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APPROFONDIMENTI
su “LE IDEE DELL’AMBIENTALISMO”
aggiornati all’11 maggio 2009
(…..) Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole, lo qual è iorno, et allumeni noi per
lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. (…….)
Francesco d’Assisi
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SOMMARIO
Aria
- Clima e cambiamenti climatici (da ENEA)……………………………………………………………………………………3
- Il riscaldamento globale (da Wikipedia)………………………………………..…………………………………………….7
- Il buco nell'ozono (da Wikipedia)……………………………………..……………………………………………………….9
Acqua
- L’acqua: una emergenza ed una responsabilità (Dini)……………………………………………………………………10
- Possibili inquinanti dell'acqua potabile (da www.centroconsumatori.it)................................................................16
Rifiuti
- La discarica di rifiuti (da Wikipedia)………………………………………………………………………………………….16
- Gli inceneritori (da Wikipedia)…………………………………………………………………………………………………18
- Produzione, raccolta differenziata e riciclaggio (Orazi………………………………………………………………..19
Energia
- Il Piano Energetico Regionale delle Marche (La Perna)…………………………………………………………………..22
- Osservazioni del WWF regionale al Piano Energetico Ambientale della Regione Marche (Dini)………………….24
- Energia verde a costo zero? Ovvero come cambiare il mondo solo con leggi e stili di vita (Zan)………………..25
- Linee guida per la realizzazione degli impianti eolici (Club Alpino Italiano)………………………………………….26
- Energia eolica in Piemonte (Ass. Cuneobirding, ecc.)…………………………………………………………………….26
- Le pompe di calore (da Wikipedia)…………………………………………………………………………………………….28
- I biocarburanti, una soluzione possibile? (Rondina)………………………………………………………………………28
- L’idrogeno (ENEA)……………………………………………………………………………………………………………….30
- I rigassificatori (da Wikipedia)………………………………………………………………………………………………….30
- Energia nucleare: il futuro dell’energia o un incubo che ritorna? (Benini)…………………………………………….31
- Illusione nucleare - I rischi e i falsi miti (Dini)………………………………………………………………………………..37
- Bioedilizia, casa passiva (dal sito di PAEA)………………………………………………………………………………….38
- Esempio di casa a basso consumo energetico a S. Angelo in Vado (Dini)……………………………………………..40
Protezione e gestione di ambienti naturali, flora e fauna
- La biodiversità (Poggiani)……………………………………………………………………………………………………….40
- Impostazione della politica provinciale a scala globale sulla conservazione della Biodiversità locale…………..
in applicazione delle Direttive della Conferenza mondiale di Rio del 1992 (Pandolfi e Fazi)………………………..41
- Il Parco naturale nazionale del Catria-Nerone-Alpe della Luna (Pellegrini)……………………………………………..42
- La protezione dei fiumi della Provincia di Pesaro e Urbino (Poggiani)…………………………………………………..43
- Specie esotiche: una minaccia per la biodiversità (Furlani)……………………………………………………………….46
- Le piante alloctone nelle Marche: problematiche e proposte di gestione (Gubellini e Pinzi)………………………..48
- Quale politica per rispondere alle invasioni biologiche? (Genovesi)…………………………………………………….50
Territorioed aree urbanizzate
- Stop al consumo di territorio (da www.stopalconsumoditerritorio.it)........................................................................51
- Urbanistica e territorio (Orazi)……………………………………………………………………………………………………52
- Gli Appennini come miniera? (Calafati)………………………………………………………………………………………..53
- Ancora alluvioni: problemi reali e falsi miti (Fomeris e Perosino)………………………………………………………….54
- L’arretramento delle spiagge (Guzzi U.)………………………………………………………………………………………..57
- Calamità naturali o catastrofi pianificate? (Guzzi G.)………………………………………………………………………59
- Fitofarmaci e i fertilizzanti in agricoltura (Ist. Superiore Protez. e Ricerca Amb. )……………………………………….60
- L’agricoltura biologica (da Wikipedia)……………………………………………………………………………………………60
- Gli organismi geneticamente modificati in campo agroalimentare (da Wikipedia e sito
www.flaiemiliaromagna.com)................................................................................................................................................62
- La selvicoltura nelle Marche (Pellegrini e F. Cucchiarini)…………………………………………………………………….65
- L‘ingegneria naturalistica nelle Marche (Giacchini)…………………………………………………………………………..66
- Il turismo responsabile o ecoturismo o turismo sostenibile (da Wikipedia)……………………………………………..67
- Il Campo d’aviazione ed aeroporto di Fano (Tosi)……………………………………………………………………………..68
- La ferrovia Fano-Urbino (Tosi)……………………………………………………………………………………………………69
- La ferrovia Fano-Fermignano-Urbino (Bellagamba)…………………………………………………………………………..71
- L’elettrosmog (da Wikipedia) ……………………………………………………………………………………………………..72
- I giardini e le aree verdi urbane (Tosi e Poggiani)…………………………………………………………………………….72
Sviluppo sostenibile, stili di vita, educazione ambientale
- L’Ambientalismo (da Wikipedia)………………………………………………………………………………………………….73
- Lo sviluppo sostenibile (da Wikipedia)………………………………………………………………………………………….74
- La decrescita felice (Pallante)……………………………………………………………………………………………………..75
- Una nuova etica nelle relazioni economiche (Guidi)…………………………………………………………………………..78
- L’impronta ecologica (da Wikipedia e Gruppo Nat. Brianza)………………………………………………………………..79
- Economia e ambiente: - una responsabilità da non eludere (Guzzi U.)……………………………………………….80
- Agenda 21 (da Wikipedia)………………………………………………………………………………………………………….82
- La conversione ecologica - per non dimenticare Alexander Langer……………………………………………………….82
- L’Ipotesi Gaia (da Wikipedia)………………………………………………………………………………………………………84
- Le nuove provocazioni del rapporto uomo-ambiente (Frigerio)……………………………………………………………84
- Pace con Dio creatore, Pace con tutto il creato - Messaggio di Giovani Paolo II
per la Giornata della Pace, 1990…………………………………………………………………………………………….……….85
- Combattere la povertà, costruire la pace - Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata della Pace, 2009………….88
- Stili di vita - consigli (WWF - Gruppo attivo Roma XI) ………………………………………………………………………..92
- L’educazione ambientale (da Sportello Eco Equo Firenze) …………………………………………………………………93
- Dibattito sul problema demografico (Gruppo di lavoro “Le idee dell’Ambientalismo”)……………………………….94
- L'accesso agli atti come gestione del territorio da parte della base (Dini)………………………………………………..95
- Domande da porre ai candidati sindaci (Benini)………………………………………………………………………………102
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Aria
Clima e cambiamenti climatici
da opuscolo ENEA, 2008 - Clima e cambiamenti climatici
L'EFFETTO SERRA
L'effetto serra è il fenomeno naturale determinato dalla capacità dell'atmosfera di trattenere sotto forma di calore parte
dell'energia che proviene dal Sole. Il fenomeno è dovuto alla presenza nell'atmosfera di alcuni gas, detti "gas serra", che
"intrappolano" la radiazione termica che viene emessa dalla superficie terrestre riscaldata dal Sole. Proprio come i vetri di
una serra, infatti, l'atmosfera è "trasparente" alla radiazione solare che proviene dal Sole, mentre è parzialmente "opaca"
a quella termica emessa dalla superficie terrestre. Grazie a questo fenomeno, la temperatura media della terra si
mantiene intorno ai 15°C, contro i -19°C che si avrebbero in assenza dei "gas serra".
I gas maggiormente responsabili di questo fenomeno, oltre il vapore acqueo, che è il principale gas serra naturale, sono la
CO2, il metano, l'N20 (protossido di azoto).
L'anidride carbonica (CO2), uno dei principali composti del carbonio, è presente in natura in quattro grandi "serbatoi":
- la biosfera, nella quale il carbonio è presente nelle molecole organiche (lipidi, glucidi, ecc.) (3.100 miliardi di tonnellate o
gigatonnellate)
- gli oceani, nei quali il carbonio è disciolto sotto forma di carbonati e bicarbonati (40.000 gigatonnellate);
- la geosfera, dove il carbonio si presenta essenzialmente sotto forma di calcare e di combustibili fossili (rispettivamente
40.000 e 12.000 gigatonnellate)
- l'atmosfera, dove il carbonio è presente sotto forma di CO2 (600 gigatonnellate).
Il metano (CH4) si produce dalla degradazione di materiale organico in assenza di ossigeno. Viene naturalmente emesso
da mangrovie e paludi. mentre le emissioni dovute alle attività umane provengono essenzialmente dalle perdite di gas
naturale e di altri combustibili fossili durante l'estrazione e il trasporto, dalla combustione di biomasse, dall'agricoltura e
dalla zootecnica, ed infine dalle discariche.
Il protossido di azoto (N2O) è un gas serra molto potente e con un tempo di permanenza in atmosfera piuttosto elevato
(120 anni), ma con una bassa concentrazione; le principali fonti antropiche di emissione derivano dai fertilizzanti azotati
usati in agricoltura e in alcune produzioni industriali.
CFC, HFC, CF4, sono dei composti chimici a base di carbonio che contengono cloro, fluoro, iodio o bromo. Con il
Protocollo di Montreal (1987) è stato vietato l'uso di una serie di sostanze responsabili del buco nell'ozono, tra le quali i
clorofluorocarburi (CFC), e quindi si è arrivati ad una diminuzione della loro concentrazione; ma anche i prodotti sostitutivi
(HFL e CF4) sono potenti gas serra.
L'EFFETTO SERRA ANTROPOGENICO
Con le emissioni in atmosfera di grandi quantità di gas serra, le attività umane stanno generando un effetto serra
aggiuntivo a quello naturale, che tende ad alterare tutti gli equilibri del sistema climatico. L'uomo, infatti, modifica
costantemente la composizione dell'atmosfera, introducendo nuove sorgenti di gas serra ed interferendo con i serbatoi
naturali.
Le emissioni derivano per la maggior parte dal consumo e dalla combustione di fonti fossili, altre vengono da alcune
produzioni industriali, dall'agricoltura, dall'allevamento e dalla gestione dei rifiuti.
La diminuzione degli assorbitori di gas serra dipende invece dalla riduzione, per distribuzione o per cambiamento d'uso,
delle superfici forestali che hanno la proprietà di assorbire la CO2.
LE EMISSIONI DI GAS SERRA
Nel 1995 l'82% delle emissioni di gas serra sono state di CO 2. Seguono il metano 12%, l'N 20 4%; il rimanente 2% è dato
dalla somma delle emissioni dei HCFC e PCF.
Il Segretariato delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) svolge un'importante funzione di raccolta e di
omogeneizzazione dei dati relativi alle emissioni di gas serra offrendo in questo modo una visione di insieme delle
emissioni dei paesi industrializzati, oltreché paese per paese. Secondo l'UNFCCC, nel 1998 la maggior fonte di emissione
proviene dall'uso di fonti di energia fossile (96,7%). All'interno di questa categoria sono le industrie energetiche ad
occupare la quota più importante (39,1 %), segue poi il settore dei trasporti (26,7%).
L'anidride carbonica è dunque il principale gas ad effetto serra di origine antropogenica, ed il principale responsabile delle
emissioni di gas serra è il settore energetico. Le emissioni di CO 2 legate al settore energetico dipendono sia dal livello
della domanda di energia, che dalle fonti utilizzate. Infatti, non tutti i combustibili emettono la stessa quantità di CO 2 (ad
esempio a parità di energia termica prodotta, il gas naturale emette quasi la metà del carbone).
Ogni anno l'uomo immette in atmosfera 7 gigatonnellate di carbonio; confrontando questo dato con l'entità dei flussi che
legano l'atmosfera e la biosfera (100 gigatonnellate di carbonio all'anno) si nota che pur essendo molto piccole rispetto
alle emissioni totali, le emissioni antropiche sono sufficienti a spostare l'equilibrio del ciclo e a provocare un aumento delle
concentrazioni di CO2 in atmosfera.
EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI A LIVELLO GLOBALE
Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche e sulla base dei più recenti studi dell'IPCC (Intergovernmental Panel on
Climate Change) la maggior parte degli esperti concorda nel ritenere che, a causa dell'aumento delle concentrazioni di
gas serra in atmosfera, nel prossimo futuro potremmo aspettarci i seguenti fenomeni:
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• aumento della temperatura del pianeta. Dal 1860, data a partire dalla quale sono disponibili dati attendibili, la
temperatura media della Terra è aumentata di 0,6°C. In termini di durata e di ampiezza del fenomeno, il
riscaldamento durante il 1900 sembra essere stato il più importante negli ultimi mille anni;
• aumento delle precipitazioni, soprattutto nell'emisfero Nord, e particolarmente alle medie e alte latitudini. Diminuzione
delle piogge nelle regioni tropicali e subtropicali;
• aumento nella frequenza e nell'intensità di eventi climatici estremi come alluvioni, tempeste, ondate di caldo o freddo
eccessivo;
• aumento del rischio di desertificazione in alcune zone;
• diminuzione dei ghiacciai presenti nelle principale catene montuose mondiali;
• crescita del livello del mare. Negli ultimi 100 anni si è già verificato un innalzamento di circa 10/25 cm.
GLI SCENARI FUTURI
Negli ultimi venti anni, gli scienziati hanno sviluppato modelli di calcolo che cercano di prevedere i cambiamenti climatici. I
modelli utilizzati, chiamati GCM (Generai Circulation Moodels, modelli di circolazione generale), funzionano su calcolatori
molto potenti che utilizzano tutte le conoscenze sul clima per ottenere tali previsioni.
Alcuni studi dell'IPCC prendono in considerazione diverse ipotesi di evoluzione per alcuni parametri fondamentali: crescita
demografica, sviluppo economico, risorse disponibili (fonti primarie di energia) e tecnologia. Le diverse ipotesi di
evoluzione vengono dette "famiglie di scenari".
Per ognuna di queste famiglie di scenari, sono stati calcolati diversi livelli di emissione di CO 2, per il periodo 1990-2100.
I principali cambiamenti individuati dai modelli, a seguito dell'aumento della concentrazione di gas di serra nell'atmosfera,
sono essenzialmente tre:
• il riscaldamento globale della bassa atmosfera e della superficie terrestre,
• l'accelerazione del ciclo dell' acqua nell' atmosfera e nel suolo,
• l'aumento del livello dei mari.
RISCALDAMENTO GLOBALE
Tutti i modelli matematici attualmente disponibili prevedono un generale riscaldamento dei bassi strati dell'atmosfera e
della superficie terrestre in un intervallo compreso fra 1,5 e 5,8°C e contemporaneamente un raffreddamento degli strati
più alti dell'atmosfera.
Il tasso medio di incremento della temperatura è stimato in circa 0,3°C ogni l0 anni. I tempi in cui tale cambiamento
avverrà sono ancora incerti ed incerta è anche la distribuzione che tale aumento assumerà a scala subcontinenta1e.
Tuttavia, analisi e valutazioni condotte su vari scenari permettono di dire che la distribuzione del riscaldamento climatico
alle diverse latitudini avrà le seguenti caratteristiche:
• Alte latitudini (fascia polare e subpolare)
In inverno l'aumento di temperatura previsto alle alte latitudini sarà maggiore dell'aumento medio globale ed interesserà
più le terre emerse che la superficie marina. Sui mari polari, in particolare, vi sarà una riduzione dell'estensione del
ghiaccio marino; poiché il ghiaccio influenza gli scambi di calore oceanici, il riscaldamento climatico nelle aree artiche
ed alle alte latitudini sarà ancora più vistoso. In estate, viceversa, il riscaldamento previsto alle alte latitudini sarà
inferiore a quello medio globale a causa della grande capacità termica dell'oceano che distribuisce al suo interno la
maggiore parte dell'energia assorbita.
• Medie latitudini (fascia temperata)
Il riscaldamento estivo delle zone continentali alle medie latitudini dell'emisfero nord, sarà maggiore della media
globale, mentre quello invernale sarà quasi uguale a quello medio globale. Tale effetto è particolarmente evidente alle
medie latitudini dell' emisfero nord dove esiste la più alta percentuale di superfici emerse e dove, proprio per l'elevata
presenza dei continenti, l'azione raffreddante della evaporazione marina è limitata. Infatti, alle medie latitudini
dell'emisfero sud, il riscaldamento climatico non presenterà apprezzabili variazioni stagionali e sarà più vicino al valor
medio globale.
• Basse latitudini (fascia subtropicale ed equatoriale)
Il riscaldamento delle zone intertropicali sarà minimo ed inferiore al riscaldamento medio globale. Inoltre, a differenza
delle alte latitudini, si distribuirà pressoché uniformemente su tutte le stagioni. L'area intertropicale è occupata in gran
parte dal mare e quindi il riscaldamento superficiale si tradurrà principalmente in un aumento dell'evaporazione
oceanica più che della temperatura dell'aria.
CICLO DELL'ACQUA NELL'ATMOSFERA E AL SUOLO
Le precipitazioni atmosferiche aumenteranno a livello globale in conseguenza dell'aumento della temperatura. Questo
perché sarà maggiore l'evaporazione (e quindi la quantità di vapor d'acqua contenuta nell'atmosfera) e perché il ciclo
dell'acqua nel sistema climatico verrà accelerato ed intensificato.
Tuttavia, l'aumento delle precipitazioni non sarà uniformemente distribuito sulla superficie terrestre. Infatti, si prevede che
le precipitazioni aumenteranno apprezzabilmente alle alte latitudini e nella fascia intertropicale, sia nei mesi estivi che in
quelli invernali. Alle medie latitudini, invece, l'aumento delle precipitazioni riguarderà solo il semestre più freddo.
L'atmosfera complessivamente più calda e più umida porterà ad una variabilità di situazioni a livello regionale maggiore di
quella attuale: in particolare, eventi di siccità e/o di alluvioni si aggraveranno in alcune zone, mentre in altre diventeranno
meno gravi. Inoltre, poiché aumenterà l'intensità delle precipitazioni, le piogge a carattere alluvionale saranno più
numerose.
Le conoscenze scientifiche attuali non sono sufficienti per affermare che l'aumento della frequenza di cet1i fenomeni
meteorologici estremi, come alluvioni ed inondazioni (alle medie latitudini), rovesci e tempeste di neve (alle alte latitudini),
uragani e cicloni tropicali (alle basse latitudini), aumenteranno di numero o se, invece, avranno solo una diversa
distribuzione geografica.
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LIVELLO DEL MARE
Il livello medio del mare si innalzerà, come conseguenza dell'espansione termica degli oceani e dello scioglimento dei
ghiacciai e delle banchi se. Negli scenari più sfavorevoli il livello del mare potrebbe crescere fino a quasi un metro di
altezza rispetto all'attuale livello mentre in quelli più favorevoli sarebbe contenuto entro 10-20 centimetri. Negli scenari
intermedi dei cambiamenti climatici, i modelli prevedono che il livello del mare salirà di circa 50 cm da qui al 2100.
Le incertezze scientifiche sono però ancora molte, ed esistono attualmente parecchi problemi, non solo scientifici, ma
anche tecnologici, che limitano la nostra capacità di prevedere il clima futuro e di definire i futuri cambiamenti climatici.
Variazioni future inaspettate, consistenti e rapide del sistema climatico (come già altre volte è accaduto nel passato) sono
possibili e per la loro stessa natura difficili da prevedere.
GLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI
La salute umana, i sistemi ecologici terrestri ed acquatici, i sistemi socioeconomici sono tutti sensibili sia all'entità che alla
velocità dei cambiamenti climatici.
È probabile che molte regioni subiranno conseguenze negative, anche irreversibili, dai cambiamenti climatici, ma è anche
probabile che alcuni degli effetti siano positivi e benefici. Questo dipenderà molto dalla floridezza economica e
dall'organizzazione istituzionale delle singole nazioni. Infatti, di norma, sono più vulnerabili i paesi in via di sviluppo, dove
le condizioni economiche e gli assetti istituzionali sono meno favorevoli.
Le più rilevanti conseguenze dei cambiamenti climatici riguardano i sistemi naturali ed in particolare gli ecosistemi terrestri
ed acquatici ed i sistemi antropici come l'agricoltura, le risorse idriche, l'ambiente marino-costiero, la salute umana.
SUI SISTEMI NATURALI
Gli ecosistemi contengono tutto il patrimonio terrestre di biodiversità genetica e delle specie e costituiscono la fonte
primaria della vita sulla terra e della sua evoluzione. Nei processi ambientali, gli ecosistemi giocano un ruolo
fondamentale nel ciclo del carbonio, riciclano i rifiuti. depurano le acque. controllano le inondazioni. i fenomeni di degrado
del suolo e i processi di erosione delle coste.
La composizione e la distribuzione geografica di molti ecosistemi (foreste. praterie, deserti, sistemi montani, laghi, zone
umide, oceani. ecc.) tenderanno a trasformarsi a seconda di come le singole specie risponderanno ai cambiamenti
climatici.
Nella fase di trasformazione e di adattamento. probabilmente si perderà molta della diversità biologica attualmente
esistente. Alcuni ecosistemi potrebbero non raggiungere un nuovo equilibrio, se non parecchie centinaia di anni dopo lo
stabilizzarsi del nuovo assetto climatico.
Ecosistemi forestali:
si ritiene probabile che una notevole frazione dell'attuale superficie forestale della Terra (un terzo come valore medio
globale) subirebbe consistenti variazioni delle principali tipologie di vegetazione. Queste variazioni saranno più
pronunciate alle alte latitudini e più blande nella fascia intertropicale. I sistemi forestali potranno subire cambiamenti
nella composizione delle specie, e cioè potrebbero scomparire interi tipi di foresta ed insediarsi nuove associazioni di
specie vegetali, e dunque nuovi ecosistemi.
Ecosistemi montani e di alta quota:
la vegetazione collinare e montana tenderebbe a spostarsi verso quote più elevate; alcune specie che non hanno
possibilità di spostarsi più in alto, perché già in vetta alle montagne, potrebbero estinguersi a causa della scomparsa
del loro habitat.
Ecosistemi desertici della fascia subtropicale:
tenderanno ad essere probabilmente più estremi; gli aumenti di temperatura potrebbero rappresentare una minaccia
per organismi che vivono quasi al limite della tolleranza al calore. Si innescherebbero. invece, processi di
desertificazione nelle zone temperate del pianeta dove attualmente sussistono condizioni di siccità ed il suolo è già in
fase di degrado.
Ecosistemi acquatici lacustri e fluviali:
il riscaldamento del clima produrrebbe effetti sia alle alte latitudini, dove aumenterebbe la produttività biologica, sia
alle basse latitudini, al confine degli ambienti di vita delle specie di acqua fredda, dove. invece, aumenterebbe
l'estinzione delle specie.
Ecosistemi marini:
a causa della variazione del livello del mare, sono questi i sistemi che subirebbero maggiori conseguenze. soprattutto
in termini di perdita della biodiversità. I rischi maggiori saranno corsi da quelli marino-costieri come le paludi
salmastre, dagli ecosistemi a mangrovie, dalle zone umide costiere, delle spiagge sabbiose, dalle scogliere coralline,
gli atolli, ed i delta fluviali.
SULL' AGRICOLTURA
I cambiamenti climatici indurranno, con ogni probabilità, variazioni consistenti nelle rese agricole e nella produttività,
modificando pertanto l'attuale quadro mondiale di produzione alimentare. La produttività agricola dovrebbe aumentare in
alcune aree, soprattutto alle alte latitudini. dove le condizioni climatiche sono attualmente sfavorevoli, e diminuire in altre.
specialmente alle basse latitudini della fascia tropicale e subtropicale.
Tenuto conto della distribuzione mondiale dei Paesi ricchi e dei Paesi poveri, i cambiamenti climatici favorirebbero i primi
per quello che riguarda la produzione agricola e agroalimentare. Gli studi finora condotti mostrano che, in totale, la
produzione agricola mondiale potrebbe rimanere la stessa di quella attuale, nonostante i cambiamenti climatici previsti. A
questa conclusione si è giunti però senza tener conto degli effetti derivanti eventuali da variazioni delle intestazioni di
parassiti o di altre conseguenze negative sull'agricoltura collegate con i cambiamenti climatici, effetti estremamente difficili
da valutare.
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SULLA SALUTE UMANA
Anche se prevedere le conseguenze sanitarie dei cambiamenti climatici è molto difficile, perché l'eventuale incremento
delle affezioni indotte dal riscaldamento terrestre dipende da numerosi fattori, che coesistono ed interagiscono tra loro,
molti studiosi concordano che i cambiamenti climatici potrebbero produrre effetti indiretti sulla salute umana.
In particolare è prevedi bile un aumento della diffusione di malattie infettive trasmesse direttamente da microrganismi,
insetti o altri ospiti intermedi (malaria, tenia, febbre gialla, alcuni encefaliti virali, ecc.), a causa di una maggiore
distribuzione geografica e di migliori condizioni di sopravvivenza per questi organismi.
Secondo alcune valutazioni, la malaria si diffonderebbe anche nelle zone temperate delle medie latitudini con una
incidenza maggiore del 10-15% per anno (circa 50-80 milioni di casi in più ogni anno).
Temperature elevate ed una maggiore frequenza di precipitazioni alluvionali potrebbero favorire anche la maggior
diffusione di malattie infettive trasmesse per contagio come la salmonellosi, il colera ed altre.
SULLA RISORSA ACQUA
Secondo le previsioni, una quantità compresa fra un terzo e la metà dell'attuale massa glaciale potrebbe scomparire nei
prossimi cento anni. La riduzione dell'estensione dei ghiacciai e dello spessore della copertura nevosa influirebbe anche
sulla distribuzione stagionale dei flussi idrici e quindi sulla disponibilità di acqua per gli usi civili, industriali, per la
produzione idroelettrica e per l'agricoltura.
Poiché i cambiamenti climatici produrranno una accelerazione ed una intensificazione del ciclo globale dell'acqua, le
conseguenze sulle risorse idriche regionali potrebbero essere assai rilevanti.
Variazioni della quantità totale, frequenza ed intensità delle precipitazioni influiranno direttamente sull'entità e sui tempi di
deflusso delle acque pluviali, nonché sui fenomeni di siccità e sulle alluvioni. Paradossalmente ci sarebbe maggior
quantità d'acqua nelle zone dove attualmente le risorse idriche sono già abbondanti e minor quantità d'acqua dove
attualmente la carenza di risorse idriche è già un grave problema.
SULLE ZONE COSTIERE
Poiché il livello medio del mare tenderà a crescere in conseguenza dei cambiamenti climatici, alcune popolazioni costiere
potrebbero subire impatti particolarmente significativi a seguito delle inondazioni e delle perdite di territorio dovute
all'erosione. Secondo le valutazioni esistenti, attualmente circa 46 milioni di persone corrono ogni anno il rischio di
inondazioni.
Se non saranno avviate idonee azioni per adattarsi ai cambiamenti, già nella situazione demografica attuale,
l'innalzamento medio previsto di 50 cm del livello del mare metterebbe a rischio circa 100 milioni di persone. Il rischio è
particolarmente elevato per le piccole isole e per i delta fluviali e le perdite territoriali stimate oscillerebbero da 0,005% per
l’Uruguay, l’1% per l'Egitto e 6% per l'Olanda, fino al 17,5% per il Bangladesh e addirittura fino all’80% circa per l'atollo
Majuro nelle Isole Marshall.
IN ITALIA
Il Ministero dell' Ambiente in collaborazione con la Columbia University di New York e il Goddard Space Institute della
Nasa ha elaborato gli scenari dei futuri impatti dei cambiamenti climatici nell'area mediterranea: l'innalzamento del livello
del mare è uno degli effetti più critici e sensibili per l'Italia. Le stime più affidabili prevedono un aumento del livello del
mare tra i 25/30 cm entro il 2050.
A questo aumento del livello del mare è legato il rischio di inondazione per almeno 4.500 km2 di aree costiere e pianure.
Venezia, in particolare, è considerata una delle aree urbane più esposte a tale rischio.
Questo fenomeno dovrebbe produrre effetti differenziati in quanto il territorio italiano è, dal punto di vista geologico,
"giovane" e quindi ancora in movimento. Il Sud Italia, infatti, ha tendenza a sollevarsi, e quindi gli eventuali effetti
dell'innalzamento del livello del mare sarebbero mitigati. Per quello che riguarda il Nord Italia, invece, vi è una tendenza
opposta e quindi si avrebbero maggiori rischi di inondazione, in particolare per la Pianura Padano- Veneta, la Versilia e la
pianura di Fondi e Pontina.
COSA SI FA A LIVELLO MONDIALE E NAZIONALE
LA CONVENZIONE QUADRO, IL PROTOCOLLO DI KYOTO, LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE
Nel giugno 1992 a Rio de Janeiro, nel corso della Conferenza Mondiale sull' Ambiente e lo Sviluppo, i paesi aderenti alle
Nazioni Unite hanno sottoscritto diversi documenti relativi ad impegni finalizzati allo "Sviluppo Sostenibile" e tra questi la
"Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici". Firmando questa convenzione gli stati si sono
impegnati ad adottare programmi e misure finalizzate alla prevenzione, controllo e mitigazione degli effetti delle attività
umane sul pianeta.
In particolare, l'obiettivo della Convenzione è quello di (art. 2) "stabilizzare le concentrazioni nell'atmosfera dei gas ad
effetto serra ad un livello tale da impedire pericolose interferenze di origine umana con il sistema climatico".
Nella Convenzione Quadro è stato istituito un organo definito "Conferenza delle Parti (COP)", al quale viene demandato il
compito fondamentale di dare attuazione agli impegni generali contenuti nella Convenzione stessa.
Nel dicembre 1997, a Kyoto, è stato concordato un Protocollo attuativo della Convenzione che impegna i Paesi
industrializzati e quelli in economia di transizione (i Paesi dell'est europeo), responsabili di oltre il 70% delle emissioni
mondiali di gas serra, a ridurre complessivamente, del 5,2% rispetto ai livelli del 1990, le emissioni entro il 2012.
La riduzione complessiva 5,2% viene ripartita in maniera diversa: per i Paesi dell'Unione Europea nel loro insieme, la
riduzione deve essere dell'8%, per gli Stati Uniti dell'7% e per il Giappone del 6%. Nessuna riduzione, ma la
stabilizzazione è prevista per la Russia, la Nuova Zelanda e l'Ucraina.
Il Protocollo consente invece di aumentare le loro emissioni fino all' 1 % alla Norvegia, all'Austria fino all'8% e all'Islanda
fino al 10%.
Non sono previste limitazioni alle emissioni di gas ad effetto serra per i Paesi in via di sviluppo, perché tale limite
rallenterebbe o comunque condizionerebbe il loro sviluppo. Le limitazioni alle emissioni, infatti, si ripercuoterebbero sulla
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produzione e sui consumi di energia, sull'agricoltura, sull'industria comportando costi aggiuntivi che i Paesi in via di
sviluppo non sono in grado di sostenere.
Il Protocollo indica inoltre le politiche e le misure che dovranno essere adottate per la riduzione delle emissioni:
- promozione dell' efficienza energetica;
- sviluppo delle fonti rinnovabili di energia e delle tecnologie innovative per la riduzione delle emissioni:
- protezione ed estensione delle foreste per incrementare la capacità del pianeta di assorbire l'anidride carbonica;
- promozione dell'agricoltura sostenibile:
- limitazione e riduzione della produzione di metano nelle discariche di rifiuti e in altri settori energetici:
- misure fiscali appropriate per disincentivare le emissioni di gas serra.
LE MISURE NAZIONALI DI RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI GAS SERRA
Con la delibera del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) del 19/11/1998 l'Italia ha adottato
le "Linee Guida per le politiche e le misure nazionali di riduzione delle emissioni dei gas serra" che individuano gli obiettivi
e le misure settori ali per la riduzione entro il 2008-2012 e rispetto ai livelli del 1990, del 6% delle emissioni.
Le "Linee Guida" prevedono la realizzazione di sei azioni nazionali:
AZIONE l: aumento dell'efficienza nelle centrali termoelettriche;
AZIONE 2: riduzione dei consumi energetici nel settore dei trasporti;
AZIONE 3: produzione di energia da fonti rinnovabili;
AZIONE 4: riduzione dei consumi energetici nei settori abitativo/terziario ed industriale;
AZIONE 5: riduzione delle emissioni nei settori non energetici;
AZIONE 6: assorbimento delle emissioni di carbonio da parte delle foreste.
Sono inoltre previsti programmi di riduzione delle emissioni da promuovere nell’ambito dei meccanismi di “Joint
Implementation” e Clean Development Mechanism”, che dovranno coprire circa il 25-30% dell’impegno di riduzione
nazionale previsto nel Protocollo di Kyoto. Infine è stato approvato il Programma Nazionale di ricerca sul clima con finalità
di coordinare e sviluppare le iniziative di ricerca in collegamento con gli organismi di ricerca internazionale.
LA RICERCA E LE NUOVE TECNOLOGIE
La protezione dell'ambiente globale richiede l'adozione di nuove tecnologie in grado di ridurre le emissioni di gas serra, in
particolare nella produzione di energia.
È questo, infatti, il settore dal quale dipende oltre il 90% delle emissioni di CO2. L'obiettivo è quello di ridurre il consumo di
combustibili fossili o, in alternativa, utilizzare fonti di energia pulite ovvero "emission free".
Purtroppo anche in Italia, come nella maggior parte degli altri Paesi industrializzati, si è assistito ad una riduzione degli
stanziamenti per la ricerca energetica sia nel settore pubblico sia in quello privato.
In Italia le spese per la ricerca rappresentano l' l % del PIL, percentuale tra le più basse dei Paese industrializzati: ogni
cittadino italiano spende 200 dollari all'anno per le attività di ricerca contro i 500 dollari di un tedesco e i 700 dollari di un
americano. Ciò nonostante, grandi passi avanti sono stati fatti e si può ragionevolmente contare che, in futuro, una
significativa quota di combustibili fossili potrà essere sostituita con lo sfruttamento delle energie rinnovabili e con
l'idrogeno.
LE FONTI DI ENERGIA RINNOVABILI
Le fonti "rinnovabili" di energia sono quelle fonti che, a differenza dei combustibili fossili e nucleari destinati ad esaurirsi in
un tempo definito, possono considerarsi inesauribili. Le fonti rinnovabili possiedono due caratteristiche fondamentali, che
rendono auspicabile un loro maggior impiego: la prima consiste nel fatto che esse rinnovano la loro disponibilità in tempi
brevi; l'altra è che, a differenza dei combustibili fossili, il loro utilizzo produce un inquinamento ambientale del tutto
trascurabile.
Esistono comunque alcuni limiti che ne ostacolano il pieno impiego.
Le fonti rinnovabili forniscono energia in modo intermittente. Questo significa che il loro utilizzo può contribuire a ridurre i
consumi di combustibile nelle centrali convenzionali, ma non può sostituirle completamente. Inoltre, per produrre quantità
significative di energia, spesso è necessario impegnare rilevanti estensioni di territorio.
Il riscaldamento globale
da Wikipedia, consultata il 23 febbraio 2009
Spesso l'espressione Riscaldamento globale viene usata impropriamente come sinonimo di Surriscaldamento Climatico
che al contrario indica la parte di aumento delle temperature causata dalle attività umane (uso di combustibili fossili,
deforestazione, allevamento e agricoltura,...).
Secondo quanto riportato dall'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite (IPCC), la temperatura
superficiale globale del pianeta sarebbe aumentata di 0,74 ± 0,18° C durante gli ultimi 100 anni, fino al 2005. L'IPCC ha
inoltre concluso che «la maggior parte dell'incremento osservato delle temperature medie globali a partire dalla metà del
XX secolo è molto probabilmente da attribuire all'incremento osservato delle concentrazioni di gas serra antropogenici»
attraverso un aumento dell'effetto serra. I fenomeni naturali come le fluttuazioni solari e l'attività vulcanica hanno
contribuito marginalmente al riscaldamento nell'arco di tempo che intercorre tra il periodo pre-industriale e il 1950 e hanno
causato un lieve effetto di raffreddamento nel periodo dal 1950 fino ad oggi.
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Queste conclusioni sono state supportate da almeno 30 associazioni e accademie scientifiche, tra cui tutte le accademie
nazionali della scienza dei paesi del G8. Attualmente il dibattito è comunque ancora aperto all'interno della comunità
scientifica dove diversi scienziati si sono opposti a questa interpretazione dei dati climatici attualmente disponibili,
sebbene la grande maggioranza di coloro che si occupano di mutamenti climatici siano in accordo con le conclusioni
principali dell'IPCC. Le proiezioni del modello climatico riassunte dall'IPCC indicano che la temperatura media superficiale
del pianeta si dovrebbe innalzare probabilmente di circa 1,1 C - 6,4 C durante il XXI secolo. Questo intervallo di valori
risulta dall'impiego di vari scenari sulle emissioni future di gas serra, assieme a diversi valori di sensibilità climatica.
Il ruolo dell’anidride carbonica
Nell'attuale fase di riscaldamento del pianeta si sta assistendo ad una variazione significativa di un importante fattore che
influenza la temperatura terrestre, ovvero la concentrazione atmosferica di anidride carbonica o biossido di carbonio
(CO2), uno dei gas serra.
Tale incremento di circa 2 ppm all'anno (in due secoli il valore della concentrazione è passato da 280 ppm a 380 ppm, il
valore più alto da 650.000 anni a questa parte) non ha eguali nella storia recente del pianeta ed è ritenuto legato all'uso di
combustibili fossili che durante il Periodo Carbonifero (tra 345 e 280 milioni di anni fa) sono stati "fissati" nel sottosuolo ad
opera della vegetazione e degli animali, passando dalla forma gassosa di CO2 a quella solida o liquida di petrolio,
carbone o gas naturale. Negli ultimi 150-200 anni, a partire dalla rivoluzione industriale, la combustione dei giacimenti
fossili ha invertito il processo avvenuto durante il periodo carbonifero, reimmettendo nell'atmosfera questo carbonio
sepolto da milioni di anni sotto forma di enormi quantità di anidride carbonica (circa 27 miliardi di tonnellate all'anno).
Inoltre, secondo le stime, il pianeta riuscirebbe oggi a riassorbire, mediante la fotosintesi clorofilliana e l'azione delle alghe
degli oceani, meno della metà delle emissioni, anche a causa della deforestazione. L'attività umana ha infatti ridotto la
biomassa vegetale in grado di assorbire la CO2 fin dalla rivoluzione agricola neolitica, trasformando i boschi in campi o
città. Oggi la deforestazione (ad esempio in Amazzonia) è nettamente aumentata ed aggrava ulteriormente la situazione.
A contribuire ulteriormente vi è la maggior produzione di metano da fermentazione dovuta ad un incremento significativo
dell'allevamento intensivo e delle colture a sommersione (ad esempio il riso). La CO2 non è infatti l'unico gas serra, ma
rappresenta circa il 5% del totale dei gas serra, quando il vapore acqueo contribuisce per circa il 50% ai gas serra.
Sebbene nella storia del clima le variazioni nei livelli di CO2 osservate siano state successive alle variazioni di
temperatura e non viceversa (esiste un ritardo di 800 anni tra i picchi di temperatura ed i corrispondenti picchi di CO2
nell'atmosfera), secondo l’IPCC l'attuale riscaldamento non può essere spiegato se non attribuendo un ruolo anche a
questo aumento di concentrazione di CO2 nell'atmosfera.
Va sottolineato che l'effetto serra è un fenomeno naturale e necessario per permettere alla superficie terrestre di avere
temperature adatte alla vita, in particolare quella umana; ad esempio la decomposizione di piante ed animali morti o la
normale attività geotermica dei vulcani emettono enormi quantità di gas serra, ma in questi casi si tratta di emissioni
costanti o in lentissima evoluzione (dell'ordine di migliaia o milioni di anni) e per questo non ritenute problematiche. Anche
in concomitanza di grandi eruzioni catastrofiche si sono determinate evidenti mutazioni del clima a livello globale (di solito
però abbassando le temperature a causa delle eccezionali quantità di polveri emesse in atmosfera, come nel caso delle
eruzioni dei vulcani Pinatubo o Krakatoa). Tuttavia questo genere di fenomeni, in epoche storiche, sono stati riassorbiti e
non hanno comportato mutamenti permanenti del clima. A parte dunque tale effetto serra naturale, il problema è l'eccesso
di riscaldamento dovuto ad un più marcato effetto serra, e dunque il conseguente surriscaldamento.
L'incremento della CO2 dovuto alle fonti fossili è ulteriormente amplificato dal surriscaldamento degli oceani. Le acque
marine contengono disciolta una grande quantità di CO2 ed il riscaldamento dei mari ne causa l'emissione in atmosfera.
Inoltre, il riscaldamento dovuto all'aumento della temperatura produce una maggior evaporazione dei mari liberando in
atmosfera ulteriori quantità di vapore acqueo, il principale gas serra, accrescendo ulteriormente la temperatura globale ed
aumentando quantità e violenza di piogge ed uragani tropicalizzando il clima.
Effetti del riscaldamento globale
Risulta tuttora molto difficile prevedere come realmente influirà sul sistema pianeta l'attuale riscaldamento globale, in
quanto si tratterebbe di un evento senza nessun precedente in epoca storica. Inoltre, il clima globale è un sistema non
lineare multifattoriale, per cui la climatologia può stabilire delle tendenze ma non eventi di dettaglio.
Alcuni effetti sull'ambiente e sulla vita umana sono, almeno in parte, già attribuiti al riscaldamento globale.
Un rapporto del 2001 dell'IPCC suggerisce che il ritiro dei ghiacciai, la disgregazione delle calotte polari, l'aumento del
livello dei mari, in particolare in quelli con minori tassi di evaporazione, a causa dell'espansione termica e dello
scioglimento dei ghiacci continentali oltre che dei ghiacciai montani, le modifiche nella distribuzione delle piogge e
l'aumento nell'intensità e frequenza di eventi meteorologici estremi sono attribuibili in parte al riscaldamento globale.
Altri effetti previsti includono siccità in alcune aree ed inondazioni in altre, mutamenti nelle nevi delle montagne e
conseguenze negative sulla salute dovute alle temperature maggiori.
Il quarto e più recente rapporto dell'IPCC riferisce delle prove scientifiche osservate di un incremento nell'intensità dei
cicloni tropicali nell'Oceano Atlantico settentrionale a partire dal 1970, correlato all'aumento delle temperature superficiali
del mare, ma le previsioni a lungo termine sono complicate dalla qualità dei dati antecedenti l'inizio delle osservazioni
satellitari. Il rapporto afferma inoltre che non esiste un andamento chiaro nel numero annuale dei cicloni tropicali nel
mondo.
Altri effetti anticipati comprendono l'innalzamento del livello dei mari di 180 – 590 mm nel 2090-2100 rispetto ai valori del
periodo 1980-1999, ripercussioni sull'agricoltura, rallentamenti nella corrente nord-atlantica causati dalla diminuzione della
salinità dell'Oceano Atlantico dovuta allo scioglimento dei ghiacci, riduzioni dello strato di ozono, aumento nell'intensità di
eventi meteorologici estremi, acidificazione degli oceani e diffusione di malattie come la malaria e la dengue.
Uno studio prevede che di un campione di 1.103 specie di piante ed animali, dal 18% al 35% si estingueranno per il 2050,
in base ai futuri mutamenti climatici. Tuttavia, pochi studi hanno documentato l'estinzione di specie a causa dei mutamenti
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climatici e uno studio suggerisce che il tasso di estinzione è ancora incerto. Tali cambiamenti porteranno a significative
modificazioni degli habitat naturali andando ad incidere profondamente anche sugli equilibri socio-economici del pianeta.
Gli effetti del riscaldamento climatico antropico potrebbero essere molto maggiori se non vi fosse stata una relativa
riduzione dell'irraggiamento solare dovuta all'inquinamento atmosferico. Paradossalmente, una riduzione
dell'inquinamento (in particolare degli SOx e del particolato) potrebbe portare ad un aumento delle temperature superiore
a quanto ipotizzato.
Il fenomeno ha profondamente modificato l'equilibrio dei ghiacci artici, tanto da causare nel settembre 2007 l'apertura del
celeberrimo Passaggio a nord-ovest a settentrione del continente nord americano, per lo scioglimento dei ghiacci che lo
avevano sempre reso impraticabile alla navigazione. Paradossalmente nello stesso mese (settembre 2007), i ghiacci
Antartici hanno raggiunto la loro massima estensione (16,3 milioni di km², leggermente superiore alla media), da quando
si effettuano registrazioni (1978) sulla calotta glaciale dell' Antartico; viceversa, nel 2008 l'estensione è stata fra le minori
mai registrate.
In base al programma ambientale delle Nazioni Unite (United Nations Environment Programme - UNEP), i settori
economici che dovranno affrontare con maggiore probabilità gli effetti avversi del cambiamento climatico includono le
banche, l'agricoltura e i trasporti. Le nazioni in via di sviluppo che sono dipendenti dall'agricoltura saranno particolarmente
colpite.
Il buco nell'ozono
da Wikipedia, consultata il 28 febbraio 2009
Si definisce comunemente buco nell'ozono la riduzione temporanea dello strato di ozono (ozonosfera) che avviene
ciclicamente durante la primavera nelle regioni polari (la diminuzione può arrivare fino al 70% nell'Antartide e al 30% nella
zona dell'Artide). Per estensione il termine viene utilizzato per indicare il generico assottigliamento dello strato di ozono
della stratosfera che si è riscontrato a partire dai primi anni ottanta (stimata intorno al 5% dal 1979 al 1990).
Lo strato di ozono (O3) funge da filtro per le radiazioni ultraviolette (trattenendo da solo circa il 99% della radiazione UV
solare), che possono essere dannose per la pelle (melanomi), causare una parziale inibizione della fotosintesi delle piante
(con conseguente rischio di diminuzione dei raccolti) e distruggere frazioni importanti del fitoplancton che è alla base della
catena alimentare marina.
I clorofluorocarburi (o CFC, utilizzati nei circuiti di refrigerazione dei frigoriferi e negli impianti di condizionamento) sono
considerati fra i principali responsabili del buco nell'ozono.
La discussione riguardante il buco dell'ozono rimane tutt'oggi aperta: dopo studi più approfonditi sulla meteorologia delle
zone polari, alcuni scienziati sostengono che il buco dell’ozono possa essere un fenomeno del tutto naturale che è legato
a particolari condizioni meteorologiche delle zone polari. Si è scoperto che la circolazione dell’atmosfera in Antartide è
simile a quella di un grande vortice: durante molti mesi dell’anno, esiste una massa d’aria, che è isolata dal resto
dell’atmosfera e che circola intorno al polo sud. Alla fine della primavera, il vortice si rompe e ciò determina l’afflusso di
aria con gran contenuto di ozono proveniente dalle zone tropicali. Quest’aria proveniente dalle zone tropicali è più ricca di
ozono perché la radiazione solare più intensa favorisce la formazione di questo gas nelle zone più calde. Lo spostamento
avviene spontaneamente perché l’aria della stratosfera migra dalle grandi altezze sopra i tropici, dove si forma
abbondante ozono, verso altezze minori delle regioni sopra i poli. Quando al polo sud torna il sole, il suolo riscaldandosi,
riscalda l’aria sovrastante povera di ozono che poiché è meno densa a causa del riscaldamento, sale fino a raggiungere la
stratosfera. Qui questa massa d’aria diluisce lo strato ricco di ozono presente in quel luogo spostandolo anche
lateralmente. Fenomeni come questo dove correnti d’aria, causate da variazioni termiche, salgono e scendono sono
normali e accadono a tutte le latitudini. I movimenti atmosferici che spostano masse d’aria da una zona ad un’altra del
globo terrestre non distruggono l’ozono, ma in maniera più semplice lo ridistribuiscono.
Questa teoria, basata sulle dinamiche atmosferiche esistenti sopra i poli, appare più rassicurante rispetto a quella che
riguarda alcune sostanze prodotte dall’uomo, ma ha tuttavia il difetto di non giustificare il motivo per cui il polo sud faccia
sempre più fatica a recuperare i normali livelli di ozono.
Le decisioni in sede internazionale
Le ricerche sui danni provocati dai raggi ultravioletti non schermati dall'ozono sono recenti e non hanno ancora dato
risultati definitivi. È comunque un dato di fatto che le radiazioni ultraviolette, soprattutto quelle a più alta energia, abbiano
effetti di mutazione genetica e siano quindi causa di tumori.
Già nel 1987, sotto la pressione delle associazioni ambientaliste, della comunità scientifica, dell'opinione pubblica e
dell'UNEP, venne firmato il protocollo di Montreal, che imponeva la progressiva riduzione della produzione di CFC.
L'accordo rimase tuttavia debole e poco efficace, anche perché molti paesi industrializzati non lo firmarono. Gli Stati Uniti
e l'Unione Europea dichiararono nel 1989 che avrebbero cessato la produzione dei cinque più comuni CFC entro il 2000,
e la decisione venne poi condivisa a Londra nel 1990 da altri 90 paesi, grazie anche alla costituzione di un fondo per
sostenere la conversione dai CFC ad altri prodotti. Ulteriori misurazioni di satelliti mostrarono però l'anno dopo che la
distruzione dell'ozono procedeva più velocemente di quanto si fosse stimato ed altri paesi si impegnarono a cessare la
produzione di CFC entro il 2010. Negli ultimi anni si sono avuti sia ulteriori, più rigorosi, accordi internazionali
(Copenaghen 1992, Vienna 1995, Montreal 1997, ecc.), sia periodiche verifiche scientifiche.
Ora la produzione di CFC è nulla e le emissioni sono quindi quasi nulle (a parte i vecchi impianti frigoriferi ed antiincendio
ancora in esercizio). Il "buco nell'ozono" sta però continuando ad aumentare data la stabilità della molecola di cloro e
probabilmente a causa del massiccio uso del bromuro di metile come pesticida "fumigante" in agricoltura.
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acqua
L’acqua: una emergenza ed una responsabilità
di Giuseppe Dini
L’acqua è un bene comune che appartiene alla vita, in particolare all’umanità
Occorre, per questo, assicurarne la gestione collettiva come uso, protezione e conservazione al fine di assicurare la vita di
tutti gli esseri umani, delle altre specie viventi ed anche per le generazioni future.
Non la pensano così le classi dirigenti dei paesi occidentali: tutti ne riconoscono l’importanza fondamentale per la vita, ma
dal momento che essa subisce una serie di processi tecnologici via via più complessi, essa viene considerata un bene
economico, sul quale va determinato un prezzo commerciale. L’acqua diventa quindi un bene di mercato ed è
assoggettata alle sue leggi e meccanismi, superiori ad altre considerazioni etiche quali la stessa solidarietà.
Di fatto nessuno però può negare la sua unicità legata alla sua insostituibilità. Dell’acqua non possiamo farne a meno, né
possiamo sostituirla con succedanei simili che non esistono. Proprio per la sua non sostituibilità, l’acqua quale bene
fondamentale non può essere oggetto a regolamentazioni seppure parziali, né tanto meno subire un valore di mercato.
Per assicurare l’accesso all’acqua in quantità e qualità, si sostiene che siano necessarie ingenti capitali reperibili solo sul
settore privato. Le esigenze di competitività, si sostiene, devono tendere a liberalizzare il mercato, giustificando così la
gestione privata dei servizi idrici.
Per quanto riguarda la presumibile superiorità della gestione privata dell’acqua, come efficienza, trasparenza e qualità, in
Marocco, Filippine, Bolivia, Francia e Inghilterra chi ne ha maggiormente avuto i benefici sono state proprio le grandi
imprese multinazionali private dell’acqua, a scapito degli stessi cittadini.
In effetti poi, la riuscita resistenza diremmo culturale nei confronti della privatizzazione, ha dimostrato che vi sono
soluzioni alternative possibili.
L’accesso all’acqua è un diritto umano e sociale imprescrittibile (senza prescrizioni)
Il fabbisogno stimato dei 40/50 litri pro capite giornalieri, certamente non può essere ridotto ad un bisogno di mercato, ma
è un diritto umano universale e imprescrittibile.
Oggi 1,5 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua, 2 miliardi non hanno servizi igienici, 3 miliardi non depurano le
acque reflue.
Una situazione che rischia di peggiorare a causa del continuo deterioramento della risorsa a motivo di:
- agricoltura intensiva che chiede eccessive quantità d’acqua per l’irrigazione (ciò comporta perdita d’acqua e
salinizzazione delle falde e dei terreni)
- inquinamento industriale delle acque e scorretta o mancata gestione dei rifiuti
- perdite nella distribuzione, produzione, uso della risorsa potabile
- sconsiderata costruzione di grandi dighe (sono 40.000 in tutto il mondo)
- cattiva gestione del territorio con conseguenti disastri naturali provocati per lo più dall’intervento umano.
In Italia quasi un terzo della popolazione nel sud e nelle isole non ha acqua in maniera regolare e sufficiente; tra i 15 paesi
europei la situazione è la peggiore.
Fornire ogni persona umana della congrua quantità d’acqua, diventa un dovere fondamentale della società, qualunque
siano i costi. Una gestione integrata e sostenibile dell’acqua ricava la sua efficacia dall’assunzione globale e integrante
dell’insieme dei costi, cioè si deve assicurare collettivamente tutti i costi destinati alla raccolta, consumo, conservazione,
distribuzione e riciclaggio delle acque, con lo scopo di garantire l’accesso a tutti. La stessa sopravvivenza di molte
persone è legata ad un accesso di base dell’acqua. La non disponibilità di un minimo di quantità e di qualità dell’acqua
porta circa il 70 % delle malattie nei paesi sviluppati e l’85% in quelli poveri. Ora muoiono 10.000 persone al giorno per la
mancanza o la pessima qualità dell’acqua. E si continua a non pensarci.
Evitare di trasformare l’acqua in “oro blu”
L’acqua disponibile sulla terra è sempre più qualitativamente ridotta a causa degli sprechi e degli abusi che ne facciamo.
Essa è comunque ancora sufficiente per essere garantita a tutti i popoli.
Nei paesi poveri la non disponibilità dell’acqua è causa della povertà, mentre nei paesi sviluppati è il modello
saccheggiatore della risorsa che la rende meno disponibile.
Abbiamo visto che più di 1,5 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile; nel 2015/2020 tale cifra salirà
intorno ai 4 miliardi su una popolazione di 8 miliardi, col conseguente aumento tariffario, per cui solo 2 miliardi potranno
averla in maniera regolare sia dal punto qualitativo che quantitativo.
Più le risorse diminuiscono, ma sarebbe meglio dire si deteriorano, più le persone che gravitano sullo stesso bacino
acquifero si mettono in conflitto, per avere più acqua e le migliori fonti. Tali fatti giocano un ruolo importante; se ci
pensiamo un attimo, i conflitti più emergenti ora sono quelli del Medio Oriente ed in Africa, dove abbiamo le risorse
d’acqua più scarse.
L’argomento fondato sulla mancanza di acqua, non è che una mezza verità; analisi diverse mettono in evidenza invece
altri fattori:
- rivalità etniche, razzismo e xenofobia
- nazionalismi
- lotte per l’egemonia regionale, politica, economica, culturale
Si pensi solo al conflitto che legato al bacino del “Giordano” che vede gli stati arabi contro gli israeliani. L’acqua è solo un
aspetto delle varie sfaccettature di questo conflitto. Stessa cosa per i bacini del Tigri ed Eufrate, tra Turchia e Iran, Iraq,
Siria; tra India e Pakistan per le acque del fiume Indo; tra Egitto e Sudan in merito al grande fiume Nilo.
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L’esperienza di questi 20 anni dimostra che se vogliamo far diventare l’acqua uno strumento di solidarietà e di pace è
necessario ostacolare vivamente:
- i signori del denaro che vogliono trasformare l’acqua in una merce da conquistare
- i signori della guerra che la usano per le loro ambizioni di potenza
- i signori della tecnocrazia che vedono solo gli aspetti di prestazione secondo i canoni della logica del rendimento del
capitale privato.
Riflettiamo su alcuni fatti
L’acqua ricopre il 71 % del pianeta. Circa il 97 % dell’acqua è salata, non utilizzabile, ed il 3% è acqua dolce; se a questa
togliamo quella dei ghiacciai e nevi polari, lo 0,26 % è acqua utilizzabile per l’uso umano, come dire che ¼ di litro su 100
litri.
Il ciclo dell’acqua rappresenta il suo percorso nella biosfera dall’altezza di 15 km ad una profondità di 5 km. L’acqua dolce
è rinnovabile proprio grazie a questo ciclo. C’è chi ha calcolato che grazie a questo, ogni anno evapora dagli oceani uno
strato di acqua spesso 1,4 metri. Quasi un terzo delle precipitazioni, circa 34.000 km cubi, ritorna nuovamente al mare;
questo deflusso è appunto la risorsa rinnovabile ed è la quantità disponibile e utilizzabile da parte dell’uomo in un anno.
Ne stiamo già usando il 35% per industria, irrigazione ed usi domestici, il 19 % per vari altri bisogni.
Le falde più facili da usare sono state già sfruttate e si tenta di captare acqua sempre più in profondità fino ad arrivare ai
cosiddetti bacini fossili, falde immagazzinate nel lontano passato e non più soggette a ricarica. Lungo la vecchia Flaminia
nei pressi di Cantiano ad esempio nell’estate del 2007 è stata utilizzata l’acqua di un bacino di acqua fossile scoperto
negli anni ’50 da Enrico Fermi, per rilasciare nel torrente Burano 300 litri di acqua al secondo in modo da ricaricare il
Metauro 30 km più a valle, dove si trovano le prese del potabilizzatore di Pesaro.
Secondo i dati FAO il consumo di acqua è così suddivisibile a livello mondiale: agricoltura 70%, industria 22%, uso
domestico 8 %. Secondo l’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) i prelievi di acque per i
principali usi nel 1998, su un totale 56.2 miliardi di mc, sono stati per l’agricoltura 46%, produzione elettrica
(raffreddamento) 19%, forniture idriche pubbliche 18%, industrie manifatturiere 17%.
Per ritornare ai 34.000 km cubi che ritornano al mare, se questa quantità fosse distribuita in modo equo potrebbe
garantire circa 8000 metri cubi all’anno a persona. Ma è sull’equo che ci sono le disparità. Il consumo di acqua è
decuplicato dal 1900 ad oggi. Si prevedono aumenti di popolazione del 45% nei prossimi 30 anni, ma l’aumento di acqua
potrà essere solo del 10 %. Il cambiamento climatico in atto è responsabile del 20 % della diminuzione globale di acqua.
Secondo le Nazioni Unite 3/5 dei 4,4 miliardi di persone dei Paesi in via di sviluppo non hanno infrastrutture igieniche e
quasi 1/3 non ha accesso all’acqua potabile.
Acqua e agricoltura
L’agricoltura di fronte ai millantati problemi di fame mondiale, sia per l’uso della chimica (prodotti fitosanitari), sia per la
diffusione sempre maggiore dei sistemi irrigui, garantisce non solo le necessità alimentari, ma anche il surplus di
eccedenze (Cina e India). Nonostante questo a livello mondiale, la superficie pro capite di terreni irrigati si sta riducendo.
Le attività irrigue hanno raggiunto il loro massimo da non più di un secolo, cioè da quando le maggiori dighe hanno
permesso la deviazione di enormi portate. Il tasso di irrigazione, dopo aver raggiunto il picco di 48 ettari per mille abitanti
nel 1978; nei successivi dieci anni è sceso del 6%, attestandosi su 45 ettari/abitante, con una tendenza a scendere che
sta accelerando. Molti terreni irrigati stanno aumentando il tasso di salinità tanto da impedire ulteriori coltivazioni e le rese
di quelli fertili è calata del 30%. L’uso di pesticidi e fertilizzanti portano conseguenze già note, ma nessuno pensava che
l’irrigazione portasse una lunga serie di sorprese; essa se non gestita correttamente provoca eccessiva impregnazione dei
terreni, impoverimento e inquinamento della risorsa, col conseguente aumento di salinità; tutti questi effetti possono
distruggere la fertilità stessa del terreno.
Si stima che intorno al 60 % di acqua prelevata per irrigazione non giunga mai alla coltura agricola; condutture difettose,
serbatoi perdenti o scoperti da non limitare l’evaporazione, canali a cielo aperto, annaffiatori automatici con difetti di
puntamento causano un notevole spreco della risorsa, ritornando però alla falda e trascinandosi i sali che scioglie nel
terreno. I guai peggiori non avvengono nei terreni drenanti, ma in quelli più poveri con elevate percentuali di argille. Un
esempio è il lago d’Aral, che ha perso il 75% della sua superficie dal 1960 ad oggi; tutto ciò a causa principalmente del
piano di coltura intensiva del cotone, per il quale furono deviati i due principali immissari. Era infatti così abbondante la
necessità di acqua che i pianificatori arrivarono a dichiarare che l'enorme lago era ritenuto uno spreco di risorse idriche
utili all'agricoltura e, testualmente, "un errore della natura" che andava corretto.
Vi sono molte soluzioni alternative e possibili per migliorare la produttività dell’irrigazione ottimizzando l’uso della risorsa,
tra cui, a solo titolo esemplificativo:
a) di carattere tecnico:
- applicazione delle metodiche della agricoltura biologica e biodinamica volte al risparmio globale con l’adozione di una
serie di azioni generiche e specifiche in tal senso
- livellamento del terreno per distribuire l’acqua in modo più uniforme
- erogatori efficienti per distribuire l’acqua uniformemente e con dispostivi di precisione per ridurre le perdite causate da
vento ed evapotraspirazione
- irrigazione a goccia per ridurre l’evaporazione e altre perdite d’acqua aumentando al contempo le rese unitarie.
b) di carattere gestionale:
- migliore programmazione temporale dell’irrigazione
- migliorare l’uso dei canali per erogazioni calibrate
- distribuzione dell’acqua secondo necessità delle colture e non della struttura di distribuzione
- metodi di aratura e lavorazione del terremo per conservare l’acqua in questo presente
- migliore manutenzione dei canali e dei fossi
- riciclo dell’acqua di drenaggio.
c) di carattere istituzionale:
- introdurre tariffe che favoriscano il risparmio idrico
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- adeguare le infrastrutture rurali
- migliorare la formazione e promuovere la diffusione.
d) di carattere agronomico:
- selezionare colture con resistenza alla siccità
- selezionare colture con elevate resa di crescita in rapporto al litro di acqua evaporato
- introdurre /reintrodurre la pratica delle consociazioni
- redigere un idoneo piano colturale tenendo un occhio anche a costi /disponibilità dell’acqua
- eliminare le coltivazioni pesantemente idro-esigenti che non siano effettivamente indispensabili, ma che diano origine,
all’estremo, a eccedenze o che comunque siano sostituibili con altre meno esigenti dal punto di vista della irrigazione
- considerare, anche con modelli e simulazioni, i costi dell’irrigazione e l’utilità marginale dell’ultimo quintale prodotto
grazie all’acqua
- valutare la dotazione salina del suolo.
Sul versante degli impatti ambientali connessi all’impiego dell’acqua in agricoltura ricordo:
- l’inquinamento da fertilizzanti e pesticidi
- il depauperamento degli acquiferi a causa di estrazioni selvagge. Forme di irrigazione molto spinta sono sinonimo di
agricoltura intensiva e conseguentemente di danneggiamento e distruzione di habitat naturali e semi-naturali o,
perlomeno della distruzione di agroecosistemi ad elevato valore naturalistico
- aumento dell’erosione dei suoli coltivati
- salinizzazione delle acque
- effetti paesaggistico ambientali provocati dalle infrastrutture per il trasporto, il sollevamento e la distribuzione di acqua.
Concessioni per l’uso dell’acqua
Nella provincia di Pesaro e Urbino la scarsità idrica dell’estate 2007 ha messo in evidenza che questa è una risorsa non
contabilizzata, che tutte le concessioni irrigue pompano come se non ci fossero limiti e sono tante quelle che sono prive di
contatore di misura, richiesto fin dalla vecchia legge Merli 319/1976, che in molti comuni non si è potuto giustamente
irrigare gli orti però si sono esclusi i campi sportivi; si irriga in pieno sole perdendo per evaporazione il 50 % dell’acqua
pompata.
La stessa ordinanza provinciale di fatto era inapplicabile senza leggi citate ne articoli di riferimento; mi sono permesso di
dirlo con fermezza anche allo stesso Presidente. All'ufficio acque della Regione Marche non hanno mai ricevuto un
verbale sulle concessioni, eppure le guardie ecologiche e del WWF, volontari e non stipendiati, sono arrivate a fare nella
sola provincia di Pesaro e Urbino oltre 10 verbali sulle concessioni, non applicando l'ordinanza del presidente della
provincia.
Inoltre sono stati censiti e dichiarati ben 30.000 pozzi privati, tutti attingono nel sottosuolo comune, ma non permettono
intanto la contabilizzazione dei consumi, nonostante che la normativa richieda il deposito dei consumi presso gli uffici
provinciali ogni sei mesi o annualmente; non si tratta solo di aggredire la stessa risorsa del sottosuolo e a fronte di un
eventuale risparmio dell’acqua potabile pubblica, si evitano i cosiddetti oneri di depurazione che si pagano appunto
sull’acqua contabilizzata dal contatore.
Tra i privilegiati dei canoni irrisori c’è anche la Città del Vaticano, la quale in base all’art. 6 del concordato, ha diritto di
avere tutta l’acqua che ha bisogno, senza pagare niente allo stato italiano. Con l’aggiunta nelle nuove norme italiane, dei
canoni di depurazione e di fognatura, la vicenda si complica e da quando Acea è stata quotata in borsa il contenzioso con
il comune di Roma è diventato manifesto. Intervengono il Ministero degli esteri ed i rappresentanti del Vaticano per la
somma reclamata dall’Acea fino al 2003 pari a 25.170.000 euro. La soluzione viene trovata e nella finanziaria del 2004
viene stabilito che 25 milioni di euro sono da versare, da parte dello stato, all’Acea fino al 2004, più altri 4 milioni per il
2005. Va detto che la Santa Sede con 783 abitanti (2005), consuma in un anno circa 5 milioni di metri cubi, quantità
sufficiente a dissetare 60.000 persone.
Le dighe
Più della metà dei grandi fiumi del mondo sono pericolosamente sfruttati, tanto che nel 1998 25 milioni di persone hanno
dovuto lasciare le loro case per inquinamento e svuotamento dei fiumi; questo numero ha superato quello dei rifugiati per
le guerre.
La diga più antica documentata fu costruita 4500 anni fa in Egitto ed era in terra, così come tutte le dighe fino all’avvento
del calcestruzzo. Ma gli interventi più impattanti si hanno quando l’uomo cominciò a costruire grandissime strutture ad alta
tecnologia, per imbrigliare le enormi portate dei fiumi. Nel XX secolo furono costruite 800.000 dighe di piccole dimensioni
e 40.000 grandi dighe con altezza superiore ai 20 metri, di cui più di cento superano i 150 metri. La Cina detiene il record
delle dighe costruite, seguita da Stati Uniti, ex Unione Sovietica, Giappone, India. Grazie a queste costruzioni è stato
imbrigliato più del 60 % dei fiumi mondiali; negli Usa solo il 2 % dei fiumi è libero, il Canada ha la “palma d’oro” delle
maggiori deviazioni di torrenti e fiumi, più di ogni altra parte del mondo.
Un tempo simbolo del dominio dell’uomo sulla natura, oggi le dighe sono cadute in discredito. Il problema è che esse
necessitano di bacini e quindi di terreno da allagare, sommergendo così colture e vegetazioni; diluiscono e facilitano
l’immissione nella catena alimentare dei pesci il tossico mercurio; contribuiscono, in particolare nella fase iniziale, a
rilasciare enormi quantità di anidride carbonica e metano a causa della vegetazione sommersa in decomposizione: è
quello che è avvenuto in quelle dighe che hanno sommerso enormi aree di foresta.
Inoltre lo spaventoso aumento di peso dell’acqua che gravita sul terreno deforma la crosta terrestre sottostante,
provocando a volte dei terremoti; ci sono prove in tal senso per almeno 70 casi.
Le dighe hanno enormi impatti ambientali sugli ecosistemi locali; il materiale alluvionato ricopre i letti fluviali ostruendo i
corsi d’acqua, impedendo a tanti fiumi di raggiungere il mare.
Favoriscono l’aumento dell’evaporazione, alterando i microclimi locali e aumentando sensibilmente la percentuale salina
dell’acqua. La stessa fauna ittica è messa in crisi soprattutto a valle delle dighe a causa delle scarse portate e le specie
migratrici, come i salmoni, spesso non riescono a raggiungere la loro destinazione. In Tailandia nella diga di Pak Mun
scomparvero tutte le 150 specie di pesce che vivono nel fiume Mun.
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Infine è stato calcolato che negli ultimi 60 anni la costruzione delle dighe ha provocato lo spostamento di 60/80 milioni di
persone, molto spesso senza alcun risarcimento e costretti a vivere ed ammassarsi alle periferie delle grandi città del
terzo mondo.
La Commissione Mondiale sulle dighe afferma che in India nel periodo successivo all’indipendenza, per la costruzione
delle dighe sono stati allontanati fino a 38 milioni di persone. In Guatemala, negli anni ’80 per costruire la diga di Chixoy fu
compiuto il massacro da parte dei soldati dell’esercito di 378 tra uomini, donne e bambini, indigeni Maya Achi che
chiedevano il giusto risarcimento per potersi spostare. Nel 1948 in Usa la diga di Garrison allagò gran parte della riserva
indiana del Nord Dakota, costringendo la maggior parte dei nativi ad andarsene. Per la diga di Resia (val Venosta) nel
Sud Tirolo, completata nel 1949, in Italia, le popolazioni locali subirono la stessa sorte.
Le dighe creano l’ambiente adatto allo sviluppo di parassiti, causando le malattie trasmesse dall’acqua. La malaria si
diffonde maggiormente nei pressi dei bacini artificiali. In Brasile dopo la costruzione della diga di Itaipù nel 1989 si
sviluppò una epidemia di malaria, già debellata al sud. Le malattie legate all’acqua causano 5 milioni di morti all’anno.
Nel tragitto del Metauro, il fiume delle Marche con bacino idrogeologico più grande pur con una portata media inferiore a
quella dell’Esino e del Tronto, sono state realizzate ben 12 centrali idroelettriche, di cui 7 Enel e 5 private. Il Furlo è la più
potente, essendo alimentata dalle acque più copiose del suo principale affluente Candigliano; essa ha installata una
potenza di 14 Mw sufficienti per alimentare 7000 famiglie. Possiede una diga realizzata nel 1922 con una altezza di 38
metri piantata nella gola del Furlo. A seguito del materiale di alluvionamento il bacino si è ridotto ad 1/3 della sua capacità.
C’è chi vorrebbe svuotarlo per recuperare il pietrame, senza però avere l’onere di smaltire l’enorme quantità di limo
presente, difficile fra l’altro da depositare da qualche parte.
Le leggi
E’ il Regio Decreto dell’11 Dicembre 1933, n.1775 la più importante tra le “leggi in materia” a cui fa riferimento il codice.
L’art. 1 definisce come pubbliche tutte le acque sorgenti, fluenti e lacuali, anche se artificialmente estratte dal sottosuolo,
sistemate o incrementate, le quali, considerate sia isolatamente per la loro portata o per l'ampiezza del rispettivo bacino
imbrifero, sia in relazione al sistema idrografico al quale appartengono, abbiano od acquistino attitudine ad usi di pubblico
generale interesse. Requisito fondamentale per cui un bene possa definirsi pubblico è quello dell’attitudine ad usi di
pubblico e generale interesse. L’interpretazione estensiva data a tale principio dalla Giurisprudenza, che ha finito per
riconoscere l’attitudine ad usi di pubblico e generale interesse per tutte le acque superficiali non di minima entità, ha
portato a riconoscere come beni idrici sorgenti, colatoi, fossati, ghiacciai, canali di enti territoriali. In base all’art. 103 (Titolo
II, Disposizioni speciali sulle acque sotterranee) della stessa legge, l’idoneità a soddisfare l’interesse generale pubblico è
prevista anche per riconoscere come pubbliche le acque sotterranee.
Pur affermando la natura pubblica del “bene acqua”, Il R.D. 1775 mirava a massimizzarne lo sfruttamento, incurante della
tutela della risorsa e della restituzione all’ambiente naturale, continuando a ritenerla un bene illimitato.
L’attuale sistema tariffario per le concessioni è tutt’oggi strutturato come previsto dal RD 1775/1933, ossia non
tiene conto del risparmio, della possibilità di riutilizzo e di restituzione di acqua non inquinata. Il costo del servizio
è, comunque, generalmente aumentato in misura significativa prevalentemente a causa dell’applicazione divenuta
obbligatoria della tariffa della fognatura e depurazione che viene addebitata anche quando il servizio non è erogato.
LA LEGGE GALLI
“Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa
che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le
aspettative ed i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Gli usi delle acque sono
indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse per non pregiudicare il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente,
l’agricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrologici”.
Questi enunciati sono i primi tre commi dell’art.1 della L.36/94, “Disposizioni in materia di risorse idriche”, meglio nota
come legge Galli. Queste premesse hanno fatto ben sperare in un’effettiva rivoluzione della gestione del patrimonio idrico,
componente fondamentale dell’ecosistema in cui viviamo. Questa “rivoluzione” era e resta assolutamente necessaria e
addirittura l’OCSE nel 1994 aveva espressamente invitato l’Italia (OCSE, 1994 - “Esame OCSE delle performance
ambientali”) a utilizzare l’acqua in maniera più efficiente, provvedere all’accorpamento di enti operanti nel settore dei
servizi idrici, investire maggiormente nell’approvvigionamento di acqua potabile, avviare una efficace manutenzione degli
impianti vecchi e nuovi, rendere operative al più presto le autorità di bacino. La legge Galli ha gettato le basi per una
gestione integrata dell’intero ciclo idrico, il cui costo sia interamente coperto dalla tariffa, venendo a risolvere la
molteplicità di gestione, la frammentazione del ciclo tecnologico, il divario tra le tariffe preesistenti ed il costo del servizio,
interamente a carico dello Stato e, perciò, dei contribuenti.
Il ciclo integrato (captazione, trattamento, distribuzione, fognature e depurazione) viene affidato ad un unico soggetto
con lo scopo di assicurare una gestione razionale dell’acqua riducendo gli sprechi e favorendo il risparmio ed il
riuso. Si stabilisce il principio che l’onere della gestione ricada sulla tariffa, elemento regolatore del sistema,
trasferendone il costo sull’utenza e sottraendolo alla collettività.
Col D.L.vo 152/1999 l’inquinamento delle acque diventa un reato sempre più difficile da dimostrare e ridotto comunque
alle sole sanzioni amministrative, seppure consistenti. Anche con le recenti normative il D. L.vo 152/2006 si continua a
parlare dei fiumi come corpi recettori; occorre comunque dire che è stato introdotto il concetto di analisi dei bioindicatori,
che sono considerati come elementi di prova.
Si introduce anche il concetto di minimo flusso vitale che è già di per sé una condizione assolutamente limitativa (forse
non sufficiente) per la tutela degli ambienti acquatici. Seppure richiesto, comunque non esistono ancora regole chiare per
la sua corretta contabilizzazione.
Le captazioni selvagge incidono notevolmente sulle particolari e vulnerabili biocenosi sorgentizie o dei tratti superiori dei
corsi d’acqua; non viene quasi mai garantito il minimo flusso vitale Le normative in tema di acque sono tante, con
conseguente difficile gestione legislativa delle singole problematiche; un esempio è il Piano Energetico Ambientale
Regionale (PEAR), che a fronte di dettagliate analisi, in tema di energia eolica ed altre forme di intervento energetico, per
il settore idrico sottolinea il solo recupero delle traverse esistenti, cioè dei vecchi mulini.
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Lo stato dei fiumi
Nel Monitoraggio sull’illegalità e sullo stato di salute dei fiumi italiani “Fiumeinforma” della Legambiente del maggio 2007,
indagine realizzata nell’ambito di “Fiumi Informa 2007” - campagna nazionale contro l’illegalità sui fiumi di Legambiente e
del Corpo forestale dello Stato, la situazione dei fiumi delle Marche viene definita “pessima”. Nel podio delle regioni a
maglia nera salgono la Sicilia con il 24%, le Marche con l’11%, ed il Lazio con il 10%.
I dati relativi alla nostra regione per i fiumi sono così espressi.
