Poste Italiane. Spedizione in abbonamento postale - 70% aut. DRT/DCB/Torino - N. 3 - Anno 2009 - CARTA E PENNA, Via Susa 37 - 10138 TORINO ANNO VII – N.28 Autunno 2009 Poesia, narrativa, letteratura, cultura generale RIVISTA TRIMESTRALE to a tr n e c in è io m re p l e d a m Il te agini, m m ’i d io p o sc o id le a c n u su mpo, te n u i d i n g so e i n o zi sa n se più o meno lontano, che si è amato. L’ Associazione Culturale Carta e Penna indice la seconda edizione del Concorso Internazionale Letterario PROFUMO D’ANTAN Il premio si articola in due sezioni: 1) NARRATIVA: un racconto, max. 5 cartelle. (Le cartelle s’intendono composte da 60 battute per 30 righe per un max. di 1800 battute). Quota di partecipazione 10 euro. 2) POESIA: un massimo di due poesie, composte da non più di 60 versi ciascuna, titolo compreso. Quota di partecipazione 10 euro. Gli scrittori di lingua straniera dovranno allegare la traduzione italiana del testo. Ogni autore dovrà inviare all’associazione CARTA E PENNA - Via Susa 37 - 10138 Torino - tre copie di ogni elaborato. Una copia deve contenere le complete generalità dell’autore, l’indicazione a quale sezione si intende partecipare ed essere firmata; -bollettino del versamento della quota da effettuare sul c.c. postale n. 43279447(IBAN: IT27 N076 0101 0000 0004 3279 447) intestato a Carta e Penna. La somma può essere allegata in contanti o con assegno non trasferibile intestato a Carta e Penna; - breve curriculum. Il termine per la presentazione degli elaborati è fissato per il 31 dicembre 2009 e farà fede il timbro postale. Gli autori conservano la piena proprietà delle opere e concedono all’Associazione Carta e Penna il diritto di pubblicarle senza richiedere alcun compenso. I premi dovranno essere ritirati dagli autori o da delegati, pena la decadenza della vincita stessa. La data di premiazione sarà tempestivamente comunicata ai vincitori ed a tutti i partecipanti. L’autore, partecipando al concorso, autorizza il trattamento dei propri dati personali in conformità alla legge sulla privacy vigente. PREMI: 1° premio: pubblicazione libro di 56 pagine, con omaggio di 100 copie, targa e diploma; 2° premio: associazione a Carta e Penna in qualità di socio benemerito, targa e diploma; 3° premio: associazione a Carta e Penna in qualità di socio autore, targa e diploma. Saranno assegnate anche cinque Menzioni d’onore e cinque Segnalazioni di merito. Autunno 2009 DIRETTORE RESPONSABILE: Donatella Garitta [email protected] Stampato in proprio Siti Internet: www.ilsalottodegliautori.it - www.cartaepenna.it E-mail: [email protected] [email protected] IL SALOTTO DEGLI AUTORI ANNO VII - N. 28 - Autunno 2009 Editore: Carta e Penna - Via Susa, 37 10138 TORINO Tel.: 011.434.68.13 - Cell.: 339.25.43.034 E-mail: [email protected] Registrato presso il Tribunale di Torino al n. 5714 dell’11 luglio 2003 I testi pubblicati sono di proprietà degli autori che si assumono la responsabilità del contenuto degli scritti stessi. L’editore non può essere ritenuto responsabile di eventuali plagi o irregolarità di utilizzo di testi coperti dal diritto d’autore commessi dagli autori. La collaborazione è libera e gratuita. I dati personali sono trattati con estrema riservatezza e nel rispetto della normativa vigente. Per qualsiasi informazione e/o rettifica dei dati personali o per richiederne la cancellazione è sufficiente una comunicazione al Direttore del giornale, responsabile del trattamento dei dati, da inviarsi presso la sede della testata stessa: Via Susa, 37 - 10138 Torino. Sommario Raccontami una storia... d’amore - Rubrica a cura di Gennaro Battiloro ........................................................ 10 Il quattrocento e l’umanesimo - Prima parte - di Carlo Alberto Calcagno ....................................................... 11 Dal sogno di Icaro alla cittadinanza nei cieli - Saggio sul libro di Rino Piotto ................................................... 13 L’amicizia di Silvio Pellico con la poetessa fiorentina Nina Olivetti di Cristina Contilli .................................... 15 Storia del Teatro di Maria Francesca Cherubini ............................................................................................... 16 La tratta degli schiavi in Francia, tra ‘700 ed ‘800 di Cristina Contilli .............................................................. 19 Natura antidepressiva di Rosanna Murzi .......................................................................................................... 20 Perché scrivo, per chi scrivo di Gianfranco GREMO ...................................................................................... 21 Corro, ma non afferro: il tempo non esiste di Federica Simone ........................................................................ 23 L’albero: il nostro respiro di Giovanni REVERSO ............................................................................................ 24 Intervista a Monica Fiorentino ........................................................................................................................ 25 Una lettera Desiderata di Gaetano Pizzuto ....................................................................................................... 27 M. Lorena Balistreri, la realtà nell’illusione di Francesca Luzzio ..................................................................... 27 La morte in alcuni autori della eltteratura moderna e contemporanea di Bruna Tamburrini .............................29 L’anorezzia di Annalisa Palumbo ...................................................................................................................... 31 Leopardi riconciliato con Cristo in punto di morte di Nicola Ruggiero .............................................................. 33 Perché si festeggia San Giovanni Battista col fuoco? di Guido BAVA ............................................................. 34 Proprietà di piante aromatiche ed erbe medicinali di Giuseppe Dell’Anna ....................................................... 38 Narrativa ........................................................................................................................................................... 40 Scrittori per modo di dire di Giovanna Valentini ................................................................................................ 46 Recensioni ......................................................................................................................................................... 47 -1- I l S alotto degli A utori La vetrina dei libri pubblicati dagli autori di Carta e Penna Tutti i libri pubblicati da Carta e Penna sono presentati sia al sito www.cartaepenna.it sia in queste pagine - I lettori interessati all’acquisto dei testi possono contattare la segreteria che provvederà a far recapitare il libro direttamente dall’autore - Per ulteriori informazioni sia per la stampa, sia per l’acquisto dei libri contattare la segreteria dell’associazione allo 011.434.68.13 oppure al cellulare n. 339.25.43.034 o inviare un e-mail a [email protected] - Nelle pagine centrali di questa rivista sono riportate le modalità associative e di pubblicazione dei libri TARSU E TIA: DALLA TASSA SULLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI ALLA TARIFFA DI IGIENE AMBIENTALE di Claudio BENTIVEGNA e Antonio CANTALUPO ISBN: 978-88-96274-12-5 Prezzo: 22,00 euro Quest’opera, rivolta agli operatori del settore tributario, agli studenti in materie giuridiche ed economiche e a quanti intendano comunque avvicinarsi a tale materia, si pone l’obiettivo di analizzare il delicato passaggio dalla “tassa sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani” (TARSU) alla nuova “Tariffa di Igiene Ambientale” (TIA). Il nostro lavoro, dopo una breve introduzione in tema di “federalismo fiscale”, sarà quello di analizzare la struttura di entrambi i tributi, iniziando da un esauriente excursus di tutte le più significative disposizioni legislative in materia e soffermandoci altresì sull’oggetto di entrambi i tributi, ossia “i rifiuti”. Abbiamo inserito, inoltre, un capitolo tutto dedicato alla politica europea in materia. RICORDI IN ORDINE SPARSO di Sabrina BORDONE ISBN: 978-88-96274-04-0 - 8,00 euro l’autrice si è classificata al primo posto nella Sezione Narrativa col racconto Lunedì di Pasqua, al Premio di Poesia e Narrativa del Comune di San Gillio (To). Successivamente ha “rimesso in gioco” il proprio racconto partecipando al Concorso degli Assi - edizione 2006 - indetto dall’Associazione Culturale Carta e Penna, riservato a opere che avessero già vinto concorsi letterari. La giuria le ha assegnato il primo posto e questo libro è il premio che l’associazione promotrice del concorso ha posto in palio, ritenendo in tal modo di sostenere la diffusione della conoscenza delle opere degli autori. CANTO ANDALUSO - Silloge poetica di Maricla DI DIO MORGANO L’autrice vive e lavora in Sicilia. Ha pubblicato: Dalla parte del torto- edizioni Edicom e Novagrafic (seconda edizione); Lena - edizioni La Ruffa; La coda del diavolo- edizioni Ennepilibri; Quando si parla d’amore - (Confidenze del cuore) edizioni Oscar Mondadori. Partecipando al Concorso degli Assi - edizione 2008 - bandito dall’Ass. Culturale Carta e Penna, ha rimesso in gioco alcune sue poesie premiate a precedenti concorsi; questo è il libro avuto quale premio per la classificazione al terzo posto. -2- Autunno 2009 REGALATI UNA FAVOLA di Walter Giuseppe MILONE ISBN: 978-88-96274-10-1 - 7 euro Walter Giuseppe Milone, nato il 21 Marzo 1950 a Druento, in una vecchia casa sul Rio Fellone. Scrivo poesie da quarant’anni; la prima per sfuggire alla noia di una lezione di matematica, le altre venute dopo, per liberare le mie emozioni. In questi anni, con i miei scritti ho raccolto soddisfazioni che non avrei nemmeno lontanamente immaginato e per questo ringrazio gli organizzatori dei concorsi, le giurie che mi hanno premiato, e il pubblico che mi ha seguito. Da parte mia ho cercato di coniugare la poesia con altre forme di arte, e così sul palco accanto a me, sono apparsi maschere, musici, ballerine. Insieme a loro, cui devo profonda gratitudine per la generosa partecipazione, ho cercato di regalare un’emozione, di dare alla gente in ascolto un attimo vero, fatto di sentimenti condivisi... Poeta è una parola grossa; spero però di essere almeno un onesto trafficante di parole. DIVERSAMENTE DONNA di Giovanna NIEDDU ISBN:978-88-96274-11-8 - 10,00 euro L’autrice è nata a Olbia, in Sardegna, nel 1956 e da anni vive a Ovaro, nell’Alto Friuli. È laureata in materie letterarie con indirizzo storico-artistico, ambito in cui ha al suo attivo numerose pubblicazioni, fra cui il volume “Architettura nel Comelico e nella Valle di Sappada” (1995). Ha collaborato con alcune testate giornalistiche, quotidiani e riviste pubblicando inoltre quattro guide turistiche. Numerosi i riconoscimenti letterari anche nell’ambito della poesia, fra cui il primo premio conseguito al Concorso Letterario Internazionale Prader Willi, Torino 2006 con la silloge “Contatti”, per la sezione poesie a tema. La silloge premiata, comprendente le liriche Contatto con la sindrome, Braccia d’amore, Anna bambina, è pubblicata nel presente volume, arricchita di ulteriori brani. ... COME SINFONIA DI ARPA CELTICA di Andrea BERTI Silloge poetica - Prezzo: 10 euro L’autore, poeta e scrittore, è nato e opera a Firenze. Collabora con la rivista “l’Attualità di Roma, inserito nella” Antologia Italiana” nel 2006 e in altre raccolte poetiche “ Poesie nel Cassetto” di Monterchi (Arezzo) “Aghi di Pino” Biblioteca del quartiere 4 di Firenze Collabora nel Periodico “La Finestra “di Jesi (Ancona). Sempre presente in occasione di iniziative promosse dai vari Enti culturali, lo si incontra spesso in veste di autore e organizzatore di piacevoli serate letterarie arricchite da musica e poesie in sedi storiche e di prestigio di Firenze (Palagio di Parte Guelfa). Si può contattare in rete all’e-mail: [email protected] TRACCE DEL NOSTRO MONDO di Matilde CISCOGNETTI - Prezzo: 15 euro Raccolta di articoli e brevi saggi dove gli argomenti invitano ad una lineare osservazione del mondo e, avendo implicito il significato della comunicazione, rendono il libro un lavoro di riflessione dell’uomo sull’io e sulla società che accompagna il percorso della vita anche attraverso i suoi valori etici e culturali (inalienabili ma talora drammaticamente violati) e lo smarrimento indotto da un quotidiano effimero, spesso teso alla ricerca di fini puramente estetici, o di puro edonismo. Matilde Ciscognetti è anche autrice di libri di narrativa, poesia e testi teatrali. Questa è la prima opera di saggistica-giornalismo dell’Autrice napoletana, a testimonianza della sua versatilità nella scrittura. Alcuni degli articoli qui contenuti, sono stati recentemente premiati al “Premio Città di Bellizzi” edizione 2008, conferito dall’Assessorato alle Pari Opportunità, e al “Premio Città di Buccino”. -3- I l S alotto degli A utori AS-SHAH di Alessandro CUPPINI - Prezzo: 12 euro Raccolta di racconti imperniati sul gioco degli scacchi. Dal racconto NEW ORLEANS (A.D. 1847) “... Nel circolo scacchistico di New Orleans solo due soci stavano giocando, seduti accanto alla finestra. Era una domenica mattina dell’estate 1847; gli altri appassionati se ne stavano qua e là, in veranda o nel giardino, chiacchierando e ignorando del tutto la partita in corso. New Orleans era in quegli anni la città più importante della Louisiana, un vasto territorio che era stato venduto nel 1803 da Napoleone primo alla Confederazione degli Stati Uniti d’America. Quell’annessione non era avvenuta senza contrasti: i coloni di origine francese si ostinavano a considerare gli yankees dei conquistatori rozzi e senza scrupoli....” PENSIERI E SCINTILLE di Agata FERNANDEZ MOTZO Raccolta di pensieri e poesie - Prezzo 6 euro da: Conviene essere buoni : Spesso si sente dire: “Ad essere buoni non ci si guadagna mai, le persone buone sono quelle che soffrono di più, contro le quali sembra che si accanisca la sorte. Beati quelli che il paradiso ce l’hanno in terra, tanto dopo non c’è più niente.” Non è cosi, assolutamente: questa vita è una valle di lagrime per tutti, da quando gli esseri umani perdettero la felicità dell’Eden, che coincideva con la vita nella beatitudine di Dio per la quale erano stati creati. L’infelicità della vita temporale è dovuta al peccato originale e non vi si sottrae nessuno. C’è chi se la porta scritta in fronte, chi la nasconde nel profondo del cuore. Premesso questo ci sono tuttavia alcuni invidiati per la loro vita “felice”. Ma almeno due dolori, i più grandi per un essere umano, ai quali non si possono sottrarre, bisogna ammettere che ci sono anche per loro e sono la propria morte e la perdita di una persona cara... Monica FIORENTINO ECHI - Raccolta di poesie haiku / DUMA il delfino azurro / Il corvo Ottavio Monica Fiorentino ha dato vita ad altre tre piccole, preziose perle: una raccolta di poesie haiku e due piccole storie. Protagonista della prima storia è il delfino, simbolo dei mari, guida delle anime nell’oltretomba, è il salvatore dei naufraghi. Antiche leggende narrano che i morti si ritrovino tutti insieme ai limiti del mondo, nelle isole dei Beati, e che siano proprio i delfini a trasportarli sul dorso alla loro dimora nell’oltretomba. Il secondo protagonista è il corvo, contro cui l’uomo usò, fin dai tempi antichi, l’arma perfida della diceria. “...E riempiendone il creato, così da farlo odiare da tutti gli esseri viventi, senza che lui ne avesse colpa alcuna, incollando alle sue piume l’acre odore della morte, lo additò come spettro delle tenebre e del male. E così fu.” Tra i capelli fili d’argento. Trame del tempo Autunno. Si vestono di bronzo le sue gonne -4- Complice. Sapore di vaniglia. La tua bocca. Autunno 2009 Silvio MINIERI IL SOLE DELLA SERA - Racconti tradotti in russo da Olga BELOVA Dal racconto Il fantasma della Giustiniana: “Uscendo da Roma, lungo la Cassia, in direzione nord, subito dopo il raccordo anulare, s’incontra la Giustiniana, un quartiere tra il residenziale ed il rustico, dove l’espansione edilizia ha fatto sorgere tra il verde molte palazzine, villini ed altre abitazioni. Sembra che in antico, dato il carattere ameno dei luoghi, Giustiniano Imperatore abbia scelto quel posto, per ritemprarsi in campagna dalla spossatezza della vita caotica della città: di qui il nome alla frazione, assurta oggi al rango di quartiere della capitale. Queste notazioni urbane sono facilmente coglibili da qualsiasi non distratto visitatore, ma l’osservazione può sfuggire al curioso che ivi si rechi per controllare la voce da tempo ricorrente sulla chiacchierata apparizione notturna di una macchia bianca fuggente sulla consolare, nel tratto che dalla Giustiniana conduce alla Storta...” (a fronte traduzione in russo) TUTTO IN UN GIORNO di Aurelia SCIALPI - Prezzo: 6 euro Prima classificata alla Seconda Edizione del Concorso Letterario Amatoriale “Scrivimi …” titolato alla memoria di Catello Mari, con l’Opera “Un giorno …” la scrittrice materana Aurelia Scialpi, artista poliedrica, oltre che scrittrice anche pittrice, è col suo modo originale e diretto di scrivere senza dubbio ‘Cantore della Vita’. È’ riuscita col suo criterio di esprimersi semplice, puro, cristallino, nuovo, a tracciare con le sue metafore e il suo piglio romantico eppure scevro di ogni sentimentalismo inutile e melenso di vedere le ‘cose della vita’, un’impronta sicuramente importante fra le righe dello scrivere moderno. Un sistema di raccontare il suo, toccante, profondo, ricco del prezioso dono del ricordo, della modernità cruda, reale, vera, ma nonostante tutto ancora limpida sognatrice. Certamente una voce nuova per quello che si spera sarà un futuro ricco oltre che di successi, di voglia di continuare ad incantare. NEL GIARDINO DELL’INFANZIA di Monica TORDA - Silloge poetica Prezzo: 10 euro Monica Torda è nata a Rieti, dove vive e lavora come supplente di Lingua e Civiltà spagnola in un Istituto superiore. In passato ha collaborato con “Il Giornale d’Italia” occupandosi di cronaca locale. Solo di recente, casualmente ed in maniera del tutto inaspettata, si è avvicinata al mondo della poesia, che le ha permesso di soddisfare il bisogno di un approccio più immediato con la realtà e le persone. Nel 2008 ha pubblicato con Carta e Penna Editore la prima raccolta poetica intitolata L’esperienza di un’anima vibrante. Una sua poesia è stata inserita nell’antologia “Dedicato a... poesie per ricordare” (Villanova Di Guidonia, Aletti Editore, 2007). IL TEMPO VERRÀ di Pietro ULGIATI - Silloge poetica Prezzo: 10,00 euro L’autore è nato a Sezze Romano ed è un appassionato di automobilismo; è stato marinaio e le emozioni che il mare può dare sono difficili da descrivere ma la sensibilità di Pietro riesce a trasmettere, attraverso la sua poesia, la passione per le cose della vita. Ha pubblicato con Carta e Penna la silloge poetica Dettate dall’anima, classificandosi al primo posto ex aequo alla quinta edizione del Premio Nazionale di Poesia Città di Civitavecchia. La poesia di Pietro Ulgiati colpisce per l’asprezza e il realismo delle parole che, unite, diventano versi incisivi, sinceri... indimenticabili. -5- I l S alotto degli A utori ALESSIO MANZO (poeta, grecista, latinista, filosofo, teologo, biblista) ha pubblicato con Carta e Penna: MOSÈ E MAOMETTO - 5 EURO Dalla premessa: “Nel “libro della genesi del cielo e della terra “Mosé descrive l’origine del mondo e dell’uomo (“In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era invisibile e non lavorata e tenebra sull’abisso, e lo spirito di Dio camminava sull’acqua. E disse Dio, Sia la luce. E la luce fu. E Dio vide che la luce (era) bene. E Dio divise nel mezzo la luce e la tenebra. E Dio chiamò la luce giorno e chiamò la tenebra notte. E fu sera e fu mattina, primo giorno… E disse Dio, Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza e comandi ai pesci del mare e agli uccelli del cielo e alle bestie e a tutta la terra e a tutti gli animali che si muovono sulla terra. E Dio fece l’uomo, a immagine di Dio lo fece, maschio e femmina li fece. E li benedisse dicendo, Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra e dominatela… MARCO AURELIO - A se stesso Dalla premessa: L’imperatore filosofo pratica la meditazione e la carità: “Le proprietà dell’anima razionale: osserva se stessa, forma se stessa... medita e osserva che nulla di nuovo scorgeranno quelli dopo di noi né di più videro quelli prima di noi... (E’) proprio di un’anima razionale anche amare il prossimo”. Ravvisa il senso della vita nel profondo legame di parentela tra uomini e dei: “gli dei più nulla esigeranno da chi osserva questo... chi governa il mondo ti userà del tutto bene e ti riceverà in qualche parte d’operatori sinergici ... Se dunque deliberarono su me e quanto deve succedermi gli dei, bene deliberarono: giacché un dio abulico neppure (é) facile da pensarsi”. Perviene all’accettazione della natura e del mondo: “m’é dato deliberare su me stesso, e m’è (possibile) la ricerca dell’utile. È utile a ciascuno quanto (é) conforme alla sua condizione e natura; e la mia natura (è) razionale e sociale... IL VANGELO DI FILIPPO E GIUDA - 5 euro Dalla prefazione: Il discusso “Vangelo di Giuda”, che s’inquadra nella Gnosi, è condannato come eretico da Sant’Ireneo nell’opera “Contro le eresie”: “Altri invece dicono Caino del regno superiore; e riconoscono loro congiunti Esaù e Core e i Sodomiti e tutti i simili; e per questo osteggiati dal creatore, nessuno di loro trattato male. Infatti Sapienza rapiva loro per se stessa quello che le era proprio. E dicono che Giuda il traditore conobbe accuratamente ciò, e solo rispetto agli altri conoscendo la verità, compì il mistero del tradimento; per mezzo di lui dicono dissolte tutte le cose terrene e celesti. E adducono invenzione siffatta, chiamandola Vangelo di Giuda”. Esso propone un’inedita chiave di lettura dell’infame atto: il discepolo avrebbe tradito il Maestro a sua richiesta per liberarne l’anima, sacrificando il corpo (“Veramente ti dico, Giuda, … tu supererai tutti loro. Perché sacrificherei l’uomo che Mi riveste… E ricevette del denaro e Lo consegnò a loro”). QUADERNO DI TRADUZIONI 6 di Alessio MANZO - Due Tomi - 5 euro cad. Nel Santo Corano e nella Sacra Bibbia Dio parla per bocca dei Profeti e degli Apostoli. La Patristica e la Scolastica trattano i temi dell’estasi, della creazione, del rapporto tra fede e ragione. La Bibbia è tradotta dai Settanta, il Corano e Maimonide dalle versioni latine rispettivamente di Ludovico Marracci e Johannes Buxtorf. Cusano, Bruno e Campanella investigano le origini della sapienza. Eginardo tratteggia la figura del fondatore del Sacro Romano Impero. Giustiniano nel solco della tradizione cristiana pone i fondamenti della giurisprudenza. Catullo invoca l’aiuto dei celesti. -6- Autunno 2009 Quattro chiacchiere col Direttore Carissima Donatella, ebbene sì! La novità evidente della copertina della nostra rivista mi è proprio piaciuta, anche perché viene incontro ad un mio desiderio, che ti avevo anche personalmente espresso, di una copertina diversa in cartoncino e a colori; trovo che abbia un aspetto di bella presenza e quindi un buon biglietto da visita per quanti desiderano conoscerne il contenuto, inoltre ritengo che si presti ad un più facile archivio e ad una più agevole consultazione quando occorra. Ritengo importante, per il senso di solidarietà, l’organizzazione di un concorso letterario a tema sul terremoto abruzzese, i cui proventi vengono direttamente inviati a “Specchio dei tempi” de La Stampa che organizza la raccolta fondi e che si è dimostrata sempre seria riguardo la puntuale destinazione finale. In merito ai testi, mi sembra evidente che articoli in un massimo di due cartelle possano anche consentire uno spazio di espressione ad autori più succinti. Un buon rientro alfine, dai periodi di riposo, ad autori e lettori e buon inizio d’autunno. Buon lavoro anche a te e collaboratori ed un arrivederci ai prossimi appuntamenti. Giuseppe Dell’Anna (Torino) Gentile Donatella Garitta, ho aperto la busta di Carta e Penna ed è saltato fuori un Salotto degli Autori con una brillante nuova copertina, in sostanza con una nuova veste. Si è detto, ed è vero, che sovente è la copertina di un libro che ne decreta il successo (magari solo di vendite); è risaputo anche che l’abito non fa il monaco. Ma è indiscusso che il presentare una rivista con una bella copertina, invoglia a sfogliarla, a leggerla e, nella lettura, apprezzarla. Così sarà per il Salotto degli Autori, già conosciuto, aumenterà i suoi lettori ed estimatori. Congratulazioni, gentile direttrice. Mi sembra che in questo caso si dica: «Semper ad maiora.» Aspetto, come promette, le altre novità che saranno sicuramente piacevoli. Chi crede in una cosa, finisce sempre per renderla migliore, a beneficio suo e di chi ne fruisce. Sono contento e spero che con i miei scritti possa portare all’opera in divenire, un piccolo tassello. Grazie per l’attenzione e cordiali saluti. Giovanni Reverso (Torino) Cari autori e care autrici, ho molto apprezzato i complimenti ricevuti per la nuova veste grafica della copertina della rivista e ringrazio tutti coloro che hanno scritto in merito, ai quali prometto quanto prima anche un restyling della grafica delle pagine interne. Anno nuovo, rivista nuova!?! Sì, l’anno 2009 porta con sé la promessa di una rivista differente, dove le pagine saranno espressione di un diverso impegno da parte dei nostri autori ai quali sarà, però, dato maggior risalto e una più specifica valorizzazione. Tuttavia, anzi motivo in più, non ho cancellato l’invito periodico che rivolgo a tutte le penne e matite attive, chiamandole a collaborare a questo nuovo corso con articoli, recensioni e quanto possa essere ritenuto utile allo scopo. Come già annunciato sul precedente numero, si è avviata la raccolta dei testi narrativi da utilizzare nella prossima edizione della prima antologia di racconti la cui uscita è programmata per novembre 2010. Potrete partecipare con racconti a tema libero, composti da non più di cinque cartelle (9.000 battute complessive, spazi inclusi) da inviare alla redazione della rivista entro luglio 2010. La data sembra distante, ma chi ha intenzione di aderire non lasci trascorrere troppi giorni perché, si sa, il tempo viene a mancare sempre alla scadenza! Un’altra novità che troverete nelle prossime pagine è rappresentata da un paio di personaggi – L’Occhialuta e la Prof – che dispenseranno suggerimenti, avvertenze, piccole news. Si è pensato di utilizzarli per fare articoli e dare informazione in un modo più simpatico. Avendo ricevuto molte richieste in merito e dopo qualche anno di pausa, la rivista ha deciso di riproporre la possibilità di far stampare calendari personalizzati da tavolo e da parete, contenenti poesie o brevissimi racconti, accompagnati da fotografie. Nel volantino allegato e nel sito www.cartaepenna.it/ ant_cal.html, potrete leggere le modalità per l’adesione all’iniziativa e compilare la scheda di partecipazione. Mi auguro, in questo modo, di soddisfare quegli autori e quelle autrici che desiderano, per le prossime festività natalizie, fare un regalo personalizzato. Per questioni organizzative, nel 2010 si concluderà il progetto di adozione a distanza di Shukrani, il bimbo della Tanzania; ringrazio sentitamente gli autori che hanno aderito all’iniziativa, promettendo che continueremo a sostenere la diffusione della conoscenza dell’organizzazione Actionaid poiché l’esperienza è stata molto positiva. Sono ripresi gli incontri del mercoledì e le presentazioni dell’ultimo venerdì del mese dalle 18,00 alle 20,00 presso il Circolo dei Lettori di Torino; molti autori sono già in calendario e chi volesse aderire può telefonare o inviare una e-mail per accordi. -7- I l S alotto degli A utori Tra le tante iniziative intraprese, annoveriamo l’adesione a OTTOBRE: piovono libri, manifestazione nazionale promossa dal MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI e da altre importanti Istituzioni; allo scopo CARTA E PENNA ha organizzato un Bookcrossing in data 24 ottobre, dalle ore 10 alle 17 presso i locali di Via Susa, 37. Auspico che la suddetta iniziativa possa costituire un momento di scambio culturale importante, da ripetere anche in futuro. Concludo questo editoriale spendendo qualche riflessione in merito alle immagini evocate dai componimenti poetici. Durante le ferie mi ha telefonato l’autore VITO GIUSEPPE MELE per segnalarmi che alcuni versi pubblicati su Il Salotto degli Autori erano uguali a quelli di una sua poesia, pubblicata nel 2005 nel libro Nenie antiche – Ancient singsongs, Carello Editore e sulla rivista Osservatorio, n. 10 del 2003. Tale poesia si intitola La mia casa in campagna e colgo l’occasione per proporvela: Ancora è là la mia casa rustica col pergolato, cui attorcigliata s’è l’edera, e la vite. Dentro, il silenzio: eco del mio passato… Attorno, ancora sbocciano gelsomini; il giglio ed il geranio, come allora. sia pubblicata, appunto, sul passato numero di questa rivista, a pag. 22. Mi scrive VITO GIUSEPPE MELE: «Se i miei versi che leggo anche nella lirica della stessa, a questa fossero piaciuti fino a sentirli nel cuore come propri, ciò vada a gloria della Poesia. Tuttavia la cosa va sanata, anche se la poesia è un bene comune; che però non ama essere oggetto di contesa. Capisco che “Tutto succede ugualmente a tutti”, ma questo sacro detto non è una giustificazione.» Penso di sanare la situazione, dedicando queste righe sia a MELE sia all’autrice della poesia Sogno, che mi ha assicurato di non aver mai letto il libro di VITO GIUSEPPE MELE e che è rimasta ella stessa sbigottita da come i ricordi della sua casa d’infanzia si sovrapponessero