impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 232 alle sue tormentose incertezze di cattolico praticante. Per soprammercato, gli piacevano un mucchio le belle donne: e non è che per attenersi alla fede le snobbasse! Personalmente, ricordo assai mite Guido Piovene, che una matura convinzione filosofica ha forse distratto dal giovanile gusto del narrare. [...] Soprattutto nei saggi è stato grande Piovene: ma forse lo stile certamente nitido e incisivo gli ha viziato la mano: quando ha voluto riprendere la narrativa non ci ha potuto credere più: è vero infatti che l’intelligenza troppo raffinata, scettica di per sé, contrasta con l’ingenua e un po’ solipsistica natura dello scrittore d’invenzione. [...] [...] Ma quanti altri vicentini ricordo, soavi o spassosi come vuole il carattere della loro gente ineffabile? Ne ho incontrato uno al Tour de France 1950: era come me un Della Zolla55 e parlava per scatti successivi, neanche fosse in pista a pedalare: così doveva esprimere idee inventive il suo cervello, peraltro fertilissimo: seguiva i ciclisti che montavano il suo cambio: si chiamava e si chiama Tullio Campagnolo:56 forse già allora si stuzzicava le meningi per risolvere un umile problema «estrattivo»: farà specie che lo ricordi, dopo tanti peana57 al superlativo Palladio, ma anche per ideare un cavaturaccioli famoso nel mondo intero ci vuol genio pragmatico: e Tullio nostro ne ha da vendere, appunto, in tutti i paesi del mondo, dove non si costruisce bicicletta che non impieghi i suoi raffinati accessori. romanziere vicentino, è l’autore di Malombra (1881), Daniele Cortis (1884), Piccolo mondo antico (1895), Il Santo (1906) ecc. 55 Cioè un uomo di terra, un campagnolo. 56 È il fondatore della nota ditta produttrice di accessori meccanici (soprattutto cambi) per biciclette da corsa. 57 “Lodi”. Il peana, che nell’antichità greca era un canto corale in onore di Apollo, è in accezione più lata un canto o discorso celebrativo ed encomiastico. 232 1.20. LUCIANO BIANCIARDI 1.20.1. Vita agra a Milano1 Appena fuori c’è il traffico che mi investe. Io potrei dire senza calendario che giorno è, proprio dal traffico. Rabbiosi sempre, il lunedì la loro ira è alacre e scattante, stanca e inviperita il sabato. La domenica non li vedi, li senti però, dentro le case, indaffarati coi rubinetti, le vasche da bagno, gli sciampo, i bidet, a sciacquarsi sopra e sotto, specialmente le donne, a rifarsi la testa, le labbra e gli occhi. Poi, dopo la messa, rieccoli in branco, stimolati dal digiuno, acciecati2 dalla santità della cerimonia, drogati dalla prospettiva del relax, che si avventano al bar per la pastarella, l’aperitivo, e se hai con te un bambino te lo pestano, te lo fanno piangere. Dal bar vanno all’edicola e comprano anche tre, quattro giornali illustrati, spingendoti di lato coi gomiti, perché alla mezza debbono andare in tavola e hanno premura. Il traffico astioso delle auto, la domenica comincia nel primo pomeriggio, perché vanno sempre in branco alla partita. Gli altri giorni sono pericolosi, e chi ha un bambino fa bene a mettergli in testa la paura del traffico, e dirgli attento nini, la macchina ti schiaccia, dai la mano a mammina3. Come se fossero lupi, le automobili. Ma anche i grandi debbono stare attenti, se sono pedoni senza la mutua, perché se finisci sotto sei fregato. Se finisci sotto fuori delle strisce, loro non hanno da pagarti una lira, anzi sei tu che gli paghi il danno eventuale, il vetro del finestrino rotto, lo sporco del sangue sui sedili, un’ammaccatura al cofano, l’incomodo, il tempo perso, perché loro hanno sì l’obbligo di non omettere il soccorso, ma poi te lo fanno scontare, tanta benzina dal punto del sinistro4 all’ospedale, tanto dall’ospedale al posto dove avevano la commissione, un appuntamento mancato, un affare andato a monte per colpa tua. Loro hanno gli avvocatoni, e tu sei solo. La paghi anche se finisci sotto al passaggio zebrato5, perché nell’urto è quasi sicuro che tu vai a cadere più in là delle strisce, e loro possono sempre dire, e dimostrare con gli avvocatoni delle assicurazioni, che è stato fuori, l’investimento. Conviene traversare sulle strisce, ma tenendoti al margine più vicino alla parte da dove arriva il traffico, così sei un poco più sicuro di cadere nel passaggio, e i danni te li pagano, anche se penalmente non gli costa più di un quattro mesi con la condizionale. E al bimbo, se ce l’hai, mettigli bene in testa la favola del lupo-automobile, anche a costo di far diventare lupo lui, che desideri la macchina per schiacciare gli altri, da grande. 1 Così intitoliamo il brano, tratto da L. BIANCIARDI, La vita agra, Milano, Rizzoli, 1993 (19621), pp. 164- 170. 2 La -i- è etimologica, segnalando la derivazione da cieco. Si notino, qui e infra, gli inserti di discorso diretto non segnalati dalle solite virgolette. “Incidente”, nel gergo burocratico e delle assicurazioni automobilistiche. 5 L’espressione, dotata di una certa vivacità metaforica, sembra oggi aver perduto terreno a vantaggio della concorrente «strisce pedonali». 3 4 233 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 234 Ci sono due passaggi zebrati, dalla porta di casa mia all’edicola dei giornali e finora ce l’ho fatta senza danno, solo qualche insulto dai guidatori costretti a rallentare, specialmente quelli civili, quelli consapevoli del proprio dovere, che si bloccano davanti alle strisce e con la manina rabbiosa ti fanno segno di passare, e intanto borbottano ’sto pirla. Io lo so, perché succede così quando salgo in macchina con un amico, e sarebbe bello lasciarsi portare senza fatica, correre per le strade mentre tu pensi a niente di preciso, eppure i pensieri filano e sono buoni. Sarebbe bello, senza questo spirto belluino che ridestasi persino nel poeta di Luino6. Anche Vittorio, uomo mite e civile e pacioso7, di poche tenui parole, appena ha in mano il volante diventa una belva, è come se si fosse chiuso in una scatola di rancore. Lui crede, perché l’ha letto, e io so dove, d’avere allargato, con l’auto, la sua cerchia di libertà oggettiva, di essere uomo libero da piazza del duomo fino al mare della foce, e invece è lì, chiuso fra le lamiere, sordo alle tue parole, ostile al prossimo suo8. Non vede il nastro del Taro lucido giù sotto Piantonia, non vede i boschi della Cisa, non vede le donne che dal margine9 offrono il panierino di giunco con le fragole o i lamponi. In fondo Vittorio si è ridotto peggio dei giovinastri bauscioni10 che passano la domenica correndo fino al grill dell’autostrada del sole, dove il sole non c’è mai, e se anche c’è nessuno se ne accorge, anzi gli dà noia. Gli dà noia il sole, gli dà noia la pioggia, gli dà noia il vento, e se potessero, se comandassero in tutto e per tutto loro, non ci sarebbe nemmeno più il clima, le stagioni, il tempo, ma soltanto una cupola grigia e fuligginosa sopra la città. E perché sia così costantemente operano. La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano come di un prodotto locale. E prodotto locale è. Solo, non è nebbia. No, la nebbia è semmai nelle campagne, viene su dalle rogge fumiganti che vanno ad allagare le marcite, sì da consentire anche dieci tagli di fieno l’anno, e infatti ha odore di stalla, questa nebbia che trovi fuori di città. Ma dentro non è nebbia. È semmai una fumigazione rabbiosa, una flatulenza11 di uomini, di motori, di camini, è sudore, è puzzo di piedi, polverone sollevato dal taccheggiare delle segretarie, delle puttane, dei rappresentanti, dei grafici, del PRM, delle stenodattilo, è fiato di denti guasti, di stomachi ulcerati, di budella intasate, di sfinteri stitici, è fetore di ascelle deodorate, di sorche sfitte, di bischeri disoccupati12. Succede a volte che in città arrivi il vento, un vento senza odore e senza nome, perché nessuno si dà la pena di fiutarlo e di chiamarlo in qualche modo. Arriva non sai da dove, anzi da ogni parte, ti ripesca a tutti i cantoni, non ti dà agio di appoventarti13. Arriva e spazza via la cupola fuligginosa, e per qualche ora ti sembra di esserti messo gli occhiali, il disegno delle case si fa netto, i lumi a sera brillanti, vedi persino le stelle, e il Monte Rosa dal terrazzino. Due, tre volte all’anno vedi il cielo longobardo, così bello quando è bello14, ma subito ricominciano a taccheggiare gli attivisti15, a rifare fumi, flatulenze, fetori, polveroni, esalazioni, e in un paio di giorni al massimo la cupola fuligginosa è ben ricomposta, e gli attivisti ci respirano dentro soddisfatti, perché hanno ritrovato l’aria natìa, senza sole, senza vento e senza pioggia. A volte piove, lo so, anzi piove spesso, ma alla prima goccia qualcuno deve dare l’allarme, perché in tutta la città spuntano ombrelli e impermeabili, fanno una seconda tettoia più bassa, una cupola sotto la cupola, che escluda quell’acqua già del resto impastata di fuliggine, perché non viene giù dalle nuvole, vien giù dal cupolone fuligginoso, e insomma anche lei è un prodotto meteorologico collettivo, una flatulenza di uomini, di camini e di motori che ha incontrato una falda d’aria più fredda e si è condensata in questa specie di rigovernatura16 di città. Dal portone di casa mia all’edicola, dicevo, ci sono due passaggi zebrati pericolosi. Ogni mattina in piazza c’è l’incidente stradale, due auto ferme muso contro muso, i guidatori in piedi a urlare, se uno non è già morto, e un capannello di gente sul marciapiede che sta a guardare. Intanto sono arrivati gli operai coi picconi e scavano la fossa. Scamiciati, col muso duro e rossiccio, danno di piccone sull’asfalto, e se poi la massicciata è troppo dura, arrivano altri col martello perforatore, ci premono sopra con tutto il corpo e vibrano dai piedi alla testa; vibra anche l’aria attorno a loro. Aperta la buca, se ne vanno. Il giorno dopo altri operai provvedono a rimettere a posto la terra scavata, che risulta sempre troppa e fa montarozzo, sicché bisogna far venire il rullo compressore a schiacciarla, e poi un’altra macchina a stendere altro asfalto, bitume e ghiaino. Gli scavatori intanto si sono spostati un poco più in là, sempre sul marciapiede, e scavano una fossa nuova, che sarà riempita puntualmente il giorno dopo. Nessuno ha mai saputo perché facciano queste fosse. Non è che poi ci sotterri- 6 Vittorio Sereni, che a Luino, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, nacque nel 1913, prima di trasferirsi a Brescia (1924) e poi a Milano (1932). Si osservino: l’insistito omeoteleuto belluino : persino : Luino; la replicazione dello stesso modulo ritmico, composto di una sillaba tonica seguìta da tre atone («spìr-to-bellu-//-ì-no-che-ri-//-dè-sta-si-per-//-sì-no-nel-po-//-è-ta-di-Lu-//-ì-no»); la sincope poetica in «spirto»; la sottolineatura in posizione tonica delle acuminate i; la geminazione delle r e delle s; tutti elementi attraverso i quali la ferinitas, affermata a livello del significato, trapassa, rafforzandosi, al livello dei significanti. 7 Cioè di indole tranquilla, serena, calma, bonaria, e magari un po’ pigra e indolente. 8 Nella posposizione del possessivo sembra di avvertire l’eco del comandamento «Ama il prossimo tuo come te stesso». 9 Dai bordi della strada. 10 Da baùscia, appellativo d’intenzione spregiativa o canzonatoria di cui viene gratificato il milanese. 11 “Emissione di gas, meteorismo”. 12 Questo magistrale pezzo, vivacemente espressionistico nel lessico e coloritamente scatologico nel contenuto, non poteva non concludersi che con gli organi sessuali femminili e maschili, qui evocati dai rispettivi idiotismi toscani (il primo, sórca, ‘topo’ e, al figurato e per similitudine, ‘vulva, vagina’, con valore fortemente triviale; il secondo, bìschero, è di etimo incerto). 13 Il verbo, non registrato nel cit. BATTAGLIA, significa “ripararsi dal vento”. Il TOMMASEO-BELLINI – unico fra i dizionari consultati – cita la locuzione avverbiale all’appoventa, spiegandola come ‘al riparo dal vento, quasi dietro il vento’ (I, p. 536; forse da ad post ventum). 14 Citazione manzoniana: «quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace» (Promessi sposi, cap. XVII). 15 Qui – e infra – nel senso di “dedito all’attività (produttiva e incessante) come forma primaria ed esclusiva del vivere”, più largo dell’accezione oggi vulgata di “militante” o “agitatore politico”. 16 Qui nell’accezione di “acqua sporca e maleodorante prodotta dalla lavatura di stoviglie e arnesi da cucina per rimuoverne l’unto e i residui di cibo” (è la seconda censita s. v. nel Grande Dizionario della Lingua Italiana del BATTAGLIA). 234 235 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 236 no i morti del settimanale incidente d’auto gravissimo, ad ammonimento per gli incauti, e nemmeno vanno a cerca di reliquie, di ruderi, di tartufi, di minerali. Sotto l’asfalto, sotto la massicciata, trovano terra e soltanto terra, da rimettere in sito ogni volta, eppure scavano, e la gente non protesta per l’incomodo, né per il fregore17 dei martelli vibratili. La gente protesta semmai se nella casa di fronte tengono il grammofono troppo alto e arrivano a cascata le note di Vivaldi. Per i rumori lavorativi c’è rispetto sommo, invece, e in quel dissennato scavare tutti vedono il segno del progresso. Anche perché non hanno scordato di quando, tre anni or sono, vennero in piazza con le macchine pesanti e aprirono una buca vasta come un cratere, che si riempì subito dell’acqua d’una fogna sfiancata, e ci galleggiavano tavoloni, carriole, gatti morti. Non s’era mai visto nella zona scavo più grande e più drammatico e tutti stavano a guardare con ammirazione, fino al giorno in cui riempirono il cratere e ci misero sopra, a coperchio, una tettoia di plastica azzurra, tutta a guglie puntute come una pagoda. Che cosa ci sia sotto nessuno l’ha mai capito bene, ma intanto, dicono, ci ha lavorato un branco di gente, e come si sa il lavoro fa circolare la grana, l’operaio spende i dané e se ne avvantaggiano tutti18. [...] Il doppio passaggio zebrato – viale e controviale – è pericoloso anche per via delle macchine che vengono da lontano a fare la spesa nel bottegone nuovo19, che occupa quasi tutto il pianterreno di casa mia. Le macchine arrivano di continuo, arronzano20 il marciapiede, si bloccano con stridore di freni, proprio dinanzi allo stretto varco fra la fossa dei picconatori e il passaggio zebrato, ne scendono uomini e donne con gli occhi arsi dalla febris emitoria21, che non vedono nulla, ti urtano coi gomiti, ti travolgono insieme a loro verso il bottegone. 17 Il termine, non attestato dal cit. Grande Dizionario del BATTAGLIA, indica il rumore prodotto dai martelli pneumatici. 18 Si osservi la riuscita mimesi del linguaggio dei «bauscioni», come direbbe Bianciardi: far «circolare la grana», spendere «i dané» (‘soldi’, in milanese). 19 Cioè – diremmo oggi – nel supermercato. 20 Forse: “si accostano moleste a”. I dizionari consultati attestano il solo uso intransitivo riflessivo del verbo (m’arronzo), nell’accezione di “arrabattarsi, affannarsi, darsi da fare”. 21 Dal lat. emere, ‘comprare, acquistare’. È dunque la smania consumistica degli acquisti, che la locuzione latina connota in senso medico-patologico. 236 1.21. ITALO CALVINO 1.21.1. La speculazione edilizia1 A * * *, la città di Quinto2, un tempo circondata da giardini ombrosi d’eucalipti e magnolie dove tra siepe e siepe vecchi colonnelli inglesi e anziane miss si prestavano edizioni Tauchnitz3 e annaffiatoi, ora le scavatrici ribaltavano il terreno fatto morbido dalle foglie marcite o granuloso dalle ghiaie dei vialetti, e il piccone diroccava le villette a due piani, e la scure abbatteva in uno scroscio cartaceo i ventagli delle palme Washingtonia4, dal cielo dove si sarebbero affacciate le future soleggiate-tricamere-servizi. Quando Quinto saliva alla sua villa, un tempo dominante la distesa dei tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e il porto, più in qua il mucchio di case muffite e lichenose della città vecchia, tra il versante della collina a ponente dove sopra gli orti s’infittiva l’oliveto, e, a levante, un reame di ville e alberghi verdi come un bosco, sotto il dosso brullo dei campi di garofani scintillanti di serre fino al Capo: ora più nulla, non vedeva che un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l’altro. Sua madre, ogni volta che lui veniva a * * *, per prima cosa lo faceva salire sul terrazzo (lui, con la sua nostalgia pigra, distratta e subito disappetente sarebbe ripartito senz’andarci); – Adesso ti faccio vedere le novità, – e gli indicava le nuove fabbriche: – Là i Sampieri soprelevano, quello è un palazzo nuovo di certi di Novara, e le monache, anche le monache, ti ricordi il giardino coi bambù che si vedeva là sotto? Ora guarda che scavo, chissà quanti piani vogliono fare con quelle fondamenta! E l’araucaria5 della villa Van Moen, la più bella della Riviera, adesso l’impresa Baudino ha comprato tutta l’area, una pianta che avrebbe dovuto preoccuparsene il Comune, andata in legna da bruciare; del resto, trapiantarla era impossibile, 1 Così intitoliamo il brano, tratto dall’omonimo romanzo: I. CALVINO, La speculazione edilizia, Torino, Einaudi, 1963 (I Coralli, 189), pp. 10-11 e 29. 2 La città natale, dove fa ritorno il protagonista, l’intellettuale Quinto Anfossi, per concludere con l’impresario Caisotti un tentativo di «speculazione edilizia», pur nella indeterminatezza dei riferimenti, è Sanremo, dove l’autore, trasferitosi ancora bambino con la famiglia (peraltro di origini liguri) dalla natìa Cuba, compì gli studi fino al conseguimento della maturità liceale. Il Capo menzionato a testo poco più sotto («campi di garofani scintillanti di serre fino al Capo») è Capo Nero o Capo Verde, delimitanti rispettivamente a Ovest e a Est l’insenatura al cui centro si trova Sanremo. 3 Casa editrice lipsiense (poi a Stoccarda dal 1952 fino al 1973, quando chiuse), nota per i più di 5.000 voll. della Collection of British and American Authors (1841ss.). 4 Genere di palme californiane di folta chioma e d’alto fusto colonnare (fino a 30 mt.), così chiamate in onore di Georg Washington. 5 Genere di piante gimnosperme della classe delle Coniferine (famiglia Araucariacee), di grosse dimensioni, con molti rami, folti ciuffi di foglie aciculari e fiori monoici con infiorescenze strobiliformi; spontanee nell’emisfero australe, sono invece coltivate nell’emisfero boreale. Dal corònimo Arauco, regione del Cile. 237 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 238 le radici chissadove arrivavano. Vieni da questa parte, ora; qui a levante, vista da toglierci non ne avevano più, ma guarda quel nuovo tetto che è spuntato: ebbene, adesso il sole alla mattina arriva qui mezz’ora dopo. [...] Per andare dal notaio6 doveva percorrere un tratto della via principale, che di solito, per una sua confusa remora7, evitava. Nei suoi ritorni a * * * sceglieva sempre itinerari mezzo in campagna o lungo la marina, dove c’erano da riscoprire sensazioni d’una memoria più sedimentata, marginale o minore. In città no, tutto era brutto, la memoria era un tritume di fatti quotidiani. Poi non sapeva mai chi salutare e chi no [...]. Ora neppure la nostalgia per il vecchio mondo che sparisce agiva in lui; vista da quei marciapiedi la città era uguale a sempre, straziantemente uguale, e quel che c’era di nuovo – facce, gioventù, negozi – non contava nulla, il tempo dell’adolescenza pareva sgradevolmente vicino. Cosa gli era preso, di riattaccarsi a * * *? Quinto adesso voleva solo sbrigare in fretta quelle pratiche e partire. Decisamente, stare a * * * lo riempiva di fastidio. 6 Il notaio Luigi Bardissone, «cugino in terzo grado» di Quinto, «ma che quasi lui non conosceva» (cap. ed. cit., p. 34), al quale avrebbe esposto il proprio progetto di speculazione edilizia. 7 “Riluttanza, inibizione” (dal lat. remora, comp. di re- intensivo e di mora, ‘indugio’). Curioso notare come l’ittiologia abbia mutuato la parola, nella sua accezione primaria di ‘freno’, per denominare un pesce marino dell’ordine dei Discocefali, dotato di apparato adesivo a ventosa sul capo, col quale può attaccarsi a scafi o altri pesci per farsi trasportare: era infatti antica credenza che tale pesce potesse così arrestare o rallentare le navi. VI, 238 1.22. GIOVANNI ARPINO 1.22.1. Stendhal sul Naviglio1 Questo mio2 ritorno a Milano avrebbe dovuto permettermi di raccogliere e investigare molti di quei «petits faits bien précis» (cioè storie vere, cronache, atti vissuti, così li chiamano qui) che sempre m’hanno affascinato, come uomo e come scrittore. Sono stato invece travolto da una Milano godereccia, che s’affanna a mantenere il suo primato di città ricca, spregiudicata, cattolica ma anche paganeggiante se è il caso, laboriosa ma perennemente tentata da vacanze, «ponti» weekend scavati nel calendario come buchi nel formaggio. In questa mia amata Italia, dove le lolite3 tengono il luogo dei briganti d’un tempo, dove gli evasori fiscali svolgono in società il ruolo degli antichi principi, Milano gioca le sue carte con rozza maestà. La gente beve, mangia, si veste, si spoglia, più del necessario e più di quanto intimamente desideri. Si vive in uno specchio, e quindi chi ha bisogno d’un cappotto ne compera due, il marito alla moglie o all’amante è costretto a rega- 1 Da GIOVANNI ARPINO, Opere scelte, a cura e con un saggio introduttivo di ROLANDO DAMIANI, Milano, Mondadori, 2005 (I Meridiani), pp. 1733-1740. Il pezzo giornalistico qui antologizzato fa parte di una serie di sei articoli satirici – di satira del costume – scritti da Arpino nel 1967 per l’«Europeo» e raccolti sotto il titolo di Riveduti e aggiornati: ne sono protagonisti Casanova (Casanova a Torino), Montaigne (Montaigne il moderatore), Hemingway (Hemingway a Venezia), Goethe (Goethe a Roma), Gor’kij (Gorki a Capri) e appunto Stendhal (Stendhal sul Naviglio, uscito il 9 febbraio 1967), chiamati a rivisitare, redivivi, alcune città e luoghi italiani. Così, presentando il brano stendhaliano, le Notizie sui testi delle Opere scelte delineano il rapporto di Arpino con la metropoli lombarda: «Dai primi anni Sessanta Arpino aveva un piccolo appartamento a Milano in via Leopardi. Era un monolocale di “ventotto metri quadrati circa”, ma gli pareva “anche troppo grande”, perché avrebbe alloggiato “con suo comodo e tranquillità nella cella di un convento, o di una prigione, o in una isolata caverna” (così confidò nello scritto raccolto in Il sogno di una casa e altre piccole storie, Boetti, Mondovì 1989, p. 21). Milano, dove va per lavoro, è per lui una seconda città, che lo attrae e lo respinge. Nel Diario milanese, pubblicato in “L’Europa Letteraria” del novembre 1961, annota che “amare Milano è un vizio, dei più moderni e vivaci e utili, ma sempre vizio”» (p. 1876). 