SAGGI E RICERCHE DEL DIPARTIMENTO DI SCIENZE STORICO-SOCIALI, FILOSOFICHE E DELLA FORMAZIONE DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SIENA Direttore Mariano B Comitato scientifico Maria Luisa M Renzo S Francesco S SAGGI E RICERCHE DEL DIPARTIMENTO DI SCIENZE STORICO-SOCIALI, FILOSOFICHE E DELLA FORMAZIONE DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SIENA La collana è dedicata alla presentazione dei risultati delle ricerche dei membri del Dipartimento di Scienze Storico–Sociali, Filosofiche e della Formazione dell’Università degli Studi di Siena. Vi sono pubblicati, inoltre, gli atti di seminari, incontri e convegni organizzati dal medesimo dipartimento. I temi e i problemi trattati riguardano le scienze storico–sociali, l’ampio spettro della filosofia e l’ambito della formazione. Il volume è stato pubblicato con il contributo fondi di ricerca dell’Università degli Studi di Siena. Tutti i volumi pubblicati nella collana sono sottoposti a un processo di peer review che ne attesta la validità scientifica. Risorgimento e Antirisorgimento Garibaldi ad Arezzo fra cronaca e storia a cura di Alessandro Garofoli Prefazione di Paolo Bagnoli Contributi di Luigi Armandi Giovanni Galli Alessandro Garofoli Roberto G. Salvadori Copyright © MMXII ARACNE editrice S.r.l. www.aracneeditrice.it [email protected] via Raffaele Garofalo, /A–B Roma () ---- I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi. Non sono assolutamente consentite le fotocopie senza il permesso scritto dell’Editore. I edizione: luglio Indice Prefazione Paolo Bagnoli Il cittadino del mondo Alessandro Garofoli Risorgimento e Antirisorgimento. Il caso di Arezzo () Roberto G. Salvadori “Accolto con quell’affetto e quell’entusiasmo con cui si festeggia un Garibaldi” Alessandro Garofoli Garibaldini e tradizione garibaldina in Arezzo: – Giovanni Galli Per un repertorio dei Garibaldini aretini. Le camicie rosse nelle Campagne per l’Indipendenza italiana Luigi Armandi Note sugli Autori Indice dei nomi di persona Risorgimento e Antirisorgimento ISBN 978-88-548-5031-6 DOI 10.4399/97888548503161 pag. 9–10 (luglio 2012) Prefazione P B Uno dei meriti delle celebrazioni del ° anniversario dell’Unità nazionale è stato sicuramente quello di aver provocato un risveglio di natura storica a livello locale ed è in questo clima che si colloca il presente volume che parla di Giuseppe Garibaldi e Arezzo egregiamente curato da Alessandro Garofoli. Ora, a onor del vero, non c’era sicuramente necessità della ricorrenza per rinnovare l’interesse per Garibaldi la cui figura, nel corso dei secoli, non è mai passata dalla gloria al dimenticatoio della storia nazionale essendo, di per se stessa, quasi un elemento unificante la vicenda complessiva del nostro Paese dal Risorgimento fino alla Resistenza, ma anche nell’Italia democratica l’attenzione per Garibaldi è stata sempre viva e continua tanto che, considerate le targhe e i monumenti sparsi in tutta Italia, si può dire che la sua memoria ha accompagnato i centri e le periferie del nostro Paese. E, di pari passo, si è venuta arricchendo la pubblicistica e la ricerca storiografica sul Generale la cui bibliografia dedicatagli è veramente sterminata. Oggi si arricchisce di un nuovo testo nel quale Garibaldi è rivisitato in relazione alla città di Arezzo che con il processo unitario ebbe un rapporto complesso e controverso di cui il volume analizza le specificità, i contesti e le relazioni mettendo bene in mostra come, tra la città e il generale, sia rimasto per tanti anni aperto una specie di contenzioso successivamente riscattato anche se, come avviene in casi del genere, si possono trovare massicce porzioni di retorica che, però, vanno anch’esse contestualizzate e questo volume lo fa con piglio di argomentazione storiografica certa e meditate connessioni dovute alla temperie della stagione politica del momento. Così, intorno allo