Domenica il racconto L’America delle femmine sfrontate La di DOMENICA 22 APRILE 2007 VITTORIO ZUCCONI la storia Repubblica India, Aurangzeb imperatore bigotto FEDERICO RAMPINI In cerca della vera “Masseria delle Allodole” nei luoghi del primo genocidio del XX secolo FOTOTECA GILARDI Sangue armeno GIAMPAOLO VISETTI L HARPUT (Anatolia sud-orientale) a “Masseria delle allodole” non esiste più. Introvabili anche il vecchio magazzino del sale, o la farmacia di Sempad. Le cascate fuori dalla piccola città sono prosciugate da tempo. Nessuno si permette il lusso della memoria: di aver sentito narrare, dai vecchi, di un mondo intatto degli armeni. Dove sorgeva la casa degli Arslanian ora fioriscono i mandorli che ombreggiano le pietre tombali di un piccolo cimitero siriano. La polverosa Aslanli Sokak conduce ai resti delle antiche concerie, ai piedi della fortezza precristiana dell’Ottavo secolo. Sulle colline arse dell’Anatolia le rovine di settanta chiese, un centinaio di bagni turchi ottomani trascinano l’orizzonte fino al blu del lago Gurus. La vallata di Kurdemlik è invasa dal verde del primo grano, dai boccioli rosa degli albicocchi. Dietro, la neve infinita del Nemrut. Solo il vento bussa alle porte di certe case crollate. Alcuni venditori di nocciole sorseggiano il tè sugli sgabelli mozzi, allineati davanti al minareto della moschea di Saruhan. Nell’aria, il profumo dell’agnella arrostita sul carbone. Quasi ci si dimentica, nel sole caldo di questa meravigliosa pace, di camminare tra ciò che resta di un inferno che brucia. Non è un errore. I muri diroccati, le piramidi di sassi riconquistati dal prato e i tetti sfondati, le cui travi ingrigite svettano come croci gettate contro il cielo, sono i quartieri armeni di Harpert. Coppie di innamorati vagano convinte di abbracciarsi tra le fondamenta del palazzo di Osman Yavuz Selim, padre di Solimano il Magnifico. Nulla indica che si addentrano invece nel cuore del Metz Yeghern, il Grande Male: il genocidio armeno. Dopo novantadue anni il libro di Antonia Arslan, da cui è tratto l’ultimo film dei fratelli Taviani, è di nuovo a casa, dove è nato. Afrim Tanoglu, ottant’anni, suggerisce di adagiarlo davanti al vecchio portone del bey Sabit, il vali turco che organizzò la carneficina e la deportazione dell’attuale Harput. È l’edizione italiana della Masseria, mai tradotta in turco per il veto di Ankara. I guardiani della tomba di Arap Baba la sfogliano stupiti. Non credono alla storia. Il 24 aprile 1915 furono costretti a partire in dodicimila, dalle case oggi cancellate di Harpert. Ad Aleppo, in Siria, arrivarono duecentotredici spettri. Quasi un milione e mezzo, in due anni, le vittime nei villaggi dell’Anatolia. Chi era sopravvissuto alle marce e ai campi di prigionia sparì nel vuoto del deserto. Perché siete qui?», domanda Zarha. È impazzita molti anni dopo, il giorno in cui ha saputo come fu uccisa sua madre. I soldati turchi avevano puntato alto su quella gravidanza. Maschio o femmina? La squartarono come un montone. Estrassero con la baionetta colui che le sarebbe dovuto essere fratello. La vecchia Zarha ha succhiato l’ultimo latte da una mammella recisa. Rimasta a Elazig, la nuova città alle pendici di Harput, cura i tulipani nel giardino di una madrasa. Due orti più in là, discretamente, si riuniscono a pregare le dodici famiglie armene ancora nascoste nella regione. La chiesa siriana, che le ospita, è una stanza tinteggiata d’azzurro e impregnata degli incensi. «Mia madre», dice Zarha, «era armena». Si ripara dietro a una porta sentendo qualcuno che domanda di «quelli». Poi accarezza quel misterioso libro straniero, sembra ricordare: silenziosamente lascia che le pagine si aprano al richiamo del muezzin. (segue nelle pagine successive) con un articolo di HRANT DINK cultura Grandi scrittori e Grand Hotel SANDRO VIOLA la lettura Quando i comunisti ridevano MONI OVADIA e PAOLO RUMIZ spettacoli Lorenzo Da Ponte, parole per Mozart LEONETTA BENTIVOGLIO i sapori Il crudo che accende il profumo di mare LICIA GRANELLO e CARLO PETRINI Repubblica Nazionale 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA la copertina Sangue armeno DOMENICA 22 APRILE 2007 Sia il film “La Masseria delle Allodole” dei fratelli Taviani, che il libro omonimo di Antonia Arslan da cui è tratto, sono proibiti in Turchia. Così come ogni riferimento al gigantesco sterminio del 1915 Siamo andati in cerca degli ultimi testimoni viventi di quei fatti, che sopravvivono impauriti nascondendo il ricordo di un trauma incancellabile FOTO AFP Ombre dell’Anatolia La memoria segreta del primo genocidio GIAMPAOLO VISETTI (segue dalla copertina) olo un pellegrinaggio, sostando nelle dimenticate stazioni di una laica via crucis scandita dai massacri del Novecento, può condurre tra queste gole vulcaniche. Nessuno qui, fra due giorni, si riunirà per ricordare l’inizio della “grande retata”. La pulizia etnico-religiosa dei Giovani Turchi, spaventati dallo sfacelo dell’Impero ottomano e dall’offensiva dei russi all’inizio della Grande guerra, ha avuto successo. In Anatolia, da secoli, convivevano turchi, greci, curdi, armeni, ebrei, siriaci, arabi, circassi e lasi. Uno su tre non era musulmano. Oggi, in tutta la Turchia, sono rimasti sessantamila armeni riparati a Istanbul, alcune centinaia nascosti nei villaggi. Ad Harput, crocevia delle deportazioni tra il Mar Nero e il Mediterraneo, non ne vive più uno. Una cinquantina, dispersi e sommersi, ad Elazig. Le chiese cristiane sono macerie a cielo aperto: nella notte fredda, quando molte stelle si avvicinano, i pastori vi si riparano dal vento. Più di questa assenza, impressionano la rimozione collettiva e la soffocante paura. Nulla segnala, o circoscrive, i luoghi delle prove generali per l’Olocausto degli ebrei. Sterminati impunemente gli armeni, le loro case sono state razziate e poi distrutte dai curdi. Per i turchi dell’Est «quelli sono solo andati via». Trovare una famiglia armena, spesso forzosamente convertita all’Islam, può richiedere giorni di indagini e appuntamenti disertati. La maggioranza ha cambiato cognome. Qualcuno fornisce un numero di telefono, chi risponde rinvia ad un altro. Gli incontri sono fissati tra la folla anonima dei bazar: non sempre ci si mette d’accordo per un tè nella dimora dell’ospite. Sui laconici colloqui grava il sospetto. La diffidenza suggerisce agli armeni rassicurazioni di circostanza. La maggioranza recita frasi confezionate che presume gradite alla propaganda ufficiale. Perché fidarsi di uno sconosciuto? Una frase scorretta può costare la vita, o trasformarsi in un capo d’imputazione. La maledetta Malatya, dove le albicocche sono grandi e dolci come pesche, Mezreh, Kayseri, Tunceli, Diyarbakir, Erzurum, o l’esotica Van, distrutta capitale del regno di Urartu, non sono divenuti scandalosi monumenti alla follia umana. Sono la culla di “Lupi Grigi”, Hezbollah e misteriose cellule di nuovi estremisti islamici: gli armeni, ancora, dormono sospesi come gli altri cristiani. Da un caravanserraglio abbandonato di Elazig è partito Mehemet Agar, complice di Ali Agca nel disegno omicida contro papa Wojtyla. Non si ragiona sul passato, ma si seguitano a contare gli attentati nazional-fondamentalisti. «Non ci vogliono», sussurra il muratore Yeckin Afsin badando di non farsi sentire nemmeno dalla moglie. «Di giorno sorridiamo da turchi, la notte piangiamo da armeni». Gli assassinii di don Santoro e di Hrant Dink, direttore del settimanale Agos, hanno fissato uno spartiacque sulla via della riconciliazione. I passi della pace trascinano indietro. Gli spari di Osmanbey, a Istanbul, sono giunti fino all’Ararat scintillante. L’assalto crudele di mercoledì scorso nella casa editrice presbiteriana di Malatya conferma la riesplosione di una radicale caccia alle streghe. Altri tre missionari seviziati, incaprettati e sgozzati «per Dio e per la patria», nella città doppia di Agca e Dink. Una agghiacciante lezione esemplare: in Anatolia, non solo a Trebisonda, trovare un pugno di ragazzi pronti a macellare chi lotta per la comprensione fra turchi e armeni, o tra musulmani e cristiani, resta rapido ed economico. Per questo chi non è emigrato in Europa, o in America, ora sa che restare in Turchia significa continuare a nascondersi, scommettere sull’ultimo respiro: o pagare il prezzo del proprio annullamento. La donna più bella di Konya lo ha fatto. Dice di avere centodieci anni. È la più vecchia, in Asia mi- VIOLLE T S FOTO R OGER Villaggi dai nomi cambiati, decine di chiese in rovina, case crollate e mai ricostruite: nulla, su queste colline del profondo interno turco, ricorda il “Metz Yeghern”, TRACCE CANCELLATE Nella foto grande, due donne davanti alle case di Aleppo, la città che fu il terminale dell’esodo degli armeni nel 1915: solo pochissimi vi giunsero vivi. A sinistra, il monte Ararat, al cuore del territorio un tempo abitato dagli armeni. Qui accanto, una copertina del Parisien su un massacro di armeni del 1909. In copertina, strage di armeni a Baku, 1905 il Grande Male che costò la vita a quasi un milione e mezzo di persone trucidate o lasciate morire nore, dei tre sopravvissuti al Metz Yeghern. Prega di non avere un nome pubblico. Per salvare le sorelle, nell’aprile del 1915, ha sposato l’uomo che le aveva decapitato il marito. Uno dei figli di primo letto fu obbligato a gettare il fratello in un precipizio. Le strane piaghe che gli devastavano il viso facevano temere un contagio. «Non riuscivo a capire», dice, «se era giusto amare i bambini che ho concepito dopo, con il turco che mi aveva acquistato». Convertita all’Islam, ha scordato l’armeno e imparato il curdo. «Ho passato la vita», dice, «a odiare il mio sposo assassino e a invocare su di lui la spada di un Dio. La notte mi sogno ragazza, a cavallo con il compagno che mi è stato sottratto». Salendo i sentieri pietrosi del monte Siurice poco importa delle dispute storico-giuridiche sulla definizione del genocidio. Quali risarcimenti potrebbero esigere da Ankara gli armeni che non ci sono più? Quali restituzioni territoriali? Contano più le commesse industriali, l’adesione alla Ue, le leggi contro i negazionisti, o la diffusione di una salvifica verità collettiva? Più scandalose ancora delle crisi diplomatiche e delle nuove stragi si rivelano così la rimozione del dolore, la cancellazione ufficiale del massacro. Il terrore, il senso di colpa, in cui sono costretti a sopravvivere i discendenti delle vittime. Le ombre si allungano quando Afrim indica le rive del lago Goluyuk, ribatezzato Hazar. Appare come un giardino magico in cui scomparire, lentamente, per sempre. Non c’è un cartello che ne racconti la storia. Ma è stato qui, nell’estate di novantadue anni fa, che circa seimila donne e bambini di Harpert sono stati uccisi e dati in pasto ai cani affinché presto cancellassero ogni traccia. «Oppure i deportati», dice, «venivano bruciati. Le guardie del vali cercavano l’oro anche nello stomaco». Ci scherza ancora, l’autista. «Loro sono scappati», recita un’oscena filastrocca che allude al mitico tesoro sepolto dagli armeni prima degli arresti, «ma noi non smetteremo di dare la caccia all’oro di loro». Su un prato rosso alcuni tavoli, accarezzati dai ciliegi, circondano i fuochi spenti per il kebab dei meriggi più miti. Non c’è una tomba sul luogo dove ottocento maschi, legati a mucchi di quattordici, sono stati fucilati dai gendarmi. Montagne di ossa hanno ostruito le fosse scavate per conservare il ghiaccio. Perché la vergogna di questo silenzio? Perché chi «discredita o collabora a discreditare la nazione» viene condannato a dieci anni di carcere? Perché ci si può distendere su queste erbe odorose senza poter capire dove si riposa? «La moderna Turchia», rispondono ad Agos gli amici di Dink, «è nata dall’annientamento degli armeni. Riconoscerlo significa ricostruire una complessa identità civile. Il problema è che il momento del confronto con la storia infine ti raggiunge. Se lo affronteremo onestamente, non ci saranno sconfitti. Lo sviluppo di una cultura di pace, garantita da uno Stato laico, renderà onore a tutti. Solo allora turchi e armeni cammineranno a testa alta di fronte all’umanità». È un tempo che l’ipocrisia politica, definita pragmatismo, allontana. Antonia Arslan non ha mai visto il suo villaggio di origine. Paolo e Vittorio Taviani hanno dovuto girare in Bulgaria La masseria delle allodole. Il governo turco ha cercato fino all’ultimo di bloccare il finanziamento europeo, votando contro la realizzazione del film. Il libro non è stato stampato e la pellicola non approderà nei cinema di questo straordinario Paese. È come se la Germania fosse insorta contro La vita è bella di Benigni, censurandolo. Armeni e turchi, prigionieri di una contrapposta storiografia fondata sull’odio, vengono così tenuti all’oscuro anche dei grandi gesti di bontà. Molte case dell’Anatolia, dietro l’orrore, celano un passato di eroismo. Migliaia di donne e di bambini strappati dalle colonne dei deportati. Migliaia di uomini nascosti e nutriti per anni nelle cantine dei turchi. Migliaia di salvati, in cambio Repubblica Nazionale LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 FOTO CONTRASTO DOMENICA 22 APRILE 2007 dei loro beni, imbarcati clandestinamente sulle navi inglesi e francesi. Migliaia di ragazze armene sposate dai turchi per risparmiare anche una sola vita. Soltanto così, bussando casa per casa nei villaggi contadini sud-orientali, si scopre l’ignorata resistenza popolare di chi rischiò l’impiccagione per restare se stesso. Una minoranza, ma è da essa che si può ricominciare. Etyen, stampatore di stoffe ad Adyaman, è uno dei tanti curdi di sangue armeno. Lo ha saputo tre anni fa, casualmente. Sua nonna Leora, fuggita dal campo di prigionia ad Aleppo, si è maritata con un siriano. Il figlio ha sposato una curda. «Sono come tutti qui», dice, «un caffelatte. Fatta la miscela, è impossibile separare gli ingredienti». Una beffa del destino, per il triumvirato TalaatEnver-Djemal che allo scoppio della Prima guerra mondiale si alleò con gli Imperi centrali di Berlino e Vienna. Chi è turco, oggi in Anatolia? Chi armeno e chi curdo? La gente è stata più coraggiosa di chi l’ha governata ed è difficile, nonostante una pulizia etnica maniacalmente programmata, distinguere un’ipotetica “purezza della razza”. Che a prevalere sugli interessi dei potenti siano infine la natura, l’amore e l’istinto di sopravvivenza degli ultimi, lo dimostra la popolazione di Vakifli. Trenta famiglie, un centinaio di persone: è l’unico villaggio interamente armeno sul territorio turco. Citato nella Bibbia, vicino ad Antiochia, a dieci chilometri dal confine siriano, è il simbolo della resistenza contro le vendette. Franz Werfel, nel 1933, ne ha raccontato la storia nel romanzo I quaranta giorni del Musadag. Più volte Hollywood ha cercato di ricavarne un film, sempre dissuasa dalle pressioni di Ankara sul Congresso Usa. Antranik Demirci, novantaquattro anni, è l’ultimo testimone del genocidio. È cresciuto con la paura di non essere turco, invecchiato con la vergogna di non essere morto. «Dopo i mesi della lotta contro la deportazione», dice, «ciò che restava della mia famiglia fuggì in Egitto. In cinquemila, per quattro anni, siamo rimasti nel campo profughi di Porto Said. Avevo sei anni quando mi hanno riportato ad Aleppo ed ho scoperto che cinquantasei miei parenti erano scomparsi». Adulto, ha seguito le loro tracce nel deserto, fino a Deir-esZor. Il luogo scelto per il “reinsediamento” degli armeni deportati, era il nulla. Dune di sabbia, distese di pietre incandescenti. Chi aveva svenduto casa e beni per corrompere i soldati e trascinarsi al capolinea del massacro, morì di fame e di sete. Khayel Kartun, dentista armeno espatriato, indica l’ansa dell’Eufrate prediletta dalle cicogne per costruire centinaia di nidi di prodigiosa perfezione. Sua nonna si è annegata oltre il canneto. «Una novantina di prigioniere», dice, «si immer- sero cantando, a braccia alzate. Avevano promesso di salvare i loro ultimi figli. Compresero che sarebbero finite schiave negli harem arabi, prima che i neonati venissero schiacciati contro le rocce. Si sono immerse di notte, perché i bambini non vedessero». Sono altre storie come questa, non scritte, ad essere narrate la sera sotto le vigne che a Vakifli ru- bano la schiuma alla brezza del mare. Quattrocento emigrati armeni, ogni estate, ritornano da tutto il mondo per non dimenticare chi sono. Chiedono solo di vivere in pace, custodendo la propria origine: i turchi rispettano il loro secolare coraggio. «Perché siete qui?», chiede infine anche il vecchio Antranik Demirci. Si gira di spalle, mentre ascolta la storia dell’“armena italiana” che viene ora clan- Un testo del giornalista assassinato su una data da non dimenticare Quella notte tra il 23 e il 24 aprile HRANT DINK Hrant Dink, giornalista e intellettuale turco di origine armena, è stato ucciso a Istanbul il 19 gennaio scorso per mano di un giovane nazionalista Pubblichiamo questo testo per gentile concessione di