Domenica
il racconto
L’America delle femmine sfrontate
La
di
DOMENICA 22 APRILE 2007
VITTORIO ZUCCONI
la storia
Repubblica
India, Aurangzeb imperatore bigotto
FEDERICO RAMPINI
In cerca della
vera “Masseria
delle Allodole”
nei luoghi
del primo
genocidio
del XX secolo
FOTOTECA GILARDI
Sangue
armeno
GIAMPAOLO VISETTI
L
HARPUT (Anatolia sud-orientale)
a “Masseria delle allodole” non esiste più. Introvabili anche il vecchio magazzino del sale, o la farmacia di Sempad. Le cascate fuori dalla piccola città sono prosciugate da tempo. Nessuno si permette il lusso della memoria:
di aver sentito narrare, dai vecchi, di un mondo intatto degli armeni.
Dove sorgeva la casa degli Arslanian ora fioriscono i mandorli che ombreggiano le pietre tombali di un piccolo cimitero siriano. La polverosa Aslanli Sokak conduce ai resti delle antiche concerie, ai piedi della fortezza precristiana dell’Ottavo secolo.
Sulle colline arse dell’Anatolia le rovine di settanta chiese, un centinaio di bagni turchi ottomani trascinano l’orizzonte fino al blu del lago
Gurus. La vallata di Kurdemlik è invasa dal verde del primo grano, dai
boccioli rosa degli albicocchi. Dietro, la neve infinita del Nemrut. Solo il
vento bussa alle porte di certe case crollate. Alcuni venditori di nocciole sorseggiano il tè sugli sgabelli mozzi, allineati davanti al minareto della moschea di Saruhan. Nell’aria, il profumo dell’agnella arrostita sul
carbone. Quasi ci si dimentica, nel sole caldo di questa meravigliosa pace, di camminare tra ciò che resta di un inferno che brucia.
Non è un errore. I muri diroccati, le piramidi di sassi riconquistati
dal prato e i tetti sfondati, le cui travi ingrigite svettano come croci gettate contro il cielo, sono i quartieri armeni di Harpert. Coppie di innamorati vagano convinte di abbracciarsi tra le fondamenta del palazzo di Osman Yavuz Selim, padre di Solimano il Magnifico. Nulla
indica che si addentrano invece nel cuore del Metz Yeghern, il Grande
Male: il genocidio armeno. Dopo novantadue anni il libro di Antonia
Arslan, da cui è tratto l’ultimo film dei fratelli Taviani, è di nuovo a casa, dove è nato. Afrim Tanoglu, ottant’anni, suggerisce di adagiarlo davanti al vecchio portone del bey Sabit, il vali turco che organizzò la carneficina e la deportazione dell’attuale Harput. È l’edizione italiana della Masseria, mai tradotta in turco per il veto di Ankara. I guardiani della tomba di Arap Baba la sfogliano stupiti. Non credono alla storia.
Il 24 aprile 1915 furono costretti a partire in dodicimila, dalle case
oggi cancellate di Harpert. Ad Aleppo, in Siria, arrivarono duecentotredici spettri. Quasi un milione e mezzo, in due anni, le vittime nei
villaggi dell’Anatolia. Chi era sopravvissuto alle marce e ai campi di
prigionia sparì nel vuoto del deserto.
Perché siete qui?», domanda Zarha. È impazzita molti anni dopo, il
giorno in cui ha saputo come fu uccisa sua madre. I soldati turchi avevano puntato alto su quella gravidanza. Maschio o femmina? La
squartarono come un montone. Estrassero con la baionetta colui che
le sarebbe dovuto essere fratello. La vecchia Zarha ha succhiato l’ultimo latte da una mammella recisa. Rimasta a Elazig, la nuova città alle pendici di Harput, cura i tulipani nel giardino di una madrasa. Due
orti più in là, discretamente, si riuniscono a pregare le dodici famiglie
armene ancora nascoste nella regione. La chiesa siriana, che le ospita, è una stanza tinteggiata d’azzurro e impregnata degli incensi. «Mia
madre», dice Zarha, «era armena». Si ripara dietro a una porta sentendo qualcuno che domanda di «quelli». Poi accarezza quel misterioso libro straniero, sembra ricordare: silenziosamente lascia che le
pagine si aprano al richiamo del muezzin.
(segue nelle pagine successive)
con un articolo di HRANT DINK
cultura
Grandi scrittori e Grand Hotel
SANDRO VIOLA
la lettura
Quando i comunisti ridevano
MONI OVADIA e PAOLO RUMIZ
spettacoli
Lorenzo Da Ponte, parole per Mozart
LEONETTA BENTIVOGLIO
i sapori
Il crudo che accende il profumo di mare
LICIA GRANELLO e CARLO PETRINI
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la copertina
Sangue armeno
DOMENICA 22 APRILE 2007
Sia il film “La Masseria delle Allodole” dei fratelli
Taviani, che il libro omonimo di Antonia Arslan
da cui è tratto, sono proibiti in Turchia. Così come
ogni riferimento al gigantesco sterminio del 1915
Siamo andati in cerca degli ultimi testimoni
viventi di quei fatti, che sopravvivono impauriti
nascondendo il ricordo di un trauma incancellabile
FOTO AFP
Ombre dell’Anatolia
La memoria segreta
del primo genocidio
GIAMPAOLO VISETTI
(segue dalla copertina)
olo un pellegrinaggio, sostando nelle
dimenticate stazioni di una laica via
crucis scandita dai massacri del Novecento, può condurre tra queste gole
vulcaniche. Nessuno qui, fra due giorni, si riunirà per ricordare l’inizio della
“grande retata”. La pulizia etnico-religiosa dei
Giovani Turchi, spaventati dallo sfacelo dell’Impero ottomano e dall’offensiva dei russi all’inizio
della Grande guerra, ha avuto successo. In Anatolia, da secoli, convivevano turchi, greci, curdi, armeni, ebrei, siriaci, arabi, circassi e lasi. Uno su tre
non era musulmano. Oggi, in tutta la Turchia, sono rimasti sessantamila armeni riparati a Istanbul, alcune centinaia nascosti nei villaggi. Ad Harput, crocevia delle deportazioni tra il Mar Nero e il
Mediterraneo, non ne vive più uno. Una cinquantina, dispersi e sommersi, ad Elazig. Le chiese cristiane sono macerie a cielo aperto: nella notte
fredda, quando molte stelle si avvicinano, i pastori vi si riparano dal vento.
Più di questa assenza, impressionano la rimozione collettiva e la soffocante paura. Nulla segnala, o circoscrive, i luoghi delle prove generali
per l’Olocausto degli ebrei. Sterminati impunemente gli armeni, le loro case sono state razziate e
poi distrutte dai curdi. Per i turchi dell’Est «quelli
sono solo andati via».
Trovare una famiglia armena, spesso forzosamente convertita all’Islam, può richiedere giorni
di indagini e appuntamenti disertati. La maggioranza ha cambiato cognome. Qualcuno fornisce
un numero di telefono, chi risponde rinvia ad un
altro. Gli incontri sono fissati tra la folla anonima
dei bazar: non sempre ci si mette d’accordo per un
tè nella dimora dell’ospite. Sui laconici colloqui
grava il sospetto. La diffidenza suggerisce agli armeni rassicurazioni di circostanza. La maggioranza recita frasi confezionate che presume gradite alla propaganda ufficiale. Perché fidarsi di
uno sconosciuto? Una frase scorretta può costare
la vita, o trasformarsi in un capo d’imputazione.
La maledetta Malatya, dove le albicocche sono
grandi e dolci come pesche, Mezreh, Kayseri,
Tunceli, Diyarbakir, Erzurum, o l’esotica Van, distrutta capitale del regno di Urartu, non sono divenuti scandalosi monumenti alla follia umana.
Sono la culla di “Lupi Grigi”, Hezbollah e misteriose cellule di nuovi estremisti islamici: gli armeni, ancora, dormono sospesi come gli altri cristiani. Da un caravanserraglio abbandonato di Elazig
è partito Mehemet Agar, complice di Ali Agca nel
disegno omicida contro papa Wojtyla.
Non si ragiona sul passato, ma si seguitano a
contare gli attentati nazional-fondamentalisti.
«Non ci vogliono», sussurra il muratore Yeckin Afsin badando di non farsi sentire nemmeno dalla
moglie. «Di giorno sorridiamo da turchi, la notte
piangiamo da armeni». Gli assassinii di don Santoro e di Hrant Dink, direttore del settimanale
Agos, hanno fissato uno spartiacque sulla via della riconciliazione. I passi della pace trascinano indietro.
Gli spari di Osmanbey, a Istanbul, sono giunti fino all’Ararat scintillante. L’assalto crudele di mercoledì scorso nella casa editrice presbiteriana di
Malatya conferma la riesplosione di una radicale
caccia alle streghe. Altri tre missionari seviziati,
incaprettati e sgozzati «per Dio e per la patria»,
nella città doppia di Agca e Dink. Una agghiacciante lezione esemplare: in Anatolia, non solo a
Trebisonda, trovare un pugno di ragazzi pronti a
macellare chi lotta per la comprensione fra turchi
e armeni, o tra musulmani e cristiani, resta rapido
ed economico. Per questo chi non è emigrato in
Europa, o in America, ora sa che restare in Turchia
significa continuare a nascondersi, scommettere
sull’ultimo respiro: o pagare il prezzo del proprio
annullamento.
La donna più bella di Konya lo ha fatto. Dice di
avere centodieci anni. È la più vecchia, in Asia mi-
VIOLLE
T
S
FOTO R
OGER
Villaggi dai nomi cambiati,
decine di chiese in rovina,
case crollate e mai ricostruite:
nulla, su queste colline
del profondo interno turco,
ricorda il “Metz Yeghern”,
TRACCE CANCELLATE
Nella foto grande, due donne
davanti alle case di Aleppo,
la città che fu il terminale
dell’esodo degli armeni
nel 1915: solo pochissimi
vi giunsero vivi. A sinistra,
il monte Ararat, al cuore
del territorio un tempo
abitato dagli armeni. Qui accanto,
una copertina del Parisien
su un massacro di armeni
del 1909. In copertina, strage
di armeni a Baku, 1905
il Grande Male che costò
la vita a quasi un milione
e mezzo di persone
trucidate o lasciate morire
nore, dei tre sopravvissuti al Metz Yeghern. Prega
di non avere un nome pubblico. Per salvare le sorelle, nell’aprile del 1915, ha sposato l’uomo che
le aveva decapitato il marito. Uno dei figli di primo letto fu obbligato a gettare il fratello in un precipizio. Le strane piaghe che gli devastavano il viso facevano temere un contagio. «Non riuscivo
a capire», dice, «se era giusto amare i bambini
che ho concepito dopo, con il turco che mi aveva
acquistato». Convertita all’Islam, ha scordato l’armeno e imparato il curdo. «Ho passato la vita», dice, «a odiare il mio sposo assassino e a invocare su
di lui la spada di un Dio. La notte mi sogno ragazza, a cavallo con il compagno che mi è stato sottratto».
Salendo i sentieri pietrosi del monte Siurice poco importa delle dispute storico-giuridiche sulla
definizione del genocidio. Quali risarcimenti potrebbero esigere da Ankara gli armeni che non ci
sono più? Quali restituzioni territoriali? Contano
più le commesse industriali, l’adesione alla Ue, le
leggi contro i negazionisti, o la diffusione di una
salvifica verità collettiva? Più scandalose ancora
delle crisi diplomatiche e delle nuove stragi si rivelano così la rimozione del dolore, la cancellazione ufficiale del massacro. Il terrore, il senso di
colpa, in cui sono costretti a sopravvivere i discendenti delle vittime.
Le ombre si allungano quando Afrim indica le
rive del lago Goluyuk, ribatezzato Hazar. Appare
come un giardino magico in cui scomparire, lentamente, per sempre. Non c’è un cartello che ne
racconti la storia. Ma è stato qui, nell’estate di novantadue anni
fa, che circa seimila donne e bambini di Harpert
sono stati uccisi e dati in pasto ai cani affinché presto cancellassero ogni traccia. «Oppure i deportati», dice, «venivano bruciati. Le guardie del vali
cercavano l’oro anche nello stomaco». Ci scherza
ancora, l’autista. «Loro sono scappati», recita
un’oscena filastrocca che allude al mitico tesoro
sepolto dagli armeni prima degli arresti, «ma noi
non smetteremo di dare la caccia all’oro di loro».
Su un prato rosso alcuni tavoli, accarezzati dai ciliegi, circondano i fuochi spenti per il kebab dei
meriggi più miti. Non c’è una tomba sul luogo dove ottocento maschi, legati a mucchi di quattordici, sono stati fucilati dai gendarmi. Montagne di
ossa hanno ostruito le fosse scavate per conservare il ghiaccio. Perché la vergogna di questo silenzio? Perché chi «discredita o collabora a discreditare la nazione» viene condannato a dieci anni di
carcere? Perché ci si può distendere su queste erbe odorose senza poter capire dove si riposa?
«La moderna Turchia», rispondono
ad Agos gli amici di Dink, «è nata dall’annientamento degli armeni. Riconoscerlo significa ricostruire una complessa identità civile. Il problema è che il
momento del confronto con la storia infine ti raggiunge. Se lo affronteremo onestamente, non ci saranno sconfitti. Lo
sviluppo di una cultura di pace, garantita
da uno Stato laico, renderà onore a tutti.
Solo allora turchi e armeni cammineranno
a testa alta di fronte all’umanità». È un tempo che l’ipocrisia politica, definita pragmatismo, allontana.
Antonia Arslan non ha mai visto il suo villaggio
di origine. Paolo e Vittorio Taviani hanno dovuto
girare in Bulgaria La masseria delle allodole. Il governo turco ha cercato fino all’ultimo di bloccare
il finanziamento europeo, votando contro la realizzazione del film. Il libro non è stato stampato e
la pellicola non approderà nei cinema di questo
straordinario Paese. È come se la Germania fosse
insorta contro La vita è bella di Benigni, censurandolo.
Armeni e turchi, prigionieri di una contrapposta storiografia fondata sull’odio, vengono così tenuti all’oscuro anche dei grandi gesti di bontà.
Molte case dell’Anatolia, dietro l’orrore, celano
un passato di eroismo. Migliaia di donne e di bambini strappati dalle colonne dei deportati. Migliaia di uomini nascosti e nutriti per anni nelle
cantine dei turchi. Migliaia di salvati, in cambio
Repubblica Nazionale
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
FOTO CONTRASTO
DOMENICA 22 APRILE 2007
dei loro beni, imbarcati clandestinamente sulle
navi inglesi e francesi. Migliaia di ragazze armene
sposate dai turchi per risparmiare anche una sola
vita. Soltanto così, bussando casa per casa nei villaggi contadini sud-orientali, si scopre l’ignorata
resistenza popolare di chi rischiò l’impiccagione
per restare se stesso.
Una minoranza, ma è da essa che si può ricominciare. Etyen, stampatore di stoffe ad Adyaman, è uno dei tanti curdi di sangue armeno. Lo ha
saputo tre anni fa, casualmente. Sua nonna Leora, fuggita dal campo di prigionia ad Aleppo, si è
maritata con un siriano. Il figlio ha sposato una
curda. «Sono come tutti qui», dice, «un caffelatte.
Fatta la miscela, è impossibile separare gli ingredienti».
Una beffa del destino, per il triumvirato TalaatEnver-Djemal che allo scoppio della Prima guerra mondiale si alleò con gli Imperi centrali di Berlino e Vienna. Chi è turco, oggi in Anatolia? Chi armeno e chi curdo? La gente è stata più coraggiosa
di chi l’ha governata ed è difficile, nonostante una
pulizia etnica maniacalmente programmata, distinguere un’ipotetica “purezza della razza”.
Che a prevalere sugli interessi dei potenti siano
infine la natura, l’amore e l’istinto di sopravvivenza degli ultimi, lo dimostra la popolazione di Vakifli. Trenta famiglie, un centinaio di persone: è l’unico villaggio interamente armeno sul territorio
turco. Citato nella Bibbia, vicino ad Antiochia, a
dieci chilometri dal confine siriano, è il simbolo
della resistenza contro le vendette. Franz Werfel,
nel 1933, ne ha raccontato la storia nel romanzo I
quaranta giorni del Musadag. Più volte Hollywood
ha cercato di ricavarne un film, sempre dissuasa
dalle pressioni di Ankara sul Congresso Usa.
Antranik Demirci, novantaquattro anni, è l’ultimo testimone del genocidio. È cresciuto con la
paura di non essere turco, invecchiato con la vergogna di non essere morto. «Dopo i mesi della lotta contro la deportazione», dice, «ciò che restava
della mia famiglia fuggì in Egitto. In cinquemila,
per quattro anni, siamo rimasti nel campo profughi di Porto Said. Avevo sei anni quando mi hanno riportato ad Aleppo ed ho scoperto che cinquantasei miei parenti erano scomparsi». Adulto,
ha seguito le loro tracce nel deserto, fino a Deir-esZor. Il luogo scelto per il “reinsediamento” degli
armeni deportati, era il nulla. Dune di sabbia, distese di pietre incandescenti. Chi aveva svenduto
casa e beni per corrompere i soldati e trascinarsi
al capolinea del massacro, morì di fame e di sete.
Khayel Kartun, dentista armeno espatriato, indica l’ansa dell’Eufrate prediletta dalle cicogne
per costruire centinaia di nidi di prodigiosa perfezione. Sua nonna si è annegata oltre il canneto.
«Una novantina di prigioniere», dice, «si immer-
sero cantando, a braccia alzate. Avevano promesso di salvare i loro ultimi figli. Compresero che sarebbero finite schiave negli harem arabi, prima
che i neonati venissero schiacciati contro le rocce.
Si sono immerse di notte, perché i bambini non
vedessero».
Sono altre storie come questa, non scritte, ad essere narrate la sera sotto le vigne che a Vakifli ru-
bano la schiuma alla brezza del mare. Quattrocento emigrati armeni, ogni estate, ritornano da tutto
il mondo per non dimenticare chi sono. Chiedono
solo di vivere in pace, custodendo la propria origine: i turchi rispettano il loro secolare coraggio.