Nelle Marche dal 2003 al 2005 sono stati commessi a danno dei fiumi ben 333 illeciti, circa sette ogni mese, di cui 274
amministrativi e 59 penali. In generale si nota una tendenza alla diminuzione dal 2003 al 2006, solo parzialmente inficiata
dall’andamento del 2005, di poco superiore rispetto all’anno precedente. In ogni caso nel 2006 sia gli illeciti amministrativi
che le notizie di reato sono molto diminuite rispetto agli anni precedenti.
Come accade in molte altre regioni, anche nelle Marche il primato delle azioni non legali spetta alla pesca non
regolamentata, di cui sono stati individuati 171 casi nel quadriennio considerato, anche se si registra una significativa
diminuzione rispetto agli anni precedenti.
Seguono i reati di inquinamento, con 123 illeciti fra amministrativi e penali, e i reati di polizia fluviale (32), che
comprendono il furto di ghiaia e inerti dagli alvei dei fiumi, le opere idrauliche non a norma, le problematiche legate
all’accrescimento dei rischi idrogeologici, gli illeciti nelle aree demaniali sui fiumi, dei torrenti. Nelle Marche non ci si
macchia molto, invece, del reato di furto d’acqua, che si attesta sempre su livelli piuttosto bassi e che dal 2003 al 2006 è
stato riscontrato appena 7 volte.
I controlli che il Corpo forestale dello Stato ha effettuato nelle Marche sul territorio e alle persone sono stati 12.498, più di
8 al giorno. Tale azione sul territorio ha permesso di identificare e denunciare 52 persone e di effettuare 5 sequestri fra
amministrativi e penali. Sono diminuite, rispetto agli anni precedenti, le multe del 2006, ma molti sono ancora gli euro
notificati, per un totale di 304.831 in tutto il quadriennio. All’interno della regione Marche, la provincia che registra il
maggior numero di illeciti è senza dubbio Macerata, nella quale sono stati individuati soprattutto illeciti amministrativi legati
alla pesca illegale (25). Le altre province presentano totali e parziali molto simili, che segnalano illegalità a carico
soprattutto dell’inquinamento delle acque interne. Nella provincia di Macerata, con quasi 3 controlli al giorno, 868 in totale,
il Corpo forestale dello Stato mostra di essere più attento e presente sul territorio. Anche il numero di persone controllate,
669, e quello delle sanzioni amministrative, 36, non hanno eguali nella regione.
I consumi di acqua
Ogni giorno una persona consuma in litri: in Gambia 4,5, Mali 8, Usa 500, Inghilterra 200, poco più in Italia (Latina 692 litri,
Ascoli Piceno 127 litri); l’OMS raccomanda un consumo medio di 40 litri.
Nei paesi sviluppati ci vogliono a persona 15.000 litri annui per rimuove i residui umani (35 chili di escrementi e 5.500 litri
di urine); 120-160 litri per una doccia di tre minuti; 30 litri un carico di lavatrice; 80-120 litri lavare i piatti a mano; 20 litri per
bere cucinare; 16 litri per lo sciacquone; 6 litri per lavarsi i denti senza lasciare aperto il rubinetto in continuazione; 2 litri
per lavarsi le mani.
E poi ancora: 150.000 litri per costruire una Panda vecchio tipo; 40.000 litri per una tonnellata di carta e cartone; 29.000
per 1kg di cotone; 20.000 litri per una tonnellata di carne; 5.000 litri per 1kg di riso; 3.000 litri per un kg di zucchero di
canna; 1500 litri per un computer.
La gestione dell’acqua
Dietro questi consumi si affacciano notevoli interessi da smuovere mercati potenti.
La privatizzazione dell’acqua avviene in tre modi distinti.
- I governi vendono completamente i servizi di acquedotto e di depurazione alle società s.p.a e/o multinazionali, come si è
già verificato in Gran Bretagna
- in Francia le società diventano concessionarie del servizio idrico, ne sostengono i costi di esercizio e di manutenzione e
ne riscuotono i proventi, trattenendo le eccedenze come utile
- un modello di privatizzazione più contenuto, nel quale la s. p.a. riceve in appalto la gestione dei servizi idrici della
pubblica amministrazione, dietro il pagamento di una tassa amministrativa, senza però poterne riscuotere i pagamenti,
né raccogliere gli utili.
Tutti e tre i modelli sono un avvio alla privatizzazione; quello più adottato è il secondo, che permette una partnership
pubblico/privata.
Con questa privatizzazione, l’acqua diventa un prodotto, cui viene attribuito un prezzo e che viene posto in vendita sul
mercato per soddisfare la richiesta di coloro che possono pagarlo. Inoltre lo scopo è quello della massimalizzazione del
profitto, non certo quello di garantire la sostenibilità e l’accesso equo all’acqua; qui è la dinamica del mercato che si
impone. Una dimostrazione sono spesso gli aumenti vertiginosi delle bollette dell’acqua. Inoltre le privatizzazioni possono
portare ad una minore responsabilità pubblica, con la conseguente non più obbligata informazione di ciò che si sta
bevendo (Sant’Angelo in Vado, piena del novembre 2003).
Abbiamo già visto la doppia distinzione che si fa a livello internazionale sull’acqua:
- necessità/diritto, dove un minimo deve essere messo a disposizione per ciascun abitante del pianeta
- a bisogno, dove in quanto tale tutta la filiera dell’acqua, dalla captazione alla sorgente, alla raccolta e distribuzione e alla
depurazione fognaria, viene soggetta a trattamenti tecnologici che ne impongono una vera e propria mercificazione.
Il buon senso vorrebbe che in una situazione di crisi idrica l’acqua sfuggisse a logiche di tipo economico e fosse gestita
con tutte le attenzioni e le forme di controllo pubblico necessarie. Ma sta avvenendo esattamente l’opposto. L’acqua è
ritenuta un mercato ed in quanto tale soggetta alle sue leggi, con un prezzo di vendita determinato dai costi di produzione.
Nel mercato prima vengono gli interessi economici e poi i diritti delle persone, ma tutto questo può avere conseguenze
disastrose. Senza considerare che queste società andranno a gestire l’acqua in una situazione di monopolio,
determinando così i prezzi a proprio piacimento.
Come abbiamo già visto, in Italia tale situazione si è creata dopo la legge n.36 del 1994 (Legge Galli), che ha voluto e
proposto i cosiddetti ATO (Autorità Territoriale Ottimale).
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Si è assistito così ad una privatizzazione graduale del bene pubblico, senza fornire ai cittadini una corretta informazione di
quanto stava avvenendo. Ecco che le cosiddette Aziende Municipalizzate che si sono trasformate in S.p.A., quotate sul
mercato; proprio per questo la loro gestione non può che essere legata a leggi di mercato.
In Europa 12.000 imprese gestiscono il sistema, hanno 1 milione di dipendenti con un fatturato di 120 miliardi di Euro. A
livello mondiale due società multinazionali francesi detengono i posti più elevati nella classifica della gestione acque: la
Vivendi e la Suez; insieme si spartiscono oltre il 70% del mercato idrico mondiale operando in ben 130 nazioni.
Ma in Toscana un piccolo comune ai confini con la Liguria, Granaglione, assieme a 300 altri piccoli comuni iniziò la
“rivolta” contro la privatizzazione di quello che è ritenuto un bene di tutti. Pare che la stessa legge Galli sia prossima a dei
cambiamenti e si riproporrà, forse, il ritorno alla gestione pubblica dell’acqua.
L’acqua imbottigliata
In Italia sono presenti per legge le seguenti tipologie di acque alimentari:
- la potabile regolata dal D. Lvo n. 31/2001
- la potabile in bottiglia
- quella ultrafiltrata (filtrata tramite membrana osmotica), che viene proposta a caro prezzo, per i neonati e nei ristoranti in
caraffe
- quella di sorgente che è come la potabile, ma può subire dei lievi trattamenti (boccioni da 18 litri, 5 galloni)
- quella minerale, che è ritenuta un’acqua medicamentosa e viene legiferata con norme diverse.
Gli italiani sono i maggiori consumatori europei di acqua in bottiglia.
Il mercato internazionale è detenuto dalla Nestlè con la Perrier con il 30 % di tutto il mercato delle acque minerali mentre
la Danone seguita dalla Pepsi e Coca-Cola ne controlla il 15%. Il mercato delle acque in bottiglia è stimato a 22 miliardi di
dollari con una percentuale di crescita annua del 30%.
Le acque minerali, seppure legiferate con una normativa diversa da quella potabile, occorre dirlo, soffrono dei stessi rischi
di inquinamento di tutte le altre acque. Anzi a volte, come è già successo, le pressioni sui politici hanno permesso a
queste acque di avere parametri degli elementi contenuti a livello più alto di quelle potabili.
Nel 2001 il Ministero della salute aveva promosso una indagine sulle acque minerali col risultato che 200 marchi su 260
risultavano fuori norma: nel dicembre 2003 il Ministero recepisce la direttiva europea sulle acque minerali, ritoccando
proprio i valori del decreto del 2001, introducendo una soglia di tolleranza per una serie di sostanze a rischio. C’è stata
una pressione di lobbyng che ha permesso alle aziende di ottenere una normativa come se fosse un vestito su misura. Si
consideri che in Italia sono presenti 177 imprese e 304 marchi, con 190 stabilimenti e 12 miliardi di litri imbottigliati di cui 1
miliardo esportato. Le concessioni sono così irrisorie che nella sola regione Lombardia non riescono a pagare i dipendenti
dell’ufficio acque minerali; non solo, dato che la maggior parte sono imbottigliate in contenitori di Pet, i costi ricadono sulla
regione spendendo così più di quanto incassano con le concessioni.
Nel nostro Paese sono in commercio 304 marchi di acque minerali, ma l’84% del mercato - 3 miliardi di euro
complessivamente - è in mano a una dozzina di gruppi. I primi sono Sanpellegrino (Nestlé) e San Bendetto, il terzo è un
nome che non dice niente, la Compagnia generale di distribuzione (Cogedi), ma è quello che controlla i marchi Rocchetta
(il sesto marchio per volumi di vendita in Italia) e Uliveto (il nono). Le due aziende fanno capo a una finanziaria olandese,
la Chesnut Bv che, a sua volta, fa riferimento a una famiglia italiana, la De Simone Niquesa.
Rocchetta è arrivata a Gualdo all’inizio degli anni ’90. Nel 2005 ha imbottigliato oltre 400 milioni di litri d’acqua. L’azienda
paga alla Regione Umbria 0,0005 euro per ogni litro d’acqua imbottigliato (50 centesimi per ogni metro cubo, mille litri).
Poi noi ricompriamo quella stessa acqua, per esempio nei supermarket, a 55 centesimi la bottiglia, ovvero 37 centesimo al
litro. Fatti due conti, quei 400 milioni di litri generano qualcosa come 148 milioni di euro di fatturato. Per quella stessa
acqua Rocchetta ha pagato alla Regione Umbria nel 2005 circa 220 mila euro. Una miseria (Tratto dal sito “Fabrianopoli”).
Con la Danone questi 4 gruppi coprono il 70% delle minerali italiane.
Conclusioni
E’ necessario allora riconoscere un vero e proprio diritto all’accesso all’acqua di tutti gli esseri umani. L’OMS stabilisce a
40 litri pro capite il minimo necessario.
Eppure a livello internazionale si è fatto di tutto per modificare il “diritto/necessità” all’acqua con un minimo necessario
garantito a tutti, con il “bisogno” di acqua ed in quanto tale, da pagare nei suoi diversi trattamenti tecnologici. L’acqua da
risorsa di tutti diventa un bene su cui speculare.
Mi piace concludere questa nostra carrellata sull’acqua con una affermazione di Ursula Franklin, studiosa canadese,
ambientalista e pacifista molto conosciuta:
“Quella che si combatte ora è una guerra economica, nella quale i nuovi “nemici” sono la gente e la Natura ed i nuovi
territori da occupare sono i servizi pubblici indispensabili (che dovremmo possedere in comune, non a fine di lucro, in una
società democratica). Stiamo vivendo un’occupazione di tipo militare, con governi fantoccio che amministrano il paese
nell’interesse delle multinazionali e dei loro eserciti di seguaci del libero mercato”.
Contrada Saline di Penna S. Giovanni, 14 ottobre 2007
Bibliografia
Davide Pellanda Collana “Parole delle Fedi” “Acqua” EMI ed. Bologna 2006
Francesco Gesualdi “Acqua con giustizia e sobrietà” EMI ed. Bologna 2007-07-25
Martire Tiberi “ Acqua il consumo in Italia” EMI ed. Bologna 2006
CIPSI “Acqua Educazione Cittadinanza” EMI ed. Bologna 2006
Marq De Villiers “Acqua” Sperling & Kupfer ed. Milano 2003
Pasquale Merlino “Che acqua beviamo?”MA.C.AN.FRA ed 1999
Barlow Clarke “Oro Blu” Ariannna ed. Bologna 2004
Giuseppe Altamore “Qualcuno vuol darcela a bere” Fratelli Frilli ed. Genova 2003
Giuseppe Altamore “I predoni dell’Acqua” San Paolo ed. Milano 2004
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Giuseppe Altamore “Acqua spa” mondatori ed. Milano 2006
Luca Ramacci “Manuale di autodifesa ambientale del cittadino” Franco Angeli ed. Milano 2006
Sitografia
www.contrattoacqua.it associazione per il contratto mondiale dell’acqua
www.minambiente.it su Comitati e Commissioni vigilanza sulle risorse idriche
www.federutility.it Federazione imprese settore idrico
www.gruppo183.org gruppo di ricerca privato
www.acquaminerale.net acque minerali
www.mineracqua.it associazioni industriali acque minerali
www.acqua2o.it collezione etichette acque minerali
Possibili inquinanti dell'acqua potabile
da www.centroconsumatori.it/39v200d214.html, consultato il 5 marzo 2009
I nitrati
L’uso di concimi (minerali o organici, quali liquami o stallatico) fornisce al terreno un apporto di nitrati. Qualora questo
apporto risulti troppo consistente, esso non può venire completamente assorbito dalle piante, per le quali i nitrati
costituiscono una sostanza nutritiva importante. I nitrati in eccesso finiscono pertanto per penetrare nella falda freatica.
In Italia, il valore limite ammissibile del contenuto di nitrati nell’acqua potabile è pari a 50 mg per litro; tuttavia, per
l’alimentazione dei bambini di età inferiore ai 6 mesi si raccomanda di non usare acqua potabile con un tenore di nitrati
superiore a 25 mg per litro. Nel caso dei nitrati, il problema è costituito principalmente dal fatto che, nell’acqua stessa e
anche all’interno del nostro organismo, vi sono dei batteri che trasformano i nitrati in nitriti - i quali sono tossici e
ostacolano il trasporto di ossigeno alle cellule del nostro corpo attraverso il sangue. I nitriti sono particolarmente pericolosi
per i neonati, nei quali possono dar luogo a cianosi labiale (le labbra assumono cioè un colore bluastro causato da un
carente apporto di ossigeno). Combinandosi invece con le proteine che assumiamo con il cibo, i nitriti possono formare le
nitrosamine che sono ritenute cancerogene.
Anche un altro fattore d’inquinamento delle acque, cioè l’ammonio, penetra nella falda freatica in seguito all’uso eccessivo
di concimi; ad opera dei batteri, esso si trasforma in nitrati o nitriti (si parla in questo caso di nitrificazione). Viceversa,
l’ammonio può formarsi anche per un processo di riduzione dei nitrati (nel qual caso si parla invece di denitrificazione).
A causa della cattiva gestione delle discariche del passato (ci riferiamo alle discariche abusive!) possono penetrare nella
falda freatica, e quindi nell’acqua potabile, anche i metalli pesanti o i clorofluorocarburi derivanti dai rifuti.
Un problema particolare è costituito inoltre dai residui dei prodotti fitosanitari.
Foglio informativo: UA16
Rifiuti
La discarica di rifiuti
da Wikipedia, consultata il 1° marzo 2009
La discarica di rifiuti è un luogo dove vengono depositati in modo non selezionato i rifiuti solidi urbani e tutti i rifiuti
provenienti dalle attività umane (detriti di costruzioni, scarti industriali, eccetera) che non si è voluto o potuto riciclare,
inviare al trattamento meccanico-biologico (TMB) eventualmente per produrre energia tramite bio-ossidazione a freddo,
gassificare o, in ultima ratio, bruciare ed utilizzare come combustibile negli inceneritori (inceneritori con recupero
energetico o termovalorizzatori).
La normativa italiana col Dlgs. 36/2003 recepisce la direttiva europea 99/31/CE che prevede tre tipologie differenti di
discarica:
- discarica per rifiuti inerti
- discarica per rifiuti non pericolosi (tra i quali gli RSU, Rifiuti Solidi Urbani)
- discarica per rifiuti pericolosi (tra cui ceneri e scarti degli inceneritori).
La normativa definisce anche il piano di sorveglianza e controllo con i necessari parametri chimici, chimico-fisici,
idrogeologici, meteoclimatici e topografici da determinare periodicamente con una stabilita frequenza delle misurazioni.
L'uso delle discariche per il rifiuto indifferenziato deve essere assolutamente evitato. L'Unione Europea con la direttiva
sopra citata (99/31/CE) ha stabilito che in discarica devono finire solo materiali a basso contenuto di carbonio organico e
materiali non riciclabili: in altre parole, dando priorità al recupero di materia, la direttiva prevede il compostaggio ed il
riciclo quali strategie primarie per lo smaltimento dei rifiuti (del resto la legge prevede che la raccolta differenziata debba
raggiungere il 65% entro il 2011). Infatti, i residui di molti rifiuti, soprattutto di RSU organici, restano attivi per oltre 30 anni
e, attraverso i naturali processi di decomposizione anaerobica, producono biogas e numerosi liquami (percolato)
altamente contaminanti per il terreno e le falde acquifere per cui il conferimento senza preventivo trattamento di
compostaggio è da evitarsi. Dati gli enormi tempi di degradabilità dei materiali normalmente conferiti in discarica (come le
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plastiche e ancor peggio i rifiuti pericolosi) è ragionevole stimare la possibilità di rilevare tracce di queste sostanze dopo la
chiusura di una discarica per un periodo che va fra i 300 e i 1000 anni, per cui andrebbero trattati differentemente.
Alcuni paesi come la Germania, l'Austria e la Svizzera hanno eliminato il conferimento in discarica di rifiuti non trattati e le
discariche sono utilizzate principalmente per lo stoccaggio delle ceneri dei termovalorizzatori o dei residui degli impianti di
trattamento biologico e compostaggio.
Attualmente lo smaltimento in discarica in Italia è il principale metodo di eliminazione dei rifiuti, in quanto è semplice ed
economico. Dati relativi al 2004 indicano che il 51,9% dei rifiuti totali prodotti è stato smaltito in discarica. L'uso della
discarica è molto intenso nei paesi poco sviluppati, mentre la tendenza generale è volta a limitare il conferimento in
discarica applicando attivamente politiche di riduzione, riuso e riciclo, e sfruttando tecnologie quali il compostaggio e
l'incenerimento per i residui.
Dal punto di vista dell'emissione in atmosfera di gas responsabili dei cambiamenti climatici, le discariche per rifiuti non
pericolosi e quelle per rifiuti pericolosi risultano nocive se il rifiuto non viene preventivamente trattato e/o differenziato
(come spesso capita). È’ infatti scientificamente provato dall'organizzazione internazionale sui cambiamenti climatici,
IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) che i rifiuti in discarica causano emissioni ad alto contenuto di
metano e anidride carbonica, due gas serra molto attivi; una moderna discarica deve pertanto prevedere sistemi di
captazione di tali gas (in particolare il metano, che può essere usato anziché disperso in atmosfera).
I problemi delle emissioni di gas possono tuttavia essere ridotti o eliminati con l'adozione di tecniche costruttive specifiche
e con il pretrattamento dei rifiuti: in particolare la raccolta differenziata di quanto riciclabile e della frazione umida
(responsabile delle citate emissioni liquide e gassose), e il cosiddetto trattamento a freddo mediante cui si accelera la
decomposizione dei rifiuti prima del conferimento in discarica. Come detto, la stessa Unione Europea vieta il conferimento
di materiale organico in discarica.
Anche in una discarica moderna, si riesce a recuperare solo il 40% circa del metano, mentre il resto viene disperso. [4] È
pertanto importante che la frazione umida dei rifiuti venga raccolta in modo differenziato o che comunque i rifiuti
subiscano compostaggio e/o trattamento meccanico-biologico (vedi gestione dei rifiuti) prima del conferimento in discarica
(questi processi permettono di recuperare il 100% del metano dato che avvengono in reattori chiusi).
A titolo di esempio, da una discarica di circa 1.000.000 di metri cubi che cresce di 60.000 mc ogni anno (pari a circa
51.000 t/anno), si possono estrarre quasi 5,5 milioni di metri cubi di biogas all'anno (oltre 600 mc ogni ora).
Gestione di una discarica di rifiuti
Se la discarica è progettata e costruita correttamente, i rifiuti devono comunque rimanere sorvegliati per almeno 30 anni
dopo la sua chiusura. Nel frattempo l'area è utilizzabile per altri scopi (in genere il terreno superficiale può essere usato
per la crescita di piante).
Se la progettazione di una discarica è importante, non meno lo è la sua gestione. Infatti ogni discarica viene progettata
per accogliere determinati rifiuti (inerti, non pericolosi o pericolosi) e quindi, salvo modifiche successive, deve accogliere
solo quel tipo di rifiuti. Ogni discarica è progettata per accogliere un determinato volume di rifiuti e quindi ha una vita
limitata, che può essere sì prolungata, ma non protratta indefinitamente. Anche le procedure di trattamento e di messa a
dimora dei rifiuti devono essere eseguite in modo da non compromettere la sicurezza per chi vi opera e da non favorire
fenomeni di inquinamento.
L'inquinamento ambientale legato a una discarica ben controllata e gestita può essere sensibilmente ridotto (anche per
quanto riguarda i gas serra), oltre che attuando l'opportuna preselezione del materiale da conferirvi, sfruttando l'utilizzo
della frazione compostabile per la produzione di biogas e ammendante agricolo. Vi sono comunque inconvenienti come la
deturpazione del paesaggio e la necessità di sorvegliare l'area per un certo periodo di tempo dopo la cessazione
dell'attività, oltre all'occupazione del terreno, che diviene inutilizzabile per altri scopi dopo la dismissione della discarica,
che pure può essere trasformata in un'area verde.
I rifiuti solidi e la società
Esistono, specialmente in Italia, numerose discariche abusive (inquinanti e pericolose), non controllate, spesso connesse
con attività mafiose come la camorra per il lucroso traffico illegale dei rifiuti (ecomafie).
Dal punto di vista energetico i rifiuti solidi sono molto più efficientemente trasformati se li si recupera e ricicla con tecniche
moderne. Altra possibilità è l'incenerimento che comunque necessita di discariche per i residui (le ceneri, rifiuti pericolosi e
pari a circa 10% in volume e 30% in peso del rifiuto introdotto) non riutilizzati e per il materiale non combustibile non
recuperato (cosiddetto inerte). Dal punto di vista ambientale entrambe le tecniche di smaltimento (discarica e
termovalorizzazione) possono essere considerate un male minore, da limitare in favore delle tecniche di recupero e
riciclaggio. Tuttavia, anche una società educata alla minore produzione di rifiuti, al loro massimo riutilizzo e riciclaggio, non
potrà mai fare a meno di un certo numero di discariche.
In Italia l'onere della gestione e del trattamento dei rifiuti è caricato sui bilanci dei comuni, che finanziano questo servizio
con un'apposita tassa per la spazzatura (la Tarsu). In genere essa è proporzionale ai metri quadri dell'abitazione e al
numero delle persone che vi risiedono, ma sarebbe più corretto valutare l'effettiva produzione di rifiuti
differenziati/indifferenziati come avviene in alcuni comuni più virtuosi, dove la tassa è sostituita dalla Tariffa di igiene
ambientale (Tia), a norma di legge.
La spesa principale consiste nel costo di trasporto (operatori e camion) dalle utenze fino alla discarica, che di solito è sita
in territorio demaniale, di proprietà dello stesso comune. Se la spazzatura è depositata nel terreno di un privato o di un
altro comune, i rifiuti vengono pesati e viene pagato un corrispettivo proporzionale al volume e/o peso introdotto in
discarica. Il costo è quindi proporzionale alla produzione di rifiuti.
La permanenza dei rifiuti per lunghi periodi di tempo in discarica (su terreno demaniale) comporta pochi oneri economici di
gestione, se non ci si preoccupa dell'impatto ambientale. La saturazione delle discariche, con la conseguenza di non
potervi più conferire rifiuti, è una questione molto attuale che tra l'altro rappresenta una delle principali cause del
cosiddetto "turismo dei rifiuti", che comporta spesso lunghi viaggi in attesa dello smaltimento finale: emblematico e
paradossale è ad esempio il caso della Campania che, in virtù di una cosiddetta «emergenza rifiuti», in corso ormai da
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molti anni, ha esportato centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti in altre regioni italiane e persino all'estero, proprio
mentre, recentemente, veniva ribadita l'importanza dell'autonomia delle singole province nella gestione dei rifiuti.
Costi e (dis)incentivazione
Le discariche, se non progettate, realizzate e gestite nel migliore dei modi, sono il peggior sistema possibile per lo
«smaltimento» dei rifiuti, anche perché il loro costo pressoché nullo le rende enormemente convenienti finanziariamente e
molto più facili di qualunque altra soluzione di gestione dei rifiuti. Le discariche moderne hanno dei costi superiori, che
però da soli non bastano a renderle meno convenienti economicamente di altre soluzioni, mentre è necessario che i costi
delle soluzioni di smaltimento di rifiuti siano inversamente proporzionali alla loro priorità nel sistema integrato.
In Italia, specialmente dopo che la finanziaria 2007 ha abolito parzialmente i contributi ai nuovi inceneritori (si veda la voce
inceneritore) si è temuto che il ricorso alla discarica torni ad aumentare; più in generale, il conferimento in discarica del
rifiuto indifferenziato è da scoraggiare fortemente per incentivare il riciclo, e a questo scopo – fermo restando che il primo
obiettivo è eliminare le discariche abusive e quelle non a norma – è utile imporre una «ecotassa» apposita sul
conferimento in discarica; queste tasse (imposte al gestore e non direttamente ai cittadini) in Italia variano da 1 a 25 €/t a
seconda della regione, mentre in Europa vanno dai quasi 90 €/t massimi in Austria (a seconda del tipo di rifiuto e del tipo
di discarica) all'assenza di tasse in Germania.
Gli inceneritori
da Wikipedia, consultata il 22 febbraio 2009
Gli inceneritori sono impianti principalmente utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti mediante un processo di combustione
ad alta temperatura (incenerimento) che dà come prodotti finali un effluente gassoso, ceneri e polveri.
Negli impianti più moderni, il calore sviluppato durante la combustione dei rifiuti viene recuperato e utilizzato per produrre
vapore, poi utilizzato per la produzione di energia elettrica o come vettore di calore (ad esempio per il teleriscaldamento).
Questi impianti con tecnologie per il recupero vengono indicati col nome di inceneritori con recupero energetico, o più
comunemente termovalorizzatori.
Il termine termovalorizzatore, seppur di uso comune, è talvolta criticato in quanto sarebbe fuorviante. Infatti, secondo le
più moderne teorie sulla corretta gestione dei rifiuti gli unici modi per "valorizzare" un rifiuto sono prima di tutto il riuso e
poi il riciclo, mentre l'incenerimento (anche se con recupero energetico) costituisce semplice smaltimento ed è dunque da
preferirsi alla sola discarica di rifiuti indifferenziati. Si fa notare che il termine non viene inoltre mai utilizzato nelle
normative europea e italiana di riferimento, nelle quali si parla solo di "inceneritori".
Emissioni
Il valore delle emissioni viene misurato "al metrocubo di fumi" cioè per concentrazione, e non sui valori totali.
I limiti di concentrazione degli inquinanti imposti dalla normativa sono riferiti al metro cubo di fumi e non all'emissione
totale. Pertanto, bruciando più rifiuti si ottengono più fumi e quindi più emissioni inquinanti, ma si rimane sempre nei
parametri di legge.
Detto in altri termini, i limiti sono relativi alla concentrazione dell'inquinante all'emissione, ma non al flusso di massa:
quindi si occupano della qualità dell'emissione, per incentivare l'adozione delle migliori tecnologie disponibili, ma non della
quantità delle emissioni cioè dell'impatto complessivo sull'ambiente. Per tale motivo, le norme non garantiscono
necessariamente un valore di concentrazione degli inquinanti "sicuro" in base a studi medici ed epidemiologici sull'effetto
degli inquinanti, ma si riferiscono ai valori che è possibile ottenere tecnicamente con gli impianti migliori.
I limiti sulle emissioni non sono stabili ma vengono adeguati nel tempo in base alle tecnologie di abbattimento degli
inquinanti disponibili sul mercato, seppure con l'inevitabile ritardo dovuto ai tempi legislativi. Spesso però tali limiti
vengono richiesti solo per la costruzione di nuovi impianti, mentre agli impianti già esistenti vengono concesse lunghe
deroghe.
Nonostante le normative vigenti, non sono comunque mancati casi di impianti, come quello di Brescia, in cui si siano
rilevate alcune infrazioni per il mancato rispetto di normative o per il superamento del tonnellaggio di rifiuti inceneriti
originariamente ammesso. È comunque difficile che l'accertamento di un'infrazione sfoci in provvedimenti molto severi
come il sequestro dell'impianto, perché in tal caso si potrebbe creare un'emergenza rifiuti molto pericolosa. Fra febbraio e
giugno del 2007, tuttavia, l'inceneritore di Trieste è stato posto sotto sequestro per il superamento dei limiti di legge
riguardanti le emissioni di diossine, superiori anche di 10 volte il limite autorizzato.
L'adeguamento dei vecchi impianti alle nuove normative procede a rilento, ed è solitamente collegato agli ampliamenti
degli impianti. Da ciò deriva che spesso impianti di piccole dimensioni hanno emissioni (riferite al metrocubo di fumi e non
al flusso totale) maggiori di impianti più grandi.
Problematiche sanitarie
Gli aspetti sanitari relativi alle ricadute sulla popolazione di una data attività umana non possono essere valutati
solamente sulla base dei valori di emissione al camino (o allo scarico per inquinanti liquidi). In altri termini, fra i valori di
emissione e l'effetto sulla salute possono inserirsi altri fattori, direttamente influenzati dalle emissioni ma intermedi fra
"emissione" e "salute". Tali inquinanti "intermedi" sono detti inquinanti secondari per distinguerli dagli inquinanti primari
direttamente emessi dagli impianti. Risulta ad esempio noto dalla chimica ambientale che alcuni inquinanti di estrema
importanza per la salute sono inquinanti secondari (come l'ozono, non prodotto dalla combustione ma generato
dall'interazione fra inquinanti primari derivati dalle combustioni e radiazione solare). Un approccio sanitario completo deve
(o dovrebbe) quindi valutare anche gli inquinanti secondari, cosa però molto difficile in pratica. Anche per questo motivo ci
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si limita pertanto agli inquinanti primari (facilmente rilevabili in quanto misurabili al camino o allo scarico) e, per gli
inceneritori, le indagini considerano in primis le diossine ed i metalli pesanti.
Sono stati effettuati numerosi studi per analizzare l'incidenza di tumori nei dintorni di impianti di incenerimento. I risultati
sono al momento ancora contrastanti.
Studi epidemiologici, anche recentissimi, condotti in paesi sviluppati e basati su campioni di popolazione esposta molto
vasti, evidenziano una correlazione tra patologie tumorali (sarcoma) e l'esposizione a diossine derivanti da inceneritori e
attività industriali.
Altre indagini epidemiologiche prendono in particolare considerazione gli inceneritori come fonte d'inquinamento da metalli
pesanti, ed eseguono accurate analisi considerando sia fattori socio-economici sia le popolazioni esposte nelle precise
zone di ricaduta (mappe di isoconcentrazione tracciate per rilevamento puntuale e interpolazione spaziale col metodo di
kriging). L'analisi, accurata pur se limitata solo ad alcune popolazioni, evidenzia inequivocabilmente aumenti
statisticamente significativi di patologie tumorali, ad esempio nelle donne residenti in zona da almeno cinque anni. Nello
studio viene ugualmente rilevata l'esposizione ad ossidi di azoto (NOx).
Ma, in questo ambito, gli studi sono controversi e discordanti: a titolo di esempio uno studio effettuato in Gran Bretagna,
con lo scopo di valutare l'incidenza di varie tipologie di cancro in una popolazione che vive in prossimità di impianti di
incenerimento, ha evidenziato che il rischio aggiuntivo di contrarre il cancro dovuto alla vicinanza degli inceneritori è
estremamente basso. Sempre lo stesso studio rileva che un moderno inceneritore influisce sull'assorbimento umano
medio di diossina in percentuale inferiore all'1% dell'assorbimento totale derivato dall'insieme delle emissioni ambientali
(come precedentemente rilevato l'assorbimento di diossina avviene principalmente con la dieta). Inoltre, riguardo a
specifiche patologie tumorali, lo studio afferma che non c'è evidente correlazione tra l'esposizione alle emissioni degli
inceneritori e l'incidenza di cancro allo stomaco, all'apparato gastrointestinale e ai polmoni; i fattori socio-economici hanno
un ruolo determinante. Sull'incidenza dell'angiosarcoma, lo studio in questione evidenzia che non è possibile effettuare
alcuna correlazione a causa della mancanza di informazioni sull'accuratezza della diagnosi effettuata sulla popolazione
generale; comunque la commissione di studio è giunta alla conclusione che non c'è alcuna prova più generale
dell'esistenza di aggregati e non sono necessari ulteriori studi nel breve termine. Sempre in Gran Bretagna, nel 2008 la
British Society for Ecological Medicine (BSEM) ha pubblicato uno studio avente l'obiettivo di riassumere i risultati dei
principali studi epidemiologici e dimostrare gli effetti nocivi degli inceneritori sulla salute. Tale studio è stato ampiamente
criticato dall'Health Protection Agency britannica che ha accusato la BSEM di aver utilizzato per le sue conclusioni
solamente gli studi scientifici con risultati favorevoli alle conclusioni volute, tralasciandone altri con opposte vedute.
Sull'effetto dei metalli pesanti dispersi dalla combustione di rifiuti pericolosi sulla salute della popolazione si rileva che le
emissioni non si limitano alle sostanze aerodisperse, ma possono riguardare anche le acque o i siti di stoccaggio delle
ceneri.
Uno studio britannico ha analizzato la distribuzione del piombo e cadmio derivato dalle emissioni di polveri sottili di un
inceneritore per fanghi di depurazione evidenziando che nelle adiacenze dell'inceneritore si rilevano picchi maggiori di
concentrazione, seppure l'impatto sia relativamente piccolo rispetto alle altre attività antropiche nella zona oggetto di
studio.
In Italia, negli anni 2001-2004, è stato commissionato dal Ministro dell'Ambiente Altero Matteoli uno studio sulla
Sostenibilità ambientale della termovalorizzazione dei rifiuti solidi urbani, svolto dal dipartimento di Fisica tecnica
dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" e dal dipartimento di ingegneria impiantistica dell'Università di Perugia.
Secondo i resoconti della Commissione Ambiente e Territorio dell'epoca «la tecnologia di termovalorizzazione è ormai
affidabile e sostenibile, [...] Inoltre, quando gli impianti sono a norma, i rischi di insorgenze di malattie tumorali nella
popolazione sono stati abbattuti drasticamente. [...] i rischi di carattere sanitario connessi alla realizzazione di
termovalorizzatori di ultima generazione sono assolutamente trascurabili».
Tale studio è stato criticato sia in Commissione, sia da soggetti esterni che hanno rilevato come esso trascuri
completamente le problematiche ambientali e non specifichi quali siano i parametri e indicatori di tale compatibilità
ambientale di tali impianti.
Produzione, raccolta differenziata e riciclaggio
di Claudio Orazi
Prima di scendere nell’analisi delle soluzioni allo smaltimento dei rifiuti, riportiamo alcuni dati:
La produzione di rifiuti speciali (quelli provenienti da attività produttive non assimilati a quelli urbani) nel 2006 in Italia è
stata di 137,72 milioni di tonnellate (di cui 9,2 milioni pericolosi e 52,08 da costruzione e demolizione) pari ad una
produzione per abitante/anno di 2278 Kg.; la produzione di rifiuti urbani (o assimilabili) nel 2006 in Italia è stata di 32,50
milioni di t. (32, 54 nel 2007) pari a 550 kg/ab/anno (546 nel 2007).
Se si considera che solo il 54,7% dei rifiuti speciali non pericolosi viene riciclato attraverso il recupero di materiali (52.3%)
e energia (2,4%), e solo il 18,5% dei rifiuti speciali pericolosi viene recuperato, mentre del 60% non si conosce la
destinazione di smaltimento, si capisce subito che il principale problema in Italia è la gestione dei rifiuti speciali (vedasi note
vicende in Campania ed altre parti dell’Italia, inclusa la ns. Provincia, nonché il terzo mondo, es. Somalia). Tuttavia poiché la
gestione dei rifiuti speciali, al di là dei necessari controlli e della predisposizione delle piattaforme di smaltimento, non è
demandata agli enti locali, ma è affidata dalle leggi nazionali alle aziende che li producono, non tratteremo questo
argomento in questa sede. Si tratta di un tema che comunque merita una riflessione, in considerazione dei settori produttivi
presenti nel territorio provinciale (nautica, mobile, lavorazione e trattamento di metalli, fonderie, ecc.) e dell’impatto delle loro
attività sull’ambiente.
La produzione dei rifiuti urbani nelle Marche è stata nel 2006 di 868.375 t. (875.120 nel 2007) pari a 565 kg/ab/anno (563
nel 2007) rispetto ad una media italiana di 550 (546 nel 2007); una produzione che ci vede nelle posizioni più alte della
classifica italiana (704 kg/ab/anno Toscana e 401 kg/ab/anno Basilicata). La raccolta differenziata vede le Marche al
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19,5% (21% nel 2007), rispetto ad una media italiana del 25,8% (27,5% 2007); nelle posizioni di testa si trova il Trentino A.A.
con il 49,1% (53,4% 2007) e ed in fondo il Molise (dopo la Sicilia) con il 5% (4,8% 2007).
All’interno della regione Marche la provincia di Pesaro e Urbino nel 2007 era seconda con il 21,3% (dopo la provincia di
Macerata con il 22,7%) per raccolta differenziata, ma prima con 618,6 kg/ab/anno (526,4 Macerata) per produzione di rifiuti.
Il Italia la provincia più riciclona è Treviso con il 69,1%.
Nella provincia di Pesaro e Urbino nel 2007 si colloca in testa la città di Pesaro con il 34,9% mentre Fano è al 19,6% e
Urbino al 16,8% (dati che potrebbero essere molto cambiati nel 2008 visto l’impulso che ha avuto la r.d. a Pesaro, Piobbico,
Urbino, Fossombrone ecc). Nelle Marche a svettare tra i comuni cicicloni c’è Montelupone con il 67,93% seguito da Porto S.
Elpidio 56,19%; in Italia in testa ci sono. Civezzano 81,21% e Castiglione d’Asti 73,9%.
Dal quadro illustrato e dai dati disponibili (fonte Ispra, Prov.di PU, Rapporto comuni ricicloni 2008) si evidenza che vi sono
ampi margini per incrementare la raccolta differenziata e ridurre la produzione dei rifiuti se sono messe in atto politiche
decise e chiare con queste finalità.
La R.D. è provato essere il sistema di smaltimento più vantaggioso da ogni punti di vista (economico, ambientale,
energetico), mentre il sistema di raccolta differenziata di prossimità o il “Porta a Porta” rappresentano nella R.D. la
metodologia più efficace e meno onerosa (al di sopra di certe %, mediamente il 50%) che permette di raggiungere i risultati
migliori, vicini a quell’ “obiettivo RIFIUTI ZERO” che si sono dati i Comuni Virtuosi che hanno aderito alla campagna che
porta lo stesso nome. L’esperienza del centro di VEDELAGO testimonia che è possibile avviare al riciclaggio ed al recupero
quasi il 100% dei rifiuti urbani non pericolosi, evitando di inquinare l’ambiente e mettere in pericolo la salute dei cittadini.
Mentre tutte le province marchigiane tra il 2007 ed il 2008 hanno profuso un grande impegno per incrementare la R.D. la
provincia di Pesaro ed Urbino ha lasciato all’iniziativa dei comuni il compito del raggiungimento degli obiettivi obbligatori di
legge che sono i seguenti.
Legge 27 dicembre 2006, n. 296: 40% entro il 2007, 50% 2008, 60% 2011; Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152: 35%
entro il 2006, 45% 2008, 65% 2012.
Il P.P.O.R. approvato nel 2001 che doveva coordinare le politiche di raccolta, gestione e smaltimento dei rifiuti in ambito
provinciale ha fallito i suoi obiettivi perché è stato in larga parte inattuato, per indifferenza e incapacità da parte degli
organismi amministrativi provinciali. Fino ad oggi l’intervento più significativo è stato l’impianto di compostaggio nella
discarica di Ca’ Asprete, che lavora a regime ridotto a causa della mancanza di materiale, dato che la raccolta separata
dell’umido viene effettuata solo in pochi comuni.
Altro elemento che non ha permesso alla provincia di Pesaro di raggiungere i livelli di altre province italiane è la mancata
istituzione dell’A.A.T.O dei rifiuti, cioè dell’Autorità d’Ambito che raggruppa i comuni della provincia (similmente a quanto
avviene per la gestione risorse idriche) e che ha il compito di coordinare le tariffe, ed individuare gli investimenti. I comuni
sono lasciati soli nel programmare le scelte inerenti al servizio di raccolta e smaltimento di R.S.U., e sono spesso succubi,
per insufficienza di risorse e per impreparazione tecnica, alle scelte o alle proposte dei gestori (Aset, Natura, Marche
Multiservizi).
Le esperienze avviate in ambito provinciale, ma anche in province limitrofe (vedasi Consorzio CIR 33 - Vallesina) dimostrano
che la raccolta domiciliare con il sistema del P.a.P. o di prossimità sono efficaci se riguardano la quasi totalità dei rifiuti, e se
sono applicate in ambiti che coinvolgono un elevato numero di utenti. Significative le esperienze dei comuni di Pesaro,
Fano (che però procede al passo di lumaca!) e Piobbico.
Altre scelte fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi sono:
- la modulazione dell’ecotassa regionale, in funzione del risultato raggiunto;
- campagne massicce, puntuali e ripetute di sensibilizzazione, informazione e formazione di cittadini ed utenti; l’applicazione
di sanzioni quando il servizio è a regime; la raccolta domiciliare di vetro, carta, plastica, metalli e umido;
- la raccolta domiciliare o con cassoni stradali controllati (o con chiave) dei rifiuti domestici ingombranti e degli scarti di orto e
giardino;
- l’applicazione di una tariffa puntuale sul secco residuo non differenziato (che può essere conteggiata sul volume o sul
peso);
- l’eliminazione dei grossi contenitori stradali (2000/2500 lt.) per l’indifferenziato e per i rifiuti raccolti a domicilio;
- l’esistenza di piattaforme di conferimento di ogni tipologia di rifiuto nel territorio comunale o comprensoriale;
- l’erogazione, prima dell’applicazione della tariffa puntuale, di incentivi sui rifiuti differenziati.
Visti i dati di raccolta differenziata e visti gli obiettivi di legge diventa prioritario in ambito provinciale:
- redigere ed approvare molto in fretta (con il contributo e la partecipazione di cittadini e associazioni) un nuovo P.P.O.R.,
che tenga conto della recente normativa regionale e nazionale e delle esperienze di R.D. in ambito nazionale ed europeo;
- istituire l’A.A.T.O. dei rifiuti con autonomia politica e gestionale rispetto all’ente Provincia di Pesaro;
- realizzare in applicazione del nuovo P.P.O.R. gli impianti di trattamento dei rifiuti che servono al raggiungimento degli
obiettivi di legge e dell’obiettivo finale “RIFIUTI ZERO;
- esprimere un deciso rifiuto alla costruzione di impianti di incenerimento di rifiuti o di C.D.R. o di ecoballe;
- vincolare i prossimi eventuali ampliamenti delle discariche esistenti al raggiungimento degli obiettivi di R.D. di legge nel
bacino di raccolta dei rifiuti di cui la discarica fa da collettore.
Imballaggi, riduzione dei rifiuti
Anche per questo punto partiamo dai dati.
La produzione di imballaggi in Italia nel 2007 è stata di 12.377.000 t. con un incremento del 2% rispetto al 2006 (12.174.000
t.). Di questi è stato recuperato il 67% pari a 8.402.000 (di cui 7.135.000 t. con riciclaggio e 1.238.000 t. con recupero
energetico) pari ad un incremento del 4,6% sul 2006 (8.036.000 t.). Gli obiettivi di legge (d.l. 152/06) per il 2008 sono i
seguenti: vetro carta e cartone 60%, metalli 50%, plastica 26%, legno 35% (in peso). Divisi per categorie nel 2007 il
riciclaggio dei materiali è stato il seguente: acciaio 391.000 t (69,5%), alluminio 38.600 t. (52,5%), carta 3.218.000 t.
(70,9%), legno 1.539.000 t. (53,8%), plastica 645.000 t. (29,4%), vetro 1303.000 t. (60,6%).
Come si vede il riciclaggio degli imballaggi ha ottime performance (questi dati contengono anche gli imballaggi provenienti
da aziende e piattaforme private) e se si considera che per alcuni materiali (es. plastica) una quota viene avviata anche al
recupero energetico (687.000 t. pari al 31,3% per la plastica) la R.D. per gli imballaggi in Italia supera gli obiettivi di legge.
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Tuttavia c’è molto da fare per ridurre l’enorme quantità di imballaggi che finisce in discarica o negli inceneritori. In primis
occorrono delle leggi nazionali che uniformino merceologicamente gli imballaggi in modo da poter consentire, con il
riciclaggio, la produzione di materie seconde e beni durevoli di migliore qualità di quelli attualmente (pochi!) messi in
commercio. Poi occorrono iniziative locali che favoriscano la distribuzione di prodotti alla “spina” nei supermercati, la
diffusione di mercati agricoli/biologici locali (farmer markets a km. 0), lo sviluppo della rete dei gas, e comportamenti virtuosi
individuali (adeguatamente stimolati da campagne di sensibilizzazione) sulla scelta di prodotti che al momento dell’acquisto
contengano un imballaggio ridotto (o inesistente) in peso e in volume.
In tal senso vanno incentivati i prodotti con vuoto a rendere o con imballaggio riutilizzabile. L’avvio della finanza locale per
effetto della “devolution” potrebbe dare ai comuni delle leve economiche, per penalizzare gli imballaggi a perdere rispetto a
quelli riutilizzabili.
Altro strumento per la riduzione dei rifiuti è rappresentato dai mercati (anche privati) che raccolgono e rivendono beni usati,
in genere beni durevoli provenienti dalle civili abitazioni, dando nuova vita a prodotti che per alcuni cittadini sono solo dei
rifiuti, mentre per altri rappresentano merci interessanti ed a basso costo.
Anche la raccolta dei rifiuti “Porta a Porta” è un mezzo per una riduzione sensibile dei rifiuti destinati allo smaltimento,
poiché impedisce lo smaltimento improprio, che in genere è costituito da rifiuti speciali i quali dovrebbero essere recuperati o
smaltiti in discarica direttamente dal produttore, mentre sono talvolta buttati nel cassonetto indifferenziato.
Collegato al discorso riduzione e riciclaggio dei rifiuti c’è anche il tema degli acquisti verdi G.P.P. (Green Public
Procurement) che se adeguatamente promosso dalle amministrazioni pubbliche locali può essere di grande stimolo alla
creazione di un efficiente ed economicamente sostenibile mercato delle materie seconde, e di processi produttivi per la
creazione di beni a basso impatto ambientale, oppure totalmente riciclabili.
Discariche
Al momento attuale la Provincia di Pesaro ed Urbino dispone delle seguenti discariche per rifiuti urbani o assimilabili: Barchi,
Cagli, Urbania, Motecopiolo, Pesaro (Ca’ Mascio, Ca Lucio) e Fano. Secondo il P.P.O.R. le discariche che dovevano servire
la provincia a partire dal 2008/2009 dovevano essere solo tre: Fano, Pesaro (Ca’ Asprete). Le altre essendo prossime alla
chiusura dovevano andare verso l’esaurimento. Rispetto a tale piano tuttavia la discarica di Ca’ Mascio (Montecalvo in
Foglia) è stata ampliata per consentire l’ingresso di altri rifiuti (anche dal nord-Italia) e realizzare le risorse finanziarie
necessarie alla sua gestione post-mortem; quella di Fano (Monteschiantello) è stata recentemente ampliata e quella di
Pesaro (Ca’ Asprete), in esaurimento nel 2009, sta per essere ampliata.
Una gestione moderna dei rifiuti (in linea con le direttive della U.E.) mette al primo posto la riduzione, poi il riciclaggio, poi il
recupero energetico e per ultimo la discarica.
Dal punto di vista ambientale le discariche per rifiuti urbani se ben costruite e ben gestite e controllate non rappresentano
grossi problemi per inquinamento. Il problemi più grossi generati dalle discariche sono il percolato e il biogas (più che altro
metano) che possano danneggiare rispettivamente le falde e inquinare l’aria favorendo l’effetto serra. Questi problemi
possono essere evitati se viene fatta a monte la raccolta separata della frazione organica che dovrebbe essere avviata,
insieme agli sfalci, ai legni ed alle ramaglie, ad impianti per la produzione di compost (digestione aerobica), da usare come
ammendante agricolo, pacciamatura per giardini, o opere di ingegneria naturalistica. In alternativa i materiali putrescibili
possono essere utilizzati in impianti per la produzione di energia da bio-gas, con gestione separata rispetto agli altri rifiuti.
Le discariche di Fano e di Pesaro (Ca’ Asprete) dovrebbero fornire anche l’area per gli impianti di compostaggio di nuova
realizzazione, in modo da poter avviare e gestire in maniera efficiente ed efficace la raccolta separata dell’umido, e quindi
produrre compost di buona qualità, economicamente remunerativo.
Pur essendo consapevoli dell’impossibilità di eliminare le discariche dal sistema di smaltimento dei rifiuti urbani, siamo
convinti che si possa allungare di molto la loro “vita” inviando verso tali impianti solo una minima parte dei rifiuti non
riciclabili.
Inceneritori
Nel nostro paese è in atto un massiccio tentativo da parte di potenti lobbies industriali e finanziarie e da un trasversale arco
di forze politiche, per la realizzazione di un grande numero di inceneritori.
Anche nella provincia di Pesaro ed Urbino c’è il tentativo di Hera Spa (in quota a Marche Multiservizi Spa) di convincere ali
amministratori locali a costruire un inceneritore, visto che Hera possiede la tecnologia e il know-how per costruire tali
impianti e per gestirli. I sostenitori di tale scelta, consapevoli della pessima reputazione attribuita agli inceneritori da parte
delle popolazioni, che giustamente li associano all’emissione di inquinanti cancerogeni, cercano di far breccia puntando sulla
presunta "sostenibilità ambientale" degli impianti di "ultima generazione" non più definiti "termodistruttori" bensì
"termovalorizzatori".
Tuttavia una letteratura scientifica vasta e inconfutabile afferma che bruciare rifiuti rappresenta uno spreco di risorse se
confrontato con i risparmi derivanti dal recupero e dal riutilizzo e dal riciclaggio diretto dei materiali (nonché, a maggior
ragione, attraverso la riduzione della produzione dei rifiuti, la prevenzione e l’avvio di cicli produttivi ad alto risparmio
energetico) che consentono risparmi di energia da 3 a 5 volte maggiori rispetto all’incenerimento.
Inoltre, il "presunto" recupero energetico da rifiuti comporta un danno certo alla salute umana attraverso l’emissione di
sostanze inquinanti persistenti e bioaccumulabili, soprattutto in prossimità degli impianti, e si associa a processi decisionali
autoritari che eludono non solo, come quasi sempre accade - Acerra, Brescia, Toscana,Piemonte ecc; - le stesse leggi
(V.I.A. e Valutazione Ambientale Strategica, cioè la valutazione di piani e programmi) ma soprattutto ogni confronto
democratico e partecipato nonché la valutazione delle proposte alternative; come se ciò non bastasse gli inceneritori
producono elevate quantità di scorie e ceneri che comunque devono essere conferite, con alti costi di smaltimento, in
discariche speciali.
La favola della termovalorizzazione in realtà consente un recupero di energia elettrica che non va oltre il 18 – 20% del
potenziale calorifico totale dei rifiuti, a cui va sottratta l’energia necessaria alla produzione del CDR (separazione,
essiccazione, movimentazione) e al trattamento delle ceneri, delle polveri e delle acque di risulta.
Inoltre l’incenerimento non funziona se non si fa una buona raccolta differenziata a monte, eliminando buona parte della
frazione umida e bilanciando correttamente le altre componenti più calorifiche. Di fatto l’incenerimento da un lato incentiva la
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produzione di rifiuti, perché per funzionare a pieno regime, quindi in maniera economica, deve disporre di grandi quantità di
rifiuti, dall’altro non elimina la necessità di procedure ed impianti per la raccolta differenziata. Ma, poiché il combustibile
derivante dai rifiuti è composto almeno per il 35 – 40% da carta e cartoni e per il resto da scarti quasi tutti riciclabili – legno,
gomma, plastiche, cascami tessili – appare evidente che bruciare rifiuti risulta concorrenziale e opposto al riciclaggio.
L’Europa come dicevamo promuove il riciclaggio ed il recupero e non a caso, anche proprio nei più citati esempi europei –
modello inceneritorista – come la Danimarca, il Belgio e l’Austria per l’impianto di Vienna, si applica una tassa
sull’incenerimento da 4 a 71 Euro la tonnellata.
Al contrario, in Italia, l’industria dell’incenerimento gode di lauti sussidi pubblici che consentono di vendere all’Enel e al
Gestore della Rete Nazionale, l’energia elettrica prodotta dall’incenerimento a prezzo 3 volte superiore a quello di mercato.
Maggiorazione che viene caricata sulle bollette delle utenze sotto la voce truffaldina di "costruzione impianti fonti rinnovabili".
Inoltre dopo la scadenza dei precedenti incentivi legati al CIP 6, gli sponsors degli inceneritori cercano di entrare da
protagonisti nella ghiotta partita miliardaria dei "certificati verdi" attraverso l’inganno dell’assimilazione all’energia rinnovabile
di quella prodotta bruciando rifiuti (Dlgs. 387/2003). Senza le sovvenzioni gli inceneritori non avrebbero nessuna sostenibilità
economica: la dimostrazione viene dall’inceneritore di Acerra, recentemente inaugurato da Berlusconi, che il governo Prodi
ha re-inserito, in tutta fretta, tra quelli che possono beneficiare dei famosi Cip-6..
L’incenerimento dei rifiuti non è quindi una soluzione allo smaltimento, ma fonte di nuovi problemi: ambientali (ceneri)
sanitari (malattie degenerative) e sociali (conflitti).
A breve la nuova Legge regionale sui rifiuti e una modifica al Piano dovrebbe scongiurare la realizzazione di nuovi impianti
almeno fino al raggiungimento degli obiettivi di legge di R.D., dopo di che, considerato il volume dei rifiuti residui, non
dovrebbe essere più remunerativo, nonostante le sovvenzioni, un impianto a valenza provinciale o inter-regionale. .
Altre tecniche, come la Pirolisi (combustione in assenza di ossigeno), sembrano meno pericolose in termini sanitari ed
ambientali dell’incenerimento e potrebbero dare nell’immediato futuro risposte interessanti. Tuttavia occorre tenere presente
che in fatto di materia “nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma”. L’incenerimento non cancella i rifiuti ma produce il
doppio di sostanze (gas, polveri, generi, acqua) inquinate o inquinanti del peso dei rifiuti immessi.
Energia
Il Piano Energetico Ambientale Regionale delle Marche
di Massimo La Perna – INU Marche
In una raccolta di documenti relativi al governo del territorio, ed agli strumenti del suo esercizio, il Piano Energetico
Ambientale Regionale delle Marche (PEAR) ha motivo di essere considerato, non tanto in relazione ai suoi obiettivi
principali (attuazione del protocollo di Kyoto, riduzione della petrolio-dipendenza con ricorso a fonti rinnovabili, ecc.),
quanto ad un suo obiettivo collaterale, dichiarato non urgente, e certamente non indispensabile per il conseguimento degli
obiettivi principali: ossia l’autosufficienza delle produzioni di energia elettrica, non solo per le Marche nel loro complesso,
ma tendenzialmente anche per certo numero di "aree industriali omogenee …Distretti industriali…. modello marchigiano
per l’energia nel quale gli imprenditori, insieme ad istituzioni ed EELL, giochino un ruolo di produttori di energia oltre che di
consumatori" (dal par. 2.3 dell’ "Executive Summary" del PEAR).
Il PEAR prevede una quindicina di nuovi impianti di generazione elettrica, di dimensione non superiore a 100 Mwe, entro
una decina di ambiti intercomunali in cui si concentra 1/5 della domanda elettrica regionale, che potrebbe così risultare
interamente soddisfatto entro il 2015; circa 1⁄4 degli impianti, purché in cogenerazione di elettricità più calore, sarebbe
finanziabile entro il 2008 dal Governo centrale. Il dimensionamento delle nuove centrali ammette più scenari alternativi,
con incrementi di offerta tra un minimo di 511 Gwh (metà dell’obiettivo europeo per il decennio), ed un massimo di 4450
che, unito ad una riduzione del 18% nella domanda tendenziale al 2015, da conseguire con misure di razionalizzazione,
renderebbe la Regione autosufficiente per l’elettricità. La nuova potenza da installare per l’incremento di offerta varia non
solo con i possibili valori di questo, ma anche con i coefficienti di utilizzo considerati adottabili (fra il 33 e il 46%, come
nelle medie registrate nei 15 stati dell’ UE).
Subito recepita, in cascata, dalle pianificazioni energetiche delle Provincie, la strategia del PEAR è già tradotta in ipotesi
di iniziative operative capaci di rilevanti trasformazioni d’assetto nei territori interessati, sotto forma sia di nuove
localizzazioni industriali sia di nuovi ordinamenti colturali agro-silvicoli, ad esse funzionali, essendo le biomasse la
principale risorsa primaria indicata per alimentare le nuove produzioni termoelettriche.
Dal vento il PEAR prevede di ricavare solo 160 Mw di potenza, definiti in sede politica per i prossimi 10 anni; offre
interessanti analisi di metodo per le localizzazioni, e per le necessarie valutazioni paesaggistiche; le quali, però sarebbero
meno delicate in presenza di impianti da installare meno incombenti, per l’altezza e per l’estensione della loro parte più
alta. Poteva essere utile anche un confronto estetico e di produttività tra le tipologie dei rotori che ora dominano il mercato
ed altre possibili, come quelle, esteticamente meno impattanti, a cui si faceva riferimento nel secolo scorso, ad asse
verticale ed a chiocciola cilindrica, anziché a pale.
Dalla risorsa idraulica prevede una maggior produzione di 40 Gwh per ognuno dei prossimi 10 anni; per la solare si
rimette agli investimenti privati che saranno stimolati dall’incentivo tariffario di 0,9 eu. per Kwh, per 10 anni, e per la risorsa
rifiuti, pure accuratamente analizzata, si rimette alle previsioni incluse nei piani di smaltimento.
Motivazioni della strategia di autosufficienza scelta dal PEAR (par.7.1) sono innanzitutto l’opportunità di evitare lunghi
trasferimenti di energia, con rischi di interruzione e con sicure perdite per trasmissione, e conseguenti discontinuità ed
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onerosità del servizio. Limitazioni oggettivamente inevitabili, ma non quantificate nel PEAR e non confrontate, in termini di
costi e benefici, a tutti gli aspetti economici dell’alternativo decentramento delle produzioni, peraltro elencati, come il
rischio economico negli investimenti in nuove centrali, i costi delle nuove produzioni decentrate, prevedibilmente superiori
ai prezzi correnti nel mercato continentale (quindi non rispondenti alla richiesta delle imprese di un’autosufficienza
energetica che riduca i costi di produzione), ecc. Così come, pur dando per scontata la nuova situazione di libero mercato
dell’energia, il PEAR non spiega quale reale concorrenza si potrà sviluppare all’interno di ciascun subambito regionale,
senza bisogno di sovraproduzioni e sovradimensionamenti, che sarebbero in contrasto con altri, e più importanti, obiettivi
dello stesso PEAR; perché, escluse poche tecnologie di produzione elettrica, alla domanda istantaneamente nulla per un
determinato produttore, non può corrispondere una sua produzione nulla, e solo l’ampiezza del bacino di domanda può
consentire le sfasature e le reciproche compensazioni tra i picchi della domanda, che siano capaci di evitare il rischio di
produrre inutilmente. A meno di attivare (a chi scrive è sfuggita l’eventuale indicazione nel PEAR) filiere dell’ idrogeno,
prodotto con le energie volta a volta in esubero. Di fatto, in altre forniture come quelle di acqua e gas (che hanno costi di
trasporto maggiori di quelli dell’ elettricità, ed anche maggiori possibilità di stoccaggio), le aziende stanno investendo, e
programmando ulteriori investimenti, e perfino accorpamenti proprietari, per estendere i rispettivi bacini di domanda, in
vista anche delle complementarità sopra ricordate.
La cogenerazione di elettricità e calore postula effettivamente una geografia delle produzioni quasi coincidente con quella
delle utilizzazioni, per la limitatissima trasportabilità del prodotto-calore, ma le dimensioni e le concentrazioni di utenza per
le quali la sua convenienza economica risulta verificata, sono reperibili solo in qualcuno degli ambiti intercomunali
marchigiani sopra ricordati, e certamente non lo saranno ricalcando le perimetrazioni dei distretti industriali, così come si
sono configurate nell’ultimo mezzo secolo, quasi casualmente, in funzione di occasionali convenienze micro-aziendali, a
rimorchio di aziende-trattore che non sempre sono restate nell’iniziale ruolo di cerniera col mercato di consumo. I distretti
hanno avuto e possono ancora avere un ruolo importantissimo nello sfruttamento del fattore-prossimità per minimizzare i
costi delle flessibilità di filiera, richieste dalle crescenti dimensioni della concorrenza, ma non hanno mai costituito isole
autarchiche di produzione e consumo. Ed ora quasi tutti si avviano a ristrutturazioni e riconversioni manifatturiere,
soprattutto finalizzate a compensare l’incidenza, sui costi finali dei prodotti, di fattori di produzione diversi dall’energia.
Come in parte è evidente anche dalla loro rappresentazione nel PEAR (fig.7.3), essi costituiscono insiemi non sempre
continui al loro interno e con concentrazioni residenziali raramente sufficienti al recupero del calore di scarto di centrali
termoelettriche anche piccole, pure scontando la domanda di qualche lavorazione industriale per calorie a bassa
temperatura e per frigorie ricavate da queste quasi direttamente, senza trasformazione elettrica intermedia (la
"trigenerazione" prevista dal PEAR).
Il PEAR cita, come precedente per le sue scelte, i contenuti di un "piano di sviluppo GRTN 2004-2006", che aveva pure
assunto l’obiettivo di una imprecisata riduzione dei transiti di energia, e quindi postulava per l’Italia la necessità di altri 8-9
Gw di capacità produttiva diffusa (+11% circa), in aggiunta ai circa 14 Gw da poco programmati, oltre ad importazioni
corrispondenti alla capacità di 10 Gw (cioè quasi doppie di quelle degli anni immediatamente precedenti), e che indicava
come siti idonei nell’Italia Centrale, per le nuove produzioni, la media val d’Arno, tutte le Marche, e le province di Teramo e
Terni, senza entrare nel merito di taglie e tipologie dei nuovi impianti, ma escludendo addensamenti su pochi tratti di rete,
e salvo verifiche puntuali sui tratti di rete specificamente interessati.
Sempre nel 2004, sebbene non citata dal PEAR, l’Autorità per l’E. Elettrica e il Gas aveva teorizzato la necessità di
uniformare i costi sistematici ed accidentali del trasporto di energia, al fine di applicare il prezzo unico nazionale (PUN)
alle forniture, e deducendone una necessità di minimizzare i trasferimenti di energia elettrica, sull’esempio di stati (sei in
USA, un paio in Europa) nei quali, in nome della "robustezza complessiva del disegno di mercato", sono vietati scambi di
energia lungo le linee, e sulle distanze, in cui le alte perdite per resistenza dei conduttori e l’alta frequenza di congestioni
tra i flussi danno luogo ad eccessive divaricazioni di costo finale nell’energia distribuita.
A PEAR pubblicato, il 16.09.‘05, si è svolto a Colli del Tronto un convegno sul problema dell’energia, per iniziativa della
Confindustria regionale, e con la presenza anche di esponenti nazionali della Confederazione. Secondo le cronache
locali, il PEAR sarebbe stato criticato dai rappresentanti della categoria, in quanto "utopistico" (ma il ventaglio di
previsione quantitativa con rapporto 1 / 8,7, tra il minimo ed il massimo, giustificherebbe piuttosto l’accusa di eccessivo
"possibilismo"), ed insufficiente ad assicurare alla Regione, per il 2015, la piena autosufficienza elettrica (assicurata
invece con il più utopistico dei valori del ventaglio, che postula in 10 anni un incremento di offerta superiore al 100%, più
la graduale riduzione del 18% sull’incremento inerziale della domanda). Il convegno è sembrato apprezzare le proposte
per il recupero il calore di scarto delle produzioni termoelettriche, ma sollecitando anche un maggiore ricorso alle risorse
eoliche. Il convegno è sembrato accogliere positivamente, soprattutto, l’illustrazione di un progetto GRTN per un nuovo
elettrodotto da 380 Kw tra Fano ed il maceratese, in funzione di migliori continuità tra altri terminali più lontani, e coerente
con un ruolo strategico delle Marche nell’interconnessione delle reti elettriche del Paese, quindi piuttosto in un’ottica di
interdipendenze che in quella delle autosufficienze, già suggerita dal GRTN, ed adottata dal PEAR. La stampa non ha
riferito di contributi dall’Autorità per l’E. Elettrica ed il Gas, nel convegno.
Forse, per valutare in modo esauriente la rispondenza del PEAR alle necessità della Regione, è utile inquadrarlo nello
stato attuale del mercato energetico continentale, rispetto al quale non possono sussistere velleità autarchiche, anche se
il problema dell’energia, delle sue risorse e dei suoi impatti, è acuto in tutti gli stati. Gli orientamenti generali della
Commissione UE (Direttiva 78 del 2001), per la variazione dei consumi complessivi tra il 1995 ed il 2040, possono
costituire un negativo fotografico dell’insieme dei problemi, e si possono riassumere così in termini percentuali:
- consumi complessivi: da 100 a 110; di cui:
- da fonte rinnovabile: dal 4 al 7,7%
- da fonte nucleare: dal 15 al 7,7%
- da gas: dal 15 al 24,5% (interamente ricavabile dal Mare del Nord fino al 2025);
- da olio (anche vegetale): dal 42 al 39% (costoso petrolio del Mare del Nord sufficiente fino al 2008)
- da carbone: dal 23 al 21% (sufficiente in Europa ma 3-4 volte più costoso che sul mercato globale, costosi anche gli
impieghi puliti; possibile obbligo di suo impiego per il 15% della produzione elettrica).
Inoltre: sostituzione entro il 2020 di metà (300.000 Gw) della capacità di produzione elettrica.
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Si può osservare che la politica di sostituzione potrebbe permettere (ovviamente anche in Italia) di potenziare, mitigando
gli attuali impatti, molti siti di grande produzione elettrica, ormai "assimilati" nei tessuti insediativi circostanti. Ed anche che
la prospettiva di riduzione del nucleare nei prossimi 35 anni potrebbe consigliare, almeno per il prossimo decennio, una
più intensa utilizzazione degli impianti da dismettere, sia per completarne gli ammortamenti, sia per precostituire risorse
necessarie alle dismissioni, in passato raramente prevenivate tra i costi da coprire con la produzione.
Da dati 2001 si ricava per l’ insieme degli impianti nucleari un’utilizzazione dell’82%, con punte del 97, del 100 e del 114%
rispettivamente in Spagna, Finlandia ed Olanda, e con minimo del 76% in Francia (malgrado l’ampio ricorso al plutonio);
valori intermedi: 82% in Gran Bretagna ed 87% in Belgio, Germania e Svezia.
dalla relazione a: XXV Congresso “Infrastrutture, città, territori”
Osservazioni del WWF regionale al Piano Energetico
Ambientale Regionale delle Marche
di Giuseppe Dini
Ciò che appare subito evidente dalla lettura del piano, è che la regione Marche punta in maniera particolare alla
produzione da Biomassa e da Eolico. Il solare viene in un secondo momento così come la produzione idroelettrica.
Biomasse
Si parla in particolare del riutilizzo di materiale legnoso in due centrali termoelettriche dislocate una nella provincia di
Pesaro e Urbino e l’altra in quella di Ascoli Piceno.
Va subito detto che tali strutture debbono essere alimentate esclusivamente da legno vergine non trattato, seppure di
recupero. Non si debbono utilizzare scarti di pannelli artificiali legnosi, la cui combustione combinata darà origine a
diossine così come previsto dallo stesso decreto di riutilizzo di tali materiali come CDR. I materiali cellulosici artificiali
contenenti resine e pennellature potranno essere destinati alla filiera del recupero per la produzione dei medesimi.
Per quanto riguarda l’uso di Biomasse forestali si potrebbe tentare il recupero di quella parte di ramaglie, nel passato
destinata alla produzione di fascine e oggi non più utilizzata e lasciata nel bosco, valutando la convenienza dell’uso
energetico rispetto a quella dell’arricchimento in humus del terreno.
Questi cascami posso essere anche destinati alla produzione di cippato e di pelletts.
Per quanto riguarda l’utilizzo di legna da ardere è auspicabile che così come qualsiasi fonte rinnovabile sia consumata
direttamente sul posto o sulle vicinanze. Ciò permetterebbe subito il risparmio sul trasporto. Questo può essere realizzato
soprattutto in quei comuni collinari e di montagna dove si potrebbe incentivare anche attraverso contributi diretti, l’utilizzo
della legna nella cosiddette “termocucine e caldaie da camino” destinate alla produzione di energia termica per radiatori,
col conseguente miglioramento energetico dei camini. Va considerato che l’attuale produzione termoidraulica si è così
raffinata da produrre caldaie a sistema gasogeno a fiamma inversa e pirolitica, dalle elevate prestazioni.
Caldaie di questo genere, anche di tipo policombustibile, possono essere proposte agli agricoltori, nelle quali potrebbero
usare gli stessi cascami agricoli e forestali.
Si pensi all’uso come combustibile diretto della paglia che in agricoltura è in sovrapproduzione; nel mercato ci sono
caldaie che utilizzano direttamente la balla intera.
Per quanto riguarda la produzione da cascami di legno e cellulosici, si potrebbe incentivare la produzione di bricchetti e di
pelletts da materiali diversi, non solo da trucioli di falegnamerie, tornerie del legno e cornici, ma anche da tutta una serie di
sottoprodotti agricoli presenti nella nostra regione: sansa di oliva, vinaccioli e raspi, tutoli e fusti di mais, gusci di noci e
nocciole.
Biodiesel
Per quanto riguarda il biodiesel si sostiene che la resa energetica di questo prodotto debba essere calcolata e attuata,
escludendo l’attuale contributo che viene dato a questa coltura, dato che ciò falsificherebbe quanto espresso nel piano. Si
aggiunge che le piante utilizzate posso essere anche altre, quali la già citata colza, soia ed altri semi oleosi, la cui
produzione si possa attuare nei nostri terreni. Va sottolineato che occorre valutare attentamente l’uso di quelle tecniche
colturali che appesantiscono il terreno di fitofarmaci, i quali, nel caso di semi destinati alla produzione di olio combustibile,
possono essere sicuramente ridotti se non eliminati.
Bioalcool
Anche questo tipo di filiera merita attenzione. Nel Piano è prevista la produzione sperimentale di idrogeno (o meglio di gas
ad alto valore di idrogeno), ma la produzione di questo combustibile è più attuale data l’elevata produzione vitivinicola
della nostra regione e la produzione di zucchero della Sadam di Jesi. I sottoprodotti di entrambe le lavorazioni, possono
essere destinati alla distillazione per la produzione di alcool etilico destinato all’autotrazione. Usato in miscela con la
benzina contribuisce non solo al risparmio energetico, ma anche alla sostituzione dei discussi additivi antidetonanti, visto il
suo elevato numero di ottani.
Gli scarti della distillazione in particolare, i vinaccioli posso essere destinati alla produzione di olio e di bricchetti per uso
termico.
Biogas
Va promossa la realizzazione di impianti di depurazione anaerobica, con la conseguente produzione di metano miscelato.
Il depuratore di Pesaro sarebbe in grado di attivarsi a questa produzione essendo già predisposto in fase progettuale. Si
condivide l’utilizzo di tale gas prodotto nelle discariche.
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Va risolto il problema fiscale della produzione termica, che fra l’altro impedisce la possibilità di fornire calore.
La discarica di Cà Asprete dell’ASPES di Pesaro ha due gruppi di cogenerazione con potenza elettrica complessiva di 920
kw, ma non riesce a utilizzare il calore che viene disperso nell’aria.
A livello agricolo si sta assistendo da parte delle aziende agricole, ad uno scarico anomalo del letame nei campi senza più
rispettare “le norme di buona pratica agricola” riferite anche nel Decreto ministeriale citato nel PEAR. La conseguenza è
una permanenza nei campi oltre il dovuto (in alcuni casi anche un anno) di cumuli di letame con gravi rischi di tipo
ambientale (ruscellamento, lisciviazione, inquinamento delle acque). Ciò è conseguente ad una eccessiva produzione
animale. Dato che ormai tali insediamenti sono a livello legislativo classificati come di tipo industriale, occorre proporre ed
incentivare la realizzazione di impianti di depurazione aerobica adatti alla produzione animale detenuta, che possono dare
un contributo energetico apprezzabile all’allevamento e consentire la conseguente stabilizzazione dei fanghi.
Il biogas può essere utilizzato in appositi gruppi di cogenerazione capaci di fornire elettricità anche connessa in rete ed il
calore per i servizi e le abitazioni.
Solare
Il solare rimane l’unica forma energetica che può competere con il nucleare come disponibilità. Va perciò incentivata
quanto più possibile, sia nel settore fotovoltaico sia nel settore del termico. Rispetto agli anni ‘80 si è assistito ad un lento
declino dell’utilizzo di scaldaacqua solari: occorre riproporli soprattutto in quegli edifici dove è possibile il montaggio dei
collettori. Va evitata la sovrabbondanza di apparecchiature, preferendo una progettazione impiantistica la più semplice
possibile (circolazione naturale o il solo ricircolatore), rendendo decisamente più facile la stessa manutenzione.
Per il fotovoltaico si devono chiedere impianti che rientrino sia nella struttura dell’abitazione, sia nel terreno prospiciente
l’edificio stesso.
Idroelettrico
Va promosso il recupero delle centraline abbandonate e dei vecchi mulini. Oggi per quest’ultimi si assiste al recupero
abitativo, ma si tralascia quello energetico. La ricostruzione delle opere di ingegneria idraulica deve essere favorita, con la
ricostruzione delle traverse ed in questo caso delle scale di rimonta e dei canali di adduzione. E’ possibile rispettare anche
il recupero architettonico originale utilizzando apposite gruppi di generazione immersi in tubazioni di adduzione e
realizzare un’opera di microidraulica.
Nell’alto Candigliano una zona viene tutt’ora chiamata la Valle dei mulini per la numerosa presenza di questi manufatti,
alcuni dei quali sono inseriti nel Piano Paesistici Ambientale Regionale. Nel Fiume Marecchia sono state realizzate tre
nuove centraline che dato il regime torrentizio funzionano solo per 9 mesi all’anno, periodo nel quale comunque sono
produttive.
Rifiuti
Limitatamente agli Oli Vegetali Esausti (OVE), si afferma, data l’elevata quantità che finisce nelle fognature, di cercare la
possibilità del recupero attraverso le isole ecologiche o centri autorizzati anche per i singoli cittadini. Va detto che per gli
OVE non è stato previsto il consorzio come per altri rifiuti e che il circuito di raccolta anche per i ristoranti e servizi
alimentari è carente. Una volta istituito è facile controllarne la destinazione e quantità. I dati elencati meritano un
intervento in tal senso. Si condivide la destinazione energetica.