Agos, il settimanale pubblicato in lingua turca e armena di cui Dink era direttore con tutto l’entusiasmo il 23 aprile, ma essere parl 23 aprile è un giorno molto importante nella tecipe anche della grande tristezza del giorno dostoria della nazione turca, nata dopo decine di po. Quante persone sulla Terra vivono questo dianni di sofferenze. È il giorno in cui il principio lemma? Non è facile né capirlo né spiegarlo. “la sovranità è del popolo, senza condizioni” fu riSpero che nessuno lo viva mai più. Come si può badito dal Parlamento: questa è l’eredità lasciata festeggiare con ancor più ardore il 23 aprile? Coai bambini, che sono “la vita del futuro”. Forse è la me si può cancellare il 24 aprile dalla memoria? In data della lungimiranza più assoluta del popolo realtà questi non sono problemi turco. Penso che sarebbe una cosa senza soluzioni. Se il 23 aprile è la intelligente non limitarsi a festeggiornata di tutti i bambini, che lo sia giare il 23 aprile soltanto in Turchia, in qualche modo anche dei bambima condividerlo con i bambini di ni dell’Armenia. Invitate anche loro tutto il mondo: allora auguri ai bamai festeggiamenti. Riavvicinateli e bini turchi e ai bambini del mondo! rappacificateli. Che non ci sia solNella storia del popolo armeno tanto il 23 aprile: ci sia anche il 24 disperso qua e là nel mondo, il 24 aprile. Che aumentino i giorni di feaprile è un giorno nero. Quando Hrant Dink sta, che sia festa tutto il mese di apriquattro, cinque armeni si ritrovano le, tutta la primavera. Se non ci riuinsieme per l’occasione, scendono scite, è perché ci sono rancori che lo impediscono. in piazza innalzando striscioni. Perché? Qual è il Allora lasciate il mondo ai bambini, risolveranno motivo che li spinge a scendere nelle strade il 24 loro i problemi: basta che voi non li ostacoliate. aprile? Mi piace in modo particolare il 23 aprile. Io e mia 24 aprile 1915, è l’alba. Intellettuali, scrittori, armoglie ci siamo sposati proprio quel giorno. Vitisti, insegnanti, avvocati, dottori, deputati armevemmo la notte del talamo tra il 23 e il 24 aprile. Fu ni, per la maggior parte residenti a Istanbul, venquello l’attimo in cui demmo vita al nostro primo gono presi uno ad uno dalle loro abitazioni e porfiglio. tati via… E non fanno più ritorno. Ecco, questa daNé il 23 aprile, né il 24. ta è l’inizio del “dramma storico armeno” avveForse quell’attimo è il “23,5” aprile... nuto nei confini dell’Impero ottomano. Non so chi potrebbe capire cosa vuol dire esseTraduzione dal turco di Semsa Gezgin re al tempo stesso armeno e della Turchia, vivere I destinamente riportata tra le sue steppe. La frontiera fra Turchia e Armenia resta chiusa. È considerata «zona di guerra». Famiglie, sui due versanti dell’Aras Nehri, non si sono mai incontrate. Alla domanda più importante, in Anatolia, nessuno accetta di rispondere. «Cosa penso del genocidio armeno?», chiede in una stalla di Kars il pastore Ahmet Sadik Tekai. «Niente». Duemila chilometri a occidente, nel patriarcato degli armeni apostolici di Istanbul, l’arcivescovo Haram Atesjan ripete: «No comment». Quasi un secolo dopo, in Turchia, resiste una domanda che non si dovrebbe porre e a cui non si deve rispondere. I giornali denunciano l’estremismo del Pkk, l’infatuata spietatezza anti-cristiana di “Lupi Grigi” ed Hezbollah, l’antistoricità del “Muro di Cipro” o le contestate ambizioni presidenziali del premier Erdogan. «Si tenta», dice il successore di Dink, Etyen Mahcupian, «di ridurre la questione armena a una forma di nostalgia della diaspora, o di presentarla come un complotto internazionale anti-turco. La realtà è che i turchi tolleranti hanno di nuovo paura di essere giudicati traditori, gli armeni coerenti di essere ammazzati. E la comunità internazionale, come novantadue anni fa, continua a pesare gli anticipi dei contratti». Ad Harput il vecchio Mustafà, settantotto anni, cieco e ormai sordo, vive nel sepolcro di Nadir Baba. Esce solo al tramonto, strisciando carponi fino ad aspirare la zuppa di riso e lenticchie rosse che qualcuno lascia per lui nel cortile in bilico sull’altopiano. «L’odio», dice, «genera pazzi. La vendetta è madre della solitudine. Qui si sono invaghiti. I figli siamo noi: spietati custodi dell’indifferenza». Indica una casa armena, tra le poche a conservare un tetto. È in vendita. Un foglio sulla finestra fornisce un numero di telefono. Quando lo si compone, l’ex muratore Izzettin si precipita fuori dal forno del pane. «La fattoria di campagna degli Arslanian?», chiede. Poi mostra un edificio rosso, a nord, isolato su pascoli selvatici, a mezz’ora di asino. La bellezza dell’orizzonte, come dice Ahmet Rasim, è nella sua tristezza. Di allora, forse, resta un pezzo di muro crollato nell’orto accanto. Erano diciassettemila gli armeni tra qui e Mezreh. Oggi nessuno. Izzettin, innocente, ha sperato di concludere un ultimo affare. Ascolta il racconto della Masseria delle allodole. Scandisce più volte «Ar-slan», «Ar-slan», come a frugare in una memoria che sa impossibile. «Gli armeni», dice. Stacca un frammento di pietra: e di nascosto se lo infila in tasca. Repubblica Nazionale 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 APRILE 2007 il racconto Dopoguerra italiano La compagna Stakanova in salopette o Marilyn con l’ukulele? Furono le donne, nonostante le censure dei parroci o dei mariti di sinistra, a far trionfare anche qui l’american way of life. Ora un libro di Silvia Cassamagnaghi racconta quanto “pacchetti” di foto e articoli forniti dall’ambasciata Usa ai nostri rotocalchi abbiano contato in quella battaglia Così vinse l’America VITTORIO ZUCCONI E WASHINGTON rano gli anni dell’agonia sovietica, i primi anni Ottanta. Sugli schermi della televisione di stato apparve il primo “video magazine” all’occidentale. Si chiamava Panorama e fu un successo strepitoso. Dovetti guardarlo anch’io, inviato a Mosca, per dovere di cronaca. Era spazzatura. Un montaggio greve di cortei di disoccupati a Milano, cariche di gendarme a Parigi, grida di femministe esasperate a Londra, costruito per creare l’impressione dell’implosione del mondo capitalista. Natasha — mi appellai alla intelligente signora che mi faceva da interprete e da baby sitter — ma come può avere tanto successo un programma che mostra soltanto cortei sindacali in Europa e in America? «Cortei? Ma chi li vede?», mi sgranò addosso i suoi occhi azzurri Natasha: «Noi lo guardiamo per vedere come si vestono le donne in Italia o in Francia, che cosa è di moda da voi». Panorama fu cancellato dagli schermi poco dopo. Questo caso da laboratorio della ete- rogenesi delle intenzioni propagandistiche, delle sorprese che le operazioni stile Minculpop possono riservare a chi la organizza, si applica paradossalmente anche sull’altro fronte della Guerra fredda, a Ovest, nei primi anni del dopoguerra. Mentre servizi segreti, diplomatici e governi americani freneticamente trafficavano per manipolare la vita politica, il vero campo di battaglia erano le sale di cinema asfissiate dal fumo, le arene estive all’aperto pavimentate di gusci di noccioline, le pagine di cronaca rosa sfogliate sotto il casco del parrucchiere o sul balcone a prendere il fresco della sera. Come racconta la bella ricerca di Silvia Cassamagnaghi pubblicata ora dall’editore Franco Angeli (Immagini dall’America. Mass media e modelli femminili nell’Italia del secondo dopoguerra 1945-1960), e come Natasha avrebbe potuto confermare, i soldati che avrebbero vinto la “Kulturkampf”, la guerra culturale tra Est e Ovest, sarebbero state soldatesse, attrici in tailleur, ninfe in costume da bagno, dame in calze di nylon, in ombretto e fondotinta, in automobile, in ufficio. L’armata visibilissima, eppure quasi segreta, dei modelli di femminilità creati a Hollywood ed esportati per vendere, non per fare rivoluzioni. Furono le donne italiane, sotto la apparente soggezione al marito o al padre di sinistra, a decretare che fra gli opposti ideali offerti dai due fronti — la nerboruta compagna Stakanova in salopette con l’incudine e il martello curva a forgiare il socialismo in una fonderia di Minsk, e la sirena Esther Williams nei suoi costumi da bagno pre-bikini, la eterea Ginger Rogers, la impalpabile Audrey Hepburn, le palpabilissime pin up maggiorate — era questo secondo a vincere e a rappresentare un lontano ma assai più desiderabile e dirompente sogno. La vulgata storica vuole che le donne italiane votassero partiti anti-comunisti negli anni Quaranta e Cinquanta per salvare la famiglia dalle grinfie di zio Stalin o per compiacere i don Camillo. Ma furono, consciamente o inconsciamente, le suggestioni di quelle star, i richiami a un futuro da «sfrontate», come le definiva il Radiocorriere per esorcizzare i primi telefilm importati in bianco e nero, a sedurre probabilmente molte elettrici in cabina, dove Stalin non le poteva vedere, ma non le vede- vano neppure il marito, il padre o il prete. Nel quindicennio decisivo dell’Italia repubblicana, fra il 1945 e il 1960, la “american way of life” filtrò dalle discussioni politologiche alla fantasia dello spettatore-consumatore e soprattutto a quella delle spettatrici. Furono le bambine, le ragazze, le donne, le signore italiane — comprese le «proletarie», che confessavano di leggere assai più i femminili di quegli anni piuttosto che il pensoso organo del Pci Noi Donne — ad assorbire e interiorizzare un modo diverso, eccitante, onirico, affermativo e non passivo, di essere femmine in una società industriale, urbanizzata e prospera, fuori dai canoni puritani, plumbei e moralisti raccontati bene da Miriam Mafai, che proprio Noi Donnediresse, e illuminati dall’imbarazzo del Pci davanti alla relazione extraconiugale di Togliatti con Nilde Jotti. È una seduzione che prima avviene in maniera apparentemente superficiale e solo dopo è interiorizzata come scelta culturale, dunque politica, quella stessa forma di “infezione” per modelli che oggi i fondamentalisti islamici temono per le loro donne ingabbiate. Si guardava il trucco di scena inventato a Hollywood dal signor Max Factor che spalmava “pancake” sui volti delle star nascondendo il lavoro del tempo. Si ammiravano i primi rossetti indelebili a prova di acqua, dunque di bacio, con tutte le implicite suggestioni maliziose. Si sospirava davanti alle lunghe gambe e alle caviglie sottili delle girls americane fasciate in calze di nylon, confrontandole con le proprie gambotte traccagne avvolte in calzerotti. O si sognava la luccicante “custom jewelry” falsa di Trifari che brillava sul petto delle eroine spiritose e «sfacciate» delle “sophisticated comedy”, le commedie brillanti IMMAGINARIO Nelle foto alcune immagini di riviste dell’epoca catalogate nell’archivio della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e nella Biblioteca Braidense di Milano Repubblica Nazionale DOMENICA 22 APRILE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 IL LIBRO Si intitola Immagini dall’America. Mass media e modelli femminili nell’Italia del secondo dopoguerra 1946-1960 il libro di Silvia Cassamagnaghi (Franco Angeli, 336 pagine, 23 euro). È uno studio sugli strumenti attraverso i quali negli anni Cinquanta gli Stati Uniti esportarono in Italia il loro modello culturale e politico diventando il punto di riferimento fondamentale soprattutto per l’immaginario femminile. L’analisi è condotta in particolare sui mezzi di comunicazione più popolari, come la stampa a rotocalco, il cinema e la televisione e dimostra come i vari aspetti dell’american way of life si diffusero nella società italiana delle femmine sfrontate e gli splendidi duplex di Manhattan, dove queste donne tengono testa ai maschi, li sfottono, anche se, alla fine, li sposano, perché così voleva la morale del tempo. Erano modelli pensati da maschi per consumatori maschi. Ma agli occhi delle donne del Sud europeo, della Bassa, delle città italiane, dei “divorzi all’italiana”, delle Filomene Marturano, quel modo di presentarsi, di vestirsi, di rapportarsi agli uomini, era più rivoluzionario degli opuscoli sovietici sulla produzione di acciaio e di elettricità. «Troppo sfrontate», «troppo interessate ai maschi», «troppo poco premurose verso la famiglia» mentivano ai ricercatori le italiane, attribuendo a quei personaggi difetti che erano desideri. Gli uffici dei servizi di propaganda americana, sotto la direzione di una donna, di un’ambasciatrice, la Claire Booth Luce, diffondevano i “pacchetti”, buste di articoli, foto, materiale vario, per esaltare la democrazia americana. Ma in un’Italia che ancora tagliava le scene dei baci negli oratori, come raccontò Tornatore in Nuovo Cinema Paradiso, o che era appena uscita dalla condizione femminile dei matrimoni e divorzi all’italiana, dei premi fascisti alle mamme sfiancate dalle gravidanze, delle “Giornate Particolari”, le donne degli anni Quaranta e Cinquanta guardavano queste americane sposarsi e divorziare e risposarsi senza che il cielo le stecchisse. Le vedevano andare da sole a spasso, in viaggio, al ristorante. Le guardavano “flirtare”, parola che è rimasta intraducibile perché non ha un corrispondente in italiano, guidare automobili, farla a fucilate con i «musi rossi» per proteggere il ranch come Rosalynd Russel (il tempo della correttezza politica e del Soldato Bluera ancora lontano), sedurre ed essere sedotte. E insinuare impronunciabili sospetti saffici in quelle agapi di femmine attruppate al bagno o nello spogliatoio. Naturalmente, quasi sempre la “peccatrice” pagava. Bruciava in solitudine nell’inferno di Atlanta, come Vivien Leigh avendo tirato troppo la corda con Clark Gable nel Via col Vento uscito in Italia nel 1949 e bollato come «escluso» dal Centro Cattolico per la Cinematografia. La brava ragazza alla fine si sposava il “leading man”, il protagonista, magari fingendo di non sapere che fosse gay, come poi si scoprirà di attori come Rock Hudson e si sospetterà di seduttori soavi come Cary Grant. Il matrimonio doveva ancora essere la conclusione del flirt, se spinto troppo avanti. L’aperta rivolta di Katharine Ross alle convenzioni sociali e la sua fuga dall’altare con “il laureato” nel 1967 erano ancora lontani. La famiglia era necessariamente il premio finale per la bellezza e la virtù, manifestato in stupende “cucine ame- ricane”, come infatti si diceva allora, dove la bisbetica domata in casalinga avrebbe avuto il conforto di utensili ed elettrodomestici e mobiletti pensili, invece della tinozze, delle ghiacciaie, delle madie, della cenere, del sapone di Marsiglia, dei fili tesi sui vicoli, del «non lo fo per piacer mio» a letto, che le spettatrici italiane avrebbero ritrovato a casa, uscite dal cinema. Il peccato, e anche il sesso pur certificato e autorizzato, stavano sullo sfondo, perché i censori vegliavano anche a Hollywood, non soltanto nel Santo Uffizio. A Lucille Ball, protagonista della serie tv Lucy e io, era proibito avere un letto matrimoniale con il co-protagonista e marito anche nella vita, Desi Arnaz, che dormiva in un lettino separato. Un’attrice incinta non era ammessa, per non dare al pubblico strani pensieri su cosa mai avesse fatto per diventarlo, e i vizi veri erano sapientemente nascosti dietro le arti di Max Factor, che riusciva a fare dell’alcolizzata, promiscua e depravata Judy Garland la innocente, asessuata ragazzina del Kansas, nel Mago di Oz. Ma per quante cautele e pruderie e ipocrisie utilizzassero i censori, il messaggio arrivava, chiaro e forte. Diceva che un altro mondo, un altro modo di essere donna rispetto a quello che i mariti, le suocere e il signor prevosto esigevano era non soltanto possibile, ma legittimo e addirittura positivo. Il sillo- gismo che involontariamente il cinema, e poi la televisione, avrebbero affermato con molta più efficacia dei “pacchettini” da Cominform yankee, pur graditissimi a noi redattori dei settimanali femminili di allora sempre affamati di materiale per riempire le pagine, era colto da donne semplici come da donne istruite: se è l’America l’ideale positivo al quale noi, come elettrici, dovremmo allinearci anche secondo le autorità, perché mai le loro donne «sfrontate» dovrebbero essere un modello negativo, da evitare? Il fatto che le stesse donne americane fossero, nella realtà, assai diverse da quelle illuminate sullo schermo dei cine all’aperto o degli atri fumosi, che non tutte fossero aggressive come un’Ava Gardner, sexy (altra espressione rimasta intraducibile eppure comprensibilissima) come Marilyn Monroe o Jane Mansfield, maliziose come Judy Garland, eleganti come una Greer Garson, spaccone come una Mae West che chiedeva agli uomini «è una rivoltella quella che hai in tasca o sei contento di vedermi?», spiritose come la parigina americanizzata Claudette Colbert, era irrilevante per un pubblico che della realtà americana poco sapeva e meno si interessava. Le first lady come Betsy Truman o Mamie Eisenhower erano ancora raccontate come accompagnatrici dedite a «preparare il tè coi pasticcini» secondo la scandalosa battuta di Hillary Clinton nel 1992. Anche