SAGGI E RICERCHE
DEL DIPARTIMENTO DI SCIENZE STORICO-SOCIALI,
FILOSOFICHE E DELLA FORMAZIONE
DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SIENA

Direttore
Mariano B
Comitato scientifico
Maria Luisa M
Renzo S
Francesco S
SAGGI E RICERCHE
DEL DIPARTIMENTO DI SCIENZE STORICO-SOCIALI,
FILOSOFICHE E DELLA FORMAZIONE
DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SIENA
La collana è dedicata alla presentazione dei risultati delle ricerche dei
membri del Dipartimento di Scienze Storico–Sociali, Filosofiche e
della Formazione dell’Università degli Studi di Siena. Vi sono pubblicati, inoltre, gli atti di seminari, incontri e convegni organizzati dal
medesimo dipartimento. I temi e i problemi trattati riguardano le
scienze storico–sociali, l’ampio spettro della filosofia e l’ambito della
formazione.
Il volume è stato pubblicato con il contributo fondi di ricerca dell’Università degli
Studi di Siena.
Tutti i volumi pubblicati nella collana sono sottoposti a un processo di peer review
che ne attesta la validità scientifica.
Risorgimento e Antirisorgimento
Garibaldi ad Arezzo fra cronaca e storia
a cura di
Alessandro Garofoli
Prefazione di
Paolo Bagnoli
Contributi di
Luigi Armandi
Giovanni Galli
Alessandro Garofoli
Roberto G. Salvadori
Copyright © MMXII
ARACNE editrice S.r.l.
www.aracneeditrice.it
[email protected]
via Raffaele Garofalo, /A–B
 Roma
() 
 ----
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
Non sono assolutamente consentite le fotocopie
senza il permesso scritto dell’Editore.
I edizione: luglio 
Indice

Prefazione
Paolo Bagnoli

Il cittadino del mondo
Alessandro Garofoli

Risorgimento e Antirisorgimento. Il caso di Arezzo ()
Roberto G. Salvadori

 “Accolto con quell’affetto e quell’entusiasmo con cui si
festeggia un Garibaldi”
Alessandro Garofoli

Garibaldini e tradizione garibaldina in Arezzo: –
Giovanni Galli

Per un repertorio dei Garibaldini aretini. Le camicie rosse
nelle Campagne per l’Indipendenza italiana
Luigi Armandi

Note sugli Autori

Indice dei nomi di persona

Risorgimento e Antirisorgimento
ISBN 978-88-548-5031-6
DOI 10.4399/97888548503161
pag. 9–10 (luglio 2012)
Prefazione
P B
Uno dei meriti delle celebrazioni del ° anniversario dell’Unità nazionale è stato sicuramente quello di aver provocato un risveglio di
natura storica a livello locale ed è in questo clima che si colloca il presente volume che parla di Giuseppe Garibaldi e Arezzo egregiamente
curato da Alessandro Garofoli.
Ora, a onor del vero, non c’era sicuramente necessità della ricorrenza per rinnovare l’interesse per Garibaldi la cui figura, nel corso
dei secoli, non è mai passata dalla gloria al dimenticatoio della storia
nazionale essendo, di per se stessa, quasi un elemento unificante la
vicenda complessiva del nostro Paese dal Risorgimento fino alla Resistenza, ma anche nell’Italia democratica l’attenzione per Garibaldi
è stata sempre viva e continua tanto che, considerate le targhe e i
monumenti sparsi in tutta Italia, si può dire che la sua memoria ha
accompagnato i centri e le periferie del nostro Paese. E, di pari passo,
si è venuta arricchendo la pubblicistica e la ricerca storiografica sul
Generale la cui bibliografia dedicatagli è veramente sterminata.
Oggi si arricchisce di un nuovo testo nel quale Garibaldi è rivisitato
in relazione alla città di Arezzo che con il processo unitario ebbe
un rapporto complesso e controverso di cui il volume analizza le
specificità, i contesti e le relazioni mettendo bene in mostra come, tra
la città e il generale, sia rimasto per tanti anni aperto una specie di
contenzioso successivamente riscattato anche se, come avviene in casi
del genere, si possono trovare massicce porzioni di retorica che, però,
vanno anch’esse contestualizzate e questo volume lo fa con piglio di
argomentazione storiografica certa e meditate connessioni dovute alla
temperie della stagione politica del momento.
Così, intorno allo specifico della tematica cui il libro è dedicato,
emerge tutto un contesto storico–territoriale di grande interesse perché gli studi concorrono ad arricchire la storia stessa della città. Non


