
5
6
Totali
56,7
11,4
6,8
2,3
2,3
2,3
18,2
100,0
44,4
5,6
13,9
11,1
8,3
2,8
13,9
100,0
Abituali
Sociali
Totale
40,7
56,6
0,0
13,2
18,5
5,7
11,1
3,8
7,4
3,8
7,4
0,0
14,9
16,9
100,0
100,0
p<0,05
51,2
8,8
10,0
6,3
5,0
2,5
16,2
100,0
Nella sfera relazionale, il gioco viene vissuto con serenità, non si percepiscono critiche
o malumori da amici e familiari né tantomeno si tende a nascondere il proprio gioco (Items
15, 16, 17). Sembra pertanto che, a pochi mesi dall’apertura delle sale Bingo, il gioco
rappresenti un innocuo “passatempo” ed appartenga, esclusivamente, ad una dimensione
ludica e piacevole della vita.
Se andiamo ad analizzare, invece, la percentuale dei soggetti che si trovano al di sopra
della soglia di problematicità di 66 punti, ci accorgiamo che essi risultano il 15,0% del
nostro gruppo, il che rappresenta un dato da non sottovalutare. Se calcoliamo, inoltre, la
stessa percentuale prendendo però come riferimento una soglia più elevata, e quindi più
discriminante, di 75 punti, otteniamo un dato del 10,0% che conferma le percentuali
riscontrate in ricerche già fatte in altri Paesi; nessuno degli intervistati ottiene punteggi
superiori a 100.
Le percentuali più elevate di problematicità sembrano riscontrarsi nei soggetti abituali
(22,2%) e nei maschi (20,5%) che, pertanto, appaiono le categorie più a rischio. Le
femmine, infine, nonostante siano le più assidue frequentatrici e quelle che più sono state
attratte dal gioco, ottengono la più bassa percentuale di problematicità (8,3%) (Tabella 11).
18
Tabella 11
Percentuali di problematicità al gioco per varie soglie (%)
Soglia
Maschi
Femmine Abituali
Sociali
>66
20,5
8,3
22,2
11,3
4. Prevenzione nelle sale e nel territorio
L’osservazione e la comprensione di tale fenomeno – obiettivo del contributo di ricerca
che presentiamo – rappresentano di certo il primo passo da effettuare per poi promuovere
interventi di prevenzione tesi ad arginare i piccoli focolai di problematicità che già
prendono forma, e per diffondere una cultura di gioco responsabile.
Da una prospettiva sociale e di comunità, prevenire le forme problematiche di gioco
d’azzardo significa:
§ valorizzare le potenzialità del gioco (senza sottovalutarne i rischi) attraverso campagne
di informazione, sensibilizzazione e prevenzione di comportamenti inadeguati, anche
tramite l’utilizzo di mass media, workshop e serate a tema, in modo da raggiungere
l’intera collettività;
§ contenere aspetti problematici che potrebbero crescere in prospettiva;
§ avviare iniziative di aggiornamento destinate sia ad operatori già impegnati in ambiti
consimili (per esempio, all’interno dei Servizi per le Tossicodipendenze o per
l’alcolismo), sia agli operatori delle agenzie di gioco (ricevitorie, tabaccherie, bar,
casinò, sale gioco).
Per prevenire la possibilità d’insorgenza di un comportamento di gioco problematico,
riteniamo fondamentale sfruttare le peculiarità e la positività del gioco stesso, puntando
alla diffusione di una “cultura del gioco” in cui siano protagonisti il divertimento e la
voglia di socializzare. L’obiettivo deve essere quello, insomma, di ricondurre il gioco ai
normali canoni dell’aspetto ludico, del divertimento, della socializzazione, proprio a partire
dai luoghi della scommessa; paradossalmente, gli ambiti adibiti alla scommessa
dovrebbero diventare i luoghi di prevenzione per eccellenza.
Al loro interno, infatti, non solo sarà possibile realizzare un monitoraggio costante di
chi si reca a giocare e dei comportamenti a rischio che mette in atto – modalità che ci
permette sia di ampliare le conoscenze sul fenomeno dell’azzardo, sia di individuare i
soggetti a rischio – ma sarà possibile anche intervenire, creando gli spazi e ritagliando i
tempi per la socializzazione, il confronto, il divertimento, la riflessione.
In sintesi, la prevenzione del gioco d’azzardo nella sua dimensione problematica si
realizza, all’interno dei luoghi della scommessa, attraverso azioni quali:
19
§
§
§
§
informazione sui rischi del gioco e sulle possibilità di aiuto
monitoraggio
colloqui di sensibilizzazione e spazi di confronto e discussione
programmi di informazione, formazione e addestramento di chi opera in tali contesti,
finalizzati al riconoscimento precoce dei vari tipi di giocatori (ricreativi, problematici,
compulsivi e professionali) ed alla possibilità di intervenire precocemente per evitare
forme autolesive nell’uso di attività di gioco d’azzardo.
La formazione degli impiegati delle sale da gioco, infatti, è necessaria per fornire gli
elementi utili al riconoscimento precoce dei segnali di rischio di gioco eccessivo –
approfittando, peraltro, della loro maggiore familiarità con i clienti e delle loro possibilità
di monitorare all’interno delle sale. Facciamo riferimento all’osservazione attenta e
sistematica di variabili quali: il tempo trascorso nel luogo adibito alla scommessa, il fatto
di recarsi più o meno di frequente in tali luoghi, la frequenza delle giocate, la somma di
denaro investita nelle scommesse, il tipo di compagnia che il giocatore sceglie nei
momenti dedicati al gioco e, più in generale, il proprio gruppo di appartenenza, il contesto
familiare e la presenza o meno di genitori che hanno avuto problemi di gioco.
Altro ambito d’intervento cruciale è la scuola, soprattutto se si considera che il gioco
d’azzardo problematico e patologico insorge spesso proprio nel periodo adolescenziale.
Una ricerca realizzata in Gran Bretagna (Fischer, 2000) su un campione di 10.000 studenti
adolescenti, ha permesso di evidenziare come il 5,6% dei ragazzi presenta problemi legati
al gioco d’azzardo; questo dato viene rinforzato, inoltre, dalle dichiarazioni della maggior
parte dei giocatori patologici, circa il periodo in cui hanno iniziato a giocare: intorno ai 1415 anni.
Accanto alle campagne informative che non demonizzino il gioco, ma che diffondano
una “cultura del gioco” che guarda ad esso come spazio libero, socializzante e come
“risorsa” per l’individuo e per la comunità, riteniamo utili interventi finalizzati
all’apprendimento o all’incremento di abilità personali e sociali. Se realmente – così come
crediamo – febbre del gioco e fuga dalla realtà coincidono perché segnalano l’impotenza
dell’uomo e l’ingovernabilità del reale, guardiamo con grande interesse a quegli interventi
volti a trasferire e rinforzare nell’individuo le competenze assertive, cognitivocomportamentali, relative alla pianificazione del tempo libero ed alla responsabilizzazione
connessa ad un buon utilizzo di esso, le abilità di decision-making, l’abitudine a porsi degli
obiettivi; e, ancora, a quegli interventi mirati a rinforzare nei giovani la loro autostima, la
capacità di controllo dei propri impulsi, la fiducia verso il futuro. Di interesse particolari
sono, anche, le strategie orientate a prevenire l’ansia e l’impulsività nei bambini, perché
aspetti strettamente correlati al gioco d’azzardo.
Non meno importanti gli interventi di prevenzione secondaria che tendono ad arginare i
sintomi del primissimo insorgere della problematica: l’inserimento in gruppi di Gamblers
20
Anonimous, lì dove presenti, o di simili iniziative
di aumentare di numero e di essere maggiormente
loro metodologia).
Infine, fondamentale è la creazione di figure
prevenire e far fronte alle situazioni di emergenza
rischiano di o si sono “ammalati per gioco”.
di auto-aiuto, che necessitano, tuttavia,
conosciute (nella loro locazione e nella
professionali specializzate che sappiano
cui possono andare incontro coloro che
5. Conclusioni
Facendo un primo bilancio, a meno di sei mesi dall’apertura delle sale oggetto
d’indagine, emerge in generale un quadro positivo, dal quale sembra che il Bingo sia
vissuto come un passatempo divertente e socializzante ed il gioco un modo per evadere
dalla routine quotidiana, per poter accedere ad una realtà parallela e fantastica, necessaria
all’uomo per mantenere l’adattamento (Lavanco, 2001).
Per i nostri intervistati, infatti, il gioco è principalmente un’abitudine settimanale, un
modo come un altro per divertirsi e passare un’ora in compagnia di familiari ed amici, o
soltanto per ritrovarsi circondati da un po’ di gente.
Nonostante il ritmo serrato di estrazione dei numeri lasci poco spazio al dialogo, i
giocatori, soprattutto maschi, considerano la sala Bingo un luogo di socializzazione, dove
poter fare nuove amicizie e condividere le fantasie di vincita ed i sogni che ad essa si
accompagnano.
Al di là dell’identikit tracciato dalla nostra ricerca, risulta notevole la presenza nelle sale
delle donne, anch’esse giovani, e non mancano nemmeno gli anziani, i quali vi amano
trascorrere il tardo pomeriggio alla ricerca di una piccola emozione derivante da un Bingo,
ma la loro presenza non è quella più rilevante.
Per le sue caratteristiche ludico-strutturali la sala Bingo è, pertanto, amata da tutta la
famiglia, che la ritiene un luogo ideale dove trascorrere tranquillamente le serate.
Sebbene la maggior parte dei nostri soggetti si dedicava, spesso o solo occasionalmente,
ad altri giochi d’azzardo, il Bingo è riuscito a catturare anche una fetta di individui che ha
dichiarato di non aver mai giocato prima; si tratta soprattutto di donne, che risultano non
soltanto le più attratte dal nuovo gioco, con una percentuale di neo giocatrici da Bingo che
prevale su quella maschile, ma anche le più assidue frequentatrici della sala, dove
preferiscono recarsi con tutta la famiglia.
Gli intervistati non pensano che il gioco sottragga tempo alla loro famiglia o ad altre
attività quotidiane e, anche se sono consapevoli che giocando spesso si perde, tuttavia, non
ritengono che questo incida sul bilancio familiare.
21
Tuttavia, nonostante i soggetti intervistati rientrino mediamente ben al disotto della
soglia di problematicità, è presente una non trascurabile percentuale di giocatori che può
essere considerata a rischio.
Essi sono principalmente i maschi abituali, mentre le donne non sembrano presentare
particolari situazioni di disagio.
Altri soggetti a rischio sono rappresentati da quegli individui che vivono in solitudine i
propri momenti di gioco, poiché ciò costituisce una delle principali vie che possono
condurre alla dipendenza. La frequenza al gioco e l’isolamento/alienazione si confermano,
così, due variabili predittive rispetto all’insorgenza del gioco problematico.
Sebbene bassa la percentuale di giocatori problematici ed altra, invece, la dimensione
sociale di questo gioco, non bisogna, sottovalutare quelle “piccole” percentuali di soggetti
per i quali il gioco ha assunto un ruolo diverso nella loro vita. Tale considerazione non
deve, ovviamente, condurci alla demonizzazione del Bingo, ma ci invita a non perdere di
vista tutte le possibili conseguenze che potrebbero derivarne.
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25
La prevenzione del gioco
eccessivo dentro e fuori il Casinò
di
Tazio Carlevaro
Convegno a Bolzano tenutosi nei giorni
13-14-15 Settembre dal titolo
“Modelli di intervento per il Gioco
d’Azzardo Patologico: dalla prevenzione al
trattamento”
1
Tazio Carlevaro
La prevenzione del gioco eccessivo dentro e fuori il Casinò
Bolzano, 13 settembre 2003
Introduzione
La prevenzione nel campo del gioco d’azzardo eccessivo è un progetto sociale che si va affermando sempre
di più. Il fatto che i Casinò abbiano posizioni esitanti nel merito, e magari non vogliano collaborare alla
prevenzione, non rende facile l’impresa.Ma è pericoloso non fare nulla: negli USA si stanno annunciando
processi contro certi Casinò.Non perché abbiano “causato” il gioco patologico, ma perché non hanno messo
in atto gli strumenti necessari per venire in aiuto di una persona in pericolo, in difficoltà, o afflitta da un
disturbo, pur sapendo che il disturbo si poteva manifestare. Insomma, una specie di “omissione di soccorso”.
E’ un’attitudine che può nuocere all’immagine del Casinò, che in una certa parte dell’opinione pubblica non
godono appunto di una buona fama.(1)
La promozione della salute e la prevenzione
La promozione della salute è quello che un tempo si chiamava la prevenzione primaria.Essa deve tenere però
conto di situazioni particolari, legate a fattori sociali o individuali.
E’ il campo della prevenzione primaria mirata.E’ una modalità d’intervento che fa uso di strumenti
sociologici e di strumenti epidemiologici. Sta a cavallo tra la promozione della salute e la prevenzione
secondaria.Si tratta di individuare qui siano i comportamenti “a rischio”,o le situazioni a rischio, e il
segmento della popolazione in cui compaiono con una certa frequenza. Si tratta anche di individuare gli
strumenti necessari per avvicinare questo segmento della popolazione, e per influenzarne il comportamento
secondo i valori della promozione della salute, ma in modo mirato al problema. La prevenzione primaria
mirata necessita di specialisti del ramo, e di una rete integrata con la cura , quando si tratta di un’affezione.
E’ indispensabile elaborare criteri per riconoscere le popolazioni a rischio di gioco eccessivo, per intervenire
in modo efficace in modo preventivo.Troviamo le caratteristiche seguenti(2)
- facilità d’accesso al gioco
- prossimità dell’occasione di gioco
- esposizione precoce al gioco (famiglia!)
- ritardo nell’accesso al lavoro
- minore organizzazione del tempo libero.Alternative sociali più care,meno accessibili,più lontane
- nessuna cultura ludica
- ricerca del brivido ordalico
- minore pressione sociale, ossia maggiore libertà
- enfasi sull’ ”avere” maggiore ricchezza disponibile.La prevenzione secondaria, nel campo del gioco
d’azzardo, mira a facilitare il riconoscimento di quei giocatori che, da giocatori sociali quali erano,
stanno diventando giocatori problematici.Sappiamo che la differenza tra gioco problematico e il
gioco patologico consiste nel livello di degrado raggiunto: non è una differenza di meccanismi.
E’ dunque un tema che dovrebbe interessare da vicino il giocatore stesso, ossia chi ama giocare con
l’azzardo, con la sua famiglia, chi si occupa di problemi medico-sociali (assistenti sociali, medici,
psicologi, tutori, educatori, etc.) e chi fornisce occasioni di gioco d’azzardo( gestori di Case da gioco).
-------------------------------------------------(1) Remmers P. (2002) : Assiste Consultancy Europe,conferenza tenuta a Melbourne ( Australia)
(2) Sten Ronnemberg et al.: Gambling and problem gambling in Sweden, may 28, 1999;
Antorini A. : La depandance au jeu auprès des adolescents.Connaitre et prevenir.Bellinzona 25 avril 2000 ;
Guerreschi C. (2003) : Il gioco d’azzardo patologico.”Liberati dal gioco patologico” e dalle altre nuove
dipendenze. Roma , edizioni Kappa.
Dorsch F.(1994, 12.Ed): Psychologisches Worterbuch. Bern, Huber.
Ladouceur (2003): Il gioco d’azzardo eccessivo, Torino, CSE;
Gonzalez Ibanez A. (1999): Trasparenti su terapia, Diagnosi, Diagnosi differenziale, Comorbidità nel gioco
d’azzardo additivo. Barcellona.
2
Si tratta di costruire una griglia di osservazione adeguata ai vari punti di vista e alle varie funzioni
nel campo del gioco d’azzardo, che ne faciliti il riconoscimento, e l’intervento precoce. In
particolare ogni attore dovrà sapere che cosa deve e può fare,e che cosa invece compete ad un
altro attore.
La prevenzione secondaria è dunque materia anche per gli specialisti.Penso agli epidemiologi, ai
clinici (psicologi,psichiatri), ai sociologi, agli specialisti di giochi e di strumenti per il gioco, ai
giuristi, agli storici, ai filosofi, agli etnologi.
