Verso la settima conferenza regionale del volontariato
LA PROGETTUALITA' SOCIALE IN UNO SCENARIO DI RAPIDA EVOLUZIONE
Forme di progettazione nel volontariato per uno sviluppo di comunità
12 novembre 2011, Palazzo Malvezzi, via Zamboni, 13 – Bologna
Trascrizione dell’audio ed editing della conferenza
Introduzione di Giuliano Barigazzi, Assessore al Sociale, Associazionismo e Sanità della
Provincia di Bologna e Co-Presidente del Comitato Paritetico della Provincia di Bologna ..3
Intervento di Marcello Moscariello, Co-Presidente del Comitato Paritetico provinciale del
volontariato di Bologna ........................................................................................................5
Intervento di Rita Stara - Portavoce Osservatorio regionale del Volontariato dell'Emilia
Romagna .............................................................................................................................6
Intervento di Carlotta Vandini, Direttore Comitato di Gestione del Fondo Speciale per il
volontariato dell'Emilia Romagna.........................................................................................7
Intervento di Anna Grazia Margapoti, MBS Consulting- Consulenza Formazione Ricerca
(BO) .....................................................................................................................................8
Esperienze e pratiche di progettazione nel volontariato:....................................................13
Piacenza per il carcere - Piacenza ....................................................................................13
Una città per tutti - Rimini...................................................................................................16
I giovani all'arrembaggio e Studenti in pima linea - Modena ..............................................22
“E adesso pensa a Me” - Bologna .....................................................................................26
Interventi del Comitato Paritetico provinciale del volontariato di Bologna ..........................28
Marcello Moscariello, Co-Presidente del Comitato Paritetico provinciale del volontariato di
Bologna..............................................................................................................................28
Walter Williams, membro del Comitato Paritetico provinciale del volontariato di Bologna .29
Gilbert Togoue Nokam, membro del Comitato Paritetico provinciale del volontariato di
Bologna..............................................................................................................................33
Pier Luigi Stefani, Coordinamento CSV dell'Emilia Romagna............................................35
Bernardino Casadei, Assifero – Associazione Italiana Fondazione ed Enti di erogazione
(Milano)..............................................................................................................................37
Professor Melandri, Università di Bologna .........................................................................41
Wesam Abdel Fattah, Pari Opportunità e Sviluppo ............................................................42
Interventi del pubblico ........................................................................................................43
Diego Turchi, AVIS Bologna...............................................................................................43
Danilo Rasia, Passo Passo................................................................................................44
Chiusura dei lavori .............................................................................................................45
Teresa Marzocchi, Assessore della Regione Emilia Romagna per la Promozione delle
politiche sociali e di integrazione per l'immigrazione, volontariato, associazionismo e terzo
settore................................................................................................................................45
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Coordina Marcello Moscariello, Co-Presidente del Comitato Paritetico provinciale del
volontariato di Bologna
Introduzione di Giuliano Barigazzi, Assessore al Sociale, Associazionismo e Sanità
della Provincia di Bologna e Co-Presidente del Comitato Paritetico della Provincia di
Bologna
Il percorso preparatorio è alla Settima Conferenza e si è avviato con le Assemblee
Provinciali a cui fanno seguito seminari come quello di oggi che affrontano temi su cui il
Volontariato si sta confrontando in questo momento; temi anche di forte messa in crisi non
solo del sistema economico ma anche, in generale, del sistema culturale e sociale che
abbiamo costruito in questi anni. Il metodo è un po' sostanza, e seminari come questo
testimoniano la volontà di fare un passo avanti nel percorso che abbiamo realizzato finora,
in cui le Conferenze Regionali del Volontariato rappresentavano sostanzialmente un
momento elettivo. Questo percorso, invece, ci permette di discutere meglio e di più, e
quindi di non far diventare quei momenti una contingenza per l'elezione ma anche un
percorso di confronto e di partecipazione che vede coinvolti i territori. Oggi affrontiamo
questo tema particolarmente sentito perché discende dall'accordo sottoscritto nel giugno
2010 della progettazione sociale. E' un tema chiave nel mondo del Volontariato, e quindi ci
confronteremo su quella che è una pietra angolare del sistema nei prossimi anni. Vorrei
dare un giudizio positivo su quello che è stato fatto in questi anni in questa regione nella
costruzione di un sistema del Volontariato, e vorrei sottolineare la parola “sistema” cosa
che in altre parti di Italia purtroppo non c'è. La scelta di realizzare più Centri di Servizio
nelle diverse province è stata probabilmente una scelta giusta, una scelta che ha favorito il
radicamento e la partecipazione del Volontariato ed ha promosso anche la collaborazione
fra le Organizzazioni di Volontariato; spesso, e in diversi casi, ha anche permesso a quelle
più piccole di poter sostenere la loro attività, così come una scelta giusta ed intelligente è
stata quella riguardante i Comitati Paritetici del Volontariato, su cui dobbiamo puntare, a
mio parere, in maniera particolare, perché siamo all'inizio della costruzione di un ruolo e di
una funzione forte di questi Comitati che rappresentano un luogo di sintesi proprio fra i
rappresentanti del Volontariato eletti nelle Assemblee Provinciali, i rappresentanti degli Enti
Locali e i rappresentanti delle Fondazioni Bancarie; c'è quindi una triangolazione che vede
i soggetti principali nella costruzione del sistema del Volontariato all'interno di un luogo in
cui si cerca di dare indirizzi e di fare sintesi, e in cui, credo, si debbano operare sempre di
più una valutazione e una condivisione in merito ai bisogni del territorio partendo da punti
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di osservazione che sono diversi (Enti locali, Volontariato, Fondazioni Bancarie) ma che
appunto devono trovare una sintesi. Insisto su questo tema della necessità che costruiamo
in quei luoghi, e comunque in generale nel sistema della costruzione del Volontariato, la
capacità di leggere i bisogni del territorio; oggi, nel momento in cui le risorse diventano
meno, o comunque si contraggono, abbiamo bisogno di operare scelte e di stilare delle
priorità che si fondino, non sulle nostre idiosincrasie, ma sulla lettura dei bisogni del
territorio. Così come quando diciamo che questo rapporto tra Volontariato ed Ente Locale
si deve fondare appunto sia sulla capacità dell'Ente Locale di entrare in un rapporto
diverso col Volontariato ma anche capacità del Volontariato di stare dentro un'idea di
programmazione territoriale. Abbiamo bisogno che le risorse che ci sono, e che comunque
hanno sicuramente orizzonte di contrazione, trovino la maggiore efficacia possibile nei
progetti e nella loro spesa, e questo si può fare solo creando appunto delle collaborazioni
tra i diversi soggetti, per esempio in un determinato luogo, leggendo attentamente quelli
che sono i bisogni che emergono chiaramente dalla Comunità in cui si opera. Per questo
credo che sia importante che costruiamo sempre più meccanismi senza appesantirci
burocraticamente; forse su questo varrebbe la pena di riflettere un po': non facciamo troppi
organismi, forse c'è n'è qualcheduno anche di troppo, ma semplifichiamoli e poniamo al
centro proprio questo tema della collaborazione tra Organizzazioni di Volontariato e le altre
componenti del Terzo Settore e l'Ente Locale. Credo che il nuovo sistema di progettazione
sociale debba privilegiare la collaborazione e il lavoro in rete, attraverso un concetto di
condivisione perché solo in questo modo si può fare Comunità. Dobbiamo metterci in testa
che questo sarà il cammino da percorrere; per quanto riguarda, almeno dalla mia
esperienza, il rapporto del Volontariato con gli Enti Locali, questi ultimi devono
sicuramente fare un passo avanti e abbandonare le logiche di tipo utilitaristico che vedono
il Volontariato utile solo quando c'è da integrare, arrivando, con un concetto evoluto di
sussidiarietà, al riconoscimento del Volontariato come un partner nella creazione del Bene
Pubblico. Si tratta quindi di cambiare e passare da un concetto utilitaristico del Volontariato
a un concetto, a un ruolo e ad una funzione che affidiamo al Volontariato come coprogettatore assieme a noi di spazi di Bene Comune. Parlo proprio di Bene Comune
perché a mio parere i sistemi di welfare che abbiamo costruito e quello che decideremo
debba essere mantenuto e sviluppato è un Bene Comune, è un'infrastruttura sociale; così
come infrastruttura sociale sono le strade, così costituisce infrastruttura sociale anche il
sistema dei servizi che abbiamo creato e dobbiamo mantenere rivolti ad esempio alla
prima infanzia, o alla non autosufficienza; sono delle vere e proprie infrastrutture sociali
che ci vuole tanto quanto le strade a costruire, mentre di solito si parla di più delle strade
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che di questi altri ambiti. D'altra parte io credo che le Associazioni di Volontariato debbano
abbandonare la logica dell'Ente Locale solo come erogatore di contributi; questo è uno
sforzo che va fatto in maniera tale che la sussidiarietà non si coniughi come essere
sempre sussidiato ma come essere invece un partner che progetta assieme all'Ente
pubblico. Con questo non voglio dire naturalmente che non dobbiamo dare risorse al
Volontariato, però non è solo quella la funzione dell’Ente Pubblico, altrimenti si resta in una
logica subalterna che non aiuta gli Enti Locali perché useranno sempre e solo il
Volontariato e non aiuta nemmeno la crescita del Volontariato perché se sei solo
sussidiato stai sempre chiedendo col cappello in mano; si tratta di creare invece un
sistema dove ruoli e funzioni sono chiari e dove è paritaria la costruzione, se pur appunto
con responsabilità diverse: è ovvio, ad esempio, che l'Ente Locale ha la massima
responsabilità nella progettazione di un sistema di welfare nel quale i ruoli e le funzioni del
Volontariato sono chiare e in questo senso sono paritarie rispetto alle funzioni degli altri
attori che creano il sistema di welfare. Non aggiungo altro sennonché credo proprio che
tutto questo vada fatto, come dicevo all'inizio, con spirito e idea di collaborazione, di lavoro
in rete ed anche riflettendo evidentemente su ciò che dovrà diventare la progettazione
sociale, cercando di semplificare. Pur rendendomi conto che ci sono dei legittimi e
doverosi elementi di trasparenza che i Centri Servizi devono ottemperare per dare conto
alla Comunità su come vengono spesi i soldi che dalle Fondazioni transitano nel
Volontariato, abbiamo bisogno, però, di non eccedere nei sistemi un po' cavillosi che ogni
tanto abbiamo di rendicontazione e quant'altro, perché abbiamo bisogno anche di essere
un po' flessibili rispetto alla necessità di leggere quei bisogni e di intervenire in maniera
tempestiva da adesso in poi, altrimenti c'è una discrasia su dove va la realtà e i tempi delle
decisioni che prendiamo per cambiare e riprogettare le azioni che stiamo facendo.
Passo la parola a Moscariello e buon lavoro a tutti noi.
Intervento di Marcello Moscariello, Co-Presidente del Comitato Paritetico provinciale
del volontariato di Bologna
Buongiorno a tutti, spero che questo seminario rispetti altamente le vostre attese perché
altrimenti sarebbe una perdita di tempo. Chiedo cortesemente di rispettare i tempi perché
come diceva l'Assessore, i tempi sono ristretti e tantissime persone vorranno portare il loro
contributo. Senza indugio passo la parola Rita Stara, portavoce dell'Osservatorio
Regionale del Volontariato dell'Emilia Romagna.
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Intervento di Rita Stara - Portavoce Osservatorio regionale del Volontariato
dell'Emilia Romagna
Buongiorno, porto i saluti di Laura Groppi che oggi è impegnata in un'attività sul territorio di
Piacenza, un impegno pregresso al quale non poteva assolutamente mancare. Io stessa,
e per questo mi scuso anticipatamente, mi occupo soprattutto di diabete ed essendo oggi
la giornata mondiale su questa patologia dovrò correre a Palazzo d'Accursio dove avrò
un'altra relazione. Faccio parte del Comitato Paritetico di Ferrara e sono membro
dell'Osservatorio regionale, dirò poche cose soprattutto sul lavoro che si sta facendo
all'interno dell'Osservatorio regionale del Volontariato; intanto oggi è il quarto seminario e
questo lavoro di preparazione verso la Conferenza ci ha visto tutti molto impegnati e tutti
gli argomenti vengono da un percorso democratico di confronto e condivisione, e questo
rappresenta un passaggio importante. Il percorso verso la Conferenza è stato creato con il
valore e la competenza del lavoro di squadra, non è facile lavorare in squadra e stiamo
ancora imparando sotto certi punti di vista, è un percorso in salita, però si cominciano a
vedere anche dei risultati. L'Osservatorio del Volontariato è partito con questo criterio, che
sta mantenendo nel tempo. Ogni attore coinvolto nel sistema sta collaborando al meglio,
tutto è migliorabile e perfettibile, ma qualche risultato comincia ad essere già visibile. E'
nostra intenzione proseguire su questa linea. Lo spirito partecipativo e la collaborazione
stanno crescendo di giorno in giorno, forse non molto tempo fa era impensabile una
visione così sinergica dei sistemi ma oggi è più che mai irrinunciabile. La lettura
esclusivamente limitata ai singoli settori ridurrebbe le potenzialità operative e innovative
dell'intera società civile, limitando puntuali risposte ai sempre più crescenti bisogni della
Comunità. I focus emersi sono emblematici riscontri dell'esigenza di creare una rete
sostenibile e concreta, non solo in un immaginario collettivo ma reale opportunità di
scambio reciprocamente arricchente fra tutti gli attori sociali. Alcune brevissime parole sui
tre focus:
−primo focus, seminario di Parma: le relazioni: come intrecciare, promuovere, sostenere e
mantenere nel tempo rapporti efficaci dei vari livelli di governance e rappresentanza che
siano il più possibile funzionali all'odierno contesto in continua espansione?
−secondo focus, seminario di Modena: una nuova alleanza fra Pubblica Amministrazione e
Volontariato: come creare una forte coesione fra Volontariato e Istituzione nell'attuale
scenario fitto di nuove vulnerabilità;
−terzo focus, seminario di Rimini: incentivare il dialogo tra generazioni: come mantenere
speranza e fiducia nei giovani sensibilizzandoli al ricorso verso il deposito di saperi
costruito negli anni dalle passate progenie. Non è facile passare questo messaggio ai
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giovani, hanno bisogno di essere anche riconosciuti ed aiutati a crescere senza però
spazzare via tutta l'esperienza di chi prima di loro ha già fatto un altro tipo di percorso.
Questa è la sintesi dei risultati dei lavori di gruppo che hanno caratterizzato ogni momento
di confronto fra ruoli e competenze, dove l'Osservatorio del Volontariato ha sempre
costituito parte attiva. Alla luce di quanto emerso e partendo dal principio umanistico nel
quale l'insieme è di più della somma delle parti, si potrebbe ipotizzare un partenariato che
raggruppi l'intero sistema sociale capace di concepire la fattibilità di un esordiente welfare.
Nell'orientamento a innovative modalità di lavoro, soprattutto nei problemi quotidiani,
pensiamo olisticamente ed ognuno per la propria parte ad originare un sistema integrato
contingente ed evocatore dell'intrinseco potenziale della cittadinanza attiva di cui tanto si
parla.
Il seminario di oggi è l'ultimo e racchiude il cuore di tutti i sistemi anche più tecnici
dell'apparato emiliano romagnolo. Da parte mia, dell'Osservatorio e di Laura Groppi
auguriamo buon lavoro e rinnoviamo l'invito a continuare ognuno per quello che può e nel
meglio che può dare in questo lavoro di preparazione verso la Conferenza.
