TURI GRASSO
SATIRA
CARNASCIALESCA
EDITO DA TURI GRASSO
TURI GRASSO
SATIRA
CARNASCIALESCA
EDITO DA TURI GRASSO
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PROPRIETA’ LETTERARIA RISERVATA
I diritti di traduzione, di riproduzione e di adattamento totale o parziale
(comprese le copie fotostatiche e i microfilm) sono riservati per tutti i Paesi
Giugno 2013
I diritti di traduzione, di riproduzione e di adattamento totale o parziale
(comprese le copie fotostatiche e i microfilm) sono riservati per tutti i Paesi
TAVOLA I
TAVOLA II
PIETOSO PROLOGO
Nel costituire il seguente florilegio di amenità ho titubato parecchio, perché si sa,
quanto il terreno sollazzevole, molto più di quello grave, sia difficile da preparare.
L’input ad avermi fatto decidere è partito da parecchio lontano, e precisamente da
una mia forse trentennale collaborazione al “Numero Unico”, annuale rivista satirica in
occasione del carnevale acese edita dal Circolo Universitario della città. Difatti i tanti
bozzetti accumulatisi, da soli avrebbero potuto formare una abbondante raccolta di
sketch, quindi era tempo di guardare con più impegno ad una rispettabile antologia,
cogliendo ed elaborando, frequenti nel quotidiano, gli spunti nuovi che andassero ad
arricchire la rassegna.
Un ulteriore incoraggiamento mi venne da una mia brusca decisione di non
collaborare più con il “Numero Unico” dopo la scelta della sua redazione del 2013 di
non pubblicare l’articolo da me al solito fattole arrivare a seguito della richiesta da parte
di amici, risultato indegno a causa di una nebulosa mancanza di bon-ton verso la
categoria professionale carnascialescamente satireggiata in esso. La cosa curiosa
consisteva, già da subito dopo averlo letto, nel ritrovarsi i curatori vigilatori
unanimemente concordi sull’impiego del garbo nel pezzo in esame, in linea con il
principio di fondo da fare assolutamente salvo, cioè il decoro, solo demeritava per non
aver voluto l’autore acconsentire alla sostituzione di una delle definizioni qualificative,
ovviamente quella che caratterizzava meglio, riguardante una parte della casta sotto
ricreativa osservazione, e questo tentativo di maquillage coerentemente con il passato
l’autore non l’ha permesso, così come mai lo permetterà in futuro, perché culturalmente
refrattario al partecipare all’abituale salameleccare di quanti nel praticarlo, amabilmente
gioiscono di coprirsi di ridicolo, pur di interpretare un ruolo, quale che sia.
Si pretendeva che, dovendosi trattare anche lepidamente di un aspetto dell’etica
professionale, lo si dovesse fare modellando il non visto, il non udito, il non
emozionalmente sentito, il non constatato, il non vissuto, il completamente estraneo, il
parto di fantasia, dedicando solo ammiccanti incensamenti, e dando così prova di
prediligere la diversione piuttosto della giusta direzione, per giunta su uno dei settori
delicati, quale potrebbe essere quello riguardante la scuola, la giustizia, la difesa, la
salute… Insomma collaborare al formarsi della collaudata condizione del fruitore finale
di gabbato e cornuto, e lo si chiedeva con animo leggero, tanto che per antifrasi
l’ubriaco potesse diventare un esilarante clown, il biscazziere un provetto finanziere,
l’imbroglione un illustre avvocato, il debosciato un viveur o latin lover del ca…, il
mafioso un autorevole paciere, l’usuraio un filantropo, il terrorista un patriota, il
ricattatore un esperto broker, il ciarlatano guaritore un ottimo clinico, il politicante un
genio… finendo tra l’altro, che a questa pletora di mestatori allo sbaraglio si facesse
violenza al meritato giudizio di propria spettanza da se stessa cucitosi addosso, e di
conseguenza la si sbeffeggiasse maggiormente di quanto le si volesse risparmiare.
Per una mia migliore comprensione, mi è stato confidato che nella categoria da
me compostamente caricaturata vi appartenesse un figlio di un qualche importante
personaggio del Circolo Universitario, coincidenza questa che automaticamente faceva
scattare la sanzione del tabù. Io non so se fosse stata effettiva l’individuazione della
motivazione dell’alt, ma nel caso positivo di verosimile predisposizione alla vergogna
da parte del presunto traffichino, dopo aver rispettato ogni garanzia di decenza verso i
destinatari dei miei leggeri frizzi, non potevo non constatare, che sui curatori
dell’opuscolo, presto mummificatisi, pendessero arroganti imposizioni da ufficio divino,
rispettosamente ubbiditi. E proprio in virtù di ciò, alla luce della risposta ostativa da me
ricevuta, tranne le rare volte che non mi si fosse potuto scansare, nelle quali si osservava
un silenzio tombale sull’argomento, si produsse di dovere, il volatilizzarsi dei
suaccennati presunti amici ritrovatisi con le spalle al muro di fronte al mio peccato di
apostasia, essendo da loro erroneamente ritenuto anch’io, un accolito alla dimestichezza
al compromesso di comune osservanza del gruppo!
Evidentemente da allergico a subire simili autoritari comportamenti, soprattutto
ligio alla mia fede ateoprogressista, non mi è restato altro che fare non uno, ma più e in
fretta passi indietro.
Agli universali carnilavarini protagonisti della auspicata gioviale berlina, ed effettivi
eredi cromosomici di Carnevale, del quale oltre a nutrirsi stabilmente nel cuore e nella
mente, il suo sangue avvertono fluire nelle vene!
TAVOLA III
TAVOLA IV
AD ACIREALE E’ SEMPRE CARNEVALE
“Signore, signori, grandi, bambini,
invalidi, sani, soli, sposati,
amanti, mercanti, servi, sciacquini,
politici, ladri, nudi, impiegati,
dottori, ignoranti, professionisti,
tutori di legge, birbe, fetenti,
aruspici, preti, suore, sacristi,
munifici, tirchi, furbi, potenti,
strozzini, tafani, ermafroditi,
carogne, pezzenti, lubrichi, santi,
nemici di Dio, vili, pentiti,
drogati, briachi, bari, furfanti,
lor tutti fedeli, sudditi amati,
ringrazio di cuor, Io, Re Carnevale,
v’accoglie frementi, gai, pigiati,
la splendida piazza d’Acireale.
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Mi fanno un onore troppo toccante,
ed Io commosso prèsone atto,
m’asciugo quest’occhio già gocciolante,
intono un inno ben soddisfatto:
beviamo, cantiamo,tutti balliamo,
coriandoli, acqua, talco lanciate,
lasagne, ragù, salsicce mangiamo,
petardi, filanti, manganellate
spartiam tra le teste cavoliòli,
di noi acesi noti nel mondo,
gazzarra teniam, di stille si scoli,
allegri, felici, in girotondo!”
“Scusate, mio Sire, Vostr’Eccellenza,
se tanta baldoria turbo, noioso,
Vi chiedo d’avere Vostra licenza,
d’esporVi con lagne temi ch’io sposo.”
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“Parlate, piagnone, Io vi ascolto,
stringate nel dire, più che potete.
Fermar tutta l’orda mi sembra stolto
ordunque, trattate, cosa volete?”
“Sovrano potente, vengo agli eventi,
la nostra città incerta cammina,
le aule mancan per gli studenti,
gl’impianti sportivi vanno in rovina.
Imbrattano i muri, rompon vetrine,
riman l’ospedale sovraffollato,
le fulgide spiagge sono latrine,
il pubblico impiego viene donato
Strombazzan marmitte, clacson snervanti,
parcheggi intasati sono le strade,
le case s’affollan come giganti,
mangiandosi il verde senza pietade
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Le opere d’arte vanno in sfacelo,
le stanze d’uffici abbandonate,
i fatti di sangue gettan nel gelo,
esplodono bombe, pistolettate!
Di tanto marasma io mi lamento,
e chièggioti stufo d’intervenire,
rimango di stucco, teso mi sento,
sì, voglio che presto vada a finire!
Non credo s’addica far sempre festa,
un anno continuo senza pensieri;
pazzesco sarebbe, cosa molesta,
ci sta ogni tanto essere seri
“Perché manigoldo sbraiti tanto?
La folla linciarti ora ti vuole,
ma, Io per pietà, coprir col mio manto
infin ti dovrò, perché a me duole!
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Però mi rincresce, pene tu avrai!
L’esilio ti do per l’impertinenza,
dal Regno più fasto emigrerai:
farò eseguire questa sentenza!
Pel culo, gendarmi, l’agitatore
prendete, battete come vi piace,
buttatelo fuori il turbatore,
speriam perdio vivere in pace!
Beviamo, cantiamo, tutti balliamo,
coriandoli, acqua, talco lanciate,
lasagne, ragù, salsicce mangiamo,
petardi, filanti, manganellate
spartiam tra le teste cavoliòli,
di noi acesi noti nel mondo,
gazzarra teniam, di stille si scoli,
allegri, felici, in girotondo!”
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TAVOLA V
TAVOLA VI
Facce di culo ridens
Gentili lettori, mi preme precisare che la categoria antropologica “facce
di culo ridens” da me modestamente sottoposta alla vs. cortese attenzione, non
è una trovata carnascialesca, ma è l'individuazione di paziente ricerca scientifica che
colloca nell'ultimo decennio il raggiungimento del suo apogeo. Si fonda sulla
presunzione di superiorità sia intellettiva ed intellettuale che pratica, sullo spirito di
servizio al di sopra di ogni sospetto, è di fede populista e non disdegna di
ammiccare ai valori dell'aurea mediocritas, di andreottiana memoria.
Capostipite indiscutibile (per sua ferma determinazione accompagnata
sempre da modestia) è uno scrupolosissimo imprenditore, presidente di un
celebrato clan s p o r t i v o , d i p a r e c c h i e t e l e v i s i o n i , d i s o c i e t à i m mo b i l i a r i ,
a s s i c u r a t iv e , e d i to r i a l i , di governo, e aspirante (se non ci f osse già)
padreterno, con modestia parlando.Co me tutti i personaggi illustri segnano il
suo tempo ed oltre, rivitalizzandosi con il contributo dei suoi più fedeli
incorruttibili collaboratori ed epigoni quali ad es. e non è poco, un
Tremonti, un Bondi, un Calderoli, uno Storace, un Giovanardi, un Rotondi, un
Cuffaro un Garozzo etc. etc. Basterebbe il solo menzionarli per suscitare ilarità,
prerogativa principale di questo volumetto scacciapensieri. Intrattenersi con loro
sarebbe il top del teatrino, ma richiederebbe troppo tempo, cosa che mi
consiglia con qualche rimpianto di soffermarmi sul rappresentante di casa
nostra, per prestigio minore solo nella carica non sulla somatizzazione della
caratterizzazione più in voga del momento.
Sindaco di Acireale, a parte la sua predilezione per le castagnole nei civili
rituali delle feste religiose, e per l'illuminazione festaiola nelle di per sé f r i z z anti
s e r e e st iv e , bi sb ig li a nt i con si gli e r e di te po r e , a p a r te l a s ua
s od di s f a zione sul decoro del centro storico cittadino (basta una fugace
panoramica del c.so Umberto per convenirne), sullo stato del traffico
veicolare,
sullo
stato
del
verde
pubblico,
sullo
stato
igienico
generale..., la perla intuitiva di questo impareggiabile politico risalta
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proprio sull'ultimo punto: l'immondezza!
Se
tolta
alla
mafia
può
produrre
oro,
con
ricadute
miracolose
sull ’occupazione e può creare ricchezza per le comunità. Questo lo sa bene il
Presidente della Regione che accettando (forse per fare qualche favore però
d'indubbia trasparenza) lo stoccaggio dei rifiuti dei campani a preferenza
dei nostri lasciati imputri dire sulle strade (è nel carattere siciliano
togliersi il pane di bocca per gli altri) ha potenzialmente immagazzinato
occasioni di prezioso sviluppo. Ma il ns. sindaco ha visto più lontano e prima del
più
blasonato commilitone politico regionale. L’illuminato amministratore
rimuginando tra sé e sé la situazione delle fognature realizzate per non essere
attivate (certamente per scopi esoterici), da un precedente campione di pubblica
amministrazione della stessa appartenenza politica e sicuramente precursore della
specie "faccia di culo ridens", sorprendentemente ebbe ad avvertire lo scocco
della scintilla nella sua mente tesa a realizzare sotto ogni profilo un’opportunità
di notevoli gratificazioni. Certo le grandi scoperte non capitano a caso: lui era già
sulla buona strada lasciando a riposo forzato il cesso cloaca di Villa Belvedere,
dove solo a passargli
accanto si rischia di doversi ritrovare in un reparto
infettivo, e costringendo così i clienti dei bisogni (e non son pochi specie quando
i pullman dei visitatori avventizi, cosa non infrequente, occupano p.zza Indirizzo ),
a giocar di braghe dentro le aiuole con il sorprendente risultato. di far
lussureggiare a costi zero la parte più discreta del parco, la levantina, mentre
agl'ipertrofici acesi della prostata indica i locali pubblici (nella zona l'unico è il bar
Belvedere, dove occorrerebbe l’eliminacode per assegnare il turno ad ognuno,
sempre che, per sopraggiunti guasti non s’incappi nel fuori servizio del bagno).
E
allora?
Altra
insospettata
utilità
per
i
bisognevoli
malcapitati
che
dall’impellente necessità di svuotare la vescica (specie quando il problema si fa
più serio con l'arrivo del freddo e dell'umidità) possono, dalla negata minzione,
con l'orina non potuta più trattenere, trarne un provvidenziale riscaldamento dalla
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cintola in giù. Ed è proprio dall'esito positivo della mancata attività del cesso
che l'illustre innovatore abolisce, creando armonia tra i cittadini e immondezzai di
fortuna; vedi, quello accosto all'angolo nordorientale della Zelantea (edificio .
che dovrebbe essere un tempio di cultura quali per la religione lo sono la
Cattedrale, S.Pietro o S.Sebastiano, e non credo che sui loro
muri e s t e r n i
u g ualmente sacri si permetterebbe di ammassare rifiuti di sorta, certo in quel caso la
rivolta acese si farebbe sentire, e come!), dunque dicevo, l'illustre riformatore abolisce
i cassonetti dei rifiuti del centro storico, poiché con la loro grossolana foggia
(l’ambiente meriterebbe qualcosa di carino tipo macrobeauty-case) deturpano la grazia
d'un patrimonio tanto invidiato. Tuttavia la decisione a prima vista insensata mostra
tutta la sua genialità con l’arrivo delle piogge, evento che con il contributo delle
fognature stagne fa diventare tutta la zona pressoché navigabile ideata per i sacchetti a
galleggiarvi belli come candide ninfee creando un'atmosfera di rara suggestione,
(meritatissima emozione per gli utenti della nettezza urbana ripagati così in parte
di quanto sborsano di tassa), tanto da sorprendere lo stesso ideatore, intenzionato
però in avvenire a creare più policromia nello spettacolo mediante la raccolta
differenziata dei rifiuti in appositi sacchetti variamente colorati forniti
dall'amministrazione comunale, e poi organizzare dei veri e propri circuiti turistici
sull'incantevole
laguna
ricavata.
L'autoconvincimento
del
progetto
nell'insospettato brillante scenografo sindaco raggiunse una tale euforia da
fargli consacrare, con ordinanza (della quale una copia affissa in vetta
all'immondezzaio sorto a ridosso del muro esterno della Zelantea legittimandolo
di fatto) successiva di tre mesi circa dall'esperimento, la regolamentazione degli
orari di conferimento e per i trasgressori delle relative multe.
Chissà che una tale realizzazione non ispiri più di uno dei tanti talenti locali
a dar vita a una crestomazia magari sotto un titolo evocativo quale potrebbe essere:
"I fiori del male...intenzionato".
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Comunque sia una quota d'indecisi è rimasta a chiedersi se la situazione
igienica generale acese non ne venga a soffrire per contraccolpi negativi sulla
salute. Ebbene posso io rassicurar costoro invitandoli a recarsi all'affacciata
Belvedere, dove sotto la ringhiera nell'aiuola a sinistra riservata al calendario verde
potranno trovare la risposta e, constatando che ad Acireale il tempo si è fermato,
restare felicemente sorpresi del fatto che di conseguenza la vita si allunga a
dismisura! Buon Carnevale!
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TAVOLA VII
TAVOLA VIII
Esegesi sulla soppressione dei cessi pubblici acitani
In occasione del rinnovo della carta d’identità in un ufficio sito in p.zza
Cappuccini, a ridosso dei vecchi bagni pubblici, dovetti notare con una stretta al cuore
che la grande buca dov’essi erano calati era stata addirittura coperta come a riparazione
di un’onta da dimenticare. L’emozione da me provata scaturiva principalmente dai
ricordi della fanciullezza nel tanto tempo trascorso assieme a una piccola brigata, amica
del sorvegliante ragazzo come noi, sostituto del padre appaltatore del servizio, da questi
costretto a guadagnarsi la pagnotta, e quel tempo si spendeva in allegria durante le
marinate a scuola, stipati in una specie di guardiola unta, anzi bisunta, giocando a carte
siciliane e fumando in santa pace al riparo della vista di familiari e parenti. Cosa non
facevamo i precoci del vizio del fumo di allora, scriteriati imbecilli! Però al di là
dell’emozione per il personale amarcord da me sentito quasi sfregiato, chiedendomi
senza sapermi rispondere perché si fosse arrivati a quella soluzione, tacciavo di crassa
insipienza chi preposto a decidere lo avesse fatto in tal guisa, negando all’occorrenza
alla comunità l’agevole soddisfazione di un primario bisogno in forte espansione, specie
per i prostatici grazie all’allungamento della vita. E così per un certo periodo, cercando
spiegazioni, mi riproposi il tema di quello che per me continuava a rimanere un
indigesto boccone da digerire, non potendo minimamente supporre che il disegno fosse
più corposo, infatti, un giorno recandomi alla pescheria attraverso via Lancaster dovetti
constatare, che lo stesso servizio era stato reso ai bagni di p.zza Lionardo Vigo. Certo
non si trattava di una decisione volta al risparmio del personale che li avrebbe dovuto
curare perché avevo saputo, durante il mio informarmi sulle cause, ch’era stata rigettata
la proposta di un volenteroso, fino a qualche giorno prima dello sciagurato K.O.,
disposto a caricarsi un tal onere senza ambire a ricompensa o stipendio, (che in questo
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caso sarebbe stato ben guadagnato specie se al posto di uno dei tantissimi intascati ad es.
da dipendenti comunali fantasma), ma alla sola riscossione delle mance. E allora perché
insistere a negare una comodità tanto utile? Fino a quando ho affrontato la questione in
termini di economicità ho sempre bucato la soluzione, e fu solo grazie all’ispirazione
turisticosocioantropologicomedicale che finalmente potei centrare il bersaglio.
Si fa un gran dire dell’invecchiamento della popolazione italiana, e tale realtà
influisce negativamente specie in campo turistico dove Acireale si picca di voler
spiccare. La bella cittadina arrampicata sulla timpa e per l’aspetto sia natural
lussureggiante, sia artistico, sia climatico molto clemente nel corso dell’intero anno,
attira visitatori a bizzeffe. E con suddette peculiarità tanto incoraggianti, quale
categoria avrebbe potuto interessare se non principalmente quella degli anziani? Infatti
il flusso turistico giovane sceglie altre contrade a torto più rinomate. In un simil
frangente in una città ridotta a gerotrofio allargato a causa dell’emigrazione dei suoi
figli per sfuggire all’asfissiante disoccupazione dopo che con impegno incredibile,
proprietari terrieri, operatori del commercio, politici, tutti in perfetta sintonia, negli
ultimi tre decenni sistematicamente hanno fatto a gara a sfasciare le lucrosissime
attività del posto prosperate a favore degli acesi riusciti ad andare contro corrente
rispetto alle ristrettezze del tempo, per essersi assicurati un opulento dopoguerra,
quasi da piccola Svizzera,
attività per insufficienza di braccia supportate da
manodopera dei paesi limitrofi, in una così decadente popolazione cosa poteva
aggiungere il turismo della terza età se non più accentuata tristezza? Bisognava porvi
riparo, e come se non con una folgorazione geniale, che al direttore della solita solfa da
sala consiliare parve balenargli fortunosamente? S’imponeva la chiusura dei cessi
pubblici e scoraggiare almeno gli anziani locali come si sa ad una certa età in
maggioranza prostatici, ad uscire di casa. L’uovo di Colombo per risolvere il problema
dello svecchiamento visivo. L’anziano, dopo avere ottemperato al rituale bisognino,
esce di casa tranquillo, ma si accorge presto che il riflesso condizionato della differenza
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di umidità per esempio tra il chiuso e l’aperto, o del flusso di una fontana, o dello
spirare di una semplice brezza, basta a dare l’incipit a una sofferenza bisognosa di una
insospettata urgenza di orinare, e non trovando il locale di riferimento appropriato,
perché i cessi pubblici sono inesistenti, le toilette dei bar fuori servizio, la strada
concessa solo ai cani, non gli rimane altro o dal farsela addosso o di restarsene agli
arresti domiciliari. Ed ecco che il gioco è fatto. Però, malgrado la straordinaria
congettura non facesse una grinza, a far giustizia bastò l’altra metà della medaglia.
Come accennato i nostri visitatori turistici sono, vedi caso, anziani, ed hanno anche loro
uguali esigenze. E allora, mettendoli nella situazione di non poterli facilmente
assolvere, non li si scoraggia a venire, di fatto rischiando una grossa fetta di ricchezza
indispensabile al locale commercio agonizzante? Il suicidio no, quindi necessità fece
virtù e tornando sui suoi passi l’acuto capo amministratore batté un colpo, dando a
capire che finalmente stava per provvedere tanto per cominciare a ristrutturare
l’agognatissimo cesso di Villa Belvedere, e lo fece recintare pure, con i caratteristici
pannelli ondulati che indicano lavori in corso (riposanti ad libitum). Inoltre per farsi
perdonare della trascorsa incuria ha pensato di promozionarlo dotandolo, questa volta
da subito, di una misteriosa sorgente di delicati, grati effluvi in un misto di gelsomini,
rose e gardenie, combinazione seconda solo a quella… di inconsolabile memoria,
determinante un vero godimento nel desiderare, se si arrivasse finalmente ad avverare,
di andarvi presto deliziosamente a pisciare, parola di…
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TAVOLA IX
TAVOLA X
Sogno di civiltà
Memore dei messaggi del subconscio lanciati nel periodo dell’ultimo
carnevale, in un sogno, si sa nella forma strampalata che questo psicoproiettore
normalmente produce, e visto che le cose nei 360 gradi compiuti dalla terra attorno al
sole, sono rimaste immutate, mi solletica l’occasione di riproporre la
confusa sequenza originaria dei flash, tentando alla fine di scioglierne il senso.
I
Si attenuano un po’ le scariche elettriche, e ad intermittenza scoprono, quasi
n
carcasse, le vittime del troppo bere, troppo mangiare, troppo fumare, troppo giocare,
troppo fare sesso, troppo tifare, ammonendo che la virtù sta nel mezzo e il troppo stroppia
u
anzi stroppìa.
n
Da lontano un improvviso squarcio mostra una sagoma indefinita, timida e velata,
a
una bella, misteriosa donna che indugia a rivelarsi completamente: la democrazia,
non
g certo quella della pubblicità in TV, imposta e aborrita da tutti, e nemmeno quella
scaturita
dall'argomentare di Berlusconi venuto ormai a noia perché non fa più
i
ridere
anzi è penoso quasi come i lutti sui muri di Acireale, o le cacate dei cani sui
r
marciapiedi
ancora di Acireale, o l’illuminazione festaiola durante la canicola di
a
luglio-agosto
sempre in Acireale e come di seguito a non finire nelle a l t r e s v a r i a t e
n
ed n o r mi t à c h e a l l i e t a n o l a s o l i t a A c i r e a l e . D i q u e s t e e n o r mi t à ,
p
o a r t i colare attenzione meritano i botti durante lo scorrere del giorni dell’anno e
al tutte le ore in Acireale, con la convinzione per i devoti che quello sia il miglior
sistema
per onorare il santo. Vorrei vedere loro, i devoti, festeggiati a quel modo, sotto
a
un diluvio di esplosioni per l'intero giorno se approverebbero o protesterebbero irati.
E
d qui il sogno ha preso a trasmettere le tragiche immagini di Afghanistan ed
i
f
o
27
Iraq determinate da un altro amorevole intervento degli americani e degni
compari. Ma per fortuna il tragico nel caso nostro va solo sfiorato anche se non
mancano inquietanti risvolti. Intanto procediamo per gradi, ed in barba all'inquinament o
acustico, alle precarie condizioni di salute dei monumenti a causa dei forti
spostamenti d’aria, della privacy e della quiete pubblica, ai veri e propri
attentati ai più piccini, ai più anziani, alle donne incinte, ai
c a r d i o p atici, ai neuropatici, e alla rottura dei coglioni, al resto della
popolazione, nonché ai più elementari principi di civiltà, ad Acireale
imperterriti si continua a non badare a spese riguardo le deflagrazioni
nelle ricorrenti orge religiose.
I l p r o b l e ma p u r t r o p p o è d i d i f f i c i l e s o l u z i o n e i n , q u a n t o c i s o n o
t r o p p e c h i e se, e ognuna ha il
suo
bel
protettore
da
osannare,
inoltre l’inveterata pratica bomba rdistica ha prodotto assuefazione, e
a voler smett ere ci sarebbero tante di quelle crisi di astinenza che
creerebbero più conseguenze di quante se ne vorrebbero e potrebbero
risolvere.
Ecco che a questo punto il viluppo onirico chiarisce i suoi
significati: uno, la tanto vituperata pena di morte eseguita in pochi secondi è
meno agghiacciante di una conduzione a morte dopo lunga e costante sevizie (un
anno intero di spesso imprevedibili cannoneggiamenti), aggiungendo così
crudeltà ad infamia; due, ogni cos a d o v r e b b e a v e r e u n l i m i t e o l t r e
i l q u a l e c o n d u r r à a d u n a p e r i c o l o s a c r o n i c i z z a zione per . sé e
per gli altri; tre, di quale democrazia si parla, quando contro tutte le
regole di civile convivenza si va a colpire a suon di granate l'iner me
cittadino sin dentro il più recondito rifugio?
