IN QUESTO NUMERO
Nel marzo del 1922 si chiuse, in maniera violenta, la parentesi dello Stato Libero
di Fiume. Come si svolse il “ribalton” fiumano? Roberto Palisca ha rintracciato a
Bersezio il “Libro Rosso”, in cui a parlare
dei fatti è Riccardo Zanella, che ne fu presidente. Il volumetto è di proprietà di Emil
Barković, che a casa propria custodisce
altre curiosità storiche (pp. 1– 3).
SCHEGGE
Un’importante di notizie relative a
Trieste, all’Istria e, in generale alla Venezia Giulia, è invece l’“Archeografo triestino”, promosso a partire dal 1829. Kristjan
Knez ha ricostruito le tappe della sua pubblicazione, le finalità e le peculiarità del
progetto culturale di cui la Società di Minerva ha riproposto, in edizione anastatica, il primo volume (pp. 4 –5).
Esodo e foibe. Il Giorno del Ricordo ha
portato all’attenzione dell’opinione pubblica su questi eventi della storia (degli
italiani) e Antonella Scarpa (pp. 6 – 7) ha
provato a riflettere sulle motivazioni dell’esodo. Una disamina lucida e puntuale
dell’altro tema delicato, le foibe, è invece
quella fatta dallo studioso Guido Rumici.
Sulle foibe si potranno invece apprendere
nozioni frammentarie e, alle volte, anche
distorte, consultando l’enciclopedia multilingue online Wikipedia (p. 7). L’Inserto
termina con una delle importanti scoperte archeologiche in Egitto – nella Valle
dei Re è riaffiorata una tomba intatta –, e
un’impresa “informatica” volta a decifrare alcuni dispacci codificati dai nazisti con
la famosa macchina Enigma.
È la cronistoria dei tragici fatti che scossero Fiume il 3 marzo 1922
Il «Libro Rosso» che racconta
la resa di Riccardo Zanella
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Segue nelle pagine 2 e 3
DEL POPOLO
storia
e ricerca
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gravi fatti svoltisi nella sanguinosa giornata del 3 marzo del 1922, indi la campagna a base d’informazioni false e svisate che si organizzò nella stampa italiana, ed attraverso questa, anche in quella estera; infine i tentativi compiuti mediante agenzie più o meno ufficiose,
di far cadere sul Governo ed in ispecie sul Presidente dello Stato di Fiume, responsabilità immaginarie, hanno costretto il Governo fiumano ad uscire dal riserbo ed a pubblicare tutti quei documenti che oltre all’offrire una testimonianza irrefutabile degli avvenimenti, stabiliscono e precisano
responsabilità diverse. Lo Stato di Fiume è stato creato dall’art. 4 del Trattato di Rapallo, il 12 novembre 1920; ma appena il 24 aprile 1921 il popolo di Fiume potè – per la prima volta dopo il crollo della monarchia austro-ungarica – esprimere la
sua volontà. Mediante un’elezione plebiscitaria, malgrado violenze e terrorismi di bande di forestieri armati e nonostante gli abusi e le corruzioni elettorali degli elementi nazionalfascisti che detenevano i publici poteri, la popolazione
fiumana votò congrandiosa schiacciante
maggioranza la lista presentata dal Partito Autonomo di Fiume”.
È il preambolo della sette pagine di prefazione del “Libro Rosso” sui rapporti del Governo di
Fiume col Regio Governo d’Italia, con speciale riguardo ai precedenti del colpo di mano del 3 mar-
zo 1922. In tale data, legionari dannunziani rimasti
in città e fascisti locali fecero cessare con un colpo
di mano l’esperienza dello Stato Libero. Dopo aspri
dissidi interni, il 27 gennaio 1924, all’epoca del primo governo di Benito Mussolini, lo Stato italiano
arrivò con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni il
Trattato di Roma, con il quale veniva riconosciuta l’annessione della città all’Italia. Quel
3 marzo 1922 duecento uomini del fascio
fiumano mossero all’assalto del governo
zanelliano.
Dinanzi alle cannonate fasciste contro il Palazzo del Governo, le forze
garanti dell’ordine pubblico rimasero indifferenti. Zanella, costretto a
firmare due lettere di dimissioni, si
rifugiò a Portorè con altri membri
della Costituente e non volle avere
alcun contatto con i rivoluzionari,
sostenendo che il solo organo costituzionale legale era l’assemblea
votata il 24 aprile. A Fiume il consiglio militare affidò i poteri al professor Attilio Depoli, che venne riconosciuto anche dal governo di
Roma quale capo provvisorio dello
Stato di Fiume. Depoli, dichiaratamente antifascista, accettò il mandato
nel solo ed unico interesse della città.
An
no
II
• n. 3
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• Sabato, 4 marzo 200
Nella foto, il passaporto di Riccardo Zanella, custodito al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno
di Roberto Palisca
2 storia e ricerca
SCHEGGE
Sabato, 4 marzo 2006
Il volumetto del 1922 è stato recuperato da Emil Barković
A Bersezio, sulle tracce
di Riccardo Zanella
continua dalla prima pagina
Zanella, dal suo esilio a Portorè, continuò a lottare per l’indipendenza dello Stato di Fiume,
ma gli aiuti sia italiani che jugoslavi di cui poté godere furono
sempre esigui. Nella conferenza
di Genova, che si concluse con le
convenzioni di Santa Margherita, si procedette a definire i particolari relativi all’applicazione
del trattato di Rapallo. I protocolli vennero firmati alla vigilia
della marcia su Roma: Mussolini dovette accettare il trattato
di Rapallo che era oramai legge dello Stato. Forte degli aiuti
economici che elargiva alla città,
sentì tuttavia di avere motivo di
riprendere le trattative con Bel-
grado per giungere all’annessione di Fiume all’Italia. Con il trattato di Roma del 27 gennaio 1924
si riconosceva alla Jugoslavia la
sovranità sul delta e su porto Baross, all’Italia la sovranità su
Fiume, di cui l’estremo territorio
settentrionale doveva essere ceduto alla Jugoslavia, e si rimetteva la delineazione dei confini
precisi al lavoro di una commissione mista. Il governatore Giardino, senatore del Regno, inviato dal Consiglio dei ministri per
provvedere ai bisogni della città,
proclamò il 16 marzo l’annessione di Fiume all’Italia. Il governo italiano, rendendosi conto dei
danni commerciali subiti da Fiume in seguito a tali vicende, prese una serie di provvedimenti al
fine di risollevarne l’economia.
Venne creata la Provincia del
Carnaro, così da poter convogliare su Fiume i traffici del suo
retroterra e vennero elargiti cospicui finanziamenti alle società
armatrici fiumane; quali l’Adria
ad esempio, che svolgeva un importante servizio anche per altri
scali dell’Adriatico, del Mediterraneo e dell’Africa settentrionale, che poté potenziare le proprie
linee grazie alle sovvenzioni ricevute. La concorrenza che tuttavia Fiume subì dal bacino di
Sušak spinse il governo ad istituire la zona franca del Carnaro
che, fondata inizialmente fino al
1931, fu poi prorogata sine die.
Tra il 1934 ed il 1936 si cominciarono a vedere i primi segni di
ripresa nel settore industriale,
grazie anche ai contributi elargiti dall’IRI.
Dei 3000 autonomisti che
avevano seguito Zanella nel suo
esilio a Portorè, non rimase ben
presto più traccia, salvo quel
“Libro Rosso” pubblicato a cura
del Governo di Fiume dalla Società editoriale fiumana in quel
1922. Un volumetto che in pratica contiene memoriali, decreti,
note e telegrammi del Governo
indipendentista di Fiume di quei
giorni: è la versione zanelliana
del colpo di Stato del 3 marzo
1922. Trovarlo oggi nei negozi di libri d’antiquariato è sicuramente un’impresa. Forse, ma
chissà per quale cifra, si può acquistarlo in internet. Noi abbiamo avuto la fortuna di reperirne
una copia da un appassionato di
storia e ricerca. A prestarcela è
stato Emil Barković. Nella sua
casa di Bersezio conserva anche
altre rare perle che trattano della storia di Fiume. Una versione
originale della liburnica “Storia”
del Kobler, alcune guide degli
inizi del 1900, una foto con de-
dica del marciatore olimpionico
fiumano Abdon Pamich, che un
giorno gli ha fatto anche visita.
Emil Barković è un uomo che
fino al pensionamento ha fatto il
direttore dell’albergo. Ma il vizio di spulciare e cercare vecchi
libri nei negozi d’antiquariato
l’ha sempre avuto. È stato così
che ha “recuperato” anche una
copia del “Libro Rosso” di Zanella.
“Eccellenza – scrive nel memoriale che fu inviato all’onorevole Luigi Facta, presidente del
Consiglio dei ministri del regno
d’Italia, Riccardo Zanella – a
difesa dei diritti conculcati dallo Stato libero di Fiume, mi permetto sottoporre all’alto ed equo
giudizio dell’Eminenza Vostra
una esatta e serena cronistoria
delle cause che hanno determinato i recenti e tragici avvenimenti e di presentare a codesto
Regio Governo un formale atto
di protesta contro i procedimenti
ed i fatti che quegli avvenimenti
hanno reso possibili”.
