bifolki guerra e pace nel villaggio rurale per una storia marinese ...di classe a cura di ivano ciccarelli # (xnoi.c)bzz02.02.2015-pg1d74
bifolki
guerra e pace nel villaggio rurale
per una storia marinese ...di classe
a cura d i i va n o ci cca rel l i
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[retro]
in copertina un riadattamento de il lavoratore della terra (1888) di G. Segantini
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bifolki
guerra e pace nel villaggio rurale
per una storia marinese ...di classe
a cura di ivano ciccarelli
MARINO (RM)
2015
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contenuti:
bifolchi mutanti e l’avvocato del papa, pag.5
marino sotto le bombe e il senso delle parole, pag. 25
una sintesi, pag. 65
riferimenti, pag. 69
appendice, pag. 71
note redazionali, pag. 73
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bifolchi mutanti e l’avvocato del papa
La popolazione rurale di Marino era composta per la maggior parte da bifolchi1. Nullatenenti
e ignoranti totali che per secoli hanno ereditato la fame. Usi e costumi nel 1900 erano più o meno
quelli del primo Medioevo. Per i bifolchi non ci fu Umanesimo, Rinascimento, Romanticismo,
Illuminismo, Risorgimento, neanche Liberazione. Sono i diretti discendenti degli antichi esclusi,
perdurati negli anfratti oscuri della Storia. Meglio di chiunque altri a Marino e ai Colli Albani, i
bifolchi sono la classe che nella civiltà rappresenta la barbarie. Letteralmente: dannati della terra.
I bifolchi era moltitudine fuori dal comune.
Al sud cafoni, al nord s’ciavandè, ai Colli Albani, nell’Agro romano2 e nel centro Italia
c’erano i bifolchi. Sottospecie di contadini, gente continuamente ingannata, schiavi prima, durante e
dopo l’Unità d’Italia dei re, del clero e nobiltà che, d’intesa atlantica, stabilirono due guerre
mondiali per modernizzare l’inganno a bifolchi, cafoni e s’ciavandè anche a Liberazione compiuta
ed oltre. Non sappiamo quanti fossero, nella campagna romana tra XIX e XX sec., i bifolchi
convinti di essere italiani. All'incirca nessuno. Fatta la classe dirigente, all’Unita d’Italia mancava il
popolo.
I bifolchi erano presenti nella fascia pedemontana dei Colli Albani e sparsi in tutto l’Agro, a
Roma nel Suburbio, attorno le mura fin dentro l’Urbe. Vivevano neanche su palafitte come gli avi,
bensì in capannelle di stecchi, paglia e fango, a contatto di terre paludose dominate dalla malaria e
tenute a battesimo dalla iella. Così che oggi ereditiamo una toponomastica sparsa per tutto l’Agro,
tanto fonosimbolica ...ma tanto: Passoscuro, Malpasso, Malafede, Malagrotta, Canemorto, Casa
Mala, Squarciarelli, Passo dello Scannato, Coccia di Morto, Omomorto, Valle dell’Inferno,
Affogalasino, Femminamorta3. E ancora: Capannelle, Gattaceca, Tor de Cenci, Capocotta, Testa di
Lepre, Sbroccati, Vignacce, Poggio Strozzone, Serpentara, Infernetto, Valle dei Morti, Fontana
Sala, Frattocchie, Palaverta, Ortacci, Acquamarcia ecc. ecc.
I bifolchi erano bestiali, mangiavano come i cinghiali. Tuberi ed erbe spontanee, cicoria e
misticanza con regginella, cresta de gallu, rughetta, zzombalepre e ramuracce. Castagne, funghi e
trivoli raccolti per boschi e qualche patata trovata nei ripassi dei campi.4 I padroni tolleravano la
loro permanenza per disporre sempre di manodopera occasionale ma gli vietavano di coltivare
alcunché, pena: i guardiani distruggevano orti e capannelle. Quando lavoravano, come paga
ricevevano polenta, farina e poco olio non usato col cibo ma tenuto per i lumi. Il pane era un lusso. I
bifolchi di collina rimediavano anche un po’ di vino e uva. Quelli di Suburbio e Urbe sostavano
fuori le cucine di nobiltà e clero per contendersi gli scarti di code, lingue, capocce e frattaglie.
I bifolchi non andavano mica dal dottore che pure c’era. Autogestivano la professione
medica. Sopravvivere ad un parto era una scommessa; altissima la mortalità infantile; diffusi i
1
“dal lat. bubulcus, di origine paleo-italica e tosco-umbra, composta da bos,-vis e bous = bue e dalla radice kar-, kal-,
kolche = “andare, far muovere, spingere” (come in “carro”).” in Ugo R. Gualazzini, VECCHIO LAZIO: I VOCABOLI DELLE
PRATICHE COLTURALI, Regione Lazio, 2008, pag. 158;
2
per definizione ‘geografica’ si intende quella della CARTA DELL’AGRO ROMANO realizzata da G. B. Cingolani nel 1692
comprendente: S. Severa, S. Marinella, Allumiere, Tolfa, Monterano, Bracciano, Anguillara, Cesano, Formello,
Sacrofano, Riano, Leprignano (Capena), Mentana, S. Angelo, Monteceli (Montecelio), Tivoli, Gallicano, Zagarolo,
Colonna, Montecompatri, Monteporzio, Frascati, Marino, Albano, Ariccia, Velletri, Giuliano, Cisterna, Torre Stura, in
Vittorio Emiliani, Pino Coscetta, IL RISCATTO DELL’AGRO, Ed. Minerva 2009, pag. 57;
3
IL RISCATTO DELL’AGRO 2009,
pag. 73;
4
durante i raccolti i proprietari terrieri ‘premiavano’ i braccianti concedendogli di ‘ripassare’ nei campi per raccattare
ortaggi eventualmente sfuggiti anche ai sorveglianti e portarselo a casa;
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matrimoni consanguinei che producevano deformati di ogni genere che assieme a slogati e
fratturati, passavano tutti tra le mani di probabili ‘aggiustatori di arti’. Molti erano gozzuti e pure
alta era la percentuale di nanismo. Le gastroenteriti infantili venivano curate facendo ingoiare il
nerofumo dei camini; un cucchiaino di petrolio sistemava l’intestino; i decotti di malva andavano
bene per tutto; sulle ferite si orinava e ci si appiccicava sopra una ragnatela; i bifolchi credevano
che la gallina nera squartata e messa ancora calda in capo come una cuffia guariva le cefalee, le
galline erano rare per cui una cornacchia, un gufo… e al capezzale dell’agonizzante arrivava la
fattucchiera. Una donna morente lo era certamente per “mal de madre” o “de la senega”. In questi
casi la diagnosi era ovvia…
…se tu vuoi guarire devi andare da nove
vedove e chiedere a ciascuna un po’ di farina,
non importa che farina; con quella fai una
ciambella forata quanto basta a che ci passi la
testa di un bambino, e cuocila sotto la
cenere…
…se tu vo’ guarire bisogna che tu vada da
nove vedoe et domandare de cescaduna uno
poco de farina, sia che farina che se voia, et
de quella farina far una forada a modo uno
brazzadello, tanto largo che possa andare zo
per la testa a na creatura, et coserlo sotto la
cènara…5
ecc. ecc.
Fino a settant’anni fa, da Maremma a Ciociaria, questi popolavano la campagna romana.
Per qualche attrezzo ed una caciotta vendevano di tutto, dai capelli ai figli. I rigattieri
passavano dai bifolchi per chiome o bambini da portarsi sul carro e risalire l’Appennino dove
scambiavano “la merce” con colleghi che tornavano al nord. I capelli andavano a Cittadella veneta
dove, selezionati, sortivano per Parigi o Londra dove finivano nelle parrucche di nobildonne e lord.
I ragazzini potevano anche arrivare nel cantone di Barcellonette, nell’oltralpe francese, dove
a intervalli si teneva il ‘mercato dei bambini’6. Oppure a Milano nell’Ospizio degli Esposti, qua le
monache li smistavano per cotonifici, “nel solo Distretto di Busto Arsizio tra ‘800 e ‘900, nelle
filature di cotone erano impiegati quindicimila (15.000) fanciulli”7. Altri sortivano da Talamone
sopra ‘carrette del mare’ per Marsiglia e chi arrivava finiva nelle vetrerie8. Entravano arzilli e ne
uscivano da larve umane. Ovunque lavoravano dalle 12 alle 16 ore in ambienti dove oggi un
ecologista infurierebbe nel vederci una capra. I bifolchi facevano tanti figli, abituati al freddo, alla
fame, al lercio. E se morivano chissà come e dove, nessuno piangeva. Tuttavia, i cuccioli dei
bifolchi avevano un certo mercato.
Andare a fare il militare era una gran cosa. Per un bifolco il rancio, l’uniforme e gli stivali
erano una tale cuccagna che volentieri rinunciavano alle licenze. Giunsero prima e seconda guerra
mondiale e quando si sparse la voce di come si moriva trucidati, i bifolchi si ravvidero dapprima nel
masochismo; si cavavano denti, rotolavano nudi nelle ortiche; lasciavano che la ruota di un carro a
pieno carico gli passasse sul braccio; si mozzavano uno anche due dita; ingoiavano erbe tossiche o
tabacco; mettevano gocce di acido muriatico nelle orecchie; iniettavano petrolio nella spina dorsale.
5
Luisa Muraro, LA SIGNORA DEL GIOCO, Feltrinelli 1976, pag.116;
6
Nuto Revelli, IL MONDO DEI VINTI, Einaudi 1977, pag. 178;
7
Armando Sapori, ATTIVITÀ MANIFATTURIERA IN LOMBARDIA DAL
ECOLOGICO. L’IDEOLOGIA DELLA NATURA, Einaudi 1972, pag.58/59;
8
1600 AL 1914 in Dario Paccino, L’IMBROGLIO
Loriano Macchiavelli - Francesco Guccini, MACARONÌ, Mondadori 1997;
6
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Spesso sbagliavano le dosi e invece di ammalarsi crepavano 9. Pian pianino giunsero a miglior
soluzione: rifiuto, fuga, diserzione.
Le due guerre diffusero tra i giovani italiani un antimilitarismo ‘casereccio’, poi rivelatosi
anche per qualche estremità organizzata.10 Tuttavia, per evitare o ridurre la naja, prevalse
l’autolesionismo individuale: la fantasia di centinaia di migliaia di adolescenti produsse
l’inenarrabile, pur di ammalarsi o rimediare una RAM.11
Lo Stato Vaticano cedette terre all’Unità d’Italia, particolarmente trascurate e paludose,
quelle romane andavano bonificate. Fu l’alba di un impegno epocale, immane, duro e molto
insidioso da affidare a chi, se non ai bifolchi?! Spinti nel cuore delle paludi cadevano morti di
malaria, l’unico rimedio era il chinino, per imbottirli fu nazionalizzata la produzione12. I bifolchi
lavorarono sodo, a più riprese e per circa quarant’anni esattamente tra Otto e Novecento. Molti
assunti dai caporali, occasionalmente ‘a giornata’, i più fortunati contrattualizzati a squadre per
‘locatio operarun’ prevista dal Codice Civile italiano del 1865 che “durante i concitati lavori
preparatori del nuovo codice, non risulta si siano levate voci a sostegno della necessità di
valorizzare in senso sociale la disciplina del lavoro umano” 13. In Italia una ‘disciplina del lavoro
umano’ più e meno sufficiente arrivò un secolo dopo14.
Il nostro ‘nuovo’ Codice del 1865 fu capace di non aggiungere assolutamente nulla di
innovativo al rivoluzionario ‘code Napoleon’ del 1804, conosciuto a Roma durante gli anni di
amministrazione francese del Prefetto De Tournon (1809-14). Costui ideò e in parte realizzò i primi
importanti lavori di riqualificazione urbana ‘dentro’ e ‘fuori le mura’ con scavi lungo tutto l’asse
della via Appia Antica fin su al Tuscolo, poi continuati dall’archeologo Luigi Canina.
De Tournon fu il più giovane prefetto che la storia ricordi anche per inopinabili capacità
amministrative dimostrate e, pure a Roma, applicò il codice napoleonico per l’assunzione di
manodopera da prendere in loco15. Quindi è piuttosto probabile che molti bifolchi, abituati
com’erano mezzo secolo prima delle bonifiche, ad un mercato del lavoro non dissimile a quello
delle vacche, a Marino e poi tra Grottaferrata e Frascati, ricevettero dai francesi, un’anticipazione
9
Nuto Revelli, IL MONDO DEI VINTI, Einaudi 1977, pag. 31, 32;
10
come Proletari in Divisa (PiD) mensile antimilitarista contro la naja cioè il servizio militare obbligatorio, nel 1974 era
distribuito in 133 caserme, 220 quelle rappresentate in un’assemblea nel 1975 a Roma, all’epoca i PiD parteciparono
regolarmente ‘in divisa’ ai cortei di protesta, in Paul Ginsborg, STORIA D’ITALIA DAL DOPOGUERRA A OGGI. Società e
politica 1943-1988, Einaudi 1989, pag. 486, 487;
11
l’attestato di Ridotta Attitudine Militare esonerava. Si otteneva nelle visite mediche ‘ambite’ anche per una semplice
convalescenza ‘a casa’. Tra i ’60 e i ’70, per un fegato ingrossato a Marino si ingerivano due tre aspirine sciolte nella
cola un paio d’ore prima di ogni marcar visita, fioccarono anche nèi ‘scartavetrati’, emorroidi stimolate, fratture nasali,
depressioni più e meno finte con tanto di performance epilettiche indotte, ecc. In quegli anni è pressoché difficile
trovare una recluta che non sia andata ai ‘turni di guardia’ imbottita di plagine, un antidepressivo. Alcool a fiumi e
droghe a chili ma sempre di nascosto che spedivano in galera. Una RAM era sicura per l’omosessualità che molti
simularono, ci riuscì il noto drammaturgo Carmelo Bene;
12
Pietro Roccasecca, URBE, SUBURBIO E AGRO: CONFINI IN MOVIMENTO, 2004, pag. 172;
13
Laura Castelvetri, LE ORIGINI DOTTRINALI DEL DIRITTO DEL LAVORO in RIVISTA TRIMESTRALE DI DIRITTO E PROCEDURA
anno XLI, Giuffrè Editore 1987, pag. 251;
CIVILE,
14
Statuto dei Lavoratori Legge 300/1970;
15
‘un minimo’ di due mila tra ‘dentro’ e ‘fuori le mura’ previsti dal Decreto Imperiale per Roma del 27 luglio 1811 e
dal Decreto-Lettera Circolare del ‘Prèfet du Departement de Rome De Tournon’, 4 agosto 1811;
7
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certamente gradita di un rapporto di lavoro a dimensione più o meno umana con tariffa giornaliera,
saldo settimanale al sabato, addirittura mensa, infermeria e ferie.
Durante le bonifiche dell’Agroromano, i nuovi governanti del Regno d’Italia dissero a
bifolchi e contadini che sarebbero pure divenuti proprietari, ma oltre a qualche soldo, polenta,
patate e tanto chinino, non buscarono granché. A Roma, occorrevano soldi in contanti per fare la
Capitale. Le terre rese fertili furono rivendute ai ‘mercanti di campagna’, una dozzina di individui
tra nobili e prelati che nel 1878, lì dove vivevano 220mila abitanti circa, possedevano l’intera
Roma, dintorni ed oltre. Tra i mercanti di campagna spiccano i Pacelli. Beata famiglia di avvocati,
banchieri, cardinali e papi.
Ai bifolchi qualcosa cominciò a non quadrare. Assottigliarono la loro secolare rozzezza e si
organizzarono. Con intraprendenza iniziarono a rivendicare i propri diritti. Diffuse in Italia,
certamente furono le occupazioni delle terre che, purtroppo, non seppero mai andare oltre
l’importante esperienza sociale, chissà… anche psicologica! L’impietosa ironia di Antonio Gramsci
rende una sintesi e forse spiega il fallimento di quel primo approccio alla ‘questione agraria’…
“in mancanza di espropri ai grandi proprietari e un adeguato aiuto economico e tecnico dello
Stato, il contadino povero può solo trovare la possibilità di impiccarsi al più forte arbusto delle
16
boscaglie, o al meno tisico fico selvatico della terra incolta che invade”
Comunque, alle occupazioni delle terre, Stato e latifondisti reagirono nel peggior modo, decine
di migliaia di cafoni, bifolchi e s’ciavandè, tra organizzati e spontanei sparsi per l’Italia, furono
presi a cannonate, a fucilate, incarcerati, torturati, tante giovani bifolche e contadine violentate e
poi; inviati al confino, denunciati, multati, divisi, emarginati, beffeggiati. Ecco, inizia così l’era
moderna dei nullatenenti: praticamente assediati17.
Lasciare incolto e stagnante un podere era anche un ottimo deterrente contro gli occupanti. Un
esempio: il principe Torlonia in realtà non sapeva quanta terra possedeva, però frequentava i salotti
giusti dove apprese quali trasformazioni l’Unità d’Italia serbasse per Roma Capitale. Proprio lì
dove, tra Agro e Colli, era il maggior proprietario. In Abruzzo possedeva 16.500 ettari, 2500
rivendicati da bifolchi e sindaci locali. Per non essere disturbato mentre governava gli affari romani,
nel 1875 il principe ‘prosciugò’ il bacino del Fucino’ (all’epoca terzo lago italiano dopo Garda e
Maggiore). I contadini si incazzarono un po’ e per questo presi a fucilate dai guardiani del principe.
A Celano, oltre ai feriti, freddarono un paio di bifolchi piuttosto evoluti18. Intanto a Roma i Torlonia
si aggiudicarono presidenza e direzione del sorto Consorzio Bonifiche Agro-romano. Per la cronaca:
in ambienti accademici ‘postmoderni’ la famiglia Torlonia figura - checchè se ne dica al Fucino come i proprietari che meglio d’ogni altri curavano le proprietà19.
Tra XIX e XX sec. in Italia, ai Colli Albani e a Marino dopo s’ciavandè, cafoni e bifolchi,
c’erano i contadini. Oltre a braccia e prole, i contadini possedevano un fazzoletto di terra che gli
consentiva di avere un orto, un pollaio, qualche mulo o maiale. Il che faceva la differenza, per
esempio: vendevano capelli e spesso trattenevano i figli. Ma tenevano d’occhio le galline, che se
16
Antonio Gramsci, OPERAI E CONTADINI, in ‘L’Ordine Nuovo’ 3 gennaio 1920;
17
il 3 gennaio 1894 il governo Crispi decreta lo stato d’assedio in Sicilia e la vitalità dei 177 ‘Fasci dei lavoratori’
insorti sull’isola fu drammaticamente repressa, in Francesco Renda, I FASCI SICILIANI 1892-1894, Einaudi 1977;
18
Paul Ginsborg, STORIA D’ITALIA DAL DOPOGUERRA A OGGI. Società e politica 1943-1988, Einaudi 1989, pag. 169 e 170.
Uccisi furono il socialista Antonio Bernardicurti e l’anarco-sindacalista Agostino Paris;
19
Daniela Felisini, …TRASFORMAZIONI ECONOMICHE NELL’AREA DI TOR VEGATA FRA ‘800 E ‘900, 2001, pag. 374;
8
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una covava nel campo del vicino erano guai, per un uovo erano capaci di liti furibonde. Questa era
la famiglia contadina tipica ai Colli nei primi del 1900…
“erano molto numerose, anche di quindici figli … in generale le abitazioni erano formate da una
camera e cucina, vi era molta promiscuità. Raramente ripulite, affumicate dal camino non sempre
efficiente … Le malattie più diffuse erano tifo, tubercolosi e vaiolo ... La campagna era piena di
paludi dove si riproduceva la zanzara ‘anofel’ che trasmetteva la malaria spesso mortale … I
bambini venivano spesso lasciati incustoditi perché i genitori dovevano lavorare in campagna e si
alzavano da letto alle due. La donna si doveva alzare sempre prima perché doveva preparare
l’occorrente per i figli per tutto il giorno e portarli da qualche parente o conoscente che pensasse
di portarli a scuola. La vita della donna in quei tempi, s’intende di quelle povere, era una vera
schiavitù, anzi doppia schiava, prima della società e poi dell’uomo; per essa i diritti erano nulli e i
doveri tanti. Le femmine erano completamente analfabete, non frequentavano le elementari, i
maschi ci andavano fino al terzo anno. Alle donne non era permesso votare alle elezioni ne di
essere candidate. Giuseppe Mazzini parlò di donne come angeli della casa ma si riferiva a quelle
del suo ceto. Tra i contadini erano schiave, lavoravano nei campi, accudivano la casa e all’uomo
dovevano mettere al mondo la prole. L’uomo disponeva di figlie e figli a suo piacimento, con altri
uomini decideva pure i matrimoni. Se non vi era il consenso del padre non vi era matrimonio dei
20
figli. Ameno che non scappavano”
…a Marino “facevino saccu” = facevano sacco; dal fatto che gli innamorati fuggivano col poco
occorrente che riuscivano a portarsi in un sacco.
L’uomo aveva facoltà di poter cambiare idea. I patriarchi avvolgevano il ‘disonorante’ col
velo protettore del familismo amorale21. La ‘disonorata’ veniva semplicemente abbandonata a se
stessa e se pure incinta, le cosche domestiche rincaravano la dose di ogni colpa con l’esclusione
dalla sfera affettiva e parentale. La ‘ragazza madre’ localmente diventava un residuo sociale.
Le ‘ragazze madri’ furono orrendamente perseguitate...
“la ragazza che ‘inciampava’ perdeva ogni reputazione … i parroci infierivano, nelle prediche
indicavano le ‘pecorelle smarrite’ per nome e cognome … padri e madri le ignoravano
a Marino ‘e gniurevino’ cioè le ignoravano, le appartavano…
o trovava un vedovo che se la teneva oppure emigrava, andava via, non pochi furono i casi di
suicidio … quando arrivavano in città la sistemazione migliore era da ‘servente’ … Anche le
donne ‘gia fatte’
cioè la donna nubile che a Marino ancora chiamano ‘a zzitellona’…
così come ‘le ragazze che sbagliavano’ che ‘cadevano’, uscite dall’isolamento della campagna
22
avevano la prostituzione come alternativa facile ”
20
Salvatore Capogrossi, STORIA DI ANTAGONISMO E RESISTENZA, Odradek 1996, pag.10, 11 e 12;
21
specie primordiale di mafia casalinga consistente nel vincolo di conservazione e favoreggiamento riservato ai soli
parenti di primo grado, estendibile solo per pianificazione delle parentele cui provvedono i patriarchi, o con matrimoni
combinati o per comparaggio cioè la nomina di un membro esterno alla famiglia a padrino di un figlio, entrambi sanciti
in chiesa durante sposalizzi, battesimi e prime comunioni. Meglio approfondita da sociologi e antropologi moderni e
contemporanei, evoluzioni del familismo amorale sarebbe oggi alla base di cordate e caste interne ai partiti politici ed
alle organizzazioni criminali per mafie, n’drine, cosche...;
22
Nuto Revelli, IL MONDO DEI VINTI, Einaudi 1977, pag. 22;
9
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Oggi accade anche di peggio ma in quegli anni la storia emblematica di una ‘ragazza madre’ era la
variante di tante.
Maria Farrar una tra queste… ancora minorenne viene ‘scartata’ poiché incinta. Fugge dalla
sua famiglia ed arriva nella città tedesca di Meissen dove lavora come lavapiatti, ma la pancia
cresce, la nasconde ma cresce e se la scoprono son guai: la licenziano! Tenta di abortire iniettandosi
più volte polvere di pepe sciolta nel petrolio da lume ma oltre ai dolori lancinanti Maria non rigetta
nulla, il feto è sempre la, nella pancia che cresce. Partorirà nella latrina comune, quella accanto
dove ci nevica dentro.
Ma voi di grazia non vogliate sdegnarvi…
Tornano nella gelida stanza e il bebè, appena sbucato dal caldo ventre, naturalmente piange.
Maria è nervosa, sporca, sola, c’è sangue dappertutto, non sa’ cosa fare, neanche portarselo al seno
che magari ha il latte e… e in quel panico lo sbatacchia fino ad ucciderlo. La trovano incosciente
nel letto lercio abbracciata al piccolo cadavere. Arrestata per infanticidio in poco tempo Maria,
prima impazzisce poi muore, nel carcere di Meissen.
…Ma voi di grazia non vogliate sdegnarvi: ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri...
23
Contadini e bifolchi erano bestiali, simili per crudeltà, analfabetismo, autogestione medica, e
duro lavoro nei campi e nelle poche vigne dei grandi proprietari. E già, poche vigne: fino a tutto il
primo ventennio del Novecento, sul mercato romano, Rocca di Papa e Rocca Priora erano famose
per la legna, Nemi per i fichi, Albano per ortaggi e patate, Frascati nota per le mandorle, Marino per
il carciofo, chiamato “carciòfola dallo Spagnolo alcachofa”24. La popolazione nella nuova capitale
cresceva di anno in anno e con essa il consumo di prodotti ortofrutticoli, fu così che ne arrivarono a
basso costo da Ciociaria e Campania. I proprietari ai Colli si adeguarono soppiantando
gradualmente le colture tradizionali con olivi e soprattutto viti.
Anche la ‘secolare tradizione vitivinicola’ risiede in quella cornucopia di leggende a cui
singoli e gruppi attingono per sentirsi ‘popolazione’ culturalmente dotata e, così messi, capita
spesso che per ‘storia’ acquisita molti sostengono elementi di innocuo folclore e capricci di
geopolitica maccheronica, a cominciare dai ‘nomi di luogo’ come ad esempio ‘Castelli Romani’ o
‘Lazio’25.
Nei paesi ai Colli furono pochi i bifolchi e i contadini che elevarono la propria esistenza in
artigiani, quindi: bottai, fabbri, falegnami, qualche ciabattino… a Marino la presenza di cave non
andò mai oltre la formazione di un centinaio di scalpellini26. Estraevano peperino a suon di
‘mazzetta e scalpello’, e quel lontano tintinnio, ogni giorno, dalle pareti scavate delle cave
rimbalzava in paese, si infilava nei vicoli, entrava nelle case, era nell’aria. Chi a Marino è cresciuto
ascoltando quel tintinnio, non lo ha dimenticato.
23
Della infanticida Maria Farrar (Von der Kindersmorderin Maria Farrar) dal LIBRO DI DEVOZIONI DOMESTICHE di
Bertolt Brecht (Berlino 1927), in BRECHT, UN’ANTOLOGIA DELLE OPERE a cura di Roberto Fertonani, (Einaudi 1951)
Mondadori 1971, pag. 35 e 244/249;
24
Ugo R. Gualazzini, VECCHIO LAZIO: I VOCABOLI DELLE PRATICHE COLTURALI, Q. n.14 – Regione Lazio 2008;
25
‘Castelli Romani’ adottato da li stornelli del sor Mariano, in Geografia sappiamo essere ‘Colli Albani’. Lazio, da
Latium: già vagamente usato dai Romani, scompare per decine di secoli, riaffiora in ‘olim Latium’, forma erudita per
l’Atlante di Magini (1620). S’eclissa ancora e ricompare col fascismo che vuol dare una ‘regione’ alla capitale, il prof.
Roberto Almagià (geografo dei Lincei) lo ritenne “avvenimento convenzionale e arbitrario” in ATLANTE E SCENARI DEL
LAZIO METROPOLITANO, DICOTER/UNI-ROMATRE/CENSIS/MIN.INFRASTRUTTURE/REG.LAZIO, 2009, pag. 23;
26
in una foto ricordo (UNA STORIA IN COMUNE, pag. 41) di fine ‘800 se ne contano 156;
10
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A Marino c’erano tanti vangatori, migliaia di bifolchi vangatori. Io non ho mai posseduto una
vanga però, sostanzialmente, sento di appartenere a quei bifolchi. Sento forte e chiara una certa
discendenza bifolca che …mi affascina.
Un giorno27 mio padre, che è del ’35, mi introduce ad un suo amico, Giuseppe B., nasce a
Marino nel 1928. Le ingiurie degli anni sono ben visibili sul volto e nel corpo ma Giuseppe ha la
tempra del grande resistente. A dieci anni, come tanti altri coetanei, andava con suo padre nei campi
e nelle vigne per imparare osservandolo mentre vangava terra altrui. A tredici, anche Giuseppe
cominciò ad andare a lavorare ‘a giornata’. Oggi ha ottantasei anni, parliamo in dialetto, Giuseppe
ricorda...
io di quei tempi ero piccino ma già andavo a
vangare con mio padre, ero un ragazzino di
tredici, quattordici anni, fatti conto che noi altri
vangatori ci mettevamo ad aspettare per dietro
il Comune proprio lì di fronte dove ora sta’ il
terrazzone! Verso le 5 arrivavano i caporali e
pure qualche padrone di quelli piccoli che i
grossi mandavano i caporali… insomma
arrivavano i caporali e ci sceglievano a coppie
…una coppia …due coppie …sei …dieci…
quelle che gli servivano. Poi dopo che ci
avevano scelti, a piedi, con un pezzo di pane in
una tasca e una bottiglia di acqua nell’altra, ci
avviavamo per campi o vigne a vangare fino a
quando ci si vedeva [= faceva buio] E questo
mi durò fino agli anni cinquanta quando
aprirono tanti cantieri a Roma e andai [a
lavorare] lì come apprendista-edile
“Io dell’i tembi ero ciucu maggià ijavo a
vvangà co parimu, ero mmuniellu de tredici,
quattordici anni, fatte condu che nojatri
vangatori se mettessimo aaspettà pe dereto u
commune propo lla de fronde ndo mo staria u
terazzò! Verzo e 5 rrivevino i caporali e pure ca
padrò de quilli piccheli che i grossi mannevino i
caporali… nzomma rrivevino i caporali e ce
sceijevino a coppia …na coppia …do coppie
…sei ...ghieci… quelle che ce servevino. Po’
dòppo che cerino scetu, a ppiedi, co na stozza
de pà a na saccoccia e na boccia d’acqua
nell’atra, se vviessimo pe cambi o pe vigne a
vangà finende che ci se vedeva. E quesso me
durò finende all’anni cinguanda quann’oprinno
nzaccu de candieri pe Roma e itte llà comme
mezza-cucchiara”
Giuseppe parla della propria esperienza lavorativa di ‘vangatore’ iniziata nel 1940. Ed era
esattamente quello che accadeva sessanta anni prima: nel 1882 il Sindaco di Marino, Sigismondo
Zelinotti, firmava addirittura un’ordinanza, tanti erano, affinché i “…braccianti agricoli in attesa di
ingaggio, radunati in Piazza del Plebiscito, si spostino in Piazza del Vecchio Macello… 28”
Nel 1871 sul colle entro le mura Marino centro aveva 5.874 abitanti, fuori a Borgo Garibaldi
348 ; appena 300 abitanti tra Frattocchie e Due Santi, territorio che risale la collina, quindi meno
stagnante delle selvagge zone pianeggianti a tratti paludose e malariche dove, ai rari ‘casali
padronali’ in cui stavano guardiani e pochi intimi, corrispondevano sparse migliaia di capannelle
dei bifolchi. La palude ad est arrivava fin dentro i resti di Gabii. E poi a ovest, dove le risacche del
mare spargevano pozze salmastre per tutto l’entroterra costiero fin su a nord, di là da Ostia antica.
Incontrando a sud l’altra palude, quella Pontina. Area vasta dell’Agro dove quarant’anni di
bonifiche lasciarono il passo alla conquista…
29
Il primo regio decreto che inviò migliaia di bifolchi vangatori ai primi lavori di bonifica della
campagna romana è del 1878. Se ne contano sette fino al 191930. Invece ci volle un altro mezzo
27
07 agosto 2014, Marino, piazza S. Barnaba h. 18.00;
28
Rufo-Fanasca-Rufo, UNA STORIA IN COMUNE, Città di Marino 2010, pag. 42;
29
UNA STORIA IN COMUNE, pag. 16;
30
Antonio Parisella e Susanna Passigli, ANTOLOGIA DELL’AGRO ROMANO (5 volumi) Regione Lazio 2009, anche in
AAVV, CAUSE ED EFFETTI DELLE PRINCIPALI TRASFORMAZIONI NEL PAESAGGIO DELLA CAMPAGNA ROMANA, 2001, pag. 130;
11
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secolo per contenere la malaria, mai debellata. Al chinino seguì, in era moderna, il massiccio uso di
pesticidi come il DDT, meglio noto come fonte ‘planetaria’ di cancro agli umani31. A Marino, forse
ai Colli, quello del 1986 potrebbe essere l’ultimo caso accertato di malaria. Nel 1996, ancora tre
milioni di persone al mondo ne morivano32 ecc. ecc.
