POP-KORN, LA COMMUNICATION ALTERNATIVE
Rete degli acquari EUR-OCEANS
Una rete per la diffusione delle conoscenze…
Un gruppo europeo di educatori al vostro servizio!
Nell’ambito della rete scientifica di eccellenza
EUR-OCEANS, il gruppo di attività WP10, coordinato
da Océanopolis (Brest, Francia) è composto da
9 Acquari e Centri Culturali Scientifici europei e
dall’E.U.A.C. (associazione di più di 60 Acquari
europei). Il gruppo sviluppa la diffusione al grande
pubblico, ai docenti e ai loro allievi, dei risultati
delle ricerche effettuate dagli scienziati di questa
rete sui cambiamenti climatici e sui loro effetti sugli
ecosistemi marini. L’obiettivo è di far conoscere il
loro lavoro e i loro progressi, realizzando dei filmati
divulgativi su questi argomenti o producendo
questo kit didattico.
In contatto diretto con gli scienziati e i ricercatori,
questo gruppo d’attività mette a vostra
disposizione la propria rete di competenze. I suoi
educatori a livello europeo vi propongono una
collaborazione per il vostro progetto didattico sul
tema dei cambiamenti climatici e del loro impatto
sugli oceani, con un approccio pluridsciplinare,
adattato alle vostre esigenze e al vostro sistema
educativo.
In ciascuna struttura, i differenti Servizi Educativi
che fanno parte di questo gruppo vi propongono
supporto, materiale e strumenti didattici. Saranno
disponibili ad accogliervi e a lavorare con voi.
Avrete, inoltre, un’occasione unica per condividere
le vostre esperienze con insegnanti e studenti di
altri Paesi europei!
Acquario di Genova - Italia
Tel : + 39 o1o 2345233
[email protected]
www.acquarioscuola.it
L’Acquario di Genova, aperto nel 1992, è uno dei
più grandi d’Europa, con 70 vasche rappresentanti
ambienti acquatici di tutto il mondo, marini e di
acque dolci tropicali. La missione dell’Acquario
di Genova è sensibilizzare ed educare il grande
pubblico alla conservazione, alla gestione e
all’uso responsabile dell’ambiente acquatico. I
Servizi Educativi propongono al mondo scolastico
numerose attività di approfondimento tematizzate,
sia in laboratori dedicati che lungo il percorso
espositivo.
Crédits photos : Acquario Genova
Aquarium Finisterrae - Galizia - Spagna
Tel : + 34 981 189 842
[email protected]
www.casaciencias.org/aquarium/
L’ Aquarium Finisterrae si trova sulla costa
dell’Oceano Atlantico, nei pressi dello storico faro
Torre d’Ercole, nella città di La Coruna (Galizia,
Spagna). Questo museo illustra la diversità della
costa galiziana così come la vita dei pescatori,
i mercati e le loro tradizioni. Nautilus, una sala
immersa nel mare, ricrea il sogno di Giulio Verne in
“20.000 leghe sotto i mari”. La sala Maremagnum
risponde con 60 moduli interattivi alle domande
poste dagli studenti galiziani. E all’esterno, è
presente una colonia di foche dell’Atlantico
orientale..
al Centro Ellenico per la Ricerca sul Mare, è uno
strumento privilegiato di comunicazione tra il
pubblico e la comunità scientifica.
Crédits photos : Aquarium Finisterrae
Crédits photos : Crete Aquarium
CNES (Centre National d’Études Spatiales)
Toulouse, Paris, Kourou - France
Tel : + 33 5 61 27 46 84
[email protected]
www.cnes.fr/web/98-accueil-cnes-education.php
Sin dalla sua fondazione nel 1961, il CNES ha
contribuito a determinare la politica spaziale
francese, sostenendola nella soddisfazione dei
bisogni della nostra società tramite cooperazioni
internazionali, in particolare nell’ambito di un
quadro europeo.
Dal 1963, il CNES ha considerato gli aspetti
educativi tra le sue principali priorità. È stato
istituito il dipartimento di Cultura Spaziale, con il
doppio obiettivo di aumentare la sensibilizzazione
sulle attività Spaziali e sulle loro applicazioni e di
usare lo Spazio come un mezzo per l’educazione e
l’apprendimento.
Crédits photos : Cnes
CretAquarium - Crète - Grèce
Tel : + 32 81o 337792
[email protected]
www.cretaquarium.gr
Il CretAquarium Thalassocosmos ha aperto al
pubblico nel Dicembre 2005. La sua missione è
di informare, educare e sensibilizzare il pubblico
sulla varietà delle specie marine e degli habitat
del Mediterraneo, organizzando programmi
educativi, seminari ed eventi. Il CretAquarium
Thalassocosmos, inoltre, collabora con le scuole e
i centri di educazione ambientale. Appartenendo
E.U.A.C (European Union of Aquarium Curators)
Tel : + 377 93 15 36 oo
[email protected]
www.euac.org
L’E.U.A.C. è stata fondata nel 1972 e oggi riunisce
64 Acquari pubblici in 25 nazioni europee. L’Unione
Europea dei Curatori di Acquario è un’organizzazione
professionale per i direttori degli Acquari, che ha
lo scopo di promuovere attivamente la crescita
professionale tra specialisti negli Acquari pubblici
ed è una Organizzazione Non Governativa (ONG).
È una struttura di base dove possono essere
scambiate e sviluppate
Gdynia Aquarium - Gdynia - Pologne
Tel : + 48 58 732 66 o1
[email protected]
www.akwarium.gdynia.pl
L’Acquario di Gdynia fa parte dell’istituto di Pesca
Marina di Gdynia, il più antico Istituto di Ricerca sul
Mare della Polonia. L’Acquario di Gdynia ospita
oltre 1500 animali di circa 180 specie. La missione
dell’Acquario di Gdynia è la diffusione delle
conoscenze sulla biologia marina e sulla protezione
ambientale. Il Dipartimento Educativo lavora per
questo obiettivo, proponendo un programma di
attività didattiche sul mare.
Crédits photos : Gdynia Aquarium
Musée océanographique - Monaco
Tel : + 377 93 15 36 oo
[email protected]
www.oceano.mc
Océanopolis - Brest - France
Tel : + 33 298 344 96o
[email protected]
www.oceanopolis.com
Fondato nel 1910 dal Principe Alberto I di
Monaco, il Museo oceanografico è interamente
dedicato al mare, alla sua conoscenza e alla sua
salvaguardia. La sua missione è lo sviluppo e la
diffusione della conoscenza dell’Oceanografia
al grande pubblico, tramite le sue collezioni, le
esposizioni e gli ecosistemi tropicali e mediterranei
del suo Acquario. Il suo Servizio Educativo vi
propone numerose attività didattiche adattate
ai differenti livelli scolari, sui temi della scoperta
e della comprensione dell’ambiente marino e del
clima.
Attraverso un approccio originale, pedagogico,
scientifico degli ecosistemi temperati, polari e
tropicali, Océanopolis racconta la storia naturale
degli oceani. Océanopolis, il parco di scoperta
degli oceani, struttura d’eccellenza in materia di
educazione all’ambiente marino, è uno strumento
unico al servizio di allievi e insegnanti. Océanopolis
propone agli studenti un programma di attività
didattiche e di giornate educative progettate
specificatamente in funzione del loro livello, dalle
materne alle superiori.
Crédits photos : Océanopolis
Crédits photos : M. Dagnino
Universeum - Göteborg - Svezia
Rete degli acquari EUR-OCEANS (2)
National Marine AquariumPlymouth - Inghilterra
Tel : + 44 (o) 1752 275233
[email protected]
www.national-aquarium.co.uk
Il National Marine Aquarium è stato il primo
nel Regno Unito ad essere stato realizzato
unicamente a scopo educativo, conservativo
e di ricerca. Rimane il primo acquario e ospita
la vasca più profonda della Gran Bretagna. Il
National Marine Aquarium ha un team dedicato e
specializzato nell’apprendimento educativo, che
propone un programma per le scuole aggiornato e
innovativo. Progetti come Eur-Oceans danno alle
scuole un’opportunità unica per approfondire temi
scientifici e creare sinergie con il proprio acquario
locale.
tel : + 46 31 335 64 97
[email protected]
www.universeum.se
Universeum è un Museo della Scienza svedese,
che ha lo scopo di creare un approccio positivo
all’apprendimento e di incrementare l’interesse
per la tecnologia e la scienza. Universeum è
insuperabile come luogo di studio per la scienza
e la tecnologia. La struttura ospita molti settori
con stazioni pratiche, una nave spaziale, ruscelli
di montagna, una foresta pluviale con animali
e fantastici acquari. Le nostre uniche attività
didattiche sono basate sul metodo degli studenti
che insegnano ad altri studenti, assistiti da
educatori esperti con prospettive interdisciplinari.
Le classi vengono suddivise in piccoli gruppi e
guidate in differenti aree tematiche orientate ai
temi del futuro.
Crédits photos : National Marine Aquarium
Crédits photos : Universeum
Guida per i docenti
Integrare le problematiche ambientali con il vostro programma scolastico !!
Introduzione
Gli effetti dei cambiamenti climatici sono oggi
un tema di grande attualità, che coinvolge in
particolar modo le giovani generazioni, i futuri
cittadini del Pianeta. Per aiutarvi a trattare
questo argomento nel corso dell’anno scolastico,
vi proponiamo dei supporti didattici, dei materiali,
dei temi e dei percorsi di lavoro. Questi strumenti
dovranno essere adattati e utilizzati in funzione
delle vostre necessità e del livello dei vostri
allievi.
Integrando queste problematiche ambientali
nell’ambito del vostro insegnamento potrete :
`` Sensibilizzare i giovani sull’impatto dei
cambiamenti climatici sugli ecosistemi marini e
sulle loro risorse,
`` Fargli prendere coscienza dei pericoli che
minacciano gli oceani,
`` Avvicinare gli studenti al mondo della
ricerca attraverso il metodo scientifico e
sperimentale,
`` Familiarizzare gli allievi con le tecniche
utilizzate dagli oceanografi sul campo,
`` Stimolare gli scambi tra numerose classi
europee.
Parole chiave
Sole, Terra, clima, cambiamenti climatici, oceani,
atmosfera, risorse naturali, uomo, metodo e
approccio
scientifico,
patrimonio
naturale,
biodiversità, sovrasfruttamento, inquinamento,
sovrapopolamento, rifiuti, anidride carbonica
(diossido di carbonio, CO2), effetto serra, gas
serra, economia, divertimenti, protezione, gestione
sostenibile, sviluppo sostenibile, presa di coscienza,
…
I temi e i percorsi di lavoro
`` Gli oceani, un patrimonio mondiale minacciato…
Gli oceani sono sottoposti ad una pressione
sempre più intensa da parte della popolazione
umana e dalle attività ad essa correlate.
L’aumento dei gas serra, dovuto alla combustione
da parte dell’uomo di fonti energetiche fossili,
non è che una delle minacce che pesano
sull’equilibrio degli oceani e degli ambienti naturali:
il sovrasfruttamento e l’esaurimento delle risorse,
la distruzione degli habitat naturali, le differenti
forme di inquinamento e di rifiuti sono altre minacce
concrete… per l’avvenire delle generazioni future, è
oggi fondamentale preservare e gestire al meglio
le risorse naturali prelevate dagli oceani, poiché il
ruolo che queste giocano nel “funzionamento” del
Pianeta è fondamentale.
+ Per saperne di più, vedi: scheda “Impatto dei
cambiamenti climatici sugli oceani”; film “Calanus
dell’Isola Spietzberg”; film “Voce della Scienza”;
film “Storia delle Sardine”.
`` Gli oceani come regolatori del clima e
dell’effetto serra
Con i venti, le correnti oceaniche hanno un ruolo
determinante nella regolazione del clima.
Esse hanno un impatto sulle temperature, sulle
precipitazioni e sull’umidità che registriamo nelle
nostre Regioni. Ridistribuiscono il calore sull’intero
Pianeta, compensando parzialmente le differenze
di irraggiamento solare tra le diverse zone
geografiche. Così la calda Corrente del Golfo è in
parte responsabile del clima più mite dell’Europa
settentrionale, mentre alle stesse latitudini il
clima del continente americano è molto più rigido,
influenzato dalla fredda Corrente del Labrador.
+ Per saperne di più vedi: scheda e film “La
Corrente del Golfo”
In ciascun emisfero, Nord e Sud, le acque calde
equatoriali di superficie circolano sino ai Poli, vera
riserva di freddo del Pianeta. Esse evaporano,
scambiando calore con l’atmosfera, si raffreddano
e sprofondano negli abissi. Questo trasporto
e questa ridistribuzione dell’energia grazie ai
movimenti delle correnti marine sono conosciuti con
il nome di “correnti convettive oceaniche”.
+ Per saperne di più vedi: film “Polastern” e poster
“Correnti convettive oceaniche”
Per gli scambi gassosi con l’Atmosfera, gli oceani
sono comparabili ad una gigantesca spugna che
assorbe una grande quantità di gas atmosferici.
Questo fenomeno influisce nella composizione
chimica dell’aria che respiriamo. Oggi siamo
preoccupati da un problema: quanta anidride
carbonica possono ancora assorbire gli oceani?
+ Per saperne di più vedi: scheda e film
“Acidificazione degli oceani”; film “Dovremmo
manipolare gli oceani per ridurre l’eccesso di CO2
atmosferica?
`` Gli oceani come produttori di materia organica
e ossigeno
Le prime forme di vita sono apparse negli oceani.
Grazie al processo della fotosintesi e all’utilizzo
dell’energia luminosa, dell’anidride carbonica e dei
sali minerali, i vegetali marini costituiscono le prime
maglie della rete alimentare marina, ad eccezione
degli organismi che si sviluppano nelle profondità
abissali intorno alle sorgenti idrotermali. I vegetali
producono il 75% dell’ossigeno che noi respiriamo,
assorbono l’anidride carbonica e contribuiscono
quindi a mantenere l’equilibrio nella composizione
dei gas atmosferici. I vegetali marini sono la prima
fonte di materia organica e di nutrimento per gli
altri organismi marini, che comprendono i più grandi
animali del Pianeta, come la balenottera azzurra
o lo squalo balena.
+ Per saperne di più vedi: laboratorio “Plancton
del mondo”
`` Gli oceani e la biodiversità
Ultimi territori ancora da esplorare del nostro
Pianeta, gli oceani ricoprono il 70% della
superficie terrestre e ancora non hanno svelato
tutti i loro segreti. Essi rappresentano un’immensa
riserva di vita. 200.000 specie marine, tra
le quali 30.000 specie di pesci, sono state
classificate e descritte dagli scienziati, i quali
stimano che solo il 10% delle specie marine siano
oggi conosciute, senza contare i batteri! Negli
oceani, la gran parte delle specie conosciute sono
concentrate nelle aree costiere, dove numerosi
ecosistemi sono minacciati. Il 30% delle scogliere
coralline è scomparso, le mangrovie sono in forte
regressione. Una soluzione efficace per il futuro: in
tutte le Regioni sensibili alla conservazione della
biodiversità vengono a poco a poco create delle
aree marine protette.
`` Gli oceani e il ciclo dell’acqua
L’acqua è tanto indispensabile alla vita quanto
l’aria che respiriamo e l’energia solare. Il suo ciclo
naturale prevede la sua trasformazione in differenti
stati (liquido, solido, gas) e la circolazione
costante tra terra, oceano e atmosfera per
evaporazione, condensazione, precipitazione… il
volume totale dell’acqua sul Pianeta è costante.
Gli oceani contengono il 97,5% del volume totale
dell’acqua, il restante 2,5% è costituito dall’acqua
dolce, un bene assai raro e inegualmente distribuito
sul Pianeta. La maggior parte di questa acqua
dolce è intrappolata sotto terra o nei ghiacciai
e non è accessibile. La disponibilità d’acqua
dolce è per l’Umanità una delle maggiori sfide del
ventunesimo secolo. Per aumentare la disponibilità
di acqua potabile sono state utilizzate o
sperimentate soluzioni come la desalinizzazione
dell’acqua marina o l’intercettazione delle sorgenti
di acqua dolce sottomarina.
`` Gli oceani come fonte di nutrimento
Gli oceani sono una fonte di nutrimento per gli uomini.
Pesci e frutti di mare sono un’importante riserva
di proteine. Le alghe marine fanno parte della
composizione di numerosi alimenti. In alcuni Paesi
poveri i prodotti marini costituiscono la principale
riserva alimentare per la comunità. Senza gli
oceani queste comunità non esisterebbero. Da
diversi anni il prelievo della pesca mondiale (133
milioni di tonnellate) è al suo limite, nonostante
l’aumento dello sforzo di pesca, e la tendenza è
orientata verso l’esaurimento degli stock naturali in
alcune zone dove si esercita il sovrasfruttamento
delle risorse..
+ Per saperne di più vedi: film “Storia delle
sardine”; film “La pesca nel Nord Atlantico”;
scheda “I cambi climatici nel Mediterraneo“;
scheda “Pesca responsabile”; scheda “Ecosistemi
tropicali”; scheda “Ecosistemi di risalita delle
acque (Upwelling)”
`` Gli oceani come risorsa di fonti energetiche
Gli oceani custodiscono ancora numerose risorse
inaccessibili, quali petrolio, gas naturali o minerali,
che le compagnie Offshore ricercano a sempre
maggiore profondità. Alcune recenti scoperte di
giacimenti di metano idrato (un composto di acqua
L’energia degli oceani è inoltre utilizzata per
produrre elettricità, raffreddare i reattori delle
centrali nucleari o condizionare l’aria degli edifici
utilizzando le acque profonde. Lo sviluppo di
sistemi per la produzione di energie rinnovabili in
mare, in particolar modo energia eolica (idrica),
costituisce una possibile soluzione per il futuro, che
si sta attualmente concretizzando.
Crédits photos : Océanopolis
Integrate le problematiche ambientali con il vostro programma scolastico! (2)!
e metano) potranno dare risposta alle richieste
energetiche del futuro. Ma queste risorse devono
essere sfruttate moderatamente e con prudenza,
per evitare danni maggiori agli ambienti marini.
`` Gli oceani, i rifiuti e le differenti forme di
inquinamento
L’80% dell’inquinamento marino è di origine
terrestre. Gli oceani sono talmente vasti che per
molti anni sono stati considerati come un’enorme
discarica per qualsiasi genere di rifiuto, civile
o industriale. Per molto tempo si è pensato
che l’oceano fosse capace di auto depurarsi.
Attualmente si è compreso che questa idea è
sbagliata. Esistono diversi tipi di inquinamento. I
rifiuti voluminosi costituiscono il caso più evidente,
ma non necessariamente il più pericoloso. Una
delle problematiche attualmente più preoccupanti
è l’accumulo e la concentrazione di metalli pesanti
e di altri prodotti chimici tossici nell’ambito delle
catene alimentari. Queste sostanze avvelenano
lentamente gli animali e influiscono sulla loro
riproduzione. Questo fenomeno avrà a sua volta
delle importanti conseguenze sulle popolazioni
umane che consumano specie marine all’apice
della catena alimentare, quindi molto contaminate.