quell’immagine della “superwoman” di celluloide era un’invenzione, come lo era il “sogno americano” creato dai migranti venuti dai ghetti dell’Europa Orientale. Ma non era falsa la abissale distanza che separava le donne italiane dalle donne americane e che odorava di libertà individuale, ben più tangibile e desiderabile delle astrazioni sulla democrazia. La percentuale di pubblico che preferiva i film americani a quelli italiani era largamente maggioritaria, spiega una ricerca citata dalla Cassamagnaghi, e praticamente identica tra gli spettatori comunisti o anticomunisti. Sarebbero venuti soltanto più tardi il femminismo, la traduzione dell’implicito nell’esplicito, del soggettivo nell’oggettivo. Ma c’era meno distanza fra le “svampite” e le bionde con l’ukulele alla Marilyn Monroe e le Nancy Pelosi, le Hillary Clinton, le Condoleezza Rice, di quanta ne esistesse allora fra le italiane e le americane. Per le consumatrici del primo dopoguerra, come per le donne russe che cercavano di capire quale fosse la lunghezza giusta delle gonne nel 1980 o l’acconciatura di moda a Milano spiando incollerite operaie italiane che mai avrebbero sospettato di essere guardate come top model, le immagini trasmisero inquietudini, resero pensabile cose che in quegli anni erano inimmaginabili o empie, come il divorzio. Raccontarono un modo di essere donne che — se guardiamo al vento di restaurazione moralista che torna a soffiare sull’Italia — ancora non ha finito di fare paura. Repubblica Nazionale 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA la storia DOMENICA 22 APRILE 2007 Tre secoli fa, nel 1707, si spegneva a Delhi dopo cinquant’anni Malgoverno di regno l’ultimo Gran Moghol degno di questo nome Tutta la sua opera fu volta a distruggere con editti intolleranti e con la spada, in nome del Corano, l’armonia tra musulmani e induisti instaurata dal suo illuminato predecessore Akbar Aurangzeb l’imperatore bigotto che distrusse l’India FEDERICO RAMPINI imperatore indiano Aurangzeb era alla vigilia dei novant’anni quando si spense a Delhi tre secoli fa. La figura di Aurangzeb rimase per qualche tempo avvolta in un velo di mistero per una singolare decisione dello stesso sovrano. Fu l’unico Gran Moghol a diramare un editto che proibiva di scrivere la storia, di tenere resoconti degli eventi sotto il suo regno. Quasi avesse il presagio che il giudizio dei posteri sarebbe stato duro con lui. Secondo una leggenda, sul letto di morte nel 1707 fu assalito dal pentimento, ordinò agli eredi di capovolgere le sue politiche e tornare a quelle dei suoi predecessori. Forse nell’agonia vide scorrere davanti agli occhi il bilancio di mezzo secolo al potere: il tesoro dinastico dissanguato in lunghe e inutili guerre; l’odio religioso che serpeggiava tra i sudditi minando la coesione dell’impero; la nefasta influenza che lui stesso aveva concesso agli ulema islamici incompetenti nell’amministrazione pubblica. Il fatale indebolimento dell’impero Moghol non tardò a manifestarsi. Passarono poche settimane e l’India precipitò in un vortice di guerre fratricide. «Aurangzeb», scriveva nel 1880 il grande studioso dell’India James Talboys Wheeler, «fu l’ultimo dei Moghol che giocò un ruolo importante nella storia. Esaurì le risorse dell’impero inseguendo un solo disegno: spodestare le divinità indù ed estendere la presa del Corano su tutto il paese. Il grande Akbar, all’apogeo della dinastia, aveva unificato l’impero grazie alla sua tolleranza verso tutte le razze. Aurangzeb ne distrusse le fondamenta attraverso la persecuzione. Quando morì, la disintegrazione era cominciata. Entro cinquant’anni dalla sua morte la sovranità dei Moghol era ormai un’apparenza priva di contenuto». L’impronta di Aurangzeb è cruciale per capire le tensioni che ancora oggi turbano la convivenza tra le due maggiori religioni dell’India, indù e musulmani. La sua storia smentisce una teoria che ebbe una certa presa tra i progressisti del movimento anticoloniale e poi durante la sanguinosa partizione fra India e Pakistan: l’idea che l’odio tra indù e musulmani sia stato acceso prevalentemente dagli inglesi per servire la loro strategia del “divide et impera”, e quindi che la diffidenza tra le due comunità sia un letale residuo della dominazione britannica. In realtà le radici della discordia sono molto più antiche, risalgono alle origini stesse dell’espansione maomettana dalla Penisola arabica e hanno toccato le due punte estreme proprio sotto i Moghol: la massima armonia e l’odio più implacabile. L’Islam arriva in India fin dal primo secolo dell’Egira, il periodo che si apre con la fuga di Maometto nell’anno 622 dopo Cristo. La nuova religione viene diffusa dai mercanti lungo la Via della Seta, poi dal 711 con i raid di generali arabi che puntano verso il Rajasthan. Da quel momento l’India è costantemente sotto l’attacco dei popoli di religione islamica. Ma per molto tempo le invasioni non agiscono in profondità nell’antico tessuto della società indiana. Talboys Wheeler riassume così i primi otto secoli di incursioni: «Arabi, turchi, afgani potevano saccheggiare i templi e distruggere gli idoli, ma non riuscirono a schiacciare i vecchi culti mitologici degli indù. I regni venivano creati con la spada e mantenuti con la spada; mancava quella coesione tra i dominatori musulmani e la popolazione induista che avrebbe dovuto garantire un’influenza permanente». È solo l’imperatore Akbar, al potere dal 1556 al 1605, a imporre una ricetta originale che cambia segno alle relazioni con gli indù. Akbar è un lontano discendente del conquistatore mongolo Tamerlano. Pur essendo musulmano ripudia sia la jihad(guerra santa) sia la legge coranica, mette radici nella classe dirigente indiana attraverso matrimoni con donne di stirpi locali, abolisce il concetto della religione di Stato, introduce principi non solo di tolleranza e dialogo ma perfino di Preso il potere uccidendo i fratelli e il padre, il sovrano proibì il vino, impose il taglio dei baffi, vietò musica e danza, reintrodusse la “tassa sugli infedeli” e schiacciò le proteste delle minoranze sotto le zampe degli elefanti FOTO DE AGOSTINI ANSA L’ NEW DELHI IL RITRATTO Ritratto dell’imperatore moghul Aurangzeb in una miniatura d’epoca. Il suo regno durò dal 1658 fino al 1707 eguaglianza tra le fedi, che rimangono eccezionali nell’intera storia dell’umanità. Akbar emargina il ceto ecclesiastico degli ulema, promuove dignitari indù ai massimi livelli dell’amministrazione, sopprime ogni veto religioso contro le belle arti. Abroga il calendario islamico sostituendolo con quello di Zoroastro, di origine persiana, perché meglio si adatta a misurare il ritmo delle stagioni e dei monsoni per l’agricoltura indiana. Ai regni di Akbar succedono quello di Jahangir e poi di Shah Jahan, che fa edificare il Taj Mahal ad Agra. Nel 1658 tra i figli di Shah Jahan s’impone come successore Aurangzeb, al termine di una lotta feroce in cui uccide i tre fratelli e rinchiude il padre nella fortezza di Agra fino alla fine dei suoi giorni (pena che verrà “abbreviata” da un avvelenamento). È l’avvio della grande restaurazione, la svolta settaria che demolisce il capolavoro politico-culturale di Akbar. Aurangzeb si professa sunnita di stretta osservanza e il suo obiettivo esplicito è estirpare l’idolatria, imporre il Corano come unica fede. Ha inizio mezzo secolo di intolleranza bigotta destinato a lasciare cicatrici profonde nell’anima dell’India. Tra i primi editti di Aurangzeb c’è il divieto del vino — pena il taglio di una mano o di un piede per i praticanti musulmani —, un proibizionismo a cui gli esperti fanno risalire la vasta diffusione del bhang, stupefacente a base di canapa indiana e altre erbe, che a quei tempi crea una tossicodipendenza di massa non meno deleteria dell’alcolismo. Subito dopo viene l’editto contro i baffi (secondo Aurangzeb impediscono di pronunciare correttamente il nome di Allah), mirato contro la minoranza persiana i cui uomini vengono braccati per le vie delle città da squadre di “tagliatori”. Ben presto la musica e la danza cadono sotto i divieti di Aurangzeb, deciso a stroncare la tradizione delle sacre devadasis, raffinate ballerine, sacerdotesse e poetesse che praticano anche la prostituzione. La sua furia non risparmia i musulmani sciiti né i sufi dediti a una versione mistica dell’Islam radicata da tempo in India. Solo le minoranze cristiane godono di un trattamento un po’ meno repressivo, hanno il permesso di bere vino entro le mura di casa e questa indulgenza sembra avere una spiegazione personale: Aurangzeb è innamorato di una cristiana originaria della Georgia, la bella Udipuri, e la favorita del suo harem ha un debole per il vino. L’escalation del fanatismo conosce una sola parentesi di pausa. Accade nel 1664 perché l’imperatore si ammala di un morbo misterioso. È prostrato dalla debolezza, spesso in stato di incoscienza. La sorella Royshan Rai Begum ne approfitta per un golpe di palazzo, durante la malattia di Aurangzeb si autonomina l’interprete della sua volontà, sequestra il fratello nella sua camera mettendogli a guardia un contingente di soldatesse tartare che impedisce a chiunque di avvicinarsi. Sull’origine della potenza di Royshan Rai Begum fioriscono i retroscena raccontati dagli eunuchi di corte: la sorella di Aurangzeb è considerata la vera padrona dell’harem imperiale, nel quale avrebbe varie amanti, a conferma che gli amori lesbici so- Repubblica Nazionale DOMENICA 22 APRILE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 GUERRIERI Nella pagina di sinistra, miniatura raffigurante guerrieri moghul a cavallo (1635) Qui accanto, l’imperatore Aurangzeb in un’immagine datata 1666 LE DATE 711 1600 Il 24 agosto di quell’anno il primo veliero mercantile della Compagnia delle Indie Orientali getta l’ancora a nord di Bombay. È l’inizio della presenza britannica in India, che durerà fino a metà Novecento FOTO CORBIS FOTO GETTY IMAGES L’Islam era già giunto in India grazie alla predicazione dei mercanti, ma è a partire da questa data che generali arabi sferrano raid militari in direzione del Rajasthan, con lo scopo di diffondere la fede maomettana tra le popolazioni induiste 1680-1707 Per quasi un trentennio il Gran Moghol Aurangzeb getta l’India nelle “guerre di religione” con l’intento di sottomettere i principati induisti e imporre il dominio dell’Islam. Il Paese ne uscirà mortalmente indebolito 1857 Assumendo la guida della rivolta dei soldati indiani arruolati nell’esercito britannico, i sepoys, l’ultimo discendente dei Moghul cerca di ristabilire l’armonia tra musulmani e induisti Ma è ormai troppo tardi no diffusi nei serragli delle concubine. Ma il Gran Moghol si riprende e il regno del terrore ricomincia. Dal 1680 al 1707 l’India viene gettata nelle sue “guerre di religione”, una serie di campagne militari con cui Aurangzeb cerca di piegare i residui principati induisti, le stirpi rajput e marathi. Risale a questo periodo la più massiccia opera di distruzione di templi indù e pagode, la cacciata in esilio degli yogi, il divieto delle feste religiose locali, il licenziamento dalla burocrazia imperiale di chi rifiuta la conversione all’Islam. La misura più impopolare, che cancella ogni consenso verso il sovrano Moghul, è il ripristino della famigerata jezya, la “tassa sugli infedeli”, un’imposta che era stata prelevata dai primi conquistatori musulmani ma abolita da Akbar. Le manifestazioni di protesta vengono schiacciate nel sangue dalle truppe di Aurangzeb con i blindati antisommossa del suo tempo: divisioni di elefanti. Tra gli oltraggi che si tramandano figura un episodio celebre nella guerra tra l’imperatore e il principe rajput Rana. Aurangzeb subisce una disfatta, al comando delle sue truppe cade in un’imboscata tesa da Rana. Il principe rajput sceglie la clemenza, salva la vita dell’imperatore e lascia che torni a Delhi con i suoi soldati, chiedendogli un gesto di rispetto: i musulmani nella loro ritirata risparmino le mandrie di vacche sacre. Aurangzeb in segno di spregio per quella che considera solo una debolezza del nemico dà ordine ai soldati di sventrare tutte le mucche che incontrano sulla via del ritorno. Lo scontro militare non piega però le resistenze rajput e marathi, né restaura la potenza Moghol. «Aurangzeb», scrive Talboys Wheeler, «nascose la sua decadenza agli occhi del popolo con una esibizione di lusso e magnificenza che sarebbero state ricordate per generazioni. Si spostava tra l’Hindustan e il Deccan con lo splendore e la scenografia di un Dario di Persia. Il ricordo della sua grandiosità durò più a lungo della dissoluzione dell’impero. I tumulti e le rivolte minarono la vitalità del regime, lo resero facile preda degli invasori stranieri». Gli inglesi infatti si sono affacciati in India fin dal 24 agosto 1600, data dello sbarco a nord di Bombay del primo galeone mercantile inviato dalla East India Trading Company, la società privata a cui la regina Elisabetta I ha dato in appalto i commerci con questa parte del mondo. Ma all’epoca del primo contatto fra i britannici e la dinastia Moghol l’impero indiano è al massimo del suo sviluppo, una superpotenza in confronto alla quale l’Inghilterra è una nana. Un secolo dopo i rapporti di forze sono cambiati. Grazie alle divisioni create da Aurangzeb già sul finire del Seicento un direttore della East India, Josia Child, intuisce il dissolvimento della potenza Moghol, suggerisce che gli inglesi superino la loro presenza puramente mercantile nei porti di Bombay, Calcutta e Madras e trasformino l’immenso Paese in un protettorato. La disgregazione che segue la morte di Aurangzeb apre varchi agli inglesi, pronti ad approfittare di tutte le rivalità locali e a soffiare sul fuoco dell’odio fra indù e musulmani. L’ultimo atto nella storia degli eredi di Tamerlano ha un protagonista patetico, centocinquant’anni dopo la morte di Aurangzeb, quando ormai gli inglesi controllano gran parte dell’India. La rivolta dei soldati indiani, i sepoys, che divampa nel maggio 1857, è in cerca di un leader e in mancanza di meglio lo designa nell’ultimo discendente dei Moghul, l’ottantunenne Shah Zafar II, un re-fantoccio privo di poteri che conduce una placida esistenza nel Forte Rosso di Delhi scrivendo poesie e maneggiando aquiloni colorati con i suoi nipotini. Zafar obbedisce a un istinto regale, accetta l’investitura a capo della ribellione. Sembra ricordare la lezione dei suoi antenati, l’apoteosi della civiltà indiana con Akbar e la rovina sotto Aurangzeb. Nei pochi mesi in cui è leader dei rivoltosi, l’ultimo dei Moghol respinge le richieste dei musulmani più fanatici e contro gli inglesi riesce a mantenere unito un fronte composito di indù e islamici. Un’intuizione giunta troppo tardi. Nel settembre 1857 vince la controffensiva e scatta la feroce repressione britannica. Dopo una barbara strage degli abitanti di Delhi gli inglesi catturano re Zafar e lo esiliano in un loro territorio coloniale, la Birmania. Morirà nell’oblio. Per rivedere l’ecumenismo e la benefica tolleranza di Akbar bisognerà aspettare ancora quasi un secolo, fino all’avvento di Gandhi. Repubblica Nazionale 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 APRILE 2007 i luoghi Cuba stelle e strisce Il suo nome è famoso nel mondo per la canzone di Joselito Fernàndez e per la base americana che sorge a quindici chilometri dal centro cittadino. Un posto bizzarro che la liturgia castrista dipinge come “la prima trincea anti-imperialista” ma dove molti abitanti si chiamano Usnavito o Usafito per via delle scritte (Usnavy, Usaf) impresse sulle fiancate degli aerei yankee in atterraggio o in decollo Guantánamo, la frontiera RUI FERREIRA N MIAMI el principale ospedale della città di Guantánamo c’è una sala con trenta letti che è chiusa al pubblico, ma che è sempre pronta per accogliere i malati. La sua esistenza è il risultato di un accordo poco noto tra L’Avana e Washington, che autorizza i cubani ad accogliere, accudire e curare militari americani feriti se nella base navale dovesse avvenire un fatto grave, come un incendio, un’esplosione o un incidente chimico, e dovesse mancare il tempo per evacuarli verso il sud della Florida. Questa sala, in fondo, è un esempio di come i due paesi possano intendersi, anche se in maniera discreta, al di là della retorica politica a cui hanno abituato il resto del mondo. Ma è anche un riflesso del carattere peculiare di questa città di circa novantamila abitanti, situata all’estremità orientale del Paese, millecento chilometri a est dell’Avana, intrappolata da cento anni tra due culture e divenuta da mezzo secolo il silenzioso scenario di uno degli ultimi conflitti della Guerra fredda, da quando Fidel Castro prese il potere, proclamò il comunismo nell’isola e disse agli americani che dovevano andarsene da qui. Loro, però, non se ne andarono e, anche se le tensioni in passato sono state maggiori di quanto non siano adesso, Guantánamo continua a essere considerata dalla liturgia comunista come «la prima trincea contro l’imperialismo», nonostante