Poste Italiane. Spedizione in abbonamento postale - 70% aut. DRT/DCB/Torino - N. 3 - Anno 2009 - CARTA E PENNA, Via Susa 37 - 10138 TORINO
ANNO VII – N.28 Autunno 2009 Poesia, narrativa, letteratura, cultura generale RIVISTA TRIMESTRALE
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più o meno lontano,
che si è amato.
L’ Associazione Culturale Carta e
Penna indice la seconda edizione del
Concorso Internazionale Letterario
PROFUMO D’ANTAN
Il premio si articola in due sezioni:
1) NARRATIVA: un racconto, max. 5 cartelle.
(Le cartelle s’intendono composte da 60 battute per 30 righe per un max. di 1800 battute).
Quota di partecipazione 10 euro.
2) POESIA: un massimo di due poesie, composte da non più di 60 versi ciascuna, titolo
compreso. Quota di partecipazione 10 euro. Gli
scrittori di lingua straniera dovranno allegare la
traduzione italiana del testo. Ogni autore dovrà
inviare all’associazione CARTA E PENNA - Via
Susa 37 - 10138 Torino - tre copie di ogni elaborato. Una copia deve contenere le complete
generalità dell’autore, l’indicazione a quale sezione si intende partecipare ed essere firmata;
-bollettino del versamento della quota da effettuare sul c.c. postale n. 43279447(IBAN: IT27
N076 0101 0000 0004 3279 447) intestato a
Carta e Penna. La somma può essere allegata in
contanti o con assegno non trasferibile intestato a Carta e Penna; - breve curriculum.
Il termine per la presentazione degli elaborati
è fissato per il 31 dicembre 2009 e farà fede
il timbro postale.
Gli autori conservano la piena proprietà delle
opere e concedono all’Associazione Carta e
Penna il diritto di pubblicarle senza richiedere
alcun compenso.
I premi dovranno essere ritirati dagli autori o da
delegati, pena la decadenza della vincita stessa.
La data di premiazione sarà tempestivamente
comunicata ai vincitori ed a tutti i partecipanti.
L’autore, partecipando al concorso, autorizza il
trattamento dei propri dati personali in conformità alla legge sulla privacy vigente.
PREMI: 1° premio: pubblicazione libro di 56 pagine, con omaggio di 100 copie, targa e diploma;
2° premio: associazione a Carta e Penna in
qualità di socio benemerito, targa e diploma;
3° premio: associazione a Carta e Penna in
qualità di socio autore, targa e diploma. Saranno
assegnate anche cinque Menzioni d’onore e cinque Segnalazioni di merito.
Autunno 2009
DIRETTORE RESPONSABILE:
Donatella Garitta
[email protected]
Stampato in proprio
Siti Internet:
www.ilsalottodegliautori.it - www.cartaepenna.it
E-mail: [email protected]
[email protected]
IL SALOTTO DEGLI AUTORI
ANNO VII - N. 28 - Autunno 2009
Editore: Carta e Penna - Via Susa, 37
10138 TORINO
Tel.: 011.434.68.13 - Cell.: 339.25.43.034
E-mail: [email protected]
Registrato presso il Tribunale di Torino
al n. 5714 dell’11 luglio 2003
I testi pubblicati sono di proprietà degli autori che si assumono la responsabilità del contenuto degli scritti
stessi. L’editore non può essere ritenuto responsabile di eventuali plagi o irregolarità di utilizzo di testi coperti
dal diritto d’autore commessi dagli autori. La collaborazione è libera e gratuita.
I dati personali sono trattati con estrema riservatezza e nel rispetto della normativa vigente.
Per qualsiasi informazione e/o rettifica dei dati personali o per richiederne la cancellazione è sufficiente una
comunicazione al Direttore del giornale, responsabile del trattamento dei dati, da inviarsi presso la sede della
testata stessa: Via Susa, 37 - 10138 Torino.
Sommario
Raccontami una storia... d’amore - Rubrica a cura di Gennaro Battiloro ........................................................ 10
Il quattrocento e l’umanesimo - Prima parte - di Carlo Alberto Calcagno ....................................................... 11
Dal sogno di Icaro alla cittadinanza nei cieli - Saggio sul libro di Rino Piotto ................................................... 13
L’amicizia di Silvio Pellico con la poetessa fiorentina Nina Olivetti di Cristina Contilli .................................... 15
Storia del Teatro di Maria Francesca Cherubini ............................................................................................... 16
La tratta degli schiavi in Francia, tra ‘700 ed ‘800 di Cristina Contilli .............................................................. 19
Natura antidepressiva di Rosanna Murzi .......................................................................................................... 20
Perché scrivo, per chi scrivo di Gianfranco GREMO ...................................................................................... 21
Corro, ma non afferro: il tempo non esiste di Federica Simone ........................................................................ 23
L’albero: il nostro respiro di Giovanni REVERSO ............................................................................................ 24
Intervista a Monica Fiorentino ........................................................................................................................ 25
Una lettera Desiderata di Gaetano Pizzuto ....................................................................................................... 27
M. Lorena Balistreri, la realtà nell’illusione di Francesca Luzzio ..................................................................... 27
La morte in alcuni autori della eltteratura moderna e contemporanea di Bruna Tamburrini .............................29
L’anorezzia di Annalisa Palumbo ...................................................................................................................... 31
Leopardi riconciliato con Cristo in punto di morte di Nicola Ruggiero .............................................................. 33
Perché si festeggia San Giovanni Battista col fuoco? di Guido BAVA ............................................................. 34
Proprietà di piante aromatiche ed erbe medicinali di Giuseppe Dell’Anna ....................................................... 38
Narrativa ........................................................................................................................................................... 40
Scrittori per modo di dire di Giovanna Valentini ................................................................................................ 46
Recensioni ......................................................................................................................................................... 47
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I l S alotto degli A utori
La vetrina dei libri pubblicati dagli autori
di Carta e Penna
Tutti i libri pubblicati da Carta e Penna sono presentati sia al sito www.cartaepenna.it sia in queste pagine - I
lettori interessati all’acquisto dei testi possono contattare la segreteria che provvederà a far recapitare il libro
direttamente dall’autore - Per ulteriori informazioni sia per la stampa, sia per l’acquisto dei libri contattare la
segreteria dell’associazione allo 011.434.68.13 oppure al cellulare n. 339.25.43.034 o inviare un e-mail a
[email protected] - Nelle pagine centrali di questa rivista sono riportate le modalità associative e di
pubblicazione dei libri TARSU E TIA: DALLA TASSA SULLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI
SOLIDI URBANI ALLA TARIFFA DI IGIENE AMBIENTALE
di Claudio BENTIVEGNA e Antonio CANTALUPO
ISBN: 978-88-96274-12-5 Prezzo: 22,00 euro
Quest’opera, rivolta agli operatori del settore tributario, agli studenti in materie
giuridiche ed economiche e a quanti intendano comunque avvicinarsi a tale materia, si pone l’obiettivo di analizzare il delicato passaggio dalla “tassa sullo
smaltimento dei rifiuti solidi urbani” (TARSU) alla nuova “Tariffa di Igiene Ambientale” (TIA). Il nostro lavoro, dopo una breve introduzione in tema di “federalismo
fiscale”, sarà quello di analizzare la struttura di entrambi i tributi, iniziando da un
esauriente excursus di tutte le più significative disposizioni legislative in materia e
soffermandoci altresì sull’oggetto di entrambi i tributi, ossia “i rifiuti”. Abbiamo
inserito, inoltre, un capitolo tutto dedicato alla politica europea in materia.
RICORDI IN ORDINE SPARSO di Sabrina BORDONE
ISBN: 978-88-96274-04-0 - 8,00 euro
l’autrice si è classificata al primo posto nella Sezione Narrativa col racconto Lunedì di Pasqua, al Premio di Poesia e Narrativa del Comune di San Gillio (To).
Successivamente ha “rimesso in gioco” il proprio racconto partecipando al Concorso degli Assi - edizione 2006 - indetto dall’Associazione Culturale Carta e Penna,
riservato a opere che avessero già vinto concorsi letterari.
La giuria le ha assegnato il primo posto e questo libro è il premio che l’associazione promotrice del concorso ha posto in palio, ritenendo in tal modo di sostenere la
diffusione della conoscenza delle opere degli autori.
CANTO ANDALUSO - Silloge poetica di Maricla DI DIO MORGANO
L’autrice vive e lavora in Sicilia.
Ha pubblicato:
Dalla parte del torto- edizioni Edicom e Novagrafic (seconda edizione);
Lena - edizioni La Ruffa;
La coda del diavolo- edizioni Ennepilibri;
Quando si parla d’amore - (Confidenze del cuore) edizioni Oscar Mondadori.
Partecipando al Concorso degli Assi - edizione 2008 - bandito dall’Ass. Culturale Carta e Penna, ha rimesso in gioco alcune sue poesie premiate a precedenti
concorsi; questo è il libro avuto quale premio per la classificazione al terzo posto.
-2-
Autunno 2009
REGALATI UNA FAVOLA di Walter Giuseppe MILONE
ISBN: 978-88-96274-10-1 - 7 euro
Walter Giuseppe Milone, nato il 21 Marzo 1950 a Druento, in una vecchia casa
sul Rio Fellone. Scrivo poesie da quarant’anni; la prima per sfuggire alla noia di una
lezione di matematica, le altre venute dopo, per liberare le mie emozioni. In questi
anni, con i miei scritti ho raccolto soddisfazioni che non avrei nemmeno lontanamente immaginato e per questo ringrazio gli organizzatori dei concorsi, le giurie che
mi hanno premiato, e il pubblico che mi ha seguito. Da parte mia ho cercato di
coniugare la poesia con altre forme di arte, e così sul palco accanto a me, sono
apparsi maschere, musici, ballerine. Insieme a loro, cui devo profonda gratitudine
per la generosa partecipazione, ho cercato di regalare un’emozione, di dare alla
gente in ascolto un attimo vero, fatto di sentimenti condivisi... Poeta è una parola
grossa; spero però di essere almeno un onesto trafficante di parole.
DIVERSAMENTE DONNA di Giovanna NIEDDU
ISBN:978-88-96274-11-8 - 10,00 euro
L’autrice è nata a Olbia, in Sardegna, nel 1956 e da anni vive a Ovaro, nell’Alto
Friuli. È laureata in materie letterarie con indirizzo storico-artistico, ambito in cui
ha al suo attivo numerose pubblicazioni, fra cui il volume “Architettura nel Comelico
e nella Valle di Sappada” (1995). Ha collaborato con alcune testate giornalistiche,
quotidiani e riviste pubblicando inoltre quattro guide turistiche.
Numerosi i riconoscimenti letterari anche nell’ambito della poesia, fra cui il primo premio conseguito al Concorso Letterario Internazionale Prader Willi, Torino
2006 con la silloge “Contatti”, per la sezione poesie a tema. La silloge premiata,
comprendente le liriche Contatto con la sindrome, Braccia d’amore, Anna bambina,
è pubblicata nel presente volume, arricchita di ulteriori brani.
... COME SINFONIA DI ARPA CELTICA di Andrea BERTI
Silloge poetica - Prezzo: 10 euro
L’autore, poeta e scrittore, è nato e opera a Firenze. Collabora con la rivista
“l’Attualità di Roma, inserito nella” Antologia Italiana” nel 2006 e in altre raccolte poetiche “ Poesie nel Cassetto” di Monterchi (Arezzo) “Aghi di Pino” Biblioteca del quartiere 4 di Firenze Collabora nel Periodico “La Finestra “di Jesi
(Ancona). Sempre presente in occasione di iniziative promosse dai vari Enti culturali, lo si incontra spesso in veste di autore e organizzatore di piacevoli serate
letterarie arricchite da musica e poesie in sedi storiche e di prestigio di Firenze
(Palagio di Parte Guelfa).
Si può contattare in rete all’e-mail: [email protected]
TRACCE DEL NOSTRO MONDO
di Matilde CISCOGNETTI - Prezzo: 15 euro
Raccolta di articoli e brevi saggi dove gli argomenti invitano ad una lineare osservazione del mondo e, avendo implicito il significato della comunicazione, rendono
il libro un lavoro di riflessione dell’uomo sull’io e sulla società che accompagna il
percorso della vita anche attraverso i suoi valori etici e culturali (inalienabili ma
talora drammaticamente violati) e lo smarrimento indotto da un quotidiano effimero, spesso teso alla ricerca di fini puramente estetici, o di puro edonismo.
Matilde Ciscognetti è anche autrice di libri di narrativa, poesia e testi teatrali.
Questa è la prima opera di saggistica-giornalismo dell’Autrice napoletana, a testimonianza della sua versatilità nella scrittura. Alcuni degli articoli qui contenuti,
sono stati recentemente premiati al “Premio Città di Bellizzi” edizione 2008, conferito dall’Assessorato alle Pari Opportunità, e al “Premio Città di Buccino”.
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I l S alotto degli A utori
AS-SHAH di Alessandro CUPPINI - Prezzo: 12 euro
Raccolta di racconti imperniati sul gioco degli scacchi.
Dal racconto NEW ORLEANS (A.D. 1847) “... Nel circolo scacchistico di New
Orleans solo due soci stavano giocando, seduti accanto alla finestra. Era una domenica mattina dell’estate 1847; gli altri appassionati se ne stavano qua e là, in veranda
o nel giardino, chiacchierando e ignorando del tutto la partita in corso.
New Orleans era in quegli anni la città più importante della Louisiana, un vasto
territorio che era stato venduto nel 1803 da Napoleone primo alla Confederazione
degli Stati Uniti d’America.
Quell’annessione non era avvenuta senza contrasti: i coloni di origine francese si
ostinavano a considerare gli yankees dei conquistatori rozzi e senza scrupoli....”
PENSIERI E SCINTILLE di Agata FERNANDEZ MOTZO
Raccolta di pensieri e poesie - Prezzo 6 euro
da: Conviene essere buoni : Spesso si sente dire: “Ad essere buoni non ci si
guadagna mai, le persone buone sono quelle che soffrono di più, contro le quali
sembra che si accanisca la sorte. Beati quelli che il paradiso ce l’hanno in terra,
tanto dopo non c’è più niente.” Non è cosi, assolutamente: questa vita è una valle di
lagrime per tutti, da quando gli esseri umani perdettero la felicità dell’Eden, che
coincideva con la vita nella beatitudine di Dio per la quale erano stati creati. L’infelicità della vita temporale è dovuta al peccato originale e non vi si sottrae nessuno.
C’è chi se la porta scritta in fronte, chi la nasconde nel profondo del cuore. Premesso
questo ci sono tuttavia alcuni invidiati per la loro vita “felice”. Ma almeno due
dolori, i più grandi per un essere umano, ai quali non si possono sottrarre, bisogna
ammettere che ci sono anche per loro e sono la propria morte e la perdita di una
persona cara...
Monica FIORENTINO
ECHI - Raccolta di poesie haiku / DUMA il delfino azurro / Il corvo Ottavio
Monica Fiorentino ha dato vita ad altre tre piccole, preziose perle: una raccolta di poesie haiku e due piccole storie.
Protagonista della prima storia è il delfino, simbolo dei mari, guida delle anime nell’oltretomba, è il salvatore dei
naufraghi. Antiche leggende narrano che i morti si ritrovino tutti insieme ai limiti del mondo, nelle isole dei Beati, e
che siano proprio i delfini a trasportarli sul dorso alla loro dimora nell’oltretomba.
Il secondo protagonista è il corvo, contro cui l’uomo usò, fin dai tempi antichi, l’arma perfida della diceria. “...E
riempiendone il creato, così da farlo odiare da tutti gli esseri viventi, senza che lui ne avesse colpa alcuna, incollando alle
sue piume l’acre odore della morte, lo additò come spettro delle tenebre e del male. E così fu.”
Tra i capelli
fili d’argento.
Trame del tempo
Autunno.
Si vestono di bronzo
le sue gonne
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Complice.
Sapore di vaniglia.
La tua bocca.
Autunno 2009
Silvio MINIERI
IL SOLE DELLA SERA - Racconti tradotti in russo da Olga BELOVA
Dal racconto Il fantasma della Giustiniana: “Uscendo da Roma, lungo la Cassia, in
direzione nord, subito dopo il raccordo anulare, s’incontra la Giustiniana, un quartiere tra il residenziale ed il rustico, dove l’espansione edilizia ha fatto sorgere tra il
verde molte palazzine, villini ed altre abitazioni.
Sembra che in antico, dato il carattere ameno dei luoghi, Giustiniano Imperatore
abbia scelto quel posto, per ritemprarsi in campagna dalla spossatezza della vita caotica della città: di qui il nome alla frazione, assurta oggi al rango di quartiere della
capitale. Queste notazioni urbane sono facilmente coglibili da qualsiasi non distratto
visitatore, ma l’osservazione può sfuggire al curioso che ivi si rechi per controllare la
voce da tempo ricorrente sulla chiacchierata apparizione notturna di una macchia bianca fuggente sulla consolare, nel tratto che dalla Giustiniana conduce alla Storta...”
(a fronte traduzione in russo)
TUTTO IN UN GIORNO di Aurelia SCIALPI - Prezzo: 6 euro
Prima classificata alla Seconda Edizione del Concorso Letterario Amatoriale “Scrivimi …” titolato alla memoria di Catello Mari, con l’Opera “Un giorno …” la scrittrice
materana Aurelia Scialpi, artista poliedrica, oltre che scrittrice anche pittrice, è col
suo modo originale e diretto di scrivere senza dubbio ‘Cantore della Vita’.
È’ riuscita col suo criterio di esprimersi semplice, puro, cristallino, nuovo, a tracciare con le sue metafore e il suo piglio romantico eppure scevro di ogni sentimentalismo
inutile e melenso di vedere le ‘cose della vita’, un’impronta sicuramente importante
fra le righe dello scrivere moderno. Un sistema di raccontare il suo, toccante, profondo, ricco del prezioso dono del ricordo, della modernità cruda, reale, vera, ma nonostante tutto ancora limpida sognatrice. Certamente una voce nuova per quello che si
spera sarà un futuro ricco oltre che di successi, di voglia di continuare ad incantare.
NEL GIARDINO DELL’INFANZIA di Monica TORDA - Silloge poetica Prezzo: 10 euro
Monica Torda è nata a Rieti, dove vive e lavora come supplente di Lingua e Civiltà
spagnola in un Istituto superiore.
In passato ha collaborato con “Il Giornale d’Italia” occupandosi di cronaca locale.
Solo di recente, casualmente ed in maniera del tutto inaspettata, si è avvicinata al
mondo della poesia, che le ha permesso di soddisfare il bisogno di un approccio più
immediato con la realtà e le persone.
Nel 2008 ha pubblicato con Carta e Penna Editore la prima raccolta poetica intitolata L’esperienza di un’anima vibrante.
Una sua poesia è stata inserita nell’antologia “Dedicato a... poesie per ricordare”
(Villanova Di Guidonia, Aletti Editore, 2007).
IL TEMPO VERRÀ di Pietro ULGIATI - Silloge poetica Prezzo: 10,00 euro
L’autore è nato a Sezze Romano ed è un appassionato di automobilismo; è stato
marinaio e le emozioni che il mare può dare sono difficili da descrivere ma la sensibilità di Pietro riesce a trasmettere, attraverso la sua poesia, la passione per le cose
della vita.
Ha pubblicato con Carta e Penna la silloge poetica Dettate dall’anima, classificandosi al primo posto ex aequo alla quinta edizione del Premio Nazionale di Poesia
Città di Civitavecchia.
La poesia di Pietro Ulgiati colpisce per l’asprezza e il realismo delle parole che, unite,
diventano versi incisivi, sinceri... indimenticabili.
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I l S alotto degli A utori
ALESSIO MANZO (poeta, grecista, latinista, filosofo, teologo, biblista)
ha pubblicato con Carta e Penna:
MOSÈ E MAOMETTO - 5 EURO
Dalla premessa: “Nel “libro della genesi del cielo e della terra “Mosé descrive
l’origine del mondo e dell’uomo (“In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra
era invisibile e non lavorata e tenebra sull’abisso, e lo spirito di Dio camminava
sull’acqua. E disse Dio, Sia la luce. E la luce fu. E Dio vide che la luce (era) bene. E
Dio divise nel mezzo la luce e la tenebra. E Dio chiamò la luce giorno e chiamò la
tenebra notte. E fu sera e fu mattina, primo giorno… E disse Dio, Facciamo l’uomo
a nostra immagine e somiglianza e comandi ai pesci del mare e agli uccelli del cielo
e alle bestie e a tutta la terra e a tutti gli animali che si muovono sulla terra. E Dio
fece l’uomo, a immagine di Dio lo fece, maschio e femmina li fece. E li benedisse
dicendo, Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra e dominatela…
MARCO AURELIO - A se stesso
Dalla premessa: L’imperatore filosofo pratica la meditazione e la carità: “Le proprietà dell’anima razionale: osserva se stessa, forma se stessa... medita e osserva
che nulla di nuovo scorgeranno quelli dopo di noi né di più videro quelli prima di
noi... (E’) proprio di un’anima razionale anche amare il prossimo”.
Ravvisa il senso della vita nel profondo legame di parentela tra uomini e dei: “gli
dei più nulla esigeranno da chi osserva questo... chi governa il mondo ti userà del
tutto bene e ti riceverà in qualche parte d’operatori sinergici ... Se dunque deliberarono su me e quanto deve succedermi gli dei, bene deliberarono: giacché un dio
abulico neppure (é) facile da pensarsi”.
Perviene all’accettazione della natura e del mondo: “m’é dato deliberare su me
stesso, e m’è (possibile) la ricerca dell’utile. È utile a ciascuno quanto (é) conforme
alla sua condizione e natura; e la mia natura (è) razionale e sociale...
IL VANGELO DI FILIPPO E GIUDA - 5 euro
Dalla prefazione: Il discusso “Vangelo di Giuda”, che s’inquadra nella Gnosi, è
condannato come eretico da Sant’Ireneo nell’opera “Contro le eresie”: “Altri invece
dicono Caino del regno superiore; e riconoscono loro congiunti Esaù e Core e i
Sodomiti e tutti i simili; e per questo osteggiati dal creatore, nessuno di loro trattato
male. Infatti Sapienza rapiva loro per se stessa quello che le era proprio. E dicono
che Giuda il traditore conobbe accuratamente ciò, e solo rispetto agli altri conoscendo la verità, compì il mistero del tradimento; per mezzo di lui dicono dissolte tutte le
cose terrene e celesti. E adducono invenzione siffatta, chiamandola Vangelo di Giuda”.
Esso propone un’inedita chiave di lettura dell’infame atto: il discepolo avrebbe
tradito il Maestro a sua richiesta per liberarne l’anima, sacrificando il corpo (“Veramente ti dico, Giuda, … tu supererai tutti loro. Perché sacrificherei l’uomo che Mi
riveste… E ricevette del denaro e Lo consegnò a loro”).
QUADERNO DI TRADUZIONI 6 di Alessio MANZO
- Due Tomi - 5 euro cad.
Nel Santo Corano e nella Sacra Bibbia Dio parla per bocca dei Profeti e degli
Apostoli.
La Patristica e la Scolastica trattano i temi dell’estasi, della creazione, del rapporto tra fede e ragione.
La Bibbia è tradotta dai Settanta, il Corano e Maimonide dalle versioni latine
rispettivamente di Ludovico Marracci e Johannes Buxtorf.
Cusano, Bruno e Campanella investigano le origini della sapienza.
Eginardo tratteggia la figura del fondatore del Sacro Romano Impero.
Giustiniano nel solco della tradizione cristiana pone i fondamenti della giurisprudenza.
Catullo invoca l’aiuto dei celesti.
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Autunno 2009
Quattro chiacchiere col Direttore
Carissima Donatella,
ebbene sì! La novità evidente della copertina della nostra rivista
mi è proprio piaciuta,
anche perché viene incontro ad un mio desiderio, che ti avevo anche
personalmente espresso,
di una copertina diversa
in cartoncino e a colori;
trovo che abbia un aspetto di bella presenza e quindi un
buon biglietto da visita per quanti desiderano conoscerne il contenuto, inoltre ritengo che si presti ad un più
facile archivio e ad una più agevole consultazione quando occorra.
Ritengo importante, per il senso di solidarietà, l’organizzazione di un concorso letterario a tema sul terremoto abruzzese, i cui proventi vengono direttamente inviati a “Specchio dei tempi” de La Stampa che organizza
la raccolta fondi e che si è dimostrata sempre seria riguardo la puntuale destinazione finale.
In merito ai testi, mi sembra evidente che articoli in
un massimo di due cartelle possano anche consentire uno
spazio di espressione ad autori più succinti.
Un buon rientro alfine, dai periodi di riposo, ad autori e lettori e buon inizio d’autunno.
Buon lavoro anche a te e collaboratori ed un arrivederci ai prossimi appuntamenti.
Giuseppe Dell’Anna (Torino)
Gentile Donatella Garitta,
ho aperto la busta di Carta e Penna ed è saltato fuori
un Salotto degli Autori con una brillante nuova copertina,
in sostanza con una nuova veste.
Si è detto, ed è vero, che sovente è la copertina di un
libro che ne decreta il successo (magari solo di vendite);
è risaputo anche che l’abito non fa il monaco. Ma è indiscusso che il presentare una rivista con una bella copertina, invoglia a sfogliarla, a leggerla e, nella lettura, apprezzarla. Così sarà per il Salotto degli Autori, già conosciuto, aumenterà i suoi lettori ed estimatori.
Congratulazioni, gentile direttrice.
Mi sembra che in questo caso si dica: «Semper ad
maiora.» Aspetto, come promette, le altre novità che saranno sicuramente piacevoli.
Chi crede in una cosa, finisce sempre per renderla migliore, a beneficio suo e di chi ne fruisce.
Sono contento e spero che con i miei scritti possa portare all’opera in divenire, un piccolo tassello.
Grazie per l’attenzione e cordiali saluti.
Giovanni Reverso (Torino)
Cari autori
e care autrici,
ho molto apprezzato i complimenti ricevuti per la nuova
veste grafica della copertina della rivista e ringrazio tutti
coloro che hanno scritto in merito, ai quali prometto quanto
prima anche un restyling della grafica delle pagine interne. Anno nuovo, rivista nuova!?! Sì, l’anno 2009 porta
con sé la promessa di una rivista differente, dove le pagine saranno espressione di un diverso impegno da parte
dei nostri autori ai quali sarà, però, dato maggior risalto
e una più specifica valorizzazione. Tuttavia, anzi motivo
in più, non ho cancellato l’invito periodico che rivolgo a
tutte le penne e matite attive, chiamandole a collaborare
a questo nuovo corso con articoli, recensioni e quanto
possa essere ritenuto utile allo scopo.
Come già annunciato sul precedente numero, si è avviata la raccolta dei testi narrativi da utilizzare nella prossima edizione della prima antologia di racconti la cui
uscita è programmata per novembre 2010.
Potrete partecipare con racconti a tema libero, composti da non più di cinque cartelle (9.000 battute complessive, spazi inclusi) da inviare alla redazione della rivista
entro luglio 2010. La data sembra distante, ma chi ha
intenzione di aderire non lasci trascorrere troppi giorni
perché, si sa, il tempo viene a mancare sempre alla scadenza!
Un’altra novità che troverete nelle prossime pagine è
rappresentata da un paio di personaggi – L’Occhialuta e
la Prof – che dispenseranno suggerimenti, avvertenze,
piccole news. Si è pensato di utilizzarli per fare articoli e
dare informazione in un modo più simpatico.
Avendo ricevuto molte richieste in merito e dopo qualche anno di pausa, la rivista ha deciso di riproporre la
possibilità di far stampare calendari personalizzati da
tavolo e da parete, contenenti poesie o brevissimi racconti, accompagnati da fotografie.
Nel volantino allegato e nel sito www.cartaepenna.it/
ant_cal.html, potrete leggere le modalità per l’adesione
all’iniziativa e compilare la scheda di partecipazione.
Mi auguro, in questo modo, di soddisfare quegli autori
e quelle autrici che desiderano, per le prossime festività
natalizie, fare un regalo personalizzato.
Per questioni organizzative, nel 2010 si concluderà il
progetto di adozione a distanza di Shukrani, il bimbo della Tanzania; ringrazio sentitamente gli autori che hanno
aderito all’iniziativa, promettendo che continueremo a sostenere la diffusione della conoscenza dell’organizzazione
Actionaid poiché l’esperienza è stata molto positiva.
Sono ripresi gli incontri del mercoledì e le presentazioni dell’ultimo venerdì del mese dalle 18,00 alle 20,00
presso il Circolo dei Lettori di Torino; molti autori sono
già in calendario e chi volesse aderire può telefonare o
inviare una e-mail per accordi.
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I l S alotto degli A utori
Tra le tante iniziative intraprese, annoveriamo l’adesione a OTTOBRE: piovono libri, manifestazione nazionale promossa dal MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI e da altre importanti Istituzioni; allo scopo CARTA E
PENNA ha organizzato un Bookcrossing in data 24 ottobre,
dalle ore 10 alle 17 presso i locali di Via Susa, 37.
Auspico che la suddetta iniziativa possa costituire un
momento di scambio culturale importante, da ripetere
anche in futuro.
Concludo questo editoriale spendendo qualche riflessione in merito alle immagini evocate dai componimenti
poetici. Durante le ferie mi ha telefonato l’autore VITO
GIUSEPPE MELE per segnalarmi che alcuni versi pubblicati
su Il Salotto degli Autori erano uguali a quelli di una sua
poesia, pubblicata nel 2005 nel libro Nenie antiche –
Ancient singsongs, Carello Editore e sulla rivista Osservatorio, n. 10 del 2003.
Tale poesia si intitola La mia casa in campagna e
colgo l’occasione per proporvela:
Ancora è là
la mia casa rustica
col pergolato,
cui attorcigliata
s’è l’edera, e la vite.
Dentro, il silenzio:
eco del mio passato…
Attorno, ancora
sbocciano gelsomini;
il giglio ed il geranio,
come allora.
sia pubblicata, appunto, sul passato numero di questa rivista, a pag. 22.
Mi scrive VITO GIUSEPPE MELE: «Se i miei versi che leggo
anche nella lirica della stessa, a questa fossero piaciuti fino
a sentirli nel cuore come propri, ciò vada a gloria della
Poesia. Tuttavia la cosa va sanata, anche se la poesia è un
bene comune; che però non ama essere oggetto di contesa.
Capisco che “Tutto succede ugualmente a tutti”, ma questo sacro detto non è una giustificazione.»
Penso di sanare la situazione, dedicando queste righe
sia a MELE sia all’autrice della poesia Sogno, che mi ha
assicurato di non aver mai letto il libro di VITO GIUSEPPE
MELE e che è rimasta ella stessa sbigottita da come i
ricordi della sua casa d’infanzia si sovrapponessero a
quelli di una persona sconosciuta e lontana.
Chiedo anche ai miei dodici lettori (meno della metà
del Manzoni, di sicuro!) cosa pensino di questa combinazione e se, forse, non vi siano delle immagini poetiche
ormai consolidate e ricorrenti.
Attendo, come sempre, le vostre lettere e vi saluto caramente.
Donatella Garitta
Cantano le cicale,
mie dolci Sirene,
nenie antiche.
I versi in corsivo sono quelli proposti anche nella poeL’associazione culturale Carta e Penna in collaborazione con Il Circolo dei Lettori presenta
CONVERSAZIONI ILLETTERATE
Letture personalizzate e tranci di torta
a cura di Albertina Zagami e Roberto Bruciapaglia
I pensieri nascono nell’anima e si proiettano come parole sulla carta
“Conversazioni Illetterate” è un laboratorio di lettura o meglio un incontro fra amici, in cui i partecipanti che
desiderano ascoltare o leggere anche propri scritti, riescono a scoprire nuovi orizzonti, trasportati da una poesia,
un racconto o una cronaca del tempo presente o passato. Le ali di carta, per quanto sottili, consentono di librarsi
nell’aria insieme ad altri individui con cui è facile dividere la meraviglia del pensiero trasformato in parole. Sono
attimi, anche se intensi e lontani dalle pressioni del quotidiano. Il tutto in uno spazio quasi da favola in un accogliente salotto di Palazzo Graneri della Roccia, splendida cornice per chi desidera rilassare la mente e l’anima, addolcendo inoltre il palato con uno sfizioso dolcetto e una tazza di the.