Per quarant’anni i bifolchi lavorarono assieme ad altri migranti loro simili. Un migliaio tra
donne e uomini s’ciavandè fatti arrivare dal ravennate. Già organizzati in cooperative, i maschi
prestatori d’opera erano noti come scariolanti. I primi cooperanti arrivarono nel 1884 “partirono al
suono della banda musicale, appena arrivati a Roma rimasero per molte ore chiusi sui treni”
qualcuno sparse la voce che si trattava di mangiapreti “sovversivi e accoltellatori”33. Risolto questo
primo problema d’accoglienza andarono con i bifolchi a bonificare l’Agro. Molti si ammalarono e
da tisici furono appartati o morirono ma chi rimaneva in piedi, vangava, scarriolava, lavorava sodo.
Gli uffici del nuovo regno a Roma aprirono il 31 luglio 1871, nella neo-capitale si insediarono
anche tante banche torinesi e milanesi ma pure francesi, tedesche, inglesi e americane. Da Torino si
trasferisce la Società Generale Immobiliare (SGI), che dal 1880 a Roma sarà protagonista assoluta
dell’edificare dentro e fuori le mura. Mentre decine di migliaia di bifolchi e s’ciavandè, vangavano
e scarriolavano; una dozzina tra prelati, banchieri, latifondisti e regnanti d’Italia preparavano la
“colonizzazione della campagna romana” …nei decreti di bonifica è scritto proprio così, come
prima fu per indie, americhe ed altre schiavitù.
È l’era di Francesco Pacelli ...l’avvocato del papa.
Francesco prende il clero ‘oscurantista-medievale’ e lo rende moderno ma così moderno che dal
1880 a Roma, senza il Vaticano non si muove un capello, cioè come prima più di prima. Con una
serie di investimenti neanche enormi quanto mirati, entra nei consigli di amministrazione di Banco
di Roma, Banco di S. Spirito, Cassa di Risparmio, Italgas, Condotte (poi Acea), Italcementi, Sip,
Breda, Dalmine, Società Elettrica (poi Enel), Società Agricola lombarda e della SGI (che poi farà
completamente sua34). Qua e la introduce una serie di nipoti, ovviamente uno nel Consiglio
comunale di Roma. Dal 1880 al 1900 Roma raddoppia da 200 a 400mila residenti.
La SGI a Roma (come vedremo) per autostrade e ferrovie in Italia, apre molti cantieri, tanti,
impossibile contarli. E alla manodopera chi altri se non i bifolchi? Nel settore edilizio troveranno la
loro dimensione moderna di manovali, mezze-cucchiare, muratori e carpentieri. Non moriranno più
di malaria ma dieci volte tanto volando da impalcature e scale, conficcati da ferri, sotto carri, massi
e frane, rosi dalla calce ecc. Molti salvarono la pelle da storpi e ciecati, così che i bifolchi edili
evolvono pure in tanti invalidi. I dati sono impressionanti35, tra i motivi che portarono al grande e
31
Rachel Carson, Silent Spring (Primavera Silenziosa) Boston 1962, in Dario Paccino, L’IMBROGLIO ECOLOGICO.
Einaudi 1972, pag. 161;
L’IDEOLOGIA DELLA NATURA,
32
Pierre Druilhe (Ist. Pasteur Parigi) CHI SI RICORDA DELLA MALARIA? in LA RICERCA INFINITA, Indice Internazionale
2/1997 pag. 143;
33
LA BONIFICA DEI RAVENNATI in V.
Emiliani, P. Coscetta, IL RISCATTO DELL’AGRO, Ed. Minerva 2009, pag. 80/83;
34
Società Generale Immobiliare (poi SOGENE), attiva a Roma per un secolo fino al 1987, chiude per l’arresto di Sindona
suo presidente, in affari già dal 1958 col vescovo Marcinkus capo dello IOR; con Calvi del Banco Ambrosiano, e con la
banda della Magliana… Sindona muore in ‘regime di massima sicurezza’ bevendo un caffè al cianuro, Calvi impiccato
a Londra tra ‘i frati neri’; mentre l’avv. Ambrosoli indaga muore con una pallottola tra gli occhi e il capo della banda
della Magliana pure, mentre faceva shopping, poi tumulato assieme ai santi;
35
nei venti anni che vanno dalla ‘ricostruzione’ (1950/60 circa) al ‘boom economico’ (60/70 c.) in Italia si attesta la
media di 2milioni di infortuni e 4mila morti ‘l’anno’ sul lavoro, LA STAMPA 15 sett. 1971 in Dario Paccino, L’IMBROGLIO
ECOLOGICO. L’IDEOLOGIA DELLA NATURA, Einaudi 1972, pag.120;
12
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violento sciopero generale a Roma del primo maggio 1891, organizzato dagli anarcosindacalisti di
Comunardo Braccialarghe e Amilcare Cipriani.
L’avvocato del papa lo ritroviamo poi ai tavoli dei Patti Lateranensi, quello ufficioso
nell’accogliente Villa ‘Torlonia’, quello ufficiale in S. Giovanni, dove, con Mussolini siglano i
Patti. In sintesi: d’ora in poi la chiesa cattolica è verbo nazionale; cattivoni sono bakuniani e
marxisti che mangiano bambini; la Santa Chiesa deve fare le opere pie urbanistiche che gli pare e
piace, il Vaticano non si espropria più e non paga tasse in aeternum …e a te Benì, te famo fa
r’Duce!
Così l’avvocato del papa andò dritto per la sua strada, la SGI colonizza in ogni dove, per
Roma capitale costruisce una dozzina tra quartieri eleganti (manco a dillo, EUR fascista compreso)
e sobri per il sorgere del ‘terziario’. Nel 1931 Roma tocca i 900mila abitanti, sei anni dopo sono un
milione e 155mila36. La nuova Capitale attirava gente e a frotte arrivava da tutta Italia.
I bifolchi edili comunque lavorano, volano ma lavorano sodo. Molti, anche dai Colli Albani,
diventano pure ‘pendolari’. Ed assieme a quelli del vecchio Suburbio e Urbe lavorano con la
speranza che a breve costruiranno finanche i loro alloggi che invece non arrivano. Qualche casa
popolare spunta solo dopo la IIa guerra37. Per cui improvvisarono qua e la dimore, cioè baracche.
Dalle paludi ai cantieri, dalle capannelle alle baracche, dove a Roma resteranno a lungo.
Il fenomeno dei baraccati sboccia nei primi del XX sec., stimati in 45mila nel 192038. Nel
febbraio 1928 sulla raffinata rivista romana Capitolium si leggeva…
“l’origine del baraccamento può dirsi che derivi da questo afflusso di persone dalla campagna
romana che, desiderando di abbandonare il lavoro della terra … seguono la propria tendenza
naturale che li guida a costruirsi nella libertà della campagna una casetta … arrivano in città
restando legate alle proprie abitudini rurali”
Non c’è ombra di dubbio: erano bifolchi! E aumentano… l’ufficio statistiche del Comune di
Roma nel 1957 rileva che “nelle baracche vivono almeno in 150.000 (altre stime raddoppiano)
senza strade, fognature e servizi igienici”. Gente inurbanizzata, nella città non doveva essere lì e
che invece ci stava.
.
Immigrati da tutt’Italia, s’ciavandè, cafoni e bifolchi assieme a sfollati della IIa guerra, si
mescolarono in una strepitosa creolizzazione, un intrinseco meticciato senza precedenti da far
sbavare la più forbita sociologia postmoderna. All’epoca sbavarono i drammaturghi, a qualche
bifolco fecero interpretare se stesso e divenne famoso, anche premiato39. Nella cinematografia
realista, nel ruolo del ‘bifolco creolizzato metropolitano’, si cimentarono molti professionisti anche
hollywoodiani, ma le migliori performance rimangono quelle dei bifolchi reali…
36
URBE, SUBURBIO E AGRO 2004,
pag.171;
37
tra 1948 e ’50 a Roma si registrarono 29mila richieste di casa di cui 1511 accolte (Ginsborg, cit. pag.252) Gli enti
furono INACASA dal ‘50, GESCAL dal ‘63, IACP ‘71;
38
IL PROBLEMA EDILIZIO, a cura dell’Ufficio municipale del lavoro del Comune di Roma, 1920,
ATTI DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SULLA MISERIA 15vol. Milano-Roma 1953;
39
i dati peggiorano negli
tra i tanti: Accattone di Pier Paolo Pasolini con F. Citti, Franca Pasut, Silvana Cusini, Paola Guidi, Adriana Asti, Elsa
Morante, it/120’ Arcofilm 1961 in DIZIONARIO DEL CINEMA ITALIANO, Ed. Riuniti 1995, pag. 3;
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Nonostante certa ‘popolarità’ il bifolco non andò mai di moda, alle cronache non risulta il
sorgere di club dei bifolchi come fu per le sottoculture metropolitane. Per quelle bastava
accessoriarsi allo scopo ed era fatta, potevi diventare mood o beat anziché rock o freak ma bifolchi
assolutamente no! Bifolchi si nasceva punto e basta. Più tardi, forse, vagamente e accidentalmente,
ci sono andati vicino i punkbestia.
Un grande laboratorio sociale di affamati si attestava ovunque. Lo schiudersi di tante microcomunità gergali tardomedievali, sparse nelle campagne italiane dell’800, riversò una classe di
dannati che, già dagli inizi del ‘900, iniziò ad appestare le grandi città da aspiranti locatari. Roma e
provincia avevano catapecchie dentro e fuori le mura…
in 28 accantonamenti, 24 borghetti, 356 nuclei, anche a venti e più chilometri dal
Campidoglio, fino ai piedi dei Castelli Romani, a Finocchio, a Gregna, a Santa Maria
delle Mole40
Un arcipelago di non-luoghi generava dissociazione urbana, ogni ‘baraccato’ avrebbe fatto
volentieri a meno dell’altro e invece la sorte li obbligò in quel vicinato illecito, spasmodico e dalle
dubbie attività antropiche.
.
Le parole che seguono sono di un bambino di famiglia povera, emigrata sul finire dei ’20 in cerca di
fortuna a Roma:
Noi, bambini senza ricchezza e senza benessere, già nell’infanzia avemmo dei legami,
avemmo una comunità d’interessi con molti che dividevano la nostra sorte di poveri … le
nostre risse furono legami, furono espressioni della società trascurata che si difende creando
una vita collettiva … una comunità di vita che può anche essere il preludio alla morale di una
vita civile.41
…ecco appunto: che può!? Esistenze probabili intrattenevano rapporti incerti...
Un retroterra umano variabile, dinamico e instabile, sempre tormentato da certo autolesionismo
di classe, capace di schifezze e prepotenze inenarrabili. Nonostante ciò, la spuria cittadinanza delle
baraccopoli si salvò, coesistette, a volte si impose e per quella miserabile condizione qualcuno
divenne pure famoso.
I bifolchi, ma pure cafoni e s’ciavandè, oriundi o meticci, ormai consci dell’origine delle
proprie disgrazie, rioccupano, non più terre ma case. E giù sgomberi violenti della polizia,
deportazioni, manganellate, sparatorie, denunce, arresti e morti ammazzati. Tuttavia, ad onor del
vero, va detto: riescono a togliersi qualche soddisfazione. In più casi e in la negli anni, da
autorganizzati vinceranno molte battaglie, nei primi quartieri proletari della periferia romana e pure
ai Colli: Marino, Frascati, Ciampino…
Tra 1880 e 1920 ai Colli Albani, come in Italia e in Europa, si mise in luce una nuova classe
politica di anarchici, repubblicani e socialisti che, specie nei centri abitati, raccolsero il consenso di
buona parte della popolazione. E non dovettero faticare gran che per convincere una popolazione
40
Italo Insolera, ROMA MODERNA. Da Napoleone I al XXI secolo, Einaudi 2011, da pag. 115 a 118 poi da 209 a 213 ecc.,
sono riportati dati da cui è possibile ricavare una mappa del fenomeno delle baraccopoli a Roma del XX sec.;
41
Guglielmo Petroni, IL MONDO È UNA PRIGIONE, Feltrinelli 2005, pag. 38;
14
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ancora sostanzialmente semplice ma consapevole del brutale sfruttamento subito e per questo ostile
alle élite di clero e nobiltà.
In tutti i Colli si ricorda un certo dinamismo politico, a Marino il 6 giugno 1875 e lo stesso
anno a Frascati, Velletri, Albano e Ariccia passò a far comizi Garibaldi accolto fraternamente. Nel
1896 i socialisti svolsero a Marino il Congresso regionale. Cinque su dieci circoli provenivano dai
Colli. Ed è possibile vi abbia partecipato anche il prof. Antonio Labriola. In quegli anni docente di
Filosofia della storia alla Sapienza di Roma, in contatto epistolare con i colleghi dei ‘comitati di
corrispondenza’ della IIa Internazionale e particolarmente attivo politicamente: si contano più di
200 suoi interventi nei comizi. Tra vangatori e scariolanti, all’epoca, disponeva a Roma di un
esercito di dannati da redimere, che invece ignorò per la ‘classe operaia’ in quanto tale. Per trovarla
dovette recarsi nelle acciaierie di Terni. Ovunque portava volantini e opuscoli suoi. Articoli e libri
gli furono tradotti in Europa. E proprio ai Colli si ritirava per lavorare, il ‘postscriptum all’edizione
francese’ del suo La concezione materialistica della storia lo scrisse a Frascati il 10 settembre
189842. L’unico ‘socialista’ all’epoca e tra i pochissimi italiani di sempre ad aver letto le opere di
Karl Marx e già questo, di per se, ancor prima di eventuali meriti, rende il Labriola un’intellettuale
insolito.
La penombra tardo-oscurantista-clericale diradava su un’Italia fatta sulla carta, almeno quella
geografica. Bisognava ‘unire’ un popolo oppresso, schiavizzato e trattenuto in tante micro-comunità
gergali dalle abitudini retrive. Gli unici ritagli di socialità per bifolchi e contadini erano le veglie.
Incontri notturni al buio delle stalle padronali dove, lo stesso lume millenario traeva medesimi volti
inattivi al mormorio dai rosari oppure angosciati per tramandi di streghe e satanassi. Con qualche
secolo di ritardo, tesero le teste da quel torpore e finalmente s’accorsero della barbarie in cui
vivevano, un dato su tutti: attorno al 1900 nel Regno d’Italia una media di 8 persone su 10 era
analfabeta. Quanto meno presero a sperare in un cambiamento anche imminente che migliorasse le
proprie condizioni di vita e quegli animi innocenti accesero aspettative. Nacquero alcune
corporazione dei lavoratori ai Colli ma a nulla valsero in termini di riscatto sociale. I numeri di
coloro che aderirono delineano il carattere residuale e piuttosto breve di iniziative come
la Società operaia cattolica tuscolana a Frascati nel 1871 con 350 iscritti; a Genzano la
Società agricola di mutuo soccorso per 112 iscritti nel 1873; 45 soci li ebbe la Cattolica
mutuo soccorso del 1879 a Rocca di Papa, 11 soci a Velletri con la Società Agricola
Veliterna, a Marino l’Operaia mutuo soccorso arti miste arrivò a 362 iscritti; nel 1882 ad
Albano la Società operaia di mutuo soccorso con 133 soci. “Nel Lazio tra il 1888 e il 1904,
con la compiacenza di Giunte arbitrali e tribunali e con il pagamento di indennizzi irrisori
furono sottratti, a popolazioni drammaticamente bisognose, diritti di semina, di pascolo o di
43
taglio nelle zone boschive su oltre 70.000 ettari di terreno”.
Nessuno intendeva concedere alcunché ai bifolchi.
La grande lezione del movimento contadino siciliano dilagò in Italia con la nascita delle
leghe44. La prima ai Colli è del 1892 fondata a Genzano. Nel 1902 a Marino. L’8 maggio 1898 si
radunarono a Genzano molti braccianti giunti da Ariccia, Albano, Marino e Frascati per decidere
quali iniziative adottare contro il prezzo del pane e le condizioni di miseria in cui vivevano a causa
degli atteggiamenti di grandi proprietari e commercianti. Un concentramento sul quale intervenne
l’esercito che procurò l’uccisione “di due genzanesi, Pace e Tempesta, e all’arresto di un centinaio
42
Antonio Labriola, LA CONCEZIONE MATERIALISTICA DELLA STORIA, Laterza 1965, pag. 291;
43
Ugo Mancini LE POPOLAZIOMI DEI CASTELLI ROMANI, 2009;
44
per il ‘mondo contadino’ gli autori: N. Revelli, F. Renda, Renzo Del Carria, per la storia locale Crainz, Caracciolo,
Parisella, Gualazzini, Capogrossi, ecc. Nella narrativa: C. Levi, I. Silone, anche Grazia Deledda ecc;
15
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di contadini, che vennero condannati da due a quattro anni di carcere e molti altri furono costretti
alla latitanza e all’esilio45”.
Nonostante la dura repressione si diffuse un forte senso solidaristico di classe e un motto
esemplare: uniti la lotta paga! Nacquero gruppi, circoli, comitati e sedi squisitamente politiche e,
soprattutto, popolari. Nelle piazze si moltiplicavano manifesti e scritte murali. I giornali, non più
esclusiva dei salotti borghesi o cattolici presero a circolare nei luoghi di lavoro, nelle strade,
entrarono nelle case e nelle veglie dove qualcuno, spesso bambini, leggeva ad alta voce e poi tutti si
discuteva.
Tra i primi strumenti di informazione diffusi ai Colli, per importanza e longevità, spicca il
settimanale ‘L’Avvenire del Lazio/Gazzetta Latina’ stampato ad Ariccia. Una testata democratica
attiva tra 1875 e 1914, ben quaranta anni di regolare vita editoriale. Fondatore del giornale è il
repubblicano Ubaldo Mancini. Altra testata importante fu ‘L’Eco del Tuscolo’ poi ‘Genio del
Lazio’. Attorno alle redazioni di questi giornali e all’ottimo animatore Mancini, si uniscono
personaggi di Frascati, Albano, Ariccia, Genzano e Marino46.
Anche ideologicamente diversi; libertari, sovversivi, repubblicani, socialisti, ex cospiratori,
garibaldini, disertori, agitatori ecc. Una ‘fauna’ ben fornita da cui prese le mosse una classe politica
che dalle redazioni extra-urbane e locali, li ritroviamo eletti in vari consigli comunali. A partire
dagli anni ’90 anche sindaci dell’Estrema, come lo stesso Mancini ad Ariccia, Sabatini (socialista)
ad Albano e il nostro Marco Bellucci (repubblicano) a Marino.
Marco Bellucci (1858-192947) fu persona capace, intraprendente e piuttosto amata dai marinesi.
Eletto prima consigliere comunale, divenne sindaco nel 1889 e, con pause anche commissariate, lo
sarà fino al 1923. Il sindaco Bellucci negozierà con le aziende romane che porteranno in paese
innovazioni tecnologiche ragguardevoli quali: elettrificazione urbana, telegrafo e telefono, tranvia e
ferrovia. La forza-lavoro, cioè i bifolchi, era assorbita in minima parte dalle attività estrattive, al
peperino si aggiunse lava basaltica e pozzolanica48.
Nell’economia locale e dei Colli, prevarrà la produzione di vino orientata, purtroppo, sulla
quantità consumata dal crescente mercato romano. L’agricoltura è il settore prevalente e Marino,
benché in sostituzione lumi con lampade e muli col tram, sostanzialmente rimane un paese di
bifolchi vangatori e neanche tanto cultori di uvaggi, quanto piuttosto inclini all’etilico solfato.
.
Sul versante politico maturano tanti gruppi e associazioni di chiara matrice repubblicana e
anarchica, uniti da una parola d’ordine forte e chiara: guerra ai preti!!49, visti come difensori
dell’ordine tradizionale di possidenti e nobili. Ad acerbare gli animi ai Colli, ancor prima delle
teorie, contribuì un fatto accertato e diffuso nell’opinione pubblica dai giornali locali, accadde a
Genzano dove per anni il monsignor Antonio Cipressi fu complice dei proprietari terrieri nel
suonare in ritardo l’«Ave Maria» per allungare la giornata lavorativa degli ignari contadini 50 …i
preti erano anche ‘sta roba qua! L’oppressione sistematica di clero e possidenti si manifesta anche
45
Salvatore Capogrossi, STORIA DI ANTAGONISMO E RESISTENZA, Odradek 1996, pag.3;
46
Tommaso Petrucciani, POLITICIZZAZIONE E IDENTITÀ COMUNITARIA NEL LAZIO (1870-1913), 2006, pag. 11/12;
47
Rufo-Fanasca-Rufo, UNA STORIA IN COMUNE, Città di Marino 2010, pag. 66/223;
48
UNA STORIA IN COMUNE 2010,
49
UNA STORIA IN COMUNE 2010, pag. 86;
50
Ugo Mancini LE POPOLAZIOMI DEI CASTELLI ROMANI, 2009;
pag. 170;
16
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per sotterfugi e angherie. Ma è proprio il tessuto sociale di Genzano che risulta particolarmente
vivace, animato da notevole sensibilità politica, si distingue anche per un certo approccio di genere:
…nel novembre 1914 ai Colli si registrò un'altra impennata delle lotte sindacali, protagoniste
furono le donne raccoglitrici di olive licenziate dai padroni perché al loro posto assumevano
forestieri, chiamati “giubbotti”, a paga inferiore. Centinaia di donne genzanesi sbarrarono le
strade di accesso agli uliveti, si incatenarono prendendosi sottobraccio e non fecero passare
nessuno. Arrivarono i carabinieri che iniziarono a colpirle con i calci dei fucili, a quel punto dai
curiosi radunati per vedere cosa accadeva partì una sassaiola al grido di ‘venduti’ e i carabinieri
spararono in aria. Le adunate furono disperse e tra le donne condotte in caserma due furono
arrestate perché ritenute le dirigenti: Celeste Massa e Olga Amici …nel 1919 a Genzano viene
51
fondato il Circolo femminile Rosa Luxemburg...
In questi anni ai Colli, alla lotta contro i lunghi orari di lavoro, per migliori condizioni
salariali e di vita, si affiancarono quelle delle occupazioni di edifici per i senza casa e contro gli
sfratti. Azioni simili si ripeteranno ai Colli immediatamente dopo la IIa guerra.52
Il 5 settembre in un convegno provinciale ed il 9 settembre in un convegno dei Castelli
Romani i contadini sollecitano l'inizio di nuove invasioni. Sempre il Caracciolo afferma:
“La zona dei Castelli Romani è tormentatissima. Occupazioni avvengono nei territori dei
comuni di Albano, Ariccia, Castelgandolfo, Genzano, Grottaferrata, Marino,
Montecompatri, Monteporzio, per un totale di 4-5000 contadini coivolti”53
..
Nel 1907, dopo 37 anni di sindaci e consigli comunali ad appannaggio di clero e nobiltà, il
‘Blocco popolare’ di socialisti, repubblicani e radicali, porta a fare il sindaco di Roma uno come
Nathan54.
Mentre il Blocco funzionò in tutta Italia, a Marino fu praticamente impossibile, tante e tali
furono le ostilità e proprio tra repubblicani e anarchici verso socialisti. Quest’ultimi accusati dagli
altri di subordinazione all’antico potere locale di latifondisti e preti.
Marco Bellucci, repubblicani e anarchici marinesi, avevano torto?
51
Salvatore Capogrossi, STORIA DI ANTAGONISMO E RESISTENZA, Odradek 1996, pag.19 e 34;
52
poi riapparse ai Colli Albani tra i ’70 e ’80 del secolo scorso a Ciampino, Marino e Frascati, sostenuti da una rete di
collettivi operai/studenti e intellettuali, fondata su 1.antifascismo, 2.antisessismo e 3.antirazzismo. Sperimentarono la
riappropriazione del reddito con l’autoriduzione prima delle tariffe dei trasporti, poi delle bollette ENEL, quest’ultime
particolarmente diffuse nei comprensori IACP a Pomezia e Marino, coordinate in Italia nel più diffuso movimento
antagonista. Alle occupazioni di case, in ‘sintonia nazionale’ a certe tendenze movimentiste dell’epoca, seguì (fine ’80)
quelle dei centri sociali occupati autogestiti. A Marino fu l’ipò in seno al quale nacque l’associazione Vincenzo
Cimmino, a Frascati fu occupato l’asilo e ad Aprilia prima l’ass. cult. il picchio rosso poi il csoa Camarillo brillo.
Autentica democrazia diretta che oggi perdura nell’ipo la cui assemblea di gestione (ogni merc. h21.30 anche 22)
rimane l’unico organo decisionale praticabile a chiunque purché anti1.2&3. Sono nei Consultori cittadini, tra i
promotori di lotte contro la costruzione di inceneritori ai Colli ed altre speculazioni edilizie, sempre supportati da ottima
assistenza legale (ricorsi al TAR ecc.), producono iniziative sociali e informazione anche on-line. L’ipò in 27 anni di
vita ai Colli non ha mai presentato nessuno da eleggere, il che, vale un rifiuto organizzato;
53
Severino Spaccatrosi, Maurizio Ferrara, Enrico Magni, SEVERINO SPACCATROSI ANTIFASCISTA NEI CASTELLI, Fondazione
Cesira Fiori 1985;
54
Ernesto Nathan, (Londra 1845-Roma 1921, italiano dal 1888) ebreo, mazziniano, Gran maestro del Grande Oriente
d’Italia. A Roma, sarà sindaco fino al 1913;
17
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Prima dei fatterelli locali, proprio sull’atteggiamento di rassegnazione politica e sottomissione
ai poteri forti del nascente Partito Socialista Italiano, fu chiaro sin da subito il prof. Labriola che di
socialismo nostrano se ne intendeva. Nella ricca corrispondenza che tenne con Friedrich Engels
prima e dopo averlo incontrato a Zurigo nel 1893, a proposito dei dirigenti ‘socialisti’ italiani il
Labriola scrisse…
“non sono altro che una combriccola di spostati della borghesia, di malcontenti per
temperamento e di pessimisti per invidia, per formare un partito socialista che vorrebbe poi
55
dire una consorteria di politicanti” .
Tant’è che Labriola, da studioso qual era, senza mai rinunciare ai contatti internazionalisti, al
sorgere della ‘consorteria socialista’, scelse una cauta solitudine filosofica e con garbo a Giolitti,
altro ‘grande’ statista socialista costretto a dimettersi da ministro nel 1893 per lo scandalo della
Banca Romana, disse …a Giolì famm’er piacere, numme cerca ppiù!
La storia ‘vera’ ci insegna che le dirigenze di PSI prima e PCI dopo, a parte le eccezioni
recluse e tradite tipo Gramsci per intenderci - ma questa è un’altra storia - si riducono ad una
“consorteria di politicanti”. Un concetto ideato oramai più di cento anni fa in tempi ...non sospetti?
Tanta e tale lungimiranza varrebbe, oggi, la totale riconsiderazione del prof. Labriola in chiave
profetica!
E in quanto alle aspre critiche contemporaneamente mosse ai socialisti marinesi da
repubblicani e anarchici, sembrerebbero anche queste più che fondate e al quanto premonitrici.
Dopo le sollecitazioni a ripensare alleanze clericali e monarchiche per qualcosa di più progressista,
nel 1912 il Comitato regionale del PSI fu costretto a sciogliere la strana sezione del PSI marinese.
Mentre i polli di Marino centro si spennavano, altri, nell’ampia …vangata …scariolata e
ancora spopolata distesa di Ciampino, fiutavano affari da ‘colonizzazione’.
E adesso ‘occhio’ a date e fatti…
29.10.1910: “un gruppo di persone, attratto da un possibile sviluppo di questa zona, - Ciampino - in
considerazione del fatto che la località aveva molti sbocchi su strade importanti come la via
Appia, la Tuscolana ed altre, decise di associarsi in cooperativa sotto la denominazione di
56
Società Anonima Cooperativa Colli Parioli” (società imprenditoriale le cui cronache sono
rintracciabili negli archivi della Diocesi di Albano). Il Consigliere Delegato Tito Gattoni e il
Vicepresidente Raniero Cocchi57 assieme al gruppo di persone erano dapprima attratti da un
possibile sviluppo di questa zona ma non bastava, dovevano avere la certezza che li
convinse poi ad esborsare ingenti somme di denaro da investire. E questi della Società
Anonima sembrava proprio lo fossero, perché? Semplice: sapevano dell’imminente
realizzazione di un grande snodo ferroviario per servire Colli e Ciociaria e di un aeroporto
militare. Gattoni, Cocchi e soci erano molto bene informati. Da ambienti marinesi? E perché
no! La famiglia Colonna frequentava i salotti romani giusti, gli stessi del Torlonia per
intenderci. Anche i Capri Cruciani non erano mica messi male…
30.10.1910: la neonata Società Anonima, al costo di 1£ (lira) al metro quadro, comincia a comprare tanti
terreni ciampinesi, i primi sono proprio dell’antica famiglia nobiliare dei Colonna;
55
Antonio Labriola, LA CONCEZIONE MATERIALISTICA DELLA STORIA, Laterza 1965, pag. XLII;
56
Ercole Ferretti – Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO LAZIALE, 1992, pag.74;
57
Rufo-Fanasca-Rufo, UNA STORIA IN COMUNE, Città di Marino 2010, pag. 222;
18
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inizi 1911: Marco Bellucci, ancora sindaco, deposita ‘agli atti’ una propria dichiarazione da cui si
evince la forte preoccupazione per fatti persecutori a lui rivolti dal delegato di P.S. De
58
Bernarth (filo-monarchico) . Per tutto l’anno corrente la consorteria dei ‘socialisti’
inasprisce i rapporti politici per un divenire politico caotico;
12.12.1911: Bellucci decade per ingovernabilità, gli subentra il Regio Commissario Giuseppe Calchera.
La Società Anonima apre i primi cantieri della città giardino di Ciampino;
09.06.1912: Calchera convoca le elezioni comunali dove ‘i socialisti’ si schierano con possidenti, preti e
monarchici. Una coalizione vincente che il 17 giugno elegge sindaco il cav. Luigi Capri
Cruciani, il latifondista più potente di Marino, proprietario di tante terre ciampinesi nella
fattispecie a Casabianca e Mura dei Francesi. Il Comitato regionale del PSI ad elezioni
avvenute e a nuova Giunta insediata, scioglie la sezione marinese;
1914-16: a Ciampino vengono costruiti snodo ferroviario e aeroporto. Infrastrutture complesse che per
progettazione e realizzazione richiedono capacità economica, professionale, logistica e
imprenditoriale all’epoca posseduta a Roma da una sola azienda, la Società Generale
Immobiliare. Nell’aeroporto, da subito attivo e frequentato, l’ing. Nobile progetta e realizza
nel ’18 il dirigibile “O” anche detto ciampinese, poi il Roma ecc.;
31.12.1918: in un atto della Società Anonima Cooperativa Colli Parioli si legge che la città giardino di
Ciampino ha un paio di grandi piazze, una dozzina di strade con chiesa e palazzi. E
probabilmente vuoti o quasi poiché in questi anni si contano a Ciampino 154 abitanti59.
Intanto i valori del mercato immobiliare di Marino lievitavano, nelle località Casabianca e
Mura dei Francesi l’ing. Pomardi diresse un'altra grande lottizzazione, la Società Anonima
vende lotti al prezzo di 18£/mq (+17£ in sette anni) ai reduci della prima guerra60;
03.10.1920: il futuro urbanistico tra Casabianca, Mura dei Francesi e Ciampino, è stato ideato e in parte
edificato. A Marino il sig. Marco Bellucci torna ad essere sindaco grazie anche alla nuova
alleanza dei redenti ‘socialisti’.
.
Domanda: la narrazione così datata, assomiglia alla trama di un complotto ben orchestrato
dove la consorteria sedicente ‘socialista’ già all’epoca risultava sul libro paga dei poteri forti?
