Charles Labitte BIOGRAFI E TR AD UT TO RI DI DANTE nella traduzione italiana di Angelo Gemmi I. VITA DI DANTE del conte Cesare Balbo — II. STORIA DI DANTE di Artaud de Montor — III. DANTE E LA FILOSOFIA CATTOLICA NEL XIII SECOLO di Ozanam — IV. LA DIVINA COMMEDIA tradotta da Brizeaux — V. LA VITA NUOVA tradotta da Delécluze — VI. OPERE MINORI DI DANTE edizione di Fraticelli — VII. SULLO SPIRITO DELLA DIVINA COMMEDIA DI DANTE del marchese Azzelino S i direbbe che vi sian due uomini in ogni gran poeta, uno di tutti i tempi e di tutti i paesi, che si fa interprete dei sentimenti generali, che trae ispirazione da se stesso, dalla creazione, dal problema del nostro destino, da questo spettacolo mobile, infine, ma perpetuo, che offrono al pensiero l’anima, la natura, l’umanità; l’altro che riflette solo le sfumature della sua epoca, i dolori come le gioie passeggere che sono particolarmente proprie agli spiriti di allora. Di questi due poeti, se così si può dire, che si ritrovano e si concentrano nell’unità potente del genio, l’uno è eterno, sempre accessibile, ognora ammirato, l’altro, a cui il primo serve alla bisogna da copertura e difesa, quando lo si dimentica, sembra avere i suoi corsi e ricorsi, come le civiltà di Vico. In certi momenti, si risale a lui con entusiasmo, ci si riconosce in lui con orgoglio, quando gli avvenimenti rimettono a nudo le stesse ferite del cuore, quando la società si ritrova in condizioni se non identiche, perlomeno analoghe. È così per Dante? Questi due poeti di cui parliamo si mostrano in lui al più alto grado, l’uno imperituro, eterno, per così dire, l’altro che reca la sua data inconfondibile e ch’è tutt’intero della sua epoca. È a delle segrete simpatie per il poeta del XIV secolo e per conseguenza alla similitudine dei tempi, all’analogia dei sentimenti espressi che bisogna soprattutto attribuire l’accoglienza sempre più calorosa che si fa d’ogni parte alla più piccola delle opere dell’Alighieri, questa sorta di rinascimento dantesco, infine, che si è tradotto da vent’anni a questa parte in Europa in tante edizioni, lavori, commenti e che costituisce già di per sé tutta una piccola letteratura ammirativa? Lo si supporrebbe, a non credere anche solo che a questa poetica frase di Lamartine nel suo discorso di accoglimento all’Académie, frase divenuta poi celebre e ch’è servita poi da epigrafe e motto a tanti apologisti: Dante, dice l’autore delle Méditations, sembra il poeta della nostra epoca, poiché ciascuna adotta e riporta in auge volta per volta qualcuno dei geni immortali che son sempre uomini di circostanza, vi si riflette essa stessa, vi ritrova la propria immagine e tradisce così la sua natura attraverso le sue predilezioni. Per quanto competente possa essere Lamartine nel parlare di grandi poeti, io obietto ch'è impossibile attribuire ad una simile causa il ritorno così marcato della nostra epoca alla Divina Commedia e, bisogna dirlo, questa specie di capriccio, di moda che si è impadronita di Dante, questa infatuazione, questo culto esagerato e quasi questo feticismo che ostentano a qualsiasi riguardo alcuni dei suoi compromettenti ammiratori. È per la parte eterna del suo poema che Dante è vissuto, che deve vivere, altrimenti, checché se ne possa dire, gli eruditi soltanto saprebbero il suo nome, perché il lato contemporaneo della sua opera era essenzialmente transitorio ed è divenuto esclusivamente storico. È un punto che si deve abbandonar senza timore e che non implica in alcun modo il disprezzo del grande genio di Dante; nulla è più maldestro delle apoteosi fuori luogo. Quali sono infatti queste analogie fittizie che si sbandierano come inevitabili tra i nostri tempi e la Divina Commedia? Cos'hanno di simile i nostri sentimenti a quelli del vecchio Alighieri? È come domandarsi cosa il medioevo abbai in comune con noi; chiedersi cosa mai, dopo la riforma e la filosofia dell'ultimo secolo, il nostro scetticismo indifferente possa farsene della fede sottomessa, visionaria e mistica di un italiano di cinquecento anni fa, è interrogarsi su quali accostamenti, dopo l'avvento della democrazia moderna, si possano fare, tra le passioni politiche della nostra epoca ed un settario della fazione dei Bianchi, divenuto più tardi l'utopista di non so quale rinnovamento imperiale modellato su Carlomagno, è cercar di sapere infine se, in filosofia, dopo Cartesio 6 e Leibniz, si debba ritornare alla scolastica di San Tommaso emendata dalle rime del poeta. Sicuramente il culto della Divina Commedia, è esagerato quando conduce a quel punto. Il fatto è che, per quanto se ne possa dire, noi dobbiamo ammirare Dante da critici prima ancora che da lettori. Certamente c'è simpatia in noi per questo passato, ma capiamo anche altrettanto bene che è passato per l'appunto. Siamo franchi:l'erudizione è qui in gioco tanto quanto la poesia, la curiosità è similmente solleticata allo stesso modo dell'ammirazione. Si è colpiti da queste catacombe gigantesche, ma si sa ch'esse sono le dimore della morte. In una parola, comprendiamo, spieghiamo, commentiamo, ma non crediamo più. La fede di Dante ci potrebbe apparir toccante nelle ore della tristezza, ci fa anche invidia talvolta, ma nessuno prende più sul serio, nell'ordine moral, l'opera dell'Alighieri. Non è forse per tutti un sogno bizzarro che ha la sua grandezza? Ed a chi, io mi domando, questa lettura lascia un terrore sincero misto ale gioie come nel medioevo? Ahimè, quel che ci colpisce sopra ogni cosa nella Divina Commedia, sono i bei versi. Nulla quindi, fa del libro di Dante il poema del nostro secolo, come tante volte si è ripetuto dopo Lamartine. È semplicemente un poema di genio che deve aver per noi certamente un gran significato storico, un immenso valore intellettuale, ma che non è in null un'opera di circostanza nello stato attuale dell'arte. La reazione che si è avuta da una ventina d'anni a questa parte in favore di Dante, il brusio crescente che si fa intorno al suo nome, non dipendono in nessun modo da questi rapporti che si suppongono tra le circostanze e le idee da cui ha tratto ispirazione Dante e le idee e le circostanze in mezzo alle quali viviamo noi. Questo ritorno d'interesse ha un'altra causa e fintanto ch'essa non ha oltrepassato il segno, era perfettamente legittima. Per di più, l'ingiusto oblio in cui era ca7 duto il poeta si spiega con la storia. Dante, importa rammentarlo qui, non è un genio precursore per le idee, non predice l'avvenire, riassume piuttosto il passato. Il suo poema è l'ultima parola, per così dire, della teologia del medioevo. È la poetica e suprema eco delle leggende dell'Apocalisse, delle tradizioni mistiche di Bonaventura e di Bernardo. È forse triste a dirsi, ma il cinico Boccaccio è l'uomo del futuro ben più di Dante. Dante parla a coloro che credono, Boccaccio a quelli che dubitano. La riforma è in nuce nel Decamerone, mentre la Divina Commedia è il libro delle degenerazioni che avvenivano nella fede. Così, quando nel XVI secolo, scoppiò una violenta rivolta contro il medioevo, quando vi fu una rottura, il poema dell'Alighieri cessò quasi d'esser letto. Io mi ricordo una lettera di Guicciardini a Machiavelli in cui è scritto: ho cercato un Dante per tutta la Romagna, sono infine riuscito a trovare il testo, ma non ho potuto rinvenire la glossa. Ecco a che s'era ridotta in l'Italia, ai tempi di Lutero, la popolarità di questo gran poeta. Questo atteggiamento disdegnoso, continuò nei due secoli che seguirono. Ai tempi di Luigi XIV, ogni nobiltà poetica doveva rimontare all'antichità, a quelli di Voltaire non c'erano che sarcasmi per il medioevo. Il poema di Dante fu per l'autore della Henriade, un'amplificazione stupidamente barbara, per La Harpe una rapsodia informe. Ecco le amenità della critica. L'influenza delle idee francesi era tale allora che questi incrollabili pregiudizi penetrarono fino in Italia. Alfieri assicurava