FONDATA DA FILIPPO TURATI NEL 1891
DIREZIONE
Ugo Finetti Sergio Scalpelli
Stefano Carluccio (direttore responsabile)
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Grafica: Gianluca Quartuccio Giordano
Rivista di Cultura Politica, Storica e Letteraria
Anno CXX – N. 1-2 / 2011
GIORNALISTI EDITORI scarl
Via Benefattori dell’Ospedale, 24 - Milano
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Registrazione Tribunale di Milano n. 646 / 8 ottobre 1948 e n. 537 / 15 ottobre 1994 – Stampa: Telestampa Centro Italia - Srl - Località Casale Marcangeli - 67063 Oricola (L’Aquila) - Abbonamento annuo: Euro 50,00
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■ L'ALTO PATRONATO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, GIORGIO NAPOLITANO, PER L’ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DI CRITICA SOCIALE
150 ANNI DI UNITÀ DELLA NAZIONE
120 ANNI PER L’UNITÀ SOCIALE
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha
concesso il Suo Alto Patronato alla celebrazione dei 120
anni della Critica Sociale. Il comitato promotore è formato,
oltre che dalla stessa Rivista, dalla Società Umanitaria,
dalle Ragioni del Socialismo, da Mondoperaio e dagli Amici di Critica Sociale, con la consulenza scientifica della
Fondazione Filippo Turati. Pubblichiamo la nota con cui
la Direzione della Critica ha illustrato il significato che intende attribuire alla celebrazione di questo anniversario
prospettiva, amanti dei nostri ideali, desideriamo cogliere ogni possibilità di collaborazione con le Istituzioni, sia pubbliche che private, per dare un contributo alla conoscenza dei processi storici e
delle idee che hanno dato al nostro Paese la democrazia come sua
civiltà. In proposito ci permettiamo di anticiparLe che è stata predisposta l’edizione digitale, in un cofanetto di sette DVD, dell’intera Collezione Storica diretta da Filippo Turati (1891-1926) di cui
intendiamo fare dono ad ogni biblioteca, centro studi, archivio e
ateneo interessato ad arricchire la propria documentazione. Una
iniziativa che ci auguriamo possa essere utile ed apprezzata soprattuto dai giovani.
ignor Presidente, cento venti anni fa nasceva
La vastità delle collaborazioni alla Critica Sociale è di tale amCritica Sociale: nel primo numero del 15 genpiezza da non poterci consentire di abusare ulteriormente della Sua
naio 1891, Filippo Turati spiegò ai lettori della
cortese attenzione per essere illustrata: si tratta di personalità di
Rivista, nel suo editoriale di presentazione della nuova Direzione,
spicco del pensiero sociale, economico, giuridico e culturale itale ragioni che lo inducevano a scegliere il nome “Critica Sociale”
liano, ma anche internazionale, in un arco di tendenze lasciato semin luogo della vecchia testata “Cuore e Critica” creata nel 1887 dal
pre aperto ad ogni contributo. Quindi è solo a titolo indicativo che
mazziniano Arcangelo Ghisleri e della quale Turati era già redatricordiamo tra gli autori lo stesso Federico Engels, Vilfredo Pareto,
tore. La nuova linea del giornale si proponeva di evolvere il soi coniugi Webb della Fabian Society (con la quale intratteniamo
cialismo democratico risorgimentale, umanitario e romantico, vertutt’ora fraterni rapporti di attiva collaborazione), Emile Vanderso un nuovo socialismo scientifico, un socialismo basato sullo stuvelde, Giovanni Mosca, Gaetano Salvemini, Enrico Ferri, Gabriele
dio critico della società che si andava formando nella nuova NaRosa, Carlo Rosselli, Giacomo Matteotti, Benvenuto Griziotti,
zione, frutto del processo unitario terminato solo 30 anni prima, e
Giovanni Montemartini, Attilio Cabiati, e molti altri tra i quali, nel
che metteva a fuoco l’esistenza di una “Eterna questione”, come
secondo dopoguerra, ricordiamo in segno di omaggio alla memodefinì la Questione sociale.
ria, il senatore a vita, Leo Valiani e il giornalista Walter Tobagi.
Intendiamo ricordare l’anniversario della Critica Sociale coIn questo quadro di autori della Critica Sociale spiccano, in
gliendone la profonda relazione con le sue radici originarie, che
particolare, i nomi di due futuri Presidenti della Repubblica: Luigi
IL TELEGRAMMA DEL QUIRINALE
coincidono con le Celebrazioni del 150 Anniversario dell’Unità
Einaudi, che iniziò giovanissimo la sua collaborazione, ancora red’Italia. Vi sono ragioni di fondo, a nostro giudizio, che brevemente
sponsabile del circolo socialista universitario di Torino, e che pro“Sono lieto di comunicare che il Presidesideriamo sottoporre alla Sua cortese considerazione e pazienza.
seguì a offrire i suoi studi in saggi di grande livello, già divenuto
dente della Repubblica ha concesso il
Innanzitutto la Rivista sorge prima del Partito dei socialisti (eseditorialista del Corriere della Sera, per un arco di dieci anni (1893Suo Alto Patronato alle Celebrazioni per
si già con un ruolo di primo piano nel movimento democratico uni1903); Giuseppe Saragat, che ebbe nella Critica Sociale un punto
il 120esimo anniversario di fondazione
tario), nel tentativo di contribuire alla costruzione della Nazione
di riferimento della sua posizione politica, in particolare con la didella rivista Critica Sociale. Nel formulaattraverso l’ ingresso delle masse lavoratrici - che compaiono per
rezione di Giuseppe Faravelli che ne fece per qualche anno una
re lʼaugurio per il successo delle manifestazioni, invio un cordiale saluto”.
la prima volta sulla scena - nella vita unitaria del nuovo Stato. Il
vera e propria corrente socialdemocratica all’interno del Partito
fine del gruppo della Critica Sociale fu quello di organizzare la
socialista. L’attuale edizione è curata da ex giornalisti dell’Avanti!
Donato Marra, Segretario Generale
partecipazione dei lavoratori alla vita politica con un proprio parche hanno garantito la continuità della storica testata dopo la chiudella Presidenza della Repubblica
tito, formando così un popolo (Il “fare gli Italiani” garibaldino)
sura del quotidiano socialista nel 1994. La registrazione di legge
con l’educazione alla associazione: alla cooperazione nell’econocon cui le pubblicazioni proseguono, infatti, è ancora la medesima
mia, alla mutualità nei sindacati e nelle primordiali strutture di welfare, all’autogoverno nei
con la quale Antonio Greppi e Ugo Guido Mondolfo, ereditandola dallo stesso Turati nelmunicipi, nelle battaglie per i diritti, prima di tutto per il suffragio universale e per la legge
l’esilio francese, la iscrissero al Tribunale di Milano, nell’ottobre del 1948, secondo la prima
elettorale proporzionale. Si coglieva (pur tra le polemiche interne) ogni opportunità offerta
legge sulla Stampa della neonata Repubblica italiana, dopo la Liberazione.
dalla democrazia liberale per promuovere il movimento dei lavoratori come soggetto protaE’ dunque con viva attesa, Signor Presidente, che Le rivolgiamo la richiesta di un Suo
gonista a pieno titolo dello sviluppo e del progresso italiano. Forse questo è il lascito più imAlto Patronato per la celebrazioni dei 120 anni della Critica Sociale.
portante dell’idea socialista della Critica Sociale, e costituisce per noi ancora una finalità ed
Con stima, la Direzione
un metodo di attualissimo valore patriottico.
In secondo luogo, il nesso che cogliamo con le Celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia,
è la ricca documentazione sui processi di organizzazione e di sviluppo delle forme istituzionali, dell’economica e della nuova società unitaria, che Critica Sociale conserva nella sua
PER ABBONARSI
storia, per la longevità e continuità della sua pubblicazione a cavallo dei due secoli, fino alAbbonamento annuo Euro 50,00
l’avvento del fascismo e all’esilio. Sono molte le altre importanti riviste pubblicate in quegli
c/c postale 30516207 intestato a Giornalisti editori scarl
anni, ma la continuità della Critica Sociale consente di avere uno sguardo unitario sui processi
Banco Posta: IBAN IT 64 A 0760101600000030516207
storici, sulle realizzazioni, le interruzioni, i confronti e i cambiamenti intervenuti nelle poliBanca di Roma: IBAN IT 56 D 02008 01759 000100462114
E-mail: [email protected]
tiche dell’epoca.
Sotto questo profilo riteniamo la divulgazione del suo archivio essere interessante non
Editore - Stefano Carluccio - Direzione editoriale - Carlo Tognoli,
Francesco Forte, Rino Formica, Francesco Colucci, Massimo Pini,
solo per la storia del movimento dei lavoratori e socialista, ma per la conoscenza, quasi nel
Spencer Di Scala, Giuseppe Scanni, Riccardo Pugnalin, Sergio Pizzolante
dettaglio, degli studi, dei dibatti e persino delle polemiche che hanno accompagnato la coLa testata fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge 7/08/1990 n.250
struzione della Nazione. E’ dunque, a nostro modo di sentire, un patrimonio di tutti gli italiani,
un patrimonio nazionale che sentiamo il dovere di rendere disponibile. Infine e in questa
“S
POSTE ITALIANE S.p.A. Spedizione
in a.p.D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) Art. 1
comma 1, DCB Milano - Mens.
778000 057003
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ISSN 1827-4501
11001
”
CRITICAsociale ■ 3
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
■ LA TESTIMONIANZA DI MASSIMO PINI: “DOPO IL MIDAS MI INCARICÒ DI RIDARE VITA ALLA RIVISTA”
QUANDO CRAXI NEL 1976 SALVA LA CRITICA SOCIALE
N
Massimo Pini
el numero del gennaio 1975,
la fotografia di un comizio di
Luciano Lama, il segretario
comunista della CGIL, risaltava sulla copertina di “La Critica Sociale”, una rivista senza
pretese stampata su carta giallina. Nell’interno, un avviso riquadrato informava i lettori
che “con questo fascicolo, ‘La Critica Sociale’
sospende temporaneamente le pubblicazioni:
così ha deciso il suo consiglio di amministrazione prendendo atto che mancano i mezzi per
continuare...”.
La direzione della rivista - composta dallo
storico Ugoberto Alfassio Grimaldi e da Reno
Ferrara, condirettore - ricordava che nel lontano ottobre 1926 essa aveva dovuto sospendere le pubblicazioni perché “ormai la bestia
fascista imperversava, e dovevano passare diciannove anni prima che questa voce riprendesse a parlare”. Certamente quindi non era di
buon auspicio che proprio nel momento in cui
“il fascismo risorge e minaccia”, le forze socialiste e democratiche non apparissero in grado di “tenere in piedi viva e vitale la testata
gloriosa della “Critica”.
E così concludevano i due direttori: “È un
fatto che porta a meste considerazioni: quasi
ci vedessimo innanzi agli occhi Turati e Faravelli costretti a riprendere la via dell’esilio”.
Quell’ultimo numero riportava tra le sue pagine la pubblicità di alcuni istituti bancari: la
Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde,
il Banco di Napoli e l’IRFIS, un istituto di credito siciliano. Era quello il risultato degli sforzi di Giannino Parravicini, il socialdemocratico presidente del Banco di Sicilia, e all’epoca
il più illustre dei soci della “Critica”, se si
esclude Giuseppe Faravelli, direttore per lunghi anni dopo Ugo Guido Mondolfo che aveva
fatto rinascere la rivista il 15 settembre 1945.
E proprio alla memoria di Giuseppe Faravelli, da poco scomparso, era stato dedicato il
numero del dicembre 1974 della “Critica Sociale”, a cura di Virgilio Dagnino. Venuto a
mancare Faravelli, la rivista si rivolgeva ai lettori e ai simpatizzanti, chiedendo aiuto, perché
la ‘Critica Sociale’ viva”. 15.000 lire annue
per un abbonamento sostenitore, 6.000 per un
ordinario... Per la verità, tra l’autunno del 1974
e il biennio 1975/6 non era il fascismo a risorgere e a minacciare, ma semmai il comunismo: la variante nazionale di un fenomeno
globale alquanto pericoloso per la pace, anche
se senescente. In seguito al successo riportato
dal referendum per la abrogazione del divorzio, voluto dal segretario della DC Fanfani, e
alla valanga di NO che aveva raggiunto quasi
il 60% dei votanti, il Partito socialista era diventato, nonostante la mitezza del suo segretario Francesco De Martino, sempre più movimentista. Il centro-sinistra era davvero finito
dopo oltre dieci anni, e il certificatore del decesso fu il ministro delle Finanze, il socialdemocratico Mario Tanassi, alle ore 19,30 del
primo ottobre 1974.
Lo scandalo dei petroli, scoppiato nell’autunno del 1974, portò a conoscenza della opinione pubblica il finanziamento da parte della
Unione petrolifera di tutti i partiti, escluso il
PCI: era l’inizio della “questione morale”. Però lo stesso PCI aveva offerto alla DC la scappatoia del “compromesso storico”, la formula
inventata da Enrico Berlinguer e dai suoi accoliti cattocomunisti, e ispirata dalla tragedia
di Salvador Allende in Cile: non si può governare un paese nel mondo occidentale con una
maggioranza del 51%, ma solo con ampie coalizioni, quale avrebbe potuto essere quella tra
DC e PCI.
Alle elezioni amministrative del 15 giugno
1975, il voto sembrò dar ragione alla proposta
del “compromesso storico”: il PCI arrivò al
33,4% contro il 12% dei socialisti, il cui amaro
commento fu: “Noi abbiamo scosso l’albero e
loro hanno raccolto i frutti”. In seguito alla
sconfitta della DC, passata dal 38,8% al
35,3%, Amintore Fanfani venne rovesciato e
gli subentrò alla segreteria politica Benigno
Zaccagnini. Ora che DC e PCI raccoglievano
insieme il 70% dei suffragi, le prospettive per
il PSI si facevano sempre più inquietanti: al
Comitato centrale del 10 luglio 1975 Bettino
Craxi, all’epoca vice-segretario e capo della
corrente autonomista che si riferiva a Pietro
Nenni, volle lanciare un messaggio chiaro a
tutti, comunisti per primi: “Insisto nel sottolineare il carattere determinante che ha, deve
avere e dovrà avere il nostro partito”.
Milano, città di Turati, della Kuliscioff, del
sindaco Caldara, era stata la capitale del socialismo riformista; a Milano aveva iniziato le
pubblicazioni nel 1891 “La Critica Sociale”,
un anno prima che a Genova venisse fondato
il Partito socialista italiano. Filippo Turati e
Anna Kuliscioff avevano rilevato una testata
letteraria che si chiamava “Cuore e Critica”,
trasformandola nella “Critica Sociale”, sino a
farla divenire, ricorda Carlo Tognoli, “un luogo d’incontro della cultura di sinistra”.
Ma nel 1975 a Milano il PCI era il primo
partito, con 25 seggi nel consiglio comunale,
contro i 22 della DC, i 12 del PSI e cinque del
PSDI. Armando Cossutta, responsabile nel
PCI degli enti locali, ai primi di luglio elaborò
la formula delle “giunte aperte”, un metodo
per arrivare al “compromesso storico” mettendo da parte le “giunte rosse”, vale a dire formate con maggioranze che escludessero i democristiani. Nell’ombra Bettino Craxi manovrava: il suo disegno consisteva nel far fallire
a Milano la “giunta aperta” e spingere i democristiani all’opposizione. E fu proprio ciò che
accadde: come sottolinea Carlo Tognoli, il
quale sarà eletto sindaco di Milano dopo le
elezioni politiche del 20 giugno 1976, era necessario far saltare ogni possibile intesa fra comunisti e DC, che avrebbe messo fuori gioco
i socialisti. Il capolavoro di Bettino Craxi fu
di avere costruito addosso ai berlingueriani
l’immagine di un successo tattico - la “giunta
rossa” - che era in realtà una sconfitta strate-
gica per la prospettiva del “compromesso storico”. Nel contempo, Craxi aveva un occhio
molto attento per gli equilibri interni del suo
partito: divenuto segretario del PSI nel comitato centrale del luglio 1976, dopo la sconfitta
di De Martino alle elezioni politiche, egli si
era posto il problema di una pubblicazione periodica da affiancare a “Mondo Operaio”, il
mensile orientato verso la sinistra di Riccardo
Lombardi. Poiché io controllavo una casa editrice, la SugarCo, e facevo parte da dieci anni
del circolo dei suoi amici intimi, Craxi mi propose di acquistare le quote della “Critica Sociale” dai soci, tra i quali Giannino Parravicini, Reno Ferrara e Piero Caleffi, l’autore di “Si
fa presto a dire fame”, gravemente malato. Si
trattava di una missione complessa, perché i
soci, dopo la chiusura della rivista, non intendevano cedere il controllo della testata che si
era posizionata storicamente fra socialisti e socialdemocratici, non escludendo un interesse
verso i laici e i repubblicani di Ugo La Malfa.
D’altra parte il ruolo di segretario del PSI ricoperto con tanta passione ed attivismo da
Craxi dal luglio 1976 sembrava fin dall’inizio
contestato al punto che un capo-corrente dell’epoca, Claudio Signorile, erede politico di
Lombardi, aveva dichiarato: “Se non marcerà
lo faremo fuori in tre mesi”.
Alla fine però riuscii a portare sotto il controllo della mia casa editrice tutte le quote de
“La Critica Sociale”, e venerdì 29 aprile 1977
alla Villa Comunale di via Palestro a Milano
si svolse la cerimonia di presentazione della
nuova serie del quindicinale, con una grafica
moderna e completamente rinnovata. Erano
presenti il sindaco di Milano Carlo Tognoli,
Umberto Dragone vicepresidente della Lega
delle Cooperative, il filosofo Riccardo Bauer
e il giornalista Italo Pietra, tra gli altri. La rivista, diretta dallo storico Ugoberto Alfassio
Grimaldi e con la condirezione di Reno Ferrara esecutore testamentario di Faravelli, ricordava dunque la direzione della vecchia serie,
nel nome e nella memoria di Giuseppe Faravelli al quale era stato dedicato il numero 1/2
del 1977, fuori commercio e destinato agli abbonati. Dal numero 4 del 27 maggio 1977 però
Ferrara lascerà la condirezione: Umberto Giovine diventerà capo-redattore, e confermata la
direzione responsabile di Ugo Intini.
Il numero tre del 13 maggio 1977, presentato a Milano alla Villa Comunale, era dedicato alle elezioni europee, ed aveva nel suo interno quattro inserzionisti di pubblicità: la
Mondadori, la CBS Sugar, la Cassa di Rispar-
mio delle Provincie Lombarde, ed infine la
Edilnord. Per chiedere il sostegno pubblicitario, mi ero recato personalmente negli uffici di
Berlusconi a Foro Buonaparte 24, su indicazione di Bettino Craxi. Berlusconi, all’epoca
noto soprattutto come costruttore di Milano
Due, sostenne la “Critica” e anzi ne ospitò gli
uffici per un certo periodo. “Non ci pare casuale”, chiarì Carlo Tognoli alla presentazione,
“che questa gloriosa testata alla quale è legato
il patrimonio più alto e migliore della tradizione laica, riformista, umanitaria del socialismo
italiano e, crediamo, non solo italiano, ricompaia in questo momento che è di generale ripresa e considerazione critica delle linee portanti e delle matrici culturali del socialismo nel
nostro Paese”. Il direttore Alfassio Grimaldi ci
tenne a ribadire: “Non siamo una rivista del
partito socialista come ‘Mondo Operaio’, ma
dell’area socialista. Perciò saremo aperti alla
collaborazione di tutte le componenti laiche e
cattoliche della sinistra non comunista...”.
Quella dichiarazione faceva capire fin troppo chiaramente ciò che bolliva in pentola nei
rapporti fra PSI e PCI, una vera e propria sfida
culturale prima ancora che politica. La critica
al dogmatismo sovietico, l’accentuazione del
carattere pluralistico ed aperto della futura società socialista, la riconsiderazione del rapporto libertà-giustizia sociale, l’intero tessuto in
cui si era venuta articolando la trama del revisionismo socialista erano “oggi più che mai”,
aveva concluso Carlo Tognoli, “di fronte alla
attenzione della cultura di sinistra e ricevono
continui apporti di analisi e contributi da parte
degli esponenti intellettuali più avvertiti”.
Nel numero del 26 agosto 1977 “La Critica
Sociale” riportava la “mappa del potere” nella
RAI, dopo la lottizzazione voluta dai comunisti col nuovo consiglio di amministrazione
presieduto dal socialista frontista Paolo Grassi.
La polemica con i comunisti si ampliava quindi dalla disputa ideologica alle ben più concrete questioni del controllo di quotidiani e del
monopolio televisivo. Il PCI reagì per la penna
di Elio Quercioli, responsabile per il partito del
settore dell’informazione, il quale tacciò di
“qualunquistiche” le critiche; e non mancò un
corsivo anonimo ne “L’Unità” che additava
come “pericolose” certe iniziative. Nonostante
l’eurocomunismo, lo stalinismo di fondo non
riusciva a mascherarsi.
Il 14 gennaio 1978 usciva nuovamente la
“Critica”; da allora sono trascorsi altri trentatrè anni, e ancora oggi la rivista - dopo 120 anni questo 15 gennaio - è viva e vitale. E’ una
delle più antiche testate italiane, testimone e
punto di raccolta della tradizione socialista.
Essa è sopravvissuta alla tragica fine del
Partito socialista italiano, distrutto e costretto
alla diaspora dal colpo di Stato di “mani pulite”: ed oggi rappresenta forse l’unico punto di
coagulo di una rinnovata organizzazione dei
socialisti. Fu dunque profeta Bettino Craxi
quando, nel corso della estate del 1976, mi disse: “Bisogna ridare vita alla ‘Critica Sociale’... Ricorda bene: è la cosa più importante
da fare in questo momento...”. Il suo messaggio è stato e sarà accolto. La “Critica”, la più
antica rivista italiana, ha vissuto e vivrà, nell’auspicio che attorno ad essa facciano fronte
non solo le memorie, non solo la storia del movimento dei lavoratori, non solo le analisi
grandiose che si trovano nella raccolta che presentiamo, ma le diaspore socialiste finalmente
riunite nel nome di Turati, Nenni e Craxi. s
4 ■ CRITICAsociale
1-2 / 2011
120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
LA MEMORIA E IL FUTURO ■ IL DISCORSO ALLE CAMERE DEL PRESIDENTE NAPOLITANO PER I 150 ANNI DELL’UNITÀ D’ITALIA
“ORGOGLIO, COSCIENZA CRITICA
SENSO DELLA MISSIONE, UNITÀ NAZIONALE”
Intervento del Presidente Napolitano alla
Seduta comune del Parlamento in occasione
dell’apertura delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia
Montecitorio, 17/03/2011
S
ento di dover rivolgere un riconoscente saluto ai tanti che hanno raccolto l’appello a festeggiare e a celebrare i 150 anni dell’Italia unita :
ai tanti cittadini che ho incontrato o che mi
hanno indirizzato messaggi, esprimendo sentimenti e pensieri sinceri, e a tutti i soggetti
pubblici e privati che hanno promosso iniziative sempre più numerose in tutto il Paese. Istituzioni rappresentative e Amministrazioni
pubbliche : Regioni e Provincie, e innanzitutto
municipalità, Sindaci anche e in particolare di
piccoli Comuni, a conferma che quella è la nostra istituzione di più antica e radicata tradizione storica, il fulcro dell’autogoverno democratico e di ogni assetto autonomistico. Scuole,
i cui insegnanti e dirigenti hanno espresso la
loro sensibilità per i valori dell’unità nazionale, stimolando e raccogliendo un’attenzione e
disponibilità diffusa tra gli studenti. Istituzioni
culturali di alto prestigio nazionale, Università, Associazioni locali legate alla memoria della nostra storia nei mille luoghi in cui essa si è
svolta. E ancora, case editrici, giornali, radiotelevisioni, in primo luogo quella pubblica.
Grazie a tutti. Grazie a quanti hanno dato il loro apporto nel Comitato interministeriale e nel
Comitato dei garanti, a cominciare dal suo
Presidente. Comune può essere la soddisfazione per questo dispiegamento di iniziative e
contributi, che continuerà ben oltre la ricorrenza di oggi. E anche, aggiungo, per un rilancio,
mai così vasto e diffuso, dei nostri simboli,
della bandiera tricolore, dell’Inno di Mameli,
delle melodie risorgimentali.
Si è dunque largamente compresa e condivisa la convinzione che ci muoveva e che così
formulerò : la memoria degli eventi che condussero alla nascita dello Stato nazionale unitario e la riflessione sul lungo percorso successivamente compiuto, possono risultare preziose nella difficile fase che l’Italia sta attraversando, in un’epoca di profondo e incessante
cambiamento della realtà mondiale. Possono
risultare preziose per suscitare le risposte collettive di cui c’è più bisogno : orgoglio e fiducia ; coscienza critica dei problemi rimasti irrisolti e delle nuove sfide da affrontare ; senso
della missione e dell’unità nazionale. E’ in
questo spirito che abbiamo concepito le celebrazioni del Centocinquantenario.
Orgoglio e fiducia, innanzitutto. Non temiamo di trarre questa lezione dalle vicende risorgimentali! Non lasciamoci paralizzare dall’orrore della retorica : per evitarla è sufficiente
affidarsi alla luminosa evidenza dei fatti.
L’unificazione italiana ha rappresentato
un’impresa storica straordinaria, per le condizioni in cui si svolse, per i caratteri e la portata
che assunse, per il successo che la coronò superando le previsioni di molti e premiando le
speranze più audaci.
Come si presentò agli occhi del mondo quel
risultato? Rileggiamo la lettera che quello stesso giorno, il 17 marzo 1861, il Presidente del
Consiglio indirizzò a Emanuele Tapparelli
D’Azeglio, che reggeva la Legazione d’Italia
a Londra :
“Il Parlamento Nazionale ha appena votato
e il Re ha sanzionato la legge in virtù della
quale Sua Maestà Vittorio Emanuele II assume, per sé e per i suoi successori, il titolo di
Re d’Italia. La legalità costituzionale ha così
consacrato l’opera di giustizia e di riparazione
che ha restituito l’Italia a se stessa.
A partire da questo giorno, l’Italia afferma
a voce alta di fronte al mondo la propria esistenza. Il diritto che le apparteneva di essere
indipendente e libera, e che essa ha sostenuto
sui campi di battaglia e nei Consigli, l’Italia lo
proclama solennemente oggi”.
Così Cavour, con parole che rispecchiavano
l’emozione e la fierezza per il traguardo raggiunto : sentimenti, questi, con cui possiamo
ancor oggi identificarci. Il plurisecolare cammino dell’idea d’Italia si era concluso : quell’idea-guida, per lungo tempo irradiatasi grazie all’impulso di altissimi messaggi di lingua,
letteratura e cultura, si era fatta strada sempre
più largamente, nell’età della rivoluzione francese e napoleonica e nei decenni successivi,
raccogliendo adesioni e forze combattenti,
ispirando rivendicazioni di libertà e moti rivoluzionari, e infine imponendosi negli anni decisivi per lo sviluppo del movimento unitario,
fino al suo compimento nel 1861. Non c’è discussione, pur lecita e feconda, sulle ombre,
sulle contraddizioni e tensioni di quel movimento che possa oscurare il dato fondamentale
dello storico balzo in avanti che la nascita del
nostro Stato nazionale rappresentò per l’insieme degli italiani, per le popolazioni di ogni
parte, Nord e Sud, che in esso si unirono. Entrammo, così, insieme, nella modernità, rimuovendo le barriere che ci precludevano
quell’ingresso.
Occorre ricordare qual era la condizione degli italiani prima dell’unificazione? Facciamolo con le parole di Giuseppe Mazzini - 1845 :
“Noi non abbiamo bandiera nostra, non nome
politico, non voce tra le nazioni d’Europa ;
non abbiamo centro comune, né patto comune,
né comune mercato. Siamo smembrati in otto
Stati, indipendenti l’uno dall’altro...Otto linee
doganali....dividono i nostri interessi materiali,
inceppano il nostro progresso....otto sistemi diversi di monetazione, di pesi e di misure, di legislazione civile, commerciale e penale, di ordinamento amministrativo, ci fanno come stranieri gli uni agli altri”. E ancora, proseguiva
Mazzini, Stati governati dispoticamente, “uno
dei quali - contenente quasi il quarto della popolazione italiana - appartiene allo straniero,
all’Austria”. Eppure, per Mazzini era indubitabile che una nazione italiana esistesse, e che
non vi fossero “cinque, quattro, tre Italie” ma
“una Italia”.
Fu dunque la consapevolezza di basilari interessi e pressanti esigenze comuni, e fu, insieme, una possente aspirazione alla libertà e
all’indipendenza, che condussero all’impegno
di schiere di patrioti - aristocratici, borghesi,
operai e popolani, persone colte e incolte, monarchici e repubblicani - nelle battaglie per
l’unificazione nazionale. Battaglie dure, sanguinose, affrontate con magnifico slancio
ideale ed eroica predisposizione al sacrificio
da giovani e giovanissimi, protagonisti talvolta
delle imprese più audaci anche condannate alla sconfitta. E’ giusto che oggi si torni ad onorarne la memoria, rievocando episodi e figure
come stiamo facendo a partire, nel maggio
scorso, dall’anniversario della Spedizione dei
Mille, fino all’omaggio, questa mattina, ai luoghi e ai prodigiosi protagonisti della gloriosa
Repubblica romana del 1849.
Sono fonte di orgoglio vivo e attuale per
l’Italia e per gli italiani le vicende risorgimentali da molteplici punti di vista, ed è sufficiente
sottolinearne alcuni. In primo luogo, la suprema sapienza della guida politica cavouriana,
che rese possibile la convergenza verso un uni-
CRITICAsociale ■ 5
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
co, concreto e decisivo traguardo, di componenti soggettive e oggettive diverse, non facilmente componibili e anche apertamente confliggenti. In secondo luogo, l’emergere, in seno
alla società e nettamente tra i ceti urbani, nelle
città italiane, di ricche, forse imprevedibili riserve - sensibilità ideali e politiche, e risorse
umane - che si espressero nello slancio dei volontari come componente attiva essenziale al
successo del moto unitario, e in un’adesione
crescente a tale moto da parte non solo di ristrette élite intellettuali ma di strati sociali non
marginali, anche grazie al diffondersi di nuovi
strumenti comunicativi e narrativi.
E in terzo luogo vorrei sottolineare l’eccezionale levatura dei protagonisti del Risorgimento, degli ispiratori e degli attori del moto
unitario. Una formidabile galleria di ingegni e
di personalità - quelle femminili fino a ieri non
abbastanza studiate e ricordate - di uomini di
pensiero e d’azione. A cominciare, s’intende,
dai maggiori : si pensi, non solo a quale impronta fissata nella storia, ma a quale lascito
cui attingere ancora con rinnovato fervore di
studi e generale interesse, rappresentino il mito mondiale, senza eguali - che non era artificiosa leggenda - di Giuseppe Garibaldi, e le
diverse, egualmente grandi eredità di Cavour,
di Mazzini e di Cattaneo. Quei maggiori, lo
sappiamo, tra loro dissentirono e si combatterono : ma ciascuno di essi sapeva quanto l’apporto degli altri concorresse al raggiungimento
dell’obbiettivo considerato comune, anche se
ciò non valse a cancellare contrasti di fondo e
poi tenaci risentimenti. Ho detto dei principali
protagonisti, ma molti altri nomi - del campo
moderato, dell’area cattolico-liberale, e del
campo democratico - potrebbero essere richiamati a testimonianza di una straordinaria fioritura di personalità di spicco nell’azione politica, nella società civile, nell’amministrazione pubblica.
compiersi che sotto l’egida dello Stato più
avanzato, già caratterizzato in senso liberale,
più aperto e accogliente verso la causa italiana
e i suoi combattenti che vi fosse nella penisola,
e cioè sotto l’egida della dinastia sabauda e della classe politica moderata del Piemonte, impersonata da Cavour. Fu quella la condizione
obbiettiva riconosciuta con generoso realismo
da Garibaldi, pur democratico e repubblicano,
col suo “Italia e Vittorio Emanuele”. E se lo
scontro tra garibaldini ed Esercito Regio sull’Aspromonte è rimasto traccia dolorosa dell’aspra dialettica di posizioni che s’intrecciò
col percorso unitario, appare singolare ogni
tendenza a “scoprire” oggi con scandalo come
le battaglie sul campo per l’Unità furono ovviamente anche battaglie tra italiani, similmente a quanto accadde dovunque vi furono movimenti nazionali per la libertà e l’indipendenza.
Ma al di là di semplicismi e polemiche strumentali, vale piuttosto la pena di considerare i
termini della riflessione e del dibattito più re-
ordinamento politico e amministrativo, con cui
potesse essere soddisfatto in Italia il bisogno
di indipendenza e di coesione nazionale”. E
così, attraverso errori non meno gravi delle
difficoltà da superare, “fu compiuta” - sono
ancora parole dello storico - “un’opera ciclopica. Fu fatto di sette eserciti un esercito solo...Furono tracciate le prime linee della rete
ferroviaria nazionale. Fu creato un sistema
spietato di imposte per sostenere spese pubbliche crescenti e per pagare l’interesse dei debiti... Furono rinnovati da cima a fondo i rapporti tra lo Stato e la Chiesa”.
E fu debellato il brigantaggio nell’Italia meridionale, anche se pagando la necessità vitale
di sconfiggere quel pericolo di reazione legittimista e di disgregazione nazionale col prezzo
di una repressione talvolta feroce in risposta
alla ferocia del brigantaggio e, nel lungo periodo, col prezzo di una tendenziale estraneità
e ostilità allo Stato che si sarebbe ancor più radicata nel Mezzogiorno.
cente sulle scelte che vennero adottate subito
dopo l’unificazione dalle forze dirigenti del
nuovo Stato. E a questo proposito si sono registrati seri approfondimenti critici : che non
possono tuttavia non collocarsi nel quadro di
una obbiettiva valutazione storica del quadro
dell’Italia pre-unitaria quale era stato ereditato
dal nuovo governo e Parlamento nazionale.
Questi si trovarono dinanzi a ferree necessità
di sopravvivenza e sviluppo dello Stato appena nato, che non potevano non prevalere su un
pacato e lungimirante esame delle opzioni in
campo, specie quella tra accentramento, nel
segno della continuità e dell’uniformità rispetto allo Stato piemontese da un lato, e - se non
federalismo - decentramento, con forme di autonomia e autogoverno anche al livello regionale, dall’altro lato.
E a questo proposito vale ancor oggi la vigorosa sintesi tracciata da un grande storico,
che pure fu spirito eminentemente critico,
Gaetano Salvemini.
“I governanti italiani, fra il 1860 e il 1870,
si trovavano” - egli scrisse - “ alle prese con
formidabili difficoltà”. Quello che s’impose
era allora - a giudizio di Salvemini - “il solo
Da un quadro storico così drammaticamente
condizionato, e da un’”opera ciclopica” di unificazione, che gettò le basi di un mercato nazionale e di un moderno sviluppo economico
e civile, possiamo trarre oggi motivi di comprensione del nostro modo di costituirci come
Stato, motivi di orgoglio per quel che 150 anni
fa nacque e si iniziò a costruire, motivi di fiducia nella tradizione di cui in quanto italiani
siamo portatori ; e possiamo in pari tempo trarre piena consapevolezza critica dei problemi
con cui l’Italia dové fare e continua a fare i
conti.
Questi fortificanti motivi di orgoglio italiano
trovano d’altronde riscontro nei riconoscimenti che vennero in quello stesso periodo e successivamente, dall’esterno del nostro paese, da
esponenti della politica e della cultura storica
d’altre nazioni ; riconoscimenti della portata
europea della nascita dell’Italia unita, dell’impatto che essa ebbe su altre vicende di nazionalità in movimento nell’Europa degli ultimi
decenni dell’Ottocento e oltre. Né si può dimenticare l’orizzonte europeo della visione e
dell’azione politica di Cavour, e la significativa presenza, nel bagaglio ideale risorgimentale, della generosa utopia degli Stati Uniti
d’Europa. Nell’avvicinarsi del Centocinquantenario si è riacceso in Italia il dibattito sia attorno ai limiti e ai condizionamenti che pesarono sul processo unitario sia attorno alle più
controverse scelte successive al conseguimento dell’Unità. Sorvolare su tali questioni, rimuovere le criticità e negatività del percorso
seguito prima e dopo al 1860-61, sarebbe davvero un cedere alla tentazione di racconti storici edulcorati e alle insidie della retorica.
Sono però fuorvianti certi clamorosi semplicismi: come quello dell’immaginare un possibile arrestarsi del movimento per l’Unità poco
oltre il limite di un Regno dell’Alta Italia : di
contro a quella visione più ampiamente inclusiva dell’Italia unita, che rispondeva all’ideale
del movimento nazionale (come Cavour ben
comprese, ci ha insegnato Rosario Romeo) visione e scelta che l’impresa garibaldina, la
Spedizione dei Mille rese irresistibile.
L’Unità non poté compiersi che scontando
limiti di fondo come l’assenza delle masse contadine, cioè della grande maggioranza, allora,
della popolazione, dalla vita pubblica, e dunque scontando il peso di una questione sociale
potenzialmente esplosiva. L’Unità non poté
P
roblemi e debolezze di ordine istituzionale
e politico, che - nei decenni successivi all’Unità - hanno inciso in modo determinante sulle
travagliate vicende dello Stato e della società
nazionale, sfociate dopo la prima guerra mondiale in una crisi radicale risolta con la violenza in chiave autoritaria dal fascismo. Ed egualmente problemi e debolezze di ordine strutturale, sociale e civile.
Sono i primi problemi quelli che oggi ci appaiono aver trovato - nello scorso secolo - più
valide risposte. Mi riferisco a quel grande fatto
di rinnovamento dello Stato in senso democratico che ha coronato il riscatto dell’Italia dalla
dittatura totalitaria e dal nuovo servaggio in
cui la nazione venne ridotta dalla guerra fascista e dalla disfatta che la concluse. Un riscatto
reso possibile dall’emergere delle forze tempratesi nell’antifascismo, e dalla mobilitazione
partigiana, cui si affiancarono nella Resistenza
le schiere dei militari rimasti fedeli al giuramento. Un riscatto che culminò nella eccezionale temperie ideale e culturale e nel forte clima unitario - più forte delle diversità storiche
e delle fratture ideologiche - dell’Assemblea
Costituente.
Con la Costituzione approvata nel dicembre
1947 prese finalmente corpo un nuovo disegno
statuale, fondato su un sistema di principi e di
garanzie da cui l’ordinamento della Repubblica, pur nella sua prevedibile e praticabile evoluzione, non potesse prescindere. Come venne
esplicitamente indicato nella relazione Ruini
sul progetto di Costituzione, “l’innovazione
più profonda” consisteva nel poggiare l’ordinamento dello Stato su basi di autonomia, secondo il principio fondamentale dell’articolo
5 che legò l’unità e indivisibilità della Repubblica al riconoscimento e alla promozione delle autonomie locali, riferite, nella seconda parte della Carta, a Regioni, Provincie e Comuni.
E altrettanto esplicitamente, nella relazione
Ruini, si presentò tale innovazione come correttiva dell’accentramento prevalso all’atto
dell’unificazione nazionale.
La successiva pluridecennale esperienza
delle lentezze, insufficienze e distorsioni registratesi nell’attuazione di quel principio e di
quelle norme costituzionali, ha condotto dieci
anni fa alla revisione del Titolo V della Carta.
E non è un caso che sia quella l’unica rilevante
riforma della Costituzione che finora il Parlamento abbia approvato, il corpo elettorale abbia confermato e governi di diverso orientamento politico si siano impegnati ad applicare
concretamente.
E’ stata in definitiva recuperata l’ispirazione
federalista che si presentò in varie forme ma
non ebbe fortuna nello sviluppo e a conclusione del moto unitario. All’indomani dell’unificazione, anche i progetti moderatamente autonomistici che erano stati predisposti in seno al
governo, cedettero il passo ai timori e agli imperativi dominanti, già nel breve tempo che a
Cavour fu ancora dato di vivere e nonostante
la sua ribadita posizione di principio ostile
all’accentramento benché non favorevole al
federalismo. E oggi dell’unificazione celebriamo l’anniversario vedendo l’attenzione pubblica rivolta a verificare le condizioni alle quali un’evoluzione in senso federalistico - e non
solo nel campo finanziario - potrà garantire
maggiore autonomia e responsabilità alle istituzioni regionali e locali rinnovando e rafforzando le basi dell’unità nazionale. E’ tale rafforzamento, e non il suo contrario, l’autentico
fine da perseguire.
D’altronde, nella nostra storia e nella nostra
visione, la parola unità si sposa con altre : pluralità, diversità, solidarietà, sussidiarietà.
In quanto ai problemi e alle debolezze di ordine strutturale, sociale e civile cui ho poc’anzi
fatto cenno e che abbiamo ereditato tra le incompiutezze dell’unificazione perpetuatesi fino ai nostri giorni, è il divario tra Nord e Sud,
è la condizione del Mezzogiorno che si colloca
al centro delle nostre preoccupazioni e responsabilità nazionali. Ed è rispetto a questa questione che più tardano a venire risposte adeguate. Pesa certamente l’esperienza dei tentativi e
degli sforzi portati avanti a più riprese nei decenni dell’Italia repubblicana e rimasti non
senza frutti ma senza risultati risolutivi ; pesa
altresì l’oscurarsi della consapevolezza delle
potenzialità che il Mezzogiorno offre per un
6 ■ CRITICAsociale
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
nuovo sviluppo complessivo del paese e che
sarebbe fatale per tutti non saper valorizzare.
Proprio guardando a questa cruciale questione, vale il richiamo a fare del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia l’occasione per una
profonda riflessione critica, per quello che ho
chiamato “un esame di coscienza collettivo”.
Un esame cui in nessuna parte del paese ci si
può sottrarre, e a cui è essenziale il contributo
di una severa riflessione sui propri comportamenti da parte delle classi dirigenti e dei cittadini dello stesso Mezzogiorno.
E’ da riferire per molti aspetti e in non lieve
misura al Mezzogiorno, ma va vista nella sua
complessiva caratterizzazione e valenza nazionale, la questione sociale, delle disuguaglianze, delle ingiustizie - delle pesanti penalizzazioni per una parte della società - quale oggi
si presenta in Italia. Anche qui ci sono eredità
storiche, debolezze antiche con cui fare i conti,
a cominciare da quella di una cronica insufficienza di possibilità di occupazione, che nel
passato, e ancora dopo l’avvento della Repubblica, fece dell’Italia un paese di massiccia
emigrazione e oggi convive con il complesso
fenomeno del flusso immigratorio, del lavoro
degli immigrati e della loro necessaria integrazione. Senza temere di eccedere nella sommarietà di questo mio riferimento alla questione
sociale, dico che la si deve vedere innanzitutto
come drammatica carenza di prospettive di occupazione e di valorizzazione delle proprie potenzialità per una parte rilevante delle giovani
generazioni.
E non c’è dubbio che la risposta vada in generale trovata in una nuova qualità e in un accresciuto dinamismo del nostro sviluppo economico, facendo leva sul ruolo di protagonisti
che in ogni fase di costruzione, ricostruzione
e crescita dell’economia nazionale hanno assolto e sono oggi egualmente chiamati ad assolvere il mondo dell’impresa e il mondo del
lavoro, passati entrambi, in oltre un secolo, attraverso profonde, decisive trasformazioni.
Ma non è certo mia intenzione passare qui
in rassegna l’insieme delle prove che ci attendono. Vorrei solo condividessimo la convinzione che esse costituiscono delle autentiche
sfide, quanto mai impegnative e per molti
aspetti assai dure, tali da richiedere grande spirito di sacrificio e slancio innovativo, in una
rinnovata e realistica visione dell’interesse generale. La carica di fiducia che ci è indispensabile dobbiamo ricavarla dalla esperienza del
superamento di molte ardue prove nel corso
della nostra storia nazionale e dal consolidamento di punti di riferimento fondamentali per
il nostro futuro.
Una prova di straordinaria difficoltà e importanza l’Italia unita ha superato affrontando e
via via sciogliendo il conflitto con la Chiesa
cattolica. Dopo il 1861 l’obbiettivo della piena
unificazione nazionale fu perseguito e raggiunto anche con la terza guerra d’indipendenza nel
1866 e a conclusione della guerra 1915-18 : ma
irrinunciabile era l’obbiettivo di dare in tempi
non lunghi al nascente Stato italiano Roma come capitale, la cui conquista per via militare fallito ogni tentativo negoziale - fece precipitare inevitabilmente il conflitto con il Papato e
la Chiesa. Ma esso fu avviato a soluzione con
un’intelligenza, moderazione e capacità di mediazione di cui già lo Stato liberale diede il segno con la Legge delle guarentigie nel 1871 e
che - sottoscritti nel 1929 e infine recepiti in
Costituzione i Patti Lateranensi - sfociò in tempi recenti nella revisione del Concordato. Si ebbe di mira, da parte italiana, il fine della laicità
dello Stato e della libertà religiosa e insieme il
graduale superamento di ogni separazione e
contrapposizione tra laici e cattolici nella vita
sociale e nella vita pubblica.
Un fine, e un traguardo, perseguiti e piena-
mente garantiti dalla Costituzione repubblicana
e proiettatisi sempre di più in un rapporto altamente costruttivo e in una “collaborazione per
la promozione dell’uomo e il bene del paese” anche attraverso il riconoscimento del ruolo sociale e pubblico della Chiesa cattolica e, insieme, nella garanzia del pluralismo religioso.
Questo rapporto si manifesta oggi come uno
dei punti di forza su cui possiamo far leva per
il consolidamento della coesione e unità nazionale. Ce ne ha dato la più alta testimonianza il
messaggio augurale indirizzatomi per l’odierno
anniversario - e lo ringrazio - dal Papa Benedetto XVI. Un messaggio che sapientemente
richiama il contributo fondamentale del Cristianesimo alla formazione, nei secoli, dell’identità italiana, così come il coinvolgimento
di esponenti del mondo cattolico nella costruzione dello Stato unitario, fino all’incancellabile apporto dei cattolici e della loro scuola di
pensiero alla elaborazione della Costituzione
repubblicana, e al loro successivo affermarsi
nella vita politica, sociale e civile nazionale.
Ma quante prove superate e quanti momenti
alti vissuti nel corso della nostra storia potremmo richiamare a sostegno della fiducia che deve guidarci di fronte alle sfide di oggi e del futuro! Anche a voler solo considerare il periodo
successivo alla sconfitta e al crollo del 1943 e
poi alla Resistenza e alla nascita della Repubblica, è ancora incancellabile nell’animo di
quanti come me, giovanissimi, attraversarono
quel passaggio cruciale, la memoria di un abis-
so di distruzione e generale arretramento da
cui potevamo temere di non riuscire a risollevarci.
Eppure l’Italia unita, dopo aver scongiurato
con sapienza politica rischi di separatismo e di
amputazione del territorio nazionale, riuscì a
rimettersi in piedi. Il primo, e forse più autentico “miracolo”, fu la ricostruzione, e quindi nonostante aspri conflitti ideologici, politici e
sociali - il balzo in avanti, oltre ogni previsione, dell’economia italiana, le cui basi erano
state gettate nel primo cinquantennio di vita
dello Stato nazionale. L’Italia entrò allora a far
parte dell’area dei paesi più industrializzati e
progrediti, nella quale poté fare ingresso e oggi resta collocata grazie alla più grande invenzione storica di cui essa ha saputo farsi protagonista a partire dagli anni ‘50 dello scorso secolo : l’integrazione europea. Quella divenne
ed è anche l’essenziale cerniera di una sempre
più attiva proiezione dell’Italia nella più vasta
comunità transatlantica e internazionale. La
nostra collocazione convinta, senza riserve, assertiva e propulsiva nell’Europa unita, resta la
chance più grande di cui disponiamo per portarci all’altezza delle sfide, delle opportunità
e delle problematicità della globalizzazione.
Prove egualmente rischiose e difficili abbiamo dovuto superare, nell’Italia repubblicana,
sul terreno della difesa e del consolidamento
delle istituzioni democratiche. Mi riferisco a
insidie subdole e penetranti, così come ad attacchi violenti e diffusi - stragismo e terrorismo - che non fu facile sventare e che si riuscì
■ UNA VISITA CHE HA COINCISO CON LE CINQUE GIORNATE
MILANO E NAPOLITANO NEL 150°
L
Carlo Tognoli
e manifestazioni per il 150° dell’unità d’Italia hanno toccato il capoluogo lombardo, ma hanno avuto l’epicentro a Roma e a Torino. Si ripete forse ciò che
accadde nel 1861 e dopo l’unificazione, quando Milano, che era stata capitale
dell’impero romano e dell’Italia Cisalpina sotto Napoleone, vide prima Torino e poi Firenze
e Roma assumere un ruolo politicamente più rilevante?
No: la presenza del Presidente Giorgio Napolitano per due giornate è il riconoscimento alla
città ambrosiana dell’importanza che ebbe nel Risorgimento, che ha avuto dopo la crisi di
fine ‘800 che sfociò nel decennio delle riforme giolittiane e dopo il 1945 quando fu alla testa
della ricostruzione e del ‘miracolo economico’.