Ma l’elaborazione di criteri precisi di riconoscimento di popolazioni a rischio, che tenga conto
anche di criteri medici, psicologici e sociali, è un compito difficile. Ecco una lista di criteri
specialistici, riguardanti specificatamente il gioco d’azzardo.
- Giocatore neurotico(depressivo),e giocatore impulsivo (caratteropatico o narcisista)
- Giocatore che cerca l’azione (spesso un uomo),e giocatore che cerca rifugio (spesso una
donna)
- Con altre dipendenze attive e in aumento: fumo,alcol.
Altri elementi accessibili allo specialista:
- Ereditarietà familiare, i particolare dalla madre
- Problematiche criminali pregresse
- Dipendenze non visibili (cocaina, più raramente eroina)
- Dipendenze pregresse (nicotina,alcol,cocaina,eroina…)
- Precedente gioco d’azzardo eccessivo
- PPO infantile (ex bambino iperattivo)
La prevenzione terziaria si occupa di far si che il danno dovuto al comportamento o alla
malattia, ormai presente sia all’origine di ulteriori difficoltà (riduzione del danno).Nel caso del
gioco d’azzardo patologico, la prevenzione terziaria è anche l’insieme di misure possibili per evitare
una ricaduta, o per permettere che il danno provocato non accentui il malessere sociale e personale
dell’individuo.
Comprende quindi una buona conoscenza dell’accaduto, una chiarificazione con la famiglia e con
l’ambiente, una presa a carico adeguata, che tolga la possibilità del gioco, una maturazione
famigliare, che integri l’accaduto in un vissuto dotato di senso,e una riflessione, in un gruppo o con
uno specialista, sulla prevenzione delle ricadute.
La prevenzione terziaria prevede di solito un’astinenza totale dal gioco d’azzardo. Più rari sono gli
specialisti che si immaginano una cultura, nel nostro caso, del gioco d’azzardo controllato.Ci sono
anche studiosi che propugnano un’educazione all’autonomia come compito principale, e chi invece
si limita a facilitare il controllo sociale esercitato dalla famiglia o dall’ambiente, che in tal modo
sostiene l’autocontrollo del giocatore.(3)
La Spielbankengesetz
(Legge svizzera sulle Case da gioco,1998)
La legge del 18 dicembre 1998 sulle Case da gioco mira a coniugare l’interesse economico del
paese (della Confederazione,dei Cantoni,dei Comuni), con esigenze di sicurezza (nessuno vuole
impiantare la criminalità organizzata nel nostro Paese) e di protezione delle persone in possibile
difficoltà in seguito al gioco eccessivo. Non per mettere sotto tutela il pubblico ma per preservare
l’integrità sociale.(4)
Più in generale, la Legge prevede misure organizzative, di gestione, di managment del rischi di
patologia e di vigilanza, affinché non avvengano derive pericolose.Per quanto riguarda il gioco
3
d’azzardo patologico, queste misure si riassumono nel termine di Concezione sociale
(Sozialkonzept), che deve essere elaborata da ogni singolo aspirante alla concessione per una casa
da gioco.
Le regole principali riguardano il diritto all’accesso alla Casa da gioco.
- niente minorenni, e presentazione del passaporto (serve anche a riconoscere le persone
escluse dal gioco in tutta la Svizzera)
- valgono il passaporto ONU, i passaporto per Zingari.Non vale l’attestato di apolide.
- E chi è a beneficio dell’assistenza (richiedenti l’asilo),non sono ammessi,anche se forse la
base legale dell’esclusione è giuridicamente traballante.
--------------------------------------------(3) Dorsch F. (1994): Psychologisches Worterbuch.12 Aufl. Bern, Huber.
(4)www.esbk.admin.ch
4
Altre misure riguardano il funzionamento della Casa da Gioco. Non vi si possono trovare
apparecchi automatici per ottenere denaro (postmat, bancomat); non è permesso il credito o
l’anticipo ai clienti;non è permesso concedere le attività di credito a terzi.
Il Casinò, nel suo interno, deve fare un’informazione verso i clienti, sia informandoli che il gioco
d’azzardo, per alcuni, può diventare un problema (offrendo anche gli strumenti per rendersene
conto), sia indicando dove e come può trovare consiglio ed eventualmente una cura.Ci vuole quindi
anche uno specialista interno di psicologia del gioco d’azzardo.
La Casa da gioco deve quindi anche formare i suoi operatori, dando rivelanza pratica anche alla
capacità di riconoscere e di affrontare il giocatore d’azzardo nelle fasi critiche.Per consigliarlo per il
meglio.
La Casa da gioco è tenuta ad avere un rapporto privilegiato con le Istituzioni esterne al Casinò, che
si occupano di prevenzione nel campo del gioco d’azzardo eccessivo.
La Casa da gioco può escludere un cliente per ragioni legate alla sicurezza, oppure per ragioni
legate alla problematica psichica del cliente stesso.Il cliente può chiedere di essere escluso (autodiffida).Ma può anche chiedere di essere riammesso.
E’ opportuno che di tutto questo la Casa da gioco tenga una contabilità precisa, per valutare
l’efficacia e l’efficienza delle misure adottate.
Purtroppo, la legge non ha previsto niente riguardo la ricerca scientifica. Ossia, non prevede
nessuna verifica delle misure che chiede di mettere in campo. Per questo non sappiamo nulla circa
l’efficacia degli interventi effettuati.
La nuova legge sulle lotterie
Nel 2004 sarà presentata una nuova legge sulle lotterie e sul lotto a numeri. Nelle ricevitorie,
saranno collocati apparecchi di lotteria automatica, ed altri giochi basati sull’azzardo. Il progetto di
legge attualmente in esame prevede anche un impegno per prevenire derive patologiche, forse in
forma di una concezione sociale che rifletta quella imposta ai Casinò. È possibile che la legge
prescriva una percentuale degli utili da dedicare a questo fine (forse lo 0.6% ).
La prevenzione all’esterno del casinò
Il Ticino, grazie alla attività del GIGP, e agli interventi finanziari dei casinò, è stato possibile
intervenire nel campo della prevenzione del gioco problematico.
Il gruppo di interesse per il gioco problematico (GIGP).
Tra il 1996 e il 1998, si è formato un gruppo di operatori nel campo del gioco eccessivo. Ne fanno
parte psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, assistenti sociali, infermieri, operatori di Casinò,
responsabili di concezione sociale ecc. Alcuni di loro sono psicoterapeuti. Alcuni lavorano nella
psichiatria pubblica, altri sono liberi professionisti, altri ancora sono dipendenti di casinò.
Formano una rete d’appoggio multi professionale per i giocatori patologici e per i familiari. Il
Casinò può segnalare alla rete, e la rete può rendere attento il responsabile della concezione sociale
di situazioni particolarmente difficili.
Tre terapeuti della psichiatria pubblica garantiscono la presa incarico terapeutica, quand’è richiesta,
o per bilanci o per un intervento di counselling;
le relazioni con la vicina Italia sono ottime, anche perché buona parte dei visitatori dei casinò, in
particolare Campione e Mendrisio, sono italiani. Purtroppo, il Casinò di Campione non intende
ancora collaborare per la costruzione di una rete transfrontaliera.
5
Il gruppo di auto-aiuto
Il GIGP (ossia i suoi membri psicoterapeuti) animano le riunioni del gruppo di auto- aiuto di
Chiasso, che si incontra ogni 15 giorni. È un gruppo a soglia molto bassa, che funziona dal 1998.
L’istituto di ricerca sul gioco d’azzardo (IRGA)
L’ IRGA si occupa di prevenzione e di ricerca nel campo del gioco d’ azzardo, si dentro che fuori il
Casinò. Le nostre competenze ci permettono di elaborare strumenti efficaci ne campo del gioco
patologico, nella prevenzione primaria, secondaria e terziaria e di elaborare tecniche di intervento
ad uso del personale del Casinò, e un lavoro di coach nel campo sociale. L’IRGA garantisce la
qualità del lavoro in questo campo.
Il numero di servizio 143 (telefono amico)
Nel Ticino abbiamo ritenuto preferibile evitare di creare una linea telefonica d’appello anonimo
dedicata solo al gioco d’azzardo e ai suoi problemi. Da noi funziona bene una linea generalista
d’appello, chiamata Telefono Amico, che risponde al numero 143. E’ stato possibile collaborare con
i loro operatori dopo un’adeguata formazione. Il compito di Telefono Amico è di garantire un
ascolto empatico al richiedente; e di aiutarlo a chiarirsi il suo problema, ed eventualmente ad
indirizzare il cliente.
Il sito internet
Grazie ad Accento, a suo tempo fondata dai Casinò di Locarno e di Lugano è stato possibile creare
un sito internet, che negli ultimi tempi richiederebbe una revisione radicale. Lo trovate in
www.giocoproblematico.ch.
La campagna di sensibilizzazione
Nel 1999 è stata fatta, sempre tramite Accento, una vasta campagna informativa con manifesti
stradali sulle situazioni che possono indurre ad accedere nel gioco d’azzardo. Purtroppo non è stato
possibile misurarne gli effetti sulla popolazione.
Supervisioni ed intervisioni
Due volte l’anno il GIGP (membri terapeuti coadiuvati da altri) organizza seminari di intervisione e
di supervisione per medici, assistenti sociali, educatori, psicologi, docenti, ecc., in merito a
situazioni difficili, in cui il gioco d’azzardo eccessivo ha un ruolo.
La famiglia e la scuola
I membri terapeuti del GIGP tengono d’occhio situazioni difficili, in cui le famiglie chiedono
consigli ed indicazioni per il gioco dei loro congiunti. Nella scuola, invece, siamo solo agli inizi, nel
senso che il lavoro di prevenzione che dovrebbe essere fatto con i docenti mediatori non è ancora
cominciato.
Prevenzione nel Casinò
Opuscolo e questionario
La nuova legge sulle Case da gioco obbliga queste ultime ad occuparsi della prevenzione del gioco
eccessivo anche nel Casinò stesso. Nel Casinò è disponibile un opuscolo informativo in cui sono
descritte le fasi del gioco problematico, le possibilità di aiuto, un questionario di valutazione
personale, e l’indicazione del numero 143 (Telefono Amico) per ottenere informazioni sul gioco
d’azzardo problematico e gli indirizzi degli specialisti ai quali rivolgersi. Gli opuscoli si trovano
presso la cassa e nelle toilette.
6
La formazione del personale
La formazione interna del personale del Casinò prevede in particolare l’abilità di individuare i
giocatori problematici, tramite il personale di sala ed il personale di sicurezza e sorveglianza, per
avviarli allo specialista interno, con cui discutere eventuali misure da prendere. Le segretarie hanno
ricevuto quelle informazioni necessarie per rispondere alle chiamate telefoniche di giocatori
problematici o ai loro familiari che chiedono informazioni sul gioco problematico.
I criteri di riconoscimento del giocatore patologico (IRGA)
Criteri per l’esclusione automatica
Il fatto di aver tentato di rubare, o di barare, il fatto di aver tentato il suicidio, il fatto di lasciare
incustoditi i figli nel parcheggio del Casinò, e la richiesta di prestiti a colleghi giocatori o al
personale, sono indice di gravi problemi di gioco, che richiedono un intervento immediato, ossia un
esclusione dal gioco o un auto-esclusione.
I criteri generali di riconoscimento sono i seguenti
Il cliente arriva sempre più spesso, e per più tempo, investendo sempre più denaro. Gioca
ininterrottamente, senza permettersi p.es. uno spuntino. È gioca fino all’ultimo centesimo. Quando
deve smettere p.es. per la chiusura dell’esercizio, ha difficoltà a lasciare la macchina. Gioca a più
tavoli o a più slot contemporaneamente. Mentre prima veniva in compagnia adesso viene da solo.
Afferma di dover giocare per recuperare il denaro perso. Si fa riservare la slot dal personale. Si
assenta spesso per prelevare denaro, e si lamenta delle slot o del personale. Non si diverte più:
sembra preoccupato. La mattina, all’apertura, fa la fila per entrare.
A volte è depresso, o aggressivo con sbalzi d’umore. Si isola sempre di più. Notiamo una forte
traspirazione. Gli occhi sono rossi. Si trascurano i vestiti e nella pulizia. Aumenta il suo consumo di
alcol e quello del tabacco. Esprime pensieri magici sulla vincita e sulla fortuna. Mente sulla sua
situazione. Per quanto sia raro capita che abbia una crisi epilettica. Oppure, si presenta un suo
familiare che si lamenta della situazione.
Riflessioni nel merito
Sembra tutto semplice, ma in realtà è difficile scegliere il momento in cui avvicinare il giocatore,
per proporgli delle misure nei confronti del suo giocare.
Infatti, ci chiediamo come quantificare i segnali sopra menzionati (5).
Ecco qualche riflessione
•
Nel 50% dei giocatori sociali si osservano momenti di perdita di controllo
•
Il sistema informatizzato svizzero non è perfetto, e la legge prevede che i dati siano
cancellati all’uscita dal casinò. Come controllare che non ci sia un “turismo”di Casinò in
Casinò?
•
I turni del personale rendono difficile l’osservazione
•
Alle slot machine, è agevole osservare il cliente ma ai tavoli è quasi impossibile. Anzi, in
sala l’osservazione dipende dalla grandezza del Casinò: essa è possibile solo nei casinò
piccoli
•
Si parla di denaro investito, ma quanto? Il denaro, poi, è difficile da tenere sotto
sorveglianza in un casinò, se non con una presenza di personale di uno ad uno
•
Si parla di frequenza, ma quale è valida (più di una volta a settimana?)
•
Si parla della durata della seduta di gioco: ma quanto dura una durata “normale”?
•
A quanto ammontano i debiti “normali”?
•
Delicatezza: bisogna rispettare la privacy
•
Alcune famiglie mentono sul loro congiunto per “proteggerlo”
7
L’ultimo criterio sovra indicato non fa parte della lista di Dickerson . per quanto riguarda il
Ticino la sola certezza è l’indicatore del tutore, delle autorità tutelari, del Cantone, e della
Magistratura.
Usare i test non è una soluzione efficace
Anche perché anche i test chiedono elementi “non visibili”, perché soggettivi, ossia auto
riportati. Per esempio, i seguenti.
•
Eccessivo bisogno di giocare
•
Eccessiva preoccupazione dovuta al gioco
•
Tentativi ripetuti e falliti di smettere
•
Debiti, disfunzioni familiari, difficoltà legali, sociali e professionali
•
I “segni” possono venire anche da altre problematiche, quindi non
necessariamente dallo scompenso dovuto al gioco eccessivo
•
Il consumo di alcol ha poca relazione con il gioco patologico, ed ancora
meno il fumo di tabacco.
•
Il giocatore davvero depresso è poco “visibile”
In cambio, abbiamo trovato nuovi possibili criteri. Per esempio, un modo di pensare marcatamente
magico, oppure il fatto di un cliente corretto, che comincia a barare.
L’auto-esclusione
Il responsabile della concezione sociale esercita una consulenza nel Casinò stesso. Di questa
consulenza è parte la proposta di un’autoesclusione dal gioco. Si parla di autoesclusione (o di
autodiffida), quando qualcuno si rivolge al responsabile del Casinò, chiedendogli di escluderlo
dall’entrata del casinò stesso. Basta una lettera con una fotografia. Ma discuterne con uno
specialista può essere utile perché quest ultimo è in grado di dare informazioni approfondite sul
problema, e sul modo di affrontarlo (la “rete”, il gruppo di auto-aiuto).
In determinati casi, quando il cliente evidenzia un gioco patologico evidente il personale di sala, che
ha ricevuto una formazione in merito, avverte lo specialista che può intervenire presso il giocatore.
Secondo la Legge svizzera, l’auto-esclusione è valida poi su tutto il territorio federale, e in tutti i
casinò. L’auto-diffida dura un anno, e può essere totale (interdizione di entrata), oppure
parziale(limitazione delle serata di gioco,presenza solo per un periodo limitato nella giornata oppure
limite di spesa). Revocare la diffida o l’auto-diffida è possibile, ma è necessario passare almeno un
colloquio con lo specialista interno. Nel merito, decide la direzione del Casinò. Una “ricaduta” in
senso classico, non è possibile. Il cliente escluso viene iscritto in una lista consultabile dai Casinò
di tutta la Svizzera, quando qualcuno si presenta per poter entrare in sala da gioco.