I metalli pesanti sono anche trasportati dai venti.
Provenienti da tutte le Regioni industrializzate, si
accumulano nell’Artico dove la presenza umana
è scarsa, mentre hanno degli effetti gravi sulla
fauna e sulla flora di queste aree, oltre che sulle
popolazioni umane locali.
`` Gli oceani come fonte di divertimento e di
attività socio-economiche
Sin dall’origine dell’umanità, gli oceani hanno
stimolato l’immaginazione dell’Uomo. Vie di transito
e di scambio delle merci, aree di scambi culturali,
di sconfitte e vittorie politiche, luoghi di miti e
leggende, d’ispirazione letteraria ed artistica, gli
oceani affascinano e uniscono generazioni intere e
le rendono orgogliose di essere uomini: una ragione
in più, se necessaria, per preservarli! Molti di noi li
utilizzano come luoghi di divertimento: subacquei,
surfisti, pescatori, nuotatori, navigatori, viaggiatori,
…, ma anche come luogo di profitto, svolgendo le
più diverse attività socio-economiche.
Non ci resta che continuare !
Percorsi didattici
Motivate i vostri allievi… e i vostri colleghi
insegnanti, con un approccio prluridisciplinare !
Per tutte le ragioni sopra menzionate, quello
dell’Oceano è oggi un tema importante, ma anche
appassionante, capace di coinvolgere totalmente
gli studenti. Contemplando molteplici ambiti, questo
argomento può essere affrontato con un approccio
pluridisciplinare, tramite differenti soggetti e
a diversi livelli d’insegnamento. Guardando gli
oceani con angoli diversi, gli studenti sono portati
ad avere una visione generale di quelli che sono
i problemi, le minacce, ma anche le soluzioni da
mettere in pratica. Comprenderanno che noi siamo
solamente delle gocce d’acqua, ma che insieme
formiamo un oceano, per agire a favore del futuro
del Pianeta e dell’umanità.
Vedi tabella sul retro.
Esempi di argomenti di discussione, con le relative discipline e materie correlate
Argomenti
Discipline – Materie
Le catene alimentari marine
Biologia
Habitat e ecosistemi marinis
Biologia - Ecologia
Identificazione e classificazione degli esseri viventi
Biologia – Tassonomia – Sistematica
Localizzazione geografica – Nomi degli Oceani e dei Mari
Geografia – Cartografia – Matematicas
Ciclo dell’acqua – I differenti stati dell’acqua
Fisica – Geografia – Chimica – Biologia
Come l’uomo utilizza gli oceani Lo sfruttamento delle risorse.
Sociologia – Geografia – Biologia – Economia
Le minacce incombenti sugli oceani
Sociologia – Biologia – Geografia - Chimica
Popolazione – Sovrappopolazione umana
Demografia – Geografia
Fisica e chimica dell’acqua
Chimica - Fisica
Il tempo, il clima, la meteorologia
Climatologia – Meteorologia – Geologia – Fisica
L’industria della pesca
Sociologia – Geografia – Economia – Nutrizione
Comprendere la terminologia e il vocabolario ambientale
Lettere - Lingue Straniere
Gli esploratori
Storia – Attualità
Letteratura e scritti sul tema dell’oceano
Letteratura
Suoni del mare
Musica
Gli oceani come fonte di ispirazione artistica
Educazione Artistica
Relazioni con studenti delle altre nazioni partner
Lingue Straniere
Come si può lavorare su questo tema ? Strumenti
e materiale di supporto
A seconda degli argomenti scelti, potete utilizzare
diversi strumenti, documenti, schede, laboratori, film,
siti Internet e altre risorse fornite nel kit didattico
EUR-OCEANS e sul sito Internet (www.eur-oceans.
info) per costruire il vostro progetto didattico. Le
informazioni contenute nei differenti strumenti vi
permettono di strutturare un percorso formativo
basato su informazioni e dati che tengono conto
degli ultimi risultati scientifici in materia.
`` Finalizzate il vostro progetto come lavoro di
gruppo degli studenti
Le differenti tematiche che approfondirete con i
vostri allievi potranno concretizzarsi in un lavoro di
gruppo, che testimoni le nuove conoscenze acquisite,
il loro lavoro, e potrà essere condiviso e mostrato
ad altri studenti e alla comunità:
la realizzazione di un film o di una sceneggiatura,
una presentazione in Power Point, un reportage o un
articolo su un tema di attualità, un’intervista ad uno
scienziato, la creazione di un gioco sull’ambiente o
sul clima, la realizzazione di poster o di mostre, una
lettera a decision maker o personalità politiche,
un opuscolo, una storia, una scultura con materiali
riciclati o altre creazioni artistiche…
`` utilizzate questo materiale per sviluppare il
vostro programma didattico
`` Utilizzate un Acquario o un centro della
scienza della rete EUR-OCEANS vicino a voi,
per avere sostegno nell’affrontare questi
argomenti
Gli Acquari e i Centri Scientifici membri della rete EUROCEANS, mettono a vostra disposizione le proprie
competenze e vi propongono dei percorsi didattici su
questi temi complessi. Vi possono aiutare a costruire
il vostro progetto e ideare con voi un’attività
specificamente dedicata alle vostre necessità.
Queste strutture sono in contatto con studiosi dei
cambiamenti climatici e dell’oceanografia in
generale. Possono organizzare delle conferenze e
degli incontri con gli specialisti. Visitando il vostro
Acquario pubblico locale, potrete scoprire come
la vita marina subirà degli sconvolgimenti a causa
di questi fenomeni e utilizzare gli strumenti didattici
messi a vostra disposizione. Potrete anche avere
una visione realistica degli ecosistemi marini, per
sviluppare dei contenuti come le relazioni alimentari
o le specie minacciate, partendo da osservazioni
dirette dell’ambiente marino e delle forme di vita
che lo popolano.
Queste differenti possibilità di collaborazione o
questo tipo di visita possono rappresentare il punto
di partenza del vostro progetto, la sua conclusione,
o essere utilizzate come filo conduttore durante lo
svolgimento delle attività, nel il corso dell’anno
scolastico, aiutandovi a raggiungere i vostri
obiettivi!
I cambi climatici nel mediterraneo:
modificazioni della struttura della pesca e possibili adattamenti
Il Mediterraneo, con la sua grande biodiversità e la
sua ricchezza alieutica, rappresenta un bacino che
è in grado di rispondere in vario modo ai cambiamenti
climatici che si stanno verificando. Gli studi più
recenti cercano di rispodere ad alcune domande
come:
Quali sono gli scenari ipotizzabili?
Come potranno reagire le singole specie?
Il Mediterraneo presenta una elevata variabilità
delle sue temperature, causata anche dalla sua
struttura orografica, dal tipo di circolazione, dai
collegamenti con i mari adiacenti e dal clima. Le
figure che seguono rappresentano due istantanee
del Mar Mediterraneo visto dal satellite. L’immagine
a colori mostra le differenze di temperatura durante
la stagione inveranle e quella estiva: le temperature
Quali potrebbero essere le specie che mostreranno
variazioni evidenti in termini di presenza o di
distribuzione?
Quali saranno gli effetti dei cambi climatici sulla
loro biologia?
Quali strategie adattative dovrà adottare il
settore della pesca?
Imm. EXT
Imm. EXT
Quali strategie dovranno seguire le regole di
gestione?
più alte sono rappresentate dai colori caldi come il
giallo ed il rosso, quelle minori dai colori freddi come
blu ed azzurro; lo schema rappresenta invece un
profilo del mediterraneo e mostra come cambi il
sistema delle correnti tra la stagione calda e quella
fredda. Si noti il percorso delle acque superficiali
atlantiche in entrata, più calde e a minore salinità,
rispetto a quelle profonde mediterranee, più fredde
e più salate. La temperatura delle acque superficiali
del bacino Mediterraneo non scende sotto i 13°C
proprio per la conformazione dello Stretto di
Gibilterra, che per la sua forma «a sella» impedisce
l’ingresso di acque oceaniche troppo profonde e
molto fredde.
Le temperature, localmente, possono variare in
modo rilevante in pochi giorni, influenzando la vita
degli organismi che vivono nel bacino, la loro
biologia, abbondanza e distribuzione, modificando
anche le catene trofiche in termini spaziali e
quantitativi.
Modificati da Plate 61, Oceanic Ichtyology,
G. Brown Goode e T. H. Bean, 1986 e
da CSIRO/FRDC
Un esempio, basato sulle esperienze e le
osservazioni, può servire a comprendere meglio la
varietà delle situazioni e dei possibili scenari...
… ed i loro pochi predatori sembrano ridursi
sempre più, sia per pesca accidentale che diretta:
tartarughe marine, mangiameduse (centrolofidi),
pesci luna, pesci re… Ma è una catena dove le
variabili sono tante e poco note!
Le figure precedenti rappresentano un centrolofide
(Centrolophius niger) ed un pesce Re (Lampris
guttatus), due pesci ghiotti di meduse al pari delle
tartarughe.
MEDUSA
EFIRA
PLANULA
STROBILAZIONE
POLIPO
Disegno di F. Boccardo
Alcune specie, quali le meduse, attivano la
strobilazione (modalità di riproduzione asessuale)
con differenziali termici negativi: l’arrivo improvviso
di acque fredde in zone solitamente calde del
Mediterraneo può farle riprodurre in modo elevato,
ma poi devono trovare una catena trofica idonea
per sopravvivere.
Purtroppo, le nostre conoscenze non ci
consentono ancora di valutare come i cambi delle
temperature possano influenzare l’abbondanza
delle meduse ed i loro cicli. Ma gli anni in cui sono
numerose diventano sempre più frequenti…
La
distribuzione
del
plancton,
connessa
strettamente alle correlazioni tra clima, movimenti
delle masse d’acqua ed apporto di nutrienti, ha
un’influenza diretta sulle risorse della pesca.
Un esempio classico, dove i dati sono basati su
analisi storiche valide, riguarda il cod, il merluzzo
atlantico. La minore presenza di due specie
di crostacei planctonici appare strettamente
correlabile alla minore presenza di merluzzo, anche
se è noto che la pesca ha accelerato la crisi della
specie.
Nel Mediterraneo dati di questo genere non sono
ancora disponibili, ma è ragionevole pensare che i
meccanismi del sistema possano essere simili.
Immagini di Antonio Di Natale
La situazione appare molto complessa quando si
riferisce ai grandi pesci pelagici, che sono nei livelli
più alti della catena trofica. I cambiamenti delle
situazioni oceanografiche rappresentano motivo
di scelte individuali e di movimenti di massa, che
incidono fortemente sulla distribuzione delle risorse
e sulla economia della pesca. E non parliamo di
poco, considerando che i tunnidi in generale sono
tra le specie commercialmente più remunerative e
per questo soggette a forte pressione di pesca.
La distribuzione e l’abbondanza del plancton
incidono fortemente sulla maggiore o minore
presenza di pesce azzurro nelle varie parti del
Mediterraneo. I cambi climatici e l’irregolare
stagionalità
determinano
sempre
più
l’imprevedibilità delle catture e gli sbilanciamenti
dello sforzo di pesca (ma anche della redditività
e del mercato).
Quando parliamo di pesce azzurro, parliamo di
tante specie: non ci sono solo acciughe e sardine,
ma anche sgombri, aguglie e la lista non è
completa… Il pesce azzurro rappresenta circa il
35% del pescato nazionale in peso. La disponibilità
di questa risorsa sul lungo periodo è essenziale per
l’apporto proteico da essa fornito.
Esistono altre specie di cui si parla forse poco, ma
che hanno problemi crescenti e che stanno ai
vertici della catena alimentare marina: sono i
grandi predatori, gli squali pelagici.
Per queste specie, però i problemi sono diversi e
non necessariamente dovuti al clima!
Per il tonno ed il pescespada, ad esempio, fattori
oceanografici connessi agli effetti del clima sono
importanti! Una temperatura minima dello strato
superficiale intorno ai 21°-22°C ed un differenziale
termico negativo di circa 3°C, all’altezza del primo
termoclino, sono il meccanismo indispensabile per
l’attivazione di un’importante attività fisiologica:
la riproduzione.
Imm. EXT
Immagini di Antonio Di Natale
Termografia superficiale del Mar Mediterraneo.
E’ facile capire quanto siano variabili temperatura
e salinità nel Mediterraneo se si osservano alcuni
profili trasversali.
Ad una latitudine di 35°N le condizioni sono diverse.
Una diversa morfologia del fondale gioca un
ruolo importante nel sistema delle correnti, e
quindi, anche degli scambi termici tra le masse
d’acqua. Ne risulta un differente profilo termico,
molto più vario e differente tra le varie località
poste a questa latitudine. In questo caso, anche a
profondità maggiori la temperatura dell’acqua è
leggermente superiore al caso precedente, mentre
il termoclino non è altrettanto ben delineato
Anche in questo caso, la salinità subisce forti
variazioni nello spazio, e come per la temperatura,
la causa è da ricercasi nel diverso ricircolo delle
acque.
I seguenti grafici mostrano le differenze tra due
profili ad una distanza di appena 5°, tra 35°N e
40°N (appena 500 km).
Le misurazioni effettuate a 40°N, per quanto
riguarda la temperatura, sono piuttosto omogenee.
Si può individuare il profilo del termoclino (un sottile
strato d’acqua che, come un mantello, divide la
Imm. EXT
massa d’acqua soprastante più calda, da quella
sottostante più fredda).
Come per il profilo termico, la morfologia del
fondale crea i presupposti per una certa stabilità,
che si ritrova anche per il profilo di salinità. Si noti
come le acque superficiali siano meno salate per
l’apporto di acque dolci di origine suia fluviale che
atmosferica
É
facile
capire
quanto
caratteristiche
ocenaografiche come temperatura e salinità
siano variabili e rilevanti.
Imm. EXT
Forse pochi sono a conoscenza del fatto che lo
spostamento della principale attività di pesca del
tonno dal Tirreno meridionale alle zone a sud di
Malta, avvenuta a metà degli anni ‘90, può essere
correlabile ad una modificazione dello EMT
(Eastern Mediterranean Transient, alterazione
delle correnti nel Mediterraneo Orientale causate
dalla diversa formazione di acque profonde tra
Mar Adriatico e Mar Egeo), accaduta in
contemporanea. Le condizioni verificatesi nel
2006 e 2007 sembrano confermare questa
correlazione.
Di fatto, i cambi climatici, con le conseguenti
modificazioni spazio-temporali della complessa
circolazione mediterranea, ed in relazione ai
“grandi pesci pelagici”, provocano:
• una diversa disponibilità spazio-temporale della
risorsa in periodo riproduttivo (il più importante per
la pesca!);
• stagioni riproduttive prolungate in condizioni di
temperature più elevate per periodi lunghi;
• interruzione anomala della riproduzione in presenza
di masse fredde impreviste;
• conseguenti stress fisiologici;
• una diversa disponibilità spazio-temporale
della risorsa nel periodo giovanile (con diversa
vulnerabilità), in relazione alla variazioni delle
catene trofiche;
• una imprevedibilità generalizzata per lo
svolgimento delle attività di pesca;
• difficoltà rilevanti per adattare i modelli
previsionali (VPA) a situazioni con alte variabilità
interannuali.
Un problema ulteriore potrebbe essere causato
dal verificarsi degli scenari che prevedono un
effetto della diversa percentuale di CO2 nelle
acque, con variazione del pH e una riduzione della
capacità di fissazione del calcio da parte di
numerosi invertebrati. I Molluschi, e tra questi
vongole e mitili, potrebbero trovarsi con conchiglie
di spessore minore ed essere più vulnerabili ai
predatori. Anche il corallo rosso, specie
naturalisticamente importante, ma anche una
preziosa risorsa da gestire oculatamente,
potrebbe avere problemi di indebolimento della
struttura, con una perdita immediata del suo valore
economico.
Il Mediterraneo, nel suo continuo divenire,
probabilmente affronterà situazioni nuove, che
porteranno cambiamenti anche rilevanti sulla
struttura delle acque e delle coste. Fattori naturali,
accelerati da fattori dovuti all’imprevidenza
umana, concorreranno ai cambi.
assicurare un’utilizzazione razionale e durevole
degli stock alieutici.
Imm. EXT
Alcune specie comuni potranno rarefarsi in alcune
aree, altre si sposteranno a Nord, altre ancora
prenderanno forse il sopravvento sulle pre-esistenti,
alcune ora non abbondanti diverranno comuni…. I
pescatori dovranno essere pronti a nuove strategie
adattative. Forse bisognerà adattarsi a specie e
quantità diverse, ma la tecnologia potrà
contribuire a trovare la necessaria flessibilità.
L’immagine superiore rappresenta i cambiamenti
nella temperatura superficiale ad oggi sulla
base delle registrazioni storiche di temperatura.
Indicativa è la situazione per l’emisfero boreale,
fortemente antropizzato ed industrializzato.
L’immagine in basso, invece, rappresenta
l’innalzamento del livello del mare previsto per gli
anni futuri se l’andamento climatico e l’impatto
antropico continueranno ai ritmi odierni.
Imm. EXT
Il compito più arduo sarà per le Commissioni
internazionali ed i logo organismi: occorrerà seguire
gli eventi e ottenere dati di pesca attendibili. La
Comunità Europea dovrà monitorare le flotte
comunitarie e l’andamento delle specie e della
pesca. Tutti dovranno elaborare nuove strategie
adattative, con l’obbiettivo di continuare a
procurare risorse alimentari ma al contempo
A cura di Stefano Argentero
modificato da «I CAMBI CLIMATICI NEL MEDITERRANEO:
MODIFICAZIONI DELLA STRUTTURA DELLA PESCA E POSSIBILI
ADATTAMENTI», Antonio Di Natale, Fondazione Acquario di
Genova Onlus, Brindisi, 2007.
Tutte le immagini, eccetto dove altrimenti specificato,
provengono dall’archivio fotografico dell’Acquario di Genova.
IMM. EXT: Le immagini termografiche sono pubbliche e
provengono da
http://www.ifremer.fr/medar/
http://modb.oce.ulg.ac.be/backup/modb/welcome.html
http://www.moon-oceanforecasting.eu/
http://gos.ifa.rm.cnr.it/index.php?id=373
http://moon.santateresa.enea.it/
Lo schema della circolazione mediterranea proviene da
Malanotte-Rizzo et al.: The eastern Mediterranean in the
80s and in the 90s: the big transition in the intermediate and
deep circulations, Dynamics of Atmospheres and oceans, 29,
365–395, 1999.
Si ringrazia il Dott. Antonio Di Natale ed il Dott. Manzella
dell’ENEA per aver rintracciato le fonti iconografiche
Le catene alimentari nelle acque polari
Nei mari polari, al momento dello scioglimento dei
ghiacci, quando le lunghe notti invernali lasciano il
posto al sole di mezzanotte, si assiste ad una
incredibile esplosione della vita planctonica.