La partecipazione del capo dello stato al convegno su Carlo Cattaneo a Palazzo Marino e
all’inaugurazione della nuova sede della Regione Lombardia ha un valore particolare in relazione alle recenti decisioni sul federalismo fiscale che ridanno spazio all’Italia delle autonomie e delle regioni.
La visita di Napolitano ha coinciso tra l’altro con l’anniversario delle ‘Cinque Giornate’,
quando Milano si liberò da sola dal giogo austriaco (episodio unico nell’Impero asburgico
sino al 1918!) aprendo di fatto la prima (sfortunata) guerra risorgimentale.
Gli storici (e quelli lombardi in particolare) tuttavia sostengono che la città lombarda, nella
sua storia, ha privilegiato l’economia e la società, rispetto alla politica e allo stato.
Questa è una realtà che non ha impedito a Milano di primeggiare, ma la tolse dal novero
delle possibili capitali.
Scienza e tecnica erano al primo posto nella gerarchia dei valori del Cattaneo e della borghesia che si formò con la prima industrializzazione da cui nasceva anche la ‘questione sociale’ relativa alle condizioni dei lavoratori.
“La Perseveranza”, giornale milanese, scriveva poco dopo l’unificazione: “Nuova York
tiene di gran lunga il primato tra le città degli Stati Uniti, sebbene non sia né la capitale dellUnione, né la capitale del suo Stato”. Commentava il professor Giorgio Rumi: “…La società
la vince allora sullo Stato, anzi lo eclissa… Ecco nascere un’illusione perniciosa…” perché
lo stato e la politica non possono accantonati come fattori superflui.
Milano è legata a questa felice ambiguità: capitale senza esserlo, città di relazioni mondiali
senza averne la totale consapevolezza, crocevia d’Europa, però con insufficienti infrastrutture
di comunicazione con il continente.
Il mito di Milano e della Lombardia come luoghi del lavoro, degli scambi, della finanza e
dell’innovazione (l’incivilimento di Cattaneo) malgrado le crisi e le difficoltà è ancora vivo.
Sta ai milanesi, di nascita e non, rilanciarlo.
Questo è il significato, a mio avviso, della presenza di Napolitano a Milano. s
a debellare grazie al solido ancoraggio della
Costituzione e grazie alla forza di molteplici
forme di partecipazione sociale e politica democratica; risorse sulle quali sempre fa affidamento la lotta contro l’ancora devastante fenomeno della criminalità organizzata.
In tutte quelle circostanze, ha operato, e ha
deciso a favore del successo, un forte cemento
unitario, impensabile senza identità nazionale
condivisa. Fattori determinanti di questa nostra identità italiana sono la lingua e la cultura,
il patrimonio storico-artistico e storico-naturale: bisognerebbe non dimenticarsene mai, è
lì forse il principale segreto dell’attrazione e
simpatia che l’Italia suscita nel mondo. E parlo
di espressioni della cultura e dell’arte italiana
anche in tempi recenti : basti citare il rilancio
nei diversi continenti della nostra grande, peculiare tradizione musicale, o il contributo del
migliore cinema italiano nel rappresentare la
realtà e trasmettere l’immagine, ovunque, del
nostro paese. Ma dell’identità nazionale è innanzitutto componente primaria il senso di patria, l’amor di patria emerso e riemerso tra gli
italiani attraverso vicende anche laceranti e
fuorvianti. Aver riscoperto - dopo il fascismo
- quel valore e farsene banditori non può esser
confuso con qualsiasi cedimento al nazionalismo. Abbiamo conosciuto i guasti e pagato i
costi della boria nazionalistica, delle pretese
aggressive verso altri popoli e delle degenerazioni razzistiche. Ma ce ne siamo liberati, così
come se ne sono liberati tutti i paesi e i popoli
unitisi in un’Europa senza frontiere, in un’Europa di pace e cooperazione. E dunque nessun
impaccio è giustificabile, nessun impaccio può
trattenerci dal manifestare - lo dobbiamo anche a quanti con la bandiera tricolore operano
e rischiano la vita nelle missioni internazionali
- la nostra fierezza nazionale, il nostro attaccamento alla patria italiana, per tutto quel che
di nobile e vitale la nostra nazione ha espresso
nel corso della sua lunga storia. E potremo tanto meglio manifestare la nostra fierezza nazionale, quanto più ciascuno di noi saprà mostrare
umiltà nell’assolvere i propri doveri pubblici,
nel servire ad ogni livello lo Stato e i cittadini.
Infine, non ha nulla di riduttivo il legare patriottismo e Costituzione, come feci in quest’Aula in occasione del 60° anniversario della
Carta del 1948. Una Carta che rappresenta tuttora la valida base del nostro vivere comune,
offrendo - insieme con un ordinamento riformabile attraverso sforzi condivisi - un corpo
di principii e di valori in cui tutti possono riconoscersi perché essi rendono tangibile e feconda, aprendola al futuro, l’idea di patria e
segnano il grande quadro regolatore delle libere battaglie e competizioni politiche, sociali
e civili. Valgano dunque le celebrazioni del
Centocinquantenario a diffondere e approfondire tra gli italiani il senso della missione e dell’unità nazionale: come appare tanto più necessario quanto più lucidamente guardiamo al
mondo che ci circonda, con le sue promesse di
futuro migliore e più giusto e con le sue tante
incognite, anche quelle misteriose e terribili
che ci riserva la natura. Reggeremo - in questo
gran mare aperto - alle prove che ci attendono,
come abbiamo fatto in momenti cruciali del
passato, perché disponiamo anche oggi di grandi riserve di risorse umane e morali. Ma ci riusciremo ad una condizione: che operi nuovamente un forte cemento nazionale unitario, non
eroso e dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità. Non so quando e come ciò accadrà ;
confido che accada ; convinciamoci tutti, nel
profondo, che questa è ormai la condizione della salvezza comune, del comune progresso. s
Il presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
DOCUMENTO ■ DISCORSO DI FILIPPO TURATI AL CONGRESSO DI LIVORNO (19 GENNAIO 1921)
SOCIALISMO E COMUNISMO
PRESIDENTE (Argentinn Altobelli): Ed
ora la parola è a Filippo Turati per la sua annunziata dichiarazione. (Mentre l’on. Turati
muove verso la tribuna degli oratori, tre quinti
dei congressisti scattano in piedi prorompendo
in un vivissimo applauso. Qualche voce isolata grida: Viva la Russia!; ma più numerose sono le grida di: Viva il Socialismo!. Turati appare alla tribuna e gli applausi non cessano
ancora. Ristabilito alfine il silenzio, egli può
incominciare il suo discorso).
Testamento e fatto personale
TURATI:
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
C
ompagni amici e compagni avversari (non voglio, non debbo
dire nemici). A Bologna un anno fa, in un discorso che fu molto contrastato,
che forse ebbe tuttavia qualche conferma dalle
vicende dei fatti, io vi pregavo di accogliere le
mie parole come un testamento. Senza avere
la presunzione di aggiungere lugubre solennità
alle mie parole, non debbo farvi oggi diversa
dichiarazione. E più che mai anzi debbo ringraziare il Partito ed il Congresso che mi hanno lasciato un altro anno di vita. E’ stato un
po’ il mio destino di essere sempre l’imputato
davanti a questo o a quel tribunale di guerra.
Ma un tribunale che non mi uccide di schianto,
che mi lascia ancora qualche respiro, è un tribunale mite… al quale si può essere ancora
grati. (ilarità). Perciò invoco dalla vostra cortesia una benevola attenzione. Non avete interesse ad interrompermi. Non lo hanno specialmente quei compagni che più desiderano condannarmi: costoro hanno tutto l’interesse –
perché la condanna abbia apparenza di giustizia – di ascoltarmi. Anche se una mia parola
fosse mal detta, male intesa, non si dimentichi
che è lontana da me ogni intenzione meno che
corretta. Se voi non mi interromperete, io vi
ruberò poco più di mezz’ora.
Non varrebbe la pena di un lungo discorso,
né per fatto personale, né per dichiarazione di
voto: non per fatto personale perché, sebbene
in un certo senso tutto questo congresso sia un
po’ anche il mio processo (anzi doveva essere
un processo speciale che forse la angustia del
tempo non farà celebrare con tutti i riti) tuttavia debbo constatare che gli stessi oratori che
mi hanno accusato mi hanno, nello stesso tempo, anche difeso. E poi consentitemi questo orgoglio testamentario ed innocuo: nel profondo
del cuore essi hanno sentito che la mia difesa
personale, più che nelle mie parole, è in me
stesso.
Perciò io non avvilirò il congresso, occupandolo, tanto meno in quest’ora, in minuzie
che interessino il mio amor proprio personale.
Che io abbia usato in scritti o discorsi, in una
occasione o in un’altra, frasi più o meno opportune, che io sia caduto o no in qualche infortunio sul lavoro (io dico di no, e rivendico
questi pretesi infortuni come il documento della mia sincerità e dei servigi da me resi al partito): tutto ciò ha poca importanza o prova solo
che io ho lavorato (commenti). Gli infortuni
sul lavoro non avvengono ai critici inerti, a coloro che non si prestano alla rude fatica… (Voci, Bene, bravo!…).
Tutto questo – ripeto – ha una ben misera
importanza per chi non si crei, negli uomini,
degli idoli, dei feticci personali. Se il nostro
partito è un partito di classe, se la nostra azione
è azione di storia, gli errori (fossero pure) di
un uomo non possono scalfirne che l’epidermide. Amici, abbattiamo tutti gli idoli e tutte
le idolatrie, ed anche quella idolatria alla rovescia, che consiste nel sopravalutare il danno
di frasi e di atti di Tizio o di Caio, di Turati o
di Serrati, o fosse pure di Marx e di Lenin
(commenti). La forza del Partito non è in determinati uomini, ma nella coscienza del gran
numero dei suoi componenti. Alla pattumiera
dunque tutte queste quisquilie e leviamoci più
alto, molto al di sopra delle persone (approvazioni vivissime).
Per dichiarazione di voto. La mozione
di Reggio Emilia e l’unità del Partito
Né esige un lungo discorso la mia dichiarazione di voto. Nel discorso di Baldesi e di Vaciren, in quello stesso di Lazzaro (che – a dir
vero – mi ha trattato un po’ maluccio, al quale
però sono grato per avere nelle sue parole sentito pulsare quel senno di profonda umanità
che si direbbe inaridito nei teoremi e filosotemi dei teorici nuovo stile), c’era quanto bastava per la nostra difesa dottrinale. C’era in questi discorsi quanto bastava per persuadere
quelli che potevano essere persuasi per farli
dubitare e pensare. Quanto a quelli che hanno
un velo settario sulla mente, per questi vani sono i discorsi. Bisognerà che la evoluzione degli spiriti avvenga spontaneamente, senza forzarli e senza violentarli; e l’evoluzione degli
spiriti è senza dubbio in cammino… (commenti vivissimi).
Non vi offendete se dico bene di voi dichia-
rando che, negli stessi discorsi dei compagni
avversari, di quelli che più sono prigionieri di
se stessi e della loro tesi di ieri, ho trovato la
prova che questa evoluzione è rapidamente in
cammino. Quanta differenza fra le avventate
previsioni di Bologna e i cauti discorsi degli
estremisti e massimalisti di questo congresso!
(commenti, rumori. Una voce: Serrati!).
TURATI: Non faccio personalità; parlo in
generale. Voi non ve ne avvedete, ed è naturale. Ma voi correte verso di noi con la velocità
di un treno lampo. Quando la mentalità di
guerra (che non è colpa di nessuno) sarà evaporata, quando quella che, con frase felice,
Serrati chiamava il socialismo e la psicologia
dei combattenti, sarà esaurita, permettendo la
riflessione sulle esperienze fatte; allora io credo che l’unità del Partito, una unità più organica e più vera, tornerà a trionfare. Ecco perché pure constatando i dissensi che non giova
coprire ed attenuare, ma che giova invece denudare ed analizzare – poiché la critica è necessaria alla vita ed al pensiero dei partiti -, ecco perché noi siamo o rimarremo fermamente
unitari. Ecco perché lo stesso, che passo per
essere il più destro dei destri, io stesso mi unisco con tutto il cuore alla mozione votata a
Reggio Emilia, che vi sarà ripresentata qui,
malgrado certe concessioni, certe transazioni,
certe – vogliamo dirlo – ambiguità che essa
contiene, dovute ad un onesto opportunismo
di partito, al desiderio cioè di venire incontro
a tutti i compagni, per realizzare con essi una
salda e reale unità. (approvazioni, commenti).
Nella dottrina: Socialismo e Comunismo
Compagni! Non toccherò che due note in
questo breve discorso: la nota dottrina e la nota
pratica. Sul terreno dottrinale io rivendico
sommariamente il mio ed il nostro diritto di
cittadinanza nel Socialismo, che è il nostro
Comunismo, che non è il socialismo comunista o il comunismo socialista, perché in queste
denominazioni, artificiose e ibride, effettivamente l’aggettivo scredita il sostantivo ed il
sostantivo rinnega l’aggettivo.
Il Comunismo ebbe due sensi nella storia del
movimento dei lavoratori: o fu il comunismo
critico di Marx e di Engels, contrapposto, per
ragioni tutte tedesche e transeunte, ai vari falsi
socialismi (feudale, filantropico, ecc.), antirivoluzionari tutti, che sono stati superati da un
pezzo, ovunque; - oppure fu il comunismo
ideologico nelle previsioni della futura società,
il quale al concetto del collettivismo (a ciascuno secondo il suo lavoro, salvo – s’intende – i
diritti di assistenza per gli invalidi, per i vecchi,
per i bimbi), opponeva come fase successiva
il concetto più ampio; “a ciascuno secondo i
suoi bisogni”, concetto questo applicabile solo
ad una società progredita, in cui sia abbondanza di prodotti. Successioni di fasi, dunque anziché opposizione di concetti e di sistemi.
Compagni! Questo Comunismo, che si chiama poi Socialismo, può anche espellermi dalle
file del Partito, ma non mi espellerà mai da se
stesso, perché francamente, compagni (attribuitelo al privilegio dell’anzianità, non ad un
nostro merito personale), questo Socialismo,
questo Comunismo non solo lo avevamo imparato fino dalla giovinezza, ma lo abbiamo in
Italia da lunghi anni, insegnato alle masse e ai
partiti d’avanguardia, quando questi l’ignoravano, quando lo temevano, lo sospettavano, lo
avversarono. E’ così che io, con altri pochissimi, in un tempo che i giovani non possono ricordare, abbiamo portato nelle lotte proletarie
italiane le finalità supreme del Socialismo: la
conquista del potere da parte della classe proletaria, costituita in partito indipendente di
classe. Questa conquista del potere che Terracini enunciava come un punto di distinzione
fra la sua e la mia frazione, fra il programma
antico e il programma nuovo, che egli confessò essere tuttavia in faticosa elaborazione è, da
30 anni ormai, il glorioso programma del partito socialista (approvazioni, commenti). Io
posso perciò amichevolmente sorridere di queste novità e di queste pretese scoperte, che furono l’anima della nostra vita da quando incominciammo a pensare (approvazione.
Quel che veramente ci distingue
Ma non è questo che ci distingue oggi. Ciò
che ci distingue non è la generale ideologia socialista – la questione del fine e neppure dei
grandi mezzi (lotta di classe, conquista del potere, etc.) -; ma è la valutazione della maturità
della situazione e lo apprezzamento del valore
di alcuni mezzi episodici. Primi fra questi la
violenza che per noi non è e non può essere
programma, che alcuni accettano pienamente
e vogliono organizzare (comunisti), altri accettano soltanto a metà (unitari comunisti o viceversa). Altro segno di distinzione è la dittatura del proletariato, che per noi, o è dittatura
di minoranza, ed è dispotismo che genererà
naturalmente la vittoriosa controrivoluzione,
od è di maggioranza, ed è un non senso, è una
contraddizione in termini, poiché la maggioranza è la sovranità legittima, non può essere
la dittatura.
8 ■ CRITICAsociale
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
Terzo punto di dissenso è la coercizione del
pensiero, la persecuzione, nell’interno del Partito, dell’eresia, che fu l’origine ed è la vita
stessa del Partito, la grande sua forza salvatrice
e rinnovatrice, la garanzia che esso possa lottare contro le forze materiali e morali che gli
si parano di contro.
Ora tutti e tre questi concetti si risolvono poi
sempre in uno solo: nel culto della violenza,
sia esterna od interna, e hanno un solo presupposto, nel quale è il vero e maggiore punto di
divergenza fra noi: la illusione che la rivoluzione sia il fatto volontario di un giorno o di
un mese, sia l’improvviso calare di uno scenario o l’alzarsi di un sipario, sia il fatto di un
domani o di un post-domani del calendario;
mentre la rivoluzione sociale non è un fatto di
un giorno o di un mese, è il fatto di oggi, di ieri, il fatto di sempre, che esce dalle viscere
stesse della socialità capitalista di cui noi creiamo soltanto la consapevolezza, e così ne
agevolano l’avvento; mentre nella rivoluzione
ci siamo, e matura nei decenni, e trionferà tanto più presto, quanto meno lo sfoggio della
violenza, provocando prove premature e suscitando reazioni trionfanti, ne devierà il cammino. Ond’è che per noi gli scorcioni sono
sempre la via più lunga, e la via creduta più
lunga è stata e sarà sempre la più breve. La
evoluzione si confonde nella rivoluzione, è la
rivoluzione stessa, senza sperperi di forze, senza delusioni, senza ritorni.
Ed ecco perché il concetto lumeggiato dal
compagno Serrati, secondo cui, in omaggio alla disciplina (la quale, ragionevolmente intesa,
noi accettiamo senza riserve e senza ipocrisie),
noi dovremmo, più di ieri, sottometterci ed appartarci, questo concetto deve essere inteso
con molto grano di sale, al pari della formula
stereotipa della libertà del pensiero e della critica combinata con la disciplina nell’azione
(commenti), ma quando, in un Partito come il
nostro, incomincia l’azione? Quando finisce?
Per chi crede al momento traumaturgico del
trapasso, l’azione è di un momento: e allora si
capisce la sottomissione, l’appartarsi di chi
non può cooperare.
Ma se l’azione è nei decenni, ma se la rivoluzione non è il fatto di un istante, ma il tratto
di una lente è faticosa conquista, allora, compagno Serrati, chi si sottomettesse sistematicamente e rinunziasse per un tempo indefinito
alla parola e dal pensiero, evidentemente rinnegherebbe se stesso; e voi non avete nessun
interesse ad avere dei rinnegati tra voi (approvazione). Sarebbe questo il maggiore tradimento che, per ipocrisia, per vanità o per utile
personale, si possa fare al partito.
Il socialismo e la violenza
Questo culto della violenza, che è negli incunaboli di tutti i partiti nuovi, che è strascico
di vecchie mentalità che il Socialismo marxista ha disperse, della vecchia mentalità insurrezionista e blanquista, che a più riprese sembra tramontata e risorge di nuovo, che la guerra ha rinfrescato e rinvigorito; non può essere
di fronte alla complessità della lotta sociale
moderna, che una recrudescenza morbosa ed
effimera.
La violenza è del capitalismo, non del socialismo. E’ delle minoranze che intendono
imporsi e schiacciare le maggioranze, non delle maggioranze che vogliono e possono, con
le armi intellettuali, imporsi per legittimo diritto. La violenza è il contrapposto della forza;
è segno di poca fede nelle idee proprie, di paura delle idee altrui; è il rinnegamento delle idee
proprie, e tale rimane anche se trionfi per
un’ora, poiché apre inevitabilmente la strada
alla reazione della insopprimibile libertà della
coscienza umana, che diventa controrivoluzione, che diventa vittoria e vendetta dei comuni
nemici. Questo avviene sempre nella storia.
Anche il Cristianesimo era un’idea immensa,
una grande forza, ma si afflosciò, si deformò,
tradì se stessa quando volle appoggiarsi ai troni, ai soldati ed ai roghi (applausi). Con la violenza che desta la reazione, metterete il mondo
intero contro di voi. Questo è il nostro pensiero di oggi, di ieri, di sempre, ma soprattutto in
periodo di suffragio universale; quando voi
tutto potrete se avete coscienza, e se no, nulla
potrete in ogni modo. Perché voi siete il numero, siete il lavoro, e sarete i dominatori del
mondo, se non metterete, con la violenza, il
mondo contro di voi. Ecco il fondo del solo
nostro dissenso, che è di oggi come di ieri, di
sempre. E quando Terracini ci dice, per coglierci in fallo: getti la pietra chi in qualche
momento non fece appello alle violenze più
pazze; io posso rispondergli francamente: eccomi qua! Questa pietra io posso lanciarla (applausi vivissimi).
Purtroppo a noi, può dolere che questa mostruosa fioritura di guerra ci divida, ci allontani
dalla meta, ci faccia perdere anni preziosi, facendo involontariamente il massimo tradimento al proletariato, privandolo di conquiste e di
vantaggi enormi, e sacrificandolo alle nostre
La violenza e il vero marxismo
Noi siamo, come voi, figli del “Manifesto”
del ’48. Soltanto che noi, pur sentendoci figli
di quel “Manifesto”, non lo seguiamo come un
sistema che si elevi a dogma religioso, ma criticamente, integrato da oltre sessant’anni di
esperienza, corretto e perfezionato, come fu
dai suoi stessi autori e dai loro interpreti più
autorizzati. Io citai, a Bologna, la celebre prefazione a Le lotte di classe in Francia di Marx,
scritta dopo un cinquantennio, nel 1895, dal
suo collaboratore e continuatore più fedele,
Federico Engels; nella quale è come il coronamento di tutta l’idea marxista. Dopo aver lamentato l’enorme salasso di sangue e di forza
che l’esperimento della Comune parigina aveva costato, onde si ebbe in Francia per parecchi decenni l’anemia e l’arresto del movimento proletario; dopo aver dimostrato come la
tattica rivoluzionaria abbia dovuto subire una
profonda mutazione per effetto delle conquiste
del suffragio universale, e chiarito come la
violenza, che del resto anche nelle rivoluzioni
del passato ebbe una parte assai più superficiale e apparente che profonda e reale, sia diventata oggi, per tante ragioni, anche tecniche,
il suicidio del proletariato, mentre la legalità è
divisioni ed alle nostre impazienze, suscitando
tutte le forze della controrivoluzione. Sì, noi
lottiamo oggi troppo contro noi stessi, lavoriamo troppo spesso per i nostri nemici, creiamo
noi la reazione, il fascismo, ed il partito popolare. Intimidendo ed intimorendo oltre misura,
proclamando (una suprema ingenuità anche
noi comunisti) l’organizzazione dell’azione illegale, vuotando di ogni contenuto l’azione
parlamentare che non è l’azione di pochi uomini, ma dovrebbe essere, col suffragio universale, la più alta efflorescenza di tutta l’azione, prima di un partito, poi di una classe; noi
scateniamo le forze avversarie che le delusioni
della guerra avevano abbattuto, che noi avremmo potuto facilmente debellare per sempre. E,
cari amici, non vi sarà sempre possibile ripararvi sotto il vecchio ombrello Turati (ilarità
vivacissima).
Ma conviene rassegnarsi al destino. Le vie
della storia non sono facili: il nostro dovere è
quello di cercare di illuminarle, adeguando popolarità, evitando le formule ambigue. E questo noi facciamo e faremo, o con voi e fra voi,
o separati da voi, perché è il nostro preciso dovere. Noi saremo sempre col Proletariato che
combatte la sua lotta di classe. Questo è l’imperativo categorico della nostra coscienza.
la sua forza e la sua vittoria sicura; “comprende ora il lettore – egli chiedeva – per qual motivo le classi dominanti ci vogliono ad ogni costo trascinare colà dove spara il fucile e fende
la sciabola? Perché ci si accusa oggi di vigliaccheria, quando non scendiamo nelle strade,
dove siamo in precedenza sicuri della sconfitta? E perché con tanta insistenza si invoca da
noi che abbiamo una buona volta da prestarci
alla parte di carne da cannone? Eh! no: non
siamo così grulli!”
Evidentemente il povero Engels peccava un
tantino di presunzione, e – almeno in quest’ultima frase – non prevedeva con esattezza l’avvenire!
Ma già in molte delle monografie precedenti, in quelle magnifiche monografie che sono
come il compimento e il saggio di applicazione delle teorie astratte, Marx, su questo tema
della violenza, aveva corretto abbondantemente il suo pensiero del 1848. Baldesi vi ha citato
un suo discorso del ’74 ad Amsterdam. Io vi
rammenterò le prefazioni alle varie successive
edizioni e traduzioni del “Manifesto”, nelle
quali i due autori confessano apertamente di
essersi ingannati allora nell’aver sopravalutato
le forze rivoluzionarie proletarie (sono del resto le illusioni di tutti i giovani e di tutti i par-
titi giovani, e per Marx erano state concessioni
inevitabili allo spirito blanquista dei tempi), e
nelle quali si ride delle congiure e della azione
illegale sistematizzata. Potrei ricordarvi ugualmente quel brano de “La guerra civile in
Francia nel 1870-71”, in cui afferma che anche dalla Comune i lavoratori non potevano
aspettarsi dei miracoli: “essi sapevano che, per
realizzare la loro emancipazione e raggiungere
così quelle forme superiori a cui tende la società moderna con tutte le sue forze economiche, essi avrebbero da sostenere delle lunghe
lotte e attraversare una serie di fasi storiche,
che trasformerebbe le circostanze e gli uomini.
Essi non avevano da realizzare l’ideale: dovevano soltanto sviluppare gli elementi di un
nuovo mondo che la vecchia società in dissoluzione racchiude nel suo seno”. E rideva, verso la fine dello scritto – già fin dal 1872 – dello
spirito poliziesco dei borghesi, che si figura
“l’associazione internazionale dei lavoratori
che agisce alla maniera di un’associazione segreta, come un Comitato centrale il quale ordina a quando a quando delle esplosioni nei
diversi Paesi”. Acquistate nell’atrio del teatro
l’opuscolo postumo di Engels, edito da Edoardo Bernstein, I fondamenti del comunismo,
e vedrete, alle pagine 15 e 19, quel ch’egli
scriveva circa la inutilità, anzi i danni dell’azione illegale, circa la gradualità inevitabile
della trasformazione economica e l’impossibilità di abolire la proprietà privata prima che
sia creata la necessaria quantità dei mezzi di
produzione, e circa la necessità, per l’esercito
proletario, di proseguire ancora per molti anni,
“con lotta dura e tenace da una conquista all’altra”. Potrei moltiplicare le citazioni dalle
fonti, ma non è, purtroppo, con dieci o cento
citazioni che muterò l’abito mentale dei dissenzienti pertinaci. Bastino le poche che ho
fatte, per i compagni di buona fede, a dimostrare almeno da qual parte siano i vari credi
del vero marxismo e che cosa debba pensarsi
– alla stregua del esso – del bergsonismo sociale, del socialismo generato dalla carestia, e
di tutte le altre decrepite novità che ci vengono
oggi ammannite dall’estremismo che si dice
comunista.
Fu unicamente il culto di alcune frasi isolate
dal comizio (“la violenza lavoratrice della
nuova storia” e somiglianti), avulse dal complesso dei testi, e ripetute per accidia intellettuale, che, in unione alle naturali ribellioni del
sentimento, velò a troppi di noi il fondo e la
realtà della dottrina marxista.
Quel culto delle frasi, in odio al quale il
Marx amava ripetere che egli, per esempio,
“non era marxista”, e anche a me – di cento
cubiti più piccolo – a udire le scemenze di certi
pappagalli, accadde di affermare che io non
sono turatiano (ilarità). Perché nessuna formula – neanche quella di Mosca – sostituirà mai
il possesso di un cervello, che, in contatto coi
fatti e con le esperienze, ha il dovere di funzionare.
La violenza nella storia del socialismo
italiano. Una facile profezia
E vengo alla nota pratica della mia dichiarazione, nella quale mi sarà concesso di essere
anche più breve.
Sul terreno pratico, quarant’anni o poco meno di propaganda e di milizia mi autorizzano
ad esprimervi sommariamente un’altra convinzione. Potrei chiamarla (se la parola non
fosse un po’ ridicola) una profezia, facile profezia e per me di assoluta certezza. Vi esorto a
prenderne nota. Fra qualche anno – io non sarò
forse più a questo mondo – voi constaterete se
la profezia si sia avverata. Se avrò fallito, sarete voi i trionfatori.
Questo culto della violenza, violenza esterna
od interna, violenza fisica o violenza morale –
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
perché vi è una violenza morale, che pretende
sforzare le mentalità, far camminare il mondo
sulla testa (Marx come sapete, correggendo
Hegel, lo rimise sui suoi propri piedi), e che è
ugualmente antipedagogica e contraria allo
scopo – non è nuovo, già lo dissi, nella storia
del socialismo italiano, come di altri Paesi. Ed
il comunismo critico di Marx e di Engels ne
fu appunto la più gagliarda negazione.
Ma, per fermarci all’arretrata Italia, che, come stadio di evoluzione economica, sia, a un
dipresso, di mezzo tra la Russia e la Germania,
la storia dei nostri Congressi, che riassume in
qualche modo le fasi del Partito, storia (sorridete pure del mio consiglio!) che fareste bene
a leggere negli articoli pubblicati nella Nuova
Antologia del 1 e del 16 dicembre da un nostro
avversario – onesto e di non comune dottrina
e di assoluta obiettività – intendo l’on. Meda,
Ministro del Tesoro; quella storia dimostra a
chiare note come cotesta lotta fra il culto della
violenza che pretende di imporsi col miracolo
ed il vero socialismo che lo combatte, è stata
sempre, nelle più diverse forme, a seconda dei
momenti e delle circostanze, il dramma intimo
e costante del partito socialista. Ma il socialismo, in definitiva, fu sempre il trionfatore contro tutte le sue deviazioni e caricature. Non è
da oggi che noi siamo i social-traditori. Lo
fummo sempre: all’epoca degli inizi, all’epoca
degli scioperi generali politici, degli scioperi
economici a ripetizione, eccetera, eccetera.
(Voce: Bravo! Viva la sincerità!)
TURATI: Sissignori! Il “Partito operaio”,
nel decennio 1880-90, era già una reazione al
corporativismo operaio. E noi, che volevamo
farne un partito politico, eravamo guardati con
sospetto. Nel 1891-92 il Partito operaio si allargava in Partito dei lavoratori (che s’inspirava a un concetto già più ampio, in quanto abbracciava anche i lavoratori del cervello) e più
tardi, a Reggio Emilia (1893), in “Partito socialista dei lavoratori italiani”, per diventare
finalmente a Parma, nel 1895, sotto i colpi della reazione più dura, il “Partito socialista italiano”. Queste trasformazioni del nome esprimono appunto il concetto della conquista del
potere, che noi introducevamo man mano nel
programma che il partito aveva tracciato, ai
suoi inizi, programma di azione diretta, una
specie di presoviettismo dell’epoca. Nel 1892
(Genova) esso culminò nella violenta separazione dagli anarchici. Ma non per ragioni ideologiche di pura filosofia. Forse che dagli anarchici ci divideva la diversa concezione di quello che dovrà essere la società futura? Ma neppure per sogno! Per un avvenire lontano noi
tutti possiamo anche professarci anarchici,
perché l’ideale anarchico rappresenta – tecnicamente – un superlativo di perfezione. Quel
che ci divideva era l’impazienza, la violenza,
la improvvisazione, il semplicismo dell’azione. Molti anarchici, tutti riflessivi dell’esperienza e degli anni, ritornarono poi nelle nostre
file. Sono note le vicende dal 1891 al 1898.
Nel 1904 imperversò il sindacalismo, coi primi grandi scioperi generali, col labriolismo,
con lo sciopero agrario di Parma: era il soviettismo italiano di quel tempo, e fu debellato al
Congresso di Firenze nel 1908.
Oscillazioni, ritorni, transazioni, ce ne furono a josa. Venne poi il ferrismo, ossia il rivoluzionarismo verbale, ossia proprio quello,
mutatis murandis, che è oggi il graziadeismo
(Ilarità); e venne la transazione integralista
dell’ottimo Morgari, che durò appena un paio
di anni sui palcoscenici dei nostri comizi (Vivissime interruzioni).
TURATI – Non pretenderete mica, spero,
che io dica le opinioni vostre. Vi esprimo francamente le mie. Venne dunque l’integralismo,
che, a dir vero, in quel momento salvò il Partito (onde noi lo accettammo come un meno
peggio al Congresso di Firenze) e che fu l’anticipazione dell’odierno Serratismo, del comunismo unitario, del socialismo comunista, di
quel socialismo che sta un po’ di qua e un po’
di là, sia pure per amore dell’unità, ma che reca nel proprio seno la contraddizione insanabile (applausi dei comunisti puri). Sono perfino gli stessi tipi antropologici e somatologici
che rinascono e si presentano. La guerra ha ridato una giovinezza perfino all’anarchismo,
che ha oggi in Italia un proprio giornale quotidiano. Ebbene, nella storia del nostro partito
l’anarchismo fu rintuzzato, il labriolismo… finì al potere, il ferrismo, anticpazione, come ho
detto, del graziadeismo (nuova ilarità), fece le
capriole che sapete, l’integralismo stesso sparì
e rimase il nucleo vitale: il marcio riformismo,
secondo alcuni, il socialismo, secondo noi, il
solo vero, immortale, invincibile socialismo,
che tesse la sua tela ogni giorno, che non fa
sperare miracoli, che crea coscienze, Sindacati, Cooperative, conquista leggi sociali utili al
proletariato, sviluppa la cultura popolare (senza la quale saremo sempre a questi ferri e la
demagogia sarà sempre in auge), si impossessa
dei Comuni, del Parlamento, e che, esso solo,
lentamente ma sicuramente, crea la maturità
di. (Dico, anzi, che noi ci siamo già; non si
tratta che di saper valersene e di avanzare).
Avrete allora inteso appieno il fenomeno russo, che è uno dei più grandi fatti della storia,
ma di cui voi farneticate la riproduzione meccanica e mimetistica, che è storicamente e psicologicamente impossibile, e, se possibile fosse, ci ricondurrebbe al Medioevo. Avrete capito allora, intelligenti come siete (ilarità), che
la forza del bolscevismo russo è nel peculiare
nazionalismo che vi sta sotto, nazionalismo
che del resto avrà una grande influenza nella
storia del mondo, come opposizione ai congiurati imperialismi dell’Intesa e dell’America,
ma che è pur sempre una forma di imperialismo. Questo bolscevismo, oggi – messo al
muro di trasformarsi o perire – si aggrappa a
noi furiosamente, a costo di dividerci, di annullarci, di sbriciolarci; s’ingegna di creare
una nuova Internazionale pur che sia, fuori
dell’Internazionale e contro una parte di essa,
per salvarsi o per prolungare almeno la propria
travagliata esistenza; ed è naturale, e non comprendo come Serrati se ne meravigli e se ne
sdegni, che essa domandi a noi, per necessità
della propria vita, anzi della vita del proprio
governo, a noi che ci siamo fatti così supini, e
della classe, la maturità degli animi e delle cose, prepara lo Stato di domani, e gli uomini capaci di manovrarne il timone.
Sempre social-traditori ad un modo, e sempre vincitori alla fine. La guerra dove rincrudire il fenomeno. La lotta sarà più dura, più tenace e più lunga, ma la vittoria è sicura anche
questa volta.
che preferiamo essere strumenti anziché critici, per quanto fraterni, ciò che non oserà mai
domandare al socialismo francese né a quello
di alcun altro paese civile. Ma noi non possiamo seguirlo ciecamente, perché diventeremmo
per l’appunto lo strumento di un imperialismo
eminentemente orientale, in opposizione al ricostituirsi della Internazionale più civile e più
evoluta, l’Internazionale di tutti i popoli, l’Internazionale definitiva. Tutte queste cose voi
capirete fra breve e allora il programma, che
state (come confessaste) faticosamente elaborando e che tuttavia ci vorreste imporre, vi si
modificherà fra le mani e non sarà più che il
nostro vecchio programma…
Bolscevismo e Internazionale
Fra qualche anno il mito russo, che avete il
torto di confondere con la rivoluzione russa,
alla quale io applaudo con tutto il cuore…
(Voce: Viva la Russia!)
TURATI, continuando: … il mito russo sarà
evaporato ed il bolscevismo attuale o sarà caduto o si sarà trasformato. Sotto le lezioni
dell’esperienza (e speriamo che all’Italia siano
risparmiate le sanguinose giornate d’Ungheria,
verso cui la si spinse inconsapevolmente) le
vostre affermazioni d’oggi saranno da voi stessi abbandonate, i Consigli degli operai e dei
contadini (e perché no dei soldati?) avranno
ceduto il passo a quel grande Parlamento proletario, nel quale si riassumono tutte le forze
politiche ed economiche del proletariato italiano, al quale si alleerà il proletariato di tutto
il mondo. Voi arriverete così al potere per gra-
Azione e ricostruzione
Il nucleo solido, che rimane di tutte queste
cose caduche, è l’azione: l’azione, la quale non
è l’illusione, il precipizio, il miracolo, la rivoluzione in un dato giorno, ma è l’abilitazione
progressiva, libera, per conquiste successive,
obbiettive e subiettive, della maturità proletaria alla gestione sociale. Sindacati, Cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura ecc., ecc., tutto ciò è il socialismo che diviene. E, o compagni, non diviene per altre
vie. Ancora una volta vi ripeto: ogni scorcione
allunga il cammino; la via lunga è anche la più
breve… perché è la sola. E l’azione è la grande
educatrice e pacificatrice. Essa porta all’unità
di fatto, la quale non si crea con le formule e
neppure con gli ordini del giorno, per quanto
abilmente congegnati, con sapienti dosature
farmaceutiche di fraterno opportunismo.
Azione prima e dopo la rivoluzione – perché
dentro la rivoluzione – perché rivoluzione essa
stessa. Azione pacificatrice, unificatrice. Non
è un caso che proprio dove più l’azione manca,
perché non vi può essere ancora – ad esempio,
nel Mezzogiorno – ivi lo estremismo, il miracolismo hanno maggior voga. Non è a caso
che, dove la organizzazione è più forte, essi si
attenuano e la Confederazione del lavoro è e
rimarrà sempre, per sua organica necessità,
checché voi tentiate in contrario, col vecchio
e vero socialismo.
Ond’è, che quand’anche voi aveste impiantato il partito comunista e organizzati i Soviety
in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che
avrete provocata e se vorrete fare qualche cosa
che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che
rimanga come elemento di società nuova, voi
sarete forzati, a vostro dispetto – ma lo farete
con convinzione, perché siete onesti – a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei
social-traditori di una volta; e dovrete farlo
perché essa è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane
dopo queste nostre diatribe.
E, dovendo fare questa azione graduale, perché tutto il resto è clamore, è sangue, orrore,
reazione, delusione: dovendo percorrere questa strada, voi dovrete fino da oggi fare opera
di ricostruzione sociale. Io sono qui oggi alla
sbarra, dovrei avere le guardie rosse accanto…
(si ride) perché, in un discorso pronunziato il
26 giugno alla Camera, Rifare l’Italia! Cercai
di sbozzare il programma di ricostruzione sociale del nostro paese. Ebbene, leggetelo quel
discorso, che probabilmente non avete letto,
ma avete fatto male (Ilarità). Quando lo avrete
letto, vedrete che questo capo di imputazione,
questo corpo di reato, sarà fra breve il vostro,
il comune programma (Approvazioni). Voi temete oggi di ricostruire per la borghesia, preferite di lasciar crollare la casa comune, e fate
vostro il “tanto peggio, tanto meglio!” degli
anarchici, senza pensare che il “tanto peggio”
non dà incremento che alla guardia regia ed al
fascismo. (Applausi). Voi non intendete ancora
che questa ricostruzione, fatta dal proletariato
con criteri proletari, per se stesso e per tutti,
sarà il miglior passo, il miglior slancio, il più
saldo fondamento per la rivoluzione completa
di un giorno. Ed allora, in quella noi trionferemo insieme. Io forse non vedrò quel giorno:
troppa gente nuova è venuta che renderà aspra
la via, ma non importa. Maggioranza o minoranza non contano. Fortuna di Congressi, fortuna di uomini, tutto ciò è ridicolo di fronte alla necessità della storia. Ciò che conta è la forza operante, quella forza per la quale io vissi
e nella cui fede onestamente morrò, eguale
sempre a me stesso. Io combattei per essa, io
combattei per il suo trionfo: e se trionferà anche con voi, è perché questa forza operante
non è altro che il socialismo.
Ebbene – conclude con voce rotta dalla
commozione Filippo Turati -: Evviva il Socialismo!
(Tranne i comunisti secessionisti, tutti i delegati delle altre frazioni ripetono il grido e
tributano a Turati ripetute ovazioni, che lo accompagnano mentre egli dalla tribuna si reca
nel palco di proscenio a destra, dove lo attendono Treves, Modigliani, D’Aragona, Buozzi,
Storchi e molti altri amici. Durante il breve
tragitto egli riceve infinite strette di mano ed
è più volte abbracciato. I comunisti secessionisti gridano: “Viva la Russia!”). s
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
■ EREDI DEL RISORGIMENTO E DEL MOVIMENTO DEMOCRATICO PER UNA NAZIONE “ANCHE GIUSTA”
I SOCIALISTI E IL MITO DI GARIBALDI
i cercherebbe invano, scorrendo
la “Critica Sociale” del giugno
1892, decennale della morte di
Giuseppe Garibaldi, un ricordo dell’Eroe dei
Due Mondi, come se i socialisti si fossero ormai lasciati alle spalle la tradizione democratica del Risorgimento.
Si era allora alla vigilia della fondazione del
Partito socialista e l’intento di Filippo Turati,
di Anna Kuliscioff e degli altri promotori di
quel progetto, che avrebbe avuto, tra gli altri
suoi meriti, anche quello di contribuire in modo significativo all’unificazione politica e culturale del nostro paese, si ponevano l’obbiettivo di segnare nettamente le differenze sul
piano programmatico ed organizzativo tra il
nuovo partito e la Democrazia radicale e repubblicana, che aveva in Felice Cavallotti il
suo massimo esponente. Avevano, nello stesso
tempo, il proposito di attrarre verso il socialismo i suoi uomini esponenti più avanzati sui
temi sociali.
Si trattava di un’operazione indispensabile
per garantire al Partito socialista la sua autonomia ed un personale politico adeguato ai
suoi compiti, ma estremamente complessa e
difficile, poiché il socialismo italiano nasceva
sul terreno della democrazia, ne accettava i
principi fondamentali, anche se intendeva, naturalmente, conquistare oltre alla democrazia
politica anche quella economica, che doveva
consistere nella proprietà collettiva dei mezzi
di produzione e di scambio.
Turati, del resto, al pari di Leonida Bissolati,
di Camillo Prampolini e di tanti altri loro coetanei trentacinquenni che costituirono il gruppo dirigente del nuovo partito, se erano nati
troppo tardi per poter partecipare alle battaglie
del Risorgimento, erano permeati dagli ideali
di una patria unita e indipendente, amica degli
altri popoli e tendente a costruire una patria
più vasta, europea, che venivano loro dal pensiero e dall’azione di Mazzini, di Cattaneo, di
Garibaldi. I socialisti della generazione precedente, del resto, erano stati mazziniani e garibaldini e sulla scia di Mazzini e Garibaldi avevano imparato ad associare gli ideali di patria
con quelli di redenzione sociale. Quando poi
Mazzini aveva preso nettamente le distanze
dal socialismo e aveva duramente condannato
la Comune di Parigi, Garibaldi, che pure socialista non era, ne aveva preso le difese e aveva poi affermato che l’Internazionale era il Sole dell’avvenire, favorendo così il passaggio
di tanti giovani patrioti al socialismo. Essi non
rinnegavano la patria, ma volevano che fosse
tale veramente per tutti i suoi cittadini, anche
per gli operai e i contadini. Credevano poi in
una patria più grande, senza confini, ed aderivano quindi all’Internazionale, che si batteva
per l’uguaglianza sociale ma anche per l’indipendenza di tutti i popoli.
Il movimento operaio era nato in Italia sotto
l’egida democratica, di Mazzini e di Garibaldi
e si era poi sempre di più avvicinato al socialismo. Moltissime società operaie nominavano
Garibaldi loro presidente onorario, considerandolo uno di loro.
I socialisti quindi non rinnegavano Garibaldi; al contrario la sua figura e la sua epopea
entrava a far parte del loro patrimonio ideale
e culturale, senza che vi fosse bisogno di specifiche celebrazioni o rivendicazioni. Nessun
socialista, del resto, metteva minimamente in
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
S
Maurizio Punzo
dubbio che l’unità d’Italia fosse il coronamento di un grande disegno e il punto di partenza
di nuovi traguardi politici e sociali.
Lo scritto che viene qui ripubblicato risale al
giugno 1882. Filippo Turati era allora a Parigi,
quando fu raggiunto dalla notizia della morte
di Garibaldi. Si trovò così ad assistere alla
grande manifestazione che si tenne nella capitale francese in onore dell’eroe italiano. Garibaldi era ben conosciuto ed amato in Francia,
non solo per l’epopea delle battaglie combattute prima in America e poi per la liberazione
dell’Italia, ma anche per la generosa partecipazione, alla testa delle sue camicie rosse, alla di-
fesa della “sorella latina” di fronte al dilagare
delle truppe prussiane nel 1870, superando il
dolore che gli aveva causato, nel 1859, l’annessione delle sua Nizza alla Francia
“La morte di Garibaldi mi fece piangere –
erano anni che non piangevo per me”, scrisse
Turati all’amico Arcangelo Ghisleri la mattina
del 4 giugno. Un particolare che omise nella
lettera-articolo, scritto qualche giorno dopo ed
inviato alla “Farfalla”, il giornale scapigliato,
democratico e repubblicano, cui collaborava e
su cui pubblicava molte delle sue poesie. A Parigi si fermò più a lungo del previsto, prima di
recarsi a Londra, tappa successiva del suo
viaggio, proprio per seguire di persona “la solennità di oggi al Cirque d’Hiver per Garibaldi”, come scriveva, sempre a Ghisleri, il 12.
Turati non viaggiava soltanto per diletto, ma
era in cerca di una cura che fosse in grado di
liberarlo della grave forma di nevrastenia che
l’aveva colto quattro anni prima e che influì
notevolmente su tutto il periodo della sua giovinezza. La forte reazione emotiva da lui provata nell’apprendere della morte di Garibaldi
e poi nell’assistere alla cerimonia parigina in
suo onore, non può tuttavia essere spiegata solo dalle sue condizioni psichiche. Per Garibaldi aveva, come molti altri giovani, un’autentica venerazione, poiché rappresentava la conquista dell’indipendenza e dell’unità d’Italia e
la fedeltà agli ideali democratici, repubblicani
in cui si riconoscevano quei giovani irrequieti,
insoddisfatti della politica della Sinistra come
di quella della Destra e sempre più interessati
alla questione sociale e al socialismo.
Legandosi a Arcangelo Ghisleri, repubblicano ma non socialista, e al suo coetaneo e
compagno di studi Bissolati, Turati, che. come
egli stesso confessò più tardi a Prampolini, era
stato monarchico fin circa a vent’anni, aveva
iniziato, oltre che di poesia e di letteratura, ad
occuparsi di “studi positivi” e proprio nel 1882
apparve a puntate sulla “Plebe” di Enrico Bignami l’importante saggio su Il delitto e la
questione sociale. Le sue idee erano dunque
notevolmente cambiate, ed erano state notevolmente influenzate da quelle, federaliste e
repubblicane, di Ghisleri. Turati, però, pur credendo nel federalismo e nella repubblica, repubblicano non si considerava e non aderì mai
alle associazioni repubblicane. Già nel 1878
aveva fatto cenno ad un “socialismo graduale”
come proprio ideale e, da allora, il socialismo
lo attrasse sempre di più, fino a farlo diventare
uno dei maggiori artefici della costruzione e
della crescita del partito e quindi dell’affermazione compiuta di un socialismo democratico
e riformista.
Una tappa importante di questo percorso
verso il socialismo fu proprio quel soggiorno
parigino. Durante la celebrazioni di Garibaldi
conobbe infatti di persona Benoît Malon, uno
dei maggiori esponenti del socialismo francese, che aveva grandemente influenzato il pensiero dei socialisti italiani, tra cui Bignami,
fornendo loro le armi ideali per resistere all’avanzata dell’internazionalismo anarchico
che dilagò nella penisola negli anni Settanta.
Turati prese poi le distanze dal pensiero di
Malon, ritenendo più matura e utile all’affermazione del movimento operaio l’elaborazione di Marx e di Engels, ma rimase sempre in
lui l’impronta di un socialismo fortemente
umanistico, quale era stato quello del pensatore francese.
Allo stesso tempo Turati non abbandonò
CRITICAsociale ■ 11
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
■ LA COMMOZIONE DI FILIPPO TURATI DURANTE LE ONORANZE PER GARIBALDI DELLA CITTÀ DI PARIGI IN UNA LETTERA ALLA FARFALLA
“UN POPOLO ENTUSIASTA MAI SAZIO DI UDIRLO...”
