IN QUESTO NUMERO Nel marzo del 1922 si chiuse, in maniera violenta, la parentesi dello Stato Libero di Fiume. Come si svolse il “ribalton” fiumano? Roberto Palisca ha rintracciato a Bersezio il “Libro Rosso”, in cui a parlare dei fatti è Riccardo Zanella, che ne fu presidente. Il volumetto è di proprietà di Emil Barković, che a casa propria custodisce altre curiosità storiche (pp. 1– 3). SCHEGGE Un’importante di notizie relative a Trieste, all’Istria e, in generale alla Venezia Giulia, è invece l’“Archeografo triestino”, promosso a partire dal 1829. Kristjan Knez ha ricostruito le tappe della sua pubblicazione, le finalità e le peculiarità del progetto culturale di cui la Società di Minerva ha riproposto, in edizione anastatica, il primo volume (pp. 4 –5). Esodo e foibe. Il Giorno del Ricordo ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica su questi eventi della storia (degli italiani) e Antonella Scarpa (pp. 6 – 7) ha provato a riflettere sulle motivazioni dell’esodo. Una disamina lucida e puntuale dell’altro tema delicato, le foibe, è invece quella fatta dallo studioso Guido Rumici. Sulle foibe si potranno invece apprendere nozioni frammentarie e, alle volte, anche distorte, consultando l’enciclopedia multilingue online Wikipedia (p. 7). L’Inserto termina con una delle importanti scoperte archeologiche in Egitto – nella Valle dei Re è riaffiorata una tomba intatta –, e un’impresa “informatica” volta a decifrare alcuni dispacci codificati dai nazisti con la famosa macchina Enigma. È la cronistoria dei tragici fatti che scossero Fiume il 3 marzo 1922 Il «Libro Rosso» che racconta la resa di Riccardo Zanella «I Segue nelle pagine 2 e 3 DEL POPOLO storia e ricerca ce vo /la .hr dit w.e ww gravi fatti svoltisi nella sanguinosa giornata del 3 marzo del 1922, indi la campagna a base d’informazioni false e svisate che si organizzò nella stampa italiana, ed attraverso questa, anche in quella estera; infine i tentativi compiuti mediante agenzie più o meno ufficiose, di far cadere sul Governo ed in ispecie sul Presidente dello Stato di Fiume, responsabilità immaginarie, hanno costretto il Governo fiumano ad uscire dal riserbo ed a pubblicare tutti quei documenti che oltre all’offrire una testimonianza irrefutabile degli avvenimenti, stabiliscono e precisano responsabilità diverse. Lo Stato di Fiume è stato creato dall’art. 4 del Trattato di Rapallo, il 12 novembre 1920; ma appena il 24 aprile 1921 il popolo di Fiume potè – per la prima volta dopo il crollo della monarchia austro-ungarica – esprimere la sua volontà. Mediante un’elezione plebiscitaria, malgrado violenze e terrorismi di bande di forestieri armati e nonostante gli abusi e le corruzioni elettorali degli elementi nazionalfascisti che detenevano i publici poteri, la popolazione fiumana votò congrandiosa schiacciante maggioranza la lista presentata dal Partito Autonomo di Fiume”. È il preambolo della sette pagine di prefazione del “Libro Rosso” sui rapporti del Governo di Fiume col Regio Governo d’Italia, con speciale riguardo ai precedenti del colpo di mano del 3 mar- zo 1922. In tale data, legionari dannunziani rimasti in città e fascisti locali fecero cessare con un colpo di mano l’esperienza dello Stato Libero. Dopo aspri dissidi interni, il 27 gennaio 1924, all’epoca del primo governo di Benito Mussolini, lo Stato italiano arrivò con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni il Trattato di Roma, con il quale veniva riconosciuta l’annessione della città all’Italia. Quel 3 marzo 1922 duecento uomini del fascio fiumano mossero all’assalto del governo zanelliano. Dinanzi alle cannonate fasciste contro il Palazzo del Governo, le forze garanti dell’ordine pubblico rimasero indifferenti. Zanella, costretto a firmare due lettere di dimissioni, si rifugiò a Portorè con altri membri della Costituente e non volle avere alcun contatto con i rivoluzionari, sostenendo che il solo organo costituzionale legale era l’assemblea votata il 24 aprile. A Fiume il consiglio militare affidò i poteri al professor Attilio Depoli, che venne riconosciuto anche dal governo di Roma quale capo provvisorio dello Stato di Fiume. Depoli, dichiaratamente antifascista, accettò il mandato nel solo ed unico interesse della città. An no II • n. 3 6 • Sabato, 4 marzo 200 Nella foto, il passaporto di Riccardo Zanella, custodito al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno di Roberto Palisca 2 storia e ricerca SCHEGGE Sabato, 4 marzo 2006 Il volumetto del 1922 è stato recuperato da Emil Barković A Bersezio, sulle tracce di Riccardo Zanella continua dalla prima pagina Zanella, dal suo esilio a Portorè, continuò a lottare per l’indipendenza dello Stato di Fiume, ma gli aiuti sia italiani che jugoslavi di cui poté godere furono sempre esigui. Nella conferenza di Genova, che si concluse con le convenzioni di Santa Margherita, si procedette a definire i particolari relativi all’applicazione del trattato di Rapallo. I protocolli vennero firmati alla vigilia della marcia su Roma: Mussolini dovette accettare il trattato di Rapallo che era oramai legge dello Stato. Forte degli aiuti economici che elargiva alla città, sentì tuttavia di avere motivo di riprendere le trattative con Bel- grado per giungere all’annessione di Fiume all’Italia. Con il trattato di Roma del 27 gennaio 1924 si riconosceva alla Jugoslavia la sovranità sul delta e su porto Baross, all’Italia la sovranità su Fiume, di cui l’estremo territorio settentrionale doveva essere ceduto alla Jugoslavia, e si rimetteva la delineazione dei confini precisi al lavoro di una commissione mista. Il governatore Giardino, senatore del Regno, inviato dal Consiglio dei ministri per provvedere ai bisogni della città, proclamò il 16 marzo l’annessione di Fiume all’Italia. Il governo italiano, rendendosi conto dei danni commerciali subiti da Fiume in seguito a tali vicende, prese una serie di provvedimenti al fine di risollevarne l’economia. Venne creata la Provincia del Carnaro, così da poter convogliare su Fiume i traffici del suo retroterra e vennero elargiti cospicui finanziamenti alle società armatrici fiumane; quali l’Adria ad esempio, che svolgeva un importante servizio anche per altri scali dell’Adriatico, del Mediterraneo e dell’Africa settentrionale, che poté potenziare le proprie linee grazie alle sovvenzioni ricevute. La concorrenza che tuttavia Fiume subì dal bacino di Sušak spinse il governo ad istituire la zona franca del Carnaro che, fondata inizialmente fino al 1931, fu poi prorogata sine die. Tra il 1934 ed il 1936 si cominciarono a vedere i primi segni di ripresa nel settore industriale, grazie anche ai contributi elargiti dall’IRI. Dei 3000 autonomisti che avevano seguito Zanella nel suo esilio a Portorè, non rimase ben presto più traccia, salvo quel “Libro Rosso” pubblicato a cura del Governo di Fiume dalla Società editoriale fiumana in quel 1922. Un volumetto che in pratica contiene memoriali, decreti, note e telegrammi del Governo indipendentista di Fiume di quei giorni: è la versione zanelliana del colpo di Stato del 3 marzo 1922. Trovarlo oggi nei negozi di libri d’antiquariato è sicuramente un’impresa. Forse, ma chissà per quale cifra, si può acquistarlo in internet. Noi abbiamo avuto la fortuna di reperirne una copia da un appassionato di storia e ricerca. A prestarcela è stato Emil Barković. Nella sua casa di Bersezio conserva anche altre rare perle che trattano della storia di Fiume. Una versione originale della liburnica “Storia” del Kobler, alcune guide degli inizi del 1900, una foto con de- dica del marciatore olimpionico fiumano Abdon Pamich, che un giorno gli ha fatto anche visita. Emil Barković è un uomo che fino al pensionamento ha fatto il direttore dell’albergo. Ma il vizio di spulciare e cercare vecchi libri nei negozi d’antiquariato l’ha sempre avuto. È stato così che ha “recuperato” anche una copia del “Libro Rosso” di Zanella. “Eccellenza – scrive nel memoriale che fu inviato all’onorevole Luigi Facta, presidente del Consiglio dei ministri del regno d’Italia, Riccardo Zanella – a difesa dei diritti conculcati dallo Stato libero di Fiume, mi permetto sottoporre all’alto ed equo giudizio dell’Eminenza Vostra una esatta e serena cronistoria delle cause che hanno determinato i recenti e tragici avvenimenti e di presentare a codesto Regio Governo un formale atto di protesta contro i procedimenti ed i fatti che quegli avvenimenti hanno reso possibili”. Dopo aver ricordato