28 Sabato,20 aprile 2013
RuscaBeato
Nicolò Rusca
Sabato, 20 aprile 2013
Sondrio, 21 aprile 2013
Nicolò Rusca è beato
Chiamati a raccogliere
la sua testimonianza
L
a corona di santi e beati della diocesi di Como accoglie, da domenica 21 aprile, l’arciprete Nicolò Rusca, del quale, tra l’altro,
ricorrono i 450 anni dalla nascita. La vicenda
umana e sacerdotale del Rusca è cronologicamente remota, ma ha molto da raccontare e
insegnare anche alla nostra epoca. La sua vicenda si consumò cinque secoli fa, in un contesto sociale, geografico e politico assai diverso
dall’attuale, in una Valtellina crocevia di imperi, religioni e culture, spesso teatro di scontro, e di incontro, fra entità sovranazionali e
correnti religiose, all’epoca particolarmente
fiorenti e vivaci.
Il 19 dicembre 2011, quando Benedetto XVI
autorizzò la promulgazione del decreto con il
quale si riconosceva Nicolò Rusca martire per
la fede, ricordai che la Diocesi di Como, dopo
aver salutato, solo poche settimane prima (il
23 ottobre dello stesso anno), la canonizzazione del suo sacerdote Luigi Guanella – il quale fu tra primi a impegnarsi per ufficializzare
le virtù dell’arciprete di Sondrio – accoglieva,
con gioia, un nuovo riconoscimento della forte
testimonianza di fede di un membro del clero diocesano. Già molti contemporanei riconobbero al Rusca una limpidezza di vita e una
levatura morale davvero notevoli. San Carlo
Borromeo, per esempio, il quale gli profetizzò
il martirio quando era ancora giovane seminarista presso il Collegio Elvetico di Milano. O
Giovanni Antonio Paravicini, suo immediato successore alla guida dei fedeli di Sondrio e
della Valmalenco. Ma anche il cardinale San
Roberto Bellarmino, che in un significativo
scambio epistolare, si complimenta con l’arciprete Rusca per la preparazione teologica e la
curiosità che alimentava la sua passione per
quella che oggi chiameremmo “formazione
permanente”.
Ci interroghiamo su cosa il Rusca e il suo
martirio dicono a noi, cristiani del Terzo
Millennio. Esprimiamo, intanto, il nostro «grazie» a coloro che, con anni di ricerche approfondite e accurate, hanno restituito alla memoria
dell’intera famiglia diocesana la storia e la testimonianza di questo figlio umile e coraggioso, il quale, prima di essere un “martire”, è stato innanzitutto un “parroco”: impegnato nello
studio e nell’approfondimento delle conoscenze
proprie e altrui, attivo, sensibile verso il gregge
affidato alla sua cura, accogliente e aperto. Non
dobbiamo disperdere la forza dirompente e liberante del suo messaggio: ricercare il dialogo,
annunciare con la parola e le opere il Vangelo
ai fratelli e non rinnegare la Croce, anche quando questa chieda di donare la propria vita.
Accanto alla persona e all’impegno pastorale
dell’ormai prossimo beato, dobbiamo fare nostro il valore della sua “ecumenicità”. Questa
beatificazione è occasione da vivere come linfa per un
cammino ecumenico di reciproca e rispettosa conoscenza. È un momento da vivere non gli uni contro gli altri, ma
dialogando insieme, nel rispetto, ciascuno, delle proprie peculiarità, guardando all’unica Verità che è Cristo.
Il recupero di una fede che non sia solo tradizione, ma parte
integrante della nostra vita, radicata nel cuore e nelle azioni,
passa anche attraverso la conoscenza di testimoni credibili
come l’arciprete Nicolò, la cui beatificazione, molto significativamente, giunge nell’anno che il papa emerito Benedetto
XVI ha voluto fosse dedicato proprio alla Fede e che il successore papa Francesco ha detto di far suo con il massimo impegno. Come accennavamo poco sopra, la centralità dei sacramenti, la sensibilità culturale, l’attenzione ai fragili (tanti i
poveri ai quali il Rusca non faceva mancare la sua vicinanza,
anche concreta!), l’impegno per il confronto con i cristiani riformati, lo rendono una figura molto attuale. Da domenica
Nicolò sarà modello di vita cristiana per tutti i fedeli e i sacerdoti della Chiesa di Como. Il cammino comincia adesso.
La gioia di questa circostanza sostenga la responsabilità di
raccogliere e perpetuare la sua testimonianza.
+ Diego Coletti, vescovo
«Credo di essere nella vera fede, et in essa voglio vivere, e per quella sono preparato,
per spargere il sangue (...) So bene che di mia natura sono debole, et infermo,
spero nondimeno che in tale occasione Iddio mi darebbe fortezza, come la diede
alle Sante Donne, che patirono il martirio...».
Nel momento in cui Rusca dovrà sottoporsi ai tormenti, dopo averli
temuti e aver tentato di evitarli, li accettò liberamente, dichiarando di
«voler morire nella fede cattolica romana».
I
II
Nicolò Rusca
Sabato, 20 aprile 2013
Benedetto XVI, Angelus, 11 agosto 2010
■ Note biografiche
Rusca arciprete a Sondrio
in un’epoca complessa
attraversata da conflitti
Dove si fonda il martirio? La risposta è semplice:
sulla morte di Gesù, sul suo sacrificio supremo
d’amore, consumato sulla Croce, affinchè noi
potessimo avere la vita (cfr Gv 10,10)... Il
martire segue il Signore fino in fondo, accettando
liberamente di morire per la salvezza del mondo,
in una prova suprema di fede e di amore (cfr
Lumen Gentium, 42)... Da dove nasce la forza
per affrontare il martirio? Dalla profonda e intima
N
icolò Rusca nacque il 20 aprile 1563
a Bedano, nei pressi di Lugano, nel
Canton Ticino, in territorio posto, a
quel tempo, sotto la giurisdizione della
diocesi di Como. I genitori, Giovanni
Antonio, notaio, e Daria, figlia del medico
Giangiacomo Quadrio, ebbero cinque figli:
Nicolò primogenito; Bartolomeo e Luigi
– anch’essi preti diocesani –; Margherita,
monaca benedettina nel monastero di San
Lorenzo a Sondrio; Cristoforo, che portò
avanti la discendenza con Giovanni Antonio
e Carlo, a loro volta sacerdoti. Dopo gli
studi a Pavia e a Roma, Rusca frequentò
il Collegio Elvetico di Milano, fondato da
san Carlo Borromeo per la formazione dei
chierici svizzeri. Venne ordinato prete il
23 maggio 1587. Il primo incarico, nel
1588, fu la cura della parrocchia di Sessa
(in Ticino), dove rimase per circa due anni.
In seguito, venne nominato arciprete di
Sondrio, territorio dipendente dalla diocesi
di Como, ma politicamente soggetto alle Tre
Leghe Grigie, che da 80 anni occupavano
la Valtellina, Bormio e Chiavenna,
consapevoli dell’importanza strategica di
questo territorio. Permetteva, infatti, il
collegamento diretto dei possedimenti
spagnoli del Milanese con quelli del Tirolo e
quindi con l’Austria, fino alla Germania e ai
Paesi Bassi, da una parte, il collegamento
della Repubblica di Venezia, avversario
politico-militare del ducato di Milano, con
gli Svizzeri e i loro alleati, fino alla Francia,
dall’altra.
Nei trent’anni di permanenza a Sondrio
– dal 1590 al 1618 – Nicolò Rusca svolse
esemplarmente il ministero: predicazione
e scuole della dottrina cristiana,
amministrazione dei sacramenti, istituzione
di confraternite (in particolare quella del
Santissimo Sacramento), rinnovamento dei
luoghi sacri e delle suppellettili liturgiche,
pietà unita a una condotta di vita che fosse
«a edificazione de popoli», continuo studio.
La riforma del clero, secondo quanto il
concilio di Trento richiamava, da cui doveva
derivare la più generale riforma dell’intera
comunità cristiana, trovò in lui un modello
di prete “rinnovato”. Non di meno, fervente
fu la sua azione a difesa della dottrina
cattolica, mediante scritti e dispute – se
ne ricordano almeno tre, tra il 1592 e il
1597 –, mossa dal desiderio di preservare
e ravvivare la fede delle popolazioni della
valle. Le fonti documentarie attestano
la sua fermezza e chiarezza quanto ai
contenuti dottrinali e all’appartenenza
ecclesiale, dall’altra emerge anche il
suo sincero rispetto verso le persone di
diversa fede, talora anche l’amicizia, ad
esempio, con il pastore di Sondrio, Scipione
Calandrino, con il quale ebbe anche uno
scambio di libri, o con il governatore e
storico grigione Fortunato Sprecher, che per
due anni gli fu «familiare».
All’inizio del Seicento la situazione
politico-religiosa interna alle Tre Leghe
condusse lo Stato retico a un periodo di
forte disorientamento. In reazione a un
patto sancito tra i Grigioni e la Spagna,
nel 1617, si era prodotto il “sollevamento
in armi” di alcuni Comuni filo-veneti.
Tale iniziativa assunse anche un chiaro
connotato confessionale, individuando
indistintamente quali nemici dello Stato
sia i sostenitori della Spagna, sia alcuni
cattolici più eminenti. Gli insorti, confluiti
nei pressi di Thusis, istituirono un tribunale
per i sospettati di tradimento. Iniziarono
così processi sommari e faziosi, influenzati
da alcuni giovani pastori riformati
di tendenza radicale, presenti come
“supervisori” ecclesiastici. Ne fu vittima,
tra gli altri, l’arciprete di Sondrio, che
già aveva subìto due processi, nel 16081609, da cui era uscito completamente
scagionato. Nella notte tra il 24 e il 25
luglio 1618 venne sequestrato da alcune
decine di uomini armati, scesi a Sondrio
attraverso la Valmalenco, sotto la guida
del pastore protestante Marcantonio Alba.