qualcuno la veda ancora come il luogo «più vicino alla Yuma», lontana neanche quindici chilometri, la distanza da percorrere per arrivare alla base. La “Yuma” è un’espressione che per i cubani indica gli Stati Uniti come una sorta di “terra promessa”, ed è presa dal popolare film del 1957 Quel treno per Yuma, con l’attore Glenn Ford, scomparso di recente. Guantánamo non è una città chiusa, come I guantanameros immaginano che oltre la recinzione ci sia una “caverna di Alì Babà” dove non manca niente e tutto si può comprare CITTÀ. Uno dei viali d’ingresso alla città cubana di Guantànamo quelle che Stalin vietò al mondo esterno nella defunta Unione Sovietica, ma per molti anni non è stato facile entrarvi per gli stranieri. C’è un punto, in effetti, a partire dal quale nessuno può avanzare oltre, cubani compresi, lungo la strada che conduce all’unico ingresso della recinzione nord della base, da cui si può entrare o uscire a piedi. D’al- tronde, il governo ha sempre diffidato delle intenzioni degli americani e vuole proteggere i suoi dalla «contaminazione capitalista» che emana dalla base. E lo ha fatto in molte forme. A Guantánamo, per esempio, ci sono state epoche in cui i rifornimenti per la popolazione erano migliori che in molte altre zone del Paese e gli abitanti avevano un loro canale televisivo molto più “occidentalizzato”, un fugace tentativo di sottrarre audience al canale interno della base, perfettamente visibile in città, dove la percentuale di conoscitori della lingua inglese dev’essere fra le più alte del mondo per poter capire i programmi. Come contropartita, i guantanameros erano strettamente vigilati. Un forestiero che compariva in città era quasi sempre fatto oggetto di uno “studio” particolare, per timore che fosse un candidato alla diserzione, pronto a tentare di scavalcare la recinzione o nuotare verso la base attraversando la baia. Le autorità politiche hanno dedicato sempre un’attenzione speciale agli abitanti della città, con frequenti campagne di rafforzamento ideologico ed esaltazione dei successi della rivoluzione. In altre parole, Guantánamo non era isolata dal mondo, ma non ne faceva neppure parte: è stata una sorta di bolla di contenimento. Ma tutto ciò non ha impedito che i guantanameros finissero col subire l’influenza degli Stati Uniti: qualcuno magari anche per ribellione, ma fatto sta che per le strade si vede girare gente con vestiti, berretti, cappelli, borse o semplici decalcomanie di una bandiera, di una marca o di un prodotto americano. Alcuni le usano come un tesoro, altri le esibiscono come una sfida. D’altronde, anche se la rivoluzione cubana è nata nell’Oriente, questa regione è sempre stata molto più conservatrice del resto dell’isola. Perciò, dato che non è che il governo venda ogni anno ai cubani vestiti con simboli americani, è facile concludere che sono merci introdotte di contrabbando, in fondo alle valige dei cubani che vivono negli Stati Uniti e vengono a far visita ai parenti. E la cosa più interessante di questo fenomeno di esibizione pubblica di simboli “imperialisti”, ufficialmente decadenti, è che sembra che non importi a nessuno. In realtà, è una cosa comune in tutto il Paese, ma a Guantánamo riveste un’importanza particolare, per via della vicinanza della base americana, cosa peraltro curiosa perché, a dire il vero, i guan- Repubblica Nazionale DOMENICA 22 APRILE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 LA BASE, DA CARBONAIA A CARCERE Dopo l’11 settembre gli americani ne hanno fatto un carcere per sospetti terroristi. Per quasi un secolo, però, i 116 chilometri quadrati della base di Guantanamo hanno avuto un’altra funzione. Nel 1903, terminata la guerra ispano-americana, il governo cubano affittò “in perpetuo” la baia omonima agli Usa, vincitori nel conflitto. Questi, dopo averla usata come punto per rifornire di carbone le navi statunitensi, la trasformarono in base navale militare. L’area destinata oggi alla detenzione è divisa in tre campi: Delta, Iguana e X-Ray. Il servizio fotografico pubblicato in queste pagine (tranne le due foto centrali) è di Mauro D’Agati e mette in evidenza i simboli americani abiti, accessori, arredi - che abbondano nella città cubana dell’ultima Guerra fredda tanameros non hanno un’idea chiara di come sia fatta la base navale degli Stati Uniti. Sanno solo quello che hanno sentito dire dai loro genitori, e l’immaginazione corre libera. Per decenni, decine di cubani lavoravano all’interno della base e la sera tornavano a dormire nelle loro case. Lungo il tragitto dovevano cambiare abiti, per mettersi indumenti più cubanizzati, e il giorno di paga passavano per la banca prima di andare a casa per cambiare i dollari del loro salario in pesos. In quegli anni, quegli uomini vissero tra due mondi, costituendo l’unica fonte di informazione, per i loro vicini, di com’era la vita dall’altro lato della recinzione, immaginata come una vera e propria caverna di Ali Babà, dove si può comprare tutto e non manca niente, in contrasto con la vita della città, dove almeno una volta all’anno bisogna fare la fila per ricevere la tessera annonaria, che servirà a garantire l’approvvigionamento nei prossimi dodici mesi. Ma l’ultimo lavoratore cubano della base è morto cinque anni fa. Guantánamo fu fondata alla fine del Diciannovesimo secolo, come luogo di insediamento di immigrati catalani, intorno a una splendida baia e a una miniera a cielo aperto, da cui si estraeva carbone naturale. È per questo che la marina americana si stabilisce in questo pezzetto di terra cubana, alla base della Sierra Maestra, dove cinquant’anni dopo Fidel Castro sarebbe insorto contro la dittatura di Fulgencio Batista e degli Stati Uniti, e nel 1904 installa una stazione di rifornimento di carbone per le caldaie delle sue corazzate, che a quell’epoca andavano su e giù in continuazione per il Mar dei Caraibi, dopo che Theodore Roosevelt si era inventato la «politica del bastone». Da stazione di rifornimento, all’inizio del Ventesimo secolo, Guantánamo si trasformò rapidamente in luogo di divertimento per le migliaia di marinai e di soldati che passavano per la base e i campi di addestramento. Le immagini dell’epoca sono impressionanti: decine e decine di bar e po- Per le strade la gente gira con vestiti, berretti, borse o decalcomanie di bandiere, marche o prodotti Usa, ufficialmente al bando BASE MILITARE. L’ingresso a Camp Delta, della base militare americana di Guantànamo striboli, un luna park aperto ventiquattro ore al giorno in pieno Mar dei Caraibi, senza tasse, con poco controllo da parte della polizia e praticamente senza legge. Tutti concordano che al momento del trionfo di Fidel Castro, nel gennaio del 1959, la Stazione aeronavale della baia di Guantánamo (come è cono- sciuta ufficialmente la base) era la principale fonte di impiego, diretto e indiretto, di tutta la regione. Perché la base dipendeva dai rifornimenti di cibo e bevande che provenivano dalla città vicina, dalla manodopera cubana a buon mercato per le costruzioni, e perfino per l’acqua potabile. Anni dopo Castro trasformò tutto in un evento politico il giorno in cui decise di interrompere la somministrazione di acqua alla base e chiuse il rubinetto dell’acquedotto, nel corso di uno dei suoi interminabili discorsi e tra le acclamazioni dei guantanameros. Sicuramente, fra coloro che assistettero a quello storico momento c’erano anche vari cubani che, per volontà dei loro genitori, si sarebbero trascinati dietro per tutta la vita quell’influenza che gli Stati Uniti e la base navale hanno sui guantanameros. Un’influenza che in questo caso gli arrivò letteralmente dall’aria, dagli aerei che fino ai primi tempi del governo di Castro sorvolavano costantemente Guantánamo. Sono persone che hanno ancora addosso nomi propri come Usnavy o Usaf, ma che hanno finito con l’essere conosciute nel quartiere come Usnavito o Usafito, dalle insegne che alcuni leggevano sulla fiancata degli aerei che sorvolavano la città, e che indicavano la loro appartenenza alla marina (US Navy) o all’aviazione (US Air Force). Certamente sono rari i guantanameros nati dopo la rivoluzione che sono stati battezzati con quei nomi, ma anche perché dal 1960 agli americani è proibito di sorvolare in qualsiasi modo lo spazio aereo cubano. E gli aerei sovietici non avevano nessuna scritta. Soltanto il simbolo della stella rossa. Guantánamo è senza dubbio la più americana di tutte le città cubane. Prima che la Casa Bianca decidesse di inviare nella base militare i prigionieri della guerra in Afghanistan, la città era famosa nel mondo per quella canzone di Joselito Fernández resa popolare dal cantante folk americano Pete Seeger, e che diceva: «Guantanamera/guajira guantanamera/ Guantanameeeeeeera, guajira guantanamera». Quello che nessuno spiegò mai a Seeger è che i guantanameros non si considerano guajiros, cioè contadini. Sono cosmopoliti, perché a Guantánamo si è sempre ascoltato Elvis Presley, e Fidel Castro non è mai riuscito a impedirlo. È vero o no, Usnavito? Traduzione di Fabio Galimberti Repubblica Nazionale 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 APRILE 2007 Fotografie, film, documenti, memorabilia: una mostra a Monaco rievoca l’età d’oro degli alberghi di lusso e degli scrittori che li hanno frequentati e scelti come fondali per i loro romanzi Una stagione che va da fine Ottocento agli anni Sessanta dello scorso secolo e che è stata definitivamente spazzata via dall’onda di piena dei nuovi ricchi e del turismo di massa G H rand otel letterari CARTOLINA Sotto, una cartolina dell’hotel Waldhaus in Sils-Maria frequentato dallo scrittore Friedrich Dürrenmatt (nel tondo) LA “RECHERCHE” Sopra, il Grand Hotel de Cabourg dove sono ambientate molte pagine della “Rcherche” di Marcel Proust (nel tondo in alto) SIGNORINA ELSE Sopra, il salone da musica dell’Hotel Caspar Badrutt di St. Moritz Qui è ambientata una scena del racconto La Signorina Else, dello scrittore Arthur Schnitzler (nel tondo a destra) SANDRO VIOLA N MONACO ata a Vienna da una famiglia della piccola borghesia ebraica, arpista in gioventù, bruttina d’aspetto, Vicki Baum scrisse nell’«entre deux guerres» libri di enorme successo. Si trattava di romanzi in cui non proprio il gran mondo, ma un mondo in certa misura smagliante (aristocratici spiantati ma ancora eleganti, misteriose avventuriere, celebri danzatrici russe, ricchi affaristi), veniva osservato con occhio piccolo-borghese per un pubblico di piccoli-borghesi. L’una e l’altro, l’autrice e il suo pubblico, covando in petto l’ambizione struggente di giungere un giorno a varcare la soglia di quel mondo. La cornice che la Baum predilesse per ambientarvi le trame dei suoi libri, furono i grandi alberghi. Cominciando nel 1929 da Menschen im Hotel, che sarebbe divenuto nelle traduzioni e al cinema Grand Hotel, proseguendo poi con Hotel Berlin, Hotel Shanghai, Weekend al Waldorf, ed altri romanzetti che avevano per fondale alberghi in montagna o in Riviera, tutti beninteso di lusso. In quelle pagine, milioni di modesti impiegati, commesse, dattilografe di tutta Europa trovarono di che immaginarsi, favoleggiare, un’altra vita. Schiere di camerieri ossequiosi, cameriere in cresta che sistemavano sul letto le vaporose camicie da notte e i pigiama di seta degli ospiti, guardaportone in cilindro e palandrana che si precipitavano ad aprire la porta delle automobili in arrivo, facchini in uniforme scura che trasportavano le otto, dieci, dodici valigie con cui una coppia approdava all’epoca in un Grand Hotel. E nelle halls, gli incontri affascinanti che cambiano un destino. Più o meno nello stesso periodo, non pochi altri scrittori (e quali scrittori: da Quello splendido mondo di carta Proust a Mann, da Schnitzler a Zweig e a Roth) collocarono in buoni od ottimi alberghi lunghi scorci dei loro romanzi. Ma la scrittrice dei Grand Hotel restò, per il pubblico minuto, Vicki Baum. Quel pubblico non aveva quasi certamente letto Morte a Venezia né Alla ricerca del tempo perduto, ma leggeva avido i romanzi dell’ex arpista viennese. E non a caso ripeteva spesso — quando s’azzardava a filosofeggiare — l’insulsa frase che uno dei personaggi della Baum, il pensoso dottor Otternschlag, pronuncia nelle pagine di Grand Hotel e nei tre o quattro film che se ne trassero: «Grand Hotel: gente che va, gente che viene, e tutto resta sempre uguale». La Baum aveva insomma lanciato una moda, che ebbe poi ampi ricaschi nel cinema italiano dei «telefoni bianchi», nel cinema austro-tedesco e in quello hollywoodiano. E forse trascinò autori di tutto rispetto (Carco, Maugham, Morand, Coward, per citarne solo alcuni) ad indulgere anch’essi nel tratteggio d’alberghi situati ad ogni possibile latitudine, dall’Avana al Cairo e a Singapore. Del resto, va detto che l’alone leggendario di cui i Grand Hotel erano circondati nel ventennio tra le due guerre mondiali, era più che meritato. Spuntati verso la fine dell’Ottocento nelle località turistiche montane o balneari, e nelle grandi città ai primissimi del Nei saloni del Des Bains si svolge quasi intera la vicenda di “Morte a Venezia” Novecento, gli alberghi di lusso avevano nomi che ne indicavano chiaramente le ambizioni, la classe e il ruolo: Royal, Palace, Kaiserhof, Imperial, Konighof, Majestic, Regence, Regina, Savoy. E ai tempi della Baum conservavano ancora il fasto delle origini, con in più il “comfort” della modernità che vi aveva portato un geniale albergatore svizzero, César Ritz. Né i Grand Hotel erano molto cambiati — salvo, ovviamente, quelli distrutti dai bombardamenti negli anni della Seconda guerra mondiale — quando la gente riprese a viaggiare intorno alla fine dei Quaranta. Le monumentali sale da bagno rivestite di marmo, le massicce e scintillanti rubinetterie, la magnifica spugna degli accappatoi e asciugamani. I tight impeccabili dei “concierges”, il loro portamento di- gnitoso, le loro sterminate conoscenze in fatto di treni, battelli, strade da percorrere, fiorai, spettacoli e musei. L’inarrivabile stiratura delle giacche bianche dei barmen, l’orchestrina che suonava all’ora del tè un po’ di musica classica e qualche canzone. Il luccichio dei cristalli e dei portavivande di “Sheffield” nelle sale da pranzo, dove gli uomini scendevano in abito rigorosamente scuro e le signore in “mezzo lungo”, le porcellane e la posateria Christofle sui grandi vassoi con cui veniva portata nelle camere la colazione del mattino. Gli enormi fasci di fiori freschi nei vasi della hall, lo scatto con cui “grooms” o “boys” (in Spagna chiamati “botones” per la doppia fila di bottoni che ne decorava il giubbetto) accorrevano ad un cenno del cliente. Questo mondo, inutile dirlo, è ormai scomparso da decenni. Languiva già alla fine dei Cinquanta dello scorso secolo, e negli ultimi Sessanta fu definitivamente inghiottito dalle oscenità del turismo di massa. Da qui l’amara nostalgia con cui si visita la mostra Grand Hotel allestita dalla Literaturhaus a Monaco di Baviera (fotografie, documenti, oggetti e film) che rievocano “l’age d’or” degli alberghi di lusso, e in particolare l’importanza che essi assunsero nell’opera d’alcuni famosi scrittori del Novecento. Perché, come s’è già detto, Vicki Baum introdusse il mito del Grand Hotel nelle fantasie piccolo-borghesi: ma anche la buona letteratura del Novecento (e finanche una parte di quella che consideriamo immortale) si servì per alcuni suoi fondali e atmosfere dei saloni, sale da pranzo e clientele dei grandi alberghi. A cominciare, ovviamente, da Thomas Mann e Marcel Proust. Provvisto d’ampie possibilità economiche (la dote della moglie Katia Pringsheim, i sostanziosi diritti d’autore), Mann scendeva soltanto in alberghi che potessero vantare una «exklusiven Clientèle». Forse perché quelle erano al tempo le esigenze d’un “grande borghese”, o forse — come avrebbe più tardi suggerito il figlio Klaus nelle pagine della Svolta — perché in famiglia circolava un certo snobismo. In ogni caso, Mann viaggiava molto. Una delle fotografie più belle dell’esposizione alla Literaturhaus lo mostra al finestrino d’un Wagon-lit in partenza, l’impermeabile poggiato elegantemente sulle spalle, il sigaro già acceso. In un’altra foto sta riempiendo, o forse aprendo, una sacca di coccodrillo istoriata con le etichette variopinte che sino a qualche decennio fa gli alberghi incollavano sulle valigie degli ospiti. E in un’altra ancora, un “groom” dell’Adlon di Berlino gli sta porgendo su un piccolo vassoio argentato la lettera appena giunta all’hotel. Quanti alberghi — ricorda la mostra di Monaco—, col loro nome o uno di fantasia, nei romanzi di Mann. Ce n’è uno in Altezza reale, un altro — a Oresund, sulla costa meridionale della Danimarca — dove si rifugia Tonio Kroeger, e ce n’è un’intera serie nelle Confessioni di Felix Krull: il Savoy a Lisbona (nome fittizio per l’Avenida Palace) dove il giovanissimo Felix, nella scena più erotica di tutto Mann, entra nel letto di Madame Houpflé, quindi il Saint James and Albany di Parigi, il Baur au Lac di