Tutti i mercoledì, ore 15,30 - 17,30 presso il Circolo dei Lettori di
Via Bogino 9 - Torino (Tel.: 011.432.68.27)
-8-
Autunno 2009
Quando inviate i testi (sia in formato cartaceo, sia in formato elettronico) ricordatevi sempre di scrivere, accanto
al titolo, nome e cognome.
Se spedite un libro ricordatevi di accompagnarlo sempre
con una lettera nella quale vi presentate e specificate il motivo dell’invio.
Jean
Congratulazioni a...
FABIO CLERICI: il suo libro di poesie "Dedicato
a te..." si è classificato al 4° posto del 3° concorso
Internazionale di Libri "Il Saggio" per opere edite,
organizzato dal Centro Culturale Studi Storici "Il
Saggio"di Eboli.
Inoltre si è classificato al 1° posto del 2° Premio Nazionale di Poesia e Letteratura "Filippo Raciti 2008"
organizzato dall'Associazione culturale "Le Mond
Club" di Padova, con la lirica DENTRO LA DIVISA
presente sul sito dell'autore. Fondamentale è ricordare il sacrificio dell'Ispettore Raciti, caduto in servizio
per servire lo Stato ed i cittadini. La poesia è pubblicata a pagina 28.
vere la vita; inoltre ha ricevuto il terzo premio per la
poesia in lingua italiana al VII concorso nazionale di
poesia e narrtiva Vittorio Alfieri.
FRANCESCO MARIA GROSSO: 10 posto ex
aequo al concorso L.I.DH. Italia (Ligue Interregionale
Des Droits de l’Homme) con la poesia Un angelo…
in volo…
GIOVANNI REVERSO: con la poesia A occhi
chiusi ha vinto il premio letterario internazionale
Omaggio a Edaterina Romanovna Daskova (poetessa russa 1758/1810); la lirica sarà anche tradotta in
russo e pubblicata in un’antologia che sarà presentata
GIOVANNI D’ANDREA: primo classificato alla IV a Mosca. Ricordiamo che alcune poesie del poeta e
edizione del Premio Magnolia indetto col patrocinio filosofo sono già state tradotte in francese, inglese,
del Comune di Roma, Municipio XIII, col brano Vi- tedesco e spagnolo.
I
CRITICI
LETTERARI
Gli associati a Carta e Penna hanno diritto annualmente ad una recensione gratuita di un libro edito che
sarà pubblicata sulla rivista e sul sito Internet nella pagina personale - Inviare i libri direttamente ai critici
letterari con lettera di accompagnamento contenente indirizzo, numero di telefono, breve curriculum e numero della tessera associativa a Carta e Penna. z Gli autori che non sono associati a Carta e Penna e
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NADIA SUSSETTO - Viale Cavalieri d’Italia 22 - 10064 Pinerolo (To)
PACIFICO TOPA - Via S. Paterniano, 10 - 62011 Cingoli (MC)
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e-mail: [email protected]
OPINIONISTA: GUIDO BAVA via Dante 9 13900 Biella [email protected]
-Inviare solo libri di poesia editi-9-
I l S alotto degli A utori
Raccontami una storia... d’amore
Rubrica a cura di Gennaro Battiloro
UN NONNO… UN NIPOTINO
HO AMATO IL... VENTO
di Gennaro BATTILORO
Quest’anno insegno in una terza classe e per conoscere
meglio l’interesse dei miei alunni, ogni settimana, dò
loro un compito libero.
Da circa un mese Emanuele scrive una lettera a suo
nonno che non può andare a trovare all’ospedale. Sono
lettere belle, semplici e commoventi.
Emanuele gli racconta ciò che fa, che pensa, e che desidera. La mamma ogni settimana, gliele porta perché,
dove è ricoverato, i bambini non possano entrare.
Questa settimana, appena sono arrivata in classe, ho
visto Emanuele che strappava alcuni fogli dal quaderno.
“Cosa fai?” gli ho chiesto.
Emanuele è diventato rosso, rosso, poi si è messo a
piangere. L’ho preso un po’ sulle ginocchia mentre i suoi
amici lo guardavano con occhi tristi.
Il bambino ha continuato a piangere e non ha parlato.
Gli ho asciugato gli occhietti e gli ho accarezzato una
guancia.
Dopo un po’ si è alzato, è andato a prendere i fogli e mi
ha detto:
«Sai che è morto mio nonno? La mia mamma non potrà
portargli la letterina, questa notte ho pensato una cosa e
te la voglio dire.»
«Dimmi caro, ti ascolto.»
Emanuele si è soffiato alcune volte il naso, si è asciugato
gli occhi e… mentre tutti aspettavamo che parlasse, nel
massimo silenzio, con una voce piagnucolosa ha detto:
«Ho pensato di mettere la letterina nelle mani di mio
nonno, così quando andrà in cielo, la leggerà ad alta
voce agli altri nonni e dirà: “Dovete essere felici, perché
sulla terra i nipotini amano ancora tanto, tanto, i nonni e
non li dimenticano... anche se muoiono.»
Sono vicino al binario
che tante volte mi ha visto felice …
Rimango per lungo tempo
con lo sguardo fisso davanti a me …
Come evocata dalla mia immaginazione
… io ti vedo …
mi sei così vicina
che posso quasi toccarti …
Ma non è che un sogno triste
che, simile ad una meteora, svanisce …
C’è un vento impetuoso
ed un cielo altrettanto tempestoso …
Davanti a me non c’è che il binario,
gli alberi denudati come la mia anima …
Se le raffiche del vento potessero strappare
dalla mia mente i pensieri, i ricordi,
l’immagine di chi ho tanto amata …
Il vento continua ad urlare,
insensibile, violento, rabbioso …
Il vento!...
non si sa da dove viene, né dove va,
ma è come un nemico invisibile e spietato
che tutto trascina con sé e distrugge …
Ed io chi altri ho amato
se non il vento?! …
Anonimo
LA LEGGENDA DELL’AMORE
C’era una volta l’Amore… L’Amore abitava in una casa
pavimentata di stelle e adornata di sole. Un giorno l’Amore pensò ad una casa più bella.
Che strana idea quella dell’Amore! E fece la terra, e
sula terra, ecco, fece la carne e nella carne ispirò la vita
e nella vita impresse l’immagine della sua somiglianza.
E chiamò. Uomo! E dentro l’uomo costruì la sua casa:
piccola, ma palpitante, inquieta, insoddisfatta come l’Amore.
E Amore andò ad abitare nel cuore dell’uomo e ci entrò tutto là dentro, perché il cuore dell’uomo è fatto d’infinito. Ma un giorno… l’uomo ebbe invidia dell’Amore,
voleva impossessarsi della casa dell’Amore, voleva solo
per se la felicità dell’Amore, come se l’Amore potesse
vivere da solo. E l’Amore fu scacciato dal cuore dell’uo-
mo. L’uomo allora cominciò a riempire il suo cuore, lo
riempì di tutte le ricchezze della terra, ma era ancora
vuoto. L’uomo, triste, si procurò il cibo col sudore della
sua fronte, ma era sempre affamato ma restava con il
cuore terribilmente vuoto. Un giorno, l’uomo… decise di
condividere il suo cuore con le creature della terra, l’Amore
venne a saperlo… si rivestì di carne e venne anche lui a
ricevere il cuore dell’uomo. Ma l’uomo riconobbe l’Amore
e lo inchiodò sulla Croce. E continuò a sudare per procurarsi il cibo. L’Amore allora ebbe un’idea: si travestì di
cibo, si travestì di pane e attese silenzioso. Quando l’uomo affamato lo mangiò, l’Amore ritornò nella sua casa,
nel cuore dell’uomo.
E il cuore dell’uomo fu riempito di vita, perché la vita è
AMORE.
- 10 -
Autunno 2009
IL QUATTROCENTO E L’UMANESIMO
- Prima parte di Carlo Alberto CALCAGNO (Arenzano - Ge)
Nella Firenze della metà del XV secolo l’Umanesimo
tende a diventare filosofico: il tema di fondo che affrontano gli umanisti è quello della dignità dell’uomo con il
suo destino di creatura privilegiata. La vera anima di
questo umanesimo è Marsilio Ficino (1433-1499) che
traduce per conto dei Medici tutta l’opera di Platone
in latino, oltre alle opere del filosofo greco Plotino e di
altri pensatori neoplatonici; si tratta di un sacerdote1
che studia il greco e incoraggiato da Cosimo de’ Medici, fonda l’Accademia Platonica. Con l’ausilio dei suoi
studi elabora una filosofia cristiana che passa attraverso la valorizzazione totale dell’uomo, creatura completa perché possiede natura divina, angelica e animale.
Ed in questo senso nella Theologia platonica de
immortalitate animorum2 Ficino tenta di raccordare
ragione e fede non attraverso un procedimento
aristotelico, bensì basandosi sulla circostanza che ogni
elemento dell’universo, l’uomo incluso, manifesta la
presenza di Dio3. L’arte e la poesia assumono per Ficino
una valore altissimo: sono capaci di elevare lo spirito
alla contemplazione di quel dono divino che è la bellezza.
Il suo commento del Simposio di Platone inaugurò la
nozione di amore platonico4, un particolare concetto di
amicizia basato sull’amore di Dio, che fu fecondo per
la letteratura del tardo Rinascimento. Anche Pico della Mirandola (1463-1494) pone l’uomo al centro della sua meditazione nell’Oratio de dignitate hominis. La
dignità dell’uomo predominante nell’universo, così
come esiste un amore universale che lega le creature
fra di loro e le creature a Dio. Amico del Ficino da cui
fu avviato al platonismo5, si aprì anche alle influenze
della sapienza araba ed ebraica, ritenendo integrabili
nel Cristianesimo alcuni elementi delle altre religioni
(Caldei, Egizi, Ebrei); anche in lui che fu condannato
dalla Chiesa per alcune tesi eretiche6, c’è l’esaltazione
della libertà e della vita contemplativa; negli ultimi anni
accentua la propensione mistica, influenzato dal
Savonarola. Nell’area milanese mercenario della letteratura fu Francesco Filelio (1398-1481) che studiò il
greco a Costantinopoli, lo insegnò a Firenze e poi divenne il letterato ufficiale di casa Sforza. Quella di vendersi
al migliore offerente e quindi di muoversi frequentemente
fu una caratteristica di molti umanisti: non è più il centro di cultura che reca lustro al letterato, ma è il letterato
che apporta lustro al centro di cultura.
Così Guarino Veronese (1374-1460) caratterizza la
corte estense di Ferrara, ma fu prima a Firenze e a
Venezia. Vittorino da Feltre (1373-1446) è l’animatore dell’Accademia dei Gonzaga a Mantova. Non lo ricordiamo per quello che ha scritto ma per ciò che ha
fatto; ha istituito una scuola (la “Gioiosa”) ove lo studio
dei classici latini e greci si inserisce in un generale
piano educativo che prevede l’educazione globale del
giovane, dall’esercizio fisico al comportamento, all’istruzione letteraria e scientifica, alla promozione morale e
spirituale, entro un quadro di cristianesimo armonizzato con le esigenze terrene. L’Accademia romana è
frutto dell’opera dei papi7 dopo il concilio di Costanza8, che fecero venire nella capitale i migliori umanisti:
Bracciolini, Valla, Aurispa e Leon Battista Alberti. Un
allievo del Valla, Pomponio Leto amava talmente il
mondo classico da immedesimarsi completamente in
un antico romano, tanto da essere accusato di tramare
contro la Curia e di voler restaurare la repubblica romana.
Pio II ovvero al secolo Enea Sivio Piccolomini
(Corsignano 1405- Ancona 1464) è uno storico senese
allievo del Filelfo a Firenze e segretario di cardinali e
papi9; in gioventù fu poeta e romanziere licenzioso e
mantenne un atteggiamento libertino fino alla conversione avvenuta nel 1444, in seguito alla quale cambiò
il tenore dei suoi scritti e si fece sacerdote, ottenendo il
vescovado di Trieste e poi quello di Siena. Nei
commentari giovanili aveva sostenuto il primato del
Concilio sul Papa, ma poi fece cambiò idea riconoscendo con sincerità il suo errore, così come, con franchezza, descriverà, una volta salito al soglio pontificio, i suoi
trascorsi libertini e i compromessi del conclave che lo
ha eletto al pontificato. La sua sincerità è dovuta al disincanto per la vita umana, fascinosa e votata al decadimento (si sente l’influsso del Bracciolini), minacciata
in quel periodo anche dai mussulmani, pronti ad invadere le terre cristiane. Di Pio II si ricorda soprattutto
Commentarii rerum memorabilium quae temporibus suis
contigerunt, ritratto splendido e amaro della sua vita e
dei suoi tempi.
Il maggior pensatore dell’Umanesimo fu però Lorenzo Valla (Roma 1407-1457), grande spirito critico
e polemista, cerca di smascherare, attraverso la indagine filologica10, le falsificazioni storiche e ideologiche
a cui è andato incontro il Cristianesimo nella sua storia: di qui la costante polemica antimonastica, il rifiuto
- 11 -
I l S alotto degli A utori
della scolastica che cerca di racchiudere Dio nella ragione11, la diffidenza per tutto ciò che suona disprezzo per
l’uomo12 e per il mondo. Per il Valla la filologia significa confutazione del pensiero astratto e adozione del
metodo critico, con l’analisi puntuale delle prove e dei
documenti, come emerge nel De falso credita et ementita
Costantini donatione, in cui si dimostra la falsità del
documento su cui la Chiesa basava la legittimità del
potere temporale13. Vivissimo nel Valla fu anche il problema linguistico: nell’Elegantiarum linguae latinae libri sex (1444), polemizza col latino usato come lingua
viva, in quanto le parole sono sostitutive della realtà e
quindi devono essere inserite nel contesto storico.
Pubblicata per la prima volta nel 1471, l’opera ebbe
una notevole influenza sugli umanisti a venire, come lo
stesso Erasmo da Rotterdam.
A Napoli gli umanisti trovano una ricchissima biblioteca ma anche un potere (gli Aragonesi) che esige
la più servile cortigianeria; gli ospiti furono tutti dell’Italia superiore (Valla, Bracciolini, Bruni, Filelfo). Il
più autorevole è comunque Giovanni Pontano (14261503), umbro d’origine ma napoletano di adozione.
Si tratta di un buon poeta latino (si distingue soprattutto
nella poesia elegiaca ed epigrammatica), che esprime
l’intimità dei sentimenti e le piccole cose realistiche
del paesaggio e della domesticità. I toni tendono a farsi
elegiaci, più sobri e sconsolati nella poesia più tarda,
dopo la perdita del figlio e della moglie. In Forlì è ancora da ricordare Flavio Biondo, il maggiore storico
dell’umanesimo, che ricostruisce tutta la storia medioevale dalla caduta dell’Impero romano ai tempi presenti e fonda il concetto di Medioevo come “età di mezzo”. In altre parole sembra che il termine Medioevo
sia stato usato la prima volta dall’umanista Flavio Biondo, nelle Historiarum ab inclinatione romanorum imperii
decades, scritta verso il 1450 e pubblicata nel 1483.
Secondo l’autore, il termine indica una parentesi tra
due epoche, nella quale è avvenuta una sospensione
del progresso, una stasi culturale che si colloca tra la
grandezza dell’età classica e la rinascita della civiltà
all’inizio di una nuova era.
NOTE
Canonico della cattedrale di Firenze.
L’opera Teologia Platonica (1482) è uno studio sull’immortalità dell’anima umana in cui il Ficino manifesta
la conoscenza di san Tommaso d’Aquino; l’opera esamina anche la cosmologia trascendente di Plotino e l’influsso delle stelle sulla vita umana.
3
La meditazione religiosa si incentra invece su Cristo,
1
2
in cui natura umana e divina si congiungono nella verità
che si fa creatura incarnata.
4
Quello che non conosce o rifiuta l’appagamento dei
sensi, con riferimento alla dottrina platonica del divino
Eros che sospinge l’uomo dal desiderio della bellezza
corporea alla contemplazione della bellezza ideale. Platone narra di un colloquio avvenuto tra Socrate e Diotima
di Mantinea, una sacerdotessa esperta dei misteri d’amore. Gli insegnamenti di Diotima individuano un percorso
che conduce l’individuo dall’attrazione carnale per la
bellezza di un singolo corpo, alla fruizione del bello ideale, colto nella purezza della sua essenza. Eros,
personificazione dell’aspirazione all’immortalità che pervade in varia misura l’intero cosmo, si pone in questo
senso come mediatore per raggiungere verità eterne.
5
Da una matrice aristotelica.
6
All’età di ventitré anni Pico della Mirandola si stabilì
a Roma, dove espose apertamente una lista di novecento
tesi (Conclusiones philosophicae, cabalisticae et
theologicae) riguardanti ogni sorta di argomento, offrendosi di difenderle in pubblico, cosa che non avvenne visto che Pico subì invece un processo e il papa Innocenzo
VIII giudicò eretiche e condannò tredici di queste tesi
connesse con la magia e la cabalistica.
7
Eugenio IV divenuto papa nel 1431 e Niccolò V, pontefice dal 1447 e fondatore della Biblioteca Vaticana.
8
Concilio della Chiesa cattolica riunitosi nella città imperiale di Costanza dal 1414 al 1418, convocato
dall’antipapa Giovanni XXIII su richiesta di Sigismondo,
sacro romano imperatore.
9
Dapprima a seguito dell’antipapa Felice V e poi sia
segretario di Eugenio IV che di Niccolò V diviene Papa
nel 1458.
10
Filologia (Dal greco philología, “amore per il discorso”), disciplina che studia i testi scritti analizzandone le
caratteristiche stilistico-formali e i contenuti per determinarne l’autenticità o la correttezza, spesso compromesse
da alterazioni materiali o errori di interpretazione concettuale.
11
Mentre questa vale per il V. solo nel campo sperimentale.
12
Nel dialogo De voluptate dimostra ad esempio che
l’istintiva inclinazione dell’uomo al piacere non è in contrasto con la morale cristiana.
13
Quest’opera metteva in discussione l’ingerenza della Chiesa cattolica nelle vicende politiche e nei rapporti
di potere fra le nazioni. L’ardire di Valla provocò aspre
controversie che culminarono nell’intervento dell’Inquisizione nel 1440; l’umanista fu rilasciato solo grazie all’intercessione del re.
- 12 -
Autunno 2009
DAL SOGNO DI ICARO ALLA CITTADINANZA NEI CIELI
Saggio sul libro “Il Nulla e il Tutto” di Rino Piotto
Fin dall’antichità l’uomo aspira ad una dimensione diversa da quella in cui è relegato, grazie alla forza di gravità, sulla Terra.
Staccare i piedi dal suolo del nostro pianeta: volare. Ecco
il desiderio del bipede umano: librarsi nell’aria e muoversi
in ogni dimensione geometrica: avanti e indietro, a destra e
a sinistra, e soprattutto in alto ed in basso. Planare con ali di
fata, con la fantasia. Anzi no. Di più: determinare in proprio
lo spostamento pluridimensionale in condizioni reali.
Narra la leggenda antica che Icaro ce la mise tutta per
realizzare questo sogno. Volle imitare gli uccelli e si attrezzò con ali artificiali. Innervate con la cera. E spiccò il
volo. Ci riuscì. Ma fino ad un certo punto. Perché volando
verso il sole la cera si fece liquida e lo tradì. Le ali si
dissolsero e lui precipitò. Morì: quasi una punizione alla
sua presunzione di sfidare la sua condizione umana.
Ma è insito nell’uomo il desiderio di spaziare nei cieli.
E l’uomo ci riprovò nel corso dei secoli. Leonardo da Vinci
ideò (disegnò) il primo apparecchio per volare. Altri studiarono e realizzarono forme diverse per muoversi nell’aria. Deltaplani. Dirigibili ad elio. Fino all’era moderna
con gli aereoplani e le navicelle spaziali. Nel 1969 l’uomo
mise finalmente il piede sulla Luna. Ed ha in programma
di esplorare anche altri pianeti. E l’intero Universo che già
(in parte) conosce avvalendosi in particolare dei sempre
più moderni strumenti scientifici.
Materia ed energia
Se Icaro ha fallito perché voleva (o solamente poteva)
una forma di traslazione della materia (il suo corpo) verso
il cielo, nel corso dei secoli l’uomo con le sue conoscenze
è riuscito a scindere la materia ed estrapolare l’energia
che ne è strettamente connessa. Per la sua ricerca e l’approdo alla conoscenza l’uomo ha faticato molto scontrandosi anche con incomprensioni, scomuniche e riabilitazioni (Galileo Galilei) e sfiorando la pazzia.
Da “Il Nulla e il Tutto” a pag. 12 All’Ultimo Bivio: “dove
la ragione si scioglie in pazzia/ dove la materia diviene
energia”. L’uomo è “prigioniero del suo limite congenito”
perché la natura umana è limitata, imperfetta, e riesce a
conoscere solo una piccola parte della fenomenologia
cosmica. A pag. 53: “Per questo più conosci, più ti accorgi
che è sempre più grande ciò che ancora non conosci”. Illuminante è la copertina del libro con l’uomo che va verso la
luce (conoscenza), ma rimane avvolto in un buio (ignoranza) che è molto più grande.
A pag. 50: “Nell’Universo il vuoto non esiste perchè
l’Universo è un flusso di energia, perciò se manca la materia visibile c’è comunque un flusso di energia invisibile”.
A pag. 53: “Dove sembra esserci il vuoto c’è la materia
invisibile, e se non c’è materia c’è senz’altro energia. Energia e materia sono in continua simbiosi di trasformazione.
La loro precarietà e provvisorietà sono movimento, sono la
vita. Si tratta di una precarietà e di una provvisorietà dota-
te di sensibilità che geme nel dolore come di un parto”.
A causa del suo limite congenito, all’uomo è dato di
captare solo una parte di tutto ciò che esiste nell’universo.
Le sue conoscenze sono necessariamente limitate. A pag.
51: “L’Universo è una sinfonia armoniosa di comunicazioni fra corpi densi (stelle, pianeti) ed energie, o venti (solari, stellari, galattici) che trasmettono messaggi solo per noi
misteriosi. Si tratta di suoni che per noi sono ultrasuoni e
coincidono con il silenzio. Il respiro dell’Universo è vita di
una sovrumana armonia e perfezione fatta di una infinità
di imperfezioni in continua evoluzione”.
Cosa è mai questo figlio dell’uomo?
Come coniugare il desiderio dell’uomo di immergersi,
come Icaro, in questo Universo senza confini?
In “Il Nulla e il Tutto” la risposta trova le sue radici nel
libro dei libri, la Bibbia, con una rielaborazione personale
da parte dell’autore dei Salmi 8 e 19.
A pag. 49: “Quando il cielo contemplo e la luna/ e le
stelle che accendi nell’alto,/io mi chiedo davanti al creato:/ cosa è mai questo figlio dell’uomo?/. Tu l’hai posto
signore al creato,/ a lui tutte le cose affidasti:/le creature
dell’aria e dei mari/ e i viventi in tutto il creato/.
L’uomo non è destinato a governare soltanto sul pianeta
Terra, ma è “signore” di tutto il creato, anche se il suo
“limite congenito” non gli consente di conoscere e comprendere (in questa vita terrena) tutti i messaggi dell’intera creazione. “Non sono voci che l’orecchio ascolta:/ sono
armonie che riempion la terra,/ sonanti oltre ai confini del
mondo/ che di letizia inondano il creato/.
L’orecchio umano, quindi, non riuscirà ad ascoltare tutte
quelle armonie del Creatore, che risuonano anche oltre i
confini della Terra. Ma nel corso della storia della salvezza sarà rivelata all’uomo la “buona novella”, che di letizia
inonda il creato fin dall’inizio della Creazione.
Cittadino dei cieli
A pag. 54: “L’uomo è portatore di un desiderio più grande
di quanto lui stesso riesce a realizzare”. Il sogno di Icaro
trascende quindi il limite dell’esistenza terrena . Va oltre i
ristretti limiti imposti in questa vita dal tempo e dallo spazio. Perché l’uomo è “come la semente, come la speranza” pag. 53. Il seme esiste in un tempo “fermo ma non
inesistente” finchè inizia a germogliare originando la vita
(terrena). Ma esisteva anche prima della porta di ingresso
(nascita), ed esisterà anche dopo la porta di uscita (morte).
Si tratta di una vita che si trasforma. “È il Figlio che trasforma (fa nuove) tutte le cose” pag. 51. È la resurrezione.
A pag. 54: “Ciò che è già realizzato non è più speranza.
Ciò che non è ancora manifesto (ma già esistente) è speranza”. “Ogni essere umano “sta nel mondo senza essere
del mondo” (Gv 17, 11-16), cioè abita nella comunità degli
uomini, ma la sua vera cittadinanza sta nei cieli”.
- 13 -
I l S alotto degli A utori
GRANELLI DI VITA
di Annalisa PALUMBO (TO)
Attraverso piazze e strade
errando
per ore e ore.
Uno zaino di ricordi
sulle mie spalle.
Pesano i dolori cocenti
di un tempo mal speso.
Sguardi di pietra
mi trafiggono il cuore.
La gelida indifferenza brucia
negli animi sconosciuti.
Spenti sorrisi timidi
illuminano
per qualche istante
il mio volto deluso.
Incolmabile
il vuoto dell’anima si dimena
nel buio.
Geme il sogno
in un sussurro compiaciuto.
Castelli di serenità torreggiano
su morbide spiagge dorate.
Rapida
getto al vento
granelli di sottile speranza.
INCIVILTÀ
di Giovanni D’ANDREA
(Acqui Terme)
Se un uomo non è libero
di decidere per sé stesso
perché deve sottostare
alle volontà altrui…
Se un uomo prepotente
sottomette i suoi simili,
poi, per il suo egoismo
non ha alcun riguardo…
Se ogni uomo, sulla terra,
non ha un po’ di coscienza
che lo renda responsabile
di tutto ciò che lo circonda…
Se un uomo vive, solamente,
per il bene di sé stesso,
ignorando tutto il resto
senza un minimo di rispetto…
Fino a quando, su questa terra,
prevarranno queste situazioni,
si può dire, amaramente:
questa è vera inciviltà.
Per un errore tipografico sullo scorso numero è stato pubblicato un testo errato abbinato al nome di
Idilio Galeotti; scusandoci con l’autore ed i lettori pubblichiamo l’esatta recensione al libro.
INTRIGHI NELLA CAPITALE di GALEOTTI Idilio
ISBN: 978-88-6096-301-7 Pagine: 298 - Prezzo: € 15,00
È una storia mozzafiato nella quale il protagonista è un giornalista d’assalto, Xavier
Gentilini. Proveniente da un paesino delle colline Emiliano Romagnole, si trasferisce per esigenze lavorative, a Roma, dove gli viene affidato l’incarico di capo redattore per la cronaca di un importante giornale Nazionale. Nel lavoro la sua testardaggine ed il suo piglio investigativo, lo portano a dover affrontare situazioni complesse, nelle quali risulteranno coinvolte varie personalità illustri: personaggi dello spettacolo, dell’economia, della politica, della curia... Le indagini diventano complesse
in quanto avvengono strani omicidi per i quali la polizia non trova soluzioni e brancola nel buio. Ma lui non molla. La sua personalità ed il suo essere integerrimo nel
lavoro, lo inducono, con caparbietà, a cercare nuove prove che possano fare giustizia
per giungere ad una risoluzione del caso. Anche per questi motivi, il protagonista
incontrerà nel suo percorso, molti ostacoli e forti problematiche, ma la possibilità di
rinunciare alle indagini non è contemplata. Xavier è un personaggio che non rimane
indifferente alle tematiche legate l’erotismo ed al sesso, ragione per cui si ritrova
spesso coinvolto in situazioni dove questo aspetto, viene messo in risalto con la descrizione di scene sensuali
ed erotiche. È inoltre una persona per la quale le radici di provenienza hanno avuto un significato determinante nella costruzione della propria personalità. Infatti nel racconto ricorre spesso il suo attaccamento alla natura
ed ai luoghi dove è nato e cresciuto. Questa sensibilità lo induce ad elaborare ragionamenti filosofici sulle
vere esigenze e priorità della vita, aspetto che lo rende ulteriormente intrigante, in quanto lo porta in alcuni
casi, ad una sorta di sdoppiamento della personalità...
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Autunno 2009
L’AMICIZIA DI SILVIO PELLICO
CON LA POETESSA FIORENTINA NINA OLIVETTI
di Cristina CONTILLI (Macerata)
nobile ingegno e una viva brama di proseguire nel camNina Olivetti, amica di Quirina Mocenni Magiotti, una mino della gloria.[3]
delle amanti di Foscolo che Pellico aveva conosciuto
nel 1816 e con cui ha avuto un rapporto epistolare
durato trent’anni, fatto di lettere affettuose e di un rapNOTE
[1] «Ti ringrazio del libro che m’avverti avermi speporto al limite tra amicizia ed amore.
dito
dall’infelice Ebrea. Dico infelice per varie ragioni,
Inizialmente emarginata dalla vita mondana per le
sua origine ebraica[1] la Olivetti diviene in seguito amica e fra altre perché qui ogni galantuomo riceverebbe un
sia della famiglia D’Azeglio sia della marchesa Giulia Turco, un Indiano, senza gran ribrezzo, ma la società
non fa grazia agli Ebrei; e se quella giovane è ben eduFalletti di Barolo.
Silvio Pellico apprezza i versi della Olivetti, ma sa cata, soffrirà dello stato di vilipendio in cui rimane il
anche essere franco nel criticare il componimento Addio ghetto. Quando avrò il libro, andrò a fare visita alla
ai piemontesi [2] che la poetessa scrive nel 1845 pri- portatrice. Tu mi dici: Se non vuoi saperne di lei, ecc.
certo, non la frequenterò, ma non mancherò nemmema di lasciare Torino per trasferirsi in Francia.
In una lettera del 25 luglio 1845 il Pellico scrive, no al debito di civiltà, che è legge universale, a cui solo
m’avviene di mancare quando milita per me la buona
infatti, alla Olivetti:
Malgrado bei versi e belle terzine e poetici moti ed im- scusa del non potere. » (S. pellico, Lettere alla donna
magini, io esiterei a dare alle stampe questo componi- gentile, , pubblicate a cura di l. capineri-cipriani, Roma,
mento. V’è ingegno, ma non è tra le migliori produzioni Società editrice Dante Alighieri, 1901, p. 174).
2 L’autografo del componimento “Addio ai piemondell’autrice, e vedesi il lavoro precipitoso d’una mente
tesi” è conservato insieme alle lettere indirizzate dal
non tranquilla. Mi perdoni se la sincerità m’obbliga ad
Pellico alla Olivetti nel Fondo Carteggi Vari della Biesser severo.
blioteca Nazionale di Firenze.
Le critiche del Pellico riguardano sia le scelte lessicali
3 s. pellico, Epistolario, raccolto e pubblicato per
e metriche sia il contenuto del componimento:
cura di G. Stefani, Firenze, Le Monnier, 1856, p. III.
