La VOCE ANNO XVI N°1
settembre 2013
PAGINA 1 - 21
La giustizia sommaria dell’Occidente.
di Angelo d’Orsi da Micromega-online (28 agosto 2013) http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-giustizia-sommaria-delloccidente/
I bambini, i bambini, i bambini… Finirà mai la ignobile speculazione sui bambini, vittime di guerra, per giustificare nuove guerre? Indimenticabile, nel
1999, la frase dell’allora ministro della Difesa, Piero Fassino: “Solo chi non ha guardato negli occhi un bambino kosovaro è contrario all’intervento
militare”. E l’Italia intervenne, sulla base di una campagna di disinformazione, diplomatica, politica e giornalistica. E fu la guerra del Kosovo, o l’ultima
guerra dei Balcani, dove la più grande coalizione militare mai vista nella storia (19 Stati) si scatenò contro quel che rimaneva della Repubblica Federale di
Jugoslavia, che nella propaganda veniva chiamata (un po’ sprezzantemente) “la Serbia”, colpevole di essere l’ultimo Stato che orgogliosamente si dichiarava
socialista nel cuore d’Europa; uno Stato grande come un paio di regioni italiane.
La “comunità internazionale” aveva stretto con un assedio diplomatico quello staterello, poi aveva imposto condizioni inaccettabili a Rambouillet (per
poter accusare Milosevic di averle rifiutate), e ormai avendo la Nato (non il Patto Atlantico, ma la Nato, ossia la struttura militare dell’Alleanza), sostituito
pienamente l’Onu, si procedé alla “punizione” dei Serbi, invocata a gran voce da alcuni autorevoli intellettuali: ricordo Barbara Spinelli, in Italia, e Daniel
Goldhagen, sulla scena internazionale. E fu una classica guerra ineguale, asimmetrica, che oltre a distruggere l’economia serba, e le infrastrutture, fece
diecimila morti, la gran parte civili, trattandosi di guerra esclusivamente aerea. A chi faceva notare che aggiungere cadaveri ai cadaveri non riportava in vita
nessuno, si rispose che si trattava di dare un esempio, impartire una lezione: o, semplicemente, di “punire”chi osava non piegare la testa ai diktat di chi
ormai era rimasto il solo padrone del mondo. Il Muro era stato abbattuto dieci anni prima. Si festeggiava così, quel decennale, cancellando l’anomalia
jugoslava, l’ultima falce e martello nel Continente.
A Milosevic furono disegnati i baffi di Hitler, e l’intellettualità europea fece a gara, a braccetto con la diplomazia angloamericana, nel tratteggiare paragoni
storici. I kosovari erano i nuovi ebrei, i serbi i nazisti. E il richiamo alla Seconda Guerra mondiale imperversò: quella era stata la guerra giusta per
antonomasia, la guerra delle democrazie contro le dittature (nei richiami si ometteva l’Urss di Stalin, vera vincitrice della guerra, con i suoi 22 milioni di
morti; ma tant’è, nell’officina della propaganda non si va per il sottile). Anche ora, contro i nazi-serbi, la guerra era ”giusta”. Mentre tanti negavano fosse
una guerra, ma una benefica operazione di salvezza, di peace keeping, Norberto Bobbio si spinse a definirla “etica”, cadendo in uno dei peggiori incidenti
teorici della sua onorata carriera di filosofo; ma mentre l’aggettivo “umanitario” si sprecava, vi fu chi fece di peggio: il letterato George Steiner etichettò quel
conflitto come “altruista”. E via seguitando.
Alcuni di quei superbi cantori della moralità della guerra sono usciti di scena, mentre altri restano e imperversano: vedi il solito Bernard Henri-Lévy, che
qualcuno continua a prendere sul serio, e non è che una figura macchiettistica del sottobosco mediatico (ha tuonato, sul Corriere della Sera: "L’Occidente
salvi l’onore in Siria”: 28 agosto). Non poteva mancare, naturalmente, Michael Walzer, una sorta di bobbiano d’Oltre Oceano, che, dalla sua cattedra di
Princeton, ha filosoficamente approvato tutte le guerre americane dell’ultimo venticinquennio (dissotterrando appunto la categoria medievale di “guerra
giusta”), Onore, punizione. In una intervista (a Ennio Caretto, sempre sulCorriere della Sera, 27 agosto), ammette di aver cambiato idea, avendo fino a
pochi giorni prima sostenuto i dubbi di Obama, e in qualche modo incoraggiandolo a non precipitarsi in una nuova avventura bellica (suscitando un certo
stupore in chi segue le posizioni intellettuali di Walzer). E, dimostrando come Platone sbagliasse a sognare un mondo governato dai filosofi, se ne esce
con chiacchiere da mercato: “L’impiego dei gas tossici da parte di Assad non può restare impunito. È un terribile crimine contro l’umanità, e chi lo
commette deve sapere che sarà chiamato a rispondere delle sue colpe. È una questione morale prima che politica e di diritto. Occorre stabilire un precedente,
in modo che tragedie come queste non si ripetano mai più. Basta con le vittime civili innocenti”. Forse nell’ultimo quarto di secolo il professor Walzer non
ha letto i giornali, non ha ascoltato radio, né guardato tv; non ha mai navigato in Rete. Altrimenti saprebbe che di “precedenti” ve ne sono a iosa. E che
ogni volta il suo “Grande Paese”, che si è assunto, motu proprio, da tempo immemorabile il ruolo di giudice e carabiniere del mondo, ha provveduto a
castigare. “Sorvegliare e punire”, è il caso di dire, richiamando Michel Foucault.