Zurigo, il Park a Dusseldorf. Ed altri se ne potrebbero spigolare con un po’ di pazienza dai suoi libri. Ma l’albergo più im- Repubblica Nazionale DOMENICA 22 APRILE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 MANIFESTI Sotto e a destra, poster del Luxor Winter Palace, dove soggiornò Agatha Christie (nel tondo), e del Palace Hotel di St. Moritz Sopra e a sinistra, chiavi e numeri delle stanze VITA IN ALBERGO Dall’alto a destra, un servizio da tè del 1940, la scrittrice Vicki Baum (nel tondo), una cartolina dell’Hotel du Cygne e lo scrittore Vladimir Nabokov all’Hotel Montreux dove visse per molti anni VASSOIO ARGENTATO A sinistra, Thomas Mann all’Hotel Adlon di Berlino riceve una lettera portata da un valletto su un vassoio argentato. Tutte le immagini delle pagine sono tratte dal catalogo della mostra Grand Hotel allestita dalla Literaturhaus di Monaco di Baviera portante nella produzione manniana, quello in cui si svolge quasi intera la vicenda di Morte a Venezia, è ovviamente il Des Bains. Ritratto con tale minuzia che «quando s’entra nel salone», diceva Luchino Visconti mentre preparava il film che trasse dal racconto, «sembra ancora di vedere il Prof. Aschenbach che legge i giornali, e poco lontano Tadzo con la famiglia». Quanto a Proust, valga quel che ha scritto il più perspicace dei suoi biografi, George D. Painter: «Per tutta la vita, lontano dalla sua camera da letto si sentì a suo agio solo negli alberghi di lusso, nei salotti della buona società e nei grandi restaurants». Ecco infatti lo spazio — cento, centocinquanta pagine? — che occupa nella Recherche il Grand Hotel de Cabourg (Balbec): le camere, la vista dalle camere, l’ascensore e soprattutto il salone da pranzo pieno di finestre che davano sul lungomare, non tanto chic in verità («l’ambiente è dei più comuni, la gente indescrivibile», scriveva Proust a Robert de Billy), ma ricchissimo di spunti che sarebbero serviti a costruire molti personaggi del libro. Ecco i cinque mesi trascorsi a Versailles senza metter piede fuori dall’Hotel des Réservoirs. E per finire, i lunghi periodi in cui abitò durante la Prima guerra mondiale al Ritz di Parigi, i pranzi ai quali invitava Paul Morand, la Soutzo e uno stuolo di contesse, poi distribuendo al personale mance spropositate. Il Ritz finì col diventare un territorio di caccia, dove Proust — con l’aiuto di Olivier Dabescat, il “maitre de restaurant” dell’epoca — scovava con pazienza i tic, i vizi, le battute (soprattutto le battute, molte delle quasi sarebbero entrate pari pari nella Recherche) del “grand monde”: i Murat, i Gramont, i Clermont-Tonnerre, il duca di Sutherland, l’ex re del Portogallo, la coppia Castellane e la regina Maria di Romania. Frasi spiritose, pungenti, a volte anche crudeli: tutta un’altra cosa, per nostra fortuna, di quel «Gente che va, gente che viene» cui la Baum affidò il Pensiero del suo romanzo più famoso. Il rapporto tra la narrativa del Novecento e i Grand Hotel meriterebbe d’essere indagato a fondo. Che in quella letteratura ci fossero un bel po’ d’alberghi, è infatti cosa nota. Ma dall’esposizione di Monaco emerge che non una parte marginale, bensì una assai rilevante, delle trame che leggiamo nei romanzi del secolo scorso, si svolge tra camere, saloni, giardini e terrazze degli alberghi. Da Schnitzler a Dürrematt, da Zweig a Roth, dalla Christie a Moravia e a Nabokov. E parecchi sono gli scrittori che la mostra ha trascurato: per esempio Morand e Waugh, Faulkner, Fitzgerald e Capote, Remarque e Green. Senza dire che a volte gli scrittori sono morti, negli alberghi. L’illegibile Raymond Roussel al Grand Hotel et des Palmes a Palermo, a Parigi Oscar Wilde all’Hotel d’Alsace, Joseph Roth nel piccolo Hotel de Tournon, e Tennesse Williams all’Elysée. Oltre, salvo errore, Nabokov al Palace di Montreux, dove ave- Il Ritz di Parigi era territorio di caccia per Marcel Proust: caccia ai tic e ai vezzi del “grand monde” va vissuto per molti anni in una “suite” con vista sul Lemano, avendo recuperata dopo vari decenni, con i guadagni di Lolita, l’agiatezza dei Nabokov prima della Rivoluzione russa. Difficile dire che impressione possano ricavare dall’esposizione della Literaturhaus i molti giovani che vi s’avvicendano in questi giorni. Con quale animo guardino le foto dei Grand Hotel, le loro stupende carte da lettere, i “menus” in francese, i servizi da tè in stile “Déco”. Probabilmente, il loro sguardo è lo stesso con cui hanno guardato o guarderanno gli scavi di Pompei. Un’epoca lontanissima, un mondo svanito. Eppure resta ancor oggi in circolazione una sparuta, zoppicante pattuglia di settantenni avviati agli ottanta, la cui memoria conserva intatte le immagini dal vero di quella magnifica civiltà. E nella pattuglia ci sono alcuni giornalisti. Grazie alla prodigalità dei due maggiori giornali italiani dell’epoca (Il Corriere della Sera e La Stampa) una ventina di inviati speciali fecero infatti in tempo, tra l’inizio e la fine dei Sessanta, a cogliere gli ultimi bagliori dell’“hotellerie” di lusso. Il King David di Gerusalemme e il Nyle Hilton del Cairo durante la guerra dei Sei giorni, il Grande Bretagne di Atene nei giorni del “putsch” dei colonnelli, il Sacher di Vienna quando i sovietici invasero la Cecoslovacchia, il Saint Georges di Beirut nel va e vieni dalle crisi mediorientali, il Peninsula di Hong Kong nei primi avvicinamenti alla Cina, il Raffles di Singapore prima delle molte ristrutturazioni, il Palace e il Ritz di Madrid nella penultima e ultima fase del franchismo, il Ritz di Lisbona alla fine del salazarismo, il Savoy di Londra, il Mount Nelson di Città del Capo, il Reid’s di Madeira, e via dicendo. Si viveva bene, ancora in quegli anni, nei Grand Hotel. Un’atmosfera tranquilla, senza folle scaricate dagli autobus né rumori, i portieri solenni come ambasciatori, gli ascensori foderati di vecchi legni, i sommeliers competenti, le prime colazioni assolutamente perfette. E poi, in questo Vicki Baum aveva ragione, vi si vedevano personaggi che sarebbe stato difficile incontrare altrove. Cole Porter nella sua poltrona a rotelle, in partenza per le Cicladi con un gruppo d’amici, al Grande Bretagne di Atene, Max Frisch con una giovane compagna (forse la protagonista di Montauk) al bar del Plaza di New York, Eugenio Montale al King David, Erich Maria Remarque con la moglie Paulette Goddard al Beau Rivage di Losanna, David Lean e Julie Christie che studiavano la sceneggiatura di Zivago nella hall del Ritz di Madrid, don Juan di Borbone — massiccio, sanguigno e un po’ brillo — al bar del Ritz di Lisbona. Certamente meglio che vedere, come succede adesso, “nuovi russi” vestiti Trussardi o Cardin e calzati Tod’s, asiatici miracolati dal galoppo delle loro Borse, italiani convenuti per una partita di Champion’s League e già vocianti ancor prima d’arrivare allo stadio. Un materiale che neppure la Baum avrebbe avuto lo stomaco d’utilizzare nei suoi romanzi. Repubblica Nazionale 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 APRILE 2007 la lettura La rivoluzione e la censura, Lenin e Stalin, il Pcus e il Kgb, Breznev e Eltsin. I popoli dell’Unione Sovietica hanno sempre avuto un prezioso alleato: l’ironia. A fornirla erano gli ebrei che, anche in quella società, si trovavano nel gradino più basso Satira collettiva Moni Ovadia, dopo anni di studio, ha raccolto in un libro aneddoti e barzellette che smontavano la retorica del regime Quando i comunisti ridevano MONI OVADIA n poliziotto sovietico chiede a un collega: «Compagno, cosa pensi del nostro regime?» «Quello che pensi tu». «Allora, compagno, è mio dovere arrestarti!» U Ivanov fa richiesta per entrare nel Partito comunista sovietico, e il comitato di controllo lo interroga. «Compagno Ivanov, voi fumate?». «Sì, fumo. Non molto però… così… mediamente». «Compagno, sapete cosa ha detto il compagno Lenin a proposito del fumo? Che lui non fumava e consigliava agli altri comunisti di non farlo». «Se il compagno Lenin ha detto così», dice Ivanov, «vorrà dire che smetterò di fumare». «Compagno Ivanov, voi bevete?». «Be’, un pochino...». «Il compagno Lenin condannava duramente l’ubriachezza». «Va bene, compagni», dice Ivanov, «vorrà dire che smetterò di bere». «Compagno Ivanov, che cosa ci dite delle donne?». «Be’, insomma… come tutti gli uomini, qualche debolezza ce l’ho, compagni…». «Lo sapete, compagno Ivanov, che il compagno Lenin condannava duramente il comportamento amorale in fatto di sesso?». «Be’, se il compagno Lenin condannava l’amoralità sessuale, vuol dire che non amerò più le donne…». «Un’ultima domanda, compagno Ivanov. Siete pronto a sacrificare la vostra vita per il partito?». «Ma certo, compagni! Certo che sono pronto a sacrificare la mia vita per il partito! La chiamate vita questa?». In occasione dell’anniversario della Rivoluzione d’ottobre, in un villaggio si tiene una riunione del Soviet locale, il cui presidente prende la parola. «Cari compagni, guardate quante strepitose conquiste ha ottenuto il nostro partito dopo la rivoluzione. Per esempio, ecco davanti a noi Marja. Chi era prima? Una contadina analfabeta, con un solo vestito e senza scarpe. Adesso è un esempio di lavoratrice della mungitura, nota in tutta la regione. E guardate Ivan Andreev. Era il più povero del villaggio: non aveva cavalli, non aveva mucche, non aveva neanche un’oca. Ora guida un trattore e ha due paia di scarpe. E guardate Semen Alekseevic. Che cos’era lui? Era un orrendo teppista, un ubriacone schifoso, uno sporco fannullone. Nessuno lo avrebbe considerato più di un ammasso di neve in inverno. E adesso guardatelo: è il segretario del partito». Sei paradossi dello Stato socialista. Nessuno lavora, ma il piano è sempre compiuto. Il piano è sempre compiuto, ma gli scaffali dei negozi sono vuoti. Gli scaffali dei negozi sono vuoti, ma nessuno muore di fame. Nessuno muore di fame, ma ciascuno è infelice. Ciascuno è infelice, ma nessuno si lamenta. Nessuno si lamenta, ma le prigioni sono piene. Stalin ha ricevuto la delegazione di una delle Repubbliche caucasiche dell’Unione Sovietica. Congedati i delegati, cerca la pipa per farsi una fumata, ma non riesce a trovarla. Alza il telefono, chiama Berija, il capo del Kgb, e gli dice: «Lavrentij Pavlovic, non trovo più la mia pipa. Fate qualcosa». Il giorno dopo, Stalin richiama Berija e gli dice: «Lavrentij Pavlovic, mi dispiace di avervi disturbato, ma stamattina, aprendo un cassetto della mia scrivania, ho trovato la pipa». E Berija, con tono di rincrescimento: «Che peccato, compagno Iosif Vissarionovic, avevo già arrestato venti persone e tutte Quante volte puoi raccontare una storiella? Tre: prima “Andrà sempre peggio!”, grida il pessimista a un amico, poi alla polizia, la terza al compagno di cella “Non può andare peggio”, risponde l’ottimista avevano confessato». Stalin convoca il compagno Karl Bernardovic Radek e gli dice: «So che mettete in giro storielle su di me. Ciò è intollerabile». «E perché?» «Come perché? Io sono il grande leader, maestro e fratello di tutti i popoli!» «Ah, no, compagno Stalin», dice Radek, «questa non l’ho messa in giro io». Ufficio di collocamento. Si presenta un ebreo. Il funzionario gli chiede: «Cognome?». «Katzman». «Mi dispiace», dice il funzionario, «non vi prendiamo. Tanto, prima o poi voi emigrerete in Israele». Katzman protesta: «Ma io non ho nessuna intenzione di emigrare!». E il funzionario: «A maggior ragione non vi prendiamo. Di coglioni come voi non abbiamo bisogno». «Andrà sempre peggio!», grida il pessimista. «Non può andare peggio», risponde l’ottimista. Che cos’è un affare nella Russia sovietica? È rubare un cartone di bottiglie di vodka, venderlo e procurarsi così il danaro per poter bere tutta la sera. Dopo aver tenuto un discorso ai quadri del partito, Leonid Breznev si infuria con il compagno che gli prepara i discorsi. «Compagno, vi avevo chiesto un discorso di quindici minuti, invece è durato un’ora!». Il compagno che ha scritto il discorso si giustifica: «Be’, Leonid Ilijc, io del discorso vi ho dato quattro copie». Leonid Ilijc Breznev tiene un discorso di saluto agli atleti del mondo che partecipano alle Olimpiadi di Mosca del 1980: « O… O… O… O… O…» L’assistente gli sussurra: «Compagno Leonid Ilijc, quelli sono gli anelli olimpici… Il testo è un po’ più in basso». Breznev chiama un gruppo di cosmonauti sovietici e dice loro in tono serio e compreso: «Compagni astronauti, gli americani sono sbarcati sulla Luna. Non possiamo permettere un simile smacco. Abbiamo deciso che voi prenderete parte a una missione per sbarcare sul sole». Terrorizzati, i cosmonauti gli rispondono: «Ma compagno Leonid Ilijc, se an- dremo sul sole ci carbonizzeremo!» «Non preoccupatevi», dice serio Breznev, «il partito ha pensato a tutto. Sbarcherete di notte». Un uomo terrorizzato entra di corsa nella sede del Kgb e chiede di parlare con un alto responsabile. Viene condotto da uno dei capi e gli dice trafelato: «Il mio pappagallo parlante è sparito!». «Compagno», dice l’ufficiale, «non ci occupiamo di questi casi… Vai alla polizia criminale». «No, no, no… aspettate. Io lo so che devo andare alla polizia criminale. Sono venuto qui per dirvi una cosa importante: se doveste trovarlo voi il mio pappagallo, sappiate che sono in totale disaccordo con le sue idee politiche». Quante volte puoi raccontare una buona storiella in Unione Sovietica? Tre volte: la prima a un amico; la seconda a un funzionario della polizia; e la terza al tuo compagno di cella. Qual è la principale differenza tra la società capitalista e quella socialista? In una società capitalista l’uomo sfrutta l’uomo. In una società socialista, viceversa. Cos’è un duetto musicale sovietico? È un quartetto di musicisti sovietici dopo un viaggio all’estero. Da “L’ebreo che ride” a “Lavoratori di tutto il mondo, ridete” Il “Witz”, vero antidoto a ogni potere PAOLO RUMIZ l’Urss avevamo sviluppato una capacità incredibile di ettetevi subito il cuore in pace. Se siete comunicomunicare per sottintesi», racconta il drammaturgo sti veri e credete nell’uguaglianza, in Urss sarepolacco Jacek Dobrowolski. Dice: «Siamo stati capaci di ste finiti dritti in un Gulag e, come voi, i tanti che sopravvivere grazie a questo… Quando ero a scuola, la ci avevano creduto. Parola di Salomone Ovadia. Per soprofessoressa di storia ci spiegò che la lettura era interpravvivere alla delusione, avreste riso amaro del totalipretazione, cioè capacità di intuire ciò che sta tra le righe tarismo rosso, e vi avrebbero beccato subito. Voi: mica il e tra una parola e l’altra. Per questo il teatro ebbe un sucburocrate da salotto, oppressore ieri e oggi “becchino” cesso enorme in quegli anni: non contavano le parole, opportunista delle conquiste sociali. Pare infatti che il cima il modo con cui erano pronunciate. Allusioni sperinico non sia capace di satira, e tantomeno il potere, che colate che tutti capivano, e ci consentivano di non socper antonomasia è privo di autoironia. Sa ridere davvecombere alla retorica asfissiante e insincera del partito». ro solo chi ha sofferto il tradimento di un’idea. Claudio Ed ecco la rivoluzione umoristica al tempo del comuMagris lo spiega: la critica — e quindi anche la battuta urnismo. Storie folgoranti come quella di Lavrentij Beria, ticante del Witz — nasce spesso da una combinazione capo del Kgb, che sorprende per strada un tale che urla chimica di utopia e disincanto. Senza utopia non può escontro «lo schifoso gattaccio con i baffi di merda che ci serci riso. ha ridotti alla miseria», lo preleva di peso e Da qui l’ultima acrobazia affabulatoria lo porta davanti a Stalin. «A chi pensavi?», di Moni Ovadia, che dedica proprio ai gli domanda il Capo. «A Hitler», dice l’ac“compagni” questa micidiale demoliziocusato senza fare una piega. Al che Stalin si ne del comunismo che è Lavoratori di tutvolta sornione verso Beria: «E tu a chi pento il mondo, ridete. Una collezione di batsavi, Lavrentij Pavlovic?». Ma le storielle tute nate dentro il sistema e contro il sistenon sono, banalmente, dissacrazione del ma, dove egli — per segnare meglio il conpotere. Sono prima di tutto ammissione fine tra ideale e ideologia — affida proprio delle proprie debolezze, conquista del diai comunisti il “copyright” della risata anritto di dire che il re è nudo grazie all’amtistalinista. È in quell’Urss che la battuta missione della propria nudità. Osserva il contro il potere raggiunge la perfezione. Vi critico letterario Valerio Fiandra: «Il Witz confluiscono la paradossale stupidità delAFFABULATORE Moni Ovadia graffia e contemporaneamente accarezza, la burocrazia, l’incommensurabile paentra nel cuore del problema restandone zienza del popolo russo, ma soprattutto il fuori». È spostamento del conflitto in uno spazio extragusto della battuta degli ebrei centro-europei, una culterritoriale. tura yiddish affinata da secoli di oppressione e millenni Quanto di questo spirito esiste ancora oggi che il codi ermeneutica talmudica. Una tradizione — tutta orale munismo è defunto? «Il Witz emigra in cerca del