Paolo Bagnoli
si tratta, insomma, di un libro che affoga nelle spire del patriottismo,
bensì di uno studio che, nell’evidenziare luci e ombre, ci conferma
quanto ancora la conoscenza di questo nostro Paese richieda sforzi di
ricerca e di ricostruzione critica trattandosi di una storia complessa
la cui morale ribalta l’idea che fatta l’Italia bisognasse fare gli italiani
perché furono quest’ultimi con le loro storie, problemi, tipicità che la
fecero, ma un Paese così ricco di peculiarità quale è l’Italia, è praticamente un cantiere sempre aperto nonostante i tanti eventi, anche di
rilevanza veramente primaria quale la nascita della Repubblica e della
democrazia politica, che ne hanno segnato positivamente la storia.
Dentro la profondità di questa grande e multiforme storia complessiva Garibaldi e il “garibaldinismo”, come ci dice anche questo libro,
non sono mai stati un fattore del passato, ma un presente continuo
per portare a sintesi quella coscienza nazionale che è il presupposto
perché un Paese si senta “nazione” e viva, civilmente, di conseguenza.
Paolo Bagnoli
Risorgimento e Antirisorgimento
ISBN 978-88-548-5031-6
DOI 10.4399/97888548503162
pag. 11–39 (luglio 2012)
Il cittadino del mondo
A G
: . Premessa,  – . Patriottismo in discussione, .
. Premessa
Della vita di Garibaldi è stato raccontato molto, con un incremento
considerevole dopo il centenario della nascita. Forse troppo, qualcuno
potrebbe aggiungere. Talvolta scivolando in ripetizioni e “banalizzazioni” storiografiche, in voga. Ciò nonostante la grandezza indiscutibile
del personaggio e alcuni momenti non chiariti o dimenticati, fanno sì
che si possa e si debba scrivere su di lui, a più di un secolo dalla morte
e nel ° dell’unificazione.
La sua azione incessante e orientata in più direzioni, la varietà e
la quantità delle fonti e delle interpretazioni, la caratterizzazione e
la distanza dei luoghi che l’hanno visto protagonista, la gran copia
degli uomini più o meno illustri con cui si è relazionato, continuano
a stimolare ricerche. Immaginiamo la ricostruzione virtuale — oggi
sarebbe più agevole ed efficace grazie ai progressi dell’informatica
— di un’immensa cartografia universale con i transiti fisici e con
l’indicazione dei siti che sono stati influenzati, anche indirettamente,
dalle sue idee e dalla sua fama. O almeno in empatia con la sua storia.
Compresa l’odonomastica (e toponomastica).
Fra le apparizioni in scenari “minori” che sono state indagate in
maniera incompleta, possono essere inclusi i due transiti dell’eroe da
Arezzo: nel  e nel , soprattutto il secondo. Entrambi riconducibili all’assillo di realizzare il sogno della definitiva capitale italiana.
Più in generale, il significato del garibaldinismo per il territorio fra
l’Ottocento e il Novecento. Intendiamoci, le visite sono pagine minori della biografia ricchissima, impareggiabile, di Giuseppe Garibaldi.
Soprattutto di quella postunitaria. Oggetto di una sorta di rimozione
collettiva, storiografica e, in parte, della memorialistica, sono invece