Eolico
L’intervento è stato oltremodo esaustivo e completo. Occorre ribadire la particolare attenzione alle tutte aree sensibili
descritte con efficacia nel PEAR. L’installazione di microturbine ad uso famigliare deve aver un iter burocratico facilitato.
Sant’Angelo in Vado, 5 ottobre 2004
Energia verde a costo zero? Ovvero come cambiare il mondo
solo con leggi e stili di vita
di Leonardo Zan
La legge sul risparmio energetico (rimborso del 55% in 5 anni) sta cambiando i nostri consumi, lo stato non ci rimette
evitando il nero, i cittadini scoprono che l’isolamento e le caldaie a condensazione sono un investimento che rende più
confortevole la vita.
Mettere fuori legge le lampadine ad incandescenza: se per ogni italiano si risparmia 10 W abbiamo già fatto una
centrale da 60MW !
Illuminazione pubblica a led: le cifre diventano talmente alte che rende arduo crederci, ma il paese di Torraca in
provincia di Salerno ci dimostra che è possibile.
Liberalizzare l’installazione delle pompe di calore nel terreno e negli acquiferi attualmente vincolati da assurde
autorizzazioni. Estrarre calore da una falda non provoca alcun danno e comunque la variazione di temperatura, in termini
di gradi rispetto alla massa coinvolta, è assolutamente trascurabile. In paesi come Francia, Svizzera, Germania per non
parlare degli US l’utilizzo di questa fonte energetica è in piena espansione. Una pompa di calore in acquifero (5-50 m di
profondità), dove la temperatura oscilla fra 10-15 C°, è in grado di condizionare in estate ed estrarre calore d’inverno con
risparmi dell’ordine del 50% o superiori. Si possono riscaldare/condizionare condomini, quartieri o singole abitazioni. Un
esempio: Il teatro della Fortuna di Fano!
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Incentivare al massimo il recupero energetico con tecnologia ORC (Organic Rankine Cicle). Senza andare sul difficile,
si tratta di piccole turbine che producono energia elettrica da 100.000 KW a 30 MW sfruttando i fumi caldi da combustione
e temperatura di raffreddamento di impianti industriali con macchine a circuito chiuso (Rankine) - in pratica non esce
niente a livello di emissioni - che lavorano con temperature minime di 100 C° o superiori. Le dimensioni sono minime, su
un camion lungo si trasporta un intero impianto già montato, l’efficienza garantita è del 95%. La vita media oltre 30 anni.
Questa macchine vengono prodotte solo in Italia e negli US da 2 sole società (Turboden e ORMAT). Germania e Austria
ne stanno installando a centinaia in Italia solo nella provincia di Bolzano!
Facendo un rapido e grossolano conto delle industrie che usano circuiti di raffreddamento o produttori di biomasse (legno)
che possono usare per alimentare delle caldaie, in Italia si arriverebbe rapidamente all’equivalente di una centrale
nucleare.
Incentivare il teleriscaldamento. In Italia abbiamo esempi molto validi come:
- Ferrara, con centrale municipalizzata alimentata da 2 pozzi profondi che estraggono calore da una falda salina a 100 C°
con scambiatori in superficie
- Brescia, tele riscaldata con calore del termovalorizzatore
- Bolzano, sempre con termovalorizzatore
- Bagno di Romagna, piccolo paese che da 30 anni è tele riscaldato sfruttando i pozzi termali ed una centrale di
cogenerazione.
Linee guida per la realizzazione
degli impianti eolici proposte dal Club Alpino Italiano
Il Club Alpino Italiano propone che venga emanato un atto di indirizzo per declamare in via generale e preventiva, attesi i
prevalenti interessi alla tutela dei beni paesaggistici, ambientali e storico-culturali, la non realizzabilità degli impianti
eolici che per loro caratteristiche sono qualificati a tutti gli effetti come impianti industriali del DPR 12/4/96 e s.m.i. sulla
VIA:
- nelle aree dei Parchi, Riserve naturali, Siti di Interesse Comunitario e Zone di Protezione Speciale di cui al DM 3/4/2000
e s.m.i, rotte di migrazione degli uccelli di cui alla L. 157/92, Oasi di Protezione della fauna istituite ai sensi delle varie
leggi regionali;
- nelle Zone archeologiche;
- nelle aree ricadenti negli ambiti territoriali destinati a conservazione individuati nei Piani Territoriali Paesaggistici
regionali, ove esistenti, o nelle linee guida per la loro adozione;
- nelle aree in cui ricadono “beni isolati” meritevoli di tutela individuati dagli allegati ai Piani Paesistici o alle Linee guida dei
Piani Paesistici;
- nelle aree del demanio forestale caratterizzate da formazioni forestali ed arbustive naturali ed in quelle percorse o
distrutte da incendi nelle quali è prevista la ricostruzione della copertura vegetale originaria;
- nelle aree del territorio regionale coperte da formazioni naturali boschive e/o da macchia mediterranea;
- nelle aree comunque gravate da vincolo di inedificabilità o di immodificabilità assoluta.
La realizzazione di impianti eolici al di fuori dei casi precedentemente individuati e nel rispetto di tutta la normativa in
materia ambientale, urbanistica e paesaggistica, dovrebbe essere sottoposta ad alcune condizioni, come, ad esempio:
- che la realizzazione degli impianti eolici venga subordinata alla redazione di piani energetico-ambientali regionali e di un
piano di settore che individui le aree idonee, alla luce di quanto sopra;
- che venga presentato per l’esame delle Soprintendenze il progetto esecutivo, e non elaborati preliminari o di massima;
- che l’intervento sia conforme ai Piani Paesistici regionali o alle Linee guida dei Piani da adottare e non contrasti con gli
atti di programmazione e con le attività di conservazione e valorizzazione dei beni paesaggistici, archeologici, storici e
culturali;
- che nelle aree di intervento non siano presenti specie o habitat tutelati dalle Direttive Comunitarie 79/409 e 93/43;
- che la dislocazione degli aerogeneratori nel sito sia tale da non costituire effetto barriera;
- che la distanza tra i singoli aerogeneratori sia non inferiore a 150 metri;
- che venga previsto il piano di dismissione degli impianti a fine ciclo di produzione con oneri a carico della ditta;
- che venga fissata idonea fideiussione in favore dell’Amministrazione regionale sia a copertura dei possibili danni in sede
di esecuzione dei lavori sia a garanzia della dismissione degli impianti a fine ciclo produttivo.
Occorre poi approfondire il tema della competenza dell’Amministrazione dei beni Culturali degli impianti off-shore, a nostro
avviso da incentivare evitando comunque l’impatto su ambiti marini e costieri di particolare valore ambientale.
Energia eolica in Piemonte - proposta di linee guida per la
localizzazione e il dimensionamento degli impianti industriali,
per la Valutazione di Impatto Ambientale e il monitoraggio della
fauna e degli impatti
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Associazioni Cuneobirding, WWF Piemonte e Valle D’Aosta, Pro Natura Cuneo, LIPU sezione di Cuneo, Legambiente
Circolo di Cuneo, EBN Italia, Associazione Mediterranea per la Natura, Gruppo Piemontese Studi Ornitologici
la Regione Piemonte ha lanciato recentemente la campagna “Uniamo le energie” volta a raggiungere entro il 2020 la
riduzione del consumo di fonti fossili e delle emissioni di CO2 e l’aumento dell’incidenza delle fonti rinnovabili, secondo lo
slogan “20-20-20”.
Concordiamo sul fatto che l’energia eolica può rappresentare una fonte rinnovabile integrativa e potenzialmente
interessante per il futuro energetico regionale, che potrebbe contribuire ad una riduzione delle emissioni di CO 2 e degli
inquinanti dovuti alla combustione degli idrocarburi. Naturalmente essa potrà contribuire concretamente alle esigenze
energetiche regionali solo se integrata con le prioritarie politiche di riduzione dei consumi, di aumento dell’efficienza
energetica degli edifici, dei mezzi di trasporto e delle tecnologie che la Regione sta incentivando.
Sebbene la Regione Piemonte non sia interessata da situazioni di ventosità particolarmente favorevoli, in alcune aree
limitrofe alla Liguria, alla Francia e alla Svizzera, che ricadono quindi nelle Province di Cuneo, Alessandria, Verbania e
Torino, evidenzia una potenzialità eolica di un certo rilievo. Per questo motivo alcuni impianti eolici industriali sono già stati
installati, mentre altri progetti attendono di essere autorizzati o stanno per essere presentati. Vorremmo tuttavia far
emergere un aspetto ormai evidente: le attuali normative incentivano le energie rinnovabili a tal punto che la produzione di
energia è diventata secondaria per le imprese, in quanto il meccanismo dei Certificati Verdi rende vantaggiosa di per sé la
costruzione dell’impianto e marginale la valutazione fra costi e benefici.
Perciò, in assenza di una pianificazione di settore a livello regionale, riteniamo che non si debbano dimenticare i costi
ambientali ed economici da sostenere sia nella fase di installazione che di esercizio degli impianti eolici industriali, che
devono essere conteggiati insieme ai benefici in termini di produzione energetica e riduzione delle emissioni. È infatti per
noi fondamentale considerare l’accezione “rinnovabile” anche in funzione di tutti gli aspetti biologici ed ecologici connessi
con l’utilizzo del mezzo aereo, in quanto parte integrante e fondamentale dell’habitat di organismi vegetali e animali, il cui
sfruttamento a fini energetici può comportare per gli uccelli e i chirotteri collisioni spesso mortali con le pale rotanti o i cavi
sospesi, come è stato evidenziato da numerosi studi. Infatti, in regioni italiane ben più vocate del Piemonte, si è assistito
in questi anni ad un aumento esponenziale degli impianti eolici industriali. Sovente si è dovuto constatare che è mancata
una pianificazione organica e proporzionata alle esigenze del territorio, così come è risultata assente una vera attenzione
alle emergenze naturalistiche delle aree interessate. le conseguenze sono ormai evidenti: il nibbio reale, specie prioritaria
per l’Europa, rischia l’estinzione proprio in quelle aree del Sud Italia dove è avvenuto lo sviluppo incontrollato delle torri
eoliche, posizionate sui crinali, all’interno di aree protette o di alto valore faunistico e naturalistico. Accanto agli impatti
diretti sulla flora e sulla fauna determinati dalle attuali tecnologie (frammentazione degli habitat, aumento del disturbo
antropico, collisioni, modifica dell’ecologia alimentare), occorre considerare anche le potenziali e spesso reali interferenze
con le falde idriche o le incidenze negative sulla stabilità dei versanti, dovute sia alla imponente rete viaria di servizio, sia
all’installazione delle torri eoliche, come si è potuto constatare recentemente presso il Colle di San Bernardo, Comune di
Garessio, a proposito di alcune cavità carsiche.
E’ altresì importante considerare l’aspetto visivo: le aree a maggiore ventosità coincidono con i crinali collinari e montuosi,
che evidenziano tutta la loro integrità anche dal punto di vista del paesaggio.
Dobbiamo purtroppo constatare come le valutazioni di Impatto Ambientale (in base alla LR 40/98) e di Incidenza (in base
al DPR 357/97 e smi) condotte sino ad oggi in Piemonte relativamente a questi impianti, non abbiano soddisfatto sotto
l’aspetto ecologico i necessari criteri di oggettività, misurabilità e quindi di validità scientifica richiesti dalle normative; a
fronte di benefici energetici limitati sottovalutano a nostro parere l’insorgere di impatti che potrebbero rivelarsi gravi e
irreversibili sull’ambiente e sulla fauna.
In attesa di un piano energetico organico, sono quindi fondamentali le scelte tecniche relative alla localizzazione degli
impianti industriali, alla costruzione delle strade, al posizionamento delle torri, alle opere di mitigazione necessarie. È
inoltre importante, a nostro parere, considerare l’”opzione zero”, ovvero prevedere l’impossibilità di costruire impianti eolici
industriali in alcune tipologie di siti, così come viene fatto per altre installazioni produttive.
In considerazione di quanto scritto, le linee guida proposte precisano i criteri di localizzazione e dimensionamento degli
impianti, riprendendo e integrando l’impostazione adottata dalla Regione Liguria; approfondiscono gli aspetti tecnici e
scientifici legati al monitoraggio della fauna e degli impatti dovuti agli impianti eolici industriali. Esse sono state
predisposte in coerenza con i documenti elaborati recentemente dal Settore Valutazione di Impatto Ambientale della
Regione e permettono di raggiungere gli obiettivi per i quali sono stati impostati: tutelare la fauna e consentire
l’installazione degli impianti nelle aree a minore valenza ambientale e naturalistica, in un’ottica di reale e concreta
sostenibilità delle energie rinnovabili.
Un altro aspetto che vorremmo sottolineare riguarda l’acquisizione delle conoscenze che questi protocolli consentono:
attraverso la raccolta di dati faunistici e ambientali funzionali alla valutazione di impatto, è possibile ottenere una mole di
informazioni inedite che spesso colmano le lacune conoscitive sia di tipo geografico che ecologico. Crediamo che la
proposta di rendere disponibili tali dati, inserendoli nella banche dati regionali già realizzate, sia più che mai importante e
vada ben oltre l’interesse locale legato all’iter autorizzativo.
Considerando perciò che la Regione Piemonte si è spesso distinta per la sua politica ambientale e per la conservazione
della fauna e della flora particolarmente protette raccomandiamo fortemente che la Regione Piemonte e le Province in
indirizzo adottino integralmente le linee guida di seguito proposte per l’individuazione dei siti idonei alla costruzione di
impianti eolici industriali e per il loro dimensionamento, nonché i protocolli tecnici di monitoraggio legati all’avifauna e alla
chirotterofauna, entità faunistiche maggiormente interessate da potenziali impatti negativi.
Auspichiamo inoltre che le attenzioni rivolte in Piemonte all’energia eolica privilegino piuttosto impianti di piccole e medie
dimensioni classificabili come micro e minieolico, che possono essere asserviti ad utenze locali e domestiche diffuse,
possibilmente con macchine a rotore verticale: a fronte di una minore efficienza energetica di queste tecnologie,
suscettibili però di ulteriori miglioramenti, si avrebbero enormi vantaggi in termini di impatti sull’ambiente, in questo caso
decisamente secondari.
Cuneo, 16 febbraio 2009
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Pompe di calore
da Wikipedia, consultata il 23 febbraio 2009
La pompa di calore è una macchina in grado di trasferire calore da un corpo a temperatura più bassa ad un corpo a
temperatura più alta, utilizzando energia elettrica.
La resa di una pompa di calore è misurata dal coefficiente di prestazione, COP, dato dal rapporto tra energia resa (alla
sorgente di interesse) ed energia consumata (di solito elettrica), usualmente indicato in fisica tecnica come coefficiente di
effetto utile. Un valore del COP pari, ad esempio, a 3 indica che per ogni kWh d'energia elettrica consumato, la pompa di
calore renderà 3 kWh di calore.
Quando usata per scaldare con un clima mite, una tipica pompa di calore ha un COP da 3 a 4 (mediamente a 10 °C
raggiunge 3,3, mentre a −8,3 °C si ferma a 2,3), mentre una classica stufetta elettrica ha un COP massimo teorico pari a
1. In altre parole 1 joule di energia elettrica permette alla stufetta di dare 1 J di calore, mentre, in condizioni ideali,
permette ad una pompa di calore di muovere più di 1 J di energia termica da un luogo più freddo a uno più caldo.
Macchine simili sono molto efficienti, ma il loro costo d'impianto è particolarmente elevato.
La pompa di calore è solitamente più efficiente nel riscaldamento che nel raffreddamento, dato che la macchina spreca
sempre una parte di energia in calore e questa può essere recuperata come calore di riscaldamento.
La pompa di calore geotermica utilizza il terreno o l'acqua che si trova nel terreno come fonte o come dispersore di
calore. Il trasporto dell'energia termica è effettuato mediante la stessa acqua o mediante un liquido antigelo, eccetto nelle
pompe di calore a espansione diretta, in cui si usa un fluido refrigerante che circola nello scambiatore posto nel terreno.
A differenza delle pompe di calore ad aria, quelle geotermiche possono funzionare in raffreddamento anche in modalità
passiva: esse estraggono calore dall'edificio pompando nel sistema l'acqua fredda o il liquido antigelo, senza l'azione
della pompa di calore vera e propria.
La pompa di calore geotermica, sfruttando il sottosuolo (di solito l'acqua sotterranea) che rimane a una temperatura
relativamente costante durante l'anno sotto a una profondità di 2,5 m, ha un COP maggiore rispetto alla pompa che sfrutta
l'aria; in compenso la sua installazione è più difficoltosa e più cara.
I biocarburanti, una soluzione possibile?
di Linda Rondina
I biocarburanti
I biocarburanti sono carburanti prodotti a partire da materie prime di origine vegetale, definite con il generico termine
biomasse, che oltre a prestarsi alla produzione di calore e/o energia elettrica possono essere usati per autotrazione sia
miscelati con i carburanti da combustibili fossili che, in alcuni casi, utilizzati puri. L'utilizzo di carburanti di origine vegetale
non è un'idea nuova: a fine Ottocento Rudolf Diesel presentò al mondo il motore omonimo proprio con un'alimentazione
ad olio di arachidi; anche Henry Ford aveva già pensato ad un'automobile alimentata a bioetanolo. La successiva
diffusione del petrolio ed il suo successo, nonché la sua importanza nello sviluppo economico mondiale, hanno sopito
questo tipo di ricerca fino a qualche decennio fa, quando ci si è resi conto della necessità di poter disporre di fonti
energetiche alternative.
Le due tipologie principali di biocombustibili sono:
Biodiesel: è l'alternativa "bio" al gasolio tradizionale.
E' costituito da una miscela di esteri metilici prodotti a partire da oli vegetali (o il alcuni casi grassi animali) attraverso un
processo industriale, essenzialmente chimico, detto transesterificazione. Le piante oleaginose più utilizzate sono colza,
soia, palma, girasole.
Indicativamente, per il biodiesel da girasole, da un ettaro di coltura si ottengono 2,3 tonnellate di olio e da questo 1
tonnellata di biodiesel. Il rapporto tra l’energia ottenibile dal combustibile prodotto e quella utilizzata per produrlo è del
75% (mentre nel caso del gasolio è del 93%).
Colture come la palma hanno rendimenti energetici decisamente superiori, ma non rappresentano una realtà possibile per
l’Italia, come invece la colza e il girasole.
Bioetanolo: è l'alternativa "bio" alla benzina.
E' alcool etilico (etanolo) prodotto a partire da materie prime zuccherine: mais, canna da zucchero, frumento,... . Dalle
produzioni vegetali viene estratto il glucosio che poi viene fatto fermentare ad opera di batteri.
In realtà le biomasse da cui è possibile estrarre bioetanolo, oltre alle colture ad hoc sopra citate, sono molteplici, alcune in
fase sperimentale (come il miscanthus, che è una graminacea perenne introdotta in Europa dall'Asia per usi ornamentali),
altre che implicano tecnologie attualmente troppo costose (per esempio la cellulosa). Potrebbero essere impiegati residui
di lavorazioni agricole e forestali, eccedenze agricole occasionali, residui dell'industria agro-alimentare, rifiuti urbani.
Esempi della quantità di etanolo ottenibile con le tecnologie standard per ettaro di coltura:
canna da zucchero
7 tonnellate
mais
3 tonnellate
barbabietola da zucchero 4 tonnellate
patate
3 tonnellate
Aspetti ambientali
Perché un prodotto sia definito “buono” dal punto di vista ambientale non è sufficiente che il suo utilizzo non crei
inquinamento o ne crei in misura minore rispetto ad altri, ma è necessario che anche il suo processo produttivo non
comporti impatti sull’ambiente. Nel caso specifico dei biocarburanti per poter affermare che inquinino più o meno dei
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combustibili fossili è necessario fare un bilancio dell’intero ciclo di vita, partendo quindi dalla coltivazione della biomassa,
passando per i processi tecnologici di trasformazione, fino ad arrivare all’utilizzo finale in motori o caldaie.
I punti a favore per i biocarburanti rispetto ai derivati del petrolio sono sicuramente la rinnovabilità della materia prima e la
biodegradabilità del prodotto.
La rinnovabilità in questo caso, oltre a riferirsi alla possibilità idealmente infinita di ottenere biomassa dalle coltivazioni,
implica anche che l’emissione di anidride carbonica (il principale gas serra) sia rinnovabile: le colture da cui si ottengono i
biocarburanti riciclano il carbonio emesso durante la combustione.
Il concetto non è tuttavia così semplice, né immediato. Bisogna tener conto della distinzione fra due tipologie di CO2: i
combustibili fossili contengono carbonio immagazzinato nella materia vegetale mineralizzata, le biomasse contengono il
carbonio atmosferico acquisito attraverso la fotosintesi e immagazzinato nelle strutture vegetali. La rinnovabilità della
risorse è determinata dallo sfasamento temporale tra la fase di fissazione nella pianta e quella di utilizzazione a fini
energetici. Ovviamente nel caso dei biocarburanti il ciclo dell’anidride carbonica è decisamente breve: la CO2 prodotta
durante la combustione è rapidamente reimpiegata dalle piante stesse per la loro crescita attraverso il processo
fotosintetico. È in quest’ottica che normalmente viene affermato che l’uso di biocarburanti riduce drasticamente l’effetto
serra, perché si considera il ciclo a partire dalla pianta e dunque il bilancio di anidride carbonica risulta essere
praticamente nullo. Questo non significa che l’utilizzo di motori alimentati a biocarburanti non comporti emissioni di CO2:
in realtà al tubo di scappamento i gas serra prodotti sono confrontabili con quelli prodotti da combustibili fossili.
È importante dire qualcosa anche a proposito di altri inquinanti. I biocombustibili, proprio perché derivano da materie
prime di origine vegetale, non contengono zolfo (l’anidride solforosa è legata al fenomeno delle piogge acide), ma
contengono una certa percentuale di ossigeno (non presente negli idrocarburi). Va sicuramente sottolineato che
attualmente la ricerca si sta concentrando su processi tecnologici che consentano di eliminare tale percentuale di
ossigeno; si parla dei cosiddetti biocombustibili di seconda generazione. Tale percentuale di ossigeno fa sì che durante la
combustione si riduca notevolmente, rispetto ai combustibili fossili, la quantità di monossido di carbonio prodotta, ma
viceversa aumenti la quantità degli ossidi di azoto, anche del 15%. A questo va aggiunto il massiccio utilizzo di composti
azotati durante le coltivazioni. Gli ossidi di azoto, pericolosi inquinanti responsabili delle piogge acide nonché dell’effetto
serra, sono indubbiamente il punto debole dell’impatto ambientale dei biocarburanti.
Per quanto riguarda la produzione di particolato, i motori alimentati a biocombustibile, dovrebbero ridurla
considerevolmente e, poiché il combustibile non contiene composti aromatici né idrocarburi policiclici aromatici (IPA),
diminuirne la pericolosità per la salute (la mutagenità diminuisce anche fino al 50%).
Aspetti agro-ambientali
Il problema delle coltivazioni da cui estrarre i biocombustibili è sicuramente molto articolato per almeno due motivi: la fase
agricola assorbe almeno un terzo dell’energia necessaria all’ottenimento del prodotto finale; qui nascono gli aspetti sociopolitici, nonché ambientali, che alimentano le critiche ai biocarburanti.
Ovviamente non tutte le materie prime di partenza garantiscono la stessa resa. Poiché la fase agricola incide
pesantemente sull’efficienza energetica del prodotto (cioè sul rapporto tra l’energia ottenibile dal combustibile prodotto, e
l’energia utilizzata per produrlo), ci si concentra sulle coltivazioni “vincenti”. Le conseguenze sono di diversa natura: il
disboscamento criminale della Malesia, dove le palme (materia prima che energeticamente dà ottimi risultati) sono usate
per ottenere biodiesel; la “guerra della tortillas”, cioè l’aumento del prezzo del mais, da cui viene estratto bioetanolo; la
minaccia delle monocolture alla biodiversità e la minaccia delle grandi lobby ai piccoli coltivatori.
Ogni nazione che decide di investire nei biocarburanti sfrutta le risorse che ha a disposizione: il Brasile la canna da
zucchero, gli Stati Uniti il granturco,... . Non necessariamente tali risorse sono le più competitive: la produzione di etanolo
da granturco costa 40 centesimi a litro, quella da canna da zucchero 23-29 centesimi al litro (la produzione della benzina,
negli Usa, 34 centesimi al litro). Per ora gli Stati Uniti hanno puntato sul cavallo sbagliato, ma l’accordo stretto con Lula
(Brasile e Usa insieme producono il 70% del bioetanolo mondiale) dimostra la volontà di affermare un controllo sul
mercato mondiale. La globalizzazione del mercato dei biocarburanti fa assumere ai problemi connessi alla produzione,
come quelli legati alle colture, sopra citati, un aspetto catastrofico, sottolineato anche da Onu e Fao, ed è sicuramente il
pericolo da scongiurare, anche se la macchina economica è difficile da arrestare.
L’ottica in cui le energie alternative costituiscono una vera rivoluzione parte da presupposti esattamente opposti. La forza
dei biocarburanti, e più in generale delle fonti energetiche rinnovabili, è poter sfruttare localmente le risorse di un territorio
per poter garantire l’indipendenza energetica. Diversificare le produzioni agricole e coinvolgere le piccole realtà,
valorizzare gli ambienti “difficili” grazie a specie adatte alla produzione no-food, portare avanti la ricerca sulle colture più
adatte ai diversi climi e sui processi tecnologici che rendono economicamente conveniente sfruttare ciò che si ha a
disposizione (rifiuti, scarti produttivi, cellulosa).
Aspetti tecnico-applicativi
Il bioetanolo in alcuni paesi del sud America viene già utilizzato puro in normali motori a combustione interna
opportunamente tarati. Nell’immediato potrebbe sicuramente essere utilizzato come additivo alla benzina (fino al 20%
senza modifiche agli attuali motori).
Per quanto riguarda l’utilizzo del biodiesel in autotrazione, l’usura dei motori e le prestazioni sono del tutto assimilabili a
quelle ottenute con gasolio tradizionale in termini di resa e affidabilità. Il biodiesel puro al 100% può essere utilizzato in
tutti i mezzi di trasporto dotati di motore diesel di recente concezione senza accorgimenti tecnici oppure in motori diesel di
produzione antecedente con lievi modifiche da eseguire in officina (sostituzione di guarnizioni e condotti in gomma,
eventuali modifiche al circuito di iniezione). In ogni caso può essere utilizzato in miscela con il gasolio fino al 30-40%
senza la necessità di accorgimenti tecnici, incrementando le prestazioni (il biodiesel aumenta il numero di cetano della
miscela di gasolio, migliorando il comportamento all’accensione).
Obiettivi UE
Per la Commissione europea l’obiettivo realizzabile e necessario per le energie rinnovabili è raggiungere il traguardo del
20% del consumo energetico totale entro il 2020. Ovviamente a questo obiettivo dovranno concorrere anche i
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biocarburanti. Nel settore dei trasporti, secondo l’UE, potrebbero portare un apporto equivalente al 14% del mercato dei
carburanti. Si punta equivalentemente sul bioetanolo, che già rappresenta in Svezia il 4% dei carburanti, e sul biodiesel,
con cui la Germania copre il 6% del mercato dei carburanti diesel. Per le materie prime utilizzate la Commissione europea
stima che i cereali di produzione Ue e la canna da zucchero tropicale saranno quelle più utilizzate per produrre etanolo. In
un secondo tempo si aggiungerà l’etanolo cellulosico, prodotto da paglia e rifiuti. La produzione di biodiesel sarà
assicurata essenzialmente dall’impiego di olio di colza, sia di produzione interna che d’importazione. In minori quantità
verranno usati anche la soia e il girasole.
Per quanto riguarda l’Italia, nonostante i biocarburanti abbiano suscitato l’interesse di molti, compreso il mondo scientifico,
la strada per il raggiungimento di tali obiettivi è ancora lunga, probabilmente anche perché l’impegno politico in tal senso
non riesce ad essere realmente incisivo. Non mancano tuttavia realtà produttive già esistenti: un esempio vicino a noi è
l’impianto di produzione di biodiesel che la Biofox Petroli (già proprietaria di un impianto a Vasto) ha costruito a Pesaro.
Fano, 25 gennaio 2008
L'idrogeno
da opuscolo ENEA, 2008 - Clima e cambiamenti climatici
L'idrogeno non può essere considerato una fonte primaria di energia in quanto non esistono giacimenti di idrogeno, ma è
un "vettore energetico", ovvero è un buon sistema per accumulare o trasportare energia.
L'idrogeno è un vettore ideale per un sistema energetico "sostenibile", in quanto:
- può essere prodotto da una pluralità di fonti, sia fossili che rinnovabili, tra loro intercambiabili e disponibili su larga scala
per le generazioni future
- può essere impiegato per applicazioni diversificate, dal trasporto alla generazione di energia elettrica, con un impatto
ambientale nullo o estremamente ridotto sia a livello locale che globale.
Accanto ai vantaggi, l'introduzione dell'idrogeno presenta ancora numerosi problemi connessi allo sviluppo delle
tecnologie necessarie per rendere il suo impiego economico ed affidabile. Lo sviluppo di tali tecnologie è oggi al centro dei
programmi di ricerca di numerosi paesi. Uno dei problemi più critici è sicuramente quello della produzione; in prospettiva
l'idrogeno si potrà ottenere dall'acqua a emissioni zero utilizzando le energie rinnovabili; oggi la soluzione più vicina è
rappresentata dai combustibili fossili (estrazione dell'idrogeno a partire da carbone, petrolio e gas naturale tramite il
"reforming") ma il problema da risolvere, in questo caso, è quello della separazione e del sequestro della CO 2 prodotta
insieme all'idrogeno.
L'idrogeno può essere utilizzato:
- nei motori a combustione interna. L'idrogeno è un eccellente combustibile e può essere bruciato in un normale motore a
combustione interna come accade in alcuni modelli di auto già commercializzati. l rendimenti sono elevati e le emissioni
si riducono a vapore acqueo e pochissimi ossidi di azoto (NOx)
- nelle celle a combustibile che sono sistemi elettrochimici capaci di convertire l'energia chimica di un combustibile
direttamente in energia elettrica con un rendimento nettamente superiore a quello degli impianti convenzionali e senza
emissioni di CO2. Le celle a combustibile sono una soluzione già adottata da molte case automobilistiche per la
costruzione di prototipi elettrici alimentati ad idrogeno. Un'automobile a celle a combustibile produce a bordo l'elettricità
necessaria al suo funzionamento, senza emissioni nocive
- nelle centrali termoelettriche a idrogeno.
I programmi di ricerca e lo sviluppo della tecnologia consentiranno di costruire impianti che utilizzeranno l'idrogeno per la
generazione centralizzata di energia elettrica. Questi impianti, abbinati ad un sistema di separazione e confinamento della
CO2, ad esempio in giacimenti esauriti di petrolio o metano, permetteranno la produzione di elettricità con un alto
rendimento e senza rilascio di anidride carbonica.
Ma come sarà il futuro a idrogeno?
L'idrogeno verrà prodotto da fonti rinnovabili oppure dai combustibili fossili.
In questo secondo caso lo CO2 prodotta verrà confinata in giacimenti esausti o in acquiferi salini. L'idrogeno verrà
utilizzato come combustibile per lo generazione elettrica in celle a combustibile e per alimentare i nostri mezzi di trasporto.
I rigassificatori
da Wikipedia, consultata il 21 febbraio 2009
Un rigassificatore è un impianto che permette di riportare lo stato fisico di un fluido che in natura si presenta sottoforma di
gas dallo stato liquido a quello aeriforme. L'impianto non è da confondersi invece con il gassificatore, che ha tutt'altre
funzioni. I più noti impianti di questo tipo sono i rigassificatori GNL, utilizzati nel ciclo di trasporto del gas naturale.
Normalmente la liquefazione di un gas viene condotta per agevolarne il trasporto in serbatoi, riducendone il volume. Tale
sistema viene in particolare adottato in occasione del trasporto marittimo di gas industriali come metano, GNL, etilene,
GPL, ammoniaca ed altri derivati del petrolio. Il trasporto avviene in condizioni criogeniche o di debole pressurizzazione.
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La rigassificazione viene realizzata negli impianti di destinazione attraverso l'innalzamento della temperatura e
l'espansione del gas in impianti la cui complessità dipende dalle condizioni di temperatura raggiunte per ottenere la fase
liquida.
Energia nucleare:
il futuro dell’energia o un incubo che ritorna?
di Luciano Benini
Il famoso libro di Ernst Fritz Schumacher “Il piccolo è bello” iniziava con questa frase: “La tecnologia è la risposta: ma
quale era la domanda?”. Allo stesso modo, a chi dice che l’energia nucleare è la risposta potremmo dire: “Ma quale era la
domanda?”.
La domanda vera da porci è: ci serve altra energia? Quanta ce ne serve? Per fare cosa? Partiamo dall’inizio. Già negli
anni ’40 negli Stati Uniti si cominciò a pensare che i processi nucleari, oltre che per scopi distruttivi (bombe atomiche)
potessero essere utilizzati a fini energetici.
I tecnici e gli scienziati proposero all’allora presidente degli Stati Uniti di avviare il programma “Atomo per la pace”. C’era
però un problema da risolvere: dove mettere in un luogo sicuro le scorie nucleari che rimanevano radioattive per decine e
decine di migliaia di anni?
Questo problema non aveva, e non ha ancora, una risposta, ma i tecnici e gli scienziati americani riuscirono ad avere
l’autorizzazione del presidente degli Stati Uniti sulla base di una promessa, risultata poi bugiarda, di trovare in breve la
soluzione al problema.
Da allora diversi paesi hanno costruito centrali nucleari, ma molti altri hanno nel frattempo abbandonato questa via
pericolosa, costosa e a rischio di proliferazione di armamenti nucleari.
I RISCHI
Nella normale vita di una centrale nucleare vi sono continui rilasci di materiale radioattivo, sia in forma liquida che in forma
gassosa. Poiché le radiazioni ionizzanti producono tumori in percentuale tanto maggiore quanto maggiore è la dose
assorbita, e non vi è una soglia minima sotto la quale non ci sono effetti, anche in condizioni di esercizio “normale” di una
centrale vi sono rischi potenziali di tumori per la popolazione che vive in un raggio di qualche decina di chilometri da una
centrale nucleare. Ma naturalmente vi è anche il rischio di incidente nucleare, sia grave e gravissimo, come quello del
1979 negli Stati Uniti a Three Miles Island, che catastrofico, come quello del 1986 a Chernobyl, che ha causato molte
migliaia di morti. Entrambi questi incidenti erano considerati “impossibili” negli scenari previsti dagli “esperti” del nucleare
nel mondo.
LO STRETTO LEGAME FRA NUCLEARE CIVILE E NUCLEARE MILITARE
Nei dibattiti degli anni ’70 sull’energia nucleare i cosiddetti “esperti” negavano ogni legame fra nucleare civile e nucleare
militare, irridendo a noi del M.I.R. - Movimento Internazionale della Riconciliazione - che per primi mettemmo in guardia
contro questo gravissimo pericolo.
La storia si è incaricata di darci ragione. La mattina del 7 giugno 1981 alcuni cacciabombardieri israeliani si alzarono in
volo e andarono a bombardare la costruenda centrale nucleare irakena di Osirak, costruita con l’aiuto dei francesi. Il
legame stretto fra energia nucleare e bombe atomiche era stato mostrato nella maniera più evidente possibile.
D’altra parte le recenti vicende della Corea del Nord e dell’Iran dimostrano che la strada dell’energia nucleare è il cavallo
di Troia per giungere alle bombe nucleari.
Non è un caso che i maggiori paesi produttori di energia nucleare siano anche i principali paesi detentori di armi nucleari:
Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito.
LO STRETTO LEGAME FRA NUCLEARE CIVILE E RISCHIO TERRORISMO
Concentrare la produzione di energia in pochi luoghi ad elevatissimo rischio comporta pericoli gravissimi anche dal punto
di vista di attentati terroristici. Colpire una centrale nucleare vuol dire non solo rischiare di causare un incidente nucleare
catastrofico, ma anche togliere l’energia a centinaia di migliaia di persone. L’energia va prodotta decentrandola il più
possibile, non concentrandola in pochi siti vulnerabili, altrimenti occorre militarizzare il territorio: ne va di mezzo anche il
concetto stesso di democrazia.
Il rischio di terrorismo è dovuto anche a possibili furti di materiale fissile per produrre rudimentali ma catastrofiche bombe
nucleari. Negli ultimi decenni sono avvenuti moltissimi furti di materiale radioattivo, ed anche recentemente sono stati
arrestati gruppi terroristici che stavano trafficando in materiale per bombe nucleari.
I COSTI DELL’ENERGIA NUCLEARE
Un’altra bugia che è stata raccontata in questi decenni è che l’energia nucleare costerebbe meno di altre fonti energetiche
rinnovabili come il solare o l’eolico. Quando i conti sono stati fatti tenendo conto dell’intero ciclo del nucleare, fino alla
conservazione per decine di migliaia di anni delle scorie e tenendo conto delle conseguenze sanitarie dei rilasci “normali”
e per incidenti, il nucleare è risultato ben poco conveniente anche dal punto di vista economico.
L’ENERGIA NUCLEARE NON ELIMINA LA DIPENDENZA ENERGETICA
D’altra parte non è neppur vero che l’energia nucleare toglierebbe all’Italia la dipendenza da fonti energetiche estere
(petrolio, gas, carbone). L’Italia non dispone di Uranio, elemento base per il funzionamento delle centrali nucleari, e d’altra
parte nel mondo di Uranio ce n’è appena per qualche decina di anni ai consumi attuali: quella del nucleare civile è dunque
una strada vecchia, senza futuro, rischiosa e costosa.
31
32
QUALE SOLUZIONE DUNQUE?
Torniamo allora alla domanda iniziale: ci serve altra energia? Quanta ce ne serve? Per fare cosa?
I consumi energetici in Italia sono ripartiti in modo più o meno uguale tra industria, trasporti e settore civile (un peso
minore hanno l'agricoltura e gli usi non energetici).
Questi consumi sono soddisfatti così:
Petrolio:
Gas:
Carbone:
Idroelettrico:
Elettricità importata:
Rinnovabili (solare, eolico, ecc.):
Petrolio
44,48%
45%
33%
9%
5%
5%
3%
Elettricità importata
5,05%
Tot. Rinn. Tradiz.
6,16%
Tot. Biomasse & RSU
1,74%
Cogenerazione
0,24%
NFER
1,95%
Eolico
0,21%
Carbone
8,64%
Solare
0,01%
Gas Naturale
33,46%
CONSUMO ENERGETICO LORDO NEL 2004 = 197,8 Mtep
ELETTRICITA' IMPORTATA = 10,0 Mtep
ENERGIA RINNOVABILE ENDOGENA = 16,5 Mtep
Fonte: ENEA REA 2005
Il faraonico programma italiano di produzione di energia nucleare pensato negli anni ’70 prevedeva di avere 44 centrali
nucleari attive nel 1989. Nel 1986, all’epoca dell’incidente di Chernobyl, ne funzionavano, ad intermittenza, 4: Caorso,
Garigliano, Latina e Trino Vercellese.
Anche se si fosse realizzato quell’assurdo ed enorme piano nucleare, avrebbe coperto meno del 5% del fabbisogno
nazionale.
Quel misero 5% di energia si può recuperare, per esempio, con un piccolo sforzo di risparmio energetico sugli sprechi
delle nostre abitazioni. Facciamo due conti vediamo perché è molto meglio non produrre energia e risparmiarla piuttosto
che produrla.
LA PRODUZIONE E IL CONSUMO DI ENERGIA HANNO UN ENORME IMPATTO SANITARIO E AMBIENTALE
- Inquinamento atmosferico
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- Inquinamento delle acque
- Inquinamento del suolo
- Produzione di rifiuti
- Rischi di incidenti
- Guerre
L’Unione Europea ha stimato i danni in Euro per MWh prodotto da:
Petrolio e derivati
Gas naturale
Incenerimento rifiuti
Idroelettrico
Eolico, Solare
55.8
27.3
8.9
3.4
< 0.1
Il danno totale in Italia dovuto alla produzione di energia è stato stimato essere pari a: 15 miliardi di Euro all’anno
PIANI ENERGETICI NAZIONALI
Il PEN Piano Energetico Nazionale nel 1975 prevedeva per il 1985 un consumo di energia elettrica in Italia di 290.000 di
GWh, mentre in realtà il consumo è stato di soli 174.500 GWh.
Nel 1976 l’ENEL prevedeva per il 1990 un consumo di energia elettrica in Italia di 460.000 GWh, mentre in realtà ne sono
stati consumati solo 215.000.
Queste previsioni, sistematicamente ed enormemente sovrastimate, unite alla convenienza di acquistare energia elettrica
dalla Francia che la svende avendone una enorme quantità per via del legame fra energia nucleare e produzione di
armamenti nucleari, hanno prodotto una sovrabbondanza di energia che non ha mai fatto decollare una seria politica
energetica basata su (in ordine di importanza):
- riduzione ed eliminazione dei consumi inutili di energia;
- risparmio energetico (maggiore efficienza energetica);
- largo utilizzo di fonti energetiche rinnovabili.
RIDUZIONE ED ELIMINAZIONE DEI CONSUMI INUTILI DI ENERGIA
- vetro invece dell’alluminio (per quanto riciclato, la produzione di alluminio implica un consumo energetico enormemente
superiore a quello per produrre vetro);
- no a scaldabagni, stufe, asciugamani elettrici (la trasformazione di tutti gli 8 milioni di scaldabagni elettrici che ci sono in
Italia a solare ridurrebbe in maniera significativa la necessità di produzione di energia elettrica);
- riduzione delle temperature e maggior controllo di questa negli ambienti abitativi e di lavoro;
- telelavoro (forte riduzione dei consumi di carburante);
- riduzione e razionalizzazione dell’illuminazione pubblica;
- aumento della mobilità pubblica (piano razionale dei trasporti passeggeri e merci, con riduzione dei consumi senza
riduzione della qualità del servizio);
- riorganizzazione delle funzioni della città;
- sobrietà e riduzione degli sprechi.
RISPARMIO ENERGETICO (MAGGIORE EFFICIENZA ENERGETICA)
(cioè utilizzare meno energia a parità di bene o servizio prodotto)
- centrali elettriche combinate (cogenerazione): riutilizzano i 2/3 di energia altrimenti sprecata sottoforma di calore;
- teleriscaldamento da impianti di combustione;
- auto più efficienti (possono ridurre i consumi di carburante del 50-70%);
- a parità di qualità della prestazione, vi sono elettrodomestici che consumano la metà di altri;
- a parità di luce prodotta, le lampadine a basso consumo consumano il 20% di quelle normali a incandescenza;
- miglioramenti sulla tenuta del calore nelle abitazioni (infissi, sottotetti) e sull’efficienza degli impianti (caldaie, ecc.)
possono ridurre i consumi anche del 30-40%.
RISPARMIO ENERGETICO (MAGGIORE EFFICIENZA ENERGETICA)
Mentre le abitazioni italiane consumano, in media, circa 15-20 metri cubi di metano per metro quadro all’anno, quelle
tedesche sono a 5. Detto in altri termini, una casa italiana ha bisogno di circa 150-200 kWh per metro quadrato all’anno,
quando in Germania sono circa a 50 e Bolzano ha reso obbligatorio costruire case che non consumino più di 70.
33
34
Se in tutta Italia si applicasse la legge della Provincia di Bolzano, i consumi energetici dei fabbricati diminuirebbero
almeno del 30%-35%: tenuto conto che i consumi energetici dei fabbricati rappresentano il 31% dei consumi totali italiani,
il risparmio effettivo sarebbe circa il 10%, più del doppio dell’intero faraonico programma nucleare italiano degli anni ’70.
DISPONIBILITA’ LORDA DI ENERGIA IN ITALIA (IN TWh)
Combustibili
solidi
Gas
naturale
Petrolio
Elettrica
Fonti rinnov.
TOTALE
1975
1980
1985
1990
1995
2000
114,0
145,8
187,7
183,7
145,4
148,8
212,8
265,1
317,1
454,3
520,9
675,6
1088,4
131,4
0,0
1546,6
1149,2
149,5
0,0
1709,6
995,8
199,4
0,0
1700,0
1076,1
186,6
0,0
1900,7
1112,8
95,3
120,9
1995,3
1061,6
112,8
150,0
2148,8
(Fonte: ENEA)
1 MTep = 11,628 TWh
DISPONIBILITA’ LORDA DI ENERGIA IN ITALIA (IN TWh)
PRODUZIONE LORDA DI ENERGIA ELETTRICA IN ITALIA (IN TWh)
IDROELETTRICA
1991
42,240
1994
44,658
1997
41,600
EOLICA
0,000
0,006
0,118
FOTOVOLTAICA
GEOTERMICA
BIOMASSE E RIFIUTI
TOTALE DA FONTI RINNOVABILI
TERMOELETTRICA
TOTALE DA OGNI FONTE
FONTI RINNOVABILI SUL TOTALE
0,000
3,182
0,191
45,613
173,253
218,866
20,8%
0,002
3,417
0,285
48,368
180,648
229,016
21,1%
0,006
3,905
0,820
46,449
200,881
247,330
18,8%
2000
44,205
0,563
(3,56
nel
2007)
0,006
4,705
1,906
51,385
219,016
270,401
19,0%
(Fonte: ENEA)
D. Lgs.vo 79/1999: le industrie devono approvvigionarsi di energia elettrica per almeno il 2% da fonti energetiche
rinnovabili (l’obiettivo del 2% è destinato a crescere nei prossimi anni
PRODUZIONE LORDA DI ENERGIA ELETTRICA IN ITALIA (IN TWh)
34
35
GEOTERMICO
“La riserva di energia termica a bassa entalpia è praticamente inesauribile, essendo legata al normale gradiente termico
del sottosuolo (20-30 °C/km)” (ISS, Laboratorio di Fisica, 1977).
BIOMASSE
La quantità di biomassa prodotta annualmente sulla terra in termini del suo contenuto energetico può essere stimata in
circa 70 Gtep, pari a oltre otto volte il consumo mondiale di energia (che è pari a circa 8.5 Gtep). Al momento la
popolazione mondiale soddisfa il 10-15% del proprio fabbisogno primario di energia con biomassa. In Europa la
percentuale media è ferma al 6%. (Fonte U.E.)
ENERGIA EOLICA
Nella Regione Marche “… si può ipotizzare una produzione complessiva di energia elettrica da fonte eolica di almeno 600
GWh/anno”, pari a circa il 10% del consumo di energia elettrica della Regione.
(Del. Giunta Regionale Marche n. 1885 del 29/10/2002 procedure di V.I.A. per impianti eolici)
Libro Bianco CIPE sulle energie rinnovabili (agosto 1999): l’obiettivo per il 2010 è di avere installati almeno 2500-3000
MW eolici, quando nel 2000 ce n’erano solo 427.
“La Commissione europea valuta che un megawatt (eolico) di capacità generativa implichi approssimativamente dai 15 ai
19 posti di di lavoro, alle attuali condizioni del mercato europeo”.
Germania
Spagna
Danimarca
Olanda
Totale installato
al 1999 (MW)
4.443
1.542
1.771
411
Italia
283
PAESE
Totale installato
al 2000 (MW)
6.113
2.481
2.301
449
427
(2700 nel 2007)
1 MW installato produce circa 2 GWh/anno di energia elettrica
Ciò significa che nel 2007 l’eolico ha prodotto più di 5.4 TWh, più di una centrale nucleare: e l’eolico è appena agli inizi.
ENERGIA SOLARE
In un solo giorno la terra riceve dal sole una quantità di energia trenta volte superiore a quella consumata nel mondo in
un intero anno.
I vantaggi offerti dall’energia solare, rispetto a quella prodotta da altre fonti, sono ben noti: enorme quantità di energia
potenzialmente disponibile, gratuità, rinnovabilità e come ultimo aspetto la possibilità di raccogliere tale energia con
dispositivi molto semplici. L’intero fabbisogno energetico del 1975 sarebbe coperto con 4000 km2” che costituiscono poco
più dell’1% del territorio nazionale, meno del 10% delle sole terre abbandonate”. (ISS, Laboratorio di Fisica, 1977)
Energia solare: “Si tratta di una quantità di energia certamente in grado di coprire, opportunamente captata e convertita, i
consumi energetici di una società complessa come la nostra” (Corrado Ratto, docente di Fisica alla Facoltà di Ingegneria
di Genova, in “Le energie rinnovabili: prospettive e limiti”, SNABI 1987).
ENERGIA SOLARE TERMICA
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PAESE
Germania
Grecia
Austria
Francia
Spagna
Danimarca
Italia
3.700.000
3.100.000
2.371.000
554.500
450.000
273.000
272.500
900.000
150.000
170.000
35.500
40.000
13.000
42.000
Nel 2006 sono stati installati in Italia 186.000 mq che hanno portato ad un totale di 700.000 mq.
ENERGIA SOLARE FOTOVOLTAICA
POTENZA INSTALLATA DI FOTOVOLTAICO (MW)
Paese
2003
2006
MAGGIO 2008
ITALIA
2
26
108.8
GIAPPONE
155
1708
GERMANIA
120
3000
In Italia c’è un irraggiamento per m2 da 1.1 a 2.6 MWh/anno.
1 m2 di fotovoltaico installato genera una potenza di picco di circa 0.15 kWp che produce circa 0.5 kWh/giorno.
Pertanto nel 2007 il solare fotovoltaico in Italia ha prodotto 0.13 TWh.
Affideresti il futuro dell’energia ad una fonte che potrà durare solo pochi decenni, oppure ad una che durerà almeno 5
miliardi di anni?
Rubbia: "Né petrolio né carbone, soltanto il sole può darci energia“
Il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40
anni, come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla
base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica
che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e
riscalda la terra".
Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al
nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella
produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto
dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare
occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata.
Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".
Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?
"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni
un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali.
Ora c'è anche il cosiddetto "carbone pulito". La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa
anche Hillary Clinton s'è detta favorevole ...
"Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più
pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà
nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio.
No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".
E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso
l'alternativa?
"Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto
spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di
36
37
questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si
potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità". Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo
i deserti ...
"E che vuol dire? Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre
tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone
desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari
da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".
Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno.
"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali
contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né
più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per
alimentare la corrente".
Se è così semplice, perché allora non si fa?
"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese:
se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".
VALUTAZIONI DI IMPATTO AMBIENTALE E SANITARIO
ARIA
ACQUE
SUOLO
RIFIUTI
VISIVO
ACUSTICO
FLORA E
DIPENDENZA GUERRE INCIDENTI
FAUNA
RIDUZIONE DEI
CONSUMI
RISPARMIO
ENERGETICO
FUSIONE
FREDDA
SOLARE
EOLICO
IDRO
ELETTRICO
GEOTERMICO
BIOMASSE E
RIFIUTI
GAS NATURALE
PETROLIO
COMBUSTIBILI
SOLIDI
FUSIONE
NUCLEARE
NUCLEARE
Trascurabile
Basso
Medio
Alto
Fano, 27 settembre 2008
Illusione nucleare - i rischi e i falsi miti
di Giuseppe Dini
Sergio Zabot e Carlo Monguzzi sono due ingegneri, che si occupano già da tempo di energia rinnovabile e di ecologia.
Tra le prime battute del loro libro troviamo una frase di Gandhi che fa da traccia a tutto il testo. “La crescita non può porsi
obbiettivi illimitati, perché - come diceva Gandhi - «la terra produce abbastanza da soddisfare i bisogni di ognuno, ma non
per soddisfare l’avidità di tutti»”.
La tecnologia dominante per la produzione elettrica si basa sul vapore che nelle centrali termoelettrica tradizionali
permette un rendimento del 35 % mentre quelle a ciclo combinato, più recenti, arrivano al 60%. Anche le centrali solari
termodinamiche, così come le termonucleari funzionano nello stesso modo. La caldaia nucleare, il reattore, produce
calore per sviluppare vapore ad alta pressione, che inviato alle turbine farà ruotare i generatori. Il fatto è che mentre è già
difficile regolare in base ai carichi una centrale termoelettrica, lo è ancora maggiormente regolare quelle nucleari, che
proprio per questo manifestano la loro maggiore criticità.
Gli autori affrontano il costo dell’elettricità in Italia, nei quali rientrano gli oneri per lo smantellamento delle centrali nucleari,
quelli relativi alla cessione dei contratti Enel a lungo periodo all’Acquirente Unico, la riduzione dei costi alle industrie che
sono disponibili ad eventuali interruzioni di corrente, l’incentivazioni delle fonti assimilare alle rinnovabili come Cip 6, nelle
quali rientrano anche le fonti provenienti dagli scarti di lavorazione del petrolio, dei termovalorizzatori che usano rifiuti, la
cogenerazione a gas naturale; una quota va anche per la ricerca e lo sviluppo di quelle società di produzione elettrica oggi
di fatto privatizzate, così come i rimborsi alle imprese che avevano fatto prima della liberalizzazione.
37
38
Di fatto la nostra bolletta elettrica è più cara del 20 % del dovuto, a motivo di “una logica speculativa, che si basa però su
previsioni relative ai più svariati parametri che possono influenzare l’andamento del mercato”.
Alla pari di tutti i beni standardizzati indispensabili all’economia di uno stato, quali prodotti agricoli, fertilizzanti, sistemi
energetici, metalli, così anche l’uranio entra ultimamente in questi. Anche se il mercato dell’uranio è riservato a pochi, c’è
chi sostiene che esso è soggetto ad una forte tempesta speculativa per la quale è necessaria una notevole
capitalizzazione.
La breve storia del nucleare è piena di fallimenti, collassi finanziari, interventi statali di salvataggio del possibile. Molte
attività di trattamento del combustibile sono ad appannaggio dei militari, normalmente restii a fornire dati e costi.
Tre i blocchi del sistema nucleare: 1) la fabbricazione del combustibile, 2) la costruzione e gestione del reattore, 3) il
trattamento del combustibile esausto, delle scorie e lo smantellamento della caldaia radioattiva. Una serie di tabelle
riportano i vari reattori in esercizio nel mondo, 439 totali, i consumi mondiali di energia, i reattori in costruzione, 34, e
quelli proposti, 219, e le agenzie di credito italiane che supportano progetti nucleari nel mondo.
Nella fabbricazione del combustibile l’ossido d’uranio (U3O8) “yellowcake” viene estratto di solito in miniere a cielo aperto
utilizzando dinamite che provoca la formazioni di polveri radioattive, sulle quali viene nebulizzata acqua. Nelle miniere
sotterranee abbiamo la produzione di minori scarti, ma i minatori sono soggetti ad una maggior dose di radiazioni. Da una
tonnellata di Uranio naturale si ricavano circa 7 kg di uranio fissile soprattutto U 235 ed in piccola quantità U 234. L’uranio
deve essere perciò arricchito, portando la percentuale di U 235 intorno al 4-5%, per poter essere utilizzato nei reattori.
Con le centrali in esercizio le riserve di Uranio sono state stimate dai 35 ai 70 anni. Inoltre tutta la filiera del combustibile,
estrazione in miniera, macinazione, fabbricazione combustibile, arricchimento, gestione degli scarti, richiede una quantità
di energia fossile elevata necessaria per il funzionamento dei macchinari. La quantità di CO2 emessa per queste
lavorazioni è dunque considerevole, anche se mancano analisi dettagliate, che comunque non vengono mai menzionate,
quando si propone il “ritorno al nucleare”. Né va trascurata la produzione elevata del cosiddetto Uranio impoverito, di
scarto, da dove è stato “tolta” la parte fissile, che ancora contiene radioattività per lo 0,3 %. Esso pone gravi problemi di
smaltimento, sia per la componente radioattiva che per la sua tossicità. Viene perciò utilizzato nell’industria bellica per i
cosiddetti proiettili perforanti e nel civile per contrappesi aerei, zavorre, a motivo del suo elevato peso specifico.
I reattori disponibili ad uso civile sono quelli di 2.a generazione più diffusi, Candu , canadese ad uranio naturale, BWR ad
acqua bollente della General Elettric, PWR ad acqua pressurizzata della Westinghouse, i simili sovietici ed i Framatone
francesi. Quelli di 3.a generazione incorporano miglioramenti sperimentali ed utilizzano una miscela di ossido di uranio e
plutonio: i primi a realizzarlo furono i giapponesi nel 1996. Quelli di 4.a generazione sono solo sulla carta e potranno
essere costruiti commercialmente nel 2040.
Piuttosto interessante e dettagliata, è l’analisi dei costi che merita di essere letta, per capire che queste tecnologie non
solo non rispettano le previsioni di progettazione sia temporali che economiche , ma hanno bisogno di prestiti garantiti
dallo stato.
Lo smantellamento del reattore (decommisioning) è una operazione piuttosto delicata e che richiede interventi di tutto
rispetto. Si consideri che tutto ciò che ha assorbito o ricevuto flussi di neutroni diventa a sua volta radioattivo. Quindi è
molto difficile la stima dei costi di questa operazione, che occorre reperire da un fondo destinato appositamente e
accantonato dalla produzione energetica del reattore, ma in base alle stime economiche questo non sarà affatto
sufficiente per la “rottamazione” della centrale nucleare; esempi attuali non mancano. La stessa cosa vale per le scorie
radioattive che dovrebbero esse stoccare in depositi geologici definitivi, usufruibili nel tempo, ma questo è piuttosto
aleatorio.
I conti li sanno fare anche la corte dei conti francese, britannica ed italiana che mettono in evidenza le “bizzarrie”
economiche, sia sullo smantellamento, sia sulla gestione delle scorie.
Quando poi ci si mettono in mezzo politici e militari accade come al reattore Candu canadese il quale oltre a promettere
una brillante resa energetica, funziona a uranio naturale, è moderato ad acqua pesante, che però doveva essere
importata dagli USA; questi aumentando le pretese economiche richieste, di fatto boicottarono la riuscita di questa
tecnologia canadese. L’Italia costruì un proprio rettore “Candu” chiamato CIRENE, nella centrale di Latina, ma non fu mai
messo in funzione.
I veri concorrenti del nucleare, però, sono l’efficienza energetica e la generazione distribuita garantita dalle fonti
rinnovabili; non è affatto vero che gli impianti solari occupino più spazio dei nucleari che con tutti i connessi, miniere, spazi
per il trattamento, deposito scorie, di fatto sono i maggiori consumatori e devastatori del territorio. La cogenerazione, le
pompe di calore e la distribuzione attraverso “reti intelligenti”, rappresentano le tecnologie energetiche emergenti.
“La microgenerazione diffusa è già una realtà e in fondo, se usata bene, di energia ne basta molto poca; il sole, l’acqua, il
vento possono ancora darci quello che ci serve. Le maestose quanto dispendiose centrali atomiche moriranno prima
ancora di cominciare a produrre un’energia che nessuno più vorrà”.
Bioedilizia, casa passiva
PAEA - Progetti Alternativi per l'Energia e l'Ambiente (www.paea.it/it/casapassiva consultato il 22 febbraio 2009)
L'edilizia ecologica nasce come reazione alla grave crisi ambientale di cui l'attività del costruire è pienamente
responsabile, incidendo per un terzo circa sul consumo totale di energia nel mondo.
L'applicazione dei criteri di bioedilizia incontra ancora diverse difficoltà, i committenti per primi non sono abituati a pensare
alle conseguenze ambientali delle proprie azioni. Tuttavia, si assiste ad un cambiamento nei comportamenti che nasce
dalla paura per la propria salute e speriamo approdi ad una maggiore sensibilità verso i problemi ambientali.
L'abbassamento del fabbisogno energetico per il riscaldamento sembra essere una risposta al dibattito sul crescente
inquinamento atmosferico ed appare come la misura più efficace e più rapida per poter evitare la scomparsa delle foreste
e la catastrofe climatica.
38
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Le esperienze positive dei paesi del nord Europa dimostrano chiaramente che una coibentazione ben progettata e
realizzata correttamente è la via più pratica e al tempo stesso più economica per la salvaguardia del nostro ambiente dai
gas di scarico dei sistemi di riscaldamento a combustione.
La scelta dei materiali isolanti e da costruzione appare di fondamentale importanza, in quanto influisce sull'ambiente e
sulla salute degli abitanti. I materiali comunemente usati oggi richiedono grandi consumi d'energia, esauriscono le risorse
naturali e nella loro composizione è lasciato ampio spazio ad innumerevoli sostanze nocive.
Il consumo di energia primaria nella produzione è decisamente significativo nella valutazione ecologica dei materiali edili.
In effetti se la fabbricazione e lavorazione di una certa quantità coibentante consuma alla fine più energia di quanta ne
venga risparmiata sulla spesa di riscaldamento, questo sarebbe un cattivo impiego delle nostre sempre più esigue riserve
energetiche future.
Materiali tradizionali quali argilla, calce, pietra, fibre vegetali, sono tuttora abbondanti e le scorte di legname possono
essere garantite o migliorate con la gestione equilibrata dello sfruttamento del bosco.
Questi materiali sono facilmente riciclabili, producono poco o nessun inquinamento e, una volta terminata la loro funzione
edile, vengono riassorbiti nei cicli naturali dell'ambiente. L'utilizzo di materiali naturali e di soluzioni tecniche volte ad una
maggior qualità edilizia garantiscono basse spese di gestione e manutenzione, oltre a benefici in termini di salute.
Ciò che si deve sviluppare è una nuova etica del costruire che riconosca il fondamentale rapporto tra l'ambiente costruito
e l'ambiente naturale. Al raggiungimento di questo obiettivo tutti possono e devono partecipare; sia i committenti sia i
progettisti sono in grado di cambiare il mercato attraverso scelte che rispettino i principi della vita.
Si possono raggiungere gli obiettivi di "Casa sana" e "Casa energeticamente efficiente" attraverso un'attenta
progettazione dei dettagli costruttivi, l'utilizzo dei materiali più idonei e un controllo in cantiere delle fasi di costruzione in
modo da ottenere un'alta qualità abitativa che porta a completamento il concetto di Casa Passiva. Questo termine si
riferisce ad un particolare standard costruttivo basato sull'integrazione di tecnologie e materiali appropriati che assicurano
all'edificio un'elevata qualità abitativa e una sensibilissima riduzione dei consumi energetici. Questi edifici, caratterizzati da
un involucro altamente coibentato e privo di ponti termici, con ampie vetrate a sud, dotati di un sistema di ventilazione
controllata con recupero di calore, sono in grado di sfruttare passivamente gli apporti solari e le sorgenti di calore interne
(persone, apparecchiature, macchinari, illuminazione artificiale), senza necessitare di un impianto termico convenzionale
per il riscaldamento invernale. Le case passive sono edifici che hanno un fabbisogno annuale di riscaldamento talmente
ridotto da permettere di rinunciare ad un sistema di riscaldamento tradizionale: il calore necessario può essere apportato
dall’aria immessa con il sistema di ventilazione. Per questo, l’effettivo valore del carico termico specifico deve essere
minore o uguale a 10 W/m2 (Watt per metro quadrato di superficie netta riscaldata); anche nei giorni più freddi i carichi
termici sono così bassi da rendere superflui altri sistemi separati di produzione e di distribuzione del calore.
La realizzazione di case passive impone limiti restrittivi:
● bassi valori U di trasmittanza in funzione del clima
● esecuzioni prive di ponti termici
● eccellente tenuta all’aria dell’involucro edilizio, provata tramite test di pressione (Blower Door Test)
● vetrature con bassi valori U in funzione del clima con elevato grado di trasmissione della radiazione solare, in modo da
permettere anche in inverno un guadagno termico netto
● finestre con bassi valori U in funzione del clima
● se necessario, ventilazione con recupero termico (l’efficienza dello scambiatore dipende dal clima)
● dispersioni termiche minime per la produzione e la distribuzione di acqua calda
● utilizzo altamente efficiente della corrente elettrica.
Il semplice elenco dei singoli componenti adeguati alle case passive non è tuttavia ancora sufficiente per fare di un edificio
una casa passiva: l’intero è più della somma delle sue parti. L’interazione tra i singoli componenti rende necessaria una
pianificazione integrale, attraverso la quale si possono soddisfare gli standard per le case passive. Un ulteriore apporto
energetico può essere fornito da una piccola pompa di calore che comunque non supera i 10 W/m2.
I calcoli termici sui quali si basa la progettazione di un edificio passivo tengono conto oltre che dell'isolamento termico,
anche della permeabilità all'aria e della ventilazione dei locali.
Per verificare le perdite di calore viene eseguito il Blower Door Test tramite un ventilatore abbinato ad una
strumentazione che misura il flusso d'aria e un manometro che indica la differenza di pressione. Il necessario ricambio
d'aria all'interno degli edifici garantisce una qualità abitativa ma impone anche un consumo energetico.
Negli edifici passivi, il sistema di ventilazione controllata con scambiatori a flusso incrociato che recuperano l'80% del
calore dell'aria in uscita permette di aumentare il comfort e limitare i consumi; infatti, i ventilatori usati hanno una potenza
inferiore ai 40 W o funzionano a corrente continua di 24 V prodotta da un piccolo pannello fotovoltaico. I costi di una casa
passiva sono alti se paragonati ad una comune costruzione, ma sono concorrenziali rispetto a quelli degli edifici che
rispondono alle normative sul risparmio energetico perché l'eliminazione dell'impianto termico convenzionale compensa in
parte l'aumento dei prezzi causato dal massiccio isolamento.
In Italia, grazie alle condizioni climatiche più favorevoli, i parametri degli edifici passivi si raggiungono con meno sforzi.
Riducendo tecnica e materiali impiegati, il consumo di un edificio passivo sarebbe di soli 15 KWh/m2 come nei paesi
dell'Europa Centrale, mentre, mantenendo gli stessi accorgimenti tecnici, con ogni probabilità si arriverebbe ad un valore
prossimo allo 0.
Consumare di meno si può: casa a basso consumo energetico
a Sant’Angelo in Vado
di Giuseppe Dini
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A Sant’angelo in Vado sta per essere ultimata una delle prime case a basso consumo energetico.
Per apprenderne meglio le caratteristiche, mi sono recato sul cantiere lungo la provinciale piobbichese, lontano dal centro
abitato. Ad attendermi c’è il proprietario, Capelloni Giuseppe imprenditore di una ditta di autospurgo, sposato con Natascia
e padre di 3 figli.
Giuseppe mi spiega come è venuta l’idea di questa casa a basso consumo energetico energetico; come imprenditore è
sempre attento alle novità del settore e perciò frequenta spesso le fiere in tutta Italia. A Bolzano in occasione dell’evento
“Casa clima” ha potuto notare non solo materiali, ma anche abitazioni realizzate con il contenimento energetico dei
consumi: uno stimolo evidente per la realizzazione della sua nuova casa.
Queste abitazioni sono classificate in base a lettere, così come gli elettrodomestici di casa: ecco quindi che una di classe
“A”, quale la sua, ha un consumo inferiore a 30 chilowatt al metro quadro all’anno, per il suo fabbisogno energetico si
spenderà intorno ai 600 euro annui contro i circa 2000 euro di una abitazioni di fine anni ’90.
Il decreto legislativo 192 del 2005 prevede la classificazione energetica degli edifici, ed una recentissima legge delle
Regione Marche la n.14 de 17 giugno 2008 norma l’edilizia sostenibile.
Giuseppe ci spiega le particolarità della sua abitazione: sotto la piattaforma del seminterrato sono state alloggiate delle
cupole in plastica che permettono il recupero del gradiente termico del terreno, che viene distribuito in tutti locali; seppure
la struttura portante sia tutta in cemento armato, compresi i marciapiedi realizzati in un unico getto al fine di ridurre i ponti
termici, il tetto è in legno, ventilato, isolato con fibra cellulosica da 12 cm; la tamponatura è realizzata con un particolare
blocco di cemento cellulare alveolato, così pure i pannelli di rivestimento delle colonne; la tamponatura interna è realizzata
con lo stesso materiale, permettendo anche la facilitazione delle opere impiantistiche; l’intonaco esterno è realizzato in
biocalce, come nelle case del passato, per permettere la traspirazione interna.
Per il riscaldamento, tutta la struttura abitativa, utilizza il sistema radiante a pavimento che viene alimentato da un
accumulo principale nel quale confluiscono i pannelli solari termici, un termocamino da 24 mila chilocalorie, e per
l’eventuale integrazione usa una caldaia a doppia condensazione con recupero del calore dai fumi. Nel tetto oltre ai
pannelli solari, sono montati 9 moduli fotovoltaici integrati alla copertura in coppo, per una produzione di 2,2 chilowatt.
Infine tutte le acque piovane sono recuperate ai fini irrigui e per i bagni; tutte le acque di scarico passano in un apposito
depuratore che ne permette il recupero irriguo per il giardino.
Giuseppe ci tiene a parlare della sua casa delle scelte applicate, con il bel abside frontale in pietra ricostruita, voluto dalla
moglie Natascia, delle varie traversie avute nel fornirsi dei materiali, del lavoro che lui stesso è riuscito a fare; confida che
la maggiorazione, rispetto ad una casa normale, è stata solo del 15 %, ma che recupererà sia con le agevolazioni fiscali
previste, sia con il risparmio energetico ottenuto.
Nel dichiararsi disponibile per le visite di scolaresche, di interessati alle soluzioni adottate, mi ricorda di sottolineare con
fierezza che questa a Sant’Angelo in Vado è la prima casa ecosostenibile a basso consumo energetico.
Sant’Angelo in Vado, 7 novembre 2008
Protezione e gestione di ambienti naturali, flora e
fauna
La biodiversità
di Luciano Poggiani
Definizione di biodiversità
La biodiversità, secondo la definizione adottata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica, è la
variabilità fra tutti gli organismi viventi ed i complessi ecologici dei quali loro sono parte; questa include la diversità
all'interno di specie, tra specie ed ecosistemi.
Per i genetisti, la biodiversità è la diversità di geni ed organismi, attraverso lo studio di processi come mutazioni, scambio
di geni, dinamiche dei genomi che accadono al livello di DNA generando l'evoluzione.
Per i biologi, la biodiversità è la diversità delle specie e delle popolazioni di organismi.
Per gli ecologi, la biodiversità è anche la diversità di interazioni durevoli fra specie, in ogni ecosistema dove gli organismi
interagiscono l'uno con l'altro e con l'aria, l’acqua ed il suolo che li circondano.
Origine della vita ed evoluzione di biodiversità
La biodiversità riscontrata oggi sulla Terra è il risultato di 3,5 miliardi di anni di evoluzione. Le stime della diversità delle
specie globali variano da 2 milioni a 100 milioni di specie, con una ipotesi attendibile che il valore più probabile sia intorno
a 10 milioni di specie. Nuove specie vengono scoperte regolarmente e molte, sebbene scoperte, non sono ancora
classificate. La maggior parte della diversità riscontrata è sita oggi nelle foreste tropicali.
Dall'avvento dell’uomo la biodiversità ha iniziato un rapido ribasso, con un progressivo fenomeno di estinzione o
sofferenza delle specie.
Benefici della biodiversità
La biodiversità ha contribuito in molti modi allo sviluppo della cultura umana e, a turno, le comunità umane hanno avuto un
ruolo notevole nel plasmare la diversità genetica di specie e livelli ecologici.
Ogni specie offre qualche genere di funzione ad un ecosistema: esse possono catturare energia sotto varie forme,
produrre e decomporre materiale organico, contribuire al sistema idrico e nutritivo, regolamentare il clima. Risultati di anni
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di ricerca fanno comprendere come più diverso sia un ecosistema, più risulti resistente agli stress ambientali. La perdita di
una specie provoca sempre un calo nell'abilità del sistema di mantenersi o recuperare in caso di degrado. Comunque, i
meccanismi che sono alla base di questi effetti sono complessi e ancora non ben chiariti ed il dibattito su diversità-stabilità
è oggi un'area molto attiva della ricerca.
La biodiversità rappresenta un serbatoio di risorse destinato alla produzione di cibo, prodotti farmaceutici e cosmetici.
Questo concetto di gestione della risorsa biologica probabilmente spiega maggiormente la paura della scomparsa di
risorse riferite all'erosione della biodiversità. Tutto ciò è anche l'origine di nuovi conflitti sulle regole di divisione e
appropriazione delle risorse naturali.
Impostazione della politica provinciale a scala globale sulla
conservazione della Biodiversità locale in applicazione delle
Direttive della Conferenza mondiale di Rio del 1992
di Massimo Pandolfi e Andrea Fazi
A Rio fu codificata formalmente l'idea, già ampiamente diffusa tra gli studiosi della biologia della conservazione, che non è
mai sufficiente conservare i singoli individui o la popolazione di una specie se non viene contemporaneamente mantenuto
in condizioni adeguate (conservato) anche l'intero habitat che la specie occupa. Anche se questo è disgiunto, come nel
caso delle specie migratrici che percorrono, come la rondine, più volte nella loro vita migliaia di chilometri per spostarsi dai
luoghi della riproduzione a quelli di un adeguato svernamento che permette la loro sopravvivenza.
Anche se la comprensione del termine biodiversità sembra immediata: "diversità della vita e degli organismi che vivono
sul nostro pianeta", non sempre se ne coglie l'aspetto di rete e collegamento che gli animali e le piante intercorrono con
l'ambiente che li ospita.
A parte queste considerazioni tecniche oggi dobbiamo renderci conto che la STRATEGIA DI CONSERVAZIONE sul
territorio in Europa, e con maggiore lentezza in Italia e ancor meno nella nostra Provincia, si basa principalmente e
concretamente sulla applicazione della Direttiva Habitat del 1992 ovviamente anche recepita dall'Italia.
Questa strategia di conservazione è quella che fa fede nell'ambito delle Direttive (e dei finanziamenti) che la Comunità
Europea mette a disposizione per la salvaguardia degli ambienti naturali e delle specie animali e vegetali del nostro
territorio. La strategia di conservazione europea è imperniata sulla realizzazione e conservazione di quelle particolari
"aree protette" che sono attualmente i SIC e le ZPS. Continuare a pressoché ignorare questo dato di fatto e basarsi SOLO
sulla spinta della conservazione tradizionale dei Parchi naturali, delle Riserve naturali e delle zone di conservazione di
questo tipo è di fatto superato dalle queste direttive e dalle nuove strategie normative.
Il processo di attuazione dell'attività di conservazione nei siti riconosciuti di grande interesse biologico è oggi
completamente differente e lo sintetizzeremo in queste note che pensiamo utili alla conoscenza dei molti di noi che fanno
parte delle Associazioni ambientaliste.
Il fatto cruciale è che queste direttive esaltano il fattore concreto della conservazione della biodiversità locale passando
attraverso una forte motivazione e validazione tecnico-scientifica dei dati inoppugnabili ed evidenti. Questo fattore è anche
quello che informa la nostra attività di naturalisti non mediata da eccessivi compromessi politico economici. Lo riteniamo
un fattore fondamentale perché di fronte all'evidenza di un sito pubblicato e descritto e validato dagli esperti europei di
Salamandrina o a una lecceta relitta documentati, nessuna Amministrazione può far finta di nulla. Se vengono inferti danni
a questi patrimoni naturali c'è la legittima via della denuncia direttamente alla Comunità Europea. Ne sono state fatte e
molte Amministrazioni locali (provincie, regioni, comuni, o società) sono state costrette a ragionare ed intervenire
diversamente. E' ora che questo accada anche qui nelle Marche e soprattutto a Pesaro, che un tempo era una Provincia
all'avanguardia nella conservazione del suo patrimonio naturale, e oggi ... parlano i fatti!
PROCESSO DI CONSERVAZIONE DELLA BIODIVERSITA' EUROPEA
Le misure delle Direttive 79/409/CEE e 92/43/CEE che prevedono "la salvaguardia ed il mantenimento della biodiversità
mediante la conservazione degli habitat naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche nel territorio europeo degli
Stati membri" sono intese ad assicurare il mantenimento e il ripristino in uno stato di conservazione soddisfacente degli
habitat naturali e delle specie di fauna e flora selvatiche di interesse comunitario.
In particolare la Direttiva 79/409/CEE "Uccelli" concerne "la conservazione di tutte le specie di uccelli viventi naturalmente
allo stato selvatico nel territorio europeo degli Stati membri" e si prefigge"la protezione, la gestione e la regolazione di tali
specie e ne disciplina lo sfruttamento". Essa comprende 4 allegati di cui il primo include le specie per le quali sono
previste e sono da attuare misure speciali di conservazione per quanto riguarda l'habitat, per garantire la sopravvivenza e
la riproduzione di dette specie nella loro area di distribuzione; essa prevede inoltre la conservazione di determinate specie
animali attraverso l'istituzione delle Zone di Protezione Speciali (ZPS).