a quelli di una persona sconosciuta e lontana. Chiedo anche ai miei dodici lettori (meno della metà del Manzoni, di sicuro!) cosa pensino di questa combinazione e se, forse, non vi siano delle immagini poetiche ormai consolidate e ricorrenti. Attendo, come sempre, le vostre lettere e vi saluto caramente. Donatella Garitta Cantano le cicale, mie dolci Sirene, nenie antiche. I versi in corsivo sono quelli proposti anche nella poeL’associazione culturale Carta e Penna in collaborazione con Il Circolo dei Lettori presenta CONVERSAZIONI ILLETTERATE Letture personalizzate e tranci di torta a cura di Albertina Zagami e Roberto Bruciapaglia I pensieri nascono nell’anima e si proiettano come parole sulla carta “Conversazioni Illetterate” è un laboratorio di lettura o meglio un incontro fra amici, in cui i partecipanti che desiderano ascoltare o leggere anche propri scritti, riescono a scoprire nuovi orizzonti, trasportati da una poesia, un racconto o una cronaca del tempo presente o passato. Le ali di carta, per quanto sottili, consentono di librarsi nell’aria insieme ad altri individui con cui è facile dividere la meraviglia del pensiero trasformato in parole. Sono attimi, anche se intensi e lontani dalle pressioni del quotidiano. Il tutto in uno spazio quasi da favola in un accogliente salotto di Palazzo Graneri della Roccia, splendida cornice per chi desidera rilassare la mente e l’anima, addolcendo inoltre il palato con uno sfizioso dolcetto e una tazza di the. Tutti i mercoledì, ore 15,30 - 17,30 presso il Circolo dei Lettori di Via Bogino 9 - Torino (Tel.: 011.432.68.27) -8- Autunno 2009 Quando inviate i testi (sia in formato cartaceo, sia in formato elettronico) ricordatevi sempre di scrivere, accanto al titolo, nome e cognome. Se spedite un libro ricordatevi di accompagnarlo sempre con una lettera nella quale vi presentate e specificate il motivo dell’invio. Jean Congratulazioni a... FABIO CLERICI: il suo libro di poesie "Dedicato a te..." si è classificato al 4° posto del 3° concorso Internazionale di Libri "Il Saggio" per opere edite, organizzato dal Centro Culturale Studi Storici "Il Saggio"di Eboli. Inoltre si è classificato al 1° posto del 2° Premio Nazionale di Poesia e Letteratura "Filippo Raciti 2008" organizzato dall'Associazione culturale "Le Mond Club" di Padova, con la lirica DENTRO LA DIVISA presente sul sito dell'autore. Fondamentale è ricordare il sacrificio dell'Ispettore Raciti, caduto in servizio per servire lo Stato ed i cittadini. La poesia è pubblicata a pagina 28. vere la vita; inoltre ha ricevuto il terzo premio per la poesia in lingua italiana al VII concorso nazionale di poesia e narrtiva Vittorio Alfieri. FRANCESCO MARIA GROSSO: 10 posto ex aequo al concorso L.I.DH. Italia (Ligue Interregionale Des Droits de l’Homme) con la poesia Un angelo… in volo… GIOVANNI REVERSO: con la poesia A occhi chiusi ha vinto il premio letterario internazionale Omaggio a Edaterina Romanovna Daskova (poetessa russa 1758/1810); la lirica sarà anche tradotta in russo e pubblicata in un’antologia che sarà presentata GIOVANNI D’ANDREA: primo classificato alla IV a Mosca. Ricordiamo che alcune poesie del poeta e edizione del Premio Magnolia indetto col patrocinio filosofo sono già state tradotte in francese, inglese, del Comune di Roma, Municipio XIII, col brano Vi- tedesco e spagnolo. I CRITICI LETTERARI Gli associati a Carta e Penna hanno diritto annualmente ad una recensione gratuita di un libro edito che sarà pubblicata sulla rivista e sul sito Internet nella pagina personale - Inviare i libri direttamente ai critici letterari con lettera di accompagnamento contenente indirizzo, numero di telefono, breve curriculum e numero della tessera associativa a Carta e Penna. z Gli autori che non sono associati a Carta e Penna e richiedono una recensione dovranno versare un contributo economico variabile a seconda del tipo di libro e quindi dovranno contattare la Segreteria dell’Associazione telefonando allo 011.434.68.13 oppure al 339.25.43.034 oppure scrivendo a Carta e Penna, Servizio Recensioni - Via Susa 37 - 10138 Torino o all’indirizzo e-mail [email protected]. z Il materiale inviato non viene restituito z NADIA SUSSETTO - Viale Cavalieri d’Italia 22 - 10064 Pinerolo (To) PACIFICO TOPA - Via S. Paterniano, 10 - 62011 Cingoli (MC) Recensioni e prefazioni: MARZIA CAROCCI - Via L. Signorelli, 6/2 - 50142 Firenze (FI) e-mail: [email protected] OPINIONISTA: GUIDO BAVA via Dante 9 13900 Biella [email protected] -Inviare solo libri di poesia editi-9- I l S alotto degli A utori Raccontami una storia... d’amore Rubrica a cura di Gennaro Battiloro UN NONNO… UN NIPOTINO HO AMATO IL... VENTO di Gennaro BATTILORO Quest’anno insegno in una terza classe e per conoscere meglio l’interesse dei miei alunni, ogni settimana, dò loro un compito libero. Da circa un mese Emanuele scrive una lettera a suo nonno che non può andare a trovare all’ospedale. Sono lettere belle, semplici e commoventi. Emanuele gli racconta ciò che fa, che pensa, e che desidera. La mamma ogni settimana, gliele porta perché, dove è ricoverato, i bambini non possano entrare. Questa settimana, appena sono arrivata in classe, ho visto Emanuele che strappava alcuni fogli dal quaderno. “Cosa fai?” gli ho chiesto. Emanuele è diventato rosso, rosso, poi si è messo a piangere. L’ho preso un po’ sulle ginocchia mentre i suoi amici lo guardavano con occhi tristi. Il bambino ha continuato a piangere e non ha parlato. Gli ho asciugato gli occhietti e gli ho accarezzato una guancia. Dopo un po’ si è alzato, è andato a prendere i fogli e mi ha detto: «Sai che è morto mio nonno? La mia mamma non potrà portargli la letterina, questa notte ho pensato una cosa e te la voglio dire.» «Dimmi caro, ti ascolto.» Emanuele si è soffiato alcune volte il naso, si è asciugato gli occhi e… mentre tutti aspettavamo che parlasse, nel massimo silenzio, con una voce piagnucolosa ha detto: «Ho pensato di mettere la letterina nelle mani di mio nonno, così quando andrà in cielo, la leggerà ad alta voce agli altri nonni e dirà: “Dovete essere felici, perché sulla terra i nipotini amano ancora tanto, tanto, i nonni e non li dimenticano... anche se muoiono.» Sono vicino al binario che tante volte mi ha visto felice … Rimango per lungo tempo con lo sguardo fisso davanti a me … Come evocata dalla mia immaginazione … io ti vedo … mi sei così vicina che posso quasi toccarti … Ma non è che un sogno triste che, simile ad una meteora, svanisce … C’è un vento impetuoso ed un cielo altrettanto tempestoso … Davanti a me non c’è che il binario, gli alberi denudati come la mia anima … Se le raffiche del vento potessero strappare dalla mia mente i pensieri, i ricordi, l’immagine di chi ho tanto amata … Il vento continua ad urlare, insensibile, violento, rabbioso … Il vento!... non si sa da dove viene, né dove va, ma è come un nemico invisibile e spietato che tutto trascina con sé e distrugge … Ed io chi altri ho amato se non il vento?! … Anonimo LA LEGGENDA DELL’AMORE C’era una volta l’Amore… L’Amore abitava in una casa pavimentata di stelle e adornata di sole. Un giorno l’Amore pensò ad una casa più bella. Che strana idea quella dell’Amore! E fece la terra, e sula terra, ecco, fece la carne e nella carne ispirò la vita e nella vita impresse l’immagine della sua somiglianza. E chiamò. Uomo! E dentro l’uomo costruì la sua casa: piccola, ma palpitante, inquieta, insoddisfatta come l’Amore. E Amore andò ad abitare nel cuore dell’uomo e ci entrò tutto là dentro, perché il cuore dell’uomo è fatto d’infinito. Ma un giorno… l’uomo ebbe invidia dell’Amore, voleva impossessarsi della casa dell’Amore, voleva solo per se la felicità dell’Amore, come se l’Amore potesse vivere da solo. E l’Amore fu scacciato dal cuore dell’uo- mo. L’uomo allora cominciò a riempire il suo cuore, lo riempì di tutte le ricchezze della terra, ma era ancora vuoto. L’uomo, triste, si procurò il cibo col sudore della sua fronte, ma era sempre affamato ma restava con il cuore terribilmente vuoto. Un giorno, l’uomo… decise di condividere il suo cuore con le creature della terra, l’Amore venne a saperlo… si rivestì di carne e venne anche lui a ricevere il cuore dell’uomo. Ma l’uomo riconobbe l’Amore e lo inchiodò sulla Croce. E continuò a sudare per procurarsi il cibo. L’Amore allora ebbe un’idea: si travestì di cibo, si travestì di pane e attese silenzioso. Quando l’uomo affamato lo mangiò, l’Amore ritornò nella sua casa, nel cuore dell’uomo. E il cuore dell’uomo fu riempito di vita, perché la vita è AMORE. - 10 - Autunno 2009 IL QUATTROCENTO E L’UMANESIMO - Prima parte di Carlo Alberto CALCAGNO (Arenzano - Ge) Nella Firenze della metà del XV secolo l’Umanesimo tende a diventare filosofico: il tema di fondo che affrontano gli umanisti è quello della dignità dell’uomo con il suo destino di creatura privilegiata. La vera anima di questo umanesimo è Marsilio Ficino (1433-1499) che traduce per conto dei Medici tutta l’opera di Platone in latino, oltre alle opere del filosofo greco Plotino e di altri pensatori neoplatonici; si tratta di un sacerdote1 che studia il greco e incoraggiato da Cosimo de’ Medici, fonda l’Accademia Platonica. Con l’ausilio dei suoi studi elabora una filosofia cristiana che passa attraverso la valorizzazione totale dell’uomo, creatura completa perché possiede natura divina, angelica e animale. Ed in questo senso nella Theologia platonica de immortalitate animorum2 Ficino tenta di raccordare ragione e fede non attraverso un procedimento aristotelico, bensì basandosi sulla circostanza che ogni elemento dell’universo, l’uomo incluso, manifesta la presenza di Dio3. L’arte e la poesia assumono per Ficino una valore altissimo: sono capaci di elevare lo spirito alla contemplazione di quel dono divino che è la bellezza. Il suo commento del Simposio di Platone inaugurò la nozione di amore platonico4, un particolare concetto di amicizia basato sull’amore di Dio, che fu fecondo per la letteratura del tardo Rinascimento. Anche Pico della Mirandola (1463-1494) pone l’uomo al centro della sua meditazione nell’Oratio de dignitate hominis. La dignità dell’uomo predominante nell’universo, così come esiste un amore universale che lega le creature fra di loro e le creature a Dio. Amico del Ficino da cui fu avviato al platonismo5, si aprì anche alle influenze della sapienza araba ed ebraica, ritenendo integrabili nel Cristianesimo alcuni elementi delle altre religioni (Caldei, Egizi, Ebrei); anche in lui che fu condannato dalla Chiesa per alcune tesi eretiche6, c’è l’esaltazione della libertà e della vita contemplativa; negli ultimi anni accentua la propensione mistica, influenzato dal Savonarola. Nell’area milanese mercenario della letteratura fu Francesco Filelio (1398-1481) che studiò il greco a Costantinopoli, lo insegnò a Firenze e poi divenne il letterato ufficiale di casa Sforza. Quella di vendersi al migliore offerente e quindi di muoversi frequentemente fu una caratteristica di molti umanisti: non è più il centro di cultura che reca lustro al letterato, ma è il letterato che apporta lustro al centro di cultura. Così Guarino Veronese (1374-1460) caratterizza la corte estense di Ferrara, ma fu prima a Firenze e a Venezia. Vittorino da Feltre (1373-1446) è l’animatore dell’Accademia dei Gonzaga a Mantova. Non lo ricordiamo per quello che ha scritto ma per ciò che ha fatto; ha istituito una scuola (la “Gioiosa”) ove lo studio dei classici latini e greci si inserisce in un generale piano educativo che prevede l’educazione globale del giovane, dall’esercizio fisico al comportamento, all’istruzione letteraria e scientifica, alla promozione morale e spirituale, entro un quadro di cristianesimo armonizzato con le esigenze terrene. L’Accademia romana è frutto dell’opera dei papi7 dopo il concilio di Costanza8, che fecero venire nella capitale i migliori umanisti: Bracciolini, Valla, Aurispa e Leon Battista Alberti. Un allievo del Valla, Pomponio Leto amava talmente il mondo classico da immedesimarsi completamente in un antico romano, tanto da essere accusato di tramare contro la Curia e di voler restaurare la repubblica romana. Pio II ovvero al secolo Enea Sivio Piccolomini (Corsignano 1405- Ancona 1464) è uno storico senese allievo del Filelfo a Firenze e segretario di cardinali e papi9; in gioventù fu poeta e romanziere licenzioso e mantenne un atteggiamento libertino fino alla conversione avvenuta nel 1444, in seguito alla quale cambiò il tenore dei suoi scritti e si fece sacerdote, ottenendo il vescovado di Trieste e poi quello di Siena. Nei commentari giovanili aveva sostenuto il primato del Concilio sul Papa, ma poi fece cambiò idea riconoscendo con sincerità il suo errore, così come, con franchezza, descriverà, una volta salito al soglio pontificio, i suoi trascorsi libertini e i compromessi del conclave che lo ha eletto al pontificato. La sua sincerità è dovuta al disincanto per la vita umana, fascinosa e votata al decadimento (si sente l’influsso del Bracciolini), minacciata in quel periodo anche dai mussulmani, pronti ad invadere le terre cristiane. Di Pio II si ricorda soprattutto Commentarii rerum memorabilium quae temporibus suis contigerunt, ritratto splendido e amaro della sua vita e dei suoi tempi. Il maggior pensatore dell’Umanesimo fu però Lorenzo Valla (Roma 1407-1457), grande spirito critico e polemista, cerca di smascherare, attraverso la indagine filologica10, le falsificazioni storiche e ideologiche a cui è andato incontro il Cristianesimo nella sua storia: di qui la costante polemica antimonastica, il rifiuto - 11 - I l S alotto degli A utori della scolastica che cerca di racchiudere Dio nella ragione11, la diffidenza per tutto ciò che suona disprezzo per l’uomo12 e per il mondo. Per il Valla la filologia significa confutazione del pensiero astratto e adozione del metodo critico, con l’analisi puntuale delle prove e dei documenti, come emerge nel De falso credita et ementita Costantini donatione, in cui si dimostra la falsità del documento su cui la Chiesa basava la legittimità del potere temporale13. Vivissimo nel Valla fu anche il problema linguistico: nell’Elegantiarum linguae latinae libri sex (1444), polemizza col latino usato come lingua viva, in quanto le parole sono sostitutive della realtà e quindi devono essere inserite nel contesto storico. Pubblicata per la prima volta nel 1471, l’opera ebbe una notevole influenza sugli umanisti a venire, come lo stesso Erasmo da Rotterdam. A Napoli gli umanisti trovano una ricchissima biblioteca ma anche un potere (gli Aragonesi) che esige la più servile cortigianeria; gli ospiti furono tutti dell’Italia superiore (Valla, Bracciolini, Bruni, Filelfo). Il più autorevole è comunque Giovanni Pontano (14261503), umbro d’origine ma napoletano di adozione. Si tratta di un buon poeta latino (si distingue soprattutto nella poesia elegiaca ed epigrammatica), che esprime l’intimità dei sentimenti e le piccole cose realistiche del paesaggio e della domesticità. I toni tendono a farsi elegiaci, più sobri e sconsolati nella poesia più tarda, dopo la perdita del figlio e della moglie. In Forlì è ancora da ricordare Flavio Biondo, il maggiore storico dell’umanesimo, che ricostruisce tutta la storia medioevale dalla caduta dell’Impero romano ai tempi presenti e fonda il concetto di Medioevo come “età di mezzo”. In altre parole sembra che il termine Medioevo sia stato usato la prima volta dall’umanista Flavio Biondo, nelle Historiarum ab inclinatione romanorum imperii decades, scritta verso il 1450 e pubblicata nel 1483. Secondo l’autore, il termine indica una parentesi tra due epoche, nella quale è avvenuta una sospensione del progresso, una stasi culturale che si colloca tra la grandezza dell’età classica e la rinascita della civiltà all’inizio di una nuova era. NOTE Canonico della cattedrale di Firenze. L’opera Teologia Platonica (1482) è uno studio sull’immortalità dell’anima umana in cui il Ficino manifesta la conoscenza di san Tommaso d’Aquino; l’opera esamina anche la cosmologia trascendente di Plotino e l’influsso delle stelle sulla vita umana. 3 La meditazione religiosa si incentra invece su Cristo, 1 2 in cui natura umana e divina si congiungono nella verità che si fa creatura incarnata. 4 Quello che non conosce o rifiuta l’appagamento dei sensi, con riferimento alla dottrina platonica del divino Eros che sospinge l’uomo dal desiderio della bellezza corporea alla contemplazione della bellezza ideale. Platone narra di un colloquio avvenuto tra Socrate e Diotima di Mantinea, una sacerdotessa esperta dei misteri d’amore. Gli insegnamenti di Diotima individuano un percorso che conduce l’individuo dall’attrazione carnale per la bellezza di un singolo corpo, alla fruizione del bello ideale, colto nella purezza della sua essenza. Eros, personificazione dell’aspirazione all’immortalità che pervade in varia misura l’intero cosmo, si pone in questo senso come mediatore per raggiungere verità eterne. 5 Da una matrice aristotelica. 6 All’età di ventitré anni Pico della Mirandola si stabilì a Roma, dove espose apertamente una lista di novecento tesi (Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae) riguardanti ogni sorta di argomento, offrendosi di difenderle in pubblico, cosa che non avvenne visto che Pico subì invece un processo e il papa Innocenzo VIII giudicò eretiche e condannò tredici di queste tesi connesse con la magia e la cabalistica. 7 Eugenio IV divenuto papa nel 1431 e Niccolò V, pontefice dal 1447 e fondatore della Biblioteca Vaticana. 8 Concilio della Chiesa cattolica riunitosi nella città imperiale di Costanza dal 1414 al 1418, convocato dall’antipapa Giovanni XXIII su richiesta di Sigismondo, sacro romano imperatore. 9 Dapprima a seguito dell’antipapa Felice V e poi sia segretario di Eugenio IV che di Niccolò V diviene Papa nel 1458. 10 Filologia (Dal greco philología, “amore per il discorso”), disciplina che studia i testi scritti analizzandone le caratteristiche stilistico-formali e i contenuti per determinarne l’autenticità o la correttezza, spesso compromesse da alterazioni materiali o errori di interpretazione concettuale. 11 Mentre questa vale per il V. solo nel campo sperimentale. 12 Nel dialogo De voluptate dimostra ad esempio che l’istintiva inclinazione dell’uomo al piacere non è in contrasto con la morale cristiana. 13 Quest’opera metteva in discussione l’ingerenza della Chiesa cattolica nelle vicende politiche e nei rapporti di potere fra le nazioni. L’ardire di Valla provocò aspre controversie che culminarono nell’intervento dell’Inquisizione nel 1440; l’umanista fu rilasciato solo grazie all’intercessione del re. - 12 - Autunno 2009 DAL SOGNO DI ICARO ALLA CITTADINANZA NEI CIELI Saggio sul libro “Il Nulla e il Tutto” di Rino Piotto Fin dall’antichità l’uomo aspira ad una dimensione diversa da quella in cui è relegato, grazie alla forza di gravità, sulla Terra. Staccare i piedi dal suolo del nostro pianeta: volare. Ecco il desiderio del bipede umano: librarsi nell’aria e muoversi in ogni dimensione geometrica: avanti e indietro, a destra e a sinistra, e soprattutto in alto ed in basso. Planare con ali di fata, con la fantasia. Anzi no. Di più: determinare in proprio lo spostamento pluridimensionale in condizioni reali. Narra la leggenda antica che Icaro ce la mise tutta per realizzare questo sogno. Volle imitare gli uccelli e si attrezzò con ali artificiali. Innervate con la cera. E spiccò il volo. Ci riuscì. Ma fino ad un certo punto. Perché volando verso il sole la cera si fece liquida e lo tradì. Le ali si dissolsero e lui precipitò. Morì: quasi una punizione alla sua presunzione di sfidare la sua condizione umana. Ma è insito nell’uomo il desiderio di spaziare nei cieli. E l’uomo ci riprovò nel corso dei secoli. Leonardo da Vinci ideò (disegnò) il primo apparecchio per volare. Altri studiarono e realizzarono forme diverse per muoversi nell’aria. Deltaplani. Dirigibili ad elio. Fino all’era moderna con gli aereoplani e le navicelle spaziali. Nel 1969 l’uomo mise finalmente il piede sulla Luna. Ed ha in programma di esplorare anche altri pianeti. E l’intero Universo che già (in parte) conosce avvalendosi in particolare dei sempre più moderni strumenti scientifici. Materia ed energia Se Icaro ha fallito perché voleva (o solamente poteva) una forma di traslazione della materia (il suo corpo) verso il cielo, nel corso dei secoli l’uomo con le sue conoscenze è riuscito a scindere la materia ed estrapolare l’energia che ne è strettamente connessa. Per la sua ricerca e l’approdo alla conoscenza l’uomo ha faticato molto scontrandosi anche con incomprensioni, scomuniche e riabilitazioni (Galileo Galilei) e sfiorando la pazzia. Da “Il Nulla e il Tutto” a pag. 12 All’Ultimo Bivio: “dove la ragione si scioglie in pazzia/ dove la materia diviene energia”. L’uomo è “prigioniero del suo limite congenito” perché la natura umana è limitata, imperfetta, e riesce a conoscere solo una piccola parte della fenomenologia cosmica. A pag. 53: “Per questo più conosci, più ti accorgi che è sempre più grande ciò che ancora non conosci”. Illuminante è la copertina del libro con l’uomo che va verso la luce (conoscenza), ma rimane avvolto in un buio (ignoranza) che è molto più grande. A pag. 50: “Nell’Universo il vuoto non esiste perchè l’Universo è un flusso di energia, perciò se manca la materia visibile c’è comunque un flusso di energia invisibile”. A pag. 53: “Dove sembra esserci il vuoto c’è la materia invisibile, e se non c’è materia c’è senz’altro energia. Energia e materia sono in continua simbiosi di trasformazione. La loro precarietà e provvisorietà sono movimento, sono la vita. Si tratta di una precarietà e di una provvisorietà dota- te di sensibilità che geme nel dolore come di un parto”. A causa del suo limite congenito, all’uomo è dato di captare solo una parte di tutto ciò che esiste nell’universo. Le sue conoscenze sono necessariamente limitate. A pag. 51: “L’Universo è una sinfonia armoniosa di comunicazioni fra corpi densi (stelle, pianeti) ed energie, o venti (solari, stellari, galattici) che trasmettono messaggi solo per noi misteriosi. Si tratta di suoni che per noi sono ultrasuoni e coincidono con il silenzio. Il respiro dell’Universo è vita di una sovrumana armonia e perfezione fatta di una infinità di imperfezioni in continua evoluzione”. Cosa è mai questo figlio dell’uomo? Come coniugare il desiderio dell’uomo di immergersi, come Icaro, in questo Universo senza confini? In “Il Nulla e il Tutto” la risposta trova le sue radici nel libro dei libri, la Bibbia, con una rielaborazione personale da parte dell’autore dei Salmi 8 e 19. A pag. 49: “Quando il cielo contemplo e la luna/ e le stelle che accendi nell’alto,/io mi chiedo davanti al creato:/ cosa è mai questo figlio dell’uomo?/. Tu l’hai posto signore al creato,/ a lui tutte le cose affidasti:/le creature dell’aria e dei mari/ e i viventi in tutto il creato/. L’uomo non è destinato a governare soltanto sul pianeta Terra, ma è “signore” di tutto il creato, anche se il suo “limite congenito” non gli consente di conoscere e comprendere (in questa vita terrena) tutti i messaggi dell’intera creazione. “Non sono voci che l’orecchio ascolta:/ sono armonie che riempion la terra,/ sonanti oltre ai confini del mondo/ che di letizia inondano il creato/. L’orecchio umano, quindi, non riuscirà ad ascoltare tutte quelle armonie del Creatore, che risuonano anche oltre i confini della Terra. Ma nel corso della storia della salvezza sarà rivelata all’uomo la “buona novella”, che di letizia inonda il creato fin dall’inizio della Creazione. Cittadino dei cieli A pag. 54: “L’uomo è portatore di un desiderio più grande di quanto lui stesso riesce a realizzare”. Il sogno di Icaro trascende quindi il limite dell’esistenza terrena . Va oltre i ristretti limiti imposti in questa vita dal tempo e dallo spazio. Perché l’uomo è “come la semente, come la speranza” pag. 53. Il seme esiste in un tempo “fermo ma non inesistente” finchè inizia a germogliare originando la vita (terrena). Ma esisteva anche prima della porta di ingresso (nascita), ed esisterà anche dopo la porta di uscita (morte). Si tratta di una vita che si trasforma. “È il Figlio che trasforma (fa nuove) tutte le cose” pag. 51. È la resurrezione. A pag. 54: “Ciò che è già realizzato non è più speranza. Ciò che non è ancora manifesto (ma già esistente) è speranza”. “Ogni essere umano “sta nel mondo senza essere del mondo” (Gv 17, 11-16), cioè abita nella comunità degli uomini, ma la sua vera cittadinanza sta nei cieli”. - 13 - I l S alotto degli A utori GRANELLI DI VITA di Annalisa PALUMBO (TO) Attraverso piazze e strade errando per ore e ore. Uno zaino di ricordi sulle mie spalle. Pesano i dolori cocenti di un tempo mal speso. Sguardi di pietra mi trafiggono il cuore. La gelida indifferenza brucia negli animi sconosciuti. Spenti sorrisi timidi illuminano per qualche istante il mio volto deluso. Incolmabile il vuoto dell’anima si dimena nel buio. Geme il sogno in un sussurro compiaciuto. Castelli di serenità torreggiano su morbide spiagge dorate. Rapida getto al vento granelli di sottile speranza. INCIVILTÀ di Giovanni D’ANDREA (Acqui Terme) Se un uomo non è libero di decidere per sé stesso perché deve sottostare alle volontà altrui… Se un uomo prepotente sottomette i suoi simili, poi, per il suo egoismo non ha alcun riguardo… Se ogni uomo, sulla terra, non ha un po’ di coscienza che lo renda responsabile di tutto ciò che lo circonda… Se un uomo vive, solamente, per il bene di sé stesso, ignorando tutto il resto senza un minimo di rispetto… Fino a quando, su questa terra, prevarranno queste situazioni, si può dire, amaramente: questa è vera inciviltà. Per un errore tipografico sullo scorso numero è stato pubblicato un testo errato abbinato al nome di Idilio Galeotti; scusandoci con l’autore ed i lettori pubblichiamo l’esatta recensione al libro. INTRIGHI NELLA CAPITALE di GALEOTTI Idilio ISBN: 978-88-6096-301-7 Pagine: 298 - Prezzo: € 15,00 È una storia mozzafiato nella quale il protagonista è un giornalista d’assalto, Xavier Gentilini. Proveniente da un paesino delle colline Emiliano Romagnole, si trasferisce per esigenze lavorative, a Roma, dove gli viene affidato l’incarico di capo redattore per la cronaca di un importante giornale Nazionale. Nel lavoro la sua testardaggine ed il suo piglio investigativo, lo portano a dover affrontare situazioni complesse, nelle quali risulteranno coinvolte varie personalità illustri: personaggi dello spettacolo, dell’economia, della politica, della curia... Le indagini diventano complesse in quanto avvengono strani omicidi per i quali la polizia non trova soluzioni e brancola nel buio. Ma lui non molla. La sua personalità ed il suo essere integerrimo nel lavoro, lo inducono, con caparbietà, a cercare nuove prove che possano fare giustizia per giungere ad una risoluzione del caso. Anche per questi motivi, il protagonista incontrerà nel suo percorso, molti ostacoli e forti problematiche, ma la possibilità di rinunciare alle indagini non è contemplata. Xavier è un personaggio che non rimane indifferente alle tematiche legate l’erotismo ed al sesso, ragione per cui si ritrova spesso coinvolto in situazioni dove questo aspetto, viene messo in risalto con la descrizione di scene sensuali ed erotiche. È inoltre una persona per la quale le radici di provenienza hanno avuto un significato determinante nella costruzione della propria personalità. Infatti nel racconto ricorre spesso il suo attaccamento alla natura ed ai luoghi dove è nato e cresciuto. Questa sensibilità lo induce ad elaborare ragionamenti filosofici sulle vere esigenze e priorità della vita, aspetto che lo rende ulteriormente intrigante, in quanto lo porta in alcuni casi, ad una sorta di sdoppiamento della personalità... - 14 - Autunno 2009 L’AMICIZIA DI SILVIO PELLICO CON LA POETESSA FIORENTINA NINA OLIVETTI di Cristina CONTILLI (Macerata) nobile ingegno e una viva brama di proseguire nel camNina Olivetti, amica di Quirina Mocenni Magiotti, una mino della gloria.[3] delle amanti di Foscolo che Pellico aveva conosciuto nel 1816 e con cui ha avuto un rapporto epistolare durato trent’anni, fatto di lettere affettuose e di un rapNOTE [1] «Ti ringrazio del libro che m’avverti avermi speporto al limite tra amicizia ed amore. dito dall’infelice Ebrea. Dico infelice per varie ragioni, Inizialmente emarginata dalla vita mondana per le sua origine ebraica[1] la Olivetti diviene in seguito amica e fra altre perché qui ogni galantuomo riceverebbe un sia della famiglia D’Azeglio sia della marchesa Giulia Turco, un Indiano, senza gran ribrezzo, ma la società non fa grazia agli Ebrei; e se quella giovane è ben eduFalletti di Barolo. Silvio Pellico apprezza i versi della Olivetti, ma sa cata, soffrirà dello stato di vilipendio in cui rimane il anche essere franco nel criticare il componimento Addio ghetto. Quando avrò il libro, andrò a fare visita alla ai piemontesi [2] che la poetessa scrive nel 1845 pri- portatrice. Tu mi dici: Se non vuoi saperne di lei, ecc. certo, non la frequenterò, ma non mancherò nemmema di lasciare Torino per trasferirsi in Francia. In una lettera del 25 luglio 1845 il Pellico scrive, no al debito di civiltà, che è legge universale, a cui solo m’avviene di mancare quando milita per me la buona infatti, alla Olivetti: Malgrado bei versi e belle terzine e poetici moti ed im- scusa del non potere. » (S. pellico, Lettere alla donna magini, io esiterei a dare alle stampe questo componi- gentile, , pubblicate a cura di l. capineri-cipriani, Roma, mento. V’è ingegno, ma non è tra le migliori produzioni Società editrice Dante Alighieri, 1901, p. 174). 