Alessandro Garofoli
da considerarsi centrali per la comprensione dell’Ottocento aretino.
Accanto allo spessore dell’uomo, si prestano a delimitare un segmento
temporale fra un primo e un secondo momento della storia della città
che, oltre al significato intrinseco degli avvenimenti, offre la cartina al
tornasole delle trasformazioni politiche e sociali: la modernizzazione
del pensiero e delle strutture civiche . Non dubitiamo che lo stesso
passaggio del comandante dei Mille possa aver contribuito ad alterare
equilibri potestativi statici. Se non altro dando vigore ed entusiasmo
a quelle forze locali che erano intenzionate a muoversi in favore del
progresso. Il loro rappresentante istituzionale era il sindaco Mori.
La prima tappa di questo percorso conoscitivo è quella più nota e
studiata. Sorgente di discussioni mai sopite, si scrisse già nello stesso
secolo. Una pagina ingloriosa del rapporto fra Arezzo e il movimento
unitario. D’altronde l’evento non faceva altro che anticipare gli esiti
poco patriottici del plebiscito nella comunità aretina e in provincia, fra
i peggiori della Toscana.
L’accoglienza semi trionfale di diciotto anni dopo, non esente da
riserve e intralci, si propose perciò come il “dovuto riscatto” della
città rispetto alla storia d’Italia. L’attestazione dello stato d’inserimento
identitario della comunità nel Risorgimento .
Le due vicende hanno il comune denominatore noto: Roma, la città
eterna, un progetto irrinunciabile per il grande nizzardo. Le comparazioni dei tempi storici e dei fatti codificano i cambiamenti avvenuti
. Lucy Riall, fra i tanti contenuti di un lavoro per molti aspetti affascinante, pensa che
Garibaldi fosse un elemento del processo di modernizzazione politica e culturale in atto nel
paese. Aggiungendo che “la risonanza e l’impatto che ebbe sulla società del tempo vennero
resi possibili dalle enormi trasformazioni nel campo delle comunicazioni di massa.” Cfr. L.
Riall, Garibaldi: l’invenzione di un eroe, Milano, Arnoldo Mondadori, , p. XXX.
. La maggior parte degli studiosi ritiene — secondo la Riall (ivi, p. XXIV), al contrario
di Alberto Banti —, che i tentativi postunitari di creare un’identità nazionale non soltanto
furono politicamente promossi “dall’alto”, ma “risultarono anche poco convincenti e
sostanzialmente inefficaci. L’indagine storica ha messo in luce che la maggior parte delle
commemorazioni e dei monumenti celebrativi della nazione non ebbe alcun impatto
sull’immaginazione collettiva, e finì semmai per concentrare l’attenzione sulla debolezza e
sulle divisioni interne della nazione italiana.” Cfr. soprattutto A.M. Banti, La nazione del
Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Torino, Einaudi, ; Id., Il
Risorgimento italiano, Bari–Roma, Laterza, ; I. Porciani, Stato e nazione: l’immagine debole
dell’Italia, in Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, a cura di S. Soldani e G.
Turi, vol. I, Bologna, Il Mulino, , pp. –. Quel “alcun impatto sull’immaginazione
collettiva” pare francamente eccessivo.
Il cittadino del mondo

nell’uomo, nella patria e, in particolare, nel contesto sociale locale,
riformulato in maniera radicale. Quel generale Garibaldi che si avvia
nel  per la “passeggiata” ad Arezzo (così volle presentarla ai suoi
intimi), ancora indomito nella volontà e nei propositi, è un anziano
leone sul viale del tramonto fisico, tuttavia sempre più in auge sul
piano della gratificazione encomiastica tributatagli dalla popolazione.
Precocemente invecchiato per gli acciacchi fisici e le naturali cause
anagrafiche. Pareva di assistere al dissolversi ineluttabile di qualità
organiche quasi disumane, che si trasmutavano in maniera miracolosa
in un’aura impalpabile, eterea, sempre più metafisica. La dimensione
epica, l’accrescersi della leggenda, l’imprimersi in modo definitivo
nella storia dell’umanità. Il ferimento in Aspromonte, non privo di
punti di contatto con le vicende aretine così come lo fu Mentana,
pesava notevolmente sulla pur straordinaria costituzione fisica.
Molto più che al tempo del precedente passaggio, il Garibaldi del
 si trovava in una dimensione sospesa fra “storia e mito”, cominciando a diventare lui stesso “un luogo della memoria” . Un’ascensione che, mercé l’atmosfera sonnacchiosa dell’isolata città etrusca,
non poteva non avvenire con ritardo rispetto a tanti altri centri della
penisola.
Le spalle eroiche erano state sovraccaricate di un’infinità di attributi e
appellativi, non sempre coerenti: “l’uomo d’azione che scioglie i dilemmi, i dubbi, le contraddizioni”, “l’idealista senza ideologia” e al tempo
stesso colui che incarnava “l’ideale che può smuovere le montagne”.
Espressioni di stima che hanno varcato costantemente i confini dello
Stato italiano e d’Europa: “Garibaldi fu più che meritatamente il simbolo della rivoluzione popolare, un modello di condottiero del popolo”,
annotava qualche anno fa lo storico polacco Jerzy W. Boreisza.
L’ammirazione parigina si dispiegò abbondantemente in occasione
del decesso. Per “La France” come “il cavaliere errante, il paladino del
. Cfr. M. Degl’Innocenti, Garibaldi e L’Ottocento: nazione, popolo, volontariato, associazione, Manduria, Lacaita,  e Giuseppe Garibaldi tra storia e mito, a cura di C. Ceccuti e
M. Degl’Innocenti, Manduria, Lacaita, .
. A. Ragusa (a cura), Giuseppe Garibaldi: un eroe popolare nell’Europa dell’Ottocento, Manduria, Lacaita, , p. . Il testo virgolettato è di J.–I. Frétigné, Garibaldi eroe della repubblica
universale, pp. –.
. A. Scirocco, Garibaldi: battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Bari–Milano,
Laterza–Il Sole  Ore, –, p. .