Dopo aver ricordato a Facta
che egli aveva avvertito con
molto anticipo le autorità italiane dell’epoca del pericolo che a
Fiume avvenisse un colpo di stato Zanella scrive: “Le denuncie,
le proteste e le invocazioni del
Governo fiumano non hanno trovato ascolto e non hanno provocato che promesse che mai sono
state mantenute. Si è così lasciato compiere ed eseguire indisturbatamente un ben ordinato e
calcolato attacco a mano armata
contro il Governo legittimo dello Stato di Fiume e contro la volontà del popolo fiumano. Il Governo di Fiume dopo sette ore di
accanita resistenza, sopraffatto
dalla forza armata sferrata contro di esso, ha dovuto abbandonare il posto. Così l’ordine legale e costituzionale a Fiume è stato nuovamente sconvolto, Fiume
è ancora una volta teatro di inaudite sanguinose gesta; Fiume è
ridiventata il pericolo latente,
‘il nido d’intenzione politica’,
come l’ho qualificata sin dal
1919, dei rapporti italo-jugoslavi, nonché della politica interna
ed estera del Regno d’Italia”.
Emil Barković con alcuni volumi che ha trovato negli antiquariati
“Di questa grande colpa –
precisa Zanella – di questa aperta violazione dei diritti statali di
Fiume, io accuso la Consulta e
più precisamente la politica dei
senatori Della Torretta e Contarini, nonché le autorità e gli organi del Regio Governo italiano
a Fiume. Per convincersi dell’inconfutabilità della mia formale
accusa, Vostra Eminenza non ha
che da esaminare i telegrammi e
le note da me inviate da più di un
mese a questa parte agli onorevoli Bonomi e Della Torretta, al
senatore Contarini, al commendatore Castelli – spiega il capo
del Governo dello Stato di Fiume al ministro Facta – ed escutere il magg. Perata, provvisorio
reggente della Regia Legazione
d’Italia a Fiume, il magg. Italo
Donati e il col. Giungi, comandanti dei Regi Reggimenti dei
Carabinieri dislocati a Fiume.
Vostra Eccellenza si persuaderà allora facilmente che gli organi del Regio Governo d’Italia
hanno proceduto con colpevole
e voluta noncuranza dei supremi
interessi d’Italia e con uno spi-
Il momento della resa: la bandiera bianca issata sul Palazzo del Governo
rito di dissimulazione che riveste i più palesi caratteri di complicità di coloro che ordirono la
congiura contro la franca e leale
politica del mio Gabinetto. Scopi tortuosi più o meno nazionalistici erano vagheggiati non soltanto contro di me ma pur contro
l’esecuzione di singole parti del
Trattato d Rapallo”.
Zanella torna quindi a citare
le colpe del precedente ministro
degli affari esteri Della Torretta, del senatore Contarini e del
commendator Castelli, dei ministri Bonomi e De Nava, accusandoli di aver volutamente sabotato i tentativi del Governo di
Fiume di far riprendere le attività economiche nel capoluogo del
Quarnero e dare alla popolazione ormai esausta e stanca di privazioni e sofferenze, la possibilità di uscire dalla crisi dovuta a
quattro anni e mezzo di guerra e
a tre anni e mezzo di armistizio
che Zanella definisce “ben peggiori di quelli bellici”.
“Malgrado le proteste, le denuncie, le suppliche perché si ottemperasse all’impegno d’onore
convenuto e pattuito per la difesa dell’ordine e della sicurezza
dello Stato di Fiume si è lasciata
indisturbata la situazione anarchica dal dicembre del 1921 al
marzo dell’anno corrente e facile
e libero lo svolgimento della cosiddetta rivoluzione del 3 marzo
che in realtà” – denuncia ancora
l’autonomista fiumano – fu soltanto un’azione di brigantaggio
politico in grande stile, preparata con la collaborazione di tre
deputati del Parlamento italiano
(onorevoli Giurati, De Stefani e
Giunta) eseguito da cittadini del
Regno d’Italia, con la partecipazione di non più di 200 fiumani
e con la cooperazione materiale
e diretta di elementi dei RR Carabinieri, della R. Finanza, della R. Marina e sotto la protezione della delittuosa passività degli altri reparti dei Carabinieri e
delle Regie truppe di terra e di
mare che si trovavano a Fiume,
in Abbazia e a Mattuglie”.
storia e ricerca 3
Sabato, 4 marzo 2006
Un francobollo delle poste di
Fiume del periodo del Governo
provvisorio di Zanella
Quindi Zanella elenca fatti,
saccheggi e disordini provocati in quelle due settimane a Fiume dai fascisti. Un continuo alza
e togli bandiera del regno d’Italia
dal palazzo che era sede del Governo, con timori di scontri dei
carabinieri con i dimostranti, intimidazioni, esplosioni di bombe,
soppressioni dei servizi tramviari
e postelegrafonici, chiusure dei
negozi, delle scuole e delle fabbriche Il tutto culminò con l’assassinio del legionario Fontana
la notte dell’1 e l’attacco al palazzo del Governo all’alba del 3
marzo i carabinieri abbandonarono gli uffici del palazzo del Governo lasciando Zanella e i suoi
pochi seguaci in balia di se stessi.
“Sino alle 10 io speravo che il tradimento dei Comandi e della Regia Truppa non fosse possibile e
ritenevo che, se non altri, almeno
il generale Spreafico accorresse
dalla finitima Abbazia, in soccorso del Governo fiumano. Ma alle
10, dopo cinque ore di inutile attesa, il tradimento e l’inganno erano ormai evidenti ed indiscutibili”
– conclude, sconsolato il presidente dello Stato Libero di Fiume.
Alle 11 di quel 3 marzo, con l’aiuto e la cooperazione dei funzionari regnicoli del governo marittimo
e grazie all’ausilio dei “Mas 89”,
del rimorchiatore “Clotilde” e di
una torpediniera, Palazzo del Governo viene preso a cannonate. I
colpi sono 32. Un’ora e mezza
dopo Zanella si arrende e fa issare
la bandiera bianca.
Nota del Governo di Fiume
al R. Ministro degli Affari Esteri
d’Italia per l’invito di Fiume alla
Conferenza di Portorose.
2 novembre 1921.
Radunata a Portorose la conferenza tra i delegati degli Stati
sorti dallo sfacelo della Monarchia a.-u., e discutendovisi argomenti e problemi che direttamente interessano la vita e l’avvenire
economico dello Stato di Fiume,
mi permetto di rivolgere all’E.V.
la preghiera di voler disporre che
Fiume sia invitata alla conferenza
di Portorose.
Qualora a tale invito od alla
partecipazione di Fiume alla conferenza di Portorose ed alle analoghe successive riunioni si opponessero degli ostacoli, prego l’E.
V. di voler darmene cortese comunicazione.
Con alta stima e distinta considerazione.
fto. Zanella.
Telegramma alla “Stefani” –
(Roma) ed ai principali giornali
italiani.
6 dicembre 1921.
Stamattina, malgrado la sorveglianza dei carabinieri, il legionario Antonelli da Alessandria
d’Egitto, salì sul tetto del Palazzo
del Governo fiumano ed issovi una
bandiera dello Stato Italiano, all’evidente scopo di provocare incidenti atti a turbare l’ordine pubblico, e dei commenti giornalistici
sfavorevoli alla politica fiumana.
Il Governo fiumano fece togliere
la bandiera, non volendo tollerare
l’atto abusivo e insidioso.
Immediatamente il Fascio di
combattimento minacciò l’assalto al Palazzo del Governo ed altri
disordini.
Il Governo fiumano, pur sapendo che la popolazione fiumana è stanca delle prepotenze dei
fascisti e dei legionari, ha però
dovuto cedere, perché il Comando
delle Regie truppe dislocate a Fiume, allo scopo di mantenervi l’ordine pubblico, dichiarò “di non
essere in grado di evitare gravissimi imprevedibili conflitti”. Perciò
il Governo, per forza maggiore,
lasciò fare al Comando delle regie
truppe quanto questo desiderava.
Il Comando delle regie truppe issò
nuovamente la bandiera sul palazzo del Governo.
Di sera un centinaio di fascisti con fanfara inscenò una passeggiata attraverso la città, colle solite grida di provocazione. Il
fatto produsse nella cittadinanza
profonda impressione e si invoca la cessazione d’una situazione
assurda di duplice autorità nello
Stato di Fiume.
Ufficio Stampa del Governo
fiumano.
Telegramma dell’Ufficio Stampa del Governo di Fiume ai principali giornali d’Italia.
11 febbraio 1922.
Fiume è nuovamente sotto il
terrore. Circa centocinquanta fascisti armati di fucili, pistole, di
bombe percorrono la città, arrestando, perquisendo e battendo
cittadini inermi. È organizzata
una vera caccia contro gli agenti di Questura, sui quali facinorosi fanno fuoco, gettano bombe.
