Galleria Arianna Maraone
La forza dell’utopia: i progetti e gli oggetti dell’Architettura Radicale continuano a
interrogarci in due mostre.
L’Architettura Radicale è un movimento di
neoavanguardia, che si sviluppa in Italia nel corso degli
anni Sessanta e Settanta in sintonia con analoghi
dibattiti internazionali volti al totale cambiamento della
disciplina progettuale. Come la stessa definizione di
“architettura radicale” è stata coniata da Germano
Celant nel 1969 successivamente agli esordi, allo
stesso modo quella stagione sperimentale ha innescato
riflessioni e progetti che ancora alimentano inediti
sviluppi. Le due mostre qui analizzate mettono in luce
alcuni aspetti di un movimento intenzionalmente
poliedrico e interdisciplinare. Tracciare la mappa del
contesto in cui nasce è un’operazione complessa, ma
possiamo fissare alcuni riferimenti utili.
Gruppo Strum, divano Pratone, 1970
Sia in Italia che in ambito internazionale si
costituiscono gruppi di giovani architetti che mettono
in discussione la progettazione secondo i canoni del Movimento Moderno, poiché non ritengono che
corrisponda all’evoluzione della realtà sociale. Essi avvertono la loro professione distante dai veloci
cambiamenti dovuti ai consumi e ai mezzi di comunicazione di massa. Le elaborazioni del movimento
funk americano, le megastrutture dei Metabolisti giapponesi, il manifesto dell’Architettura Assoluta
degli austriaci Hollein e Pichler, gli utopici progetti-fumetti degli inglesi Archigram, sono l’humus
internazionale che trova corrispondenza in Italia nell’Architettura Radicale. I poli di aggregazione di
questo movimento sviluppano indipendenti e complementari indirizzi di ricerca. A Firenze,
inizialmente collegati alla facoltà di Architettura, nascono i gruppi Archizoom Associati, Superstudio,
UFO, 9999, Ziggurat e operano Remo Buti, Gianni Pettena e il mentore Ettore Sottsass jr., in quegli
anni direttore artistico dell’azienda Poltronova. A Milano si sviluppa maggiormente l’azione
divulgativa dell’Architettura Radicale tramite Franco Raggi e le riviste «Domus», «Casabella», diretta
da Alessandro Mendini dal 1970 al 1976, «In», «Progettare Inpiù», diretta da Ugo La Pietra, pioniere
nella formulazione della sinestesia delle arti. A Napoli operano Almerico De Angelis e Riccardo Dalisi,
docente universitario e promotore di laboratori di architettura d’animazione e di design
ultrapoverissimo per bambini disagiati. A Padova si forma il gruppo Cavart, colonizzando una cava
abbandonata e dando vita ad una serie di seminari e performances.
Negli stessi anni anche a Torino nascono diversi gruppi. Il Gruppo Strum, il cui nome è l’abbreviazione
di architettura strumentale, composto da Pietro Derossi, Carlo Giammarco, Giorgio Ceretti, Riccardo
Rosso, Maurizio Vogliazzo, si impegna in azioni di comunicazione e didattica volte ad analizzare la
situazione progettuale in Italia, ne sono un esempio i fotoromanzi Utopia, Le lotte per la casa e La città
intermedia, nell’ideazione di oggetti storici per il radical design, il divano Pratone, la poltrona Torneraj
e la poltrona Wimbledon, in collaborazione con l’azienda Gufram, ma anche nella realizzazione di
edifici multifunzionali come il Piper di Torino. Lo Studio 65, inizialmente composto da Franco Audrito,
Sampaniotis e Ferruccio Tartaglia, sviluppa i riferimenti alla Pop Art nel divano Bocca, un omaggio a
Salvador Dalì e a Marilyn Monroe, nelle sedute Capitello, Mela, Mickey e Baby-lonia. Il Gruppo
Libidarch, nato nel 1971, composto da Edoardo Ceretto, Maria Grazia Daprà Conti, Vittorio Gallo,
Andrea Mascardi, Valter Mazzella, elabora progetti concettuali di architettura povera attraverso filmati
e immagini, ma anche oggetti tra Arte Povera e design, come il divano Argine prodotto dall’azienda
Busnelli.
Pur nella diversità di strumenti operativi, hanno in comune il rifiuto dello spazio architettonico
tradizionalmente progettato e costruito, creatore di disuguaglianze, sostituito da una multidisciplina
aperta ai contributi dell’antropologia, delle arti visive, della comunicazione e delle tecnologie. Essi si
interrogano sugli obiettivi dell’architettura che dovrebbe contribuire all’edificazione di spazi fisici e
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mentali anticonformisti, seguendo i cambiamenti dell’esistenza di ognuno. Per raggiungere tale scopo
avviano una fase di analisi del rapporto tra individuo e società dei consumi, servendosi di scritti,
progetti utopici e provocatori, disegni, performances, installazioni, foto e video, oggetti di antidesign.