Ovviamente, come si può usare categorie come colpa e punizione per la politica? E come si può decretare che è giusto bombardare (Walzer non esita a
intervenire anche sulle questioni di strategia e tattica militare, decidendo che deve trattarsi di guerra esclusivamente aerea: non sia mai che sul terreno debba
rimetterci la pelle qualche marine!) un Paese (pardon, solo gli “obiettivi sensibili”), sulla base di accuse non dimostrate? Ma possibile che l’Iraq non abbia
insegnato nulla? A Walzer, e a quanti in queste ore invocano la guerra accusando quel cattivone di Assad? Abbiamo dimenticato la penosa scenetta
dell’allora segretario di Stato Usa, Dick Powell, che all’Assemblea dell’Onu, agitava una fialetta per “dimostrare” che Saddam Hussein era in possesso di
armi di distruzione di massa?
Aggiungo, per chi lo avesse scordato o non ne avesse notizia, che lo stesso politico a distanza di qualche anno confessò che quello era stato il momento
peggiore della sua carriera: “mentivo sapendo di mentire”, disse, in sostanza. E quanti cattivi abbiamo ammazzato, dopo aver bombardato,
umanitariamente, i loro popoli? Siamo davanti a una deprimente, “coazione a ripetere”, come ha scritto Giulio Marcon sul Manifesto (28 agosto); non
siamo in grado di cambiare il copione. Creiamo il casus belli – un massacro, possibilmente –, decretiamo trattarsi di un crimine contro l’umanità, e sulla
base di un pregresso lavorio di costruzione del nemico, lo hitlerizziamo (sorte toccata oltre che a Milosevic, a Saddam, a Gheddafi, e ora ad Assad), e
scateniamo infine la rappresaglia: andiamo a fare giustizia, anche quando sappiamo in partenza che non potremo “esportare la democrazia”. Gli obiettivi
sono sempre variabili, nelle guerre post -1989. È la logica del lupo e dell’agnello: anche se non sei colpevole, hai colpe pregresse, e se non sei stato tu è stato
un tuo antenato. Ti devo punire, comunque.
Quante giustizie sommarie l’Occidente ha sulla propria coscienza, potremmo chiederci, ricorrendo anche noi a categorie morali, invece che politiche. Se poi si
guarda alle conseguenze politiche delle “neoguerre coloniali” (di questo si tratta: il ritorno del colonialismo, in una nuova fase dell’imperialismo), è
impossibile negare che tutti i Paesi aggrediti in nome della democrazia, con o senza l’assenso dell’Onu, dagli angloamericani, con l’appoggio di alleati
variabili, la situazione è quasi sempre drasticamente peggiorata. Oggi sono scomparsi dalle prime pagine, ma quei Paesi sono sempre teatri di guerra. Guerra
infinita e permanente, in un’orgia estenuante di sangue, di devastazione, di orrore, in cui la vita delle persone è appesa a fili invisibili. Guerra di tutti contro
tutti, in situazioni di quotidianità disperata, dove nulla ha senso, in uno scenario privo di qualsiasi prospettiva di pace. Guerre che abbiamo scatenato noi
occidentali democratici, inventando ogni volta una “buona causa” di cui ci siamo presentati come paladini. Nessuna di quelle cause per le quali abbiamo
bombardato, incendiato, distrutto, massacrato, ha prodotto risultati apprezzabili; anzi, perlopiù è il contrario. (...)
La VOCE ANNO XVI N°1
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SIMONE CRISTICCHI "NON ACCETTA LEZIONI"
La sera di Ferragosto RaiUno ha mandato in onda il concerto-tributo di Simone Cristicchi a Sergio Endrigo.
Lo spettacolo contiene tra l’altro un monologo, recitato dopo la canzone "1947", che dipinge a tinte fosche gli "jugoslavi occupatori" delle case degli italiani
esuli da Istria e Dalmazia. La canzone ed il monologo si possono riascoltare qui: http://www.youtube.com/watch?v=sfbtan4Nqyc .