a Facta che egli aveva avvertito con molto anticipo le autorità italiane dell’epoca del pericolo che a Fiume avvenisse un colpo di stato Zanella scrive: “Le denuncie, le proteste e le invocazioni del Governo fiumano non hanno trovato ascolto e non hanno provocato che promesse che mai sono state mantenute. Si è così lasciato compiere ed eseguire indisturbatamente un ben ordinato e calcolato attacco a mano armata contro il Governo legittimo dello Stato di Fiume e contro la volontà del popolo fiumano. Il Governo di Fiume dopo sette ore di accanita resistenza, sopraffatto dalla forza armata sferrata contro di esso, ha dovuto abbandonare il posto. Così l’ordine legale e costituzionale a Fiume è stato nuovamente sconvolto, Fiume è ancora una volta teatro di inaudite sanguinose gesta; Fiume è ridiventata il pericolo latente, ‘il nido d’intenzione politica’, come l’ho qualificata sin dal 1919, dei rapporti italo-jugoslavi, nonché della politica interna ed estera del Regno d’Italia”. Emil Barković con alcuni volumi che ha trovato negli antiquariati “Di questa grande colpa – precisa Zanella – di questa aperta violazione dei diritti statali di Fiume, io accuso la Consulta e più precisamente la politica dei senatori Della Torretta e Contarini, nonché le autorità e gli organi del Regio Governo italiano a Fiume. Per convincersi dell’inconfutabilità della mia formale accusa, Vostra Eminenza non ha che da esaminare i telegrammi e le note da me inviate da più di un mese a questa parte agli onorevoli Bonomi e Della Torretta, al senatore Contarini, al commendatore Castelli – spiega il capo del Governo dello Stato di Fiume al ministro Facta – ed escutere il magg. Perata, provvisorio reggente della Regia Legazione d’Italia a Fiume, il magg. Italo Donati e il col. Giungi, comandanti dei Regi Reggimenti dei Carabinieri dislocati a Fiume. Vostra Eccellenza si persuaderà allora facilmente che gli organi del Regio Governo d’Italia hanno proceduto con colpevole e voluta noncuranza dei supremi interessi d’Italia e con uno spi- Il momento della resa: la bandiera bianca issata sul Palazzo del Governo rito di dissimulazione che riveste i più palesi caratteri di complicità di coloro che ordirono la congiura contro la franca e leale politica del mio Gabinetto. Scopi tortuosi più o meno nazionalistici erano vagheggiati non soltanto contro di me ma pur contro l’esecuzione di singole parti del Trattato d Rapallo”. Zanella torna quindi a citare le colpe del precedente ministro degli affari esteri Della Torretta, del senatore Contarini e del commendator Castelli, dei ministri Bonomi e De Nava, accusandoli di aver volutamente sabotato i tentativi del Governo di Fiume di far riprendere le attività economiche nel capoluogo del Quarnero e dare alla popolazione ormai esausta e stanca di privazioni e sofferenze, la possibilità di uscire dalla crisi dovuta a quattro anni e mezzo di guerra e a tre anni e mezzo di armistizio che Zanella definisce “ben peggiori di quelli bellici”. “Malgrado le proteste, le denuncie, le suppliche perché si ottemperasse all’impegno d’onore convenuto e pattuito per la difesa dell’ordine e della sicurezza dello Stato di Fiume si è lasciata indisturbata la situazione anarchica dal dicembre del 1921 al marzo dell’anno corrente e facile e libero lo svolgimento della cosiddetta rivoluzione del 3 marzo che in realtà” – denuncia ancora l’autonomista fiumano – fu soltanto un’azione di brigantaggio politico in grande stile, preparata con la collaborazione di tre deputati del Parlamento italiano (onorevoli Giurati, De Stefani e Giunta) eseguito da cittadini del Regno d’Italia, con la partecipazione di non più di 200 fiumani e con la cooperazione materiale e diretta di elementi dei RR Carabinieri, della R. Finanza, della R. Marina e sotto la protezione della delittuosa passività degli altri reparti dei Carabinieri e delle Regie truppe di terra e di mare che si trovavano a Fiume, in Abbazia e a Mattuglie”. storia e ricerca 3 Sabato, 4 marzo 2006 Un francobollo delle poste di Fiume del periodo del Governo provvisorio di Zanella Quindi Zanella elenca fatti, saccheggi e disordini provocati in quelle due settimane a Fiume dai fascisti. Un continuo alza e togli bandiera del regno d’Italia dal palazzo che era sede del Governo, con timori di scontri dei carabinieri con i dimostranti, intimidazioni, esplosioni di bombe, soppressioni dei servizi tramviari e postelegrafonici, chiusure dei negozi, delle scuole e delle fabbriche Il tutto culminò con l’assassinio del legionario Fontana la notte dell’1 e l’attacco al palazzo del Governo all’alba del 3 marzo i carabinieri abbandonarono gli uffici del palazzo del Governo lasciando Zanella e i suoi pochi seguaci in balia di se stessi. “Sino alle 10 io speravo che il tradimento dei Comandi e della Regia Truppa non fosse possibile e ritenevo che, se non altri, almeno il generale Spreafico accorresse dalla finitima Abbazia, in soccorso del Governo fiumano. Ma alle 10, dopo cinque ore di inutile attesa, il tradimento e l’inganno erano ormai evidenti ed indiscutibili” – conclude, sconsolato il presidente dello Stato Libero di Fiume. Alle 11 di quel 3 marzo, con l’aiuto e la cooperazione dei funzionari regnicoli del governo marittimo e grazie all’ausilio dei “Mas 89”, del rimorchiatore “Clotilde” e di una torpediniera, Palazzo del Governo viene preso a cannonate. I colpi sono 32. Un’ora e mezza dopo Zanella si arrende e fa issare la bandiera bianca. Nota del Governo di Fiume al R. Ministro degli Affari Esteri d’Italia per l’invito di Fiume alla Conferenza di Portorose. 2 novembre 1921. Radunata a Portorose la conferenza tra i delegati degli Stati sorti dallo sfacelo della Monarchia a.-u., e discutendovisi argomenti e problemi che direttamente interessano la vita e l’avvenire economico dello Stato di Fiume, mi permetto di rivolgere all’E.V. la preghiera di voler disporre che Fiume sia invitata alla conferenza di Portorose. Qualora a tale invito od alla partecipazione di Fiume alla conferenza di Portorose ed alle analoghe successive riunioni si opponessero degli ostacoli, prego l’E. V. di voler darmene cortese comunicazione. Con alta stima e distinta considerazione. fto. Zanella. Telegramma alla “Stefani” – (Roma) ed ai principali giornali italiani. 6 dicembre 1921. Stamattina, malgrado la sorveglianza dei carabinieri, il legionario Antonelli da Alessandria d’Egitto, salì sul tetto del Palazzo del Governo fiumano ed issovi una bandiera dello Stato Italiano, all’evidente scopo di provocare incidenti atti a turbare l’ordine pubblico, e dei commenti giornalistici sfavorevoli alla politica fiumana. Il Governo fiumano fece togliere la bandiera, non volendo tollerare l’atto abusivo e insidioso. Immediatamente il Fascio di combattimento minacciò l’assalto al Palazzo del Governo ed altri disordini. Il Governo fiumano, pur sapendo che la popolazione fiumana è stanca delle prepotenze dei fascisti e dei legionari, ha però dovuto cedere, perché il Comando delle Regie truppe dislocate a Fiume, allo scopo di mantenervi l’ordine pubblico, dichiarò “di non essere in grado di evitare gravissimi imprevedibili conflitti”. Perciò il Governo, per forza maggiore, lasciò fare al Comando delle regie truppe quanto questo desiderava. Il Comando delle regie truppe issò nuovamente la bandiera sul palazzo del Governo. Di sera un centinaio di fascisti con fanfara inscenò una passeggiata attraverso la città, colle solite grida di provocazione. Il fatto produsse nella cittadinanza profonda impressione e si invoca la cessazione d’una situazione assurda di duplice autorità nello Stato di Fiume. Ufficio Stampa del Governo fiumano. Telegramma dell’Ufficio Stampa del Governo di Fiume ai principali giornali d’Italia. 