2 Come ad es. in Hemingway a Venezia (lo si veda sempre nel Meridiano delle Opere scelte, pp. 17251732), dove Hemingway stesso è convocato a raccontare il suo deludente ritorno a Venezia, Arpino qui dà voce direttamente a Stendhal, che parla dunque in prima persona. È risaputo l’amore per l’Italia, e per Milano in particolare, di Henri Beyle (1783-1842), più noto con lo pseudonimo di Stendhal, celeberrimo autore, fra le altre cose, della Chartreuse de Parme (1839), delle Chroniques italiennes (1855), di Le Rouge et le Noir (1831). Si ricordi almeno l’epitaffio che di sé dettò nel 1821 – senza rileggere, «per non mentire» –, in cui si definisce senz’altro «milanese»: «Qui giace / Arrigo Beyle milanese / Visse, scrisse, amò / Se n’andiede di anni ... / Nel 18... / Amò Cimarosa, Shakespeare, Mozart, il Correggio. / Amò appassionatamente V..., M..., A..., Ange, M..., C..., / E benché fosse tutt’altro che bello, / Fu molto amato da quattro o cinque di queste iniziali. / Rispettò un solo uomo: Napoleone». Attestano l’italianisme di Stendhal anche l’Histoire de la peinture en Italie (1817), Rome, Naples et Florence en 1817 (1817), la Vie de Rossini e quella di Metastasio (nelle Vies de Haydn, Mozart et Métastase), e le Promenades dans Rome (1829). 3 Ragazze giovani e sessualmente disinibite, dai comportamenti liberi e provocanti. È un’antonomasia, dal nome della protagonista dell’omonimo romanzo di V. Nabokov (1955). 239 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 240 lare almeno due pellicce, chi va al football domenicale si copre come un pastore e tiene infilata in saccoccia una fiaschetta d’argento colma di liquori pregiati, chi vi invita a pranzo vi sotterra sotto montagne di leccornie, oppure, per estremo snobismo, non vi offre neppure un bicchiere d’acqua. Le ciliegie natalizie a diecimila lire il chilo, le fragole importate in aereo dalla Florida o dalla Nuova Zelanda, sono trattate come grissini vecchi. Torno adesso da una festa che un editore di tascabili ha dato nei suoi appartamenti: ho visto balli tra ragazzine e vecchi attempati, arteriosclerotici, ho visto gente andarsene via con bottiglie in tasca o indossando pellicce altrui. Adesso, dalla finestra della mia camera, guardo Milano notturna, mi struggo dietro i fili della sua nebbia, ascolto il suo ansito4 di gran bestia, un respiro un po’ rauco, come il battito d’un immenso cuore ipertrofico5, che non può fermarsi. [...] Ancora nebbia, oggi. Ho passeggiato a lungo, bevendo una cioccolata in una pasticceria elegante, visitando un museo, una biblioteca, alcuni locali tipicamente giovanili. E qui ho notato come gli anziani rubino ai giovani il meglio di quanto gli spetterebbe: non c’è ragazzo che possa permettersi le lussuose e sconvolgenti cravatte fiorite indossate dai cinquantenni, non c’è giovinetta che riesca a competere con la minigonna adottata dalla madre. Molte signore, a passeggio nelle vie eleganti della città, vengono rudemente appellate dai garzoni in bicicletta con il termine «mininonna». [...] Ho molto apprezzato alcuni pettegolezzi di gran dame, riunite nell’angolo d’un salotto e che ho potuto ascoltare solo per fortunato caso. Hanno parlato: 1) d’una loro conoscente che s’è presa il lusso di punire una cameriera maldestra tagliandole una treccia; 2) d’un’altra conoscente citata per danni dal padre della cameriera minorenne, rimasta incinta dopo appena due settimane dal suo arrivo a Milano. La causa è in corso; 3) delle familiarità che alcune signore del bel mondo dimostrano verso certi loro parrucchieri: se costrette da un bisogno, e avendo le mani ancora fresche di trucco si fanno aiutare, slacciare, risollevare dai luoghi di decenza; 4) di una tal moglie di industriale che coltiva l’ambizioso progetto di redimere gli omosessuali poveri per trasformarli in cuochi e camerieri; 5) di un altro industriale che, per sfuggire ai controlli degli investigatori privati scatenatigli contro dalla moglie, usa consumare adulterio nel suo jet privato, trasformato in salotto persiano, a duemila metri di quota. Anche stamane ho passeggiato a lungo nella luce d’un sole brumoso6. Amo i vicoli milanesi dove accanto all’antiquario carissimo e imbroglione, al ristorante famoso, c’è la bottega d’un vecchietto che vende carbone e legna dolce, oppure poche sedie di vimini. Il fasto ridicolo di questa città è continuamente fustigato da immagini umili, o addirittura misere. Eppure qui, ricchi e poveri, ragionano di denaro con assoluta spregiudicatezza, come non tenendo in conto il domani. Spendere, più che una regola, è una legge. Non importa quanto, purché tu spenda tutto quanto hai in tasca. Fallire, per un commerciante, è diventato un distintivo da esibire. Sui 4 5 6 240 “Respito affannoso, ansimante”. “Affetto da ipertrofia”, cioè da abnorme ingrossamento, per lo più patologico. “Velato da nebbie”. negozi che falliscono vengono inalberati cartelli come: «Vendo tutto e ricomincio da capo»; «Oggi fallisco e domani chissà...». La realtà italiana attuale è talmente ricca, sotto un suo astuto, inventato grigiore, che mi ci vorrebbero risme intere di carta per raccoglierla almeno a metà: e Milano, più che altri luoghi, è degna della mia massima attenzione. Ho visto qui i miliardari e i mendicanti, e chi si finge miliardario e chi si finge mendicante; ho visto un quartetto di giovani seminaristi che suonano la chitarra elettrica e hanno avuto l’autorizzazione a lasciarsi crescere i capelli lunghi, secondo la moda giovanile; ho visto badesse antiche come Mosè e monachelle vispe come lucertole; ho visto manifesti editoriali che invitano a imparare il francese giocando, l’inglese passeggiando e forse, domani, il cinese fischiando, il russo scodinzolando...; ho visto camerieri affettuosi, preoccupati di venirti incontro, gentili come duchi, e poeti rozzi come caproni; ho visto i milanesi in fuga verso il loro sabato-domenica sui laghi e in Brianza e ho avuto l’impressione che una carica di bisonti m’avrebbe fatto correre minori pericoli; ho visto disprezzata la politica, rispettato il denaro, inneggiato il potere. Se la pressione sanguigna di altre città italiane è sui settantacinque-cento, qui tocca e supera i duecento, in certe ore si teme che la città esploda per un colpo apoplettico che colpisca insieme i muri, le piazze, il sottosuolo, i grattacieli e gli abitanti. [...] Altra festa, stanotte. Sono trattenimenti che cominciano quasi in clima di severità, e poi subiscono improvvise, imprevedibili metamorfosi. Ho visto varie mininonne, ragazzetti famelici, i soliti vecchioni, che a Milano mai circolano per strada ma inevitabilmente te li ritrovi per divani e poltrone dei salotti. Sono vecchioni d’avorio, antichi, sobri, che scrutano il mondo degli invitati con aria criticissima. A una certa ora si ritirano. Forse i familiari li richiudono negli armadi, o nelle soffitte. La scomparsa dei vecchioni coincide di solito con un aumento di temperatura ambientale. Le mininonne ballano, i ragazzetti famelici seguitano a dondolarsi ingollando whisky, risotto, panini, mentre gruppi di industriali, di intellettuali, di professori, di chirurghi, o disputano accanitamente per un film, per un ministro, per il ricordo sbagliato d’un viaggio in America, o si confidano avventure di denaro. L’avventura di denaro, cioè il denaro guadagnato inopinatamente7, per un colpo di fortuna, in borsa, al gioco, è uno degli argomenti preferiti quando queste serate stralunano8. Si vengono a conoscere storie curiose e nello stesso tempo si evitano i rapimenti che le mininonne lombarde premeditano durante i loro balli. Ho notato quanto si beva a Milano, in questi tempi. Diecine e diecine di bottiglie vengono fulmineamente vuotate, in una sola sera, sotto gli occhi sempre un poco sgomenti dei padroni di casa. L’ansia americana, talora, dà alla testa persino al lombardo più moderato, prontissimo a far fuori i suoi dieci whisky anche se al mattino dopo dovrà alzarsi alle sette. Annoto frasi tipiche, che mi hanno colpito per il loro apparente mistero: «È appena uscito»; «è appena entrato»; «va e viene ogni tre mesi, per lui è ormai un hobby»; «dovrebbe andarci subito»; «perché non ce lo portano di peso?»; «poverino, crede di farcela da solo». Si riferiscono quasi sempre a due soli argomenti: alcoo- 7 8 “Inaspettatamente, in modo inatteso”. All’incirca, “vanno su di giri, perdono il controllo”. 241 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 242 lismo ed esaurimento nervoso, meglio conosciuto come nevrosi spiccia. Si entra, si esce, si va, ci si porta, si è portati, non si è portati, ci si fida, non ci si fida, di cosa e dove? Ma delle cliniche e degli psicanalisti. Ma questo è niente. Molto importante è invece credere alle possibilità che gli amici hanno di psicanalizzarvi gratuitamente. Ovunque si incontra il tipo o la tipa che sanno diagnosticare perché fai così e non cosà. Ovunque ti imbatti in uno o una che «sa»[,] ti percepisce, ti decifra, demistifica, decongestiona, ti sfattura9. Nei salotti ci si mette in quattro o cinque per psicanalizzare rapidamente un amico, e chi gli dice che deve aumentare il lavoro, chi gli consiglia di cambiar moglie, chi di andare in America, chi di fare una certa ginnastica. Quando si arriva a questo punto, è meglio, per l’interessato, cambiare città. Infatti Milano non vuole ammalati come non vuole vecchi. A chi ti domanda: «Come stai» devi rispondere «Benissimo». Qui tutto deve andare benissimo sempre, altrimenti è ora che ti ritiri nel retroterra. Capita a volte di incontrare il nevrotico ostinato, che quando ti sente rispondere «benissimo» al suo «come stai» subito ti diagnostica nevrotico puro e incosciente, un illuso malato dello star bene. E ti lascia lì sul marciapiedi con un ultimo sorriso complice. E di colpo, la noia. È arrivata morbidamente a colpirmi alla nuca, quasi non ho avvertito il colpo, però adesso ne sono pieno, vi affogo dentro, la sento che mi circonda come una massa vischiosa. E io, che sono nato per vivere in tensione, mi dispero, mi dibatto, mi alzo sulla punta dei piedi per sfuggire a questo strangolamento. Se qui non possiedi una fabbrica, o almeno una poltrona di dirigente, dalla quale manovrare, comprare e vendere merci, titoli, anime, che fai? Altrove sarà forse peggio, e quindi non mi resterà che accettare un viaggio eterno, una specie di circolo da percorrere sempre più in fretta, come uno scoiattolo impazzito dentro la gabbia a ruota. Com’è bella Milano, mi dico: peccato che non ne sia il sindaco, o almeno un presidente di società, o l’autista di questo presidente, o il suo direttore allacciastivali... Allora sì che Milano sarebbe più bella, perché più mia. Ma che ci faccio qui, se mi manca la cosiddetta ragione sociale, e non sono neppure tifoso dell’«Inter»? A me, che viaggio, Milano dà un brivido solo. Agli altri, uscieri presidenti direttori e interisti, concede un brivido al giorno. Agli altri, cioè ai «suoi»[,] Milano dona sempre la sensazione di essere, o almeno di co-esistere. Per questo me ne vado, stasera, verso un sud che spero equatoriale, miserabile, con coccodrilli e lebbrosi. Di laggiù rimpiangerò senz’altro nebbie, madonnine, mininonne, poeti-tuttofare, presidenti e interisti vari. Li rimpiangerò perché ormai ho subìto il contagio, perché neanche più al sud avrò voglia di spiegarmi. Fuggo, sissignori. Perché? Ma perché, come rispose un personaggio delle mie prime Cronache italiane al suo re, che voleva nominarlo ministro: «Io, anzitutto, non sono un lavoratore». E quindi, addio. 9 242 “Toglie la fattura” (nel senso di ‘malocchio’). 1.23. GUIDO CERONETTI 1.23.1. Venezia, lasciar morire1 Certo, a Venezia, all’epoca del Povero Fornaretto2, il sangue scorreva molto più facilmente, anche se mi dicono che le sue calli, di notte, stiano diventando insicure. Ci vado di solito in pieno inverno, incontro solo ubriachi... Ma da quando hanno riinventato il carnevale veneziano la pace invernale di Venezia è finita; resta un occhiolino3 tra il dieci e il venticinque gennaio, poi è di nuovo l’estasi culturale di massa e il gigantesco croupier-Venezia4 ricomincia a rastrellare immonde quantità di denaro. [...] [...] Lo straordinario privilegio di Venezia è l’assenza di macchine per le sue calli. Neanche a Pompei circolano, però si tratta di città di morte. Venezia ha, insieme alla bellezza marcescente (il marcire della bellezza, perfino quando è di carne, crea altra bellezza) il dono della vita: è un organismo che respira, la sua non è la pace di una necropoli. Si può infinitamente stupire di un simile miracolo. Si potrebbe percorrere Venezia come un luogo da misteri sacri, sebbene sia stata una storica prostituta. È diventata un pigliamosche turistico colossale, l’insetto-turista copre coi suoi nugoli le gronde, i davanzali, le tendine, i pavimenti, le cornici, tutto. Divora tutto. Ha fame di tutto. Da dove gli viene tanta voracità? Perché tanta fame? Non può saziarla altrove? Provatevi a dire del nuovo su Venezia, se non siete un bravissimo scrittore! È semplicemente impossibile, occorre anche essere un acrobata... Tutto quel che si poteva dirne di originale, è stato detto; a parlarne ancora, si può rischiare di essere ributtanti. Un direttore di giornale che voglia rovinare la fama di un povero scrittore non ha che da spedirlo a Venezia: va’, prova a dire qualcosa d’insolito... L’insolito, a Venezia, esiste ancora; è possibile riscoprire il solito ricavandone dello straordinario; ci sono i forzieri sepolti nelle carcasse affondate. Però si è tentati di lasciar perdere: perché dare idee agli Sfruttatori di Turismo? C’è là un asses- 1 Da G. CERONETTI, Albergo Italia, Torino, Einaudi, 1985, cap. 3, pp. 14-19. Albergo Italia, di recente (2005) ristampato nella «Collezione d’autore» del quotidiano torinese «La Stampa», è «un libro cerniera tra il precedente Viaggio in Italia e il successivo La pazienza dell’arrostito. Si distingue dagli altri per essere meno taccuino e più racconto, come consigliava forse la destinazione originaria dei suoi capitoli, apparsi in buona parte proprio su “La Stampa”. Il più largo indugio su temi e occasioni, una maggiore “stanzialità” stilistica sembra suggerita dalla metafora dell’albergo»: LORENZO MONDO, L’ira di Ceronetti contro i nani che offendono Virgilio, «Tuttolibri», XXIX, n° 1471, 9 luglio 2005. 2 Nel 1507, il garzone di fornaio veneziano Pietro Tascal, detto il Fornareto, fu accusato di assassinio, condannato e impiccato. Solo in seguito se ne accertò l’innocenza. Il Consiglio dei Dieci della Serenissima ne decise allora la riabilitazione, ingiungendo altresì che il cancelliere, prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio, recitasse la formula ammonitoria «Recordève del pòvaro Fornarèto». 3 Cioè un breve periodo di tempo. 4 Il croupier è l’addetto ai tavoli da gioco nei casino. 243 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 244 sorato alla Cultura dove si veglia giorno e notte: il palazzo dove ha sede, di notte, ha bagliori di forgia. Là si preparano le Mostre, i Carnevali, i Festivals, i Revivals, i Convegni, il teatro in piazza, i balli nel canale, la Preistoria della Gondola, Venezia Etrusca, Tiziano e i Pidocchi, i Tarocchi dei Dogi, le teste di Otello (era policefalo), il Profilattico antivenereo all’epoca di Goldoni, l’ernia e il Gozzi, la Giudecca e il Bauhaus, lettere di Vivaldi a Stravinsky, i Piombi e la Musica, Napoleone, Thomas Mann, Ezra Pound, i fratelli Marx... Ci sono stato di sabato e di domenica; faceva ancora caldissimo. Non erano vaporetti quelli: erano piramidi umane. Indiani, giapponesi, africani, americani; tutte le Europe, tutti gli Orienti e gli Occidenti. Facevano la fila per entrare in San Marco come per sedersi a un tavolo e mangiare; assottigliavano tutti gli scalini. Sulla piazza, c’erano bande per stordirli, orchestrine dei caffè per fargli sborsare di più, i nuovi transistors giganti inventati dalla criminale industria giapponese del Rumore. Non scoprivano: coprivano Venezia. Un tè di bustina, miserabile, con musica di Vedova Allegra: quattromila e cento5. Ci sono vari gradi nella fisionomia melensa: il primato ce l’ha il turista giapponese. Vederli mi costerna, mi dà voglie di suicidio, di sparire da un mondo che estrae dai materni travagli automi così perdutamente felici di adoperare una Leica6. Dopo ci sono gli olandesi, alti, altissimi, impenetrabili alla luce come le loro palle di formaggio, ben nutriti fino all’abbrutimento. È così, pressapoco, priva di qualsiasi luce di sguardo, quasi tutta la gente nordica, vecchia e giovane, salvo gli inglesi, qualche francese dei dipartimenti meno fradici. Oh Dio, che Europa! È fatta per le catene, altro che libertà! Solo le scogliere di Dover non sono in vendita (forse), tutto il resto è comprabile... Queste donne del Nord! Draghi biondi emersi da un’acqua sozza, inodori eppure sudici, di una sudiceria invisibile, innocente, prodotta dall’inesorabile secrezione dell’inerzia morale, dalla mancanza completa di uso del dubbio morale; l’alimentazione a base di patata, cavolo, maiale e zuccheri, di cibi inscatolati, di frutta esotica maturata nei frigoriferi, di latte munto dal chimico, è come una fucilazione continua dei centri immateriali, dei luoghi vitali della coscienza. Pudore, in malora! Stanno sui gradini a ginocchia divaricate, userebbero le mutande come posacenere, se non ci fossero le pietre corrose, le concavità spirituali della pietra che ha spremuto tutto intero il suo canto. Venezia non è soltanto un mare di colla del melenso7. Attira tutto, perfino il bello; addirittura, a volte, lo spirituale, il predestinato. La sua folla turistica sarebbe un intollerabile inferno se non ci fosse là dentro da scoprire dei veri volti, delle facce non dannate dalla stupidità. È un macigno con l’oro dentro, poco ma oro. È gente perduta nell’imitazione dei comportamenti, degradata a scimmia oltre ogni scimmiesco naturale: basta vederli come, tutti insieme, anche senza un comando, alzano gli occhi sui monumenti o fanno scattare la miserabile macchinetta. Eppure quanti solitari! Il gruppo più frequente, a Venezia, è la coppia: uno più uno, ripetuto per mezzo milione di smarrimenti e di riempimenti, dove una fronte animata è come un 5 Il prezzo, ovviamente ancora in lire, e da rapportarsi ai primi anni Ottanta del secolo testé decorso, ha una sua rapinosa esosità, tuttora apprezzabile. 6 Noto tipo di macchina fotografica (dal ted. Lei[tz] Ca[mera], ‘macchina fotografica Leitz’, costruita dalla casa tedesca E. Leitz nel 1925, su progetto di O. Barnack). 7 “Insulso, scialbo, banale”, e insieme “lezioso, sdolcinato”. 244 miraggio in una distesa salina. Perché Venezia li attira? Perché vivono, e non lo sanno, in città invivibili, o in campagne mortificate. Vengono a vedere il prodigio dei prodigi: l’assenza di automobili. Camminano e ridono... Incredibile è l’industria del ventre8. Venezia vende nutrimento quasi senza interruzione, a gente a cui dovrebbe bastare, almeno per qualche ora, girare a vuoto, che è già un modo di riempirsi. Non c’è spazio per la digestione. Normalmente mangiano in albergo alle nove: alle dodici e mezza sono al ristorante; alle quattro prendono gelato, caffè, torte, paste, salatini e altre porcherie di bar; alle sette e mezza i ristoranti strepitano di nuovo delle loro voci di masticanti, riprende la grande Polca delle Mandibole; alle dieci rieccoli nei caffè, trincano alcolici, mangiano frutta, dolci, arachidi tostate, noce di cocco, e ancora gelato, comprati ai chioschetti. Venezia mette fame? Anche questo è strano. Forse la vacanza svuota più in fretta lo stomaco? Lo stomaco vuole essere riempito di più per ricompensa della frenetica diarrea mentale? A mezzanotte, li vedi ancora mangiare... Stremati, in attesa dei treni della notte, tirano fuori i panini dagli zaini, fanno galleggiare le lattine di birra nel canale. Si mangia dappertutto, a Venezia, e malissimo9. Forse solo un paio di ristoranti resistono ancora alla piena, a malapena restando di qualità; gli altri sono squallori. La stupidità turistica è rivelata subito, infallibilmente, dall’onnivorismo acritico, di cui approfitta con crudeltà il trafficante di piatto pieno. Il giapponese che crede di mangiare pesce fresco dell’Adriatico è servito di surgelato dei pescherecci oceanici dei suoi porti, trattato al cobalto a bordo appena tirato su – però a Rialto! In frezzeria10 San Marco! In calle Spechieri! A San Moisè! A Cannaregio! Alle coppie simpatiche, quando le vedo ai tavoli, studiare con candore la carta bugiarda (settuagenari che tornano a Venezia per la centesima volta, il ragazzino e la ragazzina in cui vive ancora il sorriso e che si guardano senza noia) vorrei avvicinarmi, avvertirli, attenti cari, non cascateci, vi guastate l’anima, digiunate per un giorno, contemplerete Venezia con occhi più limpidi, vi scongiuro non bevete quell’orribile vino, vi soffoca la vista interiore e non ne avete che un barlume... No, non posso farlo, non 8 Cioè la ristorazione. la differenza di gusti – sempre non disputabili, secondo recita la massima – o meglio, forse, un mutamento oggettivamente indotto, nella qualità della ristorazione veneziana, dall’affermazione del turismo industriale, mette conto considerare la seguente affermazione di Cardarelli: «nella mia decisione di fissarmi per qualche tempo in questa città [scil. Venezia] influì moltissimo il sapore della sua cucina marinaresca. Senza essere un buongustaio ho sempre avuto una certa inclinazione a giudicare un paese e magari una famiglia dal modo come vi si mangia; la qual cosa fa di me un ospite poco raccomandabile. Poiché dunque, da questo lato, Venezia non ha nulla da invidiare a nessuna altra città italiana e vi si mangia comunemente bene, anche nelle trattorie più modeste, non c’è da meravigliarsi che, grazie ad alcune vaghe e non ricercate sensazioni d’ordine gastronomico, io fossi portato ad abbandonarmi al fascino veneziano, malgrado il cattivo odore dei canali, in certi giorni, e il caldo soffocante che faceva fermentare di notte, nella mia camera, la vernice dei mobili» (Venezia [1937], in CARDARELLI, Opere, p. 626). 