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“ … L’ergastolo, che priva com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi
sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumano non
meno di quanto lo sia la pena di morte …”
Aldo Moro
Lezione del 13 gennaio 1976 presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Roma.
SETTEMBRE 2010
ottobre dicembre
proteste e iniziative
10 ottobre
giornata di mobilitazione
e di sciopero della fame
nelle carceri e fuori
dal carcere in occasione
della giornata europea
contro la pena di morte
chiediamo che divenga
anche la giornata europea
contro l’ergastolo
21 ottobre
FIRENZE
Sala del Consiglio Regionale
PETIZIONE AL PARLAMENTO EUROPEO:
Tutta l’Europa abolisca l’ergastolo
come ha abolito la pena di morte
uesta petizione vuol coinvolgere tutti i cittadini dei paesi che fanno
parte dell’Unione Europea, essi chiedono che nel Parlamento Europeo venga discusso il tema dell’ergastolo e venga presa una posizione favorevole per l’abrogazione di questa pena disumana e incivile.
Q
Già in alcune nazione europee l’ergastolo non esiste più, quello che chiediamo è che scompaia questa pena eterna in tutta Europa, come è stata, giustamente, abolita la pena di morte, mostrando a tutto il mondo il nostro grado di civiltà e di umanità.
L’ergastolo per molti aspetti è una pena ancor più dura e incivile della pena
di morte. I condannati all’ergastolo sono spesso come schiavi in attesa di essere liberati da un provvedimento legislativo (che può esserci e che può anche non esserci), hanno una pena senza fine, non possono fare progetti, non
hanno un futuro. In Italia, nazione da cui parte questo appello, la situazione è ancora più drammatica, circa mille dei condannati all’ergastolo, hanno
un ergastolo che impedisce per legge ogni tipo di accesso ad una forma alternativa alla detenzione e quindi sono condannati a morire in carcere, a meno che non inizino a collaborare con la giustizia.
Noi, cittadini europei, che firmiamo questa petizione ci dichiariamo contrari all’ergastolo e chiediamo a coloro che abbiamo eletto al Parlamento Europeo una presa di posizione chiara a favore dell’abrogazione di questa pena così violenta.
La tortura
nelle carceri itailane
1 dicembre
Nome . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Cognome . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nazionalità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
giornata di mobilitazione
e di sciopero della fame
dal 1 dicembre 2007
in lotta contro l’ergastolo
Indirizzo postale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
3-4 dicembre
Data . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
FIRENZE
Invia questo appello firmato a:
Associazione Liberarsi, casella postale 30 – 50012 Grassina (Firenze) Italia o alla mail:
[email protected] L’Associazione Liberarsi raccoglierà tutte le firme di
questa petizione e le presenterà al Parlamento Europeo.
L’ERGASTOLO IN EUROPA
realtà diverse a confronto
ABBONATI E DIFFONDI
il periodico
MAI DIRE MAI
e-mail . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Firma . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Puoi chiedere a questi indirizzi ulteriori informazioni e materiale di documentazione. Puoi visitare il sito: www.informacarcere.it
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C oTsrae f da or ec unmeei nptrioismspi m
o ri tma netsii ?
e numerose iniziative
n questi mesi abbiamo ricevuto vari materiali dalle carceri. In queste pagine ne riportiamo tre perché, pur nella loro diversità, affrontano temi centrali per la nostra
associazione Liberarsi: riprendere con maggiore visibilità le lotte iniziate nel dicembre 2007, mobilitarci su piattaforme più o meno ampie, riaggregare e coinvolgere su
obiettivi comuni tutti i detenuti. Grazie ad Alfredo Sole,
a Pasquale De Feo e a Dario Troni e speriamo che il dibattito prosegua e si arricchisca di ulteriori interventi che volentieri pubblicheremo nel prossimo numero di “Mai dire
mai” la cui uscita è prevista a dicembre. Come avete già
letto in prima pagina i prossimi mesi ci vedono impegnati in varie iniziative a partire dal 10 ottobre, giornata di
mobilitazione e di sciopero della fame nelle carceri e all’esterno per ribadire la nostra adesione completa alla giornata europea contro la pena di morte, ma aggiungere che
l’ergastolo è una pena incivile, disumana che ugualmente
deve essere bandita da tutta l’Europa. Il 21 ottobre ci rivedremo a Firenze per una seconda giornata di riflessione
e di dibattito su: “La tortura nelle carceri italiane”, è un momento importante a cui partecipano: magistrati e avvocati, volontari e docenti universitari, ex detenuti e familiari
di persone che hanno subito in un carcere la morte di un
loro congiunto, garanti dei diritti dei detenuti e politici. L’1
dicembre ancora una giornata di mobilitazione e di sciopero della fame nelle carceri e sul territorio per ricordare
questo fatto particolare e specifico che iniziò questo stesso giorno nel 2007: centinaia di ergastolani, migliaia di detenuti e migliaia di cittadini italiani dissero che doveva riprendere un ampio movimento che portasse all’abolizione dell’ergastolo anche in Italia.
Il 3-4 dicembre un momento di dibattito sul tema: L’ergastolo in Europa. Alcune realtà a confronto. Un incontro che veda qualificati soggetti italiani che incontrano altrettante realtà di paesi europei in cui esiste ancora l’ergastolo (Francia, Germania, Belgio …) e altri in cui il fi-
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ne pena mai è stato abolito (Spagna, Portogallo …). Non
a caso questo confronto viene aperto in Italia, il paese più
arretrato da questo punto di vista, in quanto non solo prevede l’ergastolo, ma ha dal 1992 nel suo sistema penale
l’ergastolo ostatitivo, l’ergastolo senza alternative al carcere e quindi con la condanna alla morte in galera. E’ in
questo contesto europeo che si inserisce anche la Petizione al Parlamento Europeo in cui migliaia di cittadini di
varie nazioni chiedono ai propri eletti a livello di Europa
che discutano e che prendano una posizione contro l’ergastolo su tutto il nostro continente.
Buon lavoro! E’ inutile ricordare che contiamo prima di
tutto sull’impegno dei detenuti ergastolani, di tutti i cittadini reclusi, dei familiari, dei volontari, di tutti coloro
che si riconoscono in questo nostro progetto: l’ergastolo
e la tortura devono essere abolite in Italia e in tutti i paesi europei.
In questi ultimi mesi si è parlato spesso della sempre più
drammatica situazione delle carceri e sono state portate
avanti iniziative importanti, ne citiamo solo alcune in
questa rubrica: la Marcia della Pace Perugia-Assisi a cui
ha partecipato anche un gruppo di amiche e amici, soprattutto dell’Associazione Giovanni XXXIII, con uno striscione contro l’ergastolo, l’incontro – assemblea sulle
carceri, organizzato a Roma dal Partito Radicale e dall’Associazione Il Detenuto Ignoto, la campagna contro le
carceri fuorilegge, promossa dalle associazioni Antigone
e A buon diritto e dal settimanale Carta, che poi ha dedicato ampio spazio per varie settimane sul tema carcere
nel proprio periodico, e, infine, in ordine di tempo, l’iniziativa su Il ferragosto in carcere, voluta dal Partito Radicale, che ha visto la visita di numerosi istituti di pena
da parte di parlamentari e di consiglieri regionali di diversi partiti politici e da loro accompagnatori. Giuliano,
della nostra associazione Liberarsi, è stato con il consigliere Giuseppe Villani nel carcere di Voghera.
Questa è una delle numerose iniziative in cui Nicola Valentino ha presentato il suo libro: “L’ergastolo”. (vedi anche a pagina 7)
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Svegliamoc i !
politici, come questi che ci governano, non fanno altro che tagliare i fondi per noi detenuti, ed emanare
leggi oppressive e disumane, mentre per loro c’è
l’impunità totale, raramente capita in carcere un politico, uno della finanza, o uno che gestisce il potere in Italia, quando succede i media contano i giorni in un vittimismo esasperante. Tanzi, che ha fatto suicidare decine
di persone e ha rovinato migliaia di famiglie, ha scontato 90 giorni e non verrà più in carcere; a Napoli, tempo
fa, per un pacco di biscotti un uomo che lo aveva rubato per fame, fu condannato a circa 3 anni di carcere, per
effetto della legge Cirielli !
Questi signori non fanno altro che aumentare le pene,
emanare leggi contro la povera gente e restringere la vivibilità nei carceri, per coprire le loro malefatte, i loro
privilegi e i loro arricchimenti a spese dello Stato. Continueranno a fare i loro comodi a scapito del popolo, perché ormai controllano i media e plasmano la realtà come meglio è funzionale ai loro interessi.
Siccome in Italia tutto è politica , se vogliamo avere una
vita dignitosa nei carceri con il rispetto dei nostri diritti,
e processi giusti, senza più subire e sottostare al primo
politico prezzolato di turno, né tantomeno sottostare agli
abusi arbitrari dei burocrati del sistema, dobbiamo scendere in politica!
I nostri familiari e parenti votano, chiediamo a loro di votare le forze politiche che mettono nel loro programma
alcune nostre richieste che sono contenute nella nostra
Costituzione e nella Convenzione Europea:
I
1) L’abolizione dell’ergastolo, con il massimo di pena
di 30 anni. Essendo l’ergastolo una schiavitù perpetua indegna di un Paese civile.
2) Cinque anni di sanatoria generalizzata per tutti i detenuti, nessuno escluso, per sanare tutti gli aumenti
di pena e la sospensione dei diritti nei tribunali, a
causa delle leggi emergenziali degli ultimi 30 anni.
3) Il diritto di voto per i detenuti; la Corte Europea lo
ha sancito con una sentenza.
4) Il garante dei diritti per i detenuti con reali poteri per
porre fine agli abusi sistematici che i detenuti subiscono nei carceri.
5) Approvazione nel codice penale del reato di tortura,
come hanno intimato l’O.N.U. e l’Unione Europea.
6) Territorializzazione della pena. Abbiamo diritto a
scontare la pena vicino ai nostri familiari.
7) Il ripristino integrale della Legge Gozzini per tutti i
regimi detentivi, dai detenuti comuni fino ai detenuti del regime 41 bis compresi (tortura istituzionalizzata) con l’automatismo dei benefici per evitare il
dispotismo nella concessione.
Mai dire mai
8) Abolizione dell’art. 4 bis e dell’art.7, due mostri
giuridici e barbari.
9) Tutela sindacale dei detenuti che lavorano; oggi non
hanno tutela ed hanno una paga da schiavi.
10) Libero accesso dei giornalisti nei carceri, affinché ci
sia trasparenza e non un mondo chiuso da”segrete
dei castelli” .
11) Abolizione del 41 bis, una tortura abominevole, respinta anche dagli U.S.A. (che hanno la pena di morte, e questa la dice lunga sul grado di civiltà del nostro Paese).
Una volta che conosceremo le forze politiche che aderiscono alle nostre undici richieste, diremo a tutti i nostri
familiari, parenti e amici di votarle; inoltre ognuno di noi
ne farà almeno dieci copie e le spedirà ad altri detenuti
e non.
Con i nostri familiari, parenti e amici siamo centinaia di
migliaia, possiamo incidere nella politica ed è l’unico
modo per difenderci dai politici che per salire alla ribalta e crearsi una aureola di santificazione seminano odio
e fanno a gare a chi inventa un maggior numero di leggi
disumane, e dai burocrati che più opprimono e più ritengono di essere nel giusto, nel meccanismo perverso simile a quello nazista.
Sono circa 20 anni che hanno istituzionalizzato la tortura e rese perenni le leggi emergenziali, per le stragi degli anni ’90, oggi da più parti si afferma che sono state
stragi di Stato per ripercorrere la strategia della tensione
degli anni ’60-’67.
Con tutto ciò questi signori al governo e i professionisti
dell’antimafia si accaniscono sulla vivibilità interna ai
carceri e sui benefici penitenziari, estremizzando e sollecitando i bassi istinti della gente, sia per pulirsi il fango che hanno addosso e sia per un ritorno elettorale.
Siamo cittadini italiani, non possiamo, non dobbiamo,
non vogliamo farci trattare da cittadini di serie C, la Costituzione sancisce che siamo tutti uguali, in tutto, e nessuno può toglierci i nostri diritti e classificarci servi della plebe; il feudalesimo e finito da alcuni secoli.
Noi vogliamo scontare la nostra pena nel rispetto della
nostra dignità; una pena adeguata al reato. La pena è un
diritto e non una punizione senza diritti, per renderci peggiori di quello che siamo stati.
Nel 2013 ci saranno le elezioni nazionali, dovremmo tutti iniziarci a pensare e ad impegnarci affinché anche noi
sappiamo quali forze politiche alla luce del sole siano
d’accordo a realizzare i nostri undici punti di civiltà
Pasquale De Feo
carcere di Catanzaro, giugno 2010
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Per un’azione
decisa e compatta
Torniamo a lottare
Leggendo il libro di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle
pene” si ha l’impressione che sia a favore della pena di
morte, ma il suo discorso su questo argomento non è altro che una lunga “premessa” per poter arrivare ad una
conclusione totalmente diversa. Infatti chiude il suo discorso sulla pena di morte con queste parole: “Parmi un
assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne
commettano uno esse medesime, e per allontanare i cittadini dall’assassinio, ne ordinino un pubblico.”
I giustizialisti se ne guardano bene dal citare questo passo del Beccaria. Ma una mezza citazione non è altro che
una mezza verità. Quello che succede a noi ergastolani
ostativi è qualcosa di simile. I nostri giustizialisti fanno
questa citazione: “L’ergastolo non esiste, infatti dopo 10
anni i condannati all’ergastolo possono usufruire di permessi, e dopo 26 possono uscire con la condizionale. E’
una mezza verità, perché se continuassero nella loro “citazione” del codice, per chi ha l’ostativo, l’ergastolo diviene una pena di morte. Ma sono “giustificati”, e come
chi omette la finale di Beccaria, così loro devono omettere la realtà dell’ostativo.
La nostra lotta dovrebbe essere quella di far conoscere la
“parte mancante” della loro “citazione” sull’ergastolo.
Portare alla luce l’ergastolo ostativo in modo che non
possano più negarlo. L’ammettere di avere un problema
è il primo passo per una vera guarigione. Noi dobbiamo
costringerli a dichiarare apertamente che hanno un problema; cioè il vizio di negare l’evidente. L’ergastolo ostativo esiste e se hanno la tendenza a negarlo o nasconderlo è perché sanno che è qualcosa di sbagliato.
Anche noi abbiamo un problema: come condurre questa
lotta. Credo che stia venendo meno quella grande spinta
del 2007. Forse perché siamo tutti in attesa di una risposta che potrebbe cambiare le nostre vite: la risposta di
Strasburgo. Ma diciamoci la verità: ci siamo un po’ sopiti. Non è facile mantenere sempre il fuoco vivo e noi in
tre anni di lotte non abbiamo ottenuto niente e questo
comporta lo “spegnere” della fiamma. Dobbiamo cercare, tutti insieme, un modo per tornare a essere compatti
come nel 2007. Un solo giorno di sciopero e per giunta
spesso solo del carrello dell’amministrazione non vale la
pena farlo. Quello che io propongo sono almeno tre giorni di sciopero della fame totale e serio, abbordabile da tutti e senza conseguenze fisiche. Non per ottenere qualcosa , ma per consolidare il nostro patto di lotta e per dare
un segnale che siamo sempre e comunque tutti uniti, nonostante il silenzio di questi ultimi anni.
Quello che mi auguro veramente è che ognuno di noi si
renda conto che siamo noi stessi gli artefici del nostro destino e se decidiamo di far togliere questo maledetto ergastolo non ci sarebbero ostacoli alla nostra ostinazione;
ma se continuiamo a sperare che qualcun altro ci faccia il
“miracolo”, allora la nostra sarà una lenta lotta infinita.
Torniamo ad essere compatti. Torniamo a lottare seriamente!
Alfredo Sole
carcere di Opera
4
o ricevuto alcune copie dell’ultimo “Mai dire mai” e le
ho fatte circolare tra i detenuti. Credo di aver intravisto
sui loro volti i segni della rassegnazione e dell’impotenza. L’illusione si è trasformata in delusione. La situazione disastrosa delle carceri italiane è sotto gli occhi di tutti: governanti
a livello nazionale, di destra e di sinistra, istituzioni e organizzazioni internazionali. La popolazione detenuta è di circa 30 mila unità superiore alla capienza massima tollerabile, si vive in
condizioni disumane e degradanti, i secondini sono sotto organico (esistono sezioni utilizzabili e non vengono aperte per mancanza di personale), il rapporto educatore-detenuto è 1 a 200, i
funzionari e i magistrati di sorveglianza sono insufficienti, il
principio rieducativo della pena è fallito, il ddl Alfano si è irragionevolmente arenato in commissione giustizia e l’opinione
pubblica è colma di pregiudizi alimentati dai servizi ad hoc diffusi da certi media. Insomma il detonatore è stato innescato. Tutti aspettano il momento in cui deflagri.
Io non sono un ragazzo estremista. Auspico sempre il dialogo e
lo scambio di opinioni. La nostra battaglia (la questione della
pena dell’ergastolo e della tortura di particolari regimi penitenziari) non si basa sul dialogo tra controparti, anche se il governo non dovrebbe essere una parte (ma lo è!) bensì super partes,
orientato alla soluzione dei problemi dei cittadini, chiunque essi siano: liberi/detenuti, italiani/stranieri, mafiosi/incensurati e
porsi a garanzia dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione. La
nostra iniziativa è stata finora un soliloquio, rivolto ad un inguaribile sordo.
Ad aggravare questo dato di fatto si aggiunge la peculiarità della popolazione detenuta: siamo una massa nel senso sociologico del termine. La provenienza dei detenuti da tutti i diversi strati sociali implica differenti attitudini, aspettative, differente condizione culturale e diversa condizione economica. Siamo un
gruppo anonimo, esiste una minima e frammentata interazione
o scambio di esperienze tra i membri della massa, non disponiamo di un’organizzazione unitaria ed omogenea. Lungi da me
l’idea di squalificare il vostro (e di altre associazioni) encomiabile lavoro di questi anni, profuso con impegno e serietà. Esistiamo non come risultato di un progetto, ma come reazione naturale, istintiva ad un certo tipo di situazione. L’esistenza di un
problema ci qualifica e ci sprona ad agire. Malgrado ciò non abbiamo ancora raggiunto un livello di organizzazione tale da accordare, definire o regolare quale deve essere l’azione comune
e ciò che si dovrebbe fare. Una dichiarazione di sciopero della
fame che coinvolge 10 mila detenuti su un totale di quasi 70 mila è assolutamente irrilevante e, come abbiamo visto, non suscita l’interesse di nessuno, stampa compresa. Una decisione legislativa che favorisca una sola parte di detenuti a scapito di altre
è funzionale alla disorganizzazione, all’immobilismo disinteressato, alla divergenza di vedute. La battaglia per l’abolizione
dell’ergastolo interessa a pochi all’interno delle carceri per cui
qualsiasi iniziativa finalizzata a smuovere le coscienze di qualcuno non trova né consenso né adesione. Allo stesso modo il dll
Alfano fa presa solo su cui ne avrà dei vantaggi. Agli ergastolani nulla spetta: indultino, indulto o altro provvedimento di clemenza generalizzato. Nel ddl Alfano è previsto, previo “parere
medico”, di scontare l’ultimo anno di detenzione agli arresti domiciliari. Per gli ergastolani quando sarà l’ultimo anno di detenzione? Ed ancora: l’indulto è un provvedimento che riduce in
parte o cancella in toto la pena. Nel caso degli ergastolani non
può né essere ridotta la pena, né essere cancellata, perché la pena dell’ergastolo non è quantificata. Come dice quella barzel-
H
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letta scritta in tutte le aule giudiziarie? “La legge è uguale per
tutti” … ah, ah, vero …
La mobilitazione interna dei detenuti si è mostrata inefficace in
questi ultimi anni: abbiamo fatto un buco nell’acqua. Il sistema
penitenziario e penale va riformato. Tradizionalmente nel nostro paese le riforme sono state sempre precedute da mobilitazioni sociali (carcerarie) più o meno violente. E’ un dato storico ed inconfutabile. Ecco perché credo che sia giunto il momento di cambiare strategia di lotta privilegiando la forma “meno
violenta”, ma un’azione decisa e compatta. Solo così si potrebbero inibire i pochi strumenti disponibili per sedare le proteste:
il trasferimento di 70 mila detenuti non farebbe cessare la protesta. Non potrebbero applicare il 14 bis a 70 mila detenuti. La
perdita della liberazione anticipata si recupererebbe con una
nuova riforma penitenziaria, anzi si guadagnerebbe molto di più.
A conti fatti per ottenere una riduzione di pena di 3 anni – equivalente di un provvedimento di indulto – derivante dalla concessione della liberazione anticipata bisognerebbe scontare 12 anni di carcere. Bandita la violenza su cose (perché ci dobbiamo
vivere noi), e persone (i secondini non hanno nessuna colpa e
vengono qui per portare la pagnotta a casa) si potrebbe iniziare
a auto-concedersi qualche ora in più di passeggio oltre l’orario
consentito, ritornando in cella prima del tramonto quando le
stesse hanno raggiunto una temperatura umana sopportabile (se
dovessero arrivare le “guardie” in forza per obbligarci a tornare
in cella, rientriamo senza opporci, riprovando il giorno dopo),
effettuare una doccia al giorno, come previsto dal regolamento
di esecuzione in materia penitenziaria; auto-garantirsi tutti gli
altri diritti sanciti nell’ordinamento penitenziario. Immagino
che la protesta potrebbe assumere contorni che potrebbero sfuggire di mano, però dobbiamo dare una svolta se vogliamo realmente ottenere condizioni di vivibilità decenti all’interno delle
nostre carceri. Le regole esistono, solo che non si applicano: io
che non ho rispettato le regole sono finito dentro; alle istituzioni, che non le rispettano, non succede nulla. Ecco perché in Italia, per cambiare la convinzione che ai potenti tutto è ammesso,
bisogna giungere alle estreme conseguenze pur di far rispettare
il più elementare principio della nostra Costituzione: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Non è una questione di forza, è una questione di diritti e dignità della persona. Per questi
motivi auspichiamo di ricevere le indicazioni di una nuova protesta che coinvolga tutti i detenuti e che sia più incisiva e “rumorosa” delle precedenti.
Dario Troni
carcere di Viterbo, giugno 2010
Ma... non è
il momento
Andando in giro e parlando con persone diverse, di
differente provenienza politica, religiosa, incontriamo
spesso amiche e amici che ci dicono più o meno questo:
“Sì, il vostro impegno per l’abolizione dell’ergastolo e
per la denuncia della tortura nelle carceri italiane,
rappresentata non solo dalle sezione a 41 bis, è valido, è
interessante, ma … non è il momento …” A queste
amiche e a questi amici cosa rispondere? Ci rendiamo
conto della realtà politica, sociale e culturale della
nazione in cui viviamo, sarebbe bello se la maggioranza
degli italiani vivesse con pienezza le idee di fratellanza
e di solidarietà e che fosse attenta a coloro che soffrono
e quindi anche ai carcerati e alla loro vita non vita.
Sarebbe più facile il nostro operare se nel parlamento ci
fosse una maggioranza pronta a votare l’abolizione
dell’ergastolo, se …, se ... Non ci sembra però giusto far
discendere da queste grosse difficoltà la nostra inerzia,
la nostra passività. Anzi sono proprio gli ostacoli che
incontriamo che ci debbono dare maggiore vitalità. E’
proprio questo il momento per dare il nostro tempo e le
nostre energie su progetti a cui crediamo profondamente.
Quindi non molliamo, andiamo avanti e cerchiamo di
osservare con la massima attenzione, di ascoltare tutto
quello che intorno a noi si muove di positivo tra i
lavoratori, tra i giovani, nel sociale. Cerchiamo di
collegare i problemi che sono così drammatici nelle
carceri a quelli ugualmente devastanti in altri settori, che
coinvolgono altri spezzoni di società. Schieriamoci in
questa vita, in questo momento storico e facciamo fare
alla nostra società una rivoluzione culturale. Lo diciamo
anche a queste amiche e amici, forza, venite anche voi a
darci una mano … E’arrivato il momento !
Appello: Le carceri sono fuorilegge
Riportiamo l’appello lanciato insieme da Antigone, A buon diritto, Carta per dare il via a una vera e propria vertenza nei
confronti delle istituzioni affinché siano rispettati i diritti delle persone detenute.
n carcere non si rispettano le leggi.
Chi non le rispetta fuori, viene messo dentro; chi mette dentro, le istituzioni democratiche, non le rispetta e basta. Quasi niente, nelle carceri, è come
dovrebbe essere, funziona come dovrebbe funzionare, rispetta il dettato
delle norme che dovrebbero regolare la
vita penitenziaria. È trascorso quasi un
anno dalla sentenza della Corte europea
dei Diritti umani che ha condannato
I
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l’Italia per aver detenuto persone in meno di tre metri quadri. Una violazione
dell’articolo 3 della Convenzione europea, un’ipotesi di tortura o trattamento
inumano o degradante. Oggi la situazione è peggiore di allora. Il prossimo 20
settembre saranno dieci anni dall’entrata in vigore del Regolamento penitenziario, che guardava verso condizioni
più dignitose di detenzione. In cinque
anni era fissato il termine per adeguare
le carceri ad alcuni parametri strutturali. Che ci fosse l’acqua calda, per fare
solo un esempio. Ne sono passati dieci,
di anni, e quasi ovunque gli edifici sono ancora fuori legge. Noi ci riteniamo
da oggi in vertenza contro le istituzioni.
Utilizzeremo ogni strumento legale a disposizione per far sì che lo Stato paghi
il prezzo della propria illegalità.
Antigone, A buon diritto, Carta.
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Marcia della Pace Perugia-Assisi 2010
È
la mia prima marcia della pace e
ne sono emozionata. Il viaggio avviene in pulman da Firenze con un
gruppo di signori e signore ferventi credenti in qualcosa come il lottare per i
propri diritti.
Solo sul pulman, parlando con il gruppo,
scopro che il totale della marcia è di ben
24 km contrariamente ai soli dieci che
credevo. Inizio la grande camminata a
Perugia, vicino ad una porta di accesso
alla città, non lontano dalla grande chiesa di San Pietro. Quasi subito sono attratta da un grande camion di magliette
colorate che portano slogan diversi, mi
avvicino e compro una maglia verde con
scritto: uguali diritti per tutti. Poco dopo
una telefonata con Giuseppe, dell’associazione Giovanni XXIII, il mio unico
contatto sul posto, che stava portando
uno striscione su “fine pena mai: Aboliamo l’ergastolo”. Lui si trova nelle prime
file ed io cerco di raggiungerlo accelerando fortemente il passo.
Camminando mi guardo intorno e trovo
una atmosfera di festa, tanti drappi multicolori della pace, gente svariata di diverse età, alcuni anche con il loro cane,
bambini nei passeggini: insomma si percepiva la voglia di agire. Molta gente è
vestita con il loro appello al mondo e
passandoci accanto non potevo non leggerne il contenuto. Per esempio un notevole gruppo di persone porta un cartellone con su scritto:” la pace inizia a tavola, cambia menù” e proprio leggendolo mi rendo conto del potere delle paro-
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le e se usate quelle giuste nel contesto
giusto creano effetti straordinari, e mi dico: già non ci avevo mai pensato! Ogni
monito scritto, ogni gesto mi immettono
sempre più nel clima dell’evento. Sempre mentre sto rincorrendo a piè spinto
Giuseppe incappo in alcuni che portano
un cartellone con facce di persone disperse, sono incuriosita poiché leggo
Moncrivello, piccolo paese nel canavese
dove soggiorno spesso quando vado in
Piemonte, e scopro che si occupano di
dare voce a questa incuria dello Stato per
la ricerca di persone sparite e mai più ritrovate: mi dicono che ne esistono 24 mila in tutta Italia, rimango stupefatta da tale cifra. Uno di questi mi parla della sua
situazione personale, è il padre di Simone, ragazzo di cui si sono perse le tracce, ormai da cinque anni, proprio ad Assisi. Quest’uomo sta ancora cercando e
lottando per trovare il suo figlio poco più
di ventenne e sparge volantini con la sua
foto. Intanto un ragazzo sui trampoli corre con passi da gigante e probabilmente
arriverà prima di tutti noi. Gente che suona strumenti vari accompagnando una
enorme bandiera della pace: grande
emozione. Dopo diversi squilli telefonici, riesco a raggiungere, ovvero l’avevo
addirittura superato, Giuseppe con il
lungo striscione: “ABOLIAMO L’ERGASTOLO”. Sono contenta di averlo finalmente trovato, lui dice di essersi fermato spesso a parlare con diversi giornalisti sul percorso:infatti siamo a quasi
metà del cammino. Intorno a questo striscione l’atmosfera non è festosa ma molto silenziosa: prendo in mano un capo
dello striscione e provo il gusto e la fatica di una tale azione; dall’altro capo è
tenuto da Salvatore, un detenuto in semilibertà, che poi rientrerà a fine marcia.