Intervento di Carlotta Vandini, Direttore Comitato di Gestione del Fondo Speciale per
il volontariato dell'Emilia Romagna
Le ragioni della ricerca sulle buone prassi di progettazione nel volontariato
Così come per chi mi ha preceduto l'intento è quello di essere molto breve per lasciare
spazio alla ricerca che è un po' il cuore della nostra mattinata, e naturalmente la parola
alle associazioni. Vorrei qui ricordare ed esplicitare quello che è il modello emiliano
romagnolo che contraddistingue il Comitato di Gestione. A partire dalla natura funzionale,
articolata e paritetica dei Comitati di Gestione si capisce come il Comitato di Gestione sia
finalizzato a sostenere e valorizzare il Volontariato nel promuoverne le espressione più
adeguate alle esigenze del territorio. L'elemento fondativo che ispira il modello di
valutazione emiliano romagnolo è quello di agire e diffondere la logica della reciprocità e
della gratuità. Questo modello emiliano romagnolo che ha contraddistinto l'attività di
valutazione del Comitato di Gestione è un modello basato sul “valutare per valorizzare”,
che significa per il Comitato di Gestione andare a valorizzare quel processo relazionale fra
il Comitato, i Centri di Servizi per il Volontariato e i vari soggetti che compongono il
sistema. L'impianto di valutazione e controllo che ha elaborato il Comitato di Gestione si è
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contraddistinto in questi anni in fasi e processi ben precisi. A partire dalla valutazione ex
ante che si basa su una logica di ammissibilità della progettazione presentata ai Centri di
Servizio per il Volontariato alle scadenze previste dai Piani di Ripartizione annuali, si passa
alla valutazione ex post che è fondata sull'analisi, la valutazione e il controllo delle attività,
delle risorse, dei servizi, messi in atto dai Centri di Servizi per il Volontariato e la
valutazione in itinere che è uno strumento utile per verificare nel tempo i risultati dei servizi
e dei processi attivati e messi in campo dai Centri di Servizi per il Volontariato; questo per
fornire nuovi elementi che possano migliorare la qualità dei servizi attivati dai Centri
Servizi per il Volontariato. Quest'ultimo processo è quello di cui parleremo oggi e di cui ci
parlerà Anna Grazia Margapoti attraverso il racconto di come e perché sono state
analizzate le buone prassi progettuali attivate dai Centri di Servizio in questi anni. Istituire
e creare un modello che consentisse l'individuazione delle pratiche, è scaturito dal
desiderio di valorizzare ciò che di buono e innovativo è stato fatto in questi ultimi anni dai
Centri di Servizio per il Volontariato con e per le Associazioni di Volontariato e quanto e in
che misura ha generato buone prassi all'interno del sistema territoriale. Il concetto da cui è
partito il Comitato di Gestione come premessa a questo progetto è che affinché si
realizzino pratiche di economia civile non è sufficiente l'elemento statico, rappresentato
dalla presenza dei soggetti che compongono il sistema (soggetti pubblici, privati, della
società civile). Il Comitato di Gestione ha voluto valorizzare anche l'elemento dinamico che
rappresenta la qualità delle relazioni fra questi soggetti. Ecco cosa intende fare proprio
nello specifico questa indagine delle buone prassi: valorizzare e incentivare tutte quelle
relazioni che sono scaturite nel fertile mondo del Volontariato.
Intervento di Anna Grazia Margapoti, MBS Consulting- Consulenza Formazione
Ricerca (BO)
La ricerca “Buone prassi del volontariato in Emilia-Romagna”
Buongiorno a tutti, anch'io andrò direttamente alla presentazione del modello che ha
anticipato brevemente Carlotta Vandini. In particolare sono stati analizzati e valorizzati
quei progetti che rientravano nel periodo tra il 2006 e il 2009, perché avevamo bisogno di
progetti conclusi da valutare e da definire, e per i quali fosse possibile ritrovare relazioni
dei coordinatori e strumenti già presenti creati dai Centri di Servizio e presenti all'interno
del Comitato di Gestione.
Cerchiamo quindi di capire quali sono stati gli elementi distintivi di questa ricerca; prima tra
tutti la definizione di una Buona Prassi: che cos'è una Buona Prassi per il Volontariato in
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Emilia Romagna? Ovviamente la ricerca non era fattibile senza il coinvolgimento dei nove
Centri di Servizio per il Volontariato dell'Emilia Romagna per la selezione dei progetti,
perché sappiamo benissimo quant'è fondamentale la figura del Coordinatore di progetto
soprattutto laddove ci sono più associazioni in rete tra loro. Per non parlare dei casi dei
progetti sovraprovinciali che racchiudono realtà provenienti da più province. Altro punto
distintivo è l'elemento degli indicatori utilizzati che derivano direttamente dalla definizione
di buona prassi; gli indicatori sono stati utilissimi per poter aiutare i Centri di Servizio per il
Volontariato per fare una prima selezione e definire tra questi progetti quelli che sono stati
poi selezionati e che vedremo più avanti. Ultimo, ma fondamentale, sono gli strumenti utili
per la rilevazione delle buone prassi, vi farò vedere brevemente quali sono stati gli
strumenti utilizzati internamente per definire quali fossero i progetti più interessanti che
sono in totale 13. Oggi qui abbiamo quattro persone che presenteranno i propri progetti.
Partiamo quindi dalla definizione di buona prassi adottata: “E' un progetto o parte di esso,
che in maniera duratura e allo stesso tempo dinamica ha sviluppato il benessere dei
destinatari”, è quindi importante anche sviluppare un cambiamento per migliorare i servizi,
per apportare delle innovazioni, anche nei confronti dei beneficiari finali. Tutto questo
tramite un percorso partecipato coinvolgente una pluralità di soggetti che, condividendo
obiettivi e modalità tramite le quali i progetti si sono realizzati, ha saputo generare
mutamenti significativi all'interno della partership e all'esterno, realizzando insieme un di
più rispetto alle attività progettate all'inizio. E' quindi fondamentale il concetto di rete, di
partnership, ed è fondamentale che questa rete sappia generare dei mutamenti all'interno
della rete stessa ma anche all'esterno verso il territorio. Ovviamente noi abbiamo voluto
valorizzare anche quei progetti che hanno creato un di più rispetto a ciò che hanno
previsto, ad esempio aver coinvolto 300 volontari quando ne erano stati previsti solo 100,
sicuramente rappresenta un elemento aggiuntivo fondamentale. Sappiamo benissimo che
le Organizzazioni di Volontariato già di per sé creano delle sinergie inaspettate, del valore
aggiunto a volte non previsto, e abbiamo voluto valorizzare chi è andato oltre rispetto a
quello che normalmente si fa.
Il coinvolgimento dei nove Centri di Servizio per il Volontariato è avvenuto dando loro uno
strumento rappresentato da un questionario (precedentemente testato e accompagnato da
un vademecum) all'interno del quale erano presenti gli indicatori che ci interessavano; è
stata anche prevista un'assistenza tecnica per la compilazione con la richiesta di un
massimo di 10 progetti per ciascun Centro, e ne sono arrivati complessivamente 74.
Gli indicatori utilizzati, che rappresentano il cuore di questa metodologia, sono un aspetto
fondamentale e sono principalmente: la rete, l'innovatività, l'efficacia, la sostenibilità, la
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riproducibilità e l'efficienza realizzativa. Li spiego brevemente.
Rete: per noi è stato fondamentale ricercare quei progetti che avessero un numero
importante di partner e analizzare la tipologia di relazione tra i partner. E' stato premiato
quel mix di affinità e competenza relazionale che per noi era l'aspetto fondamentale. E'
cioè importante che ci sia un'affinità di mission per portare avanti un progetto, ma è
importante che ci siano anche le competenze. E' fondamentale anche che ci sia una rete
che riesce a generare dei mutamenti e a provocare delle migliorie rispetto alla rete stessa
e al progetto.
Innovatività: è stata calcolata sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo. Dal
punto di vista quantitativo abbiamo voluto vedere quanto le Organizzazioni di Volontariato
hanno fatto servizi ed attività innovative per se stesse, per i propri volontari, e rispetto al
territorio locale e regionale. Abbiamo anche voluto introdurre all'interno del questionario
una parte libera ed aperta nella quale abbiamo chiesto ai coordinatori di progetto di
scrivere quale fosse stato secondo loro l'aspetto innovativo del progetto.
Efficacia: è un indicatore fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi prefissati ed è
stata data una grande importanza a quei progetti che sono riusciti a valorizzare i servizi
rivolti ai beneficiari finali.
Sostenibilità: abbiamo valorizzato quei progetti che proseguono nel tempo anche da soli,
in maniera appunto sostenibile, e che sono stati anche riprodotti (Riproducibilità) in altre
situazioni e contesti da altre Organizzazioni di Volontariato.
Efficienza realizzativa: è stata calcolata rispetto ai prodotti realizzati andando a vedere
quanto le Organizzazioni di Volontariato hanno realizzato rispetto a quanto previsto,
valorizzando quelle realtà che sono state coerenti rispetto alla pianificazione e alla
progettazione, ma valorizzando ancor più quei progetti che hanno prodotto di più di quanto
avevano previsto.
Come sapete, sono tre tipologie di progetti (di sviluppo, sociali e sovraprovinciali) che sono
diversi tra loro proprio per caratteristiche e tipologie. Ad esempio, i progetti di sviluppo
riguardano lo sviluppo del Volontariato e quindi spesso sono presentati da un'unica
Organizzazione di Volontariato; i progetti sociali invece sono già presentati in rete nella
stessa provincia e i progetti sovraprovinciali sono progetti tra più province, che
racchiudono Organizzazioni di Volontariato di vari territori. Questo ha comportato per noi
l'adattamento degli indicatori dando dei pesi diversi a seconda della tipologia di progetto.
Riassumendo, gli strumenti utilizzati sono stati il questionario, utilissimo per la relazione
coi Centri Servizio per il Volontariato, i formulari e le relazioni dei coordinatori di progetto,
che erano già custoditi dal Comitato di Gestione, il sistema informativo creato ad hoc per
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poter contenere ed analizzare i dati dei 74 progetti segnalati dai Centri Servizio per il
Volontariato. Abbiamo poi avuto 3 graduatorie distinte (una per ogni tipologia di progetto:
sviluppo, sociale e sovraprovinciale). Dei 9 progetti sovraprovinciali abbiamo voluto far
emergere la caratteristica di un indicatore principale per ogni progetto: 3 di questi progetti
hanno avuto un alto indicatore rispetto alla rete, 2 sull'efficienza realizzativa, e così via.
Questo è interessante perché i 74 progetti presentati sono di per sé delle buone prassi ma
tra questi vedremo quali sono i progetti che hanno avuto i valori più alti su tutti gli
indicatori. I progetti di sviluppo sono 18, rispetto ai quali un indicatore principale è quello
dell'efficacia (predominante su 6 progetti), mentre sui 47 progetti sociali, ben 12 hanno
avuto un altissimo indicatore rispetto alla rete.
I 13 progetti selezionati sono 3 di tipo sovraprovinciale, 7 progetti sociali e 3 progetti di
sviluppo. Quattro di questi progetti sono qui presenti e saranno presentati direttamente dai
propri volontari.
Il progetto di Ferrara “Comunicazione e inclusione sociale”, creato da due
Organizzazioni di Volontariato di Ferrara, ma che ha voluto coinvolgere tutta la rete
territoriale per occuparsi della comunicazione sul tema disabilità. I volontari del progetto
hanno lavorato su libri modificati per essere accessibili che hanno poi trovato uno spazio
all'interno della biblioteca e che vengono oggi richiesti da altre biblioteche anche a livello
nazionale; hanno inoltre creato e sperimentato un software legato alle tecniche della
comunicazione aumentativa e alternativa – CAA.
“Dire, fare, giocare” è un progetto di Parma, oggi non più in essere, ma che ha dato
l'avvio a tantissime altre iniziative e a altri progetti. E' nato da un'esperienza di lavoro in
rete fra associazioni di Volontariato per promuovere una cultura sui diritti dell'infanzia e
genitorialità diffusa. Il progetto è stato autonomo e molto interessante è stata la modalità
con cui si sono organizzate in rete le Organizzazioni di Volontariato caratterizzando il
progetto con un altissimo rapporto relazionale legato ad un'alta affinità di mission e alte
competenze dei volontari e delle persone presenti all'interno delle Organizzazioni. Uno dei
prodotti è stato un libro realizzato dai ragazzi.
Passiamo ora ad un progetto di sviluppo di Legambiente Parma, legato solo a
questa Organizzazione di Volontariato, che ha origine nel 2006 quando l'associazione
iniziava a crescere sul territorio e ha dovuto affrontare una situazione di “crisi di crescita”.
Crisi di crescita perché aumentavano le responsabilità, iniziava ad essere importante
come associazione del territorio e questo ha creato dei contrasti all'interno. Quindi
l'associazione ha avuto la capacità di chiedere aiuto a livello organizzativo. Questo ha
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portato a creare un percorso e un modello che ha aiutato l'associazione ad una
riorganizzazione interna, ma, soprattutto, questo modello è stato poi riutilizzato in altre
Organizzazione di Volontariato (Pubblica Assistenza di Collecchio e Borgo Taro).
“Kuminda” è una rete di Parma con 71 partner che nel tempo si è ulteriormente
sviluppata coinvolgendo non solo soggetti del mondo del volontariato ma anche partner
del privato oltre che del pubblico. E' una manifestazione che si tiene a Parma tutti gli anni
che sta iniziando a prendere piede anche in altre città. L'obiettivo è quello di mettere
insieme in una maxi-manifestazione progetti e prodotti del nord e del sud del mondo.
“Luoghi di bene” è un progetto di rete di Ravenna che fa capo all'associazione
Famiglie per l'Accoglienza, sui temi dell'affido e dell'accoglienza famigliare. La
caratteristica innovativa di questo progetto è l'aver pensato a dei tutor familiari, cioè delle
famiglie che potessero far da tutor a delle altre famiglie; altro obiettivo era quello di
potenziare le strutture operative e gli sportelli promuovendo forme di prevenzione
dell'abbandono e l'inclusione sociale.
A Piacenza, il progetto “Nell'emergenza non siamo soli” è nato da diverse
organizzazioni dando luogo, alla fine del percorso, una nuova Organizzazione di
Volontariato: GAPS-Piacenza dedicata al servizio in pronto soccorso dei volontari. I
volontari hanno creato una nuova figura di Volontariato che facesse da intermediario tra i
famigliari ed i medici del Pronto Soccorso per poter dare un servizio alle famiglie ed ai
genitori che avevano ansie e preoccupazioni. Questo ha comportato un notevole calo delle
lamentele degli utenti del Pronto Soccorso dimostrato anche dalle lettere di ringraziamento
arrivate e pubblicate sui giornali locali.
“Nuove povertà” nasce anch'esso da un gruppo di Organizzazioni di Volontariato
che fanno capo alla rete del Banco Alimentare. Sono un gruppo di Banchi e Centri di
Solidarietà operanti nel settore delle nuove povertà, delle emergenze che colpiscono le
fasce più deboli della società e l'obiettivo era quello di rafforzare le capacità dei volontari
nel recuperare la distribuzione gratuita dei generi alimentari e dei beni di prima necessità.
E' stata quindi migliorata la competenza “commerciale” dei volontari, fondamentale per il
lavoro di questa rete di Organizzazioni di Volontariato. La cosa interessante è che i
promotori non si aspettavano di coinvolgere così tanti volontari (circa 300) e le risorse che
sono state messe a disposizione erano sempre le stesse previste a inizio progetto.
L'obiettivo era più importante dei mezzi e quindi ce l'hanno fatta.
“Una scintilla per la vita” è un progetto di Reggio Emilia. La “scintilla” scatta in quelle
persone che hanno una disabilità acquisita e che hanno difficoltà e tendono a chiudersi in
loro stesse. La scintilla è quella cosa che scatta e permette a queste persone di tornare in
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vita e riattivarsi verso le relazioni e le attività. Molto spesso questo accade attraverso degli
incontri, attraverso lo sport e altre attività particolari. L'associazione ha proprio l'obiettivo,
con questo progetto, di far scattare la scintilla. Hanno creato un vademecum dei diritti per
il disabile, che è stato lanciato in maniera professionale coinvolgendo moltissimo il
territorio tant'è che nel 2008 è stata fatta una giornata “Lo sport per tutti” e questo ha
permesso di far emergere il lavoro delle associazioni.
“Verso la casa delle culture” è un progetto di Modena interessante proprio perché
non parliamo della casa delle culture ma del percorso verso la casa delle culture. Le
Organizzazioni di Volontariato si sono messe in rete nel sviluppare il progetto e pensare
un luogo in cui più associazioni di volontariato di stranieri, che magari non avevano la
possibilità di avere una propria sede, venissero unite in un unico luogo, in stretta relazione
con tutto il territorio. Per far nascere il progetto ci sono voluti vari anni, dall'ideazione
all'implementazione, e nel 2005 è nata l'associazione Casa delle Culture e all'interno del
Consiglio sono state accettate solo quelle associazioni che hanno potuto garantire una
presenza fattiva proprio per l'importanza del progetto sul territorio. L'inaugurazione è
avvenuta del 2006 e una cosa interessante è che purtroppo nei quartieri non era tanto
accettata questa struttura La Casa delle Culture ma poi nel tempo è aumentata la
tolleranza ed è sparita la diffidenza favorendo anche un'integrazione delle persone.
Esperienze e pratiche di progettazione nel volontariato:
Marcello Moscariello
Come è stato detto prima, gli scenari cambiano, saranno anche terrificanti in questo
momento, però le quattro testimonianze che sentirete mostrano che le influenze negative
del momento possono essere vinte mettendo in campo esperienze come queste. Quindi
adesso do la parola al primo progetto che è “Piacenza per il carcere”.
