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Estratto da
Ingrid Noll, Tutto solo per me
Titolo originale dell’opera
Der Hahn is tot
Traduzione dal tedesco
di Barbara Griffini
Copyright © 1991 by Diogenes Verlag AG Zürich
All rights reserved
© 2014 astoria srl
corso C. Colombo 11 – 20144 Milano
Prima edizione: agosto 2014
ISBN 978-88-96919-89-7
La prima edizione italiana è stata pubblicata
da Mondadori nel 1996 con il titolo Il gallo è morto
Progetto grafico: zevilhéritier
www.astoriaedizioni.it
A scuola, come insegnanti, avevo due vecchie zitelle che
dicevano sempre di avere perso il loro fidanzato in guerra. Se, come me, non sei sposata né vedova né divorziata,
se non hai un compagno fisso o almeno un fidanzato, per
non parlare di figli, e non puoi nemmeno vantare qualche
storia occasionale, allora, oggi come un tempo, finisce che
ti affibbiano un appellativo denigratorio. Comunque sia, io
non sono una vecchia zitella come le mie insegnanti. E c’è
perfino chi considera positiva la mia condizione: le colleghe
sposate invidiano spesso la mia indipendenza, i miei viaggi, la mia carriera professionale, e quando mi attribuiscono
qualche romantica avventura vacanziera, io rispondo con
sorrisi eloquenti.
Guadagno bene e mi tengo in forma. Adesso, a cinquantadue anni, sono meglio di quand’ero giovane. Dio
mio, se vedo le foto di allora! Almeno dieci chili di troppo,
degli occhiali che certo non mi donavano, scarpe tozze con
le stringhe e la gonna a balze. Ero una di quelle donne di
cui ci si può fidare per andare a rubare cavalli, come si usa
dire, e che con il tempo finisce anche con l’assomigliarci.
Perché nessuno mi ha mai detto che si poteva fare diver1
samente? Disprezzavo i cosmetici, senza per questo avere
però l’aria del tipo “acqua e sapone”. Avevo un sacco di
complessi. Oggi sono sempre in linea e ben curata; per abiti, profumi e soprattutto scarpe non bado a spese. È servito
a qualcosa?
Ai tempi della gonna a balze studiavo legge. Perché proprio legge? Forse perché non avevo una particolare predisposizione per le lingue, e a essere sincera nemmeno per
altre cose, e un po’ ingenuamente pensavo di essermi sistemata bene in quella facoltà neutrale. Sono stata fidanzata
con Hartmut per molti anni. Ci eravamo conosciuti il primo semestre. Non è mai stata una passione accecante; studiavamo insieme fino a notte fonda, e poi era troppo tardi
per tornare a casa. Così nacque una relazione fissa che, a
dire il vero, davo per scontato che sarebbe finita con il matrimonio, due figli e uno studio legale intestato a entrambi.
Poco prima della laurea – in quel periodo non avevo in
testa altro che codici e paragrafi – Hartmut mi comunicò
per iscritto che di lì a poco si sarebbe sposato. Caddi dalle
nuvole e non superai l’esame. Hartmut invece si laureò e
poco tempo dopo diventò padre. Di tanto in tanto lo vedevo
passeggiare nel parco con moglie e carrozzina.
Passai un brutto periodo, ingrassavo tragicamente per
poi dimagrire di nuovo e per nulla al mondo mi sarei ripresentata all’esame. Mia madre morì proprio in quei mesi,
mio padre era già morto da tempo. Non ho fratelli né sorelle; insomma, ero molto sola.
Durante le vacanze, tra un semestre e l’altro, avevo lavorato spesso per una compagnia di assicurazioni e assistenza legale. Mi venne offerto un posto come perito; non
era niente di eclatante e pagavano male. Tuttavia accettai,
perché dovevo cominciare a camminare con le mie gambe,
anche se avevo ricevuto una piccola eredità da mia madre.
Questa era la mia situazione ventisette anni fa.
Rimasi a Berlino per altri otto anni. Feci un po’ di carriera; ero diligente, ambiziosa come una neolaureata e, del
resto, non avevo altre distrazioni. Il successo professionale
mi fece bene, cambiai anche aspetto, diventai molto più
sicura di me, facevo di tutto per mantenere la linea, andavo
regolarmente dal parrucchiere e dall’estetista e mi rifeci il
guardaroba con costosi abiti in stile inglese. Durante gli ultimi anni a Berlino uno dei principali mi notò e si impegnò
a promuovermi.
Dopo un intervallo di cinque anni, ebbi la mia seconda
storia con un uomo. Forse ne fui addirittura un po’ innamorata, comunque al primo posto per me c’era la gratificazione personale. Quell’uomo mi trovava intelligente, elegante,
simpatica e persino carina, e io rifiorii. Non mi importava
che fosse sposato. Quando alla fine, due anni più tardi, tutti,
compreso l’ultimo fattorino, erano al corrente della nostra
relazione, lo venne a sapere anche la moglie. La storia in sé
stava già esaurendosi, quando scoppiò il putiferio. Di notte venivo svegliata di soprassalto dal telefono, nella casella della posta trovavo lettere anonime di minaccia, la mia
automobile era tappezzata di gomme da masticare e una
volta quella donna era addirittura riuscita a svuotare un
intero tubetto di attaccatutto nelle serrature delle portiere:
ovviamente non poteva essere stata che lei. Visto però che
il mio principale di notte non si fermava mai a casa mia,
non capivo come la moglie potesse telefonarmi alle quattro
del mattino senza che lui se ne accorgesse. Più tardi scoprii
anche questo: lui aveva già una nuova amica, dalla quale
dormiva eccome. Così sua moglie, tutte le volte che si ritrovava a letto da sola, cercava se non altro di disturbarlo con
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gli squilli del telefono. E naturalmente credeva che lui fosse
a casa mia.
In quei giorni feci subito domanda di assunzione presso
molte assicurazioni in svariate città, però passò un anno intero prima che la cosa andasse in porto. Non m’importava
dove sarei finita, volevo solo andare via e ricominciare da
capo.
A circa trentacinque anni mi trasferii a Mannheim. Non
conoscevo la città né nessuno che vi abitasse. Dopo sei mesi,
però, mi ricordai che la mia compagna di scuola Beate doveva vivere da quelle parti, in qualche cittadina sulla Bergstrasse. Da quando, dopo la maturità, mi ero trasferita a
Berlino, avevamo perso i contatti e in tutti quegli anni ci
eravamo viste soltanto una volta a una riunione di vecchi
compagni di classe.
Quando eravamo giovani, a Kassel, Beate abitava alla
fine della mia via. Non saprei dire se altrimenti sarebbe
diventata mia amica. Andando a scuola passavo per forza
davanti a casa sua, dove mi fermavo e le facevo un fischio.
Ero sempre molto puntuale, Beate invece no. A volte avevo
l’impressione che si svegliasse proprio con il mio fischio.
Dovevo sempre aspettare a lungo prima che si degnasse di
comparire sulla porta di casa, e spesso arrivavo a scuola in
ritardo per colpa sua. Però non andavo mai da sola, dovevo
sempre aspettarla davanti a casa sua. Beate aveva un’amica
del cuore e una seconda amica del cuore, e numerose amiche di second’ordine, tra cui io. Per me, invece, c’erano solo
due o tre di quest’ultima categoria e soprattutto nessuna
amica del cuore.
Beate aveva sposato un architetto, della sua vita non
sapevo praticamente altro. Quando la chiamai, mi invitò
subito a una festa in programma per qualche giorno dopo.