10 «Luogo dove si adunano coloro che frecciano la gente insidiando al suo denaro, come prestatori, usurai, ecc.»: così il Dizionario della lingua italiana di Niccolò TOMMASEO e Bernardo BELLINI, vol. II, pt. I, Torino-Napoli-Roma-Milano, Società l’Unione Tipografico-Editrice, s. d., p. 917, s. v. Freccerìa, che cita in proposito il Fanfani, e aggiunge: «Forse accenna alla via di Venezia, tuttavia [scil. tuttora] detta Freccerìa, ove forse in origine vendevansi freccie e altre armi». La voce è ignota al cit. BATTAGLIA. 9 A misurare 245 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 246 capirebbero, forse risponderebbero, pur così simpatici a vedersi, sferrandomi un pugno al naso che mi sanguina con speditezza, o mi disonorerebbero con offerta di denaro, credendo che voglio sedermi al loro posto e ordinare ignobili spaghetti alla carbonara. Per evitare equivoci e dolori, dimenticare subito di aver pensato a una buona azione. Questa straordinaria festa non è volgare. Venezia riesce, in qualche modo, a fare delle masse di semibruti che passivamente la stuprano un’umanità quasi decente. La scenografia, l’arredo urbano li purgano. Ma è un’illusione: i bruti che sembrano meno bruti di faccia al tempio della Salute riemergono più che mai bruti appena tornati alle macchine e ai pullman che li aspettano al piazzale Roma, nome che annuncia barbarie. E tuttavia, per un attimo, bruti, melensi, indegni, canaglie, sfiniti del Nord, del Sud, degli Orienti marciosi, delle Ruhr irrespirabili, ecco, il sortilegio angelico di una bellezza corrosa, infangata, arcicadente, la potenza di miracolo che arcanamente ancora emana dallo sforzo compiuto da pleiadi di artefici pazienti in vista di una civiltà sdegnosamente unica, che ingannasse la morte con un abbandono di ogni momento alla felicità di vivere – pur con un governo crudele quanto il cinese o il turco, e la peste in agguato sempre – li avranno redenti, facendogli addirittura dimenticare, nella caleidoscopia turbinosa «che mai non resta»11 e li sbatte e li stobòga12 da un ponte a una riva, da un cornicione a un sotopòrtego, che la morte viene. Una redenzione così labile e teatrale non vale molto, ma il destino di Venezia mi incuriosisce. La metamorfosi di una famosa repubblica mediterranea in una specie di becco13 espiatorio di gala del peccato universale di distruzione sistematica della bellezza del mondo, è da meditare. Venezia scarica i suoi transitanti di grandi mali e malesseri incoscienti, caricandosene fino a scoppiarne. Non potrà mai purgarsene. Non durerà. È evidente che deve essere lasciata morire. Il mestiere di vidangeur14 di un peccato così nero è mortale. E il suo potere catartico una Venezia salvata, restaurata, lo perderebbe: e allora, sopravviverebbe ingiustamente. È malinconico tuttavia pensare che di tanta fatica umana, sboccata in questo mistero di bellezza assediata e ormai naufraga, l’ultima stazione sia un formicolante ospedale per malattie nervose, un asilo per moltitudini semipazze, grande come l’intero bacino lagunare, per folle che non guarisce ma fa risplendere, gettandogli sulla faccia senza luce un riverbero del proprio fuoco. Esiste anche, dimenticavo, l’abitante, il cittadino di Venezia. A lui solo è dato il ricordarsi, a Venezia, di morire, di conoscerci l’infelicità di vivere, di camparci senza illusioni, di cercare altrove qualcosa fuori del mondo. 11 Citazione dantesca (If. V, 31). Cioè li trascina, sballottandoli come se fossero trasportati in un tobòga (slitta da neve). “Capro”. 14 “Vuotacessi”, “bottinaio”, “addetto allo spurgo” (da vidange, ‘spurgo’, a sua volta da vider, ‘vuotare’). 12 13 246 1.23.2. L’avamposto dimenticato15 Dopo qualche giorno di lacrimevole soggiorno veneziano – un bagno forzato nel commercio più sfacciato e ladro tra folle rese pazze da un continuo darsi urti per ozio, nel fianco, nei ginocchi, e oneste reliquie che invocano, per sottrarsi a quell’orda di sfregi, il colpo di grazia di una pronta rovina – arrivare a Trieste immediatamente riposa. Tolto il cupo e convulso sabato degli slavi, che senza mai tregua o un sorriso si riempiono le borse di tutto quel che c’è di comprabile a buon mercato per ripartire sfiniti, e ancora più cupi che all’arrivo in città, il resto dei giorni sei nel composto, nel sorridente, nel vero. Venezia ha venduto la sua anima al diavolo alla prima offerta; Trieste conserva la propria, acquistata con sforzo, con disperazione, e se non gli resta nient’altro gli resta sempre molto. A Trieste si fanno amicizie; a Venezia si hanno solo contatti. Difficile capire Trieste, se non si è inclini ad amare i luoghi investiti dalle passioni, prosciugati, piova o no, dalla secchezza del clima interiore, e dove il pensiero è fatto prevalentemente di emozioni locali eccessivamente e incessantemente analizzate. C’è un’affinità tra Trieste la nordica e la Spagna, tra Trieste e Gerusalemme. In antico, Gerusalemme ha faticato ben più di Trieste per diventare Gerusalemme; ma Trieste, nei tempi nostri, ha avuto patimenti d’anima di Gerusalemme. Era nulla, Gerusalemme: si è voluta sacra, centro del mondo, casa di Dio, patria della patrie. Trieste era nulla, un benestante nulla, prima di darsi alla sua strana devozione, l’italofilia16, una passione furiosa, di quelle che alterano, che non lasciano vivere in pace. Non dite che è nulla adesso: adesso che è una Fedra17 invecchiata, una Melibea18 col pelo bianco, è una donna che si è bruciata, rispettabile perché bruciata, perché arrivata ultima nel club ristretto delle città con anima, un buon posto soffrendo l’ha meritato. Non molto brava ad arrendersi all’Anànke19, proprio come un’amante non arresa al destino, seguiterà sempre a domandarsi: perché mi ha abbandonata? La verità è che l’oggetto del suo smodato attaccamento20 non aveva consistenza morale, e quanto più Trieste si costruiva un carattere, l’Italia lasciava fluttuare a caso il proprio. Il matrimonio non aveva 15 È il cap. 5 del cit. Albergo Italia, pp. 22-28. Con avamposto Ceronetti allude, come scrive più sotto, al ruolo di «città-simbolo» dell’italianità che caratterizza Trieste e che tuttora le conferisce un’«anima», una dimensione «spirituale». 16 Cioè alla passione patriottica, all’ardente sentimento di attaccamento all’Italia, della quale divenne parte a seguito della prima guerra mondiale. 17 La mitologica figlia di Minosse e Pasifae, sorella di Arianna e moglie di Teseo, è la protagonista della nota vicenda euripidea di amore respinto e di vendetta perpetrata con la calunnia: nell’Ippolito coronato, innamorata del figliastro Ippolito, casto seguace di Artemide, e da lui respinta, si uccide accusandolo di aver abusato di lei, e ne causa così la morte. 18 Melibea è la vergine della mitologia greca, figlia di Anfione e Niobe, sfuggita col fratello Amicla all’eccidio dei Niobidi per aver implorato Latona. 19 “Fato”. La voce greco-antica corrisponde alla latina necessitas, e designò anche una dèa venerata in Corinto; mentre nella Repubblica di Platone è la madre delle Moire, e nell’orfismo una potenza cosmogonica. 20 Cioè l’Italia. 247 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 248 base solida, il contraccambio era dato di controvoglia. Si può ben sacrificare tutto, pur di arrivare a essere un segno in questa bora21 del tempo che sbaraglia tutto, un gesto che significa qualcosa, una realtà spirituale, un momento di verità nell’enorme impostura. Molto prima che l’anidride corrodesse i monumenti e gli alberi, la virtus, la forza spirituale aveva abbandonato i suoi luoghi di convegno in Italia; i nostri grandi aggregati sono disgregazione pura, vuoti riempiti di potenza materiale, di contagia lucri22 e di crimini, votati al nulla... Niente altro che anime vendute, cambiate... Mi ripugna toccare un lembo di Firenze. Da Torino a Palermo, la cloaca23 materialistica è la legge, pianifica, decide... La capitale è una maligna pompa24, un istupidito calcolatore elettorale... Sono tutti vuoti spirituali, santuari della Morte di Dio. Perciò ha qualcosa d’incongruo, di fuori luogo, la delusione economica, il lamento di falsa fame di Trieste: fosse pure alla fame africana, resterebbe città-simbolo, avamposto vigilato da un’anima. Tutti, immagino, saranno piuttosto atei, però di porta socchiusa25. Quel che è spirituale, a Trieste, è il frutto di una religione laica, della passione patriottica, una conquista, una secrezione moderna. Non ne zampillano gregoriani né zurbarani26, ma resta un colore, un colore profondo di nobiltà morale, un’irrequietezza mentale e nervosa non da limbo volgare – di anime vive in rivolta. [...] Se si ha un tormento, non si è mai soli a Trieste. Suona d’altro pianeta, ed è triestinità pura, l’inizio di un capitolo dei Ricordi triestini di Giani Stuparich (che in coppia col fratello Carlo rappresenta quanto di più nobile e spirituale la città ha distillato dai suoi alambicchi morali, tra le guerre, tra le miserie): «La tradizione della nostra scuola classica, durante il periodo dell’irredentismo, era fondata su un impegno d’onore»27. Chi non sia spento, sentirà la magica energia vitale di queste parole che escludono ogni indulgenza a realtà inferiori. È un raduno di parole magiche: tradizione, scuola, onore, che unifica e incrogiuola28 irredentismo, da loro nobilitato. 21 È l’impetuoso vento di NE, caratteristico di Trieste: cfr. supra, in nota a Dall’erta di Umberto Saba. Ma qui è metafora, sciolta dal genitivo e dalla proposizione relativa che seguono. 22 È citazione dal verso 14 della XII Epistola del primo libro di Orazio, e vale “febbre di guadagno” o simili («cum tu inter scabiem tantam et contagia lucri / nil parvum sapias», “se anche tu, fra tante rogne e febbre di guadagno, non nutri pensieri mediocri”). 23 “Fogna”. È latinismo. Ovvio il significato della metafora. 24 Atto di ostentazione del lusso, sfoggio di vanagloria, brama di potere (dal gr. pompé, ‘corteo, processione’). L’accostamento con l’aggettivo «maligno» ricorda però le “pompe [seduzioni, allettamenti terreni] di Satana” a cui il fedele cattolico è chiamato a rinunciare nelle promesse battesimali; sicché è forse meglio intendere il sintagma, all’incirca, nel senso di “opera del Maligno”. 25 Cioè senza rigori categorici. 26 Cioè manifestazioni liturgiche-religiose. «Zurbarani» ha riferimento alla pittura di intensa religiosità dello spagnolo Francisco Zurbarán (1598-1664). 27 Carlo (1894-1916) e Giani (1891-1961) Stuparich, letterati triestini ‘vociani’. Del primo, caduto eroicamente nella Prima guerra mondiale, il fratello pubblicò postume le intense Cose e ombre di uno (1919). Del secondo si hanno, tra l’altro, le vibrate prose di Trieste nei miei ricordi (1948) e dei Ricordi istriani (1961). 28 Verbo denominale da “crogi(u)olo”. Varrà dunque, all’incirca: unire, fondendoli come in un crogiolo, varie componenti in un qualcosa di unitario. Il neologismo, di conio ceronettiano, non è registrato nel cit. BATTAGLIA, Grande Dizionario... 248 [...] Col garbo29 di un macellaio l’hanno scorciata30, nei trattati31, Trieste: amputata di membra carsiche vitali e di tutta l’Istria, neanche un segmentino salvo pour la bonne bouche32, niente, tutto allo slavo «che sempre ritorna» e non dimentica l’umiliazione patita, qualche migliaio di parlanti italiano rimasti di là ma col diabete, l’artrite, le scoliosi33 – i più stanchi; perfino il controllo dei fondali alti i nostri illuminati hanno affidato alla Jugoslavia, che se gli pare può alle grosse navi chiudere l’accesso al porto. Ma la rasatura, l’inginocchiamento storico – solo lì la disfatta del 1945 è stata, senza trucchi, integralmente una disfatta: con esodo forte di popolazione, una vendicativa occupazione slava che abrogava i codici liberando il terrore, le foibe dopo la Risiera34, i confini mangiati, l’incubo di essere fatti marca35 slovena e periferia subslava, una brutale amministrazione alleata, la nevrotizzante francobollatura di Territorio Libero, trattative all’asiatica – sono le fortunate sciagure36 esteriori che hanno consentito a Trieste di tenere come tumulto d’anima, di continuare ad avere una pena collettiva, emozioni. Vivere di un dolore comune, al centro di un dolore storico, tra portoni in lutto, è meglio che strafottersene in una villa sul Lemano. Fa paura esserne investiti, è quasi napalm37: poi si capirà che si è salvi. [...] Mi è familiare, anche di lontano, la Stazione di Trieste, banale architettura funzionale non disumana, dove sempre ti accoglie un silenzio. C’è come un oscuro fascino nei suoi binari che vanno a Oriente... La vicina Slovenia è Europa, ma l’Asia comincia pochi tratti di binario più in là, anzi pare nel silenzio dell’atrio di sentirne il rumore... Subito è Kossovo, è il Turco, è il delirio islamico, è la Mongolia sovietica. Il meglio, nel mestiere che faccio, tollerato dalla legge, ma lacerato dall’avvoltoio del sospetto di non essere che uno degli infiniti scrittori noiosi, un illeggibile – sono le occasioni di moltiplicarsi le vite, sferruzzolando i gomitoli delle anime che non sono Io (via il «Questo sei tu» o mi rovina il gioco). Poiché valgo niente come psicologo individualista, mi sfogo come amante di Psiche in astratto, e le anime di 29 È detto, ovviamente, con ironia. “Ridotta” di dimensioni, con riferimento non alla sola città, ma al territorio circostante. 31 Nei trattati diplomatici post-bellici. 32 “Per non guastar la bocca”. 33 Cioè per lo più vecchi e (politicamente) deboli. 34 Alla fine della Seconda guerra mondiale, nelle foibe carsiche (la «foiba» è un tipo di dolina del Carso; friulano foibe, dal lat. fovea, “fossa”) furono gettati i cadaveri di molti Italiani, caduti vittime delle rappresaglie militari e politiche jugoslave. La Risiera – altra triste memoria di Trieste – è un campo di sterminio nazista. La frase a testo, dunque – «le foibe dopo la Risiera» –, indica il succedersi senza soluzione di continuità di efferati episodi persecutori: di segno politico diverso – il comunista dopo il nazifascista –, ma parimenti spietati. 35 “Territorio di confine”. 36 Il paradossale ossimoro è spiegato dalla relativa che segue. 37 Materiale gelatinoso usato come ingrediente di bombe e altri dispositivi incendiari, i cui frammenti, allo scoppio, aderiscono alle superfici su cui cadono, bruciandovi per alcuni minuti. Lo impiegò largamente l’esercito statunitense durante la guerra del Vietnam. 30 249 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 250 più lunga vita delle nazioni, le montagne di vivente detrito delle psicologie urbane, i grandi blocchi di oscuro, d’impenetrato psichico che sono i luoghi abitati dove il Destino ha deciso: QUI – mi eccitano il vagabondaggio delle pensierosità fino alle lacrime. Nel maggio 1945 Trieste stava per essere annessa da Tito38, a grandi colpi di abrogazioni e di confische; oggi non ci sarebbero più che úlize, a Trst39. Tornando italiana si è salvata come nodo di passione disturbatrice, come avamposto che resta avamposto combattente pur nella polvere della dimenticanza. È questa casa adagiata sull’orlo di un precipizio ad attrarmi, perché non può avere che abitatori insoliti, intimamente stravolti. Insomma, anima. Del loro passato m’importa meno che di altre catene di rilievi storici, lo conosco appena. Non il sogno di un curioso su vecchie immagini, un rivedere monotonamente passare e ripassare per le vie mute il corteo funebre degli arciduchi, e il cuoco Arcangeli alzare il coltellaccio sul povero W. patito della bellezza greca che esibisce le monete d’oro40: ma il piacere, la voluptas di sentire, in ore mai vuote, una presenza d’anima in ossessiva trepidazione per se stessa che ricambia con estremo calore qualche parola che gli dia più essere. [...] Mi sarei mai adattato a vivere con una donna triestina? Oh non credo... Mi diceva un demolitore basagliano41 che il maggior numero di ricoverati maschi nel vecchio lunatic asylum42 di San Giovanni lo era per colpa di madri e mogli implacabilmente risucchiatrici, autoritarie, malate di risolutezza. Adesso le cose saranno peggiorate: perché le donne forti si sono ulteriormente rafforzate, dappertutto. Inoltre sono pezzi di anima della città, con la complicazione dell’incarnazione, del corpo anche lui vivente, divino e frusto di dolore. La condizione, non facile se non si vuole mentire, per essere accettati da queste donne tutte letterate è di amare la poesia di Saba43. Una desiderosa d’incontri, lancinante solitudine, potrebbe dirlo subito chiaro nell’inserzione sul «Piccolo»44: 38 39 L’8 giugno 1768, Johann Joachim Winckelmann, di ritorno da un viaggio a Vienna compiuto dopo dieci anni di residenza romana (dov’era prefetto delle antichità di Roma), fu assassinato a Trieste da un avventuriero (il «cuoco Arcangeli» di cui si dice a testo) a scopo di rapina. Cfr. CESARE PAGNINI - ELIO BERTOLINI, L’assassinio di Winckelmann, Milano, Longanesi, 1971. 41 Demolitore dei manicomi, secondo il progetto dello psichiatra veneziano Franco Basaglia (19241980), direttore dell’ospedale psichiatrico di Trieste dal 1971 e ispiratore della riforma legislativa del 1978, che sancì la soppressione dell’istituto manicomiale in Italia. 42 Manicomio. 43 Il riferimento andrà soprattutto alla più celebre lirica sabiana, l’A mia moglie della sezione Casa e campagna del Canzoniere, in cui il poeta paragona la moglie Lina a diversi animali domestici, con espressioni d’intensa e ingenua affettività familiare che sottolineano la vulnerabile creaturalità della donna, la sua nuda e indifesa animalità umana: lirica, evidentemente, di «non facile» apprezzamento femminile, almeno a Trieste, come vuole Ceronetti, se la stessa Lina – racconta Saba nella cit. Storia e cronistoria del «Canzoniere» – ci rimase «male, molto male» e «mancò poco litigasse» col marito. 44 Il quotidiano di Trieste, fondato da T. Mayer nel 1881. Tra 1947 e 1954 mutò però la testata in «Giornale di Trieste». 250 1.23.3. Una casa a Roma46 Potrebbe essere il mio indirizzo romano: via Eleonora Pimentel 2, angolo via Giuseppe Avezzana. Il quartiere è Prati47: l’unico, di Roma, dove il sogno, un certo tipo di sogno moderno, la possibilità di sognare fantasmi, di esserne visitati, di ricevere cartoline ultrafaniche48, siano consentiti. Roma non ha nulla di magico; è un disastro: ma Prati è un carré49 dove s’incrociano probabilmente oscuri meridiani, qualche inquilino meno fatto di materia può nascondersi dietro quelle robuste facciate, in grandi appartamenti sepolcrali; l’astrologo, la cartomante, il guaritore, il medium, l’attore in relazione con le correnti cosmiche non hanno altro rifugio, a Roma, che in Prati. Io ce l’ho in via Pimentel. A due passi c’è la Rai di viale Mazzini e la celebre, ancora tinta di sortilegio, sede dell’Eiar50 in via Asiago. La radio agli inizi era profondamente magica: la sua collocazione in Prati, per mano fascista occultamente guidata, non è certamente casuale. Sono un abitante segretissimo [...]. Vivi nascosto, vivi nascosto, ripete la massima epicurea51, che Prati magica conosce, e nascondi la vita che porti, di cui è «il germe ascoso in te»52, perché non ti sia rubata, lacerata e mangiata da bocche impure, e commetti l’adulterio mentale, perché non c’è niente di più reale, come insegna la psicologia evangelica: guardare è peccare. È così che ho finito per diventare, della casa di via Pimentel, oltre che inquilino, l’unico (adulterino) proprietario. Chi non è cannibale, può usurpare. Ora la casa è mia. Non so neppure quando sia stata costruita, da chi e per chi. Quando era fresca Pseudonimo di Josip Broz (1892-1980), capo del governo comunista jugoslavo dal 1945 alla morte. Trst è il nome slavo di Trieste. Le «úlize» sono le “vie” in slavo: Tito, insomma, avrebbe ‘slavizzato’ Trieste. 40 «Giovane donna sola di Scòrcola45 cerca serio amante poesia di Saba». Impossibile... Mai risponderei. 45 Quartiere di Trieste. 46 È il cap. 25 del cit. Albergo Italia, pp. 149-154. O Prati di Castello (perché nei pressi di Castel Sant’Angelo). Alla destra del Tevere, sorse dopo il 1870, in una zona già d’uso agricolo («prati») che si spinge fino alle pendici di Monte Mario. 48 “Medianiche” (comp. di ultra e del non attestato fànico, ‘proprio della luce’). 49 “Quadrato”. 50 Acrostico designante l’Ente italiano per le audizioni radiofoniche, sostituito nel 1944 dall’attuale sigla RAI. 51 È uno dei comandamenti principali e più celebri dell’ethos individualistico epicureo: solo il nascondimento garantisce l’atarassìa (all’incirca, ‘imperturbabilità’) e dunque la felicità. L’espressione traduce il greco làthe biòsas (lat. latenter vivere: cfr. PLUTARCO, De latenter vivendo). Ippolito Pindemonte usava siglare con questa massima le sue lettere a Isabella Teotochi Albrizzi: cfr. I. PINDEMONTE, Lettere a Isabella (17841828), a c. di GILBERTO PIZZAMIGLIO, Firenze, Olschki, 2000, passim. 52 Citazione dal v. 24 della lirica Vocazione, di Niccolò Tommaseo (sono parole della prima delle due voci che parla al poeta, ricordandogli il suo destino di mortale: «“[...] il mondo cieco / non saprà di quante vite / era il germe ascoso in te”. / Una voce in cuor mi suona», vv. 22-25). 