Da questo momento il mio cammino acquista un sapore diverso, percepisco il
senso più profondo di questa marcia; si
attraversano piccoli borghi tra ulivi e la
gente dei paesini ci accoglie con ricchi
rinfreschi e dolcezze del luogo: ricordo
ancora piccoli doni come i famosi baci
perugina o lo snack biologico. Il tempo
è rimasto fino a qui favorevole, solo
qualche goccia di pioggia e molte nuvole ci rendono il camminare meno impegnativo: la strada è piuttosto pianneggiante con qualche curva ma pochissime
salite. Sono ormai gli ultimi chilometri e
la stanchezza comincia a farsi sentire
quando si arriva alla fatidica chiesa di
S.M. degli Angeli e lì inizia a imperver-
sare un forte temporale. Ecco che la marcia comincia a frammentarsi, molti cercano di trovare riparo sotto le arcate della chiesa mentre io con i miei compagni
andiamo sotto al telo del gazebo dell’associazione. Lì inizio a conversare con il
mio compagno di striscione e mi parla
della sua situazione carceraria. Salvatore mi racconta di essere nel carcere di
Massa, di aver avuto diversi trasferimenti ed ora in attesa della totale libertà da
molto tempo; mentre mi parla saluta un
uomo che sta passando, anche lui mi dice, non sembra, ma è un carcerato. Sembra che nessuno sia interessato alla sua
storia, lui dice, atteggiamento in parte
per me comprensibile visto che in Italia
la problematica carceraria è una delle più
sotterranee e poche volte prende spazio
sui giornali. Siamo ormai vicini al vero
finale della marcia alla fortezza di Assisi, ovvero a pochi chilometri da lì. Finita la pioggia, seppur stanca, mi inerpico
marciando sul famoso cammino in cotto
che porta ad Assisi dove ogni mattone
porta un nome diverso a seconda del donatore. La voglia di vedere almeno la
chiesa di San Francesco ed il fiume di
gente che sta tornando dalla rocca e da
Assisi mi danno la forza per continuare.
Nella chiesa regna il silenzio, nonostante la quantità di gente. Ovviamente vengo rapita dai colori degli affreschi di
Giotto, che ogni volta trovo di una tale
brillantezza che ti fanno staccare gli occhi a fatica, ma pochi sono i minuti per
percorrere tale bellezza. La discesa al
piazzale di partenza sarà rapida e comoda: fermo una macchina e gli chiedo di
condurmi al piazzale visto che il percorso a piedi è bloccato.
Il ritorno a Firenze, sempre nello stesso
pulman, sarà per me molto veloce e piacevolmente accompagnato dal suono di
musiche storiche e” molto rosse”: l’internazionale, bella ciao, la mondina e
tante altre.
Fiorella Tonello
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Incontro-Assemblea sulle carceri
l 22 maggio 2010, il Partito Radicale e l’Associazione Il Detenuto Ignoto hanno invitato le realtà che, a diverso titolo, si occupano del mondo di carcere, per ragionare insieme sulle possibili
proposte da avanzare per contrastare le condizioni inaccettabili degli istituti penitenziari italiani
Erano presenti i rappresentanti di Il Detenuto Ignoto, Ristretti Orizzonti, Sant’Egidio, Antigone, A Buon Diritto, Associazione Liberarsi, UIL-Polizia penitenziaria, Libera, Gruppo Abele, Ora d’Aria,
Consulta Penitenziaria Comune di Roma, Garante delle persone private della libertà delle regioni Lazio e Campania, Comunità Papa
Giovanni XXIII, Direttore del carcere di Terni, Nessuno Tocchi Caino, Camera Penale di Roma
Rita Bernardini (parlamentare del partito radicale) ha introdotto i lavori illustrando le criticità in cui versano gli istituti di pena e già richiamate dalla mozione radicale presentata alla Camera nel gennaio u.s.: sovraffollamento insostenibile che rende i nostri istituti di pena non più aderenti al dettato costituzionale ed all’ordinamento; carenza di personale e di risorse, condizioni strutturale ed igieniche fatiscenti. Per questi motivi l’Italia è stata richiamata all’ordine dal
Consiglio d’Europa che ha sottolineato la necessità di ripristinare la
legalità nel sistema giudiziario italiano.
Citando il rapporto di Antigone sulle carceri, la Bernardini ha evidenziato come di fatto il carcere sia nuovamente diventato il luogo
di trattamento delle persone tossicodipendenti, considerato che il numero di tossicodipendenti presenti nelle carceri italiane è nettamente superiore a quello dei tossicodipendenti inseriti in comunità terapeutica; al di là di questo dato, il ricorso alle misure alternative è diminuito in generale in modo significativo, nonostante sia stato dimostrato che la recidiva è inferiore proprio tra le persone che hanno
fruito di tali misure.
All’introduzione della Bernardini sono seguiti gli interventi dei partecipanti che hanno sottolineato l’inaccettabilità delle condizioni in
cui le persone ristrette in carcere stanno scontando la pena; sostanzialmente c’è stato consenso unanime nel ritenere che tali condizioni sono da ascrivere a differenti cause quali:
– leggi che producono carcerazione soprattutto delle fasce più fragili della società (Bossi -Fini, Giovanardi),
– leggi che impediscono l’accesso a percorsi penali esterni al carcere (ex Cirielli);
– un codice di procedura penale datato che va rivisto specie per quel
che concerne alcuni istituti quali l’ergastolo ed il 41 bis;
– il sempre più evidente mancato ricorso alle misure alternative,
– il degrado – considerato sotto molteplici aspetti – che ha ridotto
I
le carceri a “magazzini di persone” in violazione palese dell’art
27 della Costituzione;
– la tendenza a considerare pena certa unicamente quella che prevede la restrizione in carcere;
– la debolezza dei collegamenti fra carcere e territorio esterno, responsabile dell’impedimento di fruire di permessi, di accedere
alla semilibertà o alle misure alternative per quanti sono privi di
un sostegno esterno (migranti, senza dimora).
Si è evidenziata la necessità di incentivare gli ambiti di formazione
e di accesso al lavoro, anche in considerazione della ricaduta positiva che avrebbero in termini di riduzione della recidiva; per questo
si è evidenziato il bisogno di strutture orientate alla riabilitazione e
non solo alla mera punizione. Si è richiamata, inoltre, l’attenzione
sull’urgenza di individuare azioni in grado di contrastare il fenomeno della “porta girevole”, responsabile di molte carcerazioni brevi ,
così come la necessità di ridurre il sempre più frequente ricorso alla custodia cautelare in carcere.
I rappresentanti dell’associazionismo hanno insistito sulla necessità di un impegno congiunto ed immediato per creare possibilità di
accoglienza per quanti potrebbero fruire di misure alternative , di permessi, etc., ma sono privi di un domicilio; hanno sottolineato, inoltre, che gli interventi volti a facilitare l’occupabilità di quanti hanno
o hanno avuto problemi con la giustizia, richiede un investimento significativo di natura economica ed una maggior trasparenza dei processi di trasferimento dal livello centrale al livello regionale dei fondi stanziati ad hoc.
A conclusione dell’incontro si sono individuate diverse azioni che
possono essere intraprese:
● procedere ad una diffida allo Stato per la situazione di illegalità
in cui versano le carceri;
● richiedere con forza il recepimento delle sentenze della Corte di
Strasburgo;
● favorire la vista agli istituti di pena da parte di personaggi leader
che si facciano promotori in prima persona dell’informazione
sulle condizioni reali in cui si trovano gli istituti penali visitati;
● studiare dei procedimenti deflattivi immediatamente applicabili.
L’intento è quello di promuovere iniziative condivise che oltre a sfociare in azioni concrete, siano in grado di stimolare una riflessione
capace di coinvolgere i cittadini comuni perché la risocializzazione
delle persone che hanno commesso dei reati interroga la responsabilità civica di tutta la comunità locale.
Jolanda Ghibaudi
Associazione Gruppo Abele
Ciampi risponde all’invito di Marco Pannella a partecipare all’assemblea degli operatori carcerari
Il messaggio verrà letto in occasione dell’apertura dell’assemblea. Il Presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, invitato da Marco Pannella a partecipare all’Assemblea degli operatori carcerari convocata per domani, sabato 22 maggio, presso la sede del Partito Radicale, a Roma in via di Torre Argentina 76, ha fatto pervenire oggi il seguente telegramma:
“Caro Pannella...
come ti ho anticipato nel corso della nostra conversazione,
l’età mi “impone” regole severe, che non posso trasgredire.
Un’obbedienza che questa volta, molto più che in altre circostanze, mi pesa.
Considerami presente, insieme con tutti quei cittadini - numerosi mi auguro - che hanno raccolto il tuo disperato appello,
che con la loro presenza intendono rappresentare alle Istituzioni, ai mezzi di informazione, all’opinione pubblica la reale
natura di quello che pudicamente continuiamo a chiamare
“problema carcerario”, ma il cui vero nome è “dramma”. Il
dramma che si consuma nelle nostre carceri è nel numero dei
suicidi, ma lo è anche nelle condizioni in cui vivono i detenu-
Mai dire mai
ti. I numeri che contano le “vittime” e quelli che misurano gli
indici di affollamento sono dati che turbano la nostra coscienza di uomini, di cittadini di uno stato di diritto.
Nelle nostre carceri viene annientata la dignità di migliaia di
uomini e di donne, regredisce la civiltà di una società. Le condizioni prevalenti nelle nostre carceri sono l’ostacolo principale alla messa in opera di trattamenti di riabilitazione. Quei
luoghi offendono la nostra stessa dignità di uomini liberi, sollevando dubbi sul nostro grado di civiltà. Con questi sentimenti, rinnovo il mio incondizionato sostegno alla tua iniziativa e
ti invio un cordiale saluto.
Carlo Azeglio Ciampi
21 maggio 2010
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-INIZIATIVE - PROTESTE - INIZIATIVE - PROTESTE - INIZIATIVE
I radicali: «Un successo, visitato il 95% degli istituti»
FERRAGOSTO IN CELLA
O
ggi si conclude l’iniziativa. L’IdV ad Alfano: «Riferisca sul piano carceri».
La quasi totalità delle carceri
italiane è stata visitata in questo fine settimana di agosto
dai deputati, senatori e consiglieri regionali che hanno
aderito all’iniziativa dei radicali italiani. I numeri li ha
forniti ieri Marco Pannella:
«E’ già un grande successo
essere riusciti a visitare e far
visitare il 95% degli istituti
penitenziari italiani».
E a parte l’inopportuna adesione da parte di Marcello
Dell’Utri e di Nicola Cosentino, sicuramente poter vedere da vicino le condizioni inumane delle carceri potrà servire almeno da stimolo per affrontare
un’emergenza esplosiva.
Continua però a mancare – sottolineano i radicali – un’attenzione ampia, del
paese e dell’informazione televisiva, alla situazione che si vive dietro le sbarre: «L’informazione televisiva italiana
ha un solo principio: tutti i veri problemi eticamente e socialmente gravi e
importanti – ha proseguito Marco Pannella – non devono essere affidati all’opinione popolare». Alla ripresa dei
lavori parlamentari – crisi di governo
permettendo – il tema dovrà essere sicuramente affrontato.
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L’IdV ha già chiesto al ministro Alfano di riferire sullo stato del piano carceri e sui fondi per riorganizzare il sistema penitenziario nazionale, arrivato
al collasso.
Il partito guidato da Di Pietro ha già
pronta una richiesta d’istituzione di una
commissione parlamentare d’inchiesta
sullo stato delle carceri italiane, per poter individuare rapidamente le possibili soluzioni.
Si concludono oggi, intanto, le visite
organizzate per l’iniziativa «Ferragosto
in carcere». Per i radicali l’appuntamento di quest’anno è servito anche
per richiamare l’attenzione sul ruolo
della chiesa italiana nella difesa dei diritti dei detenuti.
Per Marco Pannella «il mondo ecclesiastico ha le stesse
prerogative e quindi le stesse
responsabilità del mondo parlamentare. Io spero che la nostra iniziativa – ha proseguito
Pannella – aiuti anche quel
mondo a impegnarsi per risolvere questa situazione vergognosa».
Il sovraffollamento e le condizioni di vita nelle celle sono il
leit-motiv dei commenti all’uscita dalle visite nei penitenziari. Sergio Besi, dell’associazione Luca Coscioni, ieri ha dato un quadro a tinte
fosche del carcere di Busto
Arsizio: «A fronte di una capienza regolamentare di 167 posti e di una capienza “tollerata” inferiore a 300, si
contano oggi 413 detenuti (ma solo due
mesi fa si era arrivati a 452!), un valore simile a quello registrato nel 2004.
Le celle, inizialmente previste come
singole – ha proseguito Besi – e nelle
quali ci sono sempre almeno 3 detenuti, non garantiscono i 3 metri quadrati
(calpestabili) fissati dalla Corte europea per i diritti dell’Uomo, figuriamoci i 7 mq. per ogni detenuto stabiliti
dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura». Situazione ormai riscontrabile in gran parte dei penitenziari italiani.
Il Manifesto (15 agosto 2010)
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- PROGETTI - PROGETTI - PROGETTI - PROGETTI - PROGETTI rosegue questa rubrica che riteniamo importante e che questa volta riporta un progetto che si sta realizzando nel carcere a custodia attenuata di Lauro. Sembra quasi di sognare e puo’ essere letto come una specie di fiaba. I detenuti costruiscono un aereo... grazie a chi ha reso possibile questa bella iniziativa!
Poi parliamo di un’idea ben più modesta: una collana di libri di storie di vita scritte da detenuti e detenute … Anche qui si
vuole un po’ volare e non a caso si parla di “Storie all’aria”… Chi non potrà costruirsi l’aereo perché non pensa a riordinare la sua vita, di assemblarla e di farla uscire dalle sbarre della sua cella per farla conoscere a varie lettrici e a numerosi lettori? Termina la rubrica una breve nota sull’importanza della corrispondenza tra dentro e fuori.
P
Le ali della libertà
M
entre le condizioni generali delle carceri nazionali
degradano sempre di più verso derive da terzo e
quarto mondo con un corollario di morti senza fine
(da quando il ministro Alfano ha annunciato il “piano carcere” -un anno e mezzo fa- cento persone detenute si sono tolte la vita);
mentre la sete di carcere (per i poveri) è diventata desertica,
facendo aumentare il numero delle persone detenute di 800
unità ogni mese e costrette in condizioni inumane e degradanti a tal punto che non è più tempo di parlare di legalità detentiva ma piuttosto di diritti umani ormai universalmente violati;
mentre con salottiera saccenza si disquisisce in modo rissaiolo su chi deve fare che cosa a fronte di condizioni carcerarie
ormai inaccettabili;
mentre assistiamo a questa barbarie ...senza assunzioni di responsabilità politiche e amministrative di fronte ad un autentico sfacelo: le carceri abbandonate a se stesse, ormai fuori
dalla legge e dagli stessi diritti umani!
Mentre succede tutto questo in quasi tutti i penitenziari italiani, è con un certo senso di vergogna che ci troviamo a parlare di un carcere dove la legge e l’Ordinamento Penitenziario
trovano piena applicazione e dove, nonostante la scure sulle
scarse risorse, trovano riscontro iniziative sinergiche tra carcere e territorio che danno luogo a prospettive coerenti col
mandato costituzionale (art.27) relativo all’esecuzione della
pena. Parliamo del piccolo carcere di Lauro (AV), un istituto
a custodia attenuata per il trattamento delle tossicodipendenze (ICATT) che è il regime detentivo che l’Ordinamento Penitenziario (legge 354 del ‘75) stabilisce per tutte le persone
in carcere con storie pregresse di tossicodipendenza. Una legge morta, mai applicata, se non in modo simbolico. Infatti, gli
ICATT in Italia sono pochissimi e ovviamente ospitano una
sparutissima minoranza del gran numero (circa un terzo della popolazione detenuta attualmente attestata sulle 76,000 unità!) di tossicodipendenti incarcerati.
Una serie di iniziative, a committenza interna ed esterna al
carcere, fanno di Lauro un carcere conforme a legge, col contributo convinto di tutto il personale penitenziario, associazioni di volontariato, cooperative, coordinate dalla Direzione, con
la finalità condivisa di un servizio di qualità volto concretamente al bene comune. Quasi a testimoniare concretamente
che un carcere diverso dalle “discariche sociali” è possibile.
Non si tratta di idee astratte o di teorie, sono fatti!
Tra gli altri progetti, in cantieri esecutivi all’interno e all’esterno del carcere di Lauro, spicca il progetto finanziato dalla Regione Campania denominato significativamente “Le ali della
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libertà”. Un progetto elaborato e attuato dalla cooperativa
L’Approdo di Avellino e dall’Associazione Il Pioppo di Napoli (due delle agenzie che compongono la Federazione Internazionale Città Sociale che sviluppa interventi d’inclusione in
tutti i settori della marginalità sociale). Si tratta della costruzione di un aereo biposto con doppi comandi interamente realizzato in legno (tolta la motorizzazione e i comandi) presso
la falegnameria del carcere, col supporto di un laboratorio
esterno per la progettazione e la supervisione tecnica, in fase
di realizzazione avanzata. Il cantiere di lavoro è stato aperto
a febbraio e si concluderà a marzo prossimo col primo volo
del superleggero di cui già si può …udire nel cielo il rombo
più allegro e triste (dipende dal punto di osservazione) delle
fatiche appassionate dei suoi produttori. Già ora si comincia
a vedere la forma di un oggetto da tutti considerato in astratto una “pazziella” e che invece già allude chiaramente al volo, al sogno ancestrale dell’umanità! Una novità assoluta per
il pianeta carcere, resa possibile da più fattori concorrenti. Il
finanziamento innanzitutto, ma pure il sogno che è di tutto
l’istituto, detenuti e personale -istituzionale e non-, dalla Direzione fino all’ultimo volontario, passando per il maestro
d’arte, tutor, redattori del giornale, il Ser.T. con un grande accompagnamento psicologico. Un sogno condiviso che registra
gli sforzi da parte di ciascuno e di tutti. Lauro, vale ricordarlo, è il paese di Umberto Nobile, quasi un “segno” di continuità, la sfida al cielo! Una sfida, questa volta, da parte di chi
il cielo lo vede poco giacchè l’orizzonte della prigione è diverso da quello che poteva vedere Umberto Nobile! La sfida
perciò vale due volte!
Ma, soprattutto, ciò che impressiona (anche chi, come me che
frequento il carcere di lauro da quasi vent’anni) è toccare con
mano l’entusiasmo dei protagonisti diretti (le persone detenute) che, con la guida del maestro d’arte, concretamente co-
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- PROGETTI - PROGETTI - PROGETTI - PROGETTI - PROGETTI -
struiscono giorno dopo giorno un oggetto che non rientrava
neppure nel mondo dei sogni… un entusiasmo difficilissimo
da descrivere eppure tremendamente vero. Per loro si è trattato di una scoperta che ha modificato radicalmente la percezione di se stessi e delle proprie risorse, schiudendo a nuove
possibilità, nuove visioni del mondo interiore, nuove ipotesi
di percorso durante e dopo la pena! naturalmente si sentono
gratificati non solo e non tanto dalla borsa lavoro che avrebbero potuto percepire per altri tipi di attività, ma soprattutto
dal fatto verificato che …sono capaci di produrre qualcosa di
nuovo e di diverso di ciò che in genere viene loro proposto
di fare (e non sempre e non a tutti) in carcere. Una sorta di
umanizzazione della ...mitologia del volo. La scoperta che si
possono imparare e fare cose generalmente considerate roba
da specialisti, da altri luoghi, da altra genìa, fuori portata dei
comuni mortali. E c’è di più. Questo entusiasmo è tale da far
scaturire potenzialità umane e risorse personali che la strada
prima e la prigione poi avevano miseramente seppellito e che
ora invece sbucano fuori in termini di impegno, apprensione
e responsabilità impensabili! A tal punto che già si delinea
l’ipotesi del loro impiego in questa attività lavorativa oltre il
carcere, oltre la pena, oltre la realizzazione del progetto spe-
ciale denominato “le ali della libertà”, oltre la costruzione completa di questo velivolo. Ormai questa ipotesi è più che una latenza ed i primi a rendersene conto sono proprio loro, i protagonisti, i
costruttori di fronte ai quali sta schiudendosi un
…nuovo mondo! Va sottolineata la bravura del
maestro d’arte. Infatti, l’esecuzione tecnica del lavoro è preceduta e seguita da una formazione teorica che attiene alla scienza aeronautica. Non basta fare un pezzo perché così dice il disegno, bisogna anche comprenderne il senso e la funzione
che in volo assume quel pezzo contestualizzato
alla macchina completa. Ed è davvero bello sentire da persone recluse con storie di strada un linguaggio nuovo e diverso, appropriato alle cose
che fanno! Che non si tratta di una simulazione è
difficile descriverlo. Sono cose che si vedono, si
toccano con mano, si registrano da sguardi e gestualità, oltre
che dall’applicazione responsabile di chi ha riscoperto il piacere di riprogettarsi la vita, individuale e collettiva. Io credo
che è questo il dato saliente del progetto. Non tanto e non solo la produzione tecnica di un oggetto prestigioso (che pure,
va detto, avrà un valore commerciale superiore al finanziamento impiegato!). Il lavoro, evidentemente, quando si svolge restituendogli tutta la sua dignità ormai desueta, non solo
dà luogo a prodotti commerciali più o meno pregiati, ma retroagisce in/formando di sé i lavoratori stessi. A Giovanni,
Angelo e Ciro un ringraziamento per aver messo in discussione, questa volta con rara autenticità, uno stile di vita consumato e replicante che caratterizza con uno stigma la non
vita della strada, del carcere, delle droghe. Una non vita che
genera spesso “non persone” in un mondo che sembra aver
smarrito il sogno torcendo l’esistenza umana al mercato assoluto. Al capitalismo disumano del mercato i nostri tre amici hanno osato contrapporre il capitale sociale di cui la Costituzione repubblicana ci parla, aprendo, insieme a quelle
dell’aereo, le proprie ali umane, a partire dall’orizzonte basso della prigione!
Beppe Battaglia
L’importanza della corrispondenza tra dentro e fuori
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a anni facilitiamo il collegamento tra detenuti/e e persone, cosiddette, libere. E’ importante che tramite le lettere si venga a rompere l’isolamento delle carceri e si vengano a creare piccoli ponti tra
interno ed esterno.
Quali le finalità? Nessuna in particolare. Non certo mettere insieme brani che arricchiscano il nostro periodico, o il nostro sito. La corrispondenza è personale, è un legame tra due persone, è un percorrere insieme
una tappa, più o meno breve, della propria esistenza. Se un detenuto o una detenuta vorranno denunciare
la drammaticità di certi fatti, se vorranno inviare loro poesie e racconti, proprie riflessioni perché vengano
fatte conoscere dal nostro o da altri giornali, dal nostro o da altri siti, ne saremo felici e saremo disponibili a far conoscere queste voci, ma la corrispondenza è un’altra cosa: è l’incontro tra due persone, tra due
amici o amiche, non ha nessuna finalità se non quella di mettere nella pratica il comune desiderio di fratellanza.
Per questo gli amici e le amiche, in galera o fuori, che ci chiederanno di poter incontrare tramite le lettere
altre e altri e che vogliono tessere insieme un tappeto di parole, troveranno la massima disponibilità da parte nostra. I colori, le figure del tappeto appartengono solo a loro. Da parte nostra non possiamo che ripetere: arricchitevi e liberatevi reciprocamente tramite numerose … lettere.
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- PROGETTI - PROGETTI - PROGETTI - PROGETTI - PROGETTI -
Storie all’aria. Biografie dal carcere
a nostra associazione Liberarsi, nata recentemente nell’ottobre 2008, affonda le sue radici nella lunga esperienza dell’Associazione Pantagruel di cui è “pollone”
autonomo.
Affronta alcuni problemi specifici, in particolare quello dell’ergastolo con una campagna denominata “Mai dire mai” (il
riferimento è chiaramente al fine pena “mai” che è scritto nei
certificati penali dei detenuti condannati a questa pena perpetua).
Gli strumenti sono stati finora un libro: “Mai dire mai. Il risveglio dei dannati”, un giornale che da circolare interna è
diventata da quattro numeri una pubblicazione autonoma
stampata, un sito, ma soprattutto: dibattiti, convegni, visite
nelle carceri, corrispondenza ecc.
L’altro tema che cerchiamo di documentare è quello delle sezioni differenziate (a 41 bis e sezioni di alta sicurezza), utilizzando un Osservatorio sul 41 bis a cui aderiscono personalità del mondo giuridico (magistrati e avvocati), universitario ma anche volontari e detenuti ed ex detenuti.
Su questi temi e anche sul carcere in generale e sulla pena
cerchiamo anche di fare un’analisi comparata tra la realtà italiana e quella di altre nazioni europee per evidenziare, per
esempio, che l’ergastolo è stato abolito recentemente dalla
Spagna e dal Portogallo.
Ora pensiamo di aprire un nuovo progetto che abbiamo denominato “STORIE ALL’ARIA. Biografie dal carcere” e che
vuole stimolare vari detenuti e detenute a lavorare sulla propria biografia.
Siamo coscienti quanto sia importante questo tipo di impegno
su di sé. Rimandiamo ad un’ampia bibliografia in proposito
che vede evidenziata l’utilità degli scritti biografici sia a livello letterario, antropologico, storico, ma anche pedagogico e
curativo. Per questo saremo aiutati da storici, da antropologi,
da studiosi di letteratura contemporanea, ecc …
L
Mai dire mai
Fra le biografie che seguiremo ne pubblicheremo quattro nel
corso del 2011, in questa nuova collana dal titolo “STORIE
ALL’ARIA. Biografie dal carcere” e le pubblicheremo a cura della nostra associazione nell’editrice “Sensibili alle foglie” che già ha al suo attivo un impegno serio di 20 anni
iniziato con l’analisi del carcere e avendo nel carcere uno dei
suoi argomenti costanti nell’arco della sua esistenza.
I libri da una parte saranno importanti per il cammino dei
singoli detenuti e delle singole detenute che vi si impegneranno, ma dall’altro saranno strumenti validi per costruirci intorno momenti di dibattito e di informazione.
La collana avrà come referente e coordinatore Giuliano Capecchi che fa parte della nostra associazione Liberarsi e che
ha partecipato a vari corsi di formazione sulla biografia secondo il metodo di Bernard Lievegoed (1905 – 1992), medico psichiatra e pedagogista olandese.
Inizieremo a settembre a far conoscere questo progetto tramite il nostro periodico “Mai dire mai” che è stampato in
3000 copie di cui circa 1000 vengono inviate a detenuti/e e
nei mesi successivi inizieremo a lavorare su una decina di testi, fra questi nel 2011 selezioneremo i quattro volumi da
pubblicare. I testi non stampati potranno essere fotocopiati in
50/100 copie perché chi ci ha lavorato possa ulteriormente
rielaborarli e li possa far conoscere a familiari, amici e a persone interessate.
Siamo certi che per tutti sarà un’esperienza valida e costruttiva ed è in questo che crede una associazione come la nostra:
che nessun uomo e donna sia da considerare irrecuperabile,
ma che tutti abbiano potenzialità e debbano trovare forze e
speranze per credere in un futuro dignitoso e utile agli altri.
Il testo riportato sopra fa parte del progetto presentato alla
Fondazione Monte dei Paschi di Siena a cui è stata richiesta una somma di 5.000 euro per finanziare la prima biografia e per appoggiare l’iniziativa.
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- TORTURA NELLE CARCERI ITALIANE - TORTURA NELLE CARCERI
n questa rubrica avremmo potuto pubblicare numerose testimonianze, lettere, denunce, non ne abbiamo lo spazio e quindi abbiamo pensato di scegliere due lettere e uno scritto di Adriano Sofri e l’aggiornamento dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, voluto e guidato da Ristretti Orizzonti, che svolge questo indispensabile impegno. Dato che il
nostro periodico vuole sempre più avere una visione sovranazionale e soprattutto europea riproduciamo un articolo apparso su “Il Manifesto” sulla morte di Daniele Franceschi, cittadino italiano, avvenuta nel carcere francese di Grasse. Entreremo in contatto con l’associazione Ban Public che inviteremo in Italia.
I
Un Cucchi d’Oltralpe
econdo Paris, «l’Italia deve
chiedere un’autopsia tossicologica, non deve cedere su
questo punto» per arrivare a capire
cosa è successo a questo trentenne,
apparentemente in buona salute,
che era in carcere da cinque mesi,
dopo essere stato arrestato per una
storia di falsificazione di carta di
credito nel marzo scorso.
«Stupisce che l’autopsia non sia
stata ancora realizzata - afferma
Paris - l’Italia ha il diritto di chiedere un’autopsia tossicologica, che
sola può determinare se c’è stato
un assorbimento eccessivo di medicine», che può essere un atto volontario oppure la conseguenza di
una prescizione sbagliata. «La famiglia - suggerisce - se prende un
avvocato può chiedere questo tipo
di autopsia». Entrare in carcere in
buona salute «non vuol dire niente
- aggiunge - perché sono sufficienti delle complicazioni cardiache rivelate dallo stato di stress, dalle
condizioni di prigionia». Daniele
Franceschi, secondo questo specialista delle carceri francesi, o è stato assassinato oppure ha assorbito una dose eccessiva di medicinali, che può anche essere dovuta a una prescrizione sbagliata oppure soffriva di
qualche anomalia che non è stata curata adeguatamente nei
mesi passati in carcere. La Procura di Grasse ha negato che
ci siano segni di violenza sul corpo di Franceschi.
Le prigioni francesi sono tra le peggiori d’Europa, seconde
solo a quelle della Moldova, secondo una denuncia del Consiglio d’Europa. Quest’anno, si sono già verificati 86 casi di
suicidi o di morti sospette nelle carceri francesi. La cifra è
dell’associazione Ban Public, mentre il ministero della giustizia minimizza. Ma l’attuale ministra, Michèle Alliot-Marie, è stata costretta ad avviare un rinnovamento dei luoghi
di detenzione più vetusti. In programma c’è la chiusura di 23
carceri entro il 2017. Verranno sostituite da strutture più moderne. Ma Ban Public denuncia queste nuove carceri, ancora più disumane. Il carcere di Grasse non è vetusto, spiega
Paris. «Si tratta di un carcere recente - spiega - di un grande centro penitenziario», caratterizzato, come gli altri, «da
S
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sovrappopolazione, dal racket, da
traffici di ogni tipo».
