PREMESSA
Abbiamo pensato di accompagnare la mostra
delle immaginette della collezione del sig. Nino …
con un opuscolo. Il suo scopo non è quello di
“commentare” le immagini esposte, ma quello di
proporre una rapida sintesi della storia dell’immagine sacra, dalle origini ai nostri giorni. Anche se in
modo estremamente sommario, abbiamo cercato di
individuare i momenti più significativi dello sviluppo
dell’arte sacra nella storia dell’Occidente cristiano,
sforzandoci di usare un linguaggio semplice e accessibile a tutti nella speranza che questo opuscoletto
possa essere utile a chi voglia capire come sono nate
le immagini che spesso ci capita di osservare e che
costituiscono uno dei più grandi vanti della nostra
cultura.
Ci auguriamo anche che l’iniziativa di inserire
una mostra culturale tra le attività previste per la
festa di S. Eusebio sia gradita a tutti e…speriamo
che sia la prima di tante.
Il gruppo della biblioteca
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LE IMMAGINI E IL CULTO
CENNI STORICI
I POPOLI PRIMITIVI
Il rapporto tra immagine e culto è documentato fin dal Paleolitico. L’uomo cercava una spiegazione ai grandi fenomeni naturali e in particolare al mistero della vita e della morte nella volontà di una presenza superiore, divina, che nel tempo ha assunto forme diverse a seconda della sensibilità e delle esigenze
delle comunità umane.
In Occidente, l’immagine più antica che conosciamo è quella
della donna, raffigurata in statuette in pietra o in avorio che comunemente prendono il nome di Dea Madre (Fig.1)
L’uomo del Paleolitico associava alla figura della donna l’origine della vita, estendendo il fenomeno della nascita degli esseri umani al nascere e riprodursi di
Fig.1
tutti gli esseri viventi.
Nel Neolitico alla figura femminile
si aggiunge quella maschile. La
divinità si distingue in due principi
distinti e complementari ma sempre legati al principio della vita.
Compaiono anche le prime immagini simboliche, in particolare l’acqua e il sangue, segni del fluire
della vita nell’uomo e nella natura,
quasi sempre raffigurati nelle tombe. L’uomo della preistoria credeva in una vita oltre la morte fisica,
tanto che le prime forme di costruzione stabile furono le tombe,
case dei defunti, dapprima scavate nella roccia, poi costruite in
pietra secondo metodi sempre più complessi e destinate a durare per sempre, mentre le case dei vivi venivano realizzate in
materiali deteriorabili essendo legate alle esigenze del quotidia-
3
no e soggette a modifiche in base alle
necessità contingenti. Sorgono poi i
primi templi, luoghi
destinati
al
culto
degli dei.
In Sardegna freFig. 2
quentemente il culto del dio si
associava al valore vitale dell’Fig.3
acqua, per questo si costruivano
templi in forma di pozzo e di
fonte sacra (Fig.2)spesso con
tecniche raffinate, estranee alla
coeva architettura civile e militare. Nei templi venivano depositate offerte e statuette votive, così come oggi si offrono gli
ex voto nei nostri santuari. (Fig.3)
LE CIVILTA’ DEL PASSATO
Quasi tutte le civiltà passate furono politeiste. Si credeva
nell’esistenza di molti dei, ciascuno dei quali si occupava,
per così dire, di un particolare settore delle vicende umane.
C’era un dio del mare al quale si affidavano i naviganti, un
dio della guerra, un dio dell’amore e così via. Gli dei non
erano perfetti, avevano vizi e virtù come gli uomini perché
gli uomini stessi se li erano creati a propria immagine, ma
erano immortali e dotati di poteri straordinari grazie ai quali
potevano intervenire nella vita degli uomini, nel bene e nel
male.
4
Le arti figurative nelle grandi civiltà passate erano destinate
prevalentemente al
culto. L’arte non era
pensata tanto per il
piacere dell’uomo
quanto piuttosto per
onorare gli dei e
quindi templi e santuari erano luoghi
privilegiati dell’espressione artistica,
in tutto il mondo, pur
nella diversità delle
Fig.4
molteplici culture. In
certi casi prevaleva l’aspetto narrativo (in cicli pittorici o
scultorei si narravano le imprese delle divinità) in altri
casi prevalevano immagini simboliche delle divinità stesse. Nelle complesse e numerose famiglie degli dei, ai singoli vengono talora attribuiti degli elementi che li rendono immediatamente identificabili: la dea Hera, ad esempio, tiene in mano una melagrana, Diana imbraccia l'arco(fig. 4), Ercole si riconosce dalla clava e dalla pelle del
leone, Poseidone dal tridente. Anche molti dei nostri santi
hanno degli attributi che li caratterizzano rendendoli immediatamente riconoscibili: S. Antonio abate è accompagnato dal porcellino, S. Lucia tiene in mano il piattino
con gli occhi, S. Pietro ha le chiavi, S. Paolo la spada, S.