Ci andai e vidi l’idillio familiare: tre bambini deliziosi, un
marito bello e affascinante, una casa stupenda, una Beate
radiosa che aveva cucinato una cena squisita per un sacco
di gente simpatica. Tutto come nelle fiabe. In fondo, io ero
risentita per tanta felicità. Me ne tornai a casa di pessimo
umore e carica di invidia. Eppure, nonostante tutto, ricambiai l’invito, e quando Beate veniva a Mannheim a fare acquisti, dopo la chiusura dei negozi, passava a farmi una
visitina. Tuttavia non capitò spesso.
Questo rapporto non tanto stretto cambiò improvvisamente quando, dieci anni più tardi, il mondo ideale di Beate andò in frantumi. I bambini deliziosi erano diventati
difficili e ribelli, venivano bocciati, fumavano spinelli, rubavano, non rientravano a casa la sera. Il marito affascinante aveva iniziato una relazione con una collega molto più
giovane. E, come ai tempi della mia tragedia con Hartmut,
lei alla fine restò incinta, lui chiese il divorzio e fondò una
nuova famiglia. Beate cadde in una profonda depressione e
per settimane intere mi riempì le orecchie con i suoi pianti
sia per telefono sia di persona. Lei in qualche modo si sentiva capita da me e io, tutt’a un tratto, avevo la piacevole
sensazione di poter aiutare e consolare qualcuno. Solo da
quel momento diventammo vere amiche.
Del resto Beate non fece la lagnosa a lungo, non era proprio il tipo. E non restò nemmeno amareggiata e chiusa in
se stessa, ma si mise a combattere e a lavorare. Naturalmente, una volta che i figli si furono trasferiti altrove per l’università, dovette anche lasciare la casa che venne venduta.
Beate ottenne dall’ex marito un appartamento di tre locali e
un equo assegno mensile. Ma lei voleva guadagnarsi il pane
da sola e così, a quarantaquattro anni, cominciò a lavorare
per la prima volta in vita sua per ricevere uno stipendio.
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Certo anche negli anni precedenti non era rimasta con le
mani in mano, giacché per far quadrare il bilancio, gestire
una famiglia numerosa e un marito stressato c’era voluta
una buona dose di diligenza e di capacità organizzativa;
anche se nell’ultimo punto non aveva avuto successo. Beate
diventò segretaria part-time dei corsi serali, all’inizio solo
come assistente. Due anni dopo mandava avanti la baracca
ed era completamente realizzata nella sua nuova professione. Beate si entusiasmava per tutti i nuovi corsi ai quali
poteva partecipare gratis. Cominciò con quelli di ceramica
e di pittura su seta, proseguì poi con la danza del ventre e
la meditazione trascendentale, studiò l’italiano e si ritrovò
insieme ad altre donne a discutere della propria posizione
nella società.
A parte Beate, non veniva a trovarmi quasi mai nessuno. Del resto il mio appartamento era troppo piccolo per
ospitare molta gente. Beate a volte mi faceva visita senza
avvisare e io non avevo niente in contrario. Un’altra eccezione era una collega piuttosto anziana, la signora Römer. Le mancava poco alla pensione e lavorava nella nostra
agenzia da un’infinità di anni. La signora Römer sapeva
tutto, conosceva tutti e godeva di molti privilegi: aveva una
stanza confortevole per lei sola, il che non era giustificato
dal lavoro che svolgeva, inoltre poteva portare con sé il suo
vecchio cane. Quando, alcuni anni prima, la figlia si era
sposata ed era andata via di casa, per la prima e unica volta
la signora Römer andò in crisi, perché il cane, del quale
fino ad allora si era occupata la ragazza, non poteva rimanere tutto il giorno in casa da solo. Dunque avrebbe dovuto sbarazzarsene, aveva detto lamentandosi, perché abitava
troppo lontano per tornare a casa nell’intervallo di pranzo e
portarlo a passeggio (non aveva l’automobile). Dopo un po’
la signora Römer era così disperata che tutti noi, colleghi
e colleghe, andammo a turno dal principale a intercedere
in suo favore per la storia del cane. Alla fine le fu concesso
di portarlo con sé in via sperimentale; era un cane vecchio,
grasso e pigro, che se ne stava sdraiato sotto la scrivania
senza mai muoversi. Il principale, comunque, fece presente
a tutti che quella doveva rimanere un’eccezione.
La signora Römer aveva anche un’altra peculiarità: una
figlia illegittima. Per la sua generazione una scappatella
con conseguenze del genere equivaleva a una tragedia e
la signora Römer mi aveva raccontato di essere stata letteralmente ripudiata dal padre. Solo quando questi morì, la
madre osò riprendere contatto con lei. La signora Römer
non parlava mai del padre di sua figlia; se alle feste aziendali, quando l’atmosfera era più rilassata, le veniva chiesto
qualcosa in proposito, lei si limitava a dire che era una storia lunga che comunque non voleva raccontare. Anche a
me non rivelò mai niente in proposito, benché con il tempo
fossimo entrate così in confidenza da diventare quasi amiche. Un giorno, infatti, ebbe un altro problema con il cane.
Io mi offrii spontaneamente di tenerle di tanto in tanto il
suo beniamino, se ne aveva bisogno. A dire il vero, a me
gli animali non piacciono, anzi, i cani mi fanno persino
un po’ paura, ma quel povero cocker avevo avuto modo
di conoscerlo abbastanza bene in ufficio, per cui pensavo
che per un fine settimana sarei riuscita a sopportarlo. La
signora Römer era felicissima. Ogni quattro settimane se ne
andava via senza il cane, e io mi ritrovavo il grasso cocker
sotto il letto. Con il tempo, tra noi due si stabilì persino un
rapporto amichevole, tanto che, con mio grande raccapriccio, mi sorpresi a parlargli nella lingua idiota con cui ci si
rivolge ai bebè.
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In un certo senso, ammiravo la signora Römer che a suo
tempo aveva scelto di avere quella figlia illegittima. Quando ero giovane, prima dell’epoca della pillola, avevo sempre
vissuto nel terrore di un’eventuale gravidanza, oggi invece,
che non posso più avere figli, me ne rammarico. Quasi quasi mi dispiace non aver almeno sperimentato, come tante
donne, un’interruzione volontaria di gravidanza o un aborto
spontaneo, perché anche se sono esperienze negative, se non
altro mi avrebbero permesso di vivere qualche settimana di
maternità. Nella mia vita quest’esperienza manca completamente. E anche le mie vicende con gli uomini non sono state
proprio una meraviglia. La storia con Hartmut aveva lasciato
una ferita aperta. Anche la relazione con il mio principale
berlinese non mi aveva fatto certo bene, il solo ricordo quasi
mi umiliava. Dopo quella volta non ho più avuto storie con
colleghi, perché non volevo ritrovarmi esposta ai pettegolezzi
e alle chiacchiere. In agenzia mi considerano una persona
molto perbene, mi rispettano, hanno persino fiducia. In vacanza, negli anni passati, mi è capitato spesso di conoscere
qualcuno, ma l’ultima avventura di questo genere risale ormai a cinque anni fa e mi ha lasciato dell’amaro in bocca.
Forse ero ormai troppo vecchia per l’amore e dovevo chiudere questo capitolo con un bilancio gravemente in perdita.