Alessandro Garofoli
Medioevo, egli aveva altrettante patrie quante erano le razze oppresse.
La sua immagine, in molte capanne dei nostri contadini, ha rimpiazzato quella di Napoleone”. Poteva essere scovato “sotto la capanna del
bulgaro, come sotto la tenda dell’indiano delle pampas”.
Il suo nazionalismo non va perciò interpretato nel senso angusto, ostile e guerrafondaio di fine Ottocento e dei primi decenni del
successivo. Era generosamente aperto verso l’intera umanità dei vessati. Per questo desta qualche perplessità la tesi, pur adeguatamente
motivata, di una chiara continuità fra il Risorgimento e le sequenze
meno nobili delle vicende italiane, come il fascismo. Fu “una grande
figura eroica” — scriveva il “Paris” —; mentre per “La République
Française” la posterità lo avrebbe salutato “precursore di tutte le grandi idee di libertà”. Incarnando “il tipo dell’eroe cavalleresco, ispirato
ed ingenuo”, aggiungeva con devozione “Le Temps”. A Garibaldi non
potevano essere di certo contestate la lealtà e il coraggio, sottolineava
“Le National”: “Salutiamo nel vecchio lottatore queste robuste virtù,
nel momento in cui il secolo agonizzante chiude, ad una ad una, tutte
le sue epopee” .
Noblesse oblige, neppure gli invisi, tetragoni, giornali austriaci e tedeschi — ha ricordato Scirocco — colsero l’occasione per offuscare
con accenti ostili, con sentimenti di rancore, l’ammirazione per un
personaggio che meritava di essere collegato a sostantivi altisonanti ed
efficaci: “Un uomo che aveva avuto ai suoi piedi tutto ciò che l’umana
fantasia può ideare, potere, ricchezze, splendori, onori e titoli, un uomo che aveva disprezzato tutto ciò che gli altri cercano ansiosamente,
e che aveva dedicato tutta la sua vita a ciò che riteneva suo dovere”
(“Wiener Allgemeine Zeitung”). La qualificazione di queste doti, che
nella venale e pragmatica nostra contemporaneità stimolerebbe senza
dubbio qualche compatimento e sogghigno irriconoscente, stava fra
le componenti più ammirate e condivise del successo. Un uomo con
potere contro il potere. Per la “Neues Wiener Tagblatt” la sua saga
sarebbe stata “una benedizione per l’Italia” come per tutti gli altri
popoli: egli era “la leggenda della libertà”.
Un nuovo Omero avrebbe dovuto quindi ergersi per cantare degnamente l’Odissea dell’esistenza di Garibaldi; in molti condividevano
quanto appuntato dalla “Deutsche Zeitung”. Questa “nuova Odis. Ivi, pp. –.
Il cittadino del mondo