«Perché siete qui?», chiede infine anche il vecchio
Antranik Demirci. Si gira di spalle, mentre ascolta
la storia dell’“armena italiana” che viene ora clan-
Un testo del giornalista assassinato su una data da non dimenticare
Quella notte tra il 23 e il 24 aprile
HRANT DINK
Hrant Dink, giornalista e intellettuale turco di origine armena, è stato
ucciso a Istanbul il 19 gennaio scorso per mano di un giovane nazionalista
Pubblichiamo questo testo per gentile concessione di Agos, il settimanale
pubblicato in lingua turca e armena di cui Dink era direttore
con tutto l’entusiasmo il 23 aprile, ma essere parl 23 aprile è un giorno molto importante nella
tecipe anche della grande tristezza del giorno dostoria della nazione turca, nata dopo decine di
po. Quante persone sulla Terra vivono questo dianni di sofferenze. È il giorno in cui il principio
lemma? Non è facile né capirlo né spiegarlo.
“la sovranità è del popolo, senza condizioni” fu riSpero che nessuno lo viva mai più. Come si può
badito dal Parlamento: questa è l’eredità lasciata
festeggiare con ancor più ardore il 23 aprile? Coai bambini, che sono “la vita del futuro”. Forse è la
me si può cancellare il 24 aprile dalla memoria? In
data della lungimiranza più assoluta del popolo
realtà questi non sono problemi
turco. Penso che sarebbe una cosa
senza soluzioni. Se il 23 aprile è la
intelligente non limitarsi a festeggiornata di tutti i bambini, che lo sia
giare il 23 aprile soltanto in Turchia,
in qualche modo anche dei bambima condividerlo con i bambini di
ni dell’Armenia. Invitate anche loro
tutto il mondo: allora auguri ai bamai festeggiamenti. Riavvicinateli e
bini turchi e ai bambini del mondo!
rappacificateli. Che non ci sia solNella storia del popolo armeno
tanto il 23 aprile: ci sia anche il 24
disperso qua e là nel mondo, il 24
aprile. Che aumentino i giorni di feaprile è un giorno nero. Quando
Hrant Dink
sta, che sia festa tutto il mese di apriquattro, cinque armeni si ritrovano
le, tutta la primavera. Se non ci riuinsieme per l’occasione, scendono
scite, è perché ci sono rancori che lo impediscono.
in piazza innalzando striscioni. Perché? Qual è il
Allora lasciate il mondo ai bambini, risolveranno
motivo che li spinge a scendere nelle strade il 24
loro i problemi: basta che voi non li ostacoliate.
aprile?
Mi piace in modo particolare il 23 aprile. Io e mia
24 aprile 1915, è l’alba. Intellettuali, scrittori, armoglie ci siamo sposati proprio quel giorno. Vitisti, insegnanti, avvocati, dottori, deputati armevemmo la notte del talamo tra il 23 e il 24 aprile. Fu
ni, per la maggior parte residenti a Istanbul, venquello l’attimo in cui demmo vita al nostro primo
gono presi uno ad uno dalle loro abitazioni e porfiglio.
tati via… E non fanno più ritorno. Ecco, questa daNé il 23 aprile, né il 24.
ta è l’inizio del “dramma storico armeno” avveForse quell’attimo è il “23,5” aprile...
nuto nei confini dell’Impero ottomano.
Non so chi potrebbe capire cosa vuol dire esseTraduzione dal turco di Semsa Gezgin
re al tempo stesso armeno e della Turchia, vivere
I
destinamente riportata tra le sue steppe.
La frontiera fra Turchia e Armenia resta chiusa.
È considerata «zona di guerra». Famiglie, sui due
versanti dell’Aras Nehri, non si sono mai incontrate. Alla domanda più importante, in Anatolia,
nessuno accetta di rispondere. «Cosa penso del
genocidio armeno?», chiede in una stalla di Kars il
pastore Ahmet Sadik Tekai. «Niente». Duemila
chilometri a occidente, nel patriarcato degli armeni apostolici di Istanbul, l’arcivescovo Haram
Atesjan ripete: «No comment». Quasi un secolo
dopo, in Turchia, resiste una domanda che non si
dovrebbe porre e a cui non si deve rispondere.
I giornali denunciano l’estremismo del Pkk,
l’infatuata spietatezza anti-cristiana di “Lupi Grigi” ed Hezbollah, l’antistoricità del “Muro di Cipro” o le contestate ambizioni presidenziali del
premier Erdogan. «Si tenta», dice il successore di
Dink, Etyen Mahcupian, «di ridurre la questione
armena a una forma di nostalgia della diaspora, o
di presentarla come un complotto internazionale
anti-turco. La realtà è che i turchi tolleranti hanno
di nuovo paura di essere giudicati traditori, gli armeni coerenti di essere ammazzati. E la comunità
internazionale, come novantadue anni fa, continua a pesare gli anticipi dei contratti».
Ad Harput il vecchio Mustafà, settantotto anni,
cieco e ormai sordo, vive nel sepolcro di Nadir Baba. Esce solo al tramonto, strisciando carponi fino
ad aspirare la zuppa di riso e lenticchie rosse che
qualcuno lascia per lui nel cortile in bilico sull’altopiano. «L’odio», dice, «genera pazzi. La vendetta è madre della solitudine. Qui si sono invaghiti. I
figli siamo noi: spietati custodi dell’indifferenza».
Indica una casa armena, tra le poche a conservare un tetto. È in vendita. Un foglio sulla finestra fornisce un numero di telefono. Quando lo si compone, l’ex muratore Izzettin si precipita fuori dal
forno del pane. «La fattoria di campagna degli Arslanian?», chiede. Poi mostra un edificio rosso, a
nord, isolato su pascoli selvatici, a mezz’ora di asino. La bellezza dell’orizzonte, come dice Ahmet
Rasim, è nella sua tristezza. Di allora, forse, resta
un pezzo di muro crollato nell’orto accanto. Erano diciassettemila gli armeni tra qui e Mezreh. Oggi nessuno.
Izzettin, innocente, ha sperato di concludere
un ultimo affare. Ascolta il racconto della Masseria delle allodole. Scandisce più volte «Ar-slan»,
«Ar-slan», come a frugare in una memoria che sa
impossibile. «Gli armeni», dice. Stacca un frammento di pietra: e di nascosto se lo infila in tasca.
Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 22 APRILE 2007
il racconto
Dopoguerra italiano
La compagna Stakanova in salopette o Marilyn con l’ukulele?
Furono le donne, nonostante le censure dei parroci
o dei mariti di sinistra, a far trionfare anche qui l’american way
of life. Ora un libro di Silvia Cassamagnaghi racconta
quanto “pacchetti” di foto e articoli forniti dall’ambasciata
Usa ai nostri rotocalchi abbiano contato in quella battaglia
Così vinse l’America
VITTORIO ZUCCONI
E
WASHINGTON
rano gli anni dell’agonia sovietica, i primi anni Ottanta.
Sugli schermi della televisione di stato apparve il primo “video magazine” all’occidentale. Si
chiamava Panorama e fu un successo
strepitoso. Dovetti guardarlo anch’io,
inviato a Mosca, per dovere di cronaca.
Era spazzatura. Un montaggio greve di
cortei di disoccupati a Milano, cariche di
gendarme a Parigi, grida di femministe
esasperate a Londra, costruito per creare l’impressione dell’implosione del
mondo capitalista. Natasha — mi appellai alla intelligente signora che mi faceva da interprete e da baby sitter — ma
come può avere tanto successo un programma che mostra soltanto cortei sindacali in Europa e in America? «Cortei?
Ma chi li vede?», mi sgranò addosso i
suoi occhi azzurri Natasha: «Noi lo guardiamo per vedere come si vestono le
donne in Italia o in Francia, che cosa è di
moda da voi». Panorama fu cancellato
dagli schermi poco dopo.
Questo caso da laboratorio della ete-
rogenesi delle intenzioni propagandistiche, delle sorprese che le operazioni
stile Minculpop possono riservare a chi
la organizza, si applica paradossalmente anche sull’altro fronte della
Guerra fredda, a Ovest, nei primi anni
del dopoguerra. Mentre servizi segreti,
diplomatici e governi americani freneticamente trafficavano per manipolare
la vita politica, il vero campo di battaglia erano le sale di cinema asfissiate
dal fumo, le arene estive all’aperto pavimentate di gusci di noccioline, le pagine di cronaca rosa sfogliate sotto il casco del parrucchiere o sul balcone a
prendere il fresco della sera.
Come racconta la bella ricerca di Silvia Cassamagnaghi pubblicata ora dall’editore Franco Angeli (Immagini dall’America. Mass media e modelli femminili nell’Italia del secondo dopoguerra 1945-1960), e come Natasha avrebbe potuto confermare, i soldati che
avrebbero vinto la “Kulturkampf”, la
guerra culturale tra Est e Ovest, sarebbero state soldatesse, attrici in tailleur,
ninfe in costume da bagno, dame in
calze di nylon, in ombretto e fondotinta, in automobile, in ufficio. L’armata
visibilissima, eppure quasi segreta, dei
modelli di femminilità creati a Hollywood ed esportati per vendere, non
per fare rivoluzioni.
Furono le donne italiane, sotto la apparente soggezione al marito o al padre
di sinistra, a decretare che fra gli opposti
ideali offerti dai due fronti — la nerboruta compagna Stakanova in salopette con
l’incudine e il martello curva a forgiare il
socialismo in una fonderia di Minsk, e la
sirena Esther Williams nei suoi costumi
da bagno pre-bikini, la eterea Ginger
Rogers, la impalpabile Audrey Hepburn, le palpabilissime pin up maggiorate — era questo secondo a vincere e a
rappresentare un lontano ma assai più
desiderabile e dirompente sogno.
La vulgata storica vuole che le donne
italiane votassero partiti anti-comunisti negli anni Quaranta e Cinquanta per
salvare la famiglia dalle grinfie di zio
Stalin o per compiacere i don Camillo.
Ma furono, consciamente o inconsciamente, le suggestioni di quelle star, i richiami a un futuro da «sfrontate», come le definiva il Radiocorriere per esorcizzare i primi telefilm importati in
bianco e nero, a sedurre probabilmente molte elettrici in cabina, dove Stalin
non le poteva vedere, ma non le vede-
vano neppure il marito, il padre o il prete. Nel quindicennio decisivo dell’Italia repubblicana, fra il 1945 e il 1960, la
“american way of life” filtrò dalle discussioni politologiche alla fantasia
dello spettatore-consumatore e soprattutto a quella delle spettatrici.
Furono le bambine, le ragazze, le
donne, le signore italiane — comprese
le «proletarie», che confessavano di
leggere assai più i femminili di quegli
anni piuttosto che il pensoso organo
del Pci Noi Donne — ad assorbire e interiorizzare un modo diverso, eccitante, onirico,
affermativo e non passivo, di essere femmine in
una società industriale,
urbanizzata e prospera,
fuori dai canoni puritani, plumbei e moralisti
raccontati bene da Miriam Mafai, che proprio
Noi Donnediresse, e illuminati dall’imbarazzo
del Pci davanti alla relazione extraconiugale di
Togliatti con Nilde Jotti.
È una seduzione che prima avviene in maniera
apparentemente superficiale e solo
dopo è interiorizzata come scelta culturale, dunque politica, quella stessa
forma di “infezione” per modelli che
oggi i fondamentalisti islamici temono
per le loro donne ingabbiate.
Si guardava il trucco di scena inventato a Hollywood dal signor Max Factor
che spalmava “pancake” sui volti delle
star nascondendo il lavoro del tempo.
Si ammiravano i primi rossetti indelebili a prova di acqua, dunque di bacio,
con tutte le implicite suggestioni maliziose. Si sospirava davanti alle
lunghe gambe e alle caviglie
sottili delle girls americane fasciate in calze di
nylon, confrontandole con le proprie
gambotte traccagne
avvolte in calzerotti.
O si sognava la luccicante “custom
jewelry” falsa di Trifari che brillava sul
petto delle eroine
spiritose e «sfacciate» delle “sophisticated comedy”, le
commedie brillanti
IMMAGINARIO
Nelle foto alcune immagini di riviste dell’epoca
catalogate nell’archivio della Fondazione Arnoldo
e Alberto Mondadori e nella Biblioteca Braidense di Milano
Repubblica Nazionale
DOMENICA 22 APRILE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
IL LIBRO
Si intitola Immagini dall’America. Mass media e modelli femminili
nell’Italia del secondo dopoguerra 1946-1960 il libro di Silvia
Cassamagnaghi (Franco Angeli, 336 pagine, 23 euro). È uno studio
sugli strumenti attraverso i quali negli anni Cinquanta gli Stati Uniti
esportarono in Italia il loro modello culturale e politico diventando
il punto di riferimento fondamentale soprattutto per l’immaginario
femminile. L’analisi è condotta in particolare sui mezzi
di comunicazione più popolari, come la stampa a rotocalco,
il cinema e la televisione e dimostra come i vari aspetti
dell’american way of life si diffusero nella società italiana
delle femmine sfrontate
e gli splendidi duplex di Manhattan,
dove queste donne tengono testa ai
maschi, li sfottono, anche se, alla fine,
li sposano, perché così voleva la morale del tempo.
Erano modelli pensati da maschi per
consumatori maschi. Ma agli occhi
delle donne del Sud europeo, della Bassa, delle città italiane, dei “divorzi all’italiana”, delle Filomene Marturano,
quel modo di presentarsi, di vestirsi, di
rapportarsi agli uomini, era più rivoluzionario degli opuscoli sovietici sulla
produzione di acciaio e di elettricità.
«Troppo sfrontate», «troppo interessate ai maschi», «troppo poco premurose
verso la famiglia» mentivano ai ricercatori le italiane, attribuendo a quei personaggi difetti che erano desideri.
Gli uffici dei servizi di propaganda
americana, sotto la direzione di una
donna, di un’ambasciatrice, la Claire
Booth Luce, diffondevano i “pacchetti”, buste di articoli, foto, materiale vario, per esaltare la democrazia americana. Ma in un’Italia che ancora tagliava le scene dei baci negli oratori, come
raccontò Tornatore in Nuovo Cinema
Paradiso, o che era appena uscita dalla condizione femminile dei matrimoni e divorzi all’italiana, dei premi fascisti alle mamme sfiancate dalle gravidanze, delle “Giornate Particolari”, le
donne degli anni Quaranta e Cinquanta guardavano queste americane sposarsi e divorziare e risposarsi senza che
il cielo le stecchisse.
Le vedevano andare da sole a spasso,
in viaggio, al ristorante. Le guardavano
“flirtare”, parola che è rimasta intraducibile perché non ha un corrispondente in italiano, guidare automobili, farla
a fucilate con i «musi rossi» per proteggere il ranch come Rosalynd Russel (il
tempo della correttezza politica e del
Soldato Bluera ancora lontano), sedurre ed essere sedotte. E insinuare impronunciabili sospetti saffici in quelle
agapi di femmine attruppate al bagno
o nello spogliatoio.
Naturalmente, quasi sempre la
“peccatrice” pagava. Bruciava in solitudine nell’inferno di Atlanta, come
Vivien Leigh avendo tirato troppo la
corda con Clark Gable nel Via col Vento uscito in Italia nel 1949 e bollato come «escluso» dal Centro Cattolico per
la Cinematografia. La brava ragazza
alla fine si sposava il “leading man”, il
protagonista, magari fingendo di non
sapere che fosse gay, come poi si scoprirà di attori come Rock Hudson e si
sospetterà di seduttori soavi come
Cary Grant. Il matrimonio doveva ancora essere la conclusione del flirt, se
spinto troppo avanti. L’aperta rivolta
di Katharine Ross alle convenzioni sociali e la sua fuga dall’altare con “il laureato” nel 1967 erano ancora lontani.
La famiglia era necessariamente il
premio finale per la bellezza e la virtù,
manifestato in stupende “cucine ame-
ricane”, come infatti si diceva allora,
dove la bisbetica domata in casalinga
avrebbe avuto il conforto di utensili ed
elettrodomestici e mobiletti pensili,
invece della tinozze, delle ghiacciaie,
delle madie, della cenere, del sapone di
Marsiglia, dei fili tesi sui vicoli, del «non
lo fo per piacer mio» a letto, che le spettatrici italiane avrebbero ritrovato a casa, uscite dal cinema.
Il peccato, e anche il sesso pur certificato e autorizzato, stavano sullo sfondo, perché i censori vegliavano anche a
Hollywood, non soltanto nel Santo Uffizio. A Lucille Ball, protagonista della
serie tv Lucy e io, era proibito avere un
letto matrimoniale con il co-protagonista e marito anche nella vita, Desi Arnaz, che dormiva in un lettino separato. Un’attrice incinta non era ammessa, per non dare al pubblico strani pensieri su cosa mai avesse fatto per diventarlo, e i vizi veri erano sapientemente
nascosti dietro le arti di Max Factor, che
riusciva a fare dell’alcolizzata, promiscua e depravata Judy Garland la innocente, asessuata ragazzina del Kansas,
nel Mago di Oz.
Ma per quante cautele e pruderie e
ipocrisie utilizzassero i censori, il messaggio arrivava, chiaro e forte. Diceva
che un altro mondo, un altro modo di
essere donna rispetto a quello che i mariti, le suocere e il signor prevosto esigevano era non soltanto possibile, ma
legittimo e addirittura positivo. Il sillo-
gismo che involontariamente il cinema, e poi la televisione, avrebbero affermato con molta più efficacia dei
“pacchettini” da Cominform yankee,
pur graditissimi a noi redattori dei settimanali femminili di allora sempre affamati di materiale per riempire le pagine, era colto da donne semplici come
da donne istruite: se è l’America l’ideale positivo al quale noi, come elettrici,
dovremmo allinearci anche secondo le
autorità, perché mai le loro donne
«sfrontate» dovrebbero essere un modello negativo, da evitare?
Il fatto che le stesse donne americane fossero, nella realtà, assai diverse da
quelle illuminate sullo schermo dei cine all’aperto o degli atri fumosi, che
non tutte fossero aggressive come
un’Ava Gardner, sexy (altra espressione rimasta intraducibile eppure comprensibilissima) come Marilyn Monroe o Jane Mansfield, maliziose come
Judy Garland, eleganti come una Greer
Garson, spaccone come una
Mae West che chiedeva agli
uomini «è una rivoltella
quella che hai in tasca o sei
contento di vedermi?»,
spiritose come la parigina americanizzata
Claudette Colbert, era
irrilevante per un pubblico che della realtà
americana poco sapeva
e meno si interessava.