Condotto nei Grigioni, prima a Coira, poi a
Thusis, il primo settembre fu processato,
affermando sempre di essere innocente.
Posto sotto tortura, morì la sera del 4
settembre 1618.
● In sintesi la cronistoria
dell’iter che giungerà a
compimento il 21 aprile
unione con Cristo... il martirio e la vocazione
al martirio non il risultato di uno sforzo
umano, ma sono la risposta a un’iniziativa e a
una chiamata di Dio, sono un dono della sua
Grazia... La Grazia di Dio non sopprime o soffoca
la libertà di chi affronta il martirio, anzi la
arricchisce e la esalta: il martire è una persona
libera,che in un supremo atto di fede, speranza
e carità si abbandona nelle mani del Redentore.
● Un cammino durato
quasi un secolo fra
ricerche e analisi
● Nel 2003 il sì degli storici,
nel 2009 quello dei teologi,
nel 2011 l’annuncio
La causa di beatificazione
L
a donazione all’arciprete di Sondrio
Giovanni Antonio Paravicini,
nel 1634, di un osso della gamba
di Nicolò Rusca da parte dell’abate di
Pfäfers (Svizzera), dove il corpo del
futuro beato era stato portato dopo
l’umiliante sepoltura sotto il patibolo,
aprì il cammino al primo tentativo
di onorarlo quale martire. Nei secoli
successivi, la fama di martirio non venne
meno, ma solo con l’arrivo a Sondrio,
nel 1845, dei resti mortali, il vescovo
Carlo Romanò fece richiesta di pubblica
venerazione alla Congregazione dei
Riti, ricevendo risposta negativa poiché
non era ancora stato istruito il processo
canonico. Motivi per lo più di carattere
economico rimandarono le pratiche
al nuovo secolo. Fino alla sua morte,
avvenuta nel 1915, fu poi san Luigi
Guanella a interessare i vescovi di Coira,
Lugano e Como, nonché la Santa Sede,
a riguardo della causa di beatificazione.
Dopo alcuni anni dedicati a studi sulla
figura di Nicolò Rusca e a verificare
le modalità per l’apertura
della causa, verso la fine
del 1913 si registrò il primo
atto ufficiale: il 13 dicembre,
il vescovo Alfonso Archi
nominò postulatore don
Giovanni Baserga, che iniziò
subito le ricerche.
Al 1925 risale il secondo
tentativo per dare inizio
alla causa, quando venne
stesa una petizione, che i
preti valtellinesi dovevano
sottoscrivere e che fu
presentata l’8 dicembre
1927 al vescovo Adolfo
Luigi Pagani, cui giunse
una nuova sollecitazione
nel 1929, in occasione
del raduno diocesano
dell’Azione cattolica a
Sondrio. Con l’arrivo del
vescovo Alessandro Macchi
venne designato un Comitato
di studio provvisorio formato
da don Giovanni Baserga,
don Giacinto Turazza e don
Giovanni Battista Rapella.
Grazie al Comitato, il 15
maggio 1931 fu chiesto che
avessero inizio «le opportune
pratiche, secondo le norme del diritto
canonico, per la doverosa esaltazione
del martire di Cristo Nicolò Rusca»: fu
questo l’atto decisivo per l’apertura del
processo la cui competenza giuridica
fu affidata alla Diocesi di Como. Il 15
dicembre, una quarantina di preti –
vicari foranei, prevosti di Como e una
rappresentanza del Capitolo della
Cattedrale – deliberarono di costituirsi
«collegialmente in attore della causa»,
nominando sei rappresentanti, tra i quali
don Giovanni Baserga e don Gioacchino
Cachat. Don Giacinto Turazza avrebbe
cooperato per gli aspetti legali del
processo e per la posizione storica.
Il 28 settembre 1933, Alessandro
Macchi affidò l’incarico di postulatore
a Giuseppe Trezzi, avvocato
presso la Congregazione dei Riti,
mentre il 21 dicembre il canonico
Giovanni Piccinelli fu scelto come
vicepostulatore. Poté così avere inizio il
processo diocesano: il primo febbraio
1934 fu costituito il tribunale; per oltre
un anno, fino a giugno del 1935, si
svolsero le tre sezioni previste, quella
sugli scritti del servo di Dio, quella
informativa per le prove del martirio
e quella di non culto. Consegnati
gli atti in Vaticano, spettava alla
Congregazione dei Riti promuovere
il processo ordinario. A tale scopo, il
18 novembre 1936 il cardinale Carlo
Salotti fu nominato cardinale ponente
della causa, assegnata nel 1941 alla
Sezione storica. Negli anni successivi,
risultando tutto fermo, monsignor
Macchi, nel 1945, inviò a Roma don
Pietro Gini per verificare se ci fossero
impedimenti; chiese aiuto, inoltre, ai
presuli di Lugano e di Coira. Agli inizi
di dicembre del 1950, il suo successore,
Felice Bonomini, poteva annunciare al
postulatore che i vescovi Angelo Jelmini
di Lugano e Cristiano Caminada di
Coira assicuravano una raccolta di fondi
nelle rispettive diocesi per condurre a
termine il processo di beatificazione.
Con il compito di mantenere i contatti
con le congregazioni romane, nel
1952 venne incaricato di interessarsi
alla causa don Giuseppe Cerfoglia,
al quale si unì, nel 1953, don Tarcisio
Salice, valente studioso che per oltre
cinquant’anni tenne viva la ricerca
storica e l’interesse su Rusca.
Nel gennaio del 1957, dopo la morte di
don Giuseppe Trezzi, furono nominati
un nuovo postulatore, Alfonso
Codaghengo, e vicepostulatore, don
Pietro Gini; nel settembre fu costituito
un Comitato promotore, con il vescovo
Felice Bonomini quale presidente
onorario e con Giovanni Tirinzoni,
arciprete di Sondrio (sostituito nel 1962
da Ambrogio Fogliani, suo successore),
quale presidente esecutivo. Il nuovo
postulatore predispose per il relatore
generale della Sezione storica della
Congregazione dei Riti, Amato Pietro
Frutaz, la documentazione per la stesura
della Positio Causae e del Summarium.
Con grande soddisfazione della diocesi
comasca, nel 1960 giunse il parere
positivo sugli scritti di Nicolò Rusca
da parte dei due teologi censori della
Congregazione dei Riti. Il 10 maggio
1961, la Congregazione dei Riti concesse
il nullaosta per la prosecuzione della
causa, affidata ad alcuni frati cappuccini
della Svizzera. Cappuccino svizzero
era anche il nuovo postulatore, Mathis
Burckard, che svolse l’incarico dal
1966 fino all’ottobre del 1978, quando
rinunciò per ragioni di età e di salute.
Approfondirono lo studio storico
Lorenzo Casutt, che compì ricerche
negli archivi di Berna, Coira, Zurigo,
Venezia, Sondrio, Milano, e Theophil
Graf, che consultò gli archivi di San
Gallo, Ginevra, Coira e si procurò copie
di interessanti documenti conservati
nell’Archivio generale di Simancas
(Spagna). Da ultimo, Rocco
Casari di Bedano mise mano
alla biografia di don Rusca.
Al vescovo Teresio Ferraroni
fu fatta presente la necessità
di portare a termine uno
«studio storico accuratissimo
e critico in ogni sua parte»,
ma, con la morte di padre
Casari, tutto si bloccò e
il materiale fu ritirato da
monsignor Gini. Spettò
al vescovo Alessandro
Maggiolini riprendere con
decisione la causa: nel
1994 affidò l’incarico di
postulatore, dopo la rinuncia
di Gilberto Agustoni (19791984), a padre Paolino
Rossi, cappuccino, e di
vicepostulatore a monsignor
Enrico Radice dell’Opera
Don Folci; richiese a Roma
la prosecuzione dell’iter del
processo, con il nullaosta
che giunse il 27 marzo
1995; consegnò scatoloni di
documenti a don Saverio
Xeres, direttore dell’Archivio
storico della diocesi di Como.
Sotto la responsabilità di
quest’ultimo il materiale venne ordinato,
schedato e selezionato, nonché integrato
con le carte dell’Archivio di Stato di
Sondrio, fornite da don da Prada.
Gli anni successivi videro il lungo lavoro
dei membri della Commissione storica
diocesana, tra cui Giovanni Giorgetta
e Gianluigi Garbellini, che portò alla
stesura della Positio super martyrio,
stampata a Roma nel 2002. Essa fu
sottoposta al vaglio della Congregazione
per le Cause dei santi, prima dei
consultori storici, che nel 2003 diedero
parere affermativo, poi dei consultori
teologi, la cui valutazione, nel 2009,
fu «unanimemente positiva». L’ultima
approvazione è venuta dalla sessione
ordinaria dei cardinali e dei vescovi,
con la conseguente promulgazione del
decreto di riconoscimento del martirio,
lunedì 19 dicembre 2011, da parte di
Benedetto XVI.
Nicolò Rusca
Il Decreto
vescovile
I
n accordo con il Consiglio
Episcopale e i Vicari foranei,
sentiti durante la Sessione del 2829 gennaio 2013,
DISPONGO
che in data 21 aprile 2013, in
occasione della celebrazione del
rito di beatificazione del sacerdote
Sabato, 20 aprile 2013 III
Nicolò Rusca, martire, vengano
sospese tutte le Sante Messe
vespertine di quella domenica in
tutto il territorio della provincia di
Sondrio, per permettere ai sacerdoti
e alle loro comunità cristiane di poter
convergere nel capoluogo valtellinese
e partecipare al rito di beatificazione.
Per il restante territorio diocesano, ci
si attenga a quanto stabilito in sede
di Consiglio vicariale.
Inoltre, a tutte le parrocchie del
territorio diocesano, chiedo di
suonare a festa le campane alle
ore 15.45, come segno di gioia e
partecipazione a questo evento
di grazia per la nostra Chiesa
comense.
