MASTER IN PROGETTAZIONE URBANA SOSTENIBILE
IL PROGETTO: LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE PARADIGMI PROGETTUALI
ED ESPERIENZE
LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE:
PARADIGMI PROGETTUALI ED ESPERIENZE
PARADIGMI PROGETTUALI
FUTURISMO
MOVIMENTO MODERNO
ARCHITETTURA ORGANICA
LE SETTE INVARIANTI DEL LINGUAGGIO MODERNO
ESPERIENZE
LA CITTÀ INTERMODALE
LA CITTÀ INDUSTRIALE
LA CITTÀ UTOPISTA
LA CITTÀ VERTICALE
LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE:
PARADIGMI PROGETTUALI
FUTURISMO
MANIFESTO FUTURISTA
Antonio Sant'Elia, 1914
1. Nuova armonia di profili e volumi
2. Rottura con il passato
3. Leggerezza
4. Praticità
5. Abolizione delle decorazioni
6. Progettare per le masse
7. Sintesi ed espressione
8. Architettura dinamica, linee curve
9. Modernità come fonte d'ispirazione
10. Armonizzazione uomo-ambiente
11. Caducità e transitorietà
MOVIMENTO MODERNO
I PRINCIPI DELL'ARCHITETTURA NEOPLASTICA
Theo van Doesburg, 1924
1. La forma – A posteriori.
2. Gli elementi – luce, funzione, materiali, volume, tempo, spazio, colore.
3. L'economia – Uso dell'essenziale.
4. La funzione – Fondata sulla sintesi delle esigenze pratiche.
5. L'informe – I piani che suddividono gli spazi si estendono all'esterno del volume.
6. Il monumentale – Rapporti, trasformazione, leggerezza, trasparenza.
7. Il buco – La finestra non è più un buco nel muro.
8. La pianta – Compenetrazione tra gli spazi interni e quelli esterni.
9. La suddivisione – Fluidità spaziale.
10. l tempo – Il tempo conferisce allo spazio animazione.
11. Aspetto plastico – Quarta dimensione dello spazio-tempo.
12. Aspetto statico – Architettura anti cubica. Sviluppo eccentrico delle cellule spaziali.
13. Simmetria e ripetizione – Rapporto equilibrato di parti ineguali. Soppressione della
monotonia iterativa.
14. Frontalismo – Sviluppo della plastica poliedrica nello spazio-tempo.
15. Il colore – Realizzazione del colore nello spazio-tempo rendendo visibile plasticamente una
nuova dimensione.
16. Decorazione – La nuova architettura è anti decorativa.
17. L'architettura come sintesi della nuova costruzione plastica – Convergenza di tutte le arti
plastiche.
I 9 PUNTI PER UNA NUOVA ARCHITETTURA
Le Corbusier, 1926
1. Leggerezza
2. Luce e limpidezza
3. Economicità
4. Il complesso edilizio come un organismo
5. Sobrietà ed esattezza.
6. Purezza e linearità
7. Snelli e radi montanti di cemento o d'acciaio
8. Copertura piana e terrazza-giardino complemento di comodità.
9. Nuova distribuzione dei materiali tradizionali
TAVOLE POLEMICHE
Giuseppe Ercole Enea Terragni, 1936
•
Architettura che migliora ogni giorno più i costumi degli uomini: ordine, serenità e nitidezza;
aspetto asciutto e meccanico, intelligente e geometrico.
•
Il progresso nelle strutture, sempre più scheletriche e leggere grazie all'uso del metallo.
•
Il progresso dell'arialuce; il ruolo predominante della tecnica per la realizzazione delle
nuove abitazioni aventi finestre razionalmente studiate in base al clima, alla traiettoria
solare, alle condizioni metereologiche abituali.
•
La rivoluzione del vetro: resitenza e trasparenza.
