IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 1 Approfondimenti IRC Inserto redazionale de IL SEGNO a cura del Servizio IRC Informazioni 4 /2014 SUSSIDIO PER INSEGNANTI DI RELIGIONE CATTOLICA DELLA DIOCESI DI MILANO L’invito dell’Arcivescovo alla Professio fidei 8 maggio 2014 C 8 maggio 2014: “Professio fidei” in piazza Duomo Papa Francesco incontra l’Associazione Libera Card. Angelo Scola: scuola paritaria, cioè pubblica! Corresponsabilità dei genitori nella scuola «L’8 maggio dobbiamo rivolgerci al Crocifisso di persona» arissimi Idr, mi sembra importante lasciare questo editoriale al nostro Arcivescovo che sottolinea il fine ultimo della grande convocazione diocesana in Piazza Duomo per la “Professio fidei”: «Riconoscere che Gesù ha dato la vita per liberarci dal peccato e dalla morte, dal mio peccato, dalla mia morte». Buona Pasqua del Signore a tutti! Don Michele Di Tolve Scrive San Luca narrando la passione di Cristo (Lc 23,48): «Tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto». Tutta la folla che era venuta «a questo spettacolo»: lo spettacolo della Croce. Il significato della parola greca “spettacolo” non si riferisce tanto a una immagine fissa, ma piuttosto a una azione che coinvolge coloro che l’hanno vista e che infatti se ne tornavano «battendosi il petto». Anche noi dobbiamo assumere - in un modo intimamente personale e pertanto comunitario - questa disposizione del cuore e riconoscere che Gesù ha dato la vita per liberarci dal peccato e dalla morte, dal mio peccato, dalla mia morte. Non dobbiamo prendere questa parola «spettacolo» nel senso solito, ovvio, abituale, come se si trattasse di qualcosa che si deve solo guardare dall’esterno, ma assumere la posizione di chi si lascia coinvolgere fin nel profondo perché emerga il grido di verità e di giustizia. Dobbiamo rivolgerci al Crocifisso di persona. È lui il protagonista, è il suo sguardo, è la sua presenza che abbraccia tutte le nostre miserie, le nostre piccolezze, le nostre fatiche, i nostri dolori, le nostre contraddizioni, i nostri peccati con questi occhi pieni di misericordia. Ci rivolgeremo insieme al Crocifisso incontrandoci in piazza Duomo giovedì 8 maggio alle 21 per la Professio fidei che coinvolgerà tutta la comunità diocesana mediante una proposta di “spettacolo” e di preghiera. IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 2 Santo Padre Mettendoci insieme davanti alla Croce di San Carlo Borromeo e alla Reliquia del Santo Chiodo ci lasceremo raggiungere dallo sguardo di Cristo che coinvolge tutto della nostra persona. Tutto: di bene e di male, perché ci si possa realmente smuovere fin dal profondo delle viscere da questa misericordia crocifissa. Una convocazione diocesana, quella dell’8 maggio, che ci deve vedere tutti coinvolti e protagonisti in piazza Duomo: per diventare anche noi “spettacolo” per la fede dei nostri fratelli. Discorso del Santo Padre alla riunione della Congregazione per i Vescovi ci garantisca che ciò a cui aspirano i nostri cuori non è una promessa vana. La gente percorre faticosamente la pianura del quotidiano, e ha bisogno di essere guidata da chi è capace di vedere le cose dall’alto. Perciò non dobbiamo perdere mai di vista le necessità delle Chiese particolari a cui dobbiamo provvedere. Non esiste un Pastore standard per tutte le Chiese. Cristo conosce la singolarità del Pastore che ogni Chiesa richiede perché risponda ai suoi bisogni e la aiuti a realizzare le sue potenzialità. La nostra sfida è entrare nella prospettiva di Cristo, tenendo conto di questa singolarità delle Chiese particolari. Sala Bologna, giovedì 27 febbraio 2014. 1. L’essenziale nella missione della Congregazione Nella celebrazione dell’Ordinazione di un Vescovo, la Chiesa riunita, dopo l’invocazione dello Spirito Santo, chiede che sia ordinato il candidato presentato. Chi presiede allora domanda: «Avete il mandato?». Risuona in tale domanda quanto fece il Signore: «Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due…» (Mc 6,7). In fondo, la domanda si potrebbe esprimere anche così: “Siete certi che il suo nome è stato pronunciato dal Signore? Siete certi che sia stato il Signore ad annoverarlo tra i chiamati per stare con Lui in maniera singolare e per affidargli la missione che non è sua, ma è stata al Signore affidata dal Padre?”. Questa Congregazione esiste per aiutare a scrivere tale mandato, che poi risuonerà in tante Chiese e porterà gioia e speranza al Popolo Santo di Dio. Questa Congregazione esiste per assicurarsi che il nome di chi è scelto sia stato prima di tutto pronunciato dal Signore. Ecco la grande missione affidata alla Congregazione per i Vescovi, il suo compito più impegnativo: identificare coloro che lo stesso Spirito Santo pone alla guida della sua Chiesa. Dalle labbra della Chiesa si raccoglierà in ogni tempo e in ogni luogo la domanda: dacci un Vescovo! Il Popolo santo di Dio continua a parlare: abbiamo bisogno di uno che ci sorvegli dall’alto; abbiamo bisogno di uno che ci guardi con l’ampiezza del cuore di Dio; non ci serve un manager, un amministratore delegato di un’azienda, e nemmeno uno che stia al livello delle nostre pochezze o piccole pretese. Ci serve uno che sappia alzarsi all’altezza dello sguardo di Dio su di noi per guidarci verso di Lui. Solo nello sguardo di Dio c’è il futuro per noi. Abbiamo bisogno di chi, conoscendo l’ampiezza del campo di Dio più del proprio stretto giardino, 2 IRC aprile 2014 Card. Angelo Scola Arcivescovo di Milano 2. L’orizzonte di Dio determina la missione della Congregazione Per scegliere tali ministri abbiamo bisogno tutti noi di elevarci, di salire anche noi al “piano superiore”. Non possiamo fare a meno di salire, non possiamo accontentarci delle misure basse. Dobbiamo alzarci oltre e sopra le nostre eventuali preferenze, simpatie, appartenenze o tendenze per entrare nell’ampiezza dell’orizzonte di Dio e per trovare questi portatori del suo sguardo dall’alto. Non uomini condizionati dalla paura dal basso, ma Pastori dotati di parresia, capaci di assicurare che nel mondo c’è un sacramento di unità (Cost. Lumen gentium, 1) e perciò l’umanità non è destinata allo sbando e allo smarrimento. È questo grande obiettivo, delineato dallo Spirito, che determina il modo con cui si svolge questo compito generoso e impegnativo, per il quale io sono immensamente grato a ognuno di voi, cominciando dal Cardinale Prefetto Marc Ouellet e abbracciando tutti voi, Cardinali, Arcivescovi e Vescovi Membri. Una speciale parola di riconoscimento, per la generosità del loro lavoro, vorrei rivolgere agli Officiali del Dicastero, che silenziosamente e pazientemente contribuiscono al buon esito del servizio di provvedere alla Chiesa con i Pastori di cui ha bisogno. Nel firmare la nomina di ogni Vescovo vorrei poter toccare l’autorevolezza del vostro discernimento e la grandezza di orizzonti con la quale matura il vostro consiglio. Perciò, lo spirito che presiede i vostri lavori, dal compito arduo degli Officiali fino al discernimento dei Superiori e Membri della Congregazione, non potrà essere altro che quell’umile, silenzioso e laborioso processo svolto sotto la luce che viene dall’alto. Professionalità, servizio e santità di vita: se ci discostiamo da questo trinomio decadiamo dalla grandezza cui siamo chiamati. 3. La Chiesa Apostolica come fonte Dove trovare allora questa luce? L’altezza della Chiesa si trova sempre negli abissi profondi delle sue fondamenta. IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 3 Santo Padre Nella Chiesa Apostolica c’è quello che è alto e profondo. Il domani della Chiesa abita sempre nelle sue origini. Pertanto, vi invito a fare memoria e “visitare” la Chiesa Apostolica per cercare lì alcuni criteri. Sappiamo che il Collegio Episcopale, nel quale mediante il Sacramento saranno inseriti i Vescovi, succede al Collegio Apostolico. Il mondo ha bisogno di sapere che c’è questa Successione ininterrotta. Almeno nella Chiesa, tale legame con l’arché divina non si è spezzato. Le persone già conoscono con sofferenza l’esperienza di tante rotture: hanno bisogno di trovare nella Chiesa quel permanere indelebile della grazia del principio. 4. Il Vescovo come testimone del Risorto Esaminiamo pertanto il momento in cui la Chiesa Apostolica deve ricomporre il Collegio dei Dodici dopo il tradimento di Giuda. Senza i Dodici non può scendere la pienezza dello Spirito. Il successore va cercato tra chi ha seguito fin dagli inizi il percorso di Gesù e ora può diventare «insieme ai dodici» un «testimone della risurrezione» (cfr At 1,2122). C’è bisogno di selezionare tra i seguaci di Gesù i testimoni del Risorto. Da qui deriva il criterio essenziale per tratteggiare il volto dei Vescovi che vogliamo avere. Chi è un testimone del Risorto? È chi ha seguito Gesù fin dagli inizi e viene costituito con gli Apostoli testimone della sua Risurrezione. Anche per noi questo è il criterio unificante: il Vescovo è colui che sa rendere attuale tutto quanto è accaduto a Gesù e soprattutto sa, insieme con la Chiesa, farsi testimone della sua Risurrezione. Il Vescovo è anzitutto un martire del Risorto. Non un testimone isolato ma insieme con la Chiesa. La sua vita e il suo ministero devono rendere credibile la Risurrezione. Unendosi a Cristo nella croce della vera consegna di sé, fa sgorgare per la propria Chiesa la vita che non muore. Il coraggio di morire, la generosità di offrire la propria vita e di consumarsi per il gregge sono inscritti nel “DNA” dell’episcopato. La rinuncia e il sacrificio sono connaturali alla missione episcopale. E questo voglio sottolinearlo: la rinuncia e il sacrificio sono connaturali alla missione episcopale. L’episcopato non è per sé ma per la Chiesa, per il gregge, per gli altri, soprattutto per quelli che secondo il mondo sono da scartare. Pertanto, per individuare un Vescovo, non serve la contabilità delle doti umane, intellettuali, culturali e nemmeno pastorali. Il profilo di un Vescovo non è la somma algebrica delle sue virtù. È certo che ci serve uno che eccelle (CIC, can. 378 § 1): la sua integrità umana assicura la capacità di relazioni sane, equilibrate, per non proiettare sugli altri le proprie mancanze e diventare un fattore d’instabilità; la sua solidità cristiana è essenziale per promuovere la fraternità e la comunione; il suo comportamento retto attesta la misura alta dei discepoli del Signore; la sua preparazione culturale gli permette di dialogare con gli uomini e le loro culture; la sua ortodossia e fedeltà alla Verità intera custodita dalla Chiesa lo rende una colonna e un punto di riferimento; la sua disciplina interiore ed esteriore consente il possesso di sé e apre spazio per l’accoglienza e la guida degli altri; la sua capacità di governare con paterna fermezza garantisce la sicurezza dell’autorità che aiuta a crescere; la sua trasparenza e il suo distacco nell’amministrare i beni della comunità conferiscono autorevolezza e raccolgono la stima di tutti. Tutte queste imprescindibili doti devono essere tuttavia una declinazione della centrale testimonianza del Risorto, subordinati a questo prioritario impegno. È lo Spirito del Risorto che fa i suoi testimoni, che integra ed eleva le qualità e i valori edificando il Vescovo. 5. La sovranità di Dio, autore della scelta Ma torniamo al testo apostolico. Dopo il faticoso discernimento viene la preghiera degli Apostoli: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi … tu hai scelto» (At 1,24) e «tirarono a sorte» (At 1,26). Impariamo il clima del nostro lavoro e il vero Autore delle nostre scelte. Non possiamo allontanarci da questo «mostraci tu, Signore». È sempre imprescindibile assicurare la sovranità di Dio. Le scelte non possono essere dettate dalle nostre pretese, condizionate da eventuali “scuderie”, consorterie o egemonie. Per garantire tale sovranità ci sono due atteggiamenti fondamentali: il tribunale della propria coscienza davanti a Dio e la collegialità. E questo garantisce. Fin dai primi passi del nostro complesso lavoro (dalle Nunziature al lavoro degli Officiali, Membri e Superiori), questi due atteggiamenti sono imprescindibili: la coscienza davanti a Dio e l’impegno collegiale. Non l’arbitrio ma il discernimento insieme. Nessuno può avere in mano tutto, ognuno pone con umiltà e onestà la propria tessera di un mosaico che appartiene a Dio. Tale visione fondamentale ci spinge ad abbandonare il piccolo cabotaggio delle nostre barche per seguire la rotta della grande nave della Chiesa di Dio, il suo orizzonte universale di salvezza, la sua bussola salda nella Parola e nel Ministero, la certezza del soffio dello Spirito che la spinge e la sicurezza del porto che la attende. 6. Vescovi “kerigmatici” Un altro criterio lo insegna At 6,1-7: gli Apostoli impongono le mani su coloro che devono servire le mense perché non possono «lasciare da parte la Parola di Dio». Poiché la fede viene dall’annuncio, abbiamo bisogno di Vescovi kerigmatici. Uomini che rendono accessibile quel “per voi” di cui parla san Paolo. Uomini custodi della dottrina non per misurare quanto il mondo viva distante dalla verità che essa contiene, ma per affascinare il mondo, per incantarlo con la bellezza dell’amore, per sedurlo con l’offerta della libertà donata dal Vangelo. La Chiesa non ha bisogno di apologeti delle proprie cause né di crociati delle proprie battaglie, ma di seminatori umili e fiduciosi della verità, che sanno che essa è sempre loro di nuovo consegnata e si fidano della sua potenza. Vescovi consapevoli che anche quando sarà notte e la fatica del giorno li troverà stanchi, nel campo le sementi staranno germinando. Uomini pazienti perché sanno che la zizzania non sarà mai così tanta da riempire il campo. Il cuore umano è fatto per il grano, è stato il nemico che di nascosto ha gettato il cattivo seme. Il tempo della zizzania tuttavia è già irrevocabilmente fissato. Vorrei sottolineare bene questo: uomini pazienti! Dicono aprile 2014 IRC 3 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 4 Santo Padre che il Cardinale Siri soleva ripetere: «Cinque sono le virtù di un Vescovo: prima la pazienza, seconda la pazienza, terza la pazienza, quarta la pazienza e ultima la pazienza con coloro che ci invitano ad avere pazienza». Bisogna quindi impegnarsi piuttosto sulla preparazione del terreno, sulla larghezza della semina. Agire come fiduciosi seminatori, evitando la paura di chi si illude che il raccolto dipenda solo da sé, o l’atteggiamento disperato degli scolari che, avendo tralasciato di fare i compiti, gridano che ormai non c’è più nulla da fare. 7. Vescovi oranti Il medesimo testo di At 6,1-7 si riferisce alla preghiera come ad uno dei due compiti essenziali del Vescovo: «Dunque, fratelli, cercate tra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola» (vv. 3-4). Ho parlato di Vescovi kerigmatici, adesso segnalo l’altro tratto dell’identità del Vescovo: uomo di preghiera. La stessa parresia che deve avere nell’annuncio della Parola, deve averla nella preghiera, trattando con Dio nostro Signore il bene del suo popolo, la salvezza del suo popolo. Coraggioso nella preghiera di intercessione come Abramo, che negoziava con Dio la salvezza di quella gente (cfr Gen 18,22-33); come Mosè quando si sente impotente per guidare il popolo (Nm 11,10-15), quando il Signore è stufo del suo popolo (cfr Nm 14,10-19), o quando gli dice che sta per distruggere il popolo e promette a lui di farlo capo di un altro popolo. Quel coraggio di dire no, non negozio il mio popolo, davanti a Lui! (cfr Es 32,11-14.30-32). Un uomo che non ha il coraggio di discutere con Dio in favore del suo popolo non può essere Vescovo - questo lo dico dal cuore, sono convinto -, e neppure colui che non è capace di assumere la missione di portare il popolo di Dio fino al luogo che Lui, il Signore, gli indica (cfr Es 32,33-34). E questo vale anche per la pazienza apostolica: la medesima hypomone che deve esercitare nella predicazione della Parola (cfr 2 Cor 6,4) la deve avere nella sua preghiera. Il Vescovo dev’essere capace di “entrare in pazienza” davanti a Dio, guardando e lasciandosi guardare, cercando e lasciandosi cercare, trovando e lasciandosi trovare, pazientemente davanti al Signore. Tante volte addormentandosi davanti al Signore, ma questo è buono, fa bene! Parresia e hypomone nella preghiera forgiano il cuore del Vescovo e lo accompagnano nella parresia e nella hypomone che deve avere nell’annuncio della Parola nel kerigma. Questo capisco quando leggo il versetto 4 del capitolo 6 degli Atti degli Apostoli. 