Piacenza per il carcere - Piacenza
(Oltre il Muro, Carmen Cammi Volontari per la Caritas, Conferenze San Vincenzo, Gruppi
di Volontariato Vincenziano, Telefono Rosa Piacenza Associazione Città delle Donne,
P.a.ce. Associazione Persona al Centro, Dalla parte dei bambini)
Testimonianza di Valeria Riganò
Buongiorno a tutti, io mi chiamo Valeria Riganò e sono la responsabile dell'Associazione di
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Volontariato “Oltre il muro” che ha fatto da proponente capofila per questo progetto
“Piacenza e il carcere: un solo territorio per tutti”. L'Associazione Oltre il muro è nata nel
gennaio del 2006 ed è un'associazione penitenziaria; è nata quindi con lo scopo di
progettare degli incontri mirati a sviluppare la solidarietà a favore dei detenuti, aiutare il
loro reinserimento sociale, e dare sostegno alle loro famiglie. Ha iniziato praticamente da
subito ad agire all'interno del carcere con una serie di iniziative ed incontri; l'importante è
che abbastanza presto, nel 2008, è stato aperto uno sportello di ascolto per i detenuti, uno
sportello che funziona moltissimo, per tutti i detenuti, dalle donne ai sorvegliati speciali, ai
protetti,... tutti. A questo si è aggiunto successivamente, ma sono ormai quasi due anni,
uno sportello finalizzato ai nuovi giunti, cioè quelli che entrano in carcere, a volte per la
prima volta, e che comunque hanno questo ingresso. L'Associazione di Volontariato è
anche editore della pubblicazione “Sosta forzata” che è un giornale, interamente redatto
da un gruppo di detenuti comuni, che esce a Piacenza tre o quattro volte l'anno in un
numero di 4000 copie per volta. Io ho portato qui degli esempi di una pubblicazione
speciale fatta recentemente in occasione del Festival del diritto a Piacenza, sono a
disposizione di chiunque lo volesse sul tavolo in cima alle scale.
L'associazione organizza il premio “Parole oltre al muro” e la giornata “Piacenza e il
carcere” che è anche oggetto del progetto che illustrerò poi. Attualmente, oltre ai progetti
interni, l'associazione gestisce in collaborazione con le scuole piacentine un progetto “Tra
noi e voi” che è relazione tra gli studenti delle scuole superiori e i detenuti. Stiamo inoltre
concludento ora un progetto sulla genitorialità reclusa, in collaborazione con l'Università
Cattolica di Piacenza. All'interno del progetto “Piacenza per il carcere” abbiamo
collaborato con una serie di associazioni, gruppi, enti, ecc ecc Li vedete qui indicati (nella
slide) come volontariato oltre a noi altre 8 associazioni di volontariato, come istituzioni
ovviamente con la Casa Circondariale di Piacenza, ma anche con il Comune e la
Provincia; molte scuole, come vedete, la Italo Calvino, che è una scuola media e opera
all'interno del carcere, e gli altri sono 7 istituti superiori di Piacenza; poi altri enti come il
Nuovo Giornale, Ass. la Ricerca, ecc ecc Quindi una rete di collaborazione veramente
molto ampia.
Questo progetto è nato innanzitutto dalla convinzione, ma anche dal riconoscere, dal
vedere come fosse necessario riportare la realtà del carcere e in generale proprio il tema
dell'esecuzione penale della giustizia al centro dell'attenzione della città e dei suoi abitanti,
allo scopo di promuovere delle iniziative di reinserimento ma anche di pacificazione
sociale. Diciamo che tutta l'attività che noi abbiamo svolto può essere precisata da quei tre
verbi che vedete nella slide: informare, sensibilizzare e prevenire, che sono tre verbi
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consequenziali, si informa prima per riuscire a sensibilizzare; una volta che si sensibilizza,
si riesce anche a prevenire. Io ci aggiungerei una quarta cosa, che è riuscire a creare poi
delle relazioni che siano fra le due realtà, territorio e carcere, positive e costruttive. Come
abbiamo fatto a cercare di fare tutte queste cose? Con una serie di attività, che vedete qui
sintetizzate: punto focale più importante è la giornata Piacenza e il carcere. E' una
giornata, dalla mattina alla sera, studiata proprio per il collegamento tra territorio e carcere
che comincia in mattinata con incontri nelle scuole; tutte le scuole, istituti superiori, che vi
ho elencato prima, sono sedi di incontri fra volontari, detenuti, se possono uscire, exdetenuti, gente che lavora nel carcere, che spiega agli studenti questa realtà. Poi si
riunisce la giuria che deve scegliere il premio letterario del concorso di scrittura “Parole
oltre il muro”; è un concorso di scrittura per i detenuti con racconti e poesie, i vincitori
vengono scelti da una giuria e nel pomeriggio avviene l'assegnazione dei premi, che nel
progetto è stata presso l'Aula Magna della Cattalica, evento aperto a tutti, e anche i
detenuti che hanno vinto, se potevano, sono venuti a ritirare il loro premio. Tutto questo è
stato preparato prima, e seguito dopo, dalla redazione del giornale “Sosta forzata”. Tutte
queste iniziative non sono isolate, ci sono anche degli incontri, delle tavole rotonde, e
svariate attività come ad esempio “Arrestiamo un libro”. Ci siamo messi d'accordo con
alcune librerie di Piacenza in modo che i cittadini potessero, se lo volevano, regalare un
libro a un detenuto. A ciascuno dei detenuti è stato richiesto di fare un elenco di libri che
desiderava in particolare leggere, sono poi stati dati alle librerie e se qualcuno voleva
poteva regalare un libro a un detenuto, anonimamente. Questa attività ha avuto un buon
successo e ha comportato un sacco di impegno per i volontari. All'interno del carcere
hanno promosso il concorso di scrittura, poi hanno inserito i testi in computer, hanno
partecipato agli incontri nelle scuole, con anche la distribuzione dei questionari di
gradimento, hanno coordinato la scelta e la raccolta dei libri per “arrestiamo un libro”, si
sono occupati dell'accolgienza degli ospiti, della giuria e di tutte le cose pratiche e
organizzative. Ai volontari iscritti alle associazioni di volontariato, mi è molto gradito
aggiungere altri due gruppi di volontari: gli studenti delle scuole superiori, che hanno
selezionato i racconti del premio letterario in modo da scegliere i finalisti per darli alla
giuria di esperti, e i detenuti che costruiscono il giornale nella redazione volontariamente e
rinunciano molte volte alla loro ora d'aria. Quindi è proprio un lavoro di volontariato
notevole. Che risultati ha dato questo progetto? Risultati notevoli e continua a darne.
Innanzitutto gente che ha chiesto di entrare come volontari nell'associazione Oltre il muro,
in questo modo la nostra associazione ha potuto ampliare le attività e i servizi all'interno
della Casa Circondariale di Piacenza, poi nuove proposte di collaborazione da enti e dal
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territorio. Ne cito solo due come esempi: l'Istituto artistico Cassinari ha fatto dei pannelli
con immagini di fiabe da mettere nella zona pre-colloqui per fare un angolo apposta per i
bambini dei detenuti, per rendere meno squallido quel luogo e un pochino più adatto a
loro. Poi ci sono stati ad esempio due giovani che si sono sposati e hanno chiesto a tutti i
loro amici di non fare regali ma di dare invece il corrispettivo in soldi per poter sistemare il
campo sportivo da calcio dei detenuti che era in situazioni disastrose. Oltre a questo
abbiamo avuto anche un accreditamento, stima e fiducia da parte delle istituzioni che
hanno inserito nei Piani di Zona il Concorso di scrittura. E le scuole continuano a farci
delle richieste per poter entrare a parlare del carcere, dal quale è nato il progetto “Tra noi e
voi” di cui parlavo prima. Le attività con gli studenti oltre che sensibilizzare, entrano già nel
campo della prevenzione perché questi studenti che si affacciano alla vita abbiano la
possibilità di fare delle scelte giuste conoscendo queste cose. Come sensibilizzazione mi
piace ricordare anche che la valorizzazione del detenuto serve per lui, con il premio
letterario e con la redazione, per essere una iniezione di fiducia perché non può che non
aiutarlo nell'impostare positivamente la vita che ancora deve trascorrere. Come detto, tutte
queste attività stanno continuando grazie alle risorse reperite sul territorio con l'aiuto di
tutti. Vedete nella slide un pezzetto dell'Aula Magna durante la consegna del Premio
letterario. Io devo dire per questo progetto un grazie a tutti quelli che hanno collaborato,
dai finanziatori a tutti gli altri, un grazie particolare va allo SVEP di Piacenza che è stato
proprio il faro guida del nostro cammino e ci è stato indispensabile, un grazie anche a voi
per l'attenzione.
Una città per tutti - Rimini
(Tribunale dei Diritti del Malato di Riccione, Pedalando e Camminando, La Locomotiva
Onlus, Auser, Avulssl, Uildm, Tribunale dei Diritti del Malato Rimini)
Testimonianza di Gianfranco Rossi
Buongorno a tutti, mi chiamo Gianfranco Rossi e sono Presidente dell'Associazione
Pedalando e Camminando federata alla FIAB Federazione Italiana Amici della Bicicletta.
L'associazione è onlus culturale ed ecologista che opera nel territorio della Provincia di
Rimini, aderisce appunto alla FIAB e collabora con Volontarimini, il Centro Srvizio per il
Volontariato della Provincia.
La mission dell'Associazione è occuparsi attivamente dello sviluppo della mobilità lenta
nell'ambito della mobilità sostenibile, dell'abbattimento delle barriere architettoniche, della
difesa dell'ambiente, del territorio e del cittadino con particolare attenzione ai soggetti
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deboli. Le azioni dell'associazione sono perciò volte allo sviluppo dell'uso della bicicletta e
di altre modalità ecocompatibili tese al miglioramento della qualità urbana delle città ed
allo sviluppo della socialità. Tutto ciò nell'ambito di una filosofia della sicurezza stradale
che garantisca pari dignità sulla strada a pedoni, ciclisti e diversamente abili, poiché il
diritto alla mobilità è un diritto di tutti. L'associazione oltre a collaborare con singoli cittadini
ed in sinergia con altre associazioni interessate a tali problematiche, dialoga e si confronta
con soggetti politici, amministratori e tecnici locali, per il miglioramento dell'esistente ed il
raggiungimento di obiettivi futuri per il miglioramento della mobilità lenta. Le nostre azioni
sono particolarmente rivolte al mondo della scuola affinché i futuri cittadini crescano più
consapevoli della necessità di sviluppare una mobilità che salvaguardi maggiormente
l'ambiente e nel contempo consenta una migliore vivibilità dei luoghi ove si vive e ci si
muove. Da questi contatti col mondo della scuola, e dalle esigenze di cui sopra, nel 2008
nasce il progetto “Una città per tutti” promosso da una rete di associazioni che operano in
differenti settori, dalla sanità alla tutela dei diritti delle persone disabili, dagli anziani alla
mobilità e alla tutela dell'ambiente. Auser, Avulssl, Pedalando e Camminando, La
Locomotiva Onlus, Uildm, Tribunale dei Diritti del Malato Rimini, Tribunale dei Diritti del
Malato di Riccione, in collaborazione con SpiCIGL, il sindacato dei pensionati e con il
sostegno di Volontarimini hanno condiviso la necessità di rispondere ai bisogni dei soggetti
più deboli della nostra comunità dando voce alle necessità concrete dei propri associati e
della cittadinanza in riferimento alla libertà di movimento nel contesto cittadino.
L'accessibilità senza barriere riguarda in primo luogo le persone fisiche; un'accesso
agevole ai servizi ed alla città nel suo insieme con percorsi dedicati e in sicurezza, deve
essere consentito ad un'utenza ampia composta da bambini, anziani, persone con
disabilità, e comunque qualsiasi persona che abbia difficoltà temporanee o permanenti.
Riprogettare la città a misura di tutti, consentire a tutti di godere del patrimonio artistico,
storico, culturale e naturale esistente oltre che per svolgere le quotidiane azioni della vita,
rappresenta indubbiamente una sfida che impone un approccio al problema che coinvolge
l'intero sistema città e non solo il Volontariato. Mettere non più al centro del sistema
mobilità l'automobile, ma la persona che deve spostarsi; garantire il diritto di precedenza
stradale al mezzo più debole, ai pedoni nei confronti delle biciclette, alle biciclette nei
confronti dell'auto, al tram o autobus nei confronti dell'automobile. Le associazioni di
volontariato coinvolte in questo progetto hanno voluto e vogliono continuare a costruire
una visione della mobilità complessiva che stabilisca dei punti fermi da cui ripartire per
avere una nuova qualità urbana. Dall'evoluzione negli anni del progetto originario “Una
città per tutti” si evinse l'esigenza di dare continuità nel tempo ad un'azione di
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coinvolgimento soprattutto delle scuole che spesso non trova coincidenza fra le date poste
dalla nostra progettazione all'interno di Volontarimini, attraverso il preventivo esame del
Co.Ge. Regionale, e le date poste dai calendari scolastici degli Istituti coinvolti. Sarebbe
quindi utile valutare da parte dei soggetti preposti al funzionamento della progettazione
sociale, l'esigenza di creare un minimo di autorizzazione preventiva e pluriennale che
consenta di dare continuità a questo progetto ed al conseguente coinvolgimento delle
scuole. Ora passerei la parola all'architetto Sandro Luccardi che è il nostro coordinatore
tecnico del progetto per illustrarvi nel dettaglio il progetto stesso. Grazie a tutti per
l'ascolto.
Testimonianza di Sandro Luccardi
Buongiorno a tutti cercherò di essere breve, la duplice relazione cerchiamo di contenerla
nei tempi. Gli obiettivi del Progetto “Una città per tutti”: la libertà di muoversi, di spostarsi e
di incontrare altre persone non è solo una comodità ma un diritto fondamentale
dell'individuo sancito anche dalla Costituzione. L'incontrarsi è un elemento fondamentale
per la coesione sociale, elemento imprescindibile per lo sviluppo umano e per l'intera
società ma deve essere alla portata di tutti. Marciapiedi rovinati e troppo spesso occupati
da auto in sosta, ciclabili interrotte, attraversamenti pericolosi, barriere fisiche che
impediscono l'accesso ai locali, disorganizzazione del traffico urbano, sono solo alcuni
aspetti che minano l'inclusione sociale delle parti più deboli della popolazione. L'idea di
attirare l'interesse dei giovani studenti dell'Istituto superiore per geometri di Rimini, è nata
per sensibilizzare le nuove generazioni che in questo caso particolare svolgeranno attività
connesse con la progettazione del territorio successivamente al termine degli studi. La
proposta è stata accolta con molta disponibilità da parte del Dirigente Scolastico e di
un'insegnante che ha coordinato le attività del progetto in ambito scolastico stesso. L'aver
inserito nel programma ordinario i laboratori è stata una scelta vincente perché ha attivato
una
didattica
basata
sull'imparare
facendo
che,
oltre
ad
essere
funzionale
all'apprendimento, ha presentato un momento di partecipazione e di cittadinanza attiva per
i ragazzi. Riteniamo che questo schema che coinvolge giovani, scuola, istituzioni e
associazioni del territorio dovrebbe essere adottato per affrontare le questioni centrali della
comunità in un'ottica partecipativa e di collaborazione. Volontarimini ed un gruppo di
associazioni di volontariato, prima indicate, hanno elaborato un progetto di ricerca
finalizzato ad incrementare l'attenzione della società civile sui temi dell'accessibilità urbana
per gli utenti deboli consapevoli che il traffico veicolare e le modalità di realizzazione e
gestione degli spazi pubblici urbani costituiscono troppo spesso un impedimento al pieno
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esplicarsi delle modalità di accesso ai servizi o ad una normale vita di relazione per chi
temporaneamente o permanentemente si trova ad avere limiti di movimento o desidera
spostarsi a piedi o in bicicletta. Questo progetto ha coinvolto prima due classi dell'Istituto
per geometri, poi altre tre classi dell'Istituo per geometri e del Liceo Scientifico, e queste
classi, divise in gruppi, hanno organizzato diverse ricerche; in modo particolare quattro sul
territorio del Comune di Rimini, concluse con progetti di intervento per aumentare il livello
di accessibilità e di sicurezza per gli utenti deboli che si muovono nella nostra città. In
questo contesto è stato chiesto a Comune e Provincia di Rimini di collaborare alla piena
riuscita di questo lavoro, prima indicando ai ragazzi lo stato della mobilità nella città in due
incontri in cui erano presenti sia tecnici che amministratori di Comune e Provincia, e poi
mediante la presentazione dell'elaborazione che i ragazzi hanno fatto con la
collaborazione dei volontari. Questi progetti sono stati presentati dagli stessi studenti
all'Amministrazione Comunale, e anche in un Convegno pubblico di cui vi parlerò poi,
perché questi progetti potessero essere non soltanto dei fatti di carta che finivano con
l'elaborazione dell'anno scolastico ma proposte che incidessero effettivamente sulla città.
Per questo sono stati presentati alle Amministrazioni, perché le assumessero nella propria
programmazione territoriale.