La Direttiva 92/43/CEE "Habitat" prevede un articolato complesso di azioni che sfociano nella costituzione della Rete
Ecologica Europea di Zone Speciali di Conservazione (ZSC) denominata Natura 2000, di cui SIC e ZPS (e in subordine
Parchi e Riserve naturali Nazionali e locali) sono i punti nodali. La rete, formata dai siti in cui si trovano tipi di habitat
dell'allegato I e le specie dell'allegato II, deve garantire ed è funzionale al mantenimento ovvero al ripristino in uno stato di
conservazione soddisfacente, delle specie e dei tipi di habitat naturali interessati nella loro area di distribuzione naturale.
In sostanza la direttiva "Habitat" prevede una tutela integrata del patrimonio naturale operando con una strategia di
conservazione che va dalla gestione delle singole specie animali o vegetali alla gestione e protezione degli habitat nella
loro globalità. evidenzia la possibilità di utilizzare e gestire le aree designate (SIC e ZPS), tenendo conto delle esigenze
economiche, sociali, culturali e regionali, purché venga comunque garantito uno stato di conservazione soddisfacente dei
siti. In particolare l'Art. 6 della Direttiva "Habitat", onde contribuire alla valorizzazione della biodiversità attraverso il
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mantenimento o il ripristino dei Siti che ospitano gli habitat e le specie di interesse europeo, richiede agli Stati membri, di
individuare specifiche modalità di gestione:
- la Valutazione d'Incidenza, che analizza piani o progetti qualora questi possano avere incidenze significative sullo stato
di conservazione di un sito;
- i Piani di Gestione (misura non obbligatoria, obbligatori solo se valutati necessari), specifici o integrati con altri piani di
sviluppo e le misure conformi alle esigenze ecologiche degli habitat naturali e delle specie che li occupano.
PROCESSO STANDARD DELLA STRATEGIA DI CONSERVAZIONE COMUNITARIA
Il processo standard di valutazione e conservazione di habitat e specie in applicazione delle Direttive "Uccelli"
79/409/CEE e "Habitat" 92/43CEE, viene realizzato attraverso una strategia di conservazione comunitaria che produce
linee di intervento per la conservazione della biodiversità e definisce habitat e specie da proteggere ("Allegati" della
Direttive) secondo criteri scientifici unitari e condivisi che può essere così sintetizzata:
- ha delle Direttive Europee di riferimento, le principali sono: Direttive "Uccelli" 79/409/CEE e "Habitat" 92/43CEE;
- produce linee di intervento per la conservazione della biodiversità e definisce habitat e specie da proteggere ("Allegati"
della Direttive) secondo criteri scientifici unitari e condivisi;
- istituisce un iter scientifico-amministrativo per l'individuazione dei siti nell'intera Comunità Europea: ZPS e SIC, indi
procede alla loro successiva validazione ad opera delle commissioni scientifiche appositamente istituite. Questa modalità
risponde all'esigenza di costruire una rete europea di siti incardinata sulle effettive caratteristiche naturali del territorio
certificate dalla Comunità scientifica. Il processo è indirizzato dagli Enti territoriali (per l'Italia Ministero dell' Ambiente e
Regioni) e curato dalla Comunità scientifica;
- emana norme di salvaguardia preventiva secondo un "principio di precauzione", non commina sanzioni dirette e divieti
ma impone una valutazione costante sugli interventi di pianificazione, progettazione e attività che operano sul territorio;
- istituisce un processo di valutazione di status ("stato di soddisfacente conservazione") che opera 'in continuo" attraverso
un monitoraggio periodico e con "feedback" sullo stato dei siti, delle specie e degli habitat nell'intera rete territoriale (dei
SIC e ZPS);
- accomuna nella conservazione della biodiversità le aree critiche individuate (SIC e ZPS) con le strutture amministrative
locali di Parchi e Riserve naturali e con quelle di gestione territoriale (Regioni, Province, Comunità montane, Comuni);
- attraverso la realizzazione di Reti Ecologiche (Nazionali e Regionali) si preoccupa dei collegamenti e delle influenze
sulla conservazione di specie e habitat comunitari che le attività umane hanno a livello territoriale;
- stabilisce che i non adempimenti: mancata individuazione dei problemi di conservazione delle specie e habitat,
danneggiamento allo stato di conservazione di specie e habitat, sono sottoposti a "Procedura di infrazione" contro lo Stato
membro;
- l'attività di gestione della conservazione del patrimonio biologico di specie e habitat ed il processo di valutazione di
status di "soddisfacente conservazione della biodiversità" sono attuati attraverso: "Monitoraggio", "Piani di Gestione" e
"Valutazione di Incidenza (conservazionistica)" sui quali debbono operare in stretto collegamento l'Autorità scientifica con
quella Politica e quella Amministrativa;
- la Valutazione di Incidenza si applica sempre su piani, progetti, interventi ed attività nei siti Natura 2000 ed e' un
processo dinamico che viene applicato anche durante la fase attuativa e realizzativa. Essa consta di una Relazione e di
un Esame, eseguiti rispettivamente dal Proponente e dall'Ente valutatore, nel caso dell'Umbria, la Regione Umbria.
Un soddisfacente stato di conservazione dei siti individuati (SIC e ZPS) è assicurato dalla realizzazione di una Rete
Ecologica operante in area vasta (a livello regionale) e costruita in relazione alle caratteristiche naturali e strutturali dei siti
Natura 2000 messe in relazione con la realtà strutturale e di infrastrutture della regione e dalla realizzazione di adeguati
PIANI DI GESTIONE DEI SITI che debbono essere realizzati - per specie e per habitat - facendo riferimento a specifici
documenti elaborati dalla Comunità Europea e dal Ministero dell' Ambiente ed ad una adeguata e obbligatoria
VALUTAZIONE DI INCIDENZA (conservazionistica) in base al documento della Comunità Europea DG Ambiente del
2001, relativo alla valutazione di piani e progetti aventi un'incidenza significativa su siti della rete Natura 2000.
Il Parco naturale nazionale del Catria-Nerone-Alpe della Luna
di Andrea Pellegrini
PERCHE’ PARCO - IL SOGNO DEL PARCO NAZIONALE
Il Comitato capeggiato da Lupus in Fabula ha negli anni prodotto numerose iniziative volte a far conoscere il progetto e a
far passare quelle informazioni vere che avrebbero ostacolato le falsità che, come per incanto, hanno iniziato a diffondersi
sul territorio. Incontrando la popolazione, contattando le famiglie di tutti i comuni coinvolti, si é presto compreso che il
lavoro partiva da un livello estremamente basso di conoscenza delle leggi che regolano le aree protette. Per cui molto
prima di affrontare i temi della sostenibilità, della programmazione, del rilancio economico, della qualità della vita, ai
momenti di dibattito che sono stati organizzati si é parlato di proprietà privata che non decade in presenza del Parco, di
funghi e tartufi che possono comunque essere raccolti, di boschi che si possono tagliare lo stesso, di campi che si può
continuare a coltivare, di lupi e orsi che non saranno rilasciati dal Parco...
UN PROGETTO SERIO E LUNGIMIRANTE: IL PARCO NAZIONALE DEL CATRIA, NERONE E ALPE DELLA LUNA
Non si vuole essere esagerati, utopisti o velleitari. Si vuole guardare avanti ed essere razionali: quantificare il patrimonio
naturale-storico-culturale di un'area depressa e isolata, confrontarla con altre ipotetiche forme di sviluppo, e guardare il
risultato finale. Non c'è alcun dubbio che il progetto di un'area protetta è il volano giusto per valorizzare, tutelare e gestire
un territorio che altre prospettive non può avere. Lo spopolamento non si arresta con qualche piccola zona industriale
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costretta tra i rilievi collinari e montani; non si arresta con quelle forme di rapina dell'ambiente che molto prendono e ben
poco danno. La gente difficilmente resta a vivere qua e chi lo fa sposta i suoi interessi
altrove, andando a lavorare fuori sede, lasciando agli ultimi vecchi la testimonianza dei mestieri di un tempo, persi
nell'oblio della nuova zootecnia e della nuova agricoltura, con il bestiame stipato nelle stalle e sempre di meno al pascolo
sul monte, con le colture sempre più uguali e il paesaggio rurale orfano di siepi e filari. Il progetto del Parco incontra la
perplessità di coloro che hanno capito che comunque occorre aprire una nuova epoca di riscatto e di restituzione della
propria dignità e identità culturale; per quella parte di popolazione meno umile e condizionata dai proclami delle categorie
contrarie per principio, il Parco é qualcosa da contrastare e basta, senza sentire ragioni, senza capire cosa c'é dietro a
questa parola che nell'ignoranza si gonfia di un significato deviato. Da ormai 6 anni una campagna di sensibilizzazione
lavora pazientemente per creare le fondamenta di un pensiero, che non ha la pretesa di raccogliere il consenso ma di
invitare tutti ad una riflessione e ad impossessarsi di argomenti e informazioni che possano rendere la scelta una scelta
consapevole. Catria, Nerone, Alpe della Luna: queste realtà, dal punto di vista naturalistico, come per le ricchezze
storiche, hanno pieno titolo per rappresentare un contesto di valore nazionale e quindi in possesso dei requisiti tecnici
necessari ad avviare il processo di istituzione del Parco. Si tratta di aree che di fatti il Piano Paesistico Regionale ha
indicato da tempo come meritevoli di una tutela e di una gestione speciale. Sono stati redatti progetti, sono state iniziate,
ma stranamente mai concluse, le procedure di istituzione di due Riserve... E poi si é ricominciato ogni volta da capo, con
l'amministratore di turno che per quanto persuaso della corretta impostazione del progetto, non ha saputo sganciarsi dai
giochi di potere e toccare quegli equilibri che si ritiene, evidentemente, garantiscano loro stessi e quel gruppuscolo di
persone che senza programmazione e senza sorveglianza godono di assurdi privilegi. Il Parco non toglie nulla ma offre
opportunità: e se toglie lo fa a qualcuno, pur assicurando indennità e contropartite, ma questo è necessario affinché a
guadagnarci sia la collettività. Esistono vantaggi diretti, concreti, come la scalata alle graduatorie per prendersi gli ormai
rari finanziamenti europei, come la nascita di nuovi posti di lavoro, l'innalzamento del valore degli immobili; esistono
vantaggi indiretti, forse meno percepibili, ma riguardano temi che popolazioni di un entroterra così lontano dal sistema
economico costiero non può permettersi di disattendere, e sono i temi della qualità della vita e la tutela dell'ambiente. Di
Parco si deve parlare senza pregiudizi, in modo pragmatico e mettendosi una mano sul cuore per il bene delle prossime
generazioni, anche se questo significherà far riferimento ad un Piano di Gestione che non deve vietare ma regolamentare,
andando incontro a tutte quelle tradizioni sostenibili che saranno tenute in dovuta considerazione nel lungo cammino della
condivisione. Può nascere un'area protetta senza nessun trauma, discutendo sui metodi e sugli obiettivi, ma già ora la
politica deve fare la sua parte e nell'interesse di tutti, favorevoli e contrari, sospingere un dibattito costruttivo, purché privo
di astruse supposizioni e luoghi comuni senza fondamento che tendono a trascinarlo in uno sterile chiacchiericcio da bar.
Il progetto del Parco va inteso come una risposta alla frammentazione amministrativa, ai problemi di bilancio degli enti
locali, a quella necessità urgente di investire su ambiente, cultura e storia, cioé quei beni già disponibili e quindi gratuiti,
che vanno assolutamente messi al centro dell'identità di questi territori. Questo concetto è così lineare e inattaccabile che
il Parco si farà e si farà a media scadenza se al processo di sensibilizzazione non si opporranno in modo irresponsabile i
detrattori più miopi e ostinati, oppure a lunga scadenza se la democrazia non partorirà amministratori coerenti, seri,
coraggiosi e intelligenti. Il Comitato capeggiato da Lupus in Fabula ha negli anni prodotto numerose iniziative volte a far
conoscere il progetto e a far passare quelle informazioni vere che avrebbero ostacolato le falsità che, come per incanto,
hanno iniziato a diffondersi sul territorio. Incontrando la popolazione, contattando le famiglie di tutti i comuni coinvolti, si é
presto compreso che il lavoro partiva da un livello estremamente basso di conoscenza delle leggi che regolano le aree
protette. Per cui molto prima di affrontare i temi della sostenibilità, della programmazione, del rilancio economico, della
qualità della vita, ai momenti di dibattito che sono stati organizzati si é parlato di proprietà privata che non decade in
presenza del Parco, di funghi e tartufi che possono comunque essere raccolti, di boschi che si possono tagliare lo stesso,
di campi che si può continuare a coltivare, di lupi e orsi che non saranno rilasciati dal Parco... Ciò significa che dopo tutto
questo tempo siamo, in pratica, ancora all'inizio. Scoraggiarsi è vietato, insistendo saranno presto o tardi abbattuti quei
muri di diffidenza e smascherate quelle categorie che si oppongono solo per il loro piccolo interesse privato.
Probabilmente il Parco si farà per inerzia, perché le contestazioni si assopiranno e ad un certo punto sarà inevitabile fare
quel tipo di scelta e sganciarsi dai campanilismi e dalle programmazioni incerte e impalpabili del passato; dopo quella
chiave di volta il destino dei boschi dell'Alpe della Luna, delle forre del Nerone e delle praterie del Catria ci farà meno
paura. Speriamo solo che ci siano ancora.
La protezione degli ambienti naturali lungo i fiumi della
Provincia di Pesaro e Urbino
di Luciano Poggiani
Cosa prevedono le leggi
Disposizioni generali
Norme tecniche di attuazione contenute nei PRG
Derivano dall’adeguamento al Piano Paesistico Ambientale Regionale (PPAR).
“All’interno del corpo idrico ....... i lavori di pulizia fluviale (eliminazione di piante ed arbusti, di depositi fangosi e l’eventuale
riprofilatura dell’alveo) possono essere eseguiti solo nei casi di documentata e grave ostruzione dell’alveo al deflusso
delle acque e comunque senza alterare l’ambiente fluviale qualora vi siano insediate specie di animali e piante protette o
di evidente valore paesaggistico.
Nei tratti esterni alle aree urbanizzate è fissata una fascia di rispetto inedificabile di almeno 100 m a partire
dall’argine ......; nell’ambito della stessa fascia sono vietati: il transito con mezzi motorizzati fuori delle strade; l’apertura di
nuove cave e l’ampliamento di quelle esistenti; la realizzazione di depositi e di stoccaggi di materiali non agricoli.”
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Come si legge nel PTC della Provincia di Pesaro e Urbino, “il Consiglio Provinciale con specifica delibera può definire e
precisare in adeguamento al PPAR le fasce di rispetto fluviale ...al fine di mettere a regime omogenei e coerenti ambiti di
tutela prevalenti su quelli eventualmente già definiti dai PRG già adeguati al PPAR”.
Vincolo paesistico
Le bellezze naturali esistenti lungo i fiumi, in aree sottoposte a vincolo paesistico-ambientale (L.1497/39, Dm 31-7-1985 e
Delibera Cons. Regionale n.8 del 23-12-1985), sono protette e la loro distruzione è punibile in base all’art. 734 del Codice
Penale.
In queste aree, come si legge nel PTC della Provincia di Pesaro e Urbino, per “qualsiasi nuova previsione di
trasformazione....dovrà essere dimostrata la non possibilità di percorrere soluzioni alternative in aree non vincolate e
dovranno essere indicate tutte le soluzioni tecniche utili e necessarie a perseguire una soddisfacente compatibilità
ambientale.....”.
Disposizioni riguardanti località specifiche
Oasi faunistiche
Le oasi che comprendono rilevanti tratti fluviali, con chiusura dell’attività venatoria, sono:
- Stagno Urbani (Metauro in Comune di Fano)
- Fossombrone (Metauro)
- Montiego (Candigliano)
- La Badia (Foglia).
Aree Bioitaly in base alla Direttiva Habitat 92/43/Cee: Zone di Protezione Speciale (ZPS) e Siti di Importanza
Comunitaria (SIC)
Le ZPS che comprendono consistenti tratti fluviali, che le caratterizzano in maniera consistente, sono:
- Metauro in Comune di Fano
- Metauro da Lucrezia di Cartoceto a Fossombrone
- Foglia da Colbordolo a Bronzo di Sassocorvaro
- Marecchia a Novafeltria
- Marecchia a Ponte Messa.
I SIC che comprendono consistenti tratti fluviali, che li caratterizzano in maniera consistente, sono:
- Basso Metauro in Comune di Fano
- Metauro da Lucrezia di Cartoceto a Fossombrone
- Foglia da Colbordolo a Schieti
- Marecchia a Ponte Messa
- Arzilla da Centinarola di Fano a S.Maria dell’Arzilla (Pesaro).
Come si legge nel PTC della Provincia di Pesaro e Urbino, nelle aree Bioitaly “gli interventi di trasformazione significativi,
ritenuti ammissibili, devono essere sottoposti al regime della verifica di compatibilità ambientale di cui all’art. 63 del
PPAR”.
Nelle ZPS e nei SIC sono in vigore norme (come l’obbligo di “valutazione di incidenza” nei progetti di intervento) descritte
in altro approfondimento.
Riserve naturali statali
- Gola del Furlo, attraversata dal F. Candigliano e comprendente i Monti Pietralata e Paganuccio.
Le forme di protezione connesse con le riserve naturali coinvolgono tutti i tipi di intervento antropico e le forme di gestione
del territorio: caccia, cave, utilizzo dei boschi, circolazione di automezzi, ecc.
La pianificazione
Aree fluviali considerate in base al Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Pesaro e Urbino e al
Piano d’inquadramento territoriale della Regione Marche (PIT)
Come si legge nel PTC della Provincia di Pesaro e Urbino, è attribuito “un valore strategico alle aree contermini alle
principali aste fluviali, poiché esse costituiscono dei veri e propri biocanali che consentono nelle parti medio-alte di
conservare interessanti biotopi e nelle basse valli il mantenersi di spazi naturali aperti....”.
Il Piano di Inquadramento Territoriale (PIT) della Regione Marche, pubblicato l’8-2-2000, si pone tra gli indirizzi di fondo
quello di migliorare la qualità ambientale presente e futura e tra i temi di interesse prioritario quello della valorizzazione
degli ambienti della storia e della natura.
Il PIT propone “una strategia di pianificazione fondamentalmente orientata all’azione piuttosto che al vincolo” e si impegna
“a promuovere un insieme di strategie intersettoriali localizzate e di progetti territoriali fondati su una visione d’insieme”.
Nell’ambito della Rete ambientale regionale ha individuato lungo i fiumi i cosiddetti “corridoi ambientali”, distinti in “corridoi
di salvaguardia” e “corridoi di riequilibrio”. Il Foglia da Pesaro e Sassocorvaro è considerato un corridoio di salvaguardia,
per la connessione tra l’ambiente costiero e l’ambiente montano del Montefeltro. Il Metauro è considerato un corridoio di
riequilibrio (Corridoio vallivo 1: Metauro, con tratti Fano-Fossombrone, Urbino-Acqualagna e Urbania-Mercatello sul
Metauro), per connettere gli ambienti montano, collinare e costiero e ripristinare la compatibilità tra riqualificazione
ambientale e sviluppo produttivo. Deve consentire spostamenti e migrazioni di carattere faunistico ma anche scambi
biologici attraverso l’acqua, il suolo alluvionale e la vegetazione igrofila. Vi è previsto un “cantiere progettuale PIT”.
Le degradazioni ambientali
Tra le varie forme di degrado si possono citare:
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- regimazioni idrauliche non eseguite nel rispetto dei valori naturali
- Asportazione di ghiaia dagli alvei
- distruzione dei boschi ripariali
- distruzione della vegetazione erbacea igrofila
- prelievi di acqua in alveo e mancanza di una portata minima nei periodi siccitosi
- uccisione e disturbo della fauna
- immissione di fauna ittica non autoctona o senza studi preventivi e progetti mirati
- ingresso di automezzi lungo le rive e relative degradazioni (spargimento di rifiuti, distruzione della vegetazione, ecc.).
Le proposte di salvaguardia e di corretta gestione del bene “fiume”
Proposte generali
Oltre alle indicazioni più ovvie (monitoraggio del territorio, interventi contro gli inquinamenti, controllo delle attività
venatoria e piscatoria, ecc.), le nostre proposte sono di:
- intensificare da parte dell’Amm. Provinciale i controlli dei prelievi idrici per uso irriguo e imporre l’installazione di idonei
misuratori di portata dell’acqua su tutte le concessioni irrigue
- studiare da parte dell’Amm. Provinciale progetti di costruzione di casse di espansione, in tratti fluviali a rischio di
esondazione, come alternativa alle arginature (previsione contenuta nel PTC provinciale)
- Studiare da parte dell’Amm. Provinciale progetti di costruzione di rampe di risalita per pesci, da sistemare, là dove
possibile, a fianco di sbarramenti in alveo
- Sistemare idonee chiusure (sbarre o altro) per impedire agli automezzi l’ingresso negli alvei e lungo le rive
- Promuovere gli studi ambientali, floristici e faunistici degli ambiti fluviali, al fine di meglio conoscerli e proteggerli
Proposte riguardanti località specifiche della Provincia di Pesaro e Urbino
- realizzare la Riserva naturale regionale del Basso Metauro in Comune di Fano
- ampliare l’Oasi faunistica “Stagno Urbani” in Comune di Fano, per rimediare ad incongruenze nei confini ed includere
zone vicine faunisticamente rilevanti
- creare un’oasi faunistica nel tratto di Metauro da Tavernelle alla confluenza col Tarugo, che ospita la Garzaia di Sterpeti
in Comune di Serrungarina (per quest’ultima occorre anche l’acquisto dell’area da parte dell’Amm. Provinciale)
- includere la Garzaia di Calmazzo nella Riserva naturale statale Gola del Furlo, oppure procedere all’acquisto dell’area
da parte dell’Amm. Provinciale
- proteggere da interventi distruttivi il bosco ripariale di rilevante pregio ambientale (incluso nella ZPS Tavernelle) situato
lungo il Metauro dalla Palazzina alla confluenza col T.Tarugo. Tale bosco è stato individuato nello Studio sui boschi
ripariali del Metauro dalla foce al Furlo, effettuato nel 2004-2005 dall’Argonauta e commissionato dall’Amm. Provinciale.
La gestione dei laghi di escavazione
Con l'aumento della richiesta di ghiaia a partire dal 1970 si è moltiplicata nella nostra Provincia la presenza di cave sui
depositi alluvionali nelle immediate vicinanze dei corsi d'acqua. Quando lo scavo avviene in località, come le nostre, in cui
la falda d'acqua sotterranea è vicina alla superficie, la depressione risulta ben presto stabilmente allagata, sia per l'acqua
di infiltrazione che per il ristagno di acqua piovana. Questi laghetti così formati, una volta caduti in disuso, sono stati nel
passato purtroppo adibiti allo scarico di macerie, terriccio e rifiuti solidi fino alla completa riempitura. Nel frattempo sono
stati utilizzati da alcune categorie, come quella dei pescatori sportivi, che vi hanno immesso varie specie ittiche anche
esotiche, e quella dei cacciatori, che hanno trasformato questi specchi d'acqua in trappole mortali per la selvaggina
acquatica soprattutto nel periodo migratorio.
Valore naturalistico
Le cave allagate, che sono inizialmente dei semplici buchi nel terreno, si trasformano in breve tempo in ambienti umidi
ricchi di vita vegetale ed animale. A parte gli argini verticali in cui è impossibile la crescita di piante acquatiche, le sponde
si ricoprono di vegetazione palustre, purché la profondità dell'acqua sia scarsa ed il terreno sia imbevuto d'acqua. Si
formano cinture soprattutto di Cannuccia (fragmiteti) e di Tife (tifeti); più esternamente crescono diverse specie di salici e il
Pioppo nero. Responsabili principali dell'insediamento delle piante sono il vento e probabilmente gli stessi uccelli
acquatici.
Una volta che la vegetazione ha popolato le sponde, le lingue di terra e gli eventuali isolotti, lo specchio d'acqua, seppure
limitato nell'estensione, diventa un prezioso habitat per la fauna acquatica, soprattutto per gli anfibi e per quegli uccelli che
lo utilizzano per riposarsi e ristorarsi durante il volo di migrazione o addirittura per la nidificazione.
Tra gli uccelli di passo, che utilizzano questi laghetti come zona di sosta, possiamo citare l'Airone cenerino, l'Airone rosso,
la Garzetta, la Nitticora, la Sgarza ciuffetto, il Falco di palude, i Mignattini, i Piro-piro e, più rari, il Falco pescatore, la
Spatola e il Mignattaio.
Tra gli uccelli nidificanti il Cavaliere d’Italia, la Folaga, la Gallinella d’acqua, il Tarabusino, il Tuffetto, il Martin pescatore, il
Cannareccione e il Corriere piccolo.
Questa fauna un tempo popolava le zone umide, oggi scomparse, presenti lateralmente ai corsi d'acqua.
Degrado ambientale
Le cave allagate possono essere colpite dall'inquinamento ad opera di scarichi diretti liquidi e solidi o dei pesticidi usati nei
campi nelle immediate vicinanze.
D'altra parte il tombamento non rappresenta una buona soluzione, in quanto ai materiali usati, terriccio e macerie,
potrebbero aggiungersi rifiuti inquinanti quando la sorveglianza non è particolarmente stretta.
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Proponiamo che tutte le cave maggiori per estensione e per valore naturalistico potenziale debbano essere salvate
dall'interramento attraverso l'intervento delle Amministrazioni locali, le quali devono contemporaneamente organizzare
una scrupolosa sorveglianza per evitare pericolosi inquinamenti.
Un altro problema è l'attività venatoria, che in questi specchi d'acqua decima gli stormi di uccelli che si calano per sostare
e rifocillarsi.
Proposte di gestione
- Per una miglior protezione della fauna occorre includere in Oasi faunistiche tutti i laghi di escavazione di una certa
consistenza che si incontrano lungo i nostri fiumi.
- Proponiamo che come valida utilizzazione di questi laghi venga data priorità a varie attività naturalistiche quali le visite
d'istruzione per le scuole, le osservazioni col binocolo e la caccia fotografica per gli appassionati del settore: sono sempre
di più coloro che viaggiano alla ricerca di ambienti ricchi di vita selvatica e molti paesi stranieri, ma anche alcuni enti locali
italiani, ne hanno già compreso il vantaggio economico e fanno di tutto per promuovere tale tipo di turismo.
- Per migliorare la qualità ambientale di questi siti, si deve arricchire la copertura vegetale delle rive. Oltre all'aspetto
paesaggistico, ciò aumenterebbe la capacità di nutrimento e di riparo per l'avifauna acquatica in sosta e in nidificazione.
Specie esotiche: una minaccia per la biodiversità
di Mauro Furlani
La tendenza alla globalizzazione non riguarda solamente la diffusione delle merci, l’unificazione degli stili di vita a
discapito delle comunità locali e delle piccole realtà produttive; questa tendenza alla omogeneizzazione, alla perdita di
diversità riguarda anche le comunità animali e vegetali. Anche molte specie appartenenti ad altri taxa come i protisti, i
funghi e i batteri non sono immuni da questa tendenza all’espansione dei propri confini a discapito di altre.
Che le specie si siano sempre spostate è un dato di fatto, anche se migliaia di anni fa, un braccio di mare, una catena
montuosa o un deserto rappresentavano realmente una barriera geografica difficilmente superabile. Allo stesso modo
delle barriere geografiche operavano quelle climatiche; così abbiamo testimonianza di fluttuazioni latitudinali e
longitudinali di specie in funzione alle grandi variazioni climatiche quali furono le glaciazioni degli ultimi due milioni di anni.
Anche lo spostamento di una specie da un mare ad un altro era affidato esclusivamente alle sue intrinseche capacità
espansive, oppure, in alcuni casi, sfruttando lo spostamento specie di grandi dimensioni che fungevano da vettori per
quelle più piccole, parassiti o simbionti di diverso tipo.
Per fare solo alcuni esempi, ricordiamo lo spostamento avvenuto in epoche successive delle due specie di Camosci:
quella Appenninica (Rupicapra pyrenaica) e quella Alpina (R. rupicapra). La collocazione geografica delle due specie
lascerebbe pensare a fenomeni di speciazione conseguenti alla disgiunzione dell’ areale un tempo continuo. In realtà gli
studi morfologici, etologici, confermati poi da analisi genetiche, suggeriscono che le due specie siano il risultato di due
momenti espansivi diversi, indotti da irrigidimenti climatici con le conseguenti glaciazioni del quaternario. Questa differente
origine fa sì che la specie Appenninica sia più strettamente affine a quella pirenaica piuttosto che a quella alpina, come
sarebbe stato legittimo attendere. Non meno interessante, questa volta imputabile ad un innalzamento termico, è
l’espansione verso l’Europa settentrionale di alcuni insettivori del genere Sorex.
In un passato più recente, seppure in misura minore rispetto ad oggi, l’uomo è stato responsabile, magari in modo
involontario, della colonizzazione di nuove aree da parte di molti animali e vegetali. Ciò fu la causa di danni ambientali
considerevoli come la scomparsa di molte specie autoctone non attrezzate a competere con quelle esotiche. Il fenomeno
della diffusione di animali e vegetali si è incrementato a partire dal 1492, grazie ai continui scambi al di qua e al di là
dell’Oceano Atlantico.
Per rimanere a tempi recenti, si pensi all’impatto dell’introduzione in Nuova Zelanda del gatto domestico che fu la causa
dell’estinzione di ben sei specie di uccelli endemici e di ben 70 popolazioni ornitiche. Non meno negativo l’introduzione del
gatto in Australia con conseguente scomparsa di ben 6 specie di mammiferi marsupiali. Emblematica è stata la diffusione,
anch’essa avvenuta in Australia, del coniglio selvatico, che da una dozzina di individui iniziali, in appena tre decenni ebbe
un tale incremento numerico da devastare la vegetazione di intere grandi regioni geografiche.
In Italia le cause che hanno determinato in un passato recente, così come oggi, lo spostamento di molte specie sono
numerose anche se riconducibili essenzialmente a:
- introduzioni accidentali
- introduzioni finalizzate ad ottenere popolazioni naturalizzate
- fuoriuscita accidentale da strutture di stabulazione
- liberazione da una condizione di cattività
- spostamento di individui provenienti da altri paesi in cui la specie, pur esotica, vi si era insediata per cause diverse.
Esempi di traslocazione di specie sono numerosissimi e con esiti differenti.
Di origine certamente molto antica, la cui espansione è correlabile all’utilizzo delle coltivazioni e dunque all’espansione
dell’agricoltura, è quella del topo domestico (Mus domesticus). Le sue zone di origine sono probabilmente le praterie e le
steppe asiatiche, da qui, seguendo l’espansione dell’uomo e la modificazione del paesaggio, soprattutto con l’introduzione
dell’agricoltura, si è diffuso su tutto il continente europeo.
Riconducibile agli ultimi decenni è la diffusione, attuata dall’uomo, del muflone in diverse aree peninsulari dove si sono
costituiti diversi nuclei più o meno stabili, al di fuori del suo areale tipico che è la Sardegna e la Corsica.
Contemporaneamente all’introduzione volontaria di alcune specie, altre sono sfuggite dalla cattività e, approfittando di
nicchie ecologiche vacanti o della migliore capacità competitiva con quelle autoctone, sono riuscite a conquistarsi uno
spazio spesso a discapito proprio di quelle autoctone. E’ il caso preoccupante del visone americano, allevato da oltre un
secolo in Europa e sfuggito accidentalmente dai recinti di stabulazioni oppure addirittura liberato in natura per ottenere
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popolazioni naturalizzate. Fatto sta che nei paesi dove si è insediato, Gran Bretagna, Polonia, Paesi Baltici, Finlandia,
Olanda fin all’Islanda, le popolazioni si sono espanse notevolmente fino ad estendersi di recente ai paesi europei sud
occidentali. In Italia si registrano segnalazioni nel Nord Est. Questa specie può creare gravi problemi ad altri mustelidi
autoctoni come la puzzola, o addirittura ad uccelli nidificanti al suolo per la predazione delle uova e dei pulcini.
Preoccupante e controllabile solo con investimenti economici notevoli è l’espansione della Nutria. Questa specie importata
in Italia e in molti paesi Europei, intorno agli anni ’20, dal Sud America per produrre pellicce, a causa di un progressivo
abbandono degli allevamenti negli anni 60 e 70 ha approfittato di incaute liberazione per espandersi in modo incontenibile.
La diffusione lungo i corsi d’acqua a partire dalla Toscana e dal Lazio è stata molto rapida con colonizzazione oltre queste
regioni anche di quelle che si affacciano nel mare Adriatico come le Marche, l’Emilia Romagna il Veneto spingendosi nella
pianura padana fino al Piemonte. I danni sulla componente biotica sia vegetale che animale sono notevoli. Interi fragmiteti
possono andare distrutti con conseguente impossibilità a nidificare per molte specie ornitiche che utilizzano questi habitat.
Alcune specie come Gallinelle d’acqua, Folaghe, anatre possono subire dei crolli numerici locali a causa della distruzione
dei nidi o per la predazione di uova. Danni rilevanti, a causa dello scavo di tane, possono essere causati agli argini fluviali
i quali possono subire un certo indebolimento.
Un altro mammifero in espansione è lo scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis), originario del Nord America. La specie si è
radicata, a partire da pochi individui, con alcune popolazioni di migliaia di individui in Piemonte presso Torino. Una
seconda popolazione di origini più recenti la si ritrova presso Novara ed è in espansione lungo il Parco del Ticino; infine
una terza popolazione si è insediata in Liguria presso Genova Nervi. Nonostante che il Comitato Permanente per la
Convenzione di Berna abbia raccomandato all’Italia di intervenire per eradicare la specie, poco è stato fatto. Al
momento, dato l’ampliamento dell’areale, l’eradicazione non appare più praticabile (Andreotti et al. 1999. Mammiferi e
Uccelli esotici in Italia: analisi del Fenomeno, impatto sulla biodiversità e linee guida gestionali. Quad. di Cons. Natura,
n.2, Min. Ambiente- Ist. Naz. Fauna Selvatica) Indispensabile, in ogni caso, è tentare di arginare l’espansione della specie
in modo da evitare di compromettere la presenza dello scoiattolo autoctono.
La situazione degli uccelli appare non meno grave rispetto ai mammiferi. Di tutte le specie esotiche il 46,2 % fanno parte
dell’ordine dei Galliformi (Scalera R. 2001. Invasioni biologiche. Le introduzioni di vertebrati in Italia: un problema tra
conservazione e globalizzazione. Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Collana Verde n.103.), quasi tutte immesse
in natura con finalità venatorie. Si pensi solamente alla Coturnice orientale (Alectoris chukar) e ai suoi ibridi con i
congeneri A. greca (Coturnice) o con A. rufa (Pernice rossa). O ancora, il Francolino e lo stesso Fagiano; quest’ultimo, le
cui sottospecie e varietà, vengono continuamente introdotte per soddisfare il peggiore consumismo venatorio e che hanno
fatto scomparire la specie da secoli naturalizzata, seppure anch’essa non autoctona.
Non meno preoccupante la situazione di anfibi, rettili e pesci. Tra gli anfibi desta preoccupazione la naturalizzazione e
l’espansione della Rana toro americana (Rana catesbeiana) importata probabilmente già dal 1935 con finalità
gastronomiche. Attualmente la specie si è decisamente diffusa soprattutto nell’Italia Centro Settentrionale. Si tratta di un
anfibio molto vorace non solo nei confronti di altri anfibi, soprattutto girini, di cui può determinarne la rarefazione quanto
meno a livello locale ma anche di altri vertebrati.
Non meno preoccupante nelle nostre acque è la diffusione, oltre che di numerose specie, sottospecie o varietà di pesci e
invertebrati alloctoni, della testuggine dalle guance rosse (Trachemis scripta) venduta per decenni come animale da
compagnia e poi, a causa delle dimensioni considerevoli che può raggiungere da adulta, liberata un po’ ovunque in laghi e
corsi d’acqua. Per fortuna i giovani di questa specie risentono, con una elevata mortalità, di inverni rigidi. Nonostante ciò,
almeno localmente, questa specie sembra responsabile di danni alle comunità stanziali e soprattutto della limitazione
della testuggine palustre autoctona.
Gli effetti negativi che le specie alloctone possono causare a quelle autoctone, non sono pienamente percepiti come una
minaccia grave per la conservazione della biodiversità da molta parte delle persone. Questa scarsa percezione
dell’opinione pubblica non ha stimolato il varo di un quadro normativo nazionale tendente ad arginare il fenomeno e
dunque i danni derivati dalla presenza di specie esotiche.
Eppure a livello internazionale il problema viene percepito nella sua reale dimensione. Nel 2003 il Comitato Permanente
per la Convenzione di Berna ha approvato un documento “ Strategia Europea sulle Specie Aliene Invasive” in cui
è ribadita l’importanza di affrontare la minaccia di diffusione delle specie alloctone in modo transnazionale
promuovendo altresì tutte quelle misure ritenute utili per minimizzare gli effetti negativi sulla biodiversità. Lo
stesso IUCN ( International Union for the Conservation of Nature) (2000) ha ribadito che l’espansione provocata
dall’uomo dell’areale di distribuzione di molte specie costituisce una delle principali minacce al mantenimento della
biodiversità, secondo solamente alla distruzione degli habitat. Che la situazione della presenza in Italia di specie
esotiche sia grave è dimostrata dai dati disponibili. Al momento,infatti, in Italia sono segnalati 970 casi di introduzione di
specie animali (Zapparoli M. Check list e distribuzione della fauna italiana. Ministero dell’Ambiente. 2005) e di queste ben
130 si riferiscono ai vertebrati (Andreotti et al. op. cit.)
La gravità della situazione imporrebbe la necessità, oltre che di una normativa adeguata che contribuisca ad arginare il
fenomeno, anche di un più attento controllo da parte delle autorità competenti sugli allevamenti di animali per vari fini, un
controllo serrato sulla commercializzazione e sulle introduzioni clandestine.
Fatte queste premesse che cosa fare in presenza di specie invasive esotiche?
Se consideriamo la biodiversità un valore scientifico, estetico e perché no, anche economico, nel senso che un
disequilibrio ambientale può determinare conseguenze economiche importanti, vedi il caso nutria, scoiattolo grigio,
Trachemys, Siluro ecc., diventa necessario intervenire con i mezzi più efficaci per l’eradicazione, o dove non è più
possibile per il contenimento delle specie esotiche.
Una parte del mondo naturalistico ha, per formazione culturali, forti remore ad intervenire con mezzi cruenti nei confronti
di tutte le specie, anche quando tali specie costituiscono forti limitazioni per le altre.
Fondamentalmente all’interno del mondo naturalistico, convivono due anime culturali, una strettamente legata alla
tradizione culturale animalista, l’altra legata ad una tradizione più pragmatica, forse anche meno ideologizzata e nella cui
sensibilità culturale rientra anche l’opzione di intervento cruento per il contenimento delle specie invasive ed esotiche.
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Personalmente mi sento più legato a quest’ultima linea di pensiero.
Ritengo che la dove non è possibile applicare una procedura che eviti di sopprimere gli individui: cattura con
traslocazione, stabulazione ecc. è necessario intervenire anche con mezzi cruenti.
Questo problema del contenimento si pone anche per specie come il cinghiale il quale negli ultimi anni ha avuto una
espansione certamente molto forte, sia dal punto di vista numerico che dell’areale di distribuzione, giungendo fin sulla
costa.
Per quest’ultima specie, si apre un problema diverso, in parte ecologico, ma soprattutto politico. Alcuni politici hanno
portato avanti una politica di favore nei confronti della caccia a questa specie, consentendo, più o meno tacitamente, una
politica espansiva di questa caccia, generando una economia sommersa, che in parte è sfuggita di mano.
Pertanto il contenimento di questa specie, che pure dovrà essere effettuata, andrebbe sottratta dalla gestione pura e
semplice delle squadre venatorie. In questo caso è assolutamente indispensabile un tavolo tecnico con tutti soggetti
coinvolti: coltivatori, naturalisti, mondo scientifico, cacciatori, prefettura ( la questione riguarda anche l’ordine pubblico se è
vero che nella nostra provincia deteniamo il triste primato del maggior numero di incidenti venatori in Italia). Dovrebbe
essere istituito un tavolo tecnico permanente per un monitoraggio continuo della specie. In atri termini, la conduzione
tecnica della caccia a questa specie, va assolutamente sottratta dalla completa anarchia, o meglio, dalla completa
gestione delle squadre di cinghialai.
Le piante alloctone nelle Marche: problematiche e proposte di
gestione
di Leonardo Gubellini e Morena Pinzi
Si ritiene che la flora marchigiana comprenda circa 2.750 entità, fra specie, sottospecie e ibridi. Le Marche risultano una
delle regioni italiane meglio conosciute a livello nazionale. In particolare per il settore litoraneo, le dorsali marchigiana e
umbro-marchigiana e le valli fluviali principali, le conoscenze possono essere considerate più che soddisfacenti. Le
numerose segnalazioni di specie vegetali alloctone delle Marche sono distribuite in un considerevole numero di
pubblicazioni di carattere sistematico, floristico o vegetazionale, ma il contributo più vasto, articolato ed accurato è
senz’altro quello di Viegi et al. (2003) che riporta 271 entità di cui 217 coltivate spontaneizzate, 33 avventizie
naturalizzate, 4 avventizie casuali e 17 dubbie. In base al nostro aggiornamento delle conoscenze sulla flora regionale, le
entità alloctone italiane attualmente presenti nelle Marche ammontano a 296, corrispondenti al 10,76% di tutta la flora.
Tuttavia se consideriamo tra le alloctone anche le specie alloctone nelle Marche, ma autoctone almeno in una regione
italiana, il numero sale a 346 entità, corrispondenti a ben il 12,57% della flora regionale.
Considerate le caratteristiche geomorfologiche del territorio e la presenza capillare dei nuclei abitati e delle attività
economiche, si presume che i principali canali di diffusione delle specie vegetali alloctone siano le vallate fluviali, le ampie
aree agricole collinari, lo stretto corridoio pianeggiante costiero e la fitta rete viaria. Le attività connesse all’agricoltura
favoriscono l’espansione di specie segetali e di altre specie che s’insediano nelle aree agricole abbandonate e ai margini
dei campi, nelle siepi e nei filari di alberi; tuttavia, negli ultimi decenni l’introduzione di lavorazioni profonde e l’uso dei
diserbanti hanno radicalmente ridotto la presenza di alcune tipiche segetali come i Tulipani (Tulipa sp.pl).
Tipologie delle alloctone
Le specie alloctone si dividono in base al grado di naturalizzazione ed in base al periodo di introduzione.
In base al grado di naturalizzazione si distinguono:
- Casuali: entità presenti allo stato spontaneo, ma la cui permanenza nel territorio dipente dal continuo apporto di semi,
frutti o altri propaguli da altre aree.
- Naturalizzate: entità alloctone che formano popolamenti stabili, indipendenti dall’apporto di nuovi propaguli da parte
dell’uomo.
- Invasive: entità alloctone naturalizzate che mostrano grande capacità di espansione e rapida diffusione nel territorio.
Nelle Marche predominano le entità casuali (51,3%); seguono le naturalizzate (23,2%), infine le invasive (14,4%), mentre
numerose altre entità (11,1%) non sono state più ritrovate dopo il 1950.
In base al periodo di introduzione si distinguono:
- Archeofite: entità introdotte nel territorio italiano prima del 1500 (1492).
- Neofite: entità introdotte nel territorio italiano dopo il 1500 (1492).
Specie casuali
Molte specie sfuggono in modo del tutto occasionale ed incostante (dal luogo della) alla coltivazione e la verifica della loro
effettiva presenza nel territorio è del tutto aleatoria; fra esse Portulaca grandiflora, Mahonia aquifolium, Bergenia
crassifolia, Hibiscus trionum e molte altre. Varie specie come Spinacia oleracea, Raphanus sativus, Vicia faba, Lens
culinaris si comportano come residuo colturale; Cicer arietinum, Vicia ervilia e Trifolium alexandrinum, la cui coltivazione è
quasi abbandonata da anni, sono praticamente scomparse dal territorio.
Specie naturalizzate
La maggior parte delle specie naturalizzate si trova in ambienti antropizzati (luoghi incolti, campi abbandonati, massicciate
ferroviarie, ecc.) come Amaranthus sp.pl., Salpichroa origanifolia, Fallopia baldschuanica, Lepidium didynum e molte altre.
Nei boschi ripariali si trovano talvolta Morus alba e Platanus hispanica, in quelli mesofili e meso-xerofili è possibile
incontrare Prunus domestica, P. cerasus, Jasminum officinale, ecc.. Nei cordoni litoranei consolidati si possono trovare
Oenothera glazioviana, O. adriatica, O. oakesiana e Cuscuta cesattiana.
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Numerose specie sono presenti lunghi i corsi d’acqua, soprattutto negli alvei: Persicaria orientalis, Panicum
dichotomiflorum, Cyperus glomeratus, C. eragrostis, ecc. Di recente comparsa è Amaranthus tuberculatus , raccolto la
prima volta nel 2006 nell’alveo del Fiume Metauro presso Fossombrone (PESA); la specie sembra in espansione. Bidens
subalternans è stata segnalata per la prima volta nella regione per la Pieve di Novilara (Pesaro) che è finora l’unica
località nota per le Marche. Vitis rupestris si diffonde invece nei vigneti abbandonati, nelle siepi e al margine di aree
agricole.
Specie invasive
Molte specie invasive, tra cui Amaranthus sp.pl., Oxalis articulata, Chamaesyce sp. pl., Datura stramonium, Veronica
persica, Sorghum halepense, Erigeron sp.pl., vivono negli ambienti ruderali. I coltivi ed i campi abbandonati sono fra gli
ambienti preferiti da Papaver rhoeas, Abutilon theophrasti e Crepis sancta subsp. nemausensis. Nei greti fluviali è facile
incontrare Dysphania ambrosioides, Galega officinalis, Bidens frondosa, Helianthus tuberosus, Paspalum distichum, ecc..
Nei boschi ripariali oltre ad Acer negundo, che mostra una grande capacità di diffusione, appare localmente importante la
presenza di Parthenocissus quinquefolia e Lonicera japonica, che si adattano a vivere nel sottobosco di saliceti e pioppeti
tendendo talvolta a competere con la vegetazione autoctona (meno competitiva). Infine nelle spiagge si trovano
comunemente Oenothera stucchii, Erigeron sumatrensis, Xanthium orientale subsp. italicum e Cenchrus incertus.
Tra le invasive si evidenziano alcune specie di recente comparsa nella regione, tra le quali Erigeron annuus, raccolto la
prima volta nei primi anni ’80 (Viegi et al., 2003) e Oxalis pes-caprae, segnalata la prima volta per Pietralacroce (AN) e
successivamente trovata in varie altre località; la specie sembra pertanto in forte espansione in ambienti retrodunali,
scarpate stradali, luoghi ruderali del settore costiero e basso collinare.
Fra le specie invasive più importanti si ricorda Vitis riparia che, utilizzata come porta-innesto della Vite coltivata, si è
diffusa ai margini dei campi coltivati, nei vigneti abbandonati, nelle siepi, lungo le strade e raggiunge spesso gli alvei
fluviali dove si insedia al margine delle formazioni boschive ripariali. Ambrosia psilostachya DC è la specie più invadente
delle parti più stabili di arenili e retroarenili, capace di diffondersi a tappeto costituendo popolazioni fitte che possono
rappresentare un serio ostacolo alla diffusione delle specie autoctone meno vigorose e competitive. Ambrosia
artemisiifolia, segnalata come pianta di presenza generalmente effimera per varie località costiere tra Pesaro e Falconara
Marittima (Viegi et al., 2003), negli ultimi anni è stata raccolta anche lungo il F. Candigliano nei pressi del Furlo (2002) e
lungo il F. Metauro presso Fossombrone (2005), località in cui si stabilisce nei greti e tende a diffondersi in modo
significativo.
Archeofite
Le archeofite provengono in prevalenza dall’Asia, dall’Europa e dalla regione mediterranea. Ad esclusione di alcune come
Conringia orientalis e Cuscuta epilinum, probabilmente introdotte anticamente con la coltivazione dei cereali e del lino,
molte di queste piante sono casuali e la loro permanenza nel territorio deriva solo dalla dispersione di semi e frutti
provenienti da piante coltivate. Per questo la loro presenza tende a rarefarsi o scomparire con l’abbandono della coltura.
Altre archeofite come Malus domestica, Prunus domestica e Arundo donax sono stabilmente presenti nel territorio.
Abutilon theophrasti, di comparsa molto recente, negli ultimi anni si è diffusa in vaste aree del settore planiziare e collinare
della regione, soprattutto nei campi di mais, ma anche lungo gli alvei fluviali e nei coltivi in genere.
Provenienza delle specie alloctone nelle Marche
La maggior parte delle specie proviene dall’America (38,4%), dall’Asia (25,8%) e dalla Regione Mediterranea (7,7%); altre
alloctone provengono dall’Asia/Europa (8,9%), dall’Europa (5,9%), dall’Africa (5,2%),dalle regioni tropicali (2,2) e da altre
aree (2,6%); quelle ottenute per ibridazione ammontano al 3,3%.
Categorie biologiche
Riguardo alla categoria biologica, le terofite, che costituiscono la categoria prevalente (40,6%), sono diffuse soprattutto
nelle aree antropizzate (53 entità) e nelle aree agricole (36). Seguono le fanerofite che, insieme alle nanofanerofite,
raggiungono il 25,8% del totale; la maggior parte di queste piante è diffusa nelle aree antropizzate (34) e delle 26 specie
presenti nei boschi, solamente 6 sono diffuse in boschi seminaturali, mentre le restanti 20 si collocano al margine di
boscaglie e nelle siepi artificiali. Anche le geofite (14,4%) e le emicriptofite (14,8%) sono localizzate prevalentemente nelle
superfici artificiali e nelle aree agricole; una rimarchevole, sebbene esigua, percentuale ha colonizzato gli ambienti naturali
quali spiagge e ambienti umidi. Infine la presenza di idrofite e elofite (0,7% assieme) è del tutto trascurabile.
Alloctone e biodiversità
Da quanto detto in precedenza si evidenzia che nella regione è presente un numero rilevante di specie estranee alla flora
spontanea regionale. Si nota inoltre che il fenomeno è in continua evoluzione ed il numero delle specie alloctone è in lento
ma continuo aumento, e rischia di minacciare seriamente la biodiversità naturale, soprattutto nelle aree di pianura e
collinari. Di queste specie alcune hanno notevole rilevanza ambientale, in quanto sono in grado di invadere anche
ambienti naturali e seminaturali, contendendo gli spazi alle specie autoctone. Altre, pur numerose, sono poco diffuse e
spesso di presenza effimera, pertanto poco significative riguardo alla biodiversità. Altre ancora hanno una rilevanza
sanitaria in quanto specie allergogene (ad esempio le entità del genere Ambrosia). Riguardo al meccanismo di diffusione
delle alloctone più aggressive, si può citare il caso di Senecio inaequidens che, comparso timidamente lungo qualche
margine stradale della regione, in pochi anni ha invaso le strade di ampi territori espandendosi anche in aree incolte e
lungo gli alvei fluviali. È difficile valutare quanto danno procurino le specie alloctone invasive alla flora autoctona:
occorrerebbero studi specifici. Si possono, a tale riguardo, citare alcuni esempi: la diffusione di Robinia pseudacacia al
margine dei boschi rappresenta un serio ostacolo alla presenza di specie arbustive ed arboree autoctone; l’estrema
diffusione di Ambrosia psylostachia in molti arenili della regione, avviene necessariamente a discapito della flora
autoctona e ancora, lungo gli alvei fluviali, negli ultimi cinquant’anni si sono diffuse Bidens frondosa ed ora Bidens
connata; è forse un caso che nel contempo si sia fatta sempre più rara l’autoctona Bidens tripartita che ha le medesime
esigenze ecologiche e la stessa strategia di dispersione dei frutti.
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Iniziative per il contenimento delle specie alloctone. La possibilità di controllare la diffusione della maggior parte delle
specie alloctone largamente spontaneizzate è del tutto illusoria. Specie come Symphyotrichum squamatum (=Aster
squamatum), Erigeron sumatrensis (=Conyza albida), Senecio inaequidens, Bidens frondosa, sono talmente diffuse nel
territorio e talmente prolifiche da renderne impossibile un contenimento.
Altre specie, invece, da poco arrivate nel nostro territorio, potrebbero essere controllate più efficacemente.
Nelle aree di maggiori pregio, in primo luogo nelle aree protette (come riserve, parchi naturali e regionali), sarebbe
doveroso predisporre piani per il controllo e, possibilmente, l’eradicazione , delle specie invasive dagli habitat più sensibili
e interessanti; stiamo pensando, per esempio, ad Amorpha fruticosa, Acer negundo, Vitis riparia, Lonicera japonica,
Parthenocissus inserta che stanno invadendo i boschi ripariali.
È inoltre auspicabile il censimento delle specie vegetali alloctone e la redazione di una “lista di prescrizione” da aggiornare
periodicamente per verificare il numero e lo status delle specie presenti, nonchè per annotare il comportamento di quelle
potenzialmente o realmente più pericolose.
Queste conoscenze potranno allora tradursi in atti destinati a scoraggiare la commercializzazione e la coltivazione delle
piante più invadenti.
Occorrerebbe inoltre divulgare le informazioni relative a queste problematiche e sensibilizzare la popolazione sulla
necessità di evitare l’utilizzazione, a scopo ornamentale, di specie alloctone invasive. Si ricorda, ad esempio, il caso di
Solidago gigantea e marginalmente di S. canadensis che, occasionalmente coltivate nei nostri giardini, in alcune regioni
dell’Italia settentrionale invadono massicciamente vaste praterie secondarie. Poiché esiste la possibilità che queste specie
possano pienamente acclimatarsi nella nostra regione (come è accaduto per altre specie), sarebbe opportuno
sconsigliarne la coltivazione e tentare l’eradicazione delle poche popolazioni spontaneizzate. Analoghi provvedimenti
andrebbero presi per altre specie coltivate a rischio di invasività.
L’esperienza e le conoscenze maturate in questa e in altre regioni potranno permettere di prevenire o contenere
l’invasione da parte di specie che in altri territori hanno già causato gravi danni alla biodiversità. Ad esempio, il Ciliegio
tardivo (Prunus serotina) e la Quercia rossa (Quercus rubra) in alcune regioni dell’Italia settentrionale si diffondono
rapidamente nei boschi mesofili a scapito della flora autoctona. In questi casi il danno ambientale è rilevantissimo: il Parco
del Ticino spende cifre rilevanti nel tentativo di combattere la diffusione del Ciliegio tardivo, ma la battaglia è quasi sempre
persa. In questo caso sarebbe auspicabile che nella nostra regione ne vengano vietati commercializzazione e impianto,
tanto in aree urbane che extraurbane, onde prevenirne la diffusione in ambienti naturali.
Carpobrotus acinaciformis, specie che ha invaso gran parte delle coste dell’Italia centrale e meridionale, è spesso
coltivata a scopo ornamentale anche nella nostra regione, ma ancora non si è largamente spontaneizzata lungo la costa.
Tuttavia alcuni nuclei si stanno diffondendo nelle nostre spiagge; in questo caso la specie potrebbe essere facilmente
eliminata dalle poche aree litoranee invase e, parallelamente, potrebbero essere avviate inziative atte a impedirne o
dissuaderne la coltivazione nelle aree prospicenti il mare.
In conclusione, poiché le specie alloctone una volta insediatesi stabilmente nel territorio ben difficilmente possono essere
controllate, è preferibile perseguire la via della prevenzione e della eradicazione dei primi nuclei di queste scomode e
indesiderate ospiti.
Bibliografia
- Celesti-Grapow L., Alessandrini A., Arrigoni P. V., Banfi E., Bernardo L., Bovio M., Brundu G., Cagiotti M., Camarda I., Carli E., Conti, F.,
Fascetti S., Galasso G., Gubellini L., La Valva V., Lucchese F., Marchiori S., Mazzola P., Peccenini S., Poldini L., Pretto F., Prosser F.,
Siniscalco C., Viegi L., Villani M. C., Wilhalm T. & Blasi C., in stampa – The inventory of the non-native flora of Italy. Plant Biosystems,
143.
- Gubellini L. & Pinzi M., L., 2008 - Osservazioni su alcune specie vegetali alloctone nelle Marche. In: Le specie alloctone in Italia:
censimenti, invasività e piani di azione. Galasso G., Chiozzi G., Azuma M. & Banfi E. (eds.)”. Memorie della Società Italiana di Scienze
Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, XXXIV: 67. (I).
- Viegi L, Vangelisti R, D'Eugenio M.L., Rizzo A.M., Brilli-Cattarini A.J.B., 2003 - Contributo alla conoscenza della flora alloctona d'Italia: le
specie presenti nelle Marche. Atti Soc. Tosc. Sci. Nat. Mem. Serie B, 110(2003):97-162.
Quale politica per rispondere alle invasioni biologiche?
(Convegno LE SPECIE ALLOCTONE IN ITALIA: CENSIMENTI, INVASIVITÀ E PIANI DI AZIONE, 27-28 novembre 2008)
di Piero Genovesi
L’introduzione di specie alloctone è un fenomeno in rapida crescita in tutti i gruppi tassonomici ed in tutti gli ecosistemi, a
causa fondamentalmente della globalizzazione delle economie, che ha determinato un aumento esponenziale dei
trasporti, del commercio e del turismo. Questo fenomeno causa rilevanti impatti sia alla diversità biologica, sia
all’economia ed alla qualità della vita dell’uomo. I risultati del programma DAISIE (www. europe-aliens.org) hanno
confermato che le invasioni biologiche sono in rapido aumento in Europa in tutti i gruppi tassonomici ed in tutti gli
ecosistemi, con tassi di crescita esponenziale del numero di nuove specie, e crescenti impatti sia alla diversità biologica,
sia all’economia ed al benessere dell’Europa. Molte specie endemiche europee sono, infatti, direttamente minacciate da
specie alloctone (per esempio: il gobbo rugginoso Oxyura leucocephala minacciato dal gobbo della Giamaica O.
jamaicensis per ibridazione, o il raro visone europeo Mustela lutreola minacciato dal visone americano M. vison). Gli effetti
delle introduzioni possono anche estendersi agli impatti sanitari, come nel caso della zanzara tigre Aedes albopictus,
vettore di diverse gravi malattie.
Appare quindi evidente l’urgenza di intervenire per mitigare gli impatti di questa minaccia, diminuendo il numero di nuove
introduzioni e mitigando gli effetti delle specie alloctone già introdotte nel nostro continente. Un’efficace politica in materia
di specie alloctone, come sottolineato dai principi guida adottati in ambito Convenzione per la Diversità Biologica (CBD)
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(Decision VI/23, The Hague, April 2002), dovrebbe basarsi su un approccio gerarchico: priorità alla prevenzione di ulteriori
introduzioni; eradicazione dei nuclei introdotti quando la prevenzione fallisce, controllo e contenimento geografico delle
specie naturalizzate quando opportuno (Wittenberg & Cock, 2001).
Al fine di promuovere un’applicazione organica e coordinata di questi principi a scala europea, la Convenzione di Berna
ha predisposto una strategia pan-Europea (Genovesi & Shine, 2004), che è stata approvata formalmente dai paesi
europei e dalla Commissione Europea nel dicembre 2003. La quinta Conferenza Ministeriale Europea per l’ambiente (Kyiv
Resolution on Biodiversity) ha quindi chiamato i paesi Europei ad adottare piani d’azione nazionali basati sulla strategia
pan- Europea. Più recentemente la Commissione Europea ha circolato una comunicazione ufficiale (Communication from
the Commission on Halting the Loss of Biodiversity by 2010 and Beyond), dove si chiede ai paesi membri di sviluppare
strategie nazionali sulle specie alloctone invasive per il 2007, e di implementarle entro il 2010, tenendo conto della già
citata Strategia Europea. Recentemente, la Commissione Europea ha anche preso il formale impegno a sviluppare una
politica regionale su questa materia, che dovrà basarsi sui principi della Strategia Europea.
Purtroppo una analisi delle capacità di risposta attuale dell’Europa evidenzia che la nostra regione è molto indietro rispetto
ad altre aree sviluppate del mondo in questo settore. Ad esempio, nonostante l’elevato livello tecnicoscientifico dei paesi
europei e le rilevanti risorse finanziarie disponibili in ambito europeo, nella nostra regione sono stati realizzati meno
programmi di eradicazione rispetto ad altre aree del mondo, ed ai tempi di risposta alle nuove invasioni, che spesso nei
Paesi europei sono talmente ritardati da rendere inefficaci le risposte (Genovesi, 2005a). L’Europa deve quindi
significativamente aumentare la propria capacità di risposta, e per questo fine è necessario sviluppare politiche nazionali e
regionali, coordinate ed integrate in un sistema regionale di azione.
Come tradurre gli impegni formali in misure concrete? Va innanzitutto sottolineato che una efficace politica in materia di
invasioni biologiche richiede il coinvolgimento dei diversi settori della società a diverso titolo collegati allo spostamento di
organismi viventi (es. turismo, trasporti, orticoltura, attività forestali, controllo biologico, attività venatoria, ecc...). Inoltre,
considerata la complessità delle misure necessarie, occorre adottare un approccio integrato, basato cioè su una
combinazione di misure regolamentative (quali alcune restrizioni del commercio) e volontarie (come ad esempio codici di
condotta responsabile delle attività a maggiore rischio, campagne di informazione di alcune categorie sociali, ecc…)
(Genovesi, 2005b, 2007; Genovesi & Scalera, 2007; Genovesi & Shine, 2004).
Considerato comunque che nessuna politica di prevenzione potrà arrestare completamente le introduzioni di specie
alloctone, appare evidente che un’efficace politica in materia d’invasioni biologiche deve anche sviluppare un sistema di
rapida identificazione dei nuovi nuclei e di risposta rapida alle invasioni. È, infatti, nelle prime fasi delle invasioni che le
risposte sono più efficaci ed applicabili, e molti casi confermano come uno dei principali limiti dell’azione in materia di
invasioni biologiche in Europa è stato il ritardo nella segnalazione dei nuovi casi di introduzione, e la lentezza
nell’attivazione delle necessarie misure di intervento (Genovesi, 2007). Va sottolineato che, poiché l’Europa è
caratterizzata da un sistema di libero mercato, è evidente che alcune azioni (per esempio di regolamentazione del
commercio e dell’importazione di specie alloctone) possono essere efficacemente affrontate solo a livello comunitario
(Miller et al., 2006). Tuttavia la scala delle problematiche collegate alle invasioni biologiche non deve rappresentare una
scusa per non agire a livello nazionale o locale, ma al contrario deve rappresentare uno stimolo perché tutti gli enti e le
istituzioni a diverso titolo competenti in materia (ministeri, altre istituzioni nazionali, enti locali, aree protette, ecc…)
intervengano nei loro rispettivi ambiti di responsabilità. Per questo andrà analizzato il quadro di ripartizione dei ruoli e delle
responsabilità dei diversi organismi pubblici e privati italiani in materia di specie alloctone, evidenziando e risolvendo i
fattori che limitano la capacità d’intervento dei diversi enti. Infine, il mondo della ricerca può e deve svolgere un ruolo
chiave in questa materia, raccogliendo informazioni sempre più dettagliate sia sulle specie alloctone, ma anche sui
meccanismi delle invasioni biologiche, perché la base di conoscenze rappresenta un elemento fondamentale per mettere
in atto risposte efficaci. In questo senso sono essenziali strumenti di circolazione delle informazioni (ad esempio con
banche dati web based) che devono assicurare la rapidità, affidabilità ed efficacia dello scambio di dati. Appare oramai
urgente ed inderogabile che tutti i diversi settori tecnici, amministrativi e politici del nostro Paese collaborino per sviluppare
una politica nazionale su questa materia, che permetta in futuro di assicurare una risposta più efficace alle sfide poste
dalle invasioni biologiche.
Territorio ed aree urbanizzate
Stop al consumo di territorio
Movimento di opinione per la difesa del diritto al territorio non cementificato
Manifesto nazionale
da www.stopalconsumoditerritorio.it, consultato il 20 febbraio 2009
Il consumo di territorio nell’ultimo decennio ha assunto proporzioni preoccupanti e una estensione devastante. Negli ultimi
vent’anni, il nostro Paese ha cavalcato una urbanizzazione ampia, rapida e violenta. Le aree destinate a edilizia privata, le
zone artigianali, commerciali e industriali con relativi svincoli e rotonde si sono moltiplicate ed hanno fatto da traino a
nuove grandi opere infrastrutturali (autostrade, tangenziali, alta velocità, ecc.). Soltanto negli ultimi 15 anni circa tre milioni
di ettari, un tempo agricoli, sono stati asfaltati e/o cementificati. Questo consumo di suolo sovente si è trasformato in puro
spreco, con decine di migliaia di capannoni vuoti e case sfitte: suolo sottratto all’agricoltura, terreno che ha cessato di
produrre vera ricchezza. La sua cementificazione riscalda il pianeta, pone problemi crescenti al rifornimento delle falde
idriche e non reca più alcun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini.
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Questa crescita senza limiti considera il territorio una risorsa inesauribile, la sua tutela e salvaguardia risultano
subordinate ad interessi finanziari sovente speculativi: un circolo vizioso che, se non interrotto, continuerà a portare al
collasso intere zone e regioni urbane. Un meccanismo deleterio che permette la svendita di un patrimonio collettivo ed
esauribile come il suolo, per finanziare i servizi pubblici ai cittadini (monetizzazione del territorio).
Tutto ciò porta da una parte allo svuotamento di molti centri storici e dall’altra all’aumento di nuovi residenti in nuovi spazi
e nuove attività, che significano a loro volta nuove domande di servizi e così via all’infinito, con effetti alla lunga
devastanti. Dando vita a quella che si può definire la “città continua”. Dove esistevano paesi, comuni, identità municipali,
oggi troviamo immense periferie urbane, quartieri dormitorio e senza anima: una “conurbazione” ormai completa per molte
aree del paese.
Ma i legislatori e gli amministratori possono fare scelte diverse, seguire strade alternative? Sì!
Quelle che risiedono in una politica urbanistica ispirata al principio del risparmio di suolo e alla cosiddetta “crescita zero”,
quelle che portano ad indirizzare il comparto edile sulla ricostruzione e ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio
esistente.
Il movimento di opinione per lo STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO e i firmatari individuano 6 principali motivi a
sostegno della presente campagna nazionale di raccolta firme.
STOP: PERCHÉ?
1. Perché il suolo ancora non cementificato non sia più utilizzato come “moneta corrente” per i bilanci comunali.
2. Perché si cambi strategia nella politica urbanistica: con l’attuale trend in meno di 50 anni buona parte delle zone del
Paese rimaste naturali saranno completamente urbanizzate e conurbate.
3. Perché occorre ripristinare un corretto equilibrio tra Uomo ed Ambiente sia dal punto di vista della sostenibilità
(impronta ecologica) che dal punto di vista paesaggistico.
4. Perché il suolo di una comunità è una risorsa insostituibile perché il terreno e le piante che vi crescono catturano
l’anidride carbonica, per il drenaggio delle acque, per la frescura che rilascia d’estate, per le coltivazioni, ecc.
5. Per senso di responsabilità verso le future generazioni.
6. Per offrire a cittadini, legislatori ed amministratori una traccia su cui lavorare insieme e rendere evidente una via
alternativa all’attuale modello di società.
STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO
I seguenti firmatari richiedono una moratoria generale ai piani regolatori e delle lottizzazioni, in attesa che ciascun
Comune faccia una precisa “mappatura” di case sfitte e capannoni vuoti.
Sottoscrivono quindi questo manifesto perché si blocchi il consumo di suolo e si costruisca esclusivamente su aree già
urbanizzate, salvaguardando il patrimonio storico del Paese.
Urbanistica e territorio
di Claudio Orazi
Gli ambientalisti sono in genere portati a considerare il territorio diviso in due parti più o meno nette: quello naturale che
merita tutela (magari con l’istituzione di un’area protetta) e il resto che, sufficientemente compromesso, viene considerato
perduto. Negli ultimi anni a seguito delle continue e sempre più pesanti aggressioni al territorio in nome del cosiddetto
sviluppo (sempre più dipinto come sostenibile) si sta sviluppando un vasto movimento di tutela del paesaggio, termine che
comprende l’insieme di relazioni tra territorio naturale, semi-naturale ed urbanizzato. Il paesaggio viene visto come bene
inalienabile, come risorsa irriproducibile, in cui possono convivere i bisogni connessi alla vita umana e quelli degli equilibri
naturali, ma solo se a prevalere è il bene comune e non gli interessi di pochi (cittadini, categorie, lobbies, poteri occulti),
se le scelte sono effettuate in un’ottica di lungo periodo e non quella di una tornata amministrativa, se il fine è quello di
vivere decorosamente senza consumare voracemente le risorse finite, come il suolo, se ci si preoccupa di quelli che
verranno dopo di noi.
Anche nella nostra regione ad opera di alcune associazioni (tra cui Legambiente, Italia Nostra, Pro-Natura Marche,
Coldiretti, Cgil; Lupus…..solo per citarne alcune) è nato il Comitato per la Difesa del Paesaggio delle Marche che oltre a
raccogliere migliaia di firme sotto un “manifesto” ha iniziato a lavorare per presentare una proposta alternativa alla nuova
Legge Urbanistica Regionale (L.U.R.), per incorporare le probabili modifiche della L.R. 13/90 (Costruzioni in campo
agricolo) nella stessa proposta di legge (p.d.l.) e per avviare contemporaneamente in revisione del P.P.A.R. in funzione di
una tutela reale del paesaggio e di quello che di buono c’è ancora da poter godere.
Quindi la tutela del territorio, anche di quello che necessita di maggiori vincoli (con l’istituzione di un’area protetta) passa
inevitabilmente attraverso norme urbanistiche la cui finalità principale sia quella di risparmiare il suolo non edificato e
compromissioni incontrovertibili, attraverso infrastrutture ed impianti.
Modifiche ai Piani Regolatori comunali, ai piani per le attività estrattive, nuove arterie stradali, impianti eolici e centrali
termo-elettriche non risparmiano i parchi, le riserve e le oasi ed è sempre più difficile far passare l’idea tra i residenti e non
di nuove aree da vincolare; la soluzione (certamente non ancora a portata di mano) è quella di considerare tutto il territorio
come una risorsa da salvaguardare, ponendosi come fine “Piani a crescita zero” e fermare il consumo del territorio.
La vallata del Metauro (ma se si va sul Foglia o sul Cesano lo “spettacolo” non cambia) è diventata una indistinta
conurbazione di capannoni, villette, palazzine, parcheggi, svincoli, frantoi, inframmezzati da francobolli di aree agricole e
residue case coloniche. Il terreno più fertile e produttivo è stato violentato dalla speculazione edilizia che ha portato i
comuni a farsi concorrenza con aree industriali ed artigianali che arrivano a sfiorarsi, spesso realizzate nel bel mezzo di
(ex) amene e deliziose vedute, dentro a sic e zps, al limitare degli argini dei fiumi e senza alcuna opera di mitigazione
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ambientale. Anche il più piccolo comune ha la sua zona produttiva (ma spesso ne ha più di una), perché il fine non è
governare lo “sviluppo” del territorio ma dare soddisfazione agli appetiti degli immobiliaristi, delle imprese edili, della
rendita fondiaria e di racimolare qualche euro di ICI per raddrizzare i barcollanti bilanci comunali. Ma è una politica di corto
respiro, perché la crescita non può essere infinita, ed un terreno urbanizzato è perso per sempre, e con la sua naturalità si
è persa la possibilità di ricchezza per il futuro.
A ben guardare la “provincia bella” ci si accorge che non esiste una definizione più errata, che il Piano Territoriale di
Coordinamento ha fallito i suoi compiti, che il P.P.A.R. è stato stravolto, che la politica ha seguito l’idea di un facile
consenso, figlio dell’ignoranza, della miopia e dell’ingordigia. Ora il mercato immobiliare è fermo, decine di capannoni
mostrano il cartello “vendesi” o “affittasi”, centinaia di appartamenti sono invenduti, e molti altri che potrebbero essere
costruiti aspettano il ritorno della domanda speculativa. Questo senza considerare Piani Regolatori appena approvati o
altri con varianti in itinere che mostreranno tutti i loro effetti devastanti tra 5/10 anni. E’ chiaro che non si è costruito in
funzione della crescita demografica (e della frantumazione dei nuclei familiari), del reale bisogno di spazi per attività
produttive, cioè dell’effettiva necessità di volumi, ma anche (o soprattutto) per attirare capitali, sempre nella prospettiva
della crescita infinita.
L’impegno ambientalista oggi deve volgere verso una o più leggi di governo del territorio che siano finalizzare al recupero,
riuso, trasformazione dei manufatti esistenti e che impedisca l’allargamento delle aree produttive e residenziali, che
migliori funzionalmente le periferie, che aggreghi i servizi e che mitighi gli obbrobri già realizzati (l’esatto contrario di
quanto è stato fatto con in nuovo P.R.G. di Fano). Occorre un nuovo P.T.C. che obblighi i comuni a fare Piani di area
vasta, che non preveda più nuove grandi infrastrutture stradali, che vincoli le previsioni di nuovi vani a studi precisi e
realistici sull’andamento demografico e sulla evoluzione delle attività economiche (studi di settore, analisi dei mercati,
ecc.). Poi bisogna varare norme che annullino gli effetti devastanti della rendita fondiaria, ed occorre che i comuni
governino il mercato immobiliare attraverso Piani e Programmi che facciano fronte al vero bisogno di casa o di capannoni
ad un prezzo equo.
Altra esigenza non più rinviabile è il ricorso alle tecniche della bio-edilizia o bio-architettura, che non possono più essere
solo buone pratiche, incentivate magari con incrementi nei volumi, ma che devono diventare cogenti sia nei nuovi
interventi che nelle ristrutturazioni e per questo devono entrare nelle Norme Tecniche di Attuazione (N.T.A.) dei P.R.G.
(anche di quelli già approvati). Infine i temi dell’energia e dello smaltimento dei rifiuti e della gestione delle risorse idriche
devono essere intimamente correlati con la programmazione urbanistica, con il comune fine del risparmio delle risorse,
della tutela della salute, della salvaguardia del paesaggio.
Quindi lo slogan che deve guidare la programmazione urbanistica nei prossimi mesi deve essere quello adottato da un
piccolo comune dell’interland milanese (Cassinetta di Lugagnano), che per questo si è classificato primo nella gestione
del territorio, ed è entrato a far parte dei Comuni Virtuosi d’Italia: STOP AL CONSUMO DEL TERRITORIO.
Gli Appennini come miniera?
Prof. Calafati
Facoltà di Economia e Commercio
Università Politecnica delle Marche
Per le aree montane delle Marche gli anni Ottanta sono stati decisivi. Oltre la retorica degli Appennini come un "patrimonio
culturale fondamentale", la realtà è semplice e cruda - e molto diversa. Alla fine degli anni Settanta, le aree montane delle
Marche erano al termine di una drammatica fase di spopolamento e abbandono, con una società locale
demograficamente allo stremo dopo tre decenni di fortissima emigrazione e dis-investimento. Senza forza politica e senza
una visione strategica regionale la montagna delle Marche è diventata, nello spazio di alcuni anni, in primo luogo un
territorio da cui estrarre materia ed energia, una sorta di "bacino minerario" - da integrare con un'ipotesi di
industrializzazione che non aveva fondamento.
I sistemi urbani che si erano formati nelle Marche dopo tre decenni di accelerata industrializzazione - e dove risiedeva
oramai circa il 70% della popolazione regionale - avevano bisogno, in quel momento, di una risorsa specifica che avevano
totalmente dissipato: l’acqua potabile. Dopo aver irrimediabilmente inquinato le falde della costa, praticamente ovunque
nelle Marche, la crisi idrica fu superata negli anni Ottanta captando una sorgente dopo l'altra negli Appennini. Senza dare
in cambio nulla al territorio, considerando la risorsa idrica aterritoriale. E lì siamo rimasti, dopo trenta anni, ancora oggi:
senza un progetto per la montagna che non sia quello di estrarre dai suoi delicati e straordinari ecosistemi naturali e semi
naturali materia ed energia.