Parecchi agenti sono feriti gravemente; altri, arrestati e disarmati,
furono condotti alla sede del Fascio e tenuti in ostaggio. Questurini non possono reagire, perché
non prestano ancora servizio pubblico, il quale spetta ancora soltanto ai carabinieri.
Ieri notte i facinorosi invasero
l’ufficio telegrafico, percuotendo
selvaggiamente degli impiegati.
Il Governo fiumano sospese il
servizio telegrafico notturno. Occuparono poi, devastando, quattro
uffici di delegazione della Questura. L’assalto contro l’ufficio
centrale della Questura, abortì. I
carabinieri non arrestano nessuno. La cittadinanza terrorizzata,
esasperata, reclama carabinieri
ristabiliscano l’ordine, il rispetto
delle leggi. Esige che quel centinaio di energumeni che impongonsi ai pubblici poteri, paralizzando la vita civile della martoriata città, vengano immediatamente disarmati e che i facinorosi,
colpevoli di delitti comuni vengano arrestati ed espulsi e ciò anche
per evitare una possibile disperata reazione della cittadinanza, che
potrebbe avere conseguenze incalcolabili.
Ufficio Stampa del Governo
di Fiume.
Telegramma al Presidente del
Consiglio On. Bonomi, al Sen.
Contarini per il R. Ministero degli
Affari Esteri ed al Comm. Castelli
per il R. Ministero dell’Interno.
11 febbraio 1922.
Da tre giorni è ripresa l’azione terroristica dei nazionalscisti.
Nella notte scorsa essi assaltarono e disarmarono l’appostamento della Questura alla stazione e
commisero aggressioni a danno
di cittadini. Questa notte diedero
un allarme generale, suonarono
la campana della Torre Civica e
percorsero armati di moschetto e
di bombe la città.
L’azione preparata abortì grazie ai provvedimenti presi in tempo utile da questo Governo.
Non pertanto facinorosi gettarono bombe e spararono colpi di
moschetto nei paraggi della caserma Diaz.
Un gruppo di 20 fascisti aggredì con bombe e colpi di moschetto
tre questurini: uno ferito. Fecero
prigionieri poi tenuti come ostaggio nei locali del Fascio altri tre
questurini.
Questurini arrestarono due
fascisti armati di bombe e revolvers.
Con il motto «Fiume ai fiumani»
L’autonomista per antonomasia
Riccardo Zanella, che
avrebbe ottenuto la vittoria
nelle elezioni del 29 gennaio
1905, divenne il maggiore sostenitore dell’autonomia di
Fiume e continuò a perorare le sue idee anche negli anni
difficili delle due guerre mondiali. Il motto del suo partito autonomista era “Fiume ai
fiumani”; gli zanelliani non
erano ostili all’Ungheria, ma
volevano che fosse rispettata
l’italianità di Fiume, secondo
quanto previsto dal provviso-
rio. Voce di quest’ala intransigente fu “La Voce del Popolo”, giornale che divenne ben
presto il quotidiano più importante della città, soprattutto da quando Zanella iniziò
ad esprimere, sulle pagine di
quel giornale il suo dissenso.
Le elezioni per la Costituente fiumana del 1921 videro vicitore il fronte autonomista e Riccardo Zanella divenne così il primo Presidente
dello Stato Libero di Fiume.
Zanella, da subito, fece il pos-
sibile e l’impossibile per alienarsi le simpatie dei fiumani,
svendendo ferrovie e strutture portuali. La situazione divenne insostenibile. Il fronte
irredentista decise di attuare
allora il 3 marzo 1922 un colpo di mano. Le forze dell’ordine non intervennero affatto
e Zanella fu costretto a firmare le sue dimissioni. In esilio
a Portorè (Kraljevica) rimase
sotto “tutela” jugoslava per
dieci anni. Poi si trasferì a
Parigi.
Prego di esaminare se convenga rinforzare carabinieri per
epurare la città, prima ancora
dell’arrivo delle nostre armi. Ossequi.
fto. Zanella.
Telegramma al Presidente del
Consiglio on. Bonomi, al Ministero degli Affari Esteri ed al comm.
Castelli al Ministero degli Interni.
11. febbraio 1922. ore 20.
Notte scorsa i fascisti, che non
sono più di centocinquanta, devastarono con bombe le tenenze
della Questura alla Stazione ferroviaria, a Mlacca, a Plasse ed
al Belvedere, asportando coperte
e suppellettili.
Terrorizzarono la città durante
tutta la notte.
I carabinieri non hanno fatto
nessun arresto, sebbene assistessero a due di quelle devastazioni.
È stato invaso l’ufficio telegrafico e battuti gli impiegati non fascistofili.
Il movimento era diretto da
Host-Venturi, Krall e Viola.
Stamane, nel pomeriggio, in
piazza Cambieri avvennero fucilate e lancio di bombe contro due
questurini.
Dinanzi alla Manifattura Tabacchi due feriti gravi.
Invitati da me il maggiore Perata ed il maggiore de Donati, ho
chiesto loro provvedimenti contro
nuovi attacchi preparati per questa notte.
Ho sospeso il servizio telegrafico notturno.
Ho chiesto formalmente l’arresto degli armati e dei capi dei turbolenti nonché provvedimenti ai
confini per impedire l’arrivo dei
rinforzi annunziati da fuori.
Ho provveduto che se gli arresti ed il disarmo richiesti, non avvenissero, questo Governo dovrà
necessariamente provvedere da
solo, organizzando a tutto rischio
la difesa popolare.
Rilevando ancora una volta il
terribile danno che tale situazione
cagiona agli interessi ed al prestigio dell’Italia, invoco da Vostra
Eccellenza voler dare ai carabinieri severi ordini per l’arresto ed
il disarmo dei facinorosi, giusta le
leggi e le disposizioni di questo
Governo.
fto. Zanella
Telegramma dell’Ufficio Stampa del Governo di Fiume, pubblicato da quasi tutti i principali
giornali del Regno d’Italia.
13 febbraio 1922.
Il Governo di Fiume protesta
vivamente contro il cumulo di notizie assolutamente tendenziose e
false, diffuse ad arte, allo scopo di
tentare nuovamente criminosi colpi di mano a danno di Fiume e per
impedirvi il ripristinamento della
vita normale.
Il Governo fiumano ha telegrafato ai giornali triestini “Il Piccolo” e “L’Era Nuova”, che primi
divulgarono le notizie allarmistiche, dimostrando la malevole falsità delle medesime.
Il novanta per cento delle
Guardie fiumane è reclutato nelle
tre Venezie e nessun reclutamento
è stato fatto in Jugoslavia.
L’attuale situazione terroristica è imposta alla martoriata città
da non più di centocinquanta individui, in maggioranza regnicoli
e pregiudicati, che impunemente scorrazzano la città armati di
fucili e di bombe, perquisendo e
battendo pacifici cittadini, e organizzando la caccia alle Guardie
che del resto non sono ancora in
funzione.
Purtroppo nessun arresto o disarmo dei turbolenti non è stato finora operato.
Le notizie concernenti movimenti oppur preparativi di croati, sono inventate in malafede, all’evidente scopo di irritare l’opinione pubblica italiana.
La cittadinanza fiumana, che
compatta e concorde appoggia
l’opera del Governo fiumano, reclama ad alta voce che i carabinieri pongano fine al suo martirio ed alle sue angosce, arrestando ed espellendo il manipolo di
violenti e di pregiudicati.
I cittadini anzi esigono l’arruolamento dei cittadini per la
difesa della libertà e della sicurezza pubblica.
Il Governo fiumano, constatando che la situazione potrebbe precipitare per reazione dei
cittadini, ed annunziando procedimento giudiziario contro locali
corrispondenti Susmel, Burich ed
altri per divulgazione mediante
la stampa, di notizie false e dannose ai pubblici interessi, prega
le redazioni dei giornali nazionali di voler controllare le notizie
fiumane, tranquillare l’opinione
pubblica fuorviata, sconsigliare
gli elementi esaltati di accorrere
a Fiume seguendo il falso allarme, e di cooperare moralmente al
ripristino della pace fiumana. Il
Governo infine rileva che l’opera
degli estremisti regnicoli ha già
profondamente intaccata l’italianità di Fiume, e, che continuando, ne segnerà la fine.
Ufficio Stampa del Governo
di Fiume.
Telegramma al Presidente
del Consiglio On. Facta ed al R.
Ministro degli Affari Esteri On.
Schanzer.
2 marzo 1922.
Ieri sera i fascisti prelevarono un giovane fiumano tuttora
sequestrato.
Stanotte ignoti assassinarono
un giovane fascista pisano.
All’alba i fascisti, malgrado
il servizio di perlustrazione dei
Carabinieri, lanciarono contro il Corpo di Guardia fiumana, custodente il palazzo governiale, sette bombe, ferendo una
guardia. Furono respinti a fucilate. I fascisti aggredirono poi
con bombe il Corpo di Guardia a
Drenova, ma furono respinti.
Stamattina i fascisti imposero con la violenza la chiusura di
tutti i negozi, delle fabbriche, del
municipio, degli uffici di Stato,
senza che i carabinieri intervenissero per impedirlo.