L'argomento
è
ghiotto,
però,
perché
questo
coscienza tra le pieghe del sonno nel corso dell'allegoria
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rimestamento
di
carnascialesca?
E' chiaro l’ammonimento a chi vive nel convincimento di svolgere una
missione non scorgendo l'ambiente grottesco entro cui si muove.
Cortese, caro mio lettore, la vita è una carnevalata, e più i piedi
non si pog g i a n o p e r t e r r a p i ù s i r i s c h i a l o s c o p p i o c o me u n a
c a s t a g n o l a c h e a l t r o o l t r e i l b otto non lascerà! La tiratina di orecchi,
qualcuno dirà che mi riguarda in toto, ma i l f i n q u i d e t t o , e s p l i c i t a
quanto
io abbia
ben saldi i piedi a terra, e piuttosto
vuol
raggiungere quanti nelle varie direzioni, t r a l’ovvio e il lapalissiano,
operano con la presunzione di non si sa qua le superiorità morale,
intellettualculturale, civicopolitica. Che bel campionario di provetti carnevali!
Per chiudere mi è d'obbligo, sempre dietro invito del sogno,
comunicare ai dev o t i e a c h i a u t o r i z z a q u e s t i f e s t i v a l d i p e r v i c a c e
o t t u s i t à , c h e i l s a n t o d i turno non potrà esaudire mai le loro preghiere,
perché non le sente, in quanto è stato reso sordo dallo sgomentevole
fuoco di fila, dedicatogli.
Meditate gente e buon carnevale!
29
30
Tavola XI
TAVOLA XII
Ideopsicogoduria
Il sole era declinato da poco, l'aere quasi immoto confortava con le ultime
carezze di tepore prima che il cielo così
terso da sembrare inventato,
cominciasse a diffondere l’algore.
In città agghindata per la festa, si curavano gli ultimi ritocchi.
Mentre curiosavo tra gli addobbi dell'illuminazione di c.so Umberto, dopo il
lungo int erv allo di t e mpo che si p ar tiva p rop rio dallo sco rso
carnevale, mi ritrovai davanti l'amico più caro. Ci abbandonammo ad una
affettuosa rimpatriata, foriera di sicura giocondità in quanto lui era
ricco di facezie ed io ben felice di assorbirle. Infatti non perse tempo ad
offrirmi qualche chicca e subito mi volle raccontare una ghiotta scenetta recitata da
un bel pezzo di arciprete locale ( “già papa” ) e mezzo esecutivo del Palazzo. Il posto
dove costoro si ritrovarono per il momento me lo taceva, promettendomi di
rivelarlo alla fine. Il reverendo intendeva approfondirsi sulle ultime vicissitudini
cittadine, attingendole direttamente dalla fonte. Iniziò con il chiedere se fossero
fondate le illazioni che il cominciare i lavori della rete di scolo dallo sbocco, avrebbe
evitato molti fastidi alla cittadinanza, cosa che non avrebbe consentito invece
l'attivazione progressiva dell’opera man mano che fossero state allacciate le
confluenze durante la risalita. Il destinatario della domanda spiegò agevolmente, e
con molta padronanza della si tu a z ion e - M i consenta! Abbiamo di fronte l'astratto
concepimento di
deduzione logica, nel concreto indiscutibilmente
illogica! Bastano pochi esempi. Potrebbe il sole tramontare se non sorgesse? Il
sarto inizierebbe a cucire il vestito dall'asola? Il calzolaio impianterebbe la scarpa
sulla forma dalla suola o dal tomaio? Inizierebbe
il
pittore
a
comporre
il suo quadro con l'apposizione della firma? Vossia,
reciterebbe
le
orazioni
dall’amen? E perché dovrebbe essere
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l’ingegnere
ad
avanzare come il gambero con il rischio di mal
distribuire la pendenza, perderla, e trovarsi costretto a dover
sollevare il fondo stradale? Non voglio pensare a simili baggianate!
Piuttosto cittadini con un po’ di romanticismo apprezzerebbero l'immensa fortuna
in contraccambio dei disagi: la grazia di piazza Duomo con le sue chiese e
palazzi specchiati e cullati nel tremolio dell'acqua come a Venezia!
Divina suggestione, dovrebbero gioirne!- Compiaciuto esclamò mellifluamente
il poetico digressore.
-E invece, no- Ribatté perentorio il reverendo con il contrarre l'espressione
abitualmente gioviale del viso paffuto, negandogli una via d’u s c i t a
inopportunamente spiritosa e dopo aver ribadito la sua disapprovazione con un
ultimo sguardo, mentre quello farfugliava -Che volgari!,- si volse ad interrogare il
secondo sulla chiusura tanto prolungata della villa Belvedere a c a u s a
della potatura degli alberi.
- M a , i l n o n a v e r l o f a t t o , s a r e b b e e q u i v a l so a lasciar violare
il boudoir di una prima donna- Esordisce sconcertato il responsabile -e lasciar
cogliere lo sconforto dell'incipiente decadimento. Co n s e n t i r d i s c o p r i r e t u t t i
i d i f e t t u c c i c h e l ' a r t e d i l i g e n t e d e l m a q u i l l a ge promette di mantenere
segreti. Questo per l'impazienza ad attendere e l'ottusità di comprendere.
Quando sappiamo che è la presentazione in forma smagliant e nella
leggiadra ribalta ad incantare, a rapire, a stuzzicare il de si de r i o e…
-Andiamoci piano con la f a n t a s i a
-Pa r lo sempre del parco
-Appunto, è per esso che bestemmia la gente! -La gente! Bisogna p ensare ai turisti, altro che alla gente. Noi
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abbiamo il dovere di tenere al ta l'immagine della città. E poi la gente,
sempre la gente e ancora la gente, non le risulta che codesta gente rompe?
-A me risulta solo che bestemmia
-Maleducata
-Già, maleducata- Fece flebile eco il reverendo controllandosi a stento e
sospirando di biasimo chiese al terzo spiegazioni sul recente sciopero e corteo.
-Una sfilata di ricattatori- Questi sentenziò decisamente -Ci danno
appuntamento a maggio. Non sanno di farci il solletico
-Potrebbero mantenere la promessa- Osservò pazientemente il reverendo.
-Stia tranquillo non c i ma n c a l ' i n t el lig e n za p ol it ic a p er v o lg e r e a n os t ro
v a nt a ggi o l a si tua z i o ne. Ascolti e vedrà se ho ragione. Li faremo cuocere nel
loro brodo, tenendoli a stecchetto con gli stipendi arretrati sino alla fatidica data,
quando con la prospettiva d'incassare, docilmente si faranno prendere al
laccio. A parte che i loro voti ci servono relativamente, perché con il passaggio del
servizio ad ente pubblico si dovranno fare nuove assunzioni. Riesce Vossia
ad immaginare quante persone potremo illudere con la valanga di voti ?
Voti nuovi, pieni di entusiasmo, voti contagiosi. E non già come quelli, sparuti,
anemici, sforzati
-Bé,
forse i
voti
pioveranno
quando
sarà,
ma
ciò
che
preoccupa,
è che già piovono e continueranno a piovere di sicuro le bestemmie
-Mascalzoni- ardì inveire il machiavellico demagogo.
Le pupille del reverendo saettarono terribilmente. Per poco, poiché giunto a quel
punto, a tutti i costi doveva trovare la forza di resistere all'esigenza di sfuriare
per sentire l'ultima campana, quindi addolcitele artatamente, le rivolse al
quarto che in soprappensiero non s'accorse nemmeno dell'ammorbidito
abbordaggio. Infatti nonostante la simulata degnazione dell'inquisitore quello
trasalì quando gli venne chiesto -E tu che hai combinato mai per
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provocare una sommossa?
-Potrei soprassedere?
- Un
ca…volo -
Tartagliò
inopinatamente
il
reverendo
spinto
dall'agitazione quasi satura e togliendo la maschera alla cordialità
spalmata magistralmente nella domanda, mentre il viso gli s'illuminava
come un tarocco.
-Ebbene,- Riprese incerto ed impacciato l'assediato
-sebbene abbia calcolato
giusto, subito dopo mi sono pentito e vergognato. E’ stata una de b o l e z z a d e l l a
n a t u r a u m a n a . I o n o n s o p p o r t a v o i l r e c e n t e r i n n ov o d e l l ' a r r e damento
del salone. Un colore minaccioso, il rosso, comunista ed arrogante, una vera
provocazione! Però la spesa era fresca e non si vedevano possibilità di rimedio.
L'occasione b u o n a s i mo s t r ò d u r a n t e l a ma n i f e s t a z i o n e d i p r o t e s t a d i
q u e l l a f o t t u t a c a tegoria. Fu il classico lampo di genio. Occorreva portarla
all'esasperazione per realizzare il vero disegno. Essa infatti recepì il messaggio
telepaticame nte , e qu elle polt roncin e sc agliò sulla pi az zett a . A cose
f att e for te me nte g rato , le con cessi i mma ntin ente que l che chie deva
-Che figlio di b uona donna- Esclamò il reverendo, rimediando in
extremis ad un lapsus già avviato e stimolando un esorbitante afflusso di
sangue nella rete facciale da congestionarla a tal punto da farle cambiare l e
s e mb i a n z e d a tar o c c o p e r qu e ll e d e l s an gu in el lo e d a i p r es e nt i l o
s tu p o r e i n a p p r e n s i o n e . P o i r i p r e s e - P o r c o d i . . . ( o f o r s e D i . . . )
addentando la
sillaba e scuotendo il capo a maggior strazio,
s o f f o c a t o d a l l a c o l l e r a . Frattanto i capelli degli ascoltatori si rizzarono come
missili in posizione di massima all'erta, finché non completò con sforzo disperato
-...avolo- espirando lungamente assieme al resto della comitiva, salva dalla calvizie per
miracolo.
Giunto qui l'amico allargò le braccia, in segno di fine della storiella. Mentre io tra
lo sdegno e la commiserazione ero in difficoltà a trovare un id on e o i mp r o p e r io t i l
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b i rb on e c an t e r el la n do " ti fi c i n a pe d di c c u s e tt i ci a reddi...” si decise a
palesare la sua capricciosa intenzione. Poi seriamente mi confessò il suo stupore
di non trovarmi stupito di fronte ad un racconto così paradossalmente surreale.
In effetti ero stato troppo semplicione per credere alla descrizione di un
profilo
e c c e s s i v a me n t e
picaresco
sugli
acitani
a m mi n i s t r a t o r i ,
a n c h e s e a causa di non essere iniziato alla loro filosofia esoterica, che
contro ogni apparenza è rivolta sempre a fini esclusivamente nobili. Inoltre
non mi ero risparmiato di bere che cittadini tanto equilibrati potessero sfogare
eventuali malumori nella bestemmia - S o no s t ato u no st up id o - Ri b ad ii a
me s t e s so , f i ss a nd o in f a s e d i p rova, l’accendersi de l l e innumerevoli e
minute lampadine del tunnel del
corso che parve scuotersi come
attraversato da un brivido. Poi mi girai verso l'amico per fare ammenda d e l l a
mia i n g e n u i t à , s e n z a e s i t o p o i c h é e r a s p a r i t o , s i era v ol a ti li z z at o .
Tirai dritto. Sentivo gli sguardi di coloro che incrociavo
p e n e t r a r m i a causa del mio ridere da solo, ma, non vi facevo caso perché
sapevo perfettame n t e che lo ro no n pot evano c apir e in quanto non gli
e ra st ato dato di s en t i r e .
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TAVOLA XIII
TAVOLA XIV
Ad onore del buon pastore...
Ad onta di chi dice che la Chiesa (con suoi adepti) è conservatrice nel senso
che ostacola la modernizzazione, spiegando a sostegno della tesi che il certo
per l'incerto è sempre meglio accetto nel gioco del potere di una delle più grandi
comunità del mondo, consigliata di guardare, sebbene costantemente strattonata, le
innovazioni con sospetto, fino a rimpiangere ancora il Medioevo, quando la
massa era cieca, muta, sorda, schiava, affamata, lacera, ignorante, sciocca e
ubbidiente, in una parola, perfetta alla disciplina sovrannaturale, disciplina che
cozza con la naturale, quella a cui guardano fiduciosi gl'indocili dell'altra sponda
convinti che se nel terzo millennio imperversa la campagna contro
l'inquinamento acustico, essa bacchetta anche la Chiesa, specie nel suo cachet
folkloristico, ad onta di tali faziosi denigratori il caso a seguire serva da lezione.
Sappiamo che nei giorni festivi nelle chiese di Acireale il tripudio si
trasforma in diluvio di colpi dei battagli dell'armamentario campanario in tutte le
sonorità dell'acuto e quando pare che sia per spiovere, riprende più vigo roso di
prima e così i sigg. parroci, compiacendosi del concerto si dilungano ad libitum e si
appagano (dopo interminabili saliscendi lunghi quarti d'ora di note argentine,
intramezzate da qualche castagnola), quando sembra si convincano che sia
stato lanciato il giusto messaggio al loro superiore (vescovo) riguardo il loro zelo,
o in alternativa in tempo di vacche magre, credono di essere riusciti a riempire la
chiesa sempre meno affollata, o in ultima istanza per spontaneo afflato mistico
goduto. Completano il capolavoro durante la festa del santo, durante la quale la
soprano campanaria duetta con il portento dei fuochi d'artificio (sublime tandem).
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Tuttavia ad Acireale, (le chiese non si contano) assediata da tanto bailamme,
sbalordisce l'iniziativa del parroco di p.zza S.Domenico, che da buon pastore,
ligio al rispetto della quiete di tutti, ma nello stesso tempo rispettoso anche delle
attese dei devoti, organizza l’ariosa ricreazione, senza dimenticare di invitare il
ns. sindaco, gran patron delle castagnole, a proposito delle quali, ho sentito
qualcuno lanciare l'auspicio che si trasformino in bombe vere per ri cadere
sulle case di chi le vuole, senza con questo per nulla intimidire con l'invocata
disgrazia l'illustre primo cittadino, tetragono a non badare a spese nell’impiegarle
nell'augurio alla cittadinanza delle feste di fine anno, in sostituzione di
manifesti, giornali, televisioni, Internet, strumenti, a questo punto per forza
ritenuti da lui meno efficaci, perché ci si rifiuta di credere che non li conosca, ma poi
chi lo sa.
Il sensibilissimo parroco della chiesa di S.Domenico al presentarsi delle
ricorrenze che fa? Sceglie di organizzare i festeggiamenti in chiesa a porte
chiuse, e solo all'interno del tempio si decide ad attivare un nastro registrato di
tocchi e rintocchi, invitando inoltre i fedeli a non risparmiarsi in lanci di scattiole,
tricchi-tracchi, assicutacriati, maschittuni. Lui sa bene che le campane avevano
un senso in un passato molto remoto per comunicare al vicini borghi allar mi seri
e le bordate venivano sparate dai corsari, e conosce la reazione dei più di fronte
a molto meno, quando infuriati del passaggio di una macchina con lo stereo ad
alto volume, gridano dietro al conducente . -cafone!- magari esagerando perché si
sa che non è colpa sua, ma del vacuo che ha in testa.
Il mite parroco cosi comportandosi concede ad agnostici e miscredenti la
tranquillità, e nello stesso tempo, felicità agli sbandieratori della tradizione,
dimostrando un alto grado di rispetto per tutti.
Per tanti ancora oggi, l’insolubile problema dell'inquinamento acustico,
ha il greve sapore di trovata pubblicitaria per prodotti farmaceutici
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antipatologicischemicineuropsicocardiologicicircolatorioncologicoigienicomentali,
non certo per il parroco di P.zza S.Domenico molto interessato all'argomento e
che lasciando di stucco specie le malelingue, con un'eccezionale brillante .trovata
ha risolto non a chiacchiere come spesso si fa, il disagio civile e soddisfatto le
attese del suo clero e oltre, e a chi stenta a crederlo e vorrà verificarlo non gli
resta che raggiungere nei giorni festivi la suddetta piazza con la massima
comodità, tanto sia dal primo mattino, sia all'ora dei pasti e volendo anche di
sera, troverà un'isola ecologica di tutto rispetto, così come nel giorno consacrato
al patrono, eponimo del luoghi, da rimanere talmente impressionato che non gli
parrà nemmeno vero.
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TAVOLA XV
TAVOLA XVI
Demopatia
La democrazia, si sa è la miglior forma di governo conosciuta: solo che passare
dalla semplice enunciazione all’articolata fruizione ne corre, e nel ns. Paese, tanto! E
chi sono coloro che ne determinano l’atrofia? I più convinti, i dichiarati democratici,
gli accaniti sostenitori, i veri e propri sbandieratori, gli stessi, i politici, che la
affamano, stornando nelle proprie tasche in modo non solo arrogante, ma soprattutto
beffardo le risorse ricavate da tanta fecondità. Loro prosperano prendendo per i
fondelli il prossimo e lo fanno con sadica dedizione, anche perché il loro conducator,
l’unico in buona fede, approva simile condotta, ne è soddisfatto e allegramente la
interpreta e, ripeto in buona fede, la dichiara sana, servizievole ed economicamente
soffice, perché insiste nel dire che è molto oculata da non dover mettere le mani in
tasca ad alcuno, (più onesto di così!). E intanto la manna piove nel Belpaese.
Però a proposito del Primus inter (im)pares sorge qualche perplessità sulla sua
perspicacia: i suoi collaboratori li sceglie lui nell’ambito delle persone di sua fiducia
e frequentazione e non sempre affidabili. Ora è mai possibile che tra la cerchia dei
suoi amici spiccano principalmente persone moralmente evanescenti, facilmente
liquefabili? Vuol dire che viene scelto un metro di valutazione che s’ispira al
principio di tanto più inconsistente, tanto più valido: solo così si riescono a capire le
debolezzucce di alcuni suoi collaboratori più stretti, quali suoi certi ministri, sindaci,
organizzatori e funzionari vari. Ce ne sono quanti granelli di sabbia potrebbe
contenere un bicchierino da liquore. Cosa volete che sia!
E forse anche in virtù di ciò un tal statista dai sondaggi più impietosi risulta in
assoluto il più amato dagli italiani (pare da sempre). Se tanto fosse, sbaglia chi pensa
che sia per caso, o un paradosso, è solo invece perché lui è assolutamente mondo da
qualsiasi macchia, e pur se di olfatto fievole nel fiutare certi farfallini, le investiture
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tranne eccezionali casi deve assegnarle su degli eletti dal popolo anche se
precedentemente indicati da lui, ma questo è di secondaria importanza. Dunque in
effetti chi claudica è il popolo. Infatti non è una sorpresa per alcuno, anzi è la cosa
più naturale di questo mondo che vi siano risultati di tal fatta, per un certo verso
segnati da difettucci di poco conto, rispetto a quanto invece avrebbero potuto
produrre designazioni di sana pianta effettuate e votate dalla maggioranza degli
italiani, una turba di corrotti in pectore, cioè a dire agevolmente corruttibili e quindi
preparati al momento della giusta occasione a sgomitare per entrare in ballo. E allora
cosa hanno a pretendere le persone oneste da una tal platea di aspiranti imbirboniti
fanatici? Questi hanno ben donde di scegliere Mammona e se la passerebbero pure
bene se anche loro venissero risucchiati meglio se minorenni, dal vortice di veline,
conigliette, massaggiatrici, escort, etc. etc., magari ai ritmi del bunga bunga, solo che
loro il piacere sono abituati a provarlo per induzione, così come dovranno al massimo
saperle afferrare solo virtualmente le sorprese più incredibili quale quella di ritrovarsi
al momento di comprare casa con un omaggio di metà costo piovuto dal cielo! Non è
‘na peddi ccu centu ciareddi di Carnilavari, è il pane quotidiano nel Paese dove Re
burlone governerà a vita con un consenso mai prima conseguito da alcuno, perché ha
saputo dimostrare quali doti di buffone possiede, caratteristica molto ambita nello
“Stivale”, nonché in Europa, così pure in tutto il mondo, un ecumenico buffone, e di
tutto questo ci vogliono privare una manica di giudici impiccioni e non solo perché a
‘mmidia ci mangia l’occhi, ma perché anche stalinisti! Non sia mai, il popolo deve
insorgere a scanso di equivoci (vedi paesi arabi) in supporto di un premier che sa dare
prova della sua alta qualità clownesca, tessendo speciali rapporti con i più affermati
pagliacci della politica mondiale, non a caso è diventato preferito interlocutore di un
tal rais libico: pares cum paribus facillime congregantur!
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TAVOLA XVII
TAVOLA XVIII
Capovolgiamoci
Il mondo vive interamente capovolto e noi non facciamo che plaudire,
accettarlo entusiasticamente e copiarlo nelle sue più disparate incongruenze.
Cominciamo dal nostro inizio di vita, con tante lotte per sopravvivere e
irrobustirci, finalizzate al prefissato scopo di indebolirci presto, languire e
scomparire!
E’ codesta una programmazione idonea, intelligente o divina, oppure il venire
al mondo già centenari vivendo il nostro tempo a ritroso non sarebbe l’opzione più
auspicabile, più corretta dal punto di vista, per così dire, burocratico, ed anche più
promettente e vantaggiosa a favore dei vecchi?
La natura è lo spettacolo di un articolato infinito di produzioni e come per
qualsiasi spettacolo per assistervi bisogna pagare, ed il prezzo che c’impone la vita è
l’invischiarci nelle sofferenze e la conseguente morte, prezzo che non possiamo
esimerci dal pagare dopo aver fruito dello spettacolo. Ed è il dopo lo spettacolo, cosa
che è alquanto irregolare,
l’anomalia burocratica, perché il biglietto di ogni
spettacolo di norma va pagato all’inizio, prima che il divertimento cominci.
Stando così le cose bisogna trovare un compromesso: pagare subito, scontando
le sofferenze agli albori della vita, per arrivare, nascendo vecchi, visto che non si può
evitare, alla morte nell’ultimo stadio dei nostri giorni, in tenera età, con graduale
demotivazione inavvertita e indolore.
Pertanto invertendo l’alfa e l’omega, cosa cambierebbe? Tutto! Uno, si
risolverebbe con la piena guarigione la piaga più schifosa dell’umanità: la tratta dei
bambini. Chi cercherebbe più un bambino, sapendo che con la nuova
regolamentazione, questi sarebbe prossimo alla morte? Non solo, ci sarebbe invece la
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gara per l’accaparramento dei vecchi in tutti i sensi soprattutto in quello sentimentale,
interesse che al ricordo del trattamento a loro riservato oggi farebbe accapponare la
pelle di commozione! Due, si pagherebbe all’inizio per non pensarci più. Tre, si
vivrebbe vedendosi rifiorire e non avvizzire. Quattro, tante malattie batterebbero la
fiacca, ma soprattutto ci libereremmo dalla paranoia della morte, perché quando si è
in forma non ci si pensa proprio mai. Cinque, a tavola, la pastina, qualche uovo sodo,
la lattuga, il pancotto, scomparirebbero dall’ordinaria dieta alimentare degli anziani, e
per ultimo, ma è la cosa più importante, potremo goderci veramente la pensione e
avere voglia di spendere lieti di assecondare desideri ed entusiasmi.
Inoltre, a parte il raddrizzamento delle tante storture, il più confacente
ordinamento di vita ci abituerebbe ad una più aperta mentalità e ad una più efficace
cura contro ingiustizie e tragedie, cosicché non si andrebbe più ad incriminare chi
ferisce o ammazza qualcuno se a determinare il fatto come si apprende da giornali e
telegiornali è la concomitanza che improvvisamente spunta un coltello, una pistola,
un cacciavite, un crick… e allora che colpa ha quel povero cristiano del ritrovarsi uno
di questi arnesi inspiegabilmente spuntare in mano? O se i soldi prendono la strada
delle tasche di Tizio, Caio o Sempronio, come, sempre giornali e telegiornali ci
riferiscono, che ci azzecca punire i destinatari per essere stati scelti dalla fortuna? E
ancora inveire contro ubriachi e drogati per avere arrotato qualcuno sulle strisce
pedonali, non è fuor di luogo sapendo che i sobri non si privano certo di tale
passatempo? O se a seguito di pistolettate e coltellate i colpiti muoiono, non c’è da
dubitare sulla loro resistenza sicuramente molto debilitata? O se si muore per fughe di
gas, perché dare addosso all’utilissima composizione di idrocarburi, quando il più
delle volte non si è osservata l’importantissima avvertenza del preparare a “nemico
che fugge, ponti d’oro!”
Così s’interviene dove bisognerebbe saper comprendere, come è stato a seguito
per esempio della rassicurazione di un ministro nel caso del disastro di Viareggio
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dove fa chiarezza del tutto, rincuorandoci e tranquillizzandoci con l’informarci che il
cedimento di un asse del vagone è stato per colpa della ruggine, escludendo altre
responsabilità, e questo ci sarebbe bastato, ma si vanno a cercare altri cavilli per
mettere in croce chissà quanti poveretti estranei all’incidente, diversamente da
quando una valanga, una piena, un sisma, un cavallone, un fulmine etc. etc.
colpiscono a tradimento, portandosi via tanti innocenti disgraziati. E contro tali ladri,
omicidi? Niente! Li si lascia tranquilli, indisturbati e facoltati a colpire quando
meglio credono, diversamente di quanti li si fanno pagare, come già accennato per
colpe improprie.
Si potrebbe andare avanti di questo passo all’infinito perché purtroppo nella
vita si opera più da stolti che da virtuosi, e tutto per colpa del cattivo esempio fornito
dalla natura, fondamentalmente capovolta. E noi abituati ad assorbire da lei operiamo
spesso con folle discernimento. Un esempio plateale: il nostro carnevale.
Incomparabile manifestazione di allegria che ci fa vivere alla grande e nonostante ciò
le dedichiamo una piccola finestra in un anno e incomprensibilmente ce lo neghiamo
per il resto dei dodici mesi!
Io penso che ci sia molto da riflettere, ma detto tra noi è tempo perso, o no?