All'inizio degli anni Novanta, l'istituzione del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, prima, e il Progetto "Appennino Parco
d'Europa", poi, erano sembrati una svolta. La conservazione rigorosa dei paesaggi umani e degli ecosistemi naturali
sembrava essere il pilastro di una strategia di sviluppo economico sostenibile capace di aprire una nuova fase nella storia
di questi luoghi. La visione che sembrava prendere corpo era quella di un territorio che vendeva servizi e beni prodotti
localmente al resto della Regione e del Paese: servizi naturalistico-ricreativi, servizi eco-sistemici, prodotti agricoli di
qualità, servizi turistici. L'opposto di quanto era accaduto fino a quel momento: cessione o svendita di risorse
fondamentali. L'opposto del progetto di desertificazione sociale, di semplificazione paesaggistica che era implicito
nell'interpretazione degli Appennini come territorio da cui estrarre ogni tipo di materia.
Ma questa visione è riuscita solo a scalfire l'interpretazione consolidata delle aree montane delle Marche, che era nata
alla fine degli anni Settanta e si era rafforzata nel decennio successivo quando l'appropriazione delle risorse idriche da
parte dei sistemi urbani delle Marche - uno dei capitoli peggiori della storia recente delle politiche pubbliche delle Marche aveva chiarito i rapporti di forza nella Regione e consegnato gli Appennini alla marginalità sociale, economica e politica.
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Ed ora siamo, forse, alla fase finale. Dietro il paravento retorico delle energie rinnovabili, le aree montane delle Marche
diventano in tutto e per tutto un bacino dal quale estrarre ogni tipo di materia. Si potranno prelevare ancora più risorse
idriche innanzitutto, ma anche biomasse dai boschi; si potranno "asportare" porzioni di paesaggio con decine di parchi
eolici e impianti fotovoltaici; si potranno modificare i corsi d'acqua con micro centrali idroelettriche. Attività economiche a
basso contenuto di lavoro ed elevate esternalità negative che modificheranno per decenni la traiettoria di sviluppo delle
aree interne.
Le fonti di energia rinnovabili sono, naturalmente, il nostro futuro. Ma solo se sono inserite all'interno di un progetto
sociale ed economico. Altrimenti, alimentano anch'esse traiettorie di sviluppo localmente non sostenibile. Le Marche
avrebbero bisogno di un piano energetico fondato su un progetto di sviluppo sociale ed economico: molto di più di
soluzioni ingegneristiche. Avrebbero bisogno, soprattutto, di un "patto" tra aree montane e sistemi urbani che si fondi su
due principi. Da una parte, i territori appenninici devono conservare il loro patrimonio, ovvero la base di un'economia
sostenibile basata sulla produzione di servizi e beni; dall'altra, i sistemi urbani delle Marche si devono assume la
responsabilità dell'efficienza energetica e della compatibilità ambientale.
Pubblicato su Il Corriere Adriatico del 14 gennaio 2009
Ancora alluvioni: problemi reali e falsi miti
di Gilberto Fomeris e Gian Carlo Perosino
Le alluvioni che hanno colpito l'Italia settentrionale nell'ottobre 2000 ripropongono vecchie questioni, classici argomenti di
dibattito che prendono ampio spazio nei mezzi di comunicazione ogni volta che avvengono manifestazioni di dissesto. E'
la solita storia: dopo tanto discutere, quando finiscono le piogge, tutto torna nell'oblio, non si effettuano interventi, salvo
poi riparlarne quando i telegiornali riproporranno le immagini della prossima alluvione. Sembra una commedia
continuamente replicata, che potrebbe condurci ormai alla noia se non fosse per la spettacolarità de!le forze della Natura
che le immagini televisive ci offrono in diretta, per l'angoscia delle persone In pericolo, per i danni materiali e per la
frustrazione dovuta all'inevitabilità di tali fenomeni.
Perché tutto questo? Eppure le soluzioni forse esistono; in alcuni casi sembrano banali, tanto che vengono ripetutamente
proposte da scrittori, poeti, giornalisti, politici, persone comuni, ...
Allora perché non si agisce? Manca la volontà? Mancano le risorse? Non vi è sufficiente consapevolezza?
Forse valgono tutte queste ragioni; ma forse vale ancora di più il fatto che, intorno a questo problema, vi è parecchia
confusione e soprattutto concezioni e idee profondamente radicate nel pensiero dominante, in qualche caso giustificate
dalla cultura scientifica più tradizionale e conservatrice (in particolare quella ingegneristica) e costituenti un complesso di
principi e di enunciati che esercita sulla collettività (quindi sulla qualità delle azioni di governo del territorio) lo stesso
effetto di un "totem” (o insieme di miti). La fede nel "totem", coadiuvata dal conformismo culturale, comporta evidenti
contraddizioni tra tesi pseudo-scientifiche e le conoscenze che si acquisiscono con le osservazioni sul territorio, complica
la ricerca delle soluzioni, limita la capacità di pensare ai problemi in modo nuovo.
E’ necessario "sgombrare il campo" da falsi miti o da concezioni che possono portarci fuori strada. Occorre selezionare
fatti e concetti che possano fornire contributi concreti e realistici evitando, per quanto possibile, l'inquinamento della
discussione da parte del "totem".
E’ interessante, a questo proposito, proporre una rapida rassegna di "sciocchezze" che normalmente riemergono dopo
ogni alluvione; è importante discuterne, se non altro per insinuare qualche dubbio nelle certezze dogmatiche della
maggior parte degli ingegneri, dei cementificatori e soprattutto di tutti coloro che giustificano l'arrogante ostinazione
dell'uomo nella sua assurda presunzione di controllo totale sulla Natura.
1 - "Oggi bastano due gocce per dar luogo a piene rovinose"
Classico luogo comune quasi unanimemente riconosciuto, frase che si sente pronunciare ovunque; essa solitamente
costituisce la premessa di quasi tutti i discorsi intorno al problema del dissesto. La manifestazione di piena in
corrispondenza di una sezione su un corso d'acqua dipende essenzialmente dalla superficie (e dalla forma) del bacino
imbrifero sotteso e dall'entità (e durata) delle precipitazioni. Altri fattori dipendono dalle caratteristiche naturali ed
antropiche del bacino (natura geologica del sottosuolo, copertura vegetale, condizioni del suolo, presenza di manufatti,...)
ma, escludendo i piccoli bacini (con estensioni di pochi chilometri quadrati), sono meno importanti rispetto ai precedenti.
Pertanto, affinché si verifichi una piena capace di produrre danni (o in generale un insieme di fenomeni di dissesto capaci
di "segnare" il territorio), non bastano due gocce, in quanto occorre una precipitazione intensa, oggi, come ieri e come in
futuro. Da questo punto di vista non vi sono responsabilità dell'uomo; fortunatamente egli non è ancora in grado di
modificare le leggi naturali che regolano le vicende meteorologiche.
2 - "Gli eventi di piena possono essere amplificati dalle manovre idrauliche delle dighe"
Le dighe possono essere considerate esempi fra i più evidenti delle capacità dell'uomo nell'utilizzo delle risorse naturali;
esse, ampiamente capaci di modificare il paesaggio, costituiscono vere e proprie "opere d'arte" dell'ingegneria.
L'accumulo di grandi volumi d'acqua consente usi diversi quali produzione di energia, potabile, irriguo,... Tuttavia le dighe,
nella maggior parte dei casi, nelle aree ove vengono costruite, comportano gravi danni sull'ambiente ed è per tale ragione
che spesso gli ambientalisti si oppongono alla costruzione di nuovi bacini artificiali. A ciò si aggiunga la paura delle
popolazioni che si trovano a valle per il rischio di ipotetici e rovinosi crolli. Sulla base di problemi veri si innesca poi un
atteggiamento irrazionale che vede nella "diga cattiva" la responsabile di tutti gli eventi connessi con l'acqua. Succede
allora che le dighe vengano incolpate (o corresponsabilizzate) degli eventi alluvionali; si fanno riferimenti a fantomatiche
manovre idrauliche e ad improvvisi crolli (anche di sbarramenti che talvolta neppure esistono) per giustificare ondate
improvvise di piena. Purtroppo si discute molto di questi argomenti fuorvianti, frutto di una isteria collettiva che ha
necessità di individuare, a tutti i costi, qualche colpevole (atteggiamento che talvolta coinvolge anche le associazioni
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ambientaliste). In realtà le dighe sono praticamente ininfluenti sulla dinamica dei fenomeni di piena ed indipendentemente
dalle manovre idrauliche di regolazione dei livelli. Semmai possono esercitare un debole effetto di laminazione,
contribuendo, in misura molto limitata (talora neppure percettibile), a ritardare il culmine di piena ed a ridurne l'entità.
3 - "I materiali detritici, quali massi e tronchi che si accumulano contro i ponti, possono
costituire vere e proprie dighe la cui rottura provoca onde d'acqua che innalzano i picchi delle piene"
In effetti l'esame delle carte delle esondazioni del 1993 e del 1994 mette in evidenza allargamenti delle fasce inondate
lungo i tratti fluviali immediatamente a monte della maggior parte di ponti (un po' come scoprire l'acqua calda). Si tratta di
aree che appaiono come "espansioni" dei fiumi, tali da apparire come veri e propri laghi. In realtà si tratta di acqua che si
accumula in quanto ostacolata, nella sua discesa verso valle, dai terrapieni sulle sponde ai lati dei ponti. In tal modo le
portate di piena vengono "forzate" a passare attraverso la luce dei ponti stessi, con forte incremento delle velocità e delle
potenze erosive, fino a determinare crolli rovinosi. L'accumulo di detriti contro i piloni dei ponti rappresenta (salvo qualche
caso) un aspetto del tutto secondario. Inoltre l'eventuale accumulo di acqua (spesso denominato "effetto diga") è
caratterizzato da volumi assolutamente irrilevanti rispetto a quelli (centinaia e migliaia di metri cubi) che transitano in
appena un secondo. Il cosiddetto "effetto diga" risulta quindi del tutto irrilevante rispetto alle dinamiche delle piene a valle.
Piuttosto si può riconoscere un effetto negativo rispetto alla “tenuta" dei ponti, ma questo problema
può essere risolto adottando scrupolosamente le prescrizioni della Autorità di Bacino del Fiume Po, non soltanto per le
fasce di esondabilità determinate per i corsi d'acqua più importanti, ma in tutte le situazioni.
4 - "Approfondendo il letto ed allargando le sponde si aumenta la sezione di deflusso, a vantaggio della capacità
del fiume nel sostenere maggiori portate"
È una delle tesi più diffuse. Sembra molto semplice e intuitiva: se il fiume è più profondo e più largo può contenere più
acqua, fino al limite di mantenerla tutta entro l'alveo, anche in occasione degli eventi eccezionali. La portata, cioè la
quantità d'acqua (solitamente espressa in metri cubi) che scorre attraverso una sezione durante un certo tempo (un
secondo), dipende dalla superficie della sezione stessa (metri quadrati) e dalla velocità dell'acqua (metri al secondo).
Pertanto appare ovvio che aumentando la superficie aumenti la portata che può essere sostenuta. In realtà si tratta di una
illusione, purtroppo uno dei "miti" più pericolosi e persistenti ed al quale si richiamano tutti coloro che auspicano le
asportazioni dei materiali detritici, le risagomature dei profili trasversali, i ritombamenti,... In natura (ma ciò è spiegabile
anche mediante una semplice legge fisica), nei tratti con sezione aumentata artificialmente, la velocità dell'acqua
diminuisce, ovviamente per garantire la stessa portata che scorre a monte ed a valle (altrimenti si potrebbe sospettare che
un mago, capace di vanificare il principio di conservazione della materia, sappia in qualche modo aggiungere o annichilire
dell'acqua). Visto che serve poco aumentare la superficie della sezione di deflusso si potrebbe allora giocare sulla velocità
dell'acqua. A parte il fatto che se ciò fosse possibile risulterebbe un gioco pericoloso (maggiore velocità significa erosione
più intensa), risulta evidente che sarebbe necessario modificare la pendenza del fiume e quindi abbassare le quote di
confluenza delle sezioni terminali, ma questa è pura fantascienza. Esiste invece una possibilità reale di favorire un
aumento della velocità dell'acqua: diminuire la scabrezza.
5 - "Sono necessari tutti gli interventi possibili per diminuire la scabrezza, ovvero favorire lo scorrimento
dell'acqua"
Si tratta di un mito ancora più pericoloso del precedente. I legami sopra descritti tra portata, superficie della sezione di
deflusso e velocità dell'acqua entrano in una semplice espressione matematica teoricamente corretta. La realtà, come
bene illustra l'ingegnere idraulico, è un po' diversa. Le pareti del condotto ostacolano, per mezzo dell'attrito, il movimento
dell'acqua, in misura tanto minore quanto più lisce sono le pareti stesse (cioè quanto minore è la scabrezza). I progettisti
dei canali (che hanno la funzione di trasportare acqua con la maggiore efficacia) conoscono bene questo problema; essi
quindi dimensionano le sezioni di deflusso determinando i migliori valori delle superfici e dei perimetri ed inoltre curano
attentamente i materiali utilizzati per la costruzione. Massi, detriti, tronchi, radici, ... provocano turbolenze del moto
dell'acqua e quindi perdite di energia che si traducono in diminuzione di velocità. Anche l'erosione viene attentamente
valutata; si tratta infatti di un fenomeno capace di mettere in movimento i detriti (soprattutto ciottoli), ma ciò comporta un
lavoro e quindi ancora perdita di energia. Ecco allora che l'ingegnere, abituato a concepire i fiumi come semplici canali
trasportatori d'acqua (non conoscendone il valore come veri e propri ecosistemi), propone quell'insieme di soluzioni noto
come "cementificazione degli alvei": gabbionate, prismate, massicciate, muri, ... (unitamente a risagomature per conferire
alle sezioni la forma di rettangoli o di trapezi isosceli rovesciati). In tal modo il fiume assume le caratteristiche di un canale
artificiale, nel quale l'acqua scorre più liberamente e più velocemente e con incremento della massima portata sostenibile
senza esondazione (il risultato che si vuole conseguire). Se tali interventi possono essere ritenuti idonei per contenere le
erosioni in corrispondenza delle sezioni interessate dagli attraversamenti e dei tratti di corsi d'acqua in ambiti fortemente
antropizzati (e senza alternative per quanto attiene le ricollocazioni di edificati), risulta estremamente pericoloso procedere
(come purtroppo sta avvenendo) all'artificializzazione massiva dei fiumi. In tal modo essi sono destinati ad essere
trasformati in condotti lungo i quali la dissipazione di energia viene limitata al massimo; le acque in tal modo conservano o
addirittura acquisiscono ulteriore velocità, con possibili gravi conseguenza a valle.
6 - "Occorre provvedere alla pulizia dei fiumi"
Anche questa espressione rappresenta un luogo comune ampiamente diffuso, ma privo di conseguenze, in quanto, anche
se fuorviante rispetto ai problemi veri, risulta fortunatamente inapplicabile. Esso si basa sulla concezione per cui, al fine di
favorire il defluire dell'acqua, occorre rimuovere tutti gli ostacoli. Fra questi figurano, quali principali imputati, alberi ed
arbusti che crescono spontaneamente sulle rive e sugli isoloni, cioè proprio quella vegetazione (essenzialmente salici ed
ontani) che, in seguito a processi evoluti di milioni di anni, hanno saputo sviluppare particolari forme di radicamento e di
resistenza alle acque, capaci di consolidare le sponde in modo talora più efficace delle difese idrauliche ed in grado di
dissipare parte dell'energia delle acque durante le piene. Per provvedere a tale "pulizia" occorrerebbe un lavoro immane:
bisognerebbe ridurre a deserti tutte le fasce fluviali, il che significa migliaia di chilometri di lunghezza sul complesso
reticolo idrografico per una larghezza media di una decina di metri e quindi per un disboscamento su oltre decine di
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migliaia di ettari per una regione come il Piemonte. Per conseguire tale obiettivo occorrerebbe arruolare centinaia di
boscaioli da impegnare per diversi anni. I fiumi possono essere paragonati a vere e proprie "fabbriche di legname" e da
sempre le piene ne trasportano in grande quantità, anche in passato, quando il legno veniva in minima parte raccolto ed
utilizzato come combustibile. La risoluzione definitiva del problema su tutto il territorio nazionale potrebbe essere una
opportunità interessante per quei politici che fanno grande affidamento al consenso legato alla promessa di numerosi
nuovi posti di lavoro.
7 - "I problemi di dissesto idrogeologico sono legati all'abbandono della montagna".
Questo è uno dei principali e più affermati "miti". Normalmente si fa riferimento ad un pittoresco
quadro che mostra il versante di una ripida collina fittamente terrazzato e coltivato con forza e tenacia da generazioni di
contadini, chiaro esempio di ingegneria naturalistica di massima efficacia, ma piuttosto limitato come estensioni areali
interessate. Ben più estese sono invece le superfici disboscate dal "buon montanaro" per far spazio ai pascoli. D'altra
parte egli non era altro che un poveraccio costretto a vivere in una Natura aspra ed ostile, dalla quale doveva trarre il suo
magro sostentamento, con una serie di attività che hanno determinato conseguenze negative per l'ambiente (seppure in
misura molto più limitata rispetto a quanto accadeva in pianura, soprattutto perché le condizioni ambientali non gli
consentivano quell'atteggiamento di rapina reso possibile dall'uso massivo della tecnologia utilizzabile sui terreni
pianeggianti). Nella realtà l'abbandono della montagna non comporta conseguenze negative sull'assetto idrogeologico;
semmai si possono ipotizzare alcuni benefici fra i quali, il più importante, l'espansione dei boschi. Occorre distinguere
bene i problemi legati al dissesto in parte accelerati dalle attività umane anche in montagna da quelli di tipo socioeconomici legati allo spopolamento. Dal punto di vista degli equilibri ambientali lo spopolamento è in realtà un aspetto
positivo, ma diventa un problema sempre più preoccupante per la qualità della vita di coloro che rimangono.
8 - "Oggi non si garantisce più la manutenzione dei boschi come avveniva in passato"
La migliore protezione del suolo contro l'erosione della pioggia battente e del ruscellamento è garantita dal bosco
"selvaggio" (quello che si sviluppa con l'abbandono delle terre da parte dell'uomo o quello mai sfruttato, almeno da tempi
storici). Le gocce d'acqua che precipitano incontrano prima le chiome degli alberi più alti, che ne ammortizzano l'energia;
poi si frantumano ulteriormente sui rami e sulle foglie degli arbusti e delle erbe. Infine l'acqua ha maggiori possibilità di
impregnare il suolo soprattutto se questo è ricco di sostanze organiche che ne aumentano considerevolmente
l'igroscopicità e la capacità di ritenzione idrica. Tali sostanze derivano dagli accumuli di foglie, rami, tronchi, ... come è
tipico di un bosco non curato. La manutenzione del bosco costituisce una necessità dell'uomo (raccolta dei frutti, utilizzo
del fogliame per lettiere da utilizzare nelle stalle, produzione di legna da ardere, ...); ma è ovvio che un bosco "pulito"
presenta una stratificazione di fogliame meno complessa e soprattutto un suolo meno ricco di sostanza organica, quindi
meno efficace nell'attenuare l'erosione. Secondo alcuni lo strato delle foglie che coprono il suolo, soprattutto nell'autunno
(quando maggiori sono i rischi di alluvioni), forma una sorta di pellicola impermeabile che fa scivolare l'acqua impedendole
di penetrare nel terreno. Questa è una delle più grossolane sciocchezze, in quanto sono proprio le foglie che costituiscono
la componente più abbondante nel fornire sostanza organica al suolo e quindi le caratteristiche adatte per il migliore
assetto idrogeologico.
9 - "La gente non ha più tempo per la manutenzione dei fossi"
Evidentemente "si stava meglio quando si stava peggio". Il mito del "buon montanaro" si sovrappone a quello del
"contadino di altri tempi", costretto al faticoso lavoro della terra, senza l'aiuto delle macchine. Egli prestava grande
attenzione alla cura dei fossi e dei canali che delimitavano i campi, che scorrevano vicino alle cascine e lungo le strade.
La manutenzione consisteva nell'eliminazione delle erbe e degli arbusti e nello scavo periodico (l'ingegnere direbbe "con
lo scopo di diminuire la scabrezza"). In tal modo l'acqua scorreva più facilmente e veniva garantito lo smaltimento
dell'acqua in eccesso in occasione delle piogge più intense, evitando così l'allagamento di strade, cortili, campi, ...
Dobbiamo tuttavia considerare che un cattivo drenaggio (conseguente alla mancata manutenzione del reticolo idrografico
artificiale) comporta per l'acqua tempi più lunghi per giungere ai fiumi; ciò significa un allungamento del cosiddetto "tempo
di corrivazione". Succede quindi che all'incremento dei danni dovuti all'insieme dei piccoli allagamenti (in conseguenza
della scarsa manutenzione della rete di drenaggio) fa riscontro un risparmio di parte di quelli dovuti alle esondazioni
catastrofiche lungo i corsi d'acqua (in quanto ricevono parte dei contributi in tempi più lunghi).
10 - "Ma cosa fa la protezione civile?"
Come espresso in premessa, in occasione di ogni alluvione, siamo costretti ad assistere ad una commedia ripetutamente
replicata. Fra gli attori vi sono i cittadini ed i politici arrabbiati (solitamente dell'opposizione) che lanciano facili accuse alla
"protezione civile". Certamente è possibile fare di più e di meglio ed è giusto un maggiore impegno in tale direzione, ma è
anche doveroso riconoscere il lavoro di tutti coloro che si prodigano, pure tra mille difficoltà ed anche a rischio della vita,
per prestare soccorso nelle situazioni di emergenza e per garantire (per quanto possibile) i servizi essenziali. Non tutti
sono rimasti a casa a rimirare le immagini televisive del disastro alternate a quelle dei servizi su Del Piero, Raffaella
Carrà, il nuovo partito di D'Antoni,... magari brontolando contro il "governo ladro" responsabile di tutto (anche delle
vicende meteorologiche eccezionali). Molte persone, comunque numerose, in quei giorni di metà ottobre, si sono
fortemente impegnate nel fornire aiuto ed assistenza nelle situazioni di maggiore emergenza. Non sono soltanto le forze
dell'ordine (a cui bisogna aggiungere gli agenti di vigilanza provinciale, i guardaparco, le guardie forestali ); bisogna
doverosamente ricordare i volontari della protezione civile e di tutte le diverse associazioni che operano sul territorio
(comprese quelle ambientaliste). Bisogna vivere in prima persona determinate esperienze per comprendere fino in fondo
le difficoltà insite in simili situazioni, per capire bene che la protezione civile merita più elogi che critiche; invece,
soprattutto da parte di coloro che "stanno a guardare", spesso accade il contrario.
Alcune considerazioni
L'elenco delle concezioni più comuni e più errate potrebbe essere ben più lungo, ma quelle citate sono le principali, quelle
che si sentono più frequentemente nei discorsi post - alluvione. Si potrebbe obiettare però che con le precedenti
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considerazioni si demoliscono i presupposti attinenti ogni possibile forma di intervento di prevenzione. In effetti potrebbe
essere anche vero, ma occorre riflettere bene su un aspetto importante.
I problemi relativi alle sistemazioni idrauliche connesse alla messa in sicurezza dei ponti e delle aree urbane fortemente
antropizzate vanno considerati come un aspetto a parte; in tali situazioni si riconosce la necessità di interventi strutturali
intensivi. Tuttavia bisogna avere onestà culturale per spiegare bene a tutti che tali interventi servono per evitare le
erosioni, la distruzione di strutture e di edificati, per ridurre al minimo i problemi legati alla viabilità (settore nevralgico della
moderna economia) ma non impediscono l'allagamento.
In altri termini, in occasione degli eventi idro-meteorologici eccezionali, non è tecnicamente possibile costringere il fiume a
rimanere entro i suoi argini "normali" ed impedirgli di occupare l'alveo di piena, neppure disponendo di risorse finanziarie
infinite con le quali realizzare opere di contenimento monumentali.
Bisogna evitare la demagogia; gli amministratori non possono promettere l'eliminazione dei rischi e gli ingegneri non
possono continuare a difendere la loro professione (che rende tanto meglio quanto più cemento si usa nei fiumi) fornendo
alle illusioni una sorta di credibilità scientifica. Bisogna avere il coraggio di spiegare bene ai cittadini che le opere di difesa
idraulica non possono impedire che le aree vengano allagate, ma possono almeno limitare l'irruenza delle acque. In altri
termini non si può impedire che l'acqua penetri nelle cantine, nei negozi, minacci i piani bassi, ... ma almeno si può fare
qualche cosa per impedire che l'acqua non scorra troppo velocemente e non trasporti troppo fango. Una grande alluvione
quindi non si può impedire, ma si può limitare, seppure in piccola parte.
E’ ipotizzabile una modesta riduzione dei picchi di piena ed un piccolo incremento dei tempi di corrivazione alle seguenti
condizioni:
- evitare interventi di sistemazione idraulica e di artificializzazione dei corsi d'acqua del reticolo idrografico naturale (ad
eccezione della messa in sicurezza dei ponti e delle aree urbane fortemente antropizzate);
- consentire la massima divagazione dei corsi d'acqua, magari prevedendo la realizzazione di vasche di colmata;
- conservare la massima naturalità delle fasce fluviali; soprattutto conservando la vegetazione spontanea lungo le rive ed
evitando le coltivazioni, in particolare i pioppeti;
- sviluppare al massimo le potenzialità offerte dalla ingegneria naturalistica;
- procedere all'incremento della copertura forestale;
- nel governo del territorio, credere di meno agli architetti ed agli ingegneri e sviluppare maggiormente altre professionalità
quali, per esempio, quelle dei naturalisti e dei forestali.
Tutto ciò tuttavia non servirebbe a nulla se si conserveranno ancora le strutture (fabbriche, impianti sportivi, case,
campeggi, parcheggi,...) che attualmente occupano le fasce esondabili. Si afferma che questa ultima alluvione che ha
colpito l'Italia settentrionale è costata centinaia di miliardi e forse molto di più. Eppure nulla si spende per la ricollocazione
delle strutture in aree a rischio, anzi si continua a costruire.
A questo punto, quale conclusione, vale la pena citare ciò che, nel 1797, scrisse O. Tarzoni Tozzetti al granduca di
Toscana, Pietro Leopoldo, sull'alluvione del 1333: "...una legittima vendetta del fiume; l'imprevidenza dell'uomo aveva
fatto il possibile per portar via all'Amo una striscia del suo giusto e necessario letto, pretendendo di obbligarlo a
camminare per una fossa angusta e strozza..... Ma l'Arno seppe vendicarsi ed armata mano ricuperare il suo necessario
letto".
articolo comparso su “Pro Natura Notiziario – obiettivo ambiente” n. 11 del novembre 2000
L’arretramento delle spiagge
di Umberto Guzzi
Da decenni assistiamo ad un costante tentativo del mare di avanzare verso terra a scapito della duna costiera e
delle opere che su di essa insistono.
Da decenni si discute di cause e di rimedi, ma le evidenze vengono ignorate, e somme ingenti vengono impiegate per
difese effimere e controproducenti, che peggiorano la situazione anziché risolverla.
L'Argonauta fin dagli anni settanta, col conforto di esperti del settore e di cittadini attenti e sensibili al problema, ha
segnalato reiteratamente quali sarebbero dovuti essere i rimedi efficaci per porre fine alla distruzione delle coste.
Agli inizi degli anni ottanta uno studio commissionato dalle Regione Marche aveva finalmente fatto il punto della
situazione, confermando con misure ed osservazioni scientifiche quanto noi, ed altri con noi, affermavamo sulle cause del
dissesto in corso e sui provvedimenti indispensabili per ostacolarlo.
Purtroppo la Regione stessa disattese le raccomandazioni contenute nello studio citato e in altri successivi e continuò,
accelerò anzi, la corsa alle "scogliere", ottenendo i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Le cause
Il mare può avanzare verso terra per cause naturali: costipamento del suolo, movimenti eustatici (abbassamento della
terra emersa e sollevamento del livello del mare), variazioni climatiche, variazione della copertura vegetate del bacini
imbriferi, regime dei venti e delle correnti marine, ecc.
Alcune delle cause naturali (come l'innalzamento del livello marino) possono essere attive ancor oggi, come lo furono nei
millenni passati; tuttavia essendo tali fenomeni di entità così lieve da essere difficilmente quantificabili per intervalli
dell'ordine del decennio, a maggior ragione gli effetti che ne risultano sono difficilmente percettibili nel breve periodo.
Meno delicate sono state invece le manipolazioni operate dall'uomo sul territorio. In particolare negli anni 1960 - 1970
ingenti quantitativi di ghiaia sono stati asportati dal letto dei fiumi marchigiani, mentre gli alvei naturali sono stati
"regolarizzati" con argini rettilinei ravvicinati e protezioni rigide di sponda.
Da un lato l'abbassamento del profilo longitudinale dei corsi d'acqua che ne è conseguito ha provocato e continua a
provocare gravi dissesti nell' ambito dei rispettivi bacini (danneggiamento e crollo di ponti ed opere idrauliche,
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abbassamento di falde idriche, innesco di fenomeni erosivi e di frane); dall'altro la necessità di ricostituire il profilo di
equilibrio ha costretto i fiumi a depositare lungo il percorso i ciottoli e le ghiaie che in condizioni normali venivano trascinati
per rotolamento e saltazione fino alla foce.
E' noto che lungo le coste i sedimenti soggetti all'azione del moto ondoso sono tenuti in costante movimento dal flusso e
riflusso. Nel caso delle coste marchigiane i moti ondosi più efficaci per la mobilizzazione delle ghiaie e sabbie litoranee
sono quelli legati ai venti da Est-Sud-Est e da Est.
Da ciò consegue uno spostamento di materiale lungo costa in direzione Nord-Ovest.
Una riprova di quanto affermato è offerta dall' accumulo di ghiaie e sabbie a Sud-Est dei moli dei porti di Fano e Pesaro,
che interrompono il movimento di deriva, e dal forte arretramento della costa a Nord-Ovest degli stessi, accompagnato da
brusca diminuzione della granulometria dei sedimenti.
E' intuibile che per mantenere in efficienza il "nastro trasportatore" litoraneo occorre una continua alimentazione dello
stesso.
Nei decenni passati vi provvedevano i fiumi, che protendevano in mare gli apparati di foce, da cui il mare stesso prelevava
l'occorrente per il trasporto lungo costa. Attualmente i fiumi non sono più in grado di rimpiazzare i materiali che il mare ha
via via asportato, come dimostrato confrontando la morfologia della linea di costa riportata sulle carte topografiche
risalenti all'immediato dopoguerra con quella delle carte attuali.
In mancanza di nuovo apporto di materiale, l'energia delle onde aggredisce a poco a poco l'apparato costiero per tutta la
sua lunghezza, assottigliando le spiagge, scalzando la duna, mettendo in crisi i manufatti improvvidamente realizzati
troppo vicino alla linea di battigia.
Si può osservare come il territorio nel suo complesso non sia un oggetto statico definito una volta per tutte, ma un
complesso la cui conformazione morfologica è il risultato di un equilibrio dinamico fra un gran numero di agenti.
Fiume e spiaggia sono strettamente collegati ed ogni azione effettuata sull'entroterra produce effetti, positivi o negativi,
sull' assetto costiero: ciò non può essere ignorato, a costo di danni e dissesti sempre più gravi.
Alcuni interventi, pur necessari, messi in atto per riparare ai danni causati nei rispettivi bacini dalla sovraescavazione di
ghiaia in alveo, non contribuiscono certo ad attenuate l'erosione costiera in atto. Infatti le traverse, che proteggono i ponti
dalla erosione risalente, rallentano ulteriormente la discesa verso il mare delle ghiaie necessarie per il ripascimento della
spiaggia. Ancor più deleterio per la conservazione della spiaggia è l'effetto dei bacini artificiali, realizzati su alcuni del fiumi
principali, per uso idroelettrico, irriguo od idropotabile: le sabbie e le ghiaie vi trovano usualmente una barriera
insormontabile.
Anche opere apparentemente ininfluenti quali le captazioni d'acqua delle sorgenti dei massicci carbonatici dell'Appennino,
diminuendo la portata di fiumi e torrenti, contribuiscono a ridurne il trasporto solido.
I rimedi
A causa del deficit di materiali sopra accennato, l'energia del moto ondoso lungo costa, in condizioni indisturbate, avrebbe
assottigliato gradualmente le spiagge della regione, senza dar luogo ad arretramenti vistosi e localizzati, salvo lo
smantellamento degli apparati di foce del fiumi.
Per porre un freno al fenomeno, a partire da 1970-1980 sono state posate parallelamente alla costa centinaia di scogliere
foranee.
Esse, ormai divenute elemento onnipresente del paesaggio, proteggono per qualche tempo il tratto di costa cui sono
prospicienti, favorendo l'intrappolamento di materiale fine nel braccio di mare che viene a crearsi a fianco della spiaggia,
ma interrompono localmente il trasporto lungo costa cui avevo prima accennato ed accelerano pertanto l'erosione del
tratto di spiaggia non protetta immediatamente adiacente verso Nord.
Non è il caso che mi dilunghi sul peggioramento delle condizioni igieniche per la balneazione a causa dello scarso
ricambio di acqua provocato dalle scogliere, né su altri problemi ad esse connessi.
E' bene invece accennare al fatto che le scogliere non durano in eterno: esse sprofondano a poco a poco e per
mantenerle efficienti è necessario l'apporto periodico di nuovi massi poiché il moto ondoso scalza le sabbie e ghiaie dei
fondali su cui poggiano.
Infatti i flutti si spingono sulla spiaggia, e, nell'occasione delle mareggiate, anche fin sopra la duna costiera, trascinando
con sé anche sabbia e ghiaia; esaurita la spinta, l'acqua regredisce per gravità, abbandonando talvolta su spiaggia e duna
parte del materiale mobilizzato. Quando invece il flusso in andata incontra un ostacolo prima d'avere esaurito la spinta
ricevuta (come avviene in presenza di una scogliera e, con effetti ancora più vistosi, nel caso di protezioni rigide costruite
sulla riva), nel riflusso si esercitano sia la forza di gravità sia la residua energia di andata riflessa dall'ostacolo, sicché
parte del materiale della spiaggia o del fondale prospiciente la barriera viene trasportata verso fondali più profondi.
Come anticipato all'inizio di questa nota, esiste la possibilità di proteggere il litorale marchigiano, ma la risoluzione, se
vuole essere efficace e duratura, richiede determinazione e tempi lunghi.
Si tratta infatti di ripristinare l'equilibrio manomesso dei bacini imbriferi ed in particolare degli alvei dei fiumi marchigiani.
Lungo i fiumi a tal proposito sarà necessario:
- eliminare ogni tipo di prelievo di materiali nell' alveo del fiume;
- favorire il by-pass delle dighe costruite lungo il percorso dei fiumi principali da parte del materiale solido trasportato dagli
stessi;
- ripristinare nella loro ampiezza originaria gli alvei di piena dei fiumi aumentando la distanza fra gli argini;
- consentire ai fiumi di divagare, di esondare nell'occasione delle piene in aree idonee, di erodere liberamente le sponde
ove non vengano compromessi manufatti di pubblico interesse.
Lungo la costa occorrerà:
- desistere dalla realizzazione di ulteriori scogliere foranee (non è necessario smantellarle, il mare vi sta provvedendo da
solo) o radenti;
- bocciare progetti di nuovi porti turistici e nuovi moli, o il prolungamento di moli esistenti;
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- solo per la difesa di opere di indubbio interesse pubblico, quale la ferrovia, può essere consentito, pur con la
consapevolezza delle conseguenze che ne possono derivare, il rinforzo delle opere esistenti: meglio comunque
sarebbe procedere a ripascimenti mirati direttamente lungo costa;
- un ultimo ed efficace provvedimento sarebbe quello di sacrificare all'erosione quei tratti di spiaggia che possano
arretrare senza eccessivo danno per la collettività, meglio se scelti in corrispondenza con tratti di costa a falesia o
rocciosa come fra Pesaro e Gabicce ed alla base del promontorio del Conero;
- altrettanto positivo sarebbe il divieto di realizzare nuovi insediamenti, permanenti o temporanei, sopra il cordone
dunale attuale, e la rimozione delle opere ivi realizzate negli anni passati, vuoi da privati in violazione dei piani regolatori
e delle leggi esistenti (legge "Galasso" e precedenti) vuoi dalle pubbliche amministrazioni (strade, ecc.).
Prescindere da queste indicazioni e da altre considerazioni e suggerimenti che lo spazio disponibile per questa nota mi
costringe ad omettere, equivale a rendere più onerosi gli interventi di risanamento, ed infine sempre più gravi i danni per
tutta la collettività quando diverrà economicamente e tecnicamente impossibile contrastare le leggi fisiche naturali.
Tratto dal libro: AA.VV., 1998: La situazione ambientale del Comune di Fano. Ass. Argonauta, Fano
Calamità naturali o catastrofi pianificate?
di Giovanni Guzzi
La natura è buona o cattiva? Fenomeni naturali come il terremoto che ha tragicamente scosso l’Abruzzo mettono in
discussione entrambe le posizioni sulla natura che, da estremi opposti, si contrappongono nella dialettica imposta dalla
spettacolarizzazione semplificante della comunicazione mediatica.
Di fronte a fenomeni di questo genere non è agevole argomentare che la natura sia un’entità positiva, esclusivamente
dispensatrice di bene e nei cui confronti l’umanità si comporta da agente estraneo e deleterio perturbatore di un equilibrio
idilliaco.
Allo stesso modo risulta meno salda anche la convinzione di chi ritiene l’uomo onnipotente. Di chi pensa che la tecnica
consenta di piegare la natura ad ogni suo volere.
Riflettendo sul rapporto uomo-natura sulle pendici del Vesuvio, Giacomo Leopardi, ne La Ginestra, al riguardo scriveva:
“Questi campi cosparsi / di ceneri infeconde, e ricoperti / dell'impietrata lava, / […] / fur liete ville e colti, / […] / Fur giardini e
palagi, / agli ozi de' potenti / gradito ospizio; e fur città famose / […] / Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno / una ruina
involve, / […] A queste piagge / venga colui che d'esaltar con lode / il nostro stato ha in uso, e vegga quanto /è il gener
nostro in cura / all'amante natura. E la possanza / qui con giusta misura / anco estimar potrà dell'uman seme, / cui la dura
nutrice, ov'ei men teme, / con lieve moto in un momento annulla / in parte, e può con moti / poco men lievi ancor
subitamente / annichilare in tutto. / Dipinte in queste rive / son dell'umana gente / le magnifiche sorti e progressive.”
Non è certo questa la sede per un’analisi letteraria dell’idea di natura del poeta di Recanati, che, passando in rassegna altri
distruttivi fenomeni naturali, proseguiva: “Non pur quest'orbe, promettendo in terra / a popoli che un'onda / di mar
commosso, un fiato / d'aura maligna, un sotterraneo crollo / distrugge sì, che avanza / a gran pena di lor la rimembranza.”
Ed infine, rivolgendosi alla ginestra, concludeva: “Ma più saggia, ma tanto / meno inferma dell'uom, quanto le frali / tue stirpi
non credesti / o dal fato o da te fatte immortali.” Considerazioni a nostro modo di vedere eccessivamente pessimistiche ma,
tuttavia, non prive di fondamento. Fondamento che, come il buon senso insegna, induce a collocare nel giusto mezzo la
ragione di cui, purtuttavia, occorre fare uso!
Senza procedere troppo a ritroso nel tempo, scorrendo le cronache degli ultimi anni si trovano racconti di fenomeni naturali
distruttivi di ogni genere. Tsunami, terremoti, eruzioni vulcaniche, trombe d’aria, alluvioni, siccità, frane… per limitarci ai
fenomeni più eclatanti, si verificano con continuità sulla terra. Non sempre e non di tutti si parla e, quando lo si fa, la eco che
ne viene data sui mezzi di comunicazione non è sempre direttamente proporzionale alla loro effettiva portata ed alle perdite
di vite umane ed economiche che ne conseguono. Accanto a questi fatti, anche in Italia se ne verificano ancora altri, pur
meno mediaticamente efficaci, per i quali, tuttavia, le pubbliche amministrazioni locali invocano sempre la dichiarazione
Ministeriale dello Stato di Calamità naturale.
Scelta comprensibile, visto che consente l’accesso a fondi economici da destinare alle popolazioni colpite, alla ricostruzione
dell’edificato ed alla ripresa delle attività economiche.
Ma è una dichiarazione che davvero descrive la realtà?
Senza entrare nella polemica sulla previsione di questi eventi, più agevole per alcuni di essi, più problematica e difficoltosa
per altri, davvero si può parlare di calamità naturale per edifici crollati a causa del mancato rispetto di norme antisismiche o
dell’utilizzo di materiali scadenti? Emblematico è il crollo della volta della basilica di S. Francesco in Assisi, ai tempi del
terremoto in Umbria, di cui si è letto sia stato provocato dai materiali edilizi abbandonati sopra di essa dopo un intervento
precedente.
Si può parlare di calamità naturale quando il mare erode le coste, non più ricostruite dai materiali portati dalle correnti
litoranee (perché selvaggiamente cavati dai fiumi), e sulle quali si è abusivamente edificato?
E’ una calamità naturale l’alluvione che devasta gli abitati costruiti sulle conoidi alpine, quando è noto che queste strutture
geomorfologiche sono, appunto, il deposito trasportato dalle acque che discendono i versanti delle montagne?
Gli esempi di deliberata trascuratezza, non tanto di ipotetiche conoscenze “premonitrici” dei disastri, quanto di elementari
leggi fisiche e naturali sono, purtroppo, innumerevoli. Prestarvi maggiore attenzione nel momento in cui si opera e si pensa
soltanto all’immediato tornaconto economico ed a come derogare dalle norme di tutela (che esistono e spesso sono anche
efficaci), potrebbe evitare successivi pianti.
Diversamente non si fa altro che pianificare una certezza: quella della catastrofe che, presto o tardi, sicuramente si
verificherà.
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I fitofarmaci e i fertilizzanti in agricoltura
dal sito Ist. Superiore Protez. e Ricerca Amb.(www.apat.gov.it/site/it-IT/Temi/Suolo_e_Territorio/Agricoltura)
I fitofarmaci hanno un ruolo determinante nell’attuale agricoltura, essendo usati per difendere le colture da parassiti
(soprattutto insetti e acari) e patogeni (batteri, virus, funghi), per controllare lo sviluppo di piante infestanti e per assicurare
l’ottenimento di elevati standard di qualità dei prodotti agricoli.
Tuttavia, essendo i fitofarmaci generalmente costituiti da sostanze tossiche (in alcuni casi cancerogene), il loro uso
improprio, non sperimentato e non autorizzato, determina rischi e pericoli per la salute umana e animale. Il loro impiego
ha un impatto ormai largamente confermato sulle proprietà fisiche e chimiche dei suoli e sulla micro-, meso- e macrofauna. Alcuni residui, inoltre, possono contaminare le acque superficiali e sotterranee, con ulteriori effetti pericolosi sulla
salute umana e sull’ambiente. Ciò è dimostrato anche dalla Direttiva CE 152/99, che impone limiti molto restrittivi
(soprattutto per erbicidi e insetticidi) sulla loro presenza nelle acque destinate a fini potabili. La limitazione al minimo
necessario dell’uso di questi mezzi tecnici in agricoltura dovrebbe essere una delle politiche per progredire verso forme
più evolute di agricoltura sostenibile.
Negli anni una serie di Direttive comunitarie sono state emanate al fine di ridurre i rischi derivanti dall’uso dei fitofarmaci,
definendo una serie di limiti alle loro concentrazioni nella frutta e nei vegetali, nei cereali e nei prodotti di origine animale.
Altre Direttive, invece, hanno riguardato l’armonizzazione delle regole nazionali (per gli aspetti relativi alla classificazione,
al confezionamento e all’etichettatura di pesticidi e delle sostanze attive), come pure le norme relative alla registrazione,
alla commercializzazione e all’uso.
In Italia, le informazioni dell’ISTAT del 2001 ci dicono che i prodotti fitosanitari sono distribuiti sul 73% della Superficie
agricola utilizzata (SAU). Per quanto riguarda l’evoluzione delle quantità negli anni, per i fitofarmaci valgono le stesse
considerazioni fatte per i fertilizzanti: da un lato si registra una contrazione delle quantità di principi attivi contenuti nei
prodotti fitosanitari distribuiti per uso agricolo (76,3 milioni di kg nel 2001, 10% in meno rispetto al 1997), dall’altro lato un
aumento della quantità distribuita per ettaro di superficie trattabile (8,3 kg/ha nel 2001, 52,6% in più rispetto al 1997).
Fertilizzanti
I fertilizzanti, pur contribuendo in maniera determinante allo sviluppo della moderna agricoltura, sono riconosciuti come
una delle principali “pressioni” ambientali generate dall’agricoltura. Il loro accumulo nei suoli ne altera le proprietà fisiche e
chimiche, con meccanismi diversi da elemento a elemento e in funzione di numerosi fattori, quali:
- tipo di suolo e di coltura
- sistema di drenaggio
- dosi
- modalità e periodi di fertilizzazione.
I fertilizzanti, soprattutto quelli azotati e fosfatici, possono contaminare le acque superficiali o profonde e,
successivamente, stimolare lo sviluppo delle alghe (eutrofizzazione). La stessa Direttiva “Nitrati”, il cui principale obiettivo
è quello di ridurre le concentrazioni di nitrati nelle acque potabili, invita gli stati membri a predisporre dei codici nazionali di
“buona pratica agricola”, indicati come strumenti decisivi per raggiungere gli obblighi disposti dalla Direttiva. Dall’indagine
ISTAT prima menzionata, effettuata nel 1988 e che sarà ripetuta con periodicità quinquennale, risulta che sui suoli agricoli
italiani sono stati distribuiti mediamente 96 kg/ha di azoto, 75 kg/ha di fosforo, 50 kg/ha di potassio e 12 kg/ha di altri
concimi. Una pubblicazione OCSE (2002) riporta che l’eccesso d’azoto dovuto all’agricoltura è sceso da 44 kg/ha del
triennio 1985-87a 31 kg/ha del triennio 1995-97. Tale valore pone il nostro paese al di sotto della media dell’UE (58 kg),
ma al di sopra della media dei paesi OCSE (23 kg). In base ai dati ISTAT relativi alle vendite, risulta che in Italia, dagli inizi
degli anni ’70, si registra una lieve tendenza alla contrazione delle quantità di fertilizzanti distribuiti per uso agricolo. Infatti,
rispetto alla media dell’ultimo decennio, nel 2001 si è registrata una riduzione delle quantità. Tuttavia, a causa della
contrazione nello stesso periodo della superficie concimabile, occorre segnalare una tendenza all’aumento del valore
stimato di elementi fertilizzanti per unità di superficie. Tale aumento ha riguardato in modo particolare i fertilizzanti azotati
(89,4 kg/ha, espressi in unità di fertilizzante di N, nel 2001), mentre le quantità di fertilizzanti di P2O5 (45,1 kg/ha) e di
K2O (32,5 kg/ha) sono rimasti pressoché costanti. Da dati ISTAT si deduce che, nel 2001, su 15.192.672 ettari di
superficie concimabile (e su 3.711.219 aziende) sono stati somministrati mediamente circa 204 kg/ha di fertilizzanti.
L’agricoltura biologica
da Wikipedia, consultata il 2 marzo 2009
L'agricoltura biologica è un tipo di agricoltura che considera l'intero ecosistema agricolo, sfrutta la naturale fertilità del
suolo favorendola con interventi limitati, promuove la biodiversità dell'ambiente in cui opera ed esclude l'utilizzo di prodotti
di sintesi (salvo quelli specificatamente ammessi dal regolamento comunitario) e organismi geneticamente modificati.
La differenza sostanziale tra agricoltura biologica e convenzionale consiste nel livello di energia ausiliaria introdotto
nell'agrosistema: nell'agricoltura convenzionale si impiega un notevole quantitativo di energia ausiliaria proveniente da
processi industriali (industria chimica, estrattiva, meccanica, ecc.); al contrario, l'agricoltura biologica, pur essendo in parte
basata su energia ausiliare proveniente dall'industria estrattiva e meccanica, reimpiega la materia principalmente sotto
forma organica.
Una dicitura sintetica più appropriata avrebbe forse potuto essere una di quelle adottate in altre lingue, agricoltura
organica oppure agricoltura ecologica, in quanto mettono in evidenza i principali aspetti distintivi dell'agricoltura biologica,
ovvero la conservazione della sostanza organica del terreno o l'intenzione originaria di trovare una forma di agricoltura a
basso impatto ambientale.
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Teoria
La filosofia dietro a questo diverso modo di coltivare le piante e allevare gli animali non è unicamente legata all'intenzione
di offrire prodotti senza residui di fitofarmaci o concimi chimici di sintesi, ma anche (se non di più) alla fondata volontà di
non determinare nell'ambiente esternalità negative, cioè impatti negativi sull'ambiente a livello di inquinamento di acque,
terreni e aria.
Nella pratica biologica sono centrali soprattutto gli aspetti agronomici: la fertilità del terreno viene salvaguardata mediante
l'utilizzo di fertilizzanti organici, la pratica delle rotazioni colturali e lavorazioni attente al mantenimento (o, possibilmente,
al miglioramento) della struttura del suolo e della percentuale di sostanza organica; la lotta alle avversità delle piante è
consentita solamente con preparati vegetali, minerali e animali che non siano di sintesi chimica (tranne alcuni prodotti
considerati "tradizionali") e privilegiando la lotta biologica, tranne nei casi di lotta obbligatoria in cui devono essere usati i
più efficaci principi attivi disponibili.
Gli animali vengono allevati con tecniche che rispettano il loro benessere e nutriti con prodotti vegetali ottenuti secondo i
principi dell'agricoltura biologica. Sono evitate tecniche di forzatura della crescita e sono proibiti alcuni metodi industriali di
gestione dell'allevamento, mentre per la cure delle eventuali malattie si utilizzano rimedi omeopatici e fitoterapici limitando
i medicinali allopatici ai casi previsti dai regolamenti.
Legislazione
L'agricoltura biologica in Europa è regolamentata da due normative comunitarie:
Reg. (CEE) n° 2092/91 (e successive modifiche e integrazioni)
Reg. (CE) n° 1804/99
Il primo è il documento più importante per quanto riguarda la storia di questo tipo di agricoltura, quello che ha
regolamentato per la prima volta la produzione riconoscendola ufficialmente. È relativo al metodo di produzione biologico
di prodotti agricoli e all'indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari. Il regolamento del 1999 è
una sorta di "integrazione" al primo per quanto riguarda nello specifico le produzioni animali.
Nel giugno del 2007 è stato adottato un nuovo regolamento CE per l'agricoltura biologica, Reg. (CE) n° 834/2007, che
abroga il Reg. (CEE) n° 2092/91 ed è relativo alla produzione biologica e all'etichettatura dei prodotti biologici sia di
origine vegetale che animale (compresa l'acquacoltura).
Qualità
Gli alimenti biologici sono si sono dimostrati privi di residui da fitofarmaci nelle analisi condotte da Legambiente
nell'ambito dello studio Pesticidi nel piatto 2007. Inoltre uno studio del 2005 ha dimostrato che le tracce di agrofarmaci
contenuti nelle urine dei bambini scompaiono dopo pochi giorni di alimentazione biologica.
Alcune ricerche recenti hanno riportato per taluni prodotti biologici un contenuto più elevato di antiossidanti e nutrienti. In
generale però, secondo una analisi del corpus delle conoscenze attualmente disponibili, svolta dall'Agenzia Francese per
la Sicurezza Alimentare nel 2003, non è possibile concludere che esistano differenze rimarcabili in quanto ad apporti
nutrizionali tra prodotti convenzionali e biologici.
In ogni caso alcuni studi hanno mostrato che pesche, mele e kiwi biologici hanno consistenza maggiore, e contengono
una maggiore quantità di sostanze nutritive e antiossidanti quali zuccheri naturali, vitamina C, beta-carotene e polifenoli,
concordando con ricerche precedenti, come quella dell'Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, che nel
2002 ha rilevato una superiorità nutritiva di pesche, pere, susine e arance biologiche rispetto alla controparte
convenzionale. I pomodori studiati a Davis indicano che la qualità del terreno sia un fattore chiave, ma non sembra essere
il solo: per esempio la polpa dei frutti bio contiene meno acqua, e presenta dunque una concentrazione di nutrienti più
elevata; un altro fattore è legato alle varietà scelte per la coltivazione biologica che sono spesso più pregiate. L'ipotesi più
accreditata per spiegare questi dati è che le piante bio, non essendo aiutate dalla chimica a crescere e a difendersi, siano
costrette a produrre da sole molte più sostanze protettive che hanno un effetto contro insetti, funghi e batteri.
Nella prassi quotidiana, tali differenze qualitative presenti fra prodotti biologici e tradizionali tendono però ad appiattirsi a
causa delle richieste dell'industria di trasformazione e distribuzione che richiede omogeneità e qualità uniformi per tutte le
tipologie di prodotto. Per ovviare a ciò sono state sviluppate apposite filiere corte.
Critiche
L'agricoltura biologica, soprattutto se vista come modello di sviluppo globale (soprattutto da alcuni movimenti come Slow
Food o attivisti come Vandana Shiva), è stata al centro di dibattiti e critiche. In particolare sono due le principali obiezioni
sollevate: la sua non sostenibilità su larga scala e la scarsa scientificità di talune sue pratiche legate all'assioma
naturale=buono.
Sostenibilità
Se è vero che il divieto di usare la maggior parte di prodotti agrochimici di sintesi riduce quella parte dell'impatto
ambientale agricolo legata all'immissione di molecole tossiche nell'ambiente, è altresì vero che la produzione biologica ha
mediamente rese inferiori del 20-45% rispetto a quella convenzionale e pertanto, per produrre le medesime quantità,
sarebbe necessario mettere a coltura il 25-64% di terre in più. Questo però porterebbe alla distruzione di habitat naturali
importanti per la biodiversità oltre che ad aggravare il problema della fame.
Vi è inoltre la credenza che le pratiche di gestione biologiche consentano di ridurre la percolazione in falda di azoto o che
aiutino alla sviluppo delle comunità microbiche del suolo; essa però non è del tutto accurata esistendo a riguardo dati
controversi.
In tema di sostenibilità è stato osservato inoltre che l'agricoltura biologica è in grado di avvicinarsi, per molte colture, ai
risultati di quella convenzionale solo se accoppiata ad una fertilizzazione del terreno. A causa della scarsità di animali
allevati in modo biologico è attualmente consentito l'utilizzo anche di fertilizzanti certificati come biologici che di fatto però
derivano da produzioni convenzionali. Questa pratica rende le rese dell'agricoltura biologica dipendenti dalla presenza di
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una forte agricoltura convenzionale, con risultati che non si potrebbero mantenere qualora l'agricoltura biologica, da
fenomeno di nicchia, dovesse trasformarsi in un fenomeno globale.
Scientificità
In agricoltura biologica la scelta dei prodotti e delle molecole utilizzabili è decisa in base alla loro origine, che deve essere
naturale. Tale distinzione tra prodotti naturali e di sintesi è però vuota da un punto di vista scientifico e porta all'erronea
conclusione che i secondi siano più tossici dei primi. Questo di fatto consente di usare in agricoltura biologica prodotti
naturali che presentano tossicità superiori rispetto a quelle di diversi prodotti di sintesi (come nel caso del rotenone) o il
cui impatto ambientale è rilevante come nel caso del solfato di vinaccia, del nitrato del Cile o del verderame. Vi sono
inoltre alcune patologie che non sono controllabili con sistemi biologici o per i quali vige la lotta obbligatoria che consente
di mantenere la certificazione biologica pur utilizzando prodotti chimici di sintesi per il controllo dell'insetto o della
patologia.
In taluni casi, l'impossibilità di usare diserbanti, rende necessario un maggior numero di lavorazioni meccaniche e per
certe colture queste diventano onerose sia economicamente sia energeticamente, come nel caso del riso biologico.
Questi motivi rendono difficile la coltivazione biologica per molte specie agrarie, specialmente le commodity come il mais
e la soia, la maggior parte delle coltivazioni è quindi confinata a specie di più facile gestione come alcune arboree (olivo)
ed i pascoli e foraggi, che da soli costituiscono circa il 50% della superficie italiana a biologico.
Imposizioni e sostegni
Alcuni detrattori del "modello" biologico criticano fortemente anche l'uso della presunta superiorità del cibo biologico
(nemmeno la pubblicità dovrebbe farvi riferimento) per far passare provvedimenti che ne impongano l'utilizzo nelle scuole
sostenendo in modo artificiale il settore.
Molto criticati sono anche gli incentivi previsti per questo settore.
Diffusione
L'agricoltura biologica in questi anni ha sollevato molto interesse nei consumatori soprattutto a causa di alcuni scandali
alimentari (BSE e Diossina) pur rimanendo un mercato di nicchia, dovuto in larga parte ai prezzi più alti rispetto ai
corrispettivi prodotti convenzionali. In Italia, uno dei paesi leader nella produzione biologica europea interessa circa il
6,9% nel della superficie agricola, di cui più del 50% rappresentato da pascoli e foraggere. Oltre alle considerazioni di
tenore ambientale, altri motivi che hanno spinto l'adozione di questo tipo di pratica agricola in generale sono state quelle
di tenore imprenditoriale (i consumatori sono disposti a pagare di più per i prodotti biologici) o legate alla disponibilità di
finanziamenti dell'Unione europea per l'adozione di pratiche agricole eco-compatibili.
Le differenze con altri paesi
A differenza di quanto accade in tutta Europa, Stati Uniti o Giappone, dove tutte le principali catene distributive realizzano
prodotti biologici a proprio marchio, e dove esistono catene di supermercati specializzati, negli ultimi anni la diffusione dei
prodotti biologici nella grande distribuzione del nostro Paese ha subito un rallentamento. L'esaurimento delle risorse dei
Piani regionali di sviluppo - lo strumento con cui le Regioni "spendono" i finanziamenti europei per l'agricoltura - ha avuto
la maggior responsabilità nella riduzione del numero delle aziende e delle superfici di vendita.
Il fatto non deve essere inteso però come indice di crisi di mercato: il sistema di controllo è infatti stato lasciato ad aziende
maggiormente interessate ai contributi europei, che han continuato a vendere i propri prodotti sul mercato convenzionale.
Di conseguenza il volume di prodotti biologici commercializzati si è ridotto solo nel canale supermercati, mentre ha
continuato a crescere nel canale dei negozi specializzati ed in quello delle vendite dirette degli agricoltori.
Organismi di controllo
Gli organismi di controllo autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole sono enti privati a cui la legge assegna il compito
di verificare il rispetto dei regolamenti attuativi da parte delle aziende biologiche e concedere il proprio marchio da apporre
alle etichette dei prodotti venduti dall’azienda associata. Tali organismi dovrebbero rispettare il principio di ‘’terzietà’’ non
intrattenendo altri rapporti commerciali o di consulenza con le aziende certificate; le Regioni e le Province a statuto
speciale sono preposte al controllo di questo aspetto. Gli organismi di controllo effettuano ispezioni presso le aziende
associate con cadenza almeno annuale. L’ispezione consiste in un sopralluogo di un incaricato dell’organismo certificatore
che controlla il rispetto delle normative, la tenuta dei registri e se necessario, in presenza di sospette violazioni, preleva
campioni da fare analizzare in laboratorio presso l’ARPAT o presso un laboratorio accreditato dal SINAL (Sistema
Nazionale per l’Accreditamento di Laboratori
Organismi geneticamente modificati in campo agroalimentare
da Wikipedia, consultata il 21 febbraio 2009
Un organismo geneticamente modificato (OGM) è un essere vivente che possiede un patrimonio genetico modificato
tramite tecniche di ingegneria genetica, che consentono l'aggiunta, l'eliminazione o la modifica di elementi genici.
Gli OGM vengono spesso indicati come organismi transgenici: i due termini non sono sinonimi in quanto il termine
transgenesi si riferisce all'inserimento, nel genoma di un dato organismo, di geni provenienti da un organismo di specie
diversa. Sono invece definiti OGM anche quegli organismi che risultano da modificazioni che non prevedono l'inserimento
di alcun gene (es. sono OGM anche gli organismi dal cui genoma sono stati tolti dei geni), così come gli organismi in cui il
materiale genetico inserito proviene da un organismo "donatore" della stessa specie.
Rischi
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I punti maggiormente controversi in relazione all'uso degli OGM in ambito agroalimentare riguardano i potenziali rischi per
l'ambiente o per la salute umana e animale, la possibilità di coesistenza tra colture OGM e non-OGM e l'impatto
economico-sociale della loro introduzione in aree rurali, soprattutto in paesi in via di sviluppo.
Fin dai primi esperimenti utilizzando le tecniche di ingegneria genetica negli anni '70, si è considerato che, accanto ai
potenziali benefici che la nuova tecnica poteva offrire, avrebbero potuto comparire nuovi rischi difficilmente prevedibili allo
stato delle conoscenze. Già quando l'uso della tecnica era confinato all'ambiente del laboratorio, si temeva ad esempio
che batteri normalmente innocui potessero trasformarsi in patogeni pericolosi per l'uomo a causa dell'introduzione in essi
di geni della resistenza agli antibiotici, o che li rendessero in grado di produrre tossine, o che li trasformassero in agenti
cancerogeni. Quando poi sono state sviluppate piante geneticamente modificate per uso alimentare, si sono profilati
alcuni rischi specifici legati a questa applicazione, in particolare rischi ambientali e per la salute. Un elenco di potenziali
rischi da tenere in considerazione prima di diffondere nell'ambiente un OGM è stato stilato dall'EFSA e comprende:
- rischi ambientali relativi a cambiamenti nell'interazione tra pianta modificata e ambiente biotico, tra cui persistenza e
invasività, induzione di resistenza negli insetti infestanti cui le piante sono resistenti, interazioni con organismi nontarget (esempio effetti su api e altri insetti non infestanti, con conseguenze sulla biodiversità;
- possibili rischi per la salute umana o animale, tra cui effetti tossicologici causati da proteine sintetizzate dai geni inseriti,
o tossicità di costituenti diversi dalle proteine, allergenicità, cambiamenti nel valore nutritivo e trasferimento di
antibioticoresistenza.
Il dibattito sugli OGM
Oltre ai rischi ambientali e per la salute, valutabili attraverso la ricerca scientifica, l'introduzione di organismi
geneticamente modificati (in particolare nel settore agroalimentare) può avere potenziali conseguenze economiche e
sociali sullo sviluppo delle aree ad economia agricola in cui vengono coltivati. Tutti questi diversi elementi di rischio sono
al centro di accesi dibattiti in corso a livelli nazionali e internazionali, creando spesso forti polarizzazioni all'interno
dell'opinione pubblica e sollevato dibattiti anche nella comunità scientifica.
Tra i temi più dibattuti, oltre ai paventati rischi sopra descritti, vi sono la legittimità di brevettare sequenze genetiche e gli
organismi geneticamente modificati, pratica attualmente possibile in gran parte dei paesi sviluppati ed impegnati nella
ricerca genetica, anche se con diverse limitazioni, e le implicazioni etiche legate all'uso di animali ingegnerizzati per fini
sperimentali (ad esempio l'oncotopo), o all'uso di cellule embrionali umane a fini di ricerca (trasformazione, clonazione,
chimerizzazione).
Normativa sugli OGM
In molti Paesi del mondo esiste un quadro di riferimento normativo che regola il settore OGM, per garantire la
biosicurezza, ossia un utilizzo in rispetto dei necessari livelli di sicurezza ambientale, della salute umana e di quella
animale.
I principi legislativi di riferimento a livello internazionale in tema di biosicurezza sono contenuti all'interno del Protocollo di
Cartagena.
In Europa il contesto normativo sugli OGM, basato sul principio di precauzione, è oggi costituito dai seguenti testi:
- Direttiva 2001/18/CE, che, sostituendo la 90/220/CEE, riscrive le regole base per l'autorizzazione al rilascio
nell'ambiente di un nuovo OGM;
- Regolamenti 1829 e 1830/2003/CE, che regolano l'autorizzazione e l'etichettatura/tracciabilità degli alimenti e dei
mangimi (food & feed) costituiti o derivati da OGM;
- Raccomandazione 556/2003, che indica le linee guida sulla coesistenza tra colture OGM e convenzionali, cui le norme
nazionali e regionali dovrebbero allinearsi.
L'Italia ha recepito la direttiva 2001/18/CE attraverso il decreto legislativo 224/2003
Organismi geneticamente modificati – Domande e risposte a
cura del Ministero della Sanità
da www.flaiemiliaromagna.com/er10.htm, consultato il 21 febbraio 2009
Cos'è un organismo geneticamente modificato (OGM)?
E' un organismo il cui materiale genetico è stato modificato, in modo diverso da quanto si verifica in natura, mediante
incrocio o con la ricombinazione genetica naturale.
Cosa significa "emissione deliberata"?
Qualsiasi introduzione intenzionale nell'ambiente di un OGM o di una combinazione di OGM, senza aver usato barriere
fisiche o barriere chimiche e/o barriere biologiche al fine di limitare il contatto degli stessi con la popolazione e con
l'ambiente.
Cosa si intende per valutazione del rischio ambientale?
La valutazione del rischio, diretto o indiretto, immediato o protratto, per la salute umana e per l'ambiente, connesso con
l'emissione deliberata o l'immissione sul mercato di OGM o prodotti contenenti OGM.
Cosa si intende per impiego confinato?
Ogni attività nella quale i microorganismi sono modificati geneticamente o nella quale tali MOGM sono messi in coltura,
conservati, trasportati, distrutti, smaltiti o altrimenti utilizzati, e per la quale vengono usate misure specifiche di
contenimento al fine di limitare il contatto degli stessi con la popolazione e con l'ambiente.
Perché ingegneria genetica e biotecnologie possono essere utili in agricoltura?
Perché possono consentire di ottenere organismi geneticamente modificati più adatti per le esigenze dell'agricoltura e
della zootecnia moderna.
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La biodiversità può essere influenzata negativamente dall'impiego di prodotti derivanti da procedimenti
biotecnologici?
Si, se le biotecnologie vengono utilizzate al di fuori di qualsiasi forma di controllo. In Italia l'Autorità competente per le
biotecnologie è il Ministero della sanità che valuta le domande di autorizzazione alla sperimentazione o all'immissione in
commercio di prodotti contenenti o derivanti da OGM attraverso la Commissione Interministeriale per le biotecnologie
(C.I.B.) che comprende esperti oltreché del Ministero della sanità e dei suoi organi tecnici (Istituto superiore di sanità e
Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro) anche dei Ministeri dell'ambiente, delle politiche agricole,
dell'industria, commercio e artigianato, del lavoro e previdenza sociale, dell'università e della ricerca scientifica e
dell'interno. La C.I.B. opera anche in stretto contatto con l'Unione Europea (U.E.) attraverso i Comitati dell'alimentazione
umana, dell'alimentazione veterinaria, dei pesticidi e delle piante (quest'ultimo istituito in seno alla Direzione Generale
XXIV dell'U.E., responsabile per la protezione dei consumatori).
Le colture transgeniche sono diffuse nel mondo?
Si, e sono anche in rapida crescita. Nel 1996 gli ettari coltivati con colture geneticamente modificate ammontavano, nel
mondo, a meno di 3 milioni; nel 1998 hanno raggiunto i 28 milioni e si prevede che nel 2000 superino i 60 milioni.
Quali sono i prodotti transgenici più coltivati?
Piante transgeniche di colza, tabacco, soia, riso, cotone, patata, mais, zucca, pomodoro, sono autorizzate in Canada,
USA, Giappone. La Cina coltiva da circa dieci anni pomodoro, tabacco, riso, angurie. Anche i Paesi africani e la bulgaria
hanno avviato colture transgeniche. La pianta transgenica più coltivata è la soia, con 15 milioni di ettari, seguono il mais (8
milioni di ettari), cotone e colza (2 milioni di ettari) e colture orticole (0,5 milioni di ettari). In Italia, al momento, nessuna
coltura transgenica è autorizzata per la coltivazione, se non a titolo sperimentale. Per ottenere l'autorizzazione alla libera
coltivazione è necessario che la pianta sia iscritta al registro delle varietà vegetali e ciò può avvenire solo dopo specifica
autorizzazione rilasciata dal Ministero delle politiche agricole.
Le colture transgeniche resistenti ad insetti nocivi possono nuocere anche a quelli utili?
Alcune varietà di piante transgeniche come, per esempio, il mais, vengono modificate introducendo nelle loro cellule geni
del Bacillus thuringensis in grado di produrre una tossina nociva per le larve della piralide, un insetto che provoca la
distruzione del 20% del raccolto. L'Istituto di entomologia agraria dell'Università di Milano, su specifica richiesta del
Ministero della sanità, ha effettuato uno studio, sia in campo che in laboratorio, per verificare eventuali effetti sugli insetti
"non bersaglio" presenti nelle coltivazioni di mais transgenico. La ricerca condotta per tre anni in Veneto ed in Lombardia,
con lo scopo di approfondire le conoscenze sull'impatto ambientale del mais transgenico rispetto a quello tradizionale, ha
fornito risultati rassicuranti dal momento che gli insetti "non bersaglio" non sono risultati danneggiati dalle nuove colture
analizzate.
Organismi geneticamente modificati
Pagina a cura del Coordinamento Mobilitebio
Cosa sono gli organismi geneticamente modificati (OGM)?
Sono piante e animali ai quali è stato modificato il DNA. Il DNA contiene i geni, che determinano le caratteristiche
dell'essere vivente (colore, forma, sesso...). Un esempio di OGM sono le fragole in cui è stato immesso un gene di pesce
artico per renderle resistenti al freddo.
Quali sono i principali campi di applicazione e gli OGM più diffusi?
Gli OGM trovano applicazione soprattutto in campo alimentare, agricolo, zootecnico e medico. In Italia sono già in
commercio notevoli quantità di mais, soia, colza, radicchio e tabacco geneticamente modificati, provenienti soprattutto
dagli USA. I derivati della soia (olio, farina e lecitina) sono presenti nel 60% dei prodotti confezionati dall'industria
alimentare (biscotti, merendine, cioccolato ecc.).
Quali sono i rischi per la salute umana?
Allergia e abbassamento delle difese immunitarie sono fenomeni già accertati in numerosi casi. Ma, poiché molti geni
introdotti negli OGM a uso alimentare non sono mai stati consumati dagli animali o dall'uomo (es. gene di scorpione nelle
patate, batterio nel mais), non è prevedibile la reazione dell'organismo che li consuma.
Quali sono i rischi per l'ambiente e per il nostro futuro?
Poiché gli OGM sono organismi del tutto nuovi, inesistenti in natura, la loro immissione nell'ambiente provoca reazioni
impossibili da prevedere. Le piante geneticamente modificate resistenti a insetti ed erbicidi, ad esempio, rischiano di
diffondersi incontrollatamente, sostituendosi alla vegetazione naturale, con effetti su tutta la catena alimentare che è
invece il risultato di un lento processo avvenuto in milioni di anni.
Gli OGM possono essere una soluzione per la fame nel mondo?
No, soprattutto se si considera che a produrli sono quelle stesse multinazionali che, con lo sfruttamento delle risorse
naturali, della manodopera e del lavoro minorile, schiacciano per il loro interesse economico le nazioni più deboli,
soprattutto del terzo mondo. La fame nel mondo nasce dall'attuale impostazione economica e finanziaria. E' necessario
quindi affrontare il problema della distribuzione delle risorse e dei consumi: il 20% della popolazione mondiale (gli abitanti
dei "paesi ricchi") consuma l'80% delle risorse disponibili.
Sono una reale alternativa all'uso di pesticidi e fertilizzanti in agricoltura?
Difficile crederlo, visto che la buona parte degli OGM è progettata per essere più resistente ai pesticidi e ai diserbanti, in
modo da indurre a utilizzarne maggiori quantità. Quanto agli OGM progettati per crescere più in fretta (es. alberi da taglio),
tanto maggiore è la velocità di crescita, tanto più velocemente il terreno si esaurisce, richiedendo a parità di tempo
maggior quantità di fertilizzante.
Possono gli xenotrapianti risolvere il problema della carenza di organi?
Gli xenotrapianti sono trapianti sulla specie umana di organi di animali "modificati" con inserimento di geni umani. Questa
aberrante operazione può diffondere in maniera incontrollata nell'uomo virus presenti nell'animale, oltre che parte delle
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sue cellule: rischi enormi che vengono taciuti dalle multinazionali farmaceutiche, che in questo settore hanno investito
ingenti capitali.
In definitiva, a chi conviene la produzione di OGM?
Alle multinazionali (Monsanto, Novartis, Dupont...), che producono e vendono OGM anche per far aumentare il consumo
di altri loro prodotti, come fertilizzanti, pesticidi e integratori alimentari. Inoltre le sementi OGM progettate per produrre
piante sterili (come il Terminator della Monsanto) costringono ogni anno i contadini a ricomprare i semi dalla
multinazionale, che ne controlla e impone il prezzo.
L'azione delle multinazionali è compatibile con la democrazia dell'informazione e il diritto dei popoli?
E' risaputo che le multinazionali esercitano pressioni sugli scienziati, sui mezzi di informazione e addirittura sui governi,
perché i loro prodotti con OGM vengano immessi sul mercato anche quando la loro dannosità per la salute umana è
praticamente accertata (come per l'ormone della crescita bovina, rBGH, sviluppato da Monsanto per aumentare la
produzione di latte, che provoca tumori, cisti alla tiroide e alla prostata).
E' giusto manipolare e brevettare la materia vivente?
La manipolazione genetica di esseri viventi (piante e animali) è eticamente inaccettabile oltre che rischiosa per le
conseguenze che può provocare. La manipolazione genetica è solo un aspetto di un più generale tentativo delle
multinazionali di brevettare ogni materiale vivente (anche quelli già esistenti in natura) e impadronirsi della ricerca medica
e del mercato mondiale dell'alimentazione. Ciò è inaccettabile, perché l'eredità biologica è patrimonio comune dell'umanità
e nessuno ha il diritto di appropriarsene in esclusiva. Inoltre, una volta ammessa la sua legittimità, la porta è spalancata
per brevettare un intero essere umano al quale sia stato cambiato anche un solo gene.
Come possiamo difenderci?
Ognuno di noi ha pieno diritto di pretendere chiarezza, dunque di sapere se sta assumendo o venendo a contatto con
OGM. Per questa ragione chiediamo l'approvazione di leggi che impongano:
- la chiara etichettatura di cibi e farmaci, che consenta di sapere se contengono OGM
- la moratoria sulla commercializzazione di OGM in Europa
- limiti legali alla brevettazione della materia vivente.
La selvicoltura nelle Marche
di Andrea Pellegrini e Ferruccio Cucchiarini
Questo settore nelle Marche sconta pesantemente una gestione superficiale che trova spiegazione solo nel retaggio
culturale di una regione in cui i boschi hanno avuto fino a pochi decenni fa solo un ruolo marginale nel paesaggio, ridotti al
minimo (in termini sia spaziali che qualitativi} dall'espansione smisurata dei terreni agricoli in pianura e in collina, e da
quelli pascolivi in montagna. Eppure, l'alluvione del novembre 2005 e quelle più piccole che si sono susseguite
annualmente, avrebbe potuto avere conseguenze ben peggiori se al posto dei terreni persi dall'agricoltura non ci fosse
stato un nuovo mantello di arbusti e alberi.
Per secoli pochi boschi ma tanto utilizzati a causa delle necessità di ottenere combustibile (legna da ardere, carbonella)
per la sopravvivenza di intere comunità e per l'economia. Così la difficoltà e l'incapacità di dare regole ad un'attività che in
tempi di miseria era forzatamente di rapina, ha prodotto una visione della selvicoltura ancorata appunto alla tradizione e
nient'affatto a nuovi standard di qualità del prodotto legno, dell'ecosistema bosco, del paesaggio e, non ultimo, della
protezione del suolo contro il dissesto idrogeologico, aspetto quest'ultimo acuito dai cambiamenti climatici che danno vita,
come mai nel recente passato, all'estremizzazione degli eventi.