2 L’autografo del componimento “Addio ai piemondell’autrice, e vedesi il lavoro precipitoso d’una mente tesi” è conservato insieme alle lettere indirizzate dal non tranquilla. Mi perdoni se la sincerità m’obbliga ad Pellico alla Olivetti nel Fondo Carteggi Vari della Biesser severo. blioteca Nazionale di Firenze. Le critiche del Pellico riguardano sia le scelte lessicali 3 s. pellico, Epistolario, raccolto e pubblicato per e metriche sia il contenuto del componimento: cura di G. Stefani, Firenze, Le Monnier, 1856, p. III. Uman non si dice al femminile V’è madre in fine di verso alla precedente terzina, e v’è qui di nuovo madre per rima, ché non si suol concedere. […] Il componimento finisce con quella grande immagine dell’Arcangiolo Michele custode delle Alpi, ma ciò che l’autrice fa dire è troppo, e non regge coi fatti né colla verisimiglianza. IdALBA dio gl’impone di lanciar fulmini sopra gl’invasori, e come di Fosca ANDRAGHETTI (Bo) diamine l’Italia è stata invasa più volte? Forse ci vorrebAleggia l’alba in nuvole di garza be maggiore svolgimento di pensieri e bisognerebbe dire dilatate nel rossore a strati, che se talvolta, per divine mire, i francesi invadono quesull’arenile d’inverno un secchiello sta terra, i fulmini sono solamente sospesi, e non mancadimenticato di plastica gialla no d’essere vibrati. In tutto ciò nondimeno v’è sforzo e e un giovane uomo dalla pelle nera non giustezza. chiuso nella giacca di plastica nordica, più in là il trillo d’un campanello L’atteggiamento di apertura e di disponibilità di Sild’una bicicletta che scivola leggera vio Pellico nei confronti dei giovani scrittori viene sotsopra un mare d’asfalto grigio tolineato anche da Guglielmo Stefani, curatore della nell’immobilità lunare d’abbandono prima edizione dell’epistolario pellichiano. Scrive, indi risate dimenticate, colori persi. fatti, Guglielmo Stefani nella sua introduzione: Verrà il tempo governato da nebbia Se gli si presentino componimenti per giudicarli, anlontano gli scogli incrostati di cozze che allora che non meritino la piena sua approvazione, e gusci vuoti e rifiuti portati a riva, ne tempera con dolci maniere gli appunti; ma conoscenlì dimenticati tra dune di sabbia do che la gioventù ha bisogno di stimolo abbonda in fuse dal vento e acqua di sale. eccitamenti ed in lodi quando gli si palesi un qualche Nel 1837 si trasferisce a Torino la poetessa fiorentina - 15 - I l S alotto degli A utori STORIA DEL TEATRO Pietro Metastasio di Maria Francesca CHERUBINI (Perugia) I Parte Pietro Trapassi (1698-1782) detto Metastasio nacque a Roma. A dieci anni fu collocato dal padre in una bottega d’orafo, ma egli preferiva il canto e l’improvvisazione. Fu scoperto da Gian Vincenzo Gravina che attratto dal suo ingegno lo volle con sé adattandolo come figlio. Il Gravina lo educò alla lettura dei classici e ne grecizzò il cognome sostituendo “Trapassi” in “Metastasio”, infatti “metìstemi” in geco equivale a “trapassare”. Pietro Metastasio, ragazzo dal carattere esuberante studiò i poeti greci e latini. A Roma vestì l’abito talare e seguì studi giuridici. Morto il suo protettore, il Gravina, seguì però studi a lui più congeniali approdando e approfondendo la conoscenza di poeti quali: Ovidio, Tasso, Marini. Più tardi si trasferì a Napoli per esercitare l’avvocatura. La città partenopea era in quel periodo il centro più importante del Teatro musicale europeo. Le porte del gran mondo napoletano non tardarono ad aprirsi al giovane abate, autore di “azioni sceniche” che avevano riscosso grande successo: “Orti Esperidi”, “Angelica”, “Galatea”. Tutto ciò lo portò ad abbandonare gli studi giuridici per abbracciare la Poesia. La celebre cantante Marianna Bulgarelli si era invaghita di lui e quindi gli aprì le porte del suo famoso salotto, luogo in cui Metastasio conobbe i più grandi musicisti della Scuola Napoletana: il Porpora, i due Scarlatti, il Pergolesi. Per la Bulgarelli il Metastasio scrisse il suo primo Melodramma, la “Didone abbandonata” che riportò successi clamorosi a Napoli, a Roma e a Venezia. Egli scrisse altri Melodrammi tra i quali il “Catone in Utica”, la “Semiramide”, l’ “Artaserse”, tutti e tre inferiori alla “Didone Abbandonata”, ma tali da consolidare al Metastasio la fama di importante Poeta. Tale fama gli procurò nel 1730 l’invito ufficiale, da parte di Carlo VI, a recarsi in qualità di Poeta cesareo alla Corte imperiale di Vienna. Carlo VI era buon intenditore di musica e di poesia e con tal gesto intendeva colmare il vuoto lasciato in Vienna dalla partenza (per l’Italia) del poeta Apostolo Zeno (1668-1750) il quale era uno dei maggiori librettisti teatrali del tempo. Nella capitale austriaca il Metastasio trascorse ben 52 anni della sua vita operosa fino al 1740, e di vita serena e ordinata fino alla morte avvenuta nel 1782. Assai fortunato fu il primo decennio del soggiorno viennese. In tale periodo infatti il Metastasio compose quasi tutti i suoi melodrammi più belli tra i quali l’ “Olimpiade”, il “Demofoonte”, la “Clemenza di Tito”, il “Temistocle”, l’ “Attilio Regolo”. Era circondato dall’affetto di Marianna d’Altbran, vedova Pignatelli che aveva sostituito nel suo cuore la Marianna Bulgarelli morta nel 1734. Fu colmato di onori e di doni dai suoi illustri protettori e circondato dagli applausi di un pubblico che lo adorava. A tutto ciò seguì uno stato di crisi, di decadenza, immalinconita dalla nostalgia per la patria lontana, dalla scomparsa della contessa d’Altbran, dal cambiamento del vecchio stato di cose avvenuto dopo la morte di Maria Teresa d’Austria, e dal graduale dissolversi delle sue forze spirituali. L’ultimo periodo di vita di Metastasio fu consolato dall’affetto filiale per la giovane Marianna Martinez figlia del padrone della casa in cui egli aveva abitato fin dal suo arrivo a Vienna. Curò l’educazione di questa giovane e le fece dare lezioni di musica e di canto da un giovane maestro che in seguito doveva divenire famoso, era Haydn. La morte del Metastasio fu pianta da tutti, quasi come una “pubblica sventura” perché sembrava che con lui scomparisse non un uomo, ma “un secolo”. Fu sepolto nella chiesa viennese di San Michele, ove riposa tuttora. Per onorarne la memoria fu anche coniata una medaglia ad attestare ulteriormente lo straordinario favore di cui godette presso i contemporanei.1 Nessun musicista seppe essere così fedele interprete della grazia del settecento, della misura e della naturalezza della scuola Arcadica, della aspirazione generale ad astrarsi dalla realtà quotidiana e quindi rifugiarsi in un mondo idilliaco. Egli fu acclamato da popoli, re, accademie, fu lodato e ammirato da Voltaire e da Rousseau in un periodo in cui in tutta Europa la grande poesia taceva. Metastasio ha il merito di aver ridato alla nostra letteratura prestigio e risonanza europei. Il De Sanctis scrive che il Poeta del Melodramma di quel periodo fu Pietro Metastasio (1698-1782) mentre Apostolo Zeno (1668-1750) ne fu l’architetto. “Eccezionale fortuna conobbe la drammaturgia metastasiana presso i contemporanei. Essa infatti risultava coerente alle esigenze di misura sentimentale e di regolare architettura scenica tipiche dell’ideale - 16 - Autunno 2009 arcadico-illuministico. I bei gesti di Attilio Regolo o di Didone soddisfacevano l’amore per un eroismo di maniera, fastoso e ostentato, di un pubblico di corte. A quei melodrammi non si chiedeva uno scavo profondo di passioni o un’emblematica esemplarità nei ritratti dei personaggi; la sua diffusa mentalità razionalistica voleva sentirsi come scaldata dall’eloquenza delle arie, dall’armoniosa malinconia dei soliloqui” 2 I personaggi dei suoi melodrammi sono esseri idilliaci, soggetti al conflitto tra l’amore ed un altro sentimento: “amor di patria”, o “gratitudine”, o “amor di gloria”: tutti sentimenti vincolati all’ubbidienza della ragione. Non vi è dunque nessuna tragica lotta dell’uomo contro la inflessibile volontà del Fato. I conflitti interiori dei protagonisti, mai fortemente disegnati, finiscono sempre per sfociare in lirismo, anche quando tutto farebbe intravedere un loro innalzarsi a tragedia. Fu gran merito del Metastasio l’aver saputo liberare il Melodramma dalla tirannia della musica e dalla macchinosità della scenografia secentesche, destinate unicamente ad appagare l’occhio e l’orecchio. Egli era impossibilitato a far sconfinare il Melodramma in grande Tragedia, sia dalla sua stessa natura mite e semplice, sia dal gusto del periodo settecentesco che aveva cara la poesia quale piacevole spettacolo. Già all’inizio del secolo più di una artista si era impegnato a porre freno dalla prepotenza dei virtuosi del canto e al cattivo gusto del pubblico: il più noto fra essi fu Apostolo Zeno. Zeno, fornito di una vasta erudizione e di grande senso critico, coltivò l’ambizioso sogno di ridare al Melodramma la regolarità della Tragedia Classica, ma con nessuno dei suoi 66 melodrammi composti a Venezia e a Vienna, seppe raggiungere l’armonioso connubio tra poesia e musica così come era stato concepito, all’origine, dalla Camerata dei Bardi, anche detta Camerata Fiorentina. Non avendo alcuna dimestichezza con la musica la sua riforma si limitò ad una riforma tecnica e di contenuti. Il Metastasio fu invece l’unico a comprendere la necessità di un “compromesso” tra le esigenze dell’arte e quelle dello spettacolo. Compromesso tra le aspirazioni dei letterati che tendevano ad un maggior stile poetico del Melodramma e le pretese coreografiche e musicali degli attori e del pubblico. Non tralasciò però le innovazioni tecniche dello Zeno, anzi le ampliò, sostituendo 3 Atti ai 5 Atti tradizionali e immettendo una più elastica osservanza delle 3 famose unità aristoteliche di tempo, di luogo e di azione. “ Metastasio, portando innanzi la riforma di Apostolo Zeno privilegiò sempre la parte specificatamente poetica del testo melodrammatico. Egli sembra precedere la musica di cui il testo si rivestirà sciogliendo la parola e il periodo poetico in un metro armonicamente sospiroso, quasi già musicato e calibrato su una misura tanto infallibile quanto incontrollabile”3 NOTE 1 Concari: “Il settecento” da “Storia Letteraria d ’Italia” Laterza Editore 2 “Enciclopedia della Letteratura “Garzanti Editore” 3 “Enciclopedia della Letteratura “Garzanti Editore” IO UNA LACRIMA DI GIOIA - KIMERIK EDIZIONI Giovanni Blandina, questo è il mio nome, e vivo con l’ossessione di migliorare me stesso. Ogni giorno sempre più, ogni giorno alla ricerca del mio traguardo, che, una volta avvicinatosi, pazzamente si trasforma in punto di partenza. Ho scritto il mio primo libro un anno e mezzo fa, per fare un regalo, ma altrettanto sicuramente per gioco. Non so il motivo per il quale, però, la cosa mi sia piaciuta al punto da scrivere ancora, e il risultato è proprio questo libro che tieni tra le mani. La voglia di raggiungere il successo c’entra poco, ma il desiderio che tu ti ricordi per sempre di me forse è il motivo principale che mi ha spinto a continuare. La gioia di una lunga attesa, l’ansia di scoprire chi veramente saremo nel nostro futuro e quali traguardi potremo raggiungere. Vivere i nostri giorni dando il massimo per fare in modo che la nostra vita sia una gioia. Vivere il momento di scoprire che i nostri sforzi sono serviti e ci disegnano, o fanno disegnare in altri, un bel sorriso. Lottare e non disperare. Osservare per non sottovalutare. Non essere passivi ma essere protagonisti. Ecco, se tutto fosse facile come scriverlo saremmo tutti a lodare noi stessi senza avere un ideale da raggiungere. - 17 - I l S alotto degli A utori NEL TEMPO FANCIULLO… di Maria Francesca CHERUBINI (Perugia) Nel Tempo fanciullo correva la gioia per piccole cose, dolcezze di vita. Aperti i palmi il cielo a sfiorare indice curvo a spiccare le stelle tra grida infantili più volte incrociate. E stelle terrestri rincorse nei prati pulsanti lucciole spesso sfuggite: correva la a gioia negli occhi e nel cuore. Tra grida giulive si giocava “a campana” o “battimuro” con biglie “a colori”. Il giorno smagliante fasciava le braccia buffata di vento i capelli arruffava, le ore volavano tra risa e schiamazzi. finché sorgeva la luna lucente col magico volto laccato d’arancio gli occhi di vetro bistrati e splendenti… Da volta stellata Luna ridente guardava giù coi diamanti degli occhi tutt’avvolgendo in brillante chiarore. Luce trasfusa, regale lucore si riversava su giochi infantili su tetti rossi, grondaie d’argento, comignoli dai smaltati bagliori. A sera poi si lasciava il cortile, sudario ritorno verso le case gridando forte “a presto, domani”. Allora, il cuore credeva alla vita, brillìo di pagliuzze in occhi dorati. Ma ormai… … le lucciole son sparite dai prati rimasti vuoti di giochi bambini. Sui fili d’erba solo buio è restato… …. Gridi di gioia per sempre perduti… Guarda i prati la Luna e non sorride… IL DUBBIO DEL DOMANI di Raffaella CARRISI MARTINI (Torino) È inutile chiedere al tempo come sarà il domani; Grazie allo spazio della notte, ho meditato, ho atteso, ho deciso, ho inciso nell’animo, il poco tempo che mi resta. chiudendo gli occhi, per sentire l’onda del mare, vedere il pescatore che getta le reti, che affronta la tempesta: e, col suo stesso corpo, fonde l’aria intrisa di salsedine. Stanotte, il cupo buio regna, in piazza vi sono alberi e sembra manchi loro la linfa vitale. L’antico campanile si erge verso il cielo, sembra l’albero maestro d’una nave. Destandosi al mattino ho paura di non trovarlo, con nostalgia rivedo quello della Piazza di casa mia. Ecco perché il dubbio del domani. Quanti naufraghi vorrebbero salpare sulla nave per raggiungere il “Porto dell’Amore”? In ogni “Prima-Vera” attendo di raggiungere la riva, godere del nuovo manto che la natura dona. L’azzurro, le bianche vele, sembrano tante candeline accese bianche. Tutto è uno splendore maestatico – che regna in quelle vie polverose. il mio spazio è là, d’autunno, le foglioline secche hanno uno suono melodioso, sembrano chiacchierare tra di loro, come volessero dare l’allarme per qualcosa di strano! Riflesso di Prima-Vera, fa ch’io possa abbracciare per una volta ancora quel manto verdeggiante. ogni mattino, come rito sull’altare, rivedo nello specchio un volto familiare, che talvolta pare vera realtà. Il crudele pensiero, danza per la mente, eppure altri hanno avuto il mio stesso destino: è forse la legge della natura... è una comune odissea! lasciare il mare, gli aranceti, è allora che iniziò la tortuosa via, il peregrinare della vita. Un sorriso ingentilito di speranza, risuona sempre nella mente, nella morsa di mistero dell’ignota crociera, che mi conduce verso il mare. - 18 - Autunno 2009 LA TRATTA DEGLI SCHIAVI IN FRANCIA TRA ‘700 ED ‘800 di Cristina CONTILLI (Macerata) La tratta degli schiavi è un fenomeno ampio e complesso che ha riguardato tra il 1500 e il 1800 quei paesi europei che possedevano dei territori più o meno estesi nel continente americano e quindi Spagna, Portogallo, Francia, Olanda ed Inghilterra. Spesso per minimizzare la portata della tratta la compravendita degli schiavi veniva chiamata con il nome di commercio d’ebano. In Francia già dall’epoca dell’illuminismo comincia il dibattito sulla sua legittimità, nonostante, nel 1700 la Francia sia, con i porti di Nantes e di Bordeux soprattutto, ma anche in misura minore, con il porto di Saint-Malo, uno dei paesi più attivi nel cosiddetto commercio triangolare che prevedeva la partenza delle navi dai porti francesi, cariche di merce da vendere in Africa in cambio di un certo numero di schiavi da trasportare poi nelle colonie come Haiti, Santo Domingo, la Martinica, la Guyana, le Antille, per poi riportare in patria in cambio degli schiavi venduti prodotti come caffè e cotone. La portata delle navi poteva variare, ma andava in media da un minimo di 250 schiavi ad un massimo di 600 per ogni viaggio. L’equipaggio invece oscillava tra le 20 e le 30 persone. Questo comportava che gli schiavi, dopo essere stati marchiati a fuoco per identificarne il proprietario, venivano stivati nelle navi e legati con delle catene per impedire che potessero organizzare una rivolta ed impadronirsi della nave che li trasportava. In questo commercio hanno una responsabilità, ormai riconosciuta dalla storiografia, anche re e capi tribù africani che in cambio delle merci provenienti dall’Europa erano disposti a vendere sia i prigionieri di guerra appartenenti ad etnie e tribù diverse sia persone del loro stesso popolo. Abolita in Francia, ma non nelle colonie, nel 1794, la schiavitù viene ripristinata nel 1802 ed abolita di nuovo F. nel 1814. La Francia firmerà inoltre al congresso di Vienna del 1815 il documento in cui tutti paesi europei si impegnano ad abolire la schiavitù nei propri territori, ma nei primi anni dopo l’abolizione la marina francese sarà lenta e spesso poco efficace nel combattere la tratta. La svolta avverrà nel 1827 con una legge che prevederà un maggior impegno da parte della marina e pene più severe per i negrieri. Fino alla metà dell’800 tuttavia la tratta continuerà, anche se subirà nel corso degli anni una progressiva diminuzione, come è stato dimostrato dai documenti commerciali e marittimi, studiati negli ultimi vent’anni dagli storici. Per approfondire l’argomento: LIBRI S. Daget, “Répertoire des expéditions négriègres françaises à la traite illégale (1814-1850)”, Centre de recherche sur l'histoire du mond atlantique, Université de Nantes, 1988. S. Daget,” La répression de la traite des Noirs au XIXe siècle: l'action des croisières françaises sur les côtes occidentales de l'Afrique, 1817-1850”, Paris, Khartala Editions, 1997. A.Gréhan, “La France militaire”, Paris, 1837 (scaricato in pdf da google libri). Pétré-Grenouilleau Olivier, “La tratta degli schiavi. Saggio di storia globale”, Bologna, Il Mulino, 2006. INTERNET: http://archiviostorico.corriere.it/1993/dicembre/03/ passava_dalla_Francia_dei_Lumi_co_0_9312039291.shtml http://fr.wikipedia.org/wiki/Esclavage http://fr.wikipedia.org/wiki/Commerce_triangulaire http://www.disc.wisc.edu/slavedata/slacode1.html http://www.insenegal.org/23Turismo/Goree01.htm PROBLEMA: in un concorso letterario chiedono un racconto di cinque cartelle; usando un programma di scrittura elettronica come si fa a predisporre un testo rispondente alla richiesta? A. SOLUZIONE: aprire il programma di scrittura elettronica, creare un nuovo documento e iniziare a digitare il proprio testo. Conclusa la prima pagina verificare di quante battute (spazi inclusi) è composta es.: 2.500. dividere il numero della battute richieste (5 cartelle x 1800 battute a cartella = 9.000) per 2.500 9.000 : 2.500 = 3,6 il testo sarà composto da poco più di tre pagine e mezza... Q. Jean alla Prof - 19 - I l S alotto degli A utori NATURA ANTIDEPRESSIVA di Rosanna MURZI (Piombino - LI) Stasera sono seduta nel mio giardinetto, ubicato sotto la mia casa, in una chiostra interna al palazzo e il mio tartatugo sta tentando di azzannare le mie ciabatte rosa; mi sta girando attorno con le fauci spalancate e morde con voracità la gomma delle suole. Sotto i miei piedi foglie secche, erbetta giallognola e nell’aria tanta pace. Scrivo sopra il tavolo bianco situato sotto il limone ed ascolto felice in lontananza il grido di un piccolo gabbiano. Come adoro queste bellezze pennute! Tutti gli anni, a primavera, una gabbianella depone le uova dentro la grondaia di una villa disabitata che io posso ammirare dal balcone della mia casa. Trascorso il necessario periodo, dalle uova escono due o tre gabbianotti che gridano tutto il giorno, per la mia felicità e per la disperazione dei noiosi vicini. È molto terapeutico poter seguire la loro crescita ed osservare come la mamma accudisca con amore i neonati,come rigurgiti il cibo da lei ingerito nel loro becco sempre spalancato,come in seguito insegni loro a volare, seguendole nelle prime piroette. Un piccolo gruppo di piccioni è ormai divenuto stanziale sotto la mia finestra: al pomeriggio, per vincere la calura, vengono a fare il bagnetto nelle ciotole che io riempio d’acqua per il tartarugo e sembrano paperi lilliputziani in stagni di Gulliver, mentre quando escono di là sembrano piumini per la cipria. Le piante del mio giardino sono molto graziose ed ora che sono state collocata su mensole di legno ingentiliscono l’ambiente. Sotto le mensole vive ormai da qualche anno un papiro dalle sottilissime e lunghe foglie che paiono dita con unghie appuntite. Una di queste foglie, come vinta dalla stanchezza provocata dalla calura, si è adagiata con gentilezza su di una pianta grassa molto allegra,componendo un duetto spiritoso. Quanto aiuto ci giunge dalla natura! Molti poeti hanno composto per lei. In questo periodo sto leggendo le liriche di Shelley; bellissimo il verso nella sua Ode al vento occidentale: “Se arriva l’inverno la primavera non è lontana.” Anche l’acqua è una delle componenti che della natura che adoro. In questo istante sto scrivendo seduta in riva al mare e le onde danzano in orizzontale ed in diagonale, divertendosi a giocare con gli scogli. Il vento che si è alzato all’improvviso mi dona voglia di correre all’impazzata per disperdere in cielo le mie ossessioni e forse stamani riesce a placare i miei nervi tesi. Adoro tutto della natura, anche le paludi malsane con quell’erba verde alta che pare galleggiare sullo specchio immobile e nebbioso. Giorni fa sono stata a visitare una zona paludosa protetta dove tanti uccelli di passaggio si fermano a ristorarsi ed ho ammirato un paesaggio quasi fiabesco, con ac- que stagnanti piene di vita piccola e sommersa, con paesaggi intrigati ed intriganti. Piccole e strane vite vegetali spuntavano dalla melma, un grande e velato silenzio intorno: avrei potuto iniziare una storia di streghe e folletti dispettosi. Amo tutte le stagioni; dell’inverno adoro il freddo intenso, della primavera i mattini tiepidi ed i dolci crepuscoli, dell’estate i tramonti, dell’autunno i temporali e le foglie secche. Ogni stagione racchiude un fascino personale, anche se devo ammettere che prediligo l’autunno con i suoi languidi colori che preludono al riposo. Quanta forza si può trarre da quei piccoli ciuffi d’erba che spuntano disordinati dalle tegole dei tetti o tra le pietre del selciato, vivono così semplicemente, spesso calpestati e strappati da noi umani distratti e si accontentano solo della pioggia. Osserviamo ed impariamo. - 20 - TUTTO MI È GIOIA di Giuseppe BELLI (Monfalcone – GO) Ti sento dovunque, o mio Dio: nel fiore gentile, nell’albero grande, nelle pareti superbe dei monti, nella valle amena e silente, nei mari immensi e profondi. E so che mi attendi, mio Dio, che tutto viene da Te, e che a Te mi conduce. Tutto mi è gioia. Il frutto, il sole, l’erba, l’acqua gorgogliante che corre, l’onda del mare che gioca. Tutto mi è gioia: anche la lotta, la sofferenza, la difficoltà, lo sforzo; poiché tutto viene da Te, e a Te mi conduce, a Te che mi attendi. Autunno 2009 Gianfranco Gremo propone una rubrica sul nostro Salotto dal titolo: Perché scrivo, per chi scrivo. Per rompere il ghiaccio inizia lui ad esporre i propri... perché PERCHÉ SCRIVO, PER CHI SCRIVO di Gianfranco GREMO (S. Gillio - TO) Salgari diceva: “Scrivere significa viaggiare senza la seccatura dei bagagli”. Uno sconosciuto ha scritto: “Scrivere è come lanciare un petalo di rosa nel Grand Canyon ed aspettare impazienti di sentire il rumore provocato dalla caduta”. Se dovessi lasciarmi condizionare dalla parte verbosa di me sarei tentato di avventurarmi in sproloqui senza fine né costrutto. Fortunatamente in me prevale la sintesi, mirabilmente espressa sia da Salgari sia dall’ignoto lanciatore di petali di rosa. Descriverò quindi in sintesi le pulsioni che mi spingono a scrivere. Ho appena detto di preferire la sintesi ma in realtà “riesco meglio” nello scrivere racconti, dote che comporta una capacità di analisi, mentre maestra della sintesi è la poesia. Sono le contraddizioni della psiche umana. Sarei fortunato se le mie contraddizioni si limitassero a questa. C’è chi afferma che più esistono contraddizioni, nell’uomo, e più è intelligente ed acuto. Non condivido questa teoria, vivo meglio con meno contraddizioni e preferisco frequentare persone non troppo cervellotiche, detesto quelle che ti riservano spiacevoli sorprese quando credi di avere stabilito con loro rapporti costruttivi e stimolanti. zano ma perché, in generale, la gente è distratta, ripiegata su se stessa e vive in un mondo tutto suo, non aprendosi agli altri. Stranamente, le cose da cui la gente maggiormente fugge sono la felicità e l’amore, perché troppo faticosi da conquistare ed ancor di più da mantenere. Capita quindi che i più abdichino per una vita senza grandi scosse per non soffrire e non confrontarsi con i propri sentimenti. SCRIVO PERCHÉ voglio svegliare la gente dal torpore emotivo nel quale è immersa e spronarla a gettare il cuore oltre l’ostacolo. So che si tratta di un’ardua impresa ma occorre tentare di tutto pur di non far trionfare questa apatia diffusa, questa atrofia dei sentimenti della quale poco ci avvediamo in quanto ne siamo imbevuti. SCRIVO PERCHÉ vorrei essere “risarcito” degli innumerevoli atti di egoismo, indifferenza, ipocrisia e falsa disponibilità che ho incontrato e che nei quali, purtroppo, continuo ad imbattermi sul cammino delle mie relazioni umane. Posso comprendere che, istintivamente, l’uomo (senza dimenticare la donna!) tenda a difendersi, a preservare il suo spazio vitale (non a caso una frase oggi ricorrente è: “non invadere i miei spazi!”), ma se questa “difesa” diventa il fulcro intorno al quale SCRIVO PERCHÉ non sempre mi piace la realtà gira l’intera esistenza, il conflitto che attanaglia tutti noi: che mi circonda, gli uomini e le donne (!) che incontro; “dare o non dare?” risulta non soltanto irrisolvibile, per ovviare a tutto ciò mi confeziono un mondo paral- ma pernicioso. lelo più gratificante e meno ingrato. SCRIVO PER CHI, come me, è scontento della baSCRIVO PERCHÉ mi piace assegnare, come fa un nalità che lo circonda e si vuole temporaneamente regista teatrale, le parti in commedia senza dover af- rifugiare nel sogno, nella fantasia, nell’immaginazione, frontare i capricci e le bizzarrie delle prime attrici, dei senza però indulgere troppo in questa fuga dal reale. protagonisti maschili e dei secondi ruoli. Scrivendo rie- La realtà occorre affrontarla, presto o tardi, essere pronsco a manipolare la realtà come più mi piace. ti per una battaglia per niente facile e di non breve durata. SCRIVO PERCHÉ qualcuno possa dire quanto sono bravo anche se ho già sperimentato che un numero SCRIVO PER CHI, pur non essendo padrone della limitato di persone lo fa, non perché pochi mi apprez- sintassi e dell’ortografia, è dotato di fantasia abbinata - 21 - I l S alotto degli A utori alla vivida memoria del proprio vissuto, specialmente quello che ha segnato per sempre la sua esistenza. Scrivo per stimolare questi autori in embrione a non badare ancora alla forma, che verrà. È la funzione che sviluppa l’organo, si usa dire. La mente aiuterà la mano a tramutare i pensieri in parole, le emozioni in storie, i dispiaceri in esperienza per fortificare l’animo. SCRIVO PER CHI non sa che ritrovare se stesso in un racconto lo aiuta a sentirsi meno solo e gli evita di credersi l’unica vittima delle amarezze che la vita riserva. Il mondo è pieno di vicende poco gradevoli, l’unico sistema per superarle è di essere consapevoli che nessuno di noi è esente dal disagio e dalla delusione, tanto meno quelli che crediamo (o che dichiarano di essere) forti al punto da non provare amarezza. Nel frattempo il mondo è altrettanto pieno di vicende gradevoli, se gratti la patina di cinismo e disillusione scopri che, sotto, la moneta ha conservato la lucentezza del fior di conio, della matrice originale. SCRIVO PER CHI non crede sia più il tempo di comunicare attraverso il mezzo della carta scritta o stampata: io scrivo, tu leggi. Molti ormai si sono lasciati prendere dalla frenesia degli SMS, delle telefonate da cellulare, dalle video-chiamate. Questi mezzi sono utili, ma soltanto in situazioni contingenti e non come unici ed indispensabili sistemi per comunicare. Qualsiasi mezzo tecnologico potrà mai sostituire il fruscio della carta, il suo “profumo” (e odore, se si tratta di un libro “vissuto”), la sua consistenza, la rinnovata magia di ritrovare lì, tutte le volte che si vorrà, le proprie emozioni. SCRIVO PER CHI vorrebbe “collezionare” bei gesti, belle parole, incoraggianti segnali di stima, di amicizia, di dedizione e d’amore, braccia spalancate e non conserte, sorrisi e non ghigni, sospiri e non mugugni, palme delle mani aperte e non chiuse a pugno, abbracci e non respingimenti, fluente loquacità e non ostinato silenzio, morbidezza e non rigidità. A tutto questo vorrei le persone ambissero, per esserne (confesso) anch’io gratificato, ma principalmente perché si respirerebbe un’altra aria, non inquinata dal sospetto, dal malumore, dall’infelicità e dalla solitudine. Malattia, quest’ultima, della quale siamo affetti e ci illudiamo colpisca esclusivamente gli altri. - 22 - AL MIO CANE di Velia GOZZOLINO (Acqui Terme) Chicco mio adorato! Nessuno potrà capire quanto dispiacere ho nel cuore mio. Ti ho perduto e ti piango: io ti amavo. Capivi le mie pene, eri la mia ombra, la mia poesia. Imploro il tuo perdono per averti abbandonato per lunghi giorni, tu mi hai chiamato, non ti potevo sentire, correvo dall’altra padrona che tu amavi. Perché hai fatto questo? Perché mi hai lasciato? Tu eri il mio cane, il mio chicco adorato! Quando arriverà l’ora Della passeggiata, senza freno il mio pianto sentirai. La solitudine conosciuta non l’hai sopportata, eri sempre con me e mi hai abbandonata. La tua padrona ricorderà sempre il grande amore che le hai regalato. Nel profondo del mio cuore ti sei addormentato. Incolmabile vuoto della vita mia, ci siamo allontanati ma non divisi. IL COMMISSARIO GIRAUD E LA DONNA SCOMPARSA di Davide Angelini - KIMERIK Edizioni Davide Angelini nasce a Pavia il 13 luglio 1988. Attualmente vive e lavora nella sua città natale. Dopo aver terminato gli studi, si dedica pienamente alla sua passione di sempre: la scrittura e in particolar modo il genere giallo, creando il personaggio del commissario Antoine Giraud. “Il commissario Giraud e la donna scomparsa” è il primo romanzo pubblicato. Autunno 2009 CORRO, MA NON AFFERRO: IL TEMPO NON ESISTE di Federica SIMONE (S. Maria della Mole - RM) È giugno. Giugno cade esattamente a metà anno. Il sesto di dodici mesi. Dei dodici che scandiscono un altro anno della nostra vita. Un altro dei milioni di anni dell’esistenza dell’universo. Il tempo passa. La gente corre. Ogni mattina si sveglia. Poi colazione. Lavoro o scuola o entrambi. Spuntino. Pranzo. Telefonata. Compiti … è tutto scandito. È tutto ritmato. Quasi in un modo che ci spaventa. Oramai ci si stupisce di più quando avanza un minuto di troppo che non si era calcolato piuttosto che quando questo minuto non c’è. Nella frenesia della velocità dei nostri giorni, divengono frenetici anche i nostri pensieri e il nostro modo di ragionare. E si corre, si rincorre, si cerca, si trova a volte, si perseguita … ma cosa? Giugno. Mese che anticipa l’estate e le vacanze. Giugno, mese di promossi e di bocciati. Mese che ci ricorda che ci rimangono da vivere solo altri sei mesi del 2009, di questo ormai non più nascituro anno. E si continua a correre in questa maratona,di cui nessuno sa con esattezza e sicurezza il nome. E non si afferra nulla, non riuscendo a trattenere nulla tra la fragilità di una stretta di mano. Giugno, mese di bilanci. Bilanci, perché già metà anno è andato via, volando dalle membra del tempo e ogni notte, quando il sonno vince e si chiudono gli occhi, tutto scivola via … ore che vanno via e tutto il no- stro affannarsi non è servito a nulla. Il tempo passeggia freneticamente e violentemente tra i nostri intenti e aspettative e tra le nostre guerre quotidiane. Ma è proprio il tempo l’arché di tutto. È il tempo l’essenziale e l’inafferrabile, che domina sulla vita di ognuno. La giudica. La condanna e l’assolve. Eppure l’uomo, ogni singolo piccolo uomo, che cosa ha tra le mani oltre la testimonianza della fugacità di questo terribile, maledetto, greve tempo? S. Agostino affermava che il tempo, nelle sue tre unità - passato, presente e futuro - in realtà non esiste. Non esiste in quanto il passato è già passato, e perciò non è più, il presente nell’attimo stesso in cui lo cogliamo diventa già passato, e il futuro non è ancora, è presente solo nei nostri pensieri. Il tempo, scriveva Agostino, è una distensio animae. E forse, proprio in questo senso, l’unico tempo,che ci è dato di avere, di possedere, in qualche modo e in qualche strano senso di renderlo nostro è proprio il passato,i ricordi,la memoria … ciò che si non potrà mai trasformare, modificare, cambiare. È vero: corro, ma non afferro ma si hanno sempre i ricordi nei pensieri e il poter possedere, anche solo nell’intimità, ciò che fu ed è stato e questo non è poco. E il tempo allora dischiude le ali ai nostri sogni e, contemporaneamente, ci dà la forza per realizzarli. Quando il tempo è denaro, sembra morale risparmiare tempo, specialmente il proprio. Theodor Adorno, Minima moralia Per non essere gli straziati martiri del Tempo, ubriacatevi senza posa! Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi Il tempo dirà tutto alla posterità. È un chiacchierone e per parlare non ha bisogno di essere interrogato. Euripide, frammento - 23 - I l S alotto degli A utori L’ALBERO: IL NOSTRO RESPIRO di Giovanni REVERSO (Torino) La nostra vita è legata al respiro. Finché respiriamo viviamo e, quando esaliamo l’ultimo respiro, è quando passiamo dalla vita alla morte. La nostra vita finisce e la morte ci rapisce. Il dove ci porta è una delle domande a cui l’uomo ha dato e continua a dare infinite risposte. Non è detto che quelle ritenute valide dai più lo siano veramente. Nessuno lo può provare. E qui sta il punto, non potendolo provare, ogni supposizione può essere ritenuta valida: basta crederci. Il credere significa avere fede, la fede ha creato le religioni che, infatti, sono tutte credenza. C’è chi crede e chi non crede. C’è chi crede oggi e magari non più domani e viceversa. È anche una questione di accadimenti vitali. Cosa ci succede nella vita, può modificare la nostra idea sulla morte e le sue conseguenze effettive, solo credute, sognate o anche pensate e supposte. Il dolore è molto legato al dopo-morte. Quello fisico è deleterio, quello psichico è molto più lungimirante, più razionale, più creativo, più convincente nelle sue conclusioni. Il dolore psichico fa ragionare, quello fisico sragionare in quanto alterando le funzioni corporee che fanno nascere il pensiero, lo snaturano, lo stravolgono, l’umiliano. E dall’umiliazione non può nascere nulla di buono, nulla di vero, nulla di certo, ma solamente amarezza cugina della tristezza, parente della malinconia. Cose che messe insieme creano l’angoscia che vede solo più nero e, nel nero, tutto scompare. Per cui non è più il morente che parla, ma chi lo induce a parlare, cioè a sparlare, parlare come vuole chi lo induce. Meglio fermare queste riflessioni, che pure potrebbero continuare, dettate comunque da quello che è il nostro vivere quotidiano. Cosa respiriamo? Qual è l’elemento che ci permette di vivere? L’ossigeno, l’elemento chimico più abbondante in natura: nell’atmosfera si trova libero (20,95%) una percentuale costante; nell’idrosfera (86% circa); si trova, invece, combinato nella misura del 47% circa nella litosfera. Il corpo umano ne contiene il 65% circa in peso e ne consuma nella respirazione circa 201/h. È un gas incolore biotonico e inodore poco più pesante dell’aria, chimicamente molto reattivo, si combina con tutti gli altri elementi. Senza ossigeno non respiriamo, senza ossigeno la vita si spegne ed essendo l’albero con le sue foglie fonte di ossigeno, ecco che l’albero è il nostro respiro, non solo, ma è il respiro del mondo. si dice che gli alberi dialoghino col cielo, s’alzano in verticale con moto ascensionale e diffondono benefici a tutti. Sono un ponte gettato tra la Terra e il Sole, nell’albero c’è l’archivio del tempo, c’è la cronaca registrata di ogni stagione, di ogni accadimento climatico. Un indiano ha detto: «L’albero di sandalo profumo l’accetta che lo uccide.» Ma mentre gli alberi possono vivere senza l’uomo, l’uomo non può vivere senza gli alberi. Dagli alberi si passa al bosco e dal bosco alla foresta. L’incremento umano e l’aumentata richiesta di carta hanno fatto scrivere a Prévert: «Tante foreste strappate alla terra / e massacrate / distrutte / rotativizzate. /Tante foreste sacrificate per la pasta di carta / di miliardi di giornali che attirano annualmente l’attenzione / dei lettori sui pericoli del disboscamento delle selve e/ delle foreste.» Sono anch’io convinto che il bosco è la salvezza del mondo e che la civiltà di un popolo si misura dalla bellezza dei suoi boschi. C’è una scienza che protegge i boschi: la selvicoltura. Scienza che è anche un’arte generosa perché guarda al futuro e prepara risorse per gli altri. Arte che è anche poesia e filosofia della vita, perché abbiamo anche dei doveri verso gli alberi: essi possono raccontare tante cose, del tempo e degli uomini. La creazione di parchi nazionali e riserve naturali sono molto utili. si considerano riserve naturali le aree sottratte ad ogni intervento di alterazione e distruzione allo scopo di garantire l’equilibrio biologico e la diversità anche genetica dei differenti tipi di habitat ai fini della conservazione della natura e della ricerca scientifica. Le foreste si sa, crescono lentamente, non seguono i ritmi accelerati né dell’agricoltura né della vita dell’uomo, per questo una volta distrutte hanno bisogno di anni e anni per ricostruirsi. Se si attuasse una civiltà dell’albero, sarebbe un bene per l’umanità. nella terra come base fisica, la vegetazione costruisce con ritmi continui materia organica; gli animali con in testa l’uomo consumano ed i microrganismi restituiscono la materia alla Terra. Le antiche foreste sono nate 350 milioni di anni fa, le attuali 60 milioni di anni fa. L’ecologia basata sugli alberi è economia della vita. La storia dell’uomo è una storia di disboscamenti. La civiltà dell’uomo scandisce via via il taglio degli alberi. Costruire foreste vuol dire costruire il futuro. In una conferenza alla Sorbona è stato detto: «Dobbiamo capire meglio l’albero ed il bosco, sarà più facile allora capirci anche tra noi.» Cartesio definisce la filosofia come un albero, nel quale le radici rappresentano la metafisica, il tronco la fisica, la chioma con le foglie i frutti e i fiori, tutte le altre scienze. Sono passati oltre 100 miliardi di uomini sulla Terra dall’inizio a oggi, ma non hanno fatto tanti guasti quanti ne abbiamo fatti noi in pochi decenni. Stiamo, infatti, distruggendo anche l’Amazzonia che è l’ultimo ecosistema perfetto esistente sulla Terra: è, in sostanza, il respiro del mondo, una foresta di 650 milioni di ettari, ma ne distruggiamo 20.000 Kmq. ogni anno. Auguriamoci che a Manaus, capitale dello stato di Amazonas vinca il buon senso e si fermi una distruzione che soffocherebbe il mondo. - 24 - Autunno 2009 INTERVISTA A MONICA FIORENTINO (gioviale conversazione a tu per tu col suo Alter Ego) - Iniziamo subito da una prima domanda per fare la tua conoscenza. Chi è Monica Fiorentino? Sono nata 32 anni fa a Sorrento in provincia di Napoli. Terra di naviganti, musicisti e poeti, quindi un bel misto! Sono una persona cui piace tanto scrivere, beh, non solo quello … ma è ciò che mi riesce meglio …. (almeno dicono!) - Le passioni di Monica Fiorentino? A parte Scrivere!? Michelangelo Buonarroti, la cioccolata, il calcio, i tatuaggi ( ne ho ben quattro), la poesia, gli haiku, le fiabe … l’amore, si può dire? - Qual è stato il tuo primo racconto? E quale, quello che hai deciso di presentare come prima opera? Il mio primo racconto penso di averlo scritto da piccolissima, come fanno tanti bambini, per gioco. Utilizzavo le pagine bianche di alcuni libri che leggevo per riempirli con dei racconti miei. Ricordo di averne scritti molti fra le pagine libere de ‘I tre moschettieri’ di Dumas. La prima opera che decisi di presentare fu per un Concorso Letterario si intitolava “Tu, Angelo che mi aspetti”, un racconto erotico. - La poesia. Gran parte della tua vita! Si. Gran parte. La parte più bella, intima, segreta, “mia”. La poesia è il soffio dell’anima, qualcosa di interno, vivo, vero. Sono io senza alcuna maschera, pelle e cuore. Quando scrivo poesia, vivo. - Due domande di rito. Se fossi un animale? Se fossi un fiore? Dicono un aquila! Ma credo sinceramente molto di più … un lupo! Il fiore invece non ho dubbi, una rosa blu. Quando ne vidi una la prima volta, pensai fosse stata tinta con le lacrime degli angeli. - Quale fra le tue opere si avvicina di più a Monica Fiorentino come donna? Una piccola fiaba che scrissi tempo fa, contenuta nella collezione de ‘Il Cantastorie di Terre Lontane’. Si intitola “Zanni lo scorpione dei mari”. Un racconto delicato, dolce, semplice, pieno di amore e di magia, le componenti che rendono la vita una meravigliosa avventura. - Hai scritto un gran numero di racconti sugli angeli. Qual è il numero esatto di storie dedicate ad essi? E quale titolo ti ha colpito maggiormente fra questi? Ne ho scritti cento. E sono tutti contenuti nella raccolta “Ali di carta”. Naturalmente come si dice a Napoli ‘Ogni scarrafone è bell ‘a mamma sojia’ … quindi li amo tutti, ma credo che quello più importante per me, quello che di più mi è rimasto nel cuore, sia stato Anteo il custode del Forno delle maschere. L’angelo addetto alla cottura delle maschere che gli Esseri Umani indossano per non lasciare trasparire le loro emozioni. - La poesia a cui sei più legata invece? Vale lo stesso discorso. Tutte. Ma se proprio devo … non lo so, qui è più difficile, la poesia è più interiore, tutta anima, sarebbe come scandagliare il cuore. Ma credo “Vola ancora” con cui vinsi un premio in Germania, avrò avuto vent’anni. Fantastico! - Un progetto realizzato che credevi impossibile? L’attuazione di un Concorso Letterario! Eppure mi dico, che ce l’ho fatta! Da due anni ne presento uno in collaborazione con un’altra persona. È un Concorso Letterario Amatoriale, semplice, composto da una Giuria di persone che amano Scrivere, Leggere, amatoriale appunto. Dal titolo “Scrivimi …” Quest’anno per la prima volta ho realizzato anche la sezione poesia. Un Concorso che è stato titolato alla memoria di un giovane calciatore tragicamente scomparso tre anni fa. - La tua prima opera pubblicata. Quale e quando? Una raccolta di poesie dal titolo “Fosse Amore”. Datata sedici aprile novantanove. Fu favorevolmente recensita anche dai quotidiani napoletani locali. Per me un trionfo. Con un’unica pecca! Avevo programmato l’uscita per il dodici aprile in concomitanza con l’anniversario dell’affondamento del Titanic, ma per quel giorno ebbi solo una copia. La prima! La regalai ad un caro amico, Saverio, chissà se la conserva ancora? Belle emozioni! - Scrittrice o poetessa. Per caso o per destino? Cantastorie è il termine esatto! La poesia è vita. La narrativa idem. Mi sono sempre immaginata come una novella Jo March, la protagonista di “Piccole Donne” della Alcott, con i miei scritti sotto braccio in cerca di Case Editrici. - Un classico. La musica preferita. Il Film. Il cartone animato. L’oggetto prezioso? Gli Zero Assoluto. Non ci sono commenti. Per il Film invece sono diretta, l’ho amato tantissimo, lo amerò per sempre “La maschera di ferro” interpretata da Leonardo Di Caprio. Il cartone animato Candy Candy. L’oggetto prezioso, un anello regalatomi alla Vigilia di Natale di due anni fa. - Cosa leggi nel tempo libero? Di tutto. Ma due sono i capolavori che ho nel cuore: “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, un classico che contiene tutto. Tutto. Ed è la mia Bibbia. E l’altro più moderno “La solitudine dei numeri primi” di Giordano, un capolavoro emozionale, con un titolo che è una bomba e fa riflettere sull’importanza che possiede un buon titolo per far presa sul lettore. - Cosa stai scrivendo in questo periodo? Sono in preparazione. In realtà ho terminato da poco una fiaba ‘Duma il delfino azzurro’ un racconto molto dolce e profondo sul desiderio umano di sognare e realizzare le proprie illusioni. E al contempo ho in pentola una raccolta di poesie haiku, ispiratami da una serie di fotografie che ho avuto tra le mani proprio giorni fa. - 25 - I l S alotto degli A utori - La tua maggiore fonte di ispirazione? La solitudine. - Molti ragazzi scrivono racconti e poesie che poi restano chiusi nel cassetto. Pensare di pubblicare qualcosa di proprio sembra un sogno estremamente complicato. Quali consigli puoi dare a coloro che vogliono provare a muovere i primi passi nel complicato mondo della Scrittura? Di non lasciare mai nulla nel cassetto. Di capire se realmente Scrivere è ciò che si vuole fare, e provare , provare, provare. Ci sono molti Concorsi Letterari autorevoli in Italia e anche all’Estero. Tentare sempre, arrendersi mai! - Un sogno che hai realizzato riguardante la Scrittura? Una mostra. La mia prima mostra di poesie. “Kappa” tredici poesie haiku, alternate da foto, farfalle, approfondimenti, fiori, ninnoli orientali. L’ho realizzata a Castellammare di Stabia all’interno di Cartooncult, una splendida Fumetteria. - Qual è la storia che un giorno vorresti scrivere? La biografia di un calciatore. Ma per allora dovrò essere diventata bravissima. - E per concludere. Uno scrittore che tu vorresti incontrare? Alessandro Baricco. Lo scrittore di “Novecento”, “Oceano mare” ed altri capolavori della letteratura italiana. Il fondatore della Scuola Holden di Torino, a cui mi ero iscritta dieci anni fa. Per potergli dire giusto due parole a quattr’occhi. Tempo fa avrei detto Paolo Giordano, ma da un po’ una foto di Baricco ritagliata da un giornale, campeggia appesa alla parete di camera mia, e la interrogo ogni giorno facendo il verso a Rocky Balboa in quel famoso Film quando perso il suo compagno era salito ad allenarsi in solitudine sopra l’altura di una montagna innevata. - Grazie per aver risposto alle domande Grazie a te! Penso di conoscermi un po’ meglio adesso! UNA LETTERA DESIDERATA di Gaetano PIZZUTO (Torino) A questa lettera anonima, trovata nella chiesa di San Paolo a Baltimora nel 1692 è stato dato il nome “ Desiderata “ ed il motivo rimane un arcano, comunque la vicenda è misteriosa quanto interessante. Uno scritto di 417 anni or sono che ho molto studiato nel tempo e di cui sono venuto in possesso una trentina di anni fa, tramite una persona appassionata di testi antichi, filosofici e religiosi. Ogni volta, nella rilettura ho colto tra le righe un particolare in più, una verità diversa, nuova, probabilmente dovuta all’esperienza maturata nel mio vissuto. Penso che oggidì sia di un’attualità disarmante e personalmente lo trovo molto toccante. L’anonimo autore, ha trasmesso sia ai contemporanei che ai posteri un messaggio di grande saggezza, una visione universale, cosmica. Nel cammino pur sofferto di ognuno di noi non dovremmo comunque smarrire mai l’amore per la vita, il rispetto per noi stessi, per gli altri. V’è molta luce fra quelle parole, c’è speranza, c’è fede. DESIDERATA Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio. Finchè possibile, senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone. Dì la verità con calma e chiarezza e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti, anche loro hanno una storia da raccontare. Evita le persone volgari ed aggressive, esse opprimono lo spirito. Se ti paragoni agli altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perchè sempre ci saranno persone più in basso e più in alto di te. Gioisci dei tuoi risultati come dei tuoi progetti. Conserva l’interesse per il tuo lavoro, per quanto umile e ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo. Sii prudente nei tuoi affari perchè il mondo è pieno di tranelli, ma ciò non acciechi la tua capacità di distinguere le virtù, molte persone lottano per grandi ideali e dovunque la vita è piena di eroismo. Sii te stesso, soprattutto non fingere negli affetti e neppure sii cinico nei riguardi dell’amore, poichè a dispetto di tutte le aridità e disillusioni, esso è perenne come l’erba. Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall’età, lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza. Coltiva la forza dello spirito per difenderti dall’improvvisa sfortuna, ma non tormentarti con l’immaginazione. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine, al di là di una disciplina morale. Sii tranquillo con te stesso, tu sei figlio dell’universo non meno degli alberi e delle stelle, tu hai diritto ad essere qui. E che ti sia chiaro o no non vi è dubbio che l’universo ti si stia schiudendo come dovrebbe, perciò sii in pace con Dio, comunque tu lo concepisca e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni. Conserva la pace nella tua anima pur nella rumorosa confusione della vita. Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati ed i sogni infranti è ancora un mondo stupendo. Fai attenzione. Cerca di essere felice. - 26 - Autunno 2009 M. LORENA BALISTRERI, LA REALTÀ NELL’ILLUSIONE, EDIZIONE I.S.D.T. di Francesca LUZZIO (Palermo) La lettura dell’opera di M. Lorena Balistreri, La realtà nell’illusione è stata veloce e facile: lo stile semplice, chiaro, scorrevole facilita l’approccio alla lettura e induce a focalizzare subito le tematiche proposte. Ma un’adeguata decodificazione delle riflessioni a cui il testo ci ha indotto, esige in primis l’esposizione del contenuto. Gaia desiderosa di evasione, in un assolato pomeriggio esce senza una meta con il suo amato, vecchio motorino. La vista del mare la induce a recarsi sulla spiaggia; seduta su uno scoglio si immerge nei pensieri. Pensa al suo futuro, alla voglia di indipendenza, alle difficoltà in cui si imbattono i giovani per trovare lavoro, poi vede una mamma che gioca in riva al mare con la sua bimba e ciò la induce a riflettere in genere sui rapporti genitori – figli e, in particolare, intorno ai suoi personali rapporti con la sua famiglia e, a tal riguardo, lei ha scelto di non restare cucciolo protetto ma di essere libera perché l’essere protetta le dava insicurezza. Ed a forza di raccontarsi ed ascoltarsi è riuscita a maturare e capire che è bello ricevere amore, ma ancora più bello darlo ed è per questo che vorrebbe adottare un bambino di colore. Questo pensiero la induce a denunziare la condizione degli immigrati, lo sfruttamento dei minori, azione criminosa quest’ultima così orribile che non può fare a meno di accompagnare il pensiero con un atto, su cui scarica tutta la sua rabbia: stringe in mano dei sassolini e li butta in mare, mentre il suo pensiero corre dietro alla stoica morale senecana pensa che costui che tu chiami schiavo è della tua stessa natura. Ma un’improvvisa telefona della madre è l’occasione per indurla a riflettere sulle nuove modalità di comunicazione informatica, sull’importanza della scrittura, sull’uso sconsiderato che ne fanno i giovani per conoscersi e farsi conoscere (sebbene per lei è spesso un’utopia farsi capire da altri), sul ruolo che questa ha avuto nel passato, ma anche oggi ha per dire all’altro ti amo. La parola amore, a sua volta, porta Gaia a riflettere sulle false modalità con cui lo vivono i giovani di oggi, riducendolo spesso alla sessualità, ma una forma di amore è per Gaia anche l’amicizia e tale argomento la induce a ricordare Stella, una sua vecchia amica che non può fare a meno del gregge, del branco di amici da cui desidera essere presa in considerazione. Ma il branco si fonda sulla falsa amicizia e l’esigenza di essere accettata, nasce dalla solitudine e questa spesso si trasforma in suicidio. Intanto la vista di un gruppo di ragazzi che sta picchiando, deridendolo, un altro ragazzo, la induce a lasciare i suoi pensieri e ad accorrere per capire: il ragazzo viene picchiato perché diverso. Tutto ciò la induce a pensare al bullismo a scuola, a mettere i discussione la scuola stessa. Ormai è quasi sera, i pescatori tirano in mare i loro pescherecci e il rumore del mare la induce a riflettere sull’ importanza dell’acqua per l’uomo, sulla inefficiente rete di distribuzione presente nella nostra Sicilia e considera veramente vergognoso che ci sia tanto spreco, quando nel sud del mondo si muore di sete. Ma questo come gli altri problemi Gaia è libera di pensarli non di risolverli. Il contenuto rivela come la giovane scrittrice abbia chiara la consapevolezza dei molti problemi che affliggono la nostra società e, in particolare, il mondo adolescenziale. Lei, per adoperare il gergo dei giovani ce li spara addosso con una lucidità incredibile, con una voglia di denuncia che è impensabile in una ragazza. Il lettore resta sicuramente coinvolto in questa caleidoscopica esplosione in cui l’io parlando di sé, allarga il suo sguardo sul mondo. Gaia è matura, è saggia, la sua scelta di non restare cucciolo, di guardare dentro il mondo l’ha resa libera e consapevole. E tale libertà la rivela anche nell’avere scritto questo racconto lungo, il cui titolo La realtà nell’illusione è sicuramente il sintagma-chiave per farci comprendere come Gaia, alter-ego di M. Lorena Balistreri, vorrebbe che fosse il mondo; lei ci denuncia il mondo com’è, ma il lettore, appena avrà finito di leggere il libro, saprà come dovrebbe essere. M. Lorena di fronte al male di vivere, volendo citare Montale, non ci propone né l’indifferenza di quest’ultimo, né la chiusura ironica e distaccata nel quotidiano, come suggerisce il crepuscolare Gozzano, o tanto meno l’afasia del labirintico non senso della Neo-avanguardia e del Post-moderno, ma l’impegno, l’acquisizione di consapevolezza perché ognuno di noi lotti per un mondo migliore. Volendo definire il genere letterario in cui inserire quest’opera della Balistreri ci siamo trovati in difficoltà, ma alla fine si è ritenuta adeguata la definizione di racconto lungo, in cui l’azione, pur ridotta in forma minimale, fa da cornice a pagine saggistiche, diaristiche e forse anche pamphlettistiche nello stesso tempo. Infatti la scrittrice parte da una pagina di diario e ritorna al diario nelle pagine successive del racconto, ogni qual volta parla di sè, del suo processo di crescita, del suo porsi di fronte alla realtà, ma argomenta come in un saggio,ogni qual volta denuncia i mali del nostro mondo e assume il tono polemico del pamphlet,quando le tematiche poste riguardano i giovani. La narratrice si pone in posizione eterodiegetica, infatti racconta di Gaia in terza persona, ma la focalizzazione interna è costante, sicchè s’intuisce subito che il rapporto tra protagonista e narratrice è molto stretto: M. Lorena è l’alter-ego di Gaia e ciò giustifica non solo il carattere - 27 - I l S alotto degli A utori diaristico dell’opera, nonostante l’assenza del narratore omodiegetico, ma anche il particolare flusso di riflessioni che, generato da occasionali pensieri o eventi, quali la sosta sulla spiaggia, la madre che gioca con il bimbo, etc.., collega passato personale e presente collettivo in un andirivieni che non possiamo considerare come dei normali flashbach, poiché il passato talvolta condiziona le considerazioni sul presente e quest’ultimo è quale esso diviene attraverso il vissuto che Gaia porta in sé e la fa essere la ragazza volitiva e consapevole quale lei è diventata. Il tempo è dunque, alla maniera di Bergson, proposto come durata, mentre lo spazio oscilla tra il limite fisico del motore e dello scoglio sul quale si siede e l’ebbrezza immensa dell’infinito, suggerita all’inizio dal motorino lanciato verso l’ignoto e alla fine, come in itinere, dalla vista del mare: sentire il rumore delle onde, sentire i pesci che nuotano e scappano…, questa è la vera meraviglia, la vera meraviglia è l’acqua in sé. L’acqua è un topos letterario, emblema di purificazione, di salvezza e Gaia la considera tale, quando esprime la speranza che un giorno forse qualcosa o qualcuno fornirà le tanto desiderate risposte. Pensieri su pensieri dunque, riflessioni su riflessioni, che si susseguono come la risacca del mare. Ciò mi induce a ricordare il flusso di coscienza dell’Ulisse di Joyce, però, a dire il vero, forse qui è più opportuno parlare di flusso di riflessioni. Svevo in occasione di una conferenza su Joyce nel 1927, affermò che Bloom, il protagonista dell’Ulisse, è come se avesse il teschio scoperchiato, ma Gaia non ha il teschio scoperchiato, sebbene è vero che i suoi pensieri, come nel romanzo suddetto, nascono uno dall’altro,con una tecnica ad incastro direi, da occasioni, da fatti fortuiti, da pensieri precedenti, tuttavia la registrazione delle sue riflessioni è mediata dalla narratrice che continuamente ci dice: “Gaia pensa che.., Gaia dice che…, etc….” quindi non sono registrati nella loro immediatezza soggettiva, in prima persona, per cui si viene a creare una distinzione netta tra la narratrice e la protagonista di cui viene riferito il fluido e magmatico divenire di pensieri. Ma è qui la novità: la narratrice esterna nell’opera della Balistreri è l’alter-ego di Gaia con la quale si confonde e della quale pertanto non ha difficoltà a riproporre in modo indiretto, cioè alla terza persona, il flusso di coscienzapensiero. Già, perchè trattasi di coscienza, trasformato in pensiero, attraverso la focalizzazione interna. E il narratore, proprio perché eterodiegetico, domina razionalmente la materia. Da qui il carattere ordinato delle sequenze, il controllo logico della sintassi, la uniformità del registro linguistico,che oserei definire colloquiale-borghese. In questo viaggio lucido nel mondo contemporaneo, Gaia, come in un processo di iniziazione, ci fa conoscere le peripezie, per adoperare il linguaggio di Propp, che l’umanità deve affrontare e risolvere per vivere la condizione perenne di lieto fine: e vissero tutti felici e contenti. L’ORFANO di Baldassarre TURCO (Genova) Faceva a molte mamme tenerezza, tanto che, pur essendo un meschinetto, sembrava a tutti che fosse protetto e liberato dalla sua tristezza. DENTRO LA DIVISA di Fabio CLERICI (MI) Dentro la divisa, la debolezza di ogni uomo, dentro la divisa, le storie di notti insonni, dentro la divisa, umani disagi da lenire, dentro la divisa, pazienti mogli che attendono, dentro la divisa, frustranti obbedienze, dentro la divisa, lo sguardo curioso di un bimbo, dentro la divisa, affetti mancati, dentro la divisa, la paura dell’errore, dentro la divisa, il consapevole trascorrere del tempo, dentro la divisa, il paterno consiglio a giovani uniformi, dentro la divisa, malinconici ricordi guardando le foto di acerbe primavere, di bianchi berretti calati sul viso; dentro quelle divise, storie di umane amicizie e quotidiani gesti; un giorno ricordare potrò, chi come me, con orgoglio, quella divisa ha indossato. “Beato te!” qualcuno suggeriva “ché, morta la tua cara genitrice, hai tante mamme adesso e sei felice come chi ha ancora la sua mamma viva.” Ma un giorno, ahimè, successe una sciagura: l’intero condominio prese fuoco e, per salvarsi, non ci fu altro luogo che salire sul tetto con premura. Il fuoco non cessava. Allor dall’alto, qualcuno disse che ogni mamma, stretto il suo piccolo cucciolo al suo petto, tentò il tutto per tutto e fece il salto. ... Per l’orfano non fu speranza alcuna: non intervenne la sua morta mamma né per prodigio s’attutì la fiamma, che confermò le leggi di natura! - 28 - Autunno 2009 LA MORTE IN ALCUNI AUTORI DELLA LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA di Bruna TAMBURRINI (Montegiorgio - AP) Il tema della morte è sempre stato uno dei più importanti temi della letteratura e della vita fin dal lontano Medioevo ed anche prima, nella mitologia e nella storia greco-romana. Nel Medioevo essa veniva intesa come ricongiungimento a Dio, a volte veniva anche evocata, oppure l’uomo era alla ricerca di una morte gloriosa, capace di elevarlo verso un’eternità. Nei secoli più lontani la morte era un’altra vita e bisognava essere preparati per un cammino diverso, in quel tempo si predisponevano le situazioni e, in alcuni casi, si preparavano gli oggetti più cari al defunto per far continuare una vita felice anche nell’aldilà. Con il passare dei secoli, la morte ha assunto diverse sembianze evidenziando aspetti di paura e di novità nello stesso tempo, di timore, ma anche di desiderio di scoprire l’”ignoto” che si nasconde dietro a questo “passaggio”. È nella letteratura romantica dell’Ottocento che tale tema diventa forse più sentito, in questo periodo la morte stessa, che provoca sempre dolore e paura, può essere superata dalla gloria (nel Foscolo) dallo studio e dalla sete di conoscenza (in Leopardi) dalla fede in Dio (in Manzoni). Ma la morte legata ad un conflitto esistenziale, alla paura dell’ignoto e all’impossibilità di una spiegazione razionale, la morte come fine di tutto, la morte profonda e rivelatrice, o risanatrice, del male di vivere, si trova in modo più eclatante nella poesia a noi contemporanea. Il poeta romantico che preannuncia questo sentimento moderno sicuramente è Leopardi per il quale la morte diventa comunque una sorta di liberazione dagli affanni della vita. Non si può parlare di questo tema importante se non si ricorda prima di tutto colui che ha dato il via alla poesia moderna, che ha avviato l’esame profondo dell’animo umano scandagliando gli aspetti più reconditi e interpretando la stessa morte anche come una novità, una estrema evasione e forse una speranza: è Charles Baudelaire, vissuto nell’Ottocento e portavoce della poesia simbolista. Nella lirica “Voyage”, appartenente alla raccolta Les fleurs du mal, egli approda all’ingiustizia del creato e finalmente vagheggia la pace suprema, l’ultimo viaggio, l’estrema evasione: la morte. Il poeta parla del viaggiatore, colui che “col cuore lieve, non si separa mai dal suo destino e, senza sapere perché, dice sempre Allons”(1). Non ci si deve curare di ciò che si lascia e bisogna imbarcarsi senza troppe illusioni, poiché “Ogni isolotto segnalato dall’uomo di vedetta è un Eldorado promesso dal destino…” e “certi miraggi fanno più amaro l’abisso!”