La signora Römer e Beate, dunque, erano le uniche persone che venivano a farmi visita. Il mio appartamento è
minuscolo, sempre in ordine e forse un po’ impersonale. Io
non sono un tipo creativo. Purtroppo non so che farmene di
musica, teatro, pittura eccetera. Naturalmente leggo, però
alla cosiddetta letteratura preferisco un libro di attualità, un
giornale economico o un giallo. Qualche volta Beate aveva
cercato di intervenire nella mia vita sostenendo che il mio
abbigliamento, i miei mobili, il mio gusto erano, nel com-
plesso, poco originali. E dire che il gusto e lo stile hanno un
ruolo importantissimo nella mia vita, peccato che non sia
capace di applicare a me stessa le mie raffinate concezioni
estetiche.
La casa di Beate, naturalmente, è l’opposto della mia:
piuttosto caotica. Tutti quei mazzi di fiori secchi a me darebbero un gran fastidio, così come quei manifesti colorati e quelle cianfrusaglie fatte da lei. Personalmente trovo
che Beate si vesta in modo troppo giovanile. Ritengo più
decoroso attenersi alla propria età. Tuttavia siamo buone
amiche, io in gonna grigia di tweed e camicetta di seta color
avorio, filo di perle e twinset – stile Grace Kelly, dice Beate
–, lei con i suoi calzoni un po’ folli da cavallerizza e i gilè colorati. I miei mobili: neri e bianchi, di un rigore giapponese,
sempre classici e della migliore qualità. I suoi: ogni volta
diversi, prima Ikea – tutto legno naturale – poi pitturati da
lei in oro e viola. Anche nel resto Beate voleva convertirmi
al suo stile di vita. Le faceva piacere portarmi con sé, mi
invitava alle sue feste, voleva sempre farmi iscrivere ai suoi
beneamati corsi serali. Io le promettevo di accompagnarla
di tanto in tanto a qualche conferenza.
Alla fine, dopo lungo tempo, decidemmo di andare a
sentire una conferenza sulla lirica delle guerre di liberazione antinapoleoniche. Cominciava alle otto di sera e io arrivai da Beate puntuale alle sette e mezza. Già sulle scale
udii il suo pianoforte scordato, lasciato in casa da uno dei
figli. Beate mi aprì. “Heidi, Heidi, il tuo nido è sui monti,”
si sentiva echeggiare. La figlia più giovane era a casa per le
vacanze: una ventenne a mio giudizio molto infantile. Beate
fece una strana faccia. “Sai, divento nonna!”
Entrai e vidi Lenore che cantava seduta al pianoforte.
Guardai Beate perplessa. Lei annuì: “Sì, Lessi è incinta!”.
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Ero così sconvolta che mi scappò di dire: “Però si può
ancora fare qualcosa!”.
Lessi si voltò di scatto e all’unisono con sua madre disse:
“Come, scusa?”. Le due non pensavano affatto a un’interruzione di gravidanza, anzi parevano felici. E dire che nella
vita di Lessi non c’era proprio niente che andasse per il verso giusto: non aveva il fidanzato, era all’inizio del corso per
diventare insegnante di ginnastica ed era completamente
immatura. Mi irritai per la mancanza di buonsenso, ma in
qualche modo invidiavo quelle due anime innocenti.
“Non volermene a male,” disse Beate, “mi ha dato la
notizia solo dieci minuti fa e non posso andarmene proprio
ora. Sii buona, vacci da sola e domani mi racconti com’è
stata!”
Me ne andai il più in fretta possibile, e avrei tanto voluto
tornare direttamente a casa. In realtà era solo per Beate che
andavo a sentire quella solfa letteraria. Se quel giorno fossi
rientrata subito a casa, il destino di alcune persone sarebbe
stato ben diverso.
Dunque ci andai, anche se ero piuttosto distratta. Pazienza, ormai avevo programmato la mia serata così. La
piccola sala era gremita. Quando entrò il relatore, tutti applaudirono. Era un tipo prestante, capelli ricci, brizzolato,
occhi di un azzurro intenso, abbigliamento disinvolto ma
scelto con cura, statura media, piuttosto esile. Senz’altro un
bell’uomo, e io dimenticai Beate e Lessi. Quando poi iniziò
a parlare, dimenticai anche tutto quello che mi circondava
e non ricordo più niente di quello che disse su Ernst Moritz
Arndt, Theodor Körner e Friedrich Rückert. La sua voce
risuonava così suadente da farmi venire il capogiro, il cuore
mi batteva forte, sentivo un certo languore nello stomaco.
Non era il famoso amore a prima vista, bensì al primo suo-
no. Fu la sua voce calda a esercitare su di me un richiamo
erotico così irresistibile che cominciai a sognare e un’ora e
mezza dopo ritornai a casa stordita.
Una tardona come me, che si prende una cotta del genere, e pensare che ero ormai convinta di essere assolutamente immune al fascino degli uomini belli e delle voci
eccitanti. “Quando i vecchi fienili si infiammano…”
Il giorno seguente chiamai subito Beate durante l’intervallo di mezzogiorno. Ma per lei l’unico argomento era la
figlia incinta e, volente o nolente, dovetti darle retta. Alla
fine, però, si decise a domandarmi come era andata la conferenza del giorno prima e così ebbi finalmente modo di
chiederle se sapeva qualcosa del relatore.
“Be’, sai, i docenti li conosco tutti più o meno bene, lui
però non è di qui, verrà da noi al massimo una volta al
semestre per tenere una conferenza. A dire il vero, non so
proprio dirti niente.”
Io non sono certo il tipo che strombazza subito i propri
sentimenti confusi, nemmeno all’amica migliore. Per me
non c’è niente di peggio che rendermi ridicola. Mi espressi
con molta cautela tentando di cavare ancora qualcosa a
Beate.
“Posso provare a chiedere in giro,” si offrì alla fine,
“qualcuno lo conoscerà di sicuro. Inoltre pare che abbia
scritto anche un libro.”
Il giorno dopo era sabato. Entrai in una libreria di
Mannheim, per prudenza evitai quella dove compravo i
miei libri di solito, e domandai dell’autore Rainer Engstern.
La commessa sfogliò il suo voluminoso catalogo. Infine disse che, sì, certo, esisteva un autore di nome Rainer Witold
Engstern che aveva scritto un breve trattato sulla pittura
del Trecento, e mi chiese se per caso volessi ordinare quel
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libretto. Naturalmente dissi di sì e che sarei potuta passare
a ritirarlo già il martedì seguente.
Intanto mi sembrava di essere tornata giovane, anzi
adolescente. Solo allora mi era capitato di fantasticare così
spesso e di provare desideri altrettanto irrealistici. Mi stavo
forse comportando come una ragazzina?
Passai l’intero fine settimana a trastullarmi, sorridere,
canticchiare e guardarmi allo specchio. Chissà, forse mi
vestivo davvero troppo da vecchia? Decisi di comprarmi
qualcosa di vezzoso, magari un abitino estivo con la gonna
ampia e svolazzante. In effetti avevo sempre avuto gonne
dritte, tailleur rigorosi e completi giacca-pantalone; era forse ora di puntare invece sullo stile romantico e svagato? E
avrei dovuto liberarmi anche della mia pettinatura abituale,
l’ormai trentennale taglio à la garçonne? Ma a che scopo?
Quell’uomo non lo conoscevo neppure e lui non sapeva
nemmeno chi fossi. Era sicuramente sposato, con figli e un
giro di conoscenze completamente diverso dal mio. Ma la
sensazione sconvolgente di essere innamorata era già di per
sé preziosa, perché ero fermamente convinta che non mi
sarebbe capitato mai più.