Como, l’8 aprile 2013
+ Diego Coletti, Vescovo
La novità dal 2005. Lo svolgimento nelle Chiese particolari; è la prima volta in Diocesi
L
a beatificazione è un atto
del Papa con il quale si
permette che un servo di
Dio, accertata l’eroicità delle
sue virtù e l’esistenza di un
miracolo attribuito alla sua
intercessione, o il martirio
subito per la fede, possa essere
venerato pubblicamente in
una determinata regione, o
diocesi o comunità religiosa
con il titolo di Beato. La
canonizzazione si differenzia
dalla beatificazione in quanto
si tratta di un decreto che
riguarda la venerazione
ecclesiale pubblica di
un individuo e ha valore
universale.
Anticamente la beatificazione
non si distingueva dalla
canonizzazione che per i
limiti del luogo imposti alle
manifestazioni di culto:
dopo l’inchiesta condotta
dal Vescovo, che all’inizio
riguardava esclusivamente
l’accertamento del martirio ed
era detta vindicatio, il Servo
di Dio veniva onorato in quella Chiesa
particolare. Un tale culto si estendeva
anche alle altre Chiese fino ad avere un
valore universale. Tale prassi, inizialmente
riservata ai soli martiri, a partire dal IV/V
secolo cominciò ad essere estesa anche ai
confessori, cioè a quei fedeli, che pur non
avendo subito il martirio per la fede, erano
morti pacificamente dopo aver confessato
la fede davanti ai nemici della religione
cristiana e avevano sofferto per essa
umiliazioni, processi e torture. In seguito i
confessori saranno semplicemente coloro
che avevano vissuto eroicamente le virtù
cristiane. Tale prassi rimase in vigore fino
al XI/XIII secolo.
A partire dal XV secolo, data anche la
lunghezza dei processi di canonizzazione,
si cominciò a concedere il permesso
di tributare sul piano locale il culto ad
alcuni Servi di Dio in attesa della loro
canonizzazione e che si potessero definire
Beati. Fu Sisto IV (1471-1484), che distinse
formalmente il titolo di Beatus da quello
di Sanctus. Con Paolo V (1605-1621) e
con Urbano VIII (1623-1644), furono
riordinate le procedure affidandone la
Disponibili fino a 2500 posti
a sedere; l’accesso a partire
dalle ore 13.30; maxi schermo
in piazza Campello; aperta la
Collegiata; dirette radio e tv
D
I caratteri del rito
trattazione alla Sacra Congregazione per
i Riti, costituita da Sisto V (1585-1590) nel
1587 alla quale è succeduta, con la riforma
della curia romana di Paolo VI (19631978) nel 1969, l’attuale Congregazione
delle Cause dei Santi. A Paolo VI si deve
pure il riordino dei processi per le cause
di beatificazione e canonizzazione con il
motu proprio Sanctitatis clarior.
Al presente la legislazione della Chiesa
è retta sia dalla costituzione apostolica
Divinus perfectionis magister del beato
Giovanni Paolo II (1978-2005) del 1983, sia
dalla Istruzione della Congregazione per
le Cause dei Santi Sanctorum Mater del
2007.
Dal punto di vista liturgico possiamo
distinguere quattro periodi. Il primo,
precedente al 1662, durante il quale
il Papa, concedendo il culto locale
(beatificazione), normalmente lasciava
agli interessati la possibilità di scegliere il
giorno, il luogo e il modo per solennizzare
l’evento della avvenuta beatificazione, e
per inaugurare il nuovo culto (Missa et
Officium). Il secondo periodo è compreso
tra il 1662 e il 1969 e inizia con la prima
solenne beatificazione celebrata in
san Pietro, quella di Francesco di Sales
l’8 gennaio 1662, da papa Alessandro
VII (1655-1667). Il rito, normalmente
celebrato nella basilica vaticana,
prevedeva due momenti. Al mattino dopo
aver ascoltato alcune note biografiche
del venerabile, veniva pubblicato
solennemente il Breve di Beatificazione,
alla presenza della Congregazione dei
Riti. Al termine della lettura si scopriva
l’immagine del nuovo Beato e si intonava
il Te Deum a cui seguiva la Messa solenne
preceduta dalla venerazione delle reliquie.
La celebrazione, a cura del capitolo della
Basilica, era officiata da un Vescovo
canonico del medesimo capitolo. Nel
pomeriggio il Papa scendeva in San Pietro
per venerare il nuovo Beato o la nuova
Beata e si celebrava una breve funzione
con la benedizione eucaristica. Il terzo
periodo è quello compreso dal 1969 al
2004: il Papa in persona pronunciava la
formula di beatificazione posta all’inizio
della Santa Messa dopo l’atto penitenziale,
accompagnata dallo scoprimento
dell’immagine e dalla venerazione delle
reliquie. Paolo VI volle così
presiedere personalmente
il rito della beatificazione e
così fece il Beato Giovanni
Paolo II. Il nuovo rito
fece cadere la cerimonia
pomeridiana. La novità
assoluta è consistita
nelle redazione di una
“formula di beatificazione”,
letta dal Papa stesso e
che sostituiva la lettura
del Breve apostolico.
Nelle beatificazioni del
1972, 1974, 1975 il Papa,
presente alla celebrazione,
riceveva la peroratio, cioè
la richiesta di procedere
alla Beatificazione, e
pronunziava la formula
di beatificazione, ma
non celebrava la Messa.
Dal 1975 il Papa tornò a
presiedere anche la Messa
e così si continuò fino al
2004. Benedetto XVI ha
stabilito, a partire dal 2005
che la beatificazione, che
è sempre atto pontificio,
venga celebrata da un rappresentante
del Santo Padre, solitamente il Prefetto
della Congregazione delle Cause dei
Santi, nelle chiese particolari.
Il Rito della beatificazione posto nel
contesto di una celebrazione liturgica,
inizia con la presentazione all’assemblea
dei tratti essenziali del nuovo Beato,
fatta generalmente dal Vescovo diocesano,
quindi il rappresentante dal Papa da
lettura della Lettera Apostolica con la
quale il Sommo Pontefice concede il
titolo e gli onori di Beato al Servo di Dio.
Seguono la venerazione delle reliquie
e lo scoprimento dell’immagine
Conformemente alla prassi più recente il
rito di Beatificazione si svolge all’interno
della celebrazione eucaristica, dopo l’atto
penitenziale e prima del canto del gloria,
sebbene sia contemplata la possibilità che
il rito possa essere collocato all’interno
di una celebrazione della parola o della
liturgia delle ore.
monsignor STEFANO SANCHIRICO
cerimoniere pontificio
dal Notiziario “Il Campello”
Il 21 aprile il rito
in piazza Garibaldi
omenica 21 aprile, a Sondrio, sono attese migliaia
di persone per il rito di beatificazione, presieduto
dal cardinale Angelo Amato, Prefetto della
Congregazione per le Cause dei Santi. Da allora Nicolò
Rusca sarà «modello di vita cristiana per la Chiesa».
Una decina i vescovi attesi accanto al nostro presule
monsignor Diego Coletti; centocinquanta i sacerdoti
concelebranti. In occasione della beatificazione l’Ufficio
liturgico ha predisposto dei particolari paramenti: una
stola e una casula in color avorio con ricamate delle
croci (profilate in rosso per ricordare il martirio) che
riprendono il disegno presente sulla mitria del Vescovo
Abbondio, patrono della Chiesa comense. Oltre 700 i
coristi impegnati nell’animazione di polifonia e assemblea.
Il repertorio prescelto ripropone, tra gli altri, alcuni dei
canti utilizzati per la visita di Giovanni Paolo II a Como
nel 1996: «per sottolineare il fatto che la beatificazione è
sempre e comunque “liturgia papale”, anche se, dal 2005, è
previsto che si svolga nelle diocesi di provenienza dei beati,
in presenza di un delegato del Santo Padre», spiegano i
liturgisti diocesani. Il rito si svolgerà all’aperto, in piazza
Garibaldi, a partire dalle ore 15.30 (la processione di
ingresso muoverà dalla chiesa Collegiata alle ore 15.20):
la visuale sul palco rialzato dei celebranti
è ottimale da ogni punto. Lo spazio sarà
accessibile a partire dalle ore 13.30 (non
ci sono biglietti). Circa 1500 i posti a sedere
utilizzabili –potranno essere occupati fino
a esaurimento – oltre a quelli riservati
a coro, concelebranti, autorità, disabili
con accompagnatori, religiose e religiosi,
per un totale di 2500 disponibilità. La
celebrazione potrà essere seguita anche
dalle vie attigue: da piazza Campello
(con maxi-schermo) e dall’interno della
chiesa Collegiata. L’evento sarà trasmesso
in diretta televisiva (l’emittente è Telepace,
più lo streaming su www.telepace.
it) e radiofonica (su Radio Mater; anche sul web www.
radiomater.org). La beatificazione sarà preceduta, dalle ore
14.30, da un momento di preghiera. La sera prima, sabato
20 aprile, dalle ore 20.15, Veglia del Vescovo con i giovani
(inizio alla chiesa del Sacro Cuore; segue la fiaccolata fino
alla Collegiata; alle ore 21.30 Lectio divina di monsignor
Coletti, poi adorazione fino alle ore 23.00). «Sebbene si
tratti di una vicenda lontana - dice don Emanuele Corti
della Pastorale Giovanile -, l’arciprete Rusca ci ribadisce che
tutti siamo chiamati alla santità». Gli oratori di Sondrio, e
alcune strutture di congregazioni e istituti religiosi, saranno
aperti fin dal mattino di domenica per offrire ospitalità e
accoglienza, mentre nei vari punti di ingresso del capoluogo
ci saranno a disposizione parcheggi gratuiti per pullman
e auto. Aperto a tutti anche il parco Adda-Mallero, a pochi
minuti a piedi da piazza Garibaldi. (E.L.)