A distanza di alcuni decenni, l’eredità del movimento radicale risulta più evidente in due differenti
sviluppi: per gli oggetti di design nell’esaltazione delle componenti ludiche, eclettiche, tattili e
antropologiche che prevalgono sulle qualità funzionali; per gli sviluppi architettonici nei tributi
riconosciuti loro dalla generazione di architetti come Arata Isozaki, Rem Koolhaas, Bernard Tschumi.
Archizoom Associati: 1966-1974. Dall’onda pop alla superficie neutra,
Galleria dell’Accademia, dal 6 maggio al 6 giugno 2010, Mendrisio
La mostra ripercorre le tappe più significative del gruppo degli
Archizoom Associati (1966 – 1974) ed è il risultato di
accurate ricerche dello storico dell’architettura Roberto
Gargiani. Il gruppo degli Archizoom Associati nasce
nell’ambito della facoltà di Architettura di Firenze, quando i
suoi futuri componenti, Dario Bartolini, Andrea Branzi,
Gilberto Corretti, Paolo Deganello, Massimo Morozzi e Lucia
Morozzi si confrontano con personalità accademiche come
Leonardo Savioli, Leonardo Ricci, Ludovico Quaroni,
Umberto Eco, che propongono una visione della disciplina
architettonica non convenzionale, aperta alle interazioni delle
arti visive e allo studio di materiali, luoghi e forme
comunicative di massa. Durante gli studi universitari
condividono l’impegno politico e la tensione verso
cambiamenti radicali di vita sociale e individuale, ma anche la
passione per il gruppo d’avanguardia inglese Archigram, a cui
si ispirano per il nome, e l’amicizia con Ettore Sottsass jr., da
cui assorbono la multiforme curiosità per gli oggetti di culture
diverse. La mostra è divisa nelle sezioni Megastrutture e Pop,
Archizoom Associati, divano Superonda, 1967
Superarchitettura, Eclettismo afro-tirolese e kitsch acido,
Razionalismo esaltato, Discorso per immagini, No-Stop City,
che corrispondono ai loro passaggi evolutivi. Esordiscono ufficialmente nel 1966 con l’allestimento
della mostra Superarchitettura alla galleria Jolly 2 di Pistoia, in collaborazione con il gruppo
Superstudio, in cui confluiscono i precedenti lavori universitari sui materiali e i luoghi di divertimento.
Propongono oggetti e mobili dalle forme e colori ridondanti, ispirati alla cultura dei consumi di massa
e alla Pop Art, evidenziando tutte le qualità sensoriali a scapito di quelle funzionali e seriali. A
commento della mostra dichiarano con ironia: «La Superarchitettura è l’architettura della
superproduzione, del superconsumo, della superinduzione al consumo, del supermarket, del superman,
della benzina super. La superarchitettura accetta la logica della produzione e del consumo e vi esercita
un'azione demisitificante». Gli oggetti di design che cominciano a produrre, il divano Superonda, il
divano Safari, la Rampa, la lampada San Remo, ma anche un progetto per la Fiat 500 Super Abarth, se
da una parte evidenziano l’inclusione di elementi visivi della cultura Pop, dall’altra il loro utilizzo
ironico è un atto di denuncia contro il conformismo e il consumismo. La fase successiva li porta a
comporre piccole installazioni che mescolano oggetti simbolici, nei Dream Beds e nei Gazebo, in un
eclettismo a volte criptico, ma carico di forte critica sociale. Celebre è il Gazebo di Cospirazione
Eclettica, realizzato per la XVI Triennale di Milano del 1968, uno spazio recintato in cui il visitatore
scorge oggetti che alludono ai neri americani, alla cultura islamica e a Malcom X, a cui segretamente è
dedicato. Parallelamente lo studio Archizoom Associati lavora a proposte per edifici reali come per le
chiese di Zingonia e Pietrapiana, per ville nei dintorni di Firenze e sul lago di Ginevra, per l’aeroporto
di Sant’Eufemia, per il Padiglione Italiano all’Esposizione Universale di Osaka e per un centro
espositivo alla Fortezza da Basso. In questi progetti sviluppano le componenti del razionalismo esaltato
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di Aldo Rossi e compongono spazi di forme pure, senza intenzionalità simboliche, ma fortemente
legate al contesto e alle finalità degli edifici. Alla soglia degli anni Settanta gli Archizoom realizzano
progetti in forma di fotomontaggi, disegni e video, Discorsi per immagini (1969) e la No-Stop City
(1970). In quest’ultimo sviluppano uno spazio senza limiti, neutro, privo di centri urbani e periferie,
abitabile in qualsiasi punto grazie alla luce artificiale, all’aria condizionata, agli abiti industriali e ai
moduli abitativi, gli Armadi Abitabili. Il risultato è una critica all’espansione illimitata dei meccanismi
della società, ma è anche l’auspicio per la definitiva liberazione dell’individuo da tutti gli elementi
costrittivi, come le forme architettoniche imposte. Lo sviluppo della No-Stop City riportata in
diagrammi astratti, con forme e segni minimi, ci indica l’estremo sviluppo dell’urbanizzazione e tutte
le problematiche connesse, ad esempio l’inquinamento globale, e contemporaneamente fa nascere il
desidero di ritornare ad un grado zero di esistenza, senza architetture, senza stili e forme. A
complemento di questa teorizzazione nel 1972 realizzano due video, Come è fatto il cappotto di Gogol
e Vestirsi è facile, una serie di abiti senza taglia, ma in forme adattabili a diversi usi, in tessuti naturali e
di fabbricazione artigianale. Le ultime due tappe che affrontano come gruppo, insieme agli altri
esponenti del movimento radicale italiano, sono la mostra Italy: the New Domestic Landscape nel 1972
al MoMA di New York e la scuola-laboratorio Global Tools, 1973, che segnano il riconoscimento
internazionale, ma anche l’inizio dei percorsi individuali dei suoi componenti.