Oppure; è l’ennesimo prodotto italiano dell’infida cultura del sospetto che inesorabilmente alberga
anche in questo scritto? Ai posteri…
.
Le speculazioni edilizie della ‘città giardino’ nascono tra non poche agitazioni. Nel 1920 i
nuovi (non meglio precisati) proprietari delle terre vendute dalla Società Anonima Cooperativa
Colli Parioli entrano in conflitto con (non meglio precisati) cittadini marinesi che addirittura
‘occupano’ quelle terre per motivi …non meglio precisati ed esiti oscuri61. Sappiamo che la Società
Anonima scriverà ripetutamente al sindaco Bellucci per ribadire le loro intenzioni di “immediato
inizio dei nostri lavori di costruzione”. Allora i marinesi non volevano si costruisse, perché? E
questi marinesi chi erano? Bifolchi, braccianti, contadini, mezzadri, fittavoli, piccoli proprieteri?
58
UNA STORIA IN COMUNE 2010, pag. 165;
59
2584 nel 1931, 12.277 nel 1961, oggi oltre 50mila;
60
Rufo-Fanasca-Rufo, UNA STORIA IN COMUNE, Città di Marino 2010, pag. 212;
61
UNA STORIA IN COMUNE 2010, pag. 222;
19
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Chissà, forse tutto ciò è scritto altrove62. E a cosa si riferiva il rieletto Marco Bellucci quando, il 12
ottobre 1920, nel suo discorso di insediamento parlò di “soprusi … illegalità … contratti rovinosi e
vergognosi … che il Comune sia risarcito del danno subito nei legittimi interessi …” ecc. ecc.
Al momento non si hanno certezze sul coinvolgimento diretto e/o indiretto della famelica ed
inesorabile Società Generale Immobiliare nella realizzazione di infrastrutture a Ciampino. Rimane
comunque una ipotesi fondata poiché la SGI risulta in molte speculazioni ai Colli, sia per
compravendita di immobili che per attività edilizie. Un esempio: Pomezia nasce per ‘regio decreto’
del 3 giugno 193863, anni dopo la SGI risulta proprietaria di ben 370 ettari sui 570 edificabili
previsti dal piano regolatore64.
La nascita di centri urbani come Aprilia65, Pomezia, Ardea e Ciampino sono gli assi portanti
della colonizzazione della campagna romana, nella buona sostanza realizzata da uomini d’affari del
Vaticano. Detto questo: è anche possibile che proprio Ciampino gli sia sfuggita.
Un discreto capitolo della colonizzazione è costituito dalle opere ‘pie’ urbanistiche per attività
ecclesiastiche peculiari. Oltre al già edificato nei secoli dei secoli, preti e SGI, tra 1910 e fine ’50,
realizzano ex novo nell’Agro romano: 490 istituti religiosi, 200 case generalizie, 250 scuole private,
43 collegi, 109 case di riposo, 30 monasteri, 20 seminari, 16 conventi, 10 confraternite; sedi di oltre
2000 enti religiosi con annessi asili, scuole, 2 università, biblioteche, cinema, teatri, 3 case
cinematografiche, 4 case editrici nazionali, tipografie, galoppatoi, allevamenti, voliere, serre, vivai,
palestre, piscine, centri sportivi con squadre di calcio e/o pallavolo; 200 campeggi e 300 colonie, tra
permanenti e temporanei; e …13 oratori.66 Numeri importanti per una zona limitata. Dal 1950 in
Italia parte la ‘ricostruzione’, il destino di Roma è quello dei 2 milioni di abitanti.
La Diocesi vescovile di Albano partecipa come può alla “colonizzazione”. Le nuove
parrocchie formano un elenco a se di opere pie urbanistiche ai Colli Albani. Intanto accresce la
propria sede con tre nuove camerate più servizi igienici, un refettorio, aula magna, uffici ecc ecc.
Lavori di ampliamento li fa anche quella di Frascati e Tivoli. Dopodiché “alle dodici (12)
preesistenti” la Diocesi di Albano negozierà, con gli enti locali preposti, i progetti e la realizzazione
di altre sette (12+7) parrocchie, precisamente: “S. Maria delle Grazie a Marino nel 1917, il Sacro
Cuore a Ciampino nel 1925 (cioè sempre a Marino), ancora Sacro Cuore a Nettuno nel 1937, S.
Michele Arcangelo ad Aprilia nel 1937, S. Benedetto in Pomezia nel 1939, S. Filippo Neri a
Cecchina del 1941 (cioè Albano) e S. Eugenio papa in quel di Pavona (ancora Albano?) nel
1946”.67
Lavori senza sosta, in pieno periodo bellico. Detto questo: esattamente come le 12
preesistenti, ovviamente, anche le 7 nuove parrocchie ai Colli hanno tutte l’oratorio annesso e ci
sarebbero le centinaia di scuole cattoliche private come asili, scuole elementari e medie, tutte
finanziate da fondi pubblici dello Stato italiano, almeno quelle certe, una per grado per ‘un minimo’
di tre sedi per ogni paese dei Colli Albani ed ex novo ad Aprilia, Pomezia, Ardea e Ciampino.
62
Michele Concilio, CIAMPINO ATTRAVERSO I SECOLI, Anni Nuovi Editrice 1989[?];
63
Ercole Ferretti – Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO LAZIALE, 1992, pag.92;
64
Italo Insolera, ROMA MODERNA. DA NAPOLEONE I AL XXI SECOLO, Einaudi 2011, pag. 288;
65
area paludosa con presenza sparsa di un centinaio di capannozze abitate “da indigeni” cioè bifolchi. Poi, con ‘rito del
solco romano’, il 25.05.1936 nasce Aprilia, in STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO, 1992, pag.81;
66
Italo Insolera, ROMA MODERNA. DA NAPOLEONE I AL XXI SECOLO, Einaudi 2011, pag. 42;
67
Ercole Ferretti – Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO LAZIALE, 1992, pag. 40;
20
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Nella parzialità di questo elenco è esclusa la fastosa sede vaticana a Castel Gandolfo con
l’arcipelago di ville e cenobi che la circondano. Altresì, nel campo dell’associazionismo “sono
attive al Dicembre 1948 - con proprie sedi sparse nei Colli - 22 associazioni che coprono tutti i
campi dell’apostolato cattolico, assistenziale e culturale. Di queste la principale è senza dubbio
l’Azione Cattolica68”. A livello nazionale certamente la prima, presto se ne aggiungono altre non
meno importanti.69
Numeri importanti per una realtà circoscritta alle (12+7) 19 parrocchie ai Colli. Gli elenchi
delle opere ‘pie’ urbanistiche per attività ecclesiastiche peculiari che sinteticamente abbiamo qui
riportato per comprendere la portata della colonizzazione della campagna romana tra Agro e Colli,
ovviamente, sono brani delle opzioni disponibili nelle 16.00070 parrocchie italiane sparse nei circa
8000 comuni italiani. In questi anni anche a Marino spunta fuori l’Oratorio…
Uomini d’affari e tecnici del Vaticano, già dai primi del Novecento furono sguinzagliati a
presidiare i territori, quelli giusti, dove all’epoca si realizzava la prima fase ‘modernista’ della
colonizzazione, di fatto fondata sull’urbanizzazione della campagna romana.
La ‘prima fase’ della colonizzazione della campagna romana, quella immediatamente successiva
alle bonifiche, è così riassunta in dati71:
anno
case
strade
popolazione
1870
...
...
14.970
1922
360
81 km
63.371
1938
2314
880 km
121.891
.
.
Qua e là sparsi ovunque, seguirono altri uomini del Vaticano non meno importanti poiché
direttamente in missione per conto di Dio ...un po’ come fu con cavalli, lance e spade illo tempore
per le crociate... nella ‘seconda fase’ moderna della ‘colonizzazione delle menti’ il Vaticano, col
supporto assenteista dello Stato, avanzava con scuole, oratori e cinema. Per Noi sortì un prete
genzanese “allontanato”72 e un laico “affetto da mania religiosa”73. Per le genti di Marino giunse il
tempo dei Grassi e Negroni.
68
VITA DIOCESANA.
Bollettino della Diocesi suburbicaria di Albano, dic. 1948;
69
cifre del business cattolico durante/dopo fascismo e IIa guerra m.: l’Azione Cattolica nel 1954 (3mln circa di iscritti)
con 4000 sale italiane gestisce la prima catena di cinema al mondo - le coop bianche della CCI con oltre 2mln di aderenti
nel ‘62 supera coop rosse - ACLI nasce nel 1944, nel ‘53 1mln di iscritti, nel ‘60 gestiva circa 10.000 dopolavoro con
mense, TV alcool&tabacchi - nel ’44 nasce COLDIRETTI, anni dopo in 13.000 sezioni locali controlla 16mln di contadini,
poi, con FEDERCONSORZI gestiscono l’agro-industria italiana, in L. Ferrari IL LAICATO CATTOLICO FRA OTTO E NOVECENTO,
in STORIA D’ITALIA Annali 9, (a cura di) G. Chittolini e G. Miccoli, Torino 1986, pag. 931/74, anche in P. Ginsborg (cit.)
1988, la Democrazia Cristiana e la società civile (cap.) pag. 225/244;
70
in Italia sono ‘funzionanti’ 25.000 chiese per www.chiesacattolica.it, 26.000 circa per www.culturareligiosa.it;
71
da IL MESSAGGERO del 24 e 28 gennaio 1940 in STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO 1992 (cit.), pag. 34 e 35;
72
mons Cenciarelli in CENTO 2009 (cit.) pag. 60;
73
Franco Negroni, L’INGEGNER SORRISO, Ed. Santa Lucia, Marino 1999, pag. 55;
21
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Guglielmo Grassi (18..-19..) veniva da un peregrinare arduo: con le ‘leghe bianche’ a
Genzano tentò di organizzare bifolchi e contadini che, sembra invece, seguirono quelle ‘rosse’. Sul
fronte antimaterialista concepì le incomprese ‘adunanze serali’74. Poi a Roma, da pioniere,
sperimentò ditta cinematografica e sala proiezioni, la ‘San Marco’ e il Capranica. Nel 1908, mons.
Grassi mette piede nel leggendario paese di Marino dove “seppe dare a Cesare quel che è di Cesare
e a Dio quel che è di Dio”75.
Forse il sig. Marco Bellucci, sindaco più amato di sempre, oggi avrebbe da ridire poiché
sembra proprio che il Grassi, stando alle precise parole dei suoi amici contemporanei, trovò Marino,
impiantato per gironi: de ‘falsi profeti’76; de ‘gravi scandali’, de ‘mani sacrileghe’, de ‘bombe nelle
mura’77; de ‘disordine più pauroso’78 ecc. ecc.
In questa selva oscura affrontò pure un Caronte locale non meno sanguigno, violento e
rissoso tal Attilio Pandozi79 ...er prete spretato ...che la tunica gettò alle ortiche per unirsi in corteo
con gli anticlericali... Nell’infero marinese il buon Grassi iniziò così la sua crociata e a tutti diceva
esattamente del Demonio in quanto “circuit quarens, quem devoret”80...mica pizz&fichi!
Dunque: un’immorale villaggio rurale dove l’assenza di guida cattolica lasciava tanti
bifolchi in una sorta di stato sociale-brado. Anime indifese in preda a ‘massonerie anticlericali,
feroci repubblicani e anarchici sanguinari’. Ai detrattori marinesi, nella conta degli stolti
ideologici, sfuggirono i socialisti al cui interno iniziava a scalpitare la bile comunista. Viceversa, un
pericolo avvertito nell’enciclica Rerum Novarum ...e ’mo va’a capì li preti!?
Fatevi conto che a Marino una schiera si fatta librava ardita e, con accoliti da bettola,
dilapidava il paese. Caspita: “tolsero anche la lapide a Gregorio XVIII per rimpiazzarla con una a
Francisco Ferrer”81.
74
Ercole Ferretti - Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO LAZIALE, 1992, pag. 17;
75
‘Zaccaria Negroni GUGLIELMO GRASSI. LA VITA LE OPERE, CEFA Marino 1974, pag. 53’ in Ercole Ferretti - Emanuele
Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO, 1992, pag. 21;
76
mons. Guglielmo Grassi in Vittorio Rufo-Dania Fanasca-Valerio Rufo, CENTO - centenarino della Banca di Credito
Cooperativo ‘San Barnaba’ di Marino, BCC Marino 2009, pag. 53;
77
mons. Ciufoli in CENTO 2009 (cit.) pag. 55 e 56;
78
sig.ra Dina Grassi in CENTO 2009 (cit.) 009 cit. pag. 63;
79
‘Pandozzi’ per Franco Negroni (cit. pag. 25). Personaggio che meriterebbe altri approfondimenti: arrivato a Marino
nel 1907, verrà sospeso dalle funzioni sacerdotali a seguito di una rissa. Scrisse e distribuì l’opuscolo anticlericale
‘Parole chiare dell’Abate Pandozi ai marinesi’. C. A. Salustri alias Trilussa al Pandozi dedicò i sonetti ‘er prete
spretato’ che gli pubblicò ‘il Messaggero’. Spedito in ‘clausura’ a Civita Castellana, il Pandozi - sembra - si ravvide
scusandosi col papa. Anche in questo caso (esattamente come in quello Nathan), alle “Parole chiare ai marinesi”
dell’Abate Pandozi somigliano molto le “parole franche ai marinesi” che Zaccaria Negroni scrive da sindaco il
14.01.1946 in un manifesto (in Ferretti-Boaga pag. 154)>>>la sposto??<<<;
80
don Elio Abri in CENTO 2009 (cit.) pag. 63;
81
Francisco Ferrer y Guardia (Alella 1859 - Barcellona 1909), pedagogista e scrittore spagnolo. Negli USA oggi vi
sono scuole a Lui dedicate. Arrestato perché anarchico ritenuto insurrezionalista, lo fucilano a Barcellona. Alla
condanna a morte seguirono forti proteste a Torino e in molte città europee. A Marino (RM) in corso V. Colonna sulla
facciata dell'attuale Istituto d'Arte ‘P. Mercuri’ c’è un grosso marmo a lui intitolato, come a Brescia, Carrara, Pisa,
Perugia, poi a Senigallia, Novaggio, Arcevia e Fabriano (AN), Novi di Modena, Campiglia Marittima (LI), Chiusi (SI),
Roccatederighi (GR) e Spoleto (PG);
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Zaccaria Negroni (1899-1980) fu un bimbo molto fortunato, intanto perché nasce in una
delle poche famiglie marinesi “di agiate condizioni”82. Il che faceva la differenza, per esempio non
vendevano i capelli (l’immancabile e folta chioma del nostro Zaccaria ne è la riprova) e neanche i
figli, sempre considerati un investimento ma per tutt’altre vie come l’istruzione. Il che, nei primi del
‘900 faceva un’enorme differenza. Poi, ovopiù-ovomeno, non perdevano tempo col badare alle
galline ma agli affari.
Sembra che la “speciale vocazione” cattolica in Zaccaria giunga neanche per continuità
familiare bensì per effetto contrario ottenuto da un falso profeta che alle elementari tentò di
inculcare l’ateismo. Questo risulta dai suoi “scheletrici appunti autobiografici”83. Poco più che
bambino, frequentava già Roma dove per poco non finì sotto un tram. Nel ’16 si diploma perito
tecnico.
Zaccaria fu un ragazzo privilegiato, probabilmente è l’unico 17enne che da Marino, in piena
guerra mondiale, può trasferirsi a Torino per studiare nella prestigiosa Facoltà di Ingegneria. Dopo
solo tre esami, purtroppo, la classe de “i ragazzi del ‘99” viene chiamata al fronte, Zaccaria si
ritrova 19enne nei pressi di Treviso “a capo” di un plotone di Genieri semplici, specialisti
Zappatori, verosimilmente bifolchi. Ai quali, per qualche mese, fa scavare trincee. Sono gli anni
della disfatta di Caporetto.
C’è una leggenda sulla permanenza di Z.N.84 in questa zona di atrocità belliche. Un giorno85
me la raccontò Cesare M., marinese del 1932. Simpatico, chiacchierone, arzillo e grande amante
delle donne, argomento che proponeva ogni volta che incontrava foto di conosciute ...questa era na
gran lavoratrice ...questa na bberzagliera cioè attiva e coraggiosa ...questa da regazzi a
chiamessimo Sirvana Mangano per quant’era bella. Mai sguaiato, un gentiluomo. Cesare ha grande
stima di Zaccaria e non condivide affatto alcune mie vedute senza, per questo, sottrarsi al dialogo
che scorre tranquillamente. E poi quel suo perfetto dialetto locale...
O Ciccarelli che ti devo dire, per me Zaccaria
era un uomo un sacco bravo ...ecco! La sai
quella delle bombe che lo seppellirono e poi
lo disseppellirono?
O ciccarèèè chette ten’gadì, pemmì Zaccaria
era n’omminu n’zaccu bbravu ...esso! a sa
quella dee bbomme cu ribbelanno eppò u
sbelanno?
No, non la so!
No naa saccio!
Noooo?! Eee strigliati, allora non sai nulla,
chiacchieri chiacchieri e poi non sai quella
delle bombe ...vabè adesso ti dico...
Noooo?! Eee ffreghite allora n’za n’gazzu,
chiacchieri chiacchieri eppò n’za quella dee
bbomme ...vabbè, mo te dico...
Questa soria delle bombe la raccontava
sempre povero (=in quanto defunto) ‘Caciotta
(così detto) il pompiere’ a tutti gli altri
pompieri giovani. Quando la caserma stava
per di la dietro a palazzo Matteotti.
Ssa storia dee bbomme a riccondeva sembre
poru Caciotta u pompiere a tutti l’atri
pompieretti. Quandu a caserma steva peddellà
reto a palazzu Matteotti.
Fatti conto ci si mettevano intorno e Caciotta
Fatte condu ci se mettevino n’dornu e Caciotta
82
Franco Negroni, L’INGEGNER SORRISO, Ed. Santa Lucia, Marino 1999, pag. 16;
83
L’INGEGNER SORRISO
84
una delle sigle usate da Zaccaria Negroni;
1999 (cit.), pag. 22;
85
25 novembre 2014, ore 10.00 circa presso il Cimitero di Marino (Rm) dove incontro Cesare e lo accompagno per un
tratto del suo giro di visite;
23
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raccontava... Insomma lì c’era la guerra e
quando gli austriaci attaccavano lo sai che
era? ...pezzi di braccia ...capocce ...gambe che
volavano per di qua e per di la ...un macello
Ciccarelli la guerra era un macello, poi quella
(15-18) non ne parliamo!!
riccondeva... N’zomma lla c’era a guera e
quanno l’austriaci ttacchevino o sa ch’eera?
...piezzi de bbraccia ...capocce ...zzambe che
volevino peddeqquà e pedddellà ...mmacellu
ciccarè a guera era mmacellu, po quella nne
parlemo!!
E Zaccaria stava lì insieme agli altri, fatti
conto che un giorno una cannonata gli esplose
ad un metro e lo seppellì che non lo videro
più, poi appresso un'altra che lo disseppellì e
disseppellito lo videro in ginocchio con le
braccia e il volto per aria (=rivolte al cielo)...
E Zaccaria steva lla n’ziemi a llatri, fatte
condu che n’giornu na cannonata ce schioppò
a mmetru e u ribbelò che nu viddero ppiù, po
appresso natra cu risbelò e risbelatu u viddero
n’ginocchiu coe bbraccia eu muccu pe aria...
Dopo un po’ (di tempo) gli domandarono: o
Zaccaria, ma quando la bomba ti disseppellì
che stavi facendo in ginocchio? Che stavi
guardando per aria?? E Zaccaria gli rispose:
stavo guardando la Madonna!
Dòppo po ce domannanno: o Zaccarì ma
quann’a bbomma te risbelò che stevi affà
n’ginocchiu? Che stevi a gguardà pe aria?? E
Zaccaria ce risponnette: stavo guardando la
Madonna!
L’armistizio di fine ’18 pose fine al primo conflitto mondiale che papa Benedetto XV bollò
come “inutile strage”. Parole che avrebbero suscitato qualche polemica non meglio specificata86.
Probabilmente congrua e che acuiremo perché inutile strage sembra essere un filo conduttore tra
“servi di Dio”. Zaccaria torna a Torino dove si laurea.
Nel 1926 rientra a Marino per un sodalizio storico col Grassi, la Diocesi di Albano e l’Azione
Cattolica...
.
.
.
.
.
86
L’INGEGNER SORRISO
1999 (cit.), pag. 24;
24
bifolki guerra e pace nel villaggio rurale per una storia marinese ...di classe a cura di ivano ciccarelli # (xnoi.c)bzz02.02.2015-pg1d74
Marino sotto le bombe 87 e il senso delle parole
“nulla può impedirci di dir chiaro il nostro pensiero: Fu inutile strage!”88
frase identica in ogni stampa recente e confermata nell’edizione di mezzo secolo fa. Z.N.
ripropone il concetto di Benedetto XV e scrive ‘chiaro’ - una cosa importante, tramandata, diffusa,
analizzata, soppesata, condivisa insieme per formare il ‘nostro… - di più persone - …pensiero’.
Cioè la ‘inutile strage’...
Concetto enigmatico.
Zaccaria Negroni non inventa mai nulla, è un discepolo che osserva concetti già espressi e li
fa osservare. L’inutile strage, comunque, in entrambi i casi, non è mai riferita ad invasioni di topi o
cavallette dove l’utilità della strage - forse - sussiste, ma a persone, esseri umani crepati in drammi
epocali come i bombardamenti aerei che a Marino, nel ’44, causarono la morte di circa 400 persone.
Una ‘strage di esseri umani’, tanto per rimanere nel più terreno dei luoghi comuni, è sempre e
solo negativa. Dato l’esito rovinoso prescinde da ogni scopo per risultato pesantemente negativo
...giusto? Preceduta da ‘inutile’, per esito perfettamente linguistico, cambia tutto. Nella costruzione
‘retorica’, l’inserimento del termine ‘inutile’ stride con la corretta definizione del termine che lo
segue. Nell’espressione ‘significante’, ‘linguistica’, confuta la corretta definizione di ‘strage’89.
Superando pure l’ipotesi pleonastica, appare un paradosso, pressoché ossimoro, in cui due termini
contraddittori sussistono in una sola espressione che rende poi possibile il perfetto contrario
…l’opposto ‘utilitaristico’ di quel ‘nostro pensiero’ …taciuto ma idealmente credibile, vale a dire:
possono esserci utili stragi!
Ma dai... possono esserci utili stragi?
Analisi rabberciata, così stringata, forse non all’altezza, non sta a galla... proviamo ad
aggrapparla a qualche altro elemento: Benedetto XV, già nel 1918, non passò inosservato quando
parlò di ‘inutile strage’. Poi sappiamo che la Chiesa cattolica, con ritardi secolari, per voci
altrettanto eminenti e sempre in circostanze solenni, ha più volte ammesso colpe per stragi ai danni
di intere popolazioni. Nel corso dei secoli la Chiesa cattolica non si è solo limitata al dolore di
osservare carnefici e vittime per ‘stragi altrui’ ma ne ha prodotte di sue90. Quindi, la più semplice
87
di Zaccaria Negroni, prima edizione del 1946, scritte dall’autore a memoria degli anni in cui è sindaco di Marino per
nomina delle truppe Alleate in quanto presidente del locale Comitato di Liberazione Nazionale. Quelle ‘qui’
considerate sono la quarta ed. del 1994, la quinta del 2006 e la seconda del 1964, tutte per ‘ed. tip. S. Lucia Marino
(Rm)’ pressoché identiche. Ad oggi ristampata sette volte, l’ottava prevista per il 2015, annunciata dalla delibera di
Giunta n.40/03.04.2014 del Comune di Marino;
88
MARINO SOTTO LE BOMBE
2006 pag. 19;
89
“strage […dal lat. stràge(m) ‘abbattimento, macello’…] st. 1 ‘Uccisione violenta di un gran numero di persone’…;
es.: la s. di Piazza Fontana a Milano nel 1969…| (est.) Mortalità diffusa; la peste fece s… 2 Distruzione, rovina di
cose… | 3 (fig., est.) Esito rovinoso, risultato pesantemente negativo…4 (antifr.) Grande quantità, abbondanza…5 |
Mucchio di cadaveri…” in VOCABOLARIO DELLA LINGUA ITALIANA, Zanichelli 1994, pag. 1821;
90
per il 500o delle Americhe card. Sodano si scusò con gli Indigeni, più in la Wojtyla per crociate e inquisizione,
recentemente Ratzinger per la pedofilia ecc., il mondo laico parlò di ‘Mea culpa inutili’ e ‘retoriche deludenti’ per
troppa genericità. Seguono ‘alcune’ tappe fondanti il corso storico della Chiesa cattolica, URBANO II (pontificato: 108899) lanciò le crociate, INNOCENZO III (1198-216) l’inquisizione, INNOCENZO IV (1243-54) benedì la tortura negli
interrogatori, INNOCENZO VIII (1484-92) ordinò roghi alle donne in Europa, LEONE X (1513-21) i roghi per gli eretici,
GREGORIO XIII (1572-85) la c.d. strage di S. Bartolomeo, in epoca moderna PIO XII (1939-58) tacque sull’Olocausto ed
epurò molti teologi critici, PAOLO VI sorvolò per golpe, stragi di Stato e desaparecidos... ecc. ecc.;
25
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delle reazioni all’inutile strage di Benedetto XV, fosse solo l’impertinenza di avergli ricordato “chi
è senza peccato scagli la prima pietra” ...è cosa umanamente comprensibile, storicamente congrua,
gli anglosassoni direbbero: politically correct...
Il contesto storico; con quel ‘nostro pensiero’ del 1946, Z.N. eleva l’inutile strage a dimensione
teorica quand’ancora le ciminiere nei lager fumavano, cioè in quegli anni tragici in cui nazisti e
fascisti praticarono “utili stragi” a soluzioni raziali edificanti il “loro pensiero” di vana purezza
universale.
Cultura e raffinatezza dovrebbero essere fondanti l’investitura di un papa, anche il nostro discepolo
da molti è spesso così descritto, però, se diamo per buona almeno ‘la cantonata umanitaria’, il tutto
ridiscende per dimensioni più terrene.
L’inutile strage sfugge anche alla pura licenza poetica, rimane un’espressione sulfurea, non
particolarmente beata ma piuttosto infelice… in una strage di cittadini mai nessuno muore
inutilmente, esattamente come in Resistenza e Liberazione. È impossibile che un solo antifascista
nella storia sia morto inutilmente.
Procediamo
la ‘questione di genere’…
in ogni epoca evidenzia un chiaro segno ‘nei’ tempi. Marino sotto le bombe è composto da 59
pagine in cui gli interlocutori di Zaccaria sono esclusivamente maschi. Eccentricità che emerge
anche nella biografia dedicatagli, in oltre 200 pagine gli interlocutori, anche qui, sono maschi. Vi
sono anche una cinquantina di foto dove Z.N. viene ritratto per ben 47 volte in compagnia di soli
uomini91. In entrambi i testi il genere femminile è di ‘contorno’. In linea con l’arcaico dominio
occidentale del genere maschile, dalla tradizione greco-romana poi ebraico-cristiana, prevale oggi
nel capitalismo senile92 postmoderno. Anche nel postulato sacerdotale diviene elemento fondante il
corso di ‘canonizzazione’, in corso - come sappiamo - per Z.N..
Un insieme di regole per un icona femminile incastonata così, nei migliori dei casi,
all’estetica dello spettacolo di santa o diva. Altrimenti angeli del focolare tendenzialmente
mignotte.93
Laico o religioso, nel centro decisionale per secoli, a Marino e ovunque, rimane saldamente
l’uomo; semita, islamita, cattolico, scettico, traditore, devoto, violento, di destra o sinistra, purché:
maschio!94
.
.
91
Franco Negroni, L’INGEGNER SORRISO, Ed. Santa Lucia, Marino 1999, sezione fotografica tra le pag.e 144 e 145;
92
in ‘AUT.org’ n. 2-febbraio 2014, pag. 2;
93
“...[fr. mignotte , f. di mignot, da avvicinare a mignon] s.f. # (centr., volg.) Prostituta | Sgualdrina...” in Zanichelli
1994 (cit.), pag. 1102. Il termine, sempre dispregiativo, oltre ad indicare l’antico mestiere, ai Colli, a Roma, e nel Lazio
ha un impiego diffusissimo come imprecazione gergale rivolta a chi si intende offendere, richiamando a ruolo di
prostituta la madre del destinatario (=a fio de ‘na mignottaaaa), non esiste una simile ‘coniugazione’ al maschile poiché
mai prostituto o sgualdrino, tuttalpiù mignottone è l’uomo così vezzeggiato in quanto ottimo ‘cacciatore’ di donne e a
caccia si và per prede (da praedam=prendere);
94
sullo scadere del XX sec., 50anni dopo Zaccaria Negroni, Marino avrà la sua prima e ad oggi unica ‘sindaca’;
26
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Una curiosità…
Z.N. scrive “una grossa bomba …intelligente95”. Letta per la prima volta questa frase, sale il
forte sospetto (almeno a chi scrive) di un rimaneggio, cioè una riscrittura. Invece è lì tal quale anche
nella seconda edizione del 1964. Opinione diffusa ‘voleva’ che bombe intelligenti o meglio ordigni
di sterminio di massa guidati da tecnologia elettronica applicata, era frutto dell’imbecillità di taluni
cronisti delle guerre nell’ex Jugoslavia e poco dopo in quella irakena (entrambe ultimo decennio
XX sec.) compiute trent’anni dopo il ’64 e cinquanta dal ‘47. Per cui è attribuibile a Z.N., piaccia o
no e per circostanze ovviamente diverse, l’aver coniato - forse lui per primo - anche questa frase…
i bombardamenti
La situazione è tragica. Mezzo paese è ridotto in macerie 96. In questo caos orrendo i
sopravvissuti si organizzano; il podestà e i suoi fascisti hanno fatto quel che sempre gli è riuscito
meglio cioè sono fuggiti; in giro ci sono ancora truppe naziste; l’unica facoltà amministrativa è il
‘Comitato di Liberazione nazionale’97 formatosi a Marino qualche anno prima. In via del tutto
emergenziale si fronteggiano più problemi, le salme, i feriti. E il cibo...
le provviste di viveri
per i “quattordicimila marinesi” era assai grave prima. Già nel settembre 1941 la Questura
riferì che a Marino circa 150 tra donne e ragazzi riunitisi nell’atrio del palazzo comunale,
reclamarono a gran voce la distribuzione dei generi alimentari del mese scorso”98. Con i
bombardamenti del 2 febbraio ’44, la difficile situazione diviene tragedia. Le parole di Z.N. lo
testimoniano, spesso ripete frasi come “i rifornimenti alimentari sono ormai impossibili … spettro
della fame … manca tutto … manca l’acqua … mancano i medicinali” ecc. ecc. Nonostante ciò, nel
capitolo “Gara di generosità99”, apprendiamo che le Suore dell’Istituto Missionario Nostra Signora
degli Apostoli e quelle delle Piccole Discepole di Gesù, all’improvviso, aprono a Marino due mense
in grado, ciascuna, di preparare “cinquecento minestre calde”.
Allora non è proprio vero che “manca tutto”. Certe dispense sono fornite ben oltre il proprio
fabbisogno… o no?
Altro particolare importante: in una situazione critica e concitata, fu trovato il modo di
distribuire le minestre calde ad una parte della popolazione selezionata dal rilascio dei “buoni”
assegnati uno per uno da chi ”conosce tutti” …i quattordicimila abitanti?
