SOMMARIO 3 Mario Fancello 4 Mario Fancello 6 ------------ -------------- D Collisioni e concordanze Note informative Profilo biografico di Claudio Pozzani 7 Claudio Pozzani Intervento 10 Claudio Pozzani Trascrizione dell‟intervento (a c. di M. Fancello) 21 Mario Fancello Sottolineature 22 -----------24 Alba -------------Gandolfo I 25 anni della Cineteca Griffith Colloquio (a cura di M. Fancello) 34 Gianni Milano Pedagogia tribale 41 Marco Villani [Senza titolo] (Presentazione dell‟artista Pierluigi Fresia) 45 ------------ -------------- Puntaspilli (a c. di M. Fancello) 52 ------------ -------------- Farfalle metropolitane (a c. di M. Fancello) 54 ------------ -------------- Scheletri nell‟armadio: Céline (a c. di M. Fancello) 55 T.C. Città senza memoria Cantarena Anno III – Numero 12 Dicembre 2000 Periodicità trimestrale Direzione e redazione Mario Fancello Silvana Masnata Rosangela Piccardo Mirella Tornatore Realizzazione grafica Mario Canepa Mauro Grasso Rosangela Piccardo Produzione e distribuzione in proprio Per contatti ed informazioni Scuola Media Statale V. Centurione Salita inferiore Centurione, 5 16154 Genova Fax 010 / 6011225 Posta elettronica [email protected] CLEARCO E PAOLO T., In copertina: Spartizione o sparizione, luglio 2000 Courtesy Galleria Leonardi V-Idea In quarta di copertina: Frontespizio dell‟opuscolo relativo alla manifestazione Happening Novecentoduemila diretta da Giuseppe Conte, Laura Guglielmi, Claudio Pozzani. Le fotografie raffiguranti l‟incontro con Claudio Pozzani sono di M. Fancello COMUNICATO: Ringraziamo per la collaborazione la Federazione Democratici di Sinistra 2 COLLISIONI E CONCORDANZE Egemonia di un‟unica linea programmatica nell‟organizzazione della scuola o predominio d‟una struttura conglomerata? La prima, avvalendosi del voto di Collegio, impone a tutti – che piaccia o no – una secca normalizzazione dei dissidenti in nome d‟una superiore rapidità nelle decisioni e d‟una più visibile e compatta configurazione dell‟immagine pubblica dell‟istituto. La seconda, militando nelle fila della crescita democratica, rivendica un‟ampia libertà di movimento per la didattica, una maggiore elasticità di fronte a situazioni impreviste ed una più vigorosa fertilità d‟idee. Allo stato nativo i due indirizzi sono antitetici e richiedono una netta scelta di campo ed estenuanti lotte verbali; in situazioni miste producono esiti più complessi ma anche più proficui. Non si tratta d‟un processo automatico perché l‟intervento richiede una sapiente capacità di fondere le cellule sane dei due organismi per dare vita ad una nuova e pulsatile identità. Ammesso che il progetto dell‟autonomia ci procuri buoni frutti, chissà se su tale base vedremo personalizzarsi quanto prima il discorso d‟ogni singola scuola. 3 NOTE INFORMATIVE Sabato 27 novembre ‟99 nell‟auditorium della S.M.S. Centurione, di fronte agli allievi delle classi III C e III D, il poeta e musicista Claudio Pozzani ha dato vita a delle performance di grande Claudio Pozzani (al centro) invita un alunno di III C ad interpretare la “poesia dadaista” realizzata dalla classe. A sinistra, di spalle, l‟allievo Alessandro Vampi riprende l‟incontro con la telecamera. A destra, in piedi, il professore di Educazione Fisica Paolo Rovelli. 4 emozionalità. L‟Interprete, senza impelagarsi in barbose trattazioni, ha introdotto gli allievi alla poesia di ricerca e alla poliedricità delle interpretazioni sonore. La trasposizione scritta dell‟intervento è stata solo in minima parte sottoposta a revisione; ce ne scusiamo con Claudio e ci riteniamo responsabili degli eventuali stravolgimenti di senso. La videoripresa è stata realizzata dall‟alunno Alessandro Vampi (III C) con l‟ausilio di Alessandro Brisigotti (III C). 5 PROFILO BIOGRAFICO DI CLAUDIO POZZANI Claudio Pozzani è nato a Genova nel 1961. Poeta, narratore e musicista, è apprezzato in Italia e all‟estero per le sue performance poetiche che ha effettuato nei più importanti festival letterari a livello internazionale come quelli di Medellin (Colombia), Rosario (Argentina), Struga (Macedonia), Vienna, Parigi, Barcellona, Zurigo, Bratislava, Ljubliana, Pietroburgo. Le sue poesie sono tradotte in oltre 10 lingue e sono comparse in importanti antologie e riviste di poesia internazionale contemporanea. L‟ultima raccolta di versi è un‟edizione bilingue (italiano-francese) dal titolo “SAUDADE & SPLEEN”, edita nel novembre 2000 dalle Editions Lanore di Parigi. Come narratore, ha pubblicato i romanzi “ANGOLAZIONI TEMPORALI”, “KATE ED IO” e la raccolta “RACCONTI DAI PIEDI FREDDI”. Nel marzo 2001 uscirà in Francia per le edizioni La Passe du Vent il romanzo “KATE ET MOI”. Nel 1983 ha fondato il Circolo dei Viaggiatori nel Tempo, un‟associazione culturale che dirige tuttora e che si occupa di arte e in particolare di poesia e letteratura, organizzando manifestazioni internazionali in Italia e all‟estero. Tra queste, il Festival internazionale di Poesia di Genova, la Semaine Poétique di Parigi, l‟Helsinki Runo Festival e il Lago delle Muse sul Lago di Garda. Come musicista ha fondato nel 1986 il gruppo rock CINANO, con il quale ha realizzato due LP e numerose tournée in Italia ed Europa, e che fu inserito nell‟Enciclopedia della Musica Italiana curata da Renzo Arbore. Dal 1990 è il direttore e compositore dell‟Orchestra Eczema, un ensemble di musica contemporanea che ha effettuato numerosi concerti e prodotto 4 videoclip. 6 INTERVENTO Sono figlio di un falegname e mia madre si chiama Maria, non sopporto sorrisi o baci di falsi amici, ho superato indenne i 33 anni ma non penso di essere un essere straordinario. Tuttavia, nel mio piccolo, penso di aver fatto un miracolo, ossia quello di aver portato soprattutto a Genova la poesia al grande pubblico e viceversa, senza ricorrere a banalizzazioni o finti concorsi letterari televisivi. Prima del 1995, anno di nascita del Festival Internazionale di Poesia della nostra città, quando proponevo a locali, caffè, di organizzare delle letture di poesie, venivo deriso o garbatamente allontanato con argomentazioni che potevano essere riassunte con la frase eufemistica “la poesia non piace e non richiama nessuno”. Sui giornali la poesia compariva raramente e per mano di accademici, nelle televisioni ancora meno. Dopo il successo della manifestazione, molti locali, birrerie, librerie hanno iniziato a togliere una sera al pianobar per far leggere dei versi e anche sui media la poesia ha guadagnato più spazio. Non so se e quanto merito abbia avuto la mia creatura, forse è solo un caso, ma comunque è stato un sasso nello stagno. E a proposito di sassi, vorrei togliermene alcuni dalle metaforiche scarpe che, ormai consunte da viaggi reali e immaginari, mi piacerebbe risultassero un po‟ più comode, dopo quasi vent‟anni di gavetta. La poesia vive del paradosso per il quale tutti (o quasi) ne scrivono e nessuno (o quasi) ne legge. I libri di poesia si vendono a decine, al massimo arrivano a 1000/2000 copie vendute: ho più volte detto che se mio cugino avesse tanti amici arriverebbe a vendere molto di più di un Premio Nobel che, Montale forse a parte, è già tanto che siano tradotti e pubblicati in Italia. Figuratevi gli altri. Tutti (o quasi) hanno scritto un aforisma, una poesia, un cantico, molti credendosi anche poeti. Molti di questi non hanno mai letto poesie altrui perché, dicono, altrimenti ne verrebbero influenzati: è come se un musicista non comprasse o ascoltasse mai dischi o andasse ad un concerto o se un pittore non si recasse mai a mostre ed esposizioni. In una parola un‟arroganza ignorante. 7 Per poter registrare un disco, un musicista o sedicente tale deve sapere almeno tirar fuori dallo strumento un suono pulito e per questo scatta una minima autocritica e autocensura che fa evitare di esibirsi a quelli evidentemente non dotati o comunque di scarso livello. Il fatto di saper scrivere dall‟età di sei anni, dà l‟impressione (illusione?) di essere scrittori o poeti, almeno potenzialmente: di qui l‟equivoco. La poesia, come tutte le forme d‟arte, è una miscela di talento e tecnica e quest‟ultima deve essere frutto di studio e osservazione dei lavori altrui. L‟arroganza ignorante di cui sopra porta a pensare di essere originali solo perché non si conosce nulla d‟altro ed è per questo che nei concorsi di poesia si assiste a centinaia di lavori tutti uguali, con temi uguali, luoghi comuni, frasi provenienti dalla TV e via inorridendo. Il mio slogan/consiglio è: scrivete una poesia in meno, leggetene una in più. Questo paradosso, scrivere senza leggere, è a mio avviso paradigmatico della società moderna nella quale tutti parlano, urlano senza prendersi il tempo e avere la voglia di ascoltare gli altri. D‟altra parte, tolti di mezzo i “poetanti”, restano quelli che oggettivamente fanno poesia. Ci sono due frasi che mi hanno colpito. La prima è di Albert Camus che diceva “Chi scrive in modo chiaro ha dei lettori. Chi scrive in modo oscuro ha dei commentatori”. Ovviamente i termini “chiaro” e “oscuro” non vogliono certo dire “semplice” e “complicato”, o meglio, non solo. Molti poeti sono volutamente criptici, con la paura di essere banali perché chiari: come fanno a lamentarsi se poi nessuno se li fila se non gli amici critici che regalano loro una recensione su una rivista letta peraltro solo da gente simile (e poca)? A questo punto scatta l‟altra frase, di Edoardo Sanguineti, detta durante un festival in Macedonia al quale eravamo stati invitati: “Quando leggo i poeti troppo poetici mi vien voglia di dir loro: scrivete come mangiate!” In effetti, uno dei nemici della poesia è questo tipo di autore che, spesso, nelle letture dal vivo è anche oltremodo noioso. Spunto di riflessione: un altro motivo per la scarsa vendita di libri di poesia potrebbe essere la dimensione essenzialmente orale di questa disciplina artistica, prova ne è il grande numero di persone che si reca ai festival di poesia in rapporto agli acquirenti di volumi di versi. Quindi non c‟è un “rifiuto” verso la poesia, ma verso i libri di poesia. In effetti, se uno deve prendere il treno o andare al gabinetto (due delle situazioni più tipiche del lettore) è più frequente che prenda un romanzo, un giallo o perfino un saggio che una raccolta di versi. La poesia funziona di più accompagnata dalla fisicità dell‟autore o, al limite, dell‟interprete. Se così fosse, bisognerebbe iniziare a smetterla di allestire tavole rotonde sull‟invendibilità della poesia e dei possibili rimedi, con accademici che dicono che è così perché essa è naturalmente una “faccenda d‟élite” e con giovanilisti che pensano di risolvere tutto con Internet e ipertesti (illeggibili): la poesia è essenzialmente orale, il libro è un supporto per quando l‟elemento orale non è possibile, la poesia non è di nicchia, altrimenti non si spiegano le folle ai festival. Alla luce di tutto ciò e di altro ancora che qui per ragioni di spazio non è possibile affrontare, si deve vedere la mia attività come poeta e come organizzatore di eventi culturali. Dedicandomi interamente alla poesia, come autore e come divulgatore, ho essenzialmente fatto una scommessa, resa ancor più ardua dal fatto di vivere e operare in due città, Genova e Parigi, che presentano difficoltà oggettive: la prima è un banco di prova assai ostico, che fa venire voglia (e molti artisti l‟hanno fatto) di cambiare aria molto spesso, la seconda è così ricca di offerte culturali che riuscire ad emergere significa scontrarsi con una concorrenza enorme e di grande livello. Come autore, inoltre, ribadisco l‟importanza della dimensione orale della poesia. Dire i miei versi in pubblico è probabilmente una delle situazioni nella mia vita che mi fa star meglio: sentire quel particolare rumore silenzioso che s‟instaura quando l‟uditorio entra in sintonia con le mie poesie è un‟ebbrezza meravigliosa, che conoscono bene quelli che fanno spettacoli. 8 Nelle mie performance non mi sento un autore che legge i propri versi, ma io divento le mie poesie, do loro una fisicità, un corpo, un viso, delle gambe, uno sguardo. Per contro, non voglio che il mio modo per così dire spettacolare di presentare le mie poesie fosse etichettato come performance tout court: dietro un‟esibizione ci vuole sempre un testo, la poesia è testo e molto spesso poeti d‟avanguardia (un‟avanguardia vecchia di almeno 90 anni, vedi futurismo e dada) si affidano unicamente a suoni, gesti, grida, giochi sintattici, probabilmente per coprire un vuoto. Per utilizzare solo il corpo per fare poesia ci vuole innanzitutto un corpo sensuale e poi un enorme talento espressivo: molto spesso c‟è la mancanza di tutti e due. Non credo neanche alle scuole di scrittura creativa o di poesia, non credo che tutti siano potenzialmente poeti come non tutti sono scultori, pittori o musicisti. Per quelli che sentono di saper fare poesia, vedono che i propri versi conquistano l‟attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori, vorrei dare dei piccoli consigli, molto modestamente e a guisa di conclusione: 1) Leggete libri di poesie. Sceglieteli sia dietro il consiglio dei vostri professori o amici, sia affidandovi al vostro istinto. Per questo entrate in una libreria o biblioteca e iniziate a sfogliare i volumi, anche a caso, finché trovate qualcosa che vi stimoli. 2) Imparate a dire i vostri versi. Essendo un convinto assertore dell‟oralità della poesia, penso che la dimensione live sia essenziale per far conoscere ed apprezzare i vostri lavori. Evitate scuole di teatro che tendono a unificare e standardizzare la recitazione, l‟emissione della voce e la dizione. Fregatevene del vostro accento regionale: non dovete recitare Sofocle, ma voi stessi e voi siete così, con quella … cocina. Provate molto davanti allo specchio. Non serve imparare a memoria le proprie poesie: se in pubblico poi avete un‟amnesia sono brutte figure. E poi non si dice forse “letture di poesie” o “reading”? 