Quali cose siamo III
Triennale Design Museum, dal 27 marzo 2010 al 27 febbraio 2011, Milano
L’altro aspetto sviluppato dall’Architettura Radicale è una visione particolare degli oggetti nella vita
quotidiana e nella nostra storia. Tale argomento è il fulcro della mostra Quali cose siamo III, a cura di
Alessandro Mendini. Come afferma il curatore in un video, l’esposizione approfondisce, con uno
spirito più dadaista che tassonomico, l’uso degli oggetti nel corso della storia e cerca di mettere in luce
il rapporto magico, simbolico e per certi versi morboso che si
instaura tra le forme, i materiali, le azioni e i sentimenti umani.
Nel breve e nel lungo spazio temporale, tra questi elementi c’è
uno scambio di cui è difficile tracciare i meccanismi, ma che
potremmo ricostruire in due vicende parallele, una dalla parte
degli uomini e l’altra dalla parte delle cose. Nella mostra non
sono proposti manufatti in base all’innovazione tecnologica,
allo stile o ai cambiamenti che hanno apportato nella vita reale.
In essa non si ripercorre la storia del design, piuttosto si cerca
di mostrare in chiave antropologica la persistenza di certi
oggetti, il loro uso e riuso, l’interpretazione tecnica e simbolica
in diverse fasi storiche, i continui travasi tra arti applicate e arti
visive. Seguendo questa chiave di lettura il curatore ha riunito i
manufatti più diversi e curiosi, che introdotti dall’ode Phaselus
ille dedicata dal poeta Catullo alla sua barca, abbracciano un
vasto arco temporale fino ai nostri giorni. Troviamo quadri e
sculture, foto e video, libri, illustrazioni, progetti, abiti e tessuti,
accessori d’abbigliamento, mobili e suppellettili, automobili,
giocattoli e strumenti musicali, che sono anche un
riconoscimento alla genialità delle manifatture italiane,
Gruppo Strum, Fotoromanzo-The mediatory
rappresentate dalla riproduzione in gesso a scala reale del
city, 1972
David di Michelangelo di un’azienda toscana.
Sono presenti nel percorso anche tanti protagonisti dell’Architettura Radicale che in modi diversi si
sono interrogati sull’uso e la produzione di oggetti. Un’ulteriore chiave di lettura dell’esposizione è
legata al progetto che li ha coinvolti in modo unitario: la scuola-laboratorio Global Tools. Istituita nel
1973 presso la redazione di «Casabella», ma con sede a Firenze, sottoscritta da Archizoom Associati,
Remo Buti, «Casabella», Riccardo Dalisi, Ugo La Pietra, 9999, Gaetano Pesce, Gianni Pettena,
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«Rassegna», Ettore Sottsass, Superstudio, UFO, Ziggurat, si propone di analizzare l’uso di materiali
naturali e artificiali, lo sviluppo delle potenzialità creative individuali, le tecniche degli strumenti di
informazione e comunicazione, le strategie di sopravvivenza. L’organizzazione dei laboratori e il
resoconto del seminario fondativo, sono testimoniati in mostra dagli opuscoli Global Tools n.1 e 2. A
distanza di trenta anni, il tema di discussione del primo seminario, Il corpo e i vincoli, ritorna attuale e
concreto nella ricostruzione filologica di una scultura ceramica di Franco Raggi, Scarpe vincolanti,
dove le impronte umane diventano rifugio, costrizione e testimonianza. E con tale sensazione ambigua
e multiforme lasciamo la mostra, che come le questioni poste dagli architetti radicali, gli oggetti
strumenti di riappropriazione della realtà, l’analisi dei linguaggi e dei materiali che li compongono e la
relazione che ci lega a loro, continuano a interrogarci a distanza.
Arianna Maraone
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