Uman non si dice al femminile V’è madre in fine di
verso alla precedente terzina, e v’è qui di nuovo madre
per rima, ché non si suol concedere. […] Il componimento finisce con quella grande immagine dell’Arcangiolo
Michele custode delle Alpi, ma ciò che l’autrice fa dire è
troppo, e non regge coi fatti né colla verisimiglianza. IdALBA
dio gl’impone di lanciar fulmini sopra gl’invasori, e come
di Fosca ANDRAGHETTI (Bo)
diamine l’Italia è stata invasa più volte? Forse ci vorrebAleggia l’alba in nuvole di garza
be maggiore svolgimento di pensieri e bisognerebbe dire
dilatate nel rossore a strati,
che se talvolta, per divine mire, i francesi invadono quesull’arenile d’inverno un secchiello
sta terra, i fulmini sono solamente sospesi, e non mancadimenticato di plastica gialla
no d’essere vibrati. In tutto ciò nondimeno v’è sforzo e
e un giovane uomo dalla pelle nera
non giustezza.
chiuso nella giacca di plastica nordica,
più in là il trillo d’un campanello
L’atteggiamento di apertura e di disponibilità di Sild’una bicicletta che scivola leggera
vio Pellico nei confronti dei giovani scrittori viene sotsopra un mare d’asfalto grigio
tolineato anche da Guglielmo Stefani, curatore della
nell’immobilità lunare d’abbandono
prima edizione dell’epistolario pellichiano. Scrive, indi risate dimenticate, colori persi.
fatti, Guglielmo Stefani nella sua introduzione:
Verrà il tempo governato da nebbia
Se gli si presentino componimenti per giudicarli, anlontano gli scogli incrostati di cozze
che allora che non meritino la piena sua approvazione,
e gusci vuoti e rifiuti portati a riva,
ne tempera con dolci maniere gli appunti; ma conoscenlì dimenticati tra dune di sabbia
do che la gioventù ha bisogno di stimolo abbonda in
fuse dal vento e acqua di sale.
eccitamenti ed in lodi quando gli si palesi un qualche
Nel 1837 si trasferisce a Torino la poetessa fiorentina
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I l S alotto degli A utori
STORIA DEL TEATRO
Pietro Metastasio
di Maria Francesca CHERUBINI (Perugia)
I Parte
Pietro Trapassi (1698-1782) detto Metastasio nacque a Roma. A dieci anni fu collocato dal padre in una
bottega d’orafo, ma egli preferiva il canto e
l’improvvisazione. Fu scoperto da Gian Vincenzo
Gravina che attratto dal suo ingegno lo volle con sé
adattandolo come figlio. Il Gravina lo educò alla lettura
dei classici e ne grecizzò il cognome sostituendo “Trapassi” in “Metastasio”, infatti “metìstemi” in geco equivale a “trapassare”. Pietro Metastasio, ragazzo dal carattere esuberante studiò i poeti greci e latini. A Roma
vestì l’abito talare e seguì studi giuridici. Morto il suo
protettore, il Gravina, seguì però studi a lui più
congeniali approdando e approfondendo la conoscenza di poeti quali: Ovidio, Tasso, Marini. Più tardi si
trasferì a Napoli per esercitare l’avvocatura. La città
partenopea era in quel periodo il centro più importante del Teatro musicale europeo. Le porte del gran mondo napoletano non tardarono ad aprirsi al giovane abate, autore di “azioni sceniche” che avevano riscosso
grande successo: “Orti Esperidi”, “Angelica”,
“Galatea”.
Tutto ciò lo portò ad abbandonare gli studi giuridici
per abbracciare la Poesia.
La celebre cantante Marianna Bulgarelli si era
invaghita di lui e quindi gli aprì le porte del suo famoso
salotto, luogo in cui Metastasio conobbe i più grandi
musicisti della Scuola Napoletana: il Porpora, i due
Scarlatti, il Pergolesi.
Per la Bulgarelli il Metastasio scrisse il suo primo
Melodramma, la “Didone abbandonata” che riportò
successi clamorosi a Napoli, a Roma e a Venezia. Egli
scrisse altri Melodrammi tra i quali il “Catone in Utica”,
la “Semiramide”, l’ “Artaserse”, tutti e tre inferiori alla
“Didone Abbandonata”, ma tali da consolidare al
Metastasio la fama di importante Poeta.
Tale fama gli procurò nel 1730 l’invito ufficiale, da
parte di Carlo VI, a recarsi in qualità di Poeta cesareo
alla Corte imperiale di Vienna. Carlo VI era buon intenditore di musica e di poesia e con tal gesto intendeva
colmare il vuoto lasciato in Vienna dalla partenza (per
l’Italia) del poeta Apostolo Zeno (1668-1750) il quale
era uno dei maggiori librettisti teatrali del tempo.
Nella capitale austriaca il Metastasio trascorse ben
52 anni della sua vita operosa fino al 1740, e di vita
serena e ordinata fino alla morte avvenuta nel 1782.
Assai fortunato fu il primo decennio del soggiorno
viennese. In tale periodo infatti il Metastasio compose
quasi tutti i suoi melodrammi più belli tra i quali l’
“Olimpiade”, il “Demofoonte”, la “Clemenza di Tito”,
il “Temistocle”, l’ “Attilio Regolo”. Era circondato dall’affetto di Marianna d’Altbran, vedova Pignatelli che
aveva sostituito nel suo cuore la Marianna Bulgarelli
morta nel 1734.
Fu colmato di onori e di doni dai suoi illustri protettori e
circondato dagli applausi di un pubblico che lo adorava.
A tutto ciò seguì uno stato di crisi, di decadenza,
immalinconita dalla nostalgia per la patria lontana, dalla
scomparsa della contessa d’Altbran, dal cambiamento
del vecchio stato di cose avvenuto dopo la morte di
Maria Teresa d’Austria, e dal graduale dissolversi delle sue forze spirituali.
L’ultimo periodo di vita di Metastasio fu consolato
dall’affetto filiale per la giovane Marianna Martinez figlia del padrone della casa in cui egli aveva abitato fin
dal suo arrivo a Vienna. Curò l’educazione di questa
giovane e le fece dare lezioni di musica e di canto da
un giovane maestro che in seguito doveva divenire famoso, era Haydn.
La morte del Metastasio fu pianta da tutti, quasi come
una “pubblica sventura” perché sembrava che con lui
scomparisse non un uomo, ma “un secolo”. Fu sepolto
nella chiesa viennese di San Michele, ove riposa tuttora. Per onorarne la memoria fu anche coniata una
medaglia ad attestare ulteriormente lo straordinario
favore di cui godette presso i contemporanei.1
Nessun musicista seppe essere così fedele interprete
della grazia del settecento, della misura e della naturalezza della scuola Arcadica, della aspirazione generale
ad astrarsi dalla realtà quotidiana e quindi rifugiarsi in
un mondo idilliaco.
Egli fu acclamato da popoli, re, accademie, fu lodato
e ammirato da Voltaire e da Rousseau in un periodo in
cui in tutta Europa la grande poesia taceva.
Metastasio ha il merito di aver ridato alla nostra letteratura prestigio e risonanza europei.
Il De Sanctis scrive che il Poeta del Melodramma di
quel periodo fu Pietro Metastasio (1698-1782) mentre Apostolo Zeno (1668-1750) ne fu l’architetto.
“Eccezionale fortuna conobbe la drammaturgia
metastasiana presso i contemporanei. Essa infatti risultava coerente alle esigenze di misura sentimentale
e di regolare architettura scenica tipiche dell’ideale
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Autunno 2009
arcadico-illuministico.
I bei gesti di Attilio Regolo o di Didone soddisfacevano l’amore per un eroismo di maniera, fastoso e ostentato, di un pubblico di corte.
A quei melodrammi non si chiedeva uno scavo profondo di passioni o un’emblematica esemplarità nei
ritratti dei personaggi; la sua diffusa mentalità
razionalistica voleva sentirsi come scaldata dall’eloquenza delle arie, dall’armoniosa malinconia dei soliloqui” 2
I personaggi dei suoi melodrammi sono esseri
idilliaci, soggetti al conflitto tra l’amore ed un altro sentimento: “amor di patria”, o “gratitudine”, o “amor di
gloria”: tutti sentimenti vincolati all’ubbidienza della
ragione.
Non vi è dunque nessuna tragica lotta dell’uomo contro la inflessibile volontà del Fato.
I conflitti interiori dei protagonisti, mai fortemente
disegnati, finiscono sempre per sfociare in lirismo,
anche quando tutto farebbe intravedere un loro innalzarsi a tragedia.
Fu gran merito del Metastasio l’aver saputo liberare
il Melodramma dalla tirannia della musica e dalla
macchinosità della scenografia secentesche, destinate
unicamente ad appagare l’occhio e l’orecchio.
Egli era impossibilitato a far sconfinare il Melodramma in grande Tragedia, sia dalla sua stessa natura mite
e semplice, sia dal gusto del periodo settecentesco che
aveva cara la poesia quale piacevole spettacolo.
Già all’inizio del secolo più di una artista si era impegnato a porre freno dalla prepotenza dei virtuosi del
canto e al cattivo gusto del pubblico: il più noto fra essi
fu Apostolo Zeno.
Zeno, fornito di una vasta erudizione e di grande senso
critico, coltivò l’ambizioso sogno di ridare al Melodramma la regolarità della Tragedia Classica, ma con nessuno dei suoi 66 melodrammi composti a Venezia e a
Vienna, seppe raggiungere l’armonioso connubio tra
poesia e musica così come era stato concepito, all’origine, dalla Camerata dei Bardi, anche detta Camerata
Fiorentina.
Non avendo alcuna dimestichezza con la musica la
sua riforma si limitò ad una riforma tecnica e di contenuti.
Il Metastasio fu invece l’unico a comprendere la necessità di un “compromesso” tra le esigenze dell’arte e
quelle dello spettacolo. Compromesso tra le aspirazioni dei letterati che tendevano ad un maggior stile poetico del Melodramma e le pretese coreografiche e musicali degli attori e del pubblico.
Non tralasciò però le innovazioni tecniche dello Zeno,
anzi le ampliò, sostituendo 3 Atti ai 5 Atti tradizionali e
immettendo una più elastica osservanza delle 3 famose unità aristoteliche di tempo, di luogo e di azione.
“ Metastasio, portando innanzi la riforma di Apostolo
Zeno privilegiò sempre la parte specificatamente poetica del testo melodrammatico. Egli sembra precedere
la musica di cui il testo si rivestirà sciogliendo la parola
e il periodo poetico in un metro armonicamente
sospiroso, quasi già musicato e calibrato su una misura tanto infallibile quanto incontrollabile”3
NOTE
1
Concari: “Il settecento” da “Storia Letteraria d
’Italia” Laterza Editore
2
“Enciclopedia della Letteratura “Garzanti Editore”
3
“Enciclopedia della Letteratura “Garzanti Editore”
IO UNA LACRIMA DI GIOIA - KIMERIK EDIZIONI
Giovanni Blandina, questo è il mio nome, e vivo con l’ossessione di migliorare
me stesso. Ogni giorno sempre più, ogni giorno alla ricerca del mio traguardo,
che, una volta avvicinatosi, pazzamente si trasforma in punto di partenza. Ho
scritto il mio primo libro un anno e mezzo fa, per fare un regalo, ma altrettanto
sicuramente per gioco. Non so il motivo per il quale, però, la cosa mi sia piaciuta
al punto da scrivere ancora, e il risultato è proprio questo libro che tieni tra le
mani. La voglia di raggiungere il successo c’entra poco, ma il desiderio che tu ti
ricordi per sempre di me forse è il motivo principale che mi ha spinto a continuare.
La gioia di una lunga attesa, l’ansia di scoprire chi veramente saremo nel nostro
futuro e quali traguardi potremo raggiungere. Vivere i nostri giorni dando il massimo per fare in modo che la nostra vita sia una gioia. Vivere il momento di scoprire che i nostri sforzi sono
serviti e ci disegnano, o fanno disegnare in altri, un bel sorriso. Lottare e non disperare. Osservare per non
sottovalutare. Non essere passivi ma essere protagonisti. Ecco, se tutto fosse facile come scriverlo saremmo
tutti a lodare noi stessi senza avere un ideale da raggiungere.
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I l S alotto degli A utori
NEL TEMPO FANCIULLO…
di Maria Francesca CHERUBINI
(Perugia)
Nel Tempo fanciullo correva la gioia
per piccole cose, dolcezze di vita.
Aperti i palmi il cielo a sfiorare
indice curvo a spiccare le stelle
tra grida infantili più volte incrociate.
E stelle terrestri rincorse nei prati
pulsanti lucciole spesso sfuggite:
correva la a gioia negli occhi e nel cuore.
Tra grida giulive si giocava “a campana”
o “battimuro” con biglie “a colori”.
Il giorno smagliante fasciava le braccia
buffata di vento i capelli arruffava,
le ore volavano tra risa e schiamazzi.
finché sorgeva la luna lucente
col magico volto laccato d’arancio
gli occhi di vetro bistrati e splendenti…
Da volta stellata Luna ridente
guardava giù coi diamanti degli occhi
tutt’avvolgendo in brillante chiarore.
Luce trasfusa, regale lucore
si riversava su giochi infantili
su tetti rossi, grondaie d’argento,
comignoli dai smaltati bagliori.
A sera poi si lasciava il cortile,
sudario ritorno verso le case
gridando forte “a presto, domani”.
Allora, il cuore credeva alla vita,
brillìo di pagliuzze in occhi dorati.
Ma ormai…
… le lucciole son sparite dai prati
rimasti vuoti di giochi bambini.
Sui fili d’erba solo buio è restato…
…. Gridi di gioia per sempre perduti…
Guarda i prati la Luna e non sorride…
IL DUBBIO DEL DOMANI
di Raffaella CARRISI MARTINI (Torino)
È inutile chiedere al tempo come sarà il domani;
Grazie allo spazio della notte,
ho meditato,
ho atteso,
ho deciso,
ho inciso nell’animo,
il poco tempo che mi resta.
chiudendo gli occhi, per sentire l’onda del mare,
vedere il pescatore che getta le reti, che affronta la tempesta:
e, col suo stesso corpo,
fonde l’aria intrisa di salsedine.
Stanotte, il cupo buio regna, in piazza vi sono
alberi e sembra manchi loro la linfa vitale.
L’antico campanile si erge verso il cielo,
sembra l’albero maestro d’una nave.
Destandosi al mattino ho paura di non trovarlo,
con nostalgia rivedo quello della Piazza di casa mia.
Ecco perché il dubbio del domani.
Quanti naufraghi vorrebbero salpare sulla nave per
raggiungere il “Porto dell’Amore”?
In ogni “Prima-Vera” attendo di raggiungere la riva,
godere del nuovo manto che la natura dona.
L’azzurro, le bianche vele, sembrano tante candeline
accese bianche.
Tutto è uno splendore maestatico – che regna in
quelle vie polverose.
il mio spazio è là, d’autunno, le foglioline secche
hanno uno suono melodioso, sembrano chiacchierare
tra di loro, come volessero dare l’allarme
per qualcosa di strano!
Riflesso di Prima-Vera, fa ch’io possa abbracciare
per una volta ancora quel manto verdeggiante.
ogni mattino, come rito sull’altare, rivedo nello
specchio un volto familiare, che talvolta pare vera realtà.
Il crudele pensiero, danza per la mente, eppure
altri hanno avuto il mio stesso destino: è forse
la legge della natura... è una comune odissea!
lasciare il mare, gli aranceti, è allora che iniziò
la tortuosa via, il peregrinare della vita.
Un sorriso ingentilito di speranza, risuona sempre
nella mente, nella morsa di mistero dell’ignota
crociera, che mi conduce verso il mare.
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Autunno 2009
LA TRATTA DEGLI SCHIAVI
IN FRANCIA TRA ‘700 ED ‘800
di Cristina CONTILLI (Macerata)
La tratta degli schiavi è un fenomeno ampio e complesso che ha riguardato tra il 1500 e il 1800 quei paesi
europei che possedevano dei territori più o meno estesi
nel continente americano e quindi Spagna, Portogallo,
Francia, Olanda ed Inghilterra. Spesso per minimizzare
la portata della tratta la compravendita degli schiavi veniva chiamata con il nome di commercio d’ebano.
In Francia già dall’epoca dell’illuminismo comincia il
dibattito sulla sua legittimità, nonostante, nel 1700 la
Francia sia, con i porti di Nantes e di Bordeux soprattutto, ma anche in misura minore, con il porto di Saint-Malo,
uno dei paesi più attivi nel cosiddetto commercio triangolare che prevedeva la partenza delle navi dai porti francesi, cariche di merce da vendere in Africa in cambio di
un certo numero di schiavi da trasportare poi nelle colonie come Haiti, Santo Domingo, la Martinica, la Guyana,
le Antille, per poi riportare in patria in cambio degli schiavi venduti prodotti come caffè e cotone.
La portata delle navi poteva variare, ma andava in
media da un minimo di 250 schiavi ad un massimo di
600 per ogni viaggio. L’equipaggio invece oscillava tra
le 20 e le 30 persone.
Questo comportava che gli schiavi, dopo essere stati
marchiati a fuoco per identificarne il proprietario, venivano stivati nelle navi e legati con delle catene per impedire che potessero organizzare una rivolta ed impadronirsi
della nave che li trasportava.
In questo commercio hanno una responsabilità, ormai
riconosciuta dalla storiografia, anche re e capi tribù africani che in cambio delle merci provenienti dall’Europa
erano disposti a vendere sia i prigionieri di guerra appartenenti ad etnie e tribù diverse sia persone del loro
stesso popolo.
Abolita in Francia, ma non nelle colonie, nel 1794, la
schiavitù viene ripristinata nel 1802 ed abolita di nuovo
F.
nel 1814. La Francia firmerà inoltre al congresso di
Vienna del 1815 il documento in cui tutti paesi europei
si impegnano ad abolire la schiavitù nei propri territori,
ma nei primi anni dopo l’abolizione la marina francese
sarà lenta e spesso poco efficace nel combattere la tratta.
La svolta avverrà nel 1827 con una legge che prevederà
un maggior impegno da parte della marina e pene più
severe per i negrieri. Fino alla metà dell’800 tuttavia la
tratta continuerà, anche se subirà nel corso degli anni
una progressiva diminuzione, come è stato dimostrato
dai documenti commerciali e marittimi, studiati negli
ultimi vent’anni dagli storici.
Per approfondire l’argomento:
LIBRI
S. Daget, “Répertoire des expéditions négriègres
françaises à la traite illégale (1814-1850)”, Centre de
recherche sur l'histoire du mond atlantique, Université
de Nantes, 1988.
S. Daget,” La répression de la traite des Noirs au XIXe
siècle: l'action des croisières françaises sur les côtes
occidentales de l'Afrique, 1817-1850”, Paris, Khartala
Editions, 1997.
A.Gréhan, “La France militaire”, Paris, 1837 (scaricato in pdf da google libri).
Pétré-Grenouilleau Olivier, “La tratta degli schiavi.
Saggio di storia globale”, Bologna, Il Mulino, 2006.
INTERNET:
http://archiviostorico.corriere.it/1993/dicembre/03/
passava_dalla_Francia_dei_Lumi_co_0_9312039291.shtml
http://fr.wikipedia.org/wiki/Esclavage
http://fr.wikipedia.org/wiki/Commerce_triangulaire
http://www.disc.wisc.edu/slavedata/slacode1.html
http://www.insenegal.org/23Turismo/Goree01.htm
PROBLEMA: in un concorso letterario chiedono un racconto di cinque cartelle; usando un programma di scrittura elettronica come si fa a predisporre
un testo rispondente alla richiesta?
A.
SOLUZIONE: aprire il programma di scrittura elettronica, creare un
nuovo documento e iniziare a digitare il proprio testo. Conclusa la
prima pagina verificare di quante battute (spazi inclusi) è composta
es.: 2.500.
dividere il numero della battute richieste (5 cartelle x 1800 battute a
cartella = 9.000) per 2.500
9.000 : 2.500 = 3,6
il testo sarà composto da poco più di tre pagine e mezza...
Q.
Jean
alla Prof
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I l S alotto degli A utori
NATURA ANTIDEPRESSIVA
di Rosanna MURZI (Piombino - LI)
Stasera sono seduta nel mio giardinetto, ubicato sotto
la mia casa, in una chiostra interna al palazzo e il mio
tartatugo sta tentando di azzannare le mie ciabatte rosa;
mi sta girando attorno con le fauci spalancate e morde
con voracità la gomma delle suole. Sotto i miei piedi
foglie secche, erbetta giallognola e nell’aria tanta pace.
Scrivo sopra il tavolo bianco situato sotto il limone ed
ascolto felice in lontananza il grido di un piccolo gabbiano. Come adoro queste bellezze pennute!
Tutti gli anni, a primavera, una gabbianella depone le
uova dentro la grondaia di una villa disabitata che io
posso ammirare dal balcone della mia casa.
Trascorso il necessario periodo, dalle uova escono due
o tre gabbianotti che gridano tutto il giorno, per la mia
felicità e per la disperazione dei noiosi vicini.
È molto terapeutico poter seguire la loro crescita ed
osservare come la mamma accudisca con amore i
neonati,come rigurgiti il cibo da lei ingerito nel loro becco sempre spalancato,come in seguito insegni loro a volare, seguendole nelle prime piroette.
Un piccolo gruppo di piccioni è ormai divenuto stanziale sotto la mia finestra: al pomeriggio, per vincere la calura, vengono a fare il bagnetto nelle ciotole che io riempio d’acqua per il tartarugo e sembrano paperi lilliputziani
in stagni di Gulliver, mentre quando escono di là sembrano piumini per la cipria.
Le piante del mio giardino sono molto graziose ed ora
che sono state collocata su mensole di legno ingentiliscono
l’ambiente. Sotto le mensole vive ormai da qualche anno
un papiro dalle sottilissime e lunghe foglie che paiono
dita con unghie appuntite.
Una di queste foglie, come vinta dalla stanchezza provocata dalla calura, si è adagiata con gentilezza su di
una pianta grassa molto allegra,componendo un duetto
spiritoso.
Quanto aiuto ci giunge dalla natura!
Molti poeti hanno composto per lei. In questo periodo
sto leggendo le liriche di Shelley; bellissimo il verso nella sua Ode al vento occidentale: “Se arriva l’inverno la
primavera non è lontana.”
Anche l’acqua è una delle componenti che della natura
che adoro. In questo istante sto scrivendo seduta in riva
al mare e le onde danzano in orizzontale ed in diagonale, divertendosi a giocare con gli scogli. Il vento che si è
alzato all’improvviso mi dona voglia di correre
all’impazzata per disperdere in cielo le mie ossessioni e
forse stamani riesce a placare i miei nervi tesi. Adoro
tutto della natura, anche le paludi malsane con quell’erba verde alta che pare galleggiare sullo specchio immobile e nebbioso.
Giorni fa sono stata a visitare una zona paludosa protetta dove tanti uccelli di passaggio si fermano a ristorarsi ed ho ammirato un paesaggio quasi fiabesco, con ac-
que stagnanti piene di vita piccola e sommersa, con paesaggi intrigati ed intriganti.
Piccole e strane vite vegetali spuntavano dalla melma,
un grande e velato silenzio intorno: avrei potuto iniziare
una storia di streghe e folletti dispettosi.
Amo tutte le stagioni; dell’inverno adoro il freddo intenso, della primavera i mattini tiepidi ed i dolci crepuscoli, dell’estate i tramonti, dell’autunno i temporali e le
foglie secche.
Ogni stagione racchiude un fascino personale, anche
se devo ammettere che prediligo l’autunno con i suoi languidi colori che preludono al riposo.
Quanta forza si può trarre da quei piccoli ciuffi d’erba
che spuntano disordinati dalle tegole dei tetti o tra le
pietre del selciato, vivono così semplicemente, spesso
calpestati e strappati da noi umani distratti e si accontentano solo della pioggia. Osserviamo ed impariamo.
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TUTTO MI È GIOIA
di Giuseppe BELLI
(Monfalcone – GO)
Ti sento dovunque, o mio Dio:
nel fiore gentile, nell’albero grande, nelle
pareti superbe dei monti, nella valle amena
e silente, nei mari immensi e profondi.
E so che mi attendi, mio Dio, che tutto
viene da Te, e che a Te mi conduce. Tutto
mi è gioia.
Il frutto, il sole, l’erba, l’acqua gorgogliante
che corre, l’onda del mare che gioca.
Tutto mi è gioia: anche la lotta, la sofferenza,
la difficoltà, lo sforzo; poiché
tutto viene da Te, e a Te mi conduce,
a Te che mi attendi.
Autunno 2009
Gianfranco Gremo propone una rubrica sul nostro Salotto dal titolo: Perché scrivo, per chi scrivo. Per
rompere il ghiaccio inizia lui ad esporre i propri... perché
PERCHÉ SCRIVO, PER CHI SCRIVO
di Gianfranco GREMO (S. Gillio - TO)
Salgari diceva: “Scrivere significa viaggiare senza la
seccatura dei bagagli”.
Uno sconosciuto ha scritto: “Scrivere è come lanciare
un petalo di rosa nel Grand Canyon ed aspettare impazienti di sentire il rumore provocato dalla caduta”.
Se dovessi lasciarmi condizionare dalla parte verbosa di me sarei tentato di avventurarmi in sproloqui senza
fine né costrutto. Fortunatamente in me prevale la sintesi, mirabilmente espressa sia da Salgari sia dall’ignoto lanciatore di petali di rosa.
Descriverò quindi in sintesi le pulsioni che mi spingono a scrivere.
Ho appena detto di preferire la sintesi ma in realtà
“riesco meglio” nello scrivere racconti, dote che
comporta una capacità di
analisi, mentre maestra
della sintesi è la poesia.
Sono le contraddizioni della psiche umana. Sarei fortunato se le mie contraddizioni si limitassero a questa. C’è chi afferma che più
esistono contraddizioni,
nell’uomo, e più è intelligente ed acuto. Non condivido questa teoria, vivo meglio con meno contraddizioni e preferisco frequentare
persone non troppo cervellotiche, detesto quelle che ti
riservano spiacevoli sorprese quando credi di avere
stabilito con loro rapporti costruttivi e stimolanti.
zano ma perché, in generale, la gente è distratta, ripiegata su se stessa e vive in un mondo tutto suo, non
aprendosi agli altri. Stranamente, le cose da cui la gente maggiormente fugge sono la felicità e l’amore, perché troppo faticosi da conquistare ed ancor di più da
mantenere. Capita quindi che i più abdichino per una
vita senza grandi scosse per non soffrire e non confrontarsi con i propri sentimenti.
SCRIVO PERCHÉ voglio svegliare la gente dal torpore emotivo nel quale è immersa e spronarla a gettare il cuore oltre l’ostacolo. So che si tratta di un’ardua
impresa ma occorre tentare di tutto pur di non far trionfare questa apatia diffusa,
questa atrofia dei sentimenti della quale poco ci
avvediamo in quanto ne siamo imbevuti.
SCRIVO PERCHÉ vorrei
essere “risarcito” degli innumerevoli atti di egoismo, indifferenza, ipocrisia e falsa
disponibilità che ho incontrato e che nei quali, purtroppo, continuo ad imbattermi sul cammino delle mie relazioni umane. Posso comprendere che, istintivamente, l’uomo (senza dimenticare la donna!) tenda a difendersi, a preservare il suo spazio vitale (non a caso una
frase oggi ricorrente è: “non invadere i miei spazi!”),
ma se questa “difesa” diventa il fulcro intorno al quale
SCRIVO PERCHÉ non sempre mi piace la realtà gira l’intera esistenza, il conflitto che attanaglia tutti noi:
che mi circonda, gli uomini e le donne (!) che incontro; “dare o non dare?” risulta non soltanto irrisolvibile,
per ovviare a tutto ciò mi confeziono un mondo paral- ma pernicioso.
lelo più gratificante e meno ingrato.
SCRIVO PER CHI, come me, è scontento della baSCRIVO PERCHÉ mi piace assegnare, come fa un nalità che lo circonda e si vuole temporaneamente
regista teatrale, le parti in commedia senza dover af- rifugiare nel sogno, nella fantasia, nell’immaginazione,
frontare i capricci e le bizzarrie delle prime attrici, dei senza però indulgere troppo in questa fuga dal reale.
protagonisti maschili e dei secondi ruoli. Scrivendo rie- La realtà occorre affrontarla, presto o tardi, essere pronsco a manipolare la realtà come più mi piace.
ti per una battaglia per niente facile e di non breve
durata.
SCRIVO PERCHÉ qualcuno possa dire quanto sono
bravo anche se ho già sperimentato che un numero
SCRIVO PER CHI, pur non essendo padrone della
limitato di persone lo fa, non perché pochi mi apprez- sintassi e dell’ortografia, è dotato di fantasia abbinata
- 21 -
I l S alotto degli A utori
alla vivida memoria del proprio vissuto, specialmente quello
che ha segnato per sempre la sua esistenza. Scrivo per
stimolare questi autori in embrione a non badare ancora
alla forma, che verrà. È la funzione che sviluppa l’organo,
si usa dire. La mente aiuterà la mano a tramutare i pensieri in parole, le emozioni in storie, i dispiaceri in esperienza
per fortificare l’animo.
SCRIVO PER CHI non sa che ritrovare se stesso in un
racconto lo aiuta a sentirsi meno solo e gli evita di credersi
l’unica vittima delle amarezze che la vita riserva. Il mondo
è pieno di vicende poco gradevoli, l’unico sistema per superarle è di essere consapevoli che nessuno di noi è esente
dal disagio e dalla delusione, tanto meno quelli che crediamo (o che dichiarano di essere) forti al punto da non provare amarezza. Nel frattempo il mondo è altrettanto pieno di
vicende gradevoli, se gratti la patina di cinismo e disillusione scopri che, sotto, la moneta ha conservato la lucentezza del fior di conio, della matrice originale.
SCRIVO PER CHI non crede sia più il tempo di comunicare attraverso il mezzo della carta scritta o stampata: io
scrivo, tu leggi. Molti ormai si sono lasciati prendere dalla
frenesia degli SMS, delle telefonate da cellulare, dalle video-chiamate. Questi mezzi sono utili, ma soltanto in situazioni contingenti e non come unici ed indispensabili sistemi per comunicare. Qualsiasi mezzo tecnologico potrà mai
sostituire il fruscio della carta, il suo “profumo” (e odore, se
si tratta di un libro “vissuto”), la sua consistenza, la rinnovata magia di ritrovare lì, tutte le volte che si vorrà, le proprie
emozioni.
SCRIVO PER CHI vorrebbe “collezionare” bei gesti,
belle parole, incoraggianti segnali di stima, di amicizia, di
dedizione e d’amore, braccia spalancate e non conserte,
sorrisi e non ghigni, sospiri e non mugugni, palme delle
mani aperte e non chiuse a pugno, abbracci e non
respingimenti, fluente loquacità e non ostinato silenzio,
morbidezza e non rigidità. A
tutto questo vorrei le persone
ambissero, per esserne (confesso) anch’io gratificato, ma principalmente perché si respirerebbe un’altra aria, non inquinata dal sospetto, dal malumore, dall’infelicità e dalla solitudine. Malattia, quest’ultima, della quale siamo affetti e ci illudiamo colpisca esclusivamente
gli altri.
- 22 -
AL MIO CANE
di Velia GOZZOLINO
(Acqui Terme)
Chicco mio adorato!
Nessuno potrà capire
quanto dispiacere ho
nel cuore mio.
Ti ho perduto
e ti piango:
io ti amavo.
Capivi le mie pene,
eri la mia ombra,
la mia poesia.
Imploro il tuo perdono
per averti abbandonato
per lunghi giorni,
tu mi hai chiamato,
non ti potevo sentire,
correvo dall’altra padrona
che tu amavi.
Perché hai fatto questo?
Perché mi hai lasciato?
Tu eri il mio cane,
il mio chicco adorato!
Quando arriverà l’ora
Della passeggiata,
senza freno il mio
pianto sentirai.
La solitudine conosciuta
non l’hai sopportata,
eri sempre con me e
mi hai abbandonata.
La tua padrona
ricorderà sempre
il grande amore
che le hai regalato.
Nel profondo
del mio cuore
ti sei addormentato.
Incolmabile vuoto
della vita mia,
ci siamo allontanati
ma non divisi.
IL COMMISSARIO GIRAUD
E LA DONNA SCOMPARSA
di Davide Angelini
- KIMERIK Edizioni Davide Angelini nasce a Pavia il 13 luglio
1988.
Attualmente vive e lavora nella sua città natale. Dopo aver terminato gli studi, si dedica
pienamente alla sua passione di sempre: la
scrittura e in particolar modo il genere giallo,
creando il personaggio del commissario
Antoine Giraud. “Il commissario Giraud e la
donna scomparsa” è il primo romanzo pubblicato.
Autunno 2009
CORRO, MA NON AFFERRO: IL TEMPO NON ESISTE
di Federica SIMONE (S. Maria della Mole - RM)
È giugno. Giugno cade esattamente a metà anno. Il
sesto di dodici mesi. Dei dodici che scandiscono un
altro anno della nostra vita. Un altro dei milioni di anni
dell’esistenza dell’universo.