8. Vescovi Pastori Nelle parole che ho rivolto ai Rappresentanti Pontifici, ho così tracciato il profilo dei candidati all’episcopato: siano Pastori vicini alla gente, «padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da “Principi”; … che non siano ambiziosi e che non ricerchino l’episcopato … siano sposi di una Chiesa, senza essere in costante ricerca di un’altra - questo si chiama adulterio. Siano capaci 4 IRC aprile 2014 di “sorvegliare” il gregge che sarà loro affidato, di avere cioè cura per tutto che lo mantiene unito; … capaci di “vegliare” per il gregge» (21 giugno 2013). Ribadisco che la Chiesa ha bisogno di Pastori autentici; e vorrei approfondire questo profilo del Pastore. Guardiamo il testamento dell’apostolo Paolo (cfr At 20,17-38). Si tratta dell’unico discorso pronunciato dall’Apostolo nel libro degli Atti che è diretto ai cristiani. Non parla ai suoi avversari farisei, né ai sapienti greci, ma ai suoi. Parla a noi. Egli affida i Pastori della Chiesa «alla Parola della grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità». Dunque, non padroni della Parola, ma consegnati a essa, servi della Parola. Solo così è possibile edificare e ottenere l’eredità dei santi. A quanti si tormentano con la domanda sulla propria eredità – “qual è il lascito di un Vescovo? L’oro o l’argento?” - Paolo risponde: la santità. La Chiesa rimane quando si dilata la santità di Dio nei suoi membri. Quando dal suo cuore intimo, che è la Trinità Santissima, tale santità sgorga e raggiunge l’intero Corpo. C’è bisogno che l’unzione dall’alto scorra fino all’orlo del mantello. Un Vescovo non potrebbe mai rinunciare all’ansia che l’olio dello Spirito di santità arrivi fino all’ultimo lembo della veste della sua Chiesa. Il Concilio Vaticano II afferma che ai Vescovi «è pienamente affidato l’ufficio pastorale, ossia l’assidua e quotidiana cura del gregge» (Lumen gentium, 27). Bisogna soffermarsi di più su questi due qualificativi della cura del gregge: assidua e quotidiana. Nel nostro tempo l’assiduità e la quotidianità sono spesso associate alla routine e alla noia. Perciò non di rado si cerca di scappare verso un permanente “altrove”. Questa è una tentazione dei Pastori, di tutti i Pastori. I padri spirituali devono spiegarcelo bene, affinché noi lo capiamo e non cadiamo. Anche nella Chiesa purtroppo non siamo esenti da questo rischio. Perciò è importante ribadire che la missione del Vescovo esige assiduità e quotidianità. Io penso che in questo tempo di incontri e di convegni è tanto attuale il decreto di residenza del Concilio di Trento: è tanto attuale e sarebbe bello che la Congregazione dei Vescovi scrivesse qualcosa su questo. Al gregge serve trovare spazio nel cuore del Pastore. Se questo non è saldamente ancorato in sé stesso, in Cristo e nella sua Chiesa, sarà continuamente sballottato dalle onde alla ricerca di effimere compensazioni e non offrirà al gregge alcun riparo. Conclusione Alla fine di queste mie parole mi domando: dove possiamo trovare tali uomini? Non è facile. Ci sono? Come selezionarli? Penso al profeta Samuele alla ricerca del successore di Saul (cfr 1 Sam 16,11-13) che domanda al vecchio Iesse: «Sono qui tutti i suoi figli?», e sentendo che il piccolo Davide era a pascolare il gregge ordina: «Manda a prenderlo». Anche noi non possiamo fare a meno di scrutare i campi della Chiesa cercando chi presentare al Signore perche Egli ti dica: «Ungilo: è lui!». Sono certo che essi ci sono, perché il Signore non abbandona la sua Chiesa. Forse siamo noi che non giriamo abbastanza per i campi a cercarli. Forse ci serve l’avvertenza di Samuele: «Non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». È di questa santa inquietudine che vorrei vivesse questa Congregazione. IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 5 Santo Padre Parole del Santo Padre all’incontro promosso da “Libera” Parrocchia di San Gregorio VII, Roma, Venerdì, 21 marzo 2014. Cari fratelli e sorelle, grazie di avere fatto questa tappa a Roma, che mi dà la possibilità di incontrarvi, prima della veglia e della “Giornata della memoria e dell’impegno” che vivrete stasera e domani a Latina. Ringrazio Don Luigi Ciotti e i suoi collaboratori, e anche i Padri Francescani di questa parrocchia. Saluto anche il vescovo di Latina, Mons. Crociata, qui presente. Grazie, Eccellenza. Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza, ed è questa: che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione, in ogni parte del mondo… E questo deve partire da dentro, dalle coscienze, e da lì risanare, risanare i comportamenti, le relazioni, le scelte, il tessuto sociale, così che la giustizia guadagni spazio, si allarghi, si radichi, e prenda il posto dell’inequità. So che voi sentite fortemente questa speranza, e voglio condividerla con voi, dirvi che vi sarò vicino anche questa notte e domani, a Latina – pur se non potrò venire fisicamente, ma sarò con voi in questo cammino, che richiede tenacia, perseveranza. In particolare, voglio esprimere la mia solidarietà a quanti tra voi hanno perso una persona cara, vittima della violenza mafiosa. Grazie per la vostra testimonianza, perché non vi siete chiusi, ma vi siete aperti, siete usciti, per raccontare la vostra storia di dolore e di speranza. Questo è tanto importante, specialmente per i giovani! Vorrei pregare con voi – e lo faccio di cuore – per tutte le vittime delle mafie. Anche pochi giorni fa, vicino a Taranto, c’è stato un delitto che non ha avuto pietà nemmeno di un bambino. Ma nello stesso tempo preghiamo insieme, tutti quanti, per chiedere la forza di andare avanti, di non scoraggiarci, ma di continuare a lottare contro la corruzione. E sento che non posso finire senza dire una parola ai grandi assenti, oggi, ai protagonisti assenti: agli uomini e alle donne mafiosi. Per favore, cambiate vita, convertitevi, fermatevi, smettete di fare il male! E noi preghiamo per voi. Convertitevi, lo chiedo in ginocchio; è per il vostro bene. Questa vita che vivete adesso, non vi darà piacere, non vi darà gioia, non vi darà felicità. Il potere, il denaro che voi avete adesso da tanti affari sporchi, da tanti crimini mafiosi, è denaro insanguinato, è potere insanguinato, e non potrete portarlo nell’altra vita. Convertitevi, ancora c’è tempo, per non finire all’inferno. E’ quello che vi aspetta se continuate su questa strada. Voi avete avuto un papà e una mamma: pensate a loro. Piangete un po’ e convertitevi. Preghiamo insieme la nostra Madre Maria che ci aiuti: Ave Maria… Papa Francesco: «La mia ricerca della verità» L’inedito di Bergoglio: le certezze assolute sono il rifugio di chi ha paura. Salta all’occhio il fatto che nel corso della storia si siano moltiplicati - e continuino a moltiplicarsi anche oggi - i fondamentalismi. In sostanza si tratta di sistemi di pensiero e di condotta assolutamente imbalsamati, che servono da rifugio. Il fondamentalismo si organizza a partire dalla rigidità di un pensiero unico, all’interno del quale la persona si protegge dalle istanze destabilizzanti (e dalle crisi) in cambio di un certo quietismo esistenziale. Il fondamentalismo non ammette sfumature o ripensamenti, semplicemente perché ha paura e - in concreto - ha paura della verità. Chi si rifugia nel fondamentalismo è una persona che ha paura di mettersi in cammino per cercare la verità. Già «possiede» la verità, già l’ha acquisita e strumentalizzata come mezzo di difesa; perciò vive ogni discussione come un’aggressione personale. La nostra relazione con la verità non è statica, poiché la Somma Verità è infinita e può sempre essere conosciuta maggiormente; è sempre possibile immergersi di più nelle sue profondità. Ai cristiani, l’apostolo Pietro chiede di essere pronti a «rendere ragione» della loro speranza; vuol dire che la verità su cui fondiamo l’esistenza deve aprirsi al dialogo, alle difficoltà che altri ci mostrano o che le circostanze ci pongono. La verità è sempre «ragionevole», anche qualora io non lo sia, e la sfida consiste nel mantenersi aperti al punto di vista dell’altro, senza fare delle nostre convinzioni una totalità immobile. Dialogo non significa relativismo, ma «logos» che si condivide, ragione che si offre nell’amore, per costruire insieme una realtà ogni volta più liberatrice. In questo circolo virtuoso, il dialogo svela la verità e la verità si nutre di dialogo. L’ascolto attento, il silenzio rispettoso, l’empatia sincera, l’autentico metterci a disposizione dello straniero e dell’altro, sono virtù essenziali da coltivare e trasmettere nel mondo di oggi. Dio stesso ci invita al dialogo, ci chiama e ci convoca attraverso la sua Parola, quella Parola che ha abbandonato ogni nido e riparo per farsi uomo. Così appaiono tre dimensioni dialogiche, intimamente aprile 2014 IRC 5 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 6 Santo Padre connesse: una tra la persona e Dio - quella che i cristiani chiamano preghiera -, una degli esseri umani tra loro, e una terza, di dialogo con noi stessi. Attraverso queste tre dimensioni la verità cresce, si consolida, si dilata nel tempo. [...] A questo punto dobbiamo chiederci: che cosa intendiamo per verità? Cercare la verità è diverso dal trovare formule per possederla e manipolarla a proprio piacimento. Il cammino della ricerca impegna la totalità della persona e dell’esistenza. È un cammino che fondamentalmente implica umiltà. Con la piena convinzione che nessuno basta a se stesso e che è disumanizzante usare gli altri come mezzi per bastare a se stessi, la ricerca della verità intraprende questo laborioso cammino, spesso artigianale, di un cuore umile che non accetta di saziare la sua sete con acque stagnanti. Il «possesso» della verità di tipo fondamentalista manca di umiltà: pretende di imporsi sugli altri con un gesto che, in sé e per sé, risulta autodifensivo. La ricerca della verità non placa la sete che suscita. La coscienza della «saggia ignoranza» ci fa ricominciare continuamente il cammino. Una «saggia ignoranza» che, con l’esperienza della vita, diventerà «dotta». Possiamo affermare senza timore che la verità non la si ha, non la si possiede: la si incontra. Per poter essere desiderata, deve cessare di essere quella che si può possedere. La verità si apre, si svela a chi - a sua volta - si apre a lei. La parola verità, precisamente nella sua accezione greca di aletheia, indica ciò che si manifesta, ciò che si svela, ciò che si palesa attraverso un’apparizione miracolosa e gratuita. L’accezione ebraica, al contrario, con il termine emet, unisce il senso del vero a quello di certo, saldo, che non mente né inganna. La verità, quindi, ha una duplice connotazione: è la manifestazione dell’essenza delle cose e delle persone, che nell’aprire la loro intimità ci regalano la certezza della loro autenticità, la prova affidabile che ci invita a credere in loro. Tale certezza è umile, poiché semplicemente «lascia essere» l’altro nella sua manifestazione, e non lo sottomette alle nostre esigenze o imposizioni. Questa è la prima giustizia che dobbiamo agli altri e a noi stessi: accettare la verità di quel che siamo, dire la verità di ciò che pensiamo. Inoltre, è un atto d’amore. Non si costruisce niente mettendo a tacere o negando la verità. La nostra dolorosa storia politica ha preteso molte volte di imbavagliarla. Molto spesso l’uso di eufemismi verbali ci ha anestetizzati o addormentati di fronte a lei. È, però, giunto il momento di ricongiungere, di gemellare la verità che deve essere proclamata profeticamente con una giustizia autenticamente ristabilita. La giustizia sorge solo quando si chiamano con il loro nome le circostanze in cui ci siamo ingannati e traditi nel nostro destino storico. E facendo questo, compiamo uno dei principali servizi di responsabilità per le prossime generazioni. La verità non si incontra mai da sola. Insieme a lei ci sono la bontà e la bellezza. O, per meglio dire, la Verità è buona e bella. «Una verità non del tutto buona nasconde sempre una bontà non vera», diceva un pensatore argentino. Insisto: le tre cose vanno insieme e non è possibile cercare né trovare l’una senza le altre. Una realtà ben diversa dal semplice «possesso della verità» rivendicato dai fondamentalismi: questi ultimi prendono per valide le formule in sé e per sé, svuotate di bontà e bellezza, e cercano di imporsi agli altri con aggressività e violenza, facendo il male e cospirando contro la vita stessa. Francesco 6 IRC aprile 2014 «Benedetto XVI non è una statua. Partecipa alla vita della Chiesa» Bergoglio e il primo anno da Papa: «Grande attenzione ai divorziati. Sulle unioni civili valutare i casi». Un anno è trascorso da quel semplice «buonasera» che commosse il mondo. L’arco di dodici mesi così intensi - non solo per la vita della Chiesa - fatica a contenere la grande messe di novità e i tanti segni profondi dell’innovazione pastorale di Francesco. Siamo in una saletta di Santa Marta. Una sola finestra dà su un piccolo cortile interno che schiude un minuscolo angolo di cielo azzurro. La giornata è bellissima, primaverile, tiepida. Il Papa sbuca all’improvviso, quasi di scatto, da una porta e ha un viso disteso, sorridente. Guarda divertito i troppi registratori che l’ansia senile di un giornalista ha posto su un tavolino. «Funzionano? Sì? Bene». Il bilancio di un anno? No, i bilanci non gli piacciono. «Li faccio solo ogni quindici giorni, con il mio confessore». Lei, Santo Padre, ogni tanto telefona a chi le chiede aiuto. E qualche volta non le credono. «Sì, è capitato. Quando uno chiama è perché ha voglia di parlare, una domanda da fare, un consiglio da chiedere. Da prete a Buenos Aires era più semplice. E per me resta un’abitudine. Un servizio. Lo sento dentro. Certo, ora non è tanto facile farlo vista la quantità di gente che mi scrive». E c’è un contatto, un incontro che ricorda con particolare affetto? «Una signora vedova, di ottant’anni, che aveva perso il figlio. Mi scrisse. E adesso le faccio una chiamatina ogni mese. Lei è felice. Io faccio il prete. Mi piace». I rapporti con il suo predecessore. Ha mai chiesto qualche consiglio a Benedetto XVI? «Sì. Il Papa emerito non è una statua in un museo. È una istituzione. Non eravamo abituati. Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri. Non lo sappiamo. Lui è discreto, umile, non vuole disturbare. Ne abbiamo parlato e abbiamo deciso insieme che sarebbe stato meglio che vedesse gente, uscisse e partecipasse alla vita della Chiesa. Una volta è venuto qui per la benedizione della statua di San Michele Arcangelo, poi a pranzo a Santa Marta e, IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 7 Santo Padre dopo Natale, gli ho rivolto l’invito a partecipare al Concistoro e lui ha accettato. La sua saggezza è un dono di Dio. Qualcuno avrebbe voluto che si ritirasse in una abbazia benedettina lontano dal Vaticano. Io ho pensato ai nonni che con la loro sapienza, i loro consigli danno forza alla famiglia e non meritano di finire in una casa di riposo». Il suo modo di governare la Chiesa a noi è sembrato questo: lei ascolta tutti e decide da solo. Un po’ come il generale dei gesuiti. Il Papa è un uomo solo? «Sì e no. Capisco quello che vuol dirmi. Il Papa non è solo nel suo lavoro perché è accompagnato e consigliato da tanti. E sarebbe un uomo solo se decidesse senza sentire o facendo finta di sentire. Però c’è un momento, quando si tratta di decidere, di mettere una firma, nel quale è solo con il suo senso di responsabilità». Lei ha innovato, criticato alcuni atteggiamenti del clero, scosso la Curia. Con qualche resistenza, qualche opposizione. La Chiesa è già cambiata come avrebbe voluto un anno fa? «Io nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Non mi aspettavo questo trasferimento di diocesi, diciamo così. Ho cominciato a governare cercando di mettere in pratica quello che era emerso nel dibattito tra cardinali nelle varie congregazioni. Nel mio modo di agire aspetto che il Signore mi dia l’ispirazione. Le faccio un esempio. Si era parlato della cura spirituale delle persone che lavorano nella Curia, e si sono cominciati a fare dei ritiri spirituali. Si doveva dare più importanza agli Esercizi Spirituali annuali: tutti hanno diritto a trascorrere cinque giorni in silenzio e meditazione, mentre prima nella Curia si ascoltavano tre prediche al giorno e poi alcuni continuavano a lavorare». La tenerezza e la misericordia sono l’essenza del suo messaggio pastorale... «E del Vangelo. È il centro del Vangelo. Altrimenti non si capisce Gesù Cristo, la tenerezza del Padre che lo manda ad ascoltarci, a guarirci, a salvarci». Ma è stato compreso questo messaggio? Lei ha detto che la francescomania non durerà a lungo. C’è qualcosa nella sua immagine pubblica che non le piace? «Mi piace stare tra la gente, insieme a chi soffre, andare nelle parrocchie. Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco. Quando si dice per esempio che esce di notte dal Vaticano per andare a dar da mangiare ai barboni in via Ottaviano. Non mi è mai venuto in mente. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale». Nostalgia per la sua Argentina? «La verità è che io non ho nostalgia. Vorrei andare a trovare mia sorella, che è ammalata, l’ultima di noi cinque. Mi piacerebbe vederla, ma questo non giustifica un viaggio in Argentina: la chiamo per telefono e questo basta. Non penso di an- dare prima del 2016, perché in America Latina sono già stato a Rio. Adesso devo andare in Terra Santa, in Asia, poi in Africa». Ha appena rinnovato il passaporto argentino. Lei è pur sempre un capo di Stato. «L’ho rinnovato perché scadeva». Le sono dispiaciute quelle accuse di marxismo, soprattutto americane, dopo la pubblicazione dell’Evangelii Gaudium? «Per nulla. Non ho mai condiviso l’ideologia marxista, perché non è vera, ma ho conosciuto tante brave persone che professavano il marxismo». Gli scandali che hanno turbato la vita della Chiesa sono fortunatamente alle spalle. Le è stato rivolto, sul delicato tema degli abusi sui minori, un appello pubblicato dal Foglio e firmato tra gli altri dai filosofi Besançon e Scruton perché lei faccia sentire alta la sua voce contro i fanatismi e la cattiva coscienza del mondo secolarizzato che rispetta poco l’infanzia. «Voglio dire due cose. I casi di abusi sono tremendi perché lasciano ferite profondissime. Benedetto XVI è stato molto coraggioso e ha aperto una strada. La Chiesa su questa strada ha fatto tanto. Forse più di tutti. Le statistiche sul fenomeno della violenza dei bambini sono impressionanti, ma mostrano anche con chiarezza che la grande maggioranza degli abusi avviene in ambiente familiare e di vicinato. La Chiesa cattolica è forse l’unica istituzione pubblica ad essersi mossa con trasparenza e responsabilità. Nessun altro ha fatto di più. Eppure la Chiesa è la sola ad essere attaccata». Santo Padre, lei dice «i poveri ci evangelizzano». L’attenzione alla povertà, la più forte impronta del suo messaggio pastorale, è scambiata da alcuni osservatori come una professione di pauperismo. Il Vangelo non condanna il benessere. E Zaccheo era ricco e caritatevole. «Il Vangelo condanna il culto del benessere. Il pauperismo è una delle interpretazioni critiche. Nel Medioevo c’erano molte correnti pauperistiche. San Francesco ha avuto la genialità di collocare il tema della povertà nel cammino evangelico. Gesù dice che non si possono servire due signori, Dio e la Ricchezza. E quando veniamo giudicati nel giudizio finale (Matteo, 25) conta la nostra vicinanza con la povertà. La povertà allontana dall’idolatria, apre le porte alla Provvidenza. Zaccheo devolve metà della sua ricchezza ai poveri. E a chi tiene i granai pieni del proprio egoismo il Signore, alla fine, presenta il conto. Quello che penso della povertà l’ho espresso bene nella Evangelii Gaudium». Lei ha indicato nella globalizzazione, soprattutto finanziaria, alcuni dei mali che aggrediscono l’umanità. Ma la globalizzazione ha strappato dall’indigenza milioni di persone. Ha dato speranza, un sentimento raro da non confondere con l’ottimismo. «È vero, la globalizzazione ha salvato dalla povertà molte persone, ma ne ha condannate tante altre a morire di fame, aprile 2014 IRC 7 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 8 Santo Padre perché con questo sistema economico diventa selettiva. La globalizzazione a cui pensa la Chiesa assomiglia non a una sfera, nella quale ogni punto è equidistante dal centro e in cui quindi si perde la peculiarità dei popoli, ma a un poliedro, con le sue diverse facce, per cui ogni popolo conserva la propria cultura, lingua, religione, identità. L’attuale globalizzazione “sferica” economica, e soprattutto finanziaria, produce un pensiero unico, un pensiero debole. Al centro non vi è più la persona umana, solo il denaro». Il tema della famiglia è centrale nell’attività del Consiglio degli otto cardinali. Dall’esortazione Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II molte cose sono cambiate. Due Sinodi sono in programma. Si aspettano grandi novità. Lei ha detto dei divorziati: non vanno condannati, vanno aiutati. «È un lungo cammino che la Chiesa deve compiere. Un processo voluto dal Signore. Tre mesi dopo la mia elezione mi sono stati sottoposti i temi per il Sinodo, si è proposto di discutere su quale fosse l’apporto di Gesù all’uomo contemporaneo. Ma alla fine con passaggi graduali - che per me sono stati segni della volontà di Dio - si è scelto di discutere della famiglia che attraversa una crisi molto seria. È difficile formarla. I giovani si sposano poco. Vi sono molte famiglie separate nelle quali il progetto di vita comune è fallito. I figli soffrono molto. Noi dobbiamo dare una risposta. Ma per questo bisogna riflettere molto in profondità. È quello che il Concistoro e il Sinodo stanno facendo. Bisogna evitare di restare alla superficie. La tentazione di risolvere ogni problema con la casistica è un errore, una semplificazione di cose profonde, come facevano i farisei, una teologia molto superficiale. È alla luce della riflessione profonda che si potranno affrontare seriamente le situazioni particolari, anche quelle dei divorziati, con profondità pastorale». Perché la relazione del cardinale Walter Kasper all’ultimo Concistoro (un abisso tra dottrina sul matrimonio e la famiglia e la vita reale di molti cristiani) ha così diviso i porporati? Come pensa che la Chiesa possa percorrere questi due anni di faticoso cammino arrivando a un largo e sereno consenso? Se la dottrina è salda, perché è necessario il dibattito? «Il cardinale Kasper ha fatto una bellissima e profonda presentazione, che sarà presto pubblicata in tedesco, e ha affrontato cinque punti, il quinto era quello dei secondi matrimoni. Mi sarei preoccupato se nel Concistoro non vi fosse stata una discussione intensa, non sarebbe servito a nulla. I cardinali sapevano che potevano dire quello che volevano, e hanno presentato molti punti di vista distinti, che arricchiscono. I confronti fraterni e aperti fanno crescere il pensiero teologico e pastorale. Di questo non ho timore, anzi lo cerco». In un recente passato era abituale l’appello ai cosiddetti «valori non negoziabili» soprattutto in bioetica e nella morale sessuale. Lei non ha ripreso questa formula. I principi dottrinali e morali non sono cambiati. Questa scelta vuol forse indicare uno stile meno precettivo e più rispettoso della coscienza personale? «Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I 8 IRC aprile 2014 valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano esser valori negoziabili. Quello che dovevo dire sul tema della vita, l’ho scritto nell’esortazione Evangelii Gaudium». Molti Paesi regolano le unioni civili. È una strada che la Chiesa può comprendere? Ma fino a che punto? «Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall’esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l’assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di varia natura, di cui non saprei elencare le diverse forme. Bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà». Come verrà promosso il ruolo della donna nella Chiesa? «Anche qui la casistica non aiuta. È vero che la donna può e deve essere più presente nei luoghi di decisione della Chiesa. Ma questa io la chiamerei una promozione di tipo funzionale. Solo così non si fa tanta strada. Bisogna piuttosto pensare che la Chiesa ha l’articolo femminile “la”: è femminile dalle origini. Il grande teologo Urs von Balthasar lavorò molto su questo tema: il principio mariano guida la Chiesa accanto a quello petrino. La Vergine Maria è più importante di qualsiasi vescovo e di qualsiasi apostolo. L’approfondimento teologale è in corso. Il cardinale Rylko, con il Consiglio dei Laici, sta lavorando in questa direzione con molte donne esperte di varie materie». A mezzo secolo dall’Humanae Vitae di Paolo VI, la Chiesa può riprendere il tema del controllo delle nascite? Il cardinale Martini, suo confratello, riteneva che fosse ormai venuto il momento. «Tutto dipende da come viene interpretata l’Humanae Vitae. Lo stesso Paolo VI, alla fine, raccomandava ai confessori molta misericordia, attenzione alle situazioni concrete. Ma la sua genialità fu profetica, ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro. La questione non è quella di cambiare la dottrina, ma di andare in profondità e far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni e di ciò che per le persone è possibile fare. Anche di questo si parlerà nel cammino del Sinodo». La scienza evolve e ridisegna i confini della vita. Ha senso prolungare artificialmente la vita in stato vegetativo? Il testamento biologico può essere una soluzione? «Io non sono uno specialista negli argomenti bioetici. E temo che ogni mia frase possa essere equivocata. La dottrina tradizionale della Chiesa dice che nessuno è obbligato a usare mezzi straordinari quando si sa che è in una fase terminale. Nella mia pastorale, in questi casi, ho sempre consigliato le cure palliative. In casi più specifici è bene ricorrere, se necessario, al consiglio degli specialisti ». Il prossimo viaggio in Terra Santa porterà a un accordo di intercomunione con gli ortodossi che Pao- IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 9 Santo Padre lo VI, cinquant’anni fa, era arrivato quasi a firmare con Atenagora? «Siamo tutti impazienti di ottenere risultati “chiusi”. Ma la strada dell’unità con gli ortodossi vuol dire soprattutto camminare e lavorare insieme. A Buenos Aires, nei corsi di catechesi, venivano diversi ortodossi. Io trascorrevo il Natale e il 6 gennaio insieme ai loro vescovi, che a volte chiedevano anche consiglio ai nostri uffici diocesani. Non so se sia vero l’episodio che si racconta di Atenagora che avrebbe proposto a Paolo VI che loro camminassero insieme e mandassero tutti i teologi su un’isola a discutere fra loro. È una battuta, ma importante è che camminiamo insieme. La teologia ortodossa è molto ricca. E credo che loro abbiano in questo momento grandi teologi. La loro visione della Chiesa e della sinodalità è meravigliosa». Fra qualche anno la più grande potenza mondiale sarà la Cina con la quale il Vaticano non ha rapporti. Matteo Ricci era gesuita come lei. «Siamo vicini alla Cina. Io ho mandato una lettera al presidente Xi Jinping quando è stato eletto, tre giorni dopo di me. E lui mi ha risposto. Dei rapporti ci sono. È un popolo grande al quale voglio bene». Perché Santo Padre non parla mai d’Europa? Che cosa non la convince del disegno europeo? «Lei ricorda il giorno in cui ho parlato dell’Asia? Che cosa ho detto? (qui il cronista si avventura in qualche spiegazione raccogliendo vaghi ricordi per poi accorgersi di essere caduto in un simpatico trabocchetto). Io non ho parlato né dell’Asia, né dell’Africa, né dell’Europa. Solo dell’America Latina quando sono stato in Brasile e quando ho dovuto ricevere la Commissione per l’America Latina. Non c’è stata ancora l’occasione di parlare d’Europa. Verrà». Che libro sta leggendo in questi giorni? «Pietro e Maddalena di Damiano Marzotto sulla dimensione femminile della Chiesa. Un bellissimo libro». E non riesce a vedere qualche bel film, un’altra delle sue passioni? La grande bellezza ha vinto l’Oscar. La vedrà? «Non lo so. L’ultimo film che ho visto è stato La vita è bella di Benigni. E prima avevo rivisto La Strada di Fellini. Un capolavoro. Mi piaceva anche Wajda...». San Francesco ebbe una giovinezza spensierata. Le chiedo: si è mai innamorato? «Nel libro Il Gesuita, racconto di quando avevo una fidanzatina a 17 anni. E ne faccio cenno anche ne Il Cielo e la Terra, il volume che ho scritto con Abraham Skorka. In seminario una ragazza mi fece girare la testa per una settimana». E come finì se non sono indiscreto? «Erano cose da giovani. Ne parlai con il mio confessore» (un grande sorriso). Grazie Padre Santo. «Grazie a lei». Ferruccio de Bortoli 5 marzo 2014 – www.corriere.it «Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà» Vi proponiamo, come spunto di riflessione, il messaggio che il Santo Padre ha preparato per la Quaresima che stiamo vivendo. Cari fratelli e sorelle, in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico? La grazia di Cristo Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22). Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – «...perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle aprile 2014 IRC 9 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 10 Santo Padre acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8), «erede di tutte le cose» (Eb 1,2). Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29). È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo. La nostra testimonianza Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo. Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua 10 IRC aprile 2014 diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione. Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera. Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana. Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole. Lo Spirito Santo, grazie al quale «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 11 Santo Padre e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. Papa Francesco Avvenire.it «Dalla corruzione non si torna indietro» Al tempo di Gesù c’era una classe dirigente che si era allontanata dal popolo, lo aveva “abbandonato”, incapace di altro se non di seguire la propria ideologia e di scivolare verso la corruzione. Lo ha affermato Papa Francesco all’omelia della Messa celebrata questa mattina presso l’Altare della Cattedra in San Pietro, alla presenza di 493 parlamentari italiani. Interessi di partito, lotte interne. Le energie di chi comandava ai tempi di Gesù erano per queste cose al punto che quando il Messia si palesa ai loro occhi non lo riconoscono, anzi lo accusano di essere un guaritore della schiera di Satana. Ad ascoltare di primo mattino le parole di Papa Francesco nella Basilica Vaticana c’è gran parte del Parlamento italiano, compresi nove ministri e i presidenti di Senato e Camera, Piero Grasso e Laura Boldrini. La prima lettura, tratta dal Libro di Geremia, mostra il profeta dare voce al “lamento di Dio” verso una generazione che, osserva il Papa, non ha accolto i suoi messaggeri e che invece si giustifica per i suoi peccati. “Mi hanno voltato le spalle”, cita Papa Francesco, che commenta: “Questo è il dolore del Signore, il dolore di Dio”. E questa realtà, prosegue, è presente anche nel Vangelo del giorno, quella di una cecità nei riguardi di Dio soprattutto da parte dei leader del popolo: “Il cuore di questa gente, di questo gruppetto con il tempo si era indurito tanto, tanto, tanto che era impossibile sentire la voce del Signore. E da peccatori, sono scivolati, sono diventati corrotti. E’ tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore, sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti. E per questo si giustificano, perché Gesù, con la sua semplicità, ma con la sua forza di Dio, dava loro fastidio”. Persone, prosegue Papa Francesco, che “hanno sbagliato strada. Hanno fatto resistenza alla salvezza di amore del Signore e così sono scivolati dalla fede, da una teologia di fede a una teologia del dovere”: “Hanno rifiutato l’amore del Signore e questo rifiuto ha fatto di loro che fossero su una strada che non era quella della dialettica della libertà che offriva il Signore, ma quella della logica della necessità, dove non c’è posto per il Signore. Nella dialettica della libertà c’è il Signore buono, che ci ama, ci ama tanto! Invece, nella logica della necessità non c’è posto per Dio: si deve fare, si deve fare, si deve… Sono diventati comportamentali. Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini. Gesù li chiama, a loro, ‘sepolcri imbiancati’”. La Quaresima, conclude Papa Francesco, ricorda che “Dio ci ama tutti” e che dobbiamo “fare lo sforzo di aprirci” a Lui: “In questa strada della Quaresima ci farà bene, a tutti noi, pensare a questo invito del Signore all’amore, a questa dialettica della libertà dove c’è l’amore, e domandarci, tutti: ‘Ma, io sono su questa strada? Ho il pericolo di giustificarmi e andare per un’altra strada?’. Una strada congiunturale, perché non porta a nessuna promessa … E preghiamo il Signore che ci dia la grazia di andare sempre per la strada della salvezza, di aprirci alla salvezza che soltanto viene da Dio, dalla fede, non da quello che proponevano questi ‘dottori del dovere’, che avevano perso la fede a reggevano il popolo con questa teologia pastorale del dovere” Alessandro De Carolis Radio Vaticana aprile 2014 IRC 11 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 12 Andemm al Domm Andemm al Domm, marcia contro la crisi Per il 32° anno consecutivo piazza del Duomo è stata «invasa» dalla scuola cattolica dell’arcidiocesi. Un marea pacifica di circa trentamila persone, tra studenti, docenti e genitori, che vogliono dimostrare la propria esistenza e incontrare, in un momento di festa, il proprio arcivescovo. E il cardinale Angelo Scola, sul sagrato del Duomo per accogliere i partecipanti della 32ª edizione della marcia «Andemm al Domm». Lo slogan scelto quest’anno dagli organizzatori è «Famiglia e scuola: risorse per affrontare la crisi». Una crisi economica, ma anche di valori. «Per noi è fondamentale che sia la famiglia a scegliere quale modello culturale far seguire ai propri figli – scrive nella lettera di invito il presidente dell’Associazione Marcia della scuola cattolica, Michele Ricupati. In questo momento di crisi economica, non sono poche le scuole che nonostante la loro lunga e preziosa storia, oltre un secolo di vita, rischiano di chiudere per sempre». Un rischio, che negli ultimi quattro anni è diventata una drammatica realtà per il 21% delle scuole dell’infanzia di ispirazione cristiana, che sono state costrette a chiudere i battenti: da 857 dell’anno scolastico 2009/10 alle 675 del 2013/14. Insomma la crisi economica, e le grandi difficoltà nell’avere un’erogazione certa e regolare nei fondi statali e degli Enti locali, mette concretamente a rischio non solo l’esistenza degli istituti, ma anche il diritto delle famiglie nella libertà di scelta in campo educativo, sancito dalla Costituzione. Ecco allora che la marcia «Andemm al Domm» diventa un’occasione per far sentire alta la voce della scuola cattolica e di chi vi lavora e studia, ma anche un momento di «solidarietà verso i più deboli che si affacciano alle scuole cattoliche: i ragazzi diversamente abili e quelli stranieri» sottolinea ancora Ricupati. «Lo sforzo economico dell’arcidiocesi ha permesso di salvaguardare i posti di lavoro, ma non è risuscito ad evitare che famiglie che hanno scelto liberamente dove e con chi educare i propri figli perdessero questo servizio di base» spiega don Michele Di Tolve, responsabile del servizio per la pastorale scolastica dell’arcidiocesi. Scuole chiuse, ma anche calo di iscrizioni (proprio per le difficoltà economiche delle famiglie): gli alunni sono passati da 129.443 dell’anno 2009-2010 a 114.867 nell’anno2013/2014. Un meno 11%. «Noi abbiamo a cuore tutta la scuola pubblica, sia quella statale sia paritaria – tiene a precisare don Michele – la libertà di educazione è certamente una questione di democrazia e pluralismo, ma prima ancora di salvaguardia di un diritto, poiché la famiglia è, per natura, fondamentale protagonista dell’educazione dei figli. La crisi non deve diventare un fattore determinante per condizionare l’istruzione dei giovani». Enrico Lenzi 12 IRC aprile 2014 Card. Scola: «Scuola paritaria, cioè pubblica» «Libertà». Ecco la parola chiave con cui affrontare questo momento di crisi che vivono la famiglia e la scuola. «Liberi di educare» si leggeva su uno delle decine di striscioni che domenica 16 marzo, al mattino, hanno colorato piazza del Duomo a Milano per la 32ª edizione della marcia «Andemm al Domm» («Andiamo al Duomo») promossa dalle scuole cattoliche dell’arcidiocesi ambrosiana. «È vero – ha sottolineato il cardinale Angelo Scola leggendo lo striscione –, ma dobbiamo completare quella frase con l’impegno a educare alla libertà». Parlava a trentamila persone, tra studenti, genitori e docenti che per un’ora e mezza hanno pacificamente colorato alcune vie del centro della città. «È evidente che la famiglia e la scuola sono due grandi risorse per ogni epoca – spiega l’arcivescovo di Milano – e lo sono forse di più in questo momento di passaggio nel terzo millennio. Ma la condizione