che al di là delle Alpi la Divina Commedia non aveva trenta lettori ed un poeta celebre, il Monti, vedeva suo zio Bettinelli, scrittore assai rinomato, dispiacersi e rimproverarlo per il fatto che leggeva le vecchie e oscure stravaganze dell'Alighieri. Se mai reazione è stata legittima, è dunque quella che si è recentemente avuta a favore di Dante. Il XVIII secolo aveva in odio il medioevo noi, al contrario, nella situazione un po' confusa e indifferente a cui ci hanno condotto gli avvenimenti, ritorniamo senza odio allo studio 8 di quest'epoca transitoria; ci colmiamo anche d'ammirazione per idee che non abbiamo più, per devozioni che sarebbero al di sotto delle nostre forze. Triste privilegio quello delle età di crisi! Non allegro dono forse quella imparzialità divenuta facile per la stessa attitudine successiva a tutti i sistemi, per la mancanza comune di scopo e desiderio. Profittiamo almeno dei nostri vantaggi e serbiamo il privilegio del buon senso: ogni idolatria è pericolosa. Comincio a proclamarlo apertamente, nel notevole ritorno che dai primi anni della restaurazione si è manifestato verso gli studi storici e che si perpetua con perseveranza, Dante doveva avere la sua parte:non per nulla è il rappresentante poetico del medioevo. Posto, per così dire, all'incrocio di questa strana epoca, Tutte le strade portano a lui ed incessantemente lo si ritrova all'orizzonte. Società, intelligenza, religione, tutto si riflette in lui. In filosofia, egli completa San Tommaso, in storia è il commentario vivente di Villani. Il segreto dei sentimenti e delle tristezze di allora, si legge nel suo poema. È un uomo completo, alla maniera degli scrittori dell'antichità: stringe la spada in una mano e la penna nell'altra. È sapiente, è diplomatico, è gran poeta. La sua opera è uno dei più vasti monumenti dello spirito umano; la sua vita è una lotta, nulla vi difetta, le lacrime, la fame, l'esilio, l'amore, le glorie e le debolezze1. Dante ha quindi un'importanza capitale ch'io son lungi dal voler contestare; ma, da qualche anno, lo si cita, lo si nomina, lo si fa intervenire in ogni salsa, lo si loda senza riserve (non è una ragione valida perché lo si legga di più). A cinque secoli di distanza, sembra tuttavia che la critica potrebbe ben liberarsi da queste ammirazioni a bella posta e fittizie. Si è considerata la Divina Commedia dal punto di vista del liriPassaggio che si può ritrovare identico nel saggio La Divina Commedia avanti Dante dello stesso Labitte (n.d.t.) nella trad. di Angelo Gemmi, pag 5, riga 8 dall'alto 1 9 smo e non c'è passaggio oscuro che non abbia, con l'aiuto del mito e del simbolo, dei panegiristi frenetici, si preferiscono agli splendori della vera e sublime poesia di Dante la metafisica quintessenziale e le vaghe sottigliezze di certe pagine del Paradiso. Di sicuro gli oltranzisti sono meno pericolosi in letteratura che in politica, in quest'ultima, essi perdono il governo che adulano, in letteratura, non fanno che compromettere un istante gli scrittori che esaltano e che, dopo tutto, sono sempre sicuri di ritrovare il loro autentico livello. Ma perché queste esagerazioni? Come la moda ha osato trattare l'austero genio di Dante? Siamo giusti, l'opera dell'Alighieri somiglia a quelle immense cattedrali del medioevo ch'io ammiro molto, quanto nessun altro, ma che, in definitiva, sono il prodotto di un tempo per metà barbaro e in cui tutte le slanciate arditezze dell'architettura, le meraviglie cesellate e le delicatezze scultoree, si frammischiano sovente, attraverso le epoche a gruppi pesanti, statue deformi, con delle parti incompiute2. Sarebbe difficile enumerare, anche solo in parte, tutto ciò ch'è stato pubblicato da quarant'anni a questa parte sotto forma di libri, opuscoli, trattati relativi a Dante, senza contare le ottanta ristampe delle opere del poeta. È una moda che ha fatto il giro d'Europa. Un tedesco, il Witte, ha pubblicato un'edizione speciale e sapiente delle lettere dell'Alighieri ch'io ho avuto tra le mani e si può vedere, nella sistematica Storia d'Italia, del dottor Leo, l'indicazione di cinque o sei altre opere relative a Dante e tutte pubblicate al di là del Reno...che non hanno attraversato per fortuna. È già abbastanza avere un grosso ed indigesto commentario inglese sulla Divina Commedia, pubblicato a Londra e il cui primo volume (l'opera è, io credo, rimasta incompleta e io non me ne rammarico) è andato a trovare asilo Altro passaggio che si può ritrovare identico nel saggio La Divina Commedia avanti Dante dello stesso Labitte (n.d.t.) nella trad. di Angelo Gemmi, pag 75, riga 11 dall'alto 2 10 nella biblioteca del dotto Fauriel. Così il genio teutonico si è inchinato stavolta al genio meridionale; la patria si Shakespeare come quella di Goethe è venuta a gettare il suo obolo ai piedi della vecchia statua dell'Alighieri. Ma è in Italia soprattutto, fin dalla grande edizione curata nel 1791 dal Lombardi che non si è mai smesso d'occuparsi di Dante con una vigilanza assai lodevole nei suoi principi, ma un po' monotona alla lunga e ormai insignificante s'essa si prolungherà. Dopo i commenti del Volpi e del Venturi, sono venuti quelli del Dionisi, del Tommaseo, del Biagioli, del Costa e di tanti altri ancora. Il de Romanis ha anch'egli pubblicato, vent'anni or sono, un testo di Dante arricchito da note e documenti importanti. Si son fatte delle glosse filologiche, storiche, poi ci si è buttati sui chiarimenti biografici, si è messa in luce la vita dell'Alighieri attraverso la storia del suo tempo e la storia del tempo attraverso l'opera e gli atti del poeta. È a questo movimento letterario che fanno capo diversi trattati più o meno curiosi, ma in cui molti fatti confusi e luoghi comuni si mescolano a qualche ricerca nuova. Bisogna contare nel novero la Commedia illustrata del Foscolo, Il secolo di Dante dell'Arrivabene, Il veltro allegorico di Dante del conte Troya e molti altri lavori più oscuri . Dal 1830 i commentatori ed i biografi di Dante non hanno avuto requie. Si è dissertato sulle sue tendenze e si è continuato ad attribuire opinioni al poeta; ciascuno ha rigirato a suo vantaggio questa grande figura. A Roma, l'abbate Fea pretende che con un paio di pagine declamatorie del De Monarchia sull'impero romano, Dante abbia fondato la filosofia della storia e mostrato per primo, con Bossuet,la mano della provvidenza che capovolge i destini degli imperi in favore della religione. A Londra, Rossetti (a cui Schlegel ha così ben risposto in questa stessa rivista3), ha voluto fare di Dante un eretico, allo stesso modo in cui Artaud de Montor e Ozanam 3 Revue de deux Mondes, N° del 15 febbraio 1836 11 vogliono dipingerlo come un cattolico fervente. Dopo tutto, Dante potrebbe bene essere nient'altro che un poeta. Poi è la politica dell'Alighieri che si mette in discussione; gli uni lo dicono Guelfo, gli altri Ghibellino e non si sa a chi dare ascolto. Le più piccole particolarità della sua vita forniscono ai pedanti dei soggetti di dissertazione e attualmente si è impegnati a discutere se sapesse il greco o no. È soprattutto in Italia che questo regno di Dante è ben visibile e, bisogna dirlo, un po' faticoso da sostenere. Portata a questo punto, la critica diviene un affare di retori, scoliasti, un mestiere senza ispirazione, una vera opera di bizantini. Sento vantare dappertutto la scuola dantesca che si è formata al di là delle Alpi e che deve rigenerare la letteratura italiana: nulla di meglio, ma il giorno in cui l'influenza di Dante vi predominerà, si cesseranno di annotare le sue opere e si seguiranno le sue orme. Le pubblicazioni relative all'autore della Divina Commedia si sono ulteriormente accumulate da due o tre anni a questa parte, sono apparse, notabilmente in Francia e in Italia, delle vere opere sulla vita e gli scritti del poeta fiorentino. Sarebbe conveniente farle passare sotto silenzio? Le