L’esclusione dal gioco
•
È una modalità che si usa con giocatori, il cui comportamento evidenzia
aggressività o vandalismo o in caso di bari, ladri, ecc.
•
Dura un anno, e la Direzione ha il diritto di non dare spiegazioni (a meno che
non ci sia una contestazione davanti ad un’Autorità)
-----------------------------------------(5) Dickerson M., Haw J(2002): Problem Gambling Behaviours and Staff Training.Developing
guidelines for staff training.
8
•
•
•
Se la riammissione viene rifiutata, la nuova esclusione dura un anno
Ogni escluso che richiede una riammissione si deve rivolgere al Casinò in cui si
è escluso, o da cui è stato escluso
Se il casinò non esiste più, c’è una procedura particolare (6)
Tra il 1994 e il 2002, nel Ticino (300.000 abitanti) ci sono state 800 persone tra escluse e autoescluse.
Purtroppo, siccome la Legge non prevede il finanziamento della ricerca, ma solo la raccolta dei dati,
non sappiamo che cosa sia successo alle persone escluse.
Una ricerca che Anna Maria Sani sta svolgendo, a chiarito che la conoscenza del tempo e del denaro
dedicati al gioco, permettono un miglioramento dell’autocontrollo del giocatore stesso. È un
peccato che non si approfondisca questa ricerca, che potrebbe aprire nuovi orizzonti nel campo del
gioco controllato.
La riammissione al gioco
Il cliente che desidera essere riammesso deve ottemperare ad alcune condizioni
•
Deve dimostrare che le ragioni alla base della sua esclusione oggi non sono più
valide
•
Deve attestare la sua situazione finanziaria e patrimoniale: dichiarazione
dell’Ufficio esecuzioni e fallimenti; dichiarazione dell’Ufficio delle imposte
•
Deve dimostrare che lavora, con una dichiarazione di salario
•
Deve garantire che il coniuge è d’accordo
L’IRGA ha elaborato uno schema di colloquio assai esauriente nel merito
Insegnare le misure del gioco sicuro
I Casinò, forse per il fatto di essere nati da poco tempo, non hanno ancora sviluppato attività a
favore di un “gioco sicuro”.
Infatti, esistono misure che possono essere insegnate al giocatore, specialmente se novellino, magari
sotto forma di “scuola del gioco”.
•
Il gioco è un divertimento che devi pagare
•
Puoi sperare di vincere una grossa somma, ma subito. Se invece persisti, sui
tempi lunghi sei perdente
•
Per ogni gioco imparane le regole. Sarai in grado di minimizzare le perdite e di
prolungare per quanto possibile il periodo di gioco
•
Ci sono tecniche di gioco per non farsi prendere la mano
•
Non giocare mai se sei stanco, depresso o malato
•
Non giocare se hai bevuto alcol
•
Poniti un limite, ancora a casa, raggiunto il quale te ne vai
•
Calcola bene i soldi che hai, in funzione di altre esigenze e non giocare dove il
vantaggio per il banco è eccessivo
•
Segui una strategia che ti permetta di distinguere immediatamente tra quanto
vinci e quanto perdi
•
Prenditi dei momenti di riposo, rilassati, mangia un boccone, fa una nuotata
----------------------------------------------------------------(6) Federazione svizzera dei Casinò (2003): Verfahren Zur Aufhebung von
altrechtliche Spielsperren
9
Gioco d’azzardo, salute pubblica
e approccio di rete
L’APPROCCIO CHE INQUADRA IL GIOCO D’AZZARDO COME QUESTIONE DI
SALUTE PUBBLICA CONSENTE L’ANALISI DI COSTI E BENEFICI, COGLIENDO
A TUTTO CAMPO L’IMPATTO ECONOMICO E SOCIALE DI TALE ATTIVITA’,
FAVORENDO UN DIBATTITO “ALLARGATO” AI VARI ASPETTI DEL GAMBLING
E DELLA SUA COMPLESSITA’, E IDENTIFICANDO STRATEGIE DI
INTERVENTO A PIU’ LIVELLI CHE RENDONO OPPORTUNA LA COSTRUZIONE
DI UN PROGETTO DI RETE.1
Daniela Capitanucci*
Psicologa psicoterapeuta
Presidente Associazione And,
Azzardo e nuove dipendenze
“Non è politicamente sopportabile
che una privatizzazione dei profitti,
sia parallela alla socializzazione delle perdite”
(Tazio Carlevaro, 2003)
PREMESSA
Già da qualche anno il gioco d’azzardo è salito alla ribalta nella comunicazione sociale.
In costante oscillazione tra un atteggiamento demonizzante ed uno a sostegno degli aspetti ludici (e,
non da ultimo, economici) medicina, psicologia, politica, stampa ed opinione pubblica di questi
tempi ci hanno restituito un’immagine scissa, frammentata e confusiva sulla questione.
1
Relazione parzialmente presentata il 12.09.03 a Bolzano in occasione del Convegno “Modelli di
intervento per il gioco d‘azzardo patologico“, organizzato dalla Siipac, Società Italiana di Intervento
sulle Patologie Compulsive. L‘impianto di base della presente esposizione riprendeva in parte l‘articolo
di Korn D., Gibbins R, Azmier J. (2003) “Framing Public Policy Towards a Public Health Paradigm for
Gambling „ Journal of Gambling Studies, 235-256.
Il presente articolo è inoltre una rielaborazione dei due articoli seguenti:
Capitanucci D., (2004), “Gioco d’Azzardo e Salute Pubblica”, in Prospettive Sociali e Sanitarie,
XXXIV, n. 7, pp.4-9 & Capitanucci D., (2004), “Comunità in movimento: un approccio di rete al gioco
d’azzardo patologico”, in Moruzzi M. e Cipolla C., a cura di, Supplemento a Salute e Società, La
sociologia della salute in Italia: approcci e problematiche, Società Italiana di Sociologia della Salute,
III, 3, Franco Angeli, Milano.
1
In Italia, per ragioni storiche che non approfondirò in questa sede, l’assenza di una vera e propria
“cultura del gioco d’azzardo” rischia di perpetuare la diffusione di messaggi contraddittori
generando danni incalcolabili.
Ancora più arretrata è – se possibile – la politica socio-sanitaria a riguardo: di gioco d’azzardo quasi
non si parla e ancora meno si stabiliscono percorsi di cura.
Le rare offerte di aiuto, presenti sul territorio a macchia di leopardo e spesso scollegate tra loro,
replicano la frammentazione più generale. Nel settore del Servizio Pubblico, nonostante un decreto
legge del 14.06.02, successivamente contestato e revocato, attribuisse ai Ser.T. la competenza in
merito, nessuna risorsa aggiuntiva sarebbe stata stanziata ad hoc (affidando così un compito
impossibile ad un esercito già oberato e sfinito, nuovi nemici da affrontare con vecchie e consunte
armi, ormai spuntate), e la sanità pubblica così oggi opera senza regole, aggrappata agli umori di
dirigenti responsabili con pieno potere di costruire risorse, smantellare obiettivi raggiunti, o
semplicemente ignorare l’esistenza di un bisogno socio-sanitario grave, reale ed emergente.
Anche l’Associazionismo – salvo poche eccezioni - muove faticosamente ed in ritardo i suoi primi
passi in questo contesto dove il disinteresse regna sovrano. Persino il settore no-profit delle
tossicodipendenze talvolta si dissocia e prende le distanze: le Comunità Terapeutiche sovente
restringono l’accesso al trattamento ai soli giocatori comorbili con disturbi di uso da sostanze
(anche in considerazione del fatto che diversamente facendo non vedrebbero loro riconosciuto alcun
onere finanziario!) e pochi sono i progetti specifici per i quali vengono richiesti ed erogati
finanziamenti.
Della questione parrebbe davvero importare poco a tutti. Del resto, ci si chiede ancora se il gioco
d’azzardo eccessivo sia una malattia, e in caso affermativo, di che tipo.
Una dipendenza? Una compulsione? O cos’altro?
In tutto ciò, giocatori intemperanti e familiari disperati troppo spesso ancora continuano a rimanere
“pazienti invisibili”, gli uni senza misura e gli altri senza rete, in drammi muti e solitari.
COSA SAPPIAMO OGGI DEL GIOCO D’AZZARDO ECCESSIVO?
SONO TANTE LE INFORMAZIONI DISPONIBILI
Il filone di ricerca nel settore del gioco d’azzardo è relativamente giovane.
La sistematizzazione del concetto di gioco eccessivo si è snodata a partire dagli anni ’50 fino al suo
culmine negli anni ’80 ed ha avuto una rapida accelerazione negli ultimi vent’anni (tant’è che a
tutt’oggi la materia è ancora allo studio e tutt’altro che definita).
A partire dal 1949 sempre più si è andata affermando una prospettiva sanitaria per inquadrare i
problemi di gioco d’azzardo: inizialmente con l’avvio del primo gruppo di auto aiuto dei Gamblers
Anonymous negli Stati Uniti, e poi in seguito con la classificazione della sindrome medica del
“gioco compulsivo” ad opera di R. Custer nel 1972, sino ad arrivare all’inserimento del gioco
d’azzardo patologico nel DSM-III (1980) tra i disturbi del controllo degli impulsi (mantenendolo
totalmente separato dai disturbi di dipendenza per i quali la diagnosi viene posta solamente in
presenza di una sostanza esogena d’abuso, alcol o droghe, che diviene dunque discriminante per
formulare la diagnosi di dipendenza stessa, anche se i criteri diagnostici previsti sono come
vedremo del tutto sovrapponibili nelle due classi di disturbi) e con la predisposizione del primo
strumento atto a rilevare la prevalenza2 dell’affezione (il SOGS a cura di Lesieur e Blume, 1987).
Una recente rassegna eseguita accuratamente dalla Division on Addictions della Harvard Medical
School (Shaffer et Al., 1999) ha riscontrato in letteratura 152 studi di prevalenza condotti fino al
1997, il 50% dei quali effettuati negli ultimi cinque anni. Le numerose seguenti informazioni sono
ormai considerate acquisizioni stabili derivanti da numerosi studi metodologicamente appropriati
2
Intesa come “la diffusione di un determinato disturbo in una certa popolazione”.
2
che le hanno sostenute ripetutamente. Per tale motivo, non tornerò su questioni strettamente
metodologiche.
La percentuale di popolazione adulta che viene colpita dal disturbo di gioco eccessivo nell’arco
della sua vita è abbastanza contenuta, ma è parsa in crescita nel tempo. La quota percentuale di
giocatori patologici e problematici è stimabile per gli adulti nel 5.5% (più maschi che femmine con
un rapporto di 3 a 1), raggiungendo anche il 14% tra gli adolescenti, e le caratteristiche sociodemografiche associate al rischio maggiore di ricadere in questo problema sono di essere maschi,
giovani, con comorbilità psichiatrica o polidipendenza, oltre ad una correlazione riscontrata tra
l’accessibilità ai luoghi di gioco d’azzardo e la comparsa di problemi ad esso relativi.
E’ stata dimostrata anche l’esistenza di relazioni tra gioco d’azzardo e popolazioni “sensibili” quali
i ceti meno abbienti, le donne, gli anziani e le famiglie dei giocatori, da tenere dunque sotto
controllo.
Le donne sembrerebbero avere comportamenti diversi dagli uomini in merito al gioco d’azzardo.
Come questi ultimi, hanno aumentato il loro coinvolgimento in giochi d’azzardo (passando dal 22%
nel 1975 all’82% nel 1998); sembrano però prediligere altri giochi (slot-machine, bingo e
videopoker, piuttosto che giochi da tavolo di casinò o scommesse sui cavalli); infine la ricerca
avrebbe evidenziato che le donne giocano più per sfuggire, ridurre la noia e alleviare la solitudine,
piuttosto che per vincere, provare emozioni eccitanti e piacevoli, come gli uomini.
Sono state studiate le relazioni tra il gambling e lo status socio-economico degli individui coinvolti
ed è stato dimostrato come il gambling sia una sorta di tassa volontaria regressiva che impatta in
modo proporzionalmente maggiore sui gruppi sociali più a basso reddito: infatti, sebbene il tasso di
partecipazione e di spesa al gioco d’azzardo aumenti all’aumentare del reddito, i ceti sociali più
bassi dotati di minore reddito spendono proporzionalmente di più se messi a confronto con i ceti più
alti (il 2,2% contro lo 0,5%) (Marshall, 1998, 2000). In aggiunta, secondo un’indagine Doxa del
1998, impegnano il reddito di sussistenza il 56% degli strati sociali medio-bassi; il 47% degli strati
più poveri; il 66% dei disoccupati. Il gioco d’azzardo dunque risulta essere una sorta di “tassa sulla
povertà”.
Il tema “anziani” e gambling è stato analizzato sia perché questa popolazione rappresenta una
considerevole entità in crescita, sia perché la presenza degli anziani era difficilmente tracciabile in
modo sistematico nei luoghi di gioco. Sebbene siano considerati “bassi assuntori di rischio”, la loro
vulnerabilità al gioco d’azzardo potrebbe derivare da altri fattori: basse pensioni, isolamento sociale,
salute progressivamente più precaria.
L’impatto del gioco d’azzardo sulle famiglie è particolarmente importante anche perché si ritiene
che la famiglia sia la determinante centrale della salute e dello sviluppo degli individui e che abbia
un’influenza fondamentale nel determinare lo stato di salute e le occasioni di sopravvivenza non
solo per il nucleo ristretto, ma anche per la società in generale. Per questo motivo, l’esistenza di un
problema di gambling in una famiglia non può rimanere confinato nelle sue pareti domestiche. La
ricerca ha dunque dimostrato l’influenza della presenza di un giocatore eccessivo in termini di
peggioramento dello stato di salute e delle conseguenze sociali sui suoi congiunti (moglie, figli,
genitori, fratelli).
Sebbene non tutte le persone che giocano d’azzardo sviluppino un problema con l’andare del tempo,
è altresì vero che la progressione del disturbo segue un andamento tipico, attraverso varie fasi di
durata variabile che si susseguono a seconda della tipologia di gioco e di giocatore: un momento
“fortunato” all’inizio, magari con qualche vincita, seguito da un momento “sfortunato”, in cui il
giocatore sperimenta il bisogno intenso di rifarsi, e culminante in un momento di “disperazione”, in
cui la situazione si è aggravata a tal punto che spesso pare senza vie di uscita (Custer, 1984).
Lo scivolamento dal gioco “sociale” a quello “eccessivo” è indicato da precisi segnali d’allarme
(Blaszscynsky & Ladouceur, 2003).
Questi autori identificano tre primi chiari indizi, in parte sovrapponibili ai criteri diagnostici del
DSM, che a loro giudizio in via privilegiata debbono mettere in allerta un osservatore del fenomeno,
3
giocatore, familiare o tecnico che sia: essere incapaci di resistere all’impulso di giocare ogni qual
volta se ne ha l’occasione, giocare ripetutamente più denaro del previsto e passare più tempo di
quanto stabilito prima di iniziare a giocare.
In pratica, giocare più denaro di quello che ci si può permettere di perdere (vale a dire, più della
somma rimanente dopo l’assolvimento di tutti gli obblighi quotidiani – quali il pagamento delle
spese necessarie, delle bollette, ecc.) e giocare (o pensare insistentemente al gioco) oltre il proprio
“tempo libero”, a discapito del compimento di altri impegni essenziali – come quelli lavorativi e
familiari sono elementi cui prestare attenzione che vanno tenuti nella dovuta considerazione,
specialmente se consueti nell’arco di qualche mese: ripetizione ed assiduità di queste condotte
suggeriscono la gravità della situazione e segnalano quando è il momento di intervenire.
Se casualmente il giocatore notasse l’insorgenza di nuovi problemi nella gestione della sua vita
quotidiana, potrebbe chiedersi egli stesso quali di questi sono stati causati dalla quantità di tempo
e/o di denaro spesi al gioco e interrogarsi sulla loro pericolosità.