Il tempo passa. La gente corre. Ogni mattina si sveglia. Poi colazione. Lavoro o scuola o entrambi. Spuntino. Pranzo. Telefonata. Compiti … è tutto scandito. È
tutto ritmato. Quasi in un modo che ci spaventa. Oramai ci si stupisce di più quando avanza un minuto di
troppo che non si era calcolato piuttosto che quando
questo minuto non c’è. Nella frenesia della velocità dei
nostri giorni, divengono frenetici anche i nostri pensieri e il nostro modo
di ragionare. E si
corre, si rincorre, si
cerca, si trova a volte, si perseguita …
ma cosa?
Giugno. Mese
che anticipa l’estate e le vacanze. Giugno, mese di promossi e di bocciati.
Mese che ci ricorda che ci rimangono da vivere solo altri sei mesi del
2009, di questo ormai non più nascituro anno.
E si continua a correre in questa maratona,di cui
nessuno sa con esattezza e sicurezza il nome. E non si
afferra nulla, non riuscendo a trattenere nulla tra la
fragilità di una stretta di mano.
Giugno, mese di bilanci. Bilanci, perché già metà
anno è andato via, volando dalle membra del tempo e
ogni notte, quando il sonno vince e si chiudono gli occhi, tutto scivola via … ore che vanno via e tutto il no-
stro affannarsi non è servito a nulla. Il tempo passeggia
freneticamente e violentemente tra i nostri intenti e
aspettative e tra le nostre guerre quotidiane.
Ma è proprio il tempo l’arché di tutto. È il tempo l’essenziale e l’inafferrabile, che domina sulla vita di ognuno. La giudica. La condanna e l’assolve. Eppure l’uomo, ogni singolo piccolo uomo, che cosa ha tra le mani
oltre la testimonianza della fugacità di questo terribile,
maledetto, greve tempo?
S. Agostino affermava che il tempo, nelle sue tre unità - passato, presente e futuro - in realtà non esiste.
Non esiste in quanto il passato è già
passato, e perciò
non è più, il presente nell’attimo stesso
in cui lo cogliamo
diventa già passato,
e il futuro non è ancora, è presente
solo nei nostri pensieri.
Il tempo, scriveva
Agostino, è una
distensio animae. E
forse, proprio in
questo senso, l’unico tempo,che ci è dato di avere, di
possedere, in qualche modo e in qualche strano senso
di renderlo nostro è proprio il passato,i ricordi,la memoria … ciò che si non potrà mai trasformare, modificare, cambiare.
È vero: corro, ma non afferro ma si hanno sempre i
ricordi nei pensieri e il poter possedere, anche solo
nell’intimità, ciò che fu ed è stato e questo non è poco.
E il tempo allora dischiude le ali ai nostri sogni e, contemporaneamente, ci dà la forza per realizzarli.
Quando il tempo è denaro, sembra morale risparmiare tempo, specialmente il proprio.
Theodor Adorno, Minima moralia
Per non essere gli straziati martiri del Tempo, ubriacatevi senza posa!
Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare.
Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi
Il tempo dirà tutto alla posterità. È un chiacchierone e per parlare non ha bisogno
di essere interrogato.
Euripide, frammento
- 23 -
I l S alotto degli A utori
L’ALBERO: IL NOSTRO RESPIRO
di Giovanni REVERSO (Torino)
La nostra vita è legata al respiro. Finché respiriamo
viviamo e, quando esaliamo l’ultimo respiro, è quando
passiamo dalla vita alla morte. La nostra vita finisce e la
morte ci rapisce. Il dove ci porta è una delle domande a
cui l’uomo ha dato e continua a dare infinite risposte.
Non è detto che quelle ritenute valide dai più lo siano
veramente. Nessuno lo può provare. E qui sta il punto,
non potendolo provare, ogni supposizione può essere ritenuta valida: basta crederci. Il credere significa avere
fede, la fede ha creato le religioni che, infatti, sono tutte
credenza. C’è chi crede e chi non crede. C’è chi crede
oggi e magari non più domani e viceversa. È anche una
questione di accadimenti vitali. Cosa ci succede nella
vita, può modificare la nostra idea sulla morte e le sue
conseguenze effettive, solo credute, sognate o anche pensate e supposte. Il dolore è molto legato al dopo-morte.
Quello fisico è deleterio, quello psichico è molto più lungimirante, più razionale, più creativo, più convincente nelle
sue conclusioni. Il dolore psichico fa ragionare, quello
fisico sragionare in quanto alterando le funzioni corporee
che fanno nascere il pensiero, lo snaturano, lo stravolgono, l’umiliano. E dall’umiliazione non può nascere nulla
di buono, nulla di vero, nulla di certo, ma solamente
amarezza cugina della tristezza, parente della malinconia. Cose che messe insieme creano l’angoscia che vede
solo più nero e, nel nero, tutto scompare. Per cui non è
più il morente che parla, ma chi lo induce a parlare, cioè
a sparlare, parlare come vuole chi lo induce. Meglio fermare queste riflessioni, che pure potrebbero continuare,
dettate comunque da quello che è il nostro vivere quotidiano.
Cosa respiriamo? Qual è l’elemento che ci permette di
vivere? L’ossigeno, l’elemento chimico più abbondante
in natura: nell’atmosfera si trova libero (20,95%) una
percentuale costante; nell’idrosfera (86% circa); si trova,
invece, combinato nella misura del 47% circa nella
litosfera. Il corpo umano ne contiene il 65% circa in peso
e ne consuma nella respirazione circa 201/h. È un gas
incolore biotonico e inodore poco più pesante dell’aria,
chimicamente molto reattivo, si combina con tutti gli altri
elementi. Senza ossigeno non respiriamo, senza ossigeno la vita si spegne ed essendo l’albero con le sue foglie
fonte di ossigeno, ecco che l’albero è il nostro respiro,
non solo, ma è il respiro del mondo. si dice che gli alberi
dialoghino col cielo, s’alzano in verticale con moto ascensionale e diffondono benefici a tutti. Sono un ponte gettato tra la Terra e il Sole, nell’albero c’è l’archivio del
tempo, c’è la cronaca registrata di ogni stagione, di ogni
accadimento climatico. Un indiano ha detto: «L’albero
di sandalo profumo l’accetta che lo uccide.» Ma mentre
gli alberi possono vivere senza l’uomo, l’uomo non può
vivere senza gli alberi. Dagli alberi si passa al bosco e
dal bosco alla foresta. L’incremento umano e l’aumentata richiesta di carta hanno fatto scrivere a Prévert: «Tante foreste strappate alla terra / e massacrate / distrutte /
rotativizzate. /Tante foreste sacrificate per la pasta di carta
/ di miliardi di giornali che attirano annualmente l’attenzione / dei lettori sui pericoli del disboscamento delle
selve e/ delle foreste.»
Sono anch’io convinto che il bosco è la salvezza del
mondo e che la civiltà di un popolo si misura dalla bellezza dei suoi boschi. C’è una scienza che protegge i
boschi: la selvicoltura. Scienza che è anche un’arte generosa perché guarda al futuro e prepara risorse per gli
altri. Arte che è anche poesia e filosofia della vita, perché abbiamo anche dei doveri verso gli alberi: essi possono raccontare tante cose, del tempo e degli uomini. La
creazione di parchi nazionali e riserve naturali sono molto utili. si considerano riserve naturali le aree sottratte
ad ogni intervento di alterazione e distruzione allo scopo
di garantire l’equilibrio biologico e la diversità anche
genetica dei differenti tipi di habitat ai fini della conservazione della natura e della ricerca scientifica. Le foreste si sa, crescono lentamente, non seguono i ritmi accelerati né dell’agricoltura né della vita dell’uomo, per questo una volta distrutte hanno bisogno di anni e anni per
ricostruirsi. Se si attuasse una civiltà dell’albero, sarebbe un bene per l’umanità. nella terra come base fisica, la
vegetazione costruisce con ritmi continui materia organica; gli animali con in testa l’uomo consumano ed i
microrganismi restituiscono la materia alla Terra. Le
antiche foreste sono nate 350 milioni di anni fa, le attuali
60 milioni di anni fa. L’ecologia basata sugli alberi è
economia della vita. La storia dell’uomo è una storia di
disboscamenti. La civiltà dell’uomo scandisce via via il
taglio degli alberi. Costruire foreste vuol dire costruire il
futuro. In una conferenza alla Sorbona è stato detto: «Dobbiamo capire meglio l’albero ed il bosco, sarà più facile
allora capirci anche tra noi.» Cartesio definisce la filosofia come un albero, nel quale le radici rappresentano la
metafisica, il tronco la fisica, la chioma con le foglie i
frutti e i fiori, tutte le altre scienze.
Sono passati oltre 100 miliardi di uomini sulla Terra
dall’inizio a oggi, ma non hanno fatto tanti guasti quanti
ne abbiamo fatti noi in pochi decenni. Stiamo, infatti,
distruggendo anche l’Amazzonia che è l’ultimo ecosistema
perfetto esistente sulla Terra: è, in sostanza, il respiro
del mondo, una foresta di 650 milioni di ettari, ma ne
distruggiamo 20.000 Kmq. ogni anno. Auguriamoci che
a Manaus, capitale dello stato di Amazonas vinca il buon
senso e si fermi una distruzione che soffocherebbe il
mondo.
- 24 -
Autunno 2009
INTERVISTA A MONICA FIORENTINO
(gioviale conversazione a tu per tu col suo Alter Ego)
- Iniziamo subito da una prima domanda per
fare la tua conoscenza. Chi è Monica Fiorentino?
Sono nata 32 anni fa a Sorrento in provincia di Napoli.
Terra di naviganti, musicisti e poeti, quindi un bel misto!
Sono una persona cui piace tanto scrivere, beh, non solo
quello … ma è ciò che mi riesce meglio …. (almeno dicono!)
- Le passioni di Monica Fiorentino?
A parte Scrivere!? Michelangelo Buonarroti, la cioccolata, il calcio, i tatuaggi ( ne ho ben quattro), la poesia, gli
haiku, le fiabe … l’amore, si può dire?
- Qual è stato il tuo primo racconto? E quale, quello che
hai deciso di presentare come prima opera?
Il mio primo racconto penso di averlo scritto da piccolissima, come fanno tanti bambini, per gioco. Utilizzavo
le pagine bianche di alcuni libri che leggevo per riempirli con dei racconti miei. Ricordo di averne scritti molti
fra le pagine libere de ‘I tre moschettieri’ di Dumas. La
prima opera che decisi di presentare fu per un Concorso
Letterario si intitolava “Tu, Angelo che mi aspetti”, un
racconto erotico.
- La poesia. Gran parte della tua vita!
Si. Gran parte. La parte più bella, intima, segreta, “mia”.
La poesia è il soffio dell’anima, qualcosa di interno, vivo,
vero. Sono io senza alcuna maschera, pelle e cuore. Quando scrivo poesia, vivo.
- Due domande di rito. Se fossi un animale? Se
fossi un fiore?
Dicono un aquila! Ma credo sinceramente molto di più
… un lupo! Il fiore invece non ho dubbi, una rosa blu.
Quando ne vidi una la prima volta, pensai fosse stata
tinta con le lacrime degli angeli.
- Quale fra le tue opere si avvicina di più a
Monica Fiorentino come donna?
Una piccola fiaba che scrissi tempo fa, contenuta nella
collezione de ‘Il Cantastorie di Terre Lontane’. Si intitola “Zanni lo scorpione dei mari”. Un racconto delicato,
dolce, semplice, pieno di amore e di magia, le componenti che rendono la vita una meravigliosa avventura.
- Hai scritto un gran numero di racconti sugli
angeli. Qual è il numero esatto di storie dedicate ad essi? E quale titolo ti ha colpito maggiormente fra questi?
Ne ho scritti cento. E sono tutti contenuti nella raccolta
“Ali di carta”. Naturalmente come si dice a Napoli ‘Ogni
scarrafone è bell ‘a mamma sojia’ … quindi li amo tutti,
ma credo che quello più importante per me, quello che di
più mi è rimasto nel cuore, sia stato Anteo il custode del
Forno delle maschere. L’angelo addetto alla cottura delle maschere che gli Esseri Umani indossano per non lasciare trasparire le loro emozioni.
- La poesia a cui sei più legata invece?
Vale lo stesso discorso. Tutte. Ma se proprio devo …
non lo so, qui è più difficile, la poesia è più interiore,
tutta anima, sarebbe come scandagliare il cuore. Ma
credo “Vola ancora” con cui vinsi un premio in Germania, avrò avuto vent’anni. Fantastico!
- Un progetto realizzato che credevi impossibile?
L’attuazione di un Concorso Letterario! Eppure mi dico,
che ce l’ho fatta! Da due anni ne presento uno in collaborazione con un’altra persona. È un Concorso Letterario
Amatoriale, semplice, composto da una Giuria di persone che amano Scrivere, Leggere, amatoriale appunto. Dal
titolo “Scrivimi …” Quest’anno per la prima volta ho
realizzato anche la sezione poesia. Un Concorso che è
stato titolato alla memoria di un giovane calciatore tragicamente scomparso tre anni fa.
- La tua prima opera pubblicata. Quale e quando?
Una raccolta di poesie dal titolo “Fosse Amore”. Datata sedici aprile novantanove. Fu favorevolmente recensita anche dai quotidiani napoletani locali. Per me un
trionfo. Con un’unica pecca! Avevo programmato l’uscita
per il dodici aprile in concomitanza con l’anniversario
dell’affondamento del Titanic, ma per quel giorno ebbi
solo una copia. La prima! La regalai ad un caro amico,
Saverio, chissà se la conserva ancora? Belle emozioni!
- Scrittrice o poetessa. Per caso o per destino?
Cantastorie è il termine esatto! La poesia è vita. La
narrativa idem. Mi sono sempre immaginata come una
novella Jo March, la protagonista di “Piccole Donne”
della Alcott, con i miei scritti sotto braccio in cerca di
Case Editrici.
- Un classico. La musica preferita. Il Film. Il
cartone animato. L’oggetto prezioso?
Gli Zero Assoluto. Non ci sono commenti. Per il Film
invece sono diretta, l’ho amato tantissimo, lo amerò per
sempre “La maschera di ferro” interpretata da Leonardo
Di Caprio. Il cartone animato Candy Candy. L’oggetto
prezioso, un anello regalatomi alla Vigilia di Natale di
due anni fa.
- Cosa leggi nel tempo libero?
Di tutto. Ma due sono i capolavori che ho nel cuore: “I
promessi sposi” di Alessandro Manzoni, un classico che
contiene tutto. Tutto. Ed è la mia Bibbia. E l’altro più
moderno “La solitudine dei numeri primi” di Giordano,
un capolavoro emozionale, con un titolo che è una bomba
e fa riflettere sull’importanza che possiede un buon titolo
per far presa sul lettore.
- Cosa stai scrivendo in questo periodo?
Sono in preparazione. In realtà ho terminato da poco
una fiaba ‘Duma il delfino azzurro’ un racconto molto
dolce e profondo sul desiderio umano di sognare e realizzare le proprie illusioni.
E al contempo ho in pentola una raccolta di poesie haiku,
ispiratami da una serie di fotografie che ho avuto tra le
mani proprio giorni fa.
- 25 -
I l S alotto degli A utori
- La tua maggiore fonte di ispirazione?
La solitudine.
- Molti ragazzi scrivono racconti e poesie che
poi restano chiusi nel cassetto. Pensare di pubblicare qualcosa di proprio sembra un sogno estremamente complicato. Quali consigli puoi dare a
coloro che vogliono provare a muovere i primi
passi nel complicato mondo della Scrittura?
Di non lasciare mai nulla nel cassetto. Di capire se
realmente Scrivere è ciò che si vuole fare, e provare ,
provare, provare. Ci sono molti Concorsi Letterari autorevoli in Italia e anche all’Estero. Tentare sempre, arrendersi mai!
- Un sogno che hai realizzato riguardante la
Scrittura?
Una mostra. La mia prima mostra di poesie. “Kappa”
tredici poesie haiku, alternate da foto, farfalle, approfondimenti, fiori, ninnoli orientali. L’ho realizzata a
Castellammare di Stabia all’interno di Cartooncult, una
splendida Fumetteria.
- Qual è la storia che un giorno vorresti scrivere?
La biografia di un calciatore. Ma per allora dovrò essere diventata bravissima.
- E per concludere. Uno scrittore che tu vorresti incontrare?
Alessandro Baricco. Lo scrittore di “Novecento”, “Oceano mare” ed altri capolavori della letteratura italiana. Il
fondatore della Scuola Holden di Torino, a cui mi ero
iscritta dieci anni fa. Per potergli dire giusto due parole
a quattr’occhi. Tempo fa avrei detto Paolo Giordano, ma
da un po’ una foto di Baricco ritagliata da un giornale,
campeggia appesa alla parete di camera mia, e la interrogo ogni giorno facendo il verso a Rocky Balboa in quel
famoso Film quando perso il suo compagno era salito ad
allenarsi in solitudine sopra l’altura di una montagna
innevata.
- Grazie per aver risposto alle domande
Grazie a te! Penso di conoscermi un po’ meglio adesso!
UNA LETTERA DESIDERATA
di Gaetano PIZZUTO (Torino)
A questa lettera anonima, trovata nella chiesa di San
Paolo a Baltimora nel 1692 è stato dato il nome “ Desiderata “ ed il motivo rimane un arcano, comunque la
vicenda è misteriosa quanto interessante. Uno scritto di
417 anni or sono che ho molto studiato nel tempo e di cui
sono venuto in possesso una trentina di anni fa, tramite
una persona appassionata di testi antichi, filosofici e religiosi. Ogni volta, nella rilettura ho colto tra le righe un
particolare in più, una verità diversa, nuova, probabilmente dovuta all’esperienza maturata nel mio vissuto.
Penso che oggidì sia di un’attualità disarmante e personalmente lo trovo molto toccante. L’anonimo autore, ha
trasmesso sia ai contemporanei che ai posteri un messaggio di grande saggezza, una visione universale,
cosmica. Nel cammino pur sofferto di ognuno di noi non
dovremmo comunque smarrire mai l’amore per la vita, il
rispetto per noi stessi, per gli altri. V’è molta luce fra
quelle parole, c’è speranza, c’è fede.
DESIDERATA
Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio. Finchè possibile, senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone. Dì la verità con calma e chiarezza e ascolta
gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti, anche loro hanno
una storia da raccontare. Evita le persone volgari ed aggressive, esse opprimono lo spirito. Se ti paragoni agli
altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perchè sempre ci saranno persone più in basso e più
in alto di te. Gioisci dei tuoi risultati come dei tuoi progetti. Conserva l’interesse per il tuo lavoro, per quanto
umile e ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti
del tempo. Sii prudente nei tuoi affari perchè il mondo è
pieno di tranelli, ma ciò non acciechi la tua capacità di
distinguere le virtù, molte persone lottano per grandi ideali e dovunque la vita è piena di eroismo. Sii te stesso,
soprattutto non fingere negli affetti e neppure sii cinico
nei riguardi dell’amore, poichè a dispetto di tutte le aridità e disillusioni, esso è perenne come l’erba. Accetta
benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall’età,
lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza.
Coltiva la forza dello spirito per difenderti dall’improvvisa sfortuna, ma non tormentarti con l’immaginazione.
Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine,
al di là di una disciplina morale. Sii tranquillo con te
stesso, tu sei figlio dell’universo non meno degli alberi e
delle stelle, tu hai diritto ad essere qui.
E che ti sia chiaro o no non vi è dubbio che l’universo ti
si stia schiudendo come dovrebbe, perciò sii in pace con
Dio, comunque tu lo concepisca e qualunque siano le tue
lotte e le tue aspirazioni. Conserva la pace nella tua anima
pur nella rumorosa confusione della vita. Con tutti i suoi
inganni, i lavori ingrati ed i sogni infranti è ancora un mondo stupendo. Fai attenzione. Cerca di essere felice.
- 26 -
Autunno 2009
M. LORENA BALISTRERI, LA REALTÀ
NELL’ILLUSIONE, EDIZIONE I.S.D.T.
di Francesca LUZZIO (Palermo)
La lettura dell’opera di M. Lorena Balistreri, La realtà
nell’illusione è stata veloce e facile: lo stile semplice, chiaro, scorrevole facilita l’approccio alla lettura e induce a
focalizzare subito le tematiche proposte. Ma un’adeguata decodificazione delle riflessioni a cui il testo ci ha
indotto, esige in primis l’esposizione del contenuto.
Gaia desiderosa di evasione, in un assolato pomeriggio esce senza una meta con il suo amato, vecchio motorino. La vista del mare la induce a recarsi sulla spiaggia;
seduta su uno scoglio si immerge nei pensieri.
Pensa al suo futuro, alla voglia di indipendenza, alle
difficoltà in cui si imbattono i giovani per trovare lavoro,
poi vede una mamma che gioca in riva al mare con la sua
bimba e ciò la induce a riflettere in genere sui rapporti
genitori – figli e, in particolare, intorno ai suoi personali
rapporti con la sua famiglia e, a tal riguardo, lei ha scelto
di non restare cucciolo protetto ma di essere libera perché l’essere protetta le dava insicurezza.
Ed a forza di raccontarsi ed ascoltarsi è riuscita a maturare e capire che è bello ricevere amore, ma ancora più
bello darlo ed è per questo che vorrebbe adottare un
bambino di colore.
Questo pensiero la induce a denunziare la condizione
degli immigrati, lo sfruttamento dei minori, azione
criminosa quest’ultima così orribile che non può fare a
meno di accompagnare il pensiero con un atto, su cui
scarica tutta la sua rabbia: stringe in mano dei sassolini
e li butta in mare, mentre il suo pensiero corre dietro alla
stoica morale senecana pensa che costui che tu chiami
schiavo è della tua stessa natura. Ma un’improvvisa telefona della madre è l’occasione per indurla a riflettere
sulle nuove modalità di comunicazione informatica, sull’importanza della scrittura, sull’uso sconsiderato che
ne fanno i giovani per conoscersi e farsi conoscere (sebbene per lei è spesso un’utopia farsi capire da altri), sul
ruolo che questa ha avuto nel passato, ma anche oggi ha
per dire all’altro ti amo.
La parola amore, a sua volta, porta Gaia a riflettere
sulle false modalità con cui lo vivono i giovani di oggi,
riducendolo spesso alla sessualità, ma una forma di amore
è per Gaia anche l’amicizia e tale argomento la induce a
ricordare Stella, una sua vecchia amica che non può fare
a meno del gregge, del branco di amici da cui desidera
essere presa in considerazione.
Ma il branco si fonda sulla falsa amicizia e l’esigenza
di essere accettata, nasce dalla solitudine e questa spesso si trasforma in suicidio.
Intanto la vista di un gruppo di ragazzi che sta picchiando, deridendolo, un altro ragazzo, la induce a lasciare i suoi pensieri e ad accorrere per capire: il ragazzo
viene picchiato perché diverso.
Tutto ciò la induce a pensare al bullismo a scuola, a
mettere i discussione la scuola stessa.
Ormai è quasi sera, i pescatori tirano in mare i loro
pescherecci e il rumore del mare la induce a riflettere
sull’ importanza dell’acqua per l’uomo, sulla inefficiente
rete di distribuzione presente nella nostra Sicilia e considera veramente vergognoso che ci sia tanto spreco, quando nel sud del mondo si muore di sete. Ma questo come
gli altri problemi Gaia è libera di pensarli non di risolverli.
Il contenuto rivela come la giovane scrittrice abbia chiara la consapevolezza dei molti problemi che affliggono la
nostra società e, in particolare, il mondo adolescenziale.
Lei, per adoperare il gergo dei giovani ce li spara addosso con una lucidità incredibile, con una voglia di denuncia che è impensabile in una ragazza.
Il lettore resta sicuramente coinvolto in questa
caleidoscopica esplosione in cui l’io parlando di sé, allarga il suo sguardo sul mondo. Gaia è matura, è saggia,
la sua scelta di non restare cucciolo, di guardare dentro
il mondo l’ha resa libera e consapevole.
E tale libertà la rivela anche nell’avere scritto questo
racconto lungo, il cui titolo La realtà nell’illusione è sicuramente il sintagma-chiave per farci comprendere come
Gaia, alter-ego di M. Lorena Balistreri, vorrebbe che
fosse il mondo; lei ci denuncia il mondo com’è, ma il
lettore, appena avrà finito di leggere il libro, saprà come
dovrebbe essere.
M. Lorena di fronte al male di vivere, volendo citare
Montale, non ci propone né l’indifferenza di quest’ultimo, né la chiusura ironica e distaccata nel quotidiano,
come suggerisce il crepuscolare Gozzano, o tanto meno
l’afasia del labirintico non senso della Neo-avanguardia
e del Post-moderno, ma l’impegno, l’acquisizione di consapevolezza perché ognuno di noi lotti per un mondo
migliore.
Volendo definire il genere letterario in cui inserire quest’opera della Balistreri ci siamo trovati in difficoltà, ma
alla fine si è ritenuta adeguata la definizione di racconto
lungo, in cui l’azione, pur ridotta in forma minimale, fa
da cornice a pagine saggistiche, diaristiche e forse anche
pamphlettistiche nello stesso tempo.
Infatti la scrittrice parte da una pagina di diario e ritorna al diario nelle pagine successive del racconto, ogni
qual volta parla di sè, del suo processo di crescita, del
suo porsi di fronte alla realtà, ma argomenta come in un
saggio,ogni qual volta denuncia i mali del nostro mondo
e assume il tono polemico del pamphlet,quando le
tematiche poste riguardano i giovani.
La narratrice si pone in posizione eterodiegetica, infatti racconta di Gaia in terza persona, ma la focalizzazione
interna è costante, sicchè s’intuisce subito che il rapporto
tra protagonista e narratrice è molto stretto: M. Lorena è
l’alter-ego di Gaia e ciò giustifica non solo il carattere
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I l S alotto degli A utori
diaristico dell’opera, nonostante l’assenza del narratore
omodiegetico, ma anche il particolare flusso di riflessioni che, generato da occasionali pensieri o eventi, quali la
sosta sulla spiaggia, la madre che gioca con il bimbo,
etc.., collega passato personale e presente collettivo in
un andirivieni che non possiamo considerare come dei
normali flashbach, poiché il passato talvolta condiziona
le considerazioni sul presente e quest’ultimo è quale esso
diviene attraverso il vissuto che Gaia porta in sé e la fa
essere la ragazza volitiva e consapevole quale lei è diventata.
Il tempo è dunque, alla maniera di Bergson, proposto
come durata, mentre lo spazio oscilla tra il limite fisico
del motore e dello scoglio sul quale si siede e l’ebbrezza immensa dell’infinito, suggerita all’inizio dal motorino lanciato verso l’ignoto e alla fine, come in itinere, dalla vista del mare: sentire il rumore delle onde, sentire i
pesci che nuotano e scappano…, questa è la vera meraviglia, la vera meraviglia è l’acqua in sé.
L’acqua è un topos letterario, emblema di purificazione,
di salvezza e Gaia la considera tale, quando esprime la
speranza che un giorno forse qualcosa o qualcuno fornirà
le tanto desiderate risposte.
Pensieri su pensieri dunque, riflessioni su riflessioni,
che si susseguono come la risacca del mare.
Ciò mi induce a ricordare il flusso di coscienza
dell’Ulisse di Joyce, però, a dire il vero, forse qui è più
opportuno parlare di flusso di riflessioni. Svevo in occasione di una conferenza su Joyce nel 1927, affermò che
Bloom, il protagonista dell’Ulisse, è come se avesse il
teschio scoperchiato, ma Gaia non ha il teschio
scoperchiato, sebbene è vero che i suoi pensieri, come
nel romanzo suddetto, nascono uno dall’altro,con una
tecnica ad incastro direi, da occasioni, da fatti fortuiti,
da pensieri precedenti, tuttavia la registrazione delle sue
riflessioni è mediata dalla narratrice che continuamente
ci dice: “Gaia pensa che.., Gaia dice che…, etc….” quindi non sono registrati nella loro immediatezza soggettiva, in prima persona, per cui si viene a creare una distinzione netta tra la narratrice e la protagonista di cui viene
riferito il fluido e magmatico divenire di pensieri.
Ma è qui la novità: la narratrice esterna nell’opera della Balistreri è l’alter-ego di Gaia con la quale si confonde
e della quale pertanto non ha difficoltà a riproporre in modo
indiretto, cioè alla terza persona, il flusso di coscienzapensiero. Già, perchè trattasi di coscienza, trasformato in
pensiero, attraverso la focalizzazione interna.
E il narratore, proprio perché eterodiegetico, domina
razionalmente la materia. Da qui il carattere ordinato
delle sequenze, il controllo logico della sintassi, la uniformità del registro linguistico,che oserei definire
colloquiale-borghese.
In questo viaggio lucido nel mondo contemporaneo,
Gaia, come in un processo di iniziazione, ci fa conoscere le peripezie, per adoperare il linguaggio di Propp,
che l’umanità deve affrontare e risolvere per vivere la
condizione perenne di lieto fine: e vissero tutti felici e
contenti.
L’ORFANO
di Baldassarre TURCO (Genova)
Faceva a molte mamme tenerezza,
tanto che, pur essendo un meschinetto,
sembrava a tutti che fosse protetto
e liberato dalla sua tristezza.
DENTRO LA DIVISA
di Fabio CLERICI (MI)
Dentro la divisa, la debolezza di ogni uomo,
dentro la divisa, le storie di notti insonni,
dentro la divisa, umani disagi da lenire,
dentro la divisa, pazienti mogli che attendono,
dentro la divisa, frustranti obbedienze,
dentro la divisa, lo sguardo curioso di un bimbo,
dentro la divisa, affetti mancati,
dentro la divisa, la paura dell’errore,
dentro la divisa, il consapevole trascorrere del
tempo,
dentro la divisa, il paterno consiglio a giovani
uniformi,
dentro la divisa, malinconici ricordi
guardando le foto di acerbe primavere,
di bianchi berretti calati sul viso;
dentro quelle divise, storie di umane amicizie
e quotidiani gesti;
un giorno ricordare potrò,
chi come me, con orgoglio,
quella divisa ha indossato.
“Beato te!” qualcuno suggeriva
“ché, morta la tua cara genitrice,
hai tante mamme adesso e sei felice
come chi ha ancora la sua mamma viva.”
Ma un giorno, ahimè, successe una sciagura:
l’intero condominio prese fuoco
e, per salvarsi, non ci fu altro luogo
che salire sul tetto con premura.
Il fuoco non cessava. Allor dall’alto,
qualcuno disse che ogni mamma, stretto
il suo piccolo cucciolo al suo petto,
tentò il tutto per tutto e fece il salto.
... Per l’orfano non fu speranza alcuna:
non intervenne la sua morta mamma
né per prodigio s’attutì la fiamma,
che confermò le leggi di natura!
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Autunno 2009
LA MORTE IN ALCUNI AUTORI DELLA LETTERATURA
MODERNA E CONTEMPORANEA
di Bruna TAMBURRINI (Montegiorgio - AP)
Il tema della morte è sempre stato uno dei più importanti temi della letteratura e della vita fin dal lontano
Medioevo ed anche prima, nella mitologia e nella storia
greco-romana. Nel Medioevo essa veniva intesa come
ricongiungimento a Dio, a volte veniva anche evocata,
oppure l’uomo era alla ricerca di una morte gloriosa,
capace di elevarlo verso un’eternità. Nei secoli più lontani la morte era un’altra vita e bisognava essere preparati
per un cammino diverso, in quel tempo si predisponevano le situazioni e, in alcuni casi, si preparavano gli oggetti più cari al defunto per far continuare una vita felice
anche nell’aldilà.
Con il passare dei secoli, la morte ha assunto diverse
sembianze evidenziando aspetti di paura e di novità nello stesso tempo, di timore, ma anche di desiderio di scoprire l’”ignoto” che si nasconde dietro a questo “passaggio”. È nella letteratura romantica dell’Ottocento che
tale tema diventa forse più sentito, in questo periodo la
morte stessa, che provoca sempre dolore e paura, può
essere superata dalla gloria (nel Foscolo) dallo studio e
dalla sete di conoscenza (in Leopardi) dalla fede in Dio
(in Manzoni). Ma la morte legata ad un conflitto esistenziale, alla paura dell’ignoto e all’impossibilità di una spiegazione razionale, la morte come fine di tutto, la morte
profonda e rivelatrice, o risanatrice, del male di vivere,
si trova in modo più eclatante nella poesia a noi contemporanea. Il poeta romantico che preannuncia questo sentimento moderno sicuramente è Leopardi per il quale la
morte diventa comunque una sorta di liberazione dagli
affanni della vita.