47 251 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 252 di muri, deve aver ospitato dell’orbace53, berretti di elevata gerarchia, captato ininterrottamente l’onda fatata che irradiava il balcone di palazzo Venezia54, con fastidio di altre, facilmente superiori, in transito per Prati55, ma il Tempo e la Morte l’hanno rimessa in equilibrio, ben altre voci si possono lì ascoltare. Lo stile è ideale: un ibrido riposante, un rigore di falsità che crea l’autentico, fulminea la simpatia dell’amatore di meticciato56 stilistico, in architettura il più sensibile degli intenditori. Oh noia degli stili puri, dei cani non bastardi, dei costumi proprio d’epoca, delle scenografie secondo l’età della pièce! Meticcia è la casa di via Pimentel, meticcia la mia anima barbara di cittadino di Gerusatene57. Incroci, frutti di incroci d’incrociati, sale e decoro58 del mondo... Se non fosse di stile meticcio, non l’avrei neppure notata, quella palazzina. Non darebbe struggimento, non darebbe il piacere, abitandoci, d’introdursi in una maschera. Dentro l’Ibrido murario si ravvivano le difese contro un mondo sempre più invadente. Cose tremende accadono ma l’ibrido della facciata sono alabarde incrociate59 contro il loro60 insopportabile detonamento interiore. Ferri battuti neogotici sfiammati, nudità melense protese dagli attici, sono barriere di flemma, esorcismi sfiniti ma ancora consanguinei di cattedrali salvatrici. Due metri di bugnato61 fasciano la palazzina; ci sono finestre a bifora, l’inferriata gravida protegge quelle a terreno, dai muri pendono lampioncini, medaglioni in pietra grigia con rilievi neoclassici movimentano la facciata. Il colore è di foglia di platano ottobrina, con spruzzate di geranio rosso e di verde sopra l’attico, ci sono vetrate... Le belle vetrate colorate del Trenta62, che dicono meravigliosamente protettive dalle radiazioni ionizzanti! Le vetrate dietro cui era sempre una donna in attesa: la luce si accendeva in salotto e la fragile ombra femminile subito si precisava... È in quella casa che mi si è fatta nitida un’idea che portavo di Machiavelli: può darsi, trattandosi di Prati, mi sia anche apparso, in una delle sue molte figure [...] [...] Qualcosa di lui, un occhio tremendamente vivo al di sopra di un mare immobile di trippe spente, mi è certamente apparso, in via Pimentel o su un treno in corsa, e la tragedia dell’Anima e del Pugno, la loro irriducibilità radicale di siamesi, stra- 53 Tessuto di lana grossolana molto resistente e quasi impermeabile, tinto in nero o in grigio, e, durante il periodo fascista, prescritto per la divisa dei gerarchi. Qui è metonimia per “fascista”. 54 Com’è noto, si tratta del balcone da cui Benito Mussolini pronunciava i suoi discorsi. 55 Le onde, ad es., di Radio Londra. 56 Sincretismo, ibridismo, tendenza alla fusione di elementi disparati ed eterogenei. 57 Verosimilmente (ma una certa cautela, stante l’estro linguistico ceronettiano, è d’obbligo), l’inedito toponimo deriverà dalla fusione di «Gerusalemme» e di «Atene», a significare la duplice matrice, giudaica e greca, dell’«anima barbara» dell’autore. 58 Nella dittologia sale e decoro è dato cogliere un’ulteriore allusione alle due fonti, rispettivamente ebraica e greco-latina, della cultura di Ceronetti. Sale è infatti parola biblica (si ricordi l’evangelico sal terrae, ‘sale della terra’), mentre decoro è concetto caratteristico dell’ideale classico (e classicistico) di armonia e misura. 59 Cioè divieto d’ingresso. 60 Scil. delle «cose tremende». 61 Serie di elementi decorativi in forma di sporgenza tipici dell’architettura romana e soprattutto rinascimentale (bugne), collocati specialmente su porte, archi o paramenti murarî. 62 Degli anni Trenta. 252 zia e fa rollare anche me (come il bisogno, un bisogno vitale, di vedere in un mondo squilibrato dal possesso integrale, tutto pugni e calci a tutto e a tutti, da parte della Forza, che l’Anima non sia inerme, che risponda col pugno al Pugno) mentre batto a macchina, inviato dell’Anima in terra di giornale63, i miei ispirati cozzamenti di testa nel muro del visibile, della città e del niente. [...] 1.23.4. Venti anni a Roma64 Venti anni fa appena, era ancora relativamente facile stabilirsi a Roma. Dopo un solo mese di albergo, avevo già un piccolissimo appartamento tranquillo nel quartiere Nomentano65 (che cominciava a incarognirsi nero e anche antisemita66) con balconcino su un grande giardino di suore usato per ora d’aria e di botanica da allieve in grembiuletti, affittatomi da un vecchio avaro e preciso per trentaduemila lire. Ne guadagnavo poco più di cento; si poteva, restringendo, espugnare la dipendenza. Il giardino sparì presto. Dopo poco più di un anno, arrivano le ruspe, e le suore ricche e megalomani costruiscono in quel prezioso spazio un mostruoso cubo per farne palasport e cinema-teatro, lasciando in piedi, sui margini, pochi alberi e ciuffi d’erba, uno strazio. Prima, le suore tenevano lì anche un pollaio, ma l’avevano dovuto eliminare per le proteste dei miei coinquilini, che detestavano il gallo, simbolo della luce e della resurrezione; per loro, moderne talpe, tenebra benestante, un’offesa. [...] Chiudo tutto, sgombro la casa dove sto scrivendo questo articulo mortis e vado ad abitare in un luogo che mi hanno garantito molto più vivacemente sismico. Viziato dal pianterreno, torno, ora che scoppio subito in salita, a fare un po’ di gradini prima di potermi lasciare alle spalle la noia di questo mondo, per ritrovarla subito dopo in accoglienti stanze, larghe come sfinteri. Sono contento di andarmene da questa ormai logora casa subromana [...] Non sono mai più stato felice, diceva Goethe, dopo essermi lasciato alle spalle, per sempre, Ponte Milvio...67 Qualche nordico lo dirà ancora; intendo, qualche nor- 63 Queste prose di Ceronetti nascono come articoli per la terza pagina del quotidiano torinese «La Stampa». 64 Cap. 27 del cit. Albergo Italia, pp. 158-164. Ampio sobborgo romano oltre Porta Pia, in direzione di Monte Sacro e dell’antica Nomentum (l’odierna Mentana), a Nord-Est della città. 66 “A degenerare nel fascismo e nell’antisemitismo”. 67 È l’antico ponte (già Ponte Molle, o, in romanesco, Mollo; lat. Mulvius o Molvius, lat. tardo Milvius) che porta oltre Tevere la Via Flaminia, risalente al II sec. a. C.; più volte rimaneggiato, fu fatto saltare da Garibaldi (1849) per fermare i Francesi e restaurato da Pio IX nel 1850. 65 253 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 254 dico di qualità... Nelle città nordiche è sempre stato in agguato il cafard68; a Roma si comincia ad averlo addosso da quando si va europeizzando, da quando tutto è diventato problema. L’insinuarsi in tutto dei Problemi ispira voglia di spenzolare69, corrode il piacere di vivere; ma, a Roma, la gabbia urbana non è delle più tetre. Gli altri sono molesti, non terrificanti. Un corteo di duecentomila a Roma è molto meno impressionante che uno di diecimila a Torino. Quanto al suo effetto, è nullo. Tuttavia, il centro di Roma resta un teatro che tutti vogliono affittare per le loro noiose esibizioni. Questi spettacoli, però, non variano molto, e a volte hanno più repliche della Cantatrice calva70. Non so quante volte la grande arena tra la piazza dell’Esedra (in toponomastica, della Repubblica) e Montecitorio, tra piazza Navona e piazza del Popolo, tra San Giovanni e piazza Venezia, ha visto i ludi gladiatori71, non molto atletici ma volonterosi, dei Pensionati! – Chi c’è oggi, di scena? – I Pensionati in lotta! – Ah, di nuovo... Lottano tutti... Fermano per un giorno gli autobus, i treni, i ministeri, gli ospedali, le poste, e il richiamo del corno dell’Animatore li raduna in una delle magiche piazze romane dove l’audizione di una predica seguita da una processione in cui si ripetono minacciose scemenze rimate72 sfoga i residui dell’antica ferinità73 in un surrogato di pólemos74 e di catarsi teatrale75. Poco tempo fa, in piazza del Pantheon, stavano provando le femministe, truccate con frasi strane, terribili: SIAMO TUTTE STUPRATE, IL GOVERNO HA STUPRATO TUTTE LE DONNE, FANFANI76 CI HAI STUPRATE. Oh Ifigenia! Oh Polissena! Oh Cassandra! Mi sentivo a disagio in quel mare di stupri... L’intenzione era di montare un’azione drammatica, ma sul pubblico romano l’effetto sarà stato piuttosto comico. [...] Creare l’ossessione è la cosa più difficile, a Roma, non ci riuscirebbero neanche i maghi della propaganda di Mosca, non c’è riuscito neppure Mussolini, indimenticato dominatore della scena romana. Togliatti77 l’ha dominata soltanto per un giorno, da morto, con un inarrivabile funerale (ERAVAMO UN MILIONE! esultava «l’Unità»78) che però, nonostante quel milione rullante di cordogli, non riuscì a var- care il cancelletto del cimitero degli Inglesi. Quanti famosi funerali sulla scena romana, in questi venti anni! Anche Nenni79, De Gasperi80, Moro81, Nazzari82, Pasolini83, Anna Magnani84 ne hanno avuti di grandiosi! E tre occupanti il Soglio85, e tre conclavi... [...] Il crimine, quantunque Roma ne sia ben provvista, si avverte meno che altrove. Non controllo dati86, sento il clima... Venti anni fa percorrevo Roma di notte con assoluta sicurezza; oggi non più, certo, né mi avventurerei in borgata Talenti, e neppure più tanto nel quartiere Trieste, dove di recente un ragazzo che incollava manifesti è stato sprangato a morte; tuttavia l’aria notturna è molto più criminogena a Torino e a Milano: le vie mettono più inquietudine, specialmente le più tranquille, le meglio abitate... [...] Eppure Roma non si fa punturare in modo sensibile da niente, il crimine politico è subito assorbito dalla palude del traffico di motori. È una noncuranza prodotta dall’eccesso di storia, colossale annuario di crimini: mille, diecimila in più che cosa aggiungono? La noncuranza romana può anche essere utile; non sapendo affrontare le difficoltà, schivarle è saggio, però è saggezza di seconda o terza qualità, saggezza per viltà, che di aiuto in aiuto al male fornisce un calendario di scelleratezza. Oh capitali storiche, capitali predestinate, imperiali, fatali: come il Tempo vi ha fottute. Roma è stata: a) fottuta tra sovrumani inimitabili scrash-bang87 come Caput Mundi88; b) fottuta come aspirante ingorda a centro unico dell’Evangelizzazione; c) fottuta come capitale del regno d’Italia, con dei dinasti89 che giù dalle montagne non hanno capito più niente; d) fottuta come levatrice di barbarissima mistica totalitaria e di un superfluo secondo impero mediterraneo90. Adesso è una fottutissima duplice capitale di una repubblica tenuta insieme solo da convergenze di bassi interessi parti- 79 Segretario generale e poi presidente del Partito Socialista, morto ottantanovenne nel 1980. Dirigente del Partito Popolare prima e della Democrazia Cristiana poi, ininterrottamente Presidente del Consiglio tra 1946 e 1953; spentosi settantatreenne nel 1954. 81 Altro statista democristiano, ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978. Fu ritrovato l 9 maggio di quell’anno, cadavere, in Via Caetani. 82 Amedeo, noto attore cinematografico, deceduto settantaduenne nel 1979. 83 Ucciso, com’è noto, all’Idroscalo di Ostia la notte tra 1 e 2 novembre 1975. 84 La celebre attrice romana morì sessantacinquenne nel 1973. 85 Se questa prosa fu scritta, come pare, nel 1983 (cfr. infra, nota 92), e sempre che i «vent’anni» di cui si parla a testo vadano intesi in senso stretto e non come indicazione cronologica approssimativa, i tre papi avvicendatisi sul Soglio pontificio sarebbero i seguenti: Paolo VI Montini (1963-1978), Giovanni Paolo I Luciani (26 agosto - 28 settembre 1978) e Giovanni Paolo II (1978-2005). 86 “Non mi baso su dati statistici”. 87 Scrash non è attestato dai dizionari inglesi consultati: in via del tutto ipotetica, si potrebbe azzardare un’intensificazione onomatopeica di crash (‘scontro, fracasso, crollo’), che, in unione con bang (‘botta, colpo, rumore improvviso’, ma anche ‘detonazione’, ad es. dello sparo di un fucile), verrebbe forse a significare, all’incirca, ‘catastrofe’, ‘sconvolgimento epocale’ o simili, con analogia, probabilmente voluta, con big-bang, la grande esplosione primordiale. 88 Tale la tradizionale denominazione latina dell’Urbe, capitale del mondo in quanto sede dell’Impero romano. 89 I Savoia. 90 Il fascismo, colto in due suoi aspetti: la «mistica totalitaria» e l’avventura imperiale. 80 68 Voce del gergo dei militari francesi in Algeria: “nostalgia, malinconia, umor nero” che assale chi è lontano dalla patria (dal franc. cafard, ‘blatta’). 69 “Suicidarsi, impiccarsi” (penzolare con s- intensivo-espressivo). 70 La «anti-pièce» in un atto di Eugène Ionesco La Cantatrice chauve (1950) aveva avuto una serie di rappresentazioni teatrali in Italia nel corso del 1983. 71 I ludi gladiatori erano, nell’antica Roma, quegli spettacoli pubblici consistenti in combattimenti tra gladiatori, o tra questi e belve feroci, che avevano per lo più luogo in circhi o arene in occasione di feste religiose o di solenni ricorrenze politiche. Qui l’espressione ha l’evidente valore figurato di “manifestazione pubblica” (nella fattispecie, di lotta sindacale). 72 Sono gli slogan scanditi durante le manifestazioni. 73 “Animalità, bestialità” (da fera, ‘bestia’). 74 “Guerra”. È termine greco. 75 Secondo la dottrina aristotelica, la catarsi è l’effetto di purificazione, o meglio di rasserenamento o liberazione dalle passioni che si produce nello spettatore ad opera del teatro, e soprattutto di quello tragico. 76 Amintore Fanfani (1908-2001), dirigente della Democrazia Cristiana dal 1945, fu più volte ministro e capo del Governo. Tra dicembre 1982 e giugno 1983 – periodo al quale si riferisce Ceronetti con «poco tempo fa» – fu Presidente del Consiglio di un governo quadripartito (DC, PSI, PSDI, PLI). 77 Leader storico del Partito Comunista, morto settantunenne nel 1964. 78 Organo ufficiale del PCI, fondato a Milano nel 1924 da Antonio Gramsci. 254 255 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 256 colari, governata in simulacri di governi e in simulacri di opposizioni di sinistra da apatridi91 settari mirabilmente inamovibili, immane fungo velenoso che occupa tutto quel che è occupabile nel potere senza neppure una fortuita idea di che cosa sia un vero interesse nazionale e un barlume, un misero barlume, di pietà di patria – ed è capitale nello stesso tempo (non sono convivenze buone, queste: anzi, mortali) di una Chiesa implacabilmente disinteressata all’andare in malora di Roma come capitale di fottuta repubblica agnostica, contenta di adoperare le sue piazze per i suoi Anni Santi ordinari e straordinari92 e di essere lei, molto più dello Stato italiano, vendicativamente, nell’accaparramento feroce dei posti di Primo Piano sulla scena ugualitaria del mondo, il Forte, forza-che-vive. Non vedo luce, in questa forza di nome Chiesa. Chiesa e Stato sono bene attaccati insieme allo stesso propter vitam vivendi perdere causas93; è questa la loro migliore combinazione: ma più vita è dalla parte della Chiesa, che ne aveva serbatoi più grandi, scavati in segreto, assegnati. Ora tutto questo è chiaro. Bisognava che i piemontesi tagliassero alla giacobina la testa al papa, nel 1870: avrebbero avuto Roma tutta per loro. Non erano abbastanza duri per farlo, né abbastanza intelligenti per evitare di fare di Roma, madornale stupidaggine, la capitale del regno. Così la Chiesa si è sgranocchiata la monarchia e lascia olimpicamente andare in malora la repubblica, che neppure un momento ha pensato di riparare all’errore ritrasferendo al Nord la capitale, che era la prima cosa da fare. Ma, in un mondo che delira, sarebbe strano che la Chiesa non delirasse: delira... Non capisce che è più vitale aver cura di dieci casipole con un campanile in Italia, che imbastire dialoghi di folla a Benares, fare accendere luminarie di vuoto, per una sera, nei termitai africani. Venti anni a Roma, e per bagnare il becco in creative malinconie sempre ho dovuto con l’immaginazione trasferirmi altrove; a Roma non si sogna, come non si prega, si prendono solo autobus, dai quali si scende sempre prima di essere arrivati, odiando la faccia umana; a Roma non c’è un angolo, un tavolino, un gradino, un pezzo di clima dove si possa essere meditativi, raccogliersi, fabbricare un facsimile di pensiero. Si può provare la rabbia, la delusione: ma poi? Di tutto ti toglie il convincimento, di qualsiasi cosa ti persuade la spersuasione, ti disvalora il valore. E senza neppure un fondo di autentico scetticismo: in mezzora con pochi colpi di tamburo puoi farla digrignante di fanatismo – incruento quanto inglorioso. Avrei certamente avuto, in un’altra città, una vita più dura; ma a Roma ho faticato a non sprecarli, questi vent’anni, a non regalarli in cambio di facilità abbominevoli. Con ripetuti sprofondamenti nel tragico veterotestamentario94 li ho tenuti al riparo dal dissolvimento nel futile, gli ho impedito di minimamente romanizzarsi. 91 “Senza patria”, “senza amor di patria” (non registrato nel BATTAGLIA). Quando Ceronetti scrive questa pagina, si era da poco concluso l’Anno Santo Straordinario del 1983, che nella prosa, anch’essa di ambientazione romana, Novità nell’accattonaggio (cap. 26 di Albergo Italia) lo scrittore definisce «avaro di miracoli», ma saluta come benefico artefice di un’«importante ripresa» della «mendicità confessata ed esibita»: «un barlume di Medioevo, finalmente» (ibi, p. 155). L’Anno Santo del 1983 fu indetto da Giovanni Paolo II per commemorare i 1950 anni dalla Redenzione, e fu dedicato ai giovani. 93 “Per vivere perdere le ragioni del vivere”. È citazione dalle Satire di Giovenale (VIII, 83): «Summum crede nefas animam preferre pudori, et propter vitam vivendi perdere causas». 94 Ceronetti è assiduo frequentatore, profondo conoscitore e acuto esegeta e traduttore (in versi) delle Sacre Scritture e di antichi testi semitici. 92 256 1.23.5. I cani dell’Eur95 Centro Storico ed Eur: di questi due poli si può fare, tra un sabato sera e un mattino di domenica, un’interessante esperienza. Per me centro unito a storico non significa niente (cioè quel che vuole, nel linguaggio corrente, esattamente significare: niente): nel caso di Roma, indica un ribollire di traffico e di rumore in cui galleggiano e si urtano, senza crollare, un certo numero di chiese e di vecchi palazzi. Di sabato sera, questo centro privo di centro dà un’idea di cosa sia abbrutimento umano motorizzato, cenare nel fumo e rientrare col lobo dell’orecchio tarantola- 95 Cap. 29 di Albergo Italia, pp. 171-176. Inizialmente, l’acrostico EUR designò l’Esposizione universale di Roma, prevista per il 1942 ma non tenutasi a causa della guerra in corso. Oggi indica il complesso degli edifici già eretti per la manifestazione e la zona in cui sorgono questi e altri di successiva costruzione, per lo più adibiti a sedi di uffici pubblici, istituzioni, enti, direzioni di aziende ecc., nonché, dagli anni Cinquanta del secolo scorso, il quartiere residenziale costruito nella zona secondo un preciso piano urbanistico. Così descrive l’EUR, sorta di «città sussidiaria» e di «banco di prova dell’urbanesimo», Guido Piovene nel capitolo romano del suo Viaggio in Italia, in un passo meritevole di estesa citazione (leggiamo alle pp. 851-852 dell’ediz. Milano, Baldini & Castoldi, 1993): Il centro dell’EUR, verso Ostia, alle porte della città, oltreché essere una vera città nuova, rientra, per così dire, nel piano di salvataggio di quella antica. Fu infinitamente discusso; pure, fra tanto che si è fatto in questi anni a Roma, forse è l’unica impresa su cui il giudizio dev’essere positivo. Tutti sanno di che si tratta almeno in maniera sommaria. Un gruppo di edifici monumentali e colossali, con profusione d’archi, di marmi e di statue, sorse in piena campagna nel 1937 tra Roma e il mare, con la sovrintendenza dell’architetto Piacentini; vi lavorarono però numerosi architetti e gruppi d’architetti. Gli edifici dovevano accogliere la progettata Esposizione Universale del 1942. Intorno una vasta estensione, quattro milioni circa di metri quadrati, era stata espropriata. La guerra sorprese i lavori a mezzo, e li fece sospendere. Venne l’invasione tedesca; prima quartiere dei tedeschi, poi degli inglesi, ed infine dei senza tetto; l’EUR fu abbandonata al saccheggio; gli sfollati bruciavano mobili, porte e imposte; i rapinatori venivano con automezzi ed autotreni a far man bassa degli impianti. Ancora nel 1950 l’EUR aveva il tragico aspetto di una città monumentale sul punto di sparire, quasi una Pompei moderna. […] La legge si era proposta di dare a quegli edifici un carattere stabile, […] perché a esposizione finita divenissero il fulcro di un nuovo grande quartiere incanalando verso il mare l’espansione della città. Non vi era danaro per iniziare la ricostruzione. Si pensò allora che vendendo le aree fabbricabili, con l’obbligo di costruirvi, si poteva nel tempo stesso dare l’avvio al quartiere, e ricavare l’occorrente per riattare gli impianti pubblici. Essi così risorsero senza aiuti, eccetto quello della Fiat, che ricostruì a sue spese il grande palazzo detto della Civiltà Romana. […] Con la vendita delle aree si sono potuti rifare sia gli edifici pubblici, sia le strade e le fogne, e si è potuto provvedere al mantenimento; con gli stessi fondi si è provveduto ai servizi, che il Comune ha negato, e perfino alle guardie, che non sono i metropolitani di Roma. È risorto, ed è entrato in funzione, il Palazzo dei Congressi, unico del genere in tutta Europa, ed attrezzato quanto l’ONU. […] Questi ed altri edifici, con il loro stile ondeggiante tra classicismo e modernismo, fanno un curioso effetto. In quelle enormi moli, sorgenti in mezzo alla pianura, essi scorgevano una specie di città assurda, di gusto metafisico e surrealista, quasi una traduzione in pietra di alcune vecchie fantasie di De Chirico. 