Le first lady come Betsy Truman o
Mamie Eisenhower erano ancora raccontate come accompagnatrici dedite a «preparare il tè coi pasticcini» secondo la scandalosa battuta di Hillary
Clinton nel 1992. Anche quell’immagine della “superwoman” di celluloide era un’invenzione, come lo era il
“sogno americano” creato dai migranti venuti dai ghetti dell’Europa
Orientale. Ma non era falsa la abissale
distanza che separava le donne italiane dalle donne americane e che odorava di libertà individuale, ben più
tangibile e desiderabile delle astrazioni sulla democrazia. La percentuale di pubblico che preferiva i film americani a quelli italiani era largamente
maggioritaria, spiega una ricerca citata dalla Cassamagnaghi, e praticamente identica tra gli spettatori comunisti o anticomunisti.
Sarebbero venuti soltanto più tardi il
femminismo, la traduzione dell’implicito nell’esplicito, del soggettivo nell’oggettivo. Ma c’era meno distanza fra
le “svampite” e le bionde con l’ukulele
alla Marilyn Monroe e le Nancy Pelosi,
le Hillary Clinton, le Condoleezza Rice,
di quanta ne esistesse allora fra le italiane e le americane. Per le consumatrici del primo dopoguerra, come per le
donne russe che cercavano di capire
quale fosse la lunghezza giusta delle
gonne nel 1980 o l’acconciatura di moda a Milano spiando incollerite operaie
italiane che mai avrebbero sospettato
di essere guardate come top model, le
immagini trasmisero inquietudini, resero pensabile cose che in quegli anni
erano inimmaginabili o empie, come il
divorzio. Raccontarono un modo di essere donne che — se guardiamo al vento di restaurazione moralista che torna
a soffiare sull’Italia — ancora non ha finito di fare paura.
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36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la storia
DOMENICA 22 APRILE 2007
Tre secoli fa, nel 1707, si spegneva a Delhi dopo cinquant’anni
Malgoverno
di regno l’ultimo Gran Moghol degno di questo nome
Tutta la sua opera fu volta a distruggere con editti intolleranti
e con la spada, in nome del Corano, l’armonia tra musulmani
e induisti instaurata dal suo illuminato predecessore Akbar
Aurangzeb
l’imperatore bigotto
che distrusse l’India
FEDERICO RAMPINI
imperatore indiano Aurangzeb
era alla vigilia dei novant’anni
quando si spense a Delhi tre secoli fa. La figura di Aurangzeb rimase
per qualche tempo avvolta in un velo di mistero per
una singolare decisione dello stesso sovrano. Fu
l’unico Gran Moghol a diramare un editto che proibiva di scrivere la storia, di tenere resoconti degli
eventi sotto il suo regno. Quasi avesse il presagio
che il giudizio dei posteri sarebbe stato duro con
lui. Secondo una leggenda, sul letto di morte nel
1707 fu assalito dal pentimento, ordinò agli eredi di
capovolgere le sue politiche e tornare a quelle dei
suoi predecessori. Forse nell’agonia vide scorrere
davanti agli occhi il bilancio di mezzo secolo al potere: il tesoro dinastico dissanguato in lunghe e
inutili guerre; l’odio religioso che serpeggiava tra i
sudditi minando la coesione dell’impero; la nefasta influenza che lui stesso aveva concesso agli ulema islamici incompetenti nell’amministrazione
pubblica.
Il fatale indebolimento dell’impero Moghol non
tardò a manifestarsi. Passarono poche settimane e
l’India precipitò in un vortice di guerre fratricide.
«Aurangzeb», scriveva nel 1880 il grande studioso
dell’India James Talboys Wheeler, «fu l’ultimo dei
Moghol che giocò un ruolo importante nella storia.
Esaurì le risorse dell’impero inseguendo un solo
disegno: spodestare le divinità indù ed estendere la
presa del Corano su tutto il paese. Il grande Akbar,
all’apogeo della dinastia, aveva unificato l’impero
grazie alla sua tolleranza verso tutte le razze. Aurangzeb ne distrusse le fondamenta attraverso la
persecuzione. Quando morì, la disintegrazione era
cominciata. Entro cinquant’anni dalla sua morte la
sovranità dei Moghol era ormai un’apparenza priva di contenuto».
L’impronta di Aurangzeb è cruciale per capire le
tensioni che ancora oggi turbano la convivenza tra
le due maggiori religioni dell’India, indù e musulmani. La sua storia smentisce
una teoria che ebbe una certa
presa tra i progressisti del movimento anticoloniale e poi
durante la sanguinosa partizione fra India e Pakistan: l’idea che l’odio tra indù e musulmani sia stato acceso prevalentemente dagli inglesi
per servire la loro strategia del
“divide et impera”, e quindi
che la diffidenza tra le due comunità sia un letale residuo
della dominazione britannica. In realtà le radici della discordia sono molto più antiche, risalgono alle origini stesse dell’espansione
maomettana dalla Penisola arabica e hanno toccato le due punte estreme proprio sotto i Moghol:
la massima armonia e l’odio più implacabile.
L’Islam arriva in India fin dal primo secolo dell’Egira, il periodo che si apre con la fuga di Maometto nell’anno 622 dopo Cristo. La nuova religione viene diffusa dai mercanti lungo la Via della
Seta, poi dal 711 con i raid di generali arabi che
puntano verso il Rajasthan. Da quel momento
l’India è costantemente sotto l’attacco dei popoli
di religione islamica. Ma per molto tempo le invasioni non agiscono in profondità nell’antico tessuto della società indiana. Talboys Wheeler riassume così i primi otto secoli di incursioni: «Arabi,
turchi, afgani potevano saccheggiare i templi e distruggere gli idoli, ma non riuscirono a schiacciare i vecchi culti mitologici degli indù. I regni venivano creati con la spada e mantenuti con la spada;
mancava quella coesione tra i dominatori musulmani e la popolazione induista che avrebbe dovuto garantire un’influenza permanente».
È solo l’imperatore Akbar, al potere dal 1556 al
1605, a imporre una ricetta originale che cambia
segno alle relazioni con gli indù. Akbar è un lontano discendente del conquistatore mongolo Tamerlano. Pur essendo musulmano ripudia sia la
jihad(guerra santa) sia la legge coranica, mette radici nella classe dirigente indiana attraverso matrimoni con donne di stirpi locali, abolisce il concetto della religione di Stato, introduce principi
non solo di tolleranza e dialogo ma perfino di
Preso il potere uccidendo i fratelli
e il padre, il sovrano proibì il vino, impose
il taglio dei baffi, vietò musica e danza,
reintrodusse la “tassa sugli infedeli”
e schiacciò le proteste delle minoranze
sotto le zampe degli elefanti
FOTO DE AGOSTINI ANSA
L’
NEW DELHI
IL RITRATTO
Ritratto dell’imperatore moghul Aurangzeb
in una miniatura d’epoca. Il suo regno
durò dal 1658 fino al 1707
eguaglianza tra le fedi, che rimangono eccezionali nell’intera storia dell’umanità. Akbar emargina
il ceto ecclesiastico degli ulema, promuove dignitari indù ai massimi livelli dell’amministrazione,
sopprime ogni veto religioso contro le belle arti.
Abroga il calendario islamico sostituendolo con
quello di Zoroastro, di origine persiana, perché
meglio si adatta a misurare il ritmo delle stagioni e
dei monsoni per l’agricoltura indiana.
Ai regni di Akbar succedono quello di Jahangir e
poi di Shah Jahan, che fa edificare il Taj Mahal ad
Agra. Nel 1658 tra i figli di Shah Jahan s’impone come successore Aurangzeb, al termine di una lotta
feroce in cui uccide i tre fratelli e rinchiude il padre
nella fortezza di Agra fino alla fine dei suoi giorni
(pena che verrà “abbreviata” da un avvelenamento). È l’avvio della grande restaurazione, la svolta
settaria che demolisce il capolavoro politico-culturale di Akbar. Aurangzeb si professa sunnita di
stretta osservanza e il suo obiettivo esplicito è
estirpare l’idolatria, imporre il Corano come unica fede. Ha inizio mezzo secolo di intolleranza bigotta destinato a lasciare cicatrici profonde nell’anima dell’India. Tra i primi editti di Aurangzeb
c’è il divieto del vino — pena il taglio di una mano
o di un piede per i praticanti musulmani —, un
proibizionismo a cui gli esperti fanno risalire la vasta diffusione del bhang, stupefacente a base di canapa indiana e altre erbe, che a quei tempi crea
una tossicodipendenza di massa non meno deleteria dell’alcolismo. Subito dopo viene l’editto
contro i baffi (secondo Aurangzeb impediscono di
pronunciare correttamente il nome di Allah), mirato contro la minoranza persiana i cui uomini
vengono braccati per le vie delle città da squadre
di “tagliatori”. Ben presto la musica e la danza cadono sotto i divieti di Aurangzeb, deciso a stroncare la tradizione delle sacre devadasis, raffinate
ballerine, sacerdotesse e poetesse che praticano
anche la prostituzione. La sua furia non risparmia
i musulmani sciiti né i sufi dediti a una versione
mistica dell’Islam radicata da tempo in India. Solo le minoranze cristiane godono di un trattamento un po’ meno repressivo, hanno il permesso di
bere vino entro le mura di casa e questa indulgenza sembra avere una spiegazione personale: Aurangzeb è innamorato di una cristiana originaria
della Georgia, la bella Udipuri, e la favorita del suo
harem ha un debole per il vino.
L’escalation del fanatismo conosce una sola parentesi di pausa. Accade nel 1664 perché l’imperatore si ammala di un morbo misterioso. È prostrato dalla debolezza, spesso in stato di incoscienza. La sorella Royshan Rai Begum ne approfitta per un golpe di palazzo, durante la malattia di
Aurangzeb si autonomina l’interprete della sua
volontà, sequestra il fratello nella sua camera mettendogli a guardia un contingente di soldatesse
tartare che impedisce a chiunque di avvicinarsi.
Sull’origine della potenza di Royshan Rai Begum
fioriscono i retroscena raccontati dagli eunuchi di
corte: la sorella di Aurangzeb è considerata la vera
padrona dell’harem imperiale, nel quale avrebbe
varie amanti, a conferma che gli amori lesbici so-
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
GUERRIERI
Nella pagina
di sinistra,
miniatura
raffigurante
guerrieri moghul
a cavallo (1635)
Qui accanto,
l’imperatore
Aurangzeb
in un’immagine
datata 1666
LE DATE
711
1600
Il 24 agosto di quell’anno
il primo veliero mercantile
della Compagnia delle Indie
Orientali getta l’ancora
a nord di Bombay. È l’inizio
della presenza britannica
in India, che durerà
fino a metà Novecento
FOTO CORBIS
FOTO GETTY IMAGES
L’Islam era già giunto in India
grazie alla predicazione
dei mercanti, ma è a partire
da questa data che generali
arabi sferrano raid militari
in direzione del Rajasthan,
con lo scopo di diffondere
la fede maomettana
tra le popolazioni induiste
1680-1707
Per quasi un trentennio
il Gran Moghol Aurangzeb
getta l’India nelle “guerre
di religione” con l’intento
di sottomettere i principati
induisti e imporre il dominio
dell’Islam. Il Paese ne uscirà
mortalmente indebolito
1857
Assumendo la guida
della rivolta dei soldati
indiani arruolati nell’esercito
britannico, i sepoys, l’ultimo
discendente dei Moghul
cerca di ristabilire l’armonia
tra musulmani e induisti
Ma è ormai troppo tardi
no diffusi nei serragli delle concubine.
Ma il Gran Moghol si riprende e il regno del terrore ricomincia. Dal 1680 al 1707 l’India viene gettata nelle sue “guerre di religione”, una serie di
campagne militari con cui Aurangzeb cerca di piegare i residui principati induisti, le stirpi rajput e
marathi. Risale a questo periodo la più massiccia
opera di distruzione di templi indù e pagode, la
cacciata in esilio degli yogi, il divieto delle feste religiose locali, il licenziamento dalla burocrazia imperiale di chi rifiuta la conversione all’Islam. La misura più impopolare, che cancella ogni consenso
verso il sovrano Moghul, è il ripristino della famigerata jezya, la “tassa sugli infedeli”, un’imposta
che era stata prelevata dai primi conquistatori musulmani ma abolita da Akbar. Le manifestazioni di
protesta vengono schiacciate nel sangue dalle
truppe di Aurangzeb con i blindati antisommossa
del suo tempo: divisioni di elefanti. Tra gli oltraggi
che si tramandano figura un episodio celebre nella guerra tra l’imperatore e il principe rajput Rana.
Aurangzeb subisce una disfatta, al comando delle
sue truppe cade in un’imboscata tesa da Rana. Il
principe rajput sceglie la clemenza, salva la vita
dell’imperatore e lascia che torni a Delhi con i suoi
soldati, chiedendogli un gesto di rispetto: i musulmani nella loro ritirata risparmino le mandrie di
vacche sacre. Aurangzeb in segno di spregio per
quella che considera solo una debolezza del nemico dà ordine ai soldati di sventrare tutte le mucche
che incontrano sulla via del ritorno.
Lo scontro militare non piega però le resistenze
rajput e marathi, né restaura la potenza Moghol.
«Aurangzeb», scrive Talboys Wheeler, «nascose la
sua decadenza agli occhi del popolo con una esibizione di lusso e magnificenza che sarebbero state ricordate per generazioni. Si spostava tra l’Hindustan e il Deccan con lo splendore e la scenografia di un Dario di Persia. Il ricordo della sua grandiosità durò più a lungo della dissoluzione dell’impero. I tumulti e le rivolte minarono la vitalità
del regime, lo resero facile preda degli invasori
stranieri».
Gli inglesi infatti si sono affacciati in India fin dal
24 agosto 1600, data dello sbarco a nord di Bombay del primo galeone mercantile inviato dalla East India Trading Company, la società privata a cui
la regina Elisabetta I ha dato in appalto i commerci con questa parte del mondo. Ma all’epoca del
primo contatto fra i britannici e la dinastia Moghol
l’impero indiano è al massimo del suo sviluppo,
una superpotenza in confronto alla quale l’Inghilterra è una nana. Un secolo dopo i rapporti di forze sono cambiati. Grazie alle divisioni create da
Aurangzeb già sul finire del Seicento un direttore
della East India, Josia Child, intuisce il dissolvimento della potenza Moghol, suggerisce che gli
inglesi superino la loro presenza puramente mercantile nei porti di Bombay, Calcutta e Madras e
trasformino l’immenso Paese in un protettorato.
La disgregazione che segue la morte di Aurangzeb
apre varchi agli inglesi, pronti ad approfittare di
tutte le rivalità locali e a soffiare sul fuoco dell’odio fra indù e musulmani.
L’ultimo atto nella storia degli eredi di Tamerlano ha un protagonista patetico, centocinquant’anni dopo la morte di Aurangzeb, quando
ormai gli inglesi controllano gran parte dell’India.
La rivolta dei soldati indiani, i sepoys, che divampa nel maggio 1857, è in cerca di un leader e in
mancanza di meglio lo designa nell’ultimo discendente dei Moghul, l’ottantunenne Shah Zafar
II, un re-fantoccio privo di poteri che conduce una
placida esistenza nel Forte Rosso di Delhi scrivendo poesie e maneggiando aquiloni colorati con i
suoi nipotini. Zafar obbedisce a un istinto regale,
accetta l’investitura a capo della ribellione. Sembra ricordare la lezione dei suoi antenati, l’apoteosi della civiltà indiana con Akbar e la rovina sotto Aurangzeb. Nei pochi mesi in cui è leader dei rivoltosi, l’ultimo dei Moghol respinge le richieste
dei musulmani più fanatici e contro gli inglesi riesce a mantenere unito un fronte composito di
indù e islamici. Un’intuizione giunta troppo tardi. Nel settembre 1857 vince la controffensiva e
scatta la feroce repressione britannica. Dopo una
barbara strage degli abitanti di Delhi gli inglesi
catturano re Zafar e lo esiliano in un loro territorio
coloniale, la Birmania. Morirà nell’oblio. Per rivedere l’ecumenismo e la benefica tolleranza di Akbar bisognerà aspettare ancora quasi un secolo, fino all’avvento di Gandhi.
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i luoghi
Cuba stelle e strisce
Il suo nome è famoso nel mondo per la canzone di Joselito Fernàndez
e per la base americana che sorge a quindici chilometri dal centro
cittadino. Un posto bizzarro che la liturgia castrista dipinge
come “la prima trincea anti-imperialista” ma dove molti abitanti
si chiamano Usnavito o Usafito per via delle scritte (Usnavy, Usaf)
impresse sulle fiancate degli aerei yankee in atterraggio o in decollo
Guantánamo, la frontiera
RUI FERREIRA
N
MIAMI
el principale ospedale della città di
Guantánamo c’è una sala con trenta letti che è chiusa al pubblico, ma
che è sempre pronta per accogliere
i malati. La sua esistenza è il risultato di un accordo poco noto tra L’Avana e Washington, che autorizza i cubani ad accogliere, accudire e curare militari americani feriti se nella base navale dovesse
avvenire un fatto grave, come un incendio, un’esplosione o un incidente chimico, e dovesse mancare il tempo per evacuarli verso il sud della Florida. Questa sala, in fondo, è un esempio di come i
due paesi possano intendersi, anche se in maniera discreta, al di là della retorica politica a cui hanno abituato il resto del mondo.
Ma è anche un riflesso del carattere peculiare di
questa città di circa novantamila abitanti, situata
all’estremità orientale del Paese, millecento chilometri a est dell’Avana, intrappolata da cento anni tra due culture e divenuta da mezzo secolo il silenzioso scenario di uno degli ultimi conflitti della Guerra fredda, da quando Fidel Castro prese il
potere, proclamò il comunismo nell’isola e disse
agli americani che dovevano andarsene da qui.
Loro, però, non se ne andarono e, anche se le tensioni in passato sono state maggiori di quanto non
siano adesso, Guantánamo continua a essere
considerata dalla liturgia comunista come «la prima trincea contro l’imperialismo», nonostante
qualcuno la veda ancora come il luogo «più vicino
alla Yuma», lontana neanche quindici chilometri,
la distanza da percorrere per arrivare alla base. La
“Yuma” è un’espressione che per i cubani indica
gli Stati Uniti come una sorta di “terra promessa”,
ed è presa dal popolare film del 1957 Quel treno per
Yuma, con l’attore Glenn Ford, scomparso di recente.