ARCHITETTURA ORGANICA
PUNTI DELL'ARCHITETTURA ORGANICA
F.L. Wright, 1953
1. Natura
2. Organico-intrinseco
3. La forma segue la funzione
4. Qualità
5. Veridicità
6. Ornamento
7. Anima
8. Tridimensionalità
9. Spazio
LE SETTE INVARIANTI DEL LINGUAGGIO MODERNO
Bruno Zevi, 1973
1. L’elenco come metodologia progettuale
2. Asimmetria e dissonanze
3. Tridimensionalità antiprospettica
4. Sintassi della scomposizione quadridimensionale
5. Strutture in aggetto, gusci e membrane
6. Temporalità dello spazio
7. Reintegrazione edificio-città-territorio
FUTURISMO
MANIFESTO FUTURISTA
Antonio Sant'Elia, 1914
Il manifesto "Architettura futurista" firmato da Antonio Sant'Elia viene pubblicato il 1 agosto 1914 sulla rivista
fiorentina Lacerba: esso era ià stato precedentemente diffuso in un opuscolo stampato l'11 luglio a Milano
dalla 'Direzione del Movimento futurista'.
Il testo qui mostrato è la trascrizione dalla riproduzione fotografica di quest'ultimo (pubblicata in E. Crispolti,
Attraverso l'architettura futurista, Modena 1984) comparato con il Messaggio redatto dallo stesso Sant'Elia
come prefazione al catalogo della Mostra 'Nuove Tendenze' tenutasi a Milano nel maggio 1914, e
precedente alla adesione ufficiale dell'architetto al Movimento futurista (così come trascritto in Architettura
Futurista, numero monografico della rivista 'Controspazio', 1971).
I passi qui rappresentati in rosso furono aggiunti - su ispirazione di Marinetti e Cinti, sostiene Bruno Zevi - al
Messaggio rappresentato in nero.
L'ARCHITETTURA FUTURISTA
Manifesto
Dopo il '700 non è più esistita nessuna architettura. Un balordo miscuglio dei più vari elementi di stile, usato
a mascherare lo scheletro della casa moderna, è chiamato architettura moderna.
La bellezza nuova del cemento e del ferro viene profanata con la sovrapposizione di carnevalesche
incrostazioni decorative che non sono giustificate né dalle necessità costruttive, né dal nostro gusto e
traggono origine dalle antichità egiziana, indiana o bizantina, e da quello sbalorditivo fiorire di idiozie e di
impotenza che prese il nome di neo-classicismo.
In Italia si accolgono codeste ruffianerie architettoniche e si gabella la rapace incapacità straniera per
geniale invenzione, per architettura nuovissima. I giovani architetti italiani (quelli che attingono originalità
dalla clandestina compulsazione di pubblicazioni d'arte) sfoggiano i loro talenti nei quartieri nuovi delle
nostre città, ove una gioconda insalata di colonnine ogivali, di foglione seicentesche, di archi acuti gotici, di
pilastri egiziani, di volute rococò, di putti quattrocenteschi, di cariatidi rigonfie, tien luogo, seriamente, di stile,
ed arieggia con presunzione al monumentale. Il caleidoscopico apparire e riapparire di forme, il moltiplicarsi
delle macchine, I'accrescersi quotidiano dei bisogni imposti dalla rapidità delle comunicazioni,
dall'agglomeramento degli uomini, dall'igiene e da cento altri fenomeni della vita moderna non danno alcuna
perplessità a codesti sedicenti rinnovatori dell'architettura. Essi perseverano cocciuti con le regole di Vitruvio,
del Vignola e del Sansovino e con qualche pubblicazioncella di architettura tedesca alla mano, a ristampare
l'immagine dell'imbecillità secolare sulle nostre città, che dovrebbero essere l'immediata e fedele proiezione
di noi stessi.
Così quest'arte espressiva e sintetica è diventata nelle loro mani una vacua esercitazione stilistica, un
rimuginamento di formule malamente accozzate a camuffare da edificio moderno il solito bossolotto
passatista di mattone e di pietra. Come se noi, accumulatori e generatori di movi mento, coi nostri
prolungamenti meccanici, col rumore e colla velocità della nostra vita, potessimo vivere nelle stesse case,
nelle stesse strade costruite pei loro bisogni dagli uomini di quattro, cinque, sei secoli fa. Questa è la
suprema imbecillità dell'architettura moderna che si ripete per la complicità mercantile delle accademie
domicili coatti dell'intelligenza, ove si costringono i giovani all'onanistica ricopiatura di modelli classici, invece
di spalancare la loro mente alla ricerca dei limiti e alla soluzione del nuovo e imperioso problema: la casa e
la città futuriste. La casa e la città spiritualmente e materialmente nostre, nelle quali il nostro tumulto possa
svolgersi senza parere un grottesco anacronismo.