restrizioni, ci si immagina, vi occupano un posto di scarso rilievo e l'entusiasmi deborda. Balbo mette Dante al di sopra di tutti i poeti senza eccezioni, Ozanam lo pone a lato di San Tommaso come filosofo, Artaud de Montor, infine, non abbandona nemmeno per un istante il tono ditirambico e propone seriamente, come ai tempi di Boccaccio, d'istituire a Parigi una cattedra speciale per la spiegazione della Divina Commedia; cedo che Dante sia anche raccomandato in nota a Ravignan e Lacordaire per i loro sermoni. È la panacea universale. Diciamo qualche parola su tutto ciò e cerchiamo di ritrovare la giusta misura. E al primo posto, tra queste pubblicazioni nuove, bisogna mettere la notevole Vita di Dante4 stampata recentemente a Torino da uno 4 12 Due volumi in-8°, per i tipi di Stassin e Xavier, rue du Coq, 9 degli eruditi più raccomandabili degli stati sardi che occupa un posto di rilievo nell'amministrazione del suo paese, il conte Balbo. Questo libro è apparso un po' prima della Storia di Dante Alighieri5, pubblicata a Parigi qualche settimana fa da Artaud de Montor. Balbo ha perlomeno un vantaggio di tempo, vedremo al momento opportuno se ha anche un vantaggio letterario. Sarebbe sicuramente un grande ed utile monumento una bella e definitiva storia di Dante, il gioco vale la candela. Certamente vi sono dei seri inconvenienti nel vedere un secolo attraverso una biografia, a giudicare una società da un uomo; si riporta tutto forzatamente al proprio eroe, si trae a quello, si esagera l'importanza individuale, si sacrifica tutto ad uno solo e il punto di vista si trova così falsato. È un grave difetto ch'è ben difficile da evitare. C'è ancora un'obiezione che non è senza valore. Ognuno sa, e noi tutti l'abbiamo un po' appreso per esperienza, che non bisogna troppo affidarsi agli scritti degli uomini celebri per giudicare il loro carattere e la lor persona. Alcuni (e sono i privilegiati), valgono di più dei loro libri, altri (la maggior parte), valgono meno. Ora, accade che a distanza di cinque secoli, è soprattutto dagli scritti stessi di Dante, ben più che dalle testimonianze insufficienti ed incomplete dei contemporanei, ch'è possibile ricostruire la biografia del poeta. E se ordinariamente gli scritti sono uno specchio che non mostra l'autore che in bello o talvolta in brutto, come affidarsi ad una testimonianza così sospetta e sovente invocata? La difficoltà scompare almeno per Dante, per poco che vi si rifletta. Non è infatti che nelle epoche di raffinamento, di civiltà avanzata come la nostra che l'arte, la fattura, la maniera si sostituiscono fatalmente alla spontaneità ingenua e individuale. Non poteva essere così nel medioevo; essendo l'arte informe e la cultura limitata, non si esprimevano che sentimenti realmente provati. L'arte procedeva dalla fede e 5 Un grosso volume in-8° per Adrien Leclère, rue Cassette, 29 13 non se ne discostava. L'opera di Dante ha in particolare questo carattere sincero, veridico, e si possono senza timore cercare i dettagli della vita del poeta nei suoi libri e ricostruire questa vasta esistenza con le informazioni che ci ha dato. Vi son tre grandi versanti nella biografia di Dante, come vi sono tre grandi aspetti nei suoi scritti; la sua opera letteraria ha così la stessa e forte unità della sua vita. Tutte le sue opere infatti si rapportano ad un sol pensiero, convergono ad un unico scopo e, con diversità di poco conto, si trovano ad essere della stessa natura. Non sono che sviluppi, appendici, pezzi giustificativi della Divina Commedia. Ora, la Divina Commedia può essere considerata sotto tre punti di vista differenti, la poesia, la politica, la filosofia. Ci sono infatti tre uomini in Dante, un poeta, un cittadino, un pensatore. È la Vita Nuova che per prima spiega il poeta e lo fa da sola comprendere. Delécluze ha appena reso un notevole servigio alle lettere italiane traducendo per primo nella nostra lingua e senza lasciarsi confondere da un'ammirazione banale, la Vita Nuova di Dante. Il compito non era facile, questo continuo passaggio dai versi alla prosa, queste sfumate delicatezze dell'amore, questo giro di frasi sognatore e sottile, queste aridità della scolastica, tanta poesia ingenua, di grazia senza senz'artificio, d'immagini radiose, tanta raffinatezza di sentimenti affianco a passioni così spontanee, tutto ciò è stato superato da Delécluze il più delle volte con abilità, checché ne dica nella sua prefazione e talvolta con felicità. Niente è più strano delle confessioni dell'Alighieri suoi suoi amori giovanili. Non è un ritorno calmo verso la vita passata, l'oceano guardato da lontano e visto dal porto, non è più Agostino che racconta i suoi peccati e il suo pentimento come un sublime esempio per il mondo cristiano, Rousseau esaltato dalla follia triste dell'orgoglio e che rivela all'avvenire, senza vergogna, senza rimpianto, rivestite delle forme magnifiche del suo stile, tutte le abiette nudità del suo animo. Per quanto si immaginino delle memorie d'amore sotto la più 14 bizzarra di tutte le forme, sotto quelle degli scoliasti, per quanto si pensi a elle pagine del Werther disseminate in un libro di cui il maestro delle sentenze non disapproverebbe le divisioni scolastiche, il piano puerile e arido, è un contrasto strano. La Vita Nuova è una sorta di racconto in prosa italiana in cui Dante riporta tutte le circostanze del suo amore eper Beatrice e in cui inanella un numero considerevolmente grande delle poesie ch'egli le aveva indirizzato. La prosa non è che il commento dei versi, i quali sono raggruppati in ordine di tempo. Il poeta riporta con una meticolosa esattezza la data,l'occasione di questi componimenti: il tal passaggio è stato concepito nella via, vedendo passare dei pellegrini, il talaltro è stato fatto di notte, dopo una visone nella sua camera, l'altro ancora infine è riportato come derivante da un sogno. Non si può immaginare con quale rispetto del suo pensiero Dante analizzi, studi,le cause occasionali dei suoi sospiri ed elegie d'amore. A parte le lande scolastiche che tocca attraversare, a parte questo culto insensato di se stesso che nulla legittima, ma che, dopo cinquecento anni, non è che un tratto bizzarro in più in un carattere così marcato e al di sopra degli altri, la lettura della Vita Nuova è piena di fascino, si respira, quasi in ogni pagina di questo libro semplice, non so qual dolce malinconia, quel fare naturale e sinceramente appassionato che vi lascia meditabondi. Vi sono dei garbugli pedanteschi che ostruiscono la via e che affaticano, ma, accanto e come al di là del groviglio, si ritrovano le grazie discrete e questa semplicità che non esclude la scienza amara della vita. Dapprima vi sono allusioni velate, una timidezza giovanile, finché l'entusiasmo non abbia dato coraggio a questa natura rispettosa ed abbia, per così dire, trasfigurato Beatrice in un angelo consacrato, puro, inaccessibile. Quanto ai quadri della composizione, non c'è nessuna affettazione: uno sguardo, un ricordo, una gioia, un dolore, un 15 presentimento, il racconto d'un sogno, la minima circostanza della vita ordinaria resa poetica e trasformata dalla passione, la solitudine ricercata dopo l'inebriamento d'un in contro, un nome amato gettato attraverso sessanta nomi indifferenti, in un posto a piacere perché non sia indovinato dalla gente, tali sono i dati abituali del poeta. Quando si pensa che questo quadro tracciato da un mano così emozionata e che la passione fa tremare ancora, non è stato scritto che diciotto anni più tardi6, allora che Beatrice era morta, si comprende come sia divenuto un gran poeta colui ch'era capace di un'esaltazione così sostenuta. Che sapere idealizzare per sempre il suo primo sogno e di non lasciare, sotto l'attacco continuo e inarrestabile degli anni, cancellarsi un sentimento dell'infanzia poiché, per usare le parole di Byron nel suo bel poema