Nicolò Rusca
IV Sabato, 20 aprile 2013
O
Gesù,
Buon
Pastore,
ti ringraziamo
per averci
dato, come
guida al
tuo gregge,
in tempi
difficili, il
beato Nicolò
Rusca.
Egli ha
nutrito il tuo
popolo con
la Parola che
illumina e la
Grazia che
salva, difendendolo con coraggio da errori e
divisioni. Per il bene dei fratelli ha offerto,
come Te, tutto se stesso, fino al dono
supremo della vita.
Suscita, ancor oggi, Signore, tra noi, pastori
santi che a te ci conducano.
Amen
Da Santi e Beati
energia di amore
«I
Santi – ha affermato lo scorso gennaio il cardinal Angelo
Amato, Prefetto per la Congregazione delle Cause dei Santi,
aprendo lo Studium 2013, ovvero il percorso formativo
per i postulatori – immettono nella storia dell’umanità l’energia
pulita dell’amore, del perdono, della fratellanza, della mitezza e
della pace. Con la loro grande bontà essi rendono più ospitale
la città dell’uomo e più luminosa la città di Dio, che è la Chiesa.
I Santi cambiano il mondo,
e le canonizzazioni allietano
ma anche la Chiesa, resa più
la Chiesa ma soprattutto
evangelica e più credibile
rilanciano l’entusiasmo della
dalla loro testimonianza.
fede nelle diocesi e nelle
Da questo punto di vista,
l’esperienza delle beatificazioni congregazioni religiose…
Gli influssi benefici delle
e delle canonizzazioni è
cause di beatificazione e di
sorprendentemente positiva.
canonizzazione sono di grande
I Beati e i Santi non solo
portata spirituale e pastorale. I
dalla Chiesa ma anche dalla
santi e i beati sono i veri tesori
società civile vengono accolti
della Chiesa. E tutti coloro
con fierezza e cordialmente
che collaborano alle cause
onorati, perché considerati
dei santi sono come degli
eroi del bene e modelli di sana
orafi, che trattano materiali
umanità… Le beatificazioni
preziosi come oro, platino,
diamanti, perle. Con pazienza
e somma perizia questi artisti,
spesso sconosciuti, li lavorano
con estrema delicatezza, li
ripuliscono dalle impurità
e li restituiscono al loro
vero splendore… Martiri,
Confessori, Venerabili, Beati,
Santi, Dottori della Chiesa
non sono quadri di musei o di
antiche dimore abbandonate,
ma sono esistenze vive, che
ispirano ancora oggi la Chiesa
a evitare la paralisi del bene e
a mantenere l’ottimismo della
fede, dell’amore alla vita e della
speranza. La nave della Chiesa
trova nei Santi le guide sicure,
che, ancorate in cielo, l’aiutano
a non naufragare nel mare della
storia, ma a raggiungere il porto
sicuro della Gerusalemme
celeste. Per questo la Chiesa ha
bisogno dei Santi. La Chiesa fa i
Santi perché i Santi cambiano il
mondo e la glorificano davanti
a Dio e all’umanità».
Conosciamo
la ricca schiera
di Santi e Beati
della Diocesi
di Como
Da domenica 21 aprile l’arciprete Nicolò
Rusca va a unirsi ai tanti uomini e
donne che nel corso dei secoli hanno
testimoniato la fede con la vita e le opere.
N
icolò Rusca va ad aggiungersi ad
una già ricca schiera di santi e
beati legati alla Diocesi di Como.
Il sacerdote originario di Bedano,
arciprete di Sondrio tra il 1591 e il
1618, si inserisce nel solco della fede
testimoniata da grandi figure che hanno
segnato la storia della nostra Chiesa
diocesana a partire dai primi secoli della
cristianità.
I soldati romani Carpoforo, Esanzio,
Cassio, Severino, Secondo e Licinio,
martirizzati all’inizio del IV secolo alle
porte di Como, sono infatti i primi santi
della Diocesi. Le loro reliquie sono oggi
venerate nella chiesa parrocchiale di
Camerlata, mentre a San Fedelino,
località sulle rive del lago di Novate
Mezzola, sono conservate le spoglie
di Fedele, ultimo soldato del gruppo
riuscito a sfuggire alle persecuzioni
sino alle porte della Valchiavenna.
«La vicenda di questi santi – per citare
monsignor Xeres – ci fa trovare di fronte
ad un sorprendente anticipo: la Parola
del Vangelo che viene preceduta dal
sacrificio dei martiri».
Tra i santi della Chiesa comense ci
sono poi le figure dei vescovi che
aprono la serie di pastori della Diocesi,
primo dei quali fu Felice, ordinato
da Sant’Ambrogio il 1° novembre
386 e inviato a Como. Grazie alla
sua predicazione, molti abitanti del
territorio comasco furono iniziati alla
fede. Dopo San Felice, le cui reliquie
sono conservate nell’omonima basilica
nel centro della città di Como, divennero
vescovi Probino e quindi Amanzio,
entrambi venerati come santi. Il primo,
con la predicazione e lo zelo pastorale,
conservò immune la Chiesa diocesana
dall’eresia ariana, mentre il secondo
lavorò assiduamente per l’edificazione
di quella che sarebbe stata la Chiesa
poi retta da Abbondio, oggi patrono
della città e della Diocesi di Como.
Oltre che per il grande impegno di
evangelizzazione della città e della
terra lariana, Sant’Abbondio viene
ricordato anche per l’importante
ruolo che ebbe, nel 451, al Concilio
ecumenico di Calcedonia dove
contribuì alla definizione del dogma
cristologico che afferma la piena divinità
e l’integra umanità di Cristo. Le reliquie
di Sant’Abbondio sono conservate
nell’omonima basilica assieme a quelle
di altri vescovi venerati come santi:
Console, Esuperanzio, Eusebio,
Eupilio, Prospero e Giovanni. Santo
viene considerato anche Eutichio, che
governò la Chiesa di Como nel VI secolo.
Poi, per immemorabile tradizione
liturgica, vengono venerati in un’unica
memoria liturgica il 1° settembre, tutti i
primi 22 vescovi della Diocesi, fino al VII
secolo.
Nel VI secolo Como conobbe due figure,
le sorelle vergini Liberata e Faustina,
che diedero inizio alla prima forma
monastica in Diocesi. Provenienti
da Piacenza, fondarono a Como il
monastero femminile di Santa Maria
Vetere, poi detto di Santa Margherita.
Dopo questi esempi, che ricordavano
alla comunità cristiana che si può
vivere solo di Dio, bisogna attendere
poi sette secoli per incontrare la figura
di San Pietro da Verona, sacerdote
che conobbe personalmente San
Domenico ed entrò nell’ordine da lui
fondato, divenendo priore del convento
di San Giovanni in Pedemonte che
sorgeva sull’area dell’attuale stazione
di San Giovanni a Como. Vittima di un
complotto lungo la strada da Como a
Milano, San Pietro fu ucciso a colpi di
roncola il 6 aprile 1252 e dal 1691 è il
secondo patrono della città di Como.
Accanto ai santi vanno poi ricordati
i beati legati alla Diocesi. Nel XV
secolo si incontra la figura della beata
Maddalena Albrici, che da monaca
del monastero agostiniano di Brunate
si prodigò per la pacificazione delle
famiglie comasche affiancata dalla
predicazione di San Bernardino da
Siena, che la volle incontrare. Con loro
operò un altro uomo di pace, il sacerdote
Antonio Della Chiesa, venerato come
beato, originario di San Germano
presso Vercelli e inviato al convento
di San Giovanni in Pedemonte. Su
richiesta di Papa Eugenio IV, aiutò nella
soluzione dello scisma creatosi durante
il Concilio di Basilea, mentre secondo
un’antica tradizione, il frate domenicano
fu oggetto di un’apparizione della
Madonna, per cui nella pietà popolare
fu particolarmente venerato. Tra gli
allievi del beato Antonio ci fu Andrea da
Peschiera, pure venerato come beato.
Originario di Peschiera del Garda, entrò
nell’ordine dei frati predicatori e, grazie
alla sua opera, si meritò l’appellativo di
“apostolo della Valtellina”. Operò anche
tra i Grigioni, collaborando alla riforma
dei costumi promossa dal Vescovo
locale. Negli ultimi anni di vita si ritirò
a Morbegno, dove morì il 18 gennaio
1485 e dove sono conservati i suoi resti
mortali.
Unico papa originario di Como, è
venerato come beato anche Innocenzo
XI, ritenuto il più grande pontefice del
XVII secolo. Benedetto Odescalchi,
nato da antica e nobile famiglia, si
distinse per austerità di vita e semplicità
evangelica. Particolarmente attivo
pastoralmente, promosse l’attività
missionaria nelle Americhe e in Oriente,
ma lavorò anche per il ritorno dei
protestanti. Innocenzo XI, di fronte al
pericolo turco, seppe poi radunare i
principi cristiani attorno alla causa della
difesa dell’Europa.
Dopo di lui trascorrono quasi 200 anni
per trovare un’altra figura di beato,
quella di Giovanni Battista Scalabrini,
sacerdote diocesano originario di Fino
Mornasco dove nacque nel 1839, poi
vescovo di Piacenza dove fondò la
congregazione dei Missionari di San
Carlo, a servizio degli emigranti. Altro
vescovo beato è Andrea Carlo Ferrari,
che guidò la Diocesi dal 1891 al 1894,
prima di essere trasferito alla sede di
Milano. Nel breve, ma fecondo ministero
in Diocesi, ebbe l’intuizione di sostenere
fin dagli inizi della sua opera don Luigi
Guanella, che era da molti osteggiato.
Al santo di Fraciscio, dove nacque nel
1842, canonizzato nell’ottobre del 2011,
si deve il merito di aver dato nuovo
impulso alla promozione della causa di
beatificazione proprio di Nicolò Rusca.