C
Parigi, domenica 11 giugno.
Ma imaginati lʼeffetto che dee produrre in
orecchie italiane, uscito a un tratto da diecimila bocche francesi, imaginati i brividi di
emozione, i sudori freddi e le vertigini di
compiacenza, di gratitudine, di tenerezza
che mi scossero tutto, mentre lʼinno garibaldino, il nostro vero e solo inno nazionale, il
simbolo di tutta lʼepopea italiana, fu accolto,
fu accompagnato, fu coperto dagli hurra! dagli evviva! di tutto questo popolo entusiasta,
non mai sazio di udirlo...
Ma ci amano dunque davvero! E le rivalità
mai gli ideali risorgimentali e anche se non
sentì più il bisogno di richiamarsi espressamente a Garibaldi e al Risorgimento, appare
evidente come considerasse sempre il socialismo come l’erede dei democratici che avevano
combattuto per l’Italia. Ne è una prova lampante il suo comportamento nel corso della
Grande Guerra. Egli, contrario come tutti i socialisti all’entrata dell’Italia nel conflitto e
convinto dei valori di pace e di fratellanza dell’internazionalismo socialista, fu in prima fila
nell’opporsi fin dall’inizio all’idea che i socialisti potessero boicottare la guerra e sostenne
che, se l’Italia fosse stata invasa, la difesa del
territorio nazionale sarebbe stato dovere comune di tutti i cittadini. Non esitò, quindi, dopo Caporetto, a incitare alla resistenza, come
fece del resto nella sua Milano la Giunta Caldara, che fece affiggere sui muri della città un
manifesto che ricordava, nei toni e nello spiri-
to, le gloriose Cinque Giornate. La stessa politica di “Croce rossa civile” esercitata durante
la guerra dalle grandi Amministrazioni socialiste era indubbiamente un’opera patriottica,
che non rinnegava la ricerca della pace e l’auspicio di un nuovo ordine mondiale non basato
sull’imperialismo, me nello stesso tempo gettava un ponte verso un dopoguerra di riforme
ardite e di collaborazione tra tutte le forze politiche e sociali desiderose di rendere migliore
quell’Italia, che aveva superato una grande
prova ed aveva finalmente completato, con
Trento e Trieste, la sua unità.
Gli avvenimenti volsero poi in un’altra direzione, e prevalsero lo stolto massimalismo
filosovietico e poi la reazione fascista, ma questo nulla toglie alla grandezza e alla nobiltà di
quei progetti, che si collocavano nel solco della tradizione democratica e socialista dell’Italia liberale. s
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
arissimo, se avessi tempo e
non dovessi fra unʼora partire
per lʼInghilterra ti scriverei la
descrizione per la Farfalla della festa funebre franco-italiana da cui torno in questo
istante. Una cosa grande — ti dico — una
cosa smisurata, quale solo Parigi può dare,
e che produsse in me la più grandiosa emozione chʼio abbia provato in mia vita.
Quante migliaia erano? Non te lo so dire.
Era tutta Parigi democratica, era tutta la
Francia repubblicana. Ed io là solo, smarrito
fra quel monte di teste e di braccia francesi,
agitantisi in una tempesta dʼentusiasmo nel
nome di Garibaldi, nel nome dʼItalia!
Tʼimmagini?
Dalla triste mattina che il Figaro mʼapprese la morte dellʼeroe smisurato, uno strano
isterismo di malinconia mʼavea preso lʼanima, un sentirmi a disagio in paese straniero,
in ambiente ostile, un parermi che gli amici
lontani dovessero aver bisogno di me nella
sventura che colpiva la patria, come io sentivo di aver bisogno di loro per espandere
quel dolore improvviso e che lungi dʼItalia mi
riesciva a mille doppi intollerabile. Ho avuto
un impeto fanciullesco di torme fra voi: ma
lo stesso intontimento in cui ero caduto mi
trattenne - inerzia a Parigi.
Ricordo che alla posta, quella mattina, al
ricevere le lettere consuete, mi trovai dʼaccanto ad alcuni italiani, fra cui una coppia di
sposi in viaggio di nozze. Avevo tra mani
spiegato il giornale e, senza conoscerli, mostrai loro il telegramma fatale: « È morto Garibaldi! ». Rimasero come istupiditi, increduli,
sbigottiti, quasi da un cattivo augurio: corrucciati della loro letizia di sposi novelli su
cui quel telegramma spargeva tantʼ ombra.
— E in Italia allora?... Anchʼessi parvero sospirare allʼItalia. Ma ora mi applaudo — oh
se mi applaudo! — di essere rimasto.
La giornata dʼoggi ha dissipato tutte le tristezze. Lʼentusiasmo di Roma, di Milano,
non poteva avere rivelazioni per me : non ne
può avere per un italiano. Era qui che bisognava essere. Ed era qui che bisognava trascinare oggi le vipere del giornalismo e della
politica — i piccoli mettimale che schizzano
il veleno dagli odii fra le nazioni sorelle. Che
esempio, e che lezione per essi!
«Viva lʼItalia» è un grido banale in Italia.
dʼAfrica sono bisbeticherie di diplomatici,
senza eco nel cuore dei popoli? E la diplomazia dovʼè, e perché non protesta?
O vʼè dunque una diplomazia dei popoli
mille volte più solenne di quella dei governi!
E mentrʼio pensavo queste cose e si acclamava a me dʼintorno alla pace latina, agli stati
uniti dʼEuropa, alla fratellanza umana, alla repubblica universale, io mi sentivo orgoglioso
e commosso di essere italiano, e di ricevere
da un popolo di stranieri una lezione di patriottismo.
A un certo punto — non ti narro i discorsi,
le bandiere italiane e francesi intrecciate, le
coccarde quadricolori in seno alle donne, gli
intermezzi piccanti che saprai dai giornali —
a un certo punto, dal lato al presidente della
festa, Giosuè Carducci si leva per leggere
dei versi. Non ridere, proprio lui : la sua capigliatura arruffata, il suo tipo selvaggio, il
suo atteggiamento leonino, la sua irrequietezza nervosa. Non riesco a spiegarmi Giosuè Carducci a Parigi, e mi impensierisco
sul serio dellʼeffetto che produrrà sullʼuditorio
la sua pronuncia incorreggibilmente etrusca
— quandʼecco sento mormorare il nome di
Clovis Hugues, il simpatico deputato di Marsiglia, il poeta della rivoluzione, e per più
dʼun rispetto il Carducci della Francia.
Nellʼatrio, a due palmi di distanza, ho poi
constatata unʼaltra volta questa strana somiglianza fisica dei due poeti, le cui rassomiglianze intellettuali sono oggi curiosissimo di
studiare pili a fondo.
Per finire. Da più di quindici giorni calpestavo in lungo e in largo il selciato parigino,
interrogandone con amore di touriste le persone e le cose, suscitandone le memorie,
raccogliendone le impressioni, eppure, lo
dovetti confessare scrivendone allʼamico
Pessimista (uno degli pseudonimi di Felice
Cameroni) malato lui, poveretto, di nostalgia
parigina, finora, anche fra lʼammirazione,
qualche cosa rimaneva in me di refrattario,
di chiuso alle emozioni che questa grande
metropoli ha destato in tanti visitatori.
Dovevo confessarmi con non poco dolore
del mio amor proprio, inetto a comprendere,
a sentire tutto un ordine di grandezze. Lʼentusiasmo che mi desta in cuore ad ogni pie
sospinto lo squallido paesaggio delle Alpi,
non mʼaveva mai toccato né davanti al Louvre, é davanti allʼarco della Stella. Ero avvilito, ti giuro...
Non so che sia. Ma la festa e la commozione di oggi mi pare che abbiano aperto nel
mio seno una fontana di sensibilità nuova e
più fresca, che abbiano sciolto quel ghiaccio,
che mʼabbiano messo nuova lente negli occhi. Mi pare da oggi di capire Parigi! È forse
perciò che la abbandono. Mia mamma picchia alla porta dice che è lʼora. s
* Da La Farfalla, Milano, 18 giugno 1882.
Il titolo era seguito dallʼindicazione
(Nostra corrispondenza)
12 ■ CRITICAsociale
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
nche la rappresentazione
dell’Unità d’Italia di riecheggia una sindrome antica, mai debellata, quella dei vinti, cioè della
Chiesa (e direi dei cattolici non liberali) e dei
contadini meridionali. Sull’onda ancora emotivamente sollecitata di questo stato d’animo
si arriva a ridurre l’unificazione nazionale alla
politica annessionistica della corte dei Savoia
(definiti “franco-piemontesi e massoni” con
uno stile da suddito-pago-di-sé dello Stato
pontificio), e i costi della creazione e del consolidamento dello stato unitario a pura “conquista regia”.
Sintetizzando un meno perentorio Banti, da
parte di Banfi si è parlato di una sorta di pulizia etnica, in cui Vittorio Emanuele II, Cavour
e Mazzini “confiscarono con la violenza, uccisero, giustiziarono, imposero le loro leggi
con la forza delle armi”. Come in una camicia
di forza, in questa sintesi è segregato il grande
afflato europeo, il disegno europeistico, lo spirito universalistico di difesa dell’indipendenza
nazionale e dei diritti dei cittadini che fu proprio del nostro liberalismo. Il silenzio su Cavour è, a questo proposito, assai sintomatico
al pari della concentrazione del fuoco ritorsivo
su Mazzini, che è una figura diversa, cioè a rischio di fanatismo e di nazionalismo.
Purtroppo, grazie al clima da guerra civile
permanente in cui si di batte la politica attuale,
la storia viene letta in maniera unidimensionale. Se ne fa una clava facendo della parzialità
un criterio euristico. Ma in questo modo si finisce per proiettare pari pari sul presente il
passato. E il giudizio storico, consentitoci dalla distanza di ben 150 anni dagli eventi, finisce
per assomigliare a qualcosa come un pregiudizio, un’ideologia dal gagliardo ritorno.
Non credo che tanto Banti quanto Banfi vogliano questo. Pertanto, penso converranno
con me -che cattolico non sono -su un punto:
non si capisce nulla della grande influenza spirituale e quindi del maggior prestigio tra i credenti (e non) che fecero seguito alla spoliazione della Chiesa del potere temporale, né delle
basi sociali e morali in cui si innervò il popolarismo di Luigi Sturzo (direi l’accesso dei cattolici alla politica), se non ci rendiamo conto
che furono resi possibili dalla cultura politica
liberale. I governi postunitari poterono eccedere in un surplus di “punture di spillo” verso
i cattolici e soprattutto le loro gerarchie, come
rilevò uno scrittore cattolico-liberale come Arturo Carlo Jemolo. Ma i papi, direi il fronte
ampio della “resistenza” cattolica al fatto compiuto del 1861, non furono da meno sul versante opposto. Sul dovere dell’educazione dei
cittadini/fedeli prevalse la preoccupazione del
controllo. Dai sacri palazzi si rese tardiva, lenta e parziale la riconciliazione con i valori universali dello stato di diritto, dell’indipendenza
nazionale, della cittadinanza.
Furono invece proprio questi ultimi i tratti
salienti del liberalismo fiorito tra le due sponde dell’Atlantico. Lì, tra la costituzione francese, quella americana e le varianti nei diversi
paesi europei dal Congresso di Vienna in avanti, ebbe origine e prese forma quel mondo moderno che mi pare corretto identificare nell’Europa, nella civiltà cristiana e nel suo principio, la dignitas hominis.
Dell’espansione del cristianesimo a Erasmo
e Voltaire fino ad oggi, Roberto Vivarelli ci ha
dato un quadro esemplare nel saggio I caratteri dell’età contemporanea (Il Mulino, Bologna 2005).
Nella prassi politica, cioè nell’azione di governo, il liberalismo non ebbe lo stesso rango
e livello che nella teoria. Ma né le reviviscenze
neo-borboniche né lamentazioni e deplorazio-
■ MA ANCHE DAL PCI LA LIQUIDAZIONE DELLO SPIRITO LIBERALE DELL’UNITÀ
DALLA NAZIONE AL “NAZIONALISMO”
COSÌ IL FASCISMO HA STRAVOLTO IL RISORGIMENTO
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
A
Salvatore Sechi
ni del vecchio mondo cattolico (forse è meglio
dire clericale) né le critiche della storiografia
marxista (comunista) hanno potuto contestare
il quadro che dell’Italia unita ci ha offerto Rosario Romeo, quando ha inquadrato il sottosviluppo meridionale così come il carattere pedagogico (cioè autoritario) con cui venne a
lungo declinato il rapporto Stato-cittadini nella
prospettiva dell’accumulazione capitalistica
per l’industrializzazione e del rafforzamento
dello Stato appena nato e quindi da più lati
vulnerabile.
Il problema storiografico più importante, però, è capire come mai il ceto politico liberale
che aveva partecipato al Risorgimento, sia
passato, con pochissime eccezioni (penso a
Giustino Fortunato, per fare un esempio), al
fascismo. Con la sua cultura non avevano nulla o ben poco a che fare Sonnino quanto Salandra, Crispi quanto Giolitti. E per stroncare
rivolte e mettere a tacere oppositori e sovversivi (tale fu considerato fino all’ultimo lo stesso Giuseppe Mazzini) non si servirono di milizie private o di squadracce d’azione, come
fecero i seguaci di Mussolini, ma dei corpi dello Stato, in nome (che era anche uno schermo)
dell’interesse nazionale.
Alla fine il fascismo ha imposto al Risorgimento la sua caratura. L’idea di nazione è stata
trasformata in nazionalismo. L’idea del “primato morale e civile degli italiani” è stata trasformata in diritto al colonialismo e all’imperialismo, coinvolgendo in questa logica infame
anche l’emigrazione che nasceva da un bisogno, quello di sfuggire alla miseria in patria.
Attraverso la scuola, i musei, l’edilizia celebrativa, la mobilitazione di un passato magniloquente in funzione del presente, la centralità
di Roma, il fascismo prosegue, e si illude di
completare, la retorica del Risorgimento sulle
origini di esso. È quello che viene chiamata
l’invenzione della tradizione. In questo modo
si è retrodatato di secoli, facendola risalire a
Dante, Petrarca, Machiavelli ecc. la domanda
(e la condizione) di unità. Essa è stata invece
un valore limitato. Ha coinvolto piccoli gruppi
ed élites, pezzi di gruppi dirigenti che invece
il fascismo, proseguendo sulla strada della falsificazione della storia e della creazione di miti
dei governi postunitari, ha enfatizzato, come
se dietro Cavour, Mazzini, Garibaldi ci fossero
grandi masse, anzi un intero popolo. Non fu
così. L’unità d’Italia fu una costruzione retorica, frutto di un’euforia e tenacia propagandistica ad ampio raggio. Ci si servì di ogni ordine e grado dell’istruzione, dell’addestramento militare, delle feste nazionali, delle ricorrenze per popolarizzare un evento che di popolare ebbe assai poco.
La realtà è che per un paese diverso e diviso,
nelle tradizioni e nelle culture, la scelta più opportuna sarebbe stata non l’unità, ma il federalismo, un sistema di grandi autonomie per
sperimentare nel lungo periodo un altro percorso. Invece del federalismo (Cattaneo fu un
vinto del Risorgimento) come collante abbiamo avuto il centralismo e la burocrazia, gli alti
comandi militari, la diplomazia ecc. tutta di
estrazione piemontese. Ecco perché mi pare
difficile dare torto alla cautela, alla sobrietà, al
rifiuto di ogni enfatizzazione del passato ad
opera della Lega.
La Resistenza solo da sprovveduti cantori di
partito può essere evocata come Secondo Risorgimento (il termine venne inventato dalla
Dc e osteggiato dalle sinistre all’inizio degli
anni Cinquanta). Si è arrivati ad abusi come
quello di intitolare a eroi del Risorgimento
(Pellico, Pisacane, Garibaldi, Mazzini ecc.)
brigate partigiane dominate da comunisti disciplinatissimi nell’obbedienza a Mosca. Esse
avevano in testa la missione di abbattere il regime fascista, non di continuare l’opera del Ri-
sorgimento. L’obiettivo era di “fare come in
Russia”, aprendo la strada alla rivoluzione socialista. Insomma sostituire una dittatura di destra con una dittatura di sinistra.
Chi voleva riprendere l’opera dei fratelli
Carlo e Nello Rosselli, allievi di Gaetano Salvemini, e completare il Risorgimento combinando libertà e giustizia veniva trattato da Togliatti a metà degli anni Trenta come un comune fascista. Perciò l’avversione prima nei confronti di Giustizia e Libertà e successivamente
del Partito d’Azione (che si ispiravano agli
ideali del liberalismo risorgimentale, della costituzione americana, e dei socialisti inglesi)
fu sempre condita di un’ostilità sprezzante.
La lettura della rivista Rinascita offre un panorama emblematico dell’anti-Risorgimento
comunista. La data del 1861 fu liquidata come
un affare di agrari e industriali, con le masse
popolari in ostaggio di un’oligarchia corporativa e di partiti degenerati in “cricche”. Né gli
scritti di Gramsci, pur avendo elevato il livello
del dibattito storiografico, sono andati mai oltre la considerazione dell’unificazione nazionale come di un’occasione perduta. Chiedo: si
può davvero sostenere che il carattere “maltusiano” della base sociale del Risorgimento derivò dalla mancanza di un partito antesignano
del Pci che guidasse il processo, e saldasse i
contadini al nuovo Stato attraverso una prospettiva rivoluzionaria?
Fu, però, attraverso lo schermo del Risorgimento che i comunisti italiani cercarono di definire la propria idea di nazione e di presentarsi
come continuatori della principale tradizione
nazionale. Si illusero che per diventare interlocutori e possibili partner di una nuova maggioranza bastasse definirsi anti-fascisti dal momento che anche Gramsci, e soprattutto Togliatti, proclamarono che il fascismo fosse il
testimone naturale e il legittimo erede delle
forze politiche e sociali che avevano animato
la vicenda unitaria. Nel mio volume Compagno cittadino (Rubbettino, 2006) ho ampiamente documentato questa caricatura del processo storico e la conseguente riduzione della
storiografia a strumento ancillare della manovra politica.
G
razie al controllo esercitato dalla Dc e in
particolare da De Gasperi sul dopoguerra, e
soprattutto grazie al rapporto di forza sfavorevole all’Unione Sovietica e ai disegni di Stalin
determinatosi dopo l’abbattimento del nazi-fascismo, la psicosi sovietica dei comunisti è
stata esorcizzata. Le loro domande radicali sono state parlamentarizzate e imbrigliate nella
prassi malsana dell’esercizio dei poteri di veto.
La Carta costituzionale ha avuto un carattere
assai ambiguo, di compromesso e mediazione,
se si esclude la parte programmatica. Proprio
questo carattere ha consentito ai governi guidati dalla Dc un’applicazione moderata, ma efficace come quella che ebbe luogo negli anni
del centrismo.
La polemica del filosofo liberale Norberto
Bobbio con Togliatti e altri segretari del Pci
per quanto concerne la concezione marxista
dello Stato e la confusione tra pluralismo ed
egemonia hanno occupato l’intero periodo della guerra fredda e oltre. È quanto basta a mostrare come Togliatti e i suoi eredi non abbiano
mai fatto i conti con la tradizione liberale e con
quella socialdemocratica. Riconoscerlo equivarrebbe a riconoscere la loro sconfitta. Essa
ha un vistoso prolungamento nell’incapacità
odierna del Pd di proporre un’alternativa all’attuale coalizione di governo e allo stesso assetto istituzionale che blocca o frena ogni riforma e progetto di cambiamento. s
Ordinario di Storia contemporanea
Università di Bologna
CRITICAsociale ■ 13
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
■ A OGNI SVOLTA POLITICA, LA MESSA IN STATO D’ACCUSA DELLA PRECEDENTE IDENTITÀ NAZIONALE
IL NOVECENTO E IL CASO ITALIANO DEI “PATRIOTTISMI”
l “caso italiano” del Patriottismo
è quello di una nazione in cui
nel corso del Novecento, in ogni
dopoguerra, il proprio passato è stato in blocco
messo sotto accusa e la Patria precedente è stata processata, condannata e rifiutata con una
radicalità che ha originato o ha sfiorato una
“guerra civile”.
Il Patriottismo italiano filiato dal Risorgimento animando la creazione di uno stato unitario - nel segno di fratellanza e libertà e sulla
base di comuni radici passate e aspirazioni future - nel corso di un secolo e mezzo ha quindi
conosciuto evoluzioni e diaspore che vedono
oggi il Patriottismo nazionale con connotazioni del tutto diverse ed anche contestato o con
proposte alternative: dal leghismo separatista
al globalismo inclusivista (“mille patrie, mille
etnie”).
E’ il risultato di una vita nazionale particolarmente conflittuale che ha minato alla base
una categoria centrale dell’originario Patriottismo Risorgimentale e cioè “la territorialità”
come identità e patria comune, travagliata e
contraddetta da un lato dalla “questione meridionale” fino alla “questione settentrionale”
(che fanno maledire l’unificazione nazionale
come entità matrigna) e dall’altro dalla controversa storia del confine orientale che – al
centro delle guerre d’indipendenza e poi della
partecipazione ai conflitti “mondiali” – ha vissuto un ingorgo contraddittorio tra irredentismo e autonomismo, esaltazione di identità nazionale e rivendicazione di irriducibile specifico “danubiano” e nostalgie asburgiche.
Una impossibile memoria condivisa caratterizza l’Italia descritta da Piero Calamandrei
(nel suo “Commentario sistematico alla Costituzione italiana” del 1950) come un Paese “a
pareti elastiche e a temperatura variabile”,
“destinato a vivere in una prolungata crisi di
crescenza e a dilatarsi via via che sopravvengono le esigenze di diverse esperienze”.
Al nostro Patriottismo manca un “minimum” di Memoria condivisa perché quella italiana è soprattutto una Memoria traumatizzata
da tre dopoguerra non “gioiosi”. Nel primo dopoguerra, all’indomani della “Grande Guerra”
è finita sotto processo l’Italia liberale e nel segno della “Vittoria mutilata” se ne è prefigurato il superamento violento poi sfociato nel
Fascismo.
Nel secondo dopoguerra a finire sotto processo fu sì l’Italia fascista, ma anche, nuovamente, l’Italia liberale e nel segno della “Morte della Patria” che vedeva come principale
imputato la monarchia liberal-fascista si dette
vita alla Repubblica.
Nel terzo dopoguerra, quello della fine della
“guerra fredda” dopo la caduta del Muro di
Berlino è andata sotto processo l’Italia repubblicana e nel segno di “Tangentopoli” è nata
la Seconda Repubblica con alle spalle una generale eccezione d’infamia su tutti i precedenti
regimi: repubblicano, fascista e liberale.
Abbiamo così avuto una evoluzione del Patriottismo italiano secondo quattro stadi: il Patriottismo Risorgimentale con al centro il Territorio attraverso guerre di unificazione poi
venne poi traumaticamente commutato nel Patriottismo Fascista che trasformava la stessa
centralità del Territorio sostituendo la categoria della “liberazione” con quella della “conquista” ed al binomio “Nazione e Libertà” preferì il “Impero e Popolo” secondo l’intento di
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
I
Ugo Finetti
allargare il consenso e di forgiare un nuovo
modello italico.
Nel terzo stadio, dopo il 1945, abbiamo avuto il Patriottismo Costituzionale, un Patriottismo non più di conquista territoriale, ma pacifista con come categoria centrale i Valori di
un antifascismo che non ha tanto difeso un territorio, ma si è soprattutto smacchiato dei regimi passati.
Infine, dal 1992, la nascita della Seconda
Repubblica ha coinciso con lo sviluppo di un
quarto stadio del Patriottismo italiano nel quadro di un contesto di “globalizzazione” inclusiva che ha al centro non il territorio né la condivisione di una storia passata di lotte e ideali,
ma la legalità secondo parametri indipendenti
dalla identità nazionale. Il passato nazionale è
anzi considerato come un “handicap” da ripulire e riscattare portando “questo Paese” a parametri sovranazionali: la Patria come “format” secondo “standard” internazionali, un
Patriottismo “politically correct” che è denominato Cittadinanza nazionale.
Il Patriottismo Risorgimentale cresciuto come una riunificazione territoriale secondo gli
ideali di fratellanza e di libertà fu minato da
quattro “eccezioni”. La prima era la autonomia
locale che poi prenderà la forma in particolare
di “questione meridionale” in quanto si accuserà il governo torinese dell’ex re di Sardegna
di non saper personificare l’unità nazionale introducendo una legislazione non di libertà, ma
di vessazione.
La seconda “eccezione” fu la sudditanza che
era effetto anche di un contesto di internazionalismo massonico. Al Risorgimento si rimproverava una non granitica e limpida autonomia nel senso che per il raggiungimento dell’unità nazionale si pagarono però prezzi sul
piano dell’indipendenza: dalla bandiera tricolore nata come vessillo collaborazionista che
sostituiva il blu francese con il colore più ad
esso simile all’ingresso nella Milano “liberata”
di Vittorio Emanuele II a cavallo con a fianco
Napoleone III, dalla acquisizione del Veneto
in modo umiliante come “regalo” francese in
quanto nel 1866 all’Italia, al tavolo delle trattative, non era riconosciuto lo “status” di nazione vittoriosa dopo le sconfitte subite da marina ed esercito fino alla occupazione di Roma
sull’onda di manifestazioni in cui si gridava:
“Viva la Prussia”, “Abbasso la Francia”.
Lo Stato unitario - fallito il ‘48 italiano –
prese forma esponendosi alla tesi di una rea-
lizzazione straniera. Per chi ci studia dall’esterno come l’ungherese Istvàn Bibò (nel
suo “Isteria tedesca, paura francese, insicurezza italiana”) è evidente che: “la causa principale del costituirsi dell’Italia unita non fu l’irresistibile movimento nazionale italiano, bensì
la necessità di colmare in qualche modo un
certo vuoto in mezzo all’Europa”, creare da
parte inglese e francese uno Stato “cuscinetto”
contro gli imperi centrali. Uno Stato unitario
realizzato di fatto non attraverso un movimento popolare nazionale, ma una serie di conquiste militari dovute soprattutto a truppe e regìa
straniere è pure uno Stato senza il mito di una
spada nazionale.
Le tre guerre di indipendenza possono essere infatti lette come tre sconfitte sul piano militare: nel 1849 Carlo Alberto lascia il trono
dopo aver perso a Novara contro Radetzsky;
nel 1859 Cavour si dimette: si è conquistata la
Lombardia, ma gli italiani non sono stati in
grado di assicurare ai francesi sul campo di
battaglia il supporto necessario per proseguire
la guerra anche per il Veneto di fronte alla minaccia prussiana; nel 1866 il Veneto è finalmente “conquistato” grazie esclusivamente ai
francesi. Il sangue francese versato non fu
all’epoca inferiore a quello italiano, ma come
nel caso della Liberazione del 1945 l’Italia
esclude sistematicamente dalle celebrazioni gli
anglo-americani grazie ai quali furono sconfitti tedeschi e fascisti, così nelle celebrazioni
del 150° vengono esclusi i francesi perché non
siamo ancora in grado di ammettere la verità
storica e cioè che a loro dobbiamo la caduta
del dominio austriaco su Milano e Venezia.
La terza “eccezione” che mina il Patriottismo risorgimentale riguarda la diaspora interna, la netta divisione in seno ai “padri della Patria”, il quadro di contrapposizione radicale e
reciprocamente delegittimante. Non si tratta
solo della divaricazione tra monarchici e repubblicani, liberali e democratici, ma l’aspro
contrasto e l’aperta sfiducia che caratterizzarono la stessa fase “costituente” del Parlamento nazionale con la contrapposizione plateale
tra i protagonisti, gli “eroi”, della conquista
territoriale e cioè Garibaldi e Cavour. Una
idealità e una Patria di diverso segno emergono nell’immediato dopoguerra “unitario” con
Giuseppe Garibaldi, all’epoca deputato di Napoli, che diserta le iniziali sedute del Parlamento nazionale preferendo arringare gli operai genovesi definendo il ministero di Cavour
un “governo di codardi” ed il nuovo Parlamento nazionale una “assemblea di lacché”. Quando Garibaldi finalmente mette piede nell’Assemblea parlamentare, il 18 aprile 1861, è per
scagliarsi contro il governo tanto che il presidente Rattazzi dovette intervenire per censurare il verbale della seduta e non immortalare
l’attacco di Garibaldi a Cavour. I numeri dello
scontro tra i “padri della Patria” furono – con
sdegnata astensione di Garibaldi - 194 contro
77. Un Parlamento che sin dall’inizio rispecchiava una patria neonata avvelenata.
Particolarmente rilevante e inquietante fu
poi la quarta “eccezione” e cioè quella della
rappresentanza priva di un radicato e mobilitato consenso.
Nel 1870 - rileva Ivanoe Bonomi in “La politica italiana da Porta Pia a Vittorio Veneto” gli uomini politici si muovono “in mezzo ad
un popolo indifferente od ostile”. “In tutti i discorsi dell’epoca – prosegue - si lamenta infatti l’esistenza di un paese legale quasi estra-
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
sentativa a regime parlamentare, economia di
mercato, una unificazione territoriale secondo
ammodernamento infrastrutturale (tra porti e
ferrovie) e una legislazione di moderne garanzie. La classe dirigente liberale entrò invece in
crisi e venne processata e delegittimata di
fronte all’avvento di una nuova “platea politico-patriottica”. Una classe politica formata e
cresciuta avendo come interlocutore un elettorato che rappresentava l’1,8 degli italiani e che
solo nel 1912 aveva conosciuto un improvviso
allargamento in seguito all’apertura di Giolitti
verso i socialisti, ora si trovava di fronte venti
milioni di italiani. L’Italia liberale come classe
politica non era in grado di fronteggiare una
simile rivoluzione della rappresentanza. Nell’immediato dopoguerra con il sistema proporzionale a suffragio maschile universale vi fu
infatti la traumatica irruzione di un elettorato
non più limitato e rappresentato dal deputato
Ma rispetto alla polemica “pacifista” del socialismo, che si rifaceva agli ideali antipatriottici dell’internazionalismo proletario, si dispose in alternativa la prefigurazione della fuoriuscita violenta dall’Italia liberale impersonata
da D’Annunzio che come novella “spedizione
dei Mille” si ribellava allo Stato liberale ed occupava, alla testa dei reduci contro gli “uomini
seduti” dell’Italia liberale, Fiume.
“locale” secondo il maggioritario, ma rappresentato da masse organizzate in partiti ideologizzati antiliberali, inferocito da anni di guerra
violenta e diviso tra chi metteva sotto accusa
la classe di governo in nome dell’”inutile strage” e chi della “vittoria mutilata”. La “Quarta
guerra di Indipendenza” decisa sulla base delle
acquisizioni territoriali previste dai Patti di
Londra si concludeva infatti con un ben misero bilancio rispetto a quanto stabilito dal momento che al posto dello zar c’era ora il presidente Usa che disconosceva quei Patti e patrocinava la nascita della Jugoslavia.
Il “processo” al Patriottismo del Risorgimento liberale era peraltro già da tempo istruito sin dalla requisitoria dell’Oriani sulla “conquista regia” (che sarà ripresa da Gramsci) fino a quella di Piero Gobetti sul “Risorgimento
senza eroi” e come “Rivoluzione fallita”.
rio dei magistrati romani rieditato dai giacobini francesi.
Il fatto nuovo e specifico del Patriottismo
fascista che sfugge agli storici che sostengono
la continuità tra Risorgimento e Fascismo è
che Mussolini considerò una base fragile
l’identificazione della Patria con il Risorgimento e lo scavalcò rifondando il Patriottismo
sulla base della Roma imperiale. Mussolini è
Dux, oltraggiando la Chiesa sostituisce - nella
numerazione degli anni - “dopo Cristo” con
“Era Fascista” ed anche fisicamente vuol evocare la figura del condottiero romano. I “Padri
della Patria” con il Fascismo sono Giulio Cesare e Dante Alighieri. A “Nazione e Libertà”
si sostituisce “Impero e Popolo”.
Il Risorgimento fu quindi ripreso dal Fascismo riprese come “movimento” - “conquista”,
“eroi” e “martiri” – contro il Risorgimento
In quel primo dopoguerra la condanna sommaria dell’Italia liberale fu generale e condivisa e nello scontro tra fuoriuscita violenta e
autoritaria da un lato nel segno dell’internazionalismo proletario e dall’altro ad opera del
nazionalismo revanscista dei reduci prevalse
quest’ultimo in una rifondazione del Patriottismo italiano che in modo giacobino collegava
il Risorgimento alla Romanità riprendendo appunto come simbolo identitario il fascio litto-
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
neo al paese reale”. Le categorie sono quelle
della pubblicistica cara alla Restaurazione
francese, ma è comunque certo che il Patriottismo Risorgimentale dopo il 1861 si trova di
fronte questione cattolica, questione meridionale, questione sociale.
Con la progressiva uscita di scena dei protagonisti della conflittualità interna - Cavour
(1861), Mazzini (1872) , Vittorio Emanuele II
(1878), Garibaldi (1882) – il processo di unificazione territoriale trovò una lettura unitaria
celebrativa di cui fu simbolo “Cuore” del socialista Edmondo De Amicis.
Il Patriottismo Risorgimentale (territoriale)
è ancora centrale nel 1915 per legittimare
l’operazione della Corona volta ad imporre
l’ingresso in guerra scavalcando il Parlamento
in aperta violazione dell’art. 15 dello Statuto
(“Senza la preventiva approvazione del Parlamento non vi può essere Dichiarazione di
Guerra”). Si trattò infatti, in sostanza, di un
colpo di stato da parte di Vittorio Emanuele III
che cominciava a prefigurare la fuoriuscita autoritaria dall’Italia liberale.
L’appello alle armi venne infatti presentato
come Quarta guerra di Indipendenza, ripresa
o ritorno alle origini “eroiche” della nascita
della Nazione contro la “prosa” dell’Italia liberale e parlamentare che pur aveva promosso
crescita economica e sociale, modernizzazione
e presenza di primo piano sulla scena europea.
Se nel 1914 le ragioni dell’interventismo
erano state sostenute con la rivendicazione di
Nizza e Corsica in quanto prevedevano il mantenimento dell’alleanza con Vienna, successivamente, nel 1915, l’interventismo crescerà rivendicando Trento e Trieste, Venezia Giulia,
penisola istriana e parte della Dalmazia come
convenuto nei Patti di Londra siglati con Francia, Gran Bretagna ed Impero russo all’insaputa del Parlamento Va comunque ricordato
come gli ideali del Patriottismo Risorgimentale animarono l’interventismo democratico e
socialista che vedeva la questione territoriale
come movimento di indipendenza apportatore
di liberazione ed emancipazione sociale: da
Salvemini a Bissolati, da Battisti allo stesso
Mussolini (che aveva l’appoggio anche finanziario non dei “francesi”, ma dei “socialisti
francesi”: “Il popolo d’Italia” nacque con la
dizione “quotidiano socialista”). Il Patriottismo Risorgimentale ebbe la sua eco anche nelle parole di Filippo Turati, che dopo essersi
pronunciato contro l’ingresso in guerra nel
maggio 1915, si unisce nel dicembre 1917 alla
solidarietà ai soldati che difendono il territorio
italiano dopo Caporetto. Nel 1917 si registra
una sostanziale unità nazionale e unificazione
popolare nella difesa patriottica.
E’ nel primo dopoguerra del Novecento che
si ha il teatro del primo grande processo che
mise in stato di accusa la precedente storia dell’Italia unitaria e cioè la Italia liberale. La lettura classista del Novecento ha impedito una
messa a fuoco della crisi dello Stato liberale
in quanto ha confuso fascismo e liberalismo
insistendo sul fascismo come strumento di
“rinnovamento nella continuità” dell’Italia liberale. Ancora oggi quando si torna ad insistere sulla “continuità” tra Risorgimento e Fascismo si riprendono le tesi (e persino le parole,
in particolare a proposito di Mazzini) che, come vedremo, furono quelle dei comunisti degli
anni trenta. Si pensi in proposito a come la Patria del Risorgimento aveva trovato invece la
sua rappresentazione “umanitaria” in Giuseppe Verdi come sofferenze comuni, ansia di libertà e odio contro la tirannide.
In realtà con il fascismo si realizzò una profonda “discontinuità patriottica”. Il Patriottismo risorgimentale dopo il 1861 aveva preso
forma come costruzione della Nuova Italia in
quanto Stato liberale con democrazia rappre-
“Stato” cancellando le idee di libertà, di pluralismo politico, di regime parlamentare. Il Fascismo si presentò come un ritorno alle origini
risorgimentali contro “prosa” e “fazioni”, esaltando un Mazzini molto purgato in contrapposizione all’Italia liberale e, soprattutto, contro
non solo l’Italia post 1861, ma soprattutto Cavour. La mazziniana ”Italia del Popolo” diventa un’arma di propaganda “antiborghese” e nel
1932, nel cinquantenario della morte di Garibaldi, si cristallizza il Patriottismo fascista
neorisorgimentale come riedizione del binomio Re-Garibaldi ovvero Re-Mussolini, “camicie nere” novelle “camicie rosse”, espellendo l’Italia liberale, emarginando l’Italia cattolica, nazionalizzando l’Italia socialista.
A sua volta, nell’esilio, anche l’antifascismo
si divideva sul Patriottismo Risorgimentale per
la forte pressione internazionalista, “proletaria” ed un naturale tifo disfattista.
Patriottismo ed antipatriottismo sono al centro della polemica che vede le opposte letture
del Risorgimento da parte di Carlo Rosselli e
di Palmiro Togliatti. “Giustizia e Libertà” fa
appello al Patriottismo definendo la lotta antifascista, democratica e repubblicana, come
prosecuzione del Risorgimento coniando appunto l’espressione “secondo Risorgimento”,
mentre il Partito comunista d’Italia teorizza la
continuità tra Risorgimento e fascismo.
“Il Risorgimento ebbe – scrive Togliatti in
polemica diretta con Rosselli su “Lo Stato
Operaio” del settembre 1931 - una impronta
reazionaria … La tradizione del Risorgimento
vive nel fascismo ed è stata da esso sviluppata
sino all’estremo. Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative. … La rivoluzione antifascista non potrà essere che una
rivoluzione ‘contro il Risorgimento’”. Quindi
Togliatti conclude: “Le fantasie sul ‘secondo
Risorgimento’ sono fatte solo per nascondere
questa realtà”.
La lettura classista secondo lo scontro tra
capitalismo reazionario e classe operaia rivoluzionaria nega ruolo positivo ai “vincitori”, a
chi ha governato e svolto attività economica e
indica come reprobi tutta la catena dei governanti e degli imprenditori della storia nazionale. Ha così inizio la diaspora tra Italia e AltraItalia con una eccezione di infamia che allunga
la sua ombra su tutti i “vincitori” della storia
d’Italia da Cavour a Mussolini (destinata a
proiettarsi ad opera della storiografia classista
successivamente anche sul dopoguerra repubblicano).
Nella rottura con Mussolini, il re cerca di
rieditare il Patriottismo Risorgimentale, ma
quell’uso estremo da parte del Savoia lo trascina a una definitiva sepoltura insieme alla
monarchia.
Il Patriottismo risorgimentale nella catastrofe dell’8 settembre sopravvive invece negli
strati subalterni. Ricorda Renzo De Felice:
“Solo se si discende ai gradini ancora inferiori
della scala gerarchica è possibile trovare un
maggior numero di ufficiali che vissero il
dramma dell’8 settembre senza mettersi sotto
i piedi dignità nazionale, patriottismo, etica
militare”.
L
a caduta di credibilità da parte delle autorità
istituzionali, politiche e militari – la “Morte
della Patria” - apre però la strada al prevalere
della visione comunista sulla questione del
confine orientale con l’accettazione o comunque la messa in sordina della eliminazione della Resistenza “patriottica-territoriale” che nella Venezia Giulia vedeva le brigate dei militari
“legittimisti”, cattolici e azionisti combattere
vantando l’intestazione a terre considerate invece dai comunisti italiani e jugoslavi non italiane. I sette battaglioni della Osoppo si chiamavano – fatto inviso ai comunisti jugoslavi
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
Il Patriottismo Costituzionale basato sulla
Resistenza riesce a limitare la “guerra fredda”,
la contiene e sostanzialmente la supera dal ’53.
Il Patriottismo Costituzionale mantiene viva
una solidarietà trasversale ed una tenuta nazionale nei momenti di maggiore difficoltà interna, consente una unità nazionale in sede istituzionale vedendo la elezione condivisa del
Presidente della Repubblica e la ricerca di
nuovi equilibri che superino le divisioni della
“guerra fredda” tra partiti di democrazia occidentale e PCI e PSI anche quando erano ancora stalinisti e filosovietici.
Progressivamente dal 1955 (elezione “antifascista” di Gronchi) al 1960 (unità antifascista contro Tambroni) fino al 1968 il Patriottismo Costituzionale cresce nel rigetto insieme
all’Italia fascista anche dell’Italia liberale e
quindi della stessa Italia della ricostruzione democratica di De Gasperi in quanto prevale nel-
L’Antifascismo diventa quindi un Valore
senza limite di tempo e di spazio ed il Fascismo un pericolo permanente, sempre incombente secondo la cristallizzazione della assoluta inconciliabilità tra Antifascismo e Anticomunismo.
Il Risorgimento viene quindi “cooptato” nel
Patriottismo Costituzionale sulla falsariga fascista come Risorgimento “di lotta” (Garibaldi
e Mazzini), ma non “di governo” (Vittorio
Emanuele II e Cavour).
L
a “fortuna” del Patriottismo Costituzionale
si basa sulla capacità di “chiamarsi fuori” di
fronte al trauma della sconfitta militare e della
umiliazione internazionale, offre le basi di una
rifondazione senza pendenze passate sostituendo al Super Io territoriale un Super Io valoriale. La Carta si erge come “santa alleanza”
originaria e “legge” inviolabile ed eterna: una
ni politiche” prive di “quel grado di maturazione e di concretezza” per diventare “pratiche
garanzie giuridiche”. Siamo di fronte per lo
più ad ”una specie di enfatica ostentazione
verbale di una maturità giuridica che nella sostanza ancora non c’è”. Non si esce – conclude
Calamandrei – “dal campo puramente esortativo ed augurale, dei programmi di partito” per
cui “numerose norme in questa Prima Parte
della Costituzione (sono) soltanto una sostanza ancora politicamente fluida, fatta di aspirazioni insoddisfatte e di tendenze ancora in divenire”. “Si tratta soltanto – scrive Calamadrei
- di speranze e tutt’al più di propositi volti verso l’avvenire, lontane mete”.
Una lettura non acritica della Carta Costituzionale ed un recupero dell’Italia liberale e risorgimentale si avrà negli anni ’80 quando si
registra – dopo la caduta dei governi di unità
nazionale con il Pci in maggioranza e la fuoriuscita dall’emergenza terroristica ed economica – ad un tentativo di contrastare quel Patriottismo Costituzionale dell’”altra Italia”.
Con Craxi l’esaltazione della storia della sinistra italiana e del socialismo prima della nascita del comunismo si traduce nella riabilitazione della tradizione riformista e quindi del
Risorgimento non solo “di lotta”, ma anche “di
governo”.
Una rilettura storica che si intreccia anche
con l’obiettivo di esaltare una sinistra di governo contro la sinistra antagonista e di valorizzare la competitività nazionale contro il disfattismo dell’”AltraItalia”.
Il patriottico “Viva l’Italia” che nel 1981
concluse il congresso di Palermo rispecchiava
un PSI che per la prima volta si dichiarava “riformista”, accettava l’economia di mercato ed
il primato della democrazia occidentale e si dichiarava quindi “patriottico”.
M
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
alle cui dipendenze nell’ottobre 1944 Togliatti
aveva messo alle dipendenze i comunisti di
quei luoghi – “Carnia”, “Tagliamento”, “Italia”, “Piave”, “Julia”, “Torre” e “Udine”. Porzus è il simbolo della sconfitta definitiva del
Patriottismo risorgimentale-territoriale. Esso
viene sostituito con il Patriottismo dei Valori
antifascisti ovvero il Patriottismo Costituzionale. Ma è un “patriottismo” che deve cancellare pagine di storia.
Il trattato di pace fu infatti sottoscritto dall’Italia come nazione sconfitta. Il 20 gennaio
1947 Pietro Nenni rileva che il trattato urta
“contro la coscienza nazionale specie per le
clausole territoriali”. E quando esso viene firmato in febbraio dai delegati dei 21 paesi che
avevano dichiarato guerra all’Italia sanzionando la mutilazione sul confine orientale e
la nascita del Territorio Libero di Trieste, il
ministro della Difesa Cipriano Facchinetti annota che esso segna “la fine del nostro Risorgimento”.
“L’Italia – dichiara de Gasperi - torna alle
condizioni di prima del Risorgimento: le sue
frontiere restano completamente aperte, suoi
territori nazionali le vengono strappati”. La
Resistenza ha però il potere di illudere gli italiani di essere stati nel 1945 tra i “vincitori”.
Con il Patriottismo Costituzionale cade in
disgrazia il 4 novembre ed il 25 aprile diventa
la nuova Festa della Vittoria. Vengono estromessi gli Alleati dai festeggiamenti e si insegna che la Wermacht è stata messa in fuga dai
“garibaldini”.
Nel secondo dopoguerra viene quindi processata e condannata non solo l’Italia fascista,
ma anche l’Italia liberale. Così ebbe a sentenziare Ferruccio Parri nell’Assemblea Costituente del
27 settembre 1945. “Prima del fascismo
l’Italia non aveva avuto Governi democratici”.
Al discorso di Parri reagì Benedetto Croce
affermando: “Questa asserzione urta in flagrante contrasto col fatto che l’Italia, dal 1860
al 1922, è stata uno dei paesi più democratici
del mondo e che il suo svolgimento fu una non
interrotta e spesso accelerata scesa della democrazia”. Ma la condanna dell’Italia fascista
e la difesa dell’Italia liberale fu voce isolata ed
inascoltata. L’assemblaggio di Italia liberale e
Italia fascista in una comune e drastica condanna sommaria è un giudizio storico destinato a cristallizzarsi fino ai massimi livelli istituzionali ed accademici come base del nuovo
Patriottismo nato dalla Resistenza.
Ancora il 25 aprile 2001 il Presidente della
Camera, Luciano Violante, poteva ribadire: “Il
25 aprile è il giorno della nascita della democrazia. Dico nascita e non rinascita perché la
democrazia, intesa come pienezza di diritti e
di doveri, non c’era mai stata nella storia italiana”.
Si assiste infatti dal secondo dopoguerra
all’irrompere prepotente, all’ombra delle potenze vincitrici e della grande alleanza antifascista internazionale con l’URSS, nelle masse
italiane di una patria “alternativa” che riassume identità storica e aspirazione messianica,
un senso di appartenenza antagonista, un patriottismo che nel rigetto di Italia liberale e fascista e poi della scelta occidentale e atlantica
diventa un neopatriottismo valoriale imperniato sulla mitologia della “diversità” rispetto
all’Italia ufficiale ed istituzionale.
Se dall’interno del corpo comunista viene
coltivato il Patriottismo Costituzionale secondo una tradizione antagonista – ghibellin-giacobina (Dante-Machiavelli-De Sanctis-Gramsci) – è anche vero che il Patriottismo Costituzionale costituì una base di tenuta unitaria
nel maremoto della “guerra fredda” che spacca
e contrappone i protagonisti della grande alleanza antifascista internazionale.
la cultura, nella storiografia, nella “vulgata”
mass mediatica il disprezzo per aver scelto
l’economia di mercato e l’alleanza atlantica.
A guidare l’insegnamento di questo tipo di
Patriottismo Costiituzionale è la storiografia
dell’Insmli che ha come “credo” e “mission”
quella che Giorgio Rochat definisce la “lezione” di Guido Quazza e cioè: “La sottolineatura
della continuità della società e della politica
italiana da Giolitti a De Gasperi attraverso
Mussolini: una continuità tra scelte moderate
e nazionaliste, in cui la Resistenza rappresenta
un momento di rottura democratica”. Tesi
sempre autorevolmente presenti anche dopo la
caduta del Muro di Berlino. Ancora oggi nell’Insmli si teorizza la “continuità tra Risorgimento e fascismo” e “la frattura che si rivela
ogni giorno più labile tra fascismo e democrazia repubblicana” (Alberto M. Banti)
connotazione che è una armatura in grado di
restituire certezza, orgoglio, solidarietà all’intera nazione.
Il mito della Costituzione ed in particolare
della sua Prima Parte come patto sacro richiede però un’opera di crescente amnesia storica
ed una straordinaria mobilitazione e manipolazione storiografica per cercare di enfatizzare
e rendere categorie universali ed eterne ciò che
fu invece frutto di eterogeneità e vaghezza,
convulsa stesura affrettatamente licenziata rinviando la sua autentica interpretazione al Parlamento a cui si era in procinto di passare la
mano.