(2). L’uomo non deve attaccarsi troppo alle cose e al proprio passato, poiché è destinato a svanire, ma deve partire quando ne sente la necessità, senza artificiose illusioni, ma con una timida speranza nel cuore, verso mondi di qualsiasi genere, purché nuovi. La poesia si conclude così: “Morte, vecchio capitano. è l’ora! Su l’ancora! / Morte, che noia questa terra! Salpiamo! / Se cielo e mare sono neri come inchiostro, / i nostri cuori sono colmi di raggi, e tu lo sai! // Su, versati il veleno perché ci riconforti! / Quanto brucia questo luogo nel cervello! Vogliamo / tuffarci in fondo all’abisso! Cielo e Inferno, cosa importa? / In fondo all’ignoto per trovarvi il nuovo”.3 Le illusioni di Baudelaire sono anche quelle romantiche e sono “uno scudo” per ripararsi dalla realtà e per far emergere il sentimento dell’uomo sul calcolo utilitaristico. Ma la corrente maggiormente interessata al problema della morte è senza dubbio l’Ermetismo italiano, una corrente poetica del Novecento che si sviluppa in parallelo con le teorie esistenzialistiche ed ha come motivi base della sua poetica la solitudine, l’illusione del vivere, il mistero, l’oblio, l’irrevocabilità del tempo e quindi la morte. Il problema esistenziale si ingigantisce negli sconvolgimenti mondiali del Novecento, nell’alienazione e nella mancanza di un punto di riferimento, allora subentra la consapevolezza della precarietà dell’uomo che si sente sfruttato ed usato. L’impossibilità di comunicare fino in fondo la parte intima di se stessi contrasta con un mondo in cui il progresso della comunicazione avanza sempre più. Ecco allora la solitudine, antico e perenne male dell’uomo e la ricerca di alternative, più o meno valide, che siano in grado di far sopravvivere. Ad esempio il periodo della guerra fa sviluppare una profonda poetica sulla morte, infatti nel 1919 Giuseppe Ungaretti scrive una raccolta di liriche intitolata Allegria di naufragi in cui l’Autore parla della vita come di un naufragio di speranze e di illusioni e di un continuo e disperato attaccarsi ad esse. La nota lirica Soldati evidenzia la precarietà dell’esistenza “Si sta/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. È un’esistenza precaria, perché vissuta in trincea negli anni della guerra. La presenza della morte, durante la guerra, provoca nel poeta uno slancio di fraternità ed un bisogno di umanità. C’è anche un sentimento di attaccamento alla terra “Di queste case / non è rimasto/ che qualche / brandello di muro”. Egli stesso afferma: “La mia poesia è nata in trincea (…) la guerra improvvisamente mi rivela il linguaggio (…) io dovevo dire brevemente con parole che avessero avuto un’intensità straordinaria di significato tutto quello che sentivo”4. È nel 1928 che si ha la conversione e il Poeta - 29 - I l S alotto degli A utori sente il bisogno di muoversi verso una direzione religiosa. La conclusione del Sentimento del tempo svela, infatti, il punto di arrivo dell’ispirazione religiosa. I sei Canti del 1932 parlano della morte: “O sorella dell’ombra, / Notturna quanto più la luce ha forza, / M’insegui, morte…”. Nel Canto secondo così si esprime: “Morte, muta parola, / sabbia deposta come un letto / Dal sangue,/ Ti odo cantare come una cicala / Nella rosa abbrunata dei riflessi.”5. Tipico è anche il caso di Montale in quanto il poeta, nelle sue poesie, manifesta una forte sensibilità nei confronti della sofferenza che tormenta l’uomo ed il suo “male di vivere” appare più intenso di quello di Ungaretti. A volte, infatti, il poeta rinuncia a vivere ed allora osserva tutti gli aspetti più intimi del mondo, quelli che fanno parte della sua esistenza. Ma non tutto appare come negazione, a volte traspare anche una certa pietà e “trapela una speranza di evasione dal male”6. La sua poesia, infatti, è anche una testimonianza, quasi un documento di vita7. La sua inquietudine è una ribellione alla borghesia e alla dittatura fascista. Anche Salvatore Quasimodo ripercorre i temi dell’esistenzialismo e della morte. Nella lirica Ed è subito sera egli afferma che la vita è breve ed è simile ad un raggio di sole che subito si spegne per il sopraggiungere della notte. C’è il tema della solitudine, c’è il trascorrere del tempo inesorabilmente ed il raggio di sole si spegne per l’arrivo della sera e quindi della morte. Nell’altra lirica Alle fronde dei salici il Poeta ricorda la morte nell’ultima guerra mondiale: E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore, / fra i morti abbandonati nelle piazze / sull’erba dura di ghiaccio al lamento / d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero / della madre che andava incontro al figlio / crocifisso sul palo del telegrafo? / Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento”. Di Saba, invece, possiamo ricordare i versi emblematici della lirica La capra: “…il dolore è eterno, / ha una voce e non varia…). Egli comprende il bisogno di tenerezza umana della capra, è un bisogno di amore uguale come negli uomini. Dalla presentazione di questi poeti si può comprendere come il tema della morte ed anche il male di vivere appartengano, in modo a volte soffocante, a poeti e narratori i quali, più delle persone comuni, riescono a percepire le sensazioni della vita e sono poi capaci di immedesimarsi nella scrittura. La parola riesce a rendere vivi gli attimi di umanità e produce nella personalità degli autori stessi una sorta di catarsi. Un grande della letteratura del Novecento è, senza dubbio, Pavese che nella sua tormentata vita ha voluto in un certo senso padroneggiare il tempo impegnandosi nello studio e nel lavoro. Egli stesso afferma: “ Se non avessi la fiducia nel fare, nella pasta che tratti, nei libri che scrivi, che deserto, che vuoto sarebbe la vita” 8. E ancora: “Quando scrivi qualcosa e ci dai dentro, sei sereno, equilibrato, felice”. Scrivere è quindi per lui un bisogno per allontanare la morte, ma non può la scrittura fino in fondo liberarci da questo “male”. Ecco allora le sue parole in un’amara considerazione: “Non t’accorgi di vivere perché cerchi il nuovo tema, passi trasognato i giorni e le cose. Quando avrai ricominciato a scrivere, penserai soltanto a scrivere. Insomma, quand’è che vivi? (…) sei sempre distratto dal tuo lavoro. Giungerai alla morte senza accorgetene”9 . Dunque la “felicità” di Pavese è una felicità momentanea, è nella scrittura, ma non nella sua vita di uomo, però non bisogna abbandonarsi alla fuga e non bisogna rifugiarsi in un mondo di inazione. Egli è alla ricerca di una scrittura-espressione in cui la parola possa stabilire un contatto comunicativo, un dialogo con l’altro, tale da commuovere. Non è una parola vuota, enfatica, fine a se stessa, superficiale, ma è una parola che abitua al “mestiere di scrivere”e quindi al “mestiere di vivere”. In Pavese c’è un umanesimo che si concretizza in un nascondersi negli spazi della propria coscienza al fine di proteggersi dagli aspetti negativi della vita, ma nello stesso tempo c’è il tormento di chi non riesce a manifestare fino in fondo la sua intera umanità. Pavese tenta in tutti i modi di allontanare da sé i mostri della sua coscienza, ma questo produce una terribile lotta interiore che, alla fine, conduce l’Autore al suicidio e al rifiuto di se stesso anche come uomo. Si può concludere con un pensiero poetico di Baudelaire, un pensiero che unifica poesia e morte, infatti egli afferma che la poesia ha il passo lento dei fiumi “…che si avvicinano al mare che è la loro morte e il loro infinito”.10 Note bibliografiche 1 BAUDELAIRE, Le voyage, parte I, vv 17-18-19-20 2 “ “ parte II, vv 13-14-20-21 3 “ “ “ VIII, vv. 1-8 4 Ungaretti commenta Ungaretti, in LA FIERA LETTERARIA, 15 settembre 1963. 5 Citato in G.Luti, Invito alla lettura di Ungaretti, op. cit. pp. 124/125). 6 U. Panozzo, Storia della letteratura italiana, op. cit. pagg. 344/ 345) 7 C. SALINARI C. RICCI, op. cit. pag. 1225). 8 citato in F. ROMAGNOLI, L’inarrivabile vita - Lettura di Pavese, M. Boni Ed. Bologna, 1990) 9 citato in F. ROMAGNOLI, op. cit, pag. 111) 1 0 Citato in SPAGNOLETTI G., Baudelaire – I fiori del male, op. cit, pag. 13 (Articolo tratto dal libro di BRUNA TAMBURRINI, “Scrittori, poeti, correnti letterarie” – Brevi saggi di letteratura dal Duecento ai giorni nostri, Ed Nuova Impronta, Roma, 2000) . - 30 - Autunno 2009 L’ANORESSIA di Annalisa PALUMBO (Torino) Nella società attuale la magrezza è uno status symbol costantemente esaltato da mode, campagne pubblicitarie, cinema e tv. Tuttavia l’anoressia è un grave disagio interiore, che trova nel fisico l’espressione di un malessere di vivere profondo. Seneca scrisse: “nessuno è veramente felice se è schiavo del proprio corpo.” Questa malattia può avere cause psicoanalitiche dovute ad un rapporto conflittuale con la madre nutrice. Nel primo anno di vita il bambino instaura un legame di attaccamento con la madre in relazione al cibo, dal quale costruirà una sua visione di realtà futura. Se l’atteggiamento della madre nei confronti del cibo risulta nel primo caso rifiutante, quasi ostile e quindi il bambino è confuso, non sa se la madre gli darà da mangiare; nel secondo caso imprevedibile, perché verrà nutrito soltanto quando è la mamma a ritenere che abbia fame, (altrimenti può anche lasciarlo piangere, perché è convinta che è sazio) e il bambino diventa ansioso, è possibile che in queste situazioni si sviluppi l’anoressia in età adolescenziale. Lo stesso dicasi di una madre più attenta al benessere ed allo sviluppo fisico esteriore del figlio, piuttosto che ai suoi stati d’animo. Quindi la mancanza di ascolto, unita alla difficoltà di affrontare i cambiamenti nel proprio corpo, insieme alla paura di lasciare le sicurezze infantili possono generare uno stato di confusione che, durante l’adolescenza, si traduce in un rifiuto di crescere e di accettare la propria fisicità. L’anoressico comunica con gli altri e con sé stesso attraverso il corpo, anche se, paradossalmente, ci rinuncia. Questa malattia colpisce maggiormente le donne, perché vivono le emozioni attraverso il corpo, per via di fattori storici e biologici, come il ciclo e la maternità. L’anoressia è prevalentemente un problema delle società attuali, soprattutto di quelle occidentali. Sembra quasi una moda come accadeva con l’isteria in passato. Insieme alla bulimia, l’anoressia costituisce una delle prime cause di morte tra le giovani fra i 12 e i 25 anni. Il principale strumento di prevenzione è l’attenzione verso i primi segnali di disagio. La malattia insorge col manifestarsi dei sintomi, che sono innanzitutto un dimagrimento eccessivo, ben al di sotto del normale ed un’immediata amenorrea. L’anoressico solitamente rifiuta di mangiare ed inventa una serie di scuse per evitare di alimentarsi; se proprio non può fare a meno di sedersi a tavola, prende pochissimo cibo per poi lasciarlo comunque nel piatto, oppure lo nasconde nel tovagliolo per gettarlo in seguito. La cura consiste nella psicoterapia, attraverso la quale si cerca di aiutare i pazienti anoressici a valorizzare le proprie emozioni e a condividerle con gli altri. Inoltre quando si mangia in famiglia bisogna apparecchiare anche per l’anoressico, in modo che si senta responsabilizzato verso la propria salute e condivida le abitudini di famiglia, soprattutto riguardanti i pasti comuni. Potrebbe essere anche utile servirlo. Tuttavia la psicoterapia deve essere coadiuvata dal lavoro di un dietologo, altrimenti il paziente rischia di morire. Man mano che la malattia progredisce, la persona si estranea sempre più evitando accuratamente uscite in pubblico. La patologia diventa grave quando si perde il contatto con la realtà, quando l’anoressico non riesce più a lavorare, ad avere una famiglia e a condurre, insomma, una normale vita sociale. Nell’anoressia grave, si perde la consapevolezza del proprio stato interiore e fisico. C’è un’alterazione del senso reale della bellezza ed un disturbo della stima corporea. GIOIA IMMENSA di Rossella CATANIA (Genova) UN MARE DI EMOZIONI di Carlo MURZI (Livorno) Sento strillare una vocina gi` sicura h nata, si, l'attesa h diventata realt`. C’è un mare d’emozioni nella ricerca della perfezione, nella cortesia, nella compassione, nella combattività dell’onore, nell’enigma e nel convinto servilismo. Emozioni nel silenzio della mente, nascoste negli sguardi, nei respiri, nel se stesso sconosciuto e nel sentire di un caldo abbraccio. Quella sera di fine estate ho sentito una freccia sfiorare il mio cuore. Sei nata, sono diventata nonna. Indimenticabile giorno, colorato di rosa. Tu illumini la mia esistenza, immensa gioia, indescrivibile senzazione,grande dono di vita. - 31 - I l S alotto degli A utori TARDO AUTUNNO di Grazia FASSIO SURACE (Moncalieri) MOTI DISGIUNTI di Franca MARIANNI (Novara) Nel battito dell’onda c’è la vita e la morte, colpo di pinna che risale la corrente e polvere d’immemore naufragio. Odio il tardo autunno di novembre il sole che cala presto dietro l’ombra alberi insetti in letargo e fiori e erba stanca - e fuori - dentro - è nero il gelo chissà perché non è bianco questo gelo Palpiti d’aria e ceneri disperse là dove non giunge quiete. e delle feste già s’allarga impazza l’attesa - di cosa poi - incubo camuffato da luci regali abeti cotillon Non allo stesso modo qui s’alternano – nell’oscuro di ore da sempre sottratte a vuoto di memoria – moti disgiunti di antico e nuovo, in lento approdo a superstite salvezza, ignota a se stessa. già visto il film che non annulla i vetri grigi per lo smog su cui con dita stanche traccio impossibili sogni d’eterna primavera. Tratta dalla silloge BIANCO E NERO Ed. Montedit Il libro è in vendita a Moncalieri, alla libreria MONDADORI, presso il Centro Commerciale in V. Vittime di Bologna n. 2022 oppure può essere richiesto alla Casa Editrice Montedit [email protected] o dal sito www.montedit.it IL TEMPO di Pacifico TOPA (Macerata) Corre il fiume della vita verso il mare procelloso, mare immenso, misterioso, mare pronto a ingoiare. Lentamente i giorni vanno senza attimi di posa, fuggon gli anni ed ogni cosa corre verso il suo destino. Sono i giorni come foglie che il gran vento porta via, dietro a lor resta soltanto senso di malinconia. Con il tempo passa pure tutto ciò che c’è concesso, vita lieta, vita dura, finirà tutto lo stesso. La sua man tutto cancella, gloria, gioia e pur dolore, non rispetta i sentimenti, arrestando pure il cuore. GLI INDIFFERENTI di Giovanni REVERSO (Torino) Chi sono mai costoro? Sono coloro che rimangono assenti di fronte a qualsiasi manifestazione a cui assistono o anche, peggio ancora, che li tocca direttamente. Non provare nulla per quello che accade agli altri, è la prima indifferenza. Quando non si prova nulla se capita qualche disgrazia a se stessi, morte di un congiunto, crollo economico, perdita del lavoro, amore finito, ecc. ecc., allora l’indifferenza diventa totale, oserei dire patologica, bisognosa di cure. Shaw ha bollato gli indifferenti in questo modo: «Il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio ma l’indifferenza: questa è l’essenza dell’inumanità.» Un’indifferenza relativa può anche aiutare a soffrire meno nell’affrontare le prove, anche dure, che la vita ci pone nel suo fluire continuo e impietoso. L’indifferenza inaridisce i sentimenti: si soffre di meno, ma anche la gioia è diminuita, ridotta dall’indifferenza. In un mondo che sta diventando sempre più arido, anche gli indifferenti sono in costante, sicuro aumento e assestamento. Forse, anzi senza forse, si è perso il senso della misura, tutto viene ampliato e accettato. Non si reagisce più alla violenza, alla criminalità, ai furti, alle truffe, alla morte. Questo non reagire è il sintomo più eclatante dei malati di indifferenza. GLI INDIFFERENTI: sono esseri senza emozioni, hanno perso il senso d’ogni bellezza, i loro organi sensitivi non hanno più reazioni. - 32 - Autunno 2009 LEOPARDI RICONCILIATO CON CRISTO IN PUNTO DI MORTE di Nicola RUGGIERO (Torre del Greco – NA) Giacomo Leopardi, una delle espressioni più alte della poesia e della lingua italiana, educato in una famiglia di fede praticante seguito di un incontro col letterato ateo Pietro Giordani, subì una profonda crisi, che sfociò nel pessimismo, che non fu negazione di Dio, ma soltanto incomprensione e dimenticanza della Divina Provvidenza. Per esempio, a trent’anni (Leopardi morì nel 1837, a 39 anni) quando alla morte di suo fratello Luigi, suo padre gli scrisse di comunicarsi, come avevano fatto tutti in famiglia, rispose di averlo fatto. E quando, quattro anni dopo, scrisse al padre esprimendo il suo cupo desiderio di morte, diceva: «Chiamo Iddio in testimonio della verità di queste mia parole. Egli sa quante ardentissime preghiere io gli abbia fatte (fino a far tridui e novene) per ottenere questa grazia.» È da escludere l’ipotesi (avanzata da qualcuno) che le parole servissero solo per consolare il padre. Come si sa, negli ultimi sette anni, quasi ininterrottamente, Leopardi visse con Antonio Ranieri, che fu l’unico a raccontare la sua morte, alla quale disse di essere stato lui soltanto presente, insime alla propria sorella e al medico. Il Ranieri dichiarò che il poeta si era spento quasi all’improvviso e non potè ricevere quindi da un frate chiamato d’urgenza, ce le ultime preghiere dei morti. Il che escluderebbe il cosciente ritorno finale in seno alla religione. Ma la testimonianza, apparentemente decisiva, è tutt’altro che dimostrativa. Innanzi tutto si domanda perché il Ranieri, niente affatto tenero verso la religione, avrebbe fatto chiamare d’urgenza il sacerdote, se non con l’intento che avesse potuto amministrare i sacramenti al poeta e come avrebbe potuto pensare a ciò se non fosse stato consapevole dei sentimenti religiosi del grande e intimo amico. C’è poi qualcosa di positivo, molto più preciso. Lo stesso Ranieri al padre del poeta, il Conte Monaldo, ripetutamente scriveva che Giacomo era morto «non senza essere stato munito dei più dolci conforti della nostra santa religione.» Ma son qui per riferirvi un’altra testimonianza finora inedita, quella di un teste oculare, né dal Ranieri né da altri mai smentito, il notaio Leonardo Anselmi di Porto Maurizio, che dichiara: «Mi trovai in casa Ranieri il giorno della morte del conte. Verso le quattro pomeridiane il Leopardi chiamò la sorella di Antonio Ranieri, Paolina, la quale, vestitasi in fretta, uscì di casa e tornò con il Parroco, il quale verso le sei pomeridiane gli portò il Viatico. La morte avvenne alle otto o alle nove di sera. A tutto questo mi trovai presente e mi ritirai verso mezzanotte. La mattina seguente, verso le nove, ritornai in casa Ranieri e vidi che facevano al poeta la maschera funebre in gesso.» In fine, a sovrabbondate conferma, nell’archivio parrocchiale della Chiesa della SS. Annunziata a Fonseca, che è a Napoli, a pochi passi dalla casa che abitava il poeta, si trova, in un registro, l’atto di morte di Leopardi, scritto con queste testuali parole: Giacomo Leopardi, figlio del Conte Monaldo e della Marchesa Adelaide Antici, è morto oggi 14 giugno 1837, munito dei SS. Sacramenti. Che fosse una frase stereotipa, buttata lì per abitudine, è da escludersi, perché nel medesimo registro spesso manca tale annotazione e perché l’atto è redatto con particolareggiata esattezza di nomi e circostanze. Il fatto dunque è da ritenersi incontestabile, assolutamente! Qui sorge spontanea una domanda: perché mai il Ranieri si indusse a tale menzogna? Il letterato e magistrato Alessandro Stefanucci Ala riferisce una tarda confessione del Ranieri a lui stesso: «In confidenza e in segreto ti dirò – così il Ranieri – che Giacomo mi aveva fatto giurare di chiamargli il prete, se lo vedessi in pericolo. E così fu fatto. Ed ebbe il prete e il viatico e tutti i sacramenti.» Poi, alla richiesta perché non lo avesse pubblicato, aggiunse: «Fossi stato un minchione! Avrei rovinato presso i liberi pensatori il leopardi, la cui fama presso di loro era tutta nel saperlo incredulo.» Chi conosce quanto tenga la massoneria a far morire senza sacerdoti i suoi adepti e a sfruttare la morte laica delle illustri personalità ai fini della sua propaganda, non si meraviglierà di tale preoccupazione del Ranieri, anima tutt’altro che martoriata dagli scrupoli dell’obiettività storica e tendente a sfruttare, a proprio vantaggio, la grande amicizia. Fu però Antonio Ranieri non privo di lealtà quando scrisse al padre di giacomo che era morto con i sacramenti della nostra santa religione, e non fece mancare il sacerdote al capezzale del poeta. Fu questo l’atto più grande e nobile della sua amicizia. - 33 - I l S alotto degli A utori PERCHÉ SI FESTEGGIA SAN GIOVANNI BATTISTA COL FUOCO? di Guido BAVA (Biella) Le feste popolari che hanno come data il 24 giugno, fanno da sfondo alla celebrazione cristiana della ricorrenza della nascita di San Giovanni Battista la quale anticipa di sei mesi esatti la Natività di Gesù. Patrono di città importanti italiane ed estere, è festeggiato con grande partecipazione soltanto in parte a titolo celebrativo con riti liturgici, mentre canti e balli si susseguono anche a notte inoltrata fino alla pioggia di fuochi artificiali che conclude la giornata. Ma questo tipo di fuoco spettacolare e dispendioso si è reso possibile soltanto in tempi recenti infatti, dapprima, si ricorreva (e questa tradizione si conserva tutt’ora anche in Piemonte) ai falò alla formazione delle cataste di legna dei quali provvedevano le popolazioni di città e villaggi e la notte offriva alla vista fuochi su poggi e colline: qualsiasi luogo elevato poteva ospitarne e poi, con lo spegnersi dei fuochi, terminava la giornata di festa. Va da sé che questo rito popolare abbia lontanissime origini ed è quindi logico ricercare nel passato la ragione per la quale si è sempre celebrata la Festa del Battista con il fuoco; questa ricerca ci porta lontano, molto lontano e indietro nel tempo fino ai primordi a quando, cioè, gli esseri umani basavano la propria esistenza sugli elementi naturali attribuendo ai fenomeni celesti assai maggiore attenzione di oggi. Ho già trattato, in altra sede, l’argomento dell’avvento della religione cristiana attraverso l’opera di evangelizzazione dei monaci, i quali operarono in modo di sfruttare le esistenti manifestazioni cultuali pagane, traducendo riti e protagonisti nel culto di Gesù e dei Santi e, soprattutto della Madonna che ben si sovrapponeva alla Grande Madre di sempre. Fu così che il nuovo Credo fu accettato senza problemi salvando del passato soltanto le manifestazioni popolari che stanno ancora oggi alla base di riti e ricorrenze irrinunciabili. E veniamo al fuoco e alle motivazioni del suo uso; partiamo dalla data del 24 giugno così vicina al 21, data indicata come “solstizio d’estate” cioè il giorno più lungo e la notte più corta dell’anno e il sole, per alcuni giorni, nasce e tramonta sempre nello stesso punto dell’orizzonte per cui pare essersi “fermato” cioè “sol” “stizio”che puo’ essere tradotto in “sosta del sole”. Si pensi ora agli sguardi attoniti e preoccupati degli antichi abitatori del pianeta i quali consideravano il sole come essenza vitale insostituibile e la preoccupazione che esso non riprendesse le proprie funzioni e la gioia nell’accorgersi che, dopo qualche giorno, tutto rientrava nella normalità e si comprenderà il motivo della festa gioiosa di ringraziamento per lo scampato pericolo. Occasione propizia per i monaci, consci dell’importanza di quelle manifestazioni, il sovrapporre la festa della nascita di San Giovanni che avvenne. come già detto, sei mesi esatti prima di quella di Cristo, quel 21 dicembre durante il quale il sole riprende il suo cammino dopo il solstizio d’inverno. L’uso del fuoco ci proviene dal nord ove sussistono antiche usanze quali l’esporre alle fiamme dei bambini per nove volte per farli crescere robusti o far passare gli animali attraverso il fuoco per preservarli dalle malattie e da sortilegi malvagi. Nell’Italia meridionale si mescolano streghe e diavoli a comuni mortali in strenua lotta mentre, maggiormente aderenti al passato storico, troviamo i riti indoeuropei e celtici relativi al potere della luce e del fuoco e, quest’ultimo, da sempre elemento basilare delle credenze per le sue proprietà di fugare le tenebre e gli spiriti avversi come demoni e streghe che potevano arrecare danni alle campagne quindi, i falò, venivano accesi e alimentati fino all’alba quando il sole riprendeva il suo posto nel cielo. Quindi un rapporto diretto tra San Giovanni e il fuoco non esiste altro che come data relativa al tempo del solstizio in quanto sia la sua nascita che il suo martirio, nulla hanno a che vedere col fuoco, visto che fu decapitato per esaudire un macabro desiderio di Salomè, figlia di Erodiade, che pretese in dono da Erode la testa del Battista, condannato a morte perché San Giovanni aveva condannato la loro peccaminosa convivenza. Ci si potrebbe anche riferire al fuoco interiore che animava il Santo durante la sua predicazione e la condanna delle empietà, ma preferisco l’ipotesi relativa agli antichi riti del sole senza nulla togliere, naturalmente, al valore di San Giovanni Battista. - 34 - Autunno 2009 IL PALLONE di Donato DE PALMA (Torino) MONOLOGO MUTO di Vittorio CATTANEO (Borgaro – TO) Oggi è lunedì, giornata di riposo. Oggi piango un altro amico, mutato in effigie da epitaggio. Quante botte ho preso ieri, quanti calci, da destra e da sinistra. dai rossi e dai bianchi. Povero amico, la cui clessidra urtata dal Fato aggiunge altra Sabbia al già versato deserto che, lento e inesorabile, da Lustri mi si estende intorno. Tanta gente che godeva, gridava contenta, si divertiva, ed io prendevo calci. A lungo fisso questo tuo ritratto volutamente datato, Come un pietroso ritocco alla cruda realtà del declino. Mi hanno portato in un prato verde, un tipo mi teneva in braccio, mentre trattava con altri per decidere, chi doveva darmi il primo calcio. Poi mi ha posato a terra, su un bel prato verde, ha suonato il fischietto, ed hanno cominciato a prendermi a calci. Calci dai rossi e dai bianchi, ed io rotolavo, correvo, rotolavo, ma loro mi correvano dietro, e mi davano calci a non finire. La gente d’intorno gridava, cantava, suonava le trombe, si divertiva su di me, e io prendevo calci. Con calci da destra e da sinistra, mandato in avanti, sono finito nelle braccia di uno che aspettava. mi accarezzava, ecco, questo mi vuole bene. Ma poi mi da un calcio più forte, volo in aria, lontano, come mi abbasso, mi prendo una testata, e giù a rotolare per terra, e di nuovo calci. Si spingono, si danno gomitate, io rotolo, esco fuori dal campo, ma uno mi viene a prendere, e mi butta di nuovo dentro. Rievocando giorni passati, ad esso rivolgo un mesto Monologo muto d’inutili scuse tardive a troppe mancate Promesse, con l’unico intento di sospendere – un poco – L’inarrestabile corsa del Tempo. Ma, amorevolmente riposto fra troppi similari messaggi – Nascondendoti l’ultimo inganno – già domani, inevitabilmente Dovrò tornare a ignorarti (il pensiero rivolta a nuove Quotidiane battaglie); attendendo rassegnato il giorno in Cui anch’io diverrò simile a voi… Una semplice foto bordata di nero, giacente sul fondo di un Defilato cassetto (fossa comune di affetti troncati), da cui Ogni altro lutto solleverà – per un giorno – il velo d’oblio. TI TROVERÒ di Cristina SACCHETTI (Riva di Chieri – TO) Esisti, perché ho visto il tuo profilo dipinto tra le nuvole Rivolterò la terra foreste sradicherò giuro, ti troverò. e quando nei tuoi occhi mi specchierò con nodi indissolubili a me ti