11 febbraio 1922. Fiume è nuovamente sotto il terrore. Circa centocinquanta fascisti armati di fucili, pistole, di bombe percorrono la città, arrestando, perquisendo e battendo cittadini inermi. È organizzata una vera caccia contro gli agenti di Questura, sui quali facinorosi fanno fuoco, gettano bombe. Parecchi agenti sono feriti gravemente; altri, arrestati e disarmati, furono condotti alla sede del Fascio e tenuti in ostaggio. Questurini non possono reagire, perché non prestano ancora servizio pubblico, il quale spetta ancora soltanto ai carabinieri. Ieri notte i facinorosi invasero l’ufficio telegrafico, percuotendo selvaggiamente degli impiegati. Il Governo fiumano sospese il servizio telegrafico notturno. Occuparono poi, devastando, quattro uffici di delegazione della Questura. L’assalto contro l’ufficio centrale della Questura, abortì. I carabinieri non arrestano nessuno. La cittadinanza terrorizzata, esasperata, reclama carabinieri ristabiliscano l’ordine, il rispetto delle leggi. Esige che quel centinaio di energumeni che impongonsi ai pubblici poteri, paralizzando la vita civile della martoriata città, vengano immediatamente disarmati e che i facinorosi, colpevoli di delitti comuni vengano arrestati ed espulsi e ciò anche per evitare una possibile disperata reazione della cittadinanza, che potrebbe avere conseguenze incalcolabili. Ufficio Stampa del Governo di Fiume. Telegramma al Presidente del Consiglio On. Bonomi, al Sen. Contarini per il R. Ministero degli Affari Esteri ed al Comm. Castelli per il R. Ministero dell’Interno. 11 febbraio 1922. Da tre giorni è ripresa l’azione terroristica dei nazionalscisti. Nella notte scorsa essi assaltarono e disarmarono l’appostamento della Questura alla stazione e commisero aggressioni a danno di cittadini. Questa notte diedero un allarme generale, suonarono la campana della Torre Civica e percorsero armati di moschetto e di bombe la città. L’azione preparata abortì grazie ai provvedimenti presi in tempo utile da questo Governo. Non pertanto facinorosi gettarono bombe e spararono colpi di moschetto nei paraggi della caserma Diaz. Un gruppo di 20 fascisti aggredì con bombe e colpi di moschetto tre questurini: uno ferito. Fecero prigionieri poi tenuti come ostaggio nei locali del Fascio altri tre questurini. Questurini arrestarono due fascisti armati di bombe e revolvers. Con il motto «Fiume ai fiumani» L’autonomista per antonomasia Riccardo Zanella, che avrebbe ottenuto la vittoria nelle elezioni del 29 gennaio 1905, divenne il maggiore sostenitore dell’autonomia di Fiume e continuò a perorare le sue idee anche negli anni difficili delle due guerre mondiali. Il motto del suo partito autonomista era “Fiume ai fiumani”; gli zanelliani non erano ostili all’Ungheria, ma volevano che fosse rispettata l’italianità di Fiume, secondo quanto previsto dal provviso- rio. Voce di quest’ala intransigente fu “La Voce del Popolo”, giornale che divenne ben presto il quotidiano più importante della città, soprattutto da quando Zanella iniziò ad esprimere, sulle pagine di quel giornale il suo dissenso. Le elezioni per la Costituente fiumana del 1921 videro vicitore il fronte autonomista e Riccardo Zanella divenne così il primo Presidente dello Stato Libero di Fiume. Zanella, da subito, fece il pos- sibile e l’impossibile per alienarsi le simpatie dei fiumani, svendendo ferrovie e strutture portuali. La situazione divenne insostenibile. Il fronte irredentista decise di attuare allora il 3 marzo 1922 un colpo di mano. Le forze dell’ordine non intervennero affatto e Zanella fu costretto a firmare le sue dimissioni. In esilio a Portorè (Kraljevica) rimase sotto “tutela” jugoslava per dieci anni. Poi si trasferì a Parigi. Prego di esaminare se convenga rinforzare carabinieri per epurare la città, prima ancora dell’arrivo delle nostre armi. Ossequi. fto. Zanella. Telegramma al Presidente del Consiglio on. Bonomi, al Ministero degli Affari Esteri ed al comm. Castelli al Ministero degli Interni. 11. febbraio 1922. ore 20. Notte scorsa i fascisti, che non sono più di centocinquanta, devastarono con bombe le tenenze della Questura alla Stazione ferroviaria, a Mlacca, a Plasse ed al Belvedere, asportando coperte e suppellettili. Terrorizzarono la città durante tutta la notte. I carabinieri non hanno fatto nessun arresto, sebbene assistessero a due di quelle devastazioni. È stato invaso l’ufficio telegrafico e battuti gli impiegati non fascistofili. Il movimento era diretto da Host-Venturi, Krall e Viola. Stamane, nel pomeriggio, in piazza Cambieri avvennero fucilate e lancio di bombe contro due questurini. Dinanzi alla Manifattura Tabacchi due feriti gravi. Invitati da me il maggiore Perata ed il maggiore de Donati, ho chiesto loro provvedimenti contro nuovi attacchi preparati per questa notte. Ho sospeso il servizio telegrafico notturno. Ho chiesto formalmente l’arresto degli armati e dei capi dei turbolenti nonché provvedimenti ai confini per impedire l’arrivo dei rinforzi annunziati da fuori. Ho provveduto che se gli arresti ed il disarmo richiesti, non avvenissero, questo Governo dovrà necessariamente provvedere da solo, organizzando a tutto rischio la difesa popolare. Rilevando ancora una volta il terribile danno che tale situazione cagiona agli interessi ed al prestigio dell’Italia, invoco da Vostra Eccellenza voler dare ai carabinieri severi ordini per l’arresto ed il disarmo dei facinorosi, giusta le leggi e le disposizioni di questo Governo. fto. Zanella Telegramma dell’Ufficio Stampa del Governo di Fiume, pubblicato da quasi tutti i principali giornali del Regno d’Italia. 13 febbraio 1922. Il Governo di Fiume protesta vivamente contro il cumulo di notizie assolutamente tendenziose e false, diffuse ad arte, allo scopo di tentare nuovamente criminosi colpi di mano a danno di Fiume e per impedirvi il ripristinamento della vita normale. Il Governo fiumano ha telegrafato ai giornali triestini “Il Piccolo” e “L’Era Nuova”, che primi divulgarono le notizie allarmistiche, dimostrando la malevole falsità delle medesime. Il novanta per cento delle Guardie fiumane è reclutato nelle tre Venezie e nessun reclutamento è stato fatto in Jugoslavia. L’attuale situazione terroristica è imposta alla martoriata città da non più di centocinquanta individui, in maggioranza regnicoli e pregiudicati, che impunemente scorrazzano la città armati di fucili e di bombe, perquisendo e battendo pacifici cittadini, e organizzando la caccia alle Guardie che del resto non sono ancora in funzione. Purtroppo nessun arresto o disarmo dei turbolenti non è stato finora operato. Le notizie concernenti movimenti oppur preparativi di croati, sono inventate in malafede, all’evidente scopo di irritare l’opinione pubblica italiana. La cittadinanza fiumana, che compatta e concorde appoggia l’opera del Governo fiumano, reclama ad alta voce che i carabinieri pongano fine al suo martirio ed alle sue angosce, arrestando ed espellendo il manipolo di violenti e di pregiudicati. I cittadini anzi esigono l’arruolamento dei cittadini per la difesa della libertà e della sicurezza pubblica. Il Governo fiumano, constatando che la situazione potrebbe precipitare per reazione dei cittadini, ed annunziando procedimento giudiziario contro locali corrispondenti Susmel, Burich ed altri per divulgazione mediante la stampa, di notizie false e dannose ai pubblici interessi, prega le redazioni dei giornali nazionali di voler controllare le notizie fiumane, tranquillare l’opinione pubblica fuorviata, sconsigliare gli elementi esaltati di accorrere a Fiume seguendo il falso allarme, e di cooperare moralmente al ripristino della pace fiumana. Il Governo infine rileva che l’opera degli estremisti regnicoli ha già profondamente intaccata l’italianità di Fiume, e, che continuando, ne segnerà la fine. Ufficio Stampa del Governo di Fiume. Telegramma al Presidente del Consiglio On. Facta ed al R. Ministro degli Affari Esteri On. Schanzer. 2 marzo 1922. Ieri sera i fascisti prelevarono un giovane fiumano tuttora sequestrato. Stanotte ignoti assassinarono un giovane fascista pisano. All’alba i fascisti, malgrado il servizio di perlustrazione dei Carabinieri, lanciarono contro il Corpo di Guardia fiumana, custodente il palazzo governiale, sette bombe, ferendo una guardia. Furono respinti a fucilate. I fascisti aggredirono poi con bombe il Corpo di Guardia a Drenova, ma furono respinti. Stamattina i fascisti imposero con la violenza la chiusura di tutti i negozi, delle fabbriche, del municipio, degli uffici di Stato, senza che i carabinieri intervenissero per impedirlo. Furono lanciate altre bombe in diversi punti della città. La situazione è gravissima e deriva dai fatti già comunicati nonché dalla libertà e dalla tolleranza sinora dimostrate verso i capi organizzatori responsabili delle turbolenze. La situazione minaccia eccezionali disordini e forse anche conflitti civili, con la aggravante di vedervi eventualmente coinvolti anche i carabinieri. Questo Governo non avendo i carabinieri alle proprie dipendenze, trovasi in durissime condizioni per prevenire complicazioni. Perciò, a scarico della propria responsabilità, prego vivissimamente Vostra Eccellenza di voler provvedere d’urgenza ed energicamente – oppure come già richiesto con le proprie note N.i 215 e 220 al Ministero degli Esteri. Qualora Vostra Eccellenza non potesse accogliere la mia domanda, piacciaLe informarmene, perché questo Governo possa provvedere in tempo a tutte le necessità e con tutti i mezzi disponibili. Ossequi. fto. Zanella. 