257 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 258 to96, nel morso ininterrotto del clacson. Se il sabato sera durasse fino al mezzogiorno successivo, Roma (o qualsiasi altra città cristiana fornita di sabato sera) non reggerebbe: certo qualcosa accadrebbe, una pioggia di mattoni infuocati, un gigantesco e sottile panico. L’anima in decomposizione è molto peggio della carne. Mi sembrava di vedere dei mucchi di corpi morti, nudi, sospinti da un colossale bulldozer, invece era i dintorni del Pantheon, sprofondati nello schiamazzo, gli stomachi scoppiavano dal peso, i ristoranti si leccavano gli incassi. Allora ecco un’idea redentrice: perché no, alle sei del mattino, l’Eur? Un viaggio agli antipodi! La fuga alle Samoa! L’alba tra i fantastici buchi del Palazzo della Civiltà del Lavoro! L’autobus correva perdutamente, mangiando la desolazione asfaltata, godendosi la rugiada di geometria crescente che cade dai quartieri lungo la Cristoforo Colombo, dagli sbadigli umidi degli spazi nudi della Fiera di Roma. Una purificazione non rituale: però efficace. Qualche disperato potrà trovarci conforto: un conforto straccione e corto, da universo che si fa lager dappertutto, tanto più prezioso quanto più lo sconforto grandina e guadagna terreno. Mussolini e i suoi edili97 non immaginavano, quando mossero alla conquista di queste ambe per farne l’E. 4298, né il futuro urbanistico di questa Non-Città che ha un nome Non-Nome, Eur, né tanto meno che questa disanimazione99 col suggello totalitario di un paesaggio avrebbe avuto, così Non-Senso, così Non-Anima, un senso artificiale pregnante, un surrogato di anima stranamente ascetico; che ci sarebbe stata una tribù speciale di Abitanti dell’Eur, delle istituzioni esclusivamente eurine e altrove impossibili; che qualcuno potesse aggirarsi per l’Eur nell’eccitazione di chi aspetta la venuta di un pensiero, per la parentela che ha l’Eur col deserto, che propizia i pensieri e fa nascere le visioni. Non ne ha ricavato, l’Antonioni100, un film straordinario, una storia di un melenso purissimo e indolore che da esterni di vie e palazzi dell’Eur, da immagini (lì era la genialità e il segreto) che non erano un pretesto, ma proprio di Eur interiore, di Eur vista come Tebaide101 tecnica, pigliava un fascino d’infinito, una contemplatività voluttuosa, L’Eclisse?102 Quel film non sorvolava l’Eur, la scopriva, dava la possibilità di fiutarne il gelo, di trattenerne come soffio di poesia la dura irrealtà e di constatare, con stupore, che anche là «ci sono Dei». 96 Cioè in preda a violenti spasimi convulsivi, come quelli che la credenza popolare crede prodotti dal morso della tarantola (Lycosa tarentula, specie di ragno comune in Puglia: tarentula deriva infatti da Tarentum, ‘Taranto’). 97 Il termine, col riferimento al magistratus dell’aedilis di Roma antica, felicemente riesce a evocare il culto fascista della romanità (appunto di «romanismo» parla più sotto). Si osservi come «edile» nel senso di urbanista ricorra anche nel testo e in nota alla prosa Pianta di Milano. Decoro dei palazzi di C. E. Gadda, qui antologizzata. 98 Così era anche chiamato l’Eur, stando ovviamente la E per Esposizione, e il numero per il millesimo 1942. Con la voce di origine abissinica «ambe» si indicano propriamente le montagne di forma tronco-conica caratteristiche dell’altopiano etiopico: qui varrà all’incirca “alture”, o anche, più genericamente, “lande”. 99 “Condizione di privazione d’anima” («Non-Città», appunto). 100 Michelangelo, noto regista cinematografico (n. Ferrara 1912). 101 Luogo, dunque, di ascesi, di meditazione, di ritiro nella solitudine dell’eremitaggio. 102 Tale, appunto, il titolo del film di Antonioni (1962), che forma una trilogia con i precedenti L’avventura (1959) e La notte (1960). 258 Un giro dell’Eur non è deludente né illudente: è un’iniziazione al deserto tecnico, la più teatrale che io conosca, la più varia, la meno tossica anche. Si esce da una già più che putrida metropolitana (la sporca, la tetra Linea B), si sbarca da cento autobus che hanno per palo la Via dell’Elettrotecnica o il Piazzale della Poesia, ed è immediatamente la frontiera visitata dai brividi degli antichi Misteri103: un lunapark detto fantasticamente Luneur, che include i tepori del tiro al bersaglio e del baraccone nella Desolazione, e l’Obelisco, il Fungo, il Laghetto, i Ministeri, l’Eni, il Palasport, tutta la metafisica104 chirichiana fascista e tutta la passiva sub-metafisica ulteriore che il Dio della Tecnica rimette formidabilmente al passo col resto, tra grandi spazi, gravi silenzi, solitudini inebbrianti, cime di squallore da vertigini, e si cammina, si cammina sostenuti costantemente da questa ipotesi di felicità: non me ne andrò di qui senza che tu, Eur, non mi abbia regalato un pensiero nuovo. Conoscevo i crepuscoli eurini estivi, ma non valgono un mattino nebbioso di domenica invernale, tra i vapori spruzzati da tutto quell’insensato verde, trasportato da valli lontane e vivai vicini105, verde di conifere, verde per rive di surrogato acquatico che si denominano Passeggiata del Giappone, grandi cupole di verde che anche più dei palazzi allontanano da Roma l’Eur, isolandola nella sua sabbiosa taciturnità di sfinge tecnica emergente dal vuoto, dall’introvabile, non da un suolo arato da padri latini. L’idea di un palazzo della Civiltà Romana era in perfetta armonia con questa assurdità integrale, perché l’E. 42, se era un progetto fascistissimo, romano nel senso della civiltà lo era quanto un pezzo di provolone è un antico kimono: anche il romanismo era conifera da vivaio. Ma la democrazia ha perfezionato l’assurdità: la Civiltà Romana trapiantata all’E. 42 da Guerrini, Romano e La Padula106 nel 1939, sotto gli illuminati successori è diventato «della Civiltà del Lavoro» e avevo voglia di frugare in tutti i suoi buchi per capire che cosa intendano, dei volenterosi idioti, per Civiltà del Lavoro, data l’imprendibile equivocità della parola Lavoro. (È un lavoro anche quello dell’assassino – si dice «bel lavoro» – e del bombardiere strategico – altro «lavoro ben fatto» – e del demolitore di magnifici quartieri, della prostituta, del macellaio, del falsario: tutta gente che, opportunamente, ha preferito escludere dal proprio lavoro la civiltà). In alto, un po’ soffiata dal tempo, si legge ancora la scritta di Mussolini, dove si nominano gli Eroi, e gli eroi non lavorano, ci voleva per loro un palazzo a parte. Oh sì, vorrei rovistare un po’ là dentro! Se me ne daranno il permesso ci tornerò apposta! Nel palazzo sono insediate alcune allucinazioni: la Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, quella dei Maestri del Lavoro, quella dei Lavoratori Anziani, tutte con lo scopo, è scritto «di esaltare il Culto del Lavoro ed il suo significato morale nella moderna Civiltà»: così la carie architettonica esterna ha il suo esatto riscontro nella carie mentale dei federati dell’interno, se mai si riuniscano, e 103 Culti e credenze religiose iniziatiche diffuse nel mondo antico greco-romano e orientale, fondate su dottrine a carattere occulto e prevalentemente escatologico, talora in opposizione alla mitologia classica ufficiale. 104 Nel senso storico-artistico di “pittura metafisica”, à la De Chirico, ad esempio, come precisa subito dopo l’attributo «chirichiana». 105 Si tratta dei giardini artificiali dell’Eur, spesso ospitanti piante rare o esotiche. 106 Giovanni Guerrini (1887-1972), con M. Romano e B. Lapadula, progettò il Palazzo della Civiltà Italiana dell’Eur. 259 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 260 nel segno del Culto del Lavoro, e allo scopo di esaltare l’elevata improbabilità del suo «significato morale»! Intanto sulla trentina di statue del piano d’onore si va sfogando l’oltraggio iconoclastico dei Nemici del Lavoro107: parecchi i peni recisi, le braccia e le dita mozzate, i piedoni scalpellati. Su qualche piedestallo impronte anarchiche e, con la sigla Aut. Op., di allievi del pensiero di Toni Negri108. Sono affascinanti, questi idoli implacabili, tanto fascisti che postfascisti, in fondo neutri, che rappresentano le Scienze e le Arti, rivolgendo verso il futuro e l’Eur sguardi intensissimi di promessa messianica perfettamente paranoica e di disperata impotenza. Ma l’Eur ha ricorso anche a protettori tradizionali e meno nudi: una cupola crociata, con mosaici neocristiani non afrodisiaci, dove i ceri sono fatti di tubi al neon, è dedicata a Pietro e Paolo, i cui immensi simulacri, dal piazzale, dialogano ecumenicamente109 con la Chimica, la Zoologia, l’Astronomia del palazzo, laggiù, della Civiltà del Lavoro110. Nella basilica, i fedeli alla messa domenicale sono piuttosto numerosi. All’entrata, li aspetta il dilemma: «Bomba atomica o Carità? Bisogna scegliere subito e per sempre». La cassetta Offerte per i Poveri è messa lì per abitudine all’accattonaggio. Poveri, all’Eur! Introduco, per non dovermi vergognare, un biglietto da centomila. La toponomastica abbraccia tutto: il Viale dell’Umanesimo sbocca in Via del Ciclismo, dal Viale dei Primati Sportivi un sonnambulo può percorrendo Via del Tibet e Via del Pattinaggio raggiungere il Largo dell’Artide, da cui si dipartono Via Gogol e Via dell’Esperanto, a cui è comune foce il Viale Oceano Pacifico, che non è molto lontano da Via Eufrate; ma io sto già risalendo Via dei Campioni attirato dalla circolarità impassibile del Palazzo dello Sport, celebre creatura di Pier Luigi Nervi, che111 avrei timore di rivedere in sogno, tanto la sua linea curva è gravosa alla mente, e lì spunta un busto mantovano del famoso pilota pazzo Tazio Nuvolari, il cui 107 Cioè dei vandali. Iconoclastico, qui nel significato figurato di “distruttivo”, in senso proprio vale “relativo all’iconoclastia o agli iconoclasti”, l’iconoclastìa essendo quella dottrina religiosa (secc. VIII-IX) che, nell’impero bizantino, sostenne l’abolizione del culto delle immagini sacre in quanto giudicato idolatrico. È termine greco bizantino, composto di eikòn, ‘immagine’, e klào, ‘rompo’, e vale dunque letteralmente ‘distruzione delle immagini (sacre)’. 108 Leader storico dell’organizzazione politica di estrema sinistra Autonomia Operaia. 109 L’avverbio, non attestato nel cit. Grande Dizionario del BATTAGLIA, intende significare, qui, l’atteggiamento di disponibilità e apertura della chiesa «eurina» al culto laico della Chimica, della Zoologia, della Civiltà del Lavoro ecc., ossia la pacifica convivenza, all’Eur, del culto cristiano e del culto ‘prometeico’ delle realizzazioni umane. Con ecumenismo si intende la tendenza o l’azione, da parte dei cristiani e delle loro chiese, mirante a promuovere l’unità tra le varie confessioni nell’ambito del cristianesimo, e anche l’atteggiamento spirituale relativo a tale tendenza o azione. 110 A Chimica, Zoologia, Astronomia ecc. si intitolano i padiglioni del Palazzo della Civiltà del Lavoro. 111 Il relativo è ovviamente riferito al Palazzo dello Sport (1958-1959), e non al Nervi (1891-1979), il grande ingegnere e architetto valtellinese, inventore del ferro-cemento e autore di importanti opere di ardita realizzazione tecnica, fra cui lo stadio comunale A. Franchi di Firenze (1930-1932), lo stadio Flaminio di Roma (1957-1959), il Palazzo del lavoro di Torino (1960-1961) e l’aula delle udienze pontificie Paolo VI (più nota appunto come «Sala Nervi») in Vaticano. 260 più straordinario successo è certo di essere riuscito a non morire in pista112. Anche Gandhi, come campione del digiuno, ha il suo busto all’Eur. Il Palazzo dei Congressi era muto... Ma già, pur così recente di costruzione, quanta gloria oratoria! Io ne ho ricordi indimenticabili: quando abitavo a Roma, andavo ai congressi socialisti, mi divertivo più che al Luneur. Là ho ascoltato, dalle tribune, l’arringare strascicato e trascinante di un Nenni113 più rugoso di uno scimpanzé, che scatenava l’applauso solo dicendo «il Patronato» o «il Paese ha bisogno», e le trombe impressionanti di Riccardo Lombardi, di Tullio Vecchietti, di Emilio Lussu114, che su Nenni scagliava strali crudeli, senza scalfirne una ruga. I corridoi erano pieni di delegati indignati, di donne che indossavano nient’altro che opuscoli, di politici appena operati di prostata. Davo poche lire per i profughi, sospetti, di cento regimi, e uscivo per riposare la mano indolenzita da tante strette ignote. L’Eur, grande sfintere metafisico115, notturno, strangola silenziosamente tutte le stoltezze verbali. Di un congresso all’Eur non rimane nulla; è il luogo ideale per farceli. Ma i cani sono venuti dopo. Il loro addestramento è durato a lungo. Perché l’Eur ha vie intere, ciclistiche, chimiche, tibetane, con popolazione stabile, dietro spalliere di verde nordico e cancellate ad alta tensione, e premendo un citofono risponde pronto prima un sordo ringhiare, poi un furioso latrato. La voce, forse, del Padrone del Cane... Non li ho visti, i padroni, ma i musi dei cani, incaricati di rappresentarli (tutti gli abitanti dell’Eur, uomini e donne, sono laureati) sono ben visibili tra le sbarre. C’è ricchezza, cultura, mobili preziosi, tappeti, nelle case dell’Eur... E quanta medicina! E tutte le Scienze della Civiltà del Lavoro! I cani, con l’occhio arroventato, sono un vivente allarme perpetuo: morderebbero anche una mosca, se potessero esistere, all’Eur... Una donna, sia pure con due lauree, che abbia voglia di scaldarti, tra le sue, tre o quattro dita fatte viola dal freddo, ci sarà, al di là del cane mordace116? Una donna scienziata capace di scaldarti i piedi gelati, col suo fiato? O addirittura una donna che ignori l’Ecografia e la Scintigrafia: e nata lì, una Euriana, moglie di Euriano? Oh Dio, uno dei cani di Via degli Handicappati è uscito dal cancello! Viene verso di me... E dalla parte opposta, altri due... Un quarto sta arrivando, un cane da lager, tremendo, mostruoso... Sono in trappola... Non uscirò intero dall’Eur... neppure vivo, forse... Scacco matto, dai cani dell’Eur... Scienza, Letteratura, Industria, Potere: un unico, terrificante latrato della Civiltà del Lavoro, peggiorato da scampanìo stereofonico di Pietro e Paolo. Arrivano altri cani, nessuno con aria festosa... Qualcuno, laggiù, sta facendo in mutande la sua mezzora di corse per pesare di più o di meno, ma è inutile gridare, non sentirebbe. 112 Il plurititolato campione automobilistico di Casteldrio (Mantova) muore infatti sessantunenne nel 1953, lontano dal mondo delle corse, alle quali pure aveva continuato a partecipare fin oltre i 50 anni d’età. 113 Cfr. supra, in nota a Venti anni a Roma. 114 Dirigenti del Partito Socialista, l’ultimo dei quali anche importante scrittore. 115 Forse, l’aggettivo è da intendersi nella stessa accezione spiegata sopra. 116 Nel senso etimologico di “incline al mordere”, latinamente. 261 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 262 1.23.6. Genova117 In via ai Quattro Canti di San Francesco buon barbiere siciliano mi lava i capelli e mi rade (L. 7500). Dicevo: difficile degradarsi del tutto a Genova, perché luogo che ha attirato e trattenuto le forze spirituali. Ma gli hanno soffiato il maleficio sul volto, sopra le forze buone si è posto il macellaio Caos, allora degradarsi illimitatamente, anche a Genova, non è più impossibile. NON PIANGERE SPARA. NON SARÒ LA TUA SBIRRA.118 Sera con noia. Strade impastate di macchine, rare macerie umane, resti di carne ambulante (ex pedoni, ex passanti), tra questi anch’io. Vico dell’Amore: sarà lungo una quarantina di metri, sbocca in Sottoripa119. Coperto d’immondizie, puzzolente, nero, sordido, storto, NON OMNIA SED BONA ET BENE120 (N. 15 via del Campo, porta dei Vacca). Per il vico dei Fregoso passa una bambina che svolta. Nicchietta di Madonna vuota, alveolo senza il dente (piazzetta dei Fregoso). ERANO QUESTE LE CASE DI LANFRANCO CICALA CONSOLE LEGISTA E POETA (piazza dell’Agnello). Bella facciata con quattro tette nude, qua e là amputata dal chirurgo Chronos.121 Al N. 19 abitano: Tappino, Verardi, Menegatti. Un porto dove tutto è ormai automatico non è più che un deserto generato dalla malvagità. Lo si visita come un massacro. «Qui era il porto, il cuore di Genova». Vico dell’Amor Perfetto. È rimasta graffitura d’occupazione del 1945: This street is off limits to military forces. Graffito escatologico: REGNERANNO I CHIODI NERI. 117 Cap. 12 (anepigrafo: il titolo a testo, puramente segnaletico, è nostro) della Parte prima di G. CERONETTI, La pazienza dell’arrostito. Giornale e ricordi (1983-1987), Milano, Adelphi, 1990 (Biblioteca Adelphi, 228), pp. 57-62. Dal risvolto di copertina: «Viaggiare è ormai un’attività da “collezionista di ripugnanze”. Oggi i roghi di invisibili inquisitori “ci arrostiscono con tacita, misteriosa lentezza”. E non rimane allora che esercitare la pazienza, rivaleggiando vanamente con la “pazienza del tempo”, che sa offrirci, in una piccola chiesa sperduta, “fiori di plastica in tuniche di polvere”. [...] Così appare una nuova forma: una sorta di monologo interiore-esteriore, dove si prende nota delle scritte sui muri, dei nomi sulle lapidi e dei prezzi ai ristoranti, mentre continuano a ripresentarsi altri fantasmi: Giorgione, un versetto dei profeti, Goya, un libro appena letto, la guerra civile spagnola, Velázquez». Il libro prende la forma del frammento, che per Ceronetti ha il valore di «un Intero accessibile e concentrato». Perché «la storia del pensiero, come l’altra, è storia di amputazioni e di amputati: l’Intero e il Tutto si adunano e brillano nel moncone, come tutta quanta la Legione si riconosce nella mano di legno del capitano Danjou». 118 Questa frase in maiuscoletto, e così le successive, riproducono scritte o graffiti che compaiono sui muri di Genova: Ceronetti li registra e talora commenta nel suo diario fra un’osservazione e l’altra, a ingrossare il dossier delle «ripugnanze» che colleziona viaggiando. 119 Per notizie su questo e altri luoghi di Genova menzionati nel brano, si rinvia all’annotazione in calce ai testi di Caproni. 120 “Non tutto, ma il buono e bene”. 121 Cioè dal Tempo, che amputa le cose come un chirurgo i corpi. 262 SMONTIAMO IL CONCERTO. IL GUSTO DEL MALTO È DIVENTATO ADULTO. PER UNA SOCIETÀ A MISURA DEGLI UOMINI. Ma le misure umane, tu le conosci? La mummietta soggiogante di santa Caterina da Genova ancora dà luce. C’è invocazione: «Aiutami a non essere esaurita e che Nello trovi lavoro e che Christian cresce sano e forte. Grazie Olga». «Prego di tenermi sempre in tuo amore e farmi essere più forte». «Santa Caterina aiuta Sandro a venire presto a Genova grazie». «Aiuta e perdona tutti i grandi peccati». POSUERUNT ME DESOLATAM...122 Palazzo Bombrini, fiore asfissiato all’interno della zona ITALSIDER. I due Solimena123 nella grande sala: Debora che dà ordini alle truppe, Giuditta che mostra la testa del guerriero. Cammino per lo smisurato laminatoio col casco giallo sopra il berretto blu, tra enormi gomitoli di latta in movimento. Là fuori sbocca il Polcèvera: non esce morto ma già cremato.124 Il silenzio che, con l’automazione, è caduto sulle mani umane. Tutti i poteri sono stati assunti dall’occhio, ma da un occhio che non vede più. Una simpatica ragazza, in piazza Tommaseo, mi massaggia per un’ora e mi ridà forza (L. 20.000). Nello stesso giorno, pitture fiamminghe e Italsider, e senza lo stomaco bis di Nadar...125 I cortei per mantenere a Genova il primato industriale sono il frutto di uno straordinario accecamento suicida: è voler perseverare nell’opera di dissolvimento finché non resti più nulla che somigli a del vivente. Sono manifestazioni necrofile, alla testa del corteo c’è una con una lunga falce, piuttosto magra, che conosce la strada.126 Dalla notte spunta un Testimone127: «Lei lo sa che la terra è sull’orlo della catastrofe?». «Eh, amico, lo so, lo so...». «È perché Dio sta per far venire il suo Regno, quello che invochiamo nel Pater Noster. Legga qua». «Volentieri. Buonanotte!». «Auguri. Ma legga, eh!». FASCI FIGLI DI TROIA. Ma dove li vedono questi fasci? Correggo così il graffito: FASCI DI FIGLI DI TROIA. Di questi non ne mancano. SPREMUTE FRULLATE (Sampierdarena). Sono le donne che vedi. NATO SENTINELLA DEI PADRONI. Chi sarà NATO con questo incarico? E lo sarà a vita? I containers portuali formano incastri, rupi, colline, volumi di rilievi, cordiglie- 122 È citazione (lievemente variata) dalle Lamentationes di Geremia, cap. III, 11: «Deleth semitas meas subvertit et confregit me; posuit me desolatam, tota die maerore confectam». 123 Cioè i due quadri del celebre pittore barocco Francesco Solimena (1657-1747), detto l’Abate Ciccio. 124 Il Polcévera è il torrente che, scendendo dal Passo dei Giovi, sfocia in mare a Genova, separando i sobborghi di Cornigliano e Sampierdarena. 125 Non è stato possibile precisare l’allusione. 126 Cioè, fuor di allegoria, la Morte. 127 Di Geova, cioè un aderente alla setta religiosa fondata in Pennsylvania nel 1870 dal pastore avventista Charles Taze Russell (1852-1916). Le risposte sono di Ceronetti. 263 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 264 re che camminano... Devo continuamente schivarli, questi mostri di Wells in movimento128; un essere umano vivo mai che lo vedi. Finalmente! Ho scovato una nave in quel nulla... È inglese, Marina delle Marine, si chiama Flinders Bay, la carena è verde come il Paraná. In brutale visita ginecologica mani di containers vi si immergono incessantemente; questa infame pozza oleosa è mare ligure. Dove comincia o finisce Flinders Bay? Sto camminando lungo la fiancata muta, da un’ora o due: la prua non si vede ancora, forse non ha la prua. Un giallo mostro con branchie bosciche129 tremende acchiappa containers e giù dentro Flinders (oh, Moll Flanders!...130) che non ne è mai sazia... o ne soffre... La Materia è triste... Gasometro dell’Italsider, vicinissimo; puntino lontano la Madonna del Gazzo131. Del movimento puro, materia che si sposta, come guardare nel centro della terra: l’uomo sparito. Acqua o aria, tutto è petrolio o gas fatto di petrolio, o metano. Due parole avranno avuto più fortuna nella storia di questi secoli: sadico e gas. Trionfo dell’anale sull’arco a sesto acuto e la bifora. Un barcone si affianca a Flinders Bay, dei sacchi di plastica nera stragonfi escono dai buchi, lo riempiono. Da Cabo Santa Ines, Líneas Ybarra, sei gru sterminatrici scaricano grandi balle di fibre di lana sulla schiena di un treno merci accucciato ai suoi piedi. Attenzione alla testa! mi gridano. Stanno volando cavi, uncini... Zona industriale il suo senso è catastrofe, sempre; zone simili allargano, rendono incurabile la dannazione umana. Il paesaggio industriale scaraventa i poveri esseri umani contro un muro cieco, come lattanti di Babilonia, e ce li sfracella, riprendendo e ripetendo il gioco all’infinito, con terribile brutalità e precisione d’inorganico intelligente. Ma quasi soprannaturale è che le vittime lo vogliano, diventino furiose se per un momento il movimento sterminatore riposa. Per uscire dal porto mi travesto da container. Ed ecco un tìaso132 di bandiere rosse e striscioni in marcia: temono che uno dei mostri li lasci orfani133. L’autobus gli va dietro a singhiozzo, stamburano latta, ripetono idiozie in cadenza; ma ho un libro. Alle spalle della Lanterna, fontana viva, decrepitezza con bragia, le colline segate e imbidonate, fatte arnie di cemento per sciami morti. Quel che si è fatto a Genova per piegare la bellezza, presente in forme uniche, in colori da Tirana di Goya134 (l’ardesia!135) supera ogni altra vergogna d’Italia. Lo scempio ne conferma 128 Le creature mostruose sono presenze caratteristiche negli scientific romances del celebre scrittore inglese Herbert George Wells (1866-1946). 