La famiglia di Franceschi ha raccontato che Daniele aveva denunciato le condizioni di prigionia, le
molestie che aveva subito da parte
di altri detenuti. A giugno, in seguito a una denuncia di 6 detenuti
del carcere di Caen, un tribunale ha
condannato lo stato francese a pagare tra i 500 e i 3mila euro di indennizzo ai carcerati perché costretti a vivere «in condizioni che
non rispettano la dignità umana».
Il Comitato dei diritti dell’uomo
dell’Onu ha più volte denunciato le
condizioni delle carceri francesi. Il
governo ha promesso di avere l’intenzione di esaminare «con la più
grande attenzione» le raccomandazioni delle Nazioni unite. Ma dalle
carceri, anche le più moderne, arrivano informazioni drammatiche.
Nel carcere di Mont-de-Marsan,
per esempio, tre carcerati si sono
suicidiati in quindici giorni nel dicembre scorso. «È la prova che
queste nuove strutture non sono
adeguate - afferma David Torres, guardia carceraria della Cgt
- i detenuti sono qui in celle individuali, ma si sentono ancora più isolati». Ci sono circa 65mila carcerati in Francia,
per una capacità di accoglienza complessiva che non supera
i 50mila posti. Così, le celle sono sovraffollate. Vincent Feroldi, cappellano cattolico del carcere di Corbas, racconta:
«Per raggiungere la cella più lontana dall’entrata della prigione devo attraversare 19 porte, 18 delle quali devo farmi
aprire a distanza, o attraverso un citofono o una videocamera. Quando va bene, il tragitto dura dieci minuti, quando va
male venti, o addirittura un’ora quando è il momento della
passeggiata».
I parenti di Franceschi hanno denunciato le difficoltà ad incontrare il detenuto Daniele. È la norma nella carceri francesi. «Le preoccupazioni securitarie predominano sempre su
quelle umane» denuncia Barbara Liaras dell’Osservatorio internazionale delle prigioni.
Anna Maria Merlo
Il Manifesto - 31/08/2010
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- TORTURA NELLE CARCERI ITALIANE - TORTURA NELLE CARCERI
Le “rivolte” si traducono in botte,
trasferimenti punitivi, denunce e perdita dei benefici
Il Foglio, 9 giugno 2010
o un’idea di che cosa siano le cosiddette rivolte in carcere oggi: si traducono immediatamente in botte, trasferimenti punitivi, denunce e sacrificio dei poveri
“benefici” ventilati dalla buona condotta e anche, inevitabilmente, nello scontro con le persone che il sistema penitenziario mette corpo contro corpo di fronte ai detenuti.
Detto questo, non devo spiegare né a me stesso né ad altri la
doppia sensazione che provo quando leggo, come in questi
giorni, delle “rivolte” in carcere: di preoccupazione e pena per
i protagonisti, ma anche di una giustizia, di una legittima difesa della propria incolumità e della propria dignità.
A Genova, dei detenuti si sono ribellati perché la cooperativa
che somministra i farmaci, non pagata, ha deciso di “sospendere le pastiglie” (sic!). Quanti reati comprende questa notizia, e tutti dalla parte dei carcerieri, e dei più titolati fra loro?
L’intera condizione carceraria è oggi illegale, e come tale riconosciuta dalle autorità, per impudenza o demagogia, e dai
sindacati della polizia penitenziaria, che sanno meglio di tutti come stanno le cose, e di chi è la responsabilità. Io stesso
non saprei dire niente di più duro di quello che stava ieri nei
comunicati dei sindacati degli agenti.
La Corte costituzionale ha appena stabilito che i giudici di sorveglianza riconoscano i diritti elementari che per regolamento spettano ai detenuti, a cominciare dallo spazio in cui sopravvivere, e che le loro decisioni siano tassative per l’amministrazione penitenziaria. Non so se la notizia sia già arrivata
a tutti i tribunali di sorveglianza: ma è l’ennesima dimostra-
H
zione, come le sentenze europee, della piena illegalità della
situazione delle galere.
Basterebbe applicare la legge, e l’intero edificio crollerebbe.
Che cosa pensare di un intero edificio costruito sull’oltraggio
alla legge? Chi è più fuorilegge, quelli di dentro in basso o
quelli in alto di fuori? Ah, ieri si è rivoltato anche un singolo
detenuto a Fuorni, Salerno, sarebbe uscito presto, dicono le
cronache. Aveva 34 anni, si è impiccato. Era il ventinovesimo
dell’anno. Oggi qualcuno si rivolterà con un lenzuolo d’ordinanza in un cesso di cella, per fare cifra tonda.
Adriano Sofri
Lettera da Tolmezzo
Un altro pestaggio in carcere, questa volta a Tolmezzo (Udine), i secondini manganellano un ragazzo e poi lo imbottiscono di psicofarmaci.
Qui di seguito un comunicato di alcuni detenuti.
Tolmezzo 15 agosto 2010
Noi detenuti della casa circondariale di Tolmezzo abbiamo
deciso di scrivere questa lettera dopo l’ennesimo pestaggio
avvenuto nelle carceri italiane.
Dopo i casi di Marcello Lonzi a Livorno, di Stefano Cucchi
a Roma e di Stefano Frapporti a Rovereto e di tanti, troppi
altri in giro per la penisola, siamo costretti a vedere con i nostri occhi che la situazione carceraria in Italia non è cambiata per niente.
Mentre da una parte ci si aspetta dai detenuti silenzio e sottomissione per una situazione inumana (quasi 70.000 prigionieri a fronte di nemmeno 45.000 posti, percorsi di reinserimento sociale pressoché inesistenti, scarsissima assistenza
sanitaria, fatiscenza delle strutture ecc...) si ha dall’altra il solito trattamento vessatorio da parte del personale penitenzia-
Mai dire mai
rio, non giustificabile con la solita scusa sulla scarsità di uomini e mezzi.
Denunciamo quello che, ancora una volta, è successo venerdì 13 agosto proprio qui a Tolmezzo, dove un ragazzo, M.F.,
è stato picchiato con tanto di manganelli nella sezione infermeria.
Se come per altre volte i protagonisti dell’aggressione erano,
tra gli altri, graduati ormai noti ai detenuti per le loro provocazioni, l’altra costante è stata la completa assenza del
comandante delle guardie e della direttrice dell’istituto.
La nostra situazione è fin troppo pesante per accettare la sottomissione fisica dopo quella psicologica.
Per noi tacere oggi potrebbe voler dire ricevere bastonate domani se non fare la fine dei vari Stefano o Marcello domani l’altro.
Noi non ci stiamo e con questa nostra ci rivolgiamo a chiunque nel cosiddetto mondo libero voglia ascoltare, affinché la
nostra voce non cada morta all’interno di queste mura.
Alcuni detenuti del carcere di Tolmezzo
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- TORTURA NELLE CARCERI ITALIANE - TORTURA NELLE CARCERI
Lettera aperta di Radi Elayashi da Macomer
n caro saluto a tutti i compagni,
a metà marzo 2010 il sottoscritto è stato trasferito nel
carcere di Rossano nella sezione EIV (elevato indice di
vigilanza) (ora AS2, Alta sorveglianza), composta di soli prigionieri ‘islamici’, una decina in tutto. Subito ho riscontrato un
regime di detenzione molto diverso dalla EIV dove ero stato
precedentemente ristretto.
Sin dai primi giorni che siamo entrati nell’AS2 di Rossano la
direzione ha vietato molti dei nostri diritti e cose che prima in
tutti gli altri carceri avevamo senza nessun problema: la radio,
l’orologio, il lettore cd, i colloqui con i famigliari – per chi li
ha, il campo sportivo…
Tutto questo nelle altre carceri dove eravamo stati non mancavano, ci sono anche nelle sezioni per soli musulmani (Asti, Macomer, Benevento). Il congelatore, per esempio, in sezione non
c’è; ce n’è soltanto uno nel corridoio che porta al passeggio,
ma non ci possiamo mettere niente, possiamo soltanto metterci l’acqua per il ghiaccio.
Al direttore abbiamo fatto molte richieste, rimaste però tutte
senza risposta. Ci siamo sentiti presi in giro, dalla direzione non
arrivava nessuna risposta.
Allora abbiamo iniziato a protestare. Abbiamo cominciato con
il rivolgere le nostre lamentele ai capi delle guardie; facevo questo nel mentre ci recavamo all’aria, nel piccolo tragitto dalle
celle al cortile. Poi siamo entrati in sciopero della fame, portato avanti per quattro giorni. Per ultimo abbiamo fatto alcune
battiture notturne, alle 22,30, alle 1,45 e alle 4 del mattino.
Dopo tutte queste proteste nessuno ci ha risposto! Ci sentivamo sempre più sotto pressione e stavamo sempre più male. Il
29 giugno 2010 tutti abbiamo fatto richiesta di trasferimento.
Le guardie hanno sempre continuato a fare le perquisizioni alle celle. In una di queste dalla mia cella, hanno prelevato vari
oggetti con la scusa che non erano autorizzati. Quegli oggetti
mi sono stati autorizzati dal momento che ero entrato in quel
carcere. Ho fatto presente tutto questo alla guardia che aveva
fatto la perquisa; a lui non importava nulla, anzi, mi provocava per crearmi dei problemi. Infatti mi sono innervosito troppo con lui. Il 6 luglio 2010 ha presentato un rapporto contro di
me. Dal direttore per discutere del rapporto disciplinare sono
andato assieme ad un altro prigioniero (Fezzani Moez).
Il direttore si è rivolto a me in modo molto arrogante, mi ha insultato come se fossi uno schiavo. Invece di darmi un consiglio
umano, con il suo modo di parlare mi ha fatto innervosire abbastanza, allora gli ho detto delle parole pesanti. A quel punto
sono intervenute le guardie. Mi hanno preso con forza e portato alle celle.
Quando i compagni hanno saputo quello che era successo e che
era stato punito anche Moez, si sono innervositi e hanno cominciato la battitura alle porte per solidarietà. Il vice-comandante e il brigadiere della sezione sono entrati in sezione per
portarmi all’isolamento. Con loro c’erano molte guardie, ho
paura per me, allora mi sono ferito al collo con una lametta, per
far loro più paura mi sono ferito anche ad un dito. All’inizio mi
sono rifiutato di uscire dalla cella, poi ho detto loro che sarei
uscito se mi lasciavano prendere tutta la roba e se non mi toccavano. Hanno accettato. Poi ho capito che era una fregatura,
che mi stavano dicendo menzogne.
Mi hanno portato all’infermeria dove, appena hanno visto il dito mi hanno detto che doveva essere cucito. Però non avevano
l’ago per compiere l’operazione. Quando il dottore (o l’infer-
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miere) è uscito per andare a prendere l’ago, sono rimasto solo
con il brigadiere e una guardia che ha cominciato a dirmi di tutto. Parolacce e bestemmie solo per farmi innervosire e così crearmi problemi. Gli ho detto di non interrompermi mentre stavo parlando con un suo capo. La guardia mi dice di stare zitto,
che lui non ha paura di me. In quel mentre arriva il comandante che da dietro mi da uno schiaffo, dicendo: “Eccomi qui”. E’
stato come un segnale, tutte le guardie presenti mi hanno aggredito con forza per uccidermi. Con il manganello mi davano
botte sul viso, su tutto il corpo. In quei momento urlavo dal dolore, cercavo di evitare le botte del manganello dirette alla faccia, proteggendomi con la spalla destra – mi fa ancora male fino all’osso. Sono scappato dalle loro mani, mi sono buttato sotto il tavolo, loro allora hanno continuato a colpirmi ma con i
piedi e i manganelli. Mi hanno causato dei tagli profondi in particolare nel labbro superiore, da dove usciva molto sangue.
Successivamente sono stato portato all’isolamento, in una cella vicino alla sezione. Quella cella era priva di ogni cosa: né finestre, né porta per il bagno, né luce. Più volte ho chiesto di
andare in infermeria per essere visitato, per fare una radiografia alla spalla e per cucire il labbro. Il mio corpo era pieno di
macchie blu a causa delle botte. Alle richieste non ha risposto
nessuno.
La notte tardi è venuto uno, mi ha guardato nella cella buia. Gli
ho chiesto di curarmi tutte le ferite; mi ha ascoltato, se ne è andato e non è più tornato. Nel secondo turno della notte è venuto anche l’infermiere; ha guardato e se ne è andato anche lui.
Poi è venuto un altro, ho poi saputo che era lo psichiatra; non
mi ha detto una parola. Dopo un poco è ritornato l’infermiere
per farmi una puntura anti-dolorifica.
I medici hanno scritto che io ero completamente sano; e il medico psichiatra ha chiesto di lasciarmi in una cella senza niente. Ha fatto questo senza avermi visitato!
In quella cella ci sono rimasto sei giorni, dormivo per terra senza vestiti, solo con un pantaloncino che indossavo all’inizio e
senza nessuna cura.
Il 12 luglio 2010 sono stato trasferito nel carcere di Nuoro.
Quando mi ha visitato il medico gli ho chiesto di registrare e
prendere atto di tutti i segni rimasti sul corpo che erano ancora lì dopo quasi una settimana dal massacro.
Ho scordato di scrivere che dopo due giorni ho chiesto di andare in infermeria per denunciarli. Non mi hanno autorizzato.
Il medico e lo psichiatra anche loro sono colpevoli di tutto. Ho
quattro testimoni detenuti che erano nell’isolamento quando mi
hanno portato lì anche me. Hanno visto il comandante, le guardie e me. Ricordo bene le facce delle guardie e ho anche il nome di chi mi ha fatto rapporto. Il direttore ha ordinato l’aggressione contro di me.
Voglio denunciare tutti questi fascisti infami.
P.S. il 22 luglio 2010 mi è arrivata una notifica inviata dal DAP,
in cui vengo punito a sei mesi di 14-bis, a sei mesi (isolamento) da scontare nel carcere di Nuoro (via Badu ‘e Carros 1,
08100 Nuoro).
Un cordiale saluto Elayashi Radi
Nuoro, 22 luglio 2010 - Località Bonu Trau 19 – 08015 Macomer (Nuoro)
Lettera ricevuta via mail da: [email protected] - È Ora
di Liberarsi dalle Galere (OLGa) – Milano
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- TORTURA NELLE CARCERI ITALIANE - TORTURA NELLE CARCERI
“Morire di carcere”: dossier 2010
Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, episodi di overdose
Elenco dei casi raccolti nel 2010 (in ordine cronologico)
Nome e cognome
Pierpaolo Ciullo
Celeste Frau
Giacomo Attolini
Antonio Tammaro
Eddine Abellativ
Mohamed El Abbouby
Ivano Volpi
Antonio Fondelli
Adel Ben Massoud
Giuseppe Nardella
Detenuto tunisino
Walid Aloui
Vincenzo Balsamo
Alessandro Furuli
Roberto Giuliani
Habib Snoussi
Giuseppe Sorrentino
Angelo Russo
Detenuto italiano
Marcantonio De Angelis
Agostino G.
Francesco Iannuzzi
Angelo Musolino
Detenuto italiano
Emanuele Carbone
Luca Antoniol
Romano Iaria
Carmine B.
Domenico Cardarelli
Detenuto italiano
Daniele Bellante
Carmine Verderame
Antonio Zingaro
Giuseppe Palumbo
Gianluca Protino
Eraldo De Magro
Vasiline Ivanov Kirilov
Domenico Franzese
Aldo Caselli
Fabrizio S.
Giuseppe Bonafè
Detenuto italiano
Detenuto straniero
Alessandro Lamagna
Francisco Caneo
Luigi Coluccello
Antonio Di Marco
Tomas Goller
Yassine Aftani
Marcello Mento
Santino Mantice
Hugo Cidale
Alessandro Fossi
Antimo Spada
Sabi Tautsi
Italo Saba
Rocco Manfrè
Andrea Corallo
Corrado Liotta
Stefano Crocetti
Mohamed Hattabi
Mauro M.
Riccardo Greco
Dino Naso
Massimiliano Calersi
Berloso Ramon
Matteo Carbognani
L. S. (italiano)
Raffaele Panariello
Pietro Folgeri
Età
39 anni
62 anni
49 anni
28 anni
27 anni
25 anni
29 anni
52 anni
57 anni
45 anni
26 anni
28 anni
40 anni
42 anni
47 anni
30 anni
35 anni
31 anni
29 anni
29 anni
35 anni
40 anni
50 anni
47 anni
71 anni
41 anni
54 anni
39 anni
39 anni
40 anni
31 anni
50 anni
40 anni
34 anni
34 anni
57 anni
33 anni
45 anni
44 anni
32 anni
44 anni
40 anni
30 anni
34 anni
44 anni
34 anni
43 anni
43 anni
22 anni
37 anni
25 anni
47 anni
40 anni
35 anni
39 anni
53 anni
65 anni
39 anni
44 anni
42 anni
43 anni
32 anni
50 anni
41 anni
43 anni
35 anni
34 anni
32 anni
43 anni
44 anni
Data morte
02-gen-10
05-gen-10
07-gen-10
07-gen-10
13-gen-10
15-gen-10
19-gen-10
09-feb-10
12-feb-10
13-feb-10
22-feb-10
23-feb-10
23-feb-10
24-feb-10
25-feb-10
03-mar-10
07-mar-10
10-mar-10
18-mar-10
19-mar-10
20-mar-10
24-mar-10
25-mar-10
28-mar-10
31-mar-10
01-apr-10
03-apr-10
07-apr-10
08-apr-10
11-apr-10
13-apr-10
14-apr-10
14-apr-10
23-apr-10
27-apr-10
06-mag-10
08-mag-10
15-mag-10
19-mag-10
20-mag-10
25-mag-10
27-mag-10
28-mag-10
06-giu-10
12-giu-10
12-giu-10
15-giu-10
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23-lug-10
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06-ago-10
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16-ago-10
20-ago-10
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22-ago-10
24-ago-10
25-ago-10
31-ago-10
Causa
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Malattia
Suicidio
Da accertare
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Da accertare
Suicidio
Suicidio
Malattia
Malattia
Malattia
Da accertare
Malattia
Suicidio
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Da accertare
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Da accertare
Suicidio
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Da accertare
Suicidio
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Malattia
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Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Malattia
Overdose
Suicidio
Da accertare
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Suicidio
Da accertare
Suicidio
Malattia
Suicidio
Malattia
Da accertare
Suicidio
Suicidio
Malattia
Da accertare
Malattia
Istituto
Altamura (BA)
Cagliari
Verona
Sulmona (AQ)
Massa Carrara
Milano San Vittore
Spoleto (PG)
Roma Regina Colei
Livorno
Lecce
Brescia
Padova Reclusione
Fermo
Vibo Valentia
Roma Rebibbia
Livorno
Padova Reclusione
Poggioreale (Na)
Secondigliano (Na)
Catania Piazza Lanza
Viterbo
Alba (CN)
Bergamo
Reggio Emilia
Lecce
Padova C.C.
Sulmona (AQ)
Benevento
Sulmona (AQ)
Santa Maria C.V. (Ce)
Rebibbia
Secondigliano (Na)
Secondigliano (Na)
Firenze
Teramo
Como
San Vittore (Mi)
Siracusa
Reggio Emilia
Frosinone
Sanremo (Im)
Cagliari
Lecce
Salerno
Opera (Mi)
Lecce
Catania Bicocca
Bolzano (semilibero)
Agrigento (Questura)
Giarre (Ct)
Padova C.R.
Rebibbia (RM)
Solliccianino (FI)
Torino
Padova C.R.
Sassari
Caltanissetta
Catania Bicocca
Siracusa
Aversa Opg (Ce)
Brindisi
Frosinone
Roma Rebibbia
Palermo Ucciardone
Castelfranco E. (Mo)
Udine
Parma C.C.
Napoli Poggioreale
Sulmona C.L. (AQ)
Bologna
da Osservatorio Permanente sulle morti in carcere – Ristretti Orizzonti
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- OSSERVATORIO SUL 41 BIS - OSSERVATORIO SUL 41 BIS rosegue l’impegno dell’associazione Liberarsi nell’informare sulle sezioni dove sono sottoposti a tortura circa 700 detenuti: le sezioni a 41 bis. Volentieri ne andiamo a parlare e diamo la nostra disponibilità ad andare dove si voglia
aprire un dibattito su questa gravissima realtà. Anche in questo numero riportiamo varie testimonianze, lettere, denunce, descrizioni della non vita esistente. Non ci interessa se ci possono essere alcune ripetizioni con altri testi già apparsi in altri numeri del nostro periodico, è una piccola cosa che ci sentiamo in obbligo di portare avanti.
Sono numerose le difficoltà che incontriamo per poter tenere una corrispondenza, per poter far giungere le nostre lettere e per
riceverle dagli amici rinchiusi nelle sezioni a 41 bis. Molte volte non arrivano, varie volte sono bloccate dalla censura e mandate al magistrato di sorveglianza perché controlli (il magistrato poi sblocca la lettera, ma intanto passano settimane e mesi).
In alcune carceri e per alcuni casi ogni tentativo è ancora in alto mare, la nostra posta è considerata “pericolosa” e il solo fatto che un detenuto nel 41 bis possa far conoscere quello che pensa, che sente, che racconti le ingiustizie e le illegalità che subisce è ritenuto non un suo diritto ma un ulteriore reato! Il lavoro da fare è tanto e in alcuni momenti ci sentiamo senza le forze giuste, senza le capacità, certamente inadeguati. Chiediamo ad altre amiche e amici, attualmente liberi, di aiutarci a proseguire in questo Osservatorio e facciamo giungere questo messaggio ai prigionieri in 41 bis:”Cari amici e amiche, aiutateci, non
mollate, continuate ad opporvi alle censure, vogliono togliervi ogni dignità, ogni diritto, qui fuori alcuni uomini e donne vi sono al fianco, non temono che il contatto con voi sia pericoloso, che sia, come scrive Leoluca Bagarella, una specie di “chi tocca i fili muore”, continuate a far sentire la vostra voce e noi, con i nostri tanti limiti, la amplificheremo. Grazie!”
Stiamo preparando un secondo momento di riflessione su “La tortura nelle carceri italiane” che proseguirà le riflessioni dell’altro anno. Sempre a Firenze, sempre a fine ottobre (la data è già fissata, è venerdì 22 ottobre), sempre con vari relatori : magistrati, avvocati, garanti dei diritti dei detenuti, professori universitari, volontari e persone che hanno provato sulla loro pelle
la segregazione e la carcerazione. Stiamo pensando seriamente insieme agli amici delle Edizioni Sensibili alle foglie ad un libro sul 41 bis, ad un libro inchiesta che necessita della partecipazione attiva dei reclusi. Presto faremo girare (con le solite difficoltà) un primo schema di questa pubblicazione tra gli amici che abbiamo nel 41 bis. Gli ostacoli sono tanti, ma questo è un’ulteriore dimostrazione della serietà della proposta. Andiamo avanti!
Giuliano Capecchi - Associazione Liberarsi
P
DAL CARCERE
DI SPOLETO - Sezione 41 bis
Cari amici dell’Associazione Liberarsi,
sono Roberto Fermo, da tre anni al 41 bis. E’ la prima volta che
vi scrivo, ma non sarà l’ultima. Mi trovo in carcere dal 2004
per una condanna definitiva a 10 anni. Quando mi hanno arrestato mi trovavo al Centro salute mentale perché dal 1997, da
quando è morto mio padre, sono caduto in depressione. Da libero ho tentato molte volte il suicidio perché non sto bene. Nel
1998, ero a casa, mi sono buttato giù dal primo piano procurandomi la rottura delle gambe e un trauma cranico. Da quando sto in carcere ho tentato una decina di volte l’impiccagione, ma mi hanno salvato le guardie. Da quando nel 2007 mi
hanno dato il 41 bis sono un morto vivente. Lo psichiatra del
carcere mi ha mandato in questi tre anni in vari centri di osservazione (Livorno, Torino, Reggio Emilia) e in tutti mi hanno
diagnosticato depressione e disturbi di adattamento e l’incompatibilità con il regime di isolamento, cioè con il 41 bis, ma fino ad oggi sono sempre qua. Mi imbottiscono di psicofarmaci
per farmi stare calmo, dormo sempre e questo può andare bene per loro, ma non per me. Non so più cosa sia l’ora di passeggio o di socialità perché sono sempre giù di morale. Mi vengono sempre a controllare perché hanno paura che io mi ammazzi. Ho due figli, vivo solo per loro. Quando faccio questi
gesti di autolesionismo non me ne accorgo, succede sempre di
notte. Fra non molto uscirò, però il 41 bis non lo merito, ho bisogno di maggiore socialità, inserimento, colloqui con i miei
cari. Il 41 bis è un inferno. Cerco aiuto perché sto male. Qui
non funziona niente. Non voglio che sia una morte annunciata. Dal carcere mi mandano avanti e indietro nei centri degli
ospedali Psichiatrici Giudiziari ma non cambia niente. Ma se
mi hanno dichiarato incompatibile con il 41 bis perché mi tengono ancora qui? Forse mi vogliono pentito? Ma io non ho
niente da pentirmi, non so niente. Qui è un cimitero, vedo tutto nero. Vi ho scritto queste poche parole e mi sento meglio perché so che voi ci aiutate.
Saluti Roberto Fermo
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Cari amici,
sono molto contento della vostra posta perché mi da voglia di
vivere, il mio caso è unico: io sono certamente malato, perché
mi tengono ancora in 41 bis? Ho 32 anni e vorrei che la mia
voce arrivasse sui giornali. La sera mi danno 10 pillole e
dormo come un cavallo e la mattina non ce la faccio nemmeno
ad andare in bagno. Mi sembra di essere un drogato. Il mio
legale ha presentato la revoca del 41 bis, lo psichiatra del
carcere ha dichiarato che sono incompatibile con questo
regime di isolamento. E’ perché non mi viene data una risposta
positiva? In questi ultimi mesi ho perso 10 chili per la
depressione. Sto aspettando anche il perito del tribunale. Sto
bene solo un’ora al mese quando vengono i miei per il
colloquio e poi ritorno per un mese ad essere il solito morto
che cammina.
Amici, aiutatemi! Se non cambia nulla, se rimango da solo in
questa sezione a 41 bis inizio lo sciopero della fame, della sete
e della terapia. Statemi vicino!
Roberto
Carissimo Giuliano,
ti mando il telefono del mio avvocato e della mia mamma. Ho
fatto venire un mio perito (ti spedisco la sua perizia che
conferma con molta precisione la mia situazione sanitaria).
Dovrebbero a luglio ridiscutere il mio 41 bis e spero di uscire
da questo inferno … Non so fino a quando potrò andare avanti,
ho paura della notte, soffro di allucinazioni, sento le voci che
mi dicono: “fatti del male, fatti del male!” Ti ripeto, caro
amico, non posso stare ogni giorno solo in cella per 22 ore!
Gli altri tre amici con cui mi posso vedere nelle due ore
consentite da questo regime di tortura si chiamano Massimo,
Fausto e Agostino e fanno tutto il loro possibile per farmi
svagare in questo breve tempo.
Speriamo che questa mia voce arrivi a qualcuno che ha i
sentimenti e che capisca la sofferenza. Ho due figli piccoli e
me li voglio godere. Scrivimi presto, la tua posta mi fa stare
bene …
Saluti Roberto
Mai dire mai
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- OSSERVATORIO SUL 41 BIS - OSSERVATORIO SUL 41 BIS DAL CARCERE
DI NOVARA - Sezione 41 bis
Caro Giuliano,
sono Aldo, ci siamo conosciuti nel carcere di Nuoro in occasione della presentazione del libro di poesie: “Fuori dall’ombra”, scritto da noi detenuti. Sul vostro sito (www.informacarcere.it) ci sono molti miei racconti e poesie e scritti;
ho fatto varie proteste pacifiche con altri detenuti. Due mesi fa ti avevo scritto per dirti come erano le nostre condizioni di vita attualmente nel 41 bis con le restrizioni entrate in
vigore il 20 settembre del 2009. Però non ho avuto risposta,
credo che la mia lettera si sia persa. Ora per sicurezza te la
rispedisco per raccomandata (confermiamo che la prima lettera non è mai arrivata). Ieri ad un compagno è arrivato il
giornale “Mai dire mai” e si parlava sia dell’ergastolo che del
41 bis. Ho letto che avete l’idea di scrivere un libro di ergastolani. Io, come sai, non sono ergastolano, ma lo sono mio
padre, mio suocero e altri cari. Ho deciso di contribuire anch’io facendovi avere 50 euro per la stampa del libro.
Tienimi al corrente e mandami anche i prossimi “Mai dire
mai”. Caro Giuliano, ti voglio dire che ci sono ancora molti ergastolani che non sanno che in Italia esiste l’ergastolo
ostativo e molti non ci credono...