Guantánamo non è una città chiusa, come
I guantanameros immaginano che oltre la recinzione
ci sia una “caverna di Alì Babà”
dove non manca niente e tutto si può comprare
CITTÀ. Uno dei viali d’ingresso alla città cubana di Guantànamo
quelle che Stalin vietò al mondo esterno nella defunta Unione Sovietica, ma per molti anni non è
stato facile entrarvi per gli stranieri. C’è un punto,
in effetti, a partire dal quale nessuno può avanzare oltre, cubani compresi, lungo la strada che conduce all’unico ingresso della recinzione nord della base, da cui si può entrare o uscire a piedi. D’al-
tronde, il governo ha sempre diffidato delle intenzioni degli americani e vuole proteggere i suoi dalla «contaminazione capitalista» che emana dalla
base. E lo ha fatto in molte forme. A Guantánamo,
per esempio, ci sono state epoche in cui i rifornimenti per la popolazione erano migliori che in
molte altre zone del Paese e gli abitanti avevano un
loro canale televisivo molto più “occidentalizzato”, un fugace tentativo di sottrarre audience al
canale interno della base, perfettamente visibile
in città, dove la percentuale di conoscitori della
lingua inglese dev’essere fra le più alte del mondo
per poter capire i programmi.
Come contropartita, i guantanameros erano
strettamente vigilati. Un forestiero che compariva in città era quasi sempre fatto oggetto di uno
“studio” particolare, per timore che fosse un candidato alla diserzione, pronto a tentare di scavalcare la recinzione o nuotare verso la base attraversando la baia. Le autorità politiche hanno dedicato sempre un’attenzione speciale agli abitanti della città, con frequenti campagne di rafforzamento ideologico ed esaltazione dei successi della rivoluzione. In altre parole, Guantánamo non
era isolata dal mondo, ma non ne faceva neppure
parte: è stata una sorta di bolla di contenimento.
Ma tutto ciò non ha impedito che i guantanameros finissero col subire l’influenza degli Stati
Uniti: qualcuno magari anche per ribellione, ma
fatto sta che per le strade si vede girare gente con
vestiti, berretti, cappelli, borse o semplici decalcomanie di una bandiera, di una marca o di un prodotto americano. Alcuni le usano come un tesoro,
altri le esibiscono come una sfida. D’altronde, anche se la rivoluzione cubana è nata nell’Oriente,
questa regione è sempre stata molto più conservatrice del resto dell’isola. Perciò, dato che non è che
il governo venda ogni anno ai cubani vestiti con
simboli americani, è facile concludere che sono
merci introdotte di contrabbando, in fondo alle
valige dei cubani che vivono negli Stati Uniti e vengono a far visita ai parenti. E la cosa più interessante di questo fenomeno di esibizione pubblica
di simboli “imperialisti”, ufficialmente decadenti,
è che sembra che non importi a nessuno.
In realtà, è una cosa comune in tutto il Paese, ma
a Guantánamo riveste un’importanza particolare, per via della vicinanza della base americana,
cosa peraltro curiosa perché, a dire il vero, i guan-
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LA BASE, DA CARBONAIA A CARCERE
Dopo l’11 settembre gli americani ne hanno fatto un carcere per
sospetti terroristi. Per quasi un secolo, però, i 116 chilometri quadrati
della base di Guantanamo hanno avuto un’altra funzione. Nel 1903,
terminata la guerra ispano-americana, il governo cubano affittò “in
perpetuo” la baia omonima agli Usa, vincitori nel conflitto. Questi,
dopo averla usata come punto per rifornire di carbone le navi
statunitensi, la trasformarono in base navale militare. L’area destinata
oggi alla detenzione è divisa in tre campi: Delta, Iguana e X-Ray.
Il servizio fotografico pubblicato in queste pagine (tranne le due foto
centrali) è di Mauro D’Agati e mette in evidenza i simboli americani abiti, accessori, arredi - che abbondano nella città cubana
dell’ultima Guerra fredda
tanameros non hanno un’idea chiara di come sia
fatta la base navale degli Stati Uniti. Sanno solo
quello che hanno sentito dire dai loro genitori, e
l’immaginazione corre libera. Per decenni, decine di cubani lavoravano all’interno della base e la
sera tornavano a dormire nelle loro case. Lungo il
tragitto dovevano cambiare abiti, per mettersi indumenti più cubanizzati, e il giorno di paga passavano per la banca prima di andare a casa per
cambiare i dollari del loro salario in pesos. In quegli anni, quegli uomini vissero tra due mondi, costituendo l’unica fonte di informazione, per i loro
vicini, di com’era la vita dall’altro lato della recinzione, immaginata come una vera e propria caverna di Ali Babà, dove si può comprare tutto e non
manca niente, in contrasto con la vita della città,
dove almeno una volta all’anno bisogna fare la fila per ricevere la tessera annonaria, che servirà a
garantire l’approvvigionamento nei prossimi dodici mesi. Ma l’ultimo lavoratore cubano della base è morto cinque anni fa.
Guantánamo fu fondata alla fine del Diciannovesimo secolo, come luogo di insediamento di
immigrati catalani, intorno a una splendida baia
e a una miniera a cielo aperto, da cui si estraeva
carbone naturale. È per questo che la marina americana si stabilisce in questo pezzetto di terra cubana, alla base della Sierra Maestra, dove cinquant’anni dopo Fidel Castro sarebbe insorto
contro la dittatura di Fulgencio Batista e degli Stati Uniti, e nel 1904 installa una stazione di rifornimento di carbone per le caldaie delle sue corazzate, che a quell’epoca andavano su e giù in continuazione per il Mar dei Caraibi, dopo che Theodore Roosevelt si era inventato la «politica del bastone».
Da stazione di rifornimento, all’inizio del Ventesimo secolo, Guantánamo si trasformò rapidamente in luogo di divertimento per le migliaia di
marinai e di soldati che passavano per la base e i
campi di addestramento. Le immagini dell’epoca
sono impressionanti: decine e decine di bar e po-
Per le strade la gente gira con vestiti, berretti,
borse o decalcomanie di bandiere,
marche o prodotti Usa, ufficialmente al bando
BASE MILITARE. L’ingresso a Camp Delta, della base militare americana di Guantànamo
striboli, un luna park aperto ventiquattro ore al
giorno in pieno Mar dei Caraibi, senza tasse, con
poco controllo da parte della polizia e praticamente senza legge.
Tutti concordano che al momento del trionfo di
Fidel Castro, nel gennaio del 1959, la Stazione aeronavale della baia di Guantánamo (come è cono-
sciuta ufficialmente la base) era la principale fonte di impiego, diretto e indiretto, di tutta la regione. Perché la base dipendeva dai rifornimenti di
cibo e bevande che provenivano dalla città vicina,
dalla manodopera cubana a buon mercato per le
costruzioni, e perfino per l’acqua potabile. Anni
dopo Castro trasformò tutto in un evento politico
il giorno in cui decise di interrompere la somministrazione di acqua alla base e chiuse il rubinetto dell’acquedotto, nel corso di uno dei suoi interminabili discorsi e tra le acclamazioni dei guantanameros.
Sicuramente, fra coloro che assistettero a quello storico momento c’erano anche vari cubani
che, per volontà dei loro genitori, si sarebbero trascinati dietro per tutta la vita quell’influenza che
gli Stati Uniti e la base navale hanno sui guantanameros. Un’influenza che in questo caso gli arrivò letteralmente dall’aria, dagli aerei che fino ai
primi tempi del governo di Castro sorvolavano costantemente Guantánamo. Sono persone che
hanno ancora addosso nomi propri come Usnavy
o Usaf, ma che hanno finito con l’essere conosciute nel quartiere come Usnavito o Usafito, dalle insegne che alcuni leggevano sulla fiancata degli aerei che sorvolavano la città, e che indicavano
la loro appartenenza alla marina (US Navy) o all’aviazione (US Air Force). Certamente sono rari i
guantanameros nati dopo la rivoluzione che sono
stati battezzati con quei nomi, ma anche perché
dal 1960 agli americani è proibito di sorvolare in
qualsiasi modo lo spazio aereo cubano. E gli aerei
sovietici non avevano nessuna scritta. Soltanto il
simbolo della stella rossa.
Guantánamo è senza dubbio la più americana
di tutte le città cubane. Prima che la Casa Bianca
decidesse di inviare nella base militare i prigionieri della guerra in Afghanistan, la città era famosa nel mondo per quella canzone di Joselito
Fernández resa popolare dal cantante folk americano Pete Seeger, e che diceva: «Guantanamera/guajira guantanamera/ Guantanameeeeeeera, guajira guantanamera». Quello che nessuno
spiegò mai a Seeger è che i guantanameros non si
considerano guajiros, cioè contadini. Sono cosmopoliti, perché a Guantánamo si è sempre
ascoltato Elvis Presley, e Fidel Castro non è mai
riuscito a impedirlo. È vero o no, Usnavito?
Traduzione di Fabio Galimberti
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 22 APRILE 2007
Fotografie, film, documenti, memorabilia: una mostra a Monaco
rievoca l’età d’oro degli alberghi di lusso e degli scrittori
che li hanno frequentati e scelti come fondali per i loro romanzi
Una stagione che va da fine Ottocento agli anni Sessanta
dello scorso secolo e che è stata definitivamente spazzata via
dall’onda di piena dei nuovi ricchi e del turismo di massa
G
H
rand
otel
letterari
CARTOLINA
Sotto,
una cartolina
dell’hotel
Waldhaus
in Sils-Maria
frequentato
dallo scrittore
Friedrich
Dürrenmatt
(nel tondo)
LA “RECHERCHE”
Sopra, il Grand Hotel
de Cabourg dove sono
ambientate molte pagine
della “Rcherche”
di Marcel Proust
(nel tondo in alto)
SIGNORINA ELSE
Sopra, il salone da musica
dell’Hotel Caspar Badrutt di St. Moritz
Qui è ambientata una scena del racconto
La Signorina Else, dello scrittore
Arthur Schnitzler (nel tondo a destra)
SANDRO VIOLA
N
MONACO
ata a Vienna da una famiglia
della piccola borghesia
ebraica, arpista in gioventù,
bruttina d’aspetto, Vicki
Baum scrisse nell’«entre deux guerres» libri di enorme successo. Si trattava di romanzi in cui non proprio il gran mondo,
ma un mondo in certa misura smagliante
(aristocratici spiantati ma ancora eleganti, misteriose avventuriere, celebri danzatrici russe, ricchi affaristi), veniva osservato con occhio piccolo-borghese per un
pubblico di piccoli-borghesi. L’una e l’altro, l’autrice e il suo pubblico, covando in
petto l’ambizione struggente di giungere
un giorno a varcare la soglia di quel mondo.
La cornice che la Baum predilesse per
ambientarvi le trame dei suoi libri, furono
i grandi alberghi. Cominciando nel 1929
da Menschen im Hotel, che sarebbe divenuto nelle traduzioni e al cinema Grand
Hotel, proseguendo poi con Hotel Berlin,
Hotel Shanghai, Weekend al Waldorf, ed
altri romanzetti che avevano per fondale
alberghi in montagna o in Riviera, tutti beninteso di lusso. In quelle pagine, milioni
di modesti impiegati, commesse, dattilografe di tutta Europa trovarono di che immaginarsi, favoleggiare, un’altra vita.
Schiere di camerieri ossequiosi, cameriere in cresta che sistemavano sul letto le vaporose camicie da notte e i pigiama di seta degli ospiti, guardaportone in cilindro e
palandrana che si precipitavano ad aprire
la porta delle automobili in arrivo, facchini in uniforme scura che trasportavano le
otto, dieci, dodici valigie con cui una coppia approdava all’epoca in un Grand Hotel. E nelle halls, gli incontri affascinanti
che cambiano un destino.
Più o meno nello stesso periodo, non
pochi altri scrittori (e quali scrittori: da
Quello splendido
mondo di carta
Proust a Mann, da Schnitzler a Zweig e a
Roth) collocarono in buoni od ottimi alberghi lunghi scorci dei loro romanzi. Ma
la scrittrice dei Grand Hotel restò, per il
pubblico minuto, Vicki Baum. Quel pubblico non aveva quasi certamente letto
Morte a Venezia né Alla ricerca del tempo
perduto, ma leggeva avido i romanzi dell’ex arpista viennese. E non a caso ripeteva spesso — quando s’azzardava a filosofeggiare — l’insulsa frase che uno dei personaggi della Baum, il pensoso dottor Otternschlag, pronuncia nelle pagine di
Grand Hotel e nei tre o quattro film che se
ne trassero: «Grand Hotel: gente che va,
gente che viene, e tutto resta sempre uguale».
La Baum aveva insomma lanciato una
moda, che ebbe poi ampi ricaschi nel cinema italiano dei «telefoni bianchi», nel
cinema austro-tedesco e in quello hollywoodiano. E forse trascinò autori di tutto rispetto (Carco, Maugham, Morand,
Coward, per citarne solo alcuni) ad indulgere anch’essi nel tratteggio d’alberghi situati ad ogni possibile latitudine, dall’Avana al Cairo e a Singapore. Del resto, va detto che l’alone leggendario di cui i Grand
Hotel erano circondati nel ventennio tra le
due guerre mondiali, era più che meritato.
Spuntati verso la fine dell’Ottocento
nelle località turistiche montane o balneari, e nelle grandi città ai primissimi del
Nei saloni
del Des Bains
si svolge quasi intera
la vicenda
di “Morte a Venezia”
Novecento, gli alberghi di lusso avevano
nomi che ne indicavano chiaramente le
ambizioni, la classe e il ruolo: Royal, Palace, Kaiserhof, Imperial, Konighof, Majestic, Regence, Regina, Savoy. E ai tempi
della Baum conservavano ancora il fasto
delle origini, con in più il “comfort” della
modernità che vi aveva portato un geniale
albergatore svizzero, César Ritz. Né i
Grand Hotel erano molto cambiati — salvo, ovviamente, quelli distrutti dai bombardamenti negli anni della Seconda
guerra mondiale — quando la gente riprese a viaggiare intorno alla fine dei Quaranta.
Le monumentali sale da bagno rivestite
di marmo, le massicce e scintillanti rubinetterie, la magnifica spugna degli accappatoi e asciugamani. I tight impeccabili
dei “concierges”, il loro portamento di-
gnitoso, le loro sterminate conoscenze in
fatto di treni, battelli, strade da percorrere, fiorai, spettacoli e musei. L’inarrivabile stiratura delle giacche bianche dei barmen, l’orchestrina che suonava all’ora del
tè un po’ di musica classica e qualche canzone. Il luccichio dei cristalli e dei portavivande di “Sheffield” nelle sale da pranzo,
dove gli uomini scendevano in abito rigorosamente scuro e le signore in “mezzo
lungo”, le porcellane e la posateria Christofle sui grandi vassoi con cui veniva portata nelle camere la colazione del mattino.
Gli enormi fasci di fiori freschi nei vasi della hall, lo scatto con cui “grooms” o “boys”
(in Spagna chiamati “botones” per la doppia fila di bottoni che ne decorava il giubbetto) accorrevano ad un cenno del cliente.
Questo mondo, inutile dirlo, è ormai
scomparso da decenni. Languiva già alla
fine dei Cinquanta dello scorso secolo, e
negli ultimi Sessanta fu definitivamente
inghiottito dalle oscenità del turismo di
massa. Da qui l’amara nostalgia con cui si
visita la mostra Grand Hotel allestita dalla
Literaturhaus a Monaco di Baviera (fotografie, documenti, oggetti e film) che rievocano “l’age d’or” degli alberghi di lusso,
e in particolare l’importanza che essi assunsero nell’opera d’alcuni famosi scrittori del Novecento. Perché, come s’è già
detto, Vicki Baum introdusse il mito del
Grand Hotel nelle fantasie piccolo-borghesi: ma anche la buona letteratura del
Novecento (e finanche una parte di quella
che consideriamo immortale) si servì per
alcuni suoi fondali e atmosfere dei saloni,
sale da pranzo e clientele dei grandi alberghi.
A cominciare, ovviamente, da Thomas
Mann e Marcel Proust. Provvisto d’ampie
possibilità economiche (la dote della moglie Katia Pringsheim, i sostanziosi diritti
d’autore), Mann scendeva soltanto in alberghi che potessero vantare una «exklusiven Clientèle». Forse perché quelle erano al tempo le esigenze d’un “grande borghese”, o forse — come avrebbe più tardi
suggerito il figlio Klaus nelle pagine della
Svolta — perché in famiglia circolava un
certo snobismo. In ogni caso, Mann viaggiava molto. Una delle fotografie più belle
dell’esposizione alla Literaturhaus lo mostra al finestrino d’un Wagon-lit in partenza, l’impermeabile poggiato elegantemente sulle spalle, il sigaro già acceso. In
un’altra foto sta riempiendo, o forse
aprendo, una sacca di coccodrillo istoriata con le etichette variopinte che sino a
qualche decennio fa gli alberghi incollavano sulle valigie degli ospiti. E in un’altra
ancora, un “groom” dell’Adlon di Berlino
gli sta porgendo su un piccolo vassoio argentato la lettera appena giunta all’hotel.
Quanti alberghi — ricorda la mostra di
Monaco—, col loro nome o uno di fantasia, nei romanzi di Mann. Ce n’è uno in Altezza reale, un altro — a Oresund, sulla costa meridionale della Danimarca — dove
si rifugia Tonio Kroeger, e ce n’è un’intera
serie nelle Confessioni di Felix Krull: il Savoy a Lisbona (nome fittizio per l’Avenida
Palace) dove il giovanissimo Felix, nella
scena più erotica di tutto Mann, entra nel
letto di Madame Houpflé, quindi il Saint
James and Albany di Parigi, il Baur au Lac
di Zurigo, il Park a Dusseldorf. Ed altri se ne
potrebbero spigolare con un po’ di pazienza dai suoi libri. Ma l’albergo più im-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 22 APRILE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
MANIFESTI
Sotto e a destra, poster
del Luxor Winter Palace,
dove soggiornò Agatha
Christie (nel tondo),
e del Palace Hotel di St. Moritz
Sopra e a sinistra, chiavi
e numeri delle stanze
VITA IN ALBERGO
Dall’alto a destra, un servizio da tè
del 1940, la scrittrice Vicki Baum
(nel tondo), una cartolina
dell’Hotel du Cygne e lo scrittore
Vladimir Nabokov all’Hotel Montreux
dove visse per molti anni
VASSOIO ARGENTATO
A sinistra, Thomas Mann all’Hotel Adlon di Berlino
riceve una lettera portata da un valletto su un vassoio
argentato. Tutte le immagini delle pagine
sono tratte dal catalogo della mostra Grand Hotel
allestita dalla Literaturhaus di Monaco di Baviera
portante nella produzione manniana,
quello in cui si svolge quasi intera la vicenda di Morte a Venezia, è ovviamente il Des
Bains. Ritratto con tale minuzia che
«quando s’entra nel salone», diceva Luchino Visconti mentre preparava il film
che trasse dal racconto, «sembra ancora di
vedere il Prof. Aschenbach che legge i giornali, e poco lontano Tadzo con la famiglia».