Andai a ritirare il libretto che avevo ordinato. Che persona eclettica, pensai: la conferenza era sulla letteratura
romantica, questo volumetto invece affrontava il mondo
reale nella pittura del Trecento. Eclettico, oppure tendeva
alla dispersione? Sul retro della copertina c’era una breve
biografia dell’autore con fotografia. Che uomo stupendo,
pensavo continuamente. Aveva tre anni meno di me, era
sposato, insegnante, viveva nei pressi di Heidelberg. Aveva
studiato germanistica, storia dell’arte e francese.
Lessi due volte l’opuscolo. Non avevo mai sentito nominare quella casa editrice, la tiratura era bassa. Il testo lo
trovavo intelligente ma con argomenti poco scientifici, per
quanto potessi giudicare. Come ho già detto, io non mi interesso di arte ma, a dire il vero, le pantofole, i candelieri, i
tessuti e gli edifici raffigurati avevano una loro attrattiva per
chiunque li avesse osservati e le descrizioni del loro sostrato
culturale erano senz’altro interessanti. Doveva sicuramente
essere un ottimo insegnante!
La signora Römer mi strappò dal mio mondo dei sogni.
Era andata a fare una visita di controllo e sarebbe dovuta
entrare in ospedale già la settimana seguente per un sospetto tumore al seno. Affrontava la cosa con forza e coraggio.
Mi guardò con aria supplichevole: sapevo che si trattava
del cane. Sarei stata molto egoista, se non le avessi offerto
subito di farmi carico del suo quadrupede per tutto il periodo della sua permanenza in ospedale. Arrivai addirittura a
mentire, sostenendo che ero felice di potermene occupare
perché mi avrebbe aiutato a superare i momenti di solitudine. A posteriori mi rendo conto che forse tutto sarebbe
potuto andare diversamente se quella volta non avessi avuto
in custodia il cocker della signora Römer.
Di solito, quando torno dall’ufficio, non ho alcun motivo
di uscire un’altra volta di casa. Faccio il bagno, mi infilo la
vestaglia, magari lavo qualcosa o mi metto a stirare, mangio
e vado a sdraiarmi davanti al televisore. Non è particolarmente esaltante, ma la maggior parte della gente fa altrettanto. Il cane, però, non era d’accordo. È vero che voleva
tornare a casa per bere e mangiare – dopotutto aveva passato tutto il giorno in ufficio anche lui – ma poi riteneva di
avere diritto, se non altro per abitudine, a una passeggiata.
Quando trascorreva con me il fine settimana, a mezzogiorno lo portavo regolarmente al parco mentre alla sera non
ne avevo voglia. Fu allora che mi venne un’idea avventu-
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rosa. Scartabellai l’elenco telefonico. Dove abitava il mio
Rainer Witold Engstern? O dovevo forse chiamarlo solo
Witold? Sfogliai, inizialmente invano, ma alla fine lo trovai.
Eccolo: R. Engstern, Ladenburg. Dio mio, adesso, in macchina senza il traffico delle ore di punta, ci sarei arrivata
in un quarto d’ora. Trovai persino una cartina stradale di
Ladenburg e alla fine scovai la sua via, un po’ fuori dal centro storico. Il cane mi guardava con aria interrogativa. Io
mi sentivo giovane e desiderosa di avventure. Avevo ancora
una tuta da jogging del mio ultimo soggiorno termale a
Bad Sassbach, che di solito non mettevo mai. Me la infilai,
legai il cane al guinzaglio, scesi le scale di corsa, montai in
macchina e via!
Con il cuore che batteva vidi comparire i due campanili della chiesa di San Gallo a Ladenburg. Svoltai nella
Weinheimer Strasse e parcheggiai sulla Trajanstrasse che
non era nelle immediate vicinanze di casa sua bensì almeno
tre isolati più avanti. Quindi scesi, lasciai che il cane annusasse il bordo del marciapiede e gli feci fare una passeggiata
cercando di non dare nell’occhio. La zona dove abitava Witold comunque era molto bella: case rurali ristrutturate con
gusto e per fortuna non in modo così leccato come nella città
vecchia. Nella via in questione erano stati costruiti alcuni
edifici nuovi e il numero 29 si trovava quasi in fondo, coperto di vite selvatica. Ovviamente non potevo fermarmi lì a
ispezionare la casa. Era ancora chiaro; allora attraversai la
strada e camminai sul lato opposto, da dove potevo osservare
bene quella villetta monofamiliare. Nessuna luce all’interno,
un’aria vagamente abbandonata, ma c’era un’automobile
parcheggiata proprio davanti alla porta. Il mio cuore ardito
continuava ad avere un battito accelerato, quasi stessi compiendo qualche impresa temeraria. Proseguii ancora per un
breve tratto fino in fondo alla via, quindi mi voltai e tornai
indietro sul lato opposto della strada, cioè il suo. Vidi così la
casa da una prospettiva diversa. Nel giardinetto sul davanti
c’erano fiori di malva e digitale, mentre sul retro si scorgeva
un frutteto un po’ inselvatichito. Il terreno accanto non era
edificato. Liberai il cane e lasciai che andasse a frugare su
quel pezzo di terra pieno di ortiche e di verga aurea. Così
potei fermarmi per qualche istante.
Il cane, però, non aveva più voglia di gironzolare, sicché
ce ne andammo.
Io ero ancora piuttosto eccitata. Due isolati più avanti dovevamo attraversare la strada, ma siccome era un quartiere
tranquillo, pacifico, non prestai troppa attenzione. Un campanello di bicicletta mi strappò bruscamente dai miei sogni.
Rimasi con il fiato sospeso. Witold! Stavo quasi per finire
sotto le ruote della sua bicicletta. Lui frenò, mi guardò e
sorrise. Sorrisi a mia volta, in uno stato di confusione totale
e, di nuovo, con quel rombo nelle orecchie. Doveva aver
detto qualcosa come “Attenzione!”, ma poi se n’era subito
andato. Mi aveva guardato in faccia! Mi aveva sorriso! Ero
felice come una bambina. Tornai a casa cantando, abbracciai il cane, lo baciai, andai a letto e non chiusi occhio. Per
tutta la notte Witold, seduto sulla bicicletta, con un paio di
jeans trasandati e un maglione rosso, mi guardò e mi sorrise.
La sera dopo rifeci lo stesso giro alla stessa ora, ma con
un abbigliamento curato. Questa volta le finestre al primo
piano erano aperte e si udiva appena il suono lontano di
una radio. Ebbene, non avevo fretta; ogni giorno avrei potuto riprovare a carpire uno sguardo e un sorriso. Forse il
cane sarebbe scappato nel suo giardino e io sarei dovuta
andare a recuperarlo, Witold sarebbe stato davanti a un cespuglio di rose profumate con le cesoie in mano, mi avrebbe
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guardato negli occhi, avrebbe sorriso, forse chiacchierato
un po’ con me. Continuavo a vagheggiare nuove possibilità.
Già il giorno seguente. Avevo promesso alla signora Römer che l’indomani sarei andata a farle visita in ospedale.
Intanto avevo saputo che le avevano tolto il seno destro, il
che mi lasciò costernata. Uscii puntuale dall’ufficio. In quei
giorni lavoravo nella stanza della signora Römer, perché il
cane era abituato a stare sotto quella scrivania, con il benestare del principale. Un giorno, dopo anni che il cane si era
installato in quel posto, ed era sempre stato zitto e buono, il
principale era entrato con aria affabile per chiedere notizie
dell’animale, che allora si chiamava ancora Micki o un altro
nome altrettanto banale. Quando vide il principale in piedi
davanti alla scrivania, il cane cominciò a lamentarsi con
voce vellutata.
“Senti un po’,” si meravigliò il principale, “hai una bellissima voce da baritono. Sei il Fischer-Dieskau della razza
canina?” Da allora Micki si chiamò per tutti Dieskau.