Io ero stato al 41 bis dal 1992 al 2003, poi mi fu tolto e sono stato a Nuoro in elevato indice di vigilanza fino al 2008
quando di nuovo mi è stato applicato il 41 bis. Non ti nascondo che sono rimasto molto perplesso per non dire sbalordito, ho trovato detenuti rassegnati a tale regime e molto
egoismo individuale. Ne 2003 ricordo che ancora c’era solidarietà, oggi non è più così, ciò mi far star male perché agendo così andremo sempre a peggiorare, tanto è vero che hanno applicato la nuova legge con restrizioni più rigide di quelle del 1992 che erano state in parte superate proprio con sentenze della Corte costituzionale, mi riferisco alla 357/96 e alla 376/97 che cominciarono a farci avere due ore d’aria in
più, a consentirci di svolgere palestra, socialità, fino ad arrivare con la sentenza dicembre 2004 che affermava , come già
stabilito da varie sentenze della Cassazione, che al 41 bis le
proroghe non debbono essere stereotipe e che bisogna dimostrare se il detenuto ha contatti con la criminalità organizzata. Poi nell’ottobre 2001 fu concesso ai detenuti in 41 bis di
potersi cucinare e con la legge 279/2002 si stabilì che il 41
bis era definitivo, ma a chi scontava un reato ostativo con
scorporo di pena veniva revocato tale regime e si confermava che le proroghe non dovevano essere stereotipe e la pericolosità e i collegamenti dovevano essere dimostrati. Certo
in 41 bis non si viveva bene, ma si respirava pur rimanendo
la chiara tortura dei colloqui con il vetro e senza la possibilità di poter abbracciare i propri cari.
Caro Giuliano, con l’entrata in vigore della nuova legge del
41 bis il Governo e il Parlamento hanno abolito una loro stessa legge, ma sono anche andati chiaramente contro le sentenze della Corte Costituzionale. Ci hanno tolto due ore di
uscita dalla cella (da quattro siamo ora a due sole ore), ci
hanno tolto il diritto a cucinare (e cosa c’entra con la sicurezza?), hanno stabilito che i 41 bis devono tutti essere discussi in un unico tribunale competente (quello di Roma)
dando l’impressione di farne un tribunale speciale. Poi ci
hanno anche tolto il diritto alla difesa. Con l’avvocato si può
fare solo un’ora di colloquio ogni volta che viene e soltanto
se è possibile e quindi dobbiamo sperare che non ci siano al-
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tri avvocati; si può fare richiesta di fare tutte le tre ore di colloquio con l’avvocato, ma se c’è un altro detenuto che ha fatto prima la stessa richiesta allora è lui che ha diritto a farle.
Ma la cosa più aberrante è che il colloquio viene videoregistrato… Perché allora non videoregistrano anche i colloqui
con i nostri familiari e tolgono i vetri divisori? Dimenticavo
che il motivo è quello di fare tortura psicologica e far crollare il detenuto, portarlo alla disperazione tale che o decide
di collaborare o di suicidarsi. Ne ho visti tanti che hanno fatto l’una o l’altra scelta. Poi la cosa ancora più assurda è che
le sezioni sono composte da 20/25 detenuti, ma i detenuti
possono stare in gruppi di quattro ed è assolutamente vietato poter parlare con uno di un altro gruppo sia che ce l’hai
di lato o quasi di fronte, se si fa veniamo puniti con un rapporto disciplinare o ti chiudono il blindato per tutto il periodo della sanzione. Io non ce la faccio a non parlare con un
detenuto che mi chiede informazioni o sul codice o anche cose di sport. Ma c’è chi purtroppo non risponde, non parla,
ma se chi comanda non vuole che parliamo perché non costruisce diversamente le sezioni e fa in modo che non ci vediamo tra detenuti di gruppi diversi?
Leggevo su “Mai dire mai” che stando al 41 bis alcuni sopportano i soprusi, altri sono stanchi di proteste, alcuni poi,
dopo tanti anni di questo regime, pensano che se non prenderanno per tanto tempo nessun rapporto gli toglieranno il
41 bis. Io ti dico di più, e questo fa male a dirlo, ci sono detenuti che dicono “grazie” agli agenti quando aprono la loro
cella per uscire e anche quando li richiudono al rientro dell’ora dal passeggio o dalla saletta. Questo dimostra che questo regime con la sua tortura psicologica fa impazzire i detenuti. Anch’io posso ringraziare gli agenti quando chiedo
una cosa e loro me la portano, ma questo è un fatto di educazione. Ad esempio arriva cibo cattivo e lo faccio notare subito all’agente che lo riferisca al brigadiere e mi riporta subito una risposta. Ciò mi sembra normale, ma ringraziare
l’agente quando mi chiude la cella è vera follia e mi dispiace per chi lo fa, sapendo che è impazzito. Io in verità non ce
l’ho con gli agenti che eseguono ordini, ma è il governo che
ha approvato tale regime. Poi si sono inventati una tortura in
più nel 41 bis, da circa due anni a questa parte a chi è già
sottoposto a questa tortura applicano anche il 14 bis: lo isolano da tutti, non solo, gli tolgono anche la TV, i passeggi in
comune, e anche gli tolgono la recezione sia di quotidiani a
livello nazionale, sia la recezione e l’inoltro della corrispondenza. Fanno di tutto per portarlo alla disperazione.
Caro Giuliano, io per fortuna ogni volta che mi capita qualcosa faccio reclamo al magistrato di sorveglianza, che, quando siamo in questo regime, raramente da ragione, ma per me
se non lo facessi, se non reclamassi sarebbe come se morissi. Ti racconto un fatto che mi è capitato in questo istituto:
il 29 gennaio del 2010 il dirigente sanitario mi prescriveva
un vitto particolare per il colon irritabile, tale vitto non veniva applicato. Il 12 marzo veniva a visitarmi il mio medico
di fiducia il quale ribadiva quello che aveva già prescritto il
sanitario. Ma il vitto continuava ad essere lo stesso, il 26
marzo dopo che avevo rifiutato il cibo motivandolo, ho iniziato a fare lo sciopero della fame. E’ durato nove giorni fino a quando venne la direttrice che mi assicurò che tutto si
sarebbe aggiustato e dal 3 aprile il vitto è conforme alle prescrizioni mediche! Ti sembra normale?
Caro Giuliano ti auguro buon lavoro, ti saluto e spero di avere presto tue notizie
Aldo Gionta
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DI ASCOLI PICENO
Sezione 41 bis (area riservata)
...ti ringrazio per avermi fatto cenno alla tua vita … devo congratularmi con tutti voi che state operando per queste cause... visto che per molti si è considerati
delle vere bestie, tanto più quei detenuti
sottoposti al 41 bis sembra che abbiamo
scritto sulle spalle: “chi tocca i fili muore”... Mi chiedi di parlarti della carcerazione in cui sono costretto a stare. Così
inizio a dirti che mi trovo con il regime
differenziato del 41 bis da circa 15 anni,
cioè dal primo giorno in cui fui arrestato il 24 giugno 1995. Per farti un’idea
ogni anno il Ministro rinnova il decreto
sempre con le solite note delle autorità
preposte, note che sono sempre identiche e fotocopiate dalle prime. Ci viene
concesso per il 41 bis di proporre reclamo al Magistrato di Sorveglianza, prima
si indirizzava al Magistrato del luogo dove siamo detenuti, ma con l’ultima legge del 17 luglio 2000 il Ministro ha stabilito che tutti i reclami vengano inviati
al Tribunale di Sorveglianza di Roma,
così il Ministro ha tutto sotto controllo.
Comunque i ricorsi sono solo una formalità, visto che per 15 anni i magistrati
hanno scritto le solite ordinanze, sono
solo una presa per i fondelli !!!In quanto all’”area riservata” anche questa mi è
stata applicata contemporaneamente con
la differenziazione, ma mentre il 41 bis
mi viene comunicato con un decreto, per
l’area riservata non vi è un decreto, nessuno mai mi ha detto né a voce né per
iscritto che io devo stare in area riservata, è quindi un provvedimento del tutto
abusivo. Non posso impugnare il provvedimento visto che non esiste. Ho fatto
vari reclami, ma i magistrati di sorveglianza non sono autorizzati a prendere
nessuna decisione in merito. Tramite la
mia avvocatessa abbiamo deciso di rivolgerci alla Corte Europea dei Diritti
Umani di Strasburgo, sperando che lì
avremmo potuto, finalmente, risolvere il
problema di questa disumana segregazione Nel dicembre del 2007 abbiamo
avuto la risposta. Mi ha dato ragione su
una parte della mia istanza che riguardava il controllo della corrispondenza, ma
non si è potuta pronunziare sull’area riservata, visto che non avevamo elementi attraverso i quali dimostrare questo tipo assurdo di carcerazione. Dalle note
informative che dette l’Italia è emerso
che l’area riservata viene demandata al
direttore del carcere dove di volta in volta siamo trasferiti. Naturalmente questa
è una enorme bugia, visto che chi la fa
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da padrone è il DAP, quindi fanno a scarica barile. Ora ho una nuova camera di
consiglio presso il magistrato di sorveglianza di Macerata, sempre per l’area
riservata, ma presumo che il magistrato
non prenderà nessuna decisione perché
da come stanno i fatti non ha più i poteri per decidere e così continuerò a stare
segregato in violazione dell’art.3 della
Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo. In tutti questo tempo 5 anni li
ho trascorsi in stato di isolamento totale,
i rimanenti li ho passati sempre nei bassifondi della sezione. Mi trovo a socializzare con un solo detenuto, quindi lascio a te immaginare come può sentirsi
una persona in questa situazione. Io scriverei ancora visto che non mi dispiace
sfogarmi con qualcuno, ma ti farò avere
dal mio avvocato diversi miei manoscritti e varie istanze sul mio trascorso carcerario.
Ricambio un caro saluto e spero di sentirti.
Leoluca Bagarella
Caro Giuliano,
proprio questo pomeriggio mi è pervenuta la tua graditissima lettera, così prima di andare a letto ti rispondo.
La tua lettera è piena di affetto e ti ringrazio del tuo gentile pensiero, in questi luoghi ricevere una lettera fa sempre molto
piacere, ma poi fai rivivere tutto ciò che
ti è tanto caro: la tua moglie, i tuoi figli, i
nipotini, questi sono degli affetti meravigliosi al solo sentirli elencare si nota
l’amore che nutri per tutti i tuoi cari. Vedo inoltre che la tua famiglia è vasta, in
più aggiungi la famiglia allargata: i tuoi
gatti e gatte e i gattini, i cani e poi c’è anche la tua Stella, che sarebbe l’asinella.
Vedo che hai tanta passione anche per gli
animali che poi sono gli esseri viventi che
non fanno mancare la loro gratitudine e
che non mancano mai ai loro doveri, spesso io li considero più sinceri degli uomini. Ti ringrazio della compagnia che mi
dai con le tue lettere ... Ad aprile ho fatto
il colloquio con i miei familiari, dopo mesi che non ci vedevamo. Sono venute le
mie sorelle, ormai anche loro vecchiette
e con la salute precaria, ma grazie a Dio
in tutti questi anni non mi hanno fatto mai
mancare il loro affetto e come capisci i disagi per venire sono tanti...
Mi dici che hai ricevuto la mia lettera,
anche quella che mi era stata trattenuta e
che poi il magistrato di sorveglianza ha
sbloccato. Ora mi è arrivato anche il vostro giornalino “Mai dire mai” con tutte
le lettere dei compagni carcerati, è questo un modo di sfogare le proprie amarezze e grazie a voi che ci date questa
possibilità.
...Mi hanno fatto la camera di consiglio
sull’area riservata e come già prevedevo
il magistrato non è entrato sulla questione, ma mi ha solo autorizzato a fruire della palestra dei detenuti comuni, cosa che
anche chiedevo e dato che qui dove sono
io mancano gli spazi logistici. Non so se
mi ci manderanno, ti terrò informato.
...Tu mi chiedi come mai ho fatto quasi
cinque anni di isolamento diurno, dicendo che il massimo previsto dalla legge
sono tre anni. Non so come risponderti,
sono stati lunghi, ma sono passati, ora è
da 15 anni che mi trovo in area riservata
e non so quando si decideranno a mettermi nella sezione normale in 41 bis.
...Per quanto riguarda le sezioni in cui
sono stato: a Spoleto si stava un po’ meglio sia per quanto riguarda gli spazi, sia
per il comportamento da parte della Direzione. E per quanto riguarda la Direzione non posso lamentarmi neppure de
L’Aquila e di qui ad Ascoli Piceno. Nessun dialogo mi è riuscito con il Direttore del carcere di Parma, quello è una
Guantanamo italiana, sia per la Direzione sia per gli spazi logistici.
Mi avvio ai saluti che ti ricambio con affetto e stima.
Leoluca
DAL CARCERE
DE L’AQUILA - Sezione 41 bis
(area riservata)
Caro amico,
sono Vincenzo Zagaria, mi ritrovo
ristretto al carcere de l’Aquila al 41 bis,
in più nell’area riservata. Come mai non
sto ricevendo il vostro giornale? Perché
non siete venuti anche qui all’Aquila,
dove si trovano il maggior numero di
detenuti in area riservata? E siete andati
a visitare Tolmezzo e Ascoli Piceno...
Perché non venite anche qui a consegnare il vostro giornale e parlate con il Sig.
Direttore. L’ultima volta il vostro giornale mi è stato trattenuto e ne devono discutere al Tribunale di Sorveglianza de
L’Aquila. Vi mando due fogli fotocopiati dal quotidiano La Repubblica del 15 dicembre 2009 che parlano del carcere di
Guantanamo. Dice che i più pericolosi
hanno tre ore d’aria al giorno, poi hanno
una cuoca che cucina sei vitti diversi al
giorno. Per noi c’è poco da scegliere e si
mangia solo per fame. Perché in questo
reportage La Repubblica non scrive anche del 41 bis e dell’area riservata che sono qui in Italia?
Vi mando dieci francobolli e vi chiedo
di farmi avere una copia del libro di
Nicola Valentino, L’ergastolo.
Vi ringrazio di tutto quello che fate e vi
mando i miei saluti. Vincenzo Zagaria
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DI ASCOLI PICENO
Sezione 41 bis (area riservata)
...ho mollato nello scrivere perché vedere partire una mia lettera dopo 50 giorni
è per me motivo di grande frustrazione e
così ho pensato: “evito di scrivere ed evito di addolorarmi”, cosa vuoi farci, io sono fatto così! Hai ragione quando dici
che esprimere le proprie idee è un diritto
di libertà inalienabile, ma oggi giorno in
questo nostro amato Paese queste due parole si coniugano poco e male, specie
quando hai un marchio addosso come il
mio. Prima della lettera che mi è stata
trattenuta a lungo dalla magistratura di
sorveglianza e poi spedita ne avevo mandata un’altra che è stata censurata dal magistrato di sorveglianza. In occasione di
un incontro con lui per altri motivi nel
mese di maggio, ho chiesto delucidazioni a lui direttamente e mi sono sentito rispondere che alcune frasi di quella lettera non andavano bene. Quella risposta ha
significato per me , oltre ad una grande
mortificazione personale, la certezza che
le parole diritto e libertà siano al momento per me qualcosa di effimero. Di qui la
decisione di non scrivere a “Mai dire
mai” sino a quando non lascerò il 41 bis.
Sappi però che resto fermamente convinto sulla bontà delle vostre battaglie, sia
sull’assurdità dell’ergastolo, sia sul 41
bis, sul quale ti assicuro avrò molto da dire e da scrivere. E stai pur certo che qualcuno dovrà rispondermi sul perché di
questa detenzione da pluriergastolano ed
in queste condizioni. Per il resto qui nell’area riservata è tutto come prima, anche
se pare debbano iniziare dei lavori per
migliorare la luce naturale. Nel frattempo dal 15 aprile rifiuto totalmente il vitto dell’amministrazione e mi arrangio
con quello che posso comprare sulla spesa. Non è una protesta contro questo carcere, contro il quale, ti assicuro, non ho
niente da dire, anzi ! Ma è una protesta
Mai dire mai
verso l’ Amministrazione Centrale che
permette tutto ciò, sono infatti sempre
più convinto che il 90% dei problemi del
41 bis dipendano solo ed esclusivamente da Roma. I primi di giugno, mentre ero
in saletta (8 metri quadrati) a fare palestra con l’altro detenuto, ho avuto una
forte crisi d’asma e da quel momento ho
deciso di rinunciarvi. Non è possibile con
questo caldo fare palestra in un piccolo
forno e così un giorno esco dalla cella per
2 ore e un giorno per 1 ora. Il mio processo d’appello sta andando bene... la richiesta della mia condanna è più che dimezzata, dovrei avere la sentenza a fine luglio, ti terrò aggiornato.
Ti lascio mandando i saluti a tutta l’associazione, a te e alla tua famiglia un caro abbraccio.
Pasqualino Besaldo
credimi, mi manca poter discutere di certi temi della vita, dialogare di un argomento di studio, commentare un libro
letto magari con un compagno che l’ha
letto pure lui, con le nuove leggi sul 41
bis dell’agosto 2009 non possiamo passarci nulla (quindi neanche libri, riviste,
quotidiani). I gruppi sono di quattro persone e solo tra noi possiamo parlare, capirai... quanto abbiamo da dirci dopo un
mese che stiamo insieme nelle due ore al
giorno di aria e socializzazione... Non
avendo il confronto, non potendo esprimere i miei pensieri (che a volte mi rimangono dentro senza che li riesca a tirare fuori) mi sento come incompleto...
Grazie a te di questo bel dialogo e un abbraccio, saluti ai compagni di Liberarsi
e buon lavoro!
Giorgio Pizzo
DAL CARCERE
DI TOLMEZZO
Sezione 41 bis
DAL CARCERE
DI TOLMEZZO
Sezione 41 bis
...Sono iscritto a Lettere e filosofia e
scelsi all’inizio Lettere moderne, avevo
dato i primi cinque esami, poi si accorgono che non potevo essere iscritto a
quel corso perché è a numero chiuso e
dovevo fare dei test per essere ammesso,
cosa impossibile per me detenuto in 41
bis. Allora l’università di Palermo (sono
iscritto lì perché così mi può seguire mia
moglie per i libri, programmi e tutto) mi
ha proposto di passare al corso di Scienze Storiche convalidandomi tre degli
esami dati. Ho accettato e ho dato fino
ad oggi dieci esami...
Mi chiedi se conosco la musica degli U
2, non ho avuto modo di ascoltarli, non
è consentito nel 41 bis avere walkman e
i miei ricordi sono poco chiari dopo aver
passato 14 anni in 41 bis.
...E’ vero che non si finisce mai di apprendere nella vita e che per questo è
fondamentale il confronto con gli altri, il
dialogo, stare con gli altri. Tutto ciò a me
oggi è precluso. A volte trovo sconforto,
Caro Giuliano,
...Mentre ti scrivo ascolto-guardo in TV
un programma musicale, cantanti giovani e meno giovani che con la loro musica riescono, dopo una giornata anestetizzante di 41 bis, a farmi sentire ancora
nelle vene quella sana vitalità che mi accompagnava fin dalla nascita. Sarebbe
stato bello potervi partecipare ascoltando dal vivo il respiro della musica. Magari con i miei bambini e battere le mani insieme a loro, cantando in coro le
canzoni più belle. Ma sono felice ugualmente, li ho nel cuore i figli miei e sono
la musica che più inebria la mia esistenza. E’ bella la vita con tutte le sue gioie
e i suoi dolori, va vissuta sempre con infinita gratitudine.
Grazie per quello che fate per noi, a presto.
Giuseppe De Stefano
Ci scusiamo per non aver avuto lo spazio di pubblicare altri interventi ricevuti. Lo faremo nel prossimo numero.
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- DIBATTITI - ATTUALITÀ - DIBATTITI - ATTUALITÀ - DIBATTITI
questa la parte centrale del nostro periodico, è la parte più formativa. E’ attraverso questi scritti che vogliamo stimolare riflessioni e ulteriore dibattito nei nostri lettori. Siamo coscienti che gli interventi sono molto diversi gli uni dagli altri, ma abbiamo deciso di pubblicarli (talvolta di ripubblicarli) perché tutti hanno una loro validità e utilità.
Ci dispiace di aver dovuto scegliere, per ovvi limiti di spazio, e quindi di aver rinviato ai prossimi numeri di “Mai dire
mai” la pubblicazione di altri documenti validi.
Sollecitiamo i compagni detenuti e i lettori a scrivere, a farci conoscere i loro pensieri, a segnalarci materiali che reputano
interessanti. Non c’è un ordine logico, né tanto meno un ordine che metta i più importanti articoli all’inizio, unica scelta è
quella di dare la posizione iniziale ad un intervento di Sandro Margara, effettuato all’interno di un importante convegno che
si è svolto a Firenze dal 10 al 12 giugno sotto il titolo “Art and culture in prison” e che vedeva coinvolti partecipanti italiani ed europei , per la stima e l’affetto che ci lega a lui.
È
Sorvegliare e punire: la breccia della cultura
La formula foucaultiana apre a una ricca varietà
di problemi, che riguardano tanto il sorvegliare
che il punire.
intensità del sorvegliare ha varianti che dipendono da
molti aspetti, comprese le intenzioni, più o meno rispettose delle regole, degli operatori della sorveglianza. Ma ciò si può dire anche del punire, le cui regole sono
enunciate in leggi e regolamenti, ma non sono spesso applicate nella quotidianità della esecuzione della pena. Il sorvegliare può attenuarsi fino a consentire, pur in una condizione
di privazione della libertà, una gestione del concreto della esecuzione affidata alla responsabilizzazione della persona punita e può arrivare, all’estremo opposto, a un controllo capillare di tutti i momenti
della sua vita. Si può
arrivare, come accade nella condizione
di ingestibile sovraffollamento attuale
del carcere italiano,
al sorvegliare che è
tutto e soltanto punire e ad un punire che
si riduce al mero
sorvegliare e che
non dà spazio ad alcuna attività penitenziaria di quelle che
la nostra legge e i nostri regolamenti descrivono e prescrivono. Il regime di vita interno al carcere arriva a questi estremi
quando i detenuti sono chiusi nelle celle per periodi che possono arrivare o a superare le 20 ore, interrotti da due e, in casi non estremi, da un solo periodo di “aria” in un cortile. Nessuna possibilità di lavoro o di altra attività.
Bisognerebbe intendersi sulle ragioni del sorvegliare. Ci sono
stati periodi nei nostri carceri in cui l’apertura all’interno di
grandi cameroni, capaci di contenere molti detenuti, hanno reso più anarchica, ma anche più sopportabile la loro vita. Ad
esempio, allargandosi anche fuori d’Italia, le rivolte del 2000
nei carceri della Turchia, sedate manu militari con 30 morti
fra i detenuti nell’immediato e una tragica scia di suicidi per
scioperi della fame (protrattisi per anni), fu determinata pro-
L’
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prio dalla sostituzione dei vecchi carceri, aventi cameroni capaci di decine di persone, con carceri nuovi, finalizzati all’isolamento dei singoli, particolarmente dei detenuti politici. Nei
nostri carceri, questi fini furono realizzati, prima, nel luglio
1977, con la creazione dei carceri di massima sicurezza, la
chiusura delle sezioni e la restrizione in cella dei reclusi. Poi
venne, negli anni 80, una serie di nuovi carceri, impostati sulla cella singola, con finalità di separazione fra le persone, ampiamente frustrata, oggi, dalla crescita dei detenuti, che stanno occupando in tre o quattro le celle costruite per una sola
persona. La volontà di separare le persone era connessa al sorvegliare meglio e più radicalmente. Questa è stata la ispirazione degli anni che seguirono, in cui tutte le attività che vedevano raccolte più persone detenute erano vissute con sospetto dalla struttura e importavano una presenza significativa del
personale di sorveglianza. Tuttociò ha voluto dire il rifiuto di
molte attività, rientranti fra quelle riabilitative, per esigenze di sorveglianza, come pure la
chiusura di laboratori per le stesse ragioni. E così, come
si è detto, il separare in funzione del
sorvegliare ha prodotto lo svuotamento del punire, ridottosi al mero rinchiudere, contro la prescrizione costituzionale della finalità rieducativa della pena,
articolata nell’Ordinamento penitenziario, che impone la “individualizzazione del trattamento” ed indica la serie di attività, che devono essere disponibili e impegnare chi sta eseguendo la pena detentiva.
E andrebbero individuate le ricadute di questa gestione carceraria. Intanto, il determinarsi di un livello di sorveglianza
molto elevato, indifferenziato nella maggior parte degli istituti, tale da rendere necessario un numero elevato di personale: cosicché, oggi, con un sovraffollamento mai visto, non
vengono aperti alcuni nuovi istituti o sezioni di istituto, proprio per mancanza del personale. E, inoltre, rischia di diventare fisiologica la mancanza di iniziative interne di lavorto,
di istruzione e di altro, proprio perché moltiplicano le esi-
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- DIBATTITI - ATTUALITÀ - DIBATTITI - ATTUALITÀ - DIBATTITI
genze di sorveglianza, così da identificare il carcere nel luogo dell’ozio e dell’inerzia e della riduzione alla sopravvivenza in cella: il che rappresenta la fine dei luoghi di pena voluti dalla Costituzione e dalla legge, ammesso che gli stessi
abbiano mai avuto un inizio. Così che tardivi inviti, del centro alla periferia, di apertura delle celle verso le sezioni, hanno l’effetto di rendere più largo lo spazio del nulla (da fare),
che porta il sorvegliare alla inutilità perfetta.
Certamente lo stretto rapporto fra il sorvegliare e il punire si
manifesta anche quando, attraverso le misure alternative alla
detenzione, la esecuzione della pena dovrebbe realizzarsi in
una condizione, “controllata e assistita” (come dice una sentenza costituzionale), di libertà con limitazioni. Anche in tale situazione il controllo, cioè il sorvegliare, può essere più
o meno intenso e risolversi, inevitabilmente, in una minore
o maggiore attività di aiuto e di
sostegno al progetto di reinserimento sociale che
la misura alternativa deve realizzare.
E qui sarebbe bene ragionare anche in termini di
efficacia degli interventi sulle persone. L’aumento
della intensità del
sorvegliare riduce
l’operare riabilitativo della pena: al
contrario il mix
tra il controllo e
l’assistenza alla
persona lo accrescono. Ogni ricerca sulla efficacia delle misure alternative ai fini della riduzione della recidiva ha dimostrato che la attenuazione del peso del sorvegliare e la operatività dell’aiuto produce largamente di più della esecuzione in carcere, ma ciò nonostante, si è constatato, nella larghissima esperienza USA, che l’accrescimento della funzione di controllo sull’aiuto porta all’aumento delle revoche delle misure alternative e alla scarsa efficacia delle stesse in funzione di riduzione della recidiva. Anche nel nostro paese ci
si sta avviando su questa strada: ce ne sono vari segni. Devo aggiungere che in quei carceri in cui si è potuto attivare
una esecuzione penale secondo la legge, con individualizzazione del trattamento, vi sono stati, anche senza misure alternative, risultati migliori di quelli dei carceri dell’ozio.
Ieri, il nostro lavoro si è svolto in un ambiente – il Giardino degli incontri del carcere di Sollicciano, sede (purtroppo
non esclusiva) dei colloqui dei detenuti con le loro famiglie
– che consegna alle persone momenti di vita in comune con
libertà di movimento e di comunicazione in spazi significativamente vasti rispetto a quelli compressi della restante vita quotidiana. La sorveglianza non è sospesa, ma attenuata
nei fatti: l’affettività si può esprimere con una certa libertà,
pur restando precluse le manifestazioni più complete (in carcere restano le barriere ai rapporti sessuali). E’ indubbio che
il carcere è tutto intorno, con la intensificazione della sua sorveglianza, ma si apre una breccia che libera, sia pure con limiti, i sentimenti delle persone.
Mai dire mai
Questo incontro è una riflessione su un’altra breccia. Il sorvegliare e il punire vogliono la persona silenziosa: particolarmente quando il carcere è ozio e inerzia e il rapporto si
stabilisce solo col corpo della persona, ridotta al silenzio della mera sopravvivenza da un regime di vita che svuota le parole del loro senso. Dinanzi a questo tutte le operazioni che,
nella condizione di perdita della libertà, cercano la liberazione della persona per se stessa, il suo recupero della parola e
del suo senso è una salutare elusione o, se vogliamo, contenimento della sorveglianza. Il riconoscimento della persona
rappresenta il recupero, parziale quanto si voglia, della sua
umanità e dignità: parziale, ovviamente, perché nessun rapporto e dialogo in questa direzione, annulla la negatività dell’ambiente nel quale viene calato. Tutte le attività che si richiamano alla cultura si richiamano all’attenzione alla persona e la cercano.
Nel vuoto dell’attenzione specifica
della struttura e
del suo personale,
ciò può essere dato da un insegnante, da chi,
volontario o per
lavoro,
crea
un’iniziativa di
teatro, di pittura,
di scrittura, iniziative che contrastano la spersonalizzazione
che il carcere
opera: la sintesi è
questa: ripersonalizzare, con gli
interventi indicati, coloro che sono stati spersonalizzati. E’ facile dirlo, ma
meno facile realizzarlo. Ci può essere chi non è pronto a impegnarsi perché è più comodo restare nella condizione deresponsabilizzante di ozio e di inerzia, nella quale il carcere fa
scivolare: e questi, ridotti al sonno, dovrebbero essere svegliati. Ci sarà chi cerca una distrazione, ma non un impegno
e ha bisogno di stimoli e di pazienza. E ci sarà chi si impegna, ma poi si annoia e bisognerà cercare di non essere noiosi. E poi il lavoro non finirà con l’aggregazione al gruppo,
ma bisognerà provocare partecipazione continuativa.
Eppure la cosa funziona: il teatro si è moltiplicato in vari carceri; i corsi di murales, che riempiono di colori il bianco-grigio dei muri di corridoi e salette di scuola o di lavoro, continuano a funzionare, anche con persone non dedicate, che
scoprono, per questa via, una vocazione; e lo scrivere e il raccontare di se stessi o di storie di altri soddisfa la voglia di
parlare e di ritrovare il senso delle parole, compressi dal carcere; e con la voglia di scrivere, si può suscitare anche la voglia di leggere e di vedere e discutere un film significativo.
Perché chiamarle brecce, come ho fatto? Sono, invece, finestre o porte, che riaprono comunicazioni interrotte.
