CRONOGRAMMI
SEZIONE PRIMA
POLITICA, STORIA E SOCIETÀ

Direttori
Paolo A
“Sapienza” Università di Roma
Angelo A
Università degli Studi “Guglielmo Marconi”
Comitato scientifico
Nicola A
Università di Parma
Maria Sofia C
“Sapienza” Università di Roma
Francesco M
Università di Utrecht
Andrej M
Università Napoca–Cluji, Romania
Gaspare M
Urbaniana, Roma
Philippe N
European School of Management, Parigi
Rocco P
Lumsa, Roma
CRONOGRAMMI
SEZIONE PRIMA
POLITICA, STORIA E SOCIETÀ
Ispirandosi all’arte di istituire, all’interno di una frase latina, una corrispondenza tra lettere e numeri in grado di rimandare a uno specifico evento
temporale (e, per estensione, alla costruzione di una correlata dimensione
spaziale) la collana “Cronogrammi” intende offrire, a studiosi, personalità
della politica e lettori interessati ai problemi della vita comunitaria, una serie
di monografie, saggi e nuovi strumenti critici aperti a una pluralità di linee
interpretative e dedicati a temi, questioni, figure e correnti del pensiero
politico. La consapevolezza del complesso e, talvolta, controverso rapporto fra verità e storia costituisce, in tale prospettiva, il presupposto di un
approccio critico concepito come una riflessione sul pensiero occidentale
incessantemente attraversato da problemi e situazioni che coinvolgono al
massimo grado la dimensione della politica sia nella sua fattualità empirica,
sia nella sua normatività razionale. Le diverse sfere della convivenza umana
hanno da sempre imposto alla politica di affrontare e risolvere (attraverso
la decisione o la teorizzazione intellettuale) il nesso spesso ambiguo fra la
ragione, il bene comune, l’universalità dei diritti e l’insieme degli interessi
individuali e collettivi. Questo insieme di relazioni ha sollecitato pensatori,
personalità politiche e osservatori sociali a disegnare una pluralità di modi
diversi di regolare l’attività politica, presente sia nella società civile, sia nella
sfera istituzionale, in modo da scorgere un terreno di differenziazione e di
convergenza fra la forza legittima della decisione e la ragione dell’esattezza
legale, tenendo conto della distinzione e a un tempo dell’indissociabilità
dell’astrattezza normativa con la molteplicità degli interessi in gioco nella
ricerca del consenso. Le distinte sfere della noumenicità della giustizia e
della fenomenicità dell’utilità, sempre finalizzate alla felicità della persona
e della comunità, hanno presentato nella storia dell’uomo diversi gradi di
approssimazione e vicinanza che corrispondono anche alla formulazione
dell’estesa quantità di teorie politiche, antiche e moderne. Per questo motivo “Cronogrammi” si propone di offrire un quadro critico, sia dal punto
di vista filologico che ermeneutico, della geostoria del pensiero politico
affrontando i suoi diversi volti ideali, storici e istituzionali.
La sezione “Politica, storia e società” comprende studi e monografie
dedicati all’analisi del percorso dialettico e diacronico di pensatori, correnti
e personalità politiche affermatesi in Occidente, sulla base di una duplice
prospettiva, dell’analisi dottrinale e della concreta realtà storico–politica, che
tenga sempre conto del nesso fra teoria e prassi.
La sezione “Testi e antologia di classici” è dedicata alla pubblicazione
di opere (in particolare inedite o rare), traduzioni e antologie dei grandi
pensatori della storia e delle principali ideologie, corredate da aggiornate
introduzioni e commenti critici di studiosi e specialisti che ne mettano in
rilievo prospettive stimolanti e originali.
La sezione “Protagonisti e correnti del Risorgimento” intende valorizzare, nell’attuale contesto internazionale di studi politici e sociali e a fronte
della mutevolezza delle circostanze storiche, l’idea di una ricorrente centralità di valori, in linea con la presenza nella storia di una philosophia perennis,
che i diversi politici, pensatori e storici (dal Rinascimento al Risorgimento,
dal Barocco all’Illuminismo), hanno espresso nei loro studi insistendo sulla
specificità di una storia italiana mai disgiunta dal contesto europeo.
La sezione “Rosminiana” intende pubblicare studi e ricerche sul pensiero teologico e politico di Antonio Rosmini Serbati e sulla relativa storiografia, che a partire dall’Ottocento e passando per tutto il Novecento, ha
fatto risaltare l’originalità di questo pensatore, la cui fedeltà al cattolicesimo
ha contribuito a rinnovare il nesso fra tradizione e innovazione alla luce
dell’eterno problema del rapporto fra fede e ragione e in vista della difesa
della persona contro ogni forma di dispotismo.
Carla San Mauro
Unità federativa o indivisibile
La questione costituzionale in Italia
nel Triennio giacobino
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 Roma
() 
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di riproduzione e di adattamento anche parziale,
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senza il permesso scritto dell’Editore.
I edizione: novembre 
Indice