La percezione della rischiosità della situazione non è però univoca: generalmente il giocatore, preso
dall’urgenza di restare nel gioco con l’illusione di recuperare le perdite accumulate nel tempo, per
molto tempo ritiene di non aver bisogno di aiuto. Di solito sono coloro che vivono con lui a ritenere
che egli necessiti di assistenza. I consigli però vengono presi come critiche e raramente sortiscono
l’effetto sperato e può passare parecchio tempo prima del momento in cui anche il giocatore,
accorgendosi di essere entrato in una spirale senza ritorno, comincia a pensare che forse ha bisogno
di una mano per uscirne.
A questo punto sta a lui scegliere se andare avanti così, magari da solo, o chiedere aiuto,
affrontando la situazione in famiglia e nel suo ambiente. Oltre al sostegno degli specialisti esperti
nella “malattia” del gioco, degli altri giocatori in trattamento nel gruppo di auto –aiuto e dei propri
cari, allo scopo di riabilitarsi dal disturbo bisogna che nel giocatore permangano speranza e
motivazione, gli altri due tasselli indispensabili per progredire verso l'ultima fase identificata da
Custer, quella della “ricerca di una via nuova”.
IL GIOCO D’AZZARDO ECCESSIVO COME DIPENDENZA.
UN’ IPOTESI DI LAVORO
Come accennato, il gioco d’azzardo patologico è stato riconosciuto ufficialmente come disturbo
psichiatrico a sé stante dall’A.P.A. nel 1980 e a tutt’oggi è classificato nel DSM-IV come “disturbo
del controllo degli impulsi” (nella stessa classe di piromania, cleptomania, ecc.).
Nel corso degli anni un sempre crescente numero di ricercatori ha notato che alcolismo, abuso di
sostanze e gioco d’azzardo patologico hanno strette somiglianze tra loro. Tutti questi disturbi
comportano infatti stati di attivazione che aumentano o abbassano il livello di consapevolezza dei
soggetti; inoltre è stato osservato che bere, usare droghe e giocare d’azzardo sono spesso messi in
atto contemporaneamente o in sequenza. Anche i modelli di astinenza e di craving sembrano essere
simili, come pure simili sono gli approcci terapeutici ed i gruppi di auto-aiuto esistenti per il
trattamento di tali patologie. Il dibattito è vivace ed ancora aperto.
A partire da queste considerazioni e da queste analogie l’equipe del South Oaks Hospital
coordinata da Lesieur dagli anni ottanta iniziò a condurre studi nell’ambito della politossicodipendenza alla ricerca di correlazioni tra l’abuso di sostanze e l’abuso di gioco d’azzardo.
A quindici anni di distanza da quando l’equipe del South Oaks iniziò gli studi nel settore, sono state
condotte molte ricerche per sondare le relazioni tra i due ambiti patologici. Lesieur et Al. si sono
chiesti se i giocatori problematici avessero una “personalità dipendente”, se avessero problemi a
livello di neurotrasmettitori cerebrali, o se essi fossero semplicemente il prodotto di realtà e
sottoculture sovrapposte. Il loro interesse era di identificare i tratti distintivi del poli-dipendente, le
sue differenze con gli “alcolisti o tossicodipendenti puri” e con i “giocatori puri” ed è in questa
4
direzione che si è mossa la ricerca successiva. Si vedano a tal proposito anche gli studi di Dickerson
1993, Custer 1984, Dell et Al. 1981, Ramirez et Al. 1984.
Nonostante spesso la validità di tali ricerche fosse limitata da vizi metodologici, oggi pare
comunque accreditata l’ipotesi che tra gioco d’azzardo problematico e abuso di sostanze ci siano
interconnessioni, che spesso si manifestano nel sovrapporre o nel passare da una dipendenza
all’altra. L’evidenza ad oggi accertata è che il gioco d’azzardo è una attività comunemente svolta da
chi abusa di sostanze: almeno il 15 – 30% dei tossicodipendenti ha avuto nell’arco della sua vita
anche problemi correlati al gioco. Ricerche condotte negli Stati Uniti suggeriscono che il tasso di
gioco patologico tra i tossicodipendenti è da quattro a dieci volte superiore che nella popolazione
generale (Lesieur e Wallisch, 1993; Roerich et al., 1994; Lesieur et al. 1986, Lesieur e Heineman,
1988, Steinberg et al., 1992, Macallum e Blaszczynski, 2002), e anche in Italia sono stati ottenuti
analoghi tassi (dal 15% al 21%, Capitanucci e Biganzoli, 2000, Capelli e Capitanucci, 2004,
Galetto, 2004). Queste percentuali risultano essere di gran lunga superiori all’indice di prevalenza
(1-3%) riscontrato dal DSM-IV nella popolazione adulta normale.
E’ possibile, alla luce di questi dati, ipotizzare che vi siano elementi comuni tra i due disturbi? In
altri termini, è pensabile includere il comportamento del gioco d'azzardo problematico nella classe
diagnostica della dipendenza (un più lato concetto di addiction) anche in mancanza di un agente
esogeno esterno con effetti psicotropi, e cioè anche in mancanza di una sostanza psicoattiva?
Il ricorso ad un termine straniero si rende necessario in quanto nella lingua italiana purtroppo non
esiste un corrispettivo altrettanto efficace nel definire l’essenza della dipendenza, intesa come
“mancanza di capacità di controllare un impulso verso un oggetto o comportamento: non poter fare
a meno di” (Guerreschi, 2003). Questa parola ha una radice latina: addictus era colui che “si
arrendeva” o “si abbandonava”, in genere ad una divinità. Citando Guerreschi, “l’addiction è
dunque l’atto di consegnarsi completamente ad un padrone (una sostanza, un oggetto, un’attività o
una persona) tanto da esserne interamente posseduti” (ibidem, pag. 107).
L’associazione tra uso di sostanze e gioco d’azzardo spesso viene presentata in letteratura senza il
necessario riferimento alla presenza di un processo di addiction correlato.
Viene ad esempio frequentemente proposta l’idea che alcol e gioco d’azzardo coesistano in alcune
persone solo perché vengono offerti e resi disponibili negli stessi luoghi (ad esempio, bar e casinò).
In questo senso, secondo i sostenitori di tale ipotesi, ciò incrementerebbe le probabilità che i
giocatori d’azzardo siano “esposti” all’alcol e gli alcolisti siano “esposti” al gioco d’azzardo, così da
favorire commistioni di comportamenti di abuso (Sharpe et al., 2002).
Tale osservazione, per quanto di fatto rispondente al vero e assai utile ai fini della prevenzione,
parrebbe però troppo semplicistica e poco utile ai fini diagnostici ed epistemologici: i
comportamenti di addiction rappresentano un confuso e articolato modello di attività umana non del
tutto spiegabile nei soli termini dell’esposizione ad un agente potenzialmente addittivo.
Sebbene vogliamo sperare che ormai questo concetto sia stato superato, non possiamo dimenticare
che troppo a lungo ci si è riferiti alla dipendenza riducendola ad una sorta di proprietà della
sostanza; ma se è fuor di dubbio che le droghe siano altamente correlate con l’addiction (le sostanze
stupefacenti hanno certamente una capacità di produrre dipendenza fisica, tolleranza e sindrome
astinenziale) non ci si può fermare a questa considerazione: in altri termini, ciò non equivale ad una
addiction (Capitanucci, Cavagna, Capelli, 2004).
Per capire meglio questo concetto, pensiamo alle molte persone che usano farmaci stupefacenti
come medicamenti al dolore e che, pur diventandone fisicamente dipendenti, non mostrano mai
comportamenti addittivi (quali ad esempio il craving).
Sull’altro fronte in aggiunta, e i clinici ben lo sanno, sospendere il consumo di droghe non coincide
necessariamente con la conclusione dell’addiction: ne sono testimonianza le numerose recidive che
accadono anche diverso tempo dopo il totale abbandono delle sostanze, o gli scivolamenti
compensatori e sostitutivi della persona dipendente astinente verso altre dipendenze (da sostanze o
da comportamenti).
5
Walker (1995) afferma che per stabilire che il gioco d’azzardo dia dipendenza in modo analogo alle
sostanze stupefacenti esso debba soddisfare tre livelli di somiglianza.
I due fenomeni, secondo questo Autore, devono essere descrittivamente simili, coinvolgere gli stessi
processi e soddisfare gli stessi bisogni. Ciascuno di questi criteri è necessario ma non sufficiente.
Come primo punto quindi dobbiamo stabilire che il gioco problematico presenti le stesse
caratteristiche della dipendenza da droga. I criteri di inclusione previsti dal DSM-IV per i due
disturbi sono in effetti abbastanza simili: presentano entrambi fenomeni di tolleranza, dipendenza,
craving, astinenza, oltre ad un rilevante impatto sulla vita personale, familiare, sociale, finanziaria e
legale del soggetto coinvolto. La perdita di controllo è inoltre esperienza comune sia ai soggetti
tossicodipendenti sia ai giocatori problematici.
Walker segnala però sostanziali differenze tra tossicodipendente e giocatore: quest’ultimo infatti
gioca per soldi, e non solo per piacere; rievoca le passate esperienze di gioco pensando sia ai
successi sia ai fallimenti; ha un approccio più costruttivo e cognitivo, studia un “sistema”; infine ha
aspettative di vincita che lo portano ad inseguire le perdite: in particolare quest’ultimo
comportamento, tipico del giocatore, secondo Walker non trova alcun corrispettivo nel
tossicodipendente.
Come già sostenuto in un precedente articolo (Capitanucci e Biganzoli, 2000), queste constatazioni
possono essere in realtà confutate da osservazioni cliniche.
Secondo Walker il tossicodipendente utilizza la sostanza con l’obiettivo di provare piacere mentre il
giocatore gioca con l’obiettivo di ottenere denaro. Contestiamo tale osservazione in quanto il gioco
per un giocatore patologico può essere interpretato anche come un tentativo di accrescere
l’immagine di sé, passando attraverso la vincita di denaro; mostrando agli altri la vittoria sul caso
come abilità personale, il denaro vinto diventa allora mezzo di potenziamento dell’autostima e delle
relazioni con gli altri. Inoltre, se l’obiettivo fosse l’acquisizione di denaro sarebbe ragionevole
pensare che il giocatore si fermerebbe a fronte di un’ingente vincita; è esperienza comune che
questo non accada mai. In realtà, vi è una percezione irrealistica delle probabilità di vincita effettive.
Analogamente, anche il tossicodipendente usa la sostanza come tramite per accrescere la sua
autostima, per sentirsi più sicuro e adeguato specialmente nelle situazioni sociali (azione questa
pure alla lunga illusoria ed infondata). In entrambi i casi il denaro parrebbe essere più un tramite per
rimanere nell’azione che un obiettivo da raggiungere: per il tossicodipendente esso serve per
procurarsi sensazioni forti e sentirsi più adeguato; per il giocatore, serve a procurare il piacere
massimo di continuare a giocare ed essere più stimato, nell’ipotesi chimerica della vincita
risolutrice.
Walker sottolinea in secondo luogo che il giocatore rievoca i passati trascorsi di gioco facendo un
bilancio tra successi e fallimenti: nell’esperienza riferita da Capitanucci e Biganzoli anche il
tossicodipendente si pone con atteggiamento critico rispetto ai pro e ai contro del suo uso di
sostanza, in ambivalenza ma comunque capace di fare un bilancio.
Per quanto riguarda poi l’opinione di Walker che l’approccio del giocatore rispetto a quello del
tossicodipendente sia maggiormente finalizzato e che per questo egli studi elaborate strategie di
gioco, riteniamo invece che anche il tossicodipendente nella quotidianità faccia grossi sforzi di
organizzazione delle sue azioni allo scopo di garantirsi l’accesso alla sostanza o la possibilità di
continuare ad utilizzarla, talvolta escogitando soluzioni altamente creative ed insolite.
Infine, per quanto riguarda l’inseguimento delle perdite, se consideriamo questo comportamento
come uno stile cognitivo in cui il giocatore non riesce a decidere di smettere nonostante il bilancio
globale tra vincite e perdite sia sfavorevole, possiamo assimilare ciò al comportamento messo in
atto dal tossicodipendente quando, pur consapevole dei danni personali, familiari e sociali provocati
dall’uso di sostanza, ha difficoltà a trovare la motivazione per smettere. Anche quando si accinge ad
una disintossicazione, il tossicodipendente insegue “l’ultima volta” come il giocatore fa l’ultima
puntata.
6
Il secondo livello di somiglianza previsto da Walker prevede che per poter assimilare i due
fenomeni essi debbano coinvolgere gli stessi processi di attivazione neuroendocrina e di
localizzazione dei processi fisiologici. Molti sono gli studi che si stanno sviluppando in tal senso.
Fino a che il settore non sarà più sviluppato, non sarà possibile trarre conclusioni né in un senso né
nell’altro.
Infine, secondo Walker per sostenere l’equivalenza tra i due disturbi è necessario che essi assolvano
le stesse funzioni. Walker ritiene che si debba stabilire che è il piacere dato dal gioco ciò che il
giocatore problematico ricerca, tanto quanto è il piacere dato dalla sostanza che il tossicodipendente
ricerca. Se così fosse, a parere di Walker, la dipendenza da sostanza e quella da gioco dovrebbero
potersi sostituire l’una con l’altra e quindi dovremmo assistere ad un alto numero di doppie
dipendenze e poli-dipendenze che includono il gioco d’azzardo.
Si ritiene che la funzione assolta dall’uso di sostanza come già descritto in precedenza non possa
essere ricondotta esclusivamente alla mera ricerca di piacere, così come non può esserlo il gioco
d’azzardo problematico.
Un’ipotesi di possibile valenza di entrambi questi comportamenti può essere la ricerca di uno stato
di coscienza alterato, che consente al soggetto di percepirsi in modo più positivo con un
conseguente accrescimento della sua autostima, l’illusione e il sogno di un sé onnipotente,
gratificato e senza limiti.
Seguendo la distinzione di Guerreschi tra “giocatori d’azione” e “giocatori per fuga”, dove i primi
sono coloro che ricercano attraverso il gioco una forte attivazione, ed i secondi sfuggono ad un
quotidiano mortificante, è facile intravedere somiglianze con i cocainomani, nel primo caso, e con
gli eroinomani, nel secondo caso.
Il gioco d’azzardo, proprio perché si configura come una forma di dipendenza che si costruisce e si
alimenta in assenza di sostanza, può essere dunque un’occasione preziosa per cogliere gli elementi
centrali del “processo del divenire dipendente” (Rigliano e Croce, 2001). Per citare questi autori “è
come se il giocare d’azzardo si offrisse come dipendenza allo stato puro, consentendoci di definire
la consistenza mentale ‘in essenza’, cristallina e astratta, non inquinata da altre dinamiche e sostanze
con una loro specifica azione biochimica, o fattori esterni o estranei che tanta parte hanno
nell’esperienza e nella mitologia tossicomania” (ibidem, pag. 132).
Anche Shaffer (1996,1997) notava che proprio una dipendenza senza sostanze quale è il gambling
può fornire elementi di comprensione per le dipendenze da sostanze e per lo stesso processo
dell’“addiction”.
L’addiction è un processo complesso che risulta dalla relazione tra una persona e l’oggetto della sua
dipendenza (Shaffer, 2000); in genere, in presenza di una addiction assistiamo sia ad un
cambiamento qualitativo nell’esperienza (le conseguenze negative per chi la agisce si ripercuotono
nella sfera biologica, sociale e psicologica), sia ad un cambiamento quantitativo nei modelli di
comportamento (le cose che un tempo erano importanti divengono irrilevanti e comportamenti
meno frequenti diventano dominanti).
Shaffer (1997) identifica una ulteriore distinzione tra “addiction di processo o di attività” (quali ad
esempio, il gioco d’azzardo patologico, i comportamenti sessuali eccessivi, ecc.) e “addiction da
sostanze psicoattive”, segnalando che ad oggi sono poco note somiglianze e differenze tra le due. In
comune parrebbero esserci le ripetute emozioni significative che si sperimentano nel momento della
relazione con l’oggetto di addiction, che ne determinano l’insorgenza e ne sostengono la
permanenza.
La difficoltà a condurre ricerca, diagnosi e terapia in questo settore deriva dunque certamente anche
dalla mancanza di una chiara definizione del concetto di addiction.