Chiudo augurando un buon onomastico a tutti gli acesi e non.
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TAVOLA XIX
TAVOLA XX
E’ solo colpa nostra
Cos’è che ci fa arrancare dietro Paesi in tutti i settori meno dotati del nostro?
Indubbiamente la guida politica ancora pervasa da retaggi prebellici, quali l’impegno
ad uniformare il pensiero, la valorizzazione della mediocrità, il nepotismo, il
clientelismo, la gara ad ingraziarsi la Chiesa tanto da rendersi del tutto arrendevoli
anche in politica, l’ostentazione di una grandeur che non c’è, cullandoci quasi da
razzisti su una inesistente ma presuntuosa superiorità del nostro popolo (molto
disunito) rispetto agli altri, l’innalzamento d’importanza alla rappresentanza politica
miseramente sconfitta dalla storia e conseguentemente la tentazione a rifascistizzare
in modo strisciante etc. etc., il tutto condito da una vuota retorica finalizzata e
manovrata da incalliti demagoghi verso scelte prive di sostanza. E questa latente
nostalgia di un passato falsamente glorioso e grandioso si appoggia al sapere
apparire e con l’arte dell’illusione a far sognare realizzazioni nelle quali
paradossalmente i primi a non credervi sono gli stessi proponenti. Così ha agito,
infrollendo la complessione della Nazione, il fanatico coltivatore del garofano, così
continua ad agire ai giorni nostri un suo pupillo in pectore.
Infatti questi con un curriculum personale assai sfuggente ma costellato di
massimo successo nell’affermazione da ceto medio, incanta un popolo
essenzialmente incolto, sognatore ed aspirante borghese, smanioso di votarsi anima
e corpo al solito illusionista di turno, confermandolo oggi con la ferma stima in un
demiurgo in grado di dar soluzione a qualsiasi tipo di istanza in corso e prevenire
quelle per l’avvenire, come già accaduto con il duce, costruttore del più grande
impero di macerie, così pure con la personificazione del socialismo miliardario. Il
nostro eroe comunque, profondo conoscitore delle pulsioni umane e del giusto
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equilibrio del dare per avere, non si scandalizza o storce il naso facilmente, cosicché
da incomparabile affarista, nello scendere in politica precisi calcoli di convenienza
non gl’impediscono di rappresentare un porto sicuro per tutti gli arrivisti di dubbia
reputazione, non per forza scellerati dediti al crimine, ma saltuari grandi corrotti o
fidati collusi malavitosi di ampio respiro o mediocri falsi amici dei potenti,
particolarmente graditi ex piduisti, transfughi politici, spregiudicati difensori,
insomma un’accozzaglia di invertebrati dell’etica pubblica: patetici imbonitori
riverniciati di fresco sopra una stantia ipocrisia. E questi figuri non si risparmiano a
contraccambiare al momento giusto e intanto si corroborano di conforto e di onori
alla corte del cavaliere, garantista di principio, vedi caso quasi sempre non per
imputati in attesa di giudizio, ma per condannati in più gradi. Una simile
disponibilità sembrerebbe sgorgare da delicatissima sensibilità se non si presentasse
ad intorbidarla l’inquietante sospetto di un agire a buon rendere. D’altronde
un’insignificante premier politico, e a scanso di equivoci ribadisco, insignificante in
politica in quanto il resto in questa sede poco interessa, su quali consensi può
cementare l’esercizio del potere? Certamente non su quello di intellettuali liberi e
probi, né su gente laboriosa e fattiva, ma con molta sicurezza sul consenso di ribaldi
ormai palesi agli occhi dell’opinione pubblica eccetto però a quelli del
provvidenziale ricuperatore di verginità al punto che tanto per esempio un sindaco
affossatore di un’importante città per punizione lo si gratifica con un posto a palazzo
Madama. Con tali feconde precauzioni terminano inventati conflitti d’interesse,
noiose discussioni parlamentari, sciocche proposte dell’opposizione, il consenso è
unanime e anche quando c’è da rimangiarsi dichiarazioni fatte in barba a qualsiasi
registrazione a detta loro, ad una sola voce, inattendibile, si è d’accordo nello
smentire categoricamente: un’armonia perfetta se non rievocasse tristi scenari, e
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questo ci preoccupa anche se è fisiologico ai cicli storici con relativo risorgere
dell’araba fenice dalle proprie ceneri!
Per l’uomo non ci sono insegnamenti che tengano, e per quante malattie
riuscirà a sconfiggere, riguardo all’ingenuità non ne verrà mai a capo. C’è però da
dire che non è affatto facile resistere all’instancabile, subliminale bombardamento
mediatico di anni ed anni e al delirio di onnipotenza di un moderno re Mida
abilissimo a farsi perdonare l’alta considerazione di sé e la sua natura tanto narcisista
da imporre un nuovo culto di personalità dovuto al fervente capitalista fortemente
impegnato ad esaltare un non proprio limpido, anzi assai discusso arricchimento
borghese, tuttavia tanto invidiato da pervicaci toghe rosse da ritrovarsi a causa della
loro persecuzione perennemente con il fiato grosso.
Da come vanno le cose, il teorema arricchimento-invidia-persecuzioneconsenso si cristallizza e promoziona a meraviglia, pur se la sua cieca accettazione
ne comporta un costo magari al momento impalpabile, ma che non tanto alla lontana
immancabilmente presenterà il conto come recenti esperienze ben dovrebbero
insegnarci.
Io appartengo alla nutrita schiera dei predicatori nel deserto e malgrado
l’irrisione subita da catechizzati furbi guitti, auspico con tutto il cuore di sbagliarmi
sulla pericolosissima diagnosi di oggi foriera di un prossimo futuro assetato di
lacrime e sangue, ma in tal caso la colpa è solo nostra che votiamo da schifo!
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TAVOLA XXI
TAVOLA XXII
Ce la possiamo fare!
La politica ha subìto un preoccupante travisamento di finalità. Una volta,
parecchi decenni fa l’affermazione politica si ambiva per conseguire il
riconoscimento pubblico di onori, ed era talmente forte il desiderio di offrire il
proprio impegno al servizio degli altri che i candidati in competizione arrivavano a
volte a metterle a disposizione anche il patrimonio personale. Di solito erano le
famiglie aristocratiche del tempo (le più abbienti) che attraverso gli appartenenti più
ragguardevoli ingaggiavano tra di loro agguerrite sfide.
Ma con la legittima volontà popolare all’ampliamento a partecipare nella
scelta della rappresentanza e al crescente imborghesimento anche oggi i contendenti
non guardano alla propria borsa nel senso di alleggerirla, ma a quella pubblica,
pratica purtroppo talmente in uso con il trascorrere degli anni da farla accettare quale
normale. E sta qui il busillis: il rovesciamento delle finalità della politica, non più al
servizio del pubblico, ma al servizio del manovratore. E’ sotto gli occhi di tutti la
strumentalizzazione del conseguimento del benessere nell’interesse privato. Ad
Acireale poi non se ne deve prescindere, è un dovere categorico tanto da poter
imputare ad occhi chiusi da più di un cinquantennio a questa parte gli amministratori
locali ed oltre di interesse privato in atto pubblico, tutti tranne pochissime eccezioni
additati da un elettorato ormai vergognosamente corrotto, come incapaci e ladri,
invece che onesti e leali. Allora perché a misfatto compiuto per averli votati, dopo ci
si cosparge il capo di cenere? E’ un esercizio ad esorcizzare il proprio divertimento
da autolesionisti! Così sembrerebbe a prima vista se si ignorano le origini del voto di
scambio per cittadini di un dopoguerra privi di mezzi ai quali dinanzi alla possibile
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fruibilità di qualche piatto di spaghetti gli si annebbiava il lume della ragione, se si
ignorano le riunioni in parrocchia e i comizi nelle prediche nel bel mezzo delle
messe o le benedizioni e le raccomandazioni invariabilmente per ogni candidato
della “sacra” appartenenza promozionato dalla Curia, spesso finito per avere guai
con la giustizia, o se si dimenticano tutte le prese per i fondelli destinate ai postulanti
per via di promesse già in partenza le più inattuabili. E allora di cosa ci si lamenta,
qual’altra situazione ne poteva scaturire? Abbiamo quel che meritiamo!
Veramente, Acireale manca di persone serie, oneste, disinteressate, ligie e
preparate? Assolutamente no! Il problema è di andarli a stanare e coinvolgerli. E la
strada più sicura è l’energico prendere le distanze dal bailamme elettoralistico,
smettendo di accettare a scatola chiusa i proposti da coloro che ad urne aperte
spartiranno la torta in gioco. I candidati vanno scelti dopo attenta radiografia della
loro vita professionale e sociale: è l’unica garanzia di affidabilità. Rinsaviamo quel
tanto per comprendere le storture di chi nella stanza dei bottoni si ritaglia leggi ad
personam o “lodi” (di genere maschile) ad assicurarsi l’impunità o si prepara ad
autoconsacrarsi prossimo presidente della Repubblica e frattanto da premier
spargendo fumo negli occhi affronta la grave crisi economica con rattoppi clientelari
che il più delle volte per spudorato conflitto d’interessi andranno ad ingrassare il suo
personale patrimonio. Invitiamo i nostri parroci ad interessarsi maggiormente alle
liturgie spirituali lasciando ad altri le politiche. Non lasciamoci abbindolare dai tanti
fanfaroni in giro che come la storia c’insegna facilmente tendono ad una deriva
reazionaria com’è stato a casa nostra con il fascismo, come in Germania con il
nazismo, come in Spagna con il franchismo. Insomma se ci si vuol preservare da
sconsiderate scelte, grazie ad una preziosa democrazia conquistata ad un prezzo
altissimo di sangue, lo possiamo con l’arma del voto, mostrandoci avveduti nel
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puntare questa nelle giuste direzioni e non nelle nostre tempie come finora abbiamo
fatto. Noi della Sinistra, malgrado certi invidiose accuse, continuiamo con orgoglio a
rivendicare il primato della moralità. Non è un mistero per nessuno l’alto tasso di
rappresentanza politica discutibile nelle file di un premier padrone che per esoterici
fini ha avuto sempre bisogno di attorniarsi di poco qualificate persone. Noi
preferiamo vaccinarci attraverso le primarie così da poterci giustamente proporci
quali elementi di garanzia, quindi partecipiamo fiduciosi e compatti al voto, vedrete
che con l’ottimismo della volontà come già successo su più vasta scala potremo
ritrovarci riconfermato l’auspicio di grande attualità: ce la possiamo fare!
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TAVOLA XXIII
TAVOLA XXIV
Sconcerto di un onesto lavoratore del rumore
-Ciao, novello Charlot, da dove sbuchi fuori? E’ parecchio che non ti si vede.
Sapevo ch’eri andato all’estero
-Le mie solite peripezie altruistiche: non fare bene, se non vuoi vedertelo reso
a male. E’ meglio non parlarne, mi ci rodo il fegato
-Dài, dài, racconta, io voglio sapere, vado ghiotto delle tue avventure. Lo sai
che sono un tuo ammiratore
-E va bene, le preghiere di un amico vanno esaudite. Allora, seguimi. E’ noto
che nel mio mestiere oggi non ci si azzecca più. In Italia c’è troppa inflazione di
comici: alla radio, in tivù, nei teatri, sulle piazze! Tutti con la pretesa di far ridere, e
invece che barba! Gli unici a riuscirci restano i politici, e quando no, fanno piangere.
In ogni caso un’emozione diversa dalla delusione te la regalano sempre. Ma
torniamo a me. Sulla scia di tale consapevolezza ho capito che bisognava trovare
l’idea geniale, e appena ne sono stato toccato non ci penso due volte a seguirla. Mi
metto sul treno con destinazione nord, prefiggendomi di andare a rappresentare lo
stesso sketch che ha lasciato completamente indifferenti gli ascoltatori conterranei.
Lancio la tournée da Roma in su, e salendo salendo, insoddisfatto del consenso mi
convinco a sconfinare. Appena dal finestrino del treno comincio a leggere nomi di
località tedesche, francesi, italiane, penso di aver trovato la ribalta universale, quella
a cui ho sempre modestamente aspirato. Finalmente il successo! Ed alla città che più
delle altre mi ha attratto per il nome, scendo
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-Malgrado i problemi della lingua?
-Niente problemi di lingua, invece, perché il mio numero li esclude, in quanto
centrato sul sonoro, il linguaggio internazionale, il cemento dei popoli: le delizie
della musica, montata secondo i canoni della sinfonia, eseguite ovviamente in
playback, e commentate dai mimi di un clown finalmente destinato a sbarazzarsi
dell’inesorabile tristezza che lo affligge. Il posto scelto non poteva essere più adatto
per farmi da sfondo: la passeggiata sulla riva del grande lago perdutamente
immobile, dolorosamente piatto, diafano, quasi spettrale, e di fronte, circondato da
verdi giardinetti senz’anima, le piccole case imbellettate, gelide e spaurite, dentro le
quali mute persone esangui si lasciano avvinghiare dalle spire di un desolante
silenzio. Ero arrivato in tempo a salvarli dalla tragica epidemia di alienazione
esistenziale. Corsi a prendere una camera a pigione presso una locanda più cara
dell’Hilton, ma non mi scomposi più di tanto ad attingere dalle mie magre risorse
che nella stessa serata avrei rinsanguate copiosamente con le offerte ricavate dallo
spettacolo. Ed invece che ti realizzo, porca puttana? Il foglio di rimpatrio
-Ma come?
-Faceva maledettamente freddo, e nonostante ciò, la mia tenuta da clown
aveva, pur se compostamente intirizziti, catalizzato attorno a me parecchi curiosi
forse in segno di solidarietà con il personaggio. Io battevo i denti con coraggio,
perché presto ci saremmo scaldati tutti, lasciandoci irrorare dalle feconde linfe di
vita. Con gesto distratto attivai la base sonora dal registratore nascosto sotto le
cianfrusaglie di scena. Dietro una flebile musichetta, ottenendo l’immedesimazione
degli astanti, cominciai a muovermi davvero triste più che per la parte, per la
constatazione del gradimento dei fruitori, meccanicamente trovatala congeniale, e ne
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ebbi quasi rimorso di aver posato un dito sulla piaga, consolandomene però subito
grazie al riscatto che ci saremmo preso tra meno di un minuto. All’acme della
languidezza in cui tutti ci trovavamo consegnati ad una specie di assopimento
comatoso, un impercettibile tremolo di clacson mi fece gemere la platea
dubbiosamente grata o indispettita. In ogni caso avevo fatto bene a preparare
l’introduzione del tema liberatorio con un accenno alla lontana. Dovevo sapere
influenzare le coscienze al risveglio, alla riscossa, al trionfo della vita sana e
dell’amore, sul deperimento cronico. E così a piccoli frammenti s’introdussero
nell’idilliaco dialogo concertistico, l’allegro chiasso della gente nostrana, le
carezzevoli marmitte dei fracassoni, gli allarmi delicati degli antifurti, i dolci abbai
di alani, mastini, dobermann, limieri, siberiani, l’innocente scoppiettio di colpi di
pistola (giocattolo e vera), di petardi, mortaretti e castagnole, in un crescendo
rossiniano di raro fascino. Il risveglio fu immediato: gli spettatori impazziti mi si
scagliarono contro come se fossero stati morsi dalla tarantola, e se non fosse stato
per una pattuglia di agenti in servizio di ronda lesti ad intervenire, non ne sarei
uscito vivo. Le mie cose furono ferocemente prese a calci e a manganellate finché
non le ridussero al silenzio. Condotto in caserma, mi fu compilato il foglio di
rimpatrio che molto cortesemente mi ordinava di sloggiare dal Paese entro 24 ore.
Che gentaglia, incivili, roba da quarto mondo! Come si fa ancora oggi alla soglia del
2000, a respingere la cultura della musica, a disconoscere i messaggi lanciati da un
Mozart, un Bellini, uno Chopin, e ci chiamano pure terroni, facce di mozzarella! A
parte che per la diffusione del messaggio e l’immediatezza di captazione non esiste
niente di uguale. Infatti quale servizio postale o mediale potrebbe equiparare la
funzionalità di una successione di provvidenziali castagnole, nel caso in cui per
esempio la giunta comunale volesse porgere gli auguri di una festa capitale alla
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squisita cittadinanza? Con il beneficio per giunta di prendere due piccioni con una
fava, quali il realizzo di un grosso risparmio economico e la certezza di non aver
dimenticato alcuno, specie qualche sofferente, di quelli che ormai non escono più di
casa e che facilmente se ne potrebbe perdere il conto. O nella ricorrenza di un
patrono amato e venerato anche da cani e gatti, una S. Venera per esempio o un S.
Sebastiano, qual’altro servizio potrebbe sostituirsi ai melodiosi omaggi collettivi
offerti già da parecchi giorni prima della festa oltre che nei giorni dell’onomastico e
a seguire fino all’ottavario per l’invio delle congratulazioni da parte dei devoti,
evitando di condannare il poveretto al seppellimento per l’eternità sotto la valanga
dei messaggi augurali singoli? L’impagabile metodo diventa poi insostituibile
quando tramite i preti, loro rappresentanti, la comunicazione ai fedeli la vogliono
dare gli esseri celesti, perché qui è importantissima la simultaneità tra l’evento e la
disposizione ad onorare da parte del devoto, dato che le forze benigne e maligne si
ritrovano sempre in campo a combattersi. Cosicché se si vuole adorare la pipì
dell’angioletto, il colpo di tosse del Padreterno, o lo sternuto dello Spirito Santo,
bisogna essere sincronizzati a perfezione per non correre il rischio di raccogliersi in
un momento di poco successivo, incappando sotto la sovranità di Lucifero e beccarsi
la beffa di una qualche scorreggia in faccia di un Belfagor o Farfarello qualsiasi,
visto che lì si magna, scorreggia e rotta, come i gran figli de ‘na mignotta! Per cui
tante più castagnole, tanta più tutela divina ed alla faccia di quegli stronzi
incompetenti che non hanno gradito il mio impegno d’incivilimento. Tuttavia io mi
domando e dico come può non fallire l’integrazione dei popoli in un’Europa grande
e unita quando diventa intollerabile l’accoglimento dell’apporto culturale di varia
provenienza?
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-Hai ragione per gli Stati che vi aderiscono. Però da quello che ho capito tu eri
andato a sbarcare in un Paese neutrale
-Allooora, se così è stato, mi perdonino e mi scusassero tanto coloro, se ce ne
sono stati in questo resoconto, che si son sentiti mancare di rispetto. E’ stata solo
colpa di carnevale!
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TAVOLA XXV
TAVOLA XXVI
Tristezza o tenerezza per i nostri mezzi Giufà di oggi?
Giufà è la maschera nostrana più popolare che in qualche modo ci rappresenta
un po’ tutti, ma fa soffrire ed offendere molti se ad essa vengono comparati; costoro
ne colgono solo il tratto burlevole, tralasciando il sagace essenzialmente genuino nel
personaggio. Infatti il nostro simpatico pacioccone, il gonzo lo faceva per libera
scelta, però ad essere sfidato, trovava sempre la giusta risposta, come quella volta
dell’accettazione dell’invito ricevuto a partecipare ad un simposio con la
raccomandazione a presentarsi in abito decente, puntuale a stupire i convitati per lo
zelo speso a dar da mangiare al suo vestito.
Insomma Giufà potrebbe rappresentare il progenitore ideale, nient’affatto dei
moderni omonimi, per ragioni che spiegherò, ma per esempio del fu Bastianu
Pastidda (quanti acesi lo ricordano?) anch’egli portatore rispetto all’apparenza, di
più complessa personalità, e per tal motivo insospettato dai suoi balordi irrisori
anche le volte che vi s’imbattevano durante le imprevedibili ed impeccabili
esecuzioni del suo semplice fischiettare flautato pezzi d’opera seria di struggente
dolcezza. Ma siccome qui da noi vale il detto: “fatti fama e va’ cùrcati” e i nostri
due campioni sono stati presi in considerazione solo per l’aspetto più superficiale e
immediato, è a questo che io cercherò di dar risalto nel parlare di tanti palloni
gonfiati in giro esclusivamente costituiti di melenso, pur se indossando in effetti una
maschera carnascialesca tutto l’anno, ben sintonizzata con il loro goffo atteggiarsi,
meritatissima credenziale perché possano interpretare al top il ruolo di protagonisti
della presente miscellanea satirico-allegorico-grottesca, nonostante ciò, vengono
comunque riveriti al punto d’acquisire di diritto dignità di padreterni.
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Purtroppo tali personaggi in Acireale abbondano e dei loro sfolgoranti sorrisi
la città s’illumina nel suo faticoso cammino verso la (in)civiltà. Questi fascinosi vip,
regolarmente benedetti, gravitano attorno al “Grande Vecchio” che a differenza di
quello degli anni “70” è facilmente riconoscibile per le sue ubbie di autodifesa
contro, si pensa, un immaginario Dracula, visto che porta sempre, anche nel sonno,
appeso al collo un crocefisso forse ad interdire l’avvicinamento ed attacco a sorpresa
dell’ossessionante vampiro, della cui ingordigia di sangue avrà grande
preoccupazione oltre che per sé per i suoi sudditi già consensualmente e
gioiosamente abbastanza sfruttati, per via degli enormi benefici goduti dalla casta a
cui appartiene il tanto amato vigilatore, sebbene qualche suo superiore indignato
invita a smetterla con le false accuse, a bella posta ignorando, le franchigie e le
rigogliose spese di restauro da una reggia all’altra con annessi i possedimenti,
accordate agl’incontrastati prìncipi, ovviamente a carico della comunità e in
sostituzione di qualsiasi altro opportuno e urgente intervento per il quale non si
trovano mai i fondi.
Da cinquant’anni almeno, va così, ma a c(o)asa nostra, al timoniere bisogna
baciare la mano.
Questo excursus andava fatto per capire l’affermazione dei tanti Giufà in
circolazione, per giunta totalmente fatui, sostenuti e gratificati dal guazzare in un tal
mare di misericordiosa Provvidenza.
In una situazione del genere non è stato difficile risultare buon profeta nel
bozzetto “Facce di culo ridens” dello scorso “Numero Unico” sulla inevitabile sorte
assegnata ad alcune strade della nostra città di diventare durante le piogge autunnali
delle lagune per un certo verso molto suggestive con l’apporto dei sacchetti di
spazzatura (nel centro storico destinata alla raccolta porta a porta) galleggianti
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come ninfee. Infatti in un primo tempo, le piogge, tale spettacolo hanno offerto,
sennonché il diluvio dei giorni dell’ultimo Ottobre ha sconvolto lo scenario
trasformando la laguna in violente cateratte e i fiori del “male…intenzionato” in
marcescente pattume incastrato tra le grate dei tombini disattivati.
Ma da ora in poi il grande piano indiscriminato della lastricatura in basole delle
strade del centro storico, (via Alliotta per es. e via Carcagnolo erano molto più
eleganti con le mattonelle di prima e resistenti lo stesso nel tempo essendo quasi
solo pedonabili), con la loro miracolosa pendenza assegnata, ci metterà al riparo se
non fosse che le lagune le ha trasferite dentro le case. Infatti, studiati
meticolosamente pendenza e poco o niente il livello delle soglie, considerato in
passato poco importante e quindi ereditato zoppicante tra edificio ed edificio, ed
avendo assegnato, alla pavimentazione dei marciapiedi l’altezza dalla carreggiata, si
pensa ad occhio e senza alcun criterio, risultata in alcuni punti al di sopra della
canaletta di scolo del cortile interno, va a finire che una normale pioggia, occluso lo
sfogo trattenga l’acqua a risiedere nei vestiboli, e a volersene liberare, in mancanza
di idrovore, non resterebbe altro da fare che assoggettarsi agli stivali o con stracci
asciugare e strizzare per un paio di giorni.
A riparazione di ciò si è dovuto ricorrere a divellere la basola ostruente dando
risalto ad una specie di gattaiola scavata verso il sottostante piano pedonabile (in via
Caronda ad es.) e costringendo la canaletta a mostrarsi come un timido pene dal
glande mozzato, nel suo ristabilito ruolo di svuotare il male accetto laghetto
costituitosi dentro.
Quale impressione se ne può trarre da una tale soluzione avallata anche da chi
i lavori dovrebbe sorvegliare e pretenderli puliti? Non c’è altro, questi
amministratori bisogna che siano per forza dei mezzi Giufà, cioè veri e propri
minchioni ridarelli in veste di palloni gonfiati, perfetti testimonial dell’antico ed
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universale adagio:”risus abundat in ore stultorum”, anche se ad Acireale fanno le
loro apparizioni trasfigurati e con l’aureola di superiorità intellettiva ed intellettuale,
verso i quali però non si può non provare un indefinito sentimento oscillante fra
tristezza e tenerezza!
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TAVOLA XXVII
TAVOLA XXVIII
Reciprocità clonatoria
Per i risvolti etici troppo angoscianti, nel vasto oceano delle manipolazioni
delle cellule, prelevate da sotto le ascelle, dal midollo spinale, dal profondo
dell'ano, dalla sommità del prepuzio, la più collaudata e meno inquietante, dal
cordone ombelicale, etc. , la
reciprocità di clonazione, un metodo in via di
sperimentazione proprio qui ad Acireale che io proverò ad illustrare
comprensibilmente, con la sola condizione per gl'interessati a conoscere, di dover
ingurgitare la sbobbia a seguire, è più pericolosa perché meno controllabile, pur se
largamente sospettabile dal coinvolgimento degli ormai presunti protagonisti di
grande notorietà.
La mia scoperta sulla grande scoperta scientifica è solo casuale e si origina
dalla notizia di cronaca del pistolettato a morte, causa schiamazzi prodotti dal suo
cane, fatale epilogo dopo essere risultate inefficaci le reiterate rimostranze alle
forze dell'ordine e dimostratasi infruttuosa l'uccisione dell'incolpevole animale,
producente soltanto la sostituzione con un altro, ancor più provocatoria a
determinare il ritorno al punto di partenza, cioè alla sorda chiusura della
controparte, e conseguente accanita intolleranza da parte del querelante verso
l'insostituibile amico dell'uomo, per cui all'autore dello scellerato delitto,
l'eliminazione dell'irriducibile cinofilo, era apparsa la più idonea a risolvere il
problema, anzi la via obbligata! Orrore!