specifico della tematica cui il libro è dedicato, emerge tutto un contesto storico–territoriale di grande interesse perché gli studi concorrono ad arricchire la storia stessa della città. Non Paolo Bagnoli si tratta, insomma, di un libro che affoga nelle spire del patriottismo, bensì di uno studio che, nell’evidenziare luci e ombre, ci conferma quanto ancora la conoscenza di questo nostro Paese richieda sforzi di ricerca e di ricostruzione critica trattandosi di una storia complessa la cui morale ribalta l’idea che fatta l’Italia bisognasse fare gli italiani perché furono quest’ultimi con le loro storie, problemi, tipicità che la fecero, ma un Paese così ricco di peculiarità quale è l’Italia, è praticamente un cantiere sempre aperto nonostante i tanti eventi, anche di rilevanza veramente primaria quale la nascita della Repubblica e della democrazia politica, che ne hanno segnato positivamente la storia. Dentro la profondità di questa grande e multiforme storia complessiva Garibaldi e il “garibaldinismo”, come ci dice anche questo libro, non sono mai stati un fattore del passato, ma un presente continuo per portare a sintesi quella coscienza nazionale che è il presupposto perché un Paese si senta “nazione” e viva, civilmente, di conseguenza. Paolo Bagnoli Risorgimento e Antirisorgimento ISBN 978-88-548-5031-6 DOI 10.4399/97888548503162 pag. 11–39 (luglio 2012) Il cittadino del mondo A G : . Premessa, – . Patriottismo in discussione, . . Premessa Della vita di Garibaldi è stato raccontato molto, con un incremento considerevole dopo il centenario della nascita. Forse troppo, qualcuno potrebbe aggiungere. Talvolta scivolando in ripetizioni e “banalizzazioni” storiografiche, in voga. Ciò nonostante la grandezza indiscutibile del personaggio e alcuni momenti non chiariti o dimenticati, fanno sì che si possa e si debba scrivere su di lui, a più di un secolo dalla morte e nel ° dell’unificazione. La sua azione incessante e orientata in più direzioni, la varietà e la quantità delle fonti e delle interpretazioni, la caratterizzazione e la distanza dei luoghi che l’hanno visto protagonista, la gran copia degli uomini più o meno illustri con cui si è relazionato, continuano a stimolare ricerche. Immaginiamo la ricostruzione virtuale — oggi sarebbe più agevole ed efficace grazie ai progressi dell’informatica — di un’immensa cartografia universale con i transiti fisici e con l’indicazione dei siti che sono stati influenzati, anche indirettamente, dalle sue idee e dalla sua fama. O almeno in empatia con la sua storia. Compresa l’odonomastica (e toponomastica). Fra le apparizioni in scenari “minori” che sono state indagate in maniera incompleta, possono essere inclusi i due transiti dell’eroe da Arezzo: nel e nel , soprattutto il secondo. Entrambi riconducibili all’assillo di realizzare il sogno della definitiva capitale italiana. Più in generale, il significato del garibaldinismo per il territorio fra l’Ottocento e il Novecento. Intendiamoci, le visite sono pagine minori della biografia ricchissima, impareggiabile, di Giuseppe Garibaldi. Soprattutto di quella postunitaria. Oggetto di una sorta di rimozione collettiva, storiografica e, in parte, della memorialistica, sono invece Alessandro Garofoli da considerarsi centrali per la comprensione dell’Ottocento aretino. Accanto allo spessore dell’uomo, si prestano a delimitare un segmento temporale fra un primo e un secondo momento della storia della città che, oltre al significato intrinseco degli avvenimenti, offre la cartina al tornasole delle trasformazioni politiche e sociali: la modernizzazione del pensiero e delle strutture civiche . Non dubitiamo che lo stesso passaggio del comandante dei Mille possa aver contribuito ad alterare equilibri potestativi statici. Se non altro dando vigore ed entusiasmo a quelle forze locali che erano intenzionate a muoversi in favore del progresso. Il loro