legherò. Dopo tanti calci finisco in una rete, la gente grida contenta, canta, suona le trombe, da una parte cantano vittoria, e dall’altra, silenzio e tristezza. Ah, se fossi nato quadrato, non prenderei calci, potrei essere un quadro, un mattone, potrei essere un cubo di pietra, al massimo qualcuno mi si sedeva sopra. Colui che mi aspettava, mi prende fra le mani, mi accarezza, e poi un bel calcio, e di nuovo nel campo verde, e di nuovo calci. Ma sono rotondo, sono il pallone, io prendo calci, e gli altri si divertono. dicono che sono tifosi per me, e si prendono anche a botte. La, in quel campo verde, devo stare 90 minuti, quei minuti sono tanti, e i calci non si contano. No, non battetevi per me, ci sono già io che soffro, divertitevi pure su di me, voletevi bene, amatevi ! Che vita è la mia ! solo perché sono rotondo, e rotolo sempre, perché sono nato rotondo. I calci li prendo io, perché sono rotondo, e sarò sempre rotondo, io sono, il pallone ! - 35 - I l S alotto degli A utori LA COSCIENZA DEL MALE di Cristina MANTISI (Savona) FULIGGINE E FUMO di Fiorella REY di VILLA REY (Torino) Il fiore che ho raccolto prigioniero è tra le mie mani, vittima innocente e pura di un efferato gesto di piacere. Posso sentirne ancora il grido, la vana resistenza violentata. Quale gioia l’esser cosciente nell’incoscienza del momento. Il fiore che ho raccolto adesso è il mio rimorso, il male che tormenta i miei pensieri. Più non avrà baci di rugiada né calde armonie di luce. Della sua bellezza piango la libertà che gli ho rubato con l’atto crudele del mio amore. Questo è il mio dolore immenso che attanaglia l’anima mortale nel vortice contorto del rimpianto e mi incatena al suo destino. Sono, le mie, lacrime pesanti come le gocce sue di sangue poiché il primo petalo staccato s’arrende al disgregarsi della vita. Quanto al suo destino assomiglia sempre più il mio giacché soltanto nella morte potremo assaporare ancora il vento della nostra breve estate uccisa. Fuliggine e fumo, luci fioche e la voce rotta dell’altoparlante. Luogo remoto ed innocente la piccola stazione di campagna. Il vecchio taxi, gocciolante sotto la pioggia, aspetta l’unico viaggiatore. Il facchino curvo mormora tariffe, inascoltato. I vetri illuminati del café fan brillare i tavoli di ferro e la gazzetta abbandonata scivola a terra, sfogliandosi in un tappeto di parole. Ma già gli sperduti sibili del treno che ci porterà via dalle loro vite s’adagia lungo le terre appena arate. DALLA FINESTRA FILTRAVANO di Giacomo GIANNONE (Torino) Dalla finestra filtravano spiragli di soffice luce raggi di sole e noi si stava abbracciati con gli occhi socchiusi le mani a cercare carezze le labbra a chiedere baci noi soli e tanto calore noi soli sul letto di piume. LA DANZA DELLE FALENE di Guido BAVA (Biella) Dalle pareti scrostate fiumi fluivano di fremente passione noi si ascoltava il silenzio noi si spiava la febbre del vento e solchi irrigavamo nella stanza ferita da lance di fuoco noi di sudore bagnati si era ardenti tizzoni. Dalla raccolta Morsi di luce Montedit – collana Le schegge d’oro (i libri dei premi) raccolta realizzata quale 6° premio del concorso letterario M. Yourcenar 2006 – sez. poesia. - 36 - Cupe ore della notte tiepida d’agosto, io,solitario,penso ad ore lontane perdute ora solo tenui ricordi. Il pallido raggio d’un lume appena mi sfiora e va e viene come un giocare di luci su un opaco schermo. Danzano le falene, silenziose ombre della notte, danzano nel cono di luce fino a bruciarsi l’ali, fino a cadere a terra, morte … Autunno 2009 UN RAGGIO DI SPERANZA di Rosita PONTI dedicata all’Amico Gennaro Battiloro Se il buio dell’angoscia al tuo procedere nel tempo agni significato va negando, stanco pellegrino della terrena esistenza, deponi il fardello delle tue pene, riposa e del tuo spirito dolente intendi il richiamo più profondo. Fino in fondo nessuno il tuo smarrimento può recepire, anche in mezzo alla moltitudine solo sempre sarai, irrimediabilmente solo. Ma tu non lasciarti inghiottire dallo sconforto, della solitudine diventa l’amico e aggrappati a quel Dio che è in te. Il dolore vano non è, percuote e strazia l’anima tua per staccarla dalle terrene futilità e innalzarla verso l’infinito. Tergi dunque le lacrime e riprendi con lo sguardo verso l’Alto rivolto il tuo tormentato cammino. Sentirai allora un raggio di speranza sfiorare, quale confortante brezza, la tua fronte dalla sofferenza prostrata. LA VITA BELLA di Gianclaudio VASSAROTTO (Lombriasco – TO) La vita è bella se nella notte scura brilla una stella. La vita è amica se una provvida mano ti accarezza la fatica. La vita è pura se cammini adagio contemplando la natura. La vita ha un senso se il bene nella storia trova luce, consenso. La vita è amore se abbracci il fratello confidente nel Signore. La vita è gioia se il fanciullo in te non ti dà noia. La vita è poesia se lo stupore, il canto ti invade alla follia. ORME DI SABBIA DI Francesco Luigi PAOLILLI (Maglie – Le) Lascerò orme solitarie, dimora delle ombre; spruzzerò sul petto fragranza di pace. Lembi di gioia le iridi, squarci di futuro da ricordi lontani. Raggi d’estate d’un tiepido inverno, veste sottile dell’anima infranta; d’incerta meta il lungo cammino. SENZA SOFFITTO (Gli affreschi della Villa di Corciano) di Giulia VANNUCCHI (Viareggio - LU) La vita è sapienza se il divino Spirito ti dà la scienza. Alzo gli occhi e il mondo scompare. La vita è un dono se espandi nel tempo la pace ed il perdono. Tra le vetuste architetture occhi senza vita guardano oltre me, al di là del tempo. La vita è grazia se di lode di preghiera mai non si sazia. La vita è paradiso se nulla offusca il Divino nel sorriso. Un cielo privo d’ alito gioca coi sensi e inganna menti e cuore. Alzo gli occhi e il soffitto si fa infinito. (28/09/08) 1° premio concorso “Colluccio Salutati” 2009 sez. giovani - 37 - I l S alotto degli A utori PROPRIETÀ DI PIANTE AROMATICHE ED ERBE MEDICINALI di Giuseppe DELL’ANNA (Torino) La tradizione di curare con le erbe, in Italia, affonda le sue secolari radici nell’antichità. Nella tradizione latina le piante per la cucina e per la salute venivano coltivate nell’hortus, un ambiente recintato interno alla casa, oppure in grandi spazi di terreno collegati ad un’abitazione agreste. Nel Medio Evo questa tradizione viene recepita anche dalle strutture monastiche, i conventi: le piante venivano sia coltivate che lavorate nelle officine del convento, da cui deriva il nome di “piante officinali”. Sempre nei monasteri avviene la trasmissione del sapere medico, con la nascita di vere e proprie Università dedite allo studio di piante a scopo scientifico, botanico e medicinale, con la concomitante nascita dei primi laboratori farmaceutici. Attualmente la conoscenza medica ha fatto molta strada, ma in molte delle piante usate nella tradizione ci sono “principi attivi” in grado di interagire nel nostro organismo, sono cioè farmaci a tutti gli effetti: si possono quindi ricavare dalle piante ed usare come tali, oppure modificare le loro molecole in laboratorio per renderli sia efficaci che sicuri. Passo quindi a descrivere una panoramica delle proprietà di alcune tra le erbe e piante aromatiche più diffuse, a tutti certamente note: Rosmarino: oltre a rendere insuperabile l’arrosto con le patate al forno, possiede proprietà terapeutiche quali: favorire la peristalsi intestinale, proteggere il fegato, avere effetti antiossidanti tramite l’acido rosmarinico. Salvia: il suo nome deriva dal latino “salvus” che significa “sano”, ha proprietà disinfettanti e cicatrizzanti, decongestiona infiammazioni di bocca, gengive e gola, è tonificante per la pelle. Alloro: ha proprietà digestive. Timo: ha proprietà antispastiche, antimicrobiche e antinfiammatorie (in particolare nelle malattie da raffreddamento). Origano: ha proprietà digestive ed espettoranti. Eucalipto: se ne usano le foglie, ha proprietà espettoranti e febbrifughe. Salice: si usa la corteccia, ha proprietà antinfiammatorie, antireumatiche, analgesiche. Uva ursina: se ne usano le foglie, ha proprietà antisettiche, in particolare in corso di infezioni acute e croniche delle vie urinarie (cistite, uretrite). Ribes nigrum: se ne usano le gemme, rafforza il sistema immunitario in particolare nei periodi freddi dell’anno. Rosa canina: se ne usano i giovani getti, utile nelle infiammazioni recidivanti delle prime vie respiratorie. Malva: cura e previene le malattie infiammatorie delle prime vie aeree calmando la tosse, ma è anche utilizzata come regolatrice della funzione intestinale. Bulbi di aglio e cipolla: così tanto usati nei condimenti delle pietanze mediterranee, hanno proprietà antibiotiche e antiparassitarie, oltre a proprietà antitumorali contenute nelle loro sostanze ricche di solfuri e polifenoli. Ho solo riportato alcune tra le piante ed erbe più conosciute, però approfondimenti sia di queste che di altre meno conosciute possono effettuarsi presso le Erboristerie o attraverso la lettura di opuscoli che trattano studi particolareggiati di erbe e integratori. FONTI: Sapere e salute: Rivista bimestrale Febbraio 2009 Erbe e integratori del benessere: Ediz. Riza, allegato a Salute Naturale di Ottobre 2007 L’ABC delle piante/ Fitoterapia e Farmacia Guida – Ed. Romart Guarire con la natura di A. Speciali – Oscar Mondatori ed. 2003. - 38 - Autunno 2009 I consigli dell’Occhialuta Per conoscere gli scrittori italiani, residenti in Germania, e per scambi culturali abbonatevi a: IL MULINO LETTERARIO Periodico di notizie, arte e cultura Il Mulino letterario, Hofstrasse 10, 77787 Nordrach, (Germania). Tel e Fax: 07838/641. Responsabile: Antonio Pesciaioli - Redazione: Giovanni Guidi, Gaetano Martorino; Redattori esteri: Donatella Garitta, Giovanni D’Andrea, Pietro Gatti, Francesco Cornelio, Nino Bellinvia, Nunzio Gricone, Anna V.Gozzolino: Italia; Francesco Scaramuzzo, Svizzera; Mario Meriggi, USA; Michelangelo Corazza, Austria; Giovanni Li Volti Guzzardi, Anna Sarrocco, Australia; Marco Zilony, Patricia Kowaleki, Canada. Ai sostenitori (30 euro) verrà pubblicata ogni mese una poesia gratis. Contributi liberi per la sottoscrizione vanno inviati ad: Antonio Pesciaioli, Hofstrasse, 10. C.a.P. 77787 Nordrach (Germania). - 39 - I l S alotto degli A utori NARRATIVA Il vaporetto di Giuseppina Iannello Siccardo (Bs) Correva l’anno del Signore 1984... Io, Alice, mi trovavo in un candido paesino di montagna, dove svolgevo la mia opera d’insegnate; ero al mio primo lavoro ed avevo 25anni. Con me soggiornava, anche, la mamma. A causa dei rigori invernali alcuni alunni si ammalarono, essendosi diffusa l’epidemia del morbillo. Anch’io, una mattina mi svegliai con la febbre altissima e tante bolle rosse sul corpo. Mio madre ed io inorridimmo: la malattia contratta da adulti, rappresenta un vero e proprio pericolo e, infatti stavo molto male. Dopo una cura appropriata, finalmente il morbillo regrediva ed io mi risvegliai una mattina con una certa fame, ma soprattutto con una spasmodica voglia di pesce alla griglia con molto limone. Manifestai la mia voglia alla mamma, la quale, poverina, uscì e, non trovandosi pesce fresco in paese, mi comprò del pesce surgelato, lo cucinò e condì con il limone. Dieci anni dopo l’accaduto, in una città di cui non è importante conoscere il nome, a causa dell’inverno troppo rigido, mi presi la bronchite. Ancora mi stupisco nel ricordare il regresso della malattia, contrassegnato, alla stessa maniera della prima volta dalla pietanza su menzionata (pesce con limone). Ma vi racconto per bene che cosa era avvenuto mentre ero a letto: gira che mi rigiro, finalmente mi addormento. Comincio a sognare; nel sogno ho super giù vent’anni. Abito con la mia famiglia in una splendida villa in riva al mare ed sono fidanzata con Pierluigi. I balconi che danno sul mare sono qualcosa di prezioso per me: mi piace infatti affacciarmi e godere la brezza marina; l’aria del mare così morbida, suscita, addirittura, una condizione di estasi. Non so dirvi dove fossimo, se, nella meravigliosa Venezia, o nella stupenda Messina, o in un’isola del centro America, considerato che molte persone, hanno il nome straniero... So che mi trovo bene, anche se per andare da un luogo all’altro bisogna prendere il vaporetto. I miei genitori per fortuna, sono quelli attuali, anche i miei familiari, quelli a cui sono più legata sono gli stessi; la stessa cosa posso dire per il mio fidanzato. Ognuno di noi, inoltre ha conservato la propria lingua e il proprio idioma. Anche nel mio sogno sono ammalata e, quindi, costretta a letto, ma nella mia camera, molto grande, c’è la mamma che al tavolo seduta, scrive alla zia Melina, e ogni tanto, mi guarda con la sua amorevole espressione. C’è anche la zia Maria, seduta vicino alla mamma che con l’uncinetto esegue magnifici pizzi, che poi cucirà intorno ad un lenzuolo che mi regalerà. Sia la mamma che la zia Maria, hanno la costante preoccupazione, di rimboccarmi le coperte. Ai piedi del mio letto è la piccola Linda, figlia dei vicini di casa con un viso birichino e due belle treccine: in questo momento si sta alzando per andare al tavolo e continuare le ciambelline di pasta modellante, onde allenarsi a diventare una brava fornaia. Papà è in soggiorno, con mio fratello e il signor Antenore e giocano a carte. Improvvisamente, squilla il campanello: la mamma dice a Linda di andare ad aprire: «Chi è?» Chiede la piccola, si sente rispondere: «Io, la signora Rosa sono.» Le viene aperto ed ecco ap- pare la faccia rubiconda, bonaria della signora, sempre con la sua borsa per la spesa. Da tutta la mia famiglia, Rosa viene chiamata la signora “Ca certo”, perché avendo conservato inalterati le espressioni idiomatiche del suo simpaticissimo mistrettese, ripete spesso “ca certo” volendo dire: come no, certo. Rosa entra nella mia camera e tutti la salutiamo molto affabilmente. Mentre ella depone sul piccolo tavolo la borsa, Lazzarella, la gattina, fa un saltello e guarda dentro la borsa. Rosa esclama: «Ah, furfantella, lo saccio che hai scopruto il lacerto; ca certo, che lo saccio... Ma io non te lo dugno! Va, fai la brava e mangia i formaggini, che quelli male non ne fanno.» Interviene la mamma: «Lazzarella, perché non giochi col tuo topolino di gomma?» La gattina ubbidisce, ma prima di andar via si avvicina, salendo sul tavolo all’orecchio di Rosa e le fa un soffio arrabbiato, da farla trasalire. Dopo una breve conversazione, durante la quale, Rosa non fa che esaltare la bravura delle sue nipotine e i “ca certo” irrompono in molte espressioni, la mamma chiede a Rosa se le fa piacere avere un biglietto per il concerto della banda cittadina, visto che per sbaglio, ne ha comprato uno in più. «Signora le piace il concerto?» chiedono in coro la mamma e la zia; gli occhi di Rosa si illuminano ed ella risponde:« Datemi pure il biglietto, ca certo che mi piace il concerto, ca certo, ca certo.» Interviene quella birba di Linda che dice: «A me, invece, il concerto non mi piace.» «Ca como?! Non ti piace il concerto? Penso proprio che si una scunchiuduta.» Ma Linda fa un sorriso e mi chiede: «Alice, vieni in balcone a guardare il vaporetto.» Io rispondo: «Non ora, sono ammalata.» Oh, il vaporetto candido, sull’onda spumosa del mare, dal suono magico, quasi misterioso, ha forti legami con la mia vita affettiva ed è per questo che amo vederlo. Spesso vedo scendere la nonna, con la sua borsa di tela a fiori e le sue trecce castane arrotolate sulla nuca in un artistico toupee, mia nonna che vuole bene a tutti noi, così quanto ci vuol bene la zia Maria. Altre volte il vaporetto si ferma e ne discende una bella fanciulla con i capelli neri ondulati, sciolti sulle spalle: è mia sorella Mariù; è sposata da qualche anno, ma viene sempre a trovarci; io e lei siamo affiatatissime e lei è molto brava a mettermi i bigodini in testa. L’indomani mi sveglio: la febbre è andata definitivamente via. Per colazione chiedo alla collaboratrice delle acciughe marinate con il limone. Mia mamma mi tocca la fronte: «Figlia mia, ma è proprio questo che vuoi?» Mentre la mia mammina mi sta ponendo la domanda, sapete che cosa accade? Mi sveglio... Mi sento molto intontita, guardo la poltrona accanto al letto e vedo Pierluigi, mio marito, il bel ragazzo dagli occhi verdi, di tanti anni fa. «Come stai?» Mi chiede, rispondo: «Bene, ho tanta voglia di pesce marinato o, grigliato, non ha importanza, ed ho tanta voglia di mare.» Squilla il telefono: è a viva voce ed ho anch’io modo di sentire: «Signor Piero, sono Enzo, il portiere: la signorina Mirella mi ha incaricato di dirvi che verrà domattina con il vaporetto.» «Va bene, grazie!» Senza dir niente, mi alzo e mi avvio verso il balcone. «Tesoro dove vai?» rispondo: «A guardare il mare e respirare l’aria marina.» Mio marito: «Tesoro, che dici, qui non c’è il mare...» «Ah, sì non c’è il mare? E mi sai dire perché, una tal Mirella, verrà a trovarci col vaporetto?» «Poveri noi, sei un po’ intontita, siedi sulla poltrona, ti farà bene; sai chi è Mirella? È la signora che viene a darti una mano nei lavori domestici; se tu non lo sapessi il vaporetto è un elettrodomestico per pulire la casa.» Più tardi, mi resi conto che non c’era più il mare: era solo nel mio - 40 - Autunno 2009 sogno; la famiglia era molto ridotta. Addio sogni di gioventù, addio dolci incantevoli momenti, che io pensavo fossero eterni. Mi passò, anche, la voglia di pesce col limone. Sierra Leone 07/02/07 di Flaviano Di Franza (Indonesia) Oggi intorno alle 11:30 ore locali c’è stato un incidente sul lavoro. Un incidente che ti fa sobbalzare l’anima se lo vivi in diretta. Io non c’ero. Un argano che solleva una sorta di tra battello, sospeso nel vuoto ad oltre 80 metri di altezza non si ferma. Le corde d’acciaio non tengono lo sforzo: in un attimo il panico. L’operatore avverte il pericolo iniziando a gridare che il sistema di blocco non funziona ma a quelle altezze i gesti, le grida si mischiano. L’istinto di uno dei due su quel maledetto tra battello e di rischiare il salto verso l’interno dell’area in cui erano sospesi: con un colpo di fortuna ce l’avrebbe fatta. Spicca il volo e… afferra miracolosamente un appiglio (poi gli altri si buttano per salvarlo). L’altro, più giovane, ragazzo locale, non avverte il pericolo imminente. Le corde del tra battello vengono recise di netto come fogli di carta e lui, come un proiettile, schizza nel vuoto atterrando sul duro. Morto sul colpo! Io non c’ero! Dopo pranzo vengo a conoscenza del fatto dai miei collaboratori; il cantiere oggi chiude per lutto. Io lavoro ancora un paio d’ore poi, voglio andare sul luogo dell’accaduto per capire come e cosa sia successo. I miei passi sul selciato degli uffici sembrano rintocchi di campane. Un silenzio irreale, surreale mi circonda. Anche gli animali sembrano in silenzio, intimoriti dall’assordante silenzio degli uomini. Il bianco e il nero insieme su quella passerella. Uno sì, l’altro no! Come il titolo della canzone: Per chi suona la campana… Io non c’ero!!! Il tratto fino alla macchina sarà circa trenta metri…sembravano interminabili, ogni mio passo sembrava violenza ancestrale, nei confronti di qualcosa scritto dal destino. Finalmente prendo la macchina e percorro la strada che porta alla torre di alimentazione della centrale (poco più alta della torre di Pisa) e quel silenzio mi accompagna. Percorro i quindici venti metri di ballatoio sentendo solo il fruscio delle foglie smosse dal vento e poi nulla più. Questo era un silenzio strano…non come quello gradevole di una immersione dove ascolti solo il tuo respiro e il battito del cuore (se il cuore ce l’hai). A cena vedo il ragazzo che si è salvato. È sconvolto. Leggo nei suoi occhi la paura. È come se mi avesse fatto vedere un film dell’orrore che si svolge in pochi attimi. Solo pochi secondi che gli sconvolgono la vita. Filippo non è un ragazzo qualunque. Lui il Dio lo ha perso quel giorno in cui, piccino, vide sparire sua madre: cancro! Non è una storia scritta per impietosire nessuno. Incidenti sul lavoro simili o più gravi capitano ovunque ed in ogni luogo. Ma è quel silenzio che fa spaventare. È come se avessi sentito il mantello della morte che è passata portando via qualcuno con se. Perché quando passa Lei, si può star certi che non torna mai sola a casa. Quel silenzio mi ha fatto sentire tremendamente il peso di fare un lavoro che non mi pone in prima linea a “combattere”. Solo a “guardare”! sono fortunato, già. Per assurdo si rischia sempre la pelle per quattro soldi (e qui, posso garantirvi che sono veramente quattro). Posso impegnarmi al massimo ed essere “esemplare”, corretto e di supporto a chi ne ha bisogno, ma non sono in prima linea con chi mi permette di fare bella figura. Tanti penseranno che è così che gira, che funziona. Se organizzi tutto al meglio e fai “sudare” sei bravo. E tu che sudi? Hai fatto solo il tuo dovere. Forse un piccolo premio ti arriverà, ma non ci sperare. Non c’entra il sistema… è qualcosa di più profondo. In teoria faccio parte del “management” e poi, alla fin fine, devo ammettere che non conto nulla. Vedi che nel mondo Occidentale, lotte e scontri di “classe” hanno portato realmente a qualche beneficio sul lavoro (e vi garantisco che stando qua, le si notano molto, molto, molto meglio). Poi vieni paracadutato non a 5.000 km dalla tua cultura, ma su un altro pianeta dove a volte i lavoratori si vendono le scarpe da lavoro e vengono in ciabatte da mare, sì proprio le “pianelle”. Oppure quelle scarpe se le tengono per i giorni di festa… così per la tuta da lavoro, perché è un chiaro segno sociale: io lavoro e tu no! Per assurdo, da quando abbiamo iniziato i lavori di “riabilitazione” di una via a “scorrimento veloce” fra due centri abitati, fra i più importanti del paese (uno è di collegamento al porto e nell’altro…beh, ci sono i diamanti), il numero dei camion ribaltati (e quindi di morti e feriti) è nettamente aumentato. Ma come vi domanderete…una strada migliora e di pari passo aumentano gli incidenti invece di diminuire? Già, perché quando hai una bomba e non ne conosci pregi e difetti, l’ignoranza ti porta a osservare solo ciò che positivo. Una strada “dritta” da che mondo è mondo, invita gli automobilisti a correre e sfrecciare… Se però a circolare siano mezzi che sfidano la fisica con sistemi di frenatura antidiluviani, si può comprendere bene cosa accada. E così quel silenzio viene rotto dal pianto di donne, di uomini di bambini… di una intera famiglia. Ed io dove sono? Mi sto rendendo conto quanto sia facile eseguire calcoli, scrivere di fronte ad un computer e comandare altri. Poi vedi persone prive di dignità che “ignaviamente” chiedono bisogno (anche se sai che il bisogno ce l’hanno realmente). È troppo facile essere di sinistra con la pancia piena! Un giorno arrivo in cantiere e uno stuolo di macchine attendevano l’arrivo del sottosegretario agli Esteri italiano; una donna in carne (e non certo per le malattie o per la scarsa igiene) con uno sciame di lacchè intorno. Un giovane segretario “particolare” dai lineamenti gentili (mah…). Sorrisi, strette di mani e aperitivo in piscina! Io c’ero… e me ne sono andato!!! Sono cambiato in questo anno di Africa diventando più “scarno” ed essenziale, concentrando in pochi ed unici piaceri l’essenza della vita, la mia vita! Le mie scelte non sono mai state “costrette” ma sempre misurate e ponderate. E come me tanti che però non si sanno rendere conto di ciò che hanno. Pure io, seppur senza lamentarmi, preferivo guardare “avanti” ai pochi che stanno meglio. Poi vedi che dietro di te c’è un oceano di persone con gli occhi spenti che, quella fottuta paura di vivere un attimo maledetto, te la trasmettono dentro e di verrebbe voglia di correre in camera per prenderti a schiaffoni. Inerme! Che senso ha vivere in ricchezza senza condividere. Non c’en- - 41 - I l S alotto degli A utori tra nulla la religione; quel che conta è l’essere uomini o bestie! Domani, qui in cantiere resterà l’amarezza di un giovane ragazzo locale morto e di un italiano pazzo come un cavallo che sicuramente ha sbagliato qualcosa nelle procedure da seguire (quali non si saprà mai…forse la legge del più scaltro…allora sì…lì siamo tutti perdenti, perché il potere non è dettato dai soldi o dalle competenze e/o responsabilità…ma da chi sa seguire l’onda restando ben ritto sulla sella come un fantino sul suo purosangue). Io quel silenzio lo sento anche ora mentre la musica assordante è nelle mie orecchie…quel vento che mi accarezzava il viso, come a darmi un segnale sommesso. Ed io quel segnale l’ho carpito. Carpe Diem! E allora, come da qualche tempo mi sta accadendo, non voglio più perdere il mio tempo. È bello ricordare a tutti, cosa significa quel silenzio innaturale. Troppo confuse le mie parole? Usate il traduttore del cuore. Usate l’emisfero del cervello che lascia lo spazio ai sentimenti. Non affannatevi nel tradire voi stessi; non cercate soluzioni ingannevoli e soprattutto non perdete di vista il vostro obiettivo, soprattutto, ringraziate per ciò che siete. Abbiamo una fortuna, chi più chi meno: siamo Occidentali! Io ci sono!!! Non fatevi ingannare dal potere! È potere riuscire a governare la propria mente… Non lasciate che le televisioni annullino il vostro senso critico… altrimenti penserete che anche la vostra vita sia solo un cinema, per poi rendervi conto che voi eravate i protagonisti di un teatrino consunto, dove le vostre, le nostre lacrime, magari, sono state precedute da quelle di qualcun altro e che verranno rinnovate da qualcuno in futuro. Un perpetrarsi continuo di emozioni, eventi, fatti, ricordi. A volte si dice che non c’è storia dove non c’è memoria. Nulla di più assurdamente vero e falso nel contempo. Vero perché la memoria aiuta, ricordando, a far superare barriere, ostacoli. Falsa perché, in un ottica ciclica, gli eventi si evolvono ma problematiche e tipologia di approccio rimangono gli stessi… Insomma tutto puzza di vecchio, ancor prima che avvenga. Assurdo nell’assurdo? L’unica cosa veramente nuova sarà il nostro animo quando percepiremo noi stessi, dentro, che qualcosa è cambiato. È assurdo ma non troppo. Giuro, non ho bevuto e le mie non sono vaneggiamenti dettati dalle emozioni della giornata. È tempo che questi pensieri frullavano nel mio folle cervello ed oggi, un fatto (il “silenzio” e non l’incidente…) mi ha spinto a scrivere. Un giorno, a mentre fredda e lucida probabilmente cancellerò anche pezzi interi di questo mio reportage. Quel giorno spero sia molto lontano. Questa volta non chiedo e non voglio commenti. Ascoltate tramite queste mie parole impetuose e, spero, non troppo confuse, quel “silenzio”, quella carezza calda e terrificante. Se saranno entrate dritte in voi, nel profondo… uno stato d’inquietudine vi scuoterà l’anima. Fino a sera! Nel momento in cui abbraccerete le persone care, una mano sfiorata in “silenzio” con uno sguardo denso di amore, un amore inquieto, ebbene. Allora, solo allora sarà placata la mia sete. Io non posso farlo! Ma è solo una questione fisica! Il mio amore è già in voi, con voi! Senza retorica alcuna, l’unica preghiera che vi porgo è proprio quella di regalare un vostro sorriso, una stretta di mano un abbraccio un bacio, un gesto d’amore a chi è con voi in ogni momento ed in ogni luogo! Non dimenticate il silenzio, il “mio silenzio”. Io ora ci sono! Rose e Lyseblå di Cristina Mantisi (Sv) Il vecchio marinaio giunse nel piccolo paese di Mefjordvær in una fredda giornata di luglio. Il vento, teso e pungente, spingeva le onde oltre il molo, facendole allungare sulla piccola spiaggia bianca, al di sotto delle piccole case di legno, colorate, per lo più, di rosso. Solo la vecchia fabbrica del pesce, sulla palafitta che si spingeva parallela alla punta del porto, si staccava dalle case per il suo colore bianco. L’odore dei merluzzi essiccati, appesi tutti in fila ai sostegni di legno, si mescolava al profumo salmastro dell’aria. L’uomo, di nome Johan Christian, posteggiò la sua vecchia roulotte, tirata da una macchina ancora più datata, nel piccolo slargo proprio all’inizio della passeggiata sul molo. Si sarebbe fermato lì finché ne avesse avuto voglia, fino a quando la sua instancabile irrequietudine di nomade senza pace non lo avesse spinto a cambiare zona. A quell’ora le strade erano deserte o quasi. I fari di un’auto si profilarono dalla curva in fondo alla via principale. Era una macchina familiare, di un colore come ormai non se ne vedevano più da anni. Il marinaio si consolò, guardando la sua. Non era il solo a girare con un pezzo d’”antikvitet”! Mentre preparava la lenza, caricando il rocchetto con del filo nuovo, riguardò in direzione della macchina distrattamente, ma con un quel poco di attenzione da permettergli di notare che l’auto era stata fermata da due bambine. “Saranno parenti venuti in visita”, pensò tra sé. “Accidenti!”, inveì con gesto di rabbia: il venditore del negozio di Husöy lo aveva imbrogliato e gli aveva rifilato un filo più sottile. Non avrebbe tirato su che sardine! La macchina era sempre ferma. Si sarebbe potuto dire, anzi, che stava cercando di spostarsi per proseguire, ostacolata dalle due bambine che continuavano a saltellarle intorno. “Beati i bambini che han sempre voglia di giocare!”, pensò. Il mare era veramente brutto. Un’onda saltò tanto in alto da superare lo sbarramento dei grossi massi addossati al muraglione del molo. “Non fa niente”, pensò deciso, adocchiando un angolo più riparato, “per ora proverò a pescare due pesci per la cena; semmai ci tornerò più tardi, se il vento si sarà calmato”. Generalmente dopo la mezzanotte il tempo cambiava decisamente, o in meglio o, anche, in peggio. Anche la punta all’imboccatura della baia avrebbe potuto essere un posto buono per pescare, a patto che il fondo non fosse stato pieno di alghe. Una raffica di vento, più violenta delle altre, passando tra le due case vicine, soffiò forte come un