per poter davvero incidere nella società e in questo momento di crisi si chiama proprio libertà». Una libertà, aggiunge subito il cardinale, «per ridare alle famiglie, ai genitori, la responsabilità dell’educazione dei figli almeno fino alla loro maggiore età». Insomma un «pluralismo nella proposta scolastica, che sia garantita e verificata ai vari livelli dalle Istituzioni, ma quest’ultime governino la scuola, ma non pretendano di gestirla. Lascino la libera scelta alle famiglie e al popolo. Non ci deve spaventare l’impegno per avere una pluralità di insegnamenti che le istituzioni garantiscano e verifichino». Per il cardinale di Milano questo è l’obiettivo verso il quale camminare. Una strada ancora lunga e carica di sacrifici, ma Scola ricorda anche quanto cammino, anch’esso complesso e difficile, è già stato fatto. «Abbiamo impiegato anni perché fosse riconosciuto il concetto di scuola pubblica paritaria – ricorda l’arcivescovo –. Ci abbiamo messo tanto a spiegare che le scuole paritarie sono pubbliche, semplicemente perché il sociale è pubblico». Forse proprio questa fatica, fa sottolineare al cardinale che «la parola “paritarie” sia ancora troppo poco». Probabilmente dovrebbe bastare la parola «scuola pubblica» per designare anche gli istituti cattolici. Il cardinale non dimentica la scuola pubblica statale. «Testimoniamo, con la bellezza delle vostre esperienze – IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 13 Andemm al Domm dice rivolgendosi alle scuole cattoliche –, che non vogliamo togliere nulla alla scuola di Stato. Anzi abbiamo bisogno che queste funzionino bene, meglio, arrivino a livelli elevati di educazione. Ciò che chiediamo è solo una libertà vera. Per offrire, a chi vuole un criterio per educare, un’ipotesi di vita educativa che le famiglie sentano in continuità con la propria». Nessuna contrapposizione, dunque, perché «non perdere la speranza che questo avvenga non significa danneggiare nessuno, ma fa crescere la società». Quasi una risposta indiretta alla quindicina di giovani della Rete degli studenti che armati di fumogeni, uno striscione con la scritta «senza oneri per lo Stato» e un megafono durante alcuni interventi aveva cercato di contromanifestare, a dire il vero senza successo. E una parola il cardinale l’ha voluta rivolgere anche agli studenti presenti. «Il modo migliore per aiutare la nostra società a superare questa fase difficile in cui si trova – ha detto –, è andare a scuola contenti. E uscire da scuola ancora più contenti. Perché la scuola è un’occasione bellissima di educazione». Enrico Lenzi 17 marzo 2014 – Avvenire.it Liberi di educare per educare alla libertà Il cardinale Angelo Scola ha incontrato gli studenti delle scuole cattoliche al termine della 32a marcia Andemm al Domm: “I tempi stanno maturando per una vera libertà di educazione”. Milano, Monza, Sesto San Giovanni, Paderno Dugnano, Buccinasco, San Donato, Cernusco sul Naviglio, Seregno, Castellanza, Garbagnate, Corbetta. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Gli striscioni parlano chiaro: in piazza Duomo sono confluiti bambini e genitori da ogni parte della Diocesi. Innalzano orgogliosi gli stendardi della loro scuola, in marcia per un giorno insieme alle altre scuole cattoliche della Diocesi di Milano. È la 32’ edizione della marcia Andemm al Domm, organizzata da Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche), Fidae (Federazione istituti di attività educative), Amism (Associazione milanese scuole materne), Fism (Federazione italiana scuole materne), Cdo (Compagnia delle Opere) Opere educative, la sezione lombarda dell’Age (Associazio- ne italiana genitori), Fisiae (Federazione Italiana Sportiva Istituti Attività Educative) e Faes (Associazione famiglia e scuola) insieme alla Diocesi di Milano. Si sono iscritti in 30mila, alunni genitori e insegnanti, per ribadire alle istituzioni competenti il valore della scuola libera, paritaria, pubblica. Il cardinale Angelo Scola li raggiunge al traguardo della loro camminata, sotto la Madonnina, dove hanno già portato il loro saluto le autorità diocesane, comunali, provinciali e regionali responsabili dell’Istruzione oltre che i rappresentanti di alcune tra le associazioni organizzatrici. Raccogliendo il microfono dalla presentatrice Lorena Bianchetti, l’Arcivescovo esordisce con una raccomandazione che ha molto di paterno. «Ragazzi – dice rivolto agli studenti -, andate a scuola contenti. E uscite da scuola ancora più contenti». È il modo migliore, aggiunge, «per aiutare la nostra società a superare questa fase difficile in cui si trova». La crisi (e la famiglia e la scuola come risorse per superarla) è infatti il tema della giornata. Scola lo affronta senza indugio. «Attraverso l’amicizia tra voi – prosegue -, attraverso il rapporto che costruite con i professori, attraverso ciò che raccontate della scuola una volta tornati a casa, vi educate. Cioè crescete». E siccome, sostiene l’Arcivescovo, «per crescere bisogna incontrare ogni giorno qualcosa di bello che dà gioia», allora la richiesta ai ragazzi, fin dai più piccoli studenti, è di «comunicare questa gioia a tutti, anche fuori dalla scuola, nelle città, negli oratori. Perché le cose belle non si possono tenere dentro». Quando il cardinale Scola scorge nella piazza lo striscione dell’Istituto Sacro Cuore che recita “Liberi per educare”, vi si sofferma lasciando per un attimo da parte i ragazzi e rivolgendosi questa volta ai genitori e agli insegnanti. «Quella frase andrebbe completata – suggerisce – affinché diventi “Liberi di educare per educare alla libertà”». D’altra parte, aggiunge l’Arcivescovo, «cosa chiediamo tutti gli anni con questa bellissima marcia? Non chiediamo la Luna, ma di educare alla libertà restituendo alle famiglie, ai genitori, la responsabilità dell’educazione dei figli almeno fino alla loro maggiore età». E se ci sono voluti anni perché prendesse piede l’espressione “scuole pubbliche paritarie” («ciò che è sociale è pubblico», precisa Scola), «non spaventiamoci – raccomanda - davanti all’impegno necessario per avere pluralità di insegnamenti». L’auspicio del cardinale è che «anche in Italia ci sia una libertà di proposta scolastica, garantita e verificata a vari livelli dalle istituzioni responsabili. Queste realtà governino la scuola, ma non pretendano di gestirla. Lascino la libera scelta alle famiglie e al popolo. Per offrire, a chi vuole un criterio per educare, un’ipotesi di vita educativa che le famiglie sentano in continuità con la loro». In nessun caso in contrapposizione alla scuola di Stato, conclude: «Testimoniamo, con la bellezza delle vostre esperienze, che non vogliamo togliere nulla alla scuola di Stato. Anzi abbiamo bisogno che questa funzioni bene, meglio, arrivi a livelli elevati di educazione. Ciò che chiediamo è solo una libertà vera. Credo che i tempi, in questo senso, stiano maturando». Filippo Magni 24 marzo 2014 – Avvenire.it aprile 2014 IRC 13 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 14 Attualità Rinnovare la corresponsabilità educativa dei genitori nella scuola Criteri di giudizio e strumenti di azione nella scuola per genitori con figli da 0 a 18 anni su affettività, sessualità e identità sessuale. 1. Genitori nella scuola: alleanza e corresponsabilità Di fronte all’indiscutibile emergenza educativa che il Paese sta affrontando, l’alleanza tra scuola e famiglia è criterio irrinunciabile. Proprio per questo è particolarmente grave che oggi siano in corso di diffusione presso le scuole di ogni ordine e grado materiali didattici ed interventi apparentemente sull’affettività e sulla sessualità, ma che in sostanza tradiscono il giusto mandato di combattere ogni discriminazione, e invece intendono introdurre valori, contenuti e stili di vita riferiti all’ideologia del gender, promossi e gestiti da associazioni prive di alcun accreditamento presso il MIUR, senza alcun contraddittorio, e soprattutto senza alcuna richiesta o informazione preventiva ai genitori. Queste azioni espropriano in modo inaccettabile i genitori del loro intangibile diritto/dovere di essere riconosciuti come primi educatori dei loro figli (Costituzione italiana, art. 30, “è diritto e dovere dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio […]”; Convenzione ONU sui diritti del fanciullo art. 14.par. 2) “gli Stati parti devono rispettare il diritto e il dovere dei genitori o alla occorrenza, dei tutori, di guidare il fanciullo nell’esercizio del diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione in modo consono alle sue capacità evolutive”). Ricordiamo che uno degli atti che hanno maggiormente consentito queste azioni, il documento “Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, realizzato dall’UNAR, non ha alcun valore normativo, non è mai stato approvato da nessuna istituzione di rappresentanza dei cittadini sia a livello politico che sociale e non può quindi essere presentato come una disposizione obbligatoria per le scuole. Tale documento è inoltre incompleto perché non afferma la responsabilità educativa dei genitori, riconosciuta dalla Costituzione e da altre norme in vigore. Sotto questo aspetto non rispetta 14 IRC aprile 2014 neppure la raccomandazione europea che a tal proposito recita: ”Tali misure dovrebbero tenere conto del diritto dei genitori di curare l’educazione dei propri figli” (CM/Rec 2010 Consiglio d’Europa). L’unica legge che regola corsi tenuti agli alunni nella scuola da parte di esterni è quella dei Decreti Delegati che, come noto, stabiliscono per l’attuazione di tali corsi preventiva approvazione da parte del Consiglio di Istituto. Trattandosi di materia delicata occorre inoltre un’approvazione non formale, ma esito di un dibattito approfondito tra i genitori con i docenti della classe/scuola, con i Comitati dei genitori o con loro Associazioni per favorire delibere che siano realmente espressione della maggioranza dei genitori di quella scuola. I genitori devono conoscere in anticipo i contenuti degli incontri e dei testi in discussione, devono avere la facoltà di chiedere che il proprio figlio possa non partecipare senza nessuna conseguente discriminazione. Le attività di educazione affettiva sono aggiuntive rispetto alle attività curricolari quindi occorre da parte della scuola aver preventivamente recepito il consenso delle singole famiglie. Anche nel caso che l’argomento fosse trattato dai docenti della scuola, peraltro, si ritiene assolutamente necessario che i genitori ne siano informati e possano dare il proprio contributo, data la delicatezza degli argomenti. Anche la distribuzione di opuscoli su questi temi deve seguire lo stesso iter; deve essere osservata quindi la disposizione che prevede il consenso preventivo dei genitori. 2. L’educazione: un diritto-dovere dei genitori Ricorsi, proteste e iniziative formali sono stati già intrapresi da più parti nei confronti di Ministeri, Dipartimenti, Parlamento e ogni altro organo competente. Oggi è però necessaria una rinnovata e diffusa azione diretta di vigilanza e di cittadinanza attiva da parte dei genitori stessi, che non possono accettare che queste azioni passino sulle proprie teste, e soprattutto sulle teste dei propri figli. In tal modo la famiglia contribuisce all’attuazione di quel “Patto di corresponsabilità” tra scuola, famiglia e studenti che costituisce una delle dinamiche più innovative del sistema scolastico di questi ultimi anni. Infatti, secondo quanto riportato nel Quaderno del MIUR del 2009 sul tema, il Patto prevede che, in tema di “Relazionalità […] La famiglia si impegna a condividere con gli insegnanti linee educative comuni, consentendo alla scuola di dare continuità alla propria azione educativa”; per quel che riguarda “l’offerta formativa […] La famiglia si impegna a prendere visione del piano formativo, condividerlo, discuterlo con i propri figli, assumendosi la responsabilità di quanto espresso e sottoscritto”. Una responsabilità in azione, quindi, tutta da costruire, ma che impegna la responsabilità di ogni famiglia e delle associazioni di famiglie, in alleanza con la scuola. Sul versante opposto, però, anche la scuola deve assolutamente consentire alle famiglie questo coinvolgimento. Per dare ulteriore concretezza alla responsabilità dei genitori, singoli o associati, su un tema così delicato, quale è l’educazione all’affettività, alla sessualità, all’identità IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 15 Attualità sessuale, di cui i genitori sono invece primi responsabili, ricordiamo qui quattro spazi e possibilità di azione, che sono appropriati per tutta l’esperienza educativa scolastica, ma che su questo tema esigono oggi una rinnovata consapevolezza e una attiva responsabilità operativa. 1) Molti strumenti della scuola sembrano solo “sulla carta”, nascosti da sigle spesso oscure: invece i piani dell’offerta formativa d’istituto (POF) e i progetti educativi (PEI) sono preziosi, e i genitori devono vagliarli con attenzione, all’atto dell’iscrizione. Particolare attenzione va dedicata ai percorsi gestiti in attività extracurriculari, troppo spesso organizzati tenendo all’oscuro le famiglie, o con informazioni solo formali. Anche i siti web delle scuole sono spazi informativi che i genitori devono seguire stabilmente. Duro attacco di Bagnasco: «Scuole campi di rieducazione» 2) Anche durante lo svolgimento dell’anno scolastico i genitori sono chiamati a seguire con puntualità la vita scolastica dei propri figli, il contenuto delle lezioni, verificare diari e impegni, dialogando con serenità su ogni tipo di evento o iniziativa, soprattutto se extra-curriculare. Ogni firma o autorizzazione, in quanto atto di responsabilità genitoriale, è e deve essere occasione di dialogo e di scambio di informazioni. Un attacco molto duro agli opuscoli sul gender, al punto da paventare una scuola con «campi di rieducazione». E un appello al governo perché metta in moto «la crescita e lo sviluppo». Sono tra gli argomenti affrontati dal cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione con cui ieri ha aperto i lavori del Consiglio permanente della Cei. La società ha il «grave dovere» di «non corrompere i giovani con idee ed esempi che nessun padre e madre vorrebbero per i propri ragazzi» e i cittadini hanno «il diritto ad una scuola non ideologica e supina alle mode culturali imposte» ha detto Bagnasco, criticando gli opuscoli che parlano dell’identità di genere distribuiti nelle scuole. Guide che «in teoria» hanno lo scopo «di sconfiggere bullismo e discriminazione» ma che «in realtà mirano a “istillare” (è questo il termine usato) nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre». «È la lettura ideologica del “genere”, una vera dittatura, che vuole - aggiunge il presidente della Cei - appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni. Viene da chiederci con amarezza - ha detto Bagnasco - se si vuoi fare della scuola dei “campi di rieducazione”, di “indottrinamento”». Ma i genitori «hanno ancora il diritto di educare i propri figli oppure sono stati esautorati? Si è chiesto a loro non solo il parere ma anche l’esplicita autorizzazione? I figli non sono materiale da esperimento in mano di nessuno, neppure di tecnici o di cosiddetti esperti. I genitori non si facciano intimidire, hanno il diritto di reagire con determinazione e chiarezza». A proposito della crisi economica e della disoccupazione giovanile, Bagnasco ha ha detto che serve «un tessuto industriale pronto a riconoscere» i pregi dell’intraprendenza dei giovani, «a recepirne i risultati e a metterli in circolo». Senza dimenticare «quanti - non più in giovane età - hanno perso il lavoro e spesso si trovano esclusi da ogni circuito lavorativo e con la famiglia sulle spalle». È necessario «incentivare i consumi senza ritornare nella logica perversa del consumismo che divora il consumatore». Ma è anche indispensabile, «sostenere in modo incisivo chi crea lavoro e occupazione in Italia, semplificando anche le inutili e dannose burocrazie». Per Bagnasco «bisogna ripensare e rimodulare anche la concezione del lavoro: il vecchio schema di dura contrapposizione è superato e rischia di danneggiare i più 3) Inoltre conviene affrontare il tema dell’educazione all’affettività, alla sessualità, all’identità sessuale durante le assemblee/consigli di classe, dialogando con gli altri genitori, con i docenti, con i dirigenti delle scuole. In questo senso la presenza ed il coinvolgimento delle associazioni di genitori nelle scuole è fondamentale. 