Furono lanciate altre bombe
in diversi punti della città.
La situazione è gravissima e
deriva dai fatti già comunicati
nonché dalla libertà e dalla tolleranza sinora dimostrate verso
i capi organizzatori responsabili
delle turbolenze.
La situazione minaccia eccezionali disordini e forse anche
conflitti civili, con la aggravante di vedervi eventualmente coinvolti anche i carabinieri.
Questo Governo non avendo i carabinieri alle proprie dipendenze, trovasi in durissime
condizioni per prevenire complicazioni. Perciò, a scarico della
propria responsabilità, prego vivissimamente Vostra Eccellenza
di voler provvedere d’urgenza
ed energicamente – oppure come
già richiesto con le proprie note
N.i 215 e 220 al Ministero degli
Esteri.
Qualora Vostra Eccellenza
non potesse accogliere la mia domanda, piacciaLe informarmene, perché questo Governo possa
provvedere in tempo a tutte le necessità e con tutti i mezzi disponibili. Ossequi.
fto. Zanella.
4
storia e ricerca
Sabato, 4 marzo 2006
INIZIATIVE
Sabato, 4 marzo 2006
5
Esce il primo numero dell’«Archeografo Triestino. Raccolta di opuscoli e notizie per Trieste e per l’Istria» (1829), in edizione anastatica
«Questa nostra terra, che (...) nel suo seno racchiuse e racchiude tesori...»
di Kristjan Knez
ad una maggiore e più dimenticata provincia necessariamente appartengono anche essi: le antiche
cose di questa vi si terranno come
affrattellate” (5).
T
ra le recenti iniziative editoriali del capoluogo giuliano
ricordiamo la ristampa anastatica del primo volume dell’ “Archeografo Triestino” (1829) curata
dalla Società di Minerva. La riproposizione della storica rivista, tuttora in vita, rappresenta un’occasione per soffermarci sul periodico
voluto da Domenico Rossetti, luogo d’incontro tra studiosi ed eruditi che rappresentò un’importante stagione di indagine e ricerca.
Il patrizio tergestino (1774-1842)
dette un importante impulso agli
studi in senso lato e fu promotore di svariate iniziative culturali.
Baccio Ziliotto lo definisce “(...)
uomo d’animo acceso, d’ingegno
acuto e d’energia quasi miracolosa
(...)” (1). Frequentò gli studi universitari a Graz e a Vienna, ove seguì
rispettivamente i corsi di filosofia
e di diritto.
Sin dalla giovinezza fu particolarmente attratto dagli studi letterari, così, dopo essersi laureato, dette origine alla Società di Minerva,
il cui statuto fu approvato il 2 febbraio 1810. Nel novembre del 1812
la Società inaugurò gli incontri letterari, caratterizzati da periodiche
riunioni dei soci nonché da conferenze su svariate tematiche. Il
vero impulso che portò l’istituzione triestina alla ribalta, rendendola celebre in tutta la regione, fu la
sua rivista scientifica che contribuì
non poco allo sviluppo degli studi
di storia patria. La stessa è da considerarsi come il segno precorrente della successiva attività di ricerca. All’indomani del Congresso di
Vienna le autorità austriache ripresero il processo di germanizzazione
di Trieste.
L’opera di Domenico
Rossetti
Rossetti fu il rappresentante di
coloro che si opposero a quanto
stava succedendo, si battè con veemenza rivendicando il diritto dell’istruzione nella propria madrelingua cioè l’italiano. Per raggiungere
gli scopi prefissati, Rossetti ritenne
indispensabile studiare il passato
grazie al quale avrebbe ricavato gli
elementi indispensabili per sostenere le proprie battaglie. Il nobile
ritenne non più valida la cosiddetta
dedizione della città di San Giusto
agli Asburgo rivendicando perciò
l’autonomia della stessa (2). I suoi
scritti si concentrano particolarmente sull’autonomia della città,
sulle tradizioni ivi presenti nonché sulla romanità e la venezianità
di quella terra (Trieste passò varie
volte alla Serenissima, ribellandosi
in più occasioni, dopodiché si dette
Un’anticipazione dell’indirizzo
programmatico del periodico
Invito archeologico del
D.r D.co De Rossetti
Progetto culturale
di ampio respiro
L’impresa del Rossetti rappresenta un’iniziativa culturale
di ampio respiro, importante non
solo per la realtà triestina. La rivista aperse una nuova stagione
di studi, ma soprattutto creò un
dialogo tra gli studiosi. L’impresa editoriale inerente la storia e
l’antiquaria non era più il risultato
delle fatiche di un singolo erudito (come avveniva sino a quel periodo) ma di un gruppo di intellettuali legati dagli interessi comuni
nonché da vincoli d’amicizia. Lo
storico Fulvio Salimbeni, analizzando la prima serie dell’ “Archeografo Triestino”, scrive che
la rivista non dev’essere collocata solo nel contesto regionale poiché, seppure in una dimensione
più ridotta, fu proprio il periodico tergestino ad anticipare un programma di lavoro che tredici anni
più tardi avrebbe influito su quello dell’Archivio storico italiano di
Firenze (6). La collaborazione di
studiosi provenienti dalle regioni
contermini Trieste, fu un aspetto
di notevole importanza poiché da
quel momento in poi il capoluogo
giuliano sarebbe divenuto un punto di riferimento per gli intellettuali dei territori compresi tra il
Friuli orientale e l’Istria.
Con la pubblicazione dell’
“Archeografo Triestino” Domenico Rossetti potè coronare le sue
ambizioni concernenti lo studio
Il volume contiene anche il saggio
di Pietro Kandler «Indicazione per
scoperte archeologiche»
agli arciduchi d’Austria) condiderati elementi fondamentali per definire l’italianità della sua patria.
Rossetti cercò immediatamente di sensibilizzare i suoi concittadini, invitandoli a valorizzare le
testimonianze delle epoche passate, grazie alle quali ricostruire la
storia antica della città. Lo stesso
invitava tutti i possessori di lapidi antiche, o di frammenti di queste, di donarle alla Biblioteca civica. I reperti raccolti avrebbero
così costituito parte delle raccolte
del museo di antichità (3). Era convinto che bisognasse raccogliere e
custodire quanti più materiali, per
poterli studiare e dare così un carattere scientifico al passato – spe-
cialmente a quello romano ed italiano – del centro urbano. Quest’impresa non indifferente richiedeva energie, dedizione e sapere
non indifferenti, e contribuì alla
nascita della storiografia moderna della regione.
Nel 1829 uscì il primo volume de “L’Archeografo
Triestino.
Raccolta di opuscoli e
notizie per Trieste e per
l’Istria”. Sin dal titolo appare evidente che gli studi
ospitati dalla rivista
non avrebbero trattato solo la città di San
Giusto bensì pure il vicino territorio istriano. Lo
storico, pubblicista e politico Attilio Tamaro, a proposito
del periodico scrive che l’obiettivo
dello stesso era quello “(...) d’illustrare meglio le antiche libertà e
l’antica storia italica della Regione Giulia (...)” (4). Nell’introduzione Rossetti parla di: “Un’operetta
la quale di null’altro si occupi che
delle più o meno antiche cose nostrane, e piacevole ed utilissima ad
un tempo, posciacchè di esse appunto ebbesi fino ad ora dimenticanza tanta, che il farne ricordo
terrà per molti le voci di novità che
loro vengansi narrando. Per cose
nostrane intendo io bensì quelle
che alla nostra città ed al piccolo suo territorio propriamente appartengono; ma da che e questo e
quella, sì per natura che per storia,
Il contributo
di Pietro Kandler
Un ritratto di Pietro Kandler
Tra i vari, contributi il volume
del 1829 contiene anche un saggio
di Pietro Kandler, allora venticinquenne, nel quale è già possibile riscontrare gli interessi
dello studioso, che successivamente sarebbe
divenuto il massimo
storico ed archeologo del Litorale Austriaco, autorità di
rilievo e pioniere di tanti studi
inerenti l’Istria
e Trieste. Nel
suo contributo
“Indicazione per
scoperte archeologiche”, Kandler spiega
che “Questa nostra terra,
che senza esagerazione classica
possiamo dire, mostrò sempre sul-
L’obiettivo di illustrare meglio
le antiche libertà e l’antica storia
italica della Regione Giulia
del passato della regione, attraverso l’analisi e la presentazione critica delle fonti. Nel primo tomo il
fondatore della Società di Minerva pubblica un “Invito archeologico” e spiega che grazie alla neonata pubblicazione sia i Triestini sia
gli Istriani avrebbero conosciuto
l’intento ed i fini della stessa (7).
la sua superficie quantità di testimonj di prisca floridezza, e nel suo
seno racchiuse e racchiude tesori
per la storia e nostra e provinciale”
(8)
. Già da questo contributo è possibile cogliere quella che sarebbe
stata la futura attività di ricerca di
questo studioso ed erudito, autore
di innumerevoli studi, frutto di in-
dagini dirette sul territorio. Il notevole successo riscontrato dall’ “Archeografo Triestino” contribuì non
poco al prosieguo della serie. Nella prefazione del 1830 il Rossetti si
congratula con gli studiosi triestini per i contributi dati alla rivista.