I volontari rispetto a questa cosa cosa hanno fatto? Innanzi tutto ai ragazzi in due momenti
particolari sono stati presentati dei fatti personali di due volontarie, una in modo particolare
con problemi di disabilità e questa testimonianza diretta dei disagi prodotti dalle barriere
fisiche e mentali ha coinvolto i ragazzi in modo particolare, ha stimolato il loro interesse e
ha caratterizzato anche l'esito del lavoro stesso. I volontari hanno partecipato ai gruppi di
lavoro e durante la realizzazione dei rilievi lungo le strade oggetto di ricerca (alle mie
spalle vedete un paio di immagini relative a questa attività). I volontari hanno organizzato
un Convegno con un giornalista particolarmente sensibile a questi temi e che ha svolto
un'attività pubblicistica molto importante, Bonpressi, e a questo Convegno ha partecipato
un po' tutta la città: l'amministrazione comunale e provinciale, le associazioni di
volontariato, tecnici che si occupano della pianificazione di interventi per la mobilità, il
Presidente del forum che stava elaborando il Piano Strategico del Comune di Rimini,
l'Associazione degli albergatori, il Comandante della Polizia Municipale, ed anche il
Comandante della Capitaneria di Porto che è particolarmente sensibile al tema della
disabilità perché come sapete il mare non ha barriere ma per arrivare al mare ci sono
molte barriere, poi su questo è nato anche un intervento interessante. Inoltre è stato
organizzato, sempre con la partecipazione dei volontari, un concorso fotografico dal titolo
“Barriere fuori e dentro di noi”.
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Alla fine di questo primo ciclo di attività all'interno delle associazioni di volontariato si è
attivata una discussione sulle tematiche sollevate dai ragazzi e con i ragazzi, e si è arrivati
alla realizzazione di un documento condiviso da parte di tutte le associazioni sulle azioni
prioritarie da sviluppare per dare continuità a questo progetto, alla sensibilizzazione della
società sui temi della mobilità sostenibile e quindi si sono aggiunte altre associazioni a
questo gruppo le cui parole d'ordine per proseguire l'attività erano: le persone che hanno
come soggetto il movimento, riprogettare la città a misura di tutti, la persona al centro della
mobilità cittadina, una visione partecipata della mobilità.
Da questo è nato un po' l'impegno per dare continuità alle attività iniziate con il progetto
“Una città per tutti” e muovendosi sempre lungo questa filosofia, dopo il 2008/2009, l'anno
di “Una città per tutti”, nel 2009/2010, con una diversa denominazione, il progetto è
proseguito. “Eco-città”, come sapete Rimini è sede anche in questi giorni di Ecomondo,
comunque abbiamo inteso portare all'esterno dei padiglioni fieristici i dibattiti intorno alla
mobilità sostenibile, portando in città attraverso dibattiti e iniziative nella Piazza centrale
della città, in Piazza Cavour e in sale attigue, questo tema e allargando il tema del primo
anno a un contesto specifico che è il principale Centro Studi di Rimini che si chiama
Centro Studi la Colonna. Ci sono circa quattromila ragazzi che ogni giorno vanno a
studiare, ci solo mille residenti, delle attività economiche, un mix che richiedeva delle
attività di progettazione particolari. Su questo poi c'è stato un intervento specifico che ha
avuto un percorso che indicherò successivamente. Nel 2010/2011 questo tema è stato
affrontato con “Un mare per tutti” ormai abbiamo esaurito i termini… “Una città per tutti”,
“Eco-città”, “Un mare per tutti”, e siamo arrivati a “Un territorio per tutti”. Perché “Un mare
per tutti”? Perché si vuole migliorare l'accessibilità alle spiagge, al mare, alle strutture
alberghiere, ai Servizi pubblici e privati. Siamo Rimini del resto, no? Nell'ambito di questo
progetto, e con la particolare collaborazione della Lega Navale, di Marinando, un'altra
associazione di Rimini, e della Capitaneria di Porto, come dicevo prima, è stata installata
per un anno un'apposita gruetta e sono in corso trattative con il Comune per il
posizionamento definitivo; la gru è stata acquistata dalle associazioni con dei contributi, e
verrà data in comodato gratuito al Comune, per consentire a persone con problemi di
disabilità di salire a bordo di imbarcazioni e andare per mare. Ora questo, ripeto, sembra
una cosa banale, ma sul mare Adriatico non esisteva, è il primo caso; ce n'è un'altra sul
mare Tirreno. Dopo questa sperimentazione di un anno nella Darsena di Rimini, adesso
stiamo seguendo il percorso burocratico per collocarla di fianco al vecchio faro vicino a
Marina Centro. Oltre a questo intervento, che ripeto è già in atto, è stato inoltre attivato un
sito web denominato “Rimini provincia accessibile” con informazioni relative ai primi dodici
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alberghi verificati attraverso dei gruppi composti da un volontario, un disabile, e dei tecnici
rappresentanti di diverse associazioni, che hanno verificato direttamente la situazione dei
singoli alberghi. Questo in collaborazione con l'Associazione Albergatori perché ci sono
già diversi siti che danno informazioni sulle possibilità di ospitare i disabili ma non sono
verificati da nessuno. Abbiamo utilizzato un procedimento derivato da un sistema che si
chiama “Care” testato dalla Regione Emilia Romagna per verificare le caratteristiche degli
hotel. I primi dodici alberghi sono stati verificati l'anno scorso, e sono già in questo sito, e
proseguiremo l'anno prossimo, estendendo l'esperienza anche ad un altro Comune, quello
di Riccione, in collaborazine con la Provincia e le relative associazioni degli albergatori,
per implementare piano piano e arrivare ad una dimensione consistente di questo tema.
Questo progetto che proseguirà nel 2011/2012 con la denominazione “Un territorio per
tutti” vede anche l'inserimento di un'ulteriore scuola che è l'Istituto tecnico per il turismo
Marco Polo che parteciperà con una classe per verificare alcuni aspetti particolari legati ad
alcune patologie, ad esempio all'alimentazione.
Inoltre, come ha impattato il progetto sull'ambiente sul quale è intervenuto? Innanzitutto
questo progetto ha consentito di coinvolgere le famiglie dei ragazzi che sono stati coinvolti
nel progetto perché abbiamo proposto un questionario “Io e la mia famiglia, ci muoviamo
così e cerchiamo soluzioni per migliorare la situazione”. Quindi, se considerate che
abbiamo coinvolto già 120 ragazzi moltiplicati per il numero degli insegnanti, siamo intorno
alle oltre 400 persone che hanno partecipato a questo intervento. Poi, come dicevo prima,
l'estensione dell'attività è iniziata con l'Istituto per geometri, passando poi al Liceo
Scientifico e successivamente all'Istituto Maro Polo. Inoltre c'è stato un rapporto con
l'amministrazione comunale perché c'è stato da parte loro l'assunzione di uno dei progetti
elaborati dall'Istituto per geometri e dal Liceo Scientifico. Questo progetto ha partecipato al
Concorso della Regione Emilia Romagna “Percorsi sicuri casa-scuola” per concorrere ad
un contributo di finanziamento. Il progetto esecutivo è stato redatto in stretto
coordinamento con le indicazioni scaturite dal processo partecipativo, ci sono stati anche
dei processi interattivi tra i gruppi tecnici che progettavano e i ragazzi che lo avevano
elaborato per vedere se l'elaborazione tecnica effettivamente corrispondeva agli obiettivi; il
progetto è stato redatto, è stato approvato dal Comune, è stato co-finanziato dalla
Regione, quindi si è trattato di un progetto di 135.000 euro complessivi di cui 55.000 euro
finanziati dalla Regione che rappresenta il primo mosaico della riqualificazione proposta
dai ragazzi per il Centro Studi della Colonnella. Si tratta di ricucire le fermate degli autobus
all'accesso delle scuole con percorsi pedonali e piste ciclabili, una riorganizzazione della
mobilità all'interno del Centro Studi ponendo una zona a traffico limitato con limiti di
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volocità, spostare all'esterno i parcheggi delle auto e dei motorini, e privilegiare chi va a
piedi o in bicicletta, ed altre azioni di questo tipo. Inoltre con la Polizia Municipale è stato
possibile attivare un primo modulo di una Campagna di sensibilizzazione e di dissuasione
dei comportamenti perseguibili dal Codice della Strada. Sostanzialmente, i parcheggi sui
marciapiedi o sulle piste ciclabili o comunque in divieto di sosta; siccome poi il territorio è
grande con la Polizia Municipale e le Associazioni di Volontariato, che dovrebbero fare una
sorta di multa gentile prima che arrivi la multa vera da parte dei vigili, si prosegue in questa
campagna di sensibilizzazione.
Tra volontari e Comune di Rimini è scaturita una convenzione per monitorare l'efficacia di
questi interventi prima e dopo, per vedere come la situazione si è effettivamente
modificata. Questa che stiamo proiettando è la slide dell'eco sulla stampa: il Centro Studi
di Rimini, Gli studenti esaminano la viabilità, Gli studenti insegnano mobilità, Incontro con i
ragazzi del Belluzzi, ecc ecc.
Alla fine, ed ho veramente finito, vi mostro la Palestra dei laboratori di ricerca dei volontari
e dei ragazzi e il progetto che doveva essere realizzato durante l'estate di quest'anno ma
c'è stato un cambio di amministrazione per cui la cosa è slittata all'anno prossimo e sarà
realizzato durante le vacanze estive del 2012; come vedete, dalla fermata dell'autobus
partità questa pista ciclabile che collega i tre istituti principali e seguiranno altri interventi.
Grazie per l'attenzione.
I giovani all'arrembaggio e Studenti in pima linea - Modena
(ACAT Alcolisti in Trattamento, Amnesty International, Anffas, Ass. Nazionale di Famiglie di
Disabili Intellettivi e Relazionali, Auser Autogestione dei Servizi per la Solidarietà, AVIS
Ass. Italiana Volontari Sangue, AVO Ass. Volontari Ospedalieri, AVAP)
Testimonianza di Giuseppe Tarzia
Buongiorno, sono Giuseppe Tarzia dell'ACAT di Modena, Associazione Club Alcologici
Territoriali, e sono qui con un intervento piuttosto affrettato per rappresentare una trentina
tra associazioni di Volontariato, Cooperative Sociali e altri partner tra cui Enti comunali,
che si sono presentati ormai da dieci anni (questo è l'undicesimo anno di questo progetto)
nelle scuole. Riferendomi all'anno scorso, nove scuole superiori coinvolte, sessantaquattro
classi, prevalentemente nel triennio (terza, quarta e quinta). Perché ci siamo mossi?
Quando ci siamo mossi dieci anni fa, si avvertiva la ristrettezza del nostro intervento in
ambito esclusivamente di supporto a determinate problematiche specifiche e si voleva che
il nostro modo di essere potesse raggiungere persone che non avevano questi contatti.
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Quindi la nostra esigenza era quella di superare il concetto di volontariato per come
mediamente viene inteso, come il discorso di una buona azione, di dedicare una parte del
proprio tempo, proprio per andare alla ricerca di quello che si diceva prima di questo
“modello emiliano romagnolo” di gratuità e reciprocità. Si riteneva importante portare
questi concetti all'attenzione dei giovani perché, da quello che noi vediamo
quotidianamente nella vita, c'è una spaccatura generazionale molto forte di valori che
spesso ci porta in condizioni di distanza; quindi la necessità di proporre, anche se per
accenni, anche se per piccoli spunti, uno stile di vita intergenerazionale; ecco, se io
guardo qua dentro, vedo che prevalentemente prevale un'età un po' alta... è possibile che
questo mondo si ringiovanisca portando nuovi contributi dal mondo dei giovani? Questa
era una delle nostre intenzioni, di avviare i ragazzi verso una socialità consapevole. E poi
l'interesse stesso delle nostre associazioni: noi invecchiamo, non abbiamo gente giovane
che entra, e quindi perché no, fare in modo che i ragazzi potessero conoscerci.
Ovviamente, per realizzare questo progetto, le nostre forze non erano sufficienti, perché il
mondo del volontariato è piuttosto disarticolato quindi l'intervento del CSV è stato
fondamentale. E' stato fondamentale per il coordinamento del nostro sentire, per la
determinazione con chiarezza degli obiettivi, e, durante tutto il percorso, per agire
efficacemente. Infatti, in questi dieci anni, noi siamo stati coordinati dal personale del CSV
che ha speso il proprio tempo nel corso dell'anno sia nei contatti con le scuole che in tutto
il lavoro interno che si è andato sviluppando. In questi dieci anni, il progetto, che era
partito in modo semplice, è diventato più complesso, e, se riuscirò, ne dirò alcune
articolazioni.
Che cosa facciamo? Di fatto c'è un intervento di due ore nelle classi superiori concordato
coi docenti; nella prima ora il coordinatore del CSV cerca un contatto coi ragazzi per
portarli attraverso dei giochi ed altre esperienze, sulla problematica e sugli argomenti del
volontariato. Poi c'è un'altra ora, a distanza di una settimana/dieci giorni, nella quale i
rappresentanti del volontariato si presentano nelle classi, dicono brevissimamente chi
sono, quale associazione rappresentano, e sollecitano e rispondono alle domande dei
ragazzi. Nel far questo si individua non una problematica specifica della singola
associazione, ma si individua la problematica più complessiva del cosiddetto mondo del
volontariato. Su questo noi andiamo a verificare che spesso i ragazzi sono al di fuori di
queste problematiche, sono immersi in un loro mondo, non hanno conoscenza... poi si
entusiasmano lungo il percorso e nel contatto ma a noi interessa lasciare un segno della
nostra presenza. Abbiamo contattato lo scorso anno sessantaquattro classi di scuola
superiore per ben 1268 studenti e ci sembra che sia un elemento significativo che protratto
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negli anni può portare veramente a una diffusone, a un espandersi di un modo diverso di
vedere la società. Perché fondamentalmente è questo... è il vedere la società sotto
un'ottica diversa, sotto un'ottica sociale consapevole per cui una persona si mette sullo
stesso piano dell'altro e interagisce con l'altro chiunque esso sia (sia disabile, sia con altri
problemi...). Ovviamente, qundo siamo partiti, non eravamo tutti pronti per svolgere questa
azione, entrare in una classe è un problema non facile perché siamo distanti di età, perché
non abbiamo il linguaggio adeguato per proporci agli studenti, perché c'è una certa
diffidenza dell'adulto nei confronti dei ragazzi. Abbiamo fatto l'esperienza strada facendo,
abbiamo aggiustato il tiro, sia nel confrontarci tra di noi e sia nel vedere le reazioni dei
ragazzi. A metà percorso abbiamo avuto l'idea di fare anche un corso di formazione con
delle persone che ci parlassero proprio del mondo dell'adolescenza e del mondo della
giovinezza proprio per cercare di usare gli strumenti più adeguati e porci in una condizione
più corretta nei confronti dei ragazzi, cosa non sempre semplice! In questo modo è
comparso un altro obiettivo che noi non ci ponevamo all'inizio: il superamento
dell'isolamento della singola associazione. Abbiamo imparato tra di noi a conoscerci come
diverse associazioni, e non soltanto per informazioni operative perché mentre uno parlava
si capiva più o meno cosa faceva, ma anche come conoscenza personale, in modo che
oggi ci muoviamo all'interno del nostro tessuto conoscendoci da una parte all'altra,
sappiamo qual è l'ambito nel quale il volontariato si muove all'interno della città. Poi
abbiamo individuato questo spazio astratto che supera un po' il settarismo, il campanilismo
della singola associazione, che porta avanti il proprio progetto, che vuole il finanziamento
del proprio progetto, e così sono maturate anche delle collaborazioni fra diverse
associazioni che fino a quel momento non c'erano. Quindi c'è stata una crescita anche da
parte nostra, una crescita molto profonda! Di fatto, trenta tra associazioni e partner che
sono entrati nelle scuole rappresentati da una quarantina di persone che hanno acquisito
un linguaggio per saper porsi davanti ai ragazzi in un certo modo. Alla fine di questi due
incontri cosa proponevamo? Proponevamo ai ragazzi di entrare nel mondo del
volontariato, ma, rendendoci conto della grossa difficoltà, abbiamo distribuito loro degli
opuscoli illustrativi di alcune associazini presso le quali potevano svolgere degli stage di
venti ore complessive, da concordare con le singole associazioni in modo che non
interferisse molto con il loro percorso scolastico. I ragazzi avevano sentito, potevano
leggere
di
altre
associazioni
non
presenti
in
classe,
rendersi
conto,
trovare
un'associazione che fosse anche compatibile con la loro abitazione, che non comportasse
grossi spostamenti, ecc ecc poi riempire il modulo e consegnarlo. Il modulo consegnato ha
dato l'opportunità al coordinatore di contattare questi ragazzi e di accompagnarli presso le
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associazioni dove sono stati presi in carico da un tutor, e sono stati avvicinati, durante
queste venti ore, nel loro percorso. Quindi, una conoscenza immediata e diretta presso
l'associazione; il modo migliore, un modo pratico che supera il linguaggio espositivo e che
va nel concreto proprio per avvicinare i ragazzi. Il risultato dello scorso anno è che 296
ragazzi hanno fatto degli stage presso le associazioni ed è un risultato senza dubbio
lusinghiero perché, evidentemente, una parte smetterà però ha conosciuto le
problematiche, una parte continuerà. Ho detto che il tutto è nato in questo modo ma si è
sviluppato in una sua complessità, infatti, lungo il percorso, siamo stati avvicinati e ci
siamo affiancati al Copresc che cura l'organizzazione del Servizio Civile. Sempre in
riferimento all'anno scorso, in aggiunta a quel che ho già detto, ben 29 classi delle quinte
sono state contattate dal Copresc e hanno potuto conoscere cos'è il Servizio Civile, come
si accede al Servizio Civile, qual è lo spirito del Servizio Civile e come questo si raccorda
al mondo del volontariato più complessivamente. Abbiamo affrontato anche il problema
della peer education: da tre/quattro anni, ci sono dei corsi per formare i ragazzi che sono
disponibili che poi nelle classi della propria scuola (non di altre scuole) possano avvicinare
i propri coetanei; anche questo, lo scorso anno, ha interessato 10 ragazzi che si sono resi
disponibili e, dopo un breve corso residenziale di due o tre giorni, sono entrati nelle classi.