Questo passaggio può essere considerato una anticipazione dello spettacolo "Magazzino 18" che Cristicchi sta lanciando in pompa magna e con la evidente
e potente sponsorizzazione della "lobby degli esuli".
Questa operazione, molto più politica che musicale o teatrale, innanzitutto tradisce ed insulta la memoria di Sergio Endrigo, che nella sua vita personale ed
artistica
si
ispirò
sempre
all’internazionalismo
ed
alla
fratellanza
tra
i
popoli
delle
due
sponde
dell’Adriatico:
http://www.diecifebbraio.info/2012/01/omaggio-a-sergio-endrigo/ .
Il Presidente del Comitato provinciale ANPI di Viterbo è intervenuto inviando una lettera personale a Cristicchi, che paradossalmente risulta essere anche
iscritto all’ANPI. Ne sono seguite la risposta del cantante ed una replica più dura del segretario di CNJ-onlus, alla quale Cristicchi si è rifiutato di rispondere
dicendo che lui "non accetta lezioni da nessuno":
<< Leggo il vostro scambio di messaggi con Silvio Antonini dell’ANPI di Viterbo. Forse non sono esattamente vostro coetaneo, in quanto classe 1969,
ma in compenso sono romano anch’io, e da una ventina di anni mi trovo ad occuparmi di questioni jugoslave, tanto da essere segretario di una
associazione di amicizia, di scambi culturali e di impegno per una corretta informazione, denominata Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS.
Temo perciò di essere tenuto a scrivere alcune parole anch’io, benché veramente di malavoglia, vista la circostanza.
Gli italiani, hai ragione, conoscono ben poco della loro storia, figuriamoci della storia dei popoli vicini.
Generalmente, purtroppo, non solo sono ignoranti - il che non è una colpa - ma coprono la propria ignoranza con atteggiamenti saccenti, e questo, si, li
rende veramente colpevoli. Un altro difetto facilmente riscontrabile è che tendono troppo spesso ad autoassolversi: in fondo in fondo, sono sempre "brava
gente", no? Le colpe le hanno sempre gli altri: allora tedeschi o jugoslavi, oggi rumeni o albanesi.
Il tuo spettacolo "Magazzino 18" non è uno spettacolo sulla Jugoslavia comunista, né sulla Resistenza, eppure contiene un attacco preciso contro la
Jugoslavia partigiana, uscita da una guerra infame che non erano stati gli jugoslavi a volere. La Jugoslavia esce da quella guerra come paese unito e pacifico,
programmaticamente avviato ad essere mosaico di popoli, lingue e culture: un paese cioè non "nazionale", come l’Italia, bensì "multinazionale" (oltreché
internazionalista: promotore del Movimento dei Non Allineati).
Nel tuo monologo c’è pertanto innanzitutto un errore concettuale, di principio: i partigiani jugoslavi, liberando vasti territori - inclusa l’Istria, e la stessa
Trieste - dal mostro nazifascista, non intendevano usurparli ai legittimi proprietari, ma viceversa unirli a una nuova struttura statuale e sociale che fosse
patria per tutti quelli che vi abitavano, purché ovviamente non ostili al nuovo Stato: ça va sans dire. Tant’è vero che circa 30mila autoctoni di lingua italiana
decisero di rimanere. Hai mai sentito parlare dei "rimasti"? Forse valeva la pena che tu raccontassi anche la loro vicenda, che per un iscritto all’ANPI
dovrebbe avere degli aspetti ancor più interessanti della vicenda degli "esuli".
Quello spirito di fratellanza internazionalista per il quale anche tanti italiani combatterono al fianco dei partigiani jugoslavi, e che li spinse non solo a
rimanere in quella che diventava la Jugoslavia, ma a contribuire entusiasticamente alla sua formazione, lo puoi ritrovare ad esempio nella storia personale e
nelle pagine di Eros Sequi, grande italianissimo scrittore ed intellettuale, sconosciuto agli italiani:
<< Ora, eccomi qui, a scrivere da mattina a sera. Prepariamo il "Nostro Giornale" e "Lottare", prepariamo traduzioni ed opuscoli, volantini ed appelli...
Sono commosso e contento. Ho scoperto il mio mondo... Ho saputo anche che cos’è l’Istria, dove la popolazione croata soffriva sotto l’oppressione degli
imperialisti italiani ed oggi combatte la sua rivoluzione per esser libera nazionalmente e socialmente. Vorrei che tutti gli italiani sapessero che queste terre
appartengono di diritto alla Jugoslavia; vorrei che tutti gli italiani fossero giusti e amati per la loro giustizia.