3) Fate leggere le vostre poesie. Col computer ora è facile realizzare poche copie di libri anche gradevoli graficamente, spendendo poco. Evitate le edizioni che vi chiedono soldi per pubblicare: gli editori devono stampare investendo (e poi eventualmente guadagnando) sull‟autore. Piuttosto stampatevi una plaquette come dicevo prima. 4) Cercate di capire se esiste e qual è il vostro stile. Imparate ad analizzarvi e ad essere spietati con voi stessi: se siete convinti di quello che avete scritto e siete pronti quindi a difenderlo, i risultati saranno migliori. Siate i primi critici di voi stessi. 5) Abbiate coraggio nel dire cose anche sconvenienti, controcorrente, “pericolose” se le pensate veramente. Evitate di fare a tutti i costi i “maledetti” se poi nella vostra quotidianità siete mammolette, non sareste credibili. Il pubblico non si chocca più facilmente: è meglio concentrarsi sul testo e sulla qualità nel dire le cose, più che sulle cose. Claudio Pozzani 9 TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO Legenda - - CP – Claudio Pozzani RR – Alunni delle classi III C e III D MF – Mario Fancello CP – Ecco di solito io, quando m‟invitano nei vari festival in giro per il mondo, ho sempre di fronte a me una platea di adulti, però penso che tante volte i bambini siano molto più maturi e ricettivi degli adulti, quindi io non volevo, anche perché so che, ci sono stato molto a scuola anche io, e so che le lezioni di solito, soprattutto quando viene qualcuno da fuori, non sono ben accette, allora io volevo soltanto farvi una specie di storia, no, neanche di storia, di panorama della poesia, soprattutto del Novecento, attraverso proprio i testi e il modo in cui avevano (soprattutto le avanguardie storiche tipo Futurismo, Dadaismo e anche Surrealismo) di dire le proprie poesie. Quindi vedete direttamente, attraverso la poesia, che cosa pensavano di questa forma espressiva questi poeti. Volevo cominciare subito con il capo, il fondatore, probabilmente del più grande e più importante movimento artistico del Novecento, nato proprio a Milano, cioè in Italia, cioè il Futurismo, nato – pensate – oltre novant‟anni fa, però è molto molto attuale anche adesso. Volevo cominciare con una poesia di Marinetti, che era il fondatore, il capo, di questo movimento, che ha fatto … a allora era molto di attualità, per fortuna adesso un po‟ meno, se non in via televisiva,su un bombardamento di Adrianopoli, ed era un po‟ la poesia con la quale lui terminava tutte le sue letture insomma, e dovete pensare che questa poesia è stata scritta ottantasette anni fa, quindi è abbastanza attuale anche adesso, figuriamoci quando – ottantasette anni fa – la poesia era soprattutto il gran gesto insomma, l‟eloquenza molto classica. E l‟intero poema – tanto per farvi capire – s‟intitolava Zang Tumb Tumb e lui in effetti è stato uno dei primi, se non il primo, a 10 - - - - mettere i rumori nella poesia e il Futurismo poi aveva messo proprio i rumori anche nella musica. Adesso sentite magari i sintetizzatori, moog, effetti speciali, e beh, gli antesignani, gli avi di questi rumori nella musica e nell‟arte sono stati i futuristi. Bombardamento di Adrianopoli: pensate allora questi eserciti che si affrontano, queste bombe che fischiano in aria, queste esplosioni. [Lettura della poesia]. RR – Bravo! Biiis! [Battimani]. CP – Ecco, pensate, ottantasette anni fa! Questo Marinetti era anche uno che aveva molte palanche perché aveva il padre molto ricco, andava nei teatri molto chic, nelle serate dove c‟erano i milionari (va be‟, i miliardari di adesso) a fare questo tipo di cose. Vi faceva già ridere – a voi – ottantasette anni dopo, figuriamoci allora che scandalo che era. Del Futurismo c‟era invece un altro poeta che però faceva dell‟ironia e, forse, del suo essere bambino, un perenne bambino, la sua forza, e si chiama Palazzeschi. Palazzeschi era di Firenze, Marinetti soprattutto viveva a Milano, ed erano tutti e due del Futurismo; però dovete pensare al Futurismo e anche al Dadaismo e al Surrealismo come a veri e propri – quasi – partiti, no? E c‟era proprio la cultura che allora …va be‟ molta gente non sapeva leggere, per cui era una cosa proprio di potere culturale, e be‟ c‟erano quelli di Firenze e quelli di Milano che a un certo punto si sono fatti le guerra, e quelli di Firenze si sono un po‟ spostati e non più hanno fatto cose futuriste. Palazzeschi è diventato famoso per aver scritto dei romanzi (tipo Le Sorelle Materassi) molto più classici. Però [in] queste poesie, che son sempre di ottant‟anni fa, che ve le faccio sentire, ha sempre giocato sui rumori, però in una maniera più ironica. RR – [Fanno rumore]. CP – Va be‟, mi fa piacere se fate anche casino – diciamo – perché tra l‟altro queste poesie erano fatte proprio per scioccare, per portare vita dove di solito nell‟accademia non c‟erano.allora questa poesia s‟intitola E lasciatemi divertire e in pratica lui diceva (ve ne accorgerete quando sarete un po‟ più vecchi) che adesso che siete bambini è facile divertirsi, quando sarete un po‟ più anziani, se non avete un bel cervello e molta grinta, divertirsi sarà molto più difficile. Divertirsi è un‟arte. Allora, lui si chiamava Palazzeschi, già il nome è abbastanza artistico. Vi leggo questa che si intitola E lasciatemi divertire. Sottotitolo: Canzonetta. E capiremo il perché. [Interpretazione della poesia]. RR – [Battimani]. CP – Per restare in questo filo, sempre di Palazzeschi, invece usa …, ad esempio nella vostra casa tante volte, soprattutto di notte, ci sono i rubinetti che non si chiudono bene, c‟è questa goccia, tipo: pla. Ecco, tante volte ci impedisce di dormire, ebbene lui ci ha fatto sopra una poesia, perché (poi come vedremo anche con altri poeti) le poesie non sono soltanto da scrivere su grandi temi o su grandi cose, ma anche su piccole cose, addirittura poi ve ne leggerò una fatta da una poetessa portoghese su un calzino, … tappatevi il naso dopo perché … Dunque questa qua s‟intitola La Fontana Malata, quindi immaginatevi una fontana e pfff pfff e c‟è la gente proprio che non ne può più, e sembra che questo stillicidio di gocce sia proprio l‟agonia di questa fontana. Ecco, anche pensare le cose come esseri viventi, secondo me, è molto importante, soprattutto quando non si è più bambini. [Interpretazione della poesia]. RR – [Battimani]. CP – Dunque adesso vi avevo detto che leggevo una cosa su un calzino. Intanto mi bevo un po‟ di acqua. [Rivolto ai ragazzi]: Alla vostra salute! RR – [Parlottare dei ragazzi]. CP – Voi ne scrivete poesie? Nessuno ne scrive poesie? Lui? RR – [Chiasso prodotto dai ragazzi] Lui, lui. Io. 11 - - - CP – Mh. RR – [Prosegue il chiacchiericcio]. CP – Dunque, ecco, adesso, prima della poesia sul calzino, anche per fare un salto all‟indietro, bene, sapete che molti critici dicono che la poesia moderna è nata con i cosiddetti poeti maledetti, e soprattutto con Baudelaire, che era un po‟ anteriore ai poeti maledetti francesi: Rimbaud, Verlaine, eccetera. Non so se li avete mai sentiti. Li avete mai sentiti questi nomi? Rimbaud? Verlaine? No. Jim Morrison l‟avete mai sentito? Il cantante dei Doors? Ecco, il cantante dei Doors, Jim Morrison – [rivolto verso di me] ma forse sono troppo piccoli per conoscerlo – comunque il cantante del gruppo rock dei Doors si è molto rifatto a questi poeti maledetti francesi, e questa è una poesia che probabilmente l‟avrete già sentita; è interessante questa poesia perché in pratica è uno dei primi esempi di unire le parole ad altri tipi di sensazioni, cioè come i colori, e questa qua è […] Vocali. Ad esempio qua il poeta … La conoscete Vocali? No. Non la conoscete? No. Benissimo. Meglio. Voi come l‟immaginate? Lui si è immaginato praticamente i colori, ad ogni vocale un colore; ad esempio voi la A come la immaginate? Rossa. RR – Verde. [Propongono però anche altri colori]. CP – No. Ognuno … Perfetto. RR – Arancione. CP – Benissimo, è bello che ognuno abbia le proprie … Ecco, va be‟. Lui invece l‟ha immaginata nera. Adesso vi leggerò questa poesia che s‟intitola – infatti – Vocali, ed è per, in pratica, introdurre l‟altra parte; abbiamo sentito un po‟ la parte sonora delle poesie e poi comunque ci ritorneremo, adesso il fatto di scrivere delle poesie partendo da dei temi non convenzionali. Questa è vocali. [Interpretazione della poesia]. Ecco questa era la poesia. In pratica, se voi pensate alle vocali e al suono delle vocali, c‟è tutto uno studio. Ad esempio la U è un suono abbastanza chiuso, non so: se … se voi pensate alla u anche come lo dite, e difatti dà il senso anche dello scuro, dello stretto, dell‟angoscioso; così come la A, nel senso più largo, anche perché si apre la bocca, dà il senso di una cosa molto solare, eccetera. E questo è uno studio che poi hanno fatto determinati studiosi anche come Donatella Bisutti per insegnare ai bambini e ai ragazzi le varie differenze che sono dentro le poesie. Ora io volevo ritornare a una poesia. Allora, prima abbiamo sentito Marinetti, quindi ottant‟anni fa. Pensate, ottant‟anni fa scriveva quelle cose. Quindi, negli anni Sessanta, sono state riprese molte intuizioni di questi futuristi ed è nata un po‟ la cosiddetta Poesia Sonora. Alcune parti della poesia sonora scompongono le sillabe e i suoni per poi ricrearne altri. Adesso io vi faccio sentire un esempio di un poeta francese e queste si chiamavano Le Poesie da gridare e da danzare. Ora, partiva praticamente dalla frase – va be‟ in francese – e la scomponeva, e veniva fuori una cosa del genere. [Sonorizza la poesia]. Ecco questa era RR – [Battimani]. CP – E la frase praticamente era – va be‟, la traduzione dal francese era – “un giorno si potrà camminare”. Ecco, questa qua era … RR – [Chiacchierano a voce alta]. CP – Bene, so dai vostri professori che voi fate molta poesia sonora durante le lezioni, improvvisata, eh … RR – [Continuano il chiacchiericcio in tono più basso]. CP – Allora vediamo un po‟ se riesco a trovare … Avevo messo … Ecco. RR – [Proseguono a chiacchierare]. 12 Claudio legge alcune poesie agli allievi. 13 - - - - - 1 CP – E va be‟, non l‟ho messo giusto. E va be‟, non riesco a trovare …, ho perso il pedalino eee …, che comunque poi mi verrà sotto gli occhi e comunque, va be‟, continuiamo con un‟altra cosa. Allora abbiamo visto come dal Futurismo, ossia da ottant‟anni fa, si è giunti con varie differenze fino ai giorni nostri; ora ci sono – come sapete – oltre al fatto sonoro ci sono anche molte poesie tipiche di vari popoli, anche il modo di esprimere queste poesie. Nel mio festival, ad esempio, sono venuti anche cinesi, giapponesi, indiani d‟America, e ognuno proprio al di là del fatto di quello che scrive ha anche un diverso modo di dirle queste cose e proprio l‟incontro con alcuni poeti anche indiani americani quindi molto ritmici anche, è nata anche una poesia che di solito porto in tutti questi festival e volevo avere l‟onore di farvi sentire. Allora questa s‟intitola Cerca in te la voce che non senti1, era una poesia nata come una specie d‟invocazione e c‟è tutto il corpo che … È molto ritmica. [Rivolgendosi a me]: C‟è qualcuno sotto? [Nell’aula sottostante] C‟è qualcuno sotto? MF – Sì, però […]. CP – Subiscono? RR – Sìììììììììììììì. CP – Ve be‟, dai, per una volta … [Recita la poesia]. RR – [Applaudono]. CP – La pausa quando la dovete fare? MF – [Rispondo ma non si sente]. CP – Poi avrò bisogno del vostro accompagnamento – eh! – in una poesia. RR – No, no. CP – Sì, sì. RR – [Si sente vociare]. [ Pausa]. CP – Sì, okay. Riprendiamo dunque. In questa seconda parte che sarà un po‟ più corta dell‟altra, avrò molto bisogno di voi, della vostra energia. Allora, dunque, so per certo che qualcuno di voi ha scritto delle poesie. RR – [Danno una risposta ma non si percepisce al registratore]. CP – No, no, ma non abbiate paura perché non interrogo. Ora vi volevo praticamente leggere – prima del finale diciamo – un esempio di quello che avevo detto prima, ossia di una poesia scritta su qualche cosa di assolutamente banale, forse, come un calzino; però la poetessa, che è una portoghese, ha immaginato questo calzino un po‟ come una calza magica, una calza di quelle che si mettono sotto per la befana che contengono un sacco di cose. Allora io vi leggo: Pedalino. [Lettura]. RR – [Battimani]. CP – Ecco, questo qua era, no era soltanto … A volte soprattutto io noto che quando mi chiamano per fare la giuria, magari a dei premi anche dedicati alle scuole, molto spesso le poesie sono su grandi temi: la guerra, … Tante volte anche l‟osservazione di una piccola cosa o di un nostro indumento o del gatto o di qualcos‟altro può far nascere delle impressioni; ecco, il consiglio che vi do è: magari scrivetele su carta quando pensate qualcosa (anche di strano, di banale) sulle vostre cose o girando per la strada, scrivetevele queste cose perché poi ci potrete riflettere meglio e potrebbero nascere anche delle belle cose. RR – [Alcuni battono le mani]. Claudio Pozzani è l‟autore di questa poesia. 