Barbara la torre, S. Lorenzo la graticola e così via.
La nostra idea di santi, però, è del tutto diversa da quella
degli antichi dei come anche dalle figure mitologiche degli antichi eroi. A volte certe analogie di comportamento
5
sembrano sorprendenti, ma la civiltà occidentale affonda le sue
radici nella cultura dell’impero romano il quale a sua volta aveva
fatto propri molti elementi della
civiltà greca, in in particolare nel
campo artistico, filosofico e religioso. Così la nostra consuetudine
di raffigurare lo stesso Dio come
un vecchio dalla barba fluente deriva dall’immagine di Giove. (fig.
5) L’iconografia cristiana, specialmente nei primi secoli, ha attinto a
piene mani dall’iconografia pagana, non avendo a sua disposizione altri modelli.
Fig.5
IL PERIODO PALEOCRISTIANO
Il cristianesimo si innesta sulla religione ebraica e gli ebrei
avevano sviluppato una civiltà profondamente diversa da quella degli altri popoli, essendo basata sulle fede in un unico Dio.
Il Dio degli ebrei non ha niente a che fare con gli dei pagani
così come la loro religiosità non ha niente a che fare con la loro. Gli ebrei credono in un Dio perfetto. Questo Dio non se lo
sono costruito a loro immagine, ma ritengono che Lui abbia
fatto l’uomo a propria immagine. L’uomo si è perso allontanandosi da Dio ma Dio non lo ha abbandonato e si è scelto un
popolo al quale si è manifestato. Questa convinzione rende diverso il popolo ebraico dagli altri popoli: tutta la vita degli ebrei, tutta la loro storia si svolge in funzione di Dio. E’ tale il
rispetto degli ebrei per il loro Dio che essi non osano raffigurarlo, nel timore di cadere nell’idolatria.
Col diffondersi del cristianesimo tra i pagani, nel vasto territo-
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rio dell’impero romano, le comunità cristiane dei primi secoli
sentiranno presto il bisogno di esprimere attraverso le immagini
la loro religione. Il divieto di raffigurare Dio e i temi religiosi era
caduto, dal momento che Dio stesso facendosi uomo aveva assunto una forma fisica e quindi visibile e inoltre per le comunità
di origine pagana esprimersi attraverso raffigurazioni era del tutto naturale. Esse dovranno fare però i conti con due problemi: il
primo era la mancanza di modelli specifici tramandati dalla tradizione ebraica, il secondo era dato dalla clandestinità nella quale
furono presto costrette a vivere le comunità cristiane. Roma, che
aveva perseguito nei secoli una politica di tolleranza religiosa,
già con la crisi che aveva segnato il passaggio dalla repubblica
all’impero tenta un programma di restaurazione degli antichi valori morali e religiosi tradizionali; nel contempo la figura dell’imperatore assume caratteristiche “divine”, ispirate a modelli
orientali. Entrambi questi elementi appaiono in evidente contrasto con i principi cristiani. Se si aggiunge a ciò il concetto che
tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, ricchi e poveri, liberi e
schiavi, viene da sé che il cristianesimo appare in forte contrasto
con i principi su cui si basava la civiltà romana. Ben presto il diffondersi della nuova religione specialmente tra gli strati più umili della popolazione e tra gli schiavi venne vista come una minaccia alle istituzioni ed ebrei e cristiani vengono perseguitati.
LE PRIME IMMAGINI CRISTIANE
Costretti alla clandestinità i cristiani non hanno modo di costruire templi per il loro Dio, si riuniscono in case private per
pregare e celebrare i riti e tali ambienti, ecclesiae domesticae,
vengono talora ornati con gli stessi elementi decorativi delle comuni abitazioni romane. Nei cimiteri, però, le catacombe, essi
possono esprimersi più liberamente e qui compaiono le loro più
antiche raffigurazioni. Non si tratta di figure “nuove”, ovvero
diverse da quelle pagane, i soggetti e le forme fanno parte del
repertorio romano, ma esse assumono un valore simbolico atto a
7
esprimere contenuti nuovi. Il dio Apollo
sul carro del Sole rappresenta Cristo, Signore della luce; il banchetto, tema funerario comune a molti popoli antichi, è
riferito alla fractio panis, il pastore con
l’agnello sulle spalle è Cristo(fig. 6), la
vite carica d’uva (fig. 7) è sempre Cristo
e la vendemmia è la raccolta delle anime
alla Chiesa. Di queste primitive immagini alcune, come quella del Buon Pastore,
si sono conservate fino ai giorni nostri.