A pensarci, il carcere potrebbe essere prevalentemente questo, non costretto nella formula, interpretata nel modo peggiore, del sorvegliare e punire. Purtroppo i processi di ricarcerazione in atto, che fanno parlare del ritorno del “grande
internamento” di due secoli fa, raggela le speranze.
Alessandro Margara
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Belfast: per l’abolizione del carcere
l numero delle persone in carcere segna ogni mese un nuovo tragico record, non solo in Italia ma praticamente in tutti i paesi europei, per non dire degli Stati Uniti dove è stato
superato l’incredibile tetto di due milioni e mezzo di detenuti.
Su tutto questo domina il più generale spostamento dallo Stato
sociale allo “Stato penale”, scandito dalle sistematiche campagne di stampa per una “sicurezza” vista unicamente come repressione dei settori più emarginati della popolazione.
In virtù di questo processo globale, dietro le pur significative
specificità nazionali ci sono fenomeni assolutamente comparabili: l’aumento della criminalizzazione, soprattutto contro tossicodipendenti e immigrati; l’aumento anche delle pene lunghe;
l’esclusione di gruppi sempre più ampi di detenuti dall’accesso
alle misure alternative; la trasformazione delle stesse misure alternative, sempre più soggette a limitazioni e forme di controllo. Per arrivare poi alle condizioni di detenzione, anch’esse paragonabili tra i vari paesi, tra sovraffollamento, carenza di assistenza sanitaria, violenza e abusi.
Il quadro lo conosciamo e, soprattutto, lo hanno ben presente le
persone detenute. Ma serviva qui sintetizzarlo per arrivare a porsi un’altra domanda: vista questa situazione disastrosa, perché
tra il 23 e il 25 giugno scorso a Belfast (Irlanda del Nord) una
ottantina tra ricercatori-militanti ed ex-detenuti provenienti da
mezzo mondo si sono ritrovati insieme in una conferenza internazionale esplicitamente a favore dell’abolizione del carcere e
del sistema penale? Anticipiamo subito la risposta: erano lì per
affermare che la via d’uscita da questa situazione non è nelle
piccole modifiche di un sistema penale/penitenziario strutturalmente repressivo, ma in una strategia per raggiungere il suo
smantellamento. Ed erano quindi a Belfast anche per scambiarsi le esperienze di lotta contro questo sistema.
Il punto più importante della conferenza di Belfast – e dell’approccio abolizionista – sta in questo rovesciamento del punto di
vista abituale. Gli abolizionisti non si limitano infatti a descrivere la situazione attuale, ma di essa mettono in luce le contraddizioni, gli spazi di azione, le resistenze in atto, per quanto deboli e confuse possano essere. In questo modo, pur restando ben
ancorati al terreno della realtà, gli abolizionisti non si lasciano
trascinare nel vortice della passività e dello sconforto, ma si danno da fare qui e ora per mettere in atto una strategia di cambiamento. Solidali con chi lotta per cambiare il carcere, essi sono
in prima fila nella lotta per la sua abolizione e per la decostruzione, con esso, dei meccanismi sociali e della mentalità “carceraria” che lo legittimano e lo “producono”.
E’ quindi un panorama non solo di problemi ma anche di resistenze quello che è emerso a Belfast. Lì c’erano i canadesi che
curano l’eccezionale “Journal of Prisoners on Prisons”, i britannici di “Race & Class”, un’attivista di Trinidad e Tobago, gli
australiani di “Justice Action”, gli irlandesi dell’Irish Penal Reform Trust, questi ultimi in lotta ad esempio contro il progetto
di un super-carcere per oltre duemila detenuti a Thornton Hall,
fuori Dublino. A spiegare la situazione delle carceri nord-irlandesi c’erano gli ex-prigionieri politici repubblicani, come pure
gli attivisti della nuova organizzazione “Action Prisons”, che
hanno ad esempio parlato della drammatica situazione dei detenuti “comuni” nel carcere di Maghaberry. A portare il punto
di vista di un’organizzazione articolata e di notevoli dimensioni c’erano due attivisti di “Critical Resistance”, gruppo statunitense che unisce l’intervento sistematico in carcere al radicamento nei ghetti e nei quartieri popolari di varie città.
A Belfast c’erano anche due attiviste greche del gruppo “Iniziativa per i diritti dei detenuti”, nato nel maggio 2006 e rivelatosi fondamentale durante le grandi mobilitazioni che alla fine del
2008 hanno visto oltre diecimila detenuti in sciopero della fa-
I
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me. Il movimento carcerario greco ha sollevato il problema delle condizioni di vita dei detenuti (tra l’altro rivendicando il diritto all’istruzione e all’assistenza sanitaria, l’abolizione delle
misure disciplinari e il miglioramento delle condizioni nelle traduzioni) e contemporaneamente ha posto decisivi problemi di
natura più generale, compreso quello della riduzione della pena massima – in Grecia pari a 16 anni – e dell’abolizione delle
carceri minorili. Nonostante la forte repressione da parte delle
autorità carcerarie, costata tra l’altro la vita a un’attivista dell’
“Iniziativa”, Katerina Goulioni, il movimento ha anche raggiunto alcuni significativi obiettivi, tra cui quello del libero accesso
di giornalisti e associazioni alle carceri e l’equiparazione dei termini di accesso alle misure alternative per i detenuti. Dalla Grecia viene dunque (anche rispetto al carcere) un esempio importante: non è vero che in un periodo come questo non sia possibile lottare e ottenere dei risultati.
L’abolizionismo penale è un movimento che sa mettere l’istituzione carceraria di fronte alla sua pluricentenaria storia di violenza, rintracciandone le radici nel processo di irregimentazione dei poveri, nel colonialismo e nella schiavitù; è un movimento che sa anche riappropriarsi della propria storia, riconoscendo in Louk Hulsman, recentemente scomparso, uno dei suoi
punti di riferimento accanto a Thomas Mathiesen e Nils Christie, o ricostruendo le storie dei movimenti dei detenuti degli anni Sessanta e Settanta e il loro rapporto con la nascita del pensiero abolizionista.
Ma questo abolizionismo non vive di nostalgia, né di utopia, né
di slogan ideologici. Non se lo può permettere, perché ha ben
presente la situazione concreta di quanti sono dietro le sbarre.
Non se lo vuole permettere, perché parte dall’idea che ogni movimento di abolizione del carcere e del sistema penale non può
che avere come protagonisti quanti subiscono la criminalizzazione e la carcerazione. Non si cerca qui insomma di immaginare l’abolizione del carcere in termini intellettuali; ci si pone
il problema di raggiungerla nei fatti, sapendo bene che il vento
in questi casi soffia sempre in senso contrario.
Per tutti i movimenti sopra citati, l’agenda dell’abolizionismo
la fanno i detenuti con le loro lotte. I gruppi esterni, i ricercatori-attivisti, le campagne di stampa sono innanzitutto megafoni della voce di chi sta dentro. I tempi, i modi e le strategie dell’abolizionismo dipendono allora necessariamente dalla coscienza espressa dai detenuti, dalla loro voglia di dire “basta”
alla situazione concreta che subiscono e, contemporaneamente,
ai meccanismi sociali e politici generali che la producono.
Nel corso degli ultimi tre anni il movimento delle persone condannate all’ergastolo, in Italia, ha inserito nuovamente un punto nell’agenda abolizionista: l’abolizione dell’ergastolo. A Belfast, tramite l’associazione Liberarsi, ne hanno discusso appassionatamente in molti, che a loro volta tornando nei propri paesi porranno la questione ai rispettivi gruppi. E’ una sensibilizzazione importante e per nulla scontata. E’ anche un’occasione
importante per provare a creare una rete europea contro l’ergastolo.
Con questo spirito, a fine novembre/inizio dicembre organizzeremo a Firenze una conferenza europea per l’abolizione dell’ergastolo e dei regimi di massima sicurezza. Ci saranno di certo
alcune delle persone che erano a Belfast. Ma vorremmo che ci
fossero anche tante riflessioni da parte di quanti sono condannati all’ergastolo e/o vivono rinchiusi nelle carceri di massima
sicurezza di tutta Europa. Per questo, a chi legge questo articolo stando chiuso in una cella, chiediamo di scriverci, di dirci cosa pensa di tutto questo, di parlarci della sua situazione e delle
sue idee per cambiarla.
Christian De Vito
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Il carcere è tortura. Aboliamolo
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n Italia non c’è la pena di morte. Negli Stati Uniti c’è. La
pena di morte è la ferita più grande, che sfregia il volto della democrazia americana. Però se facciamo qualche conto,
ci accorgiamo che le cose – almeno nella sostanza – non stanno proprio così come sembra. In Italia un detenuto ogni mille
muore suicida. Cioè paga con la vita la sua controversia con lo
Stato (non necessariamente la sua colpa, perché la colpa non è
detto che ci sia). Negli Stati Uniti, sommando condanne a morte, suicidi e omicidi in carcere, la percentuale è più bassa. Di
quattro volte più bassa: un detenuto su quattromila muore di
morte violenta.
Questo non vuol dire che la giustizia americana sia più tenera,
o più giusta, o più umana della nostra. No, in realtà il coefficiente basso di morte violenta dipende dal fatto che gli Stati
Uniti – dopo la Cina – sono, tra tutti i paesi del mondo, quello
che sbatte in galera il maggior numero di persone . Quasi tre
milioni di detenuti: uno ogni cento abitanti (mentre in Europa
sono poco più di uno ogni mille abitanti).
Nel 2009 in Italia è stato stabilito il record di suicidi. 69. Quest’anno , nei primi sei mesi, siamo a 34. Quindi sul filo del record. Negli ultimi dieci anni i suicidi sono stati 590, una media di sessanta all’anno, con un lieve miglioramento nel 2007
(“solo” 45) e cioè nell’anno dell’indulto. In questo decennio,
oltre ai 590 suicidi ci sono stati altri 1100 morti dietro le sbarre. Una strage.
Naturalmente, siccome la vita è un diritto universale, non cambia niente se le vittime del carcere sono innocenti o colpevoli.
Però forse è interessante la statistica sugli innocenti. Considerate che il 50 per cento circa dei detenuti nelle carceri italiane
è in attesa di giudizio. E che i suicidi avvengono in maggioranza tra quelli in attesa di giudizio (nella proporzione di 60 a 40).
E pensate che tra tutti gli arrestati, negli ultimi dieci anni, il 40
per cento è risultato innocente. Vuol dire che la statistica dichiara che il quaranta per cento del sessanta per cento dei suicidi era innocente. Cioè circa un quarto delle persone che si sono tolte la vita non aveva commesso alcun reato: in cifra assoluta fa quasi 150. Se invece facciamo il conto su tutti morti, allora superiamo la cifra di 400 vittime innocenti della malagiustizia.
Né possiamo infuriarci immaginando che questa sia una particolarità tutta italiana. No, forse è una particolarità italiana il peso enorme della carcerazione preventiva; ma sul numero dei
suicidi, se andiamo negli altri grandi paesi europei, le cose non
vanno molto meglio. In Germania i suicidi sono appena un po’
meno che da noi. Ma in Gran Bretagna sono il doppio e in Francia quasi il triplo. Solo la Spagna sta meglio (decisamente meglio: i suicidi sono cinque volte meno che da noi).
Ci sono due ragioni di questi suicidi. Cioè due fattori che spingono il detenuto a togliersi la vita. Il primo sono le condizioni
indecenti nelle quali si vive in carcere. Determinate dal sovraffollamento, dalla mancanza dei mezzi economici, da una concezione puramente punitiva della carcerazione, del diritto, della repressione. E questa è la ragione più evidente e quella che
richiederebbe le riforme più urgenti e più facili. Come è possibile ridurre l’affollamento, e dunque trovare anche il modo per
distribuire meglio i soldi e realizzare delle politiche carcerarie
moderne, umane e anche pedagogiche? Prima di tutto riducendo almeno del 90 per cento il carcere preventivo, che è ingiusto, dovrebbe essere una misura straordinarissima, invece or-
Mai dire mai
mai è usato come vera e propria “pena” da infliggere ai sospettati. Un modo per rovesciare il principio della presunzione di
innocenza. Cioè di “asfaltare” lo stato di diritto.
E poi depenalizzando alcuni reati minori legati soprattutto al
consumo e al piccolo spaccio di droghe e all’immigrazione
clandestina.
Se si attuassero queste due misure il numero dei prigionieri si
ridurrebbe tra il 50 e il 75 per cento.
La seconda ragione dei suicidi è più profonda, e ha bisogno di
una riforma più radicale. La ragione è questa: il carcere è incompatibile con una vita che contenga almeno alcuni elementi di felicità. E gli esseri umani non sono in grado di vivere decentemente rinunciando del tutto alla felicità o almeno alla prospettiva di felicità. Il carcere è un luogo che si fonda sull’idea
che sia giusto privare della libertà alcune persone e che sia altrettanto giusto esercitare su di loro il massimo dell’oppressione possibile. Il carcere è lo strumento con il quale le società
moderne hanno sostituito la tortura. Il carcere è tortura.
E quindi la riforma radicale che oggi è all’ordine del giorno
è l’abolizione del carcere. Perché la tortura è la negazione della civiltà. Ed è la più importante e la più urgente delle riforme civili che l’Occidente non ha ancora affrontato. Al momento non è riuscito neppure a prendere in considerazione il tema, ad aprire una discussione. Perché? Eppure, già trent’anni
fa un paese come l’Italia ebbe la forza di affrontare il tema
dell’abolizione dei manicomi. Li abolì. Quale differenza c’è
tra allora e oggi? L’assenza di una intellettualità pensante è la
prima differenza. Che in quegli anni produsse menti illuminate e moderne come quella di Franco Basaglia. E l’assenza della sinistra. Che allora , seppure “contorcendosi nei dubbi”, diede sponda a quella intellettualità e a quelle idee. Fece da interfaccia. Oggi la sinistra viaggia su idee opposte, repressive,
legalitarie, oppressive. Questa è la causa vera del grigiore nel
quale viviamo. Riusciremo a rompere questo grigiore? Riusciremo a scassinare il pensiero debole della sinistra? Cioè:
riusciremo a evadere?
Piero Sansonetti
pubblicato in Gli Altri,
settimanale di politica e cultura, 9 luglio 2010
Parliamo brevemente del sito www.informacarcere.it. il sito dell’associazione Liberarsi. È lì che trovate la maggiore
documentazione di Mai dire mai, la campagna per l’abolizione dell’ergastolo. È lì che troverete un Osservatorio sulle sezioni del 41 bis. È lì che potete leggere il Diario di Carmelo Musumeci e la posta diretta di Carmelo, di Alfredo Sole, di Ivano Rapisarda. E inoltre: poesie, racconti, lettere,
denunce...
Scrivi a: Associazione Liberarsi, Casella Postale 30 50012 Grassina (Firenze)
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Bruxelles, i poveri dell’UE prendono la parola
gni anno, prima che il Parlamento Europeo faccia la sua Finanziaria, a Bruxelles arriva una delegazione per ciascun paese membro per
un meeting di due giorni. Si tratta di delegazioni di persone che fanno direttamente l’esperienza della povertà nelle sue varie forme.
Un’esperienza che va avanti da nove anni e che ha per obiettivo il contrasto alla povertà.
Un’interlocuzione con le massime autorità europee alle quali i poveri si raccontano. Quest’anno la scadenza è fissata nei giorni 25 e 26 giugno.
La delegazione italiana è composta da sei persone e due facilitatori. Questa delegazione prepara nel corso dell’anno, mediante una serie di seminari pubblici coordinati dal CILAP ed EAPN-Italia, un rapporto preventivamente depositato e che trova esplicazione ulteriore nel corso del
dibattimento in due giornate piene. Quest’anno è stato chiesto anche un capitoletto relativo al carcere (gli ex detenuti, infatti, sono considerati
una delle figure della povertà) che accludiamo qui di seguito.
O
Il carcere dei poveri
“Mario il barbone ha passato 3 mesi in carcere per aver rubato un
pezzo di pane in un supermarket. Il 76 enne Romeo invece, aveva occupato abusivamente d’inverno una spiaggia con gli ombrelloni. Carlo, 65 anni, ha passato Natale in cella per aver rubato corrente dall’illuminazione pubblica. Sono questi i casi che, quotidianamente, affronta chi si occupa di carcere. Situazioni ormai sempre più frequenti con una popolazione carceraria arrivata in tutta Italia ad oltre
66mila unità...”.
Così inizia il suo articolo Angiolo Marroni (Garante delle persone private della libertà per la Regione Lazio) pubblicato da “L’Unità” in data 30 marzo 2010.
In verità nel corso degli ultimi due anni in Italia per i poveri è previsto un solo istituto in materia di sanzione penale: il carcere. Migranti e tossicodipendenti sono il bersaglio preferito, a tal punto da determinare i due terzi delle persone in carcere.
Nei 43.000 posti carcere sono stipate 67.000 persone. In quali condizioni logistiche, oltre che igienico-sanitarie, non è facile da immaginare! Al punto che crescono di giorno in giorno i ricorsi da parte delle persone detenute alla Corte Europea che già si è espressa definendo disumana e degradante la mancanza di spazio di cui dovrebbe fruire una persona detenuta (SENTENZA DELLA CAMERA -SULEJMANOVIC c. ITALIA- La Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato oggi per iscritto la sua sentenza di camera nel processo SULEJMANOVIC c. ITALIA - richiesta n° 22635/03).
Il fenomeno dell’incarcerazione di massa avviato negli ultimi anni
continua a crescere con un trend di 800 unità aggiuntive ogni mese!
In queste condizioni maturano quotidianamente atti di autolesionismo,
tentati e riusciti suicidi senza soluzione di continuità. Segnaliamo qui
di seguito alcuni punti critici:
Morti di carcere
Nel corso del 2009 si sono registrati 175 casi di morte di persone detenute (di cui 72 per suicidio). Ossia, un morto ogni due giorni! A fronte delle politiche securitarie sbandierate dal governo italiano in modo
propagandistico ed in nome delle quali i poveri finiscono in carcere,
lo stesso governo non è più in grado di garantire la sola e mera sopravvivenza dei detenuti. A fine marzo di quest’anno i morti di carcere sono già a quota 50 (di cui 15 per suicidio). E la strage continua con disinvoltura...
Redattore Sociale, 8 aprile 2010
Il 2010 si è aperto con una lunga scia di suicidi in carcere: nei primi
otto giorni dell’anno quattro detenuti si sono tolti la vita a Cagliari,
Bari, Verona e a Sulmona. Sono seguiti i suicidi di Eddine Abellativ il
13 gennaio a Massa Carrara e Mohamed El Abbouby il 15 gennaio a
Milano San Vittore. Ivano Volpi si è suicidato il 19 gennaio a Spoleto. Ancora un suicidio di detenuto tunisino a Brescia il 22 febbraio.
Il 23 febbraio, nello stesso giorno, sono stati registrati due suicidi: a
Fermo Vincenzo Balsamo, quarantenne originario del Sud Italia è
stato trovato impiccato nel bagno e a Padova si è impiccato Walid Aloui, tunisino di 28 anni. Con loro il numero è salito a 10. Il 24 febbraio si è impiccato con le lenzuola a Vibo Valentia un quarantaduenne
di Taurianova, Alessandro Furuli. Il giorno seguente, il 25 febbraio
c’è stato un nuovo suicidio di un detenuto italiano di 47 anni, Roberto Giuliani, con fine pena nel 2017, nel reparto G11 di Roma Rebibbia. Giuseppe Sorrentino si è suicidato il 7 marzo a Padova. Un detenuto malato di mente, Angelo Russo, rinchiuso nel carcere di Poggioreale (Napoli) si è tolto la vita il 10 marzo, impiccandosi. Un altro caso a Reggio Emilia il 28 marzo. Il 3 aprile si è tolto la vita Romano Iaria, 54 anni, di Roma, nel carcere di Sulmona, in provincia
dell’Aquila.
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Cuccioli d’uomo crescono, dietro le sbarre
La media numerica dei bambini da zero a tre anni che con le loro
mamme sono tenuti in carcere senza alcuna tutela, si mantiene mediamente sulle sessanta unità (considerato il turnover). Si tratta prevalentemente di persone migranti e rom verso i quali è in atto una
persecuzione xenofoba e razzista. La propaganda, di nuovo, della tutela dell’infanzia e dei nuclei familiari in stato di povertà non ha riscontri, lasciando di fatto nascere e crescere i cuccioli d’uomo dietro le sbarre.
Il 41-bis (carcere duro)
Questo regime detentivo di totale isolamento, nato per impedire la comunicazione tra l’interno e l’esterno del carcere e riferito soprattutto
alle cosche mafiose, di fatto configura uno stato detentivo di tortura
finalizzato alla collaborazione giudiziaria e gestito direttamente dal
potere esecutivo. Le persone sottoposte a questo regime detentivo hanno una sola possibilità di uscirne: “collaborare” alle inchieste contro
se stessi e terzi. Spesso succede che, non avendo nulla da raccontare,
restano in questa condizione per molti anni. La loro gestione presenta aspetti dunque discutibili, tali da suscitare l’esito opposto a quello
denunciato.
L’ergastolo “ostativo” – Fine pena mai
Questo istituto giuridico (l’ergastolo) trovava giustificazione nel nostro Ordinamento Giudiziario solo perché era consentito l’accesso ai
benefici di legge previsti dall’Ordinamento Penitenziario (leggi misure alternative al carcere e segnatamente il beneficio dell’ammissione
alla “liberazione condizionale” che consente l’estinzione della pena
dell’ergastolo, dopo un periodo ultraventennale di pena scontata). Negli ultimi anni è stato inserito, con prassi ormai consolidata, l’istituto
giuridico dell’”ergastolo ostativo” che produce l’impedimento alla
persona condannata all’ergastolo di accedere alle misure alternative
al carcere, compresa la liberazione condizionale. E quindi la persona
condannata all’ergastolo non ha alcuna prospettiva di liberazione per
tutta la sua vita (tolta la grazia, concessa dal Presidente della Repubblica, che riguarda casi sporadici sempre più rari). Anche su questo
pesano di fronte al Tribunale di Strasburgo centinaia di ricorsi presentati da persone condannate all’ergastolo e patrocinate dall’Associazione Antigone con sede a Roma e dall’Associazione Liberarsi con sede
a Firenze.
I C.I.E. (Centri per l’Identificazione ed Espulsione)
Un capitolo a parte meritano i CIE per i migranti. Si tratta di centri di
detenzione a tutti gli effetti deputati allo “straniero povero”. Una detenzione che si può protrarre fino a sei mesi senza reato, se non quello di essere fuggiti da situazioni di fame e guerre. Rispetto al carcere
il CIE è più impermeabile e perciò si ha notizia dei maltrattamenti solo quando le persone recluse si ribellano violentemente determinando con ciò il passaggio dal CIE al carcere.
Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG)
In Italia gli OPG sono sei. Cinque (Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia) sono gestititi completamente dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria; il
sesto, Castiglione delle Stiviere, è una struttura gestita dalla Asl in virtù di una convenzione con il ministero della Giustizia. Al 31 dicembre 2008, complessivamente, nelle sei strutture risultavano presenti
1.348 internati, dei quali 98 donne.
Negli OPG sono internati sofferenti psichici, autori di reato, sottoposti ad una «misura di sicurezza». La misura di sicurezza ha una durata relativamente indeterminata. La durata dell’applicazione di tali mi-
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sure è fissata dalla legge nel minimo, ma resta indeterminata nel massimo, e ciò in quanto è impossibile determinare in anticipo la cessazione della pericolosità del soggetto.
In tutti gli OPG italiani sono presenti una o più sale di coercizione,
con letti con cinghie di cuoio e in alcuni casi un buco al centro per i
bisogni fisici. Il dato è preoccupante in sé perché la pratica della coercizione è di per sé una pratica violenta che costringe un soggetto con
disagio mentale ad essere legato al letto per un periodo di tempo indefinito. Preoccupa anche l’assenza di dati relativi ai tempi medi della coercizione. Di certo non mancano casi di internati costretti al letto di coercizione sino a 14 giorni di seguito.
Nonostante la riforma della sanità penitenziaria (le cui competenze sono state trasferite dal ministero della Giustizia al Sistema Sanitario Nazionale), le condizioni di vita negli OPG destano ancora preoccupazioni. A novembre 2009, nel corso di una visita parlamentare all’OPG
di Napoli, il consigliere regionale Antonio Scala ha dichiarato «Sono
profondamente scosso dalle cose che ho visto e certo che non è il primo carcere che visito. Prendo atto che le aspettative sono al momento deluse e che non esiste una reale presa in carico del paziente psichiatrico. Gli internati trascorrono gran parte della loro giornata
chiusi anche fino a quattro per volta in celle spoglie e che non vi sono al momento attività concrete di socio riabilitazione. Ma mi ha ancora di più scosso appurare di persona che si è tornati ad utilizzare
il letto di coercizione. Dal registro abbiamo verificato l’esistenza di
due casi recenti, uno dei quali è stato slegato poco prima del nostro
ingresso. Ci è stato detto che si trattava di un internato che aveva tentato il suicidio.».
Maltrattamenti generalizzati
A fronte del fenomeno migratorio, il nostro ministro degli interni in
carica, che presiede il comando di tutti gli organi di polizia (quella penitenziaria compresa), ebbe a suggerire pubblicamente che bisognava “essere più cattivi”. Un suggerimento che ha trovato e trova riscontro nelle modalità operative di tutti i corpi di polizia che quotidianamente si produce in maltrattamenti e violenze che talvolta sfociano
nella morte della persona incarcerata. Il caso Cucchi – Uva –Lonzi –
Bianzino – ecc., non sono altro che la punta di un iceberg di violenza
che imperversa in tutti i luoghi di detenzione.
Valutazione complessiva
Le condizioni di detenzione nelle carceri italiane non tengono più in
alcun conto la Costituzione Repubblicana che all’articolo 27 recita:
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di
umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non tengono in alcun conto l’Ordinamento Penitenziario che è Legge della
Repubblica Italiana. Non tengono conto di alcun principio di legalità. Non riconoscono la dignità delle persone detenute.
Di tutto questo, il governo italiano fa occasione di pubblicità propagandistica, quasi che la responsabilità della situazione fosse di altri.
In più occasioni ministri e sottosegretari, a seguito di qualche ispezione, hanno apertamente dichiarato le condizioni indegne di detenzione, l’incostituzionalità delle stesse, fino a dichiarare “l’emergenza carcere” dopo averla prodotta mediante tre leggi killer quali:
la legge Bossi-Fini riferita ai flussi migratori ed integrata ulteriormente col reato di immigrazione clandestina; la Fini-Giovanardi riferita
alle droghe ed integrata con ulteriore dispositivo che fa di tutte le droghe un fascio; la Legge Cirielli che nega ogni beneficio ai recidivi.
Sono queste tre Leggi che hanno prodotto i due terzi della popolazione detenuta (che complessivamente ha superato di gran lunga tutti i
record nella storia repubblicana di questo paese).
Dopo un anno e mezzo di silenzio totale, il governo ha prima formalizzato lo “stato di emergenza” e poi scodellato il “Piano-carcere” che
consiste nella costruzione di nuove carceri per un totale di 20.000 nuovi posti-cella.
La dichiarazione dello “stato di emergenza” consente la realizzazione delle opere eludendo tutte le regole in materia di appalti e controlli pubblici...
Tuttavia, dati i tempi di realizzazione previsti in un anno e mezzo (al
costo di un miliardo e cinquecento milioni di euro!), è ragionevole immaginare che a quella data anche i nuovi 20.000 posti-cella saranno
sovrappopolati esattamente come i 43.000 posti disponibili attualmente, dal momento che il trend di crescita delle persone detenute aumenta al ritmo vertiginoso di 800 unità ogni mese e partiamo dai 67.000
ospitati a fine marzo 2010. Il piano-carcere, pertanto, servirà solo alla sete di business dei costruttori-amici ai quali sarà affidato l’incarico ad insindacabile giudizio del governo che ha già nominato il “com-
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missario straordinario” nella persona dell’attuale direttore generale
delle carceri.
Ma, al di là degli “affari”, resta il problema delle persone detenute.
Un problema che, tralasciando la Costituzione, tralasciando l’Ordinamento Penitenziario e ogni principio di legalità, attiene ai diritti umani. Il diritto alla vita, il diritto alla salute, alle cure, alla dignità, all’infanzia, al <<senso di umanità>>. Diritti inviolabili e già violati massicciamente solo perché i depositari di tali diritti sono persone povere economicamente, socialmente, culturalmente e per rappresentanza.
Non a caso si tratta di persone migranti e tossicodipendenti la cui sopravvivenza nelle carceri da parte dello Stato non è più garantita!
Un esempio emblematico: Cassa ammende…
La Cassa Ammende è un ente con personalità giuridica, istituito nel
1932 con Legge 547 del 1932 per supportare con appositi finanziamenti l’attività svolta dai Consigli d’Aiuto Sociale. Oltre a questa finalità si sono aggiunti successivamente altri fini quali: il finanziamento di progetti dell’Amministrazione penitenziaria e il finanziamento di programmi volti all’assistenza economica in favore delle famiglie dei detenuti e degli internati, oltre a programmi che intendono
favorire il reinserimento sociale dei detenuti e degli internati anche
nella fase di esecuzione di misure alternative alla detenzione (art. 129
D.P.R. N. 230/2000 ‘Regolamento recante norme sull’ordinamento
penitenziario e sulle misure privative della libertà’.)