14 - - - - - - 2 CP – Adesso, dunque, prima di esaudire una richiesta (che non so se ne hanno ancora voglia di sentire) però prima, ecco sì, prima d‟esaudire una richiesta e prima di vedere come ve la cavate come accompagnamento e come me la cavo io come solista, volevo innanzitutto fare una prova con voi, prima dell‟altra. Allora vediamo un po‟ se, visto che avete fatto baccano fino ad adesso, vediamo un po‟ adesso che il vostro baccano serve vediamo un po‟ com‟è fatto. Allora in pratica vi dovete scegliere o no o sì, dire no o sì. RR – No. CP – Cioè uno quando si decide RR – Nooo sììì CP – No, basta. RR – [Continuano ad esprimere i loro pareri]. CP – Senza urlare però, perché deve essere una cosa abbastanza … eh! Però dovete farlo praticamente … eh, questo qua …, vediamo un po‟ …, è un rischio, vediamo. Allora decidetevi se dire no o dire sì, però a volume non tanto alto – va bene? – perché se no io devo urlare ancora di più RR – [Fanno delle prove]. CP – Anche meno. No, sì, no, sì. Allora questa qua è una poesia sempre del periodo futurista e dovrebbe essere fatta fra silenzi e no e sì e no e sì; noi, va be‟, facciamo solo con no e sì e vediamo come viene. Allora vediamo un po‟, provate un attimo. RR – Noooooooo sììììììììììì CP – Più basso, più basso, più basso, più basso, più basso, più basso, più sussurrato, così: sì, no, però una cosa più sì no, cioè più secca, non … Allora, dai, continuate, continuate. [Interpreta la poesia mentre i ragazzi fanno da coro con i sì e no]2. Quando faccio così: un po‟ più basso; quando faccio così: più alto, eh. [Riprende la lettura]. RR – [Gran battimano] Bravooo. CP – Allora. MF – Aspetta che cambio la cassetta. CP – Bravi comunque, eh! RR – [Pausa di sospensione, si sente chiacchierare]. CP – Allora adesso, siccome c‟era stata una richiesta, eee mmh, una gentile richiesta di una signorina, allora io volevo rifarvi, visto che me l‟aveva chie… RR – [Dicono qualcosa]. CP – se ancora … Lo vuoi? È una cosa che ho già letto, però, insomma; va be‟, aspetta un attimo. Allora era il bombardamento del 1914. Da Zang Tumb Tumb: [Interpretazione sonora]. RR – [Battimani]. CP – Dunque, adesso vi volevo leggere … Questo è un poeta portoricano che ha fatto dell‟ironia. Lui si chiama Reverendo Pedro Pietri; però è un reverendo molto molto strano, nel senso che è tutto sempre vestito di nero, per quello che si chiama reverendo, però è completamente folle e molto ironico, e questa è …, lui praticamente scriveva le sue poesie non sui libri, ma lasciava dei fogli con le sue poesie dentro le cabine telefoniche (e ognuno se le prendeva) a New York, lui abita a New York e questa cabina telefonica (lui le ha chiamate tutte cabine telefoniche) 905. E ve la leggo anche se magari non dovrei, ma tanto perché una poesia è – secondo me – anche una filosofia molto interessante e molto ironica, comunque: [Recita la poesia] F. T. MARINETTI, Sì, sì, così, da L‟Aurora sul mare. 15 CABINA TELEFONICA 905 ½ Mi son svegliato in gran forma stamattina, ho preso il telefono ho chiamato il principale gli ho detto che oggi al lavoro non ci andavo. “Non stai bene?”, m‟ha domandato lui. “Tutt‟altro”, ho risposto, “È che sto troppo bene per venire a lavorare oggi. Domani, se mi sento male, son lì fin dal primo mattino” (Trad. Mario Maffi) - - - RR – [Silenzio]. CP – Va be‟, quando lavorerete forse la capirete meglio [ridacchia]. RR – [Applauso di circostanza]. CP – Bene, adesso – visto che adesso c‟è un problema di … - veniamo al vostro accompagnamento, se ne avete voglia, se no è lo stesso, eh. RR – [Parlottano]. CP – Dunque questa poesia è una poesia che avevo scritto quando mi avevano invitato al festival in Colombia, a Medellin, e lì, va be‟, era nata un po‟ improvvisata appunto col pubblico che … siccome è abbastanza ritmica. Ora non so se avete presente (mi metto in un altro rischio, vediamo un po‟) se avete presente quella can[zone] … I Queen li conoscete voi? RR – Sìììììììì CP – Ecco: tanto per essere più chiari. Allora c‟è una canzone che la cantano anche negli stadi eccetera ed è We will rock you, RR – [Un ragazzo dice]: Eh? CP – che fa tum tum ci. È una canzone soprattutto da maschio. RR – [Abbozzano un applauso]. CP – Eh, provate a fare questo tipo di ritmo, cioè tum tum ci. RR – [Riproducono il ritmo battendo le mani]. CP – Okay. Ecco, perfetto, è così, e anche la velocità va abbastanza bene, eh, RR – [Proseguono nell’esecuzione ritmica]. CP – eee ci mettiamo una cosa; a un certo punto quando alzerò il braccio v‟interrompete. No, l‟Ooo lo facciamo alla fine. Vi interrompete; poi quando lo abbasso ricominciate. Vediamo un po‟, vediamo un po‟ cosa viene, eh. RR – [Riprendono a battere ritmicamente le mani]. CP - Aspetta aspetta aspetta, aspetta. Allora, quando faccio così, rimanete fermi; io dico una frase e poi ricominciate tum tum ci tum tum ci. vediamo un po‟, dai. Prego: RR – [Ritmano]. CP – Sarebbe il contrario: tum tum ci. RR – [Correggono il ritmo]. CP – Un po‟ più lento. RR – [Obbediscono]. CP – Tum tum ci tum tum ci tum tum ci. RR – [Eseguono]. 16 - - - - - - 3 [Lettura]3. RR – [Applausi molto calorosi e grida]: Bravooo! Uuuhhh! Eeehhh! CP – Bravi voi. Vi porto nei miei spettacoli, dai. RR – Sììì. CP – Dunque … Forse questa qua era meglio farla alla fine perché adesso … Dunque vediamo un po‟ … anzi vediamo un po‟. Io la butto lì, mi direte di no, è lo stesso. Eee, c‟è un‟altra avanguardia, 1915, sempre molto antica, però molto attuale, si chiamava Dadaismo, RR – Aaahhh Dadà. CP – Dadà. RR – [Chiacchierano e ridono]. CP – In pratica proclamava anche – diciamo – l‟aspetto ludico e anche artistico della poesia e dell‟arte in genere. E quindi in pratica suggeriva di prendere delle parole o delle frasi, metterle dentro un canestro e poi pescare a caso e fare le poesie così. Ora, se voi ne avete voglia, facciamo una poesia oggi, subito. RR – [Alcuni approvano, la maggioranza tace]. CP – Eh? RR – Sììì [Una piccola parte si esprime per il sì, qualcuno dice timidamente di no, la maggioranza continua a tacere]. CP – Se avete … Ecco c‟è la lavagna. Avete il gesso? MF – [Dico di attendere ché vado a cercarlo]. CP – Dunque, intanto che va a prendere il gesso, in pratica faremo una cosa, poi tentiamo di farne un‟altra più ritmica, giusto per finire in gran finale. E tireremo fuori delle parole, le prime che ci vengono in mente, le scriviamo e poi tentiamo di costruirci una poesia sopra. Vediamo un po‟ la poesia di oggi, ecco, così resterà una testimonianza del nostro incontro. RR – [Parlottano]. CP – Una curiosità: a chi è che dà fastidio scrivere col gesso? Ecco. Anch‟io, non potevo sopportare … Non si vede? Musica? Anche delle frasi. RR – [Gran sovrapporsi di voci che desiderano suggerire delle frasi per la poesia]. CP – Aspetta aspetta. RR – [Continua l’eccitazione]. CP – No, però … Scusate un attimo. No. Almeno facciamo poi … Oltre a slogan, perché … Va be‟. Ovviamente. Anche – non so – delle frasi – non so – … Aspe‟, uno alla volta dai, almeno … No. Aspetta aspetta – dai. Vieni un attimo? RR – [Intensa vitalità nelle classi; uno dice]: E vai! CP – Va be‟ dai. Allora, per concludere un attimo, uno che dica una frase un po‟ più di senso compiuto: – almeno ci possiamo giocare sopra – Io – non so – sono andato …; qualsiasi [cosa] … Uno, uno, dai. RR – [Un ragazzo suggerisce]: Non mi piace la scuola. [Gli altri esultano. Battimani]: Bravooo. [Finito il nastro dal lato A] CP – […] oltre che un po‟ difficile perché sanno di slogan da stadio, comunque … Allora voi come la leggereste questa poesia? RR – [Parlottare indistinto]. CP – Un applauso. RR – [Applaudono] Ehhh! Dai! CP – Cerca d‟interpretarla come se fossi un poeta. CLAUDIO POZZANI, Tua assenza: Prato, spiaggia e autostrada. 17 - - - - - - - 4 RR – [Il ragazzo che si è offerto volontario legge la poesia]: Musica/ [Salto l’indicazione del cognome di un alunno] è morto/ Il negoziante dice: ottocento/ Forza Inter/ [Cognome di un alunno]Ué!/ Abbasso la matematica/ Sei bono/ Non mi piace la scuola. CP – Meriti un applauso. RR – [Applaudono]. CP – Bene, ecco, adesso per farvi vedere invece quello che facevano i dàda …, più o meno è la stessa cosa; be‟, non erano in una classe, poi l‟Inter probabilmente non c‟era ancora o comunque non era a Parigi, eee : “sei bono”, non erano tanto buoni come uomini quelli. Allora vi leggo un attimo che cosa era uscito fuori da un esperimento analogo. RR – [Chiacchierano e si agitano mentre Claudio cerca la poesia]. CP – Allora, questo è Jean Arp. RR – [Qualcuno gli chiede di ripetere il nome del poeta]. CP – Arp, come arpa. Va be‟, è francese arp. Allora lui praticamente, va be‟, questa … era leggermente guidata, nel senso che comunque aveva messo delle frasi abbastanza di senso compiuto, quindi – non so – … verbo, eccetera eccetera, e era uscita fuori una cosa del genere. Allora, va be‟, lui gli aveva dato un titolo: Cosa cantano i violini nel loro letto di lardo. RR – [Chiedono di ripetere]. CP – Nel loro letto di lardo. RR – [Cicalecciano]. CP – Ve ne leggo un frammento perché sennò sarebbe troppo lunga. [Lettura]4. RR – [Battimani]. CP – Dunque abbiamo fatto … Allora io vi volevo leggere – tanto ci avviamo alla fine – un altro esperimento poetico che avevano fatto senza usare né verbi né sostantivi. Era uscita una poesia interessante; ora se la cerco … Ecco. Nel frattempo però sarei curioso di sapere (se ne avete voglia, se avete voglia di rispondermi, eccetera) di che cosa … che cosa ne avete pensato di questo tipo di poesia, ecco; quale vi è piaciuta di più, quale meno. RR – [Rispondono diverse cose. Uno dice]: Quella del rubinetto. CP – [Ripete alcune delle risposte dei ragazzi]:La seconda che hai letto. Bombardamento? No. Ecco, questa qua è una poesia, la chiamano Poesia grammaticale, ed è fatta praticamente …, non c‟è né un verbo né un sostantivo; detto così sembra …: “Ma, va be‟, che cos‟è? Soltanto suoni?” No invece; lui ha tentato di fare un discorso con questo. Allora – è un altro francese – (in effetti i francesi sono sempre stati un po‟ avanti rispetto agli altri) allora s‟intitola: Affermazione e negazione. [Lettura]. RR – [Battono un po’ le mani]. CP – S‟intitolava: Né dove né come, quindi … Ora io mi accorgo …, dunque potremmo terminare come volete voi, nel senso che facciamo l‟ultima poesia, che cosa …? Come volete farla? Quale volete? Non so, una che abbiamo già fatto oppure qualcosa di nuovo? RR – [Alcuni ripropongono Marinetti]: La prima. CP – Di nuovo? RR – [Richiedono varie cose, le une diverse dalle altre]. CP – Va bene, dai, facciamo questa. Adesso questa poesia di un – forse il più grande poeta inglese – (con questa magari chiudiamo, se volete voi) … È divertente, però è anche abbastanza dura, è un po‟ come certi videogiochi – no? – e probabilmente lui Il testo viene presentato nella traduzione di Vincenzo Accame. 18 - aveva detto che poi l‟aveva pensata così ma poi aveva detto ma chissà perché non si potrebbe fare qualche cosa … È sui vegetariani, persone che non mangiano carne, è una scelta come un‟altra, però lui dice: si dice sempre che uccidere un animale … Insomma l‟animale soffre, ma anche gli elementi della natura soffrono, ad esempio le foglie, le cose, e lui ha fatto questa poesia quasi come se fosse il sindacalista dell‟erba e della verdura . Lui si chiama Roger Mc Gough, è molto bravo, è – tanto per dire – quello che scriveva alcuni testi ai Beatles ed è venuto anche qua a Genova recentemente; non so se avete visto il cartone animato Yellow submarine … RR – [Rispondono]. CP – È lui che ha scritto tutti i dialoghi eccetera, solo che poi – come spesso succede – non lo hanno pagato e gli hanno impedito di mettere il nome nei dialoghi. Va bene. Questa qua: Vegetariani. Con questo magari chiudiamo .. [Rivolto verso di me]: Non so … perché li vedo … Allora: [Lettura] VEGETARIANS I vegetariani sono persone crudeli e irriflessive. Tutti sanno che una carota urla quando è grattata. Che una pesca sanguina quando è fatta in due. Pensate che un‟arancia sia insensibile ai pollici che le cavano la polpa? Che i pomodori spargano il loro cervello senza dolore? Patate, pelate vive e bollite, piccole aragoste della terra. Non ditemi che non fa male quando i piselli sono strappati dallo scroto, i cavolini scorticati, la verza fatta a brandelli, le cipolle decapitate. Mettete via la paletta la zappa mettetela giù Liberate la mia gente L‟erba non tagliatela più. (Trad. Franco Nasi) - - RR – [Battimani]. CP – Bom. Allora vi ringrazio. MF – [Dico qualcosa]. CP – Ecco, il professore suggeriva cioè quello che non dovete fare voi né i vostri compagni di … Bah, quello un po‟ che vi ho chiesto prima … Se c‟è qualcuno che – non so – ha avuto delle … così. La prima cosa che vi viene in mente rispetto a quello che abbiamo fatto oggi. RR – [Parlottano]. Lui, lui. CP – Oh, uno che lo dica. RR – Lui, lui. CP – Non so, un‟idea che avete avuto, se avevate mai sentito poesie così, penso di sì, oppure no. 19 Claudio Pozzani (di spalle) trascrive alla lavagna le frasi che vengono suggerite dagli allievi per comporre la “poesia dadaista”. A sinistra: Alessandro Vampi riprende in video la scena. - - - MF – Allora dicevo: quando al Festival di poesia nel mese di luglio tu reciti e altri – tutti gli invitati (il Festival è a livello internazionale) – recitano le poesie, volevo sapere, il pubblico più o meno di che età è? È giovanile, lo so, in buona parte. Però ci sono anche ragazzini? A te è sembrato di vederli? Di questa età qui? E se pensi che sia troppo presto una cosa del genere per loro. CP – Ma no, io penso che … Tra l‟altro oggi mi sembra d‟aver dimostrato che vi siete divertiti abbastanza; insomma non tutto; perché in effetti le cose magari sono troppo lunghe e la veglia – diciamo – l‟interesse dei più giovani è abbastanza veloce da fare …, però mi sembra d‟aver dimostrato che comunque la poesia è alla portata di tutti e tutti (non dico che la possono fare) però la possono apprezzare. Alcuni apprezzeranno più un tipo di poesia; alcuni, altri. Ma durante il Festival – che è a giugno – … Anzi vi invito già (voi e i vostri genitori) a venire dal 15 al 30 giugno a Palazzo Ducale: ci saranno grandi poeti. Tante volte faccio venire anche dall‟estero dei poeti che fanno esperimenti come abbiamo fatto noi oggi o comunque dei poeti che sono molto vicini al mondo dei ragazzi ecco; quindi fanno proprio delle poesie adatte – non adatte! – comunque che rispondono molto bene a delle esigenze anche di umorismo che avete voi, ecco. Basta. RR – [Battimani]. CP – Grazie. RR – [Battimani]. 20 SOTTOLINEATURE 1. Mi fa piacere se fate casino perché queste poesie erano fatte per scioccare e per portare vita dove, di solito, non c‟era. 2. So dai vostri professori che fate molta poesia sonora durante le lezioni, improvvisata. 3. Non abbiate paura, perché non interrogo. 4. Voi scrivete poesie? 