Il problema dell'architettura futurista non è un problema di rimaneggiamento lineare. Non si tratta di trovare
nuove sagome, nuove marginature di finestre e di porte, di sostituire colonne, pilastri, mensole con cariatidi,
mosconi, rane; non si tratta di lasciare la facciata a mattone nudo, o di intonacarla, o di rivestirla di pietra né
di determinare differenze formali tra l'edificio nuovo e quello vecchio; ma di creare di sana pianta la casa
futurista, di costruirla con ogni risorsa della scienza e della tecnica, appagando signorilmente ogni esigenza
del nostro costume e del nostro spirito, calpestando quanto è grottesco, pesante e antitetico con noi
(tradizione, stile, estetica, proporzione) determinando nuove forme, nuove linee, una nuova armonia di profili
e di volumi, un architettura che abbia la sua ragione d'essere solo nelle condizioni speciali della vita
moderna, e la sua rispondenza come valore estetico nella nostra sensibilità. Quest'architettura non può
essere soggetta a nessuna legge di continuità storica. Deve essere nuova come è nuovo il nostro stato
d'animo.
L'arte di costruire ha potuto evolversi nel tempo e passare da uno stile all'altro mantenendo inalterati i
caratteri generali dell'architettura, perché nella storia sono frequenti i mutamenti di moda e quelli determinati
dall'avvicendarsi dei convincimenti religiosi e degli ordinamenti politici; ma sono rarissime quelle cause di
profondo mutamento nelle condizioni dell'ambiente che scardinano e rinnovano, come la scoperta di leggi
naturali, il perfezionamento dei mezzi meccanici, I'uso razionale e scientifico del materiale.
Nella vita moderna il processo di conseguente svolgimento stilistico nell'architettura si arresta.
L'architettura si stacca dalla tradizione. Si ricomincia da capo per forza.
Il calcolo sulla resistenza dei materiali, l'uso del cemento armato e del ferro escludono l'«architettura» intesa
nel senso classico e tradizionale. I materiali moderni da costruzione e le nostre nozioni scientifiche, non si
prestano assolutamente alla disciplina degli stili storici, e sono la causa principale dell'aspetto grottesco delle
costruzioni « alla moda » nelle quali si vorrebbe ottenere dalla leggerezza, dalla snellezza superba della
poutrelle e dalla fragilità del cemento armato, la curva pesante dell'arco e l'aspetto massiccio del marmo.
La formidabile antitesi tra il mondo moderno e quello antico è determinata da tutto quello che prima non
c'era. Nella nostra vita sono entrati elementi di cui gli antichi non hanno neppure sospettata la possibilità; vi
sono determinate contingenze materiali e si sono rilevati atteggiamenti dello spirito che si ripercuotono in
mille effetti; primo fra tutti la formazione di un nuovo ideale di bellezza ancora oscuro ed embrionale, ma di
cui già sente il fascino anche la folla. Abbiamo perduto il senso del monumentale, del pesante, dello statico,
ed abbiamo arricchita la nostra sensibilità del gusto del leggero, del pratico, dell'effimero e del veloce.
Sentiamo di non essere più gli uomini delle cattedrali, dei palazzi, degli arengari; ma dei grandi alberghi,
delle stazioni ferroviarie, delle strade immense, dei porti colossali, dei mercati coperti, delle gallerie
luminose, dei rettifili, degli sventramenti salutari.
Noi dobbiamo inventare e rifabbricare la città futurista simile ad un immenso cantiere tumultuante, agile,
mobile, dinamico in ogni sua parte, e la casa futurista simile ad una macchina gigantesca. Gli ascensori non
debbono rincantucciarsi come vermi solitari nei vani delle scale; ma le scale, divenute inutili, devono essere
abolite e gli ascensori devono inerpicarsi, come serpenti di ferro e di vetro, lungo le facciate. La casa di
cemento di vetro di ferro senza pittura e senza scultura, ricca soltanto della bellezza congenita alle sue linee
e ai suoi rilievi, straordinariamente brutta nella sua meccanica semplicità, alta e larga quanto più è
necessario, e non quanto è prescritto dalla legge municipale deve sorgere sull'orlo di un abisso tumultuante:
la strada, la quale non si stenderà più come un soppedaneo al livello delle portinerie, ma si sprofonderà nella
terra per parecchi piani, che accoglieranno il traffico metropolitano e saranno congiunti per i transiti
necessari, da passerelle metalliche e da velocissimi tapis roulants .