La cassa delle ammende e’ il contenitore deposito alimentato con il
denaro delle pene accessorie pagate a seguito di sentenza penale di
condanna e si compone di:
● Fondo Patrimonio, che raccoglie i finanziamenti derivanti da:
● somme versate a seguito di sanzioni disciplinari o pecuniarie disposte dal giudice;
● proventi ricavati dai manufatti realizzati dai detenuti;
● importi relativi alla vendita dei corpi di reato non reclamati da chi
ne avrebbe diritto;
● Fondo Depositi, che raccoglie:
● somme di cauzione ordinate dai magistrati per misure di prevenzione o di buona condotta
● averi non reclamati da chi esce dal carcere
Tali fondi dovrebbero essere destinati a programmi di riabilitazione e
reinserimento dei detenuti, in base all’art. 27 della Costituzione, secondo cui le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”.
La Cassa delle ammende si trova in situazione di cronica mancanza
di spese. Nel 2008, la cassa ha raccolto 104 milioni di euro di entrate a fronte di 92 milioni di euro di uscite (di cui solo 7,3 milioni di
euro per 16 progetti di riabilitazioni nelle carceri), con 12 milioni
di avanzo. Il fondo totale della cassa è salito così a una rimanenza
di quasi 146 milioni di euro da investire. Risorse che per legge andrebbero indirizzate a interventi di assistenza economica in favore delle famiglie dei detenuti e degli internati (solo per citare un caso, i figli dei detenuti in Italia sono più di 15.500 e da anni Telefono azzurro ne denuncia la privazione dei diritti fondamentali) oltre che
per favorire il reinserimento sociale degli stessi carcerati.
A tal proposito l’ex presidente del DAP Ettore Ferrara accenna alla
“farraginosità della normativa” e ai pochi progetti presentati dal territorio. L’Associazione Antigone “, per i diritti dei detenuti, lamenta
invece la mancanza di pubblicità e di bandi pubblici per i progetti di
riabilitazione dei detenuti.
La riforma del 2008 voluta dall’attuale ministro della giustizia Angelino Alfano ha avuto l’effetto di inserire l’edilizia penitenziaria tra i
progetti finanziabili, con l’effetto di finanziare il “piano carceri” con
i fondi da destinarsi alla riabilitazione dei detenuti.
Chiediamo inoltre che le persone che escono dal carcere non siano abbandonate a loro stesse, come oggi accade: programmi di inserimento al lavoro e nella società, un reddito garantito accompagnato da misure di inclusione attiva potrebbe, se non dare una risposta definitiva,
almeno alleviare i problemi di chi esce dalle nostre carceri, forse impedendo il rientro in carcere entro breve tempo, cosa che oggi è purtroppo la realtà.
Poiché il nostro governo è ormai dimostratamente insensibile a queste
tematiche, noi lanciamo un appello alla Commissione Europea, nonché alla Commissione per la prevenzione della tortura affinché prendano in serio esame i numerosi ricorsi alla Corte di Strasburgo delle persone detenute in Italia, perché intensifichino il potere ispettivo e sanzionatorio di un governo -il nostro- ormai fuori da ogni controllo, che
ama apertamente la guerra ai poveri piuttosto che la lotta alla povertà.
Beppe Battaglia
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Nemmeno lo Stato può togliere la vita
Riflessioni e curiosità sulla pena di morte
A
nessuno, neanche allo
Stato, è consentito di togliere la vita: è questo il
principio morale che anima il
movimento crescente di tutti coloro che, da parti diverse e talora
contrapposte, chiedono l’abolizione della condanna a morte ancor oggi vigente in paesi del
mondo civile.
Se confrontiamo la pena di morte con l’ergastolo questo ancora è
molto più crudele della pena capitale, perché sottopone ad una
continua tortura il condannato ed
i suoi familiari come ho avuto
modo di scrivere più volte. Anche
Aldo Moro, in una lezione tenuta all’Università il 13 gennaio
1976, parlando ai suoi studenti,
definì l’ergastolo crudele e disumano non meno della pena di
morte. Ma in questo intervento
intendo soffermarmi sulla pena
capitale.
Diciamo subito che le mie riflessioni personali sono contro la pena capitale, soprattutto perché lo
Stato non può e non deve mettersi al pari di un criminale, ma anche perché la pena di morte oltre
ad essere inumana e premeditata, si è rilevata inefficiente anche
come deterrente. Infatti, chi commette un crimine in quell’istante non riflette sulle conseguenze o pensa di farla franca , altrimenti si asterrebbe dal farlo.
La pena capitale è un retaggio che si segue da molti tempi.
La prima sentenza di morte scritta è datata 1850 a.C. e risale ai
Sumeri. Nel corso dei secoli sono stati utilizzati vari metodi di
esecuzione: impiccagione, crocifissione, fucilazione, garrota e
la ruota, il cui profilo rotondo simboleggiava il sole e morirci attaccato significava perire di una punizione divina. Ce lo racconta una storia della pena di morte pubblicata a Vienna da Martin
Hai Dinger.
Che i condannati innocenti – da Cristo a Sacco e Vanzetti – siano stati innumerevoli non sembra aver scosso più di tanto i loro
carnefici. Nel medioevo quella del boia era una professione tramandata per discendenza familiare che univa il ruolo di boia a
quello di medico e lo si esercitava e lo si esercita senza scrupoli di coscienza interiore. Il ruolo di boia era molto ambito, tanto che in Inghilterra a fine Ottocento a un concorso per un posto
di boia le candidature furono migliaia.
La Francia conta invece il giustiziere più famoso: Charles Henr
Sanson (1739-1806). Dopo trentotto anni di esercizio aveva
mandato all’altro mondo 2.918 esseri umani, molti dei quali decapitati con la ghigliottina, lo strumento entrato in funzione nel
1792 e presto diventato simbolo della Rivoluzione francese, con
quella Sanson tagliò anche la testa di Luigi XVI. Sanson morì
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tra le mura domestiche, esortando il figlio a continuare la tradizione familiare. Per restare in
Francia non si può non ricordare Robespierre, che nonostante
avesse sostenuto la sua tesi di
laurea contro la pena di morte e
a favore della vita umana, appena salito al potere da cittadino,
come amava definire lui i francesi, si diede sistematicamente
all’eliminazione e all’annientamento dei suoi nemici e oppositori per mezzo della ghigliottina
e finì anche lui per perire con lo
stesso strumento di morte.
A volte, però, detto strumento di morte si rivela crudele anche
per lo stesso boia, un esempio è quello di John Woods, che fu
l’esecutore materiale delle condanne del processo di Norimberga e che morì nel 1950 per un “incidente di lavoro”, mentre stava provando una sedia elettrica. Mentre l’Imperatore Menelink
II non corse invece questo rischio, entrando in possesso di tre
ambitissime sedie mortali, quando le ricevette si accorse che in
Abissinia non esisteva ancora la corrente elettrica!
Gli Stati Uniti hanno introdotto l’iniezione letale considerandola un metodo di soppressione “umanitario e indolore”, ma non
è stato così per Angel Nieves Diaz, morto dopo una doppia iniezione e tra spasmi orribili. La Cina usa metodi ancora più incivili ed immorali: infatti gli organi dei giustiziati vengono preservati così da poterne fare uso dopo la morte del condannato.
Questi metodi barbari dovrebbero far riflettere il mondo civilizzato in modo da trovare sistemi di punizione più consoni al progresso democratico degli Stati.
Dopo questo breve excursus storico affido le mie conclusioni e
riflessioni sulla pena di morte dichiarandomi contrario perché è
un metodo inutile e crudele. Uno Stato non può pensare di risolvere i problemi di sicurezza vestendo i panni del carnefice, ma
dovrà trovare sanzioni punitive in linea con i principi democratici e umani (e così dovrebbe fare anche nei confronti dell’ergastolo, che per me è ancora più crudele). Noi italiani possiamo
essere orgogliosi sia per aver abolito la pena di morte, sia perché è nostra, attraverso la lotta
del Partito Radicale ed in particolare di Marco Pannella e di
Emma Bonino, l’iniziativa della
moratoria contro la pena di morte approvata dall’ONU. Detta
moratoria non è vincolante, ma
sarà sicuramente da stimolo per
molti Stati al fine di far riflettere su questo barbaro strumento.
Mi auguro che tutti gli Stati facciano propria la moratoria approvata dall’ONU
Domenico Papalia
Livorno, aprile 2010
Mai dire mai
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- DIBATTITI - ATTUALITÀ - DIBATTITI - ATTUALITÀ - DIBATTITI
Ma l’ergastolo non è peggio
della pena di morte?
stato ucciso mediante fucilazione un detenuto dello
Utah condannato a morte nel 1985 per duplice omicidio. L’esecuzione solleva nel pubblico americano
un’ondata di soddisfazione, riassumibile nel motto: meglio
tardi che mai. Tutti sentono la morte come una pena più grave dell’ergastolo. La morte è la vera pena, spietata e totale,
l’ergastolo è una mezza grazia.
Eppure gira in questi giorni per il mondo un film bellissimo,
premio Oscar 2010 come miglior film straniero, imperniato
proprio su questo problema: il protagonista vuol far condannare chi ha ucciso la sua donna, ci riesce, gli danno l’ergastolo, ma purtroppo diventa un collaboratore della polizia
(siamo in Argentina, con i militari al potere), e ben presto
esce, libero, protetto, armato. Che fare? Il protagonista ha
una sola scappatoia: farsi giustizia da sé. E come? Ammazzandolo? Potrebbe: lo cattura, lo porta in campagna, passa
un treno sferragliante, gli punta una pistola alla testa, spara.
Nessuno sente niente, giustizia è fatta. Ma non va così. Lui
non si accontenta di condannarlo a morte. Troppo poco. Lui
vuole l’ergastolo. Non vuole ucciderlo una volta, ma ucciderlo ogni giorno. Non vederlo morire e amen, ma vederlo
morire minuto per minuto, all’infinito. E questo lo dà soltanto l’ergastolo. Da quando il colpevole gli ha ucciso la compagna, lui soffre una sofferenza che non finisce mai, ed esclama: «Io soffro all’infinito, pagherei per morire in un attimo».
Perciò cattura l’assassino, lo nasconde in un casolare sperduto, lo chiude a chiave, lo guarda ogni giorno per anni e lo
ascolta implorare di essere ucciso. L’ergastolo è una morte
interminabile, che ti fa sognare la morte istantanea come un
regalo della pietà.
È
Il condannato dello Utah aveva ucciso un barista, poi durante
il processo aveva ucciso un giudice. Particolare importante: i
famigliari del giudice chiedevano l’ergastolo, i famigliari del
barista chiedevano la morte. Perciò i binomi sono: cultura ed
ergastolo, incultura e morte. Ottenuta la morte, i famigliari del
barista hanno espresso soddisfazione. Non l’hanno visto morire, non gli è stato concesso. Questa era un’esecuzione diversa, mediante fucilazione. Nella fucilazione, coloro che sparano (in questo caso, cinque) non sanno chi di loro uccide e chi
no. Così dicono i giornali. In realtà lo sanno. Perché c’è un fucile (uno su cinque) caricato a salve, senza pallottola, ma chi
spara quel colpo se n’accorge, perché non essendoci il proiettile che parte il fucile non dà il contraccolpo sulla spalla. Se
colui che spara è d’accordo sulla condanna a morte, gode del
contraccolpo. Se non vuole uccidere, gode del colpo a salve.
Ho visto il film, s’intitola «Il segreto dei suoi occhi», e mi ha
colpito una cosa: tutti gli spettatori (la sala era piena), uscendo, commentano con soddisfazione la tesi, e dunque sì, per tutti, l’ergastolo è peggio della morte, come pena. Ed è meglio come redenzione: questo condannato dello Utah viene descritto
come «detenuto modello». Dall’85 ad oggi sono passati 25 anni. Un quarto di secolo. In un quarto di secolo è morto, in carcere, l’uomo-assassino ed è nato un uomo-modello. Con l’ergastolo si poteva tenerlo ancora in carcere, a super-redimersi,
visto che redento lo è già. La fucilazione non è una redenzione più completa. È soltanto un altro omicidio. E dunque anche
io, al quesito iniziale, rispondo: sì, rispetto alla morte l’ergastolo appare una pena più crudele. [email protected]
Ferdinando Camon
da La Stampa del 19 giugno 2010
LA TORTURA NELLE
CARCERI ITALIANE
SENSIBILI ALLE FOGLIE:
VENTI ANNI DOPO
Firenze, giovedì 21 ottobre 2010 - ore 9,30/18,00
Consiglio Regionale della Toscana - via Cavour, 4 - Firenze
Firenze, giovedì 21 ottobre 2010 - ore 18,30/22,00
Centro Comunitario Valdese - via Manzoni, 21 - Firenze
giornata di dibattito dedicata a
discutiamo con i responsabili
sui progetti futuri
di questa importante casa editrice
Bruno Borghi
interverranno:
Mauro Palma, Giuseppe Mosconi, Nicola
Valentino, Sandro Margara, Livio Ferrari,
Stefano Anastasia, Beppe Battaglia, ed altri.
Saranno anche presenti i familiari di alcuni
detenuti uccisi nelle carceri.
Per il programma definitivo ed ulteriori informazioni
contattate l’Associazione Liberarsi
Mai dire mai
promuovono l’iniziativa:
Giuliano Capecchi, Maria Cristina Bimbi,
Beppe Battaglia, Christian De Vito, Sandro
Targetti, Pawel Gajewski, Fabio Masi, Luigi
Remaschi, Eros Cruccolini, Ornella De Zordo,
Pasquale Abatangelo, Maria Pia Passigli e ...
Cena di solidarietà con Sensibili alle foglie
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- DIBATTITI - ATTUALITÀ - DIBATTITI - ATTUALITÀ - DIBATTITI
Il diritto... all’oblio
Desidero su questo tema fornire alcuni elementi di riflessione
O
sserviamo il comportamento dei leader dei partiti politici italiani, siano essi di destra, di sinistra, di centro
man mano che il clima sociale, i contesti storici sono
cambiati, insomma nel continuo evolversi dei tempi sia sul piano nazionale che internazionale, hanno mutato le loro ideologie, la loro visione della vita , del mondo e delle loro posizioni
rispetto allo stesso.
Osserviamo che i leader della destra, ad esempio, hanno ammesso che le leggi razziali emanate dall’Italia nel 1938 furono
un tragico errore. Hanno pubblicamente riconosciuto che l’Olocausto del popolo ebraico fu una legge contro il genere umano.
E quindi con il tempo hanno cambiato idea, opinione, ideologia … passioni … ritenute tragicamente errate. Hanno così cambiato anche il nome di partito, un tempo con una sigla, poi con
un’altra, oggi giorno con un’altra ancora.
Allo stesso modo i leader della sinistra, caduto il muro di Berlino nel 1989 (simbolo della guerra fredda), cadute quelle ideologie comuniste, hanno rivisto il loro modo di rapportarsi con
la società e la realtà odierna. Hanno così riformato alleanze,
cambiato simboli e sigle di partito, quei nomi, quegli slogan,
quegli ideali non esistono più.
Abbiamo osservato, poi, che perfino il Santo Padre Giovanni
Paolo II pubblicamente ammise gli errori della chiesa in riferimento al lungo fiume di sangue scaturito dalle crociate in terra
santa. Così come i tribunali dell’inquisizione che all’epoca voleva dire che per il solo fatto di pensarla diversamente dalla dogmatica cattolica ufficiale si veniva condannati e uccisi dalla gerarchia cattolica, si veniva bruciati vivi come eretici. È di alcuni giorni fa la notizia che la chiesa ha ritenuto di far penitenza
per gli sconcertanti abusi sessuali sui bambini perpetrati … “dai
rappresentanti di Dio sulla terra” …
Da queste tre osservazioni del comportamento umano notiamo
come TUTTI invocano il … diritto al perdono … in quanto miseri esseri umani, in quanto fallaci. Nessuno in questo mondo
può dire di non cadere in errore. Tutti gli esseri umani sbagliano, errare humanum est, recita la massima latina, se noi non sbagliassimo non saremmo umani, ma simili a Dio … perciò umano è sbagliare, umano è perdonare.
Quindi c’è chi invoca il perdono … fare penitenza , ovvero un
rinnovamento interiore che implichi una rivalutazione delle proprie persone, delle proprie azioni, della propria storia, invocano il … “diritto” a non essere condannati in eterno, a cambiare
pagina, a non essere schiavo del proprio passato per l’eternità.
Il che non vuol dire sorvolare sulle proprie responsabilità, vuol
dire, invece, il diritto ad una profonda revisione critica e al riconoscimento di questo cambiamento.
Alla luce di quanto esposto … è ragionevole e saggio chiedersi: “Perché questo non deve valere per il cittadino detenuto ?”
E’ coerenza questa? Ogni uomo responsabile deve fare questa
riflessione, se vuole essere intellettualmente retto! Ma c’è di più
… gli stessi invocano pene di morte, non si può difendere la vita sopprimendo la vita stessa ?! E’ un assurdo. Non si può insegnare uccidendo che … uccidere è sbagliato ?! Non si può insegnare a rispettare i diritti senza il rispetto dei diritti di tutti.
Da epoca a epoca, da luogo a luogo, da cultura a cultura le variazioni di ciò che consideriamo morale sono mutate fino a capovolgersi. Quello che oggi riteniamo aberrante, un tempo è sta-
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to ritenuto un comportamento corretto o addirittura doveroso.
Chi ha il senso della dignità umana, chi ha il senso del giusto
sa che questo non riconoscere a tutti gli esseri umani la capacità di … rinascere è profondamente sbagliato.
“Occhio per occhio, porta ad un mondo di ciechi” ha detto qualcuno … Osserviamo ancora … che in qualsiasi ambiente , settore e livello della società, che sia politico, che sia industriale,
religioso, militare, dove la magistratura alza il coperchio, vi trova sotto di tutto: ruberie, sprechi, interessi di parte, caste che si
auto proteggono, persino nella stessa magistratura. Ecco perché
ci si chiede … chi dovrebbe controllare i controllori? Non sorprende questo se si è obiettivi … perché appunto errare è umano, ed è ineliminabile l’errore.
Se poi consideriamo la storia civile con i suoi sogni di libertà
e di uguaglianza, tanto di destra quanto di sinistra, non mi sembra che vi sia da stare molto allegri quanto a vite innocenti soppresse.
Ora alla luce di quanto ho esplicitato e proposto precedentemente come considerare allora questa sete di erigersi presuntuosamente a giudicare i propri simili in buoni e cattivi? Non è forse segno di debolezza intellettuale? Non è forse segno inequivocabile di pochezza d’animo e di mediocrità umana? Dio assoluta mancanza di umiltà? … Di palese ipocrisia?
Come non c’è campo di grano senza erba cattiva, lo stesso accade per gli uomini. E in quanto all’uomo giusto, non è che non
abbia neppure un filo cattivo dentro di sé, bensì esercita con
obiettività il giudizio su se stesso … e chiama grano il grano e
erba cattiva la sua erba cattiva e su questo deve svolgere un lavoro per far prevalere il grano:
In molti non se ne sono accorti che non siamo più nel medio
evo, ma nel 2010! Appartiene all’uomo saccente la presunzione di sentirsi in diritto di vedere sempre la pagliuzza nell’occhio dell’altro, non al saggio e all’uomo giusto.
Se noi non consideriamo le persone che possono sbagliare, capaci di correggersi, rivedersi, noi non consideriamo la persona
in quanto tale . Osserviamo, ad esempio, i politici che parlano
la lingua della legalità, ma agiscono secondo i loro interessi e
usano gli argomenti che meglio servono a raggiungere i loro
scopi.
Il cittadino detenuto ha il diritto a espiare la pena finalizzata
al suo recupero e quindi a non essere umiliato e vessato, maltrattato in eterno. Ha il diritto a non essere incarcerato per un
reato che non ha commesso. Ha il diritto alla possibilità di riscattarsi, il diritto a coltivare i propri affetti, i diritti si chiamano DIRITTI proprio perché sono di tutti, altrimenti si chiamerebbero PRIVILEGI.
E’ affermando il diritto di tutti che si afferma il diritto degli ultimi.
Ho ecceduto sicuramente in lunghezza e mi scuso, ma questi
elementi di riflessione francamente mi sembrano molto importanti
Voghera 24 aprile 2010
“… Chi può vantarsi senza difetti? Esaminando i suoi, ciascuno impari a perdonare gli altri …”
(Metastasio)
Pierdonato Zito
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Spezzare le catene del male
a Giornata Nazionale di Studi “Spezzare la catena del male”
del 21 maggio 2010 nella Casa di Reclusione di Padova è stata organizzata da Ristretti Orizzonti per discutere sui temi
della giustizia in Italia. Oltre a persone detenute e a loro familiari,
al convegno partecipano anche i parenti di alcune vittime di omicidi: Silvia Giralucci, figlia di Graziano, ucciso nel 1974 dalle Br a
Padova; Giorgio Bazzega, figlio di Sergio, maresciallo di polizia ucciso nel 1976 dal brigatista Walter Alasia; Sabina Rossa, figlia di
Guido, operaio dell’Italsider di Genova e militante del PCI ucciso
dalle Br nel 1979; Agnese Moro, figlia di Aldo, leader della Democrazia Cristiana ucciso dalle Br nel 1978; Lorenzo Clemente, marito di Silvia Ruotolo, la donna di 39 anni uccisa a Napoli nel 1997
per errore, nel corso di una sparatoria fra gruppi rivali della camorra.
Di fatto questi parenti di vittime hanno affiancato al proprio dolore
il desiderio di non essere ingabbiati entro logiche disumane e irrispettose dei diritti delle persone detenute e condannate.
Un saggio edito da Ristretti Orizzonti, dal titolo omonimo alla Giornata Nazionale di Studi e nato in sua preparazione, fa capire d’altro canto che molti di loro non hanno intenzione di proferire parole di perdono.
Nessuno può comunque criticarli per questo. Bisogna sempre rispettare le sensibilità dei parenti delle vittime e per poterle rispettare davvero bisogna conoscerle complessivamente e nelle loro diverse sfaccettature.
Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi ucciso nel 1972 da
un gruppo armato che sarebbe sorto nell’ambito di Lotta Continua,
ha scritto un libro, intitolato Spingendo la notte più in là, in cui – ad
esempio - afferma delle idee condivise da una non piccola parte dei
parenti delle vittime: «Abbiamo sempre provato fastidio quando ci
veniva chiesto di dare o meno il via libera a una scarcerazione o
una grazia, perché rifiutiamo questa idea medievale che i parenti
di una vittima decidano della sorte di chi è ritenuto colpevole».
Volendo perciò rispettare le sensibilità dei parenti delle vittime è doveroso mantenere una distinzione fra due cose molto diverse come
la giustizia e il perdono.
La giustizia fa parte dell’amministrazione della società ed è regolata da determinate leggi scritte.
Il perdono riguarda invece la sfera intima e si basa su leggi non scritte. È impossibile che qualcuno lo dia se prima non emerge spontaneamente dal proprio animo. Nella sua connotazione autentica, non
va preteso e, nei casi in cui viene concesso, non deve neppure essere usato come una merce da sbandierare ai quattro venti da chi lo
riceve.
Noi detenuti condannati all’ergastolo e tuttora in carcere anche dopo 28 o 30 anni di effettiva detenzione, sappiamo bene che può risultare offensivo chiedere il perdono a chi ha ricevuto dei dolori lancinanti e irrimediabili. Al tempo stesso siamo dispiaciuti in maniera sincera per aver provocato, anche solo indirettamente o per concorso morale, la morte ad altre persone.
Per questi motivi, che nulla hanno a che vedere con i mercanteggiamenti assai di moda negli ultimi tre decenni, ci sentiamo uniti nel
dolore dei parenti delle vittime e dei nostri stessi familiari.
La mia testimonianza parte dalla consapevolezza che bisogna far
emergere in tutte le relazioni sociali una cultura da un lato critica
verso le diverse forme di ipocrisia e dall’altro comprensiva dell’immenso valore di ogni singola vita umana.
Non è forse misera la filosofia, come quella di Martin Heidegger,
secondo cui l’uomo sarebbe un “essere-per-la morte”?
Non è forse ricca, al contrario, la filosofia di Hannah Arendt secondo cui ogni uomo nasce ed esiste per dare inizio a qualcosa di nuovo?
E allora, proprio per contribuire alla costruzione di qualcosa di nuovo, vorrei entrare in maniera più diretta nel merito del convegno.
L
Mai dire mai
La Giornata Nazionale di Studi ha per argomento lo “spezzare lo
catena del male” e rimanda perciò a riflessioni che, sia pur sinteticamente, dovrebbero essere connesse alla concreta situazione esistente.
La “catena del male”, intesa come produzione dell’altrui sofferenza, costituisce un fenomeno diffuso su scala planetaria e profondamente radicato a livello sociale.
Nasce dalla sacralizzazione del Denaro, dalla fame, dalle miserie,
dalle guerre e dall’ignoranza.
È gigantesca rispetto alla catena dei reati denunciati e ancor di più
in riferimento ai reati condannati.
Nella “catena del male” prodotto, su scala industriale o artigianale,
le sproporzioni sono la norma e si manifestano anche attraverso il
grande squilibrio esistente nel rapporto fra i reati denunciati e quelli condannati.
Secondo statistiche elaborate da Ristretti Orizzonti su dati ufficiali
del Ministero della Giustizia, nell’Italia del 2004 – tanto per fare un
esempio - i reati denunciati sono stati all’incirca 10 volte di più rispetto ai reati condannati e tale rapporto quantitativo è in sostanza,
salvo leggere variazioni, quello ancora esistente.
Le persone detenute non sono dunque i massimi o gli unici responsabili della produzione dell’altrui sofferenza. Non sono nemmeno
tutte colpevoli. Ci sono infatti quelle in attesa di giudizio, a decine
di migliaia, che poi nel 50% circa dei casi risultano innocenti. Ci
sono infine quelle condannate in via definitiva, non di rado con scarse prove.
Questi dati di fatto portano a fare delle considerazioni anche sulla
validità o meno di certe leggi scritte e vigenti perché nel tempo variano le conoscenze e le definizioni di ciò che è reato e di ciò che
non lo è, così come le modalità di sanzionare le trasgressioni.
Diverse leggi dello Stato, emanate nel secolo scorso o nell’ultimo
decennio, domani possono essere considerate nocive. Un tempo la
pena di morte era qualcosa di normale; adesso se ne chiede l’abolizione su scala planetaria. Un tempo l’ergastolo era considerato legittimo quasi ovunque; oggi molti paesi, compresi diversi paesi dell’Unione Europea, l’hanno già abolito.
L’argomento in discussione è vasto. Se ne potrebbe parlare per giorni, mesi o anni, ma è urgente e necessario lanciare delle proposte
concrete sulla base di quanto finora si è capito.
Nell’immediato sembra utile condividere le idee che puntano a far
applicare l’articolo 27 della Costituzione, ad esempio il disegno di
legge (primo firmatario Sabina Rossa) per la modifica dell’articolo 176 del codice penale affinché la concessione della libertà condizionale sia basata, come prevede la carta costituzionale, sul criterio della conclusione positiva del percorso rieducativo.
È opportuno anche sostenere l’operato di coloro che cercano di rendere meno dure le condizioni di vita nelle carceri, ad esempio facendo in modo che le celle restino aperte di giorno e ci siano più
possibilità di formazione professionale, studio, colloqui e rapporti
con l’esterno per le persone detenute.
Più in generale, per i prossimi anni, sembra invece importante prospettare l’adozione degli standard dell’Unione Europea. Diventa
perciò necessario che nasca un Osservatorio per conoscere meglio
il funzionamento dei sistemi sanzionatori nei diversi paesi di tale area
geopolitica: le condizioni di vita e di colloqui per i prigionieri, la proporzione esistente fra misure alternative e pene detentive e, in ultimo ma non per importanza, il grado di automatismo e di formazione professionale per la risocializzazione delle persone detenute che
abbiano mantenuto un buon comportamento inframurario.
L’importante, sia per l’immediato che per il prossimo futuro, è partire da un ricco e diverso paradigma culturale, cioè dalla volontà di
difendere e valorizzare i beni comuni e i poteri-qualità di ognuno e
perciò di ogni vita umana!
Sandro Padula
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- INSERTO GIUSTIZIA - INSERTO GIUSTIZIA - INSERTO GIUSTIZIA -
La prisonizzazione del carcere duro
robabilmente non ci si rende conto, o meglio si fa finta di non rendersene, che dopo 18 lunghi anni di sottoposizione al cosiddetto “carcere duro” un detenuto è
soggetto a sviluppare quella che in letteratura vine definita
“sindrome di prisonizzazione” che comporta un verosimile
deterioramento fisico, mentale e psichico, in tutte le aree: capacità cognitivo-intellettive, pensiero, sfera affettivo-emotiva
e sociale-relazionale. Si intende una forma morbosa di tipo
deteriorativo, legata alle condizioni di isolamento, prive di
stimoli che caratterizzano il regime di sorveglianza speciale
di cui all’art. 41 bis O.P. L’isolamento assoluto protratto per
anni, la mancanza di attività, dei propri affetti familiari, di
una semplice carezza, e di socializzazione con operatori
esterni, conducono all’impoverimento intellettivo e della capacità ideativa e all’impoverimento della sfera emozioale-affettiva. Il detenuto passa così da iniziali reazioni abnormi ad
un progressivo deterioramento e adattamento senza più alcuna capacità di reazione comportamentale e di capacità critica. Accade che le iniziali reazioni emotive abnormi (reazio-
P
Insieme a questo testo Marcello Dell’Anna ha
inviato quattro pagine molto tecniche sul
41bis, curate da famosi giuristi. Chi le volesse ricevere ci mandi quattro francobolli di Posta Prioritaria.
Il prossimo articolo di Marcello sarà dedicato
all’area riservata del 41bis.