Vorrei che sempre più grande fosse l’affluire dei miei connazionali tra le file del movimento di liberazione. E so che solo pochi non risponderebbero, se
l’appello della verità giungesse fino a loro... Sarebbe bello se anche l’Adriatico fosse un lago, sulle cui sponde lavorassero in pace e in concordia uomini
fratelli. Ma so che la fratellanza stringerà almeno italiani e croati e tutti gli jugoslavi nel paese nuovo che andiamo creando con lotta e sacrifici... >> (Monti di
Kukuljani, 31 luglio 1944. Da "Eravamo in tanti", diario della sua esperienza di combattente partigiano).
L’abbandono di Istria e Dalmazia di gran parte della popolazione di lingua italiana, anche quella non compromessa con il nazifascismo, per la Jugoslavia
federativa e socialista fu percepito come una sconfitta, e non come una vittoria. Viceversa, ci fu una precisa volontà da parte dei ricostituiti poteri italiani, a
che gli italiani di Istria e Dalmazia venissero via, allo scopo di delegittimare la nuova struttura statale che si andava formando oltre Adriatico. Hai mai
sentito parlare di Radio Venezia Giulia, la radio messa su dai servizi segreti italiani per fare pressione psicologica sugli italiani di Pola, di Fiume, eccetera,
perché andassero via? Lo sai che quelli che rimanevano erano bollati come "italiani sbagliati", e non certo da parte jugoslava? Ci sono tante cose da sapere, se
solo interessa andarle a cercare. E sugli esuli istriani e dalmati, oltre a tutti i libri opportunamente menzionati da Silvio, ed anziché appoggiarti ai contatti
selettivi di Jan Bernas, potresti dare almeno un’occhiata al testo "Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità sul confine orientale", di
Sandi Volk (KappaVu Edizioni, Udine 2004), che è un autentico esperto della problematica degli "esuli"... Perché di cose da dire ce ne sarebbero molte altre,
nemmeno riassumibili qui: lo sai che gran parte degli "esuli" non erano nemmeno autoctoni, ma "regnicoli" (veri e propri "coloni")? Lo sai che non
andarono via solo italiani, ma anche tanti croati e sloveni, vuoi per ragioni politiche, vuoi per ben più generali necessità economiche? Lo sai, infatti, che cosa
è stata l’emigrazione dai piccoli centri verso le grandi città nell’immediato dopoguerra, in tutta Italia e in tutta la Jugoslavia? Lo sai che cosa vuol dire
"optanti"?
Esistono ignoranze che determinano vere e proprie colpe. In ogni attività, anche in quella artistica, si tratta di sentire o non sentire la responsabilità delle
proprie scelte. Da ogni canzone di Sergio Endrigo trapela il senso forte della responsabilità: perché, lui, era veramente un cantante impegnato, nel senso
pieno e bello del termine, un senso che in questa Italia è andato perduto. Non fu mai un opportunista, né nelle scelte di vita né in quelle artistiche:
comunista e ateo, gli stava cordialmente antipatico tutto l’apparato massmediatico - antipatia ricambiata, tant’è vero che negli ultimi anni fu veramente
dimenticato dal teatrino dominante, televisivo e non. Quale Sergio Endrigo vogliamo ricordare? Il Sergio Endrigo che cantava in lingua serbocroata con
Arsen Dedic, e vinceva festival della canzone jugoslavi, il Sergio Endrigo che cantava la Resistenza tradita dagli opportunisti di turno (La ballata dell’ex), il
Sergio Endrigo che ricordava con nostalgia la sua città come metafora di tutti gli abbandoni... Oppure un Sergio Endrigo immaginario, un Sergio Endrigo
inventato, di comodo, revanscista e rancoroso contro gli "usurpatori della propria terra"?
Non credo che Sergio Endrigo, che è stato gettato nel dimenticatoio per anni in quanto cantante "scomodo", avrebbe mai approvato di essere
strumentalizzato a fini di revanscismo antipartigiano. Era meglio nessuna carriera, per lui, che una carriera sulla cresta dell’onda della lobby "vincente" di
turno.
Chiudo su Tito e Pertini. La percezione che alcuni italiani originari di Istria e Dalmazia possono avere avuto guardando il nostro amato presidente che
rendeva omaggio all’amato presidente degli jugoslavi, è solo ed esclusivamente una loro percezione. Per la stragrande maggioranza degli italiani quel gesto è
stato un gesto di fratellanza e di pace, il suggello di due vite parallele da partigiani, ispirati ai valori della fratellanza tra i popoli. Per noi antifascisti quel gesto
fa grande onore a Pertini, più ancora che a Tito.
Andrea Martocchia, segretario, CNJ-onlus
La VOCE ANNO XVI N°1
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http://www.odradek.it/Schedelibri/montenegroamaro.html
Giacomo Scotti
MONTENEGRO AMARO
L’odissea dei soldati italiani tra le Bocche di Cattaro e l’Erzegovina dal luglio 1941 all’ottobre 1943.