La profezia di Dante, il poeta: aveva amato prima di conoscere il nome dell'amore e, come dice ammirevolmente uno dei vecchi biografi di Dante, troppo poco citato, dal momento in cui ebbe visto Beatrice, questo fanciullo penetrò nel suo cuore per non ritrarsene che dopo la morte e gli anni non fecero che accrescere questa passione multiplicatae sunt amorosae flammae. Ma quel che mi colpisce soprattutto nella Vita Nuova, ciò che ne fa risaltare altamente la moralità, che corregge e riscatta la mollezza un po' priva di nerbo di questi sentimenti amorosi, è Beatrice che diviene poco a poco l'ideale del vero, del bello, del buono, servendo al poeta da pungolo, sollevandolo nelle sue cadute, trattenendolo nei suoi voli tumultuosi: Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza de la mirabile salute nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m'avesse offeso; e chi allora m'avesse domandato di cosa alcuna, la 6 Qui Labitte data la Vita Nuova agli anni della maturità, seguendo na delle opinioni allora correnti, mentre invece l'opera deve essere riportata ad un periodo immediatamente successivo alla morte di Beatrice (avvenuta nel 1290) negli anni dal 1293 al 1293. molti elementi che elencar qui sarebbe lungo, consigliano questa datazione piuttosto che l'altra. 16 mia risponsione sarebbe stata solamente 'Amore', con viso vestito d'umilitade. E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare, uno spirito d'amore, distruggendo tutti li altri spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti spiriti del viso, e dicea loro: «Andate a onorare la donna vostra»; ed elli si rimanea nel luogo loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, fare lo potea, mirando lo tremare de li occhi miei. E quando questa gentilissima salute salutava, non che Amore fosse tal mezzo che potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma elli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo quale era tutto allora sotto lo suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave inanimata. Sì che appare manifestamente che ne le sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava la mia capacitade. Vita Nuova, cap. XI ecco dei nobili sentimenti, l'amore che serve da passaggio, iniziazione per così dire, alla carità! La carità nell'animo di un Guelfo! È un tratto forse unico nella feroce storia delle repubbliche italiane. Romeo dimentica tutto per amore di Giulietta. Dante perdona per Beatrice, c'è la differenza che esiste tra una passione e una virtù. La realtà qui prevale sul romanzo. Dal punto di vista della storia letteraria e al di là dell'interesse ch'essa presenta per la biografia stessa di Dante e la comprensione del suo poema, la Vita Nuova, come osserva a ragione Delécluze, è una vera svolta epocale. È il primo infatti di questi libri morbosi e consacrati alla sottile disamina di una debolezza, una inclinazione, una passione; è il capostipite di tutta la famiglia dei Werther, René, Obermann, Adolphe che saranno un prodotto particolare e veramente distintivo delle letterature moderne. Questi tipi vaghi, sofferenti, esaltati in cui generazioni intere si riconoscevano, erano pressappoco ignorati prima del cristianesimo. Il fatto è che l'arte tra gli antichi, comportava prima d'ogni altra cosa, come rimarcava Philarète Chasles, un'impronta d'universalità grandiosa in seno alla quale si cancellavano i 17 tratti individuali. Il carattere generale, al contrario, dell'arte moderna, è la riabilitazione della personalità umana. Da lì tutti questi libri intimi dei quali la Vita Nuova è l'antecedente diretto, almeno quanto poteva esserlo alla fine del XIII secolo; da lì tutti questi libri in cui l'umanità sparisce di fronte all'uomo, questi libri di cui una sola anima è l'attore e il teatro, questi libri infine nei quali l'io si mostra con compiacimento in tutto l'egotismo del suo sviluppo. Fortunatamente, la candida figura di Beatrice, dà all'opera di Dante un aria di disinteresse platonico, di devozione amorosa ch'è piena di poesia e che fa dimenticare l'ingenuo orgoglio del commentatore di se stesso. L'amore spiega molte cose nella vita italiana7, rende ragione di tutto un lato del genio di Dante. È in lui un sentimento del tutto nuovo, reso puro dal cristianesimo e in cui vengono a sposarsi e fondersi per mezzo della poesia i ricordi platonici, la galanteria dei corsi d'amore e della cavalleria con il misticismo scolastico dei teologi. Si è ben lontani dalle rose di Tibullo, dal passero di Lesbia e Anacreonte non riconoscerebbe più quest'amore vestito di drappo nero8 che non sa far altro che ripetere ella è morta, la mia dama è morta. Gli occhi del poeta, secondo la sua stesa energica espressione, sono divenuti due cose che desiderassino pur di piangere; si prevede già, leggendo la Vita Nuova, tutto ciò che vi sarà di amaro, triste, desolante nell'animo di Dante, cosa avverrà quando i dolori dell'esilio saranno venuti ad aggiungersi ai rimpianti della morte di Beatrice, quando il cittadino sarà lacerato nei suoi affetti e nel suo orgoglio come il poeta lo è già nel suo amore? I due nuovi biografi di Dante, Balbo e soprattutto Artaud de Montor, non hanno forse tratto dalla Vita Nuova tutto il partito ch'essi avrebbero potuto. È l' ancora soltanto, è in È quel che fa dire, con tanta grazia e significato a Balbo: «... chi facesse una storia dell'amore in Italia, farebbe forse la più evidente che si possa de' costumi de' vari secoli di essa» (Vita di Dante, I, 56) 7 8 18 Sonetto XXIV questo libro strano e toccante in cui appaiono insieme l'uomo con le sue debolezze, lo scrittore con le sue bizzarrie, il poeta con la sua grandezza nativa che bisogna andare a cercar il destino dell'Alighieri, questo pensiero di Beatrice alla quale, durante le traverse di una vita politica agitata, nel mezzo delle preoccupazioni di una vita letteraria così piena, rimase nonostante tutto fedele. Le grazie naturali di questa prima fase della biografia di Dante, perdono un po' colore e si sfumano quasi, se mi è permesso dire, nel lavoro, d'altro canto raccomandabile del conte Balbo. La sua vita di Dante è metodicamente, regolarmente scritta, ben ripartita nelle sue divisioni; ma le curiosità erudite, i fatti particolari, i dettagli, in una parola, tutto ciò che ci si attenderebbe con piacere di trovare in fatto di accostamenti arguti, chiarimenti letterari, in una monografia di questo genere, tutto ciò scompare un po' nella trama generosamente ampia e da lì anche un po' vaga del racconto. Balbo si compiace delle generalità storiche che comprende a meraviglia, ma in cui gli è difficile apportare tante idee nuove e ingegnose di quante ne avrebbe potuto apportare attenendosi in prima persona al suo eroe e penetrando con decisione nelle profondità del suo carattere. La Vita di Dante, respira ad ogni pagina un nobile affetto per quest'Italia sempre cara, un'ammirazione appassionata per il suo poeta, anche esagerata e che Balbo non penerà, a far condividere a molti dei suoi lettori. La sua opera, scritta in uno stile scorrevole e facile, anche troppo, è degna d'attenzione e d'incoraggiamento; non è un vano sforzo, l'andar perduto come dice troppo modestamente l'autore. Certamente c'è ancora da lavorare dopo Balbo; la mancanza di concentrazione si fa vivamente sentire nel suo libro ed il dettaglio vi è talvolta insufficiente, ma è purtuttavia un lavoro serio che onora la letteratura italiana e che merita d'essere notato. La Storia di Dante di Artaud de Montor è concepita con tutt'un altro sistema dalla Vita di Dante di Balbo, alla quale essa è inferiore da ogni punto di vista. Non è più questo me19 todo semplice, luminoso, che spigola i testi senza ammucchiarli e che li fonde di buon grado nel suo racconto. Artaud, al contrario, non sceglie affatto; cita tutto, inserisce lunghi frammenti attinti a piene mani e come vengono, senza troppo scrupolo