Bisogna abolire il decorativo. Bisogna risolvere il problema dell'architettura futurista non più rubacchiando
da fotografie della Cina, della Persia e del Giappone, non più imbecillendo sulle regole del Vitruvio, ma a
colpi di genio, e armati di una esperienza scientifica e tecnica. Tutto deve essere rivoluzionato. Bisogna
sfruttare i tetti, utilizzare i sotterranei, diminuire l'importanza delle facciate, trapiantare i problemi del buon
gusto dal campo della sagometta, del capitelluccio, del portoncino in quello più ampio dei grandi
aggruppamenti di masse, della vasta disposizione delle piante. Finiamola coll'architettura monumentale
funebre commemorativa. Buttiamo all'aria monumenti, marciapiedi, porticati, gradinate, sprofondiamo le
strade e le piazze, innalziamo il livello delle città.
IO COMBATTO E DISPREZZO:
1. Tutta la pseudo-architettura d'avanguardia, austriaca, ungherese, tedesca e americana.
2. Tutta l'architettura classica solenne, ieratica, scenografica, decorativa, monumentale, leggiadra,
piacevole.
3. L'imbalsamazione, la ricostruzione, la riproduzione dei monumenti e palazzi antichi.
4. Le linee perpendicolari e orizzontali, le forme cubiche e piramidali che sono statiche, gravi,
opprimenti ed assolutamente fuori dalla nostra nuovissima sensibilità.
5. L'uso di materiali massicci, voluminosi, duraturi, antiquati, costosi.
E PROCLAMO:
1. Che l'architettura futurista è l'architettura del calcolo, dell'audacia temeraria e della semplicità;
l'architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei
surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo della elasticità
e della leggerezza;
2. Che l'architettura futurista non è per questo un'arida combinazione di praticità e di utilità, ma rimane
arte, cioè sintesi, espressione;
3. Che le linee oblique e quelle ellittiche sono dinamiche, per la loro stessa natura hanno una potenza
emotiva mille volte superiore a quella delle perpendicolari e delle orizzontali, e che non vi può essere
un'architettura dinamicamente integratrice all'infuori di esse;
4. Che la decorazione, come qualche cosa di sovrapposto all'architettura, è un assurdo, e che soltanto
dall'uso e dalla disposizione originale del materiale greggio o nudo o violentemente colorato,
dipende il valore decorativo dell'architettura futurista;
5. Che, come gli antichi trassero l'ispirazione dell'arte dagli elementi della natura, noi - materialmente e
spiritualmente artificiali - dobbiamo trovare quell'ispirazione negli elementi del nuovissimo mondo
meccanico che abbiamo creato, di cui l'architettura deve essere la più bella espressione, la sintesi
più completa, l'integrazione artistica più efficace;
6. L'architettura come arte di disporre le forme degli edifici secondo criteri prestabiliti è finita;
7. Per architettura si deve intendere lo sforzo di armonizzare con libertà e con grande audacia,
l'ambiente con l'uomo, cioè rendere il mondo delle cose una proiezione diretta del mondo dello
spirito;
8. Da un'architettura così concepita non può nascere nessuna abitudine plastica e lineare, perché i
caratteri fondamentali dell'architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà. Le case
dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città. Questo costante
rinnovamento dell'ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del Futurismo, che già si afferma
con le Parole in libertà, il Dinamismo plastico, la Musica senza quadratura e l'Arte dei rumori,
e pel quale lottiamo senza tregua
contro la vigliaccheria passatista.
MILANO, 11 Luglio 1914.
MOVIMENTO MODERNO
I PRINCIPI DELL'ARCHITETTURA NEOPLASTICA
Theo van Doesburg, 1924
I 9 PUNTI PER UNA NUOVA ARCHITETTURA
Le Corbusier, 1926
TAVOLE POLEMICHE
Giuseppe Ercole Enea Terragni, 1936
IL COMPITO DELL'ARCHITETTO
Walter Gropius, CIAM 1928-1953
Theo van Doesburg: Towards a plastic architecture, 1924.