rappresentante istituzionale era il sindaco Mori. La prima tappa di questo percorso conoscitivo è quella più nota e studiata. Sorgente di discussioni mai sopite, si scrisse già nello stesso secolo. Una pagina ingloriosa del rapporto fra Arezzo e il movimento unitario. D’altronde l’evento non faceva altro che anticipare gli esiti poco patriottici del plebiscito nella comunità aretina e in provincia, fra i peggiori della Toscana. L’accoglienza semi trionfale di diciotto anni dopo, non esente da riserve e intralci, si propose perciò come il “dovuto riscatto” della città rispetto alla storia d’Italia. L’attestazione dello stato d’inserimento identitario della comunità nel Risorgimento . Le due vicende hanno il comune denominatore noto: Roma, la città eterna, un progetto irrinunciabile per il grande nizzardo. Le comparazioni dei tempi storici e dei fatti codificano i cambiamenti avvenuti . Lucy Riall, fra i tanti contenuti di un lavoro per molti aspetti affascinante, pensa che Garibaldi fosse un elemento del processo di modernizzazione politica e culturale in atto nel paese. Aggiungendo che “la risonanza e l’impatto che ebbe sulla società del tempo vennero resi possibili dalle enormi trasformazioni nel campo delle comunicazioni di massa.” Cfr. L. Riall, Garibaldi: l’invenzione di un eroe, Milano, Arnoldo Mondadori, , p. XXX. . La maggior parte degli studiosi ritiene — secondo la Riall (ivi, p. XXIV), al contrario di Alberto Banti —, che i tentativi postunitari di creare un’identità nazionale non soltanto furono politicamente promossi “dall’alto”, ma “risultarono anche poco convincenti e sostanzialmente inefficaci. L’indagine storica ha messo in luce che la maggior parte delle commemorazioni e dei monumenti celebrativi della nazione non ebbe alcun impatto sull’immaginazione collettiva, e finì semmai per concentrare l’attenzione sulla debolezza e sulle divisioni interne della nazione italiana.” Cfr. soprattutto A.M. Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Torino, Einaudi, ; Id., Il Risorgimento italiano, Bari–Roma, Laterza, ; I. Porciani, Stato e nazione: l’immagine debole dell’Italia, in Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, a cura di S. Soldani e G. Turi, vol. I, Bologna, Il Mulino, , pp. –. Quel “alcun impatto sull’immaginazione collettiva” pare francamente eccessivo. Il cittadino del mondo nell’uomo, nella patria e, in particolare, nel contesto sociale locale, riformulato in maniera radicale. Quel generale Garibaldi che si avvia nel per la “passeggiata” ad Arezzo (così volle presentarla ai suoi intimi), ancora indomito nella volontà e nei propositi, è un anziano leone sul viale del tramonto fisico, tuttavia sempre più in auge sul piano della gratificazione encomiastica tributatagli dalla popolazione. Precocemente invecchiato per gli acciacchi fisici e le naturali cause anagrafiche. Pareva di assistere al dissolversi ineluttabile di qualità organiche quasi disumane, che si trasmutavano in maniera miracolosa in un’aura impalpabile, eterea, sempre più metafisica. La dimensione epica, l’accrescersi della leggenda, l’imprimersi in modo definitivo nella storia dell’umanità. Il ferimento in Aspromonte, non privo di punti di contatto con le vicende aretine così come lo fu Mentana, pesava notevolmente sulla pur straordinaria costituzione fisica. Molto più che al tempo del precedente passaggio, il Garibaldi del si trovava in una dimensione sospesa fra “storia e mito”, cominciando a diventare lui stesso “un luogo della memoria” . Un’ascensione che, mercé l’atmosfera sonnacchiosa dell’isolata città etrusca, non poteva non avvenire con ritardo rispetto a tanti altri centri della penisola. Le spalle eroiche erano state sovraccaricate di un’infinità di attributi e appellativi, non sempre coerenti: “l’uomo d’azione che scioglie i dilemmi, i dubbi, le contraddizioni”, “l’idealista senza ideologia” e al tempo stesso colui che