Manca di fatto una regolamentazione che tuteli gli aspetti ambientali, sociali e commerciali: il ceduo matricinato è di gran
lunga il metodo di governo più utilizzato e lo si applica sui crinali, sui pendii più acclivi, lungo i fiumi, fin sulle vette delle
montagne e persino nelle aree vincolate dalle convenzioni europee (Rete Natura 2000) o, per esempio, dal PPAR; per
ammissione degli stessi addetti ai lavori (funzionari regionali, Corpo Forestale dello Stato) il mercato del legname nelle
Marche è un mercato sommerso che si sorregge col lavoro nero, ma la volontà politica di non ledere un settore già in crisi
lo fa uscire dai normali canoni di vigilanza e repressione. Nelle Marche esiste certamente l'uso civico del bosco ma
esistono anche aziende forestali che lavorano in modo sistematico su questa risorse, esiste il fenomeno delle Comunanze
e Università Agrarie divenuti centri di potere economico e politico, esiste inoltre il boscaiolo che ricava fino a 20 mila euro
all'anno con la vendita in nero del legname che lui stesso taglia e consegna, in una filiera cortissima del tutto
improvvisata, dove altre forme di governo del bosco, e quindi di produzione legnosa di qualità, in quanto meno
remunerativo sull'immediato non viene neanche presa in considerazione.
Il percorso tracciato dal convegno nazionale di Acqualagna dell'11 novembre 2005 ha indicato un nuovo approccio alla
gestione forestale, basata sulla conservazione del paesaggio, degli ecosistemi e degli assetti idrogeologici. Una
selvicoltura naturalistica, più precisamente detta "sistemica", al passo con i tempi, capace di affrontare la complessità del
settore, nel rispetto degli interessi economici e occupazionali, ma anche delle dinamiche ambientali e sociali, senza
dimenticare i protocolli internazionali in materia di conservazione. Le basi teoriche per un approccio appunto sistemico alla
selvicoltura in contesti, come quello marchigiano, in cui vi è una profonda e tradizionale affermazione del ceduo, non può
prescindere da una serie di accorgimenti e vincoli che tutelino l'ambiente fisico, la biogenetica e la fauna. Da una tale
premessa devono quindi scaturire incentivi per l'avviamento ad alto fusto (disetaneo preferibilmente) e precise prescrizioni
che obblighino taglio a scelta o intensa matricinatura, o in casi particolari l'evoluzione libera, nelle acclività superiori al
50%, al di sopra degli 800 metri di quota, sui crinali, nelle forre, nelle sponde fluviali (per un raggio minimo di 30 metri) e in
corrispondenza degli ambienti ipogei.
Va da sé che il settore selvicolturale marchigiano abbia bisogno di una completa riorganizzazione strutturale. Per prima
cosa alla nuova legge forestale, lacunosa in molte sue parti e certamente peggiorative per quello che riguarda la tutela del
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bosco urbano e delle piante secolari, dovrà far seguito un Piano ed un Regolamento affidabile e concreto, che prevenga
l'abuso della risorsa bosco, che agevoli la vigilanza, che renda più trasparente e competente il rilascio delle autorizzazioni,
che regolamenti il mercato e che induca una professionalizzazione del settore lavorativo. Le prime indiscrezioni su questi
due fondamentali strumenti di gestione non danno alcun segno evidente di miglioramento perché continuano
ostinatamente a non mettere il bosco al centro del settore, pur definendosi sostenibili: la selvicoltura è sostenibile solo se
sostiene in primo luogo il bosco.
La Regione deve farsi carico di un uso e di una gestione intelligente della risorsa forestale nella consapevolezza che
questa possa diventare, col passare degli anni, sempre più dominante nel paesaggio e di conseguenza nel sistema
economico per vocazione diretta (legnatico da opera e da ardere) e indiretta (riduzione e prevenzione dei dissesti,
produzione dei prodotti del bosco, conservazione della fauna, valore turistico-sociale), senza calcolare tutti quei benefici
certi ma non quantificabili come l'apporto di ossigeno e l'assorbimento dell'anidride carbonica, aspetti questi ultimi che non
devono assolutamente apparire banali, tanto meno scontati. Basti pensare che le ultime ricerche parlando della necessità
di avere foreste d'alto fusto che di fronte ai cambiamenti climatici saranno le sole a sopportare lo stress di eventi
impetuosi e le sole a captare le sempre più preziosi precipitazioni occulte (nebbia, umidità dell'aria).
Il bosco si prenderà sempre più spazio e lo farà da sé, per naturale ricolonizzazione dei terreni abbandonati dal pascolo o
dall'agricoltura, oppure con l'opera di rimboschimento dell'uomo, come auspicabile per una redditizia conversione dei
distretti agricoli più svantaggiati in arboricoltura da legno.
Si assiste già oggi all'uso, come detto, indiscriminato di cedui esausti, mentre altrove molte migliaia di ettari di bosco non
vengono affatto utilizzati creando un paradosso che obiettivamente è solo in parte giustificabile. L'abbandono di quelle
produzioni forestali sono imputabili a diversi fattori: in primo luogo la scarsa convenienza economica dovuta all'aumento
del costo di mano d'opera (di difficile reperimento, se non extracomunitaria) a cui non ha fatto seguito un adeguamento
dei prezzi di mercato del prodotto; inoltre nelle Marche vi è una tale frammentazione di proprietà private da rendere assai
difficile, per le ditte del settore, l'affitto di appezzamenti abbastanza convenienti per collocazione ed estensione; infine su
questo fenomeno influiscono l'età media dei conduttori e dei frontisti (proprietari, membri delle Comunanze e delle
Università agrarie) ed una ulteriore parcellizzazione dei terreni dovuta alle ricorrenti multiproprietà.
E' auspicabile una riequilibratura delle utilizzazioni in modo che la pressione non verta solo su certe aree (ad esempio
l'entroterra montano pesarese); occorre quindi predisporre un Piano di Assestamento e Restauro Forestale che prenda in
esame la situazione dei cosiddetti "boschi abbandonati" verificando in modo puntiforme quali di questi sono a regime per
le cure colturali di volta in volta più adatte. Mediante una ricerca in grado di ricostruire la storia di questa tipologia di
boschi, comprendere i motivi dell'abbandono e attuare eventualmente una politica di incentivi per permetterne un riuso
attraverso l'intervento delle Cooperative forestali.
Nello stesso contesto il medesimo obiettivo è perseguibile (e in certi casi probabilmente più conveniente) con
l'acquisizione di quei terreni, dando finalmente seguito, dopo più di vent'anni, agli investimenti sulla demanializzazione.
Nell'immediato vanno vietati i tagli cedui semplici matricinati a quote superiori dei 1000 metri e sulle pendenze che
superino il 60%. Invece, le Misure di Conservazione di recente deliberate dalla Regione per le aree SIC, hanno innescato
un inutile e dannoso confronto con il mondo dei boscaioli, ai quali verrà negata la possibilità di tagliare il bosco dalla fine di
febbraio. La motivazione è la tutela del periodo riproduttivo degli uccelli ma questa esigenza ecologica, per altro di scarso
valore in ambiente montano, dove è molto rara la nidificazione in quel periodo, ha causato uno scontro che distoglie
l'attenzione dai veri problemi, che sono appunto quello delle quote e delle pendenze. Su quei temi, evidenti e innegabili
anche da parte degli addetti ai valori, si dovevano concentrare gli sforzi per una nuova regolamentazione. Infondo, che un
bosco venga raso al suolo a febbraio o a marzo ben poco cambia. Prima di proteggere i suoi abitanti, in questo caso gli
uccelli, si deve proteggere il loro habitat.
L’ingegneria naturalistica nelle Marche
di Paolo Giacchini
L’Ingegneria Naturalistica è una disciplina tecnica che utilizza le piante vive o parti di esse negli interventi antierosivi e di
consolidamento, solitamente in abbinamento con materiali biodegradabili di origine naturale (legname, fibre e biostuoie di
cocco, juta, paglia, ecc) e altri materiali quali pietrame, acciaio (tondini, reti, chiodi, cambre), additivi (bitume, collanti),
prodotti di origine sintetica in diverse combinazioni (ad es. geotessili).
I suoi principi fondamentali sono così riassumibili:
- limita l'azione erosiva degli agenti meteorici
- effettua il consolidamento
- accelera i processi naturali di reinserimento naturalistico, utilizzando le caratteristiche biotecniche di alcune specie
vegetali, prioritariamente autoctone:
- capacità di sviluppo di un ampio apparato radicale
- elevata capacità di propagazione vegetativa
Le finalità principali degli interventi di ingegneria naturalistica sono le seguenti:
- naturalistica di ricostituzione o di innesco di ambienti paranaturali o naturaliformi, attraverso l’uso di specie autoctone
- tecnico-funzionale di consolidamento del terreno, protezione dall'erosione, sistemazione idrogeologica ed aumento della
ritenzione delle precipitazioni meteoriche
- estetico-paesaggistica di collegamento e “ricucitura” al paesaggio circostante
- economica per i costi a volte minori, per il risparmio e la gestione sostenibile delle risorse naturali
- sociale per sostenere l'occupazione di manodopera, soprattutto nelle aree collinari e montane.
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Vengono impiegati i termini:
- "ingegneria" in quanto si utilizzano dati tecnici e scientifici a fini costruttivi, di consolidamento ed antierosivi;
- "naturalistica" in quanto tali funzioni sono legate ad organismi viventi, con finalità di ricostruzione di ecosistemi tendenti
al naturale e all'aumento della biodiversità.
Elemento caratterizzante della disciplina è anche la sua multidisciplinarietà. Affinché gli interventi siano progettati e
realizzati in modo corretto, è necessaria la partecipazione di diverse professionalità, che vanno dal rilievo topografico
all’analisi geologica e botanico-vegetazionale, dalle verifiche geotecniche e idrauliche al progetto strutturale con calcoli,
fino alla progettazione, gestione e manutenzione del verde.
La parte a verde, infatti, non ha un semplice ruolo di mascheramento ma di costruzione dell’opera.
I campi di applicazione sono numerosi, dai problemi erosivi dei versanti, al consolidamento delle frane, dalle sistemazioni
idrauliche al reinserimento di infrastrutture viarie (scarpate stradali e ferroviarie), cave e discariche, alla rinaturalizzazione
e/o ricostruzione di elementi delle reti ecologiche.
COSA CI AUSPICHIAMO
L’uso delle tecniche di ingegneria naturalistica, già riconosciuto e promosso dalla legislazione nazionale (L. 109/94 e DPR
554/1999), deve essere visto come alternativa e/o integrazione all’uso delle tecniche tradizionali cosiddette “in grigio”.
Dove e quando tecnicamente possibile, infatti, i fenomeni erosivi e di dissesto possono essere affrontati con la
realizzazione di opere di ingegneria naturalistica, che permettono un maggior grado di inserimento nel paesaggio e
nell’ambiente circostante, un maggior uso di manodopera concorrendo allo sviluppo dell’occupazione, specialmente in
zone interne svantaggiate.
Le opere devono essere rigorosamente realizzate dal punto di vista tecnico, attraverso protocolli e capitolati specifici, che
possano eliminare le gravi inadempienze e sottovalutazioni, spesso effettuate soprattutto in relazione all’uso del materiale
vegetale. Solo in questo modo le tecniche di IN possono assolvere anche alla loro finalità di tipo tecnico consolidativo.
RIFERIMENTI
Nelle Marche esiste una sezione dell’Associazione Italiana per l’Ingegneria Naturalistica (AIPIN), che cura il sito
[email protected], dove è possibile visionare alcune opere realizzate in ambito regionale, corsi, seminari ed
altre iniziative organizzati in regione e in Italia, la bibliografia ed altre informazioni utili.
Anche il sito nazionale [email protected] propone un insieme di notizie utili, oltre ad offrire ai soci, aree specializzate destinate
a casi di studio, risoluzioni e bibliografia specifica.
La sezione Marche è inoltre in procinto di pubblicare le Linee Guida alla progettazione degli interventi di ingegneria
naturalistica nelle Marche”.
Va ricordato che la Riserva della Gola del Furlo è uno dei principali centri di sperimentazione e di didattica relativamente
alle opere di Ingegneria Naturalistica in Italia, grazie alla collaborazione che, in questo caso, l’Ufficio Ambiente della
Provincia di Pesaro e Urbino, ha fornito fin dal 1995 e fornisce tuttora, per lo sviluppo delle tecniche.
Il turismo responsabile o ecoturismo o turismo sostenibile
da Wikipedia, consultata il 2 marzo 2009
I principi generali
Sebbene una definizione universalmente accettata di ecoturismo o turismo responsabile sia ancora da venire, è possibile
evidenziare alcuni elementi chiave in quasi tutte le interpretazioni di questa espressione:
- rispetto e salvaguardia dell'ambiente e in particolare dell'ecosistema e della biodiversità, con minimizzazione dell'impatto
ambientale delle strutture e delle attività legate al turismo;
- rispetto e salvaguardia della cultura tradizionale delle popolazioni locali;
- requisito di consenso informato da parte di tali popolazioni sulle attività intraprese a scopo turistico;
- dove possibile, partecipazione attiva delle popolazioni locali nella gestione delle imprese ecoturistiche;
- in ogni caso, condivisione con esse dei benefici socio-economici derivanti dal turismo.
Gli operatori del settore dell'ecoturismo, in linea di principio, applicano i criteri citati sopra in modi specifici. Per esempio,
tendono a utilizzare esclusivamente operatori e strutture locali che offrono adeguate garanzie di rispetto dell'ambiente e
delle popolazioni locali, spesso con preferenza accordata alle organizzazioni che dichiarano di devolvere parte dei
proventi a favore di attività locali come scuole e ospedali. Inoltre, tali operatori cercano di sensibilizzare i propri clienti
rispetto a princìpi ambientalisti e sociali e non raramente chiedono loro di denunciare (eventualmente documentando
fotograficamente) eventuali situazioni critiche di degrado ambientale o sociale osservate durante la loro permanenza nei
luoghi. In effetti, è noto per esempio che la presenza di turisti (pur con gli eventuali problemi di impatto ambientale) è un
elemento non insignificante nel contenimento del bracconaggio in molti paesi dell'Africa come Tanzania o Kenya.
Sviluppo del settore
La rilevanza dell'ecoturismo all'interno del mercato del turismo è andata aumentando dagli anni '80 a oggi. Data la
crescente importanza del fenomeno, le Nazioni Unite (ONU) hanno proclamato il 2002 Anno Internazionale
dell'Ecoturismo, e in particolare la commissione ONU per lo sviluppo sostenibile ha invitato gli operatori del settore e le
autorità politiche a una stretta collaborazione al fine di promuovere questo nuovo modello di turismo. Fra i risultati
dell'iniziativa c'è la definizione di un rapporto di collaborazione fra la World Tourism Organization (WTO), il Programma per
l'Ambiente (Environment Programme) ONU e l'International Ecotourism Society. Inoltre, nel 2002 sono stati condotti i primi
studi estensivi sulle proporzioni del fenomeno in 7 paesi occidentali: Italia, Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna,
Canada e Stati Uniti.
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Relativamente al mercato italiano, l'indagine del 2002 ha rilevato un giro d'affari complessivo relativo all'ecoturismo
stimabile al 2% del mercato turistico complessivo, con potenziali di crescita annua del 20%. Gli operatori e le agenzie di
viaggio specializzati nel settore ecoturistico sono numerosi, ma in genere di piccole dimensioni; in alcuni casi, prodotti
ecoturistici vengono venduti da ONG con finalità più ampie per esempio nel settore della solidarietà verso il Terzo Mondo.
Allo stesso tempo, i grandi tour operator tradizionali stanno gradualmente ampliando la loro offerta proponendo pacchetti
ecoturistici o naturalistici. Le destinazioni più visitate sono in genere quelle che rivestono un interesse sia culturale che
naturalistico; per gli ecoturisti italiani le mete preferite principali sono l'America latina e l'Africa.
Atteggiamenti critici
Il concetto di ecoturismo non manca di destare qualche sospetto. Secondo alcuni, molto spesso gli operatori che si
dichiarano formalmente "ecoturistici" usano questa etichetta a fini sostanzialmente economici e non di rado abusivi. Il fatto
stesso che il turismo possa realmente coesistere con rispetto e conservazione dell'ambiente e delle culture dei popoli
indigeni è oggetto di discussione. Esistono numerose associazioni che stanno cercando di sviluppare programmi di
certificazione degli operatori ecoturistici, ma il processo appare controverso e non prossimo alla conclusione.
Campo d’aviazione ed aeroporto di Fano
di Enrico Tosi
Una città per essere vivibile deve avere degli spazi in cui il cittadino possa rigenerarsi nel fisico e nella mente. Questi
luoghi devono avere dei requisiti particolari: garantire il contatto con la natura in tutte le sue espressioni paesaggistiche,
vegetali ed animali, permettere lo svolgimento di sport all'aria aperta e soprattutto essere privi di problemi, veleni e stress
presenti nel resto della città.
A Fano un luogo con tutte queste caratteristiche esiste ed è a ridosso dell'agglomerato urbano: è il Campo d'Aviazione,
una distesa erbosa in gran parte priva di costruzioni, di linee elettriche, di lampioni e di vegetazione arborea su un'area
pianeggiante estesa circa 160 ettari, che rappresenta una condizione unica nel territorio costiero della provincia di Pesaro
e Urbino ed è compresa tra via del Fiume, via Mattei, via Papiria e il quartiere Vallato. Questo "polmone verde" è
frequentato dai cittadini fanesi che ne utilizzano una buona parte per praticare tutta una serie di attività all'aria aperta: volo
da diporto, paracadutismo, gestione di animali domestici, passeggiate, raccolta di erbe, footing, calcio e altri sport.
I fruitori di questo ampio spazio verde possono godere della visione libera su tutti e quattro i punti cardinali, di un
panorama che spazia dalle colline costiere fino, nelle giornate limpide, al gruppo montuoso del M. Catria e M. Cucco.
Inoltre, grazie alla particolare posizione a breve distanza dalla linea di costa e dall'asta fluviale del fiume Metauro, i prati
della pista e gli altri incolti sono frequentati, soprattutto durante la migrazione, dalla tipica avifauna delle distese erbose.
Un'ulteriore rilevanza naturalistica, seppure in parte perduta dopo la realizzazione dei nuovi hangar dell'aeroporto e la
conseguente illuminazione dell'area circostante, è rappresentata dal ridotto inquinamento luminoso che rende questo sito
abbastanza adatto all'osservazione del cielo stellato.
Ora su questa distesa erbosa incombono progetti e interessi che potrebbero sconvolgere ed annullare in maniera
irreversibile le sue potenzialità ambientali e culturali: in questa zona tra l'altro sono documentate anche due importanti
aree archeologiche tutelate dalla Soprintendenza archeologica delle Marche.
Oltre alla distruzione di un prato stabile da decenni, arato più di una volta negli ultimi anni per la coltivazione di erba
medica, si vuole ingrandire l'aeroporto attuale di recente ammodernato aggiungendo una pista lastricata e,
presumibilmente in seguito, anche tutto ciò che ne consegue (illuminazione, servizi antincendio, ecc.). A nostro giudizio,
tale ipotesi non poggia su dati convincenti; infatti, lo sconsigliano nuovi studi di fattibilità, le non documentate esigenze
turistiche e commerciali, i negativi rapporti costi-benefici e altri elementi che finora non hanno giustificato le grosse spese
sostenute; poiché i privati non investirebbero mai dei capitali ingenti accontentandosi di vaghe aspettative di guadagno, si
richiede inoltre che siano gli Enti pubblici ad accollarsi i costi per una pista non in erba e la relativa illuminazione, per gli
strumenti di controllo e la sicurezza, ecc.; è presumibile inoltre che venga richiesto l'intervento pubblico anche per la
gestione, visto che ogni anno, per mantenere in attività un piccolo scalo aereo occorrono ingenti risorse economiche. Chi
propone un aeroporto di livello nazionale per Fano però non parla dei disturbi e dei pericoli prodotti da uno scalo aereo
che si trova praticamente all'interno della città; trascura il fatto che Fano ha già un "suo" aeroporto, quello di Falconara,
raggiungibile in circa 20/30 minuti di auto e servito dalla stazione ferroviaria di Castelferretti, già collegata con doppio
binario alla ferrovia Adriatica; non tiene conto soprattutto delle cifre che riguardano il funzionamento di due importanti
aeroporti nazionali molto vicini a Fano, il già ricordato scalo di Falconara e quello di Rimini, per quanto riguarda
passeggeri sbarcati (considerabili come turisti) e merci caricate (considerabili come esportazioni di prodotti dell'economia
locale).
Tali cifre dimostrano infatti che le strutture sopra ricordate risultano ampiamente sottoutilizzate sia a scopo turistico che
commerciale; proprio per questo motivo sarebbe necessario migliorare gli scali aerei di livello nazionale e internazionale
già esistenti e non disperdere le risorse su un piccolo aeroporto come quello di Fano, che è vocato per altre funzioni
(scuola di volo, pubblicità aerea, ultraleggeri, paracadutismo, aerotaxi, ecc.) compatibili con il suo contesto economico e
sociale e con le strutture di cui dispone.
Un altro problema non secondario è costituito dalla destinazione previsto dal PRG adottato ne 2008 che prevede un certo
tipo di parco, gravato da 17.500 mq di edificabile e da una grossa strada di attraversamento che congiungerebbe via
Papiria con via del Fiume, per un presunto alleggerimento del traffico nelle vie di accesso al Vallato.
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Premesso che per congiungere agevolmente i due quartieri suddetti esiste già il tragitto lungo via Papiria e via Mattei, tale
strada pare avere soprattutto una funzione di apripista in previsione di una trasformazione in area edificabile dei terreni
annonari nei pressi dell’ex mattatoio, con in aggiunta il danno di separare dalla città (invece di collegare) il "polmone
verde" del Campo d'Aviazione e di aggravare la situazione in via del Fiume, già abbastanza congestionata dal traffico.
D'altra parte è anche evidente che il parco pubblico perderebbe ogni rilevanza se il suo territorio, da un lato già delimitato
da una pista d'atterraggio per aerei, dall'altro fosse chiuso da una strada di scorrimento veloce!
Noi riteniamo che in tutta l'area del Campo d'Aviazione si debba intervenire in modo "leggero", anche nella stessa
piantumazione di alberi, per non stravolgere la caratteristica di spazio aperto e non compromettere la sua valenza
ambientale. Nel settore vicino al quartiere Vallato andrebbe favorita la frequenza da parte dei cittadini che qui dovrebbero
trovare strutture per il riposo, lo sport all'aria aperta e lo svago (panchine, campi da gioco, punto ristoro, ecc.).
Concentrando queste attività sportive e ricreative dove già sono ubicati piazzali e vialetti in cemento residui del vecchio
aeroporto militare, si attenuerebbe l'impatto negativo che un uso intenso di frequentatori causerebbe nel resto dell'area
naturale.
Questo consentirebbe di mantenere intatta la sua peculiare caratteristica, come già detto, di vasta estensione
pianeggiante e scarsamente antropizzata ma anche di salvaguardare le sue preziose riserve idriche che contribuiscono
ad alimentare in modo sostanzioso l'acquedotto comunale; per questo motivo andrebbe anche evitata l'attività agricola
oppure si dovrebbe consentire solo quella di tipo biologico. Pertanto, nel settore contiguo al quartiere Vallato è logico
pensare ad attività del tempo libero e sportive, anche con una concentrazione medio-alta di frequentatori, utilizzando
strutture già esistenti come i vecchi hangar, evidentemente da riqualificare.
Se, come auspichiamo, l'area rimanesse di proprietà demaniale, sarebbero possibili solo interventi "leggeri", quali
sistemazione del reticolo di percorsi già esistenti, piantumazioni (una già avviata nel 2004), ecc., vale a dire quanto basta
per la fruizione dei cittadini; se al contrario l'area venisse acquistata dal Comune, sarebbe difficile in questa zona come in
quella annonaria già ricordata contenere un'ulteriore crescita urbanistica della quale non si sente affatto la necessità,
almeno nella parte del comune di Fano compresa tra il mare e l'autostrada A 14.
Infatti, nella nostra città non mancano le abitazioni: ricordiamo che nel censimento del 1991 e del 2001 risultavano nel
comune di Fano oltre 5.000 abitazioni non occupate, per cui logica vorrebbe che si ponesse più attenzione al recupero e
alla riqualificazione dell'esistente piuttosto che a nuove edificazioni che consumano in modo irreversibile altro terreno.
In ogni caso, neanche la garanzia del Demanio si è dimostrata sufficiente a garantire l’integrità dell’area, visto che proprio
su autorizzazione del Demanio militare è stato realizzato nel 2004 un vero e proprio quartiere ad uso esclusivo dei
paracadutisti che trovano in loco casette in legno ed una piscina scoperta che sarebbe adibita … all’addestramento.
In sintesi, un’area delicata e preziosa come questa può sopravvivere solo se chi ne è responsabile ha volontà politica
supportata da una sensibilità di tipo ambientale; cose purtroppo difficili da trovare, visto che troppo spesso prevalgono
visioni miopi che ignorano non solo le esigenze della natura in tutte le sue espressioni ma anche lo stesso interesse (a
medio-lungo termine) delle future generazioni.
La Ferrovia Fano - Urbino
di Enrico Tosi
E’ difficile parlare male di una linea ferroviaria. Il treno per le sue caratteristiche risponde benissimo alle esigenze di
trasporto di merci e persone; il suo "fratello minore", il tram, o “metropolitana leggera”, viene giustamente invocato per
risolvere i problemi di mobilità delle grandi città soffocate da traffico e smog; i "treni-navetta" in qualche paese hanno
drasticamente limitato il transito di attraversamento dei TIR. Perché dunque dire no al ripristino della linea ferroviaria
metaurense? I motivi, numerosi e consistenti, sono frutto di una analisi accurata dell'intero tracciato della linea ferrata,
percorsa a piedi una prima volta nell'agosto 1996 ed una seconda volta nel gennaio 2007. Da queste verifiche è derivata
la convinzione che questa linea ferroviaria molto difficilmente potrà essere ripristinata. Questo però non significa che nella
vallata del Metauro non debba esistere una linea ferrata: in altra sede, presumibilmente lungo la superstrada FanoGrosseto, avrebbe senso creare un collegamento trasversale tra l'Adriatico e il Tirreno; di questa ferrovia, moderna,
efficiente e con un bacino di utenza molto più consistente di quello provinciale, potrebbero beneficiare persone e cose.
Insistere sull'idea del ripristino della ferrovia significa anche bloccare le grosse potenzialità di un vero e proprio patrimonio
ambientale ed economico rappresentato da una fascia di territorio, lunga circa 50 km, da utilizzare non solo al livello del
suolo ma anche del sottosuolo, senza le complicazioni di espropri, attraversamenti di proprietà ed imprevisti che rendono
difficile e talora impossibile realizzare certe opere. Da qui la nostra proposta di pista ciclopedonale, che rappresenta solo
una parte, quella più visibile, di un progetto più ampio. Ad altri spetta il compito di valutare questa possibilità e di tradurla
eventualmente in fatti concreti.
Perché non conviene ripristinare la ferrovia Fano – Urbino
1 - Situazione di notevole degrado degli impianti
Questi in sintesi i principali problemi rilevati nel periodo dicembre 2006 – gennaio 2007, documentati con servizio
fotografico mediamente ogni 100 metri circa:
• una vegetazione spontanea molto folta ha inghiottito la gran parte del percorso e impedisce fisicamente il transito (ad
esempio non è neanche più visibile l’ingresso della galleria di Tavernelle); solo pochi tratti risultano regolarmente ripuliti e
senza vegetazione, grazie all’impegno di qualche privato;
• ad eccezione delle stazioni di Fermignano e Urbino, tutte le altre sono fatiscenti o adibite ad usi non ferroviari;
• di recente (inizio anni 2000) è stata completata la vendita di quasi tutte le case ferroviarie lungo la linea;
• le strutture in cemento (parapetti, recinzioni, edifici, ecc.) mostrano evidenti segni di degrado;
• a Lucrezia una rete metallica alta circa 2 metri sbarra i binari in via Pilone;
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• in altre località sui binari sono posizionati cassonetti dei rifiuti e tabelloni pubblicitari; non esistono più o sono inservibili
strutture di segnalazione, passaggi a livello, garitte, pali metallici, ecc; alcune buche abbastanza profonde si trovano lungo
la massicciata che presenta anche qualche traversina bruciata o mancante; in molti punti i binari sono stati ricoperti
dall'asfalto; sono frequenti sui binari casupole, recinti, pollai ma anche una pedana stabile a servizio di un bar nella
stazione di Canavaccio; detriti e rifiuti abbandonati si trovano un po’ dappertutto.
2 - Altissimi costi di ripristino e gestione
Per la riattivazione di questa linea ferroviaria, in disuso ormai dal 1986, è prevedibile una spesa difficilmente sostenibile.
Per avere un'idea di tali costi possono servire i dati seguenti.
- Nel 1995, per il tratto di 26 km da Fano a Fossombrone è stata preventivata una spesa di circa 63 miliardi di lire per una
sorta di metropolitana leggera con una fermata ogni km. Tale proposta prevedeva il riutilizzo della linea ferrata esistente,
con parziali modifiche e migliorie (edifici, parcheggi, semafori in 30 PL, elettrificazione, informatizzazione, materiale
rotabile, ecc.). Tempo di percorrenza dei 26 km: circa 50 minuti.
- Per l'ammodernamento della ferrovia provinciale Pesaro – Fano - Urbino uno studio del 1990 prevedeva il ripristino della
Pesaro-Urbino e della Urbino-Schieti; si prevedeva inoltre la costruzione ex novo della Schieti-Pesaro (27 Km), in modo
da collegare ad anello le vallate del Metauro e del Foglia, per un totale di 93 km circa. Per la prima tratta è stato calcolato
un costo di massima di 30 miliardi di lire. Per la seconda tratta altri 30 miliardi. Per la Schieti-Pesaro, completamente
nuova, si prevedevano 210 miliardi. Per l'acquisto di materiale rotabile moderno superleggero si dovevano aggiungere
altri 30 miliardi, per un totale di circa 300 miliardi (valori 1990). Andavano poi aggiunti i costi per l'automazione dei PL,
l'ammodernamento dei sistemi di pagamento dei biglietti, la spesa di gestione per le strutture e il personale.
3 - Oggettiva mancanza di competitività del treno sulle brevi distanze
N.B. Sono qui riportati dati contenuti nella prima edizione del presente studio pubblicato nel 1996.
Lungo la vallata del Metauro non esistono grossi problemi di mobilità. Pur esistendo un bacino di utenza di circa 140.000
abitanti, con 16.000 -18.000 spostamenti giornalieri totali nei due sensi potenzialmente interessati ad un trasporto di tipo
metropolitano lungo la vallata (dati ricavati dal censimento 1991), si è nel tempo ridotto progressivamente il numero di
utilizzatori del treno, rivelatosi, per la sua lentezza e rigidità, sempre meno concorrenziale rispetto all'auto privata. Il Piano
Regionale Trasporti, Relazione tecnica e dati di traffico nelle linee minori marchigiane-Gennaio 1986, forniva i seguenti
dati relativi al triennio 1979-1981. Viaggiatori totali tra Urbino e Pesaro:
1979 n. 70669 media giornaliera n. 193
1980 n. 65704 media giornaliera n. 180
1981 n. 65086 media giornaliera n. 178
Nell'orario in vigore nel 1982 esistevano in totale 15 corse giornaliere: 8 da Pesaro a Urbino, 7 da Urbino a Pesaro. Si
ottiene pertanto una media di circa 12 persone per ogni convoglio. Per attualizzare tali dati, occorre considerare la
notevolissima crescita della motorizzazione privata nella nostra regione, passata da 3 abitanti per auto (fine anni '70) a 2,0
(fine anni '80) per arrivare a circa 1,6 nel 2006. Con una velocità commerciale di 45 km/h, per coprire una distanza di 48
km il treno impiega oltre un'ora, vale a dire almeno il doppio rispetto all'auto; inoltre, ipotizzando un collegamento di tipo
metropolitano, con fermate in ogni nucleo abitato, i tempi si allungherebbero ancor di più. Nel caso specifico della ferrovia
metaurense, chi volesse andare ad Urbino dovrebbe raggiungere con altri mezzi la stazione di partenza e poi utilizzare un
bus per coprire la distanza fino al centro storico.
Perché conviene realizzare una pista ciclopedonale
1- Recupero conservativo della struttura a costi contenuti e senza precludere un eventuale ripristino della ferrovia.
L'importo complessivo per una pista di km 42 circa e larga m 3,2 si aggirava nel 1996 sui 6,5 miliardi di lire, nei quali
erano compresi, tra gli altri lavori, la rimozione dei binari, il disboscamento e lo sfalcio di erbe, la pavimentazione in
conglomerato bituminoso, segnaletica e sistemazione di spazi verdi lungo il percorso. Considerato che per progetti di
questo tipo sono previsti contributi consistenti, si può ritenere che l'onere finale per gli Enti locali risulterebbe sicuramente
sopportabile. I costi sarebbero decisamente più ridotti se, come è avvenuto altrove, i binari non fossero asportati ma
semplicemente ricoperti con materiale idoneo alla percorribilità ciclopedonale e facilmente rimovibile in caso di ripristino
della ferrovia.
Con un investimento complessivo di 1 milione di euro, la Provincia di Modena ha realizzato nel giugno 2007 la pista
ciclabile che collega in 11 km S. Felice sul Panaro e Finale Emilia.
A sostegno della trasformazione in piste ciclabili delle tratte dimesse si è espressa con chiarezza la Confederazione
Mobilità Dolce (COMODO) di cui fanno parte prestigiose associazioni nazionali.
A livello regionale va ricordata la posizione di SVIM Marche, favorevole ad una pista ciclabile.
2- Realizzazione di un impianto sportivo e ricreativo di tipo naturalistico
Soprattutto nelle giornate festive, numerosissime sono le persone che percorrono le strade in bici praticando attività
sportive non agonistiche. Non mancano quelli che scelgono la bicicletta come mezzo di trasporto per andare al lavoro o
studenti che vanno a scuola in bici; Questo, tra pericoli e inquinamento da traffico. Nella provincia di Pesaro e Urbino,
senza contare i numerosi praticanti non tesserati, esistono decine di società che svolgono attività ciclistica amatoriale, per
un totale di alcune migliaia di persone. Una pista ciclopedonale ben attrezzata non avrebbe necessariamente utilizzatori
che coprirebbero l’intero percorso tra Fano e Urbino ma prevalentemente tratti tra quartieri o nuclei abitati; la struttura
potrebbe poi diventare punto di attrazione turistica e sportiva anche per persone provenienti da altre regioni; in questo
senso è rassicurante il successo che hanno anche in Italia le piste ricavate sulle linee ferroviarie dismesse. Si veda per
esempio la pista inaugurata nel 2008 a Sanremo dove, pur in presenza di un’area densamente popolata in cui si poteva
realizzare una metropolitana leggera, si è preferita una ciclabile. Le caratteristiche del percorso di una ciclabile Fano Urbino, che collega numerosi nuclei residenziali ed ha interessanti aspetti naturalistici, rispondono alle esigenze più
diverse, vista la presenza di vecchie stazioni ad intervalli medi di 5 km circa e la pendenza media di appena 1,1% (tratto
Fano - Fermignano). Molto suggestiva inoltre la lunghezza della pista, praticamente uguale ai 42,195 km della Maratona.
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3 - Realizzazione di una sorta di "spina dorsale" culturale e tecnologica
Partendo dal ramo principale, rami secondari di penetrazione ciclopedonale potrebbero dirigersi verso le varie località
della vallata per valorizzare un entroterra ricco di potenzialità turistiche. Inoltre, la sistemazione di canalette per
sottoservizi, in particolare fibre ottiche, potrebbe moltiplicare le opportunità di uno sviluppo tecnologico all'avanguardia.
Utilità di un collegamento rapido tra Fermignano-Urbino con bus-navetta
Un percorso di pochi minuti tramite bus-navetta, anche a trazione elettrica, sul sedime della linea ferroviaria renderebbe
effettivamente concorrenziale il mezzo di trasporto collettivo, riducendo drasticamente il ricorso all'auto privata e le
esigenze di parcheggio nella città di Urbino. Inoltre, avvicinerebbe con reciproci vantaggi due centri urbani, Urbino e
Fermignano, tra loro diversi ma complementari.
La ferrovia Fano-Fermignano-Urbino
di Carlo Bellagamba, Presidente FVM-Ferrovia valle Metauro.
La ferrovia Metaurense, a differenza di quanto comunemente si crede, non è una delle 167 linee dismesse, cioè
formalmente non più esistenti od esercite a partire dal 1905; fortunatamente, o per alcuni sfortunatamente, si trova nello
stato di “sospesa temporaneamente al servizio” dal 31 gennaio 1987.
Questo, in poche parole, vuol dire che essa è tutt’ora nei ruoli di RFI-FS e può essere riabilitata al traffico in qualsiasi
momento con il concorso di diversi soggetti istituzionali ed operativi.
Tra questi si deve includere il Reggimento Genio Ferrovieri che, se impiegato nel ripristino ed essendo una
qualificatissima Unità operativa, consentirebbe notevoli risparmi sul costo dell’operazione con indubbi benefici per le
tasche del contribuente.
Il ripristino è ormai improcrastinabile causa la situazione insopportabile del traffico locale sulle principali strade della valle
ed è ancor più giustificato dalle opportunità di trasporto pubblico offerte dal treno.
Le motivazioni alla base di tutto sono state ampiamente ed esaustivamente illustrate dai tre Convegni, organizzati da FVM
ed altri soggetti nel 2007, 2008 e 2009, caratterizzati da qualificate argomentazioni dei relatori intervenuti e confortati da
un notevole concorso di pubblico.
Ricostruire sul tracciato originale è doveroso ed indispensabile, sia perché si risparmia in risorse ed energia sia perché si
offre un servizio quasi domiciliare a tutte le comunità attraversate dalla ferrovia, comunità caratterizzate da una crescita
tanto ampia quanto disordinata e mal organizzata dal punto di vista urbanistico.
Sarebbe auspicabile, inoltre, realizzare in futuro il collegamento tra la valle del Metauro ed il sistema orografico delle valli
dell’Esino e del Giano con una linea tra Fossombrone e Pergola (più diretta) ovvero tra Fermignano, Acqualagna, Cagli e
Pergola (con diverso percorso della dismessa ferrovia del 1898) .
Tale collegamento costituirà una nuova via tra Fano (quindi tra Nord Italia e Riviera Romagnola), l’Umbria (Perugia), il
Lazio (Roma) e la Toscana (Arezzo, Firenze, Livorno) previo il previsto raddoppio della tratta tra Fabriano e Foligno.
Passiamo ora al problema della ferrovia sommersa dalla vegetazione, problema veramente risibile e di nessuna difficoltà
da superare; basta dare uno sguardo a quanto è riuscita a fare l’Associazione FVM con i propri, limitati mezzi e cioè
liberare il binario per una lunghezza di circa 16 km con lavoro esclusivamente volontario.
Il costo per la posa del nuovo armamento si ipotizza sulla cifra di 20 milioni di euro (con l’intervento del Genio Ferrovieri), i
caselli nella pratica moderna non sono più richiesti, le stazioni si trasformano in fermate impresenziate (senza personale),
le tanto temute “interruzioni” ed “asfaltature” rappresentano delle difficoltà banali ed insignificanti per chi è abituato ad
operare in ambienti veramente difficili, quali gli scenari postbellici.
Per quanto riguarda la gestione della linea, i costi sono sopportati in parte dalle Amministrazioni locali; la parte del leone la
fa come al solito lo Stato (almeno al 65%). Le spese devono, quanto meno, essere razionalizzate con “vera” efficienza ed
intermodalità del servizio di trasporto pubblico. Solo con tale offerta, sicura e di qualità a livello degli standard europei, si
può essere ragionevolmente certi dell’incremento del trasporto collettivo nei confronti di quello privato.
La proposta di realizzare una pista ciclabile al posto della ferrovia rappresenta un vero atto vandalico sia al riguardo di
una struttura concepita e vocata a ben altri scopi, che nei confronti della popolazione che vedrebbe leso profondamente il
suo diritto alla mobilità.
Non dimentichiamo il richiamo offerto da un percorso vuoto ed invitante ad altri “utenti” motorizzati a due ruote già
scarsamente educati e poco rispettosi delle regole del traffico su strada.
Inoltre quale sarebbe il ritorno economico di un’operazione che avrebbe costi non indifferenti sia di espianto
dell’armamento, di messa a norma in sicurezza della struttura e della sua manutenzione?
Pertanto si auspica la realizzazione di piste ciclabili dove esiste una vera esigenza, a tutto vantaggio della sicurezza di chi
utilizza la bicicletta per le proprie esigenze.
Il recente successo della Ferrovia della ValVenosta rappresenta ed indica la via da seguire per un sistema serio di
trasporto plurimodale (treno+autobus+bici) ben superiore a certi “baloccamenti” e “trastulli mentali” proposti da chi di
trasportistica dimostra di saperne poco o niente.
Non trascuriamo poi il valore essenziale e strategico espresso dall’utilizzo della linea da parte della Protezione Civile in
supporto alle emergenze idriche, alla lotta anti-incendio boschivo, alle emergenze in caso di calamità naturali.
La “nostra” ferrovia possiede potenzialità di utilizzo di ogni genere: dall’offerta di un sicuro trasporto di persone e merci (ad
alta efficienza energetica e basso inquinamento), a quello per i soggetti più deboli e portatori di handicap (che vedrebbero
soddisfatte in tal modo le loro esigenze di spostamento), all’offerta turistica con nuove iniziative e modalità.
Tutto ciò concorre veramente alla valorizzazione ed al rilancio del territorio, così necessario nel presente e soprattutto
indispensabile nel futuro.
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L’elettrosmog
da Wikipedia, consultata il 21 febbraio 2009
Con il termine elettrosmog si designa il presunto inquinamento elettromagnetico da radiazioni elettromagnetiche non
ionizzanti, quali quelle prodotte da emittenti radiofoniche, cavi elettrici percorsi da correnti alternate di forte intensità (come
gli elettrodotti della rete di distribuzione), reti per telefonia cellulare, e dagli stessi telefoni cellulari.
L'opinione pubblica ha recentemente concentrato la sua attenzione su questo tema a causa delle campagne di
sensibilizzazione promosse da comitati di cittadini, associazioni e partiti di ispirazione ambientalista, che hanno espresso
preoccupazione per la salute dei cittadini. L'esistenza di un rischio rilevante per la salute è però a tutt'oggi controversa, al
punto che da alcuni l'intera questione viene considerata il frutto di un allarmismo ingiustificato.
I giardini e le aree verdi urbane
di Enrico Tosi e Luciano Poggiani
In linea di massima, nella scelta delle specie vegetali arboree e arbustive da inserire nelle aree antropizzate non
dovrebbero essere privilegiate le specie esotiche, anche se molto apprezzate, rispetto a quelle autoctone. Questo per vari
motivi, tra cui la capacità di soppiantare quelle originarie diffondendosi ovunque.
Molto comune è anche la ricerca del prato “all’inglese” che per noi è costoso, impegnativo e anche poco sostenibile a
causa del grosso consumo di acqua e l’impiego di concimi. Sarebbe pertanto opportuno un prato “all’italiana”, cioè un
prato con specie erbacee adatte alle caratteristiche del clima locale.
Per le siepi, sono molto diffuse specie esotiche banali che, squadrate ed omogenee, poco differiscono da veri e propri
muri verdi. Là dove è possibile, sarebbe invece auspicabile realizzare siepi miste formate da specie autoctone (es.
Biancospino, Sanguinello, Alaterno, Alloro, Laurotino, ecc.) che, una volta adulte, nella versione “siepe alta” non
necessitano di manutenzione o potature. Varie ed importanti sono le funzioni di una siepe: di confine tra ambiti differenti,
di nutrimento e ricovero per vari tipi di uccelli, di godimento estetico per la successione durante l’anno di periodi di
fioritura, per la presenza o assenza di foglie e bacche, ecc. Lungo il litorale esposto a venti e salsedine la scelta delle
specie da usare è limitata, e accanto o in alternativa al solito Pittosporo ci si deve limitare ad altri arbusti resistenti come i
Tamerici, l’Alterno e la Fillirea.
Da sottolineare il fatto che, non solo per motivi economici ma anche per garantire un migliore attecchimento, è preferibile
mettere a dimora piante giovani, che vanno comunque protette per qualche anno con sistemi adeguati.
Le potature un tempo erano praticate per fornire materiale indispensabile per la stessa sopravvivenza dell’agricoltore:
legname e fascine per riscaldamento, mobili, suppellettili, ecc.; oggi, cambiate le condizioni di vita, non ha più senso
potare le piante, a meno che non si tratti di alberi da frutto o di esigenze particolari (siepi da tenere basse, problemi con la
staticità degli edifici, con i confinanti o le pertinenze stradali, ecc.). Inoltre, a sconsigliare le potature, dovrebbero essere
anche motivi fitosanitari (attraverso i tagli possono facilmente passare infezioni e parassiti), estetici (l’albero ha forme e
dimensioni che vengono snaturate) ed economici (il costo del lavoro è molto alto).
Nella realizzazione di aree verdi vanno considerate:
- la compatibilità delle esigenze della pianta in fatto di clima e di tipo di terreno con la realtà locale
- lo spazio occupato a maturità dalla pianta, evitando quindi impianti troppo fitti che andrebbero successivamente sfoltiti o
l’inserimento in spazi ristretti di alberi destinati a diventare molto grandi, con conseguenti costose potature
- l’aspetto economico legato alla manutenzione: scegliendo le specie adatte, possibilmente autoctone, si possono evitare
errori che, inevitabilmente, vengono pagati a distanza di anni; inoltre, concentrando in gruppi le alberature, e lasciando
spazi a prato attorno, si può anche ottimizzare la manutenzione, che si annulla praticamente all’interno dei nuclei
alberati e si facilita negli spazi aperti dove può agire il mezzo meccanico.
- le differenze tra specie sempreverdi e caducifoglie; queste ultime, meno “gettonate”, invece possono risultare molto più
funzionali perché per esempio assicurano ombreggiamento in estate e il passaggio dei raggi del sole in inverno: e là
dove al posto del prato esistono asfalto e cemento la differenza si sente!
Va anche evitato l’eccesso di protezionismo da parte di chi, per amore delle piante, non accetta interventi imposti per
esempio da rischi di caduta di rami che, in ambito urbano, possono arrecare gravi danni a persone e cose. Alberi vecchi e
sofferenti rappresentano un “tesoro” di biodiversità in un bosco ma in città vanno sostituiti con altri che abbiano
caratteristiche adeguate per sopportare traffico, inquinamento, spazi ristretti, presenza di abitazioni, ecc.
Sviluppo sostenibile, stili di vita, educazione
ambientale
L’Ambientalismo
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da Wikipedia, consultata il 1° marzo 2009
Per ambientalismo si intende lo sviluppo della coscienza sociale per la difesa delle risorse naturali e lo sviluppo
sostenibile nell'opinione pubblica, e l'insieme dei movimenti e delle organizzazioni ad esso ispirati.
I temi principali toccati dall'ambientalismo sono:
- l'inquinamento
- la protezione degli animali e delle piante
- gli ecosistemi e le aree protette
- la politica di gestione dei rifiuti
- gli organismi geneticamente modificati
- la gestione delle risorse energetiche (con particolare interesse alle fonti alternative di energia e alle rinnovabili)
- altri ideali di sviluppo (sviluppo sostenibile o decrescita)
- i mutamenti climatici
- la pace
Storia
Sulla spinta degli effetti inquinanti dello sviluppo industriale nacquero negli anni sessanta i primi dibattiti politici. Nel 1962
Rachel Carson pubblicò il libro Silent Spring (Primavera silenziosa) che criticava l'uso indiscriminato che si faceva allora
dei pesticidi, destò notevoli polemiche e interesse fra la gente comune, e stimolò il nascere di una legislazione - fino ad
allora assente - orientata alla tutela dell'ambiente.
La coscienza ambientalista ricevette una spinta propulsiva dopo la pubblicazione, nel 1972, del Rapporto sui limiti dello
sviluppo a cura del Club di Roma che prediceva pessime conseguenze sull'ecosistema terrestre e sulla stessa
sopravvivenza della specie umana a causa della crescita della popolazione mondiale e dello sfruttamento di risorse
correlato.
Diverso è stato il rapporto dei movimenti ambientalisti con la politica istituzionale. Non è stato significativo per la prima
associazione ambientalista italiana, Pro Natura, sorta nel 1948 su iniziativa di alcuni naturalisti. Successive associazioni
hanno cercato di assumere un approccio di pressione in qualche modo lobbistica, come il WWF, altre fin dall'inizio hanno
propugnato, come Legambiente, la necessità di incidere sulla grande politica. Alcuni militanti ambientalisti sono stati eletti
in Parlamento.
Gli sforzi dei movimenti ambientalisti hanno portato a grandi risultati nelle politiche ambientali, come la creazione
dell'Ufficio Europeo dell'Ambiente, lo sviluppo e l'applicazione di norme sulla protezione ambientale, lo sviluppo di aree
protette, o l'introduzione di sistemi di tassazione dei rifiuti o emissioni basato sulla quantità effettivamente prodotta (ad
esempio la carbon tax). Da ricordare, inoltre, che con le pressioni degli ambientalisti e del mondo scientifico sono stati
adottati a livello mondiale due importanti protocolli: quello di Montreal per la protezione dello strato di Ozono e quello di
Kyoto per combattere il riscaldamento globale.
L'ambientalismo oggi
Ormai molti governi del mondo occidentale ammettono l'importanza dei temi ambientali, l'utilità di strategie economiche
sostenibili e rispettose dell'ambiente.
Tuttavia i problemi che la nostra epoca ci pone (il riscaldamento globale, lo sviluppo demografico, la carenza di risorse
energetiche, l'instabilità e l'incertezza socio-economica, lo sviluppo incontrollato di Cina e India) sono molto complessi e
controversi.
Gli ambientalisti dovranno consolidare le proprie forze allo scopo di continuare nel lavoro di pressione politica all'interno
dei parlamenti e nella società. Sarà necessario anche confrontarsi e trovare la collaborazione delle frange più estreme del
movimento ecologista e del "popolo di Seattle".
Dovranno anche confrontarsi con le numerose perplessità sulla consistenza intellettuale e scientifica di alcuni risvolti del
movimento ambientalista: infatti - se è vero che i principi di difesa dell'ambiente sono oggi in gran parte ritenuti validi alcune soluzioni proposte da una parte degli ambientalisti sono, secondo alcuni, di dubbia razionalità ed utilità.
Contributi utili alla discussione sulla valenza della difesa dall'ambiente stanno giungendo anche da settori della società
che fino a poco tempo fa non consideravano questo aspetto, come i grandi fondi d'assicurazione statunitensi, la Banca
Mondiale, l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) e recentemente anche il Governo Inglese, che ha prodotto il rapporto
Stern nel quale si sostiene la necessità di spendere ingenti quote di PIL per evitare dissesti finanziari dovuti alle
emergenze ambientali
Lo sviluppo sostenibile
da Wikipedia, consultata il 17 febbraio 2009
Nel 1994, l'ICLEI (International Council for Local Environmental Initiatives) ha definito lo sviluppo sostenibile come lo
sviluppo che fornisce elementi ecologici, sociali ed opportunità economiche a tutti gli abitanti di una comunità,
senza creare una minaccia alla vitalità del sistema naturale e urbano. Ciò significa che le tre dimensioni economiche,
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sociali ed ambientali sono strettamente correlate, ed ogni intervento di programmazione deve tenere conto delle
reciproche interrelazioni.
Nel 2001, l'UNESCO ha ampliato il concetto di sviluppo sostenibile indicando che "la diversità culturale è necessaria per
l'umanità quanto la biodiversità per la natura (...) la diversità culturale è una delle radici dello sviluppo inteso non solo
come crescita economica, ma anche come un mezzo per condurre una esistenza più soddisfacente sul piano intellettuale,
emozionale, morale e spirituale". (Art 1 e 3, Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale, UNESCO, 2001).
Per favorire lo sviluppo sostenibile sono in atto molteplici attività ricollegabili sia alle politiche ambientali dei singoli stati e
delle organizzazioni sovranazionali sia a specifiche attività collegate ai vari settori dell'ambiente naturale. In particolare, il
nuovo concetto di sviluppo sostenibile proposto dall'UNESCO ha contribuito a generare approcci multidisciplinari sia nelle
iniziative politiche che nella ricerca. Un esempio molto recente è la rete di eccellenza Sviluppo sostenibile in un mondo
diverso SUS.DIV, finanziata dall'Unione Europea e coordinata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei.
Critiche
Il concetto di Sviluppo sostenibile è aspramente criticato da Serge Latouche, Maurizio Pallante e dai movimenti facenti
capo alla teoria della Decrescita. Essi ritengono impossibile pensare uno sviluppo economico basato sui continui
incrementi di produzione di merci che sia anche in sintonia con la preservazione dell'ambiente. In particolare,
ammoniscono i comportamenti delle società occidentali che, seguendo l'ottica dello sviluppo sostenibile, si trovano ora di
fronte al paradossale problema di dover consumare più del necessario pur di non scalfire la crescita dell'economia di
mercato, con conseguenti numerosi problemi ambientali: sovrasfruttamento delle risorse naturali, aumento dei rifiuti,
mercificazione dei beni. Il tutto, a loro modo di vedere, non è quindi compatibile con la sostenibilità ambientale: ritengono
lo sviluppo sostenibile una teoria superata, in ogni caso non più applicabile alle moderne economie mondiali.
Il protocollo di Kyoto]
È stato creato e ratificato nel 1997 un accordo internazionale noto come protocollo di Kyoto, con il quale 169 nazioni del
mondo si sono impegnate a ridurre le emissioni di gas serra per rimediare ai cambiamenti climatici in atto. Grandi assenti
furono gli Stati Uniti, i primi produttori di gas serra nel mondo. Per raggiungere questi obiettivi ora si lavora su due vie:
- il risparmio energetico attraverso l'ottimizzazione sia nella fase di produzione che negli usi finali (impianti, edifici e sistemi
ad alta efficienza, nonché educazione al consumo consapevole),
- lo sviluppo delle fonti alternative di energia invece del consumo massiccio di combustibili fossili.
ISO 26000: Responsabilità sociale e sviluppo sostenibile
E' ormai prossima (novembre 2009) la pubblicazione della norma ISO 26000 "Guida sulla responsabilità sociale" che
intende fornire una guida mirata a responsabilizzare tutti i tipi di organizzazioni sull'impatto delle loro attività sulla società e
sull'ambiente, affinché tali attività siano condotte in una modalità che, in accordo con le leggi applicabili, sia basata su un
comportamento etico e sia consistente con gli interessi della società e di uno sviluppo sostenibile.
ISO 9004: Qualità verso la sostenibilità
L'evoluzione dei modelli organizzativi stanno recependo con forte attenzione il tema dello sviluppo sostenibile.
La nuova revisione della norma ISO 9004, da decenni di riferimento internazionale per i Sistemi di gestione per la qualità
in ambito aziendale e non, da "Linea guida per il miglioramento delle prestazioni" (nella revisione 2000) sarà intitolata
"Managing for sustainability" (nella revisione prevista per gennaio 2009) proprio con l'intenzione di fornire alle
organizzazioni una linea guida per conseguire un successo sostenibile.
Nella stessa norma vien proposta la definizione di "sostenibile" come "capacità di un'organizzazione o di un'attività di
mantenere e sviluppare le proprie prestazioni nel lungo periodo" attraverso un bilanciamento degli interessi economicofinanziari con quelli ambientali.
Manutenzione: una speranza per il futuro del mondo
La manutenzione può rappresentare una speranza per il futuro del mondo, stimolando i cittadini a conservare, a ridurre lo
spreco, ad agire in sicurezza, a condurre un’esistenza sostenibile che renda vivibili le nostre città ed efficienti quanto
virtuose le nostre fabbriche, nel rispetto dell’ambiente e della vita umana.
Nel rapporto di Donella Meadows per il Club di Roma ("I Limiti dello sviluppo"), circa quaranta anni fa, si osservò che “la
cultura del mantenimento è l’unica alternativa allo sviluppo incontrollato delle attività produttive che porterà al disastro
l’umanità”.
Lo sviluppo sostenibile secondo la legge italiana
Il Concetto di sviluppo sostenibile in Italia, alla luce del Dlgs n. 152 del 03/04/2006 con le modifiche apportate dal Dlgs n.
4 del 16/01/2008, è così definito:
Art. 3-quater (Principio dello sviluppo sostenibile)
1. Ogni attività umana giuridicamente rilevante ai sensi del presente codice deve conformarsi al principio dello sviluppo
economicamente sostenibile, al fine di garantire all'uomo che il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali non
possa compromettere la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future.
2. Anche l'attività della pubblica amministrazione deve essere finalizzata a consentire la migliore attuazione possibile del
principio dello sviluppo sostenibile, per cui nell'ambito della scelta comparativa di interessi pubblici e privati connotata da
discrezionalità gli interessi alla tutela dell'ambiente e del patrimonio culturale devono essere oggetto di prioritaria
considerazione.
3. Data la complessità delle relazioni e delle interferenze tra natura e attività umane, il principio dello sviluppo sostenibile
deve consentire di individuare un equilibrato rapporto, nell'ambito delle risorse ereditate, tra quelle da risparmiare e quelle
da trasmettere, affinché nell'ambito delle dinamiche della produzione e del consumo si inserisca altresì il principio di
solidarietà per salvaguardare e per migliorare la qualità dell'ambiente anche futuro.
4. La risoluzione delle questioni che involgono aspetti ambientali deve essere cercata e trovata nella prospettiva di
garanzia dello sviluppo sostenibile, in modo da salvaguardare il corretto funzionamento e l'evoluzione degli ecosistemi
naturali dalle modificazioni negative che possono essere prodotte dalle attività umane.
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La decrescita felice
di Maurizio Pallante
Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le
scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario in via preliminare fare chiarezza su cosa è la crescita
economica. Generalmente si crede che lo crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che
un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l'indicatore che
si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo (PIL), si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore
monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non
sono equivalenti. Non tutti i beni sono merci e non tutte le merci sono beni.
La frutta e lo verdura coltivate in un orto familiare per autoconsumo sono beni qualitativamente molto migliori della frutta e
della verdura acquistate al supermercato. Ma non passano attraverso una intermediazione mercantile, per cui non sono
merci. Soddisfano il bisogno di nutrirsi in modi più sani e più gustosi dei loro equivalenti prodotti per essere
commercializzati, non sono stati prodotti con veleni e prodotti di sintesi chimica, non hanno impoverito l'humus, non hanno
contribuito a inquinare le acque, ma fanno diminuire il prodotto interno lordo perché chi autoproduce lo propria frutta e
verdura non ha bisogno di andarla a comprare. In una società fondata sulla crescita, dove a ogni piè sospinto tutti lo
invocano come il fine delle attività economiche e produttive, il suo comportamento è asociale.
Percorrendo un tragitto in automobile si consuma una certa quantità della merce carburante. Quindi si contribuisce alla
crescita del prodotto interno lordo. Se per percorrere lo stesso tragitto si trovano intasamenti e si sta in coda, il consumo
della merce carburante cresce; di conseguenza, il prodotto interno lordo cresce di più. Ma occorre più tempo per arrivare
dove si vuole arrivare, aumentano i disagi e lo fatica del viaggio, aumentano le emissioni di anidride carbonica e di
inquinanti in atmosfera, i costi individuali e collettivi, ambientali e sociali. La maggior quantità della merce benzina
consumata negli intasamenti automobilistici non è un bene. Eppure ogni volta che si sta fermi in coda a respirare gas di
scarico si contribuisce ad accrescere il benessere collettivo e, di conseguenza, il proprio. Si agisce in modo socialmente
virtuoso. Se poi, in conseguenza della maggiore stanchezza e dei maggiori rischi derivanti dagli intasamenti si verificano
incidenti, la riparazione o la sostituzione delle automobili incidentate e i ricoveri ospedalieri fanno crescere ulteriormente il
prodotto interno lordo, ma difficilmente si troverebbe un economista coerente al punto di considerare beni i maggiori
consumi di merci che ne derivano.
Se i beni si identificano con le merci, lo crescita della produzione di merci comporta per definizione un aumento della
disponibilità di beni e, quindi, un aumento del benessere. Il passaggio preliminare da compiere per costruire il paradigma
culturale della decrescita è ripristinare questa distinzione. Altrimenti lo decrescita si identifica con la rinuncia, con una
riduzione del benessere, con un ritorno al passato. Mentre invece è scelta, miglioramento della qualità della vita,
proiezione nel futuro. Chi, se non un asceta, potrebbe desiderare una riduzione del proprio benessere? Riuscirebbe mai la
rinuncia diventare un valore condiviso a livello di massa? Se si continua impropriamente a pensare che le merci si
identifichino con i beni e che la decrescita consista in una diminuzione dei consumi senza capire che si realizza
smettendo di acquistare merci che non sono beni e incrementando l'autoproduzione di beni in sostituzione di merci che
non lo sono, che quel meno si può ottenere attraverso un più che è anche un meglio, il paradigma culturale della crescita
non solo continua ad avere una desiderabilità fondata su un bluff e ad alimentare luoghi comuni del tipo «indietro non si
torna», ma riaffiora inconsapevolmente anche in alcune categorie concettuali che si utilizzano per criticarlo. Per esempio,
nei concetti di povertà e ricchezza.
Il paradigma della crescita è intrinseco alla produzione di merci, mentre è estraneo alla produzione di beni.
Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto interno lordo ha bisogno di sostituire progressivamente i beni
(che non lo fanno crescere) con le merci (che lo fanno crescere), inducendo a credere che queste sostituzioni
costituiscano miglioramenti della qualità della vita e condannando alla damnatio nominis chi non le effettua. Chi produce
beni non ricava denaro dalla sua attività e non può comprare merci, mentre chi smette di produrre beni per produrre merci
riceve in cambio un compenso monetario con cui può acquistare merci in sostituzione dei beni che non produce più. Se si
è convinti che il denaro sia la misura della ricchezza, questo passaggio diventa desiderabile e si identifica con il
progresso, anche se in realtà comporta peggioramenti nelle condizioni di vita.
Le attività che producono beni non sono nemmeno considerate lavorative e non vengono conteggiate nelle statistiche del
lavoro. Sono considerate lavorative soltanto le attività svolte in cambio di denaro. Il concetto di lavoro è stato ridotto al
concetto di occupazione ed è stato contestualmente svincolato dal concetto di utilità. Chi produce merci totalmente inutili
(per esempio i pupazzi vestiti da Babbo Natale che un numero crescente di poveri di spirito appende alle ringhiere dei
balconi da novembre a gennaio) rientra nella categoria degli occupati, dal momento che in cambio della sua attività riceve
un reddito monetario con cui può comprare merci e nella duplice veste di produttore e consumatore fa crescere il prodotto
interno lordo. Invece le casalinghe, o i superstiti produttori agricoli che dedicano la maggior parte del loro tempo
all'autoproduzione di beni limitandosi a scambiare con denaro soltanto le eccedenze, non rientrano nella categoria degli
occupati perché non ricavano un reddito monetario dal loro lavoro e non contribuiscono alla crescita del prodotto interno
lordo. Pertanto, anche se svolgono attività straordinariamente utili, non sono considerati lavoratori.
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Un vasetto di yogurt comprato, prima di raggiungere la mensa del consumatore percorre qualche migliaio di chilometri,
quindi contribuisce alla crescita dei consumi di fonti fossili e dell'effetto serra; produce tre tipologie di rifiuto: carta, plastica
e alluminio; ha bisogno di sostanze conservanti che spesso uccidono i fermenti lattici riducendo il suo valore nutrizionale;
incorpora nel prezzo di vendita oltre i costi di trasporto e confezionamento, i costi di produzione industriale, di
intermediazione commerciale e pubblicitari. Uno yogurt autoprodotto non deve essere trasportato, non produce rifiuti, è
ricchissimo di fermenti lattici vivi e, non richiedendo nessun costo oltre quello del latte, ha un prezzo inferiore di due terzi.
Contribuisce alla decrescita del prodotto interno lordo, ma è qualitativamente migliore, migliora la qualità ambientale
riducendo le emissioni climalteranti e i rifiuti, richiede meno denaro per soddisfare lo stesso fabbisogno alimentare e, di
conseguenza, permette di lavorare meno e di avere più tempo per sé. La decrescita indotta dall'autoproduzione dei beni è
fattore di felicità. La parola decrescita è stata persino bandita dal vocabolario. Al suo posto si usa la locuzione crescita
negativa, che sarebbe come definire gioventù negativa l'età di un centenario. Chi si pone l'obiettivo della decrescita non
ha pregiudizi antiscientifici o antitecnologici, come insinuano i paladini della crescita. La decrescita non richiede meno
tecnologia della crescita, ma uno sviluppo tecnologico diversamente orientato. Per costruire un edificio che non ha
bisogno dell'impianto di riscaldamento per mantenere una temperatura interna di 20 gradi con una temperatura esterna di
20 gradi sotto zero ci vuole più tecnologia di quella che occorre a costruire una casa che consumi 20 litri di gasolio al
metro quadrato all'anno, come fanno in media gli edifici costruiti nel dopoguerra in Italia. Ma un edificio che ha bisogno
una minore quantità di energia contribuisce a ridurre il prodotto interno lordo.
La crescita ha bisogno di esseri umani incapaci di tutto. Solo chi non sa fare nulla deve comprare tutto ciò di cui ha
bisogno per vivere. Chi non sa fare nulla è assolutamente dipendente dalle merci. Il paradigma culturale della crescita
implica l’impoverimento culturale degli esseri umani. Il paradigma culturale della decrescita, riducendo l'incidenza delle
merci nella soddisfazione dei bisogni esistenziali e potenziando l'autoproduzione di beni, richiede lo sviluppo e la
diffusione di un sapere finalizzato al saper fare che rende più autonomi e liberi. Il paradigma culturale della crescita
comporta il disprezzo del lavoro manuale e lo relega ad attività di rango inferiore. Il paradigma culturale della decrescita
comporta una rivalutazione del lavoro manuale e artigianale, superamento del lavoro parcellizzato, una ricomposizione
unitaria del sapere contro la super-specializzazione che fa perdere la visione d'insieme di ciò che si fa, la riunificazione del
sapere come si fanno le cose (cultura scientifica) con la ricerca del senso per cui si fanno (cultura umanistica). Le città
sono luoghi in cui l'autoproduzione di beni e la prestazione non mercificata di servizi alla persona trovano difficoltà
difficilmente sormontabili. In città si deve comprare tutto ciò che serve per vivere, per cui tutte le attività lavorative sono
esclusivamente finalizzate a ricavar denaro. Chi vive in città non può fare altro che produrre merci per poter comprare
merci. Le città sono luoghi di mercificazione totale. La copertura di superfici crescenti con materiali inorganici impedisce
l'autoproduzione di cibo. Interminabili file di autotreni carichi di derrate alimentari le raggiungono ogni mattina. Flotte di
aerei cargo le riforniscono di cibi provenienti dall'altra parte del mondo. Miriadi di furgoni carichi di ogni tipo di merci,
miriadi di automobili, per lo più con una sola persona a bordo che va a produrre o acquistare merci, le attraversano a tutte
le ore del giorno e della notte. La predominanza assoluta di rapporti commerciali e competitivi cancella ogni forma di
solidarietà e collaborazione tra chi vi abita. I rapporti sociali si fondano sull'interesse e sulla reciproca diffidenza. che
caratterizzano le relazioni tra chi vende e chi compra. Confusi nella folla gli individui sono soli. Le famiglie che abitano
nello stesso palazzo si salutano appena e spesso non si conoscono. Negli appartamenti condominiali sono limitate le
possibilità di effettuare la conservazione dei prodotti agricoli e le trasformazioni che molti di essi richiedono per diventare
alimenti, eccettuata la preparazione dei pasti. Le unità abitative a misura di famiglie mononucleari non consentono
nemmeno di fornire quei servizi alla persona che venivano svolti sotto forma di dono nelle famiglie allargate, specialmente
nei confronti delle fasce d'età più bisognose d'assistenza: i bambini e gli anziani. Oltre al cibo, agli oggetti e ai servizi,
nelle città occorre comprare anche l'otium, che assume quasi esclusivamente le forme degli svaghi e dei divertimenti
massificati. I modi per compensare i disagi sempre più gravi causati dalla loro incessante espansione sono sempre più
cari. Gli spostamenti al loro interno tanto più costosi quanto più diventano faticosi e lenti. I mezzi di trasporto che si
incollano nelle loro strade le avvolgono in una fitta cappa di gas di scarico e le opprimono con un ininterrotto rumore di
fondo. Eppure non c'è piano regolatore che non preveda per definizione ulteriori espansioni. Nell'anno 2006 i residenti
nelle aree urbane hanno superato la metà della popolazione mondiale e continuano a crescere. Le più grandi di esse
superano i 20 milioni di abitanti e si avviano verso i 30. Ma se questa crescita si arrestasse, non crescerebbe più il
numero di coloro che devono comprare sotto forma di merci tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere e si ridurrebbe lo
crescita del prodotto interno lordo. Le città sono escrescenze tumorali che devastano il corpo di Gaia, incrostandolo di
materiali inorganici e di rifiuti. Solo la decrescita può r[portare alla fisiologia questa patologia. La rivalutazione
dell’autoproduzione e degli scambi non mercantili, della solidarietà e della dimensione comunitaria, implica un ampio
processo di deurbanizzazione.
La crescita economica procede con una forza intrinseca, sfuggita al controllo degli apprendisti stregoni che l'hanno messa
in moto e la venerano come dispensatrice di benessere e felicità. Se si costruiscono sempre maggiori quantità di sempre
più potenti macchine movimento terra, occorre venderle. Se si acquistano occorre metterle in funzione. Se si mettono in
funzione devastano porzioni di territorio sempre più vaste. Se si producono sempre maggiori quantità di cemento occorre
venderle. Se si acquistano si utilizzano per coprire di materiale inorganico superfici sempre più vaste. Se si costruiscono
macchinari industriali sempre più potenti occorre venderli. Se si acquistano occorre metterli in funzione. Se si mettono in
funzione, consumano quantità sempre maggiori di energia e di materie prime per produrre in tempi sempre più brevi
quantità sempre maggiori di merci che in tempi sempre più brevi diventano rifiuti. Ma se tutto ciò che si produce non si
vendesse, occorrerebbe ridurre la produzione. Di conseguenza diminuirebbero i profitti e occorrerebbe licenziare i
lavoratori salariati in esubero. Se diminuissero i profitti e i salari, diminuirebbe lo capacità complessiva di comprare, la
domanda di merci si ridurrebbe, occorrerebbe produrre ancora meno, si ridurrebbero ulteriormente i profitti e i salari. Si
avviterebbe una spirale recessiva con effetti devastanti. La società fondata sulla produzione di merci non può non
crescere. Ma la crescita economica si scontra ormai con i limiti fisici del pianeta, con la sua disponibilità di risorse e lo sua
capacità di metabolizzare i rifiuti. La crescita sarà fermata da Gaia. Se ne vedono già segnali inquietanti. Non restano che
la rassegnazione o la rimozione del problema? No. Ognuno può togliere il proprio consenso alla crescita, adottando
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comportamenti quotidiani improntati alla decrescita. Se non c'è nessuna forza in grado di fermare questo treno lanciato a
folle velocità verso il precipizio, un numero sufficientemente alto di individui responsabili può smontare per tempo, bullone
dopo bullone, il tratto dei binari che ancora gli rimane davanti .
Per arrestare la crescita e trasformarla in decrescita basta ridurre la domanda di merci. Poiché nessuno può obbligare
qualcuno a comprare qualcosa, i consumatori hanno nelle loro mani un'arma molto potente, soprattutto in considerazione
del fatto che nei paesi industrializzati la crescita dei consumi è ormai sostenuta dall'inutile. Per superare questa difficoltà
oggettiva, i costi sostenuti dai produttori per convincere i consumatori a comprare le loro merci sono una quota sempre più
rilevante dei costi di produzione totali. E quando il canto delle sirene pubblicitarie non basta a far perdere la testa per cose
di cui non si ha bisogno, o non servono a niente, si inoculano nel tessuto sociale dosi massicce di idiozia rivestendo di
una presunta valenza etica l'atto dell'acquistare, indipendentemente da ciò che si acquista. «Per far crescere l'economia e
ridurre lo disoccupazione bisogna rilanciare consumi», sentenziano gli economisti. Buy something, traducono i pubblicitari.
Comprate qualcosa. Non importa cosa. All'attuale livello di crescita non si lavora più per produrre qualcosa che serva, ma
si deve comprare qualcosa che non serve per poter continuare a produrre.
La sobrietà non è solo uno stile di vita, ma anche una guida per orientare lo ricerca scientifica e le innovazioni
tecnologiche a ottenere di più con meno. È la capacità di saper distinguere il più dal meglio, la quantità dalla qualità.
La sobrietà però non basta. È condizione necessaria, ma non sufficiente per la decrescita. Consente di ridurre il consumo
di merci, ma se non si affianca all'autoproduzione e allo scambio non mercantile di beni non libera dalla necessità di
acquistare sotto forma di merci tutto ciò che serve per vivere. Se ci si limita a comprare meno merci, si contribuisce
soltanto a ridurre, o anche a invertire, lo crescita del prodotto interno lordo, ma non a modificare il suo ruolo di parametro
del benessere. Si cambia solo il valore delle tacche lungo lo stesso asse graduato, ma non si ridisegna l'asse.
L'autoproduzione e gli scambi non mercantili di beni non solo possono contribuire in maniera determinante alla decrescita,
ma liberano radicalmente dall'onnimercificazione l'immaginario collettivo, lo conoscenza, i rapporti sociali, i criteri di
interpretazione della realtà. Non si limitano a rallentare la velocità con cui la crescita sta portando la specie umana verso
un precipizio senza ritorno, ma guidano in un'altra direzione il suo cammino.
L'autoproduzione e gli scambi non mercantili di beni riscoprono e valorizzano elementi del passato che, pur contenendo
potenzialità di futuro non ancora utilizzate, sono stati abbandonati in nome della modernità e del progresso. Dal versante
del passato ripropongono, per esempio, il sapere e il saper fare elaborati nell'unica attività umana davvero indispensabile:
la produzione, la trasformazione e la conservazione degli alimenti. Un patrimonio che è necessario riscoprire e valorizzare
dopo gli anni dell'oblio in cui è stato condannato dal paradigma della crescita. Ma consentono anche di implementarlo
orientando gli sviluppi scientifici e le innovazioni tecnologiche alla sempre più piena realizzazione del concetto espresso
con la parola agricoltura, che deriva dalle parole latine ager «terreno coltivato», e cultura, derivante a sua volta dal verbo
colere «aver cura, onorare, rispettare, abbellire», la stessa radice della parola cultus, la venerazione che si deve alla
divinità. Nel versante del futuro, l'autoproduzione e lo scambio non mercantile di beni caratterizzano le tecnologie che
hanno le maggiori potenzialità di ridurre l'impatto ambientale e il consumo di risorse dei processi di produzione:
l'informatica e l'energia. Gli sviluppi del software libero, che ha ormai superato tecnologicamente i sistemi operativi
mercantili, sono stati ottenuti mettendo in rete gratuitamente sotto forma di doni reciproci le successive implementazioni
elaborate da una comunità virtuale liberamente costituitasi. Le energie rinnovabili per raggiungere i massimi livelli di
efficienza e ridurre al minimo i loro specifici impatti ambientali, dovranno svilupparsi in impianti di piccola taglia finalizzati
all'autoconsumo, collegati in una rete di piccole reti locali dove si possa realizzare lo scambio reciproco delle eccedenze.
La stessa metodologia dell'agricoltura di sussistenza, dove in ogni podere si produce un po' di tutto e si vende il surplus,
ma anche la stessa struttura della rete informatica.
La decrescita è elogio dell'ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c'è progresso
senza conservazione; indifferenza alle mode e all'effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col
meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non
chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell'acquistare non è il consumo ma l'uso; distinguere la qualità dalla
quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di
competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione.
La decrescita è lo possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi gli uomini dal ruolo di strumenti della crescita
economica e ri-collochi l'economia nel suo ruolo di gestione della casa comune di tutte le specie viventi in modo che tutti i
suoi inquilini possano viverci al meglio.
(articolo tratto da una rivista)
Vedi anche: Movimento per la Decrescita Felice - www.decrescitafelice.it
Una nuova etica nelle relazioni economiche
di Davide Guidi
Ci sono periodi, nel procedere della storia, in cui le crisi cicliche non sono più sufficienti a riequilibrare il sistema che le
genera: è allora che le certezze vengono meno, i paradigmi consolidati sembrano non più attuali, la paura del futuro
rischia di prevalere. In questi periodi, che possono durare anche a lungo, con più facilità eventi che in condizioni di
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equilibrio il sistema riesce ad riassorbire, sono in grado di innescare il passaggio ad un nuovo modello culturale, sociale
ed economico.