E qui venne alla mente la conoscenza del nostro eroe, il sig. Pelosi,
presentatomi or non ricordo da chi: un uomo di grande caninità, tra l'altro
risaltante in un volto da schnauzer, semipelato sul cranio, e dedito a non
risparmiarsi punto in beneficio della felicità dell'amato quadrupede. Ci raccontava
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quasi con le lacrime agli occhi, del recupero d'una bestiola abbandonata in
autostrada, raccolta in macchina ed inserita in seno alla famiglia, e di conseguenza,
del trattamento a casa, delle cure, dell'igiene, dell'alimentazione, a ricambiare la
gioia procurata a lui e consorte, ai figli, al vicinato. Sì, anche al vicinato, perché
poco a poco il grazioso animale con la sua insinuante voce era arrivato ad
introdursi nelle abitazioni dell'isolato ed oltre, facendosi da tutti amare, per essere
riuscito di diletto al loro udito. Ad Acireale tant'è: per i cani si nutre un fervore
simile alla religiosità. Lo noti dappertutto, tra i servizi degli uffici,
occasioni in cui gli utenti non ci pensano due volte ad abbaiare perché cambino,
sui marciapiedi con secchiello e paletta pronti a rimuovere nucàtuli, srunza
d'angili e piparelli, nei giardini pubblici a gradire le leccate e gli abbracci dei
festosi fraternizzatori in libertà di guinzaglio e museruola, sulle spiagge e in acqua
a contraccambiarsi l'allegria, nei bar a premurarsi ad offrire al tenero compagno
dell'uomo un gelatino, la pizzetta o un arancino, e via di seguito.
Come può tanta solidarietà da una parte, trasformarsi in propositi di
ferocia in un'altra? Esplosione di follia di gente tutt'al più avvezza a dedicarsi
sfacciatamente al prossimo più sfortunato, finendo con l'umiliarlo, in quanto il
frivolo altruista si volge ad aiutare esseri intelligenti, forniti delle capacità di
autoprovvedersi, i quali se non ci riescono è per via del risultare dei minchioni
buoni a nulla, quindi di esempio a spronare durezza verso di loro e alla pietà verso
i fedeli animali.
Essendo impegnato nell'ambiente della didattica, il signor Pelosi queste
cose le conosceva a menadito, e perciò dell'intrapresa opera di rieducazione
domestica del trovatello, si pavoneggiava compiaciuto. Il suo cane veniva allevato
alla grande: il posto d'onore occupava a tavola ed anche la piazza del letto gli
veniva ceduta d'estate dal verace salvatore pronto ad andare a dormire sul
ballatoio, invece che d'inverno con il freddo, nonostante il cognome portato e la
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fitta barbetta, poca cosa, poiché per il resto la sua cotenna non poteva competere
con la pelliccia del pregiato ospite, l'ineffabile rinunciatario, riscambiandosi il
giaciglio, e regalando all'altro l'addiaccio, tornava accanto alla moglie.
E pur se il pedagogo, per l'esigenza di programmare al nobile educando
un'impeccabile crescita cinomaniacale, dinanzi agli evidenti capricci del
principino a quattro zampe nel lamentarsi intere ore, in pratica tutta la notte,
gratificando felicemente i vicini, dagl'invidiosi privi di una tale fortuna, definiti
curnuti pacinziusi per la sola grande colpa di gradire i furbi mugolii del relegato
sul ballatoio mirati ad intenerire per via del suo ritrovarsi poco entusiasta durante
il buio della fredda stagione, pur se il pedagogo, dicevo, aveva autoritariamente
dovuto, malgrado le frecciate di ludibrio già subite, usare il polso fermo,
nondimeno lo zelo da lui profuso nella sua opera altamente caninitaria era
commovente, e anche senza conoscerlo, nell'incontrarlo per istrada, quell'impegno
totale di primo acchito gli si riscontrava sul viso radioso.
Però all'operatore in didattica sfuggiva l'insegnamento di Darwin
sull'adattamento ed evoluzione delle specie. E a furia di abituare il suo pupillo a
guardare i fumetti e d'impratichirlo a camminare su due zampe e a pisciare eretto
attraverso le aste della ringhiera in modo che il getto scansasse i balconi di sotto,
così da essere eliminato il problema igienico dal quarto piano in giù, non si
accorgeva, che lui, di contro all'umanizzarsi del diligente discepolo, stesse
imbestialendo.
II fenomenale neofisiantropo continuava a conseguire incredibili progressi:
era arrivato ad usare le zampette anteriori come mani, a superare una miopia agli
occhi con lenti correttive, ad ascoltare la radiolina con gli auricolari, e ogni tanto si
concedeva uno spinello. Smise di abbaiare, privando i vicini degli assoli della sua
armoniosissima ugola, per cui li fece insorgere a rivendicarne il perduto
godimento.
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Da dietro la porta d'ingresso, la padrona di casa, si venne a trovare
indaffarata
nelconvincere i rivoltosi a pazientare, e con i motivi più disparati,
si scusava di non poterli ricevere.
In verità non poteva, avendo da nasconder loro il marito ridotto
ad abbaiare in
un cantuccio dell'appartamento, mentre il cane divenuto il vero
padrone, se la godeva sul ballatoio a figurare i movimenti dell’ultimo ballo in voga,
in attesa di uscire con il suo ex padrone al guinzaglio, per l'ormai preparato
debutto lungo la passeggiata di c.so Umberto.
II processo di cinometempsicosi s'era concluso ineluttabilmente, al punto
che se si fosse voluto clonare il cane, bisognava agire sul padrone e viceversa,
poiché intervenendo sull'uno si finiva per clonare l'altro! Adesso mi spiegavo le
sfuriate di un dirimpettaio contro gli schiamazzi prodotti da discoli ragazzini su un
ballatoio, invece che al lamentoso abbaiare di un cane carcerato e maltrattato vi si
rassegnava. I monelli bisognava riprenderli da piccoli, impartendogli gli elementari
principi di educazione civica, se a loro si vuol da grandi evitare di diventare altri
sigg.Pelosi, irrimediabilmente paranoici.
L'episodio è realmente in corso di svolgimento in contrada c.so Sicilia, e di
approfondito studio da parte di autorevoli scienziati (sarebbe meglio se psichiatri)
sulla reciprocità di clonazione.
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TAVOLA XXIX
TAVOLA XXX
Vivere per fingere?
Io mi sono ritrovato spesso ad interpretare il ruolo del difensore delle cause
perse, e non per essere un bastian contrario come si potrebbe pensare, o perché ami i
torti arrecati, i reati commessi o i crimini consumati, ma esattamente per il suo
contrario, nel senso che quasi sempre la traduzione della giustizia nei fatti pare che
sia interessata a difendere più gli insubordinati che gli onesti.
Non a caso ripone le ricchezze nelle tasche della delinquenza e le ripara da
sequestri o espropri. Tutta la rassegna omicidiaria indica come i rei protagonisti
vengono trattati con i guanti gialli e quasi sempre i danneggiati diventano i
perseguitati, tanto che spesso i ruoli di vittime e carnefici sembrano invertiti. Si dà
gran risalto al pentimento, si è molto teneri con l’età avanzata e con il cattivo stato di
salute, spesso finto o poco significativo, incompatibile con la detenzione,
rassicurando chi ha intenzione di delinquere che a cose sapute fare non si rischia
nulla, e si finisce con il protegger lo storto ed onorare il torto. Tutto si basa sulla
pesca nel torbido della finzione. Partiamo dal vertice della piramide in Italia: la
Chiesa. Papa, piccoli, alti prelati e
preti fingono l’onniscienza, della quale si
accreditano unici assegnatari per principio e di conseguenza irrefutabili
s’intromettono nella scienza e per prassi ne rallentano gli sviluppi, poiché sanno che
dai benefici ottenuti dalle scoperte scientifiche dipende l’assottigliamento della loro
influenza sulla clientela. Dal loro presunto celibato stupiscono di quanto sono dotti
sulle relazioni sentimentali riguardo le quali dovrebbero essere digiuni, poiché a
sostituire l’esperienza non c’è studio che tenga, e stupiscono anche quando vi si
scoprono implicati, nelle relazioni pedofile, cioè a dire sul loro terreno congeniale
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grazie alla loro crescita in seminari di rigida apartheid dalle donne e a causa del loro
negato matrimonio. Maledicono la vendetta e glorificano il perdono e senza saper
tracciare le certificazioni di cosa sostanzialmente siano, creano una gran confusione
popolare da lasciare intontiti e a bocca aperta.
Segue la macchina dello Stato, una sfiatata locomotiva di carrozze e carrozzoni
carichi di pentoloni di svariate ricchezze raschiate alla gran massa di sostenitori dei
quali i bisognosi sono i più gravati da amministratori per lo più ladri, corrotti e
magnaccia che a seguito dei loro misfatti compiuti approdano alle due camere di
decompressione penale del parlamento, rimaneggiando le leggi a loro uso e consumo
e aggrappandosi a mostruose impunità, in modo che le pene previste per i loro
trascorsi disonorevoli, comportamenti quasi propedeutici al ruolo di onorevoli,
risultano evanescenti come farfalle. A giustificazione di tale squallido armeggio si
costruiscono una massiccia propaganda di sostegno con il compito d’infangare,
facendoli passare, coloro che disapprovano e invocano giustizia, per forcaioli,
ghigliottinari e comunisti. Tale compito è affidato in parte ai mass-media per lo più
omertosi e all’occasione collusi specie quelli del Sud, e in parte a quote di zelante
avvocatura e magistratura compiacente nel dimenticare la scadenza dei termini. Ed è
da questo intreccio di intrighi che lo Stato soprintende al benessere del popolo bue, e
lo fa da grande narcotrafficante con il monopolio dei tabacchi e da ipocrita operatore
di taglia e cuci con la cura dei danni procurati da questa micidiale droga. Inoltre
gestisce il monopolio del gioco d’azzardo come il lotto, il gratta e vinci e slotmachine per altri aspetti non meno inquietante, e fino a poco tempo fa quello dei
bordelli. Questi sono i capisaldi da cui i cittadini dovrebbero prendere esempio e
infatti non deludono nel sapersi distinguere nel mondo come evasori fiscali e migliori
progettisti mondiali di truffe e raggiri a tutti i livelli e per tutte le tasche con la
complicità di una buona fetta di coloro che dovrebbero vigilare perché non
avvengano. In aggiunta si scrivono leggi ridicole per il civile e il penale, e l’economia
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viene vigilata da sindacati sempre divisi e perciò impotenti che poco alla volta van
convincendosi che la disoccupazione si combatte con i licenziamenti.
Per perseguire il bene generale e muoverci in piena libertà del far finta,
sprofondiamo immersi in una palude nella fitta nebbia dove trovare il passo adatto e
la giusta direzione pare non sia più possibile almeno fin quando non si capisce che al
calo di produzione di macchine corrisponde una migliorata condizione nazionale di
salute, non si capisce che le cassette delle lettere sono state concepite per il recapito
della posta e non della pubblicità, che il telefono in casa l’abbiamo installato perché
fossimo noi a scegliere con chi comunicare e non gli sponsor, che le strade non sono
pattumiere, né le banchine posteggi, che la cementificazione va fermata, sostituendola
con il recupero dei centri storici, che il verde pubblico va incrementato e che a fare
uscire i cani ci vuole appresso secchiello e paletta, che i clacson si adoperano solo a
scampare pericoli e non a far giocare i bambini o a servire da sostituti vocali, che ad
accedere a facilitazioni non spettanti si derubano gli aventi diritto, che denunciare
non è una cattiva azione, che il rispetto per gli altri è obbligatorio, che se è più
comodo esser furbi di certo non gratifica come l’essere onesti e così via all’infinito.
Se non ci convinciamo di questo, continueremo a camminare sulle mani e ad
operare con i piedi
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TAVOLA XXXI
TAVOLA XXXII
Il pentitismo degl’incensurati
E’ ricorrente nel corso della lunga storia dell’uomo la rivelazione di profeti in
grado di galvanizzare grandiose masse, al punto che sia il pensiero sia le azioni dei
predestinati predicatori perdano d’importanza nel determinarne l’approvazione,
finendo il più delle volte che i fan, a causa di questa irresponsabile credulità, si
ritrovino, e purtroppo coinvolgendo gli altri, invischiati in catastrofici eventi,
settant’anni addietro c’insegna! Così come allora la nostra sacra Italia ha anche oggi
il suo versatile veggente, monarca assoluto con olezzo e corona da narciso: bello,
intelligente, spiritoso, ricco senza pari, colto, dinamico, elegante, solare, affascinante,
specie con le giovanissime donne, e mi scuso, da superficiale qual sono, per quel che
dimentico, che c’è, ma che non colgo.
Lui evidentemente sa di essere tutto questo, ne è invaghito ed ovviamente ha
contagiato il suo larghissimo seguito di adoratori che lo approvano totalmente financo
nelle riserve mentali più nascoste.
Purtroppo però come accade quasi a tutti i miti viventi che accanto all’oceanico
consenso vi si affianchino petulanti contestatori, così il nostro protagonista malgrado
il suo successo continuamente in ascesa (pare abbia sfondato il cento per cento come
dimostrano le giornaliere citazioni di rigorosissimi sondaggi), si ritrova da una
sparutissima quota d’ingrati denigratori ad essere infaticabilmente perseguitato,
complici, cellule impazzite della magistratura. Prova regina, nonostante il suo
entourage politico non fa che ricordarlo all’unisono con instancabile martellamento, è
il tempo che codeste toghe rosse perdono appresso a un tal pentito del calibro di
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Spatuzza (anagramma di Sputazza), un feroce pluriomicida quale effettivamente è
stato.
A primo acchito non si capisce un tale allarme per l’ovvietà della situazione:
quali altri possono essere i requisiti di un pentito? Ma se un bagliore di acume
attraversasse il nostro cervello, si scoprirebbe una sottilissima finalità difficile da
cogliere: a ben ragione un tentativo di colpo di spugna definitivo da parte del governo
per il suo leader e in beneficio di una pacificazione degli animi della maggioranza
della popolazione nazionale, cioè di coloro che si riconoscono nel bistrattato martire,
ribaltando con un ingegnoso stratagemma nient’altro che il fumus persecutorio su chi
lo alimenta, in modo da far capire a questi sciagurati la gravità della scriteriata azione
da loro condotta.
I pentiti con tutti quei crimini commessi non possono essere credibili, e allora i
veri pentiti andrebbero ricercati tra gl’incensurati, gli onesti, la gente per bene alla
quale appartiene il nostro divinatore, corretta, laboriosa, e sant’Iddio finalmente
credibile. Però, malgrado ciò, questi potrebbero non risultare del tutto condiscendenti
con la difesa del più perseguitato d’Italia, e allora s’impone certo il non fidarsi lo
stesso su coloro dai quali dipende l’ardua impresa, il più delle volte persone
atteggiate sempre a quel tono grave, serio, quasi cupo, da soggetti depressi con lo
sguardo costantemente a terra nel loro percorso giornaliero, come se cercassero
qualcosa persa, custodi di chissà quali scheletri negli armadi, invece che
immancabilmente ridanciani quali l’ingiustamente imputato merita. E comunque, in
ogni caso bisogna rischiare perché solo gl’incensurati possono determinare la svolta e
vedrete se hanno qualcosa da ridire sull’incorruttibilità del forsennatamente, ma
ingiustamente vilipeso, non essendoci niente da insinuare sul suo adamantino
spessore morale. Che diamine, questa è giustizia! Smettiamola con odio ed invidia se
si vuole riconquistare la tranquillità, lasciando in pace le persone colte, allegre,
dinamiche, solari, specie se con prestigiosi incarichi sulle spalle che non consentono
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di far perdere tempo appresso a magistrati comunisti e a ridicoli diffamatori.
Ascoltiamo i pentiti che dànno garanzie e liberiamoci degli inaffidabili Spatuzza, che
non fa altro che sprecare sputazza. Ci accorgeremmo subito dell’inconsistenza delle
accuse, non essendoci niente da ridire su un sant’uomo. Vogliamo esser lieti?
Siamolo sino in fondo, solo così possiamo continuare a garantirci il carnevale tutto
l’anno. Cavaliere docet!
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TAVOLA XXXIII
TAVOLA XXXIV
Per uno scherzo del mio cognome
Cosa può succedere quando si porta un cognome molto diffuso e inoltre per
certi versi pregiudizievole. Avevo bisogno di un elettricista a casa e prego un caro
amico di indirizzarmi al suo di fiducia. Telefonicamente contatto l’artigiano
indicatomi -Pronto, io sono Grasso- -Lei cerca un centro dietetico, non lo trova qui,
anzi- -No, no, io cercavo in verità del signor Grasso- -Cioè a dire del grasso per
eccellenza- -Capisco che siamo in una città piena di Grasso, però mi riferivo al
Grasso persona- -Grasso persona! Che ci posso fare se al mondo mi ci ha portato un
grasso, mica si può scegliere! Piuttosto lei come è diventato grasso?- -Non mi è
capitato nulla di eccezionale, anch’io sono stato portato al mondo da un Grasso- -Ma
che destino, per giunta con il divieto di provare a prendersi lo sfizio di abbuffarsi, lei
è stato disgraziato quanto o chissà anche forse più di me- -Non le permetto. Roba da
matti! Io sono contentissimo sia della vita, sia della mia ascendenza. Ma tu guarda
che impertinente!- -Contento lei! Credo che sottovaluti il pericolo del diabete con
quel che comporta. Gradisce qualche informazione?- -Ma mi faccia il piacere…
Dovetti chiudergli la cornetta in faccia, se no lo sfacciato chissà per quanto
ancora avrebbe spinto quell’andazzo, però ne risi quasi subito, ma un proposito scelsi
a regola: informarmi prima e bene sui miei omonimi sconosciuti con i quali avrei
avuto a che fare, anche se dovetti ammettere che tutto sommato l’imprevisto Grasso
senza dubbio mi era superiore in humour. Comunque richiamai l’amico che mi aveva
consigliato, e quello a sentire le mie ragioni fu lesto a sconfessarmi, assicurandomi
senza alcun dubbio che avevo chiamato altrove perché il Grasso a cui lui mi aveva
mandato era corto di cerimonie. Infatti da com’era andata, avevo composto male il
numero e per combinazione mi ero imbattuto in un altro Grasso di cognome, nelle
membra e con ovvi problemi di salute, e quindi vale per me, ma vale anche per tutti
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voi, gentili lettori, di non avere da dubitare, eccezioni a parte, sui cognominati
Grasso di Acireale, parola di…
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TAVOLA XXXV
TAVOLA XXXVI
Ridicola psicosi da stalking
A breve sarebbe entrata la primavera e una sizzettina marzolina metteva
addosso qualche brivido. Uscivo di casa con un po’ di ritardo, mancava un quarto a
mezzogiorno e l’aperitivica passeggiata di un’oretta, esclusiva dell’intera giornata,
quasi mi rimproverava la mancata puntualità, irritandomi per la mortificazione
ricevuta dalla inveterata, piacevole abitudine. Così camminavo di fretta e già avevo
percorso un paio di centinaia di metri, quando avvertii un allentamento alla vita: era
saltato il bottone che teneva i pantaloni in ordine.
Io, purtroppo a causa del mio essere essenzialista, tanto da non portare oggetti
di alcun tipo o foggia oltre alle chiavi di casa, al portafogli e ad un pacco di
fazzolettini, resomi conto che la circonferenza della mia pancia combaciava con
quella della cintura, avevo eliminata questa, con il pericolo concreto che mi ritrovassi
cchi càusi persi sulle scarpe senza preavviso, ed ora che la preoccupazione ci mancò
poco che si sciogliesse in esito infausto, tale probabile evenienza mi deprimeva più di
quanto già fossi per la troppo comoda uscita di casa.
Tornare indietro significava rinunciare alla passeggiata. Ero indispettito e
bofonchiavo esclamazioni di stizza (rimpiangendo i soppiantati bottoni). Provai a
tirare su la cerniera al massimo e pareva che reggesse. Inoltre con il supporto
dell’attillatura del giubbotto mi convinsi a rischiare. Non l’avessi mai fatto! Complice
un fottutissimo sternuto, e in un baleno le mie gambe restarono nude: il peso degli
accessori portati nella tasca dei pantaloni era stato determinante. Nel minuto più
lungo della mia vita riuscii a ricompormi e tutto sommato me l’ero cavata con il
classico
arrossire
per
avere
incrociato
qualche
sguardo
divertito,
d’incoraggiamento a non farmene una ragione, se un’attempata signora non avesse
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ma
voluto aggiungerci delle sottolineature -E’ questa l’ultima trovata della moda:
mostrarsi in libertà?- -Ma che mostrare e mostrare, signora, alla mia età!- Risposi con
un sorrisetto accattivante. Ma quella parve non gradire e sentenziò -Se il cervello
sbanda, non c’è età che tenga- -E allora, messa su questo piano- Mi scaldai -Le dico
che per mostrare, bisogna avere. Io cosa dovrei mostrare secondo lei, quello che non
c’è?- La mia amara ammissione non scoraggiò l’altra che per seguire la sua riserva
mentale non si risparmiò a scadere di pudore -Non mi pare rispondente al vero quello
che dice, io non ho le traveggole agli occhi!- -Ma che caz… dice, signora, magari
fosse! So solo che quando me la voglio vedere, debbo usare lo specchio- -E’ anche
screanzato, e la cosa è tanto più grave perché lei non vuol capire di star parlando con
una timorata di Dio- Ne risi con sarcasmo -Lei, timorata? Lei è un’assatanata- -Io la
denuncio. La denuncio di tentativo di stalking- -E mi denunci, mi denunci, così sarà
invitata dal magistrato a mettersi l’anima in pace riguardo il mio mostrare- -Allora
ammette di aver mostrato…- -Signora, anzi signorina, lei le polemiche se le cerca con
impegno, specie quelle sulle quali pensa molto presuntuosamente di poter dare
lezioni, se lo tolga dalla testa, e a questo punto è bene scoprire le carte per intero. Ad
Acireale quelli della nostra età si conoscono tra di loro, e lei, lo sappiamo entrambi, è
una zitellona acida. La colpa è della legge, che farebbe bene a vietare alle donne il
nubilato, tranne che vi facciate monache, in tal caso l’abito preannuncia con chi si ha
a che fare. Ed ora per tornare un’ultima volta sulla questione e poi chiuderla lì, se la
sua difesa della verginità le ha lasciato qualche rimpianto o semplice curiosità per
non dire morbosa, sposti l’attenzione sui giovani che hanno, beati loro, ben altro da
mostrare della mia ernia, che la invito a non umiliare ulteriormente. Buongiorno!
Finalmente mi ero congedato da quell’arpia, pronta a sfruttare tutte le occasioni
per sfogare la sua rabbia d’inconsolabile pinzochera. Mi girai un paio di volte prima
di svoltare e constatare di ripercorrere la strada in direzione di casa, sacramentando
per aver avuto avvelenata la mattinata da una troppo pia donna che continuava ad
implorare il Signore, perché perdonasse la mia sfrontata trovata esibizionistica.
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TAVOLA XXXVII
TAVOLA XXXVIII
Porca scorreggia stonata
Verba volant, scripta manent. Saggio ammaestramento riguardo il quale
Trunzurbe nel condividerlo mena vanto.
Mi trovavo in compagnia di Piero Venuti, ovverossia, del "vichingo"
(affettuoso appellativo quasi d'obbligo per via del suo essersi negli anni del bel
tempo trasferito in Svezia). Per le più verdi generazioni, trattasi del
dinamicissimo, simpaticissimo, intraprendente e popolarissimo giovane
concittadino degli anni …nta. Da poco in quiescenza, il "vichingo",
abbastanza di frequente e a sorpresa viene a sferrare sul suolo natio dialettiche
incursioni, dibattuto com'e, senza che lo voglia ammettere, tra due odii amori: verso i luoghi d'origine e quelli di adozione dove gli abitanti la testa
portano apposta all'estremità opposta in cui è attaccata ai trunzurbani. Tale
meraviglia lui asserisce, gli procura necessità di ribadite e attente rilevazioni
sul campo, atte a consentire l'approfondimento dei suoi avanzati studi per stabilire
dove effettivamente si vive capovolti, e gl'impone quella che ad un
superficiale sembrerebbe, causata da un sentimentale conflitto di nostalgia o
peggio ancora da una saturazione di sopportazione, sregolata: l’imprevedibile spola
tra le due latitudini.
Nonostante si fosse a metà autunno scorso, la sera era calata tiepida e,
passeggiando al c.so Umberto, si disquisiva (naturalmente snobbando il
mutismo alla moda) su alcuni dei più amabili comportamenti civici dei
trunzurbani, quali: il dialogare per clacson e marmitte, castagnole, petardi,
scampanii, cadenze quartiorarie di orologi da campanile (particolarmente
predilette, specie la notte, quelle della chiesa di S.Rocco), antifurto, abbai di cani
sui balconi, e via discorrendo (sempre più animatamente). Senza
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dimenticare che, ove codesta abituale pratica di comunicare fosse risultata
inesaustiva, ci si sarebbe sacrificati ad inchiostro e penna, molto eccezionalmente
ai cellulari, purché non si scadesse nella diretta conversazione.
Lui protestava contro la rottura di c... della rivoluzionaria trovata intronante.
Io ribattevo che se i traboccanti decibel si consentono, anzi si invocano,
risponderanno ad una qualche utilità, inoltre vanno a servire una vasta rete
destinataria. Così i clacson surrogano la gamma dei saluti (frettolosi per gli
amici, graziosi e concordati per le fidanzate) e degli inviti correttamente reiterati
(affinché la persona attesa non facesse attendere troppo, i posteggiati in doppia fila
concedessero ai più sciocchi ligi di dissequestrarsi, e il capofamiglia in procinto
di rincasare per il pranzo, già dietro il portone, potesse avvisare ca cci si po’
calari a pasta!).