Uscita dall’ufficio, montai in macchina con Dieskau e
andai direttamente in ospedale. Strada facendo acquistai
dei fiori, poi lasciai il cane in macchina e corsi su per le
scale linde dell’ospedale. La signora Römer era distesa, con
il drenaggio che le usciva dalla camicia da notte, ma per il
resto aveva l’aspetto di sempre. Disse che non era stato poi
così tremendo.
“Sa, ormai ho passato i sessanta e a quest’età non si dà
più tanto valore all’aspetto fisico. Se questo intervento mi
ha veramente tolto il cancro, non sprecherò più una sola
parola al riguardo.”
Mi chiese soprattutto del suo Dieskau, fu felice di sapere
le nostre avventurose escursioni serali, senza naturalmente
che io le dicessi dove eravamo andati.
Quel giorno ero in ritardo su tutto. Arrivai a casa solo
alle sette passate, dovevo ancora farmi il bagno e mangiare
e alla fine mi fermai a lungo davanti all’armadio. Cosa potevo mettermi questa volta? Certo non la tuta da jogging,
che era color grigio topo e mi aveva stufato. Un tailleur?
No, nemmeno quello andava bene, sarei sembrata di nuovo
una perfetta donna d’ufficio. Alla fine mi infilai un paio di
calzoni bianchi, un maglione blu scuro e delle scarpe basse.
Cominciava appena a imbrunire, e questa volta incontrai
Witold nella via parallela, però non in bicicletta. Mi passò
di fianco in fretta e furia, senza vedermi, con un’espressione assente; evidentemente voleva fare ancora un salto in
centro. La macchina era parcheggiata davanti a casa sua,
le finestre erano tutte chiuse, nessuna luce accesa. Tornai
con Dieskau alla mia macchina. Quando ci fummo seduti
entrambi, cambiai idea, scesi di nuovo e lasciai solo il cane,
che tanto non aveva mai niente in contrario, anzi, considerava la macchina come una seconda cuccia.
Mi incamminai verso il centro storico. Le strade erano bagnate, doveva essere appena piovuto. Meno male che
avevo delle scarpe comode, perché l’acciottolato non era
adatto ai tacchi alti. Witold doveva trovarsi da queste parti,
magari in un bar. Non ero mai entrata da sola in un bar la
sera, e anche con dei conoscenti ci andavo molto di rado.
Ero molto incerta. Il primo locale aveva le finestre basse che
davano sulla strada, per cui mi fu facile gettare un’occhiata
all’interno, però non riuscii a vedere Witold.
Nel secondo locale entrai e mi guardai intorno. “Ehi,
vieni a cercare il tuo vecchio?” mi domandò un tale decisamente alticcio. Uscii subito e non ebbi più il coraggio di
mettere piede negli altri locali. Alla fine scelsi un posto più
distinto, mi sedetti in un angolo e ordinai del vino con selz.
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Naturalmente lui non era nemmeno lì. Pagai, passeggiai
un po’ sulla piazza del mercato, andai a guardare la fontana con la statua della Madonna in cima a un’alta colonna.
Ovunque c’erano i resti delle mura antiche; davanti a una
scuola – era quella dove insegnava lui? – lessi: “Verso il 90
d.C. i soldati romani costruirono una fortezza di pietra nei
pressi dell’insediamento celtico di Lopodunum”.
Forse Witold era andato al cinema? Studiai il programma dei film e mi domandai se fosse il caso di entrare all’ultimo spettacolo. Poi tornai a guardare le vetrine e gironzolai
ancora un po’. In una vecchia casa in pietra e legno c’era
una festa di nozze, e sopra il portone sventolava una corda
da bucato piena di vestitini da bebè.
Quando fu buio, tornai un’altra volta davanti alla casa di
Witold. Al pianterreno adesso c’era la luce accesa. La strada
era deserta, tutto il quartiere sembrava quasi abbandonato;
dopotutto era estate, tempo di vacanza. Mi addentrai tra i
ciliegi e i noci del terreno vicino fino a raggiungere il giardino
di Witold. Sollevai la rete metallica semidivelta e passai sotto
senza troppe acrobazie. In ogni caso i calzoni bianchi non
erano stati una buona scelta: innanzitutto perché si sporcavano facilmente e poi perché risaltavano troppo nell’oscurità.
Le foglie dei noci si stagliavano nere contro il cielo scuro. Dietro un grosso melo ritenni di essere abbastanza al
sicuro. Il mio cuore palpitava impazzito. Mi sentivo come
una ladra, una persona che non aveva niente a che fare con
l’onesta impiegata che ero.
Il lato lungo della casa dava sul giardino. Sulla facciata
le imposte erano chiuse, probabilmente si trovavano lì l’ingresso, il bagno e la cucina. Attraverso una grande portafinestra scorrevole si vedeva il soggiorno illuminato. Proprio
davanti alla vetrata c’era una scrivania alla quale sedeva
una persona, probabilmente Witold. Mi avvicinai a tentoni, lentamente e con molta cautela. Alcuni rami bagnati
mi strisciarono sulla faccia, un guscio di lumaca scricchiolò
sotto i miei piedi. Per fortuna ero circondata da fitti alberi da frutta ancora pieni di foglie, per cui il bagliore della
luce non mi raggiungeva. A quel punto riuscii a riconoscere
bene l’oggetto del mio desiderio. Stava lavorando alla scrivania. Quaderni di scuola? No, c’erano le vacanze. Forse un
nuovo libro, una conferenza per i corsi serali, una lettera.
Di tanto in tanto si fermava, con aria pensosa guardava
verso il giardino buio, e a me sembrava che mi stesse guardando dritto negli occhi. Ma certo non poteva vedermi.
Non riuscivo a staccarmi da quella scena. Sono proprio
una guardona, pensai. Witold indossava un paio di calzoni
di velluto a coste, scarpe di corda scalcagnate, un cardigan
verde senza un bottone e con i buchi sui gomiti. Io non potrei mai sopportare una trasandatezza del genere sulla mia
persona: non appena perdo un bottone lo riattacco subito,
i maglioni strappati finiscono immediatamente nel sacco
per la Croce Rossa. Sua moglie, invece, non doveva essere
altrettanto pignola. E poi, chissà dov’era? In salotto regnava
un notevole disordine, una coperta di lana scivolata per terra accanto al divano, un’azalea ormai secca sul davanzale,
i portacenere stracolmi e cumuli di giornali. La padrona di
casa doveva essere una sciattona oppure trovarsi in viaggio
o a letto malata, o forse il lavoro la impegnava troppo? In
cuor mio speravo che non esistesse affatto.
Witold scriveva e scriveva. Di tanto in tanto si toglieva
gli occhiali a mezzaluna, magari fumava una sigaretta o
camminava su e giù per la stanza. Una volta squillò il telefono. Witold parlò tutto concitato, anzi, arrabbiato, poi
all’improvviso buttò giù la cornetta e si accese subito un’al-
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tra sigaretta. Non riprese più a scrivere ma girovagò per
la stanza come un leone in gabbia. Quindi telefonò a sua
volta a qualcuno, parlò a lungo, tacque, parlò di nuovo a
lungo e chiuse di colpo. Quando lasciò la stanza, io sgattaiolai fuori dal labirinto di alberi e per poco non inciampai
in un ramo spezzato. Stava lampeggiando. Finalmente mi
avviai verso casa; era tardi e io ero in uno stato di confusione totale.