incarnava “l’ideale che può smuovere le montagne”. Espressioni di stima che hanno varcato costantemente i confini dello Stato italiano e d’Europa: “Garibaldi fu più che meritatamente il simbolo della rivoluzione popolare, un modello di condottiero del popolo”, annotava qualche anno fa lo storico polacco Jerzy W. Boreisza. L’ammirazione parigina si dispiegò abbondantemente in occasione del decesso. Per “La France” come “il cavaliere errante, il paladino del . Cfr. M. Degl’Innocenti, Garibaldi e L’Ottocento: nazione, popolo, volontariato, associazione, Manduria, Lacaita, e Giuseppe Garibaldi tra storia e mito, a cura di C. Ceccuti e M. Degl’Innocenti, Manduria, Lacaita, . . A. Ragusa (a cura), Giuseppe Garibaldi: un eroe popolare nell’Europa dell’Ottocento, Manduria, Lacaita, , p. . Il testo virgolettato è di J.–I. Frétigné, Garibaldi eroe della repubblica universale, pp. –. . A. Scirocco, Garibaldi: battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Bari–Milano, Laterza–Il Sole Ore, –, p. . Alessandro Garofoli Medioevo, egli aveva altrettante patrie quante erano le razze oppresse. La sua immagine, in molte capanne dei nostri contadini, ha rimpiazzato quella di Napoleone”. Poteva essere scovato “sotto la capanna del bulgaro, come sotto la tenda dell’indiano delle pampas”. Il suo nazionalismo non va perciò interpretato nel senso angusto, ostile e guerrafondaio di fine Ottocento e dei primi decenni del successivo. Era generosamente aperto verso l’intera umanità dei vessati. Per questo desta qualche perplessità la tesi, pur adeguatamente motivata, di una chiara continuità fra il Risorgimento e le sequenze meno nobili delle vicende italiane, come il fascismo. Fu “una grande figura eroica” — scriveva il “Paris” —; mentre per “La République Française” la posterità lo avrebbe salutato “precursore di tutte le grandi idee di libertà”. Incarnando “il tipo dell’eroe cavalleresco, ispirato ed ingenuo”, aggiungeva con devozione “Le Temps”. A Garibaldi non potevano essere di certo contestate la lealtà e il coraggio, sottolineava “Le National”: “Salutiamo nel vecchio lottatore queste robuste virtù, nel momento in cui il secolo agonizzante chiude, ad una ad una, tutte le sue epopee” . Noblesse oblige, neppure gli invisi, tetragoni, giornali austriaci e tedeschi — ha ricordato Scirocco — colsero l’occasione per offuscare con accenti ostili, con sentimenti di rancore, l’ammirazione per un personaggio che meritava di essere collegato a sostantivi altisonanti ed efficaci: “Un uomo che aveva avuto ai suoi piedi tutto ciò che l’umana fantasia può ideare, potere, ricchezze, splendori, onori e titoli, un uomo che aveva disprezzato tutto ciò che gli altri cercano ansiosamente, e che aveva dedicato tutta la sua vita a ciò che riteneva suo dovere” (“Wiener Allgemeine Zeitung”). La qualificazione di queste doti, che nella venale e pragmatica nostra contemporaneità stimolerebbe senza dubbio qualche compatimento e sogghigno irriconoscente, stava fra le componenti più ammirate e condivise del successo. Un uomo con potere contro il potere. Per la “Neues Wiener Tagblatt” la sua saga sarebbe stata “una benedizione per l’Italia” come per tutti gli altri popoli: egli era “la leggenda della libertà”. Un nuovo Omero avrebbe dovuto quindi ergersi per cantare degnamente l’Odissea dell’esistenza di Garibaldi; in molti condividevano quanto appuntato dalla “Deutsche Zeitung”. Questa “nuova Odis. Ivi, pp. –. Il cittadino del mondo sea” non poteva essere “meno meravigliosa e favolosa della prima” . Accostandolo ad Abraham Lincoln, per via delle analogie di uomo allo stesso tempo immenso tuttavia comune, onesto e disinteressato, la stampa americana lo dipingeva come un “ricordo maestoso del periodo creativo della giovinezza d’oro d’una nazione” . Abbiamo viaggiato largamente e con curiosità in questo pelago di giudizi. Una piccola porzione dell’oceano sterminato di