sea” non poteva essere “meno meravigliosa e favolosa della prima” .
Accostandolo ad Abraham Lincoln, per via delle analogie di uomo
allo stesso tempo immenso tuttavia comune, onesto e disinteressato,
la stampa americana lo dipingeva come un “ricordo maestoso del
periodo creativo della giovinezza d’oro d’una nazione” .
Abbiamo viaggiato largamente e con curiosità in questo pelago
di giudizi. Una piccola porzione dell’oceano sterminato di agiografie, tasselli di una sorta di gara internazionale a scovare la frase più
immaginifica, più consona al rilievo e, per quanto possibile, originale. Impegnando perfino il più autorevole quotidiano governativo del
Giappone, il “Tokyo Nicinici Shinbun” . Lo scopo era di assemblare
l’apparato scenografico nel quale gli attori aretini dei fatti raccontati in
queste pagine hanno orientato le opinioni e le scelte nei suoi confronti.
Sull’influenza garibaldina, sulla continuità della fama e della presenza
fantasmatica dell’eroe nell’ambiente cittadino post mortem, sempre più
strumentalizzata e strumentalizzabile, darà conto Giovanni Galli sul
contributo Garibaldini e tradizione garibaldina in Arezzo.
Il Garibaldi universale, “a global hero” mediatico che già in vita
vestiva i panni del “personaggio dello star system” , appare lontanamente associabile, con le debite proporzioni a vantaggio del nostro,
al Buffalo Bill d’oltreoceano. Più folcloristico e paracircense, senza
alcun dubbio entità meno “vera”, più costruita e poco incisiva sul
divenire della storia. Nel  “La troupe di Buffalo Bill’s” si esibì
al Teatro Petrarca di Arezzo, guadagnando il sarcasmo della stampa
progressista locale che ne costatava gli aspetti farseschi. “Il Colonnel. A. Scirocco, Garibaldi, cit., p. .
. Cfr. “The New–York Times”, “Chicago Weekly Journal” e, per l’ultima citazione,
“The New York Daily Tribune”.
. Di queste informazioni siamo debitori soprattutto ai volumi di Scirocco e Ragusa,
citati.
. Cfr. D. Mengozzi, Il bottone di Garibaldi: trofei e reliquie nella cultura della morte del
Risorgimento, in A. Ragusa (a cura), Giuseppe Garibaldi, cit., p. . Per Degl’Innocenti il fenomeno “Garibaldi è incomprensibile se non lo si correla allo sviluppo delle comunicazioni
e dei progressi tecnici dell’”. Egli “sapeva circondarsi di giornalisti e corrispondenti,
pittori e incisori, scrittori e pubblicisti, più o meno entusiasti o almeno affascinati, dalla sua
persona e dalle sue gesta”. Poi aggiunge: “Il linguaggio della politica comunque ne uscì
profondamente modificato: Garibaldi, nella storia e nel mito, ne fu un prodotto e al tempo
stesso un agente. In ciò aveva ben poco di provinciale o di anacronistico, e molto invece
della modernizzazione massmediale e del discorso pubblico che cominciò ad affermarsi
dalla metà dell’” (M. Degl’Innocenti, Garibaldi e l’Ottocento, cit., pp. –).

Alessandro Garofoli
lo Cody” presentava la troupe (in grassetto nell’originale) facendole
eseguire “una barbara reminiscenza del Guarany, sicuro del plauso
dell’intelligentissimo pubblico Aretino”. “L’Appennino” del  febbraio
accentuava i sospetti sulle capacità cognitive dei concittadini proponendo una vignetta ironica e ostile sull’avvenimento, sempre in prima
pagina. Nella caricatura dell’americano la somiglianza con Garibaldi
è impressionante e presumiamo non casuale: valeva una copia mal
riuscita, una parodia, del ben più intrepido connazionale.
Ogni luogo, fosse anche il più angusto, insignificante e sperduto, si
arricchiva di notorietà e gloria al transito dell’eroe italiano, emergeva
dall’anonimato. Era sopraelevato al rango di fonte d’orgoglio per i cittadini, che sentivano d’insinuarsi a tempo indefinito nelle pagine della
grande storia. Così accadde per Rapolano, per Sinalunga e l’ancora
più negletta Pieve di Sinalunga, Foiano, Arezzo, Pozzo della Chiana,
Chiusi, Poggibonsi, Figline, Montepulciano. Quel municipalismo che
non era “mai sopito nel tempo” — si avvertiva in quegli anni — andava a coniugarsi, a stabilire un’asse di congiunzione con la fresca
avventura statale.
L’eroe della nazione italiana simboleggiava parimenti “The (handsome) human face of revolution”, l’oggetto d’interesse per eccellenza in
un panorama non eccelso, per quantità e qualità, dei cantori nostrani
del Risorgimento. È stato scritto che la povertà, acclarata, di narratori
ottocenteschi potrebbe essere addebitata al fatto che le menti migliori
erano impegnate nel “fare l’Italia”. Con qualche distinguo per i contenuti degli opuscoli celebrativi, i memoriali, le biografie degli illustri,
le rievocazioni, pur scarse di pregi letterari .
Azzeccata la riflessione di Attilio Brilli, offerta con capacità espositiva e di cogliere il succo delle questioni:
Confitta in un’immobilità sonnolenta, che è poi l’atmosfera culturale che
si respira nelle due capitali, diffidente di una visione pragmatica e a vasto
raggio delle vicende e delle smanie degli uomini che le determinano, trincerata dietro la retorica di un eroico, indefinito passato, e ammantata dei
canoni del rigore apollineo, della dignità e del decoro, la cultura letteraria
italiana appare lontana da quanto si veniva tessendo a Parigi, a Londra e
perfino nell’innocente, ma quanto mai vitale, progressivo, esagitato Nuovo
. Può essere utile Effemeridi patriottiche: editoria d’occasione e mito del Risorgimento
nell’Italia Unita (–), a cura di F. Dolci, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato,
.
Il cittadino del mondo