4 storia e ricerca Sabato, 4 marzo 2006 INIZIATIVE Sabato, 4 marzo 2006 5 Esce il primo numero dell’«Archeografo Triestino. Raccolta di opuscoli e notizie per Trieste e per l’Istria» (1829), in edizione anastatica «Questa nostra terra, che (...) nel suo seno racchiuse e racchiude tesori...» di Kristjan Knez ad una maggiore e più dimenticata provincia necessariamente appartengono anche essi: le antiche cose di questa vi si terranno come affrattellate” (5). T ra le recenti iniziative editoriali del capoluogo giuliano ricordiamo la ristampa anastatica del primo volume dell’ “Archeografo Triestino” (1829) curata dalla Società di Minerva. La riproposizione della storica rivista, tuttora in vita, rappresenta un’occasione per soffermarci sul periodico voluto da Domenico Rossetti, luogo d’incontro tra studiosi ed eruditi che rappresentò un’importante stagione di indagine e ricerca. Il patrizio tergestino (1774-1842) dette un importante impulso agli studi in senso lato e fu promotore di svariate iniziative culturali. Baccio Ziliotto lo definisce “(...) uomo d’animo acceso, d’ingegno acuto e d’energia quasi miracolosa (...)” (1). Frequentò gli studi universitari a Graz e a Vienna, ove seguì rispettivamente i corsi di filosofia e di diritto. Sin dalla giovinezza fu particolarmente attratto dagli studi letterari, così, dopo essersi laureato, dette origine alla Società di Minerva, il cui statuto fu approvato il 2 febbraio 1810. Nel novembre del 1812 la Società inaugurò gli incontri letterari, caratterizzati da periodiche riunioni dei soci nonché da conferenze su svariate tematiche. Il vero impulso che portò l’istituzione triestina alla ribalta, rendendola celebre in tutta la regione, fu la sua rivista scientifica che contribuì non poco allo sviluppo degli studi di storia patria. La stessa è da considerarsi come il segno precorrente della successiva attività di ricerca. All’indomani del Congresso di Vienna le autorità austriache ripresero il processo di germanizzazione di Trieste. L’opera di Domenico Rossetti Rossetti fu il rappresentante di coloro che si opposero a quanto stava succedendo, si battè con veemenza rivendicando il diritto dell’istruzione nella propria madrelingua cioè l’italiano. Per raggiungere gli scopi prefissati, Rossetti ritenne indispensabile studiare il passato grazie al quale avrebbe ricavato gli elementi indispensabili per sostenere le proprie battaglie. Il nobile ritenne non più valida la cosiddetta dedizione della città di San Giusto agli Asburgo rivendicando perciò l’autonomia della stessa (2). I suoi scritti si concentrano particolarmente sull’autonomia della città, sulle tradizioni ivi presenti nonché sulla romanità e la venezianità di quella terra (Trieste passò varie volte alla Serenissima, ribellandosi in più occasioni, dopodiché si dette Un’anticipazione dell’indirizzo programmatico del periodico Invito archeologico del D.r D.co De Rossetti Progetto culturale di ampio respiro L’impresa del Rossetti rappresenta un’iniziativa culturale di ampio respiro, importante non solo per la realtà triestina. La rivista aperse una nuova stagione di studi, ma soprattutto creò un dialogo tra gli studiosi. L’impresa editoriale inerente la storia e l’antiquaria non era più il risultato delle fatiche di un singolo erudito (come avveniva sino a quel periodo) ma di un gruppo di intellettuali legati dagli interessi comuni nonché da vincoli d’amicizia. Lo storico Fulvio Salimbeni, analizzando la prima serie dell’ “Archeografo Triestino”, scrive che la rivista non dev’essere collocata solo nel contesto regionale poiché, seppure in una dimensione più ridotta, fu proprio il periodico tergestino ad anticipare un programma di lavoro che tredici anni più tardi avrebbe influito su quello dell’Archivio storico italiano di Firenze (6). La collaborazione di studiosi provenienti dalle regioni contermini Trieste, fu un aspetto di notevole importanza poiché da quel momento in poi il capoluogo giuliano sarebbe divenuto un punto di riferimento per gli intellettuali dei territori compresi tra il Friuli orientale e l’Istria. Con la pubblicazione dell’ “Archeografo Triestino” Domenico Rossetti potè coronare le sue ambizioni concernenti lo studio Il volume contiene anche il saggio di Pietro Kandler «Indicazione per scoperte archeologiche» agli arciduchi d’Austria) condiderati elementi fondamentali per definire l’italianità della sua patria. Rossetti cercò immediatamente di sensibilizzare i suoi concittadini, invitandoli a valorizzare le testimonianze delle epoche passate, grazie alle quali ricostruire la storia antica della città. Lo stesso invitava tutti i possessori di lapidi antiche, o di frammenti di queste, di donarle alla Biblioteca civica. I reperti raccolti avrebbero così costituito parte delle raccolte del museo di antichità (3). Era convinto che bisognasse raccogliere e custodire quanti più materiali, per poterli studiare e dare così un carattere scientifico al passato – spe- cialmente a quello romano ed italiano – del centro urbano. Quest’impresa non indifferente richiedeva energie, dedizione e sapere non indifferenti, e contribuì alla nascita della storiografia moderna della regione. Nel 1829 uscì il primo volume de “L’Archeografo Triestino. Raccolta di opuscoli e notizie per Trieste e per l’Istria”. Sin dal titolo appare evidente che gli studi ospitati dalla rivista non avrebbero trattato solo la città di San Giusto bensì pure il vicino territorio istriano. Lo storico, pubblicista e politico Attilio Tamaro, a proposito del periodico scrive che l’obiettivo dello stesso era quello “(...) d’illustrare meglio le antiche libertà e l’antica storia italica della Regione Giulia (...)” (4). Nell’introduzione Rossetti parla di: “Un’operetta la quale di null’altro si occupi che delle più o meno antiche cose nostrane, e piacevole ed utilissima ad un tempo, posciacchè di esse appunto ebbesi fino ad ora dimenticanza tanta, che il farne ricordo terrà per molti le voci di novità che loro vengansi narrando. Per cose nostrane intendo io bensì quelle che alla nostra città ed al piccolo suo territorio propriamente appartengono; ma da che e questo e quella, sì per natura che per storia, Il contributo di Pietro Kandler Un ritratto di Pietro Kandler Tra i vari, contributi il volume del 1829 contiene anche un saggio di Pietro Kandler, allora venticinquenne, nel quale è già possibile riscontrare gli interessi dello studioso, che successivamente sarebbe divenuto il massimo storico ed archeologo del Litorale Austriaco, autorità di rilievo e pioniere di tanti studi inerenti l’Istria e Trieste. Nel suo contributo “Indicazione per scoperte archeologiche”, Kandler spiega che “Questa nostra terra, che senza esagerazione classica possiamo dire, mostrò sempre sul- L’obiettivo di illustrare meglio le antiche libertà e l’antica storia italica della Regione Giulia del passato della regione, attraverso l’analisi e la presentazione critica delle fonti. Nel primo tomo il fondatore della Società di Minerva pubblica un “Invito archeologico” e spiega che grazie alla neonata pubblicazione sia i Triestini sia gli Istriani avrebbero conosciuto l’intento ed i fini della stessa (7). la sua superficie quantità di testimonj di prisca floridezza, e nel suo seno racchiuse e racchiude tesori per la storia e nostra e provinciale” (8) . Già da questo contributo è possibile cogliere quella che sarebbe stata la futura attività di ricerca di questo studioso ed erudito, autore di innumerevoli studi, frutto di in- dagini dirette sul territorio. Il notevole successo riscontrato dall’ “Archeografo Triestino” contribuì non poco al prosieguo della serie. Nella prefazione del 1830 il Rossetti si congratula con gli studiosi triestini per i contributi dati alla rivista. Non potè dire la stessa cosa per i suoi “(...) comprovinciali, i quali (uno eccettuato) nulla affatto conferirono finora della molta e pregievolissima messe archeologica e statistica che delle cose dell’Istria sta sicuramente a loro disposizione” (9). L’unico contributo istriano porta la firma del canonico Pietro Stancovich, antiquario e cultore di storia