Ora, così ci pare, stiamo attraversando questo passaggio fra due sistemi. La crisi economica che si sta concretizzando nei
paesi privilegiati del nord del mondo, neoliberisti e capitalisti, non ha colto di sorpresa quanti da anni, ai margini delle
teorie economiche prevalenti, denunciano la non sostenibilità dell'attuale modello.
Che è basato su alcune evidenti incongruenze: a partire dalla ferma convinzione che sia possibile inseguire una crescita
infinita in un mondo le cui risorse sono finite. O anche che solo l'incremento del PIL garantisca benessere, quando invece
esso si limita semplicemente a registrare gli scambi monetari che avvengono in uno stato, senza tener conto dei fattori
che realmente contribuiscono alla qualità della vita ma non producono circolazione di moneta (come il volontariato,
l'amore, l'amicizia, il dono, lo scambio mutualistico, i rapporti di prossimità).
Ed ancora, come non voler cogliere che i così sostenuti processi di delocalizzazione degli impianti produttivi finalizzati ad
utilizzare la manodopera a basso costo dei paesi impoveriti del sud del mondo, non abbiano comportato anche la
progressiva crisi del lavoro nel mondo occidentale ed il conseguente impoverimento dei lavoratori e quindi dei cittadini? A
cui si è tentato di rispondere con la strategia del credito al consumo, ovvero spingendo ad acquistare con soldi inesistenti,
salvo poi assistere alla scoppio di tale contraddizione di cui i mutui subprime sono la manifestazione per ora più evidente.
Ma anche diffondendo l'invenzione della creazione di denaro dal denaro, grazie alla nascita di decine di strumenti
finanziari alcuni dei quali basati su meccanismi tanto complessi da risultare perfino incomprensibili, nella loro portata, agli
stessi operatori economici, alla classe politica ed ai cittadini. E comunque assai lontani dall'economia reale.
Il tutto, sostenuto da ciniche strategie volte a garantire condizioni di privilegio ad una parte minoritaria degli abitanti del
pianeta - il 20% della popolazione occidentale, che consuma l'80% delle risorse globali - grazie allo sfruttamento
ambientale, economico ed umano dei paesi del sud del mondo, da anni impoveriti da politiche di rapina delle materia
prime di cui sono ricchissimi, di devastazione ambientale, di utilizzo come forza lavoro di uomini e donne privati dei più
elementari diritti.
In questo tempo di passaggio, un'evidenza pare emergere: lo scenario globale non sarà più come prima. Con quale
credibilità, infatti, i teorizzatori del liberismo senza regole potranno ancora sostenere le loro dottrine, quando in tempi di
crisi si trasformano in abili promotori della socializzazione delle perdite e convinti assertori dell'intervento pubblico dei
governi finalizzato a salvare il salvabile? E così, nei paesi del capitalismo avanzato, la prima risposta alla crisi in atto è
stato il salvataggio pubblico delle banche ed in certi casi perfino una loro acquisizione di fatto da parte dello stato. A
garanzia dei cittadini, si è detto. D'altra parte, sarà probabilmente più difficile anche per gli stessi decisori politici proporre
con sfrontatezza le politiche alla base di questa crisi globale, ovvero privatizzazione dei servizi pubblici, liberismo tout
court, competizione globale.
Le Reti di economia solidale, attive grazie a tanti soggetti economici, associativi e pubblici sia nei paesi del nord che del
sud del mondo, nascono per porre al centro di una rinnovata azione politica processi di etica economica, che comportano
anche la ricostruzione di un tessuto civico, culturale e sociale basato sul bene comune e sull'interazione costruttiva fra
individui e soggetti plurimi.
Alla base del loro agire l'attenzione ad ogni uomo e donna in quanto prima di tutto persone (anche nei processi
economici), all'ambiente, alle relazioni, alla cooperazione; la valorizzazione delle economie locali e dei soggetti che vi
operano con consapevolezza e coerenza, senza prescindere dall'interazione con un progetto di mondializzazione più
ampio che sia esso stesso occasione di cooperazione; il sostegno prioritario a soggetti economici ed imprese impegnati
nella creazione di posti di lavoro in grado realmente di contribuire a rafforzare la sostenibilità ambientale ed i processi di
inclusione sociale come responsabilità di impresa; il consolidamento di un'azione finanziaria che sia trasparente,
semplice, immune da speculazione, estremamente chiara nell'evidenziare i principi in base al quale erogare crediti; la
costituzione di Distretti di economia solidale, in cui nascano alleanze, patti e politiche economiche concordate fra
produttori, consumatori e finanziatori, nello spirito delle filiere corte, della conoscenza diretta e della reciproca fiducia fra
tutti gli attori coinvolti in un processo economico.
E che tutto ciò sia possibile, lo dimostrano le svariate esperienze di economia solidale attive da tempo: come Banca Etica
- per limitarci ad alcune realtà del settore finanziario - con al centro del proprio operare una scala di valori che rispetta la
sostenibilità economica piuttosto che la creazione di valore per gli azionisti, l'ascolto del territorio e delle persone che
produce servizi bancari adeguati alle reali esigenze dei cittadini, la possibilità per i risparmiatore di determinare con
trasparenza l'utilizzo del denaro depositato. O ancora la Banca JAK, con sede a Stoccolma, che propone un sistema di
raccolta del risparmio e concessione dei prestiti non basato sugli interessi bensì sull'adesione dei propri soci che si
prestano denaro tra loro, bypassando il sistema bancario tradizionale.
Questo, in sintesi, il contributo iniziale che le Reti di economia solidale possono portare per avviare e rafforzare i processi
di elaborazione del rinnovato sistema che si profila all'orizzonte. Naturalmente non da sole, ma in collaborazione con le
istituzioni ed i soggetti economici, sociali e culturali interessati non a subire e rincorrere processi ormai obsoleti, ma ad
immaginarne di nuovi, costruirli, governarli.
L’impronta ecologica
da Wikipedia, consultata il 28 febbraio 2009 e Gruppo Nat. Brianza
L'impronta ecologica è un indice statistico utilizzato per misurare la richiesta umana nei confronti della natura. Essa mette
in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle.
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In parole povere, essa misura l'area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse
consumate da una popolazione umana e per assorbire i rifiuti corrispondenti. Utilizzando l'impronta ecologica, è possibile
stimare quanti pianeta Terra servirebbero per sostenere l'umanità, qualora tutti vivessero secondo un determinato stile di
vita.
Confrontando l'impronta di un individuo (o regione, o stato) con la quantità di terra disponibile pro-capite (cioè il rapporto
tra superficie totale e popolazione mondiale) si può capire se il livello di consumi del campione è sostenibile o meno.
L'intera superficie delle terre emerse è composta all'incirca da:
- foreste ed aree boschive (34%)
- pascoli permanenti (23%)
- terra arabile (10%)
- terra costruita (2%)
- altri suoli: ghiacciai, rocce, deserti, ecc. (32%).
Per calcolare l'impronta relativa ad un insieme di consumi si mette in relazione la quantità di ogni bene consumato (es.
grano, riso, mais, cereali, carni, frutta, verdura, radici e tuberi, legumi, ecc.) con una costante di rendimento espressa in
kg/ha (chilogrammi per ettaro). Il risultato è una superficie.
Per calcolare l'impatto dei consumi di energia, questa viene convertita in tonnellate equivalenti di anidride carbonica, ed il
calcolo viene effettuato considerando la quantità di terra forestata necessaria per assorbire le suddette tonnellate di CO2.
Sebbene l'approccio sia ampiamente utilizzato, esso è anche al centro di critiche.
Breve storia
Il concetto di impronta ecologica è stato introdotto nel 1996 da Mathis Wackernagel e William Rees. A partire dal 1999 il
WWF aggiorna periodicamente il calcolo dell'impronta ecologica nel suo Living Planet Report.
Nel 2003 Mathis Wackernagel e altri hanno fondato il Global Footprint Network, che si propone di migliorare la misura
dell'impronta ecologica e di conferirle un'importanza analoga a quella del prodotto interno lordo. Il Global Footprint
Network collabora attualmente con 22 paesi -- tra cui Australia, Brasile, Canada, Cina, Finlandia, Francia, Germania,
Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Sud Africa, Svizzera -- e con agenzie governative, autorità locali, università, istituti di
ricerca, società di consulenza, associazioni. In Italia collaborano con il Global Footprint Network il Dipartimento di Scienze
e Tecnologie Chimiche e dei Biosistemi dell'Università di Siena, l'Istituto Ricerche Economico Sociali della Regione
Piemonte, la società di ricerca e consulenza Ambiente Italia Srl, la Rete Lilliput.
Risultati
Da alcuni studi effettuati su scala mondiale e su alcuni paesi emerge che l'impronta mondiale è maggiore della capacità
bioproduttiva mondiale. Secondo Mathis Wackernagel, nel 1961 l'umanità usava il 70% della capacità globale della
biosfera, ma nel 1999 era arrivata al 120%.
Ciò significa che stiamo consumando più risorse rinnovabili di quanto potremmo, cioè che stiamo intaccando il capitale
naturale e che nel futuro potremo disporre di meno materie prime per i nostri consumi.
La biocapacità media mondiale che è di 1,78 ettari pro capite (i dati sono tratti dall'edizione 2006 del Living Planet Report
del WWF).
Limiti
L'impronta ecologica ha parecchi limiti, riconosciuti dagli stessi autori. In primo luogo riduce tutti i valori ad un sola unità di
misura, la terra. Ciò distorce la rappresentazione di problemi complessi e multidimensionali.
Relativamente all'energia, vi sono problemi di stima del rendimento; non si fa riferimento all'approvvigionamento da fonti
non rinnovabili; non sono considerate altre emissioni oltre a quella di CO2; nel caso dell'energia nucleare le scorie
radioattive sono semplicemente ignorate.
Poiché i consumi sono riferiti alle sole risorse rinnovabili, non viene misurata la dipendenza da risorse non rinnovabili
(minerali, petrolio). Lo stesso si può dire per la produzione di rifiuti e di materiali non smaltibili.
L'inquinamento non è considerato, ad eccezione delle emissioni di CO2.
Da ciò deriva che:
- il danno ambientale reale è molto maggiore di quello che mostra l'impronta ecologica, perché non vengono considerati
molti fattori degradanti;
- l'impronta ecologica fornisce utili indicazioni, ma rimane uno strumento non definitivo per le scelte dei governi: anche se
si dovesse raggiungere la parità tra consumi e disponibilità questo non ci assicurerebbe la soluzione dei problemi
ambientali.
Impronta Ecologica nazionale
In Italia l'impronta ecologica è stata e viene calcolata non solo per l'intera nazione, ma anche su scala regionale e locale.
Il Cras (Centro ricerche applicate per lo sviluppo sostenibile) ha calcolato l'impronta per la Basilicata, la Calabria, la
Campania, la Liguria, la Puglia, la Sardegna, la Sicilia e la Toscana; l'Istituto Ricerche Interdisciplinari sulla Sostenibilità ,
costituito dalle università di Torino e di Brescia, ha calcolato l'impronta ecologica per la province di Ancona, Ascoli Piceno,
Cagliari, Forlì-Cesena, Pesaro Urbino, Siena e per il comune di Follonica. Anche la Provincia di Bologna ha recentemente
pubblicato i calcoli relativi all'impronta del proprio territorio.
Secondo il Living Planet Report 2002, curato dal WWF Internazionale in base ai dati di Redefining Progress sull'impronta
ecologica e dell'UNEP World Conservation Monitoring Centre sulla biodiversità, l'italiano medio ha un'impronta ecologica
3.84 unità equivalenti (3.57 unità equivalenti di ecosistemi produttivi terrestri e 0.27 unità equivalenti di ecosistemi
produttivi marini). Un quadrato di 196 metri di lato, fatto per il 7.03% da mare, per il 7.81% da foreste, per il 21% da terreni
agricoli, per il 4.68% da pascoli, per il 1.82% da superfici edificate (città, strade, infrastrutture), e per ben il 57.5% da aree
per l'assorbimento dell'anidride carbonica. Il nostro paese possiede una capacità biologica di 1.18 unità di superficie a
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persona ed è quindi pesantemente in deficit di 2.66 unità di
consumi.
I dati del Living Planet Report 2002 sono diversi da quelli
un'impronta di 5.51 unità. Questo perché il metodo di calcolo
recenti pubblicazioni della FAO, i dati sulla produttività media
supposto in precedenza.
superficie: ci vorrebbero 3 Italie per soddisfare i nostri
del precedente rapporto, che p.es. assegnava all'Italia
è in continua evoluzione e sono stati rivisti, alla luce di
di pascoli e foreste, che è risultata più bassa di quanto
COS’E’ L’IMPRONTA ECOLOGICA?
del GRUPPO NATURALISTICO DELLA BRIANZA -Sezione di Cusano Milanino MI
Anche se meno celebre di quella lasciata da Armstrong sulla Luna, per gli abitanti della Terra l’Impronta ecologica è molto
più importante! E’ infatti un efficace strumento per sensibilizzare il mondo politico, quello accademico ed i semplici cittadini
sul fatto che il rispetto dell’ambiente in cui viviamo non è più soltanto un impegno morale per garantire la vita alle future
generazioni ma è diventato un nostro diretto, e molto concreto, interesse. Senza significative modifiche del nostro stile di
vita, il benessere di cui oggi il mondo occidentale gode non durerà a lungo. Invece l’economia continua ad ignorare il
valore intrinseco delle risorse naturali monetizzando solo il lavoro necessario per prelevarle.
L’Impronta ecologica ci aiuta a ricondurre il problema all’esperienza personale.
Premesso che la Terra ha un limitato capitale naturale di risorse, alla scala temporale della vita umana queste sono
rinnovabili (sistemi biologici), ricostituibili (aria, falde idriche ...), o non rinnovabili (petrolio, carbone...). Inoltre sono tutte
strettamente in relazione tra loro secondo meccanismi noti soltanto in minima parte. Su questi meccanismi le attività
umane possono avere effetti rilevanti e possono trasformare la Terra da “Pianeta Azzurro”, ricco di innumerevoli forme di
vita, a deserto inospitale cosparso di rifiuti. L’Impronta ecologica consente di valutare se i prelievi di risorse e l’immissione
di rifiuti nell’ambiente, legati alla nostra vita quotidiana, sono dosati in modo da permetterne la rigenerazione o se, invece,
vanno ad intaccarlo irreversibilmente. E’ come se, avendo un deposito in banca, noi vivessimo spendendo solo gli
interessi oppure erodessimo il capitale di partenza fino ad esaurirlo.
Si definisce Impronta ecologica la “superficie di territorio che può fornire a tempo indeterminato risorse di energia e
materie prime per le attività umane ed assorbirne gli scarti”. E’ calcolata in ettari a persona, deve essere rappresentativa
delle diverse categorie di risorse naturali (aria, acqua, foreste, giacimenti minerari...) e la sua estensione è correlabile con
stile di vita, livello tecnologico e cultura delle popolazioni o dei singoli individui per cui viene stimata.
Ad esempio, sarà più bassa per una popolazione che preferisce il trasporto pubblico: a meno auto private in circolazione
corrispondono infatti minori esigenze di energia e materie prime per la loro fabbricazione ed il loro movimento, minore
produzione di gas inquinanti, minore consumo di suolo da utilizzare per strade e parcheggi…
L’impronta ecologica degli Italiani è valutata in circa 4 ettari a persona con una disponibilità di risorse naturali che, invece,
per l’Italia, arriva soltanto a 1,5. A scala planetaria questo deficit è pagato dai paesi del cosiddetto “Sud del Mondo”.
E’ perciò necessario rendersi conto che i problemi ambientali sono strettamente connessi alla tutela della giustizia sociale
e del rispetto dei diritti umani; schiacciati spesso, anche da noi, dalla logica del profitto a breve termine ed a qualsiasi
costo. Per un mondo di giustizia occorre che ogni uomo non si appropri di quanto appartiene ad un altro uomo.
Consumando più di quanto ci spetta togliamo a qualcun altro parte di ciò cui avrebbe diritto. Considerare seriamente
questo concetto è una questione di coscienza più che una questione di interesse ambientale. Gandhi diceva che la Terra
è abbastanza ricca per soddisfare i bisogni di tutti ma non lo è abbastanza per soddisfare l’avidità di ciascuno. Assodato
che l’attuale spreco di risorse naturali è insostenibile, va anche detto che la somma di tante piccole azioni positive
individuali ha notevoli effetti benefici a livello mondiale anche per problemi planetari, come l’effetto serra o il buco
nell’ozono, che appaiono talmente lontani e complessi da farci ritenere (erroneamente) insignificante qualsiasi intervento a
livello personale per invertire la preoccupante tendenza in corso. Molte persone hanno già cominciato correggere le
proprie abitudini quotidiane meno compatibili con l’ambiente, e senza sottoporsi a gravose rinunce!
Economia e ambiente - una responsabilità da non eludere
di Umberto Guzzi
1- Disamina di un’economia senza futuro
Produzione, consumo, prodotto interno lordo sono temi all’ordine del giorno da decenni, ma in questi mesi hanno raggiunto
la crudezza di un incubo: la crescita obbligata cui da sempre siamo stati abituati si sta esaurendo, facendoci piombare nella
depressione.
I mercati finanziari hanno lanciato il segnale, l’economia concreta, di riflesso, sta precipitando; più la crisi si prolunga nel
tempo, più disastrosi ne risultano gli effetti. Si propongono rimedi e correttivi, ma siamo sicuri che uomini politici, sindacalisti,
esperti di economia e finanza, industriali, abbiano le idee chiare?
Proponiamo alcune considerazioni elementari, che ciascuno di noi può verificare.
La prosperità materiale di un paese è legato al livello di educazione della popolazione, alle risorse naturali ed alla capacità
tecnica di utilizzo delle stesse, al sistema sociale, alla fiducia dei produttori nel mercato ed alla fiducia dei cittadini nella
possibilità di approvvigionamento. In un mondo sempre più piccolo grazie alla facilità di comunicazione e di spostamento di
persone e merci un paese non può però prescindere da un equilibrio globale che coinvolga tutti i paesi della Terra. Inoltre è
sufficiente la prosperità materiale per assicurare il benessere della popolazione?
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Il mondo del 20° secolo ha assistito ad un notevole incremento di disponibilità di beni per un numero sempre più elevato di
persone. I favoriti sono stati però, in maggioranza, cittadini del cosiddetto “occidente” ricco, e purtroppo abbiamo assistito ad
una situazione stazionaria o addirittura al peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni del cosiddetto “terzo
mondo”.
Pur non volendo attribuire relazione di causa ed effetto alle due situazioni, è doveroso mettere in evidenza che se il tenore di
vita e le condizioni di lavoro e sicurezza sociale delle popolazioni dell’Africa e dell’Asia fossero al nostro livello, le materie
prime, i manufatti, le derrate alimentari che sembra facciano il benessere del mondo occidentale costerebbero assai di più e
ci costringerebbero ad una sobrietà di “consumi” che ci terrorizza e vorremmo scongiurare. L’ingresso di decine di milioni di
Cinesi nel novero dei “consumatori” sul modello occidentale e il conseguente impatto sugli equilibri geopolitici dei paesi
africani, asiatici e finanche latino-americani è sotto l’occhio di tutti.
Mondo ricco e mondo povero non sono definibili solo geograficamente, con semplici confini di stato. Anche nel mondo ricco
vi sono sacche di povertà e di sfruttamento, così come nel “terzo mondo” vi sono élites che approfittano della miseria dei
loro connazionali per accostarsi ai fasti del consumismo del mondo occidentale.
Consumismo, questo è il nocciolo della questione: un nocciolo che implica considerazioni etiche, non estranee fra l’altro a
quelle proposte dalle principali religioni del globo, e che comunque contraddice il senso di giustizia proprio della coscienza di
ogni uomo.
Infatti di crisi planetaria avrebbe senso parlare se dovessero mancare le condizioni di sussistenza per la popolazione
mondiale. Assistiamo invece, proprio nel nostro occidente, ad una continua sottrazione di territorio all’attività agricola e silvopastorale, per destinarla al terziario, all’industria, alla viabilità od all’edilizia residenziale di lusso o di speculazione; nel terzo
mondo invece porzioni sempre più elevate di campagna vengono convertite dalla coltura riso-cerealicola per l’alimentazione
umana e destinate alla produzione di bio-carburanti ed alla coltura foraggera per bestiame da carne da esportazione.
Purtroppo stiamo verificando che nel mondo globalizzato la politica, quand’anche lo volesse, non riesce a regolamentare gli
appetiti dei grossi gruppi di interesse, e che se questi, per timore di un mancato guadagno, allentano o modificano anche di
poco obiettivi e programmi, spese e finanziamenti, la frenetica giostra da essi messa in movimento si inceppa: si arresta la
produzione, le imprese licenziano personale, senza stipendio si compra di meno, la spirale della crisi si amplifica.
Come ambientalisti potremmo vedere con soddisfazione un minor spreco di energie e territorio per prodotti frequentemente
inutili o dannosi. Tuttavia non possiamo nasconderci il dramma di tanti lavoratori che non trovano un mercato alternativo in
cui convertirsi.
Uomini di governo, sindacalisti, politici dell’opposizione non sanno resistere al mito della produttività e si scontrano in inutili
discussioni senza rendersi conto che i veri problemi sono al di là del loro sguardo. Anche fra gli “ambientalisti” le idee non
sono molto chiare. Eppure non possiamo limitarci a sventolare i nostri vessilli la domenica e riporli nell’armadio gli altri giorni
della settimana.
I nostri governanti, i sindacati, gli industriali, i partiti d’opposizione sono unanimi: per evitare che la crisi si aggravi occorre
consumare, consumare per far lavorare, lavorare per produrre; non importa cosa si produce, purché si produca; per ottenere
ciò occorre pertanto non cambiare nulla, ma mantenere il nostro stile di vita, mantenendo e consolidando i nostri consumi, i
nostri sprechi.
Quali conseguenze ricadranno sull’ambiente procedendo secondo questi criteri, come vi è coinvolto ciascuno di noi, quale
soluzioni alternative siamo in grado di proporre?
Piuttosto che lunghi discorsi, diamo uno sguardo al territorio in cui viviamo oggi nelle Marche ed in Italia:
il terreno agricolo e forestale si sta riducendo di anno in anno, con un incremento delle aree cementificate dell’ordine di
alcuni decimi di percento all’anno; nell’arco di due o tre secoli, con questo ritmo, tutta la superficie della nostra Italia sarà
coperta da edifici o impermeabilizzata;
si tratta di nuovi edifici (abitazioni, servizi, industrie, rimesse per autoveicoli) o di piazzali o strade per soddisfare la sempre
crescente mobilità su gomma;
fra le abitazioni sono sempre più numerose le seconde e terze case e le case sfitte; fra gli edifici industriali una gran parte è
adibita alla produzione di oggetti inutili, destinati a divenire di lì a poco rifiuto solo in parte riciclabile;
autovetture ed autocarri, agevolati dalla rete di strade e servizi, promuovono spostamenti di persone e merci in numero e
distanze solo pochi decenni fa inimmaginabili, mentre tariffe aeree e sbilanciati poteri d’acquisto consentono vacanze extracontinentali di massa: sono evidenti lo spreco di combustibile fossile, l’inquinamento atmosferico e la produzione di gasserra.
Così stando le cose, che mondo attenderà noi stessi, prima ancora che i nostri figli e nipoti, se venissero assecondati e
coronati da successo i desiderata del mondo economico-politico-sindacale, pressato dall’esigenza di produrre come prima,
per far tornare a crescere il mitico Prodotto Interno Lordo (P.I.L.)?
2 – Spunti per una inversione di tendenza.
L’ambiente non ha nulla da temere dalle stravaganze degli uomini. Fra gli esseri animati alcune, forse molte specie
scompariranno, altre nuove si genereranno. L’uomo “faber” del terzo millennio non ha ancora capito come ciò possa
avvenire, ma con compiacimento infantile si prodiga nel distruggere quello che gli sta intorno.
Quando le capacità distruttive dell’uomo erano limitate, ancora all’inizio del secolo scorso, i danni erano quasi
impercettibili: il formidabile organismo della terra nell’universo, dotato di meccanismi (chiamiamoli così) equilibratori,
assorbiva senza problemi ogni scossa perturbatrice. Ora invece, con l’umanità in grado di disporre per i suoi capricci di
quantitativi enormi di energia, la terra non ce la fa più a mantenere gli equilibri che conosciamo, e ne rincorre altri che
stanno per rivelarsi disastrosi per l’uomo. Quest’ultimo infatti che ha un vitale interesse nel mantenimento dell’equilibrio in
cui è vissuto per secoli, e può accettare cambiamenti solo se lenti a tal punto che lui e gli organismi animali e vegetali che
ne coronano l’esistenza possano adeguarvisi agevolmente.
Agenda 21
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da Wikipedia, consultata il 23 febbraio 2009
Agenda 21 è un programma delle Nazioni Unite dedicato allo sviluppo sostenibile: consiste in una pianificazione completa
delle azioni da intraprendere, a livello mondiale, nazionale e locale dalle organizzazioni delle Nazioni Unite, dai governi e
dalle amministrazioni in ogni area in cui la presenza umana ha impatti sull'ambiente.
La cifra 21 che fa da attributo alla parola Agenda si riferisce al XXI secolo, in quanto temi prioritari di questo programma
sono le emergenze climatico-ambientali e socio-economiche che l'inizio del Terzo Millennio pone inderogabilmente
dinnanzi all'intera Umanità.
L’Agenda 21 è quindi un piano d’azione per lo sviluppo sostenibile, da realizzare su scala globale, nazionale e locale con il
coinvolgimento più ampio possibile di tutti i portatori di interesse (stakeholders ) che operano su un determinato territorio.
L'Agenda 21 è composta da 40 capitoli, divisi in quattro sezioni:
- Sezione I: Dimensioni Sociali ed Economiche
include la lotta alla povertà, il cambiamento della struttura dei consumi, della popolazione e delle dinamiche
demografiche, la promozione della salute e dei programmi sostenibili di popolamento, e l'integrazione delle
problematiche relative all'ambiente e allo sviluppo nel processo di decision-making.
- Sezione II: Conservazione e Gestione delle Risorse per lo Sviluppo
comprende la protezione dell'atmosfera, la lotta alla deforestazione, la protezione degli ambienti deboli, la
conservazione della diversità biologica (biodiversità), e il controllo dell'inquinamento.
- Sezione III: Rafforzamento del ruolo dei Major Groups
comprende i ruoli dei gruppi di rappresentanza dei bambini e dei giovani, delle donne, delle ONG (Organizzazioni Non
Governative, vedi anche NGO), delle autorità locali, del commercio e dei lavoratori.
- Sezione IV: Mezzi per l'Esecuzione (del programma)
comprende la scienza, la diffusione della tecnologia, l'educazione, le istituzioni internazionali e i meccanismi di
finanziamento.
Agenda 21 Locale]
L'esecuzione dell'Agenda 21 è stata programmata per includere interventi a livello internazionale, nazionale, regionale e
locale. In alcuni stati le autorità locali hanno preso iniziative per la realizzazione del piano localmente, come
raccomandato nel capitolo 28 del documento. Questi programmi locali sono noti come “Local Agenda 21”.
La conversione ecologica
per non dimenticare Alexander Langer
Ci piace qui ricordarlo diffondendone un testo del 1990, “Caro San Cristoforo”, pubblicato in Lettera 2000 ed. Eulema, dal quale
emergono con evidenza la sua umanità e la sua sensibilità per la tutela dell’ambiente come necessità perché il genere umano possa
sopravvivere sulla Terra.
“Caro San Cristoforo, non so se tu ti ricorderai di me come io di te. Ero un ragazzo che ti vedeva dipinto all’esterno di
tante piccole chiesette di montagna. Affreschi spesso sbiaditi, ma ben riconoscibili. Tu - omone grande e grosso, robusto,
barbuto e vecchio - trasportavi il bambino sulle tue spalle da una parte all’altra del fiume, e si capiva che quella era per te
suprema fatica e suprema gioia. Mi feci raccontare tante volte la storia da mia madre, che non era poi chissà quale
esperta di santi, né devota, ma sapeva affascinarci con i suoi racconti. Così non ho mai saputo il tuo vero nome, né la tua
collocazione ufficiale tra i santi della chiesa (temo che tu sia stato vittima di una recente epurazione che ti ha degradato a
santo minore o di dubbia esistenza). Ma la tua storia me la ricordo bene, almeno nel nocciolo.
Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare, che dopo aver militato - rispettato ed onorato per la
tua forza e per il successo delle tue armi - sotto le insegne dei più illustri ed importanti signori del tuo tempo, ti sentivi
sprecato. Avevi deciso di voler servire solo un padrone che davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che
davvero valesse più delle altre. Forse eri stanco di falsa gloria, e ne desideravi di quella vera. Non ricordo più come ti
venne suggerito di stabilirti alla riva di un pericoloso fiume per traghettare - grazie alla tua forza fisica eccezionale - i
viandanti che da soli non ce la facessero, né come tu abbia accettato un così umile servizio che non doveva apparire
proprio quella “Grande Causa” della quale - capivo - eri assetato. Ma so bene che era in quella tua funzione, vissuta con
modestia, che ti capitò di essere richiesto di un servizio a prima vista assai “al di sotto” delle tue forze: prendere sulle
spalle un bambino per portarlo dall’altra parte, un compito per il quale non occorreva certo essere un gigante come te ed
avere quelle gambone muscolose con cui ti hanno dipinto. Solo dopo aver iniziato la traversata ti accorgesti che avevi
accettato il compito più gravoso della tua vita, e che dovevi mettercela tutta, con un estremo sforzo, per riuscire ad
arrivare di là. Dopo di che comprendesti con chi avevi avuto a che fare, ed avevi trovato il Signore che valeva la pena
servire, tanto che ti rimase per sempre quel nome.
Perché mi rivolgo a te, alle soglie dell’anno 2000? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua,
e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo
compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta
dinnanzi a noi. Ormai pare che tutte le grandi cause riconosciute come tali, molte delle quali senz’altro importanti ed
illustri, siano state servite, anche con dedizione, ed abbiano abbondantemente deluso. Quanti abbagli, quanti inganni ed
auto-inganni, quanti fallimenti, quante conseguenze non volute (e non più reversibili) di scelte ed invenzioni ritenute
generose e provvide. I veleni della chimica, gettati sulla terra e nelle acque per “migliorare” la natura, ormai ci tornano
indietro: i depositi finali sono i nostri corpi. Ogni bene ed ogni attività è trasformata in merce, ed ha dunque un suo prezzo:
si può comperare, vendere, affittare. Persino il sangue (dei vivi), gli organi (dei morti e dei vivi), e l’utero (per una
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gravidanza in “leasing”). Tutto è diventato fattibile: dal viaggio interplanetario alla perfezione omicida di Auschwitz, dalla
neve artificiale alla costruzione e manipolazione arbitraria di vita in laboratorio. Il motto dei moderni giochi olimpici è
diventato legge suprema ed universale di una civiltà in espansione illimitata: “citius, altius, fortius”, più veloci, più alti, più
forti si deve produrre, consumare, spostarsi, istruirsi... competere, insomma. La corsa al “più” trionfa senza pudore, il
modello della gara è diventato la matrice riconosciuta ed enfatizzata di uno stile di vita che sembra irreversibile ed
incontenibile. Superare i limiti, allargare i confini, spingere in avanti la crescita ha caratterizzato in misura massiccia il
tempo del progresso dominato da una legge dell’utilità definita “economia” e da una legge della scienza definita
“tecnologia” - poco importa che tante volte di necro-economia e di necro-tecnologia si sia trattato. Cosa resterebbe da fare
ad un tuo emulo oggi, caro San Cristoforo? Quale è la Grande Causa per la quale impegnare oggi le migliori forze, anche
a costo di perdere gloria e prestigio agli occhi della gente e di acquattarsi in una capanna alla riva di un fiume? Qual è il
fiume difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo da
traghettare? Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del “di più” ad una del
“può bastare” o del “forse è già troppo”. Dopo secoli di progresso, in cui l’andare avanti e la crescita erano la quintessenza
stessa del senso della storia e delle speranze terrene, può sembrare effettivamente impari pensare di “regredire”, cioè di
invertire o almeno fermare la corsa del “citius, altius, fortius”. La quale è diventata autodistruttiva, come ormai molti
intuiscono e devono ammettere (e sono lì a documentarlo l’effetto-serra, l’inquinamento, la deforestazione, l’invasione di
composti chimici non piú domabili... ed un ulteriore lunghissimo elenco di ferite della biosfera e dell’umanità). Bisogna
dunque riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento,
di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza). Un vero “regresso”,
rispetto al “più veloce, più alto, più forte”. Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi. Tant’è che si
continuano a recitare formule che tentano una contorta quadratura del cerchio parlando di “sviluppo sostenibile” o di
“crescita qualitativa, ma non quantitativa”, salvo poi rifugiarsi nella vaghezza quando si tratta di attraversare in concreto il
fiume dell’inversione di tendenza. Ed invece sarà proprio quello ciò che ci è richiesto, sia per ragioni di salute del pianeta,
sia per ragioni di giustizia: non possiamo moltiplicare per 5-6 miliardi l’impatto ambientale medio dell’uomo bianco ed
industrializzato, se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non possiamo neanche pensare che 1/5 dell’umanità possa
continuare a vivere a spese degli altri 4/5, oltre che della natura e dei posteri. La traversata da una civiltà impegnata nella
gara per superare i limiti ad una civiltà dell’autolimitazione, dell’“enoughness”, della “Genügsamkeit” o
“Selbstbescheidung”, della frugalità sembra tanto semplice quanto immane. Basti pensare all’estrema fatica con cui il
fumatore o il tossicomane o l’alcoolista incallito affrontano la fuoriuscita dalla loro dipendenza, pur se magari teoricamente
persuasi dei rischi che corrono se continuano sulla loro strada e forse già colpiti da seri avvertimenti (infarti, crisi…)
sull’insostenibilità della loro condizione. Il medico che tenta di convincerli invocando o fomentando in loro la paura della
morte o dell’autodistruzione, di solito non riesce a motivarli a cambiare strada, piuttosto convivono con la mutilazione e
cercano rimedi per spostare un po’ più in là la resa dei conti. Ecco perché mi sei venuto in mente tu, San Cristoforo: sei
uno che ha saputo rinunciare all’esercizio della sua forza fisica e che ha accettato un servizio di poca gloria. Hai messo il
tuo enorme patrimonio di convinzione, di forza e di auto-disciplina a servizio di una Grande Causa apparentemente assai
umile e modesta. Ti hanno fatto - forse un po’ abusivamente - diventare il patrono degli automobilisti (dopo essere stato
più propriamente il protettore dei facchini): oggi dovresti ispirare chi dall’automobile passa alla bicicletta, al treno o all’uso
dei propri piedi! Ed il fiume da attraversare è quello che separa la sponda della perfezione tecnica sempre più sofisticata
da quella dell’autonomia dalle protesi tecnologiche: dovremo imparare a traghettare dalle tante alle poche kilowattore, da
una super-alimentazione artificiale ad una nutrizione più equa e più compatibile con l’equilibrio ecologico e sociale, dalla
velocità supersonica a tempi e ritmi più umani e meno energivori, dalla produzione di troppo calore e troppe scorie
inquinanti ad un ciclo più armonioso con la natura. Passare, insomma, dalla ricerca del superamento dei limiti ad un
nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell’artificializzazione sempre più spinta ad una riscoperta di semplicità e di frugalità.
Non basteranno la paura della catastrofe ecologica o i primi infarti e collassi della nostra civiltà (da Cernobyl alle alghe
dell’Adriatico, dal clima impazzito agli spandimenti di petrolio sui mari) a convincerci a cambiare strade. Ci vorrà una
spinta positiva, più simile a quella che ti fece cercare una vita ed un senso diverso e più alto da quello della tua
precedente esistenza di forza e di gloria. La tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offre
una bella parabola della “conversione ecologica” oggi necessaria.”
Chi era Alexander Langer?
Nato in Alto Adige nell’immediato dopoguerra, fin da giovanissimo collabora con riviste, associazioni ed iniziative civiche per la
convivenza e l’autonomismo democratico in Alto Adige. Alla fine degli anni ‘70 entra in politica cominciando con l’elezione nei Consigli
Provinciale e Regionale della sua terra, proseguendo con la promozione del movimento politico dei Verdi in Italia ed Europa fino ad
arrivare all’elezione al Parlamento Europeo nella metà degli anni ‘90. Nella sua azione politica si dimostra sempre teso ad un intenso
dialogo di ricerca con tutte le culture, laiche e religiose, di destra e sinistra o di movimenti non compresi nei classici schematismi partitici.
Si impegna soprattutto nella politica estera e di pace, per relazioni più giuste Nord-Sud ed Est-Ovest; in particolare, nell’ultimo periodo
della sua vita, si impegna sempre con maggior coinvolgimento nel conflitto allora in corso nella ex-Jugoslavia, sostenendovi le forze di
conciliazione interetnica.
L’Ipotesi Gaia
da Wikipedia, consultata il 1° marzo 2009
L'ipotesi Gaia è una teoria formulata per la prima volta dallo scienziato inglese James Lovelock nel 1979 in "Gaia. A New
Look at Life on Earth".
Nella sua prima formulazione l'ipotesi Gaia, che altro non è che il nome del pianeta vivente (derivato da quello
dell'omonima divinità femminile greca, nota anche col nome di Gea), si basa sull'assunto che gli oceani, i mari,
l'atmosfera, la crosta terrestre e tutte le altre componenti geofisiche del pianeta terra si mantengano in condizioni idonee
alla presenza della vita proprio grazie al comportamento degli organismi viventi. Ad esempio la temperatura, lo stato
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d'ossidazione, l'acidità, la salinità e altri parametri chimico-fisici fondamentali per la presenza della vita sulla terra
presentano valori costanti. Questa omeostasi è l'effetto dei processi di feedback attivo svolto in maniera autonoma e
inconsapevole dal biota. Inoltre tutte queste variabili non mantengono un equilibrio costante nel tempo ma evolvono in
sincronia con il biota. Quindi i fenomeni evoluzionistici non riguardano solo gli organismi o l'ambiente naturale, ma l'intera
Gaia.
Il sistema Gaia, che non è identificabile né con il termine biosfera, né con biota, che sono solo due elementi che la
compongono, comprende invece:
- organismi viventi che crescono e si riproducono sfruttando ogni possibilità che l'ambiente concede
- organismi soggetti alle leggi della selezione naturale darwiniana
- organismi che modificano costantemente il loro ambiente chimicofisico, cosa che avviene costantemente come semplice
effetto di tutti quei processi fondamentali per la vita, come la respirazione, la fotosintesi ecc.
- fattori limitanti che stabiliscano i limiti superiori ed inferiori della vita. L'ambiente può presentare temperature
eccessivamente alte o basse per l'affermarsi della vita in un dato ambiente. Stesso discorso per le concentrazioni di
sali, minerali, composti chimici ecc.
Un fattore inquinante dell'intera Gaia sono certamente le attività e l'ambiente costruito dall'uomo, che anche se non
facente parte del sistema, interagisce fortemente con esso modificando i fattori limitanti (temperatura, composti chimici
ecc.).
Appunto perché viva, secondo Lovelock, Gaia reagirà anche al surriscaldamento globale, raffreddandosi e provocando
una nuova era glaciale. Lo scienziato supporta la sua tesi esponendo i dati relativi agli ultimi anni prima della scorsa era
glaciale: la terra aveva una temperatura di 5° maggiore alla nostra, ecco perché secondo lui, a quell'epoca si glaciò. Per
lovelock però è troppo tardi per rimediare, la glaciazione è vicina, ma i nostri sbagli potrebbero salvarci: Lovelock spera
infatti che anche se la terra glaciasse, l'effetto serra riscalderà Gaia, limitando il freddo.
Le nuove provocazioni del rapporto uomo-ambiente
di padre Salvatore Frigerio
La mia identità di monaco benedettino camaldolese conosce, grazie alle radici bizantine che le sono proprie, un rapporto
particolarissimo con l’Ambiente inteso, biblicamente, come quel giardino consegnato dal suo Creatore all’Adam perché
“ne fosse il cultore e il custode” (Gen 2,15).
A partire da questa “consegna” i camaldolesi hanno fin dal primo loro insediamento nella foresta casentinese (nella terra
toscana di Arezzo) stabilito un rapporto vitale con l’ambiente che li ha ospitati, un rapporto non di “padronato” ma di
condivisione, di crescita, possiamo dire di “identificazione” se prendiamo in considerazione il testo delle Costituzioni del
primo XI sec., in cui le proprietà degli alberi e le virtù dei monaci sono tra loro identificate, fino a suggerire al monaco di
“essere un abete, un olmo, un olivo…”
Tutto ciò ha sviluppato un rapporto unico, nella storia monastica occidentale, con le foreste, con i territori montani e con
quelli di pianura, fortemente interdipendenti.
Le soppressioni Napoleoniche (1810) e poi Sabaude (1868) hanno tolto alle comunità camaldolesi la gestione forestale
con tutte le implicazioni connesse, ma non ha tolto loro lo spirito di attenzione e di premura per quella creazione che
“attende di aver parte alla libertà dei figli di Dio” (Rm 8,21).
Tale attenzione è oggi sollecitata, drammaticamente sollecitata, dalla questione ambientale che in questo nostro tempo ha
assunto aspetti sempre più allarmanti.
Credo inoltre che proprio le condizioni economiche, sociali, politiche di oggi ci chiedano scelte decisamente nuove per
affrontare e aiutare ad affrontare la questione.
Oggi finalmente ci rendiamo consapevoli delle gravi conseguenze provocate dal modello di sviluppo promosso
dall’Occidente a partire dalla tanto decantata rivoluzione industriale: limite delle risorse (alcune non rinnovabili) e
progressiva accentuazione dell’inquinamento dei beni fondamentali della vita umana (aria, acqua e terra). Sotto accusa
sono, in particolare, le leggi economiche che hanno guidato il processo. Dietro l’imperativo di massimizzare la produttività
e il profitto a potenziamento del libero mercato, vi era la convinzione che esistesse in natura un quantitativo indefinito di
risorse e che fosse facile rimediare agli squilibri provocati dall’intervento umano sull’ambiente. Una visione ottimistica
definitivamente dissolta.
Scrive Giannino Piana che “progresso tecnico e crescita umana non sono sempre (e necessariamente) proporzionali,
mentre non si dà, d’altra parte, perfetta continuità tra aumento quantitativo della produzione – ottenuto mediante
l’espropriazione sempre più accentuata della natura – e miglioramento della qualità della vita.”
Puntando esclusivamente sulla moltiplicazione dei beni, abbiamo considerato l’ambiente come un semplice contenitore di
risorse a cui attingere in maniera indiscriminata per dare risposta ai diversi bisogni umani veri o presunti, bisogni spesso
indotti in modo subliminale dal sistema di mercato.
Questa crisi ha prodotto un processo accelerato di degrado ambientale che tutti oggi cominciamo palesemente ad
avvertire, seppur ancora condizionati dai mezzi di comunicazione asserviti ai sistemi che tale crisi hanno prodotto e
proseguono nel produrre, onnicomprensivo dell’integrità del territorio e della salute dei suoi abitatori.
Pertanto l’ecologia va riscoperta ripartendo dalla sua stessa etimologia che deriva da oikos, dimora, casa, luogo da vivere,
luogo dei rapporti: non può essere dunque considerata come un aspetto aggiuntivo dello sviluppo economico. C’è un
legame intrinseco tra ecologia, economia e contesto socioculturale. E questo, di conseguenza, esige stili di vita nuovi e
cambiamenti strutturali.
Senza dubbio il rinnovamento delle coscienze è il primo e più importante obiettivo da perseguire, promuovendo un
comportamento ecologicamente responsabile, che conduca alla moderazione dei consumi e alla riduzione degli standard
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di vita (l’attuale crisi economica in atto sta costringendo e non educando a questo). Occorre inoltre ristabilire una
riappropriazione dei beni relazionali, abbattuti da una voluta strutturazione individualistica più gestibile dai vari poteri.
Certamente nasce la difficoltà di rendere tra loro compatibili un’economia fondata sull’espansione con un’ecologia basata
sulla limitazione. Definire un compromesso accettabile tra queste due tendenze esige l’abbandono dell’ideologia
produttivistica che è alla base del sistema capitalista, privilegiando le ragioni di lungo periodo su quelle di breve termine.
Anche sotto il profilo economico è preferibile gestire seriamente l’ambiente piuttosto che risanarlo dopo averlo gravemente
degradato. L’attenzione a valutare in partenza gli effetti collaterali degli sviluppi tecnici sull’ambiente deve diventare
elemento essenziale di giudizio delle opzioni economiche. Le soluzioni tecniche non possono che adeguarsi a questo
criterio, puntando sul risparmio energetico, su una positiva educazione al risparmio, su un utilizzo più duraturo dei
prodotti, sulla scelta di tecnologie ecologicamente sensibili, rese accessibili anche con l’abbattimento dei prezzi.
Evidentemente a tutto questo deve accompagnarsi una vera riforma sociale che favorisca la creazione di una economia
partecipata, con forme di cooperazione che favoriscano la creazione di piccole tecnologie che certamente possono
garantire un uso migliore delle risorse ambientali.
Tutto ciò esige una politica il cui compito è quello di far sintesi delle diverse istanze provenienti dalla società, nella
prospettiva della ricerca del bene comune. Però questo comporta il consenso sociale allargato, sola via che consente di
scongiurare l’omologazione demagogica che conduce alla de-eticizzazione delle scelte. Proprio su questo aspetto
pericoloso della politica insiste con forza la “Carta di Fonte Avellana”.
Di importante, fondamentale importanza è un processo di recupero della socializzazione che abbatta la diffusa
“indifferenza” frutto del sopracitato individualismo che produce atteggiamenti di sospetto e difesa nei confronti dell’altro
con il quale invece è necessario condividere un cammino, seppur faticoso, di intesa e condivisione.
Ciò permetterà di coltivare un atteggiamento capace di inserire la questione ecologica in un’ampia rete di rapporti
interdipendenti, capaci di coniugare anche in ambito economico compatibilità ambientale e solidarietà sociale, rispettando
il più possibile i ritmi e i linguaggi dell’ambiente naturale e favorendo la realizzazione di livelli sempre più alti di comunione
interumana.
Questa economia, dalle cui conseguenze negative siamo partiti nella nostra considerazione, non deve essere destinata
soltanto alla produzione di beni materiali (l’economista Zamagni parla di “bilanci dei beni immateriali”), ma, più
radicalmente, alla creazione di condizioni per lo sviluppo di relazioni autentiche tra gli uomini, e dunque per un effettivo
miglioramento della qualità della vita.
Fano, 22 novembre 2008
Pace con Dio creatore, Pace con tutto il creato
Messaggio di Giovani Paolo II per la Giornata della Pace, 1990
di Joannes Paulus II
INTRODUZIONE
1. Si avverte ai nostri giorni la crescente consapevolezza che la pace mondiale sia minacciata, oltre che dalla corsa agli
armamenti, dai conflitti regionali e dalle ingiustizie tuttora esistenti nei popoli e tra le Nazioni, anche dalla mancanza del
dovuto rispetto per la natura, dal disordinato sfruttamento delle sue risorse e dal progressivo deterioramento della qualità
della vita. Tale situazione genera un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di egoismo
collettivo, di accaparramento e di prevaricazione.
Di fronte al diffuso degrado ambientale l’umanità si rende ormai conto che non si può continuare ad usare i beni della terra
come nel passato. L’opinione pubblica ed i responsabili politici ne sono preoccupati, mentre studiosi delle più diverse
discipline ne esaminano le cause. Sta così formandosi una coscienza ecologica, che non deve essere mortificata, ma anzi
favorita, in modo che sviluppi e maturi trovando adeguata espressione in programmi ed iniziative concrete.
2. Non pochi valori etici, di fondamentale importanza per lo sviluppo di una società pacifica, hanno una diretta relazione
con la questione ambientale. L’interdipendenza delle molte sfide, che il mondo odierno deve affrontare, conferma
l’esigenza di soluzioni coordinate, basate su una coerente visione morale del mondo.
Per il cristiano una tale visione poggia sulle convinzioni religiose attinte alla Rivelazione. Ecco perché, all’inizio di questo
Messaggio, desidero richiamare il racconto biblico della creazione, e mi auguro che coloro i quali non condividono le
nostre convinzioni di fede possano egualmente trovarvi utili spunti per una comune linea di riflessione e di impegno.
I. “E DIO VIDE CHE ERA COSA BUONA”
3. Nelle pagine della Genesi, nelle quali è consegnata la prima autorivelazione di Dio alla umanità (Gen 1-3), ricorrono
come un ritornello le parole: “E Dio vide che era cosa buona”. Ma quando, dopo aver creato il cielo e il mare, la terra e
tutto ciò che essa contiene, Iddio crea l’uomo e la donna, l’espressione cambia notevolmente: “E Dio vide quanto aveva
fatto, ed ecco era cosa molto buona” (Gen 1, 31). All’uomo e alla donna Dio affidò tutto il resto della creazione, ed allora
-come leggiamo- poté riposare “da ogni suo lavoro” (Gen 2, 3).
La chiamata di Adamo ed Eva a partecipare all’attuazione del piano di Dio sulla creazione stimolava quelle capacità e quei
doni che distinguono la persona umana da ogni altra creatura e, nello stesso tempo, stabiliva un ordinato rapporto tra gli
uomini e l’intero creato. Fatti ad immagine e somiglianza di Dio, Adamo ed Eva avrebbero dovuto esercitare il loro dominio
sulla terra (cfr. Gen 1, 28) con saggezza e amore. Essi, invece, con il loro peccato distrussero l’armonia esistente,
ponendosi deliberatamente contro il disegno del Creatore. Ciò portò non solo all’alienazione dell’uomo da se stesso, alla
morte e al fratricidio, ma anche ad una certa ribellione della terra nei suoi confronti (cfr. Gen 3, 17-19; 4, 12). Tutto il
creato divenne soggetto alla caducità, e da allora attende, in modo misterioso, di essere liberato per entrare nella libertà
gloriosa insieme con tutti i figli di Dio (cfr. Rm 8, 20-21).
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4. I cristiani professano che nella morte e nella risurrezione di Cristo si è compiuta l’opera di riconciliazione dell’umanità
col Padre, a cui “piacque... riconciliare a sé tutte le cose, pacificando col sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le
cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1, 19-20). La creazione è stata così rinnovata (cfr. Ap 21, 5), e su di
essa, prima sottoposta alla “schiavitù” della morte e della corruzione (cfr. Rm 8, 21), si è effusa una nuova vita, mentre noi
“aspettiamo nuovi cieli e una nuova terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pt 3, 13). Così il Padre “ci ha fatto
conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella
pienezza dei tempi: cioé il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose” (Ef 1, 9-10).
5. Queste considerazioni bibliche illuminano meglio il rapporto tra l’agire umano e l’integrità del creato. Quando si discosta
dal disegno di Dio creatore, l’uomo provoca un disordine che inevitabilmente si ripercuote sul resto del creato. Se l’uomo
non è in pace con Dio, la terra stessa non è in pace: “Per questo è in lutto il paese e chiunque vi abita langue, insieme con
gli animali della terra e con gli uccelli del cielo; perfino i pesci del mare periranno (Os 4, 3).
L’esperienza di questa “sofferenza” della terra è comune anche a coloro che non condividono la nostra fede in Dio.
Stanno, infatti sotto gli occhi di tutti le crescenti devastazioni causate nel mondo della natura dal comportamento degli
uomini indifferenti alle esigenze recondite, eppure chiaramente avvertibili, dell’ordine e dell’armonia che lo reggono.
Ci si chiede pertanto, con ansia, se si possa ancora porre rimedio ai danni provocati. E’ evidente che un’idonea soluzione
non può consistere semplicemente in una migliore gestione, o in un uso meno irrazionale delle risorse della terra. Pur
riconoscendo l’utilità pratica di tali simili misure, sembra necessario risalire alle origini e affrontare nel suo insieme la
profonda crisi morale, di cui il degrado ambientale è uno degli aspetti preoccupanti.
II. LA CRISI ECOLOGICA: UN PROBLEMA MORALE
6. Alcuni elementi della presente crisi ecologica ne rivelano in modo evidente il carattere morale. Tra essi, in primo luogo,
è da annoverare l’applicazione indiscriminata dei progressi scientifici e tecnologici. Molte recenti scoperte hanno arrecato
innegabili benefici all’umanità; esse, anzi, manifestano quanto sia nobile la vocazione dell’uomo a partecipare
responsabilmente all’azione creatrice di Dio nel mondo. Si è, però, constatato che la applicazione di talune scoperte
nell’ambito industriale ed agricolo produce, a lungo termine, effetti negativi. Ciò ha messo crudamente in rilievo come ogni
intervento in un’area dell’ecosistema non possa prescindere dal considerare le sue conseguenze in altre aree e, in
generale, sul benessere delle future generazioni.
Il graduale esaurimento dello strato di ozono e l’“effetto serra” hanno ormai raggiunto dimensioni critiche a causa della
crescente diffusione delle industrie, delle grandi concentrazioni urbane e dei consumi energetici. Scarichi industriali, gas
prodotti dalla combustione di carburanti fossili, incontrollata deforestazione, uso di alcuni tipi di diserbanti, refrigeranti e
propellenti: tutto ciò -com’è noto- nuoce all’ambiente. Ne sono derivati molteplici cambiamenti meteorologici ed
atmosferici, i cui effetti vanno dai danni alla salute alla possibile sommersione delle terre basse.
Mentre in alcuni casi il danno forse è ormai irreversibile, in molti altri esso può ancora essere arrestato. E’ doveroso
pertanto che l’intera comunità umana -individui, Stati ed Organizzazioni internazionali- assuma seriamente le proprie
responsabilità.
7. Ma il segno più profondo e più grave delle implicazioni morali, insite nella questione ecologica, è costituito dalla
mancanza di rispetto per la vita, quale si avverte in molti comportamenti inquinanti. Spesso le ragioni della produzione
prevalgono sulla dignità del lavoratore e gli interessi economici vengono prima del bene delle singole persone, se non
addirittura di quello di intere popolazioni.
In questi casi, l’inquinamento o la distruzione dell’ambiente sono frutto di una visione riduttiva e innaturale, che talora
configura un vero e proprio disprezzo dell’uomo.
Parimenti, delicati equilibri ecologici vengono sconvolti per un’incontrollata distruzione delle specie animali e vegetali o per
un incauto sfruttamento delle risorse; e tutto ciò -giova ricordare-, anche se compiuto nel nome del progresso e del
benessere, non torna, in effetti, a vantaggio dell’umanità.
Infine non si può non guardare con profonda inquietudine alle formidabili possibilità della ricerca biologica. Forse non è
ancora in grado di misurare i turbamenti indotti in natura da una indiscriminata manipolazione genetica e dallo sviluppo
sconsiderato di nuove specie di piante e forme di vita animale, per non parlare di inaccettabili interventi sulle origini stesse
della vita umana. A nessuno sfugge come, in un settore così delicato, l’indifferenza o il rifiuto delle norme etiche
fondamentali portino l’uomo alla soglia stessa dell’autodistruzione.
E’ il rispetto per la vita e, in primo luogo, per la dignità della persona umana la fondamentale norma ispiratrice di un sano
progresso economico, industriale e scientifico.
E’ a tutti evidente la complessità del problema ecologico. Esistono, tuttavia, alcuni principi basilari che, nel rispetto della
legittima autonomia e della specifica competenza di quanti sono in esso impegnati, possono indirizzare la ricerca verso
idonee e durature soluzioni. Si tratta di principi essenziali per la costruzione di una società pacifica, la quale non può
ignorare né il rispetto per la vita, né il senso dell’integrità del creato.
III. ALLA RICERCA DI UNA SOLUZIONE
8. Teologia, filosofia e scienza concordano nella visione di un universo armonioso, cioè di un vero “cosmo”, dotato di una
sua integrità e di un suo interno e dinamico equilibrio. Questo ordine deve essere rispettato: l’umanità è chiamata ad
esplorarlo, a scoprirlo con prudente cautela e a farne poi uso salvaguardando la sua integrità.
D’altra parte, la terra è essenzialmente un’eredità comune, i cui frutti devono essere a beneficio di tutti. “Dio ha destinato
la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e popoli”, ha riaffermato il Concilio Vaticano II (cost.
Gaudium et spes, 69). Ciò ha dirette implicazioni per il nostro problema. E’ ingiusto che pochi privilegiati continuino ad
accumulare beni superflui, quando moltitudini di persone vivono in condizioni di miseria, al livello minimo di
sostentamento. Ed è ora la stessa drammatica dimensione del dissesto ecologico ad insegnarci quanto la cupidigia e
l’egoismo, individuali o collettivi, siano contrari all’ordine del creato, nel quale è inscritta anche la mutua interdipendenza.
9. I concetti di ordine nell’universo e di eredità comune mettono entrambi in rilevo che è necessario un sistema di gestione
delle risorse della terra meglio coordinato a livello internazionale. Le dimensioni dei problemi ambientali superano, in molti
casi, i confini dei singoli Stati: la loro soluzione, dunque, non può essere trovata unicamente a livello nazionale.
Recentemente sono stati registrati alcuni promettenti passi verso questa auspicata azione internazionale, ma gli strumenti
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e gli organismi esistenti sono ancora inadeguati allo sviluppo di un piano coordinato di intervento. Ostacoli politici, forme di
nazionalismo esagerato ed interessi economici, per non ricordare che alcuni fattori rallentano o, addirittura, impediscono
la cooperazione internazionale e l’adozione di efficaci iniziative a lungo termine.
L’asserita necessità di un’azione concertata a livello internazionale non comporta certo una diminuzione della
responsabilità dei singoli Stati. Questi, infatti, debbono non solo dare applicazione alle norme approvate insieme con le
autorità di altri Stati, ma anche favorire, al loro interno, un adeguato assetto socio-economico, con particolare attenzione
ai settori più vulnerabili della società. Spetta ad ogni Stato, nell’ambito del proprio territorio, il compito di prevenire il
degrado dell’atmosfera e della biosfera, controllando attentamente, tra l’altro, gli effetti delle nuove scoperte tecnologiche
e scientifiche, ed offrendo ai propri cittadini la garanzia di non essere esposti ad agenti inquinanti o a rifiuti tossici. Oggi si
parla sempre di più del diritto ad un ambiente sicuro, come di un diritto che dovrà rientrare in un’aggiornata Carta dei diritti
dell’uomo.
IV. L’URGENZA DI UNA NUOVA SOLIDARIETA’
10. La crisi ecologica pone in evidenza l’urgente necessità morale di una nuova solidarietà, specialmente nei rapporti fra i
Paesi in via di sviluppo e i Paesi altamente industrializzati. Gli Stati debbono mostrarsi sempre più solidali e fra loro
complementari nel promuovere lo sviluppo di un ambiente naturale e sociale pacifico e salubre. Ai Paesi da poco
industrializzati, per esempio, non si può chiedere di applicare alle proprie industrie nascenti certe norme ambientali
restrittive, se gli Stati industrializzati non le applicano per primi al loro interno. Da parte loro, i Paesi in via di
industrializzazione non possono moralmente ripetere gli errori compiuti da altri nel passato, continuando a danneggiare
l’ambiente con prodotti inquinanti, deforestazioni eccessive o sfruttamento illimitato di risorse esauribili. In questo stesso
contesto è urgente trovare una soluzione al problema del trattamento e dello smaltimento dei rifiuti tossici.
Nessun piano, nessuna organizzazione, tuttavia, sarà in grado di operare i cambiamenti intravisti, se i responsabili delle
Nazioni di tutto il mondo non saranno veramente convinti della assoluta necessità di questa nuova solidarietà, che la crisi
ecologica richiede e che è essenziale per la pace. Tale esigenza offrirà opportune occasioni per consolidare le pacifiche
relazioni tra gli Stati.
11. Occorre anche aggiungere che non si otterrà il giusto equilibrio ecologico, se non saranno affrontate direttamente le
forme strutturali di povertà esistenti nel mondo. Ad esempio, la povertà rurale e la distribuzione della terra in molti Paesi
hanno portato ad un’agricoltura di mera sussistenza e all’impoverimento dei terreni. Quando la terra non produce più,
molti contadini si trasferiscono in altre zone, incrementando spesso il processo di deforestazione incontrollata, o si
stabiliscono in centri urbani già carenti di strutture e servizi. Inoltre alcuni Paesi fortemente indebitati stanno distruggendo
il loro patrimonio naturale con la conseguenza di irrimediabili squilibri ecologici, pur di ottenere nuovi prodotti di
esportazione. Di fronte a tali situazioni, tuttavia, metter sotto accusa soltanto i poveri per gli effetti ambientali negativi da
essi provocati, sarebbe un modo inaccettabile di valutare le responsabilità. Occorre, piuttosto, aiutare i poveri, a cui la
terra è affidata come a tutti gli altri, a superare la loro povertà, e ciò richiede una coraggiosa riforma delle strutture e nuovi
schemi nei rapporti tra gli Stati e i popoli.
12. Ma c’è un’altra pericolosa minaccia che ci sovrasta: la guerra. La scienza moderna dispone già, purtroppo, della
capacità di modificare l’ambiente con intenti ostili, e tale manomissione potrebbe avere a lunga scadenza effetti
imprevedibili e ancora più gravi. Nonostante accordi internazionali proibiscano la guerra chimica, batteriologica e
biologica, sta di fatto che nei laboratori continua la ricerca per lo sviluppo di nuove armi offensive, capaci di alterare gli
equilibri naturali.
Oggi qualsiasi forma di guerra su scala mondiale causerebbe incalcolabili danni ecologici. Ma anche le guerre locali o
regionali, per limitate che siano, non solo distruggono le vite umane e le strutture delle società, ma danneggiano la terra,
rovinando i raccolti e la vegetazione e avvelenando i terreni e le acque. I sopravvissuti alla guerra si trovano nella
necessità di iniziare una nuova vita in condizioni naturali molto difficili, che creano a loro volta situazioni di grave disagio
sociale, con conseguenze negative anche di ordine ambientale.
13. La società odierna non troverà soluzione al problema ecologico, se non rivedrà seriamente il suo stile di vita. In molte
parti del mondo essa è incline all’edonismo e al consumismo e resta indifferente ai danni che ne derivano. Come ho già
osservato, la gravità della situazione ecologica rivela quanto sia profonda la crisi morale dell’uomo. Se manca il senso del
valore della persona e della vita umana, ci si disinteressa degli altri e della terra. L’austerità, la temperanza, la
autodisciplina e lo spirito di sacrificio devono informare la vita di ogni giorno, affinché non si sia costretti da parte di tutti a
subire le conseguenze negative della noncuranza dei pochi.
C’è dunque l’urgente bisogno di educare alla responsabilità ecologica: responsabilità verso se stessi; responsabilità verso
gli altri; responsabilità verso l’ambiente. E’ una educazione che non può essere basata semplicemente sul sentimento o
su un indefinito velleitarismo. Il suo fine non può essere né ideologico né politico, e la sua impostazione non può poggiare
sul rifiuto del mondo moderno o sul vago desiderio di un ritorno al “paradiso perduto”. La vera educazione alla
responsabilità comporta una autentica conversione nel modo di pensare e nel comportamento. Al riguardo, le Chiese e le
altre Istituzioni religiose, gli Organismi governativi e non governativi, anzi tutti i componenti della società hanno un preciso
ruolo da svolgere. Prima educatrice, comunque, rimane la famiglia, nella quale il fanciullo impara a rispettare il prossimo e
ad amare la natura.
14. Non si può trascurare infine, il valore estetico del creato. Il contatto con la natura è di per sé profondamente
rigeneratore, come la contemplazione del suo splendore dona pace e serenità. La Bibbia parla spesso della bontà e della
bellezza della creazione, chiamata a dar gloria a Dio (cfr. ad esempio, Gen 1, 4 ss.; Sal 8, 2; 104, 1 ss.; Sap 13, 3-5; Sir
39, 16.33; 43, 1.9). Forse più difficile, ma non meno intensa, può essere la contemplazione delle opere dell’ingegno
umano. Anche le città possono avere una loro particolare bellezza che deve spingere le persone a tutelare l’ambiente
circostante. Una buona pianificazione urbana è un aspetto importante della protezione ambientale, e il rispetto per le
caratteristiche morfologiche della terra è un indispensabile requisito per ogni insediamento ecologicamente corretto. Non
va trascurata, insomma, la relazione che c’è tra una adeguata educazione estetica e il mantenimento di un ambiente
sano.
V. LA QUESTIONE ECOLOGICA: UNA RESPONSABILITA’ DI TUTTI
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15. Oggi la questione ecologica ha assunto tali dimensioni da coinvolgere la responsabilità di tutti. I vari aspetti di essa,
che ho illustrato, indicano la necessità di sforzi concordati, al fine di stabilire i rispettivi doveri ed impegni dei singoli, dei
popoli, degli Stati e della Comunità internazionale. Ciò non solo va di pari passo con i tentativi di costruire la vera pace,
ma oggettivamente li conferma e li rafforza. Inserendo la questione ecologica nel più vasto contesto della causa della
pace nella società umana, ci si rende meglio conto di quanto sia importante prestare attenzione a ciò che la terra e
l’atmosfera ci rivelano: nell’universo esiste un ordine che deve essere rispettato; la persona umana, dotata della possibilità
di libera scelta, ha una grave responsabilità per la conservazione di questo ordine anche in vista del benessere delle
generazioni future. La crisi ecologica -ripeto ancora- è un problema morale.
Anche gli uomini e le donne che non hanno particolari convinzioni religiose, per il senso delle proprie responsabilità nei
confronti del bene comune riconoscono il loro dovere di contribuire al risanamento dell’ambiente. A maggior ragione,
coloro che credono in Dio creatore e, quindi, sono convinti che nel mondo esiste un ordine ben definito e finalizzato
devono sentirsi chiamati ad occuparsi del problema. I cristiani, in particolare, avvertono che i loro compiti all’interno del
creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede. Essi, pertanto, sono consapevoli
del vasto campo di cooperazione ecumenica ed interreligiosa che si apre dinanzi a loro.
16. A conclusione di questo Messaggio, desidero rivolgermi direttamente ai miei Fratelli e alle mie Sorelle della Chiesa
cattolica per ricordare loro l’importante obbligo di prendersi cura di tutto il creato. L’impegno del credente per un ambiente
sano nasce direttamente dalla sua fede in Dio creatore, dalla valutazione degli effetti del peccato originale e dei peccati
personali e dalla certezza di essere stato redento da Cristo. Il rispetto per la vita e per la dignità della persona umana
include anche il rispetto e la cura del creato, che è chiamato ad unirsi all’uomo per glorificare Dio (cfr. Sal 148 e 96).
San Francesco d’Assisi, che nel 1979 ho proclamato celeste Patrono dei cultori dell’ecologia (cfr. Lett. Ap. Inter sanctos:
AAS 71 [1979], 1509s), offre ai cristiani l’esempio dell’autentico e pieno rispetto per l’integrità del creato. Amico dei poveri,
amato dalle creature di Dio egli invitò tutti -animali, piante, forze naturali, anche fratello Sole e sorella Luna- ad onorare e
lodare il Signore. Dal Poverello di Assisi ci viene la testimonianza che, essendo in pace con Dio possiamo meglio
dedicarci a costruire la pace con tutto il creato la quale è inseparabile dalla pace tra i popoli.
Auspico che la sua ispirazione ci aiuti a conservare sempre vivo il senso della “fraternità” con tutte le cose create buone e
belle da Dio onnipotente, e ci ricordi il grave dovere di rispettarle e custodirle con cura, nel quadro della più vasta e più
alta fraternità umana.
dal Vaticano, 8 dicembre 1989
Combattere la povertà, costruire la pace
Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata della Pace, 2009
di Benedictus XVI
1. Anche all'inizio di questo nuovo anno desidero far giungere a tutti il mio augurio di pace ed invitare, con questo mio
Messaggio, a riflettere sul tema: Combattere la povertà, costruire la pace. Già il mio venerato predecessore Giovanni
Paolo II, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1993, aveva sottolineato le ripercussioni negative che la
situazione di povertà di intere popolazioni finisce per avere sulla pace. Di fatto, la povertà risulta sovente tra i fattori che
favoriscono o aggravano i conflitti, anche armati. A loro volta, questi ultimi alimentano tragiche situazioni di povertà.
“S'afferma... e diventa sempre più grave nel mondo – scriveva Giovanni Paolo II – un'altra seria minaccia per la pace:
molte persone, anzi, intere popolazioni vivono oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri s'è
fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. Si tratta di un problema che s'impone alla
coscienza dell'umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone sono tali da offenderne la nativa
dignità e da compromettere, conseguentemente, l'autentico ed armonico progresso della comunità mondiale» [1].
2. In questo contesto, combattere la povertà implica un'attenta considerazione del complesso fenomeno della
globalizzazione. Tale considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché suggerisce di utilizzare il
frutto delle ricerche condotte dagli economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà. Il richiamo alla globalizzazione
dovrebbe, però, rivestire anche un significato spirituale e morale, sollecitando a guardare ai poveri nella consapevole
prospettiva di essere tutti partecipi di un unico progetto divino, quello della vocazione a costituire un'unica famiglia in cui
tutti – individui, popoli e nazioni – regolino i loro comportamenti improntandoli ai principi di fraternità e di responsabilità.
In tale prospettiva occorre avere, della povertà, una visione ampia ed articolata. Se la povertà fosse solo materiale, le
scienze sociali che ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto quantitativo, sarebbero sufficienti
ad illuminarne le principali caratteristiche. Sappiamo, però, che esistono povertà immateriali, che non sono diretta e
automatica conseguenza di carenze materiali. Ad esempio, nelle società ricche e progredite esistono fenomeni di
emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale: si tratta di persone interiormente disorientate, che vivono diverse
forme di disagio nonostante il benessere economico. Penso, da una parte, a quello che viene chiamato il “sottosviluppo
morale” [2] e, dall'altra, alle conseguenze negative del “supersviluppo” [3]. Non dimentico poi che, nelle società cosiddette
“povere”, la crescita economica è spesso frenata da impedimenti culturali, che non consentono un adeguato utilizzo delle
risorse. Resta comunque vero che ogni forma di povertà imposta ha alla propria radice il mancato rispetto della
trascendente dignità della persona umana. Quando l'uomo non viene considerato nell'integralità della sua vocazione e
non si rispettano le esigenze di una vera “ecologia umana” [4], si scatenano anche le dinamiche perverse della povertà,
com'è evidente in alcuni ambiti sui quali soffermerò brevemente la mia attenzione.
Povertà e implicazioni morali
3. La povertà viene spesso correlata, come a propria causa, allo sviluppo demografico. In conseguenza di ciò, sono in atto
campagne di riduzione delle nascite, condotte a livello internazionale, anche con metodi non rispettosi né della dignità
della donna né del diritto dei coniugi a scegliere responsabilmente il numero dei figli [5] e spesso, cosa anche più grave,
non rispettosi neppure del diritto alla vita. Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà,
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costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani. A fronte di ciò resta il fatto che, nel 1981, circa il 40%
della popolazione mondiale era al di sotto della linea di povertà assoluta, mentre oggi tale percentuale è sostanzialmente
dimezzata, e sono uscite dalla povertà popolazioni caratterizzate, peraltro, da un notevole incremento demografico. Il dato
ora rilevato pone in evidenza che le risorse per risolvere il problema della povertà ci sarebbero, anche in presenza di una
crescita della popolazione. Né va dimenticato che, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, la popolazione sulla
terra è cresciuta di quattro miliardi e, in larga misura, tale fenomeno riguarda Paesi che di recente si sono affacciati sulla
scena internazionale come nuove potenze economiche e hanno conosciuto un rapido sviluppo proprio grazie all'elevato
numero dei loro abitanti. Inoltre, tra le Nazioni maggiormente sviluppate quelle con gli indici di natalità maggiori godono di
migliori potenzialità di sviluppo. In altri termini, la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un
fattore di povertà.
4. Un altro ambito di preoccupazione sono le malattie pandemiche quali, ad esempio, la malaria, la tubercolosi e l'AIDS,
che, nella misura in cui colpiscono i settori produttivi della popolazione, influiscono grandemente sul peggioramento delle
condizioni generali del Paese. I tentativi di frenare le conseguenze di queste malattie sulla popolazione non sempre
raggiungono risultati significativi. Capita, inoltre, che i Paesi vittime di alcune di tali pandemie, per farvi fronte, debbano
subire i ricatti di chi condiziona gli aiuti economici all'attuazione di politiche contrarie alla vita. È soprattutto difficile
combattere l'AIDS, drammatica causa di povertà, se non si affrontano le problematiche morali con cui la diffusione del
virus è collegata. Occorre innanzitutto farsi carico di campagne che educhino specialmente i giovani a una sessualità
pienamente rispondente alla dignità della persona; iniziative poste in atto in tal senso hanno gia dato frutti significativi,
facendo diminuire la diffusione dell'AIDS.
Occorre poi mettere a disposizione anche dei popoli poveri le medicine e le cure necessarie; ciò suppone una decisa
promozione della ricerca medica e delle innovazioni terapeutiche nonché, quando sia necessario, un'applicazione
flessibile delle regole internazionali di protezione della proprietà intellettuale, così da garantire a tutti le cure sanitarie di
base.
5. Un terzo ambito, oggetto di attenzione nei programmi di lotta alla povertà e che ne mostra l'intrinseca dimensione
morale, è la povertà dei bambini. Quando la povertà colpisce una famiglia, i bambini ne risultano le vittime più vulnerabili:
quasi la metà di coloro che vivono in povertà assoluta oggi è rappresentata da bambini. Considerare la povertà ponendosi
dalla parte dei bambini induce a ritenere prioritari quegli obiettivi che li interessano più direttamente come, ad esempio, la
cura delle madri, l'impegno educativo, l'accesso ai vaccini, alle cure mediche e all'acqua potabile, la salvaguardia
dell'ambiente e, soprattutto, l'impegno a difesa della famiglia e della stabilità delle relazioni al suo interno. Quando la
famiglia si indebolisce i danni ricadono inevitabilmente sui bambini. Ove non è tutelata la dignità della donna e della
mamma, a risentirne sono ancora principalmente i figli.
6. Un quarto ambito che, dal punto di vista morale, merita particolare attenzione è la relazione esistente tra disarmo e
sviluppo. Suscita preoccupazione l'attuale livello globale di spesa militare. Come ho già avuto modo di sottolineare, capita
che “le ingenti risorse materiali e umane impiegate per le spese militari e per gli armamenti vengono di fatto distolte dai
progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più poveri e bisognosi di aiuto. E questo va contro quanto afferma la
stessa Carta delle Nazioni Unite, che impegna la comunità internazionale, e gli Stati in particolare, a “promuovere lo
stabilimento ed il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed
economiche mondiali per gli armamenti” (art. 26)” [6].
Questo stato di cose non facilita, anzi ostacola seriamente il raggiungimento dei grandi obiettivi di sviluppo della comunità
internazionale. Inoltre, un eccessivo accrescimento della spesa militare rischia di accelerare una corsa agli armamenti che
provoca sacche di sottosviluppo e di disperazione, trasformandosi così paradossalmente in fattore di instabilità, di
tensione e di conflitti. Come ha sapientemente affermato il mio venerato Predecessore Paolo VI, “lo sviluppo è il nuovo
nome della pace” [7]. Gli Stati sono pertanto chiamati ad una seria riflessione sulle più profonde ragioni dei conflitti,
spesso accesi dall'ingiustizia, e a provvedervi con una coraggiosa autocritica. Se si giungerà ad un miglioramento dei
rapporti, ciò dovrebbe consentire una riduzione delle spese per gli armamenti. Le risorse risparmiate potranno essere
destinate a progetti di sviluppo delle persone e dei popoli più poveri e bisognosi: l'impegno profuso in tal senso è un
impegno per la pace all'interno della famiglia umana.