Mondo. Nei rari casi in cui affronta, seppure in maniera frammentaria,
nuove tematiche dalle profonde implicazioni economiche e sociali, lo fa
non per acquisire una più vasta prospettiva narrativa, ma per contrastare
tali tematiche in nome di superiori, vaghi ideali. E più spesso reagisce ai
profondi cambiamenti nazionali e locali e alle rivoluzioni dei costumi con il
bozzettismo polemico, con il ripiegamento nostalgico sul culto di “piccoli
mondi antichi” e, complice il dischiudersi dell’orizzonte antropologico,
con il recupero d’altrettanto antiche consuetudini regionali e delle energie
morali di un ideale mondo agricolo, trasmigrate entrambe dalla fisionomia
dei luoghi al carattere degli uomini .
La descrizione del quotidiano regalata ai francesi dallo Hugo o da
Zola è un’assenza che pesa. In Italia abbondava una cultura elitaria,
alta (ad Arezzo scarseggiava pure quella). Tranne eccezioni sporadiche
— ha scritto Giampiero Carocci — escludeva il popolo dalla partecipazione . Anzi la nazione appariva appesantita, almeno in questo
senso, dall’immensa ma allo stesso tempo gravosa eredità culturale.
Fra i prezzi che occorreva pagare per rendere più agevole, se non
per consentire il processo evolutivo, stava la separazione fra cultura e
politica. Quel connubio che era stato uno dei punti di forza del Risorgimento. Proficuamente . Si proponeva con forme che non sembrava
azzardato intendere come drammatiche, in una società italiana ancora
bloccata allo stadio agricolo patriarcale, “(. . . ) erede di una cultura
centrata su valori di ascendenza classica, ripugnante per intima natura
alle pratiche borghesi dell’utile e forte soltanto di un convenzionale
complesso di superiorità che ne stabilisce il ‘primato’: un primato
inutile” .
Ciò premesso i compatrioti non hanno fatto mancare giudizi liricizzanti sui loro prodi. Nell’apologia s’immergeva, perfettamente a
suo agio, Carducci: “Dinanzi a (Garibaldi) non ci vergogniamo dell’adorazione per l’individuo. Perché questo individuo ci raffigura il
. A. Brilli, Il viaggio della capitale: Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità d’Italia, Torino,
Libreria UTET, , p. XV.
. Cfr. Storia della civiltà europea: l’Ottocento, vol. , a cura di U. Eco et al., Milano,
Corriere della Sera–RCS, .
. G. Carocci, Storia dell’Italia moderna: dal  ai nostri giorni, Roma, Newton, , p.
; Id., Il Risorgimento, Roma, Newton Compton, .
. È la tesi di Giulio Bollati, L’Italiano: il carattere nazionale come storia e come invenzione,
Torino, Einaudi, –, p. XVIII e ss.
. Ivi, p. XIX.