patria, che tratta del marmo di Lucio Menacio Prisco, patrono di Pola, rinvenuto nella città dell’Arena nel corso di alcuni lavori di scavo. La collaborazione del canonico di Barbana continuò anche successivamente, e fu l’unica penna istriana a pubblicare sulle pagine della rivista tergestina. Per questo motivo Rossetti lo elogiò nella prefazione al terzo volume poiché “(...) la di cui instancabilità nel raccogliere ed illustrare le cose patrie, merita ogni encomio, e dovrebbe emularsi dagli eruditi nostri comprovinciali” (10). L’”Archeografo Triestino” si fece conoscere anche oltre i confini del Litorale. Il secondo volume, infatti, fu accolto con vivo entusiasmo, e Niccolò Tommaseo, sulle pagine dell’”Antologia” di Firenze, definì l’iniziativa rossettiana “nobilissima impresa, degna di essere da tutte le città d’Italia imitata”. NOTE (1) B. Ziliotto, Storia letteraria di Trieste e dell’Istria, Trieste 1924, p. 71. (2) G. Stefani, Cavour e la Venezia Giulia. Contributo alla storia del problema adriatico durante il Risorgimento, Firenze 1955, pp. 127; 320. (3) D. Rossetti, Musaico antico scoperto nell’aprile del 1825 in Trieste, s.d., p. 23. (4) A. Tamaro, Storia di Trieste, vol. II, Roma 1924, p. 268. (5) D. Rossetti, Introduzione, in “L’Archeografo Triestino. Raccolta di opuscoli e notizie per Trieste e l’Istria” (= “AT”), vol. I, Trieste 1829, p. 5. (6) F. Salimbeni, La prima serie dell’ “Archeografo Triestino” (1829-1837). Una rivista di erudito impegno civile, in F. Salimbeni (a cura di), Miscellanea di studi giuliani in onore di Giulio Cervani per il suo LXX compleanno, Udine 1990, pp. 96-97. “(...) vale a dire far operare a fianco a fianco studiosi di diverse provenienze geografiche, così da amalgamarli in un insieme omogeneo, indirizzandoli verso una ricerca non municipalistica, bensì volta a dissodare i più varii ambiti territoriali quanto a documentazioni inedite e a fonti poco o mal note”. (7) Invito archeologico del Dr. D.co De Rossetti, in “AT”, vol. I, Trieste 1829, p. 255. (8) Indicazione per scoperte archeologiche del dott. Kandler, in “AT”, vol. I, Trieste 1829, p. 261. (9) D. Rossetti, Prefazione, in “AT”, vol. II, Trieste 1830, p. XII. (10) Ibidem, pp. XIV-XV. Per lo presente volume avranno i miei concittadini e tutti quelli dell’istriana provincia occasione di conoscere praticamente l’uso ch’intendo fare delle notizie che ne ho ed andrò raccogliendo. Tutti vi ravviseranno una tendenza generalmente lodevole per la illustrazione di quella, e l’ingenuo desiderio di far sì che per questo mezzo promuovasi la conoscenza della storia e delle qualità del suolo e degli abitanti di questa dimenticata penisola italiana. Fra gli elementi essenziali della storia antica i diplomi, le iscrizioni, ed i monumenti artistici e numismatici precipuamente si distinguono, essendo i migliori testimonj della verità dei fatti e della ragione cronologica. Il triestino Archeografo spera ed attende dunque da tutti diligenti ricerche per sì fatti elementi, e confida che chiunque ne possede già, o ne verrà per l’avvenire a possedere alcuno, volonteroso glielo comunicherà. A fine però che queste comunicazioni riescano utili veramente, giovi lo prestabilirne un qualche metodo, per cui posso sortirsene l’effetto con risparmio di tempo, di spesa e di reciproco carteggio. I. La via più sicura per conseguire lo scopo desiderato sarà quella dello spedirmi a dirittura il diploma, la lapide ec., qualora siano ammovibili, significandomi ad un tempo se vogliasi averne la restituzione, o ne facciasane dono od almeno vendita al Museo triestino, che andrassi formando e diverrà di pubblica ragione. II. Se il monumento non è ammovibile, o se il possessore non vorrà sprivarsene neppure temporaneamente; basterà il mandarmene descrizioni esatte e fedelissime per forma, qualità, sostanza, dimensione ed ubicazione, ed ogni suo accidente caratteristico assicurante la sua esistenza e genuinità. III. Circa le iscrizioni ed i diplomi debbo in ispecie raccomandarme la formazione di perfettissimi fac-simile della prima linea almeno, onde giudicare sicuramente della forma delle lettere, dei punti ec. Domenico Rossetti IV. Le iscrizioni del medio evo e generalmente le memorie delle antichità cristiane di ogni tempo e maniera debbono essere ricercate raccolte e conservate; e saranno da me egualmente aggradite pel suddetto Museo, come ho detto di sopra. V. Sarà cosa molto gradita, se gli amatori ed indagatori delle patrie antichità vorranno comunicarmi notizia di que’ luoghi, nei quali hanno fondati motivi da sospettare tuttora sepolti dei notevoli avanzi d’antichità. VI. Desidero eziandio di conoscere, se e dove esistano ancora nell’Istria antichi statuti manuscritti, e di averne una perfetta bibliotecnica descrizione, come anco di altri codici consimili di pubbliche memorie, qualunque ne sia la denominazione. VII. Ritratti e carte autografe di uomini per qualunque titolo illustri nella provincia, meriterebbero egualmente di essere raccolti e conservati; onde farne a suo tempo quell’uso, che per illustrazioni storiche e biografiche potrà stimarsi opportuno. Di questi basterammi avere relazione positiva del possessore. VIII. Qualunque pubblicazione di argomento archeologico relativo alla nostra provincia vorrà farsi, sarà eseguita dall’archeografo purchè sia conforme alle massime ch’egli stesso si prestabilì e leggonsi nella introduzione del presente volume. L’articolo ora seguente offre già il primo saggio di adempimentodel mio voto archeologico spiegato qui sopra nel § V. 6 storia e ricerca Sabato, 4 marzo 2006 RIFLESSIONI Oggetto di battaglia politica, ha dato luogo a spiegazioni semplificate L’esodo, una questione centrale di Antonella Scarpa L’ essere stato l’esodo per lungo tempo oggetto di battaglia politica ha dato luogo a spiegazioni semplificate riguardo le sue motivazioni. Da parte jugoslava l’esodo è stato frequentemente considerato il risultato di una scelta compiuta a freddo dal governo italiano per creare imbarazzi alla diplomazia jugoslava e accrescere le difficoltà politiche del PCI. È una tesi che non regge, sia per quanto emerge dal carteggio Sereni– De Gasperi, che testimonia le diverse posizioni all’interno del governo italiano nel 1946, sia perché è facilmente documentabile come il governo italiano non incoraggiò l’esodo dalla Venezia Giulia, utilizzando, anzi, canali diplomatici e mezzi finanziari per scongiurare l’abbandono da parte degli istriani della loro terra, nella convinzione che non si dovesse sguarnire quei territori dalla presenza di italiani, quando non era ancora stata definitivamente stabilita la loro appartenenza statuale. Altra valutazione discretamente diffusa in ambito jugoslavo, che l’esodo sia un normale fenomeno migratorio di natura essenzialmente economica. Pur non accettabile come spiegazione generale, evidenzia alcune criticitaà. Innanzitutto, l’immiserimento della popolazione italiana dovuto alle incongruenze delle trasformazioni “rivoluzionarie” introdotte in Istria nel dopoguerra, tra le quali particolarmente pesanti furono il fallimento della riforma agraria e di quelle nei settori della pesca e della distribuzione. Secondariamente la situazione insostenibile in cui vennero a trovarsi gran parte degli italiani della zona B in conseguenza della scelta politica di spezzare l’interdipendenza economica fra l’Istria e Trieste compiuta dal regime jugoslavo. Da parte italiana, specie negli ambienti degli esuli istriani e dalmati, l’interpretazione più accreditata è che l'esodo sia l’esito di un progetto di “pulizia etnica” ai danni della componente italiana, non solo per il risultato, che è indiscutibile, dal momento che la componente italiana venne eliminata quasi completamente, ma anche per l’esistenza di un programma preventivo di espulsione degli italiani. Il primo problema: i livelli decisionali È una questione ancora da risolvere: il primo problema è quello dei livelli decisionali: scopi e atteggiamenti jugoslavi nei confronti dell’esodo saranno veramente comprensibili solamente quando si potrà distinguere cosa avvenne ai tre livelli di potere del nuovo stato jugoslavo: federale, repubblicano (sloveno e croato) e locale, che sembravano seguire a volte linee diverse. Le preoccupazioni maggiori della diplomazia di Belgrado, infatti, erano per gli effetti internazionali della fuga degli italiani, e forse anche per il depauperamento di risorse intellettuali ed economiche che la scomparsa degli