In quei giorni persi qualche chilo, benché da tempo
ormai non ne avessi più bisogno; dormivo male, avevo le
occhiaie e, così almeno mi pareva, molte più rughe sotto
gli occhi, inoltre ero tormentata dalle vampate di calore
che fino ad allora mi avevano risparmiata. In ufficio stavo
seduta davanti al lavoro da sbrigare senza riuscire a concentrarmi, non facevo più straordinari e avevo molta difficoltà
a trovare le formule più corrette. Il principale non mancò
di notarlo. Con gentilezza constatò che la malattia della
signora Römer doveva starmi molto a cuore.
“Lei è un eccellente psicologo,” commentai nel tono più
cordiale possibile, e lui sorrise lusingato.
Il fine settimana uscii a fare acquisti con Beate. Volevo
che mi consigliasse. A dire il vero fu un po’ difficile. Alla
fine lei tornò a casa con due camicette cangianti comprate
da C&A, un golfino da bebè per il nipote in arrivo, una
gonna pantalone in saldo e delle strane scarpe con la punta a becco d’anatra. Io invece avevo acquistato un costoso
abito estivo a fiori viola e azzurri che avevo provato e tenuto
direttamente addosso; era stato l’unico vestito sul quale eravamo riuscite a trovare un accordo.
Per strada incontrammo due uomini, Beate conosceva
proprio tutti. A quanto pareva, un tempo suo marito aveva
costruito una casa per loro. Il primo era grafico, il secondo
faceva il compratore per un grande magazzino. Andammo a bere un caffè e Beate flirtò senza ritegno con tutti e
due. Del resto, avevo l’impressione che dopo il divorzio lei
non si fosse certo ritirata a vita monacale, anche se non mi
raccontava niente di quello che faceva, probabilmente per
riguardo. Con il mio bel vestito nuovo, le guance arrossate dal caffè e quella sensazione nuova ed eccitante nella
pancia, scoprii tutt’a un tratto che sorridendo in un certo
modo, emettendo risate gutturali e facendo battere spesso
le ciglia riuscivo anch’io ad attirare l’attenzione. Dio mio,
chissà perché non l’avevo capito trent’anni prima.
Quando i due se ne furono andati, Beate disse: “È una
coppia simpatica da morire, vivono insieme da dieci anni.
Con loro si chiacchiera che è una meraviglia. Tra l’altro,
volevo dirti che ho appena avuto qualche notizia su quel
Rainer Engstern”.
Avrei tanto voluto gridare: “E perché non me lo hai
detto subito!”. Poi pensai con spavento: non sarà per caso
omosessuale, visto che Beate lo menzionava in quel contesto? Quanto a me, non sarei mai stata capace di inquadrare
correttamente quei due dongiovanni, in questo campo non
avevo alcuna esperienza.
“Allora, ascolta bene,” cominciò Beate, “Lessi ha un’amica, Eva, che è amica di uno dei figli di Engstern.”
“E com’è?” domandai subito.
“Non lo so, probabilmente è un ragazzo simpatico, sta
facendo il servizio civile.”
“No, intendevo il padre!”
“Ah, lui insegna a Ladenburg (questo l’ho già scoperto
anch’io, pensai), i suoi allievi lo chiamano Engstirn,* però
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*
Gioco di parole: Engstern tradotto letteralmente significa “stella
Lessi dice che è benvoluto. Una volta, infatti, è andata a
casa sua.”
“E la madre?” domandai.
“Be’, c’è qualcosa che non quadra, pare che sia in viaggio da un sacco di tempo,” rispose Beate.
Non osai chiedere di più, ma dentro di me esultavo.
Qualcosa che non quadra! Perfetto, forse allora il mio Witold era libero.
A casa fui di nuovo tormentata dai dubbi. Ma se era
veramente libero, chissà se avrebbe scelto proprio me, ammesso che ci fossimo conosciuti. Adesso mi capitava di stare
davanti allo specchio più spesso che negli ultimi vent’anni.
Mi osservavo con senso critico. Forse avrei dovuto farmi un
lifting, anche se avevo sempre disprezzato questo genere di
cose. Lui aveva quarantanove anni, era terribilmente bello
e per di più si dice che gli uomini di quell’età certo non
prediligono le donne della mia.
Per la sera, adesso avevo un programma ben preciso:
verso l’imbrunire uscivo con Dieskau per cercare di incontrare l’uomo dei miei sogni. Nell’oscurità mi insinuavo furtiva nel suo giardino, senza cane, e tra l’altro solo con calzoni
scuri: ormai avevo una specie di tenuta da lavoro, proprio
come un ladro. Qualche volta facevo anche il suo numero
di telefono: mai da casa mia bensì da una cabina (troppo
spesso avevo letto di dispositivi per la rilevazione delle chiamate). Allora lo sentivo annunciare il suo nome, a volte con
voce allegra, altre stanca. Riagganciavo subito e pensavo,
è a casa, forse è seduto alla scrivania. Una sera stavo quasi
per andare a sbattere contro la sua bicicletta, questa volta
stretta”, mentre Engstirn significa “fronte stretta”, ovvero una persona
di vedute limitate. (N.d.T.)
però deliberatamente. Lui sorrise di nuovo, come la prima
volta, e mi disse con la sua voce mozzafiato: “Buonasera,
sempre soprappensiero, eh?”.
Gli sorrisi anch’io, ma purtroppo non riuscii a rispondergli né con una battuta spiritosa né con una frase intelligente.
Dopo due settimane la signora Römer venne dimessa.
Io le riportai il suo Dieskau, in parte felice e in parte triste
perché avrei perso un compagno. Ma per quale motivo non
sarei dovuta andare a passeggio la sera anche da sola? La
signora Römer aveva un’altra richiesta che le stava a cuore:
ben presto sarebbe dovuta andare a fare una cura, sicché si
ripresentava il problema del cane. Sua sorella era allergica
ai peli degli animali, sua figlia era negli Stati Uniti per un
anno. Ovviamente mi dichiarai subito disposta a ospitare il
cane per altre quattro settimane.
La prima sera senza Dieskau, non uscii. Del resto, in
quelle due settimane erano rimaste indietro molte faccende
da sbrigare. Il mio piccolo ménage domestico era quasi degenerato, la cesta della roba sporca era piena fino all’orlo,
avevo urgente bisogno di rifarmi il colore ai capelli e una
maschera nutriente per il viso. Però mi sentivo come una
drogata che solo con un grandissimo sforzo di volontà riesce a trattenersi dall’andare alla ricerca dell’oggetto delle
sue brame. Ero proprio un vecchio fienile in fiamme.
Il giorno dopo partii senza cane. Stava già imbrunendo
quando oltrepassai la casa di Witold, davanti alla porta c’era
anche un’altra automobile. Visite! Mi spaventai all’idea che
Lessi, la figlia di Beate che era già venuta una volta con la
sua amica, potesse casualmente trovarsi lì di nuovo e vedermi. Però sarebbe stata una strana coincidenza; l’automobile,
comunque, non aveva l’aria di appartenere a dei giovani,
era troppo piccolo-borghese. Gironzolai per Ladenburg fin-
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ché non fu completamente buio. Ormai conoscevo la zona.
Protetta dall’oscurità, iniziai il secondo giro di ricognizione. Come l’ultima volta, mi infilai nella piantagione di meli,
qualcosa mi entrò in un occhio, e io sentii che il forte palpito
del mio cuore era segno di una nuova vitalità. Sì, c’erano
visite. A quanto pareva, non si trattava del figlio, bensì di
una donna. La grande porta a vetri era aperta e si potevano cogliere brandelli di conversazione. Che fosse la moglie?