agiografie, tasselli di una sorta di gara internazionale a scovare la frase più immaginifica, più consona al rilievo e, per quanto possibile, originale. Impegnando perfino il più autorevole quotidiano governativo del Giappone, il “Tokyo Nicinici Shinbun” . Lo scopo era di assemblare l’apparato scenografico nel quale gli attori aretini dei fatti raccontati in queste pagine hanno orientato le opinioni e le scelte nei suoi confronti. Sull’influenza garibaldina, sulla continuità della fama e della presenza fantasmatica dell’eroe nell’ambiente cittadino post mortem, sempre più strumentalizzata e strumentalizzabile, darà conto Giovanni Galli sul contributo Garibaldini e tradizione garibaldina in Arezzo. Il Garibaldi universale, “a global hero” mediatico che già in vita vestiva i panni del “personaggio dello star system” , appare lontanamente associabile, con le debite proporzioni a vantaggio del nostro, al Buffalo Bill d’oltreoceano. Più folcloristico e paracircense, senza alcun dubbio entità meno “vera”, più costruita e poco incisiva sul divenire della storia. Nel “La troupe di Buffalo Bill’s” si esibì al Teatro Petrarca di Arezzo, guadagnando il sarcasmo della stampa progressista locale che ne costatava gli aspetti farseschi. “Il Colonnel. A. Scirocco, Garibaldi, cit., p. . . Cfr. “The New–York Times”, “Chicago Weekly Journal” e, per l’ultima citazione, “The New York Daily Tribune”. . Di queste informazioni siamo debitori soprattutto ai volumi di Scirocco e Ragusa, citati. . Cfr. D. Mengozzi, Il bottone di Garibaldi: trofei e reliquie nella cultura della morte del Risorgimento, in A. Ragusa (a cura), Giuseppe Garibaldi, cit., p. . Per Degl’Innocenti il fenomeno “Garibaldi è incomprensibile se non lo si correla allo sviluppo delle comunicazioni e dei progressi tecnici dell’”. Egli “sapeva circondarsi di giornalisti e corrispondenti, pittori e incisori, scrittori e pubblicisti, più o meno entusiasti o almeno affascinati, dalla sua persona e dalle sue gesta”. Poi aggiunge: “Il linguaggio della politica comunque ne uscì profondamente modificato: Garibaldi, nella storia e nel mito, ne fu un prodotto e al tempo stesso un agente. In ciò aveva ben poco di provinciale o di anacronistico, e molto invece della modernizzazione massmediale e del discorso pubblico che cominciò ad affermarsi dalla metà dell’” (M. Degl’Innocenti, Garibaldi e l’Ottocento, cit., pp. –). Alessandro Garofoli lo Cody” presentava la troupe (in grassetto nell’originale) facendole eseguire “una barbara reminiscenza del Guarany, sicuro del plauso dell’intelligentissimo pubblico Aretino”. “L’Appennino” del febbraio accentuava i sospetti sulle capacità cognitive dei concittadini proponendo una vignetta ironica e ostile sull’avvenimento, sempre in prima pagina. Nella caricatura dell’americano la somiglianza con Garibaldi è impressionante e presumiamo non casuale: valeva una copia mal riuscita, una parodia, del ben più intrepido connazionale. Ogni luogo, fosse anche il più angusto, insignificante e sperduto, si arricchiva di notorietà e gloria al transito dell’eroe italiano, emergeva dall’anonimato. Era sopraelevato al rango di fonte d’orgoglio per i cittadini, che sentivano d’insinuarsi a tempo indefinito nelle pagine della grande storia. Così accadde per Rapolano, per Sinalunga e l’ancora più negletta Pieve di Sinalunga, Foiano, Arezzo, Pozzo della Chiana, Chiusi, Poggibonsi, Figline, Montepulciano. Quel municipalismo che non era “mai sopito nel tempo” — si avvertiva in quegli anni — andava a coniugarsi, a stabilire un’asse di congiunzione con la fresca avventura statale. L’eroe della nazione italiana simboleggiava parimenti “The (handsome) human face of revolution”, l’oggetto d’interesse per eccellenza in un panorama non eccelso, per quantità e qualità, dei cantori nostrani del Risorgimento. È stato scritto che la povertà, acclarata, di narratori ottocenteschi potrebbe essere