Originally published in De Stijl, XII, 6/7, Rotterdam 1924.
1. Form. Elimination of all concept of form in the sense of a fixed type is essential to the healthy
development of architecture and art as a whole. Instead of using earlier styles as models and imitating
them, the problem of architecture must be posed entirely afresh.
2. The new architecture is elemental; that is to say, it develops out of the elements of building in the
widest sense. These elements - such as function, mass, surface, time, space, light, colour, material, etc. are plastic.
3. The new architecture is economic; that is to say, it employs its elemental means as effectively and
thriftily as possible and squanders neither these means nor the material.
4. The new architecture is functional; that is to say, it develops out of the exact determination of the
practical demands, which it contains within clear outlines.
5. The new architecture is formless and yet exactly defined; that is to say, it is not subject to any fixed
aesthetic formal type. It has no mould (such as confectioners use) in which it produces the functional
surfaces arising out of practical, living demands.
In contradistinction to all earlier styles the new architectural methods know no closed type, no basic type.
The functional space is strictly divided into rectangular surfaces having no individuality of their own.
Although each one is fixed on the basis of the others, they may be visualized as extending infinitely. Thus
they form a coordinated system in which all points correspond to the same number of points in the
universe. It follows from this that the surfaces have a direct connexion to infinite space.
6. The new architecture has rendered the concept monumental independent of large and s mall (since the
word ' monumental ' has become hackneyed it is replaced by the word 'plastic'). It has shown that
everything exists on the basis of interrelationships.
7. The new architecture possesses no single passive factor. It has overcome the opening (in the wall).
With its openness the window plays an active role in opposition to the closedness of the wall surface.
Nowhere does an opening or a gap occupy the foreground; everything is strictly determined by contrast.
Compare the various counter- constructions in which the elements that architecture consists of (surface,
line, and mass) are placed without constraint in a three- dimensional relationship.
8. The ground- plan. The new architecture has opened the walls and so done away with the separation of
inside and outside. The walls themselves no longer support; they merely provide supporting points. The
result is a new, open ground- plan entirely different from the classical one, since inside and outside now
pass over into one another.
9. The new architecture is open. The whole structure consists of a space that is divided in accordance with
the various functional demands. This division is carried out by means of dividing surfaces (in the interior)
or protective surfaces (externally). The former, which separate the various functional spaces, may be
movable; that is to say, the dividing surfaces (formerly the interior walls) may be replaced by movable
intermediate surfaces or panels (the same method may be employed for doors). In architecture's next phase
of development the ground- plan must disappear completely. The two- dimensional spatial composition
fixed in a ground- plan will be replaced by an exact constructional calculation - a calculation by means of
which the supporting capacity is restricted to the simplest but strongest supporting points. For this purpose
Euclidean mathematics will be of no further use - but with the aid of calculation that is non- Euclidean
and takes into account the four dimensions everything will be very easy.
10. Space and time. The new architecture takes account not only of space but also of the magnitude time.
Through the unity of space and time the architectural exterior will acquire a new and completely plastic
aspect. (Fourdimensional space- time aspects.)
11. The new architecture is anti- cubic; that is to say, it does not attempt to fit all the functional space cells
together into a closed cube, but projects functional space- cells (as well as overhanging surfaces,
balconies, etc.) centrifugally from the centre of the cube outwards. Thus height, breadth, and depth plus
time gain an entirely new plastic expression. In this way architecture achieves a more or less floating
aspect (in so far as this is possible from the constructional standpoint - this is a problem for the engineer!)
which operates, as it were, in opposition to natural gravity.
12. Symmetry and repetition. The new architecture has eliminated both monotonous repetition and the
stiffequality of two halves - the mirror image, symmetry. There is no repetition in time, no street front, no
standardization.
A block of how is just as much a whole as the individual house. The laws that apply to the individual
house also apply to the block of houses and to the city. In place of symmetry the new architecture offers a
balanced relationship of unequal parts; that is to say, of parts that differ from each other by virtue of their
functional characteristics as regards position, size, proportion and situation. The equality of these parts
rests upon the balance of their dissimilarity, not upon their similarity. Furthermore, the new architecture
has rendered front, back, right, left, top, and bottom, factors of equal value.