Questo nutrimento abbondante costituirà il
banchetto di numerosi animali più grandi, come gli
uccelli o i mammiferi marini.
Durante la corta estate polare, l’aumento di
quantità di luce e la presenza di sali minerali in
sospensione nell’acqua favoriscono lo sviluppo
di fitoplancton, che servirà da nutrimento per lo
zooplancton, il famoso krill. La vita si sviluppa nelle
zone liberate dai ghiacci e ricche di sali nutritivi.
Per lottare contro il freddo dell’inverno in arrivo, i
grandi predatori devono ricostruire rapidamente
le loro riserve di grasso. Molti di essi si inseriscono
direttamente al primo livello della piramide
alimentare (krill, pesci, calamari). I predatori di
grande taglia, come le foche mangiagranchi, le
balene (dotate di fanoni), i beluga ed i narvali, si
nutrono di prede relativamente piccole.
Una catena alimentare corta, costituita da
qualche anello solamente, diminuisce la perdita di
energia da un capo all’altro della catena.
Gli schemi sono gli stessi, sia che si tratti di Artico
che di Antartico, con specie diverse, appartenenti
agli stessi gruppi zoologici (pinnipedi, cetacei)
o differenti, ma che mostrano forti similitudini (i
pinguini in Antartide, gli alca e gli uria in Artide).
Crédits photos : Dave Bowden
In acque libere
Gruppo di brachiopodi (liothyrella uva)

della piattaforma continentale limita l’habitat
per la flora e la fauna. Sono complessi fenomeni
oceanografici che arricchiscono le acque di
superficie, grazie alla risalita di acque profonde
nelle quali sono disciolti molti sali minerali.
Sulla terra
In Artide, l’orso bianco costituisce un legame
tra le risorse alimentari marine e terrestri.
In estate, l’orso sopravvive nella tundra
sgombra dalla sua copertura nevosa. La vita
torna a splendere, le deiezioni dei mammiferi
(come la volpe artica) fertilizzano il suolo e
favoriscono la crescita delle piante che sono
brucate dai roditori (lemming).
Sul fondo
La vita sui fondali è altrettanto diversificata. Gli
animali bentonici approfittano dei detriti prodotti
dal plancton e dai suoi predatori. In Artide, i sali
minerali di origine continentale portati dai fiumi
favoriscono lo sviluppo della vita. Non accade
lo stesso in Antartide. In aggiunta, la ristrettezza
Sotto il ghiaccio
Durante l’inverno, i microrganismi sono nascosti
nelle bolle d’aria imprigionate nel ghiaccio. Ai
primi raggi di sole, attraverso il ghiaccio, le alghe
si sviluppano. È il segno della primavera che
comincia, sotto il ghiaccio.
IL
KRILL ANTARTICO
(EUPHAUSIA
SUPERBA)
~
Il comportamento alimentare del krill in funzione
delle stagioni
Il krill è onnivoro. Il suo regime alimentare gli
permette dunque di adattarsi alle risorse alimentari
presenti a seconda delle stagioni.
LA RACCOLTA DI KRILL SPESSO RAPPRESENTA MIGLIAIA DI INDIVIDUI ~
In inverno, il krill perde peso. Deve accontentarsi
delle rare alghe planctoniche ancora presenti. Il
suo regime alimentare cambia, consumando uova,
larve e detrito dello zooplancton. Può addirittura
nutrirsi dei suoi stessi piccoli. Durante questo
periodo di carestia, spazzola la parte inferiore
della banchisa aiutandosi con le zampe toraciche
a forma di pettine per raccogliere le alghe che
crescono sotto il ghiaccio.
L’ interesse ecologico ed economico del krill e
dei copepodi
In Antartide, la biomassa del krill è stimata, nel
periodo stagionale dei ghiacci, tra 200 e 600
milioni di tonnellate. Il krill produce ogni anno 215
milioni di tonnellate di nuovi individui. La specie
Euphasia superba è tra gli animali più abbondanti
del nostro pianeta.
Crédits photos : Océanopolis/B. Lampert
In estate, si raggruppa in sciami che possono
ricoprire una superficie di 500 km quadrati e
pesare 2 milioni di tonnellate. Il krill si sposta
ad una velocità di 500 metri all’ora. Questo
sciame di miliardi di animali filtra efficacemente il
fitoplancton intorno alla banchisa galleggiante.
Crédits photos : BAS/Chris Gilbert
La parola krill, inventata dai balenieri norvegesi,
significa “minutaglia”. Raggruppa una dozzina di
specie di crostacei pelagici che possono misurare
fino a 4 cm.
Lo zooplancton costituisce la principale fonte
di nutrimento degli uccelli marini, delle foche e
delle balene nelle acque polari. Il krill antartico è
costituito principalmente da Euphasia superba,
mentre nelle acque fredde e temperate
dell’emisfero boreale domina un’altra specie,
Meganyctiphanes norvegica.
Crédits photos : BAS/Chris Gilbert
Il krill
Tuttavia, i copepodi, piccoli crostacei planctonici,
hanno una produzione annuale dieci volte superiore
a quella del krill.
Il krill gioca un ruolo importante nell’ecosistema
antartico. Ogni anno, le balene ne consumano più
di 30 milioni di tonnellate, le foche 70 milioni, gli
uccelli marini 40 milioni.
Le 36 milioni di coppie di uccelli che nidificano sulla
sola isola della Georgia del Sud, hanno un regime
alimentare costituito per tre quarti da krill. La foca
mangiagranchi (Lobodon carcinophagus), che si
nutre esclusivamente di krill, conta una popolazione
di 12 milioni di individui. Una balenottera azzurra
può inghiottire 3 tonnellate di krill al giorno.
Il krill rappresenta anche una risorsa utilizzabile
dall’uomo. Questo genere di pesca iniziata
negli anni sessanta, dovrà quindi essere tenuta
sotto controllo, alla luce degli interessi ecologici
fondamentali del krill nelle risorse alimentari marine
antartiche.
Gli eroi del freddo
La vita è molto dura nel mondo polare, dove il
freddo permanente può scendere al di sotto dei
-50°C. Durante l’inverno, i blizzard (venti glaciali
accompagnati da tormente di neve) sono violenti
e ghiacciati, neve e ghiaccio ricoprono tutto,
mentre durante l’estate, la temperatura rimane
sempre prossima allo zero. Gli animali resistono a
questo freddo intenso con adattamenti differenti.
La
sterna artica

La sterna artica
Alla fine dell’estate, la sterna artica lascia l’Artico
per raggiungere l’Antartide, realizzando così la
più grande delle migrazioni animali conosciute
(40.000 km, tra andata e ritorno). Il suo
piumaggio molto isolante, gli permette di resistere
al freddo. Quest’uccello possiede uno strato di
piume sulla pelle, foderato da penne sovrapposte.
Lo strato esterno viene impermeabilizzato,
impregnandolo d’olio prodotto da una ghiandola
prossima alla coda e spalmato sul piumaggio con
l’ausilio del becco.
bianco

tricheco

L’ o r s o
L’orso bianco
È la sua fitta pelliccia ad aiutarlo enormemente
a lottare contro il freddo. È composta da uno
strato inferiore molto fitto, protetto da lunghi peli
di guardia (setole)esterni. Quando i peli sono
bagnati, si incollano gli uni agli altri, formando
una barriera impermeabile. Sotto la pelle nera,
uno spesso strato adiposo isola l’animale dal
freddo e serve da riserva energetica. È da questa
riserva che l’organismo attinge per sopravvivere.
La dimensione delle sue orecchie è dovuta al suo
ambiente di vita: essendo piccole, perdono poco
calore.
L’orso bianco si sposta facilmente sulla banchisa.
In questo animale, le zampe sono leggermente
arcuate e le dita dei piedi sono rivolte verso
l’interno. Il pelo protegge i piedi, insensibili al suolo
ghiacciato.
Crédits photos : Océanopolis
L’orso bianco vive solo al Polo Nord. È il padrone
incontrastato del vasto dominio artico.
Il
Il tricheco
Questo mammifero marino è superbamente
adattato alla vita artica. Protetto da uno strato
di grasso, possiede quattro arti appiattiti che
ne fanno un eccellente nuotatore. D’estate si può
assistere ai raggruppamenti dei trichechi sulla
banchisa, con gli individui che si stringono gli uni agli
altri per conservare il loro calore. Frequentemente
lo strato di grasso dei trichechi supera i 10cm
di spessore, sotto la pelle spessa e coriacea.
Quando fa troppo freddo, il tricheco preferisce
scorazzare nell’acqua.
Crédits photos : Océanopolis
Esistono altri adattamenti morfologici ed
anatomici che permettono al pinguino imperatore
di lottare contro il freddo:
I
pesci del ghiaccio

I pesci del ghiaccio
Per lottare contro il freddo, i pesci delle acque
gelate producono delle sostanze che prevengono
la formazione di ghiaccio. Questi «antigelo» si
associano ai cristalli in formazione ed impediscono
alle nuove molecole di fissarsi: si tratta di sistemi
enzimatici assai efficaci, che permettono ai pesci
di essere attivi alle basse temperature. Il loro
metabolismo nell’acqua a 0° C è simile a quello
d’un pesce d’acqua temperata a 20° C. I noltre, i
globuli rossi sono inutili per trasportare l’ossigeno
nell’organismo, essendo questo gas molto solubile
nell’acqua di mare fredda. L’assenza di globuli
rossi dona alle branchie ed agli organi interni un
colore “bianco cremoso”. Si dice che questo pesce
non riesca a sopportare temperature superiori ai
5°C!
`` Il suo becco piccolo riduce la dispersione
termica; gran parte dell’aria calda contenuta
nelle cavità nasali viene riciclata.
Il piumaggio è fitto, disposto a strati impermeabili,
un po’ come le tegole su un tetto. Il piumaggio e
la pelle elastica del pinguino sono forniti di uno
spesso strato di grasso. È questo grasso che
impedisce uno shocktermico all’uccello, quando
esce dall’acqua per mettere piede sul ghiaccio.
`` I suoi piedi sono di piccola taglia. Essendo
ridotta la superficie di scambio tra l’aria
fredda ed il ghiaccio, le perdite di calore
diminuiscono.
Così protetto, il pinguino può scorazzare per ore
nell’acqua a 0° C, a differenza di un uomo che
morirebbe istantaneamente..
Il pinguino imperatore
Crédits photos : Océanopolis
All’inizio del mese di Aprile il pinguino imperatore
intraprende un viaggio di 100 km verso Sud per
raggiungere i siti di nidificazione sui ghiacci polari.
Siamo nel cuore dell’inverno. Nell’Antartide, i pinguini
imperatore depongono e covano le loro uova
esposti in pieno al blizzard a –40°C. È il maschio
che cova le uova: durante questo periodo, può
perdere fino alla metà del suo peso.
Per difendersi dal freddo, il pinguino possiede
differenti adattamenti, ma la sua grande taglia non
lo aiuta a ridurre la perdita di calore.
Per tenersi al caldo, i maschi che covano, si
radunano in gruppi compatti al fine di economizzare
le energie. Al centro del gruppo gli uccelli hanno più
caldo; a turno, quindi, occupano i posti più esposti,
esponendo spesso il dorso al vento che soffia
incessante.
Un gruppo serrato può ridurre le perdite di calore
fino al 50%.
Il
pinguino imperatore

L’influenza dell’uomo sull’atmosfera
L’aumento dei gas ad effetto serra
L’anidride carbonica – CO2
L’aumento della quantità di anidride carbonica è
direttamente proporzionale alle attività industriali
dell’uomo. Questo aumento è il risultato della
combustione di petrolio, di gas naturale, di carbone.
L’uomo, attraverso le sue attività quotidiane,
modifica la composizione dell’atmosfera. Le
emissioni di CO2 variano molto da un Paese
all’altro. I paesi industrializzati ne producono
(pro capite) da 10 a 20 volte di più rispetto ai
Paesi in via di sviluppo. L’analisi delle bolle d’aria
intrappolate nel ghiaccio mostra che stiamo
giungendo a valori mai ottenuti prima d’ora.
Il metano – CH4
In 200 anni la popolazione mondiale è passata
da 1,6 a 5 miliardi di abitanti. Questa esplosione
demografica ha generato un incremento della
produzione agricola. Tuttavia i ruminanti, che
degradano la materia organica in modo
I clorofluorocarburi
CFC Freon (nome commerciale)
Anche i CFC partecipano all’effetto serra. Si
tratta di molecole chimicamente molto stabili,
motivo per cui ne è stato favorito l’utilizzo. La loro
concentrazione è aumentata del 17% dagli anni
50. Dopo il protocollo di Montreal del 1987, altri
gas sostituiscono i freon semplici, ma questi nuovi
gas pur non avendo effetto sull’ozono, sono molto
attivi per quanto riguarda l’effetto serra.
La concentrazione di questi diversi gas è variabile,
come pure lo è la loro efficacia nell’assorbire gli
infrarossi:
`` Una molecola di metano è 20 volte più attiva
di una molecola di anidride carbonica
`` Una molecola di CFC è 10 000 volte più attiva
di una molecola di anidride carbonica
Al ritmo delle attuali emissioni di questi gas, è
previsto un raddoppiamento dei livelli di anidride
carbonica nell’atmosfera entro il 2030 (due
generazioni appena).
Crédits photos : Océanopolis
L’effetto serra è importante al fine di mantenere
una temperatura ideale per la vita sulla Terra.
Nell’ultimo secolo, le attività industriali e lo
sviluppo demografico sono in costante aumento,
provocando una modificazione della composizione
dell’aria. La concentrazione di gas ad effetto
serra è aumentata, inducendo un riscaldamento
della Terra.
anaerobico (senza ossigeno), durante la loro
digestione producono metano. Le risaie, le paludi
ed anche le terme sono delle fonti naturali di
metano. La concentrazione di metano nell’aria è
raddoppiata negli ultimi 200 anni.
Crédits photos : Océanopolis
L’ozono, uno scudo bucato
L’ozono nella stratosfera
L’ozono è fondamentale per il mantenimento della
vita sulla Terra, assorbendo la maggior parte
dei raggi ultravioletti nocivi. Lo strato di ozono è
posizionato nella stratosfera ed è composto da
tre atomi di ossigeno.
Dal 1978-1979 è stato registrato un deficit
importante in questo strato sopra l’Antartide
durante la primavera australe (Settembre ed
Ottobre).
Questa carenza permette un aumento del 20% dei
raggi ultravioletti che raggiungono la superficie
del pianeta (all’inizio di Novembre, quando il Sole
riscalda la regione).
Gli ultravioletti β hanno un effetto nocivo sulla
biosfera, causano cancro alla pelle nell’uomo e
negli animali, inibizioni della fotosintesi, mutazioni
genetiche.
Alle nostre latitudini è stata constatatauna
diminuzione dello strato di ozono dal 6 all’8% ed al
di sotto del Polo Nord intorno al 20%.
Dal 1987, a Montreal, un protocollo internazionale
regolamenta la produzione di CFC ed il loro utilizzo.
Questo protocollo raccomanda l’utilizzo di gas
sostitutivi, ma anche a fronte dell’arresto della
produzione e dell’utilizzo dei CFC gli scienziati non
prevedono la rigenerazione dello strato di ozono
fino alla fine del prossimo secolo.
I clorofluorocarburi, CFC, vengono impiegati o
sono stati impiegati nelle bombolette spray,
nei sistemi refrigeranti (congelatori, frigoriferi),
nell’imballaggio dei prodotti alimentari.
Cosa succede nella stratosfera? Come fanno i CFC
a distruggere l’ozono atmosferico?
I clorofluorocarburi sono distrutti dai raggi solari e
producono atomi di cloro.
Gli atomi di cloro reagiscono con l’ozono per
formare monossido di cloro (ossigeno+cloro). A sua
volta, questo si combina con un atomo di ossigeno,
liberando una molecola di ossigeno ed una di cloro
attivo, capace di distruggere una nuova molecola
di ozono. In questo modo un atomo di cloro è in
grado di distruggere molte molecole di ozono.
L’ozono nella stratosfera
Nella troposfera (tra 0 e 10km dalla superficie
terrestre), si ha una produzione di ozono, in questo
caso questo pericoloso per noi, causando disturbi
respiratori e danneggiando permanentemente i
vegetali. La quantità di ozono è raddoppiata
negli ultimi 100 anni, prodotto dall’inquinamento
industriale degli autoveicoli. Certi giorni, nei grandi
centri urbani, la quantità di ozono è moltiplicata
per 10.
Le foche
Caratteri adattativi della vita marina
} La foca è un mammifero marino.
- Mammifero, dato che allatta i suoi piccoli;
- Marino visto che si nutre di animali che vivono
in mare..
} Gli arti anteriori e posteriori delle foche sono
adattati al nuoto e sono palmati..
} Le foche si servono della zampe posteriori
come propulsori in acqua, ma queste non sono
di alcun aiuto sulla banchisa. Quelle anteriori
servono da timone. Munite di cinque grossi
artigli, permettono alla foca di scavare il
ghiaccio.
} Quando si immerge nelle buie profondità, le sue
pupille si dilatano per captare la fievole luce.
} mancano i padiglioni auricolari esterni; le
orecchie sono delle piccole aperture situate
sui lati della testa. Quando la foca si immerge,
le orecchie si chiudono per evitare l’ingresso
d’acqua.
} Le narici sono chiuse in acqua e aperte quando
l’animale torna in superficie per respirare.
La foca è dotata di un volume sanguigno molto
maggiore del nostro. Molto ricco di globuli rossi, il
suo sangue può immagazzinare una quantità
estremamente elevata di ossigeno. Ciò, unito alla
riduzione delle pulsazioni cardiache che passano
da 150 a 20 al minuto a
seconda della
profondità, può spiegare le sorprendenti prestazioni
ottenute durante le immersioni.
Così, la foca di Weddell può scendere fino a 550m
di profondità, con un’apnea di un’ora.
Crédits photos : Océanopolis
} Le vibrisse permettono alla foca di captare le
vibrazioni dell’acqua, provocate dalle prede e
dai suoi predatori.
La foca possiede una dentatura particolare
adattata al suo regime alimentare. Nella maggior
parte delle foche, i denti aguzzi permettono di
afferrare e dilaniare le prede.
Molte foche subiscono ancora una pressione
venatoria per la loro pelliccia e per il loro grasso,
destinato a produrre olio di qualità.
I pinguini
I pinguini appartengono alla famiglia degli
Sfeniscidi, che comprende 17 specie, tutte residenti
nell’emisfero Sud. Alcune raggiungono il numero
diversi milioni o decine di milioni di esemplari. Solo il
pinguino imperatore ed il pinguino di Adelia si
riproducono sul continente antartico. Le altre specie
si osservano sulle isole sub-antartiche e sulle coste
dell’America
latina,
dell’Africa
australe,
dell’Australia, della Nuova Zelanda e delle Isole
Galapagos, la più settentrionale. Gli uccelli che
vivono nell’emisfero Nord, simili ai pinguini per un
fenomeno di convergenza evolutiva, appartengono
alla famiglia degli Alcidi. A questa famiglia
appartengono le alche, le gazze marine, le urie ed
i pulcinella di mare.