5. Vi consiglio di fermare sulla carta quello che vi passa per la testa quando andate per la strada o vi trovate in altre situazioni. Col tempo potrete rifletterci su e creare anche delle belle cose. 6. Oggi vi siete divertiti e mi sembra d‟aver dimostrato che la poesia può essere apprezzata da tutti. 7. Se non avete un bel cervello e molta grinta, quando sarete anziani, sarà molto difficile divertirvi. Divertirsi è un‟arte. 21 I 25 ANNI DELLA CINETECA GRIFFITH La Cineteca D. W. Griffith, intitolata al regista americano che viene ritenuto il padre del linguaggio cinematografico, è nata ufficialmente nel 1975, ma affonda le sue radici alla fine degli anni Sessanta, quando si manifestava l‟esigenza di una istituzione dedita alla conservazione e alla divulgazione di film che tendevano ad essere distrutti in tempi sempre più rapidi dopo la loro uscita sul mercato. La Cineteca D. W. Griffith veniva così a collocarsi in una posizione intermedia fra le istituzioni nazionali del settore (la Cineteca Nazionale, la Cineteca Italiana, il Museo Nazionale del Cinema) e le nuove cineteche che sarebbero sorte nel corso del decennio quali la Cineteca del Comune di Bologna e la Cineteca del Friuli. L‟attività principale della Cineteca D. W. Griffith fu, sin dall‟inizio, quella di importare dall‟estero opere cinematografiche che non esistevano in Italia, divulgarle e metterle a disposizione di enti, cineclub e altre istituzioni che ne facessero richiesta. Questo contribuì, in maniera determinante, alla conoscenza, in Italia, del cinema delle origini, prima quasi ignorato, consentendo alla Cineteca anche una precisa collocazione in campo internazionale. (Già nel 1977 è a Belgrado per dieci giorni, con un vasto programma sul cinema delle origini). Lo scorso anno, dal 5 al 23 maggio, la Cinemathèque Francaise ha ricordato, con un‟ampia retrospettiva, la figura di Angelo R. Humouda (1937-1994), fondatore della Cineteca D. W. Griffith. Il patrimonio filmico della Griffith consiste, attualmente, in circa 6000 titoli, che vanno dai lungometraggi classici di varie nazionalità, ai brevi cortometraggi delle origini. Gran parte delle pellicole della Cineteca derivano da copie restaurate negli Stati Uniti. Altro grande settore della Cineteca D. W. Griffith è quello del cinema d‟animazione, comprendente oltre duemila titoli, per la maggior parte cortometraggi, a partire dalle opere delle origini (anni Dieci e Venti) , fino alle produzioni degli anni Quaranta e Cinquanta. A questo settore è affiancato il fondo Charles Samu, che consiste in una cinquantina di cortometraggi di animazione underground realizzati e prodotti da autori indipendenti americani negli anni Settanta e Ottanta. 22 Dall‟inizio degli anni Novanta la Cineteca D. W. Griffith collabora con Bergamo Film Meeting, mettendo a disposizione filmati rari e curiosi per i programmi delle retrospettive. Con l‟appassionata e solerte collaborazione di Alba Gandolfo e Massimo Patrone è stato possibile presentare film introvabili e organizzare fuoriprogramma che hanno entusiasmato il pubblico del festival. Testo tratto da catalogo: Bergamo Film Meeting 2000, Bergamo, 16 marzo 2000,p. 55. 23 COLLOQUIO CON ALBA GANDOLFO Giovedì 3 agosto 2000 abbiamo incontrato Alba per chiederle alcune informazioni sull’attività della Cineteca Griffith. Legenda AG = Alba Gandolfo MF = Mario Fancello - - MF – [...] subito purtroppo non registra. Posso appoggiarlo? [Chiedo il permesso di posare il registratore sullo scrittoio]. AG – Certo. MF – Dimmi: se poi ti dà fastidio lo spostiamo. AG – No assolutamente. MF – Allora, dunque, prima domanda … [ridacchio] … Sono sedici domande. Allora aspetto che tu accenda la sigaretta, … Dunque … Dopo l‟eredità, quella di Humouda, eh, quali fatti importanti sono intervenuti? Cioè voi [Alba e Massimo] avete avuto questa … cioè … intanto mi piacerebbe, qua su qualche libro ci sarà scritto, AG – Sì. MF – però io non lo so; cioè com‟è avvenuto che Humouda vi ha lasciato – a voi – il suo … ? O se ve l‟ha lasciato o se voi l‟avete acquisito? AG – Allora io sono MF – Aspetta io intanto prendo questo [tengo in mano il registratore in modo che sia più vicino ad Alba che risponde alla domanda]; è meglio così, ché è più vicino. AG – io sono socia fondatrice insieme a Humouda della Cineteca. MF – Ah, quindi […] AG – Sì, dal ‟75. MF – Lui quand‟è che cominciava già 24 - - - - AG – a raccogliere? MF – a raccogliere? AG – ‟73. MF – ‟73; quindi due anni dopo. AG – Sì. È stato fondato ufficialmente nel ‟75. MF – Sì, sì. E quindi tu sei tra quelli che proprio AG – Sì. MF – Eh, questo non lo sapevo. Sì. AG – Esattamente. MF –Ecco, e quindi questo è il motivo che poi alla fine i soci … C‟eri tu e c‟era Massimo. AG – No, no. MF – Solo tu. AG – Massimo è subentrato nell‟Ottantasette. MF – Ah, ho capito, sì, quindi a una certa distanza. Sì. Allora, poi, un‟altra domanda. Vedo che sei molto concisa [ridacchio]; cerca di … di … di profonderti. Allora, quali indirizzi cercate di perseguire? Come vi muovete? Cioè, quindi tu hai partecipato un po‟ agli stessi obiettivi di Humouda, AG – Sì, esattamente. MF – ti pare d‟avere cambiato quindi indirizzo o di continuare a proseguire su quella strada? AG – No, la strada direi che è più o meno – come impostazione – sempre la stessa. MF – Quindi dicendolo in due parole? AG – La novità più importante è che la Cineteca era iniziata soltanto con materiali americani – sì – in 16 mm, adesso ci siamo allargati ai 35 mm MF – Sì. AG – con anche attenzione al cinema italiano che MF – era trascurato AG – era trascurato abbastanza MF – Sì. Sì; sì. AG – No. Ma non da noi, in genere perché molti film erano considerati perduti, eccetera. E poi al recupero di negativi (quindi per ristampare copie di film considerati perduti) in collaborazione con tutte le altre cineteche italiane ed europee. MF – Sì. AG – Cose che grazie a Humouda si batteva per questa unione; no? MF – Sì. AG – Scambi, contatti … MF – Sì, infatti io ho previsto una domanda anche su questo. AG – che adesso insomma … MF – funzionante AG – sta funzionando. MF – Sì. Va bene. Ecco, però mi vuoi dire in due parole quali erano gli indirizzi di Humouda? Cioè, c‟è il recupero di questo film italia… di questo cinema italiano, d‟accordo, però gli indirizzi base quali erano? AG – L‟indirizzo base era importantissimo, cioè quello di riscoprire il cinema muto non solo attraverso i mostri sacri, consacrati, quali i soliti – no? – che si fanno: MF – Sì. AG – l‟Espressionismo tedesco, il muto sovietico e qualcosa di francese; e di Griffith si conoscevano soltanto quattro film, mentre appunto [occorreva] recuperare tutto il cinema delle origini intanto, che era completamente sconosciuto da noi e poi appunto l‟opera di Griffith, quello che ha iniziato il racconto proprio cinematografico. 25 - - - - - MF – Sì, sì. AG – Quindi è stato il maestro (no?) di tutti gli altri, (no?) di Walsh, Henry King MF – Alzo il volume [del registratore] perché … Va be‟ con questo è già qualcosa e poi avevo messo [nell’elenco delle domande da me preparato] … poi hai acquisito altri film? Cioè tu e Massimo, perché penso che lavoriate insieme. AG – Sì. MF – Hai acquisito altri film? E secondo quali criteri? AG – [Non risponde subito]. MF – [Aggiungo] Cioè quali film scegli? No. Penso che tu ne abbia acquisiti AG – Sì. MF – dal periodo di Humouda ad ora. AG – Sì. Infatti dal migliaio che c‟era adesso sono quasi seimila film. MF – Quindi quintuplicato, cinque volte di più. AG – Beh intanto c‟è un‟acquisizione di una cineteca specializzata nel cinema fantastico, quindi fantascienza e horror, MF – Sì. AG – con i film di Roger Corman per esempio, la Hammer, i classici della fantascienza americana anni ‟50-60, tutti in 35 mm e poi … Ma il criterio intanto è quello di scegliere possibilmente film in versione originale con sottotitoli possibilmente, non sempre si riesce e comunque soprattutto film di cui si sono perse le copie. MF – Sì, che quindi andrebbero … finirebbero con l‟essere dimenticati. AG – Esatto. Comunque ci rivolgiamo sempre al classico, soprattutto al classico. MF – Mh, infatti poi ti farò una domanda ché mi pare che tu già risponda di no, ma spero invece che sia solo … Allora dunque ho scritto: che spazio ha ed avrà il film di ricerca artistica sperimentale? […] Quindi tu mi dirai di no, per esempio te ne butto uno lì, che avevo visto da qualche parte scritto ma mai [visto] …, Schifano (no?), che sarà bravo non sarà bravo, dipenderà da quello che poi ognuno avrà voglia di dire su di lui, ha anche sperimentato il cinema e ha fatto qualcosa per esempio; non è l‟unico, ci sono tanti artisti che hanno provveduto in questa direzione. Vi interessa questo tipo di cinema o no? Perché io penso, ad esempio, quando avevo fatto vedere ai ragazzi quello del balletto meccanico (no?), Le ballet mécanique, eh era di un artista. AG – Era una sezione avanguardia storica. MF – Sì, storica, però storica nel senso anni … prima della seconda guerra mondiale. AG – Sì e poi anche una sezione del cinema americano underground. MF – Ah, bello, sì. AG – Maya Deren, Mekas, [...], eccetera. MF – Non li conosco. AG – Il cinema sperimentale italiano di oggi non ci interessa. MF – Ah, [ridacchio], e, cioè, è un criterio così … tassativo o dipende da quello che uno fa, per cui può interessare o no? AG – No, è tassativo. MF – E perché? AG – Perché ci chiamiamo Cineteca Griffith. MF – E sì, va be‟, però mi stai rispondendo però in termini … diciamo in codice; mi puoi dire un po‟ in maniera che capisca anch‟io? Cosa vuol dire cioè che vi chiamate Griffith? Cioè? Cercate le pellicole quelle che magari poi scompariranno, ma anche queste potrebbero scomparire e poi non rimanere traccia, non t‟interessa proprio per niente? AG – [Silenzio]. MF – [Ridacchio] Allora vuoi mantenere il silenzio oppure è possibile avere una spiegazione più articolata? 26 - - - - AG – Di questa cosa? MF – Sì, alla quale io tengo moltissimo ad esempio anche se non dovesse piacermi, a mio parere però è sempre una documentazione che potrebbe essere importante. AG – [Silenzio]. MF – Te ne dico una delle tante: AG – Ma anche perché ci sono già molti che stanno occupandosi di queste cose. MF – Sì. Io, dovunque mi muova, trovo sempre porte chiuse. AG – Ma magari non qui, però in Italia ci sono anche troppi concorsi, mostre, di queste cose. MF – Mmh mmh. AG – Anzi, MF – Cioè proprio chi interroga il linguaggio filmico per riuscire a AG – Sì sì. Per esempio a Bologna hanno una sezione per queste cose, poi c‟è il Bari Film in Video, ce ne sono tantissime. MF – Come hai detto? Bari? AG – Film in Video. MF – Ah, Bari sì. Va be‟, sì. AG – Sono tantissime, quindi le cineteche non … non MF – Mi stai rispondendo a molte di queste domande, ma io te le farò lo stesso. AG – Certo. MF – Va be‟, d‟accordo. Mi dispiace però perché mi piacerebbe avere anche qualcosa a Genova e va be‟, poi magari …, ti volevo dire una cosa ma te la dirò dopo perché se no qua brucio tutto. Eee, mi hai già risposto, quindi non curate il settore audiovisivi. AG – No. MF – Mi pareva me l‟avessi già detto una volta [anni addietro]. AG – No, no, no. Non è compito delle cineteche questo. MF – Va be‟, sì, è una scelta. Ecco e con gli altri centri – mi hai già detto che collaborate (no?) – di altre città. AG – Sì sì sì. MF – In che termini per esempio? AG – Ah, tutti. MF – Siete continuamente in contatto? AG – Sì, in contatto continuo con … sia per scambi, collaborazioni varie che possono andare dal restauro di un film al recupero di film e poi le varie iniziative retrospettive soprattutto quelle di autori dimenticati MF – e non ricercati purtroppo. AG – Esatto. MF – E va be‟. Senti un po‟ e quindi anche curate (perché è una domanda che avevo scritto per dopo) anche il restauro di film come mi avevi già accennato prima? AG – Sì, non noi direttamente, come tutte le [cineteche] MF – Sì, perché non siete restauratori, però vi occupate … cioè date a qualcuno da restaurare. AG – La Haghe Film di Amsterdam, perché è l‟unico in Europa, il laboratorio – lo stabilimento – più attrezzato di tutta Europa e dove si rivolgono tutte le cineteche. MF – Esatto e voi vi rivolgete a questo; ho capito. Poi un‟altra domanda, te la ripeterò, sarò noioso, ripetitivo, però … AG – No no. MF – Allora, dunque vediamo un po‟ a che numero siamo arrivati, siamo alla [domanda] sei. La settima che avevo scritta è questa: il Griffith, rispetto ad altre cineteche, ha qualcosa che la caratterizza oppure più o meno siete un po‟ tutti simili l‟uno all‟altro? AG – Be‟ noi siamo … noi, anche quella del Friuli che poi è nata 27 - - - - - MF – per Humouda, sì. AG – Sì, quindi la nostra gemella, siamo le uniche cineteche italiane totalmente private. MF – mmh, sì, ed è una cosa alla quale tenete oppure no? AG – Sì. MF – Sì, sì, d‟accordo. Ecco però questo cosa vuol dire a livello …? AG – Ci siamo specializzati però nel muto. MF – Sì, esatto. AG – L‟attività principale è specializzata nel cinema muto. MF – Sì, che è un obiettivo, però potrebbero essercene anche altri oppure no? O ritenete che debba essere l‟unico? AG – No. Quello diciamo che è la caratteristica MF – principale AG – fondamentale, MF – Esatto. AG – poi, come ho detto prima ce ne sono anche altri. MF – Ah, quel genere horror eccetera AG – Ma no, a tutto. MF – Sì, il cinema italiano AG – Stiamo facendo appunto un censimento del cinema italiano presente per il Ministero e siamo sui trecento film italiani; rarissimi tra l‟altro. MF – Sì. Ecco, quindi questa caratterizzazione dovuta all‟ambito del muto e poi a qualche cos‟altro? Anche come gestione, come … come tentativo … come politica di comunicazione, di diffusione AG – E be‟, il fatto che siamo totalmente privati vuol dire che non siamo legati a nessuna … MF – Certo, non avete una politica di tipo partitico, questo è evidente. AG – No, no assolutamente. MF – Però una politica vostra sì. Politica intesa in senso lato, partecipare, cioè organizzare, progettare, scegliere AG – Sì, sì. MF – per conto vostro liberamente. AG – Diciamo che noi abbiamo meno vincoli rispetto