Quanto a Proust, valga quel che ha scritto il più perspicace dei suoi biografi, George D. Painter: «Per tutta la vita, lontano
dalla sua camera da letto si sentì a suo agio
solo negli alberghi di lusso, nei salotti della buona società e nei grandi restaurants».
Ecco infatti lo spazio — cento, centocinquanta pagine? — che occupa nella Recherche il Grand Hotel de Cabourg (Balbec): le camere, la vista dalle camere, l’ascensore e soprattutto il salone da pranzo
pieno di finestre che davano sul lungomare, non tanto chic in verità («l’ambiente è
dei più comuni, la gente indescrivibile»,
scriveva Proust a Robert de Billy), ma ricchissimo di spunti che sarebbero serviti a
costruire molti personaggi del libro. Ecco
i cinque mesi trascorsi a Versailles senza
metter piede fuori dall’Hotel des Réservoirs. E per finire, i lunghi periodi in cui
abitò durante la Prima guerra mondiale al
Ritz di Parigi, i pranzi ai quali invitava Paul
Morand, la Soutzo e uno stuolo di contesse, poi distribuendo al personale mance
spropositate.
Il Ritz finì col diventare un territorio di
caccia, dove Proust — con l’aiuto di Olivier
Dabescat, il “maitre de restaurant” dell’epoca — scovava con pazienza i tic, i vizi, le
battute (soprattutto le battute, molte delle quasi sarebbero entrate pari pari nella
Recherche) del “grand monde”: i Murat, i
Gramont, i Clermont-Tonnerre, il duca di
Sutherland, l’ex re del Portogallo, la coppia Castellane e la regina Maria di Romania. Frasi spiritose, pungenti, a volte anche crudeli: tutta un’altra cosa, per nostra
fortuna, di quel «Gente che va, gente che
viene» cui la Baum affidò il Pensiero del
suo romanzo più famoso.
Il rapporto tra la narrativa del Novecento e i Grand Hotel meriterebbe d’essere indagato a fondo. Che in quella letteratura ci
fossero un bel po’ d’alberghi, è infatti cosa
nota. Ma dall’esposizione di Monaco
emerge che non una parte marginale,
bensì una assai rilevante, delle trame che
leggiamo nei romanzi del secolo scorso, si
svolge tra camere, saloni, giardini e terrazze degli alberghi. Da Schnitzler a Dürrematt, da Zweig a Roth, dalla Christie a Moravia e a Nabokov. E parecchi sono gli
scrittori che la mostra ha trascurato: per
esempio Morand e Waugh, Faulkner, Fitzgerald e Capote, Remarque e Green.
Senza dire che a volte gli scrittori sono morti, negli alberghi. L’illegibile
Raymond Roussel al Grand Hotel et des
Palmes a Palermo, a Parigi Oscar Wilde
all’Hotel d’Alsace, Joseph Roth nel piccolo Hotel de Tournon, e Tennesse Williams all’Elysée. Oltre, salvo errore, Nabokov al Palace di Montreux, dove ave-
Il Ritz di Parigi era
territorio di caccia
per Marcel Proust:
caccia ai tic e ai vezzi
del “grand monde”
va vissuto per molti anni in una “suite”
con vista sul Lemano, avendo recuperata dopo vari decenni, con i guadagni
di Lolita, l’agiatezza dei Nabokov prima della Rivoluzione russa.
Difficile dire che impressione possano ricavare dall’esposizione della Literaturhaus i molti giovani che vi s’avvicendano in questi giorni. Con quale
animo guardino le foto dei Grand Hotel, le loro stupende carte da lettere, i
“menus” in francese, i servizi da tè in
stile “Déco”. Probabilmente, il loro
sguardo è lo stesso con cui hanno guardato o guarderanno gli scavi di Pompei.
Un’epoca lontanissima, un mondo
svanito. Eppure resta ancor oggi in circolazione una sparuta, zoppicante pattuglia di settantenni avviati agli ottanta, la cui memoria conserva intatte le
immagini dal vero di quella magnifica
civiltà. E nella pattuglia ci sono alcuni
giornalisti.
Grazie alla prodigalità dei due maggiori giornali italiani dell’epoca (Il Corriere della Sera e La Stampa) una ventina di inviati speciali fecero infatti in
tempo, tra l’inizio e la fine dei Sessanta,
a cogliere gli ultimi bagliori dell’“hotellerie” di lusso. Il King David di Gerusalemme e il Nyle Hilton del Cairo durante la guerra dei Sei giorni, il Grande Bretagne di Atene nei giorni del “putsch”
dei colonnelli, il Sacher di Vienna
quando i sovietici invasero la Cecoslovacchia, il Saint Georges di Beirut nel va
e vieni dalle crisi mediorientali, il Peninsula di Hong Kong nei primi avvicinamenti alla Cina, il Raffles di Singapore prima delle molte ristrutturazioni, il
Palace e il Ritz di Madrid nella penultima e ultima fase del franchismo, il Ritz
di Lisbona alla fine del salazarismo, il
Savoy di Londra, il Mount Nelson di
Città del Capo, il Reid’s di Madeira, e via
dicendo.
Si viveva bene, ancora in quegli anni,
nei Grand Hotel. Un’atmosfera tranquilla, senza folle scaricate dagli autobus né rumori, i portieri solenni come
ambasciatori, gli ascensori foderati di
vecchi legni, i sommeliers competenti,
le prime colazioni assolutamente perfette. E poi, in questo Vicki Baum aveva
ragione, vi si vedevano personaggi che
sarebbe stato difficile incontrare altrove. Cole Porter nella sua poltrona a rotelle, in partenza per le Cicladi con un
gruppo d’amici, al Grande Bretagne di
Atene, Max Frisch con una giovane
compagna (forse la protagonista di
Montauk) al bar del Plaza di New York,
Eugenio Montale al King David, Erich
Maria Remarque con la moglie Paulette Goddard al Beau Rivage di Losanna,
David Lean e Julie Christie che studiavano la sceneggiatura di Zivago nella
hall del Ritz di Madrid, don Juan di Borbone — massiccio, sanguigno e un po’
brillo — al bar del Ritz di Lisbona.
Certamente meglio che vedere, come succede adesso, “nuovi russi” vestiti Trussardi o Cardin e calzati Tod’s,
asiatici miracolati dal galoppo delle loro Borse, italiani convenuti per una
partita di Champion’s League e già vocianti ancor prima d’arrivare allo stadio. Un materiale che neppure la Baum
avrebbe avuto lo stomaco d’utilizzare
nei suoi romanzi.
Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 22 APRILE 2007
la lettura
La rivoluzione e la censura, Lenin e Stalin, il Pcus e il Kgb,
Breznev e Eltsin. I popoli dell’Unione Sovietica hanno sempre
avuto un prezioso alleato: l’ironia. A fornirla erano gli ebrei
che, anche in quella società, si trovavano nel gradino più basso
Satira collettiva
Moni Ovadia, dopo anni di studio, ha raccolto in un libro
aneddoti e barzellette che smontavano la retorica del regime
Quando i comunisti ridevano
MONI OVADIA
n poliziotto sovietico chiede a un collega: «Compagno, cosa pensi del nostro
regime?» «Quello che pensi tu». «Allora, compagno,
è mio dovere arrestarti!»
U
Ivanov fa richiesta per entrare nel Partito comunista sovietico, e il comitato di
controllo lo interroga.
«Compagno Ivanov, voi fumate?».
«Sì, fumo. Non molto però… così…
mediamente».
«Compagno, sapete cosa ha detto il
compagno Lenin a proposito del fumo?
Che lui non fumava e consigliava agli altri comunisti di non farlo».
«Se il compagno Lenin ha detto così»,
dice Ivanov, «vorrà dire che smetterò di
fumare».
«Compagno Ivanov, voi bevete?».
«Be’, un pochino...».
«Il compagno Lenin condannava duramente l’ubriachezza».
«Va bene, compagni», dice Ivanov,
«vorrà dire che smetterò di bere».
«Compagno Ivanov, che cosa ci dite
delle donne?».
«Be’, insomma… come tutti gli uomini, qualche debolezza ce l’ho, compagni…».
«Lo sapete, compagno Ivanov, che il
compagno Lenin condannava duramente il comportamento amorale in fatto di sesso?».
«Be’, se il compagno Lenin condannava l’amoralità sessuale, vuol dire che non
amerò più le donne…».
«Un’ultima domanda, compagno
Ivanov. Siete pronto a sacrificare la vostra vita per il partito?».
«Ma certo, compagni! Certo che sono
pronto a sacrificare la mia vita per il partito! La chiamate vita questa?».
In occasione dell’anniversario della
Rivoluzione d’ottobre, in un villaggio si
tiene una riunione del Soviet locale, il cui
presidente prende la parola. «Cari compagni, guardate quante strepitose conquiste ha ottenuto il nostro partito dopo
la rivoluzione. Per esempio, ecco davanti a noi Marja. Chi era prima? Una contadina analfabeta, con un solo vestito e
senza scarpe. Adesso è un esempio di lavoratrice della mungitura, nota in tutta
la regione. E guardate Ivan Andreev. Era
il più povero del villaggio: non aveva cavalli, non aveva mucche, non aveva
neanche un’oca. Ora guida un trattore e
ha due paia di scarpe. E guardate Semen
Alekseevic. Che cos’era lui? Era un orrendo teppista, un ubriacone schifoso,
uno sporco fannullone. Nessuno lo
avrebbe considerato più di un ammasso
di neve in inverno. E adesso guardatelo:
è il segretario del partito».
Sei paradossi dello Stato socialista.
Nessuno lavora, ma il piano è sempre
compiuto. Il piano è sempre compiuto,
ma gli scaffali dei negozi sono vuoti. Gli
scaffali dei negozi sono vuoti, ma nessuno muore di fame. Nessuno muore di fame, ma ciascuno è infelice. Ciascuno è
infelice, ma nessuno si lamenta. Nessuno si lamenta, ma le prigioni sono piene.
Stalin ha ricevuto la delegazione di
una delle Repubbliche caucasiche dell’Unione Sovietica. Congedati i delegati,
cerca la pipa per farsi una fumata, ma
non riesce a trovarla. Alza il telefono,
chiama Berija, il capo del Kgb, e gli dice:
«Lavrentij Pavlovic, non trovo più la mia
pipa. Fate qualcosa». Il giorno dopo, Stalin richiama Berija e gli dice: «Lavrentij
Pavlovic, mi dispiace di avervi disturbato, ma stamattina, aprendo un cassetto
della mia scrivania, ho trovato la pipa». E
Berija, con tono di rincrescimento: «Che
peccato, compagno Iosif Vissarionovic,
avevo già arrestato venti persone e tutte
Quante volte puoi raccontare
una storiella? Tre: prima
“Andrà sempre peggio!”,
grida il pessimista
a un amico, poi alla polizia,
la terza al compagno di cella
“Non può andare peggio”,
risponde l’ottimista
avevano confessato».
Stalin convoca il compagno Karl Bernardovic Radek e gli dice: «So che mettete in giro storielle su di me. Ciò è intollerabile». «E perché?» «Come perché? Io
sono il grande leader, maestro e fratello
di tutti i popoli!» «Ah, no, compagno Stalin», dice Radek, «questa non l’ho messa
in giro io».
Ufficio di collocamento. Si presenta
un ebreo. Il funzionario gli chiede: «Cognome?». «Katzman». «Mi dispiace», dice il funzionario, «non vi prendiamo.
Tanto, prima o poi voi emigrerete in
Israele». Katzman protesta: «Ma io non
ho nessuna intenzione di emigrare!». E il
funzionario: «A maggior ragione non vi
prendiamo. Di coglioni come voi non
abbiamo bisogno».
«Andrà sempre peggio!», grida il pessimista. «Non può andare peggio», risponde l’ottimista.
Che cos’è un affare nella Russia sovietica? È rubare un cartone di bottiglie di
vodka, venderlo e procurarsi così il danaro per poter bere tutta la sera.
Dopo aver tenuto un discorso ai quadri del partito, Leonid Breznev si infuria
con il compagno che gli prepara i discorsi. «Compagno, vi avevo chiesto un discorso di quindici minuti, invece è durato un’ora!». Il compagno che ha scritto il
discorso si giustifica: «Be’, Leonid Ilijc, io
del discorso vi ho dato quattro copie».
Leonid Ilijc Breznev tiene un discorso
di saluto agli atleti del mondo che partecipano alle Olimpiadi di Mosca del 1980:
« O… O… O… O… O…» L’assistente gli
sussurra: «Compagno Leonid Ilijc, quelli sono gli anelli olimpici… Il testo è un
po’ più in basso».
Breznev chiama un gruppo di cosmonauti sovietici e dice loro in tono serio e
compreso: «Compagni astronauti, gli
americani sono sbarcati sulla Luna. Non
possiamo permettere un simile smacco.
Abbiamo deciso che voi prenderete parte a una missione per sbarcare sul sole».
Terrorizzati, i cosmonauti gli rispondono: «Ma compagno Leonid Ilijc, se an-
dremo sul sole ci carbonizzeremo!»
«Non preoccupatevi», dice serio Breznev, «il partito ha pensato a tutto. Sbarcherete di notte».
Un uomo terrorizzato entra di corsa
nella sede del Kgb e chiede di parlare con
un alto responsabile. Viene condotto da
uno dei capi e gli dice trafelato: «Il mio
pappagallo parlante è sparito!». «Compagno», dice l’ufficiale, «non ci occupiamo di questi casi… Vai alla polizia criminale». «No, no, no… aspettate. Io lo so
che devo andare alla polizia criminale.
Sono venuto qui per dirvi una cosa importante: se doveste trovarlo voi il mio
pappagallo, sappiate che sono in totale
disaccordo con le sue idee politiche».
Quante volte puoi raccontare una
buona storiella in Unione Sovietica? Tre
volte: la prima a un amico; la seconda a
un funzionario della polizia; e la terza al
tuo compagno di cella.
Qual è la principale differenza tra la società capitalista e quella socialista? In
una società capitalista l’uomo sfrutta
l’uomo. In una società socialista, viceversa.
Cos’è un duetto musicale sovietico? È
un quartetto di musicisti sovietici dopo
un viaggio all’estero.
Da “L’ebreo che ride” a “Lavoratori di tutto il mondo, ridete”
Il “Witz”, vero antidoto a ogni potere
PAOLO RUMIZ
l’Urss avevamo sviluppato una capacità incredibile di
ettetevi subito il cuore in pace. Se siete comunicomunicare per sottintesi», racconta il drammaturgo
sti veri e credete nell’uguaglianza, in Urss sarepolacco Jacek Dobrowolski. Dice: «Siamo stati capaci di
ste finiti dritti in un Gulag e, come voi, i tanti che
sopravvivere grazie a questo… Quando ero a scuola, la
ci avevano creduto. Parola di Salomone Ovadia. Per soprofessoressa di storia ci spiegò che la lettura era interpravvivere alla delusione, avreste riso amaro del totalipretazione, cioè capacità di intuire ciò che sta tra le righe
tarismo rosso, e vi avrebbero beccato subito. Voi: mica il
e tra una parola e l’altra. Per questo il teatro ebbe un sucburocrate da salotto, oppressore ieri e oggi “becchino”
cesso enorme in quegli anni: non contavano le parole,
opportunista delle conquiste sociali. Pare infatti che il cima il modo con cui erano pronunciate. Allusioni sperinico non sia capace di satira, e tantomeno il potere, che
colate che tutti capivano, e ci consentivano di non socper antonomasia è privo di autoironia. Sa ridere davvecombere alla retorica asfissiante e insincera del partito».
ro solo chi ha sofferto il tradimento di un’idea. Claudio
Ed ecco la rivoluzione umoristica al tempo del comuMagris lo spiega: la critica — e quindi anche la battuta urnismo. Storie folgoranti come quella di Lavrentij Beria,
ticante del Witz — nasce spesso da una combinazione
capo del Kgb, che sorprende per strada un tale che urla
chimica di utopia e disincanto. Senza utopia non può escontro «lo schifoso gattaccio con i baffi di merda che ci
serci riso.
ha ridotti alla miseria», lo preleva di peso e
Da qui l’ultima acrobazia affabulatoria
lo porta davanti a Stalin. «A chi pensavi?»,
di Moni Ovadia, che dedica proprio ai
gli domanda il Capo. «A Hitler», dice l’ac“compagni” questa micidiale demoliziocusato senza fare una piega. Al che Stalin si
ne del comunismo che è Lavoratori di tutvolta sornione verso Beria: «E tu a chi pento il mondo, ridete. Una collezione di batsavi, Lavrentij Pavlovic?». Ma le storielle
tute nate dentro il sistema e contro il sistenon sono, banalmente, dissacrazione del
ma, dove egli — per segnare meglio il conpotere. Sono prima di tutto ammissione
fine tra ideale e ideologia — affida proprio
delle proprie debolezze, conquista del diai comunisti il “copyright” della risata anritto di dire che il re è nudo grazie all’amtistalinista. È in quell’Urss che la battuta
missione della propria nudità. Osserva il
contro il potere raggiunge la perfezione. Vi
critico letterario Valerio Fiandra: «Il Witz
confluiscono la paradossale stupidità delAFFABULATORE
Moni Ovadia
graffia e contemporaneamente accarezza,
la burocrazia, l’incommensurabile paentra nel cuore del problema restandone
zienza del popolo russo, ma soprattutto il
fuori». È spostamento del conflitto in uno spazio extragusto della battuta degli ebrei centro-europei, una culterritoriale.