129 Forse con riferimento alla pittura di Hieronymus Bosch, su cui cfr. qui infra G. CULICCHIA, La cucina, nota 17. 130 Il riferimento va a Moll Flanders (1722) di Daniel Defoe. 131 Il santuario della Madonna del Gazzo, ben visibile dal mare per il suo faro votivo, si erge su un picco aguzzo che sovrasta la zona di Sestri Ponente. 132 Propriamente il grecismo significa “cerimonia dionisiaca”. Qui andrà inteso all’incirca come “orgia”. 133 Si tratta cioè di un corteo sindacale contro la minacciata chiusura di un impianto industriale. 134 È il celebre ritratto della Tirana, eseguito nel 1794 da Francisco Goya (1746-1828). Oggi conservato nella collezione Juan March di Madrid, si fa ammirare per il suo vivido cromatismo. 135 «La distesa di ardesia, il pelago d’ardesia genovese unico, meraviglia urbana...»: La pazienza dell’arrostito..., p. 102. 264 la spiritualità misconosciuta: sapevano che bisognava colpire duramente. Ma il fato si avvilisce, quando si serve di simili manovali del Male. [...] Un segno!! Lì nella perbene bottega Filatelia Ghiglione (in salita San Matteo 23) c’era, per me, aspettava che lo raccogliessi, francobollo commemorativo francese del 1984: CHÂTEAU DE MONTSÉGUR. Ah se in una passata vita, meno idiota di questa, fossi stato uno di quelli là, un difensore di Montségur136, morto in consolamentum137, sepolto col prologo manoscritto del Vangelo di Giovanni sopra il petto! Ma sicuramente non c’ero: se ci fossi stato, non sarei mai tornato... TROTZKI ASSASSINO DI COMUNISTI A KRONSTADT e altrove TROTZKI BOIA.138 La memoria storica non dorme a Genova... Kronstadt è 1921, siamo 1984... Massima perfetta: QUAS POSSIS RES TUAS IPSE CURATO ALTERI NE MANDATO139 (sacello dei Lércaro in San Lorenzo, 1559). «Questa bomba lanciata dalla flotta inglese pur sfondando le pareti di questa insigne Cattedrale qui cadeva inesplosa il 9 febbraio 1941. A riconoscenza perenne Genova città di Maria volle incisa...». MORTE ALLO IMPERIALISMO ISRAELIANO. CONTRO LA NOIA INSURREZIONE. «Le venerande spoglie dei gloriosi martiri Mauro ed Eleuterio che dalla conquistata Parenzo l’Ammiraglio Pagano D’Oria riportava...». LA SPERANZA DELL’AMERICA LATINA (sarà di avere più figli). Il N. 20 di salita San Matteo, fantastico soffitto illuminato. «Bronzi ti è amico» (rassicura). Bell’invito ad un corso di fotografia: «Impara a scrivere con la luce». [...] 136 Cioè un càtaro impegnato nella difesa di Montségur, ultimo baluardo della resistenza albigese, caduto in seguito dell’assedio crociato del 1244; ne seguì il rogo dei 225 “perfetti”, arsi vivi sul posto. Il francobollo acquistato da Ceronetti commemora dunque il 750° del fatto storico. 137 Il consolamentum è il sacramento di iniziazione dei “perfetti” càtari. Somministrato una sola volta nella vita, era seguito dall’endura, una sorta di eutanasia o suicidio assistito. I “perfetti” erano rigorosamente vegetariani e si astenevano dalla procreazione. 138 Lev Trotzki (1879-1940), con Lenin uno dei padri della Rivoluzione russa del 1917, comunista internazionalista, poi braccato e assassinato a Città del Messico da un sicario di Stalin, di cui aveva criticato la politica, guidò il 19 marzo 1921 l’espugnazione della fortezza ribelle di Kronstadt. Avvertiamo di aver restituito al carattere tondo l’«e altrove», data la sua palese funzione connettiva tra le due scritte («TROTZKI ASSASSINO DI COMUNISTI A KRONSTADT» e «TROTZKI BOIA»), che nell’edizione da cui si cita è stato reso in maiuscoletto per evidente errore tipografico. 139 “Cura tu stesso tutte le tue cose, non affidarle ad altri”. 265 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 266 1.23.7. Mantova140 Finché esisteranno frantumi di bellezza, qualcosa si potrà ancora capire del mondo. Via via che spariscono, la mente perde capacità di afferrare e di dominare. Questo grande rottame naufrago col vecchio nome di Italia è ancora, per la sua bellezza residua, un non pallido aiuto alla pensabilità del mondo. Passeggiata notturna per Mantova semibuia, tra scorci e apparizioni fantastici, mentre la pioggia ha tregua, vedo i sogni entrare nelle vecchie piccole case (2 ottobre, mezzanotte). In epoca repubblicana: 26 febbraio 1802, un avviso dell’Amministrazione Dipartimentale del Mincio è severo per proteggere gli alberi appena piantati in piazza Virgiliana: vietato l’accesso a legni141, carrozze, bestiame, proibiti i Giuochi che potrebbero «offendere le novelle piante»; il danneggiatore «verrà irremissibilmente arrestato, e condannato, oltre la prigionia, ad una multa proporzionata al caso, ed alle forze del Contravventore». Celebrazione della Festa di Virgilia il 13 ottobre 1801: ci sarà un gran battere di tamburi, si uniranno le truppe, poi i Corpi Costituiti passeranno al Teatro delle Scienze e Belle Arti per prendere il Busto Virgiliano e portarlo in piazza Virgiliana; regata nel Lago di mezzo, illuminazione generale della città «a cui tutti i buoni Cittadini sono invitati a prestarsi con la maggiore decenza». A sera, nel Teatro illuminato a giorno, grande Festa da Ballo «alla quale sono invitati tutti i Cittadini d’intervenire con quella decenza, che deve distinguere ogni pulita142 società». Doveva essere molto temuta dai francesi l’indecenza dei Mantovani. Un popolo non è nulla per la Specie; ma un popolo che ha radici, un popolo ben lavorato dalla storia, è un mistero spirituale. L’acqua di Mantova è imbevibile per fetidità. In piazza Erbe compro un rametto di crisantemo per mettermelo sul tavolo in un bicchiere. (Andes143) I TECNICI AGRICOLI SALUTANO IL POETA DELLE GEORGICHE (Virgilio li guarda raccapricciato). I COMUNISTI DI VIRGILIO SALUTANO IN SANDRO PERTINI IL COMBATTENTE DELLA RESISTENZA. LOTTIZZAZIONE ANDES VENDESI AREA FABBRICABILE. La 140 Dal cap. 8 (dal titolo incipitario, riportato però solo ad Indicem e non nel corpo del testo, di Passato per il museo etnografico del Po: il titolo qui a testo, puramente segnaletico, è nostro) della Parte prima di G. CERONETTI, Un viaggio in Italia. 1981-1983, con Supplementi 2004, Torino, Einaudi, 2004, pp. 38-43. Dai risvolti di copertina: «A volte a piedi, a volte in treno, a volte in corriera, sempre con gli scrittori amati nella valigia: così Ceronetti viaggia per l’Italia in un periodo di circa due anni, fra il 1981 e il 1983 [...]. Attraversa grandi città e piccole località di provincia, visita piazze, monumenti, musei, ma anche carceri, cimiteri, distretti di polizia, manicomi. Annota i manifesti affissi sui muri, le insegne dei negozi, e denuncia le volgarità che lo feriscono. Sparita la bellezza dai luoghi, abbrutite e istupidite le persone, queste le conseguenze della modernità che Ceronetti riscontra equanimemente dal Nord al Sud, in un’Italia unita dalle “incrostazioni di rogna”. Ma il libro non è solo un reportage splendidamente fazioso. È anche un taccuino affollato di pensieri, di citazioni, di idiosincrasie. Un’enciclopedia caotica di storia della letteratura, di pittura, di architettura [...] Un giornale-zibaldone che molti pensano sia il suo capolavoro». 141 “Carrozze, carri”: è metonimia (la materia per l’oggetto). 142 Francesismo (cfr. politesse, ‘cortesia, buona creanza, civiltà’, a sua volta dal latino): “civile”. 143 È il paese vicino a Mantova che probabilmente dette i natali a Virgilio. 266 strada si biforca, una va al Mincio, l’altra si chiama via Virgiliana... Campi di mais e indecenti villini (non c’è più il generale Miollis144 a proibire l’indecenza) ornati di assurde conifere. La visione del Mincio, in fondo alla strada, tra i canneti, potrebbe essere sublime; è infernale, perché sulla sponda opposta c’è la Zona Industriale mantovana, dominata dal Petrolchimico, le mura di Dite. Sulla riva qua e là straripata, c’è qualche pescatore. Tre o quattro pesciolini agonizzano tra l’erba buttati lì da un vecchio che dice di essere venuto a pescare per la prima volta: – Ma ne prendete? – Pochi. – (È afono. Molti gli afoni, da queste parti). – Di sicuro è avvelenato. Non vedi cosa c’è laggiù? – Non so... – (Gli altri tacciono: non gli piace sapere che pescano veleno). Ma certamente lo sanno; e restano lì, a far spenzolare la canna sull’acqua torbida. Piacere di lunga pisciata tra le foglie del granturco. Piove. È rimasto un solo casale di contadini. Mi avvicino per chiedere un uovo. La brava donna me lo porta subito, ridendo. – Hai fame eh? – No, ma ho visto le galline... «LUIGI DARI ostigliense / per senno gravi studi di idraulica dottrina / in verdi anni preclaro / questa memoria mertò dai presenti / pari l’animo all’ingegno / ammiratori ebbe non invidi / a cospicui offici elevato / e nel dritto delle acque scrutatore sagace / con ordinamenti nuovi fermò gli antichi / a prosperità dell’agro mantovano / non novilustre145 appena / più alte cose volgendo / e presso a cingere la prima corona del glorioso arringo nel dicembre 1837 / declinava una luce / degna di splendere in soggiorno migliore». (Transetto di Sant’Andrea, a sinistra). Al Teatro del Bibbiena c’è Orfeo all’Inferno di Offenbach146 Gli attori-cantanti sono cani, ma bassotti, divertenti; le donne tutte un po’ passate. Resisto come posso al colpo di sonno, un mazzapicchio nel cranio... Qui Mozart, a quattordici anni, fece concerto il 19 gennaio 1770; mi vergogno a pensare che, anche in quella divina occasione, avrei probabilmente dormito. Per il secondo intervallo cala giù un sipario di voile rosso e nero; saranno anarchici... Il labirinto scenico, creatura rinascimentale, dà un certo senso d’incubo. Direttore in maglione, karajaneggiante.147 Sapersi annoiare a teatro è una virtù sociale. Non ce l’ho. [...] In camera, orzo caldo. L’acqua di Mantova è spaventosa. Esala odore ctonio148. Mi lavo con schifo. Dopo Orfeo all’Inferno, un pensiero di Schopenauer: «Questo mondo è l’inferno, e gli uomini sono ora i dannati, ora i demoni». Sono gli orfei, anche. 144 Sextius-Alexandre-François Miollis (1759-1828), generale della Francia rivoluzionaria distintosi nell’assedio di Mantova (1796-1797), città di cui, dopo la guerra, fu nominato governatore (una seconda volta nel 1805, da Napoleone). Suo il progetto della Piazza Virgiliana e del grande obelisco in onore del poeta latino. 145 Cioè neppure quarantacinquenne. 146 L’Orphée aux Enfers (1858) è una delle più note operette musicate da Jacques Offenbach (18191880). 147 Si ispira cioè, soprattutto nel look (maglione), al celebre direttore d’orchestra salisburghese Herbert von Karajan (1908-1989), uno dei maggiori del Novecento musicale. 148 “Sotterraneo”. Nella mitologia greca, le divinità ctonie (Ade, Demetra, Persefone, le Erinni) erano sovrane degli Inferi; rappresentate come forze potenti della terra, esse presiedevano alla vegetazione e al lavoro dei campi, in quanto protettrici delle ricchezze nascoste nel cuore della terra. 267 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 268 [...] Le ex prigioni austriache nel torrione del castello che guarda i laghi, ripulite, ma con vetri infranti, ragnatele, topi. Sui muri, graffiti di prigionieri, spenzolanti allori... Il 2 novembre 1850, in casa di Attilio Mori, Tito Speri divide in dieci parti una buccia d’arancia e dice all’amico Tassoni di scagliarne cinque contro la grata della finestra: – Se passano la grata e finiscono nel fossato del castello sarà un segno di morte –. Tassoni getta le sue scorze e non passano. Speri le sue, e tutte finiscono nel fossato. – Sono impiccato, – dice. (Fu impiccato a Belfiore nel 1853).149 I pavimenti sono sparsi di piume di piccioni. Passano per i vetri rotti e si addormentano. Di notte i topi si avvicinano e cric! i guardiani ne scoprono parecchi, sgozzati da un piccolissimo infallibile colpo di denti. Un gatto grigio fa una fulminea apparizione... Ormai, spenti i suoni e i balli, gli intrighi e gli amori, sono questi gli ultimi gonzaghi, gli immortali: piccioni, topi, gatti, e vivono qui tra piumaggi morti, ceneri di escrementi, ricordi di prigionia e di morte. La gente disoccupata, in basso, si fa tirare dentro la rete per le sale a vedere gli avanzi dell’ingordigia; la vita segreta, ancora spietata, dell’enorme dado gonzaghesco è invece qui, dove chi è preso dal sonno è già morto, e il feritore è punito subito, senza appelli di grazia né crudeltà superflue. Ultimo vagabondaggio notturno. Quant’è piccola Mantova: in un’ora si può farne il giro due volte. Stanchezza di vivere: sessantanni potrebbero già essere troppi. La pena di vivere non può che crescere e la conoscenza non basta a compensarla. Già tutta la valle del Po è sotto nebbie; ripasso con piacere l’Appennino per ritrovare la luce. 149 268 Tito Speri, il patriota bresciano (1823-1853), uno dei martiri di Belfiore. 1.24. LUIGI MALERBA 1.24.1. I monumenti di Roma1 Che i Romani abbiano costruito Roma non si può mettere in dubbio per quanto, conoscendo la loro indolenza, non si capisce come abbiano fatto. Resta il dubbio se i Romani siano migliori come costruttori o come distruttori. Ci si domanda ancora: città eterna o eternamente provvisoria? Roma ha cambiato faccia varie volte nel corso dei secoli, molte barbarie hanno lasciato il segno nella pietra e nel marmo, i calcinacci e i detriti hanno alzato il livello stradale di quattro o cinque metri. È stato smantellato il rivestimento del Colosseo per cavarne le pietre di Palazzo Barberini e della Cancelleria, è stato soprelevato il teatro Marcello con il secentesco palazzo Savelli-Orsini, soprelevati deformati rimaneggiati e ammodernati, palazzi chiese strade e piazze. Non è difficile, camminando nelle strade del Centro Storico, vedere incorporati nei muri pezzi di colonne o fregi di templi romani usati come pietrame da costruzione. All’inizio di via dei Coronari c’è un negozietto di anticaglie che ha il soffitto sostenuto da due colonne egizie, perché i Romani antichi erano dei gran costruttori di monumenti ma anche, come tutti i conquistatori, dei gran ladri. Gli obelischi che svettano al centro delle piazze romane sono stati portati dall’Egitto, a eccezione di quello di Axum rubato all’Etiopia dai fascisti nel 1937.2 Fare e disfare è una antica incorreggibile mania dei Romani. Le statue di terracotta delle divinità italiche, dissepolte qualche anno fa e oggi visibili nel Museo del Campidoglio, erano state gettate in un fossato vicino a Lavinio. La Repubblica ha distrutto i monumenti etruschi, l’Impero ha cancellato molti monumenti repubblicani, la Roma papalina ha usato i marmi dei monumenti pagani per costruire i suoi palazzi e le sue chiese. Oggi si è restaurato stolidamente l’orrendo Palazzo di Giustizia, giustamente chiamato “Palazzaccio”3, e lì a due passi si lasciano crescere 1 È il paragrafo I monumenti, secondo dei sei che formano il capitolo Quale Roma? di LUIGI MALERBA, Città e dintorni, Milano, Mondadori, 2001, pp. 26-29. Il volume aduna articoli giornalistici di Malerba, che così dichiara: «Ho incluso vari testi che riflettono soprattutto situazioni intorno ai problemi dell’ambiente, che può essere assunto come il tema di fondo di questo libro» (così nella Nota a p. 259). Luigi Malerba (pseud. di Luigi Bonardi), classe 1927, è scrittore che crede fermamente nella funzione educativa della letteratura, capace di «inoculare nel lettore il bacillo di qualche ansia supplementare riguardo al futuro della civiltà», di aiutare il lettore «ad avere coscienza dei problemi che incombono sul destino dell’umanità» (L. MALERBA, Che vergogna scrivere, Milano, Mondadori, 1996, p. 123). Di lui ricordiamo: i racconti ‘contadini’ de La scopera dell’alfabeto (1963, 19712) e i romanzi Il protagonista (1973), Le rose imperiali (1974), Il pataffio (1978), Il pianeta azzurro (1986), Il fuoco greco (1990), Le pietre volanti (1992), Le maschere (1995), Itaca per sempre (1997), Il circolo di Granada (2002). Originario di Berceto (Parma), abita da tempo a Roma: «Sono sceso a Roma dal freddo Nord non tanto per ragioni culturali, ma come gli uccelli migratori che vanno in cerca di un clima temperato» (Città e dintorni, p. 35). 2 Cfr. supra, in nota ad Alla fiera di Milano di CARLO EMILIO GADDA. 3 L’epiteto spregiativo, peraltro, non sarà dovuto a esclusive ragioni estetiche, ma esprimerà anche l’at- 269 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 270 i fichi selvatici e l’erba fra i preziosi travertini4 di Ponte Sant’Angelo. L’avvento del piccone fascista e del cemento democristiano hanno fatto più danni che quindici secoli di storia patria. Con il Seicento e il Barocco finisce la grande architettura romana e ciò che si distrugge oggi non viene sostituito da nuove architetture ma da orrendi caseggiati di cemento. Lasceremo in eredità ai posteri il quartiere dell’Appia Nuova, il Quadraro, Centocelle, Spinaceto o i quartieri altrettanto brutti dei Parioli, di Monte Mario e l’area “africana” del Nomentano. I Romani sono riusciti a far credere che Roma è la Città Eterna, ma l’eternità di Roma ci trasmette, come ha detto lo scrittore Mario Soldati, soltanto il senso del nulla favorito dalla vocazione italica e romantica per “gli atri muscosi e i fori cadenti”5. L’edera si insinua fra le crepe dei travertini e dei marmi e con le radici apre la strada all’acqua che produce nuove crepe. È sufficiente dare una occhiata agli album di stampe dell’Ottocento per rendersi conto dei danni che l’ideologia romantica dei ruderi ha procurato ai monumenti romani o medievali o barocchi. Forse qualche romantico necrofilo già sogna le rovine di San Pietro con l’edera che cresce sul colonnato e sulla cupola diroccata. Queste immaginazioni possono avere una loro sinistra suggestione, ma dalle rovine al nulla il passo è breve. Ferdinand Gregorovius, in una pagina dei suoi Diari romani datata 12 gennaio 1873, registra la furia romana di fare e disfare: “Fabbricano furiosamente; i quartieri, i Monti sono tutti messi sottosopra. Ieri ho veduto cadere l’alto muro della villa Negroni, anche là fanno delle strade nuove, nel campo pretoriano è già sorto un nuovo quartiere; egualmente sui pendii del Celio presso i Santi Quattro Coronati. Si fabbrica persino a San Lorenzo in Panisperna. Ad ogni ora vedo cadere un pezzo della vecchia Roma”. In occasione del Giubileo è stata rimessa a nuovo la pavimentazione della zona del Pantheon, quella di piazza Argentina e molte chiese romane sono state restaurate o quanto meno ripulite dallo smog. La chiesa del Gesù e Sant’Andrea della Valle splendono ora nei loro travertini barocchi. La facciata e il colonnato di San Pietro rimessi a nuovo offrono il massimo spettacolo monumentale della Chiesa Cattolica. Purtroppo dopo pochi anni la splendida facciata di San Luigi de’ Francesi è di nuovo annerita dalla smog sacrilego del traffico, una emergenza che si è aggravata di anno in anno fino al caos attuale. Ma Roma assorbe e sopporta tutto: il traffico congestionato delle automobili, i rumori e i veleni, il degrado del Centro Storico, la speculazione edilizia che nel dopoguerra ha costruito quartieri inabitabili. Nonostante tutto e malgrado l’indolenza dei suoi abitanti, Roma è la più antica fra le capitali mondiali che, fra alti e bassi, abbia conservato il proprio ruolo e una sua confusa ma innegabile grandiosità. Le capitali delle grandi civiltà del passato sono morte definitivamente, trasformate in oggetti di archeologia, o hanno cancellato le tracce della antica grandezza, mentre nelle pietre di Roma si possono leggere ancora i segni della teggiamento di estraneità e diffidenza del popolano romano verso un potere percepito come repressorio. 4 Il travertino è un materiale da costruzione ricavato dal taglio in lastre o blocchi e dalla successiva lucidatura dell’omonima roccia calcarea, di struttura porosa e colore bianco giallastro o rosso chiaro, diffusa soprattutto nell’Italia centrale, come indica l’etimo (< lat. [lapis] tiburtinus, ‘[pietra] di Tivoli’, perché tipica di rocce presenti nei dintorni di Tivoli, in lat. Tibur). 5 È citazione dal verso d’attacco del celebre coro finale dell’Atto III dell’Adelchi di Alessandro Manzoni: «Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti». 270 sua vicenda millenaria dalla Repubblica all’Impero, dal Medioevo al Rinascimento, dal Barocco al Novecento. Ho proposto più di una volta di trasformare il monumento a Vittorio Emanuele II di piazza Venezia e il Palazzo di Giustizia di piazza Cavour in due grandi cave di pietra. Una arroganza di cui sono pentito, e ammetto di avere sbagliato. Il turismo è una delle poche voci attive del bilancio dello Stato italiano e basta camminare a piedi a piazza Venezia o a piazza Cavour per rendersi conto che questi due monumenti sono tra i più fotografati di Roma, in particolare dai turisti giapponesi e americani che sono ricchi portatori di valuta pregiata. Bisogna essere comprensivi con i turisti. Ho visto turisti americani visitare la Galleria Borghese e fermarsi ammirati davanti a un famoso quadro di Caravaggio avendo sul naso gli occhiali neri da sole. L’arte del Caravaggio non ne ha sofferto: i turisti passano e l’arte resta. 