alle cineteche comunali o comunque statali, tipo Bologna, la Cineteca di Bologna o la Cineteca Nazionale, almeno meno burocratici, quindi più snella l‟operazione MF – di movimento AG – di prestito, di movimento, di disponibilità insomma. MF – Sì, va bene. Qua avevo scritto: quali sono i rapporti che intrattenete con la scuola? AG – Dipende dalle scuole. MF – Senza dubbio. E da voi non dipende? Cioè presentarvi, non necessariamente di persona, AG – Noi mandiamo il nostro programma a AGIS Scuola MF – Eh appunto, infatti l‟altra domanda è che rapporto avete con l‟AGIS Scuola? AG – È l‟AGIS Scuola che ci chiede dei programmi, ma spesso ce li indicano loro stessi. MF – Cioè, loro si mettono in testa per esempio di fare una rassegna su …, sanno che avete quei film, alcuni almeno di quei film, e quindi si rivolgono a voi, in quali termini? Per avere il materiale solamente, per avere una consulenza,…? AG – No. Loro mandano questi programmi alle varie scuole, poi dovrebbero, in teoria, essere le scuole a venire da noi. Però passa tutto attraverso l‟AGIS Scuola, il centro dell‟AGIS Scuola. MF – Con la scuola direttamente non pensate … ecco cioè non potete volendo (ma essendo private – è chiaro – penso potreste) non potete muovervi al di fuori? Non vi 28 - - - - conviene? Perché io onestamente non lo so; so che diverse scuole si sono rivolte all‟AGIS Scuola e collaborano, però – a mio parere – non è poi tanto presente; in certe scuole è addirittura assente. È tutta colpa della scuola che non …? Sì, ho capito. AG – Questo non lo so. Me lo hanno già chiesto delle persone, ma non lo so. MF – Però non t‟interessa arrivare in prima persona nelle scuole per diffondere …? Non fa parte di un programma di diffusione? AG – Ma … MF – Per esempio ti dico il mio caso personale, no? Per arrivare al Griffith, mi pare d‟avertelo già detto, ho impiegato un sacco di anni perché … (un sacco!) insomma, due o tre anni o forse qualcosa di più, perché avevo letto sul Decimonono , se no altrimenti non lo avrei saputo, che c‟era questa cineteca Griffith, allora, sono curioso, ho voluto interessarmi; come riuscivo ad arrivare a un indirizzo voi eravate già andati via da lì; ne trovavo un altro ma eravate già andati via. AG – Va be‟, ma questo è stato un po‟ tutta la … No, però in teoria MF – Come adesso, meno male che ti sto parlando e so che andrai da un‟altra parte. AG – Va be‟, adesso è molto più … No, l‟AGIS Scuola ha l‟elenco, dovrebbe almeno, di tutte le scuole presenti in Regione, non solo qui, quindi dovrebbero essere loro a MF – a diffondere AG – a diffondere i film. Non è che possa scrivere a tutte le scuole. MF – No, assolutamente no, però pensavo ci fossero anche altri canali. Non so, faccio per dire, si fa presente in Provveditorato e il Provveditorato magari, se dice di sì, cura poi la diffusione nelle singole scuole. AG – Quello lo fa già il Comune con l‟Informagiovani, con l‟agenda … con la Provincia, con il centro della Provincia, con i giornali; questo però dipende non da noi. MF – Certo, sì. Forse sarò io che non comunico, però sta di fatto che a me sembra che siano canali che funzioneranno – non discuto – però mica poi tanto. AG – No, non funzionano. MF – Infatti. AG – Però i conti tornano, ognuno MF – ha il suo AG – dovrebbe assolvere a questo compito. MF – Sì, esatto. Va be‟. Senti, un‟altra cosa, mi hai già risposto, perché mi dai delle risposte globali invece che … Allora, rapporti con Villa Croce; so che ci sono stati. Avevate fatto una rassegna curata sul cinema (che io non ho visto purtroppo ma ho visto i programmi) sul cinema diciamo di ricerca artistica, mi pare, mi ricordo che avevate fatto alcuni dell‟Espressionismo tedesco, non so se era l‟Espressionismo … AG – A Villa Croce? MF – Mi pare di sì; erano film vostri. AG – All‟aperto? MF – No, non la Villa Croce attuale, quelli …, credo siano stati fatti …, credo, non ci sono stato io, AG – Ah, tu parli a proposito dei cineclub, i many movies, il circuito many movies MF – Non ti so dire, fammi i titoli di film e ti dico se sì o no. Mi pare Il Gabinetto del Dottor Caligari, quel genere lì. AG – Sì sì sì, al Fritz Lang. MF – Ah li avete fatti al Fritz Lang. AG – Sì. MF – Però so che a Villa Croce c‟era l‟elenco di questi film fatti in collaborazione col Griffith. AG – Sì, ma non all‟aperto. 29 - - - - - MF – No, non all‟aperto, questo dell‟aperto è recente – no? – Cos‟è? Questo è il secondo anno, mi pare: AG – Sì, le abbiamo fatte col Fritz Lang queste cose. MF – Sì. AG – Però non a Villa Croce. È il Centro Culturale Carignano che MF – Che l‟aveva curato. AG – col quale abbiamo fatto all‟Ariston e adesso il Fantafestival MF – Questo di cui mi hai dato il catalogo. AG – Sì. Sì, i rapporti sono ottimi, con il circuito many movies di cui fanno parte tutti questi – no? – gli Amici del Cinema, Nickelodeon MF – Sì, cioè tutte le sale cinematografiche. AG – Tutto il circuito many movies. MF – Volevo sapere dunque (va be‟, tu mi hai già parlato del restauro) qua ti volevo chiedere che ho sentito alla radio che la cineteca bolognese aveva fatto restaurare (collaborato a un restauro) di una pellicola famosa, che ora non mi ricordo più quale fosse, era una di quelle abbastanza note AG – Son tante. MF – Sì, certamente. Lo ho sentito alla radio e diceva che però è un po‟ di moda il restauro delle pellicole e praticamente … Più spesso diceva è solo semplicemente un lavaggio AG – Sì sì, è vero. MF – e poi diceva: quando è invece un restauro tante volte non è neanche condotto bene. AG –[Silenzio]. MF – Cioè, volevo sapere: quindi voi partecipate a questa campagna di restauri di questi film, che altrimenti andrebbero perduti, però dite generalmente sono lavaggi. Cioè che dici tu? AG – Dipende, dipende. Per esempio adesso a Pordenone presenteranno questo The battle Griffith, che abbiam trovato una copia nella ex-Jugoslavia quindi con „sto titolo in slavo, una copia infiammabile e con delle macchie e questa è stata mandata alla Haghe Film appunto per sistemarla, pulirla, fare i sottotitoli in inglese e pulire le parti, ricostruire le parti appunto con le macchie e poi fare una copia in sasety, che vuol dire non più infiammabile. MF – e quindi poi distribuirla alle varie cineteche che ne possono fare richiesta. AG – Sì. Intanto viene presentata, siccome quest‟anno è il nostro venticinquennale, viene presentata a Pordenone. MF – Fammi capire bene, verrà presentata, questa l‟avete rintracciata voi? AG – Noi e il centro del Friuli. AG – Quindi avete chiesto il permesso di poterla, diciamo, lavare, restaurare, quello che era … sì? Giusto? AG – No, il permesso non occorre perché noi abbiamo già questo film, in 16 mm; questa è una copia in 35. Non esiste era perduta. MF – Quella in 16 mm cos‟era? Precedente a quella di 35? AG – No, quella di 16 mm è una ristampa che ha fatto MF – Era una ristampa, avete trovato l‟originale allora vuol dire. AG – Non l‟originale, ma uno delle MF – Una delle prime, una delle prime copie. AG – Sì. La copia slava in questo caso. MF – E quindi doppiata in slavo. AG – Doppiata no, ma coi sottotitoli in slavo, del 1910. MF – Quindi non c‟erano ancora le attrezzature per …, perché non c‟era il sonoro. AG – Certo. 30 - - - - - - - - MF – Allora dunque un‟altra cosa che ti volevo chiedere, quella di Torino – no? - Sta facendo abbastanza: il museo, questo e quell‟altro. Cosa ne pensi? Interessa un progetto di questo genere? Non interessa? AG – Che cosa? MF – Ho letto (non l‟ho visto ancora, non l‟ho visitato) di questo museo che avrebbe anche delle attrezzature; credo che avrà anche …, lì nell‟articolo che avevo letto non parlava – diciamo – di pizze, di film, di pellicole, però penso che le abbia, se no che senso avrebbe? Però anche materiale, tipo – non so – locandine, … AG – Sì, loro hanno uno strettissimo rapporto col Museo, perché – devi sapere – che il nostro primo statuto è stato depositato a Torino. Il Museo soprattutto ha un enorme archivio di materiale cartaceo originale, costumi e tantissime attrezzature tecniche d‟epoca, e poi ha parecchio materiale del cinema muto italiano, torinese. Il cinema – come tu sai – è nato a Torino. E tutto infiammabile. Noi siamo interessatissimi a collaborare, a continuare … MF – Ho capito il fatto che Torino faccia queste cose un po‟ in grande ( è chiaro, questione di mezzi, di politica, eccetera) però – voglio dire – non fa nascere in voi Griffith un desiderio, un qualcosa, di fare qualcosa di (capisco che è un lavoro serio quello che state facendo, non voglio dire) però anche più grande, di diffusione? D‟avere anche a Genova un museo del cinema? AG – Dipende. MF – Non vuoi parlare? AG – No, non c‟è problema. Cioè Torino paga una controparte pesantissima per questo, cioè ci sono troppi politici dentro, quindi … MF – Sì, non ti va di vendere una parte della libertà. AG – un [onere] fortissimo che stanno pagando loro, credo il più alto di tutta Italia. MF – Quindi dici, tutto sommato, non è un‟operazione decisamente bella. AG – Io capisco loro perché hanno ragione di dire: il cinema è nato a Torino, questo Museo va salvato. Quindi hanno ragione a fare questo; al loro posto farei la stessa cosa. MF – Sì. Però anche il Griffith deve salvare gli intrecci con Genova. AG – Sì, però non abbiamo dei materiali così delicati come il Museo. MF – Sì, che poi ti dirò m‟interessano relativamente, se ho capito bene; poi bisogna visitarlo questo Museo, cioè vedere le attrezzature tecniche, vedere i costumi di scena, ché mi è parso di capire che ha anche degli aspetti spettacolari molto interessanti AG – Sì, sì. Rischiava di andare tutto perduto se no, se non ci fosse stato questo intervento. MF – Sì, quindi anche una via obbligata purtroppo. AG – Direi proprio di sì. MF – Sì, ma, se possibile, da evitare. AG – Sì. Loro, secondo me, non potevano evitarlo, a meno che non si trasferissero all‟estero. MF – E beh, no, ancora peggio. AG – Non so questo. MF – No. Dico peggio per l‟Italia, perché, va be‟ che stiamo diventando, nell‟epoca (come s‟usa ormai dire, s‟abusa dire) della globalizzazione …, certo, però non mi pare che tutti abbiano la possibilità di spostarsi ogni giorno dove desiderano; no? AG – Se è nata Cinecittà è grazie a Torino, perché altrimenti non sarebbe nata Cinecittà, voglio dire. MF – Certo, certo. Sì, sì, giusto, quindi è giusto che resti anche qualcosa legato alla Città. Ho l‟impressione di farti le domande, ma qualcosa – il nocciolo – sempre sfugga. Comunque d‟accordo. AG – No, se tu chiedi io rispondo. 31 - - - - - - - - 1 MF – Lo so, non riesco a farti la domanda giusta. Ecco, (va be‟ non mi risponderai) in quali rapporti sei con l‟Assessore alla cultura del Comune. Se non vuoi rispondere non rispondi. AG – Ci diamo normalmente del tu. MF – E oltre a questo? AG – Ma, oltre a questo, siamo riusciti a fargli fare il Fantafestival, anche se il Comune in piccola parte; comunque ha collaborato perché lui è un appassionato di fantascienza. Poi per altre cose …; non credo che collaborerà a una cosa su autori italiani; credo che dobbiamo fare, per avere anche dei fondi ministeriali; quindi una rassegna sugli italiani bisogna farla. Non credo che all‟Assessore questo piaccia perché la trove[rà] …, in realtà non piace a nessuno. MF – Una ragione in più per farla. AG – Si faranno probabilmente Fracassi e Mario Mattoli in collaborazione con la Cineteca Nazionale. MF – Va be‟, non posso andare più in là, quindi non ti faccio più altre domande su questo. Volevo sapere, ecco, sicuramente lo avrete, hai quindi un patrimonio, lo chiamo patrimonio che è un termine un po‟ grosso, comunque volevo dire una serie di documenti dell‟attività che avevate iniziato dall‟epoca della fondazione fino ad oggi? AG – Sì. MF – Quindi avete anche voi un archivio, un qualcosa da salvare, no? AG – Sì, sì sì, adesso uscirà a Torino appunto un libro su tutte le nostre attività. MF – Ah, bene, sì, interessante. Le poche cose che so del Griffith le ho lette sui giornali e se il Decimonono vi avesse snobbato ecco io non avrei saputo nemmeno che esistevate. Poi è uscito quel libro che era della Erga Edizioni che guardava un po‟ alla cultura, mi pare intitolato L’identità Nascosta1e dedica una pagina o una facciata e mezzo circa alla vostra storia. AG – Ah, ho capito qual è, sì sì. MF – Ecco, la Erga li fa in nero con quei titoli in rosso. AG – Sì, sì sì. MF – Ecco. L‟autore, adesso non lo ricordo, e, in conclusione, c‟era qualche cosa, e qualche notizia che io conosco l‟ho ricavata soprattutto, non unicamente, soprattutto da lì. AG – Adesso ne è uscito uno più aggiornato. MF – La bibliografia sull‟attività del Griffith: ci sono solo questi due testi o ci sarà di più? Io penso di più. AG – Beh ci sono dei numeri speciali di Griffithiana, adesso non ne ho più neanche uno, quindi me li devo far mandare. Poi c‟è l‟Annuario del Cinema, a Roma, e poi c‟è quello sull‟Unione Italiana Circoli del Cinema; tutti gli anni sono riportati gli aggiornamenti; no ci sono parecchie cose a livello nazionale. MF – Sì, però l‟avete voi una bibliografia tutta …? AG – Sì, sì. C‟è anche sul Dizionario del Cinema Fantastico, per esempio; ci sono tutte le … MF E va be‟, poi te lo chiederò dopo; ecco l‟ultima domanda che ti faccio (sono arrivato quasi alla fine): Qual è la domanda che avresti voluto che ti facessi e invece non ti ho fatto assolutamente? AG – Non lo so, cioè? MF – E … non so, volevo che tu eventualmente mi dicessi “mi sarebbe piaciuto che tu mi avessi chiesto questo” oppure “che tu avessi impostato il colloquio in tutt‟altro modo, per esempio così …”. ENRICO BAIARDO,L’identità nascosta. Genova nella cultura del secondo Novecento, Erga, Genova, 1999, pp. 158-161. 