Prefazione di Davide Conti
Con numerose illustrazioni
Collana Blu
ISBN 978-88-96487-25-9
pp. 420 € 26,00
ordina il libro:http://www.odradek.it/html/ordinazione.html
PREZZO SPEDIZIONE COMPRESA
Il Montenegro fu regione ribelle, zona di opposizione e resistenza all’aggressione del fascismo italiano e dell’esercito tedesco, coadiuvati dai
collaborazionisti cetnici e ustascia. Le divisioni italiane – la “Taurinense” alpina e la “Venezia” di fanteria, oltre a sparsi reparti dell’“Emilia”– ebbero alcune
migliaia di caduti e quasi pari furono le perdite dei partigiani jugoslavi, mentre le vittime nella popolazione, compresi vecchi, donne e bambini – morti negli
incendi dei villaggi, fucilati nei rastrellamenti e deportati nei campi di concentramento in Albania e Italia – furono circa quarantamila.
Il libro, documentatissimo, è una rappresentazione viva e puntuale della guerra combattuta dalle divisioni partigiane jugoslave contro tedeschi e italiani, e
restituisce le due facce della presenza armata italiana in Montenegro e dintorni: la faccia (e il ruolo) dell’invasore a partire dal 1941, e la faccia liberatrice delle
migliaia di militari italiani passati a combattere con i partigiani jugoslavi dopo l’8 settembre 1943.
La ricostruzione di scenari complessi consente di guardare da prospettive non strumentali, come quelle configuratesi nell’ultimo decennio con l’uso politico
della vicenda delle foibe, né retorico-celebrative, proprie della narrazione della «epopea resistenziale», fatti ed eventi che hanno segnato i rapporti bilaterali tra
Italia e Jugoslavia nell’era post-bellica della Guerra Fredda e poi in quella post-’89 dopo la caduta del muro di Berlino ed il dissolvimento della Jugoslavia.
Giacomo Scotti (Saviano 1928). Scrittore, giornalista e letterato, ha trascorso gran parte della vita in Croazia, a Fiume-Rijeka, viaggiando da un capo all’altro
dell’ex Jugoslavia per circa 60 anni come giornalista. Dal 1982 si muove fra l’Italia e Balcani. Scrittore bilingue (italiano e croato), ha all’attivo circa cinquanta
opere. Ha pubblicato ricerche riguardanti la lotta antifascista e di liberazione jugoslava, tra cui, con Mursia: Ventimila caduti 1970, Il battaglione degli
straccioni1974, I disertori 1980, Juris, juris, all’attacco! 1986, Le aquile delleMontagne nere (con L.Viazzi) 1987, L’inutile vittoria (con L.Viazzi) 1989. E
ancora: Kragujevac, la citta’ fucilata 1967, Ustascia tra il fascio e la svastica 1976, Rossa una stella (con L.Giuricin) 1971), Goli Otok, ritono all’Isola Calva
1991, Il partigiano del cielo 2004, Tre storie partigiane 2006, Il bosco dopo il mare 2009. Con Odradek ha pubblicato “BONO TALIANO”. Militari italiani
in Jugoslavia dal 1941 al 1943: da occupatori a disertori ( http://www.odradek.it/Schedelibri/bonotalianob.html ) e, a sua cura, A te mia Dolores
(http://www.odradek.it/Schedelibri/Bozovic.html ) di Saša Božovic’.
Restituzione dei beni: la Chiesa croata non demorde
(da “la Voce del Popolo” del 25 luglio 2013)
La Chiesa cattolica confida in una soluzione equa [SIC] per il problema legato alla restituzione dei beni confiscati dal regime
comunista jugoslavo. I rappresentanti della Conferenza episcopale croata (HBK) in seno alla Commissione mista Stato-Chiesa
per la restituzione dei beni hanno rilevato la necessità di stabilire le linee guida prioritarie al fine di agevolare la chiusura dei
problemi aperti, connessi alla tematica trattata dall’organo bilaterale.
All’incontro hanno preso parte il cardinale Josip Bozani&#263;, arcivescovo di Zagabria e responsabile della Commissione
episcopale per i rapporti con lo Stato, il vicepresidente della Commissione mista Stato-Chiesa, mons. Fabijan Svalina, il
segretario generale della HBK, mons. Enco Rodinis, mons. Ivan Hren, il reverendo, Ivica Žuljevi&#263;, il rappresentante
degli ordini religiosi, padre Kristijan Dragan Raji&#269;, Zvjezdana Znidar&#269;i&#263; e Nikola Matijevi&#263;. Nel
corso dell’incontro è stato analizzato il lavoro svolto fino ad ora e abbozzato un elenco dei possibili temi da affrontare in futuro
in seno alla Commissione mista.