Tutto ciò che è racchiuso e celebrato nella
Prima Parte della Costituzione sotto il titolo
“Diritti e Doveri dei cittadini” è in realtà, come
mette in evidenza Calamandrei, solo un “contenuto eterogeneo e fluido”, “vaghe aspirazio-
a di lì a poco venne ad incombere il terzo
dopoguerra del Novecento con la nuova messa
in stato d’accusa dell’intera storia nazionale
precedente: dopo la “Vittoria Mutilata” del
1919 e la “Morte della Patria” del 1943, nel
1992, all’indomani della scomparsa dell’Urss,
si ha “Tangentopoli” ed in Italia il dopo “guerra fredda”, come osserverà Lucio Colletti, vede “sul banco degli imputati i partiti democratici e sul banco dei giudici i comunisti”. La fine della “Prima Repubblica” si traduce in un
giudizio negativo che allinea insieme Italia liberale, fascista e repubblicana.
La contestazione globale della storia passata
produce una vasta storiografia che sin dai manuali scolastici denigra la classe dirigente politica ed economica dell’Italia unita per contrapporle la maggiore modernità di una storia
nazionale imperniata su lotte, movimenti,
esperienze artistiche, inchieste giornalistiche
e giudiziarie, libri, film e canzoni. E’ una modernità globalizzante che ridefinisce l’identità
italiana irridendo le radici latine (come patria
del “latinorum”) e le radici cattoliche (come
patria della Controriforma) e additando come
stella polare, nuova e vera patria, la cittadinanza, una cittadinanza inclusiva con echi di
Rousseau ovvero la Cittadinanza come nuovo
e vero patriottismo, un Patriottismo che non
divide e non distingue, non contrappone, ma
seleziona e affratella senza frontiere secondo
un comun denominatore che nel segno salvifico di “Tangentopoli” è rappresentato dalla
Legalità.
Alla base di questa versione finale del Patriottismo italiano come “Cittadinanza Nazionale” vi sono ragioni profonde ancorché specifiche del caso italiano di post “guerra fredda”. A livello internazionale o comunque nel
mondo occidentale all’inizio degli anni ’90
prevale infatti la tesi della “fine della storia”.
Il dissolvimento del comunismo viene vissuto
16 ■ CRITICAsociale
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120 anni di Critica Sociale in 150 anni di Unità d’Italia
locali e nelle istituzioni è messa insieme, “a
panino” tra bandiere locali – comunali, provinciali, regionali – e bandiera dell’Unione europea: il patriottismo locale e quello europeista
sono a partire dagli anni novanta le “patrie”
più forti, mentre il tricolore è declassato a patriottismo vecchio e retorico (ricordo di periodi tutto sommato squallidi, non rimpianti, tra
“Risorgimento tradito” e “Resistenza tradita”:
Italia liberale, fascismo e cosiddetta Prima Repubblica).
Il fenomeno delle contestazioni delle basi
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
unitarie e le rivendicazioni scissionistiche hanno campo libero in una stagione di “fuga dall’Italia”, di retorica europeista che si rallegra
della diminuita caratterizzazione italiana di ciò
che si va privatizzando. Quale Patriottismo
con un passato di cui vergognarsi? Da un lato
fallimenti e illusioni, dall’altro spoliazioni e
oppressioni. E’ il Patriottismo della legalità, la
Repubblica dei virtuosi. Il nuovo Patriottismo
della Seconda Repubblica postTangentopoli si
farà chiamare Cittadinanza nazionale, un patriottismo senza frontiere teorizzato da un neogiacobinismo che celebra non radici, ma i “casi” in cui, a macchia di leopardo, in Italia ci
sono state “avanguardie coscienti”, “élite consapevoli”.
E’ in questo quadro che il Patriottismo Costituzionale viene riproposto con un sistema di
Valori ruotanti intorno alla legalità in una dimensione morale che non ha frontiere né spe-
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
come il risultato di una pacifica e simpatica
“autoriforma”. E’ generale la convinzione di
avere di fronte la prospettiva di uno sviluppo
unidirezionale, quasi automatico e senza alternative, in un mondo ormai pacificato secondo
parametri comuni ed un indiscusso primato
dell’economia occidentale. Quel che si deve
fare non richiede particolari discussioni.
Si afferma quindi in Italia una generale convinzione di essere di fronte ad una strada obbligata che tanto più agevolmente potrà essere
percorsa con meno partiti, meno politica, meno
Stato ed anche meno Italia e più Europa. Privatizzazioni e Moneta Unica si stagliano come
una salvifica fuoriuscita dall’Italia, un’Italia in
cui i partiti, la politica, lo Stato sono stati solo
un peso, un freno, una entità burocratico-parassitaria.
“Tangentopoli” celebra il processo che libera gli italiani dalla partitocrazia, dal regime dei
partiti e dal primato della politica. La sepoltura
della Prima Repubblica non è riabilitazione né
dell’Italia liberale o dell’Italia fascista. La Seconda repubblica mette in una innominabile
fossa comune l’intera storia unitaria precedente e nasce non solo come rifondazione, ma anche come de-italianizzazione in un quadro di
desiderio di essere cooptati a livelli superiori.
Leghismo ed europeismo si intrecciano. Sono
gli anni del “gloLocal” ed il riferimento nazionale si sbiadisce sempre più. La stessa bandiera italiana è sempre più ridimensionata e finisce “ in un mazzo in cui nelle amministrazioni
cifiche radici. Il Patriottismo Costituzionale
vive così una profonda trasformazione con la
scomparsa dell’”arco costituzionale” che viene sostituito dal “Partito della Costituzione”.
Nell’Italia della Prima Repubblica, vigendo il
sistema proporzionale, il Patriottismo Costituzionale era un appello all’unità nazionale originaria antifascista tra cattolici, socialisti e comunisti teorizzando la cristallizzazione di un
“arco costituzionale” che abbracciava oltre il
90 per cento del Parlamento. Nella Seconda
Repubblica - con il passaggio dal proporzionale al maggioritario - antifascismo, legalità,
Costituzione non si spalmano più trasversalmente su maggioranza e opposizione, ma – secondo la maggior parte di storici, editorialisti
ed istituzioni depositarie della “difesa della
Costituzione” - finiscono in blocco da una parte sola dando legittimità agli uni e permanentemente delegittimando gli altri. Il Patriottismo generato da Tangentopoli nel quadro del
bipolarismo della Seconda Repubblica si traduce in un “Partito della Costituzione” secondo cui il “patriota” è una sorta di “vigilante”.
In “Principi e voti.
La corte costituzionale e la politica”, l’ex
presidente della Consulta Gustavo Zagreblesky ben teorizza questo nuovo Patriottismo
Costituzionale come “Partito della Costituzione” che stabilisce unilateralmente di dover
svolgere anche una “funzione antimaggioritaria”. Se a vincere le elezioni non sono i partiti
del “Comitato Antifascista”, dell’Anpi e dell’Insmli, allora il “patriota” della Costituzione,
a cominciare dall’uso della Consulta, “protegge la Repubblica”, “limita la democrazia”, ovvero “limita, per così dire, la quantità della democrazia per preservarne la qualità”.
Questo tipo di Patriottismo ha partorito la
Cittadinanza Nazionale che ci individua e regola come una patria di stampo giacobino richiamandosi appunto alla cittadinanza senza
frontiere di Rousseau imperniata non sulla
Storia, ma sulla virtù di quei cittadini che “accorrono alle assemblee”. Questa ultima forma
di Patriottismo costituzionale si delinea come
quel “ritorno a Rousseau” da cui Luigi Einaudi
in una sua “predica inutile” metteva in guardia
e cioè il prevalere demagogico e antidemocratico dell’idea secondo cui “l’uomo è veramente libero solo se si sottomette a quella volontà
generale che egli non ha voluto ma ha semplicemente riconosciuto perché illuminato da coloro che sanno”.
Il Patriottismo costituzionale - con questo
suo Partito della Costituzione” e con questa
Cittadinanza nazionale come novella Patria
senza passato e senza frontiere - è il Patriottismo élitario di “quelli che sanno”. Sradicato,
polemico e inquisitorio tale Patriottismo antirisorgimentale è alla base di un clima di contrapposizione e di divisione che non solo non
ha pari in altro paese occidentale, ma che l’Italia non aveva mai conosciuto in forme così
acute e devastanti nemmeno durante la “guerra
fredda”. s
Ugo Finetti
CRITICAsociale ■ 17
1-2 / 2011
■ LA AUTONOMIA DELLA MAGISTRATURA MEGLIO GARANTITA DA TOGLIATTI CHE DAL “GIUSTIZIALISMO” DEI NIPOTI DI BERLINGUER
USO POLITICO DELLA GIUSTIZIA, ANOMALIA ITALIANA
P
Fabrizio Cicchitto
ersino la componente migliore
del ’68, quella che animò la trasgressione per la libertà dei costumi e che rappresentò l’elemento di liberazione di una società in parte bigotta, oggi è approdata ad una forma di moralismo e di bigottismo sulla vita privata di Berlusconi per una
pulsione omicida di carattere politico-settario.
Un approdo che dà anche il senso dell’attuale
imbarbarimento. Ricordo che l’uso della vita
privata nella lotta politica in Italia risale a due
casi che riguardavano la DC e il PCI. Il caso
più noto è il caso Montesi che Fanfani aveva
alimentato per colpire Piccioni la DC a sua
volta reagì con il caso Sotgiu per cui fu colpita
la vita privata del presidente comunista della
provincia di Roma dopodiché la partita si fermò lì e da allora la vita privata non è stata più
utilizzata nello scontro politico, fino al 2008.
Ricordo che ci sono stati presidenti del consiglio e ministri del tesoro democristiani notoriamente omosessuali, recentemente diventati
senatori a vita che nessuno giustamente ha mai
contestato. Questa “convenzione” ha caratterizzato la vita del nostro Paese, una consapevole scissione tra la vita privata, che ognuno
vive come vuole, e la vita politica.
Noi oggi siamo al rovesciamento completo
di questo stile. Ma la china è destinata a peggiorare e l’imbarbarimento andrà avanti sia per
ragioni tecnologiche sia per la forte probabilità
del fatto che se oggi tocca a Berlusconi, domani a cascata toccherà ad altri.
Tutto questo ha un retroterra che non dobbiamo mai dimenticare, un retroterra che a mio
avviso rende l’Italia un Paese anomalo rispetto
al resto dell’Europa. L’Italia è un paese anomalo e pericoloso per alcune ragioni di fondo
che, tra l’altro saranno l’oggetto di un altro libro che ho quasi finito dal titolo “L’anomalia
italiana”. L’anomalia italiana secondo me è
fatta di più componenti. Essa inizia con il ritardo con cui è stata fatta l’Unità nazionale,
con le contraddizioni di questa unità, che adesso si cerca di rappresentare in forme agiografiche, ma che invece ha avuto s contri politici
durissimi. Poi siamo entrati con una operazione antidemocratica nella Prima Guerra Mondiale, mentre la maggioranza del Paese e delle
forze politiche era contraria. Vinse una minoranza rivoluzionaria e reazionaria che ci portò
in guerra. L’anomalia prosegue inoltre per
quello che avvenne subito dopo la Guerra, dal
biennio rosso all’avvento del fascismo. Questo
è un Paese che ha avuto vent’anni di dittatura
fascista ed è un Paese che dopo aver fatto una
terribile guerra civile, quella del ’43-’45, terribile da entrambi i lati, sia dal lato dei comportamenti spesso esecrabili dei repubblichini
di Salò una vicenda storico-politica da considerare organicamente negativa, ma terribile
anche per quello che è successo dopo, come i
libri di Pansa stanno a dimostrare. Un esempio
dell’inciviltà in corso in questo Paese è, ad
esempio, che i libri di Pansa hanno una difficile presentazione, al punto che io avendolo
invitato a presentare con me ed altri questo libro, mi ha detto: “Non ci vengo perché se ci
vengo succederà qualcosa sul terreno dell’ordine pubblico”. Perché? Perché Pansa è andato
a toccare un pezzo di storia occulta, così come
occulto è ancora il quadro del finanziamento
irregolare del PCI e il fatto che il PCI ha avuto
una componente armata di almeno 100.000
persone fino agli anni ’50, successivamente
poi ridotto a nuclei di specialisti almeno fino
agli anni ’70-’80, Berlinguer regnante, come
dimostrano le lettere scritte da Cossutta e da
Pecchioli al Partito Comunista dell’Unione
Sovietica. I due dirigenti chiedevano l’innesto
di un certo numero di trasmittenti segrete che
poi sono state smantellate in parte – altra dichiarazione dei suddetti – durante il caso Moro. Inoltre del personale qualificato fu mandato dal PCI in Unione Sovietica per apprendere
i rudimenti, gli elementi essenziali di attività
riservate e segrete.
Il punto più di fondo che rende questo un
paese anomalo e pericoloso, è costituito dal
fatto che quello di cui stiamo parlando – a noi
sembra sempre di parlare di cronaca perché la
cronaca ci insegue - è molto profondo, è nella
storia profonda di questo Paese, attiene alla
storia della sinistra italiana e attiene alla storia
di una istituzione importante quale è la magistratura, ma non solo di essa.
Rileggendo e riguardando i documenti, si
scopre poi, paradossalmente, che la classe dirigente togliattiana del PCI aveva in sé la tabe
del legame organico con Stalin, ma era migliore di quella che l’ha seguita, quella berlingueriana, perché i primi avevano il senso preciso
del limite in quanto glielo aveva dato lo stesso
Stalin. Nella storia vera dei documenti, di derivazione comunista, fortunatamente scritta in
un libro di cui raccomando sempre la lettura,
quello di Aga Rossi e Zaslavsky (purtroppo
morto recentemente) “Togliatti e Stalin”,
emerge che se in Italia non c’è stata una seconda guerra civile dopo quella tra partigiani
e repubblichini, se non c’è stata una sollevazione comunista, preparata accuratamente al
nord da Longo e da Secchia sul modello titoista (che essi non riuscirono a realizzare in
quanto Tito e l’armata jugoslava combattevano sul campo alla pari contro l’esercito nazista, mentre loro ne diedero una traduzione terrorista con i gap), chi evitò quindi che la mattanza successiva al 25 Aprile e proseguita fino
al ’47, chi evitò che tutto questo debordasse in
una guerra civile, non fu il gruppo dirigente
del Partito Comunista Italiano (anche se personalmente Togliatti era più favorevole a una
via pacifica) ma fu Stalin.
L’Italia deve a Giuseppe Stalin se non c’è
stata una guerra civile perché il 3-4 marzo del
’44 Stalin chiamò Ercoli e gli disse: “Torna in
Italia e fai un’operazione entrista rispetto al
governo Badoglio”. C’era stata un’operazione
geniale di Prunas, Ministro degli Esteri del governo Badoglio, che aveva stabilito dei rapporti con l’Unione Sovietica. Stalin nel gioco dello scacchiere internazionale da un lato occupava e traduceva in potere quello che l’Armata
Rossa aveva conquistato, ma dall’altra parte con un lucido realismo - Stalin sapeva di non
potere rompere con gli Stati Uniti in un paese
come l’Italia che era stato conquistato dagli
18 ■ CRITICAsociale
anglo-americani, al prezzo di provocare una
guerra civile che avrebbe avuto conseguenze
negative su tutto lo scacchiere mondiale.
Anche durante gli anni ’47-’48 Togliatti interpellò l’ambasciatore sovietico in Italia per
chiedere chiarimenti sulla posizione dei sovietici rispetto alla possibilità di un’insurrezione.
E i sovietici gli dissero di no. Quando Secchia
nel ’47 andò a Mosca criticando Togliatti da
sinistra, gli fu ridetto “non è il momento”.
Cosa significa tutto ciò? Che in assenza della possibilità della traduzione automatica del
leninismo nell’ ipotesi rivoluzionaria, allora fu
recuperata da parte di Togliatti l’elaborazione
gramsciana dei “Quaderni dal carcere”. In essi
Gramsci, genialmente, aveva riflettuto sulla
sconfitta della guerra di movimento - cioè della rottura rivoluzionaria armata nei paesi dell’occidente – e da non- staliniano qual era, (anche se ciò fu abilmente occultato da Togliatti)
e si domandò come si poteva realizzare un’atipica, rispetto a Lenin, rivoluzione nell’occidente che ha lo spessore di una società civile
che viceversa manca in Unione Sovietica.
Gramsci delineò “la strategia dell’egemonia e
della conseguente conquista delle casematte
ideologico-culturali”. In sostanza Gramsci delineò la via di conquistare il cervello di una società che sul terreno dei rapporti di produzione
è capitalistica e sul terreno della direzione politica è moderata conservatore, moderata riformista. La via indicata fu appunto quella della
conquista del “cervello” di quella società attraverso la penetrazione nelle casematte ideologico-culturali di quella società al fine di passare da quel cervello allo Stato.
1-2 / 2011
il compromesso fu per la massima autonomia
della magistratura perché nessuno allora sapeva chi avrebbe vinto: e il vincitore attraverso
il Ministero di Grazia e Giustizia e il controllo
sui pubblici ministeri, che avrebbe fatto?
Quindi massima autonomia della magistratura.
Ma anche massima autonomia alla politica con
la salvaguardia dell’articolo 68.
Questa operazione “entrista”, che il gruppo
dirigente togliattiano del PCI interpretò in una
chiave difensiva, è diventata successivamente
un’altra cosa con Berlinguer. Egli ha certamente avuto più autonomia nei confronti
dell’Unione Sovietica ma non nella chiave
della socialdemocratizzazione del PCI, ma
zionario-fascista. Nasce come movimento democratico liberalsocialista perché tale era Luigi Beria d’Argentine. Ma Magistratura Democratica in quattro anni, dal ’64 al ’68 diventa
ciò che è anche attualmente: un soggetto politico. Un soggetto politico tutto spostato a sinistra, diviso fra chi si riconosceva nel PCI e chi
nel movimentismo extra parlamentare.
Le carte vanno lette. Se si legge quello che
hanno prodotto culturalmente (Bruti Liberati
in primo luogo) gli esponenti di magistratura
democratici troviamo la teorizzazione di una
organizzazione di magistrati come un soggetto
politico a 360 gradi, che ritiene che la classe
operaia non sia più un soggetto sociale rivolu-
P
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
T
ogliatti tradusse in pratica questa parte del
lascito gramsciano, correndo anche un rischio
perché in Gramsci c’erano tante cose eretiche
che però non furono colte e che furono occultate fino agli anni ’60. Solo dopo c’è stata una
lettura più autentica di Gramsci, si colse la sua
estraneità eretica nei confronti di Stalin, il suo
dissenso dalla svolta estremista del sesto congresso dell’Internazione Comunista. Del resto,
con Togliatti, Gramsci ruppe sul piano personale fin dalla vicenda della sua famosa lettera
al PC(b) del 1926.
Che cosa vuol dire la conquista del cervello
di una società e la conseguente conquista delle
casematte ideologico-culturali? Vuol dire conquistare una fortissima influenza nelle case
editrici, nella scuola, nella radio, adesso ovviamente nella televisione e inserirsi nella magistratura. Non è un caso che Togliatti nel governo di unità nazionale prese il dicastero della
Giustizia.
Intendiamoci. Allora fu un’operazione fatta
fondamentalmente in chiave difensiva, essendo nel PCI così pessimisti visto il loro leninismo, da temere, tendendo conto della collocazione dell’Italia nell’area di influenza americana, che gli avversari li “avrebbero fatti fuori”, perché così loro avrebbero fatto, se ne
avessero avuto la possibilità, come dimostravano le parallele vicende in quei paesi dell’Europa dove era arrivata l’armata rossa. I comunisti staliniani di allora vedevano quindi l’inserimento nella magistratura e il controllo del
Ministero di Grazia e Giustizia in una chiave
difensiva. In quella situazione nella quale i
Costituenti non erano degli angeli, come ci
vengono descritti, ma erano dei lucidi uomini
politici. La costituzione è stata elaborata fondamentalmente da esponenti della DC e del
PCI. Ora malgrado il Governo di unità nazionale i due partiti si temevano. Anche da qui derivò l’estrema autonomia della magistratura
dall’esecutivo. Ci fu su questo terreno un compromesso di fondo buttato poi per aria nel ’93:
l’articolo 68, l’immunità parlamentare. Allora
la DC e il PCI si temevano reciprocamente e
tra coloro che si richiamano al Partito Comunista e coloro chemilitano nei gruppi extraparlamentari.
Questa divisione si verifica non soltanto sul
piano culturale ma anche sul terreno della giurisdizione perché quando Calogero fece l’operazione 7 aprile e mise nello stesso sacco BR,
Negri, Autonomia Operaia e così via, un pezzo
di Magistratura Democratica si contrappose
frontalmente a questo perché era legata a quei
gruppi.
Di questo la DC e il PSI non se ne accorsero, e ritennero che la magistratura potesse essere accarezzata con le due leggi Breganze e
Breganzene con i loro meccanismi corporativi
di carriera che avrebbe potuto tener buona la
“bestia trionfante”.
nella chiave dell’invenzione di un comunismo
diverso dal comunismo staliniano, un comunismo per certi aspetti autonomo che accettava
il pluralismo sociale e politico ma più spostato
a sinistra. E qui veniamo alla questione morale, all’austerity, all’ occupazione della FIAT e
via discorrendo. Ci fu anche il tentativo di un
recupero dell’ estremismo del ’68, di quadri di
quel movimento, recuperato poi per larga parte
nel gruppo dirigente occhettiano del Partito
Comunista. Intanto si realizzava un’operazione scientifica d’inserimento nella magistratura
in parallelo anche con tendenze sorte dall’interno stesso della Magistratura. Magistratura
Democratica nasce nel ’64 in polemica con
una magistratura italiana per molti aspetti rea-
zionario, che il Partito Comunista si è infilato
nel compromesso storico e che a questo punto
il magistrato può diventare il soggetto rivoluzionario a condizione che “superi” le teorie
sulla “terzietà”. Ci sono due volumi pubblicati
nel ’75 da Laterza: “L’uso alternativo del diritto”, che, partendo anche da pubblicazioni
precedenti dei giuristi sovietici, dicono in sostanza che ci può essere un uso rivoluzionario
del diritto, e poi della giurisdizione, per trasformare appunto in modo rivoluzionario il sistema politico e il sistema economico. Sul terreno del sistema economico pensiamo anche
ai pretori d’assalto per quello che riguardava
il diritto del lavoro. I congressi di Magistratura
Democratica hanno visto uno scontro esplicito
rogressivamente da un lato c’è una crescita
in parte autonoma di Magistratura Democratica e dall’altro lato c’è un Partito Comunista
che ha un rapporto dialettico con essa e che se
ne occupa in modo “scientifico” con Pecchioli
prima e con Violante dopo.
Poi che cosa accadde? Due fenomeni che si
intrecciano: uno è il crollo del comunismo.
Col crollo del comunismo tutti pensano che il
PCI diventarà un grande partito socialdemocratico. Lo pensa anche Craxi e questa è una
delle cause della sua rovina. Craxi pensa che
la logica delle cose porti il PCI a diventare socialdemocratico e che egli sarebbe diventato il
Mitterrand italiano. Così Craxi aprì la guardia,
non fece le elezioni anticipate nel ’91 perché
glielo chiesero, nel famoso incontro del camper al congresso dell’Ansaldo, Veltroni e
D’Alema. Loro glielo chiesero dicendo “facci
guadagnare tempo e poi vediamo”, ma volevano guadagnare tempo per far fuori Craxi e
il PSI e prenderne il posto. Questo è anche
scritto nella biografia autorizzata di D’Alema
fatta da Fasanella. Avviene quindi che, diversamente dalle aspettative, il PCI cambia nome
ma non si trasforma in un grande partito socialdemocratico e riformista. Il senatore Pellegrino spiega gli elementi fondamentali di ciò
che allora avvenne nel PCI-PDS: secondo lui,
non è una citazione testuale, il vuoto di cultura
politica che si determina a quel punto nel PCI
venendo meno la storica e tradizionale cultura
comunista viene riempito da personalità come
Violante con la sua cultura giustizialista”. La
classe dirigente del PCI non era pronta – tranne la minoranza migliorista ritenuta alternativa
a Craxi, (Napolitano stesso, Gerardo Chiaromonte specialmente, Bufalini, Cervetti, uno
dei primi colpiti non a caso da Mani Pulite a
Milano) - a diventare socialdemocratica anche
perché il retaggio del berlinguerismo su Occhetto, D’Alema, Veltroni era fortissimo al
netto delle loro divisioni.
Il PCI diventa PDS e scopre non la socialdemocrazia, ma scopre paradossalmente Karl
Schmidt, la dialettica amico/nemico, scopre il
giustizialismo di Violante e di Magistratura
Democratica, e dall’altra parte diventa il partito etero - diretto dal giornale-partito di Repubblica, ispirata da Scalfari e dai progetti di
Carlo De Benedetti e così via. Si saldano così
una serie di anelli che costruiscono nel nostro
Paese un meccanismo infernale. E poi – altro
punto di crisi – arriva la scadenza di Maastricht.
Credo che Andreotti e De Michelis, che hanno sottoscritto l’adesione dell’Italia al Trattato
di Maastricht, non si siano resi compiutamente
conto dell’operazione eversiva e rivoluzionaria che facevano.
E qui c’è l’altra anomalia: l’anomalia del
grande capitalismo italiano. Esso non ha mai
saputo dove stessero di casa il libero mercato
e la concorrenza e ha avuto con tutti i partiti
politici, nessuno escluso, un rapporto di reci-
CRITICAsociale ■ 19
1-2 / 2011
proca collusione. Tangentopoli non è un crimine di Craxi degli anni ’80. Tangentopoli è
sistema organico costruito negli anni ’40 da
Valletta per la parte economica e da Enrico
Mattei. Un sistema fondato sul grande capitalismo italiano e sui partiti dell’”arco costituzionale”. DC, PSI, partiti laici, Ugo La Malfa
e Partito Comunista Italiano che ne era coinvolto non solo con il finanziamento irregolare
dall’Unione Sovietica, non solo con il finanziamento irregolare delle Cooperative Rosse:
(non a caso l’unico reato derubricato dopo il
’92-’94 fu l’abuso in atti d’ufficio, che è il reato nel quale cadono gli amministratori comunali che devono favorire le Cooperative Rosse
e non a caso l’ultima amnistia in questo Paese,
fu quella del 1989 che ha chiuso la partita anche per quello che riguardava il finanziamento
sovietico). Come dimostra la direzione del PCI
citata da Crainz e da Galli della Loggia il PCI,
nelle varie situazioni locali aveva anche un
rapporto di scambio con imprese private, quello che da luogo al reato di corruzione. Ma nel
momento in cui l’Italia entra in Maastricht il
sistema di Tangentopoli diventò anti-economico e quindi va smantellato. Poteva essere
smantellato con una grande operazione consociativa. Invece è stato smantellato con una
operazione selettiva nella quale anche nel sistema industriale alcuni sono stati salvati, altri
sono stati distrutti, altri colpiti e salvati.
nel fatto che il centrodestra della DC venne
massacrato, mentre la sinistra democristiana
viene salvata. Da questo salvataggio la sinistra
democristiana finisce alleata di chi l’ha salvata, fino a fare un partito insieme.
Sfido chiunque a dimostrarmi che accostando De Mita con Scalfaro e Forlani, risulti evidente che Forlani sia un corrotto e gli altri due
invece sono adamantini. Tutti e tre facevano
politica nello stesso modo, ma uno è diventato
Presidente della Repubblica ed era così protetto, e condizionato, da poter dire in TV anche
“Non ci sto”; De Mita ha svolto la sua attività
politica, mentre invece Forlani è andato a finire ai servizi sociali e Di Pietro lo ha massa-
nere riguarda dieci, mille, cinquemila dirigenti
politici, un partito è distrutto con la sentenza
anticipata e l’operazione è fatta. Non bisogna
mai dimenticare che a Milano c’era una perfetta sinergia tra il pool dei magistrati e il pool
dei cronisti giudiziari che lavoravano praticamente assieme in una comunità politica che
produceva i fatti che abbiamo visto.
Questo è il retroterra che sta alle nostre spalle. Dopodiché Berlusconi che era sfuggito alla
vicenda di mani pulite anche grazie alla linea
delle sue televisioni, è entrato in politica e ha
coperto lo spazio politico che era stato lasciato
vuoto con la distruzione della DC, del PSI, dei
partiti laici Di conseguenza Berlusconi ha im-
Chi nel sistema industriale stava fino alla ci-
Occorre spiegare questa situazione nei suoi
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
ma dei capelli nel sistema di Tangentopoli? La
FIAT. La FIAT viene colpita marginalmente
ma poi viene salvata, così come viene salvato
il Partito Comunista Italiano che stava fino alla
cima dei capelli anch’esso nel finanziamento
irregolare compresi i rapporti con i privati.
Il bellissimo libretto “Tre giorni di storia italiana” di Ernesto Galli della Loggia, appena
uscito, riporta una citazione dal libro “Il Paese
mancato” di Cranz di una direzione del Partito
Comunista del ’74 in cui si esamina il problema del finanziamento pubblico. Vari esponenti
del Partito Comunista si dichiarano colpiti dai
rapporti malsani con i privati che aumentano
la corruzione all’interno del partito. Anche il
PCI quindi aveva un rapporto corruttivo con
imprese private ( oltre a quelli con l’Urss e le
Coop) e quindi era dentro Tangentolpoli fino
alla cima dei capelli da tutti i punti di vista.
Però nel ’92-’94 che cosa succede? Succede
che la DC, il PSI e i partiti laici vengono massacrati – sulla DC però c’è da fare una riflessione – e nel Partito Comunista viene colpita
la corrente dei miglioristi. Vengono lambiti i
berlingueriani, (vedi Cappellini a Milano) ma
l’attacco si ferma lì. La FIAT da una parte, De
Benedetti dall’altra parte e il PCI da un’altra
ancoravengono salvati dalla Procura di Milano, in primo luogo da Di Pietro che acquisisce
quindi dei meriti sul campo.
Tra tanti episodi ce n’è uno che è straordinario ed esemplare: Sama entra alla direzione
del PCI con 600 milioni di lire, più - dico io
per schierzare 600.000 lire – e ne esce soltanto
con 600.000 lire. Siccome Di Pietro è un noto
garantista dice di essere certo che Sama sia entrato con 600 milioni, però non avrebbe potuto
accertare a chi li ha lasciati: quindi Cusani e
Sama vengono poi condannati per aver fatto
un’operazione di corruzione che però non ha
il nome del corrotto. Insomma un modo di fare
assolutamente discriminatorio, con due pesi e
due misure. Due pesi e due misure che sono
ancora più visibili nella DC. Mentre verso il
PSI l’operazione è equanime, cioè il PSI viene
smantellato completamente e anche chi avrebbe voluto “ridare l’onore ai socialisti” ad un
certo punto prende una botta che lo mette fuori
gioco, per quello che riguarda la DC la dimostrazione che l’operazione è tutta politica sta
anni. Tutto ciò marca il drammatico periodo
storico che ci costringe a parlare di giustizia:
non è una cosa normale. Il mio libro sull’uso
politico della giustizia è frutto di una situazione anormale. Dovrei scrivere libri di altro tipo,
non sull’uso politico della giustizia.
Ma questa è la realtà.
Adesso di che discutiamo in televisione se
non della vita privata di Berlusconi? Hanno
provato a distruggerlo con la vicenda della
corruzione e non hanno sfondato, poi hanno
continuato con le accuse di mafia e terrorismo
per bombe a Roma, a Milano e a Firenze (vedi
Spatuzza). Nessuno ci ha creduto. Allora hanno studiato l’uomo anche nella sua singolarità.
E si sono concentrati sulla vita privata, al punto tale che un prodotto del ’68 trasgressivo come Gad Lerner sventola in televisione l’ultimo
numero di “Chi” che pubblica una fotografia
di Berlusconi con 25 parlamentari donne. Siamo oramai alla barbarie totale. Questo è il
punto a cui siamo approdati. Concludo per
trarne delle conclusioni tutt’altro che piacevoli. Tutto questo ci dice che viviamo in un paese
anomalo che ha un nucleo rivoluzionario-reazionario, nero-rosso, micidiale perché si sommano insieme spinte eversive di estrema destra e di estrema sinistra. Bersani bercia alla
televisione sulla vita privata di Berlusconi?
Non sa dire altro, ma reputa che forse così vincerà le primarie con Vendola. Se lui la spara
più grossa su questo terreno, ritiene di poter
vendere la partita interna alla sinistra. Siamo
a questo punto. Siamo un Paese unico nel
mondo occidentale quanto all’uso politico della giustizia e alla sua traduzione mediatica. Da
noi il circo mediatico-giudiziario su cui hanno
scritto due saggisti francesci è in azione dal
1992, anche, se ha cambiato i suoi bersagli in
corso d’opera.
crato sul piano mediatico nel processo Enimont, mentre il presidente di quel tribunale si
rifiutava di ascoltare Occhetto e D’Alema
malgrado che da essi si recò Sanna a Botteghe
Oscure per quel famoso incontro.
Contro la DC, il PSI, i partiti laici, svolse
un ruolo fondamentale il meccanismo della
sentenza anticipata. Il principio della sentenza
anticipata fu teorizzato da Borrelli in un’intervista fatta a Bernardo Valli. In sostanza Borrelli così la descriveva: “Quello che conta è
l’avviso di garanzia, l’eventuale custodia cautelare, il rilancio fatto dai giornali di tutto ciò
a quel punto la sentenza è fatta”. Se poi dieci
anni dopo l’imputato viene assolto, quello resta un fatto privato. Se un’operazione del ge-
pedito che l’operazione giudiziaria trovasse
l’atteso sbocco politico immediato, perché col
30% dei voti Occhetto grazie alla nuova legge
maggioritaria uninominale avrebbe conquistato il 70% dei seggi. Berlusconi stava scendendo in campo, e subito iniziava le persecuzioni:
e viene a sua volta sottoposto al bombardamento giudiziario: mi sembra che Paolo Berlusconi fu arrestato nel gennaio del ’94. Ad
ogni modo dal 1994 ad oggi Berlusconi è oggetto dell’attacco giudiziario. Orbene fatto ciò
non è un suo fatto privato, ma è un fatto politico di devastante rilievo: il fascismo è durato
venti anni, e ora non è più questione di prima
o seconda repubblica, ma si tratta dell’uso politico della giustizia che ormai dura da venti
termini reali. Evitare le mistificazioni e evitare
le manipolazioni. Ho l’impressione che l’apparato mediatico-giudiziario sia molto efficace.
Altro che Berlusconi che controllerebbe la situazione mediatica del paese! Ma che cosa
controlla Berlusconi? Le intercettazioni telefoniche chi è che le dà ai giornali? Riflette su tutto ciò anche Violante che ha fatto una parziale
analisi autocritica nel suo interessante libro “I
magistrati”, ma non c’è stato un caso in cui la
magistratura sia intervenuta contro le violazioni del segreto istruttorio: sembra porprio che
valga il motto: “cane non morde cane”.
Ci troviamo di fronte, quindi, ad una situazione fra le più serie e drammatiche della vita
di questo Paese perché - Dio non voglia: ci
hanno provato nel ’94 e non ci sono riusciti ci stanno riprovando adesso e se salta questa
resistenza che è stata impersonata fino adesso
da Berlusconi ci verremo a trovare in una situazione con un monoblocco di potere in cui
si possono saldare tanti nuclei significativi:
quelli amministrativi, quelli finanziarii, quelli
istituzionali, quelli mediatici ed editoriali.
Quindi la battaglia che si sta conducendo è una
elementare battaglia elementare, di tutela di
quello che rimane (e non è molto) dello stato
di diritto e di fondamentali diritti di libertà.
Rispetto a questo dico che a livello parlamentare, a livello culturale, a livello giornalistico, anche tra la gente non impegnata in politica occorre condurre questa battaglia per
preservare gli elementari diritti di libertà in
questo paese.
Questo libro è un minimo contributo a chiarire le cose perché oggi demistificare la manipolazione in atto è già di per sé un’operazione
“rivoluzionaria”, una rivoluzione liberaldemocratica per il ripristino dello stato di diritto. s
Fabrizio Cicchitto
20 ■ CRITICAsociale
1-2 / 2011
MAGISTRATURA ■ IL COLORE POLITICO È STRUMENTALE ALLA DIFESA DEI PRIVILEGI DELLA CORPORAZIONE
I
NÉ ROSSE, NÉ NERE: LE TOGHE SONO GIALLE
l tema della giustizia è talmente
vasto che ogniqualvolta si affronta la questione sia pure in astratto,
ognuno conduce questa astrazione alla concretezza della vita vissuta.
“Il cittadino si imbatte con la giustizia perchè il bisogno di trovare un punto di equilibrio
nelle controversie non trova altro luogo di ricomposizione se non nel ricorso alla giustizia:
si tratta di vicende minime, dal condomino
all’occupazione di uno spazio, all’incidente
stradale, insomma il ricorso alla giustizia è il
ricorso definitivo dei conflitti quotidiani, anche dei più piccoli”.
Naturalmente le questioni che emergono
quando si affronta il tema della giustizia, riguardano anche gli alti costi che si debbono
sostenere, soprattutto da parte dei ceti più deboli. Tutto questo appartiene alla dinamica
della società. Per Rino Formica, che è intervenuto nell’ultimo periodo con una accentuata
frequenza in occasione della Riforma costituzionale della Giustizia, di cui ha criticato il fatto che sia stata presentata dal governo e non in
Parlamento, “il dato socialmente rilevante nel
rapporto con la Magistratura, ciò che crea il
maggiore turbamento, è l’incognita se ci si troverà di fronte al “giudice giusto”.
“Per affrontare la vera questione della giustizia - sostiene - occorre procedere con un
metodo di distinzione logico-razionale degli
aspetti prioritari: ci sono problemi di efficienza, ci sono problemi di durata dei processi, ci
sono problemi di norme da adeguare ai mutamenti costanti della società, problemi di collegamento tra diritto nazionale e diritti di altri
paesi, ecc. La sua stessa natura rende la giustizia ricca di problemi che non possono essere
considerati risolti in assoluto una volta per
sempre, ma necessita di correzioni ed aggiustamenti”.
Recentemente è stato proposto un appello
(sottoscritto anche dalla Critica Sociale)
perchè la sinistra non sia più pregiudizialmente ostile a discutere finalmente del tema
della Giustizia in presenza della Riforma
costituzionale presentata dal Governo.
“L’appello affronta una questione giusta in
forma insufficiente ed alquanto elusiva.
Conosco l’onestà intellettuale e la serietà e
coerenza sul punto dei tre proponenti, ma ritengo che il loro invito resterà una esortazione
perchè non incide su le ragioni politiche che
impediscono alla sinistra ufficiale di uscire dal
“voglio ma non posso”.
Questa sinistra subisce da venti anni
l’espansione politica del potere giudiziario.
Alla sinistra non riuscì il tentativo maldestro
di piegare la maggioranza della magistratura
alle sue direttive e si rassegnò a subire il potere
della corporazione.
Errore fu quello di voler piegare la magistratura ed errore simmetrico è quello della magistratura che vuole piegare la politica considerata capace di produrre metastasi istituzionali.
La rottura dell’equilibrio paritario tra Parlamento e togati nel CSM, come avevano ben
visto i costituenti, da Calamandrei a Togliatti,
da Dossetti a Ruini, da Targetti a Rossi, ha dato vita alla repubblica dei giudici.
In uno Stato di diritto se una corporazione
domina l’insieme tutto regredisce sino alle primitive regole delle tribù. L’appello evita di affrontare la questione della ineguale struttura
del CSM perchè la sinistra alla quale si rivolge
è affaticata, debole e subalterna.
strata “in nome del popolo” e che i giudici sono soggetti “soltanto alla legge”. Questo articolo 101 va letto in connessione con l’articolo
1: la Sovranità appartiene al popolo che la
esercita secondo le forme e i limiti della Costituzione, ossia attraverso le leggi nel rispetto
delle norme costituzionali.
Quindi c’è una connessione tra la Sovranità
popolare e la Magistratura che non è un potere,
perchè non discende dalla sovranità popolare,
e pertanto non ha un potere autonomo rispetto
agli altri poteri costituzionali. E’ una connessione in cui l’incontro tra la Politica (che è
l’espressione della sovranità popolare attraverso gli strumenti della dialettica democratica) e
la Magistratura, diventa il punto essenziale.
I costituenti discussero dell’autonomia della
magistratura, e non ci fu nessuno che ritenne
che la magistratura non dovesse essere autonoma o che dovesse dipendere gerarchicamente da qualche potere, nè dall’esecutivo, nè da
alcun altro potere. Avrebbe dovuto deliberare
in assoluta autonomia e libertà.
E qui sta il punto cruciale per ciò che intendiamo costituzionalmente per “autonomia”
della Magistratura. Perchè essendo l’amministrazione della giustizia un’ ”attività umana” e non un’ attività divina - essa è esercitata dagli
uomini, i quali possono agire al massimo “ad
immagine e somiglianza” del divino, ma senza
esserlo e quindi mai infallibili, con tutti i limiti
di ciò che è umano rispetto all’ ”universalmente giusto”.
Dunque “autonomia” nel vigilare, controllare, giudicare su qualcosa, come la Giustizia,
che supera la sfera dell’umano, è tuttavia svolta nei limiti propri dell’ agire umano, e necessita quindi di una istituzione nella quale si ricomponga un equilibrio tra sovranità popolare
e ordine giudiziario”.
Rino Formica
Tra il ’92 ed il ’97, fu modificato il confine
tra potere politico rappresentativo ed ordine
giudiziario. La rappresentanza elettiva ebbe la
legittimazione popolare ma fu circondata da
crescente discredito. L’ordine giudiziario non
ebbe mai il formale consenso popolare, ma vide crescere intorno a sè la tolleranza dinanzi
al suo sconfinare nell’esercizio di fatto del potere politico. Dal ’97 ad oggi il prestigio della
politica non è cresciuto, ma si è anche affievolito il riconoscimento popolare al graduale
e progressivo espansionismo politico dell’ordine giudiziario. Ecco dove è la ragione del
blocco istituzionale. La magistratura ha invaso
il terreno della politica ma è senza scettro anche se può fare del male. La politica è senza
la spada, anche se può minacciare. Una stagnazione ribollente può durare, ma a lungo andare prepara il terreno della rivolta istituzionale. Tornare alla saggezza dei costituenti del
1946, trascurando gli adattamenti dei costituenti di fine 1947, è il terreno sul quale può
avvenire il dialogo tra politica e magistratura.
Questo è l’appello che mi sentirei di sottoscrivere. Il resto è esercizio muscolare che annuncia tempi oscuri”.
Cosa accadde allora?
“Quando si decise come intitolare il Titolo
IV della Costituzione, ci fu una accesa discussione: ci furono i sostenitori dell’intitolazione
“La Magistratura”, che indicavano l’ intenzione
di affrontare l’ argomento così come nel Capitolo III, cioè come tema specifico, ma sempre
relativo alla Pubblica Amministrazione per regolarne l’attività nel quadro dell’ equilibrio dei
poteri dello Stato. Ci fu chi ritenne di mettere
invece un titolo più vasto, per affrontare nel
suo complesso il tema della “Giustizia”. E ci
furono infine coloro che sostennero doversi intitolare,”Il Potere giudiziario”.
Passò la soluzione di mettere il titolo: “La
Magistratura”. Quindi non la “Giustizia”, per
codificare una grande aspirazione umana, ma
“Magistratura” per la regolamentazione di una
“attività umana”. E si escluse che dovesse essere un “potere”. Le proposte avanzate dai costituenti Mastino e Persico di intitolare il capitolo “Potere giudiziario” furono accantonate.
Cosa si voleva stabilire, quindi, nel momento in cui si escludeva che la Magistratura fosse
un “potere”? Si fissò nell’articolo 101, il primo del Titolo IV, che la giustizia è ammini-
Si tratta appunto del Csm.
“Il punto di equilibrio si raggiunse attraverso l’idea che l’organo di controllo fosse paritario tra espressione del potere democratico,
della sovranità popolare (quindi articolo 1) e
un riconoscimento dell’autonomia della Magistratura (art. 101): parità nella composizione
del Csm tra rappresentanza di origine parlamentare e rappresentanza dell’ordine giudiziario. Questo è il punto decisivo sul quale avvenne la composizione anche delle normative
successive, tra le quali quelle relative all’interpretazione della distinzione delle funzioni
tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, così come quelle relative a come interpretare la giusta norma dell’obbligatorietà
dell’azione penale.
In materia di giustizia non bisogna avere
preconcetti, perchè la sua amministrazione è
un campo soggetto al continuo trasformarsi
delle dinamiche sociali. Del resto la tesi dell’interpretazione dinamica della legge è sempre stata presente nella cultura socialista. Proprio negli anni ’60 fu l’iniziativa socialista che
sviluppò nel dibattito politico la necessità che
il magistrato non giudicasse in termini cristallizzati, ma interpretasse le norme in relazione
alla situazione sociale. Magistratura Democratica nasce da un’iniziativa dei socialisti; i “pretori d’assalto” erano nelle commissioni giustizia del partito socialista. Quindi non ci facciamo velo. Non siamo contrari all’autonomia
della magistratura.
Ma cosa avvenne nella fine di vita dell’Assemblea costituente. Perchè fai diffe-
CRITICAsociale ■ 21
1-2 / 2011
renza tra i costituenti del ’46 e le conclusioni del ’47?
Nel novembre del 47, pochi giorni prima
della chiusura dei suoi lavori, questo equilibrio
fu rotto con l’”emendamento Scalfaro”. Questo emendamento prevedeva la composizione
del Csm in “due terzi/un terzo” nel rapporto
tra toghe e rappresentanza parlamentare, e trovò l’ opposizione della parte più dinamica della Costituente, tra cui i democristiani Dossetti,
Moro, La Pira, Perassi, i socialisti, i comunisti,
i liberaldemocratici, compreso il presidente
della Commissione dei 75, Meuccio Ruini. Vi
fu una votazione tormentata ed incerta che diede al blocco conservatore la maggioranza, con
un’assenza del 40 per cento dei parlamentari
costituenti, che furono presenti al voto in 315320 su 556 eletti.
Con questo emendamento veniva depotenziata anche la funzione di arbitro del Presidente della Repubblica, che presiede il Csm divenuto ormai un organismo con una maggioranza precostituita, peraltro formata da una corporazione. Nei primi 20-25 anni di applicazione della Carta costituzionale, l’”emendamento
Scalfaro” favorì la maggioranza dei togati di
ispirazione conservatrice.
La dinamica sociale successiva, dopo il centro sinistra degli anni ’60, gli scontri politici,
il terrorismo, l’acutizzarsi delle lotte sociali e
democratiche nel Paese, naturalmente influì
nella formazione della nuova generazione dei
magistrati. Ma con questo non si può dire che
ci fu un passaggio dalle “toghe nere” dei conservatori, alle “toghe rosse” dei magistrati di
nuova generazione: tutto questo sarebbe stato
assorbito all’interno di una rappresentanza paritaria. Con la rappresentanza maggioritaria
delle toghe rispetto ai “laici”, invece, la rappresentanza dell’ordine non fu più quella di un
particolare colore interno alla corporazione,
ma è la rappresentanza della corporazione ispirata dalle sue tendenze prevalenti: essa non
privilegia “toghe nere” o toghe rosse”, ma la
corporazione, le “toghe gialle”. Che possono
essere in alcuni momenti di tendenza conservatrice o ribellistica”.
modo assoluto: andremmo a ferire il principio
del “libero convincimento” che ogni giudice
deve avere. Se si dovesse decidere sulla base
di “tabelle” prestabilite, per reati e controversie civilistiche, non ci sarebbe nemmeno bisogno del giudice. Il problema del giudice è il
suo comportamento, non il suo convincimento. Se cioè un organo disciplinare equilibrato,
composto in modo paritario dal potere democratico e dalla rappresentanza giusta dei togati,
possa stabilire se un comportamento isolato o
continuato di un giudice sia ispirato da tendenze estranee alle norme del diritto.
A me ha fatto impressione il fatto che nell’ANM, quando si è discusso su che comportamento avere nei confronti della Riforma della giustizia, si è ricostituita una unanimità che
non c’è nella Giunta esecutiva dell’Associazione, dove Magistratura indipendente è all’opposizione. In quella circostanza, proprio il
rappresentante di quella componente moderata, il magistrato Ferri, ha sostenuto la necessità
Quindi la questione è tutta squisitamente
politica?
Qui sta il punto dirimente per comprendere
la situazione politico-storica che si è creata tra
il 1990 e il 1997. Nella Bicamerale si cercò di
scalfire una serie di eccessi attraverso la “bozza Boato”, ma si ridusse in maniera simbolica,
e aggiungerei ridicola, la composizione del
Csm da “due terzi/un terzo”, in “tre quinti/due
quinti”.
Tra il ’90 e il ’97 l’indebolimento del potere
politico è stato così violento che permane ancora, e attraverso ulteriori circostanze si è aggravato, con leggi elettorali maggioritarie che
hanno introdotto elementi di squilibrio e inquietudine. Nel Csm l’equilibrio basato sul
principio di parità tra ciascuna delle due rappresentanze, togate e laiche, si formava sulla
rappresentanza proporzionale. Oggi invece abbiamo una tendenza alla trasformazione delle
minoranze in maggioranze: minoranze elettorali che diventano maggioranze parlamentari,
che la corporazione fosse unita, e ha portato
come argomento fondamentale proprio il pericolo che lo squilibrio all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura non verrebbe
più tutelato, con la Riforma, a vantaggio della
corporazione medesima.