Gli adattamenti al nuoto
Gli sfeniscidi e gli Alcidi hanno una caratteristica
in comune: il loro modo di alimentarsi; cacciano
sott’acqua per nutrirsi di pesce, calamari e
plancton. Nei pinguini, le ali sono trasformate in
alette che sono vere pinne natatorie. Sott’acqua,
queste pagaie hanno la funzione di propulsori,
mentre i piedi e la coda hanno ruolo di timone.
I pinguini sono diventati uccelli marciatori e
nuotatori; sono i più specializzati alla vita marina,
perfettamente adattati al nuoto. Inoltre, la coda
minuscola ed il corpo rigido gli permette di fendere
l’acqua facilmente. Le piume corte e piatte li
aiutano a scivolare nelle onde. Entrando in acqua
il pinguino chiude bene becco e narici, ma mantiene
gli occhi aperti. Per uscire dall’acqua accelera,
schizzando fuori come un fuso, atterrando in piedi.
Può anche servirsi delle zampe artigliate per
arrampicarsi sulla banchisa. A terra, sulle distese
gelate, può spostarsi scivolando sull’addome,
aiutandosi con le ali ed i piedi.
Crédits photos : Océanopolis
Nell’emisfero australe, alcuni uccelli non volano,
anzi, si servono delle loro ali per nuotare: si tratta
dei pinguini.
Strategie alimentari
La maggior parte delle specie di pinguini si nutre nei
pressi della superficie dell’acqua, principalmente
di piccoli pesci e di gamberetti planctonici. I
pinguini possono cacciare in gruppo seguendo
i banchi di pesce e ingoiando direttamente le
loro prede. Le specie di maggiori dimensioni si
immergono a maggiori profondità per trovare il
cibo. Il pinguino papua può scendere a 100m, il
pinguino imperatore fino a 250m. I pinguini nuotano
a velocità sostenute (da 10 a 15km all’ora).
Metodi di comunicazione
Nei pinguini il canto viene utilizzato come sistema di
riconoscimento. È differente da un individuo ad un
altro. Nella coppia il canto permette ai due uccelli
di non perdere il contatto, sia in terra che in mare.
Questo riconoscimento vocale è molto importante
per i pinguini imperatore, che formano colonie di
decine di milioni di individui. Non costruendo nidi, né
marcando il territorio, il canto è l’unico metodo che
hanno i genitori per riconoscere i pulcini.
L’acidificazione degli oceani
Effetto perverso dell’era industriale, l’aumento
di anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera,
influisce non solo sul cambiamento climatico,
ma anche, e si comincia solo ora a capirne la
gravità, sulla chimica degli oceani. L’acqua di
mare diventa più acida (diminuisce il pH) ad una
velocità e con delle proporzioni allarmanti. James
Orr, direttore delle ricerche al CEA, e Jean-Pierre
Gattuso, direttore delle ricerche al CNR, membro di
EUR-OCEANS, affermano che nei prossimi 50 anni,
l’acidificazione degli oceani avrà inevitabilmente
alterato la crescita, la riproduzione e la
sopravvivenza di alcuni organismi della fauna e
della flora acquatica. L’unica possibile reazione
ad oggi è la sensibilizzazione dell’opinione
pubblica, dei governi e la responsabilizzazione
di tutta la popolazione mondiale. Un obbiettivo
confermato dagli scienziati della rete d’eccellenza
EUR-OCEANS. Gli oceani coprono i due terzi del
nostro pianeta, salvaguardando una biodiversità
incredibile e fornendo risorse inestimabili alla
nostra società. Giocano inoltre un ruolo essenziale
nella regolazione del clima e dei cicli biogeochimici
per la capacità di assorbire l’anidride carbonica
atmosferica.
L’impatto dell’acidificazione oceanica: una
scoperta recente
L’evidenza degli effetti dell’acidificazione degli
oceani sugli organismi e sugli ecosistemi marini è
una consapevolezza recente. Le prime esperienze
sono state realizzate nel 1985, su delle alghe
calcaree, da Agegian e Mackenzie, ricercatori
all’Università delle Hawaii. Nel 1998, Jean-Pierre
Gattuso, allora al Centro Scientifico di Monaco, ed
i suoi collaboratori, ottengono i primi risultati su dei
coralli tropicali. Si è scoperto che la produzione di
calcare degli organismi marini diminuisce dal 20
al 50% nelle condizioni di acidità degli oceani
Crédits photos : AWI
L’acidificazione degli oceani: una nuova posta
in gioco
Pt e r o p o d e

che si ipotizzano nel 2100. A ciò va aggiunto
una constatazione ancora più preoccupante: si
può prevedere che tra 20-50 anni l’acqua delle
regioni più fredde del pianeta sarà corrosiva per
l’aragonite, una varietà di carbonato di calcio
utilizzata da numerosi organismi per produrre lo
scheletro esterno.
Un cambiamento d’una rapidità folgorante
Nel corso degli ultimi 200 anni, che corrispondono
alla nascita ed allo sviluppo dell’era industriale, gli
oceani hanno assorbito circa la metà dell’anidride
carbonica rilasciata dalla combustione dei
carburanti fossili: carbone, gas naturale, petrolio
per 120 miliardi di tonnellate! Di conseguenza, il
pH dell’acqua è sceso di 0,1 unità nel corso del XX
secolo.
Nel 2006 ogni giorno più di 25 milioni di tonnellate
di anidride carbonica si sono combinate con
l’acqua di mare. L’aumento delle emissioni di CO2
atmosferica segue una curva esponenziale. Così,
Crédits photos : Océanopolis
durante il prossimo secolo, l’acidificazione rischia
di proseguire ad una velocità circa mille volte
superiore a tutte le variazioni naturali da almeno
600 mila di anni, dal periodo di transizione tra le
ere glaciali (freddo) ed interglaciale (caldo).
Certezze ed incertezze
Se, come sembrano indicare le tendenze attuali,
la produzione di CO2 dovuta alle attività
antropiche continuerà ad aumentare, il pH delle
acque superficiali oceaniche potrebbe diminuire,
da qui a fine secolo, di 0,5 unità. Si tratterebbe
del pH più basso mai registrato da milioni di anni a
questa parte. Questo cambiamento nella chimica
degli oceani è quantificabile e prevedibile. Le
conseguenze dell’acidificazione sugli organismi
marini sono ancora poco conosciute. In ogni caso,
dai primi studi sperimentali emerge la realtà di una
minaccia per la sopravvivenza di alcune specie.
Gli scienziati sottolineano l’urgenza di ampliare
le ricerche. L’acidificazione degli oceani è un
processo irreversibile sulla scala delle nostre vite,
poiché ci vorranno decine di migliaia di anni per
tornare ad una chimica degli oceani identica a
quella precedente agli ultimi 200 anni. Così come
l’ampiezza del fenomeno, che varia a seconda
delle zone geografiche, è difficile stimare anche
l’impatto sugli organismi marini e sugli ecosistemi.
Tuttavia gli scienziati dispongono già di alcune
prove evidenti:
`` L’acidificazione comporta la diminuzione
degli ioni carbonato, elementi necessari
per la costruzione dello scheletro e della
conchiglia di numerosi organismi marini, detti
calcarei. Alcune previsioni basate su modelli
matematici suggeriscono che nei prossimi 50
anni le acque superficiali dell’Oceano Australe
saranno corrosive per una forma di calcare
chiamata “aragonite”, che costituisce la
conchiglia degli Pteropodi. Queste piccole
lumache planctoniche, presenti massivamente
nelle acque polari del pianeta rischiano
quindi di scomparire. Tuttavia, sono alla
base dell’alimentazione di numerose specie
dello zooplankton, delle balene, ma anche di
pesci commerciali come il salmone. Inoltre, ciò
potrebbe portare ad una perdita importante
di biodiversità.
`` Nei prossimi 100 anni l’acidificazione
influenzerà il processo di calcificazione che
permette agli organismi come il corallo,
i molluschi ed il fitoplancton calcareo di
produrre il proprio scheletro esterno o la
conchiglia. I coralli tropicali e sub-tropicali
saranno quelli maggiormente danneggiati,
nuocendo alla stabilità ed alla longevità
delle scogliere coralline e mettendo in pericolo
i numerosi organismi e le popolazioni umane
che ne dipendono. I coralli delle acque fredde,
il cui studio è recente, saranno ugualmente
minacciati. Le conseguenze a lungo termine
sull’insieme degli organismi e degli ecosistemi
marini rimangono comunque difficili da predire.
Come reagiscono le specie non ancora studiate
all’acidificazione del loro ambiente? Potranno
adattarsi all’inevitabile cambiamento in atto?
Quale sarà l’interazione con gli altri fattori,
per esempio l’innalzamento della temperatura
degli oceani? Molte sono le incognite a cui gli
scienziati tentano di rispondere..
Urgente: stabilizzare, se non ridurre, il tasso di
emissione di CO2 atmosferica
Di fronte all’ampiezza di questo problema,
dovuto principalmente all’industrializzazione, solo
l’uomo è in grado di frenare o invertire il processo,
attraverso la diminuzione di emissioni di anidride
carbonica nell’atmosfera. James Orr: “delle
numerose soluzioni parziali che esistono già per
ridurre le nostre emissioni di CO2, ciò che manca
è la volontà, sia da parte nostra che dei leader
politici. Se ciascuno di noi cominciasse a riflettere
sulle emissioni di anidride carbonica (11 kg al giorno
pro capite, di cui 4 kg assorbiti dall’oceano) ed
alla maniera di ridurle, sarebbe già un buon inizio”.
Calcidiscus (condizione sperimentale che simula 
il livello attuale di pressione parziale di CO2) i
La rete di acquari/musei europei di EUR-OCEANS
prosegue nello sforzo per sensibilizzare il grande
pubblico, rivolgendosi soprattutto ai bambini e
agli adolescenti, cittadini del futuro. Una delle
chiavi della presa di coscienza è rappresentata
dall’informazione. Al fine di facilitare gli scambi
tra gli scienziati ed il grande pubblico, la rete
EUR-OCEANS ha già sviluppato un certo numero
di iniziative, come la realizzazione di un sito Web,
un programma educativo destinato alle scuole,
conferenze on-line, ecc…
Crédits photos : U. Riebesell IFM-GEOMAR
L’acidificazione degli Oceani (2)
Le iniziative per informare e sensibilizzare il
grande pubblico
Calcidiscus (condizione sperimentale che simula 
il livello di pressione parziale di CO2 prevista per il 21oo)
Corrente del Golfo: la caduta di un mito?
È generalmente sostenuto che il carattere
temperato del clima dell’Europa occidentale è
dovuto alla mitezza apportata dalla Corrente
del Golfo. Questa informazione è assai diffusa,
nei libri di geografia, nelle guide turistiche, nelle
enciclopedie… Secondo lavori scientifici recenti,
sembra che la Corrente del Golfo diminuisca sotto
l’effetto del cambiamento climatico globale. Alcuni
ne predicono l’arresto, con il conseguente arrivo di
una nuova era glaciale sull’Europa occidentale…
Tuttavia, altri lavori scientifici ridimensionano il
ruolo della Corrente del Golfo nel trasferimento
di calore dal Sud al Nord. In queste circostanze,
un rallentamento della Corrente del Golfo non
sortirebbe l’effetto catastrofico previsto da
qualcuno.
Qual è la vera importanza della Corrente del
Golfo sul clima europeo? Cosa succede
nell’Atlantico del Nord in un contesto di
surriscaldamento globale? Quali sono e quali
saranno gli impatti sugli ecosistemi marini alla fine
del XXI secolo?
La vera influenza della Corrente del Golfo: la
prime osservazioni
Gli amerindi conoscevano probabilmente la
Corrente del Golfo molto prima della scoperta
dell’America. I primi cenni si hanno nel 1513, quando il
navigatore spagnolo Ponce de Leon constatò che
un’importante corrente d’acqua calda proveniente
dal Mare delle Antille spingeva le navi al largo
della Florida. Occorre attendere il 1770 quando
Benjamin Franklin, che cercava di ridurre i tempi
di trasporto della corrispondenza con la Gran
Bretagna, realizzò il primo studio approfondito ed
una cartografia dettagliata della Corrente del
Golfo.
Crédits photos : Océanopolis
Cambiamenti climatici nell’Atlantico del Nord nel
XXI secolo: quale è la vera importanza della
Corrente del Golfo per il clima in Europa?
Nel 1885, il tenente della marina americana
Matthew Fontane Maury pubblica “Geografia
Fisica del mare e sua meteorologia”. In questa
prima grande opera di oceanografia, l’autore
sottolinea il ruolo essenziale della Corrente
del Golfo sulla regolazione della temperatura
invernale dell’Europa dell’Ovest, considerandola
la sola responsabile delle condizioni climatiche
particolarmente miti in Europa, comparate a quelle
della costa Est del Canada. Ancora oggi, questa
affermazione ha ampio seguito, e per molti non
potrebbe essere altrimenti.
Sotto il prisma dei cambiamenti climatici
Il surriscaldamento climatico è associato
ad un aumento importante degli apporti di
acqua dolce nelle zone artiche: sia a causa
dello scioglimento dei ghiacci, che a causa
dell’intensificarsi delle precipitazioni.
Le acque dell’Atlantico del Nord mostrano
degli aumenti di temperatura, mentre la
salinità è sensibilmente diminuita negli ultimi
decenni. Tutte queste modificazioni possono
avere delle conseguenze sui movimenti
delle acque oceaniche, per questo occorre
conoscerne
il
ruolo
essenziale
nella
regolazione del clima.
Numerose domande si pongono ad oggi:
i fenomeni regionali avranno un impatto
maggiore sulla Corrente del Golfo e sulle
correnti dell’Atlantico del Nord? Ciò può
veramente cambiare il clima europeo? Se
sì, come?
La caduta di un mito? Perché l’era glaciale non è
possibile
Se la Corrente del Golfo ed il suo prolungamento,
la
corrente
Nord-atlantica,
trasportano
effettivamente delle acque calde verso le nostre
alte latitudini, recenti lavori scientifici considerano
relativo il ruolo della Corrente nel trasporto di
calore dal Sud verso il Nord. In effetti, nella fascia
di latitudine compresa tra i 40° ed i 60° N, sono i
venti che assicurano l’80% del trasferimento di
calore, a fronte del 20% derivante dalle correnti
sottomarine (Corrente del Golfo e ramificazioni).
Il rallentamento della Corrente del Golfo non avrà
dunque le conseguenze catastrofiche predette da
alcuni.
Lo sviluppo della ricerca nell’Oceanografia e
nella Climatologia ha aiutato a quantificare
l’azione della Corrente del Golfo sul clima. Grazie a
delle simulazioni informatiche, basate sulle misure
effettuate nell’oceano negli ultimi 50 anni e sulle
informazioni satellitari, gruppi di studiosi europei ed
americani hanno messo in evidenza i tre fenomeni
responsabili della mitezza invernale della costa
atlantica dell’Europa del Nord Ovest.
`` La corrente calda del Nord Atlantico
(prolungamento della Corrente del Golfo):
percorrendo le alte latitudini, trasferisce
energia termica all’atmosfera.
`` La circolazione generale dei venti al di sopra
dell’Atlantico. In Inverno i venti dell’Ovest
dominanti, provenienti dagli Stati Uniti,
attraversano l’Atlantico apportando sul
nostro continente aria oceanica molto più mite
dell’aria continentale
`` La cessione durante l’Inverno del calore
accumulato dall’oceano durante l’estate..
Quale clima per il XXI secolo?
La tendenza generale è un riscaldamento in tutta
l’Europa occidentale. Anche se la Corrente del
Golfo dovesse rallentare, e dunque veicolare
meno calore, questo non compenserebbe
il surriscaldamento globale delle correnti
atmosferiche, responsabili all’80% dei trasferimenti
di calore. L’effetto, al massimo, potrebbe
allungarne i tempi. Martin Visbeck, ricercatore
dell’IFM-GEOMAR di Kiel (Germania) sostiene:
”… Malgrado tutto dovremo confrontarci con un
clima più caldo. I modelli attuali suggeriscono che
gli effetti potrebbero al massimo annullarsi, e non
ci saranno mai dei raffreddamenti drammatici
in Europa”. I modelli prevedono un riscaldamento
di appena qualche grado, molto inferiori a quelli
previsti in altre regioni del pianeta.
Occorre fare tuttavia una distinzione per
l’Europa del Nord, in particolar modo per l’Artico
e la Norvegia. Al di la del 60°N: “se la Corrente
del Golfo rallentasse molto, sarebbe possibile
registrare un leggero avanzamento del ghiaccio,
ma non ne siamo sicuri al 100%”, confida Martin
Visbeck. La vera influenza della Corrente del Golfo
si esprimerà nell’oceano: “una riduzione della
Corrente del Golfo avrà una influenza sul livello del
mare... È attendibile un innalzamento dell’acqua
di circa 50 cm, che avrebbe per noi conseguenze
notevoli”.
Modelli, previsioni ed incertezzes
L’oceano mostra delle variazioni naturali. La sfida
per gli scienziati è di essere capaci a stabilire la
differenza tra ciò che è dovuto alle oscillazioni
naturali del sistema ed i cambiamenti più sensibili
previsti per i prossimi 50 o 100 anni.
Al fine di spiegare l’evoluzione e le interazioni tra
l’oceano e l’atmosfera, gli scienziati beneficiano al
giorno d’oggi di una grande varietà di utili strumenti:
satelliti, navi commerciali, battelli di ricerca,
dispositivi sottomarini robotizzati e non, ormeggi
e punti fissi di osservazione. Al giorno d’oggi è
cruciale intensificare lo sforzo di osservazione
sull’oceano e sui suoi cambiamenti durante lunghi
periodi di tempo. “Per comprendere i cambiamenti,
dobbiamo regolare i nostri sistemi di osservazione
su scale temporali appropriate… osservare le
cose con una buona frequenza” dichiara Richard
Lampitt, ricercatore del National Oceanographic
Center di Southampton (GB).
Queste osservazioni permetterebbero di mettere
in evidenza delle variazioni importanti nelle
tendenze, ma sarebbero soprattutto la base per
modelli matematici mirati a realizzare previsioni
climatiche.
Le certezze di oggi: i cambiamenti all’interno
degli ecosistemis
Se le previsioni per il futuro comportano sempre un
certo grado di incertezza, è interessante osservare
come al giorno d’oggi, grazie ad azioni a lungo
termine, si possano percepire le modificazioni
nell’ecosistema del Mare del Nord.