Il patrimonio immobiliare sottratto alla Chiesa cattolica in Croazia è enorme. Stando ad alcune stime circa il 10 p.c. di tutte le
terre coltivabili dovrebbe essere reintestato alle varie parrocchie. Inoltre, solo a Zagabria alla Chiesa dovrebbero essere
restituiti o risarciti circa un migliaio di appartamenti, per non parlare del fatto che alla Chiesa sono stati espropriati pure buona
parte dei terreni sui quali sorge la parte moderna di Zagabria (Novi Zagreb). Un’area nella quale oggi vivono centinaia di
migliaia di persone.
Esempi analoghi si potrebbero fare per la maggior parte delle località in Croazia, parchi nazionali e aeroporti compresi. Difatti,
pare che la pista dell’aeroporto di Zara e circa due terzi del Parco nazionale dell’isola dalmata di Meleda (Mljet) sorgano su
terreni espropriati alla Chiesa cattolica.
https://www.youtube.com/embed/sfbtan4Nqyc
La VOCE ANNO XVI N°1
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Cos’è Avaaz e cosa vuole da me
Tutti i dubbi sulla ong vi rtuale fi nanzi ata da Soros e vi ci na a Obama. Forse troppo vi ci na
di Checchi no Antoni ni , da Li berazi one
Capi ta che stai su facebook, vedi l’ i cona di una persona cara sulla colonna delle mai l ri cevute. Apri i mpazi ente e trovi questo messaggi o: "Ho appena fi rmato questa
peti zi one: ti uni sci a me?". Novanta su cento, è uno spam di avaaz.org. Wi ki pedi a, come faremmo senza?, di ce che «è un’ organi zzazi one non governati va i nternazi onale
i sti tui ta nel 2007 a New York che promuove atti vi smo su di versi problemi quali i l cambi amento cli mati co, i di ri tti umani , i di ri tti degli ani mali , la corruzi one, la povertà
e i confli tti . La sua mi ssi one di chi arata è quella di permettere che i processi deci si onali di portata globale vengano i nfluenzati dall’ opi ni one pubbli ca. L’ organi zzazi one
opera i n qui ndi ci li ngue di verse, e ad oggi conta, stando al si to uffi ci ale, oltre 24 mi li oni di membri i scri tti i n 194 paesi di versi . Essendo una comuni tà on-li ne, i membri
effetti vi sono consi derati gli i scri tti al si to. Tutti i membri della communi ty possono essere defi nti "atti vi " dal momento i n cui , vi a w eb, parteci pano, sottoscri vono e
di ffondono le atti vi tà dell’ associ azi one. L’ associ azi one uti li zza anche l’ atti vi tà "concreta" di alcuni membri che agi scono nella vi ta reale (per esempi o la consegna di
peti zi oni di rettamente ai referenti poli ti ci ) e si avvale di alcuni membri sti pendi ati che sono di rettamente assunti dalla Fondazi one "Avaaz.org", con sede a New York. Il
quoti di ano bri tanni co The Guardi an ha scri tto: "Avaaz ha solo 5 anni , ma è di ventata una delle pi ù grandi e i nfluenti reti di atti vi smo onli ne"». Il nome deri va dalla radi ce
i ndo-persi ana che i ndi ca "i l suono che rompe i l si lenzi o".
Secondo Patri ck Boylan, però, avaaz «con grande effi caci a, espropri a e contami na i deologi camente la Si ni stra (paci fi sta) planetari a».
Boylan, cali forni ano, ex docente all’ uni versi tà Roma Tre, fa parte della redazi one di PeaceLi nk.i t e ha co-fondato a Roma gli Statuni tensi per la pace e la gi usti zi a e la Rete
NoWar. In questo momento, sta pubbli cando a puntate su Megachi p, un li bro sui "Progressi sti i n di vi sa: la Si ni stra paci fi sta vi ene arruolata ", ossi a quegli enti che
mi mano un’ azi one paci fi sta senza i ntaccare i rapporti di produzi one che producono la guerra globale. «Avaaz mobi li ta vi rtualmente l’ opi ni one pubbli ca mondi ale a favore di
vari e i ni zi ati ve poli ti che senz’ altro progressi ste... e non peri colose per i pi ani egemoni ci delle potenze occi dentali . Ma poi promuove altre i ni zi ati ve che, i nvece,
assecondano quei pi ani egemoni ci e non favori scono la pace, come le peti zi oni uffi ci ali a favore dell’ i ntervento mi li tare i mmedi ato i n Si ri a (con la scusa di creare zone
protette - vedi : bi t.ly/li nk-5 ). Nel contempo Avaaz si asti ene dal lanci are peti zi oni uffi ci ali per i l ri ti ro i mmedi ato e totale delle truppe dall’ Afghani stan».