Le marmitte delle due ruote, con quel ruggire articolato, quale abilità,
affermazione, potenza, intelligenza e giocondità non esaltano di chi le cavalca? Le
castagnole, in primis, non toccano il sentimento religioso, cosicché una città molto
pia che dai Rettori del paradiso, ai santi, ai beati, agli angeli, nessuno vuole
dimenticare (lo testimoniano i sontuosi monumenti intitolati ai gloriosi di ogni
ordine e grado), come può quietamente progredire senza ingraziarsi press'a poco
quotidianamente il protettore di turno? Sono anche messaggere delle notizie più
vitali, quali i risultati positivi colti dalla squadra di calcio granata (cosa non da
niente), e servono il primo cittadino, diligentissimo ad augurare rigorosamente di
buon mattino alla comunità le varie festività capitali dell'anno, sia politiche,
sia laico-religiose. E se i dignitari hanno il privilegio dei botti top, i comuni
mortali si consolano con petardi di varia sonorità che, con sudati studi e geniali
artifizi, come l'uso di androni da casse di risonanza, possono raggiungere livelli di
maestosità da non invidiare i primi. Il ricorrente sbatacchiar di campane è correlato
alla nota devozione già menzionata, mentre gli orologi delle chiese
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nell'operosissima Trunzurbe zelano a ricordare a non distrarsi, poiché il tempo
corre. Gli antifurto con le loro beffarde sirene si prendono gioco dei pochissimi
ladri ormai operanti, frustrati dalle sfavorevoli opportunità, grazie alle quali, per
assicurare beni diventati quasi inviolabili, la spesa occorrente è diventata
pressoché irrisoria. I cani signoreggiano sui balconi, e non di rado si sgolano
per far conoscere il non comune senso di solidarietà ai loro padroni, arricchendo
di dissonanti accordi (vere chicche!) l'armonia di ordinario esercizio.
Tutto questo ricco patrimonio culturale evidentemente viene sorvegliato e
stimolato a funzionare da solerti agenti delle forze dell'ordine, tant'è che davanti le
rispettive caserme le esplosioni si susseguono a ritmo serrato, evidentemente per
aver avviato una efficace campagna promozionale. Finalmente a Trunzurbe la
modernità lussureggia, sicché nelle ordinarie reazioni di ogni giorno, poiché non
giungerebbe all'udito, si è riusciti a far a meno della parola, e grazie a ciò si è
trovato il modo di risparmiare fiato. Infatti, restando poco da dire, e quel poco
inutilmente, nessuno più parla e, se in qualsiasi momento una magica bacchetta
desse l'alt all'eccitante sinfonia, si sentirebbe volare una mosca. Purtroppo poi,
all'avvicinarsi delle ore piccole, quando la sublime musica va sfumando,
ricorrono frequenti crisi di astinenza, dozzinalmente scambiati per schiamazzi
dal solito Bastian contrario.
L'interlocutore dissentiva; apertamente mostrava di detestare l'ineffabile
concerto, cercando con foga di dissacrarlo. A Stoccolma, diceva, vigeva
esattamente il contrario e tutti, altro che solo le forze dell'ordine si adoperavano
perché non s'infrangessero i divieti derivanti (cioè i nostri incoraggiamenti). A
parte che non capiva a cosa servisse seccare la parola. Insomma vantava un
modello di comportamenti rovesciato rispetto al nostro. Roba da matti rigettare
l'organizzazione della società a misura d'uomo, e favorire l'affermazione
degl'insetti, per salvare un parlare inservibile ad alcunché se non come nel caso
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suo (scaldandosi nel perorare) a minare la salute, cosa alla quale i trunzurbani ci
tengono troppo per cedere nella tentazione di aprir bocca.
La nostra passeggiata per il fervore di cui si coloriva dava scandalo. Poveretto,
un anziano, allo stremo dal contenere il premere di un vento rettale ormai
irrefrenabile, mentre gli passavamo accanto, si liberò d'una ragguardevole
scorreggia. Il Piero con naturalezza gli augurò -Salute!- Un terzo con cui ci si era
appena incrociati si girò di scatto e, angosciato per dover usare la parola,
apostrofò -Porca!- Il "vichingo" afferrata male la flessione grammaticale al
femminile, imbaldanzì di brutto mentre io stentavo a placcarlo -Porcu a mia?Protestava, e l'altro, che pur cedendo ai nervi riusciva a controllarsi non creando
difficoltà ad un paio di passanti, i quali, avvertito il rischio d'azzuffamento,
s'erano fermati prontamente a godersi il probabile spettacolo, continuava a
mandarlo a quel paese. Per fortuna, con sofferto allontanarsi dell'emendatore
civico, in pochi minuti la tensione allentò ed io cercai di chiarire che la rampogna
suonava -Porca!- ed era diretta all'indubitabilmente atassica scorreggia, che
lasciando molto a desiderare, fortemente umiliandolo in un baleno, aveva fatto
sparire alla nostra vista il disgraziato esecutore. Mi prodigai a far capire quanto
disturbi una tuba che stubi all'impianto contrappuntistico, e quindi, l'irritazione
del biasimatore diventava legittima poiché il contributo sonoro dello sconcertante
concertista, risultato calante rispetto alla tonica della sinfonia in corso, era
scaduto a semplice esigenza fisiologica, libertà questa concessa solo agli animali
goderla: ce lo insegnano i nostri marciapiedi per nulla avari dei quotidiani
bisognini, non di rado bisognoni -L'intestina folata chissà quale grappolo di
emorroidi dovette filtrare per gorgogliare così discordante- Aggiunsi -Parli da
intenditore?- Chiese, ora canzonando, il "vichingo" -Comunque sia- Proseguì -Penso
ugualmente a essermi rotto abbastanza qui, e cambiare clima aiuterebbe a ritemprare
l'humour. In Svezia l'avranno vinta gl'insetti, mancheremo di senso di solidarietà,
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saremo pigri a scrivere, vivremo anche all'incontrario, ma, di sicuro, parlare,
tossire, starnutire, ruttare, spetezzare in tono e non.. se impelle, non crea problemi
con il risultato di tonificare la salute, non di guastarla. Ne fa fede, senza uguali
per modulazione, la pernacchia che vi dedico di cuore!
Come di prassi ci salutammo con un -Ci si vede- Ovviamente alla sua prossima
incursione in Trunzurbe.
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TAVOLA XXXIX
TAVOLA XL
Revolution, revolution, revolution!
Goliard’Acjr, piccolissimo enclave in territorio trunxicano incastrato tra
Ciudad de Tosorela a settentrione e occidente dolcemente profumata come la ginestra
fiorita sulle pendici del vulcano, e Ciudad de Lacugina a sud e a levante deliziosa più
di quanto lo sa essere il citrigno della polpa che offre l’ostrica del suo afrodisiaco
mare, visse momenti difficili. Lo staterello traballò paurosamente scosso dai sussulti
di mancato golpe per alcuni, incompresa rivoluzione per altri, rompimento di c… per
i più. Ma è bene andare con ordine.
Da parecchio erano finiti i tempi quando mancavan sempre cinque centavos
per realizzare un peso! La ricca miniera, l’unica fonte di benessere della comunità
rendeva abbastanza, specie da quando il valore dell’oro si era moltiplicato per tre. Il
tesoro era cresciuto considerevolmente grazie all’oculata amministrazione del
governo Ehssalve e nonostante la condotta scialacquatrice dei goliard’acjni, per altro
verso, rari esempi di personificazioni di qualità caratteriali le più pregiate, quali,
lealtà, garbatezza, generosità, discrezione e soprattutto modestia, che considerato
l’inimmaginabile livello medio culturale, era davvero sbalorditivo vederle abbondare
nei comportamenti di ognuno! Insomma un piccolo angolo di mondo da suscitare
invidia! La popolazione, priva della componente dei giovani, poiché questi attratti
dagli aromi delle due ciudad limitrofe vi bivaccavano stabilmente, in maggioranza
volgeva a canizie, sicché da amicizie quasi semisecolari non poteva non svilupparsi
un’atmosfera di affettuosa, cordiale, fraterna convivenza, per niente inquinata dagli
ultimi avvenimenti che da fortuite eccezioni non fecero che confermare la regola!
Fu all’improvviso che il germe influenzale della stagione in corso, la discordia,
si introdusse nella repubblichetta, sconvolgendo la delicatezza d’animo generale,
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eccitando la fisima della polemica e provocando un polverone più minaccioso di
quello prodotto dall’uragano quando incazzato urla tra i canjons della Sierra Madre. I
tranquilli e affiatati amigos sottratti al torpore della siesta, intabarrati nel poncho, il
sombrero a ripararla appiccicato sulla faccia, calienti brancolavano nella nebbia della
smania alla ricerca della perduta quiete. La pacatezza s’impazientì in tutti i toni sino
all’isteria con un susseguirsi di strapazzi, furori e c…ozzi.
Il cagionevole Governator Ehssalve, in passato pluriacclamato sin tanto da
generare il culto della personalità, fu tacciato di autoritarismo, lui amante di confronti
e consigli, ricercator di proposte, proponitor d’assemblee e referendum, lui dittator!
Un cristiano il più democratico, un crociato con tanto di scudo cattolico, un militante
del partito popular, lui dittator?!!! Perciò si ribellava strenuamente e nella foga di
difendersi, per prender fiato e decongestionare il viso ebbro di collera, frombolava il
respiro sulle adenoidi, sue antiche molestatrici, con più forza rispetto alla normale
abitudine consolidata, e come se stesse sul punto di soffocare. Ci mancava pure
l’epidemia! Gli parve il segno premonitore d’una sua prematura fine. Ammise subito
che fosse una sciocchezza che il pernicioso contagio avesse voluto toccarlo per
condurlo all’Ade fraudolentemente, ma bene che dovesse finire, decise, passato lo
spauracchio, di dimettersi da qualsiasi carica.
Col voto alle porte, il virus punse forte, tant’ebber triste sorte: lor pensar e dir
preser vie storte.
Si contestò il funzionamento delle attività morali, delle quali non si aveva
esperienza alcuna, poiché nello staterello non se n’era mai fatta pratica. Pur
nondimeno si cercò d’individuarne alcune ipoteticamente esplicabili: beneficenza,
prenotazioni di loculi, funzioni religiose, vigilante interdizione di fantastici giochetti
pederastici, dovendo però ammettere la non esercitabilità di qualcuna di esse in una
comunità di ricchi arzilli laici ex ficaioli scelti. E tuttavia si continuava a cicalare;
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circolarono volantini, si ammannirono ideologie del nulla e si issarono bandiere del
niente, si gridò alla revolution, al no pasarant!
I goliard’acjni perduta l’ancestrale calma dei trunxicani fremettero dalla cima
dei capelli all’unghia del dito piccolo del piede!
Torun de la Vergine offuscò il candidato dell’opposizione. Vinse la Sinistra.
Eppur s’era alzato dal fronte battuto il grido di revolution. Era dunque quello un
golpe mascherato o un rompimento di coglion? Qualsiasi cosa fosse la reboante
revolution fu dura a morire. Si voleva disarmare la miniera, avvelenare le posadas
natalizie. Sui muri cominciarono ad apparire le liste degli “insonni”, i tramatori nella
notte, gl’irriducibili celebranti della gozzoviglia. Nel salon delle fiestas le mense
traboccavano d’ogni specie di tortillas, tacos, enchilades, peneques piccanti di chile,
di barbacoa e gusanos, di boccali di pulque e tequila, mentre alla radio l’In dei
mariachi arpeggiando sulle corde di jaranas, vihuelas, banjos, conchas e chitarroni,
produceva il sottofondo ai suggestivi versi di Enrique Gonzales Rojo. Volavano
minuti, quarti d’ora, mezz’ore, ore intere. Il fumo dei grossi cigarros ingordamente
succhiati avvolgeva il salon. Si centellinavano i refrescos: la chicha, il tepache, la
tamarinda. Le amenità capriolavano nella spumosità d’una gazzarra maschia, le note
musicali si vestivano dello jarabe, della malaguena, dell’huasteco, e malgrado che
già le palpebre cadessero pesanti, gli sbadigli si moltiplicassero, le membra
reclamassero un morbido giaciglio, solo all’ora del chicchirichì i satolli convitati
biascicando brandelli di Adelita Valentina o della Cucaracha trascinavansi infino al
letto, dove il sonno spazzate via bruscamente le morenti sillabe dalle lonze labbra li
sballottava sulle spiagge dell’inconscio con la sua possente risacca.
Costoro, i più colpiti dall’epidemia cerebrobnubilante
dettero non poche
preoccupazioni, la più grave quella d’aver superato il limite della reversibilità. Per
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fortuna la malattia fu completamente benigna e stava per risolversi. Lo si comprese
dai lenti ma progressivi ravvedimento e guarigione dalla fissazione. Infatti los amigos
si riabbracciarono e si risorrisero. L’aere si ricompose più immoto di prima sotto un
cielo insondabile. Lo staterello riconquistò l’invidia dei trunxicani.
Però che scantos ragazzi, roba da carnevale!
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TAVOLA XLI
TAVOLA XLII
Pesce d’aprile I
La solita comitiva di sfacinnati pensionati, per cazzeggiare si ricostituiva ogni
mattina in pescheria e la sera alla villetta Garibaldi. Era ben assortita e intonata e
l’asse armonizzante per lo più era manovrato da don Nunziu salachiai specializzato a
chiuder le ferite degli altri con il sale specie quelle riscontrabili in don Ramunnu culu
senza funnu, gran cicalone sempre pronto a protestare che non lo facevano parlare e
mai pago di accumulare ricchezze, sebbene già sovraccarico, da destinare chissà a
chi, essendo figlio unico, senza eredi. Intorno ai due ruotavano gli altri quattro o
cinque stabili in qualità di coreuti, come nell’antico teatro, e pronti a colmare le pause
dei protagonisti con sghignazzamenti ed esclamazioni di finto stupore. Don Nunziu
all’irrequieto Creso, di sole, gliene aveva rifilate parecchie, a distanza di mesi, per
dargli il tempo di digerirle, e così l’aveva abbindolato con l’esca dei grandi risparmi,
mandandolo ai mercati generali della frutta, in piena notte al mercato del pesce ad
Acitrezza, al macello, ovviamente ai rispettivi reparti “Liquidazioni”, da dove
consigliato da impareggiabile taccagneria era tornato a casa con merce da pattumiera
che regolarmente la moglie alla presentazione lanciandogliela, gliela faceva arrivare
in faccia. Sarebbe curioso constatare che le passate esperienze di tre casi analoghi
non gli avessero risparmiato di cadere nel tranello, ma si sa, con diffusissime prove,
che la forza dei vizi ottenebra la ragione.
L’ultima disavventura invece la visse cercando l’immobiliare “Unica e sola”
nel quartiere di S. Berillo dove gli era stato indicato e dove poteva trovare occasioni
irripetibili. Al fruttivendolo di zona a cui si rivolse per chiedere informazioni
sull’ubicazione della società, gli si arricciarono le labbra e il capo gli ondeggiava in
segno di complimentarsi con l’arzillo vecchietto, e dopo qualche minuto l’incredulo
informatore si decise a riferire che di unica e sola nel quartiere viveva la geisha molto
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mobile e lavoratrice du pilu impegnata ad arrifriscari gli arrapati. Al poveretto culu
senza funnu non restò che ringraziare, salutare in fretta e allontanarsi a testa bassa.
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TAVOLA XLIII
TAVOLA XLIV
Pesce d’aprile II
Capitò che al compiersi della notte del 31 marzo del 2012 l’Etna si arrabbiasse
di brutto, tanto da sferzare con una pioggia di cenere i paesi pedemontani.
Don Nunziu, nostra vecchia conoscenza, ribattezzato Salachiai, per la sua
alacrità a spargere sale sulle altrui ferite, come d’abitudine mattiniero, appena aprì
l’imposta della cucina di casa sua non poté trattenersi dal sacramentare dinanzi alla
vista del ballatoio coperto di nera silice. Era già successo parecchie volte in pochi
mesi di doversi sobbarcare alla pulizia di terrazzo e ballatoi e sapeva cosa ciò
comportasse in fatica e dolori alla schiena. Però quella volta l’inconveniente era
accaduto in una notte particolare preparatoria all’avvento del primo di aprile.
A questo punto a don Nunziu di carattere allegro e burlone in
quell’avvenimento gli parve di ricevere un regalo, perché si prestava benissimo ad
insaporire un’ottima pietanza di pesce d’aprile.
L’eletto destinatario tanto per cambiare, fu don Ramunnu culu senza
funnu,avido taccagno e cicalone della comitiva lesto a protestare quando qualcun
altro gli toglieva la parola perché a suo dire non lo facevano parlare mai, non pago di
avere frastornato le teste degli uditori compiacenti a farsi intronare, per una specie di
attrattiva psicologicamente esercitata dalle sue ricchezze. Lui, insignificante nella
persona, poco istruito ed invece tanto ricco, tanto, tanto, tanto, tanto quanto
pidocchioso, pur con la tristezza, non avendo figli, di non sapere immaginare che
fine avrebbe fatto dopo tante privazioni quel ben di Dio, quando lui vi si fosse
involato incontro. Tuttavia la ferma indisponibilità di tanta disponibilità bloccata
parve all’irrequieto don Nunziu Salachiai l’ingrediente perfetto per la burla da
realizzare.
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Il Salachiai si recò all’abituale punto d’incontro con gli amici un po’ in ritardo,
e lamentandosi dello strapazzo dovuto subire in tre ore di pulizia della cenere
vulcanica. Attese che gli ascoltatori commentassero le sue fatiche ritenute
spropositate, e a quel punto gli parve il momento giusto di lanciare l’esca, e dopo
avere ammiccato in segno d’intesa in un momento in cui il predestinato s’era
distratto, esordì -Però questa volta mi sono rifatto con gl’interessi. Cosa da non
crederci. La cenere a tratti si faceva più scintillante, e questo era dovuto alla
mescolanza con pagliuzze d’oro eruttate dal vulcano- Seguì un coro di fischi e risa
misto a salaci apostrofi, utile a condire meglio la minestra -Non dovete, per forza,
crederci! Chi se ne frega! A me basta che ci ho ricavato un mucchietto di circa venti
grammi d’oro. E voi che vi stupite, cosa vi sembra che espella l’Etna, se non
minerali, e l’oro cos’è?
Don Ramunnu, subito scosso da un tal tipo di ghiotta rivelazione parve
abboccare, tanto fu convincente l’amico. Lo si notava dalla serietà con cui ascoltava,
lui infaticabile oratore, al momento faceva parlare i suoi occhietti accesi di cupidigia,
per cui il celiatore proseguì con qualche approfondimento -Uscendo di casa ho
incontrato un antico conoscente, anche lui molto meravigliato dell’evento quasi
prodigioso. Di ritorno dalla sua campagna in una frazione qui vicina, mi diceva, che
gli abitanti del posto, più mattinieri e operosi rispetto a noi, avevano già pulito a
specchio l’intera contrada, anche lì rimunerati di qualche pietruzza, chiariva proprio
pietruzza, perché più si sale verso la montagna incontro alla bocca eruttiva e più i
frammenti sono grossi, che a causa a suo dire della pesantezza cadono appena
sfornati- L’appendice di più favorevole ritrovamento in prossimità del vulcano, il
Salachiai l’aveva elaborata ad arte, sapendo che
culu senza funnu fra le tante
proprietà possedesse un gran vigneto con relativa casa di villeggiatura e ampissimo
cortile dove avrebbe potuto sbizzarrirsi da fervoroso cercatore d’oro, proprio ai piedi
del vulcano. La comitiva rumoreggiava senza impressionare più di tanto don Nunziu
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entrato ineccepibilmente nella parte, riuscendo a tenere sulla corda il predestinato,
che a sentirlo perorare, non ci pensava nemmeno a diffidare, e così si tratteneva dal
fare domande, ma deglutiva spesso di bramosia, mentre qualcuno iniziava a
sbadigliare perché già si avvicinava l’ora di pranzo. Al solito si salutarono, e
fingendo stupore per la prodigiosa rivelazione, ognuno prese alla svelta la strada di
casa.
L’esca era stata lanciata, ora bisognava attendere, e infatti non ci volle molto a
capire ch’era stata anche abboccata, poiché all’incontro abituale della sera all’appello
mancava proprio l’incontentabile Creso, per cui bisognava capirne la ragione, così
tutti
d’accordo
decisero
d’informarsi
telefonicamente
a
casa
dell’assente
ingiustificato. La moglie ancora spaesata, anche per le poco incoraggianti condizioni
meteorologiche del periodo specie di sera, riferiva che per motivi non proprio da lei
compresi, il marito aveva dovuto recarsi alla vigna sopra Milo. A tal notizia gli amici
decisero di recarsi tutti quanti sul luogo conosciuto da qualcuno essendovi stato già
condotto dal proprietario.
La serata era fresca ed umida, intonata alle calorie da spendere della vittima
impegnata da una fatica assai dura. Da lontano si accorsero che il cortile era tutto
illuminato, così cominciarono man mano che si avvicinavano le grasse risate sempre
più corpose nel distinguere la sagoma dell’amico non risparmiarsi nel menare il can
per l’aia. All’arresto della macchina e allo sfornare affatto sgraditi visitatori
scompisciati dalle risa, scoperto troppo tardi ahimè l’inganno, per non dar
soddisfazione, l’ingordo zimbello, si accinse a scimmiottare il comportamento degli
amici, presentando insieme le giustificazioni in soccorso alla sua citrullaggine e
cercando freneticamente di porvi una toppa, risultata peggiore del buco -Domani
debbo prestare la casa ai miei nipoti che ci vengono a svolgere una festa. Non gliela
potevo far trovare così conciata, non vi pare? -Eccome no- Gli convenne Nunziu
Salachiai -Solo che domattina alla luce del giorno certi lavori sarebbero stati
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facilitati, e anche tua moglie ne sarebbe stata più contenta, però si sa che se non la si
vuol perdere, la fortuna va assecondata subito. Ma si dà il caso che i lingotti viaggino
per altre strade, e se li volevi veramente trovare a bizzeffe non occorreva far tanta
strada inutile, bastava bussare alle gioiellerie di via Davì. E’ vero che più le cose ce
l’hai sotto il naso, più non le vedi. Comunque l’infortunio di stasera dipende in parte
anche dalla tua parlantina troppo sfrenata, perché se tu abusassi meno della parola e
riflettessi di più, forse non saresti incorso tanto facilmente in un pesce d’aprile del
genere!
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TAVOLA XLV
TAVOLA XLVI
Gavettone DOC
A tutti, credo, è venuto in mente almeno una volta nella vita, di esser nati sotto
una specie di segnata predestinazione, proprio per recitare il ruolo che occupiamo in
società. Per alcuni l’idea guizza e scompare in un baleno nella mente, per i più si
radica come una verità rivelata, anziché convenire che trattasi di colossale minchiata,
poiché noi altro non siamo che frutti delle più svariate combinazioni relazionali
associate alla tenacia dell’impegno individuale. E’ così che si diventa operai,
artigiani, professionisti, scienziati, minchioni! Calogero, di soprannome Triciccia,
apparteneva proprio a quest’ultima categoria, poiché la sua vita aveva costellato di
flop in quanto sia nella sfera sentimentale, che nella lavorativa, si era comportato
sempre da strafottente. Svogliato e incurante, prima nella scuola abbandonata al
ginnasio e poi nelle varie esperienze d’impiego, buttò alle ortiche le varie opportunità
di lavoro trovate, non ultima quella di commesso in una banca; con la famiglia non fu
meno irresponsabile, fino quasi con i figli da lui avuti a costringere la moglie, delle
più degne per onestà e dedizione, esasperata al massimo, ad allontanarsi
definitivamente e senza appello. Il Triciccia amava gli amici e l’allegria e di tutto il
resto non se ne dava pensiero: era un gaudente, buona forchetta e ottima spugna,
precipue virtù queste per rivestirlo, origine del soprannome, d’una rispettabile
pinguedine, che sfoggiava quasi con civetteria! A sgravio di possibili preoccupazioni,
contribuiva il fatto di discendere da famiglia benestante e di avere ereditato
abbastanza da continuare fiducioso nella sua condotta di vita solo di consumatore, ma
nient’affatto di sperperatore, così da essere approdato alla terza età senza dipendere
dagli altri. Le persone con le quali trastullarsi non gli mancavano grazie al suo
carattere gioviale, alle fattezze boteriane e al suo comico ritenersi forzuto che lo
ispiravano a ripetere -Sono un uomo abbondante, ma purputu, citrignu e atleticu, e
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cui nun mi cridi mi s’arrìsica a sfidarimi a braccio di ferro, scommettendo però
qualcosina, picchì Calogiru non si esibisce gratis!
Da questa propalata fantasia, i frequentatori più assidui ordirono un rispettabile
piano di messa in prova con il beneplacito di Paulinu ‘nsinzuliddu, pericoloso per chi
così lo appellasse, un omino bassino e magro dalla insospettata forza fisica di un toro,
dirimpettaio a pian terreno del dichiarato Sansone di carta. Riempirono un borsone in
robusta tela di grossi pezzi di ferro avuti in prestito da un amico fabbro e
predisposero le cose alla bisogna. Il gruppetto di congiurati vicino al chiosco di
piazza Duomo attorniava il Triciccia. Gli andava incontro portando disinvoltamente il
carico Paulinu ‘nsinzuliddu che arrivato a pochi metri dai complici, da un emissario
della carognata venne apostrofato con l’epiteto tabù, sicché il destinatario recitando la
parte con molta naturalezza, lanciandogli il pesantissimo bagaglio, si rivolse a
Triciccia, pregandolo di custodirglielo fino al suo ritorno dall’aver dato una lezione
all’improvvido sfidante. Chiaramente l’effetto dell’urto del cospicuo peso del
borsone, raddoppiato da quello del lancio, travolse il malcapitato ricevente,
mandandolo a gambe in aria accompagnato dalle grasse risate dei macchinatori del
crudele ludibrio. Triciccia come meglio poté si rimise in piedi, guardò in cagnesco la
briccona comitiva e rimasticando le colorite espressioni del caso si allontanò
zoppicando.