Introduzione

Capitolo I
Le fasi critiche del Triennio giacobino –

Capitolo II
Il concorso del 

Capitolo III
Temi centrali delle dissertazioni: il risveglio della coscienza nazionale
.. Rousseau tra unitari e federalisti,  – .. Montesquieu
tra unitari e federalisti, .

Capitolo IV
Unità federativa o indivisibile? Riflessioni sul dibattito
politico nell’Italia del Triennio
.. Le premesse dell’unità,  – .. Le premesse del federalismo, .

Indice dei nomi

Introduzione
“Il genio della libertà comanda al genio della vittoria. . . Il miglior mezzo
d’annientare i vostri nemici è di concedere agli oppressi la libertà. . . L’albero
della libertà non è straniero nella
nostra penisola”
Melchiorre Gioia
Questo contributo costituisce l’elaborazione di tematiche affrontate in precedenza da chi scrive in un suo recente
lavoro ; tematiche che saranno oggetto di ulteriori approfondimenti in vista di una prossima e più ampia pubblicazione che si concentrerà su alcuni aspetti di questo significativo
momento della storia politica e culturale italiana.
Esso ricostruisce le vicende del “celebre” concorso bandito dall’Amministrazione generale della Lombardia il
 settembre  sul tema Quale dei Governi liberi meglio
convenga alla felicità d’Italia? . L’iniziativa di bandire un
concorso su un argomento così spinoso e così ricco di
significati politici, culturali, istituzionali, sociali, nasceva
dall’intenzione di
. C. S M, Unità o federalismo? I testi del «celebre» concorso del :
una interpretazione della genesi del Risorgimento, in Le filosofie del Risorgimento, a
cura di Maurizio Martirano, Milano–Udine, Mimesis, , pp. –.
. Cfr. A. S, Alle origini del Risorgimento: i testi di un “celebre„ concorso (), Roma, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea,
,  voll.


Introduzione
aprire agli ingegni italiani una vasta carriera, in cui trattando i
grandi interessi dell’intera nazione, rendino famigliari al popolo gli eterni principi della Libertà ed Eguaglianza, gli facciano
conoscere l’estensione de’ suoi diritti, la facilità di rivendicarli,
e gli possono ad un tempo stesso indicare gli scogli in cui può
inciampare chi passa dal servaggio alla Libertà .
Il “Governo, confidato ai saggi eletti dal popolo ossia la
repubblica, è l’unica forma di governo in cui fiorisca la libertà — cioè — la voce di Dio che chiama gli esseri dal nulla” . Questa affermazione, tratta dallo scritto del vincitore
del concorso Melchiorre Gioia, Dissertazione sul problema
dell’Amministrazione Generale della Lombardia: Quale dei Governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia, può essere
letta come una efficace testimonianza della profonda fede
repubblicana degli autori partecipanti al concorso.
Emblematiche anche le parole rivolte dallo stesso Gioia al Direttorio in un suo articolo apparso anonimo sul
“Giornale degli amici della libertà e dell’uguaglianza” del
 luglio del  Sulla sorte che attende l’Italia: memoria
indirizzata al Direttorio esecutivo da un cittadino di Piacen. Ivi, I, p. IX e s.
. M. G, Dissertazione sul problema dell’Amministrazione Generale
della Lombardia: Quale dei Governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia,
in A. S, Alle origini del Risorgimento, cit., II, pp. , . La dissertazione,
premiata il  giugno , “fu pubblicata col seguente titolo: Dissertazione
di Melchiorre Gioja sul problema dell’Amministrazione Generale della Lombardia:
«Quale dei Governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia?». Premiata
a giudizio della Società di Pubblica Istruzione di Milano. I. Omnia ad unum;
Milano, l’anno I della Repubblica Cisalpina, nella Stamperia altre volte di
S. Ambrogio a S. Mattia alla Moneta, pp. X (non numerate) — . . . in
pieno Risorgimento, essa fu ristampata più volte”: A. S, Alle origini del
Risorgimento cit., II, p. .; cfr. anche M. G, Quale dei governi liberi meglio
convenga alla felicità dell’Italia, Introduzione di Salvo Mastellone, Firenze,
Centro Editoriale Toscano, .
Introduzione