La migliore definizione operazionale ci pare ancora quella di Shaffer, che è espressa attraverso le tre
seguenti caratteristiche:
• Il comportamento di addiction deve essere motivato da emozioni situate sullo spettro che va dal
craving alla compulsione.
7
• Tale comportamento deve continuare nonostante le conseguenze negative che produce.
• Si deve assistere ad una perdita di controllo relativa a tale comportamento.
Quello che proponiamo dunque è un modello esplicativo di tipo processuale che ci aiuta a
concettualizzare le dipendenze come “azioni organizzate e costitutive nel tempo”, superando la
fissazione sul “sintomo”.
Il concetto proposto da Rigliano (1998) definisce come attrattore quel fattore fondamentale per
l’insorgere di una dipendenza, quel rapporto tra “nuova-esperienza-di-sé” e “Oggetto” nel quale,
riuscendo finalmente a trovare una efficace risposta di senso, taluni sentono il bisogno di reiterare
all’infinito il ritorno all’Oggetto, fino a stravolgere i propri significati e a ristrutturare le proprie
premesse.
Il gioco diviene la “droga virtuale”: come la droga, e non meno efficacemente, riesce a rispondere a
quei bisogni veri e reali rimasti fino a quel momento insoddisfatti (Rigliano e Croce, ibidem).
Può essere dunque opportuno fare un passo indietro, nuovamente riconsiderando il concetto stesso
di dipendenza.
Abbandonare, come suggeriscono Rigliano e Croce (ibidem), la banalizzazione del fenomeno che lo
ha ricondotto a due polarità: la dipendenza che fa parte del quotidiano, “buona”, normale, naturale e
in ultima analisi “funzionale”, in contrasto a quella che fa parte del deviante e del morboso,
“artificiale”, provocata e sempre patologica, per arrivare ad un assunto di dipendenza molto più
ampio.
Che dire ad esempio di un’ipotesi di stato di dipendenza connaturato con l’essere umano, dunque
sempre funzionale, dove la disfunzionalità è decretata dalle conseguenze negative del
comportamento stesso, o dalle rappresentazioni sociali, proprie di ogni cultura, o ancora
dall’impossibilità di accedere a forme di dipendenza meno nocive, per blocco evolutivo, incapacità
personale o assenza di una base sicura così come concettualizzata da Bowlby (1989)?
I risultati ottenuti dallo studio preliminare di Capitanucci e Biganzoli (ibidem), riconfermati in
campioni più ampi da Galetto (2004) e da Capitanucci, Cavagna e Capelli (2004), vanno nella
direzione di allargamento del concetto di dipendenza.
Proprio in quest’ultimo studio (Capitanucci et al., ibidem) è stata specificamente condotta un’analisi
statistica per approfondire l’esistenza di interazioni tra il “poliabuso di sostanze” ed il
“comportamento di gioco d’azzardo”, in riferimento ad un più generale paradigma di addiction.
L’ipotesi di partenza dell’indagine, condotta su 998 soggetti eroinomani, era che i tossicodipendenti
poliabusatori (cioè quelli che oltre all’eroina utilizzavano altre sostanze: cocaina, alcol,
cannabinoidi) fossero più facilmente inclini a sviluppare un comportamento di gioco d’azzardo
patologico rispetto ai tossicodipendenti monoassuntori (minimizzando il peso relativo delle
sostanze e massimizzando l’aspetto relazionale della dipendenza).
L’ipotesi azzardata aveva a che vedere con queste riflessioni: dimenticando per un attimo le
analogie tra dipendenze da sostanze e dipendenza da gioco d’azzardo, si è voluto verificare se i
soggetti con una maggiore vulnerabilità alla dipendenza da sostanze, espressa attraverso un policonsumo, presentassero tale vulnerabilità anche verso altre forme di dipendenza (nel nostro caso,
al gioco d’azzardo). La variabile del poliabuso dunque, in virtù di tutte queste considerazioni,
sembrava particolarmente utile a fornire elementi rilevanti in questo dibattito teorico.
Ciò che al termine della ricerca è stato possibile affermare con certezza è che lo status di soggetto
“dipendente da eroina poliaddicted” (l’utilizzatore di più sostanze) evidenzia una specifica categoria
di individui a rischio e pertanto è un indicatore importante da tenere in debita considerazione: essi –
come ci attendevamo - erano significativamente più prevalenti dei mono-consumatori di eroina al
gioco d’azzardo patologico lifetime3 (p<.001), che finiva col diventare una “ennesima” integrazione
al panorama delle sostanze assunte.
3
Per lifetime si intende “nell’arco di vita”. In generale, questo indicatore è più alto se confrontato ad indicatori riferiti a
periodi di tempo definiti. Nel gioco d’azzardo eccessivo se ad esempio si assiste ad un tasso di prevalenza lifetime del
8
In alcune classi di individui dunque, tutti i comportamenti di addiction, anche quelli più accettati
socialmente, parrebbero collocarsi in una più ampia cornice di rischio (si vedano in proposito gli
studi di Roll et al., 1996, su tossicodipendenza e tabagismo, e di Petry e Oncken, 2002, su gioco
d’azzardo patologico e tabagismo, in cui i fumatori abituali mostravano problemi di dipendenza da
sostanza, di gioco, familiari, sociali e psichiatrici più gravi dei fumatori non abituali o dei non
fumatori).
Giacché questi studi non chiariscono i meccanismi di questa interazione, resta aperta la possibilità
che tutti questi comportamenti siano sintomatici di un processo soggiacente comune. I dati raccolti
non sono purtroppo sufficienti a dare una risposta definitiva in tal senso e ricerche ulteriori sono
auspicabili per esaminare l’argomento più in dettaglio.
Ciò che appare, è la sempre maggiore incidenza di relazioni di addiction e la sempre più evidente
comorbilità (concorrente o mediante shift) tra diversi legami di questo tipo con multiformi e sempre
più svariati oggetti: non più solo alcool e droghe dunque, ma tabacco, gioco d’azzardo, internet,
cibo, sesso, shopping, lavoro. Potenzialmente, tutto corre oggi il pericolo di diventare oggetto di
dipendenza.
IL PANORAMA ATTUALE. LUCI ED OMBRE4
Le persone da sempre giocano d’azzardo e quest’attività è stata nel tempo inquadrata in contesti
diversi. In America per tutta la prima metà del XX secolo, la maggior parte dei giochi d’azzardo era
illegale e le possibilità di gioco legale erano abbastanza limitate. Anche in Italia sino a tempi
recenti, a parte le lotterie ed i concorsi direttamente gestiti dallo Stato, ed eccezione fatta per i 4
Casinò che operano sul territorio nazionale in virtù di un regio decreto dell’inizio del ‘900, il gioco
d’azzardo è stata attività classificata tra quelle illegali (Romani, 2001).
Nel tempo il gioco non è stato sempre solo oggetto di biasimo. I giochi d’azzardo hanno
rappresentato per i governanti anche una fonte inattesa e quasi inesauribile di fondi, anche utilizzati
per opere pubbliche.
In Inghilterra, la Regina Elisabetta I a metà del 1500 organizzò una lotteria per riattare i ponti e gli
acquedotti del suo reame e successivamente, nel 1600, Carlo II con i proventi della lotteria finanziò
le spedizioni verso le Americhe. Anche in Francia tali guadagni servirono a sostenere le opere di
carità, gli ospedali e le chiese. Tra il 1714 e il 1729, più della metà delle chiese di Parigi vennero
restaurate grazie agli introiti delle lotterie che divennero così sinonimo d’altruismo e di generosità
(Ladouceur et Al., 2003).
In Canada la prima lotteria ufficialmente riconosciuta avvenne non a caso durante la preparazione
dei Giochi Olimpici di Montreal del 1976. Proprio la loro organizzazione aveva provocato un
enorme deficit alle casse comunali, e dato che questo tipo di giochi d’azzardo era illegale, il sindaco
aggirò la legge grazie ad un fine espediente: prospettò la sua lotteria come una “tassa volontaria”
che i cittadini accettavano di versare per colmare il disavanzo provocato dai giochi. In cambio, ad
ogni cittadino che aveva contribuito con la sua “tassa” veniva consegnato un biglietto che dava
diritto a partecipare ad un’estrazione. Il possessore del biglietto vincente avrebbe ricevuto un
premio in lingotti d’oro, invece che denaro contante.
In linea generale, per citare Fiasco (2001), “negli anni dell’incertezza, della stagnazione economica
e delle drastiche politiche di rientro dal debito pubblico, condotte mediante maggiore pressione
fiscale e minore flusso di credito all’investimento e al consumo, si assiste al boom dell’azzardo, sia
quello legalizzato sia quello proibito”.
3% su una data popolazione, è probabile attendersi un tasso di prevalenza nell’arco degli ultimi 12 mesi intorno allo
0.5%.
4
Parzialmente tratto ed adattato da: Capitanucci D. (2004), “Gioco d’azzardo e Salute Pubblica: quale prevenzione
possibile?”, in Prospettive Sociali e Sanitarie, ibidem.
9
Nell’ultimo decennio ovunque, non solo oltre oceano ma anche in Italia, si è assistito ad
un’espansione senza precedenti del gioco d’azzardo legalizzato. Sono stati anni cruciali per i conti
finanziari del Paese e l’impiego del denaro usato dagli italiani per scommesse, giochi, lotterie è
passato da 12.600 miliardi di lire nel 1994 a oltre 35.000 miliardi di lire nel 1999, con una
progressione geometrica – almeno per quanto riguarda le forme legali (Eurispes, 2000).
Si può pensare dunque che la forza motrice primaria di questa esplosione risieda nel bisogno
economico e fiscale degli stati che hanno incentivato, più o meno esplicitamente, questo processo di
legalizzazione (Fiasco, ibidem): da noi ne sono esempio la recente introduzione delle sale da Bingo
o la legalizzazione occorsa a maggio 2004 in base all’ultima legge finanziaria di apparecchi
elettronici ubicati nei bar e locali pubblici – in sostituzione dei meno regolamentati videopoker - che
ora possono erogare vincite in denaro, legalizzando di fatto l’azzardo sotto casa.
Il mercato dell’industria del gioco d’azzardo parrebbe del resto andare piuttosto bene. Sebbene i dati
economici dei bilanci 2003 dei giochi di Stato non siano stati sempre entusiasmanti, specie se
confrontati con anni precedenti, quelli dei 4 Casinò italiani parlano chiaro5.
Ecco la situazione dei giochi di stato nell’anno 2003. Le lotterie sono calate (1 milione e mezzo di
biglietti venduti in meno a confronto col 2002, e addirittura 8 milioni in meno rispetto al 2001); il
totocalcio ha chiuso in perdita il primo semestre 2003 (163 milioni di euro giocato contro 216
milioni di euro nello stesso periodo del 2002) con un successivo rilancio nel secondo semestre (la
nuova formula applicata da settembre ha condotto ad un recupero del 20%); il totogol ha sofferto; le
scommesse (esclusa la Formula 1) hanno prodotto giocate di 100 milioni di euro al mese; il
superenalotto è calato (però sono stati giocati comunque 917 milioni di euro solo nel primo
semestre e le vincite milionarie dei mesi estivi hanno riassestato i ricavi); il bingo, dopo un iniziale
flop, a seguito di alcune modifiche sull’impianto del gioco, ha velocemente migliorato la sua
performance passando dai 299 milioni di euro del primo semestre 2002 ai 567 milioni incassati
nello stesso periodo del 2003; il lotto ha registrato il calo più clamoroso (-17%, 3,4 miliardi di euro
nel primo semestre 2003 contro i 4 miliardi dello stesso periodo dell’anno prima) a causa di una
straordinaria assenza di numeri ritardatari (che invece erano stati abbondantissimi nel 2002).
I Casinò di Sanremo e Venezia hanno vissuto un anno da record. Se Campione d’Italia ha incassato
nei primi 11 mesi del 2003, 109 milioni di euro (- 3,7%) e Saint Vincent 127 milioni di euro (4,4%), Venezia ha raggiunto gli incassi più alti, 168 milioni di euro, registrando un aumento di
introiti del 7%, e Sanremo pur incassando 89 milioni di euro ha raggiunto un incremento rispetto
all’anno precedente dell’8,9%. Rispetto alla casa da gioco ligure ci sono altri dati interessanti
relativi all’ultimo mese dell’anno (tradizionalmente atteso dai gestori): le sole tre ultime serate del
2003 hanno chiuso in bellezza questo anno straordinario portando ben 2 milioni di euro nelle casse
del casinò. A fine anno dunque, con un incasso di oltre 98 milioni di euro, l’incremento sfiorava il
10%. Le slot hanno regnato sovrane (66 milioni di euro) sulla roulette (oltre 18 milioni) che però ha
fatto registrare un incremento di giocate sul 2002 (+ 2 milioni di euro).
A Sanremo, meno ingressi: sta a dire, meno giocatori, disposti a perdere cifre più consistenti (anche
se non tutte le case da gioco hanno riscontrato lo stesso trend: Venezia ad esempio, ha sfondato nel
2003 il muro del milione di presenze, record assoluto in Italia). Questo è ancora un dato interessante
se correlato alla proposta di legge, recentemente bocciata per un solo voto dalla Camera e
ciclicamente riproposta per sanare questo o quello sbilancio (è notizia di metà settembre 2004 quella
che riferisce che il sottosegretario al Turismo Urso rilancia nuovamente tale idea per aiutare il
turismo in crisi), che prevedeva l’istituzione di nuove case da gioco in Italia, in ragione di una per
ogni regione: il presidente del Casinò di Venezia G. Piantini, che si era dichiarato sfavorevole, tirerà
un sospiro di sollievo giacché aveva argutamente intuito che “più casinò non significano più entrate,
perché i giocatori sono sempre gli stessi” .
5
Informazioni tratte dal sito www.assotrattenimento.it
10
Un’ultima annotazione su un fenomeno poco noto. Il poker-on-line. Un dato per tutti: nel 2002
erano accessibili dal Regno Unito 30 siti ove era possibile praticare tale gioco d’azzardo (tutti
rigorosamente off-shore); nel 2003 se ne contavano 140. Si stima che ogni giorno nel 2003 nel
mondo siano stati giocati on-line 56 milioni di euro (contro gli 8,5 milioni di euro giornalieri del
2002). In Gran Bretagna dove appunto questa forma di gambling pare essersi diffusa ampiamente,
nell’anno 2003 si stima che i pazienti che si sono rivolti a centri di terapia per gioco eccessivo siano
aumentati del 56% (e i tecnici ritengono che vi sia una correlazione tra questo incremento ed il
gioco d’azzardo on-line).
Il gambling è divenuto così tema “sociale” recentemente e anche per questo ci troviamo di fronte ad
una frammentazione dei paradigmi di inquadramento che non facilita la predisposizione di
interventi preventivi e di trattamento.
MOLTEPLICITÀ DI MODELLI DI INQUADRAMENTO DEL GIOCO D’AZZARDO.
LE COSE SI COMPLICANO
Quando parliamo di gioco d’azzardo non intendiamo tutti la stessa cosa. Di seguito descriverò
alcune cornici concettuali utilizzate in riferimento al gambling nei contesti occidentali (riprese ed
ampliate da un articolo di Korn et Al., 2003). Esse non hanno la pretesa di essere esaustive, ma
servono solo ad esemplificare come differenti interpretazioni di un fenomeno, in questo caso il
gioco d’azzardo, abbiano risvolti concreti sulla possibilità di gestirlo. La scelta di una cornice
piuttosto che un’altra determinerà i termini linguistici che vengono scelti per riferirvisi, oltre alle
reali possibilità di azione e l’orientamento possibile nel dibattito pubblico. Alcune cornici di
inquadramento danno più spazi di manovra di altre per avviare politiche sociali specifiche. Alcune
metteranno in evidenza i benefici economici; altre metteranno in luce i costi sociali. Va detto che
nessuna è “campata per aria” , e tutte godono in varia misura di sostegno culturale, economico,
politico e sociale: competono tra loro per affermarsi e vari sono i fattori che influenzano l’esito
finale di questa competizione.
Il gioco d’azzardo dunque può essere considerato:
1. Un comportamento tradizionale proprio di alcune culture che non deve riguardare la
collettività, si pensi al gioco del lotto che, sebbene originatosi a Genova, ormai è
considerato tradizione popolare di Napoli e della Campania che nessuno oserebbe
sradicare.