China, quasi carponi, mi avvicinai ancora un po’. Quella
sconosciuta poteva avere circa quarant’anni, ma li portava
male. Era magra, con i capelli neri, un viso interessante anche se certamente non bello. Sopra una camicetta color verde intenso portava una collana vistosa in stile orientale. Fumava senza sosta e pareva che anche Witold si fosse acceso
parecchie sigarette. Detesto tutto quel fumare come turchi.
Se fossi stata sua moglie, gli avrei fatto perdere l’abitudine
da un pezzo. Una bottiglia di vino vuota stava rotolando sul
pavimento, colpita poco prima da quella donna con un calcio di stizza; sul tavolo c’era un’altra bottiglia incominciata,
accanto due bicchieri mezzi pieni.
Witold parlava poco e a bassa voce, sicché non riuscivo
a capire assolutamente niente di quello che diceva. La donna, invece, gridava con voce stridula, quasi isterica. Tutt’a
un tratto capii cos’aveva: era alcolizzata. Non era ancora
ubriaca, ma negli anni della mia gioventù avevo vissuto da
vicino il declino di una zia alcolizzata e adesso mi sembrava
di vederla resuscitata.
Doveva trattarsi proprio di sua moglie. Per quanto riuscivo a capire, lei gli stava facendo grandi rimproveri attribuendogli la colpa del fallimento del loro rapporto. Una
volta riuscii anche a sentire chiaramente le parole di Witold: “Hilke, è stata la tua ultima opportunità, non avresti
assolutamente dovuto interrompere! Adesso ci risiamo da
capo!”.
Ma certo, Hilke non aveva terminato la cura di disintossicazione, era fuggita. Tra l’altro, in fondo all’ingresso, si
scorgevano due borse da viaggio non ancora disfatte. Witold mi faceva una gran pena, quel poveretto non si meritava una moglie del genere. Aveva mandato in malora la casa,
il marito e anche i figli! A poco a poco capivo sempre di più
l’infelicità di Witold.
Anche se era piena estate, sotto i meli umidi faceva un
bel freddo. Strisciando carponi, mi avvicinai di un altro metro. Una mela cadde a terra facendo scricchiolare i rami.
Per qualche secondo Witold e Hilke sembrarono tendere
l’orecchio al rumore, ma poi ripresero a parlare, fumare
e bere. Finora avevo assistito a scene del genere solo al cinema. Si sfogavano, si lanciavano ogni sorta di accuse, si
accanivano l’uno contro l’altra, si odiavano dal più profondo del cuore. Lei lo chiamava “Rainer”, il che mi andava
benissimo, perché per me lui era “Witold”.
Li avevo spiati a lungo cercando di non far battere troppo forte il mio cuore, affinché quei due in soggiorno non
lo sentissero ticchettare come una bomba. Come era sua
abitudine, Witold di tanto in tanto passeggiava su e giù per
la stanza e una volta lanciò attraverso la vetrata scorrevole
aperta un mozzicone di sigaretta ancora accesa; cadde vicinissimo a me e io già temevo che il bagliore potesse aumentare e tradire la mia presenza. La sigaretta si spense e
io decisi che era ora di andarmene. Nonostante la grande
eccitazione mi sentivo molto stanca, in fondo era già piuttosto tardi.
Proprio mentre stavo per voltarmi, Hilke tutt’a un tratto
gridò: “Allora ammazzo prima te e poi me!” e dalla tasca
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della giacca tirò fuori una rivoltella. Per lo spavento caddi
sul ginocchio destro facendomi anche piuttosto male. Santo
cielo, ma era impazzita? Avrei voluto precipitarmi in casa
per fare da scudo a Witold, ma lui, con due grandi passi, l’aveva già raggiunta e le aveva semplicemente tolto di
mano quell’arnese. Lei lo lasciò fare senza opporre resistenza.
A quel punto non andai più a casa. Trascorsero forse
cinque minuti di silenzio, durante i quali i due si limitarono
a guardarsi l’un l’altra disgustati, come all’inizio. Witold era
seduto sul divano, con la rivoltella in mano. Non sembrava
affatto interessato a sapere dove l’aveva presa. Parlarono di
nuovo del passato, di altri uomini, di altre donne, della suocera e dei figli, di soldi, anche di quella casa avvolta dalla
vite americana. Riuscivo a capire poco perché non conoscevo gli antefatti. Ma improvvisamente Hilke, con voce gelida
e tagliente, disse: “Se io non fossi andata a letto con lui, la
tua merda non sarebbe mai stata pubblicata”.
Witold diventò bianco come un cadavere.
Sollevò la rivoltella e sparò alla donna. Il colpo mi fece
balzare in piedi, mi precipitai sulla terrazza, in piena luce.
Hilke cadde riversa, strabuzzò gli occhi, il sangue le sgorgava dalla camicetta verde.
Witold le fu subito accanto, gridò qualcosa, corse al telefono, si fermò di nuovo, prese l’elenco, lo sfogliò, si accorse
di non avere gli occhiali a portata di mano, imprecò, guardò di nuovo la donna sanguinante e sembrò perdere il lume
della ragione.
Entrai nella stanza. Lui non sembrò affatto sorpreso.
“Presto, chiami un medico,” mi disse bianco come un
cencio, e si accasciò su una sedia. Gli accesi una sigaretta e
gli misi in mano il bicchiere.
“Adesso provvederò a tutto io,” dissi il più tranquillamente possibile. Lui mi guardò con un’espressione vacua,
come se stesse galleggiando sotto una spessa campana di
vetro, non bevve né fumò. È sotto shock, pensai. Poi andai
dalla donna. Era pallida, non si sentiva più il respiro. Come
in un primissimo piano, vidi che la sua collana di corallo,
argento e madreperla adesso non risaltava più sullo sfondo
verde ma sulla camicetta completamente intrisa di sangue
scuro e lucido.
“Sua moglie è morta,” dissi. Lui emise un forte gemito.
“La polizia,” disse a stento indicando con il bicchiere il
telefono. Mi avvicinai all’apparecchio. No, non puoi farlo,
mi balenò in testa, sarà condannato, proprio adesso che
ci siamo appena conosciuti. Lo metteranno in galera per
chissà quanti anni!
“Dobbiamo fare in un altro modo,” dissi. “Per un omicidio le danno l’ergastolo, bisogna almeno che passi come
omicidio preterintenzionale.”
Lui mi guardò disorientato e a un certo punto sembrò
che stesse lottando contro un attacco di nausea.
“Ha in casa qualcosa di forte?” gli chiesi, perché mi
era capitato di leggere che un gesto compiuto in stato di
ubriachezza non poteva essere considerato premeditato e
intenzionale. Witold cercò l’armadio a tentoni, afferrò una
bottiglia di whisky aperta e me la porse.
“Adesso stia bene attento,” dissi sforzandomi di esercitare su di lui tutto il mio potere di suggestione, “beva questa bottiglia fino all’ultima goccia. Quando crollerà a terra
perdendo conoscenza, io aspetterò ancora dieci minuti, poi
chiamerò la polizia. Durante l’interrogatorio lei dirà di non
riuscire a ricordare più niente.”
Witold voleva ribattere, nonostante lo stato di shock
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trovava che in quel piano ci fosse qualcosa di illogico o di
indecente. Ripeté varie volte “ma”, e poi si attaccò alla bottiglia. Evidentemente l’idea che di lì a breve sarebbe finito a
terra con la mente annebbiata, sottraendosi per diverse ore
alla confusione generale, gli parve tutto sommato una delle
possibilità migliori. Beveva e beveva, di tanto in tanto gli
andava di traverso e io avevo una gran paura che vomitasse
subito tutto.