Da questi incontri è nata anche la necessità in alcune classi di conoscere più
approfonditamente alcuni temi e questi sono stati vissuti come approfondimenti tematici
aggiuntivi. Questo è quindi lo spazio complessivo di “Giovani all'arrembaggio”; con un
Istituto in modo particolare, di scuola superiore di carattere confessionale, abbiamo
approfondito un'esperienza particolare che abbiamo chiamato “Studenti in prima linea”;
sviluppata con tre classi di terza, la scuola ha sospeso le attività scolastiche per una
settimana, durante la quale le classi si sono rese disponibili per fare degli stage presso
diverse associazioni; i ragazzi sono stati suddivisi in piccoli gruppi, e dove c'era
l'opportunità hanno esaurito le 30 ore presso una singola associazione, dove non c'era
l'opportunità si sono suddivise le ore tra più associazioni. Questo denota un buon livello di
sensibilità da parte della scuola e da l'opportunità ai ragazzi di intervenire. Questo è un po'
il quadro complessivo, avrò tralasciato delle cose sicuramente, ma adesso voglio mettere
in luce anche alcune difficoltà, perché non è che si possa sempre illustrare la parte
positiva, e dimenticare le difficoltà! Perché è difficile entrare in una scuola? E' difficile
entrare in una scuola perché c'è una molteplicità di iniziative esterne che si elidono tra di
loro, e quindi non sempre la scuola riesce a individuare quali possano essere le attività più
significative sul piano educativo. Un concetto di separazione tra l'istruzione scolastica e il
modello di vita. Spesso gli insegnanti sono disponibili sul piano dell'istruzione ma sul piano
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educativo giocano un po' al risparmio, quindi non si percepisce l'importanza di allargare la
visuale dei ragazzi al mondo esterno, essenzialmente a un mondo dove il valore del
denaro diventa insignificante in rapporto alle relazioni umane e quindi c'è la difficoltà di
coinvolgere gli adulti della scuola, la difficoltà a coinvolgere i dirigenti scolastici; in questo
c'è da segnalare come elemento positivo, servito da testa di ponte, il gruppo degli
insegnanti di religione, che hanno dichiarato la loro disponibilità, che gradualmente si è
allargata a qualche altro insegnante, ma, prevalentemente, ancora, siamo lì che premiamo
verso le scuole perché questa esperienza si allarghi a tutte le discipline ritenendo
significativo questo per l'educazione dei ragazzi. Come abbiamo trovato i ragazzi? I
ragazzi li abbiamo trovati spesso intimiditi, al di là dell'immagine che noi spesso ci
facciamo quando li vediamo per strada o in alcuni locali pubblici, non sempre facili da
coinvolgere, ma, alle volte, con delle esperienze di aiuto alle spalle significative, delle quali
però non parlano, devono essere fortemente sollecitati per dire quello che hanno fatto, c'è
questa riservatezza, quasi, quindi non diventa materiale di scambio la propria esperienza
sociale. Poi una scarsa conoscenza del mondo del volontariato nel suo complesso. Più o
meno ho delineato la nostra attività, il nostro contatto nelle scuole speriamo che cresca, in
ogni caso noi siamo fortemente intenzionati ad andare su questa strada perché la scuola
ci pare la sede educativa più idonea… i ragazzi non si possono raggiungere nelle
polisportive o nei bar. Non è possibile separare l'istruzione da un discorso di modello di
vita. Allora, questa è una proposta, ancora una proposta in fieri, sono tentativi, però ci
sono i presupposti perché la cosa continui. Grazie.
“E adesso pensa a Me” - Bologna (Andare a Veglia, Emiliani, Ansabbio, Avis di Castel
D'Aiano)
Testimonianza di Giovanna Cardinali
Buongiorno, mi chiamo Giovanna Cardinali e sono responsabile di un'Associazione di
Volontariato, Emiliani, che opera nel disagio sociale. Abbiamo partecipato, insieme ad altre
tre associazioni, a un progetto di rete nel 2007; un piccolo progetto di rete perché eravamo
solo 4 associazioni intorno ad un argomento che ci interessava e che ci vedeva già
all'opera: l'infanzia (con un certo disagio) da zero fino a 13-14 anni. Ogni Associazione
partecipava con le proprie attività e con la propria peculiarità, quindi associazioni come
Ansabbio o Andare a Veglia, che operano presso ospedali con attività con bambini
ospedalizzati e contatti con le famiglie, l'Avis di Castel d'Aiano che lavora soprattutto nello
sport coinvolgendo bambini non abili per diversi motivi e noi che operiamo attraverso
alcune Comunità della Rupe con bambini da zero a tre anni allontanati dalle famiglie con
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decreto del Tribunale e quindi con una rete di famiglie accoglienti e affidatarie.
Il progetto si è svolto e concluso nell'arco di un anno attraverso varie attività (che vedete
rappresentate sullo schermo nelle slides) e che ha portato come conseguenze innanzitutto
il fatto che le Associazioni e i volontari che hanno partecipato si sono resi sempre più
consapevoli dell'importanza di uscire dalla propria associazione e di creare una rete,
mettendosi in contatto con gli altri, perché in questo modo si moltiplicano le possibilità e le
soluzioni ai problemi che si incontrano sul territorio. Quindi, l'importanza della rete che vi
dirò dopo a che cosa ha portato. Un'altra conseguenza del progetto è la collaborazione fra
due associazioni, cioè Andare a veglia e Associazione Emiliani, per cui ancora adesso c'è
una collaborazione e alcune volontarie di Andare a veglia operano presso la struttura della
Rupe dove operiamo anche noi e dove operano le nostre famiglie andando a fare “la
pappa”, una cosa molto semplice, cioè preparare da mangiare per i bambini.
Quindi questi sono i due risultati fondamentali che questo progetto di rete ha portato
nell'immediato. Ma io volevo parlare un attimo riprendendo uno degli indicatori di cui ha
parlato Anna Grazia Margapoti, cioè la riproducibilità. L'anno scorso, nel 2010, sempre
Emiliani insieme a Andare a veglia e con molte altre associazioni, hanno creato un
progetto, con l'aiuto del Centro Servizi per il Volontariato, dal titolo abbastanza
emblematico: “La rete e il cambiamento”. Abbiamo quindi creato una rete basandoci sulle
esperienze del progetto “E adesso pensa a me” che avevamo fatto già tre anni fa, e su
altri progetti di rete a cui, a diverso titolo, avevamo partecipato. Abbiamo riflettuto su che
cosa voglia dire fare rete tra associazioni, come si fa a fare rete, quali sono le buone
prassi per fare una rete di associazioni che operano intorno ad un problema, ad un certo
territorio,... l'obiettivo si costruisce insieme. Da questa riflessione è nato un documento,
sempre con il supporto del Centro Servizi del Volontariato di Bologna VOLABO che ci ha
dato una mano, e attraverso la buona volontà di tutti i volontari che hanno partecipato e
della nostra coordinatrice che è Maria Luisa Stanzani di Andare a veglia; il documento che
abbiamo redatto è secondo noi molto importante e vede come primo punto il contatto con
le istituzioni. Cioè per fare una buona rete ci vuole dietro un'istituzione, sollecitata dalle
Organizzazioni di Volontariato, in questo caso, per esempio, nel progetto “La rete e il
cambiamento” è stato il Quartiere Saragozza. Però poi siamo andati anche oltre, devo dire
la verità, perché non ci siamo accontentati di creare, analizzare e scoprire quali erano le
buone prassi ma abbiamo anche voluto cercare di capire cosa cambia, ecco il
cambiamento, con la nostra azione dopo che abbiamo agito come volontari sul territorio.
E, soprattutto, ci siamo messi sulla strada di voler misurare questo cambiamento, perché
tutti noi che facciamo volontariato sappiamo, speriamo e quasi sempre produciamo un
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cambiamento sul territorio, anche con tutte le difficoltà che diceva prima il collega che ha
parlato, malgrado tutte le problematiche un cambiamento lo portiamo. Fino adesso, per
mia esperienza personale, l'ho misurato in modo un po' empirico; in questo progetto
abbiamo voluto trovare degli strumenti, degli indicatori, per misurare questo cambiamento
che si produce con le azioni di volontariato. E, insieme a tutti gli altri volontari, con
l'affiancamento di esperti poiché nessuno di noi era esperto in questo campo, abbiamo
trovato degli indicatori; la parola esatta è abbiamo “co-costruito”, abbiamo costruito noi gli
indicatori e non ci sono stati dati da qualcuno all'esterno ma ci siamo messi lì con le nostre
poche competenze, con la nostra poca praticità, ma sotto una buona guida, abbiamo cocostruito questi indicatori e abbiamo misurato il cambiamento. Io credo che questo
passaggio, dalla rete che già esiste a misurare il cambiamento, debba essere fatto perché
aiuta a capire cosa è andato bene nel progetto, cosa andava cambiato, che cosa non è
andato, perché è possibile che anche certi aspetti non siano andati... misurare quindi con
degli indicatori ben precisi. Lavoro non semplice e non facile, ve lo dico subito, qui c'è
un'altra volontaria che ha partecipato a questo lavoro e ci siamo proprio messi in gioco
fortemente, ma è necessario, secondo me, che le Associazioni si mettano in gioco anche
su questo punto, non solo sulla rete, cioè uscendo dal proprio ambito, dalla propria
nicchia, ma mettendosi in collegamento perché si è più efficienti e più efficaci, come si
diceva prima, si incide meglio, si hanno idee nuove, si trova qualcosa di diverso, una
nuova strada per agire alla quale non si aveva pensato, il confronto credo che sia sempre
un punto fondamentale, quindi la rete. Ma oltre quello, anche la misurazione del
cambiamento che con l'azione di rete o come singola associazione produciamo sulla
problematica da cui siamo partiti.
Ho finito, grazie.
Interventi del Comitato Paritetico provinciale del volontariato di Bologna
Marcello Moscariello, Co-Presidente del Comitato Paritetico provinciale del
volontariato di Bologna
Molto velocemente voglio portare la testimonianza rispetto alla Relazione che abbiamo
proposto all'Assemblea provinciale del Volontariato che abbiamo fatto il 28 maggio.
Riconosciamo e ribadiamo la centralità della sussidiarietà e dell'applicazione come
principio costituzionale. Dobbiamo riflettere su che cosa sia e che cosa rappresenti la
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progettualità sociale, alla luce delle nuove sfide del volontariato e del welfare in generale.
Per promuovere e valorizzare la progettazione sociale del volontariato occorre, a nostro
avviso, mettere in campo processi di innovazione istituzionale. Ma per avere successo ci
serviranno leadership forti, idee chiare, capacità e volontà di affrontare insieme seriamente
e decisamente il cambiamento. Allora, la questione prioritaria è creare e mettere realmente
a disposizione, all'interno delle politiche pubbliche e della loro programmazione, gli spazi,
le opportunità e le occasioni per mettere in condizione il volontario, quindi il volontariato, di
esprimere progettazione sociale e di vederla poi valorizzata sul piano della partnership tra
pubblico e privato e della gestione operativa dei servizi e delle prestazioni. La
progettazione sociale richiede un metodo e questo può essere appreso e valorizzato
grazie al lavoro in rete in cui comunque può rappresentare una palestra di formazione
formidabile. In questo ambito il lavorare in rete deve costituire non solo una buona prassi
ma una prospettiva strategica per rafforzare sia la partecipazione sia l'incidenza
propositiva nei processi decisionali ai vari livelli nelle politiche dei servizi di rilevanza
collettiva. Infine, vogliamo sintetizzare così la progettazione sociale: come la nuova
frontiera dello sviluppo del volontariato per ottimizzarne le potenzialità, preservarne
l'autonomia e valorizzare al massimo la possibilità di interscambio e di socializzazione
delle esperienze, del know how e della progettualità.
Marcello Moscariello
Do la parola al Dottor Walter Williams del Comitato Paritetico perché riteniamo possa
portare un esempio concreto di quello che stiamo dicendo per il Progetto Povertà.
Walter Williams, membro del Comitato Paritetico provinciale del volontariato di
Bologna
Buongiorno a tutti. Parto da delle considerazioni che faceva Marcello Moscariello a
proposito della progettazione sociale vista come banco di prova per il riconoscimento,
strutturale non congiunturale, del volontariato, ma anche per verificare le capacità,
l'affidabilità, la credibilità del volontariato. L'Assessore Barigazzi parlava del Comitato
Paritetico come il luogo che può essere imputato per portare a sintesi. Portare a sintesi
che cosa e perché? Direi un contributo che possa poi accompagnare il volontariato nel suo
percorso di crescita ma anche di riconoscimento per poter divenire a tutti gli effetti un
soggetto un welfare che vediamo è in continua ridifinizione.
Per poter portare a sintesi dobbiamo comunque avere conoscenza e avere gli occhi ben
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aperti su quello che il volontariato produce spesso in termini di innovazione e
sperimentazione. Alla fine noi volontari del Comitato Paritetico siamo impegnati anche
personalmente in prima linea nell'azione delle nostre associazioni e alle azioni di
problematicità che ci impone la società. E allora un territorio, o una realtà, un soggetto che
è “osservato speciale”, perché personalmente ho avuto una parte di partecipante fin
dall'inizio, è il cosidetto “Progetto Povertà”. Il Progetto Povertà nasce da uno stimolo da
parte del Co.Ge. e delle Fondazioni bancarie nei confronti dei Centri Servizio, del
volontariato, per fare un salto di qualità sul tema della progettazione di un'attività che non
fosse più solo capillarmente diffusa nei territori e nelle province ma che avesse anche un
punto di riferimento regionale. I Centri di Servizio si sono mossi di conseguenza e hanno
invitato il volontariato. Io parlo dell'esperienza di Bologna che è quella che conosco ma
presumo che il metodo sia stato lo stesso.
Primo passaggio, credo di forte innovazione, anche in termini di una possibile
progettazione sociale, una chiamata erga omnes, non c'è più solo qualche soggetto che
ha già delle capacità verificate... ma una chiamata al volontariato: ci state? Di fronte noi
avevamo poche parole, c'era questa idea di costruire un progetto di lotta alla povertà e
contro l'esclusione sociale, il riferimento era comunque di restare nell'ambito degli scenari
definiti dai Piani Socio Sanitari e poco di più. Avevamo una metodologia, che ci veniva
fornita dal Centro Servizi ma anche da soggetti qualificati, nel caso concreto è stata la
Fondazione Zancan. Questa è stata la domanda ed è stato chiamato tutto il volontariato
bolognese, chiedendo un contributo e da lì è iniziato un percorso con chi aveva voglia di
starci.
Di approssimazione successiva, prima un completamento della conoscenza sulle
situazioni di problematicità del nostro territorio e da questo patrimonio comune si è andato
a definire insieme piano piano con un metodo di lavoro condiviso che definirei
autogestionario insieme CSV e OdV.
Qui la seconda innovazione: non più il CSV da una parte come se fosse uno sportello con
il volontariato dall'altra parte che chiede qualche cosa e il primo, in base a disponibilità,
valutazioni, altre cose, ad un progetto che nasce insieme. Ciascuno ha un ruolo: il
volontariato doveva proporre qualcosa da fare in base alle proprie capacità, presenze, ma
anche ispirazioni, dall'altra il CSV doveva aiutarlo a sgrezzare questa sua proposta e dare
una serie di strumenti pratici da gestire poi insieme nella parte operativa. E quindi siamo
arrivati a definire innanzi tutto dalle tante emergenze, dai tanti campi d'azione, a
concentrarsi in tre temi che poi sono diventati temi trasversali, non è solo Bologna che si è
impegnata sul tema dei Beni Relazionali, Beni Alimentari (consegna di beni di prima
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necessità alle famiglie in difficoltà) e Lavoro, ma quasi tutti i CSV delle altre province, a
dimostrazione che c'era anche una sintonia che si è verificata nei fatti nell'identificare
alcune selezioni e poi si è partiti insieme nella definizione del progetto.
Altro aspetto interessante è che questa definizione ha messo intorno a un tavolo soggetti
che molte volte non avevano esperienze di lavoro in comune o di lavoro in rete e quindi
Progetto Povertà come palestra di formazione al lavoro in rete e alla progettazione sociale
e come dicono a Napoli “nessuno nasce imparato” e quindi come dicono gli inglesi
abbiamo fatto una sorta di “learning by doing” e siamo arrivati a costruire insieme questi
progetti. Io parlerò rapidamente di quello che ho seguito più direttamente, di fatto siamo
più di un membro del Comitato paritetico a partecipare e quindi si è creato anche un
rapporto diretto perché reale e indiretto perché non è formalizzato tra Comitato Paritetico e
lavoro di progettazione del volontariato. Si tratta del sottoprogetto Beni Alimentari che ha
appunto questa finalizzazione del potenziamento delle attività di fornitura di beni gratuiti di
prima necessità alle famiglie in difficoltà.