2. Una legittima forma di intrattenimento, un’attività ricreativa. I fautori di questo
inquadramento sovente utilizzano la sola parola “gioco” (omettendo la specifica
“d’azzardo”), sottolineando così l’essenza ludica. A questo riguardo, è interessante
ricordare la proposta di legge elaborata dalla Commissione Attività Produttive della
Camera nell’estate 2003 per l’apertura di Parchi Urbani del Divertimento, un nuovo
modello di Casinò in cui tavoli verdi e slot-machine avrebbero dovuto mescolarsi a
discoteche, bar, cinema, teatri e ristoranti. Nei nove articoli la parola “Casinò” non viene
mai utilizzata, giacché si parla appunto di ‘parchi urbani del divertimento’, strutture in cui
si svolge in modo non prevalente il gioco d’azzardo. E’ poi opportuno confrontare questa
proposta di legge con i regolamenti in vigore in Australia dove è espressamente vietato
mescolare giochi d’azzardo ad attività ricreative, nella consapevolezza che in tal modo si
abbassa la soglia di accesso a questo tipo di attività, “catturando” una clientela che di per
sé probabilmente non si recherebbe in un luogo esclusivamente dedicato alla pratica del
gioco d’azzardo altrimenti, ed amplificando senza possibilità di controllo il rischio di casi
di gioco patologico. Se si vede il gioco d’azzardo come una legittima forma di
11
3.
4.
5.
6.
7.
8.
9.
divertimento, lo spazio per avviare politiche sociali sarà limitato. Il gioco d’azzardo visto
come divertimento ed esercizio della propria libertà personale è sostenuto esplicitamente
dall’industria del gioco.
Un’importante fonte di proventi per lo Stato, una sorta di tassa volontaria, che proprio
perché “volontariamente” pagata da chi gioca, è poco invisa agli occhi di tutti gli altri
cittadini. Se poi attraverso di esso lo Stato supporta programmi sociali, il settore no-profit
o l’arte è ancor più apprezzabile (anche se sovente la quota destinata a questi scopi è assai
ridotta e molto al di sotto delle aspettative della popolazione). Un esempio di questo
inquadramento lo fornisce il lotto, in merito al quale si pubblicizza che giocando si
finanzia l’arte o “la fabbrica del sorriso”, e si dà al giocatore persino l’opportunità di
scegliere cosa finanziare, esprimendo la propria preferenza sul retro del tagliando giocato,
convincendolo persino che giocando farà del bene a qualcuno!
Un importante strumento economico per lo sviluppo di un paese: si ritiene che introdurre
l’industria del gioco d’azzardo in una località sia in grado di fare aumentare occupazione
e turismo nelle zone dove è lecitamente organizzato. Amene regioni di villeggiatura da
anni richiedono la possibilità di aprire nuovi Casinò per aumentare lo sviluppo
economico locale attraverso l’incremento del turismo e dell’occupazione. Coloro che
sposano questo inquadramento sovente si concentrano sulla creazione di posti di lavoro, e
sui conseguenti benefici economici ed incremento della ricchezza nella comunità locale.
L’introduzione del bingo in Italia qualche anno fa era stata accompagnata da questa
presentazione.
I mass-media possono scegliere di soffermarsi sui benefici economici e sociali di tale
attività, favorendo la costruzione di un’immagine positiva che il gioco rappresenti
un’opportunità di sviluppo.
Talvolta l’unico modo (o quello visto come il più accessibile) per passare da una classe
sociale all’altra, nell’idea di poter attraverso di esso sfuggire dalle classi sociali più
basse, muovendosi verso la classe dei ricchi. L’immagine dell’accesso facilitato alla
“ricchezza per tutti” è sostenuto dal sistema lotto, lotterie ed affini.
Una questione di libertà individuale. A parte una legittima preoccupazione sociale in
merito alla criminalità ad esso collegata, e alla tutela dei minori, secondo i sostenitori di
questo approccio lo Stato non dovrebbe interferire in alcun modo per restringere la
possibilità dei cittadini di usare il loro denaro per tale fine.
Una questione morale, o di pubblica sicurezza. Coloro che aderiscono a questo approccio
in genere sono critici e tendono a parlare del gambling in termini etici e moraleggianti,
definendolo “improduttivo”, “frivolo”, e persino “vizioso”. Questa terminologia esclude
di poter affrontare l’argomento mettendo l’enfasi sui costi sociali o sulle possibilità di
cura.
Un problema individuale (e non sociale), quando diviene eccessivo, e pertanto deve
essere trattato con il modello medico, alla stregua degli altri disturbi mentali. I
professionisti sanitari usano termini che implicano una psicopatologia ed un
comportamento maladattivo (quali ad esempio, “compulsivo”, “additivo”, “disturbato”,
“patologico”). I mass-media possono scegliere di presentare l’aspetto “spettacolare” di un
suicidio per debiti di gioco, sottolineando la sofferenza individuale causata dal gambling,
e contribuendo a contrastare una diffusa idea nell’opinione pubblica che il gioco sia solo
una innocua forma di passatempo.
Una questione di salute pubblica e di pubblica responsabilità: secondo questo approccio,
vi è una responsabilità dei leader politici che, concedendo l’autorizzazione al
funzionamento e all’esercizio di giochi d’azzardo, sono tenuti ad informarsi e tenersi
aggiornati sui costi e sui benefici del gambling in senso allargato e complessivo, oltre a
promuovere azioni in conseguenza. Con essa verrà enfatizzato l’ampio spettro dei
12
comportamenti di gioco, che vanno da un gioco “sano” ad uno “malato”, dando spazio
anche alla prevenzione e alla riduzione del danno. La terminologia prediletta in una
cornice di salute pubblica è quella che parla di “problemi di gioco”: con tale etichetta si
intenderanno tutti quei comportamenti di gioco d’azzardo che compromettono,
danneggiano o distruggono le proprie mete personali, familiari e lavorative e che
comportano conseguenze negative (di lieve, moderata o grave entità). La prospettiva
economica del profitto andrà bilanciata con quella sociale: governi e gestori di giochi
parleranno allora di “gioco d’azzardo responsabile”. Purtroppo per ora ciò accade ancora
solo all’estero6, perché in Italia non sembra a tutt’oggi essersi avviata questa tendenza
socio-politica-economica, né parrebbe essersi sviluppata nemmeno la minima sensibilità
circa la necessità di una “prevenzione-partecipata” tra gestori e tecnici della materia, circa
il gioco eccessivo. Questa nozione va comunque ben chiarita perché altrimenti rischia di
assumere connotazioni morali indesiderate risultando ambigua. L’uso del termine “gioco
responsabile” nella corretta accezione sta a significare sia la scelta informata che compie
il giocatore rispetto al gioco, a conoscenza dei rischi connessi, sia gli sforzi preventivi
condotti dai gestori, e non invece – subdolamente – rivelarsi un modo per scaricare la
responsabilità dei problemi di gioco sugli individui che lottano contro i loro impulsi (è a
loro che spetta, dopo tutto, di giocare responsabilmente!). L’approccio che inquadra il
gioco d’azzardo come tema di salute pubblica è secondo il parere di chi scrive il migliore
auspicabile tra quelli presentati, in quanto consente di guardare il problema ad ampio
spettro, analizzandone sia i costi che i benefici, cogliendo a tutto campo l’impatto
economico e sociale di tale attività, favorendo un dibattito politico pubblico “allargato” ai
vari aspetti del gambling e alla sua complessità, e identificando strategie di intervento a
più livelli.
Il dato allarmante della scarsa adesione al modello di salute pubblica per il gioco
d’azzardo, testimoniato anche dalle ricerche come quelle condotte in Canada sopra
descritte, risiede nel fatto che poche persone sono consapevoli del fatto che vi sia
comunque un impatto del gioco d’azzardo che va al di là della sfera del giocatore
problematico, e che dunque comunque le coinvolge. Un altro studio canadese, sempre
riferito da Korn et Al. (ibidem), evidenziava a tal proposito che solo il 33% degli
intervistati esprimeva l’opinione che il gambling avesse qualche effetto, positivo o
negativo, sulla comunità e solo l’11% riteneva esserne influenzato direttamente. Ciò
evidenzia la necessità di una rigorosa azione di “educazione pubblica” sul fenomeno.
INQUADRARE IL GAMBLING IN UNA CORNICE DI SALUTE PUBBLICA.
VANTAGGI E OSTACOLI
Numerosi sono i lati positivi che deriverebbero dall’adozione di un simile inquadramento:
• Il gioco d’azzardo verrebbe analizzato da un più ampio punto di vista nella società (non solo
focalizzato agli aspetti del gioco patologico, ma neppure “nel paese dei balocchi” e dunque
centrato esclusivamente sulla rilevazione degli aspetti ludici!).
• Verrebbero enfatizzati gli aspetti preventivi e la riduzione del danno (per diminuire le
conseguenze negative dei comportamenti di gioco d’azzardo)
• Si terrebbe in conto non solo dei rischi che corre il giocatore, ma anche la qualità della vita delle
famiglie e della comunità più in generale
• Verrebbe incoraggiato il costante monitoraggio dell’impatto sociale ed economico del gambling,
riconoscendo sia i cambiamenti significativi che avvengono nei contesti sociali dove il gioco
6
USA, Australia, Canada, Svizzera e Olanda.
13
•
d’azzardo ha luogo, sia preoccupandosi di valutare l’impatto sulle fasce di popolazione più
vulnerabili, marginali e a rischio
Verrebbe riconosciuta l’esistenza sia di costi che di benefici associati al gambling e adottate le
misure necessarie a bilanciare questi due parametri.
Gli ostacoli alla sua diffusione sono principalmente di tre tipi.
Gli altri approcci oggi esistenti sono ancorati a solidi interessi e i loro sostenitori non si
arrenderanno facilmente ad abbandonare il campo. Il gioco d’azzardo continuerà ad essere
pubblicizzato dall’industria del gioco come forma di divertimento e legittima attività ricreativa, che
nulla ha a che vedere con la “salute pubblica”. La pubblicità del Lotto, Superenalotto, lotterie e
schedine continuerà a promettere anche all’uomo della strada sogni miliardari, e lo Stato continuerà
a difendere la legittimità di tali proventi allo scopo di finanziare l’arte, i monumenti e lo sport. In
breve, la proposta di un approccio alternativo in cui la gente possa assistere ad un confronto
dialettico tra posizioni differenti susciterà opposizioni.
In aggiunta, le cornici oggi esistenti sono profondamente radicate anche nell’opinione pubblica. Una
recente ricerca condotta su 2.200 persone dalla Canada West Foundation (2000) ha mostrato come
gli approcci basati sul diritto individuale di giocare, sullo sviluppo economico conseguente il gioco
e sugli effetti positivi dei proventi ottenuti tramite le entrate fiscali dal gioco che consentono lo
sgravio da altre tasse, sono molto più popolari che il modello di salute pubblica.7 Il dato allarmante
di questo stato di cose non è tanto che vi sia una scarsa adesione al modello di salute pubblica per il
gioco d’azzardo, quanto piuttosto è che poche persone sono consapevoli del fatto che vi sia
comunque un impatto del gioco d’azzardo che va al di là della sfera del giocatore problematico.8
Ciò evidenzia la necessità di una rigorosa azione di “educazione pubblica” sul fenomeno.
L’ultimo ostacolo per l’affermarsi dell’approccio di salute pubblica in relazione al gambling risiede
nella necessità di dotarsi come si diceva di metodologie scientifiche rigorose, pratiche e ben
documentate per misurarne gli effetti positivi e negativi, da un punto di vista sia economico che
sociale. In assenza di un accordo sulla metodologia e sull’approccio adeguato a rilevare tale impatto,
i dati derivanti dalla ricerca non potranno contribuire alla comprensione dell’effetto del gioco
d’azzardo sulla salute dei cittadini.
INTERVENTI SUL GAMBLING IN OTTICA DI SALUTE PUBBLICA
Per collegare appropriati interventi di salute pubblica ai problemi di gioco, Korn & Shaffer (1999)
hanno modificato un precedente schema messo a punto da Skinner nel 1990 in relazione all’alcol,
(tavola 1) che incorpora il nuovo concetto di salute secondo la definizione dell’OMS, e nel quale
vengono considerati sia il “gioco d’azzardo sano” che quello “malato” abbinanti ad una vasta
gamma di interventi (che vanno da quelli preventivi, a quelli di riduzione del danno e di
trattamento) che si snodano lungo un continuum in parallelo ai problemi di gioco. Quest’ottica
consente di prendere in considerazione l’intero spettro dei comportamenti sia sani che malati
espressi dalla popolazione e gli interventi relativi.
7
In questo sondaggio, gli intervistati esprimevano di essere d‘accordo o molto d‘accordo con le seguenti affermazioni:
„penso che le persone abbiano il diritto di giocare, nonostante le conseguenze“ (63% degli intervistati), „preferisco che
le tasse necessarie a risanare/aumentare il bilancio statale derivino dall‘imposta sul gambling, piuttosto che dall‘aumento
di tasse ‚‘ordinarie‘ a carico di tutti„ (67%), „ritengo che vi sia un incremento nell‘occupazione laddove sono presenti
attività commerciali di gioco d‘azzardo„ (58%).
8
Un altro studio canadese, sempre riferito da Korn et al. (2003), evidenziava a tal proposito che solo il 33% degli
intervistati esprimeva l‘opinione che il gambling avesse qualche effetto, positivo o negativo, sulla comunità e solo l‘11%
riteneva esserne influenzato direttamente.
14
Il “gioco d’azzardo sano” si riferisce alla situazione in cui chi gioca è consapevole delle reali
possibilità e probabilità di vincita, vive un’esperienza gradevole in contesti a basso rischio e azzarda
puntate sostenibili economicamente. Così descritto esso sostiene o potenzia lo stato di benessere del
giocatore e della sua comunità.
Il “gioco d’azzardo malato” invece si riferisce ai vari livelli di problematicità al gioco, in cui una o
più delle condizioni sopra esposte vengono meno (sovrastima delle proprie possibilità di vincita,
esperienza che perde la connotazione di piacere e che anzi diviene fonte di ansia, depressione e
panico, elevazione delle puntate oltre le proprie disponibilità) minacciando l’equilibrio del giocatore
e dell’ambiente in cui vive.
Gli interventi di salute pubblica dunque si possono riassumere con le azioni di prevenzione
primaria, secondaria e terziaria descritte da Caplan (1979).
La prevenzione primaria è finalizzata ad impedire l’emergere di malattie e situazioni sociali
deleterie per l’equilibrio psicologico e le condizioni sociali dell’individuo. Si attua o in assenza di
gioco d’azzardo o in presenza di gioco sano.
Per citare Lavanco (2001), fare prevenzione primaria nel gioco d’azzardo significa creare le
condizioni psichiche e sociali in cui nessuno senta il bisogno di fare ricorso al gioco patologico.
Concretamente, si deve lavorare per favorire la comprensione esatta delle proprie possibilità di
vincita, evitando suggestioni illusorie di facili guadagni, neppure tramite i media. Ancora un
confronto con l’estero a questo riguardo. Come si accennava, da noi ha imperato, ed in modo anche
piuttosto martellante, la già citata campagna pubblicitaria del gioco del Lotto che in TV e alla Radio
proponeva lo slogan: “Lotto. Vincere è un gioco”. Il Casinò di Lugano, soggetto per la legge
elvetica a doversi occupare di non dare messaggi illusori alla clientela, nello stesso periodo ha
impostato la campagna promozionale prevista in concomitanza con la nuova apertura nel mese di
novembre 2002 in modo decisamente meno aggressivo, totalmente svincolato dal fare leva sulle
aspettative di vincite probabili, scegliendo immagini dei futuri dipendenti intenti a predisporsi per
uscire, e con lo slogan “Io mi sto preparando. E voi?”. Una bella differenza, non c’è che dire! 9
Così come fanno all’estero (in Svizzera ad esempio) si deve allertare la clientela sugli elementi che
stimolano la compulsione (velocità, facilità, possibilità di ripetizione delle giocate, illusione di
controllo, ecc.), sia monitorando tali indicatori specifici per legge tra i produttori e gli esercenti dei
giochi (approntando ad esempio macchinette slot-machine o videopoker normate anche sotto questo
profilo), sia rendendo disponibile nei luoghi di gioco materiale informativo e riferimenti concreti
per chiedere aiuto in caso di bisogno.