13. In contrast to frontalism, which had its origin in a rigid, static way of life, the new architecture offers
the plastic richness of an all- sided development in space and time.
14. Colour. The new architecture has done away with painting as a separate and imaginary expression of
harmony, secondarily as representation, primarily as coloured surface.
The new architecture permits colour organically as a direct means of expressing its relationships within
space and time. Without colour these relationships are not real, but invisible. The balance of organic
relationships acquires visible reality only by means of colour. The modern painter's task consists in
creating with the aid of colour a harmonious whole in the new fourdimensional realm of space- time - not
a surface in two dimensions. In a further phase of development colour may also be replaced by a
denaturalized material possessing its own specific colour (a problem for the chemist) - but only if practical
needs demand this material.
15. The new architecture is anti- decorative. Colour (and this is something the colour- shy must try to
grasp) is not a decorative part of architecture, but its organic medium of expression.
16. Architecture as a synthesis of Neo- Plasticism. Building is a part of the new architecture which, by
combining together all the arts in their elemental manifestation, discloses their true nature.
A prerequisite is the ability to think in four dimensions - that is to say: the architects of Plasticism, among
whom I also number the painters, must construct within the new realm of space and time.
Since the new architecture permits no images (such as paintings or sculptures as separate elements) its
purpose of creating a harmonious whole with all essential means is evident from the outset. In this way,
every architectural element contributes to the attainment on a practical and logical basis of a maximum of
plastic expression, without any disregard of the practical demands.
NEOPLASTICISMO
Il manifesto del gruppo De Stijl apparì nel Novembre del 1918.
L'obiettivo del gruppo che lo compilò (Theo van Doesburg, Robt. van't Hoff, Vilmos Huszar,
Antony Kok, Piet Mondrian, G. Vantongerloo, Jan Wils) era la combinazione organica
dell'architettura, della scultura e della pittura in un modo costruttivo lucido, non sentimentale,
fatto per elementi. Le tesi del movimento esprimono, sul piano figurativo, una continuazione
razionalizzata del cubismo e su quello sociale una lotta radicale all'individualismo.
Lo stile è caratterizzato da piani o setti murari, spesso colorati, che fuoriescono dai volumi con
una legge di crescita ortogonale e quasi mai obliqua o curvilinea. Gli spigoli dei volumi tendono
a non essere definiti dall'incontro dei muri che li determinano, come invece avviene nei codici
razionalisti. I muri diventano setti, superfici che mostrano il proprio spessore rimanendo tra loro
separate, così consentendo alla luce di penetrare all’interno del volume in quei punti di
scollamento ed evitando di trattare le aperture delle finestre come altrettanti buchi nel muro.
Il manifesto De Stijl (1918) è articolato in otto punti:
Manifesto De Stijl:
1. Ci sono due concezioni del mondo: una antica e una nuova.
L'antica tende verso l'individualismo. La nuova, verso l'universale.
La lotta tra individualismo e universale si registra sia nella guerra
mondiale che nell'arte della nostra epoca.
2. La guerra distrugge il vecchio mondo con il suo contenuto: il
dominio individuale, comunque inteso.
3. L'arte nuova ha messo in evidenza il contenuto della nuova
concezione del mondo: l'universale e l'individuale in uguali
proporzioni.
4. La nuova concezione del mondo è pronta a realizzarsi in tutto,
anche nella vita.
5. Le tradizioni, i dogmi e le prerogative dell'individualismo (il
naturale) si oppongono a questa realizzazione.
6. Lo scopo della rivista "De Stijl" è di fare appello a tutti coloro
che credono nella riforma artistica e culturale per annientare ciò
che ne ostacola lo sviluppo, come i suoi collaboratori hanno fatto
nella nuova arte plastica sopprimendo la forma naturale che
contrasta un'autentica espressione d'arte, esito di ogni
conoscenza artistica.
7. Gli artisti d'oggi hanno preso parte alla guerra mondiale nel
campo spirituale, spinti dalla stessa coscienza, contro le
prerogative dell'individualismo: il capriccio. Essi solidarizzano con
tutti coloro che combattono spiritualmente o materialmente per la
formazione di un'unità internazionale nella vita, nell'arte, nella
cultura.