Noi abbiamo individuato sia quelle che erano le esigenze delle esperienze di base sia la
possibilità di fare un salto di qualità perché è questa la sfida che noi abbiamo colto: non
solo lavorare insieme, non solo con un tipo diverso di rapporto col Centro Servizi, ma non
avere la pretesa di dare delle risposte di carattere quantitativo quantomeno nei tempi di
realizzazione del progetto ma provare a fare un salto di qualità, cioè individuare qualche
cosa che andasse al di là del singolo progetto per creare appunto un metodo di lavoro. E
su questo tema dell'offerta dei beni di prima necessità alle famiglie bisognose sono venute
fuori alcune esigenze, ne individuo anche i campi possibili per lavorare in rete e sviluppare
progettazione sociale. La miriade di esperienze che comunque esistono tutte molto
spontanee a parte quella del Banco Alimentare che fa storia a se, ma noi vogliamo
lavorare molto sul micro, anche se c'è dentro il Banco di Solidarietà che è comunque un
braccio operativo del Banco Alimentare e quindi l'importanza in qualche maniera di
collegare, mettere a rete, perché una serie di problemi legati ad esempio alla gestione
delle convenzioni o dei beni poteva essere fatta in comune, ad esempio se abbiamo delle
eccedenze di gestire questi beni. C'era anche il problema di ottimizzare le risorse materiali
e immateriali che avevamo. Quindi il discorso di rete non solo per poter lavorare insieme e
migliorare la nostra operatività ma per andare anche a incontrare quello che noi nella
relazione
dell'assemblea
provinciale
abbiamo
chiamato
il
“volontariato
non
istituzionalizzato”. Cioè quel mare che non è sommerso, è un volontariato ben presente e
ben visibile ma che è fatto di azioni volontarie cioè non è organizzato stabilmente in
associazione, o in cooperative, non ha il bollo di riconoscimento di onlus o di qualche
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registro ma non per questo è meno vitale o presente nella quotidianità. A me viene in
mente il modello delle parrocchie perché abbiamo fatto un lavoro specifico, ma non è
sicuramente solo il mondo delle parrocchie. Certo su questa attività di fornitura di beni
alimentari a persone in difficoltà il nostro obiettivo è di andare ad incontrare anche questo
volontariato non istituzionalizzato per provare a fare insieme a loro un percorso di crescita
del tasso di organizzazione di crescita e consapevolizzazione delle nostre iniziative, che è
un'altra sfida della progettazione sociale. Noi abbiamo il dovere, dato che ci occupiamo di
servizio e gratuità, di porci il problema dell'efficacia e dell'efficienza: efficienza vuol dire
ottimizzare l'uso delle risorse che sono comunque limitate. Un po' di spreco avviene anche
in casa nostra che si parli di beni materiali o che si parli anche del nostro tempo. Allora
una delle finalità che ci siamo posti è che se noi individuiamo questo fenomeno con cui
condividiamo gli obiettivi e le motivazioni possiamo proporre a loro un percorso per farli
crescere in termini di consapevolezza organizzativa. Per arrivare quindi a creare delle
strutture che meglio operino con continuità. Da questo punto di vista il supporto del CSV,
di VOLABO, è fondamentale anche perché abbiamo individuato un partner: Last minute
market, è ovvio, che è quello che su queste cose è partito per primo, che ha più idee ed ha
più pubblicità diretta; e quindi l'importanza anche di trovare supporti esterni che
condividessero con noi le finalità della nostra iniziativa.
Altro elemento importante era quello di fare massa critica, perché anche da questo punto
di vista, sul piano della gestione ci sono vari soggetti che vengono coinvolti, sicuramente
la grande distribuzione che è quello che offre i beni gratuiti, ma è quello che nella
situazione attuale porta a casa i risultati più importanti in termini di immagine perché
sembra che siano loro che sono i buoni e i bravi. Loro hanno dei grossi vantaggi di
carattere fiscale se noi gli andiamo a recuperare la roba che non possono vendere e non
la devono nemmeno smaltire tra i rifiuti. Oggi questo ad esempio è un rapporto fortemente
squilibrato e quindi poterci mettere in rete con Last minute market significa fare un
passaggio anche di potere contrattuale. Ma c'è anche un altro passaggio su un'idea così
importante come quella di razionalizzare un'attività che aihmè diventa sempre più
importante perché aumenta a dismisura il numero delle famiglie e dei mutui e delle
persone che vivono in situazione di grande bisogno.
C'è bisogno anche del rapporto con le istituzioni, ecco che allora il Progetto Povertà nella
sua dimensione e il sottoprogetto Beni Alimentari è diventato un terreno di
sperimentazione e anche di nuovi rapporti perché questa questione finirà, parlo a titolo
personale ma sono d'accordo anche gli altri, sul Tavolo del Comitato Paritetico perché è
una di quelle questioni che pone l'esigenza di avere il supporto, vedremo in che maniera,
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delle istituzioni e delle fondazioni perché insieme possiamo costruire questo progetto e
dialogare meglio con gli altri soggetti che coinvolgeremo. Quindi, vedete, un progetto che
è nato come esigenza e si pone come lavoro in rete e che ha bisogno di migliorare le
attività ma che nel suo definirsi e attivarsi giorno per giorno individua anche le nuove
problematiche, le nuove esigenze a cui vuole dare risposta. Siamo in fase di lavoro, ci
sono tante difficoltà compresa un po' di faraginosità nel percorso perché è nuovo, non solo
per i volontari ma anche per gli operatori di VOLABO che ci devono lavorare e quindi
come dire, non siamo ancora in grado di capire se questa sfida sarà vinta. Certo qual è il
nostro obiettivo? Non solo tirar fuori delle nuove prassi asportabili, ma individuare un
preciso percorso di lavoro e metodologia che consenta al volontariato di incidere di più e di
dare delle risposte. E quindi l'obiettivo vero è che questo Progetto Povertà non abbia un
inizio e una fine come oggi è previsto ma diventi un modo operativo costante, che si
affianca magari a quelli già esistenti, per operare insieme, volontariato e centri di servizio,
per migliorare la nostra capacità di incidenza, creando tutte quelle relazioni che servono e
mettere queste a disposizione di chi tutto sommato potrà venire anche dopo di noi perché
l'idea non è di avere solo noi un know how ma di avere un know how che siamo in grado
di trasferire. Quindi questo se volete è in po' la grande sfida e su questo, ripeto, questo
Progetto Povertà è un osservatore che teniamo d'occhio come Comitato Paritetico perché
crediamo che sia una delle palestre più interessanti di studio, di fermentazione di lavoro in
rete e di futura progettazione sociale. Grazie.
Gilbert Togoue Nokam, membro del Comitato Paritetico provinciale del volontariato
di Bologna
Buongiorno. Io vorrei intervenire per poter sottolineare la diversità culturale come un
fattore aggiunto nella nostra società che viene attualmente scontrata dalla presenza della
crisi economica sempre più difficile ed impegnativa. In questo contesto di crisi, noi, come
diversità comunitaria o culturale, membri partecipanti a queste realtà, noi ci vediamo
strumento utile e partecipe alle nuove soluzioni che sono attualmente messe in atto per
poter contrastare queste difficoltà. Entrando in questo tema, per essere breve, uno degli
obiettivi della progettualità è quello di arrivare alla concretezza delle azioni sul territorio;
penso che la progettazione passi attraverso la partecipazione dei componenti della
cittadinanza attiva, quindi le persone come me, macchiate dalla coscienza civica e
sensibili alle azioni di integrazione, a supporto di quelli sfavoriti nella società soprattutto sul
nostro territorio. Io faccio parte di un'associazione che si chiama Stella Nostra e siamo
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abituati a sensibilizzare gli altri con la cultura del nostro (per questo Stella Nostra),
nell'ottica di favorire l'obiettivo del bene comune che ci propone la società. Come arrivare
a partecipare a questa progettazione? Noi pensiamo di poter partecipare attraverso la
consapevolezza degli obiettivi comuni, la sensibilizzazione degli altri soggetti, la
partecipazione alla rete sociale attiva, come ad esempio quella del Centro Servizi per il
Volontariato di Bologna dove attualmente fanno parte tante altre realtà di culture diverse.
Poi l'invenzione di nuovi strumenti di produzione del plus valore, del valore aggiunto
sociale, nel senso che lavorando insieme agli altri abbiamo fatto una riflessione congiunta
che ho potuto relazionare e vorrei leggervi in modo condensato nella logica di proporre il
nostro contributo teorico a questa fase di progettualità, aspettando la fase successiva che
sarà la parte di realizzazione delle azioni che saranno attivate all'interno della
progettazione. Cosa intendiamo noi, quelli di culture diverse, per progettualità sociale?
Intendiamo un riferimento a tutte le esperienze di progettazione che nascono nell'ambito
delle politiche sociali, e che sono realizzate dai servizi pubblici e privati nell'area sociale,
psicologica, sanitaria, educativa e culturale, dell'area del tempo libero, dell'occupazione e
dello sviluppo di comunità. E si progetta ogni qual volta occorra creare un nuovo intervento
sociale, gestire un problema, modificarlo, trasformare una situazione, orientare i processi
lavorativi. Gli obiettivi che noi pensiamo e che proponiamo sono obiettivi base della
progettualità che parte da una cultura che offrirebbe una pluralità di approcci, di stili di
pianificazione, e in particolare, parliamo dell'approccio di tipo razionale, della razionalità
assoluta, centralizzata e omnicomprensiva. Si dovrebbe sottolineare l'esigenza di una
progettazione che enfatizzi un approccio promozionale, che solleciti il dinamismo
complessivo del sistema orientandolo a relazioni sinergiche, alla valorizzazioni di obiettivi
e strumenti programmatori in grado di accrescere l'autonomia e la capacità decisionale dei
singoli soggetti che compongono il sistema. In questa ottica progettuale, i contesti locali
sono concettualizzati come ambiti nei quali possono svilupparsi patti integrativi, rapporti di
collaborazioni formali e informali tra soggetti pubblici e privati finalizzati alla formulazione
dei progetti integrativi di sviluppo. L'assunto cruciale è che gli obiettivi di sviluppo locale e
di coesione sociale non possono essere conseguiti senza una mobilitazione a una
responsabilizzazione dei soggetti locali. Con l'approccio partecipato il processo di
progettazione appare costellato di decisoni che ne orientano il corso e che sono anch'esse
frutto di processi di negoziazione tra i diversi attori coinvolti in funzione della loro posizione
nell'organizzazione. Si viene a stabilire un processo di integrazione tra i diversi attori e sin
dalle età più iniziali ciascuno dei soggetti coinvolti deve avere la possibilità di assumere un
ruolo attivo all'interno del progetto. Ciò significa necessariamente co-progettare, ovvero
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attivare confronti, negoziati, gestire i conflitti e dinamiche, collaborazione tra servizi e
persone e rinuncia a disegni delineari e preordinati. Concludo, progettazione intesa come
attività di produzione di nuove comunità a livello mondiale, per le quali è necessario
coalizzarsi sul nostro territorio provinciale e regionale, come attività esplorativa e
costruttiva volta alla ricerca e alla definizione dei problemi, come indagine pratica. Mi
fermo per non oltrepassare il tempo a me riservato, grazie.
Pier Luigi Stefani, Coordinamento Centri di Servizio per il Volontariato dell'Emilia
Romagna
Il filo rosso che lega i diversi attori del sistema: il ruolo dei CSV nella progettazione sociale
Grazie a tutti, grazie Moscariello e grazie Assessore. Molto velocemente, il mio intervento
è sul coordinamento dei Centri di Servizio del Volontariato e quindi dirò poche cose. Prima
di tutto vorrei soffermarmi su alcune parole chiave degli interventi di questa mattina e che
ricorrono negli interventi dell'Osservatorio del Volontariato e negli incontri che abbiamo noi.
Rete: si è parlato di rete, di fare rete. Siamo una rete, come coordinamento, dei
nove Centri di Servizio dell'Emilia Romagna. Ma è una rete che appartiene a tutto il
territorio nazionale. Sono 68 Centri di Servizio in Italia e sono riuniti in CSVNet e
partecipano al patto parasociale insieme al Forum, alla Convol, alla Confederazione
nazionale del volontariato, e quindi sono quelli che determinano poi la partizione delle
risorse con le fondazioni bancarie, con l'ACRI. E' importante ricordarselo perché molte
volte, a livello locale, si pensa che tutto avvenga a livello locale, ma bisogna anche tenere
conto dei numeri del volontariato, che è una massa notevole in tutto il territorio nazionale.
Essere in rete non vuol dire sempre fare rete! Bisogna anche dimostrare che si fa rete, è
una delle cose che sono state espresse molto bene nella presentazione dei progetti sociali
da parte delle organizzazioni di volontariato. Perché anche l'organizzazione nazionale non
deve essere vista come una sovrastruttura nazionale, così come anche l'organizzazione
del coordinamento, ma come strutture che fra di loro si parlano, come diceva Moscariello
prima, e che insieme naturalmente collaborano. I nove Centri di Servizio di Volontariato
dell'Emilia Romagna fanno rete, come ha dimostrato l'intervento di Williams sul Progetto
Regionale di Contrasto alla Povertà. Questo è uno dei progetti che è ancora in pista e se
dovessi mettermi a dare i numeri su tutto quello che il Centro Servizi del Volontariato sta
facendo in questo momento non solo sul subprogetto Cibo, come ricordato, ma anche nel
subprogetto Beni Relazionali e Lavoro, non avremmo abbastanza tempo! Sul sito trovate
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quindi tutte le indicazioni. Vorrei inoltre ricordare come il coordinamento dei nove Centri
Servizi di Volontariato ha collaborato trattando temi come quello della rappresentanza e
dei rapporti con le istituzioni, e ha portato avanti progetti come quello dell'Amministratore
di Sostegno o, sul problema dei giovani, il progetto Sayes.
L'altra parola chiave che è emersa è stata quella delle risorse. Dobbiamo
indubbiamente constatare che sono in diminuzione, ma non dobbiamo fasciarci la testa,
perché dobbiamo anche trovare degli strumenti per cercarle; una delle cose che sono
state portate avanti dai Centri di Servizio è la loro azione di supporto alle Organizzazioni di
Volontariato nell'azione per la ricerca e del fund raising: sono strumenti in CD che stiamo
distribuendo in tutti e nove i Centri di Servizio in cui veramente c'è una metodologia che è
stata studiata non da noi naturalmente ma supportata da professori universitari che è in
diversi stadi di ricerca.
Però attenzione, se si parla di risorse che diminuiscono, chiaramente, occore anche
trovare delle nuove possibilità e vi sono possibilità di progettazione extra Co.Ge. che
attraverso i nostri bilanci sociali possono essere molto evidenziati e che vengono portati
avanti, ripeto, non solo dai Centri di Servizio in quanto tali, che a volte vengono scambiati
per istituzione: talvolta mi chiamano a parlare e mi mettono fra le autorità, non ho mai
capito perché visto che io sono un volontario e di conseguenza è giusto che come
volontari partecipiamo e la nostra base sociale è fatta da volontari. Ma la presentazione
anche di progettazione che le Organizzazioni di Volontariato svolgono su altri canali di
finanziamento assieme a delle fondazioni, assieme a profit o non profit, oppure sulla
progettazione europea che è molto importante e vorrei ricordare quello che sta avvenendo
in questo momento e che da anni viene portato avanti, il discorso di “Up and Go” che è
uno dei progetti di rete fra i nove centri di servizi da anni. Arrivato a questo, avrei dovuto
far intervenire altri ma cerchiamo un attimo di procedere per poter stare nei tempi perché
così diamo la possibilità anche al pubblico di parlare. Bene ma quando si parla di
progettazione di questo tipo come si parla di Fund Raising vuol dire anche entrare in
quello che è il discorso dell'altra parola chiave che è emersa in questi interventi. Cioè si è
parlato di innovazione, si è parlato di cambiamento, si è parlato di nuove strutture, di
dialogo, di portatori di interesse ecc ecc tutto questo va bene, nella misura in cui ci sia una
metodologia e questa è uno dei servizi che i Centri di Servizio devono naturalmente dare.