95
Zaccaria Negroni, MARINO SOTTO LE BOMBE, Ed. Santa Lucia, Marino 1964, pag. 15 - 1994 pag. 19 - 2006 pag. 19;
96
Zaccaria Negroni, MARINO SOTTO LE BOMBE, Ed. Santa Lucia, Marino 1964, pag. 18/19, 21/22, 27, 32/33;
97
“la sera del 9 settembre 1943 nasce il C.N.L. di Marino composto da 25 persone che clandestinamente lottano per
liberare il paese dal fascismo … Zaccaria Negroni (presidente), coadiuvato dai membri del C.L.N.; che riporto (è il
segretario Carlo Colizza che scrive) per dovere di cronaca Renato Andreuzzi, Bixio Appetiti, Reginaldo Baroncini,
Alfredo Cacciani, Alfredo Ciufoli, Indo Di Bernardini, Renato D'Ottavi, Filiberto Giannini, Paolo Guidi, Peppino
Maggiori, Achille Marini, Basilio Martella, Carlo Palazzi, Checco Pasqualini, Peppino Pompili, Ruggero Terribili,
Felice Tisei, Ugo Tramontozzi, Barnaba Trinca, Riccardo Vannutelli, Enzo Vinciguerra, Ugo Zannoni” in Ercole
Ferretti - Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO LAZIALE, 1992, pag.114 [forse la sposto??];
98
Ugo Mancini LE POPOLAZIOMI DEI CASTELLI ROMANI, 2009;
99
Zaccaria Negroni, MARINO SOTTO LE BOMBE, Ed. Santa Lucia, Marino 1964, pag. 24/25;
27
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Z.N. rilascia la descrizione di un metodo, adottato dal suo CLN, che eroga i primi aiuti (500,
forse 1000 minestre) ad una minima parte dei 14mila residenti. Sembrerebbe anche
precedentemente selezionata dai “buoni” distribuiti da chi “conosce tutti”. Il che, ovviamente, non
basta a svelarci i criteri di assegnazione dei “buoni”. Per questo oggi, ci piace pensare che siano
stati dati a caso, tra i bisognosi affamati. Scartando un’altra ipotesi solforosa, vale a dire quella che i
‘buoni’ siano poi andati ai soli ‘cattolici’ preventivamente riconosciuti …uno ad uno...
E ancora: sempre nella “Gara di generosità” Z.N. scrive un elenco di concittadini filantropi
che portarono botti e barili di vino, mucche, centinaia di pecore, e soldi. A riprova del fatto che
“manca tutto” a cert’uni! Perché a cert’altri invece, stando sempre alle parole di Zaccaria Negroni,
sembra abbiano cantine, magazzini e stalle piene ben oltre il fabbisogno familiare, tanto da poterne
donare in epoca di carestia…
Invece sarebbe stato più complicato rimediare sale, farina e pasta - a detta di Z.N. – per avere
questi generi di prima necessità dovettero recarsi a Civitavecchia e Ravenna100 e più volte nelle…
Marche e in Umbria101 …non in Toscana o Abruzzo anziché Campania o Molise, bensì Marche e
Umbria.
Dunque; sembra proprio che il CLN di Marino, in una fase disperata, trova uomini e mezzi
per compiere ripetutamente 400, 600 km per rifornirsi di generi alimentari in Umbria e Marche. E
questa è un’altra modalità strana, perché sarebbe bastato farseli inviare dall’UFFICIO ASSISTENZA
CONVIVENZE RELIGIOSE attivato fin dall’inizio del 1944 da Pio XII in Vaticano, diretto da mons.
Baldelli che apre la PONTIFICIA OPERA DI ASSISTENZA PROFUGHI…
…Dapprima doveva occuparsi del campo profughi ricavato in una fabbrica Breda sulla
Casilina, si aggiunse anche quello nella Caserma Lamarmora e provvederà anche a tutti i
Castelli Romani … Iniziò così un intenso traffico di autocarri biancogialli tra Umbria,
102
Marche e Roma, carichi di vettovaglie…
Per tutto il 1944, strade e ferrovie romane erano pattugliate a terra e sorvegliate dal cielo da
aviazioni alterne, naziste o alleate che bombardavano qualunque cosa si muovesse. Per questo gli
autocarri della PONTIFICIA OPERA adibiti al trasporto e distribuzione di viveri e medicinali a sfollati e
profughi, furono dipinti con i colori ‘biancogialli’ della bandiera vaticana, proprio per essere così
segnalati, visibili e riconosciuti per evitare di essere bombardati.
Dobbiamo veramente pensare agli automezzi di fortuna del CLN marinese su tragitti così
sorvegliati e concessi ai soli biancogialli?
E se anche fosse; come è possibile che uomini del Vaticano quali erano Grassi e Negroni
optarono per quella scelta pericolosissima?
Dobbiamo credere che a Marino erano veramente all’oscuro delle iniziative del Vaticano?
100
MARINO SOTTO LE BOMBE 1994, pag. 12;
101
Zaccaria Negroni, MARINO SOTTO LE BOMBE, Ed. Santa Lucia, Marino 1964, pag. 26 e 34;
102
Nicola Gallerano, Guido Quazza, Enzo Forcella, L’ALTRO DOPOGUERRA - ROMA E IL SUD 1943-1945, Franco Angeli
1985, pag. 215;
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Perché il CLN di Marino non si rifornì a Roma o nell’aeroporto di Ciampino dove la
PONTIFICIA OPERA smistava per altri? Tra questi tanti CLN dei Colli Albani, come, tra l’altro, lo
stesso Z.N. ammette di sapere103, quindi sapeva…
…altra simulazione? Un po’ acre, tuttavia innocua? Errare umanum est…
.
Nel capitolo “Le vie della Provvidenza104”
si evince che la merce, tra ‘donata’ e raccolta, fu tale che “tutti prelevano i viveri a Marino
centro” e - Z.N. ci tiene a precisare - ve ne era anche presso la famigerata ‘borsa nera’. Dunque
Zaccaria, da autorevole testimone, parla di ‘borsa nera’105 a Marino e ce n’era ovunque ai Colli.
Durante l’occupazione nazista e periodo bellico infieriva a Roma, in Italia, in Europa dove c’era la
merce, tanta merce, lì germogliava la ‘borsa nera’.
Ma che cos’era la ‘borsa nera’?
Come detto, nient’altro che merce: indumenti, viveri, medicinali, carburante ecc. Sparita con
l’alibi della guerra dal mercato convenzionale e fatta riapparire per canali neanche tanto oscuri, cioè
i soliti però a prezzi molto, ma molto più alti del loro effettivo valore. Anche furti e sciacallaggio
generarono rivendite al nero, però caduche ed improvvisate. A gestire anni e anni di ‘borsa nera’
erano gli stessi produttori, distributori e rivenditori del mercato convenzionale.
Non a caso la Questura nel 1944, in un suo rapporto alla Prefettura, afferma che “la ‘borsa
nera’ costituisce a Roma la maggior fonte di occupazione”. Nulla di nuovo per una peculiarità
storica di Roma e provincia, dove, in assenza dell’industria, le maggiori fonti di occupazione son
sempre state commercio e agricoltura. Quindi la situazione era pressoché medesima, tranne i prezzi.
La Prefettura tentò una flebile repressione nei confronti della ‘manovalanza’, cioè i piccoli
borsari neri che pure ‘protestarono’ e in Questura alcuni di loro fecero mettere a verbale
…colpite i grandi speculatori, quelli che alimentando la borsa nera guadagnano forti somme
come i Pompei, Alibrandi, F.lli Di Cosimo, Pastifici Biondi e Buitoni e un noto convento di
monaci alla Passeggiata archeologica…106
Va detto che, a differenza del nostro ai Colli, il popolo romano non se ne stette a braccia
conserte. Tra 1944 e tutto il ’45 a Roma si registrano lotte contro carovita e ‘borsa nera’,
protagoniste sono le Donne trasteverine e quelle dei baraccamenti a Testaccio e Garbatella (cioè le
bifolche creolizzate) che assieme organizzate…
…si portano sovente ai mercati di Campo de Fiori, Tor di Nona, via dei Giubbonari, piazza
Vittorio, rovesciando bancarelle e asportando merci, ma evitano di danneggiare i piccoli
rivenditori … saccheggi avverranno anche nei lussuosi negozi di calzature, abbigliamento,
107
salumi e pasticcierie di via Nazionale, all’Esquilino e Pantheon…
103
104
MARINO SOTTO LE BOMBE
1994, pag. 26;
MARINO SOTTO LE BOMBE
1994, pag. 25/26;
105
Zaccaria Negroni, MARINO SOTTO LE BOMBE, Ed. Santa Lucia, Marino 1964, pag. 26;
106
Gallerano, Quazza, Forcella, L’ALTRO DOPOGUERRA, Franco Angeli 1985, pag. 184;
107
L’ALTRO DOPOGUERRA
1985 (cit.), pag. 185;
29
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Ci furono denunce e arresti. L’entrata di quelle ‘ladre’ a Regina Coeli provocò la protesta
dell’intero carcere. All’esterno uomini, bambini e amici, reclamavano le loro Donne...
rubare non è reato quando si ha fame appartiene a certa licenza poetica che poi, sappiamo,
non essere mai stata norma.
Questa era la ‘borsa nera’ a Roma, vale a dire, i soliti noti e pochi ricchi che hanno sempre
gestito il traffico di merci facendo affari prima con i francesi, poi col clero; all’epoca e nonostante
l’intera popolazione affamata, facevano affari con fascisti e nazisti e, alla bisogna, avrebbero fatto
affari coi bolscevichi nostrani, perché con quelli russi non è escluso che l’abbiano fatti. Per quanto
fosse diverso un paese ai Colli, tal quale era la ‘borsa nera’ a Marino dove fedele consorella, ci
dicono, fu l’usura. Esattamente quanto ci fa notare la Banca di Credito Cooperativo ‘San Barnaba’
del mons. Grassi.
borsa nera alla merce come l’usura al danaro.
L’usura ha per protagonisti quelli che hanno tanti soldi. Nasce con l’invenzione del denaro,
forse attribuibile alla dinastia Shang della Cina del XVII sec. a.C., questi inventarono le monete di
bronzo forate108.
A Marino è impossibile trovare una data che provi l’origine dell’usura, dai documenti
disponibili - ai semplici - possiamo individuare l’epoca in cui consapevolmente se ne parla come un
problema sociale: 29 luglio 1909, quando viene fondata la Banca di Credito Cooperativo ‘San
Barnaba’ di Marino (BCC).
Dapprima ‘Cassa Cattolica di Credito Cooperativo di Marino’, tra gli scopi dichiarati dai suoi
soci fondatori, fra questi mons. Guglielmo Grassi, troviamo “La difesa dei coltivatori e agricoltori
marinesi dal sistema imperante dell’usura109”. Verosimilmente la BCC tenta anche l’approccio
sociologico del fenomeno: “Gli altri appezzamenti erano piccolissimi, la famosa “quarta marinese”
di circa 4300 mq e la produzione serviva al sostentamento e al fabbisogno quotidiano delle singole
famiglie. I coltivatori (cioè, contadini e bifolchi ai quali, ovviamente, non bastava vendere capelli o
figli, quindi) erano costretti a chiedere prestiti a persone facoltose, mercanti e commercianti, che
praticavano tassi di interesse esorbitanti110”.
Questura di Roma e BCC di Marino ci dicono che almeno per tutta la prima metà del XX sec.,
‘borsa nera’ e ‘usura’ (che ancor oggi hanno futuro) facevano parte di un ‘sistema imperante’ dove
gli strozzini logoravano le economie del popolo per accrescere le proprie. E, ci dicono, erano
‘persone facoltose, mercanti e commercianti’, verosimilmente ‘perbenisti’ e ‘cristiani’ della
cosiddetta ‘società civile’, insospettabili cittadini dalle seconde attività parassitarie, magari ottimi
clienti ed eletti nei consigli di amministrazione di banche, consorzi e comuni. Comunque autentici
108
coniate per pagare i contadini (cioè i bifolchi cinesi) affinché potessero infilarne tante quante il ‘peso’ dei propri figli
dati in pegno proprio per poter lavorare. Più il bifolco cinese era veloce nei lavori assegnati, prima riscattava la prole
costretta però all’ingrasso, così, tanto per tenere sollecitati mamma e papà. Degenerazione tutta orientale antichissima
(però non molto dissimile dai nostri mercati dei bambini svolti in epoca moderna tra XIX e XX sec. d.C) in A. H.
Quiggin, STORIA DEL DENARO, Vallecchi 1973, pag. 47;
109
Vittorio Rufo-Dania Fanasca-Valerio Rufo, CENTO - CENTENARINO BANCA CREDITO COOPERATIVO ‘S.BARNABA’ DI
Marino 2009, pag. 20;
MARINO, BCC
110
CENTO,
pag. 22;
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“maestri di ipocrisia”, spregevole categoria a cui Zaccaria pensava appartenessero solo atei,
materialisti e comunisti111 …ma quanto errare umanum est?
Un aneddoto …canadese…
Nelle sue cronache, Z.N., trova il modo di raccontare del passaggio a Marino di tre militari
dispersi, di nazionalità ‘canadese’112. Espulsi dal ricovero loro offerto dalle suore di Villa S. Anna
dove per questi “non spirava buon vento”. Evidentemente odiosi, vengono trasferiti in un convento
di Squarciarelli. Marino sotto le bombe narra di cose assai più importanti, tuttavia dedica una
parentesi insignificante a questi sciocchi di passaggio a Marino nel 1944. Si da il caso che di
militari canadesi ‘imprudenti’ ne parlano anche gli anziani ascoltati e, considerando arroganza e
periodo che li equipara, è possibile si tratti degli stessi ‘americani canadesi’.
A raccontarmi l’episodio seguente è Lucio S., splendido 96enne. Lucidità disarmante, colto,
ironico, elegante, raffinato, gentilissimo. Sono molti, tra cui mio padre, a consigliarmi Lucio come
testimone di quegli anni113. Nasce nel 1918 a Marino dove vive. Quando gli dico della mia ricerca
accetta subito senza rimandare a chissà quando. Così, guardando il suo orologio in quel tardo
pomeriggio114, mi dice: o ciccarè e mica ce faremo notte!?
Lentamente ci incamminiamo da piazza della Repubblica e tra molte pause, compreso un tè
freddo a metà Corso, arriviamo fin su piazza Matteotti, dove abita. Un paio di ore circa bastano a
Lucio per un riassunto nitido, pieno di persone e aneddoti, i Partigiani marinesi, gli antifascisti, le
bombe, le macerie. Ricordo quella voce delicata, piacevole, parla quasi sempre Lui, mentre io
prendo appunti…
“era fine settembre, ottobre del 1944, io ed altri eravamo seduti ai tavoli del ‘bar Miscoli’ sotto
la scalinata del Comune, un angolo rimasto intatto. All’epoca la sezione del PCI si trovava lì di
fianco dove ora c’è la tabaccheria e dentro sapevamo che c’era ‘Giuvannone a guardia’ che
poi ci avrebbe raggiunto. ‘Vessillo l’acquarolu’ era fermo per la fatica della salita di via Roma
appena terminata, guardandoci in segno di saluto. Proprio in quel momento arrivano davanti la
sezione tre, quattro militari americani, erano canadesi. Uno strappa la bandiera rossa, gli altri
entrano minacciosi e sentiamo le prime grida di Giuvannone. Vessillo si getta sul canadese per
riprendere la bandiera, noi si scatta in piedi e ci precipitiamo verso la sezione, ma Giuvannone
da solo, sventolando una sedia, ricacciò i malintenzionati. Volò qualche ceffone, i canadesi
fuggirono per il mercato dell’erba verso ‘le Coste’. Mentre gli andavamo dietro la gente si
univa all’inseguimento che terminò di fronte al muro di macerie che ostruiva gli accessi a via S.
Lucia e Posta Vecchia. Un percorso breve eppure si radunarono un centinaio di persone, tutte,
tutti apostrofavano i maleducati. In un batter d’occhio scoppiò una piccola rivolta popolare.
Arrivati di fronte al muro di macerie, i canadesi fecero la fine dei topi in trappola, si voltarono
a guardarci, ancora ricordo i loro occhi terrorizzati. Lì iniziò una fitta sassaiola e i sassi di
certo non mancavano. I canadesi scalavano le macerie nel tentativo di valicarle, ma spesso
scivolavano per ritrovarsi al punto di partenza. La cosa diventò comica. Ad ogni loro scivolone
la folla radunata rideva a crepapelle. Alla fine, un po’ ammaccati e avvertiti, ce la fecero e
sparirono, non li abbiamo mai più rivisti.
111
Franco Negroni, L’INGEGNER SORRISO, Ed. Santa Lucia, Marino 1999, pag. 149;
112
Zaccaria Negroni, MARINO SOTTO LE BOMBE, Ed. Santa Lucia, Marino 1964, pag. 12/13;
113
Lucio in quegli anni è un giovane antifascista che frequentava i partigiani marinesi, lo ritroveremo poi per altre
testimonianze;
114
fine luglio 2014;
31
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È impossibile che una simile circostanza sia poi sfuggita al neosindaco Negroni che troverà
l’occasione di narrare di canadesi cacciati, si, ma da un convento e per un criptico “non spirava
buon vento”. Embè - se proprio doveva parlare di canadesi - omette cose più serie, come quella di
dirci, invece, che i seguaci canadesi della ‘dottrina Truman’ a Marino, furono, giustamente, cacciati
da donne e uomini marinesi.
Degni di nota…
Nel capitolo “Saggi di strategia …annonaria”115 Zaccaria Negroni racconta di un magazzino
sempre stato lì, aperto al pubblico e gestito da un privato. Nonostante i bombardamenti rimane
operante in via Vittorio Colonna e per Z.N. non va bene: “località troppo in vista”. Per custodire i
viveri “si dovette cercare un luogo meno esposto” cioè la bombardatissima chiesa S. Barnaba…
porta nelle chiese, nell’oratorio e nei conventi tutto quel che può, Z.N. …così irriducibilmente
“affetto da mania religiosa116”
…dove poi, dice Z.N., iniziarono le “rivendite”. Nel racconto di Z.N. sono tante le occasioni
dove ci è dato a leggere esattamente “rivendita” …evito di maneggiare il pesante vocabolario e sulla
parola ‘rivendita’ eseguo una manovra liquida assai semplice e post-moderna, ci clicco sopra a
destra del maus, ari-clicco sui ‘sinonimi’ e mi spunta fuori: negozio, bottega ecc.
Negozio? Bottega? Ma come!? L’umano lettore, quando non si imbatte in corbellerie da
bifolki ma nel best-seller marinese targato Z.N., deve forse intendere che gli aiuti umanitari furono
…rivenduti? Non furono distribuiti gratuitamente ai bisognosi? Si tratta di un altro abbaglio?
…d’accordo! Ma dato che in Marino sotto le bombe - tutte e tutti possono controllare, verificare - è
scritto sempre e solo “rivendite”, il rischio del fraintendimento è totale. Ma ci piace pensare ad un
altro lapsus dell’autore. Zaccaria Negroni persevera un po’ a testimonianza del suo essere così
umanum…
Nel giugno 1944 le forze alleate entrano a Marino, Zaccaria Negroni è sindaco, a nominarlo
sarà il maggiore Dragneff, capo dell’Allied Military Governement (AMG). Z.N. a sua volta incarica
la prima Giunta117. L’impegno è difficile, faticoso ma promettente: bisogna ricostruire.
I primi lavori sono quelli che più o meno eseguono tutti gli altri paesi italiani ed europei
battuti dai bombardamenti. La prima fase della ricostruzione a Marino passa tra le “dodici”118
priorità, stilate d’intesa col Genio Civile: innanzi tutto il ripristino della viabilità con sgombero e
rimozione delle macerie e poi ospedale, acquedotto, fognature, asilo e scuole d’ogni grado,
residenza comunale e basilica. …basilica? E già! Sembra proprio che tra le impellenze risulti un
immobile di proprietà privata, estera ed esentasse, i cui oneri e spese di riedificazione, stando
all’elenco delle priorità, sembrerebbero essere pesati sui fondi della gestione emergenziale postbellica del Comune di Marino.
115
Zaccaria Negroni, MARINO SOTTO LE BOMBE, Ed. Santa Lucia, Marino 1964, pag. 28/29;
116
Franco Negroni, L’INGEGNER SORRISO, Ed. Santa Lucia, Marino 1999, pag. 55;
117
vedi nota 96;
118
Zaccaria Negroni, MARINO SOTTO LE BOMBE, Ed. Santa Lucia, Marino 1964, pag. 50;
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Il danaro contante nelle casse comunali li mettevano, per ambito diverso, Prefettura, Genio
Civile e AMG119. Un groviglio di cifre da cui ne tiriamo fuori alcune120 :
“Il totale delle spese, tra 1944 e il 1946, sale da poco più di 2 milioni di lire (£) a 9 milioni”121.
La nettezza urbana nel ’44 costava 169.500£, nel ’46 oltre le 600.000£.
I medicinali, ovviamente subirono un’impennata ragguardevole: da 54.000£ a 700.000 l’ordinario +
500.000 per i poveri = 1milione e 200mila£ nel 1946.
A far esclamare il sindaco Negroni sono “…Gli stipendi agli impiegati comunali salgono da poco
più di 900.000 lire nel 1944 a 5 milioni nel 1946!...”
È lo stesso Z.N. ad enfatizzare ‘graficamente’ così le spese per quella che sembra proprio una
rinnovatissima pianta organica comunale comprendente, all’epoca, quella dell’Ospedale.
Riflettendo l’enfasi di Z.N., “la poesia delle cifre”122 è fin troppo chiara: in meno di venti mesi123,
sindaco e giunta ‘emergenziale post-bellica’, autorizzano assunzioni finché la pianta organica
‘sembrerebbe’ quintuplicata. Qualcosa sfugge…124
Non alla Prefettura che nel novembre 1945 invia ‘Medico Provinciale’ e ‘Vice Prefetto
ispettore’125. Nella loro relazione parleranno dell’Ospedale di Marino come luogo di “gravi
inconvenienti riscontrati nel corso dell’ispezione”126; elencano una serie di “manchevolezze” e
parlano anche di certi “favoritismi”127 ecc. ecc. L’esito non si fa attendere e sarà piuttosto netto: con
“Decreto del Prefetto 27 dicembre 1945 n. 61952 Div2/2”128 viene “sciolta” l’Amministrazione
119
l’Allied Military Governement provvederà alla prima distribuzione diretta e capillare di danaro, inizia con l’atto di
nomina dei presidenti dei CLN (quando ci sono) a sindaci; l’AMG a Marino in quell’occasione sembra aver consegnato
un primo acconto di 850.000£, poi tra ’45 e ’46 i soldi arrivarono tramite il Comitato unitario per l’amministrazione dei
fondi Alleati per l’Italia con a capo l’americano Spurgeon Keeny e suo vice Ludovico Montini (fratello del futuro papa)
uomo vicino a De Gasperi. Dal ’44 al ’46 risultano distribuiti in Italia un totale forfettario di 450milioni di dollari, un
acconto all’assai più strutturata, esigentissima e successiva sezione italiana del ‘piano Marshall’ per la ricostruzione;
120
un dettagliato resoconto ‘temporale’ è pubblicato in Ercole Ferretti - Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI
ALBANO LAZIALE, 1992, da pag. 110 a 165;
121
Ercole Ferretti – Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO LAZIALE, 1992, pag. 148;
122
Zaccaria Negroni, MARINO SOTTO LE BOMBE, Ed. Santa Lucia, Marino 1964, pag. 51;
123
il 09.09.1943 Zaccaria Negroni (per nove mesi) è presidente del CLN di Marino fino al giugno ’44, per nomina
dall’AMG è sindaco (e lo sarà per venti mesi) fin quando si dimette nel gennaio 1946, dopo le prime elezioni a Marino
del 18 marzo 1946, il 10 aprile subentra Olo Galbani;
124
per questa prima gestione ‘post-bellica’ del Comune di Marino, tutti i documenti reperiti ed esaminati, per epoca e
fatti, parlano di “Lire (£)” come fosse ‘normale’ valuta e mai - ad esempio - di “Amlire” (da AMG anche AMGOT), poi,
alle cifre così riportate in £, neanche segue mai alcun calcolo temporale riferito all’oscillazione repentina dell’effettivo
‘valore del denaro’ circolante specie se £, ciò dovuto all’inarrestabile processo inflattivo in corso, causato proprio
“dall’indiscriminata emissione di Amlire durante la guerra e dalle illimitate facilitazioni di credito praticate dalle
principali banche” (STORIA D’ITALIA DAL DOPOGUERRA A OGGI cit. 1989, pag. 124);
125
126
127
128
Ercole Ferretti – Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO LAZIALE, 1992, pag. 157;
STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO
1992 (cit), pag. 158;
STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO
1992 (cit), pag. 160;
STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO
1992 (cit), pag. 157;
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dell’Ospedale di Marino nominata da Zaccaria Negroni che, in quanto sindaco, ne era pure il
presidente129.
Come dire: un incidente bruttino. A farlo diventare assai antipatico ci si mette la
dissimulazione operata nelle varie narrazioni, iniziando dalla stessa di Z.N. passando poi per le tante
ed autorevoli che seguirono dal dopoguerra ad oggi, biografia del 1999 compresa …e non si fa!
A proposito di soldi, interessante è come Z.N. sindaco, realizza il ripristino della viabilità.
Egli dice: “lo sgombero delle macerie servì anche a fronteggiare la disoccupazione”130.
Complessivamente, nell’immediato “Trenta chilometri furono percorsi con pale e picconi” dove
lavori di muratura, massicciate e macere, risistemarono strade pubbliche e private. Alle centinaia di
“nullatenenti disoccupati” cioè ai bifolchi, fu promessa una paga giornaliera pari a 255 lire per 8
ore al dì. Il Genio Civile anticipò soprattutto in termini di risorse professionali e tecniche, il
Comune paga una prima e minima parte del pattuito e via via accumula un debito pari a 7mila
giornate ‘lavorate’ e non retribuite a operai e disoccupati (cioè bifolchi), per un ammontare di due
milioni di lire131. Zaccaria Negroni comincia ad essere nei guai per un altro incidente omesso nelle
narrazioni. Dunque: Z.N. trova i soldi, tanti soldi, per pagare la criticata nuova pianta organica
comunale ‘emergenziale-post-bellica’ e non quelli per pagare l’essenziale lavoro di nullatenenti e
disgraziati …e no no, non si fa! …embè: i bifolchi si incazzarono!
Z.N. da sindaco cominciava ad incassare il tradimento dei possidenti locali contro i quali non
azzarda alcun provvedimento, oppure non può, giacché gli accordi di volta in volta stipulati mai
nulla di simile prevedono e il 24 agosto 1945 esce con un manifesto pubblico dove sollecita il
versamento delle quote sul conto corrente del comune alla causale “Marino nuova” 132. Scrive a
tutta la cittadinanza, pur sapendo di rivolgersi ad una minima parte di essa, cioè ai proprietari che
non versarono il corrispettivo economico pattuito pur ritrovandosi le loro strade risistemate che
assieme a quelle comunali garantirono viabilità e ripresa delle attività. Impedendo, di fatto, le paghe
di chi eseguì un lavoro importante, strategico, compromettendo rovinosamente anche il ruolo di
coordinamento svolto dal comune. Dalle date dei documenti esaminati si percepisce il mancato
gradimento dei marinesi…
L’atteggiamento di sudditanza del sindaco al doppio tradimento dei benestanti lacera la pace
sociale, a Z.N. gli si comincia ad inceppare il giocattolo, non riesce a far ‘mente locale’, perde
lucidità e vede mostri. Il 28 agosto scrive la LETTERA APERTA ai Segretari dei Partiti del CLN di
Marino E p.c. al Sig. Prefetto di Roma. Di seguito il testo integrale133.
Carissimi amici, se si dovesse giudicare da certe manifestazioni di infantilismo, ci sarebbe da
rimanere scoraggiati, dubitando fortemente delle possibilità di rinascita e di progresso civile
del nostro paese. Ma il popolo marinese, voglio dire la parte sana (ed è, grazie a dio, la
stragrande maggioranza) è assolutamente fuori causa. Tra coloro che più si sono scalmanati
non è difficile individuare elementi che appresero quest’arte… nelle adunate “oceaniche”.
Ma la responsabilità risale a chi - per spirito di parte – asseconda, se non addirittura fomenta
i volgari istinti di gente inconsapevole. Ed è questo che addolora. Perché se dovesse prevalere
129
130
STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO
1992 (cit), pag. 160;
STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO
1992 (cit), pag. 150;
131
STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO 1992
132
Ercole Ferretti – Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO 1992, pag. 128;
133
STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO 1992
(cit), pag. 130;
(cit), pag. 129-130;
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lo spirito settario, sarebbe la rovina del paese, e rovina irreparabile, Intanto vi è chi
approfitta del turbamento per abbandonarsi ad atti di delinquenza, che ricordano troppo al
vivo i metodi intimidatori del fascismo, di cui sembrano la continuazione! È pertanto
necessaria una chiarificazione. Ciascuno deve assumere - apertamente – la propria
responsabilità. Tutte le opinioni, quando sono ispirate da disinteresse e sincero amore per il
proprio paese, sono rispettabili e si possono naturalmente discutere, ma con serenità, mai
ricorrendo al puerile mezzo… del disordine pubblico. Nessuna differenza sostanziale tra le
adunate “oceaniche” e certe “dimostrazioni di piazza”. Democrazia è ragionamento,
discussione serena e non grida incomposte, minacce… o sgrammaticature murali! Per
seppellire il triste episodio e impedire - per il decoro stesso del paese – che abbia a ripetersi,
ritengo opportuna, come ho detto, una chiarificazione. Ciascuno prenda la sua posizione
netta, senza equivoci o doppi giochi. È necessario che la Giunta si senta sostenuta - senza
ipocrisie – della fiducia unanime dei cittadini responsabili, Solo così è possibile risolvere gli
ardui problemi della ricostruzione, e affrontare serenamente i duri sacrifici che sono
necessari in questo momento a chi lavora sinceramente per il bene comune. Attendo una
serena e fraterna risposta. Vi prego di gradire i saluti più cordiali.
Marino, 28 agosto 1945. Zaccaria Negroni.
…‘infantilismo’, ‘volgari istinti’, ‘settarismo’ ed appelli ai ‘sacrifici’; come da cliché tipico
del politicante in difficoltà. La descrizione di Zaccaria Negroni contiene molti contrasti: parla di
‘stragrande maggioranza’ della cittadinanza come ‘parte sana’ lasciando intendere pure l’estraneità
a ‘certe manifestazioni’ e poi, ripetutamente, ammette che si è trattato di ‘adunate oceaniche’.
Allora? ...a ‘ste manifestazioni c’era tanta gente; non proprio ‘inconsapevole’ ma arrabbiata perché
tradita. Di motivi per radunarsi ne avevano e pure fondati; bifolchi e contadini erano ignoranti ma
non beoti da farsi incantare ancora, stavolta da non meglio precisati pifferai magici che “appresero
quest’arte” della rivendicazione sindacale.
Voleva “fronteggiare la disoccupazione” invece Z.N. la rende rabbiosa e ostile. I marinesi
cominciano ad odiare il sindaco e le sue promesse, smettono di seguirlo e sostenerlo. Nello stesso
periodo a Marino la Democrazia Cristiana134 di Negroni, prepara un presidio di dissenso per
accogliere il Prefetto di passaggio a Marino per notificare ‘di persona’ il commissariamento
dell’Ospedale. Parteciperanno non più di un centinaio di fedelissimi135.
Il 15 settembre Z.N. se ne esce con l’ennesimo manifesto, simile a quello del mese prima,
rivolgendosi ancora a tutta la popolazione. I soldi non arrivarono mai. I bifolchi non presero una lira
che una e, giustamente, non smisero di protestare, tornando ad occupare le terre.
E in quei anni, assieme a migliaia di altri, c’era il nostro Giuseppe B.136 che ricorda…
Giuseppe cosa mi dici delle occupazioni
delle terre a Marino?
ebbene si come no! Le occupazioni delle
terre me le ricordo, come no! Ci furono nel
1944, 45 e 46 insomma di quegli anni là,
via! io di quei tempi ero piccino ma già
andavo con mio padre… i grossi mandavano
Giusè chemme dici do’occupazioni dee tere
a Marini?
mbe si comme no! Ooccupazioni dee tere me
ricordo…ipo! ce stettero ner 44, 45, 46
nzomma de quill’anni lla via! Io dell’i tembi
ero ciucu maggià ijavo a vvangà co
parimu… i grossi mannevino i caporali, i
134
fondata a Milano nel settembre 1942 in casa del magnate dell’acciaio Enrico Falck, con lui c’erano Alcide De
Gasperi e Pietro Malvestiti, a questo primo ed intimo gruppo presto si unirono due giovanotti dell’Associazione
Laureati Cattolici, Aldo Moro e Giulio Andreotti, in Paul Ginsborg, STORIA D’ITALIA DAL DOPOGUERRA A OGGI. SOCIETÀ
E POLITICA 1943-1988, Einaudi 1989, pag. 60;
135
Ercole Ferretti – E. Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO LAZIALE, 1992, pag. 161 (“grassetti” dell’aut.);
136
vedi pag. 11;
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i caporali, a Marino erano Lanza, Negroni
…tignaccia (Trinca) faceva 1000 botti! De
Simoni, poi cera Capri …Capri era il più
grande, mi pare che duecentocinquanta ettari
li aveva solo per di giù a Pantanella che poi
arrivava più giù di Santa Maria (delle Mole)
…come si chiama la dove si allena la Roma?