Non si può parlare di questo tema importante se non si
ricorda prima di tutto colui che ha dato il via alla poesia
moderna, che ha avviato l’esame profondo dell’animo
umano scandagliando gli aspetti più reconditi e interpretando la stessa morte anche come una novità, una estrema evasione e forse una speranza: è Charles Baudelaire,
vissuto nell’Ottocento e portavoce della poesia simbolista. Nella lirica “Voyage”, appartenente alla raccolta Les
fleurs du mal, egli approda all’ingiustizia del creato e
finalmente vagheggia la pace suprema, l’ultimo viaggio,
l’estrema evasione: la morte. Il poeta parla del viaggiatore, colui che “col cuore lieve, non si separa mai dal suo
destino e, senza sapere perché, dice sempre Allons”(1).
Non ci si deve curare di ciò che si lascia e bisogna imbarcarsi senza troppe illusioni, poiché “Ogni isolotto segnalato dall’uomo di vedetta è un Eldorado promesso
dal destino…” e “certi miraggi fanno più amaro l’abisso!”(2). L’uomo non deve attaccarsi troppo alle cose e al
proprio passato, poiché è destinato a svanire, ma deve
partire quando ne sente la necessità, senza artificiose
illusioni, ma con una timida speranza nel cuore, verso
mondi di qualsiasi genere, purché nuovi. La poesia si
conclude così: “Morte, vecchio capitano. è l’ora! Su l’ancora! / Morte, che noia questa terra! Salpiamo! / Se cielo
e mare sono neri come inchiostro, / i nostri cuori sono
colmi di raggi, e tu lo sai! // Su, versati il veleno perché ci
riconforti! / Quanto brucia questo luogo nel cervello! Vogliamo / tuffarci in fondo all’abisso! Cielo e Inferno, cosa
importa? / In fondo all’ignoto per trovarvi il nuovo”.3
Le illusioni di Baudelaire sono anche quelle romantiche e sono “uno scudo” per ripararsi dalla realtà e per
far emergere il sentimento dell’uomo sul calcolo
utilitaristico. Ma la corrente maggiormente interessata
al problema della morte è senza dubbio l’Ermetismo italiano, una corrente poetica del Novecento che si sviluppa
in parallelo con le teorie esistenzialistiche ed ha come
motivi base della sua poetica la solitudine, l’illusione
del vivere, il mistero, l’oblio, l’irrevocabilità del tempo e
quindi la morte. Il problema esistenziale si ingigantisce
negli sconvolgimenti mondiali del Novecento, nell’alienazione e nella mancanza di un punto di riferimento, allora subentra la consapevolezza della precarietà dell’uomo che si sente sfruttato ed usato. L’impossibilità di comunicare fino in fondo la parte intima di se stessi contrasta con un mondo in cui il progresso della comunicazione
avanza sempre più. Ecco allora la solitudine, antico e
perenne male dell’uomo e la ricerca di alternative, più o
meno valide, che siano in grado di far sopravvivere. Ad
esempio il periodo della guerra fa sviluppare una profonda poetica sulla morte, infatti nel 1919 Giuseppe
Ungaretti scrive una raccolta di liriche intitolata Allegria
di naufragi in cui l’Autore parla della vita come di un
naufragio di speranze e di illusioni e di un continuo e
disperato attaccarsi ad esse. La nota lirica Soldati
evidenzia la precarietà dell’esistenza “Si sta/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. È un’esistenza precaria,
perché vissuta in trincea negli anni della guerra. La presenza della morte, durante la guerra, provoca nel poeta
uno slancio di fraternità ed un bisogno di umanità. C’è
anche un sentimento di attaccamento alla terra “Di queste case / non è rimasto/ che qualche / brandello di muro”.
Egli stesso afferma: “La mia poesia è nata in trincea (…)
la guerra improvvisamente mi rivela il linguaggio (…) io
dovevo dire brevemente con parole che avessero avuto
un’intensità straordinaria di significato tutto quello che
sentivo”4. È nel 1928 che si ha la conversione e il Poeta
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I l S alotto degli A utori
sente il bisogno di muoversi verso una direzione religiosa. La conclusione del Sentimento del tempo svela, infatti, il punto di arrivo dell’ispirazione religiosa. I sei Canti
del 1932 parlano della morte: “O sorella dell’ombra, /
Notturna quanto più la luce ha forza, / M’insegui, morte…”. Nel Canto secondo così si esprime: “Morte, muta
parola, / sabbia deposta come un letto / Dal sangue,/ Ti
odo cantare come una cicala / Nella rosa abbrunata dei
riflessi.”5.
Tipico è anche il caso di Montale in quanto il poeta,
nelle sue poesie, manifesta una forte sensibilità nei confronti della sofferenza che tormenta l’uomo ed il suo
“male di vivere” appare più intenso di quello di Ungaretti.
A volte, infatti, il poeta rinuncia a vivere ed allora osserva tutti gli aspetti più intimi del mondo, quelli che fanno
parte della sua esistenza. Ma non tutto appare come negazione, a volte traspare anche una certa pietà e “trapela
una speranza di evasione dal male”6.
La sua poesia, infatti, è anche una testimonianza, quasi un documento di vita7. La sua inquietudine è una ribellione alla borghesia e alla dittatura fascista.
Anche Salvatore Quasimodo ripercorre i temi
dell’esistenzialismo e della morte. Nella lirica Ed è subito sera egli afferma che la vita è breve ed è simile ad
un raggio di sole che subito si spegne per il sopraggiungere della notte. C’è il tema della solitudine, c’è il trascorrere del tempo inesorabilmente ed il raggio di sole
si spegne per l’arrivo della sera e quindi della morte.
Nell’altra lirica Alle fronde dei salici il Poeta ricorda la
morte nell’ultima guerra mondiale: E come potevamo noi
cantare / con il piede straniero sopra il cuore, / fra i morti
abbandonati nelle piazze / sull’erba dura di ghiaccio al
lamento / d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero / della madre
che andava incontro al figlio / crocifisso sul palo del telegrafo? / Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre
cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento”.
Di Saba, invece, possiamo ricordare i versi emblematici
della lirica La capra: “…il dolore è eterno, / ha una voce
e non varia…). Egli comprende il bisogno di tenerezza
umana della capra, è un bisogno di amore uguale come
negli uomini.
Dalla presentazione di questi poeti si può comprendere come il tema della morte ed anche il male di vivere
appartengano, in modo a volte soffocante, a poeti e narratori i quali, più delle persone comuni, riescono a percepire le sensazioni della vita e sono poi capaci di immedesimarsi nella scrittura. La parola riesce a rendere vivi
gli attimi di umanità e produce nella personalità degli
autori stessi una sorta di catarsi.
Un grande della letteratura del Novecento è, senza dubbio, Pavese che nella sua tormentata vita ha voluto in un
certo senso padroneggiare il tempo impegnandosi nello
studio e nel lavoro. Egli stesso afferma: “ Se non avessi
la fiducia nel fare, nella pasta che tratti, nei libri che
scrivi, che deserto, che vuoto sarebbe la vita” 8. E ancora: “Quando scrivi qualcosa e ci dai dentro, sei sereno,
equilibrato, felice”. Scrivere è quindi per lui un bisogno
per allontanare la morte, ma non può la scrittura fino in
fondo liberarci da questo “male”. Ecco allora le sue
parole in un’amara considerazione:
“Non t’accorgi di vivere perché cerchi il nuovo tema,
passi trasognato i giorni e le cose. Quando avrai ricominciato a scrivere, penserai soltanto a scrivere. Insomma,
quand’è che vivi? (…) sei sempre distratto dal tuo lavoro.
Giungerai alla morte senza accorgetene”9 .
Dunque la “felicità” di Pavese è una felicità momentanea, è nella scrittura, ma non nella sua vita di uomo,
però non bisogna abbandonarsi alla fuga e non bisogna
rifugiarsi in un mondo di inazione. Egli è alla ricerca di
una scrittura-espressione in cui la parola possa stabilire
un contatto comunicativo, un dialogo con l’altro, tale da
commuovere. Non è una parola vuota, enfatica, fine a se
stessa, superficiale, ma è una parola che abitua al “mestiere di scrivere”e quindi al “mestiere di vivere”. In
Pavese c’è un umanesimo che si concretizza in un nascondersi negli spazi della propria coscienza al fine di
proteggersi dagli aspetti negativi della vita, ma nello stesso tempo c’è il tormento di chi non riesce a manifestare
fino in fondo la sua intera umanità.
Pavese tenta in tutti i modi di allontanare da sé i mostri della sua coscienza, ma questo produce una terribile
lotta interiore che, alla fine, conduce l’Autore al suicidio
e al rifiuto di se stesso anche come uomo.
Si può concludere con un pensiero poetico di
Baudelaire, un pensiero che unifica poesia e morte, infatti egli afferma che la poesia ha il passo lento dei fiumi
“…che si avvicinano al mare che è la loro morte e il loro
infinito”.10
Note bibliografiche
1
BAUDELAIRE, Le voyage, parte I, vv 17-18-19-20
2
“
“
parte II, vv 13-14-20-21
3
“
“
“ VIII, vv. 1-8
4
Ungaretti commenta Ungaretti, in LA FIERA LETTERARIA,
15 settembre 1963.
5
Citato in G.Luti, Invito alla lettura di Ungaretti, op. cit. pp.
124/125).
6
U. Panozzo, Storia della letteratura italiana, op. cit. pagg. 344/
345)
7 C. SALINARI C. RICCI, op. cit. pag. 1225).
8
citato in F. ROMAGNOLI, L’inarrivabile vita - Lettura di
Pavese, M. Boni Ed. Bologna, 1990)
9
citato in F. ROMAGNOLI, op. cit, pag. 111)
1
0 Citato in SPAGNOLETTI G., Baudelaire – I fiori del male,
op. cit, pag. 13
(Articolo tratto dal libro di BRUNA TAMBURRINI, “Scrittori,
poeti, correnti letterarie” – Brevi saggi di letteratura dal Duecento
ai giorni nostri, Ed Nuova Impronta, Roma, 2000) .
- 30 -
Autunno 2009
L’ANORESSIA
di Annalisa PALUMBO (Torino)
Nella società attuale la magrezza è uno status symbol
costantemente esaltato da mode, campagne pubblicitarie, cinema e tv.
Tuttavia l’anoressia è un grave disagio interiore, che
trova nel fisico l’espressione di un malessere di vivere
profondo.
Seneca scrisse: “nessuno è veramente felice se è schiavo del proprio corpo.” Questa malattia può avere cause
psicoanalitiche dovute ad un rapporto conflittuale con la
madre nutrice.
Nel primo anno di vita il bambino instaura un legame
di attaccamento con la madre in relazione al cibo, dal
quale costruirà una sua visione di realtà futura. Se l’atteggiamento della madre nei confronti del cibo risulta
nel primo caso rifiutante, quasi ostile e quindi il bambino
è confuso, non sa se la madre gli darà da mangiare; nel
secondo caso imprevedibile, perché verrà nutrito soltanto quando è la mamma a ritenere che abbia fame, (altrimenti può anche lasciarlo piangere, perché è convinta
che è sazio) e il bambino diventa ansioso, è possibile
che in queste situazioni si sviluppi l’anoressia in età
adolescenziale.
Lo stesso dicasi di una madre più attenta al benessere
ed allo sviluppo fisico esteriore del figlio, piuttosto che ai
suoi stati d’animo.
Quindi la mancanza di ascolto, unita alla difficoltà di
affrontare i cambiamenti nel proprio corpo, insieme alla
paura di lasciare le sicurezze infantili possono generare
uno stato di confusione che, durante l’adolescenza, si
traduce in un rifiuto di crescere e di accettare la propria
fisicità. L’anoressico comunica con gli altri e con sé stesso attraverso il corpo, anche se, paradossalmente, ci rinuncia.
Questa malattia colpisce maggiormente le donne, perché vivono le emozioni attraverso il corpo, per via di fattori storici e biologici, come il ciclo e la maternità.
L’anoressia è prevalentemente un problema delle società attuali, soprattutto di quelle occidentali. Sembra
quasi una moda come accadeva con l’isteria in passato.
Insieme alla bulimia, l’anoressia costituisce una delle
prime cause di morte tra le giovani fra i 12 e i 25 anni.
Il principale strumento di prevenzione è l’attenzione
verso i primi segnali di disagio. La malattia insorge col
manifestarsi dei sintomi, che sono innanzitutto un
dimagrimento eccessivo, ben al di sotto del normale ed
un’immediata amenorrea.
L’anoressico solitamente rifiuta di mangiare ed inventa una serie di scuse per evitare di alimentarsi; se proprio non può fare a meno di sedersi a tavola, prende
pochissimo cibo per poi lasciarlo comunque nel piatto,
oppure lo nasconde nel tovagliolo per gettarlo in seguito.
La cura consiste nella psicoterapia, attraverso la quale
si cerca di aiutare i pazienti anoressici a valorizzare le
proprie emozioni e a condividerle con gli altri. Inoltre
quando si mangia in famiglia bisogna apparecchiare anche per l’anoressico, in modo che si senta responsabilizzato verso la propria salute e condivida le abitudini di
famiglia, soprattutto riguardanti i pasti comuni.
Potrebbe essere anche utile servirlo. Tuttavia la psicoterapia deve essere coadiuvata dal lavoro di un dietologo,
altrimenti il paziente rischia di morire.
Man mano che la malattia progredisce, la persona si
estranea sempre più evitando accuratamente uscite in
pubblico.
La patologia diventa grave quando si perde il contatto
con la realtà, quando l’anoressico non riesce più a lavorare, ad avere una famiglia e a condurre, insomma, una
normale vita sociale.
Nell’anoressia grave, si perde la consapevolezza del
proprio stato interiore e fisico. C’è un’alterazione del senso
reale della bellezza ed un disturbo della stima corporea.
GIOIA IMMENSA
di Rossella CATANIA (Genova)
UN MARE DI EMOZIONI
di Carlo MURZI (Livorno)
Sento strillare una vocina gi` sicura
h nata, si, l'attesa h diventata realt`.
C’è un mare d’emozioni
nella ricerca della perfezione,
nella cortesia, nella compassione,
nella combattività dell’onore,
nell’enigma e nel convinto servilismo.
Emozioni nel silenzio della mente,
nascoste negli sguardi, nei respiri,
nel se stesso sconosciuto
e nel sentire di un caldo abbraccio.
Quella sera di fine estate ho sentito
una freccia sfiorare il mio cuore.
Sei nata, sono diventata nonna.
Indimenticabile giorno, colorato di rosa.
Tu illumini la mia esistenza, immensa gioia,
indescrivibile senzazione,grande dono di vita.
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I l S alotto degli A utori
TARDO AUTUNNO
di Grazia FASSIO SURACE
(Moncalieri)
MOTI DISGIUNTI
di Franca MARIANNI (Novara)
Nel battito dell’onda
c’è la vita e la morte,
colpo di pinna che risale
la corrente e polvere
d’immemore naufragio.
Odio il tardo autunno di novembre
il sole che cala presto dietro l’ombra
alberi insetti in letargo e fiori e erba
stanca - e fuori - dentro - è nero il gelo
chissà perché non è bianco questo gelo
Palpiti d’aria e ceneri disperse
là dove non giunge quiete.
e delle feste già s’allarga impazza
l’attesa
- di cosa poi - incubo camuffato
da luci regali abeti cotillon
Non allo stesso modo
qui s’alternano – nell’oscuro
di ore da sempre sottratte
a vuoto di memoria –
moti disgiunti
di antico e nuovo, in lento
approdo a superstite
salvezza, ignota a se stessa.
già visto il film che non annulla
i vetri grigi per lo smog
su cui con dita stanche
traccio impossibili sogni
d’eterna primavera.
Tratta dalla silloge BIANCO E NERO
Ed. Montedit
Il libro è in vendita a Moncalieri, alla
libreria MONDADORI, presso il Centro
Commerciale in V. Vittime di Bologna n. 2022 oppure può essere richiesto alla Casa
Editrice Montedit [email protected] o
dal sito www.montedit.it
IL TEMPO
di Pacifico TOPA (Macerata)
Corre il fiume della vita
verso il mare procelloso,
mare immenso, misterioso,
mare pronto a ingoiare.
Lentamente i giorni vanno
senza attimi di posa,
fuggon gli anni ed ogni cosa
corre verso il suo destino.
Sono i giorni come foglie
che il gran vento porta via,
dietro a lor resta soltanto
senso di malinconia.
Con il tempo passa pure
tutto ciò che c’è concesso,
vita lieta, vita dura,
finirà tutto lo stesso.
La sua man tutto cancella,
gloria, gioia e pur dolore,
non rispetta i sentimenti,
arrestando pure il cuore.
GLI INDIFFERENTI
di Giovanni REVERSO (Torino)
Chi sono mai costoro? Sono coloro che
rimangono assenti di fronte a qualsiasi
manifestazione a cui assistono o anche,
peggio ancora, che li tocca direttamente.
Non provare nulla per quello che accade
agli altri, è la prima indifferenza.
Quando non si prova nulla se capita
qualche disgrazia a se stessi, morte di
un congiunto, crollo economico, perdita
del lavoro, amore finito, ecc. ecc.,
allora l’indifferenza diventa totale,
oserei dire patologica, bisognosa di cure.
Shaw ha bollato gli indifferenti
in questo modo: «Il peggior peccato
contro i nostri simili non è l’odio ma
l’indifferenza: questa è l’essenza dell’inumanità.»
Un’indifferenza relativa può anche
aiutare a soffrire meno nell’affrontare
le prove, anche dure, che la vita ci pone
nel suo fluire continuo e impietoso.
L’indifferenza inaridisce i sentimenti:
si soffre di meno, ma anche la gioia
è diminuita, ridotta dall’indifferenza.
In un mondo che sta diventando sempre
più arido, anche gli indifferenti sono
in costante, sicuro aumento e assestamento.
Forse, anzi senza forse, si è perso il senso
della misura, tutto viene ampliato e accettato.
Non si reagisce più alla violenza, alla
criminalità, ai furti, alle truffe, alla morte.
Questo non reagire è il sintomo più
eclatante dei malati di indifferenza.
GLI INDIFFERENTI: sono esseri senza emozioni,
hanno perso il senso d’ogni bellezza,
i loro organi sensitivi non hanno più reazioni.
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Autunno 2009
LEOPARDI RICONCILIATO CON CRISTO
IN PUNTO DI MORTE
di Nicola RUGGIERO (Torre del Greco – NA)
Giacomo Leopardi, una delle espressioni più alte della
poesia e della lingua italiana, educato in una famiglia
di fede praticante seguito di un incontro col letterato
ateo Pietro Giordani, subì una profonda crisi, che sfociò nel pessimismo, che non fu negazione di Dio, ma
soltanto incomprensione e dimenticanza della Divina
Provvidenza.
Per esempio, a trent’anni (Leopardi morì nel 1837,
a 39 anni) quando alla morte di suo fratello Luigi, suo
padre gli scrisse di comunicarsi, come avevano fatto
tutti in famiglia, rispose di averlo fatto. E quando, quattro anni dopo, scrisse al padre esprimendo il suo cupo
desiderio di morte, diceva: «Chiamo Iddio in testimonio della verità di queste mia parole. Egli sa quante
ardentissime preghiere io gli abbia fatte (fino a far tridui
e novene) per ottenere questa grazia.» È da escludere
l’ipotesi (avanzata da qualcuno) che le parole servissero solo per consolare il padre.
Come si sa, negli ultimi sette anni, quasi ininterrottamente, Leopardi visse con Antonio Ranieri, che fu l’unico a raccontare la sua morte, alla quale disse di essere
stato lui soltanto presente, insime alla propria sorella e
al medico. Il Ranieri dichiarò che il poeta si era spento
quasi all’improvviso e non potè ricevere quindi da un
frate chiamato d’urgenza, ce le ultime preghiere dei
morti. Il che escluderebbe il cosciente ritorno finale in
seno alla religione.
Ma la testimonianza, apparentemente decisiva, è tutt’altro che dimostrativa. Innanzi tutto si domanda perché il Ranieri, niente affatto tenero verso la religione,
avrebbe fatto chiamare d’urgenza il sacerdote, se non
con l’intento che avesse potuto amministrare i sacramenti al poeta e come avrebbe potuto pensare a ciò se
non fosse stato consapevole dei sentimenti religiosi del
grande e intimo amico.
C’è poi qualcosa di positivo, molto più preciso. Lo
stesso Ranieri al padre del poeta, il Conte Monaldo,
ripetutamente scriveva che Giacomo era morto «non
senza essere stato munito dei più dolci conforti della
nostra santa religione.»
Ma son qui per riferirvi un’altra testimonianza finora
inedita, quella di un teste oculare, né dal Ranieri né da
altri mai smentito, il notaio Leonardo Anselmi di Porto
Maurizio, che dichiara: «Mi trovai in casa Ranieri il
giorno della morte del conte. Verso le quattro pomeridiane il Leopardi chiamò la sorella di Antonio Ranieri,
Paolina, la quale, vestitasi in fretta, uscì di casa e tornò
con il Parroco, il quale verso le sei pomeridiane gli
portò il Viatico. La morte avvenne alle otto o alle nove
di sera. A tutto questo mi trovai presente e mi ritirai
verso mezzanotte. La mattina seguente, verso le nove,
ritornai in casa Ranieri e vidi che facevano al poeta la
maschera funebre in gesso.»
In fine, a sovrabbondate conferma, nell’archivio parrocchiale della Chiesa della SS. Annunziata a Fonseca,
che è a Napoli, a pochi passi dalla casa che abitava il
poeta, si trova, in un registro, l’atto di morte di Leopardi, scritto con queste testuali parole: Giacomo Leopardi, figlio del Conte Monaldo e della Marchesa Adelaide
Antici, è morto oggi 14 giugno 1837, munito dei SS.
Sacramenti. Che fosse una frase stereotipa, buttata lì
per abitudine, è da escludersi, perché nel medesimo
registro spesso manca tale annotazione e perché l’atto
è redatto con particolareggiata esattezza di nomi e circostanze.
Il fatto dunque è da ritenersi incontestabile, assolutamente!
Qui sorge spontanea una domanda: perché mai il
Ranieri si indusse a tale menzogna? Il letterato e magistrato Alessandro Stefanucci Ala riferisce una tarda
confessione del Ranieri a lui stesso: «In confidenza e in
segreto ti dirò – così il Ranieri – che Giacomo mi aveva fatto giurare di chiamargli il prete, se lo vedessi in
pericolo. E così fu fatto. Ed ebbe il prete e il viatico e
tutti i sacramenti.» Poi, alla richiesta perché non lo
avesse pubblicato, aggiunse: «Fossi stato un minchione! Avrei rovinato presso i liberi pensatori il leopardi,
la cui fama presso di loro era tutta nel saperlo incredulo.»
Chi conosce quanto tenga la massoneria a far morire
senza sacerdoti i suoi adepti e a sfruttare la morte laica
delle illustri personalità ai fini della sua propaganda,
non si meraviglierà di tale preoccupazione del Ranieri,
anima tutt’altro che martoriata dagli scrupoli dell’obiettività storica e tendente a sfruttare, a proprio vantaggio, la grande amicizia. Fu però Antonio Ranieri non
privo di lealtà quando scrisse al padre di giacomo che
era morto con i sacramenti della nostra santa religione, e non fece mancare il sacerdote al capezzale del
poeta.
Fu questo l’atto più grande e nobile della sua amicizia.
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I l S alotto degli A utori
PERCHÉ SI FESTEGGIA
SAN GIOVANNI BATTISTA COL FUOCO?
di Guido BAVA (Biella)
Le feste popolari che hanno come data il 24 giugno,
fanno da sfondo alla celebrazione cristiana della ricorrenza della nascita di San Giovanni Battista la quale
anticipa di sei mesi esatti la Natività di Gesù. Patrono
di città importanti italiane ed estere, è festeggiato con
grande partecipazione soltanto in parte a titolo
celebrativo con riti liturgici, mentre canti e balli si
susseguono anche a notte inoltrata fino alla pioggia di
fuochi artificiali che conclude la
giornata.
Ma questo tipo di fuoco
spettacolare e dispendioso si è reso
possibile soltanto in tempi recenti infatti, dapprima, si ricorreva (e questa tradizione si conserva tutt’ora anche in Piemonte) ai falò alla formazione delle cataste di legna dei quali
provvedevano le popolazioni di città
e villaggi e la notte offriva alla vista
fuochi su poggi e colline: qualsiasi
luogo elevato poteva ospitarne e poi,
con lo spegnersi dei fuochi, terminava la giornata di festa. Va da sé
che questo rito popolare abbia lontanissime origini ed
è quindi logico ricercare nel passato la ragione per la
quale si è sempre celebrata la Festa del Battista con il
fuoco; questa ricerca ci porta lontano, molto lontano e
indietro nel tempo fino ai primordi a quando, cioè, gli
esseri umani basavano la propria esistenza sugli elementi naturali attribuendo ai fenomeni celesti assai maggiore attenzione di oggi.
Ho già trattato, in altra sede, l’argomento dell’avvento della religione cristiana attraverso l’opera di
evangelizzazione dei monaci, i quali operarono in modo
di sfruttare le esistenti manifestazioni cultuali pagane,
traducendo riti e protagonisti nel culto di Gesù e dei
Santi e, soprattutto della Madonna che ben si
sovrapponeva alla Grande Madre di sempre. Fu così
che il nuovo Credo fu accettato senza problemi salvando del passato soltanto le manifestazioni popolari che
stanno ancora oggi alla base di riti e ricorrenze
irrinunciabili.
E veniamo al fuoco e alle motivazioni del suo uso;
partiamo dalla data del 24 giugno così vicina al 21,
data indicata come “solstizio d’estate” cioè il giorno
più lungo e la notte più corta dell’anno e il sole, per
alcuni giorni, nasce e tramonta sempre nello stesso
punto dell’orizzonte per cui pare essersi “fermato” cioè
“sol” “stizio”che puo’ essere tradotto in “sosta del sole”.
Si pensi ora agli sguardi attoniti e preoccupati degli
antichi abitatori del pianeta i quali consideravano il
sole come essenza vitale insostituibile e la preoccupazione che esso non riprendesse le proprie funzioni e la
gioia nell’accorgersi che, dopo qualche giorno, tutto
rientrava nella normalità e si comprenderà il motivo
della festa gioiosa di ringraziamento per lo scampato
pericolo. Occasione propizia per i
monaci, consci dell’importanza di
quelle manifestazioni, il sovrapporre
la festa della nascita di San Giovanni che avvenne. come già detto, sei
mesi esatti prima di quella di Cristo,
quel 21 dicembre durante il quale
il sole riprende il suo cammino dopo
il solstizio d’inverno.
L’uso del fuoco ci proviene dal
nord ove sussistono antiche usanze
quali l’esporre alle fiamme dei bambini per nove volte per farli crescere robusti o far passare gli animali
attraverso il fuoco per preservarli dalle malattie e da sortilegi malvagi.
Nell’Italia meridionale si mescolano streghe e diavoli a comuni mortali in strenua lotta mentre, maggiormente aderenti al passato storico, troviamo i riti
indoeuropei e celtici relativi al potere della luce e del
fuoco e, quest’ultimo, da sempre elemento basilare delle
credenze per le sue proprietà di fugare le tenebre e gli
spiriti avversi come demoni e streghe che potevano
arrecare danni alle campagne quindi, i falò, venivano
accesi e alimentati fino all’alba quando il sole riprendeva il suo posto nel cielo.
Quindi un rapporto diretto tra San Giovanni e il fuoco
non esiste altro che come data relativa al tempo del solstizio in quanto sia la sua nascita che il suo martirio,
nulla hanno a che vedere col fuoco, visto che fu decapitato per esaudire un macabro desiderio di Salomè, figlia
di Erodiade, che pretese in dono da Erode la testa del
Battista, condannato a morte perché San Giovanni aveva condannato la loro peccaminosa convivenza.
Ci si potrebbe anche riferire al fuoco interiore che
animava il Santo durante la sua predicazione e la condanna delle empietà, ma preferisco l’ipotesi relativa
agli antichi riti del sole senza nulla togliere, naturalmente, al valore di San Giovanni Battista.
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Autunno 2009
IL PALLONE
di Donato DE PALMA (Torino)
MONOLOGO MUTO
di Vittorio CATTANEO (Borgaro – TO)
Oggi è lunedì,
giornata di riposo.
Oggi piango un altro amico, mutato in effigie da epitaggio.
Quante botte ho preso ieri,
quanti calci,
da destra e da sinistra.
dai rossi e dai bianchi.
Povero amico, la cui clessidra urtata dal Fato aggiunge altra
Sabbia al già versato deserto che, lento e inesorabile, da
Lustri mi si estende intorno.
Tanta gente che godeva,
gridava contenta,
si divertiva,
ed io prendevo calci.
A lungo fisso questo tuo ritratto volutamente datato,
Come un pietroso ritocco alla cruda realtà del declino.
Mi hanno portato in un prato verde,
un tipo mi teneva in braccio,
mentre trattava con altri per decidere,
chi doveva darmi il primo calcio.
Poi mi ha posato a terra,
su un bel prato verde,
ha suonato il fischietto,
ed hanno cominciato a prendermi a calci.
Calci dai rossi e dai bianchi,
ed io rotolavo, correvo, rotolavo,
ma loro mi correvano dietro,
e mi davano calci a non finire.
La gente d’intorno gridava,
cantava, suonava le trombe,
si divertiva su di me,
e io prendevo calci.
Con calci da destra e da sinistra,
mandato in avanti,
sono finito nelle braccia di uno che aspettava.
mi accarezzava, ecco, questo mi vuole bene.
Ma poi mi da un calcio più forte,
volo in aria, lontano,
come mi abbasso, mi prendo una testata,
e giù a rotolare per terra, e di nuovo calci.
Si spingono, si danno gomitate,
io rotolo, esco fuori dal campo,
ma uno mi viene a prendere,
e mi butta di nuovo dentro.
Rievocando giorni passati, ad esso rivolgo un mesto
Monologo muto d’inutili scuse tardive a troppe mancate
Promesse, con l’unico intento di sospendere – un poco –
L’inarrestabile corsa del Tempo.
Ma, amorevolmente riposto fra troppi similari messaggi –
Nascondendoti l’ultimo inganno – già domani, inevitabilmente
Dovrò tornare a ignorarti (il pensiero rivolta a nuove
Quotidiane battaglie); attendendo rassegnato il giorno in
Cui anch’io diverrò simile a voi…
Una semplice foto bordata di nero, giacente sul fondo di un
Defilato cassetto (fossa comune di affetti troncati), da cui
Ogni altro lutto solleverà – per un giorno – il velo d’oblio.
TI TROVERÒ
di Cristina SACCHETTI (Riva di Chieri – TO)
Esisti, perché ho visto il tuo profilo
dipinto tra le nuvole
Rivolterò la terra
foreste sradicherò
giuro, ti troverò.
e quando nei tuoi occhi
mi specchierò
con nodi indissolubili a me ti legherò.
Dopo tanti calci finisco in una rete,
la gente grida contenta, canta, suona le
trombe,
da una parte cantano vittoria,
e dall’altra, silenzio e tristezza.
Ah, se fossi nato quadrato, non prenderei calci,
potrei essere un quadro, un mattone,
potrei essere un cubo di pietra,
al massimo qualcuno mi si sedeva sopra.
Colui che mi aspettava, mi prende fra le mani,
mi accarezza, e poi un bel calcio,
e di nuovo nel campo verde,
e di nuovo calci.
Ma sono rotondo, sono il pallone,
io prendo calci, e gli altri si divertono.
dicono che sono tifosi per me,
e si prendono anche a botte.
La, in quel campo verde,
devo stare 90 minuti,
quei minuti sono tanti,
e i calci non si contano.
No, non battetevi per me,
ci sono già io che soffro,
divertitevi pure su di me,
voletevi bene, amatevi !