Fondatore dei Servi della Carità e, con
l’aiuto della Beata Chiara Bosatta,
originaria di Pianello del Lario, delle
Figlie di Santa Maria della Provvidenza,
dopo un’intensa vita di carità,
radicata nella più totale fiducia nella
Provvidenza, morì il 24 ottobre 1915.
Chiude l’elenco il Beato Enrico
Rebuschini, nato a Gravedona nel 1860,
che entrò nel 1887 tra i Camilliani. Spese
tutta la sua vita tra i malati, a Verona dal
1891 al 1899, poi a Cremona fino alla
morte avvenuta il 10 maggio 1938.
ALBERTO GIANOLI
Nicolò Rusca
Un’occasione per i sacerdoti, i fedeli, la Chiesa intera.
Tutti chiamati alla gioia
della beatificazione
D
omenica 21 aprile vivremo la
beatificazione dell’ arciprete
Nicolò Rusca. È la prima volta che
tale celebrazione si svolge nella nostra
Diocesi, e il Vescovo ha scelto Sondrio
proprio perché questa comunità ha
goduto per quasi trent’anni dell’azione
pastorale del futuro beato.
È un avvenimento storico al quale
porre tutta la nostra attenzione. Si
tratta del riconoscimento della santità
di un sacerdote diocesano, stimato ed
apprezzato dai confratelli nel corso della
storia, che vedevano in lui un modello
di pastore secondo il cuore di Cristo, a
cui ispirarsi nel proprio ministero. Parte
del suo lavoro è consistito nel radunare
i suoi collaboratori e coinvolgerli in
questa opera di amore per la propria
vocazione sacerdotale, per le persone
affidate alla loro cura pastorale.
È un prete che ha saputo, sull’esempio
di san Carlo Borromeo, portare nuova
vita all’interno della comunità cristiana
nel solco del rinnovamento proposto dal
Concilio di Trento, con una rinnovata
attenzione alle persone, con l’amore per
la dottrina cristiana e la celebrazione
della liturgia, con la promozione delle
confraternite per un laicato attivo e
responsabile. È un conoscitore profondo
delle Scritture, uno studioso attento della
dottrina cristiana, un perspicace lettore
della realtà, che coglie i pericoli derivanti
dall’eresia protestante portata in valle dai
riformati e lotta per la difesa della vera
dottrina.
È il martire coraggioso che vive il vangelo
fino in fondo, nell’amore di Cristo e dei
fratelli: “Se hanno odiato me, odieranno
anche voi”; “Non c’è amore più grande di
questo: dare la vita per i propri amici”.
La beatificazione di Nicolò Rusca
diviene per la nostra Chiesa l’occasione
di rinnovare l’impegno di accoglienza
e di attuazione del Concilio Vaticano
II; per noi sacerdoti l’opportunità di
recuperare il senso profondo della nostra
vocazione al servizio del popolo che il
Signore ci ha affidato nella comunione
fraterna e nella proposta limpida del
vangelo; per ogni cristiano la possibilità
di essere testimone credibile della fede
nel Signore Risorto, unico salvatore del
mondo.
Partecipare alla celebrazione del 21
aprile è per noi un obbligo morale: non
si tratta di essere spettatori di un evento
ecclesiale unico, ma di recuperare il
ruolo di protagonisti in una storia di
salvezza che continua nel nostro tempo.
monsignor MARCO ZUBIANI
arciprete di Sondrio
dal Notiziario “Il Campello”
un legame antico
Con l’arrivo di Nicolò
a Sondrio come arciprete
con i “curati” della Valle
nacque un vero e proprio
rapporto di collaborazione
e sincera amicizia
Rusca e la
Valmalenco
E
sistono pochi documenti circa
la presenza di Nicolò Rusca in
Valmalenco (l’archivio di Valle è
stato manomesso e in parte incendiato
nel passato). È rimasta “l’obbligazione”
che don Bartolomeo, canonico di
Sondrio e fratello dell’arciprete, fa a
Giovanni Moizi con la quale si impegna
a pagare venti scudi per il pernottamento
di Nicolò e dei soldati presso l’Osteria
del Bosco di Chiareggio. Un vero atto di
crudeltà è così diventato un importante
documento storico! Altri documenti
dell’epoca testimoniano poi le usanze, i
diritti, i doveri dell’arciprete di Sondrio
verso le Quadre della Valmalenco e i
doveri dei curati e dei parroci verso
l’arciprete di Sondrio.
Fino al 1624 la Valmalenco faceva parte
della Parrocchia di Sondrio; don Rusca
quindi era arciprete di Sondrio e anche
della Valmalenco (allora divisa in quadre
e cure secondo il nome dei Santi titolari
di ogni chiesa). Nelle diverse quadre,
il servizio religioso era svolto da curati
(sacerdoti ma anche frati) alcuni dei
quali, nei sec. XV – XVI, molto autonomi,
indisciplinati non sufficientemente colti
e a volte motivo di scandalo per la loro
condotta morale. Con l’arrivo di Rusca a
Sondrio la collaborazione tra arciprete
e curati divenne totale in un
rapporto di amicizia tra di loro.
Vale anche per loro, quanto lo stesso
arciprete scrisse nella relazione per
la visita pastorale del vescovo Filippo
Archinti circa i sacerdoti stabilmente
residenti a Sondrio “tra loro e meco et io
seco talmente d’accordio che, quando si
troviamo insieme, havemo grandissima
consolazione come se fossimo tutti figli
de una istessa madre”.
I principali curati presenti in Valmalenco
durante il ministero Rusca erano: don
Giovanni Cilichini di Lanzada, laureato
in teologia a Padova, curato di Lanzada
e nel 1624 primo parroco di Chiesa; don
Giovanni Tuana di Grosotto , laureato in
teologia al Collegio Elvetico di Milano,
curato di Chiesa e scrittore del “De
Rebus Vallistellinae”, don Andrea Sasso
morto prematuramente a 29 anni.
La presenza di sacerdoti molto dotti ed
esemplari in Valtellina e nei contadi di
Bormio e Chiavenna, all’epoca sotto la
dominazione delle Tre Leghe Grigie,
era una scelta fatta dai vescovi di Como
Gianantonio Volpi, Feliciano Ninguarda
(nativo di Morbegno) e Filippo
Archinti per contrastare l’avanzata del
Protestantesimo e attuare la Riforma del
Concilio di Trento.
Ma oltre il ministero del Rusca in Valle
tramite intermediari, sappiamo dagli
atti notarili la sua venuta in Valmalenco
in qualità di testimone e di arbitro per
dirimere questioni tra cattolici e cattolici
e tra cattolici e riformati. Rusca era un
moderato e quindi non poteva accettare
né gli estremisti cattolici né gli estremisti
riformati.
C’erano poi le stazioni di carattere
liturgico che obbligavano gli arcipreti
di Sondrio a venire in Valmalenco
per cantar Messa con il diritto poi di
riscuotere le offerte e di pranzare a
spese della Quadra. Per esempio a
Chiesa l’arciprete era obbligato a venire:
il 25 luglio per la festa di San Giacomo
maggiore; il 1° maggio (calende di
maggio) per la festa dei Santi Giacomo
e Filippo; nell’anniversario della
consacrazione della Chiesa.
Se l’arciprete era obbligato a venire
in Valmalenco, ugualmente i curati
(e successivamente i parroci) e le
parrocchie erano obbligati al pagamento
delle decime all’arciprete e al capitolo
dei canonici di Sondrio (cosa accettata
malvolentieri e motivo di discussioni
continue!); all’offerta della cera e alla
presenza a Sondrio in occasione della
festa dei Santi Gervasio e Protasio (19
giugno); a partecipare alle funzioni del
Sabato Santo con la benedizione del
Sabato, 20 aprile 2013
ANNULLO POSTALE
D
omenica 21 aprile, in occasione
della Beatificazione di Nicolò
Rusca Arciprete di Sondrio, Poste
Italiane dalle ore 12.00 alle ore
18.00 attiveranno in Piazza Campello
un servizio filatelico con annullo
speciale. L’Annullo è un valore aggiunto
che si inserisce nella celebrazione di
Beatificazione Nicolò Rusca che sarà
ricordato anche nel collezionismo
filatelico. La Diocesi di Como a ricordo
della celebrazione di Beatificazione
allestirà un cofanetto contenente
cartoline con vari soggetti.
Gli autori delle cartoline sono i
ragazzi delle classi 2ªA, 3ªA, 2ªC e
3ªC media dell’Istituto Comprensivo
“Sondrio Centro”, il Progetto è stato
coordinato dalle insegnanti Amelia
De Giovanni e Doriana Forni in
collaborazione con Poste Italiane.
Particolare attenzione è stata riservata
ai francobolli che verranno utilizzati,
scelti con la finalità di impreziosire
l’oggetto filatelico da conservare a
ricordo dell’evento. L’annullo speciale
dopo l’utilizzo del 21 aprile 2013 sarà
depositato presso lo Sportello Filatelico
dell’Ufficio postale di Sondrio Centro
per i sessanta giorni successivi, per
soddisfare le richieste di bollatura che
perverranno dai collezionisti dislocati
sul territorio nazionale. A conclusione
del servizio i piastrini filatelici saranno
depositati presso il Museo Storico della
comunicazione. Il cofanetto con le
cartoline e l’annullo speciale (al costo
di 5 euro) si possono prenotare anche a
[email protected].
fonte e per ricevere gli oli santi (l’usanza
è continuata fino al Concilio Vaticano II).
Un segno tangibile, storicamente
importante dell’epoca del Rusca nella
chiesa dei Santi Giacomo e Filippo di
Chiesa, è il fonte battesimale del 1612
con la frase del Vangelo di Giovanni
(3,5): “Nisi quis renatus fuerit ex aqua
et Spiritu Sancto, non potest introire in
regnum Dei” (Se uno non nasce da acqua
e da Spirito Santo, non può entrare nel
Regno di Do). Tale fonte Rusca l’ha vista
e possiamo pensare che l’abbia anche
usata!