Anche la figura del pesce, che compare
frequentemente, rappresenta Cristo, ma
Fig.6
per un motivo diverso: le singole lettere
che compongono il nome greco di
“pesce” costituiscono le lettere iniziali delle parole Gesù Cristo,
di Dio figlio, Salvatore.
Dal IV sec., precisamente dal 313, anno dell’editto di tolleranza
dell’imperatore Costantino che
riconosce la libertà di culto in
tutto il territorio dell’impero,
cessano le persecuzioni religiose e anzi, con abile mossa
politica mirata a conquistare
all’imperatore la solidarietà e
la fedeltà dell’esercito oltre
Fig.7
che del popolo (tra le truppe i
cristiani erano presenti in gran numero), il cristianesimo verrà
sostenuto e incoraggiato e subito si costruiranno i primi templi
cristiani, le basiliche paleocristiane.
I templi pagani non erano pensati per accogliere i fedeli ma per
custodire la statua della divinità, mentre gli altari, sul quale si
sacrificavano gli animali, erano posti all’esterno; anche le immagini riguardanti il dio abbellivano l’esterno piuttosto che l’interno del tempio. Il rito cristiano, invece, avveniva all’interno del
8
Fig.8
tempio che accoglieva tutti i battezzati.
Splendidi esempi di architettura,
le basiliche dette costantiniane
saranno arricchite di affreschi e
mosaici che, per la prima volta,
rappresenteranno, pur nello stile
e nelle tecniche propri dell’arte
ellenistico-romana, temi specifici tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento. Lo stesso avviene nell’arte funeraria,
Fig.9
come dimostrano
alcuni splendidi
sarcofagi (fig. 8).
Merita di essere
segnalata la prima
raffigurazione del
Crocifisso che ci è
pervenuta: è scolpita a basso rilievo
in un pannello liFig.10 a
gneo nella porta della chiesa di S.
Sabina a Roma ed è del V
sec.(fig. 9). Tra gli altri soggetti,
uno destinato ad aver fortuna nei
secoli successivi fino ai nostri
giorni è il Tetramorfo, cioè i quattro simboli degli evangelisti, ovvero l’uomo alato (S. Matteo), il
leone alato (S. Marco), il bue alato (S. Luca), l’aquila (S: Giovanni) (fig. 10 a). (fig. 10 b)
9
Fig,10 b
L’ALTO MEDIOEVO
Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente l’arte subisce un
brusco cambiamento. La profonda crisi che coinvolge la società sotto ogni suo aspetto non lascia spazio alle manifestazioni artistiche.
Solo nei territori rimasti sotto il dominio dell’Impero d’Oriente, a
Ravenna in particolare, si continua a realizzare grandi opere che sono però espressione di una cultura e di una sensibilità diverse. Scomparso il gusto per la narrazione, venuto meno l’interesse per gli aspetti più umani e naturalistici legati alla Scrittura, si privilegiano
soggetti atti a esprimere valori simbolici e trascendentali.
Questa nuova sensibilità caratterizzerà i mosaici delle chiese nei territori più ricchi fra quelli che resteranno più a lungo legati alla cultura d’Oriente, quali la Sicilia. Anche i pochi soggetti figurativi sono
visti in modo nuovo: le figure di Cristo e della Vergine non sono più
considerate nella loro umanità ma nel trionfo del Paradiso e vengono
rappresentate in vesti regali, su uno sfondo d’oro che le situa fuori
dal tempo e dallo spazio(fig. 11). In generale, però, con l’avanzare
del Medioevo, l’arte declina a tal punto che si perde del tutto la capacità della raffigurazione naturalistica.
Intanto l’opera di conversione al cristianesimo continua ad opera di
preti e monaci soprattutto nei villaggi dispersi nelle campagne, re-
10
grediti
economicamente e
culturalmente,
ancora
fedeli
a
culti primitivi o
comunque
precristiani
(dal
termine
latino pagus, villaggio, deriva la parola pagano). Il cristianesimo non si inserisce
in genere in modo brusco spazzando via di colpo riti e credenze
antichi, profondamente radicati nelle tradizioni locali, ma tende
piuttosto a inserirsi gradualmente indirizzando alla nuova religione le antiche consuetudini. Per questo in Sardegna presso molti
santuari nuragici sorgono delle chiese e nuraghi e pozzi sacri hanno nomi di santi
( S. Vittoria a
Serri, S. Cristina a Paulilatino,
S. Sabina a Silanus (fig. 12).
In qualche località del Meridione d’Italia la
dea Hera venerata nelle colonie greche si è
trasformata nella Madonna della Melagrana.
fig 12
Fig. 11
11
L'ICONOCLASTIA
Mentre l'Occidente vive nel Medioevo, l'Impero Romano d'Oriente
è nel pieno della sua civiltà. L'arte religiosa, sotto forma di mosaici,
affreschi, dipinti su tavola (icone), conobbe un grande sviluppo.