Non potè dire la stessa cosa per i
suoi “(...) comprovinciali, i quali
(uno eccettuato) nulla affatto conferirono finora della molta e pregievolissima messe archeologica e
statistica che delle cose dell’Istria
sta sicuramente a loro disposizione” (9). L’unico contributo istriano
porta la firma del canonico Pietro
Stancovich, antiquario e cultore di
storia patria, che tratta del marmo
di Lucio Menacio Prisco, patrono
di Pola, rinvenuto nella città dell’Arena nel corso di alcuni lavori
di scavo.
La collaborazione del canonico di Barbana continuò anche
successivamente, e fu l’unica penna istriana a pubblicare sulle pagine della rivista tergestina. Per
questo motivo Rossetti lo elogiò
nella prefazione al terzo volume
poiché “(...) la di cui instancabilità nel raccogliere ed illustrare
le cose patrie, merita ogni encomio, e dovrebbe emularsi dagli
eruditi nostri comprovinciali” (10).
L’”Archeografo Triestino” si fece
conoscere anche oltre i confini del
Litorale. Il secondo volume, infatti, fu accolto con vivo entusiasmo,
e Niccolò Tommaseo, sulle pagine
dell’”Antologia” di Firenze, definì
l’iniziativa rossettiana “nobilissima impresa, degna di essere da tutte le città d’Italia imitata”.
NOTE
(1) B. Ziliotto, Storia letteraria di Trieste e dell’Istria, Trieste 1924, p. 71.
(2) G. Stefani, Cavour e la Venezia Giulia. Contributo alla storia del problema
adriatico durante il Risorgimento, Firenze 1955, pp. 127; 320.
(3) D. Rossetti, Musaico antico scoperto nell’aprile del 1825 in Trieste, s.d., p. 23.
(4) A. Tamaro, Storia di Trieste, vol. II, Roma 1924, p. 268.
(5) D. Rossetti, Introduzione, in “L’Archeografo Triestino. Raccolta di opuscoli e notizie per Trieste e l’Istria” (= “AT”), vol. I, Trieste 1829, p. 5.
(6) F. Salimbeni, La prima serie dell’ “Archeografo Triestino” (1829-1837). Una rivista di erudito impegno civile, in F. Salimbeni (a cura di), Miscellanea di studi
giuliani in onore di Giulio Cervani per il suo LXX compleanno, Udine 1990, pp.
96-97. “(...) vale a dire far operare a fianco a fianco studiosi di diverse provenienze geografiche, così da amalgamarli in un insieme omogeneo, indirizzandoli verso
una ricerca non municipalistica, bensì volta a dissodare i più varii ambiti territoriali
quanto a documentazioni inedite e a fonti poco o mal note”.
(7) Invito archeologico del Dr. D.co De Rossetti, in “AT”, vol. I, Trieste 1829, p.
255.
(8) Indicazione per scoperte archeologiche del dott. Kandler, in “AT”, vol. I, Trieste 1829, p. 261.
(9) D. Rossetti, Prefazione, in “AT”, vol. II, Trieste 1830, p. XII.
(10) Ibidem, pp. XIV-XV.
Per lo presente volume avranno i miei concittadini e tutti quelli dell’istriana provincia occasione di conoscere praticamente l’uso ch’intendo fare delle
notizie che ne ho ed andrò raccogliendo. Tutti vi ravviseranno una tendenza generalmente
lodevole per la illustrazione di
quella, e l’ingenuo desiderio di
far sì che per questo mezzo promuovasi la conoscenza della storia e delle qualità del suolo e degli abitanti di questa dimenticata
penisola italiana.
Fra gli elementi essenziali
della storia antica i diplomi, le
iscrizioni, ed i monumenti artistici e numismatici precipuamente
si distinguono, essendo i migliori testimonj della verità dei fatti e
della ragione cronologica.
Il triestino Archeografo spera ed attende dunque da tutti
diligenti ricerche per sì fatti elementi, e confida che chiunque ne
possede già, o ne verrà per l’avvenire a possedere alcuno, volonteroso glielo comunicherà. A fine
però che queste comunicazioni
riescano utili veramente, giovi lo
prestabilirne un qualche metodo,
per cui posso sortirsene l’effetto
con risparmio di tempo, di spesa
e di reciproco carteggio.
I. La via più sicura per conseguire lo scopo desiderato sarà
quella dello spedirmi a dirittura
il diploma, la lapide ec., qualora siano ammovibili, significandomi ad un tempo se vogliasi
averne la restituzione, o ne facciasane dono od almeno vendita
al Museo triestino, che andrassi
formando e diverrà di pubblica
ragione.
II. Se il monumento non è
ammovibile, o se il possessore
non vorrà sprivarsene neppure temporaneamente; basterà il
mandarmene descrizioni esatte
e fedelissime per forma, qualità, sostanza, dimensione ed ubicazione, ed ogni suo accidente
caratteristico assicurante la sua
esistenza e genuinità.
III. Circa le iscrizioni ed i
diplomi debbo in ispecie raccomandarme la formazione di perfettissimi fac-simile della prima
linea almeno, onde giudicare sicuramente della forma delle lettere, dei punti ec.
Domenico Rossetti
IV. Le iscrizioni del medio evo
e generalmente le memorie delle
antichità cristiane di ogni tempo
e maniera debbono essere ricercate raccolte e conservate; e saranno da me egualmente aggradite pel suddetto Museo, come ho
detto di sopra.
V. Sarà cosa molto gradita,
se gli amatori ed indagatori delle
patrie antichità vorranno comunicarmi notizia di que’ luoghi,
nei quali hanno fondati motivi
da sospettare tuttora sepolti dei
notevoli avanzi d’antichità.
VI. Desidero eziandio di conoscere, se e dove esistano ancora nell’Istria antichi statuti manuscritti, e di averne una perfetta
bibliotecnica descrizione, come
anco di altri codici consimili di
pubbliche memorie, qualunque
ne sia la denominazione.
VII. Ritratti e carte autografe di uomini per qualunque titolo illustri nella provincia, meriterebbero egualmente di essere
raccolti e conservati; onde farne
a suo tempo quell’uso, che per
illustrazioni storiche e biografiche potrà stimarsi opportuno. Di
questi basterammi avere relazione positiva del possessore.
VIII. Qualunque pubblicazione di argomento archeologico relativo alla nostra provincia vorrà
farsi, sarà eseguita dall’archeografo purchè sia conforme alle
massime ch’egli stesso si prestabilì e leggonsi nella introduzione
del presente volume.
L’articolo ora seguente offre
già il primo saggio di adempimentodel mio voto archeologico
spiegato qui sopra nel § V.
6 storia e ricerca
Sabato, 4 marzo 2006
RIFLESSIONI Oggetto di battaglia politica, ha dato luogo a spiegazioni semplificate
L’esodo, una questione centrale
di Antonella Scarpa
L’
essere stato l’esodo per lungo tempo
oggetto di battaglia politica ha dato
luogo a spiegazioni semplificate riguardo le sue motivazioni. Da parte jugoslava l’esodo è stato frequentemente considerato il risultato di una scelta compiuta a freddo
dal governo italiano per creare imbarazzi alla
diplomazia jugoslava e accrescere le difficoltà politiche del PCI. È una tesi che non regge,
sia per quanto emerge dal carteggio Sereni–
De Gasperi, che testimonia le diverse posizioni all’interno del governo italiano nel 1946,
sia perché è facilmente documentabile come
il governo italiano non incoraggiò l’esodo
dalla Venezia Giulia, utilizzando, anzi, canali diplomatici e mezzi finanziari per scongiurare l’abbandono da parte degli istriani della
loro terra, nella convinzione che non si dovesse sguarnire quei territori dalla presenza di
italiani, quando non era ancora stata definitivamente stabilita la loro appartenenza statuale. Altra valutazione discretamente diffusa in
ambito jugoslavo, che l’esodo sia un normale
fenomeno migratorio di natura essenzialmente economica. Pur non accettabile come spiegazione generale, evidenzia alcune criticitaà.
Innanzitutto, l’immiserimento della popolazione italiana dovuto alle incongruenze delle
trasformazioni “rivoluzionarie” introdotte in
Istria nel dopoguerra, tra le quali particolarmente pesanti furono il fallimento della riforma agraria e di quelle nei settori della pesca e
della distribuzione. Secondariamente la situazione insostenibile in cui vennero a trovarsi
gran parte degli italiani della zona B in conseguenza della scelta politica di spezzare l’interdipendenza economica fra l’Istria e Trieste
compiuta dal regime jugoslavo. Da parte italiana, specie negli ambienti degli esuli istriani
e dalmati, l’interpretazione più accreditata è
che l'esodo sia l’esito di un progetto di “pulizia etnica” ai danni della componente italiana,
non solo per il risultato, che è indiscutibile,
dal momento che la componente italiana venne eliminata quasi completamente, ma anche
per l’esistenza di un programma preventivo
di espulsione degli italiani.