strati più attivi della società istriana avrebbe provocato. A Lubiana e Zagabria, direttamente interessate alla “normalizzazione etnica della Penisola”, forti erano le spinte nazionaliste. Nei quadri locali, molti dei quali inaspriti dall’esperienza delle persecuzioni fasciste e della lotta partigiana, vi era una forte aggressività etnica e politica. Altro problema importante è quello dei tempi: improbabile che esistesse un progetto di espulsione della popolazione italiana già al tempo della guerra di liberazione e nell’immediato dopoguerra. Il criterio ispiratore della politica jugoslava fra guerra e dopoguerra, nella maggior parte dell’Istria, più che quello della “pulizia etnica”, sembra essere stato quello della “fratellanza italo–jugoslava”, dove “fratellanza” non significava “uguaglianza”, ed era comunque lontana dalle attuali concezioni sui diritti delle minoranze. Fratellanza significava la disponibilità ad accettare il contribuito degli italiani alla costruzione della Jugoslavia socialista, e a consentire la loro integrazione “subordinata”, come singoli e come gruppo nazionale riconosciuto, in quella nuova realtà. Disponibilità significava nello stato jugoslavo, retto da un regime totalitario, non una normale lealtà istituzionale, ma una parteci- Una laureanda in Storia alla Cà Foscari Figlia di un’esule di Pola – ma la nonna è di Capodistria – Antonella Scarpa vive e lavoro a Venezia, dove è bibliotecaria all’Università IUAV di Venezia e segue la Videoteca. Sta per laurearsi in Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ma con una tesi di biblioteconomia sulla gestione degli audiovisivi nelle biblioteche. Ha preparato una tesina sull’esodo, apprezzata dal prof. Mario Isnenghi, con il quale ha sostenuto l’esame di storia contemporanea. La prima ipotesi di tesi della Scarpa era infatti sull’esodo. L’anno scorso ha partecipato come studiosa ad una trasmissione sull’esodo a “Telechiara”. pazione militante per l’edificazione di una società socialista, collaborare alle battaglie del regime e presenza nelle sue organizzazioni, attivismo per combatterne gli avversari. Prima fra tutti, l’Italia, giudicata capitalista, fascista, revanscista, e quanti guardavano a essa con simpatia o, ancora peggio, con nostalgia. Alla popolazione veniva così imposto di scegliere: o essere buoni jugoslavi e come tali cittadini a pieno titolo, oppure “nemici del popolo” da eliminare. Da notare che per essere considerati cittadini affidabili bisognava combattere i nemici del popolo, criticarli, denunciarli, perseguitarli. Riguardo all’integrazione, invece, quella degli italiani doveva essere “subordinata”: per gli esponenti sloveni e croati andava corretto l’assoluto predominio in Istria della componente nazionale italiana. Solo ridimensionato e privato del suo potere, il gruppo nazionale italiano sarebbe stato compatibile con l’architettura plurietnica della Jugoslavia federativa. Probabilmente era questo il progetto politico originario della leadership comunista jugoslava nei confronti degli italiani, che però venne a scontrarsi con le forti spinte al livellamento etnico presenti all’interno delle repubbliche slovena e croata, e soprattutto con l’indisponibilità della popolazione italiana al nuovo ruolo di minoranza. Nel suo insieme, la politica jugoslava nei confronti degli italiani pare dunque presentarsi come complessa e articolata. La percezione, in chi subiva il comportamento jugoslavo quotidianamente, era invece piuttosto univoca, ma solo nella zona B, alla fine degli anni Cinquanta, è documentabile il deliberato allontanamento di sacerdoti, insegnanti, lavoratori pendolari, membri del CLNI, chi cioè era punto di riferimento per la comunità italiana o canali di collegamento con Trieste. Il deterioramento dei rapporti a livello locale Se non si possono riconoscere piani di espulsione ai più alti livelli politici, è invece alquanto evidente a livello decisionale locale un processo di deterioramento dei rapporti tra popolazione e nuovi poteri locali, sullo sfondo di peggiorate condizioni economiche, che costituirà una delle principali spinte alla partenza. Sono rapporti che inizialmente non escludevano, oltre al consenso, accettazione passiva. Vi era consenso in notevoli settori della classe operaia, di radicata tradizione antifascista, comunista e internazionalista, consenso che viene meno con la manifesta subordinazione degli interessi di classe a quelli nazionali attuata dai comunisti jugoslavi (trasferimento dei macchinari delle fabbriche in territorio jugoslavo, scioglimento delle sezioni del Partito comunista italiano di Isola, Capodistria e Pirano, non bandiere rosse ma jugosla- ve). Questi e altri attriti, fino alla definitiva spaccatura dovuta alla risoluzione del Cominform. portarono molti comunisti istriani a scegliere l’esodo. L’accettazione passiva era tra gli impiegati, i piccoli commercianti, gli artigiani, gli agricoltori, per i quali l’aspirazione principale era, dopo il lungo periodo di guerra, il ritorno alla normalità Per loro, l’inserimento nella nuova realtà presentò maggiori elementi di trauma. Tornarono gli ammassi e continuò il razionamento, giustificati dalle esigenze della ricostruzione, ma inseriti in un quadro che modifica profondamente la vita economica della zona. Una serie incalzante di ordinanze, infatti, portò l’economia locale sotto il controllo dei poteri popolari: la libera iniziativa fu soffocata da un piano di cooperativizzazione, che scontentò anche i piccolissimi agricoltori, pur beneficiari di una ridistribuzione della grande e media proprietà espropriata, e dal blocco delle esportazioni verso l’Italia. Pessima la situazione per gli impiegati nel settore pubblico, per l’immediata rimozione dall’amministrazione del personale della precedente, tra i quali molti degli attivi nei CLN, con evidente volontà di allontanare elementi favorevoli al ritorno all’Italia. Furono, inoltre, messe in atto una serie di misure, come la requisizione di vani sfitti o inutilizzati, il sequestro dei beni degli epurati, tra i quali sono annoverati coloro che per qualsivoglia motivo hanno lascito la zona, e la reintroduzione nell’agosto della censura militare, in un crescendo che culmina nell’autunno 1945 nell’istituzione della lira istriana, che resero evidente che la costruzione della società socialista implicava tagliare i legami che univano l’Istria a Trieste e all’Italia. Non si ritornava alla normalità, ma veniva a prolungarsi un’emergenza che colpiva zone del quotidiano che il passato regime fascista tutto sommato aveva lasciato intatte. Il passaggio alla Jugoslavia si tradusse agli occhi di tutte questa categorie molto storia e ricerca 7 Sabato, 4 marzo 2006 presto in un evidente scadimento dello condizioni di vita. Il particolare lealismo richiesto dallo stato jugoslavo A livello locale, il particolare lealismo preteso dai propri cittadini del nascente stato jugoslavo di cui si è già detto, trovava nei comitati popolari le proprie strutture operative. Questi agirono secondo gli schemi del “comunismo di guerra”, che non lasciava spazio a incertezze e a dissenso, che attribuirono alla situazione istriana parametri estremamente rigidi e poco appropriati. Fu questa con molta probabilità la maggior causa del distacco con la popolazione che, in breve tempo, diventò incolmabile, popolazione spaesata dalla partenza di persone che avevano rappresentato punti di riferimento della comunità (insegnati, sacerdoti), e che accentuava la sensazione di isolamento. Il logoramento del rapporto fra popolazione e poteri popolari non provocò necessariamente e immediatamente la decisione di partire. Molti cercarono di restare tentando di rendersi impermeabili alla politica, per quanto lo permettesse un regime totalitario. Restare diventò impossibile quando fu imposto di scegliere in un tempo determinato, innescando una sorta di psicosi della prigionia Analizzando le motivazioni soggettive, tra queste, preponderante è quella della paura, paura della eliminazione fisica, che risalta con forza da tutte le testimonianze, coeve e successive. Benché nel corso del dopoguerra non si ebbero in Istria stragi paragonabili a quelle dell’autunno 1943 e della primavera 1945, vi fu un continuo stillicidio di violenze, pesante di per sé, e ancor più se letto alla luce degli esempi “pedagogici” degli anni precedenti. La paura era diventata la dimensione perenne di un’esistenza intessuta di sospetto e di minaccia, in