delle fonti, senza preoccuparsi dell'opportunità. Questa confusione, questo affastellamento, affaticano alla lunga. Ogni pretesto è buono per l'autore per nominare alla rinfusa i suo amici, i suoi confratelli, per inframmezzare dei capolavori, per moltiplicare i nomi propri. Ciascuno dei suoi laboriosi capitoli somiglia a una memoria confusa di qualche società di scienze lettere ed arti di provincia. Alcune ricerche interessanti, molti testi curiosi, citazioni sconosciute, alcuni punti di vista nuovi, vengono ciò nonostante a riscattare l'assenza di spirito critico e rendono indispensabile a coloro che si occupano dell'Alighieri questa poco metodica compilazione. Per di più, come se non bastasse, la vita di Dante è così piena, così varia, così ricca di avvenimenti che sarà sempre essa stessa piena d'interesse per se, checché possano fare i biografi. Fin dalla culla di Dante si ha il sentore di un grand'uomo: il poeta ha avuto la sua infanzia leggendaria, la sua aureola soprannaturale fin dall'inizio. Se si credeva infatti alla bografia, o per meglio dire, al romanzo che Boccaccio ci ha lasciato sull'Alighieri, uno dei suoi maestri avrebbe predetto a Dante la gloria che l'attendeva, un sogno avrebbe rivelato a sua madre, prima che nascesse, le grandiosità del suo destino. Non ridiamo troppo di questi misteri, di queste favole, di questi pronostici strani di cui la folla circonda così la culla degli uomini eccezionali. È un omaggio involontario, naturale, sincero, reso all'intervento della provvidenza negli avvenimenti del mondo; è il riconoscimento spontaneo, per così dire, di ciò che vi è di fatale di divino nel ruolo dei geni superiori. Nulla è indegno d'attenzione nella storia di uno spirito eminente e la giovinezza laboriosa di Dante offre già essa sola uno spettacolo curioso da studiare. Non bisognerebbe imma20 ginarsi ch'essa sia tutta nelle aspirazioni amorose della Vita Nuova, sebbene si possano ciò malgrado indovinare in questo libro i duri studi scolastici del poeta. Dante era allo stesso tempo divorato dall'amore per la scienza, era stato ad una buona scuola: è Brunetto Latini (che Libri restituirà a breve alla Francia con la pubblicazione del Trésor) che gli aveva insegnato come l'uomo si immortala, come l'uom si eterna, si sa poi se Dante ha profittato della lezione. Volle conoscere tutto ciò che si sapeva ai suoi tempi. Ad uno spirito tanto attivo occorreva il cerchio completo delle conoscenze umane. Vi son più punti molto interessanti della giovinezza di Dante che i suoi biografi, non so perché, non hanno toccato o sufficientemente chiarito: come l'amicizia che, nella sua giovinezza, lo unì a più artisti eminenti del suo tempo. E ciò nonostante, questi rapporti furono senza influenza forse sul poeta? Al musicista Casella non poté forse domandare queste armoniose dolcezze della lingua italiana ch'ereditò più tardi Petrarca; al pittore Giotto il modello di queste vergini slanciate che nelle vecchie opere italiane si stagliano pensierose in mezzo ad una luce dorata; all'architetto Arnolfo infine, l'arditezza delle sue belle costruzioni per imbastire così, il suo edificio, la sua torre oscura, ora annerita dagli anni ma che domina tutta l'arte del medioevo? Fin d'allora Dante perseguiva nell'ombra il suo destino poetico e familiarizzava con la musa. Si consolava di Beatrice con la poesia; se ne consolò ben presto con la politica. L'accesso più facile al potere dà presto il pungolo alle giovani intelligenze nelle democrazie, soprattutto in quelle ristrette. Si assiste così da vicino all'opera del governo, lo si vede così ben agire che vi ci si abitua come ad una cosa possibile, facile e ben presto non si ha altra misura delle proprie facoltà che quella della propria ambizione. Presto quindi, Dante sentì il bisogno di entrare negli affari del tempo, di portarvi l'attività del suo spirito, svegliatosi giovane alle randi imprese. In lui, questo desiderio era legitti21 mo, per di più, non perse nulla come poeta a questa dura scuola della politica, in questo rude e lacerante contatto di uomini e cose, in questo insegnamento laborioso delle rivoluzioni e dell'esilio. Aveva in lui l'ideale, l'esperienza gli rivelò la realtà, poté così raggiungere i due poli della poesia. Il ruolo politico di Dante è stato singolarmente esagerato, è molto importante per la Divina Commedia, poco per la storia. I biografi dell'Alighieri ne parlano molto, gli storici lo menzionano appena. Fu Dante Guelfo, fu Ghibellino? Bella domanda. Mi sembra che questo talento altezzoso, fiero, eccezionale, feudale se mi è permesso dirlo, aristocratico a colpo sicuro, che non doveva affatto concepire l'eguaglianza dato che non ve n'era ai suoi tempi, sarebbe stato trascinato naturalmente nel partito ghibellino dalle sue proprie inclinazioni se non fosse stato gettato dalla parte dei guelfi dai suoi istinti di famiglia. Si è troppo detto che Dante fu guelfo per convinzione e ghibellino per vendetta; fu piuttosto guelfo per caso, per nascita e ghibellino per trasporto, per passione. Io sono bel lungi, d'altronde, dal non riconoscere la durezza democratica, questi costumi comunali tempestosi, queste passioni politiche sempre in gioco, questo contatto con la folla, queste violenze gelose dello spirito di corporazione, non furono inutili per lo sviluppo, la stimolazione del suo genio. Per di più, le cose si erano assai modificate all'epoca di Dante; questi nomi di ghibellini e guelfi non rappresentavano più la vecchia lotta tra il papato e l'impero. Il tempo è un gran maestro, muta gli uomini e i nomi che questi avevano inventato cambiano con essi. Sotto queste insegne la feudalità dapprima si sostituì alle idee imperiali, le libertà comunali presero il posto del sistema teocratico. L'eredità dei benefici militari, portata nel Nord dalla conquista lombarda, trovò un appoggio nell'aristocrazia dei costumi ghibellini, mentre il papato si mostrò favorevole a queste vecchie tradizioni municipali che, su un suolo vicino a Roma, si ricollegano ai gloriosi ricordi del diritto antico. 22 A tempi dell'Alighieri, la lotta non aveva nemmeno più questa grandezza. Non c'erano dappertutto che odi di casata e di famiglia, di gelosie di città; insomma, più idee generali ma guerre private, di meschini furori di fazione, un insieme miserabile di piccole passioni s'intricavano tra loro. Da trent'anni i Guelfi regnavano da soli, non si parlava più dei Ghibellini. Ma il potere portò la divisione, divisione funesta, in queste fila che la sventura aveva poc'anzi reso così compatte, così omogenee. Tendenze contrarie si ebbero nel partito guelfo. Arrivato al potere, strattonato, per così dire ai due estremi dalla resistenza aristocratica, dal movimento popolare, questo partito finì per cedere ad uno dei due. Differenze d'opinioni misero in moto la scissione, odi di famiglie lo portarono a compimento. C'erano dunque tra i guelfi quando Dante prese parti ai pubblici affari, una fazione feudale ed un'altra democratica, i neri e i bianchi. Dante fu gettato nel partito dei bianchi dalla sua nascita e ne respirò così bene gli odi che più tardi, in esilio, inasprito, giunse fino a farsi ghibellino per avversione dei neri. Ecco dove spinge la logica delle fazioni. Si sa la parte che l'Alighieri prese alle lotte della sua città, come fu bandito da Firenze. Ricco, abituato all'agio, vide i suoi beni depredati, separato dalla famiglia e lasciato alla solitudine del suo pensiero; da poeta, smarrì il poema appena cominciato, ebbe i suoi manoscritti distrutti nel saccheggio; posto al primo rango nel governo del suo paese, si vide ridotto a mendicare l'ospitalità, a farsi scrittore per vivere, a rinovellare quasi, presso Malaspina e Cangrande, il ruolo dei giullari e dei trovatori. Dante non poteva abbandonare di colpo le passioni di tutta la sua vita. La sua energia lo spingeva a combattere, a non dichiararsi vinto in anticipo. L'amor proprio ferito, l'odio represso del partigiano, il primo dolore di un'assenza forzata, esaltarono le sue facoltà. Poeta, non pensò che l'arte era il suo vero, più sicuro rifugio. 