Nell’VIII sec. il culto delle immagini era diventato così forte da suscitare in alcuni vescovi inquietudini che sfociarono in violente polemiche contro i monaci, autori di icone alle quali attribuivano poteri taumaturgici e che talora si sosteneva fossero state dipinte sotto la
guida di Dio stesso. L’iconolatria (venerazione delle immagini) era
sfociata insomma in forme di fanatismo. A favorire e forse a ispirare la lotta contro le immagini contribuì la cultura islamica che condanna ogni rappresentazione della divinità in forma umana ma il
fenomeno si spostò sul piano politico quando intervenne nella disputa l’imperatore d’Oriente Leone III Isaurico che nel 726, con un
editto, dichiarò il culto delle immagini idolatria e impose la distruzione delle stesse in tutti i luoghi di culto. Alle intenzioni moralizzatrici si mescolarono interessi di potere ed economici, chiese e monasteri ribelli furono chiusi e le loro terre confiscate e distribuite tra
i contadini arruolati nell’esercito.
L’iconoclastia, che con alterne vicende si protrasse dal 725 all’ 842,
aprì una profonda frattura nella Chiesa dal momento in cui il papa
condannò l’azione dell’imperatore, dopo aver tentato inutilmente di
persuaderlo a desistere, mettendo così in crisi il potere imperiale nei
territori italiani. La lotta proseguì tra scomuniche e persecuzioni in
Occidente e un inasprimento delle distruzioni di immagini e reliquie
dei santi in Oriente, nonostante i tentativi di qualche imperatore di
porre fine alle persecuzioni, di due Concili, dell’azione mediatrice
di diversi vescovi. Mentre i cattolici in Oriente venivano bollati come adoratori di immagini, il Papato si affrancava dalla tutela bizantina appoggiandosi a Re occidentali. Il Concilio di Costantinopoli
dell’842 pose fine all’iconoclastia ma non risolse la crisi dei rapporti all’interno della Chiesa; in Occidente nacque il Sacro Romano
Impero e poco tempo dopo iniziava il Grande Scisma d’Oriente.
Tale frattura non è stata ancora colmata.
12
DOPO L’ANNO MILLE
Intorno all’XI
Fig.13
sec. si registra
un netto miglioramento economico in tutto
l’Occidente e le
arti rifioriscono
dando vita prima
al
Romanico
poi al Gotico. Il
fenomeno che
colpisce
maggiormente è la
costruzione di
innumerevoli
chiese e monasteri. Le arti figurative diventano ben presto
complementari
dell’architettura,
sia nella scultura
che nella pittura. Neanche qui mancarono polemiche: Bernardo di
Chiaravalle si espresse duramente contro il lusso degli arredi liturgici e i costi di mosaici e ornamenti, offensivi nei confronti della miseria in cui viveva la maggior parte delle persone e contro l’uso di introdurre, nei chiostri dei conventi, sculture che distoglievano i monaci dalla concentrazione nella preghiera. Ma furono voci isolate.
Val la pena sottolineare alcuni elementi interessanti nel campo dell’iconografia. Si diffondono i temi apocalittici, in particolare il Giudizio Finale (fig.13) che nelle chiese italiane si colloca preferibilmente nella controfacciata, mentre nel portale centrale, all’esterno, si
scolpiscono scene della Genesi (fig. 14). Insomma, si entra in chiesa
guardando immagini tratte dal primo libro della Bibbia e se ne esce
13
Fig.14
guardando immagini
ispirate all’ultimo.
Si diffonde l’uso delle
croci dipinte (fig. 15)
che trovano la loro collocazione dietro l’altare, con l’abside sullo
sfondo. Cristo dapprima è raffigurato con gli
occhi aperti (Christus
triunphans) ad indicare
che sulla croce Egli ha
vinto la morte, poi sul
Fig. 15
Fig.15
14
valore simbolico prevale il
naturalismo e il Crocifisso
verrà dipinto con gli occhi
chiusi (Christus patiens).
(fig. 16) Nei riquadri all’estremità del braccio orizzontale della croce in genere
trovano posto la Madonna,
alla destra di Gesù e S. Giovanni alla sinistra. La Madonna indossa un manto azzurro su veste rossa, S. Givanni un manto rosso su veste azzurra. Tanto la posiFig. 16
zione che i colori appaiono
già in un affresco romano del VII sec.