addebitata al fatto che le menti migliori erano impegnate nel “fare l’Italia”. Con qualche distinguo per i contenuti degli opuscoli celebrativi, i memoriali, le biografie degli illustri, le rievocazioni, pur scarse di pregi letterari . Azzeccata la riflessione di Attilio Brilli, offerta con capacità espositiva e di cogliere il succo delle questioni: Confitta in un’immobilità sonnolenta, che è poi l’atmosfera culturale che si respira nelle due capitali, diffidente di una visione pragmatica e a vasto raggio delle vicende e delle smanie degli uomini che le determinano, trincerata dietro la retorica di un eroico, indefinito passato, e ammantata dei canoni del rigore apollineo, della dignità e del decoro, la cultura letteraria italiana appare lontana da quanto si veniva tessendo a Parigi, a Londra e perfino nell’innocente, ma quanto mai vitale, progressivo, esagitato Nuovo . Può essere utile Effemeridi patriottiche: editoria d’occasione e mito del Risorgimento nell’Italia Unita (–), a cura di F. Dolci, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, . Il cittadino del mondo Mondo. Nei rari casi in cui affronta, seppure in maniera frammentaria, nuove tematiche dalle profonde implicazioni economiche e sociali, lo fa non per acquisire una più vasta prospettiva narrativa, ma per contrastare tali tematiche in nome di superiori, vaghi ideali. E più spesso reagisce ai profondi cambiamenti nazionali e locali e alle rivoluzioni dei costumi con il bozzettismo polemico, con il ripiegamento nostalgico sul culto di “piccoli mondi antichi” e, complice il dischiudersi dell’orizzonte antropologico, con il recupero d’altrettanto antiche consuetudini regionali e delle energie morali di un ideale mondo agricolo, trasmigrate entrambe dalla fisionomia dei luoghi al carattere degli uomini . La descrizione del quotidiano regalata ai francesi dallo Hugo o da Zola è un’assenza che pesa. In Italia abbondava una cultura elitaria, alta (ad Arezzo scarseggiava pure quella). Tranne eccezioni sporadiche — ha scritto Giampiero Carocci — escludeva il popolo dalla partecipazione . Anzi la nazione appariva appesantita, almeno in questo senso, dall’immensa ma allo stesso tempo gravosa eredità culturale. Fra i prezzi che occorreva pagare per rendere più agevole, se non per consentire il processo evolutivo, stava la separazione fra cultura e politica. Quel connubio che era stato uno dei punti di forza del Risorgimento. Proficuamente . Si proponeva con forme che non sembrava azzardato intendere come drammatiche, in una società italiana ancora bloccata allo stadio agricolo patriarcale, “(. . . ) erede di una cultura centrata su valori di ascendenza classica, ripugnante per intima natura alle pratiche borghesi dell’utile e forte soltanto di un convenzionale complesso di superiorità che ne stabilisce il ‘primato’: un primato inutile” . Ciò premesso i compatrioti non hanno fatto mancare giudizi liricizzanti sui loro prodi. Nell’apologia s’immergeva, perfettamente a suo agio, Carducci: “Dinanzi a (Garibaldi) non ci vergogniamo dell’adorazione per l’individuo. Perché questo individuo ci raffigura il . A. Brilli, Il viaggio della capitale: Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità d’Italia, Torino, Libreria UTET, , p. XV. . Cfr. Storia della civiltà europea: l’Ottocento, vol. , a cura di U. Eco et al., Milano, Corriere della Sera–RCS, . . G. Carocci, Storia dell’Italia moderna: dal ai nostri giorni, Roma, Newton, , p. ; Id., Il Risorgimento, Roma, Newton Compton, . . È la tesi di Giulio Bollati, L’Italiano: il carattere nazionale come storia e come invenzione, Torino, Einaudi, –, p. XVIII e ss. . Ivi, p. XIX. Alessandro Garofoli più bello ideale della nazione italiana” . In onore del taumaturgo, che finiva con l’essere insieme eroe e santo laico, fantasticava nell’elogio funebre del Edmondo De Amicis, Michelangelo avrebbe senza dubbio dedicato una statua; Galileo