Alessandro Garofoli
più bello ideale della nazione italiana” . In onore del taumaturgo, che
finiva con l’essere insieme eroe e santo laico, fantasticava nell’elogio
funebre del  Edmondo De Amicis, Michelangelo avrebbe senza
dubbio dedicato una statua; Galileo Galilei avrebbe conferito il suo
nome a un astro del firmamento .
Non lesinava dosi draconiane di retorica il reduce vice presidente
della Società dei veterani, avvocato Guiducci, incaricato di commemorare nel  le ore ardimentose di Garibaldi a Curtatone e Montanara.
Dall’incipit s’intuisce subito il tenore della decina di pagine:
Sovrastano alla moltitudine gli uomini grandi; sopra gli uomini grandi i
geni giganteggiano: intelligenze privilegiate, che danno nome o imprimono
carattere ad un secolo; irradiano l’umanità di luce benefica, inestinguibile.
Tale, Garibaldi – personificazione sublime della libertà! .
Gli incontri fisici fra Arezzo e Garibaldi non sono stati presi in considerazione nella rievocazione del . I tralasciamenti possono pesare
quanto le presenze, almeno confermando un certo imbarazzo se non
misconoscimento. Del tutto omissivo sulle apparizioni di Garibaldi è
d’altronde anche l’assessore Sarri, che l’aveva commemorato l’anno
prima. Come il Guiducci, approfitta dell’occasione per estrarre qualche sassolino dalle scarpe. In questo caso il punctum dolens che prevale
è il secolo in corso: un secolo “che mena vanto del suo positivismo,
il quale spesso altro non è che deplorevole scettismo (sic) e lotta di
personali interessi” .
. G. Carducci, XX aprile . Apparso in quella data su più giornali, è stato quindi
raccolto in Poeti e figure del Risorgimento, serie II, Edizione nazionale delle opere di Giosue Carducci, Bologna, Zanichelli, , pp. –. Riprodotto da Andrea Ragusa (a cura), Giuseppe
Garibaldi, cit., pp. –.
. Ivi, p. .
. G.B. Guiducci, Discorso del V. Presidente della Società aretina de’ veterani Cav. Avv. G.B.
Guiducci in commemorazione di Garibaldi e di Curtatone e Montanara.  maggio , Arezzo,
Tip. B. Pichi, , p. . Giovan B. di Giovanni Guiducci ( gennaio  —  luglio )
si laureò in legge a Pisa nel . Appena ventenne era arruolato nei garibaldini e fu in
Lombardia e a Bezzecca, decorato per il coraggio. Conclusi gli studi universitari, tornò a
fianco del comandante, arrivando al grado di tenente. Più tardi, impegnato in politica e
nel sociale, diventò consigliere e assessore comunale; oltre a tanti altri incarichi, facilitati
dal lignaggio, ad esempio nel mutuo soccorso. Ebbe l’onorificenza di grand’ufficiale della
corona. Cfr. In memoria di Giovan Battista Guiducci Vicepresidente dell’Accademia, “Atti e
memorie dell’Accademia Petrarca di Arezzo” (“AMAP”), IV ().
. E. Sarri, Commemorandosi nel  Giugno  a iniziativa del Municipio di Arezzo dinanzi
Il cittadino del mondo

Guiducci rispolverava a più riprese il parallelismo fra Vittor (sic)
Hugo e il condottiero italiano, prendendo le mosse dall’epigramma
dedicato dal francese a Garibaldi “(. . . ) Nom immortel comme Lêonidas,
Guillaume Tell”, presto seguito da un sospiro esclamativo: “Quanti
punti di contatto fra questi due geni!”
L’avvocato proseguiva solennizzando la compresenza, nella vita di
tutti e due, dell’adorazione del popolo e delle eminenze:
Esuli ambedue, sognatori grandi di una grande alleanza di popoli, hanno
dovuto incitare le generazioni alla guerra, pur della guerra nemici! Inesplicabili contradizioni (sic) di questa vita sulla terra fuggente, in mezzo alle
quali la umanità è dannata a dibattersi.
Combattenti entrambi le battaglie appassionate, acri della vita, avvolti nel turbinio degli avvenimenti, ebbero talora la maledizione sul labbro, offesero tal’altra
culti, credenze: ma i popoli si drizzarono a loro pur sempre, come a fari eterni
di luce. Il più assoluto de’ principi scrive lettere ad Hugo, la più illustre prosapia
di re rende il saluto a Garibaldi, fermo in piedi alla carrozza di lui.
Egli è che nel primo vivea la poesia della Francia, nel secondo quella d’Italia,
in ambedue la gloria dell’umanità!
Pur incardinato a pieno titolo nel ceto che contava, il garibaldino
Guiducci afferrò al volo il pretesto per rinnovare i lamenti — una
costante degli eruditi cittadini — sulle deprecabili condizioni del regno e, con rafforzamento, del territorio. Nel guado frapposto fra la
grandezza del duce delle camicie rosse e il martirio di tanti da una
parte, e il disagio per le tristi condizioni attuali dall’altra, stavano le
speranze disattese, il fastidio per la classe politica e gli amministratori,
vecchi e nuovi, che apparivano inadeguati alle innumerevoli gravi
necessità. “Tenace assertore d’italianità”, il Guiducci ultra settantenne
ma di animo “sempre giovane” sentiva
ancor vivi gli entusiasmi della epopea garibaldina e l’orgoglio d’avere indossata la camicia rossa, — egli che con straziante dolore avea assistito al
triste periodo della svalutazione della nostra più grande vittoria, — se la
malattia e la morte non lo avessero crudamente colpito, con quale profonda
soddisfazione avrebbe salutato il magnifico risveglio delle più sane energie
al monumento provinciale ai caduti nelle patrie battaglie il ° Anniversario della morte di Giuseppe
Garibaldi parole lette dall’Avv. Eliseo Sarri assessore comunale, Arezzo, D. Racuzzi, . L’uso
filosofico politico dei momenti celebrativi è lampante a p. .
. Ivi, p. .