za , uscito prima che l’Amministrazione generale della
Lombardia bandisse il noto concorso:
Noi abbiamo riconosciuto che la natura, col farci tutti eguali,
non lasciava a nessuno il diritto di dominarci, e che l’unica base d’ogni politica autorità è il nostro consentimento. . . L’Italia
è dunque disposta alla libertà: dite che sia libera, e l’Italia sarà
libera. La felicità di milioni di uomini oramai non può costarvi
che una sola parola: la giustizia vi comanda di pronunziarla:
l’umanità ve ne prega: il fato deciderà se eravate degni d’avere
nelle mani le sorti delle nazioni .
Emblematiche perché anticipano i grandi temi della libertà e dell’uguaglianza — comuni ai “patrioti” che operarono nel Triennio giacobino – — dominanti nelle
dissertazioni presentate al concorso, e non solo, come si
vedrà meglio in seguito.
Il lavoro, dopo avere ripercorso brevemente le tormentate vicende politiche relative al periodo del Triennio, si
concentra su due argomenti principali. Da un lato, vengono prese in esame alcune tematiche centrali delle dissertazioni presentate al concorso che, sul terreno ideologico,
costituiscono un elevato contributo al pensiero politico
italiano dell’epoca.
Dall’altro, si sofferma sullo spinoso quesito posto dagli
organizzatori del concorso del : unità federativa o
indivisibile? Con quale forma di governo e su quali basi
istituzionali si potrà realizzare la “felicità” dell’Italia? È in
questi termini che viene posta la questione costituzionale
in Italia in quegli anni.
. Approfondite informazioni su questo articolo si possono trovare in
A. S, Alle origini del Risorgimento, cit. II, pp. –.
. Ivi, II, p.  e s.
Capitolo I
Le fasi critiche del Triennio giacobino
–
Alla fine del Settecento si assisteva, in Italia, alla formazione di un nuovo ceto politico, al cui interno cominciavano
a maturare le prime idee di unità, di indipendenza, di libertà, di sentimento nazionale. Sintomi del formarsi di una
coscienza unitaria erano già presenti anche prima della
discesa del Bonaparte in Italia. Ma si trattava, pur sempre,
di voci isolate. Significative a riguardo sono le parole di
Adolfo Omodeo: “questo nuovo patriottismo italiano, che
dalla cultura si incammina verso l’azione politica, nasce in
una solitudine che sgomenta. Germoglia in qualche uomo
di dottrina, s’espande in piccole oasi. Manca ancora all’Italia quel sustrato di solidarietà fra le classi che costituisce
la patria. . . la nuova cultura, anche conquistando proseliti
fra le classi elevate, rimane arginata da queste barriere di
classe” .
Fin dai primi anni novanta del Settecento, tuttavia, si andavano diffondendo le prime — sia pure solitarie — manifestazioni di un dilagante malcontento attraverso congiure
e sollevazioni, nel  si temette addirittura lo scoppio di
una grande rivoluzione che, a detta dei promotori, avrebbe coinvolto l’Europa intera. Molto attivi furono in tutta
. A. O, L’età del Risorgimento italiano, Napoli, Vivarium, ,
p.  e s.


Unità federativa o indivisibile
Italia i “patrioti”, i “giacobini”, come venivano chiamati in
senso dispregiativo, ma che in realtà erano uomini di legge, professionisti, intellettuali di vario genere; durissime
furono le repressioni in molte parti d’Italia.
Determinante fu l’azione di Filippo Buonarroti, strenuo difensore della soluzione unitaria repubblicana, che
non poco influì sul pensiero dei giacobini italiani e non
solo; unità e indipendenza erano le parole d’ordine che si
andavano sviluppando nella pubblicistica dell’epoca, nei
circoli, ma soprattutto nelle società segrete che ebbero magna pars in questo capillare processo di sviluppo dell’idea
unitaria. Particolarmente attiva fu la Società dei Raggi ,
avversa sia ai Francesi sia ai Tedeschi e ben decisa a “volere la indipendenza contro e a dispetto di tutti” , secondo
la testimonianza di Carlo Botta che ha offerto una ampia
documentazione sull’esistenza di questa setta. Egli faceva
riferimento ad alcune “adunanze segrete, che fra di loro
corrispondevano, e la cui sede principale era in Bologna;
e siccome da Bologna, come da centro; queste adunanze
si spandevano a guisa di raggi, tutto all’intorno negli altri
paesi di Italia, così chiamarono questa loro intelligenza
società dei raggi” . L’azione della Società dei Raggi subì,
tuttavia, un brusco fallimento dovuto a forti contrasti tra i
generali Lahoz e Pino e, con molta probabilità, a notevoli
carenze organizzative.
Ma lascerei direttamente alle parole di Pellegrino Rossi
la descrizione dell’attività di questa società:
. Cfr. a riguardo R. S, Le Società segrete, l’emigrazione politica e
i primi moti per l’indipendenza. Scritti raccolti e ordinati da Silio Manfredi,
Modena, Società Tipografica Modenese, , passim.
. C. B, Storia d’Italia dal  al , Italia, ,  tomi in  voll.,
V, libro XIV (), p. .
. Ivi, V, p.  e s.
. Le fasi critiche del Triennio giacobino –