Con l’istituzione del Vicariato Foraneo
Sondrio-Valmalenco in parte si ritorna
a quei tempi con la possibilità di una
maggiore collaborazione tra sacerdoti
e sacerdoti, tra laici e laici, tra laici e
sacerdoti, tra sacerdoti, laici, religiosi e
religiose. Difficile che venga accettata la
figura del Vicario Foraneo (l’arciprete di
Sondrio) in una prospettiva autoritaria;
le parrocchie della Valmalenco sono
autonome da 389 anni! Più facile e più
evangelico la collaborazione in una
prospettiva di vera fraternità sacerdotale,
anche a causa della diminuzione del
clero, e per essere “sale e luce” (Mt.
5,13.14).
Interessante quanto scrive il Rusca circa
i rapporti con i sacerdoti e le popolazioni
della sua ampia parrocchia: “Da tutti i
reverendi curati e vicecurati, e chiese
loro, si fa qualche ricognitione verso
la matrice di Sondrio. Io però procuro
di mantener tutto il clero e li popoli
in pace. Non vedo, né cerco tutto, né
chiudo gl’occhi, né lascio tutto. Ma la
camino con mediocrità procurando
che la matrice sia in qualche cosa
riconosciuta, ma non rompendo con la
troppa curiosità et ansietà il filo della
benevolenza e della carità. Non ho di
presente alcuna briga con alcuna chiesa
della pieve, anzi vado destramente
schivando le rotture e le liti, le quali si
vede che mai più finiscono e molte volte
causano la perdita di quelle recognitioni,
l’alienazione delli animi, mormorazione
e scandalo nei popoli”.
L’unione tra le parrocchie, pur
conservando ciascuna la propria
identità ma riunite in Unità Pastorali,
e la collaborazione tra sacerdoti, laici
e religiosi, è la sfida del futuro in un
cammino di santità sull’esempio del
Beato Nicolò Rusca.
don ALFONSO ROSSI
parroco di Chiesa Valmalenco
V
Nicolò Rusca
VI Sabato, 20 aprile 2013
Tornare alle radici per
un impegno rinnovato
L
a beatificazione dell’arciprete
di Sondrio, don Nicolò Rusca,
nativo di Bedano nel Canton
Ticino, oggi diocesi di Lugano, ma
allora parte integrante della diocesi
di Como, ricorda questi legami
storici tra la Chiesa di Lugano e
quella di Como, fa rivivere momenti
intensi di impegno apostolico e di
evangelizzazione coraggiosa per
la difesa e il sostegno della fede
cattolica nelle nostre terre, ci invita a
rinsaldare i vincoli di stretta vicinanza
e di forte testimonianza delle nostre
Chiese per il bene delle nostre
comunità. Riandare alle radici della
nostra storia, ripercorrere le vicende
secolari delle nostre comunità, fa
riscoprire persone ed eventi che
illuminano non solo il nostro passato,
dando ragione della sua complessità,
del valore e del significato, ma dicono
pure gli impegni del nostro presente e
fanno riscoprire la responsabilità con
la quale affrontare il futuro.
Le ricerche storiche non appagano
solamente le nostre curiosità e non
sono esercizi di autocompiacimento,
ma danno spessore e solidità
alla nostra esistenza che si vede
confrontata con persone, virtù e gesta
meritevoli di considerazione e di
stima.
Quanto avvenuto in quegli anni
della Riforma va ovviamente letto e
inserito nel contesto particolare di
quel momento, dove, al di là delle
controversie di ordine teologico e
religioso, erano le tensioni politiche a
determinare fatti incresciosi e anche
violenti, dove torti, colpe e ragioni
non stavano certamente da una sola
parte.
Ci aiuti il beato Rusca a vivere i
rapporti con i fratelli protestanti
nello spirito nuovo, riconosciuto
dal Concilio Ecumenico Vaticano
II, mentre il suo insegnamento e la
sua testimonianza eroica di “pastore
buono” ci guidino nel continuare
nella bontà, che è rispetto della
verità, il dialogo ecumenico con
i fratelli separati, perché tutti si
abbia a camminare verso l’unità
che raggiungeremo solo nella piena
fedeltà al Signore Gesù.
Preghiamo e lavoriamo perché si
realizzi la sua preghiera al Padre:
“perché tutti siano una sola cosa;
come tu, Padre, sei in me e io in
te, siano anch’essi in noi, perché il
mondo creda che tu mi hai mandato”
(Giovanni 17,21).
Come disse il vostro don Saverio
Xeres in un’intervista al nostro
Giornale del Popolo, «Don Rusca
La casa natale di Nicolò Rusca a Bedano,
in canton ticino, oggi diocesi di lugano
fu importante per due ragioni. Egli
fu uomo di profonda sintesi di fede
e cultura in un’epoca storica in cui
non erano molti i sacerdoti cattolici
ad essere formati e ad aver studiato.
Rusca entrò al collegio Elvetico di
Milano dove studiò per desiderio di
Carlo Borromeo. Apprese le lingue
antiche, anche il greco e l’ebraico, fu
uomo dalla vasta cultura umanistica.
Non per niente la sua controriforma
fu culturale. La seconda ragione
della sua importanza per la diocesi
di Como è data dal suo essere nato
in Ticino, essere passato per Como,
aver predicato e vissuto in Valtellina,
unendo luoghi, storie e terre della
diocesi del tempo».
Ecco perché anche la Chiesa
di Lugano gioisce e si onora di
partecipare alla festa della Chiesa
Madre di Como per il riconoscimento
delle eroiche virtù di un prete, che,
nato in Ticino, ha servito le terre
ticinesi e quelle valtellinesi.
Non si tratta solo di autocelebrazione
dell’ ieri, ma di rinnovare l’impegno
e lo slancio per vivere con serietà
e coerenza il nostro oggi e dare
consistenza e dignità al nostro
domani.
+ PIER GIACOMO GRAMPA
Vescovo della Diocesi di Lugano
Perchè don Luigi si appassionò del Rusca. Subito lo riconobbe e definì «santo».
San Guanella per
l’arciprete Nicolò
D
on Guanella ne era convinto: «Le
anime sante si conoscono a vicenda
e a vicenda e con tutto il cuore si
amano». Come ricorda il primo biografo
del Santo, don Leonardo Mazzucchi,
la conoscenza della figura di Nicolò
Rusca da parte di Luigi Guanella risale
agli anni della giovinezza: «Don Luigi
ancor giovane sentiva il fratello Don
Lorenzo parlare con Della Cagnoletta
già prevosto a Campodolcino della causa
dell’Arciprete Rusca». Una conoscenza
che si era fatta ammirazione e devozione,
rafforzata dal pellegrinaggio sul luogo
del suo martirio che egli stesso ricorda
nelle sue memorie autobiografiche:
«Per tutti gli anni di vacanza lo studente
Guanella ricorda […] un viaggetto
col prevosto Della Cagnoletta da
Campodolcino a Splügen, Andeer, Thusis
per salutare il luogo di martirio del nostro
servo di Dio arciprete Nicolò Rusca e
ritornare colle calcagna spelate per il giro
di Valle di Lei e di Angeloga».
Nel 1885, durante il periodo del suo
ministero sacerdotale a Pianello del
Lario, don Guanella nella sua operetta
Cento lodi in ossequio al IV centenario
dal transito del beato Andrea da
Peschiera apostolo della Valtellina (e
precisamente nel capitolo Lotte e trionfi
dei nostri fratelli), così ricorda la vicenda
di Rusca, martire per la fede «L’arciprete
Nicolò Rusca in Sondrio fu strappato
di notte e strascinato al tribunale di
Thusis per l’accusa d’aver avversato i
predicanti evangelici, e si tormentò fino
a farlo spirare sotto alle agonie della
tortura», annoverandolo tra i «santi di
Valtellina», «illustre per santità». Le
anime sante, appunto, si conoscono, anzi
si riconoscono.
Ma cosa spinse don Guanella ad
impegnarsi perché la santità di Rusca
fosse solennemente riconosciuta dalla
Chiesa? L’affetto e la riconoscenza per
il fratello don Lorenzo, che per primo
gli aveva fatto conoscere la figura di
Rusca. Ecco come lui stesso lo spiega,
nel 1909, su La Divina Provvidenza, il
periodico delle sue Case, parlando di sé
in terza persona: «Nel luglio 1906, nella
casa della divina Provvidenza di Como
moriva don Lorenzo Guanella, Prevosto
di Ardenno e fratello del Fondatore. Da
allora a questi nacque l’idea di ordinare
a taluno de’ suoi figli spirituali Servi della
carità, di raccogliere i materiali necessari
e scrivere la vita dell’Arciprete di Sondrio
Don Nicolao Rusca martirizzato nel 1600
dai protestanti a Thusis sotto Coira».
Idea che si concretizzò nel 1909 con la
pubblicazione della biografia “Valtellina
e Rezia. Vita dell’Arciprete Nicolò Rusca”,
scritta dal confratello don Giovanni
Formentelli con lo pseudonimo di
Reto-Cenomano.
Continua don Guanella: «Ora la vita
scritta e stampata, fu esaminata a Roma
e trovata degna di venerazione, quindi
il Guanella fu consigliato a provarne
la causa di venerabilità per il martirio
subito e per la sua vita esemplare
apostolica. Nella diocesi Comense, in
Valtellina e nel Canton Ticino il Rusca
è sempre stato venerato dal popolo
come apostolo, confessore e martire,
ed invocato come patrono e protettore.
Queste vite, quantunque non abbiamo
ottenuto finora il decreto della Chiesa che
sola è giudice competente della santità de’
suoi figli, sono già un grande conforto per
noi; che abbiamo bisogno di specchiarci
in quanti hanno saputo riescire vittoriosi
nelle lotte contro il mondo, contro il
demonio e contro se stessi. Ma quanto
maggiore sarebbe la riconoscenza nostra
e quanto lustro ne verrebbe alle nostre
contrade e alla stessa fede, se nella sua
infinita misericordia in questi tempi
d’indifferenza religiosa il Signore si
degnasse infervorare gli animi colla
esaltazione del suo Servo fedele l’Arciprete
–martire».