Galilei avrebbe conferito il suo nome a un astro del firmamento . Non lesinava dosi draconiane di retorica il reduce vice presidente della Società dei veterani, avvocato Guiducci, incaricato di commemorare nel le ore ardimentose di Garibaldi a Curtatone e Montanara. Dall’incipit s’intuisce subito il tenore della decina di pagine: Sovrastano alla moltitudine gli uomini grandi; sopra gli uomini grandi i geni giganteggiano: intelligenze privilegiate, che danno nome o imprimono carattere ad un secolo; irradiano l’umanità di luce benefica, inestinguibile. Tale, Garibaldi – personificazione sublime della libertà! . Gli incontri fisici fra Arezzo e Garibaldi non sono stati presi in considerazione nella rievocazione del . I tralasciamenti possono pesare quanto le presenze, almeno confermando un certo imbarazzo se non misconoscimento. Del tutto omissivo sulle apparizioni di Garibaldi è d’altronde anche l’assessore Sarri, che l’aveva commemorato l’anno prima. Come il Guiducci, approfitta dell’occasione per estrarre qualche sassolino dalle scarpe. In questo caso il punctum dolens che prevale è il secolo in corso: un secolo “che mena vanto del suo positivismo, il quale spesso altro non è che deplorevole scettismo (sic) e lotta di personali interessi” . . G. Carducci, XX aprile . Apparso in quella data su più giornali, è stato quindi raccolto in Poeti e figure del Risorgimento, serie II, Edizione nazionale delle opere di Giosue Carducci, Bologna, Zanichelli, , pp. –. Riprodotto da Andrea Ragusa (a cura), Giuseppe Garibaldi, cit., pp. –. . Ivi, p. . . G.B. Guiducci, Discorso del V. Presidente della Società aretina de’ veterani Cav. Avv. G.B. Guiducci in commemorazione di Garibaldi e di Curtatone e Montanara. maggio , Arezzo, Tip. B. Pichi, , p. . Giovan B. di Giovanni Guiducci ( gennaio — luglio ) si laureò in legge a Pisa nel . Appena ventenne era arruolato nei garibaldini e fu in Lombardia e a Bezzecca, decorato per il coraggio. Conclusi gli studi universitari, tornò a fianco del comandante, arrivando al grado di tenente. Più tardi, impegnato in politica e nel sociale, diventò consigliere e assessore comunale; oltre a tanti altri incarichi, facilitati dal lignaggio, ad esempio nel mutuo soccorso. Ebbe l’onorificenza di grand’ufficiale della corona. Cfr. In memoria di Giovan Battista Guiducci Vicepresidente dell’Accademia, “Atti e memorie dell’Accademia Petrarca di Arezzo” (“AMAP”), IV (). . E. Sarri, Commemorandosi nel Giugno a iniziativa del Municipio di Arezzo dinanzi Il cittadino del mondo Guiducci rispolverava a più riprese il parallelismo fra Vittor (sic) Hugo e il condottiero italiano, prendendo le mosse dall’epigramma dedicato dal francese a Garibaldi “(. . . ) Nom immortel comme Lêonidas, Guillaume Tell”, presto seguito da un sospiro esclamativo: “Quanti punti di contatto fra questi due geni!” L’avvocato proseguiva solennizzando la compresenza, nella vita di tutti e due, dell’adorazione del popolo e delle eminenze: Esuli ambedue, sognatori grandi di una grande alleanza di popoli, hanno dovuto incitare le generazioni alla guerra, pur della guerra nemici! Inesplicabili contradizioni (sic) di questa vita sulla terra fuggente, in mezzo alle quali la umanità è dannata a dibattersi. Combattenti entrambi le battaglie appassionate, acri della vita, avvolti nel turbinio degli avvenimenti, ebbero talora la maledizione sul labbro, offesero tal’altra culti, credenze: ma i popoli si drizzarono a loro pur sempre, come a fari eterni di luce. Il più assoluto de’ principi scrive lettere ad Hugo, la più illustre prosapia di re rende il saluto a Garibaldi, fermo in piedi alla carrozza di lui. Egli è che nel primo vivea la poesia della Francia, nel secondo quella d’Italia, in ambedue la gloria dell’umanità! Pur incardinato a pieno titolo nel ceto che contava, il garibaldino Guiducci afferrò al volo il pretesto per rinnovare i lamenti — una costante