Il plancton, indicatore della salute dell’oceano
Corrente del Golfo: la caduta di un mito? (2)
Dal 1931 viene monitorato il plancton marino
attraverso tutto l’Atlantico grazie ad un sistema
rimorchiato da diverse navi: si tratta del “Continuos
Plankton Recorder”, messo a punto nel 1929 da sir
Alistar Hardy. I dati, raccolti ed utilizzati a Plymouth
da più di 70 anni, hanno recentemente permesso di
identificare una maggiore riorganizzazione nella
diversità dello zooplancton negli ultimi dieci anni.
Certe specie caratteristiche delle acque calde
progrediscono verso Nord, mentre altre, proprie
delle acque fredde, diminuiscono. È possibile
misurare già da ora le conseguenze di queste
migrazioni, specialmente sul merluzzo.
Grégory Beaugrand, ricercatore al laboratorio
Ecosistemi Litorali e Costieri (ELICO, CNRS di
Wimereux): “i cambiamenti nella composizione
di plancton hanno profondamente influenzato
il merluzzo del Nord. Ci sono prede di taglia più
piccola: il plancton giunge in un momento in cui la
specie non ne ha più bisogno… questi sconvolgimenti
sono sfavorevoli alla sopravvivenza delle larve
di merluzzo. Se a ciò si aggiungono gli effetti del
sovrasfruttamento da parte dell’industria ittica, si
assiste ad una riduzione degli esemplari di merluzzo
nei mari del Nord”. Secondo Grégory Beaugrand
“l’ecosistema dovrà necessariamente adattarsi
ad un regime termico più caldo”.
Privilegiare un approccio globale dei
cambiamenti climatici
Nessun iceberg al largo della Spagna, nessuna
noce di cocco in Bretagna… Lontano dagli scenari
drammatici annunciati da varie fonti, la prima
conseguenza, spesso ignorata, di un eventuale
rallentamento della Corrente del Golfo e dei
suoi prolungamenti, è legata ad una diminuzione
della capacità dell’oceano di assorbire le grandi
quantità di CO2 rilasciate in maniera costante
nell’atmosfera.
“Penso occorra avere una visione globale di
ciò che sta per capitare al Pianeta. Come si
manifesterà il clima, non solo su scala regionale,
ma da un punto di vista globale… si tratta di
qualcosa che ci preoccupa e che stiamo cercando
di comprendere meglio. La sfida è di comprendere
e di identificare i cambiamenti in un mondo
soggetto al surriscaldamento e di non avere una
visione focalizzata solo sull’Europa. Dopotutto,
siamo coinvolti nei cambiamenti globali, su scala
mondiale.
Siamo molto interessati dall’aridità in Cina,
dall’attività degli uragani ai tropici o dalle
malattie in India. Tutti questi effetti saranno
percepiti in Europa anche se non vi hanno avuto
origine” conclude Martin Visbeck (ricercatore
all’IFM-GEOMAR, Kiel, Germania).
Per saperne di più
`` Dalla Corrente del Golfo alla Deriva Nord
Atlantica
Grande corrente oceanica calda Nord
atlantica, la Corrente del Golfo si forma nel
Mare dei Carabi, nel Golfo del Messico, per
l’unione di tre altre correnti: della Florida,
Cubana e Nord Equatoriale. Al largo della
Florida misura da 80 a 150km di larghezza
e da 800 a 1200 m di profondità. Le acque
superficiali raggiungono dai 30° ai 35°C e la
sua velocità varia da 1,2 a 2,7m/s. Si stima che
la sua portata ammonti a 85 m3/s. Lambisce
le coste americane verso Nord, poi a Sud di
Terranova viene raggiunta dalla corrente
fredda del Labrador, che la rallenta (8 km al
giorno) e la raffredda (25° C).
Sotto questa influenza, cambia direzione verso il
Nord-Est attraverso l’Atlantico. Si parla allora di
“Deriva Nord Atlantica”. In prossimità dell’Europa
la corrente si ramifica a Nord verso l’Islanda, a
Sud verso le Azzorre in direzione delle Canarie.
La Deriva Nord Atlantica fa parte del grande
insieme circolatorio delle correnti oceaniche
(“conveyor belt”, “nastro trasportatore n.d.t)
sovente paragonato ad un “tapis roulant”. Le
Crédits photos : Océanopolis
acque della superficie, riscaldate ai tropici,
si dirigono verso l’Atlantico del Nord, mentre le
acque raffreddate “affondano” e circolano in
profondità in direzione dell’equatore.
`` Il motore della circolazione oceanica:
l’immersione delle acque profonde,
meccanismo minacciato
Durante il tragitto verso le regioni polari, le
acque superficiali della Corrente Nord Atlantica
trasferiscono il loro calore all’atmosfera con
l’evaporazione e si raffreddano. Quando
l’oceano gela alle alte latitudini, la formazione
di ghiaccio di mare libera un eccesso di sali.
Le acque fredde, sotto ai ghiacci, diventano
allora più salate, più dense e quindi più pesanti,
affondando a più di 3km di profondità lungo
specifici ”percorsi di convezione”.
`` Un
fenomeno
simultaneamente:
cruciale
ha
luogo
Inabissandosi nelle profondità, queste acque
portano con loro il 50% dell’anidride carbonica
assorbita dall’oceano; la CO2, grazie a questo
processo, può rimanere intrappolata in fondo
all’oceano per diverse centinaia d’anni…
In un contesto di surriscaldamento globale, lo
scioglimento dei ghiacci, per l’apporto di acqua
dolce che implica, può diminuire la salinità
e dunque la densità dell’acqua, rendendone
più difficile l’affondamento. Ciò può diminuire
la portata delle correnti di superficie che
alimentano la circolazione nell’Atlantico del
Nord, con ripercussioni su tutta la circolazione
oceanica. Inoltre, lo stoccaggio di anidride
carbonica in profondità tenderebbe a diminuire.
La CO2 rimanendo nell’atmosfera, porterebbe
un aumento del tasso di acidificazione degli
oceani.
Le
risorse
degli
oceani
diminuiscono
pericolosamente sotto l’effetto della pesca
eccessiva, dell’inquinamento e del riscaldamento
climatico. Questa diminuzione è particolarmente
preoccupante nei Paesi del Sud, dove la pesca,
fonte di sostentamento per milioni di persone, ha
una maggiore importanza in termini di sicurezza
alimentare.
In questo contesto deve giocare un ruolo essenziale
la ricerca scientifica. E’ un impegno prioritario per
gli scienziati cercare di quantificare meglio gli
effetti della pesca sugli ecosistemi. In questo
campo esistono, infatti, ancora numerose lacune,
poiché solo recentemente si è fatto uno sforzo di
ricerca sul funzionamento degli ecosistemi nel loro
insieme.
Un miliardo di persone nel mondo dipendono dai
pesci
A livello mondiale, circa un miliardo di persone
dipendono dai pesci come principale fonte
di proteine animali. Dopo gli anni sessanta,
la disponibilità di pesci e di prodotti ittici per
abitante è praticamente raddoppiata (il consumo
medio alla fine degli anni novanta è di 16 chili pro
capite all’anno), così come la velocità di crescita
demografica, praticamente raddoppiata nello
stesso periodo. Nei Paesi a debole sviluppo e
con deficit economico, dove il consumo attuale di
prodotti ittici è prossimo alla metà di quello dei
Paesi più ricchi, il contributo del pesce all’apporto
totale di proteine animali è considerevole, vicino al
20%. In certi Paesi insulari o costieri, a forte densità
di popolazione, le proteine di pesce contribuiscono
in modo decisivo al regime alimentare, fornendo
una percentuale di almeno il 50% del totale
proteico ( Bangladesh, Corea del Nord, Ghana,
Guinea, Indonesia, Giappone, Senegal ecc).
Pesca al tonno nell'Oceano Atlantico
Dalle annate di “pesca miracolosa”
all’esaurimento degli stocks
Sebbene nel secolo scorso gli oceani siano stati
considerati inesauribili, oggi molti dei luoghi di
pesca presentano segni di sofferenza. Una breve
storia della pesca permette di misurare l’ampiezza
del problema. Gli anni cinquanta hanno segnato
l’inizio di una crescita molto rapida dell’attività
di pesca. Durante gli anni cinquanta e sessanta,
l’enorme accrescimento globale dello sforzo e
della pressione di pesca sono stati accompagnati
da un aumento delle catture così rapidamente
che la loro tendenza eccedeva la crescita della
popolazione umana. Nello spazio di due decenni
la produzione mondiale di pesce di cattura
marina e continentale è stata moltiplicata per
tre, passando così da 18 milioni di tonnellate nel
1950 a 56 milioni di tonnellate nel 1969. Fu durante
questi anni di “pesca miracolosa” che le risorse
marine furono percepite come inesauribili. Nel
corso degli anni settanta e ottanta il tasso medio
di accrescimento è crollato al 2% per anno e si è
ridotto praticamente a zero durante e dopo gli
anni novanta, sebbene il numero dei pescherecci
e la loro efficacia abbiano continuato ad
aumentare. Che i pescatori esercitino la loro
attività nell’emisfero nord o nelle acque tropicali,
che si tratti di pesca industriale o artigianale, sia
localmente che globalmente, la costante è la
stessa: la pesca mondiale sembra aver raggiunto
il massimo potenziale di cattura, e poiché tre
quarti della popolazione di pesci è attualmente
sfruttata o sovrasfruttata, probabilmente non si
registreranno importanti aumenti di catture totali
nel futuro.
Crédits photos : © IRD/Christophe Peignon
Ecosistemi marini: verso una pesca
responsabile e durevole
Il ritorno allo stato iniziale è poco probabile
Il problema non è soltanto quello del ristagno
delle catture nella pesca. Queste rischiano
probabilmente di precipitare nel futuro, per la
velocità e l’intensità di sfruttamento su scala
mondiale, lasciando poche speranze al rinnovo
delle risorse. Una delle grandi idee, risaputa da
tempo, è quella del recupero delle popolazioni di
pesci che si sono esaurite. La teoria della pesca
sostiene che la diminuzione o l’arresto della pesca
possa consentire agli stock ittici di ricostituirsi più
o meno rapidamente, avendo le diverse specie
forti potenziali di accrescimento. Tuttavia,
numerose osservazioni contraddicono questa
idea. Solamente il 7% delle popolazioni che si
sono esaurite hanno avuto un effettivo recupero di
esemplari nella generazione successiva. Famoso
è l’esempio del merluzzo di Terranova: malgrado
l’arresto della pesca dovuto all’esaurimento degli
stock nel 1992, il livello di biomassa è ancora
diminuito rispetto a 20 anni fa e non è stato
constatato alcun recupero. Numerosi ricercatori
sono ormai d’accordo nel riconoscere la debole
capacità di recupero delle popolazioni marine
(ritorno ad uno stato iniziale di assenza di
impoverimento o di scarso depauperamento).
Il sovrasfruttamento degli stock da parte della
pesca appare come principale causa passata
e presente dello stravolgimento osservato negli
ecosistemi marini. Altri fattori quali l’inquinamento,
la distruzione degli habitat, l’introduzione di nuove
specie o il cambiamento climatico modificano
ugualmente gli ecosistemi marini e il loro impatto
può sovrapporsi o combinarsi con quello dello
sfruttamentodelle risorse ittiche. Nuovi scenari
appaiono dove le attività umane generano
cambiamenti difficilmente gestibili.
Le conseguenze della pesca sull’insieme degli
ecosistemi marini
La pesca ha dunque un impatto consistente sulle
specie che ne sono bersaglio Tuttavia, non bisogna
sottovalutare gli effetti diretti e indiretti sugli altri
componenti dell’ecosistema. Nel suo insieme, tutto
l’ecosistema marino è coinvolto dalle conseguenze
delle attività di pesca commerciale.
Alcuni sistemi di pesca hanno degli effetti diretti
sull’habitat delle specie marine, sia per le specie
pescate che per quelle che non lo sono. La pesca
con la sciabica contribuisce, per esempio, alla
distruzione dell’ambiente di fondale. Annualmente,
la superficie sfruttata dalle sciabiche è stimata
nella metà della superficie della piattaforma
continentale. Quest’area è pari a 150 volte la
superficie terrestre annualmente disboscata e dà
l’idea dell’ampiezza dell’impatto sulle numerose
specie sedentarie.
La pesca ha effetti anche sulle specie non
bersaglio di cattura. I pescatori scelgono
generalmente
delle
specie
di
interesse
commerciale con l’aiuto di strumenti selettivi o
sfruttando ambienti e stagioni adatte. Tuttavia la
selezione è lontana dall’essere perfetta. Le specie
accessoriecatturate e rigettate in mare (perchè
senza o con scarso interesse commerciale)
è molto elevata e corrisponde a 27 milioni di
tonnellate su un totale di cattura mondiale di
85 milioni di tonnellate (cioè circa il 30% delle
catture dichiarate). La commissione baleniera
internazionale stima tra 65.000 e 80.000
il numero di delfini e altri mammiferi marini che
muoiono ogni anno per questi motivi. Circa 40.000
tartarughe marine in pericolo o minacciate di
estinzione sono prese nelle reti o in altri strumenti di
pesca non selettivi. Un altro esempio significativo,
ma non isolato, è quello di pescatori di gamberi o
granchi che prelevano un volume di pesci privi di
interesse commerciale pari a circa tre-dieci volte
quello del loro bersaglio di pesca. Per un chilo di
gamberetti pescati, vengono così rigettati in mare
in media da tre a dieci chili di pescato diverso!
Queste pratiche di sfruttamento delle risorse
marine sono sempre più condannabili in un contesto
di principio di gestione sostenibile. Il mondo della
pesca si appresta oggi a correggere abitudini e
tecniche di prelievo delle risorse che non appaiono
più adatte alle esigenze di conservazione.
Una diminuzione inquietante della taglia dei
pesci
Un’evoluzione
qualitativa
essenziale
dello
sbarcato mostra gli effetti indiretti che può
generare la pesca sull’insieme dell’ecosistema:
i pesci di piccola taglia e situati all’inizio della
catena trofica costituiscono una parte crescente
delle catture. Si pescano sempre più sardine,
Ecosistemi marini: verso una pesca responsabile e durevole (2)
acciughe, aringhe e altri piccoli pesci pelagici e
sempre meno cernie, halibut, merluzzi,ecc. Questo
fenomeno non è legato ad un cambiamento
di specie bersaglio da parte dei pescatori
bensì al contrario. I pescatori, infatti, mirano più
frequentemente ai pesci carnivori di grande taglia,
situati in cima alla catena trofica perché questi
hanno un valore elevato commerciale.
In Canada, dove il merluzzo sembra essere sparito,
l’ecosistema è oggi dominato da pesci pelagici e
da altre specie situate più in basso nella catena
alimentare, specialmente gamberetti e granchi.
Qualche decennio fa si potevano ancora pescare
halibut di tre metri e merluzzi di due metri, mentre
oggi la loro taglia sorpassa raramente il metro.
La diminuzione di taglia dei pesci catturati è
uno dei sintomi chiari del sovrasfruttamento
generalizzato degli stocks ittici, soprattutto dei più
grandi. Il mondo scientifico comincia a quantificare
l’ampiezza di questo fenomeno. La conoscenza
del funzionamento dell’ambiente marino, anche
se incompleta, lascia presagire che la massiccia
diminuzione di queste specie predatrici, avrà
conseguenze importanti sull’insieme dell’ecosistema
marino stesso, capovolgendo la sua struttura e il
suo funzionamento. Dominato da specie di piccola
taglia e a vita breve, gli ecosistemi diverranno
molto più sensibili alle variazioni ambientali e
climatiche.
Dinamica dei sistemi di cattura
La pesca è un sistema di cattura di risorse
rinnovabili con una dinamica globale nata da
interazione fra componente umana, sociale e
naturale. La dinamica della cattura può essere
studiata congiuntamente con quella delle risorse
catturate. Questi studi sono indispensabili per lo
sviluppo dei modelli di gestione della pesca. Sono
particolarmente importanti nel caso della pesca
tropicale, specialmente a livello artigianale, in
cui le unità di pesca possono adattare la propria
attività a condizioni molto variabili di accesso
ai diversi componenti dell’ecosistema nel quale
svolgono le catture. In questo caso l’impatto
dell’attività di pesca è condizionato da una
variabilità decisa dai pescatori. E’ necessario
analizzare bene questa variabilità per tenerne
conto nella valutazione delle risorse, ma questa
variabilità deve anche, e forse soprattutto, essere
particolarmente approfondita, poiché dipende
dalla adattabilità dei pescatori e a questo titolo
può essere una risorsa di sostenibilità dei sistemi di
sfruttamento.
Ciò conduce alla regolamentazione dello
sfruttamento alieutico, un’attività disciplinata
da regole alle quali ci si conforma, risultante
da interazioni di un numero importante di parti
significative (pescatori, consumatori, autorità
governative, organizzazioni non governative,
organismi di ricerca…).
Le ricerche su questo argomento sono condotte in
contesti di interdisciplinarità che associano scienze
umane, scienze della natura e scienza dei modelli.
Verso una pesca responsabile e duratura
Il est urgent de mettre en place des mesures de
gestion E’ urgente mettere in atto misure di gestione
che tengano in considerazione gli impatti della
pesca sul funzionamento degli ecosistemi. L’attuale
pratica della pesca, troppo sovente gravata di
una visione a breve termine di rendita economica,
ipotecano non solamente l’avvenire di popolazioni
ed ecosistemi marini, ma anche quello del settore
della pesca a medio termine.
In un obiettivo di rallentamento precauzionale e
in un sincero sforzo di costruzione della pesca di
domani, la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite
Crédits photos : © IRD/Christophe Peignon
Pesca al tonno nell’Oceano Atlantico
per l’Alimentazione e l’Agricoltura) ha gettato le
basi per un “Approccio ecosistemico alla pesca”.
Stabilendo nel 1995 il codice di condotta per la
pesca responsabile, si creò una dimensione nuova
con il principio di precauzione applicato alla
pesca, in un tentativo di conciliare conservazione e
prelievo. Non si tratta di rifiutare l’attività di pesca
in quanto tale, ma di responsabilizzare i pescatori
a decisioni compatibili con il corretto prelievo delle
risorse marine rinnovabili. Le attività di prelievo
non sono più considerate come isolate dal proprio
contesto di ecosistema. La dichiarazione di
Reykjavik del 2001, in seguito ratificata durante
il summit mondiale sullo Sviluppo Sostenibile
tenuto a Johannesburg nel 2002, domanda agli
stati di basare la loro politica di prelievo delle
risorse marine su basi di analisi degli ecosistemi.
Sono ormai fissati un quadro internazionale ed
una agenda per i quali esistono obbiettivi di
conservazione e prelievo.
Per gli scienziati, uno degli impegni è quantificare
meglio gli effetti della pesca sugli ecosistemi.
Numerose lacune esistono ancora su questo
argomento, poiché solo recentemente si è fatto uno
sforzo di ricerca sul funzionamento degli ecosistemi
nel loro insieme. Una via di indagine possibile è
di elaborare e proporre indicatori ecosistemici
dei pesci con l’obiettivo di stabilire un veritiero
modello di salute degli ecosistemi marini e anche
di migliorare la comunicazione delle conoscenze
scientifiche alle sfere decisionali della gestione
della pesca.