Il primo problema:
i livelli decisionali
È una questione ancora da risolvere: il primo problema è quello dei livelli decisionali:
scopi e atteggiamenti jugoslavi nei confronti
dell’esodo saranno veramente comprensibili
solamente quando si potrà distinguere cosa
avvenne ai tre livelli di potere del nuovo stato jugoslavo: federale, repubblicano (sloveno
e croato) e locale, che sembravano seguire a
volte linee diverse. Le preoccupazioni maggiori della diplomazia di Belgrado, infatti, erano per gli effetti internazionali della fuga degli
italiani, e forse anche per il depauperamento
di risorse intellettuali ed economiche che la
scomparsa degli strati più attivi della società
istriana avrebbe provocato. A Lubiana e Zagabria, direttamente interessate alla “normalizzazione etnica della Penisola”, forti erano
le spinte nazionaliste. Nei quadri locali, molti
dei quali inaspriti dall’esperienza delle persecuzioni fasciste e della lotta partigiana, vi era
una forte aggressività etnica e politica. Altro
problema importante è quello dei tempi: improbabile che esistesse un progetto di espulsione della popolazione italiana già al tempo
della guerra di liberazione e nell’immediato
dopoguerra. Il criterio ispiratore della politica
jugoslava fra guerra e dopoguerra, nella maggior parte dell’Istria, più che quello della “pulizia etnica”, sembra essere stato quello della
“fratellanza italo–jugoslava”, dove “fratellanza” non significava “uguaglianza”, ed era comunque lontana dalle attuali concezioni sui
diritti delle minoranze. Fratellanza significava la disponibilità ad accettare il contribuito
degli italiani alla costruzione della Jugoslavia
socialista, e a consentire la loro integrazione
“subordinata”, come singoli e come gruppo
nazionale riconosciuto, in quella nuova realtà. Disponibilità significava nello stato jugoslavo, retto da un regime totalitario, non una
normale lealtà istituzionale, ma una parteci-
Una laureanda in
Storia alla Cà Foscari
Figlia di un’esule di Pola – ma la
nonna è di Capodistria – Antonella
Scarpa vive e lavoro a Venezia, dove
è bibliotecaria all’Università IUAV
di Venezia e segue la Videoteca. Sta
per laurearsi in Storia all’Università
Ca’ Foscari di Venezia, ma con una
tesi di biblioteconomia sulla gestione degli audiovisivi nelle biblioteche.
Ha preparato una tesina sull’esodo,
apprezzata dal prof. Mario Isnenghi,
con il quale ha sostenuto l’esame
di storia contemporanea. La prima
ipotesi di tesi della Scarpa era infatti
sull’esodo. L’anno scorso ha partecipato come studiosa ad una trasmissione sull’esodo a “Telechiara”.
pazione militante per l’edificazione di una società socialista, collaborare alle battaglie del
regime e presenza nelle sue organizzazioni,
attivismo per combatterne gli avversari. Prima fra tutti, l’Italia, giudicata capitalista, fascista, revanscista, e quanti guardavano a essa
con simpatia o, ancora peggio, con nostalgia.
Alla popolazione veniva così imposto di scegliere: o essere buoni jugoslavi e come tali
cittadini a pieno titolo, oppure “nemici del
popolo” da eliminare. Da notare che per essere considerati cittadini affidabili bisognava
combattere i nemici del popolo, criticarli, denunciarli, perseguitarli. Riguardo all’integrazione, invece, quella degli italiani doveva essere “subordinata”: per gli esponenti sloveni
e croati andava corretto l’assoluto predominio in Istria della componente nazionale italiana. Solo ridimensionato e privato del suo
potere, il gruppo nazionale italiano sarebbe
stato compatibile con l’architettura plurietnica della Jugoslavia federativa. Probabilmente
era questo il progetto politico originario della
leadership comunista jugoslava nei confronti
degli italiani, che però venne a scontrarsi con
le forti spinte al livellamento etnico presenti
all’interno delle repubbliche slovena e croata, e soprattutto con l’indisponibilità della popolazione italiana al nuovo ruolo di minoranza. Nel suo insieme, la politica jugoslava nei
confronti degli italiani pare dunque presentarsi come complessa e articolata. La percezione, in chi subiva il comportamento jugoslavo
quotidianamente, era invece piuttosto univoca, ma solo nella zona B, alla fine degli anni
Cinquanta, è documentabile il deliberato allontanamento di sacerdoti, insegnanti, lavoratori pendolari, membri del CLNI, chi cioè era
punto di riferimento per la comunità italiana o
canali di collegamento con Trieste.
Il deterioramento dei
rapporti a livello locale
Se non si possono riconoscere piani di
espulsione ai più alti livelli politici, è invece alquanto evidente a livello decisionale locale un processo di deterioramento dei
rapporti tra popolazione e nuovi poteri locali, sullo sfondo di peggiorate condizioni
economiche, che costituirà una delle principali spinte alla partenza. Sono rapporti che
inizialmente non escludevano, oltre al consenso, accettazione passiva. Vi era consenso in notevoli settori della classe operaia, di
radicata tradizione antifascista, comunista e
internazionalista, consenso che viene meno
con la manifesta subordinazione degli interessi di classe a quelli nazionali attuata
dai comunisti jugoslavi (trasferimento dei
macchinari delle fabbriche in territorio jugoslavo, scioglimento delle sezioni del Partito comunista italiano di Isola, Capodistria
e Pirano, non bandiere rosse ma jugosla-
ve). Questi e altri attriti, fino alla definitiva
spaccatura dovuta alla risoluzione del Cominform. portarono molti comunisti istriani
a scegliere l’esodo.
L’accettazione passiva era tra gli impiegati, i piccoli commercianti, gli artigiani, gli
agricoltori, per i quali l’aspirazione principale
era, dopo il lungo periodo di guerra, il ritorno alla normalità Per loro, l’inserimento nella nuova realtà presentò maggiori elementi di
trauma. Tornarono gli ammassi e continuò il
razionamento, giustificati dalle esigenze della ricostruzione, ma inseriti in un quadro che
modifica profondamente la vita economica
della zona. Una serie incalzante di ordinanze,
infatti, portò l’economia locale sotto il controllo dei poteri popolari: la libera iniziativa
fu soffocata da un piano di cooperativizzazione, che scontentò anche i piccolissimi agricoltori, pur beneficiari di una ridistribuzione della grande e media proprietà espropriata, e dal
blocco delle esportazioni verso l’Italia. Pessima la situazione per gli impiegati nel settore
pubblico, per l’immediata rimozione dall’amministrazione del personale della precedente,
tra i quali molti degli attivi nei CLN, con evidente volontà di allontanare elementi favorevoli al ritorno all’Italia. Furono, inoltre, messe in atto una serie di misure, come la requisizione di vani sfitti o inutilizzati, il sequestro
dei beni degli epurati, tra i quali sono annoverati coloro che per qualsivoglia motivo hanno
lascito la zona, e la reintroduzione nell’agosto della censura militare, in un crescendo che
culmina nell’autunno 1945 nell’istituzione
della lira istriana, che resero evidente che la
costruzione della società socialista implicava
tagliare i legami che univano l’Istria a Trieste e all’Italia. Non si ritornava alla normalità, ma veniva a prolungarsi un’emergenza
che colpiva zone del quotidiano che il passato
regime fascista tutto sommato aveva lasciato
intatte. Il passaggio alla Jugoslavia si tradusse agli occhi di tutte questa categorie molto
storia e ricerca 7
Sabato, 4 marzo 2006
presto in un evidente scadimento dello condizioni di vita.
Il particolare lealismo
richiesto dallo stato jugoslavo
A livello locale, il particolare lealismo preteso dai propri cittadini del nascente stato jugoslavo di cui si è già detto, trovava nei comitati popolari le proprie strutture operative.
Questi agirono secondo gli schemi del “comunismo di guerra”, che non lasciava spazio
a incertezze e a dissenso, che attribuirono alla
situazione istriana parametri estremamente rigidi e poco appropriati. Fu questa con molta
probabilità la maggior causa del distacco con
la popolazione che, in breve tempo, diventò
incolmabile, popolazione spaesata dalla partenza di persone che avevano rappresentato
punti di riferimento della comunità (insegnati, sacerdoti), e che accentuava la sensazione
di isolamento. Il logoramento del rapporto
fra popolazione e poteri popolari non provocò necessariamente e immediatamente la decisione di partire. Molti cercarono di restare
tentando di rendersi impermeabili alla politica, per quanto lo permettesse un regime totalitario. Restare diventò impossibile quando fu
imposto di scegliere in un tempo determinato, innescando una sorta di psicosi della prigionia
Analizzando le motivazioni soggettive,
tra queste, preponderante è quella della paura, paura della eliminazione fisica, che risalta con forza da tutte le testimonianze, coeve
e successive. Benché nel corso del dopoguerra non si ebbero in Istria stragi paragonabili
a quelle dell’autunno 1943 e della primavera
1945, vi fu un continuo stillicidio di violenze,
pesante di per sé, e ancor più se letto alla luce
degli esempi “pedagogici” degli anni precedenti. La paura era diventata la dimensione
perenne di un’esistenza intessuta di sospetto
e di minaccia, in balia dell’arbitrio di poteri
ostili. Non era un’esclusiva istriana: quanto
sperimentato nella regione era la prassi coerente nell’instaurazione di un regime stalinista e della sua reazione nei confronti di una
società ostile ad accettarlo, anche se incapace per impossibilità e per scelta di contrasto
violento. Questa condizione di oppressione,
rendeva in Istria ancora più insopportabile
una situazione rispetto alla quale una via di
fuga esisteva, ed era quella della partenza. La
paura costituì senza dubbio una spinta importante , ma non è pensabile di proporla come
unica; si è verificato piuttosto uno sbilanciamento della memoria istriana in questo senso
e delle ricostruzioni che ne hanno riprodotto
solo i contenuti.