32 - AG – No, direi che va bene così. MF – Va bene così? Va be‟ allora basta, è finito. AG – Se poi c‟è qualche domanda maliziosa fammela pure. MF – No, purtroppo ho esaurito. Le ho tirate giù velocemente, quindi … 33 PEDAGOGIA TRIBALE “Oh, fate che il mio popolo viva!” Black Elk È buona cosa che ciascuno di noi viva con serenità e consapevolezza l‟età che sta attraversando. Per me è giunto il momento di narrare la storia e le speranze di donne, uomini e bambini che non vollero più porsi come guardoni nei confronti della vita ma ad essa si rivolsero con intensità e fiducia, convinti che, come scriveva Allen Ginsberg, “il peso del mondo è amore”. Ci fu un tempo, quando io ero relativamente giovane ed i miei capelli non volgevano al bianco, caratterizzato dal sogno. Noi tutti eravamo figli di quel sogno che non mirava al potere, che irrideva lo stato poliziesco, che riscopriva il corpo e l‟anima nella loro rinnovabile energìa buona, che cercava di riunire i dispersi in comunità, in tribù alternative alla massificazione, alla violenza, al denaro. Ma il sogno svanì, perché crudelmente e stupidamente represso, e rimasero i sognanti, iniziati a quella visione, come Alce Nero, segnati nella carne e nello spirito. Allorché iniziò la diaspora degli amici, e gli anni di piombo seminarono le loro vittime, io insegnavo nella scuola dei piccoli. Superate prove e repressioni varie1 mi trovavo, padre da poco, in una cittadina ai piedi dei monti, circondata da campi, con un fiume che segnava la valle. Lavorai con il popolo dei bambini, in quel luogo, per almeno dieci anni. I nostri figli vivono in una società che fomenta la solitudine e la separazione. Le generazioni non dialogano più tra di loro perché il culto della forza, del successo e del possesso, le appiattisce su un modello standard. Tutti vogliono sembrare giovani, rifiutando il valore che proviene dalla differenza di età e di esperienza. Tremo all‟idea che non sia più possibile la diversità se non attraverso la malattia o la mostruosità! Quando i bambini vanno a scuola realizzano una 1 Vedi il n° 11 di Cantarena. 34 socializzazione ortopedica, innaturale, istituzionale. Sovente sono ancora più soli di prima. L‟obiettivo che viene loro posto è quello di progredire, di migliorare, di andare avanti e pazienza se non ci accorgiamo di chi ci sta a fianco! Il bimbo-Ulisse non avrà conforto nel suo viaggio a rischio. Calipso potrà trasformarlo in maiale con tutta tranquillità. A monte di qualsiasi attività, cosiddetta educativa, è dunque importante sapere con chi si deve operare e se di fronte a noi è un gruppo di sbandati, allora, ancora prima di programmare un lavoro, occorre elaborare uno sfondo, un‟appartenenza, una visione che ci accompagni per il tratto di vita che trascorreremo insieme, evitando di dare alcunché per scontato, ma vivendo con brivido, stupore e fiducia. Quando la classe diviene una tribù, variamente articolata, variamente colorata, con i suoi linguaggi, le sue cifre, le sue feste, le sue attese, i suoi poeti-cantori, i suoi giocolieri-buffoni, compito dell‟adulto è di spogliarsi della sua veste istituzionale, come Francesco d‟Assisi quando si fece frate, per divenire sciamano, interprete e mediatore tra il qui ed il là, tra l‟espresso e il mistero, tra la memoria e la speranza. Non un giudice, non un ammaestratore di belve feroci ma un diapason, vibrante, risonante e amplificante, senza mai abdicare al proprio essere adulto, con tante primavere sul groppone, con tante esperienze di miseria e dolore nelle ossa. “Io sono dei vecchi e dei giovani, io sono dei folli e dei saggi, di tutti incurante, di tutti mi curo, materno ed anche paterno, bambino non meno che adulto, ripieno di ciò che è volgare, ripieno di ciò che è fine, alla Nazione appartengo di tante nazioni, delle più piccole e delle più grandi …”2 2 WALT WHITMAN, Foglie d’erba, Einaudi, Torino, 1950. 35 ° ° ° L‟episodio che narrerò dimostra come nulla, nella vita, debba andare sprecato e come tutto, al contrario, sia centro, sia scopo. Emergerà la sofferenza dell‟essere piccolo, povero e con poche gratificazioni ma anche la scoperta che, come nelle fiabe sotto la pelle del rospo, se baciato, si nasconde un principe, un raggio di gioia, la gloria dell‟aver superato lo stagno della depressione. ° ° ° C‟era, dunque, una volta, una classe terza elementare. L‟autunno arrossava le foglie, i mattini erano freschi e soltanto verso mezzogiorno il sole, parodia di quello estivo, mostrava il suo volto di polenta. Pareva di sentire ancora, nelle scarpe dei bambini, la sabbia marina e, con essa, il rumore delle onde. Ma era eco, nostalgia, materia di racconti. In aula si stentava a decollare. I motori non erano ancora caldi. Per evitare un traumatico distacco dal tempo delle vacanze ed anche per acquisire materiale piacevole, utile alla classe nel suo ruminare di coscienza, proposi ai bambini di narrare, per iscritto, le ferie di ciascuno. Era un‟attività di routine che, certamente, non avrebbe offerto alcuna sorpresa. Ma, come nelle fiabe migliori, quando meno uno se lo aspetta salta fuori da dietro un albero del bosco la figura misteriosa che modifica il destino del viandante. Così fu. Scritti i resoconti vacanzieri, spettò a me leggerli ed eventualmente correggerli. Tutto andò più o meno liscio fino a quando incappai nel testo di Pietro, il piccolo napoletano, la cui famiglia non era scesa, quell‟anno, al sud, per mancanza di quattrini. 36 Vi riporto lo scritto. “Io a casa ciocavo a bocchinine con mio fratrello Rino. E poi sono andato in bici a gioro con imia mici si spacò la ruota da Vanti. Pioveva tanto è sono anda à casa è mia madre mi picchio sul boso. Poi finì di piovere”. Quest‟è il resoconto delle vacanze (!) di un bambino. La classe rimane interdetta ed il frivolo profumo di mare si trasforma in acido odore di alghe morte. I bambini si sentono toccati nel loro intimo dalle sofferenze di un compagno, soprattutto se si è banda, se si è corpo solidale. La lettura che è stata fatta della paginetta lascia perplessi. C‟è un momento di calo d‟umore, di negra nebbia, come se, all‟improvviso, nell‟avventura delle vacanze, narrata e riguastata, si fosse introdotto, di soppiatto, un orco, il padrone delle tenebre. Che cavolo di vita è mai questo! Però, superato il momento, la curiosità e l‟energia tornano a scorrere nei corpi individuali. Ci si guarda in faccia, ci si stupisce, quasi quasi ci scappa da ridere. Che saranno mai le bocchinine? E i mici con i quali Pietro va a spasso per Gioro, paese a noi sconosciuto? Certo che avere un fratello che vale tre non è una cosa di tutti i dì e la madre del fra-tre-llo si metterà le mani nei capelli! Il testo è inconsueto, anche per uno come me, abituato a veleggiare per storie, emozioni e letture le più diverse e stravaganti! Proviamo a leggerlo come il messaggio d‟una cultura aliena che vuole comunque comunicare con noi. Cerchiamo di decodificarlo per giungere al cuore della storia, per avere accesso al desiderio di Pietro, che è un bambino come gli altri, un po‟ più carico di disgrazie le quali, però, non gli hanno impedito di 37 mandare il suo messaggio agli amici, che ora hanno il compito di comprenderlo per andare in suo aiuto. Nasce, così, la voglia e l‟impegno collettivo, un lavoro grande di decifrazione e rielaborazione nel quale il Pietro-senza-vacanze si ritrova, come nelle fiabe migliori, eroe, a scuola, che, per lui, è migliore della piazza assolata o piovosa dove ha trascorso tre maledetti mesi, solo, brutto e sconsolato. A scuola, con amici, cose da fare, invenzioni, attenzioni ed i volti interessati degli altri, lo sguardo interrogativo del maestro, il quale dà di testa vedendo la surrealtà della situazione. Non serve la matita rossa, non serve la matita blu. Serve utilizzare tutto, anche il frammento, perché ciò che appartiene alla vita è vita e, fuori d‟essa, cosa ha più valore? Il voto? Dopo la traduzione, lenta perché frutto di discussione, di ipotesi diverse, di proposte, il testo riappare in questa versione. “C‟era una volta uno strano paese che si chiamava Gioro. All‟ingresso del paese si trovava un negozio di ombrelli perché a Gioro pioveva sempre. Un poco più in là si vedeva un negozio di biciclette perché gli abitanti di Gioro non amavano andare a piedi ma preferivano spostarsi su due ruote. Non viaggiavano in bici da soli ma in compagnìa dei mici che compravano nel negozio di animali che si trovava sulla piazza del paese. Attorno al negozio di animali c‟erano una macelleria, una pescheria e una latteria. I mici sentivano l‟odore della carne, del pesce, del latte e si lamentavano in continuazione facendo miauuu. Intanto in casa di Pierino viveva un fra-tre-llo, che, come dice il nome, valeva per tre. Il fra-tre-llo, avendo tre teste e, quindi, anche tre bocche, mangiava a più non posso. Ci volevano tre piatti, tre tazze, tre bicchieri, tre forchette, tre cucchiai, tre coltelli e siccome aveva solo due mani, succedeva che rompeva sovente piatti, tazze, bicchieri. Meno male che c‟era un negozio di casalinghi! La padrona chiedeva alla madre di Pierino: „Quanti piatti vuole oggi?‟ La madre si metteva le mani nei capelli e disperata rispondeva: „Me ne dia sei …‟ Ma rompi oggi, rompi domani, alla fine la madre perdeva la pazienza e le veniva voglia di picchiare. Però il fra-tre-llo di Pierino aveva tre teste e la madre non voleva dare tre scapaccioni per volta1 si sfogava allora picchiando il boso ch‟era una specie di trombetta che i ciclisti usavano per segnalare il loro passaggio. Tutte le volte che la mamma picchiava si sentiva dalla finestra poot poot. Il fra-tre-llo se ne fregava. Era la mamma che si faceva venire il mal di testa ed andava in farmacia a comprare l‟aspirina! Lui continuava a giocare con le bocchinine che erano delle piccole 38 automobili che viaggiavano sui denti. Quando in un‟automobile normale si consumano le gomme, si va dal gommista, ma siccome le bocchinine viaggiavano sui denti, ogni volta che si consumavano bisognava andare dal dentista. Che vita strana in quel paese strano che si chiamava Gioro!” “Come si vede, non sempre l‟errore è da punire o da cancellare. Può divenire fonte di creatività e divertimento. Sì, perché si realizzò il nuovo paese, sbagliato fin che volete, ma concreto, con i negozi, le merci, i negozianti, di cui si produsse la carta d‟identità, ritratto e curriculum vitae. Come dire: più che trasmettere non è meglio costruire insieme? Sì, perché il processo di individuazione non passa attraverso le cancellazioni ma attraverso il riconoscimento di, la tenerezza verso, l‟accettazione della nostra storia, che è anche d‟altri, senza però sparire nel mare magnum d‟una confusa collettività castrante ed inibente. Il paese sbagliato è quello in cui il nostro può giocare, paradossalmente, solo con le proprie disgrazie, ridendoci su, felice che il giorno sia trascorso, che lo stomaco sia pieno e che la scuola, tutto sommato, si accontenti della matita rossa. Ma esiste anche un Paese giusto. Ed è il paese nel quale si vive e che, di diritto, appartiene anche ai bambini e da loro deve essere esplorato, goduto, usato. Giusto, non perché emani aura di santità, ma perché è reale, perché non è incubo ortografico. Curiamo lo sbaglio, allora, appropriandoci del paese che è anche nostro. A piedi, in bicicletta, in lungo e in largo. 39 Questo uscire nel dentro, questo rifiuto dell‟auto-emarginazione (di scuola, di classe, di sesso) val più dell‟ortografia, la quale per essere, come indica il termine, corretta espressione deve avere alle spalle una corretta esperienza, una vogli di esprimere, un qualcosa da dire che non sia vergogna o amarezza. Il Paese giusto è la nostra storia se noi facciamo storia. Conoscete voi la mia storia? la mia di adulto tra bambini con una loro privata, nascosta, drammatica, comica storia? Una storia di piccoli episodi – quando le mamme fermano il maestro e la passeggiata si arresta oppure il matrimonio o il mercato o l‟assalto all‟ufficio posta o il rigagnolo nel quale Paolino è caduto o l‟uomo clochard che non parla mai – che trovano la loro collocazione nelle strade, nei campi, nelle giornate del Paese. Per questo è bello e buono che si produca il GIOCO DELL‟OCA DEL NOSTRO PAESE. Perché anche il Nostro, la prossima estate, se non troverà un parente napoletano che lo ospiti a raccogliere pomodori, giù al sud, possa divenire, nel suo piccolo grande momento di vita, una sorta di Cavaliere della Mancia ed anche le sue ore abbiano un senso. Più profondo, questo senso, di quanto la scuola sia in grado di offrire ma noi, generosi, regaleremo alla scuola questo incontrollabile alfabeto che produce anche i mostri, le lacrime e l‟indifferenza, ma le risate pure, e la caparbia voglia di contare qualcosa. La pioggia che cadrà su un paese di tal fatta rinfrescherà le idee: non le cancellerà”.3 Gianni Milano NB: Da p.35 a p. 40 disegni realizzati a suo tempo da Pietro, il bambino autore del testo sbagliato. 3 GIANNI MILANO,C’è un paese sbagliato e uno giusto, Nuova Sinistra Informazione, Aosta, 1989. 40 [SENZA TITOLO] La saturazione dell‟orizzonte visivo all‟interno del percorso che ci propone Pierluigi Fresia si realizza attraverso una serie di frammenti di realtà fissati in istantanee le quali forniscono il Pierluigi Fresia, s.t., stampa digitale, dicembre ‟99. 41 Pierluigi Fresia, s.t., stampa digitale, dicembre ‟99. 