Che vita è la mia !
solo perché sono rotondo,
e rotolo sempre,
perché sono nato rotondo.
I calci li prendo io,
perché sono rotondo,
e sarò sempre rotondo,
io sono, il pallone !
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I l S alotto degli A utori
LA COSCIENZA DEL MALE
di Cristina MANTISI (Savona)
FULIGGINE E FUMO
di Fiorella REY di VILLA REY
(Torino)
Il fiore che ho raccolto
prigioniero è tra le mie mani,
vittima innocente e pura
di un efferato gesto di piacere.
Posso sentirne ancora il grido,
la vana resistenza violentata.
Quale gioia l’esser cosciente
nell’incoscienza del momento.
Il fiore che ho raccolto
adesso è il mio rimorso,
il male che tormenta i miei pensieri.
Più non avrà baci di rugiada
né calde armonie di luce.
Della sua bellezza piango
la libertà che gli ho rubato
con l’atto crudele del mio amore.
Questo è il mio dolore immenso
che attanaglia l’anima mortale
nel vortice contorto del rimpianto
e mi incatena al suo destino.
Sono, le mie, lacrime pesanti
come le gocce sue di sangue
poiché il primo petalo staccato
s’arrende al disgregarsi della vita.
Quanto al suo destino
assomiglia sempre più il mio
giacché soltanto nella morte
potremo assaporare ancora il vento
della nostra breve estate uccisa.
Fuliggine e fumo,
luci fioche
e la voce rotta dell’altoparlante.
Luogo remoto ed innocente
la piccola stazione di campagna.
Il vecchio taxi,
gocciolante sotto la pioggia,
aspetta l’unico viaggiatore.
Il facchino curvo
mormora tariffe,
inascoltato.
I vetri illuminati del café
fan brillare i tavoli di ferro
e la gazzetta abbandonata
scivola a terra,
sfogliandosi in un tappeto
di parole.
Ma già gli sperduti
sibili del treno
che ci porterà via
dalle loro vite
s’adagia lungo le terre
appena arate.
DALLA FINESTRA FILTRAVANO
di Giacomo GIANNONE (Torino)
Dalla finestra filtravano
spiragli di soffice luce
raggi di sole
e noi si stava abbracciati
con gli occhi socchiusi
le mani a cercare carezze
le labbra a chiedere baci
noi soli e tanto calore
noi soli sul letto di piume.
LA DANZA DELLE FALENE
di Guido BAVA (Biella)
Dalle pareti scrostate
fiumi fluivano di fremente
passione
noi si ascoltava il silenzio
noi si spiava la febbre del vento
e solchi irrigavamo nella stanza
ferita da lance di fuoco
noi di sudore bagnati
si era ardenti tizzoni.
Dalla raccolta Morsi di luce
Montedit – collana Le schegge d’oro
(i libri dei premi) raccolta realizzata
quale 6° premio del concorso letterario M. Yourcenar 2006 – sez. poesia.
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Cupe ore della notte
tiepida d’agosto,
io,solitario,penso
ad ore lontane perdute
ora solo tenui ricordi.
Il pallido raggio d’un lume
appena mi sfiora
e va e viene come
un giocare di luci
su un opaco schermo.
Danzano le falene,
silenziose ombre della notte,
danzano nel cono di luce
fino a bruciarsi l’ali,
fino a cadere a terra, morte …
Autunno 2009
UN RAGGIO DI SPERANZA
di Rosita PONTI
dedicata all’Amico Gennaro Battiloro
Se il buio dell’angoscia
al tuo procedere nel tempo
agni significato va negando,
stanco pellegrino
della terrena esistenza,
deponi il fardello delle tue pene,
riposa e del tuo spirito dolente
intendi il richiamo più profondo.
Fino in fondo nessuno
il tuo smarrimento può recepire,
anche in mezzo alla moltitudine
solo sempre sarai,
irrimediabilmente solo.
Ma tu non lasciarti inghiottire
dallo sconforto, della solitudine
diventa l’amico e aggrappati
a quel Dio che è in te.
Il dolore vano non è,
percuote e strazia l’anima tua
per staccarla dalle terrene futilità
e innalzarla verso l’infinito.
Tergi dunque le lacrime
e riprendi con lo sguardo
verso l’Alto rivolto
il tuo tormentato cammino.
Sentirai allora un raggio di speranza
sfiorare, quale confortante brezza,
la tua fronte dalla sofferenza prostrata.
LA VITA BELLA
di Gianclaudio
VASSAROTTO
(Lombriasco – TO)
La vita è bella
se nella notte scura
brilla una stella.
La vita è amica
se una provvida mano
ti accarezza la fatica.
La vita è pura
se cammini adagio
contemplando la
natura.
La vita ha un senso
se il bene nella storia
trova luce, consenso.
La vita è amore
se abbracci il fratello
confidente nel Signore.
La vita è gioia
se il fanciullo in te
non ti dà noia.
La vita è poesia
se lo stupore, il canto
ti invade alla follia.
ORME DI SABBIA DI
Francesco Luigi PAOLILLI
(Maglie – Le)
Lascerò orme solitarie,
dimora delle ombre;
spruzzerò sul petto
fragranza di pace.
Lembi di gioia
le iridi,
squarci di futuro
da ricordi lontani.
Raggi d’estate
d’un tiepido
inverno,
veste sottile
dell’anima infranta;
d’incerta meta
il lungo
cammino.
SENZA SOFFITTO
(Gli affreschi della Villa di
Corciano)
di Giulia VANNUCCHI
(Viareggio - LU)
La vita è sapienza
se il divino Spirito
ti dà la scienza.
Alzo gli occhi
e il mondo scompare.
La vita è un dono
se espandi nel tempo
la pace ed il perdono.
Tra le vetuste architetture
occhi senza vita
guardano oltre me,
al di là del tempo.
La vita è grazia
se di lode di preghiera
mai non si sazia.
La vita è paradiso
se nulla offusca
il Divino
nel sorriso.
Un cielo
privo d’ alito
gioca coi sensi
e inganna menti e cuore.
Alzo gli occhi
e il soffitto
si fa infinito.
(28/09/08)
1° premio concorso
“Colluccio Salutati”
2009 sez. giovani
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I l S alotto degli A utori
PROPRIETÀ DI PIANTE AROMATICHE
ED ERBE MEDICINALI
di Giuseppe DELL’ANNA (Torino)
La tradizione di curare con le erbe, in Italia, affonda
le sue secolari radici nell’antichità. Nella tradizione
latina le piante per la cucina e per la salute venivano
coltivate nell’hortus, un ambiente recintato interno alla
casa, oppure in grandi spazi di terreno collegati ad
un’abitazione agreste. Nel Medio Evo questa tradizione viene recepita anche dalle strutture monastiche, i
conventi: le piante venivano sia coltivate che lavorate
nelle officine del convento, da cui deriva il nome di
“piante officinali”. Sempre nei monasteri avviene la
trasmissione del sapere medico, con la nascita di vere
e proprie Università dedite allo studio di piante a scopo scientifico, botanico e medicinale, con la concomitante nascita dei primi laboratori farmaceutici. Attualmente la conoscenza medica ha fatto molta strada, ma
in molte delle piante usate nella tradizione ci sono “principi attivi” in grado di interagire nel nostro organismo,
sono cioè farmaci a tutti gli effetti: si possono quindi
ricavare dalle piante ed usare come tali, oppure modificare le loro molecole in laboratorio per renderli sia
efficaci che sicuri. Passo quindi a descrivere una panoramica delle proprietà di alcune tra le erbe e piante
aromatiche più diffuse, a tutti certamente note:
Rosmarino: oltre a rendere insuperabile l’arrosto
con le patate al forno, possiede proprietà terapeutiche
quali: favorire la peristalsi intestinale, proteggere il
fegato, avere effetti antiossidanti tramite l’acido rosmarinico.
Salvia: il suo nome deriva dal latino “salvus” che
significa “sano”, ha proprietà disinfettanti e cicatrizzanti, decongestiona infiammazioni di bocca, gengive
e gola, è tonificante per la pelle.
Alloro: ha proprietà digestive.
Timo: ha proprietà antispastiche, antimicrobiche e
antinfiammatorie (in particolare nelle malattie da raffreddamento).
Origano: ha proprietà digestive ed espettoranti.
Eucalipto: se ne usano le foglie, ha proprietà espettoranti e febbrifughe.
Salice: si usa la corteccia, ha proprietà antinfiammatorie, antireumatiche, analgesiche.
Uva ursina: se ne usano le foglie, ha proprietà antisettiche, in particolare in corso di infezioni acute e croniche delle vie urinarie (cistite, uretrite).
Ribes nigrum: se ne usano le gemme, rafforza il
sistema immunitario in particolare nei periodi freddi
dell’anno.
Rosa canina: se ne usano i giovani getti, utile nelle
infiammazioni recidivanti delle prime vie respiratorie.
Malva: cura e previene le malattie infiammatorie
delle prime vie aeree calmando la tosse, ma è anche
utilizzata come regolatrice della funzione intestinale.
Bulbi di aglio e cipolla: così tanto usati nei condimenti delle pietanze mediterranee, hanno proprietà
antibiotiche e antiparassitarie, oltre a proprietà antitumorali contenute nelle loro sostanze ricche di solfuri e
polifenoli.
Ho solo riportato alcune tra le piante ed erbe più
conosciute, però approfondimenti sia di queste che di
altre meno conosciute possono effettuarsi presso le Erboristerie o attraverso la lettura di opuscoli che trattano studi particolareggiati di erbe e integratori.
FONTI:
Sapere e salute: Rivista bimestrale Febbraio 2009
Erbe e integratori del benessere: Ediz. Riza, allegato a
Salute Naturale di Ottobre 2007
L’ABC delle piante/ Fitoterapia e Farmacia Guida – Ed.
Romart
Guarire con la natura di A. Speciali – Oscar Mondatori
ed. 2003.
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Autunno 2009
I consigli dell’Occhialuta
Per conoscere gli scrittori italiani, residenti in Germania, e per scambi culturali abbonatevi a:
IL MULINO LETTERARIO
Periodico di notizie, arte e cultura
Il Mulino letterario, Hofstrasse 10, 77787 Nordrach, (Germania). Tel e Fax: 07838/641. Responsabile:
Antonio Pesciaioli - Redazione: Giovanni Guidi, Gaetano Martorino; Redattori esteri: Donatella Garitta,
Giovanni D’Andrea, Pietro Gatti, Francesco Cornelio, Nino Bellinvia, Nunzio Gricone, Anna V.Gozzolino:
Italia; Francesco Scaramuzzo, Svizzera; Mario Meriggi, USA; Michelangelo Corazza, Austria; Giovanni
Li Volti Guzzardi, Anna Sarrocco, Australia; Marco Zilony, Patricia Kowaleki, Canada. Ai sostenitori
(30 euro) verrà pubblicata ogni mese una poesia gratis. Contributi liberi per la sottoscrizione vanno
inviati ad: Antonio Pesciaioli, Hofstrasse, 10. C.a.P. 77787 Nordrach (Germania).
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I l S alotto degli A utori
NARRATIVA
Il vaporetto
di Giuseppina Iannello Siccardo (Bs)
Correva l’anno del Signore 1984... Io, Alice, mi trovavo in un
candido paesino di montagna, dove svolgevo la mia opera
d’insegnate; ero al mio primo lavoro ed avevo 25anni. Con me
soggiornava, anche, la mamma. A causa dei rigori invernali
alcuni alunni si ammalarono, essendosi diffusa l’epidemia del
morbillo. Anch’io, una mattina mi svegliai con la febbre altissima e tante bolle rosse sul corpo. Mio madre ed io inorridimmo:
la malattia contratta da adulti, rappresenta un vero e proprio
pericolo e, infatti stavo molto male.
Dopo una cura appropriata, finalmente il morbillo regrediva ed
io mi risvegliai una mattina con una certa fame, ma soprattutto
con una spasmodica voglia di pesce alla griglia con molto limone. Manifestai la mia voglia alla mamma, la quale, poverina,
uscì e, non trovandosi pesce fresco in paese, mi comprò del
pesce surgelato, lo cucinò e condì con il limone.
Dieci anni dopo l’accaduto, in una città di cui non è importante
conoscere il nome, a causa dell’inverno troppo rigido, mi presi
la bronchite. Ancora mi stupisco nel ricordare il regresso della
malattia, contrassegnato, alla stessa maniera della prima volta
dalla pietanza su menzionata (pesce con limone).
Ma vi racconto per bene che cosa era avvenuto mentre ero a
letto: gira che mi rigiro, finalmente mi addormento. Comincio a
sognare; nel sogno ho super giù vent’anni. Abito con la mia
famiglia in una splendida villa in riva al mare ed sono fidanzata
con Pierluigi.
I balconi che danno sul mare sono qualcosa di prezioso per me:
mi piace infatti affacciarmi e godere la brezza marina; l’aria del
mare così morbida, suscita, addirittura, una condizione di estasi. Non so dirvi dove fossimo, se, nella meravigliosa Venezia, o
nella stupenda Messina, o in un’isola del centro America, considerato che molte persone, hanno il nome straniero...
So che mi trovo bene, anche se per andare da un luogo all’altro
bisogna prendere il vaporetto. I miei genitori per fortuna, sono
quelli attuali, anche i miei familiari, quelli a cui sono più legata
sono gli stessi; la stessa cosa posso dire per il mio fidanzato.
Ognuno di noi, inoltre ha conservato la propria lingua e il proprio idioma. Anche nel mio sogno sono ammalata e, quindi,
costretta a letto, ma nella mia camera, molto grande, c’è la mamma che al tavolo seduta, scrive alla zia Melina, e ogni tanto, mi
guarda con la sua amorevole espressione. C’è anche la zia
Maria, seduta vicino alla mamma che con l’uncinetto esegue
magnifici pizzi, che poi cucirà intorno ad un lenzuolo che mi
regalerà. Sia la mamma che la zia Maria, hanno la costante preoccupazione, di rimboccarmi le coperte. Ai piedi del mio letto è
la piccola Linda, figlia dei vicini di casa con un viso birichino e
due belle treccine: in questo momento si sta alzando per andare
al tavolo e continuare le ciambelline di pasta modellante, onde
allenarsi a diventare una brava fornaia. Papà è in soggiorno,
con mio fratello e il signor Antenore e giocano a carte.
Improvvisamente, squilla il campanello: la mamma dice a Linda
di andare ad aprire: «Chi è?» Chiede la piccola, si sente rispondere: «Io, la signora Rosa sono.» Le viene aperto ed ecco ap-
pare la faccia rubiconda, bonaria della signora, sempre con la
sua borsa per la spesa. Da tutta la mia famiglia, Rosa viene
chiamata la signora “Ca certo”, perché avendo conservato
inalterati le espressioni idiomatiche del suo simpaticissimo
mistrettese, ripete spesso “ca certo” volendo dire: come no,
certo.
Rosa entra nella mia camera e tutti la salutiamo molto affabilmente. Mentre ella depone sul piccolo tavolo la borsa, Lazzarella,
la gattina, fa un saltello e guarda dentro la borsa. Rosa esclama:
«Ah, furfantella, lo saccio che hai scopruto il lacerto; ca certo,
che lo saccio... Ma io non te lo dugno! Va, fai la brava e mangia
i formaggini, che quelli male non ne fanno.» Interviene la mamma: «Lazzarella, perché non giochi col tuo topolino di gomma?» La gattina ubbidisce, ma prima di andar via si avvicina,
salendo sul tavolo all’orecchio di Rosa e le fa un soffio arrabbiato, da farla trasalire.
Dopo una breve conversazione, durante la quale, Rosa non fa
che esaltare la bravura delle sue nipotine e i “ca certo” irrompono in molte espressioni, la mamma chiede a Rosa se le fa
piacere avere un biglietto per il concerto della banda cittadina,
visto che per sbaglio, ne ha comprato uno in più. «Signora le
piace il concerto?» chiedono in coro la mamma e la zia; gli occhi
di Rosa si illuminano ed ella risponde:« Datemi pure il biglietto,
ca certo che mi piace il concerto, ca certo, ca certo.» Interviene
quella birba di Linda che dice: «A me, invece, il concerto non mi
piace.» «Ca como?! Non ti piace il concerto? Penso proprio
che si una scunchiuduta.» Ma Linda fa un sorriso e mi chiede:
«Alice, vieni in balcone a guardare il vaporetto.» Io rispondo:
«Non ora, sono ammalata.»
Oh, il vaporetto candido, sull’onda spumosa del mare, dal suono magico, quasi misterioso, ha forti legami con la mia vita
affettiva ed è per questo che amo vederlo. Spesso vedo scendere la nonna, con la sua borsa di tela a fiori e le sue trecce
castane arrotolate sulla nuca in un artistico toupee, mia nonna
che vuole bene a tutti noi, così quanto ci vuol bene la zia Maria.
Altre volte il vaporetto si ferma e ne discende una bella fanciulla con i capelli neri ondulati, sciolti sulle spalle: è mia sorella
Mariù; è sposata da qualche anno, ma viene sempre a trovarci;
io e lei siamo affiatatissime e lei è molto brava a mettermi i
bigodini in testa.
L’indomani mi sveglio: la febbre è andata definitivamente via.
Per colazione chiedo alla collaboratrice delle acciughe marinate
con il limone. Mia mamma mi tocca la fronte: «Figlia mia, ma è
proprio questo che vuoi?» Mentre la mia mammina mi sta ponendo la domanda, sapete che cosa accade?
Mi sveglio... Mi sento molto intontita, guardo la poltrona accanto al letto e vedo Pierluigi, mio marito, il bel ragazzo dagli
occhi verdi, di tanti anni fa. «Come stai?» Mi chiede, rispondo:
«Bene, ho tanta voglia di pesce marinato o, grigliato, non ha
importanza, ed ho tanta voglia di mare.» Squilla il telefono: è a
viva voce ed ho anch’io modo di sentire: «Signor Piero, sono
Enzo, il portiere: la signorina Mirella mi ha incaricato di dirvi
che verrà domattina con il vaporetto.» «Va bene, grazie!» Senza dir niente, mi alzo e mi avvio verso il balcone. «Tesoro dove
vai?» rispondo: «A guardare il mare e respirare l’aria marina.»
Mio marito: «Tesoro, che dici, qui non c’è il mare...» «Ah, sì
non c’è il mare? E mi sai dire perché, una tal Mirella, verrà a
trovarci col vaporetto?» «Poveri noi, sei un po’ intontita, siedi
sulla poltrona, ti farà bene; sai chi è Mirella? È la signora che
viene a darti una mano nei lavori domestici; se tu non lo sapessi il vaporetto è un elettrodomestico per pulire la casa.»
Più tardi, mi resi conto che non c’era più il mare: era solo nel mio
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Autunno 2009
sogno; la famiglia era molto ridotta.
Addio sogni di gioventù, addio dolci incantevoli momenti, che
io pensavo fossero eterni. Mi passò, anche, la voglia di pesce
col limone.
Sierra Leone 07/02/07
di Flaviano Di Franza (Indonesia)
Oggi intorno alle 11:30 ore locali c’è stato un incidente sul
lavoro. Un incidente che ti fa sobbalzare l’anima se lo vivi in
diretta.
Io non c’ero.
Un argano che solleva una sorta di tra battello, sospeso nel
vuoto ad oltre 80 metri di altezza non si ferma. Le corde d’acciaio non tengono lo sforzo: in un attimo il panico.
L’operatore avverte il pericolo iniziando a gridare che il sistema
di blocco non funziona ma a quelle altezze i gesti, le grida si
mischiano. L’istinto di uno dei due su quel maledetto tra battello e di rischiare il salto verso l’interno dell’area in cui erano
sospesi: con un colpo di fortuna ce l’avrebbe fatta. Spicca il
volo e… afferra miracolosamente un appiglio (poi gli altri si
buttano per salvarlo). L’altro, più giovane, ragazzo locale, non
avverte il pericolo imminente. Le corde del tra battello vengono
recise di netto come fogli di carta e lui, come un proiettile,
schizza nel vuoto atterrando sul duro. Morto sul colpo!
Io non c’ero!
Dopo pranzo vengo a conoscenza del fatto dai miei collaboratori; il cantiere oggi chiude per lutto. Io lavoro ancora un paio
d’ore poi, voglio andare sul luogo dell’accaduto per capire
come e cosa sia successo.
I miei passi sul selciato degli uffici sembrano rintocchi di campane. Un silenzio irreale, surreale mi circonda. Anche gli animali
sembrano in silenzio, intimoriti dall’assordante silenzio degli
uomini.
Il bianco e il nero insieme su quella passerella. Uno sì, l’altro
no! Come il titolo della canzone: Per chi suona la campana…
Io non c’ero!!!
Il tratto fino alla macchina sarà circa trenta metri…sembravano
interminabili, ogni mio passo sembrava violenza ancestrale, nei
confronti di qualcosa scritto dal destino.
Finalmente prendo la macchina e percorro la strada che porta
alla torre di alimentazione della centrale (poco più alta della
torre di Pisa) e quel silenzio mi accompagna. Percorro i quindici
venti metri di ballatoio sentendo solo il fruscio delle foglie smosse dal vento e poi nulla più. Questo era un silenzio strano…non
come quello gradevole di una immersione dove ascolti solo il
tuo respiro e il battito del cuore (se il cuore ce l’hai).
A cena vedo il ragazzo che si è salvato. È sconvolto. Leggo nei
suoi occhi la paura. È come se mi avesse fatto vedere un film
dell’orrore che si svolge in pochi attimi. Solo pochi secondi
che gli sconvolgono la vita. Filippo non è un ragazzo qualunque. Lui il Dio lo ha perso quel giorno in cui, piccino, vide
sparire sua madre: cancro!
Non è una storia scritta per impietosire nessuno.
Incidenti sul lavoro simili o più gravi capitano ovunque ed in
ogni luogo. Ma è quel silenzio che fa spaventare. È come se
avessi sentito il mantello della morte che è passata portando
via qualcuno con se. Perché quando passa Lei, si può star certi
che non torna mai sola a casa.
Quel silenzio mi ha fatto sentire tremendamente il peso di fare
un lavoro che non mi pone in prima linea a “combattere”. Solo
a “guardare”! sono fortunato, già. Per assurdo si rischia sempre la pelle per quattro soldi (e qui, posso garantirvi che sono
veramente quattro).
Posso impegnarmi al massimo ed essere “esemplare”, corretto
e di supporto a chi ne ha bisogno, ma non sono in prima linea
con chi mi permette di fare bella figura.
Tanti penseranno che è così che gira, che funziona. Se organizzi tutto al meglio e fai “sudare” sei bravo. E tu che sudi? Hai
fatto solo il tuo dovere. Forse un piccolo premio ti arriverà, ma
non ci sperare.
Non c’entra il sistema… è qualcosa di più profondo. In teoria
faccio parte del “management” e poi, alla fin fine, devo ammettere che non conto nulla. Vedi che nel mondo Occidentale, lotte
e scontri di “classe” hanno portato realmente a qualche beneficio sul lavoro (e vi garantisco che stando qua, le si notano
molto, molto, molto meglio). Poi vieni paracadutato non a 5.000
km dalla tua cultura, ma su un altro pianeta dove a volte i
lavoratori si vendono le scarpe da lavoro e vengono in ciabatte
da mare, sì proprio le “pianelle”. Oppure quelle scarpe se le
tengono per i giorni di festa… così per la tuta da lavoro, perché
è un chiaro segno sociale: io lavoro e tu no!
Per assurdo, da quando abbiamo iniziato i lavori di “riabilitazione” di una via a “scorrimento veloce” fra due centri abitati, fra
i più importanti del paese (uno è di collegamento al porto e
nell’altro…beh, ci sono i diamanti), il numero dei camion ribaltati (e quindi di morti e feriti) è nettamente aumentato.
Ma come vi domanderete…una strada migliora e di pari passo
aumentano gli incidenti invece di diminuire? Già, perché quando hai una bomba e non ne conosci pregi e difetti, l’ignoranza
ti porta a osservare solo ciò che positivo. Una strada “dritta”
da che mondo è mondo, invita gli automobilisti a correre e
sfrecciare… Se però a circolare siano mezzi che sfidano la fisica
con sistemi di frenatura antidiluviani, si può comprendere bene
cosa accada. E così quel silenzio viene rotto dal pianto di donne, di uomini di bambini… di una intera famiglia.
Ed io dove sono?
Mi sto rendendo conto quanto sia facile eseguire calcoli, scrivere di fronte ad un computer e comandare altri.
Poi vedi persone prive di dignità che “ignaviamente” chiedono
bisogno (anche se sai che il bisogno ce l’hanno realmente).
È troppo facile essere di sinistra con la pancia piena!
Un giorno arrivo in cantiere e uno stuolo di macchine attendevano l’arrivo del sottosegretario agli Esteri italiano; una donna
in carne (e non certo per le malattie o per la scarsa igiene) con
uno sciame di lacchè intorno. Un giovane segretario “particolare” dai lineamenti gentili (mah…). Sorrisi, strette di mani e
aperitivo in piscina!
Io c’ero… e me ne sono andato!!!
Sono cambiato in questo anno di Africa diventando più “scarno” ed essenziale, concentrando in pochi ed unici piaceri l’essenza della vita, la mia vita!
Le mie scelte non sono mai state “costrette” ma sempre misurate e ponderate. E come me tanti che però non si sanno rendere
conto di ciò che hanno.
Pure io, seppur senza lamentarmi, preferivo guardare “avanti”
ai pochi che stanno meglio.
Poi vedi che dietro di te c’è un oceano di persone con gli occhi
spenti che, quella fottuta paura di vivere un attimo maledetto,
te la trasmettono dentro e di verrebbe voglia di correre in camera per prenderti a schiaffoni.
Inerme!
Che senso ha vivere in ricchezza senza condividere. Non c’en-
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I l S alotto degli A utori
tra nulla la religione; quel che conta è l’essere uomini o bestie!
Domani, qui in cantiere resterà l’amarezza di un giovane ragazzo locale morto e di un italiano pazzo come un cavallo che
sicuramente ha sbagliato qualcosa nelle procedure da seguire
(quali non si saprà mai…forse la legge del più scaltro…allora
sì…lì siamo tutti perdenti, perché il potere non è dettato dai
soldi o dalle competenze e/o responsabilità…ma da chi sa seguire l’onda restando ben ritto sulla sella come un fantino sul
suo purosangue).
Io quel silenzio lo sento anche ora mentre la musica assordante
è nelle mie orecchie…quel vento che mi accarezzava il viso,
come a darmi un segnale sommesso.
Ed io quel segnale l’ho carpito.
Carpe Diem!
E allora, come da qualche tempo mi sta accadendo, non voglio
più perdere il mio tempo.
È bello ricordare a tutti, cosa significa quel silenzio innaturale.
Troppo confuse le mie parole? Usate il traduttore del cuore.
Usate l’emisfero del cervello che lascia lo spazio ai sentimenti.
Non affannatevi nel tradire voi stessi; non cercate soluzioni
ingannevoli e soprattutto non perdete di vista il vostro obiettivo, soprattutto, ringraziate per ciò che siete.
Abbiamo una fortuna, chi più chi meno: siamo Occidentali!
Io ci sono!!!
Non fatevi ingannare dal potere! È potere riuscire a governare
la propria mente…
Non lasciate che le televisioni annullino il vostro senso critico… altrimenti penserete che anche la vostra vita sia solo un
cinema, per poi rendervi conto che voi eravate i protagonisti di
un teatrino consunto, dove le vostre, le nostre lacrime, magari,
sono state precedute da quelle di qualcun altro e che verranno
rinnovate da qualcuno in futuro. Un perpetrarsi continuo di
emozioni, eventi, fatti, ricordi.
A volte si dice che non c’è storia dove non c’è memoria. Nulla
di più assurdamente vero e falso nel contempo.
Vero perché la memoria aiuta, ricordando, a far superare barriere, ostacoli. Falsa perché, in un ottica ciclica, gli eventi si evolvono ma problematiche e tipologia di approccio rimangono gli
stessi…
Insomma tutto puzza di vecchio, ancor prima che avvenga.
Assurdo nell’assurdo? L’unica cosa veramente nuova sarà il
nostro animo quando percepiremo noi stessi, dentro, che qualcosa è cambiato. È assurdo ma non troppo.
Giuro, non ho bevuto e le mie non sono vaneggiamenti dettati
dalle emozioni della giornata. È tempo che questi pensieri frullavano nel mio folle cervello ed oggi, un fatto (il “silenzio” e
non l’incidente…) mi ha spinto a scrivere.
Un giorno, a mentre fredda e lucida probabilmente cancellerò
anche pezzi interi di questo mio reportage. Quel giorno spero
sia molto lontano.
Questa volta non chiedo e non voglio commenti. Ascoltate
tramite queste mie parole impetuose e, spero, non troppo confuse, quel “silenzio”, quella carezza calda e terrificante.
Se saranno entrate dritte in voi, nel profondo… uno stato d’inquietudine vi scuoterà l’anima.
Fino a sera! Nel momento in cui abbraccerete le persone care,
una mano sfiorata in “silenzio” con uno sguardo denso di amore, un amore inquieto, ebbene. Allora, solo allora sarà placata la
mia sete.
Io non posso farlo! Ma è solo una questione fisica! Il mio
amore è già in voi, con voi!
Senza retorica alcuna, l’unica preghiera che vi porgo è proprio
quella di regalare un vostro sorriso, una stretta di mano un
abbraccio un bacio, un gesto d’amore a chi è con voi in ogni
momento ed in ogni luogo!
Non dimenticate il silenzio, il “mio silenzio”.
Io ora ci sono!
Rose e Lyseblå
di Cristina Mantisi (Sv)
Il vecchio marinaio giunse nel piccolo paese di Mefjordvær in
una fredda giornata di luglio. Il vento, teso e pungente, spingeva le onde oltre il molo, facendole allungare sulla piccola spiaggia bianca, al di sotto delle piccole case di legno, colorate, per
lo più, di rosso. Solo la vecchia fabbrica del pesce, sulla palafitta
che si spingeva parallela alla punta del porto, si staccava dalle
case per il suo colore bianco. L’odore dei merluzzi essiccati,
appesi tutti in fila ai sostegni di legno, si mescolava al profumo
salmastro dell’aria. L’uomo, di nome Johan Christian, posteggiò la sua vecchia roulotte, tirata da una macchina ancora più
datata, nel piccolo slargo proprio all’inizio della passeggiata
sul molo. Si sarebbe fermato lì finché ne avesse avuto voglia,
fino a quando la sua instancabile irrequietudine di nomade
senza pace non lo avesse spinto a cambiare zona.
A quell’ora le strade erano deserte o quasi. I fari di un’auto si
profilarono dalla curva in fondo alla via principale. Era una
macchina familiare, di un colore come ormai non se ne vedevano più da anni. Il marinaio si consolò, guardando la sua. Non
era il solo a girare con un pezzo d’”antikvitet”!
Mentre preparava la lenza, caricando il rocchetto con del filo
nuovo, riguardò in direzione della macchina distrattamente,
ma con un quel poco di attenzione da permettergli di notare
che l’auto era stata fermata da due bambine.
“Saranno parenti venuti in visita”, pensò tra sé. “Accidenti!”,
inveì con gesto di rabbia: il venditore del negozio di Husöy lo
aveva imbrogliato e gli aveva rifilato un filo più sottile. Non
avrebbe tirato su che sardine! La macchina era sempre ferma.
Si sarebbe potuto dire, anzi, che stava cercando di spostarsi
per proseguire, ostacolata dalle due bambine che continuavano a saltellarle intorno. “Beati i bambini che han sempre voglia
di giocare!”, pensò.
Il mare era veramente brutto. Un’onda saltò tanto in alto da
superare lo sbarramento dei grossi massi addossati al
muraglione del molo. “Non fa niente”, pensò deciso, adocchiando un angolo più riparato, “per ora proverò a pescare
due pesci per la cena; semmai ci tornerò più tardi, se il vento si
sarà calmato”. Generalmente dopo la mezzanotte il tempo cambiava decisamente, o in meglio o, anche, in peggio. Anche la
punta all’imboccatura della baia avrebbe potuto essere un posto buono per pescare, a patto che il fondo non fosse stato
pieno di alghe. Una raffica di vento, più violenta delle altre,
passando tra le due case vicine, soffiò forte come un ululato
improvviso facendolo trasalire. Si diede dello stupido: a lui il
vento non aveva mai fatto paura, neppure quando usciva in
barca spingendosi al largo. Allora sì che c’era da ridere. C’erano giornate in cui si ballava tanto forte che, una volta tornati
con i piedi per terra, si continuava a camminare come se si
fosse ancora sulla gobba dell’onda.