balia dell’arbitrio di poteri ostili. Non era un’esclusiva istriana: quanto sperimentato nella regione era la prassi coerente nell’instaurazione di un regime stalinista e della sua reazione nei confronti di una società ostile ad accettarlo, anche se incapace per impossibilità e per scelta di contrasto violento. Questa condizione di oppressione, rendeva in Istria ancora più insopportabile una situazione rispetto alla quale una via di fuga esisteva, ed era quella della partenza. La paura costituì senza dubbio una spinta importante , ma non è pensabile di proporla come unica; si è verificato piuttosto uno sbilanciamento della memoria istriana in questo senso e delle ricostruzioni che ne hanno riprodotto solo i contenuti. Nelle motivazioni soggettive è rintracciabile anche una dimensione politica, sia nelle ricostruzioni posteriori che interpretano l’esodo come scelta di libertà, sia in nelle dichiarazioni “a caldo”. La popolazione italiana dell’Istria manifestò nella sua maggioranza un rifiuto netto del “comunismo”, non dovuto all’eredità del fascismo o al riflesso della propaganda occidentale, ma sulla base dell’esperienza concreta dell’instaurazione di un regime stalinista in atto. Per gli istriani l’affermarsi di un regime in una fase di “comunismo di guerra” comportò uno scon- volgimento profondo dei costumi propri di una società che nella gran parte del territorio istriano, anche nelle cittadine costiere, presentava ancora caratteri marcatamente premoderni, con forti legami alle sue tradizioni e ai suoi valori, a cominciare da quelli religiosi. Non sembra dunque esserci un’unica principale causa. Fu piuttosto quell’insieme di novità politiche, rivalse etniche e trasformazioni sociali, concentrate in un breve arco di tempo, a provocare fratture così gravi nelle abitudini di vita della popolazione istriana, scaraventata in un mondo in cui ogni principio sembrava sovvertito, a causare le partenze. Più che un cambio di sovranità si trattava di un cambio di mondo, e un passaggio così critico gli italiani lo vivevano in pessime condizioni: isolati, impotenti e progressivamente privati dei loro usuali punti di riferimento, a seguito dell’eliminazione della classe dirigente, dei soggetti sociali più rappresentativi e dell’allontanamento delle figure–chiave della società locale: i religiosi, gli insegnanti, i professionisti. Le comunità italiane si ritrovarono impoverite e destrutturate, in balia di un ambiente che stava cambiando e per restare nel quale, gli italiani avrebbero dovuto diventare qualcosa di diverso. Questo completo rivolgimento delle consuetudini di vita degli istriani provocò quella sensazione di estraneità, rappresentata dall’espressione “ci sentivamo stranieri a casa nostra” frequente nelle testimonianze, causa spesso della partenza. Una questione centrale per comprendere la scelta dell’esodo, in cui confluiscono e si amalgamano tutte le altre, quindi esiste ed è una questione di identità. Per percorsi diversi, con sofferenze diverse, gli italiani d’Istria diventarono consapevoli dell’impossibilità di mantenere la propria identità nel nuovo stato, ovvero quel complesso di modi di vivere e di sentire la cui sintesi più spontanea era l’affermazione “essere italiani”. Affermazione che veniva da una tradizione patriottica radicata e ora rafforzata dalla persecuzioni, correlata all’altra “poter parlare liberamente italiano”, che legava lingua e patria. Fu un processo, come si è visto, dai ritmi e dai tempi diversi, ma che, si trattasse di popolati centri urbani dalle diverse componenti sociali, o poche famiglie di villaggi rurali, portò in ogni caso le comunità italiane d’Istria a sentirsi incompatibili con quanto concretamente veniva loro offerto dal nuovo Stato jugoslavo. E quindi a scegliere l’esodo. Così la decisione di abbandonare la propria terra, diventata ormai diversa e ostile, rimase l’ultima possibilità concessa agli istriani per restare italiani, vale a dire per restare semplicemente se stessi... RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI: Cristiana Columni, Liliana Ferrari, Gianna Nassini, Germano Trani, Storia di un esodo. Istria 19451956, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1980 Carlo Schiffrer, L’esodo dalle terre adriatiche, in La questione etnica ai confini orientali d’Italia, a cura di F. Verani, Italo Svevo, Trieste 1990 Raul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano, 2005 Omissis e guerra editoriale sul fenomeno Foibe, argomento senza pace anche in rete Foibe. Un argomento ancora sempre scottante, quasi un tabù della storia italiana. Anche su Wikipedia, enciclopedia online modificabile dagli stessi utenti, alcune voci sono state bloccate, cioè modificabili solo dagli amministratori e non da tutti gli utenti; il blocco viene deciso solo dopo una serie di autentici atti di vandalismo, e di cambiamenti editoriali troppo frequenti. Wikipedia è stata costretta a inserire la voce “foibe” tra quelle modificabili solo dagli amministratori. HDT, Hill, Pio, Ilario, Rdocb: sono solo alcuni dei nick di utenti “wiki” che hanno modificato la voce “foibe” dal 9 agosto 2003 (messa in rete) al 21 gennaio 2006: centinaia di interventi, un vero botta e risposta. Studiando la cronologia dei cambiamenti e le discussioni tra utenti coinvolti emerge tutto il travaglio che ha portato alla pubblicazione dell’articolo, cauto e all’insegna del politicamente corretto. Comunque, un deciso salto in avanti rispetto alla prima versione apparsa su Wikipedia, che definiva, pur se tra virgolette, “comprensibili” i primi infoibamenti (frutto di insurrezioni civili anti-italiane seguite all’8 settembre ’43), e privi di qualunque giustificazione morale e sociale quelli attuati successivamente dalle truppe titine. Citando le prime righe della voce attualmente fruibile: le foibe “furono teatro di crimini […] in particolare durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra come luogo di occultamento dei cadaveri durante le repressioni avvenute nella città di Trieste e nelle regioni nord-orientali italiane”. L’articolo ricorda poi che le vittime delle foibe furono di qualunque come di nessun colore politico, e che furono in maggioranza italiane, ma non solo (vi furono gettati anche tedeschi, neozelandesi, persino croati, sloveni e serbi ostili a Tito). Si esita a fornire il numero degli infoibati, citando alcune testimonianze che lo fanno oscillare tra i 5 e i 20 mila (sopra, la cartina Wikipedia delle principali località di foibe). Nella guerra editoriale un po’ tutte le sezioni della voce hanno subito modifiche. È scomparso, a esempio, ogni riferimento agli ostacoli frapposti dal governo sloveno all’esplorazione speleologica, anche per scopi scientifici (molte banali “gite” in grotte hanno portato alla scoperta di nuove foibe). Fino a poco tempo fa, nel parlare della foiba di Basovizza, Wikipedia taceva il fatto che è stata proclamata monumento d’interesse nazionale, lacuna colmata solo nel gennaio 2006, quando fu anche inserita una frase significativa: “Tito confermò l’esistenza delle foibe come luogo di occultamento di cadaveri”. Battaglia dura anche quella sulla bibliografia: nel corso delle revisioni sono spariti testi pubblicati da case editrici bollate come repubblichine e revisioniste da alcuni utenti. Intenso fuoco incrociato anche per l’inclusione o l’esclusione di lavori di A. Petacco e C. Cernigoi, accusati da alcuni utenti di scarso rigore scientifico il primo e di eccessive simpatie per Tito la seconda; alla fine la spuntano entrambi e gli amministratori di Wikipedia li includono nella bibliografia poi bloccata. Wikipedia è un’enciclopedia multilingue. Nella versione in croato la voce non esiste. Sconcertante la versione slovena: tre righe pilatesche. “La “fójba” è un fenomeno geologico tipico della zona carsica, dal friulano ‘foibe’, che deriva dalla parola latina ‘fovea’. La parola è stata presa dall’italiano, in cui spesso il termine foiba viene correlato a crimini avvenuti durante la seconda guerra mondiale in Istria e nei dintorni di Trieste, e da qui deriva anche il termine ‘infoibare’”. Senza altre spiegazioni. RICONOSCIMENTI Disamina lucida e puntuale dello svolgersi degli avvenimenti «Infoibati», premiato a Verona lo studioso gradese Guido Rumici Guido Rumici, con “Infoibati”, volume dedicato alla descrizione delle vicende del confine orientale d’Italia negli anni del secondo conflitto mondiale e dell’immediato dopoguerra, ha