Lo ringraziamo per il positivo contributo che
dà al nostro giornale.
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ni di agitazione, ansiose,
depressive) decadano, in
quanto insorge una condizione di iporeattività psiconeuroendocrina che interessa più aree cerebrali e
somatiche.
La lunga carcerazione da
così luogo inoltre a deliri
persecutori per l’ambiente
vissuto come minaccioso.
E tutto questo alla faccia
di uno Stato di Diritto che
inneggia al rispetto diritti
fondamentali dell’uomo...
E tutto questo alla faccia
anche delle diverse sentenze della Corte costituzionale, la quale già nel
vigore della precedente
formulazione dell’art.41
bis, ha ripetutamente affermato che “ogni provvedimento di proroga della
misure ex articolo 41 bis
O.P. deve recare una autonoma, congrua motivazione in ordine alla permanenza attuale dei pericoli per l’ordine e la sicurezza che le misure medesime mirano a prevenire: non possono ammettersi semplici proroghe immotivate del regime differenziato, né motivazioni apparenti o stereotipe, inidonee a giustificare in termini di attualità le misure disposte.
Il che vale anche a far venir meno la censura di violazione
del diritto di difesa, garantito dall’art. 24 della Costituzione
(cfr. Corte Costituzionale n. 376 del 1997).
In sostanza la Corte Costituzionale, anche riguardo agli altri
parametri costituzionali sotto cui ha esaminato la conformità della norma suddetta, ha ritenuto che la norma debba essere interpretata nel senso che la prima applicazione e le successive proroghe delle limitazioni al trattamento possono essere motivatamente adottate solo in assenza di positivi dimostrati elementi che comprovino la rescissione di legami con
l’associazione di appartenenza, il che non significa che debba essere il condannato a fornire tale prova, spettando invece al giudice di motivare in ordine alla permanenza attuale
dei pericoli per l’ordine e la sicurezza che le medesime misure mirano a prevenire. Inoltre sempre la Corte Costituzionale ha nuovamente preso in esame la questione con l’ordinanza n.417 depositata il 23.12.2004, ritenendo che, ai fini
della proroga, è necessaria una autonoma e congrua motivazione in ordine alla attuale esistenza del pericolo per l’ordine e la sicurezza derivante dalla persistenza di vincolui con
la criminalità organizzata e della capacità del detenuto di
mantenere contatti con essa. Tali succitati principi vanno applicabili anche alle nuove disposizioni introdotte con la legge n. 94/2009
Marcello Dell’Anna
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I canili sono pieni
“Quando l’odio diventa codardo se ne va mascherato in società e si fa chiamare giustizia”
(Arthur Schnitzler)
Si sta discutendo l’esame del disegno di legge riguardante
l’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a un anno.
Probabilmente i politici a giorni lo approveranno perché non
ne possono fare a meno dato che i carceri stanno scoppiando
dal sovraffollamento.
Ma non credo che ci fosse bisogno di una legge per applicare
altre leggi, perché se la magistratura di sorveglianza applicasse le misure alternative, le galere italiane non sarebbero così
stracolme.
E poi perché non dare una possibilità anche a quei detenuti che
sono da tanti anni in carcere?
Ci sono uomini da più di vent’anni chiusi fra quattro mura, che
fare di questi uomini?
Molti di loro sono ancora recuperabili, forse più di quelli che
hanno da fare un anno e che sono dentro da pochi mesi.
Questo governo di centrodestra ha riempito i carceri di spazza-
tura umana per mantenere l’unica promessa elettorale del suo
programma politico.
Cosa che probabilmente farà anche il prossimo governo di destra, o di sinistra se vincerà le prossime elezioni.
Sia il centrosinistra che sia il centrodestra sono d’accordo solo su una cosa: riempire i carceri come delle scatole di sardine
e usare l’emergenza mafia per continuare a prendere voti e continuare a essere mafiosi.
Per sconfiggere il sovraffollamento delle galere italiane, non
serve costruire nuovi carceri, basterebbe svuotarle.
E per svuotarle basterebbe cambiare le regole sociali.
Il carcere in Italia non è altro che lo specchio di fuori, dell’ingiustizia, della sofferenza, dell’emarginazione, della morte e
degli avanzi della società perbene e disumana.
La riflessione di un’amica mi ha fatto amaramente sorridere:
– Mi ha fatto effetto leggere la parola “cancello aperto”, in un
carcere si usa lo stesso linguaggio che si usa per gli animali.
Carmelo Musumeci
Agosto 2010
Agli organi di stato e stampa
Per conoscenza: Tribunale di Sorveglianza di Perugia e al
Sindaco del Comune di Spoleto.
I sottoscritti ergastolani firmatari espongono all’opinione pubblica quanto segue:
– premesso che nei confronti dei firmatari si sta cercando di
non applicare una legge penale;
– precisamente l’art. 22 C.P. che prevede per il condannato
all’ergastolo l’ubicazione in cella singola per scontare
l’isolamento notturno;
– premesso che la Iegge, piaccia o no, va applicata e che
eventuali problematiche di sovraffollamento non giustifica
la violazione di una norma penale;
– premesso che le stanze nel carcere di Spoleto hanno l’agibilità per una persona;
stolo, è vero che ha all’interno dell’Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che
prendono l’ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere.
Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il
divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare
questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita.
(Roma 28 maggio 2010, intervento al Convegno Carceri
2010: il limite penale ed il senso di umanità).
Ergastolani del carcere di Spoleto
Agosto 2010
Seguono 52 firme
– premesso che il Dipartimento Amministrativo Penitenziario ci sta invitando di non rispettare la legge invitandoci ad
infrangerla i firmatari dichiarano che si opporranno con
tutte le loro forze per rispettare la legalità nell’istituto.
Altresì gli ergastolani, dopo avere letto quando segue, e sicuri di morire in carcere non hanno nessun motivo per allocarsi in cella in due.
Nella rivista Ristretti Orizzonti anno 12, numero 3 maggiogiugno 2010 pag. 34 leggiamo che Paolo Canevelli Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia rilascia questa dichiarazione: (...)
Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice
penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull’ergastolo forse bisognerà pure farla, perché l’erga-
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L’attesa
Quel che ti manca
Dal carcere di Spoleto sezione 41 bis
Dal carcere di Tolmezzo sezione a 41 bis
… Quest’anno a primavera ho atteso con inquietudine l’arrivo delle rondinelle con l’auspicio di rivedere quella dell’anno scorso … Ma l’amata rondinella non è tornata più
… Destano in me piacevoli ricordi perché fece in modo di
costruirsi il suo nido sotto il cornicione della finestra della mia cella, ed io, emanavo dal cuore esultanza e delizia
quando, nelle profumate albe di primavera, si lanciava dal
covile per svolazzare nel cielo infinito in cerca di cibo per
sé e per i suoi piccoletti … Sarà forse morta in terre lontane mentre viveva estasiata e priva di pensieri ? … Sarà forse morta senza tenero fiorellino e senza amorevolezza, come muoiono le creaturine così tanto fragili e semplici? Ed
io in questo periodo ogni qual volta guardo in alto al cornicione vedo un nido vacuo e silente e una lacrima discende così lentamente sul mio viso rigandomelo. Io che sono
un uomo molto ma molto emotivo …!
Tonino o Capassiell
di Acerra (Na)
Carcerazione
espiata!
Una carezza e poi un sorriso,
e uno sguardo caldo e intenso.
Una bella espressione del viso,
e un dolce profumo di incenso.
Un bacio veloce e rubato
da labbra dolci come il fuoco.
Un atteggiamento vispo e garbato
in un momento di effimero gioco.
Un movimento calmo e sensuale
di un corpo snello e levigato.
Uno sguardo forte e passionale
in un volto piccolo e delicato.
A questo e ad altro pensi
con questa tua mente stanca,
e i tuoi pensieri sono intensi
perché è questo che ti manca.
Salvatore Ritorto
PERIODO
MOTIVO
ANNI
MESI
18-11-1964 al 18-05-1968
presofferto
3
6
29-07-1970 al 29-07-1972
presofferto
2
25-11-1972 al 24-06-1973
fungibile
08-03-1977 al 08-03-2010
in espiazione
GIORNI
Dal carcere di Livorno
Vi mando la tabella della mia carcerazione espiata.
Sono uno degli ergastolani condannati
con ergastolo ostativo; sono arrivato
quasi a cinquant’anni di carcere.
Secondo voi quale sarà il mio futuro?
Domenico Papalia
liberazione anticipata
giorni 3.380:30 = ad anni
TOTALE
Una data importante:
undici dicembre 2020
Dal carcere di Opera
Illustrissimo Presidente della Repubblica Democratica Italiana,
ho deciso di mettere fine alla mia permanenza in terra mediante gesto estremo l’11-12-2020, data in cui avrò scontato 30 anni di carcerazione.
Farò tale gesto perchè sto scontando una pena sino all’ultimo
respiro: l’ergastolo “ostativo”. Tale pena è inumana e viola i
diritti dell’uomo, (articolo 2 e 27 della Costituzione).
Sono cosciente e responsabile dei reati commessi ed è giusto
che io paghi il mio debito con la società; alla quale chiedo di
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ESPIATA
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essere rispettosa della “carta” costituzionale in cui non trova
posto la vendetta; ma giustizia e umanità; solidarietà e opportunità.
Nell’11-12-2020 avrò 59 anni. Tale età, soggettivamente, sarà critica; sarei troppo vecchio per ricominciare una vita a libertà e troppo stanco di continuare, sino a morte, lo stato di
detenuto.
Invierò ad ella ogni 11 di ogni mese copia di codesto documento, unitamente ad altri organi.
Opera-Milano 11 marzo 2010
con osservanza Giovanni Piacente
e per conoscenza:
Presidenti Camera Deputati e Senato, Ministro della Giustizia,
CEDU Strasburgo, Presidente del Consiglio, Presidente della
Cassazione, Presidente Corte Costituzionale, Magistrato di
Sorveglianza, Avvocato Jolanda Medina Diaz (difensore).
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rmai la nostra rubrica su: Libri, pubblicazioni, siti, blog, sta procedendo. E sta anche ricevendo commenti positivi. Riportiamo quello che ci ha scritto Giorgio Pizzo, attualmente detenuto a Tolmezzo, nella sezione a 4i bis : “Riguardo questa nuova rubrica la trovo molto interessante e a mio avviso andrebbe appoggiata l’idea di qualche “evasione” nel pubblicare recensioni, proposte di libri al di fuori del tema centrale del carcere a cui, ovviamente, si da priorità … un po’ di cultura, di letteratura è importante anche per la crescita del detenuto sia quella interiore che per la cultura in sé, le buone letture aprono gli orizzonti mentali, eliminano certi pregiudizi, danno compagnia nella solitudine, tutte cose di cui, cari compagni detenuti,
avete ben conoscenza. Concludo questo pensiero con una frase di Seneca: “Sii servo del sapere, se vuoi essere veramente libero”. E’interessante quanto ha scritto su questa rubrica sia Sandro Padula che Giovanni Capecchi, ad entrambi vanno i miei complimenti. Desideravo farvi notare, che seppur non è obbligatorio, nelle recensione è buona cosa mettere anche il numero delle
pagine e il prezzo del libro, oltre l’anno di pubblicazione … Buon lavoro per il proseguo di questo progetto” …
Grazie veramente Giorgio. E anche in questo numero troverai i tuoi “autori” preferiti oltre all’intervento del pastore valdese
Giorgio Bouchard che affronta la figura di Albert Schweitzer, e poi un racconto di Barbara Balzerani e una poesia di Alda Merini, scomparsa recentemente, una delle più valide poetesse contemporanee.
E speriamo che altri si aggiungano a Giorgio nel ritenere questa parte di “Mai dire mai” come parte utile e integrante.
O
Il libro: Le balene lo sanno
ultimo libro di Pino Cacucci, Le
balene lo sanno (Milano, Feltrinelli, 2009) è il racconto, come
dice il sottotitolo, di un Viaggio nella California messicana, dalla Baja California
e da La Paz fino a Mexicali, al confine con
gli Stati Uniti, la Frontiera per eccellenza, che molti sognano di varcare da sud a
nord e che traccia una linea – fatta di muri e di filo spinato – tra due mondi diversi. E c’è, in questo libro, oltre che il racconto di un viaggio, l’idea che del viaggio ha Cacucci e che può essere sintetizzata in una sua frase: «Il viaggio è tutto
ciò che separa due punti, non trae un senso dalla meta finale ma da ciò che incontri lungo il cammino». Un poeta amato da
Cacucci, Antonio Machado, aveva
espresso lo stesso concetto con parole diverse: «È camminando che si fa il cammino». Gli incontri rappresentano
l’aspetto centrale di ogni viaggio. Si tratta, in questo libro, di incontri che avvengono prima di tutto con il mondo della natura, con i paesaggi messicani, tra baie paradisiache e montagne
impervie, e, soprattutto, con gli animali che popolano il paese e
i suoi mari, a partire dalle balene grigie, che, nella primavera di
ogni anno, si concentrano per riprodursi nella Baja California,
partendo dal Mare di Bering, protette dalle leggi messicane che,
dal 1946, hanno bandito la caccia ai cetacei e che, dal 1970, hanno dichiarato quei mari “santuari” per le balene, animali intelligenti e misteriosi, che mostrano di amare gli uomini nonostante i massacri subiti nei secoli passati (e anche nel presente): «Studiosi della materia sostengono che i più grandi mammiferi del
pianeta provano un’attrazione istintiva verso quegli altri mammiferi che sono rimasti a vivere sulla crosta terrestre, mentre loro hanno fatto ritorno al mare da cui tutto nacque. Chissà. A me
piace pensare che siano così intelligenti da comprendere le differenze: sulle coste della Baja California ci stanno gli umani
L’
Mai dire mai
di Pino Cacucci
amichevoli. E loro lo sanno, eccome se lo
sanno…». Ma gli incontri fatti lungo il
cammino non sono solamente quelli con
gli animali e con la natura. Sono incontri
con i luoghi e con la loro storia – una storia di guerre (come quella scoppiata alla
metà dell’800, con gli Stati Uniti, che si
appropriarono di metà del territorio messicano, con Colorado, California e Texas)
e di rivoluzioni, di colonizzazioni selvagge e di orgogliose resistenze; e sono gli
incontri con gli uomini, che a loro volta
raccontano storie che Cacucci riporta nel
suo libro, storie verosimili o anche surreali. Le balene lo sanno è, in fondo, la
storia (di un viaggio) formata da tante storie (che scaturiscono dagli incontri: con i
luoghi, gli animali, gli uomini). Sergio
Olachea Martìnez, massaggiatore e capace di ipnotizzare, è una miniera di narrazioni a aneddoti; il barcaiolo che conduce su una delle tante isole messicane può
raccontare di come una perla gigante sia
partita da quel mare per arrivare a far mostra di sé sulla corona delle regina Elisabetta d’Inghilterra; e lo
scrittore Gabriel Trujillo Muòoz, incontrato a Mexicali, può dare una testimonianza di cosa significhi vivere sulla frontiera, non
solo linea di divisione ma anche punto d’incontro tra culture diverse, luogo in cui le frizioni tra due realtà distanti come l’impero americano e un paese «pieno di crepe e sempre sul punto
di andare in pezzi» come il Messico, possono far scaturire scintille immaginative nei rispettivi artisti. E perfino una parola può
aprire le porte ad una piccola storia: dolphin indica un pesce che
niente ha a che fare con il delfino e che, nel momento in cui, catturato, viene portato fuori dall’acqua, assume tutti i colori dell’arcobaleno; «La colpa della confusione nominativa è del cappellano del corsaro Francis Drake, che nel 1578…»: ed inizia
una piccola storia nella storia del viaggio.
Giovanni Capecchi
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PAGINA SCELTA
Riportiamo qui di seguito la pagina in cui Cacucci racconta l’incontro, avvenuto a La Paz, con Sergio Olachea Martìnez, «un’autentica miniera di aneddoti e storie leggendarie». Questa pagina appare indicativa non solo per entrare in contatto con la scrittura di Cacucci, ma anche per capire quale sia la sua idea di viaggio, che ha al centro l’incontro con l’altro e con le storie che l’interlocutore racconta e che meritano di essere trasmesse ad un pubblico
più vasto di lettori.
«Sergio Olache non ha l’aria di voler convincere nessuno,
si presenta in camice azzurro e sembra più un medico sicuro di sé che un medium; però, dimostrandomi una fiducia istintiva […], mi racconta che, oltre a fare massaggi,
con chi lo ritiene opportuno pratica anche una sorta di ipnosi finalizzata alla regressione e riesce a far rivivere le vite passate. Lui ci crede, e non lo sfiora il dubbio che io possa non crederci. Oppure non gli importa: io sono un viandante presentatogli da un amico, qualsiasi cosa pensi di lui
non lo inquieta minimamente.
Tra i tanti casi, mi narra di un tizio, del quale mi fa nome
e cognome e addirittura mi indica la via dove abita, che
qualche anno fa si era rivolto a lui come massaggiatore:
soffriva di atroci mal di schiena, e il dolore si concentrava
in un punto; ma per quante sedute facesse, non migliorava, se non momentaneamente. E inoltre, diceva a Sergio di
soffrire di frequenti incubi, vere e proprie orge di sangue,
nei quali uccideva, sbudellava e si beccava pure una stoc-
BREVE PROFILO
Pino Cacucci, bolognese, è nato nel 1955.
Tra il 1982 e il 1988 ha vissuto in Messico e il Messico – dove trascorre regolarmente alcuni mesi all’anno – lo ha raccontato in libri come Puerto Escondido, del
1990, che è divenuto anche un film famoso, per la regia di Gabriele Salvatores, San
Isidro Futbòl (1991), La polvere del Messico (1992) e, recentemente, Le balene lo
sanno. Viaggio nella California messicana,
finalista al Premio Salgari 2010. Scoperto,
come scrittore, da Federico Fellini (grazie
a lui pubblicò il suo libro d’esordio, Outland Rock, nel 1988) è considerato uno dei
più interessanti scrittori di viaggio e al
viaggio ha dedicato tra l’altro il libro Camminando. Incontri di un viandante (1996),
in cui ha raccontato alcuni incontri fatti nel
corso dei suoi spostamenti, con personaggi sconosciuti ma anche con scrittori notissimi come Luis Sepùlveda e Paco Ignacio
Taibo I. Cacucci è anche traduttore dalla
spagnolo all’italiano e collabora con “Viaggi”, inserto del quotidiano “la Repubblica”.
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cata fra le costole. Ecco, fu questo particolare a insospettire Sergio. Che lo ha sottoposto a una seduta di regressione – e ci tiene a precisare che queste sedute sono gratuite,
perché il suo “dono” non può essere monetizzato: si fa pagare per i massaggi, ma per l’ipnosi non vuole niente. Dunque, il tizio in questione è tornato indietro di qualche secolo, fino ad appurare che in un’altra vita era stato un corsaro, e la causa di quelle fitte dolorose era il colpo di spada che lo aveva ucciso, prima del quale aveva sgozzato,
squartato, menato fendenti e sparato pistolettate a chissà
quanti spagnoli in arrembaggi e saccheggi. Al culmine della seduta, aveva rivissuto anche il momento precedente alla propria morte in quella lontana esistenza scellerata,
quando stava seppellendo un forziere pieno di dobloni e
gioielli in una spiaggia limitrofa. Finale della storia: il tizio, che faceva il carrozziere, una volta tornato in sé ha ringraziato Sergio, si è precipitato a noleggiare una pala escavatrice, ha raggiunto il punto preciso della spiaggia vista
mentre era in trance, e… dopo una nottata di scavi, è diventato il ricco proprietario di un intero palazzo, quello soprastante la carrozzeria dove lavorava
[…] Anche questo è il Messico. Possiamo restare scettici,
persino riderne alle spalle (in faccia no, perché i messicani sanno farsi rispettare, sempre), oppure far finta di niente e tirare dritto, ma una cosa è certa. Ciò che a noi sembra assurdo o surreale, qui per molti è normalissimo. Non
giudicano e non pretendono di spiegare. È così e basta».
La poesia:
I poeti lavorano di notte
di Alda Merini
I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere iddio
ma i poeti nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
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Il saggio: La conoscenza come bene comune
di Elinor Ostrom e Charlotte Hess
nformarsi presuppone che ci siano delle
informazioni da apprendere e dei segnilinguaggi conosciuti per trasmetterle.
Sin dalla loro produzione e anche al di là
della buona o cattiva fede, le informazioni
possono però essere vere o false e la semplice e superficiale conoscenza dei più diffusi segni-linguaggi comunicativi non permette di per sé di coglierne la differenza.
Il campo dell’informazione è quindi un terreno permanente di lotta fra il vero e il falso. L’informazione secondo cui il Sole
avrebbe girato attorno alla Terra era completamente falsa ed è durata migliaia di anni.In linea generale un pluralismo informativo permette di far emergere la verità, o almeno di non farla soffocare, e di garantire
una migliore conoscenza.
La conoscenza, intesa come qualcosa che si
fonda sull’apprendimento di molteplici segni-linguaggi comunicativi, è una specie di setaccio delle informazioni, quindi
una sorta di livello dinamico di critica, apparente o sostanziale a seconda delle circostanze, nei confronti delle informazioni che risultano infondate. Fin dai tempi della rivoluzione neolitica l’albero della conoscenza è l’albero delle rivoluzioni tecnologiche e culturali, perciò del superamento delle vecchie
convinzioni e dei passati stili di vita, che a sua volta è suscettibile di far crescere il sapere sociale complessivo da cui per
altro dipende in gran parte.
Il sapere implica studio e applicazione.
Quell’unità di teoria e pratica che, in termini generali, costituisce la capacità passata e presente di pensare, fare e riflettere della materia sociale. Una dimensione qualitativamente
superiore rispetto alla conoscenza. Informazione, conoscenza e sapere sono, com’è ovvio, campi che nel mondo contemporaneo risultano condizionati dal regime capitalistico e
dai supporti statuali e interstatuali a quest’ultimo, ma nel
complesso – considerando anche le informazioni, le conoscenze e i saperi che non appaiono dominanti – non sono totalmente riducibili alla logica dittatoriale del segno-linguaggio chiamato denaro.
All’informazione prevalente si oppone l’informazione dubitativa e/o alternativa. Alla conoscenza privatizzata si oppone la
conoscenza socializzata. Alla conoscenza acritica, iper-settorializzata, astrusa e frammentata si oppone la potenziale moltiplicazione dei saperi critici e pratici e l’oggettiva intersettorialità del sapere sociale complessivo.
Informazione, conoscenza e sapere rischiano però, come scrisse il sociologo André Gorz nel suo “Il lavoro immateriale”
(Bollati Boringhieri, 2003), di essere mal intesi.
Per il momento, considerando la conoscenza come una dimensione intermedia e intersecante fra sapere sociale generale e
informazione e volendoci tuffare nel dibattito in corso
sull’“economia della conoscenza”, dovremmo partire dalle
più recenti elaborazioni e ricerche. Ad esempio, da una riflessione critica sull’opera intitolata “La conoscenza come bene
I
Mai dire mai
comune. Dalla teoria alla pratica”
(AA.VV, Mondadori, 2009, 42 euro, pagine 410; titolo originale “Understanding
Knowledge As a Commons”, The MIT
Press, 2007) e curata da Elinor Ostrom e
Charlotte Hess.
Nell’introduzione all’edizione italiana, Paolo Ferri lancia la proposta di una “tassa sull’accesso alla conoscenza” che dovrebbe
garantire “la pubblicità e la gratuità digitale dei giacimenti informativi, in particolare dei contenuti scientifici ed educativi” e
permettere “un sistema di remunerazione
del lavoro di creazione, produzione e diffusione della conoscenza comune digitale”.
Questa ipotesi, basata sull’idea di un “Auditel” indipendente del web che dovrebbe
essere capace di monitorare il numero dei
download, delle visite, dei link e dei siti
connessi al medesimo contenuto scientifico o didattico, non
tiene conto di una serie di fatti: soprattutto il carattere globale del web e la sua architettura gerarchica al cui vertice ci sono dei nodi connettori, finanziati già con la pubblicità commerciale, che corrispondono ai siti più famosi (ad esempio Yahoo, Google, Amazon).
Al di là di questi limiti, per altro non piccoli, il libro è comunque interessante. Il suo tema è senza dubbio specifico,
ancor più particolare rispetto al concetto generale di conoscenza e alle sue molteplici manifestazioni odierne. Attiene
infatti alle conseguenze del passaggio storico dal modo di
trasmettere la conoscenza mediante la stampa e le tradizionali biblioteche a quello che si avvale di metodologie informatizzate.
Oggi attraverso Internet, ad esempio e anche se la connessione al web è ancora molto limitata a livello mondiale, è
sufficiente un click per ottenere la conoscenza ricercata. Serve ovviamente la capacità di selezionare i motori di ricerca
e gli stessi siti relativi alla ricerca effettuata, ma con un po’
di esperienza chiunque può navigare con una certa abilità
nella “rete delle reti”.
Al tempo stesso, come viene affermato dagli stessi autori
dell’opera, nascono norme sempre più restrittive sulla proprietà intellettuale che ostacolano l’accesso alle risorse on-line e si pone il problema di contrastare il diffondersi delle privatizzazioni delle conoscenze digitali attraverso diversi strumenti: da un lato mediante la riflessione critica sul copyright,
così come sul ruolo delle biblioteche, delle istituzioni formative e delle forme di creazione e condivisione digitale delle
conoscenze; da un altro lato con la difesa e lo sviluppo delle opere a contenuto libero (open content), dei software liberi (open source) e delle organizzazioni non profit dedicate all’espansione della portata delle opere di creatività offerte alla condivisione e all’utilizzo pubblici (creative Commons).
Queste indicazioni sono condivisibili e meritano perciò di essere ulteriormente socializzate.
Sandro Padula
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Il testimone: Albert Schwitzer
il medico della Giungla
lbert Schweitzer è un figlio di pastore, cosa importante: i figli di pastore, infatti, crescono in famiglie con
pochi soldi, molti libri e, soprattutto, con l’idea che la
vita sia una missione. Nasce in Alsazia (1875), regione di lingua tedesca ma di cultura francese. Spesso succede che i figli
di pastore diventino pastori anche loro: così accade anche ad
Albert; ma la vita tranquilla del funzionario ecclesiastico (all’epoca pure ben pagato) non gli sembra sufficiente. Ancora
molto giovane incontra alcuni missionari francesi e si rende
conto degli enormi problemi umani, sociali e spirituali delle
popolazioni africane, sottoposte al giogo coloniale. Detto fatto: Albert decide lì per lì di dividere la sua vita in due parti:
fino a trenta anni farà quello che gli piace, e poi si dedicherà
alla missione in Africa.
Certo, le cose che gli piacciono sono molte: anzitutto la musica, soprattutto la musica di Bach, il genio luterano della musica religiosa. Così il giovane Schweitzer in pochi anni diventa uno dei maggiori organisti bachiani d’Europa, guadagna un
sacco di soldi e li mette da parte per la futura missione. Ma
c’è anche un’altra cosa che piace a Schweitzer, ed è la ricerca storico-critica sulla Bibbia, e soprattutto su Gesù. Dedica
a questo argomento la sua tesi di laurea, che poi diventerà un
dottorato, e alla fine un libro famoso in tutto il mondo: “Storia delle ricerche storiche su Gesù”. E’ un libro “scientifico”,
ma è anche un libro di fede; molti anni dopo un protestante
laico e po’ scettico scoprirà la fede in Cristo proprio leggendo questo libro: è Dag Hammarskioeld, futuro segretario generale delle Nazioni Unite e martire della pace (1961).
Intanto, per non perdere tempo, Albert fa anche il pastore a
Strasburgo: i suoi sermoni sono brevi, ma belli; e lui tutta la
vita resterà un predicatore, anche quando scrive libri contro la
bomba atomica.
Nel 1912, dopo un fidanzamento durato dodici anni, Albert
sposa Hélène Bresslau, che resterà al suo fianco per quarant’anni, prima di soccombere alle durezze del clima africano.
Hélène è infatti un po’ gracile, ma accetta volentieri di accompagnare il marito in Africa, nel 1913 vanno in Gabon, colo-
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nia francese; Albert, benché
cittadino tedesco, ha preferito
mettersi al servizio della Missione evangelica di Parigi. Ha
però precisato che non farà solo il predicatore, metterà su un
ospedale e lo pagherà coi proventi dei suoi concerti. Intanto,
Albert era anche riuscito (dopo i trent’anni) a laurearsi in medicina. Arrivati in Gabon i coniugi Schweitzer incontrano ogni
sorta di difficoltà ma riescono a mettere su l’ospedale di Lambaréné. Albert, a differenza di molti europei, non ha mai una
parola di disprezzo per i “negri”, li ama, li capisce, li evangelizza. L’ospedale ha appena cominciato a funzionare che scoppia la Prima guerra mondiale e gli Schweitzer, essendo cittadini tedeschi, vengono spediti in un campo di concentramento (1917): Hélène ne uscirà con la salute rovinata. Intanto
l’ospedale cade in rovina. Schweitzer, perciò, resta in Europa
ancora qualche anno dopo la fine della guerra; fa concerti dappertutto. Qualcuno gli chiede: “Lei è ormai una celebrità. Perché viaggia sempre in terza classe?” Risposta: “Perché non c’è
la quarta!” Intanto per non perdere tempo Albert approfitta di
ogni momento libero per raccogliere degli appunti in vista del
suo prossimno libro. Lo scriverà durante il viaggio di ritorno
in Africa, sono venti giorni preziosi sulla nave (Schweitzer
non viaggerà mai in aereo. “Costa troppo”).