7. Un quinto ambito relativo alla lotta alla povertà materiale riguarda l'attuale crisi alimentare, che mette a repentaglio il
soddisfacimento dei bisogni di base. Tale crisi è caratterizzata non tanto da insufficienza di cibo, quanto da difficoltà di
accesso ad esso e da fenomeni speculativi e quindi da carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in
grado di fronteggiare le necessità e le emergenze. La malnutrizione può anche provocare gravi danni psicofisici alle
popolazioni, privando molte persone delle energie necessarie per uscire, senza speciali aiuti, dalla loro situazione di
povertà. E questo contribuisce ad allargare la forbice delle disuguaglianze, provocando reazioni che rischiano di diventare
violente. I dati sull'andamento della povertà relativa negli ultimi decenni indicano tutti un aumento del divario tra ricchi e
poveri. Cause principali di tale fenomeno sono senza dubbio, da una parte, il cambiamento tecnologico, i cui benefici si
concentrano nella fascia più alta della distribuzione del reddito e, dall'altra, la dinamica dei prezzi dei prodotti industriali,
che crescono molto più velocemente dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime in possesso dei Paesi più poveri.
Capita così che la maggior parte della popolazione dei Paesi più poveri soffra di una doppia marginalizzazione, in termini
sia di redditi più bassi sia di prezzi più alti.
Lotta alla povertà e solidarietà globale
8. Una delle strade maestre per costruire la pace è una globalizzazione finalizzata agli interessi della grande famiglia
umana [8]. Per governare la globalizzazione occorre però una forte solidarietà globale [9] tra Paesi ricchi e Paesi poveri,
nonché all'interno dei singoli Paesi, anche se ricchi. È necessario un “codice etico comune” [10], le cui norme non abbiano
solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni
essere umano (cfr Rm 2,14-15). Non avverte forse ciascuno di noi nell'intimo della coscienza l'appello a recare il proprio
contributo al bene comune e alla pace sociale? La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non significa che non ne
possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una
vera comunione e un'autentica pace. La marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto
nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle
violazioni dei diritti umani ad esse connesse. La Chiesa, che è “segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità
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di tutto il genere umano”, [11] continuerà ad offrire il suo contributo affinché siano superate le ingiustizie e le
incomprensioni e si giunga a costruire un mondo più pacifico e solidale.
9. Nel campo del commercio internazionale e delle transazioni finanziarie, sono oggi in atto processi che permettono di
integrare positivamente le economie, contribuendo al miglioramento delle condizioni generali; ma ci sono anche processi
di senso opposto, che dividono e marginalizzano i popoli, creando pericolose premesse per guerre e conflitti. Nei decenni
successivi alla seconda guerra mondiale, il commercio internazionale di beni e di servizi è cresciuto in modo
straordinariamente rapido, con un dinamismo senza precedenti nella storia. Gran parte del commercio mondiale ha
interessato i Paesi di antica industrializzazione, con la significativa aggiunta di molti Paesi emergenti, diventati rilevanti. Ci
sono però altri Paesi a basso reddito, che risultano ancora gravemente marginalizzati rispetto ai flussi commerciali. La
loro crescita ha risentito negativamente del rapido declino, registrato negli ultimi decenni, dei prezzi dei prodotti primari,
che costituiscono la quasi totalità delle loro esportazioni. In questi Paesi, per la gran parte africani, la dipendenza dalle
esportazioni di prodotti primari continua a costituire un potente fattore di rischio. Vorrei qui rinnovare un appello perché
tutti i Paesi abbiano le stesse possibilità di accesso al mercato mondiale, evitando esclusioni e marginalizzazioni.
10. Una riflessione simile può essere fatta per la finanza, che concerne uno degli aspetti primari del fenomeno della
globalizzazione, grazie allo sviluppo dell'elettronica e alle politiche di liberalizzazione dei flussi di denaro tra i diversi
Paesi. La funzione oggettivamente più importante della finanza, quella cioè di sostenere nel lungo termine la possibilità di
investimenti e quindi di sviluppo, si dimostra oggi quanto mai fragile: essa subisce i contraccolpi negativi di un sistema di
scambi finanziari – a livello nazionale e globale - basati su una logica di brevissimo termine, che persegue l'incremento
del valore delle attività finanziarie e si concentra nella gestione tecnica delle diverse forme di rischio. Anche la recente
crisi dimostra come l'attività finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e prive della
considerazione, a lungo termine, del bene comune. L'appiattimento degli obiettivi degli operatori finanziari globali sul
brevissimo termine riduce la capacità della finanza di svolgere la sua funzione di ponte tra il presente e il futuro, a
sostegno della creazione di nuove opportunità di produzione e di lavoro nel lungo periodo. Una finanza appiattita sul breve
e brevissimo termine diviene pericolosa per tutti, anche per chi riesce a beneficiarne durante le fasi di euforia finanziaria
[12].
11. Da tutto ciò emerge che la lotta alla povertà richiede una cooperazione sia sul piano economico che su quello giuridico
che permetta alla comunità internazionale e in particolare ai Paesi poveri di individuare ed attuare soluzioni coordinate per
affrontare i suddetti problemi realizzando un efficace quadro giuridico per l'economia. Richiede inoltre incentivi alla
creazione di istituzioni efficienti e partecipate, come pure sostegni per lottare contro la criminalità e per promuovere una
cultura della legalità. D'altra parte, non si può negare che le politiche marcatamente assistenzialiste siano all'origine di
molti fallimenti nell'aiuto ai Paesi poveri. Investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una
specifica cultura dell'iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo termine. Se le attività economiche
hanno bisogno, per svilupparsi, di un contesto favorevole, ciò non significa che l'attenzione debba essere distolta dai
problemi del reddito. Sebbene si sia opportunamente sottolineato che l'aumento del reddito pro capite non può costituire
in assoluto il fine dell'azione politico-economica, non si deve però dimenticare che esso rappresenta uno strumento
importante per raggiungere l'obiettivo della lotta alla fame e alla povertà assoluta. Da questo punto di vista va sgomberato
il campo dall'illusione che una politica di pura ridistribuzione della ricchezza esistente possa risolvere il problema in
maniera definitiva. In un'economia moderna, infatti, il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla capacità
di creare reddito presente e futuro. La creazione di valore risulta perciò un vincolo ineludibile, di cui si deve tener conto se
si vuole lottare contro la povertà materiale in modo efficace e duraturo.
12. Mettere i poveri al primo posto comporta, infine, che si riservi uno spazio adeguato a una corretta logica economica da
parte degli attori del mercato internazionale, ad una corretta logica politica da parte degli attori istituzionali e ad una
corretta logica partecipativa capace di valorizzare la società civile locale e internazionale. Gli stessi organismi
internazionali riconoscono oggi la preziosità e il vantaggio delle iniziative economiche della società civile o delle
amministrazioni locali per la promozione del riscatto e dell'inclusione nella società di quelle fasce della popolazione che
sono spesso al di sotto della soglia di povertà estrema e sono al tempo stesso difficilmente raggiungibili dagli aiuti ufficiali.
La storia dello sviluppo economico del XX secolo insegna che buone politiche di sviluppo sono affidate alla responsabilità
degli uomini e alla creazione di positive sinergie tra mercati, società civile e Stati. In particolare, la società civile assume
un ruolo cruciale in ogni processo di sviluppo, poiché lo sviluppo è essenzialmente un fenomeno culturale e la cultura
nasce e si sviluppa nei luoghi del civile [13].
13. Come ebbe ad affermare il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, la globalizzazione “si presenta con una
spiccata caratteristica di ambivalenza” [14] e quindi va governata con oculata saggezza. Rientra in questa forma di
saggezza il tenere primariamente in conto le esigenze dei poveri della terra, superando lo scandalo della sproporzione
esistente tra i problemi della povertà e le misure che gli uomini predispongono per affrontarli. La sproporzione è di ordine
sia culturale e politico che spirituale e morale. Ci si arresta infatti spesso alle cause superficiali e strumentali della povertà,
senza raggiungere quelle che albergano nel cuore umano, come l'avidità e la ristrettezza di orizzonti. I problemi dello
sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionale vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento delle
persone, ma come questioni tecniche, che si esauriscono nella predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi
tariffari, nello stanziamento di anonimi finanziamenti. La lotta alla povertà ha invece bisogno di uomini e donne che vivano
in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo
umano.
Conclusione
14. Nell'Enciclica Centesimus annus, Giovanni Paolo II ammoniva circa la necessità di “abbandonare la mentalità che
considera i poveri – persone e popoli – come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto
altri hanno prodotto”. “I poveri – egli scriveva - chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di mettere
a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero” [15]. Nell'attuale mondo
globale è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole:
le distorsioni di sistemi ingiusti, infatti, prima o poi, presentano il conto a tutti. Solo la stoltezza può quindi indurre a
costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado. La globalizzazione da sola è incapace di costruire la
pace e, in molti casi, anzi, crea divisioni e conflitti. Essa rivela piuttosto un bisogno: quello di essere orientata verso un
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obiettivo di profonda solidarietà che miri al bene di ognuno e di tutti. In questo senso, la globalizzazione va vista come
un'occasione propizia per realizzare qualcosa di importante nella lotta alla povertà e per mettere a disposizione della
giustizia e della pace risorse finora impensabili.
15. Da sempre la dottrina sociale della Chiesa si è interessata dei poveri. Ai tempi dell'Enciclica Rerum novarum essi
erano costituiti soprattutto dagli operai della nuova società industriale; nel magistero sociale di Pio XI, di Pio XII, di
Giovanni XXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II sono state messe in luce nuove povertà man mano che l'orizzonte della
questione sociale si allargava, fino ad assumere dimensioni mondiali [16]. Questo allargamento della questione sociale
alla globalità va considerato nel senso non solo di un'estensione quantitativa, ma anche di un approfondimento qualitativo
sull'uomo e sui bisogni della famiglia umana. Per questo la Chiesa, mentre segue con attenzione gli attuali fenomeni della
globalizzazione e la loro incidenza sulle povertà umane, indica i nuovi aspetti della questione sociale, non solo in
estensione, ma anche in profondità, in quanto concernenti l'identità dell'uomo e il suo rapporto con Dio. Sono principi di
dottrina sociale che tendono a chiarire i nessi tra povertà e globalizzazione e ad orientare l'azione verso la costruzione
della pace. Tra questi principi è il caso di ricordare qui, in modo particolare, l'“amore preferenziale per i poveri” [17], alla
luce del primato della carità, testimoniato da tutta la tradizione cristiana, a cominciare da quella della Chiesa delle origini
(cfr At 4,32-36; 1 Cor 16,1; 2 Cor 8-9; Gal 2,10).
“Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi”, scriveva nel 1891 Leone XIII, aggiungendo: “Quanto alla Chiesa,
essa non lascerà mancare mai e in nessun modo l'opera sua” [18]. Questa consapevolezza accompagna anche oggi
l'azione della Chiesa verso i poveri, nei quali vede Cristo [19], sentendo risuonare costantemente nel suo cuore il mandato
del Principe della pace agli Apostoli: “Vos date illis manducare – date loro voi stessi da mangiare” (Lc 9,13). Fedele a
quest'invito del suo Signore, la Comunità cristiana non mancherà pertanto di assicurare all'intera famiglia umana il proprio
sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare “gli stili di vita, i
modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società” [20]. Ad ogni discepolo
di Cristo, come anche ad ogni persona di buona volontà, rivolgo pertanto all'inizio di un nuovo anno il caldo invito ad
allargare il cuore verso le necessità dei poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro soccorso.
Resta infatti incontestabilmente vero l'assioma secondo cui “combattere la povertà è costruire la pace».
[1] Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1.
[2] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 19.
[3] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 28.
[4] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 38.
[5] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 37; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 25.
[6] Benedetto XVI, Lettera al Cardinale Renato Raffaele Martino in occasione del Seminario internazionale organizzato dal Pontificio
Consiglio della Giustizia e della Pace sul tema “Disarmo, sviluppo e pace. Prospettive per un disarmo integrale”, 10 aprile 2008:
L'Osservatore Romano, 13.4.2008, p. 8.
[7] Lett. enc. Populorum progressio, 87.
[8] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 58.
[9] Cfr Giovanni Paolo II, Discorso all'Udienza alle Acli, 27 aprile 2002, 4: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXV, 1 [2002], 637.
[10] Giovanni Paolo II, Discorso all'Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, 27 aprile 2001, 4: Insegnamenti
di Giovanni Paolo II, XXIV, 1 [2001], 802.
[11] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1.
[12] Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 368.
[13] Cfr ibid., 356.
[14] Discorso nell'Udienza a Dirigenti di sindacati di lavoratori e di grandi società, 2 maggio 2000, 3: Insegnamenti di Giovanni Paolo II,
XXIII, 1 [2000], 726.
[15] N. 28.
[16] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 3.
[17] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 42; cfr Idem, Lett. enc. Centesimus annus, 57.
[18] Lett. enc. Rerum novarum, 45.
[19] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 58.
[20] Ibid.
Dal Vaticano, 8 Dicembre 2008
Stili di vita – consigli
dal testo a cura di Alessia Bello, WWF - Gruppo attivo Roma XI (www.wwfroma11.it, consultato il 17 febbraio 2009)
Parlare di STILI DI VITA vuol dire avere chiaro il concetto di SOSTENIBILITÀ, poiché essi rappresentano esclusivamente
una serie di azioni pratiche e soprattutto quotidiane che possono contribuire al risparmio delle risorse naturali facendo
leva sul loro uso razionale.
La definizione di sostenibilità attualmente adottata a livello internazionale è quella fornita da Gro Harlem Brundtland: LA
SOSTENIBILITÀ È’ QUELLO SVLILUPPO CHE SODDISFA I BISOGNI DEL PRESENTE SENZA COMPROMETTERE
QUELLI DEL FUTURO, PRESERVANDO LE CONDIZIONI DI RIPRODUZIONE DELLE RISORSE NATURALI E
GARANTENDO UNA PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA ALLA LORO UTILIZZAZIONE (World Commission on
Environment and Development).
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Il WWF ha firmato a livello internazionale, con INCN - the Wold Conservation Union e l'UNEP - United Nations
Environment Program, un accordo per raggiungere uno sviluppo sostenibile (1986).
Questo testo da noi realizzato, lungi dall’essere uno sterile elenco di "ciò che è buono e ciò che è cattivo", intende
semplicemente fornire una serie di spunti di riflessione che permettano di porsi il problema delle cause di degrado
dell’ambiente in modo costruttivo e propositivo. È per noi fondamentale far vedere che una sedia o una radio sono fatti di
materiali naturali ed energia, e continueranno sempre a far parte dell’ambiente materiale anche quando verranno buttati o
inceneriti, provocando un aumento dei rifiuti e degli sprechi.
A TAVOLA
- Scegliere frutta e verdura di stagione, prodotti locali e preferibilmente prodotti della agricoltura biologica.
- Diminuire il consumo della carne e provare le proteine vegetali come legumi e soia.
IN CASA
- Evitare la posta inutile, con conseguente risparmio di carta, contattando l'ANVED (Associazione nazionale Vendita per
Corrispondenza e a Distanza) Via Melchiorre Gioia, 70 - 20124 Milano o via Fax al 0267074370. Il proprio nominativo
verrà eliminato dalle liste per l'invio di pubblicità.
- Usare le pile ricaricabili (in qualsiasi negozio di materiale elettrico). Qualora ciò non fosse possibile, buttare sempre le
pile esauste nell’apposito contenitore presente nelle scuole o nei centri per la raccolta differenziata perché contengono
pericolosi metalli pesanti.
- Partecipare alla raccolta differenziata imparando a raccogliere separatamente i vari rifiuti!
- Usare con parsimonia i detersivi, privilegiando quelli senza fosfati.
- Fare il compost con i rifiuti di cucina e le potature delle piante.
- Verificare la possibilità di riparare gli apparecchi, gli oggetti, i mobili, le scarpe, ecc... "L'usa e getta" è dannoso per la
natura.
- Effettuare un'accurata politica di risparmio energetico. Per esempio scegliere lavatrice e lavastoviglie a basso consumo
di energia e d’acqua ed utilizzarle a pieno carico; sostituire le lampadine ad incandescenza con quelle fluorescenti ad
alta efficienza.
- Non sprecare l'acqua, ad esempio chiudendo i rubinetti quando si lavano i denti, i piatti o l’automobile. Oppure piegando
verso il basso l’asta del galleggiante del water: si risparmieranno circa 5 litri d’acqua ad ogni scarico.
- Non buttare rifiuti e sostanze nocive negli scarichi fognari poiché equivale a gettarle direttamente in mare. Ad esempio è
sempre più frequente trovare in spiaggia i bastoncini colorati per la pulizia delle orecchie che vengono gettati nel water.
Eventualmente acquistare quelli in cartone.
- Realizzare impianti ad energia fotovoltaica soprattutto nelle seconde case.
QUANDO FAI ACQUISTI
- Fare la lista delle cose che servono prima di fare la spesa.
- Usare la sporta di stoffa quando si va a fare la spesa. Le buste di plastica si possono adoperare solo poche volte e alla
fine l'unico modo è quello di impiegarle come sacchetto per l'immondizia.
- Non acquistare, salvo che per problemi di salute, l'acqua in bottiglia. Le bottiglie in PET vanno sempre gettate
nell'apposito contenitore per la raccolta differenziata.
- Usare la carta riciclata e tutti prodotti del riciclaggio (vetro, pail, mobili per uffici, suppellettili, ecc.)
- Preferire le normali saponette ai saponi liquidi i cui contenitori sono in plastica. Se non si riesce ad utilizzare la saponetta
perché troppo abituati, acquistare i contenitori per il sapone liquido in ceramica da riempire di volta in volta con le
"confezioni risparmio".
- Evitare l’usa e getta preferendo prodotti di lunga durata o riutilizzabili.
- Acquistare prodotti ad imballo zero in contenitori riciclati, come la carta, o riciclabili come il vetro, o meglio ricercare il
vuoto a rendere.
- Vendere o acquistare oggetti usati ai mercatini per il riutilizzo. Il riutilizzo degli oggetti, antichi e moderni, è una forma di
non produzione di rifiuti.
- Non acquistare le lattine di alluminio.
- Ridurre tutti gli sprechi come il guardaroba inutile e gli oggetti superflui.
- Non acquistare collane di corallo o avorio, ecc.
- Comprare nelle botteghe del Commercio Equo e Solidale.
- Evitare i prodotti testati sugli animali.
IN UFFICIO
- Spegnere il più possibile le luci, i computer e le fotocopiatrici. Utilizzare la funzione STAND BY
- Scegliere, se possibile, la posta elettronica per le comunicazioni e pretendere nel proprio ufficio una raccolta
differenziata per la carta.
- portare da casa il proprio bicchiere di vetro, le posate ed il tovagliolo di stoffa, invece di utilizzare le stoviglie usa e getta
delle mense.
PER STRADA
- Rallenta! Passando da 130 Km/h a 100 Km/h risparmi il 20% di carburante.
- In città usare il meno possibile l'auto privata ma preferire i mezzi pubblici o addirittura la bicicletta. Se non è possibile
rinunciare alla macchina, non viaggiamo da soli, ma diamo un passaggio ai colleghi. Se per gli spostamenti urbani non
riusciamo a fare a meno del mezzo privato, anche a due ruote (ciclomotori e moto), cerchiamo di orientare la nostra
scelta verso modelli a basso impatto ambientale.
IN VIAGGIO
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- Per viaggiare preferire il treno o l'aereo piuttosto che l'automobile: sono mezzi di trasporto collettivi.
- Non acquistare souvenir derivati da specie rare, come avorio, corallo, conchiglie…
L’educazione ambientale
Sportello Eco Equo Firenze (http://sportelloecoequo.comune.firenze.it/pages/educazione_ambientale.htm, consultato il 23
febbraio 2009)
E' un approccio educativo che si pone come obiettivo quello di mettere in relazione i soggetti con l'ambiente che li
circonda e di renderli attori responsabili. L'educazione qui è intesa non come modello educativo "depositario" (in cui lo
studente è un oggetto nel quale appunto depositare un sapere), ma come una costruzione condivisa di conoscenze
durante la quale lo studente sviluppa ed esprime la propria personalità, il proprio senso critico, la propria volontà e
capacità di operare nell'ambiente (inteso come intreccio di ambiente naturale, ambiente costruito e ambiente sociale:
"eco-socio-sistema") attraverso esperienze ed azioni concrete.
Non c'è un età per l'apprendimento dell'Educazione Ambientale perchè "si protrae per tutta la durata dell'esistenza,
prepara l'individuo alla vita e coinvolge, direttamente e continuamente, tutte le generazioni sulla base del principio che
ognuna ha qualcosa da imparare dalle altre".
Una riflessione più avanzata condotta su l'Educazione Ambientale e allo Sviluppo Sostenibile la eleva a progetto
pedagogico-didattico pervasivo rispetto agli spazi presenti nella scuola, uno "sfondo integratore" per la scelta di
metodologie operative, di finalità e di contenuti della didattica scolastica. La scelta della scuola come luogo privilegiato,
ma non esclusivo, per le nuove educazioni nasce dalla considerazione che il mondo studentesco è per sua natura
composto da persone ancora disposte a confrontarsi con una "pedagogia della giustizia" ( intesa come valorizzazione ed
emersione del sentimento di giustizia insito nell'uomo).
Tra gli elementi più o meno costanti in tutte le esperienze di EAeSS ritroviamo:
- il coinvolgimento trasversale delle competenze e degli approcci dei diversi saperi (multidisciplinarietà)
- rispetto e valorizzazione delle differenze
- promozione dei diritti umani e dell'ambiente
- consapevolezza della crescente interdipendenza globale
- studio e gestione dei conflitti e loro risoluzione non violenta.
A COSA SERVE
L'educazione ambientale (EA) e lo sviluppo sostenibile (ESS) concorrono alla costituzione di una società sostenibile
attraverso la formazione della cittadinanza e la promozione di comportamenti critici e propositivi dei cittadini verso il
proprio contesto ambientale. Le attività e iniziative mirano a rafforzare la coerenza tra il sapere e l'agire - Educ-Azione:
educare agendo -.
L'Educazione viene considerata la vera sfida del XXI secolo; nel Trattato sull'Educazione Ambientale, approvato dal
Global Forum di Rio (1993), viene riconosciuto "il ruolo centrale dell'educazione nella formulazione dei valori e delle azioni
sociali" e viene ribadito l'impegno nel "processo di trasformazione educativa, che mira a coinvolgere noi, in prima persona,
le nostre comunità e le nostre nazioni nella creazione di società eque e sostenibili", ritenendo che "l'educazione
ambientale, alla sostenibilità nell'equità sia un processo di continuo apprendimento basato sul rispetto per le forme di vita.
Essa afferma valori e azioni che contribuiscono al cambiamento umano e alla conservazione dell'ambiente promuove
società ecologicamente sane ed eque, che vivono insieme nella dipendenza reciproca e nella diversità. Ciò richiede
responsabilità individuale e collettiva a livello locale, nazionale e planetario".
Tale educazione mira pertanto a formare una cittadinanza attiva che comprenda, faccia proprie e preservi le complessità
delle relazioni tra natura, risorse e attività umane, a costruire e diffondere una cultura moderna "capace di futuro", capace
cioè di andare oltre la dimensione dell'usa e getta e di ispirare le proprie azioni al "senso del limite".
QUANDO E COME NASCE
L'Educazione Ambientale è un'identità in evoluzione, la cui nascita ed affermazione vanno di pari passo con l'acuirsi di
fenomeni di degrado ambientale che hanno portato a grandi catastrofi ecologiche.
Per anni e talvolta anche adesso, parlando di Educazione Ambientale, si è pensato a "saperi" legati alle discipline
scientifiche oppure alla semplice gita guidata nel bosco alla scoperta della "natura".
Si è passati da un'idea di EA mirata alla "difesa e conservazione della natura" ad un progressivo ampliamento del
concetto di ambiente anche al patrimonio culturale ed antropico, dove emerge l'idea che bisogna sviluppare una
consapevolezza dei problemi ambientali e lo sviluppo di comportamenti e capacità critiche oltre che acquisire conoscenze
specifiche.
Il trattato sull'Educazione Ambientale firmato dalle ONG del Global Forum di Rio (1993) ha superato questo approccio,
cominciando a parlare di educazione orientata allo "sviluppo sostenibile".
Di fatto bisogna essere consapevoli che i concetti legati all'EA sono in continua evoluzione e necessitano di una costante
revisione critica, considerando sempre però come caratteristica dell'EA quella di aver proposto e di proporre dimensioni
educative profonde e rivolte al cambiamento sociale e personale nel rispetto delle differenze e per la costruzione di un
mondo solidale e responsabile.
CHI SE NE OCCUPA IN ITALIA
I soggetti operanti in questo settore sono molteplici, dagli enti pubblici alle associazioni ambientaliste e non, al privato. La
tendenza attuale a livello nazionale è la creazione di un Sistema per l'EA come integrazione dei sistemi regionali.
- Ministero dell'ambiente www.minambiente.it/SVS/infea/infea.html
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- APAT (Agenzia Nazionale per la protezione dell'Ambiente e per i servizi tecnici) http://www.apat.gov.it
- IRRE (Istituto di Ricerca Educativa) www.bdp.it
- INVALSI (Istituto Nazionale per la valutazione del sistema per l'istruzione) www.bdp.it
- INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione per la ricerca educativa) www.bdp.it
- WWF www.wwf.it
- LEGAMBIENTE www.legambiente.it.
Dibattito sul problema demografico
Gruppo di lavoro “Le idee dell’Ambientalismo”
(Dionisi) Secondo me è l’aumento demografico della popolazione verificatosi negli ultimi secoli la causa principale dei
problemi ambientali.
(Poggiani) Lo credo anch’io, anche se la popolazione mondiale si dovrebbe stabilizzare nel prossimo futuro su livelli
meno impattanti.
(Furlani) Le nazioni che hanno un maggiore impatto sono quelle più ricche, con drammatiche disparità economiche e
sociali tra i paesi opulenti e paesi poveri, oltre che, all’interno della società, tra gruppi sociali molto ricchi e altri in
condizioni disagiate.
(Guzzi G.) Le nazioni che hanno un maggiore impatto sono quelle più ricche e con una popolazione minore, oltretutto in
calo. Lo sviluppo porta una riduzione dell'incremento della popolazione (almeno dai dati che conosco). Questo non
esclude che il problema della popolazione non debba essere preso in considerazione, ad oggi però (a mio avviso), quello
dell'ingiusta ripartizione delle risorse è prevalente e deve cominciare ad essere affrontato per primo.
(La Perna) L’evoluzione delle condizioni ambientali del pianeta, che mi auspico lente, postula lente e graduali
modificazioni dei rapporti numerici tra le “popolazioni” delle diverse specie viventi o vegetanti. Tra le quali tutte, quella
umana appare la più capace di accelerare o decelerare gl’incrementi e i decrementi sia suoi che delle altre specie; essa
ha quindi il massimo interesse ad autocontrollare sé stessa anche in funzione delle evoluzioni di fauna e flora. I suoi ritmi
riproduttivi stanno cominciando a rallentare, ma la tendenza deve essere continuamente controllata e favorita, con i mezzi
meno nocivi (sia nell’immediato, sia nell’arco di una vita) per ogni individuo riproduttore; le necessarie soppressioni di
spermatozoi, embrioni e feti vanno valutate in confronto alle difficoltà di sopravvivenza che, in alternativa, una
moltiplicazione incontrollata imporrebbe agli individui già nati e, a differenza degli organismi ora citati, già soggetti, a volte
non sostituibili, di consapevoli interrelazioni. Un feto è soggetto di interrelazioni solo con la madre che lo porta, e solo
questa è in grado di valutare l’importanza e la necessità della sua sopravvivenza. Il rallentamento demografico, nella fase
di transizione da un ritmo elevato al ritmo più lento che eventualmente si perseguisse, determinerà “deformazioni” delle
piramidi delle età, alle quali ci si dovrà adattare con opportune redistribuzioni dei ruoli sociali, prolungando la vita
lavorativa e ritardando, sia gli ingressi in questa, sia l’inizio della vita effettivamente riproduttiva, contribuendo così a
rallentare l’incremento della specie, ed utilizzando le età del più facile apprendimento per innalzare le preparazioni dei
singoli alle successive attività produttive e la collettiva accumulazione di conoscenza; tenendo presente che, anche tra le
altre specie viventi, ad una più lunga fase pre-adulta seguono (coeteris paribus) maggiori capacità intellettive e (forse
perciò) maggiori longevità.
Chi gode delle condizioni di vita migliori ha motivo di riconoscere le disuguaglianze di condizione, entro una collettività o
tra collettività, come possibili cause di reciproci rapporti conflittuali e distruttivi, e/o di peggioramento per le condizioni di
cui sta godendo; un controllo collettivo delle disuguaglianze può, da un lato, comprimere i consumi che la disponibilità
complessiva di risorse non consenta di rendere universali, dall’altro, mantenere viva in ogni individuo ed in ogni collettività
la responsabilità di subordinare i propri comportamenti produttivi ai livelli di consumo, materiale ed immateriale, cui aspira.
(Fazi) L'Impronta ecologica ci dice che ciascun abitante della Terra avrebbe, secondo equità distributiva, 1,5 ettari
produttivi (cioè eliminando deserti ed altre parti considerate non produttive ai fini umani) di questo pianeta a disposizione
per i suoi consumi. Questo calcolo esclude comunque ogni altra forma di vita selvatica, poiché nessun ettaro, oltre alla
massa di terreni da cui l'uomo non potrebbe procurarsi beni e servizi, è stato destinato ad elefanti, tigri, pecari, echidna,
ecc.. Fatta salva la critica a questo modello contabile che gli stessi autori riconoscono come dotato di limiti ineludibili, è
però uno strumento per capire. A livello mondiale l'impronta è di 2,2 ettari procapite, quindi già superiore alla possibilità del
pianeta di sostenere questo peso senza impoverirsi. Abbiamo intaccato il capitale, siamo già più poveri tutti.
Ogni italiano avrebbe a sua disposizione 1 ettaro di terreno produttivo (si escludono quindi ghiacciai ed altre
"improduttive" (?) realtà ecologiche). Ciò significa che dovremmo essere quasi 3 volte più poveri della media mondiale.
Dato che è evidente a tutti che non è così e dato che è possibile quantificare l'impronta ecologica di una persona di cui si
possa conoscere lo stile di vita, potremmo arrivare da soli al dato che invece scrivo ora: l'impronta di un italiano medio è
4,2 ettari.
(avvertenza: questi dati variano un poco a seconda degli studi, io uso uno di questi studi, altri danno la biodisponibilità in
1,3 ettari...). Tolto quell'ettaro equivalente che "possiede" (gli ambientalisti sanno che non possediamo questa terra ma la
possiamo usare per la durata della nostra vita, per poi restituirla in ottimo stato) per diritto come italiano, restano 3,2 ettari
di cui ognuno degli italiani, mediamente, si appropria.
Demograficamente siamo già oltre la sostenibilità, siamo troppi. Siamo quasi 200 abitanti per kmq, stiamo saturando il
territorio di realtà improduttive ecologicamente parlando: asfalto e cemento non producono ossigeno, non producono cibo,
non assorbono CO2, non raccolgono acqua piovana, non ospitano biodiversità, non digeriscono i cataboliti della ns civiltà
offrendoli di nuovo come ricchezza...Siamo troppi e ciascuno ha troppo.
Parte di quel troppo lo prendiamo con ogni evidenza altrove, quei 3,2 ettari che mancano li andiamo a prendere in altri
paesi.
La questione che non esiste quindi bomba demografica perché è solo un problema di distribuzione, è del tutto
corrispondente alla realtà?
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Gli Erlich hanno divulgato questa equazione. I = PxAxT, dove I sta per Impact, cioè impatto, P sta per Population,
popolazione; A sta per Affluence che significa flusso di beni, e T sta per technology, cioè la tecnologia con cui viene
prodotta l'affluence, calcola il tipo di processo e quindi di energia e scoria rilasciate durante la creazione di affluence.
Il prodotto di questa serie: I = 100x100x100 e di questa: I = 10000x10x10, è sempre 1000000. Anche paesi con bassa
affluence ma popolazioni crescenti hanno un peso devastante.
Dire questo non cozza contro il nostro terzomondismo, contro il ns senso di giustizia per ogni parte del pianeta. E' solo la
realtà cruda dei fatti.
Per quanto riguarda alcune voci, in particolare il consumo di energia, di materie prime, l'emissione di gas di serra, è chiaro
che un americano che vanta un impronta di 9,6 ettari non può avere la stessa responsabilità di un ghanese, di un indiano
che ha solo 0,8 ettari di impronta.
Ma la natura sta soffrendo di più nei paesi dove la ricerca assolutamente legittima di benessere vede il conflitto tra lo
spazio che l'uomo vuole per se e quello che dovrebbero avere habitat e specie per non estinguersi.
Vero è che, aumentando la ricchezza, le popolazioni tendono a diminuire il tasso di crescita numerico, la questione è se la
natura ha tempo e spazio per attendere che india, Cina, africa, sud est asiatico, smettano di aumentare di numero e di
uso del territorio...
Una parte del mondo vuole che queste aree restino povere, per diversi motivi: se tutti vogliono quello che voglio io ne
resta di meno per me; se non esiste più povertà dove trovo mano d'opera a basso costo, dove posso fare industrie
turistico-sessuali, dove posso comprare risorse a quattro lire, dove posso spostare le mie fabbriche per guadagnare di più,
inquinare senza pagare, ecc ecc.
Il problema della distribuzione è un problema devastante, ma dobbiamo anche guardare dietro questo problema, perche
la nostra specie è già in sovrannumero, anche ridistribuendo con equità le risorse. Abbiamo quindi da risolvere non solo
un problema colossale, grande come i continenti della povertà, ma anche quello che vede il conflitto tra l'esigenza di
questo modello socio-economico quantitativo e l'esigenza di conservare il potenziale produttivo di questo pianeta. Siamo
troppi nei nostri paesi industrializzati, dovremmo diminuire per contare su un adeguato pezzo di terra senza andarlo a
prendere altrove, togliendolo ad altri umani ed alla natura.
Ma ogni flessione nel numero di esseri umani-compratori si traduce nella crisi economica, passando per la fase dello
squilibrio delle fasce in età lavorativa e quelle in pensione (chi lavora mantiene chi non lo fa ancora o non lo fa più, e se
questo equilibrio si rompe, per una generazione si è nei guai, poi ci si assesta di nuovo su numeri relativi tra loro
equilibrati, ma per una 30ina di anni è un problema!). Se meno gente compra, meno gente lavora alle cose che dovrebbe
comprare.....
In natura è molto più semplice: ci sono tanti leoni per quanti gnu vivono nella savana, e gli gnu sono determinati dall'erba
che è disponibile. La flessione di erba e gnu porta alla flussione di leoni. In natura però questa flessione si chiama morte,
chi non mangia abbastanza muore, e chi resta trova un nuovo equilibrio. Noi non vogliamo sottostare alle crude leggi della
natura, e dobbiamo trovare modelli economici che siano elastici e ci mettano in condizione di fermarci se è necessario, di
produrre meno se necessario, di fare meno figli se necessario, di ridistribuire se necessario, di reinventarci uno stile di vita
diverso se necessario....
Ed è necessario. Solo che questo modello ed i suoi profeti non sanno come fermare questa macchina né hanno interesse
a farlo. Allora il modello si esporta e affascina nuovi compratori, che devono diventare prima produttori di cose per poterle
poi comprare, e per poter fare sia questo che quello devono svendere il territorio, la cultura originaria, e dannarsi come noi
per diventare come noi...
Certo in questo gioco noi abbiamo più responsabilità, diciamo che dovremmo essere più consapevoli.....ma nella grande
battaglia contro il pianeta il paese povero distrugge la natura addirittura con più foga di quanto facciamo noi, che ci
possiamo "permettere" di proteggere pezzetti di natura, mentre altrove ogni cosa è sacrificabile, se davanti hai la fame,
oppure solo il miraggio del ns modello...
Fano, marzo 2009
L'accesso agli atti come gestione del territorio da parte della
base
di Giuseppe Dini
La conoscenza dei documenti permette di anticipare le nostre battaglie in fase di autorizzazioni e non dopo, quando
occorre un grave dispendio di energie da parte di tutti.
Quando chiedo documentazione o accesso agli atti utilizzo la L. 241/90, semplicemente aggiungendo in finale la richiesta
di sapere il responsabile amministrativo del procedimento, nonché di avere risposte nei tempi e modalità previste dalla
legge. Se ho necessità di vedere subito degli atti chiedo la visione immediata (se disponibili presso gli uffici pubblici non
possono esimersi) e leggo e prendo appunti (adesso ci sono anche le digitali…). Questa normativa ha il problema che in
caso di non risposta occorrerebbe fare ricorso al TAR ed è difficile che la Procura intervenga per omissione di atti d’ufficio.
Viene perciò in aiuto il D.Lvo 195 del 2005 sull’accesso ai dati ambientali, che permette l’estrazione dei dati relativi a
«informazione ambientale» (leggetevi bene l’art. 2 che vi sintetizzo), ossia a qualsiasi informazione disponibile in forma
scritta, visiva, sonora, elettronica od in qualunque altra forma materiale concernente:
1) lo stato degli elementi dell'ambiente, quali l'aria, l'atmosfera, l'acqua, il suolo, il territorio, i siti naturali, compresi gli
igrotopi, le zone costiere e marine, la diversità biologica ed i suoi elementi costitutivi, compresi gli organismi
geneticamente modificati, e, inoltre, le interazioni tra questi elementi;
2) fattori quali le sostanze, l'energia, il rumore, le radiazioni od i rifiuti, anche quelli radioattivi, le emissioni, gli scarichi ed
altri rilasci nell'ambiente, che incidono o possono incidere sugli elementi dell'ambiente, individuati al numero 1).”
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In caso di inadempienze qui si parla di Corte europea che gli Enti decisamente vorranno evitare. Non pensiate che sia
facile, occorre sempre lavorare con astuzia, perché l’obiettivo è quello di avere le informazioni e non infognarci in denunce
dai lunghi procedimenti. Pensate che il comune di Cagli ha introdotto nel suo regolamento, in maniera erronea, l’obbligo di
avvisare gli interessati diretti, per cui la risposta viene posticipata di 10 gg. Ma se i documenti richiesti riguardano atti
pubblici quali una concessione edilizia che ha di per sé la sua pubblicità, i cartelli esposti, questo loro intervento diventa
vessatorio e limitativo proprio nell’accesso agli atti.
Veniamo alla Conferenza dei servizi: essa riguarda non solo le captazioni, ma tutti i progetti di cui un committente chiede
l’accelerazione delle autorizzazioni preposte e delegate ai rispettivi enti pubblici, provincia, paesaggistico, ARPA, Belle
arti, servizi piante protette, ecc.; quindi potrebbe essere una discarica, degli impianti eolici, una fabbrica insalubre, una
strada o una modifica dell’asse stradale di una statale, insomma qualsiasi attività che noi crediamo coinvolga le nostre
motivazioni ambientali.
Ecco che quindi è necessario chiedere agli enti delegati ai sportelli delle unità produttive (quelli che indicono le conferenze
di servizio), provincia, regione, comunità montane (per i comuni consorziati), o anche grandi comuni, di dare la giusta
pubblicità gli incontri delle conferenze dei servizi, per chiedere in anticipatamente di partecipare come giustamente la
legge prevede: “La c. d s. deve essere resa pubblica con adeguate forme di pubblicità: immissione nell'archivio
informatico, comunicato stampa o affissione all'albo pretorio.”. Quindi perché non immetterla nel sito dell’Ente e nel caso
di non risposta fare un bell’articolo su come non vogliono dare informazione ai cittadini?
Sì, anche questa è vigilanza: vi assicuro che con questo meccanismo a livello comunale e provinciale spesso, un po’
meno a livello regionale (perché sono più decentrato), sono riuscito a mettere diverse toppe. Aggiungo che prima erano
tutte raccomandate con ricevuta di ritorno, oggi con la posta certificata è possibile spedire lettere con la stessa validità
giuridica; se l’Ente ha una “pec” arriva anche la ricevuta di ritorno, se e’ posta elettronica normale equivale a una
raccomandata, che mi automando ad un mio altro indirizzo mail per conferma oltre quello degli enti (candidi come
colombe, scaltri come serpenti…) il tutto per pochi euro/anno. Spero di esservi stato d’aiuto, ma soprattutto, attiviamoci!
P.S. Perdonatemi la mia deformazione di insegnante; consiglio la lettura di "Manuale di autodifesa ambientale del cittadino" di Luca
Ramacci, Franco Angeli ed. Milano 2006, 16€
I DIRITTI DEL CITTADINO - PREMESSA
Lo scopo di questo dossier è quello di fornire a chi si occupa di ambiente e quindi è costretto spesso a scontrarsi con le
pubbliche amministrazioni o con la stessa burocrazia che spesso le pervade, di un strumento di lavoro agile ed efficace,
direi la chiave giusta per aprire le porte della conoscenza degli atti che normalizzano la serie di interventi che le pubbliche
amministrazioni operano nel territorio.
E' questo un modo chiaro per dialogare con gli enti che gestiscono il nostro ambiente e per imporre (è la legge che lo
prevede) una sorta di "trasparenza" obbligatoria a chi amministra il "bene comune".
Inoltre spesse volte, sicuramente, saremo stati presi di mira, da chi noi stessi avevamo ripreso perché agiva in difformità
alle leggi ambientali; con la conoscenza degli atti, molte battaglie si potranno così vincere direttamente a tavolino
rimandando agli enti pubblici, che hanno i mezzi e personale, tecnici, legali, guardie, l'esecuzione ufficiale di tutti gli
interventi dovuti, con la possibilità, se inadempienti, di essere chiamati a rispondere di omissioni di atti di ufficio.
E' chiaro che per poter intervenire concretamente è necessario conoscere le normative che legiferano queste nostre azioni:
è per questo che il fascicolo contiene tutte le disposizioni che regolano questo settore; è auspicabile incominciare ad
addentrarci anche nei meandri delle leggi che regolano il nostro essere cittadini in uno stato democratico , anche per poter
sostenere le normative più valide ed ostacolare, se mai, quelle meno giuste.
Ogni comune è dotato di una raccolta di normative alla quale può accedere qualsiasi cittadino, divise per annata , mentre
quelle più recenti si possono rintracciare sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (G.U.), Serie Generale e
Supplementi, e sul Bollettino Ufficiale Regionale (B.U.R.). Va ricordato che, di solito, una legge ne richiama altre che è bene
controllare: in questa maniera ho ampliato il mio archivio di norme.
Per completare il dossier, ho aggiunto dei moduli di richiesta che vi agevoleranno nel riferivi alle pubbliche amministazioni: è
possibile, ovviamente, adattarli alle vostre rispettive situazioni. Inoltre ho aggiunto anche una bibliografia, per chi volesse di
incominciare ad addentrarsi in quelli che io amo definire i DIRITTI DEI CITTADINI.
UN PO' DI STORIA DEI DIRITTI DEL CITTADINO
Il diritto all'ambiente non è riconosciuto in modo esplicito e diretto dalla nostra costituzione. Spetta alla cosiddetta legge
antismog la 615/1966 a fare da precursore seguita dalla Merli, la 319/1976. L'ambiente, come diritto alla salute, riceve
questo riconoscimento attraverso la riforma sanitaria ovvero la legge 833/1978; è qui nell'articolo 20 che troviamo, fra i
compiti del Servizio Sanitario, anche la diffusione e la pubblicizzazione dei dati riguardanti la salute e le situazioni
ambientali, ma il tutto non è andato oltre le affermazioni di principio; comunque con questa normativa, alla richiesta di dati ,
l'autorità per poterli negare avrebbe dovuto fare espressamente riferimento a delle norme che prevedessero la non visione.
Con un piccolo articolo, anche se fa riferimento a successivi, regolamenti applicativi, inserito su una legge che riguarda i
compensi degli amministratori locali,la 816/1985, si fece un gran passo avanti: tutti i cittadini hanno il diritto di visione di "tutti
i provvedimenti" adottati dagli enti pubblici. C'era ancora qualche funzionario che, sostenendo che i dati ambientali erano atti
interni dell'amministrazione, si rifiutava di consegnarli o di farli visionare.
Ciò non fu più sostenibile con l'avvento della legge istitutiva del Ministero dell'ambiente e nella nostra regione la legge reg.le
n.19/1987.
Il regime di pubblicizzazione dei dati era così evidente che, non solo l'autorità, ma anche il funzionario addetto, in caso di
diniego potevano e possono essere chiamati a rispondere di omissioni di atti di ufficio; inoltre secondo la dottrina giuridica
autorevole (Giannini, Sandulli) sono ritenuti provvedimenti amministrativi (citati nella legge) tutte le manifestazioni di volontà
discrezionale o dovuta, attraverso le quali la pubblica amministrazione esprimono la propria volontà.
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L'entrata in vigore della legge sulle autonomie locali prevedeva la realizzazione da parte dei Comuni degli Statuti Comunali e
dei relativi regolamenti (almeno nove), dando spazio e riconoscimento alle associazioni di volontariato, a gruppi di cittadini e
ai cittadini facendoli intervenire in primo luogo nella stesura degli statuti attraverso proposte , modifiche interventi: ciò è
avvenuto in parte, sia per i tempi lunghi delle amministrazioni (le scadenze di legge erano state rispettate da meno del 50%
dei comuni), sia per uno scarso coinvolgimenti dei cittadini; una occasione persa per inserire negli statuti comunali modi
tempi e regole per quelli che chiamiamo diritti dei cittadini; ci sono state amministrazioni, partiticamente anche tra loro
diverse, che hanno aumentato i tempi di risposta , altre che hanno voluto un certo numero di cittadini per presentare
petizioni altre ancora hanno inserito percentuali molto più elevate di quella nazionale, per indire referendum consultivi locali
previsti dalla normativa: l'accesso agli atti rimane una spina nel fianco degli enti e non tutti sono disposti a favorirlo.
Due mesi dopo esce la normativa in materia di procedimenti amministrativi la 241, la quale oltre che contenere ben sette
articoli dedicati all'accesso ai documenti amministrativi ha delle rilevanti novità.
La legge inizia con l'obbligo per l'amministrazione di concludere qualsiasi procedimento con l'adozione di un "provvedimento
espresso" relegando l'istituto del "silenzio" ai soli ricorsi gerarchici e stabilendo un tempo massimo di risposta di 30 giorni se
non diversamente stabilito da appositi regolamenti (statuto comunale e regolamenti delle singole amministrazioni)(art. 2).
E' possibile l'individuazione del responsabile del procedimento, che può essere individuato anche nei funzionari
amministrativi, che nelle nostre richieste deve essere sempre richiamato per conoscere chi ha quelle pratiche;
l'amministrazione deve perciò comunicare il nominativo e l'adozione dei provvedimenti finali agli interessati (artt. 4-7).
La novità più particolare è la possibilità di intervento da parte degli interessati nel procedimento che li riguarda del quale
saranno messi a conoscenza, prendendo visione di tutti gli atti interessati allo stesso, esclusi i casi di segretezza previsti
dall'art. 24; i ricorrenti potranno presentare memorie e documenti scritti anche attraverso gruppi rappresentativi, comitati,
associazioni (un ruolo importante anche per il WWF, che può essere chiamato così a difendere direttamente nei comuni, gli
interessi alla salute e ad un ambiente sano per i cittadini) (artt 8-9).
Per quanto riguarda l'accesso agli atti esso può essere esercitato nei confronti delle amm.ni statali, aziende autonome (tipo
ANAS), enti pubblici (anche i Consorzi di Bonifica), concessionari di pubblici servizi (azienda gas, Autolinee, ecc. ); la visione
è gratuita, per le fotocopie si pagano solo il rimborso del costo e i diritti di ricerca e visura (art. 25). Per essere operative le
norme di accesso, occorre attendere gli appositi decreti applicativi (art.31) (per i nostri interventi ci sono anche le altre
norme citate). A livello statale ci sono due commissioni per elaborare questi decreti con due tendenze diverse più e meno
restrittive ; sarebbe perciò auspicabile un impegno del WWF nazionale a sostegno di tale normativa.
La 142 e la 241, che dà a "qualunque soggetto" la possibilità di fare richieste e, ricordo, la espressa risposta entro 30 gg.,
rappresentano due leggi eccezionali i cui valori sono prima di tutto civili, umani, morali.
La prima rappresenta direttamente la forma di partecipazione democratica al governo del proprio territorio da parte dei
cittadini, la seconda è l'affermazione di tale principio attraverso la conoscenza diretta, senza delega alcuna, di tutti gli atti
operati dalla pubblica amministrazione e la conseguente possibilità di gestione diretta dei beni pubblici e quindi una migliore
scelta dei nostri amministratori in base appunto ai loro provvedimenti.
Definizione di atto
Dal bollettino n.7 /89 del Movimento Consumatori Veneto
"...Il diritto di visione di atti , anche quelli istruttori in essi richiamati, comprende esemplificamente : deliberazioni del
consiglio e della giunta , verbali di adunanze consigliari e giuntali, atti e contratti rogati in forma pubblica dal segretario
comunale, ruoli delle imposte e dei tributi locali, liste elettorali, allegati che formano parte integrante delle deliberazioni ,
perizie, capitolati, elaborati tecnici, stato finale dei lavori, fatture, tutti gli atti come le ordinanze, per i quali la legge prescrive
la pubblicazione, compresi quelli emanati dal sindaco nell'esercizio dell'attività di direzione e di vigilanza dell'operato dei
privati (licenze, concessioni, autorizzazioni, ordini, ecc.) Nessuna norma di legge o di regolamento stabilisce che queste
ultime determinazioni siano riservate, né riservatezza può desumersi dalla loro natura."
BIBLIOGRAFIA
Amedeo Santosuosso GUIDA PER RICONOSCERE E SALVAGUARDARE I TUOI DIRITTI Ed. Hoepli
Relazione di Antonietta Caccia LA "VIA AMMINISTRATIVA " DELLA TUTELA AMBIENTALE Isernia settembre '90
AGE stampa n.14 del 26.4.91 LEGGE 142/990
Notizie ANCI n. 18 del 12.5.90 LE MODIFICHE ALLA LEGGE 142/90
UNITAI circolare n. 152/1990 LEGGE 7 AGOSTO 1990 N.241
“La Nostra Tribuna” n. 2 marzo del '92 Articolo "Lo statuto comunale"
Scuola SNALS n. 163 del 10.9.90 " Nuove norme in materia di procedimenti amministrativi" Legge " 241 del 7 agosto 1990
Scuola SNALS nn. 20-35-38-48-50-57-67-173 del '91 nn.42-63 del '92 Spiegazioni, aggiornamenti, regolamenti, legge 241/90.
Bollettino n.7 del Movimento Consumatori Veneto del marzo 1989 IL DIRITTO DEL CITTADINO ALLA CONSULTAZIONE DEGLI ATTI
DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONI
Quaderni di controinformazione alimentare ed CLESAV n. 37 aprile 1987 I DIRITTI DEL CITTADINO ALL'INFORMAZIONE
Gazzetta Ufficiale n. 135 del 12.6.1990 Serie Generale- Legge 8.6.1990, n.142 "Ordinamento delle autonomie locali."
Gazzetta Ufficiale n. 192 del 18.8.1990 Serie Generale - Legge 7.8.1990, n. 241 "Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e
di diritto di accesso ai documenti amministrativi."
I DIRITTI DEL CITTADINO
Legge n° 1150 del 17.8.42 modificata con legge n° 765 del 6.8.67 art. 31
(sull'edilizia)
"Chiunque può prendere visione presso gli uffici comunali, della licenza edilizia e dei relativi atti di progetto e ricorrere contro il rilascio della
licenza edilizia in quanto in contrasto con le disposizioni di legge e i regolamenti o con le prescrizioni del piano regolatore generale e dei
piani particolareggiati di esecuzione."
Legge n° 530 del 9.6.47 art. 21
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Il rilascio di copie di deliberazioni ( del Consiglio e della Giunta Comunale) è regolato da tale legge e stabilisce che ciascun contribuente
può avere copia integrale delle deliberazioni previo pagamento dei relativi diritti di segreteria; in base all'art. 1 del DPR 642 del 26.10.72 alla
stessa deve applicarsi il diritto di bollo.
Legge n° 833 del 27.12.78 Art.20 (Istituz. servizio sanitario nazionale)
Le attività comprendono: la comunicazione dei dati accertati la diffusione della loro conoscenza anche a livello del luogo di lavoro e di
ambiente di residenza sia direttamente (USL) che tramite gli organi di decentramento comunale (Sindaco) ai fini anche di una corretta
gestione degli strumenti informativi.
Legge n° 816 del 27.12.85 Art. 25 (Aspettative amministratori locali)
"Tutti i cittadini hanno il diritto di prendere visione di tutti i provvedimenti adottati dai comuni, dai consigli circoscrizionali , dalle aziende
speciali di enti territoriali, dalle USL,dalle Comunità Montane. Le amministrazioni disciplinano con proprio regolamento l'esercizio di tale
diritto."
Legge n° 349 dell'8.7.87 Art. 14 3° Comma (Istituzione Ministero Ambiente)
"Qualsiasi cittadino ha il diritto di accesso alle informazioni sullo stato dell'ambiente disponibili, in conformità sulle leggi vigenti, presso gli
uffici della pubblica amministrazione, e può ottenere copia previo rimborso delle spese di riproduzione e delle spese effettive di ufficio il cui
importo è stabilito con atto dell'amministrazione interessata."
Legge Reg. Marche n° 19 del 21.4.87 Norme per il libero accesso all'informazione ambientale (Articolo unico; nella premessa riporta i miei
interventi relativi alle richieste delle analisi delle acque potabili)
"Chiunque può prendere visione presso gli uffici della regione degli atti amministrativi che riguardano le attività di modificazione del territorio
o le attività che possono provocare inquinamento dell'aria, delle acque, del suolo."
Legge n° 142 dell'8.6.90, art. 7 (Modifiche ordinamento autonomie locali)
"...Tutti gli atti dell'Amministrazione Comunale e Provinciale sono pubblici...Il regolamento assicura ai cittadini singoli o associati, il diritto di
accesso degli atti amministrativi e disciplina il rilascio di copie..."
Legge n° 241 del 7.8.90 Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi.
Art. 2 "...Il procedimento...la pubblica Amministrazione ha il dovere di concluderlo mediante l'adozione di un provvedimento espresso ." "Le
pubbliche amministrazioni determinano per ciascun procedimento ...il termine entro cui esso deve concludersi ." "Qualora le pubbliche
amministrazioni non provvedano ai sensi del comma 2 (quello sopra scritto n.d.r.) il termine è di 30 giorni."
Art. 9 "Qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, nonché i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati,
cui possa derivare un pregiudizio dal provvedimento, hanno facoltà di intervenire nel procedimento."
Art. 22 "Al fine di assicurare la trasparenza dell'attività amministrativa e di favorirne lo svolgimento imparziale è riconosciuto a chiunque
abbia interesse per la tutela di situazioni giuridicamente rilevanti il diritto di accesso ai documenti amministrativi secondo le modalità
stabilite dalla presente legge..."
Art.23 " Il diritto di accesso di cui all'articolo 22 si esercita nei confronti delle amministrazioni dello Stato, ivi comprese le aziende autonome,
gli enti pubblici ed i concessionari di pubblici servizi."
Art.24 "1. Il diritto di accesso è escluso per i documenti coperti da segreto di stato ai sensi dell'articolo 12 della legge 24 ottobre 1977,
n.801, nonché nei casi di segreto o divieto di divulgazione altrimenti previsti dall'ordinamento."
2. Il governo è autorizzato ad emanare, ai sensi del comma 2 dell'articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n.400, entro sei mesi dalla data di
entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti intesi a disciplinare le modalità di esercizio del diritto di accesso e gli altri casi di
esclusione del diritto di accesso in relazione alla esigenza di salvaguardare:
a) la sicurezza, la difesa nazionale e le relazioni internazionali
b) la politica monetaria e valutaria
c) l'ordine pubblico e la prevenzione e repressione della criminalità
d) la riservatezza di terzi, persone, gruppi ed imprese , garantendo peraltro agli interessati la visione degli atti relativi ai procedimenti
amministrativi , la cui conoscenza sia necessaria per curare o difendere i loro interessi giuridici...
6. I soggetti indicati nell'articolo 23 hanno facoltà di differire l'accesso ai documenti richiesti sino a quando la conoscenza di essi possa
impedire o gravemente ostacolare lo svolgimento dell'azione amministrativa. Non è comunque ammesso l'accesso agli atti preparatori nel
corso della formazione dei provvedimenti di cui all'articolo 13, salvo diverse disposizioni di legge."
Art.27 "1. E' istituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri la Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi..."
Legge Reg. Marche n°2 del 14.1.92 ...Diritto di accesso ai documenti amministrativi e sulla trasparenza dell'attività regionale.
Non discostandosi dalla 241/90, fra l'altro, istituisce una commissione per la trasparenza.
D.P.R. n° 352 del 27.6.92 Regolamento per la disciplina delle modalità di esercizio e dei casi di esclusione del diritto di accesso ai
documenti amministrativi, in attuazione dell'art. 24, comma 2, della legge 7 agosto 1990, recante nuove norme in materia di procedimento
amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi (G.U. n°177 del 29 luglio 1992)
All'art. 2 nell'ambito di applicazione della normativa si conferma la possibilità di inoltrare richieste anche ai concessionari di pubblici servizi.
L'art. 3, esprime che la richiesta può essere anche verbale mentre l'art.4, nel caso che non sia possibile l'accoglimento immediato della
richiesta in via informale o anche quando sorgano dei dubbi sulla identità del richiedente chiede di formalizzarla. C'è chi ritiene che per
presentare richieste ad amministrazioni diverse a quelle di appartenenza (ricordo che qui non sono solo previste informazioni a carattere
ambientale, ma anche puramente amministrativo), le istanze formali debbano essere presentate in bollo; ciò a mio avviso è contrario allo
spirito della legge primaria , quindi ritengo che non sia necessaria la carta legale, anche perché ciò non inficierebbe la domanda; spetterà
all'amministrazione dimostrare la eventuale necessità del bollo.
Le amministrazioni, nel caso di rifiuto o differimento, previsto solo quando possa compromettere il buon andamento dell'azione
amministrativa, art. 7, devono fare espresso riferimento a norme e tempi precisi.
Inoltre per completare l'aspetto normativistico riportiamo:
Art. 328 Codice penale (modificato con art.16 Legge n.86 del 26.4.90) Omissioni. "Il pubblico ufficiale, o l'incaricato di un pubblico servizio,
che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che , per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità,
deve essere compiuto senza ritardo , è punito con la reclusione da sei mesi a due anni ..."
Art. 650 Codice penale. Inosservanza dei provvedimenti dell'autorità.
"Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall'Autorità per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica o di ordine pubblico o
di igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato , con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda fino a lire quattrocentomila"
98
99
Risoluzione Direzione Tasse, n. 391519 del 18.10.91. Imposta di bollo- Copie di atti e documenti amministrativi conformi all'originale
-Assoggettabilità al tributo Art. 6 DPR 642/91.
Su richiesta di un comune a proposito dell'art. 25 L. 241/90 e art 7 L.142/90 ove si fa riferimento al pagamento dei soli costi di riproduzione
la Direzione Tasse così conclude: "Al riguardo si comunica che le copie di atti in argomento sono soggette all'imposta di bollo solo se
dichiarate conformi all'originale, in applicazione dell'art. 6 della tariffa annessa al DPR 26.10.72 n.642 e successive modificazioni."
Legge n° 266 dell'11.8.91 Art. 8 1° Comma Legge quadro sul volontariato Agevolazioni fiscali
"1. Gli atti costitutivi delle organizzazioni di volontariato di cui all'art.3, costituite esclusivamente per fini di solidarietà, e quelli connessi allo
svolgimento delle loro attività sono esenti dall'imposta di bollo e di registro..."
Direttiva del Consiglio delle Comunità europee del 7.6.90 n. 313, concernente la libertà di accesso all'informazione in materia di ambiente.
(E' questo un atto per il quale la pubblicazione nel bollettino ufficiale CEE, non è una condizione di applicabilità nelle singole nazioni).
In dieci articoli la CEE mette in risalto la disponibilità dei dati ambientali per agevolare il più possibile i cittadini.
Legge Regione Marche n° 29 del 14.10.81 Istituzione del difensore civico
Qualsiasi cittadino marchigiano può chiedere l'intervento del difensore civico per controversie con l'amm.ne regionale, gli enti pubblici
regionali e di tutte le amm.ni regionali in qualche modo dipendenti dalla regione. E' tuttora operativo in regione .
La legge 142/ 90 prevede l'istituzione del difensore civico presso ogni comune, provincia, regione.
Lo statuto del Comune ................................pubblicato su Bollettino Regionale n. .................. del .....................
Regolamento dello statuto Comunale approvato con Delibera del Consiglio Comunale del........................ ( possono essere più di uno )
Lo statuto dell' Amministrazione provinciale di ....................... pubblicato su Bollettino Regionale n. ...................... del .................
Regolamento dello statuto Provinciale approvato con Delibera del Consiglio Provinciale del .................. (possono essere più di uno )
Questi documenti possono essere richiesti alle rispettive amministrazioni utilizzando le leggi qui elencate e gli appositi moduli preparati in
questo dossier ( un modo per incominciare a far pratica sulle richieste di atti alla pubblica amministrazioni).
MODULO PER LA RICHIESTA DATI
copia da riprodurre e consegnare a chi di competenza
(proposta dello Studio Tecnico Energia Ambiente)
Al (A)__________________________________________
del____________________________________________
Il sottoscritto ___________________________________________________________
nato il_____________a_______________________________________________________
e residente________________Via______________________________________________
in qualità di cittadino italiano e (B)______________________________________________
CHIEDE
la visione (C)_______________________________________________________________
_____________________________________________________________________
_____________________________________________________________________
_________________________________________________________________________
copia (D)__________________________________________________________________
___________________________________________________________________________________________________
____________________________________________
_____________________________________________________________________
si dichiara avverso espone ricorre invia la seguente petizione (E)
_____________________________________________________________________
_____________________________________________________________________
_____________________________________________________________________
_____________________________________________________________________
Inoltre chiede di conoscere il nominativo del funzionario responsabile del procedimento o presso cui sono depositati gli atti.
Tutto ciò ai sensi dell'art.14, 3° comma L.349 del17.7.86, art. 20 L.833 del 23.12.78, art.25 L.816 del 27.12.85, L. R. 19 del
21.4.87, L.R. 2 del14.1.92, art. 7 L. 142 dell' 8.6.90 (F) ,art. 4 e 9 L. 241 del 7.8.90, visti gli articoli 328 e 650 del Codice
penale(G).
Fa presente che provvederà ad eventuali rimborsi di spese per le copie degli atti e che il pagamento di queste non può
essere preteso anticipatamente alla ricezione dei dati richiesti (H).
In attesa di una sollecita risposta, che comunque attenderà non oltre i limiti temporali previsti dall'art. 2 241/90 (I) o da
vostri eventuali regolamenti, dei quali chiede di essere debitamente informato, porge distinti saluti.
______________ lì_________________ Firma e Indirizzo
A) Riportare autorità o funzionario responsabile, se lo si conosce, dell'ente cui viene inviata la presente in raccomandata con ricevuta di
ritorno o se consegnata a mano chiedere il numero di protocollo.
B) Eventuale carica se posseduta (Ass. naturalistica, circoscrizione, condomino, vicino,ecc).
C) La visione dei documenti se si trovano presso l'ente, può essere immediata.
D) La richiesta di copie è subordinata al pagamento delle spese di fotocopiatura, ai diritti di ricerca e visura ; l'amministrazione può chiedere
il rimborso delle spese solo dopo avere fornito gli atti richiesti.
E) Cancellare ciò che non interessa.
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F)
Inserire
tale
articoli
solo
se
si
scrive
ai
Comuni,
Province,
Regioni;
eventualmente
inserire articoli dei rispettivi Statuti e regolamenti.
G) Per facilitare un certo tipo di rapporto iniziale si possono anche inizialmente omettere; trascorso il tempo di risposta previsto dalla
normativa si invia diffida formale, meglio se tramite ufficiale giudiziario, citando tali articoli.
H) L'amministrazione può chiedere il rimborso delle spese solo dopo avere fornito le copie richieste né può pretendere che ci si rechi sul
posto per visionare gli atti richiesti se nella domanda è stata fatta la richiesta di poterli ricevere.
(I) Tale termine se non previsto diversamente da appositi regolamenti , si intende di trenta giorni, a decorrere da quando l'ente riceve la
richiesta.
SCHEMA DI DOMANDA DA INOLTRARE PER LA RICHIESTA DI DOCUMENTI AMMINISTRATIVI
(Proposta del WWF Italia)
Al Signor____________________
Il sottoscritto ________________, nato a_______________, residente a ____________, in Via_____________,
CAP__________, in quanto titolare___________________________( descrive la propria situazione soggettiva
giuridicamente rilevante ), visti gli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990 n.241, nonché l'articolo 7 della legge 8
giugno 1990 n. 142 (quest'ultimo solo se si tratta di enti locali e, eventualmente , aggiungere gli articoli dello statuto e
eventuali regolamenti),
chiede
alla S.V. di poter ottenere copia dei seguenti documenti:__________________________________________________
Distinti saluti .
data_____________________
firma____________________
Le mie richieste
Nel riportare questo che leggerete non intendo fare della mera cronistoria ma farvi capire le difficoltà che una qualsiasi
persona può incontrare quando chiede dei dati.
Sant'Angelo in Vado è stato il mio terreno di prova, dato che è qui che risiedo . Sin dal 1981 mi sono interessato delle acque
potabili della mia città ma non ero riuscito a vederne le analisi , che più di una volta mi furono espressamente negate; mi
rivolsi al Ministero della Sanità che mi inviò una copia della circolare 33 (la disposizione ministeriale che allora regolava le a.
p.), alla Procura per saperne di più, al pretore Gianfraco Amendola il quale mi rispose che questi documenti non sono
coperti da segreto di ufficio e che l'autorità per negarli deve fare espresso riferimento alle norme che ne prevedono il divieto.
Quello che mi indispettiva era il diniego senza dare chiare spiegazioni, quando tutti parlavano di democrazia, ed inoltre, mi
chiedevo:- E' possibile leggere "bene o male" gli ingredienti perfino nel pacco di gomme da masticare. perché non è
possibile conoscere le analisi dell'acqua che bevo e pago-.
Presentai una formale diffida al sindaco e alla USL n.5 competente del comune dove abito, nel 1987, le cui conseguenze
furono la libera visione dei dati dell'a.p. e l'istituzione di una commissione comunale sull'approvvigionamento idrico. Inoltre
inviai copia della diffida con documentazione e articoli di giornale al consigliere regionale Mazzufferi che fece una apposita
interpellanza dalla quale nacque la legge regionale n.19 del 1987 (sugli ideali tutti sono d'accordo).
Nell' aprile 1990, con una amministrazione del tutto diversa, mi fu negata per iscritto la visione , per cui fui costretto ad una
ulteriore diffida con minaccia di ricorso giudiziario ed il giorno dopo mi fu risposto positivamente per la libera visione dei dati.
Ho coordinato recentemente un lavoro sul Metauro per l'Argonauta di Fano in collaborazione con tutte le associazioni
naturalistiche interessate, per cui si rese necessario procurarsi quanti più dati possibili sulle acque ; il sindaco di Mercatello
mi tacciò di arroganza quando feci notare attraverso le normative , l'obbligo da parte sua di fornirci il materiale che chiedevo;
dovetti ritornarvi con un testimone; la USL di Cagli ci concesse copie delle analisi solo quando facemmo richiesta come
WWF prov.le, mentre alla USL di Urbino le difficoltà furono di tipo logistico perché pur avendo l'autorizzazione del direttore
sanitario non c'era personale a disposizione per fornirmi il materiale richiesto e quando ciò accadde mi fu chiesto di non
prendere appunti cosa che ovviamente non feci.
Non solo i comuni trovano difficoltà ma anche enti quali la Regione , la Provincia, il CORECO, che da me contattati circa il
risanamento di una discarica con rifiuti speciali, non solo non mi hanno risposto ma al Comitato di Controllo di Pesaro non
ho potuto vedere i documenti per i quali ricorrevo: in compenso quel tipo di risanamento che favoriva chiaramente chi lo
chiedeva, è stato bocciato; stessa cosa è avvenuta con la Prefettura alla quale ricorrevo per lo statuto comunale della mia
città , ovviamente su quegli articoli che riguardavano la partecipazione dei cittadini, proposti senza considerare la 241/90: la
Prefettura non ha risposto, ma lo Statuto Comunale in parte è stato modificato.
Un esito positivo lo ebbi con la Regione dove mi recai a cercare un documento del mio comune, introvabile e non
protocollato, relativo all’istituzione di una piattaforma di trattamento di rifiuti tossici e nocivi: leggi e moduli di richieste alla
mano, un taccuino ove scrivere con chi di volta in volta parlavo, un amico con me, riuscii ad ottenere direttamente dal
presidente Giampaoli la promessa dell'invio del documento come poi avvenne.
In conclusione posso dire che le difficoltà comunque ci saranno ma che non bisogna desistere dai nostri interventi, sempre
più competenti; probabilmente sembrerà che non facciano effetto, ma sicuramente senza quelli le situazioni saranno
peggiori.
ATTO STRAGIUDIZIALE DI NOTIFICA PER RICHIESTA DI COPIA DI ATTI AMMINISTRATIVI
(A cura del WWF ITALIA)
Al Sig. Sindaco - via ____________________
città_________________________________________
Il sottoscritto ___________________ nella qualità di ________________ del W.W.F.- ITALIA- FONDO MONDIALE PER LA
NATURA- Delegazione/Sezione_________________, con sede in ______________Via o P.zza__________________
CAP___________________
100
101
PREMESSO CHE
1. Il W.W.F. ITALIA si adopera al fine della conservazione di fauna, flora, foreste, paesaggi, acqua, suolo, e altre risorse
naturali, come indicato negli articoli 3 e 4 dello Statuto Associativo;
2. Il W.W.F. Italia , ente morale riconosciuto con decreto del Presidente della Repubblica Italiana n. 493 del 4 aprile !974 ,
individuata quale associazione perseguente finalità di protezione ambientale a norma degli articoli 13 e 18 della legge n. 349
dell'8 luglio 1986 mediante decreto del Ministro dell'Ambiente del 20 febbraio 1987, costituisce centro di imputazione di
interessi collettivi a difesa dell'ambiente e dei cittadini, al fine della loro tutela del diritto alla salute individuale e collettiva ,
titolato peraltro a difendere tali interessi anche di fronte alle sedi giurisdizionali;
VISTO
1. l'articolo 14 , comma 3, della legge 8 luglio 1986, n.349, il quale attribuisce a qualsiasi cittadino il diritto di accesso alle
informazioni sullo stato dell'ambiente disponibili presso gli uffici della pubblica amministrazione;
2. (per le regioni a statuto speciale occorre individuare la norma corrispondente) gli articoli 22 e seguenti della legge 7
agosto 1990, n.241 i quali garantiscono a chiunque vi abbia interesse per la tutela di situazioni giuridicamente rilevanti il
diritto di accesso ai documenti amministrativi, e l'articolo 2 della stessa legge il quale prevede in assenza di termini
altrimenti fissati con regolamento o legge, che il termine per la conclusione del procedimento è di trenta giorni dalla
presentazione dell'istanza;
3. l'articolo 7 della legge 8 giugno 1990, n.142
4. l'articolo__________________ ( vedere lo statuto della città e eventualmente anche del regolamento);
5. L'articolo 4 della legge 7 agosto 1990, n. 241 il quale prevede l'individuazione di un responsabile del procedimento;
6. L'articolo 328 del codice penale;
7. L'articolo 650 del codice penale
CHIEDE
che
l'amministrazione
indicata
fornisca
al
sottoscritto
copia
degli
atti
amministrativi
riguardanti________________________________________________________________ che venga individuato il
responsabile del procedimento con la presente attivato ;
che lo svolgimento del diritto all'accesso a tali documenti venga garantito nei termini indicati dalla legge ;
si fa altresì presente che il sottoscritto si riserva di adire, in caso di mancata soddisfazione del proprio diritto, ogni via legale.
firma_________________________
Da notificare al Sindaco di _________________in persona
___________________P.zza o Via _________________, CAP
del
Sindaco
pro-tempore,
con
sede
in
QUALCHE CONSIGLIO
-- Fate uscire dal proprio anonimato chi vi sta davanti: il 50 % delle difficoltà vi si appianeranno.
-- Cercate prima un certo rapporto, dialogo: un pò di diplomazia non guasta.
-- Evitate di essere da soli nelle vostre richieste; un amico oltre che ad essere un testimone a volte necessario, sa
consigliare e può vedere cose a voi nascoste inoltre è un buon motivo per imparare cose nuove insieme.
-- Cercate di essere chiari in ciò che chiedete, sicuri in ciò che esprimete, direi "candidi come colombe, scaltri come serpenti
".
-- Nelle richieste dei dati non "spariamo tutte le cartucce" prima, basta citare le leggi amministrative, che gli enti sono
obbligati a conoscere, poi, se mai, passare alle diffide , al penale, alle denuncie.
--Non abusare della 241, se usata bene, a mio avviso è molto efficace; c'è
il rischio che le amministrazioni possano essere ingolfate dalle richieste dei cittadini e ciò è già stato fatto presente alle due
Commissioni che ci stanno lavorando.
-- Per il resto... Buon lavoro da Peppe Dini
Sant'angelo in Vado 22/7/1992
DOMANDE DA PORRE AI CANDIDATI SINDACI
di Luciano Benini
Inquinamento dell’aria
Si impegna a trasformare a metano tutti gli impianti di riscaldamento del Comune?
SI
NO
In caso di superamento dei limiti di legge sull’inquinamento dell’aria, si impegna a prendere provvedimenti quali:
Convocazione del consiglio comunale per prendere provvedimenti condivisi;
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Blocco del traffico (salvo metano e GPL);
Immediata gratuità dei mezzi pubblici;
Acqua, gas, rifiuti
Si impegna a mantenere proprietà e gestione di acqua, energia e rifiuti totalmente in mano pubblica?
SI
NO
Si impegna ad applicare tariffe comunali sull’acqua che, a parità di introiti per il comune, garantiscano almeno 30 litri al
giorno per componente del nucleo familiare a costo zero?
SI
NO
Si impegna a rimodulare le tariffe comunali del gas in modo tale che, a parità di introiti per il comune, favoriscano
fortemente chi consuma meno gas per componente del nucleo familiare per metro quadrato?
SI
NO
Si impegna a raggiungere, entro il 2012, almeno il 65% di raccolta differenziata nel suo Comune?
SI
NO
Energia
Si impegna ad affidare in appalto la gestione energetica del Comune (edifici, scuole, illuminazione pubblica) ad una
E.S.CO. (Energy Service Company), società che consenta al Comune di ridurre fortemente i suoi consumi energetici?
SI
NO
Si impegna ad inserire nelle Norme Tecniche di Attuazione del P.R.G. l’obbligo di realizzare pannelli solari e fotovoltaici in
tutti i nuovi edifici, pubblici e privati, adibiti ad uso abitativo, commerciale e produttivo?
SI
NO
Il Comune di Dobbiaco ha raggiunto il 100% di copertura del proprio fabbisogno energetico con fonti rinnovabili: si
impegna a raggiungere in 5 anni almeno il 50%?
SI
NO
Si impegna a far approvare in consiglio comunale una delibera che escluda la possibilità di localizzare sul proprio territorio
una centrale nucleare?
SI
NO
Parchi, verde e territorio
Si impegna a realizzare almeno un parco sul territorio del suo Comune?
SI
NO
Si impegna ad affidare i terreni di proprietà comunali esclusivamente a chi li condurrà secondo l’agricoltura biologica?
SI
NO
Mobilità
Si impegna a realizzare una rete di piste ciclabili, appositamente segnalate e protette, che colleghino i principali quartieri
della sua città?
SI
NO
Si impegna ad adottare iniziative per diminuire il traffico quali il telelavoro e simili?
SI
NO
Sviluppo del territorio
Si impegna a progettare il territorio comunale tramite PRG, o sue varianti, sostenibili in base alla effettiva domanda di
abitazioni, industrie e centri commerciali escludendo speculazioni di qualsiasi tipo?
SI
NO
Si impegna a far rilasciare permessi di costruire per nuove lottizzazioni solo se esistono impianti fognari adeguati e
sufficienti risorse idriche?
SI
NO
Piani acustici
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Si impegna ad approvare i piani acustici per limitare effettivamente l’inquinamento acustico nel territorio comunale e non
come spesso succede per adattarlo ai PRG che vanno anche nella direzione opposta?
SI
NO
103
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