Insomma, secondo Boylan, Avaaz ori enta e mani pola l’ opi ni one pubbli ca di si ni stra. Una delle ulti me campagne eco-paci fi ste di Avaaz (i n data 27 gennai o 2013) è una
peti zi one che cri ti ca i mpli ci tamente Rafael Correa, l’ anti conformi sta Presi dente dell’ Ecuador - colui che ha offerto asi lo, nella sua ambasci ata a Londra, al fondatore di
Wi ki leaks, Juli an Assange. La peti zi one chi ede a Correa di ri ti rare la sua (deprecabi le) autori zzazi one per la ri cerca del petroli o a Isla Sani , nel nord-est dell’ Ecuador,
perché l’ eventuale tri vellamento rovi nerebbe le foreste pluvi ali e sradi cherebbe gli i ndi geni , a benefi ci o di una "potente compagni a petroli fera". «Si tratta dunque di una
campagna a favore dell’ ambi ente, a favore dei di ri tti umani , e contro una Multi nazi onale del Male: che c’ è di pi ù progressi sta?
Ma i l dubbi o di Boylan è che la "potente compagni a" è la PetroAmazonas, la compagni a nazi onale, mai nomi nata dalla peti zi one, vi sto che nel 2006 l’ Ecuador ha cacci ato le
sette sorelle Usa. La si tuazi one è i ngarbugli ata dal fatto che i n Ecuador, l’ estrazi one petroli fera è possi bi le solo dopo un referendum popolare, che la popolazi one di Isla
Sani era favorevole ma poi ha cambi ato parere grazi e a un’ i mprendi tri ce i nglese. Tuttavi a i l governo ecuadori ano ha gi à ri nunci ato a sfruttare i l suo gi aci mento
petroli fero pi ù grande, lo Yasuni , perché si trova sotto una foresta pri mari a di straordi nari a bi odi versi tà. Isla Sani , i nvece, si trova fuori da quella zona. «Si scopre
anche che, se oggi la PetroAmazonas osserva severi vi ncoli ambi entali , nei ventenni o pri ma del 2006 le compagni e petroli fere USA deturpavano senza restri zi oni
l’ ambi ente ecuadori ano. Una di esse, la Chevron, deve ancora pagare una multa di sei mi li ardi di euro per di sastro ambi entale. In tutti quegli anni non c’ è stata una sola
protesta ambi entali sta», aggi unge Patri ck Boylan, "vecchi a" conoscenza del movi mento della Pantera romano.
Washi ngton trova "deprecabi le" i l Presi dente Correa (l’ epi teto è della Heri tage Foundati on) non soltanto perché ri fi uta di pagare una parte del debi to alla Manca mondi ale,
offre asi lo poli ti co a Juli an Assange o perché ha nazi onali zzato le i ndustri e petroli fere ma pure perché ha chi uso la base mi li tare Usa e ha sci ppato i profi tti alle case
farmaceuti che strani ere facendo produrre i n propri o i farmaci . E s’ è alleato con la Ci na. «Avaaz arruola i suoi seguaci per sostenere una causa progressi sta i n teori a
gi usta, ma, guardando megli o, anche parecchi o strumentale. Una causa, dunque, da prendere con le pi nze», avverte ancora l’ atti vi sta statuni tense da tempo trapi antato a
Roma, segnalando che Avaaz offre sul propri o si to, per par condi ci o, anche una peti zi one che chi ede alla Chevron di ri puli re l’ ambi ente che ha devastato i n Ecuador ma la
peti zi one contro la PetroAmazonas è stata a lungo sulla pri ma pagi na del si to, mentre quella contro la Chevron sta, da pi ù tempo, nascosta nelle pagi ne i nterne senza
ri chi ami sulla coperti na né emai l. Le fi rme sono ci nque volte meno.
L’ accusa è terri bi le: «Avaaz sa espropri are abi lmente l’ area poli ti ca progressi sta per fi ni non sempre del tutto progressi sti . E’ stata creata ex novo grazi e alle
sovvenzi oni di George Soros, speculatore mi li ardari o e - trami te le sue fondazi oni - potere forte mondi ale». Soros, com’ è noto, è lo sponsor di tutte le "ri voluzi oni
colorate" i n alcuni paesi dell’ ex URSS nel peri odo 2000-2005, ri voluzi oni sponsori zzate anche dal governo Usa per i ntrodurre le basi della NATO i n quell’ area. «Quello
che ne è venuto fuori non è i l mondo che sognavano tutti coloro che hanno lottato duramente contro i l passato regi me, convi nti che la ri volta avrebbe dato loro fi nalmente la
li bertà».
Così , con le sue peti zi oni , Avaaz, arruolandoci "dalla parte gi usta", ci i nsegna quali si ano i "paesi buoni " e quali si ano i "paesi catti vi " nel mondo. Ci arruola per la neo
Guerra Fredda che sta alle porte, i n cui i l paci fi smo sarà un orpello».