L’utilizzazione di questi indicatori è stata
discussa in un simposio internazionale, nell’Aprile
del 2004 presso l’UNESCO a Parigi, che ha
riunito più di 250 ricercatori di 53 paesi. Questa
conferenza ha permesso di fare un bilancio
di conoscenze sull’argomento e di gettare le
basi per ricerche future da affrontare al fine di
migliorare la diagnosi dello stato di salute degli
ecosistemi marini mondiali. Resta da stabilire se i
governanti integreranno la responsabilizzazione
dei pescatori, proposta dalla FAO nella loro
legislazione. Infatti una gestione responsabile e
precauzionale della pesca è un minimo requisito
per assicurare la sopravvivenza delle risorse e del
loro sfruttamento.
Se priva di risorse, la pesca marittima non vuole
diventare una attività ludica al pari della caccia,
occorrerà ridurre il numero delle imbarcazioni
e la loro attività, ricostruire i numerosi stocks
di pesci che si sono depauperati e riconciliare
conservazione e prelievo, cioè rendere la pesca
più rispettosa dell’ ambiente.
Il centro di ricerche per la pesca mediterranea e
tropicale
Creato nel 2001 il C.R.H. (Centro di Ricerche
Alieutiche mediterranee e tropicali) di Sète è una
struttura che associa l’Ifremer, l’IRD e l’Università
Montpellier II. Specializzato sull’ambiente marino
mediterraneo e tropicale e le loro risorse di pesca,
il CRH sviluppa ricerche integrate pluridisciplinari
per un approccio ecosistemico della pesca in un
contesto di cambiamento climatico globale e
di sovrasfruttamento. Le tematiche affrontate
e le competenze sono l’ecologia marina, i
modelli accoppiati fisico/biogeochimici/risorse
alieutiche, le interazioni trofiche, la dinamica
delle popolazioni pescate e dei pescherecci, la
diminuzione degli stock, le tecnologie di pesca, i
sistemi di informazione, gli indicatori e gli isotopi
stabili.
Progetto pilota del CRH, l’Ecoscope è un centro di
conoscenza sugli ecosistemi marini sfruttati. Ha
vocazione a capitalizzare, articolare e diffondere
le conoscenze acquisite dai diversi programmi
di ricerca passati, presenti e futuri, riguardanti
gli ecosistemi marini mediterranei e tropicali,
permettendo di avere accesso ai dati, agli
strumenti, ai metodi ed alle capacità di ciascun
ecosistema per rispondere alle domande poste
dai pescatori per un approccio ecosistemico alla
pesca. L’Ecoscopio non è solamente destinato
ai ricercatori e ai partners del CRH, ma anche
alla diffusione presso gli addetti ai lavori ed ai
giovani.
A cura di Philippe Cury [[email protected]]
e Yunne Shin [[email protected]]
Gli ecosistemi tropicali pelagici
Nel corso degli ultimi trent’anni il dominio pelagico
(alto mare) è diventato uno dei maggiori oggetti
di studio della comunità oceanografica mondiale.
un considerevole sforzo di integrazione delle
conoscenze fisiche geochimiche e biologiche è
stato compiuto recentemente per lo sviluppo dei
sistemi trasmessi dai satelliti o effettuate in situ e
lo sviluppo parallelo dei modelli che accoppiano il
clima, la fisica dell’oceano, la geochimica e la
biologia. L’importanza di queste ricerche oceaniche
sul futuro delle società umane, sono concrete. Da
una parte l’oceano gioca il ruolo di regolatore del
clima del Pianeta, intervenendo in primo piano negli
scenari di cambiamento climatico, le cui
conseguenze possono essere disastrose per certe
popolazioni costiere o insulari. D’altra parte, le
risorse viventi che lo popolano sono state sfruttate
in maniere crescente dalla metà del secolo
ventesimo. Prima della seconda guerra mondiale
le sole specie pelagiche d’altura sfruttate si
limitavano ai grandi cetacei e gli stock di tonni
erano ancora alla stato vergine. Successivamente,
flotte industriali di palangari e sciabiche si sono
sparse per tutti gli oceani e le catture di tonnidi
superano ora i cinque milioni di tonnellate. Questo
sviluppo si spiega con il fatto che i tonni sono una
risorsa ad alto valore commerciale, sostenuto da
mercati mondiali in crescita. Nonostante la taglia
degli stocks sia molto diminuita i rendimenti sono
probabilmente
stabilizzati
dagli
strumenti
tecnologici sempre più efficaci. A fronte di un
sempre maggiore sfruttamento dei predatori, cosa
si rischia, a medio termine, a livello di pesca e di
ecosistemi?
Valutare l’impatto della pesca sul futuro di
queste risorse, e più ampiamente sulla struttura e il
funzionamento degli ecosistemi pelagici, è dunque
un obiettivo importante.
Le ricerche dell’IRD e dei suoi partner si rivolgono
agli ecosistemi di Altomare e alla pesca di
tonni tropicale. Nonostante gli ecosistemi siano
considerati nella loro integralità, l’attenzione è
più particolarmente orientata verso i predatori
superiori. I tonni ne costituiscono il gruppo bersaglio
ma saranno studiate anche altre specie, dai
piccoli pelagici agli squali e i pesci spada, non
trascurando gli uccelli marini.
Tonni: specie presenti in tutti i mari
I tonni sono predatori attivi e rappresentano una
imponente biomassa (più di 10 milioni di tonnellate),
che occupa quasi esclusivamente gli ecosistemi
pelagici. Il grande interesse per i tonni è dovuto al
fatto che queste specie sono presenti in tutti gli
oceani (eccetto le zone polari) e che si dispone,
inoltre, di una grande quantità di dati sulla loro
popolazione dalla seconda metà del ventesimo
secolo: buone conoscenze sulla loro ecofisiologia
sono già acquisite. Sono, infine, organismi viventi
sui quali è facile posizionare dei rilevatori.
La ricerca sui tonni è oggetto di una cooperazione
scientifica internazionale molto attiva, attraverso
la collaborazione di organizzazioni regionali
di pesca responsabili del coordinamento delle
ricerche della gestione e conservazione di queste
risorse.
Si aggiungono interessi commerciali e di sviluppo:
`` I paesi grandi pescatori, in maggioranza del
Nord, esercitano una forte capitalizzazione
economica per il loro sfruttamento ed una
importante filiera di trasformazione è all’origine
di migliaia di attività dell’indotto tanto nei
paesi del Nord che in quelli del sud.
`` Oltre ai benefici sostanziali legati alla rendita
del tonno, utilizzati dai paesi costieri come
sostegno alla loro politica di sviluppo, sono
sorte, negli ultimi 10 anni, flotte nazionali semiindustriali che sfruttano i tonnidi.
Un grande cantiere: l’Oceano Indiano
La pesca industriale ha raggiunto uno sviluppo
considerevole di cattura di tonni nell’oceano
indiano e la produzione è passata da 150.000
tonnellate nel 1980 a un milione di tonnellate nel
2004 con un accrescimento medio dell’ordine di
Crédits photos : © IRD/Arnaud Bertrand
Campagna Oceanografica a bordo della n/o olaya de l’imarpe, perù.
40.000 tonnellate per anno. Questa evoluzione
riguarda il bacino ovest dell’oceano risultato dal
dispiegamento della flottiglia delle sciabiche
europee (Francia e Spagna) che inizialmente
operavano in Atlantico. L’Oceano Indiano è anche
quello dove è più elevata la pesca artigianale di
tonno (35%) in ragione del grande numero di paesi
costieri per i quali la pesca al tonno contribuisce
in modo importante all’alimentazione delle
popolazioni all’esportazione.
I paesi costieri dell’Oceano Indiano occidentale
ricevono importanti sussidi dalle attività di pesca
industriale praticati dalle flotte straniere in seguito
ad accordi di pesca. Presso alcuni di loro si è
sviluppata una economia di trasformazione per
la fabbricazione di conserve dai diversi impieghi
(Seychelles, Mauritius, Madagascar, Thailandia)
Gli ecosistemi di altura sono sistemi poco agevoli
da delimitare nello spazio. Non è neppure possibile
procedere ad una classificazione per la natura
delle risorse trofiche e per i modi di sfruttamento
da parte di pescherecci in quanto la risorsa si
struttura in modo differente secondo l’habitat e
gli stadi di vita delle specie, (zone di riproduzione
oppure zone di transito o di alimentazione).
Utilizzare ecosistemi “regionali” è interessante per
strutturare i campionamenti e permettere ulteriori
studi comparativi con altre zone studiate in altri
programmi. Gli studi comparativi favoriscono una
migliore conoscenza dei processi fondamentali
che strutturano gli ecosistemi.
Gli obiettivi delle ricerche condotte nelle zone di
altura sono:
`` Precisare il comportamento dei predatori
superiori in particolare i meccanismi che
conducono i tonni ad aggregarsi a dispositivi
concentratori di pesci (FAD, Fish Aggregating
Device, Dispositivi di Aggregazione Ittica)
`` Comprendere come i tonni occupano il loro
habitat e come i loro movimenti possono essere
modificati dalle sollecitazioni ambientali.
`` Analizzare la dinamica dell’uso delle risorse di
tonno e gli effetti della pesca sulle comunità
pelagiche
`` Modellizzare la risposta degli ecosistemi alla
pesca e simulare il loro funzionamento.
Dispositivi di aggregazione ittica
Il comportamento gregario ha un ruolo
preponderante per molte specie di pesci e si
manifesta a diversi livelli, a seconda delle specie
considerate nelle differenti fasi del loro ciclo
biologico (riproduzione, reclutamento larvale,
stadio adulto). Peraltro la presenza di dispositivi
di concentramento di pesci (FAD), che sia naturale
o artificiale, induce risposte aggregative e
attrattive da parte delle comunità pelagiche. I
FAD attirano differenti specie, di piccoli o grandi
pelagici. L’IRD studia questi meccanismi aggreganti
su pesci di taglia e specie diverse.
I tonni tropicali come le altre specie di predatori
pelagici formano banchi che costituiscono l’unità di
base sulla quale si fonda l’attività di pesca.
Il comportamento gregario dei predatori pelagici è
stato fino ad ora poco studiato su piccoli e grandi
pelagici mentre il suo impatto sulla possibilità di
cattura da parte dei sistemi di pesca è essenziale.
Esperienze fatte permettono di affrontare lo studio
del gregarismo secondo un approccio generico.
Il gregarismo è amplificato da oggetti galleggianti
o immersi, per un fenomeno d’attrazione che
Gli ecosistemi tropicali pelagici (2)
conduce all’aggregazione di comunità di pesci
differenti. Gli oggetti galleggianti alla deriva sono
all’origine di più della metà delle catture mondiali
di tonni tropicali e meritano a questo titolo una
attenzione particolare in materia di gestione.
L’Oceano Indiano è la regione del mondo dove la
proporzione delle catture sotto i FAD è più elevata
(70% delle catture totali). Differenti commissioni
tonniere fra cui il CTOI hanno chiaramente
sottolineato che è prioritario quantificare meglio
gli effetti dei FAD sulla popolazione ittica, per una
gestione duratura delle risorse oggetto di pesca.
Un programma europeo, FADIO, che riunisce attorno
all’IRD, otto partners scientifici, è iniziato nel
2003 con l’obiettivo di sviluppare nuovi strumenti
d’osservazione della fauna pelagica associata
ai FAD. Questi strumenti (marcatori elettronici e
boe dotate di strumenti), dovrebbero permettere
in futuro di creare osservatori dell’ambiente
pelagico.
Sono condotte diverse azioni per studiare
il comportamento dei tonni e di altre
specie,(coryphenes, squali, thazards) attorno
ai FAD: marcatori ultrasonici per determinare
distanze e meccanismi di attrazione da parte dei
FAD, marcatori ultrasonici per misurare i tempi di
stazionamento sotto i FAD, osservazioni acustiche
per studiare il comportamento collettivo attorno
ai FAD, misure dell’ambiente biotico e abiotico
per studiare gli effetti dei fattori esterni sulle
aggregazioni.
Le conseguenze biologiche dell’aggregazione dei
tonni ai FAD costituiscono oggetto di interrogativi
che sono riassunti nella formulazione di una ipotesi
detta di «trappola ecologica»: nella situazione
attuale, in cui migliaia di FAD ( zattere artificiali)
sono poste nell’acqua da parte delle flotte, i tonni
giovanili aggregati, non rischiano, in ragione del
loro grande numero e d’una forte competizione,
di essere limitati sul piano delle risorse alimentari
e, per contro, di diventare facile preda dei
grandi predatori attirati dai FAD? L’ipotesi porta
dunque a due effetti negativi, la riduzione di
un benessere metabolico (con una diminuzione
potenziale del tasso di crescita) e una mortalità
naturale accresciuta dalla predazione. L’analisi
del contenuto stomacale in funzione dello
spostamento anteriore degli individui, la misura
dei fattori della condizione corporea (indicatori
di benessere metabolico) di pesci pescati sotto
i FAD, il posizionamento di marche di registrazione
dati per stimare gli effetti a meso e macro scala
dei FAD sui movimenti dei tonni, sono soprattutto i
sistemi messi in atto per verificare queste ipotesi.
L’occupazione dell’habitat da parte dei grandi
pelagici
La ripartizione spaziale dei grandi migratori
pelagici, come i tonni, è condizionta dall’habitat
fisico e biologico, a tutti i livelli ed in ciascuno
stadio del loro ciclo vitale.Così, comprendere
il loro modo di occupazione dell’habitat è una
tappa necessaria allo studio della loro ripartizione
spaziale e ai loro movimenti. Descrivere
e
spiegare l’occupazione dell’habitat dei grandi
pelagici richiede una perfetta integrazione nella
raccolta di informazioni da una parte sul terreno e
la modellizzazione dei processi che spiegano gli
spostamenti osservati da altre parti.
Nell’ambiente pelagico tropicale i
gradienti
fisico chimici (pressione, temperatura, ossigeno,
luminosità) e biologici (stratificazione delle
prede) sono stabili nella colonna d’acqua, e
molto più variabili orizzontalmente, (passaggio
di fronti, turbolenze). Il comportamento verticale
determinano, quindi, la nicchia ecologica dei
predatori.
La capacità di certe specie di sopportare,
nell’età adulta, basse temperature e sfruttamento
della stratificazione delle prede mesopelagiche,.
estende in profondità il loro habitat potenziale.
Altre specie (come il tonno a pinne striato o a
pinne gialle ed il pesce vela) non hanno questa
capacità e sfruttano le prede superficiali. Le prede
profonde probabilmente non si distribuiscono,
probabilmente, allo stesso modo di quelle
superficiali, sia da un punto di vista spaziale che
temporale. Di conseguenza, i predatori che hanno
accesso alle risorse profonde e quelli che sono
distribuiti in superficie dovrebbero presentare degli
spostamenti trofici differenti. Da questo punto
di vista, diventa possibile collegare i movimenti
orizzontali agli spostamenti funzionali nella colonna
d’acqua, spiegando le differenze osservate tra
le specie (un tonno striato non segue la stessa
migrazione di un tonno a pinne gialle) e tra le
specifica,
categorie
di
taglia,
densità);
identificazione delle variabili strutturali dell’habitat
per le specie dominanti del popolamento; analisi
degli scenari di risposta dei popolamenti alle
variazioni ambientali.
Interazioni tra risorse e pesca
classi d’età (gli adulti non hanno gli stessi areali
dei giovanili). L’integrazione dei dati di ricattura
dei pesci marcati (attraverso il programma di
marcatura dei tonni dello CTOI) all’interno di un
modello di comportamento verticale permetterà di
verificare questa ipotesi.
I differenti aspetti legati al comportamento dei
pescatori sono parte integrante dello sforzo
effettivo della pesca, parametro chiave utilizzato
per calcolare i PUE (rapporto tra le catture e lo
sforzo di pesca).
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Pesca al tonno in Atlantico 
L’indice dello stato di salute degli stock pescati
passa attraverso indicatori tratti dalle statistiche
di cattura e di sforzo delle flotte. I rendimenti (o
PUE, prese - catture - per unità di sforzo) sono
anche legati all’abbondanza reale della risorsa
da un rapporto di proporzionalità (chiamata
“catturabilità”). Nella pesca ai tonni la catturabilità
è un fattore variabile nel tempo e nello spazio:
dipende da una parte dal comportamento in senso
lato della risorsa rispetto al suo ambiente (ciò che
è trattato nella sfera dell’habitat) e dall’altra dal
comportamento dei pescatori (evoluzione della
forza di pesca in funzione di tecniche e strategie di
pesca appropriate).
Nello studio delle strategie di distribuzione
all’interno dell’habitat, alcuni metodi microchimici
forniscono un complemento alla marcatura. Il
dosaggio dei microelementi su specifiche strutture
dure dei pesci (otoliti), permette di stabilire
un collegamento tra gli ambienti attraversati
dagli animali nei vari stadi del ciclo vitale, a
condizione di disporre di traccianti ambientali
di questi ambienti. Il metodo è in fase di verifica,
confrontando le risposte microchimiche tra due
zone dell’Oceano Indiano (Seychelles e regione
indonesiana), particolarmente differenziate sul
piano biogeochimico.
Le ricerche condotte su questo tema si
articolano, dunque, in più tappe: distribuzione dei
popolamenti in relazione alle strutture trofiche
e fisiche dell’ambiente; caratterizzazione della
colonna d’acqua di una provincia oceanica per
la composizione dei grandi predatori (diversità
Il problema della quantificazione dello sforzo di
pesca delle sciabiche, ed in modo particolare
della pesca sotto i FAD, è serio e ricorrente nella
valutazione degli stock di tonnidi. La ricerca nella
definizione del movimento delle navi (strategie
di pesca) non è circoscrivibile per comprendere
la dinamica spaziale dello sforzo di pesca
su media scala (100Km) e nei grandi settori
dell’oceano. Gli strumenti di analisi possono fare
riferimento ai metodi statistici classici e ai metodi
di simulazione.
Questo approccio è impiegato sui due maggiori
sistemi di pesca dei tonni su scala oceanica,
sciabiche e palangari.
La riduzione drammatica dei PUE con l’uso dei
palangari all’inizio dello sfruttamento della risorsa
è un fenomeno ben conosciuto in tutti gli oceani,
che non riflette una concomitante diminuzione di
abbondanza della risorsa stessa.
Parimenti, la stabilità nel tempo dei PUE di specie
bersaglio, come il tonno grasso o il tonno giovane,
per battute di pesca dinamiche e sottoposte
a grandi variazioni dell’ambiente, pone seri
problemi di interpretazione. Il calcolo stesso dello
sforzo di pesca, che non prende in considerazione
ne’ la distribuzione verticale degli ami rispetto
all’habitat potenziale, ne’ la densità degli ami nel
volume d’acqua sfruttato, sembra essere in parte
all’origine di questo dato.