potere, — di dissacrazione del Libro: quella Legge che altrimenlo segue implacabilmente», osserva Dobrowolski. «In ti, lasciata al monopolio dei chierici, diverrebbe oggetto Polonia, da quando abbiamo come presidente e pred’idolatria, inchiodando l’umanità allo status quo. O vemier i fenomenali gemelli Kaczinski, lo scalpello dell’inendo inchiodata dalla rabbia dell’uomo libero, come ronia ha ripreso a picchettare… Lo sberleffo è rinato alnell’ultimo film di Ermanno Olmi. la grande. C’è un inatteso rinascimento della satira conGli ebrei sono capaci di tutto. Citare citazioni, o protro questi due anticomunisti che fanno ridere esattadurre battute sulle battute. «Il Witz è l’ultima risorsa di mente come i loro avversari… Si sa, se balli a lungo il tanchi ha senso dell’humor, e la prima di chi non ce l’ha», go col nemico, finisce che impari a muoverti come lui». ghigna per esempio il vecchio ebreo triestino Piero Kern E che dire degli ebrei che dopo millenni di diaspora hanper dissacrare la sua stessa cultura, con una ferocia auno un loro stato, una loro burocrazia, un loro potere? Fito-delatoria che infallibilmente lo svela figlio della menita la satira anche per loro? desima. Una cultura capace di ridere nei momenti più «Secondo uno studioso tedesco — dice l’ebreo comutragici; come nel ‘38, quando lo stesso Kern vide Mussonista Ovadia — Israele è Witzlos, priva di battute. Forse lini annunciare le leggi razziali nella piazza grande di qualcosa s’è perso, ma l’autocritica e le barzellette tenTrieste, e lui e un altro ebreo, guardandosi terrei in mezgono duro. Senti questa: l’ho appena sentita a Tel Aviv. zo alla folla osannante, ebbero la forza di sussurrare delC’è un signore anziano che accompagna il nipotino per l’energumeno sul palco: «Non mi pare che quel signore le strade di Gerusalemme e gli dice: “Vedi questa vecchia abbia una bella cera». Tenero tentativo in extremis di casa? L’ha fatta tuo nonno. E lo vedi quel grande albero umanizzare l’inumano e di allontanare l’inevitabile. sulla collina? Anche quello l’ha piantato il nonno. E poi Nel mondo comunista questa cultura del Witz come guarda quella strada tra gli ulivi. Pure quella l’ha fatta il profilassi d’emergenza si abbina alla tecnica sopraffina nonno tuo. Al che il bambino lo guarda bene negli occhi del “parlare obliquo” per intuire le allusioni altrui e mae gli dice: nonno, ma tu una volta eri arabo?”». scherare le proprie critiche al sistema. «Ai tempi del- M Perché i nostri poliziotti camminano per le strade a squadre di tre? Uno sa leggere, l’altro sa scrivere e il terzo tiene sotto controllo quei due pericolosi intellettuali. Perché il burro è scomparso dagli scaffali dei negozi? Perché si è sciolto sotto il sole radioso della costituzione sovietica. Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone Bonaparte sono stati invitati a una parata nella Piazza Rossa come rispettati visitatori. Alessandro Magno dice: «Se avessi avuto i carri armati sovietici, sarei stato invincibile». Giulio Cesare dice: «Se avessi avuto gli aeroplani sovietici, avrei conquistato il mondo intero». E Napoleone: «Se avessi avuto la Pravda, nessuno avrebbe mai saputo di Waterloo». Un turista polacco torna a casa dopo aver visitato l’Urss, e porta con sé due enormi e pesanti valigie. Al polso ha un orologio di fabbricazione sovietica, e dice al doganiere: «Questo è un nuovo orologio sovietico, una meraviglia sconosciuta nei Paesi capitalisti. Vedete? Mostra l’ora, il battito cardiaco, le fasi lunari, che tempo fa a Varsavia, a Mosca, a New York, e mille e mille altre cose». «È davvero una meraviglia!», dice il doganiere, «e che cos’avete, compagno, in queste due grandi valigie?» «Ah, queste? Sono le batterie dell’orologio!». Nel presentare le sue dimissioni e nel lasciare la politica, Boris Nikolaevic Eltsin comunica pubblicamente di voler donare metà delle sue case ai bambini e l’altra metà ai nipoti. Una cittadina sovietica entra in un negozio di alimentari e domanda: «Avete della carne?». «No», risponde il commesso, «non ne abbiamo». «E latte, ne avete?». «Mi dispiace, signora, noi vendiamo solo carne… Però se attraversa la strada e va nel negozio di fronte, lì non hanno il latte». Di che nazionalità erano Adamo ed Eva? Quasi sicuramente sovietici. Solo i sovietici possono camminare a piedi scalzi, le chiappe nude, senza un tetto sopra la testa, avendo da mangiare solo una mela in due e continuare a gridare che vivono in Paradiso. © 2007 Giulio Einaudi Editore spa, Torino Repubblica Nazionale DOMENICA 22 APRILE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 PROPAGANDA Due manifesti di propaganda antisemita degli anni Quaranta e un poster dell’Unione Sovietica del 1917 FOTO CORBIS IL LIBRO Il libro di Moni Ovadia da cui sono tratti i brani di queste pagine si intitola Lavoratori di tutto il mondo, ridete (Einaudi, 276 pagine, 15,50 euro). L’autore di Oylem Goylem e L’ebreo che ride, dopo anni di studio e ricerca, ha messo insieme uno sterminato materiale fatto di aneddoti, barzellette, motti di spirito, battute folgoranti che circolavano incuranti della censura del regime sovietico. Quasi tutte nascono dall’intelligenza collettiva del popolo ebraico e non risparmiano nessun aspetto del socialismo reale, dalla mancanza di generi di prima necessità alla corruzione endemica del partito, ai vizi dei leader, alla vuota retorica dei proclami ufficiali Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 APRILE 2007 In coda all’anno mozartiano, due biografie in lingua inglese rievocano la figura dell’abate libertino che scrisse i libretti dei massimi capolavori operistici di Wolfgang Amadeus. Morì a New York a novant’anni e la sua lunga vita fa ancor oggi discutere: sommo creatore, ma da alcuni considerato una perversa canaglia, si dette agli intrighi, al sesso, ai viaggi, alle avventure E raggiunse nel suo lavoro vertici altissimi enio e follia di Lorenzo Da Ponte. Fine uomo di lettere, verseggiatore di talento, magistrale seduttore. Esperto negli intrighi all’ombra dei potenti e in perigliosi viaggi in giro l’Europa. Esponente tra i più eccentrici e gloriosi di un Settecento aureo, razionalista e cosmopolita negli intrecci di lingue e culture presso le grandi corti europee. Canaglia perversa secondo alcuni, come Pietro Zaguri, corrispondente di Casanova, che lo definì «un delatore, uno spirito mediocre, un pazzo in ogni senso». Sommo creatore grazie alla limpidezza della lingua, al gioco audace dei sottotesti, agli smaglianti congegni narrativi. Stupisce e affascina il mistero Da Ponte, abate sporcaccione e autore dei libretti di tre opere di Mozart: Le Nozze di Figaro, Don Giovanni e Così fan tutte. Senz’altro firmò i migliori plot ai quali Amadeus abbia intrecciato la sua musica, senz’altro quella trilogia spicca tra i vertici assoluti del repertorio operistico. Ma il contributo del letterato italiano è stato spesso occultato o sminuito, come se il compositore salisburghese avesse avuto un peso centrale anche nella fattura di quei versi, sebbene a tutti sia noto che i testi delle altre opere di Mozart non hanno mai raggiunto i livelli dei libretti della trilogia dapontiana, così come i lavori scritti da Lorenzo per altri musicisti (Salieri, Gazzaniga, Martin y Soler) non toccarono gli apici di quei tre titoli. C’è sempre da discutere sull’enigma di Da Ponte, sulle sue contraddizioni umane, sulla specialissima alchimia che conquistò con Mozart. Racconti, notizie, aneddoti scabrosi e approfondimenti ne inseguono la figura in due nuove biografie in lingua inglese: The man who wrote Mozart-The extraordinary life of Lorenzo Da Ponte (Weidenfeld & Nicolson, £ 18.99), di Anthony Holden, critico musicale dell’Observer di Londra; e The Librettist of Venice-The remarkable life of Lorenzo Da Ponte (Bloomsbury, $ 29.95), di Rodney Bolt. Ce n’è per tutti i gusti in questi due libroni divertenti e chiari come lo sono spesso le biografie anglosassoni, più hollywoodiana e superficiale quella di Holden, più vivida e puntuale quella di Bolt, spassosa e minuziosa negli affreschi d’ambiente. Emerge il ritratto di un personaggio incredibile, amato e odiato, narciso e menzognero, erotomane e un po’ pedofilo (ah, il vizietto delle fanciulline in fiore), di eccezionale tempra fisica (morì a novant’anni, e fu attraente per le donne almeno fino a ottanta), che rivoluzionò il teatro musicale scagliandosi contro la radicata visione del testo poetico come mero complemento della partitura. Emanuele Conegliano, questo era il suo vero nome, nasce in una famiglia ebraica nel 1749 a Ceneda, l’attuale Vittorio Veneto. Il padre è un umile conciatore di pelli, e quando si risolve a convertirsi al cristianesimo si fa battezzare coi tre figli dal vescovo di Ceneda, che si chiama Lorenzo Da Ponte. Emanuele ne assume il nome, e il vescovo si assume l’onere della sua educazione. Studia il latino, l’ebraico e il greco, recita a memoria Dante, Petrarca e Ariosto ed G L’arte di godersela diventando immortale LEONETTA BENTIVOGLIO AVVISO La Fondazione Teatro dell’Opera indice una selezione per eventuali assunzioni a termine per singole opere e/o spettacoli di “Ballerini/e di fila” nel Corpo di Ballo per le esigenze di produzione della stagione 2008. La selezione si svolgerà presso la Fondazione Teatro dell’Opera, P.zza B. Gigli, 7 – 00184 Roma, nei seguenti giorni ed orari: Ballerini: domenica 20 maggio 2007 ore 14.00 Ballerine: lunedì 21 maggio 2007 ore 09.00. Gli interessati sono invitati a presentarsi nel giorno e nell’ora indicati muniti di un documento di riconoscimento e degli indumenti necessari per l’espletamento della prova di danza. Requisiti richiesti: • cittadinanza italianiana o di un Paese dell’Unione Europea • età non inferiore ai 18 anni. Per le informazioni i candidati potranno rivolgersi ai seguenti numeri tel. 06/481601 – 06/48160257 e sito internet www.operaroma.it. esprime le sue doti per la composizione poetica scrivendo agili versi. Nel 1773 è ordinato prete, ed è in abito talare che approda a Venezia «nel bollor dell’età, di temperamento vivace e, al dir di tutti, avvenente nella persona», annota nelle Memorie, pubblicate in quattro volumi mezzo secolo più tardi a New York (oggi sono disponibili nella collana dei Grandi Libri Garzanti, pagg. 687, 14 euro). Venezia è un luogo ideale per un giovane curioso ed eccitato: si fa Carnevale per molti mesi all’anno e l’uso delle maschere consente costumi licenziosi. Lorenzo segue la propria indole sensuale tuffandosi nel libertinaggio. Dopo il primo, rovente amore veneziano con Angiola Tiepolo, nobildonna squattrinata e di temperamento violento, va a insegnare a Treviso, dove fa esercitare gli allievi sul tema della felicità umana in rapporto alle leggi, attività che sfocia nel trattatello L’uomo per natura libero, ispirato a Rousseau e giudicato sedizioso, che gli procura il bando dalle scuole della repubblica. Torna in laguna, dove stringe amicizia con Casanova e il poeta Gasparo Gozzi, e corona con uno scandalo succoso il suo secondo periodo veneziano. Alloggiato presso un lavorante di piume, Carlo Bellaudi, s’invaghisce di sua moglie Angioletta, palpeggiandola sotto le gonne solo pochi giorni dopo averla conosciuta. La induce a lasciare il marito, e insieme frequentano case di donne di facili costumi, dove Lorenzo è visto spesso «congiungersi con lei senza riguardi, in piedi», dichiareranno i testimoni in tribunale. Le prodezze sessuali non gli fanno trascurare il lavoro pretesco, esercitato con un cinismo tutto suo, dicendo messe nella chiesa di San Luca scambiando occhiate d’intesa con le parrocchiane. Gli Esecutori della Bestemmia lo processano per «ratto di donna onesta, adulterio e concubinaggio», e il sacrilego è bandito da Venezia per quindici anni. A Dresda collabora con Caterino Mazzolà, poeta dell’Elettore di Sassonia, per traduzioni e rifacimenti di opere teatrali, accorgendosi della propria inclinazione per il teatro, mondo prodigo di bugie deliziose, dunque catturante al massimo per un bugiardo costituzionale come lui, che perfeziona intanto la sua vocazione per le imprese galanti. Il suo cuore si lascia «a poco a poco pigliar dalla rete» delle due figlie del pittore Giuseppe Camerata, però, non sapendo chi scegliere (ma poi chissà, forse le ebbe entrambe), parte per Vienna, dove conosce Antonio Salieri, il compositore più potente della città imperiale, che gli concede protezione. Nel 1783 l’imperatore Giuseppe II, appassionato di musica, decide di istituire una compagnia di opera italiana nel Burgtheater, per cui intende assumere un librettista. Da Ponte è ricevuto dal sovrano, e alla fine del colloquio il carismatico briccone ottiene l’ingaggio. Nel 1783 conosce Mozart, di cui nelle Memorie storpia il nome, munendolo sempre di due zeta. Descrive «Mozzart» come un «uomo celeste», «dotato di talenti superiori». Le Nozze di Figaro è rappresentata a Vienna nel 1786, Il Dissoluto punito, o sia Il Don Giovanni, va in scena a Praga nel 1787, e Così fan tut- Repubblica Nazionale DOMENICA 22 APRILE 2007 te, o sia La scuola degli amanti, debutta a Vienna nel 1790. Non sempre le storie sono originali. Nelle Nozze adatta la commedia di Beaumarchais, tagliando personaggi, semplificandone alcuni e amplificando altri (come la Contessa, eletta centro morale dell’opera). E il soggetto di Don Giovanni arriva dal Convitato di pietra di Gazzaniga. Ma i risultati sono ben altri. Ci s’interroga sul come e sul perché del miracoloso sodalizio MozartDa Ponte, senza venirne a capo. Soltanto un clima ci narra Lorenzo, riferendo la gaiezza del verseggiare e la gioia che presiede alla stesura della trilogia. Così descrive il suo lavoro sul Don Giovanni: «Una bottiglia di tockai a destra, il calamaio nel mezzo, e una scatola di tabacco di Siviglia a sinistra. Una bella giovinetta di sedici anni (che io non avrei voluto amare che come figlia, ma...) stava in casa mia con sua madre, e venia nella mia camera a suono di campanello, che per la verità io suonava assai spesso e singolarmente quando mi pareva che l’estro cominciasse a raffreddarsi...». E l’aura di sensualità pulsa nei doppi sensi erotici che dominano gli scambi di coppie in Così fan tutte. Con quei tre titoli l’opera buffa acquista complessità e spessore, il tragico si alterna divinamente al comico. Il senso stesso del vivere nel tempo respira sulla scena: le vecchie convenzioni del LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 Veneto di nascita, ebreo convertito, ordinato prete approdò a Venezia “nel bollor dell’età” e ne fu presto bandito. A Vienna l’incontro con il geniale musicista melodramma sono rigenerate con naturalezza, lasciando spazio a sentimenti ed emozioni, conflitti interni e ventagli di sfumature psicologiche. Da Ponte è il librettista dominante a Vienna fino alla morte di Giuseppe II (1790), s’innamora della cantante Adriana Gabrielli del Bene, detta la Ferrarese, e per sostenerla è coinvolto in numerosi intrighi. Salieri gli diventa nemico e Lorenzo è allontanato dalla città nel 1791 per volontà di Leopoldo II, succeduto al fratello Giuseppe. Giunto a Trieste si unisce alla giovane inglese Ann Celestine Grahl, detta Nancy, anch’essa ebrea convertita al cristianesimo. Con lei, nell’agosto del 1792, «all’età di quarantadue anni e cinque mesi, ma col coraggio, o, per meglio dire, colla temerità d’un giovinastro di venti», parte per Parigi. Ma cambia meta e si reca a Londra, dove arriva nell’ottobre 1792. Poeta dell’opera italiana al King’s Theatre, alterna a questo lavoro molti altri: la sua specialità sono gli affari loschi e i bisticci per denaro. In un periodo di tre mesi viene arrestato trenta volte. In fuga dai creditori s’imbarca per l’America il 7 aprile 1805, preceduto dalla moglie e dai quattro fi- gli. Un quinto sarebbe nato nel 1806. A New York fa il droghiere, scappa da un’epidemia di febbre gialla e va in provincia, a Elisabethtown. Torna a «Nuova Jorca» nel 1807 e dà lezioni d’italiano in casa del presidente del Columbia College, per poi rimettersi in affari disastrosi. A settant’anni fa istituire una sezione italiana nella biblioteca del Columbia College e un reparto italiano alla New York Public Library, collabora a riviste letterarie, pubblica commentari danteschi, traduce Byron. Tra il 1823 e il ‘27 escono le Memorie, e in una seconda edizione (1829-30) le ripubblica col testo alleggerito dai brani sfavorevoli a Leopoldo II e ad altri autorevoli personaggi. È un’autobiografia autoincensatoria, orientata a censurare molti suoi peccati e a mettere sempre in cattiva luce i suoi nemici. Collabora con la compagnia d’opera del tenore Manuel Garcia, ottenendo di far allestire Don Giovanni, e riesce a far costruire un teatro d’opera italiano a New York. Nella vecchiaia si consuma in ristrettezze, amareggiato e rabbioso, scrivendo un ultimo volume di Memorie mai pubblicato. È così pieno di denunce e accuse che la famiglia, dopo la sua scomparsa, fa sparire il manoscritto. Muore il 17 agosto 1838, e pochi giorni prima si riconcilia con la