8. L'organo De Stijl, fondato a questo scopo, fa ogni sforzo per
porre in luce la nuova idea della vita.1
- In: Ulrich Conrads, Programs and manifestoes on 20th-century architecture, Cambridge, The MIT
Press. 1970. (pag.39). Il manifesto è firmato da Theo van Doesburg, Robt. van't Hoff, Vilmos Huszar,
Antony Kok, Piet Mondrian, G. Vantongerloo, Jan Wils.
1
Sette anni dopo Theo van Doesburg scrive princìpi fondamentali dell'architettura neoplastica2,
attraverso i quali analizza il rapporto tra 17 categorie dell'architettura e i significati ad esse
corrispondenti nella poetica del movimento:
1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.
9.
10.
11.
12.
13.
14.
15.
16.
17.
La forma – A posteriori.
Gli elementi – Categorie sia fisiche che metafisiche che costruiscono l'architettura
(luce, funzione, materiali, volume, tempo, spazio, colore.).
L'economia – Uso dell'essenziale.
La funzione – Fondata sulla sintesi delle esigenze pratiche.
L'informe – I piani che suddividono gli spazi si estendono all'esterno del volume.
Il monumentale – Rapporti, trasformazione, leggerezza, trasparenza.
Il buco – La finestra non è più un buco nel muro.
La pianta – Compenetrazione tra gli spazi interni e quelli esterni.
La suddivisione – Fluidità spaziale.
Il tempo – Il tempo conferisce allo spazio animazione.
Aspetto plastico – Quarta dimensione dello spazio-tempo.
Aspetto statico – Architettura anti cubica. Sviluppo eccentrico delle cellule spaziali.
Simmetria e ripetizione – Rapporto equilibrato di parti ineguali. Soppressione
della monotonia iterativa. Non esiste il davanti e il dietro, il destro o il sinistro.
Frontalismo – Sviluppo della plastica poliedrica nello spazio-tempo.
Il colore – Realizzazione del colore nello spazio-tempo rendendo visibile
plasticamente una nuova dimensione.
Decorazione – La nuova architettura è anti decorativa.
L'architettura come sintesi della nuova costruzione plastica – Convergenza
di tutte le arti plastiche nell'architettura.
In architettura furono soprattutto Mies van der Rohe, Gerrit Thomas Rietveld e Cornelius Van
Eesteren a dar vita a questo linguaggio utilizzando nelle loro architetture tutti i punti
dell'architettura neoplastica. Theo van Doesburg curò gli aspetti di sintesi teorico-metodologica
del neoplasticismo più che quelli realizzativi. Si è detto che sia stato Le Corbusier a offrire le
soluzioni dell'architettura moderna ma che Theo van Doesburg ne abbia strutturato il metodo:
"Il primo dice: questi sono gli elementi... il secondo: questo è il processo. Ne deriva che il
manierismo purista lecorbusieriano è assai più diffuso di quello neoplastico. .... In breve, Le
Corbusier dice il che, Wright il perché, van Doesburg il come dell'architettura."3
Interessante notare che le sette invarianti di Bruno Zevi (1, l’elenco come metodologia
progettuale; 2, asimmetria e dissonanze; 3, tridimensionalità antiprospettica; 4, sintassi della
scomposizione quadridimensionale; 5, strutture in aggetto, gusci e membrane; 6, temporalità
dello spazio; 7, reintegrazione edificio-città-territorio) derivano direttamente dai diciassette
punti di Theo van Doesburg.4
Lo scopo, quello di creare un linguaggio universale ovvero una sintesi di armonia espressiva
liberata da ogni particolarismo individuale, non si avverò e dopo la morte di van Doesburg
"l'ideale neoplastico ritornò alla sua idea iniziale della pittura astratta"5. Inoltre lo stesso Mies
andò in America dimenticandosi in molte occasioni la scomposizione quadridimensionale, i
colori primari e la lotta all'individualismo.
In America si produrranno gli epigoni del neoplasticismo, anche se di grande qualità
architettonica, con le ville californiane di Richard Neutra, la Facoltà di Architettura della Yale
University di Paul Rudolph a New Haven, i piani complessi della cardboard architecture
progettati soprattutto dai Five Architects e poi dal gruppo Arquitectonica6, architetture nei cui
programmi non vi è più un riferimento diretto alla lotta all’individualismo. L’accusa che da taluni
- Scritti nel 1925 e poi rielaborati nel 1930, un anno prima della sua morte, per una conferenza a
Madrid.