Nelle motivazioni soggettive è rintracciabile anche una dimensione politica, sia
nelle ricostruzioni posteriori che interpretano l’esodo come scelta di libertà, sia in nelle
dichiarazioni “a caldo”. La popolazione italiana dell’Istria manifestò nella sua maggioranza un rifiuto netto del “comunismo”, non
dovuto all’eredità del fascismo o al riflesso
della propaganda occidentale, ma sulla base
dell’esperienza concreta dell’instaurazione
di un regime stalinista in atto. Per gli istriani l’affermarsi di un regime in una fase di
“comunismo di guerra” comportò uno scon-
volgimento profondo dei costumi propri di
una società che nella gran parte del territorio istriano, anche nelle cittadine costiere,
presentava ancora caratteri marcatamente
premoderni, con forti legami alle sue tradizioni e ai suoi valori, a cominciare da quelli religiosi.
Non sembra dunque esserci un’unica
principale causa. Fu piuttosto quell’insieme
di novità politiche, rivalse etniche e trasformazioni sociali, concentrate in un breve arco
di tempo, a provocare fratture così gravi nelle abitudini di vita della popolazione istriana, scaraventata in un mondo in cui ogni
principio sembrava sovvertito, a causare le
partenze. Più che un cambio di sovranità si
trattava di un cambio di mondo, e un passaggio così critico gli italiani lo vivevano in
pessime condizioni: isolati, impotenti e progressivamente privati dei loro usuali punti di
riferimento, a seguito dell’eliminazione della classe dirigente, dei soggetti sociali più
rappresentativi e dell’allontanamento delle
figure–chiave della società locale: i religiosi, gli insegnanti, i professionisti. Le comunità italiane si ritrovarono impoverite e destrutturate, in balia di un ambiente che stava
cambiando e per restare nel quale, gli italiani
avrebbero dovuto diventare qualcosa di diverso. Questo completo rivolgimento delle
consuetudini di vita degli istriani provocò
quella sensazione di estraneità, rappresentata dall’espressione “ci sentivamo stranieri
a casa nostra” frequente nelle testimonianze,
causa spesso della partenza.
Una questione centrale per comprendere
la scelta dell’esodo, in cui confluiscono e si
amalgamano tutte le altre, quindi esiste ed è
una questione di identità. Per percorsi diversi, con sofferenze diverse, gli italiani d’Istria
diventarono consapevoli dell’impossibilità di
mantenere la propria identità nel nuovo stato,
ovvero quel complesso di modi di vivere e di
sentire la cui sintesi più spontanea era l’affermazione “essere italiani”. Affermazione che
veniva da una tradizione patriottica radicata
e ora rafforzata dalla persecuzioni, correlata
all’altra “poter parlare liberamente italiano”,
che legava lingua e patria. Fu un processo,
come si è visto, dai ritmi e dai tempi diversi, ma che, si trattasse di popolati centri urbani dalle diverse componenti sociali, o poche
famiglie di villaggi rurali, portò in ogni caso
le comunità italiane d’Istria a sentirsi incompatibili con quanto concretamente veniva loro
offerto dal nuovo Stato jugoslavo. E quindi a
scegliere l’esodo.
Così la decisione di abbandonare la propria terra, diventata ormai diversa e ostile, rimase l’ultima possibilità concessa agli istriani
per restare italiani, vale a dire per restare semplicemente se stessi...
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Cristiana Columni, Liliana Ferrari, Gianna Nassini, Germano Trani, Storia di un esodo. Istria 19451956, Istituto regionale per la storia del movimento di
liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1980
Carlo Schiffrer, L’esodo dalle terre adriatiche,
in La questione etnica ai confini orientali d’Italia, a
cura di F. Verani, Italo Svevo, Trieste 1990
Raul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano, 2005
Omissis e guerra editoriale sul fenomeno
Foibe, argomento
senza pace anche in rete
Foibe. Un argomento ancora sempre scottante, quasi un tabù della storia italiana. Anche su Wikipedia, enciclopedia online modificabile dagli stessi utenti, alcune voci sono state bloccate, cioè modificabili solo dagli amministratori e non da tutti gli utenti; il blocco viene deciso solo dopo una serie di
autentici atti di vandalismo, e di cambiamenti editoriali troppo frequenti. Wikipedia è stata costretta a inserire la voce “foibe” tra quelle modificabili solo dagli amministratori. HDT, Hill, Pio, Ilario, Rdocb: sono solo alcuni dei nick di
utenti “wiki” che hanno modificato la voce “foibe” dal 9 agosto 2003 (messa in
rete) al 21 gennaio 2006: centinaia di interventi, un vero botta e risposta. Studiando la cronologia dei cambiamenti e le discussioni tra utenti coinvolti emerge
tutto il travaglio che ha portato alla pubblicazione dell’articolo, cauto e all’insegna del politicamente corretto. Comunque, un deciso salto in avanti rispetto alla
prima versione apparsa su Wikipedia, che definiva, pur se tra virgolette, “comprensibili” i primi infoibamenti (frutto di insurrezioni civili anti-italiane seguite
all’8 settembre ’43), e privi di qualunque giustificazione morale e sociale quelli
attuati successivamente dalle truppe titine.
Citando le prime righe
della voce attualmente fruibile: le foibe “furono teatro di crimini […] in particolare durante la seconda
guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra come
luogo di occultamento dei
cadaveri durante le repressioni avvenute nella città di Trieste e nelle regioni nord-orientali italiane”.
L’articolo ricorda poi che
le vittime delle foibe furono di qualunque come di
nessun colore politico, e
che furono in maggioranza italiane, ma non solo (vi
furono gettati anche tedeschi, neozelandesi, persino
croati, sloveni e serbi ostili
a Tito). Si esita a fornire il
numero degli infoibati, citando alcune testimonianze che lo fanno oscillare tra
i 5 e i 20 mila (sopra, la cartina Wikipedia delle principali località di foibe).
Nella guerra editoriale un po’ tutte le sezioni della voce hanno subito modifiche. È scomparso, a esempio, ogni riferimento agli ostacoli frapposti dal governo sloveno all’esplorazione speleologica, anche per scopi scientifici (molte banali “gite” in grotte hanno portato alla scoperta di nuove foibe). Fino a
poco tempo fa, nel parlare della foiba di Basovizza, Wikipedia taceva il fatto
che è stata proclamata monumento d’interesse nazionale, lacuna colmata solo
nel gennaio 2006, quando fu anche inserita una frase significativa: “Tito confermò l’esistenza delle foibe come luogo di occultamento di cadaveri”. Battaglia dura anche quella sulla bibliografia: nel corso delle revisioni sono spariti testi pubblicati da case editrici bollate come repubblichine e revisioniste da
alcuni utenti. Intenso fuoco incrociato anche per l’inclusione o l’esclusione
di lavori di A. Petacco e C. Cernigoi, accusati da alcuni utenti di scarso rigore scientifico il primo e di eccessive simpatie per Tito la seconda; alla fine la
spuntano entrambi e gli amministratori di Wikipedia li includono nella bibliografia poi bloccata.
Wikipedia è un’enciclopedia multilingue. Nella versione in croato la voce
non esiste. Sconcertante la versione slovena: tre righe pilatesche. “La “fójba”
è un fenomeno geologico tipico della zona carsica, dal friulano ‘foibe’, che
deriva dalla parola latina ‘fovea’. La parola è stata presa dall’italiano, in cui
spesso il termine foiba viene correlato a crimini avvenuti durante la seconda
guerra mondiale in Istria e nei dintorni di Trieste, e da qui deriva anche il termine ‘infoibare’”. Senza altre spiegazioni.
RICONOSCIMENTI Disamina lucida e puntuale dello svolgersi degli avvenimenti
«Infoibati», premiato a Verona lo studioso gradese Guido Rumici
Guido Rumici, con “Infoibati”,
volume dedicato alla descrizione
delle vicende del confine orientale d’Italia negli anni del secondo
conflitto mondiale e dell’immediato dopoguerra, ha vinto a Verona il
Premio Letterario Tanzella.