23 È allora che nell'esilio, nell'impotenza, cominciò a comprendere tutti i vizi organizzativi delle municipalità italiane, è allora che vide che due grandi cose mancavano in questo agglomerato bastardo di piccole repubbliche rivali, voglio dire la sicurezza della vita e il progresso delle istituzioni. Si sa, non c'erano a quei tempi che garanzie per i vincitori e questi si alternavano incessantemente. Dante ha in qualche passaggio comparato Firenze che si crea senza sosta altre leggi, altri costumi, nuove magistrature, al malato che si rigira nel suo letto senza trovare requie. Fece lui stesso come Firenze; passò da partito a partito. Una sorta di mutua abdicazione ebbe infatti luogo. Cacciati dalla città, i bianchi, che rappresentavano le tradizioni popolari, le franchigie comunali, si allearono coi ghibellini. I neri, dal canto loro, rappresentanti dell'aristocrazia, non poterono mantenere il potere a Firenze che facendosi repubblicani. Dante non nasconde l'irrequietezza à del suo carattere; dice al decimo canto del Paradiso: Mi... che pur di mia natura trasmutabile son per tutte guise i legami dei bianchi coi ghibellini iniziarono ben presto il poeta alle accese passioni di quest'ultimo partito. Il fastidio delle scale altrui così dure a salire, questa febbre di rimpianti che gli procurava la patria, l'odio dei neri, l'inflessibile durezza del suo carattere, l'aristocrazia del suo genio, questa superiorità misconosciuta dai suoi concittadini, attestata dagli altri, tutto ciò li fece credere ad un ritorno possibile dell'impero, gli fece evocare le grandezze della monarchia universale latina. Si credette (il poeta) al tempo della grande lotta tra il papa e gli imperatori, prese a sognare l'unità d'Italia sotto la forte tutela dell'antica regalità romana e quando la debole mano di Enrico VII ne fece apparire per un istante il fantasma, si lasciò prendere da queste vane illusioni. 24 È allora che fu scritto questo singolare manifesto ghibellino il De Monarchia, in cui Dante stabilisce in successione tre punti, e cioè: che la monarchia universale è necessaria alla felicità del mondo – che solo il popolo romano ha il diritto di esercitare questa monarchia – e che l'autorità imperiale discende direttamente da Dio – in questo libro, Dante non è più cittadino, è poeta. Questo sistema politico, questa illusione esaltata, questo sviluppo sillogistico misto ad apostrofi in stile orientale, tutto ciò prova ch'era già abituato a vivere nell'altro mondo. Il De Monarchia, è tutta una visione come la Divina Commedia. Così si spiegano per me, i mutamenti, tante volte attaccati o giustificati della vita politica di dante. La poesia li scusa. D'altra parte, in più epoche della sua vita, la sua esaltazione fu portata fin quasi al delirio. La strana lettera che scrive in latino a tutti i re d'Europa per comunicar loro la morte di Beatrice ne è la prova inconfutabile. Nei suoi ultimi anni questa esaltazione si accrebbe ancora. Non gli basto più allora condannare nei suoi poemi i suoi nemici viventi ai più orribili supplizi della dannazione, mettere in luce le tenebre delle coscienze e svolgere sul serio questo ruolo di Asmodeo che il saggio renderà più t<ardi piacevole; non si contentò più di questo terribile imperio della morte di cui poteva fare vassallo ciascheduno. La sua figura si adombrava sempre più e nel sublime smarrimento del suo pensiero, andava gettando pietre ai bambini e alle donne ch'egli sentiva calunniare il suo partito. Già nel Convivio, questa tendenza feroce era visibile quando, combattendo una dottrina filosofica, si era spinto fino a dire: 25 rispondere si vorrebbe non con le parole ma col coltello a tanta bestialitade per di più, c'è un passo poco noto di Machiavelli che conferma e anzi va ben oltre, ciò che ho appena detto. I biografi di Dante non amano citarlo. È abbastanza facile tuttavia scoprirlo nel discorso o dialogo intorno alla nostra lingua: l'invidia era insita nel cuore di Dante...lo si vede da questa folla d'opinioni che la passione gli ha dettato e in cui si mostra così cieco, così privo di senno, di scienza, di dignità da parere un altro uomo... se avesse fatto mostra in tutte le sue azioni di un giudizio tanto poco sano, o sarebbe rimasto tranquillo a Firenze o ne sarebbe stato cacciato come un folle è così che quasi a tre secoli di distanza il più profondo storico d'Italia, lo storico di Firenze, uno degli ammiratori più appassionati della poesia di Dante, rispondeva in prima battuta e con qualche esagerazione senza dubbio, al fanatismo degli apologisti ad ogni costo che vogliono ritrovare il grand'uomo in tutti i più piccoli scritti dell'autore, fin nei minimi atti del poeta. Io nomino ad ogni pie' sospinto il Convivio, non è solo infatti nella Divina Commedia, che tutti conoscono più che a sufficienza e rileggono di continuo, ma nei suoi opuscoli (di cui Fraticelli ha appena approntato un'eccellente edizione ch'io non saprei far altro se non raccomandare9) che bisogna andare a ricercar i segreti della biografia intima e del carattere letterario di Dante. A parte il genio, che si ritrova tuttavia qui e là nelle Rime, ma che ha serbato soprattutto per il suo poema, l'Alighieri è la tutto intero. Ho detto che c'erano tre uomini in Dante, che non bisogna però separare: un poeta, un politico, un filosofo. È di quest'ultimo che si è preoccupato esclusivamente Ozanam in una vasta tesi che in seguito completata ed accresciuta, è di9 26 Opere minori di Dante, 1840, 3 voll. ventata un libro importante sotto il titolo di Dante e la filosofia cattolica nel XIII secolo10 . Il marchese Azzelino, in un libro abbastanza declamato11 rio , aveva già tentato di stabilire, come si dice nel gergo d'oggidì, la cifra dantesca. Ozanam ha considerato Dante da un punto di vista ancora più speciale; non ha visto in lui che il filosofo, il discepolo di San Tommaso; ha ricostruito con grandi sforzi d'erudizione e di testi, quello che credeva essere il sistema dell'Alighieri. Già un distinto professore, allevato giovane alla scienza, il Bach, in un opuscolo poco diffuso, aveva toccato questo punto curioso e indicato i più evidenti rapporti tra la Summa e la Divina Commedia. Ozanam non ha fatto altro che sviluppare questo dato su una più vasta scala e con ben più solennità. Si vede bene ciò che vi può essere di arbitrario in un procedimento che sdoppia così un uomo per partito preso e che vuole ad ogni costo trovare isolatamente un filosofo sotto un poeta. Spesso le asserzioni di Dante sono ondivaghe, poetiche ed Ozanam, annullando quelle distanze, le riduce in formule rigorose. Se il vecchio Alighieri poteva ancora tornare dall'inferno, come dicevano le donne di Ravenna, si riconoscerebbe forse con difficoltà nel libro di Ozanam, o almeno vi troverebbe la sua scienza filosofica singolarmente estesa e ribadita. Ozanam dispiega nel suo libro una vasta e reale erudizione, che merita elogi, ma non potremmo dire di gustare il suo stile allo stesso modo, malgrado l'incontestabile talento di cui dà prova, Ozanam appartiene a questa nuova scuola cattolica, abbastanza intollerante, discretamente paradossale che Lacordaire rappresenta dall'alto della sua cattedra; è il romanticismo religioso, il peggiore dei romanticismi che sacrifica tutto all'immagine, al periodo e per il quale il pensiero passa sempre in secondo piano rispetto alla metafora. Nondimeno, l'opera di Ozanam merita di essere segnalata; contiene molti punti di vista, ricerche curiose, aggiunte interessanti. È da rimpiange10 Un volume in-8°, per Debécourt, rue des Saints-Pères, 69 11 Sullo spirito della Divina Commedia, Firenze, 1837, in-8° 27 re che tante qualità preziose ed una naturale elevazione