tura yiddish affinata da secoli di oppressione e millenni
Quanto di questo spirito esiste ancora oggi che il codi ermeneutica talmudica. Una tradizione — tutta orale
munismo è defunto? «Il Witz emigra in cerca del potere,
— di dissacrazione del Libro: quella Legge che altrimenlo segue implacabilmente», osserva Dobrowolski. «In
ti, lasciata al monopolio dei chierici, diverrebbe oggetto
Polonia, da quando abbiamo come presidente e pred’idolatria, inchiodando l’umanità allo status quo. O vemier i fenomenali gemelli Kaczinski, lo scalpello dell’inendo inchiodata dalla rabbia dell’uomo libero, come
ronia ha ripreso a picchettare… Lo sberleffo è rinato alnell’ultimo film di Ermanno Olmi.
la grande. C’è un inatteso rinascimento della satira conGli ebrei sono capaci di tutto. Citare citazioni, o protro questi due anticomunisti che fanno ridere esattadurre battute sulle battute. «Il Witz è l’ultima risorsa di
mente come i loro avversari… Si sa, se balli a lungo il tanchi ha senso dell’humor, e la prima di chi non ce l’ha»,
go col nemico, finisce che impari a muoverti come lui».
ghigna per esempio il vecchio ebreo triestino Piero Kern
E che dire degli ebrei che dopo millenni di diaspora hanper dissacrare la sua stessa cultura, con una ferocia auno un loro stato, una loro burocrazia, un loro potere? Fito-delatoria che infallibilmente lo svela figlio della menita la satira anche per loro?
desima. Una cultura capace di ridere nei momenti più
«Secondo uno studioso tedesco — dice l’ebreo comutragici; come nel ‘38, quando lo stesso Kern vide Mussonista Ovadia — Israele è Witzlos, priva di battute. Forse
lini annunciare le leggi razziali nella piazza grande di
qualcosa s’è perso, ma l’autocritica e le barzellette tenTrieste, e lui e un altro ebreo, guardandosi terrei in mezgono duro. Senti questa: l’ho appena sentita a Tel Aviv.
zo alla folla osannante, ebbero la forza di sussurrare delC’è un signore anziano che accompagna il nipotino per
l’energumeno sul palco: «Non mi pare che quel signore
le strade di Gerusalemme e gli dice: “Vedi questa vecchia
abbia una bella cera». Tenero tentativo in extremis di
casa? L’ha fatta tuo nonno. E lo vedi quel grande albero
umanizzare l’inumano e di allontanare l’inevitabile.
sulla collina? Anche quello l’ha piantato il nonno. E poi
Nel mondo comunista questa cultura del Witz come
guarda quella strada tra gli ulivi. Pure quella l’ha fatta il
profilassi d’emergenza si abbina alla tecnica sopraffina
nonno tuo. Al che il bambino lo guarda bene negli occhi
del “parlare obliquo” per intuire le allusioni altrui e mae gli dice: nonno, ma tu una volta eri arabo?”».
scherare le proprie critiche al sistema. «Ai tempi del-
M
Perché i nostri poliziotti camminano
per le strade a squadre di tre? Uno sa leggere, l’altro sa scrivere e il terzo tiene sotto controllo quei due pericolosi intellettuali.
Perché il burro è scomparso dagli scaffali dei negozi? Perché si è sciolto sotto il
sole radioso della costituzione sovietica.
Alessandro Magno, Giulio Cesare e
Napoleone Bonaparte sono stati invitati
a una parata nella Piazza Rossa come rispettati visitatori. Alessandro Magno dice: «Se avessi avuto i carri armati sovietici, sarei stato invincibile». Giulio Cesare
dice: «Se avessi avuto gli aeroplani sovietici, avrei conquistato il mondo intero». E
Napoleone: «Se avessi avuto la Pravda,
nessuno avrebbe mai saputo di Waterloo».
Un turista polacco torna a casa dopo
aver visitato l’Urss, e porta con sé due
enormi e pesanti valigie. Al polso ha un
orologio di fabbricazione sovietica, e dice al doganiere: «Questo è un nuovo orologio sovietico, una meraviglia sconosciuta nei Paesi capitalisti. Vedete? Mostra l’ora, il battito cardiaco, le fasi lunari, che tempo fa a Varsavia, a Mosca, a
New York, e mille e mille altre cose». «È
davvero una meraviglia!», dice il doganiere, «e che cos’avete, compagno, in
queste due grandi valigie?» «Ah, queste?
Sono le batterie dell’orologio!».
Nel presentare le sue dimissioni e nel
lasciare la politica, Boris Nikolaevic Eltsin comunica pubblicamente di voler
donare metà delle sue case ai bambini e
l’altra metà ai nipoti.
Una cittadina sovietica entra in un negozio di alimentari e domanda: «Avete
della carne?». «No», risponde il commesso, «non ne abbiamo». «E latte, ne avete?». «Mi dispiace, signora, noi vendiamo
solo carne… Però se attraversa la strada e
va nel negozio di fronte, lì non hanno il
latte».
Di che nazionalità erano Adamo ed
Eva? Quasi sicuramente sovietici. Solo i
sovietici possono camminare a piedi
scalzi, le chiappe nude, senza un tetto sopra la testa, avendo da mangiare solo
una mela in due e continuare a gridare
che vivono in Paradiso.
© 2007 Giulio Einaudi Editore spa, Torino
Repubblica Nazionale
DOMENICA 22 APRILE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
PROPAGANDA
Due manifesti
di propaganda
antisemita
degli anni Quaranta
e un poster
dell’Unione Sovietica
del 1917
FOTO CORBIS
IL LIBRO
Il libro di Moni Ovadia da cui sono tratti i brani di queste
pagine si intitola Lavoratori di tutto il mondo, ridete
(Einaudi, 276 pagine, 15,50 euro). L’autore di Oylem
Goylem e L’ebreo che ride, dopo anni di studio e ricerca,
ha messo insieme uno sterminato materiale fatto
di aneddoti, barzellette, motti di spirito, battute folgoranti
che circolavano incuranti della censura del regime
sovietico. Quasi tutte nascono dall’intelligenza collettiva
del popolo ebraico e non risparmiano nessun aspetto
del socialismo reale, dalla mancanza di generi di prima
necessità alla corruzione endemica del partito, ai vizi
dei leader, alla vuota retorica dei proclami ufficiali
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 22 APRILE 2007
In coda all’anno mozartiano, due biografie in lingua inglese rievocano
la figura dell’abate libertino che scrisse i libretti dei massimi
capolavori operistici di Wolfgang Amadeus. Morì a New York
a novant’anni e la sua lunga vita fa ancor oggi discutere: sommo creatore, ma da alcuni
considerato una perversa canaglia, si dette agli intrighi, al sesso, ai viaggi, alle avventure
E raggiunse nel suo lavoro vertici altissimi
enio e follia di Lorenzo Da Ponte. Fine
uomo di lettere, verseggiatore di talento, magistrale seduttore. Esperto negli
intrighi all’ombra dei potenti e in perigliosi viaggi in giro l’Europa. Esponente tra i più eccentrici e gloriosi di un
Settecento aureo, razionalista e cosmopolita negli
intrecci di lingue e culture presso le grandi corti europee. Canaglia perversa secondo alcuni, come Pietro Zaguri, corrispondente di Casanova, che lo definì
«un delatore, uno spirito mediocre, un pazzo in ogni
senso». Sommo creatore grazie alla limpidezza della
lingua, al gioco audace dei sottotesti, agli smaglianti
congegni narrativi. Stupisce e affascina il mistero Da
Ponte, abate sporcaccione e autore dei libretti di tre
opere di Mozart: Le Nozze di Figaro, Don Giovanni e
Così fan tutte. Senz’altro firmò i migliori plot ai quali Amadeus abbia intrecciato la sua musica, senz’altro quella trilogia spicca tra i vertici assoluti del repertorio operistico. Ma il contributo del letterato italiano è stato spesso occultato o sminuito, come se il
compositore salisburghese avesse avuto un peso
centrale anche nella fattura di quei versi, sebbene a
tutti sia noto che i testi delle altre opere di Mozart non
hanno mai raggiunto i livelli dei libretti della trilogia
dapontiana, così come i lavori scritti da Lorenzo per
altri musicisti (Salieri, Gazzaniga, Martin y Soler)
non toccarono gli apici di quei tre titoli.
C’è sempre da discutere sull’enigma di Da Ponte,
sulle sue contraddizioni umane, sulla specialissima
alchimia che conquistò con Mozart. Racconti, notizie, aneddoti scabrosi e approfondimenti ne inseguono la figura in due nuove biografie in lingua inglese: The man who wrote Mozart-The extraordinary
life of Lorenzo Da Ponte (Weidenfeld & Nicolson, £
18.99), di Anthony Holden, critico musicale dell’Observer di Londra; e The Librettist of Venice-The remarkable life of Lorenzo Da Ponte (Bloomsbury, $
29.95), di Rodney Bolt. Ce n’è per tutti i gusti in questi due libroni divertenti e chiari come lo sono spesso le biografie anglosassoni, più hollywoodiana e superficiale quella di Holden, più vivida e puntuale
quella di Bolt, spassosa e minuziosa negli affreschi
d’ambiente. Emerge il ritratto di un personaggio incredibile, amato e odiato, narciso e menzognero,
erotomane e un po’ pedofilo (ah, il vizietto delle fanciulline in fiore), di eccezionale tempra fisica (morì a
novant’anni, e fu attraente per le donne almeno fino
a ottanta), che rivoluzionò il teatro musicale scagliandosi contro la radicata visione del testo poetico
come mero complemento della partitura.
Emanuele Conegliano, questo era il suo vero nome, nasce in una famiglia ebraica nel 1749 a Ceneda,
l’attuale Vittorio Veneto. Il padre è un umile conciatore di pelli, e quando si risolve a convertirsi al cristianesimo si fa battezzare coi tre figli dal vescovo di
Ceneda, che si chiama Lorenzo Da Ponte. Emanuele
ne assume il nome, e il vescovo si assume l’onere della sua educazione. Studia il latino, l’ebraico e il greco, recita a memoria Dante, Petrarca e Ariosto ed
G
L’arte di godersela
diventando immortale
LEONETTA BENTIVOGLIO
AVVISO
La Fondazione Teatro dell’Opera indice una selezione per eventuali assunzioni a termine per singole opere e/o spettacoli di “Ballerini/e di fila”
nel Corpo di Ballo per le esigenze di produzione della stagione 2008.
La selezione si svolgerà presso la Fondazione Teatro dell’Opera, P.zza B. Gigli,
7 – 00184 Roma, nei seguenti giorni ed orari:
Ballerini:
domenica
20 maggio 2007
ore 14.00
Ballerine:
lunedì
21 maggio 2007
ore 09.00.
Gli interessati sono invitati a presentarsi nel giorno e nell’ora indicati muniti
di un documento di riconoscimento e degli indumenti necessari per l’espletamento della prova di danza.
Requisiti richiesti:
• cittadinanza italianiana o di un Paese dell’Unione Europea
• età non inferiore ai 18 anni.
Per le informazioni i candidati potranno rivolgersi ai seguenti numeri
tel. 06/481601 – 06/48160257 e sito internet www.operaroma.it.
esprime le sue doti per la composizione poetica scrivendo agili versi. Nel 1773 è ordinato prete, ed è in
abito talare che approda a Venezia «nel bollor dell’età, di temperamento vivace e, al dir di tutti, avvenente nella persona», annota nelle Memorie, pubblicate in quattro volumi mezzo secolo più tardi a New
York (oggi sono disponibili nella collana dei Grandi
Libri Garzanti, pagg. 687, 14 euro). Venezia è un luogo ideale per un giovane curioso ed eccitato: si fa Carnevale per molti mesi all’anno e l’uso delle maschere consente costumi licenziosi. Lorenzo segue la propria indole sensuale tuffandosi nel libertinaggio.
Dopo il primo, rovente amore veneziano con Angiola Tiepolo, nobildonna squattrinata e di temperamento violento, va a insegnare a Treviso, dove fa
esercitare gli allievi sul tema della felicità umana in
rapporto alle leggi, attività che sfocia nel trattatello
L’uomo per natura libero, ispirato a Rousseau e giudicato sedizioso, che gli procura il bando dalle scuole della repubblica. Torna in laguna, dove stringe
amicizia con Casanova e il poeta Gasparo Gozzi, e
corona con uno scandalo succoso il suo secondo periodo veneziano. Alloggiato presso un lavorante di
piume, Carlo Bellaudi, s’invaghisce di sua moglie
Angioletta, palpeggiandola sotto le gonne solo pochi giorni dopo averla conosciuta. La induce a lasciare il marito, e insieme frequentano case di donne di facili costumi, dove Lorenzo è visto spesso
«congiungersi con lei senza riguardi, in piedi», dichiareranno i testimoni in tribunale. Le prodezze
sessuali non gli fanno trascurare il lavoro pretesco,
esercitato con un cinismo tutto suo, dicendo messe
nella chiesa di San Luca scambiando occhiate d’intesa con le parrocchiane. Gli Esecutori della Bestemmia lo processano per «ratto di donna onesta,
adulterio e concubinaggio», e il sacrilego è bandito
da Venezia per quindici anni.
A Dresda collabora con Caterino Mazzolà, poeta
dell’Elettore di Sassonia, per traduzioni e rifacimenti di opere teatrali, accorgendosi della propria inclinazione per il teatro, mondo prodigo di bugie deliziose, dunque catturante al massimo per un bugiardo costituzionale come lui, che perfeziona intanto la
sua vocazione per le imprese galanti. Il suo cuore si
lascia «a poco a poco pigliar dalla rete» delle due figlie del pittore Giuseppe Camerata, però, non sapendo chi scegliere (ma poi chissà, forse le ebbe entrambe), parte per Vienna, dove conosce Antonio Salieri, il compositore più potente della città imperiale, che gli concede protezione. Nel 1783 l’imperatore Giuseppe II, appassionato di musica, decide di
istituire una compagnia di opera italiana nel
Burgtheater, per cui intende assumere un librettista.
Da Ponte è ricevuto dal sovrano, e alla fine del colloquio il carismatico briccone ottiene l’ingaggio.
Nel 1783 conosce Mozart, di cui nelle Memorie
storpia il nome, munendolo sempre di due zeta. Descrive «Mozzart» come un «uomo celeste», «dotato di
talenti superiori». Le Nozze di Figaro è rappresentata a Vienna nel 1786, Il Dissoluto punito, o sia Il Don
Giovanni, va in scena a Praga nel 1787, e Così fan tut-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 22 APRILE 2007
te, o sia La scuola degli amanti, debutta a Vienna nel 1790. Non sempre le
storie sono originali. Nelle Nozze adatta la commedia di Beaumarchais, tagliando personaggi, semplificandone alcuni e amplificando altri (come la Contessa,
eletta centro morale dell’opera). E il soggetto di
Don Giovanni arriva dal Convitato di pietra di Gazzaniga. Ma i risultati sono ben altri. Ci s’interroga sul
come e sul perché del miracoloso sodalizio MozartDa Ponte, senza venirne a capo. Soltanto un clima ci
narra Lorenzo, riferendo la gaiezza del verseggiare e
la gioia che presiede alla stesura della trilogia. Così
descrive il suo lavoro sul Don Giovanni: «Una bottiglia di tockai a destra, il calamaio nel mezzo, e una
scatola di tabacco di Siviglia a sinistra. Una bella giovinetta di sedici anni (che io non avrei voluto amare
che come figlia, ma...) stava in casa mia con sua madre, e venia nella mia camera a suono di campanello, che per la verità io suonava assai spesso e singolarmente quando mi pareva che l’estro cominciasse
a raffreddarsi...». E l’aura di sensualità pulsa nei doppi sensi erotici che dominano gli scambi di coppie in
Così fan tutte. Con quei tre titoli l’opera buffa acquista complessità e spessore, il tragico si alterna divinamente al comico. Il senso stesso del vivere nel tempo respira sulla scena: le vecchie convenzioni del
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
Veneto di nascita, ebreo convertito, ordinato prete
approdò a Venezia “nel bollor dell’età” e ne fu presto
bandito. A Vienna l’incontro con il geniale musicista
melodramma sono rigenerate con naturalezza, lasciando spazio a sentimenti ed emozioni, conflitti
interni e ventagli di sfumature psicologiche.
Da Ponte è il librettista dominante a Vienna fino alla morte di Giuseppe II (1790), s’innamora della cantante Adriana Gabrielli del Bene, detta la Ferrarese, e
per sostenerla è coinvolto in numerosi intrighi. Salieri gli diventa nemico e Lorenzo è allontanato dalla città nel 1791 per volontà di Leopoldo II, succeduto al fratello Giuseppe. Giunto a Trieste si unisce alla
giovane inglese Ann Celestine Grahl, detta Nancy,
anch’essa ebrea convertita al cristianesimo. Con lei,
nell’agosto del 1792, «all’età di quarantadue anni e
cinque mesi, ma col coraggio, o, per meglio dire, colla temerità d’un giovinastro di venti», parte per Parigi. Ma cambia meta e si reca a Londra, dove arriva
nell’ottobre 1792. Poeta dell’opera italiana al King’s
Theatre, alterna a questo lavoro molti altri: la sua
specialità sono gli affari loschi e i bisticci per denaro.
In un periodo di tre mesi viene arrestato trenta volte.
In fuga dai creditori s’imbarca per l’America il 7
aprile 1805, preceduto dalla moglie e dai quattro fi-
gli. Un quinto sarebbe nato nel 1806. A
New York fa il droghiere, scappa da un’epidemia di febbre gialla e va in provincia, a Elisabethtown. Torna a «Nuova Jorca» nel 1807 e dà
lezioni d’italiano in casa del presidente del Columbia College, per poi rimettersi in affari disastrosi. A
settant’anni fa istituire una sezione italiana nella biblioteca del Columbia College e un reparto italiano
alla New York Public Library, collabora a riviste letterarie, pubblica commentari danteschi, traduce
Byron. Tra il 1823 e il ‘27 escono le Memorie, e in una
seconda edizione (1829-30) le ripubblica col testo alleggerito dai brani sfavorevoli a Leopoldo II e ad altri
autorevoli personaggi. È un’autobiografia autoincensatoria, orientata a censurare molti suoi peccati
e a mettere sempre in cattiva luce i suoi nemici. Collabora con la compagnia d’opera del tenore Manuel
Garcia, ottenendo di far allestire Don Giovanni, e riesce a far costruire un teatro d’opera italiano a New
York. Nella vecchiaia si consuma in ristrettezze,
amareggiato e rabbioso, scrivendo un ultimo volume di Memorie mai pubblicato. È così pieno di denunce e accuse che la famiglia, dopo la sua scomparsa, fa sparire il manoscritto. Muore il 17 agosto
1838, e pochi giorni prima si riconcilia con la Chiesa.