Accipicchia!! Fino giù a Trigoria?!
Si! Caspita era tutto suo!! Ti stavo dicendo
Ciccarelli: arrivavano i caporali e ci
sceglievano a coppie … quelle che gli
occorrevano. Poi dopo che ci avevano scelti,
a piedi … ci avviavamo per vigne a vangare
fino a sera. E molti altri non li sceglievano,
tanti padri di famiglie rimanevano la! Così si
decise di occupare, ma che occupazioni
erano?! E vedi che la terra non la prese
nessuno… le denunce si, quelle si le
prendavamo in tanti! Ma la terra nessuno
…la terra a Marino di quegli anni non la
prese nesuno! Stai sicuro! A chi gli disse
bene gli pagarono la giornata (lavorativa)…
gli altri presero un sacco di percosse,
denuncie e qualcuno andò pure in carcere.
grossi a Marini erino Lanza, Negroni
…tignaccia (Trinca) faceva 1000 botti! De
Simoni, pò cera Capri …Capri era u ppiu
grossu me pare che ducenducinguand’etteri
i tenea solo pedde ggiu a Pantanella che
ppò rriveva più ggiu de Sandamaria
…coome se chiama lla ndo mo se llena a
Roma?
Ecche cazzu finende ggiù a Trigoria?!
Se! …freghite era tutt’oo sio!! Testev’addì
ciccarè: rrivevino i caporali e ce sceglievino
a coppia … quelle che ce servevino. Po’
dòppo che cerino scetu, a ppiedi … se
vviessimo pee vigne a vangà finend’a sera.
E nzaccu d’atri nii sceglievino, nzaccu de
padri de famie rimanevino lla! Così se
decise de occupà, ma che occupazioni
erino?! Evvedi che a tera naa prese mica
gnisunu! E denunce si, quelle si ee piessimo
ndandi! Maa tera gnisunu…a tera a Marini
de quill’anni naa prese gnisuno! Sta sicuru!
A chi ce disse bbè ce pagattero a
ggiornata… l’atri presero nzaccu de bòtte,
denuncie e ppiu e cadunu è itu pure
ncarcere.
…mentre parliamo si avvicina mio padre, Aldo di 79 anni, anche lui nasce e vive a Marino dal
1935. È stato papà a farmi da ‘anticamera’ a questa ed altre interviste per cui conosce l’argomento.
Saluta Giuseppe, siede con noi…
Prima di occupare vi organizzavate?
Facevate
qualche
riunione
per
prepararvi? Per decidere il giorno?
Ch’esso io: una contata ve la davate?
Embè ci stava qualcuno che era comunista,
qualcun altro era socialista, ci stava pure chi
era iscritto alla CGIL, alla Coldiretti ma …a
stringere a stringere (= in definitiva)
Prima de i a occupà ve organizzessivo?
Facessivo ca riuniò pe preparavve? Pe
decide u ggiornu? Che ne saccio: na
contata vaa dessivo?
Mbè ce steva cadunu che era communista,
cadun’atru era socialista, ce steva pure chi
era scrittu aa giggièlle, aa Cordiretti ma …a
strigne a strigne!!
Giuseppe apre e stringe a brevi pause il palmo della mano destra…
ma proprio a stringere, Ciccarelli: eravamo
morti di fame!! E vedi che non mi mica
vergogno a dirlo, ma sai quante volte mia
madre non sapeva cosa incartarmi (riferito al
cibo) per farmi portare a vangare! E vedi che
noi altri abbiamo sofferto, Ciccarelli!! Lo
vedi questo (Giuseppe mi indica l’occhio
che non ha più) È uno schizzo di calce viva!!
Mi capisci!! Dimmi di no Aldo? Dimmi che
mi sbaglio??
ma propo a strigne Ciccarè: èssimo morti de
fame!! Evvedi che numme mica vergogno a
dillo, ma sa quande vote mammima nzapeva
che ncartamme pe famme portà a vangà!
Evvedi che nojatri semo soffertu ciccarè!! U
vedi quistu? È nu schizzu de carge viva!!
Staccapì!! Dimme de no Ardo? Dimme
chemme sbajo??
…mio padre (Aldo) guarda in terra, annuisce…
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E durante le occupazioni cosa succedeva?
Arrivava il padrone? Discutevate con lui?
Che dicevate?
Una volta eravamo (=avevamo) invaso le
terre di Lanza, erano già un paio d’ore che
stavamo a vangare, il padrone non si vide
per niente che all’improvviso ti arrivano una
ventina di camionette della celere e vedi che
con la celere di Scelba non ci si scherzava
mica!
E mmendre occupessivo che succedeva?
Rriveva u padrò? Discutessivo co issu? Che
dicessivo?
Na vota èssimo nvasu e tere de Lanza, erino
ggià mpar d’ore che stessim’a vvangà, u
padro nze vidde pe gnende che pia e
t’arivino na vendina de camionette daa
cellere evvedi che co a cellere de Scerba nci
se scherzeva mica!
…il famigerato ministro Scelba arrivò qualche anno dopo (1954) da quelli indicati da Giuseppe che
confonde con i vicini anni ’50 in cui le agitazioni degli edili segnarono particolarmente Roma; pure
la ‘celere’ nella fine dei ’40, forse, ancora non si chiamava così? Detto questo…
un celerino mi mise la canna del moschetto
per sotto una costola e spingendomi mi
diceva di andarmene, quando all’improvviso
mio padre con la vanga per aria gli strillò: se
non te ne vai ti taglio la capoccia!! Il
celerino tirò indietro il moschetto ma ci
toccò andarsene a noi altri, ci circondarono e
ci portarono fino sopra la strada, li ci
prenderono a tutti i nomi e quelli che
poterono li portarono via in caserma, chi
all’aeroporto di Ciampino e chi alla
Cecchignola. Denunce su denunce! Poi a
Marino la sera ci contavamo e chi mancava
voleva dire che l’avevano arrestato e ci
rimaneva sempre un paio di giorni e se in
cella rimaneva calmo tornava sano,
altrimenti riveniva con i bozzi!! (in
riferimento a lesioni dovute a percosse). Poi
magari dopo due tre giorni andavamo ad
occupare da un’altra parte ma sempre così
andava a finire! (volgendosi a mio padre)
qualche volta con i tuoi fratelli Alessandro e
Sabatino sei venuto pure tu Aldo? (e lui)
vabbè ma io ero proprio piccino, quelli come
me se li portavano per far numero… ridiamo
ncellerinu me mise a canna duu moschettu
pe sotto na costola e spignennime me diceva
de immine, quandu che pia parimu co a
vanga pe aria ce strillò: si nu nti ne va te
tajo aa capoccia!! U cellerinu tirò ndietro u
moschettu ma ce ttòccò issine a noiatri, ce
circondanno e ce portanno finende sopr’aa
strada, lla ce pianno a tutti i nomi e quilli
che potettero i portanno via ncaserma, chi
all’aeroportu de Ciambino e chi aa
Cecchignola. Denunce su denunce! Po a
Marini a sera se contessimo e chi mangheva
volev’addì che llerino rrestatu e ce
rimaneva sembre mbar de ggiorni e si ncella
se steva carmu ariveneva sanu, sinnò pieva
nzaccu de schiaffi e rriveneva co li bozzi!!
Mmagara doppo do tre ggiorni iassimo a
occupà da natra parte ma sembre ccosì
gliav’aa ffinì! (volgendosi a mio padre)
Cavvota co fratiti Lisandro e Sabbatino si
venutu pure tu Ardo? (e lui) vabbè ma io ero
propo ciucu, quilli commemmì sii portevino
peffà nummeru… ridiamo
La popolazione era profondamente lacerata a Marino per l’Agro, in tutt’Italia. Il 1946 è
caratterizzato da una lunga serie di proteste contro disoccupazione e inflazione, particolarmente
intense furono quelle a Venezia, Treviso e Brescia. A Torino fu indetto lo sciopero generale
cittadino. In ottobre a Roma gli edili minacciati da licenziamento occuparono la sede del Consiglio
dei Ministri, le cariche della polizia provocarono scontri in tutta la città dove si unirono operai di
altri settori e cittadini, alla fine tra i manifestanti si contarono le vittime: due morti e 150 feriti.
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Nell’autunno in tutta Italia scesero in agitazione i contadini per l’applicazione del ‘decreto
Gullo’. Interi comuni al sud e centro, erano in rivolta e ci rimasero almeno fino al 1949 quando a
250mila persone organizzate in 1187 cooperative furono assegnati 165mila ettari di terra da
coltivare prevalentemente in Sicilia, Calabria e Lazio137.
A Marino la situazione precipitò al punto che la Prefettura convocò le parti sociali e per
contenere, almeno nelle intenzioni, la rabbia di buona parte dei marinesi poveri, truffati e rivoltosi,
idearono il Fondo di Solidarietà Cittadina. Va detto che i marinesi aumentarono “negli anni
anteguerra da 11.800 unità (censimento del 1931) a 15.600. In pochi anni oltre tremila unità sono
138
IMMIGRATE: e si tratta di famiglie nullatenenti” .
Nella biografia dedicata a Z.N. si legge: “E allora ebbe ‘una trovata delle sue’: accanto al
bilancio ufficiale del Comune, istituì il Fondo di Solidarietà Cittadina…”139. Le cose non andarono
così, anzi, tutt’altro. Per prima cosa: il Fondo non fu mai ‘regolamentato’ e iscritto nel Bilancio
comunale, come fu, per esempio, per basilica e pianta organica ospedaliera, ma ci passò …accanto.
Si trattò di un pezzo di carta ufficioso e assolutamente privo di sostanza economica e valenza
legale, costellato da frasi bucoliche quali “Diamo con amore! L’egoismo isterilisce; la Carità
edifica.”140 ecc. ecc. Modalità e concetti che testimoniano un approccio all’epoca piuttosto diffuso,
paternalista e caritatevole e del tutto fallimentare ad alcuna risoluzione per la massa indigente, nel
caso marinese neanche utile a prolungarne l’agonia economica.
Il Fondo era un documento informale da poter mettere sotto il naso dei numerosi disperati,
così, tanto da sedarli temporaneamente. Ma a raccontarci ben bene i fatti è ancora una volta Z.N.
sindaco, nella sua Relazione del 13 gennaio 1946 egli scrive…
“il Fondo di Solidarietà Cittadina è nato in Prefettura: quando fummo chiamati per una grave
questione sorta tra l’Associazione Agricoltori e la Camera del Lavoro. E, nostro malgrado - per
l’insistente richiesta degli agricoltori - dovemmo sobbarcarci al duro onere di procurare lavoro
ai disoccupati, i quali ‘invadevano’ le proprietà esigendo di lavorare: i proprietari si
impegnano per il finanziamento: con la cooperazione, s’intende, di tutte le categorie abbienti,
141
ciascuno secondo le proprie possibilità”
Come detto: non è ‘una trovata delle sue’. Il Fondo di Solidarietà Cittadina non è germogliato
dalla raffinata mente di Z.N. ma sembra proprio essere ‘nato in Prefettura’ a seguito di ‘una grave
questione’ che valse la convocazione del Prefetto. Un problema politico antico come la questione
agraria che se ne stava a Marino, tal quale ai Colli, nell’Agro, ovunque nello ‘stivale’ a premere
come un callosità dolente oramai da un paio di secoli. E Z.N. sottolineò pure il ‘nostro malgrado’ di
sindaco e giunta, parecchio scocciati perché dovranno sobbarcarsi il ‘duro onere di procurare lavoro
ai disoccupati’.
…nostro malgrado?? …dovemmo sobbarcarci al duro onere?? …e che deve fare un sindaco?
…certo che ‘sto Z.N. era un po’ bizzarro! no?
137
G. Crainz, IL MOVIMENTO CONTADINO E L’OCCUPAZIONE DELLE TERRE DALLA LIBERAZIONE ALLE LOTTE DELL’AUTUNNO
1946 in ‘Quaderni della Resistenza laziale’ IV 1977, pag.7/72;
138
Ercole Ferretti – Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO LAZIALE, 1992, pag. 155;
139
Franco Negroni, L’INGEGNER SORRISO, Ed. Santa Lucia, Marino 1999, pag. 139;
140
141
STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO
1992 (cit), pag. 155;
Ercole Ferretti – Emanuele Boaga, STORIA DELLA DIOCESI DI ALBANO LAZIALE, 1992, pag. 154;
38
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Dunque il Fondo è quanto escogitarono Prefettura, Associazione Agricoltori, Camera del
Lavoro e Comune di Marino per contenere gli eroici bifolchi vangatori marinesi che, oltre alle
rivendicazioni che ovunque li accomunava ai loro simili in disgrazia, a Marino chiedevano il
maltolto occupando le terre. Modalità forse discutibile, comunque utile a ricordare a tutti che, da
medioevo a IIa guerra mondiale conclusa, in Italia i contadini, cioè l’80% della popolazione,
rimanevano schiavi di fatto per una ‘questione agraria’ che tutti ebbero in agenda ma nessuno, PSI
e Giolitti in testa, hanno voluto mai risolvere142.
Il Fondo marinese assunse da subito termini patetici, contraddistinto, come detto, da
atteggiamenti paternalistici e caritatevoli buoni per le omelie ma non per la gestione del territorio. Il
problema non fu tanto quello ‘costituzionale’ di garantire ai bifolchi lavoro e soprattutto salario,
bensì scongiurare la reale e costante minaccia alla proprietà privata dei latifondisti che, dal canto
loro, impiegarono un batter d’occhio a tradire l’ingenuo (?) Z.N. che assistette impotente al
fallimento pressoché immediato del Fondo.
Commissariamento dell’Ospedale... assunzioni inopportune... tradimento dei possidenti
marinesi... Roba tutta interna alla DC locale. Fu così che Zaccaria, dopo poco più di un anno da
sindaco, preferì dimettersi con la lettera del 26 gennaio 1946 contenente la frase tanto famosa a
Marino, “non sarei rimasto neppure un istante al posto di Sindaco il giorno in cui una sola famiglia
di Marino fosse rimasta senza pane…143” anche questa così simile a quella detta anni prima da un
suo collega144.
Nel corso degli anni il Fondo, travisato e decontestualizzato, lo abbiamo sentito decantare
per seminari, meeting ed omelie, come argomento di presidenti, sindaci, consiglieri, segretari,
prelati, deputati e senatori già Presidenti della Repubblica che alternandosi anche per giornali,
opuscoli e libri, ne han fatto elemento di sublimazione in quanto, dicono, innovativo e anticipatore
di un moderno ‘servizio sociale’, tipo quelli odierni con cui viene data forma giuridica
all’elemosina.
.
.
.
.
.
142
nel dicembre 1949 il segretario di Stato Dean Acheson, per conto del Governo USA, convocò l’ambasciatore italiano
a Washington Alberto Tarchiani per chiedere spiegazioni sul persistere della ‘schiavitù dei contadini’ in Italia … il
Governo italiano varò un primo Testo stralcio di Riforma Agraria il 28 luglio 1950 … molti osservatori italiani ed esteri
fecero osservare la modesta quantità di terreni espropriati ai ‘latifondisti assenteisti’ e redistribuiti ai contadini, assai
inferiore alle riforme attuate da altri stati quali USA, Giappone, Polonia, Jugoslavia, Romania ecc. … dei 573.000 ettari
previsti dalla riforma del ’50 solo 85.917 furono espropriati e ‘rivenduti’ ai contadini tramite un fondo-prestiti gestito
dalle Casse rurali … nel 1955 nacquero le Casse Mutue che a partire dal 1959 riconobbe il diritto di pensionamento ai
braccianti agricoli … (capitolo IV) La riforma agraria da pag. 160 a 187 in Paul Ginsborg, STORIA D’ITALIA DAL
DOPOGUERRA A OGGI. SOCIETÀ E POLITICA 1943-1988, Einaudi 1989;
143
Franco Negroni, L’INGEGNER SORRISO, Ed. Santa Lucia, Marino 1999, pag. 143;
144
Ernesto Nathan sindaco di Roma, nel dic. 1907, in un suo celebre discorso sull’alfabetizzazione, sottolineò il proprio
impegno dicendo “…sino a quando vi sia un solo scolaro il quale non possa ricevere istruzione ed educazione civile in
ambiente sano…”;
39
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Le prime elezioni a Marino…145
si tennero il 17 marzo 1946. Ogni partito rinunciò alla propria, per una[?] lista unica
composta da 48 candidati diversi per estrazione politica. Zaccaria Negroni già sindaco in quanto
capo del CLN locale, era capolista. “Contrariamente alle aspettative generali, (o almeno quelle che
sembravano tali agli occhi di quanti ancora non conoscevano le manovre elettorali dei partiti).
Zaccaria Negroni, il cui nome figurava come capolista, finì per occupare il venticinquesimo posto tra
i trenta eletti, correndo addirittura il rischio di essere escluso dal consiglio comunale146”.
Sembra proprio che Zaccaria non abbia preso neanche i voti corrispondenti ai ‘buoni per le
minestre’ di cui prima.
Tra i commenti a quel disastro elettorale di Z.N. viene considerata, ovviamente, la ‘cecità’
politica dei cittadini147. E addirittura si ipotizza per Z.N. un “Insuccesso elettorale preparato?148”,
oggi si direbbe ‘un inciucio’. Qualora fosse vero, testimonia l’attitudine cattolica per certe sporche
“manovre elettorali dei partiti”. Tra le tante note interpretative, forse, vanno considerate anche le
più semplici: già il Comitato di Liberazione Nazionale marinese con a capo Zaccaria Negroni fu
voluto, sostenuto e preparato nella Diocesi vescovile di Albano149; il sindaco nominato dalle forze
145
(dati=Archivio storico del Ministero degli Interni) elezioni comunali marzo 1946/Comune di Marino: abitanti 13.248
(cens.uff.1936), elettori 8.738, votanti 6.878 (3424m/3454f), lista n. 1[?] Democrazia Cristiana, lista n. 2[?] Partito
Comunista Italiano/Repubblicano/Socialista/D’Azione, eletti: Baccari Mario pci2 4603voti, Bardelloni Filiberto pri2
4624v, Battocchi Armando pd’a2 4644v, Berdini Antonio pci2 4605v, Bernabei Antonio pci2 4594v, Cacciatori
Vitaliano pci2 4611v, Chiodetti Ugo pri2 4621v, Del Gobbo Aurelio pci2 4600v, De Santis Otello pci2 4599v, Galbani
Olo pri2 4660v, Gatti Luigi pci2 4599v, Giansanti Edmondo pci2 4604v, Laurenti Muzio pci2 4602v, Loreti Giovanni
pci2 4603v, Lucarelli Umberto liberale2 4631v, Mandolesi Augusto pri2 4606v, Moretti Velio pri2 4616v, Palozzi
Carlo pci2 4619v, Pasqualini Umberto psi2 4624v, Rinchiusi Alfredo lib2 4598v, Rossi Vessillo pci2 4605v, Tata
Serafino pri2 4601v, Tramontozzi Ugo pri2 4639v, Zannoni Tito Ugo pda2 4633v, Zaccaria Negroni dc1 2025v,
Galassini Alessandro ind1 1973v, Armati Oreste Guido dc1 1959v, De Simoni Alessandro dc1 1952v, Frezza Siro
renato ind1 1952v, Panzironi Raffaele crist.soc1 1951v. Due mesi dopo, il 2 giugno gli italiani votano il Referendum
Istituzionale per scegliere tra repubblica e monarchia, con 12.717.923 voti (54%) contro 10.719.284 (45%), l’Italia
divenne una repubblica ...il referendum rilevò quanto drammatica fosse la spaccatura tra Nord e Sud. Mentre il Centro
e il Nord votarono compatti per la repubblica, e in alcune zone in modo schiacciante, il sud fu altrettanto solido nel suo
appoggio alla monarchia. Circa l’80% dei napoletani erano monarchici e solo nella poverissima Basilicata, teatro nel
1944-45 di estese occupazioni di terre, i voti per la repubblica superarono il 40%. Così commentò Manlio Rossi Doria:
accanto ai contadini trentini cattolici che hanno seguito De Gasperi, sono stati - possiamo ben dirlo - i “cafoni” di
Basilicata e Calabria a darci quei pochi milioni di voti in più per i quali siamo oggi una repubblica... (Fondazione
Einaudi NORD E SUD pag.308) in P. Ginsborg 1989, cit., pag.129. Seguono i dati di alcuni paesi dei Colli Albani
Comuni
Frascati
Genzano
Grottaferrata
Lanuvio
Marino
Montecompatri
Monte P. Catone
Nettuno
Palestrina
repubblica
monarchia
tot. validi
non. v
%
bianche
%
4143
4617
1937
980
5847
1557
917
3831
1945
2683
852
1078
525
1574
1210
824
1585
2310
6826
5469
3015
1505
7421
2767
1741
5416
4255
260
199
89
101
197
68
63
283
418
3,7
3,5
2,9
6,3
2,6
2,4
3,5
5,0
8,9
185
169
79
88
170
58
58
224
355
71,2
84,9
88,8
87,1
86,3
85,3
92,1
79,2
84,9
Quel 2 giugno ’46 si votò anche per la prima Assemblea Costituente d’Italia: DC 35,2%, PSI 20,7, PCI 19 ecc.;
146
in Ercole Ferretti - Emanuele Boaga, L’INGEGNER SORRISO 1999, pag. 145;
147
L’INGEGNER SORRISO
1999 (cit), pag. 147;
148
L’INGEGNER SORRISO
1999 (cit), pag. 149;
149
il CLN di Marino, sin dal suo atto di fondazione, è l’unico a comparire negli archivi della Diocesi vescovile di
Albano;
40
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militari alleate non è mai stato amato dai marinesi; il breve, poco brillante mandato da ‘primo
cittadino’ ha decisamente peggiorato la situazione; per giungere alle dimissioni che sembrano la
naturale conseguenza di un atto più che dovuto.
Dopo sette anni di standby perlomeno politico, in questi anni è preside dell’Istituto d’Arte di
Marino, nel 1953 Z.N. sarà senatore, poi deputato dal 1958 al 1963, periodo in cui ricopre più
cariche presidenziali nell’associazionismo cattolico degli artigiani. Designazioni studiate a tavolino,
proprio in quelle tanto detestate “manovre elettorali dei partiti” tipiche della Ia Repubblica.
Consumate nell’ufficio del ministro on. Pietro Campilli, democristiano di Frascati che, a sua volta,
sottopose la questione “a chi di dovere” 150 tra le eminenti sfere del partito di dio. Calate poi nel
‘Collegio XIX’ all’epoca ben lontano da Marino e dintorni, che pescava nell’elettorato ciociaro,
feudo dell’amico Giulio Andreotti. Candidature non proprio volute dal popolo ma, come si dice in
questi casi, calate dall’alto ...dei celi.
Il Presidente on. Oscar Luigi Scalfaro disse di Lui: “Non che fosse persona chissà quanto
nota” , in effetti nel curriculum di Zaccaria manca l’affermazione cinematografica. Si è detto
fosse uomo umile e restio a certa mondanità dei governanti ma neanche così “nudo di glorie e di
memorie”152. Per una carriera terrena ben retribuita e assai fruttuosa nei vitalizi153. Auspicabile tra i
mortali suoi e di ogni tempo. Nonostante l’adesione al “Terzo Ordine Francescano”, Zaccaria
Negroni appare un “servo di Dio” incompreso ai più, sempre coccolato dai potenti, mai dagli umili
...cioè dai bifolchi.
151
Emblematico il gran parlare della sua attività ‘sovversiva’ che gli avrebbe procurato
persecuzione fascista. In realtà dovuta al suo essere oltremodo “affetto da mania religiosa”.
Si impegnò alacremente per abolire a Marino una festa pagana e sostituirla con una cattolica
“il Ministro fascista dell’Interno Federzoni aveva assicurato il Cardinale Granito di Belmonte, nostro
Vescovo diocesano, di avere proibito il Carnevalone di Marino… perché …era una profanazione del
giorno delle Ceneri… ma il fascista Federzoni all’ultimo momento …s’era rimangiato l’ordine”154
Al che Zaccaria scrive al ministro un telegramma contenente la seguente frase incriminata
“stimiamo troppo vostra Eccellenza per potervi credere prostituita arti vilissime Pilato”
probabilmente linguaggio criptico e incomprensibile non gradito al ministro. Il caso prostituita arti
vilissime di Z.N. finisce nei provvedimenti di confino che all’epoca fioccavano a decine di migliaia e
pare che quella decisione sia circolata in ambienti giusti. Tant’è; il 5 dicembre 1926 un ‘non meglio
precisato’ informatore in via del tutto ufficiosa e precauzionale avvisa la famiglia Negroni della
condanna a cinque anni di confino e che all’indomani, per questo, avrebbero arrestato Zaccaria.
150
Franco Negroni, L’INGEGNER SORRISO, Ed. Santa Lucia, Marino 1999, pag. 159;
151
L’INGEGNER SORRISO
152
Aldo Onorati INCONTRO CON ZACCARIA NEGRONI, Ed. S. Lucia Marino (1/1985-2/88-3/99) 4/2005, pag. 15;
1999 (cit), pag. 171;
153
oltre a presidente del CNL di Marino poi sindaco, poi Preside dell’Istituto d’Arte, già Delegato nazionale
nell’Azione Cattolica, senatore, deputato, dal 1957 al 1966 è presidente dell’Ass. Cristiana Artigiani Italiani, dal 1963
al 1970 è presidente dell’Ente Nazionale per l’Artigianato e la Piccola Industria, nel contempo è vicepresidente
dell’Istituto Nazionale per l’Istruzione e l’Addestramento nel Settore Artigianato, preside dell’Istituto Magistrale
‘mons. Grassi’, nel 1965 presidente del XVII Congresso Eucaristico nazionale, insignito da papa Pio XII
Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno ecc. ecc. ecc.;
154
Franco Negroni, L’INGEGNER SORRISO, Ed. Santa Lucia, Marino 1999, pag. 58;
41
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L’informatore è anche piuttosto convincente, Z.N. va immediatamente dall’amico Ildefonso
Schuster poi arcivescovo di Milano e cardinale, allora Abate del Monastero Benedettino di S. Paolo
fuori le Mura dove, infilatosi gli abiti talari, rimarrà al sicuro per poco più di un mese. Il tempo
necessario per sottoporre il caso a mons. Domenico Tardini (futuro segretario di Stato con papa
Giovanni XXIII) e padre Pietro Tacchi Venturi155 (confessore personale di Mussolini), uno che per
conto del Vaticano sedette ai tavoli del Concordato del 1929.
La solerzia degli alti prelati fu tale che il confino a Zaccaria Negroni fu sostituito con una
nota di diffida più un fermo di 48 ore nel carcere. Di Regina Coeli Zaccaria ricorda “fui ricevuto
con ineccepibile signorilità e mi dissero che se volevo potevo ricevere un trattamento speciale”
…caspita!? E che altro gli poteva capitare: a cena dal direttore, pokerino, bourbon, due boccate
d’oppio per la buonanotte… “ma non accettai volevo essere come gli altri carcerati” …SIC! Ma gli
altri come? Ma gli altri dove?
Chi erano gli altri carcerati?
Seguono brani tratti dalla testimonianza di un antifascista condannato esclusivamente per reati
d’opinione, passato in quegli stessi anni per Regina Coeli e che pochi fortunati, tra questi
certamente Zaccaria Negroni, non hanno mai neanche sfiorato…
“…ho 33 anni mi hanno portato al terzo braccio e rinchiuso nella cella 333 … in terra c’era un
pagliericcio lurido ma non era il nudo pavimento di prima ‘ma quì ci ‘sto magnificamente’ dissi …
mi abituai ai risvegli sanguinanti per le pulci schiacciate con i movimenti notturni … imparai che
all’albeggiare durante l’appello le guardie aprivano prima le celle di chi prelevavano per fucilare
a Forte Boccea, io li guardavo dallo spioncino e quelli uscendo dalla cella sorridevano, difficile da
dimenticare, triste, ma pur era un sorriso… uno dopo l’altro…”156
Sappiamo che di lì a breve quelle celle saranno svuotate perché fascisti e nazisti, con
ineccepibile signorilità, riempiranno fosse in via Ardeatina.
...qualcuno per Z.N. si chiede “Non è stato mai chiarito il perché di questa sia pur breve
appendice carceraria…”.
In Marino sotto le bombe una frase di Z.N. su tutte, contiene un mondo:
“quello fu coraggio civile – mi ripeteva l’amico Achille Marini – più raro (forse perché più
difficile) del coraggio di chi affronta il nemico con le armi”157
Il mondo di quegli anni, pieno di Donne e Uomini in guerra e pace, divisi tra bene e male. Una
frase con cui Zaccaria Negroni, scrivendola, ha dimostrato di esserne consapevole. Quel mondo in
cui viveva la popolazione a Marino, ai Colli, in quegli anni nell’Italia intera.
A Marino c’era un nemico: il nazifascismo! Chiaro per i suoi orrori, netto per incombenza.
Zaccaria e il suo amico insieme a tante e tanti altri si schierarono da antagonisti, cioè da
antifascisti! E, passando per la propria storia, ognuno arrivò al dovere di un ‘atto finale’:
liberarsene. Per realizzarlo impiegarono tutto il coraggio di cui furono capaci già nello schierarsi
155
in Ugo Onorati, Vittorio Rufo, TESTIMONI DEL NOSTRO TEMPO - ZACCARIA NEGRONI - UOMO D’AZIONE E DI PREGHIERA,
Parrocchia San Barnaba di Marino - Centro Multimediale per la Comunicazione Sociale 2013;
156
Guglielmo Petroni, IL MONDO È UNA PRIGIONE, Feltrinelli 2005, pag. 93. L’autore, dopo settimane di torture, fu
condannato a morte per non aver detto dove prese ‘i volantini’ che aveva in tasca. Fu liberato dagli Alleati;
157
trascritto (grassetto sottolineato) come l’originale in MARINO SOTTO LE BOMBE 1994 (cit.), pag. 14;
42
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...tra chi intraprese l’impegno civile o di chi invece affronta il nemico con le armi... una questione
non di poco conto, importante, europea, italiana, tal quale giungeva ai Colli, a Marino
Le remore verso la lotta armata sono esemplificate dalle divergenze sulla questione all’interno
di molti Comitati di Liberazione Nazionale (CLN). I CLN, organi collegiali dei partiti
antifascisti si proponevano come gli unici rappresentanti del popolo italiano (in
contrapposizione al governo Badoglio fuggito presso gli Alleati) e come guida nella lotta contro
gli occupanti e i fascisti. All’interno di molti CLN si produsse però un contrasto tra le forze di
sinistra, favorevoli a una rapida radicalizzazione della lotta, e quelle moderate, molto più
prudenti. Questa tensione tra ‘attendisti’ e ‘attivisti’, che è stata variamente interpretata dagli
storici158
...forse alla base dell’acredine marinese. Forse.
E il fascismo cos’era? Perché divenne nemico comune del popolo, poi ridiviso in chi lo
affrontò con coraggio civile e chi... con le armi.
Il fascismo italiota fu una depressione composita tra vecchio cattolicesimo oscurantista e
piccola borghesia di provincia...