degli eruditi cittadini — sulle deprecabili condizioni del regno e, con rafforzamento, del territorio. Nel guado frapposto fra la grandezza del duce delle camicie rosse e il martirio di tanti da una parte, e il disagio per le tristi condizioni attuali dall’altra, stavano le speranze disattese, il fastidio per la classe politica e gli amministratori, vecchi e nuovi, che apparivano inadeguati alle innumerevoli gravi necessità. “Tenace assertore d’italianità”, il Guiducci ultra settantenne ma di animo “sempre giovane” sentiva ancor vivi gli entusiasmi della epopea garibaldina e l’orgoglio d’avere indossata la camicia rossa, — egli che con straziante dolore avea assistito al triste periodo della svalutazione della nostra più grande vittoria, — se la malattia e la morte non lo avessero crudamente colpito, con quale profonda soddisfazione avrebbe salutato il magnifico risveglio delle più sane energie al monumento provinciale ai caduti nelle patrie battaglie il ° Anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi parole lette dall’Avv. Eliseo Sarri assessore comunale, Arezzo, D. Racuzzi, . L’uso filosofico politico dei momenti celebrativi è lampante a p. . . Ivi, p. . Alessandro Garofoli nazionali, e come avrebbe palpitato ai canti inneggianti a questa nuova, maravigliosa giovinezza italica, saldo e infrangibile presidio della compagine nazionale e della italiana libertà! . Lo scoramento, le inquietudini, in parte affrettate e premature, avvicinavano gli uomini della sinistra, con i contorni del “Risorgimento tradito”, ai critici della destra aretina. Il contrasto fra l’ideale e la realtà in progress era sentito, chiaro e inquietante. Lo ripetiamo in altri termini: i pregi sublimi di un’epoca oramai al tramonto stridevano con la mediocrità, con la pochezza del vivere quotidiano e il grigiore della politica. Ai vecchi occorreva che si sostituissero tanti nuovi “eroi”, stavolta nella gestione della cosa pubblica, nell’iniziativa imprenditoriale, nel magistero, nelle scienze e nelle lettere, nell’obbedienza alle leggi, nel rispetto e nell’identificazione con la patria e la nazione, nel senso dello Stato. Incorrotti e incorruttibili. Protagonisti d’eccellenza del vivere civile di cui l’Italia non abbondava. Nel ritornello che lo accomunava a molti contemporanei, anche Guiducci si doleva del fatto che quell’“epopèa stupenda” della patria dovesse aspettare “ancora il suo Omèro!”, il cantore delle gesta dei suoi valorosi. D’altronde toccava confessare che l’Italia non aveva “mostrata gratitudine ai suoi primi fattori”, intendendo per gratitudine non tanto e non solo la scontata e dovuta glorificazione, bensì l’emanazione di “leggi provvide”, l’impianto di “organismi adatti a conservare il conquistato”, l’uso della libertà “in tutto, per tutto e verso tutti”, lo studio “alacre, continuo, preveggente di aumentare la sua influenza in Europa, di assicurare a noi il nostro mare”. Il commemorante traeva da ciò le conclusioni: a fronte di tanta inettitudine risaltava su un piedistallo ancora più alto il Garibaldi unificatore, il nemico delle rivalità e delle divisioni. Egualmente il panegirico che segue andava ricondotto al momento attuale, lanciando un appello accorato contro la faziosità straripante, vero tumore da estirpare: . Trattasi di parte de Le parole di presentazione e di compianto del Vice–Presidente Cav. Uff. Dott. Massimiliano Falciai. Di fronte a sua “Eccellenza, spettabili Autorità, Signori e Signore”, nel corso della “solenne commemorazione del maggio ”, Falciai attribuiva al neonato regime doti taumaturgiche e salvifiche, il “magnifico risveglio delle più sane energie nazionali” e perfino l’essere un “saldo e infrangibile presidio della compagine nazionale e della italiana libertà”, collegando i meriti delle camicie rosse con il momento storico contemporaneo. Cfr. In memoria di Giovan Battista Guiducci. . . , cit., pp. XIII–XVI.