La pittura su tavola riguarda principalmente le pale d’altare che nel
tempo si fanno sempre più
Fig.17
ricche e complesse. I soggetti, pochi e ripetitivi fino
al XII sec., a partire dal
XIII sec. si vanno moltiplicando. Uno dei casi più interessanti è dato dalla raffigurazione di Francesco di
Assisi che, proclamato santo a breve distanza dalla
sua morte, divenne ben presto uno dei soggetti privilegiati della pittura (fig. 17).
15
NUOVE ICONOGRAFIE
Fig. 18
I soggetti più richiesti continuano
ad essere Gesù e la Madonna. Alle
iconografie del Cristo Pantocratore
(Signore del mondo) e della Maestà
(Madonna in trono col Bambino),
le più antiche, si era aggiunta quella del Cristo crocifisso nelle croci
dipinte.
Per quanto riguarda Gesù è dal
Crocifisso che derivano, tra il ‘200
e il ‘300 alcune varianti significative: il compianto su Cristo morto (fig. 18); il Cristo in pietà (fig. 18), la deposizione dalla croce.
La iconografia mariana offre un numero ancora maggiore di varianti: L’annunciazione (fig. 19);La Madonna dell’umiltà (non più
Fig,19
16
sul trono, spesso sta allattando il Bambino); La Madonna della misericordia
(in piedi, tiene il manto aperto con entrambe le mani e sotto di esso si raccoglie la folla dei fedeli) (fig. 20).
Fig.20
Intanto sull’esempio di S. Francesco
anche altri santi trovano spazio nelle
tavole delle pale d’altare: Pietro e Paolo, santi francescani e domenicani, a
seconda della committenza, santi vescovi e via dicendo. Il Gotico cortese, tra
gli ultimi decenni del ‘300 e la metà del
‘400, predilige soggetti dal tono fiabesco che si adattino al gusto raffinato
delle corti signorili. Hanno molto successo l’ adorazione dei magi e le raffigurazioni di santi
cavalieri come S.
Giorgio, S. Martino, .S.Eustacchio,
(fig.21)mentre lo
sfondo dorato alle
spalle della Vergine
si arricchisce di rose (Madonna del
roseto). La Natività, che fino al ‘300
aveva raffigurato la
Madonna sdraiata
Fig. 21 mentre il Bambino
stava nella mangiatoia con accanto l’asino e il bue e S. Giuseppe si teneva discosto,
cambia: il Bambino sta al centro nella mangiatoia; ai lati, inginocchiati in adorazione, Maria e Giuseppe; fuori dalla capanna i pastori spesso rappresentanti le tre età, giovinezza, maturità, vec-
17
chiaia, come già avveniva per i magi (fig. 22).
Nelle pale d’altare, pur nel variare dei soggetti, tendono a fissarsi delle costanti: al centro, nella tavola più alta, trova posto la
Crocifissione; in basso, nella tavola centrale della predella, si
colloca il Cristo in pietà. Nelle pale dedicate alla Madonna, nelle
tavole laterali spesso è presente l’Annunciazione con le due figure dell’angelo e di Maria separate (l’angelo alla nostra sinistra, Maria alla nostra destra); l’angelo è in piedi o genuflesso,
Maria sta seduta con il libro in mano o poggiato su un leggio.
(vedi fig. 19)
Le piccole tavole della predella spesso accolgono scene di vita
del santo cui è dedicata la pala. Il carattere narrativo, però, è di
18
solito affidato ai cicli di affreschi che ricoprono le pareti delle
navate delle chiese o, più frequentemente, delle cappelle date in
patronato alle famiglie nobili.
DAL RINASCIMENTO AL BAROCCO
Già a partire dal XV sec. gli schemi e i temi pittorici si sono
moltiplicati e gli artisti hanno conquistato una certa autonomia
per quanto siano sempre soggetti alle richieste dei committenti.
Numerose città favoriscono la ricerca artistica e ci si libera via
via anche degli elementi tradizionali più duri a morire, come il
fondo in lamina d’oro. Intanto si va affermando anche un’arte
laica, pur in misura nettamente inferiore a quella religiosa, che
influenza in qualche modo le scelte e il gusto. Insomma, a partire dal Rinascimento ogni forma di schematizzazione diventa
difficile.
Cambia
anche la
concezione dell’artista, nel
Medioevo
esecutore
di schemi
ripetitivi,
ora ideatore e innovatore
che espriFig.23
me attraverso le
opere la propria personalità. Di questo periodo, in particolare tra
la fine del ‘400 e i primi decenni del ‘500, numerose opere sarebbero poi diventate soggetti delle nostre immaginette. Basti
citare le Annunciazioni di Beato Angelico (fig-23), le Madonne
19
di Botticelli (fig. 24), di Filippo
Lippi (fig. 25), di Antonello da
Messina, di Raffaello (fig. 26).