Sbollita la sua ira, con la solita predilezione degli anziani verso le antologiche
fantasie sulla virilità maschile e sulle donne, riprese attorniato dai numerosi
ammiratori il suo diletto repertorio, riconfermandosi, con posa professorale, perfetto
catalizzatore. Ovviamente con queste premesse non poteva non subire il rituale
bombardamento di sfottò. I discepoli non mancavano di chiedergli se funzionasse
ancora l’organo, e lui rassicurava tutti con il ripeter loro -Sono un vulcano, un
vulcano doc- Specificava con nutrito orgoglio, anche se non mancasse chi insinuava
di aver dimenticato di aggiungere -Spento- E qui cominciava la solita filastrocca di
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frustrati desideri ben condite da sciocche considerazioni sulle sue capacità amatorie
-A un uomo abbondante in tutto, ma soffice, purputu, citrignu e leggero, inoltre dolce
quale sono io, paru fattu di pasta riali, cosa da fare impazzire le donne, specie le
intenditrici e golose, cosa manca per non farsi desiderare?- -A cosa cchiù ‘mpurtantiGli si rispondeva -L’argumenti!- -Si cci hai ‘na soru giuvini prima ma porti a mia e
poi ti fai fari u resucuntu- -E mo soru cchi mi putissi cuntari di unu ca ppi vidirisilla
a usari u specchiu e ppi affirràrila comu ‘ncentesimu persu ‘nta ‘na sacchetta leggia,
prima ca a trova cci scura na sirata- -Ca menu mali ppi tia ca i masculi nun mi
piaciunu e s’annunca ‘nspaventu ti l’avissi fattu pigghiari!
L’estate con la sua cappa d’umidità imposta dagli anticicloni africani intitolati
a personaggi di trista fama faceva boccheggiare giorno e notte. A Triciccia al colmo
dell’esasperazione gli accadde che durante il riposo pomeridiano un ortottero
canterino prendesse alloggio in una commessura delle tegole sopra la camera da
letto. Il disgraziato polisarcico allo stremo della pazienza spalancò la porta del
balcone e affacciatosi in mutande e canottiera cominciò ad imprecare, sguardo al
cielo, contro il protervo insetto -Cicala maliditta nun nti sumportu cchiù- -Ti l’haiu
sempri dittu- Gli rispose a tono u ‘nsinzuliddu, suo dirimpettaio di piano terra,
consigliando -Tagghitilla e cci a ietti a ‘ncani, d’accussì tu arrifrischi e iddu ppi ‘na
vota fa ‘nspuntinu sapuruseddu- Triciccia, attizzataglisi la collera, corse verso il
bagno riempì un pentolone d’acqua e ripresentatosi sul balcone più sconvolto che
mai, ne scagliò il contenuto contro il lesto derisore, riuscito a scansarlo quasi del tutto
con automatica presenza di spirito, promettendogli però di fargliela pagare.
Partì la preparazione del secondo agguato e appena pronto fu proposto al
Budda irridente, in una pausa del suo solito sfornare minchiate che passano per la
testa degli anziani ossessionati dal desiderio di perdersi, pur se scarsi di energie, tra i
fitti boschi di fatale attrazione. Lui ansimando di pancia come un grosso animale da
tiro in sosta per qualche minuto di riposo mentre ai lati del collo scendevano due
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simmetrici rigagnoli di sudore, ascoltava lo svolgimento della proposta, con pupille
accese dall’immaginato piacere da provare a breve. Ci si doveva recare nella casetta
di villeggiatura in collina du ‘nsinzuliddu, dove avrebbero trovato già accompagnata
dallo stesso, una donna ancor piacente e compiacente ad entrare in intimità con quanti
lo richiedessero -Mi vuliti purtari a buttani?- Chiese Calogiru con stizza -Ma cchi
buttani!- Lo rassicurarono i coalizzati traditori -E’ ‘na fìmmina vulcanica- -Allura è
cosa mia, sugnu iù u pumperi ca cci voli
La spedizione si mise in moto. Arrivati in loco l’uscio era socchiuso, perché
ovviamente già il padrone di casa si era insediato con la “vulcanica”
accompagnatrice. Gli amici entrarono quasi in punta di piedi. A Triciccia il cuore gli
pompava il sangue a fiotti e lui in risposta si umettava le labbra di continuo con
schiocchi di lussuria. I pori espellevano una calda rugiada di sudore. Nella stanza
dietro la sala la voce di Paulinu s’ingegnava ad ammansire l’insaziabile seduttrice
con l’effetto di portarla a spazientirsi e reclamare la vendemmia promessa -Ma che
mi ci avete portato a fare qui? Unni sunu sti masculi di preju?- La mole di Triciccia
sobbalzò a seguito di un saltello di disappunto e si mosse incontro al suo non
supposto destino, avvisando la provocatoria sfidante -Bedda ccu cui stai parrannu, u
sai cu sunu i chistiani? Parola mia, ti farò pentire di quello che hai detto, perché tu
non immagini in quali strapazzi ti stai cacciando!- Appena finì la frase e aprì
l’insidiosa porta, una doccia lo inzuppò dalla testa ai piedi, fra le risate di
tutti e il suo sfogarsi a
ripetere -‘nsinzuliddu si ‘nfitusu!- Mentre questo forse
per la prima volta a sentirsi appellato a quel modo se ne usciva ridendo dalla stanza
con il secchio del gavettone in una mano e nell’altra il registratore con nastro su cui
risaltava la sua voce e l’imitazione di quella di una fantomatica ammaliatrice.
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TAVOLA XLVII
TAVOLA XLVIII
Don Ascenziu Arancino
Don Ascenzio Arancino diventato vedovo, e rimasto solo dopo il convolare a
nozze dell’ unica figlia, guardava la vita con avversione. Lui ex guardia carceraria fin
quando visse con Venerina figlia e Carmelina Maccarrone moglie, due donne sobrie
in bellezza e disponibilità di mezzi, aveva saputo sempre in tutte le contrarietà trarsi
d’ impaccio. Con saggia rassegnazione aveva accettato la morte della moglie travolta
da un’auto pirata sulle strisce pedonali e con altrettanta rassegnazione s’era abituato
alla solitudine, a seguito che la sua unica figlia quasi in tempi supplementari aveva
ghermito a poca distanza dalla dipartita della madre l’invito d’ un polentone di
passaggio a seguirlo al nord e formare una famiglia. Don Ascenzio ormai da anni
abbandonato a se stesso, pur se chiuso di carattere e sfortunato di natura, riusciva a
cavarsela in autonomia, non amava cricchi e crocchi e al massimo indulgeva a
scambiare poche parole con don Vincinzinu, suo sottostante coinquilino. Riguardo la
salute per don Ascenzio l’unica tribolazione gli proveniva da un’ostinata stitichezza
che non concedeva alternative al clistere. Ma da quando le sue buone donne avevano
preso strade diverse dal convivergli, il problema era diventato irresolubile. Al colmo
dell’esasperazione provò da solo, ritrovandosi bagnato da una semidoccia tiepida. I
purganti leggeri erano acqua fresca, i più corposi non li tollerava. E intanto
continuava a costipare fino a sentirsi male ed evacuava al limite della sopportabilità
con grandi sofferenze. Doveva trovare il da farsi, e se no, era preferibile togliersi di
mezzo. Sì, era disposto a spingersi fino a tanto: a togliersi la vita!
Il nostro cervello è un terreno fertile, per cui una volta che ci si semini, finirà
con il mostrare i germogli. E così in uno di quei giorni in cui toccava il fondo dello
sconforto oltre che per le amarezze delle piccole frustrazioni derivategli più dalla
spigolosità del carattere che da effettivi soprusi di vita, dispiaceri aggravati dal
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malessere fisico della sua bestia nera, la stitichezza, decise di farla finita. Senza
indugio afferrò il coraggio con tutte due le mani, trasse dal cassetto la vecchia
rivoltella, mormorò verso il coinquilino il regalo che stava per fargli, sedette, sudò
freddo, caricò la pallottola in canna, puntò alla tempia, premette…
Un colpo secco distrasse dal suo sfaccendare abituale don Vincinzinu, il quale
subito chiamò -Don
Ascenzio cchi successi?- -No, nenti, falsu allarmi fu, mi
sbagghiai, mi trimau troppu la manu- -Staiu acchianannu. Ossia mi sta fermu. Na
‘nsàutu suggnu ddoca supra- -Don Vicenzu vva dittu ca non successi nenti. Quannu
nnun si ni po cchiù, occa cosa sa fari, e iù sbagghiannu a ccu visti e ‘nzittannu a ccu
non visti, ‘nrisultatu ‘nspiratu ll’haiu ottenutu e comu!- -U capì, u capì, santu
cristianu, ma iù vogghiu vidiri cchi me’ occhi. Ah, cchi fetu!- -Vi l’ava dittu iù di nun
‘nchianari. Non c’è nenti cchi vidiri, c’è sulu di ciarari- -Putennisi ciarari. Menu
mali ca ossia è bonu, però accussì fa moriri all’autri- -Ca finitila don Vicenzu, viditi
ca ppi fetu nuddu mai ha murutu- -Prima ca mi ni scappu, unn’è ddu billissimu
giocattulu?- -Di comu sugnu cumminatu mi scurdai macari cchi successi- -A varda
unni ìu a arrivari, a dda gnuni. Chista intantu ma portu iù- -Ca si vv’aggiuva! E a
mia mi pareva ca a stu munnu, eru iù sulu u stiticu ‘ncurabili!
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TAVOLA XLIX
TAVOLA L
Medici arruffoni
Chi nella propria vita è stato dispensato dal non avere bisogno del medico?
Nessuno. Chi ne ha avuto gran giovamento? Pochissimi, solo eccezioni riuscite a
salvarsi malgrado quelli. L’avvisaglia di ciò che sarà ce l’hai appena dopo essere
entrato in ambulatorio ed aver salutato, sentendoti chiedere -Allora, cosa ha?- -Sono
qui da lei per saperlo anch’io- Ed è qui che cominciano i guai dovuti ai malesseri che
non scompaiono da soli, ed hanno bisogno di una giusta terapia. Si attivano gli
esperimenti, intanto la situazione si complica e se sei fortunato ne vieni fuori con una
malattia che nel frattempo si cronicizza. Ma loro, gl’improbabili guaritori, non se ne
curano più di tanto: è pan giornaliero. Continuano con l’abituale sicumera a dispensar
speranze, illudendo quanti vi si affidano a stare tranquilli fino a che le malattie
stanche di divorarli non li consegnino alle affollate crociere di Caronte. E come nulla
fosse continuano ad indagare, reputar di scoprire, pontificare. Guai, non dico a
contraddirli, ma ad avanzare qualche dubbio, sbuffano come locomotive e non ci
pensano troppo a mortificare con malacreanza. Spesso usano la strategia di mettere
le mani avanti, non risparmiando ai malcapitati pazienti, con il sospettare gravi
malattie, gratuite preoccupazioni accompagnate da allarmi strumentalizzati, da
servire dopo lo svelarsi della loro infondatezza, ad accrescere la bravura dei fasulli
diagnosticatori nell’essere stati solleciti ad evitare il peggio. Ci sono poi gli eruditi
che fanno sfoggio di gran dottrina medica, e senza rendersi conto che a te non te ne
importi più di tanto, anche perché non è la prima volta che ti rifocillano della stessa
pappardella, si sentono gratificati di averti illuminato sull’importanza dei cicli
circadiani. C’è anche il buontempone che, specie se la ricorrente trabocca di belle
forme, a sentirsi chiedere un rimedio per un ascesso alle gengive, la invita a
spogliarsi, perché la possa visitare. C’è chi una semplice costipazione la scambia per
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blocco intestinale, chi per un raffreddore chiede l’ausilio di uno pneumologo e chi
invece ti vuol curare la polmonite con le vitamine e l’influenza con gli antibiotici, le
ulcere con sciroppi, chi ti prescrive colliri a posto di ansiolitici, e chi supposte per
pillole, chi pensa che con gli esantemi si onorino i defunti, e così di seguito fino
all’incredibile. Se a sentirli ci fossero i loro colleghi di una volta addestrati a
diagnosticare senza ombra di smentite la patologia dell’ammalato con il solo
guardarlo in faccia, quali risate si risparmierebbero? Ma nel frattempo l’arte medica
si è trasformata in mestiere è diventata insopportabilmente e immeritatamente
lucrosa, e tuttavia malgrado i privilegi conseguiti, codesti beneficiari si ritrovano rosi
dal male oscuro della frustrazione a vedersi sviliti a scribacchini di abbuffate di
medicine ed esami clinici. Per cui pensano di esorcizzare il pungente svilimento
tenendo affollate le sale di attesa in modo da sentirsi valorizzati dalla ressa di poveri
illusi, certi, con la estenuante fila da lazzaretto per essere ricevuti, di ripagare il
sacrificio grazie alla risoluzione dei propri malanni per mano di tanto richiestissimo
medico, dimenticando invece le opportunissime probabilità di entrare sano e uscire
contagiato specie nel picco delle influenze quando in questi posti la calca è al
massimo e si finisce con il respirare facilmente quanto bisognerebbe assolutamente
evitare, così che ci si affida a una toppa peggiore del buco. E se per caso, con gran
meraviglia dei presenti votati all’estrema pazienza, azzardi a suggerire all’assediato
curatore d’istituire un foglio di prenotazione in modo da non richiedersi l’ininterrotta
attesa per essere ricevuto e nello stesso tempo dar più agio alla circolazione d’aria
nella saletta, al top del garbo cosa ti senti rispondere dallo scribacchino, con buona
pace di chi dovrebbe vigilare sul rispetto delle indispensabili norme igieniche? Che,
scambiando il cazzo con il paternostro, perché d’igiene si tratta e non di democrazia,
in un regime democratico, quando non ci si sente sufficientemente soddisfatti di un
servizio, ci si rivolge altrove. E allora per fargli capire bene una semplice regola di
opportuna semplificazione oltre che di rispetto del prossimo, bisognerebbe fare
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attendere lui diverse ore ad ogni tappa nel giro giornaliero delle commissioni, dal
panificio alla macelleria, dal pescivendolo al fruttivendolo, dalla lavanderia alla
farmacia e così via, e poi chiedergli dove troverebbe il tempo di svolgere il suo
mestiere di scritturale. Ah sprecato nobel della medicina, il problema, senza offesa
alcuna, si risolve solo con una lista di prenotazione, o semplice macchinetta
eliminacode!
Al sentir parlare dei medici moderni, pensando alle nostre traversie consumate
con loro, non viene in mente l’insuperabile Molière o il mondo del cabaret? Il tratto
che maggiormente distingue la categoria è la presunzione che spesso va a braccetto
con l’arroganza. Intanto o malcurato, o affossato o spogliato nel portafoglio, il
paziente è sempre dalla loro parte, per la semplice ragione che con la salute a
lumicino in posizione di ansiosa debolezza in qualcuno deve rifugiarsi per sentirsi
rassicurato e continuare a sperare nel recupero. Questo i catecumeni di Ippocrate lo
sanno bene sin dall’università ed è il loro vento in poppa, per cui non si risparmiano
nell’adoperarsi da superficiali, male aggiornati, strafottenti, ma non per questo non
premiati da vituperato diritto a poter richieder parcelle da strozzinaggio.
Quando li incontri per strada sembra che levitino, tanto sono insufflati d’aria
dentro. Incedono in pompa magna, e, con collo agile e sguardo vigile, rassicurano che
tutto è sotto controllo, e, malgrado tra loro prevalgano coloro che al posto di
allungartela te la accorciano la vita, se dopo averli incrociati ti giri per semplice
curiosità, non ti stupirai di vedergli sfoggiare sul fondo schiena una rosta dai colori
sgargianti, che il popolo belante, orgoglioso dal pendere dalle loro labbra, ammira
intenerito da vivo compiacimento.
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TAVOLA LI
TAVOLA LII
A cicci bella
Il signor Pappalardo, alla sua avanzata età poteva considerarsi un sopravvissuto
ai terremoti subiti a compendio delle sue discordie coniugali. Da affettuoso
capofamiglia, gran lavoratore e ben sistemato, l’ultimo evento catastrofico lo fece
ritrovare con il culo a terra grazie ai capricci di una avventuriera di moglie e delle due
alleate figlie appena signorinelle. Poveretto da benestante quale era saputo diventare
con tenacia d’impegno nel lavoro, era sprofondato nella condizione di sottoproletario
senza casa, previdenza scaturita dal suo sangue, e con lo stipendio dimezzato dalle
rette di sostentamento da pagare alle tre sanguisughe.
Con questo chiar di luna non aveva potuto ripartire a ricostituirsi degli affetti e
quindi senza accorgersene s’era ritrovato pensionato costantemente terremotato.
Malgrado ciò, benché le tre donne gli avessero corroso il fegato, non aveva perso la
capacità di turbarsi nel quotidiano incrociarsi con qualche bella fica, anche se gli
toccasse ammirarla con occhi di cane bastonato. Certo ormai era disincantato, e la
considerazione verso l’altro sesso aveva subito una rimodulazione dal sentimentale
verso l’aspetto più pratico e più naturale, ma per certi versi deformato dalla
mancata pratica di uso in seno alle esperienze personali.
Viaggiava per teorie psicoantropologicoevoluzionisticodegenerative, il signor
Pappalardo, e da uomo assolutamente scrupoloso, ragionava su per giù come da
seguito, non tralasciando, pur se il contraddittorio partisse dal suo intimo, di
sottolineare che la disamina non avesse dovuto sottrarsi a far salve le normali
eccezioni. Da cultore della documentaristica naturalista televisiva aveva potuto
scoprire che quasi tutti gli accoppiamenti dei sessi tra le varie specie si svolgono con
preliminari violenti, a causa dell’irresistibile attrazione in stabile continuità grazie
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alla focosità del maschio, contrapposta all’apatia se non frigidità della femmina che si
sente scomodata quando ancora non è investita dai calori di ricettività, finalizzati
dalla Natura al solo scopo della promessa di generare.
Ed è in effetti da questa diversità fisiologica che scaturisce ogni tipo di
sin(to-fo)nia o intemperanza che va dal litigherellare al femminicidiare tra i due
partner, altro che mito della retorica sentimentale da commedia rosa!
La donna conosce e pratica, specie dopo aver capito il tesoro che si ritrova
sotto l’ombelico, un solo comportamento: la predazione, sino a spingersi in un gioco
molto pericoloso. Incoraggiata dalla sua vanità non bada a spese di bistri, creme, fard,
o beauty parlour, per offrire al top la fertile zolla sulla quale seminare, in virtù della
quale, sapendo bene dove può condurre ‘npilu di fìmmina non si risparmia in sacrifici
pur di correre la cavallina toccando spesso l’indecenza al fine di raggiungere il
traguardo del business! Si propone come merce in vendita al migliore offerente e per
questo non ci stupiscono ormai atti come quelli delle (ol-or)gettine e fidanzamenti
con spasimanti che anagraficamente possono essere loro bisnonni. L’importante è
colpire il soggetto debole e come ci azzecca con gl’ingenui maschietti infervorati di
gratuito femminismo fino a quando non dovranno disilludersi, nei casi di separazione
coniugale, a seguito delle sentenze dei giudici, per essersi ritrovati con la scusa dei
figli da sostenere, spogliati di tutto punto a beneficio di vere e proprie vampire.
Tuttavia, nonostante la pratica predatoria svolta attraverso i naturali attributi
ricevuti per attrarre al solo scopo d’esser fecondate e invece sfruttati per finalità di
commercio, ella fa propria la parte della vittima, proclamandosi assolutamente seria,
onesta e pudica. Proprio questo ipocrita amor proprio il signor Pappalardo contestava
strenuamente nelle occasioni di confrontarsi con gli amici durante il solito
bighellonare di routine, o da solo con se stesso, così che spesso si ritrovava talmente
assorbito dalle sue elucubrazioni sulle crudeltà femminili da assumere inconsce ed
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infuocate espressioni di rivolta a testimonianza del suo interiore ribollire, e non di
rado si muoveva da automa dando a capire agli altri ben altro di quel che c’era da
capire. Perciò gli toccò di sobbalzare investito da un rimprovero campato in aria. Una
di quelle fatalone ancora impegnate al combattimento erotico, scambiando il sangue
agli occhi del tramestio interiore della povera cappa per allusione all’amplesso,
poiché dava l’impressione che stesse fissando qualcuno a cui era interessato, in
questo caso lei, redarguì di brutto il signor Pappalardo, solo frastornato dal suo
rovello di solitario per costrizione, e verso la facilmente suscettibile maliarda
assolutamente innocente, accusandolo di sfacciataggine -Magari da vecchi vi
ritrovate con quegli occhi accesi di brama! Sono curiosa di capire cosa andate
cercando!- Preso alla sprovvista l’investito poveretto per qualche istante non ci si
raccapezzò, cadendo dalle nuvole, ma ripresosi in fretta con inusitato senso
dell’humour, ribatté spavaldo -Noi vecchi ci ritroviamo come bambini- -E allora,
questo vi autorizza a mancar di rispetto?- Incalzò l’altra con accresciuta insolenza
-Siamo sconvenienti perché cerchiamo a cicci bella?- S’informò malizioso e
ringalluzzendo con un ammicco allusivo all’ostrica sommersa, lo sventurato
ingiustamente rimproverato -Siete dei porconi- Sentenziò al pari di una mignotta
l’incauta assalitrice- -Sì è vero, -Ammise il signor Pappalardo ormai sicuro di sé,
aggiungendo con vero senso di liberazione -quando ci capita di rispecchiarci in
troione!
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TAVOLA LIII
TAVOLA LIV
I tri da vaniddazza
Chiummu, Ferru e Cacazza, locuzione popolaresca, non necessariamente
spregiativa indica terzetti di persone che per la continua frequentazione e fin quando
l’armonia regna tra di loro sembrano inseparabili. Il sodalizio dei tre, in risalto
davvero esemplare per durata e per rispondenza delle loro personalità agli epiteti
conquistatisi sul campo, partiva dagli anni dell’adolescenza e si conservava ancora
intrigante nonostante il presente stato dei capelli del gruppetto mostrasse più
spruzzate di sale che di pepe. Diplomati tutti e tre, Chiummu era il più elastico di
cervello, duttile come piombo, non a caso primeggiava tra i compagni di classe e dai
restanti due era considerato l’intellettuale, Ferru aveva un carattere quasi autoritario,
saldo come il ferro, Cacazza, una povera animella in balia dell’altrui approfittare, era
di qualunque celia si andasse preparando a petra spunitura, non per cattiveria degli
altri, ma per una quasi sua inclinazione naturale ad attirare facilmente di tutto e di
più. Così che da ragazzo non fu casuale la sberla ricevuta da uno sconosciuto tra la
folla della fiera settimanale allocata in piazza Cappuccini in contropartita del
doloroso impatto alla nuca da quest’ultimo avvertito a causa d’un nocciolo di
bacolaro, soffiato con forza dentro una rudimentale cerbottana ricavata da un pezzo
di canna tra due nodi, da un bene appostato birichino impegnato a procurare guai a
chicchessia malcapitato di passaggio. Ovviamente Cacazza non c’entrava, perché
infatti dopo essere stato accostato da uno zio e aver scambiato i convenevoli,
all’oscuro dell’incidente, stava tornando dagli amici gingillandosi con il cannolo
usato per lanci non finalizzati a bersagli di sorta, ma comunque in mano e bene in
vista. Investito dal diluvio di parolacce che l’imbufalito centrato continuava a
sfornare mentre si allontanava, restò per qualche minuto intronato dal non previsto
manrovescio e si scosse nel trovarsi di fronte gli autori della bravata, travagliati dallo
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scompisciarsi dalle risa.
A determinare quella specie di predestinazione a pagare per le malefatte degli
amici contribuiva in Cacazza il suo essere un po’ imbranato, infatti quella volta con
Decu Protocollo, l’ingenuo ragazzotto fu salvato in extremis da un amico abitante
nella zona, che trovatosi a passare davanti il cancello secondario del “Belvedere”, e
incuriosito da un concitato vociare proveniente da dentro la villa, dopo aver
scavalcato agilmente come un felino l’ingresso già chiuso per l’ora tarda, avendo
riconosciuto i due litiganti si era interposto da paciere, assicurando alla parte offesa
l’estraneità del Cacazza quale autore dell’azione compiuta da balordi. Era successo ai
tempi dell’ampliamento della strada statale che il Decu, valente bombarolo per la
pesca di frodo a S. M. La Scala, più di una volta rincorso inutilmente dalla Guardia
di Finanza perché da saittuni qual’era le tracce faceva perdere grazie al veloce
arrampicarsi sulla timpa, quella sera il Protocollo si era imboscato dentro il cantiere
di lavoro e con effusioni amorose si coccolava una prosperosa mignotta. I tri da
vaniddazza che per ammazzare il tempo, avevano oltrepassato il muretto di cinta
della villa e s’ingegnavano come lasciare il segno della loro abusiva visita, dalla
ringhiera del balcone avevano scorto la tresca e per divertimento, procuratisi dei
sassolini, cominciarono a lanciarli in direzione della coppia pomiciona, in verità con
le proteste del Cacazza dissenziente, tacciate di pusillanimità dal Ferru e le sfottenti
risatine del Chiummu. Dalla strutturanda strada arrivavano avvertimenti di
rappresaglia stupidamente inascoltati, fino a che il Decu non si spazientì e staccatosi
dalla occasionale compagna, superò il muretto e come folgore su per i vialetti
raggiunse i tre in prossimità della vasca con i pesci sotto il ficus gigante intenti a
scavalcare la ringhierina per nascondersi dentro la piccola grotta riservata al riparo
dei cigni negli sporadici insediamenti, al momento vuota. Decu, da un bordo di aiuola
divelse una grossa pietra e la scagliò nell’acqua producendo un inaspettato rinfresco
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ai due entrati per ultimi. Poi con un solito, triviale inveire ingiunse agl’impauriti
rifugiati di fortuna di venir fuori e non ottenuti risultati, andò lui a stanarli,
minacciando di scannarli come agnellini, impegno che il promettitore pur se
conosciuto come abitudinario inosservante delle leggi, non avrebbe sicuramente
messo in atto, perché non si sarebbe macchiato di un simile, assurdo delitto, non
avendo affatto l’animo così nero. Nell’operazione dell’essere catturati, Chiummu e
Ferru, gli ultimi ad essere entrati nel nascondiglio, riuscirono a svincolarsi e a far
perdere le tracce grazie all’oscurità. Decu dovette desistere dall’inseguirli, ma a
consolazione della delusione, mentre se ne tornava sconfitto, vide emergere dalla
vasca il terzo insospettato ospite convintosi di poter sfruttare quel momento di
relativa quiete per squagliarsela, facendo male i conti dopo essere riuscito, a causa del
suo sofferto impaccio, inopinatamente ad entrare per primo e risparmiarsi la doccia.