un fatto assai più importante e meno conosciuto è la società
secreta che si formò in Italia, società il di cui centro era, dicesi,
Bologna, e le innumerabili ramificazioni della quale (che i socj
si chiamavano raggi) si stendevano fino in Sicilia. Si assicura
che la sua origine rimontava al , all’occasione dei cambiamenti inaspettati e violenti che Trouvé, inviato a Milano dal
Direttorio, fece nella costituzione della repubblica cisalpina.
Quest’atto tutto dispotico e militare, esercitato su d’un paese
ch’era stato recentemente complimentato per la sua indipendenza, eccitò l’indignazione, e fece prendere la risoluzione
di operare per preparare il paese agli sforzi necessarj onde
assicurargli l’esistenza politica .
Ben presto nacque una sostanziale divergenza tra i vertici della società. Gli uni determinati a utilizzare qualsiasi mezzo, anche l’uso della forza se necessario, contro i
“nemici”; gli altri, più cauti, non particolarmente ostili ai
Francesi e fermamente convinti che alla Francia convenisse “assai meglio d’avere un’alleata fedele che un popolo
tributario ma freddo e malcontento” . Rossi aggiungeva
che i “disastri del  vennero a colpire la società nella sua
culla” , anche se la battaglia di Marengo consentì alla società di riprendere cautamente i suoi progetti e di accelerare il
processo di ramificazione. Nel , infatti, essa raggiunse
il cospicuo numero di cinquantamila soci: autorevoli militari, maestri del foro, funzionari pubblici, ma anche attivi
membri del clero. Sembra che Melzi — a differenza della
polizia del Bonaparte — fosse a conoscenza dell’esistenza
della società e che essa gli destasse non pochi timori.
. P. R, Sulla situazione politica dell’Italia. Articolo tratto dalla revista
francese n. XII (Novembre ) e tradotto in italiano da P. Mirri, Brusselles,
, p.  e s.
. Ivi, p. .
. Ibidem.

Unità federativa o indivisibile
Successivamente, come è noto, in seguito alle schiaccianti vittorie del Bonaparte, quasi tutta l’Italia, direttamente o indirettamente, finì per rientrare nell’orbita francese.
Gli storici concordano, in linea di massima, nel far coincidere le radici del Risorgimento con la proclamazione
delle repubbliche italiane a seguito dell’occupazione militare dell’armata francese. Nonostante fossero nate sotto la
protezione di Napoleone, queste repubbliche, “potenzialmente” non filofrancesi , si sentivano psicologicamente
svincolate da qualsiasi legame di sudditanza. Diffuse furono, con il passare del tempo, le manifestazioni di intolleranza a “questa forzata e perpetua dipendenza da una
straniera autorità nel riordinamento delle nostre cose” .
Ognuno si ricorda lo straordinario fremito di gioja che, al
primo scendere de’ Francesi, si suscitò ne’ Popoli Italiani.
Memori questi della loro antica prosperità, si alzarono dal
monarchico letargo a nuove e sublimi speranze, e ravvisarono
nelle Truppe nemiche ai loro Re i loro proprj liberatori. Ma
sgraziatamente si è abusato di queste felici disposizioni; uno
stormo di avvoltoj, quanto piccolo tanto più ghiotto e feroce,
si è sparso su la misera Italia; e si trovarono pure tra le nostre Autorità uomini che o per perfidia o per debolezza loro
lambendo gli artiglj, se non alla preda, almeno allo strazio
parteciparono. . . Ma il primiero entusiasmo più non esiste; la
difidenza è nel cuore del Popolo, e il non troncato disordine
la ravviva .
. “i giacobini italiani furono tutti in una situazione di indipendenza
psicologica dalla Francia ed è un far falsa strada il voler scorgere minor
giacobinismo allorché erano più forti le speranze e le illusioni verso la
Grande Nation e maggior giacobinismo quando la situazione diverrà diversa.
In realtà, i giacobini italiani furono sempre potenzialmente non filofrancesi”,
A. S, La questione del «giacobinismo» italiano, in “Critica storica”, , ,
p. .
. “Il Tribuno del Popolo”,  agosto , num. .
. “Il Tribuno del Popolo”,  agosto , num. .
. Le fasi critiche del Triennio giacobino –