siano guastate da un tono dogmatico e da un lirismo volgare. Nella notevole traduzione in prosa che ha appena dato alle stampe della Divina Commedia, e ch'è sicuramente una delle migliori che noi possediamo, Brizeaux ha evitato con buon gusto queste esagerazioni che sanno di sermone. Venendo dopo Fiorentino che aveva già restituito, nella nostra lingua, il suo senso rigoroso al poema di Dante, Brizeaux si è un po' troppo abbandonato a questo nuovo sistema di traduzione che, nella sua esclusiva preoccupazione della fedeltà letterale, sacrifica l'insieme al dettaglio, lo spirito ala lettera e trascura l'ampiezza, il numero, l'energia tutto ciò che costituisce infine il carattere generale dello stile. Il talento che Brizeaux ha mostrato di recente in un grazioso volume di versi, in cui ha così ben saputo unire il sentimento bretone a quello romano, lo rende più giustificabile di chiunque altro per un simile oltraggio alla poesia. Lungi da noi pensare di voler rivenire ai tempi della traduzione imperiale, della perifrasi di Delille; ma, per quanto preziosa, essenziale, sia l'esattezza, ce la si farebbe quasi maledire se essa degenerasse in stringatezza e aridità. A parte queste censure necessarie sul metodo di traduzione adottato da Brizeaux, e una volta accettato questo procedimento, non si saprebbe mai abbastanza riconoscere che l'abile interprete ha saputo mettere in questo compito sagacità ed intelligenza poetica12 12 Si potrebbe criticare lo spirituale traduttore sul senso di certi passaggi se Dante non si prestasse sovente ad una doppia interpretazione — Brizeaux assicura ch'egli impronta le sue note ai precedenti commentatori; in questo caso, egli avrebbe da correggere alcune inesattezze che le rovinano. Sono inezie, ma occorre essere scrupolosi fino alla minuzia con uno spirito che, come quello di Dante, ha saputo unire la scolastica alla poesia. Io prendo un canto a caso, il XXIX del Purgatorio. Brizeaux afferma dapprima che i ventiquattro vegliardi che seguono il candelabro a sette bracci, simboleggiano i ventiquattro libri dell'antico e del nuovo testamento, ma solo l'antico testamento si compone di trentanove libri e il nuovo di ventisette, sessantasei in tutto, ch'è un numero un po' lontano da ventiquattro. Non riconoscendo, come i Giudei, che ventidue libri 28 tali sono i più recenti lavori su Dante, importava constatare questo movimenti di ritorno verso l'autore della Divina Commedia. Iddio ci guardi dal biasimarlo in se stesso. C'è sempre, in questo flusso e riflusso di correnti letterarie qualche cosa di grande ed elevato. Abbiamo creduto solamente di dover fare le nostre riserve su questo fanatismo da predicatore che si è impadronito di certi spiriti in questi tempi di filosofia pacifica ed universale indifferenza. Si è già scritto a sufficienza sulla vita di Dante; solo un lavoro definitivo sarebbe auspicabile ormai. I libri di cui abbiamo appena parlato, non hanno fatto progredire la storia letteraria e malgrado l'affettazione della forma e le pretese di un entusiasmo quasi isterico, non valgono la più bella biografia che ci ha dato tempo fa Fauriel alla facoltà di lettere (e in seguito nella rivista); non valgono le brillanti lezioni di Villemain sul poeta di Firenze. Del resto, Dante è al di sopra di queste burrasche passeggere che di tanto in tanto portano in alto alcuni dei grandi nomi della storia e della poesia. Le ammirazioni compromettenti non gli faranno più torto degli attacchi ingiusti. Non siamo più, come ai tempi di Perrault, a questionare sugli anticanonici nell'antico testamento e non facendo delle ventuno lettere del Vangelo che un libro solo, si hanno ancora soltanto ventinove libri — questi ventiquattro vegliardi, vestiti di bianco, e coronati di gigli, sono i ventiquattro vegliardi dell'Apocalisse che circondano i quattro attributi degli evangelisti stessi come si annuncia in un'altra nota — l'uccello dalla doppi natura, aquila e leone, il grifone che trascina un carro trionfale, non è il Cristo, secondo noi, come dice una terza nota, ma bensì il Papa che conduce il carro della chiesa. Il Papa è il leone per la potenza temporale, aquila per quella spirituale, egli è re e prete. — questo trionfo di Cristo e della chiesa, è dipinto sulla vetrata di Notre-Dame de Bron. Didron ha trovato questi vegliardi e questi attributi degli evangelisti dipinti sulla vetrata di Saint-Etienne-du-Mont, scolpiti sulla pietra del portale occidentale di Saint-Denis e di Notre-Dame de Chartres, sul portale meridionale di Saint-Julien du Mans. Questo soggetto, sempre rappresentato uguale e riprodotto più di cento volte sulle nostre cattedrali, più di mille nei manoscritti miniati, non è che la traduzione letterale di un passo del capitolo IV dell'Apocalisse — bisogna conoscere l'arte cristiana per comprendere Dante; Dante non è,per così dire, che la glorificazione in versi della scultura e della pittura dei monumenti religiosi del medioevo. 29 chi ed moderni e se per assurdo fossimo ancora a quel punto, la statua di Dante resterebbe come quella di Omero altrettanto ferma e inamovibile sul suo piedistallo sia prima che dopo la tenzone. Serbiamo per il grande poeta un'ammirazione sincera ma ragionata, ciò che colpisce soprattutto nel genio di Dante è il fatto che sia insieme un genio creatore e un genio della tradizione. La sua opera sorge tutt'a un tratto dalle tenebre del medioevo prolem sine matre creatam e, ciò nonostante, bisogna domandarsi con Villamain: da dove viene questi? Qual'è l'origine di questo improvviso intervento del genio, questa dittatura inattesa? Dante ha tutto imitato, non ha detto che quel che si sussurrava intorno a lui, prima di lui. Da ciascuno prende qualche cosa,la sua lingua dai dialetti italiani, il suo soggetto stesso, per via di un ammirevole eclettismo, dalle leggende sull'altro mondo, dall'armeno visionario della repubblica di Platone, fino al viaggio infernale di San Brendano, al racconto del monaco Alberico13, prende l'armonia dei suoi versi da Virgilio sua guida, la sua grazia dalla poesia provenzale, la sua morale e la sua teodicea dalla scolastica: e, con tutte queste imitazioni, Dante è ciò nonostante il più originale,personale, primitivo dei poeti moderni. Come sbrogliare questa faccenda? Il fatto è che è precisamente il carattere dei grandi poeti quello di avere tutta una genealogia oscura, tutta una famiglia ignorata ch'essi fanno dimenticare con clamore. Si direbbe che il lungo lavoro delle intelligenze, che gli sforzi e i tentativi dei secoli anteriori, sfocino tutt'a un tratto in essi con una fecondità e una potenza sconosciute; basta loro esprimere sotto una forma migliore, sovrana, fissare sotto l'eterna poesia, ciò che gli si va ripetendo attorno. Onore raramente accordato formulare in questo modo con genio, un pensiero collettivo che altrimenti non sarebbe mai riuscito a Tema sviluppato più ampiamente in un altro libro di Labitte: La divina Commedia avanti Dante, trad. di Angelo Gemmi 13 30 prodursi; onore immenso l'avere tutto un popolo, tutto un tempo per supporto ed aiuto! Dante appariva in pieno medioevo, è il simbolo possente della sua epoca, ne ha la selvaggia durezza,le contraddizioni, la poesia strana. Società, religione, intelligenza, tutto si riflette in lui. Vedete piuttosto. Politicamente il medioevo mette in opera gli elementi più diversi: la feudalità,la monarchia, il parto del terzo stato nei comuni. Ebbene! Il poema di Dante riproduce tutto ciò insieme nel suo miscuglio, il sapore aristocratico vi è ben avvertibile, d'altronde il poeta sogna il ritorno dell'impero e nondimeno il vecchio guelfo riappariva ad ogni istante e mantiene l'eguaglianza nella morte. Dove i costumi cavallereschi, le devozioni alla donna si mostrano nella più completa pienezza che nella Divina Commedia? Su quale fronte il giglio verginale raddoppia meglio le sue pliche che su quella di