E’ la post-democrazi a, secondo Boylan, ed è gi à qui . Altrove, nel w eb, la polpetta si fa avvelenata, ossi a non si ri esce a di sti nguere la carne buona dalle gocce di veleno come è evi dente dalle parecchi e condi vi si bi li peti zi oni e si legge spesso che Avaaz ha contri bui to a fabbri care le ri volte contro Assad e Gheddafi , che attacca la Ci na
strumentali zzando la questi one della pena di morte o del separati smo del Ti bet, che ha strumentali zzato le preoccupazi oni degli i ndi os contro Morales oppure che a febbrai o,
Avaaz ha i ni zi ato una peti zi one contro i l movi mento BDS, un "movi mento globale per una campagna di Boi cottaggi o, Di si nvesti mento e Sanzi oni " (BDS) contro Israele fi no
a quando non si conformerà al di ri tto i nternazi onale e al di ri tto dei palesti nesi , che è stata avvi ata dalla soci età ci vi le palesti nese nel 2005." BDS sosti ene gli sforzi del
popolo palesti nese per essere li beri dalla ti ranni a genoci da i mpostagli dal governo i sraeli ano controllato dai si oni sti . E Avaaz sarebbe contro questa lotta per la li bertà. La
peti zi one onli ne di Avaaz ha promesso di fare pressi one sui funzi onari eletti , i n favore dei coloni i sraeli ani "di scri mi nati " dal popolo palesti nese.
La faccenda è i ntri gante: chi è i l complotti sta, chi i l complottato? Che si tratti di scampoli di campi smo? Di certo che Avaaz sarebbe alla fonte della bufala Saki neh del
2010, la donna i rani ana condannata alla "lapi dazi one" perché "adultera". In realtà si verrà a sapere che Saki neh è stata condannata per aver assassi nato i l mari to, non per
averlo tradi to; e i n ogni caso la lapi dazi one nel codi ce penale i rani ano non esi ste pi ù da decenni .
"Avaaz" è stata creata da Ri cken Patel, personaggi o poli ti camente ben schi erato a destra che gode del sostegno fi nanzi ari o del patron della multi nazi onale i nformati ca
"Mi crosoft" Bi ll Gates e della Fondazi one Rockefeller. Collabora strettamente con la famosa Fondazi one Soros, una struttura vi ci na al governo Obama.
Anche Indymedi a Barcellona e un si to svi zzero di si ni stra sostengono che la si gla serva a "copri re a si ni stra" gli i nteressi geopoli ti ci ed economi ci dei poteri forti
occi dentali , soprattutto Usa. Tra le centi nai a di peti zi oni su temi umani tari , democrati ci , anti -corruzi one che trovano i mmedi ato consenso fra i l pubbli co di senti menti
progressi sti (ma che non sorti ranno alcun ri sultato) i l trucco consi sterebbe nell’ i nseri re questi oni «strategi che per i padroni nascosti di "Avaaz" (governi , multi nazi onali ,
eserci ti ) che così potranno pi ù faci lmente superare la di ffi denza da parte della popolazi one generi camente di "si ni stra", che non sospetterà mai che di etro a questi
presunti cri ti ci degli USA è nascosto propri o i l Parti to Democrati co del presi dente Obama e dell’ ex-presi dente Cli ton, attraverso l’ organi zzazi one "MoveOn" che sta alla
base di "Avaaz"».
Dopo un lavoro i ncessante contro Gheddafi , i l nuovo governo li beri sta li bi co, secondo i detrattori , non sembra i nteressare Avaaz nemmeno dopo che ha ri abi li tato non solo
la fi gura del di ttatore fasci sta Beni to Mussoli ni , ma ha pure defi ni to quale "peri odo fi orente" l’ epoca i n cui i l fasci smo i tali ano aveva coloni zzato e saccheggi ato quel
paese. Il lavoro di "Avaaz" i n Si ri a, secondo gli osservatori di w w w .si ni stra.ch, «è molto peri coloso poi ché qualora si scatenasse una guerra dell’ Ue, di Israele e degli
USA contro questo paese medi ori entale, molto probabi lmente la Ci na e la Russi a di chi arerebbero guerra per i mpedi re agli occi dentali di coloni zzare i l baci no medi ori entale
e asi ati co».
In fondo all’ arti colo non so di re se si a vera la teori a di Patri ck, o se si a esagerata, ma ogni volta che l’ i cona di un ami co appari rà nella colonna delle mai l e leggerò i l
fati di co: "Bi sogna fermare questa cosa. Mi dai una mano? Fi rma qui », ci penserò su. Ma gi à ora, che un cli c non si nega a nessuno, i l senso di i mpotenza mi assale. Una
peti zi one non cambi a i l mondo. E la rete può di ventare, malgrado noi , uno strumento di passi vi zzazi one di massa.
(Su Avaaz e su altre operazi oni mani polatori e del movi menti smo si veda anche la ulteri ore documentazi one alla nostra pagi na dedi cata:
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