Ecco, la canna era armata, la scatoletta degli ami e il secchio
pronti. Avrebbe portato anche il retino.
La macchina, intanto, sopraggiunse a velocità piuttosto forte
superando di molto il limite dei trenta indicato dal cartello.
- 42 -
Autunno 2009
Sgommando, nello slargo tra le case e la roulotte, eseguì un’ardita inversione di marcia con una sola manovra e, accelerando
ulteriormente, ritornò sulla strada da dove era arrivata, sparendo, in un attimo, dietro la curva.
L’uomo guardò le nuvole correre rapide, scure e accavallate le
une sulle altre.
Correvano tanto veloci che Johan Christian si sentì sbandare,
quasi fosse stato lui stesso un corpo in corsa nell’aria burrascosa.
Avrebbe indossato anche la cerata e gli stivaloni di gomma.
Sulla strada, intanto, era apparso un piccolo cane bianco che
se ne andava tranquillamente a passeggio come se il resto del
mondo non fosse esistito, soffermandosi, ora vicino al muretto di un giardino, ora sotto un cespuglio o vicino a un palo.
Non si curava del vento che gli arruffava il lungo pelo. L’uomo
lo chiamò, ma il cane non lo degnò di uno sguardo. La lunga
figura allampanata di un individuo gli passò vicino. Da dove
era sbucato? Nessuno dei due salutò l’altro, ma quello sguardo gli trapassò l’anima. Un brivido innaturale lo fece sussultare. Strano, neppure il vento lo aveva mai fatto rabbrividire in
quel modo. Dicevano, al suo paese, quando era bambino, che
quel brivido era il diavolo, il freddo della morte che si avvicinava, travestendosi da viandante. Lo guardò allontanarsi lentamente. Come camminava piano! Chissà perché desiderò che
accelerasse il passo e sparisse subito dalla sua vista.
Avrebbe aspettato un attimo, poi sarebbe andato a pescare. Si
sorprese a chiedersi dove fossero finite le due bambine. Forse
la mamma le aveva chiamate per la cena. Entrò nella sua roulotte
per indossare un altro maglione, l’ultimo che gli aveva fatto la
sua adorata moglie prima di andarsene all’altro mondo. Quanto
gli mancava Charlotte! Se l’avesse ancora avuta vicino, non
sarebbe diventato un orso solitario sempre alla ricerca di un
posto in cui cercare pace. Mai si sarebbe ridotto a girovagare
come uno zingaro, mai… Accarezzò la morbida lana immaginandosi di toccare, con le sue, le mani di Charlotte. Forse, al
culmine disperato dell’illusione, le sentì davvero quelle mani, filo
dopo filo, in un intreccio di vecchi ricordi. Grosse lacrime gli
scivolarono tra le rughe profonde del viso, seguendone il percorso come un ruscello percorre il suo alveo tortuoso.
Dei pugni ripetuti e improvvisi alla porta della roulotte lo fecero
trasalire. Quasi immediatamente altri due pugni ancora più forti
e raccapriccianti. Si asciugò il viso con fare rabbioso e aprì la
porta con violenza quasi a voler cogliere di sorpresa gli autori
di quel gesto così maleducato e irrispettoso. Sentì di odiarli
ancor prima di averli visti: come potevano permettersi di violare il suo dolce ricordo?
Si sorprese nello scorgere le due bambine proprio lì, vicine alla
sua roulotte. Le creature, dall’aspetto tanto innocente, vedendolo, cominciarono a ridere e a muovere un passo di danza
come un girotondo infantile. L’uomo scrollò il capo, accennando un sorriso di rimprovero. Una delle due indossava una
mantellina e un berretto a larghe falde in tessuto cerato color
rosa come pure rosa erano gli stivaletti di gomma. L’altra era
tutta vestita di celeste. Entrambe bionde con grandi occhi azzurri. Erano molto graziose, pensò l’uomo, sarebbero sembrate
due angeli se qualcosa in quello sguardo non lo avesse messo
quasi a disagio. Ridendo vezzosamente risposero al suo saluto
e corsero via saltellando e canticchiando un’antica filastrocca.
Quella filastrocca… l’aveva già sentita tanti anni addietro. Trafficò ancora in roulotte cercando un vecchio libro, l’unico libro
di fiabe conservato. Dove era andato a finire? Era sicuro di
averlo portato con sé. Rovistò nei contenitori sotto il divano,
nei pensili, gettando fuori tutto ciò che gli venne tra le mani. Più
cose ammassava sui piccoli divani, più sentiva crescere in lui
un’ansia febbrile, da farlo star male. Doveva trovare quel libro,
doveva leggere di nuovo quelle parole, doveva sapere chi erano le due bambine. Rammentava una storia che da piccolo gli
faceva sempre tanta paura; ricordava le notti insonni mentre
restava rannicchiato sotto la pesante coperta, nascosto e fermo, vigile al minimo rumore, cercando quasi di non respirare La
mamma, però, non aveva mai saputo delle sue angosce, la sua
voce era così tranquilla mentre leggeva la sera, seduta vicino al
suo letto. Johan Christian sapeva che, se fosse venuta al corrente delle sue paure, la mamma avrebbe smesso di leggergliele. Si guardò intorno: che pasticcio, adesso avrebbe dovuto
rimettere tutto a posto. Stupido, si era proprio comportato da
stupido, aver avuto di nuovo paura di una canzoncina come
quando era un bambino! Ma che cosa stavano cantando quelle due là fuori? C’era, in quelle voci, qualcosa di strano, avrebbe quasi detto di diabolico. L’uomo stava diventando irrequieto. Quella macchina, prima, non era andata via, no, quella macchina era … fuggita via!
Le onde si erano rigonfiate con più forza e, adesso, si accavallavano tutte sorpassando il molo. Ebbe la tentazione di
riagganciare la roulotte alla macchina e scappare. Si diede nuovamente dello sciocco. Qualche anno prima non si sarebbe
fatto suggestionare così da una insensata combinazione
d’eventi.
Grandi nuvoloni avevano completamente ricoperto le montagne intorno; si erano abbassati talmente da sfiorare i tetti delle
case.
Adesso ricordava la filastrocca: narrava di due piccole streghe, Rose e Lyseblå, che vivevano sull’isola di Senja. Si presentavano sempre come due bambine dai volti ingenui e sorridenti. Arrivavano saltellando e giocando. Chiunque si fosse
fermato ad ascoltarle, sarebbe stato catturato dalle loro voci.
“Mio Dio!” esclamò Johan Christian e cadde in ginocchio, facendosi il segno della croce “non voglio morire adesso. Ti
prego, salvami, non voglio morire” lo aveva gridato con una
forza inaudita, mentre i singulti del pianto gli stavano
squassando il petto. Si prese la testa tra le mani.
Le sentì, erano dietro la porta della roulotte. Stavano ridendo
perfidamente. Bussarono di nuovo con forti pugni ripetuti.
Com’era raccapricciante quel loro bussare L’uomo si alzò di
scatto e spalancò con forza la porta quasi a volerla scardinare.
“Allora streghe, cosa volete, dannate! Eccomi, sono qui. Volete la mia anima, volete il mio corpo? Mai: Non mi avrete mai .
Sparite subito dalla mia vista. Via! Mi avete sentito?”
La sua voce era un ruggito che prorompeva dalla sua anima
tormentata. Il vento la sovrastava e il mare cercava d’inghiottirne ogni suono. Le case del paese sembravano perdersi dietro
il pulviscolo d’acqua che si levava dalle onde. Dov’erano tutte
le anime di quel maledetto paese?
Rose e Lyseblå lo presero per le braccia tirandolo verso di loro.
“Lasciatemi”, gridò con voce sempre più alterata il pover’uomo. Ma le due bambine erano dotate di una forza che non
poteva paragonarsi a nulla di umanamente possibile. I loro
sguardi si andavano alterando a vista d’occhio e i volti, inizialmente infantili, adesso si erano trasformati, la pelle raggrinzita,
i capelli scarmigliati. Le mani che lo tenevano prigioniero, erano
diventati artigli dalle unghie ricurve. Risero sguaiatamente, con
le bocche deformi, alitandogli addosso un fiato venefico.
Johan Christian, al culmine della disperazione, si liberò con un
violento strattone e corse veloce sul molo, su ciò che ormai del
- 43 -
I l S alotto degli A utori
molo era rimasto. Il mare lo aveva ricoperto quasi del tutto.
Si volse indietro ansimando. Rose e Lyseblå avevano accesso
un fuoco e la sua roulotte vi stava bruciando dentro.
“Non mi avrete mai” gridò di nuovo, alzando il braccio in gesto
di sfida.
Si girò verso il mare andando incontro all’onda che stava sopraggiungendo più alta di tutte e vi si lasciò andare cercandovi
l’ultimo respiro di pace.
Un sottile raggio di luce si stava muovendo dietro la punta del
capo. Il tempo stava cambiando. A mezzanotte ci sarebbe stato
il sole.
Due uomini, usciti per strada a scrutare il cielo, decisero che di
lì a poco sarebbero andati a pescare.
Il cane passò di nuovo soffermandosi vicino a qualche muretto, annusando l’aria. L’uomo allampanato si fermò un secondo
per una rapida occhiata alla carcassa della roulotte e proseguì
indifferente.
Le due bambine avevano ripreso a correre e a saltellare, ridendo e canticchiando. I fari di una macchina si erano profilati nella
curva della strada.
Gli incontri di Spello
Franco Pignotti (Petritoli - AP)
III. Immerso e sommerso
nella grande città cosmopolita
Riprendevo di nuovo il cammino con qualche certezza in più,
con qualcosa come un piano a lungo termine. In Francia avevo
conosciuto famiglie che vivevano in comunità secondo una
regola comune: ciò aveva molto senso anche per me, era qualcosa che poteva mettere insieme le diverse istanze della mia
vita, qualcosa capace di fare unità nella mia storia. Inoltre l’ambiente internazionale dell’Arca (ho conosciuto una coppia di
australiani che avevano a Sidney una comunità sullo stile di
Spello; un israeliano che in Israele dirigeva un centro di dialogo e di non violenza; ed altri che non ricordo esattamente) mi
aveva fatto riflettere su un altro incontro di Spello, l’incontro
con Emilio Turani e la sfida che mi aveva lanciato. Emilio era un
missionario con cui per tre mesi avevo condiviso ogni giorno il
lavoro della ripulitura di vecchi mattoni di una casa colonica in
ristrutturazione e che mi aveva insegnato a gustare il “mate”.
Emilio, dopo i tre mesi trascorsi come sabbatico a Spello, sarebbe tornato nella sua missione in Argentina e mi aveva confessato il suo desiderio di portare in Argentina questo spirito di
Spello. “Perché non vieni in Argentina con me e mi aiuti a
creare una realtà come questa?” Sul momento la proposta era
stata registrata, ma ancora non era il tempo di poterla elaborare,
altre erano le mie preoccupazioni e le mie esigenze del presente.
Non potevo supporre che in realtà lui mi aveva messo dentro
una idea che avrebbe dato forma ai miei anni successivi; in
Francia lo avevo capito già meglio, ma non era ancora ora. Con
il senno del poi, il suggerimento di Emilio è stata per me una
chiamata di Dio, l’indicazione di una vocazione per la vita.
Nel novembre del 1984 mi recai a Londra dal mio amico Anthony,
il ‘sabbatico’ con cui avevo condiviso maggiormente il mio
tormento interiore, la mia ricerca di una strada non conosciuta,
di una fede al di fuori delle grucce istituzionali. Ci univa una
situazione simile, lo sentivo come il mio fratello maggiore. In
quel periodo Anthony lavorava in un centro di accoglienza per
senza tetto ed alcolisti nella East London. Restai con lui un
mese, nel suo minuscolo appartamento, in via Commercial Road,
dormendo con il mio inseparabile sacco a pelo steso su una
stuoia nel pavimento della cucina. Anthony mi aiutò a muovermi nella grande città che mi affascinava e mi spaventava contemporaneamente. E dopo qualche tempo mi resi indipendente
finendo per immergermi completamente nella grande Londra.
Dimenticai ogni sorta di ricerca spirituale. Mi immersi nel lavoro per guadagnarmi da vivere, nello studio della lingua inglese,
nella frequentazione delle biblioteche, nella cura delle relazioni.
Mi fidanzai con una ragazza polacca, Ania. Coltivavo poche,
ma sentite amicizie. Imparai a cambiare lavoro, mi vedevo già “in
carriera” nel mondo del catering. Spello era ormai lontana, sia
geograficamente che spiritualmente, e Londra sempre più affascinante e piena di potenzialità e io vi avevo trovato il mio spazio,
vi nuotavo libero come un pesce nell’acqua. Conobbi tanti italiani che erano andati a Londra per un periodo determinato e avevano finito per rimanerci a vita. Avrei potuto fare la stessa cosa
anche io. Ma non ne ero così tanto sicuro, conservavo, anche se
più nascosta, sempre la stessa angoscia del domani. Sognavo di
andare prima o poi a trascorrere un lungo periodo in Palestina,
nel Kibbutz di Shefayim, dove viveva Amos Guirtz, il pacifista
ebreo israeliano che avevo conosciuto all’Arca, oppure a Ibillin,
in un centro di dialogo cristiano-islamico, gestito dal prete cattolico palestinese padre Elias Chacour1, che avevo conosciuto a
Grenoble. Ania, la ragazza polacca, non aveva proprio nessuna
voglia di finire in un kibbutz israeliano o in un centro palestinese,
e temendo che prima o poi ce l’avrei costretta, mi lasciò con una
scusa qualsiasi, lasciandomi tramortito.
Quella storia sentimentale era stata infatti una cosa piuttosto
seria, mi aveva regalato un equilibrio interiore insieme a tutto il
resto (il lavoro, la città, lo studio della lingua, le biblioteche) e
mi aveva fatto trascorrere un tempo sereno, di stabilità. Ora
venivo di nuovo ributtato nel mondo dell’incertezza, dell’insicurezza del domani, del buio esistenziale. Avevo bisogno di
prendermi un periodo di distrazione e siccome ero partito dall’Italia da oltre un anno, decisi di concedermi una vacanza di tre
settimane in Italia. Avrei trascorso la prima settimana a Spello,
la seconda in famiglia e la terza in giro a ritrovare persone conosciute durante l’anno sabbatico, con cui avevo mantenuto un
rapporto epistolare, in modo particolare una ragazza di Padova,
Giusy; poi sarei rientrato a casa, nella mia Londra.
A Spello ritrovo il clima di sempre, respiro di nuovo la stessa
atmosfera spirituale, prostrato nella cappellina con le sue belle
icone dorate, in adorazione, presento al Signore il pane azzimo
della mia storia incompiuta e dei miei piedi stanchi; mi incontro
con Carlo, gli racconto la mia vita dell’ultimo anno, gli parlo di
Anthony, mi incoraggia a restare fedele al Vangelo in qualunque percorso di vita. Lo trovo più provato, più sofferente; mi
parla del terribile inverno trascorso, degli ulivi che si sono seccati per il gelo, delle difficoltà della fede.
Dei sabbatici dell’anno prima non c’era più nessuno, eccetto
Elisabetta che si era fidanzata con Pierangelo e che perciò viveva
ancora nell’ambito della fraternità. L’anno del mio vagabondaggio tra Francia ed Inghilterra, era stato, per i miei amici sabbatici,
insieme a tante altre cose, la stagione degli amori. Francesca si
era innamorata di Giuseppe Bellizzi ed insieme stavano cominciando una storia davvero singolare ed interessante2; Jure aveva finalmente incontrato Luciana e insieme vivevano al Casale di
Roma; Renzo era tornato a Fabriano e frequentando una comunità di ascolto legata a Spello aveva conosciuto Susy; Giovanni,
- 44 -
Autunno 2009
il più misterioso di noi, omosessuale dichiarato, aveva ripreso il
suo vagabondaggio umano e spirituale, l’ultima volta mi aveva
scritto da un monastero francese, che poi aveva a sua volta
abbandonato. Per ognuno si era aperta una fase nuova, esattamente come era stato per me, e bisognava seguire lo Spirito che
continuava a parlarci e a guidare tutti nella sua fantasia, “lungo
la concretezza delle cose”.
Trascorsi la seconda settimana della mia vacanza italiana in
famiglia. Fui molto contento di rivedere i miei; mio padre e mia
madre lo furono ancora di più. Ma in capo ad una settimana
fremevo già per partire di nuovo: avevo fatto il mio dovere, mi
feci portare in stazione e ripresi la strada. Era la mia terza settimana di vacanza, quella dedicata agli incontri. Fosse stato possibile, sarei andato a trovare tutte le persone incontrate nell’anno precedente a Spello. Dovetti limitarmi alle poche amicizie di
chi mi rimaneva lungo il percorso del treno; feci tappa a Fano,
a Pesaro, a Bologna e a Padova. Mi intrigava soprattutto l’incontro di Padova con Giusy, conosciuta negli ultimi giorni di
Spello, in un momento in cui stavo già pianificando il mio viaggio in Francia. Avevo preso il suo indirizzo, ma con tutte le
vicissitudini successive, sarebbe rimasto del tutto inattivo, se
non fosse stato per lei. Le sue lettere e le sue cartoline mi aveva
raggiunto ovunque in quell’anno e ad esse io avevo sempre
risposto. Mi sembravano particolarmente calorose ed interessate a me, ma io ero troppo distratto da altre cose, interessi e
persone. Mi fermai un paio di giorni a casa sua, scoprii che si
era innamorata di me dai giorni di Spello, era stato per lei il
classico ‘colpo di fulmine’, ed era per questo che mi aveva
seguito in maniera discreta, con le sue lettere e cartoline, nel
mio pellegrinaggio. Trovai che la simpatia per lei provata sin
dall’inizio poteva tramutarsi in qualcosa di più. Mi sentii colpito come da una frusta dal fatto che durante tutto il mio singolare percorso in Francia e in Inghilterra, che credevo di aver vissuto nella più totale solitudine, ero stato accompagnato dal
suo amore silenzioso. Non potei fare altro che arrendermi a
quell’amore che mi riempì subito il cuore.
Spello dunque non aveva finito di stupirmi, mi aveva riservato
un’ultima sorpresa. Ricordo un giorno che parlavo con Elisabetta delle mie prospettive future ed ero particolarmente scoraggiato, e lei mi aveva detto con un grande sorriso: “vedrai
che il Signore ti farà alla fine un bello scherzetto!” Era stato di
parola il Signore: Spello, che sembrava essersi concluso per me
con una grande incertezza, mi offriva ora la prospettiva della
vita. La cosa più curiosa di tutte era che il giorno in cui Giusy
era venuta in fraternità, al momento della presentazione di rito
attorno alla mensa, lei ci disse che aveva sempre pensato di
dedicarsi al volontariato: il suo parroco avrebbe voluto mandarla da un suo amico missionario in Brasile per una esperienza
di missione. Fu così che, senza rendercene conto, fin dal primo
giorno che ci siamo casualmente conosciuti, avevamo cominciato a parlare di quella che poi sarebbe stata la prospettiva
della nostra vita futura insieme.
Come era già mia intenzione, alla fine di aprile ripartii per Londra; ma il mio cuore era rimasto con Giusy e, dopo qualche
mese, visto che lei non si decideva a seguirmi nella grande
metropoli inglese, ripresi ancora una volta il mio fedele zaino,
deciso a trovare un luogo qualsiasi in Italia, dove mettere finalmente ‘radici’ e poter coltivare il nostro amore. L’anno successivo, esattamente in aprile, eravamo già sposati.
NOTE
1
Padre Elias Chacour è stato ordinato vescovo greco-cattolico
nel febbraio del 2006, nella sua parrocchia di Ibillin. In Italiano
sono stati pubblicato alcuni suoi libri come
Apparteniamo tutti a questa terra : la storia di un israeliano
palestinese che vive per la pace e la riconciliazione
(Jaca Book), oppure
Fratelli di sangue : una testimonianza di pace in Medio Oriente
(Dehoniane).
2
Ho raccontato la loro storia in un articolo pubblicato da
Il salotto degli autori
, Primavera 2008:
“Prete cattolico felicemente sposato? Si può, ecco la storia …”
Lettera al cielo
(6 gennaio 2009)
Marina Pieranunzi
Cara mamma,
mi sono svegliata da poco, ma sono ancora qui, sotto le coperte, dal lato tuo, con la camicia da notte che ancora prima era
stata di nonna, ad avvolgermi il corpo.
Non lo capivo. Ora lo so: anche questo è un abbraccio, forse il
più intimo.
Sento la pioggia. È lei che in queste settimane parla al mondo,
mentre il sole, sfinito da troppa estate, è fuggito via, felice,
insieme all’azzurrità; e fuori è buio come nei miei pensieri.
Non sai quanto silenzio per queste stanze!
Le feste mi hanno sempre intristito, ricordi? Ultimamente mi
chiudevo in camera a leggere e a scrivere poesie, rannicchiata
sul letto. Era quello il mio nido, il caldo rifugio dalla malinconia,
e a volte ti chiedevo di andare dalle amiche per poter rimanere
nel mio piccolo mondo, indisturbata. Ma, poi, rientravi. Adesso, invece, la porta non si apre più.
Sono passati tre inverni: il 21 saremo di nuovo in chiesa, tutti
e quattro, per ricordarti. Il cuore non segue il calendario, è la
mente a tenere il conto.
Mamma, sapessi quante volte ho allungato le mani per raggiungerti! E quante volte la mia pelle ha gridato, perché il dolore, straripando, come lava la percorreva, inarrestabile e cieco. E
quanta angoscia nei miei sogni di ghiaccio perché non ti trovavo! E quante volte ho chiamato, e quanto ho pianto!
Non ci si abitua alla morte.
Da allora, sto andando a messa. Ho ritrovato Dio attraverso te
che mi hai donato, preziosamente, per la seconda volta, la vita.
Ma non l’avevo perso, ero solo lontana. Una storia d’amore,
totalizzante e vana, mi ha dato fiato e me ne ha tolto molto di
più, rubando, al tempo, gli anni. Ero spesso nervosa: parole
irrispettose, mille bugie, tristi litigi senza motivo oltre ai contrasti soliti... La frustrazione e i sensi di colpa avvelenano.
E quante volte, mamma, in questi mesi trascorsi, la prepotenza
altrui ha strappato l’anima e gli egoismi, accartocciato il cuore!
Ora lo vedi come anche le piccole macchie dentro di me si
espandono. Non te l’ho detto mai: sono carta assorbente.
Quante catene trascino, per nostalgia e dovere anche se adesso, e tanto più di prima, avverto forte che il senso vero della
vita è un altro! Quante zavorre inutili su questi passi inquieti!
Non ho ambizioni e neanche volontà - mi criticavi -; e non ho
ancora imparato a pensare a me. Ma ora, che ad uno ad uno, tra
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I l S alotto degli A utori
queste mura siete spariti tutti, persino i gatti, con chi divido i
miei spazi vuoti?
Conservo il desiderio dei tanti viaggi che avrei voluto fare con
te e i nostri giorni in piscina, lo sguardo libero di quando andavi a Napoli a salutare i ricordi, gli intensi abbracci timidamente
osati per proteggerti. Il tuo riserbo è svanito quando era tardi.
Ormai siamo rimasti soli e ci sforziamo, come desideravi tu, di
camminare insieme. Però lo sai, siamo diversi, parliamo poco;
non sempre ci comprendiamo e si innalzano muri. Poi si ripren-
de, e che fatica ricominciare senza poter chiarire! Ma stai tranquilla, perchè, anche così, noi ci vogliamo un gran bene.
E, poi, ho dei nuovi amici: solo di alcuni ho sfiorato il volto, di
altri vivo la voce, però, di tutti, ho le emozioni nel cuore.
Ti chiedo scusa, per tutto il brutto di me che hai conosciuto,
vorrei poterti stringere ancora.
Ma tu sei qui, ti muovi in mezzo a noi. Ci siamo tutti, qualcuno
non si vede, ma vive ancora nei nostri giorni.
UNA DIFFERENTE PROSPETTIVA di Marianna Faedda
- KIMERIK Edizioni Se dovessimo fornire una definizione di “Una differente prospettiva” di Marianna
Faedda, potremmo denominarlo un racconto, ma nel contempo anche un romanzo.
La scrittrice narra la storia di una donna, Maria, di cui si sono perse le tracce, e la
cui esistenza gradualmente s’intreccia a quella di Monica, colei che vorrebbe ritrovarla per aiutarla a “riconoscersi”. In questo romanzo si illustra la sofferenza di un
percorso sul sentiero di una propria soggettiva verità concessa dal vissuto, dal
destino e soprattutto dal libero arbitrio di ciascuno di noi.
SCRITTORI PER MODO DI DIRE
di Giovanna VALENTINI (Padova)
Se chiedi ad una persona che cosa fa, è facile che ti
risponda: “parrucchiera”, “muratore”, “impiegato”,
“pompiere”, “insegnante”, “dentista”. Meno facile che
ti dica “scrittore”; non perché quelli che scrivono sono
pochi, (anzi, non è raro che la parrucchiera, il muratore,
l’impiegato, il pompiere, l’insegnante, il dentista di cui
sopra, non abbiano mai provato a scrivere una poesia o
non si dedichino con una certa continuità ad esercizi letterari), ma perché è difficile dire se quello di scrivere sia
proprio un mestiere e comunque quando lo diventi in modo
tale da risultare dichiarabile per davvero.
“Francisco Coloane non è mai andato in giro a vantarsi
di essere uno scrittore”, dice Sepulveda a proposito del
collega in “Le rose di Atacama”.
Su “La Repubblica” di martedì 10 Ottobre 2000
leggo:”Giorgio Manganelli non si definiva scrittore, ma
proprietario di una macchina da scrivere”.
E il povero Guido Gozzano addirittura ripeteva: “Io mi
vergogno, sì mi vergogno d’essere un poeta”.
Penso che sia possibile incontrare molti altri esempi
del genere, spostandosi qua e là nel tempo e nello spazio, ma preferisco fermarmi qui, perché un elenco più
lungo risulterebbe tedioso.
Si potrebbe allora cercare una definizione dello
scrittore:”Scrittore è chi è pagato per scrivere”, oppure
“scrittore è chi è consacrato come tale dalla società e
dalla storia da un bel po’ di tempo”.
Ma mi piace immaginare che anche il superbo Dante,
al termine di una chiacchierata, (di quelle che nascono
spontanee tra vicini di posto, durante un viaggio noioso
in treno, quando si comincia parlando del tempo e si
finisce discutendo dei massimi sistemi), alzandosi direbbe: “È stato un piacere; permetta che mi presenti:
Alighieri, speziale”.
D’altra parte non è neppur detto che chi è conosciuto e
riconosciuto universalmente come scrittore, lo sia più di
chi non ha ottenuto simili riconoscimenti.
Infatti, chi è più scrittore di Pinchas Pelovich ne “Il
ventisettesimo uomo” di Nathan Englander? Eppure
Pinchas è l’unico, nella prigione stalinista in cui è rinchiuso insieme ad altri ventisei scrittori noti, a non aver
mai avuto neppure un lettore, anzi a non aver mai pubblicato nulla.
Chi scrive è un artigiano delle parole. Qualche volta
ciò che gli esce dalla penna è un buon prodotto, altre
volte non lo è, o, almeno, non è giudicato tale.
Allora, se non c’è un metodo sicuro e valido per tutti
che serva a riconoscere lo scrittore “per davvero”, fra
quelli che cercano di scrivere o che riescono a farlo solo
chi è privo del senso della misura o di quello del ridicolo
andrà in giro definendosi “scrittore”.
Tutti gli altri sanno bene di essere semplicemente “scrittori per modo di dire”.
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Autunno 2009
LE RECENSIONI DI...
GUIDO BAVA
VELE ALL’ORIZZONTE - Poesie di Adua Casotti Edizioni Universum – Rocca di Caprileone 2009 –
Euro 6,95
Genova e il suo mare, vele bianche all’orizzonte gonfie
di vento e la preghiera viene spontanea ad arricchire
i versi di Adua Casotti. Significati profondamente
umani nell’attenzione alla realtà , spesso crudele, dell’oggi eppure, su quadri di immane crudezza, si pone
una poesia dell’anima che privilegia l’amore in senso
lato. Si tratta di componimenti introspettivi che,però,
assumono un aspetto universale nella trattazione dei
singoli argomenti ove amore e natura sono i principali temi che si colgono leggendo la plaquette in esame. Poesia espressa in versi semplici e coinvolgenti,
poesia che merita attenzione.
MARZIA CAROCCI
ANIMA ANIMUSQUE Carlo Alberto CALCAGNO
Giulia DEL GIUDICE - Collana:”Le parole di
Sybilla” Kairos edizioni 2008
Un cielo stellato questo volume di poesie scritto a
due mani,quella maschile di Carlo Albero Calcagno
e quella femminile di Giulia Del Giudice.
Quasi un dialogo poetico fatto di melodia e
nuance,buono il ritmo e la metrica dei due poeti,non
c’è presenza di enfasi e retoriche ,parole prive d’immagini consunte.
Ai versi dell’autore C.Alberto Calcagno:
appari/l’azzurro è qui/e sa di terra/mentre dipingi tutti
i miei pensieri/
risponde Giulia Del Giudice:
Non fu facile bisso/a circuirmi le idee/ma una madre
ridotta all’essenza/tra colline di lana/:
Forte il desiderio dei due artisti di esprimere nero su
bianco la propria spiritualità,nell’intimo di ambedue
emerge prepotentemente il proprio ego sepolto, facendo quasi una rivoluzione interiore,per portare allo
scoperto la vera sostanza dell’uomo,quella
impalpabile,quella che è fatta di anima;versi che sanno di vita vissuta scritti con incisività e chiarezza.
Un uomo e una donna che insieme hanno dato soffio vitale all’aridità che spesso ci avvolge.
domande e incertezze e che riporta quasi come ossessione ai tempi trascorsi quando l’essere fanciulli non
provocava responsabilità e decisioni; l’autrice nella
poesia “ricordi” scrive:
ero felice/lo sono stata per un attimo/poi tutto mi ha
lasciata/e sono rimasta sola/. Questa nostalgia è carica di malinconie ,di sogni e consapevolezze di ciò che
non è più;l’autrice fa i conti con la difficoltà del passaggio dall’adolescenza all’età adulta,agli ostacoli che
la vita propone con i suoi dilemmi e le sue
problematiche.
Le tonalità che Francesca Raimondi ci offre sono in
attesa di luce,di albore di riverbero…
…di quei colori,prima penetranti/non c’è ora che
qualche timido filo/il sole sparisce/è notte/.
La poetessa è conscia dell’oggi distratto,di un domani senza certezze e lo elabora nei versi:
..Ma il tempo scorre e il vento ammanta/saremo spazzati via io e te/verso quel mondo ignoto/.
Musicalità,sensibilità e senso del ritmo sono gli ingredienti che fanno di questa silloge poetica,un
graffito immortale sul tempo che inesorabile scorre,
comunque, malgrado noi.
Un’ autrice giovane e preparata che sa regalare con
l’espressività che le appartiene, immagini e riflessioni
che sanno di vita.
CI VUOLE UN FIORE di Francesca Raimondi
Todari Editore Lugano- Finalista al premio “Baveno
poesia 2001”
IV° premio di prosa e poesia NAPOLI CULTURAL
CLASSIC - A cura di: Anna Bruno Albus Edizioni 2009 - euro 8
Dal premio di prosa e poesia “Napoli Cultural Classic”
nasce l’antologia in questione.
I poeti selezionati da un’attenta giuria, sono stati
scelti per arricchire di sensibilità questo volume, gli
autori presentano liriche che hanno una vasta gamma di tematiche.
Il lettore si lascia incantare, vivendo quasi in simbiosi,
sentimenti comuni quali l’amore, il dolore,
passione,rabbia,stupore.