In cinque minuti, durante i quali ci limitammo a guardarci, lui scolò tutto il whisky. Io appoggiai la mia mano
sulla sua. “Andrà tutto bene,” gli dissi in tono materno. Lui
fece una smorfia come un bambino rimasto solo e provò
l’impellente bisogno di distendersi sul tappeto.
Bene, e ora? La polizia, pensai. Ma dietro di me sentii un
rantolo. Il sangue mi si gelò nelle vene. Mi voltai: Hilke si
muoveva, si lamentava, era viva. Questa non ci voleva, Witold doveva essere liberato da lei per sempre. Presi la rivoltella che era proprio davanti a me sul tavolino del divano,
andai verso la porta del balcone, mirai al cuore, sparai, e la
colpii alla testa. Hilke si ripiegò su se stessa. Witold emise
un sospiro, anche se non aveva capito niente.
Compresi subito di avere commesso un errore. Sparare
una seconda volta perché alla prima non si è mirato bene
non può più passare come omicidio preterintenzionale.
Adesso bisognava farlo apparire legittima difesa, in fondo
era stata Hilke a sparare per prima. Adesso avrei dovuto
sparare a Witold da dove era seduta lei.
A quel punto, però, cominciai a diventare isterica, provavo soltanto un irrefrenabile impulso di fuggire. Eppure
dovevo farlo. Mi misi vicino alla sedia di Hilke e sparai sul
tappeto a una spanna dalla gamba di Witold. Witold gridò
e gemette di nuovo, e io mi accorsi che la sua gamba sangui-
nava. Dovevo averlo colpito, forse solo di striscio. Sollevai la
gamba dei suoi calzoni, ma grazie al cielo non era niente di
grave, di questo non occorreva che mi preoccupassi.
E se qualcuno aveva udito gli spari? Per fortuna la casa
era un po’ isolata, accanto c’era il terreno vuoto, gli altri
vicini erano in vacanza. Ma proprio tutti? Dovevo andarmene il più in fretta possibile. Uscii dalla portafinestra e
strisciai di nuovo sotto i meli. Alt! dissi improvvisamente a
me stessa, le impronte digitali! Cosa avevo toccato? Tornai
indietro. Ovvio, l’arma, il bicchiere, Witold. Infilai la rivoltella e il bicchiere nella borsa, non avevo più la forza di
pulirli. Facevo fatica a non correre. E se qualcuno mi aveva
visto? Finalmente raggiunsi la macchina, montai e partii
tremando in tutto il corpo. Avevo l’oscuro presentimento di
aver sbagliato tutto fin dal principio. Poi mi venne in mente che dovevo assolutamente chiamare la polizia, lo avevo
promesso a Witold.
Mi fermai a una cabina telefonica che già conoscevo
bene. Per fortuna il numero delle chiamate d’emergenza era
bene in vista sulla prima pagina dell’elenco, perché al momento non mi sarei ricordata nemmeno il numero di casa
mia. Con una voce completamente estranea sentii me stessa
dire: “Ho appena udito degli spari…”. Fui subito interrotta,
mi chiesero nome e indirizzo. Io però non risposi e gridai:
“Andate subito,” diedi l’indirizzo di Witold e riagganciai.
Risalii in macchina in fretta e furia e mi diressi verso casa.
Quando arrivai, scoppiai in un pianto interminabile.
Mi battevano i denti, ero completamente esausta ma al
tempo stesso sveglia e lucida. Non riuscivo a immaginare
che di lì a poche ore sarei andata in ufficio a lavorare, eppure dovevo farlo, perché di solito non mi ammalavo mai e
certo non dovevo dare nell’occhio proprio in questo fran-
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gente. Riempii la vasca d’acqua calda, ci entrai per scongelarmi e fermare il battito dei denti. Non appena fui nella
vasca, mi venne in mente con orrore che magari la polizia
poteva non aver capito bene l’indirizzo, che forse Witold
stava ancora sanguinando, più forte di prima, fino a morire
dissanguato per colpa mia, senza potermi più rivolgere né
uno sguardo né un sorriso. Dovevo accertarmene, telefonandogli. Ma avevo sempre quell’idea fissa dei dispositivi
per la rilevazione delle chiamate. E allora di nuovo in strada, a cercare una cabina telefonica da dove chiamare! Se
però qualcuno del vicinato mi avesse visto adesso, in piena
notte, in una cabina telefonica, la cosa avrebbe per forza
destato sospetti. Però non potevo certo lasciare che Witold
morisse dissanguato!
Mi costrinsi a uscire dalla vasca, mi asciugai in qualche
modo, m’infilai l’accappatoio e presi le chiavi dell’appartamento della mia vicina. Lei era in vacanza e io andavo tutti
i giorni a innaffiarle i fiori. Attraversai il pianerottolo, aprii
la porta, presi il telefono e composi il numero di Witold.
“Pronto, chi parla?” domandò una voce maschile sconosciuta. Riagganciai, era tutto a posto, Witold sarebbe stato
medicato e messo in un letto. Ero un po’ sollevata, richiusi
a chiave l’appartamento della mia vicina e tornai a immergermi nell’acqua calda della vasca.
Se però qualcuno ha visto accendersi la luce in casa della
vicina proprio adesso che lei è in viaggio – mi passò per la
mente – penserà che è ben strano! E se quelli avevano il
dispositivo per la rilevazione delle chiamate, sembrerà più
che mai sospetto che qualcuno telefoni dall’appartamento
di una donna che al momento si trova in Italia.
E poi, santo cielo! Nella mia borsetta c’erano un bicchiere non mio e soprattutto l’arma del delitto. Non avevo più
pace in quella vasca. Uscii, mi asciugai per la seconda volta,
m’infilai di nuovo l’accappatoio. Avvolsi il bicchiere in un
asciugamano che feci sbattere un paio di volte sul tavolo
della cucina. Le schegge di vetro le rovesciai nella pattumiera che tanto avrei svuotato il mattino seguente. Avrei forse
dovuto far fare la stessa fine anche alla rivoltella? Sarebbe
stata una bella imprudenza, dovevo disfarmene in modo
più astuto.
Alla fine giunsi però alla conclusione che non correvo
alcun rischio immediato. Nessuno poteva mettermi in relazione con l’accaduto, a Ladenburg nessuno mi conosceva.
Witold non sapeva chi fossi, mi aveva visto tre volte in tutto,
di cui due solo di sfuggita e la terza in stato di shock. Inoltre
non poteva certo ricordare tutto l’accaduto: quando io avevo sparato i due colpi, lui non era più lucido.
Che quadro avrebbe potuto farsi la polizia? Avevo commesso qualche errore, avevo dimenticato in giro qualcosa?
No, io non fumo e quindi non lascio mozziconi di sigaretta
come prova sul luogo del delitto, né perdo fazzoletti cifrati.
Però quando pensai alle impronte che dovevo aver lasciato
sul terreno umido del giardino, e poi anche sul tappeto, mi
sentii improvvisamente gelare il sangue. Avevo indossato
delle scarpe da ginnastica per potermi muovere più agilmente. Di solito non le metto mai, sono un altro ricordo del
periodo di cura come la tuta grigio topo. Dovevo farle sparire! Le presi subito e le infilai nel sacco della Croce Rossa
già mezzo pieno. Sarebbero passati a ritirarlo la settimana
successiva. La rivoltella invece la infilai in una valigia che
sistemai nel ripostiglio, ripromettendomi di trovare l’indomani un nascondiglio migliore.
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