Sorge cioè un problema che non deve essere
risolto dall’Associazione nazionale della Magistratura: ogni corporazione ed ogni ordine
che si rispetti tende a tutelare l’espansione del
proprio potere. Oggettivamente. Perchè oltre
alla finezza dell’interpretazione della norma
interviene un potere reale che consiste non nel
giudicare se stessi, ma nel giudicare gli altri”.
minoranze attive della corporazione che diventano tutrici della totalità della corporazione. Il discredito della politica che permane e
si diffonde, non consente di affrontare con autorevolezza il problema del primato della rappresentanza popolare. Questo porterà alla conseguenza che le corporazioni si faranno partito
a sè. Superando il partito politico. Del resto
questo non è solo il caso della Magistratura.
E’ anche il caso dell’informazione che è diventato potere politico. Nel mondo dell’economia
c’è un potere che non è più nella Confindustria. Chi guida la danza sono due-tre grandi
imprese. Nel campo del credito, sono due-tre
Il “colore” diventa secondario rispetto al
sistema complessivo dei rapporti tra poteri?
“Sono rimasto colpito da una cosa, questa sì
veramente incostituzionale: assegnare alla
Magistratura un potere politico “di fatto”,
quando i costituenti non vollero mai, nemmeno e soprattutto nel titolo del Capitolo relativo
a questa materia, prescrivere un “potere giudiziario”, ma vollero scrivere “ordine”. E un
“ordine” è qualcosa che sta all’interno di un
sistema, l‘ “ordine” non ha una sua autonomia
di potere, ma è all’interno di un più vasto potere che è il potere democratico. L’ordine non
è una sorgente. Sta in un equilibrio delicato basato sul principio “di essere rispettato, purchè
rispetti”.
Perchè questo nodo non viene fuori?
Perchè la discussione si è appassionata su
questioni tecniche che sono risolvibili. La questione dell’obbligatorietà della azione penale
da cosa nasce, se non dalla circostanza del sovraccarico di domande di giustizia non più gestibile dalla magistratura? Allora ci vuole qualcuno che dia un ordine a queste domande. Ma
questo non può essere dato in modo “assoluto”
da chi è ormai un potere politico autonomo di
fatto. L’ordine alla domanda di giustizia deve
essere stabilito all’ interno di un potere democratico, non autonomo e assoluto.
La stessa separazione delle carriere, se funziona bene o meno dopo un periodo di prova,
è tutta materia discutibile e risolvibile. Anche
la responsabilità civile dei magistrati è risolvibile, perchè nessun giudice lo può essere in
grandi banche che avendo incroci di interessi
internazionali, sono in condizioni di poter fissare persino le politiche del credito.
Oggi la politica può solo fare interventi di
natura”ex post” solo quando vi sia una emotività pubblica che esplode. Se si guarda al piccolo caso Parmalat, mi stupisco dello stupore,
perchè sono vent’anni che c’è shopping straniero nelle aziende italiane. Nessuno se n’è interessato sino ad oggi. O la politica recupera
iniziativa sulle grandi questioni di squilibrio
dei poteri, o altrimenti siamo destinati a una
corporativizzazione selvaggia di qualsiasi attività umana”.
Un risultato anti-nazionale nel 150 anniversario dell’Unità d’Italia. Paradossale.
“Certo. E’ una tendenza anti-nazionale: questa è la vera secessione, non il federalismo fiscale”.
Se il magistrato, nell’attuale squilibrio all’interno del Csm (a suo vantaggio rispetto
alla rappresentanza parlamentare), diventa
attraverso l’interpretazione della legge lui
stesso fonte del diritto, non ci troviamo nella situazione capovolta in cui la magistratura diventa la effettiva titolare della sovranità, essendo la corporazione sempre in maggioranza nel Csm, ovvero nell’organo di
controllo? Infatti essa può sempre stabilire
in ultima istanza una norma extraparlamentare prevalendo nell’organismo di autogoverno in merito ai comportamenti che
fondano questo tipo di norme. Leggi entro
cui soltanto la “sovranità popolare” si può
manifestare, e alle quali esclusivamente il
magistrato è tenuto a rispondere. Non è un
sovvertimento costituzionale?
La domanda è esatta, ma bisogna prima cercare di capire un’altra cosa: ovvero, dal 1948
al 1992, queste norme come hanno funzionato? Hanno funzionato bene, perchè la forza, il
prestigio e l’autorevolezza della politica, della
rappresentanza politica, del Parlamento, dei
partiti politici (sia di maggioranza che di opposizione), obbligavano tutte le componenti
attive della società a trovare forme di collaborazione.
Quando i magistrati oggi invocano il potere
politico, affermano che la magistratura ha dato
nei decenni un tributo di sangue nella lotta
contro il terrorismo e la criminalità. Ma è proprio questo che dimostra come vi era una collaborazione tra politica e magistratura: non c’è
stato nessun caduto nella magistratura durante
la lotta alla corruzione politica. Pur avendo
messo sotto tiro la politica, i magistrati non sono morti, i morti sono stati tra gli indagati.
Dunque come i magistrati hanno titolo a dire,
giustamente, che nella lotta al terrorismo e la
criminalità hanno condotto una lotta eroica e
sanguinosa, cosa verissima, proprio per questo
le morti vere di persone, di partiti, di forze politiche, di aziende, di interessi, dimostrano che
c’è stato uno squilibrio di ingiustizia da parte
della magistratura. L’argomento del “tributo di
sangue” è vero in entrambi i sensi, e non solamente a senso unico.
C’è un censimento da fare: un errore giudiziario fa molto più danno di qualunque ingiustizia politica. L’ingiustizia politica è sanabile
con la lotta democratica. Aggiungo poi la notazione che il vuoto tra politica e interessi legittimi, porta un vulnus anche all’interno degli
stessi interessi legittimi. L’equilibrio politico
democratico serve anche al complesso delle
corporazioni e degli interessi, perchè evita che
siano essi stessi preda di tendenze minoritarie.
Perchè sono le minoranze attive che creano il
patriottismo antidemocratico di gruppo. Ma
prevalgono anche all’interno della corporazione e la sottomettono”. s
22 ■ CRITICAsociale
1-2 / 2011
■ LA ETEROGENEITÀ DI PARTITI SENZA IDENTITÀ È ALL’ORIGINE DELLA CRISI DEL BIPOLARISMO
LA PRIMA PIETRA, UNA LEGA DEI SOCIALISTI?
“PER UNIRE I RIFORMISTI NEL SOCIALISMO EUROPEO”
La caratteristica dell’attuale sistema politico, dopo vent’anni di seconda repubblica, ormai invecchiata anch’essa, sembra es-
Dalla mostra sui 120 anni di Critica Sociale
I
120 anni della Critica Sociale,
oltre che un anniversario per celebrare e per conoscere meglio il
ruolo avuto dal socialismo riformista nella costruzione della società nazionale dopo l’Unità
d’Italia, offrono anche l’occasione per un chiarimento non solo storico, ma politico, su ciò
che resta dell’identità della sinistra italiana.
Non fosse altro che per la coincidenza coi 90
anni dalla scissione comunista al congresso di
Livorno.
Naturalmente non è un confronto tra Pci e
Psi, partiti ormai scomparsi.
Ma il modo differente con cui le due storie
sono terminate, l’intreccio conflittuale tra le
sorti dell’uno e dell’altro partito, collocati su
fronti opposti di fronte alla “rivoluzione giudiziaria” -l’uno tra le vittime, l’altro coi “rivoluzionari” - non solo ha lacerato una ferita già
aperta, ma l’ha persino aggravata, nonostante
le speranze dopo la fine dell’ Urss.
Tutto questo potrebbe essere derubricato a
“fatti vostri”, ad una questione, cioè, esclusivamente interna a una “vecchia sinistra”, già
rottamata o da rottamare. Se non fosse che
quello scontro all’ultimo sangue ha scardinato
l’ intero sistema politico, ingessandolo per
vent’anni in un bipolarismo artificiale ( la posizione della stragrande maggioranza dell’elettorato socialista nel centro destra ne è esempio
paradossale, ma più che comprensibile), e nel
disordine istituzionale. Alla fine occorrerà dare una coerenza ai progressivi interventi istituzionali con un piano di assestamento conclusivo del sistema politico e dello Stato.
Dunque questa “vecchia sinistra” non passa,
nè nel bene, nè nel male, perchè la sua vicenda
passata e presente si intreccia con lo stato di
salute del sistema politico odierno. La soluzione non è dunque questione di “volti nuovi”,
ma è la soluzione di una questione “vecchia”,
quasi marcita, senza la quale i “volti nuovi” di
oggi sono destinati ad affollare la gerontocrazia dei decenni futuri (e i suoi medaglieri).
La Critica Sociale ne parla con Emanuele
Macaluso, direttore delle Nuove Ragioni del
socialismo: entrambe le riviste (con Mondoperaio) sono significativamente animatrici del
Comitato promotore per le Celebrazioni dei
120 anni di Critica Sociale, che si svolgeranno
nel corso dell’anno sotto l’Alto Patronato del
Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
“Penso che questo bipolarismo - dice Macaluso - sia entrato ormai in crisi non solo, come
ha scritto Michele Salvati sul Corriere della
Sera, perchè l’eterogeneità dei due poli non fa
funzionare il sistema. E’ vero che nell’uno e
nell’altro polo c’è di tutto. Ma la verità è che
l’eterogeneità è già all’interno dei partiti. Ritengo che la sinistra - questa è l’opinione che
ho espresso sulla mia rivista - debba far esplodere questa contraddizione attraverso una crisi
costruttiva del Partito democratico con l’obiettivo di una grande forza che metta assieme tutti i “riformisti” e non tutti i “riformismi”, come dicono, di matrice diversa (cattolica, comunista, socialista, ecc). No. Il riformismo deve avere un proprio segno, una sua qualità distintiva, precisa: il riformismo socialista, quello del socialismo europeo”.
Intervista con
Emanuele Macaluso
sere la divaricazione tra identità politiche e
partiti politici, tra contenuti e contenitori,
dove alla fine i contenuti, le culture politiche, sono in funzione del contenitore, che
privo di un suo profilo, non può agire senza
spaccarsi, non può radicarsi, essere luogo
della partecipazione popolare alla formazione della politica nazionale, come dovrebbe essere il partito politico per vocazione
naturale. Non credi?
“Il Partito democratico è una coalizione tra
la ex Margherita e l’ex Ds. Infatti non è un caso che questo partito non sia riuscito ad avere
una sua base politico-culturale, ed ogni volta,
quindi, che affrontano temi come quello del testamento biologico, si blocca e non riesce ad
assumere una posizione propria come partito.
Dall’altra parte è la stessa cosa: la scissione di
Fini ha dimostrato che non c’era un partito e
che anche nel PdL c’era e c’è di tutto: ci sono
i socialisti, i democristiani, l’aziendalismo berlusconiano. Penso allora che il problema di og-
gi sia quello della ricostruzione delle forze politiche, dei partiti politici. E’ una cosa a cui
pensare già ora per uscire dalla crisi di questo
bipolarismo ormai superato. Per il riformismo
socialista l’approdo non può che essere un partito che abbia come riferimento il socialismo
europeo, dove la storia dimostra che possono
convivere anche forze cattoliche: Jacques Delors ha avuto un ruolo straordinario per il partito socialista francese, e non ha mai dovuto
nascondere la sua fede cristiana”.
Stai ipotizzando una sorta di associazionismo politico tra socialisti di ogni campo,
una sorta di Lega dei socialisti?
“La trasversalità va bene, ma a condizione
che abbia un obiettivo e l’obiettivo deve essere
la costruzione anche in Italia di una grande
partito socialista come c’è in tutta l’Europa
tranne che nel nostro Paese. Altrimenti l’associazionismo politico è un altro equivoco. Dunque una “lega dei socialisti” si può fare, sono
sempre favorevole a mettere insieme delle forze che abbiano un obiettivo preciso. Sono
sempre colpito dai socialisti che sono nel centro destra e che si esprimono ormai così: “la
sinistra dice, la destra risponde”, come se anche loro fossero di destra. Non possiamo mettere insieme destra e sinistra, dobbiamo mettere insieme il riformismo socialista. Questa è
la base: un socialismo liberale, democratico
come è nella gran parte dell’esperienza del socialismo europeo. Per questo serve che in Italia ci sia un processo di revisione della storia
della sinistra italiana una revisione socialista
e una revisione comunista. In altri momenti
con Rino Formica abbiamo sostenuto che il
problema era di farsi carico di tutti gli errori e
di tutti i successi delle forze della sinistra italiana, socialisti e comunisti. Se ognuno invece
pensa solo di glorificare la propria parte e di
mettere solo in evidenza gli errori dell’altra
parte, si perdono di vista i nuclei vitali delle
due forze. Bisogna ormai posare le armi se si
vuole mettere assieme i nuclei vitali delle due
storie e conseguire l’obiettivo di una grande
forza riformista e socialista in Italia. Tutto questo finora è mancato, ma credo che anche nelle
nuove generazioni stia maturando l’idea che
una sinistra come quella che c’è oggi in Italia,
non sia una sinistra credibile. Anche nelle sue
punte più radicali, come quella di Vendola, si
tratta di forze di piccola entità. Il partito socialista che sta nel centrosinistra raggiunge l’1
per cento, il 2 al massimo. Un partito socialista
(come fu anche il partito comunista) non può
non essere un partito di massa, un partito di
popolo. Questa è l’esigenza che vedo. L’esigenza di una battaglia politica e culturale per
mettere assieme tutte le forze che, comunque
e da ovunque provengano, si pongano il problema di dare all’Italia una forza del riformismo socialista di stampo europeo”.
Per chiarire eventuali equivoci: proponi
una forma di associazionismo politico tra ex
socialisti ed ex comunisti purchè si abbia
chiaro lo scopo di ricongiungere identità politica e forma partito, superando la situazione di oggi in cui il contenitore si sostituisce
ai contenuti?
“Perfetto. Un’associazione di forze con
l’obiettivo di un partito di sinistra riformista
legato al socialismo europeo”.
Un partito laburista?
“Non ne farei questione di nomi. Il laburismo ha un riferimento nel lavoro e ha un riferimento nella storia del socialismo europeo. Io
vengo dal sindacato dove sono stato dodici anni, è la mia prima grande esperienza. Dal ’44
al ’56 ho diretto un sindacato di categoria,
quello dei minatori, ho diretto la Camera del
Lavoro di Caltanissetta, ho diretto la CGIL siciliana dal ’47 al ’56 e quindi ho vissuto l’unità sindacale. L’unità sindacale si è rotta nel
’48. Ero segretario regionale della CGIL e stavo nel Direttivo nazionale. Partecipai alla riunione del comitato direttivo in cui si definì la
rottura: fu una seduta molto drammatica e
quindi ho presente questi problemi. La cosa
che mi ha sempre turbato e sulla quale non riesco ancora a darmi una spiegazione, che non
sia una spiegazione negativa, è che nonostante
sia venuta meno la ragione della rottura (e la
ragione della rottura del ’48 fu lo sciopero politico per l’attentato a Togliatti, il patto atlan-
CRITICAsociale ■ 23
1-2 / 2011
tico, il mondo era diviso e ognuno pigliò la sua
posizione), nonostante tutto questo sia finito,
non si è tornati l’unità sindacale.
La cosa veramente sorprendente è che tra il
1969 e il 1970 si stava definendo il processo
dell’unità sindacale con Carniti, Benvenuto,
Lama. Con Trentin i metalmeccanici fecero la
federazione unitaria, sebbene ci fosse ancora
la guerra fredda. Oggi che non c’è più l’Unione Sovietica, non c’è più il partito comunista,
non c’è più il partito socialista, non c’è più la
democrazia cristiana e non c’è più l’occidente
diviso dall’oriente com’era prima, perché il
sindacato non è unito?
Penso che la responsabilità sia delle burocrazie sindacali, le incrostazioni dei poteri
dentro il sindacato che hanno ormai raggiunto
una specie di ossificazione in tutte e tre le centrali sindacali che non hanno più provato a
mettere insieme un confronto vero. Bisogna
vedere se è possibile, o meno, fare una riflessione sulle politiche sindacali, perché non c’è
dubbio che oggi la forte divaricazione tra la
CGIL e la CISL, tra la CGIL e la UIL è più
profonda di quanto non lo fosse negli anni ’50.
Siamo tornati indietro, ancora come se ci fosse
un sindacato legato al governo, la CISL e la
UIL, e un sindacato legato all’opposizione come la CGIL . Quindi siamo tornati a una situazione peggiore di quella degli anni ’50, perché
dopo gli anni ’50 questa questione era stata superata sia con il travaglio della CISL e della
UIL sia con il travaglio della CGIL: insieme
si erano staccati dallo stretto cordone ombelicale che legava l’uno al governo e l’altra all’opposizione. Oggi siamo tornati al peggio
del peggio. Il mondo del lavoro di oggi è radunato non in una forza politica con una sua
identità ma nel sindacato – occorre quindi stimolare un riavvicinamento e una prospettiva
di unità. Io penso che il nostro lavoro politico
e culturale della sinistra deve tendere a questo
processo”.
Una profonda revisione della cultura sindacale potrebbe essere una delle priorità del
dibattito di un ipotetico partito del socialismo riformista europeo? Un partito dei lavoratori senza sindacato è inimmaginabile.
Del resto così nacque il partito laburista
britannico: un’associazione (la Fabian society) e le Unions.
“Non c’è dubbio: la questione sindacale è la
questione prioritaria a mio avviso. Il socialismo
separato dal sindacato non esiste. Il laburismo
inglese si è un po’ staccato dai sindacati. Ma
non è pensabile una forza socialista senza legami col sindacato, nè un sindacato che non abbia
anche un orizzonte politico, non partitico”.
■ “A VOI LA RESPONSABILITÀ DI GUIDARE IL REVISIONISMO ISTITUZIONALE”
AI COMPAGNI SOCIALISTI DEL PDL
Rino Formica
Tra poco si vota per il rinnovo di importanti amministrazioni comunali. Credi che
dopo le elezioni dei consigli sia possibile iniziare a dar vita a quell’ipotesi di associazionismo dei riformisti, a quella sorta di Lega
dei socialisti, nei municipi?
“Penso che se si ricomincia a re-identificare
la possibilità di una forza socialista, sia indispensabile partire da un coinvolgimento dei
consiglieri comunali, che sono una parte importante, non possono essere lasciati fuori. Bisognerà vedere nel concreto cosa sarà possibile
fare: non c’è dubbio che il peso della vicenda
dei municipi significa tanto, anzi tantissimo.
Vediamo cosa succederà alle elezioni, penso
che una iniziativa in questa direzione bisognerà
prenderla. Del resto siamo nel 120esimo anniversario della Critica Sociale e il terreno naturale su cui è cresciuto il socialismo italiano è
stato anche nei municipi, prima ancora che nelle fabbriche. Il socialismo municipale, la democrazia come partecipazione all’esperienza
dell’autogoverno. Non c’è dubbio. Ed è per
questo, appunto, che il problema del Comune,
della comunità, è stata una delle bussole del
vecchio socialismo, ma anche del nuovo socialismo. E’ una strada che va percorsa”.
Le riforme istituzionali non necessitano
di un quadro più razionale in cui inserirsi?
I cambiamenti in corso d’opera, al di là del
merito, sembrano andare avanti in ordine
sparso. Non è un cavillo, ma una questione
di metodo relativa all’equilibrio finale
dell’assetto dello Stato e della società. Riprenderesti l’idea della Costituente?
La proposta di un’ Assemblea costituente è
stata una battaglia che animammo anni fa Formica ed io. Ne scrivevo sulla Stampa di Torino, proponendo non un’assemblea di 600 persone, ma un gruppo ristretto di eletti, sul modello della Costituente del ‘46 composta da 75
membri. Non dovrebbero essere parlamentari,
ma personalità elette per un incarico a termine,
per un periodo di un anno e mezzo, ad esempio. Se un parlamentare volesse farne parte dovrebbe dimettersi. La Costituente dovrebbe
consegnare un testo al termine dei suoi lavori
contenente la proposta di riforma da presentare
in una legge costituzionale da sottoporre al voto del Parlamento. E’ un progetto a cui si potrebbe lavorare, ma ormai siamo verso la fine
della legislatura, se addirittura non si sciolgano
le Camere anticipatamente. Abbiamo di fronte
solo due anni, di vita politica accidentata, e
con la riforma della Giustizia che rischia di
non andare in porto per tempo. Aveva perfettamente ragione Formica, che, in un recente
articolo, sosteneva che sarebbe stato più opportuno presentare la riforma da parte dei
gruppi di maggioranza, piuttosto che dal governo. Il fatto che un potere, che non sia quello
del Parlamento, indichi come riformarne
un’altro, crea tensioni fortissime. In questo
contesto chi propone una legge per andare ad
una riforma costituzionale più razionale?”.
Una legge istitutiva di iniziativa popolare,
ad esempio.
“Si può anche fare, ma pensiamoci bene perchè mi sono già battuto per queste cose. Oggi
non so se siamo ancora in tempo, perchè la situazione mi pare molto deteriorata e la legislatura ormai è avviata verso la conclusione”. s
Intervista a cura di Stefano Carluccio
“C
Roma, 17 febbraio 2011
ari Compagni, conosco
la vostra storia, conosco
i vostri tormenti, conosco
il vostro orgoglio, ma conosco anche le ragioni profonde della ribellione che in questi
diciotto anni di errante navigare vi hanno
spinto ad essere fuori dal vostro campo tradizionale di partecipazione civile e di predilezione culturale.
Creare un insieme di forze in unʼarea moderata e tollerante sotto la guida di un fruitore delle comodità del vecchio ordine, fu
per molti una scelta obbligata. Chi ha resistito a queste tentazioni aveva due vie davanti: o consegnarsi ad una sinistra perdente in politica ma resistente nelle radici dei
contropoteri, o lavorare nella semiclandestinità per aprire un varco nella continuità di regime truccata da rottura di ciclo.
Coloro che hanno scelto la prima soluzione hanno sentito la mortificazione di essere
rinchiusi in un protetto serraglio da circo itinerante, coloro invece, che hanno optato
per la seconda ipotesi, hanno dovuto sopportare i colpi che i tempi lunghi di una transizione sanno infliggere ai sopravvissuti di
una grande storia. Lʼeffetto congiunto della
sterilizzazione del patrimonio socialista, consegnato alla sinistra antisocialista e del lento
esaurirsi della vena culturale revisionista del
socialismo sommerso, carica , voi socialisti
nel centro-destra, di una immensa e, forse,
imprevista responsabilità: dichiarare chiusa
la fase della resistenza democratica allʼinterno di un contenitore che non ha risposto alla
originaria speranza di poter garantire una
dialettica nuova e costruttiva alle spinte plurime della società.
Oggi il vostro immobilismo ci riproduce il
film della timidezza di Craxi che non volle
capire sino in fondo la “rottura dellʼ89”. Allora
non si seppe costruire lʼalternativa ad una
crisi istituzionale di sistema. Lʼimplosione
dellʼ89 mise in luce lʼulteriore impoverimento
delle “risorse naturali” della Carta Costituzionale (il ruolo dei partiti, il primato della politica, gli equilibri tradizionali dei poteri).
La società si era fatta adulta e si era politicizzata liberandosi dalla mediazione dei
partiti. Ma in quali forme ciò avvenne?
Le ingenuità e le incertezze della società
che voleva rappresentanza senza la mediazione dei partiti, ritenne che la sola riscrittura
dei linguaggi politici e delle relazioni tra i
gruppi facesse germogliare lʼidea, sbagliata
ma suggestiva, di poter governare la complessità con la semplificazione delle formule
politiche e con lʼaccorciamento della catena
dei poteri.
La crisi della politica produce il devastante
fenomeno del capo carismatico, dominus di
unica istanza e luogo esclusivo per la sintesi
dei conflitti.
Noi socialisti avevamo da tempo (dal Midas) maturato la consapevolezza che la rottura del legame politica-società-istituzioni,
avrebbe prodotto una eccezionale domanda
di nuovo riformismo che sarebbe entrata in
drammatica rotta di collisione con una parte
dei poteri strutturati e del ceto politico dominante e culturalmente ostile ad ogni forma di
rottura revisionistica.
Mani pulite è il momento catartico di questo groviglio e nello stesso tempo funziona
da contrasto ad ogni svolta in versione revisionistica. Alle culture politiche si sostituiscono fulminanti intuizioni e narrazioni postideologiche; vecchi strumenti combinati con
nuovi linguaggi vengono adottati per selezionare le classi dirigenti. Ma su tutto domina
un imperativo: conservare il patto costituzionale, espellere i corpi estranei anticostituzionali, ricucire lo strappo costituzionale fissando, però, una nuova scala gerarchica tra i
poteri nella quale la politica non sia più il dominus ma sia la forza servente di una logica
extra ed ultra politica (le leggi regolatrici della moralità civile amministrata dalla giurisdizione e non dalla politica che si rinnova).
Lo sconfinamento dei poteri al di fuori del
quadro politico degli equilibri istituzionali,
non fa solo vittime di prima linea, ma devasta e modifica la morfologia del terreno del
gioco democratico.
I socialisti che Berlusconi imbarcò nellʼArca di Noè, furono schiavi ai remi, ma siccome erano i più bravi salirono sul ponte di comando, ma non convinsero il capitano a capire che una rotta senza bussola porta nelle
secche o su gli scogli. Così è avvenuto!
Non vi chiedo di prendere la scialuppa e
di abbandonare la nave, ma se volete salvare un popolo che deve sostenere la rinascita
del Paese con la fine di una transizione tutta
giocata allʼinsegna dellʼantipolitica, dovete
mettere sottocoperta il capitano, curarlo e
sbarcarlo in un porto sicuro.
A voi tocca il compito di riprendere la guida delle forze del revisionismo istituzionale,
politico e sociale. Voi potete farlo perchè venite da una scuola di liberi pensatori, di refrattari al dominio del potere, e di ribelli alla
subalternità sociale. Non vi chiedo di passare con altri, ma di essere voi stessi sino in
fondo. Berlusconi quando scoppiò mani pulite, rinnegò Craxi e si sentì sciolto da ogni
vincolo di gratitudine. Voi invece, dovete essere riconoscenti per lʼospitalità accordatavi,
ma non obbligati a masticare capsule di cianuro, perchè ciò che avete dato è molto di
più di quanto vi è stato concesso. E non voglio ricordare che il Cavaliere spesso ha fatto finta di non conoscervi.
Spero di rivedervi presto in campo.
Con affetto fraterno
Rino Formica
P.S. Vedo che intorno al Pdl spuntano come funghi velenosi personaggi che in forme
truffaldine si richiamano al socialismo.
La precondizione per una ripresa della migliore tradizione dei socialisti italiani è disfarsi subito dei Lavitola e dei Graziani e del loro
verminaio
”
24 ■ CRITICAsociale
1-2 / 2011
■ LA CHIUSURA NELLA LITIGIOSITÀ EUROPEA RESTA INCOMPRENSIBILE DOPO LA FINE DEL COMUNISMO
IL SOCIALISMO ATTRAVERSO LE SUE CRISI
N
Enrico Landoni
ella caduta del Muro di Berlino sono chiaramente individuabili la definitiva sconfitta
del paradigma ideologico e politico del comunismo ed il crollo rovinoso del sistema statuale
delle cosiddette “democrazie popolari”, la cui
crisi drammatica ed irreversibile è in realtà
coincisa, più in generale, con il complessivo
fallimento di un immane e mostruoso progetto
di ingegneria sociale ed economica, chiamato
“socialismo reale”.
Socialiste, d’altra parte, secondo la definizione delle stesse autorità comuniste al governo dei Paesi succitati e delle loro stesse Costituzioni, erano a vario titolo chiamate le repubbliche comprese tra la vecchia Prussia ed i
Balcani.1 L’inesorabile smottamento di queste
organizzazioni giuridico-statali, per certi versi,
ha quindi finito per mettere in discussione la
complessiva validità del socialismo, quale dottrina politica di libertà, emancipazione e progresso, non soltanto all’interno degli Stati del
Patto di Varsavia, ma anche e soprattutto nei
Paesi dell’Occidente sviluppato e capitalista,
a dispetto delle colpevoli sottovalutazioni delle socialdemocrazie europee.
L’Internazionale Socialista, che ha svolto un
ruolo fondamentale a supporto delle forze del
dissenso interno al blocco comunista,2 impegnandosi nello stesso tempo con grande vigore
sul fronte del dialogo e della cooperazione con
le stesse élite burocratiche al governo delle
“democrazie popolari”, tra il 1989 ed il 1991
ha scelto infatti di non affrontare il delicatissimo problema delle profonde interconnessioni di ordine culturale esistenti tra il cosiddetto
“socialismo reale” ed il modello socialdemocratico, che, pur incommensurabilmente distanti e diversi tra loro, sono stati per l’appunto
legati in qualche modo dall’appartenenza storica ad una comune matrice ideologica e culturale.
Agli occhi di quasi tutti i leader dei partiti
socialisti dell’Europa occidentale, d’altra parte, in quello specifico frangente il crollo del
Muro di Berlino rappresentò non tanto lo stimolo ed il punto di partenza per un complessivo ripensamento ed una profonda revisione
ideologica e culturale del socialismo democratico, quanto piuttosto la conferma della sua definitiva vittoria sul comunismo e della scomparsa quindi di ogni reale ostacolo alla piena
ed irreversibile affermazione dei suoi valori.
Con un certa presunzione, in sostanza, quegli
stessi dirigenti delle socialdemocrazie, che, a
ragione e con successo, avevano ritenuto di
poter in qualche modo contaminare il moloch
comunista, disseminando all’interno del blocco sovietico proprio i germi del socialismo democratico ed occidentale e sostenendo coraggiosamente alcuni dei più autorevoli dissidenti, di fronte al crollo di quel complesso sistema, pensarono che il paradigma socialista, in
quanto superiore al comunismo, sarebbe rimasto immune dagli inevitabili effetti collaterali
di questa drammatica cesura storica.
Nei principali Paesi dell’Europa occidentale
andò così affermandosi l’idea secondo cui, dopo tutto, le conseguenze della caduta del Muro
di Berlino e dell’ineluttabile crollo del comunismo, cui la stessa socialdemocrazia europea
aveva contribuito in modo decisivo, avrebbero
riguardato e coinvolto di fatto quasi esclusivamente gli stessi Paesi del blocco comunista,
senza chiamare in causa, dal punto di vista po-
litico e soprattutto culturale, anche le democrazie avanzate dell’Ovest.3 D’altra parte, pochi giorni dopo il fatidico 9 novembre 1989,
intervistato dalla televisione francese, persino
il grande Mitterand, faticando probabilmente
a mettere a fuoco la reale portata dello storico
evento che si era da poco consumato in Germania, dichiarò che la crisi irreversibile del
modello comunista avrebbe dovuto trovare
differenti risposte nazionali, rigorosamente
dentro comunque il contesto geopolitico in cui
le aberrazioni di quel paradigma erano andate
sviluppandosi. Secondo l’allora presidente
francese, in sostanza, come ha acutamente sottolineato Marco Gervasoni all’interno di una
sua bella biografia politica, la caduta del Muro
di Berlino avrebbe riguardato soltanto il comunismo, senza mettere minimamente in discussione l’identità dei socialisti né aprire la
strada ad una facile vittoria del libero
mercato.4
Anche Willy Brandt, allora Presidente dell’Internazionale Socialista ed indiscusso protagonista del socialismo internazionale, pochi
mesi dopo, nell’ambito di un colloquio con
Mario Telò per il quotidiano l’Unità, si dimostrò chiaramente di questo avviso, aggiungendo tuttavia di temere fortemente per le sorti del
socialismo democratico all’interno dei Paesi
dell’Europa orientale, con particolare riferimento all’Ungheria, dove stava montando una
forte ondata nazionalista, xenofoba ed ultrareligiosa, alimentata da un vero e proprio furore
iconoclasta nei confronti di qualsivoglia retaggio socialista, quand’anche di mera ascendenza semantica.5
Al di là di queste specifiche valutazioni, va
più in generale ricordato che tra le file della sinistra europea quasi nessuno volle davvero tenere in debita considerazione il rischio di una
possibile ricaduta negativa sulle sorti e le prospettive del modello socialdemocratico del
processo di disfacimento del cosiddetto “socialismo reale”.
Tra i pochi però che compresero con reale
tempismo ed acuta lungimiranza l’assoluta necessità di una nuova piattaforma socialista, di
fronte alla crisi irreversibile del comunismo,
ed il pericolo di un’incipiente ed incontrolla-
bile destrutturazione del solido impianto culturale ed etico della socialdemocrazia, in virtù
proprio dell’inarrestabile disfacimento del modello sovietico, meritano una particolare citazione gli intellettuali francesi Gilles Martinet,
terrorizzato dal vuoto ideologico e da un vero
e proprio horror vacui venutosi a creare in seno alla sinistra europea,6 ed Alain Touraine.
Quest’ultimo in particolare, sulle pagine di
Le Monde del 23 gennaio 1990, ebbe ad esprimersi con assoluta chiarezza in merito alle possibili conseguenze negative dello smottamento
comunista sulla tenuta complessiva del modello socialdemocratico: “La decomposizione dei
regimi comunisti […] segna la fine non solo di
un modello politico, ma, in senso più largo, di
una rappresentazione rivoluzionaria della storia
e della società, sulla quale una gran parte della
sinistra, persino al di fuori dei Paesi del socialismo reale, si è costituita […]”.7
S
econdo il sociologo transalpino, i socialisti
democratici ed i comunisti, al di là delle loro
profondissime divergenze, si erano trovati a
condividere una cultura politica messa davvero a dura prova dagli eventi consumatisi a Berlino nel novembre del 1989 e dal vento di
cambiamento che stava spirando di fatto in tutti i Paesi compresi tra il Danubio ed i Balcani.
Con il disfacimento del modello comunista, a
suo avviso, non sarebbe terminata la storia della sinistra, ma al cospetto dell’ubriacatura liberista che stava favorendo il trionfo del mercato, i socialisti avrebbero dovuto battersi per
favorire “l’alleanza tra i nuovi movimenti di
ispirazione morale e culturale, con una politica
neosocialdemocratica, di lotta contro le disuguaglianze rafforzate dalla concorrenza internazionale e dall’accelerazione dei mutamenti
tecnologici ed economici”.8
Dell’esistenza di un legame non tanto politico ed ideologico, evidentemente, quanto
piuttosto storico e culturale tra socialismo democratico e “socialismo reale” aveva in realtà
parlato, seppur in modo più sfumato e problematico, anche Craxi già in occasione della riunione della Direzione Nazionale del PSI del
29 novembre 1989, ritenendo altresì fondamentale un’ulteriore valorizzazione della vo-
cazione internazionalista del partito, proprio
nel momento in cui andavano profondamente
modificandosi i rapporti di forza che fino a
quel momento avevano caratterizzato lo scacchiere internazionale.
“Il sistema comunista” - disse Craxi - “usava alternativamente e preferibilmente anzi il
termine socialista rispetto al termine comunista: i Paesi socialisti, i regimi socialisti, il socialismo reale. Per noi tutto questo rappresentava un inganno, ma per loro rappresentava
una pesante realtà. Sorgono movimenti democratici, di diritti civili, liberaldemocratici e affiorano dei gruppi socialdemocratici. C’è una
situazione in movimento, complessa, nella
quale naturalmente i socialisti democratici europei dovranno agire in modo tale da potere
esercitare una influenza non solo generale ma
anche rivolta a gettare le basi di capisaldi socialisti democratici in questi Paesi […]”.9
Anche alla luce di questa citazione, quella
di Craxi emerge dunque come una delle coscienze più lucide del socialismo europeo di
quel tempo, che, nel suo complesso però, in un
momento di particolare difficoltà e di fronte
soprattutto alla sfida del futuro e della globalizzazione, anziché recuperare lo spirito creativo e la visione mondiale che avevano indubbiamente favorito il rilancio dell’Internazionale Socialista, a partire dall’importantissimo
congresso di Ginevra del 26-28 novembre
1976,10 finì per ripiegarsi su stesso, rinchiudendosi all’interno della litigiosa e disarticolata dimensione continentale, senza riuscire ad
elaborare dei condivisibili ed al contempo vincolanti obiettivi per i vari partiti nazionali.
Meno di quindici anni erano dunque trascorsi dalla pubblicazione di quello splendido volumetto dal titolo Quale socialismo per l’Europa, contenente l’assai interessante e prezioso
scambio epistolare avviato da Brandt nel 1972
con il leader socialdemocratico austriaco, Bruno Kreisky, e con l’indimenticato Olof Palme,11 sulla base del quale era stata completamente riscritta l’agenda politica del socialismo
internazionale, eppure il socialismo europeo,
in quel frangente, sembrò aver completamente
dilapidato e quasi rinnegato, per certi versi,
questo inestimabile patrimonio programmatico ed ideale.
Aveva dunque inizio, proprio a cavallo tra gli
anni Ottanta e Novanta, la crisi strutturale del
socialismo, rimasto privo, in virtù delle miopi
scelte compiute da numerosi leader europei, del
suo tratto distintivo e della sua vera forza, ovvero della vocazione internazionalista.
Nel momento stesso in cui andava rafforzandosi l’interdipendenza economica tra le varie Nazioni del mondo e le forze del capitalismo internazionale, sospinte dal trionfante
verbo neoliberista, si dirigevano alla conquista
delle terre vergini dell’Est europeo, la socialdemocrazia europea optò dunque per la definitiva rinuncia ad ogni progetto di trasformazione della realtà, scegliendo addirittura di accantonare irreversibilmente ogni possibile intervento correttivo nei riguardi delle numerose
sperequazioni, determinate dall’incontrollata
avanzata del mercato.
La crisi strutturale del socialismo va tuttavia
inserita nel più generale processo di involuzione della politica, che gli interessi economici
organizzati sono riusciti a ridurre ormai ad un
ruolo ancillare, a loro direttamente subordinato, all’interno delle differenti realtà statuali,
peraltro dilaniate da rivendicazioni particolaristiche e drammatici squilibri economici, e
CRITICAsociale ■ 25
1-2 / 2011
profondamente segnate da paure irrazionali.12
La globalizzazione economica, la progressiva scomparsa di confini materiali tra i Paesi
e la loro crescente interconnessione ed interdipendenza, facilitata dalle nuove tecnologie,
unite ad una drastica compressione del ruolo
della politica e della sua prospettiva internazionale, hanno paradossalmente finito, d’altra
parte, per rivalutare in qualche modo proprio
questa dimensione nazionale e localistica.13 Il
prepotente riemergere di questa istanza territoriale sembra in realtà aggravare ulteriormente la crisi del socialismo, che, rinchiuso all’interno di una visuale così angusta, fatica a dispiegare la propria carica creativa indissolubilmente legata ad una prospettiva internazionale e mondiale.
Alla luce di questa ricostruzione, è dunque
facile intuire come l’attualità della crisi socialista non dipenda tanto dalla presenza o meno
al governo dei principali Paesi del mondo di
forze politiche di ispirazione vagamente progressista e dunque da particolari contingenze,
quanto piuttosto dalla perdita di un ruolo e di
una visione culturale, prima ancora che politica, di rilievo ed interesse planetario, in virtù
anche delle scelte totalmente divergenti assunte in tempi assai recenti, in mancanza di qualsiasi forma di coordinamento, da vari leader
socialisti dell’Europa occidentale.
Schröder e Blair in particolare hanno tentato
l’opzione semplicistica della contrapposizione
tra un cosiddetto “vecchio socialismo” ed una
“nuova socialdemocrazia”, dall’inconsistente,
per non dire impalpabile, impianto ideale e
culturale, andando alla ricerca di una terza via
tra lo storico paradigma socialdemocratico ed
il liberismo dominante.14
A tal riguardo, con un po’ di vis polemica,
ma soprattutto con vero spirito costruttivo, si
potrebbe forse affermare: tertium non datur.
Il socialismo è infatti tale oppure non è, non
ha cioè bisogno di anodine aggettivazioni né
di particolari specificazioni, come l’espressione “socialismo dei cittadini” utilizzata da Zapatero,15 e soprattutto deve assolutamente inserirsi all’interno di una prospettiva internazionale. Analizzando la sua storia, d’altra parte, emerge in tutta evidenza come i momenti
di sua particolare debolezza e crisi siano sostanzialmente coincisi proprio con la perdita
di questa visione d’insieme di livello mondiale, con lo sviluppo incoerente e disarticolato
di proposte programmatiche profondamente
diverse da Stato a Stato e conseguentemente
con l’attuazione di politiche destinate ad anteporre gli interessi locali e nazionali ai valori
senza frontiere, che stanno alla base dell’internazionalismo socialista.
Non va infatti dimenticato che il fallimento
della Seconda Internazionale si è tragicamente
consumato nell’estate del 1914, con l’approvazione da parte di tutti i partiti socialisti
d’Europa, ad eccezione di quelli italiano, serbo
e russo, dei crediti di guerra, e con la liquidazione quindi, sull’altare della ragion di Stato,
della solidarietà internazionale, che persino il
Presidente di questo organismo, il belga Emile
Vandervelde, leader del Parti Ouvrier Belge e
Ministro del Governo De Broqueville, fu costretto a rinnegare, di fronte alla proditoria invasione del suo Paese da parte delle truppe tedesche.16 Né, a maggior ragione, possono essere tralasciati alcuni specifici riferimenti alla
drammatica crisi dell’Internazionale Operaia
e Socialista (IOS), che, alle soglie della seconda guerra mondiale, condannò di fatto all’impotenza i principali partiti del movimento operaio internazionale, dopo più di dieci anni di
laceranti discussioni, polemiche divergenze ed
egoistiche prese di posizione, dettate per lo più
da interessi nazionali, di fronte all’emergenza
nazifascista.17
La paralisi operativa e programmatica che
impedì di fatto ai membri dell’IOS di assumere, tra il 1938 ed il 1939, qualsivoglia iniziativa unitaria, di fronte all’annessione tedesca
della regione cecoslovacca dei Sudeti ed all’invasione della Polonia, rappresentò dunque
lo sbocco inevitabile di quella che, a buon diritto, può essere considerata la più grave crisi
della storia del movimento socialista internazionale, giunto infatti alla fine degli anni Trenta del secolo scorso in una condizione di assoluta prostrazione.
Davvero rapidi furono però i tempi della sua
ripresa, che culminò in una vera e propria palingenesi di un modello culturale, prima ancora che politico ed economico, destinato a diventare il vero propellente dello sviluppo complessivo dell’Europa occidentale per oltre quarant’anni, non senza, evidentemente, difficoltà
o battute d’arresto.
All’interno di questa importantissima stagione di pace, conquiste economico-sociali e progresso, il socialismo ha quindi potuto dispiegare il proprio disegno riformatore, conquistandosi, grazie all’impegno ed al contributo
di uomini come Brandt, Wilson, Kreisky, Palme, Mitterand, González e Craxi, credibilità,
simpatie e consensi in tutto il pianeta, e divenendo quindi un punto di riferimento impre-
scindibile nella cultura di tutta l’umanità. Si è
trattato ovviamente di un cammino piuttosto
lungo, iniziato ufficialmente nel 1951 con la
ricostituzione al congresso di Francoforte sul
Meno dell’Internazionale Socialista,18 destinata a diventare l’ambasciatrice del socialismo
nel mondo, che, proprio grazie al rilancio di
questo organismo, letteralmente rigeneratosi
nel corso degli anni Settanta, ha conosciuto
forse nel 1980 il suo momento di massimo
successo internazionale.
Il socialismo è giunto al culmine della propria parabola evolutiva, dopo essere riuscito,
da indiscusso protagonista, a condizionare
l’agenda politica internazionale, assumendosi
la responsabilità diretta di articolare proposte
davvero attuabili su scala planetaria e capaci
soprattutto di modificare, riequilibrandoli, i
drammatici rapporti di forza economici esistenti tra nord e sud del mondo.
Proprio nel 1980 veniva infatti presentato da
Willy Brandt, a nome dell’Internazionale Socialista, il celebre rapporto North-South: a program for survival, che non solo resta di asso-
luta attualità, ma sembra rappresentare ancora
oggi l’analisi più lucida e completa di uno dei
più gravi problemi dell’umanità, a dispetto del
colpevole disinteresse attualmente mostrato nei
suoi riguardi dalla politica internazionale.19
In questo stesso torno di tempo, inoltre, il
gruppo di lavoro sui problemi del Medio
Oriente costituito dall’ex borgomastro di Berlino all’interno dell’Internazionale Socialista,
riusciva a ritagliarsi un ruolo estremamente rilevante sulla scena internazionale, divenendo
un affidabile interlocutore delle parti in conflitto, sotto la guida del grande Olof Palme.20
Il leader della socialdemocrazia svedese, d’altra parte, era stato fino ad allora uno dei pochi
statisti di rilievo internazionale ad essere riuscito a tener testa ad alcuni padri della patria
israeliana, non senza usare l’ironia tagliente o
lo spirito polemico, come quella volta in cui,
accusato da Golda Meir e da Yigal Allon di
aver avuto dei rapporti diretti con il terrorismo
palestinese, osò rispondere a quest’ultimo: “E
tu cos’eri, Yigal?”, con riferimento all’attività
svolta da Allon contro le autorità inglesi, prima della fondazione dello Stato di Israele.21
Di fronte alla grandezza ed all’autorevolezza degli esempi prodotti da questi dirigenti
della socialdemocrazia europea, attorno a due
dei più drammatici problemi che affliggono
l’umanità e la cui gravità purtroppo non è an-
data affatto riducendosi nel corso degli ultimi
anni, fa davvero impressione osservare l’imbarazzante titubanza e l’assordante silenzio
che sembrano dominare l’azione politica dei
socialisti europei.
I relativi partiti nazionali, d’altro canto, sono
molto divisi tra loro, mentre i rispettivi leader
vagano confusamente alla ricerca di una scorciatoia politico-programmatica di mera utilità
elettorale, di una terza via, oppure di un nuovo
centro, dove poter produrre in vitro una nuova
specie di socialismo, contenente una ridottissima quantità di cellule provenienti dal suo
passato, depurato del suo pesante armamentario ideologico e culturale, ed un’interminabile
serie di luoghi comuni più o meno validi per
tutte le famiglie politiche.
O
ggi però il socialismo non ha bisogno né
di apprendisti stregoni né di esperimenti di laboratorio. Necessita al contrario di certezze,
storia, passato e tradizioni, la cui frettolosa dismissione sta provocando danni gravissimi a
milioni di uomini, sfruttati, impoveriti, privati
della libertà personale e messi l’uno contro
l’altro dalla sbandierata modernità del capitalismo globalizzato, che sembra tuttavia ricordare molto il modello economico agognato da
alcuni “illuminati” industriali di fine Ottocento, inclini a ritenere che i diritti dei lavoratori
e la loro complessiva emancipazione rappresentassero un pernicioso ostacolo al libero dispiegamento delle forze del mercato, oltre che
un pericoloso attentato all’ordine costituito.22
Al cospetto dunque di questo terribile passato, cui è stato consentito di ritornare sotto le
mentite spoglie del futuro e della modernità,
sembra francamente impossibile ritenere esaurita la missione storica del socialismo, a meno
che naturalmente non se ne ignorino genesi e
sviluppo e non si voglia soprattutto perpetuare
la mistificazione della storia e della realtà, che
ha reso possibile appunto la trasformazione in
modernità e progresso della gretta e retriva visione della società sostenuta dai pionieri del
capitalismo industriale e la metamorfosi del
socialismo da messaggio di liberazione e rivoluzione a preziosa quanto inutile anticaglia.
La nuova sfida del socialismo sembra essere
dunque quella del ritorno al futuro, cui è possibile approdare solo tornando appunto a denunciare e a criticare le vere forze del passato
e della conservazione e a studiare l’economia
e la società con i nuovi strumenti messi a disposizione dalla tecnologia, ma con lo stesso
approccio dei padri del socialismo internazionale e dello stesso Karl Marx, naturalmente.
Il tema della continuità dinamica tra passato
e futuro deve pertanto tornare al centro dell’azione politica socialista, come del resto indicato in termini estremamente chiari pochi
mesi prima della sua morte da François Mitterand, all’indomani della sconfitta del PS alle
presidenziali francesi del 1995: “Ogni debolezza del Partito Socialista nei confronti del
centro lo conduce alla sconfitta e ogni volta
che questa tentazione riappare finisce per indebolire il partito. Il PS non deve mai dimenticare che la sua battaglia, ben lungi dal trovarsi nel campo politico, è prima di tutto una
battaglia contro le forze sociali, che, loro, determinano le condizioni della battaglia politica. Non c’è per i socialisti che questo ancoraggio a sinistra. Non ammetterlo significa solo
perdere la propria forza e la propria identità e
correre irrimediabilmente verso la disfatta. Per
il futuro, come per il passato, la vittoria della
sinistra è possibile a condizione che resti se
stessa. Al di fuori del grande rassemblement
delle masse popolari non c’è salvezza”.23
Facendo tesoro di questa lezione e ponendo
fine soprattutto alla stagione delle pericolose
alchimie politico-programmatiche ed elettorali, che tanto gli hanno nuociuto, a partire dalla
metà degli anni Novanta del secolo scorso, il
socialismo può davvero tornare a svolgere un
ruolo centrale nella definizione della nuova
agenda politica mondiale, sulle cui priorità una
gloriosa organizzazione come l’Internazionale
Socialista, oggi presieduta da George Papandreou e assolutamente bisognosa di un complessivo riassetto, deve saper esprimere una
posizione chiara ed utile in particolare alla
causa del nuovo proletariato internazionale, al
di là di ogni confine statale e politico.