Il ritorno in Africa (1927) è un successo: l’ospedale viene rapidamente ricostruito, e intanto Albert pensa a un’altra urgenza: la creazione di un lebbrosario. Per questo scopo nuovi
viaggi in Europa (Germania, Svezia, Inghilterra, ecc.). Ma
nel 1933 deciderà di non mettere più piede in Germania; fin
dal primo giorno il nazismo è per lui una realtà totalmente
inaccettabile. Il grande filosofo Heidegger lo ha accettato,
Schweitzer no.
Malgrado la Seconda guerra mondiale Schweitzer rimane a
Lambaréné fino al 1948; in quell’anno torna in Europa per
fare concerti e conferenze e rimane stupito perché tutti (anche i tedeschi sconfitti) lo accolgono come un trionfatore. Lo
stesso accade negli Stati Uniti. Parlano bene di lui uomini come Einstein e Karl Barth, il più grande teologo (protestante)
del mondo. Ma questo trionfo non è dovuto solo al successo dell’ospedale e del lebbrosario, né alla genialità dei suoi
libri, Schweitzer è un pacifista e prende subito posizione contro la bomba atomica. Per questo riceve un meritato Premio
Nobel (1954) e lui approfitta della cerimonia di premiazione
per lanciare da Oslo un grande appello contro l’atomica.
Quasi tutto il mondo lo ascolta, gli americani lo invitano per
un viaggio che sarà trionfale e gli permetterà di migliorare
il lebbrosario.
Schweitzer muore a Lambaréné all’età di novant’anni (1965),
con lui è seppellita anche Hélène, scomparsa qualche anno
prima. Oggi Schweitzer è praticamente dimenticato. Soli i
giapponesi leggono i suoi libri (li hanno tradotti tutti), gli europei no. Ma presto o tardi si tornerà a parlare di lui, ne sono certo.
Giorgio Bouchard
Mai dire mai
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PAGINA SCELTE
Non è stato facile scegliere tra i vari pensieri di Schweitzer. Ne riportiamo alcuni che ci hanno maggiormente coinvolti e che abbiamo ripreso dal libro Albert Schweitzer “Parole sulla vita” Queriniana 1994 pagg. 124.
Non star sempre e soltanto a pensare di dover continuamente seguire le vie tracciate, devi piuttosto cercare, nel contempo, qualcosa
per te, dove puoi dare una parte della tua persona, dove sei uomo
per gli uomini … Ciò di cui c’è bisogno sono uomini che abbiano
gli occhi aperti e siano attivi. Le istituzioni sono grandi fiumi e canali che attraversano la regione. Ma essi, da soli, non irrigano la terra, sì, invece, i piccoli corsi che scorrono sui monti e nelle valli, non
hanno letto né argine, qui emergono e là si perdono, scorrono non
visti sotto il muschio, e i piccoli fossi nella pianura – sono loro a
far rinverdire il prato. Così è per l’umanità: le istituzioni volte ad
opere di bene e a compiti sociali ed educative sono i ruscelli e i corsi dei fiumi. Ma nulla possono, se tutt’attorno non cercano di farsi
strada le piccole acque. (Predica, 12.3.1911)
Se ti immergi nella vita, se guardi con occhi aperti entro il caos possente, animato, di quest’essere, allora d’improvviso, sei come colto da un capogiro. In ogni cosa tu ti ritrovi: Il maggiolino che giace morto sulla via – era qualcosa che viveva, come te lottava per la
sua esistenza, come te si rallegrava al sole, come te conosceva paura e dolore, ed ora non è altro che materia in decomposizione – come presto o tardi sarai tu. Esci e nevica: scrolli, senza pensarci, la
neve dalle maniche. Ora sei costretto a guardare: un fiocco brilla
sulla tua mano. Che tu voglia o no, devi guardarlo, brilla in forma
stupenda, poi si contrae: gli aghi sottili, di cui è composto, si fondono, non è più – sciolto, morto sulla tua mano. Il fiocco che cadde dallo spazio infinito sulla tua mano, lì brillò, si contrasse e morì – questo sei tu! Ovunque vedi la vita – questa sei tu! Che cos’è,
dunque, la conoscenza, la più dotta come la più elementare: rispetto per la vita, per l’incomprensibile che si fa incontro a noi in ogni
cosa e che è come noi stessi, diverso nell’apparenza esteriore, eppure interiormente della stessa nostra essenza, terribilmente simile
a noi, terribilmente affine. Superamento dell’estraneità tra noi e gli
altri esseri. (Predica 16.2.1919)
L’uomo è veramente morale solo quando sente il dovere di aiutare
ogni vita che può soccorrere ed evita di recar danno a qualsiasi forma di vita. Non chiede quanto questa o quella vita meriti considerazione per il suo intrinseco valore e nemmeno se e quanta sensibilità ancora possieda. La vita di per sé gli è sacra. Non strappa foglia dall’albero, non coglie fiore e fa attenzione a non calpestar alcun insetto. (da Cultura e etica)
Come l’onda non può esistere per se stessa, ma partecipa al moto
ondoso dell’oceano, così io non devo mai vivere la mia vita come
cosa a sé, ma sempre immerso nella vita che mi si svolge intorno
…Tutto quello che hai ricevuto più di altri in salute, doti, abilità,
successo, infanzia felice, armonia familiare, non lo devi accogliere
come cosa dovuta: Devi pagarne un prezzo. Devi offrire una dedizione del tutto eccezionale della vita alla vita. (da Cultura e etica)
Da bambino ognuno aspira a una grande felicità, che la vita gli deve recare; poi la maggior parte degli uomini non vi tende più, perché ripone le proprie aspirazioni in piccoli successi e ambizioni e
– anziché dire: la voglio trovare, non come me la sono immaginata da bambino, ma trovare, comunque, come è giusto che sia – si lascia convincere che la grande felicità, cui aspirava, era stata appunto solo un sogno infantile. “essere come un bambino” non ha nulla
a che fare con l’apparenza esteriore, ma, detto in parole povere, è
una semplicità e spontaneità del pensare, del sentire e del volere,
che conserviamo e dobbiamo continuamente riconquistare, per non
smarrirci a causa di quanto dall’esterno influisce su di noi. (Predica 2.3.1913)
Mi ha tormentato a lungo il pensiero che avevo potuto vivere una
giovinezza singolarmente felice. Mi opprimeva addirittura. Mi si fece sempre più chiaro il problema, se mi era lecito accettare questa
felicità come qualcosa di naturale. Il problema del diritto alla felicità divenne così, per me, la seconda grande esperienza di vita. Come tale si affiancò all’altro, che mi accompagnava fin dall’infanzia:
Mai dire mai
la sensibilità per la sofferenza che domina nel mondo intorno a noi.
Queste due esperienze si compenetrarono lentamente. Di qui si decise la mia concezione di vita e il destino della mia vita … Un’altra cosa ancora mi agita, quando ripenso alla mia giovinezza: il fatto che tante persone mi hanno dato qualcosa o sono state qualcosa
per me, senza che lo sapessero … Così pure nessuno di noi sa quale effetto abbia il suo agire e che cosa egli dia agli uomini. Ci è nascosto e dovrà restarlo. Talvolta ci è dato vederne una piccola parte, per non scoraggiarci. (Infanzia e giovinezza)
Dio si avvale di ogni vita umana per un suo scopo nel mondo. Ognuno di noi è al mondo per compiervi una Sua determinata volontà:
E’ diversa per ognuno, ed è difficile dall’esterno dire ad un uomo:
questa è la volontà di Dio, che tu devi compiere nella tua vita … La
volontà di Dio è tanto varia che non è assolutamente possibile definirla; ad uno chiede la sua intera esistenza, l’intera sua felicità per
l’adempimento del Suo volere; per un altro il Suo volere si accompagna, per così dire, alla sua vita e consiste in qualcosa di umile da
compiere o da sopportare, e spesso gli uomini non si accorgono del
volere di Dio, in quanto consiste in qualcosa di non appariscente. E
questa piccola volontà di Dio è spesso più difficile da compiere che
non la grande perché consiste talvolta in abnegazione, in sopportazione, in un operare senza riconoscimento. E alcuni uomini conoscono il volere di Dio, ma non riescono a giungere all’abnegazione
per attuarlo, perché li strapperebbe alla tranquillità e alla vita che si
sono creati su misura … E, infine, avviene anche qui come nella parabola dei lavoratori della vigna: agli uni si presenta nelle prime ore
del mattino della vita e li assume al suo servizio; agli altri nel pieno meriggio dell’esistenza; agli altri ancora quando già calano le
ombre. Occorre solo restare in attesa e riconoscere in quanto ci accade, che Egli si avvicina a noi, affinché eseguiamo la Sua volontà
– nell’agire e nel soffrire. (Predica 13.2.1904)
L’ordine di procedere viene imposto ad ognuno di noi dal tempo,
ma quanti uomini si rovinano, in quanto non sono più uomini, ma
sembrano soltanto figure che corrono innanzi nella linea indicata
dall’impiego e dalla professione per avanzare il più possibile! Per
chi nel nostro mondo apre gli occhi è spaventoso constatare quanto la professione distrugga gli uomini. Non intendiamo parlare di
chi in questo avanzare si rovina moralmente, ma di colui al quale
non si può rimproverare nulla, se non di non essere più l’uomo, ma
soltanto l’impiegato, il commerciante, l’ingegnere, l’insegnante, il
parroco …, senza più risonanza, non appena si fa appello al lato puramente umano. Sono capaci di elargire doni e aiuti, e lo fanno volentieri, come qualcosa di ovvio. Ma se si chiede loro quel che solo l’uomo può dare: comprensione, condivisione di attese e di sentimenti, entusiasmo, conforto, incoraggiamento, unione nel cammino della vita per amore di una persona o di una cosa, superamento
di falsi pregiudizi, opposizione a opinioni o ad abitudini, sacrifici,
in breve, tutto l’ineffabile che costituisce il dovere dell’uomo verso l’uomo, l’aiuto dell’uomo all’uomo, la responsabilità dell’uomo
verso l’uomo, essi esitano; non per cattiva volontà, no: non sono più
capaci di agire, sono batterie elettriche esaurite. L’umanità, dalla
quale scaturisce tutto questo è in loro distrutta dal lavoro, dalla professione, dalla carriera, dai bisogni e dalle preoccupazioni della vita. All’umanità non li unisce più nessun vitale legame interiore; non
sanno più cosa significhi: essere uomo per gli uomini. (Predica
15.12.1907).
C’è negli uomini molto amore, molto idealismo, che non trova modo di esplicarsi come vorrebbe. Quanto soffro quando a persone care, impegnate, che mi offrono i loro servigi per l’ospedale nella foresta, devo dire che non ho posto né lavoro per loro, e quanto soffro quando poi mi chiedono dove e come potrebbero prodigarsi, e
non trovo nulla per loro. E di nuovo ci sono altri, che vorrebbero
dedicarsi a opere di carità e devono invece fermarsi ai normali doveri che prescrive loro la vita e si struggono nel desiderio di un’attività che consenta una dedizione diretta. Solo a pochi è dato realizzare pienamente, nel modo in cui se lo prefiggono, il servizio a
vantaggio di altri. Che questo sia stato il mio caso, lo considero la
più grande fortuna della mia vita. (La mia vita).
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Il racconto: L’estate degli invisibili
dalle borgate al carcere
di Barbara Balzerani
In pieno clima securitario le galere si riempiono.
E la bella stagione diventa un inferno.
he è arrivata si sente dal crescendo delle voci. Le stesse che già l’avevano annunciata alle prime benevolenze della stagione. L’estate in borgata è diversa che altrove. È vissuta nei cortili, è raccontata dalle finestre aperte,
è piena di ragazzini per strada. Come una volta nei paesi. Giovani in vena di giochi da spiaggia, madri che fanno crocchio
e danno una voce ai più piccoli in giro. Fino a tardi, riempiendo i dopocena di uscite all’aperto sotto casa.
Fa venire in mente l’estate in galera. Anche lì si sta fuori fino a tardi, tra le sbarre di una finestra. C’è caldo dentro quegli spazi angusti, più che altrove. Troppe persone quasi sempre costrette in celle, in cortili, in sale colloquio fatti per una
metà di meno. All’inizio di stagione l’aumento degli ospiti diventa notizia, quasi allarme, poi tutta l’attenzione si sposta sul
tormentone del giallo estivo. Il caldo aumenta il male da segregazione, il cemento emette folate bollenti, non un albero,
un cespuglio, un ciuffo d’erba. Non un po’ brezza marina o
spiffero di montagna. Comunque aria. Fosse anche quella condizionata di un supermercato in compagnia di vecchietti debilitati.
In questa estate monsonica i numeri hanno bruciato ogni primato. Per il furto neanche riuscito di un pacco di biscotti che,
per un Tribunale del napoletano costa tre anni, s’è aggiunto
un condannato in più, palma d’oro della sfiga. Così è da quando una legge ha accorciato i termini di prescrizione e lievitato le condanne per recidiva. Come dire che sono sempre gli
stessi a non potersi permettere un avvocato che la tiri alla lunga. Rapina impropria, il verdetto. Se il malvivente in preda a
un improvviso calo di zuccheri, ne avesse fatta una propria,
forse il giudizio sarebbe stato meno sbrigativo, anche da parte della difesa. È una delle tante facce di cui si compone il
mostro da cui la società prova difendersi, stipando le galere
patrie. Niente di nuovo. Ai cittadini in allarme di insicurezza
va data una risposta manifesta, togliendo dalle strade l’unico
tipo di criminale visibile: il povero cristo. Un muro per mettercelo dentro si trova sempre, nelle varietà di forme di galera che la fantasia contenitiva alimenta. A volte con altri nomi.
Come quelle messe sulle nostre coste a difesa da viaggiatori
irregolari che fanno i furbi con le loro traversate da sport estremo. Se si mettessero dei traghetti di linea si manderebbe a rotoli l’ultimo affare speculativo sulla pelle umana, ma è come
dire dei tanti mercati clandestini che il proibizionismo ingrassa. Tre anni di galera per una ricaduta in tentazione da fame
non è proprio il massimo per una civiltà giuridica da paese satollo come il nostro. Se ne potrebbe trarre un sondaggio estivo: tra una zingara che al massimo può rubarti il portafoglio
e uno speculatore finanziario che ti rovina la vita, chi mettereste in galera? La domanda non è oziosa perché è dai tempi
del processo al Nazareno che si manipola per individuare un
nemico che, espiandole tutte, cancelli ogni colpa. La giustizia
è un’altra cosa e langue, a volte esanime, in nobili dichiarazioni di principi sospese dalle ondate di emergenze una via
l’altra. La normalità è cadenzata di eccezioni e ci si è fatta
l’abitudine. Ma adesso è estate, la stagione delle vacanze e
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della spensieratezza. E anche per i problemi di chi è un po’
più sfortunato e costretto a stare al fresco più irrespirabile che
si conosca, si suggeriscono rimedi leggeri, di pura contingenza, mentre altri, più pesanti, rimandano la soluzione a nuove
costruzioni di carceri. Settore produttivo che non va in crisi,
anzi, assicura florida espansione con il gonfiarsi fuori misura
delle forme di devianza penalmente perseguibili. Nessun ripensamento dunque sugli effetti di campagne di demonizzazione di intere categorie, in alcuni casi addirittura etnie, che
hanno isolato i reati di maggior allarme sociale da ogni considerazione di contesto. Eppure forse varrebbe la pena capire
come si vive nelle anticamere delle discariche sociali che sono le galere. Lì dove trova genesi il male assoluto della nostra società impaurita. Si scoprirebbe che nell’andirivieni dentro/fuori anche le intonazioni del vociare sono le stesse. Chi
conosce le strade di borgata non rischia di perdersi se gli capita di finire in galera.
Anzi, si sente a casa. Sarà questo il senso del popolare casa
e bottega? Spesso ritrova persino gli amici e comunque può
farsene di nuovi, tanta la comunanza di linguaggi che esprimono gli stessi valori e giudizi su come aggiustarsi una vita
con scarse opportunità di partenza. Come quando l’identificazione con personaggi famosi che hanno fatto un sacco di soldi e riscattato un destino incerto incrementa miraggi di successo a portata di mano. Conquista facile, alternativa succulenta a un nulla di prospettive e alla fatica di un percorso di
vita col vento contrario. Si cresce così in borgata, con l’illusione di un diritto all’egualitarismo di consumo anche quando non è detto che si possa passare alla cassa. Poi si diventa
grandi, più realistici e più metodici nell’unico modo conosciuto di assicurarsi quello che serve per tirare a campare, a volte anche con qualche comodità. Sono fabbriche di emarginazione certi brutti agglomerati di periferie. Non ci si dovrebbe
stupire che lì la vita non sia uno specchio di rettitudine.
Nell’indifferenza della politica da professione, in quelle spianate di cemento l’emancipazione non passa più per percorsi
collettivi. L’individualismo è figlio dei tempi anche in quei
luoghi dove si procede a un’andatura ancora più veloce per
assicurarsi i mezzi necessari a non perdere il passo con lo standart vincente.
D’estate è più facile vedere. Tutto è più esibito. Dentro casa
si soffoca, quasi come dentro le celle di un carcere, anche perché spesso si è in troppi a dividersi poco spazio. Allora si
riempie quello esterno, per come si può, fosse anche con la
voce tra le inferriate di finestre blindate. Anche lì sono pochi
ad andare in ferie.
Le galere sono piene, ci dicono. La legge uguale per tutti mostra ancora più marcatamente la sua iniquità a fronte della diseguaglianza sociale di condizioni su cui si abbatte. E le soluzioni di indulgenza non sono proponibili in tempi di accanimento contenitivo.
Allora forse è possibile proporre una misura preventiva per
migliorare la qualità di vita di ognuno come alternativa alle
misure securitarie e antitodo alle loro conseguenze: assicurare a ciascuno la possibilità di almeno una vacanza l’anno, magari a turno con chi non ne conosce la mancanza. Così, tanto
per non suscitare invidie.
Mai dire mai
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- NOTIZIE DALL’ASSOCIAZIONE LIBERARSI - NOTIZIE DALL
Molte le novità nella nostra Associazione, abbiamo deciso
di cambiare sede operativa, rimaniamo sempre a Firenze,
ma siamo ospitati in via Manzoni, 21, presso il Centro Comunitario della chiesa Valdese.
Abbiamo poi una nostra casella postale a cui da ora in poi
dovrete inviare la vostra posta, le vostre lettere a: Associazione Liberarsi, casella postale 30 – 50012 Grassina (Fi),
mentre il contocorrente rimane lo stesso: n. 92826684 intestato a Associazione Liberarsi – Firenze.
La mail è anche invariata: [email protected] come il sito www.informacarcere.it che è rimasto alla nostra associazione, dopo il recente “divorzio” tra noi e la Pantagruel. Il
cambio di sede (che è avvenuto a fine agosto) ci ha anche
fatto fare due traslochi di libri e materiali informativi: la nostra biblioteca specializzata (oltre 1300 libri) è andata alla
biblioteca comunale dell’Isolotto (via Canova – Firenze),
mentre le riviste, gli opuscoli, le lettere sono andate al CPA
– Firenze Sud, un centro sociale con cui da molti anni abbiamo un rapporto e in cui abbiamo una stanza a nostra diposizione. Ma di come si evolveranno i progetti delle due
biblioteche parleremo nel prossimo numero.
Sono importanti questi cambiamenti e nelle prossime settimane e mesi riordineremo i nostri indirizzari: quello dei detenuti e detenute e quello delle persone e delle associazioni esterne. Un indirizzario riguarda gli indirizzi postali a cui
faremo avere copia/e di “Mai dire mai” e nostre circolari
fotocopiate e l’altro invece si basa sulle mail e quindi va attraverso le liste di coloro che desiderano essere informati
da noi sulle iniziative della nostra associazione. Questo degli indirizzari è uno dei più importanti patrimoni di ogni realtà come la nostra e al renderli più completi e aggiornati
sarà dedicato un particolare impegno.
Per quanto riguarda i problemi economici sono sempre
molti, siamo riusciti a saldare (con un ritardo di un mese)
il numero di aprile di “Mai dire mai”, abbiamo un debito di
circa 1500 euro e un debito con gli amici di Sensibili alle
Foglie di 4000 euro per il pagamento del libro “Ergastolo”,
scritto da Nicola Valentino. Abbiamo stampato questo nuovo numero che dovremo pagare tra due mesi e costerà circa 2000 euro.
D’altra parte se siamo arrivati fino ad ora lo dobbiamo alla
generosità e all’aiuto di vari detenuti (aiuti singoli e collettivi, di sezioni che hanno raccolto francobolli o stimolato
versamenti nel nostro contocorrente), grazie a loro proseguiamo, ma anche attraverso versamenti e aiuti che ci arrivano tramite associazioni e singole persone che reputano il
nostro impegno e lavoro volontario interessante ed utile.
Riportiamo qui a fianco, come esempio, una lettera-appello scritta da un gruppo di detenuti di Voghera della sezione
AS1, che oltre ad aver inviato circa 500 euro, hanno voluto scrivere e firmare questo documento che qui di seguito
riportiamo:
Mai dire mai
A TUTTI GLI AMICI DETENUTI
E DETENUTE D’ITALIA,
Siamo i detenuti della IV sezione del carcere di Voghera, quelli nell’AS1, alcuni di noi siamo condannati all’ergastolo ostativo, vi scriviamo e vi chiediamo di appoggiare l’associazione di volontariato Liberarsi che ha varie difficoltà economiche per proseguire l’impegno.
Dobbiamo esser tutti partecipi e donare con cuore sereno ed onesto a chi si offre di aiutarci gratuitamente ogni
giorno di più.
Sappiamo benissimo che ognuno di noi ha tantissimi
problemi, sia economici che familiari, perché abbiamo
fatto anni e anni di detenzione e ancora ne dobbiamo affrontare con mille difficoltà, ma per salire un gradino alla volta ci vuole tempo e tanta forza di volontà.
L’associazione Liberarsi ha dimostrato di aiutarci a portare la nostra voce al di fuori delle carceri, ha mostrato
impegno verso tutti noi ergastolani ostativi e non, verso
noi delle sezioni differenziate che stiamo sempre più perdendo la speranza e sempre più ci è difficile trasmetterla ai nostri familiari che vengono a trovarci ai colloqui.
Con poco si può fare tanto più di quello che noi stessi
chiediamo di realizzare. Mostriamo di essere solidali tra
di noi e di essere uniti in modo costante e tenace.
Non possiamo dimenticare tutti coloro che vivono peggio di noi, al 41 bis, sepolti vivi da 18, 15, 10n anni, a
cui è negato di cucinarsi un piatto di pasto e ogni affetto e contatto umano.
Ed è importante che l’Associazione Liberarsi possa continuare il suo impegno con l’Osservatorio sulle sezioni
a 41 bis, con la visita a queste sezioni e con scambi epistolari con chi vi è rinchiuso.
Cari amici detenuti, care amiche detenute, noi della IV
sezione di Voghera cercheremo di aiutare concretamente l’Associazione Liberarsi e chiediamo anche a voi che
ci leggete di seguire il nostro esempio
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26/07/2011
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- LETTERA APERTA - LETTERA APERTA - LETTERA APERTA -
Agli operai che occupano L’Asinara
ari compagni, mi consentirete questo appellativo senza
indulgenze nostalgiche, bensì per il bel significato etimologico della parola (com-pagno: condividere il pane). Io sono un vecchio ospite dell’Asinara quand’era uno dei
carceri speciali nei quali la sopravvivenza era da noi considerata una vittoria. Fornelli e Cala d’Oliva erano le diramazioni
nelle quali succedeva di tutto, la forza militare sostituiva le regole della detenzione. Fu sospesa in quel periodo persino la Costituzione Repubblicana. Dalle botte alla fame inflitta, fino all’uso di un mitragliatore pesante che i carabinieri di Dalla Chiesa installarono nei passeggi dei Fornelli per scaricarlo contro
le finestre delle celle (quella volta ci salvammo rifugiandoci nel
sottotetto, ma loro non lo sapevano, ci credevano dentro le celle...). Il clima era esattamente, in quel periodo di oltre trent’anni fa, quello del campo di concentramento, dove alla forza militare noi contrapponevamo livelli crescenti di organizzazione
tesi all’autodifesa e solo questo ci ha garantito la sopravvivenza. A Fornelli eravamo rinchiusi in 200 e la lotta era quotidiana. Al piccolo bunker di Cala d’Oliva (posto sopra il paese, all’estremità opposta dell’isola) ci si andava per scontare periodi di isolamento (e di massacro con tutti i mezzi) in piccolo
gruppo (il “bunker” ed il “pollaio”, due reparti separati di quattro celle ciascuno) con regolare turn over per banalissimi motivi e spesso senza motivi, per il gusto di individualizzare la repressione terroristica che non era esercitabile senza rovesci a
Fornelli. In quelle occasioni, il trasferimento da un capo all’altro dell’isola avveniva in due modi: con la jeep col telone sopra o col pullman tutto vetri. Il motivo di questa differenza me
lo spiegò il direttore Cardullo: “vi conosco ad uno ad uno, leggo tutto ciò che scrivete e leggete voi. Così so chi di voi è più
sensibile e chi non lo è affatto. Quelli più sensibili andranno al
bunker col pullman, così ad ogni metro di strada dovete morire ancora una volta (il pullman era costretto ad andare piano,
la strada era sterrata e stretta e la visuale dall’alto consentiva
una visione panoramica a 360°, nei tratti che costeggiava il mare era possibile vedere i pesci sotto il pelo dell’acqua...). Mentre gli ...insensibili andranno al bunker con la jeep, tanto non
riuscirebbe ad apprezzare le bellezze dell’isola..”. Tanta ferocia è difficile rintracciarla nel pensiero di un uomo!
Sono passati più di trent’anni e ora voi occupate quelle stesse
celle per difendere i vostri diritti. L’assimilazione della vostra
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MAI DIRE MAI
periodico per l’abolizione dell’ergastolo e della tortura nelle carceri
Associazione Liberarsi, casella postale 30
50012 Grassina (Firenze)
e-mail: [email protected]
www.informacarcere.it
stampa: CGE - Centro Grafico Editoriale srl,
Firenze
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lotta a quella nostra lontana e con altri presupposti, mi suscita
un moto di solidarietà profonda ed antica. Allora noi sostenevamo che non c’era molta differenza, se non nelle forme, tra il
carcere e la fabbrica. Qualcuno ci diceva che non era vero.
Giorni fa, parlando con un operaio di Pomigliano D’Arco, uno
di quelli che hanno votato “no” al referendum della FIAT perchè dalla Polonia si importa la produzione della “Panda”, ma
con essa anche le “regole contrattuali” polacche. Diritti acquisiti mandati letteralmente al macero: l’intensificazione dello
sfruttamento dei lavoratori è giocato tutto sull’affamare i lavoratori diversamente licenziati per salvaguardare i profitti della
FIAT che non hanno nulla da spartire con la crisi... Ecco, dicevo a quell’operaio di Pomigliano D’Arco (Antonio) che in quegli anni lontani noi detenuti andavamo sui tetti per difendere i
diritti inviolabili dell’uomo anche se detenuto, per difendere la
nostra dignità di uomini, anche se carcerati! Ora sui tetti per rivendicare altrettanto legittimi diritti ci vanno gli operai, mentre altri si auto incarcerano all’Asinara. Antonio mi disse che
era vero, che non ci aveva mai pensato a questo parallelo apparentemente strano ma così crudelmente reale.
Certo, adesso per i detenuti (tutti) la realtà è ben più tragica:
l’anno scorso dalle carceri italiane è uscito un cadavere ogni
due giorni (175 per l’esattezza, ma non fa notizia) e quest’anno la quantità di morti di carcere promette di battere tutti i record (ma nessuno lo sa).
Il problema vero, cari compagni, come vi diceva Pietro Ingrao
pochi giorni fa assicurandovi la sua solidarietà, è che i diritti si
smantellano facilmente a partire dalle parti più deboli della società. E il carcere è debole per eccellenza. Sembra un problema che riguarda i delinquenti e gli assassini che finiscono dentro una cella (come in qualche vostra intervista avete balenato), ma vedete bene che il passo tra i delinquenti assassini e gli
operai che hanno perso il lavoro o lo stanno perdendo è davvero breve. Si tratta di diritti formalmente diversi ma pur sempre
di diritti. E’ come fare un piccolo buco in una diga, all’inizio è
un buco ridicolo con un piccolo fiotto d’acqua, ma piano piano il buco si allarga e alla fine è la diga intera a venire giù! Ci
dividono con le apparenze, con le gratuite semplificazioni,
quindi attaccano dove maggiore è la debolezza e procedono poi
verso settori dove la resistenza è poca anche se superiore a
quella ancora più debole e già messa in ginocchio.
Ecco, volevo solo farvi giungere la solidarietà più sentita, mia
e di tutta la redazione di “Liberarsi”, che comprende anche tanti ergastolani in lotta per l’abolizione dell’ergastolo. Ci auguriamo che la vostra lotta esca vittoriosa, come quella di Pomigliano D’Arco. Se vincerete voi, avremo vinto un po’ tutti. Per
questo facciamo nostra la vostra lotta, per quanto ci è possibile, sicuri di non ferire la vostra sensibilità che di reati non ne
avete fatti.
“...Vennero a prendere gli ebrei, io non ero ebreo quindi non
mi riguardava. Vennero a prendere i comunisti, io non ero comunista quindi non mi riguardava. Vennero a prendere gli zingari, io non ero zingaro quindi non mi riguardava. Vennero a
prendere gli invalidi, io non ero invalido quindi non mi riguardava. Vennero a prendere me ed ero solo!”.
Beppe Battaglia
Mai dire mai
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