9
Per un approfondimento a questo riguardo, si veda l’articolo “Mass media e Gioco d’azzardo” di Capitanucci Croce,
Narcomafie, sett.-ott. 2004.
15
Sempre dal confronto con l’estero, ancora la Svizzera, che è dotata di una buona legge, ci mostra
come sia necessario che le occasioni di gioco non siano frammentate in mille luoghi diversi, cosa
che le renderebbe difficilmente mappabili (tanti gestori differenti in posti diversi e con diverse
regole e sensibilità sociali), ma vengano accorpate (nel caso elvetico, in Casinò il cui numero e la
cui autorizzazione al funzionamento sono disposti dalla Confederazione in base a vari parametri, tra
cui anche quello di dotarsi di una Concezione Sociale a tutela del rischio di gioco eccessivo), per
garantirne un miglior controllo ed una migliore gestione.
La prevenzione secondaria riguarda gli interventi rivolti alla cura precoce dell’individuo, in seguito
ad una diagnosi tempestiva ai primi segnali di disagio. Si attua all’inizio del gioco malato. In
Svizzera i giocatori eccessivi, qualora percepiscano di avere passato il limite, cosa che può accadere
anche mediante il counselling fornito loro dai dipendenti della casa da gioco stessa all’uopo
addestrati, hanno la possibilità di richiedere direttamente ai Casinò (che in rete tra loro
automaticamente trasmettono in tutto il Paese la richiesta del cliente) un’auto-esclusione per essere
impediti di accedere, senza dovere per questo essere segnalati in Polizia, cosa che invece in Italia
rimane l’unico modo per essere banditi dall’ingresso.
La prevenzione terziaria riguarda gli interventi tesi a impedire il progredire di una malattia
conclamata (sono identificabili con il trattamento, azioni di cura e riabilitazione). Si attuano in
presenza di gioco malato.
Andranno urgentemente elaborate strategie di prevenzione dei problemi correlati al gioco eccessivo
nei soggetti e nei gruppi di popolazione a rischio di dipendenza, azioni protettive nei confronti di
questi gruppi vulnerabili, promuovendo nei soggetti potenzialmente a rischio e nella comunità più
in generale, atteggiamenti, comportamenti e politiche nei confronti dei giocatori d’azzardo basati su
informazioni scientifiche.
In altre parole, aderire ad un’ottica di salute pubblica in relazione al gambling, significa affermare il
principio che in una società che consente il gioco d’azzardo deve essere una priorità anche
assicurare la prevenzione dei problemi gambling-correlati, destinando adeguate risorse tese a
finanziare iniziative di prevenzione primaria, secondaria e terziaria, adottando nei confronti del
gioco d’azzardo un’ottica di promozione e tutela della salute mentale e comunitaria, stimolando la
responsabilità personale e sociale in relazione alle pratiche ed alle politiche di gambling.
IL VALORE STRATEGICO DELLA RICERCA
Un tema di salute pubblica va trattato basandosi su un solido inquadramento teorico e sulla ricerca
condotta sia sugli aspetti “individuali” del gioco d’azzardo, sia su quelli relativi all’esplorazione del
contesto, dell’epidemiologia e delle sue caratteristiche sociali.
Essa può giocare un ruolo importante e persino decisivo nell’indurre un cambiamento di approccio
in relazione a un tema sociosanitario nell’opinione pubblica e politica.
Alcuni casi del passato (il consumo di tabacco e il fumo passivo; l’epidemiologia dell’Aids)
possono fornircene adeguato esempio. Tra gli esempi del passato, ricordiamo le profonde
modificazioni culturali successive all’affermazione di relazione tra consumo di tabacco, fumo
passivo e decremento dei consumi, oppure l’atteggiamento verso l’epidemiologia dell’AIDS: in
entrambi i casi si è assistito al passaggio da un paradigma di inquadramento come problema di
salute individuale a problema di salute pubblica. Il massiccio utilizzo dei media ed il cambio
drastico nella comunicazione relativa a tali temi fecero sì che anche nella popolazione generale
avvenne velocemente un radicale cambio di prospettiva.
Gli sforzi compiuti per debellare il fumo di sigarette hanno avuto poco successo fintanto che l’uso
del tabacco è stato considerato come una questione di scelta individuale e fintanto che si è rimasti
convinti che le conseguenze negative riguardassero solo i fumatori. Quando la ricerca ha mostrato
gli effetti indiretti del fumo (fumo passivo, fumo in gravidanza) e la correlazione con i rischi
16
sanitari anche per i non-fumatori, gli oppositori hanno potuto inquadrare il fumo in una cornice di
salute pubblica dal momento che esso incideva su tutti i cittadini (e non più soltanto sui fumatori).
Questa riclassificazione ha consentito divieti più aggressivi, che hanno portato anche a modifiche
legislative importanti (si pensi, ad esempio, al divieto di fumare nei locali pubblici). Sono state
promosse campagne di informazione in relazione ai rischi connessi al fumo, anche se tali campagne
non sono state sempre oggetto di valutazione in merito alla loro efficacia. In taluni casi è statao
riscontrato persino un effetto controproducente, in quanto testimonial “non fumatori” risultavano
essere decisamente meno attraenti dei testimonial “fumatori” (mi riferisco ad una controversa
campagna antifumo rivolta agli adolescenti canadesi, condotta tramite affissioni e brevi videoclip, e
finanziata non a caso da alcune industrie del tabacco).
Inizialmente anche l’Aids è stato considerato un problema di salute individuale: la credenza diffusa
era che l’incidenza di questa malattia era ristretta a particolari soggetti “a rischio” (gli omosessuali e
gli utilizzatori di droghe per via endovenosa) e pertanto non toccava in alcun modo la popolazione
in generale. La ricerca dimostrò velocemente che il pericolo andava ben oltre le popolazioni “ad alto
rischio” inizialmente identificate, andando a toccare anche i bambini e le donne, e ciò condusse ad
inquadrarlo in un più generale problema di salute pubblica. Un massiccio utilizzo dei media e un
cambio drastico nella comunicazione relativa al tema fecero sì che anche nella popolazione generale
avvenne velocemente un radicale cambio di prospettiva.
Il filone di ricerca nel settore del gioco d’azzardo è relativamente giovane e come si è visto in
premessa ha avuto una rapida accelerazione negli ultimi vent’anni.
Korn et al. (2003) segnalano alcune indicazioni di lacune e criticità in merito al tema della ricerca
nel settore. Andrebbero condotte analisi in merito all’impatto socio-economico del gioco d’azzardo
sulla società, dove esso è disponibile. Solo uno a tutt’oggi si è occupato di indagare questa
importante relazione (Vaillancourt, Roy; 2000) cercando di quantificare l’influenza del gambling
sul benessere globale della comunità attraverso l’analisi di numerosi indicatori. Tra questi, i costi
legati alla criminalità, quelli legati alla salute e ai trattamenti, quelli relativi alla perdita di
occupazione di giocatori patologici (e conseguentemente al relativo minore introito fiscale), il
decremento o la perdita del “benessere” per le famiglie del giocatore patologico.
A partire dalla necessità di monitorare e valutare l’impatto del gambling sulla qualità della vita delle
persone, delle famiglie e della comunità intera (e non solo quella prossima a quella del giocatore
patologico), è necessario definire un set standard di terminologia condiviso dai vari attori in gioco
(ancora molto vario, come si è visto in precedenza) come pure è necessario stabilire canali di
comunicazione costante tra i ricercatori, i clinici, i politici, ed i gestori dell’industria del gioco (che
oggi operano separatamente ognuno per sé).
Altri temi da indagare riguardano:
• la valutazione delle attività intraprese dai gestori (e lo Stato in prima linea) per assicurare un
bilancio responsabile tra incoraggiare il gioco d’azzardo come forma di divertimento e
proteggere il pubblico dai danni gambling-correlati;
• la predisposizione e valutazione delle strategie di riduzione del danno adottate;
• l’approfondimento per meglio comprendere la comorbilità tra gambling, abuso di sostanze e
disturbi mentali;
• l’ampliamento della ricerca sulle cause del gioco patologico sia in relazione alle componenti
psico-sociali che a quelle biomediche;
• la sistematizzazione di ricerche epidemiologiche sull’incidenza della patologia anche attraverso
studi longitudinali per valutare la naturale evoluzione dei giocatori (con particolare attenzione
all’influenza dei fattori neurobiologici, comportamentali e sociali);
• lo studio dei nuovi giochi tecnologici (che rappresentano le nuove frontiere d’azzardo);
• la ricerca relativa al gioco d’azzardo su internet, forma di gioco abbordabile e articolata (casinò
virtuale off-shore, scommesse sportive, gioco in borsa on-line) che appare in forte espansione
(nel 1996 c’erano solo 15 cybercasinò, divenuti 700 nel 1999, con un’affluenza di 14 milioni di
17
•
giocatori on-line e oltre un miliardo di dollari americani spesi!) e particolarmente rischiosa
essendo a bassissima soglia di accesso: individui di ogni età con un modem e una carta di
credito possono in qualsiasi momento accedere a occasioni di gioco d’azzardo, attraverso il
proprio pc e nella privacy di casa o dall’ufficio;
lo studio finalizzato a predisporre ed attivare buoni servizi di counselling on-line che potrebbero
includere linee guida sul “gioco sano”, strumenti auto somministrabili per misurare il proprio
rischio di sviluppare problemi correlati al gioco d’azzardo eccessivo, indicazioni di “autogestione” per coloro che stanno sperimentando problemi col gioco, gruppi di discussione e
forum, materiale bibliografico per operatori professionali ed occasioni on-line per approfondire
la propria formazione; un sito web ben disegnato che risponde a questi criteri è
www.gamecare.org.uk.
COSTI E BENEFICI. UN BILANCIO POSSIBILE?
Nel 1984 l’OMS aveva definito la “salute” con un significato più ampio ed articolato del mero
benessere fisico. La salute da quel momento non è più solo “presenza” o “assenza” di malattia.
Diviene un concetto positivo, che enfatizza le risorse personali e sociali, un processo dinamico e
una risorsa per vivere, piuttosto che fine a sé stessa.
Questa nuova definizione fa si che, da quel momento, occuparsi di salute non è più compito
esclusivo di medici e ospedali, ma di ciascun cittadino per quanto di sua competenza.
L’introduzione del paradigma della salute pubblica rimanda anche al fatto che le iniziative politiche
in ogni settore (e dunque anche quelle in ambito di giochi d’azzardo) debbono promuovere sempre
e comunque condizioni generali al sostegno della salute stessa.
C’è un’enfasi sulla salute individuale ma anche sul rafforzamento della comunità.
Numerosi fattori concorrono a determinare lo stato di salute (Korn et Al., 2003): il reddito, lo status
sociale, la presenza di reti di supporto, il livello di istruzione, l’occupazione, le condizioni di lavoro,
l’ambiente di vita fisico, il patrimonio genetico e biologico, le pratiche atte a mantenere la propria
salute fisica, le capacità adattive, il sano sviluppo infantile, i servizi sanitari disponibili. Inoltre, la
presenza di disomogeneità sociali e la presenza di dipendenze (Wilkinson & Marmot, 1998).
Come si vede dunque, un approccio di salute pubblica fornisce una spiegazione della salute che va
oltre il focus bio-medico in quanto come si è visto vengono messi in relazione tra loro più fattori,
quali ad esempio il reddito, l’impiego, la povertà, lo status sociale, il livello di sviluppo economico
della comunità.
Ecco dunque che appare assai azzardato pensare all’introduzione indiscriminata del gioco d’azzardo
in un territorio, senza valutarne l’impatto socio-economico sulla società, quando esso è disponibile.
Come già accennato, pochi studi a tutt’oggi si sono occupati di indagare questa importante
relazione.
A partire dalla necessità di monitorare e valutare l’impatto del gambling sulla qualità della vita delle
persone, delle famiglie e della comunità intera (e non solo quella prossima al giocatore patologico),
è necessario definire un set standard di terminologia condiviso dai vari attori in gioco (ancora molto
vario, come si è visto in precedenza) come pure è necessario stabilire canali di comunicazione
costante tra i ricercatori, i clinici, i politici, ed i gestori dell’industria del gioco (che oggi operano
separatamente ognuno per sé).
Più recentemente è interessante la prospettiva proposta dagli australiani Collins e Lapsley (2003).
Qualsiasi attività industriale genera delle “scorie” di produzione. Nell’industria del gioco d’azzardo
tra le altre “scorie” vi sono i giocatori problematici.
Per compiere una stima affidabile dei costi e benefici del gambling secondo questi autori è
necessario compiere una serie di passaggi (alcuni dei quali non semplici).
18
Innanzi tutto definire e distinguere costi privati e costi sociali.
Per “costi privati” si intendono quei costi preventivati derivanti dallo svolgimento di una certa
attività, valutati consapevolmente, e con tutte le informazioni circa i possibili esiti negativi derivanti
dall’espletamento dell’azione stessa.
I “costi sociali” sono invece quelli imposti involontariamente su altri membri della società a seguito
del compimento dell’azione.
Se i costi privati non vengono adeguatamente gestiti, si avranno elevati costi sociali.
Tra queste forme di “mala” gestione dei costi privati nel gioco d’azzardo possiamo evidenziare ad
esempio: la carenza di informazione (non è stato dato sufficiente rilievo alle probabilità di vincita
reali in un dato gioco: la comunità può essere tratta in inganno e giocare più di quanto farebbe se
fosse adeguatamente informata….ricordiamo la campagna pubblicitaria “Lotto. Vincere è un
gioco”? Lascerebbe intuire una facilità di realizzare delle laute vincite. Considerando che ci sono
una probabilità su 11.748 di fare terno, una su 511.038 di ottenere una quaterna e addirittura 1 su
43.949.628 di centrare l’agognata cinquina10…la pubblicità più realistica dovrebbe dire “Lotto.
Perdere è un gioco”!); la razionalità (va ricordato che non sempre le persone agiscono
razionalmente e quando ciò non accade dalle loro azioni risultano spesso costi sociali); la
responsabilità individuale (se un individuo non si assume i costi totali dell’azione che compie, altri
nella società dovranno – loro malgrado – sostenere tutti i costi rimanenti).
Per contro, come segnalava Carlevaro (ibidem), certi costi pagati da alcuni possono portare benefici
ad altri membri della stessa comunità.
Così come è necessario differenziare i costi, lo stesso va fatto per i benefici.
Anche in questo caso parliamo di “benefici privati” (per taluni il gambling può essere un’attività
ricreativa che porta benessere psicologico tanto quanto passare una serata a teatro o a cena con
amici, e in quanto tale dovrebbe ridurre i costi sanitari come avere un riflesso positivo sul fronte
della socializzazione) e di “benefici sociali” (aumento dell’occupazione, turismo e introiti fiscali
sono spesso citati in questa categoria).
In merito a ciò però in relazione al gioco d’azzardo anche questi autori consigliano prudenza e studi
approfonditi. Propongono l’utilizzo di misurazioni ‘contro-fattuali’, che cioè considerino gli scenari
contrari ai fatti oggetto dell’analisi. Ad esempio, quale sarebbe l’impatto economico derivante dalla
cessazione di un certo tipo di gioco d’azzardo? Cosa farebbero i giocatori dei soldi risparmiati? Li
spenderebbero in un’altra attività ricreativa, li giocherebbero illegalmente, li metterebbero da parte o
cos’altro accadrebbe?
Questo è un interessante modo alternativo per calcolare i costi ed i benefici sociali.
Sebbene potrebbe risultare quasi impossibile stimare gli esatti costi e benefici di tale attività in
maniera accurata, è importante porsi almeno l’obiettivo di raccogliere per quanto possibile
informazioni affidabili e standardizzate nel settore del gambling per attuare politiche pubbliche
relative al gioco d’azzardo globali, informate ed efficaci.