Alessandro Garofoli
nazionali, e come avrebbe palpitato ai canti inneggianti a questa nuova, maravigliosa giovinezza italica, saldo e infrangibile presidio della compagine
nazionale e della italiana libertà! .
Lo scoramento, le inquietudini, in parte affrettate e premature, avvicinavano gli uomini della sinistra, con i contorni del “Risorgimento
tradito”, ai critici della destra aretina. Il contrasto fra l’ideale e la realtà
in progress era sentito, chiaro e inquietante. Lo ripetiamo in altri termini: i pregi sublimi di un’epoca oramai al tramonto stridevano con
la mediocrità, con la pochezza del vivere quotidiano e il grigiore della
politica. Ai vecchi occorreva che si sostituissero tanti nuovi “eroi”,
stavolta nella gestione della cosa pubblica, nell’iniziativa imprenditoriale, nel magistero, nelle scienze e nelle lettere, nell’obbedienza alle
leggi, nel rispetto e nell’identificazione con la patria e la nazione, nel
senso dello Stato. Incorrotti e incorruttibili. Protagonisti d’eccellenza
del vivere civile di cui l’Italia non abbondava.
Nel ritornello che lo accomunava a molti contemporanei, anche
Guiducci si doleva del fatto che quell’“epopèa stupenda” della patria
dovesse aspettare “ancora il suo Omèro!”, il cantore delle gesta dei suoi
valorosi. D’altronde toccava confessare che l’Italia non aveva “mostrata
gratitudine ai suoi primi fattori”, intendendo per gratitudine non tanto
e non solo la scontata e dovuta glorificazione, bensì l’emanazione
di “leggi provvide”, l’impianto di “organismi adatti a conservare il
conquistato”, l’uso della libertà “in tutto, per tutto e verso tutti”, lo
studio “alacre, continuo, preveggente di aumentare la sua influenza
in Europa, di assicurare a noi il nostro mare”. Il commemorante
traeva da ciò le conclusioni: a fronte di tanta inettitudine risaltava su
un piedistallo ancora più alto il Garibaldi unificatore, il nemico delle
rivalità e delle divisioni.
Egualmente il panegirico che segue andava ricondotto al momento
attuale, lanciando un appello accorato contro la faziosità straripante,
vero tumore da estirpare:
. Trattasi di parte de Le parole di presentazione e di compianto del Vice–Presidente Cav.
Uff. Dott. Massimiliano Falciai. Di fronte a sua “Eccellenza, spettabili Autorità, Signori e
Signore”, nel corso della “solenne commemorazione del  maggio ”, Falciai attribuiva
al neonato regime doti taumaturgiche e salvifiche, il “magnifico risveglio delle più sane
energie nazionali” e perfino l’essere un “saldo e infrangibile presidio della compagine
nazionale e della italiana libertà”, collegando i meriti delle camicie rosse con il momento
storico contemporaneo. Cfr. In memoria di Giovan Battista Guiducci. . . , cit., pp. XIII–XVI.
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