Vorrei farvi se possibile sentire l'ultimo punto quando ha parlato di Fund Raising
dell'intervento del professor Melandri se si sente, perché secondo me dice delle parole
importanti “rete va bene, ma fare rete in un determinato modo”, ottenere risorse va bene
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ma solo se c'è dietro una capacità poi di professionalizzazione, di metodologia che porti
veramente a continuare quello che si è iniziato e non sia semplicemente un intervento
episodico. E mi sembra che questo si innesti molto bene anche con alcuni indicatori che la
ricerca dava in indicazione nel primo intervento. Il discorso poi anche delle risorse va bene
ma non bisogna guardarle appunto solo in termini economici, come dicevo, ma in termini
di capacità di innovazione, di cambiamento, e quindi di nuova organizzazione interna, ma
soprattutto deve essere un lavoro volto a favorire l'incontro e l'elaborazione di un orizzonte
condiviso. E qui, secondo noi, viene molto a proposito, il discorso sull'impatto collettivo che
il professor Casadei potrà fare a tutti noi. Grazie,
Bernardino Casadei, Assifero – Associazione Italiana Fondazione ed Enti di
erogazione (Milano)
L'impatto collettivo: un nuovo orizzonte per la progettazione sociale
Grazie mille per l'invito, io abito a Como, sul confine svizzero, e qui fate concorrenza alla
Svizzera come puntualità! Grazie! In realtà, quando un po' di tempo fa mi è stata chiesta la
disponibilità di venire a parlare, mi si è chiesto di parlare sulle fondazioni di comunità e ho
pensato che non ci fosse problema perché quello è il mio pane. Due settimane fa mi arriva
una roba in cui c'era un titolo che non c'entrava niente sulle fondazioni di comunità e io ho
detto: “Guardi, io di progettazione non so mica niente, per cui andrò a dire banalità!”. E
loro mi han detto: “Ma no, vedrà che non dice banalità!”. Per cui se dico banalità la colpa è
del Centro Servizi!
Cosa può dire il Segretario delle Associazioni di categoria fra le Fondazioni e gli Enti di
erogazione in un incontro del volontariato? Benché a prima vista si possa pensare che
siano due realtà diverse, in realtà se noi guardiamo un pochino più da vicino, vediamo che
fra gli Enti di erogazione e le Organizzazioni di volontariato c'è moltissimo di comune.
Entrambi eroghiamo risorse, sia esso tempo, sia esso denaro, competenze, relazioni, beni
e servizi, il compito sia delle Organizzazioni di Volontariato che delle Fondazioni ed Enti di
erogazione è quello di mettere a disposizione delle risorse. Mettere a disposizione delle
risorse gratuitamente, in una doppia logica della gratuità nel senso che vengono date
gratis ma anche che vengono catalizzate grazie al dono, cioè queste risorse le possiamo
distribuire perché c'è qualcuno che dona, sia esso il singolo volontario, il filantropo, un
donatore ma c'è qualcuno che dona. Se non ci fosse questo, la roba non starebbe in piedi,
crollerebbe automaticamente. E, in un momento storico come questo, rischiamo entrambi
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di essere strumentalizzati: c'è tanto bisogno di risorse, qui c'è qualcuno che le mette gratis,
vediamo di procurarcele. Detto questo, bisogna, a mio avviso, cercare di riflettere su come
evitare di essere strumentalizzati, e per fare ciò bisogna proprio partire dal dono.
Innanzitutto perché essere strumentalizzati non è mai bello, ma soprattutto nel momento il
cui il donatore, sia esso donatore di denaro o di tempo, si sente strumentalizzato, tende a
cessare di essere donatore. Quindi in una logica di strumentalizzazione rischiamo di
distruggere questo nostro patrimonio. Allora, a mio avviso, per fare un passo in avanti,
dobbiamo cercare di dirci qual è il vero contributo che il dono genera. Son semplicemente
le risorse o c'è qualcos'altro? Perché se sono le risorse e basta difendersi dalla
strumentalizzazione è praticamente impossibile. Se però il dono è un valore in sè e il dono
genera qualcosa di cui la nostra società ha bisogno al di là delle risorse, allora il discorso
diventa più interessante. Ognuno di voi lo sa meglio di me, il dono genera senso, il dono
genera emozioni, il dono genera relazioni, che sono tutte cose di cui la nostra società ha
un bisogno disperato, fortissimo, e a cui la società stato/mercato non riesce a dar risposta.
Cioè, la pubblicità cerca di venderci emozioni ma sono chiaramente false, senza senso la
vita diventa, per citare Nietzsche, “una continua lotta per cercare di soddisfare in modo
effimero effimeri bisogni”. Da spararsi in bocca, la droga diventa necessaria per campare
in una logica di questo tipo, ed è evidente che in un mondo dominato dalla logica del
mercato in cui io entro in relazione con te per avere quello che tu hai, l'altro è strumento
non è fine. Il dono permette di capovolgere questo e quindi di riaffermare la nostra
umanità, che forse è più importante di tutto il resto. Questo significa che i servizi, pur
importantissimi, che vengono generati non devono essere considerati il fine, a mio avviso,
delle attività, ma solo la conseguenza dell'attività filantropica e solidaristica. Questo
significa che l'obiettivo del privato sociale non è tanto la soluzione dei problemi della
comunità, anche perché i poveri ce li avrete sempre, e comunque le risorse sono minime
davanti a questi problemi, ma la creazione di una comunità civile, nella convinzione che
più la comunità è civile, tanto più essa sarà in grado di affrontare i problemi e dare quindi
concretezza a quei principi di solidarietà e sussidiarietà che altrimenti è solo retorica.
Quindi si tratta di prendere una scelta di fondo, se il problema è che il sistema più o meno
sta in piedi e solo mancano delle risorse, e quindi si tratta di trovare delle risorse, oppure
se il sistema deve essere ripensato sui suoi fondamenti. Se c'è questo sistema che è
fondato di fatto sull'idea che l'individuo come singolo entra in relazione con gli altri per
soddisfare i propri bisogni, parta da una vera ed esatta analisi antropologica o se invece
bisogna creare un sistema che parta dal fatto che l'uomo è uno zoon politikon, un animale
sociale per definizione, una persona che è in relazione, in quanto persona, e che
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chiaramente dalla relazione avrà tutta una serie di soddisfazione di bisogni, ma questi
sono conseguenze, non è il fine, non entro in relazione con te perché ho dei bisogni, io
entro in relazione con te e dopo ci saranno anche i bisogni che saltano fuori. Questo
significa riflettere su certi aspetti. In America, dove sono molto pragmatici, non
necessariamente affrontano questo problema da quest'ottica, ma partono da un'analisi
empirica e vedono che noi finanziamo milioni di dollari, migliaia di progetti, molti dei quali
ottengono perfettamente i propri obiettivi, sono ottimi progetti, il problema è che a livello di
sistema le cose non migliorano, e anzi peggiorano. Quindi ci si domanda: dobbiamo
semplicemente tirar su degli altri progetti, o c'è qualcosa di fondo che è sbagliato? Da
questo quesito sono nate alcune riflessioni. La prima riflessione è che la società in cui
viviamo è una società complessa, non complicata, complessa. Cosa vuol dire una società
complessa? Vuol dire che ogni realtà è unica a sè: se la differenza di un progetto è
l'empatia che una persona ha con le altre persone è inutile replicare quel progetto, non sta
in piedi, crolla. Il problema non è tanto quindi di creare, e qui come Enti di erogazione
possiamo citare il mea culpa per qualche mese, ma il punto non è tanto nel creare il
progetto, il modello, che poi può essere replicato all'infinito perché non funziona, perché
ogni realtà è unica, sia storicamente che geograficamente. Quindi quello che diventa la
vera sfida è quello di trovare il modo di valorizzare le risorse di ciascuno perché, di norma,
coloro che subiscono il problema sono anche la soluzione del problema, non sono
semplicemente soggetti che io intervengo e li metto a posto... abbiamo ormai
un'esperienza decennale che ci dimostra che questo non funziona. L'altro elemento è che
noi viviamo in un mondo estremamente interdipendente, e quindi i singoli progetti, da soli,
per quanto perfetti, rischiano di avere un impatto nella società, tutto sommato, molto
ridotto. Quindi, la vera differenza la fanno le sinergie, è il fatto che i vari progetti possano
incastrarsi li uni con gli altri che fa sì che a livello di comunità si stia meglio. Se il singolo
progetto viene creato in forte competizione per ottenere più soldi nei confronti dell'altro, ci
si calpesta i piedi o ci si ignora nel migliore dei casi, alla fine stiamo peggio tutti. Infine,
senza la fiducia, ogni iniziativa è destinata al fallimento e senza relazioni non si può creare
fiducia. E noi viviamo in una società che non facilita per niente le relazioni, in un mondo in
cui tendiamo ad essere sempre più isolati; si potrebbe citare Tocqueville per mostrare
come il totalitarismo moderno è proprio quello in cui l'individuo è da solo, in cui c'è
qualcuno che si occupa di tutto ma lui è da solo e quindi diventa assolutamente impotente,
e questo è il vero problema, al di là di tutti i problemi che ci sono perché nel momento in
cui entriamo in relazione con gli altri un po' di problemi riusciamo a risolverli, ma se siamo
da soli, per qualsiasi cosa abbiamo bisogno di una mega struttura che costa una marea di
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soldi... e non ce lo possiamo più permettere ed entriamo in crisi. Se io ho bisogno di un
uovo e posso andare dal mio vicino, ci metto 30 secondi ad avere quell'uovo; ma se io col
mio vicino non ci parlo, tutto si complica,devo andare in giro e alla fine quell'uovo non ce
l'ho, o devo pensare ad una soluzione diversa con altri problemi di tempo, ecc ecc. Quindi
non si tratta di elaborare progetti ma di elaborare una visione comune. Come si fa questo?
Tecnicamente io individuo un ambito abbastanza generale, importante, cito per esmpio il
progetto, che trovate nel materiale che vi ho lasciato, denominato First Strike che è
incentrato sull'educazione, dalla culla alla carriera. In questo progetto erano partiti da un
ambito un po' più ristretto, poi lavorandoci sopra si sono resi conto che se non mettevano
altri pezzi il sistema non stava in piedi, per cui si coinvolge una serie di soggetti, si fa una
riflessione e si cerca di definire e di articolare qualche esigenza comune (può essere
l'educazione, può essere quello che volete voi). Una volta elaborata questa esigenza
comune sulla quale non tutti saranno pienamente d'accordo ma sulla quale tutti credono in
qualche modo, a questo punto passiamo al passaggio successivo. Data questa cornice di
riferimento, quali possono essere le strategie più specifiche che mi permettono di
raggiungere effittivamente questo obiettivo? Chiaramente nelle strategie specifiche ci
saranno i ruoli che ognuno si ritaglierà in funzione di quelle che sono le sue competenze,
di quelli che sono i suoi interessi, ci saranno sovrapposizioni, ci saranno aree buie, però
insomma in quel modo io vedo che la mia azione non è finalizzata semplicemente a fare
“la mia cosa importante” ma si inserisce in un progetto più globale, faccio parte di un
discorso comune. A quel punto diventa importante l'aspetto degli indicatori, ma attenzione:
il ruolo degli indicatori non è tanto quello di dire “sei bravo, non sei bravo”, gli indicatori
sono un po' come i test o gli esami. Io posso studiare per sapere la materia, o posso
studiare per passare l'esame! Non è necessariamente la stessa cosa, possono esserci dei
casi in cui nel test vado benissimo ma non parlo una parola d'inglese, oppure magari parlo
benissimo l'inglese ma nel test scritto vado male. Quindi l'indicatore è utile, ma bisogna
utilizzarlo con attenzione. Infine, la parte più importante è investire moltissimo nella
comunicazione fra i partecipanti al progetto. Nel progetto Stike che citavo partecipano
centinaia di Enti (profit e non profit, volontariato, enti pubblici, ecc ecc) e l'obiettivo è quello
di migliorare l'educazione nell'area di Cincinnati per cui si tratta di lavorare molto nella
comunicazione perché, come è stato raccontato prima, se io vivo nel mio ambito spesso
non conosco le altre realtà e diventa difficilissimo aiutarci a vicenda. Il lavoro più
importante diventa far sì che le persone si conoscano, che perdano del tempo a parlarsi. E
noi dobbiamo essere efficienti, e per esserlo arriviamo come la Lehman che fallisce! Sono
falliti non perché non fossero efficienti ma proprio per essere al masso dell'efficienza. E
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perdere quelle che sono le dimensioni relazionali e umane che invece sono quelle che nel
lungo periodo fanno funzionare le cose. D'altro lato investire nella comunicazione anche
nei confronti della collettività, perché la collettività deve sentirsi partecipe di tutto questo
discorso.
Per concludere, a mio avviso, e mi rendo conto che è un'affermazione un po' forte, quello
di cui c'è bisogno non sono tanto i progettisti ma i facilitatori sociali. Quello di cui la nostra
società ha bisogno è di persone che aiutino ad entrare in relazione, che una volta
avveniva in automatico perché si viveva assieme, ed era normale entrare in relazione,
oggi diventa estremamente difficile e complesso. Se non c'è un'infrastruttura con questo
fine, le relazioni non si fanno e se non si fanno le relazioni, non si fa la fiducia, e via
dicendo come ho detto prima. Quindi diventa fondamentale investire in una infrastruttura
che aiuti questa dimensione; e da un lato, eventualmente utilizzando i soldi dell'ente
erogatore, bisogna creare qualcosa che abbia come fine non solo quello di risolvere il
problema A pittusto che il problema B, ma quello di far sì che la comunità inizi a lavorare, a
conoscersi, a relazionarsi anche in modo intersettoriale. Dall'altro lato bisogna promuovere
le relazioni, che è qualcosa tendenzialmente labour intensive, cioè implica molto lavoro e
molto tempo. Qual è il contributo, la specifica, la qualità, l'elemento più forte del
volontariato? A mio avviso, è il tempo, è la disponibilità, è cercare di coinvolgere i volontari
che mettono le loro risorse umane in questo lavoro che quello di tessere le relazioni gli uni
con gli altri. Questa, secondo me, è una prospettiva che ci può permettere di uscire dalla
logica in cui l'obiettivo sono le gare al massimo ribasso, riuscire a gestire i servizi a costi
più bassi, ma in questa logica si rischia, nel medio, ma forse anche nel breve, di
distruggere quella che è una delle risorse più importanti di cui il nostro paese perfortuna
ha abbondanza. Grazie mille.
Professor Melandri, Università di Bologna
Dunque, il 76% degli italiani quando fanno una donazione dicono quanto va alle spese
generali e quanto va ai costi di progetto. Cioè a dire sembra che l'unico problema degli
italiani, e questa è un'indagine fatta da filantropi del centro studi dell'Università di Bologna,
sia sostanzialmente quella di sapere quali sono i costi della struttura, quali sono i costi
delle persone che ci lavorano, quali sono i costi della realizzazione del progetto ma
nessuno guarda ai risultati.
I costi di progetto sono importanti, è evidente che bisogna cercare di mantenere bassi il
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più possibile i costi delle strutture, questo tutti lo vogliamo fare, però fino a che il mondo
non profit non deciderà anche, oltre a quello che già sta facendo, di investire in termini di
struttura e quindi di dotare i progetti di un'organizzazione strutturata inevitabilmente
l'attenzione sarà soltanto rivolta all'aspetto dei costi mentre il punto fondamentale è
un'altro. Il punto sono i risultati, ci sono molte organizzazioni che hanno dei costi di
struttura molto bassi ma dei pessimi risultati e magari delle organizzazioni che hanno dei
costi di struttura un po' più alti e hanno degli ottimi risultati, quindi il ragionamento che mi
interessa fare è di iniziare a eliminare l'equazione costi bassi ottima organizzazione, costi
alti pessima organizzazione. Perché in alcuni casi è vero ma in molti casi il punto
fondamentale è risultati buoni buona organizzazione, risultati pessimi pessima
organizzazione. Di questo e di altri aspetti che non permettono alle organizzazioni non
profit di ottenere un risultato in linea con le aspettative io sono molto preoccupato, pensate
al fatto soltanto che la visione a lungo termine di un'organizzazione non profit è molto
molto ridotta. Prendete una qualunque azienda profit, ad esempio un bar o un fabbro, un
falegname, un'azienda commerciale, un negozio, o di una qualsiasi azienda anche
piccolissima, fatta di una sola persona: tutti sappiamo che il primo anno, il secondo e il
terzo anno bisogna investire per portare a casa un risultato.
Marcello Moscariello
Passo la parola al Dottor Wesam che è un massimo esponente del Co.Ge. però
appartiene anche ad una associazione che è Pari Opportunità e Sviluppo.
Wesam Abdel Fattah, Pari Opportunità e Sviluppo
Grazie a tutti, accolgo con molta gratitudine tutti gli interventi di questa mattina. Vorrei
veramente commentare alcuni punti e idee che ho sentito dal Dott. Stefani, dal Dott.
Casadei, e da tutti gli altri.
Gli inglesi dicevano una volta “non mettere tutte le uova che hai in un unico cesto” perché
loro parlavano dal punto di vista strategico. Il volontariato oggi giorno è in un momento non
di crisi ma più che altro di incertezza perché il mondo sta cambiando alla velocità della
luce, per motivi politici, motivi culturali, in modo ciclico perché così la storia ci insegna.
Dobbiamo conoscerci meglio, anche in termini di risorse, risorse economiche, che sono
molto scarse, risorse umane, noi l'altra volta abbiamo discusso al Co.Ge. il discorso di
interpellare dei professionisti disposti a partecipare gratuitamente, ma non per tagliare o
per togliere qualcosa a chi giustamente dice “io vivo di questo”, però siamo in un momento
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molto molto particolare e molto critico.