...nella loro vera natura di servi del capitalismo e della proprietà terriera. Ma hanno anche
dimostrato di essere fondamentalmente incapaci di svolgere un qualsiasi compito storico: il
popolo delle scimmie riempie la cronaca non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre
materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta
rovinando lo Stato borghese: esso sostituisce la violenza privata all’autorità della legge,
esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare
contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione...159
Fondamentalmente incapaci di comprendere gli immensi tesori che pur l’Italia aveva. Non che
in mani yankee andò meglio, ma fa paura il solo pensiero che i nazifascisti disposero del prof Fermi:
da ebreo fugge negli USA, manco arriva è Director di Fisica nella Columbia University, fissa i
neutroni e nel 1938 lo liquidano col Nobel per la Fisica. Poi sappiamo come andò... Nagasaki...
Hiroshima... ecc. Non che i fascisti fossero estranei a certa scienza, anzi, gli sfuggirono i neutroni
per la straordinaria campagna di arianizzazione diretta da Nicola Pende160. E sappiamo come andò...
forni... Olocausto...
...le idee fasciste erano sola retorica ... aveva tuttavia una faccia meno ridicola e più pericolosa:
l’ignoranza, quella dei fascisti assurgeva alle proporzioni d’un fenomeno storico macroscopico
... Le scuole sfornavano gente che sapeva di Ennio o Augustolo e nulla di Europa ... orrori
dell’ignoranza volontaria, del non sapere, non studiare ... dietro questi fantasmi fascisti sono
161
morte centinaia di migliaia di persone...
Nel 1936 entrano nelle scuole i “libri del fascista”, con epiteti su razza, tanto catechismo
cattolico, ripudio al celibato e tanta morale della famiglia.
158
Maurizio Fiorillo UOMINI ALLA MACCHIA, BANDE PARTIGIANE E GUERRA CIVILE 1943-1945 Laterza 2010, pag. 28;
159
Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo 2 gennaio 1921 in Elisabetta Castellani COME SIAMO DIVENTATI ANTIFASCISTI Ricordate quel 25 aprile? n. 1(50° della Liberazione) ed. ‘il manifesto’ 1995, pag. 11;
160
già direttore dell’Ist. Biotipologico e Ortogenico di Genova, poi rettore dell’Accademia della gioventù italiana del
Littorio, padre dell’eugenetica raziale italiana, responsabile ‘scientifico’ della legislazione antisemita, scrisse la
BONIFICA UMANA RAZIALE nel 1934 e il MANIFESTO DEGLI SCIENZIATI RAZZISTI nel ’38, in M. Franzinelli L’AMNISTIA
TOGLIATTI , Mondadori 2006, pag. 207-8 e 298;
161
in Franco Venturi, 30 ANNI DI STORIA ITALIANA 1915-45, Einaudi 1961;
43
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Nel 1936 fanno il verso al Bucherverbrennungen162, i fascisti sopprimono la rivista Solaria,
luogo d’incontro di Carrocci, Gadda, Vittorini, Saba e Svevo, così questi smisero di recensire e
tradurre autori come Majakovskij, Hemingway, Gide, Malraux ed altri. Robetta semplice non meno
orrenda: nel ’37 esce nelle sale TEMPI MODERNI di Charlie Chaplin, i giornali di regime riuscirono
solo a dire che “Charlot è un israelita filo comunista”163; Picasso un “degenere delle arti”; a
proposito di blues e jazz l’Azione cattolica scrisse “è arretramento spirituale, musica materialista e
dionisiaca”164.
Motivazioni varie, alcune pesano come macigni altre come piume, insieme fanno il peso
specifico dell’indignazione antifascista.
Cos’era più raro o difficile non importa, c’era un obiettivo comune: la Liberazione dal fascismo.
C’era la storia dei singoli e quella collettiva. C’era da fare delle scelte precise e furono fatte.
Le storie dei singoli, decifrate per ‘categorie’ sociali, spiegano come molti, per un motivo o
l’altro, tra 1926 e ‘46, divennero antifascisti. Adottate dagli storici, semplici ed efficaci le categorie
di Quazza165 sono tre: antifascisti tradizionali, antifascisti spontanei e antifascisti ...fascisti.166
Gli antifascisti ‘tradizionali’, all’occorrenza, sono databili attorno al 1926, quando Mussolini e
la sua tirannide decisero che in Italia c’erano solo loro e, in questa drammatica illusione, varò le
leggi speciali che, oltre a reintrodurre la pena di morte167, decretarono l’esclusione dalla vita
politica e sociale di anarchici, comunisti, socialisti e democratici. Chiuse le sedi, vietò le adunanze,
proibì i giornali (Umanità Nova, Unità, Avanti ecc.), blindò l’informazione e tante altre schifezze.
Qualcuno gettò la spugna, al contrario, centinaia di migliaia tra militanti di varia estrazione politica
non accogliendo quel provvedimento, da bandite e banditi divennero, per antefatto, antifascisti
‘tradizionali’ anche detti ‘autentici’.
E Marino, così come ai Colli, era piena di antifascisti ‘autentici’.
In un batter d’occhio si riempirono le carceri, tra i primi l’antifascista autentico più famoso:
Antonio Gramsci, ne uscì morto nel 1937. A tanti altri fu imposto il c.d. confino politico, i fascisti
allontanavano persone dai luoghi d’appartenenza nel tentativo di spezzarne vita politica, lavorativa
e affettiva.168 Centinaia di migliaia di altre persone, a costo di mantenere la propria ‘autenticità’,
162
‘la notte dei roghi dei libri’ bruciati a tonnellate dai nazisti nel 1933 a Berlino, roba simile si ebbe anche in Italia;
163
in Silvana Silvestri COME SIAMO DIVENTATI ANTIFASCISTI - Ricordate quel 25 aprile? n. 1(50° della Liberazione) ed. ‘il
manifesto’ 1995, pag. 10;
164
in Paul Ginsborg, STORIA D’ITALIA DAL DOPOGUERRA A OGGI. Società e politica 1943-1988, Einaudi 1989, pag. 246;
165
Guido Quazza, intellettuale, storico, saggista, docente universitario, nella Resistenza tra le file di Giustizia e Libertà,
dopo la Liberazione passò per PSI e PSDI ma ne uscì critico per dedicarsi a letteratura e didattica, le c.d. categorie di
Quazza in Guido Quazza, RESISTENZA E STORIA D’ITALIA, Milano 1976, pp.115-16;
166
le categorie di Quazza nel recente dibattito storico: in P. Ginsborg 1989, (cit.), pag. 12, C. Pavone UNA GUERRA
CIVILE, SAGGIO STORICO SULLA MORALITÀ NELLA RESISTENZA 1991, L. Klinkhammer L’OCCUPAZIONE TEDESCA IN ITALIA
1943-1945 1993, M. Bettini P. Pezzino OCCUPAZIONE TEDESCA E POLITICA DEL MASSACRO 1997, G. Contini LA MEMORIA
DIVISA 1997, S. Peli LA RESISTENZA DIFFICILE 1999, M. Fiorillo 2010 (cit.) pag. 137, 137n e 146 ecc. ecc.;
167
tolta col DCR DI AMNISTIA del 1878, rimase per reati militari fino al 1889, quando fu abolita dal c.d. DCR ZANARDELLI;
168
pratica repressiva ancora adottabile, oggi sovente per i criminali comuni, tornò in auge per i ‘politici’ squisitamente
comunisti e libertari degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso;
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iniziarono una vita segreta cioè: entrarono in clandestinità. Mussolini e i suoi aguzzini disponevano
di uno schedario di circa duecentomila nomi di ‘attivisti autentici’ da inibire.
Ai Colli Albani i militanti autentici schedati già prima del 1926 erano oltre un migliaio.
Trecento (300) solo a Genzano.169 Gli altri tra Velletri, Ariccia, Albano, Frascati, Grottaferrata,
Rocca di Papa, Montecompatri, Palestrina ecc. Ne risultano ventuno (21) a Marino.170
Alla categoria degli antifascisti ‘spontanei’ appartenevano ‘simpatizzanti’ e ‘fiancheggiatori’,
antifascisti virtuali. In questo caso il lavoro di schedatura era piuttosto semplice perché
consequenziale; i primi erano mariti e mogli dei militanti autentici. Poi, a seguire, madri e padri,
nonni e nonne, figli, fratelli e sorelle, suoceri, zii, cugini e parentela tutta. E poi colleghi, vicini di
casa, amici e pure gli amici degli amici. Un vortice umano col quale i fascisti, evidentemente, non
fecero bene i conti, così che già dal 1926 si misero contro mezza Italia.
Ostinati i fascisti, assieme all’altra metà d’Italia, vale a dire: preti e Azione cattolica; industriali
e latifondisti; alta, media e piccola borghesia ecc., ‘intesero’ continuare l’esperienza del
totalitarismo italiota per un ventennio, almeno fino al 1943-44.
Viene ricordato come il peggior ventennio italiano anche perché centinaia di migliaia di
antifascisti ‘tradizionali’ prima e ‘spontanei’ dopo, furono perseguitati, reclusi, indotti alla
delazione, torturati, deportati o uccisi. Altri confinati, esiliati, espatriati, inseguiti perfino ripresi,
torturati. Ma evadevano, sfuggivano, si nascondevano o meglio li nascondevano. E così
rispuntavano, si riorganizzavano. Nonostante l’orrenda attività, alla macelleria fascista non sortì
alcun esito contrario, nessuno cambiava idea. Anzi tutt’altro, alla cattura di un antifascista
tradizionale scaturiva l’odio di cento spontanei, alla persecuzione di cento si rivoltavano in mille...
che neanche detestavano il fascismo in quanto idea, bensì i fascisti in quanto sgherri infami che
distruggevano tante sfere affettive, logorando alla base la stessa pace sociale. Fu guerra civile.
Entrambe le testimonianze che seguono sono di partigiani attivi nella lotta di Liberazione, la
prima nelle Langhe in Piemonte, la seconda ai Colli Albani nel Lazio. Riflessioni che possono
aiutarci nella comprensione del sentimento antifascista diffuso tra la popolazione in quegli anni:
...non capivo perché la gente non scegliesse la strada aperta della ribellione, ignoravo che
dopo secoli di miseria non si esce dal ghetto sparando. Mi dicevo: se le madri sapessero, se
avessero vissuto un attimo solo sul fronte, con le mani ammazzerebbero i fascisti e i
tedeschi, li strozzerebbero. Sempre, non appena si avvicinava la tempesta, il dialogo
diventava difficile per non dire impossibile. A modo suo la gente aveva scelto, i partigiani
erano considerati ‘dei nostri’ ma non cercava la lotta, cercava la sopravvivenza. E ci
subiva. Sento ancora il silenzio che precedeva i rastrellamenti, vedo ancora gli sguardi
attoniti dei vecchi. Combattendo sbagliavamo, scappando sbagliavamo, sbagliavamo
sempre...171
...se gli italiani non avessero provato un brivido di sdegno alle notizie delle uccisioni di
massa e della deportazione degli ebrei, e di slavi e di altre popolazioni soggiogate; se negli
ebrei, negli antifascisti, nei renitenti alla leva fascista non fosse insorto il terrore di finire
nei campi di concentramento, di venir torturati o bestialmente uccisi, non vi sarebbe stata
169
la prima sentenza del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato fascista emessa ai Colli Albani è la n. 230 del 07
agosto 1928 a carico di Colangeli Luigia di Genzano, questa sentenza e tutte le altre che seguirono a carico dei
perseguitati antifascisti ai Colli, sono elencate (spesso per ‘condanna’, ‘nominativo’, ‘appartenenza’, ‘impiego’ ‘nascita’
e ‘residenza’) in Salvatore Capogrossi, STORIA DI ANTAGONISMO E RESISTENZA, Odradek 1996, da pag. 178 a 190;
170
171
STORIA DI ANTAGONISMO E RESISTENZA
1996 (cit.), pag. 187;
Nuto Revelli IL MONDO DEI VINTI, Einaudi 1977, pag. 8;
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quella esplosione spontanea e improvvisa di energie umane e di elementi oscuri e selvaggi
che, unitamente all’istinto di conservazione e di difesa, spinse molti ad andare alla macchia
per combattere”. […] Io ho lottato perché sentivo di non aver più riparo nel passato, né
garanzia, né impegni: perché volevo vendicare mia madre e mio padre e le innumerevoli
vittime dei tedeschi e dei fascisti...172
I ‘tradizionali’ non indugiarono, da subito antifascisti per analisi ideologica dai risvolti
anche romantici ma determinati; gli ‘spontanei’ vissero un antifascismo ‘sentimentale’ per
conseguenza subita. L’antifascismo germogliava tra pensiero e impulso. Prevalsero elementi oscuri
anche selvaggi incapaci di guardare oltre l’esistente da vendicare. Mancò l’ambizione di uscire dal
ghetto...
Le prime due categorie di Quazza resistettero, da generosi dettero corpo e anima alla
Resistenza italiana per almeno quindici anni. Un lungo periodo che stravolse la loro vita, smisero di
pensare alla quotidianità per dedicarsi esclusivamente alle loro sorti, alle sorti di tutte e tutti. Forse
fu la prima volta che il popolo si occupò seriamente del destino d’Italia. Questo gli durò fino ai
primi dei ’40, quando, negli ultimi anni, quelli della Liberazione, irruppero gli antifascisti ‘fascisti’.
Alla terza ed ultima categoria appartengono quelle persone che col fascismo dapprima
coesisterono pacificamente, facevano finta di niente continuando a badare agli affetti, ai fatti propri,
agli affari di famiglia, ecc. ecc. Mezza Italia provò una vita normale, certo, un po’ subdola ...per
quei tentativi di regolamentare persecuzioni e torture, deportazioni e stermini di massa e forni
crematori ecc ecc.
Il Vaticano, nonostante San Francesco, non è mai stata una cosa semplice, per quel suo
ruolo storico nella società italiana... e come sappiamo, scese a Patti coi fascisti che ritrovò, assieme
ai nazisti, come validi alleati contro l’ateismo comunista: De Gasperi, che pure qualche mese di
carcere fascista nel ’26 se l’era fatto173, per tutti gli anni ’30 se ne stette in Santa Sede a scrivere per
L’illustrazione vaticana dove più volte gli capitò di lodare l’operato antibolscevico del
nazifascismo174
...e all’epoca i cattolici si facevano un’idea;
l’Azione cattolica, nonostante l’immagine oramai imbrattata per vari mattatoi, da quello
riservato agli oppositori italiani alle pulizie etniche libiche, scrisse di Mussolini come di un valido
condottiero almeno fino al 1936(o 9? anno in cui la volle ‘sciolta’ nella gioventù balilla)
...e all’epoca i cattolici si facevano un’idea;
il sig. Eugenio Pacelli, cioè papa PIO XII (pontificato 1939-58), non si limitò alla vergogna
mondiale di tacere sull’Olocausto ma gli dette pure un certo seguito, quando radiò molti teologi
critici del nazifascismo. Il papa di Hitler175 perseverava con i soli anatemi anticomunisti
172
Pino Levi Cavaglione GUERRIGLIA NEI CASTELLI ROMANI, diario di appunti personali che l’autore scrive tra 1930 e
1945, anno in cui esce la prima edizione per Einaudi con recensione di Cesare Pavese, nel 1961 Nanni Loy ne fa il film
UN GIORNO DA LEONI, altre edizioni nel 1970(?) per ‘la Nuova Italia’, poi per ‘il melangolo’ ecc., recentemente biografia
e diario di P. L. Cavaglione in Lidia Maggioli e Antonio Mazzoni IL PONTE SETTE LUCI, Metauro 2012(?);
173
STORIA D’ITALIA DAL DOPOGUERRA A OGGI
1989 (cit.), pag. 61;
174
articoli del 15 marzo 1934, poi del 16 e ancora del 31 gennaio 1937 in E. Forcella CELEBRAZIONE DI UN TRENTENNIO
Milano 1974, pag. 189 e 196;
175
più volte chiamato così dalla stampa americana e inglese;
46
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...daje e ridaje: buona parte dei cattolici italiani erano pressoché fascisti! Almeno fino al
1943, quando da ex fascisti arrivano all’antifascismo, per dirla con le parole del Quazza: antifascisti
fascisti ...il Vaticano, nonostante San Francesco, non è mai stata una cosa semplice. Mai!
Al fiorire della Resistenza si congiunse un mormorio sempre più insistente della comunità
internazionale che faceva notare quanto faceva schifo l’alleanza italo-germanica, sembra che faceva
più schifo dei bolscevichi. All’epoca questi discorsi si potevano ascoltare alla Camera dei Lord, al
palazzo dei Soviet, alla Casa Bianca. I fascisti e i nazisti facevamo così schifo che Churchill,
l’antimarxista integrale e Stalin, comunista degenere, furono costretti, loro malgrado, ad una
alleanza storica e strategica pur di unirsi ai Resistenti ed eliminare il nazifascismo.
Marino in quegli anni non era tanto diverso. L’antifascismo, inteso da Zaccaria Negroni, era
diviso tra impegno civile e di chi affronta il nemico con le armi, e all’interno ritroviamo le c.d.
categorie di Quazza, i suoi militanti tra exfascisti, spontanei e tradizionali. Z.N. arrivava al suo
impegno civile di antifascista, formatosi da ‘laico’ presso la Diocesi vescovile di Albano come
responsabile locale e Delegato nazionale in Azione cattolica. Gli antifascisti spontanei, tra gli uni e
gli altri, più e meno coscienti, sono una conseguenza. E gli altri? Quelli tradizionali?
Chi erano a Marino gli antifascisti tradizionali?
Storie di persone speciali, per generosità e determinazione, fissata innanzi tutto nel pensiero
indelebile di chi, personalmente, ne ha condiviso l’amore; oggi al ribasso nella memoria collettiva
dei loro concittadini, piuttosto distratti nonostante l’altissimo debito morale contratto; certamente
scritta negli archivi dei tribunali; e in tre biografie, di Salvatore Capogrossi176, Severino
Spaccatrosi177 e Pino Levi Cavaglione178.
Tre libri che in qualche modo riscattano il partigianato marinese e fanno giustizia
dell’incuria attestata per generazioni di paesani antifascisti, moderni e post, da consegnare ad
un’eventuale categoria dei distratti o c.d. loffi. Le parole di Salvatore, Severino. Pino179 e poche
altre, proveranno una ricostruzione dei personaggi e del reale contributo degli antifascisti
tradizionali di Marino alla Resistenza e alla lotta di Liberazione.
176
nato a Genzano nel 1902 da famiglia di braccianti, da subito nel circolo dell’infanzia socialista, nel 1919 partecipa
alla sua prima azione antifascista, dai primi anni ‘20 tra i fondatori della locale sezione del PCI, si occupa di leghe dei
contadini e diritti dei lavoratori, schedato antifascista sovversivo, la sua vita tra 1926 e 1941 è tra latitanza, confino e
carceri d’Italia, sposa Luigia, donna e compagna di vita. Nel 1944 è presidente del Comitato Nazionale di Liberazione
di Genzano poi dei Castelli romani, dopo la Liberazione sarà consigliere provinciale, nel 1985 scrive le sue memorie in
seguito pubblicate 1996. Nello stesso anno Salvatore terrà un ciclo di presentazioni del suo libro, anche a Marino,
presso il centro sociale ‘ipò’ (dove chi scrive avrà piacere e onore di conoscere ed ascoltare);
177
nasce ad Albano laziale nel 1909, antifascista della prima ora, fuoriuscito dal PSI nel ’26 è tra i fondatori ad Albano
della sezione del PCI, componente del CLN dei Castelli romani poi presidente ad Albano, dove sarà sindaco dopo la
Liberazione;
178
(Genova 1911-1971) ‘Cavaglione’ è il cognome della madre Emma, lo aggiungerà dopo l’11 dicembre 1943, quando
assieme al marito Nino, ebrei, muoiono nel lager di Auschwitz. Avvocato, leggeva letteratura e storia in lingua francese
e inglese. Amante di fotografia, musica lirica e pugilato. Ufficiale del regio esercito. Dal 1937 è ‘sovversivo’ nel
casellario politico del Ministero dell’Interno, da Parigi, ospite di Carlo Rosselli, non va in Spagna con le brigate
internazionali perché papà Nino lo riporta a Genova. Antifascista nel P. d’Azione, arrestato nel 1938, dopo sei anni di
confino rientra a Genova assediata dai nazisti. Saluta i suoi e fugge per Roma dove si mette a disposizione del Comitato
di Liberazione Nazionale che lo assegna al CLN di Genzano. Dopo un mese dal suo arrivo è nominato comandante
militare, qui per oltre un anno milita nella lotta di Liberazione. Rientra a Genova nel 1946, Margherita Garello e Pino si
sposano, arrivano Marco e Maura. Inizia la professione di avvocato, poi per conto dell’Alto Commissariato per
l’epurazione di Genova.
179
esattamente come per Zaccaria, ‘confidenzialmente’ così e di seguito chiamati per nome;
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Salvatore non ha dubbi, l’antifascismo ai Colli inizia nel 1919:
…circolò la notizia, appresa dagli operai napoletani dell’officina d’armi ‘Armstrong’, di un
carico di cannoni destinato ai generali bianchi del fronte russo. Il carico era stipato nei vagoni di
un treno sulla linea Napoli-Caserta-Roma che ai Colli transitava per Colonna. Si decise per il
sabotaggio e fu incaricato Attilio Imbastari che scelse come assistenti me e Salvatore Buttaroni,
nipote dell’omonimo ucciso dai fascisti, tutti di Genzano. La sera del 20 luglio 1919
Salvatore Capogrossi era poco più che diciassettenne
camminammo per ore, dopo un po’ che fiancheggiavamo la ferrovia Attilio ci disse dove metterci
per tener d’occhio la zona ... lui si mise al lavoro sui binari per sistemare esplosivo e detonatori
... Attilio ci fece allontanare di qualche chilometro, preferì rimanere da solo per accendere le
micce, poi sentimmo il treno che si avvicinava e un boato spostò l’aria fin dove eravamo noi.
Arrivò Attilio tutto trafelato, senza dir nulla ci avviammo a piedi per vigne e uliveti ... breve
pausa a Frascati per mangiare fichi, da lì a piedi fino a Genzano …missione compiuta!
Delle centinaia di partigiani ai Colli s’è detto che erano:
proletari italiani che negli anni ‘20 si schierarono con il partito comunista
anche socialisti, repubblicani anarchici e democratici
sconfitto contro il fascismo vincitore. Basterebbe questo per trovare elementi di verità, nell’uso
del termine “eroico” a proposito di militanti di quella generazione
…incontrai i comunisti "veri" nei Castelli Romani, dopo l'8 settembre 1943. Spaccatrosi,
Capogrossi, e tanti altri - erano assai diversi dai miei amici di Roma, tutti studenti antifascisti e
borghesissimi di gusti e di famiglia, oscillanti fra Croce e Marx, fra professione libera e
"milizia rivoluzionaria", come la si chiamava allora. I comunisti dei Castelli del 1943 erano,
innanzitutto, tutti proletari autentici: contadini poveri, braccianti, fabbri, muratori, lavoratori
artigiani
praticamente bifolchi
In secondo luogo erano proletari "organizzati", secondo regole, discipline, gerarchie e moralità
di ferro. E in quanto alle idee, erano molto nette e giacobine, senza troppe sfumature; e tutte
dentro un istintiva ottica di classe, sorretta dalla cultura politica del mondo comunista del
tempo, maturata nelle "università" delle carceri (frequentate da molti comunisti "castellani") e
nei dibattiti - finché vi furono - della III Internazionale e della emigrazione politica
antifascista180
cioè: bifolchi che avevano trovato la loro evoluzione.
Tra le narrazioni, il primo ‘marinese’ ad essere menzionato è certamente Aurelio Del Gobbo.
Aurelio lo ritroviamo nelle ‘ventisei’ persone citate, per nominativi, nell’elenco di Severino
che ad Albano, negli anni tra 1921 e ’26, passarono dal circolo giovanile del PSI a quello del PCI.
Pertanto si apprende che il giovane Aurelio pur abitando - come sappiamo - in località Fontana di
Papa di Marino, vive il suo impegno politico giovanile tra Albano e Genzano. Una precisa fase
storica ricordata così da Salvatore
in seguito alla scissione di Livorno, in tutti i Castelli vi furono gruppi che uscirono dal Partito
socialista, e bastava soltanto farli riunire per eleggere gli organismi direttivi. Per quanto
riguarda i giovani in tutti i Castelli la maggioranza fu per l’adesione al PCI o meglio al PCD’I,
come allora si chiamava
180
di Maurizio Ferrara nella prefazione a Severino Spaccatrosi ANTIFASCISTA NEI CASTELLI ROMANI;
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Le persecuzioni reazionarie e fasciste sono sempre più intense, all’attivismo pubblico
necessitano precauzioni. Salvatore racconta di assemblee pubbliche e clandestine, tenute da oratori
esterni, tra questi Antonio Gramsci, Severino è più preciso
I mesi del 1925 sono mesi decisivi per la formazione dei gruppi dirigenti nei Castelli Romani. E
allora che si tengono alcune riunioni clandestine a Monte Gentile con Ruggero Grieco, a
Genzano e Fontana Sala con Antonio Gramsci.
A Fontana Sala c’era Aurelio, ed è plausibile che ‘quella’ riunione l’abbia voluta e, forse,
svolta nella sua casa, e comunque: Gramsci ha tenuto almeno una riunione a Marino!
Evidentemente Aurelio, come ogni buon militante, diffondeva le proprie idee, attorno le quali
creava movimento, sostegno. Ragionava, convinceva, faceva proseliti al punto di ottenere un
passaggio assembleare con un dirigente di non poco rilievo, già all’epoca ritenuto tra i maggiori
intellettuali emergenti, il giovane Antonio Gramsci.
Aurelio in quegli anni a Marino svolge un ottimo lavoro di propaganda, mette su un gruppo
piuttosto partecipato. Di sicuro con lui ci sono i fratelli Olindo e Marinello Di Bernardini, a dircelo
è sempre Severino...
Agli ultimi di luglio 1929 con Dandolo Imbastari, tentai di riprendere i contatti con i compagni
di Marino e Frascati. Era molto tempo che non si aveva più nessun contatto con i compagni di
questi due comuni. Io non conoscevo nessun compagno, e neanche Dandolo sapeva il nome di
nessuno di essi, però Dandolo qualche anno indietro, aveva partecipato a riunioni che erano
state tenute sia a Marino che a Frascati e ricordava qualche faccia che ora speravamo
ardentemente di ritrovare e speravamo anche che nel frattempo non fossero cambiati. Fummo
fortunati. Proprio nella sala d'aspetto di Marino, Dandolo riconobbe un compagno con il quale
si salutò e così, ripresero i contatti. Pochi giorni dopo tali contatti si saldarono, rintracciammo
il marinese, che ci aveva segnalato Mandrella, che era stato al confino come repubblicano, Di
Bernardini Olindo (era stato sorpreso a scrivere frasi inneggianti alla Repubblica e se n'era
ritornato dal confino, comunista). Tramite lui, non solo rafforzammo di molto i legami con
Marino, ma li creammo anche con suo fratello Marinello che aveva il deschetto di ciabattino
nella piazza principale di Castel Gandolfo
...qualche anno addietro - cioè durante I mesi del 1925 - erano state tenute a Marino
riunioni... periodiche in cui giovani marinesi già anarchici, anticlericali, repubblicani, socialisti e
democratici, cominciarono a parlare di comunismo e antifascismo. Si riunivano regolarmente a
livello locale, coordinandosi anche territorialmente.
Anche il nostro Lucio181 - come vedremo - ricorda che Militanti e combattenti a Marino si
vedevano già negli anni ’30.
Dandolo che è di Albano conoscerà Olindo e Marinello in queste riunioni, una di queste,
logicamente, è quella con Gramsci organizzata a Fontana di Papa da Aurelio.
Anni in cui molte persone sono coinvolte in nuovi rapporti, ramificati territorialmente,
importanti anche difficili dove la fiducia giocherà un ruolo determinante. Resistere al regime per
liberarsene ...non fu un pranzo di gala. La polizia fascista affilò le armi della repressione diventando
spietata. Schedature e arresti furono possibili anche grazie alle informazioni ottenute da semplici
cittadini, e tra i primi fermati che cedettero alle torture subite durante gli interrogatori. Non da poco
conto: il problema degli infiltrati. Salvatore ne ricorda uno che causò alcuni arresti
181
vedi pag. 31;
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...quella donna che avvicinò il compagno Spaccatrosi con quella storia dei due fratelli ufficiali
arrestati dai tedeschi. Certo che il compagno Spaccatrosi cadde in una trappola; ma è pure
certo che se avesse rispettato le norme cospirative, non sarebbero avvenuti gli arresti...
I comportamenti umani, per quanto codificabili, è impossibile poi tradurli per infallibili norme
cospirative182. Il problema ‘soggettivo’ rimaneva, come ricorda Pino per la disciplina
Un problema non da poco è rappresentato dalla indisciplina di alcuni partigiani, di alcuni
capisquadra che non si curano degli ordini ricevuti. Soprattutto scontrandosi con un
malcompreso concetto di autonomia che porta ad inopportune azioni individuali, non
concordate e a rischio di esporre le squadre a inevitabili azioni di rappresaglia dei nazifascisti.
Problemi interni ed esterni, inediti ed estremi, come quelle di resistere a ricatti e tortura
durante interrogatori anche illegali183.
Al partigianato giunsero nuove domande, forse incognite: il grado di coinvolgimento di un
militante nella rete dei combattenti in clandestinità per ruoli corrispondenti a caratteristiche
intellettuali, fisiche, manuali ed emotive ...una roba difficile. A volte mancavano le condizioni
oggettive per un adeguato addestramento. Per esempio ‘un latitante’ faceva esperienza sul campo,
cioè in fuga. Sapeva che, tra ciò che è lecito e non, la cattura è sempre la peggiore delle ipotesi ma
in solitudine si apprende che il colpo sempre in canna può essere strategico quanto un’amorevole
minestra calda.
Come quel 27 febbraio del ’44 in fuga dai nazisti tra le campagne di Palestrina. Pino era solo,
dopo una notte gelida passata in un canneto incontra un carrettiere, lo fa salire, si sistema tra la
paglia e quell’uomo mi allunga un pezzo di pane. Probabilmente il migliore che Pino abbia mai
mangiato, scenderà dal carro nei pressi di Roma, prima del coprifuoco, salvo, riposato e meno
affamato ...vòi mette!?
Ogni essere braccato entra in cattività, condizione inedita dove le reazioni si alternano tra
razionalità e improvvisazione, conservazione e sopravvivenza, vita e morte. Lo sa bene Pino...
Non avevo mai sparato in vita mia contro nessun essere vivente, perché la caccia non mi piace
e non immaginavo proprio che fosse così facile ammazzare un uomo. Ma i tedeschi sono
uomini? … sentivo gli sguardi dei miei due compagni pesare così fortemente su di me, che
finalmente il mio dito ha ubbidito non già alla mia volontà, che in quel momento era assente,
ma al proposito, formulato nel pomeriggio e rafforzatosi in quelle due ore di attesa al freddo
della notte, di far fuori il primo tedesco che capitasse a tiro. Il rombo del fucile mi ha
rintronato le orecchie e mi ha inaridito la gola; il tremito e il freddo, che fino a quel momento
182
per la prima parte della Resistenza (1926-1936 circa) le ‘norme’ comportamentali per antifascisti in clandestinità quando non furono del tutto improvvisate - venivano diffuse dalle direzioni nazionali di PCI, PSI, P.d’Azione ecc.,
spesso in totale autonomia anche concorrenziale. Dapprima l’organizzazione ‘militare’ era affidata a militanti
provenienti dall’esercito o dalle Brigate internazionali nella guerra civile spagnola. Solo con l’inizio della lotta di
Liberazione vengono emanate direttive ‘trasversali’ e coordinate a livello nazionale, i testi erano due. ELEMENTI DI
TATTICA PARTIGIANA diffuso dal giornale clandestino “il Combattente” nell’autunno 1943. In origine redatto dai
partigiani slavi, indicava la scelta degli obiettivi strategici e tattiche di sabotaggio ‘urbano’ per squadre con armi leggere
e artigianali. LA GUERRIGLIA del marzo 1944, riporta le modalità organizzative di brigate, gruppi e bande, impartisce
norme di sicurezza come ‘ribattezzare’ ogni combattente, comportamenti per il latitante e cosa fare se arrestati. In ogni
caso l’imperativo era “tacere con polizia fascista e nazista”, “strappare le armi al nemico” e “mantenersi sempre
all’offensiva”. In Botti, Ilari IL PENSIERO MILITARE ITALIANO pag.348,352,391,399 - P. Secchia LA GUERRIGLIA IN ITALIA
Feltrinelli 1969, pag.27,35 - R. Jacopini, CANTA IL GALLO ed. Avanti! 1960, pag.23,24,25 - M. Fiorillo, UOMINI ALLA
MACCHIA BANDE PARTIGIANE E GUERRA CIVILE. LUNIGIANA 1943-1945, Laterza 2010 pag.23;
183
alla polizia fascista dell’OVRA si affiancarono molti mercenari, per ‘motivarli’ nelle perquisizioni e rastrellamenti gli
fu concesso di trattenere, cioè rubare, soldi e valori rinvenuti. Poi, nelle caserme, si occupavano delle torture.