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Simulazioni permettono di indagare le cause
di questo fattore e potranno condurre a nuove
ipotesi di misura e sforzo di pesca da parte dei
pescherecci che usano palangari.
Gli ecosistemi tropicali pelagici (3)--
Comprendere e anticipare la reazione dei pescatori
in rapporto a una misura di regolamentazione è un
importante problema nel quadro di una gestione
responsabile delle risorse di pesca.
La mancanza di conoscenza delle strategie di
pesca delle flottiglie non permette di prevedere la
ridistribuzione dello sforzo di pesca in caso di misure
di regolamentazione. È dunque difficile conoscere
l’applicabilità di un provvedimento di gestione
senza prendere in considerazione l’adattabilità
dei pescatori di fronte a questa regola. Si tratta
dunque, tenendo conto della variabilità della
risorsa e dell’ambiente, di anticipare il possibile
comportamento dei pescatori.
L’approccio si fonda su metodi di simulazione
che accoppiano la dinamica della risorsa con il
comportamento della flottiglia. Questi risultati
rappresentano un contributo particolarmente
importante per l’obiettivo di regionalizzazione
nella gestione delle risorse rappresentate dai
tonni.
Effetti congiunti fra pesca e clima
Le zone di pesca e gli sbarchi di pescato non
hanno smesso di crescere in questi ultimi 50 anni,
concentrando le azioni di pesca unicamente sui
predatori superiori (tonni essenzialmente, squali e
pesci spada).
P esca
con palangare in
P olinesia F rancese

Situati all’apice della catena alimentare, i
predatori superiori esercitano una pressione sul
livello trofico intermedio. La loro intensa cattura può
avere ripercussioni sulla comunità delle loro prede
(“effetto cascata”) e, contestualmente, l’impatto
delle anomalie climatiche sulla distribuzione delle
prede è suscettibile di generare risposte nella loro
distribuzione o sopravivenza (“effetto bottomup”). Nel contesto di un approccio ecosistemico
allo sfruttamento delle risorse, è iniziata questa
ricerca per caratterizzare e formalizzare le
interazioni trofiche tra i predatori superiori e le loro
prede.
Un modello biologico nuovo, gli uccelli marini, è
utilizzato all’IRD per affrontare in modo indiretto
le strategie di ricerca alimentare dei tonni,
considerando un ripascimento importante dei regimi
alimentari di questi predatori.
Si tenta inoltre di valutare le interazioni fra
cambiamenti climatici e risorse del tonno, sfruttate
con diversi meccanismi (sciabiche, palangari,
“canneur” cioè barche tonniere che utilizzano
getti d’acqua calda come richiamo) in differenti
ecosistemi regionali degli Oceani Atlantico e
Indiano. L’influenza dei cambiamenti climatici
è assai mal documentata quando si tratta di
comprendere o predire la sua azione sui differenti
I predatori marini superiori sono considerati come
integratori di catene trofiche e le loro risposte
ai cambiamenti climatici dovranno informarci
sul cambiamento degli ecosistemi di altura nel
loro insieme. L’originalità dell’approccio si basa
sull’analisi delle serie retrospettive dell’ordine dei
30 – 50 anni, riguardanti lo sfruttamento dei tonnidi
con caratteristiche biologiche differenti, facendo
riferimento ad una comune metodologia, nuova e
adattata alle proprietà statistiche di queste serie
temporali. È dunque da un approccio comparativo
che si studiano gli effetti della variabilità
climatica sugli ecosistemi. Il ricorso a mezzi diversi
è necessario al fine di apprendere la complessità
di questi ecosistemi e di diminuire la difficoltà
logistica di confrontare questi ambienti: studio
dei contenuti stomacali dei predatori superiori,
acustica, marcature elettroniche, modellizzazione
bioenergetica, analisi di serie temporali.
Integrazione delle conoscenze rispetto ai
modelli ecosistemici
La modellizzazione è utilizzata come mezzo
unificante, sintetizzante e per rendere coerenti
i differenti aspetti, scale e dati, considerati in
maniera isolata nelle differenti analisi citate
precedentemente. Prolungando il lavoro di
modellizzazione, la simulazione permette di
esplorare differenti problemi ecologici e alieutici
con un approccio comparativo e in un quadro
teorico del modello ecosistemico sviluppato.
Il modello numerico APECOSM (Apex Predators
ECOSystem Model, Modello Ecosistemico dei
Predatori di Vertice, n.d.t.) rappresenta in maniera
determinista il flusso di energia dell’ecosistema, dal
fitoplancton ai predatori superiori e alla pesca. La
predazione è esplicitata e strutturata secondo la
taglia degli individui. Il modello integra la dinamica
demografica delle differenti popolazioni di tonni
catturati, gli sforzi bioenergetici degli individui
(crescita, riproduzione), le migrazioni e i movimenti,
le informazioni essenziali sulla storia della loro
vita e i comportamenti locali (movimenti verticali
ecc.), non esplicitamente risolti, ma con un grande
impatto, su grande scala.
D el
tonno molto fresco ...

Le interazioni con l’ambiente fisico si basano su un
accoppiamento fra modelli fisici e biogeochimici.
Esclusivamente fondato su processi adattativi,
APECOSM deve poter rappresentare l’evoluzione
strutturale e la regionalizzazione dell’ecosistema
in risposta alla variabilità dell’ambiente.
Un approccio differente e complementare è
ugualmente affrontato dal sistema dei modelli
qualitativi, in collaborazione con l’Australia (CSIRO
Hobart). Questo tipo di modelli mira a ridurre la
complessità delle azioni trofiche riducendole
a tre tipi di legami qualitativi tra le specie:
positivo (il predatore consuma), negativo (la
preda è consumata) e un feed-back (in funzione
della densità, per esempio). Vi è associata una
simbologia particolare fondata sulla teoria dei
grafici, per rappresentare in maniera sintetica il
funzionamento del sistema.
Contatto autore : Francis Marsac
[[email protected]]
Crédits photos : © IRD/Patrice Cayré
livelli trofici negli ecosistemi di altura. I predatori
superiori formano l’unico compartimento trofico per
il quale lunghe serie di dati sono disponibili (grazie
alla loro cattura sostenuta).
I grandi ecosistemi mondiali di upwelling
Quattro grandi ecosistemi di correnti di risalita
(upwelling)lambiscono le coste ovest dei grandi
continenti. Nell’Atlantico, si tratta di ecosistemi
della corrente del Benguela nell’emisfero sud ( sud
dell’Angola, Namibia, Africa del sud) e della
corrente delle Canarie nell’emisfero nord (Marocco,
Mauritania, Senegal e Gambia). Nel Pacifico, si
trova la corrente di Humboldt nell’emisfero sud
(Perù e Cile) e la corrente della California
nell’emisfero nord (USA e nord del Messico).
Quest’ultima è attualmente studiata solo
marginalmente dall’IRD e non sarà qui presentata.
Gli ecosistemi di upwelling forniscono più del 40 %
delle catture nella pesca mondiale, sebbene
rappresentino meno del 3% della superficie
dell’oceano. Le correnti di upwelling sono provocate
da venti che inducono la risalita di acque profonde
fredde e ricche di sali minerali. Esse sono l’origine di
una produzione biologica notevole, ma soggetta
a importanti fluttuazioni nel corso dell’anno e dei
decenni. Attualmente, questi ecosistemi subiscono
gli effetti dei cambiamenti climatici e quelli della
riorganizzazione della pesca mondiale, che
possono portare a importanti variazioni nella loro
organizzazione. La loro gestione deve ugualmente
intendersi nel quadro più ampio della gestione
delle zone costiere che queste correnti lambiscono.
L’IRD e i suoi partner conducono una ricerca sia
integrata chee comparativa: integrata perché
tiene conto del clima e dell’ambiente fisico, degli
ecosistemi e delle pescate; comparativa poiché,
per meglio comprendere il funzionamento di questi
ecosistemi mettendo in evidenza similitudini e
differenze, utilizza gli stessi strumenti di ricerca:
telerilevamento, analisi statistiche, modelli, sistemi
G.I.S., ecc. nelle tre zone di upwelling delle correnti
del Benguela, Canarie e Humboldt.
Tre ecosistemi a confronto
Sotto l’azione di venti provenienti da centri di alta
pressione (anticicloni) localizzati negli oceani
a medie latitudini, si crea, sulle piattaforme
continentali, una risalita di acque fredde e profonde
ricche di sali nutritivi. La sua intensità dipende dalla
forza e direzione del vento, dalla topografia della
costa e della piattaforma continentale nonchè
dalle caratteristiche oceaniche circostanti.
La risalita dei sali nutritivi nella zona di superficie
illuminata dal sole (zona fotica) permette lo
sviluppo di numerosi organismi fitoplanctonici
che sono alla base di quella che è comunemente
detta catena alimentare. Questa catena, che
si suppone vada dal fitoplancton ai predatori
superiori passando per lo zooplancton, altri
invertebrati, molluschi e pesci, è una risorsa trofica
diversificata e complessa.
In ciascuna di queste Regioni il vento gioca un ruolo
importante nella dinamica dei processi fisici, biogeochimici ed ecologici. Nelle catene trofiche
avvengono processi comuni.
Ai livelli intermedi della catena si incontra un numero
limitato di specie pelagiche costiere (sardine,
acciughe…) molto abbondanti ed intensamente
sfruttate. Esse giocano un ruolo centrale nel
funzionamento dell’ecosistema.
Le zone di upwelling sono molto eterogenee quanto
ad estensione, con un mosaico di strutture come i
fronti di separazione delle acque fredde costiere
dalle acque calde situate più al largo, le «piume»,
i filamenti ed i vortici. Queste strutture costituiscono
la principale fonte di scambi tra le zone costiere e
quelle pelagiche, giocando un ruolo maggiore nelle
relazioni fra i processi fisici e biologici. Anche altre
variabili, come la profondità e la larghezza della
piattaforma continentale, sembrano determinare
la presenza di zone favorevoli a trattenere
elementi abiotici e biotici.
Dalle pescate emerge che, nei sistemi di upwelling,
vi sono molte variazioni nel reclutamento dei
giovanili. Queste sono dovute alla fluttuazione
della mortalità nel corso dei primi stadi di vita dei
pesci, che deve essere associata essenzialmente
alla variabilità climatica. La sopravvivenza
degli stadi giovanili è in particolare legata a
strutture idrodinamiche che, in certi strati spaziotemporali, favoriscono la ritenzione, l’arricchimento
e la concentrazione del fitoplancton e dello
zooplancton. Comprendere la dinamica di queste
strutture è essenziale per formulare modelli che
riproducano i processi fisici e biologici, per arrivare
a simulare processi ecologici come la dinamica
della riproduzione e il successo del reclutamento.
La fluttuazione dell’abbondanza degli stock
ittici pelagici informa su cambiamenti importanti
di struttura e funzionamento negli ecosistemi
di upwelling. Mortalità importanti sono state
osservate a livelli trofici superiori (uccelli, mammiferi
marini, grandi pesci predatori) in risposta alla
diminuzione di abbondanza delle loro prede. Effetti
a livelli trofici inferiori possono anche essere messi
in evidenza dalla diminuzione della predazione
di specie pelagiche su specie planctoniche,
creando a loro volta variazioni nell’insieme delle
risorse trofiche. A titolo di esempio, al più recente
fenomeno del Niño è associato un cambiamento di
quantità relativo a due specie di acciughe. Nella
maggior parte degli ecosistemi di upwelling sono
state osservate alternanze di specie dominanti,
simile all’alternanza fra sardine e acciughe nelle
correnti di Humboldt, del Benguela e di Kuroshio, al
largo del Giappone.
Tre ecosistemi differenti
`` La corrente del Benguela
Lungo la costa occidentale dell’Africa australe,
l’upwelling del Benguela si caratterizza rispetto
agli altri sistemi di correnti di risalita a causa
dei suoi due fronti responsabili dell’apporto
di acqua calda: a Nord, dal fronte AngolaBenguela, ed a Sud dalla corrente delle Aiguilles
che costituisce la parte terminale della corrente
di Bourd ovest dell’Oceano Indiano. Per deporre
le uova, sardine (Sardinops sagax) e acciughe
(Engraulis encrasicolus) migrano verso il Banco
delle Aiguilles, dove le acque calde trasportate
dalle correnti delle Aiguilles creano un ambiente
fortemente stratificato. Le uova e le larve sono in
seguito trasportate rapidamente verso Nord da
una corrente costiera. In pochi giorni raggiungono
la regione di upwelling della costa Est, ma in parte
vengono trasportate verso il largo da correnti
legate ai venti, subendo un’elevata mortalità. Un
diverso sistema di aggregazione permette agli
altri individui di rimanere nelle acque costiere.
Esistono altri motivi di mortalità nei primi stadi di
vita, che non devono essere trascurati. Si tratta
in particolare di quelli legati alla predazione
sulle uova, sulle larve e sui giovanili. La settimana
successiva alla schiusa, le larve devono
alimentarsi. Le loro capacità natatorie si riducono
ed hanno quindi bisogno non solo di una quantità di
prede elevata e di taglia adatta (essenzialmente
micro-zooplancton), ma anche di condizioni
ottimali di turbolenza. Una turbolenza troppo forte
disaggrega gli ammassi di plancton e ostacola la
cattura delle prede.
La modellizzazione precisa delle correnti e della
produzione primaria, deve apportare nuove
chiarezze su queste problematiche. Anche se la
produttività primaria dell’ecosistema del Benguela
Crédits photos : © IRD/Pierre Fréon
Risalita del sacco di uno strascico con l’aiuto di un cavo, a seguito di 
(sardinella maderensis), superiore alle 150 tonnellate.
una grossa cattura di sarde
In queste condizioni, oasi di nutrimento possono
ritrovarsi nelle grandi turbolenze al largo dove si
incontrano differenti correnti e masse d’acqua.
La debole produttività del banco delle Aiguilles
genera una grande competizione per il nutrimento di
milioni di tonnellate di riproduttori che li si trovano
concentrati nella stagione di deposizione delle
uova.
Ciò favorisce il cannibalismo parentale e la
predazione delle uova e delle larve da parte delle
altre specie.
I grandi ecosistemi mondiali di upwelling (2)
Questo fenomeno resta difficile da trasferire a
modello, in assenza di dati mensili di distribuzione
dei pesci, ma dovrà essere oggetto di uno sforzo
di quantificazione.
L’ecosistema del Benguela si può dividere in due
ecosistemi, del nord (sud dell’Angola e Namibia)
e del sud (ovest e sud dell’Africa meridionale)
separati dalla cellula permanente di upwelling di
Lüderitz,la più intensa al mondo.
Nell’Africa del sud, i dati storici di pesca mettono
in evidenza una diminuzione dello stock di sardine
alla fine degli anni sessanta seguito da un recupero
lento; anche in Namibia, nello stesso periodo, si
è osservato un primo segnale di scarsità, che si
è aggravato alla fine degli anni settanta. La
biomassa dello stock namibiano è, dopo questa
data, rimasta ad un livello molto basso. alla base
di questo fatto, c’è un fenomeno ambientale o di un
eccessivo prelievo di pesca?
La struttura e la dinamica dell’ecosistema del Sud
Benguela sembrano variare in modo progressivo
da più di trent’anni, da quando il Nord Benguela
ha riorganizzato profondamente la sua struttura,
conseguenza a un “cambiamento di regime”. Oggi
il nord Benguela è dominato dalle meduse e i pesci
(Gobidi) si nutrono di detriti. I pesci pelagici sono
diventati poco presenti e la pesca della maggior
parte delle specie commerciali, ( merluzzi e
sugarelli) minacciata.
Sbarco delle sarde nel porto di dakar.
Le ragioni di questo cambiamento di regime
dalle conseguenze disastrose per lo sviluppo e il
mantenimento delle attività di pesca restano oggi
ipotetiche, anche se si sospetta fortemente una
interazione fra ambiente e sfruttamento.
`` La corrente delle Canarie
Nell’ecosistema della corrente delle Canarie, si
distinguono tre grandi regioni:
`` la costa Nord del Marocco, con un upwelling
stagionale in estate;
`` la costa Sud marocchina e nord Mauritania
(deserto del Sahara) con un upwelling
permanente;
`` la costa Sud della Mauritania e del Senegal,
con un upwelling in inverno.
La parte sud dell’ecosistema è caratterizzata da
una variazione stagionale estrema con alternanza
fra un ecosistema sotto l’influenza tropicale
in estate e un ecosistema sotto l’influenza di
upwelling costiero in inverno. Questa alternanza si
accompagna in estate ad una migrazione fino a
20°N di specie ad affinità tropicale (Tonnidi) e in
inverno ad una estensione verso il sud dell’habitat
delle specie temperate come la sardine S.
pilchardus.
Il sistema delle Canarie presenta una proporzione
unica estese piattaforme continentali a Sud
mentre le regioni costiere ad Est, a causa della
loro più recente età geologica, sono generalmente
caratterizzate da piattaforme strette. E’ stata
osservata corrispondenza fra la localizzazione
delle principali zone di deposizione delle uova e
le regioni dove la piattaforma si allarga. Questa
associazione sarebbe il risultato del processo
fisico sviluppatosi sulle piattaforme larghe e poco
profonde, che limiterebbero gli scambi fra le zone
costiere e il dominio d’altura.
Crédits photos : © IRD/Pierre Fréon
sembra globalmente abbondante, essa può
diventare scarsa in certi ambiti spazio temporali,
come in quelli del banco delle Aiguilles o della
parte superiore della zona nutrizionale, durante la
stagione della riproduzione
Da molti decenni l’IRD e i suoi partner studiano
le battute di pesca dell’Africa dell’ovest. Gli
ecosistemi delle Canarie erano dominati da
pesci demersali di grande taglia, che sono stati
rapidamente esauriti. Nella parte sud della
regione l’adattabilità della pesca artigianale
ha permesso di trarre profitto dalla migrazione
stagionale di numerose specie( equilibrio fra la
stagione di upwelling e il periodo caldo dominato
da influenze tropicali). Su un più lungo periodo la
storia della pesca nell’Africa orientale sembra
essere stata risparmiata da sfruttamenti brutali
come quelli incontrati negli altri sistemi. Un tasso
di sfruttamento medio fino agli anni ottanta
e l’importanza della variabilità stagionale,
potrebbero aver contribuito a questo minore
depauperamento. Tre Paesi hanno rilevato una
crescita rapida e imprevista negli stock di polpi
negli anni settanta, queste pescate di polpi
sono diventate, in valore, una delle componenti
essenziali delle battute di pesca africane. Questo
cambiamento di specie è stato interpretato
come risultato dell’assenza di controllo dall’alto
al basso della catena trofica conseguente al
sovrasfruttamento delle specie demersali che ha
favorito lo sviluppo delle prede a vita breve come
i polpi o i gamberetti e i pesci pelagici. Più a Nord,
alcuni elementi hanno condotto l’attività della
flotta di pescherecci per la cattura delle sardine a
spostarsi verso Sud ma restano ancora largamente
sconosciute le ragioni: spostamento dello stock o
migliore resa economica al sud? Davanti al deserto
del Sahara, il drastico declino dello sfruttamento in
questa Regione nell’anno 1990 conseguente alla
partenza della flotta dei pescherecci dei Paesi
del blocco sovietico costituisce un esempio unico
di diminuzione dello sforzo di pesca. La regione del
Sahara sarà dunque, oltre a quella dell’upwelling
del Senegal una zona di ricerca privilegiata per lo
studio delle interazioni fisico biologiche.