Vorrei riprendere l'intervento del Professor Melandri dell'Università di Bologna quando
parlava della vision, diciamo così, dell'associazione. C'è un'equazione molto importante
dal punto di vista menageriale, vision uguale a mission, strategy and resources. La visione
di un'associazione è la sua prospettiva storica, mia figlia che ha dieci anni dice che da
grande vorrebbe fare la ballerina perché le piace il ballo, e il fatto che una bambina si
immagini da grande ballerina è già bello, è già tanto e vuol dire che vuole crescere e
andare avanti. Io credo sia la stessa cosa per le associazioni; se manca una vision chiara
e ben precisa di quello che si vuole fare o diventare credo che sia inutile aprire
un'associazione con utto ciò che comporta: carte e controcarte, spese, burocrazia,
rapporti, tempo perso,... questo è un richiamo rivolto a me stesso ma anche a tutte le
associazioni presenti sul territorio emiliano romagnolo. La stessa cosa vale anche per la
strategia, perché se non ho una strategia corretta di progettualità e buone relationships
con altri partner e le istituzioni è inutile iniziare delle attività; è sempre più facile pensare
alle cose ma poi molto più difficile attuarle in modo corretto... tra il dire e il fare c'è sempre
il mare. Quindi, confermando quel che ha detto il Professor Melandri, noi come
associazioni di volontariato dovremmo avere una visione soprattutto matura: cosa
vogliamo fare da grandi? Per quanto riguarda il discorso culturale, ormai siamo in una
società cosmopolita molto multietnica come viene chiamata adesso, una società ricca ma
esigente e molto complessa che ha bisogno di più attenzione ma soprattutto ha bisogno
del cosìdetto expertise nel campo del volontariato, come il medico generico o lo
specialista: il medico generico sa e conosce la patologia ma non riesce ad intervenire nel
modo corretto e adeguato e manda i pazienti dallo specialista. Io ho bisogno di individuare
queste figure nel volontariato per individuare la qualità di cui ho bisogno. L'ultimissima
cosa da dire è la coerenza, mi rivolgo soprattutto ai rappresentanti delle associazioni:
dobbiamo essere coerenti con le risorse, con il nostro lavoro perché ogni lira, ogni euro,
ogni minuto, ogni ora consumata in modo inadeguato vuol dire purtroppo far mancare
quell'ora o quell'euro a chi ha bisogno. Grazie.
Interventi del pubblico
Diego Turchi, AVIS Bologna
Sarò molto breve, volevo solo reagire positivamente all'intervento di Casadei perché mi ha
colpito soprattutto su due-tre aspetti: Ha detto che il dono è strettamente legato alla fiducia
e questo è verissimo perché se non c'è fiducia tra le persone, il rischio è quello della
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strumentalizzazione. Quindi io credo che questo aspetto vada recuperato da tutte le
associazioni ma anche dalle singole persone e il passaggio successivo è il tema della
conoscenza fra le associazioni. Com'è possibile migliorarlo? Occorre, secondo me, dotarsi
di strumenti di comunicazione sempre più adeguati alla nostra realtà. Le varie esperienze
che sono state raccontate questa mattina, mi hanno lasciato una buonissima impressione
ma alcune cose che magari sono state fatte nelle altre province possono essere già state
fatte a nostra volta nella provincia di Bologna piuttosto che da altre parti. Allora, questa
conoscenza delle esperienze può portare anche a delle economie di scala, come si dice in
termini tecnici, e può favorire contestualmente la possibilità di migliorare anche l'uso delle
risorse, perché alla fine il tema delle risorse è quello che emerge sempre. Le risorse
diminuiscono, come facciamo? Scambiarci esperienze e conoscenze, scambiarci
consapevolezza e fiducia, può portare tutto il male della nostra realtà di volontariato a un
miglioramento della situazione e soprattutto, il secondo passaggio, ad una semplificazione
della rappresentanza. Perché noi che stiamo andando verso la settima conferenza
regionale su questo argomento dovremo discutere e trovare una soluzione perché non si
può continuare ad andare avanti a costruire organismi, come citava anche l'Assessore
Barigazzi all'inizio, di non si sa bene che cosa, di indicazioni, di indirizzo di cosa... Io, che
faccio parte del Consiglio di A.S.Vo., che è l'associazione di associazioni che gestisce il
Centro Servizi di Bologna, dico che secondo me le associazioni che gestiscono il Centro di
Servizi se valorizzate sui territori possono diventare un bel segno di rappresentanza.
Grazie.
Danilo Rasia, Passo Passo
Innanzitutto condivido totalmente l'intervento di fondo che ha fatto Barigazzi all'inizio e mi
fa molto piacere che c'è proprio una sintonia totale da due punti di vista diversi e il
problema è come concretizzare questi principi che ha sollevato e ha ripetuto l'assessore
Barigazzi. Ho letto attentamente il documento del Comitato Paritetico ed anche quello è
sostanzialmente condivisibile. Ho solamente un rilievo: io invertirei prima metterei la
gratuità, poi la volontarietà perché la volontarietà dovrebbero averla tutti coloro che fanno
delle scelte, cioè io voglio fare questa cosa perché ci credo, almeno è sperabile, poi è
chiaro che uno trova un lavoro anche secondo quello che il mercato offre, però
tendenzialmente la volontà dovrebbe animare tutti. Quello che ci caratterizza a mio avviso
è fondamentalmente la gratuità, richiamare i valori della solidarietà spontanea, quindi
attenzione a non eccedere nella burocratizzazione e nelle formalizzazioni. Anche oggi ho
sentito esperienze in cui veniva valorizzata la spontanea solidarietà non formalizzata.
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Anche noi la valorizziamo all'interno delle nostre attività sui territori. Quello che mi è
piaciuto molto del documento del Paritetico, che cerca di concretizzare i discorsi di fondo
di Barigazzi, è la parte finale, cioè il fatto di sostenere assolutamente il lavoro di rete, il
lavoro con le istituzioni e quant'altro. Su questo, per le esperienze che ho accumulato in
questi anni, che stiamo recentemente ancora concretizzando, anche all'interno del Centro
Servizi Volontariato con A.S.Vo., è quello di come mettere insieme una progettazione
congiunta; chi mi conosce sa che è un mio cavallo di battaglia perché trovo assurdo che le
associazioni di volontariato facciano progetti che siano separati, se hanno gli stessi
obiettivi, da quelli che dovrebbero fare le istituzioni distrettuali. Io vorrei trovare il modo di
coniugarli in maniera congiunta. Io do due suggerimenti: primo, che il Centro Servizi del
Volontariato si attrezzi per sostenere e affiancare le associazioni quando hanno degli
obiettivi nei progetti che in qualche modo possono avere a che fare con altri soggetti
istituzionali, come ad esempio nel primo caso che è stato portato sugli ausilii tecnologici
forse era bene connettersi immediatamente con il Centro Regionale Ausilii che c'è in via
Sant'Isaia, per fare un progetto insieme; nello stesso tempo, dall'altra parte, finisco, i
Comuni e i Distretti sappiano coinvolgere preventivamente il volontariato, che, come ha
detto giustamente Barigazzi, è la lettura dei bisogni che a volte va valorizzata dal punto di
vista dei volontari. Perché se sono a stretto contatto coi problemi, i volontari sono quelli
che meglio percepiscono i bisogni. E quindi quello va prima dei lavori interistituzionali
perché i lavori interistituzionali hanno dei meccanismi loro che a volte poi mettono in
condizione di passività le associazioni di volontariato; invece bisognerebbe coinvolgerle
prima e chiaramente ci sarebbe un ritorno coi rapporti interistituzionali.
Chiusura dei lavori
Marcello Moscariello
Do adesso la parola all'intervento più alto non solo a livello istituzionale ma di concretezza
con cui l'Assessore Teresa Marzocchi ci sta accompagnando fin dall'inizio del nostro
mandato, per la chiusura dei lavori, grazie.
Teresa Marzocchi, Assessore della Regione Emilia Romagna per la Promozione
delle
politiche
sociali
e
di
integrazione
per
l'immigrazione,
volontariato,
associazionismo e terzo settore
Buongiorno a tutti, faccio presto perché questa è stata una mattina molto intensa e
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sappiamo tutti che l'attenzione non si può tenere fisiologicamente per più di tanto tempo.
Io parto da quello che ho sentito e che abbiamo condiviso stamattina e cioè dalla
ricchezza e dall'apertura delle esperienze che noi abbiamo ascoltato e che le associazioni
e i territori ci hanno riproposto. Oggi parlavamo di progettazione sociale e abbiamo capito
che cos'è la progettazione sociale e l'abbiamo vista dov'è. Non ci sono altre parole. Ci
siamo resi conto tutti dell'altissimo profilo a livello di organizzazione, di contenuti, di
innovazione, questo è il nostro territorio, e guardate che io l'ho girato, questo è il nostro
territorio: primo tassello. Ricordiamocelo. Secondo, tutti ci dicono che bisogna condividere
quello che si fa, tutti ce lo hanno detto, nelle piccole e nelle grandi progettazioni. Ci hanno
detto anche che di tutto quello che si fa, moltissimo va orientato. Io dico solo le parole e
poi capiamo che se facciamo quello abbiamo risolto i problemi, di tutti. Io dalla regione e
ciascuno sul suo pezzettino di territorio dentro la propria organizzazione. E ci hanno detto
anche un'altra cosa: che “chi subisce deve partecipare a risolvere”, che in parole semplici,
non nei gerghi che noi usiamo come empowerment, ecc ecc, è quello, e cioè che noi tutti,
non solo voi Volontariato, ma anche noi Istituzioni, facciamo cambiamento se questo
cambiamento non è io che sono responsabile delle politiche sociali non faccio assistenza
ma genero partecipazione e condivisione dei percorsi di emancipazione. Questo è un
tassello strategico, ma non perché non abbiamo soldi, strategico: è il metodo che sta alla
base di tutto, dalla scuola, alla medicina,... tutto. Non ho parole perché penso che
condividiate. Io ho in testa che è indispensabile tenere questo patrimonio così, cioè non
unificare, non fare tutto uguale, non semplificare, non lasciare questa diversa, vivace,
difficilissima diversità ma vivacità che noi abbiamo sui territori, mantenere la vivacità,
mantenere l'immediatezza, mantenere la creatività, mantenere le piccolissime associazioni
e le medie associazioni che abbiamo, tutte ci servono così, non c'è da cambiare, stiamo
attenti noi tutti, io ve lo dico ma voi mi dovete aiutare. L'importante è che riusciamo a
tenere tutto questo insieme, e a non disperdere, e fare in modo che questo non si
disperda, e fare in modo che questo sia, in bolognese si dice “che sia sgovernato”, cioè
che ci sia una governance, un accompagnamento, una condivisione. Questa è la sfida. Di
accompagnare il cambiamento che è già nelle nostre terre, di accoglierlo e accompagnarlo
che è già nella nostra gente. Prima cosa. Quindi noi dobbiamo potenziare questa
ricchezza accogliendola, valorizzandola, potenziandola, perché la orientiamo e la
accompagnamo, senza nulla togliere alla sua creatività.
Il secondo punto che faccio, ne faccio solo tre, parte dall'ultimo intervento di Bernardino
Casadei, lo snodo è Volontariato/Fondazioni: il gioco in questi anni si è definito tra la
grande connessione del ruolo delle Fondazioni e l'interconnessione del ruolo delle
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fondazioni con il mondo del volontariato, che è una cosa che non c'è da sempre, c'è da
alcuni anni. E abbiamo studiato come può avvenire questa cosa: I Centri di Servizio, cosa
fanno, cosa non fanno, i soldi tanti, i soldi meno... e ci sono di fianco le Istituzioni. La
relazione di Casadei è la fotografia, io ho detto al mio funzionario prendiamo questa e
capitalizziamola perché sono i ragionamenti che stiamo facendo al Co.Ge., che stiamo
facendo con la coop, è lo snodo. Come facciamo? Adesso che abbiamo sperimentato il
ruolo di volontariato, fondazioni e istituzioni e bisogna capitalizzare questo lavoro perché
sempre più collabori per il bene comune. Perché con le fondazioni noi condividiamo
l'obiettivo, tutti lavoriamo per quello. E allora, come qualcuno ha citato la sussidarietà,
dobbiamo coniugare la nostra sussidarietà che non è la stessa in Emilia Romagna e in altri
territori, perché ciascuna terra ha la sua storia. Qual è la nostra? La nostra dice che il
volontariato deve essere sempre più volontariato ma deve essere sempre più considerato
come parte del sistema organizzativo: sempre più volontariato e sempre più dentro al
sistema. Ed è la novità, la straordinarietà che noi nella nostra regione dobbiamo mettere in
atto da adesso in avanti e dopo l'evento delle Conferenza. Quindi riconoscimento
dell'importanza del volontariato per il suo ruolo e per la quantità e la qualità di quello che fa
con la responsabilità di diffonderlo per ciò che fa perché noi abbiamo sempre più bisogno
di quello che fa e non solo per i titoli perché li sapete, siamo orami tutti coinvolti, maggior
diffusione per ciò che fa, ma anche questo l'ho già detto diverse volte, maggior diffusione
per ciò che è. Che io non so se ho più bisogno dei vostri servizi oppure che diffondiate il
senso della partecipazione e del bisogno di riscatto di cittadinanza attiva. Le due cose, non
possiamo separarle anche in tempo di crisi, sono importanti uguali, ed è l'altro snodo,
insieme a quello che ho detto prima che noi dobbiamo mettere in atto.
Concludo. In questo momento drammatico, la crisi non ce la siamo voluta, per l'amor di
Dio che io dica che è un'opportunità che abbiamo cercato. Ma ci siamo dentro e pertanto
ci possiamo stare dentro in diversi modi. Dobbiamo starci dentro per fare in modo che
questa crisi ci insegni qualcosa. Anche nel modo di affrontare i problemi e nel modo di
coniugare le risposte. Non c'è alternativa. Il motto della nostra Regione è “non l'ansia ma
la speranza”, nonostante tutto, e voi mi insegnate che si fa così, perché gestite dei mondi
dove se prevale l'angoscia si crepa e noi all'ansia dobbiamo trasmettere speranza. Anche
in questi tempi. E allora mi dispiace ma noi non abbiamo tempo di pensare a che cosa
faremo da grandi. Noi siamo già grandi. Basta. Noi lo sappiamo già, non dobbiamo
pensare a come sarà il volontariato, come è, è, da dopo il 26 di novembre. Non c'è
alternativa, dobbiamo essere stimolo, fermento perché questo succeda; non c'è alternativa
e questa è la responsabilità che abbiamo, mica solo io o Barigazzi, l'abbiamo tutti. Allora i
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titoli sono: Ci vuol coraggio, ci vuol molto coraggio, bisogna che non abbiam paura, che ce
la giochiamo tutta, ci vuole una grande responsabilità perché nel coraggio, con
responsabilità, dobbiamo gestire un cambiamento straordinario e bisogna aver coraggio
perché noi adulti abbiamo paura a cambiare e siamo molto protetti nelle nostre sicurezze,
ma non bastano più. E quindi dobbiamo metterci nelle condizioni di cambiare con questo
stato d'animo, di accompagnare il cambiamento. Se facciamo questo noi coinvolgiamo in
questo modo le istituzioni, i giovani,... il nocciolo è questo, siamo grandi, assumiamoci la
responsabilità, viviamo dentro la crisi coi principi che vi ho detto prima cominciamo a
pensare come fare a fare il cambiamento responsabilmente. E questo cambiamento nei
contenuti deve venire, come vi dicevo prima, nel nostro modo di lavorare, nei contenuti,
nel protagonismo della gente che incontriamo, in quello che facciamo. Deve venire con
una grande interazione con le istituzioni pubbliche, perché senza togliere la libertà, però
noi non possiamo permetterci di disperdere i soldi, le risorse, in questi tempi. Ogni euro
deve essere usato dove c'è bisogno. Voi non avete idea di cosa succederà nei prossimi
due anni. Inoltre, scusate, ma l'altro coraggio di cambiamento è: abbiamo individuato delle
forme di presenza e di rappresentanza, ci sono i CSV, ci sono le Fondazioni, ci sono i
Comitati Paritetici, li abbiamo sperimentati in questi anni adesso dobbiamo capire oggi
come c'è bisogno di queste rappresentanze, presenze istituzionali e Organizzazioni, cosa
serve per accompagnare questo cambiamento. Può darsi che dobbiamo rivoluzionare
tutto, però se gli obiettivi sono questi, se la condivisione è questa, e se il nocciolo duro
rimane che la nostra gente è il bene comune, io credo che non avremo paura di nessuno.
Ci mettiamo intorno a un Tavolo e cominciamo a fare la sperimentazione che ci aspetta in
questo momento straordinario e importantissimo perché possiamo davvero trasmettere
speranza e voglia di stare nei contesti e di far star meglio la nostra gente sia per quello
che hanno che per quello che sono. Grazie.
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