La scissione protestante e la conseguente opera di riforma cattolica danno una nuova svolta alla
storia dell’arte sacra. Il Tribunale
dell’Inquisizione, rafforzato nella
sua autorità dal Concilio di Trento, porrà un freno alla libertà degli
artisti arrivando talora a dettare
precise condizioni sul
modo in cui i persoessere rappresentati:
degli abiti, simboli
re l’iconografia tradiin modo che questi
mente riconoscibile
norme non furono
con lo stesso rigore,
si uniformò agli
Nel ‘600 l’arte baroctal punto con la Chienon entrò se non
Fig. 24
naggi dovevano
posizione, colori
dovevano rispettazionale del santo
fosse immediatadai fedeli. Tali
applicate ovunque
ma in generale ci
schemi comuni.
ca fu identificata a
sa Romana che
marginalmente
Fig.25
nei paesi proteFig. 26 stanti. Enrico VIII proibì la rappresentazione di immagini nelle chiese anglicane ma in
tutti i paesi separati la raffigurazione dei
santi, non riconosciuti più come tali, perse
significato.
La Chiesa Cattolica al contrario incrementò
la diffusione dell’architettura religiosa e
delle arti figurative, sfruttando l’efficacia
dell’effetto visivo come mezzo propagandistico.
20
TRIONFO ESTASI PAURA
L’arte del Rinascimento era improntata all’equilibrio e alla misura, l’arte barocca al contrario cerca gli eccessi. Essa mira a
stupire e a commuovere, a scuotere gli animi inducendo i fedeli
a fissare l’attenzione sulla vita oltre la morte. Gli altari diventano complesse strutture architettoniche in cui le colonne tortili
sembrano trasportare lo sguardo verso l’alto; negli altari lignei
la modestia del materiale viene nobilitata dalla doratura, gli altari marmorei sono ulteriormente impreziositi da intarsi policromi e sculture; figure di angeli guardano adoranti verso il tabernacolo o indicano il cielo. Arredi e paramenti sacri si fanno ricchi e preziosi. Tabernacoli in argento talora dorato assumono
forma di chiese in miniatura. Le cattedrali si arricchiscono di
veri e propri tesori.
La ricchezza degli
interni delle chiese
mira a suggerire la
necessità di staccarsi dai problemi
terreni per guardare a Dio, unica vera ricchezza. Nelle
chiese dei Gesuiti,
a Roma, effetti illusionistici negli
affreschi delle volte creano un effetto
di “sfondamento”
suggerendo una
continuazione delle
strutture architettoniche che penetrano nel Cielo
(fig.27) Santi e
21
sante sono rappresentati in atteggiamenti estatici. Nell’iconografia mariana occupa un posto importante l’Assunzione. In grandi
tele sopra le figure dei santi sta la Vergine, sospesa tra le nubi e
circondata da angeli.
Accanto ai temi trionfalistici trovano posto quelli penitenziali,
atti a operare un continuo richiamo al pericolo di essere colti dalla morte in stato di peccato. I memento mori in età barocca non
si contano. Il tema della vanità compare in numerosi elementi
simbolici più o meno espliciti: il teschio, la clessidra, il bicchiere
vuoto, la frutta bacata, le perle gettate sul tavolo, la candela consumata.
(fig. 28).
Va anche ricordato che nel ‘600 in
Occidente si ha
una ondata di peste quale non si
vedeva dal Medioevo e che incoraggia a una
visione ossessiva
della morte. La
peste era vista
come punizione
divina per i peccati e solo la preghiera può farla
cessare.
Molte
delle attuali sagre
religiose più spettacolari
hanno
origine da processioni fatte allora
per fare cessare la
peste (S. Efisio a
Cagliari ne è un
22
esempio).
In questo filone trovano posto le
raffigurazioni dei santi martirizzati,
di Maddalena penitente, della Madonna Addolorata. I temi della Passione, di tradizione plurisecolare,
sfociano nel macabro, come dimostrano i Crocifissi dolorosi o certi
Ecce Homo(fig. 29).
fig.29
DAL SETTECENTO AL NOVECENTO
La grande arte barocca si spegne lentamente nel corso del ‘700
ma si lascia dietro un’impronta profonda. Si può dire che non
c’è regione né città di tradizione cattolica (salvo la Francia, ma
per ragioni storiche particolari) in cui non sia ancora possibile
trovare elementi barocchi.
Con il Realismo, a metà dell’’800, l’arte prende strade diverse.
Le correnti artistiche più innovatrici abbandonano i temi tradizionali, in particolare quelli religiosi. L’arte religiosa diventa
arte minore, ripetitiva di vecchi schemi e incapace di esprimersi
all’interno dei nuovi linguaggi.