4) In questo momento storico, infine, di fronte a percorsi o progetti che sono espressione unilaterale dell’ideologia del gender, spetta ai genitori il diritto-dovere di una pronta azione di responsabilità attiva nei confronti dell’offerta formativa ed educativa indirizzata ai propri figli, soprattutto se attraverso percorsi/interventi extracurriculari, mediante: - la richiesta formale di informazioni su origini, criteri, contenuti delle iniziative e degli enti proponenti, per poter esprimere in modo necessario e vincolante il proprio parere; - il coinvolgimento degli altri genitori e delle associazioni di genitori e di famiglie, per condividere i giudizi, sviluppare la consapevolezza di tutti, agire con più efficacia, anche con strumenti formali di protesta (raccomandate, esposti, richieste scritte di informazione, ecc.); - la responsabilizzazione esplicita degli organi scolastici (direzione, consigli di classe, collegio docenti, uffici scolastici provinciali e regionali, fino al ministero se necessario), cui proporre eventuali obiezioni, correzioni, proposte alternative e da cui pretendere risposte chiare e tempestive; - la reale garanzia di poter non autorizzare la partecipazione del proprio figlio alle iniziative extracurriculari quando non condivise. Per informazioni: Forum delle associazioni familiari – Lungotevere dei Vallati 10 00186 Roma, tel. 06.6830.9445 – fax 06.8778.1508 – e-mail: [email protected] Il cardinale: “Dittatura della teoria gender”. aprile 2014 IRC 15 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 16 Attualità deboli. È necessario promuovere sempre più una mentalità parteci-pativa e collaborativa dentro ai luoghi di lavoro». Andrea Tornelli Strategia Lgbt nelle scuole: dal governo nessun altolà La preoccupazione delle famiglie, che assistono impotenti all’avanzare nelle scuole di iniziative tendenti a diffondere tra gli studenti l’ideologia gender e Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali), non sembra smuovere il governo. L’esecutivo pare, anzi, intenzionato a proseguire nella strada indicata dalla Strategia nazionale per la prevenzione il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere – predisposta dall’Unar (Ufficio anti discriminazioni razziali) con il coinvolgimento di 29 associazioni Lgbt e senza nemmeno consultare le rappresentanze delle associazioni familiari – ignorando quindi l’invito a un ripensamento complessivo della Strategia rivolto dalle rappresentanze dei genitori. La conferma di questa impostazione è arrivata ieri direttamente dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sesa Amici. Rispondendo a un’interpellanza urgente del deputato di Per l’Italia, Gian Luigi Gigli (sottoscritta anche da Lorenzo Dellai, Paola Binetti e Mario Sberna di Per l’Italia e da Vanna Iori e Edoardo Patriarca del Partito democratico), l’esponente dell’esecutivo ha ricostruito i passaggi istituzionali che hanno prodotto la Strategia, sostenendo, in definitiva, che questa è soltanto il risultato dell’attuazione della Direttiva europea 2000/43/Ce per la «parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica». L’estensione della mission dell’Unar anche alla «promozione e inclusione sociale delle persone Lgbt», sarebbe poi conseguente all’adesione dell’Italia al programma “Combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere», promosso dal Consiglio d’Europa. Insomma: a qualcuno (molti, per la verità), potrà anche non stare bene, ma: ce lo chiede l’Europa. Nella sua interpellanza, Gigli chiedeva anche di conoscere quali iniziative il governo avesse intenzione di prendere nei confronti del direttore dell’Unar, Marco De Giorgi, destinatario di una formale nota di demerito da parte dell’allora viceministro con delega alle Pari opportunità, Maria Cecilia Guerra, a seguito della diffusione nelle scuole, non autorizzata, degli opuscoli pro gender realizzati dall’Istitu- 16 IRC aprile 2014 to Beck su richiesta dello stesso Unar. Anche in questo caso, il sottosegretario Amici ha rimandato la questione a non meglio identificati «uffici competenti». Insomma: non se ne farà nulla. Nella sua risposta, comunque, la stessa rappresentante di Palazzo Chigi ha rivelato che gli accessi al sito dell’Istituto Beck (da parte di insegnanti e dirigenti scolastici) per scaricare gli opuscoli, previa acquisizione di una password rilasciata dallo stesso Istituto, sono stati complessivamente 40. Considerato che, per questa consulenza, l’Unar ha corrisposto all’Istituto Beck 24.200 euro, ogni accesso è costato 605 euro. Più di quanto uno studente di prima media spende per il corredo scolastico di un intero anno. Nella sua replica, Gigli si è detto «per nulla tranquillizzato» dalla risposta, che, invece, ha confermato come tutto ciò faccia parte di «una strategia del governo». «Credo – ha aggiunto il deputato centrista – che qui si stia cercando di portare avanti, anche attraverso la scuola, il progetto di rieducare un intero Paese a una visione del matrimonio e della verità antropologica sulla natura dei sessi e ad una visione della religione come principale istigatore della omofobia e, quindi, dei credenti tutti come possibili omofobi». Un progetto molto pericoloso, soprattutto nel caso passasse la proposta di legge sull’omofobia, che prevede pene severe per chi, in futuro, dovesse affermare che, per esempio, famiglia è solo quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e i loro figli. Come, facciamo sommessamente osservare, dice persino la nostra Costituzione. «Se l’azione di questo governo dovesse continuare su questa strada – conclude Gigli – sarebbe per me un motivo serio per ripensare il sostegno che, lealmente e convintamente, sto dando nell’azione parlamentare. Preferirei che l’esecutivo Renzi si impegnasse di più nel sostegno alla famiglia con figli e non tentasse, invece, attraverso questa Strategia, di stravolgere la tenuta stessa del tessuto familiare. Con questo autentico lavaggio del cervello propagandato dalle associazioni Lgbt non vogliamo avere niente a che fare. E mi auguro davvero che il governo voglia ripensare questa linea». Paolo Ferrario 15 marzo 2014 – Avvenire.it Ideologia a scuola, dovere di reagire Che cosa ci fa Vladimiro Guadagno, in arte Vladi Luxuria, in mezzo a un’assemblea studentesca d’un liceo statale italiano? È stato deputato per una legislatura, ma non pare IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 17 Attualità che debba illustrare agli alunni la riforma del Titolo Quinto. Ha scritto libri, recitato in cinema e teatro, parlato in radio e apparso in tv, ma non pare che un’assemblea studentesca debba farsi palcoscenico. Le assemblee si fanno per «approfondire i problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile degli studenti» (è scritto proprio così, nella legge). Sono un momento educativo forte, se prese sul serio, rammentano a tutti che la crescita umana non è solo questione di istruzione ma di “educazione”, e che oltre le materie scolastiche c’è da apprendere la lettura del grande libro della vita. Ma qual è il capitolo aperto e offerto all’apprendimento, con la partecipazione del presidente locale del circolo Arcigay, e qual è la chiave di lettura della sessualità e della vita, se la voce narrante è quella non dico di un transgender ma di un transgender attivista, che ha nella sua biografia l’orgoglio operoso della cultura omosessuale? La scuola non può ospitare una possibile pubblicità Lgbt. Tra i molti problemi che incombono, si può certo parlare anche di questo, si può parlare di tutto; ma programmando insieme con i genitori gli argomenti, i relatori e la gestione del dibattito. Istruire ed educare sono esattamente le due parole che la Costituzione (art. 30) definisce e assegna non ai “consigli di istituto”, ma ai genitori, persino prima come dovere che come diritto. La scuola integra, serve, affianca, supplisce: non scavalca i genitori con l’arroganza di una burocrazia che neppure li interpella. Questi ragazzi sono i nostri figli. Non sono una platea anonima esposta alle propagande, urlate o sussurrate che siano, seduttive o revulsive. La pedagogia essenziale è lo sviluppo della conoscenza, l’affinamento del senso critico che filtra il ventaglio delle ragionate opinioni, la ricerca della verità come traguardo. Il vero, e il bello, e il giusto; genitori, non lasciamoci zittire. «Non è pensabile che si tenti di “introdurre valori, contenuti e stili di vita riferiti all’ideologia del gender senza alcun contraddittorio, e soprattutto senza alcuna richiesta o informazione preventiva ai genitori”. «La ?Costituzione fissa il principio che “è diritto e dovere dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”, la scuola non può muoversi, specie nei campi sensibili, senza o contro la famiglia. E la famiglia deve esercitare un controllo affinché cio’ non avvenga. «In questo momento storico di fronte a percorsi o progetti che sono espressione unilaterale dela strategia lgbt, i genitori dovranno farsi carico di una pronta azione di responsabilità attiva nei confronti dell’offerta formativa ed educativa indirizzata ai propri figli per impedire che progetti di questo tipo vengano introdotti surrettiziamente nell’offerta formativa delle nostre scuole. «Non possiamo più stare a guardare» conclude Belletti «e inevitabilmente dovrà sorgere una nuova stagione di presenza attiva delle famiglie nella scuola». 21 marzo 2014 – Avvenire.it Studenti a casa contro il gender Giuseppe Anzani «I genitori si appellano ai docenti: «Proteggiamo insieme la libertà». Famiglia, scuola, gender. Belletti: mai contro i figli «Mai più interventi su temi delicati e sensibili come affettività, sessualità e identità sessuale senza il coinvolgimento e la condivisione dei genitori» afferma Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari. «Pubblichiamo oggi un documento che ha lo scopo essenziale di rilanciare l’alleanza educativa tra scuola e famiglia. I nostri figli devono crescere non solo in conoscenza ma anche in solidità psichica e orizzonti valoriali ed è questa la grande scommessa che deve unire la famiglia e la scuola. «Un giorno al mese tenete i figli a casa da scuola». Un gesto forte proposto dall’Age (Associazione italiana genitori) per svegliare dal torpore insegnanti, presidi e genitori e far comprendere loro il pericolo dell’ideologia del gender, che «subdolamente, senza incontrare una vera opposizione», si sta diffondendo nelle scuole dei nostri figli. Tra l’altro «mettendo a repentaglio il diritto dei genitori di scegliere liberamente l’educazione dei propri figli (riconosciuto dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) e la libertà d’insegnamento dei docenti, ma anche la laicità dello Stato». In Francia, dove i tempi di comprensione dei fenomeni e quelli di reazione sono decisamente più rapidi, la società ha già reagito: 18mila studenti francesi restano a casa un giorno al mese e questo è bastato perché il governo facesse un passo indietro. Il problema è che da noi il tarlo dell’ideologia gender scava gallerie mentre ancora la gran parte non sa di che cosa si tratti, da qui l’appello del presidente nazionale dell’Age, Fabrizio Azzolini: «Insegnanti e presidi, state uniti a noi genitori, facciamo sentire insieme la nostra voce, anche attraverso le nostre associazioni e rappresentanze sindacali. Informiamo gli altri docenti e genitori, facciamo coaprile 2014 IRC 17 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 18 Attualità noscere i contenuti della teoria del gender, il tipo di società che vuole costruire ». Ed è Azzolini a riassumere allora tale teoria: «Afferma che la differenza tra i due sessi è solo un pregiudizio, che il maschile e il femminile sono costruzioni sociali e storiche da abbattere. Si insinua l’utopia sottile e pervasiva dell’indifferenziazione sessuale e la presunta uguaglianza tra individui tutti asessuati, cioè astratti...». Non si nasce maschi e femmine, ma «individui che rimandano la propria identità a future scelte». Il tutto tra l’altro con l’alibi di eliminare discriminazioni e bullismo (l’assurda ‘Strategia nazionale 2013-2015’ che teorizza il gender ha come sottotitolo ‘per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale...’). Se maschio e femmina non esistono e tutti noi possiamo ‘scegliere’ cosa vogliamo essere, ne deriva che anche le figure di padre e madre non hanno più alcun senso, i ruoli naturali e tradizionali decadono, tutti gli individui sono disumanizzati e indifferenziati. Sembra un film di fantascienza, ma di fantasia qui c’è ben poco, dato che ogni giorno queste teorie sono davvero accolte da qualche Comune o scuola: «Da mesi insieme ad altre associazioni familiari denunciamo il rischio di rieducazione al gender attraverso la formazione dei docenti e i progetti didattici per gli studenti, attivati dal ministero dell’Istruzione, dall’Unar (presidenza del Consiglio dei ministri) e da alcuni Comuni, Province, Regioni. Come docenti e genitori dobbiamo proteggere il nostro mestiere di educatori – prosegue il presidente dell’Age –. L’impressione è che lo Stato cerchi di separarci, nonostante nella scuola italiana la legge ci unisca nel patto di corresponsabilità educativa: ai genitori nasconde l’obiettivo delle strategie, agli insegnanti lo impone». Basti pensare ai famigerati tre volumetti partoriti dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni) e diretti alle scuole primarie e secondarie, di nuovo con un obiettivo ingannevole (‘Linee-guida per un insegnamento più accogliente e rispettoso delle differenze’), in realtà espliciti nel definire ‘uno stereotipo da pubblicità’ la famiglia in cui il padre sia un uomo e la madre una donna. Tre libri pagati con i soldi dei contribuenti. «I sostenitori del gender – sottolinea Azzolini – non si limitano a proporre un’opinione, ma conducono a una nuova educazione, orientano il governo in Italia, in Europa, in Occidente». Quell’Occidente che, come ha scritto nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei il cardinale Angelo Bagnasco (vedi Avvenire di ieri) si sta allontanando dall’Umanesimo e dai suoi valori di civiltà, cedendo a ideologie che credevamo sepolte con il secolo scorso. «Esprimiamo gratitudine al cardinale Bagnasco – scrivono anche i genitori dell’Agesc, Associazione genitori scuole cattoliche – e accogliamo il suo invito a non farci intimidire, a non lasciarci esautorare nel diritto di educare i nostri figli. In vista dell’incontro con il Papa del 10 maggio, i genitori dell’Agesc sentono la responsabilità di riaffermare, secondo le parole del presidente della Cei, ‘l’urgenza del compito educativo, la sacrosanta libertà nell’educare i figli, il dovere della società di non corrompere i giovani con idee ed esempi che nessun padre e madre vorrebbero per i propri ragazzi...». D’altra parte, come rileva l’Age, «non occorre essere cristiani» per comprendere che la differenza tra i due sessi è una realtà ontologica: «Lo scriveva anche Marx... Una pre- 18 IRC aprile 2014 sunta uguaglianza tra individui asessuati e astratti apre la strada a una società che non può sopravvivere». Ma soprattutto che è grigia e disperata come nel peggior film di fantascienza. Lucia Bellaspiga 26 marzo 2014 - Avvenire Lettera dei genitori Dopo il “caso” del Liceo Muratori di Modena, i genitori scrivono: «Favorire la partecipazione delle famiglie alla vita scolastica». Gentile direttore, abbiamo letto in questi giorni diversi interventi sulla stampa in merito alla richiesta di un gruppo di genitori di una scuola superiore di Modena di avere un dibattito a più voci sul tema della transessualità, oggetto di una prossima assemblea di istituto. Ci ha stupito leggere diverse affermazioni negative in merito al fatto che un gruppo di genitori intervenga nell’attività scolastica, al punto da parlare di “invasività”, quasi che questi si occupassero di una questione al di fuori delle proprie competenze. Proprio perché la scuola è una realtà educativa, che ha il compito di favorire negli studenti la creazione di uno spirito critico, è importante che quando si affronta qualunque tematica, ci sia un confronto a più voci. Solo in tal modo l’assemblea si traduce in una crescita dello spirito critico degli studenti. Siamo il presidente del consiglio di istituto e i rappresentanti dei genitori di un’altra scuola superiore di Modena (liceo classico San Carlo), pur esprimendoci qui a titolo strettamente personale. Sperimentiamo quotidianamente quanto non sia semplice favorire la partecipazione della componente genitoriale (è difficile anche solo trovare genitori disponibili ad impegnarsi negli organi collegiali), partecipazione che abbiamo cercato in questi mesi attraverso diversi strumenti di stimolare e favorire. Pensiamo pertanto che quando un gruppo di genitori si muove spontaneamente per chiedere qualcosa vada innanzitutto ascoltato e non giudicato. Noi abbiamo sempre cercato di porci in ascolto delle richieste degli altri genitori e, pur in un rapporto dialettico, abbiamo sperimentato in diverse occasioni l’attenzione delle altre componenti alle nostre richieste. Ricordiamoci che i genitori sono una componente fondamentale della scuola, sono loro che delegano alla scuola la formazione dei propri figli e hanno il diritto-dovere di intervenire. Una scuola funziona bene quando c’è dialogo e confronto tra tutte le sue componenti. Andrea Mazzi, Giuliano Ferrari, Mariangela Grosoli, Ludovica Levoni IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 19 Scuola Materne paritarie, raggiunta una prima intesa con il Comune Ma resta da sciogliere il nodo della nuova convenzione. Stanziati 2,1 milioni per le derrate alimentari e i fondi per accogliere i bimbi in lista d’attesa nelle comunali. Boccata d’ossigeno per le scuole materne paritarie non comunali. L’accordo, che dovrebbe entrare in vigore con il prossimo anno scolastico, prevede lo stanziamento da parte del Comune di 2,1 milioni di euro per le derrate alimentari, che saranno assegnati in base al reddito Isee dei bambini iscritti nelle paritarie cattoliche (così come già avviene per quelli delle comunali), con la clausola che quanto non verrà assegnato resterà comunque a disposizione delle paritarie non comunali, in particolar modo per quelle che versano in una situazione economica di maggior disagio. Una scelta, i cui criteri saranno stabiliti insieme da Comune e associazioni della scuola paritaria, che vuole ribadire l’interesse dell’amministrazione comunale a sostenere in parte anche le materne non di sua gestione diretta. Altro capitolo dell’accordo, raggiunto ieri dopo l’ennesimo incontro tra le associazioni e l’assessore all’educazione del Comune Francesco Cappelli, riguarda la collocazione dei bambini attualmente in lista di attesa per le materne comunali. Si tratta di poco più di 200 bambini. Se vorranno potranno trovare collocazione in una scuola paritaria non comunale e da parte sua l’amministrazione riconoscerà alla scuola duemila euro l’anno e altri 837 euro l’anno per le derrate alimentari. Anche in questo caso si cer-ca di dare una risposta alle famiglie che non hanno ancora trovato posto e dall’altra si permette alle materne paritarie non comunali di coprire i posti liberi e di ricevere anche il compenso della retta. Soddisfatta dell’accordo suor Anna Monia Alfieri, presidente regionale della Fidae Lombardia. «Con il Comune – spiega – abbiamo trovato un accordo prioritario sui principi che vedono tutti i bambini uguali. L’accordo che l’assessore