“Quali sono gli interessi che vogliamo difendere? Quelli delle classi operaie di un certo
numero di Paesi, o quelli di tutto il genere
umano? La storia dovrebbe averci insegnato
che seguire il primo obiettivo, separatamente
o decisamente contro il secondo, non solo è ingiusto, ma anche illusorio […]”.24 Lo disse
Craxi a Ginevra nel 1976, al cospetto dei delegati al XIII congresso dell’Internazionale
Socialista. Sarebbe davvero opportuno ripeterlo oggi, alla luce dell’assoluta attualità dell’impegno internazionalista. s
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NOTE
1
Sulle peculiarità politiche e giuridiche di
ciascuno degli Stati appartenenti al blocco
sovietico e sugli eventi che condussero alla
loro liberazione dal comunismo si veda in
particolare Bruno Bongiovanni, La caduta
dei comunismi, Garzanti, Milano 1995.
2 Sullʼattività svolta su questo fronte da
Bettino Craxi in particolare, che dal 1976 al
1992 è stato Vicepresidente dellʼInternazionale Socialista, si vedano soprattutto lʼintervento di Lech Walesa al convegno Bettino
Craxi, il socialismo europeo ed il sistema internazionale, che è stato organizzato dalla
Fondazione Craxi e si è svolto a Milano nel
gennaio del 2005, pubblicato in Bettino Craxi, il socialismo europeo e il sistema internazionale, a cura di Andrea Spiri, Marsilio, Venezia 2006, pp. 219-222, e la relazione di
Andrea Spiri e Victor Zaslavsky, I socialisti
italiani e il dissenso nellʼEst europeo, pubblicato nello stesso volume, pp. 155-181.
3 Con particolare riferimento alla realtà italiana, davvero emblematica di questo orientamento apparve lʼintervista rilasciata da
Biagio De Giovanni a Franco Cuomo e pubblicata con il titolo Il comunismo è una storia
ormai conclusa sullʼAvanti! del 31 gennaio
1990.
4 Cfr. Marco Gervasoni, François Mitterand. Una biografia politica e intellettuale, Einaudi, Torino 2007, pp. 205-206.
5 Cfr. LʼInternazionale Socialista. Storia,
protagonisti, programmi, presente e futuro.
Colloquio con Willy Brandt, a cura di Mario
Telò, lʼUnità, Roma 1990, pp. 22-24.
6 Cfr. Gilles Martinet, Vuoto ideologico nella sinistra, in Avanti!, 29 novembre 1989.
Sulla crisi politico-programmatica della sinistra europea lʼex ambasciatore di Francia a
Roma scrisse in particolare: “La cultura rivoluzionaria, che è sempre servita da stimolo
allʼazione riformista, quando questa non si
atteneva al puro pragmatismo, ha conosciuto un crollo pressoché completo. Siamo dunque in presenza di un encefalogramma quasi piatto. Finito il tempo dei miti, affrontiamo
infine i problemi concreti, senza a priori e
senza pregiudizi! A chi ragiona così, io consiglierei la prudenza, poiché la storia di questo secolo ha conosciuto periodi in cui si è
creduto di poter annunciare la fine delle
ideologie, e altri periodi in cui queste sono
risorte maliziosamente al momento in cui
meno ce lo si aspettava. Lʼumanità può difficilmente fare a meno di miti, siano essi religiosi o laici […]. Oggi si pongono mille problemi dei quali i più importanti per i socialisti
[…] sono lʼaumento delle ineguaglianze, la
persistenza della disoccupazione, le minacce allʼambiente, lʼintegrazione dei lavoratori
immigrati, e, ovviamente, anche il problema
di unʼEuropa comunitaria che non si può limitare alla libera circolazione dei capitali […
]. Gli obiettivi unificatori, globalizzanti del
passato […] hanno dovuto essere abbandonati o ridimensionati […]. In mancanza di simili obiettivi e di un nuovo grande disegno,
le divergenze di interesse aumentano, le
ineguaglianze riemergono e i movimenti sociali assumono un carattere sempre più corporativo […]”.
7 Alain Touraine, Peut-on encore être de
gauche?, in Le Monde, 23 gennaio 1990.
8 Ibidem.
9 Il testo dellʼintervento pronunciato da
Craxi in occasione della succitata riunione
della Direzione Nazionale del PSI è stato
pubblicato sullʼAvanti! del 30 novembre
1989.
10 Sullʼimportanza del XIII congresso dellʼInternazionale Socialista si vedano in par-
ticolare LʼInternazionale socialista. Storia,
protagonisti, programmi, presente e futuro,
cit., pp. 11-12; Gianni Finocchiaro, Una svolta dellʼInternazionale Socialista al 13° congresso, in Affari Esteri, a. IX, n. 33, gennaio
1977, pp. 115-130; Lucio Pesetti, LʼInternazionale Socialista dal 1951 al 1983, Marsilio,
Venezia 1989, pp. 120-175.
11 Cfr. Willy Brandt - Bruno Kreisky - Olof
Palme, Quale socialismo per lʼEuropa, Lerici, Cosenza 1976. Per un profilo politico e
biografico di questi tre indimenticati leader
della socialdemocrazia europea si vedano in
particolare Peter Koch, Willy Brandt: eine
politische Biographie, Ullstein, Berlin - Frankfurt 1988; Willy Brandt: ein politischen Leben, 1913-1992. Katolg zug einer Ausstellung des Archivs der sozialen Demokratie
der Friedrich Ebert Stiftung, a cura di Werner
Krause, Archiv der sozialen Demokratie der
Friedrich Ebert Stiftung, Bonn 1993; Barbara
Marshall, Willy Brandt: a political biography,
Macmillan, Basingstoke 1997; Gregor
Schollgen, Willy Brandt. Die Biographie,
Propylaen, Berlin 2001; The struggle for a
democratic Austria. Bruno Kreisky on peace
and social justice, edited by Matthew Paul
Berg, Berghan Books, New York - Oxford
2000; Paolo Magagnotti, Il cancelliere man-
stemi produttivi territoriali?, a cura di Marcello De Rosa e Domenico De Vincenzo, Liguori, Napoli 2002. Di fronte poi allʼemergere
14 Uno dei principali ispiratori della profonda revisione politico-ideologica, cui Gerhard
Schröder nella seconda metà degli anni novanta ha sottoposto la SPD, è stato Ulrich
Beck. Tra le sue opere si vedano in particolare Was ist Globalisierung? Irrtumer des
Globalismus-Antworten auf Globalisierung,
Suhrkamp, Frankfurt am Main 1998, la cui
traduzione in italiano è stata pubblicata da
Carocci lʼanno successivo; La società del rischio: verso una seconda modernità, Carocci, Roma 2000; Anthony Giddens, come noto, è stato invece il principale punto di riferimento ideologico-culturale di Tony Blair, soprattutto agli esordi della sua esperienza di
governo. Si vedano in particolare, tra le sue
opere, Oltre la destra e la sinistra, Il Mulino,
Bologna 1997 ed il celebre pamphlet La terza via, Il Saggiatore, Milano 1999. Sul New
Labour e la figura di Tony Blair in particolare
si vedano invece Jim Claven, The centre is
mine: Tony Blair, New Labour and the future
of electoral politics, Pluto Press, Annandale
2000; John Crowley, Sans epines, la rose.
Tony Blair, un model pour lʼEurope?, La Decouverte, Paris 1999; Tony Blair in his own
da a dire. Intervista a Bruno Kreisky, RBS,
Trento 1980; Jan Bondeson, Blood on the
snow. The killing of Olof Palme, Cornell University Press, Ithaca - Londra 2005; Aldo
Garzia, Olof Palme. Vita e assassinio di un
socialista europeo, Editori Riuniti, Roma
2007; Tra utopia e realtà: Olof Palme e il socialismo democratico. Antologia di scritti e
discorsi, a cura di Monica Quirico, Editori
Riuniti, Roma 2009.
12 Su questo specifico argomento sono
usciti di recente numerosi lavori di taglio prevalentemente sociologico e psicologico. Si
veda in particolare, tra questi, il volume collettaneo curato da Gioacchino Lavanco e
pubblicato nel 2003 da Franco Angeli con il
titolo Psicologia dei disastri. Comunità e globalizzazione della paura.
13 Soprattutto gli studiosi di economia, negli ultimi tempi, si sono trovati a riflettere su
questo tema, riuscendo, in alcuni casi, a proporre delle stimolanti chiavi di lettura delle
complesse dinamiche socio-economiche
che caratterizzano la società contemporanea. Cfr. Glocalismo: lʼalternativa strategica
alla globalizzazione, a cura di Jerry Mander
e Edward Goldsmith, Arianna, Casalecchio
di Reno 1998. Tra i più recenti lavori pubblicati a questo riguardo, con particolare riferimento però alla realtà italiana, si vedano invece Il sistema finanziario italiano tra globalizzazione e localismo, a cura di Pietro Alessandrini, Il Mulino, Bologna 2001; Tra globalizzazione e localismo: quale futuro per i si-
words, edited by Paul Richards, Politicos,
London 2004; Florence Faucher-King – Patrick Le Gales, Tony Blair 1997-2007. Le bilan des reformes, Presses de la Fondation
Nationale des Sciences Politiques, Paris
2007; John Rentoul, Tony Blair, Warner Books, London 1996; Id., Tony Blair. Prime Minister, Little, Brown and Company, London
2001; Andrea Romano, The boy. Tony Blair
e i destini della sinistra, Mondadori, Milano
2005; Jonh Sopel, Tony Blair: the moderniser, Bentham Books, London 1995.
15 Sulla politica del PSOE e la figura di José Luis Rodríguez Zapatero si vedano in
particolare Anna Bosco, Da Franco a Zapatero. La Spagna dalla periferia al cuore
dellʼEuropa, Il Mulino, Bologna 2005; La
Spagna di Zapatero, a cura di Anna Bosco
e Ignacio Sanchez-Cuenca, Il Mulino, Bologna 2009; Alfonso Botti - Carmelo Adagio,
Storia della Spagna democratica. Da Franco
a Zapatero, Bruno Mondadori, Milano 2006,
pp. 135-185; Marco Calamai - Aldo Garzia,
Zapatero: il socialismo dei cittadini. Intervista
al premier spagnolo, Feltrinelli, Milano 2006;
Jorge Gutierrez Chavez, Zapatero. Il riformista che fa quello che dice, Editori Riuniti, Roma 2006.
16 Cfr. Franco Andreucci, 1899-1914. Il
movimento operaio unito nella Seconda Internazionale, in LʼInternazionale Socialista.
Storia, protagonisti, programmi, presente e
futuro, cit., pp. 101-113.
17 Cfr. Leonardo Rapone, 1914-1945.
Drammatiche scissioni tra due guerre mondiali, ivi, pp. 114-135. A tale riguardo si vedano inoltre LʼInternazionale Operaia e Socialista tra le due guerre, a cura di Enzo Collotti, Feltrinelli, Milano 1985; Patrizia Dogliani, La ricostituzione della Internazionale Socialista nel primo decennio postellico (19181928), estratto dagli Annali della Fondazione
Giangiacomo Feltrinelli, 1983-1984, pp. 225277; Milos Hajek, Il fascismo nellʼanalisi
dellʼInternazionale Operaia Socialista, ivi,
pp. 389-430; Mario Mancini, LʼIOS e la questione del fronte unico negli anni Trenta, ivi,
pp. 177-198.
18 Cfr. Antonio Missiroli, 1945-1990. Quando Brandt disse: “Ricominciamo da capo!”,
in LʼInternazionale Socialista. Storia, protagonisti, programmi, presente e futuro, cit.,
pp. 136-153. Si veda inoltre Internazionale
Socialista 1951-1974, a cura dellʼIstituto di
Studi Socialisti, Società Edizioni Popolari,
Roma 1974, pp. 10-35.
19 Cfr. Willy Brandt, Memorie, Garzanti,
Milano 1991, pp. 395-400.
20 Cfr. Aldo Garzia, Olof Palme. Vita e assassinio di un socialista europeo, cit., pp.
173-177.
21 Cfr. Willy Brandt, Memorie, cit., pp. 449454.
22 Per oltre un ventennio in Italia, a cavallo
tra gli anni Settanta e Novanta del diciannovesimo secolo, il fondamentale punto di riferimento per i sostenitori di queste posizioni
assolutamente retrive dal punto di vista sociale ed ultraliberiste, sotto il profilo più squisitamente economico, è stato il vicentino
Alessandro Rossi, nominato Senatore del
Regno nel 1870. Il patron dellʼomonimo lanificio, nonché leader dellʼAssociazione Laniera Italiana da lui fondata nel 1877, si distinse in particolare per la vis polemica con
la quale, nel corso della propria lunga attività
politica, imprenditoriale e pubblicistica, continuò a sostenere un punto di vista assolutamente critico nei confronti di qualsivoglia
intervento regolatore dello Stato nellʼeconomia del Paese, soprattutto sul fronte dei diritti dei lavoratori e delle tutele delle categorie più deboli, rappresentate dai fanciulli e
dalle donne. Proprio a questo riguardo, dissentendo totalmente dalle proposte avanzate da Luigi Luzzatti e sostenute allora dal terzo Ministero Cairoli, il senatore Rossi ebbe
infatti ad esprimersi con la consueta franchezza, soprattutto in ordine al problema del
nascente conflitto di classe, finendo, tra lʼaltro, per utilizzare degli argomenti tuttʼaltro
che avulsi dal corrente dibattito economico:
“Eʼ tempo che si smetta da taluni intorbidatori della questione sociale di considerare
come opposti gli interessi del capitalista e
del salariato, affermando alla stregua di sofismi che i rapporti tra imprenditori ed operai
sono divenuti cozzo e battaglia di due interessi egoistici ed escludentisi a vicenda.
Lʼintromissione tra gli uni e gli altri del comando della legge non fa che rattizzare il veleno di questi sofismi, ed inoltre dà luogo ad
una delle più strane contraddizioni ed ingiustizie umane […]”. Alessandro Rossi, Perché
una legge? Osservazioni e proposte sul progetto di legge per regolare il lavoro delle
donne e dei fanciulli, Tip. Barbera, Firenze
1880, p. 135.
23 François Mitterand, Mémoires interrompus, Odile Jacob, Paris 1996, p. 245.
24 Per un nuovo internazionalismo, discorso di Bettino Craxi al XIII congresso dellʼInternazionale Socialista, Ginevra 26-28 novembre 1976, pubblicato in Bettino Craxi,
LʼInternazionale Socialista, a cura di Claudio
Accardi, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1979, pp. 23-39.
28 ■ CRITICAsociale
1-2 / 2011
■ INADEGUATI I PARALLELI STORICI TRA LE “RIVOLUZIONI DEI GELSOMINI” E LA FINE DELL’EST SOVIETICO. UN ARTICOLO DEL PREMIO PULITZER
NEL MONDO ARABO È IL 1848, NON IL 1989
“O
Anne Applebaum
gni rivoluzione va vista nel
suo contesto, ognuna ha un
impatto distintivo. Le rivoluzioni si espandono da un punto all’altro. Interagiscono all’esterno in modo limitato. Il dramma di ogni rivoluzione si svela separatamente.
Ognuna ha i suoi eroi, le sue crisi. Quindi ciascuna di esse richiede un racconto a parte.
“Questo potrebbe essere il primo paragrafo di
storia del futuro sulle “Rivoluzioni arabe del
2011”. Di fatto, è tratto da una introduzione di
un libro sulle rivoluzioni europee del 1848.
Nelle scorse settimane, parecchi, inclusa la
sottoscritta, hanno paragonato le folle di Tunisi, Bengasi, Tripoli, e Cairo con le piazze di
Praga e Berlino vent’anni fa. Ma c’è una importante differenza. Le rivoluzioni di piazza
che hanno posto fine al Comunismo ebbero
esiti simili perché seguivano un singolo avvenimento politico: l’improvvisa mancanza di
sostegno dell’Unione Sovietica al dittatore locale. Le rivoluzioni arabe, invece, sono il prodotto di diversi cambiamenti, economici, tecnologici, demografici, e si sono sviluppate su
distinti significati e aspetti in ogni nazione. In
questo senso, ricordano i moti del ’48 e non
quelli del 1988. Anche se ispirate molto generalmente dalle idee di una democrazia e di un
nazionalismo liberale, la maggior parte dei dimostranti appartenenti alla classe media del
1848 avevano, come i loro contemporanei arabi, diversi obbiettivi in ciascuna nazione. In
Ungheria, chiedevano l’indipendenza dall’Austria asburgica. In quella che oggi è la Germania, puntavano a riunire le popolazioni di lingua tedesca in un singolo Stato. In Francia, la
loro intenzione era rovesciare il sovrano un’al-
I
l Ministro degli Esteri, il socialista Franco Frattini, non ha “parlato a vanvera”. Evidentemente
sa quel che dice, anche per il garbo con cui ha
sopito sul nascere ogni polemica con la Lega
Nord, fuori luogo in questa situazione. Il ministro semplicemente non è restato insensibile
a ciò che il Presidente Napolitano ha richiamato pochi giorni fa durante le celebrazioni
del 150 anniversario dell’Unità d’Italia al Teatro Regio di Torino. Principi già espressi nel
discorso solenne di fronte alle Camere il 17
marzo e declinati concretamente in relazione
alla crisi libica. “Non possiamo lasciare - ha
detto il Presidente della Repubblica - che vengano calpestate le speranze del popolo libico”.
Ci attendono ore difficili per le difficili scelte che abbiamo il dovere di compire: “Se pensiamo a quello che è stato il Risorgimento come movimento liberale e liberatore - ha detto
Il Presidente Napolitano in sintonia col Presidente Obama - non possiamo restare indifferenti alla sistematica repressione di fondamentali libertà in qualsiasi Paese. Non possiamo
lasciare che vengano distrutte e calpestate le
speranze, che si sono accese, di Risorgimento
anche nel mondo arabo, cosa decisiva per il futuro del mondo”. Il paragone che il Presidente
Napolitano ha fatto tra quanto sta accadendo
di straordinario (e di insperato fino a poco fa)
nella sponda sud del Mediterraneo e il Risorgimento italiano, piuttosto che con l’89 dell’est europeo, è una lettura che, tranne in questo decisivo caso, non circola nella nostra sag-
tra volta. In alcune nazioni, la rivoluzione portò a battaglie fra diversi gruppi etnici. Altre
vennero fermate da un intervento esterno.
La maggior parte dei moti del 48 fallì. Gli
ungheresi riuscirono a cacciare gli austriaci ma
solo per breve tempo. I tedeschi fallirono la loro unificazione. I francesi crearono una repubblica che cadde pochi anni dopo. Costituzioni
vennero scritte e poi abrogate. I sovrani furono
detronizzati e re-insediati. Lo storico A.J.P.
Taylor definì il 1848 un momento nel quale la
storia raggiunse un punto di svolta senza riuscire a svoltare. Comunque a lungo termine, i
temi discussi nel 1848 si radicarono nella cultura, e alcuni dei piani rivoluzionari finirono
per concretizzarsi. Alla fine del ‘800, il cancelliere Bismarck unificò la Germania, e la
Francia vide realizzarsi la Terza Repubblica.
Le nazioni un tempo governate dagli Asburgo
guadagnarono l’indipendenza dopo la Prima
Guerra Mondiale. Nel 1849, molte rivoluzioni
del 1848 possono essere sembrate disastrose,
ma guardando indietro nel 1899 o nel 1919,
saranno apparse come l’inizio di un successo.
Nel mondo arabo di oggi, stiamo vedendo
diverse popolazioni con obbiettivi diversi
prendere in mano le dimostrazioni di piazza,
ognuna delle quali va giudicata “nel suo contesto”. In Egitto, le decisioni prese dai militari
possono aver avuto lo stesso peso delle azioni
delle folle di civili. Nel Bahrain, il conflitto fra
sunniti e sciiti è chiaramente il focolaio centrale. Il ruolo dell’Islam non è lo stesso in paesi diversi fra loro, come lo sono Tunisia e Yemen. In Libia, il regime ha già dato prova di
voler ricorrere a repressioni violente, cosa che
in altri casi è stata evitata. Nonostante la tentazione di accomunare tutti questi avvenimenti
■ LA POLITICHETTA DELLA LEGA E LE RIVOLUZIONI NEL NORD AFRICA
TRA DITTATORI E IMMIGRATI
gistica, mentre circola a livello internazionale
ai più alti livelli tra gli studiosi, in particolare
angloamericani. E’ il caso dell’articolo, uscito
il mese scorso sul Washington Post, del premio Pulitzer, Anne Applebaum, che pubblichiamo in queste pagine. La Applebaum, è
editorialista di politica estera, repubblicana,
sostenitrice del principio che un intervento
esterno, anche militare, debba essere offerto
quando il moto democratico abbia un suo sviluppo autonomo nel paese e quando il popolo
chiede un aiuto. E ciò che fece Giuseppe Maz-
zini chiedendo agli inglesi di intervenire a difesa della Repubblica Romana nel 1849, la cui
inaspettata mancanza di sostegno egli rimproverò aspramente. Nella lettera a Carlyle, teorizzò per la prima volta il primato dell’“l’internazionalismo democratico” sulla realpolik
di allora che suscitò il suo disprezzo. In quella
stessa circostanza, viceversa, una delegazione
di ufficiali americani chiese al proprio governo
di intervenire (lo testimoniava Margaret Fuller, corrispondente per la New York Tribune
dalla Repubblica romana). Ma quando la de-
e di discuterne sotto una singola denominazione quale “Le rivoluzioni Arabe” sia forte, le
differenze tra le singole nazioni potrebbero rivelarsi più importanti delle loro similitudini.
Allo stesso modo è vero che dal 2012, alcune
o forse tutte queste rivoluzioni potrebbero sembrare fallite. I dittatori potrebbero tornare al loro posto, la democrazia cadere, i conflitti diventare guerre etniche. Come nel 1848, il cambiamento del sistema politico potrebbe richiedere
molto tempo e potrebbe non arrivare affatto da
un moto popolare. I negoziati, come ho scritto
qualche settimana fa, sono in genere un canale
migliore e più sicuro per il passaggio di potere.
Alcuni dei dittatori regionali potrebbero addirittura accorgersene. Pensare al 1848 fornisce
un utile metro di giudizio. Ci fu un momento,
al culmine delle manifestazioni del Cairo, mentre sedevo nel mio salotto e guardavo in diretta
Hosni Mubarak che si rivolgeva al popolo egiziano. Posso vederlo parlare, ascoltare la traduzione, osservare le reazioni della folla: per un
momento, era possibile immaginare di assistere
alla realizzazione in tempo reale di una rivoluzione. Ma di sicuro stavo vedendo solo quello
che le telecamere mi mostravano e tanto di
quello che era davvero importante non era visibile; gli uomini in divisa che negoziavano dietro le quinte ne sono un esempio. La televisione
crea l’illusione di una narrativa lineare, dando
agli eventi l’impressione di un inizio, di uno
sviluppo e di una fine. La vita reale non è mai
così; i moti del ‘48 non furono così. Possiamo
aiutarci nel giudicare la confusione della Storia,
di volta in volta, perché ci ricorda quanto non
sia dissimile dal presente. s
Washington Post, 21 febbraio 2011
Traduzione a cura di Ilaria Calamandrei
cisione, sostenuta dall’opinione pubblica statunitense, venne presa, era ormai troppo tardi:
Garibaldi aveva perduto a Mentana.
La solidarietà internazionale verso la libertà
dei popoli e i diritti umani è nel Dna dell’Italia
che stiamo celebrando, è la “sua ragione sociale” di Nazione democratica e occidentale.
Chi non apprezza il nostro Risorgimento,
quindi, non può comprende il Risorgimento altrui ed è miope verso i grandi vantaggi che il
successo di questi eventi porterà a tutti. Ai popoli del Mediterraneo e quindi anche al nostro
Paese. Una miopia, quella leghista, che non si
accorge di danneggiare se stessa: i popoli liberi non scappano a Lampedusa. La libertà è
la soluzione al problema degli immigranti, il
vero modo di aiutarli nel loro Paese. Senza internazionalismo democratico, il federalismo si
metterà sotto assedio da solo, defluirà nei torrenti valligiani tornando alla sorgente, anzichè
irrigare tutta l’Italia come potrebbe e come la
Costituzione chiede di realizzare già dal ’47.
Pietro Nenni, proseguendo nell’idea di Gaetano Salvemini (“Federalismo e Mezzogiorno”, Critica Sociale - 1900), proponeva una
futura Repubblica basata sulle autonomie già
nell’agosto del ’45 dalle colonne dell’Avanti!.
Internazionalismo, federalismo, autonomismo sono tutti aspetti del principio di autogoverno e sono dunque nel Dna anche del socialismo democratico e liberale. Non c’è quindi
un copyright, in proposito: ogni grave cade per
la via più breve. s
La Critica
CRITICAsociale ■ 29
1-2 / 2011
■ L’ISPIRAZIONE MAZZINIANA DELL’ART. 11. NO ALLA GUERRA, MA ANCHE LE ARMI A DIFESA DEI DIRITTI
L’INTERVENTISMO È NELLA NOSTRA COSTITUZIONE
S
i può dire che la cultura politica
democratica, dalla rivoluzione
francese in poi, è interventista.
Va poi giudicato se l’interventismo sui valori
(“rovesciare i troni per rilanciare i popoli”, che
è lo slogan di Napoleone) risponde a un effettivo processo di espansione della democrazia
oppure risponde anche ad interessi politici,
strategici, economici di potenza. Per esempio,
nel caso di Napoleone è indubbio che egli rovesciò l’Europa e molti troni, ma poi diventò
imperatore. Tuttavia nello stesso tempo mise
in moto quello sconvolgimento delle idee che
poi produrrà la primavera dei popoli, cioè quel
fenomeno che nell’800 porta alla nascita delle
nazionalità moderne, alla libertà e anche alle
idee più radicali della democrazia. Allo stesso
mazzinianesimo.
Mazzini un democratico interventista: in
che senso?
Nel senso che avrebbe voluto che l’Inghilterra partecipasse al moto di emancipazione
dell’Italia, dei patrioti italiani, perché erano
oppressi da un sistema autoritario e centralistico (rappresentato dall’Austria), che negava
le nazionalità e la libertà. Quindi, egli riteneva
che l’Inghilterra, come paese liberale e democratico, dovesse sentire l’obbligo di aiutare co-
intervista con
Zeffiro Ciuffoletti
loro che la libertà e la democrazia non l’avevano e non avevano nemmeno la propria nazionalità. Questo è l’elemento chiave del pensiero di Mazzini.
In questo, il pensiero democratico americano è rimasto tributario di Mazzini. Nel corso
della prima guerra mondiale gli americani intervenirono sul fronte europeo (nel 1917), rovesciando le sorti dello scontro – pochi lo ricordano ma si trattò di circa 900.000 soldati
che sbarcarono nel Continente; un esempio di
interventismo della democrazia statunitense.
Il presidente Wilson, quando venne in Europa
alla fine del conflitto, si recò immediatamente
a Genova presso la tomba di Mazzini. Si trattò
dell’unica cerimonia pubblica di cui vi fosse
notizia sul giornale socialista “Il Lavoro” di
Genova. Diverse università italiane chiesero
poi di poter rendere omaggio a Wilson. Tanti
atenei conferirono la laurea honoris causa al
presidente Usa, che tuttavia considerò l’omaggio a Genova alla tomba di Mazzini come il
principale evento della sua visita.
A tal proposito, apro una parentesi con riferimento anche a un tipo di tradizione, a un filone della tradizione, socialista riformista della
Critica Sociale: un discorso di Leonida Bisso-
lati a Milano a favore della Società delle Nazioni durante il viaggio di Wilson in Italia. Si
trattava già di un riformismo socialista che
riassumeva in sé la tradizione mazziniana democratica, quella stessa tradizione a cui aderiva certamente anche Turati, ma nel quadro
del pacifismo socialista che si tradusse, dopo
Caporetto, in una salvaguardia del suolo nazionale. La centralità della salvaguardia del
suolo nazionale. Turati sosteneva che il pacifismo come valore assoluto fosse negativo,
ma limitava l’intervento armato solo alla difesa della Patria dall’aggressione. E’ il pensiero
socialista della seconda internazionale, quello
della pace a ogni costo. Sappiamo come finì.
Sappiamo che molti partiti socialisti poi votarono le spese di guerra, cioè si allinearono alle
politiche dei diversi Stati in conflitto tra loro.
Come al solito, la politica è fortemente intessuta di elementi valoriali, ma anche di elementi di realismo e di cogenza storica, cioè di realismo politico in sostanza.
Ritornando a Mazzini, la sua vis polemica
sollevava a più riprese l’esigenza che l’Inghilterra si preoccupasse delle sorti di un paese
che aveva né libertà né rispetto dei diritti elementari e che viveva in uno stato di subordi-
nazione dal punto di vista nazionale. Si trattava quindi di una incitazione all’Inghilterra a
intervenire nel continente dove invece, dagli
accordi di Vienna in poi, dominava l’Austria.
I suoi articoli in proposito sollevarono molta
eco, sicuramente nella cerchia dell’entourage
mazziniano a Londra. Nelle sue corrispondenze trovavano spazio anche gli Stati Uniti. Venivano trattati i problemi della schiavitù e della democrazia, questioni che poi la cultura
americana farà proprie e che sfoceranno nella
seconda guerra mondiale, un altro fenomeno
di interventismo per conservare e salvaguardare la democrazia dall’attacco dei sistemi autoritari, del razzismo e del fascismo. Il fatto
che della coalizione che vinse la seconda guerra mondiale in nome della democrazia facesse
parte, dal ’41 in poi, anche la Russia rappresenta una delle tante circostanze storiche che
inducono alleanze con chiunque pur di combattere il nemico comune.
In altre occasioni ha avuto modo di sostenere come vi sia in proposito nella nostra
Costituzione un’influenza diretta mazzianiana
Sì. La Costituzione italiana del ’47 è un testo in cui viene bandita la guerra ma viene anche consentito che l’Italia si allei con tutti que-
30 ■ CRITICAsociale
gli organismi internazionali che operano per la
giustizia, per i diritti umani, la pace. L’articolo
11 della Carta si ispira a Mazzini e ai democratici del 1848 (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni
di sovranità necessarie ad un ordinamento che
assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;
promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”). E’ un articolo
della nostra Costituzione dove c’è molto animo democratico e molto animo mazziniano.
“L’Italia, l’Austria e il Papa”. E’ un saggio
che raccoglie gli interventi di Mazzini nel momento in cui in Inghilterra furono aperte le lettere, cioè il famoso “affare delle lettere”: la
corrispondenza di Mazzini che era un esule a
Londra fu per ordine del Ministero degli Esteri
rivelata. Il caso diventò di dominio pubblico
perché denunciato nel Parlamento inglese e diventa un caso politico che occupa molte sedute
in Parlamento in difesa della privacy perfino
degli esuli sospettati di essere rivoluzionari,
ma che doveva essere francamente rispettata.
Il fatto che non lo fosse e che si scopre questa
violazione delle lettere che viene denunciata
portò alla crisi di un governo. Pensi un po’ che
paese era l’Inghilterra del’800 rispetto alle attuali intercettazioni oggi in Italia!
In quella polemica Mazzini solleva a più riprese l’esigenza che non solo questo è sbagliato ma il problema era quello che l’Inghilterra
doveva preoccuparsi delle sorti di un paese che
non aveva né libertà né rispetto dei diritti elementari degli uomini e che viveva in uno stato
di insubordinazione dal punto di vista nazionale e quindi era una incitazione all’Inghilterra
di intervenire nel continente dove invece dagli
accordi di Vienna in poi dominava l’Austria.
Questo libro fu molto letto all’epoca. Gli articoli sollevarono molta eco e sicuramente nella cerchia dell’entourage mazziniano a Londra
e le corrispondenze che Mazzini aveva, c’era
anche il rapporto con gli Stati Uniti. Il problema della schiavitù, il problema della democrazia, i problemi che poi la cultura democratica
americana farà proprie e che sfocerà nella seconda guerra mondiale che è un altro fenomeno di interventismo per conservare e salvaguardare la democrazia dall’attacco dei sistemi
autoritari dal razzismo e dal fascismo. Da queste problematiche poi nasceranno nella prima
guerra mondiale al società delle nazioni e dopo
nascerà l’organizzazione mondiale.
Assistiamo a un Risorgimento arabo?
Sarei cauto. Il fatto che stranamente non ci
siano bandiere americane e israeliane che bruciano in questi giorni è interessante. Sarei tuttavia molto cauto. Vicende diverse non si possono assimilare l’una all’altra. Qualcuno ha
assimilato i moti del nordafrica al Risorgimento, qualcun’altro al Muro di Berlino, ma è né
l’uno né l’altro: è un fenomeno del tutto nuovo
e la sincronia di quei movimenti può essere
frutto anche dell’interferenza della comunicazione, un fatto che pochi hanno valutato. Molti
hanno pensato ai computer, alla rete, a internet. In realtà, forse la componente più rilevante nell’universo islamico sono i network televisivi, che parlano di valori che spesso appartengono esclusivamente a quel mondo e che
noi fatichiamo a comprendere appieno..
Forse la sensazione può sorgeredal fatto
che stranamente non ci siano bandiere americane e israeliane che brucino.
Questo è interessante però io sarei molto più
cauto. Il fatto vero è che i fenomeni non si possono assimilare l’uno all’altro. Qualcuno ha
assimilato il Risorgimento qualcuno ha assi-
1-2 / 2011
milato il Muro di Berlino, ma non è né l’uno
né l’altro, è un fenomeno del tutto nuovo.
Tornando al tema della Costituzione italiana. Lei sostenne anche sulla Critica Sociale che va considerata una sorta di armistizio durante il periodo della guerra fredda
nel ’46-’47. Dopo la fine il crollo del Muro,
vent’anni dopo, c’è l’esigenza di una sua revisione?
La nostra Costituzione è frutto di un compromesso tra la cultura cattolica e la cultura
social-comunista. Diciamo la verità: questa è
la nostra Costituzione. E il primo articolo è lì
a dimostrarlo. Fra l’altro il primo articolo ha
un vaga assonanza con il sistema corporativo
perché anche quello metteva in primo piano i
posti di lavori. In generale le considerazioni liberali e democratiche mettono al primo posto
esattamente la libertà, ma nella nostra Costituzione sono, proprio in forza di queste culture
fondanti, fortemente tutelati i diritti sociali.
Ora il problema della Costituzione italiana è
semmai che avrebbe bisogno di un rodaggio
dopo cinquant’anni. Ci sono molte procedure
e molte istituzioni formalmente scritte nella
Carta ma che hanno avuto con l’applicazione
materiale in relazione ai rapporti di forza per i
partiti e in relazione ai rapporti fra i poteri differente. Oggi per esempio nella nostra Costituzione c’è un istituto come l’immunità parlamentare che come lei sa è saltato in modo imprudente, in modo emotivo, in modo non serio
dal punto di vista istituzionale-politico con
l’affaire Tangentopoli. Quello era un elemento
di equilibrio dei poteri che aveva un suono
molto liberale. Saltando quello noi viviamo
sempre una intrusione pesante della magistratura - giustificata o non giustificata secondo i
diversi punti di vista - nel quadro della politica
e questo è uno squilibrio che secondo me andrebbe risolto nella Costituzione.
Così come nella Costituzine si voleva aggiornare l’articolazione dei poteri dello Stato
con ciò che oggi viene chiamato federalismo:
ebbene c’è bisogno di una messa a punto del
sistema. Per esempio noi abbiamo due Camere
identiche che fanno la stessa cosa. Quando le
leggi oggi arrivano nella società italiana, arrivano già con molto ritardo rispetto all’esigenza iniziale perché abbiamo quei due passaggi,
due Camere che sono un doppione. Se si voleva un’articolazione diversa dello Stato si poteva ovviare trasformando il Senato nel Senato
delle Regioni e questo avrebbe dato già un’impronta di tipo tedesco al nostro sistema statuale. La Costituzione già prevedeva le Regioni.
Si trattava soltanto di ridisegnare e questo
avrebbe anche ridotto il costo immenso della
politica. Poi probabilmente andrebbero razio-
nalizzati i poteri territoriali: le Regioni, i Comuni, le Province e lo Stato non possono tutti
fare le stesse cose, bisognerebbe dividere i
compiti, quindi anche organizzare meglio il sistema fiscale Ma tutto questo senza un disegno
di Stato coerente non si raggiungerà.
Aggiungo ancora un’osservazione: che la
nostra Costituzione sia democratica e che risenta moltissimo di Mazzini la si comprende
nel metodo con cui nasce. Nasce con un’Assemblea costituente, dalla rappresentanza popolare. Noi dobbiamo riformare la Costituzione con una partecipazione del popolo al dibattito. Non bastano le tante fallimentari commissioni parlamentari che poi non hanno avuto
esito ma hanno preso tantissimo tempo ai lavori del Parlamento e hanno prodotto molti
documenti e molti progetti poi in gran parte
vanificati. Il metodo mazziniano dell’assemblea costituente, al contrario, è un metodo che
restituisce il potere delle regole fondamentali
al popolo attraverso l’elezione dei suoi rappresentanti che formano l’assemblea costituente
e che scrivono una Costituzione. In questo caso una Costituente non deve fare una nuova
Costituzione, si tratta di rettificare o sistemare
la Costituzione esistente, che è un ottimo testo,
ma che abbisogna di una messa a punto. Le cose cambiano, la società cambia, le situazioni
cambiano, la velocità del mondo di oggi è sotto gli occhi di tutti quindi bisognerebbe avere
istituzioni snelle che governino i cambiamenti.
E questo pone anche un problema, per esempio, che nella nostra Costituzione è frutto di
un compromesso, frutto dell’antifascismo
quindi del terrore di un governo forte. Abbiamo così creato un governo debole che è
un’aspetto essenziale della ingovernabilità del
sistema che è cosa a tutti nota.
Mi permetto anche di dire, questo è un
mio parere, che ha creato anche una magistratura ircocervo che è un potere ed è un
ordinamento nello stesso tempo.
Effettivamente è così ma la cosa più grave è
che noi abbiamo preteso di fare un sistema processuale all’inglese senza avere la terzietà del
giudice. Quando si adottò alla fine degli anni
’80 una riforma del sistema processuale bisognava prevedere una separazione delle carriere
perché altrimenti questo non ha senso.
Quando si istituì la prima costituente dei
75 di fatto non c’era ancora un Parlamento
ma c’era un governo dei partiti, provvisorio. Ora come si foremrebbe una Costituente? Avremmo un doppio parlamento?
L’assemblea costituente viene eletta direttamente dal popolo con il suffragio esteso alle
donne. Anche questa è un’idea che Mazzini
aveva già espresso ma la prima assemblea costituente è quella romana del ’49 ed è mazziniana come ispirazione.
E’ dunque molto interessante la domanda
che lei fa. Tecnicamente è molto semplice: c’è
una elezione politica per il rinnovo del Parlamento e parallelamente si può eleggere anche
un’assemblea costituente che abbia un mandato preciso, quello della revisione costituzionale. D’altra parte lei sa che si formò una commissione all’interno del Parlamento che lavorò
proprio nella redazione del testo costituzionale, commissione di consulenza, commissioni
tecniche. Quindi non è un’impresa da poco ma
allora si trattava di creare ex novo una Costituzione mentre adesso si tratta semplicemente
di prendere atto della maturazione di un dibattito che è ormai trentennale e ha portato a ipotesi di riforma costituzionali che hano registrato nell’opinione pubblica già un consenso
molto vasto. Il metodo delle commissioni bicamerali purtroppo per ragioni di lacerazione
politica, di dissenso politico – questo semmai
è il vero problema – nel quadro politico italiano, è un rischio, c’è sempre questa biforcazione che ha reso vane le bicamerali. Ma una
Commissione costituente eletta a suffragio
universale ha una sua specifica sovranità.
Chi può convocare la sua elezione?
Sono uno storico e non un costituzionalista,
però le posso dire che nella Repubblica romana il testo che doveva incardinare l’Assemblea
costituente fu fatto da coloro che avevano nelle mani il potere quindi è il Governo. Poi il
Parlamento deve ratificare una proposta di
questo genere. Questa procedura ha una forza
democratica incredibile. Vede, le Costituzioni
spesso sono concesse dall’alto, mentre le costituzioni democratiche riconoscono che l’assemblea costituente è del popolo e quindi si
tratta di restituire al popolo questo potere eleggendo l’assemblea che ha una specifica missione che è quella della costituente che si pone
a latere del governo. s
Zeffiro Ciuffoletti
CRITICAsociale ■ 31
1-2 / 2011
■ OCCORRE UNA PAUSA DI RIFLESSIONE. RESTA URGENTE UNA AGENZIA PER LA SICUREZZA COORDINATA A LIVELLO EUROPEO
NUCLEARE, UNA MORATORIA NON È UN ABBANDONO
Il governo ha deciso una moratoria di un
anno sull’avanzamento del programma nucleare in Italia. Quali prospettive intravede
per il futuro del nucleare nel nostro paese?
E’ in atto una revisione generale che interessa l’intero continente europeo e che si focalizza su tre aspetti: le cause e le conseguenze dell’incidente giapponese, il destino delle vecchie
centrali tuttora attive in Europa e le valutazioni
sulle centrali di futura costruzione. Mi sembra
normale e legittimo che ci si fermi a riflettere
e credo che l’Italia possa approfittare della situazione per fare il punto sullo stato dell’arte
e per agire finalmente di concerto con le altre
nazioni europee. A questo proposito, non so
spiegarmi per quale motivo non si dia vita a
un’agenzia europea per la sicurezza nucleare,
assimilabile all’esperienza statunitense. E’ un
passaggio fondamentale che consentirebbe di
attuare standard condivisi di sicurezza in tutti
i paesi del Vecchio Continente. Non ha senso
che la sicurezza continui a essere applicata in
maniera diversa nei vari paesi dell’Unione. E’
una situazione anacronistica e pericolosa.
Dal punto di vista economico, il nucleare
presenta dei vantaggi decisivi rispetto ad altre fonti energetiche?
Se diamo uno sguardo ai dati disponibili,
scopriamo che l’energia elettrica nel mondo
viene prodotta principalmente mediante i combustibili fossili (petrolio, carbone, gas naturale). Il 67% dell’energia elettrica deriva infatti
da essi, in particolar modo dal carbone (il
40%). Questa è una percentuale in costante aumento. Da un bilancio comparato che tenga
conto degli ultimi quindici anni, si nota che il
contributo dei combustibili fossili al fabbisogno globale passa appunto dal 62 al 67%,
mentre quello delle fonti rinnovabili dal 19,7
al 20% con un aumento trascurabile.
Io non ritengo che il nucleare rappresenti “la
Soluzione”, ma sono convinto che sia un modo per ridurre la dipendenza dai combustibili
fossili, poiché ne possiede le medesime caratteristiche. Le rinnovabili, invece, sono in gran
parte intermittenti, cioè funzionano solo in
presenza di particolari condizioni atmosferiche
o geografiche. E’ un problema che accomuna
solare, eolico e idroelettrico. I combustibili
fossili possono vantare un grande vantaggio,
ossia la continuità. Nella nostra vita quotidiana
abbiamo bisogno di elettricità con intensità variabile, a seconda dei vari momenti della giornata e delle diverse stagioni dell’anno. Esigenza che può essere soddisfatta da fonti energetiche che funzionino sempre e che riescano a
competere per taglia e continuità con i combustibili fossili, che è nel nostro interesse eliminare sempre di più dall’uso comune. Il nucleare risponde a questi requisiti. Innanzitutto,
per considerazioni squisitamente ambientali.
Dopo l’incidente nucleare di queste settimane,
è facile prevedere che i giapponesi (ma anche
i tedeschi) facciano un passo indietro e tornino
massicciamente ad utilizzare petrolio e carbone. Nel frattempo, il prezzo della Co2 ha cominciato a salire. Non è un buon segnale.
Non si tratta di esprimere una netta preferenza a favore del nucleare, ma solo riconoscere la sua potenziale importanza per la diversificazione energetica e per la riduzione
della nostra dipendenza dai combustibili fossili. Un discorso che vale a maggior ragione
per l’Italia. Un paese tradizionalmente povero
di risorse come la Cina può perlomeno contare
sul carbone (per quanto sia molto inquinante),
Intervista con
mentre l’Italia si trova a dipendere dall’estero
per l’80% del proprio fabbisogno energetico.
L’enfasi posta sul futuro delle energie rinnovabili pare dunque eccessiva e fuorviante?
Le rinnovabili potranno sicuramente far la
loro parte nel riequilibrio del fabbisogno energetico globale, ma la problematica dei costi e
della quantità rimane ineludibile. La rinnovabile più importante in Italia è tuttora l’idroelettrico, un sistema costruito quasi interamente
prima degli anni settanta del secolo scorso. Si
tratta di una fonte energetica che non garantisce prestazioni stabili, ma che è soggetta a
oscillazioni di diversi punti percentuali da un
anno all’altro a seconda dei livelli di piovosità.
Il solare rappresenta l’1% del totale ed è presumibile che nel futuro prevedibile possa raggiungere il 3%. Bastano questi dati per capire
quanto sia improbabile che le energie rinnovabili risolvano a breve il dilemma energetico
mondiale e nazionale.
Da una recente analisi del Professor Bruno Coppi del Mit, pubblicata dal Sole 24 ore,
emerge una preferenza, in termini di efficienza e sicurezza, per reattori nucleari di
dimensioni contenute (Westinghouse). L’Italia sembra essersi indirizzata verso il modello francese (Epr), che prevede invece impianti più grandi. Qual è la sua valutazione?
L’Italia ha adottato il modello francese soltanto per le quattro centrali che fanno parte
dell’accordo concluso con Enel, ma l’obbiettivo è di realizzarne una decina. Siccome non
sono un tecnologo, non voglio pronunciarmi a
favore di una soluzione a discapito di un’altra.
Teniamo conto che si parla comunque di impianti di notevoli dimensioni; la centrale che
possiamo definire di ispirazione francese (Epr)
supera di una volta e mezzo l’impianto americano (Westinghouse). La differenza non è considerevole. Segnalo piuttosto una linea di ricerca interessante, nella quale ha investito
Chicco Testa
molto Bill Gates, volta a realizzare reattori nucleari di piccola taglia (di dimensioni pari a un
quinto/un sesto delle centrali francesi). Si tratterebbe di reattori con caratteristiche di costruzione standardizzate e pertanto molto meno
costosi. Seguo questi sviluppi con interesse,
ma non è il mio mestiere esprimere preferenze.
Ciò che posso dire è che oramai ci confrontiamo con pacchetti tecnologici avanzati che hanno superato test probanti di ogni sorta. L’esempio giapponese è illuminante al riguardo.
A Fukushima è andato in crisi l’impianto di
raffreddamento poiché è venuta a mancare
l’energia elettrica. Per quale motivo? Non tutti
sanno che l’elettricità è venuta meno non solo
per il black-out successivo al terremoto, ma
anche a causa dell’onda di diciassette metri
provocata dallo tsunami che ha investito i generatori di riserva poche ore dopo il terribile
sisma. In una centrale di nuova generazione,
prendiamo il modello Epr francese, esistono
quattro sistemi di raffreddamento indipendenti
l’uno dall’altro. Non c’è paragone. D’altronde,
basti pensare che la centrale giapponese è stata
progettata e costruita a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta.
Aldilà dell’obsolescenza tecnologica, ha
notato altre mancanze nella gestione della
crisi giapponese?
Probabilmente vi è stata una sottovalutazione da parte della Tepco, la società responsabile
dell’impianto. Nella prima fase dell’emergenza, i tecnici forse speravano di poter salvare i
reattori. Di conseguenza, invece di optare per
un intervento deciso che avrebbe fermato (ma
anche compromesso fin da subito) gli impianti, si è preferito attuare una scelta di compromesso che non li rendesse inservibili. La manovra purtroppo non ha avuto successo.
Tornando all’Italia, l’umore dell’opinione
pubblica è stato influenzato dai fatti giapponesi e sembra orientato a rifiutare nuo-
vamente il nucleare, come nel 1987 dopo
Chernobyl. Crede che la scelta governativa
di una moratoria possa condurre a un rinvio del referendum sul nucleare previsto il
12 giugno?
Non saprei, ma propongo una piccola considerazione laterale: sembra che in Giappone
vi sia stato un incidente nucleare e solo secondariamente un terremoto e uno tsunami devastante, e non viceversa. Questo almeno è stato
il taglio dato dai media italiani alla vicenda.