1.24.2. Le strade di Roma6 Roma sta diventando una città immaginaria, una città-fantasma. Si cammina per le strade di Roma e non si vedono più i palazzi, i monumenti, le fontane, gli obelischi, le piazze più belle del mondo, non si vede più nemmeno il cielo perché lo sguardo deve stare attento al caotico traffico romano. Abito vicino a piazza Navona, in un quartiere che fino a qualche anno fa conservava i caratteri della Roma popolare e artigianale. Ora le botteghe artigiane e le antiche osterie stanno scomparendo a una a una per lasciare il posto a volgari fast food, paninoteche, spaghetterie e crêperie e falsi pub e bistrot con nomi anglo-francesi e insegne al neon nello stile del peggiore Bronx o della Marsiglia della malavita. Passeggiare è diventato quasi impossibile non solo per le automobili posteggiate sui marciapiedi e per i tavolini dei bar e delle pizzerie che occupano abusivamente il suolo pubblico sotto gli occhi dei vigili comunali inefficienti o corrotti, ma anche per i rifiuti prodotti da questi locali. Il Centro Storico di Roma è fragile come una antica porcellana ed è bastato che due sciagurati esibizionisti entrassero nella fontana del Bernini a piazza Navona per spezzare la coda del delfino di pietra. Un tempo i caffè romani erano luoghi d’incontro con gli amici. Oggi sono frequentati da giovani bulli che arrivano su automobili e motociclette troppo costose per non destare sospetti di traffici illeciti. Sono le mode che determinano questi fenomeni, che eleggono un quartiere come luogo di prestigio effimero, ma le mode non sono mai innocenti e alla fine portano droga e violenza. È rimasto tristemente impresso nella memoria dei Romani l’agghiacciante episodio del Somalo che, mentre dormiva sotto il porticato della Chiesa della Pace, venne cosparso di benzina e arso vivo da alcuni teppisti. 6 È il paragrafo Le strade, quarto dei sei che compongono il cap. Quale Roma? del cit. Città e dintorni, pp. 30-32. 271 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 272 La congestione del traffico romano, per cui diventa una impresa snervante spostarsi da un quartiere all’altro, ha ridato vita alla piazza come centro di incontro della popolazione che vive in una determinata zona. È un modo antico e paesano di vivere in una grande città. La riscoperta recente della piazza da parte della urbanistica più avanzata è già in atto a Roma da parecchio tempo a causa del traffico, e ogni piazza con le sue fontane o i suoi obelischi o palazzi o chiese è come il centro di un piccolo paese. L’arrivo recente dei bulli motorizzati dalle periferie-dormitorio senza piazze e senza giardini, degradate per la lunga incuria delle amministrazioni cittadine, ha portato molti turbamenti nella vita del Centro Storico che ha finito per subire l’imposizione dei locali pubblici produttori di decibel, la vergogna dei McDonald’s a piazza di Spagna e al Pantheon, e ha visto trasformata via del Corso in un mercato rionale. Sono fenomeni dell’effimero che offendono la vista ma che fanno parte della “eternità” di Roma. 1.24.3. Una città invisibile7 Nella cosidetta Città Eterna molte cose scompaiono sotto i nostri occhi per incuria o per lo smog che corrode le pietre e i marmi. Poco alla volta Roma sta diventando una città invisibile anche a causa del traffico. Al pedone che cammina nelle strade cittadine non è consentito alzare lo sguardo sui monumenti che incontra sul suo cammino, ma deve stare attento a non farsi investire dalle automobili furibonde nell’ora degli spaghetti. Oltre a una grande dovizia di opere d’arte, nel Centro Storico c’è anche una città di antichi negozi e bottoghe artigiane che purtroppo sta scomparendo per lasciare il posto a rumorosi locali diurni e notturni in parte gestiti dalla malavita. Uno scempio al quale non è stato posto nessun freno e che ha già deteriorato l’immagine della Capitale. Dunque i “barbari” sono fra noi e questa è la vera sciagura di Roma. Uno degli sport preferiti dai romani di elezione è quello di parlar male di Roma. Ammetto di essere stato anch’io in varie occasioni nella schiera dei detrattori di Roma non per odio, ma per un eccesso di amore. Un amore irrazionale, che tuttavia si ribella razionalmente agli scempi che troppo spesso offendono le pietre e gli uomini che alloggiano in questa città, vittime di una speculazione senza freni e di una moltitudine di burocrati clonati che fanno di tutto per rendere difficile la vita dei cittadini già oppressi dalla arroganza dei politici. 7 272 Dal cit. MALERBA, Città e dintorni..., pp. 35-36. 1.25. GIUSEPPE CULICCHIA 1.25.1. La cucina1 La mia cucina è Porta Palazzo. Ossia, come amano sottolineare i torinesi amanti dei primati2, il più grande mercato all’aperto d’Europa. Porta Palazzo in realtà si chiama Piazza della Repubblica. La porta, eretta nel Settecento per dare un ingresso monumentale al lato settentrionale della città, dopo la realizzazione dei progetti urbanistici di Filippo Juvarra3, non c’è più. L’hanno demolita all’inizio dell’Ottocento insieme con le mura e le fortificazioni [...]. Qui, negli anni intorno al 1820, si cominciarono a tenere i mercati delle erbe e delle carni. Poco dopo vennero costruiti i bassi fabbricati destinati a ospitare il mercato del pesce e quello alimentare. Poi, nel 1916, venne edificato il padiglione delle Officine Savigliano [...]. Se pensate che con le sue vie diritte e i suoi colori delicati Torino sia una città troppo nordica, e poco italiana nel senso di poco caotica e solare, Porta Palazzo sembra fatta apposta per farvi ricredere. Almeno nei giorni feriali. A Porta Palazzo, nei giorni feriali, ci si può mescolare alla folla che intasa i banchi del mercato e sentirsi un po’ a Palermo, malgrado l’assenza del mare e delle palme. Perché per il resto c’è tutto. Il rosso dei pomodori e dei peperoni. Il giallo dei limoni e delle banane. Il verde del basilico e della menta. Storditi dalle urla di fruttivendoli calabresi e siciliani coadiuvati da una manovalanza ormai pressoché interamente nordafricana, si viene risucchiati dal fragrante, caotico, smisurato labirinto a poche centinaia di metri dal Municipio cittadino. E, a seconda dei casi, ci si ritrova a vagare in grandi pescherie, o in minuscole macellerie islamiche. 1 Da GIUSEPPE CULICCHIA, Torino è casa mia, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 42-49. Come dichiara il titolo, il libro è strutturato sulla base di una felice metafora, quella della città-casa, per la quale singoli luoghi di Torino sono assimilati ai locali di un appartamento. Così il risvolto di copertina: «Oltre a essere la mia città, Torino è anche la mia casa. E come ogni casa contiene un ingresso, la stazione di Porta Nuova, una cucina, il mercato di Porta Palazzo, un bagno, il Po, e poi naturalmente il salotto di Piazza San Carlo, e quel terrazzo che è il Parco del Valentino, e il ripostiglio del Balon, e una quantità di altre cose e di altre storie». Culicchia, nato a Torino nel 1965, è una delle voci più interessanti dell’ultima leva di narratori italiani. Esordì nel 1990 con alcuni racconti inclusi nell’antologia Papergang-Under 25 III, curata da Pier Vittorio Tondelli, ai quali è seguìta una serie di romanzi aperta nel 1994 da Tutti giù per terra e proseguita da Bla Bla Bla (1997), Ambarabà (2000) e dal recente Il paese delle meraviglie (2004). Qui si propone il brano su Porta Palazzo, fruibile anche per un confronto con il pezzo sullo stesso soggetto di Guido Gozzano, Torino suburbana. La gran cuoca, antologizzato sopra. 2 Per Culicchia, che si dichiara «figlio di un siciliano arrivato a Torino in treno nell’ormai lontano 1946» (così a p. 24), questo culto dei primati della loro città è uno dei tratti distintivi dei torinesi, insieme con la proverbiale riservatezza e formalità nei rapporti sociali (a suo dire, i torinesi riescirebbero a darsi del lei persino con un semplice sguardo, senza aprir bocca). L’espressione «i torinesi amanti dei primati» non designa quelli che fra i torinesi amano i primati, ma va intesa nel senso che tutti i torinesi ne sono amanti: il participio presente esprime cioè una relativa appositiva, e non determinativa. 3 Cfr. supra, in nota a Un vergiliato sotto la neve di GUIDO GOZZANO. 273 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 274 «The shareef don’t like it, rockin’ the Casbah, rock the Casbah!»4: suonava così il ritornello di un successo estivo di poco più di vent’anni fa, quando a Torino uno se voleva una Casbah se la doveva per forza immaginare sulla scorta di quanto visto al cinema o in tivù nella Battaglia di Algeri5 o ne L’uomo che sapeva troppo6 o naturalmente in Casablanca7, oppure in Totò le Moko8. A Porta Palazzo, negli anni Cinquanta e seguenti, la domenica mattina si davano appuntamento gli immigrati del Sud, proprio come nelle piazze dei paesi d’origine. A Porta Palazzo, oggi, la domenica mattina si ritrovano i nuovi immigrati. Così ora a Torino una Casbah c’è, ed è lì: inebrianti profumi e inquietanti vicoli compresi. A Porta Palazzo da qualche anno c’è un imam che ogni tanto finisce sulle pagine dei giornali o in televisione, e c’è anche un hamman9. È da qui che sono partite le fiaccolate contro gli immigrati che spacciano soprattutto ‘fumo’ ed eroina in Corso Regina Margherita e nelle vie adiacenti: fiaccolate cui hanno partecipato i residenti del quartiere, ovvero gli immigrati di mezzo secolo fa, che però non sfilavano quando a Porta Palazzo come altrove, alle Vallette, a Mirafiori o in Via Barbaroux10, la manovalanza dello spaccio era calabro-siculo-campano-pugliese-lucana. Ed è qui che la Lega Nord ha portato i sacerdoti di Lefebvre11. Per riconsacrare il suolo di quella che i vecchi torinesi chiamavano ‘Porta Pila’. Il mercato dei contadini, a Porta Palazzo, è composto da quattro file di banchi di frutta e se ne sta sotto il padiglione che a me ricorda le vecchie Halles parigine fotografate da Atget12. E, trattandosi di un mercato, funziona proprio come Wall Street. Nel senso che le quotazioni di melanzane e zucchini scendono col calare della 4 È il ritornello (“Allo sceriffo non piace che si suoni il rock della Casbah”) di Rock the Casbah dei Clash (Joe Strummer & C.), dall’album Combat Rock (1982): una canzone che mescola sabbia, kefiah, Cadillac, jet fighters, petrolio, muezzin e altro ancora. 5 Film girato in stile documentaristico da Gillo Pontecorvo sulla sanguinosa battaglia del 1957 tra parà francesi e ribelli del fronte di Liberazione Nazionale algerino; vinse il Leone d’oro al Festival di Venezia del 1966. 6 Diretto da Alfred Hitchcock nel 1934. 7 È la celeberrima pellicola girata nel 1941 da Michael Curtiz e interpretata da Humphrey Bogart, Ingrid Bergman e Paul Henreid. 8 Film-commedia, diretto nel 1949 da Carlo Ludovico Bragaglia. Totò, squattrinato musicista napoletano, riceve in eredità da un cugino di Algeri un’intera banda: non però di musicisti, ma di criminali; e diventa così il boss della casbah. 9 L’hamman – o meglio hammam – è, nella cultura araba, l’edificio dei bagni pubblici. In origine destinato a usi cultuali, è talora annesso alla moschea. 10 Zone storiche d’insediamento, a Torino, per gli immigrati (e di cattiva fama per la criminalità e il degrado che vi sono diffusi). 11 Cioè i seguaci del vescovo tradizionalista francese Marcel Lefebvre (1905-1991), critico verso il rinnovamento liturgico, l’ecumenismo, la libertà religiosa, la collegialità episcopale promossi dal Concilio Vaticano II, sospeso a divinis nel 1976 e incorso nella scomunica per l’atto scismatico, compiuto nel 1988 (il primo dopo il Vaticano II), di ordinare quattro nuovi vescovi. 12 Eugène Atget, fotografo francese (1857-1927), le cui istantanee, prive di qualsiasi artificiosità tecnica o estetica, costituiscono un importante documento della vita parigina d’inizio Novecento. Nelle Halles centrales avevano luogo i mercati generali della capitale francese, trasferiti nel 1968 a Rungis. Oggi vi sorge il grande complesso commerciale Forum des Halles (1979). 274 domanda ovvero col passare delle ore, di modo che se uno va a fare la spesa intorno alla chiusura e cioè all’una del pomeriggio, quando la richiesta di melanzane e zucchini è sensibilmente calata rispetto alle ore precedenti, spunta prezzi molto più abbordabili. Dimenticavo: il mercato dei contadini di Porta Palazzo si chiama così perché contiene alcuni autentici contadini, provvisti di mani e di facce da contadini, segnate dal lavoro e dal sole. Volendo, ci si possono portare i figli in età scolare, così da fargli vedere che la frutta e la verdura non crescono spontaneamente sui banchi dei centri commerciali, e che i contadini esistono ancora pure da noi, e non solo in Laos e Cambogia dove si è stati in vacanza l’anno scorso tredici giorni undici notti tutto compreso. I prezzi del mercato dei contadini di Porta Palazzo restano tra i più competitivi in assoluto in città. Tuttavia, anche qui niente è più come prima dell’euro. E i tram che sferragliano e i clacson che strombazzano e le gomme che stridono e FORZA MASSAIE POMIDORI E MELENZANE UN EURO AL CHILO FORZA MASSAIE13 e le scavatrici che scavano e i martelli pneumatici che pneumomartellano e i portoni che cigolano e le porte che sbattono e i tacchi che ticchettano e i camion che rombano e CHI PISCI CHI PISCI CHI PISCI MA QUANT’È FRISCU ’STU PISCI UN BRANZINO SEI EURO FORZA14 e i televisori che rimbombano e gli autobus che frenano e le radio che strepitano e i vigili che fischiano e le moto che sgommano e le bici che filano e i campanelli che squillano e MOZZERELLE DI BUFALA FRESCHE DALLA PUGLIA PREGO SIGNORA ASSAGGI QUESTO GRANA15 e gli operai che vociano e le gru che gruano e gli scalpelli che scalpellano e i trapani che trapanano e le cazzuole che cazzuolano e i vetri che tremano e le sirene che suonano e i cani che abbaiano e le obliteratrici che obliterano e la saracinesche che calano e i tombini che inghiottono e i cellulari che trillano e FORZA MADAMINE ARANCE DI SICILIA APPENA ARRIVATE ESPRESSE DA BAGHERIA FORZA e.16 Ecco com’è, Porta Palazzo. [...] La bellezza del mercato tocca forse il suo apice al momento della chiusura, quando sulla piazza non resta che un mare di rifiuti. La visione di questa distesa di sacchetti di carta, borse di plastica, cassette di legno, scatole per scarpe, fogli di giornale, brandelli di pesce, resti di frutta, avanzi di verdura, con i mezzi dell’Azienda Municipale Raccolta Rifiuti che innaffiano il selciato e quei due o tre anziani male in arnese che curvi sull’asfalto setacciano i rifiuti, ha la potenza di un dipinto di 13 Le parole riportate dall’autore in maiuscoletto sono quelle con cui i venditori esortano all’acquisto. Si osservi la forma «melenzane», con assimilazione vocalica che riproduce la pronuncia semicolta (sempre che la -e- non segnali invece un plurale indotto dall’etimologia popolare: melenzane < mele insane). 14 “Che pesce, che pesce! Ma quant’è fresco questo pesce!”. Il vocalismo limitato a tre soli elementi (i, a, u) è proprio del siciliano. Si osservi la strategia ‘bilingue’ del pescivendolo, che adibisce il dialetto all’esclamazione colorita e la lingua all’informazione più neutra: ed è infatti in italiano il séguito («un branzino sei euro forza»), che s’immagina pronunciato a voce più bassa rispetto al richiamo in dialetto. Si noti altresì la funzione espressiva dell’asindeto, estesa non soltanto ai ‘richiami’ dei venditori, ma a tutto il passo, a produrre un effetto di concitazione, varietà e simultaneità. 15 Per la forma assimilata «mozzerelle», cfr. quanto si è osservato supra, alla nota 13, a proposito dell’analogo «melenzane». 16 Si osservi, dopo la copulativa e, come l’uso del punto, anziché dei puntini di sospensione, produca un effetto di improvvisa cesura di un continuum testuale: una sorta di taglio che rafforza l’impressione di protraibilità ad infinitum della descrizione. 275 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 276 Hieronymus Bosch17 rifatto da un iperrealista americano, chessò, Artschwager18. Ma si può dire che Porta Palazzo non chiude mai: perché quasi non si fa in tempo a sgombrarla dalla spazzatura che è già ora di rimontare, in piena notte, i banchi del mercato. Anche in questo caso, nessuno nella manovalanza ha passaporto italiano [...]. Restano spettacolari, nelle domeniche d’estate a Porta Palazzo, le aste per la vendita delle angurie, con i venditori a forma d’anguria pure loro che dai rispettivi camion scaldano gli animi degli astanti aiutandosi col microfono, odierno succedaneo del megafono e prima ancora del tamburo. Così come spettacolare è durante tutto l’anno il negozio di sementi di fianco al mercato del pesce, dove si trova ogni genere di legume e di riso e di farina, compresa quella per il couscous. Uno spettacolo a parte è la Galleria Umberto I, che prende il via nelle stradine dietro il mercato dirette verso il Duomo e sbuca inaspettata proprio su Piazza della Repubblica: ricoperta di vetro e acciaio, contiene alcuni negozi un po’ fuori dal tempo, una farmacia e alcuni laboratori. In uno dei due bar che si aprono sotto le sue volte, Gianni Amelio ha girato parte del suo Così ridevano19. I gestori del locale venivano da Trapani e avevano conservato il loro accento siciliano, e quel posto, che aveva conservato nel tempo gli arredi originali, era uno dei pochi pezzi superstiti della Torino degli anni Cinquanta, ancora frequentato dai vecchi habitué del quartiere. Poi il nuovo che imperterrito continua ad avanzare è avanzato fin qui: e del vecchio bar, oggi ristrutturato secondo criteri strettamente modaioli20, non resta che il ricordo21. 1.25.2. Il ripostiglio22 Il ripostiglio è vicino all’ingresso, proprio dietro Porta Palazzo. Si chiama Balon e ci si trova di tutto: è il nostro mercato delle pulci dal 1856, anno della relativa delibera comunale che autorizzava nell’area tra Piazza della Repubblica e il fiume Dora il commercio dei ferrivecchi. Il nome deriva secondo alcuni dalla mon- 17 È il celebre pittore fiammingo (1450 c.a -1516 c.a). Richard Artschwager (n. 1923), uno dei capiscuola della pittura americana contemporanea. 19 Il film (1998), ambientato nella Torino degli anni Cinquanta, è incentrato sulla difficile realtà dell’emigrazione vista attraverso il rapporto di due fratelli, Giovanni e Pietro. Gianni Amelio, nato nel 1945 a Magisano (Cz), è fra i nostri maggiori registi e sceneggiatori. 20 Malgrado le contrarie apparenze, questo derivato di moda, con suffisso peggiorativo -[u]olo, è attestato come di uso letterario nel cit. Grande Dizionario del BATTAGLIA (X, p. 639, s. v.), che riporta un esempio da Papini e dà la seguente definizione: «Chi segue la moda del momento (in partic. letteraria) per posa, per vezzo o, anche, per opportunismo». L’uso sostantivale del termine, l’unico registrato dal Battaglia, sembra oggi minoritario rispetto a quello aggettivale, attestato dal brano di Culicchia. 21 Questa sensibilità per un certo ‘modernariato’ minacciato di scomparsa emerge in più luoghi in Torino è casa mia. 18 22 Dal cit. Torino è casa mia, pp. 98-104. Per un altro brano sul tema del mercatino delle pulci, si rimanda a Carabattole a Porta Ludovica di Carlo Emilio Gadda. 276 golfiera che un giorno decollò da quest’angolo di Torino, secondo altri dal gioco del pallone che nel Settecento si praticava in un locale sferisterio23. Il Balon si tiene tutti i sabati in Via Borgo Dora e nelle strade e piazze limitrofe, mentre la seconda domenica del mese ha luogo il Gran Balon, mostra-mercato antiquaria. In ogni caso, a qualsiasi ora deciderete di andarci troverete chi vi informerà che non avreste dovuto arrivare così tardi, perché «i pezzi buoni se ne sono già andati», inesorabilmente. Quale che sia l’orario di arrivo, ad ogni modo, il Balon vale sempre la pena di essere visitato, annusato, toccato, assaggiato, ascoltato: specie se non si è alla ricerca di nulla, cosa che permette di apprezzare tutto. Con il passare dei decenni il Balon è rimasto se stesso e allo stesso tempo è anche molto cambiato. Anni fa, per esempio, è comparso un settore dedicato alla cucina araba, profumato di menta e di kebab, ed echeggiante di raga. Poco dopo, per lunghi mesi, al Balon si è parlato polacco, e prima che prevalessero le dure leggi della concorrenza è stato possibile portarsi a casa orologi a muro fabbricati per i sottomarini sovietici e matrioske e cimeli della Russia comunista e della Germania nazista, a testimonianza dell’enorme sfortuna polacca di ritrovarsi in mezzo a due paesi tanto ingombranti. Sparsi qua e là, di tanto in tanto spuntano anche dei nomadi di provenienza balcanica, che tra loro parlano in dialetto Rom, una lingua indecifrabile e vagamente slava. Non si capisce bene in che cosa commercino, ma se sono al Balon in qualche cosa commerciano. La parte più esotica del mercato, però, è quella occupata dagli espositori storici, quelli che al Balon ci sono sempre stati e sempre rimarranno [...]. Questi personaggi al Balon vendono in assoluto le cose più incredibili. Vecchi pattini a rotelle con tre rotelle al posto di quattro; bulloni arrugginiti; tacchi senza scarpe; cerniere rotte; lucchetti privi di chiave; cavatappi a cui manca la punta; pedali di bicicletta; forcine per capelli; settimane enigmistiche già compilate; filmini porno in superotto24; pile scariche; guanti da monco (nel senso che di guanto ce n’è uno solo); tappi di bottiglia; dentiere; occhi di vetro; apparecchi acustici; macchine per scrivere senza le vocali; abbonamenti del tram per l’anno 1982; vecchie tesi di laurea in Agraria, Filosofia o Scienze Politiche; nastri dei Pooh; quarantacinque giri di Pupo; cataloghi Vestro e Postalmarket autunno-inverno 1979; copie usate di «Le Ore»; ciabatte infradito di plastica numero 52; bottoni foderati di stoffa nera di quelli che in Sicilia si portano cuciti al bavero della giacca per mostrare di essere in lutto; pennarelli consumati dall’uso; palline da ping-pong finite sotto le ruote di un camion; album delle figurine Panini del campionato di calcio 1973-74 con le foto di Chinaglia, Wilson e Re Cecconi25; magliette con la faccia di Nino D’Angelo (stampate prima che diventasse ‘di culto’), e le classiche bici rubate che al Balon tradizionalmente vanno a ruba. Chi passa tra simili reperti archeologici del nostro recente passato, allineati o semplicemente buttati su pezzi di stoffa o di cartone, inevitabilmente si domanda a quale tipo di consumatore possano mai interessare: eppure tale mercanzia continua a intasare il Balon, sabato dopo sabato, cosa che non avrebbe ragione di accadere in assenza di compratori. 