ululato improvviso facendolo trasalire. Si diede dello stupido: a lui il vento non aveva mai fatto paura, neppure quando usciva in barca spingendosi al largo. Allora sì che c’era da ridere. C’erano giornate in cui si ballava tanto forte che, una volta tornati con i piedi per terra, si continuava a camminare come se si fosse ancora sulla gobba dell’onda. Ecco, la canna era armata, la scatoletta degli ami e il secchio pronti. Avrebbe portato anche il retino. La macchina, intanto, sopraggiunse a velocità piuttosto forte superando di molto il limite dei trenta indicato dal cartello. - 42 - Autunno 2009 Sgommando, nello slargo tra le case e la roulotte, eseguì un’ardita inversione di marcia con una sola manovra e, accelerando ulteriormente, ritornò sulla strada da dove era arrivata, sparendo, in un attimo, dietro la curva. L’uomo guardò le nuvole correre rapide, scure e accavallate le une sulle altre. Correvano tanto veloci che Johan Christian si sentì sbandare, quasi fosse stato lui stesso un corpo in corsa nell’aria burrascosa. Avrebbe indossato anche la cerata e gli stivaloni di gomma. Sulla strada, intanto, era apparso un piccolo cane bianco che se ne andava tranquillamente a passeggio come se il resto del mondo non fosse esistito, soffermandosi, ora vicino al muretto di un giardino, ora sotto un cespuglio o vicino a un palo. Non si curava del vento che gli arruffava il lungo pelo. L’uomo lo chiamò, ma il cane non lo degnò di uno sguardo. La lunga figura allampanata di un individuo gli passò vicino. Da dove era sbucato? Nessuno dei due salutò l’altro, ma quello sguardo gli trapassò l’anima. Un brivido innaturale lo fece sussultare. Strano, neppure il vento lo aveva mai fatto rabbrividire in quel modo. Dicevano, al suo paese, quando era bambino, che quel brivido era il diavolo, il freddo della morte che si avvicinava, travestendosi da viandante. Lo guardò allontanarsi lentamente. Come camminava piano! Chissà perché desiderò che accelerasse il passo e sparisse subito dalla sua vista. Avrebbe aspettato un attimo, poi sarebbe andato a pescare. Si sorprese a chiedersi dove fossero finite le due bambine. Forse la mamma le aveva chiamate per la cena. Entrò nella sua roulotte per indossare un altro maglione, l’ultimo che gli aveva fatto la sua adorata moglie prima di andarsene all’altro mondo. Quanto gli mancava Charlotte! Se l’avesse ancora avuta vicino, non sarebbe diventato un orso solitario sempre alla ricerca di un posto in cui cercare pace. Mai si sarebbe ridotto a girovagare come uno zingaro, mai… Accarezzò la morbida lana immaginandosi di toccare, con le sue, le mani di Charlotte. Forse, al culmine disperato dell’illusione, le sentì davvero quelle mani, filo dopo filo, in un intreccio di vecchi ricordi. Grosse lacrime gli scivolarono tra le rughe profonde del viso, seguendone il percorso come un ruscello percorre il suo alveo tortuoso. Dei pugni ripetuti e improvvisi alla porta della roulotte lo fecero trasalire. Quasi immediatamente altri due pugni ancora più forti e raccapriccianti. Si asciugò il viso con fare rabbioso e aprì la porta con violenza quasi a voler cogliere di sorpresa gli autori di quel gesto così maleducato e irrispettoso. Sentì di odiarli ancor prima di averli visti: come potevano permettersi di violare il suo dolce ricordo? Si sorprese nello scorgere le due bambine proprio lì, vicine alla sua roulotte. Le creature, dall’aspetto tanto innocente, vedendolo, cominciarono a ridere e a muovere un passo di danza come un girotondo infantile. L’uomo scrollò il capo, accennando un sorriso di rimprovero. Una delle due indossava una mantellina e un berretto a larghe falde in tessuto cerato color rosa come pure rosa erano gli stivaletti di gomma. L’altra era tutta vestita di celeste. Entrambe bionde con grandi occhi azzurri. Erano molto graziose, pensò l’uomo, sarebbero sembrate due angeli se qualcosa in quello sguardo non lo avesse messo quasi a disagio. Ridendo vezzosamente risposero al suo saluto e corsero via saltellando e canticchiando un’antica filastrocca. Quella filastrocca… l’aveva già sentita tanti anni addietro. Trafficò ancora in roulotte cercando un vecchio libro, l’unico libro di fiabe conservato. Dove era andato a finire? Era sicuro di averlo portato con sé. Rovistò nei contenitori sotto il divano, nei pensili, gettando fuori tutto ciò che gli venne tra le mani. Più cose ammassava sui piccoli divani, più sentiva crescere in lui un’ansia febbrile, da farlo star male. Doveva trovare quel libro, doveva leggere di nuovo quelle parole, doveva sapere chi erano le due bambine. Rammentava una storia che da piccolo gli faceva sempre tanta paura; ricordava le notti insonni mentre restava rannicchiato sotto la pesante coperta, nascosto e fermo, vigile al minimo rumore, cercando quasi di non respirare La mamma, però, non aveva mai saputo delle sue angosce, la sua voce era così tranquilla mentre leggeva la sera, seduta vicino al suo letto. Johan Christian sapeva che, se fosse venuta al corrente delle sue paure, la mamma avrebbe smesso di leggergliele. Si guardò intorno: che pasticcio, adesso avrebbe dovuto rimettere tutto a posto. Stupido, si era proprio comportato da stupido, aver avuto di nuovo paura di una canzoncina come quando era un bambino! Ma che cosa stavano cantando quelle due là fuori? C’era, in quelle voci, qualcosa di strano, avrebbe quasi detto di diabolico. L’uomo stava diventando irrequieto. Quella macchina, prima, non era andata via, no, quella macchina era … fuggita via! Le onde si erano rigonfiate con più forza e, adesso, si accavallavano tutte sorpassando il molo. Ebbe la tentazione di riagganciare la roulotte alla macchina e scappare. Si diede nuovamente dello sciocco. Qualche anno prima non si sarebbe fatto suggestionare così da una insensata combinazione d’eventi. Grandi nuvoloni avevano completamente ricoperto le montagne intorno; si erano abbassati talmente da sfiorare i tetti delle case. Adesso ricordava la filastrocca: narrava di due piccole streghe, Rose e Lyseblå, che vivevano sull’isola di Senja. Si presentavano sempre come due bambine dai volti ingenui e sorridenti. Arrivavano saltellando e giocando. Chiunque si fosse fermato ad ascoltarle, sarebbe stato catturato dalle loro voci. “Mio Dio!” esclamò Johan Christian e cadde in ginocchio, facendosi il segno della croce “non voglio morire adesso. Ti prego, salvami, non voglio morire” lo aveva gridato con una forza inaudita, mentre i singulti del pianto gli stavano squassando il petto. Si prese la testa tra le mani. Le sentì, erano dietro la porta della roulotte. Stavano ridendo perfidamente. Bussarono di nuovo con forti pugni ripetuti. Com’era raccapricciante quel loro bussare L’uomo si alzò di scatto e spalancò con forza la porta quasi a volerla scardinare. “Allora streghe, cosa volete, dannate! Eccomi, sono qui. Volete la mia anima, volete il mio corpo? Mai: Non mi avrete mai . Sparite subito dalla mia vista. Via! Mi avete sentito?” La sua voce era un ruggito che prorompeva dalla sua anima tormentata. Il vento la sovrastava e il mare cercava d’inghiottirne ogni suono. Le case del paese sembravano perdersi dietro il pulviscolo d’acqua che si levava dalle onde. Dov’erano tutte le anime di quel maledetto paese? Rose e Lyseblå lo presero per le braccia tirandolo verso di loro. “Lasciatemi”, gridò con voce sempre più alterata il pover’uomo. Ma le due bambine erano dotate di una forza che non poteva paragonarsi a nulla di umanamente possibile. I loro sguardi si andavano alterando a vista d’occhio e i volti, inizialmente infantili, adesso si erano trasformati, la pelle raggrinzita, i capelli scarmigliati. Le mani che lo tenevano prigioniero, erano diventati artigli dalle unghie ricurve. Risero sguaiatamente, con le bocche deformi, alitandogli addosso un fiato venefico. Johan Christian, al culmine della disperazione, si liberò con un violento strattone e corse veloce sul molo, su ciò che ormai del - 43 - I l S alotto degli A utori molo era rimasto. Il mare lo aveva ricoperto quasi del tutto. Si volse indietro ansimando. Rose e Lyseblå avevano accesso un fuoco e la sua roulotte vi stava bruciando dentro. “Non mi avrete mai” gridò di nuovo, alzando il braccio in gesto di sfida. Si girò verso il mare andando incontro all’onda che stava sopraggiungendo più alta di tutte e vi si lasciò andare cercandovi l’ultimo respiro di pace. Un sottile raggio di luce si stava muovendo dietro la punta del capo. Il tempo stava cambiando. A mezzanotte ci sarebbe stato il sole. Due uomini, usciti per strada a scrutare il cielo, decisero che di lì a poco sarebbero andati a pescare. Il cane passò di nuovo soffermandosi vicino a qualche muretto, annusando l’aria. L’uomo allampanato si fermò un secondo per una rapida occhiata alla carcassa della roulotte e proseguì indifferente. Le due bambine avevano ripreso a correre e a saltellare, ridendo e canticchiando. I fari di una macchina si erano profilati nella curva della strada. Gli incontri di Spello Franco Pignotti (Petritoli - AP) III. Immerso e sommerso nella grande città cosmopolita Riprendevo di nuovo il cammino con qualche certezza in più, con qualcosa come un piano a lungo termine. In Francia avevo conosciuto famiglie che vivevano in comunità secondo una regola comune: ciò aveva molto senso anche per me, era qualcosa che poteva mettere insieme le diverse istanze della mia vita, qualcosa capace di fare unità nella mia storia. Inoltre l’ambiente internazionale dell’Arca (ho conosciuto una coppia di australiani che avevano a Sidney una comunità sullo stile di Spello; un israeliano che in Israele dirigeva un centro di dialogo e di non violenza; ed altri che non ricordo esattamente) mi aveva fatto riflettere su un altro incontro di Spello, l’incontro con Emilio Turani e la sfida che mi aveva lanciato. Emilio era un missionario con cui per tre mesi avevo condiviso ogni giorno il lavoro della ripulitura di vecchi mattoni di una casa colonica in ristrutturazione e che mi aveva insegnato a gustare il “mate”. Emilio, dopo i tre mesi trascorsi come sabbatico a Spello, sarebbe tornato nella sua missione in Argentina e mi aveva confessato il suo desiderio di portare in Argentina questo spirito di Spello. “Perché non vieni in Argentina con me e mi aiuti a creare una realtà come questa?” Sul momento la proposta era stata registrata, ma ancora non era il tempo di poterla elaborare, altre erano le mie preoccupazioni e le mie esigenze del presente. Non potevo supporre che in realtà lui mi aveva messo dentro una idea che avrebbe dato forma ai miei anni successivi; in Francia lo avevo capito già meglio, ma non era ancora ora. Con il senno del poi, il suggerimento di Emilio è stata per me una chiamata di Dio, l’indicazione di una vocazione per la vita. Nel novembre del 1984 mi recai a Londra dal mio amico Anthony, il ‘sabbatico’ con cui avevo condiviso maggiormente il mio tormento interiore, la mia ricerca di una strada non conosciuta, di una fede al di fuori delle grucce istituzionali. Ci univa una situazione simile, lo sentivo come il mio fratello maggiore. In quel periodo Anthony lavorava in un centro di accoglienza per senza tetto ed alcolisti nella East London. Restai con lui un mese, nel suo minuscolo appartamento, in via Commercial Road, dormendo con il mio inseparabile sacco a pelo steso su una stuoia nel pavimento della cucina. Anthony mi aiutò a muovermi nella grande città che mi affascinava e mi spaventava contemporaneamente. E dopo qualche tempo mi resi indipendente finendo per immergermi completamente nella grande Londra. Dimenticai ogni sorta di ricerca spirituale. Mi immersi nel lavoro per guadagnarmi da vivere, nello studio della lingua inglese, nella frequentazione delle biblioteche, nella cura delle relazioni. Mi fidanzai con una ragazza polacca, Ania. Coltivavo poche, ma sentite amicizie. Imparai a cambiare lavoro, mi vedevo già “in carriera” nel mondo del catering. Spello era ormai lontana, sia geograficamente che spiritualmente, e Londra sempre più affascinante e piena di potenzialità e io vi avevo trovato il mio spazio, vi nuotavo libero come un pesce nell’acqua. Conobbi tanti italiani che erano andati a Londra per un periodo determinato e avevano finito per rimanerci a vita. Avrei potuto fare la stessa cosa anche io. Ma non ne ero così tanto sicuro, conservavo, anche se più nascosta, sempre la stessa angoscia del domani. Sognavo di andare prima o poi a trascorrere un lungo periodo in Palestina, nel Kibbutz di Shefayim, dove viveva Amos Guirtz, il pacifista ebreo israeliano che avevo conosciuto all’Arca, oppure a Ibillin, in un centro di dialogo cristiano-islamico, gestito dal prete cattolico palestinese padre Elias Chacour1, che avevo conosciuto a Grenoble. Ania, la ragazza polacca, non aveva proprio nessuna voglia di finire in un kibbutz israeliano o in un centro palestinese, e temendo che prima o poi ce l’avrei costretta, mi lasciò con una scusa qualsiasi, lasciandomi tramortito. Quella storia sentimentale era stata infatti una cosa piuttosto seria, mi aveva regalato un equilibrio interiore insieme a tutto il resto (il lavoro, la città, lo studio della lingua, le biblioteche) e mi aveva fatto trascorrere un tempo sereno, di stabilità. Ora venivo di nuovo ributtato nel mondo dell’incertezza, dell’insicurezza del domani, del buio esistenziale. Avevo bisogno di prendermi un periodo di distrazione e siccome ero partito dall’Italia da oltre un anno, decisi di concedermi una vacanza di tre settimane in Italia. Avrei trascorso la prima settimana a Spello, la seconda in famiglia e la terza in giro a ritrovare persone conosciute durante l’anno sabbatico, con cui avevo mantenuto un rapporto epistolare, in modo particolare una ragazza di Padova, Giusy; poi sarei rientrato a casa, nella mia Londra. A Spello ritrovo il clima di sempre, respiro di nuovo la stessa atmosfera spirituale, prostrato nella cappellina con le sue belle icone dorate, in adorazione, presento al Signore il pane azzimo della mia storia incompiuta e dei miei piedi stanchi; mi incontro con Carlo, gli racconto la mia vita dell’ultimo anno, gli parlo di Anthony, mi incoraggia a restare fedele al Vangelo in qualunque percorso di vita. Lo trovo più provato, più sofferente; mi parla del terribile inverno trascorso, degli ulivi che si sono seccati per il gelo, delle difficoltà della fede. Dei sabbatici dell’anno prima non c’era più nessuno, eccetto Elisabetta che si era fidanzata con Pierangelo e che perciò viveva ancora nell’ambito della fraternità. L’anno del mio vagabondaggio tra Francia ed Inghilterra, era stato, per i miei amici sabbatici, insieme a tante altre cose, la stagione degli amori. Francesca si era innamorata di Giuseppe Bellizzi ed insieme stavano cominciando una storia davvero singolare ed interessante2; Jure aveva finalmente incontrato Luciana e insieme vivevano al Casale di Roma; Renzo era tornato a Fabriano e frequentando una comunità di ascolto legata a Spello aveva conosciuto Susy; Giovanni, - 44 - Autunno 2009 il più misterioso di noi, omosessuale dichiarato, aveva ripreso il suo vagabondaggio umano e spirituale, l’ultima volta mi aveva scritto da un monastero francese, che poi aveva a sua volta abbandonato. Per ognuno si era aperta una fase nuova, esattamente come era stato per me, e bisognava seguire lo Spirito che continuava a parlarci e a guidare tutti nella sua fantasia, “lungo la concretezza delle cose”. Trascorsi la seconda settimana della mia vacanza italiana in famiglia. Fui molto contento di rivedere i miei; mio padre e mia madre lo furono ancora di più. Ma in capo ad una settimana fremevo già per partire di nuovo: avevo fatto il mio dovere, mi feci portare in stazione e ripresi la strada. Era la mia terza settimana di vacanza, quella dedicata agli incontri. Fosse stato possibile, sarei andato a trovare tutte le persone incontrate nell’anno precedente a Spello. Dovetti limitarmi alle poche amicizie di chi mi rimaneva lungo il percorso del treno; feci tappa a Fano, a Pesaro, a Bologna e a Padova. Mi intrigava soprattutto l’incontro di Padova con Giusy, conosciuta negli ultimi giorni di Spello, in un momento in cui stavo già pianificando il mio viaggio in Francia. Avevo preso il suo indirizzo, ma con tutte le vicissitudini successive, sarebbe rimasto del tutto inattivo, se non fosse stato per lei. Le sue lettere e le sue cartoline mi aveva raggiunto ovunque in quell’anno e ad esse io avevo sempre risposto. Mi sembravano particolarmente calorose ed interessate a me, ma io ero troppo distratto da altre cose, interessi e persone. Mi fermai un paio di giorni a casa sua, scoprii che si era innamorata di me dai giorni di Spello, era stato per lei il classico ‘colpo di fulmine’, ed era per questo che mi aveva seguito in maniera discreta, con le sue lettere e cartoline, nel mio pellegrinaggio. Trovai che la simpatia per lei provata sin dall’inizio poteva tramutarsi in qualcosa di più. Mi sentii colpito come da una frusta dal fatto che durante tutto il mio singolare percorso in Francia e in Inghilterra, che credevo di aver vissuto nella più totale solitudine, ero stato accompagnato dal suo amore silenzioso. Non potei fare altro che arrendermi a quell’amore che mi riempì subito il cuore. Spello dunque non aveva finito di stupirmi, mi aveva riservato un’ultima sorpresa. Ricordo un giorno che parlavo con Elisabetta delle mie prospettive future ed ero particolarmente scoraggiato, e lei mi aveva detto con un grande sorriso: “vedrai che il Signore ti farà alla fine un bello scherzetto!” Era stato di parola il Signore: Spello, che sembrava essersi concluso per me con una grande incertezza, mi offriva ora la prospettiva della vita. La cosa più curiosa di tutte era che il giorno in cui Giusy era venuta in fraternità, al momento della presentazione di rito attorno alla mensa, lei ci disse che aveva sempre pensato di dedicarsi al volontariato: il suo parroco avrebbe voluto mandarla da un suo amico missionario in Brasile per una esperienza di missione. Fu così che, senza rendercene conto, fin dal primo giorno che ci siamo casualmente conosciuti, avevamo cominciato a parlare di quella che poi sarebbe stata la prospettiva della nostra vita futura insieme. Come era già mia intenzione, alla fine di aprile ripartii per Londra; ma il mio cuore era rimasto con Giusy e, dopo qualche mese, visto che lei non si decideva a seguirmi nella grande metropoli inglese, ripresi ancora una volta il mio fedele zaino, deciso a trovare un luogo qualsiasi in Italia, dove mettere finalmente ‘radici’ e poter coltivare il nostro amore. L’anno successivo, esattamente in aprile, eravamo già sposati. NOTE 1 Padre Elias Chacour è stato ordinato vescovo greco-cattolico nel febbraio del 2006, nella sua parrocchia di Ibillin. In Italiano sono stati pubblicato alcuni suoi libri come Apparteniamo tutti a questa terra : la storia di un israeliano palestinese che vive per la pace e la riconciliazione (Jaca Book), oppure Fratelli di sangue : una testimonianza di pace in Medio Oriente (Dehoniane). 2 Ho raccontato la loro storia in un articolo pubblicato da Il salotto degli autori , Primavera 2008: “Prete cattolico felicemente sposato? Si può, ecco la storia …” Lettera al cielo (6 gennaio 2009) Marina Pieranunzi Cara mamma, mi sono svegliata da poco, ma sono ancora qui, sotto le coperte, dal lato tuo, con la camicia da notte che ancora prima era stata di nonna, ad avvolgermi il corpo. Non lo capivo. Ora lo so: anche questo è un abbraccio, forse il più intimo. Sento la pioggia. È lei che in queste settimane parla al mondo, mentre il sole, sfinito da troppa estate, è fuggito via, felice, insieme all’azzurrità; e fuori è buio come nei miei pensieri. Non sai quanto silenzio per queste stanze! Le feste mi hanno sempre intristito, ricordi? Ultimamente mi chiudevo in camera a leggere e a scrivere poesie, rannicchiata sul letto. Era quello il mio nido, il caldo rifugio dalla malinconia, e a volte ti chiedevo di andare dalle amiche per poter rimanere nel mio piccolo mondo, indisturbata. Ma, poi, rientravi. Adesso, invece, la porta non si apre più. Sono passati tre inverni: il 21 saremo di nuovo in chiesa, tutti e quattro, per ricordarti. Il cuore non segue il calendario, è la mente a tenere il conto. Mamma, sapessi quante volte ho allungato le mani per raggiungerti! E quante volte la mia pelle ha gridato, perché il dolore, straripando, come lava la percorreva, inarrestabile e cieco. E quanta angoscia nei miei sogni di ghiaccio perché non ti trovavo! E quante volte ho chiamato, e quanto ho pianto! Non ci si abitua alla morte. Da allora, sto andando a messa. Ho ritrovato Dio attraverso te che mi hai donato, preziosamente, per la seconda volta, la vita. Ma non l’avevo perso, ero solo lontana. Una storia d’amore, totalizzante e vana, mi ha dato fiato e me ne ha tolto molto di più, rubando, al tempo, gli anni. Ero spesso nervosa: parole irrispettose, mille bugie, tristi litigi senza motivo oltre ai contrasti soliti... La frustrazione e i sensi di colpa avvelenano. E quante volte, mamma, in questi mesi trascorsi, la prepotenza altrui ha strappato l’anima e gli egoismi, accartocciato il cuore! Ora lo vedi come anche le piccole macchie dentro di me si espandono. Non te l’ho detto mai: sono carta assorbente. Quante catene trascino, per nostalgia e dovere anche se adesso, e tanto più di prima, avverto forte che il senso vero della vita è un altro! Quante zavorre inutili su questi passi inquieti! Non ho ambizioni e neanche volontà - mi criticavi -; e non ho ancora imparato a pensare a me. Ma ora, che ad uno ad uno, tra - 45 - I l S alotto degli A utori queste mura siete spariti tutti, persino i gatti, con chi divido i miei spazi vuoti? Conservo il desiderio dei tanti viaggi che avrei voluto fare con te e i nostri giorni in piscina, lo sguardo libero di quando andavi a Napoli a salutare i ricordi, gli intensi abbracci timidamente osati per proteggerti. Il tuo riserbo è svanito quando era tardi. Ormai siamo rimasti soli e ci sforziamo, come desideravi tu, di camminare insieme. Però lo sai, siamo diversi, parliamo poco; non sempre ci comprendiamo e si innalzano muri. Poi si ripren- de, e che fatica ricominciare senza poter chiarire! Ma stai tranquilla, perchè, anche così, noi ci vogliamo un gran bene. E, poi, ho dei nuovi amici: solo di alcuni ho sfiorato il volto, di altri vivo la voce, però, di tutti, ho le emozioni nel cuore. Ti chiedo scusa, per tutto il brutto di me che hai conosciuto, vorrei poterti stringere ancora. Ma tu sei qui, ti muovi in mezzo a noi. Ci siamo tutti, qualcuno non si vede, ma vive ancora nei nostri giorni. UNA DIFFERENTE PROSPETTIVA di Marianna Faedda - KIMERIK Edizioni Se dovessimo fornire una definizione di “Una differente prospettiva” di Marianna Faedda, potremmo denominarlo un racconto, ma nel contempo anche un romanzo. La scrittrice narra la storia di una donna, Maria, di cui si sono perse le tracce, e la cui esistenza gradualmente s’intreccia a quella di Monica, colei che vorrebbe ritrovarla per aiutarla a “riconoscersi”. In questo romanzo si illustra la sofferenza di un percorso sul sentiero di una propria soggettiva verità concessa dal vissuto, dal destino e soprattutto dal libero arbitrio di ciascuno di noi. SCRITTORI PER MODO DI DIRE di Giovanna VALENTINI (Padova) Se chiedi ad una persona che cosa fa, è facile che ti risponda: “parrucchiera”, “muratore”, “impiegato”, “pompiere”, “insegnante”, “dentista”. Meno facile che ti dica “scrittore”; non perché quelli che scrivono sono pochi, (anzi, non è raro che la parrucchiera, il muratore, l’impiegato, il pompiere, l’insegnante, il dentista di cui sopra, non abbiano mai provato a scrivere una poesia o non si dedichino con una certa continuità ad esercizi letterari), ma perché è difficile dire se quello di scrivere sia proprio un mestiere e comunque quando lo diventi in modo tale da risultare dichiarabile per davvero. “Francisco Coloane non è mai andato in giro a vantarsi di essere uno scrittore”, dice Sepulveda a proposito del collega in “Le rose di Atacama”. Su “La Repubblica” di martedì 10 Ottobre 2000 leggo:”Giorgio Manganelli non si definiva scrittore, ma proprietario di una macchina da scrivere”. E il povero Guido Gozzano addirittura ripeteva: “Io mi vergogno, sì mi vergogno d’essere un poeta”. Penso che sia possibile incontrare molti altri esempi del genere, spostandosi qua e là nel tempo e nello spazio, ma preferisco fermarmi qui, perché un elenco più lungo risulterebbe tedioso. Si potrebbe allora cercare una definizione dello scrittore:”Scrittore è chi è pagato per scrivere”, oppure “scrittore è chi è consacrato come tale dalla società e dalla storia da un bel po’ di tempo”. Ma mi piace immaginare che anche il superbo Dante, al termine di una chiacchierata, (di quelle che nascono spontanee tra vicini di posto, durante un viaggio noioso in treno, quando si comincia parlando del tempo e si finisce discutendo dei massimi sistemi), alzandosi direbbe: “È stato un piacere; permetta che mi presenti: Alighieri, speziale”. D’altra parte non è neppur detto che chi è conosciuto e riconosciuto universalmente come scrittore, lo sia più di chi non ha ottenuto simili riconoscimenti. Infatti, chi è più scrittore di Pinchas Pelovich ne “Il ventisettesimo uomo” di Nathan Englander? Eppure Pinchas è l’unico, nella prigione stalinista in cui è rinchiuso insieme ad altri ventisei scrittori noti, a non aver mai avuto neppure un lettore, anzi a non aver mai pubblicato nulla. Chi scrive è un artigiano delle parole. Qualche volta ciò che gli esce dalla penna è un buon prodotto, altre volte non lo è, o, almeno, non è giudicato tale. Allora, se non c’è un metodo sicuro e valido per tutti che serva a riconoscere lo scrittore “per davvero”, fra quelli che cercano di scrivere o che riescono a farlo solo chi è privo del senso della misura o di quello del ridicolo andrà in giro definendosi “scrittore”. Tutti gli altri sanno bene di essere semplicemente “scrittori per modo di dire”. - 46 - Autunno 2009 LE RECENSIONI DI... GUIDO BAVA VELE ALL’ORIZZONTE - Poesie di Adua Casotti Edizioni Universum – Rocca di Caprileone 2009 – Euro 6,95 Genova e il suo mare, vele bianche all’orizzonte gonfie di vento e la preghiera viene spontanea ad arricchire i versi di Adua Casotti. Significati profondamente umani nell’attenzione alla realtà , spesso crudele, dell’oggi eppure, su quadri di immane crudezza, si pone una poesia dell’anima che privilegia l’amore in senso lato. Si tratta di componimenti introspettivi che,però, assumono un aspetto universale nella trattazione dei singoli argomenti ove amore e natura sono i principali temi che si colgono leggendo la plaquette in esame. Poesia espressa in versi semplici e coinvolgenti, poesia che merita attenzione. MARZIA CAROCCI ANIMA ANIMUSQUE Carlo Alberto CALCAGNO Giulia DEL GIUDICE - Collana:”Le parole di Sybilla” Kairos edizioni 2008 Un cielo stellato questo volume di poesie scritto a due mani,quella maschile di Carlo Albero Calcagno e quella femminile di Giulia Del Giudice. Quasi un dialogo poetico fatto di melodia e nuance,buono il ritmo e la metrica dei due poeti,non c’è presenza di enfasi e retoriche ,parole prive d’immagini consunte. Ai versi dell’autore C.Alberto Calcagno: appari/l’azzurro è qui/e sa di terra/mentre dipingi tutti i miei pensieri/ risponde Giulia Del Giudice: Non fu facile bisso/a circuirmi le idee/ma una madre ridotta all’essenza/tra colline di lana/: Forte il desiderio dei due artisti di esprimere nero su bianco la propria spiritualità,nell’intimo di ambedue emerge prepotentemente il proprio ego sepolto, facendo quasi una rivoluzione interiore,per portare allo scoperto la vera sostanza dell’uomo,quella impalpabile,quella che è fatta di anima;versi che sanno di vita vissuta scritti con incisività e chiarezza. Un uomo e una donna che insieme hanno dato soffio vitale all’aridità che spesso ci avvolge. domande e incertezze e che riporta quasi come ossessione ai tempi trascorsi quando l’essere fanciulli non provocava responsabilità e decisioni; l’autrice nella poesia “ricordi” scrive: ero felice/lo sono stata per un attimo/poi tutto mi ha lasciata/e sono rimasta sola/. Questa nostalgia è carica di malinconie ,di sogni e consapevolezze di ciò che non è più;l’autrice fa i conti con la difficoltà del passaggio dall’adolescenza all’età adulta,agli ostacoli che la vita propone con i suoi dilemmi e le sue problematiche. Le tonalità che Francesca Raimondi ci offre sono in attesa di luce,di albore di riverbero… …di quei colori,prima penetranti/non c’è ora che qualche timido filo/il sole sparisce/è notte/. La poetessa è conscia dell’oggi distratto,di un domani senza certezze e lo elabora nei versi: ..Ma il tempo scorre e il vento ammanta/saremo spazzati via io e te/verso quel mondo ignoto/. Musicalità,sensibilità e senso del ritmo sono gli ingredienti che fanno di questa silloge poetica,un graffito immortale sul tempo che inesorabile scorre, comunque, malgrado noi. Un’ autrice giovane e preparata che sa regalare con l’espressività che le appartiene, immagini e riflessioni che sanno di vita. CI VUOLE UN FIORE di Francesca Raimondi Todari Editore Lugano- Finalista al premio “Baveno poesia 2001” IV° premio di prosa e poesia NAPOLI CULTURAL CLASSIC - A cura di: Anna Bruno Albus Edizioni 2009 - euro 8 Dal premio di prosa e poesia “Napoli Cultural Classic” nasce l’antologia in questione. I poeti selezionati da un’attenta giuria, sono stati scelti per arricchire di sensibilità questo volume, gli autori presentano liriche che hanno una vasta gamma di tematiche. Il lettore si lascia incantare, vivendo quasi in simbiosi, sentimenti comuni quali l’amore, il dolore, passione,rabbia,stupore. Un’antologia che è una raccolta di “impulsi” umani,tutto ciò che accomuna l’essere stesso sentendosi protagonista di un tempo che evolve,che modifica tutto ma non le vibrazioni dell’anima. Un viaggio nei sentimenti umani