Un’antologia che è una raccolta di “impulsi”
umani,tutto ciò che accomuna l’essere stesso sentendosi protagonista di un tempo che evolve,che modifica tutto ma non le vibrazioni dell’anima.
Un viaggio nei sentimenti umani che ha la forza e la
delicatezza di un innesto fra poesia e cuore,un rivisitare sé stessi,anche nell’introspezione altrui; questo
credo sia il senso del volume che accomuna,chi di
vita… vive!
Cantico emozionale quello che la giovane autrice Francesca Raimondi ci propone;note si insinuano fra le righe delicatamente espresse. Musica né è il risultato.
Rimembranze sull’adolescenza sono parti vive e palpitanti delle sue liriche,ora lievi,ora intimorite,in attesa di una crescita che fa paura,una crescita che pone
LA STANZA DELL’ANIMA di Vittorio “Nino”
Martin - Quaderno realizzato da: Cenacolo Accademico dei Poeti nella Società 2009 poesia
Vittorio “Nino” Martin vive dei suoi colori,che
sapientemente imprime nella scrittura,le liriche che
ci propone sono pennellature ora sfumate,ora
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I l S alotto degli A utori
decise,ora ombre dense. Poesie scritte con semplicità,
ma allo stesso modo con concretezza ,ci raccontano
del proprio vissuto descrivendo accuratamente momenti anche sofferti come testimone di eventi tragici
che hanno segnato il suo tempo:
…nei cumuli di detriti/la gente impazzisce/la calamità naturale/costringerà a fuggire/.
Versi che toccano le corde dell’anima,che confessano
un’interiorità taciuta,portando il lettore attento, alla
conoscenza introspettiva dell’autore che denota quasi
un impellente desiderio a dar sfogo al proprio “taciuto”. Un libro che fa meditare,una pseudo analisi
di un uomo e la sua vita, con fatti che raccontano
emozioni ed esperienze assorbite nel tempo, regalando a chi legge, uno spaccato di esistenza
umana,arricchito ulteriormente da rappresentazioni dipinte dallo stesso Martin che con destrezza e
sapienza sa unire il verbo all’immagine.
LE ALTRE FORME DELLE DONNE a cura di
Anna Bruno - ALBUS EDIZIONI 2008 illustrazioni di Anna Bruno
Una raccolta di perle questa antologia poetica,scritta
da sole donne che hanno partecipato all’appello di
Anna Bruno per dare una voce femminile a tanta
poesia.
Le poetesse che vi hanno partecipato,hanno portato
la loro introspezione agli occhi di chi sa vedere le
donne oltre l’esteriorità,oltre l’apparenza fisica, oltre
l’involucro umano.
Donne che hanno voluto apportare in questo
volume,una parte di loro stesse,quella parte che sa
volare,che arriva dentro al cuore; donne che mostrano la loro anima senza alcun timore,lasciando planare la libertà di esprimere ciò che a volte resta
imprigionato,chiuso,soffocato.
Poetesse che danno voce al misterioso ed intenso
universo femminile che tutto può,quell’universo che
molto spesso non trova spazi d’espressione in molti
ambienti, in una società che spesso è distratta.
In un mondo sbadato, distante fatto di materialismo,
consumismo,il coro poetico che intona nel volume
descritto,è balsamo per la mente e per il cuore.
CRISTINA CONTILLI
GIOVANNI TAVCAR, “MONTANTI RESURREZIONI”
La poesia dello scrittore triestino Giovanni Tavcar è,
come dimostrano anche le sue precedenti raccolte,
una poesia intensa ed impegnata, basata su temi etici
e morali e su un costante interrogarsi sul senso della
vita. Anche in questa nuova raccolta Tavcar conferma questo suo personale orientamento, in cui l’elemento autobiografico è sì presente, ma non a livello
di semplice trasposizione in versi di sentimenti ed
esperienze, quanto piuttosto come spunto di partenza
per riflessioni e percorsi di maturazione esistenziale.
Nella poesia iniziale della raccolta il poeta triestino,
infatti, scrive: “Giorno dopo giorno io mi guadagno
/ con tribolata fatica, / il diritto alla vita e
all’autocoscienza.” Ed aggiunge in una lirica, intitola “Montanti resurrezioni” che dà il titolo all’intera
silloge: “In questo mio quotidiano / montare e smontare / i complicati ingranaggi della vita / - eterno implacabile fanciullo - / tocco con mano cosciente / i
significati occulti dei segni / che riesco gradatamente
a decifrare / lungo il sudato itinerario / dei sentimenti evanescenti.”
Il poeta è interessato relativamente ai “riti codificati
del mondo”, che guarda con un certo distacco, perché il suo scopo è un altro, più complesso e profondo, ed, infatti, Tavcar scrive esplicitamente che il suo
è un “Esilio che non è fuga, / ma scelta / cosciente e
ponderata.”
I termini che ritornano spesso nelle poesie di Tavcar
sono: percorso, cammino, ricerca… in particolare il
poeta si sente un uomo in cammino ed, infatti, annota in una lirica, intitolata “Parentesi impagabili”,
che rappresenta una descrizione della sua esistenza
attuale: “Io cammino per le strade della vita / scandendo il tempo / della gioia e della sofferenza (…)
Malgrado le mie / sempre più frequenti stanchezze, /
trovo ancora, qua e là, la forza / per librarmi in volo
/ sopra mari in tempesta, / ascoltando la salmodia dei
venti / e il sonoro / fruscio dell’anima.”
Nella presentazione di “Montanti resurrezioni” il
critico letterario Luigi Ruggeri definisce così i testi di
questa silloge: “Liriche della schiettezza queste di
Tavcar che si esprimono con versi non sempre limpidi, ma spiritualmente intensi e votati al bisogno di
essenzialità e umiltà, caratteristiche primarie di una
poesia dedicata alla gioia dei più umili e proclamata
per non “perdere la speranza (David Maria Turoldo).”
GIUSEPPE DELL’ANNA
BIANCO E NERO – ESTRO VERSI di Grazia
FASSIO SURACE Ed. Montedit € 10,00
Raccolta di versi dove l’autrice confida l’altalena delle
immagini del suo quotidiano vivere, una medaglia
dai due lati, due poli: uno chiaro ed uno scuro che
l’autrice non ha remore di evidenziare a se stessa ed
agli altri. Nella sua nota iniziale, l’autrice ha però
quasi il timore che il nero possa sommergere il bianco, per cui ha desiderato disporre inizialmente la
silloge “Armonie” quasi ad incarnare in esse l’ottimismo, lasciando più avanti quelle che lei definisce “malinconie”. Ebbene, personalmente, ho letto il libro al
contrario, iniziando cioè dal fondo per la semplice
intuizione che la malinconia, la nostalgia, il non senso, sono alfine le parti più profonde di se stessi,
cosicché:
Nella raccolta “Accidie”, l’autrice si guarda, si osserva, piange di se stessa, esprimendo così l’unica e
immensa forza del riconoscimento concreto di se
medesima: “Oggi ho inteso la mia vita / come un quadro /
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Autunno 2009
appeso all’infinito”.
In “Acquarelli”, c’è il tocco dell’osservazione sulla
natura intorno, una natura che parla, che “viene incontro tra i prati”, che trasforma la sera in “atmosfera”,
in attimo felice da vivere.
In “Affabulando e non”, c’è il senso dicotomico del
narrare il pensiero e di potersi ammalare dello stesso
pensiero narrante. Un desiderio di mollare gli ormeggi
del cogito, dell’intelligere, e del sorriso forzato, per salpare
assieme all’istinto verso il desiderio di vivere.
In “Assenze”, le assenze dell’autrice sono quelle che
l’anima si prende per farle divenire “presenze”: presenze forti e struggenti del cammino della propria
storia che parla di colline, che “hanno cuore mente memoria” di risa di fanciulli e di amari distacchi… pur
veri e fieri in attesa di “un’altra sera”…
In “Asprezze”, l’autrice, attraverso un volo tra i
sogni e le sofferenze d’amore d’un tempo e le realtà
dell’oggi riflesse in uno specchio, si interroga cercando
una propria definizione: “Chi sono non so / ma sono”,
“solo così posso amarmi”.
In “Ardori”, la luna “spalma lusinghe d’argento (e)
arde d’amore la notte”, “bandite le parole” resta preminente “eloquio di sguardi”.
In “Armonie”, l’autrice dosa e pennella le presenze
e le assenze: la presenza del cielo “oltre il blu del mare”,
del “sole smagliante”, della “brezza” che “scompiglia
nell’aia carezza / le molli sere di sogni / in attesa”, la presenza di un fiero sguardo “oltre il muro bianco” su natura, figli e nipoti; l’assenza, invece, diviene “l’assoluto / silenzio”, l’”ozio virtuoso” di una mente vista come
tabula rasa dove “soltanto il nulla crea”.
La poesia di Grazia Fassio Surace, nella sua raccolta
“Bianco e Nero”, penetra la parola quasi a sillabarla
nella sua essenza, nel suo significato, rendendola
quindi vicina, comprensibile, fino a renderla… interiore!
ITER DI UN SENTIMENTO – Articolo di M.T.
BIASION - Rivista N° 27, pag 29
Un articolo che si snoda quasi come fosse un “giallo” alla ricerca del soggetto protagonista che spesso
“rende insonni” / “lasciandoti come un panno strizzato”.
Solo a fine articolo viene svelato il sentimento protagonista: LA NOSTALGIA. L’autrice si immedesima
in questo sentimento che quasi tormenta il suo vivere quotidiano, sente che ne rimane profondamente
coinvolta con una scissione interna tra terra d’origine e terra dove ora vive.
Conoscendo l’autrice, soprattutto le sue opere, mi
permetto di darle del tu: Sono convinto che per te
“la nostalgia” sia una risorsa, sicuramente un sentimento lacerante, ma una risorsa che fa capo alla emozione principale dell’amore; infatti i tuoi componimenti traboccano di questo sentimento affettivo che
non ti tolgono l’appartenenza, anzi la nostalgia conferma l’appartenenza, sia sul “prima” che sul “dopo”
del tuo percorso. Sono certo che le diverse realtà che
hai vissuto e che stai vivendo non siano in competi-
zione tra loro, ma ognuna svolge intensamente la
sua parte ed ha concrete e molte ispirazioni per te
che sei una scrittrice.
FLAVIA LEPRE
UN PADRE IN PRESTITO di Fosca
ANDRAGHETTI – Edizioni Del Leone – Spinea
2009 - Romanzo In copertina Salvador Dalì – Ritratto del padre - pp. 189 prezzo: € 12,00
Seppure a grandi linee, il sunto di questo romanzo è
spiegato, con sufficiente chiarezza, all’interno della
copertina. E da questo si può arguire quale possa
essere, in realtà, la trama del romanzo di Fosca
Andraghetti.
Quindi io non mi soffermo a dare ulteriori notizie
sullo svolgimento della storia, ma cercherò invece di
penetrare nella mente e nelle varie emozionalità dell’autrice, per ricercare il plausibile motivo che l’ha
indotta a scrivere questo libro. Comincerò col dire
che la scrittrice bolognese (che è anche una validissima poetessa), ha scelto di accentrare il suo interesse
sulle vicende di una famiglia dove tutti i componenti
hanno un ruolo di primo piano, anche se poi le vere
protagoniste risultano essere Mirka e Margherita,
due sorelle, figlie della stessa madre ma con padri diversi. Due donne che non hanno molto in comune e
che incidono fortemente sullo svolgimento del romanzo. Fosca Andraghetti parte a raccontare la loro
storia fin dall’infanzia e va avanti attraverso le vicende vissute da tutta la famiglia. E questa qui narrata, è una vicenda densa di aspetti vari che danno
un ruolo particolare a questa famiglia che Mirka ama
moltissimo. La scrittrice ne fa ampia descrizione con
una forte fluidità di coscienza e d’amore, oltre che
d’immaginazione quasi visiva che caratterizza tutto
il suo dire in un movimento dei personaggi e segna i
diversi ritmi del racconto, dove c’è tutta la sua misura partecipativa e un proiettarsi sempre oltre la barriera della propria vicenda, della propria storia, in
una sorta di interrogativo aperto, la scelta del futuro, la scommessa con la vita.
Fosca, l’autrice dispone così tutta la fitta trama e anche quella dei percorsi interiori, degli incontri, del
quotidiano mettersi in equilibrio tra ombre e luci,
sofferenze e felicità. È la chiave di volta di questo intenso romanzo esistenziale, sono certe oscillazioni a
segnare gli avvenimenti del vivere. E sono anche le
intenzioni a cui corrisponde lo sforzo, appunto,
esistenzialmente ripagato dal conoscere se stessi fin
dove si possa e si riesce al di là di tutto e nonostante
tutto, perché è l’unica cosa che, alla fine, conta nella
vita. Tale percorso poi, la scrittrice lo traduce in un
linguaggio intarsiato, specchio di quella condizione
psicologica che continuamente si divarica nel groviglio del pensiero che è il groviglio stesso dell’esistenza, in cui si agitano tutti i motivi e tutte le occasioni;
la vita, il lavoro, il tempo, l’amore, la sofferenza del
- 49 -
I l S alotto degli A utori
mondo, Dio… tutte queste cose, ben sappiamo che
dominano l’esistenza degli uomini sulla terra…
E la scrittrice Andraghetti, validamente collaudata,
in questo suo ultimo romanzo vi entra interamente,
anima e corpo, partecipando vivamente ed attivamente al suo svolgimento e alla “fine”, dove sta chiusa
la soluzione dell’intimo mistero di Mirka.
Sicuramente come sempre accade agli scrittori, anche Fosca costruisce il personaggio principale (in
questo caso Mirka!), quasi a sua immagine, perché
ad essa presta i suoi pensieri, il suo carattere, le sue
reazioni, per meglio entrare nelle intimità più segrete dell’anima della protagonista e per innestare in lei
la forza e la debolezza psicologica della situazione
che Mirka vive, perché il suo compito è proprio quello di “scavare”, di “penetrare” sotto la pelle della
quotidianità della donna da lei creata e che tiene saldamente in pugno mantenendo nel segreto tutto
quanto alimenta i sogni e la realtà della sua eroina
sino alla conclusione finale.
Nel contesto del romanzo, è facile rilevare l’intelligente lavorio di una mente vigile, agile, estroversa,
valori che acquistano significato nei contrasti fra fantasia e realtà, confondendoli un poco, anche perché
anche nel nostro reale esistere ci sono vari misteri
che, spesso, non vengono esplorati e, silenziosamente, si disperdono sulle rive di un’isola annidata in
fondo alla memoria! Perché sono i moduli della vita
reale che nasce entro orizzonti di pena ma che può
anche trasferirsi “altrove”, così che, maturando come
un frutto, nel tempo, può rilegare la solitudine di
confini del “nulla”, per poi finalmente trovare il suo
degno nido dentro gli occhi di un uomo che brillano
d’amore.
Superfluo aggiungere altro, perché a questo punto è
necessario leggere il libro, perché proprio il libro, dipanando la storia pagina dopo pagina, è capace di
esprimere le tensioni di un’anima finalmente appagata e felice della sua condizione umana, non più
assalita dai neri cipressi del dubbio. Grazie anche alla
notevole capacità narrativa di Fosca Andraghetti, la
storia di esseri umani, pur con tutte le loro imperfezioni, diventa una specie di favola che coinvolge e
avvince, perché l’insieme del romanzo, aprendosi alla
fine, come si apre al sole la corolla di un fiore, assume
in sé un tocco di magia, proprio perché l’immaginazione entra anche nella realtà, per trasformarsi e diventare preziosa parola!
plici esercizi che lui chiama “meditazioni in movimento” che consentono di imparare a camminare in modo
da sviluppare l’attenzione, acquietare la mente, aumentare il benessere, rafforzare lo spirito di gruppo, vincere la solitudine, ritrovare armonia ed equilibrio, scoprire il fascino del silenzio, collegarsi alle forze elementari della Terra, agli animali e alle piante.
Com’è possibile tutto ciò semplicemente camminando? Secondo i saggi tolteci dell’antico Messico “imparare a camminare è imparare a vivere” e se ne può
dedurre che… non sappiamo camminare, ci spostiamo da un luogo all’altro, ma con i paraocchi, immersi nei nostri pensieri di persone metropolitane,
senza accorgerci della vita che scorre attorno, di suoni, odori, colori, nulla riesce a carpire la nostra attenzione che deve quindi essere rieducata.
È difficile comprendere che la vera magia non risiede
nei “poteri soprannaturali” degli sciamani, bensì nel
modo speciale in cui essi affrontano la vita quotidiana. Significa semplicemente trattare il mondo ed i
propri simili con rispetto e con un profondo senso di
comunione nel cuore.
Le camminate descritte nel libro hanno il potere di
muovere l’energia in modi precisi, che conducono
alla trasformazione ed alla guarigione, consentendo
di vedere la propria vita e le proprie azioni dal punto
di vista del mondo naturale. Si tratta di modi di camminare che mescolano gli aspetti fisici dell’esercizio
con l’esposizione all’energia ed ai misteri inesauribili
del mondo della natura. Queste tecniche per camminare producono degli stati di consapevolezza capaci
di concentrare l’attenzione, guarire ferite e sviluppare un senso di reciprocità con tutto ciò che ci circonda. Ogni Earthwalk ha un tema unico e delle attività
da compiere mentre si cammina, che aiutano ad entrare nello spirito della camminata; alcune distolgono la nostra attenzione dalle preoccupazioni della
vita quotidiana, per aggiungere elementi che promuovono una sana interazione col mondo naturale. Altre, invece vengono usate per portare in primo
piano le nostre personali battaglie nel mondo reale,
per poi collegare la nostra energia con forze specifiche della natura, in grado di intensificare la nostra
naturale capacità di intuizione e quindi permettere
la soluzione dei problemi e delle sfide.
Un libro particolare e di sicuro interesse per tutti
coloro che, già amanti delle camminate, intendano
farne uno strumento di benessere.
NADIA SUNSETTO
ITINERARI TURISTICI E MUSICALI - Genova, canzoni in salita - “Visite guidate” di Federica Bocci
Il libro della Casa Editrice Zona dal titolo “GenovaCanzoni in salita. Guida alla città e alle sue canzoni” (pagg. 126 Euro 12) ed è una via di mezzo tra
una guida turistica con tanto di fotografie (di
Augusto Forin, artista, fotografo e cantautore egli
stesso) sui principali monumenti e scorci caratteristici, ed un percorso musicale, attraverso i testi di
canzoni di Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi, Gino
Camminare, un’arte da imparare - EARTHWALKS,
MEDITAZIONI IN MOVIMENTO - Un libro per
la salute fisica e spirituale
Nel libro delle Edizioni “Il Punto d’incontro” dal titolo “ Earthwalks, meditazioni in movimento – Camminare per stare bene nel corpo e nello spirito”
(pagg.190 Euro 10,90) l’autore James Endredy (studioso di culture tradizionali indigene) presenta 45 sem-
- 50 -
Autunno 2009
Paoli, Luigi Tenco, Francesco Baccini,Max Manfredi,
Claudia Patorino e molti altri eredi dei “grandi”. L’autore Marzio Angiolani, genovese di origine, laureato
in Lettere Moderne con una tesi su Lingua e dialetto
nella “nuova scuola genovese” dei cantautori, è docente di Lettere per la Scuola Superiore, nonchè studioso della canzone italiana e racconta la sua città
con descrizioni poetiche o direttamente con i testi
della canzone. “ In una città claustofobica come Genova,
tutto quello che non entra, soprattutto se all’aperto e di grande superficie, viene espulso e gettato a forza fuori dalle mura,
finchè non cade e si adagia, di sbieco o a rovescio, lungo le
valli o i fianchi dei monti.” In una soffitta di Boccadasse,
piccolo borgo costruito attorno ai pochi metri di
spiaggia che la costa alta regala, visse negli anni Sessanta Gino Paoli con la moglie Anna, ed il loro appartamento divenne luogo di incontro per amici, gatti
e artisti, “tutti indistintamente affamati”....
In giro per la Capitale della Cultura 2004 si scopre
come “per certi aspetti assomigli al Portogallo, ad un magazzino mediterraneo e gli scaffali carichi di merci e polvere
invitino ad entrare in un gioco tortuosodi impressioni e di
invenzioni della mente....”Così Genova negli anni “ha
cambiato pelle, mentre i suoi figli dovettero andare a
Milano per trovare la Ricordi e il successo.
Una “Genova per noi” che per il piemontese Paolo Conte
“ è forse un po’ selvatica” mentre il veneto Massimo
Bubola, collaboratore di De Andrè, racconta in “Camicie rosse” la spedizione dei Mille da Quarto. Le canzoni diventano dunque l’espressione migliore di questa città, più vicina alla Grecia e al Marocco che alla
Lombardia, più legata ai porti della Sicilia e della
Spagna che alle montagne del Piemonte.
Un libro attuale, ma anche malinconico che affonda
le radici nel passato, guardando al futuro.
Un testo gradevole, scorrevole da regalare e regalarsi
per scoprire qualcosa che ancora non si conosce su
una città vicino a noi che, a poche ore di treno, ci
può offrire molti percorsi culturali per tutti i gusti:
dall’Acquario, alle sue piazze, i caruggi, le creuze ed
i locali che si lasciano scoprire poco a poco.
Qualora il volume non fosse disponibile nella vostra
libreria preferita, potete rivolgervi a Editrice Zona
www.editricezona.it tel 0575-411049 / 3387676020
L’ETERNA PRESENZA – UMBRIA, TERRA DI
ENERGIE E DI SOTTILI ARMONIE - Due raccolte
di poesie di Giovanni TAVCAR
I libri che proponiamo questa settimana ai nostri lettori sono due raccolte di poesie di Giovanni Tavcar,
poeta trilingue (italiano, sloveno, tedesco) di Trieste,
amante delle ricerche letterarie che l’hanno portato a
scrivere numerosi saggi su musicisti, biografie, racconti e critiche di carattere musicale, nonché riflessioni e meditazioni su temi religiosi. Si tratta di “
L’eterna presenza – poesia dell’anima” (pagg. 70 Euro
10,00) delle Edizioni Simple che, come definisce l’autore stesso, “…più che poesia,/ vuole essere opera/ di fede:/
fede che/ in quanto grazia/ e speranza,/ è nello stesso tempo/
anche poesia;/ poesia dell’anima,/ poesia dell’Assoluto.” Si
tratta infatti di una sessantina di riflessioni mistiche
su chi siamo, dove andiamo, qual è il compito assegnato ad ognuno di noi da Chi è artefice di tutto.
Liriche brevi ma intense e profondamente impregnate
di fede e speranza, scritte in versi liberi e quindi di
facile comprensione nella dialettica e nella metrica,
da essere adatte a meditazioni profonde.
Il secondo volume dal titolo “Umbria, terra di energie e di sottili armonie” (pagg.61 Euro 7,00) della
Casa Editrice Montedit Collana “I gigli” può essere
considerata una guida a questa meravigliosa regione, in quanto vi troviamo una trentina di liriche che
abbracciano luoghi e personaggi di questa terra, con
relativi riferimenti storici e letterari, a scapito della
forma che appare più prosaica e meno poetica. L’autore sembra svolgere su ogni località o personaggio
(San Francesco, Santa Chiara, Santa Rita e San Benedetto da Norcia in particolare) un’accurata ricerca
storica, rielaborata in versi che appaiono discorsivi
in un colloquio con il lettore. Scorriamo quindi dalle
Fonti del Clitunno, dove Caligola veniva ad interrogare gli oracoli, alle cascate delle Marmore, dai Santi
Francesco e Chiara “nella cui amicizia si sono riunite due
dimensioni:quella contemplativa e quella attiva.” al Lago
Trasimeno, Città di Castello, Assisi, Spoleto ed altri
degli innumerevoli scorci di questa terra che riesce/
miracolosamente ancora,/ a donarci la dolcezza estrema del
vivere,/ alternando il delicato profumo del sacro/all’aspro
piacere del gusto profano.”
Entrambi i volumi possono essere richiesti sui rispettivi siti www.stampalibri.it e www.montedit.it.
PACIFICO TOPA
IL TEMPO poesia di Silvia SPALLONE questa rivista, numero 27, pag. 15
Una composizione quanto mai simboleggiante quella che Silvia Spallone ha dedicato al tempo,
personalizzandolo ossia immaginando che assomigli ad una persona umana.
Ogni tanto mi fermo e tu mai! / di mattina per tirare su
le tende / della nebbia che ingrigisce il panorama / offerto dal balcone affacciato / sopra un lembo di fiume.
È il movimento tipico di chi al mattino si alza dal
letto e, per prima cosa, va a vedere com’è il tempo.
Un’occasione per consentire al sole che nasce di penetrare con uno spiraglio di luce. A questo punto l’autrice rivolge al tempo un rimprovero: Ingrato sei che
corri sempre / più veloce / non interessa a nessuno / dove vai
e da dove vieni. Infatti spesso il tempo passa nella non
curanza generale, quasi nessuno cerca di sapere da
dove provenga e dove vada questo movimento d’aria.
Approfondendo questi pensieri verrebbe istintivo
domandarsi tante cose riguardo il tempo. Ma corri
in giro per il mondo / sei sempre uguale / per tutti
noi del globo terrestre. Silvia Spallone ha ben descritto l’animo di tutti noi che temiamo colui che mai
si ferma... il tempo!
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I l S alotto degli A utori
PROFONDO AZZURRO poesia di Guido BAVA
questa rivista numero 27, pag. 15
Una descrizione panoramica che Guido Bava ci offre
con la composizione titolata Profondo azzurro, scena che coinvolge un po’ tutto l’ambiente montano
tipicamente alpestre. Profondo azzurro sui monti / carichi
di bianca neve / e il sole che già indora / timido, le loro alte
cime.
Scorcio affascinante che si può godere stando in prossimità della catena della Alpi. Ad animare questo clima volo di corvi neri e di colombi unici elementi che, solitamente, vivacizzano il silenzio che vi regna. L’essere
umano è affascinato da questa scena e, del tutto solo,
staziona ad ammirare il grande cielo con l’occhio vecchio
e stanco Intuibile il fatto che chi scrive di questi luoghi,
seppure anziano, rimane estasiato da tanta bellezza e
dalla luminosità di questi luoghi incontaminati. Mentre
l’essere umano osserva tutte queste cose, con la mente
corre ai ricordi lontani della sua giovinezza e questi
luoghi è collegata la reminiscenza di eventi vissuti in
passato. Pensieri, lembi di ricordi / sfiorano la mente
confusa. si ha la sensazione che questi ricordi vengano evocati anche in suggerimento dell’ambientazione.
Contemporaneamente il sole che lentamente scende / ad
illuminare la mia valle / e a togliere quel freddo / che anch’io
sento tra le spalle.
Composizione che caratterizza per alcune osservazioni pertinenti alla azzurrità delle montagne.
LAURA VOLPICELLI
UNA FRAGILE ESISTENZA - Alessia BRUSCHi De Rocco Edizioni Roma - Euro 8,00
Una mattina come tante trasforma rovinosamente
l’esistenza di una madre alla quale viene rapita la
figlioletta. È una drammatica storia che Alessia Bruschi, con questa sua opera prima, presenta al panorama editoriale in un romanzo di affascinante lettura dal tono confidenziale. Il lettore viene accompagnato, da dialoghi semplici e diretti, alla scoperta dei
numerosi equivoci che avvolgono la vita del Commissario Fabri. Quasi come se seguisse il copione di
una sceneggiatura cinematografica, la Bruschi incuriosisce e snocciola nello stesso tempo, con il proprio
stile fresco e veloce, i misteri che avvolgono la vicenda. I personaggi sono ben descritti, con grande ricchezza di particolari che consentono di immaginare
le fattezze dei protagonisti. Le ambientazioni, talvolta sfarzose e lussureggianti, alleggeriscono la trama,
dando respiro al pathos che la storia in sé evoca. Nelle
pagine conclusive, l’amara constatazione che costruisce il titolo dell’opera, ovvero siamo nient’altro che
una fragile esistenza, con riferimento all’ineluttabilità
del destino di ognuno di noi. Duecento pagine di
sottile tensione e grande impatto emotivo nei confronti del tema trattato.
TESTATE CHE COLLABORANO CON
CARTA E PENNA E IL SALOTTO DEGLI AUTORI
Per l’inserimento contattare la redazione - Si richiede e si offre la disponibilità all’inserimento di estratti
dei bandi di concorso e/o iniziative culturali intraprese Testata
Indirizzo
Responsabile
Dibattito Democratico
Piazza San Francesco, 60 - 51100 Pistoia
Enzo Cabella
Gli Artisti del giorno
Via San Pietro, 8 - 12012 Boves (CN)
Carlo Di Benedetto
Il Convivio
V. Pietramarina-Verzella 66
Enza Conti
95012 Castiglione di Sicilia
Il Mulino letterario
Hofstrasse,10 77787 Nordrach (Germania)
Antonio Pesciaioli
Le Nuvole
Via Enea, 47 - 80124 Napoli
Maria Pia De Martino
Le Voci
C.P. 124 - 80038 Pomigliano d’Arco (NA)
Claudio Perillo
Noialtri
Via C. Colombo, 11/a – 98040 – Pellegrino (ME)
Andrea Trimarchi
Poeti nella Società
Via Parrillo, 7 - 80146 Napoli
Pasquale Francischetti
Presenza
Via Palma, 59 - 80040 Striano (NA)
Luigi Pumbo
LITERARY
Casella postale, 750 – 35122 Padova
Giampietro Tonon
Silarus
Via B. Buozzi, 47 - 84091 Battipaglia (SA)
Pietro Rocco
Verso il futuro
Casella Postale 80 - 83100 Avellino
Nunzio Menna
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più o meno lontano,
che si è amato.
L’ Associazione Culturale Carta e
Penna indice la seconda edizione del
Concorso Internazionale Letterario
PROFUMO D’ANTAN
Il premio si articola in due sezioni:
1) NARRATIVA: un racconto, max. 5 cartelle.
(Le cartelle s’intendono composte da 60 battute per 30 righe per un max. di 1800 battute).
Quota di partecipazione 10 euro.
2) POESIA: un massimo di due poesie, composte da non più di 60 versi ciascuna, titolo
compreso. Quota di partecipazione 10 euro. Gli
scrittori di lingua straniera dovranno allegare la
traduzione italiana del testo. Ogni autore dovrà
inviare all’associazione CARTA E PENNA - Via
Susa 37 - 10138 Torino - tre copie di ogni elaborato. Una copia deve contenere le complete
generalità dell’autore, l’indicazione a quale sezione si intende partecipare ed essere firmata;
-bollettino del versamento della quota da effettuare sul c.c. postale n. 43279447(IBAN: IT27
N076 0101 0000 0004 3279 447) intestato a
Carta e Penna. La somma può essere allegata in
contanti o con assegno non trasferibile intestato a Carta e Penna; - breve curriculum.
Il termine per la presentazione degli elaborati
è fissato per il 31 dicembre 2009 e farà fede
il timbro postale.
Gli autori conservano la piena proprietà delle
opere e concedono all’Associazione Carta e
Penna il diritto di pubblicarle senza richiedere
alcun compenso.
I premi dovranno essere ritirati dagli autori o da
delegati, pena la decadenza della vincita stessa.
La data di premiazione sarà tempestivamente
comunicata ai vincitori ed a tutti i partecipanti.
L’autore, partecipando al concorso, autorizza il
trattamento dei propri dati personali in conformità alla legge sulla privacy vigente.
PREMI: 1° premio: pubblicazione libro di 56 pagine, con omaggio di 100 copie, targa e diploma;
2° premio: associazione a Carta e Penna in
qualità di socio benemerito, targa e diploma;
3° premio: associazione a Carta e Penna in
qualità di socio autore, targa e diploma. Saranno
assegnate anche cinque Menzioni d’onore e cinque Segnalazioni di merito.
Poste Italiane. Spedizione in abbonamento postale - 70% aut. DRT/DCB/Torino - N. 3 - Anno 2009 - CARTA E PENNA, Via Susa 37 - 10138 TORINO
ANNO VII – N.28 Autunno 2009 Poesia, narrativa, letteratura, cultura generale RIVISTA TRIMESTRALE
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ANNO VII – N.28 Autunno 2009 Poesia, narrativa, letteratura, cultura