23 Balôn (pron. balùn) significa infatti, in piemontese, ‘pallone’. Il superotto – trattandosi ormai di ‘modernariato’ converrà precisarlo – è (o meglio era) un formato di pellicola cinematografica a passo ridotto usata fino all’avvento della videocamera, così chiamata perché larga otto millimetri. 25 Sono tre giocatori storici della Lazio, la squadra vincitrice del Campionato di calcio di quell’anno. 24 277 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 278 [...] I muri delle case intorno al mercato, come succede un poco dappertutto nel resto della città, [...] sono coperti di graffiti, talvolta di evidente significato politico, talaltra difficilmente comprensibili. Seminascosto in una viuzza secondaria, uno di essi è in assoluto quello che suscita nel lettore di passaggio la più immediata e sincera solidarietà: si tratta di un graffito contro i vandali che deturpano le strade di Torino in maniera sistematica e quotidiana, il più delle volte senza che le forze dell’ordine intervengano in qualche modo a fermare lo scempio perpetrato da codesta fascia di asociali postisi al di fuori delle regole del vivere civile. Riporto fedelmente: PORTATE A CAGARE I VOSTRI CANI DA UN’ALTRA PARTE. SE I VOSTRI CANI CAGHERANNO SOTTO LE MIE FINESTRE IO VERRÒ A CAGARE DAVANTI ALLE VOSTRE PORTE. Tra i prodotti tipici del Balon, i borseggiatori nordafricani specializzati nel furto di telefoni cellulari, più un tot di tipi sempre nordafricani che quando gli passi vicino ti sibilano: «Vuoi fumo amico?»26, e tutte le volte ti domandi come fanno a sapere che non sei un poliziotto in borghese di quelli che non hanno l’aria di essere poliziotti in borghese (ma ne esistono?). Il Balon appartiene alla categoria dei ‘luoghi mitici della città di Torino’, nonché a quella dei ‘luoghi mitici della città di Torino poi diventati luoghi letterari e poi cinematografici’: grazie al romanzo La donna della domenica di Fruttero e Lucentini27, interpretato sul grande schermo da Marcello Mastroianni e Jacqueline Bisset28. Va detto che anche i prezzi del Balon, specie quelli del settore rigattieri e antiquari, non sono decisamente più quelli di una volta. Almeno in questo caso, a prescindere dall’euro. Ne consegue che al Balon è oggi più che mai necessario ‘contrattare’, ovvero cercare di spuntare un prezzo migliore rispetto a quello che vi viene proposto. Fateci caso: se pagate il prezzo che vi chiedono senza tentare di ottenere un ribasso o uno sconto, quando vi allontanate scuotono il capo delusi. Se in visita a Torino decidete di andare al Balon, tenete d’occhio quel tizio che sembra seguirvi. Non sembra. Vi segue sul serio. E non lo fa perché è innamorato di voi. [...] Diretti verso il mercato del Balon il sabato mattina, molti torinesi si fermano in Piazza della Consolata, in modo da fare colazione al Bicerin. Al Bicerin, aperto nel 1763 e frequentato da Nietzsche29, Rousseau30 e forse anche Napoleone o almeno i suoi ufficiali, si entra sperando di trovare un tavolino libero. Il locale contiene otto 26 Si noti anche qui come l’assenza della punteggiatura – nella fattispecie, la virgola dopo «fumo» – riesca a riprodurre con efficacia l’effetto della pronuncia straniera. 27 È una delle fortunate opere narrative (1972) nate dalla collaborazione del torinese Carlo Fruttero (n. 1926) e del romano Franco Lucentini (1920-2002). Insieme con A che punto è la notte (1979) forma un dittico di gialli non convenzionali, alla maniera della ‘ditta’ letteraria Fruttero & Lucentini, che ci consegna una riuscita rappresentazione della Torino odierna in tutte le sue contraddizioni. Nella Donna della domenica, il commissario Santamaria, romano ma in forza presso la Questura di Torino, indaga sul delitto di un ingegnere omosessuale, scoprendo via via la corruzione della borghesia torinese. 28 Il film La donna della domenica (1975), diretto da Luigi Comencini, fu interpretato, oltre che da Mastroianni (nei panni del commissario Santamaria) e dalla Bisset, da Jean-Louis Trintignan e Aldo Reggiani. 29 Il celebre filosofo tedesco (1844-1900) fu a lungo a Torino, dove scrisse alcune fra le sue opere più importanti e, nel 1889, gli sopraggiunse quella crisi di follia dalla quale non si riprese più. 30 Cfr. il brano Superga di GUIDO GOZZANO. 278 tavolini, e il sabato mattina occorre recarvisi non troppo tardi per poterne occupare uno. Sedersi al Bicerin è uno dei grandi momenti della vita: il soffitto basso, i tappeti rossi, le pareti di legno chiaro, il pavimento consumato dai passi dei clienti, le scatole di krumiri31 dietro le vetrine, la macchina del caffè enorme sul piccolo banco, la porta che dà sul laboratorio dove la cioccolata cuoce per quattro ore prima di essere pronta per un ‘bicerin’, la bevanda al caffè, crema e cioccolata tipica di Torino, tutto complotta insomma a favore del fatto che la giornata cominci, grazie al semplice gesto di varcare la soglia di questo locale, in modo perfetto. Data la vicinanza con tutta una serie di istituzioni ecclesiastiche, il Bicerin è frequentato anche da membri di tali istituzioni. E mentre seduti guardate di fronte a voi l’esile suorina che sorseggia la sua divina mistura, non potete fare a meno di chiedervi se più tardi, al cospetto del suo confessore, la Sposa del Signore ammetterà di avere commesso un simile peccato. Peccato che, contrariamente alle apparenze, non è un semplice peccato di gola. Fermarsi al Bicerin in Piazza della Consolata a bere un ‘bicerin’, anche se in piedi, ha a che fare non con la gola ma con la lussuria. Quante esili suorine commettono peccati di lussuria, recandosi al Bicerin? Impossibile saperlo, ma se nei pressi della piazza ne incrociate una i cui occhi bruciano con la fiamma della passione, allora state sicuri: sotto quel severo velo color della notte arde il corpo di una donna. Anche perché il ‘bicerin’ viene servito caldo, e se lo si manda giù d’un fiato, magari con l’intento di non indugiare nel peccato, ci si ustiona le tonsille e da lì in giù tutto l’apparato digerente. Anni fa un americano propose alle signore che gestiscono il Bicerin di smontare il locale e rimontarlo ‘tale quale’ a Manhattan. Le signore, eroiche, lo hanno mandato come usa dire ‘a stendere’.32 [...] 31 Biscotti a forma di mezzaluna tipici di Casale Monferrato e di Moncalvo d’Asti in Piemonte. Cioè “al diavolo, a quel paese”. L’espressione, diffusa soprattutto in Piemonte e di uso colloquiale, non è registrata nel cit. Grande Dizionario del BATTAGLIA. 32 279 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 280 1.26. ALDO NOVE 1.26.1. La dattilografa di luce1 Essendo questa una sorta di “guida” a Milano, presumo che debba smetterla con i ricordi personali e parlare di Milano oggi. Sempre tenendo presente la provvisorietà di questo oggi, in questo momento che non è quasi mai dato. Prima, però, ho bisogno di condividere con chi legge un altro ricordo, troppo potente nell’immaginario mio ma di chiunque abbia visitato o visiterà (o non vedrà affatto, ma in qualche modo la penserà, essendo ormai immaginario collettivo mondiale) piazza Duomo. [...] Anche nel paradosso della sua mai data attualità (più che altro, il Duomo è sempre impacchettato, un giorno lo si potrà vedere tutto, ma alla vista ne manca un pezzo sempre; mentre scrivo, agli inizi del 2004, all’angolo con via dei Mercanti, quando ci si affaccia alla piazza, si possono sentire i commenti di delusione di chi arriva, magari dal Giappone, molto spesso dal Giappone, e si trova davanti a un cubo grigio di impalcature, in cima al quale si vede la Madonnina). In piazza Duomo ci sono andato nel 1974. Mio padre era una fanatico di presepi (esistono anche i fanatici di presepi) e in piazza Duomo c’era, e c’è tutt’ora2, la tradizione di allestire a Natale grossi presepi. Io da bambino sapevo che c’era questa piazza famosa in tutto il mondo e che era il cuore di Milano che era il cuore della Lombardia. Ci siamo arrivati in metropolitana e per tutto il tragitto pensavo come sarà, questa piazza Duomo. Era dicembre, aveva appena nevicato e faceva freddo. Un freddo pungente. Un freddo immediatamente svanito di fronte a uno degli spettacoli più belli che avessi visto nella mia vita. 1 Da A. NOVE, Milano non è Milano, Roma-Bari, Laterza, 2004, pp. 22-24. Così il risvolto di copertina, tratto dal capitoletto finale, Millenni (p. 144), che è tra l’altro uno specimen rappresentativo dello stile inciso, sintatticamente franto e slombato di Nove: «Milano è come la punta di un iceberg. Sotto, immensa, c’è la sua storia. Ogni tanto un’onda ne scopre un frammento, prima che le acque, nell’opera di corrosione inarrestabile che questa città si è proposta per esistere sempre presente a se stessa, nel presente, lo riportino sotto. Millenni underground. Per conoscerla, bisogna avere la pazienza di ascoltarla. Con lo stetoscopio. Come pulsa dentro. Bisogna saperla sentire. Suo malgrado. Dove rivela la sua memoria. Diceva Nietzsche che la vitalità non trae giovamento dalla storia. Chi vive, se vuole andare avanti, deve dimenticare. Il suo passato. E Milano si dimentica, si trasforma. Per sopravvivere a se stessa». Aldo Nove, nato nel 1967 a Viggiù, è fra le voci più originali della poesia e della narrativa contemporanea italiana. Di lui si ricordano i racconti di Woobinda e altre storie senza lieto fine (ora in Superwoobinda, Torino, Einaudi, 20023) e i romanzi Puerto Plata Market (1997), Amore mio infinito (2000), La più grande balena morta della Lombardia (2004), tutti editi da Einaudi. Nel 2001, con Raul Montanari e Tiziano Scarpa, ha pubblicato la silloge Covers. Nelle galassie oggi come oggi (Collana bianca di poesia Einaudi). Intensa anche l’attività come sceneggiatore e pubblicista. Ricche notizie bio-bibliografiche nel suo sito ufficiale, <www.aldonove.com>. 2 Nove usa la grafia etimologica dell’avverbio (< tutta ora), decisamente minoritaria, oggi, rispetto all’invalsa forma sintetica, tuttora. 280 281 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 282 Nella mia vita, nel 1974, avevo già visto: 1) I campi innevati della Svizzera. 2) Mia madre. 3) Una cosina che mi aveva fatto vedere mia cugina in cantina che da lì a pochi anni avrei capito essere molto importante per la vita umana. 4) Il parroco di Viggiù ubriaco. 5) Bobby Solo (dal vivo). 6) Gli gnu (alla tele). 7) I biscotti Colussi. e un sacco di altre cose, ma nessuna bella come quella. Che ho visto quella volta. Che ero in piazza Duomo. E non c’entrava niente con il Duomo. Ma era dall’altra parte della piazza. Dove in un trionfo di luci al neon una dattilografa di luce batteva a macchina. Come di fronte a un videogioco grande due volte una casa normale. Una donna gigante di luce. In una città su una parete di luce. Decine di pubblicità. Un bombardamento di colori. Il Duomo, la chiesa, dall’altra parte, non l’avevo proprio visto. Il neon, il suo freddo calore sospeso là in alto, vivo, si fondeva con l’inverno, come un fuoco immaginifico, quello delle fiabe di quando tutto era di fòrmica, la plastica trionfava.3 Di quel tripudio di pubblicità, di quella stenografa che per decenni ha riempito piazza Duomo, si trova traccia in Miracolo a Milano4, dove i barboni protagonisti della favola neorealista, stagliandosi in bicicletta nel cielo della metropoli, quasi la sfiorano, come una divinità del consumismo nella sua età dell’oro, un’Atlantide aerea del sogno di comprare tante cose. Ne parla anche Elio Pagliarani, nel più vivido ritratto della Milano degli anni Cinquanta, nella sua Ragazza Carla, spostando appena la prospettiva, per dire cosa è stata per decenni quella piazza, il tripudio dell’entusiasmo del lavoro, la sua velenosa scia colorata, la promessa di ricchezza, nella sua frettolosità luminescente, da guardare con gli occhi rivolti verso l’alto: All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo I segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche Mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo Fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto, Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro Un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente Cento targhe d’ottone come quella 3 Il capitolo precedente di Milano non è Milano s’intitola Le prodigiose sorti del Moplen, pp. 16-21. È il celeberrimo film diretto da Vittorio De Sica. Tratto da Totò il buono di Cesare Zavattini, vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 1951. 4 282 TRANSOCEAN LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY Le nove di mattina al 3 febbraio.5 1.26.2. Intervallo numero uno. “De magnalibus Mediolani”6 Facciamo un salto indietro di ottocento anni, otto secoli prima che McDonald’s invadesse Milano, prima che il signor Fasulo si schiantasse contro il Pirellone7. Bonvesin de la Riva era un maestro di grammatica nato verso la metà del Duecento e morto nel 1313. Si chiamava così perché “la riva” era la ripa di Porta Ticinese, il quartiere di Milano dove abitava e insegnava. Bonvesin lo si studia, a volte, nelle scuole superiori e se ne cita la sua vividissima descrizione dell’inferno, un luogo puzzolentissimo dove i diavoli mestolano nei pentoloni i peccatori e se li mangiano8. Ma oltre a questa visionaria descrizione pulp del tenebroso aldilà, Bonvesin de la Riva ci ha consegnato un’opera fondamentale per farci un’idea di come vedesse Milano un erudito di ottocento anni fa: il De magnalibus Mediolani (Le meraviglie di Milano), che riassumeremo qui in parte. Milano, ci racconta Bonvesin, è una città meravigliosa, ma i milanesi (già allora) hanno troppa fretta e non se ne accorgono. Milano è la città più bella d’Italia. È come il Sole tra i corpi celesti. Secondo Bonvesin, questo dimostra che il papa dovrebbe stare a Milano, e non a Roma, perché Milano è più importante di Roma. Roma è un grande pianeta. Milano è una stella. La più grande. 5 Il poemetto d’impronta ‘sperimentale’ La ragazza Carla uscì nel 1960, sul n. 2 del «Menabò», e due anni dopo in volume con altre poesie. L’autore, Elio Pagliarani (n. 1927), è stato uno degli esponenti più rappresentativi della neoavanguardia. Incluso nella storica antologia dei Novissimi, fece parte del Gruppo ’63. 6 Sempre da A. NOVE, Milano non è Milano, Roma-Bari, Laterza, 2004, pp. 55-62. Inevitabile la lettura preventiva del primo brano qui antologizzato, che è appunto tratto dai De magnalibus Mediolani di Bonvesin de la Riva. 7 Allude a un fatto verificatosi il 18 aprile 2002 a Milano: un velivolo privato, guidato dal sessantasettenne italo-svizzero Luigi Fasulo, si schiantò – per imperizia del pilota, stando alle risultanze delle indagini – contro il grattacielo Pirelli, sede della Regione Lombardia, con una dinamica che per analogia fece subito pensare all’attentato terroristico dell’11 settembre precedente alle Torri Gemelle di New York. 8 Nove si riferisce a un’altra opera di Bonvesin, il Libro delle tre scritture, composto in quartine monorime di alessandrini prima del 1274 ma edito criticamente solo nel 1901. L’inferno vi è descritto nella prima delle tre scripturae, la nigra (‘nera’), mentre la seconda – la rubra, ‘rossa’ – è sulla Passione di Cristo e la terza – la aurea – sul Paradiso. 283 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 284 Così diceva Bonvesin. Perché? Perché non ha paludi fetide e schifose, ma limpidi fiumi, e acque molto buone da bere, saporite e leggere. Le acque di Milano sono meglio del vino. Bonvesin era fissato, con l’acqua. Ma a quei tempi era normale, perché le reti idriche erano messe malissimo. Il clima, dice poi Bonvesin, a Milano, è temperato tutto l’anno, e fino a mezzanotte non fa mai freddo. A Milano, le persone muoiono molto vecchie. Le strade sono larghe. I palazzi sono belli. Le case sono numerose e tutte attaccate. Le case sono circa dodicimilacinquecento. La città è rotonda, e al centro c’è una corte con un bellissimo palazzo. La città è cinta di mura e ha sei porte. Ogni porta ha due torri. Ci sono duecento chiese e quattrocentottanta altari. Ci sono centoventi campanili e duecento campane. Chi sale sulle torre del palazzo al centro della città vede dei bellissimi paesi, tra i quali Monza. Oltre a Monza ci sono altri centocinquanta paesi che circondano Milano, e sono tutti belli. Ci sono tante cascine, fiumi, eremi, frutteti. Chi visita Milano e i suoi dintorni, dice Bonvesin, “anche girando il mondo intero non troverà mai un simile paradiso di delizie”. I milanesi maschi e femmine sorridono sempre e non ingannano. Vivono con decoro e si vestono bene. Sono molto religiosi. La popolazione si espande in continuazione, perché l’acqua è buona. I malati possono andare negli ospedali, che in città sono dieci e in periferia quindici. Tutti i malati poveri vengono curati gratis. Ci sono quattrocento frati che vivono di elemosina. Diecimila preti. Centoventi giudici. Millecinquecento notai. Sei trombettieri. Ventotto medici. Centocinquanta chirurghi. Otto professori di grammatica. Centocinquanta cantanti. Settanta maestri. Seicento fornai. Mille mercanti. Quattrocentocinquanta macellai. Quattrocento pescatori. Trenta fabbricanti di campanelle per cavallo. Cento nobili che vanno a caccia di falconi. Più di cento fabbricanti di corazze per soldati. 284 Duemila morti sepolti in tombe di marmo o di selce. Milano, continua Bonvesin, produce ceci, fagioli, grano, segale, miglio, lenticchie, rape, ciliegie aspre, ciliegie dolci, prugne bianche, prugne rossicce, fichi grossi e nocciole piccole adatte alle donne, pesche, pere, pomodori, castagne, bietole, lattuga, sedano, prezzemolo, finocchio, zucche, trifogli, viole, rose. Ci sono buoi, pecore, capre, cavalli, muli, asini. Alberi, fave, olio, pane, vino, carne, galline, pavoni, fagiani, cani, allodole, merli, arieti, anatre, miele, ricotte, latte, gamberi, pesci grossi appetitosi, lino, seta, pepe, sale. Quattro volte all’anno ci sono i mercati generali. Due volte alla settimana i mercati di rione. Nessuno sta mai fermo. C’è tanto da fare. Gli uomini corrono di qua e di là. Le donne sposate corrono di qua e di là. Le donne vergini corrono di qua e di là. I fanciulli corrono di qua e di là. La città è piena di corpi di santi e beati martoriati9 custoditi nelle chiese. La città è stata fondata dai Galli, nel Cinquecentodue avanti Cristo. Viene assalita molte volte ma resiste. Nel Quattrocentocinquanta viene assalita da Attila e viene distrutta. Viene ricostruita (1). Viene di nuovo distrutta nel Quattrocentosessantacinque. Viene ricostruita (2). Viene di nuovo distrutta nel Quattrocentosettantanove. Viene ricostruita (3). Viene di nuovo distrutta nel Settecentosei. Viene ricostruita (4). Viene di nuovo distrutta nel Milleuno. Viene ricostruita (5). Viene di nuovo distrutta nel Millecentosettantasei. Viene ricostruita (6). E così via. Intorno al Milleduecento in città c’era un uomo, Uberto della Croce, che salendo le scale era in grado di portare in braccio due asini, mangiava come quattro uomini, almeno trentadue uova alla volta, ed ebbe una figlia che quando saliva le scale era in grado di portare un otre di due quintali di vino. C’era un beato, Calimero, che fu prima accecato, poi flagellato, poi condannato all’esilio, poi buttato in un pozzo con i piedi in alto. C’era un uomo, Guglielmo della Pusterla, che superava tutte le persone del 9 “Martirizzati”. 285 impaginato 19-10-2005 15:58 Pagina 286 mondo per la sua saggezza, e intuiva di tutto. Questo, ci racconta Bonvesin, c’era a Milano intorno al Milleduecento. lo studioso, perché a Milano si lavora e prega, e non si sta a naso all’aria a vedere i palazzi. Le mura della10 città sono dipinte, e anche le porte. Ci sono scudi bianchi con leoni dipinti in nero, quadrati bianchi e rossi, bisce che trangugiano saraceni rossi. Così, nel 1288. Meno di cent’anni prima che Milano celebrasse la propria grandezza iniziando a costruire il Duomo. [...] Roma è capitale d’Italia e della Chiesa per sbaglio. Bonvesin dice che l’apostolo Barnaba11, quattro anni prima che Pietro diventasse papa di Roma, venne eletto vescovo di Milano, e quindi, per cronologia, Milano viene prima di Roma e dovrebbe essere città santa. Anche perché a Milano c’è stato sant’Ambrogio, dodicesimo archipontefice, patrono della città, superiore a tutti in nobiltà e in virtù a chiunque. Ambrogio compilò il codice ambrosiano, quello milanese appunto, ventidue anni prima di quello romano e quindi a maggior ragione, per ulteriori motivi cronologici, Milano dovrebbe prevalere su Roma. Questa sezione del libro è una delle più oscure e affascinanti. Una sorta di protoleghismo cattolico che anticipa, in forme diverse, una propensione, divenuta movimento politico organizzato negli anni Ottanta dello scorso secolo, a rivendicare Milano come città superiore a tutte le altre. Nel leghismo dello scorso secolo le motivazioni diventano però non più religiose ma economiche. Comunque, chiude Bonvesin, Milano è una città meravigliosa per sei motivi inconfutabili, e li elenca così alla fine del suo trattato: 1) Nessuno al mondo può affermare a ragion veduta che l’acqua di Milano non è buonissima e particolarmente adatta all’agricoltura. 2) In nessuna città come Milano c’è un così alto numero di religiosi che si segnalano per onestà. 3) Solo a Milano ci sono dei giudici sapienti e imparziali in una quantità così rilevante. 4) A Milano c’è un rito religioso e un carnevale diverso rispetto a tutte le altre città italiane, Roma compresa e specialmente.12 5) I vescovi, a Milano, sono eccezionali. 6) Pur essendo stata distrutta in continuazione, si è sempre ricostruita proclamando la propria fedeltà alla Chiesa. I difetti, invece, sono: 1) Milano viene troppo spesso invasa e distrutta dai barbari, e poi bisogna ricostruirla da capo. 2) Non c’è un porto che permetta ai milanesi di arrivare direttamente al mare, o un sistema per congiungere i Navigli con il mar ligure. Milano, lamenta infine Bonvesin, è poco visitata dai turisti. Ma questo, afferma 10 Nell’edizione da cui si cita, si legge l’erroneo «delle». Barnaba, uno dei primi apostoli, compagno di san Pietro a Roma, si sarebbe recato a Milano nel 53 d.C., predicando il Vangelo e lasciandovi un arcivescovo. 12 È il rito ambrosiano, ancor oggi praticato nella diocesi di Milano. 11 286 287