Prese inoltre contatti con i vescovi
di Como, Lugano e Coira per
favorire l’avviamento della causa di
beatificazione e nel gennaio 1910,
durante un’udienza, ne parlò anche
con Pio X. Si interessò anche presso
alcuni consultori della Congregazione
dei Riti, «i quali indicarono migliore e
facile via per giungere ad ottenere il culto
del Rusca il dimostrarne il martirio».
Incaricò quindi il nipote don Pietro
Buzzetti, che nel 1913 diede alle stampe
il volume “Niccolò Rusca martire
della fede cattolica”, dimostrando «nel
Rusca il carattere di martire della fede,
deducendolo criticamente dalla storia
- sguernita d’ogni falsità – dell’accusa
e della morte di lui, dalle meraviglie
seguite alla sua morte, dal contegno
stesso dei protestanti e dei carnefici, dalla
venerazione per le sue reliquie, dai ricorsi
per grazie, dall’attestato degli scrittori
- dei pittori - dei biografi». Quando, il
13 dicembre 1913, il vescovo di Como
Alfonso Archi nominò ufficialmente
postulatore della causa di beatificazione
del Rusca l’amico don Giovanni Baserga.
Guanella manifestò la sua grande
soddisfazione.
Gli sforzi di don Guanella, alla
fine, hanno dato i loro frutti. Ci
piace pensare che, da Santo, abbia
contribuito ancora più decisamente
per il riconoscimento del martirio
del Rusca, sancito da un decreto di
Benedetto XVI proprio il 19 dicembre,
giorno natale dello stesso Guanella...
SILVIA FASANA
Nicolò Rusca
A
la croce al
centro di
una mostra
nche Confartigianato Imprese
ha voluto dare il proprio
contributo in preparazione
alla beatificazione di Nicolò Rusca.
Così, se la Sezione di Sondrio
ha contribuito alla realizzazione
del palco che sarà utilizzato per
la celebrazione della Messa, la
Categoria Artigianato Artistico ha
deciso di realizzare una mostra.
“La Croce - Albero di Vita”: questo
il tema dell’esposizione realizzata
d’intesa con il Comitato per la
Beatificazione e con il patrocinio
del Comune di Sondrio, allestita
nelle sale di Palazzo Martinengo.
Inaugurata lo scorso sabato 13
aprile, la mostra che ha visto
diciassette imprese partecipanti
che hanno realizzato più di venti
opere di elevato pregio artistico,
sarà visitabile fino a domenica 21
aprile. Fino a venerdì dalle 15.30
alle 19, mentre sabato e domenica
dalle 9 alle 12.30 e dalle 14 alle 19.
Con l’utilizzo di differenti materiali
e tecniche costruttive, gli artisti
guidati dall’art director Gabriele
Sabato, 20 aprile 2013 VII
Radice hanno scelto di realizzare
dei crocifissi, lasciandosi ispirare
dal fatto che, in ogni immagine in
cui Nicolò Rusca è rappresentato,
porta in mano, appunto, il simbolo
per eccellenza della fede cristiana.
«Questa iniziativa – ha affermato
Mario Sulis, presidente della
Categoria Artigianato Artistico
di Confartigianato – si inserisce
nel solco delle altre esposizioni
realizzate in occasione di
altri eventi importanti quali il
Gemellaggio Sondrio - Sindelfingen,
la 105esima Mostra del Bitto e la
festa provinciale dell’artigianato».
Ad esporre le loro opere sono arbara
Trestini Trimarchi, Bottega Artigiana
Pontiggia, Cao Luigi, Ezio & Michele
Snc, Ceramiche De Piazza, Enzo
Acquistapace, Fanoni Elio & Figlio
Snc, Gianoncelli Francesco, Givrem
Snc, Gaggi Alberto & C. Snc, La
Pietra Ollare di Floriana Palmieri,
Martinelli Bruno Giorgio, Pilatti Snc,
Ruffoni Tappeti Pezzotti, Spezia
Elio, Stilfer Di Mauro Bettini, Tekno
Glass, Tonelli Vincenzo. (A. Gia.)
Una santità da
rendere attuale
M
olto è stato detto e scritto
sull’arciprete Nicolò Rusca.
Abbiamo rivolto alcune
domande ad Anna Rossi, storica del
“Centro Studi” intitolato all’ormai
prossimo beato, e a monsignor Saverio
Xeres, coordinatore dell’equipe che
ha riordinato documenti e svolto le
ricerche, gli approfondimenti necessari
alla pubblicazione della “Positio
super Martyrio”, di confidarci qualche
impressione personale.
Anna, hai dedicato anni di studio e
ricerche alla vicenda di Nicolò Rusca:
che cosa ti ha colpito di lui, della sua
persona, del suo ministero?
«In questi giorni, nell’imminenza della
beatificazione, mi è sempre più chiaro
che dobbiamo dire “grazie” a Nicolò
Rusca. Se la bellezza e la gioia della
fede è giunta a noi, lo dobbiamo anche
a lui».
Puoi confidarci qualche particolarità,
emersa dai documenti, dalle carte,
dall’epistolario del Rusca, che
possono aiutarci a capirlo?
«È interessante, per conoscere Rusca
da un’altra visuale, partire da quanto
scrisse, e ancora più da quanto fece,
la sua comunità, i parrocchiani, le
monache di San Lorenzo. Ogni volta
si scopre qualche particolare che era
sfuggito. Un solo esempio, che mostra
tutta la delicatezza dell’arciprete: egli
era solito stipendiare due confessori
“stranieri” a Natale, a Pasqua e a
Pentecoste “per quelli che desideravano
non essere conosciuti”».
In occasione dei convegni di
Como e Sondrio hai parlato della
“limpidezza” della vita cristiana
dell’arciprete, della “straordinarietà”
della sua normalità: vuoi dirci
qualcosa in proposito? Cosa, oggi,
possiamo cogliere di attuale e valido
della sua testimonianza?
«Nella cura pastorale Rusca non ha
inventato nulla, ha semplicemente
seguito quanto la Chiesa indicava. Non
si è però mai risparmiato – a scapito
della sua salute, con i suoi amici che lo
rimproveravano, ma inutilmente – per
la “salvezza delle anime”. Il nuovo beato
mi richiama a riscoprire ogni giorno
che questa è l’unica cosa che conta
nella vita, è l’unica cosa da annunciare
a tutti. Anche perché è solo a partire
da qui – come dimostra la storia
della Chiesa – che si può affrontare
la concreta realtà di ogni giorno,
comprese tutte le difficoltà del nostro
tempo».
Don Saverio, anche a te chiedo
di segnalarci che cosa ti rimane
particolarmente impresso della
persona e del ministero sacerdotale
del Rusca...
«Per me Rusca rappresenta,
essenzialmente, la perfetta traduzione
del prete tridentino, ovvero quel “prete
di una volta” al quale tutti siamo
rimasti affezionati, quando ne abbiamo
conosciuto qualcuno, e dal quale
cui siamo sentiti attratti, molti di noi
che abbiamo intrapreso la strada del
ministero. Ovvero, la figura di un uomo
totalmente dedito alla “sua” gente, per
la quale annuncia la Parola, amministra
i sacramenti, prendendosi a cuore ogni
situazione umana, soprattutto le più
dolorose. Questo è il primo grande
“martirio”, ovvero “testimonianza” di
Rusca».
Il discorso è estremamente
complesso, ma possiamo spiegare,
in sintesi, che cosa ha convinto le
commissioni storica e teologica a
dire che sì, la vicenda del Rusca è
storicamente attendibile e il suo fu un
martirio per la fede?
«Dal punto di vista della ricostruzione
storica, posso dire che a Roma sono
stati positivamente impressionati
dall’abbondanza della documentazione
e dal rigore metodologico; questo mi è stato
detto e ripetuto più volte, per iscritto e a
voce. Quanto al riconoscimento del martirio
– di spettanza dei censori teologi - c’è stata
qualche perplessità in più, ma siamo riusciti
a farle rientrare, precisando meglio la nostra
ricostruzione in alcuni punti. Ad esempio, il
fatto che Rusca abbia cercato sia di sottrarsi
alla cattura, sia di evitare la tortura non è
segno di scarsa attitudine al martirio, per
così dire, ma di equilibrio umano e di lucida
visione di fede: non è la sofferenza per la
sofferenza, che vale, ma la fede in Cristo
per la quale – se necessario, quando è il
momento – si accetta anche la sofferenza».
Come sono stati affrontati i dubbi sul
fronte ecumenico?
«In due modi diversi e complementari. Da
un lato non lasciandosene condizionare, nel
senso che, dal punto di vista storico, i fatti
vanno accertati, per quanto possibile, per
quello che sono, indipendentemente che
ciò corrisponda o meno ad una sensibilità
attuale, foss’anche quella ecumenica.
Ovvero: se la morte di Rusca è da attribuire,
per più di un motivo, ad un gruppo di
protestanti, non si può fingere che le cose
siano andate in maniera diversa. D’altro
canto, erano e sono sempre da tenere sullo
sfondo vicende analoghe a quella di Rusca,
avvenute sul fronte riformato: quella del
pastore Francesco Cellario, ad esempio,
arrestato e messo a morte per mano degli
inquisitori cattolici, pochi anni prima.
Da questo punto di vista Rusca si pone
anche come “testimone” di una situazione
ecclesiale più ampia, espressione di quel
dramma sconvolgente che la cristianità ha
vissuto in quell’epoca, anche dalle nostre
parti, e che sarebbe sbagliato dimenticare».
La beatificazione è l’inizio di qualcosa:
ora Nicolò è esempio di vita cristiana
per la diocesi di Como. Cosa dobbiamo
scoprire, valorizzare, conservare di
questa sua testimonianza?