La corrente di Humboldt
Il sistema di corrente di Humboldt con le sue cellule
permanenti di upwelling in Perù, o stagionali, lungo
le coste cilene è di gran lunga il più produttivo per i
pesci. Pur costituendo meno dell’1% della superficie
dell’oceano mondiale, fornisce dal 15 al 20 per
cento di catture marine mondiali (fino a circa
20 milioni di tonnellate all’anno, per Perù e Cile
assieme). Una seconda peculiarità risiede nella
presenza di una zona assai poco ossigenata,
molto estesa, intensa e superficiale. Un’ultima
particolarità di questo sistema è l’influenza diretta
del meccanismo ENSO(El Niño Southern Oscillation,
Oscillazione Meridionale del Niño)
Alcuni scienziati hanno proposto l’ipotesi secondo
la quale, invece di influire negativamente sulle
riserve ittiche, gli effetti ENSO potrebbero essere
il segreto della produttività in pesci di questo
ecosistema, contrariamente a ciò che è stato
a lungo ammesso, i fenomeni del Nino, non hanno
sistematicamente un effetto negativo sulle
acciughe e positivo sulle sardine. L’impatto di
questi fenomeni non può essere interpretato in altro
modo che tenendo conto dell’insieme del sistema,
con scala di tempi e di spazi molto diverse.
Sono state proposte diverse ipotesi per spiegare
l’alternarsi di acciughe e sardine. Queste ipotesi
sono legate a meccanismi che avvengono su scale
diverse spaziotemporali e che si integrano con
variazioni climatiche, condizioni oceanografiche,
comunità planctoniche (in abbondanza e struttura
di taglia), comportamenti di pesci e superficie
di habitat disponibile. Le grandi fluttuazioni
di biomasse sembrano talvolta dover essere
attribuite a tassi di sfruttamento elevati mirati
su qualche specie del sistema e a cambiamenti
dell’ambiente. Le variazioni di abbondanza non
riguardano solo acciughe e sardine, è l’insieme
degli ecosistemi (calamari giganti, Munidae,
Myctophidae, ecc.) che presenta variazioni su
scale diverse. Il ruolo degli sbalzi climatici, che
presenta un periodo di circa 50 anni, è stato
oggetto di numerosi studi nei sistemi di correnti di
California e di Humboldt.
Ciò sottende di focalizzarsi su variazioni a scala
decennale del tipo ENSO.
Modellizzazione, GIS, osservazioni acustiche…
una grande quantità di strumenti e di
metodologie di indagine
Le ricerche oceanografiche, in particolare nel
dominio degli esseri viventi, hanno a lungo ignorato
o sottostimato la componente geografica o
spaziale. Ciò per numerose ragioni, il campo di
studio è immenso non visibile all’occhio umano e per
`` I satelliti ci permettono ora di osservare la
superficie del mare su grandi distese ed in
modo quasi istantaneo. Se ne può dedurre
non solamente la superficie ma anche
indicazioni sulla ricchezza in fitoplancton
(colore dell’acqua), la circolazione (altezza
o altimetria dell’acqua) e l’intensità dei venti
di superficie (scatterometria).
`` Il contributo delle navi mercantili per la
raccolta delle misure in mare (soprattutto
profilo di temperature e densità) s’è
accentuato al punto che le basi di dati
coprono praticamente tutto il pianeta anche
se le grandi rotte di navigazione restano,
ovviamente, le meglio documentate.
I grandi ecosistemi mondiali di upwelling (3)
`` Ancoraggi fissi e reti derivanti trasmettono
in permanenza i loro dati ai satelliti, i quali li
inviano a loro volta ai centri di ricerca.
`` La tecnologia satellitare permette, inoltre, di
fornire pescherecci commerciali del sistema
VMS (Vessel Monitoring System, Sistema di
Monitoraggio Navi). Così si potrà ricostruire
la traiettoria del battello e dedurne le zone di
pesca.
`` Anche certi animali possono essere utili per
l’impiego di questa tecnica quando sono
forniti di registratori di cattura che permettono
di conoscere la loro posizione geografica
che viene trasmessa via satellite. Questo
può avvenire in qualunque momento per gli
uccelli marini. Per i mammiferi marini avviene
solamente quando si portano in superficie per
respirare o quando si trovano a terra nelle
colonie (foche, otarie). A partire dai dati così
raccolti e ritrasmessi via satellite, i ricercatori
possono seguire lo spostamento degli animali,
conoscere le loro zone di alimentazione, la
profondità delle loro immersioni e quantificare
le interazioni con le battute di pesca. Poiché
anche la posizione dei battelli è seguita
tramite satellite (VMS) si può seguire in
Pescatori con sciabiche, Perù
parallelo lo spostamento degli animali e delle
imbarcazioni.
`` Le navi da ricerca moderne sono dotate
di strumenti acustici che permettono di
scansionare grandi volumi di acqua, non
solamente al di sotto dell’imbarcazione
(sonde verticali) ma anche tutto attorno
(sonar laterali e onnidirezionali). Certi strumenti
permettono di conoscere la topografia del
fondo altri la distribuzione dei pesci e, in ultimo,
quella dello zooplancton. Boe fisse o derivanti
sono attualmente equipaggiate da questi
strumenti.
`` I progressi informatici permettono ai nostri giorni
di modellizzare la circolazione e la produttività
degli oceani in tre dimensioni. Certi modelli
sono anche capaci di assimilare una parte di
dati esistenti, per migliorare la loro capacità
di previsione in tempi quasi reali (geografia
operazionale). Questi modelli sono talvolta
strumenti di simulazione e sperimentazione, che
permettono di stabilire gli equilibri idrodinamici,
di verificare ipotesi scientifiche, di esplorare
le differenti possibilità ed infine di studiare gli
scenari climatici.
`` Altri tipi di modelli simulano lo spostamento
attivo o passivo degli organismi accoppiando
(oppure no) i modelli fisici sopradescritti a
modelli .
`` L’informatica
permette,
inoltre,
la
rappresentazione grafica e dinamica dei
dati di origine diversa cosicché la loro
analisi spaziale riceve l’aiuto dei sistemi di
informazione geografica (SIG). In questo modo
si potrà rappresentare e studiare in modo
spaziale i legami tra le diverse componenti
dell’ecosistema: fattori fisici, plancton, pesci
uccelli, mammiferi e pescatori.
Contatto autore : Pierre Fréon
[[email protected]]
Crédits photos : © IRD/Arnaud Bertrand
lungo tempo le osservazioni hanno potuto avvenire
con l’aiuto di un mezzo di spostamento lento e
costoso, come il battello per le ricerche. Inoltre il
sistema di rappresentazione e analisi spaziale era,
nel passato, poco sviluppato. Questa situazione
è cambiata in modo sorprendente nel corso degli
ultimi due decenni, con inevitabili nuove scoperte:
POP-KORN, LA COMMUNICATION ALTERNATIVE
« Plancton del Mondo »
`` Sensibilizzare gli studenti sulla diversità del
plancton marino
`` Comprendere maggiormente il ruolo del
plancton nell’ecosistema marino
Crédits photos : Océanopolis / T. Joyeux
Da tre anni, l’8 Giugno, l’operazione “Plancton del
Mondo” viene organizzata da Ocèanopolis,
l’acquario di Brest e dall’ Agrocampus Rennes sito
di Beg-Meil, nel quadro della Giornata mondiale
degli Oceani. Dal 2007 è attiva una partnership
con la rete d’eccellenza EUR-OCEANS. Gli obbiettivi
di questa partnership sono multipli:
Il plancton: definizione, raccolta
`` Stabilire le differenze tra le catene alimentari
1 - Definizione:
`` Stimolare gli studenti all’approccio
investigativo
Nel mare, alcune alghe ed animali fluttuano nella
colonna d’acqua, i loro spostamenti sono di debole
entità e sostanzialmente si lasciano portare dalle
correnti, andando alla deriva. Essi costituiscono il
plancton. Alcuni organismi fanno parte del plancton
per tutto il loro ciclo vitale, altri solo in determinate
fasi del loro sviluppo. Al plancton appartengono
organismi di gruppi sistematici molto differenti tra
loro.
`` Sviluppare il senso di osservazione nei bambini
`` Permettere scambi con le differenti classi
europee della rete su queste tematiche
Nei differenti acquari collegati dalla rete di EUROCEANS vengono proposti alle scuole laboratori
didattici sul tema del plancton.
2 - Dove e come iniziare la raccolta di plancton?
Studiando queste tematiche, gli allievi potranno
seguire un percorso didattico, che potrà essere
approfondito in ciascun acquario e potrà essere
finalizzato con varie attività:
`` Una storia del plancton
`` Creazione di uno spettacolo (danza, teatro, …)
`` Disegni
Al fine di aiutare a sviluppare queste tematiche
insieme ai vostri allievi, state realizzate schede di
approfondimento.
Potete raccogliere plancton sulle riva o in mare
aperto. Per poterlo recuperare, occorre del
materiale specifico.
Materiale necessario:
`` Una rete da plancton
`` 2 o 3 setacci (tubi in pvc con una maglia tra i
20 ed i 150 micron)
`` 1 pipetta
`` 2 o 3 vetrini
`` 2 o 3 vetrini coprioggettis
`` Microscopio o stereoscopio
Procedura:
`` Sulla riva del mare:
- Fase 1: il prelievo di plancton si effettua trainando
una rete da plancton (tra 1 e 2 metri di profondità),
concentrando gli organismi e dirigendoli verso il
fondo della rete chiusa da un flacone.
ATTENZIONE! La sopravvivenza degli organismi
è limitata a poche ore. È quindi indispensabile
riportare rapidamente il flacone in classe per
procedere all’osservazione. È tuttavia possibile
lavorare su campioni a cui è stata aggiunta
formalina al 5% per la loro conservzione nel tempo.
2 - Qualche alga microscopica
(il fitoplancton) Cianobatterio Spirulina
© Hélène Laguerre / Cempama
Setaccio (tubo in pvc, maglie
tra i 2o ed i 15o microns)
Pipetta
Diatomea Navicula
Bretagna del Sud
Cristallizzatore
© Aude PIRAUD / Association
Observatoire du Plancton
`` In classe
-Fase 2: prendere un setaccio, posizionarlo
sopra un cristallizzatore (o altro contenitore di
vetro) contenente acqua di mare inclinandolo
leggermente. Versare ¼ del contenuto del flacone
nel setaccio (di modo che le differenti specie di
plancton si ritrovino raggruppate in un angolo dello
stesso).
-Fase 3: con la pipetta, prelevare un po’ dell’acqua
che si trova nello spigolo del setaccio e posare
alcune gocce su di un vetrino.
-Fase 4: coprire la goccia con un vetrino
coprioggetti e, se necessario, aggiungere una
goccia di formalina al 5%..
-Fase 5: osservare il plancton marino al
microscopio.
Il fitoplancton
1 - Definizione:
Il fitoplancton sta all’oceano come l’erba sta al
continente. 6000 specie di alghe microscopiche
costituiscono il fitoplancton, la cui taglia è
compresa tra 1 micron ed 1 millimetro. È il più
importante gruppo di vegetali marini. Come tutti i
vegetali, queste micro alghe trasformano l’anidride
carbonica e l’acqua in zuccheri ed ossigeno grazie
all’energia solare. Questo processo, chiamato
fotosintesi, può verificarsi unicamente negli strati
superficiali dell’oceano, dove vi è sufficiente
illuminazione.
Spirulina
Coltura in acqua calda
© T.Joyeux / OCEANOPOLIS
Queste alghe microscopiche costituiscono (insieme
alle macro alghe) il primo anello della catena
alimentare nell’ambiente merino, cioè sono fonte
di nutrimento sia per animali microscopici, come lo
zooplancton, sia per organismi marini più grandi.
Esempio:
Le alghe microscopiche (il fitoplancton)
sono mangiate da
Zooplancton fitofago
Le alghe microscopiche
sono mangiate da
I mitili
Plancton temporaneo
Lo zooplancton
1 - Definizione:
Larva di riccio
Mar d’Iroise
Lo zooplancton è costituito da organismi animali
portati alla deriva dalle correnti. Alcuni organismi
nascono, si riproducono e muoiono allo stato di
zooplancton, altri passano solo una parte della
loro vita, generalmente la fase larvale, nelle
acque libere. Le larve, ad un certo momento della
loro vita, subiscono una metamorfosi ad un certo
momento della sua vita, trasformandosi in animali
molto differenti, per esempio smettendo di nuotare
e fissandosi ad una roccia..
© T.Joyeux / OCEANOPOLIS
Medusa
Aurelia aurita
Manche
© T.Joyeux / OCEANOPOLIS
2 - Qualche specie di plancton animale:
(lo Zooplancton) Plancton permanente
3 - Anelli della catena alimentare:
Nauplii d’Artemia
Saline di Midi
© T.Joyeux / OCEANOPOLIS
Per vivere lo zooplancton, sia permanente che
temporaneo, ha bisogno di nutrimento:
`` Se si nutre di fitoplancton, si parla di zooplancton
fitofago
`` Se si nutre di zooplancton più piccolo di lui, si
parla di zooplancton zoofago
Copepodi
Isola di Tatihou
(Cotentin)
il fitoplancton
è mangiato da
© T.Joyeux / OCEANOPOLIS
lo zooplancton
è mangiato da
i balani
i mitili
Più una catena è corta, più è produttiva.
La catena alimentare
Si può dire che :
1000 kg di alghe microscopiche producono 100
kg di mitili, che producono 10 kg di lampughe, che
producono a loro volta 1 kg di foche.
Gli organismi marini possono essere classificati
secondo l’origine della loro alimentazione:
`` I produttori primari (fitoplancton e grandi
alghe) traggono la loro energia dalla luce e
utilizzano degli elementi minerali per costruire i
propri tessuti organici.
Riassumendo:
`` Il fitoplancton (produttore primario) è mangiato
dallo zooplancton fitofago (protozoi e
copepodi) che a sua volta viene mangiato
dallo zooplancton zoofago (larve di crostacei
e di molluschi, per esempio).
`` I consumatori primari (zooplancton, spugne,
ascidie, mitili,…) si nutrono dei produttori primari:
filtrano l’acqua per recuperare il plancton
vegetale: si tratta di fitofagi.
`` I consumatori secondari (seppie, polpi, stelle di
mare, piccoli pesci) si nutrono di erbivori: sono
carnivori predatori o zoofagi.
`` Il plancton marino è dunque un anello chiave
delle risorse trofiche marine: è fonte di nutrimento
valida sia per i piccoli polipi del corallo che
per i pesci angelo, o ancora, sia per l’enorme
squalo balena che per la balena stessa, il più
grande dei mammiferi.
`` I super predatori, come i delfini e gli squali sono
in cima alla catena alimentare, costituendone
l’ultimo anello.
I cadaveri ed i detriti organici sono consumati da
organismi decompositori, i batteri. Questi battei
trasformano la materia organica in materia
minerale. Questi minerali, rimessi in sospensione
nell’acqua, sono elementi nutritivi che possono
nuovamente essere utilizzati dai vegetali.
Con i vostri allievi, utilizzate il poster “Relazioni
alimentari nell’ambiente marino” per realizzare un
esempio delle catene trofiche.
Non dimenticate di posizionare la freccia tra due
anelli nella maniera seguente:
L’insieme delle catene alimentari è organizzato in
reti. Esiste un raggruppamento delle catene trofiche.
Uno animale può avere più fonti di nutrimento e può
essere lui stesso preda di molteplici animali.
è mangiato da
Crédits photos : Océanopolis / T. Joyeux
E’ altrettanto importante illustrare la posizione di
questi organismi nella catena alimentare oceanica.
Se il fitoplancton e lo zooplancton scomparissero,
cosa succederebbe alla catena alimentare?
Formazione dell’acqua profonda
Contenuti scientifici
`` La formazione di acqua profonda è un fenomeno molto localizzato che ha luogo in specifiche regioni del
Pianeta
1) L’Atlantico del Nord
Acque Profonde Nord Atlantiche: a livello dei mari di Norvegia, Groenlandia e del Labrador))
2)L’Antartide
(Acque Profonde Antartiche: a livello del Mare di Weddell e del Mare di Ross)
Image : NASA / www.gsfc.nasa.gov
`` Le acque profonde si formano quando, per cambiamenti di temperatura e di salinità, le acque superficiali
diventano più dense (e quindi più pesanti) ed “affondano” verso le profondità oceaniche. Questo
processo è uno dei principali ingranaggi di una circolazione oceanica che si estende in tutto l’Oceano
mondiale e può influenzare il clima del nostro pianeta (Vedere il poster “Ocean Conveyor Belt” nella
cartella “Supporti”).

Zoom
s u l l ’A t l a n t i c o d e l
Nord.
Schema :
Realizzazione dell’esperienza:
`` Riempi l’acquario con l’acqua marina
(salinità 34 %o)
`` Prendi il contenitore di plastica
(preferibilmente trasparente) e fai un buco a
circa 2cm dal fondo
`` Metti il contenitore plastico nell’acquario pieno
in modo che sia totalmente immerso e fissalo in
modo che il bordo superiore sia appena al di
sotto della superficie.
`` Prendi 5g di sale e diluiscili in 100ml di acqua
del rubinetto (salinità finale pari a 50 %o).
`` Installa la buretta in modo che il bordo sia
all’interno del contenitore di plastica, vicino al
suo fondo.
`` Riempi la buretta con l’acqua a salinità 5o %o
Materiale :
`` Apri il rubinetto della buretta in modo che
l’acqua a maggiore salinità fluisca lentamente
e costantemente nel contenitore di plastica.
`` 1 buretta
`` 1 recipiente plastico
`` 1 bilancia
`` 1 aquario
`` Acqua di mare (34 %o)
`` Acqua
`` Sale
`` (Facoltativo :
lampada)
griglia
quadrettata
o
Il contenitore di plastica si riempirà lentamente
dal fondo; quando l’’acqua a maggiore salinità
(=densità) raggiungerà il buco, comincerà a
scendere all’’interno dell’acquario. La corrente in
discesa può essere vista per le differenti proprietà
ottiche dei due corpi idrici.
Nota: la corrente in discesa pò essere più facilmente
visualizzata applicando una griglia nella parete
dell’acquario opposta all’osservatore, oppure
illuminando frontalmente l’acquario e proiettando
l’immagine su di un muro bianco.
Scarica

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