Infatti venne immediatamente abbrancato e ridotto alla mercé dell’incazzatissimo
catturatore. Cacazza era diventato piagnucoloso e cercava di convincere il suo
aguzzino di non conoscere gli altri due, mentre quello lo lavava con tonante scurrilità
di linguaggio. Fu a questo punto che l’angelo salvatore della situazione raggiunse i
due, e constatando di conoscerli, cercò di ammorbidire l’infuriato, importunato
amante randagio, offrendosi come garante della buona educazione del tremante
accusato -Sarà veru- Esitò Decu -Però, vulinniccilla fari di patri, ‘ntimpuluni cci
l’haia a dari- Ed eseguì sentenziando -Ca cci arristari ppi ‘nsignamentu
Cacazza continuava a incassare sberle per marachelle il più delle volte a lui
estranee. Di sua pertinenza si guadagnò quelle della fidanzata, più rigorosa d’una
carabiniera, le volte che intraprendeva delle avances, fino a quando stanco di subire,
non decise di sposarla.
Chiaramente nel tempo, l’amicizia dei tre si estese anche alle rispettive mogli.
Fu così che scontate le turbe della menopausa ed entrate in quelle dei profumi mistici,
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le tre donne con entusiasmo vollero partecipare ad un pellegrinaggio a Lourdes. I
mariti non ne vollero sentire e con gran sollievo si ritrovarono a godere della
liberazione dalla cavezza coniugale. Ai tre occasionali scapoli, ricordando della
perduta giovinezza le illusorie incursioni di conquista a Taormina, nei loro cuori si
accese la nostalgia. Per il giorno prescelto della spedizione i figli allocarono presso
zii ed amici e loro corsero l’avventura attraversati da palpitazioni di imponderabile
tachicardia.
Faceva caldo, la turistica spiaggia risuonava d’idiomi incomprensibili che solo
Chiummu, dei tre, approssimativo, ma efficace poliglotta, era in grado di riuscire in
parte a decriptare. I mattacchioni alla ribalta, intontiti da bikini, topless e tanga, i
loro occhi ficcavano fin dentro i pori delle leggiadre valchirie con pupille come
intinte di atropina. Pranzarono tra convitati di fragrante giovinezza e di ancor
piacente mezza età, alcune non disinteressate alle lusinghe da corteggiamento.
S’intrattennero sino al crepuscolo serale quando a frotte i visitatori dopo cena si
riversavano sul corso principale della piccola perla ionica per dedicarsi al passeggio.
Fu allora che il diavolo non disdegnò di svagarsi anche lui a spese del solito pagatore.
Soffiò sui cervelli di tre attempate ed elegantissime signore l’input d’una contagiosa
civetteria e attese fiducioso. Il nostro eroe parve folgorato da quell’atmosfera propizia
alla seduzione. Si mise presto in cacaticchio e premette su Chiummu,
perché
sondasse le intenzioni delle tre farfallone, mentre Ferru ricordava ai due la dispotica
ora del rientro, e l’interprete della comitiva, ammiccando rassicurava che ci avrebbe
impiegato poco tempo. Infatti abbordò quasi confidenzialmente le tre allegre
teutoniche e cominciò a conversare con loro in inglese. Il designato capro espiatorio
sembrava rigenerarsi alla constatazione del buon andamento fino ad assumere
l’espressione d’una pasqua, per poco però, perché una delle tre turiste su indicazione
dell’intermediario, avvicinandoglisi impettita, con uno schiaffo il colorito gli accese
quale polpa di anguria. Era successo che il Chiummu alla manesca frau aveva chiesto
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se non aiutasse con protesi le sue prosperità, indicando in Cacazza il
depositario del sospetto. L’oltremodo stoica, designata vittima con l’amico tenne il
broncio sino al rientro a casa, ma all’atto di congedarsi, in sintonia alla sua indole
bonaria commentò -A corda ruppa, ruppa, cci va ‘no menzu cui nun cci curpa. Se
fossi nato con la faccia di gomma e i ceffoni avessero potuto rimbalzare, sicuramente
avrei steso parecchi miei schiaffeggiatori. Chissà quanti maestri dell’elementari ne
avrebbero portato i segni per sempre, specie per le mani pesanti che avevano!
La pacchia finì presto, le mogli rientrarono: Cacazza, all’atto di accogliere la
propria con un bacio, si beccò un bello sganascione in premio alla sua abbronzatura
realizzata a Giardini-Naxos. E non finì qui, perché la dittatora aggiunse -Hai cercato
di farmi le corna a mare! Tu che protesti quando si tratta di portarci me. Non mi tieni
in considerazione- -Ma che dici?- Ribatté il marito piagnucolando -Tu sei il più
prezioso gioiello entrato in questa casa- -Insisti a volermi fare doppia fessa- Sparò lei,
affibbiandogli altre due poderose sberle: la prima a ricordargli il vile anello di
bigiotteria ricevuto in dono e frantumatosi, cadendo a terra, come un fondo di
bottiglia, l’altra per essere stata superficialmente paragonata a quella paccotiglia. Sul
viso di Cacazza, ridisegnatosi d’innocente infanzia apparvero le lacrime e chiese
querulo -Che vi ho fatto a tutti?- -A tutti chi?- -A mugghieri, amici, conoscenti e non,
per essere strapazzato così malamente?- Insospettatamente la commozione contagiò
persino la moglie, forse per la prima volta nella lunga convivenza, e accantonate le
brusche maniere se lo strinse al petto accarezzandogli i capelli nel ripetergli
scherzosamente -Quando approfitto di te, è perché ti voglio bene. D’ora in poi ci
starò più attenta a non perdere le staffe!- Ma siccome stringeva forte, Cacazza ormai
in apnea spingeva la ravveduta, cercando di riprender fiato e a discolpa del gesto
liberatore farfugliò -Io soffoco- Non l’avesse mai detto, inconsapevolmente aveva
dato il la alla reazione della provvisoria compassionata che staccandoselo dal seno e
affibbiandogli un altro sonoro schiaffo gli urlò –Mi respingi, vero? Da vecchia
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mugghieri non sono più desiderabile! Lo capisci, almeno adesso, perché fai da
parafulmine alle sberle? Picchì i scippi di manu!- Del fatidico sentenziare, all’avvilito
marito non restò che darle ragione e aggiungere -E tu, cara, non te ne fare scrupoli,
tanto ormai le sberle non le sento nemmeno, perché la mia faccia, per fortuna, ci ha
fatto i calli!
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TAVOLA LV
TAVOLA LVI
Saggezza di Tuppètturu
La prova che la vera ricchezza in assoluto è la salute e non i soldi in quantità
maggiore di quella per poter vivere dignitosamente, ce la danno coloro che dopo il
trapasso i denari li
trasmettono agli eredi, dimostrando di esserseli ritrovati
inservibili, quindi da inezie, a differenza della salute che non si finisce mai di
desiderare e di impiegare, altro che trascurarla, anzi non ci si stanca di essere gelosi
del nostro goderla. Ancora più efficacemente lo attestano i dilapidatori nel dissolvere
imponenti fortune, certamente per una evidente insufficienza di valore. Però il
riscontro più manifesto lo si trova nei tempi di ricostruzione da guerre o calamità
d’ogni genere, quando i cittadini spogliati di qualunque cosa, non solo sopravvivono
senza soldi e beni materiali, ma con tenacia riescono a ricostituire le perdute
ricchezze. Chiarito ciò, quel che serve è salute e lavoro e chi ce l’ha e chi lo fa, cioè
chi è ancora in forma, perché se mancano le braccia, non c’è trippa per gatti!
Quindi soldi e ricchezza sono subalterni alla salute e scaturiscono dalla
laboriosità delle generazioni più verdi, non certo da quella degli anziani, i più
fortunati dei quali, si ritrovano acciaccati di tutto punto. Perciò, a maggior
chiarimento, è la salute, più facilmente godibile nella giovinezza, la fonte di soldi e
ricchezza, e senza alcun dubbio, il bene più prezioso. Tal limpidità di verità la
conosceva bene un appartenente alla terza età, che non mancava di farlo rilevare in
qualsiasi occasione si presentasse durante le faccende giornaliere.
Puddu Tuppètturu, così inteso per il suo dinamismo di sempre, e agiato grazie
al suo stillato sudor di fronte, dal quale ne era stato fiaccato ma non spento, lo sapeva
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perfettamente, tanto da predicarlo quasi, sino ad essere disposto a remunerare con
tutto il suo avere, vestiti addosso compresi, chi era in grado di togliergli dal groppone
almeno quarant’anni di età, restituendogli giovinezza e vigore. A volte le discussioni
cominciano per gioco e senza accorgercene prendono sentieri più impegnativi.
Le donne sono poi le più pratiche negli affari, che specie se convengono loro,
conducono sin dove pare non possano cogliersi. E siccome amano i soldi e
s’inteneriscono al loro olezzo più delle serpi a quello dell’uccellino, una mattina al
supermarket una ben piacente avventora, alle parole del Tuppètturu protese la testa in
segno di avere annusato un succulento boccone. Infatti non perse tempo ad entrare in
contraddittorio con quanto sentito e ribattere con forza, sostenuta dall’approvazione
di altri clienti, che i soldi rappresentano la prima cosa che conta nella vita,
ribadendolo nel contestare l’insistenza del competitore di avviso diverso, dopo
avergli ancora chiesto se nell’immaginaria evenienza d’essere alleggerito di
quarant’anni avesse veramente in animo di onorare, nei confronti del suo molto
improbabile miracolista, la promessa prima espressa -Categoricamente- Garantì
l’aspirante Faust. La donna accolse quell’assicurazione come quasi un premio da
potere incassare e salutò l’eventuale, prodigale rimuneratore con un sorriso di sapore
civettuolo.
Quella sciocca disputa fu presto dimenticata, tant’è che in qualche sporadico,
successivo incontro nello stesso locale, tra i due irriducibili antagonisti vi si
scambiava un distaccato saluto di cortesia. Però tra i pensieri della cacciatrice,
quell’impegno così promettente del non rassegnato sognatore, portava scompiglio,
anche perché la furba interessata aveva trovato da informarsi a dovere sulla
consistenza della fortuna in palio e convintasi di valerne la pena, non aveva smesso di
pensare al modo di poterci mettere le mani sopra. Però il problema non era di facile
soluzione fino a quando capì di possedere la chiave di quella cassaforte e di poter dire
completamente soddisfatta che il miracolo fosse alla sua portata.
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Non pose tempo in mezzo e mise in azione il piano d’attacco. Innanzitutto,
quand’era diretta al supermarket, almeno fino a che non avesse sperimentato le prime
mosse, doveva prepararsi con più approfondita cura per non mancare di fare colpo:
abbigliamento più ardito e compresso, accurato uso di cerone, profumo accattivante,
prodigalità di lusinghevoli sorrisi. Essendo tutt’altro che anoressica, sembrava
comunque una mannequin in procinto di sfilare!
E venne il giorno dell’incontro risolutore. Tuppètturu intento a ritirare una
confezione di latte da uno scaffale, si sentì bussare alle spalle. Manco si girò, che gli
occhi gli cominciarono a sfavillare e la bocca dallo stupore per tanta grazia di Dio al
suo cospetto, da spalancata si modellò a semiaperta, senz’essere affatto in grado di
salutare. L’affatturatrice capì di colpo di aver conseguito l’effetto sperato e si
premurò a soccorrere lo sconcertato ostaggio, prendendo la parola -Sa, così di botto,
all’improvviso mi si è presentata la possibile soluzione della sua aspirazione a
sfoltirsi gli anni- -Lei si prende gioco di me- -Nemmeno per sogno- -Se questo la
diverte, non sarò io a negarle il piacere, d’altronde gingillarmi immerso nel suo
humour non dispiace neanche a me- -In questo frattempo non se ne sarà pentito, per
caso?- -In nessun’altra congiuntura sono stato più determinato- -Allora, mi consenta
di prendere due cose soltanto e dopo se vuole, mi potrà accompagnare per un tratto
di strada. Preferisco che non se ne parli qui dentro di questioni così delicate- -Sono
d’accordo con lei, anzi la precedo ad uscire e l’aspetto davanti S. Sebastiano- -Non
avrà da attendermi molto
Raggiunta che l’ebbe, prima di entrare decisamente in tema, la fatal tentatrice
regalò all’ancora stordita scorta un canagliesco sorriso da mandarla in brodo di
giuggiole. Quindi si decise a sciorinare la sua ricetta -Noto che non le sono
indifferente- -Perché, lo si potrebbe essere con una donna così affascinante?- -E’
anche molto galante- -Ci vuole poco ad esserlo. Ho capito. Lei si burla di me-Niente affatto, debbo essere sicura che ci sia un qualche innamoramento, perché è
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fondamentale per l’accettazione della mia proposta- Gli sorrise, stavolta ispirata al
sensuale- Non c’è trucco, né inganno, tutto si fonda sulla mia capacità di invaghirla.
Perché se questo accade, mi dica se non posseggo io la maestria di ricondurlo giovane
come lei spera?- Minchia! A tal proposta, più della persona pensante che fisica di
Tuppètturu, rimase ben poco; il terremoto che produsse la sua immaginazione fu
indescrivibile, per cui noi riportiamo solo quello che poté rispondere, anzi chiedere,
non appena si ristabilì un poco -La sua è una dichiarazione all’incontrario, o sbaglio?-Non è una dichiarazione, è un contratto che soddisfa in pieno le due parti- -A me
pare una sola parte, cioè a dire, lo spogliarmi a suo esclusivo beneficio- -Solo
beneficio mio, o anche suo?- -Solo beneficio suo, per niente mio, anzi per mia rovina
se mi spogliassi nel modo alluso, perché la medicina da lei offertami non può che
condurmi più frettolosamente a morte, altro che a ringiovanire- -Non faccia
l’esagerato! Dovevo capire che mettendolo di fronte all’atto pratico, lei avrebbe
cercato la scusa per un ripensamento- -Deliziosa signora, la natura non ci pasce con
sollazzi e piaceri, anzi quando noi, e solo noi maschi, ad una certa età per illuderci
spingiamo con il praticarli oltre il consentito, essa non fa altro dal tagliarci le gambe.
Ficu e muluni su a tempu e stagiuni!- -A fugare tale pericolo, potrei lasciargli i vestiti
addosso- -Ma, appetitosa signora da favola, me lo conceda, come potrei abituarmi a
mangiare sciapo, specie ad una tavola così squisitamente imbandita? Quindi la
ringrazio dell’onore ricevuto e la invito ad associarsi a me nel considerare la vicenda
allo stesso modo che se si fosse scherzato. Specie in questo periodo che siamo sotto
le feste di carnevale!
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TAVOLA LVII
TAVOLA LVIII
Cantonata da assurdo qui pro quo
Al nostro eroe Puddu Tuppètturu, reduce da una sofferta, defilata avventura
rosa da me posta all’attenzione vostra e da lui per ragioni di opportunità esistenziale
respinta con vero tormento di cuore, non gli mancano certo di presentarglisi
congiunture a dir poco surreali. Molto dipende dal suo carattere ingenuo, un pizzico
di vanità e dal suo coltivato dinamismo. Infatti, conscio che alla sua età la
sedentarietà gli potesse anticipare arrugginimenti alle articolazioni costringendolo ad
allentare l’autonomia, da navigatore solitario della vita qual’era stato sino al presente,
cercava in ogni modo di scongiurarne il molto probabile pericolo. Così non mancava
nel corso della giornata di impegnarsi in lunghe passeggiate, tra le intricate viuzze del
centro storico della città, in modo da evitare il traffico veicolare e renderle totalmente
salutari. Queste camminate lo rivitalizzavano nel corpo e nella mente, perché oltre a
farlo sentire sciolto nelle membra, dal punto di vista culturale gli sembrava di
muoversi tra mura antiche di una città di rango, tanto più perché da estraneo nelle
zone preferibilmente visitate non conosceva qualcuna delle poche persone incontrate,
e questo lo conduceva ad estraniarsi sufficientemente, lieto nel rimembrar le gioie del
passato. Ne aveva scenette da ricordare da vecchio farfallone rimasto scapolo per
incomprensione dei limiti che irrimediabilmente nel tempo s’interpongono tra la vita
da gaudente e quella ordinaria. Si era illuso che le feste da ballo non dovessero mai
finire, così pure gli altri rendez-vous sentimentali, tra cinema, pizzerie, discoteche, e
in macchina in luoghi appartati vari. Del suo fascino, dote di cui all’epoca vantava di
essere buon portatore, e rimasto il solo a crederlo anche dopo, si illudeva di esserne
ancora dispensatore, e che dovesse accompagnarlo per tutta la vita e non esaurirsi
entro lo spazio della sua generazione, in seno alla quale non gli erano mancate mai
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ottime occasioni di potersi accompagnare con belle fanciulle ammirate
soprattutto del buon carattere, della posizione sociale, a suo merito conseguita con
l’impegno profuso nel lavoro, e della liberalità di animo. Cose a cui lui nemmeno
pensava, ma che per le donne costituiscono la vera attrattiva della persona. Tuttavia
fra le tante tentazioni era riuscito a non impigliarsi nelle reti che ora da anziano ogni
tanto rimpiangeva, specie le volte che affioravano i turbamenti da solitudine, perché
essa, si sa, non è mai una comoda compagnia. Erano questi i pensieri che ripassava
nelle divagazioni da passeggio, sospirando spesso per il perduto Eldorado, malgrado
ancora sentisse di possedere l’arte della fascinazione. In parte non l’aveva perduta
poiché d’indole amabile, sprizzava simpatia da tutti i pori, però le conoscenze si
erano assottigliate e quindi anche i beneficiari di questa effervescenza
dell’intrattenere.
Tuttavia si era accorto, specie nelle ore dedicate dalle donne alle commissioni
della spesa che di tanto in tanto qualcuna, non certo tra le giovani, da lontano lo
gratificava di un cenno molto significativo, portandosi la mano alle labbra in
allusione di volergli regalare un bacio.
Tuppètturu fremeva d’orgoglio, ma siccome ne arrossiva pure, nell’incrociare
l’autrice del gesto, soprassedeva dal fermarsi e familiarizzare, anzi pudibondo
abbassava il capo e procedeva oltre senza controllare nemmeno se fosse stato
vezzeggiato anche da qualche sorriso. La soddisfazione più grande la riceveva nelle
rare occasioni di transito di qualche macchina guidata da una donna, zelante a
lanciargli lo stesso complimento. Dalla scoperta dell’abitudine femminile di allettarlo
con quello zuccherino, si ripromise d’imbastire la strategia idonea a chiarire e così i
suoi pensieri almanaccavano stabilmente quali potessero essere le prime mosse, fino
a quando non notò che anche una sua probabile coetanea gli si ingraziava con lo
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stesso omaggio. Allora esplose in una sonora risata e in quella convulsiva
consumazione si accorse di stare quasi sotto uno dei frequentissimi altarini, per la
trascorsa gioia dei nostri antenati colti, disseminati dappertutto lungo le strade del
centro storico.
L’anziana signora se ne risentì come se fosse stata canzonata a causa del suo
atto di devozione e rimproverò anche l’incauto esternatore che cercò di spiegare
scusandosi, ma vanamente perché l’altra procedette impettita, bofonchiando.
L’episodio fu archiviato presto, ma un bel giorno mentre percorreva una strada
di un quartiere nuovo senza altarini di mezzo né portoni di chiese, da lontano una
manina di ragazza lo salutava con insistenza, il Tuppètturu ormai scottato
dell’ubriacatura già presa, ma dura a morire negli anziani, si girò per controllare chi
ci fosse dietro di lui, e siccome non c’era alcuno questa volta si spazientì, solo per
qualche attimo però, in quanto subito riesplose in una risata più sbellicante della già
nota, e di fretta, dopo averla focalizzata bene nell’avvicinarsi, si diresse ad
abbracciare l’ancora giuliva ragazza, non essendo altri che una sua nipote!
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TAVOLA LIX
TAVOLA LX
Il mago, gigante buono, si arrende al pidocchio
Se ai nostri tempi fosse vissuto Fedro, quasi certamente avrebbe scritto,
ovviamente con più verve della presente, la stessa verosimigliante favola, oscillante
tra il comico ed il patetico.
Non molto tempo fa nel Belpaese un uomo corpulento arrivò al vertice del
potere politico. Oltre ad esibire stazza, sensibilità e generosi slanci di altruismo era
dotato di particolari virtù magiche, per cui se come noi diciamo cci pinneva u nasu
era capace di trasformare in cristiani, serpenti, iene, pescecani, avvoltoi, coccodrilli,
scorpioni, etc. etc., dei quali si circondava con orgoglio e dai quali dalle fortune che
procurava loro veniva contraccambiato con dazioni di tutto rispetto, destinate
all’organizzazione da lui diretta in continua espansione, e a volte, specie i bocconi più
prelibati, a fini molto misteriosi dei quali se ne perdeva traccia senz’alcuna possibilità
di riuscire a raccapezzarcisi. Comunque sia, fu un periodo d’oro, e più che latte e
miele scorrevano soldi a fiumi, tanto che il futuro congedo del mago buono sarà
salutato con un diluvio di monete.
Ma nel corso della sua operosissima attività, un pidocchio cominciò a
guardarlo con interesse e a nutrire per sé un’ambizione a lui stesso sembrata, a causa
delle sue ridottissime misure, del tutto improponibile. E però più il tempo passava e
più avvertiva crescere l’istanza del suo desiderio: anch’egli voleva diventare
cristianu. Spinto dalla smania non si perse di coraggio e dopo averci riflettuto bene,
capì d’essere in grado di mettere in croce il buon mago: gli si doveva insediare tra le
pieghe della sua carne penzolante di grasso, anzi meglio, maggiormente al riparo, in
qualche fessura e tormentarlo, così scelse un’ottima nicchia tra le chiappe e avviò
l’opera.
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La vittima designata cominciò a dimenarsi fuor di controllo e a volte addirittura
ad esibire allusioni da debosciato con improvvisi e lascivi pubici scatti in avanti,
comportamenti
assolutamente
inconciliabili
con
le
sue
alte
relazioni
di
rappresentanza istituzionale. Così cominciò a spazientirsi e a sacramentare specie
dopo gl’inutili tentativi di liberarsi del parassita.
A questo punto, lo sgradito ospite, uscì dal rifugio pasciuto e maleodorante, ma
baldanzoso, gli si piazzò davanti a debita distanza ed esordì -Si ti voi libirari di mia,
fammi cristianuAl buon mago, da grande diplomatico qual’era, gli sovvenne che quando
vincere non si può, bisogna cercare la pace. Quindi tra i suoi favoriti, uno in più o in
meno non creava problemi e senza indugio applicò l’incantesimo anche
all’impertinente anopluro. Questi incredibilmente si distinse dagli altri beneficiati in
dinamismo e imprenditorialità tanto da arrivare in fretta all’apice dell’aristocrazia
borghese, specie con il continuo appoggio del suo benefattore, che resosi conto della
riuscitissima trasformazione sin dalla partenza lo elesse suo pupillo e capì che con
quel capolavoro di cristianu avrebbe finalmente potuto realizzare una sua grande
innovazione, quella di spostare da Torino a Milano il centro di attrazione
internazionale del capitalismo nel Belpaese. Infatti il nuovo cristianu se la meritava
tutta quest’alta considerazione poiché da impareggiabile stratega era riuscito a creare
un impero anche se quel che acquisiva, uno, lo involgariva tanto per restare in linea
con il suo alto sentimento femminista di ossessivo spettacolo di tette, natiche e cosce
di abbagliate ed abbindolate belle ragazze, due, lo fagocitava con manovre a volte
spericolate delle quali quando i magistrati cominciarono ad incuriosirsi sul suo conto,
lui cadeva dalle nuvole e non sapeva regolarmente niente di niente. Tuttavia capì che
nel frattempo, il suo benefattore ormai in disgrazia, ritiratosi in esilio da perseguitato
politico, per lui le acque cominciavano ad intorbidarsi e se non giocava d’anticipo
poteva rimetterci anche la libertà. Allora decise di scendere in politica, formò un
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nuovo partito e si autoconsacrò leader per tutte le stagioni. I soldi da investire nel
progetto non gli mancavano, né mancavano le persone da comprare, sì da costituire
uno staff di fedelissimi del tipo di quello aureo prebellico. Grazie al suo alto senso
democratico invidiatissimo nel mondo intero riesce ad espugnare anche l’Esecutivo
del Belpaese, ed è qui che colto, elegante ed allegro sempre, fa rifulgere
maggiormente il suo genio, intuito, le sue direttive. A parte l’immediata scoperta del
fanatismo comunista di quasi tutti i magistrati, qualche legge ad personam, un lodo
qua e là, il continuo ribadire di essere stato frainteso dopo avere aperto bocca,
qualche sberleffo internazionale o incompresa battuta spiritosa, prodigo del
garbatissimo rilascio di attestati e riconoscimenti delle alte qualità altrui, molto
galante con le donne, generoso nel dispensar pacche sulle spalle, unico a capire che il
penultimo presidente americano passerà alla storia (non specificando se
positivamente o negativamente, tanto da poter in futuro asserire in ogni caso di essere
stato il primo a riconoscerlo), e tuttavia dall’alto dei suoi tacchi, dalla perfetta
lisciatura dei fitti capelli, dal rifinitissimo inceronamento del viso, dal suo smagliante
e inossidabile sorriso, dagli attillati capi d’abbigliamento da farne un figurino,
malgrado tutto questo, e non è poco, spesso risulta incompreso come capita a tutti i
grandi, e di tanto in tanto impercettibilmente si coglie in lui qualche segno di disagio
però subito ben dissimulato. Fuori dai confini del Belpaese, non di rado subisce
immeritate critiche il più delle volte perché ritenuto, dai soliti privi di spirito, troppo
divertente, e l’inquietudine, allora sì, lo attanaglia forse tramestato dal sospetto che si
fosse potuto sapere delle sue origini. Ma tali insinuazioni di leggera considerazione a
suo carico, scaturiscono dal fatto che i denigratori non capiscono che, in tempi come
quelli correnti di acuta crisi, è necessità dover tagliare su tutto, basta che i soldi li si
regalino a banche e compagnie aeree. Ed è per l’emergenza crisi che anche sul ruolo
di giullare di corte con grande spirito di sacrificio non si è tirato indietro, caricandosi
di impersonarlo direttamente pur di risparmiare, ed entrando in tal modo a pieno
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titolo ad essere assoluto protagonista dell’allegorico-grottesco bailamme carnevalesco
perdurante nel Belpaese, bontà sua, l’intero anno.