Chiesa. Fino ai suoi funerali nessuno, in America, ha mai saputo che Lorenzo è un prete. Repubblica Nazionale 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 APRILE 2007 i sapori Tartare di tonno, alici marinate, insalate di gamberetti: il pesce appena pescato entra nei menù dei ristoranti con il suo gusto “nature” e ci si innamora all’istante Attenti però alle spiacevoli sorprese che riservano batteri e parassiti. A Slow Fish, in programma a Genova dal 4 maggio, gli esperti ci spiegano come evitare i rischi Non solo sushi itinerari Colto e appassionato, Luciano Zazzeri gestisce un ristorante-culto per amanti del pesce sulla spiaggia di Bibbona, Livorno Nel menù de “La Pineta”, il piatto di crudo è un meraviglioso passepartout declinato a seconda degli arrivi giornalieri Venezia Fano (Pu) Gallipoli (Le) La cultura ittica di città e laguna ha origini millenarie, con nota di merito per i crostacei A seconda delle caratteristiche, astici, granseole, granchipori, moleche, masanete, gamberi di mare e d’acqua dolce vengono trasformati in crudi preziosi La Fanum Fortunae dei Romani vanta un porto peschereccio fra i più importanti dell’intero Adriatico Nella terra del brodetto alla marinara (zuppa di pesce) con tanto di disfida pubblica, la preparazione dei frutti di mare prevede anche crudi golosi La storia della bella città (kallis polis) nel Golfo di Taranto, è intrecciata alla pesca Dai fritti alle cotture in pignatta, le ricette sono tantissime Al mercato del pesce, all’alba, i pescatori offrono assaggi di frutti di mare con il pane fatto in casa DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE CASA DELLA CORTE Sestiere di San Marco Tel. 041-5205685 Camera doppia da 125 euro colazione inclusa COUNTRY HOUSE ISOLA BELGATTO Via Belgatto 87, località San Biagio Tel. 0721-809154 Camera doppia da 50 euro colazione inclusa RESIDENZA STORICA VIA D'OSPINA Corso Italia 65 Tel. 0833-262617 Camera doppia da 60 euro colazione inclusa DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE BANCOGIRO San Polo 122, Campo San Giacometto Tel. 041-5232061 Chiuso domenica sera e lunedì menù da 14 euro DA TANO Via del Moletto 10 Tel. 0721-823291 Chiuso martedì menù da 35 euro ANGOLO BLU Via Muzzio 45 Tel. 0833-261500 Chiuso lunedì menù da 30 euro DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE MERCATO DEL PESCE Campo della Pescheria, Sestiere di Rialto MERCATO DEL PESCE Piazza XX Settembre PORTO PESCHERECCIO Seno del Canneto na tartare di tonno non si nega a nessuno. C’erano una volta i frutti di mare crudi, spazzati via da salmonella e vibrioni assortiti. Storia abbastanza vecchia da non far più notizia, assorbita quanto basta a diffidare dei plateaux de crudités, dove le sole ostriche sembrano potersi permettere il lusso di lasciarsi ingoiare così come natura le ha create (a parte l’obbligatoria spurgatura attraverso stabulazione, permanenza in acque depurate per un tempo definito). È anche per questo che ci siamo innamorati del pesce crudo, rappresentato in primis dalla tartare di tonno che ormai abita nei menù di migliaia di ristoranti: sofisticati e rustici, affidabili e non. Sapori inediti e meravigliosi, in piccola parte ereditati dalla cultura del crudo delle nostre marinerie, in gran parte importati con fin troppo disinvoltura dalla cucina orientale, come se sushi e sashimi (varietà di pesce crudo elaborate con o senza il supporto del riso) ci appartenessero da sempre. Risultato: oltre alle intossicazioni “tradizionali” – gastroenteriti e affini, frutto di pesci contaminati, non freschi o mal conservati – oggi il vade retro ittico ha la forma sgradevolissima di un parassita, l’anisakis, verme subdolo e robusto abitante di viscere e interstizi muscolari di due terzi del pesce che arriva sui mercati del mondo, compreso il nostro. Niente di nuovo, se è vero che la normativa italiana anti-infezione è stata varata ben quindici anni fa. L’anisakis, che in Giappone ogni anno provoca migliaia di patologie, muore sopra i 65 gradi o sotto i meno 20 (per ventiquattr’ore). Senza questi accorgimenti – nemmeno la tradizionale marinatura con limone o aceto è sufficiente – si corre il rischio di ingerirlo vivo: il verme può annidarsi nelle pareti di stomaco e intestino, creando accidenti anche serissimi. Così, nelle cucine dei ristoranti è stato creato lo spazio per l’abbattitore, un congelatore che abbatte in tempi rapidissimi la temperatura del pesce, uccidendo il parassita. Chi non usa questa pratica, ignorante o mascalzone che sia, mette a repentaglio la nostra salute. Si fa, ma non si dice: quanti clienti sceglierebbero un crudo di mare con la scritta in menù “pesce abbattuto”? Peggio ancora per chi, affascinato dall’idea di regalarsi una cenetta a base di pesce crudo, va a comprarlo in pescheria. Certo, i controlli sanitari selezionano in maniera severa gli arrivi sui mercati all’ingrosso. Ma il rischio è reale, se il virologo barese Giorgio Chiriacò ha visto in questi anni aumentare i casi di anisakidiosi in maniera esponenziale, «e per questo è necessario informare correttamente, pur senza spaventare i consumatori». Il pesce comprato in pescheria per essere tradotto in carpacci e insalate, è sicuramente fresco, ma non abbattuto. Per essere tranquilli, dovremmo lasciarlo in freezer un paio di giorni, prima di mangiarlo. Ma nessuno lo dice. Al contrario, pensiamo che solo il pesce davvero freschissimo sia garanzia di salubrità. Errore. A Senigallia, il superchef Mauro Uliassi ha contratto l’anisakis gustando un filetto di tonno crudo, preparato con le sue stesse mani, «da un pesce arrivato ancora vivo nelle cucine del ristorante. Una tentazione irresistibile, che ho pagato con due anni di cure pesanti per liberarmi da asma e allergie scatenate dal parassita». Una sensibilità obbligata che ha indotto anche l’altro grande cuoco di Senigallia, Moreno Cedroni, a tenere vere e proprie lezioni su come azzerare i rischi di infezione. Il ministero delle Politiche Agricole sta preparando una campagna di informazione sull’argomento. E di pesce crudo molto si parlerà anche a Slow Fish, la bella manifestazione di Slow Food in programma a Genova dal 4 al 7 maggio, dove, accanto a convegni e assaggi, presentazioni e aste del pesce, si svolgeranno i Laboratori del Gusto, molti dei quali dedicati alla cultura del pesce crudo. Nel frattempo, meglio evitare ristoranti di crudo a basso prezzo: la tartare merita di essere gustata senza ombra di dubbio. U Anche senza fuoco si accende il profumo di mare LICIA GRANELLO gli abbinamenti Cipolla Agrumi Il limone è indispensabile alla marinatura, l’arancia è perfetta con gli scampi Capperi La rilettura mediterranea del crudo inserisce il cappero per dare forza Il “crudo” alla pescarese abbina anelli di cipolla nuova alle seppioline Burrata La burrata sottolinea la morbida grassezza dei gamberi rossi i piatti Latte di cocco Zenzero Il latte di cocco è usato per dare morbidezza e profumo al pesce Ananas Esotico e intrigante, l’ananas accentua i toni freschi dei crostacei Non c’è crudo nipponico senza zenzero marinato Piace molto anche da noi Panna acida Partner doc del caviale, la crème fraîche bilancia il dolce dei crostacei Pepe rosa È il “non pepe”: profumo sì, ma senza il piccante Anima la tartare di spada Caviale Crudo di calamaretti ABRUZZO Il piatto dei marinai pescaresi ha come base i calamaretti, che dopo essere stati puliti vengono lavati più volte in acqua di mare. Si servono mischiati a fette sottili di cipolla, conditi con olio e peperoncino Goloso, il cucchiaino di caviale ben si combina con gamberi e scampi Repubblica Nazionale DOMENICA 22 APRILE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Crudi mediterranei Crudo di neonata Insalata di baccalà Crudi di mare Acciughe marinate CALABRIA È equivalente ai gianchetti e bianchetti. Il novellame delle alici viene sciacquato in acqua salata, asciugato, condito con un’emulsione di olio e limone. Mezz’ora di riposo al fresco e rifinitura con qualche foglia di prezzemolo tritato LIGURIA Il merluzzo conservato va lavato, dissalato e tagliato sottilissimo Dopo la marinatura in olio extravergine e semi di finocchio pestati, si appoggiano le fettine su un’insalata di indivia, con un po’ di aceto bianco PUGLIA Il crudo alla barese ha avuto origine di fronte al Teatro Margherita, al “nderr la lanze”, il molo dove i pescatori vendono il pesce. Nell’assortimento trionfano cozze, noci, canestrelli, datteri, cannolicchi, gamberoni FRIULI VENEZIA GIULIA La variante al bagno in olio e limone prevede, dopo la pulitura, tre passaggi in acqua. Nel liquido di governo: aceto e sale Dopo un giorno di marinatura, aromatizzare con capperi, origano, pomodori secchi e olive Un grano di sale sui piatti di moda CARLO PETRINI uel che mi colpisce, delle mode, è l’assenza del dubbio. Per chi, come me, vive in provincia, è più facile accorgersene. Se d’inverno va il bianco, le strade si popolano di cappotti immacolati; se parte l’ondata delle maglie corte (o dei pantaloni a vita bassa) non c’è più una sola donna che ci neghi la vista del suo ombelico. Nelle grandi città il diktat della moda è meno evidente: a Londra se vai a fare la spesa in pigiama non si nota granché e a Roma c’è qualche picco di eleganza, ma i più indossano una deprimente divisa da turista. Tutti comunque obbediscono all’editto dello stilista del momento. Questo meccanismo si replica anche nel settore cibo, e la moda del pesce crudo è una delle più invasive. Il pesce crudo, ammettiamolo, ha un suo fascino. Perché deve essere perfetto, freschissimo, tagliato in modo adeguato: una specie di sunto formale delle categorie dell’eccellenza. E non viene “contaminato” dall’intervento del cuoco. Il pesce crudo sa di mare, è seduttivo di per sé, perché ha il profumo che il pesce deve avere (che quando “sa di pesce” è ora di buttarlo via). E poi mangiare crudo ci fa sentire in salute, ci fa sentire sani, come gli uomini primitivi, come i saggi orientali. Il crudo è il cibo dell’asceta, il crudo ha quest’aura di essenziale che ci mette in pace con la coscienza. È la sustanziazione del mare. E nessuno di noi, uomini e donne con un po’ di sangue nelle vene, sa resistere a quel richiamo. Come dice, ruvido e poetico, un raìs di Favignana in un commovente documentario prodotto per i cent’anni della Cgil: «Il mare è come il fuoco: più lo guardi e più lo guarderesti. E se hai dei pensieri te li porta via il vento». Il pesce crudo ci allaga il cervello con il profumo del mare, diffido di quelli che lo rifiutano. Ma il problema non è il pesce crudo. È la moda, il diktat, a far sì che tutti i ristoranti debbano offrire una tagliata di tonno o un carpaccio di spada. E tra poco non esisterà paesino del cuneese senza un sushi bar. Il problema è la perdita del senso della misura e dell’ironia. Delle mode bisognerebbe saper cogliere l’idea, o una parte di essa, per poi trasformarla e farla propria, inserendola nel proprio stile. Ma per farlo bisogna aver chiaro qual è il proprio stile o aver voglia di lavorarci. Il nostro stile, e parlo di Mediterraneo, non è mai stato quello del pesce crudo. Al massimo erano certe cotture leggere, certe marinature nel limone o nell’aceto, più vicine al ceviche peruviano che al sushi giapponese. Preparazioni fatte per popoli che il mare lo conoscevano e lo rispettavano, ma che conoscevano e rispettavano anche la fame. E quindi il pesce andava reso sicuro e conservabile; perché la gioia del cibarsi recava con sé sempre un filo d’ansia: mangeremo anche domani? Il nostro stile è quello di gente che cucina. Che il pesce lo frigge, lo griglia, lo fa in umido, lo fa al forno. La gente che cucina sperimenta, aggiunge, toglie, annusa, sbaglia, rimedia. La gente che serve il crudo analizza i prodotti al mercato e affila le lame; abilità straordinarie, culture millenarie; ma le loro cucine sono sexy come sale operatorie. Non per questo sono meno interessanti per chi vuole capire l’altro. Ma non c’è un intingolo che bolle e il cui profumo intima a una fetta di pane di tuffarcisi dentro; non c’è un cucchiaio un po’ unto che lascia colare distratto una goccia sul dorso di una mano. Il nostro stile è quello di gente che quando mangia beve vino. E il vino con le cose crude, in generale, non sembra accompagnarsi bene. Sarà che il vino è l’indulgenza, è la consolazione, è la contraddizione; come coniugarlo con il rigore, la purezza, l’algida perfezione del crudo d’eccellenza? E, certo, il nostro stile è quello di gente che incontra le tradizioni di altra gente. Così, ogni tanto assaggia il pesce crudo. Ma ricordandosi, per esempio, che se quel pesce crudo è tonno rosso, la pressione di pesca inusitata che sta insistendo su questa specie, proprio per via della moda del tonno crudo, ne sta mettendo a rischio la sopravvivenza. Infatti il Wwf con altre associazioni, tra cui Slow Food, ha lanciato una campagna internazionale per chiedere ai paesi europei di rinunciare al cinquanta per cento delle quote consentite dall’ultimo regolamento comunitario. Usiamo le mode, ma non obbediamo; inventiamoci la nostra variante della moda del pesce crudo, aggiungendovi quel “grano di sale” che i nostri antenati ci raccomandavano. Q Repubblica Nazionale 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 APRILE 2007 le tendenze La parola d’ordine adesso è ridurre, ma senza rinunciare alla qualità, al look e al valore aggiunto Se ne sono accorti i sociologi, e i designer hanno creato così migliaia di miniature che soddisfano questi bisogni: Mode emergenti dall’iPod alle borsette, dai microcellulari agli snack la nostra esistenza si è riempita di oggetti lillipuziani Vivere MINI ESTATE HOT In alternativa alla mini M Missoni offre un’ampia selezione di hot pants Pantaloncini sportivi ma molto sexy come quelli in cotone verde. Da portare quest’estate con la canotta multirighe Piccoli concentrati di creatività JACARANDA CARACCIOLO FALCK l problema è sotto gli occhi di tutti: ciò che scarseggia di più, nel nuovo millennio, è il tempo. Per rendersene conto basta prestare attenzione allo svolgersi della propria giornata che, ormai, scorre ad una velocità inimmaginabile fino a qualche decennio fa. Tra doveri familiari e impegni lavorativi, obblighi sociali e estetici, hobby e passioni, insomma, riuscire a trovare il modo di fare tutto non è facile. Si cerca rifugio nel multi-tasking, controllando quasi ossessivamente le e-mail sul portatile mentre si guardano le notizie in televisione, si mandano messaggi sms e si ascolta (in contemporanea) l’ultima canzone scaricata da i-Tunes. Ma a volte anche così, facendo più cose al tempo stesso, ci si trova in asfissia temporale. E comunque si rischia la nevrosi. È accaduto così che, anno dopo anno, il tempo è diventato nostro acerrimo nemico nonché il nostro bene più prezioso. Da utilizzare con il contagocce della razionalità, senza sprecare neanche un secondo. Ma come si riesce in un’impresa tanto ardua? Imparando a frazionare la propria vita in tanti brevi segmenti di elevato valore qualitativo. «Quelli che noi in gergo chiamiamo pocket esperiences, cioè esperienze tascabili», teorizza Francesco Morace, presidente del Future concept lab che, proprio a questo argomento, dedicherà un seminario all’inizio di luglio. «Questa tendenza I Nei consumi e nell’hi-tech trionfa l’idea della massima soddisfazione nel minimo ingombro assume a livello pratico due indirizzi diversi», aggiunge il sociologo, «da un lato si cerca di miniaturizzare una serie di oggetti, come ad esempio l’iPod, in modo da poterli avere sempre vicini, dall’altro si condensano sempre di più anche i bisogni immateriali». Qualche esempio nella nostra vita contemporanea? «Il successo delle day-spa, come quella londinese Elemis dove ogni stanza è dedicata a un tipo di massaggio diverso, quello balinese, indiano, thailandese, e dove nel giro di un’ora si riesce a vivere esperienze di benessere multiculturale», racconta Morace. «Ma c’è anche la tendenza a ridurre sempre più i periodi di vacanza prediligendo i fine settimana lunghi alle classiche ferie di almeno due settimane». Tagliare il superfluo, concentrare le esigenze. Nasce anche così un nuovo modo di vivere. Che, lentamente ma inesorabilmente, sta cambiando l’universo dei consumi. Già, per- ché nel mondo della moda, così come nell’elettronica, nella cosmetica e nell’industria alimentare, più piccolo oggi significa sostanzialmente più prezioso. La tendenza ormai è inequivocabile: è necessario ridurre, condensare, miniaturizzare. Per stare al passo bisogna “ripensare” più o meno tutto. Dai vestiti ai gadget, dagli snack ai cosmetici, dai computer alle canzoni. Sembra essere l’unico modo per riuscire a portarsi sempre dietro, ovunque si vada, il proprio bagaglio. Fisico, ma anche culturale. Ecco allora che mentre i grandi stilisti, da Miuccia Prada a Valentino, da Giorgio Armani a Michael Kors rilanciano minigonne e hot pants, micropochette e beautycase formato mignon, i giganti della tecnologia si ingegnano per trovare nuove soluzioni lampo. Che ci garantiscano