«Sono tante le eredità che Rusca ci lascia: la
sincera e generosa dedizione pastorale, per
noi preti, soprattutto; per tutti, la dedizione
intensa e coerente alla propria vocazione.
Insomma: non vite fiacche, ma ben vissute!
Ancora: lo studio serio e approfondito,
come è stato per lui, soprattutto la
conoscenza della Scrittura e del cuore del
cristianesimo, ossia la persona di Cristo.
Infine: uno spirito di concreta e leale
collaborazione nella comunità cristiana e
nella società umana, nonché uno sguardo
attento al futuro, come ha avuto lui nel
prendersi cura particolare dei giovani. In
una parola: il suo esempio deve richiamarci
a vivere in modo semplice e robusto la
“normale” vita cristiana, straordinaria nella
sua stessa ordinarietà».
a cura di ENRICA LATTANZI
Pubblicazioni, immagini, mostre. Un grande impegno su più fronti per approfondire
Molte iniziative culturali per conoscere Rusca
L
unedì 15 aprile, a Sondrio, è stato
presentato il volume di Saverio Xeres,
«Dà la vita il buon pastore» (Gv 10,
11). Biografia di Nicolò Rusca (1563-1618),
un’aggiornato approfondimento sulla
vita dell’arciprete di Sondrio, frutto delle
accurate ricerche documentarie svolte in
occasione della causa di beatificazione,
nonché delle recenti pubblicazioni
storiografiche sulla Valtellina e la Svizzera
dei secc. XVI-XVII. All’opera si aggiunge
uno studio sull’iconografia del beato, a cura
di Angela Dell’Oca e Andrea Straffi, con
schede relative a dipinti, vetrate, stampe e
suppellettili liturgiche raffiguranti Rusca.
Viene edito, inoltre, a cura di Annalina Rossi,
l’epistolario dell’arciprete. Completano il
volume due appendici: la storia della causa
di beatificazione, con i “protagonisti” di
quel lungo percorso iniziato all’indomani
della morte di Rusca e conclusosi con il
riconoscimento del martirio; un elenco delle
fonti, edite e inedite, e la bibliografia su Rusca.
Il volume è il n. 15 della Collana Storica della
Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, che
già ospita altre due opere dedicate al Rusca.
Nei prossimi giorni saranno comunicate le
modalità di diffusione di questo interessante
volume. è in distribuzione anche un booklet
divulgativo ad ampia diffusione dal titolo
“Nicolò Rusca Arciprete di Sondrio Martire
per la fede (1563-1618)”. Si tratta di un agile
opuscolo con la biografia del Rusca e le vicende
legate alle sue reliquie. Inoltre, per un’adeguata
preparazione, sono stati inseriti due testi sul
significato del “martirio”, tratti dal Concilio
Vaticano II e da uno scritto di Benedetto XVI.
L’opuscolo si trova presso le parrocchie, presso
il Centro Cardinal Ferrari di Como e presso il
Centro studi “Nicolò Rusca” (via Baserga, 81,
Como). Si trova anche su www.diocesidicomo.
it. Info: 031-506130. Sempre nei giorni scorsi
è stato distribuito il dvd dal titolo “Patir ogni
cosa per puro amore di Dio”, con le immagini
girate e montate da Simone Bracchi. Infine,
fino all’8 giugno, presso i palazzi Sertoli e
Lavizzari è visibile la mostra… mi spinge il zelo
di drizzar tutti al cielo. Nicolò Rusca arciprete
di Sondrio, testimone della fede. L’iniziativa è
promossa e prodotta dalla Fondazione Gruppo
Credito Valtellinese in collaborazione con il
Museo Valtellinese di Storia e Arte, il Centro
studi “Nicolò Rusca” e il Liceo scientifico
Pio XII. A Palazzo Sertoli è presentata una
sequenza di 18 pannelli di grandi dimensioni,
con testi realizzati dai ragazzi del Liceo Pio
XII. Nella sede del museo, a Palazzo Sassi
de Lavizzari, saranno esposti cinque ritratti
inediti della serie gli arcipreti di Sondrio, due
effigi seicentesche del beato Nicolò Rusca, e le
immagini dei protagonisti del rinnovamento
della chiesa dopo il Concilio di Trento in
area lombarda e ticinese Carlo e Federico
Borromeo, Feliciano Ninguarda. Completano il
percorso alcuni dipinti e opere grafiche relativi
al contesto valtellinese.
VIII Sabato, 20 aprile 2013
Nicolò Rusca
■ Le reliquie del Rusca
Con la beatificazione è stata
necessaria una nuova collocazione
C
on la beatificazione di Nicolò Rusca si è posta la
questione relativa alla collocazione dei suoi resti
mortali, sinora conservati entro un’urna in cristallo
ed esposti nella chiesa Collegiata di Sondrio. «L’ufficialità
del riconoscimento del “martirio per la fede” imponeva un
ripensamento, relativo soprattutto alla venerazione del
beato». Lo spiega don Andrea Straffi, dell’Ufficio diocesano
Arte Sacra. «Per questa ragione – aggiunge – il vescovo di
Como, monsignor Diego Coletti, ha chiesto agli organismi
competenti, in collaborazione con l’Arcipretura di Sondrio
e il “Comitato per la beatificazione”, di individuare una
soluzione che salvaguardasse tutti i valori in gioco: il
rispetto per le reliquie; la devozione dei fedeli; l’attenzione
al contesto storico-artistico dell’edificio; la tempistica
ristretta; la cura estetica dell’intervento; i costi».
Le reliquie del Rusca hanno una storia lunga e travagliata.
Il corpo dell’arciprete fu dapprima sepolto a Thusis, nel
luogo stesso del martirio. Nei mesi e negli anni successivi
i suoi resti mortali furono più volte riesumati, addirittura
divisi fra diversi monasteri cattolici svizzeri. Una piccola
parte ritornò anche in Valtellina. Documenti dell’epoca
dicono che, all’indomani della morte, l’arciprete Rusca fu
subito riconosciuto dai fedeli «degno di essere onorato».
La traslazione a Sondrio del corpo dell’arciprete avvenne a
metà 1800, in seguito alla soppressione del monastero di
Pfäfers (dove si trovava la maggior parte delle reliquie). Nel
1845 fu effettuata una ricognizione delle ossa e organizzato
il trasferimento a Como per il riconoscimento da parte del
vescovo. Le reliquie vennero quindi destinate alla chiesa
di Santa Maria della Sassella, alle porte di Sondrio. «Ma il
desiderio della comunità era quello di onorare il proprio
arciprete nella Collegiata – riprende don Straffi –. Roma,
nel 1849, concesse di spostare le reliquie nella parrocchiale
dei Santi Gervasio e Protasio, dove giunsero con “solenne
e trionfale trasporto” l’8 agosto 1852». Le ossa del beato
(il teschio, una scapola, l’osso sacro, due parti del bacino
e tre parti delle gambe) furono collocate entro un’urna
di cristallo e riposte nella cappella del Rosario. «Solo nel
1970 - aggiunge don Andrea - furono sistemate nel vano a
destra dell’ingresso, in collegamento ideale con l’Oratorio,
demolito, di san Pietro Martire». Questa struttura era sede
della Confraternita del Santissimo Sacramento, realtà voluta
proprio dall’arciprete Nicolò. L’ultima ricognizione canonica
delle reliquie è dello scorso febbraio. In queste settimane
le spoglie del Rusca sono state sottoposte ad alcuni
trattamenti di pulizia e conservazione proprio in vista della
nuova collocazione.
Dopo diverse valutazioni – storiche, artistiche, liturgiche
– si è stabilito che le spoglie dell’ormai prossimo beato,
rinchiuse da un cristallo trasparente su cui sarà innestata
una croce dorata, saranno poste nel blocco di marmo
sottostante la mensa dell’altare della Collegiata. A chiudere,
una lastra, con una bella iscrizione pensata da don Andrea
Stabellini, vicario giudiziale della nostra diocesi ed esperto
di epigrafi. Il testo così recita: «Il Beato Nicolò Rusca,
di nome e di meriti arciprete di Sondrio, torna all’altare
maggiore già santificato dal suo ministero pastorale, ora
ornato della sua corona di martire». (E.L.)
D
allo scorso settembre monsignor
Saverio Xeres, storico della
diocesi di Como e coordinatore
del gruppo di lavoro che ha realizzato
la straordinaria, ricchissima e
complessa raccolta documentaria
della “Posytio” sul martirio
dell’arciprete Nicolò Rusca, ha
pubblicato, con cadenza quindicinale
su “Il Settimanale della diocesi
di Como”, un’articolata biografia
dell’ormai prossimo beato. Ora questo
percorso è stato organicamente
raccolto ed editato in un libriccino
di pratico formato e di agile lettura,
completato da un’introduzione del
vescovo monsignor Diego Coletti –
che definisce gli interventi di don
Saverio delle vere e proprie “perle”
sulla vita dell’arciprete Rusca – e
una conclusione dello stesso autore
sul valore della testimonianza
del «martire per la fede». La
pubblicazione si completa con i
disegni che raccontano l’arciprete e
alcuni episodi della sua vita realizzati
dai ragazzi della Scuola Media Sassi
di Sondrio. Il testo, dal titolo “Nicolò
Rusca e il suo tempo”, è disponibile
(al costo di 1 euro), presso la sede
de “Il Settimanale della diocesi di
Como”, in viale Cesare Battisti 8, a
Como, telefono 031-263533; per la provincia di Sondrio rivolgersi comunque alla segreteria del
“Settimanale”, che fornirà indicazioni sulla reperibilità del libretto in Valtellina e Valchiavenna.
Per le parrocchie della provincia di Sondrio che lo hanno prenotato, il volumetto si ritira
presso la Polaris di Sondrio, in via Vanoni 79, aperta dalle ore 8.00 alle ore 12.00 e dalle ore
14.00 alle ore 17.30.
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Arciprete di Sondrio, martire per la fede