Nel ‘900 la frattura si accentua, almeno nel campo delle arti figurative, in architettura infatti non mancano artisti capaci di realizzare splendide chiese: Gaudì, Le Corbusier (fig. 30), Kenzo
Tange (fig. 31) espressive dei linguaggi più innovativi. Nel campo della pittura l’unico grande artista che abbia privilegiato i
temi religiosi è stato il francese Rouault (fig.32).
Il XXI sec. è appena cominciato, la storia continua.
23
Fig. 30
Fig.31
24
II-
LE IMMAGINETTE
STORIA DI UN’ ARTE MINORE
-ISpesso, quando si studia un fenomeno storico, ci si trova davanti
alla difficoltà di stabilire quando è cominciato. La storia dei santini
non fa eccezione. Già nel ‘400 e nel ‘500 monaci e monache dipingevano immagini sacre su pergamena per farne dono a persone particolarmente devote o perché se ne facesse uso negli esorcismi.
Pressoché contemporaneamente si sperimentavano le stampe di immagini sacre mediante la xilografia, ovvero l’incisione su legno.
In seguito l’incisione su legno viene sostituita da quella su rame o a
puntasecca o ad acquaforte, tecniche che permettevano la realizzazione di numerose copie. Queste figure, in bianco e nero e di forma
rettangolare, cui talora veniva aggiunta una preghiera o un testo per
la riflessione, potrebbero considerarsi le antenate delle nostre immaginette.
Fig 32
Quando S. Teresa d’Avila, nel 1566,
scrive: “Cercate di avere un’immagine oppure un dipinto di N. Signore e
non accontentatevi di portarlo sul
cuore, senza mai guardarlo, ma usatelo per conversare con Lui”, forse
faceva riferimento proprio a questo
genere di stampe (immagine) e alle
pergamene dipinte (dipinto).
Ci si potrebbe spingere anche più in
là e prendere in considerazione i codici miniati e gli Exultet, ma queste
antiche miniature rivestivano una diversa funzione: i primi quella di abbellire e impreziosire i testi sacri, i
secondi quella di rendere “visibile”,
25
mediante le raffigurazioni, il senso della lettura al popolo illetterato. Le immaginette, invece, valgono sostanzialmente per ciò
che rappresentano. In quelli l’immagine è in funzione della scrittura, in queste la scrittura, quando c’è, è in funzione dell’immagine.
Tornando a S. Teresa, nella frase citata si legge quella che doveva essere la principale funzione dell’immaginetta: uno strumento
devozionale, atto a favorire il continuo richiamo a Dio e ad aiutare nella preghiera. Tra il ‘600 e il ‘700, comunque, all’intento
religioso si aggiunge quello artistico con la produzione dei cosiddetti canivet, ossia immagini realizzate su carta i cui bordi venivano intagliati a mano in modo da formare raffinate merlettature.
A partire dall’’800 le bordature di pizzo verranno realizzate con
le macchine mentre le figure saranno realizzate in litografia.
Queste nuove tecniche sveltivano notevolmente il lavoro ma richiedevano comunque tempo e impegno. Non fa meraviglia,
dunque, che la distribuzione delle immaginette fosse in genere
riservata a occasioni particolari: ricorrenze religiose importanti,
ritiri spirituali e simili. Anche perché legate al ricordo di particolari eventi venivano custodite con cura, in genere nei libri di preghiera.
Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 lo stile liberty, così attento
alle arti applicate e amante delle cose minuziose, trovò nella produzione delle immaginette un campo ideale. I santini si riempirono di decorazioni: ghirlande, motivi simbolici e floreali, nastrini,
talora con le immagini a rilievo o a inclusione.
La crisi che colpì la grande arte sacra non coinvolse i santini:
legati a eventi familiari o personali, interpreti più del sentimento
religioso privato che dei movimenti culturali, sopravvissero alle
scelte laiche delle avanguardie artistiche, alla nascita della fotografia, alle nuove ideologie, alle guerre. L’industria realizza una
produzione seriale a basso costo e ciò consente una ampia diffusione delle immagini anche tra gli strati sociali più umili. Naturalmente i santini di oggi appaiono di fattura modesta e di scarso
pregio economico, ma per il resto rispondono pienamente alle
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esigenze per cui sono nati nel lontano passato; anzi, dal punto di
vista della divulgazione rispondono molto più oggi che non nel
passato.
-IIEsistono diversi tipi di immaginette, pensate
e realizzate per diverse circostanze.
Ci sono le immaginette che vengono distribuite a parenti e amici in occasioni speciali
della vita religiosa di una persona: prima Comunione, Cresima, pronunciamento dei voti
religiosi, anniversari di particolare rilievo e
così via. La scelta del soggetto è legata alla
circostanza stessa (ad es.: i simboli dell’Eucaristia per la Prima Comunione); la loro
funzione è duplice: rendere partecipi le persone care di un evento che, seppure legato
alla vita del singolo, investe la comunità e
offrire un’immagine da conservare come ricordo dell’evento.