che ha la forza e la delicatezza di un innesto fra poesia e cuore,un rivisitare sé stessi,anche nell’introspezione altrui; questo credo sia il senso del volume che accomuna,chi di vita… vive! Cantico emozionale quello che la giovane autrice Francesca Raimondi ci propone;note si insinuano fra le righe delicatamente espresse. Musica né è il risultato. Rimembranze sull’adolescenza sono parti vive e palpitanti delle sue liriche,ora lievi,ora intimorite,in attesa di una crescita che fa paura,una crescita che pone LA STANZA DELL’ANIMA di Vittorio “Nino” Martin - Quaderno realizzato da: Cenacolo Accademico dei Poeti nella Società 2009 poesia Vittorio “Nino” Martin vive dei suoi colori,che sapientemente imprime nella scrittura,le liriche che ci propone sono pennellature ora sfumate,ora - 47 - I l S alotto degli A utori decise,ora ombre dense. Poesie scritte con semplicità, ma allo stesso modo con concretezza ,ci raccontano del proprio vissuto descrivendo accuratamente momenti anche sofferti come testimone di eventi tragici che hanno segnato il suo tempo: …nei cumuli di detriti/la gente impazzisce/la calamità naturale/costringerà a fuggire/. Versi che toccano le corde dell’anima,che confessano un’interiorità taciuta,portando il lettore attento, alla conoscenza introspettiva dell’autore che denota quasi un impellente desiderio a dar sfogo al proprio “taciuto”. Un libro che fa meditare,una pseudo analisi di un uomo e la sua vita, con fatti che raccontano emozioni ed esperienze assorbite nel tempo, regalando a chi legge, uno spaccato di esistenza umana,arricchito ulteriormente da rappresentazioni dipinte dallo stesso Martin che con destrezza e sapienza sa unire il verbo all’immagine. LE ALTRE FORME DELLE DONNE a cura di Anna Bruno - ALBUS EDIZIONI 2008 illustrazioni di Anna Bruno Una raccolta di perle questa antologia poetica,scritta da sole donne che hanno partecipato all’appello di Anna Bruno per dare una voce femminile a tanta poesia. Le poetesse che vi hanno partecipato,hanno portato la loro introspezione agli occhi di chi sa vedere le donne oltre l’esteriorità,oltre l’apparenza fisica, oltre l’involucro umano. Donne che hanno voluto apportare in questo volume,una parte di loro stesse,quella parte che sa volare,che arriva dentro al cuore; donne che mostrano la loro anima senza alcun timore,lasciando planare la libertà di esprimere ciò che a volte resta imprigionato,chiuso,soffocato. Poetesse che danno voce al misterioso ed intenso universo femminile che tutto può,quell’universo che molto spesso non trova spazi d’espressione in molti ambienti, in una società che spesso è distratta. In un mondo sbadato, distante fatto di materialismo, consumismo,il coro poetico che intona nel volume descritto,è balsamo per la mente e per il cuore. CRISTINA CONTILLI GIOVANNI TAVCAR, “MONTANTI RESURREZIONI” La poesia dello scrittore triestino Giovanni Tavcar è, come dimostrano anche le sue precedenti raccolte, una poesia intensa ed impegnata, basata su temi etici e morali e su un costante interrogarsi sul senso della vita. Anche in questa nuova raccolta Tavcar conferma questo suo personale orientamento, in cui l’elemento autobiografico è sì presente, ma non a livello di semplice trasposizione in versi di sentimenti ed esperienze, quanto piuttosto come spunto di partenza per riflessioni e percorsi di maturazione esistenziale. Nella poesia iniziale della raccolta il poeta triestino, infatti, scrive: “Giorno dopo giorno io mi guadagno / con tribolata fatica, / il diritto alla vita e all’autocoscienza.” Ed aggiunge in una lirica, intitola “Montanti resurrezioni” che dà il titolo all’intera silloge: “In questo mio quotidiano / montare e smontare / i complicati ingranaggi della vita / - eterno implacabile fanciullo - / tocco con mano cosciente / i significati occulti dei segni / che riesco gradatamente a decifrare / lungo il sudato itinerario / dei sentimenti evanescenti.” Il poeta è interessato relativamente ai “riti codificati del mondo”, che guarda con un certo distacco, perché il suo scopo è un altro, più complesso e profondo, ed, infatti, Tavcar scrive esplicitamente che il suo è un “Esilio che non è fuga, / ma scelta / cosciente e ponderata.” I termini che ritornano spesso nelle poesie di Tavcar sono: percorso, cammino, ricerca… in particolare il poeta si sente un uomo in cammino ed, infatti, annota in una lirica, intitolata “Parentesi impagabili”, che rappresenta una descrizione della sua esistenza attuale: “Io cammino per le strade della vita / scandendo il tempo / della gioia e della sofferenza (…) Malgrado le mie / sempre più frequenti stanchezze, / trovo ancora, qua e là, la forza / per librarmi in volo / sopra mari in tempesta, / ascoltando la salmodia dei venti / e il sonoro / fruscio dell’anima.” Nella presentazione di “Montanti resurrezioni” il critico letterario Luigi Ruggeri definisce così i testi di questa silloge: “Liriche della schiettezza queste di Tavcar che si esprimono con versi non sempre limpidi, ma spiritualmente intensi e votati al bisogno di essenzialità e umiltà, caratteristiche primarie di una poesia dedicata alla gioia dei più umili e proclamata per non “perdere la speranza (David Maria Turoldo).” GIUSEPPE DELL’ANNA BIANCO E NERO – ESTRO VERSI di Grazia FASSIO SURACE Ed. Montedit € 10,00 Raccolta di versi dove l’autrice confida l’altalena delle immagini del suo quotidiano vivere, una medaglia dai due lati, due poli: uno chiaro ed uno scuro che l’autrice non ha remore di evidenziare a se stessa ed agli altri. Nella sua nota iniziale, l’autrice ha però quasi il timore che il nero possa sommergere il bianco, per cui ha desiderato disporre inizialmente la silloge “Armonie” quasi ad incarnare in esse l’ottimismo, lasciando più avanti quelle che lei definisce “malinconie”. Ebbene, personalmente, ho letto il libro al contrario, iniziando cioè dal fondo per la semplice intuizione che la malinconia, la nostalgia, il non senso, sono alfine le parti più profonde di se stessi, cosicché: Nella raccolta “Accidie”, l’autrice si guarda, si osserva, piange di se stessa, esprimendo così l’unica e immensa forza del riconoscimento concreto di se medesima: “Oggi ho inteso la mia vita / come un quadro / - 48 - Autunno 2009 appeso all’infinito”. In “Acquarelli”, c’è il tocco dell’osservazione sulla natura intorno, una natura che parla, che “viene incontro tra i prati”, che trasforma la sera in “atmosfera”, in attimo felice da vivere. In “Affabulando e non”, c’è il senso dicotomico del narrare il pensiero e di potersi ammalare dello stesso pensiero narrante. Un desiderio di mollare gli ormeggi del cogito, dell’intelligere, e del sorriso forzato, per salpare assieme all’istinto verso il desiderio di vivere. In “Assenze”, le assenze dell’autrice sono quelle che l’anima si prende per farle divenire “presenze”: presenze forti e struggenti del cammino della propria storia che parla di colline, che “hanno cuore mente memoria” di risa di fanciulli e di amari distacchi… pur veri e fieri in attesa di “un’altra sera”… In “Asprezze”, l’autrice, attraverso un volo tra i sogni e le sofferenze d’amore d’un tempo e le realtà dell’oggi riflesse in uno specchio, si interroga cercando una propria definizione: “Chi sono non so / ma sono”, “solo così posso amarmi”. In “Ardori”, la luna “spalma lusinghe d’argento (e) arde d’amore la notte”, “bandite le parole” resta preminente “eloquio di sguardi”. In “Armonie”, l’autrice dosa e pennella le presenze e le assenze: la presenza del cielo “oltre il blu del mare”, del “sole smagliante”, della “brezza” che “scompiglia nell’aia carezza / le molli sere di sogni / in attesa”, la presenza di un fiero sguardo “oltre il muro bianco” su natura, figli e nipoti; l’assenza, invece, diviene “l’assoluto / silenzio”, l’”ozio virtuoso” di una mente vista come tabula rasa dove “soltanto il nulla crea”. La poesia di Grazia Fassio Surace, nella sua raccolta “Bianco e Nero”, penetra la parola quasi a sillabarla nella sua essenza, nel suo significato, rendendola quindi vicina, comprensibile, fino a renderla… interiore! ITER DI UN SENTIMENTO – Articolo di M.T. BIASION - Rivista N° 27, pag 29 Un articolo che si snoda quasi come fosse un “giallo” alla ricerca del soggetto protagonista che spesso “rende insonni” / “lasciandoti come un panno strizzato”. Solo a fine articolo viene svelato il sentimento protagonista: LA NOSTALGIA. L’autrice si immedesima in questo sentimento che quasi tormenta il suo vivere quotidiano, sente che ne rimane profondamente coinvolta con una scissione interna tra terra d’origine e terra dove ora vive. Conoscendo l’autrice, soprattutto le sue opere, mi permetto di darle del tu: Sono convinto che per te “la nostalgia” sia una risorsa, sicuramente un sentimento lacerante, ma una risorsa che fa capo alla emozione principale dell’amore; infatti i tuoi componimenti traboccano di questo sentimento affettivo che non ti tolgono l’appartenenza, anzi la nostalgia conferma l’appartenenza, sia sul “prima” che sul “dopo” del tuo percorso. Sono certo che le diverse realtà che hai vissuto e che stai vivendo non siano in competi- zione tra loro, ma ognuna svolge intensamente la sua parte ed ha concrete e molte ispirazioni per te che sei una scrittrice. FLAVIA LEPRE UN PADRE IN PRESTITO di Fosca ANDRAGHETTI – Edizioni Del Leone – Spinea 2009 - Romanzo In copertina Salvador Dalì – Ritratto del padre - pp. 189 prezzo: € 12,00 Seppure a grandi linee, il sunto di questo romanzo è spiegato, con sufficiente chiarezza, all’interno della copertina. E da questo si può arguire quale possa essere, in realtà, la trama del romanzo di Fosca Andraghetti. Quindi io non mi soffermo a dare ulteriori notizie sullo svolgimento della storia, ma cercherò invece di penetrare nella mente e nelle varie emozionalità dell’autrice, per ricercare il plausibile motivo che l’ha indotta a scrivere questo libro. Comincerò col dire che la scrittrice bolognese (che è anche una validissima poetessa), ha scelto di accentrare il suo interesse sulle vicende di una famiglia dove tutti i componenti hanno un ruolo di primo piano, anche se poi le vere protagoniste risultano essere Mirka e Margherita, due sorelle, figlie della stessa madre ma con padri diversi. Due donne che non hanno molto in comune e che incidono fortemente sullo svolgimento del romanzo. Fosca Andraghetti parte a raccontare la loro storia fin dall’infanzia e va avanti attraverso le vicende vissute da tutta la famiglia. E questa qui narrata, è una vicenda densa di aspetti vari che danno un ruolo particolare a questa famiglia che Mirka ama moltissimo. La scrittrice ne fa ampia descrizione con una forte fluidità di coscienza e d’amore, oltre che d’immaginazione quasi visiva che caratterizza tutto il suo dire in un movimento dei personaggi e segna i diversi ritmi del racconto, dove c’è tutta la sua misura partecipativa e un proiettarsi sempre oltre la barriera della propria vicenda, della propria storia, in una sorta di interrogativo aperto, la scelta del futuro, la scommessa con la vita. Fosca, l’autrice dispone così tutta la fitta trama e anche quella dei percorsi interiori, degli incontri, del quotidiano mettersi in equilibrio tra ombre e luci, sofferenze e felicità. È la chiave di volta di questo intenso romanzo esistenziale, sono certe oscillazioni a segnare gli avvenimenti del vivere. E sono anche le intenzioni a cui corrisponde lo sforzo, appunto, esistenzialmente ripagato dal conoscere se stessi fin dove si possa e si riesce al di là di tutto e nonostante tutto, perché è l’unica cosa che, alla fine, conta nella vita. Tale percorso poi, la scrittrice lo traduce in un linguaggio intarsiato, specchio di quella condizione psicologica che continuamente si divarica nel groviglio del pensiero che è il groviglio stesso dell’esistenza, in cui si agitano tutti i motivi e tutte le occasioni; la vita, il lavoro, il tempo, l’amore, la sofferenza del - 49 - I l S alotto degli A utori mondo, Dio… tutte queste cose, ben sappiamo che dominano l’esistenza degli uomini sulla terra… E la scrittrice Andraghetti, validamente collaudata, in questo suo ultimo romanzo vi entra interamente, anima e corpo, partecipando vivamente ed attivamente al suo svolgimento e alla “fine”, dove sta chiusa la soluzione dell’intimo mistero di Mirka. Sicuramente come sempre accade agli scrittori, anche Fosca costruisce il personaggio principale (in questo caso Mirka!), quasi a sua immagine, perché ad essa presta i suoi pensieri, il suo carattere, le sue reazioni, per meglio entrare nelle intimità più segrete dell’anima della protagonista e per innestare in lei la forza e la debolezza psicologica della situazione che Mirka vive, perché il suo compito è proprio quello di “scavare”, di “penetrare” sotto la pelle della quotidianità della donna da lei creata e che tiene saldamente in pugno mantenendo nel segreto tutto quanto alimenta i sogni e la realtà della sua eroina sino alla conclusione finale. Nel contesto del romanzo, è facile rilevare l’intelligente lavorio di una mente vigile, agile, estroversa, valori che acquistano significato nei contrasti fra fantasia e realtà, confondendoli un poco, anche perché anche nel nostro reale esistere ci sono vari misteri che, spesso, non vengono esplorati e, silenziosamente, si disperdono sulle rive di un’isola annidata in fondo alla memoria! Perché sono i moduli della vita reale che nasce entro orizzonti di pena ma che può anche trasferirsi “altrove”, così che, maturando come un frutto, nel tempo, può rilegare la solitudine di confini del “nulla”, per poi finalmente trovare il suo degno nido dentro gli occhi di un uomo che brillano d’amore. Superfluo aggiungere altro, perché a questo punto è necessario leggere il libro, perché proprio il libro, dipanando la storia pagina dopo pagina, è capace di esprimere le tensioni di un’anima finalmente appagata e felice della sua condizione umana, non più assalita dai neri cipressi del dubbio. Grazie anche alla notevole capacità narrativa di Fosca Andraghetti, la storia di esseri umani, pur con tutte le loro imperfezioni, diventa una specie di favola che coinvolge e avvince, perché l’insieme del romanzo, aprendosi alla fine, come si apre al sole la corolla di un fiore, assume in sé un tocco di magia, proprio perché l’immaginazione entra anche nella realtà, per trasformarsi e diventare preziosa parola! plici esercizi che lui chiama “meditazioni in movimento” che consentono di imparare a camminare in modo da sviluppare l’attenzione, acquietare la mente, aumentare il benessere, rafforzare lo spirito di gruppo, vincere la solitudine, ritrovare armonia ed equilibrio, scoprire il fascino del silenzio, collegarsi alle forze elementari della Terra, agli animali e alle piante. Com’è possibile tutto ciò semplicemente camminando? Secondo i saggi tolteci dell’antico Messico “imparare a camminare è imparare a vivere” e se ne può dedurre che… non sappiamo camminare, ci spostiamo da un luogo all’altro, ma con i paraocchi, immersi nei nostri pensieri di persone metropolitane, senza accorgerci della vita che scorre attorno, di suoni, odori, colori, nulla riesce a carpire la nostra attenzione che deve quindi essere rieducata. È difficile comprendere che la vera magia non risiede nei “poteri soprannaturali” degli sciamani, bensì nel modo speciale in cui essi affrontano la vita quotidiana. Significa semplicemente trattare il mondo ed i propri simili con rispetto e con un profondo senso di comunione nel cuore. Le camminate descritte nel libro hanno il potere di muovere l’energia in modi precisi, che conducono alla trasformazione ed alla guarigione, consentendo di vedere la propria vita e le proprie azioni dal punto di vista del mondo naturale. Si tratta di modi di camminare che mescolano gli aspetti fisici dell’esercizio con l’esposizione all’energia ed ai misteri inesauribili del mondo della natura. Queste tecniche per camminare producono degli stati di consapevolezza capaci di concentrare l’attenzione, guarire ferite e sviluppare un senso di reciprocità con tutto ciò che ci circonda. Ogni Earthwalk ha un tema unico e delle attività da compiere mentre si cammina, che aiutano ad entrare nello spirito della camminata; alcune distolgono la nostra attenzione dalle preoccupazioni della vita quotidiana, per aggiungere elementi che promuovono una sana interazione col mondo naturale. Altre, invece vengono usate per portare in primo piano le nostre personali battaglie nel mondo reale, per poi collegare la nostra energia con forze specifiche della natura, in grado di intensificare la nostra naturale capacità di intuizione e quindi permettere la soluzione dei problemi e delle sfide. Un libro particolare e di sicuro interesse per tutti coloro che, già amanti delle camminate, intendano farne uno strumento di benessere. NADIA SUNSETTO ITINERARI TURISTICI E MUSICALI - Genova, canzoni in salita - “Visite guidate” di Federica Bocci Il libro della Casa Editrice Zona dal titolo “GenovaCanzoni in salita. Guida alla città e alle sue canzoni” (pagg. 126 Euro 12) ed è una via di mezzo tra una guida turistica con tanto di fotografie (di Augusto Forin, artista, fotografo e cantautore egli stesso) sui principali monumenti e scorci caratteristici, ed un percorso musicale, attraverso i testi di canzoni di Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi, Gino Camminare, un’arte da imparare - EARTHWALKS, MEDITAZIONI IN MOVIMENTO - Un libro per la salute fisica e spirituale Nel libro delle Edizioni “Il Punto d’incontro” dal titolo “ Earthwalks, meditazioni in movimento – Camminare per stare bene nel corpo e nello spirito” (pagg.190 Euro 10,90) l’autore James Endredy (studioso di culture tradizionali indigene) presenta 45 sem- - 50 - Autunno 2009 Paoli, Luigi Tenco, Francesco Baccini,Max Manfredi, Claudia Patorino e molti altri eredi dei “grandi”. L’autore Marzio Angiolani, genovese di origine, laureato in Lettere Moderne con una tesi su Lingua e dialetto nella “nuova scuola genovese” dei cantautori, è docente di Lettere per la Scuola Superiore, nonchè studioso della canzone italiana e racconta la sua città con descrizioni poetiche o direttamente con i testi della canzone. “ In una città claustofobica come Genova, tutto quello che non entra, soprattutto se all’aperto e di grande superficie, viene espulso e gettato a forza fuori dalle mura, finchè non cade e si adagia, di sbieco o a rovescio, lungo le valli o i fianchi dei monti.” In una soffitta di Boccadasse, piccolo borgo costruito attorno ai pochi metri di spiaggia che la costa alta regala, visse negli anni Sessanta Gino Paoli con la moglie Anna, ed il loro appartamento divenne luogo di incontro per amici, gatti e artisti, “tutti indistintamente affamati”.... In giro per la Capitale della Cultura 2004 si scopre come “per certi aspetti assomigli al Portogallo, ad un magazzino mediterraneo e gli scaffali carichi di merci e polvere invitino ad entrare in un gioco tortuosodi impressioni e di invenzioni della mente....”Così Genova negli anni “ha cambiato pelle, mentre i suoi figli dovettero andare a Milano per trovare la Ricordi e il successo. Una “Genova per noi” che per il piemontese Paolo Conte “ è forse un po’ selvatica” mentre il veneto Massimo Bubola, collaboratore di De Andrè, racconta in “Camicie rosse” la spedizione dei Mille da Quarto. Le canzoni diventano dunque l’espressione migliore di questa città, più vicina alla Grecia e al Marocco che alla Lombardia, più legata ai porti della Sicilia e della Spagna che alle montagne del Piemonte. Un libro attuale, ma anche malinconico che affonda le radici nel passato, guardando al futuro. Un testo gradevole, scorrevole da regalare e regalarsi per scoprire qualcosa che ancora non si conosce su una città vicino a noi che, a poche ore di treno, ci può offrire molti percorsi culturali per tutti i gusti: dall’Acquario, alle sue piazze, i caruggi, le creuze ed i locali che si lasciano scoprire poco a poco. Qualora il volume non fosse disponibile nella vostra libreria preferita, potete rivolgervi a Editrice Zona www.editricezona.it tel 0575-411049 / 3387676020 L’ETERNA PRESENZA – UMBRIA, TERRA DI ENERGIE E DI SOTTILI ARMONIE - Due raccolte di poesie di Giovanni TAVCAR I libri che proponiamo questa settimana ai nostri lettori sono due raccolte di poesie di Giovanni Tavcar, poeta trilingue (italiano, sloveno, tedesco) di Trieste, amante delle ricerche letterarie che l’hanno portato a scrivere numerosi saggi su musicisti, biografie, racconti e critiche di carattere musicale, nonché riflessioni e meditazioni su temi religiosi. Si tratta di “ L’eterna presenza – poesia dell’anima” (pagg. 70 Euro 10,00) delle Edizioni Simple che, come definisce l’autore stesso, “…più che poesia,/ vuole essere opera/ di fede:/ fede che/ in quanto grazia/ e speranza,/ è nello stesso tempo/ anche poesia;/ poesia dell’anima,/ poesia dell’Assoluto.” Si tratta infatti di una sessantina di riflessioni mistiche su chi siamo, dove andiamo, qual è il compito assegnato ad ognuno di noi da Chi è artefice di tutto. Liriche brevi ma intense e profondamente impregnate di fede e speranza, scritte in versi liberi e quindi di facile comprensione nella dialettica e nella metrica, da essere adatte a meditazioni profonde. Il secondo volume dal titolo “Umbria, terra di energie e di sottili armonie” (pagg.61 Euro 7,00) della Casa Editrice Montedit Collana “I gigli” può essere considerata una guida a questa meravigliosa regione, in quanto vi troviamo una trentina di liriche che abbracciano luoghi e personaggi di questa terra, con relativi riferimenti storici e letterari, a scapito della forma che appare più prosaica e meno poetica. L’autore sembra svolgere su ogni località o personaggio (San Francesco, Santa Chiara, Santa Rita e San Benedetto da Norcia in particolare) un’accurata ricerca storica, rielaborata in versi che appaiono discorsivi in un colloquio con il lettore. Scorriamo quindi dalle Fonti del Clitunno, dove Caligola veniva ad interrogare gli oracoli, alle cascate delle Marmore, dai Santi Francesco e Chiara “nella cui amicizia si sono riunite due dimensioni:quella contemplativa e quella attiva.” al Lago Trasimeno, Città di Castello, Assisi, Spoleto ed altri degli innumerevoli scorci di questa terra che riesce/ miracolosamente ancora,/ a donarci la dolcezza estrema del vivere,/ alternando il delicato profumo del sacro/all’aspro piacere del gusto profano.” Entrambi i volumi possono essere richiesti sui rispettivi siti www.stampalibri.it e www.montedit.it. PACIFICO TOPA IL TEMPO poesia di Silvia SPALLONE questa rivista, numero 27, pag. 15 Una composizione quanto mai simboleggiante quella che Silvia Spallone ha dedicato al tempo, personalizzandolo ossia immaginando che assomigli ad una persona umana. Ogni tanto mi fermo e tu mai! / di mattina per tirare su le tende / della nebbia che ingrigisce il panorama / offerto dal balcone affacciato / sopra un lembo di fiume. È il movimento tipico di chi al mattino si alza dal letto e, per prima cosa, va a vedere com’è il tempo. Un’occasione per consentire al sole che nasce di penetrare con uno spiraglio di luce. A questo punto l’autrice rivolge al tempo un rimprovero: Ingrato sei che corri sempre / più veloce / non interessa a nessuno / dove vai e da dove vieni. Infatti spesso il tempo passa nella non curanza generale, quasi nessuno cerca di sapere da dove provenga e dove vada questo movimento d’aria. Approfondendo questi pensieri verrebbe istintivo domandarsi tante cose riguardo il tempo. Ma corri in giro per il mondo / sei sempre uguale / per tutti noi del globo terrestre. Silvia Spallone ha ben descritto l’animo di tutti noi che temiamo colui che mai si ferma... il tempo! - 51 - I l S alotto degli A utori PROFONDO AZZURRO poesia di Guido BAVA questa rivista numero 27, pag. 15 Una descrizione panoramica che Guido Bava ci offre con la composizione titolata Profondo azzurro, scena che coinvolge un po’ tutto l’ambiente montano tipicamente alpestre. Profondo azzurro sui monti / carichi di bianca neve / e il sole che già indora / timido, le loro alte cime. Scorcio affascinante che si può godere stando in prossimità della catena della Alpi. Ad animare questo clima volo di corvi neri e di colombi unici elementi che, solitamente, vivacizzano il silenzio che vi regna. L’essere umano è affascinato da questa scena e, del tutto solo, staziona ad ammirare il grande cielo con l’occhio vecchio e stanco Intuibile il fatto che chi scrive di questi luoghi, seppure anziano, rimane estasiato da tanta bellezza e dalla luminosità di questi luoghi incontaminati. Mentre l’essere umano osserva tutte queste cose, con la mente corre ai ricordi lontani della sua giovinezza e questi luoghi è collegata la reminiscenza di eventi vissuti in passato. Pensieri, lembi di ricordi / sfiorano la mente confusa. si ha la sensazione che questi ricordi vengano evocati anche in suggerimento dell’ambientazione. Contemporaneamente il sole che lentamente scende / ad illuminare la mia valle / e a togliere quel freddo / che anch’io sento tra le spalle. Composizione che caratterizza per alcune osservazioni pertinenti alla azzurrità delle montagne. LAURA VOLPICELLI UNA FRAGILE ESISTENZA - Alessia BRUSCHi De Rocco Edizioni Roma - Euro 8,00 Una mattina come tante trasforma rovinosamente l’esistenza di una madre alla quale viene rapita la figlioletta. È una drammatica storia che Alessia Bruschi, con questa sua opera prima, presenta al panorama editoriale in un romanzo di affascinante lettura dal tono confidenziale. Il lettore viene accompagnato, da dialoghi semplici e diretti, alla scoperta dei numerosi equivoci che avvolgono la vita del Commissario Fabri. Quasi come se seguisse il copione di una sceneggiatura cinematografica, la Bruschi incuriosisce e snocciola nello stesso tempo, con il proprio stile fresco e veloce, i misteri che avvolgono la vicenda. I personaggi sono ben descritti, con grande ricchezza di particolari che consentono di immaginare le fattezze dei protagonisti. Le ambientazioni, talvolta sfarzose e lussureggianti, alleggeriscono la trama, dando respiro al pathos che la storia in sé evoca. Nelle pagine conclusive, l’amara constatazione che costruisce il titolo dell’opera, ovvero siamo nient’altro che una fragile esistenza, con riferimento all’ineluttabilità del destino di ognuno di noi. Duecento pagine di sottile tensione e grande impatto emotivo nei confronti del tema trattato. TESTATE CHE COLLABORANO CON CARTA E PENNA E IL SALOTTO DEGLI AUTORI Per l’inserimento contattare la redazione - Si richiede e si offre la disponibilità all’inserimento di estratti dei bandi di concorso e/o iniziative culturali intraprese Testata Indirizzo Responsabile Dibattito Democratico Piazza San Francesco, 60 - 51100 Pistoia Enzo Cabella Gli Artisti del giorno Via San Pietro, 8 - 12012 Boves (CN) Carlo Di Benedetto Il Convivio V. Pietramarina-Verzella 66 Enza Conti 95012 Castiglione di Sicilia Il Mulino letterario Hofstrasse,10 77787 Nordrach (Germania) Antonio Pesciaioli Le Nuvole Via Enea, 47 - 80124 Napoli Maria Pia De Martino Le Voci C.P. 124 - 80038 Pomigliano d’Arco (NA) Claudio Perillo Noialtri Via C. Colombo, 11/a – 98040 – Pellegrino (ME) Andrea Trimarchi Poeti nella Società Via Parrillo, 7 - 80146 Napoli Pasquale Francischetti Presenza Via Palma, 59 - 80040 Striano (NA) Luigi Pumbo LITERARY Casella postale, 750 – 35122 Padova Giampietro Tonon Silarus Via B. Buozzi, 47 - 84091 Battipaglia (SA) Pietro Rocco Verso il futuro Casella Postale 80 - 83100 Avellino Nunzio Menna - 52 - to a tr n e c in è io m re p l e d a m Il te agini, m m ’i d io p o sc o id le a c n u su mpo, te n u i d i n g so e i n o zi sa n se più o meno lontano, che si è amato. L’ Associazione Culturale Carta e Penna indice la seconda edizione del Concorso Internazionale Letterario PROFUMO D’ANTAN Il premio si articola in due sezioni: 1) NARRATIVA: un racconto, max. 5 cartelle. (Le cartelle s’intendono composte da 60 battute per 30 righe per un max. di 1800 battute). Quota di partecipazione 10 euro. 2) POESIA: un massimo di due poesie, composte da non più di 60 versi ciascuna, titolo compreso. Quota di partecipazione 10 euro. Gli scrittori di lingua straniera dovranno allegare la traduzione italiana del testo. Ogni autore dovrà inviare all’associazione CARTA E PENNA - Via Susa 37 - 10138 Torino - tre copie di ogni elaborato. Una copia deve contenere le complete generalità dell’autore, l’indicazione a quale sezione si intende partecipare ed essere firmata; -bollettino del versamento della quota da effettuare sul c.c. postale n. 43279447(IBAN: IT27 N076 0101 0000 0004 3279 447) intestato a Carta e Penna. La somma può essere allegata in contanti o con assegno non trasferibile intestato a Carta e Penna; - breve curriculum. Il termine per la presentazione degli elaborati è fissato per il 31 dicembre 2009 e farà fede il timbro postale. Gli autori conservano la piena proprietà delle opere e concedono all’Associazione Carta e Penna il diritto di pubblicarle senza richiedere alcun compenso. I premi dovranno essere ritirati dagli autori o da delegati, pena la decadenza della vincita stessa. La data di premiazione sarà tempestivamente comunicata ai vincitori ed a tutti i partecipanti. L’autore, partecipando al concorso, autorizza il trattamento dei propri dati personali in conformità alla legge sulla privacy vigente. PREMI: 1° premio: pubblicazione libro di 56 pagine, con omaggio di 100 copie, targa e diploma; 2° premio: associazione a Carta e Penna in qualità di socio benemerito, targa e diploma; 3° premio: associazione a Carta e Penna in qualità di socio autore, targa e diploma. Saranno assegnate anche cinque Menzioni d’onore e cinque Segnalazioni di merito. Poste Italiane. Spedizione in abbonamento postale - 70% aut. DRT/DCB/Torino - N. 3 - Anno 2009 - CARTA E PENNA, Via Susa 37 - 10138 TORINO ANNO VII – N.28 Autunno 2009 Poesia, narrativa, letteratura, cultura generale RIVISTA TRIMESTRALE