42 supporto visivo su cui si innestano inserti testuali, tracce di riflessioni svolte su tonalità fortemente esistenziali ed espresse nella forma severa dell‟aforisma. L‟elemento testuale e il suo substrato figurativo forniscono i due poli attorno ai quali orbitano le regioni dei significati; spazi semantici in cui si intersecano tematiche legate all‟esistenza e alla precarietà dei nostri percorsi comuni sempre minacciati dalle derive del nulla. L‟artista si ripiega allora su disincantate inquietudini vissute in tutta la loro severa ineluttabilità, (la morte, la violenza come ricerca d‟equilibrio …). La scelta dell‟elemento visivo manifesta la deliberata selezione di panorami anonimi e asettici. Frammenti di realtà raccolti nel loro semplice accadere, senza voler stupire con roboanti messe in scena ma staccando su brandelli di quotidianità, su spiagge affollate di gente intenta alle cose di sempre o su macchine enormi e silenziose che sussurrano muti presagi. È il teatro della vita che mette in scena i suoi rituali, sorvegliati dall‟impietosa presenza della sorgente del loro azzeramento. L‟essere e il nulla si compenetrano in un abbraccio fatale, per noi … mortalmente vivi. Nell‟installazione interpretazione/interpretato si dà vita ad una forma linguistica verso la quale l‟atto interpretativo dello spettatore eventuale e la sua interpretazione coincidono nell‟autoconchiudersi ricorsivo dell‟oggetto stesso. Pierluigi Fresia, s.t., stampa digitale, dicembre ‟99. Nessuna proliferazione dei significati, il senso nasce e muore all‟interno della forma che lo rappresenta, inutile ogni proposito di apertura semantica ulteriore. Una forma che si autocompiace nella (e della) sua indecidibilità, nell‟assenza di una verità che ne fornisca la struttura preliminare e lo sfondo teoretico di una sua possibile fondazione. 43 Pensiamo al canone eternamente ascendente di Bach in cui la struttura musicale ascende sempre verso una sua eterna ripetizione. Pensiamo ad una grafica di Escher in cui l‟occhio e la mente non trovano posa nell‟ossessivo ritornare su se stesso del motivo visivo. Pensiamo al teorema di Godel, formula matematica autoreferenziale e non-decidibile, che ha definitivamente azzerato ogni pretesa di completezza e coerenza del sistema matematica. Pensiamo quindi ad un artista figlio di un tempo emancipato da ingenuità positivistiche, in cui l‟aporia e il paradosso sono diventate condizioni paradigmatiche del pensiero e della teoria. È la negatività che si istituzionalizza, non più la dialettica del superamento degli opposti ma la disinibita e feroce affermazione di tutti gli opposti (on …off). Interpretazione/interpretato è l‟arte che pensa se stessa, un contenitore autoreferenziale che segna con severa nitidezza una radicale distanza rispetto ai luoghi metafisici del significato oltre il significante, dell‟essenza al di là delle cose, delle possibilità come fantasmi dei fatti. La materia, la vita, il significato sorgono da se stessi e si automanifestano in un esistere limitato nel tempo. Energia zero significa allora raffreddare ogni intenzione interpretativa al suo grado zero. Energia zero significa rimediare all‟errore del nulla … tornare al nulla … all‟energia zero. Marco Villani 44 PUNTASPILLI 1. Alla domanda di come l’artista possa salvaguardare la propria specificità ed evitare di trasformarsi in un super-professionista del mondo della produzione Stefania Mantovani (Artway of Thinking) risponde così: Mantenere una propria specificità compete alla responsabilità dell‟individuo. […]. Personalmente ho imparato a dipingere e ho poi dovuto inventare altri modi d‟espressione. Invece, se tutto questo partisse un po‟ prima, a scuola, probabilmente quest‟identità diventerebbe più forte e sarebbe quindi meno difficile lavorare in ambiti che non siano quelli strettamente dell‟arte. Sicuramente adesso è così, sono più le volte che mi sento dire: “Ma allora sei qualcos‟altro”, proprio perché non si è abituati a vedere un‟artista che opera in altri ambiti. […]. *, Perché/? Io continuo a dire che l’opera è un souvenir, in Perché/?, n° 1, maggio 2000, pp.85-86. 2. Estraiamo dal testo dell’intervista, condotta da Claudio Paglieri a Stefano Benni, le ultime battute. - CP - Qual è il peggior nemico dell'immaginazione? - SB - La scuola. Nella scuola c'è il terrore del riso e della metafora; ricordo un insegnante che mi urlò: "Allora, là in fondo …, si ride!", come se dicesse "si stupra", "si fanno sacrifici umani". E io avrei voluto rispondere che sì, ridevo perché il mio compagno aveva fatto una bella battuta. E poi i temi che ti danno: o sono assertivi ("la figura del Carducci si staglia eccetera eccetera" e ti dicono già tutto, e a te non resta che aggiungere "Sono d'accordo con lei, professore”) oppure vagamente minacciosi: "Il presidente Scalfaro ha detto che la democrazia eccetera eccetera", e provati a contraddirlo. Non parliamo poi del "fuori tema", che mi ha perseguitato. - CP - E la televisione? 45 - SB - La detesto. Per mille motivi. Uno di questi è che portando il pubblico al suo livello ha reso difficile qualunque lettura, compreso Topolino. - CP - Dunque l'immaginazione non gode di buona salute. - SB - Purtroppo no, è in atrofia: specialmente quella individuale. Una grande, coloratissima noia sta avvolgendo il pianeta dell'immaginazione. E la parola stupore è quasi impronunciabile. CLAUDIO PAGLIERI, Immaginazione al potere. Benni in cattedra, in Il Secolo XIX, 6 maggio 1998, p. 24. 3. L’editore Francesco Pirella in un articolo apparso sul Decimonono espone alcune considerazioni sul mondo della scuola e dell’editoria. A due anni di distanza di quell’inizio di anno scolastico proponiamo alcuni passi del testo. Diversi dettagli sanno ormai di stantio ma il succo del discorso ci sembra ancora attuale. In questi giorni si ripunta il dito sui giovani che non leggono, sul mondo della scuola che non è capace ad educarli alla lettura e all'Italia che vergognosamente si piazza tra i paesi europei che consumano meno libri. […] Gli intellettuali che sospirano sulla lettura e sulla scuola dovrebbero essere meno ipocriti; molto raramente e tardivamente leggiamo stroncature o esplicite proteste verso l'editoria affarista: farlo potrebbe restituire dignità al vecchio libro e aiuterebbe la lettura. […] A che servono gli appassionati ed astratti sermoncini di fine millennio, rivolti alle giovani teste vuote, agli insegnanti rétro, ai genitori ignoranti e incapaci di stimolare culturalmente i propri figli, se non ai produttori di libri, agli editori della carta stampata ai quali si offre il pretesto per farsi sentire e di urlare, accorati, il loro logorio, ora che l'editoria tradizionale non è più un business e la macchina digitale comincia a destabilizzarli ma, soprattutto, per chiamare in causa le istituzioni che aiutano tutti: case automobilistiche, case cinematografiche, ma non le case editrici? […] Ci sarebbe poi l'intenzione di dare agli insegnanti 140.000 lire per tre anni, da spendere in libri; ma davvero si pensa che promuovere il mercato del libro voglia dire promuovere la lettura? O che gli insegnanti aspettano il nostro Parlamento per acquistare buone letture per la classe? Le intenzioni della commissione voluta da Veltroni per la diffusione del libro e della cultura sicuramente sono buone, meno buone potrebbero essere quelle dei faccendieri del libro che pensano di fare delle scuole e delle biblioteche i loro nuovi serbatoi, le loro riserve di caccia, per rimpiazzare quell'esercito di piccoli librai impallinati dal marketing i quali hanno finanziato e permesso la crescita di un'industria mostruosa e paradossale: l'Italia legge meno della Francia ma produce più del doppio (31.586 novità) senza contare la produzione sommersa dei presunti editori che pubblicano solo libri a pagamento. Non è confortante sapere da Veltroni che, grazie al gioco del lotto, verranno ristrutturate e potenziate le biblioteche e che, attraverso il progetto "Mediateca 2000" vi nasceranno, forse, 2.000 piattaforme multimediali entro il Duemila. Intervento certamente utile ma di modesta entità se si pensa che il futuro e lo sviluppo civile ed economico della nostra società non si formeranno più sul libro di carta; il motore dell'apprendimento e delle attività culturali è sicuramente nella multimedialità su cui puntano, lavorando e investendo per una rapida e capillare alfabetizzazione informatica, tutti i paesi industrializzati. FRANCESCO PIRELLA,Il libro a perdere, in Il Secolo XIX, 11 settembre 1998, p.23. 46 4. <<Per anni in Italia si è stati convinti che la storia dell'arte finisse col Tiepolo e che tutto ciò che è venuto dopo fosse cronaca. In questo modo abbiamo dilapidato un patrimonio culturale di immenso valore. E ora dobbiamo correre ai ripari …>>. È quasi un appello quello che il ministro Veltroni ha lanciato da Pontedera. Un appello a raccogliere e a valorizzare i tesori dell'arte contemporanea dopo anni d'incuria e di superficialità che hanno favorito "l'espatrio" di molti capolavori. Il vicepresidente del Consiglio ha annunciato iniziative museali in questo senso: a Rivoli, a Bologna e a Roma, dove un campus d'arte contemporanea sarà allestito in una caserma dismessa. R.R., Il bilancio del ministro. Veltroni: coi profitti investiamo nella cultura, in Il Secolo XIX, Domenica 13 settembre 1998, p. 18. 5. Due frasi vergate su dei guest book da anonimi visitatori di alcune fiere librarie: - La cultura scolastica è come l‟abbronzatura con la lampada: dura poco e non vale niente. L‟arroganza, la presunzione e la supponenza degli insegnanti italiani è pari solo all‟ignoranza dei loro allievi. FRANCO DEL MORO, Il libro è nudo, Stampa Alternativa, Viterbo, 2000, p. 93. - In altre pagine dello stesso libro compaiono questi giudizi. Càpitano tanti incidenti a chi legge libri. Per esempio uno inizia a pensare e poi magari decide di cambiare qualcosa nel mondo. Per questo la Scuola, lo Stato, la Chiesa e la Banca Mondiale, che ci vogliono bene e hanno a cuore la nostra vita, non vogliono che leggiamo troppo. Op. cit., pp. 100-101. Siate persone, non massa. Fatevi un‟opinione con la vostra testa, non con i giornali e la televisione. Dimostrate a tutta questa gente che vendere un dentifricio e vendere un libro non sono mai state e mai saranno la stessa cosa. E chissà che poco alla volta la qualità e l‟impegno torneranno a farsi vedere non solo nell‟editoria, ma anche nella scuola, nella politica e in altri sofferenti comparti della nostra vita sociale … Op. cit., p. 115. 6. […]. Gli insegnanti sanno che la loro professione è destinata a modificarsi. Tra pochi anni, della figura del docente che tiene la sua lezione davanti alla classe, come accade da cinque secoli e mezzo, non ci sarà più bisogno. I linguaggi verbali e scritti non sono più sufficienti per apprendere. Il personal computer cambia i curricula degli allievi. Presto non sarà più necessario stabilire programmi e fare progetti per classi, ma lo studio sarà individuale e personale. La stessa gabbia oraria, vero baluardo della categoria, è destinata a esplodere. La maggior parte dei docenti sa che non basta più trasmettere il sapere e la cultura del passato ai propri studenti, ma si sente incerta nel delineare, giorno per giorno, il futuro in cui gli allievi dovranno vivere. È venuto il momento di sancire un nuovo patto tra chi nella scuola insegna e l‟intera società, un patto che stabilisca nuovi diritti e doveri per entrambi. MARCO BELPOLITI, Oggi sciopero generale della scuola. Professori, promossi e bocciati, in La Stampa, Lunedì 9 ottobre 2000, p.1. 47 7. In una lettera inviata al Secolo XIX un’alunna di seconda media della “Don MilaniColombo” espone alcuni concetti che condividiamo. Dopo aver accennato a varie forme di violenza la studentessa fa poi riferimento a vicende di pedofilia. Estrapoliamo dal contesto un piccolo brano. […] Questo argomento, presentato al Tg1 alcune settimane fa da Gad Lerner ha trovato molto spazio sulle pagine del vostro quotidiano. Lui con molto coraggio, ha mandato in onda quel filmato di violenza per mostrare alla gente cosa fanno e cosa potranno fare i pedofili. Molte persone si sono scandalizzate inutilmente, perché è quella la verità e sono quelle le persone da incolpare e non un “ingambissimo” e coraggiosissimo direttore di telegiornale. Il colpevole non è affatto lui, ma quei pazzi che commettono simili violenze. Inoltre siete anche voi adulti i colpevoli. Colpevoli di voler nascondere la realtà ai vostri figli: allora sappiate che così fate solo del male, perché gli fate credere che il mondo sia tutto rose e fiori, mentre sapete benissimo che non è così. Allora, cari genitori, che cosa ci mandate a fare a scuola? Per scaldare la seggiola o per conoscere e imparare tutto quello che ci sta intorno, nel bene o nel male? State tranquilli, che noi bambini capiamo al volo le cose e non ci facciamo scandalizzare da nulla. MARTINA MASSARENTE, <Cari adulti, siete voi i colpevoli se ci nascondete quale è la realtà>, in Il Secolo XIX, 19 ottobre 2000, p. 16. 8. […] Del resto l‟esercito di leva esisteva per ottemperare ad un‟ineludibile chiamata etica: difendere il suolo della Repubblica e i suoi valori costituzionali. Un esercito di popolo in un paese la cui costituzione sancisce il ripudio della guerra. Forse la realtà non ha sempre rispettato i principi, e nel tempo è capitato più volte che proprio nell‟esercito si celassero e prosperassero nemici della pace e della Repubblica; cionondimeno i ragazzi chiamati alla leva hanno sempre giurato per i principi. Se i loro ufficiali, così come i loro insegnanti, e chi di dovere, si fossero maggiormente dilungati su questi, è probabile che oggi vivremmo in un paese leggermente diverso. […] MAURIZIO MAGGIANI, La Patria e i calzerotti di lana, in Il Secolo XIX, Mercoledì 25 ottobre 2000, pp.1-2. 9. L’articolo, di cui riportiamo la parte finale, prende avvio da osservazioni effettuate da vari studiosi 1 per concludere poi che nel nostro sistema sociale sta diffondendosi in modo massiccio il rifiuto del pensiero logico. Secondo l’Autore giungono dagli episodi di cronaca innumerevoli segnali in proposito: in alcuni stati degli USA è vietato l’insegnamento della teoria evoluzionista, in Italia una sentenza della III sezione penale della Cassazione ha stabilito che la diffusione delle arti magiche rende necessario riconoscere l’utilità collettiva dei chiromanti, la RAI diffonde oroscopi di stato preparati da astrologi pagati con denaro pubblico, una larga parte della società è soggetta all’analfabetismo scientifico, ecc ... […]. Ma come mai tante persone credono a queste sciocchezze, leggono gli oroscopi, consultano i maghi, le maghe, i cartomanti, gli indovini e le indovine? Certamente anche perché la scuola non funziona. Qui non siamo in America, e un insegnante di scienze che insegnasse i contenuti ridicolmente antiscientifici 1 *, Scienza e società, B. Mondadori, 2000. LUCIO RUSSO, Segmenti e bastoncini, Feltrinelli, 1998. 