vinto a Verona il Premio Letterario Tanzella. Lo studioso gradese, docente di Economia Aziendale presso l’Istituto “Mattei” di Palmanova e cultore di Diritto dell’Unione Europea e di Organizzazione Internazionale nell’Università di Genova, ha pubblicato negli ultimi anni numerosi articoli e saggi sulla storia della Venezia Giulia e della Dalmazia, vincendo nel 1998 il Premio Carbonetti con lo scritto “L’Istria cinquant’anni dopo il grande esodo”. La Giuria del Concorso Letterario Tanzella ha conferito il “Premio per la Miglior Opera della Se- zione Storia” al libro “Infoibati” pubblicato dall’editore Mursia di Milano, con la motivazione che il libro di Guido Rumici presentava una “Disamina lucida e puntuale dello svolgersi degli avvenimenti, suffragati da testimonianze, documenti e ricerche che non lasciano spazio ai commenti dell’autore, ma suscitano in chi legge sentimenti ed emozioni”. L’argomento del libro, tornato d’attualità anche per l’istituzione del Giorno del Ricordo, intende ricordare la dolorosa pagina delle deportazioni e delle uccisioni di alcune migliaia di persone operate dagli elementi del Movimento Popolare di Liberazione jugoslavo nelle varie ondate di violenza verificatesi nel settembre-ottobre del 1943 e, più tardi, nella primavera del 1945. Il volume di Guido Rumici, scritto con un linguaggio semplice e lineare, ha cercato di inquadrare il dramma delle foibe e dell’esodo dei giuliano dalmati nel contesto storico in cui avvennero queste dolorose vicende, descrivendo separatamente i fatti che coinvolsero l’Istria, Trieste, Gorizia, Fiume e la Dalmazia, con l’aiuto di una ricca documentazione d’archivio di fonte italiana, inglese e jugoslava e di numerose testimonianze che aiutano a capire il clima dell’epoca. Lo scopo del libro è essenzialmente divulgativo e la Giuria del Concorso Tanzella ha voluto sottolineare l’importanza che vicende complesse come quelle delle foibe e dell’esodo possano essere raccontate, anche al pubblico più giovane, con toni pacati che separino la disamina dei fatti dalla loro interpretazione. 8 storia e ricerca Sabato, 4 marzo 2006 CURIOSITÀ Intercettati nel ’42, i nazisti li avevano codificati con la celebre macchina Un esercito di computer per decifrare ancora due dispacci criptati da Enigma “COSTRETTO all’immersione durante l’attacco. Aumenta la profondità. Ultima posizione del nemico 0830h AJ 9863, [direzione] 220 gradi, [velocità] 8 nodi. [Sto] seguendo [il nemico]. [Il barometro] segna 14 mb, [vento] nor-norest, [forza] 4, visibilità 10 [miglia nautiche]”. Questo il testo del messaggio che l’apparecchio elettromeccanico Enigma – utilizzato dai nazisti per cifrare e decodificare i dispacci durante la Seconda guerra mondiale – aveva consegnato alla storia ancora non decodificato. Assieme a questo dispaccio altre due misteriose comunicazioni che mai nessuno era riuscito a decifrare. Per 60 anni. Un programma avviato all’inizio di gennaio, chiamato M4 Project, è riuscito a sciogliere parte consistente del mistero traducento il primo dei tre messaggi. E promette a breve di fare lo stesso con gli altri due. Lo storico successo è stato raggiunto grazie al sistema del “distributed computing”, ovvero l’utilizzo di milioni di computer per svolgere calcoli che sarebbero impossibili per un solo pc. Una settimana fa è stato decodificato il primo dei tre messaggi. E per gli altri due gli esperti criptologi chiedono l’aiuto di tutti gli appassionati del mondo. La macchina Enigma fu inventata dallo scienziato Arthur Scherbius e dal 1919 fu sviluppata in varie versioni. La sua facilità d’uso e l’indecifrabilità che garantiva furono alla base del suo ampio utilizzo. La decodificazione dei messaggi elaborati da Enigma divenne possibile in parte grazie po di decodificare questi messaggi e finora sta ottenendo degli ottimi risultati. Alla base della violazione dell’inattaccabile Enigma c’è un sistema di lavoro in cui ogni utente con il proprio computer dà un contributo su una piccola parte del lavoro totale, rendendo possibile l’elaborazione di un calcolo altrimenti impossibile. Al centro del processo per decifrare i messaggi c’è un particolare algoritmo che gli esperti chiamano “hill-climbing” (letteralmente “arrampicamento sulla collina”). “Gli algoritmi ‘hill-climbing’ – spiega un membro dell’M4 Project – cercano di ottimizzare un oggetto cambiandolo passo dopo passo. al lavoro del grande matematico Alan Turing. Il codice della macchina venne svelato dagli inglesi soltanto successivamente al recupero, da un sottomarino tedesco, di un esemplare della macchina, completa di manuale di istruzioni, che funzionava con tre “rotori” (i dischi cablati su cui si basava l’intero funzionamento di Enigma). La lettura delle informazioni contenute nei messaggi, da quel momento non più protetti, portò alla conclusione della Seconda guerra mondiale con almeno un anno di anticipo. Ma tre messaggi cifrati da Enigma, che furono intercettati dalle forze britanniche nel 1942, erano rimasti senza soluzione. I dispacci in questione, ritenuti indecifrabili dall’esercito tedesco, erano stati prodotti con una macchina a cinque “rotori”. L’M4 Project è nato proprio con lo sco- Dopo ogni cambiamento la “coerenza” del nuovo oggetto viene determinata da una precisa funzione matematica. Tutti i cambiamenti che portano a un oggetto migliore vengono conservati. Dopo ogni cambiamento raggiunto si cerca poi di determinare su base statistica la corrispondenza del messaggio al linguaggio naturale”. A questi “eroi della criptologia” restano ora da decifrare due messaggi. E tutti, nell’ambito dell’M4 Project, chiedono il contributo di chiunque sia interessato a violare due dei più grandi segreti della storia. Non resta dunque che un invito a unirsi rivolto a tutti gli appassionati enigmisti. ARCHEOLOGIA Vicina a quella di Tutankhamon Una tomba intatta nella Valle dei Re L a spettacolare Valle dei Re non finisce di stupire. Per quasi un secolo, dalla scoperta di Lord Carnavon a Howard Carter, nel 1922, si era creduto che non avesse più niente da svelare. E invece, agli inizi di febbraio è stata trovata – per caso, come spesso succede in questi casi – una nuova tomba, miracolosamente intatta e a pochi metri di distanza da quella celeberrima e maledetta di Tutankhamon. A 4 metri sotto terra, nella necropoli situata sulla riva occidentale del Nilo, si tratta probabilmente di una tomba regale, o di alti dignitari di corte, “ricca” di sarcofagi e di giare chiuse da sigilli faraonici. La tomba è stata già battezzata col codice KV63, conformemente all’uso che vuole che le scoperte fatte nell’area vengano indicate con l’appellativo KV seguito da un numero. Si trova tra KV10 (Amenmesses) e KV62 (Tutankhamon), al centro della Valle, vicino al crocevia di sentieri battuti da migliaia di turisti. Autore del ritrovamento, un team di archeologi dell’università di Mem- phys (Tennessee) guidati da Otto Schaden, egittologo, responsabile proprio del “Progetto tomba di Amnemesses”. I sarcofagi contengono mummie risalenti – secondo Zahi Hawass, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità egizie – quasi certamente alla diciottesima dinastia, che governò l’Egitto dal 1560 al 1085 avanti Cristo, all’inizio del co- siddetto Nuovo Regno, quando la capitale era Tebe (l’attuale Luxor). Nella valle erano 84 anni, da quando era riemersa quella del giovane faraone Tutankhamon, che non si trovava più una tomba. La squadra di archeologi americani era impegnata sulla tomba di Amenmesses, un faraone della XIX dinastia. “Stavano scavando accanto a quella – ha raccontato Patricia Podzorski, curatrice del Museo di Arte e Archeologia dell’Università del Missouri –. In particolare lavoravano sui resti delle capanne usate dagli operai che costruivano le tombe. ll’improvviso, hanno trovato un cunicolo, 4 metri più giù la tomba: un’unica grande camera, di almeno 3 metri quadrati. E al suo interno i sarcofagi in legno delle mummie con maschere funerarie colorate e oltre venti giare con i sigilli faraonici”. È la 63.esima tomba scoperta da quando la valle fu studiata, nel XVIII secolo: le ricerche cominciarono con la campagna napoleonica del 1798. Anno II / n. 3 4 marzo 2006 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat edizione: STORIA E RICERCA Redattore esecutivo: Ilaria Rocchi Rukavina / Impaginazione: Tiziana Raspor Collaboratori: Kristjan Knez, Roberto Palisca, Antonella Scarpa Foto: Kristjan Knez e Graziella Tatalović