Con M. Pucci (presidente del “Centro Studi Italiano del Gioco”)11 si è concordi sulla necessità di
creare rapidamente unitarietà e globalità nel frammentato mondo dei giochi d’azzardo, da “gioco
come settore” a “gioco come sistema”. Non si è d’accordo sulla necessità di procedere prima
all’unificazione del sistema per poi occuparsi della predisposizione istituzionale di contromisure nei
confronti dei possibili effetti collaterali del gioco. In entrambi i casi, siamo in spaventoso ritardo
non solo rispetto ai paesi anglosassoni, ma alla maggior parte dei paesi europei, e fa parte della
costruzione di un sistema “unitario” appunto, anche il prendere in considerazione tutti gli aspetti
della questione simultaneamente, incluso le misure a tutela del gioco eccessivo.
Sarà purtroppo di bassa utilità chiudere le stalle dopo la fuga dei buoi…
10
11
Tratto da “Sport e Scommesse”, 02/04/2000.
Tratto da www.assotrattenimento.it
19
In altre parole, aderire a un’ottica di salute pubblica in relazione al gambling, significa affermare il
principio che, in una società che consente il gioco d’azzardo, deve essere una priorità anche
assicurare la prevenzione dei problemi gambling-correlati, destinando adeguate risorse tese a
finanziare iniziative di prevenzione primaria, secondaria e terziaria, adottando nei confronti del
gioco d’azzardo un’ottica di promozione e tutela della salute mentale, stimolando la responsabilità
personale e sociale in relazione alle pratiche e alle politiche di gambling.
Infatti, se si vuole evitare di pagare costi sociali assai elevati nel medio periodo, non è utile
continuare a mantenere separati costi e benefici derivanti dall’introduzione di attività di gioco
d’azzardo.
Più nello specifico, andranno urgentemente elaborate strategie di prevenzione dei problemi correlati
al gioco eccessivo nei soggetti e nei gruppi di popolazione a rischio di dipendenza, azioni protettive
nei confronti di questi gruppi vulnerabili, promuovendo nei soggetti potenzialmente a rischio e nella
comunità più in generale, atteggiamenti, comportamenti e politiche nei confronti dei giocatori
d’azzardo basati su informazioni scientifiche provenienti da ricerca scientifica affidabile.
Un tema di salute pubblica va trattato basandosi su un solido inquadramento teorico e sulla ricerca
condotta sia sugli aspetti “individuali” del gioco d’azzardo, sia su quelli relativi all’esplorazione del
contesto, dell’epidemiologia e delle sue caratteristiche sociali. Solo la ricerca può giocare un ruolo
importante e persino decisivo nel indurre un cambiamento di approccio in relazione ad un tema
socio-sanitario nell’opinione pubblica e politica, e allo scopo di impattare sulle politiche pubbliche
essa dovrebbe essere utile, facilmente comprensibile, rilevante, appropriata nel tempo (giungere “al
momento giusto”) e concreta.
Nessuno però parrebbe interessato a condurre ricerca nel settore, e così sono numerose le aree
ancora scoperte (Korn et Al., ibidem).
E’ però urgente e necessario ad avviso di chi scrive produrre ricerca oggettiva e libera da
preconcetti, operativa, e cioè capace di fornire risposte ai temi dibattuti pubblicamente,
metodologicamente rigorosa, come pure è necessario divulgarne i risultati in modo comprensibile e
chiaro per i politici ed il pubblico in generale attraverso l’uso dei media. In poche parole, allo scopo
di impattare sulle politiche pubbliche la ricerca dovrebbe essere utile, facilmente comprensibile,
rilevante, appropriata nel tempo (“al momento giusto”) e concreta.
UNA PROPOSTA DI INTERVENTO POSSIBILE. L’AZIONE DI RETE
L’assenza di una cultura di base condivisa nella popolazione sul fenomeno “gioco d’azzardo
patologico” rende indicato e prioritario un intervento guidato di psicologia di comunità, prima
ancora che un intervento clinico. Solo attraverso l’empowerment sociale infatti la comunità sarà
matura ad assumersi in carico giocatori patologici e familiari. In assenza di questo, ogni altro
intervento risulterà dunque parziale, di basso impatto e scarsa efficacia.
Quel poco che tutti hanno in mente, dunque, e cioè che i giocatori abbiano bisogno di risorse
cliniche cui rivolgersi sul territorio, in realtà non è che l’ultimo tassello del nostro articolato puzzle
sociale in via di costruzione, e se rimane da solo è del tutto insufficiente.
La logica dell’intervento in quest’ottica diventa quella della goccia che cadendo nell’acqua genera
cerchi concentrici e centrifughi che progressivamente si allargano provocando risonanza ed
attivazione, sempre più lontano da dove la goccia è caduta.
Due caratteristiche devono orientare questo processo: la correttezza delle informazioni fornite e
l’innovatività - originalità delle azioni messe in campo.
Quello che proporrò di seguito dunque è la teorizzazione di un possibile progetto per un sistema di
intervento globale, che tenga conto di questo stato di cose.
Il primo passo di questo percorso è l’identificazione di un responsabile del processo.
20
Il settore pubblico (e nello specifico il Dipartimento delle Dipendenze dell’ASL) è uno degli
organismi più qualificati ad assumersi un ruolo attivo nell’organizzazione e nella certificazione dei
servizi di cura specifici. Potrebbe fungere anche da coordinatore del complesso processo di
attivazione della rete, se l’obiettivo rimane quello di andare oltre alla mera erogazione di servizi
ambulatoriali, assegnando il ruolo di facilitatore ad un operatore dotato di specifica competenza e
professionalità, con chiarezza e delega formale allo scopo di garantirne la stabilità operativa.
L’operatore prescelto dovrebbe avere una prospettiva sistemica, essere dotato di capacità
organizzative, relazionali, abilità nella conduzione di gruppi di lavoro, capacità di valorizzare le
risorse assegnate, di lavorare “in economia”, predisposizione a lavorare per obiettivi, abilità di
problem-solving oltre a possedere una conoscenza approfondita in relazione alla complessità del
problema gioco d’azzardo e del sistema in cui esso si inserisce.
Il secondo passo del percorso comporta la programmazione di azioni di sensibilizzazione a più
livelli.
Gli operatori psico-socio-sanitari sono un target prioritario dell’intervento. I pochi studi condotti su
queste popolazioni in merito al gambling rivelano quanto tra gli operatori dei SerT, dei servizi
psichiatrici, i medici di medicina generale e gli assistenti sociali dei comuni nell’anamnesi sia
raramente indagato il comportamento di gioco d’azzardo (quasi come se tale informazione fosse
ancora di pertinenza della sfera morale piuttosto che sanitaria). Del resto, anche nella formazione di
base universitaria non vi sono corsi specifici sul gambling. Avviare iniziative di formazione
continua per gli operatori anche su questo tema diviene il primo indispensabile motore di
cambiamento culturale. Non ci si può fermare ad iniziative sporadiche e andranno privilegiati tutti
quegli eventi formativi pensati per contribuire a costruire una cultura dell’addiction (da sostanze e
di processo) integrata e non più segmentata in relazione agli oggetti stessi dell’addiction,
eventualmente modificando i curriculum di studi sin dal livello universitario.
La formazione può aiutare a tornare dalla “sostanza” (o dal “comportamento”), alla “persona” e poi
sempre più verso la relazione tra soggetto e oggetto di addiction.
In questo senso, anche lo scambio in rete di ogni esperienza maturata da nord a sud, da est ad ovest,
in ambito pubblico e privato, è di fondamentale importanza per la crescita di una cultura condivisa
anche sul tema della dipendenza da gioco d’azzardo. Ogni ricerca condotta, ogni articolo scientifico
pubblicato è auspicabile sia diffuso il più possibile nella comunità tecnica in questo delicato
momento.
A fianco della comunità scientifica, che può fungere certamente da motore dell’intero processo, non
può essere messa in secondo piano la popolazione generale dei non addetti ai lavori. Essi, in parte
vincolo ma certamente anche preziosa risorsa, debbono rientrare nel processo di costruzione della
rete fin dal primo momento; altrimenti si corre fortemente il rischio di limitare la questione ad un
dibattito accademico che rimarrebbe – sebbene denso di contenuti scientifici sofisticati – conchiuso
in se stesso e dunque automaticamente limitato ed autolimitantesi. Qui i rapporti con la stampa
giocano un ruolo determinante per cercare di veicolare finalmente messaggi corretti e la costruzione
della rete comunicazionale deve essere un obiettivo prioritario in questo processo.
Ogni azione va pianificata in maniera flessibile, attraverso l’utilizzo di metodologie innovative.
Deve essere messo in prima linea ogni approccio creativo alla diffusione di informazioni
scientifiche certe che contribuiscano a creare una cultura del gioco: ogni idea ed ogni mezzo
debbono essere sperimentati allo scopo di sensibilizzare ed elevare la soglia di attenzione sul
fenomeno, avendo in mente vari target di popolazione fino ad abbracciarne di sempre differenti:
ecco che per gli adulti potrà essere organizzato un evento teatrale o un cineforum, per i bambini e
gli adolescenti eventi interattivi che coinvolgano personaggi a loro noti con cui potersi identificare
nella scoperta delle leggi della probabilità, e sempre più verso l’innovazione.
Il terzo passo del percorso comporta l’attivazione di tutti gli attori della comunità, che diventano
protagonisti. Persino la rete formale delle istituzioni, sebbene burocratiche o burocratizzate, finirà
col fare da sfondo ad un processo inarrestabile di comunità in movimento.
21
Gli ambulatori stessi, così come i pazienti, arriveranno a valle di questa complessiva evoluzione
che, come una danza corale, pian piano coinvolgerà tutti i presenti. Qualcuno, va messo in conto,
uscirà dalla sala prima del tempo. Ma la musica continuerà ed il ballo pure, finché ci saranno forze
da mettere in campo e finché qualcuno dirigerà l’orchestra.
Una volta avviato il processo in questa logica, il compito che rimane è quello di mantenerlo vivo
affinché la comunità possa continuare ad esprimere le sue risorse, potenziandosi sempre più in un
processo comune di co-costruzione della realtà.
IL CONTRIBUTO DEL PRIVATO SOCIALE.
L’ASSOCIAZIONE AND - AZZARDO E NUOVE DIPENDENZE
Con questo spirito ed obiettivo a luglio 2003 è stata fondata l’Associazione AND - Azzardo e
Nuove Dipendenze12, che nasce dalla riflessione, condivisa da un gruppo di donne, che la società in
cui viviamo spesso ci spinge verso forme di consumo indiscriminate e sproporzionate rispetto ai
nostri reali bisogni.
Tale cultura, accanto agli innegabili vantaggi, produce in parallelo aspetti problematici non
trascurabili.
Se viene oltrepassato il limite, qualsiasi comportamento, anche il più adeguato, può diventare una
dipendenza vera e propria, anche se in questo caso si parla di "dipendenze senza sostanze". Ciò può
accadere ad esempio per i videogiochi, il gioco d’azzardo, il sesso, l'uso di internet o dei cellulari, lo
shopping, la televisione e perfino il lavoro.
Partendo dal desiderio di alcune persone interessate a studiare ed approfondire il tema del gioco
d'azzardo in tutte le sue componenti (gioco sociale, gioco problematico e gioco patologico)
l'obiettivo più generale ed ambizioso dell’Associazione è quello di avviare una riflessione organica
su tali fenomeni e di agire per favorire una cultura del consumo consapevole che salvaguardi gli
aspetti ludici e positivi evitando gli eccessi e gli abusi.
L'associazione è stata fondata da un legale e da quattro specialiste del settore (due psicologhe,
un’assistente sociale ed un’educatrice professionale) con esperienza pluriennale nell’area delle
dipendenze, dotate di specifica conoscenza nel campo del gioco patologico, che hanno deciso di
investire volontariamente il proprio tempo libero in una attività stimolante e utile su temi che
purtroppo talvolta a livello istituzionale rischiano di non avere adeguati spazi di sviluppo. L'idea di
unire diverse esperienze e professionalità ha l'obiettivo di stimolare un confronto ed una riflessione
sui vari aspetti che entrano in gioco quando si parla di "dipendenze senza sostanze".
Un’attenzione per ora tutta al femminile, alla riscoperta di quei valori solidali che azzardiamo a far
passare in secondo piano nella moderna società post-industriale, rischiando di “consumarci nei
consumi” (per citare lo storico Imbucci, 2003). Spesso infatti ci si ritrova inadeguati di fronte ai
desideri ed alle possibilità di consumo disponibili, imbrigliati in una rete che non ha via di uscita, se
non quella dell’oltrepassare il limite.
L'associazione è aperta a chiunque sia interessato nella direzione dello studio, della ricerca, della
formazione e della sensibilizzazione su questi argomenti. Chiunque abbia desiderio di conoscere tali
problematiche, di approfondirle, di fare formazione in merito, supervisione rispetto alla clinica si
può rivolgere all’Associazione, come pure qualsiasi persona o istituzione interessata alla tematica
del gioco d'azzardo e delle nuove dipendenze.
Riteniamo che ciascuno possa essere portatore di competenze che possano valorizzare i progetti in
corso ed essere valorizzate all’interno dell’associazione.
12
Sede Legale a Gallarate, presso lo studio leg. tributario Ass.to De Micco & Ardizzone, Via L. da Vinci 7, e-mail:
[email protected]
22
Nostro scopo è infatti quello di diversificare il più possibile le iniziative, al fine di poter
coinvolgere, in futuro, non solo gli operatori del settore, ma anche altri professionisti, altre
categorie di volontari, fino a raggiungere la popolazione in senso lato.
Sebbene non vi sia al momento intenzione di accogliere domande cliniche di aiuto da parte di
persone in difficoltà a causa di tali problemi, non verranno negate risposte a chi dovesse esprimere
la necessità di essere orientato alla diagnosi ed alla cura, fornendo indicazioni sui luoghi a noi noti
deputati a tale aspetto.
Oltre alla realizzazione di iniziative di formazione abbiamo già iniziato a lavorare ai progetti futuri,
che già affiorano numerosi, e che comprendono ricerche mirate sul territorio, attività di
prevenzione, occasioni di informazione rivolte alla popolazione, nonché la creazione in futuro di un
sito web organico e interattivo che permetta lo scambio di informazioni, riflessioni e domande sul
tema delle dipendenze senza sostanze e tanti altri ancora. Le poche risorse in confronto alle molte
idee non ci spaventano, perché nutriamo la convinzione e la speranza che con la collaborazione di
tutti, privati cittadini, altre associazioni, la stampa e su fino ad arrivare alle Istituzioni, ciascuno col
suo piccolo apporto specifico, si riuscirà a garantire il facile raggiungimento di obiettivi comuni
solo apparentemente molto ambiziosi.
L'intento di AND è dunque quello di avviare una riflessione organica su tali fenomeni e di agire,
coinvolgendo le istituzioni, gli addetti ai lavori e la gente comune per favorire una cultura del
consumo consapevole che salvaguardi gli aspetti ludici e positivi evitando gli eccessi e gli abusi,
promuovendo così il concetto di comunità in movimento.
CONCLUSIONI
Se la ricerca di comunità, affiancata e sostenuta da politici lungimiranti, non riuscirà a dirimere
questo complesso argomento, sarà assai difficile trovare un linguaggio comune e di conseguenza
approdare al modello di salute pubblica per il gioco d’azzardo.
In questa logica, ancor meno sarà possibile adottare interventi preventivi che abbiano valenza
globale, condivisa tra cittadini, tecnici, ricercatori, politici e portatori del problema, e in ultima
analisi sarà poco verosimile pensare di muoversi “universalmente” nella stessa direzione.
Facendo prevenzione in un contesto così ambiguo si rischia di dare messaggi a prescindere dal reale
ma ignoto contesto di riferimento degli interlocutori, e pertanto si hanno elevate probabilità di
attuare interventi inutili, quando non dannosi.
RINGRAZIAMENTI
A Gioacchino Lavanco, Docente di Psicologia di Comunità dell’Università di Palermo, illustre
professionista e stimato amico, per gli spunti ed i consigli generosamente forniti dopo aver letto una
prima grezza stesura di questo articolo molti mesi fa; e a Cesare Guerreschi, Psicologo
Psicoterapeuta, Presidente Siipac, primo “giocoliere” assoluto d’Italia, perché ora e sempre sarà il
grande maestro per chiunque abbia in cura giocatori d’azzardo eccessivi.
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