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TAVOLA LXI
TAVOLA LXII
Sic transit gloria mundi!
I sogni si sa, sono le proiezioni dei fatti più significativi che hanno
maggiormente impressionato lo scorrere della giornata. E quali notizie, a parte la
buona salute, hanno il dono di entusiasmare di più rispetto al fluire di un benessere
diffuso? Nessuna! Da un tal dilagare di agiatezze a volte persino sfrenate da cittadini
benestanti, qualificati tali con preordinato cinismo, o superficiale convincimento, o
peggio ancora con alto tasso di ottusità politica di qualche nostro troppo ottimista
governante, passai una notte parecchio surreale. L’indomani avevo da festeggiare il
35° anniversario di convivenza con la mia compagna e volevo questa volta affrontare
la ricorrenza in modo sbarazzino da rinverdito giovane, senza alcun preparativo,
perciò io e lei alla stregua dei lontanissimi primi giorni di frequentazione ci
avventurammo in macchina a cercare un punto di ristoro che maggiormente ci
avrebbe attratto. Non ci si può cre-de-re; dovemmo rassegnarci a rinunciare per
l’indisponibilità di due coperti magari in un qualsiasi sottoscala: ogni spazio utile
traboccava di avventori, tutti regolarmente prenotati. Un po’ contrariati, ma non più
di tanto, ci siamo mossi lungo il litorale a riparare su altri ristoranti: niente da fare,
stessa solfa in un raggio di 50 Km. Intanto già si faceva l’ora della chiusura dei
negozi e quindi per non restare del tutto a stomaco vuoto, mi fermai al primo Spar del
luogo a comprare qualcosa di salumeria e dei panini. Conoscevo i gusti della mia
compagna verso i prodotti più raffinati e al banco chiesi proprio quelle prelibatezze
delle quali dovetti constatare la loro sparizione; era rimasto un culo di mortadella e
pochi salumi più ordinari. Guardai tra i formaggi: roba per palati grossolani. Optai
per un etto di mortadella. Uscito che fui a raccontare l’esito, entrambi ci facemmo
sopra una gran risata, poi d’accordo decidemmo di cercare una tavola calda o un
girarrosto. I locali indicati, su nostra richiesta d’informazione ai residenti, erano stati
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chiusi in anticipo per esaurimento dei cibi preparati. Per farla breve ci toccò
consumare, grazie alla mia previdenza, un panino alla mortadella ciascuno, con il
gustarlo come ai tempi andati della scuola media durante la ricreazione. Rientrammo
lentamente da dove eravamo partiti, non da cani bastonati come si potrebbe
immaginare, ma con buona dose di allegria.
Dopo lo smacco subito, non ci siamo persi d’animo e decidemmo di festeggiare
la ricorrenza ad entrambi molto cara, ma a me in particolare per l’avvertito bisogno di
disobbligarmi della sopportazione della mia amata nei miei confronti per un così
lungo tempo, e quindi sapendola fervente fan dello shopping, le proposi,
entusiasmandola, di visitare qualche negozio e acquistare un simbolico cadeau da
scambiarci. La sorpresa fu incredibile, ma solo per sprovveduti come noi che dalla
rarefatta presenza di gente in istrada non eravamo arrivati a supporre quel che ci
attendeva, e infatti non potemmo risparmiarci dal constatare che gli assortimenti in
carico ad ogni esercizio erano stati assottigliati di grosso, restando ancora a
disposizione di qualche sparuto e malaccorto compratore, merce di poco conto.
Poteva esser previsto, ritrovandoci sotto le feste natalizie, ma il repulisti generale si
era consumato in brevissimo tempo e con largo anticipo -E va bene- Concludemmo
-Volgiamoci verso le gioiellerie- Stesso spettacolo con vetrine che sembravano essere
state alleggerite da razziatori sfrenati.
A questo punto un po’ stanchi e un po’ scornati, ma lieti di aver potuto
constatare, altro che crisi!, solo inconvenienti da benessere, decidemmo di rifarci con
qualche leccornia al bar: una sfilza di vassoi vuoti, con l’eccezione di residui biscotti
da colazione. Ordinai due caffè che sorbimmo amari, tanto da adeguarci alla totale
frustrazione del momento. A completamento della baldoria soltanto immaginata,
decidemmo di archiviare la sognata giornata, andandocene a letto digiuni. Fu una
santa soluzione perché a stomaco vuoto si dorme da prìncipi, tant’è che entrato nel
dormiveglia anticipatore del risveglio, almeno io mi ero rifatto con gli interessi di
130
quanto sofferto durante l’antecedente, inglorioso peregrinare, mentre la mia
compagna forse meno eccitata dalla vigilia, di conseguenza con un sonno più
regolare, da me aveva dovuto subire l’eccessiva euforia e per questo ancora
assonnacchiata mi ripeteva –Hai cantato tutta la notte- -Per forza- Ribattevo io
-Contro tutte le cucche e i comunisti che negli ultimi tre anni non hanno fatto altro
dal crocifiggere con l’inventata crisi, forse il più grande statista che l’Italia abbia mai
avuto, fino al suo disamoramento e la tanto sofferta decisione di abbandonarci dopo
quanto fatto per… (se stesso)! E’ stato sempre così, bisogna non valere per star saldi
al potere. E lui stesso ne è ben conscio, infatti in analoghe situazioni, da persona
molto colta non si è risparmiato a commentare “Sic transit gloria mundi!”- Lei mi
guardava in tralice, non avendo capito sin qui quanto avevo detto, per cui le spiegai,
rassicurandola che io stessi bene, al che aggiunsi -E ora, amata mia, entriamo
nell’atmosfera della reale ricorrenza e prepariamoci in fretta ad uscire per rimediare,
specie io, un’abbondante colazione che, di certo stimolata a compensazione del
digiuno osservato nell’onirico film, il mio stomaco reclama. Poi vedremo se saremo
più fortunati della prova generale di stanotte- Chiusi l’uscio a più mandate, sapendo
di assentarci tutto il giorno da dedicare al sospirato, sentimentale festeggiamento.
Il sole era già alto, le strade spopolate e tristi, le persone incontrate dimesse e
nervose, vuoti e stracolmi di merce gli esercizi commerciali che ancora resistevano
nel condurre l’attività; sembrava sbadigliassero come ad interpretare la condizione
depressiva dei titolari dediti a sorreggere gli stipiti degli ingressi e a cacciare mosche.
Al bar in cui siamo entrati, il bancone offriva ogni ben di Dio, al supermarket di
fronte mancava l’ordinario andirivieni di clienti. Si respirava un’aria pesante da
recessione, tuttavia per scaramanzia informai la mia metà che prima di muoverci
avremmo avvisato il ristorante da visitare. Così facemmo, ricevendo uno dei più
accoglienti -A tra poco!-
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In tutto eravamo tre coppie di clienti e un servizio di camerieri che ci
soverchiava. Un trattamento da nababbi: non ci facemmo mancare nulla, tanto meno
un conto abbastanza salato, tuttavia senza rimpianto perché le ore erano scorse felici!
All’imbrunire la mia compagna timidamente sciorinò l’idea dello shopping -Con
quali soldi?- Chiesi io divertito -Il sogno di ieri notte mi ha troppo punito di
prosperità perché non mi rifacessi oggi di quel che le tasche mi hanno consentito,
lasciandomi solo qualche spicciolo a disposizione, quindi il resto al più presto grazie
all’opulenza dei tempi- -Cioè a dire- Ribatté lei con intonato spirito sarcastico -Alle
calende greche!- -Forse- Ammisi io -Con l’aria che tira, grazie al nostro visionario
statista, per fortuna, consentendo finalmente l’inizio d’un risveglio morale, sociale e
politico delle coscienze degli italiani, cacciatosi fuori dalle palle, e al quale per la
malattia che ha, a detta della sua ex moglie, gli consiglierei a godimento di una sua
migliore e tranquilla privacy, e uno squallido spettacolo da risparmiare a tutti noi, di
relazionarsi alle sue attese con una inserzione del genere: “Sempreverde satiriasico di
irresistibile fascino e illimitate fortune, frequenterebbe giovane (abbastanza) ed
avvenente ninfomane, anche lei alla ricerca di un partner alla sua altezza e ben
versata all’impegno
dello scatenamento di infuocate passioni indispensabili al
lenimento della perenne, quale olimpica fiamma, divoratrice concupiscenza. Si
garantisce assoluta riservatezza al riparo di castigati “bunga bunga””. Ridemmo di
vero cuore ricordandoci l’un l’altra uno dei pochissimi motti saggi -Sic transit gloria
mundi!- pronunciati dal nostro eroe tutto da dimenticare, tranne nelle ricorrenti
occasioni del carnevale, quale interprete ineguagliabile di buffone di corte.
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TAVOLA LXIII
TAVOLA LXIV
La profezia dei Maya
Si conosceva da tempo la fatidica data del 12/XII/2012, ma con l’approssimarsi
del sopraggiungere, le divertite preoccupazioni cominciavano a intimorire con piccoli
morsi. Nelle persone, ovviamente tutte dichiaratamente scettiche totali, si notava un
impercettibile, simulato senso di sgradevolezza mista a disagio. Io, supportato dalla
mia feconda terza età, francamente ero completamente tranquillo, poiché trovandomi
nel periodo incriminato in buona salute, mia unica aspirazione di condizione fino al
momento di dover tirare le cuoia, nell’annunciata abbreviazione di vita per cataclisma
ci trovavo la mia convenienza a scomparire assieme agli altri in quanto, diversamente
da bambini e giovani, ormai ben stagionato sicuramente avrei avuto da risparmiarmi
del dover bere l’amaro calice riservatomi a voler resistere ad oltranza. A parte che la
scadenza naturale, in rapporto all’estensione del tempo, avrebbe rappresentato
qualche attimo in più, attimi in più che avrebbero sempre combaciato con la fine del
mondo riservata a chicchessia nel compimento del proprio trapasso! Per di più, oltre
codeste considerazioni filosofiche il bicchiere per altri aspetti poteva presentarsi
mezzo pieno. In un sol colpo, Acireale dalle macerie sarebbe potuta risorgere
urbanisticamente irriconoscibile in positivo, nonostante dovevo convenire che se i
successori avessero riportato lo stesso D.N.A. dei padri, altrettante teste di trunzu,
avrebbero fugato qualsiasi speranza.
Però che l’aspetto sociologico era più promettente lo si poteva intuire dal
rapido dissolvimento che si sarebbe prodotto delle stucchevoli ricette delle donne per
meglio appetire, dal festival degli sberleffi dei poveracci verso i ricchi e verso la loro
disperazione a dover rinunciare a quanto arraffato, dalla tanto agognata e definitiva
rivincita di culturale livellamento degli scimuniti verso i più dotati, dei deformi verso
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gli atletici, dei policromi verso i bianchi, dei carcerati verso i liberi, degli omo verso
gli etero, insomma della totalità dei più o meno frustrati verso i vincenti. Poi ci
sarebbe stata da godere la sarcastica risata degl’instancabili burloni verso i politici
durante il count-down e l’immediato vederli impazzire di fronte allo svaporare delle
opulente mense e degli onori ricevuti dai lor seguiti di mandrie di cervi. O la risata
più penosa di qualche materialista da strapazzo verso i prenotati al paradiso, i più
inconsolabili a dover lasciare l’inferno terreno, e così via…
Alla luce di tutto ciò, la mattina seguente il preannunciato annichilamento, al
risveglio ancora a letto, ugualmente e automaticamente, per il naturale principio di
conservazione mi tastai addosso, scoprendo di essere ancora vivo. Ne sorrisi,
vergognandomi di quella debolezza e invogliai l’imbecille che mi ritrovai in me ad
alzarsi, e, ancora una volta più scemo, poiché avendo convenuto sulla obbiettiva
assurdità che si fosse potuto verificare improvvisamente e privo di alcun prodromo di
rilievo un tale evento, mi affrettai ad aprire le imposte del finestrone per guardarmi
intorno. Com’era più che scontato potei incontestabilmente appurare di non esser
stato io solo a sopravvivere, ma l’insieme di quel che mi circondava, e che quasi a
beffarmi per la speciale occasione si deliziava a stagliarsi nitido e fresco, dentro una
radiosa giornata di dicembre!
Mi rassegnai al solito trantran, constatando che malgrado i cucchi la vita
continuava, quindi bisognava non trastullarsi oltre e procedere a soddisfare le
incombenze mattutine, così mentre mi recavo in bagno accesi il televisore, e con
grande sorpresa chi mi appare? Lui, l’innominabile, non quello divino, il terracqueo,
l’italiano per eccellenza, il Cavaliere. Altro che contestatore e oppositore alla
ministro Fornero come i tanti sciocchi lamentatori del sovraccarico che imponeva
loro, Lui della riforma sulle pensioni ne era diventato il più strenuo promoter per
esempio di gratificazione ed abnegazione d’impegno. Lo si notava, più che mai ora
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da fresco fidanzato con una potenziale pronipote, dal felice sorriso a 32 denti! A Lui
non gliela si poteva fare, Maya compresi che tutt’al più gli avevano procurato un
leggero solletico, lasciandolo ancora padrone della scena e accresciuto personaggio
sponsor d’un carnevale, assolutamente grazie a Lui, molto variegato di frisca e pirita!
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TAVOLA LXV
TAVOLA LXVI
Riabilitazione del “13”
Coloro che càbalano il numero 13 portatore di sfiga dovranno ricredersi
sull’anno in corso per aver questo smentito il suo predecessore quale pronosticatore
della definitiva (per fortuna rivelatasi minchiata) catastrofe minacciata dai Maya per
il 12/XII/2012 e non solo, ma anche per l’abbrivo preso dal ricco carnet di
appuntamenti di cui si dovrà occupare specie in campo politico e religioso.
Siamo in piena fibrillazione atriovascolare per cui ci si muove al cardiopalmo
nel raccapezzarci di quanto sta succedendo sia celestialmente che mondanamente.
Malgrado ciò una ventata di ottimismo soffia la speranza di un nuovo più godibile. La
Chiesa senza morti di mezzo si rinnova a seguito di inusuali dimissioni del suo capo
deciso a bonificare la palude, ma ostacolato dai prìncipi di corte avvezzi a seguire più
Satana che lo Spirito Santo e quindi indisponibili a ripulire le torbide acque della
pedofilia, dello IOR e del Vatilix. Evidentemente l’atto rivoluzionario d’un papa
impotente ha scosso e irretito le coscienze dei fedeli e per quanto la pillola fosse stata
amara da ingoiare, almeno preannunciava una ventata di difficile riordino. E questa
sensazione avvertita dagli attoniti spettatori li accompagnò anche dove avrebbero
avuto più diretta partecipazione, cioè nella politica dove finora tutto è scorso per
restare fermo o per arrampicarsi all’incontrario tra le forre del passato. Le scadenze
non erano di poco conto: si doveva trovare un nuovo presidente della repubblica,
impresa molto disagevole in quanto colui che lasciava s’era distinto non di poco per
intelligenza, saggezza e rappresentatività istituzionale, si doveva rinnovare il
parlamento e qualche importante Regione. Insomma, per come si svolgono queste
cose in Italia c’era tanto da divertirsi, E però questa volta i sudditi ci misero anima e
corpo nel determinare il cambiamento che nei numeri si rivelò solare, ma nella
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sostanza ingarbugliò la situazione ancor più di prima. Il teatrino, quale colorazione
dell’operetta scelse al solito il burlesque, così da meritarsi molto appropriatamente lo
spontaneo commento del segretario socialdemocratico tedesco di aver visto vincere
due clown. E che cosa poteva dire di diverso uno spettatore osservando il procedere
degli avvenimenti tra dibattiti televisivi da salotto o nascondimenti, macchiette ed
interviste, exitpoll taroccati e dichiarazioni di guerra finte, nuotate sullo stretto e
fantasiosi tsunami, smacchiate di giaguari, cenacoli di prostituzione e via di seguito
di questo passo?
Il tutto comincia dalla strategia di un condottiero di latta più idoneo ad ottenere
noci che consensi, e allevare animali da cortile piuttosto che guidar un’alternativa
volta al cambiamento di musica ed infatti davanti al suo avversario steso a terra
agonizzante invece di affondare il colpo decisivo, gli porge la mano per rialzarlo, non
sapendo che la vipera liberata dal sasso non bacia la mano salvifica, ma la morde. E
così più signorilmente paciere e perciò stesso inadatto ad “esecuzioni” associa il suo
placet ad un governo dei tecnici corroboratore del graziato rivale indefesso a
riorganizzarsi e a seminare discordie con arroganza ed indecenza tanto da condurre
l’inetto smacchiatore di giaguari a pietire dinanzi al salvatore della patria per quel
tratto di tempo ritenuto àncora di salvezza al Senato, ma da affossatore del benessere
risultato zavorra per cui la gente arrivò ad odiarlo al punto di lasciarlo con le pile
scariche e quindi inservibile nel gioco dell’illuminazione della fiducia, in favore dello
straripatore comiziante di piazze e, come se le elezioni avessero dovuto svolgersi
all’estero, disertore delle televisioni e delle interviste nazionali, e tuttavia ottenitore
dei volts per dar luce al governo da formare, ma che non impiegherà mai a favore di
chicchessia, ritenendo forse che la gara delle urne avesse lo scopo di consentire di far
spettacolo e basta!
Lo stridulo canto del Grillo, vero perno della governabilità, risulta ostico totale
e malgrado ciò è corteggiato dai partiti in campo senza che arrivino aperture di sorta.
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Unica condizione è il governo nelle sue mani o la disponibilità a votare proposte
presenti nel suo programma. Tuttavia, per niente scoraggiato, il suddetto buon
samaritano, ridicolizzandosi, accettando di proporli in seduta streaming, sottopone
ben otto punti a suo avviso contemplate dalla promozione nel programma
dell’agitatore di masse, senza purtroppo che l’inghippo della fiducia si ammorbidisca
in intenzioni di buona volontà. E allora perché per un semplice dettaglio tecnico di
facile aggiramento, deve saltare la fattibile operazione? Si rovescino i ruoli e il gioco
si riattiva. Certo sarà un corto respiro e poi si tornerà alle urne a far votare non porci
ma cittadini per bene. Un passo indietro, dopo aver messo in fuga tanti giovani di
matrice progressista e fallito la promessa della presa della presidenza della
Lombardia è il meno che si possa chiedere a un segretario privo di determinazione
nel non aver voluto affrontare le elezioni anticipate al tempo giusto e sordo da aver
generato i guai per la tenacia di respingere le attese di schierare in campo un
rottamatore che avrebbe di sicuro spazzato via personaggi ingombranti e squalificati
oltre all’aizzatore di piazze impegnato a preparare la risata cosmica, dopo aver
ricacciato il suo più strenuo corteggiatore in un cul de sac senza via d’uscita.
Questo è quanto fino ad ora, ma credetemi, l’eufemisticamente divertimento è
ancora tutto da venire. Altro che carnevalata alla jacitana!
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TAVOLA LXVII
TAVOLA LXVIII
SCHERZO DI CARNEVALE
Cadeva la sera del berlingaccio,
cercavo le chiavi del mio portone,
turbato restai con grande impaccio:
davanti a me balzò un leone!
Sarà una burla ebbi a pensare,
malgrado il trucco fosse squisito,
ma, quello intuì il mio ragionare,
mi fece cadere con un ruggito.
Severo scandì in lingua moderna:
“ah stronzo, scambiamo tosto la pelle!”
Pipì mi colò al suon di caverna.
Rimasi di sasso, vuoto, imbelle!
“Mi voglio svagar con Re Carnevale.
Però martedì, illustre coglione,
dovrai presentarti qui puntuale
all’ora final d’estremo veglione.
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La vita salvai ad un fattucchiere,
per questo capriccio tanto bramato;
di più ei non può l’incanto tenere:
il termine dunque va rispettato!
Su alzati, vieni, senza paura,
accostati, dài, strusciamo i visi,
l’amplesso ci vuol per nuova fattura,
deciditi Cristo, scaccia la crisi!”
Col cuore in gola presi coraggio.
Il caldo licor mi fece di gelo.
Cedei al comando come un ostaggio;
sentii nelle membra tiepido pelo.
L’abbraccio sembrò aver funzionato.
Finì la codardia nel cambiamento,
non solo, ma, fui ancor rinnovato
di tutti i timori in ardimento.
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Potevo sbrigliar gl’istinti peggiori,
tensioni represse, tutte le voglie;
scacciar per un po’ le ansie, i dolori,
saldare il conto alla ria moglie!
Però come far così contraffatto?
Restare in città non era prudente!
Con tanta pietà lasciai lì quel matto,
che aveva “bramato” star tra la gente.
Poi presi la strada della colline:
predando, straziando ogni creatura.
Produssi scompiglio, morti, rovine;
da dove passai tremò la natura!
Con zelo si mosse anche l’amico,
per strade anguste d’alti palazzi.
Sentì nostalgia del tempo antico,
di vita salubre con i gran cazzi!!!
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Ma, non disperò. Chissà più avanti
trovava qualcosa che gli quadrasse:
ebbene le cose erano urtanti,
malgrado la festa, spente le masse.
Gran sfarzo di luci, ressa di suoni!
Mancava il caos di folla festante;
per cui canti, grida, risa, spintoni,
la gioia facevan di qualche gitante.
“Ah grullo che fai? Monarca balordo,
t’accorgi o no di tal cimitero?
Dì, parlo ai turchi, sei anche sordo,
o forse qualcun ti tien prigioniero?
Mannaggia puttana, quanta tristezza
da uomo vestito bere mi tocca!
Uscir voglio via da questa immondezza,
mai fatto avevo cosa più sciocca!”
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Sdegnato sgusciò dal vasto intrico,
andando di fretta alla campagna.
Le orme sbirciò ai piedi d’un fico:
portavano chiaro su in montagna.
Seguì con stupore tutto l’armeggio,
che aveva prodotto quell’animale!
Aveva inferto min…chia che sfregio!
Con aspra, decisa furia infernale!
Ovili, pollai, stalle e cucce,
avea smantellato, faccia di culo!
Cosparso di sangue le scaramucce,
straziato per gioco anche un mulo!
Distrutto aiuole, pergole, orti,
sfondato le botti gonfie di vini,
sprangato in casa coi contrafforti,
increduli, terrei i contadini!
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Un cielo stellato baluginava!
Nutrivansi ghiotte l’ombre del giorno,
un mare d’inchiostro stese la lava
nel freddo tagliente ch’era dintorno.
…………………………………..
…………………………………..
…………………………………..
…………………………………..
Crescevano l’ore! “Figlio d’un cane
m’hai fatto scordar che il tempo s’oppone
ch’io sia ancor qui…Avrò delle grane!
Già sento scaldarmi…Torno leone!”
………………………………….
………………………………….
………………………………….
………………………………….
146
“E sia! Da leone voglio morire!”
S’eresse regale sotto i fari
che già l’abbagliavan, prese a ruggire.
Crudeli nell’aer tuonaron gli spari!!!
Intanto in piazza davano sfogo
a tutte le noie del viver vano:
inflitto avean condanna al rogo
al sempre bonario, gaio sovrano!
Frugai per il ciel dai fuochi acceso:
spettacolo bello quasi irreale!
Mirando, sentivo perdere peso,
ancora per scherzo di Carnevale!
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TAVOLA LXIX
INDICE
AD ACIREALE E’ SEMPRE CARNEVALE.....................................
FACCE DI CULO RIDENS ……………………………………………..
ESEGESI SULLA SOPPRESSIONE DEI CESSI PUBBLICI ACITANI
SOGNO DI CIVILTA’……………………………………………
IDEOPSICOGODURIA …
AD ONORE DEL BUON PASTORE …………….
DEMOPATIA ………………………..
CAPOVOLGIAMOCI .
E’ SOLO COLPA NOSTRA ……………………..
CE LA POSSIAMO FARE ……………………
SCONCERTO DI UN ONESTO LAVORATORE DEL RUMORE
TRISTEZZA O TENEREZZA PER I MEZZI GIUFA’ DI OGGI?
RECIPROCITA’ CLONATORIA………………………………………
VIVERE PER FINGERE ……………………….
IL PENTITISMO DEGL’INCENSURATI ……………..
PER UNO SCHERZO DEL MIO COGNOME……
RIDICOLA PSICOSI DA STALKING ……………………
PORCA SCORREGGIA STONATA ………………………
REVOLUTION, REVOLUTION, REVOLUTION! ……………
PESCE D’APRILE I ……………………………..
PESCE D’APRILE II ………………………………..
GAVETTONE DOC ……………………………….
DON ASCENZIO ARANCINO ………………………………
MEDICI ARRUFFONI …………………………………
A CICCI BELLA ………………………………………
I TRI DA VANIDDAZZA ……………………………
SAGGEZZA DI TUPPETTURU ……………………………
CANTONATA DI UN ASSURDO QUI PRO QUO …………
IL MAGO, GIGANTE BUONO, SI ARRENDE AL PIDOCCHIO.....
SIC TRANSIT GLORIA MUNDI! …………………………………
LA PROFEZIA DEI MAYA …………………………………
RIABILITAZIONE DEL “13”……………………………….
SCHERZO DI CARNEVALE ……
Pag. 13
“
19
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37
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41
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La stampa del libro è stata eseguita presso la tipografia Aquilia Via S. Martino, 68 Acireale
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satira - turigrasso