Fino ai suoi funerali nessuno, in America, ha mai saputo che Lorenzo è un prete.
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46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
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i sapori
Tartare di tonno, alici marinate, insalate di gamberetti:
il pesce appena pescato entra nei menù dei ristoranti
con il suo gusto “nature” e ci si innamora all’istante
Attenti però alle spiacevoli sorprese che riservano
batteri e parassiti. A Slow Fish, in programma a Genova
dal 4 maggio, gli esperti ci spiegano come evitare i rischi
Non solo sushi
itinerari
Colto e appassionato, Luciano Zazzeri gestisce un ristorante-culto
per amanti del pesce sulla spiaggia di Bibbona, Livorno
Nel menù de “La Pineta”, il piatto di crudo è un meraviglioso
passepartout declinato a seconda degli arrivi giornalieri
Venezia
Fano (Pu)
Gallipoli (Le)
La cultura ittica di città
e laguna ha origini
millenarie, con nota
di merito per i crostacei
A seconda
delle caratteristiche,
astici, granseole,
granchipori, moleche,
masanete, gamberi di mare e d’acqua dolce
vengono trasformati in crudi preziosi
La Fanum Fortunae
dei Romani vanta
un porto peschereccio
fra i più importanti
dell’intero Adriatico
Nella terra del brodetto
alla marinara (zuppa
di pesce) con tanto
di disfida pubblica, la preparazione dei frutti
di mare prevede anche crudi golosi
La storia della bella città
(kallis polis)
nel Golfo di Taranto,
è intrecciata alla pesca
Dai fritti alle cotture
in pignatta, le ricette
sono tantissime
Al mercato del pesce,
all’alba, i pescatori offrono assaggi di frutti
di mare con il pane fatto in casa
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
CASA DELLA CORTE
Sestiere di San Marco
Tel. 041-5205685
Camera doppia da 125 euro
colazione inclusa
COUNTRY HOUSE ISOLA BELGATTO
Via Belgatto 87, località San Biagio
Tel. 0721-809154
Camera doppia da 50 euro
colazione inclusa
RESIDENZA STORICA VIA D'OSPINA
Corso Italia 65
Tel. 0833-262617
Camera doppia da 60 euro
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
BANCOGIRO
San Polo 122, Campo San Giacometto
Tel. 041-5232061
Chiuso domenica sera e lunedì
menù da 14 euro
DA TANO
Via del Moletto 10
Tel. 0721-823291
Chiuso martedì
menù da 35 euro
ANGOLO BLU
Via Muzzio 45
Tel. 0833-261500
Chiuso lunedì
menù da 30 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
MERCATO DEL PESCE
Campo della Pescheria, Sestiere di Rialto
MERCATO DEL PESCE
Piazza XX Settembre
PORTO PESCHERECCIO
Seno del Canneto
na tartare di tonno non si nega a nessuno. C’erano una volta i frutti di mare crudi, spazzati via da salmonella e vibrioni assortiti. Storia abbastanza vecchia da non far più notizia, assorbita quanto basta a diffidare dei plateaux de crudités, dove le sole ostriche sembrano potersi permettere il lusso di lasciarsi ingoiare
così come natura le ha create (a parte l’obbligatoria spurgatura attraverso stabulazione, permanenza in
acque depurate per un tempo definito). È anche per questo che ci siamo innamorati del pesce crudo, rappresentato in primis dalla tartare di tonno che ormai abita nei menù di migliaia di ristoranti: sofisticati e
rustici, affidabili e non. Sapori inediti e meravigliosi, in piccola parte ereditati dalla cultura del crudo delle nostre marinerie, in gran parte importati con fin troppo disinvoltura dalla cucina orientale, come se sushi e sashimi (varietà di pesce
crudo elaborate con o senza il supporto del riso) ci appartenessero da sempre.
Risultato: oltre alle intossicazioni “tradizionali” – gastroenteriti e affini, frutto di pesci contaminati, non freschi o mal
conservati – oggi il vade retro ittico ha la forma sgradevolissima di un parassita, l’anisakis, verme subdolo e robusto abitante di viscere e interstizi muscolari di due terzi del pesce che arriva sui mercati del mondo, compreso il nostro.
Niente di nuovo, se è vero che la normativa italiana anti-infezione è stata varata ben
quindici anni fa. L’anisakis, che in Giappone ogni anno provoca migliaia di patologie,
muore sopra i 65 gradi o sotto i meno 20 (per ventiquattr’ore). Senza questi accorgimenti
– nemmeno la tradizionale marinatura con limone o aceto è sufficiente – si corre il rischio di ingerirlo vivo: il verme può annidarsi nelle pareti di stomaco e intestino, creando accidenti anche serissimi. Così, nelle cucine dei ristoranti è stato creato lo spazio per
l’abbattitore, un congelatore che abbatte in tempi rapidissimi la temperatura del pesce,
uccidendo il parassita.
Chi non usa questa pratica, ignorante o mascalzone che sia, mette a repentaglio la nostra salute. Si fa, ma non si dice: quanti clienti sceglierebbero un crudo di mare con la
scritta in menù “pesce abbattuto”?
Peggio ancora per chi, affascinato dall’idea di regalarsi una cenetta a base di pesce crudo, va a comprarlo in pescheria. Certo, i controlli sanitari selezionano in maniera severa
gli arrivi sui mercati all’ingrosso. Ma il rischio è reale, se il virologo barese Giorgio Chiriacò ha visto in questi anni aumentare i casi di anisakidiosi in maniera esponenziale, «e
per questo è necessario informare correttamente, pur senza spaventare i consumatori».
Il pesce comprato in pescheria per essere tradotto in carpacci e insalate, è sicuramente fresco, ma non abbattuto. Per essere tranquilli, dovremmo lasciarlo in freezer un
paio di giorni, prima di mangiarlo. Ma nessuno lo dice. Al contrario, pensiamo che solo
il pesce davvero freschissimo sia garanzia di salubrità.
Errore. A Senigallia, il superchef Mauro Uliassi ha contratto l’anisakis gustando un filetto di tonno crudo, preparato con le sue stesse mani, «da un pesce arrivato ancora vivo nelle cucine del ristorante. Una tentazione irresistibile, che ho pagato con due anni di cure pesanti per liberarmi da asma e allergie scatenate dal parassita». Una
sensibilità obbligata che ha indotto anche l’altro grande cuoco di Senigallia, Moreno Cedroni, a tenere vere e proprie lezioni su come azzerare i rischi di infezione.
Il ministero delle Politiche Agricole sta preparando una campagna di informazione sull’argomento. E di pesce crudo
molto si parlerà anche a Slow Fish, la bella manifestazione di Slow Food in programma a Genova dal 4 al 7 maggio, dove,
accanto a convegni e assaggi, presentazioni e aste del pesce, si svolgeranno i Laboratori del Gusto, molti dei quali dedicati alla cultura del pesce crudo. Nel frattempo, meglio evitare ristoranti di crudo a basso prezzo: la tartare merita di essere gustata senza ombra di dubbio.
U
Anche senza fuoco
si accende
il profumo di mare
LICIA GRANELLO
gli abbinamenti
Cipolla
Agrumi
Il limone è indispensabile
alla marinatura, l’arancia
è perfetta con gli scampi
Capperi
La rilettura mediterranea
del crudo inserisce
il cappero per dare forza
Il “crudo” alla pescarese
abbina anelli di cipolla
nuova alle seppioline
Burrata
La burrata sottolinea
la morbida grassezza
dei gamberi rossi
i piatti
Latte di cocco Zenzero
Il latte di cocco è usato
per dare morbidezza
e profumo al pesce
Ananas
Esotico e intrigante,
l’ananas accentua i toni
freschi dei crostacei
Non c’è crudo nipponico
senza zenzero marinato
Piace molto anche da noi
Panna acida
Partner doc del caviale,
la crème fraîche bilancia
il dolce dei crostacei
Pepe rosa
È il “non pepe”: profumo
sì, ma senza il piccante
Anima la tartare di spada
Caviale
Crudo di calamaretti
ABRUZZO
Il piatto dei marinai
pescaresi ha come base
i calamaretti, che dopo
essere stati puliti vengono
lavati più volte in acqua
di mare. Si servono
mischiati a fette sottili
di cipolla, conditi con olio
e peperoncino
Goloso, il cucchiaino
di caviale ben si combina
con gamberi e scampi
Repubblica Nazionale
DOMENICA 22 APRILE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
Crudi
mediterranei
Crudo di neonata
Insalata di baccalà
Crudi di mare
Acciughe marinate
CALABRIA
È equivalente ai gianchetti
e bianchetti. Il novellame
delle alici viene sciacquato
in acqua salata, asciugato,
condito con un’emulsione
di olio e limone. Mezz’ora
di riposo al fresco
e rifinitura con qualche
foglia di prezzemolo tritato
LIGURIA
Il merluzzo conservato
va lavato, dissalato
e tagliato sottilissimo
Dopo la marinatura in olio
extravergine e semi
di finocchio pestati,
si appoggiano le fettine
su un’insalata di indivia,
con un po’ di aceto bianco
PUGLIA
Il crudo alla barese
ha avuto origine di fronte
al Teatro Margherita,
al “nderr la lanze”, il molo
dove i pescatori vendono
il pesce. Nell’assortimento
trionfano cozze, noci,
canestrelli, datteri,
cannolicchi, gamberoni
FRIULI VENEZIA GIULIA
La variante al bagno in olio
e limone prevede, dopo
la pulitura, tre passaggi
in acqua. Nel liquido
di governo: aceto e sale
Dopo un giorno
di marinatura, aromatizzare
con capperi, origano,
pomodori secchi e olive
Un grano di sale
sui piatti di moda
CARLO PETRINI
uel che mi colpisce, delle mode, è
l’assenza del dubbio. Per chi, come
me, vive in provincia, è più facile accorgersene. Se d’inverno va il bianco, le
strade si popolano di cappotti immacolati; se parte l’ondata delle maglie corte (o
dei pantaloni a vita bassa) non c’è più una
sola donna che ci neghi la vista del suo
ombelico. Nelle grandi città il diktat della
moda è meno evidente: a Londra se vai a
fare la spesa in pigiama non si nota granché e a Roma c’è qualche picco di eleganza, ma i più indossano una deprimente divisa da turista. Tutti comunque
obbediscono all’editto dello stilista del
momento. Questo meccanismo si replica
anche nel settore cibo, e la moda del pesce crudo è una delle più invasive.
Il pesce crudo, ammettiamolo, ha un
suo fascino. Perché deve essere perfetto,
freschissimo, tagliato in modo adeguato:
una specie di sunto formale delle categorie dell’eccellenza. E non viene “contaminato” dall’intervento del cuoco. Il pesce crudo sa di mare, è seduttivo di per sé,
perché ha il profumo che il pesce deve
avere (che quando “sa di pesce” è ora di
buttarlo via). E poi mangiare crudo ci fa
sentire in salute, ci fa sentire sani, come
gli uomini primitivi, come i saggi orientali. Il crudo è il cibo dell’asceta, il crudo ha
quest’aura di essenziale che ci mette in
pace con la coscienza.
È la sustanziazione del mare. E nessuno di noi, uomini e donne con un po’ di
sangue nelle vene, sa resistere a quel richiamo. Come dice, ruvido e poetico, un
raìs di Favignana in un commovente documentario prodotto per i cent’anni della Cgil: «Il mare è come il fuoco: più lo
guardi e più lo guarderesti. E se hai dei
pensieri te li porta via il vento». Il pesce
crudo ci allaga il cervello con il profumo
del mare, diffido di quelli che lo rifiutano.
Ma il problema non è il pesce crudo. È
la moda, il diktat, a far sì che tutti i ristoranti debbano offrire una tagliata di tonno o un carpaccio di spada. E tra poco non
esisterà paesino del cuneese senza un sushi bar. Il problema è la perdita del senso
della misura e dell’ironia. Delle mode bisognerebbe saper cogliere l’idea, o una
parte di essa, per poi trasformarla e farla
propria, inserendola nel proprio stile. Ma
per farlo bisogna aver chiaro qual è il proprio stile o aver voglia di lavorarci.
Il nostro stile, e parlo di Mediterraneo,
non è mai stato quello del pesce crudo. Al
massimo erano certe cotture leggere, certe marinature nel limone o nell’aceto, più
vicine al ceviche peruviano che al sushi
giapponese. Preparazioni fatte per popoli che il mare lo conoscevano e lo rispettavano, ma che conoscevano e rispettavano anche la fame. E quindi il pesce andava reso sicuro e conservabile; perché la
gioia del cibarsi recava con sé sempre un
filo d’ansia: mangeremo anche domani?
Il nostro stile è quello di gente che cucina. Che il pesce lo frigge, lo griglia, lo fa in
umido, lo fa al forno. La gente che cucina
sperimenta, aggiunge, toglie, annusa,
sbaglia, rimedia. La gente che serve il crudo analizza i prodotti al mercato e affila le
lame; abilità straordinarie, culture millenarie; ma le loro cucine sono sexy come
sale operatorie. Non per questo sono meno interessanti per chi vuole capire l’altro. Ma non c’è un intingolo che bolle e il
cui profumo intima a una fetta di pane di
tuffarcisi dentro; non c’è un cucchiaio un
po’ unto che lascia colare distratto una
goccia sul dorso di una mano.
Il nostro stile è quello di gente che
quando mangia beve vino. E il vino con le
cose crude, in generale, non sembra accompagnarsi bene. Sarà che il vino è l’indulgenza, è la consolazione, è la contraddizione; come coniugarlo con il rigore, la
purezza, l’algida perfezione del crudo
d’eccellenza?
E, certo, il nostro stile è quello di gente
che incontra le tradizioni di altra gente.
Così, ogni tanto assaggia il pesce crudo.
Ma ricordandosi, per esempio, che se
quel pesce crudo è tonno rosso, la pressione di pesca inusitata che sta insistendo su questa specie, proprio per via della
moda del tonno crudo, ne sta mettendo a
rischio la sopravvivenza. Infatti il Wwf
con altre associazioni, tra cui Slow Food,
ha lanciato una campagna internazionale per chiedere ai paesi europei di rinunciare al cinquanta per cento delle quote
consentite dall’ultimo regolamento comunitario.
Usiamo le mode, ma non obbediamo;
inventiamoci la nostra variante della moda del pesce crudo, aggiungendovi quel
“grano di sale” che i nostri antenati ci raccomandavano.
Q
Repubblica Nazionale
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 22 APRILE 2007
le tendenze
La parola d’ordine adesso è ridurre, ma senza
rinunciare alla qualità, al look e al valore aggiunto
Se ne sono accorti i sociologi, e i designer hanno creato
così migliaia di miniature che soddisfano questi bisogni:
Mode emergenti
dall’iPod alle borsette, dai microcellulari agli snack
la nostra esistenza si è riempita di oggetti lillipuziani
Vivere
MINI
ESTATE HOT
In alternativa alla mini
M Missoni offre
un’ampia selezione
di hot pants
Pantaloncini sportivi
ma molto sexy come
quelli in cotone
verde. Da portare
quest’estate
con la canotta
multirighe
Piccoli concentrati di creatività
JACARANDA CARACCIOLO FALCK
l problema è sotto gli occhi di tutti: ciò
che scarseggia di più, nel nuovo millennio, è il tempo. Per rendersene conto basta prestare attenzione allo svolgersi
della propria giornata che, ormai, scorre ad una velocità inimmaginabile fino
a qualche decennio fa. Tra doveri familiari e
impegni lavorativi, obblighi sociali e estetici,
hobby e passioni, insomma, riuscire a trovare
il modo di fare tutto non è facile. Si cerca rifugio nel multi-tasking, controllando quasi ossessivamente le e-mail sul portatile mentre si
guardano le notizie in televisione, si mandano
messaggi sms e si ascolta (in contemporanea)
l’ultima canzone scaricata da i-Tunes. Ma a
volte anche così, facendo più cose al tempo
stesso, ci si trova in asfissia temporale. E comunque si rischia la nevrosi.
È accaduto così che, anno dopo anno, il tempo è diventato nostro acerrimo nemico nonché il nostro bene più prezioso. Da utilizzare
con il contagocce della razionalità, senza sprecare neanche un secondo. Ma come si riesce in
un’impresa tanto ardua? Imparando a frazionare la propria vita in tanti brevi segmenti di
elevato valore qualitativo. «Quelli che noi in
gergo chiamiamo pocket esperiences, cioè
esperienze tascabili», teorizza Francesco Morace, presidente del Future concept lab che,
proprio a questo argomento, dedicherà un seminario all’inizio di luglio. «Questa tendenza
I
Nei consumi
e nell’hi-tech trionfa
l’idea della massima
soddisfazione
nel minimo ingombro
assume a livello pratico due indirizzi diversi»,
aggiunge il sociologo, «da un lato si cerca di miniaturizzare una serie di oggetti, come ad
esempio l’iPod, in modo da poterli avere sempre vicini, dall’altro si condensano sempre di
più anche i bisogni immateriali». Qualche
esempio nella nostra vita contemporanea? «Il
successo delle day-spa, come quella londinese Elemis dove ogni stanza è dedicata a un tipo
di massaggio diverso, quello balinese, indiano, thailandese, e dove nel giro di un’ora si riesce a vivere esperienze di benessere multiculturale», racconta Morace. «Ma c’è anche la tendenza a ridurre sempre più i periodi di vacanza prediligendo i fine settimana lunghi alle
classiche ferie di almeno due settimane».
Tagliare il superfluo, concentrare le esigenze. Nasce anche così un nuovo modo di vivere.
Che, lentamente ma inesorabilmente, sta
cambiando l’universo dei consumi. Già, per-
ché nel mondo della moda, così come nell’elettronica, nella cosmetica e nell’industria
alimentare, più piccolo oggi significa sostanzialmente più prezioso. La tendenza ormai è
inequivocabile: è necessario ridurre, condensare, miniaturizzare. Per stare al passo bisogna “ripensare” più o meno tutto. Dai vestiti ai gadget, dagli snack ai cosmetici, dai
computer alle canzoni. Sembra essere l’unico modo per riuscire a portarsi sempre dietro,
ovunque si vada, il proprio bagaglio. Fisico,
ma anche culturale.