Sempre nel giornale “Il Tribuno del Popolo” del 
agosto del  vi era una forte denuncia — unita a delusione — della strumentalizzazione subita dalla Francia e
da Bonaparte:
se la nostra prosperità fosse il vero motivo delle cure di Bonaparte, sarebbe stato a lui più onorevole e più utile a noi, s’egli
avesse usato co’ Popoli Italiani più da amico che da padrone,
e se si fosse ristretto a giovarci nella nostra libera carriera
colla prudenza de’ suoi consiglj, anzi che constringerci ad eseguire indeclinabilmente l’assoluta sua volontà. Per tal modo
egli avrebbe schivato la taccia di aver voluto costituirci in un
libero governo coi mezzi della servitù. . . A’ varie cagioni è
dovuta la nostra libertà, ma tutto da Bonaparte dipende il di lei
stabilimento; egli può essere il nostro amico, il nostro padre,
il nostro benefattore: ch’esso il voglia, e sarà fatto .
Molto spesso, però, accadeva che questi giacobini si
rifugiassero nel mondo delle utopie e aspirassero ad ambiziosi, quanto irrealizzabili, progetti di radicali riforme
sociali. Pur consapevoli che i tempi non fossero ancora
maturi per agire e che la liberazione dell’Italia dalla presenza francese dovesse passare attraverso tutta una serie
di sciagure, i giacobini erano, tuttavia, fiduciosi che l’Italia potesse “risorgere a nuova vita ed a nuova grandezza;
nel qual pensiero erano infiammatissimi” , e pareggiare
“Germania e Francia per potenza, come le pareggiava per
civiltà e per dottrina” .
Propendevano quasi tutti per la forma repubblicana,
infatti “ognuno voleva essere, ognuno si vantava di essere repubblicano, cioè amatore del governo della repub. “Il Tribuno del Popolo”,  agosto , num. .
. C. B, Storia d’Italia dal  al , cit., I, libro III (), p. .
. Ibidem.

Unità federativa o indivisibile
blica” . I “patrioti” continuavano a sperare che potesse
giungere “presto il giorno fortunato, che tutti i popoli dell’Italia deposta ogni antica gelosia” potessero formare “un
solo corpo, il quale, imponente per la sua forza e per la sua
energia”, facesse rinnovare “nel di lei seno i secoli gloriosi
della Romana Repubblica” .
Carlo Botta nella sua Storia d’Italia dal  al  dedicava pagine toccanti, dal sapore autobiografico, agli “utopisti”:
Ora per raccontare di coloro che inclinavano ai Francesi, od
almeno desideravano che per opera loro si facessero mutazioni nello stato, diremo, che per la lettura dei libri dei filosofi
di Francia era sorta una setta di utopisti, i quali siccome benevolenti ed inesperti di queste passioni umane, credevano
esser nata una era novella, e prepararsi un secolo d’oro. Costoro misurando gli antichi governi solamente dal male che
avevano in se, e non dal bene, desideravano le riforme. Questa
esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini; e siccome le
speculazioni filosofiche, che son vere in astratto, allettavano
gli animi, così portavano opinione, che a procurare l’utopìa
fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle
speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che
la felicità umana potesse solo e dovesse consistere nella verità
applicata .
Essi tuttavia peccarono di ingenuità e commisero il
grave errore di porre la loro fiducia in uomini “infedeli”:
gli utopisti di quei tempi per amicizia, per sincerità, per fede,
per costanza d’animo e per tutte quelle virtù che alla vita
privata si appartengono, non siano stati piuttosto singolari che
. Ivi, I, III, p. .
. “Giornale degli amici della libertà e dell’uguaglianza”, n. , 
brumifero anno V della Repubblica Francese ( ottobre  v. s.).
. C. B, Storia d’Italia dal  al , cit., I, libro III (), p. .
. Le fasi critiche del Triennio giacobino –