Tristemente note furono banda Koch, banda Carità, banda Finizio ecc.;
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mi avevano soggiogato, sono scomparsi e un calore intenso e piacevole si è diffuso per le vene.
Ho sparato da meno di due metri, verso la macchia chiara del viso … Siamo rimasti per
qualche secondo immobili e silenziosi. Immobile e silenzioso era pure il buio della campagna
dopo il fragore della motocicletta e lo sparo. Poi un cane ha cominciato a latrare. Lontano
È con il suo amico Marco Moscati, recuperano gli scarponi e le armi del tedesco ucciso e via
per boschi. Pino non smetterà mai di ripensare a quell’episodio.
Salvatore era a Napoli con la moglie quando fu arrestato da agenti fascisti in borghese, nel
1928. Durante la cattura, per prima cosa li separarono, Luigia se la cavò con poco e tornò a
Genzano. Appena rimasto solo i poliziotti mi diedero la prima scarica di percosse 184. Per più di una
settimana in carcere gli facevano vedere decine e decine di foto che non riconosceva, dopo ore di
interrogatorio, ogni volta finiva che pestavano Salvatore fino a fargli perdere i sensi.185 Poi
dall’isolamento, vagò per carceri, nei bracci speciali di mezza Italia, fino al 1944(3?) quando a
Genzano Salvatore e Luigia, dopo dieci anni, si ritrovano.
Il trattamento riservato a Salvatore riguardava centinaia di altri antifascisti ai Colli. Migliaia a
Roma. Furono più o meno duecento mila in Italia. Un trattamento piuttosto puntuale per antifascisti
‘tradizionali’ prima e ‘spontanei’ dopo. Non mancarono le persecuzioni per gli antifascisti fascisti,
cambiava il trattamento. Ve ne furono anche di processati per condanne, per fortuna loro, mai
scontate o ridotte a costrizioni irrisorie.
La repressione fascista incalzava, cominciava a far leva su un movimento in ascesa che
mostrava lati deboli. E l’induzione alla delazione e il tradimento, anche ai Colli, dette qualche
risultato.
Severino non ha dubbi
...si creava un'organizzazione con tutte le conseguenze ... facilitava in modo enorme il lavoro
della provocazione. La polizia aveva corrotto qualcuno ad Albano, come ciò era avvenuto a
Marino ed in seguito anche a Genzano, ma colui che la polizia era riuscito a corrompere e a
trasformare in un agente provocatore ebbe subito il compito facile, perché immediatamente
individuò il compagno più attivo: Angelo Monti. Solo il provocatore, contrariamente agli altri
era dispostissimo a farsi conoscere da tutti e a voler conoscere tutti!
Un clima di terrore calò su tutti i paesi dei Colli Albani e ovunque la Resistenza antifascista
dimostrava la sua consistenza
In un clima di forte repressione che disseminò fermi e arresti per l’intero Ventennio, nella notte
tra il 5 e 6 maggio del 1928 a Genzano furono compiute 150 perquisizioni domiciliari e 91
antifascisti furono arrestati. Nel successivo mese di agosto una nuova retata sparse decine di
militi nella abitazioni di sovversivi di Frascati, Grottaferrata e Genzano, individuando in
quest’ultimo comune il luogo in cui si stampava clandestinamente «L’Unità». Una nuova retata
fu compiuta nel gennaio del 1932 con arresti tra Marino, Albano, Genzano e Velletri che secondo
le cifre indicate dagli informatori della Polizia politica riguardarono tra i 168 e i 300 sovversivi
o presunti tali. Altri arresti di interi gruppi furono compiuti nel 1937, con diciassette condanne
del Tribunale speciale.186
184
Salvatore Capogrossi, STORIA DI ANTAGONISMO E RESISTENZA, Odradek 1996, pag. 92, 93;
185
nel suo diario Salvatore racconta che solo molto più tardi fu raggiunto dai legali che invece Luigia attivò subito
presso il gruppo di avvocati del c.d. SOCCORSO ROSSO, dove, tra l’altro Luigia da tempo collaborava come staffetta. Del
servizio legale di SOCCORSO ROSSO per militanti comunisti si risentì parlare tra ’70 e ’80, gli stessi legali furono vittima
di persecuzioni, tra 1977-8 furono arrestati gli avvocati Cappelli, Senese e Spazzali assieme ad altri nove collaboratori;
186
Ugo Mancini, LE POPOLAZIONI DEI CASTELLI ROMANI, 2006
51
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Anche a Marino molti antifascisti furono condannati al confino. Come sappiamo Di
Bernardini Olindo fu tra questi, Salvatore nei suoi appunti ne conta ventuno condannati nel 1932.
In un procedimento diverso, troviamo Aurelio Del Gobbo condannato assieme a Severino nella
sentenza del Tribunale speciale fascista n. 135 del 02.11.1932.
Qui c’è pure Amedeo Bianchi di Albano che in seguito, non sappiamo se per motivi di lavoro,
amore o tutt’e due, si trasferirà o già risiedeva a Marino. Tra i novantatré nominativi del casellario
della sentenza compaiono altri tre marinesi, così riportati da una recente pubblicazione187
...
Ciaglia Romualdo
Marino 1904
repubblicano
muratore
confinato
Marino 1918
antifascista
studente
Tribunale speciale
Marino 1904
anarchico
fornaio
...
Moronesi Ubaldo
...
Salvati Ugo
...
altri elementi emergono dal casellario della 135/1932, di genere: almeno qui, 100%
maschi. Territoriali: 68 sono di Albano. Politici: 31 comunisti, 29 socialisti, 7 repubblicani, 1
anarchico, 25 ‘genericamente’ antifascisti. Socio-economici: 1 possidente, 1 perito ex sindaco,
8 commercianti, 10 operai, 11 ‘vignaroli’, 34 braccianti ecc. A riprova di quanto già detto:
configurazioni proletarie per utopisti libertari, così evoluti ma pur sempre o anche solo
tendenzialmente ...bifolchi.
Aurelio, Olindo, Marianello, Ubaldo, Amedeo, Romualdo, Ugo, il gruppo degli
antifascisti marinesi tradizionali, autentici, si va delineando. Persone speciali, quindi le
donne, anche madri, sorelle, amiche, compagne di vita, figlie. Che sappiamo c’erano, stavano
lì...
tantissime donne che, come staffette, rischiavano tanto di più di coloro che tendevano
agguati ai tedeschi, magari di notte e a colpo sicuro. Loro invece, se trovate in possesso
di armi o di materiale di propaganda, rischiavano la fucilazione sul posto188
...tutti assieme per il sacrificio comune di sostenere quello che sono riusciti ad essere e
son stati, tra pregi e difetti di ognuno, tutti generosi per potenziale politico messo in campo,
capacità organizzativa e rete di solidarietà dimostrata, senza precedenti ne repliche189. Tutti
coraggiosi per umiliazioni e restrizioni subite.
187
Dario Petti, SEVERINO SPACCATROSI STORIA DI UN RAGAZZO DEI CASTELLI ROMANI TRA FASCISMO, RESISTENZA E
Novo Paese Sera 2010, pag. 118 e 121;
DOPOGUERRA,
188
STORIA DI ANTAGONISMO E RESISTENZA,
Odradek 1996 (cit.) pag.243;
189
tra 1926 e ‘46 donne e uomini schedati come antifascisti furono circa 200mila; attivi nella Resistenza e Liberazione
tra militanti regolari e irregolari, 100mila circa; in galera andarono in più di 50mila; morti 35mila; 21mila mutilati;
circa 10mila i deportati, negli interrogatori per estorcere delazioni fu diffusissimo l’impiego della tortura (in Paul
Ginsborg 1986, cit., pag. 90). Per reati politici, si ebbe una replica ‘nazionale’ nei ’50 quando nella sola Bologna si
ebbero 2 morti e 773 feriti durante scontri con la polizia, 13935 processi per resistenza a pubblico ufficiale, 4729
condanne per occupazioni, 670 arrestati per volantinaggio, 1086 per affissioni, 338 per adunate sediziose, 661 per
scioperi ecc. in Paul Ginsborg 1986, cit., pag. 251-2. Un’impennata si registrò tra i ’70 e ’80, Berlinguer parlò di pochi
untorelli in realtà furono 40mila denunciati, 15mila arrestati, 4mila condannati a migliaia di anni di galera, centinaia di
morti ... la Prefettura di Milano dichiarò che nel 1972 tra Milano e hinterland 20mila persone sono coinvolte in attività
sovversive ... in Nanni Balestrini, Primo Moroni L’ORDA D’ORO 1968-1977 LA GRANDE ONDATA RIVOLUZIONARIA E
CREATIVA, POLITICA ED ESISTENZIALE Sugargo 1988, pag. 311, non molto diversa era la situazione in altre città, Padova,
Mestre, Bologna, Roma, Napoli ecc., molti avvocati denunciarono torture negli interrogatori dei loro assistiti, tra 1980 e
’85 in carcere vi erano 7mila detenuti politici differenziati, pentiti e dissociati tornarono in libertà, gli irriducibili ancora
scontano pene detentive;
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Nazzareno D. F. è un’ottantenne di Marino, dalle sue parole capiremo il coraggio e la
determinazione di una donna perseguitata perché moglie di Dante Appetiti, partigiano del
gruppo marinese, più volte citato nelle narrazioni di Salvatore, Severino e Pino...
...nonostante la tramontana il sole scalda quel mattino di fine ottobre190. Sono in
servizio, c’è un gran da fare e cammino per un viale del cimitero in quei giorni affollatissimo,
un anziano signore siede sul bordo di una comoda tomba, tiene il bastone tra le mani
poggiandoci sopra il mento, anche Lui mi guarda mentre alle sue spalle la signora che
l’accompagna spolvera e sistema fiori, passandogli vicino sento la frase che tutte, tutti, prima
o poi a Marino si son sentiti dire …giovinòòò vie poqquà, ma tu nzi u fiu de Ardo…
mi conosce, conosce mio padre e, nonostante a Marino centro ci si conosce un po’ tutti
io, al contrario, ho l’impressione di vederlo per la prima volta ma quella frase è
inequivocabile e disarmante: l’anziano interlocutore sa’ tutto di me, io no!
Neanche finisco di confermare la mia identità, un po’ accigliato cambia subito
argomento freddando ogni possibilità di dialogo alla pari. Comanda Lui. E chiede
informazioni sul lume della tomba inspiegabilmente spento. Così, subordinato, spiego che
probabilmente dipende dalla lampadina e che può richiederla gratis in ufficio e …e chi ce va
peddellà, famme u favore de dillo ae’elettricisti! Dicce si ggiustino a luce d’a tomba de a
famia Appetiti…
a quel nome alzo gli occhi sulla lapide e tra gli altri leggo ‘Dante Appetiti’. Mi avvicino
a quel signore carinamente burbero e chiedo: Lei è un parente di Dante Appetiti? Il signore
fissandomi ora da dietro gli occhialoni neri risponde deciso più che mai ...mbèèè! So u maritu
de pòra Rosa a sorella de Dante, perché me dici quesso?
Ed io …conosco il sig. Dante per aver letto di Lui sui libri… perché ci sono libri che
parlano dei partigiani di Marino e Dante lo era …giusto?
In un batter d’occhio rovesciai la situazione, adesso ero io a dimostrargli di sapere cose
sue ed inchiodavo ottant’anni di storia marinese in carne e ossa arrivatami straordinariamente
per caso …freghite ciccarèèè!! Dante era unu dii capi…
Siedo immediatamente al suo fianco e gli porgo la mano, a quel saluto chiedo se ha
voglia di parlarmi di Dante e Lui, Nazzareno, aggiunge …simme va a pià a lambadina
chiacchiero sinnò t’attacchi…
È indomabile come un cavallo irritato alla stretta del mio cappio, Nazzareno ha tutta la
tenacia autenticamente ‘marinese’, indurita dal tempo e garbatamente cocciuta. Ridiamo, con
noi la signora. Torno ed opero la sostituzione andata magicamente a buon fine, Nazzareno
adesso, addirittura, mi doveva qualcosa: la chiacchierata. Risiedo al suo fianco, lui riporta il
mento sulle mani poggiate al bastone e fissando l’orizzonte dei ricordi, racconta…
…èèèèè Dante era un partigiano di quelli
grandi, ma grandi tanto, non ci dormiva la
notte per pensare come fregarli, che poi i
fascisti con questi nazisti gli davano la caccia
che se lo volevano fare (=arrestare), ma
Dante non lo buggeravi mica, era svelto di
mani e sveglio di testa, sapeva adoperare le
armi a dovere, sapeva quando nascondersi e
quando riapparire e quando lo fregavi!
190
...èèèèè Dante era mpartiggianu de quilli
grossi, ma grossi tantu, nce dormeva a
notte pe penza comme fregalli, cheppò i
fascisti cossì nazzisti ce devino a caccia
che su volevino fa’, ma Dante nu freghevi
mica, era svertu de mani e sviu de
capoccia, sapeva ddoperà l’armi addovere,
sapeva quandu nisconnise e quandu
riapparì, e quandu’u freghevi! Aooh! Ci se
ore 11 circa di mercoledì 29 ottobre 2014;
53
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Aooh! Ci si sentiva male e ci stava male la
famiglia che si preoccupavano, mia moglie
(la sorella), il fratello, tutti.
Mi ricordo quando dopo Ponza sparì
nuovamente lasciando detto che aveva da
fare ma non disse dove andava e non si vide
per molti giorni, quando improvvisamente
arrivarono i nazisti nella casa e cominciarono
ad interrogare la moglie per sapere dove
stava il marito (Dante) e questa poveraccia
non lo sapeva e ci andarono un sacco de
(altre) volte ma Lei gli disse (sempre) di non
saper dove stava e non l’arrestarono per farla
rimanere lì aspettando che Lui ci riandava,
gli fecero appostamenti per oltre un mese ma
questa volta non lo presero,
Dante non lo fregavi mica! Li odiava, li ha
sempre odiati ma da quando uscirono fuori
fino all’ultimo che poi i fascisti si allearono
con i nazisti… e vedi che se Mussolini non si
alleava con Hitler e vedi che la fine che ha
fatto non la faceva, stai sicuro Ciccarelli che
non la faceva! Comunque Lui li odiava!!
sendeva male e ce steva male a famia che
se proccupevino; moima, u fratellu, tutti.
Vedi che a Marino Dante era uno dei capi
partigiani insieme a Marco Aurelio che di
cognome faceva Trovalusci, poi a Indo che
adesso la famiglia per intenderci sarebbe… li
sai quelli dei tabacchini davanti al Comune
…i Di Bernardini e poi Giovanni
…Giovanni come faceva… Giovanniiii…
boh!? Ora non mi viene (=soggiunge)!? Che
Dante e Giovanni erano un sacco amici, fatti
conto stettero insieme pure negli anni Trenta
al confino a Ponza, la ci stettero un bel po’!
.
Vedi che a Marini Dante era unu dii capi
partiggiani nziemi a Marcaurelio che de
cognome faceva Trovalusci po’ a Indo che
mo’ a famia, pe capisse, sariaaaaa… sa
quelli dii tabbaccari davandi u commune
…i
Dibbernardini
eppò
Giuvanni
…Giuvanni comme faceva… Giuvanniiii…
boh! Mo numm’èvè! Che Dante e Giuvanni
erino nzaccu amici, fattecondu stettero
nziemi pure dell’anni trenda au confino a
Ponza, lla ce stettero mber po’!
Me ricordo quandu doppo Ponza risparì
natra vota che lasciò ditto che teneva da
fa’ ma ndicette mica ndo ijava e nze vidde
pe nzaccu de ggiorni, quandu che pia
rrivarino i nazzisti aa casa e cominciarino
a nterrogà a moje pe ssape ndo steva u
maritu e ssa poraccia daje a dicce che no
sapeva e ce ittero nzaccu de vote ma essa
ce disse sembre che noo sapeva ndo steva e
naa rrestanno peffalla rimane llà spettenno
che issu ce rijava, ce fecero e poste pe cca
mese ma sta vota nu pianno,
Dante nu freghevi mica! Li odieva, a
sembre odiati ma da quand’escirino fora
finende all’utimu cheppò i fascisti se
llearino coi nazzisti… evvedi chessi
Mussolini nze lleeva co ittele, evvedi che a
fine ca fattu na faceva, sta’ sicuru ciccarè
che na faceva! Conungue issu li odieva!!
La chiacchierata con Nazzareno per ora finisce, gli chiedo se posso incontrarlo di nuovo e
mi spiega, oramai, delle sue rare uscite ma acconsente comunque e poi, timoroso, chiede notizie di
mio padre. Una domanda che agli ottantenni, credo, faccia salire il timore di apprendere della morte
di un coetaneo ma lo rassicuro, nonostante le ingiurie degli anni, anche papà se la cava.
Toccandomi una mano mi chiede di portargli un saluto, io chiamo mio padre al telefono e glielo
passo, si presenta ed esplode, credo entrambi, in una gran risata. Mi parla della loro amicizia, di suo
fratello Cesare e dei fratelli di papà che bbitevino lla pei Paveli (Castel de Paolis località di
campagna a Marino). E poi del vino, delle sbronze e delle bettole.
Devo tornare al lavoro, ci salutiamo con un’altra stretta di mano assai più calorosa della
prima, saluto la signora che ancora ci guardava divertita. Mi avvio, Nazzareno dice …viemm’a
trova quandu te pare che a fatte ngaffè c’ha faccio …si capituuu?
Oramai lontano mi voltai per rivederlo, trovai la sagoma di Nazzareno nel centro del viale
che agitava in aria il suo bastone e c’è l’aveva con me, mi richiamava. Tornai davanti a Lui,
posandomi una mano sulla spalla disse …Fatali… Fatali… Giuvanni faceva Fatali pe’ cognome,
faceva u muratore, scrivi pure de quissu che pure poru Giuvanni era mbartiggianu veru…
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la sua voce adesso era quasi un lamento …chemme sti affà ricordà ciccarè… Nazzareno era
un po’ commosso, lo abbracciai brevemente, sentii un corpo delicato, tremolante come quello di un
bambino ed anche a me, in quell’attimo, si chiuse un po’ la gola. Ma che incontro… stetti tutto il
giorno di buonumore.
Salvatore trascorre più di dieci anni tra latitanza, confino e carceri d’Italia. Ai campi di lavoro
alle Tremiti era di turno in cucina e chiese più verdure per il rancio
mi portano due sacchi di papaveri secchi ...papaveri? da noi li mangiano i conigli! Dissero che
sull’isola erano una verdura prelibata ...i papaveri...
Ritrovò migliaia di antifascisti conosciuti nelle riunioni romane, Altiero Spinelli, Alessandro
Pertini, Pietro Secchia, Umberto Terracini
durante l’ora d’aria nel carcere di Civitavecchia rividi Antonio Gramsci che passeggiava in un
altro cortile separato, fu l’ultima volta.
dopo qualche anno, durante il trasferimento da Procida a Viterbo
incontrai Reggiani che proveniva dal carcere di Turi vicino Bari dove per un periodo stette con
Gramsci, Reggiani mi disse che non essendo in linea con le direttive del Partito sulla ‘svolta’ del
1930 che divise la Direzione, Gramsci era stato messo fuori dal collettivo del carcere ...rimasi di
stucco ...ero incredulo ...quel Gramsci, che ai compagni che gli proponevano di espatriare, aveva
191
detto: cosa diranno gli operai? ...si vabbè, Gramsci è un’altra storia!
Anche Severino e centinaia di altri ai Colli trascorrono molti anni tra latitanza e carceri poi, per
scadenza termini, amnistie e proscioglimenti giunti col provvisorio governo Badoglio, assieme a
Salvatore si ritrovano tutti attorno al 1941, tra i compagni ai Colli. Dopo un veloce riabbraccio dei
cari, si rimettono subito al lavoro per rendersi conto dello stato in cui versava l’organizzazione
antifascista ai Colli, su cosa poter contare per organizzare l’atto finale della Liberazione.
Soprattutto Salvatore, dopo oltre dieci anni di assenza, poté constatare che ovunque ai Colli,
nonostante la repressione fascista, la Resistenza seppe mantenere un livello organizzativo
ragguardevole. Palestrina, Velletri, Genzano, Ariccia, Albano, Marino, Rocca di Papa, Gottaferrata
e Frascati avevano gruppi di resistenti più e meno spontanei e squadre di partigiani organizzati ai
quali si unirono molti operai, per primi tra questi, i lavoratori della S.T.E.F.E.R.192.
Contemporaneamente si tenevano riunioni con i responsabili del CLN di Roma, dove andava
Severino o Salvatore
dove mi recavo spesso per fare relazioni di quello che via via veniva fatto nei Castelli a
Pompilio Molinari, uno dei responsabili politici di Roma
Le attività dei partigiani ai Colli erano parte completamente integrata alla lotta di Liberazione
nazionale. In una riunione romana Pino ci racconta di un confronto con autorità degli eserciti
alleati sull’uso strategico di alcuni particolari chiodi a quattro punte che gettati in strada ne
rilasciano sempre una rivolta verso l’alto e facilmente forano i pneumatici di un automezzo
saranno soprattutto i piloti della Royal Air Force britannica a sollecitare questo tipo di azioni
di sabotaggio, che rendevano loro più facile colpire le colonne naziste, una volta immobilizzate
191
Luciano Canfora, LA STORIA FALSA, BURsaggi 2008;
192
consorella di ATAC, la SOCIETÀ TRAMVIE E FERROVIE ELETTRICHE ROMANE, entrambe del Comune di Roma, dai primi
del ‘900 e per oltre 50anni gestisce l’intera rete provinciale dei trasporti pubblici, poi solo autobus, in seguito ACOTRAL,
oggi COTRAL;
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Così importanti che Severino fu incaricato dal CLN di Roma di andare tra i resistenti del
viterbese per riunioni ‘didattiche’ su questi metodi di guerriglia semplice ed efficace, durante uno di
questi spostamenti
proprio mentre Silvestri e Leporatti si recavano colì, i tedeschi stavano operando vasti arresti,
pettinando tutta la zona. Anche Silvestri e Leporatti vennero arrestati, il primo non aveva nulla
di compromettente in tasca, ma Leporatti, invece, aveva un chiodo campione fatto e messo in
opera dai compagni di Marino, che aveva un grande vantaggio sui precedenti: per fabbricarlo
non occorreva saldatura o imbollonatura, perciò lo portava a far vedere ai partigiani e per
spiegare loro come dovevano fare. Fortuna volle che i tedeschi non perquisissero subito il
Leporatti, ma lo tenessero per qualche ora in una cantina, ove il nostro compagno ebbe tutto il
tempo di disfarsi del chiodo campione
Così i partigiani di Marino si distinsero per ingegno piuttosto strategico, in qualche modo
...fecero ‘scuola’. E tra gli anziani ascoltati tutti ricordano questo particolare de i chiodi marinesi.
Mi indicano pure la bottega del fabbro che li costruiva ...de notte aa luce de na cannela ne faceva a
centinara lla paa scesa che porta de sotto pe cammere nove...193
Come dissero Salvatore e Pino, i partigiani di Marino si distinsero per aver ideato e realizzato
alcune tra le più importanti azioni della Resistenza italiana; azioni spettacolari dal punto di vista
bellico ... operazioni ad alto rischio ma di fondamentale importanza
Così lo ricorda Salvatore nelle sue memorie
...il primo sabotaggio, sulla Roma-Formia, fu eseguito da due squadre partigiane composte,
una, da Ferruccio Trombetti e Giorgi Alfredo; l’altra da Enzo D’Amico, Giuseppe Mannarino
e Pino Levi Cavaglione. Il secondo sabotaggio, sulla ferrovia Roma-Cassino fu eseguito da
Marco Aurelio Trovalusci, minatore di Marino, Amedeo Bianchi e Dante Appetiti, anch’essi
di Marino e Ippolito Silvagni di Albano Laziale...
Severino racconta qualche particolare in più
...operò la squadra diretta da Marcaurelio Trovalusci di Marino minatore, Amedeo Bianchi di
Albano minatore, ma da molti anni residente a Marino, Dante Appetiti di Marino, Ippolito
Silvagni di Albano. Quest'ultimo seppe cosa stesse preparando la squadra e tanto pregò che
lo conducessero con loro che convinse, ma poi infortunatosi nei pressi del casolare ove era
stato depositato l'esplosivo nel fondo di Felice Tisei194 comunista cattolico di Marino, dovette
essere lasciato la e, contentarsi da la, di sentire l'esplosione. Erano stati impiegati qui Kg. 32
di esplosivo simile a quello impiegato sulla linea Roma Napoli via Formia…
193
di notte al lume di una candela ne faceva a centinaia, la per la discesa che porta di sotto per le ‘camere nuove’
(zona così chiamata del centro storico di Marino, oggi via Giacomo Carissimi dove, effettivamente, almeno fino agli
’80 cera una piccola bottega di fabbro)
194
Felice Tisei, unico antifascista di Marino citato in Spaccatrosi, (solo qui erroneamente trascritto Tisci), Capogrossi,
Cavaglione e Negroni. Evidentemente l’unico che frequenta ambienti di varia estrazione politica e culturale, forse è lui
che tiene i rapporti cittadini tra antifascisti combattenti e pacifisti. Sembrerebbe che Felice Tisei conosca la sig.ra Anna
M. E. Agnoletti, bolognese, ebrea, dal ’39 al ‘42 bibliotecaria in Vaticano. La sig.a Anna si trasferisce poi a Firenze
dove fu attiva nel partigianato toscano e per questo fucilata nel ’44 a Cercina. A questa valorosa Donna i ‘cristianosociali’ marinesi legano una leggenda, quella di averla ‘attiva’ nel partigianato ai Colli. Motivo per cui nel ‘49 a sua
memoria posarono una lapide nel giardino di Borgo Garibaldi. Oggi unica lapide a Marino dedicata al partigianato.
Donna ammirevole, purtroppo ignorata in ogni narrazione di Resistenza e Liberazione ai Colli; sconosciuta alla
popolazione locale e alle decine di anziani ascoltati e intervistati. Recentemente è apparso un opuscolo scritto dallo
storico locale Ugo Onorati, dal titolo promettente: ANNA MARIA ENRIQUES AGNOLETTI PARTIGIANA NEI CASTELLI ROMANI ed.
Prov. di Roma e ANPI 2006. Poi anche qui, leggendo bene, c’è scritto (a pag. 8) che ...forse... lo è stata. Nonostante la
certezza ostentata nel ‘titolo’, sembra che pure storico e ANPI locale, in realtà, ne sappiano poco...;
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Le operazioni terminarono con armi, equipaggiamenti e nazisti, distrutti.
I partigiani rientrarono illesi ...missione compiuta!
Non fu data notizia presso la stampa clandestina e i nazisti credettero ad una mossa dei
paracadutisti inglesi, anni dopo il capitano Pino scrisse
...No, dannati tedeschi, questa volta il colpo non vi è venuto dal cielo, non vi è venuto dagli
aviatori inglesi. Vi è venuto da noi! Da noi che in questo momento ci sentiamo orgogliosi di
essere italiani e partigiani e non cambieremmo i nostri laceri abiti bagnati e fangosi per
nessuna uniforme. E vi odiamo, vi odiamo a morte...
Le gesta dei nostri partigiani sono impresse nella storia della Liberazione, negli archivi, sui
libri. Nel 1961 il regista Nanni Loy ne fa un film195.
Tra 1943 e 1944 i paesi ai Colli erano al collasso, divenuti una sorta di grande cratere sotto
le bombe alleate, dai paesi distrutti, evacuati, parte la massa dei profughi. Fuggono da Albano,
Genzano, Velletri, una parte si rifugia nel palazzo apostolico di Castel Gandolfo. A migliaia tornano
ad una vita primitiva nelle grotte intorno al lago Albano e quello di Nemi e nel monte Artemisio.
Nasce una Resistenza civile, l’autogoverno, i partigiani garantiscono censimento e sopravvivenza,
con distribuzioni di viveri sia nei paesi distrutti che nelle grotte. 196
Il CLN di Genzano e dei Castelli sosteneva anche i cosiddetti ‘comitati di grotta’, I contatti
per ‘squadre, compagnie e comitati di grotta’ erano coordinati tramite ‘responsabili politici locali’
e questi li ricorda Salvatore nei suoi appunti
S. Spaccatrosi, D. Malintoppi, A. Monti e T. Secchi per Albano, Risi e G. Troiani per
Frascati/Monteporzio, D’Agostino e G. Perucca per Ariccia, A. Del Gobbo per Fontana di
Papa, Marco Aurelio Trovalusci per Marino paese, M. Carli per Montecompatri, Cardinali
per Grottaferrata, Guidi per Rocca di Papa, G. Iorio per Nemi, S. Mancini per Velletri.
In condizioni disastrose svolsero un lavoro immane. Trovarono pure tempo e coraggio di
andare a comprare venti vacche in Ciociaria e in transumanza per monti e valli portarle a Genzano,
improvvisare un mattatoio dalle parti dell’ex distilleria e poi distribuire il tutto a squadre,
compagnie, responsabili di zona e comitati di grotta. A Salvatore non sfugge nulla
al ritorno si lamentarono della fatica: una vacca, dissero, gli era scappata; ma qualche
giorno dopo si seppe che il padre di uno degli accompagnatori stava vendendo carne al
mercato nero...
Tutti vollero tenere delle riunioni, in poco tempo si intensificarono le attività di
coordinamento territoriale, Severino ricorda
Marco Aurelio Trovalusci e Felice Tisei, il primo compagno, il secondo cattolico comunista:
anch'essi volevano che andassi a tenere una riunione a Marino
195
UN GIORNO DA LEONI regia di Nanni Loy, scenografia Marcello Gatti, musiche Carlo Rustichelli, montaggio Ruggero
Mastroianni, interpreti: Renato Salvatori, Tomas Milian, Carla Gravina, Nino Castelnuovo, Saro Urzi, Leopoldo
Trieste, Valeria Moriconi, Corrado Pani, Carlo D’Angelo, Romolo Valli, Anna Maria Ferrero, Franco Bucceri, Silla
Bettini, Regina Bianchi, Ester Carloni, Peppino De Martino, Elvira Tonelli, Gondrano Trucchi, Isarco Ravaioli;
prodotto da Franco Cristaldi (Lux-Vides-Galatea), origine it./118’, 1961, in Fernaldo Di Giammatteo, Cristina
Bragaglia, DIZIONARIO DEL CINEMA ITALIANO, Ed. Riuniti 1995, pag. 151/2. Girato ai Colli tra Marino, laghi, Frascati,
Albano e Genzano, recensito per ottima ricostruzione storica, interpreti credibili, il primo film importante di Loy;
196
Nicola Gallerano (a cura di), Guido Quazza, Enzo Forcella, L’ALTRO DOPOGUERRA - ROMA E IL SUD 1943-1945, Franco
Angeli 1985, pag. 227;
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Il gruppo degli antifascisti marinesi cresceva, Marco Aurelio e Felice si aggiunsero a tanti
altri, lo ricorda bene Lucio nell’intervista197
...le riunioni clandestine dell’antifascismo marinese, di quelle ‘allargate’ cioè non per soli
militanti e combattenti, con una certa puntualità cominciammo a tenerle già dai primi anni
’40. Molte nella cantina in via Garibaldi del sig. P. (che sarebbe il papà del geometra).