Cappelli porterà al vaglio della giunta e del Consiglio cerca anche di porre le basi per il confronto che dovremo aprire sul futuro della convenzione tra le nostre scuole e il Comu-ne ». Già perché il capitolo in questione resta ancora aperto. Ma aver raggiunto questo accordo ha in parte rasserenato il clima che nelle scorse settimane ha vissuto anche momenti di tensione. Infatti a dicembre 2013 il Comune, in sede di bilancio, ha deciso di cancellare i 500mila euro stanziati per le scuole materne paritarie non comunali e soltanto dopo un confronto serrato il cartello delle associazioni della scuola cattolica paritaria aveva ottenuto che almeno per quest’anno si mantenesse l’assegnazione gratuita delle derrate alimentari per i bambini di tutte le materne della città. Neppure la presentazione di una proposta alternativa per una nuova convenzione da parte del cartello delle associazioni aveva trovato risposte da parte del Comune. Ma la volontà di dialogo delle associazioni, che si sono mosse in forma compatta, e l’aver evitato l’inasprimento dei toni ha portato a questo primo pas-so. Anche se la strada resta lunga. Enrico Lenzi 18 marzo 2014 – Avvenire.it «Il nostro ruolo sia riconosciuto» Age (genitori). Il presidente Azzolini: «Il Papa ci confermi nel nostro compito». «La scuola ha bisogno dei genitori, ma, ancora in troppi territori, non è disposta da accettarli come interlocutori, riconoscendone ruolo e funzione. A volte, ci sentiamo davvero trattati come dispenser e non come una componente fondamentale del percorso educativo dei nostri figli». Anche alla luce del recente “caso” di Modena (vedi lettera a fianco), è amareggiato il commento di Fabrizio Azzolini, presidente dell’Age (Associazione genitori). «Perché questo rapporto funzioni – sottolinea – è necessario che i genitori siano formati e preparati e che non pensino di entrare negli organi collegiali per fare i sindacalisti dei propri figli, ma pensando al bene di tutti i ragazzi». Anche queste fatiche sono al centro del lavoro che l’associazione sta portando avanti in preparazione all’incontro del 10 maggio con papa Francesco. In vista dell’appuntamento, l’Age ha già incontrato il segretario generale della Cei, il vescovo Nunzio Galantino e promosso un convegno a Roma. «Dall’incontro con il Pontefice – aggiunge Azzolini – ci aspettiamo di essere rinfrancati nel nostro compito di genitori all’interno della scuola e di essere confermati nel nostro delicato ruolo di primi educatori dei nostri figli. Abbiamo già cominciato a preparare la giornata e siamo contenti che in Piazza San Pietro ci sia tutta la scuola italiana, sia quella statale che quella paritaria, senza distinzioni di carattere ideologico. Che non fanno bene alla scuola e, soprattutto, non fanno il bene dei nostri ragazzi. Noi a questo lavoriamo e, dopo l’incontro con Francesco, sono certo lo faremo con ancora maggior forza e convinzione». Paolo Ferrario 18 marzo 2014 - Avvenire.it aprile 2014 IRC 19 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 20 Chiesa per la Scuola Stranieri, il ritardo si riduce. Rapporto Miur Gli alunni stranieri nella scuola italiana sono in continua crescita, non solo numerica ma anche di risultati. La conferma arriva dal Rapporto nazionale curato dal Ministero dell’ Istruzione e dalla Fondazione Ismu, che fotografa una realtà molto articolata e, per certi aspetti, anche sorprendente. Il dato più inatteso è che, in determinati contesti territoriali, gli studenti di origine immigrata conseguono risultati addirittura migliori di quelli degli italiani. È il caso della Campania, dove, si legge nel Rapporto, «gli stranieri nati in Italia vanno meglio degli italiani, fin dalla scuola dell’ infanzia». Là dove, invece, resta un certo svantaggio nei risultati delle prove Invalsi, questo viene recuperato «nella prova di matematica in terza media, dove gli alunni stranieri riportano un punteggio identico a quello degli italiani». Un buon numero, decide anche di iscriversi all’uni- «L’innovazione è già realtà, ma il Palazzo la ostacola» Berlinguer: invertire la rotta, statali e paritarie insieme. «La scuola ha bisogno di essere unita per diventare davvero una priorità nel Paese e nell’azione di governo». È un appello forte quello che Luigi Berlinguer, già ministro dell’Istruzione (1996/2000), autore delle leggi di autonomia e parità scolastica, e attuale parlamentare europeo del Pd, rivolge all’opinione pubblica italiana. Molto «c’è da fare», ma «non mancano coloro che hanno già intrapreso la strada dell’innovazione». E questo «è motivo di speranza concreta». Una posizione che Berlinguer ha voluto anche esprimere in un libro edito da Liguori-Napoli, dal titolo Ri-creazione. Una scuola di qualità per tutti per ciascuno, che sarà in libreria tra una decina di giorni. 20 IRC aprile 2014 versità? il tasso di prosecuzione degli studi dei giovani di origine immigrata che hanno preso il diploma in Italia è del 3,1%. «Si tratta spiega il Rapporto della maggioranza degli immatricolati con cittadinanza non italiana presenti nelle università». In termini generali, gli studenti immigrati sono 786.630, pari all’ 8,8% del totale degli iscritti. L’incidenza dei nati in Italia è del 47,2% e sale all’ 80% nelle scuole dell’ infanzia e al 60% nella scuola primaria. A livello nazionale, eccezioni territoriali a parte, permane comunque «un ritardo significativo» della componente immigrata, seppure in diminuzione rispetto al recente passato. Nella scuola primaria si attesta intorno al 16,3% degli scolari, cresce al 44,1% nella secondaria di primo grado e balza al 67,1% in quella di secondo grado. Infine, il Rapporto analizza la situazione delle 453 scuole italiane dove gli immigrati sono più della metà degli studenti. «Un’ elevata presenza di alunni stranieri in una scuola, e ancora più in una data classe spiegano gli esperti del Miur può rappresentare un elemento di complessità e di difficoltà sia per il lavoro didattico sia per gli aspetti relazionali, mettendo a repentaglio i risultati dell’ integrazione». A preoccupare è la crescente presenza di immigrati soprattutto negli istituti professionali e tecnici, scelti dal 39,8% degli alunni immigrati nati all’ estero. Sono «realtà da osservare e studiare con attenzione e su cui investire, al più presto, risorse umane ed economiche». Paolo Ferrario 18 marzo 2014 - Avvenire La scuola da oltre due decenni sta vivendo un percorso accidentato. È cresciuta la dif-fidenza dei genitori, i docenti sono sfidu-ciati, i ragazzi non sembrano appassio-narsi. È possibile invertire la rotta? Il quadro è decisamente variegato, con luci e ombre per tutti i soggetti coinvolti. Sono dell’idea che l’impianto educativo vada cambiato dalle fondamenta. La rotta non solo è possibile, ma deve essere invertita, pena il degrado e il declino definitivo. Da parte mia ho speranza perché nella mia attività nel mondo dell’educazione ho incontrato centinaia di scuole e migliaia di insegnanti, che hanno già iniziato a cambiare. Bisogna dirlo: già ora ci sono molti docenti e dirigenti che hanno iniziato a realizzare l’innovazione e lo fanno senza guadagnarci nulla e magari senza essere certi di poterne vedere gli effetti a lungo termine. Ma hanno iniziato, spinti dalla deontologia e dalla passione. Peccato che la burocrazia non lo riconosca. La Chiesa ha messo in campo sette parole, sette piste di lavoro. Da quale partirebbe per ridare slancio alla scuola? Premetto che tutte queste parole sono legate tra loro. Se proprio devo indicare una priorità, direi gli insegnanti, perché è con questi docenti che cammina la scuola. E anche le esperienze nel Nord Europa e in Asia, dove vi sono scuole di qualità, hanno investito proprio sui docenti per il loro cammino di miglioramento, cambiando l’impianto educativo, il metodo e i contenuti. Ecco forse aggiungerei IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 21 Irc una parola: innovazione. Anche in questo caso vi sono già docenti e dirigenti che hanno intrapreso questo cammino. Con la rivista online che dirigo Education 2.0 (sito www.educationduepuntozero.it), cerchiamo di sostenere questo loro impegno, spingendo sul tema della comunità educante. Questo mi da speranza, fondata su protagonisti già attivi. Certo vanno riconosciuti, valutati e, soprattutto, sostenuti. Tra le sette parole vi è anche autonomia e sussidiarietà. Lei è il “papà” della legge 62/2000, nota come la legge della parità scolastica. Ma anche dell’autonomia. Due riforme rimaste incompiute? Va detto che senza la legge sull’autonomia nulla di quanto abbiamo detto fino ad ora sarebbe stato possibile. Quella legge ha libera risorse e professionalità. Ma va riconosciuto anche che la burocrazia l’ha contrastata e continua in parte a farlo. L’altra condizione è rappresentata dalla legge 62/2000, che considero una delle leggi più costituzionali mai approvate, visto che ha dato attuazione agli articoli 5, 30, 33 e 34 della Carta costituzionale. Aver inserito le scuole non statali nell’unico sistema scolastico nazionale non solo ha risposto al dettato costituzionale del trattamento di equipollenza degli studenti e della libertà di istituire scuole, ma ha posto una sfida di qualità e di confronto alle paritarie e all’intero sistema scolastico. Certo esistono ancora fazioni contrapposte, ma per contare la scuola ha bisogno di essere unita. L’umorismo nella didattica della religione Doris Wieser è un’insegnante di Religione che lavora in Austria, ed ha recentemente pubblicato un’interessante tesi sull’uso strategico dell’umorismo pedagogico nella didattica della religione. “Tutto è iniziato quando presi servizio in una scuola per la prima volta, e mi fu detto: «Doris, per i primi sei mesi non entrare troppo in confidenza con i ragazzi: evita di ridere». Anche se era un avvertimento ben intenzionato, vacillai al pensiero di non poter ridere in classe, perché da sempre mi piace farlo, e non potrei immaginare un giorno senza una risata . Tuttavia ne sono uscita grazie al mio parroco, Rudolf Theurl, che ha sempre creduto in me e mi ha sempre sostenuta sulla mia strada di insegnante di religione”. Ed è così che la professoressa Wieser ha deciso di dare corpo al suo sentire scrivendo la sua tesi L’umorismo nell’insegnamento della Religione, nella quale non ha certo trascurato l’Irc come disciplina fondata sulla cultura e sulla trasmissione di valori, ma, tra questi, evidenzia come non In questi decenni abbiamo visto l’alternarsi di governi che cancellavano o modificavano le riforme dei predecessori. Risultato: confusione, amarezza e immobilità. Ora il governo Renzi parla della scuola come priorità. Siamo a una svolta? Quest’anno compio 82 anni e non ho mai sentito un premier ripetere in così pochi giorni tante volte la parola «scuola» e aver anche investito fondi per essa. Siamo alla svolta? Ovviamente occorre attendere i fatti, ma il clima appare diverso. Penso che tutto il mondo scolastico deve impegnarsi affinché sia davvero così. Quasi andasse a riscuotere una cambiale. Ma l’atteggiamento della scuola deve essere positivo, non rivendicativo. Nel suo impegno sul fronte dell’educazione si è spesso confrontato con i cattolici. È possibile trovare posizioni convergenti in nome del bene della scuola italiana? E come? Mi confronto continuamente con il mondo cattolico. Oggi si discute soprattutto cosa fare per innovare il sistema e il metodo. La scuola che si esaurisce nel semplice rapporto cattedra-banco, cioè chi trasmette i saperi e chi li ascolta, non regge più. La scuola non è più così, perché c’è un maggior coinvolgimento del discente, di cui va riconosciuta la specificità di tutti e di ciascuno. E così anche per raggiungere l’obiettivo di una scuola di qualità, dobbiamo avere l’impegno di tutti, scuola statale e scuola paritaria. Enrico Lenzi 18 marzo 2014 – Avvenire.it meno importante il valore dell’umorismo, perché uno dei fini dell’insegnamento religioso è quello di portare la gioia dell’apprendimento, nella quale gli studenti possano crescere. La Wisier nella sua tesi fa abbondante uso di tutte le ricerche mediche e scientifiche riguardanti l’umorismo, esaminandone gli effetti psicologici e fisiologici, per poi concludere che per gli insegnanti non solo è possibile, ma doveroso, rendere le proprie lezioni interessanti e divertenti. Insomma, pedagogia religiosa e umorismo possono andare di pari passo. Del resto le radici di tutto questo sono antiche. Pensiamo per esempio alla cosiddetta “risata di Pasqua” nel Medioevo. L’obiettivo era, a quel tempo, di rendere visibile la gioia pasquale. Si narra perfino che nel Medioevo durante la Pasqua si poteva giocare e ballare nelle chiese, ed anche i sermoni erano snelli e divertenti. Questa esuberanza della gioia pasquale è ben descritta da Wilhelm Albrecht nel suo libro Il pavimento grigio, pubblicato a Lona nel 1981, in cui illustra come l’umorismo cristiano era espressione di speranza, per esempio in occasione del messaggio pasquale. Invece risate e umorismo sono stati per secoli ignorati dalla teologia, e talvolta malvisti. Certamente l’umorismo è qualcosa che dipende dal tempo e dal contesto. Non occorre certo ridere in ogni situazione. Tra l’altro gli esseri umani hanno sensibilità troppo diverse. Ad un analogo stimolo possono reagire con sospetto o con benevolenza. E tra inoltre la risata non è sempre segno di umorismo: dipende molto dalle diverse emozioni ad essa aprile 2014 IRC 21 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 22 Irc legate. Vi sono anche risate che sono semplicemente espressione di imbarazzo o di difesa. Nel suo corretto uso pedagogico l’umorismo può però certamente puntare ad alcuni interessanti obiettivi, tra cui la promozione di una maggiore saggezza negli alunni; l’umorismo è uno strumento per rompere la personale timidezza e per sciogliere le proprie inibizioni, un mezzo per mostrare nuove modalità di espressione; un metodo per imparare con gioia e per migliorare gli effetti della comunicazione. C’è chi ha perfino definito l’umorismo come espressione di superiorità intellettiva, perché esso è uno dei pochi attibuti (insieme all’arte, alla tecnica e all’atteggiamento religioso) che ci distingue dagli animali. L’importanza medica dell’umorismo è al giorno d’oggi indiscussa, e la sua influenza positiva è talvolta utilizzata in corsi di formazione e seminari. Dunque perché non sfruttare l’umorismo anche a scuola? “Abbiamo bisogno di tantissima empatia per seminare la conoscenza” sostiene la professoressa Wieser, “pertanto dobbiamo imparare a legare l’umorismo ai processi educativi”. Un’altra caratteristica dell’umorismo è la sua vicinanza con la fantasia e con la creatività. “Attraverso questa gioia creativa ci lasciamo alle spalle vecchi modi di pensare” prosegue la docente, “le operazioni più rigide e ottuse della mente sono interrotte dall’uso dell’umorismo, che stimola in noi nuove dinamiche”. L’umorismo quindi non è solo risate o “rendere di buon umore”, ma può anche essere qualcosa di valore che dà maggior sapore alla vita e maggior arricchimento della persona. Ovviamente bisognerà saperlo distinguere dal sarcasmo, dal senso offensivo del ridicolo, dall’ironia gratuita. Ogni studente dovrà conservare la certezza interna di non essere deriso, e questo è possibile sulla base di un buon rapporto di fiducia con l’insegnante. Occorre nel docente saggezza e umiltà. E spesso l’umorismo è dote solo di chi nella vita ha fatto esperienze dolorose. “L’umorismo a scuola ha una sua grande utilità nella prevenzione del disagio e nell’allentare le tensioni sociali” prosegue la Wieser “inoltre causa divertenti interazioni tra insegnanti ed alunni, che stimolano l’apprendimento ed i meccanismi di memoria. Ci sono tanti tipi di umorismo quante le persone. Ogni persona è unica e lo crea in modi diversi, ma l’umorismo fa comunque parte della comunicazione ed è socialmente costruttivo. In una società gerarchica come la scuola, sono in genere gli insegnanti a determinare l’entità di umorismo ammessa, ma occorre vigilare perché l’umorismo non venga utilizzato in nessun caso per garantire la propria posizione di potere sugli studenti”. L’umorismo aiuta gli studenti a liberarsi dall’ansia, che è un grave blocco per l’apprendimento, inoltre rende la didattica meno noiosa e ripetitiva, generando ottimismo e stimolando positivamente l’attenzione. L’esperienza dimostra che gli studenti gioiosamente più motivati sono in grado di fornire prestazioni più elevate. I benefici effetti che la risata ha sulla salute sono stati esaminati a fondo negli ultimi 40 anni ed è ben noto che la risata ha un effetto positivo sia sul nostro corpo sia sulla nostra mente. La medicina afferma che l’umorismo non solo ha effetti clinici positivi sui pazienti, ma rafforza anche il sistema immunitario: cosa che all’interno di una classe ha la sua importanza. Inoltre l’umorismo riduce lo stress rendendo 22 IRC aprile 2014 più gradevole il lavoro e più sopportabile la fatica. La fiducia in se stessi ne viene rafforzata, e questo aiuta in molti casi a lavorare meglio, e conferisce ai soggetti una maggiore “gioia di vivere”. Nella didattica dell’Irc l’umorismo è assai utile per mostrare il volto sano e giocoso della relazione religiosa, che viene così sottratta ad una visione grigia ed autoritaristica. Per quanto riguarda poi il cristianesimo, la dimensione della festa è di fatto al centro della concezione religiosa. “L’umorismo è un’affermazione di vita. La risata è uno dei nostri più importanti mezzi di guarigione” conclude la Wieser, “Essa ci aiuta ad affrontare più facilmente i problemi della vita di tutti i giorni; e questo non è più semplicemente un utile ingrediente: è la chiave della nostra felicità! Come diceva Thomas Carlyle, «La risata è la chiave con cui decifrare tutto l’uomo». E, come insegnante di religione aggiungo: ridere significa vittoria sulla morte, gioia della risurrezione”. Stefano Biavaschi Ora di religione, lieve calo di alunni Meno 4,1% in 10 anni. Guardando