48 obbligatori in certe scuole americane sarebbe invitato a ristudiare un po‟ di scienze geologiche e biologiche. Almeno per ora. In tutte le scuole s‟insegnano grammatica, matematica,scienze naturali ed anche storia ed altre materie che fanno tutte appello alla ragione e alla razionalità e i cui cultori sostengono giustamente che servono o dovrebbero servire a rafforzare le capacità della nostra mente. Anche il latino, beninteso, pur esso utilissimo a quei pochi che riescono ad apprenderlo, e le lingue straniere. In genere, tutti gli apprendimenti di carattere generale o fondamentale. Eppure questi insegnamenti sembra che non servano quasi a nulla, almeno per quanto riguarda lo scopo di aiutare a ragionare nella vita di ogni giorno. La gente “ragiona sempre meno”, se ragionare significa ricordare, collegare dati ricordati, inquadrare avvenimenti e conoscenze secondo criteri logici, inferire conseguenze da premesse, fare ipotesi e verificarle, distinguere ciò che è semplicemente “sentito dire” da ciò che si è appreso per conoscenza diretta o per informazione controllata, escludere ciò che è palesemente infondato (come l‟influsso dei pianeti sul nostro destino), tenere sospeso il giudizio su ciò che è incerto o poco probabile (e naturalmente lasciare che, come si dice la ragione e la fede operino ciascuna indipendente e sovrana nel proprio spazio). Ora, per fare un esempio dei tanti possibili, pensiamo a quelli che ascoltano Bossi e l‟applaudono quando, lottando eroicamente contro la morfologia e la sintassi della lingua italiana,propone una politica basata sulla “pulizia etnica”, cioè sul razzismo, una quindicina d‟anni fa rivolto solo contro i meridionali, ora contro quasi tutti. Nessuno di loro sembra accorgersi di ciò che gli viene proposto edelle coseguenze politiche che potrebbero derivarne. Un po‟ come quando Casini proclama che bisognerebbe sparare agli scafisti, o quando la gente del popolo urla che bisogna linciare i “pedofili” (sarebbe bene, a questo proposito, non dimenticare che quando, una ventina d‟anni fa, i fascisti raccolsero le firme a favore della pena di morte, riportarono grande successo a Bologna, a quei tempi città rossa al di sopra d‟ogni sospetto). Tutti scemi. Nient‟affatto. Semplicemente, quando si tratta di questioni generali, non sono capaci di adoperare le strutture di ragionamento per giudicare ciò che ascoltano, perciò accettano qualunque asineria che esca dalla bocca dl loro capo. Esattamente come accade a quelli e quelle che credono all‟astrologia o ai tarocchi e forse alcuni di loro sono anche bravissimi nel maneggiare il computer e nel navigare in Internet. La scuola può far poco, a non sembra molto preoccupata di fare almeno quel poco. Si propone davvero la scuola d’insegnare a ragionare? GIORGIO BINI, Insegnare a ragionare, Corriere di Sestri Ponente, N. 9, ottobre 2000, p.7. 10. Pierpaolo Pasolini,che credeva profondamente nella scuola, voleva abolire la media perché inutile. RADIO3, ore 15.20, fine mese d’ottobre. 11. La maggior parte dei giovani ormai è nauseata dalla politica. […]. […]. Ho discusso e analizzato le varie motivazioni che spingono i giovani a non votare attraverso colloqui con molti di loro durante tavole rotonde e coferenze cui ho partecipato. Queste ragioni sono: 1) Un‟evidente inerzia dei genitori verso la politica. Il voto vissuto come un‟abitudine e non come un dovere sociale. […]. 49 2) La scuola tutta è vista con programmi culturali enciclopedici ma poco centrati sulle vicende storiche e culturali presenti in campo nazionale e internazionale. Programmi vecchi e corpo istituzionale di ottimo grado ma non sfruttato in senso moderno. Questa è la critica principale da parte dei giovani. 3) […] . 4) […] . 5) […] . […] . Genitori, scuola, stampa e televisione dovrebbero tenerlo presente [cioè dovrebbero tenere presente che la nostra gioventù cerca di vincere l’indifferenza e che vuole contare e fare, anche se è ancora confusa nei suoi ideali]. È necessario sull‟onda di questo risveglio, rendere più incisivo, a ogni livello, un nuovo processo pedagogicoformativo, fondato sui sentimenti: dovere del vivere civile, serietà, amicizie che portino alla solidarietà e alla modernità del vivere economico (new economy, Internet). […]. GIOVANNI BOLLEA, I giovani e la politica, in Gente, 2 novembre 2000, n° 44, p. 165. 12. Una straripante massa di informazioni culturalmente diverse, voracemente in cerca di contenitori, sta mettendo in crisi l‟identità di educatori di genitori e insegnanti. Non basta accertarne la positività […]. Gli insegnanti dovranno riconsiderare quel bombardamento di riflessioni extra scolastiche nella formazione dei nostri giovani: nelle Superiori e nelle Università. Né basterà l‟entusiasmo: occorreranno preparazione specifica, spessore culturale e flessibilità di adattamento alle nuove possibilità di lavoro. Questo nuovo traguardo dovrà diventare un ideale, con una sua morale capace di gestire il nuovo che si affronta. Ormai vediamo sempre più spesso laici e religiosi sostenere che la filosofia vincente del XXI secolo dev‟essere quella del dare. L‟economia globale deve camminare di pari passo con la solidarietà globale, basata sulla morale degli equilibri del dare e dell‟avere; altrimenti la nuova era porterà a una frantumazione del consorzio umano. […]. Questa è la vera analisi critica che devono fare i genitori e soprattutto la scuola. Proprio i genitori devono insegnare a usare il lato positivo di questa trasformazione, cancellandone quello negativo. […]. Può sembrare ch‟io voglia troppo dai genitori ma essi debbono riscoprire il loro importantissimo ruolo in un momento di trasformazione così totale della visione della vita! Attenzione: non sto dicendo di avere paura del nuovo: è normale, anzi, direi fisiologico che il nuovo porti ad una momentanea rottura degli equilibri precedenti, ma soltanto quando esso è frutto di intelligenza positiva l‟uomo troverà il modo di gestirlo. […]. GIOVANNI BOLLEA, I giovani e la scienza, in Gente, 9 novembre 2000, n° 45, p. 157. 13. […]. Osservando alcune vecchie scuole della nostra Genova non può [non] risaltare la similitudine fra l‟architettura scolastica e quella carceraria: immensi corridoi sui quali si aprono aule di dimensione regolare. Una modalità costruttiva che permetteva ad una sola persona (il buon bidello) di controllare tutto quanto avveniva: entrate, uscite, soste nei bagni troppo lunghe. 50 Ma se le scuole più recenti hanno abbandonato questa struttura occorre sottolineare come non vi sia stato un pensiero attento ad almeno una delle variabili fondamentali: lo spazio. Tutti sappiamo quanto lo spazio abbia valenza nelle nostre attività quotidiane: l‟attività per lo studio dovrebbe essere pensato, quindi, con estrema attenzione. Frequentando le scuole si può osservare come le aule stesse, lo spazio dove i bambini e adolescenti passano la maggior parte del tempo scolastico, siano costruite. Nonostante vi siano delle regole che indicano in 25, 26 il numero di bambini per classe ci si imbatte spesso in aule insufficienti o esuberanti; se nelle prime manca lo spazio “vitale” nelle seconde la sensazione è di trovarsi “fuori posto”. La società invece, in generale, è sempre più attenta alle esigenze del consumatore. Quando però si parla di bambini anche l‟industria inciampa. Prendiamo ad esempio quella automobilistica. Tutti sanno che nelle auto salgono bambini e ragazzi ma pare che questo si possa tranquillamente ignorare. […]. Ma se l‟industria automobilistica si può permettere di non considerare i più piccoli ritenendoli utilizzatori “minori”, la scuola che ben conosce i suoi ospiti, può continuare a occuparsi solo di programmi, prassi, metodologie o deve invece preoccuparsi anche di spazi, arredi e strumenti che risultino futuribili? Certo che non può. Deve iniziare a immaginare aule flessibili a seconda del programma dell‟ora, aule in cui tutti si possano vedere in viso per scambiarsi esperienze, sensazioni ed emozioni, aule semioscurabili in tempi brevissimi per proiezione o visione di materiali didattici, aule che, insomma, rispondano alle vere esigenze del moderno insegnamento. I banchi e gli strumenti possono essere gli stessi per i piccoli della prima elementare ed i “grandi” della quinta? Prendiamo un bel metro e misuriamo i bambini di una scuola intera, applichiamo la media aritmetica sulle prime classi, le seconde, le terze e via così, scopriremo cose interessanti. Contiamo il numero dei portatori di handicap motorio: non meritano di potersi spostare fra un‟aula e l‟altra con la loro carrozzella come fanno i normali? In fondo bastano 90 cm. fra tutti i mobili delle scuole per dare loro quello che non è altro se non un diritto. Osserviamo i gradini, l‟alzata e la pedata sono a norma di legge, ne siamo certi, ma a norma di adulti e gli adulti non vi inciampano … però a scuola la gran parte degli ospiti non è adulta. Pensiamo alle vecchie lavagne appese alle pareti, se il viso di un bambino arrivasse al centro della lavagna questo la potrebbe utilizzare facilmente, ma non sempre è così. Se poi una lavagna fosse montata su una rotaia che le permettesse di salire e scendere anche uno “speciale” avrebbe finalmente la soddisfazione di partecipare a questa attività scolastica. […]. Se l‟architetto non potrà mai sedere in cattedra potremmo chiedergli almeno come la vorrebbe disegnare, o meglio, potremmo azzardare di chiedergli di disegnare un‟aula dove non vi sia una cattedra. Immagino i risvolti di questa operazione, immagino gli insegnati passare da un tavolo all‟altro, fra i suoi allievi, me lo immagino ridisegnare l‟aula secondo gli obiettivi del suo operare, lo immagino mentre affronta i temi mescolato fra i suoi allievi. Pensate che perderebbe parte del suo ruolo senza la sua postazione o lo vedrebbe rafforzato? Ma anche se è solo una fantasia e per alcuni risulterà una provocazione io mi chiedo e vi chiedo: sarebbe un fatto sconcertante o la più grande riforma scolastica del secolo? WALTER BIELLI, Ho un sogno ricorrente: e se sparisse la cattedra? , in Il Secolo XIX, 31 ottobre 2000, p.9. 51 FARFALLE METROPOLITANE 1) Sui muri di alcuni palazzi ho trovato da tempo queste scritte: a) Via Fereggiano n°4 DIFFONDERE L’AUTOGESTIONE! b) Via Fereggiano n°4 FRANCIS IL PRESIDENTE PARLANTE1 c) Via Fereggiano n°14 1 La frase era stata scritta ai tempi in cui Francesco Cossiga, allora Presidente della Repubblica, usava profondersi in frequenti esternazioni. 52 2) Venerdì 22 settembre, ore 9.30. autobus 47. Appena partito dal capolinea, dopo aver effettuato la curva, il mezzo si ferma perché la via, già ridotta in ampiezza per le auto posteggiate ai lati, è ostruita da un autocarro frigorifero. L‟autista, senza protestare, attende per alcuni attimi, poi vedendo che la situazione non accenna ad evolversi, preme molto cautamente il clacson. Subito, avvolto in una cappa rosso sangue, si affaccia sulla soglia della macelleria vicina il trasportatore di carni, che s‟affanna - più velocemente che può - a riporre nel veicolo alcuni attrezzi del mestiere e, dopo aver preso posto in cabina, ad allontanare l‟ingombrante camion. Come l‟autobus riprende a muoversi un passeggero rende pubblico un suo commento: Prima o poi ci penserà un altro* [Indico con l’asterisco il nomignolo – da me purtroppo dimenticato – che, nel contesto della frase, stava ad indicare il Duce]. Al che un altro viaggiatore aggiunge senza alcuna ironia: <Si stava meglio quando si stava peggio>. Nel giro di pochi secondi si sviluppa un brulicare di voci: chi parla di tasse, chi di posteggi, chi del traffico e chi d‟altro. Non mi pare più d‟essere sul solito autobus ma in una piazzetta di paese. 3) 21 settembre 2000. Sul treno Nervi Savona delle ore, due “trentenni” parlano delle difficoltà di transitare nel centro città. Uno di loro a un certo punto fa riferimento al <tedesco> a cui il Comune si è affidato per risolvere le problematiche del traffico. L‟altro gli risponde che l‟esperto si chiama Winkler e che per risolvere le difficoltà di circolazione non servono specialisti (siano essi tedeschi, americani o di altre nazioni) perché Genova ha sì e no quattro strade in croce e per sciogliere i nodi della questione occorrerebbe sganciarvi su la bomba atomica così da edificarla con tutta la razionalità di cui è priva. 4) 21 settembre 2000. linea d‟autobus 47, ore 15.15. Due giovani stanno parlando di scuola. Uno dei due, dopo essersi ampiamente lamentato dei contenuti delle varie discipline, aggiunge: << e poi quella d‟italiano spiega la filosofia! Se avessi voluto fare filosofia avrei scelto un liceo, non il professionale>>. 53 SCHELETRI NELL'ARMADIO: CÉLINE Quest’estate un collega della Centurione mi ha segnalato un passo di Céline degno d’essere riportato nella nostra rubrica. I genitori, i maestri li hanno votati, sin dalla scuola, ai simulacri di emozione, a tutte le sciarade dello spirito, alle imposture sentimentali, ai giochi di parole, alle estasi equivoche … Rimarranno sempre rimbacuccati, sostenuti, solennemente pedanteggianti, convinti, esaltati di superiorità, cicalanti le loro latino-fesserie, gonfi di vuoto bizantinismo, di buffo <classicismo>, di falsa umanità, di fantasioso orpellismo, di affettato cincischiamento di formule abbrutenti tamburini di assiomi … classicismo brandito attraverso le età per l‟incretinimento dei giovani, brandito dalla peggiore cricca vanitosa, verbosa, sorniona, politicaia, teorica, tarlata, approfittatrice, inestinguibile, insinuante, incompetente, eunucoidale, disastrogena, la peggiore cricca dell‟Universo: il Corpo Stupido-insegnante … LOUIS FERDINANDO CÉLINE, Bagattelle per un massacro, Editrice Aurora, Caserta, (?), p.128. 54 Il Secolo XIX, 22 novembre 2000, p. 17. 55 56