Quando ci si riuniva si arrivava mai in gruppo ma alla spicciolata e fuori rimaneva sempre un
‘palo’ che, se avvisava un pericolo, dava l’allarme in tempo per farci fuggire giù in grotta e
far trovare vuota la cantina. Venivano molte persone, anche donne, comunisti, socialisti,
qualche cattolico, qualche anarchico. Le riunioni erano presiedute da Marcaurelio
Trovalusci, ottimo organizzatore; Aurelio Del Gobbo, forse il più ‘politico’; c’erano gli
immancabili fratelli Di Bernardino, Indo, Olindo, Marinello. Guglielmone a guardia; Vessillo
l’acquarolu; Dante, il grande Dante Appetiti ed altri. Io ero un giovanotto che, come altri
della mia età, avvisavano l’importanza del momento storico ma oggi, onestamente, posso
ritenermi un ‘irregolare’ …non so’ se mi spiego! Militanti e combattenti a Marino si vedevano
già dalla metà degli anni ’30. Dopo il 1940 le riunioni avevano un altro sapore, non si
trattava più di ‘resistere’ ma si sentiva l’arrivo della Liberazione!
Aurelio era instancabile, attivo, determinato, Severino precisa
Si stava formando un gruppo di partigiani anche a Fontana di Sala, sotto la direzione di
Aurelio Del Gobbo
La società italiana nei primi anni ’40 attraversava una fase inedita, tra esaltante a penosa.
L’autorità fascista si dissolveva; truppe d’occupazione nazista e Alleate si inseguivano
bombardandosi; la lotta di Liberazione ufficializzava le sue truppe e dov’era, sparsa ‘a macchia di
leopardo’, imperversava198. Nel 1943 l’Italia era tagliata in due. A sud di Napoli vi erano gli Alleati
dove era fuggito il re che il 30 ottobre, finalmente, dichiarò guerra alla Germania. Il centro e il nord
era ancora in mano ai nazisti, liberarono Mussolini dal Gran Sasso e Hitler lo riportò in Italia a capo
di un governo fantoccio a Salò. Gli industriali italiani
preferirono invece praticare un intricato doppio gioco, Giovanni Agnelli (presidente FIAT) e
Vittorio Valletta (amministratore delegato). In una riunione oltralpe diedero indicazioni agli
americani sul controllo dei nazisti sulla produzione e si accordarono sull’opportunità per
‘posizione strategica dell’Italia e basso costo di mano d’opera’ che offrivano agli USA. Nello
stesso tempo Valletta non infastidì i nazisti nella repressione dei gruppi di operai antifascisti
che picchettavano le fabbriche impedendo, di fatto, ai tedeschi l’asportazione o il
danneggiamento durante la ritirata degli apparati tecnologici industriali. Nell’aprile 1945 i
partigiani volevano arrestare Valletta per collaborazionismo ma era già fuggito con un
ufficiale inglese [in P. Bairati VITTORIO VALLETTA, Torino 1983 pag. 138]199
197
vedi pag. 31;
198
diffuse a livello nazionale le formazioni Garibaldi nacquero ufficialmente nel settembre 1943, formate da decine di
migliaia di persone impegnate nell’antifascismo già dai primi anni ’20, poi, dal 1926 in clandestinità. Come già detto,
oltre ai militanti di PCI e PSI, nelle Formazioni Garibaldi confluirono tanti ‘irregolari’ comunisti, anarchici e disertori
volontari nelle ‘Brigate internazionali’ nella guerra civile spagnola. Le prime bande di ‘Giustizia e Libertà’ del Partito
d’Azione (poi DC) nacquero nelle grandi città del nord e ufficialmente dal marzo 1944, prevalentemente cattolici ed
antifascisti dell’ultima ora, in G. Oliva, I VINTI E I LIBERATI Mondadori 1994, pag. 184-5, anche in M. Fiorillo UOMINI
ALLA MACCHIA Laterza 2010: pag.25;
199
in P. Ginsborg STORIA DELL’ITALIA...1989 (cit.), 2. La società italiana nei primi anni ’40 (cap.) pag. 15/46;
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In questo pericoloso vuoto di potere, alcune assemblee partigiane dettero forma ad ambiti di
autorità territoriale. Le Formazioni Garibaldi avevano il controllo completo di molte zone liberate
come in Carnia nel nord-est (area geografica di 150mila abitanti); Montefiorino nell’Appennino
centrale (50mila ab.); Ossola al nord (70mila ab.) ed altre minori.
Queste prime ‘repubbliche’ nacquero come veri microcosmi di democrazia diretta. Con certa
cautela adottarono politiche sociali ed economiche di redistribuzione delle ricchezze con
espropriazioni e tassazioni sui beni immobili, questa ed altre iniziative della base popolare furono
però ostacolate da insospettabili dirigenti politici che si aggiravano parlando di alleanza
‘governativa’ con i monarchici e di certa democrazia progressiva200
...la maggior parte della cautela va ascritta alle scelte dei dirigenti del PCI. L’enfasi da loro
posta sul mantenimento dell’unità nazionale significava necessariamente uno slittamento del
programma di riforme sociali. Il PCI sosteneva che se un ricco proprietario aiutava
201
finanziariamente la Resistenza non doveva essere minacciato di esproprio...
Le raccomandazioni de ‘i comunisti’ furono prese talmente alla lettera che molti ricchi
proprietari accorsero ad aiutare finanziariamente la Resistenza, spuntarono ovunque, come funghi.
Tutti vollero diventare antifascisti nel più breve tempo possibile e ...a qualunque costo! Fu così che
molti, staccando assegni, un po’ come si fa col guardaroba nei cambi di stagione, rinnovarono le
loro coscienze, da ligi della stirpe littoria a gioiosi e variopinti antifascisti.202
E l’omo campava. Antifascista mbè! ...ma campava!
Ai Colli le riunioni si moltiplicavano, Salvatore e Severino ma anche Pino, si spostano in
continuazione. Montecompatri, Frascati, Velletri e poi Lanuvio e Genzano, così come ad Albano
ma anche Ariccia, ovunque si preparano le assemblee che a breve costituiranno i Comitati di
Liberazione Nazionale (CLN) ...e Marino?
A questo punto va notata: anomalia o eccezione? Lacuna o stranezza? Una coincidenza?
Guarda caso marinese...
Salvatore Capogrossi, Severino Spaccatrosi e poi Pino Levi Cavaglione, nei loro libri
autobiografici hanno ampiamente dimostrato, intrecciando conferme circostanziate e peculiari, di
conoscere perfettamente cosa, come e dove si muovesse l’antifascismo ai Colli Albani.
200
concetto di Palmiro Togliatti (faccia di sfinge per H. J. Hobsbwm), al suo rientro da Mosca (dove per conto di Stalin
fu vice segr. generale del COMINTERN), lo ribadì nella Direzione del PCI a Salerno nell’aprile 1944, poi a giugno lo scrive
nelle ISTRUZIONI ALLE ORGANIZZAZIONI DI PARTITO NELLE REGIONI OCCUPATE (in OPERE SCELTE, Roma 1974 pag. 331-32),
nel ‘46 la sfinge sarà Ministro, artefice di una dubbia amnistia. Le ‘parole’ di Togliatti a Salerno e nelle ISTRUZIONI sulla
via collaborazionista del PCI con monarchici, destra, cattolici, industriali, latifondisti ecc., assieme a quelle sulla
rinuncia d’ogni ipotesi insurrezionalista italiana per ‘socialismo e comunismo’ riferite espressamente ‘a chi si fosse
illuso’ nel partigianato dell’epoca, anche, in P. Ginsborg 1989 (cit.) 2. i comunisti (cap.) pag. 51;
201
già in Max Salvadori THE LABOUR AND THE WOUNDS London 1958, pag. 217, anche D. J. Travis COMMUNISM IN
MODENA, THE PROVINCIAL ORIGINS OF THE PCI 1943-1945, Historical Journal XXIX 1986, pag. 886, e in P. Ginsborg
STORIA DELL’ITALIA...1989 (cit.) pag. 69;
202
un esempio: Giuseppe Volpi, latifondista veneto, nel 1938 è presidente di Assicurazioni Generali, pluri-incaricato
dai fascisti, tramite Pietro Mentasti della DC veneta, nel 1943 distribuisce 20milioni di £ a varie organizzazioni della
Resistenza e dall’ora il Volpi era antifascista... in M. Raberschak LA PROPRIETÀ FONDIARIA NEL VENETO TRA FASCISMO E
RESISTENZA atti del convegno di Belluno 24-26 ott. 1975, anche in P. Ginsborg STORIA DELL’ITALIA...1989 (cit.), pag. 63;
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Tramite l’attenta lettura dei testi è possibile ricostruire i lunghi anni della Resistenza fino a
quelli della Liberazione con la nascita dei CLN ai Colli. Ma tutti e tre; Salvatore, Severino e Pino,
nei loro diari non scriveranno mai - una volta che una - le parole: il CLN di Marino...
Perché? Una coincidenza? Perché una coincidenza a Marino?!
Anche il primo testo, Marino sotto le bombe di Zaccaria Negroni, qui ampiamente trattato,
ci dice che la sera del 9 settembre 1943 nasce il C.N.L. di Marino composto da 25 persone ecc. ecc.
Ci dice quello che accadeva in tutti gli altri paesi dei Colli, esattamente come in tutti gli altri
d’Italia.
E su ciò che accadde a Marino prima di quella sera del 9 settembre 1943 Zaccaria tace
perché, onestamente, non può fare altro. Da quel 9 settembre in poi sappiamo di Marino e di inutile
strage; della bomba intelligente, minestre date con i buoni e Gara di generosità; di Marche, Umbria
e vie della Provvidenza; borsa nera, usura, banca cattolica di Marino, soci fondatori e mons.
Guglielmo Grassi; americani canadesi, manifestazioni di protesta, lavoratori non pagati, Prefettura,
commissariamenti ecc. ecc. ecc. Zaccaria non parla mai apertamente del suo antifascismo perché,
onestamente, Zaccaria sa di non esserlo mai stato di esserlo da quella sera del 9 settembre 1943. E
tra i suoi concittadini Zaccaria sa perfettamente che ce ne sono e tanti, di antifascisti tradizionali e
valorosi ma troppo comunisti. E tant’è “affetto da mania religiosa” e anticomunista203 che quasi se
ne vergogna. Li omette, li ignora e a questi accenna solo con un lapidario chi affronta il nemico con
le armi
In questo caso Zaccaria parla di Aurelio, Olindo, Marianello, Ubaldo, Amedeo, Romualdo,
Ugo e gli altri 21 condannati nel 1932, di Marco Aurelio, Felice e poi Giuvannone a guardia,
Vessillo l’acquarolu, Dante, il fabbro pee cammere nove e chissà quante, quanti altri ancora.
E poi ci sono Walter e Fernando. Chi sono?
Severino ricorda Fernando nella sua cronologia dell’antifascismo ai Colli
30 gennaio 1943 – Marino. Ferito gravemente un ufficiale tedesco: i militari tedeschi fermano
Ferdinando204 Lanciotti - di vent’anni - che, trovato in possesso di arma da fuoco, viene
fucilato sul posto
Fernando sui documenti risulta scalpellino, non sappiamo di cosa in realtà fu responsabile.
Sappiamo che era marinese e che è stato fucilato a vent’anni dagli occupanti nazisti. Sembrerebbe
l’unico a Marino.205 E lasciato agonizzante per ore, a Marino è impossibile trovare un anziano che
non lo ricorda; mio padre, Lucio, Nazzareno, Cesare. E Giuseppe...
E di Fernando Lanciotti che mi
racconti?
...adesso te lo dico io perché questo morì,
povero Lanciotti come no! Tenevamo
quasi la stessa età, con lui proprio non ci
Edde Fernando Lanciotti chemme
riccondi?
...mo to dico io perché quissu morì, poru
Lanciotti comme no! Tenessimo guasi a
stess’età, co issu propo nge tenevo
203
...il suo atteggiamento contrario al comunismo fu sempre molto fermo... in Franco Negroni, L’INGEGNER SORRISO, Ed.
Santa Lucia, Marino 1999, pag. 149;
204
così trascritto anche su vari siti on line, il nome corretto è Fernando come riporta la lapide di famiglia;
205
anche per il Comune di Marino Fernando muore per “colpi d’arma da fuoco da militi tedeschi” (a pag.63);
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avevo tanto a che fare ma ci conoscevamo
bene, vedi un po’... Si diceva che dette una
revolverata ad un nazista e questi lo
fucilarono per il vicolo che dall’entrata del
Comune sale per via Santa Lucia e la steso
per terra rimase un paio d’ore in agonia
che i nazisti non lo fecero avvicinare fin
quando morì …poveraccio! Se lo facevano
portar via mi sa’ tanto che salvava la pelle,
invece i nazisti non vollero che si portasse
via, rimase la più di due ore e morì …buon
anima!!
tand’accheffà ma se conoscessimo bbè,
ipò... Se diceva che dette na rivorverata a
nnazzista e quissi u fucilanno pe u vichelu
che dall’endrata duu commune salle pe via
Sanda Lucia ellà, stesu pettera rimase
mpar d’ore n’agonia che i nazzisti nfecero
vvicinà gnisunu finende che mmorì
…poracciu! Si u facevino portà via mesà
tandu che sarveva a pelle, nvece i nazzisti
nun vollero che se porteva via, rimase llà
più de do ore e morì …bon’anima!!
.
.
...lasciare agonizzante una vittima era uso corrente tra i nazisti, trasmesso dai gerarchi per
ordinanza tra i metodi riservati alle popolazioni riottose. Molti sono gli episodi ricordati, anche a
Pino quando passò per Genova
fu possibile vedere due cadaveri italiani sul molo delle Grazie, un marinaio agonizzante
vicino ad un capannone, sotto lo sguardo indifferente di un tedesco, preoccupato solo di
allontanare qualsiasi possibile soccorritore
Questa sorte infame, forse l’unica a Marino, il 30 gennaio 1944 toccò a Fernando. Importa
se sia stato Lui a ferire l’ufficiale nazista?
Si trattava comunque di persone coscienti di cosa accadeva in Italia e, non meno, ai Colli; in
quei giorni erano stati bombardati Palestrina, Velletri e Albano, a Pomezia in una sparatoria con i
Partigiani, morirono 7 nazisti; dopo giorni dalla fucilazione di Fernando saltò in aria la caserma
nazista di Grottaferrata ecc. ecc.
Era in corso una guerra e Fernando o chi per lui, si opponevano, combattevano.
E sembra proprio che combatteva il diciottenne Ludovisi Walter. È un operaio/studente, scritto
‘scolaro’ sui documenti, ‘manovale’ sui libri.
Chissà forse Guglielmo206 vide anche il sorriso di Walter.
Pure incorniciato dallo spioncino della cella 333 di Regina Coeli, il sorriso di un giovane
antifascista dev’essere magnifico.
Il 24 novembre 1944 dal carcere romano lo trasferiscono a Forte Bravetta dove i nazisti lo
fucilano207.
Non sappiamo di cosa in realtà si rese responsabile, ma è importante? Abbiamo qualche
certezza inequivocabile: era marinese ed è stato fucilato dai nazisti a diciott’anni
..sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi...
206
Guglielmo Petroni in bifolki nelle note n. 41 e 156;
207
nel Forte Bravetta a Roma, vennero eseguite 130 fucilazioni dal 1932 al ‘45, quasi tutti dal carcere di Regina Coeli
“cinquanta eseguite fino all'8 settembre 1943 dai fascisti, settanta durante i nove mesi di occupazione nazista, dieci
dagli angloamericani” in Augusto Pompeo FORTE BRAVETTA UNA FABBRICA DI MORTE DAL FASCISMO AL PRIMO
a
DOPOGUERRA Odradek 2012, Walter in Armando Troisio ROMA SOTTO IL TERRORE NAZISTA (I ed. 1944) Castelvecchi
2014, anche in Filippo Tuena TUTTI I SOGNATORI Fazi 1999, pag. 102 e AAVV FORTE BRAVETTA 1932-1945 IIa ed.
ANPI/Prov. di Roma 2006, il Comune di Marino scriverà Valter: a pag.64;
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Nonostante il prezzo pagato da ragazzi, Walter e Fernando vengono dimenticati. I “nostri
eroici patrioti” e “il loro sublime sacrificio per la riscossa nazionale208”.
Sono dimenticati da compagni come Aurelio209, Olindo, Marianello, Ubaldo, Amedeo,
Romualdo, Ugo, Dante, Marcaurelio... e quelli venuti dopo e oggi ‘nei Direttivi’ a dire: siamo
antifascisti!!
E i marinesi? Tutti troppo sbrigativi. E non gli mancarono esempi autorevoli, tra i primi
quello di Zaccaria sindaco, scrive Marino sotto le bombe nel 1946, qualche anno dopo quelle
fucilazioni e il misericordioso Z.N. tace, non una parola per i nostri ragazzi eroici patrioti.
Invece ne infila uno, Fernando, nella lista dei caduti per inutile strage nei bombardamenti.
.
Le bombe le fanno vagare orrendamente e trovano sempre vittime innocenti. Morti
ammazzati, Tutte, Tutti, mica inutilmente. Li mettiamo in fila sulle lapidi pubbliche per non
dimenticare il sacrificio degli innocenti.
Ed è giusto così. Tanto per rimanere nel più terreno dei luoghi comuni: nessuno di questi
concittadini è morto inutilmente! O no? Che la verità rimanga ben leggibile nelle lapidi ...pubbliche.
A dirla tutta, la verità: Fernando muore fucilato dai nazisti.
E Walter - a Marino - non verrà mai neanche ‘erroneamente’ ricordato.
Zaccaria e i cattolici portano la lapide dei caduti per inutile strage in chiesa ...non in una
piazza o in un parco con una bella aiuola fiorita tutt’attorno, no... Zaccaria è affetto da mania
religiosa, porta tutto in chiesa.210 Chissà, magari Fernando non andava in chiesa. Almeno da vivo.
Erano due ragazzi marinesi ben consapevoli del loro tempo e come Tante e Tanti, fecero
delle scelte precise, tra coraggio civile pacifista o di chi affronta il nemico con le armi, spontanei o
organizzati. Più o meno antifascisti? ...e per quali pesi? Quali misure? No! Non importa.
Entrambi come Tante, Tanti ...troppi! Furono uccisi dall’occupante nazista.
Per quanto infame sia, oggi, è l’unica certezza.
Le bombe le fanno vagare orrendamente e trovano sempre vittime innocenti. A quelli come
Fernando e Walter prendevano la mira.
È impossibile che un solo antifascista sia morto inutilmente...
....ci penso...
...ci ripenso...
...assolutamente no! È impossibile.
.
208
così è scritto sul MONUMENTO AI MARTIRI DELLA RESISTENZA DI FORTE BRAVETTA SPQR MCMLXVII dove, tra 77
nominativi, c’è quello del nostro Walter (vedi pag.64);
209
Aurelio Del Gobbo a Marino sarà sindaco...
210
le prime lapidi ai Caduti per bombardamenti nella II guerra a Marino sono 4, affisse nel 1954[?] presso l’altare del
Crocifisso e dell’Addolorata della Basilica S. Barnaba, Fernando è nella seconda, solo più tardi, primi ‘80[?] Marino
avrà un monumento ‘pubblico’;
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una sintesi
L’arte della narrativa è morta. Siamo in lutto211
Voce mia tua chissà chiamare questo
Mia tua chissà la voce che chiamare
ventilato è suonar che ne discorre
in che pensar diciamo e siamo detti
vani smarriti soffi rauchi versi
prescritti da un voler che non si sa
disvoluto e alla mano intima incisi
segni qui divertiti disattesi
sensi descritti testi
d'altri che morti fiati
dimentichi 'n mia tua chissà la voce
Noi non ci apparteniamo
E' il mal de' fiori
Tutto sfiorisce in questo andar ch'è star
Inavvenir
Nel sogno che non sai che ti sognare
tutto è passato senza incominciare
'me in quest'andar ch'è stato212
Un mal de’ fiori che in qualche modo assolve l’enfasi luttuosa non la storia marinese tentata
in bifolki. Detto ciò, l’autore si scusa anticipatamente con quanti hanno oggi la certezza di sentirsi
assolti …con questi rivendico il problema: è tutto mio, ovviamente!
Una cosa è certa: Noi non ci apparteniamo!
E in quest'andar ch'è stato pure la Storia di Marino non ha uno specifico proprietario.
La Storia appartiene alle donne e agli uomini che l’han fatta e ad ognuno per le proprie
responsabilità.
La Storia ha pregi e difetti, di essere interpretata Nel sogno che non sai che ti sognare e di
essere tradita in che pensar diciamo e siamo detti
E così ci raccontiamo, sempre, assai più belli, bravi, buoni, onesti, senza colpe, limpidi. Ci
raccontiamo così perché in parte assolviamo almeno il passato, certo passato.
I bifolchi erano straordinari per non aver mai preteso assoluzioni a ignoranza e turpitudine cui
furono costretti. E mai nessuno che se l’è sentita di assolverli, in qualche modo riscattarli.
A Marino nessuno ha intitolato una ‘via del bifolco’ oppure ‘piazza bifolca’ o magari ‘corso
del vangatore’ ma neanche un ‘bar del bifolco’ o ‘l’osteria della bifolca’. A Marino non c’è una
‘lapide al bifolco’ o un ‘statua del vangatore’. I bifolchi non hanno virtù ne alcun pregio, non gli
riconosciamo nessun merito. Tanto per rimanere nel più terreno dei luoghi comuni: ovviamente gli
211
Pier Paolo Pasolini SCRITTI CORSARI Corsera 1973;
212
brano tratto dal poema l mal de' fiori di Carmelo Bene, 2000;
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sforzi sovrumani compiuti dai bifolchi per il bene non possono apparire sulle odierne emeroteche al
fianco di chi si occupò del male cioè preti, possidenti, guardie e statisti ...purché maschi!
Marino è stato un paese di bifolchi e tutto sommato ancora lo è... Voce mia tua chissà
chiamare questo Mia tua chissà la voce che chiamare
Un giorno, durante una passeggiata con mio padre, portai con me una bozza di bifolki. Seduti
su una panchina glie la misi in mano e Lui senza neanche sfogliarla, già dalla copertina, emise la
prima sentenza…
“e tu ‘sta roba che scrivi vorresti intitolarla bifolki co’ la kappa nooo figlio mio parti
subito male, i marinesi non vogliono essere chiamati bifolchi e poi che è ‘sta kappa
…non mi piace, cambia titolo!”
Io non voglio scambiare bifolchi per marinesi e a questi neanche ho mai pensato di piacergli.
La maggior parte del tempo lo vivo a Marino, tutto qua! Ho scelto questo titolo, mi piace così punto
e basta! E comunque: perché questo terrore?
Per i bifolchi, per la progenie della maggior parte dei marinesi, si prova terrore. Simile a
quello che da tempo serpeggia per gli immigrati e una spiegazione me la son data.
Ognuno di Noi ha codificato una serie di varianti comportamentali con le quali intrattiene
Voce mia tua chissà chiamare questo Mia tua chissà la voce che chiamare ...che dico... con le quali
ognuno di noi ...se mai... va alla ricerca di valori intermedi per stabilire rapporti sociali caduchi,
semplici o multiformi. L’immigrato fa saltare tutte le varianti semplici e complesse perché,
involontariamente, sfuggendo agli standard occidentali delle conciliazioni, inesorabilmente: ci pone
di fronte al bifolco che è in noi. Quel che credevamo rimosso torna per evocazione
extracomunitaria.
Le reazioni politiche, mediamente sono due: quelli di sinistra al bar gli pagano la colazione
purché poi zio Tom sparisca altrove, nei CIE, dove gli pare, occhio non vede...; quelli di destra sono
più onesti perché lo disprezzano a prescindere, anche quando Tom non ha alcuna intenzione di
aprirgli la testa col machete. Reazioni inassolvibili.
Noi marinesi non abbiamo mai assolto il bifolco che è in noi e manchiamo così di ambire al
vero ma esclusivamente a ciò che intanto ci rasserena, a cominciare dal conto corrente bancario
proprio e dell’interlocutore. Nel ‘villaggio rurale’ emigravamo noi e chi rimaneva in guerra o pace
si schierava tra bene e male …e uno si alleava, poi perdevi pure ma intanto appartenevi. Nel
villaggio globale il contenzioso sfugge liquefatto per immaterialismo storico spanso per
innumerevoli santoni dell’esistente prescritti da un voler che non si sa...
A Marino c’è un antico detto: traquillu fece ‘na bbrutta fine… e non ci ha insegnato nulla.
Tutti e tutte inseguono stabilità economica, equilibrio di coppia e tranquillità affettiva. Per stare
ponderati bisogna evitare robe inquiete, cioè dobbiamo rimuovere una bella fetta di Storia, oppure
aggirarla con la menzogna. Mentire agli altri, mentirci, vivere ‘in virtù della menzogna’.
E per il bene delle comunità stiamo facendo del nostro meglio: nessuno ha mai pensato
neanche lontanamente di intitolare una via al paesano morto per overdose o all’impiccato deriso
perché omosessuale; la piazza centrale a uno crepato sul lavoro; il campo di calcio alle ‘ragazze
madri’ anziché il parco pubblico a stuprate o massacrate; la via centrale ai nostri ragazzi fucilati...
Roba del genere satura la casistica d’ogni epoca e ci tratteggia d’orrendo, poi, per rigoroso
calcolo, non ne parliamo mai e procediamo per mutue autoassoluzioni ordinarie, sfilate a piacere tra
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gli standard occidentali delle conciliazioni. Simuliamo eleganza non demagogia e andiamo al sodo
del computo moralizzatore.
Storie dell’inquietudine pubblica frantumate per l’immaginario privato che non riscatta, non
assolve, tuttalpiù elude.
Naturalmente l’umano si associa perché entità sostanzialmente inquieta e quando cessa di
esserlo diventa inquietante.
Bifolchi, cafoni e s’ciavandè da inquietanti vangavano, bonificavano, tolsero le macerie
altrui, edificavano ...volavano ma lavoravano. Resistettero, ci liberarono e pure ci dettero la
repubblica... Veri protagonisti della Storia e sempre vittime predilette di varie depressioni sociali
composite, condannati all’incoscienza di esserlo sempre stati e, così, all’oblio eterno.
Ogni tentativo serio di aggregazione fu preso a cannonate per ricondurre bifolchi, cafoni e
s’ciavandè a dissociazione ideologica, fisica e riproduttiva. Per il bene della Storia hanno subìto il
male dei parassiti senza mai alcun riscatto.
.
Nuto Revelli disse loro: non capisco perché non scegliate la strada aperta della ribellione,
ignoro che dopo secoli di miseria non uscite dal ghetto sparando.
.
E mai che nessuno, anche solo in cuor suo, li abbia neanche assolti. E, tanto per rimanere nel
più terreno dei luoghi comuni, è giusto così: la schiavitù non si assolve mai.
.
La verità, nonostante il Vaticano, è una cosa semplice, spaventa perché ha la coccia tosta,
ecco il mio terrore…
quella interezza della verità, che si voleva
cercare mercé l’inseguimento delle
singole verità in un processo mentale che
presto si dimostrava un progresso
all’infinito, cioè di un fine non
conseguibile, vidi che bisognava, invece,
ricercarla non al capo inesistente della
serie, ma nella serie stessa, in ogni anello
della serie, immanente in ciascuno 213
.
Chi cerca il segno nelle profondità
incantate, non troverà mai niente da
nessuna parte 214
.
Visioni. Sofisticate, semplici. Quale scegliereste?
.
.
.
213
Benedetto Croce L’UOMO VIVE NELLA VERITÀ, Terze pagine sparse I, 1955, pag. 7;
214
da Planetarijom in Miroslav Krleza LE BALLATE DI PETRICA KEREMPUH Einaudi 2007, pag. 225;
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riferimenti
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.appendice
copia del certificato di decesso di Lanciotti Fernando
alla nota ‘b) per morte causata da’ c’è scritto ‘colpi d’arma da fuoco, militi tedeschi’
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copia del certificato di decesso di Ludovisi Walter
alla nota ‘b) per morte causata da’ c’è scritto ‘fucilato da tedeschi’
particolare del MONUMENTO AI MARTIRI DELLA RESISTENZA DI FORTE BRAVETTA, Roma pose nel 1967
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ringraziamenti
Innanzitutto gli anziani che ho ascoltato solo dopo averli assediati, in particolare:
Lucio, Nazzareno, Giuseppe, Cesare e papà (vabbè anche mamma che mi ha subito
detto fiu miu ma comme io nu lleggio ppiu mmanco a svia figurite ssu biforki?!). Tutte
e tutti i familiari dei ‘menzionati’ che sono riuscito a contattare e quelli che ancora sto
cercando. Il gruppo dei primi lettori che ho tediato: Fabri, Giulio u sbarbatu e
Barbara, Jodi, Milena, Mauro u conde e Marco, Gianni&Compagna, Gianni2,
Pennex&Lia, prof.L, Carletta, Giorgio.F, Marco2, Sandro, la Redazione di Noi
Cambiamo, Michele e Marco, l’Assemblea di gestione di ‘ipo’, Andrea, Alessia;
‘gruppoebrius marco/emi/micio&boss’ e poi... Cigas, Vittorio, Maurizio.p, Sandro...
...mannaggia...: ed ovviamente tutte e tutti quilli chemmo abbi pacienza...
A questi sono grato: chi mi ha consigliato, chi si è defilato (come mamma, però lei me
l’ha detto); chi gradirà, chi disprezzerà, chi ignorerà, chi farà l’indifferente.
A chi lavora per se e per gli altri, cioè ai bifolchi ...a tutti i bifolki del mondo!
nota bio
l au tor e nas c e i l 07 1 1 19 6 0 a m ar i n o n ei c o l l i a l ba n i a s ud d i r om a d o ve o gg i
s opr a v v i v e l u n ic a s u a c er t e z za è u n f i gl i o s p l en d id o le g g e e a vo l t e p ur tr o p po
s c r i v e i l s u o per s o na gg i o pr ef er it o è m au r ic io de l l e f ar f a l l e i n 1 00 a nn i d i
s o li t ud i ne c a pi t a c h e pe ns a p o i s p es s o s i as tr a e g l i p i ac e tu tt a l a m us ic a e
pur e f is c h i ar la a d or a i r os s i d e l le l a n gh e e u n t im ba l lo c i oc i ar o g li è t an to
s im pat ic a la m uc c a c os ì m it e u t i le m ut a p r o va t er r or e per g l i i poc r i t i c h e
os t i na t i to l g on o i l p a n e a i p o ver i e a i p o et i l a p ac e b as ta e a va n za d aj e
note redazionali:
Una bozza di b i fo l k i guerra e pace nel villaggio rurale è depositata presso l’Uff. Prot. del COMUNE di MARINO (RM) al
n°.0061081/24.12.2014, unico responsabile dei contenuti è l’autore; ivano ciccarelli nato e residente a Marino (RM), eventuali
contatti: <[email protected]>, tel.340.3673774.
Un’altra bozza di b i fo l ki , composta da: pagine 65, parole 35.235, caratteri spz/ex.193.415, caratteri spz/incl. 228.037, paragrafi
978, righe 3.136 (incluse caselle di testo e note a piè di pagina e di chiusura) è stata inoltrata dall’autore al sindaco del COMUNE di
MARINO (RM) tramite ‘pec’ di giovedì 15.01.2015/h17.30,49 quindi registrata presso l’Uff. Prot. al n°________________
Questa bozza di b i fo l ki , composta da: pagine 74, parole 35.528, caratteri spz/ex.194.899, caratteri spz/incl. 229.773, paragrafi 992,
righe 3.393 (incluse caselle di testo e note a piè di pagina e di chiusura) è pubblicata, quindi reperibile e scaricabile (pdf) presso
www.noicambiamo.it
Alle bozze elencate sono stati rimossi refusi e tolti o aggiunti brani di testo, variazioni comunque mai sostanziali e sempre prodotte
dall’autore che si riserva di apportarne altre. La pubblicazione ‘di questo’ pdf su altri siti telematici è consentita esclusivamente
dall’autorizzazione rilasciata formalmente da autore e fonte divulgativa.
in copertina un riadattamento de il lavoratore della terra (1888) di G. Segantini (1858-1899).
non lo stampare, se proprio, ricordati almeno di farlo fronte/retro, serbiamo mpar de fronne!
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