l’altra faccia dei dati, comunque l’88,9% frequenta l’Irc. Ma c’è chi offre un’immagine distante dalla realtà. Scorrendo le molte e varie notizie che riguardano la scuola sui media, ci si imbatte in un link di Repubblica.it che decisamente mette preoccupazione. Parla di un “mistero” della scuola italiana. E disegna scenari inquietanti. Il mistero è presto detto e il titolo, infatti, lo rivela subito: «I docenti di religione aumentano, gli studenti diminuiscono». Si parla dell’insegnamento di religione cattolica (Irc), naturalmente. E come mai un fatto così incredibile? Che meccanismo perverso ci sarà sotto? Quali manovre indicibili si nascondono nell’ombra? Un po’ di ironia è necessaria per toccare un argomento così scottante e per “digerire” il tono complessivo del pezzo di Repubblica, che non dice, ma lascia trasparire la possibilità che l’Irc e gli insegnanti di religione godano di chissà quali privilegi e coperture. Come se, nella scuola di tutti, si facessero interessi di parte. Un vecchio refrain, questo, sempre pronto ad emergere anche se superato dalla storia. Il pezzo di Repubblica prende le mosse dal calo degli alunni che seguono l’Irc: «I dati, recentemente pubblicati dal Servizio nazionale della Conferenza episcopale italiana per l’Insegnamento della religione cattolica, riferiti all’anno scolastico 2012/2013, certificano l’ennesimo decremento di alunni IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 23 Ricordo di don Diana che durante l’ora di religione restano in classe». Una “continua flessione”. “inesorabile”. Che significa - sempre l’articolo lo segnala - il passaggio dei “fuggiaschi” dal 7% del 2002/2003 all’11,1% del 2012/2013. Insomma, il calo inesorabile, la fuga a gambe levate dall’Irc è pari a 4,1 punti percentuali in 10 anni. Lontana da noi l’idea di sminuire il problema, che in alcune situazioni ha certamente numeri ben più significativi e merita certamente una riflessione seria e approfondita. Ma forse i toni dovrebbero essere differenti. Soprattutto guardando l’altra faccia dei dati: l’88,9% degli alunni continua a frequentare l’Irc a quasi 30 anni dall’entrata in vigore delle norme neoconcordatarie, col meccanismo dell’avvalersi o meno che per alcuni osservatori, a suo tempo, avrebbe dovuto svuotare le aule nel giro di breve. E considerando le condizioni avverse, compresa la possibilità allettante e sciagurata, nelle superiori (dove il calo è più pesante), per chi non sceglie l’Irc di fare un’ora in meno di scuola. E l’aumento continuo degli insegnanti? Come se ne venissero assunti più del dovuto, verrebbe da pensare leggen- do Repubblica. Poi lo stesso articolo rileva il passaggio, nella scuola dell’infanzia e nella primaria (qui gli avvalentesi sono la quasi totalità) tra “vecchie” maestre di classe, abilitate a insegnare, e insegnanti specialiste di religione. Le prime in 5 anni si sono dimezzate, le seconde sono cresciute del 22% (si è “risparmiato” un 30%, alla fine). Nelle secondarie in 5 anni si parla di un migliaio di docenti in più (ma non si dice che molte cattedre sono spezzettate). Forse per la soluzione di questo “mistero” sarà decisiva l’interrogazione al ministro dell’Istruzione presentata a inizio marzo da alcuni deputati 5 Stelle su «come si giustifichi la persistenza dell’insegnamento della sola religione cattolica nella scuola pubblica italiana». Temiamo invece che per la soluzione del “mistero” ben più persistente e tenace di chi continua a guardare con diffidenza e sospetto l’Irc, incurante di offrirne un’immagine ben distante dalla realtà, non ci sia altro da fare che lasciar perdere. Il seme e il frutto servare la sua memoria è continuare a operare il bene. Quanto avete ricevuto da lui, ora in suo nome donate. E il cammino continuerà». Perché quando un seme muore, dà poi buoni frutti, soprattutto quando il seme è speciale. Il seme è cresciuto insieme a tante persone, po-tato in giro dal vento del cambiamento, dalle camicie azzurre degli scout e da tante altre associazioni. «Annunciare, ascoltare, osservare, sporcarsi le mani» sono state le parole – sì, ancora parole come semi – che hanno scandito la manifestazione di domenica. Fatte germogliare in tanti modi, allegri e colorati, dalla fantasia dei giovani col fazzolettone. Decisi a sporcarsi davvero le mani con la ‘terra’, la terra di don Peppe, per la quale lui è morto. E alla quale così si rivolgeva venti anni fa monsignor Chiarinelli: «In te ci sono energie positive, volontà generose; i tuoi giovani coltivano sogni di pace; gli occhi dei tuoi bambini guardano con incanto al futuro; la tua gente è capace di impegno e di tenacia ». Quei giovani, quei bambini sono cresciuti con queste parole nel cuore, e con quelle di don Peppe: il suo invito a «risalire sui tetti a riannunciare la Parola di Vita». I suoi giovani fratelli domenica lo hanno fatto: sono saliti sulle mura del cimitero per esporre lenzuola colorate. Vent’anni fa, nel corso del funerale del sacerdote, erano bianche di protesta. Ora sono piene di vita e di parole. «La voglia di cambiare ci spinge a continuare». «Non una conclusione, ma un inizio». E abitano le strade e le piazze della città. «Io sono solo un prete che parla con le parole del Signore, che usa la parole e l’esempio, non faccio battaglie», diceva don Peppe, e lo ripete nella bella fiction trasmessa da RaiUno. Scorrono le immagini del funerale. Anche allora tanti scout. E le toccanti parole della canzone di Pino Daniele. «Terra mia terra mia, tu si’ chiena ’e libbertà. Terra mia terra mia, i’ mò sento ’a libbertà». Già libertà, figlia del Vangelo dell’amore, sorella della giustizia. Don Peppino la cercava per la sua terra, la proclamava nella preghiera e dall’altare, la realizzava coi ‘suoi’ giovani. E oggi cammina spedita, con le gambe di tanti, con la speranza dei giovani. Passo e ripasso tra le mani quelle due paginette ingiallite dal tempo. Con rispetto. Due paginette che hanno fatto paura alla camorra, che hanno cambiato una terra, che hanno segnato la vita e la morte di una persona, di un sacerdote, don Peppe Diana. Ma anche di tante altre persone di questa terra. Sono il famoso documento «In nome del mio popolo» del Natale 1991. Un “Avviso sacro”, come è scritto accanto al titolo, ma che preoccupò a tal punto i clan da far loro decidere di colpire il parroco di Casal di Principe, che con i suoi confratelli aveva promesso di non tacere sulla violenza camorrista. Era il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico. È la forza delle parole, soprattutto delle persone che le incarnano. Persone credibili. Parole che restano e persone che restano vive, anche dopo la morte. Questo hanno voluto dire con allegria, speranza, concretezza, le migliaia di scout che domenica 16 marzo hanno attraversato le vie di Casal di Principe. Canti, colori, tanta commozione e tanti contenuti. Parole, persone e fatti. «Don Peppe uno di noi», lo slogan che è rimbombato fin sotto casa del parroco e già capo scout dell’Agesci. «Don Peppe anche noi promettiamo sul nostro onore di non tacere», hanno proclamato i ragazzi in camicia azzurra davanti al cimitero dove riposa quel loro fratello, Peppino, che per amore si era fatto padre. Due paginette, due semplici paginette. Quante parole, quanti trattati, quanti convegni, pieni di se, inutili... Invece due paginette e una persona credibile hanno fatto crescere una generazione nuova e hanno cambiato questa terra. Lo ha affermato con forza il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo. «Oggi don Peppino vive qui nel nostro essere in cammino per annunciare la benedizione di Dio, mentre la camorra è fonte di maledizione». Parole che ricordano quelle che venti anni fa il suo predecessore, Lorenzo Chiarinelli, aveva detto con chiarezza profetica nel corso del funerale. Leggo altre pagine ingiallite e attualissime. «Con- Alberto Campoleoni 17 marzo 2014 - Incrocinews Antonio Maria Mira 18 marzo 2014 – Avvenire.it aprile 2014 IRC 23 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 24 Ricordo di don Diana Caro don Peppino, tu ci hai cambiato Caro don Peppino «se il chicco di grano non muore non porta frutto». Sai? A te lo posso dire: gli eroi, come i santi martiri, mi intimidiscono, mi mettono a disagio. Troppo distanti li vedo da noi, poveri mortali. Il fatto, poi, che qualcuno si sia macchiato del loro sangue, mi addolora fino allo spasimo. Preferisco i santi “normali”, quelle persone che, come Maria, la mamma di Gesù, consumano i loro giorni facendo il bene. Mi piacciono le persone normali, come normale eri tu: un prete senza aggettivi. Il prete è un uomo che ritiene la sua vita troppo fragile e preziosa e si preoccupa di metterla al sicuro. Perciò prende il suo cuore e lo regala al Solo che può tenerlo eternamente vivo. Tu eri innamorato di Cristo e della libertà che da sempre Egli sparge a piene mani. Lo hai invocato, pregato, adorato nelle tue notti insonni; lo hai poi cercato nei fratelli più bistrattati, umiliati, maltrattati. Qualcuno, Peppino, pensa che il cristiano – e ancor di più il prete – debba essere neutrale, un uomo senza passioni, che non si schiera mai. Equidistante dall’oppresso e dal tiranno. Tu, al contrario, sapevi bene che il prete è un uomo sempre in bilico tra cielo e terra. Che di giorno si sporca le mani per soccorrere e promuovere i fratelli e di notte si procura i calli alle ginocchia per portarli a Dio. Tu, Peppino, il martirio non lo hai mai cercato. La tua sete di giustizia, però, dava fastidio a tanti. Chi a Casal di Principe ti voleva bene ti consigliava di essere prudente. La prudenza, virtù necessaria e nobile, non è però codardia o quieto vivere. Tu, uomo di Dio, non potevi fingere di ignorare la pena immensa che il tuo popolo era costretto a sopportare a causa di chi, per brama di denaro, svendette la sua stessa umanità. Costoro – si chiamino camorristi, mafiosi o ’ndranghetisti è la stessa cosa – appollaiati sulle spalle altrui, decisero di campare a sbafo. Sottoscrissero un patto scellerato con la propria coscienza, dichiararono una guerra stupida e feroce alla civile società. Non vogliono sottostare a nessuna regola, non amano essere ostacolati. È come se un tarlo maledetto ne avesse deturpato la ragione. Scaltri come i serpenti hanno smarrito la semplicità delle colombe. Per fare presa sulla gente, intimidiscono, minacciano, uccidono. Potevi tu, don Peppino, tacere davanti a tanto scempio? Potevi «mettere la museruola al bue che trebbia?» No. Afferrato da Cristo, ne eri diventato liberamente prigioniero. Nessuno, per nessun motivo, può chiedere a nessuno di rinunciare alla sua dignità di uomo. E tu, libero come il vento che soffia a primavera, sei andato per la “tua” strada. Come Gesù, l’hai imboccata, pur sapendo che a “Gerusalemme” ti avrebbero arrestato, flagellato e messo in croce. «Dio te ne scampi, Signore, questo non ti accadrà mai», disse Pietro al Cristo mentre, indurito il volto, si incamminava verso la città santa. Ma per questo “consiglio” inopportuno fu 24 IRC aprile 2014 da lui aspramente redarguito. No, a Gerusalemme, quando il momento è giunto, si va. Con le lacrime agli occhi e la morte nel cuore, se Lui lo chiede, si deve andare. Invocando il Padre: «Se puoi trapassa da me questo calice …» ma aggiungendo subito: «Non la mia, la tua volontà sia fatta …». Peppino mio, come è umano Gesù nell’orto. Quanta tenerezza suscita la sua agonia. Non è un eroe pur essendo pronto per essere inchiodato. Peppino, posso dirtelo? Come somigli a Gesù, tradito e sanguinante nell’uliveto benedetto. Come Lui hai versato il sangue per riscattarci dall’infamia che da anni vuole tenerci prigionieri. Sai? Non te l’ho detto mai, ma da quella mattina – son passati 20 anni – la nostra vita non è più la stessa. La tua morte ha segnato in modo indelebile la nostra diocesi di Aversa e la Chiesa italiana. Il tuo impegno, il tuo coraggio, il tuo sangue hanno marchiato a fuoco il nostro territorio. Dal tuo seme marcito nella nostra bella terra campana sono nate spighe meravigliose. La tua giovane esistenza, la tua fede, il tuo sacerdozio, il tuo martirio hanno impreziosito la nostra antica e fiera Chiesa aversana. Tu non sei morto, sei più vivo che mai. Prega per noi. Perché mai più nessuno abbia a soffrire e a morire per la sua fede. Perché termini come “camorra” e “mafia” siano bandite da tutti i vocabolari del mondo. Perché i fratelli camorristi possano pentirsi e chiedere perdono. Perché i sentimenti di giustizia e misericordia invadano i cuori di tutti gli uomini creati a immagine di Dio. Prega per questa tua terra maltrattata e bella perché da “terra dei fuochi” ritorni orgogliosamente a essere “terra di lavoro”, “Campania felix”. Maurizio Patriciello 19 marzo 2014 – Avvenire.it In trentamila ricordano don Diana Trentamila, un fiume colorato e allegro, ha attraversato Casal di Principe per ricordare don Peppe Diana, il parroco ucciso a 36 anni dalla camorra il 19 marzo 1994. «Con quei cinque colpi pensavano di aver ucciso la speranza – dice Salvatore Cuoci del Comitato don Peppe Diana – ma non è stato così. E oggi possiamo salire sui tetti ad annunciare parole di vita come ci invitava a fare don Peppe». Memoria e impegno portate nelle strade e nelle piazze da decine di scuole e associazioni. Al ritmo di «don Peppe, don Peppe». E poi sotto casa del sacerdote con mamma Jolanda affacciata in lacrime. «Questa volta c’è tanta Casale», commenta sorridente Peppe Pagano, nella Nco, una delle realtà IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 25 Contro la mafia di antimafia sociale sui beni confiscati. E un segno forte è la presenza di tanti sindaci della Campania, fasce tricolore e gonfaloni. Assieme al presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, al procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti. Don Luigi Ciotti ricorda. «Io vengo qui da venti anni, e non posso dimenticare quando eravamo molto pochi. Oggi siamo davvero tanti. Ma – avverte – questa non deve essere una cerimonia. Il modo migliore per fare memoria è impegnarci 365 giorni all’anno». Perché, dice ancora il presidente di Libera, «don Peppino era un testimone non solo di idee ma del Vangelo, e questo non possiamo dimenticarlo, capace di saldare la terra con il cielo. La sua fedeltà la Vangelo era piena di amore e lui l’ha pagata con la vita». Ma, insiste, «don Peppino è ancora vivo, i suoi sogni, i suoi progetti devono continuare sulle nostre gambe perché la vita vinca sempre. Anche perché le mafie sono tornate forti sotto altre forme. La strada è ancora lunga – conclude don Luigi – e il nostro don Peppino ci spinge. Dacci una mano Peppino. E chiediamo anche a Dio di darci una bella pedata». E lo stesso appello che fa dal palco un giovane a nome della associazioni casalesi. «Don Peppe il tuo popolo oggi è qui, prendi per mano tanti giovani che hanno voluto restare e che vogliono solo un lavoro onesto e lo sviluppo della propria terra. Ora siamo davvero un popolo libero che non ha più paura». Francesco come Wojtyla: «Uomini e donne di mafia, convertitevi» Potere e denaro che avete adesso da tanti affari sporchi, dai crimini mafiosi sono denaro insanguinato, potere insanguinati, non potrai portarlo all’altra vita». Qualche secondo di pausa, poi Papa Bergoglio conclude il suo discorso: «Convertitevi. C’è tempo per non finire nell’inferno, che è quello che vi aspetta se non cambiate strada. Avete avuto un papà e una mamma pensate a loro e convertitevi». Il Pontefice nella Chiesa di San Gregorio VII conclude con parole di fuoco la veglia dell’associazione Libera per ricordare le vittime di mafia. Vicino al Papa, don Luigi Ciotti. Mafiosi convertitevi». Era il 9 maggio del 1993 quando Papa Giovanni Paolo II pronunciò queste parole davanti a migliaia di persone nella piana dei Templi di Agrigento. Dodici mesi prima la mafia aveva ucciso i giudici Falcone e Borsellino. Dopo più di vent’anni lo stesso monito, le stesse potenti parole vengono da Papa Francesco, parole pronunciate al termine della veglia organizzata dall’associazione Libera in ricordo delle vittime delle mafia, a Roma, nella Chiesa di San Gregorio VII. «Non posso finire senza dire una parola ai grandi assenti di oggi, ma protagonisti: uomini e donne di mafia, per favore cambiate vita!». L’appello del Santo Padre rimbomba nella chiesa romana: «Convertitevi, fermate di fare il male! Noi preghiamo per voi: convertitevi ve lo chiedo in ginocchio è per il vostro bene», ha ripetuto il Pontefice. Papa Francesco lancia il suo accorato monito ai boss di Cosa Nostra: «Questa vita che vivete - ha continuato con voce profonda Francesco - non vi darà felicità, gioia. Antonio Maria Mira 19 marzo 2014 – Avvenire.it Il lungo abbraccio con Don Luigi Ciotti A pochi passi da Bergoglio, c’è don Luigi Ciotti, presidente e fondatore dell’associazione Libera contro le Mafie, che nel suo discorso davanti al Pontefice e ai familiari delle vittime della mafia ha sottolineato: «C’è un bisogno di verità che scuote la vita di tante persone - ha denunciato il sacerdote - Il 70% dei familiari delle vittime di mafia non conosce la verità». E don Ciotti cita vari casi di omicidi ancora irrisolti, compreso quello della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin. «Abbiamo bisogno di verità, di tanta verità - ha ribadito don Ciotti - Non sempre la Chiesa ha mostrato attenzione alle vittime delle mafie e al fenomeno della criminalità organizzata. Non sono mancati eccessi di prudenza e sottovalutazione, ma per fortuna c’è stata anche tanta luce: il grido profetico di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi e l’invito di Benedetto XVI a Palermo, quando ci ha chiesto: non cedete alla suggestioni della mafia, che è una strada di morte. Ma non basta». Al suo arrivo davanti al sagrato della chiesa di San Gregorio VII il Papa ha salutato don Ciotti con un lungo abbraccio. «Vi sarò vicino in questo camino che richiede tenacia e perseveranza - ha detto il Papa rivolgendosi ai familiari delle vittime di mafia - Esprimo solidarietà a quanti tra voi hanno perso una persona cara, vittima della violenza mafiosa. Grazie della vostra testimonianza, perché non vi siete chiusi ma vi siete aperti e siete usciti per raccontare la vostra storia di dolore e di speranza. Questo è tanto importante per i giovani. Vorrei pregare con voi per le vittime delle mafie». La benedizione finale con la stola di don Giuseppe Diana Prima della benedizione finale, don Luigi Ciotti ha consegnato a Papa Francesco la stola che era di don Giuseppe aprile 2014 IRC 25 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 26 Contro la mafia Diana, il prete assassinato dalla camorra a Casal di Principe, di cui è ricorso il ventesimo anniversario della morte. Il Papa l’ha indossata, impartendo poi la benedizione a tutti i presenti. «Vorrei pregare con voi: lo faccio di cuore per tutte le vittime delle mafie - ha detto il Pontefice - Anche pochi giorni fa, vicino a Taranto, c’è stato un delitto che non ha avuto pietà neanche per un bambino», ha quindi aggiunto, ricordando il piccolo Domenico. «Preghiamo tutti quanti - ha detto ancora il Pontefice - per avere la forza di andare avanti, di non scoraggiarci ma di continuare a lottare contro la corruzione». 