Ci sono le immaginette stampate in occasioni significative nella
vita della Chiesa, della diocesi o della parrocchia.
Ci sono immaginette che raffigurano episodi del Vangelo, per
lo più legati a festività importanti: Natale, Pasqua, Ascensione,
Pentecoste e via dicendo.
Ci sono le immaginette dei santi, per lo più distribuite nei santuari o nelle chiese loro dedicate ma, almeno per i santi più venerati, reperibili ovunque il loro culto sia diffuso.
Classificare questi santini è impossibile. Intanto il martirologio
romano conta oltre 7000 tra santi e beati; a questi vanno aggiunti i santi del Menologio greco che vengono venerati in molte regioni e ancora bisogna tener presenti quei santi che santi
non sono e che però la fede popolare ritiene tali e sono pertanto
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venerati con feste e sagre (si pensi al rinvenimento dei “corpi
santi” nel ‘600 a Cagliari).
A complicare ulteriormente le cose contribuisce il fatto che la
rappresentazione presenta spesso varianti più o meno numerose.
Ad avere il primato nella ricchezza delle raffigurazioni quasi
certamente è la Madonna. Alle immagini più tradizionali e
datate, tratte da celebri opere d’arte di tutti i secoli dell’iconografia cristiana, si aggiungono in continuazione figure nuove
che talora tentano una interpretazione figurativa in chiave
‘moderna’ o che vengono suggerite dal verificarsi di nuove
circostanze (ad es. le apparizioni). Tanto che persino attraverso denominazioni specifiche è possibile cogliere il riferimento
a certe particolari iconografie (ad es. la Madonna di Pompei,
la Madonna di Lourdes o, pensando all’iconografia orientale,
la Grande Madre della Tenerezza). Oppure nelle chiese di cui
è patrona si offre il santino con l’immagine del
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simulacro che vi è custodito. Le varianti, insomma, sono innumerevoli e per di più suscettibili di continuo aumento.
Lo stesso discorso vale per i santi. Basti un esempio: nel santuario di S. Francesco da Paola sono affisse 344 immagini diverse del santo, inviate da altrettante chiese nelle quali è venerato.
Può sembrare di primo acchito
che il discorso sulle varianti interessi al massimo il collezionista,
ma non è così: proprio questo
aspetto offre spunti di riflessione
e di studio allo storico, all’antropologo, allo studioso di tradizioni popolari, allo storico dell’arte.
Per attenerci al soggetto mariano
prendiamo in considerazione
qualche caso.
La Madonna di Bonaria, a Cagliari, secondo la tradizione sarebbe dovuta all’approdo miracoloso del simulacro nel golfo. Le
stesse circostanze avrebbero portato alla costruzione dell’antica
chiesa di S. Maria a S. Maria Navarrese. La Madonna della Consolazione, a Rotonda in Basilicata, avrebbe salvato la popolazione ponendo fine a una pestilenza. La Madonna di Montestella si venera in un eremo-santuario che raccoglie pellegrini di
religione cattolica e greco-ortodossa e propone diversi tipi di
immagini: una con la statua della Madonna ivi venerata, una
figura della Vergine tratta da un dipinto forse settecentesco,
una icona raffigurante la Dormitio Virginis.
Gli esempi potrebbero continuare. Attraverso le immagini, recuperando la loro storia, vera o leggendaria, si incontrano inva-
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sioni saracene, pesti, guerre, apparizioni, culture diverse.
Dato che dei santi più
antichi non si può avere il ritratto, riconoscerli sarebbe impossibile se non fossero
accompagnati dai loro
simboli e attributi. La
palma simboleggia il
martirio, per cui se è
presente un ramo di
palma già sappiamo
che si tratta di un santo martirizzato. Gli
abiti ci dicono se si
tratta di un vescovo, di
un prete, di un frate
domenicano o francescano, di un diacono e
via dicendo. A questi simboli si aggiungono gli attributi
specifici del singolo santo: La chiave (S. Pietro), il leone
(S. Gerolamo), il cane (S. Rocco), le oche (S. Cerbone) e
via dicendo. Tali attributi sono fissati dalla tradizione sulla
base di un evento di particolre rilievo nella vita del santo
stesso o in quanto significativo della sua opera.
Oggi, chi volesse approfondire la conoscenza sulla vita e
sulle leggende legate ai santi, può utilizzare diversi strumenti: libri, siti internet, album per le raccolte dei santini
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breve storia di Arte Sacra e immaginette