la massima soddisfazione nel minor ingombro di spazio. Come il nuovo videogioco per Nintendo ds, che dura appena trenta secondi ma promette estremo divertimento. O l’iPod shuffle, dodici ore di musica in soli 4,1 centimetri. Per non parlare dei “video-concentrati” scaricabili a migliaia sul cellulare o sull’iPod da siti come il criticatissimo YouTube. Migliaia di soluzioni per arrivare alla stessa, agognata meta. Quella che Morace definisce: «La creazione di una serie di piccoli paradisi parziali». Che rendano la frenesia della vita moderna almeno un po’ più sopportabile. Ma nessuno garantisce il risultato. E ADESSO MUSICA DA SERA Per una serata speciale Prada propone una pochette realizzata in raso rosso Può contenere solo il minimo indispensabile L’iPod Apple diventa sempre più piccolo. Lo Shuffle, disponibile in cinque colori, garantisce dodici ore di musica in soli 4,1 centimetri di lunghezza TUTE BLU Nell’era del vivere mini torna in auge un classico degli anni Settanta: la salopette da benzinaio Adesso viene riproposta in versione minigonna da Benetton Repubblica Nazionale DOMENICA 22 APRILE 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49 IDEA BRILLANTE DEDICATO A CHI VIAGGIA È ricoperta di brillanti e applicazioni in metallo la micro borsetta di Versace. Realizzata in cuoio bianco latte ha i manici in pelle e metallo Per i viaggiatori Alessi propone un set da viaggio per il caffè È completo di caffettiera elettrica, due cucchiaini, due tazze e un barattolo di caffè Illy. L’idea è di Richard Sapper VITA STRETTA È ancora agli anni Settanta che s’ispira la giacchetta stretta in vita di Pianura Studio. È in cotone marrone a tre bottoni Perfetta per i jeans La generazione “horror vacui” MICHELE SERRA idea di riuscire a manipolare il tempo, allungandolo come una sfoglia o strizzandolo in pseudo-pillole di tempo più dense del tempo reale, è l’ultimo espediente per evitare di fare i conti con il vero e proprio tabù della nostra società: il concetto di limite. Pur di non affrontarlo, pur di non essere costretti a scegliere quel numero ahimé limitato di oggetti, attività, esperienze che la vita umana consente, fingiamo che sia possibile miniaturizzare tutto per poi stiparlo a dismisura in quella stiva di relativa capienza che è l’uomo-consumatore. In questo senso, le varie “nuove discipline” e i vari convegni che cercano disperatamente di insegnarci a risistemare le nostre infinite attività in forme più concentrate e “razionali”, assomigliano ogni giorno di più a altrettante auto-parodie della nostra nevrosi. Fu il mondo febbrile e vagamente ansiogeno dei manager a fare da cavia, negli anni Ottanta, con piccole mode e vezzi (tipo: alzarsi un’ora prima al mattino, sai che trovata geniale) spacciate per neo-scienze in grado di moltiplicare capacità e risorse. Fiorirono i corsi di “lettura rapida”, di ottimizzazione della propria giornata, di concentrazione psichica. Espedienti, di fronte all’evidente impossibilità di fare fronte, in un tempo dato — quello delle nostre giornate, quello delle nostre vite — alla progressione geometrica degli impegni lavorativi e ricreativi e affettivi e di consumo. Piuttosto che miniaturizzare gli impegni (il massaggio thailandese e il corso di deltaplano e le riunioni di lavoro e l’accudimento dei figli), è ovvio che, oltre un certo limite, è necessario diradarli. Ma diradarli vorrebbe dire scegliere, e scegliere vuol dire rinunciare, vuol dire sottrarre. Quest’ultimo verbo fa letteralmente orrore al PND (pensiero nevrotico dominante), al quale la sottrazione di qualcosa non riesce mai ad apparire un arricchimento salutare. La sottrazione è vista come una sconfitta e quasi un’onta, la rinuncia di qualcosa in favore di qualcos’altro appare un’amputazione di quella presunzione d’onnipotenza individuale che è il motore segreto della società dei consumi. Ma riorganizzare la bulimia non vale a guarirla. Al massimo, aiuta ad occultarla meglio. A mascherarla per qualche tempo. Ognuno di noi ha esperienza del fatidico momento nel quale, in una casa, pare che il contenuto stia per avere la meglio sul contenitore. Proviamo disperatamente a ri-stoccare l’infinità di oggetti di cui disponiamo (abiti, giochi, attrezzi da cucina, svaghi, ricordi, libri, cidì, protesi tecnologiche le più varie) pur di non rinunciare ad alcuno di essi. Il trucco può riuscire una o due volte, ma presto o tardi la realtà prevale: bisogna per forza buttare via qualcosa. Lo spazio indeformabile di una casa assomiglia molto allo spazio indeformabile del tempo. Non possiamo gravarlo di troppe occasioni e appuntamenti senza farlo collassare, collassando noi stessi. Ora qualche cervellone viene a spiegarci che basta ri-disporre (per l’ennesima volta) il nostro tempo in forme più agili e concentrate, ma noi sappiamo già che il vero problema, quando ci sentiamo soffocati dalla mancanza di tempo, è averne abusato, averlo intasato. E il solo rimedio possibile è anche, purtroppo, il meno praticato e forse il meno praticabile, perché abbiamo introiettato il tabù sociale di cui sopra: levare, snellire, sottrarre, diminuire sono operazioni che ci fanno sentire diversi e colpevoli, in un mondo che venera il segno “più” come un totem, che è costretto ogni anno a fare i conti con incrementi, aumenti, accelerazioni, e si fa prendere dal panico se si accorge di non essere “cresciuto” abbastanza. Accade così che il vuoto (lo spazio vuoto, il tempo vuoto) diventi il bene più raro, e insieme l’oggetto più misterioso. Un vero e proprio horror vacui attanaglia il nostro mondo, il barocchismo dei consumi ci abitua a considerare malamente ogni ora non dedicata, ogni luogo non segnato dal mercato. Chi pretende di insegnarci a continuare a fare “tutto” però facendolo meglio non è nostro amico. O è un illuso, o è un sacerdote di regime. La sola maniera per fare meglio le cose è farne di meno, e farle dilatando il tempo e lo spazio mentale messi a disposizione per ciascuna di queste cose. Il resto è illusionismo, e peggio è ricatto morale per farci sentire all’altezza di una sfida già perduta, quella contro il senso del limite. L’ SEMPRE IN LINEA Sono costruiti con la ceramica usata per gli esterni dello shuttle i nuovi telefonini Vertu Constellation che offrono un servizio concierge 24 ore al giorno SEDUTA APERTA ILLUSTRAZIONE DI MARY LYNN BLASUTTA Ingombro ridotto, linee pulite e comoda seduta. La nuova poltroncina di B&B combina legno naturale e rivestimento in cotone grigio GAMBE IN MOSTRA Un must della stagione è la minigonna di jeans firmata Levi’s Enginereed Jeans Da indossare in città e la mare Repubblica Nazionale 50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 22 APRILE 2007 l’incontro Regine del palcoscenico L’attrice che ha scritto la storia del teatro italiano oggi ha ottantaquattro anni. Colta, ironica, intelligente, da sempre, come dice lei, ha usato il cervello per nascondere, dietro l’aspetto borghese, un carattere stravagante che l’ha portata a scelte difficili come il matrimonio con Brancati, sedici anni più di lei, o la fuga d’amore con Albertazzi Dopo sessantasei anni di scena, ha due nuove passioni: la lirica e Internet a cui affida le sue memorie Anna Proclemer ell’autunno del 1941 una bella ragazza trentina, mora, occhi scuri, matricola di lettere e filosofia alla Sapienza di Roma, si presenta alle audizioni dove si reclutano le nuove leve per la compagnia del teatro universitario. «Avevo quasi vent’anni. Non avevo mai recitato in vita mia. In giuria c’erano registi come Orazio Costa, Enrico Fulchignoni, scrittori come Cesare Vico Lodovici. Chiesi loro, un po’ stupiti, se potevo sedermi per terra. Portavo l’ultima battuta di Sonia dello Zio Vanja di Cechov. Iniziai e l’aula rumoreggiante si zittì. Mentre recitavo vidi che dalla finestra entrava un raggio di sole e, poiché mi si erano riempiti gli occhi di lacrime, ricordo che con la mostruosità tipica dell’attore spostai leggermente la faccia per prendere la luce sulla lacrima. Lì ho capito che quello era il mio mestiere. Si alzarono in piedi tutti. La giuria mi fece i complimenti. Cominciò così. Diventai la prima attrice del teatro universitario di Roma». Diventò Anna Proclemer. L’episodio, lo ricorda con un fiero sorriso lei stessa sul divano della suite di un hotel milanese, mentre con una mano carezza la piccola Lulu, sfrenata quanto adorata cagnolina, e con l’altra tiene la sigaretta, una delle tante. «Smettere? Avessi cinquant’anni lo farei, ma ora mi farebbe solo male», dice. L’indimenticabile Annie Sullivan di Anna dei miracoli, la Lupa, Fedra, George Sand, l’attrice che nel ‘48 con Strehler, nel ‘49 con Costa, dal ‘56 con Albertazzi ha scritto la storia del teatro italiano, oggi ha ottantaquattro anni. È belloccia, avrei anche potuto accasarmi bene, ma i ricchi a me non sono mai piaciuti. Mi piacevano solo gli intellettuali che in genere non avevano una lira. Però posso dire di aver conosciuto Eliot e aver parlato con lui di Dante. E poi Moravia, Piovene, Flaiano, Pannunzio, Cardarelli. Frequentavo il salotto Bellonci, casa Cecchi. Un po’, devo confessare, mi annoiavo, perché questi intellettuali quando si ritrovavano insieme facevano ricreazione invece che parlare di cose serie. E io ci restavo male. Ero assetata, volevo rubare. Oh, quanto ho spiato, rubato in vita mia. In teatro, la tecnica la devo a Vittorio Gassman, a Renzo Ricci l’amore per gli autori moderni, a Giorgio la sensibilità». Con Albertazzi ha fatto ditta teatrale per sedici anni, e per venti si sono amati. Si erano conosciuti nel ‘55 in scena e Se solo fossi un po’ più allegra. Eppure mi ritengo fortunata, la testa mi funziona ancora. Fino a qualche anno fa prendevo anche lezioni di danza Invecchiare è brutto, altro che balle FOTO GRAZIA NERI N MILANO una signora di imperiosa vitalità. Colta, ironica, intelligente da sempre — come dice lei — ha usato il cervello per confondere, dietro l’aspetto borghese, severo, levigato, un carattere stravagante e un temperamento da irregolare, la ragazza che leggeva Dostoevskij e ascoltava Bach in tempi in cui le donne non studiavano e contavano poco, l’attrice che ha affrontato con slancio molto femminile scelte anche spericolate: le nozze a ventitré anni con lo scrittore Brancati di sedici anni più anziano, geloso delle sue assenze per il teatro, la nascita a ventiquattro della figlia Antonia, oggi affermata sceneggiatrice, mentre girava su e giù l’Italia in automobile per le tournée, più avanti la fuga con Albertazzi, un pensierino di filarsela per un periodo con il Living Theatre... «Le più grandi follie le ho fatte per il lavoro. Non solo perché il teatro è la mia vita, ma perché l’indipendenza economica per me è sempre stata vitale. Non concepisco l’idea di farmi mantenere da un uomo. Fu per questo che, quando rimasi incinta, mi dedicai al doppiaggio. Detti la mia voce a Greta Garbo per Grand Hotel e Anna Karenina, a Barbara Stanwich. Yvonne Sanson la doppiai che quasi partorivo in sala di registrazione. D’altra parte l’attrice non è il mestiere che puoi fare timbrando il cartellino. O lo fai con passione, o lasci perdere». Stessa grinta, stessa ostinazione, dopo sessantasei anni di teatro, oltre centocinquanta spettacoli, quattro regie e qualche film, Anna Proclemer ha trionfalmente debuttato qualche mese fa alla Scala nella lirica, uno straordinario cammeo d’attrice nella Fille du regiment di Donizetti, che riprenderà ora all’Opera di Roma dal 16 maggio, premiata da Arbasino con un «mirabile Proclemer». «La prosa ormai la frequento da spettatrice e vedo tante brutte cose. Adesso è la musica che mi ispira — dice —. Avevo iniziato qualche anno fa col mio recital Anna dei pianoforti tra Chopin, Liszt, Mozart e testi di Savinio, tempo prima avevo partecipato a un Edipus rex di Stravinski diretto da quel genio di Abbado, che adoro. Ma non è un legame tardivo il mio con la musica. Con i primi soldini guadagnati a quindici anni, dando ripetizioni di filosofia alla figlia imbecille di una amica di mia madre, mi comprai un twin set di lana e l’allegretto della Settima di Beethoven. Ancora oggi, preferisco ascoltare musica che leggere, pur essendo stata una donna avida di libri e letture». Nella Roma del dopoguerra la sua fu una vita mondana molto intellettuale. «Non che la mia fosse una famiglia particolarmente acculturata. Mia madre amava D’Annunzio, mio padre era un ingegnere che citava perfettamente “Tityre, tu patulae recubans…”. Ero io che ero assatanata di libri. E sì che ero in scena si erano innamorati. «Ma lui stava con la Toccafondi, Bianca Toccafondi, e quindi non si poteva. Segretamente ci scambiavamo messaggi d’amore attraverso le battute. Ricordo una Figlia di Jorio del ‘57, tutta sospiri e doppi sensi “Aligi dammi la mano”, “Mila il cammino è là, poco lontano”, “Dammi la mano tua ch’io te la baci”... Finché non facemmo una fuga in Svizzera, Hotel Splendid di Lugano, ricordo. La Toccafondi non la prese bene, andò furibonda a dirlo a Visconti. Ma io ero felice. Lui, che come tutti gli uomini non era un eroe, era più angosciato. Con Albertazzi ci telefoniamo ancora e due anni fa ci siamo divertiti a recitare di nuovo insieme in Diario privato». Queste e altre storie Anna Proclemer le raccoglie da qualche mese in una autobiografia che, anziché a un editore, ha affidato a Internet, a un sito, www. annaproclemer. it, che si è progettato, scritto e curato con temeraria energia, tutto da sola. «Col computer ho iniziato coi solitari, poi sono passata ai cd rom di arte, con cui mi sono fatta tutte le gallerie d’arte mondiali, ora Internet. Sono brava, sa? Elaboro le foto, mi preparo i calendari con le immagini della mia Lulu. E, quanto all’autobiografia, farla nel web mi pare meno autocelebrativo. Perché un segno va lasciato. Noi teatranti sappiamo che di noi non resta niente. Perfino le registrazioni Rai non ci sono più: La ragazza di campagna di Odets sparita, La donna del mare con Albertazzi cancellata, Carta bianca di Flaiano pure. Forse è rimasto L’idiota, Anna dei miracoli, La foresta pietrificata. Ma io mi ero già premunita: visto che quando uno muore finisce tutto in cantina, io ho già dato carte, libri e foto all’archivio del Vieusseux di Firenze. Il resto in questo diario elettronico». È qui che ha ricordato il buffo incontro con Humphrey Bogart. Stava girando Viaggio in Italia dove aveva un particina accanto all’amica Ingrid Bergman. «Eravamo all’Excelsior di Napoli, quando arrivò Bogart per salutare Ingrid. Lui e lei come in Casablanca. Nessuno capiva più niente. Rossellini propose di andare tutti al Vomero a mangiare. “Anna porta tu in macchina Ingrid e Humphrey”, mi disse. Io avevo una millecento color cacchetta e la patente da un mese. Su per le stradine del Vomero… sudavo solo pensando al mio carico prezioso. Quando arrivammo fu una liberazione. Mentre entravamo al ristorante, Bogart mi mise anche una tenera mano sul culo. Gliene fui grata: il mito era diventato uomo». Come tutte le donne molto intelligenti e bravissime nel lavoro non si sente mai a posto. «Certo, ho avuto le mie soddisfazioni, ho fatto conoscere autori moderni che nessuno in Italia aveva fatto, ho fatto personaggi importanti... Ma purtroppo ho la maledizione di un carattere scomodo che tende alla auto- recriminazione, alla vaga depressione, alla scontentezza. Se solo fossi un po’ più allegra... Eppure mi ritengo fortunata, la testa mi funziona, credo ancora bene. Sì, una volta ero un razzo, fino a qualche anno fa prendevo anche lezioni di danza. Invecchiare è brutto, altro che balle. Ogni volta che uno ti dice: mettiamo in cantiere per l’anno prossimo questa cosa, tu pensi “se sarò viva”. Non è carino, non è un fiore nell’anima. E poi queste rughe qui. Ma piuttosto che un mostro gonfio come certe mie colleghe, meglio la ruga». Nella sua modernità, Anna Proclemer non vive di ricordi, tranne che per Brancati che lei, forse troppo giovane, trattò con durezza. «Qualche anno fa gli ho scritto, tardiva, una lettera d’amore e in luglio a Catania lo ricorderò, nel centenario della nascita, in un recital con le sue opere. Se lo merita. Non credo che tra noi la questione fosse l’età. In fondo erano sedici anni. È che io continuavo con le mie cose a teatro, ma ero assalita dai sensi di colpa. Non per Antonia, la bambina: con lei ero stata svizzera, subito organizzata, prenotando addirittura mentre ero ancora incinta puericultrice e scuola Montessori. No, i sensi di colpa li avevo per Brancati. Lui era siciliano, ma nordico dentro. Non mi diceva nulla, ma sapevo che soffriva delle mie tournée, dei miei spettacoli, delle mie assenze da casa. Una volta a Milano, dove recitavo con Strehler, mentre camminavo in piazza Scala, sotto la pioggia, con Nina, la mia cagnolina di allora sotto il braccio, provai una felicità enorme. Di colpo mi tornò in mente Brancati, a casa, che si torceva perché io non c’ero e piombai nell’angoscia di sempre. La mia libertà era la sua disperazione. Ma io la mia scelta l’avevo già fatta». ‘‘ ANNA BANDETTINI Repubblica Nazionale