21 marzo 2014 – www.corriere.it Per i mafiosi parole e segni che contano Le parole e i segni contano molto per i mafiosi. Soprattutto certe parole e certi segni. Per questo, come hanno sottolineato ieri in molti, le parole di Papa Francesco e i segni della veglia di preghiera coi familiari delle vittime innocenti di tutte le mafie, sono di quelli che contano davvero. Anche per i mafiosi. E che resteranno. Quel “convertitevi ve lo chiedo in ginocchio” che ricorda l’appello di Paolo VI alle Brigate rosse. Quel cambiate vita, c’è ancora tempo per non finire all’inferno” che evoca il grido di Giovanni Paolo II nella valle dei templi. Quel rivolgersi “agli uomini e alle donne mafiose”. Ma anche quel ringraziare i familiari “per la vostra testimonianza, perché non vi siete chiusi”. È il riconoscimento del lungo lavoro di Libera e del suo fondatore don Luigi San Giuseppe «custode» di Gesù Padre Stramare: ci insegna il grande valore della tenerezza. Un documento del magistero «poco conosciuto» e forse «snobbato». A 25 anni dalla sua pubblicazione (il 15 agosto 1989) l’esortazione apostolica Redemptoris custos «non vie- 26 IRC aprile 2014 Ciotti, quel cammino al fianco di tante persone, per trasformare il dolore in impegno, la memoria in cambiamento. “Giornata della memoria” nel primo giorno di primavera, quando il seme muore per far nascere il fiore. Come il seme di don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra proprio venti anni fa, la cui stola è stata indossata dal Papa per la benedizione finale. Un segno altamente simbolico, don Peppe ucciso dai killer mentre stava per celebrare la messa ricordato dal Papa, con questo gesto simbolico, in un momento di preghiera. Come i volti, le mani, il cuore che i familiari hanno offerto al Papa assieme alla volontà del cambiamento. Per un giorno protagonisti, in realtà protagonisti tutta vita. Portando nel Paese parole e segni di speranza. Quelli che i mafiosi temono. Oggi, dopo l’abbraccio e la fermezza del Papa, ancora di più. Toni Mira 21 marzo 2014 – Avvenire.it Giovanni Paolo e Benedetto ai mafiosi Prima di Francesco. Mafiosi «convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio!». Era il 9 maggio 1993 quando il beato Giovanni Paolo II pronunciò queste parole nella piana di Agrigento. Solo un anno prima la mafia uccise i giudici Falcone e Borsellino. «Dio ha detto una volta: non uccidere – dichiarò il Papa –. Non può l’uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio». È il 3 ottobre 2010 quando Papa Benedetto XVI, nel corso della sua visita a Palermo, esorta i giovani siciliani: «Non abbiate paura di contrastare il male! Insieme, sarete come una foresta che cresce, forse silenziosa, ma capace di dare frutto, di portare vita e di rinnovare in modo profondo la vostra terra! Non cedete alle suggestioni della mafia, che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo». 21 marzo 2014 – Avvenire.it ne inserita, come dovrebbe, all’interno di un quadro teologico che parla del mistero dell’Incarnazione in vista della redenzione. Un mistero nel quale san Giuseppe è un protagonista». Padre Tarcisio Stramare, oblato di San Giuseppe, la congregazione fondata ad Asti da san Giuseppe Marello, è uno dei maggiori studiosi mondiali della figura di san Giuseppe e non nasconde la sua delusione per come «il custode del Redentore» viene trattato. Cosa ha significato nel magistero la Redemptoris custos, di cui quest’anno ricorrono i 25 anni dalla pubblicazione? Si inserisce in un filone caro a Giovanni Paolo II, quello della Redenzione. E ben tre sue encicliche riguardano figure importanti di questo mistero: Gesù (Redemptor hominis del 4 marzo 1979), Maria (Redemptoris mater del 25 marzo 1987) e la Chiesa (Redemptoris missio del 7 dicembre 1990). IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 27 San Giuseppe Per san Giuseppe è stata scelta una esortazione apostolica e in molti hanno pensato che avesse minor rilevanza, sbagliando. La figura di san Giuseppe è pienamente inserita in questo mistero dell’Incarnazione. Lo dice chiaramente il testo: «Di questo mistero divino Giuseppe è insieme a Maria il primo depositario» e «partecipa a questa fase culminante dell’autorivelazione di Dio in Cristo, e vi partecipa sin dal primo inizio». E ancora: «Egli è colui che è posto per primo da Dio sulla via della peregrinazione della fede, sulla quale Maria andrà innanzi in modo perfetto». Quindi un ruolo tutt’altro che di contorno, quello di san Giuseppe. Non ha solo servito Gesù nella sua fanciullezza. Ha servito anche la sua missione redentrice mediante la sua paternità e il suo matrimonio con Maria. Ecco perché parlo della necessità di rileggere e rivalutare quell’esortazione a-postolica di Giovanni Paolo II. Recentemente, però, papa Francesco ha disposto che il nome di san Giuseppe sia inserito nelle preghiere eucaristiche II, III e IV della terza edizione tipica del Messale Romano. Un passo importante? L’inserimento nel Messale Romano fu stabilito da Giovanni XXIII e ora se ne dispone l’allargamento ad altri canoni. Mi pare positivo, anche se dovrebbe essere collocato in tutti i canoni proprio per il ruolo svolto nel mistero dell’Incarnazione. Papa Francesco ha mantenuto nel proprio stemma anche il nardo, che simboleggia san Giuseppe. Segno di una devozione significativa? Nel suo stemma contiene l’intera santa famiglia, con i simboli anche di Gesù e di Maria. Mi pare importante anche l’approccio globale, proprio in questo momento nel quale parliamo molto di famiglia. Altra coincidenza il fatto che l’inizio del pontificato di Francesco sia iniziato proprio il 19 marzo 2013, solennità di san Giuseppe. Come leggere questo evento? Penso sia un evento provvidenziale. Certo nella sua omelia, che partiva proprio dalla memoria liturgica di quel giorno, si possono trarre alcune linee d’azione che sembrano caratterizzare il suo pontificato. Occorre ancora attendere per una analisi completa, ma certo aver sottolineato, partendo da san Giuseppe, l’importanza del servizio alla Chiesa è significativo. Un servizio come quello di Giuseppe che, come diceva il nostro fondatore san Giuseppe Marello, ha «fatto gli interessi di Gesù». Interessi che erano la sua missione salvifica. Ma cosa dice la figura di san Giuseppe al cristiano di oggi? Quello che ha ben sottolineato il Papa in quell’omelia del 19 marzo 2013. Insegna ad avere una costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; essere più sensibile alle persone che gli sono affidate, leggere con realismo gli avvenimenti, essere attento a ciò che lo circonda, e prendere le decisioni più sagge. E poi una grande tenerezza, che non è la virtù del debole. Enrico Lenzi Giuseppe, il santo delle partite Iva Una critica degli apocrifi. Stavolta il cardinale Gianfranco Ravasi – già ben noto per le sue opere esegetiche su personaggi biblici come Giobbe o Qoelet – ha scelto di soffermarsi su un protagonista umile per eccellenza, eppure tanto importante nell’economia biblica: «Giuseppe. Il padre di Gesù» (San Paolo, pp. 128 , euro 14). Il nuovo volume propone un’analisi essenziale ma anche molto puntuale della figura evangelica, discreta e silenziosa, del padre legale di Gesù. Ogni capitolo esamina gli episodi che lo vedono implicato, dall’annunciazione alla fuga in Egitto, senza escludere le varie ipotesi che – sulla base di apocrifi (tra cui l’antica «Storia di Giuseppe il falegname») e di tradizioni espresse anche nell’arte – sono state elevate sulla vita “nascosta” di Giuseppe. In questa pagina riportiamo l’analisi cui il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura (nella foto) sottopone le teorie che ultimamente volevano iscrivere il padre di Gesù alla media borghesia del suo tempo. Ci soffermiamo su una sola parola: quella che nei vangeli definisce la professione di Giuseppe e dello stesso Gesù, prima del suo ministero biblico. Attorno a questa parola greca, téktôn, si è accesa una polemica tra chi vorrebbe continuare a classificare Gesù e la sua famiglia nella categoria della povertà e chi, invece, vorrebbe promuoverla al rango di media borghesia, soprattutto in vista dei vari tentativi di raccordare capitalismo «misericordioso» e cristianesimo. Ora, è da notare che il primo a definire Gesù un téktôn (e spiegheremo ovviamente che cosa significhi) è Marco che, in occasione di una visita a Nazaret, osserva che i concittadini ironicamente si chiedono: «Non è egli il téktôn, il figlio di Maria?» (6,3). Matteo, che probabilmente si trova a disagio con questo sarcasmo e con questo titolo, riprende il racconto di Marco, ma con una curiosa variante: «Non è egli [Gesù] il figlio del téktôn?» (13,55). Com’è evidente, qui è Giuseppe ad essere iscritto a questa professione. Che la cosa non fosse molto esaltante è confermato anche da Luca che, molto più asetticamente, trasforma così la domanda: «Costui non è il figlio di Giuseppe?» (4,22). A questo punto, per definire lo statuto sociale di Gesù e del suo padre ufficiale è necessario studiare non solo il vocabolo in questione, ma anche le coordinate socio-economiche della Palestina di quell’epoca. Il termine téktôn di per sé indica il falegname o il carpentiere, «colui che esercita il suo mestiere con un materiale duro che conserva la sua durezza durante la lavorazione, per esempio legno, pietra, corno, avorio», come scrive Richard A. Batey in un saggio scientifico sul vocabolo in questione (non sarebbe, allora, corretta la resa «fabbro»). Le antiche versioni siriaca e copta dei vangeli, i Padri greci della Chiesa, la tradizione popolare e iconografica, hanno optato per la traduzione «falegname». aprile 2014 IRC 27 IRC_aprile_2014.qxd 02/04/2014 10.06 Pagina 28 San Giuseppe Tuttavia non bisogna dimenticare che il legno non serviva solo per approntare aratri o mobili vari, ma anche come vero e proprio materiale di costruzione edilizia: infatti, oltre ai serramenti in legno, i tetti a terrazza delle case palestinesi di allora erano allestiti con travi connesse tra loro con rami, argilla, fango e terra pressati, tant’è vero che, dopo le piogge primaverili, potevano spuntare anche steli e un velo verde, come è ricordato nel salmo 129 (vv. 6-7: «Siano come l’erba dei tetti, che, prima di essere strappata, è già secca! Non se ne riempie la mano colui che miete né il grembo colui che raccoglie»). Con i recenti scavi di Sefforis, un’elegante città a soli 6 chilometri da Nazaret, scelta come prima capitale (poi sarà Tiberiade, sul lago omonimo) del suo piccolo regno di Galilea da Erode Antipa (quello che uccise il Battista e incontrò Gesù durante la passione), si è fatta strada l’idea in alcuni studiosi che Giuseppe e suo figlio abbiano lavorato anche là, entrando così in contatto con la cultura urbana ellenistica. Tuttavia è strano che nei vangeli non sia mai menzionata Sefforis durante il ministero galilaico di Gesù: saremmo perciò di fronte solo a una generica possibilità. Ma a questo punto è necessario collocare la classe del téktôn nel quadro sociale dell’Israele di allora. Per cercare di elevare di rango Gesù, uno studioso tedesco, Rainer Riesner, nell’opera Jesus als Lehrer («Gesù come maestro»), pubblicata nel 1981, è risalito all’equivalente aramaico del vocabolo téktôn: in quella lingua, allora parlata, si usava il termine naggara’, che voleva dire «carpentiere, falegname, tornitore, artigiano», ma che poteva significare anche «maestro, artista». Così Giuseppe e Gesù sarebbero stati in realtà insegnanti o artisti. Peccato, però, che questo significato «liberale» del vocabolo naggara’ sia documentabile solo in epoca tarda e che esso non abbia alcun riscontro nelle antiche tradizioni giudaiche della Mishnah, la raccolta documentaria della vita e delle credenze dell’Israele anche dell’epoca di Gesù. Se, dunque, stiamo all’accezione più comune e fondata sopra descritta, ci possiamo ora chiedere: essere téktôn significava appartenere all’ultimo livello della scala sociale, per cui Cristo era sostanzialmente un povero e un indigente? Naturalmente la nostra risposta prescinde dal suo successivo insegnamento radicale e «utopico» nei confronti della ricchezza, insegnamento che spesso è sbrigativamente liquidato o «smitizzato» da certi alfieri del connubio tra capitalismo e cristianesimo. Su questo argomento, in realtà, bisogna procedere con molta cautela, senza fondamentalismi, sì, ma anche senza fin troppo comodi sincretismi, come fanno certi teologi americani del conservatorismo «misericordioso». Se stiamo alla documentazione e alla ricostruzione più attenta e fondata del quadro socio-economico giudaico del I secolo, possiamo ottenere i risultati che seguono: a) a livello delle alte classi, in quel piccolo principato che era la Galilea si attestava un gruppo molto ristretto, che comprendeva, oltre a Erode e alla sua corte di ufficiali e di notabili (evocata nel racconto del martirio del Battista, in Marco 6,21), i latifondisti, i grossi mercanti e i sovrintendenti alla esazione delle tasse (si pensi a Zaccheo, anche se egli era di Gerico, in Giudea); b) al livello opposto, il più basso, erano collocati invece i lavoratori a giornata (si ricordi la parabola di Matteo 20,1-16), i braccianti e quello che Sean Freyne, nella sua opera sulla 28 IRC aprile 2014 «Galilea da Alessandro il Grande ad Adriano» (Galilee from Alexander the Great to Hadrian), pubblicata in America nel 1980, chiama «il proletariato rurale»; l’abisso era raggiunto dagli schiavi per debiti, costretti a un pesante lavoro agricolo nei latifondi; essi, però, costituivano un’entità molto ridotta. La categoria del téktôn, come quella prevalente dei piccoli coltivatori e dei pescatori – alla cui cultura Gesù attingerà spesso nella sua predicazione, elaborandone immagini e comportamenti –, si collocava a un livello intermedio tra quei due estremi, ma con una tendenza verso il basso. Perciò non ha alcun senso applicare alla famiglia di Gesù la classificazione di middle class, che negli Stati Uniti ha un valore molto più alto nella scala sociale, né quella di borghesia a cui siamo abituati. Con molta fantasia c’è stato chi, come G. Wesley Buchanan, in un articolo apparso nel 1965 sulla rivista Novum Testamentum è arrivato al punto di immaginare Gesù come un amministratore commerciale che sovrintendeva agli operai di un’impresa di costruzioni (il titolo era significativo: Jesus and the Upper Class)! In realtà la famiglia di Gesù non era povera in senso stretto, ridotta alla miseria degli schiavi o all’aleatorietà economica dei lavoranti a giornata, ma neppure era da ricondurre alla nostra borghesia commerciale, piccola o media che sia. Si trattava di un tenore di vita decoroso ma modesto, legato per il contadino alle mutazioni climatiche e al mercato e per il falegname-carpentiere-artigiano alle commissioni, all’incremento edilizio e all’inflazione, per non parlare delle tassazioni gravose, sia civili sia religiose. In questa luce – ovviamente con differenti coordinate storiche e sociali – la famiglia di Gesù è da ricondurre alla maggioranza dei lavoratori dipendenti attuali e a certi ambiti artigiani solo familiari e ristretti. I dati evangelici sulla sua vita e sulla sua predicazione lo riportano costantemente a questo orizzonte semplice e modesto. I centri che egli visiterà durante la sua predicazione galilaica saranno appunto quelli popolati da questa classe: Nazaret, Cana, Nain, Corazin, Cafarnao. Come si è detto, il suo itinerario non comprenderà mai Sefforis o Tiberiade, città ellenistiche e «residenziali». Anche questa «modestia» diventa, allora, un segno dell’incarnazione che colloca Dio nella quotidianità semplice. Il cristiano sarà invitato a lavorare con le proprie mani, come farà anche Paolo che ai Tessalonicesi scriverà: «Voi ricordate, infatti, o fratelli, le nostre fatiche e i nostri stenti: lavorando giorno e notte per non essere di peso a nessuno di voi, vi abbiamo predicato il vangelo di Dio» (1Tessalonicesi 2,9), ribadendo comunque che «se uno non vuole lavorare, neppure mangi» (2Tessalonicesi 3,10); un impegno condotto con fedeltà, ma senza la frenesia dell’accumulo, come suggerirà Gesù stesso nel Discorso della Montagna: «Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete […]. Non angustiatevi, dunque, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo?” oppure: “Di che ci vestiremo?” Tutte queste cose le ricercano i gentili» (Matteo 6,25.31-32). Tra parentesi, è curioso ricordare che il motto paolino «chi non lavora non mangia» fu inserito anche nella costituzione sovietica, e Lenin, nell’opera “I bolscevichi conserveranno il potere statale?, scriveva: «Chi non lavora non mangia: ecco la regola essenziale, iniziale, principale che possono e debbono applicare i soviet quando saranno al potere!». Gianfranco Ravasi 18 marzo 2014 – Avvenire.it