Lo studioso gradese, docente di Economia Aziendale presso
l’Istituto “Mattei” di Palmanova e cultore di Diritto dell’Unione Europea e di Organizzazione
Internazionale nell’Università di
Genova, ha pubblicato negli ultimi anni numerosi articoli e saggi
sulla storia della Venezia Giulia e
della Dalmazia, vincendo nel 1998
il Premio Carbonetti con lo scritto “L’Istria cinquant’anni dopo il
grande esodo”.
La Giuria del Concorso Letterario Tanzella ha conferito il “Premio per la Miglior Opera della Se-
zione Storia” al libro “Infoibati”
pubblicato dall’editore Mursia di
Milano, con la motivazione che il
libro di Guido Rumici presentava
una “Disamina lucida e puntuale
dello svolgersi degli avvenimenti,
suffragati da testimonianze, documenti e ricerche che non lasciano
spazio ai commenti dell’autore,
ma suscitano in chi legge sentimenti ed emozioni”.
L’argomento del libro, tornato
d’attualità anche per l’istituzione
del Giorno del Ricordo, intende
ricordare la dolorosa pagina delle
deportazioni e delle uccisioni di
alcune migliaia di persone operate dagli elementi del Movimento
Popolare di Liberazione jugoslavo nelle varie ondate di violenza
verificatesi nel settembre-ottobre
del 1943 e, più tardi, nella primavera del 1945. Il volume di Guido
Rumici, scritto con un linguaggio
semplice e lineare, ha cercato di
inquadrare il dramma delle foibe
e dell’esodo dei giuliano dalmati nel contesto storico in cui avvennero queste dolorose vicende,
descrivendo separatamente i fatti
che coinvolsero l’Istria, Trieste,
Gorizia, Fiume e la Dalmazia, con
l’aiuto di una ricca documentazione d’archivio di fonte italiana, inglese e jugoslava e di numerose testimonianze che aiutano a capire il
clima dell’epoca. Lo scopo del libro è essenzialmente divulgativo e
la Giuria del Concorso Tanzella ha
voluto sottolineare l’importanza
che vicende complesse come quelle delle foibe e dell’esodo possano
essere raccontate, anche al pubblico più giovane, con toni pacati che
separino la disamina dei fatti dalla
loro interpretazione.
8 storia e ricerca
Sabato, 4 marzo 2006
CURIOSITÀ Intercettati nel ’42, i nazisti li avevano codificati con la celebre macchina
Un esercito di computer per decifrare
ancora due dispacci criptati da Enigma
“COSTRETTO all’immersione
durante l’attacco. Aumenta la profondità. Ultima posizione del nemico 0830h AJ 9863, [direzione]
220 gradi, [velocità] 8 nodi. [Sto]
seguendo [il nemico]. [Il barometro] segna 14 mb, [vento] nor-norest, [forza] 4, visibilità 10 [miglia
nautiche]”. Questo il testo del messaggio che l’apparecchio elettromeccanico Enigma – utilizzato dai
nazisti per cifrare e decodificare i
dispacci durante la Seconda guerra
mondiale – aveva consegnato alla
storia ancora non decodificato. Assieme a questo dispaccio altre due
misteriose comunicazioni che mai
nessuno era riuscito a decifrare.
Per 60 anni. Un programma avviato all’inizio di gennaio, chiamato
M4 Project, è riuscito a sciogliere
parte consistente del mistero traducento il primo dei tre messaggi. E
promette a breve di fare lo stesso
con gli altri due.
Lo storico successo è stato
raggiunto grazie al sistema del
“distributed computing”, ovvero
l’utilizzo di milioni di computer
per svolgere calcoli che sarebbero impossibili per un solo pc. Una
settimana fa è stato decodificato
il primo dei tre messaggi. E per
gli altri due gli esperti criptologi
chiedono l’aiuto di tutti gli appassionati del mondo.
La macchina Enigma fu inventata dallo scienziato Arthur
Scherbius e dal 1919 fu sviluppata in varie versioni. La sua facilità
d’uso e l’indecifrabilità che garantiva furono alla base del suo ampio utilizzo. La decodificazione
dei messaggi elaborati da Enigma
divenne possibile in parte grazie
po di decodificare questi messaggi
e finora sta ottenendo degli ottimi
risultati. Alla base della violazione dell’inattaccabile Enigma c’è
un sistema di lavoro in cui ogni
utente con il proprio computer dà
un contributo su una piccola parte
del lavoro totale, rendendo possibile l’elaborazione di un calcolo
altrimenti impossibile.
Al centro del processo per decifrare i messaggi c’è un particolare
algoritmo che gli esperti chiamano
“hill-climbing” (letteralmente “arrampicamento sulla collina”). “Gli
algoritmi ‘hill-climbing’ – spiega un membro dell’M4 Project –
cercano di ottimizzare un oggetto
cambiandolo passo dopo passo.
al lavoro del grande matematico
Alan Turing. Il codice della macchina venne svelato dagli inglesi
soltanto successivamente al recupero, da un sottomarino tedesco,
di un esemplare della macchina,
completa di manuale di istruzioni,
che funzionava con tre “rotori” (i
dischi cablati su cui si basava l’intero funzionamento di Enigma).
La lettura delle informazioni contenute nei messaggi, da quel momento non più protetti, portò alla
conclusione della Seconda guerra
mondiale con almeno un anno di
anticipo.
Ma tre messaggi cifrati da
Enigma, che furono intercettati
dalle forze britanniche nel 1942,
erano rimasti senza soluzione. I
dispacci in questione, ritenuti indecifrabili dall’esercito tedesco,
erano stati prodotti con una macchina a cinque “rotori”. L’M4
Project è nato proprio con lo sco-
Dopo ogni cambiamento la “coerenza” del nuovo oggetto viene determinata da una precisa funzione
matematica. Tutti i cambiamenti
che portano a un oggetto migliore vengono conservati. Dopo ogni
cambiamento raggiunto si cerca
poi di determinare su base statistica la corrispondenza del messaggio al linguaggio naturale”.
A questi “eroi della criptologia”
restano ora da decifrare due messaggi. E tutti, nell’ambito dell’M4
Project, chiedono il contributo di
chiunque sia interessato a violare
due dei più grandi segreti della storia. Non resta dunque che un invito
a unirsi rivolto a tutti gli appassionati enigmisti.
ARCHEOLOGIA Vicina a quella di Tutankhamon
Una tomba intatta nella Valle dei Re
L
a
spettacolare
Valle dei Re non finisce di stupire. Per quasi un secolo, dalla scoperta di Lord Carnavon a Howard Carter, nel 1922,
si era creduto che non avesse più niente da svelare. E invece, agli inizi di febbraio è stata trovata – per caso, come spesso succede in questi casi – una nuova tomba, miracolosamente intatta e a
pochi metri di distanza da quella celeberrima e maledetta di Tutankhamon. A 4 metri sotto terra, nella necropoli situata sulla riva occidentale del Nilo, si tratta
probabilmente di una tomba regale, o di alti dignitari di corte, “ricca” di sarcofagi e di giare chiuse da sigilli faraonici. La tomba è stata già battezzata col codice KV63, conformemente all’uso
che vuole che le scoperte fatte nell’area vengano indicate con l’appellativo KV seguito da un numero. Si trova tra KV10 (Amenmesses) e KV62 (Tutankhamon), al
centro della Valle, vicino al crocevia di sentieri battuti da migliaia di turisti. Autore del ritrovamento, un team di archeologi dell’università di Mem-
phys (Tennessee) guidati da Otto
Schaden, egittologo, responsabile proprio del “Progetto tomba di Amnemesses”.
I sarcofagi contengono mummie risalenti – secondo Zahi
Hawass, segretario generale del
Consiglio supremo delle Antichità egizie – quasi certamente
alla diciottesima dinastia, che governò l’Egitto dal 1560 al 1085
avanti Cristo, all’inizio del co-
siddetto Nuovo Regno, quando la capitale era Tebe (l’attuale
Luxor).
Nella valle erano 84 anni, da
quando era riemersa quella del
giovane faraone Tutankhamon,
che non si trovava più una tomba.
La squadra di archeologi americani era impegnata sulla tomba
di Amenmesses, un faraone della
XIX dinastia. “Stavano scavando
accanto a quella – ha raccontato Patricia Podzorski, curatrice
del Museo di Arte e Archeologia
dell’Università del Missouri –. In
particolare lavoravano sui resti
delle capanne usate dagli operai
che costruivano le tombe. ll’improvviso, hanno trovato un cunicolo, 4 metri più giù la tomba:
un’unica grande camera, di almeno 3 metri quadrati. E al suo
interno i sarcofagi in legno delle
mummie con maschere funerarie
colorate e oltre venti giare con i
sigilli faraonici”. È la 63.esima
tomba scoperta da quando la valle fu studiata, nel XVIII secolo:
le ricerche cominciarono con la
campagna napoleonica del 1798.
Anno II / n. 3 4 marzo 2006
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
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Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
edizione: STORIA E RICERCA
Redattore esecutivo: Ilaria Rocchi Rukavina / Impaginazione: Tiziana Raspor
Collaboratori: Kristjan Knez, Roberto Palisca, Antonella Scarpa
Foto: Kristjan Knez e Graziella Tatalović
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4. 3.2006 - EDIT Edizioni italiane