Non voglio parlare di allarmismo eccessivo, i
bilanci devono essere stilati a tempo debito,
ma le informazioni che passano al pubblico
vengono gestite in maniera quantomeno discutibile e fanno sì che la tematica della radioattività sia conosciuta superficialmente dalla
stragrande maggioranza degli italiani. Si tratta
di un argomento circondato da un alone magico, che evoca una minaccia oscura e imminente. E’ allora comprensibile che dopo ogni incidente si scatenino le paure che albergano
dentro gli individui. Tuttavia, la paura non aiuta a prendere decisioni ponderate e lungimiranti. Invito ad allargare il nostro sguardo.
Reagendo ai fatti di Fukushima, Obama ha dato disposizione all’agenzia statunitense per
l’energia nucleare di rivedere i criteri di sicurezza, ma ha anche ribadito l’orientamento
energetico del Paese, evitando bruschi ripensamenti. Se consultiamo i sondaggi negli Stati
Uniti, rimane una maggioranza popolare favorevole al nucleare.
Negli ultimi tempi si è discusso a lungo
sulla capacità del sistema Italia di gestire
tecnologicamente ed organizzativamente
un complesso programma nucleare. Molti
sostengono che le prove negative fornite
davanti ad alcune recenti situazioni emergenziali dovrebbero scoraggiarci. E’ d’accordo?
E’ un’obiezione che si ripresenta spesso e
che mi lascia perplesso perché la dice lunga
sul grado di sfiducia che gli italiani dimostrano
nei confronti del loro sistema, delle loro classi
dirigenti, dell’onestà dei controllori. Serve una
riflessione seria per superare questa sindrome
perché si rischia ormai la paralisi nazionale,
non solo rispetto al nucleare ma a qualsiasi
progetto di sviluppo e innovazione. Io piuttosto vedevo, e vedo, nel nucleare un’occasione
per rilanciare e riaffermare le nostre competenze e risorse. Gli italiani danno grande prova
di sé ovunque nel mondo, costruendo impianti
favolosi ed efficienti, mentre in patria sembriamo incapaci di realizzazioni anche molto banali, come discariche o termocombustori. Intorno ad ogni progetto si addensano dubbi, sospetti e recriminazioni rispetto a eventuali infiltrazioni truffaldine o malavitose. Nel secondo dopoguerra e sino agli anni settanta l’Italia
è cresciuta e progredita, mentre oggi appare un
paese sfiduciato e annichilito, privo di autostima. Io vedo in tutto ciò un preoccupante disfacimento della coscienza nazionale, che deve
essere superato. s
Tra i fondatori di Legambiente, Chicco Testa
attualmente è Managing Director di Rothschild,
Presidente della Telit Communications PLC e
Presidente di E.VA., Energie Valsabbia, società
che sviluppa e costruisce impianti idroelettrici
e solari. E’ stato membro del Parlamento italiano e Presidente di Acea e di Enel.
Intervista a cura di Fabio Lucchini
32 ■ CRITICAsociale
1-2 / 2011
■ IL GIAPPONE DIMOSTRA LA SICUREZZA DEL SISTEMA
LA PAURA DEL NUCLEARE
Q
Piero Risoluti
uello che è successo alla centrale
di Fukushima si presta a due
chiavi di lettura: una tecnica ed
una politica. Tecnicamente, è stato dimostrato
che la cosiddetta difesa in profondità, realizzata
attraverso l’interposizione di barriere protettive
frapposte tra il nocciolo del reattore e l’ambiente esterno, ha funzionato. Infatti tali barriere hanno resistito ad un sisma che è risultato
perfino tre volte superiore a quello di progetto,
ed è stato per magnitudo il V° di tutti quelli finora conosciuti e registrati. Anche i sistemi di
refrigerazione sono rimasti sostanzialmente
funzionanti. Ciò fino a che non è intervenuta
la colossale onda di maremoto, la quale però a
sua volta non ha compromesso i sistemi di difesa dell’isola nucleare: semplicemente ha messo fuori uso i diesel di emergenza, ed è stato
questo che ha determinato, con la mancanza di
refrigerazione del nocciolo e delle piscine di
stoccaggio, la crisi delle strutture ed i conseguenti rilasci all’ambiente. Sarebbe bastato che
tali sistemi fossero stati collocati, come avviene nelle centrali di ultima generazione, in locali
a tenuta stagna, perché inconvenienti molto
gravi alle centrali sarebbero stati evitati.
Siccome non c’è stata una defaillance attribuibile al sistema nucleare ed intrinseca ad esso, l’incidente giapponese non si presta certo
ad una revisione critica della sicurezza delle
attuali centrali nucleari, tanto meno ad un ripensamento sull’utilizzo della fonte nucleare.
Sono abbastanza certo che questa verità si farà
strada, anche se con lentezza, non diversamente da come le cose sono andate per Chernobyl,
come racconto nel mio libro La paura del Nucleare. Da dove viene, quanto costa. In quel
caso ci fu un attacco frontale e furibondo contro l’energia nucleare, al grido che le centrali
nucleari potevano esplodere. Poi quando
emerse, con il tempo e senza più titoli di prima
pagina, che l’incidente non era figlio dell’energia nucleare ma del comunismo sovietico, cioè
del degrado di quel sistema, allora gli oppositori hanno ripiegato sul solito problema delle
scorie, dichiarando, come si continua a fare
tuttora, che il problema non è risolto. Quando
si saranno calmate le concitate corrispondenze
dal Giappone e si comincerà a ragionare, succederà più o meno la stessa cosa.
Il fatto che alcuni paesi si siano affrettati a
prendere le distanze dal nucleare è frutto invece di un lettura esclusivamente politica. Intendo con questo che ciascun paese ha dato dell’incidente una lettura derivante dalla rispettiva situazione politica interna. Il caso più macroscopico è quello tedesco. La Merkel ha il
problema dell’aumento considerevole, registrato nelle ultime elezioni parziali e previsto
dai sondaggi, dei consensi del partito dei verdi,
che come quelli italiani hanno fatto in passato
la loro fortuna con al lotta al nucleare. Allora
si è messa a fare l’antinuclearista. In Germania, inoltre, esiste una potentissima lobby
sull’energia eolica, che vive e prospera sui
contributi statali, anche se l’imbroglio di presentare l’eolico come conveniente e più rispettoso dell’ambiente verrà prima o poi svelato.
I francesi almeno sono stati più coerenti e più
prudenti: hanno subito criticato l’operato delle
autorità giapponesi per come hanno dato le informazioni. A loro preme soprattutto di far sapere ai loro concittadini che in materia di trasparenza e di corrette informazioni sul nucleare non scherzano. Con il tutto-nucleare che li
distingue, non possono permettersi distrazioni
su questo punto. Ma sia loro che gli inglesi
non hanno minimamente messo in discussione
la sicurezza delle centrali nucleari, come del
resto ha fatto l’Amministrazione Obama. Inoltre, i francesi hanno un’Agenzia per la Sicurezza Nucleare fatta di grandi competenti e di
altissimo livello e prestigio nazionale e internazionale. (Per cui mai si metterebbero a dipendere da un’Autorità sovranazionale su questo campo: qui c’è da sorridere all’idea di
Chicco Testa, non saprei se illuministica o ingenua, di chiedere un’Autorità di Sicurezza
■ IN ARRIVO LA “QUARTA GENERAZIONE” DI REATTORI DI DIMENSIONI RIDOTTE
PICCOLO È PIÙ SICURO?
L
a recente intervista concessa al
Sole 24 ore da Bruno Coppi,
docente al Mit di Boston, solleva dubbi sul modello nucleare che il nostro
paese, una volta superata la pausa di riflessione che passerà dal referendum e dalla moratoria di un anno appena decisa dal governo, dovrebbe seguire nel prossimo futuro. Come ha
ricordato il professore, sostanzialmente esistono sul mercato due tipi di reattori: l’Epr, realizzato dalla francese Areva e l’Ap 1000 della
Westinghouse. L’Italia ha adottato il modello
francese soltanto per le quattro centrali che
fanno parte dell’accordo concluso con Enel,
ma il professor Coppi sospende il suo giudizio,
ricordando come diversi colleghi del Mit e anche altri esperti non siano convinti che reattori
di grande potenza posseggano effettivamente
i migliori requisiti in termini di efficienza, economia e sicurezza. Il governo degli Stati Uniti,
dichiara Coppi, si sta infatti orientando alla
realizzazione di una serie di centrali di dimensioni relativamente piccole. Tra queste ci sono
i modelli della Generazione 3+ progettati dal
consorzio Iris, reattori di piccola taglia
(335MWe contro i 1600MWe) per la produzione combinata di elettricità, calore, acqua
potabile. Sono basati su una impiantistica semplificata: in sostanza sono centrali “plurimodulo” gestite da un’unica sala di controllo.
Questa scomposizione consente di eliminare
gran parte dei componenti del circuito primario da dove maggiori sorgono le possibilità degli incidenti e, per le piccole dimensioni, sono
meno soggetti agli effetti sismici. I test terminano nel 2011 e la commercializzazione sarà
nel 2015. Avremo un federalismo nucleare?
L’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) ha operato un confronto tra i due
modelli, premettendo che le centrali ad acqua
in pressione Epr e Ap1000 hanno entrambe co-
europea. Tali autorità sono essenzialmente nazionali, a cominciare da quella USA. Lo stesso
dicasi per l’invocato “concerto” con i paesi europei. ) Un certo coordinamento europeo tra le
Autorità di sicurezza nazionali del resto esiste,
e comunque in materia di sicurezza nucleare
vigono criteri e standard internazionali condivisi, in termini di valori numerici, e sono quelli
fissati dalla Commissione Internazionale di
Radioprotezione. Come si applicano a livello
nazionale, come vengono fatti rispettare e con
quali organizzazioni è invece un’altra cosa.
LE CONSEGUENZE IN ITALIA
per cui si potrà ricominciare a parlarne, a seconda di come vanno le elezioni, non prima
del 2014. Poi forse a quel punto si ricomincerà
con lo sterile dibattito sul tipo di centrali da fare, e ci si chiederà se non è il caso di aspettare
che maturino tecnologie nuove e tuttora non
mature, come l’IRIS o i reattori di IV generazione, dibattito di cui ci sono già le prime avvisaglie. Non bisogna dimenticare che dopo
Chernobyl ed il referendum del 1987 ci fu una
moratoria, non una rinuncia definitiva immediata. Inoltre, in Italia come in Germania si è
subito attivata una lobby agguerrita ed influente sulle energie rinnovabili, in particolare
sull’eolico, che vive e vivrà su forti contributi
dello Stato, quindi a spese dei contribuenti e
con pochi rischi imprenditoriali.
Sarebbe stato meglio difendere la scelta fatta, con le argomentazioni tecniche sopra viste,
e cercare di spiegarlo alla gente con una convinta campagna di informazione, insistendo in
particolare che in Italia si sarebbero realizzate
solo centrali dell’ultima generazione, quindi
più che sicure, e questo costituirebbe per l’Italia un indubbio atout, dato che non avremmo
in funzione centrali della generazione precedente, sicure ma in via di invecchiamento. Siccome ho partecipato in passato ed anche recentemente a convegni con intervento del pubblico (non quelli con esperti, che ripetono
sempre le stesse cose, tipo che nel mondo ci
sono oltre 400 centrali), posso testimoniare
che la gente è molto interessata ad avere conoscenze corrette sui rischi del nucleare e che
posizioni pregiudiziali dipendono solo dalla
mancanza di adeguate informazioni. Anche
perché un tipo come Di Pietro sarà decisamente poco credibile come difensore dell’ambiente e come pubblico accusatore dell’energia nucleare. s
La moratoria italiana (di per sé, appare già
singolare il concetto di mettere in moratoria
un’energia che nel paese non esiste) è anch’essa tutta frutto di un’esigenza politica. C’è il referendum, a proposito del quale si era chiaramente fatto il calcolo imprudente del non quorum, e quindi si cerca così di depotenziarlo.
Con la moratoria si arriva inoltre a ridosso delle per molti versi decisive elezioni del 2013,
Esperto nazionale nel Comitato Fissione
Nucleare della Commissione Europea. Direttore in passato della Task Force dell’ENEA per
il Deposito Nazionale dei materiali Nucleari.
Autore dei libri I rifiuti Nucleari. Sfida tecnologica o politica? (Armando Editore, 2002) e
La paura del Nucleare. Da dove viene, quanto
costa. (Armando Editore, 2010). È Consigliere
di Amministrazione della SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari). È membro del Comitato Scientifico della Fondazione ReL
me base il tipo di reattore che ha dato nei decenni miglior prova di sé. La potenza elettrica
netta degli impianti è di 1650 Mw per Epr e
1154 per Ap 1000, tra le massime mai realizzate, con vantaggi legati tanto alla fabbricazione modulare quanto alle economie di scala; le
rese termico-elettriche rispettive sono del 35%
e 37%, efficienze un tempo ipotizzabili solo
per reattori oggi da considerarsi di IV generazione. Impianti che saranno disponibili in
commercio solo fra alcune decine di anni, intorno al 2030/2040. Siamo dunque di fronte a
sistemi in grado di fornire energia in sicurezza,
con emissioni di Co2 per unità di energia prodotta seconde solo alla fonte idroelettrica.
Altissimi gli standard di sicurezza per entrambi i modelli. Secondo l’analisi degli studiosi dell’Enea, i reattori Epr portano a massima compiutezza i tradizionali punti di forza
dei reattori ad acqua in pressione, che li hanno
resi molto affidabili, anche in termini di prevenzione dalle conseguenze di incidenti comunque altamente improbabili. L’Epr è caratterizzato dall’indipendenza di circuiti ed edifici, con progettazione nella classe sismica più
stringente e previsione di un sistema di raccolta (core catcher) del combustibile nucleare fuso (corium) per il suo confinamento e raffred-
damento. Nell’improbabile evenienza di una
fusione totale del nocciolo, questo colerebbe
come lava, ordinatamente, in una piscina sottostante che ne garantisce il raffreddamento.
Gli Ap 1000 fanno della semplificazione
progettuale il proprio punto di forza, insieme
all’impiego estensivo di sistemi passivi (non
necessitano cioè l’intervento umano per l’attivazione) al fine di conseguire un’affidabilità
molto spinta. Non si richiede pertanto l’utilizzo di gruppi elettrogeni in caso di mancanza
di corrente dall’esterno.
Nell’eventualità di un incidente, non è essenziale l’intervento immediato di un operatore, circostanza che permette di ridurre la possibilità di errore umano nell’emergenza. Questa è stata la criticità verificatasi in Giappone.
Infatti, negli impianti di vecchia concezione,
come quello di Fukushima, solo con la ripresa
dell’energia elettrica possono riattivarsi i meccanismi di raffreddamento. Tra i sistemi di sicurezza passiva ricordiamo la gravità e la convezione naturale dell’aria, che permettono di
raffreddare il reattore naturalmente per molte
ore dopo un inconveniente grave; questo sistema è denominato Pcss, acronimo di Passive
Core Cooling System ed entra in funzione automaticamente. s
CRITICAsociale ■ 33
1-2 / 2011
■ RACCONTO DELLA VITA NEL “COLLEGE” DOVE SONO STATE GETTATE LE BASI DELLA SCUOLA LIBERALSOCIALISTA DI ECONOMIA PUBBLICA
RICORDI DEL COLLEGIO GHISLERI DI PAVIA
Francesco Forte
mio arrivo, quel giorno, alla stazione di Pavia
é stampato nella mia memoria; e lo rivivo, quasi con la stessa gioia sottile, ogni volta che mi
capita di tornarci. Anche adesso, come allora,
percorro a piedi tutta la strada, elegante e snella, che porta in centro, sino all’angolo, da cui
snoda l’antica Strada Nuova, ove si allunga l’
edificio settecentesco dell’ Università. Sull’angolo, c’era, luccicante di specchi, il bar Demetrio, con un odore di paste fresche e di buon
caffé. Ci feci una sosta, per un cappuccino bollente. L’Università, dal Demetrio, era facile trovarla: era, uscendo, sulla sinistra, a cento metri.
Entrai dal grande arco del porticato principale.
Eravamo, forse, una cinquantina, ci condussero
in un’aula ove ci comunicarono due temi, uno
umanistico e uno scientifico.
1.
Di recente, Piero Melazzini, un mio antico
compagno di studi, presidente della Banca Popolare di Sondrio che apriva filiali a Pavia e
nel pavese, mi ha chiesto di rievocare, per la
circostanza, le mie vicende dalla Valtellina
all’Università di Pavia e al Collegio Ghislieri;
e – ci tenne a precisarlo – al celebre Istituto di
Finanza, fondato da Griziotti, ove si era formato l’altro mio maestro, Ezio Vanoni, di cui
la Valtellina va fiera. Ho così scritto, nell’estate del 1999, queste memorie, che hanno avuto
una circolazione molto fortunata e che ora, ripubblico qui Nel chiedermi di scriverle, Melazzini ha soggiunto, “non multa sed multum”:
riprendendo un motto di Luigi Luzzatti, teorico delle Banche popolari, all’inizio dello scorso secolo. Mentre mi esponeva questo motto
che riguardava la sua Banca, ma anche ciò che
avrebbe voluto da me, con quella sua richiesta
un po improvvisa, mi é venuto in mente il professore Balatti, che al liceo Piazzi di Sondrio,
ci insegnava, nei lontani (per me straordinariamente presenti) anni 44-47, la storia e la filosofia e che aveva deciso che non ha senso
studiare tutti i filosofi: perciò ci eravamo concentrati, nel 45-46 su Davide Hume: non multa, sed multum. Andare a fondo: era anche il
principio didattico del professore di latino e
greco, Albino Garzetti, celebre per le sue edizioni italiane di Tacito e poi del suo successore, il professor Massera. Non so di Balatti, ma
Garzetti e Massera avevano studiato a Pavia,
uno al Collegio Borromeo, l’altro al Ghislieri.
Si stava laureando a Pavia, anche la professoressa supplente di matematica, Marisa Cantelli, che non mi interrogava mai, con grande invidia dei miei compagni, perché “lui é bravo,
lo tengo per il giorno in cui viene il preside”
(il professor Miotti, un burbero matematico).
Da Sondrio, chi si conseguiva la maturità al
Liceo Piazzi andava preferibilmente all’Università di Pavia, non a quella di Milano:perché
Pavia era, come é anche ora, “una città universitaria.” E poi a Pavia vi erano i celebri collegi
universitari: il Borromeo il Ghislieri, e i migliori aspiravano ai due collegi.La tradizione
dei liceali valtellinesi al Ghislieri era particolarmente robusta e ricca di nomi importanti,
nelle scienze, nelle discipline filosofiche e letterarie, nell’economia e nella giurisprudenza,
nella politica. Io speravo di andare al Ghislieri,
per fare l’economista, come Ezio Vanoni, di
Morbegno, ghisleriano, allievo della celebre
scuola finanziaria pavese di Benvenuto Griziotti. Nella biblioteca della Villa Quadrio di
Sondrio, ove io andavo a compulsare i volumi
della “Nuova Collana degli Economisti” aleggiava il ricordo di Maurizio Quadrio, braccio
destro di Mazzini, in una quantità di vicende.
E il “fiero valtellinese indomito, pur riboccante di affetti gentili”, come lo aveva definito
Aurelio Saffi, iscrittosi, diciannovenne, a legge all’Università di Pavia era stato accolto –
come diceva un suo biografo – “già a metà
dell’anno nel Collegio Ghislieri, posto che si
conferiva dagli stessi professori agli studenti
più distinti”. Da Pavia, però il Quadrio era andato via presto, con un “battaglione Minerva”
che, nel 1820, aveva partecipato ai moti del
Piemonte. E poi era stato protagonista di epici
eventi, del risorgimento. Al Ghislieri, per frequentare filosofia nell’ateneo pavese, vi era
2.
stato, quasi un secolo dopo, anche un altro più
pacato personaggio della Valtellina:Luigi Credaro, professore a 26 anni di storia e filosofia
all’Università di Pavia, Ministro della Pubblica Istruzione, per quattro anni, agli inizi del
900 prima con Luzzatti, poi con il Giolitti, che
aveva sviluppato il “Magistero”, la educazione
pedagogica per i maestri e attuato vaste riforme scolastiche, rivolte a accrescere il livello
di istruzione degli italiani. Suo nipote, il professor Bruno Credaro, anche lui ghisleriano
era il nostro provveditore agli studi. Qualche
decennio prima, di Credaro senior era arrivato
alla facoltà di lettere di Pavia, come alunno del
Ghislieri, un altro valtellinese, Pio Rajna, filologo celebre, titolare a Firenze della cattedra
di lingue e letterature neolatine, capo scuola
dell’indirizzo positivista filologico-storico della critica letteraria in contrapposizione con
l’indirizzo estetico idealistico della scuola capeggiata dal De Sanctis. Il suo amico Giosué
Carducci, nei suoi Levia Gravia, lo aveva preso un po in giro, ma gli aveva anche reso
omaggio, dedicandogli con i versi “e ogni
buon valtellinese giura: mi son tuscan”, per
polemizzare contro il purismo filologico. Io ne
ero edotto, nonostante si trattasse di controversie per iniziati, perché la mia professoressa di
italiano apparteneva alla famiglia Rajna. Era
stato alunno del Ghislieri, nella facoltà di medicina, Bruno Besta, di Teglio, che per qualche
ragione, i miei genitori conoscevano, docente
di tisiologia e microbiologia al Forlanini di
Roma ed anche l’aristocratico avvocato Merizzi, la figura di spicco del foro giudiziario di
Sondrio (ove mio padre era Procuratore della
Repubblica), che, dopo la “liberazione”, era
emerso come leader della sinistra locale, in
contrapposizione a Vanoni. A me liceale, la
prospettiva del Ghislieri a Pavia, per diventare
economista appariva come una via luminosa.
Ecco, dunque, che finiti, nell’estate 1947, gli
esami di maturità, in autunno venne il giorno
decisivo: l’esame scritto a Pavia, per la agognata ammissione al Ghislieri. Poi ci sarebbe
stato l’orale, ma l’importante era passare lo
scritto, ove avveniva la “decimazione”. Data la
media molta alta, con cui avevo superato la
maturità, in un liceo come il Piazzi, in cui il
motto che Melazzini mi aveva menzionato,
“non multa sed multum”, veniva applicato con
puntiglioso rigore e dato che “scrivere” era comunque il mio punto di forza, mi sentivo abbastanza sicuro. Andavo a Pavia ferrato di studi
e con una sorta di entusiasmo. I posti erano 21
per studenti lombardi o figli di lombardi, “di
merito distinto” (era ancora usato, nel bando
concorsualeil termine scritto nel curricolo di
Maurizio Quadrio). Da Sondrio partii il pomeriggio del giorno prima per Milano, ove fui accolto nell’ospitale appartamento di mio zio,
magistrato ma anche libero docente di filosofia
del diritto, che mi aveva già magnificato l’Università pavese e la scuola di scienza delle finanze del professor Griziotti. Lui si era dato
cura della mia iscrizione all’ateneo pavese, alla
facoltà di legge Il mattino seguente presi il treno per Pavia: anche in terza classe le vetture
erano confortevoli, mentre da Sondrio a Milano ancora si viaggiava in vagoni scalcinati. Il
Essendo iscritto a giurisprudenza, potevo
scegliere fra i due settori e optai per il gruppo
scientifico, ciò che condizionava anche l’orale,
essendo le commissioni esaminatrici distinte.
Non c’era a Pavia, allora, la facoltà di Economia e commercio. C’era però, accanto alla celebre facoltà di Giurisprudenza, le cui radici
affondano nel medio evo, un’ottima facoltà di
Scienze politiche, con molti valorosi professori, i cui insegnamenti erano comuni anche a
giurisprudenza. Io mi promettevo di diventare
assiduo anche di Scienze politiche, ove c’erano molte materie che mi attraevano; ma desideravo, in primo luogo, corrispondere all’aspirazione paterna di avere almeno un figlio laureato in legge( mia sorella studiava lettere antiche a Milano, mio fratello minore, poi alunno
del Ghislieri, aveva- da tempo- dichiarato la
sua vocazione per la fisica, cui in effetti si é
dedicato). La giurisprudenza era una tradizione familiare: anche mio nonno materno, che
era stato magistrato, era, naturalmente, laureato in legge. E lo erano due fratelli di mio padre. I cugini di mia mamma, a Torino (lo zio
Attilio, il cui figlio era stato ghisleriano) e Novara, avevano studio d’avvocato Il Maestro alla cui scuola di finanza pubblica ambivo specializzarmi, comunque, aveva la cattedra a
giurisprudenza. Quasi tutti i candidati al Ghislieri, invece, aspiravano a medicina, per la efficienza e la celebrità della facoltà pavese, in
cui avevano insegnato scienziati come il Golgi, il Forlanini, il Besta (ghisleriano Valtellinese, neurologo) e si erano forgiate figure mitiche, come Padre Gemelli (ghisleriano, neurologo, della scuola del Besta), iniziatore della
scuola psicologica e fondatore dell’Università
Cattolica.E poi, medicina, era, allora, la laurea
più ambita. Un altro gruppo di aspiranti ghisleriani del settore scientifico era costituito dagli studenti di ingegneria: questa facoltà non
esisteva a Pavia, ma ivi molti venivano a studiare, per il biennio propedeutico; in seguito
la loro borsa di studio proseguiva, presso un
Politecnico, di solito quello di Milano, (come
il monzese Villoresi, che ideò e progettò
l’omonimo canale irriguo) o di Torino (come
il bergamasco Radici, creatore, con i fratelli
Pesenti, della Italcementi). Riuscii, comunque,
fra scritti, orali, media della maturità, primo
del gruppo scientifico e secondo, dopo il primo del gruppo umanistico, Giancarlo Buzzi,
un ragazzo timido, che aveva fatto il liceo a
Como ed aveva parenti a Sondrio, con cui, entrato in Collegio, strinsi amicizia. Ricevetti, al
sommo della felicità, la notizia, da un anziano
34 ■ CRITICAsociale
filosofo e filologo, il professor Suali, che aveva presieduto la Commissione, almeno per la
mia parte. Ero abbastanza sicuro di farcela, ma
non con un successo così ampio. I primi cinque, al Ghislieri, considerati come i “bravissimi”, venivano fatti oggetto di attenzione particolare e destinati, se avessero corrisposto alle
aspettative, alle varie borse estive per scambio
con studenti esteri e poi a quelle postuniversitarie, nelle Università europee e americane.
C’era, insomma, al Ghisilieri, una mentalità
“meritocratica”, di allevamento dei migliori
cervelli, simile, suppongono, a quella che alberga nei dirigenti delle grandi squadre di calcio per la formazione degli juniores.
3.
In Collegio eravamo un centinaio soltanto,
di età fra i 18 e i 30 anni (alcuni terminavano
i corsi in ritardo perché erano stati militari) tutti maschi. Le donne non erano ammesse nei
posti al Ghislieri. Vi era stata al riguardo una
disputa giuridica nei primi decenni del secolo,
in cui il Ministro Credaro aveva dato ragione
a coloro che sostenevano che anche le studentesse in possesso di titoli adeguati avessero diritto ad accedervi. Ma poi non se ne era fatto
più nulla. Analogamente nel secondo dopoguerra. Fu negli anni ’60 che la questione si risolse, grazie a una cospicua donazione della
signora Mattei, vedova di un industriale valtellinese di Morbegno, ed ebbe inizio il Ghislieri femminile.
Si usava, in Collegio, per le “matricole”, per
una antica tradizione, l’iniziazione da parte degli anziani, composti da due gruppi ben distinti, i cosidetti “fagioli” ovvero gli studenti del
secondo anno e i veri e propri anziani, cioé gli
studenti degli anni successivi. Non si trattava,
però, di prove crudeli, ma soprattutto scherzose, con minacce, generalmente non eseguite,
di “condannare” chi non avesse superato le
prove alla cosidetta “lavatio”, che consisteva
nell’obbligo, per la matricola, di mettere “a bagno” il posteriore, nel lavabo della propria
stanza, operazione scomoda, specialmente per
l’altezza del lavabo dal pavimento. La mia
“prova” fu nel dover bere un sorso d’acqua in
un teschio, che uno studente di medicina, poi
diventato mio grande amico, teneva in camera,
lucidissimo, per studiarne le componenti. Prima di bere dovevo dire la frase “bevi Rosmunda nel teschio del padre tuo”. Io, dopo il sorso
stabilito, per seguitare lo scherzo dissi “posso
averne, un altro sorso, mio signore”?. Fui così
“assolto” ed inizio la nostra amicizia. Gli
scherzi a volte consistevano in quiz. Ne ricordo uno, che inventammo, quando io ero “fagiolo” e che, penso, sarebbe piaciuto ad Achille Campanile. Si trattava della domanda, “Dite
chi era il padre della figlia di Jorio, il celebre
dramma di D’Annunzio”. Il gruppo di matricole, cinque, che avevamo messo in una stanza
di uno di loro, per poterne uscire, doveva dare
la risposta. Tornati dopo mezz’ora, trovammo
il gruppo in grave imbarazzo. Nessuno sapeva
chi fosse il padre della figlia di Jorio. “Eppure
é facilissimo”, disse il mio collega più anziano, ai cinque che si vergognavano di ignorare
la letteratura del novecento, “si tratta del padre, non della madre, pensateci bene”. A sera
ancora nessuno era riuscito a rispondere, e si
scusavano, assurdamente, asserendo che non
avevano studiato D’Annunzio al liceo. Finì,
per esaurimento della nostra pazienza, in una
grande risata.
Nell’ambiente ghisleriano e all’Università,
noi che venivano dalle varie province, avevamo voglia di capire come sarebbe andato mondo del dopoguerra, volevamo inserirci e progredire in quella realtà dinamica che si andava
1-2 / 2011
profilando, andando oltre la “ricostruzione”
Eravamo perciò avidi di scambiarci le idee e
le esperienze intellettuali, con i compagni più
anziani e con quelli che facevano altre facoltà
di assorbire, nello scambio, un po’ di ciò che
loro stavano imparando, in particolare delle ultime novità intellettuali e scientifiche. Gli
scambi di opinioni e informazioni, in particolare fra i più anziani, con maggiore preparazione ed esperienza e i neofiti o con gli studenti che venivano, con i “posti di scambio”
dall’estero( come il tedesco Wolfgang Huber,
reduce di guerra, laureando in legge a Munchen ove io poi mi recai, in contropartita) e la
guida discreta ma attenta del Rettore professor
Bernardi, ci consentivano un’apertura a tutto
campo sul mondo di cui gli altri, anche nelle
grandi città e nelle grandi università raramente
usufruivano. D’altra parte, il Collegio Ghislieri, benché si potesse definire “elitario” non era
un luogo di “cremini”. Alcuni anziani erano
stati feriti in guerra, erano reduci di prigionia,
i più giovani, ( la grande maggioranza), comunque erano passati sotto i bombardamenti,
avevano subito il razionamento, avevano mangiato il pane nero della tessera, umido e duro
erano stati privi del riscaldamento invernale.
Alcuni come me, e penso altri, in province di
montagna, avevamo vissuto da spettatori ravvicinati e, nell’inverno 44-primavera 45 eravamo stati coinvolti, nelle sparatorie della
guerriglia partigiana. Nonostante le nostre storie personali spesso ruvide, per forza degli
di noi, forse il Dossena, che é divenuto in seguito celebre per le sue limeriks) “Nel meo,
nel meo lo prese il Borromeo”. Un giorno,
mentre lo cantavamo, vicino al Borromeo, un
funzionario di polizia ci si avvicinò e ci disse
che il Rettore Don Cesare Angelini ( un fine
letterato, autore di una raffinata edizione Einaudi degli Atti degli Apostoli) si era lamentato, sostenendo che si trattava di un “canto
osceno”. Il funzionario ci chiese, perciò, di
spiegare il significato della parola “meo”, riservandosi di vietarci di usarla in luogo pubblico, riferita al Borromeo o ad altri.. Soffocò
a stento una risata quando gli spiegammo che
non voleva dire nulla, essendo solo l’ultima
sillaba della parola Borromeo.
eventi, vi era, in Collegio, il massimo ordine,
la pulizia più scrupolosa dovunque, anche le
nostre discussioni sotto i portici non erano mai
chiassose. Ciascuno rispettava le opinioni politiche e religiose degli altri. Non si notavano,
come in anni più recenti é accaduto, “scamiciati” o mal pettinati o mal rasati. Queste forme di esibizione non erano “in” Si potevano
cantare, talora, canzoni goliardiche un po’
sboccate, ma non s’usavano parole turpi o bestemmie. Una canzone che ricordo, era quella
contro il collegio Borromeo, con cui eravamo
tradizionalmente rivali. Consisteva, essenzialmente, nel ritornello, (escogitato da qualcuno
per me impensabile, data la dimensione delle
porzioni che dai camerieri ci venivano portate,
sulla base delle nostre ordinazioni. Ma dovevamo serbare rispetto alle “regole del gioco”,
scritte o meno. Ad esempio, ricordo che molti
di noi, non immaginando che cosa avrebbero
desiderato avere il giorno dopo per pranzo o
cena, segnavano sempre 1, per le varie opzioni. Io ero uno di questi, non tanto perché mancassi di spirito programmatorio, quanto perché
mi ero convinto, con ripetute osservazioni, che
il numero 1 era, comunque, sempre la scelta
migliore. Errore grave. Punto nel suo orgoglio,
il capo-cuoco ci fece, un giorno, un tranello,
4.
Eravamo molto gelosi dei nostri vari diritti,
come quello di rientro serale sino a mezzanotte
(sino alle undici, con il portone aperto, poi
suonando: ci veniva ad aprire, assonnato, il
portiere in uniforme) e quello di scegliere, il
giorno prima, il menù preferito, fra tre primi,
tre secondi e tre dessert (frutta, formaggio o
dolce oppure latte).La verdura (di solito patate,
cavolfiori e barbabietole rosse in insalata) si
trovava in piattoni su un tavolo centrale e ciascuno ne poteva prendere a piacere. Anche dei
primi, a mezzogiorno, si poteva fare il “bis”
attingendo a zuppiere al tavolo centrale: cosa
in cui io cascai in pieno: mise, per una cena,
al numero 1 dei primi piatti il “ latte” con caffè
o cacao (portato in voluminosa bustina a parte); anche al numero 1 dei “secondi” mise latte
con caffè o cacao, però accompagnato da fette
di pane tostato e burro; e al numero 1 del dessert, anziché mettere, come di solito, “frutta”
oppure “dolce” aveva messo ancora “latte con
biscotti”. Quando, quella sera, ricevetti, senza
averlo previsto, come primo piatto, anziché
una minestra, una scodellona di latte caldo con
a fianco la spessa bustina di carta e, in caso di
altra scelta, un bricco di caffé, ci rimasi male.
Bevvi solo un po’ di caffelatte, pensando “mi
rifarò con il secondo, sempre sin troppo abbondante”. Ma, con rabbia, anche il “secondo”
che mi toccò era latte. I miei vicini di tavolo
ghignavano. Dovetti contentarmi delle fette di
pane imburrato, accompagnato da un piatto di
verdura mista preso al tavolo centrale. Mentre
contavo sulla frutta o l’eventuale fetta di torta,
per rifarmi la bocca, mi vidi, ancora arrivarefra le risa dei compagni- ancora come dessert
il latte: accompagnato da quei biscotti secchi
a forma di ruota, che, inzuppati, diventano un
cibo molle per bambini ancora poco avvezzi a
masticare. Andai a protestare, il giorno dopo,
dal capo cucina: con grande garbo questi mi
disse che era nel suo compito farsi che la sera
uno studente universitario potesse avere, anziché la solita minestra, di pasta o riso, una scodella di latte; e che, per secondo, potesse gradire, del semplice pane e burro, da accompagnare con una tazza di buon latte di fresca provenienza dalle stalle pavesi; e poi perché meravigliarsi se per dessert, quella sera, nel menù
avevamo il latte con biscotti, dato che per fine
cena era stato messo in tante altre sere? Quella
volta, tanto per cambiare, lo avevano posto al
numero 1. “Il ghisleriano, aggiunse, dovrebbe
rendersi conto dello sforzo che noi facciamo,
ogni giorno, di preparargli piatti diversi, avendo presenti le diverse condizioni di stomaco
ed esigenze di dieta di chi sta tutto il giorno a
tavolino a studiare oppure, invece, é andato
nelle cliniche e nei laboratori, ove c’è cattivo
odore ” Una lezione che mi meritavo.
Avevamo, in effetti, molti più possibilità di
un normale studente della nostra età, agli inizi
degli anni ‘50.
Avevamo, così, a disposizione nella sala
musica, una ampia dotazione di dischi di musica classica, ma anche di musica leggera. Il
jazz era particolarmente apprezzato, in quel
dopoguerra, assieme ai cantanti americani più
recenti e i musicofili ghisleriani attratti dal
“mito americano” avevano provveduto a arricchire la nostra collezione di dischi, aggiornandola in modo selettivo. Gli studenti avevano
diritto a dare suggerimenti per gli acquisti, ma
entro un budget ragionevole, che l’amministrazione sorvegliava con la mentalità propria
dei pavesi: che non é affatto avara, né gretta,
e neppure severamente austera, ma é ben misurata. C’era la sala della radio, ove si ascoltavano, fra l’altro, la sera i notiziari e i dibattiti
fra esperti sui fatti del giorno, ma in cui era anche possibile sintonizzarsi sui canali in altre
lingue. Nella la sala di lettura vi era una ampia
dotazione di riviste e giornali, basata anche essa sulla scelta degli studenti: sicché avevamo
l’Unità, il Popolo e l’Avanti! perché gli alunni,
avidi di dibattito politico, li avevano chiesti,
assieme ai grandi quotidiani e alla Provincia
Pavese, indispensabile per sapere che cosa
c’era al cinema, di pomeriggio e dopo cena e
per leggere le recensioni degli eventi locali.
C’erano anche più di un giornale sportivo, date
le diverse preferenze della tifoseria ghisleriana
in fatto di calcio e ciclismo. Il giornale più
compulsato il mattino, prima di far colazione,
era la Gazzetta dello Sport, in particolare
quando c’erano il giro di Italia e il tour de
CRITICAsociale ■ 35
1-2 / 2011
France e il lunedì, con i risultati delle partite
del campionato. Qualcuno- a me capitava
spesso- arrivava tardi alla colazione del mattino e, magari, finiva per perderla( alle 9 in
punto la porta di ingresso del refettorio veniva
chiusa) perché si era intrattenuto a leggere articoli dei giornali.
5.
Il Ghislieri non era solo “cultura”. Il Rettore
del Collegio teneva molto alle nostre attività di
sport e, comunque, di esercizio fisico.Vi erano,
nel Ghislieri, anche la sala scherma, il campo
di pallacanestro, e, sotto i portici, sulla destra,
la stanza-deposito per le biciclette.Ciascuno di
noi ne aveva una. Avevo preso, sull’esempio di
qualche collega, l’abitudine di inserire sul portaoggetti fissato sul manubrio, un libro da studiare e facevo molti “ripassi”, pedalando e ripetendomi mentalmente ciò che vi era nel testo. Le strade di Pavia pianeggianti, fuori dal
centro, allora non erano attraversate, se non raramente da automobili ed era una delizia pedalarvi, anche se non c’erano le “piste ciclabili”.
Vi era, in Collegio, anche una biblioteca specializzata, nelle varie discipline dei nostri studi.
Era, per me, una miniera preziosa, data la sua
particolare ricchezza di libri d’economia, dovuta, in parte, a lasciti di ex alunni ma anche
alle ordinazioni fatte, via via negli anni, dagli
studenti. Vi si poteva entrare, praticando liberamente la lettura ai tavoli vicino agli scaffali.
Solo per i prestiti “esterni” si compilava la
scheda, da consegnare a un addetto, che però
non si trovava necessariamente nella biblioteca. In effetti, il Collegio era ampiamente basato
sulla fiducia: non si pensava che uno studente
potesse portare via un libro abusivamente o
spostarlo dal proprio posto, senza poi riporlo
esattamente dove lo aveva preso. Anche la vita
pavese, del resto, allora, era ampiamente basata
sulla reciproca fiducia. La bicicletta potevamo
lasciarla fuori dal bar, appoggiata la muro,
chiusa solo con un piccolo lucchetto, per impedire alla ruota di scorrere, senza timore che
qualcuno la portasse via. Gli studenti universitari, in ogni caso, erano circondati da particolare simpatia e rispetto. Quando poi si sapeva
che uno era “del Collegio Ghislieri”, c’era
sempre qualche po’ di ammirazione, da parte
di tutti, in particolare delle ragazze del luogo.
Ma la vita nel Ghislieri non era tutta rose e fiori. Ad esempio, per metà delle stanze, il riscaldamento scarseggiava. Io, da matricola, ne avevo scelto una all’ultimo piano, gelida, di inverno, ma- in compenso - molto grande e affiancata da uno spazioso corridoio silenzioso.E, naturalmente, le scale si facevano a piedi. All’ultimo piano, dove stavo io, lungo il soffitto del
corridoio, quando la sera, a una certa ora, le luci venivano spente, volavano dei piccoli pipistrelli. La cosa, però, non ci impressionava.
Non vi era niente di cupo, in quel loro volo notturno, nel piccolo mondo ordinato del nostro
collegio, con il grande giardino, pieno di alberi,
che io vedevo dalla finestra-balcone. Il mattino
dopo, noi saremmo andati, allegri, nella sala di
lettura, a discutere di politica e di sport e poi
nel grande refettorio, spalancato per la colazione, spandendo odore di pane bianco fragrante
e di latte e caffé bollenti. Ci attendeva- quando
non eravamo in ritardo- un’altra chiaccherata,
sotto i portici dell’Ateneo, con i colleghi studenti e studentesse, dopo la passeggiata, nella
tranquilla mattina di Pavia, dalla piazza del
Collegio all’Università. Anche questo percorso
ho fra i ricordi che danno serenità dalla lunga
Piazza di San Pio, si entrava in una via un po’
stretta, poi si passava davanti a un bar, ove
spesso si entrava, per un caffé corretto, per togliersi di dosso i rimasugli di sonno ; e poi si
arrivava nella grande pìazza, contrassegnato
dalle alte torri di colore rosso e la Caserma Menabrea (adesso é una parte dell’Università),
con un via vai di sfollati, che ancora in parte vi
abitavano, si entrava infine sul retro del palazzo color giallo dell’Università (il cosi detto
giallo Fraccaro dal nome del Rettore che aveva
fatto riaffrescare gli antichi muri)e si arrivava
nell’ala del porticato a destra, ove c’erano le
aule di Legge. Le lezioni iniziavano alle 9.15.
6.
Non multa sed multum. Il motto si addiceva
bene, all’Università pavese, come la ricordo,
nelle facoltà di legge e scienze politiche (ma
penso anche in quelle di lettere filosofia e di
matematica e fisica), basate sul “poco ma molto buono’
Non so quanti siano, oggi, gli studenti iscritti e quelli frequentanti, a giurisprudenza. Allora gli iscritti non superavano i 30 annui e in
aula a diritto privato dal celebre professor Gorla eravamo in quattro, talora in sei. Il doppio,
al terzo anno, nel corso biennale del maestro
del diritto commerciale Mario Rotondi, ove
avevo come compagno Guido Rossi, che era
entrato al Ghislieri l’anno dopo di me e poi,
dopo aver frequentato l’Istituto di Finanza, per
addestrarsi nelle discipline economiche, optò
per la carriera universitaria nelle materie del
diritto privato su basi economiche, alla scuola
di Mario Rotondi. Questi un giurista, con
grandi interessi economici, collaborava anche
alla Rivista di Diritto Finanziario e Scienza
delle Finanze. Il volto pallido, affilato, vestito
impeccabilmente di scuro, le mani di pianista
che muoveva appena, il parlare sommesso,
aveva una logica elegante quanto implacabile.
Il diritto commerciale e soprattutto il diritto industriale, di cui era stato l’iniziatore (ho poi
avuto a Milano, come collega ed amico, il suo
allievo pavese, il ghisleriano, professor Remo
Franceschelli, che ne fu il principale studioso
sistematico), nel suo ragionare, apparivano come sequenze di sillogismi e corollari, desunti
da poche premesse. Dietro il suo impianto giuridico vi era un acuto impianto economico. Si
sentiva che aveva coltivato gli studi economici, una caratteristica che hanno, credo, i giuristi della sua scuola, che li rende particolarmente adatti a comprendere gli sviluppi delle isti-
tuzioni in rapporto all’evoluzione del capitalismo. Nel primo anno, ad insegnare economia
politica, c’era.Di Fenizio-un signore quarantacinquenne vivace, sorridente, vestito in modo sportivo, che faceva lezione camminando
a destra e a sinistra della lavagna, su cui ogni
tanto scriveva, con il gessetto, a grandi caratteri, una formula o un grafico, dichiarando, subito, con una erre tenue e un sorriso aggiuntivo
che era “elementare”. Il Dife, come lo chiama-
vamo noi studenti, era un “maestro” efficacissimo, di una chiarezza esemplare. Le cose più
complicate, come l’oligopolio e gli incroci fra
le varie forme di mercato sul lato della domanda e su quello dell’offerta, la teoria dell’equilibrio ottimale della produzione con gli isoquanti e gli isocosti, l’equilibrio economico
generale di Walras-Pareto, la macroeconomia
keynesiana (che egli per primo tratto, in Italia,
nel suo manuale), con gli equilibri e squilibri
di piena occupazione e di disoccupazione o inflazione, la propensione al consumo e il moltiplicatore, mediante le sue spiegazioni alla lavagna, con poche, formule e figure geometriche, disegnate con mano sicura, diventavano
semplici e logiche. Ricordo, che all’esame,
egli, dopo una domanda sulla concorrenza monopolistica (un’altra sugli sviluppi internazionali della scienza economica, su cui Di Fenizio
era costantemente aggiornato e ci aggiornava),
mi chiese le equazioni Walras-Pareto dell’equilibrio economico generale, che io gli
esposi con estrema facilità, terminando con
“spero di aver risposto giusto”.” Perché me lo
chiede ?”, mi domandò il professor Di Fenizio,
mentre mi dava la lode. “Perché, dissi io, mi
sembrava così facile, che forse avevo dimenticato qualcosa”. Piuttosto compiaciuto, mi
disse “in effetti non é complicato come sembra”. In realtà, il merito era del suo manuale.
La statistica ce la insegnava Libero Lenti, che
arrivava da Milano, in un’automobile, assieme
a Di Fenizio e che, nella corporatura, era alquanto più grosso di lui sicchè usciva dallo
sportello posteriore dell’auto (guidata da un
autista) per secondo. Aveva sempre un mezzo
sigaro in mano, lo fumava prima e dopo la lezione, il che dava a noi studenti un titolo aggiuntivo per fumarci, sotto i portici, la nostra
sigaretta durante gli intervalli. Parlava molto
più lentamente Di Di Fenizio e non faceva gra-
fici o figure sulla lavagna. In compenso, ci forniva molti esempi concreti in collegamento
con i gli articoli che aveva scritto o stava per
scrivere su Il Corriere della Sera e su Mondo
Economico. Questo fatto dava a noi studenti
un senso di grande importanza, perché ci introduceva, in modo diretto, spesso in anticipo
nei fatti reali della congiuntura economica e
della finanza.Bruno Leoni, insegnava, con un
rigoroso metodo positivistico, intriso di riferimenti e paradigmi economici, filosofia del diritto e, nella facoltà di scienze politiche, dottrina dello stato:questo era il vecchio nome
della materia che ora si denomina “scienza politica” e che lui stava modernizzando. Appresi
così, dal suo insegnamento, i primi elementi
della teoria delle decisioni razionali. Raccolsi,
ad uso di noi studenti, in dattiloscritto ( che redigevo con la mia Lettera 22), le sue lezioni
introduttive di Dottrina dello Stato, che ho poi
conservato in tutti i miei innumerevoli traslochi:qualche anno fa ho rilegate e mi riprometto
di pubblicarle, dato che egli a suo tempo non
lo fece (forse pensava di completarle, ma a
causa della sua morte prematura a opera di un
pazzoide la vita di questo grande studioso è
stata stroncata prima che fosse al colmo della
sua pienezza scientifica).Dopo superati i suoi
due esami; e, ancora studente, egli mi chiese
di collaborare, con recensioni, alla rivista di
scienze politiche, “Il Politico”, che aveva appena fondato nella Facoltà di scienze politiche
pavese, per rinnovare questo settore di studi.
Il professor Leoni, in seguito, divenne celebre
negli USA, ove i suoi libri sono molto noti. Lo
reincontrai, nel 1960 quando ero associate professor nel Department of Economics Università di Virginia e lui ci era venuto come visiting professor. I nostri anni pavesi, avevano
generato fra di noi, nonostante la differenza di
età e di ruoli, e anche la differenza di idee in
politica e in politica economica (lui liberale liberista puro, io liberal-socialista) una solida
amicizia, che si protrasse in seguito, quando
io divenni professore a Torino, ove lui risiedeva. Ricordo quando io e mia moglie visitammo la casa ove gli era appena nata una bambina, che si agitava nella culla: Didi Leoni, ora
invece mi sorride, dal video di canale 5, ove
presenta il notiziario politico. Mi affascinavano anche le lezioni di storia delle dottrine politiche di Vittorio Benonio Brocchieri, che, io
andavo a sentire per puro diletto, in quanto
non potevo inserirne l’esame nei corsi complementari fuori facoltà, avendoli già tutti impegnati con Dottrina dello Stato, Storia delle
Dottrine Economiche e Politica Economica.