rari. Solo errarono, perchè credettero, che le utopìe potessero
essere di questi tempi, perchè si fidarono di uomini infedeli,
e perchè supposero virtù in uomini che erano la sentina dei
vizj .
Valgano come esempio le parole struggenti rivolte dal
milanese Francesco Reina al “Cittadino Generale” Bonaparte nel breve opuscolo, apparso per la prima volta sul
“Termometro Politico” del  maggio del  ( pratile
anno V), quando si svolgevano le trattative di Mombello
tra Napoleone e il ministro plenipotenziario in Austria
marchese di Gallo . Esse sono piene di speranze per il
futuro dell’Italia:
La Italia per mano vostra è renduta libera in gran parte. Essa
sta per passare tranquillamente, esempio unico fra le nazioni,
da uno stato di debolezza, d’inerzia, e di avvilimento alla vera grandezza e prosperità. Il popolo spera tutto dalla nuova
forma di governo, ma egli è ancora mancante di energia, di
cognizioni, e di mezzi, onde pervenire al proprio ben essere
rapidamente. Sta a voi, fornito di gran lumi e del necessario
potere, a stabilire il fondamento della pubblica felicità. Voi
conoscete il genio e la condizione degli Italiani: voi vedete,
in loro, talento, vivacità, e coraggio. L’educazione tirannica
cospirò sempre a fiaccare queste eccellenti qualità, capaci di
risalire presto ad un grado notabile di perfezione. . . Il carattere degli Italiani è capace della grandezza repubblicana, ma
bisogna guidarveli. È perciò necessario lo stabilimento di un
governo, che tutti raccolga gl’interessi delle varie popolazioni, che ne formi una nazione, e che le dia forza e sicurezza.
Ciò non potrassi mai ottenere assolutamente, senza la unità,
ed indivisibilità degli stati liberi italiani. . . Costituita una sola
nazione sarà essa potente, e capace d’opporsi alle invasioni
. Ivi, I, III, p. .
. Per quanto riguarda questo opuscolo si rimanda ad A. S, Alle
origini del Risorgimento, cit., III, pp. –.

Unità federativa o indivisibile
dell’imperadore, mercè un vigoroso governo militare; e servirà di forte barriera al mezzodì della Francia. . . Cittadino
generale, il sistema dell’unità, ed indivisibilità è quello della
vostra patria; è quello d’ogni repubblica, che aspiri ad essere
felice. . . La vostra gloria di fondatore di repubblica popolare
è la più sublime tra gli uomini, siccome la più tendente al
comun bene. La vostra benevolenza sarà pure sempre cara
e riverita dagli Italiani. Ma questa gloria sarà poco durevole,
questa benevolenza varrà poco, se voi non cercate i mezzi
di rendere tranquilla, sicura, e perpetua tra noi la libertà. . .
Bonaparte padre della patria italica si studierà per ogni verso di
renderla felice .
Emblematiche a riguardo anche le parole rivolte da
Carlo Botta a Napoleone nella sua Proposizione ai Lombardi
di una maniera di governo libero
Il popolo lombardo seppellisce colla spesa di dugento mine questo
Bonaparte da Corsica; e vuole inoltre, che perpetuamente venga
onorato con gare musicali, equestri, e ginniche per aver egli abbattuti
i tiranni, ripopolate le più grandi di quelle città, che stat’erano
devastate e stabilite ottime leggi ai Lombardi .
E quelle, non meno intense, di Giuseppe Fantuzzi:
Tu degna d’accogliere questo scritto, e con esso i puri voti d’un
. Ivi, III, pp. , .
. C. B, Proposizione ai Lombardi di una maniera di governo libero, in
A. S, Alle origini del Risorgimento, cit. I, p. , (il corsivo è nel testo). La
dissertazione “fu stampata «in Milano, , della Rep. Franc. An. V, nella
Stamperia altre volte di S. Ambrogio a S. Mattia alla Moneta». . . L’opera
fu ristampata, dopo la morte dell’autore, col titolo Pensieri politici (Italia,
, pp. ), A. S, Alle origini del Risorgimento, cit. I, p. . Si ritiene
per tradizione che il Botta abbia partecipato al concorso; tuttavia, il Saitta
sostiene che la sua partecipazione “non è comprovata da alcuno dei pochi
documenti superstiti del concorso stesso; essa è stata negata da L P,
I tentativi di nuove costituzioni in Italia dal  al ”, ibidem.
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