Beatrice? Quando Gautier de Coinsy, i pii trovieri cantano le lodi di Maria, quando gli scultori abbozzano queste caste e agili statue i cui occhi sono bassi, le mani congiunte, i cui tratti hanno un non so che di angelico candore, quando Cimabue infine, questo vecchio amico di Dante,pone un'aureola d'oro sulle bianche figure di cui il suo pennello tocca appena le linee soavi, sono meglio ispirati, appartengono al loro tempo più dell'autore del Paradiso? Io non parlo della religione; egli è il primo nella storia dei grandi poeti cristiani. Ma come, ripeto, restando uomo della sua epoca, l'Alighieri ha potuto imprimere ad un si alto punto alla sua opera un sigillo personale e originale? In qual modo la creazione e l'imitazione si sono così ben fuse nella spontaneità dell'arte? Sono gli inesplicabili misteri del talento! È in questo sviluppo simultaneo del genio individuale da una parte e dal genio contemporaneo dall'altra, che si trova il tratto distintivo degli spiriti superiori. Ecco l'ideale cui Dante è pervenuto, non bisogna contestargli nessuna delle porzioni, anche minime della sua opera: 31 tutto gli appartiene per la doppia legittimità della nascita e della conquista. Era creatore e si è fatto allo stesso tempo, cantore della tradizione, perché la poesia rassomiglia a quelle fiaccole che ci si passava di mano in mano nei giochi olimpici, a queste torce dei corridori a cui Lucrezio compara così ammirevolmente la vita. La poesia non muore mai, Dante l'ha presa dalle mani di Virgilio per rischiarare il mondo moderno. 32 Indice analitico ADOLPHE..................................................17 ALFIERI (VITTORIO).................................8 ANACREONTE............................................18 APOCALISSE.................................................8 ARNOLFO (ARCHITETTO AMICO DI DANTE).....................................................21 ARRIVABENE (COMMENTATORE DI DANTE).....................................................11 ARTAUD DE MONTOR .......5, 11, 12, 13, 19, 20 ASMODEO..................................................25 BALBO (BIOGRAFO DI DANTE)..5, 12, 13, 19, 20 BEATRICE...15, 16, 17, 18, 19, 21, 25, 31 BERNARDO (SAN).......................................8 BETTINELLI (SAVERIO)..............................8 BIAGIOLI (COMMENTATORE DI DANTE) 11 BIANCHI (UNA DELLE DUE FAZIONI DEI GUELFI FIORENTINI)....................6, 23, 24 BOCCACCIO...................................8, 12, 20 BONAVENTURA (SAN)................................8 BOSSUET....................................................11 BRIZEAUX (TRADUTTORE DELLA DIVINA COMMEDIA).........................................5, 28 BRUNETTO LATINI...................................21 BYRON.......................................................16 CANGRANDE..............................................24 CARLOMAGNO.............................................6 CARTESIO....................................................7 CASELLA (MUSICISTA ED AMICO DI DANTE) ....................................................21 CIMABUE...................................................31 COMMEDIA ILLUSTRATA (OPERA DEL FOSCOLO)..................................................11 CONVIVIO..................................................26 COSTA (COMMENTATORE DI DANTE).....11 DANTE......5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32 DANTE E LA FILOSOFIA CATTOLICA NEL XIII SECOLO.......................................5, 27 DE MONARCHIA ..............................11, 25 DE ROMANIS (COMMENTATORE DI DANTE).....................................................11 DECAMERONE.............................................8 DELÉCLUZE..................................5, 14, 17 DELILLE....................................................28 DIONISI (COMMENTATORE DI DANTE). .11 DIVINA COMMEDIA....5, 6, 7, 8, 10, 12, 14, 22, 25, 26, 27, 28, 29, 31 FAURIEL............................................11, 30 FEA (ABBATE, COMMENTATORE DI DANTE).....................................................11 FIORENTINO (TRADUTTORE DELLA DIVINA COMMEDIA)................................28 FIRENZE.............................23, 24, 26, 30 FOSCOLO (UGO, COMMENTATORE DI DANTE).....................................................11 FRATICELLI (COMMENTATORE DI DANTE) ..............................................................5, 26 GAUTIER DE COINSY ...............................31 GIOTTO.....................................................21 GIULIETTA................................................17 GIULLARI...................................................24 GOETHE....................................................11 GUICCIARDINI.............................................8 IL VELTRO ALLEGORICO DI DANTE ........11 LA HARPE..................................................8 LACORDAIRE.....................................12, 28 LAMARTINE (POETA FRANCESE).....5, 6, 7 LEIBNIZ.......................................................7 LESBIA.......................................................18 LOMBARDI................................................11 LUCREZIO.................................................32 LUIGI XIV.................................................8 MACHIAVELLI.....................................8, 26 MALASPINA..............................................24 MARIA......................................................31 MONTI (VITTORIO)...................................8 OBERMANN...............................................17 OMERO......................................................30 OZANAM...............................5, 12, 27, 28 PARIGI...............................................12, 13 PERRAULT.................................................30 PETRARCA.................................................21 PHILARÈTE CHASLES ...............................18 RAVENNA..................................................27 RAVIGNAN................................................12 RENÉ.........................................................17 RIME (DI DANTE)...................................27 RINASCIMENTO DANTESCO..........................5 ROMEO......................................................17 ROSSETTI (GABRIELE)............................11 SAN BRENDANO.......................................30 SAN TOMMASO.......................7, 9, 12, 27 SCHLEGEL.................................................11 SHAKESPEARE...........................................11 SUMMA (DI SAN TOMMASO)..................27 TIBULLO....................................................18 TOMMASEO (NICCOLÒ, COMMENTATORE DI DANTE)................................................11 TRÉSOR (DI BRUNETTO LATINI)............21 TROVATORI................................................24 TROVIERI...................................................31 TROYA (COMMENTATORE DI DANTE)....11 VENTURI (COMMENTATORE DI DANTE) 11 VICO (GIOVANNI BATTISTA, FILOSOFO DEI CORSI E RICORSI STORICI)...................5 VILLANI.......................................................9 VILLEMAIN...............................................30 VIRGILIO...........................................30, 32 VITA NUOVA...... 5, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 21 VOLPI (COMMENTATORE DI DANTE).....11 WERTHER (EROE DI GOEHE).........15, 17 WITTE (KARL, DANTISTA TEDESCO).....10 +PM EYXSVM HIPPI ZMXI HM (ERXI %PMKLMIVM I M WYSM XVEHYXXSVM TM MPPYWXVM - :MXE HM (ERXI HIP GSRXI 'IWEVI &EPFS ³ -- 7XSVME HM (ERXI HM %VXEYH HI 1SRXSV ³ --- (ERXI I PE JMPSWSJME GEXXSPMGE RIP <--- WIGSPS HM 3^EREQ ³ -: 0E (MZMRE 'SQQIHME XVEHSXXE HE &VM^IEY\ ³ : 0E :MXE 2YSZEXVEHSXXEHE(IPqGPY^I³:-3TIVI1MRSVMHM(ERXI IHM^MSRI HM *VEXMGIPPM ³ :-- 7YPPS WTMVMXS HIPPE (MZMRE 'SQQIHME HM (ERXI HIP QEVGLIWI %^^IPMRS RIP WEKKMS FVIZI HM 'LEVPIW 0EFMXXI UYM MR TVMQE XVEHY^MSRI MXEPMERE GSREKKMYRXIIRYSZIRSXIIWTPMGEXMZIETMIHMTEKMREIYR MRHMGIEREPMXMGSHIMGSRXIRYXM