Mi avvinceva anche la storia del diritto italiano, che veniva insegnata da Pietro Vaccari, un
professore austero, massiccio, sulla sessantina,
con una voce profonda, con cui ci guidava a
spaziare nei secoli dell’epoca longobarda
quando Pavia, con le sue cento torri, era la capitale dell’Italia e, perciò, ivi era sorto un gabinetto di studi giuridici, il preludio della futura Università, con il compito di comparare e
integrare diritto romano e germanico. Pietro
Vaccari o meglio il Vacarius, come noi lo chiamavamo, associandolo idealmente ai maestosi
professori delle Università medievali, non era
un puro giurista era in primo luogo uno storico, con interessi amplissimi. Così mi stimolò
allo studio dei contratti con cui aveva avuto
inizio, a Genova, il capitalismo, nel medioevo.
Ed io durante il secondo anno, e poi ancora in
parte nel terzo, mi immersi per molte ore pomeridiane, nella munitissima biblioteca centrale dell’Università di Pavia, ove erano conservati i preziosi manoscritti dell’epoca. E ivi,
grazie a un personale efficiente e paziente, ne
trovai e schedai parecchi di banchieri, che facevano contratti di finanziamento a operatori
marittimi, mediante accomandite, che acqui-
36 ■ CRITICAsociale
stavano e vendeva azioni della “compera salis”, una compagnia che gestiva il monopolio
del sale della Repubblica Genovese: che dai
proventi ricavava anche mezzi per pagare il
servizio dei suoi prestiti. Schedai anche contratti di acquisto di terre e fabbricati e pagamenti mediante lettere di cambio. Conservo
ancora questo materiale, che mi é servito per
capire le origini del capitalismo industriale e
finanziario, molto più degli scritti di Marx. A
Vaccari sarebbe piaciuto che io facessi la tesi
con lui sulle origini del capitalismo a Genova.
Ma io oramai ero votato alla scienza delle finanze. Le discipline collaterali mi interessavano per gli intrecci con la “mia materia”. Così
é stato anche con il professor Pietro Nuvolone,
ghisleriano, allora molto giovane, che ci insegnava, con frequenti collegamenti alla filosofia, secondo un indirizzo positivista, aperto alla sociologia, diritto penale e procedura penale. Oltre al testo generale dell’Antolisei, studiammo così due sue monografie, sui reati di
stampa e sui limiti taciti della norma penale,
che ci introducevano in due temi ancora oggi
scottanti: i diritti del giornalista alla libertà di
cronaca e di pensiero e i suoi obblighi deontologici, sottilmente confliggenti, di non ledere
l’onorabilità altrui, esondando dal diritto di
cronaca; il limite agli obblighi dei funzionari
e dei militari ad obbedire alle leggi e agli ordini ricevuti, quando violassero, come era accaduto negli anni della guerra, norme etiche
condivise. Con lui elaborai uno studio, che
portai poi alla laurea, come “tesina” sul reato
di oltraggio all’incaricato di pubblico servizio,
in cui cercavo di definire che cosa si potesse
intendere per “pubblico servizio”. Nuvolone
era stato allievo di Griziotti, il mio maestro
nella scienza delle finanze e collaborava alla
Rivista di Diritto Finanziario e Scienza delle
Finanze, per il diritto penale tributario. Un altro professore ghisleriano, collegato a Griziotti, con cui lavorai fruttuosamente fu Rodolofo
De Nova, acutissimo docente di diritto internazionale..Mi interessava il fatto che si potessero tracciare, anche fra stati sovrani, delle regole per attivarne la cooperazione nelle relazioni finanziarie, , in un mondo che era appena
uscito da grandi conflitti e in cui stavano emergendo i prime abbozzi di unità europea. Con
De Nova feci una ricerca sulla “tutela internazionale delle pretese tributarie” di uno stato,
in uno stato estero, che divenne la seconda tesina, per la mia laurea, che discussi in scienza
delle Finanze, nell’estate del 1951, con Griziotti, sul principio del beneficio, le rendite fiscali e i tributi speciali, di cui ampie parti sono
state successivamente pubblicate, in u a rielaborazione, in questa Rivista, con il titolo Teoria dei tributi speciali.
7.
L’Università di Pavia non era solo un luogo
ove si imparavano alcune materie, fra loro separate, era un luogo ove ci si apriva la mente,
con lo studio interdisciplinare, con docenti fervidi, di diverse generazioni, usciti dai Collegi
universitari pavesi o con essi profondamente
legati. Docenti che si prendevano cura dei loro
studenti, li indirizzavano nei loro interessi particolari, discutevano con loro, senza formalità,
spesso sotto i portici, a volte anche al Caffé
Demetrio, talora nelle conferenze che facevano
al Ghislieri e al Borromeo. Un esempio tipico
della fertilità di questo ambiente è la vicenda
di Franco Tatò, entrato in Ghislieri nel ’50,
quanto io iniziavo il quarto anno; dopo vari
successi scolastici si laureò nel ’54 in filosofia
con Enzo Paci, su Max Weber e il linguaggio
della storiografia, ebbe due borse di studio in
Germania ed una negli USA, poi fu accolto da
1-2 / 2011
Adriano Olivetti nella sua società di Ivrea, come già Giancarlo Buzzi. Il re delle macchine
da scrivere assumeva ghisleriani con avidità,
specie se laureati in filosofia, convinti che fossero utili a dar sprint alla sua impresa. L’ambiente pavese ha dato a Tatò una formazione
che gli ha permesso di diventare uno dei maggiori manager dell’Italia di fine ‘900, allo svolta nel nuovo secolo: giungendo al vertice prima dell’Olivetti, poi della Mondadori, indi dell’Enel. Io invece, grazie al Collegio e all’Università di Pavia, ebbi prima tre borse di alcuni
mesi in Austria e Germania, poi, dopo la laurea, una semestrale alle Università di Zurigo e
di Berna. Negli USA ci andai nel ’59 con un
posto di “distinguished postdoctoral fellow “,
istituito presso il Department of Economics
dell’Università di Virginia da una ricca vedova
americana. Mi ci chiamò il capo del Dipartimento James Buchanan, ora premio Nobel, che
aveva studiato l’italiano durante il suo dottorato di economia a Chicago, apprezzava la
scuola economica italiana di scienza delle finanze, su cui stava scrivendo una elaborata
monografia, che è alla radice della sua teoria
di Public Choice ed era stato in visita, per le
sue ricerche, come “tappa obbligata” all’Uni-
l’Italia, oltre che la scienza delle finanze. La
scuola di Benvenuto Griziotti non fu solo una
fucina di studiosi, fu anche, forse in primo luogo, una scuola di etica dell’impegno civile :
egli riteneva che il sapere dovesse essere messo al servizio della società, del buon governo,
del progresso nazionale e mondiale. E la sua
impostazione metodologica, rivolta a combinare economia, politica, diritto e tecniche operative nel campo della finanza pubblica traeva,
in primo luogo, la sua ragion d’essere dall’obbiettivo di penetrare, in questo modo, a fondo
nei dati della realtà e concorrere a migliorarne
le istituzioni e le decisioni pubbliche. Questo
impegno Griziotti seppe trasmetterlo a numerosi suoi allievi, fra i quali spiccano grandi figure :ho già ricordato il ghisleriano Ezio Vanoni, la cui grande statura morale oltreché
scientifica non ha bisogno di sottolineature.
Basterebbe, a testimoniare il suo senso di missione, al servizio del Paese, il modo come egli
ha sacrificato la sua vita, per il rigore e l’equità
del bilancio, recandosi al Senato, per il voto
sulla sua legge finanziaria, contro l’avviso del
medico, che aveva consigliato giorni di riposo,
per il suo cuore. Il bilancio fu approvato, come
lui chiedeva, mentre il suo cuore cedeva allo
agile e multiforme dei fatti economico-finanziari che alle alte teorie), fu parlamentare per
innumerevoli legislature, e insegnò, assiduamente, la scienza delle finanze all’Università
di Pisa, poi in quella di Roma, alla Facoltà di
Statistica, producendo un Manuale universitario di Scienza delle Finanze e vari contributi a
questa disciplina. Lavorò sino alla morte prematura nel 1973 (la prigionia di cui narra nel
bel libro Fra la cattedra e il bugliolo, ne aveva
logorato la sua fibra) sempre con grande impegno, lucidità di pensiero e nobiltà di scelte
di vita.Uomo di grande generosità, l’incedere,
un po’ curvo, segnato dagli anni di carcere, il
viso sereno, la folta capigliatura canuta ben ordinata, il parlare pacato, lo ricordo, in particolare, in una commissione di libera docenza, in
cui ci trovammo colleghi esaminatori, negli anni ‘60: dopo una pessima lezione, fatta da un
candidato, venuto dalla Sicilia, quando questi
stava per esser bocciato, io feci notare che forse era stanco del viaggio ed emozionato, perché i suoi ascoltatori non erano studenti, ma
professori importanti. Pesenti, allora, perorò
così a fondo la causa del timido candidato, che
decidemmo, sia pure solo a maggioranza, di
promuoverlo. Un altro importante allievo di
Griziotti fu il ghisleriano professor Gian Antonio Micheli, un fine giurista, con interessi
scientifici a cavallo fra la procedura civile e il
diritto finanziario, che dopo essere stato assistente di Griziotti nell’Istituto di Finanza, divenne professore di procedura civile, ma nella
sua maturità, tornò alle origini, ricoprendo, a
Roma, alla Sapienza, la prima, prestigiosa cattedra di diritto tributario alla Facoltà di Giurisprudenza: due dei Ministri delle Finanze degli
anni più recenti, Franco Gallo e Augusto Fantozzi sono suoi allievi...nipotini della scuola
pavese di Griziotti e un terzo Giulio Tremonti,
fu suo discepolo, tramite una borsa di studio
dell’Istituto di Finanza dell’Università di Pavia, in cui si stava specializzando. Contando
assieme a Vanoni e Pesenti, anche me e il mio
allievo Franco Reviglio ora professore a Torino, alla Facoltà di Economia, sono sette i Ministri delle Finanze, docenti di finanza pubblica, che, dal 1944, direttamente o indirettamente sono sbocciati dalla scuola griziottiana.
9.
versità di Pavia nel ’55.Io gli feci da guida e
scoprimmo di avere scritto entrambi, l’uno a
insaputa dell’altro, su riviste diverse, saggi
molto simili sulla possibilità di configurare la
tassazione automobilistica in rappprto al beneficio dell’uso delle strade. Pavia. Fu per me,
così, una Cambridge Italiana, meno snob, ma
altrettanto raccolta, intrisa di senso empirico
lombardo, ma alta, nella teoria, come nelle sue
torri: il cui colore rosso, che si ergeva verso il
cielo, era per me il simbolo di quel sapere.
8.
Il mio principale interesse, a Pavia, sin dal
secondo anno, fu, come ho detto, per l’Istituto
di Finanza, diretto dal professor Griziotti e sostenuto, in modo efficaceze, con le risorse aggiuntive della Camera di Commercio. L’Istituto di Finanza di Griziotti, che tutt’ora ha un posto di grande rilievo nell’ateneo pavese e nella
cultura economica italiana, é un centro di pensiero e di formazione civile, cui deve molto
sforzo del suo discorso, volto a illustrarlo.. Ma
bisogna aggiungere il borromaico Antonio Pesenti. Nel 1935, quando aveva pubblicato già
saggi importanti di scienza delle finanze e di
diritto finanziario, Pesenti venne condannato
dal Tribunale Speciale a 24 anni di carcere, per
la sua attività di propaganda contro la guerra
in Etiopia, svolta Parigi- ove stava studiando.
Dalla fede repubblicana, nella prigionia durata
sino al 1943, quando cadde il regime fascista,
passò a quella comunista. Ministro delle Finanze nel governo Bonomi, nel 44-45 successivamente diede notevoli contributi ai lavori della
Costituente in materia economica, fondò la rivista Critica Economica, che sotto la sua guida
elaborò gli indirizzi economici del PCI, secondo una linea moderna, che arricchitasi di nuove
leve intellettuali, ha consentito a questo partito
di qualificarsi come forza di governo dotata di
una cultura economica capace di comprendere
la realtà contemporanea e le sue istituzioni.Pesenti (che Griziotti con me, affettuosamente,
chiamava “il pesentino”, forse per delinearne
la duttilità del pensiero, più portato alla analisi
Griziotti, con il suo esempio, nell’Istituto di
Finanza pavese insegnava anche come si “fa
scuola”, nella scienza. Così, Sergio Steve, asssistente di Griziotti a Pavia, poi professor a
Venezia, indi a Milano e, in seguito, per molti
anni a Roma alla Sapienza (ove dal 1986 gli
sono succeduto) ha dato luogo, a sua volta, a
una scuola numerosa di studiosi di elevata
qualità ed impegno. Pur con le differenze di
impostazione, questo Maestro ha ripreso da
Griziotti il metodo di collegare teoria economica e dati istituzionali e fattori politici, che
la scuola macroeconomica cosidetta keynesiana -(Steve ha spiegato molto bene che il pensiero genuino di Keynes non era quello poi stilizzato dai keynesiani)- aveva quasi distrutto,
con un danno che ancora noi, nell’Europa continentale sopportiamo. Molte delle considerazioni che Steve ha elaborato nel corso degli ultimi decenni sono estremamente attuali per la
revisione della politica fiscale dei paesi europei al fine di stimolarne la crescita e l’occupazione. A Pavia ci si preparava, all’Istituto di
Finanza, ad essere economisti capaci di amministrare, nelle istituizioni. Fra i più giovani allievi di Griziotti, che sono emersi in questo
campo, una menzione spetta a Mario Sarcinelli, che collaborava con me all’Istituto di Finanza, sotto la guida grizziottiana, nella redazione
della Rivista di Diritto Finanziario e Scienza
CRITICAsociale ■ 37
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delle Finanze, che Griziotti aveva fondato e dirigeva, con scrupolo tenace. Sarcinelli, poi, si
laureò con Parravicini succeduto a Griziotti,
suo allievo dal 1933, anche lui Ghisleriano e
subito il pavese Paolo Baffi lo prese con sé
all’Ufficio Studi della Banca di Italia. Da lì,
Sarcinelli ha spiccato il volo per prestigiosi incarichi in istituzioni bancarie nazionali e internazionali. Marco Vitale, ghisleriano, venuto
poco dopo all’Istituto di Finanza, é diventato
uno dei maggiori esperti italiani nella finanza
privata, ma spesso ricopre incarichi difficili
nelle pubbliche amministrazioni ed é fra i fondatori dell’Università Carlo Cattaneo di Castellanza La scuola di Griziotti era una garanzia, un viatico di carriere brillanti, negli uffici
studi, nelle pubbliche amministrazioni, nell’Università in Italia e all’estero. Sarebbe però
riduttivo non menzionare anche il grande prestigio che godevano l’Università di Pavia e il
Ghislieri., in Italia e a livello internazionale e
di cui ho fatto poco sopra cenno, menzionando
James Buchanan..
studenti dell’Ateneo pavese, di cui ero diventato il capo, avendo vinto alla guida dell’Unione Goliardica.(il cui segretario nazionale era
Marco Pannella, che noi criticavamo perché
troppo politicizzato, ma alla fine seguivamo)
le contese elettorali con la Fuci. Lasciai il “testimone” a Saverio Venosta, mio compagno al
Liceo Piazzi di Sondrio, che era allora al collegio Borromeo, come laureando in legge ed
era il mio braccio destro nell’organismo studentesco. Saverio, di poche parole, era un ec-
al pianoforte, si esibiva in pezzi di opera lirica.
Oppure andavamo al Cinema d’essai, che, con
un gruppo di amici, avevamo fondato e in cui
si proiettavano film dell’epoca del muto e sonori degli anni prebellici. I miei redditi erano
buoni, perché accanto allo stipendio avevo anche un fisso mensile, come redattore capo della Rivista diretta dal professor Griziotti. Migliorarono quando cominciai ad avere proventi
di scritti vari, come quelli su “Automobilismo
Industriale”, in cui pubblicai alcuni saggi bre-
cellente organizzatore e godeva fra gli studenti
una grande popolarità, per la capacità gestionale che metteva nelle iniziative a noi affidate
dal rettore Fraccaro, come la mensa e la casa
dello studente, ove avevamo organizzato, con
scandalo della Fuci, ballo serali. Nell’ultima
tornata elettorale in cui ci presentammo, io dimissionario dal presidente, con lui designato
al mio posto, prese molti più voti personali di
me e fece guadagnare alla nostra lista nuovo
seguito. Saverio, che era per carattere molto
modesto, disse a tutti che il successo era mio
merito. In seguito è stato sindaco di Sondrio,
poteva avere una carriera politica importante,
ma è morto precocemente.
vi, tratti dalla mia tesi di laurea sul principio
del beneficio nella tassazione, riguardanti
l’impiego dei tributi automobilistici per il finanziamento delle strade. Grazie a questi scritti e ad altri, più complessi, pubblicati sulla Rivista, su questi stessi temi, nel 1953 risposi a
un bando dell’ENI, appena fondato, che cercava consulenti economici nel settore petrolifero.. Il mio ardimento fu premiato, fra le referenze avevo indicato anche Griziotti e Vanoni. Enrico Mattei mi prese, a tempo parziale,
con obbligo limitato di recarmi a Roma, senza
vincolo di tempi e di orario, in cambio di una
ottima retribuzione. Cambiai la mia moto Gilera con una Topolino C di seconda mano e divenni, dal mio punto di vista, abbiente. Così
presi ad andare, per i miei pasti, alla Croce
Bianca, il miglior albergo ristorante di Pavia,
di proprietà del commendator Sozzani, un
grande albergatore che, per i menù, aveva
creato gustosi incroci fra la cucina pavese e
quella della Valtellina, grazie al fatto che un
figlio e un nipote erano albergatori in Provincia di Sondrio.. Credo che il celebre Vissani,
in confronto lui, risulterebbe come un nano
della gastronomia.
10.
In questo ambiente iniziai, nel luglio 1951,
dopo la tesi di laurea con Griziotti, sul principio del beneficio e i tributi speciali e la nomina, pochi mesi dopo, ad asssistente ordinario
nell’Istituto di Finanza, la mia carriera nell’ateneo pavese. Frequentavo, allora, Francesco Alberoni, allievo del Cairoli (il terzo collegio Universitario per studenti di merito distinto, da poco fondato per l’impegno del Rettore Plinio Fraccaro), che si stava perfezionando con padre Gemelli, a Milano, alla Cattolica
in psicologia e Alberto Arabasino, assistente
di diritto internazionale, che dopo qualche
tempo avrebbe lasciato studi in cui già si era
distinto, per dedicarsi interamente alla sua vocazione letteraria. Conobbi anche Carlo Maria
Cipolla, assistente di storia economica, che in
seguito diventò professore di questa materia
all’Università di California a Berkeley.
Un altro mio collega era Virginio Rognoni,
detto Gingio, ghisleriano, assistente di procedura civile. Divenne, in seguito, una delle
principali figure politiche italiane.Da Leoni,
c’era Mario Albertini, che teorizzava il federalismo e creò l’Unione federalista italiana.
Divenne, poi, professore di filosofia della politica nella nostra Università.Le sue teorie influenzarono il movimento italiano verso il federalismo, compresa la Lega di Umberto Bossi, nel periodo iniziale. Ma le idee di Albertini
sono sopratutto importanti, per le basi teoriche
dell’Unione economica e monetaria europea.
I suoi saggi nel libro “Il Federalismo” che pubblicò, presso le edizioni del Mulino, venti anni
fa, rimangono fondamentali per capire i problemi di fondo dell’Europa di Maastricht. A filosofia del diritto c’erano due ghileriani: Giacomo Gavazzi e Amedeo Conte, con i quali discutevo di logica simbolica e di teoria degli insieme applicate alle scienze sociali. Da Di Fenizio, ad economia politica, avevo come collega il borromaico Mario Talamona, ora professore a Milano e vicepresidente della Cariplo, con cui si discuteva dei cicli economici,
su cui stava lavorando.Con Alberto Ferrari, un
altro ghisleriano, assistente di diritto commerciale, che poi fece carriera nella Montecatini e
nella Farmitalia Carlo Erba della Montedison,
facevamo lunghe gite in bicicletta nell’Oltrepo. Dai bordi della strada, nei campi, si vedevano mondariso, che cantavano. Alcune ci salutavano agitando le mani, mentre continuavano a cantare “lo sai che i papaveri sono alti, alti... e tu sei piccolina”.
Negli anni dell’Università di ero molto impegnato nell’Organismo rappresentativo degli
11.
Nel mio primo anno di assistente ebbi diritto
all’alloggio gratuito al Ghisilieri, grazie a una
borsa di perfezionamento. L’anno dopo trovai
un’abitazione in Via Garibaldi, presso una anziana signora, ex infermiera del Policlinico
San Matteo, che affittava tre camere, di quel
suo appartamento. Gli altri due ospiti erano un
anziano farmacista a riposo, con cui facevo, la
sera tranquille camminate per le antiche strade
di Pavia sino al ponte Vecchio sul Ticino o a
San Pietro in Ciel d’oro e una giovane straniera, che praticava ginnastica artistica, al suono
di un disco e credo insegnasse questa nuova
disciplina in qualche scuola privata d’avanguardia. Quella musica cadenzata, continuamente ripetuta m’ossessionava, disturbando la
mia concentrazione, mentre con la piccola Olivetti, battevo a macchina i miei primi saggi per
Riviste importanti.Ma l’affitto era basso e il
luogo molto conveniente, perché la mia stanza, provvista di proprio bagno, dava direttamente sul cortile, con un ingresso autonomo.
La sera, con amici pavesi, andavamo al Regisole, un antico, grande bar, in piazza del Broletto ove una matura cantante, accompagnata
12.
Frattanto, a Pavia, a sostituire come docente
di scienza delle finanze, Griziotti andato fuori
ruolo( rimaneva però a dirigere l’Istituto di Finanza), venne, dall’Ufficio Studi della Banca
di Italia, il suo allievo Giannino Parravicini,
che era stato alunno del Ghislieri nei primi anni ‘30 e si era poi specializzato a Parigi in economia della moneta e del credito, condividendo con Pesenti, nel ‘34, la stessa pensioncina.
Con Parravicini facevamo lunghe discussioni,
sulle ultime tendenze della nostra disciplina e
sul sistema finanziario italiano. La sua famiglia viveva a Roma, ove si era installato quando lavorava all’Ufficio Studi della Banca di
Italia, e faceva la spola con Pavia. Noi due ed
Emilio Gerelli, che ha poi diretto l’Istituto di
Finanza di Pavia, per lunghi anni, vincemmo
nel 1961 il concorso di cattedra. Parravicini si
insediò come ordinario a Pavia, io fui chiamato a Torino da Einaudi, Gerelli andò a Venezia
ove avevano insegnato Vanoni e poi Steve sulla prestigiosa cattedra di scienza delle finanze.
Alla statale di Milano, al posto di Vanoni, che
io avevo ricoperto transitoriamente, dal 195455, prima come supplente, poi, per breve tempo, come incaricato, c’era dal 1956-57, Sergio
Steve. Questi nel 1964 passò a Roma. Così
Parravicini gli successe alla Statale di Milano,.e Gerelli giunse a Pavia. Poi Parravicini
ebbe la cattedra a Firenze, indi nella Facoltà
di Economia di Roma, ove tornò all’economia
monetaria e creditizia, con cui aveva iniziato
le sue ricerche. Teoricamente, nonostante la
differenza di età, Parravicini ed io eravamo rivali, per una futura cattedra universitaria, perché lui era tornato alla carriera degli studi solo
da pochi anni e aveva passato un lungo periodo alle armi, come ufficiale. Ma Parravicini si
comportava con me come un fratello maggiore. E mi portò con sé, alla fine del ‘53, al Ministero delle Finanze, ove dirigeva l’Ufficio
Studi per il Ministro socialdemocratico Roberto Tremelloni. Così collaborai con lui al libro
bianco sul Sistema Tributario Italiano, al quale
per altro diedi un contributo minore: dovevo
lavorare anche per l’ENi, che mi aveva prestato parzialmente al Ministro Tremelloni e, comunque, attendere ai miei doveri universitari
a Pavia e alle mie ricerche. Mentre scrivevo,
per Moneta e Credito, la rivista della BNL, diretta dal ghisleriano, allievo di Griziottti, Luigi
Ceriani, due lunghi saggi sulla tassazione delle
società, che poi raccolsi in un volumetto, Vanoni mi nominò, nel ’54, come ho eccennato,
suo supplente alla cattedra di scienza delle finanze alla statale di Milano.
13.
Presi alloggio nella capitale lombarda, ma
con la Topolino facevo la spola con Pavia, ove
Griziotti mi attendeva, per la Rivista ed ove
avevo tutti gli amici. Nel febbraio 1956 Vanoni
morì. Anche Griziotti, poco tempo dopo, ci lasciò. Io ero senza i miei Maestri, ma con l’appoggio di Steve ebbi dal 1966-67l’incarico di
scienza delle finanze ed economia e statistica
(tre materie) a Urbino. L’anno dopo per economia, chiesi che venisse dato l’incarico a Beniamino Andreatta, mio giovane amico, dai tempi
della Cattolica, ove avevo fatto 54-56)i corsi serali di scienza delle finanze. Tenni per me la statistica, che, come ora, mi ha sempre affascinato,
in quanto permette di quantificare i fatti e le
qualità apparentemente meno P suscettibili di
misura. Parravicini mi consentiva di assentarmi
da Pavia, più di quel che, a regola, dovessi, come assistente ordinario. Io cercavo di ripagarlo,
dando alla Rivista- per cui lavoravo ovunque
avessi un po’ di tempo- il massimo dell’impegno, in modo che, anche dopo la scomparsa del
Maestro, campeggiasse negli studi della finanza
pubblica.. Operava, fra noi due, quell’amicizia
discreta e quella fiducia fra compagni di collegio, sia pure di epoche diverse, che solo chi é
stato al Ghislieri. può capire. E fu così anche
con Franco Volpi, anche lui del Ghislieri, che ci
aiutava nell’Istituto di Finanza. Io curavo i suoi
scritti scientifici, assieme a Parravicini, lo guidavamo nella carriera universitaria, intanto per
succedermi, come assistente ordinario a Pavia,
appena io fosse stato sistemato altrove, poi per
gli ulteriori sviluppi..E così accadde, Franco divenne docente della nostra materia, e, un gradino dopo l’altro, succedendo a Parravicini, ebbe la cattedra a Firenze, in cui dopo aver dato
38 ■ CRITICAsociale
vita a una nuova scuola di finanza pubblica ora
insegna, invece, economia dello sviluppo economico. E’ caratteristica degli studiosi usciti
dalla scuola grizziottiana di non focalizzarsi solo su una materia, ma di “spaziare “ : del resto
il Ghislieri ci stimolava a ciò, creando continue
occasioni di contatto interdisciplinare.
14.
Il professor Benvenuto Griziotti era un signore di alta statura, asciutto, atletico, con una
elegante chioma bianca sul volto fiero, allungato, con un profilo di uomo assorto negli studi
in cui i grandi occhi chiari si muovevano poco,
quasi fermi in un pensiero lontano.Un gigante
buono, così mi apparve la sua figura austera,
quando, io matricola, lo vidi per la prima volta,
mentre usciva da una lezione, nell’aule a fianco della presidenza, sotto il porticato e e si avviava al suo celebre Istituto al secondo piano.
Vestito di scuro, con un doppio petto, i pantaloni con una riga impeccabile, il gilet dello
stesso tessuto, con l’orologio a catena., la camicia bianca, con le punte sempre ben piegate,
cravatta scura, con un nodo elegante, un po
molle, che suscitava invidia per la sua perfezione, mi sembrava la figura mancante del
“Quarto stato” di Pelizza da Volpedo: quella,
cioé, che io mi figuravo, del saggio che, motivato da amore per “l’Italia e gli italiani” all’inizio del secolo, si era assunto il compito di dare
ascolto alle esigenze del popolo dei contadini
e degli operai, promuovendo nuove scuole, favorendo lo sviluppo delle leghe operaie, delle
cooperative e delle Banche popolari. Questa,
in effetti, era un po’ la storia di Griziotti e dei
suoi familiari.. Suo padre, Antonio, era stato
con Garibaldi nelle battaglie della terza guerra
di indipendenza. Il fratello maggiore di questi,
Giacomo, garibaldino di più antica data, aveva
combattuto con Manin a Venezia, poi nella seconda guerra di indipendenza e nei “mille”.
Una famiglia che, a parte il servizio patriottico,
era dedita, per lo più all’avvocatura. Il fratello
maggiore di Benvenuto, l’avvocato Brunetto
aveva avuto un ruolo nel difendere i socialisti
coinvolti nei moti di Milano repressi dal Bava
Beccaris, poi era stato fra i fondatori dell’Azienda Elettrica Municipale di Milano, ai
primordi del secolo. Di tutto ciò appresi direttamente dalle sue rievocazioni, quando, nei
primi anni ’50, con una vecchia Balilla, con altoparlante, lo accompagnai nel pavese, nella
campagna elettorale per il Senato, in cui egli –
vecchia gloria riformista – correva per il Partito Socialdemocratico. Una piccola folla ci si
avvicinava, quando arrivavamo, nelle piazze,
con l’auto coperta di manifesti. Poi, quando
Brunetto, che aveva ottenuto i primi applausi
dagli anziani, cominciava a rievocare le sue
battaglie politiche dell’inizio del novecento,
era un mezzo disastro. Man mano la piazza si
spopolava, mentre lui continuava a rievocare.
Allora la socialdemocrazia non era di moda,
Brunetto non fu eletto. Il comune di Milano,
però, per riconoscenza della sua opera nella vita municipale, gli ha intitolato una piazza, vicino a Via Larga, ove egli abitava.
15
Benvenuto Griziotti è generalmente ricordato come un austero studioso. Ma la sua figura
era più complessa. Da giovane era stato campione di scherma, aveva vinto trofei e coppe a
Pavia, a Milano e nelle gare nazionali. Il mio
amico Gianni Brera, di pura razza pavese, che
si era laureato a Pavia in Scienze politiche, ed
aveva avuto Griziottti come docente, sarebbe
felice di sapere che quando il Maestro morì
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(accadde purtroppo, per un tumore cerebrale,
quando era ancora nel pieno della sua attività),
sul carro funebre, accanto alle corone di Università e accademie, vi era anche quella dell’Associazione Calcio Pavia, che ricordava
una delle sue glorie: il terzino Benvenuto Griziotti. Piaceva molto al mio Maestro che io andassi al Ticino, ogni volta che mi fosse possibile.. Ignorava, però, che io ci andavo, per remare, non per nuotare, lo sport che lui più tenacemente sponsorizzava, con tutti coloro che
avesse vicino. Aveva anche creato una piccola
scuola di nuoto, al Ticino, per i più piccoli.
Da assistente. lo accompagnavo, ogni giorno, dall’Università alla sua casa in Piazza Garavaglia. Era la pausa dedicata ai ricordi personali.Così mi raccontò di Luigi e Giovanni
Montemartini, i due fratelli che avevano sposato le sue due sorelle. Il minore, Luigi, che si
era accasato con la sorella più giovane, era stato professore di botanica poi onorevole socialista sino al delitto Matteotti, e all’apice della
carriera universitaria era tornato a Pavia come
cattedratico e direttore dell’Orto botanico annesso alla Facoltà di Scienze, viveva ancora a
pianterreno, nella casa di Piazza Garavaglia.
Il maggiore, Giovanni, che aveva sposato Aurora, la sorella più anziana, aveva avuto una
storia molto più lunga da raccontare. Docente
di economia politica all’Università pavese,
ove Benvenuto da studente, lo aveva conosciuto, aveva dato inizio al movimento cooperativo, in agricoltura. Aveva poi promosso le imprese municipalizzate e scritto un celebre libro
nuovo Istituto. La nuova sede fu poi inaugurato da Mussolini, con Lubin, nella villa sul
Pincio, da lui donata, che tutt’ora porta il nome
del milionario (in dollari) polacco-americano.
L’Istituto si è successivamente trasformato
nella FAO: che in omaggio a ciò ha conservato
a Roma, la sede primncipale. La storia di Giovanni Montemartini, nei racconti che man mano mi faceva Griziotti, si intrecciava con quella del fratello prendeva forma di apologo. Nell’Oltrepo’ vi erano, nei primi del novecento,
anni in cui i contadini se la passavano male,
perché, per il tempo avverso, il raccolto delle
uve era scarso e scadente, ma in altri anni, in
cui questo raccolto si preannunciava come sovra abbondante, le cose potevano andare persino peggio. Arrivavano, allora, da lontano, la
sera tardi, i n carrozze con le tendine abbassate, dei signori vestiti di scuro, che andavano,
non visti, ad alloggiare nell’Albergo principale
del paese e mandavano emissari, che spargevano la voce che i prezzi stavano scendendo,
perché i compratori forestieri erano andati altrove, I contadini, temendo che il prezzo potesse crollare o che la grandine sopravvenisse,
negli ultimi giorni, vendevano ai sensali le uve
dai filari, per “un boccone di pane”. Luigi
Montemartini aveva riflettuto su ciò e aveva
promosso le prime cooperative di lavorazione,
fra viticoltori, denominate “cantine sociali”.
Quando, nei giorni festivi, venivo invitato a
pranzo dal professore, a casa sua, egli, con orgoglio, mi mostrava il vino della Cantina Sociale di Santa Maria della Versa, fondata da
sulla Municipalizzazione dei pubblici servizi
in cui tracciava anche la teoria dell’imprenditore politico. Era così sorta la AEM. In seguito, divenuto direttore generale del Ministero
dell’Industria e agricoltura, a Roma aveva sviluppato gli studi sui cicli agricoli. Il signor Lubin, un emigrato polacco, di umile origine, che
aveva fatto fortuna negli Stati Uniti, con il
commercio agrario, avuto sentore di questi
studi, si era recato a Roma, proponendogli di
creare, con il suo finanziamento, un Istituto Internazionale, con il compito di occuparsi dei
problemi dell’agricoltura mondiale. Negli anni
10 sorse così l’Isituto in cui anche il professor
Griziotti aveva lavorato. Montemartini nel dopo oguerra diventava assessore della prima
giunta di centro sinistra del comune di Roma,
guidata dal Nathan e dava vita alle aziende
municipalizzate romane: ma poco dopo, stroncato dall’eccesso di impegni, moriva, nel
1921, lasciando incompleto lo aviluppo del
Giovanni Montemartini. Il pranzo curato dalla
signora Jenny Griziotti Kretschamn, moglie di
Benvenuto, era servito con molta eleganza, ma
era anche assai sostanzioso, spesso c’erano gli
agnolotti con sugo di carne, seguiti da zampone con patate arrosto e lenticchie. Con la signora Jenny avevo sostenuto i due esami di
politica economica e storia delle dottrine economiche, materie che essa insegnava con una
metodologia “istituzionalista” a me non molto
congeniale. Molto bella, anche in età avanzata,
bravissima pianista, grande nuotatrice, di corporatura atletica, era originaria della Russia,
ove era nata nel 1884 (lo stesso anno di Benvenuto) da una famiglia aristocratica; Benvenuto la aveva conosciuta a Berlino, ove era,
dal celebre professor Adolf Wagner, a perfezionarsi nella scienza delle finanze;la aveva
reincontrata a Ginevra, ove, successivamente,
si era recato, alla scuola di Wilfredo Pareto.
Presto si sposarono. Però Jenny, prima del ma-
trimonio volle laurearsi, a Roma, in economia,
con Maffeo Pantaleoni, il maggiore degli economisti italiani dell’epoca, da cui anche Benvenuto, si recava, di tanto in tanto, per consigli
di studio. A proposito di Pantaleoni, Griziotti
mi raccontò un’altra “parabola”. Loro due,
camminavano per strada(presumo a Roma) come noi due, ( nel Corso di Pavia). Griziotti disse al grande economista che intendeva misurare la pressione tributaria del sistema fiscale,
in Italia. Maffeo si fermò di colpo, estrasse dal
gilet di Benvenuto l’orologio e vi alitò sopra,
poi disse “ misuri il vapore acqueo sul vetro di
questo orologio”. Anche Griziotti, mentre me
lo raccontava, si fermò; mi prese il polso, a cui
tenevo, il mio orologio di ordinario metallo e
fece il gesto di alitargli sul vetro. L’apologo
mi sovviene ogni volta che sento di studi econometrici con cui si cercano di quantificare effetti economici ad ampio raggio immisurabili.
16
L’Istituto di Finanza di Pavia, diventato Dipartimento di Economia Pubblica e Territoriale
opera per le Facolta di Giurisprudenza e Scienze Politiche e per la Facolta di Economia istituita nel 1964. E’ un centro di studi vivo e vitale. Vi ha sede la Rivista fondata da Griziotti,
diretta da Emilio Gerelli e Giulio Tremonti,
professore di diritto tributario( valtellinese, anche lui, per un periodo Ministro delle Finanze,
allievo dell’ateneo pavese, ove è stato alunno
del Collegio Fraccaro, l’ultimo nato). Luigi
Bernardi, Professore di Scienza delle Finanze
a Giurisprudenza, figlio del mio rettore Aurelio, pubblica ogni anno un denso volume di ricerche sullo stato della finanza pubblica italiana con un gruppo scelto di collaboratori, di varie istituzioni. Un altro professore di scienza
delle finanze pavese, titolare nella Facolta’ di
Economia, Alberto Majocchi porta avanti gli
studi sul federalismo iniziati da Mario Albertini. Ci sono molti altri noti studiosi di finanza
pubblica, come Italo Magnani, che ha la cattedra di Economia di politica alla Facolta’ di
Giurisprudenza, Franco Osculati, ordinario di
scienza delle finanze alla Facolta’ di Scienze
Politiche, e, Angela Fraschini, Michele Bernasconi (figlio di un mio compagno di collegio),
fra i non cattedratici Anna Marenzi. Giuseppe
Ghessi, che è redattore capo della Rivista e’ anche il segretario la Società Italiana di Economia Pubblica. Questa ha sede nel Dipartimento
e ogni anno tiene, a Pavia, il suo convegno di
studi, raccogliendo in volume i saggi sul tema
centrale della riunione. Dal 1998 al 2000 ne sono stato Presidente e il convegno si svolge al
Ghislieri. Ci vengono sempre più studiosi,
dall’Italia e dall’estero, soprattutto giovani, che
volentieri pagano le quote della nostra associazione, che si autofinanzia.. Oramai io sono
l’anziano. Ma quando esco dal Collegio e faccio la strada acciottolata della Piazza di San
Pio, camminando sulla striscia lastricata, passo
per la via stretta che porta nella piazza delle
torri rosse e giungo sotto i portici dell’Università, mi sento come 50 anni fa. s
Francesco Forte
Il presente scritto, con alcune varianti, è
comparso con il titolo Sotto i Portici dell’Università di Pavia. Ricordi del Collegio Ghislieri
e di Pavia, prima come fascicolo a sé stante,
edito dalla Banca Popolare di Sondrio, nel
settembre 1999, poi, arricchito di molte preziose fotografie, come articolo con lo stesso titolo, nel Notiziario della Banca Popolare di
Sondrio n.81, del dicembre 1999: che nonostante l’understatement del titolo è una bellissima rivista periodica.
40 ■ CRITICAsociale
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■ L’EDITORIALE NELL’ULTIMO NUMERO DI CUORE E CRITICA CON CUI FILIPPO TURATI ANNUNCIÒ IL 21 DICEMBRE 1890 LA SUA DIREZIONE
C
ol prossimo numero Arcangelo
Ghisleri commette alle mie mani la compilazione di questo periodico, ch’egli creò e sostenne e riscaldò con
tanto e cosi esperto amore per ormai quattro
anni, e che ora — sopraffatto da altri impegni
assorbenti — non gli pare di poter piti curare
con la stessa assiduità di zelo. Egli pensa altresì che il viaggio di questo suo figliuolo —
uscito ormai d’adolescenza — da Bergamo a
Milano, debba vieppiù rinvigorirgli i polmoni
e le gambe; e la vita intensa d’una capitale accelerargli il polso e stimolargli il pensiero.
Nulla adunque di sovversivo nelle alcune
modificazioni che furono annunciate e delle
quali s’è tolto ad occasione il trasferimento di
sede. A una certa età non v’è figliuolo affettuoso che non dissimuli un po’ il suo lato sentimentale, per effetto d’uno spirito critico più
sviluppato. Questo è avvenuto già da tempo a
Cuore e Critica, che oggi è conosciuto generalmente come un periodico — l’unico in Italia — di sociologia radicale; anzi, perché tale
si annunciava fin dalla nascita, anche allora fra
collaboratori vi fu dissenso sul nome di battesimo. Se dunque Cuore e Crìtica diverrà, col
nuovo anno, il sottotitolo della Critica Sociale,
non perciò penserete, o lettori — e voi neppure, o fide lettrici — che si abbia avuto l’inumano proposito di «strappargli il cuore». Oh!
no; il generoso muscolo, propulsore al cervello
di sangue caldo e nutrito, continuerà a battere
vigoroso dentro i precordii. La Critica Sociale,
senza l’alimento del cuore, sarebbe un lavoro
negativo e dissolvente che — assolutamente
— non può essere il nostro. (...)
quand’anco fossero accessibili ai molti, poco
aiuterebbero i giornali e le rassegne specialiste, di sola letteratura o di sola un’arte o una
scienza, che del movimento intellettivo e morale riflettono un breve frammento, e si direbbe perciò che vivano fuori della vita. Né meglio si addice all’intento il giornale di partito,
vincolato ad una scuola, che si fa propagatore
di un verbo, banditore di un credo, fuor del
quale non esiste salute; e combatte i vecchi
dogmi con un dogma e le superstizioni col fanatismo.
Ad altro e più complesso ideale s’ispirò Cuo-
M
i affido nella coopcrazione degli attuali
abbonati. Nessuna Rivista, forse, quanto la nostra, può compiacersi di avere, nel numerato
stuolo de’ suoi lettori, una vera famiglia di intelligenze generose e benevoli, congiunte al
giornale e fra loro meno dal caso fortuito
dell’abbonamento, che da una intima e vera similarità di ideali, di tendenze, di simpatie; onde il periodico riesce un po’, anzi moltissimo,
il «giornale de’ suoi lettori»; fra questi e la Redazione non v’è distinzione recisa, e per poco
non direi che formano una cosa medesima.
Or io penso che se, ispirandoci alla suprema
necessità del primum vivere, e volendo aiutare
questo, dunque, figlio nostro comune anche
sul terreno dei mezzi di sussistenza, ciascun di
noi si proponesse di procurargli soltanto un
nuovo abbonato — ciò che, volendo, non dovrebbe riuscirci impossibile — il duplice problema che accennavo più sopra sarebbe prestamente risolto. E gli attuali abbonati ed amici diverrebbero cosi il primo nucleo fondatore
di quella Rivista Sociale, larga, varia, indipendente, della quale Cuore Critica fu come il felice embrione; di una Rivista, come n’hanno,
almeno una, tutte le nazioni d’Europa, e della
quale — senza impingere nella bolsa retorica
delle solite lacune da colmare — non mi pare
che l’Italia possa ornai rimaner priva più a lungo senza danno e vergogna.
Il momento — non è chi non lo senta —
volge intensamente sovrattutto alle questioni
sociali e agli studi positivi che tendono a procacciarne, o almeno a rischiararne, il graduale
scioglimento.
Nel disfarsi sempre più ruinoso delle antiche
fedi, nelle incalzanti delusioni della politica
tradizionale, di fronte ai fatti che attestano, dovunque, l’affacciarsi, per quanto crepuscolare,
di nuove albe sociali, non v’è alcuno, fra quan-
“AGLI AMICI
DI QUESTO GIORNALE”
LETTERA APERTA DEL NUOVO DIRETTORE
ti tendono lo sguardo un po’ sopra e d’intorno,
all’infuori delle materiali preoccupazioni del
giorno per giorno, che non sentasi tormentato
come da un’ansia, che in taluni è speranza, in
altri sgomento, che qua sembra religioso entusiasmo e altrove utopia di pensiero, e ci mette un po’ tutti fuori di posto, spingendo gli arditi all’intemperanza, alla pusillanimità i peritosi, i buoni talora allo sconforto, gli scettici
al cinismo. Tutto, e non gli uomini soltanto,
sente il contraccolpo della situazione penosa.
La letteratura, l’arte, la vita stessa, dal salotto
al tugurio, dal gabinetto del Ministro alla caserma, sono invasi, loro malgrado, anche riluttanti, dalla preoccupazione degli odierni problemi sociali, che s’affermano imperiosi
eziandio, anzi tanto più, da chi s’affanna a negarli. La questione sociale — questa Sfinge —
per la prima volta nella storia, ha preso intero
possesso del cervello umano, così che vano sa-
rebbe ogni sforzo per cacciamela fuori.
Ma, di fronte a questo ospite inatteso e pieno
d’esigenze, la coscienza dei più resta inquieta,
incerta e confusa. Come l’antico filosofo errava alla ricerca dell’uomo, noi brancoliamo un
po’ tutti alla ricerca, più o meno affannosa,
della nostra coscienza; di una coscienza sociale che ci permetta di assistere, attori operosi e
sereni — e non soltanto spettatori passivi o
subbietti incoscienti — al dramma sociale che
evolve sul teatro della storia.
Al rintraccio, alla creazione, dirò meglio, di
codesta coscienza, mal provvedono i fogli
quotidiani che, sospinti dalla febbre dell’«attualità » fatua e fugace, frangono il poliorama
dei fatti in briciole minute; mal provvedono i
giornali ebdomadarii per le famiglie, antologie
sonnacchiose e linfatiche, buone pei cervelli
atrofici e pei cuori tisicucci, intese a dilettare
col pretesto dell’arte o degli indovinelli; e,
re e Critica, s’ispirerà la Critica Sociale; altrimenti essa intende di aiutare, nella sua formazione, la coscienza di chi vi scrive, e quella di
chi la segue fedele, che è dire, in una parola, la
coscienza di chi vi lavora; né io, scrivendo ai
vecchi amici del giornale, vorrò dire di più, che
d’un programma — e meno ancora di un nuovo programma — non v’è punto il bisogno.
Basti che ci siamo intesi su questo: Cuore e
Critica, mutando sede, non muta fede, non
smentisce né abbandona se stesso. Rimane
sempre l’albo di discussioni, sereno e modesto, il convegno in cui tanti eccentrici e solitari
trovarono come un lor centro e parve loro di
sentirsi men soli. Tribuna aperta a tutte le intelligenze oneste e sincere che, pervase dal
soffio della vita e degli studi moderni, non seguono pecorilmente le orme dei trapassati e
scevransi dalla folla anonima dei presenti che
mai non fur vivi e mai nol saranno, se nei numeri venturi vibrerà anche più alta, che per
l’addietro, la nota sociale, non sarà per proposito determinato di esclusivismo unilatere sarà
segno dei tempi e merito dei nuovi e valenti
che si aggiungeranno indubbiamente ai vecchi
collaboratori, che rimangono ciascuno al suo
posto, e dei quali sarebbe vano, e parrebbe
pomposo, far qui la rassegna.
La Critica Sociale tradirebbe lo stesso suo
nome e immeschinirebbe di soverchio se stessa se escludesse dal suo quadro, non vasto ma
vario, la critica letteraria, la artistica, la politica, e via via lo studio di quanti sono della storia e dell’evoluzione sociale coefficienti integranti e vitali. Solo, questi studi speciali, che
altrove divagano sbrancati, infecondi, quasi fine a se stessi, coordinerà, per quanto riesca fattibile, come membra d’un solo organismo, al
suo fine supremo, a quello che è, del periodico, carattere, ragione ed essenza: cooperare,
sinceramente, assiduamente, alla elaborazione
di una solida coscienza sociale, quale chiedono i tempi procellosi e l’ambiente moderno,
informata ai bisogni della nuova vita e del
nuovo pensiero. E poiché un tal fine, anche solo a tentarlo, sfida e sembra irridere la pochezza dei mezzi che sono in nostro potere, e la angusta cornice già sembra che minacci il disegno, è fra i sogni più fervidamente vagheggiati
di chi scrive queste linee, di coadiuvare l’opera del giornale mercé il sussidio di pubblicazioni popolari accessorie che, trovando nel periodico la base e il punto di partenza, staccandosi mano mano da esso come gemme dal
tronco, spargansi, fin dov’esso non può giungere, messaggere ed interpreti del suo spirito,
del suo stesso ideale.
Sol che il presidio della vostra simpatia, o
amici del giornale, non abbandoni i nostri sforzi, non lasci sole le nostre speranze! s
Milano, Dicembre 1890
Filippo Turati
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