Ecco allora che mentre i grandi stilisti, da
Miuccia Prada a Valentino, da Giorgio Armani a Michael Kors rilanciano minigonne e hot
pants, micropochette e beautycase formato
mignon, i giganti della tecnologia si ingegnano per trovare nuove soluzioni lampo. Che ci
garantiscano la massima soddisfazione nel
minor ingombro di spazio. Come il nuovo videogioco per Nintendo ds, che dura appena
trenta secondi ma promette estremo divertimento. O l’iPod shuffle, dodici ore di musica
in soli 4,1 centimetri. Per non parlare dei “video-concentrati” scaricabili a migliaia sul
cellulare o sull’iPod da siti come il criticatissimo YouTube.
Migliaia di soluzioni per arrivare alla stessa,
agognata meta. Quella che Morace definisce:
«La creazione di una serie di piccoli paradisi
parziali». Che rendano la frenesia della vita
moderna almeno un po’ più sopportabile. Ma
nessuno garantisce il risultato.
E ADESSO MUSICA
DA SERA
Per una serata speciale Prada
propone una pochette
realizzata in raso rosso
Può contenere solo il minimo
indispensabile
L’iPod Apple diventa sempre
più piccolo. Lo Shuffle, disponibile
in cinque colori, garantisce
dodici ore di musica in soli
4,1 centimetri di lunghezza
TUTE BLU
Nell’era del vivere
mini torna in auge
un classico
degli anni Settanta:
la salopette
da benzinaio
Adesso viene
riproposta
in versione
minigonna
da Benetton
Repubblica Nazionale
DOMENICA 22 APRILE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
IDEA BRILLANTE
DEDICATO A CHI VIAGGIA
È ricoperta di brillanti
e applicazioni in metallo
la micro borsetta
di Versace. Realizzata
in cuoio bianco latte
ha i manici in pelle
e metallo
Per i viaggiatori
Alessi propone un set
da viaggio per il caffè
È completo di caffettiera
elettrica, due cucchiaini,
due tazze e un barattolo
di caffè Illy. L’idea
è di Richard Sapper
VITA STRETTA
È ancora agli anni
Settanta che s’ispira
la giacchetta stretta
in vita di Pianura
Studio. È in cotone
marrone a tre bottoni
Perfetta per i jeans
La generazione
“horror vacui”
MICHELE SERRA
idea di riuscire a manipolare il tempo, allungandolo come una sfoglia o
strizzandolo in pseudo-pillole di
tempo più dense del tempo reale, è l’ultimo
espediente per evitare di fare i conti con il vero e proprio tabù della nostra società: il concetto di limite. Pur di non affrontarlo, pur di
non essere costretti a scegliere quel numero
ahimé limitato di oggetti, attività, esperienze
che la vita umana consente, fingiamo che sia
possibile miniaturizzare tutto per poi stiparlo a dismisura in quella stiva di relativa capienza che è l’uomo-consumatore. In questo
senso, le varie “nuove discipline” e i vari convegni che cercano disperatamente di insegnarci a risistemare le nostre infinite attività
in forme più concentrate e “razionali”, assomigliano ogni giorno di più a altrettante auto-parodie della nostra nevrosi.
Fu il mondo febbrile e vagamente ansiogeno dei manager a fare da cavia, negli anni
Ottanta, con piccole mode e vezzi (tipo: alzarsi un’ora prima al mattino, sai che trovata
geniale) spacciate per neo-scienze in grado
di moltiplicare capacità e risorse. Fiorirono i
corsi di “lettura rapida”, di ottimizzazione
della propria giornata, di concentrazione
psichica. Espedienti, di fronte all’evidente
impossibilità di fare fronte, in un tempo dato
— quello delle nostre giornate, quello delle
nostre vite — alla progressione geometrica
degli impegni lavorativi e ricreativi e affettivi
e di consumo. Piuttosto che miniaturizzare
gli impegni (il massaggio thailandese e il corso di deltaplano e le riunioni di lavoro e l’accudimento dei figli), è ovvio che, oltre un certo limite, è necessario diradarli.
Ma diradarli vorrebbe dire scegliere, e scegliere vuol dire rinunciare, vuol dire sottrarre. Quest’ultimo verbo fa letteralmente orrore al PND (pensiero nevrotico dominante), al
quale la sottrazione di qualcosa non riesce
mai ad apparire un arricchimento salutare.
La sottrazione è vista come una sconfitta e
quasi un’onta, la rinuncia di qualcosa in favore di qualcos’altro appare un’amputazione di quella presunzione d’onnipotenza individuale che è il motore segreto della società
dei consumi.
Ma riorganizzare la bulimia non vale a guarirla. Al massimo, aiuta ad occultarla meglio.
A mascherarla per qualche tempo. Ognuno
di noi ha esperienza del fatidico momento
nel quale, in una casa, pare che il contenuto
stia per avere la meglio sul contenitore. Proviamo disperatamente a ri-stoccare l’infinità
di oggetti di cui disponiamo (abiti, giochi, attrezzi da cucina, svaghi, ricordi, libri, cidì,
protesi tecnologiche le più varie) pur di non
rinunciare ad alcuno di essi. Il trucco può riuscire una o due volte, ma presto o tardi la
realtà prevale: bisogna per forza buttare via
qualcosa.
Lo spazio indeformabile di una casa assomiglia molto allo spazio indeformabile del
tempo. Non possiamo gravarlo di troppe occasioni e appuntamenti senza farlo collassare, collassando noi stessi. Ora qualche cervellone viene a spiegarci che basta ri-disporre
(per l’ennesima volta) il nostro tempo in forme più agili e concentrate, ma noi sappiamo
già che il vero problema, quando ci sentiamo
soffocati dalla mancanza di tempo, è averne
abusato, averlo intasato. E il solo rimedio
possibile è anche, purtroppo, il meno praticato e forse il meno praticabile, perché abbiamo introiettato il tabù sociale di cui sopra:
levare, snellire, sottrarre, diminuire sono
operazioni che ci fanno sentire diversi e colpevoli, in un mondo che venera il segno “più”
come un totem, che è costretto ogni anno a fare i conti con incrementi, aumenti, accelerazioni, e si fa prendere dal panico se si accorge
di non essere “cresciuto” abbastanza.
Accade così che il vuoto (lo spazio vuoto, il
tempo vuoto) diventi il bene più raro, e insieme l’oggetto più misterioso. Un vero e proprio horror vacui attanaglia il nostro mondo,
il barocchismo dei consumi ci abitua a considerare malamente ogni ora non dedicata,
ogni luogo non segnato dal mercato. Chi pretende di insegnarci a continuare a fare “tutto” però facendolo meglio non è nostro amico. O è un illuso, o è un sacerdote di regime.
La sola maniera per fare meglio le cose è farne di meno, e farle dilatando il tempo e lo spazio mentale messi a disposizione per ciascuna di queste cose. Il resto è illusionismo, e
peggio è ricatto morale per farci sentire all’altezza di una sfida già perduta, quella contro il senso del limite.
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Repubblica Nazionale
50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 22 APRILE 2007
l’incontro
Regine del palcoscenico
L’attrice che ha scritto la storia
del teatro italiano oggi ha ottantaquattro
anni. Colta, ironica, intelligente,
da sempre, come dice lei, ha usato
il cervello per nascondere, dietro
l’aspetto borghese,
un carattere stravagante
che l’ha portata a scelte
difficili come il matrimonio
con Brancati, sedici anni
più di lei, o la fuga
d’amore con Albertazzi
Dopo sessantasei anni
di scena, ha due nuove passioni:
la lirica e Internet a cui affida
le sue memorie
Anna Proclemer
ell’autunno del 1941 una
bella ragazza trentina,
mora, occhi scuri, matricola di lettere e filosofia
alla Sapienza di Roma, si presenta alle
audizioni dove si reclutano le nuove leve per la compagnia del teatro universitario. «Avevo quasi vent’anni. Non
avevo mai recitato in vita mia. In giuria
c’erano registi come Orazio Costa, Enrico Fulchignoni, scrittori come Cesare
Vico Lodovici. Chiesi loro, un po’ stupiti, se potevo sedermi per terra. Portavo
l’ultima battuta di Sonia dello Zio
Vanja di Cechov. Iniziai e l’aula rumoreggiante si zittì. Mentre recitavo vidi
che dalla finestra entrava un raggio di
sole e, poiché mi si erano riempiti gli
occhi di lacrime, ricordo che con la mostruosità tipica dell’attore spostai leggermente la faccia per prendere la luce
sulla lacrima. Lì ho capito che quello
era il mio mestiere. Si alzarono in piedi
tutti. La giuria mi fece i complimenti.
Cominciò così. Diventai la prima attrice del teatro universitario di Roma».
Diventò Anna Proclemer. L’episodio, lo ricorda con un fiero sorriso lei
stessa sul divano della suite di un hotel
milanese, mentre con una mano carezza la piccola Lulu, sfrenata quanto adorata cagnolina, e con l’altra tiene la sigaretta, una delle tante. «Smettere?
Avessi cinquant’anni lo farei, ma ora mi
farebbe solo male», dice.
L’indimenticabile Annie Sullivan di
Anna dei miracoli, la Lupa, Fedra,
George Sand, l’attrice che nel ‘48 con
Strehler, nel ‘49 con Costa, dal ‘56 con
Albertazzi ha scritto la storia del teatro
italiano, oggi ha ottantaquattro anni. È
belloccia, avrei anche potuto accasarmi bene, ma i ricchi a me non sono mai
piaciuti. Mi piacevano solo gli intellettuali che in genere non avevano una lira. Però posso dire di aver conosciuto
Eliot e aver parlato con lui di Dante. E
poi Moravia, Piovene, Flaiano, Pannunzio, Cardarelli. Frequentavo il salotto Bellonci, casa Cecchi. Un po’, devo confessare, mi annoiavo, perché
questi intellettuali quando si ritrovavano insieme facevano ricreazione invece che parlare di cose serie. E io ci restavo male. Ero assetata, volevo rubare.
Oh, quanto ho spiato, rubato in vita
mia. In teatro, la tecnica la devo a Vittorio Gassman, a Renzo Ricci l’amore per
gli autori moderni, a Giorgio la sensibilità».
Con Albertazzi ha fatto ditta teatrale
per sedici anni, e per venti si sono amati. Si erano conosciuti nel ‘55 in scena e
Se solo fossi un po’
più allegra. Eppure
mi ritengo fortunata,
la testa mi funziona
ancora. Fino
a qualche anno fa
prendevo anche
lezioni di danza
Invecchiare è brutto,
altro che balle
FOTO GRAZIA NERI
N
MILANO
una signora di imperiosa vitalità. Colta,
ironica, intelligente da sempre — come
dice lei — ha usato il cervello per
confondere, dietro l’aspetto borghese,
severo, levigato, un carattere stravagante e un temperamento da irregolare, la ragazza che leggeva Dostoevskij e
ascoltava Bach in tempi in cui le donne
non studiavano e contavano poco, l’attrice che ha affrontato con slancio molto femminile scelte anche spericolate:
le nozze a ventitré anni con lo scrittore
Brancati di sedici anni più anziano, geloso delle sue assenze per il teatro, la
nascita a ventiquattro della figlia Antonia, oggi affermata sceneggiatrice,
mentre girava su e giù l’Italia in automobile per le tournée, più avanti la fuga con Albertazzi, un pensierino di filarsela per un periodo con il Living
Theatre...
«Le più grandi follie le ho fatte per il
lavoro. Non solo perché il teatro è la mia
vita, ma perché l’indipendenza economica per me è sempre stata vitale. Non
concepisco l’idea di farmi mantenere
da un uomo. Fu per questo che, quando rimasi incinta, mi dedicai al doppiaggio. Detti la mia voce a Greta Garbo
per Grand Hotel e Anna Karenina, a
Barbara Stanwich. Yvonne Sanson la
doppiai che quasi partorivo in sala di
registrazione. D’altra parte l’attrice
non è il mestiere che puoi fare timbrando il cartellino. O lo fai con passione, o
lasci perdere».
Stessa grinta, stessa ostinazione, dopo sessantasei anni di teatro, oltre centocinquanta spettacoli, quattro regie e
qualche film, Anna Proclemer ha trionfalmente debuttato qualche mese fa alla Scala nella lirica, uno straordinario
cammeo d’attrice nella Fille du regiment di Donizetti, che riprenderà ora
all’Opera di Roma dal 16 maggio, premiata da Arbasino con un «mirabile
Proclemer». «La prosa ormai la frequento da spettatrice e vedo tante brutte cose. Adesso è la musica che mi ispira — dice —. Avevo iniziato qualche anno fa col mio recital Anna dei pianoforti tra Chopin, Liszt, Mozart e testi di Savinio, tempo prima avevo partecipato a
un Edipus rex di Stravinski diretto da
quel genio di Abbado, che adoro. Ma
non è un legame tardivo il mio con la
musica. Con i primi soldini guadagnati
a quindici anni, dando ripetizioni di filosofia alla figlia imbecille di una amica
di mia madre, mi comprai un twin set di
lana e l’allegretto della Settima di
Beethoven. Ancora oggi, preferisco
ascoltare musica che leggere, pur essendo stata una donna avida di libri e
letture».
Nella Roma del dopoguerra la sua fu
una vita mondana molto intellettuale.
«Non che la mia fosse una famiglia particolarmente acculturata. Mia madre
amava D’Annunzio, mio padre era un
ingegnere che citava perfettamente
“Tityre, tu patulae recubans…”. Ero io
che ero assatanata di libri. E sì che ero
in scena si erano innamorati. «Ma lui
stava con la Toccafondi, Bianca Toccafondi, e quindi non si poteva. Segretamente ci scambiavamo messaggi
d’amore attraverso le battute. Ricordo
una Figlia di Jorio del ‘57, tutta sospiri e
doppi sensi “Aligi dammi la mano”,
“Mila il cammino è là, poco lontano”,
“Dammi la mano tua ch’io te la baci”...
Finché non facemmo una fuga in Svizzera, Hotel Splendid di Lugano, ricordo. La Toccafondi non la prese bene,
andò furibonda a dirlo a Visconti. Ma io
ero felice. Lui, che come tutti gli uomini non era un eroe, era più angosciato.
Con Albertazzi ci telefoniamo ancora e
due anni fa ci siamo divertiti a recitare
di nuovo insieme in Diario privato».
Queste e altre storie Anna Proclemer
le raccoglie da qualche mese in una autobiografia che, anziché a un editore,
ha affidato a Internet, a un sito, www.
annaproclemer. it, che si è progettato,
scritto e curato con temeraria energia,
tutto da sola. «Col computer ho iniziato coi solitari, poi sono passata ai cd
rom di arte, con cui mi sono fatta tutte
le gallerie d’arte mondiali, ora Internet.
Sono brava, sa? Elaboro le foto, mi preparo i calendari con le immagini della
mia Lulu. E, quanto all’autobiografia,
farla nel web mi pare meno autocelebrativo. Perché un segno va lasciato.
Noi teatranti sappiamo che di noi non
resta niente. Perfino le registrazioni Rai
non ci sono più: La ragazza di campagna di Odets sparita, La donna del mare con Albertazzi cancellata, Carta
bianca di Flaiano pure. Forse è rimasto
L’idiota, Anna dei miracoli, La foresta
pietrificata. Ma io mi ero già premunita: visto che quando uno muore finisce
tutto in cantina, io ho già dato carte, libri e foto all’archivio del Vieusseux di
Firenze. Il resto in questo diario elettronico».
È qui che ha ricordato il buffo incontro con Humphrey Bogart. Stava girando Viaggio in Italia dove aveva un particina accanto all’amica Ingrid Bergman. «Eravamo all’Excelsior di Napoli,
quando arrivò Bogart per salutare Ingrid. Lui e lei come in Casablanca. Nessuno capiva più niente. Rossellini propose di andare tutti al Vomero a mangiare. “Anna porta tu in macchina Ingrid e Humphrey”, mi disse. Io avevo
una millecento color cacchetta e la patente da un mese. Su per le stradine del
Vomero… sudavo solo pensando al
mio carico prezioso. Quando arrivammo fu una liberazione. Mentre entravamo al ristorante, Bogart mi mise anche
una tenera mano sul culo. Gliene fui
grata: il mito era diventato uomo».
Come tutte le donne molto intelligenti e bravissime nel lavoro non si sente mai a posto. «Certo, ho avuto le mie
soddisfazioni, ho fatto conoscere autori moderni che nessuno in Italia aveva
fatto, ho fatto personaggi importanti...
Ma purtroppo ho la maledizione di un
carattere scomodo che tende alla auto-
recriminazione, alla vaga depressione,
alla scontentezza. Se solo fossi un po’
più allegra... Eppure mi ritengo fortunata, la testa mi funziona, credo ancora bene. Sì, una volta ero un razzo, fino
a qualche anno fa prendevo anche lezioni di danza. Invecchiare è brutto, altro che balle. Ogni volta che uno ti dice:
mettiamo in cantiere per l’anno prossimo questa cosa, tu pensi “se sarò viva”.
Non è carino, non è un fiore nell’anima.
E poi queste rughe qui. Ma piuttosto
che un mostro gonfio come certe mie
colleghe, meglio la ruga».
Nella sua modernità, Anna Proclemer non vive di ricordi, tranne che per
Brancati che lei, forse troppo giovane,
trattò con durezza. «Qualche anno fa gli
ho scritto, tardiva, una lettera d’amore
e in luglio a Catania lo ricorderò, nel
centenario della nascita, in un recital
con le sue opere. Se lo merita. Non credo che tra noi la questione fosse l’età. In
fondo erano sedici anni. È che io continuavo con le mie cose a teatro, ma ero
assalita dai sensi di colpa. Non per Antonia, la bambina: con lei ero stata svizzera, subito organizzata, prenotando
addirittura mentre ero ancora incinta
puericultrice e scuola Montessori. No,
i sensi di colpa li avevo per Brancati. Lui
era siciliano, ma nordico dentro. Non
mi diceva nulla, ma sapevo che soffriva
delle mie tournée, dei miei spettacoli,
delle mie assenze da casa. Una volta a
Milano, dove recitavo con Strehler,
mentre camminavo in piazza Scala,
sotto la pioggia, con Nina, la mia cagnolina di allora sotto il braccio, provai
una felicità enorme. Di colpo mi tornò
in mente Brancati, a casa, che si torceva perché io non c’ero e piombai nell’angoscia di sempre. La mia libertà era
la sua disperazione. Ma io la mia scelta
l’avevo già fatta».
‘‘
ANNA BANDETTINI
Repubblica Nazionale
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