3 - B. Zevi, Poetica dell'architettura Neoplastica, Torino, Einaudi, 1974, 2' Ed. (Pag. 114)
4 - Riconosciuto direttamente da B. Zevi, in: Poetica dell'architettura neoplastica 2a ed., Torino,
P.B. Einaudi, 1974, (pag. 117). A pag. 116 dello stesso testo, la scuola d'arte dell'Università di
Yale di Paul Rudolph del 1958-64, e la villa Brown di Richard Neutra del 1955 sono presentate nelle
didascalie delle foto come epigoni di De Stijl.
5 - Kenneth Frampton, Modern Architecture a critical history, New York, Oxford U.P. 1980. (pag. 148).
6 - Gruppo statunitense fondato dagli architetti peruviani Bernardo Fort Brescia e Laurinda Spear.
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critici viene mossa è che per progettare le loro eccellenti opere di architettura, taluni progettisti
abbiano finito per adoperare solo le forme esteriori del neoplasticismo e non anche i concetti
programmatici di eliminazione delle barriere sociali che ne erano alla base.
In Europa sono avvenute interessanti contaminazioni di questo codice, soprattutto con altri di
matrice neo-espressionista, e queste sono caratterizzate da due momenti diversi: il primo,
soprattutto ad opera di Mario Botta, in molteplici occasioni articola i volumi alla ricerca di
ovviare di ricorrere all’uso della finestra quale buco nel muro; il secondo, che vede impegnati
alcuni architetti decostruttivisti tra i quali Günter Behnisch e Zaha Hadid, evidenzia un
superamento delle posizioni originarie che facevano giudicare frivolo l’uso della linea obliqua,
operando a favore di un’architettura animata dove il neoplasticismo è colto in un momento
diverso da quello della compiutezza finale dell’organismo architettonico. Questo codice,
attraverso un processo di astrazione dalla natura, ricerca l’equilibrio cosmico, la cui
espressione plastica esatta si rivela attraverso piani e linee verticali o orizzontali. E’ per
distinguersi dalla natura, dove piani e linee si confondono nella forma, che questo codice rifiuta
la linea obliqua:
“Si possono (…) fare bellissime cose anche neoplastiche (…) in
obliquo (…) non si può negare il carattere naturalistico e frivolo
della linea obliqua, che per di più non si fa annientare dalla
posizione contrastante di un’altra linea. Può produrre un effetto
di stabilità, ma plasticamente mantiene il movimento esteriore,
cioè l’apparenza naturale. Ecco dove ci conduce la ricerca
superficiale di una nuova espressione plastica. Senza volerlo si
torna alla natura.
All’inverso, l’espressione plastica delle linee verticali e orizzontali
nei loro rapporti rettangolari è quella della forza e del riposo
interiori. Mentre nell’ “apparenza” di una croce (unificazione), le
linee esprimono di nuovo – benché in astratto – una forma, nella
composizione neoplastica le linee sono in opposizione reale, ciò
che elimina ogni forma. Esse esprimono il movimento della vita
maturata da un ritmo approfondito, prodotto di rapporti
dimensionali. E poiché soltanto da questi rapporti può scaturire
l’opposizione alla natura, bisogna cercare in essi, e unicamente
in essi, il punto culminante del neoplasticismo”7
- L’uomo – la Strada – la Città, Piet Mondrian, in B. Zevi, Poetica dell'architettura Neoplastica,
Torino, Einaudi, 1974, 2' Ed. (Pag. 199).
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I 9 PUNTI PER UNA NUOVA ARCHITETTURA
Le Corbusier, 1926
La rivoluzione architettonica:
1. Ossatura indipendente d'acciaio o di cemento armato: la prima caratteristica dello stile d'oggi sarà la
leggerezza.
2. Impiego della parete vetrata trasparente o traslucida, cui corrispondono le caratteristiche di luce e
limpidezza: uguali per il Crystal Palace di Londra come per le casette nel verde o i grandi palazzi
d'affitto o per uffici dell'immediato futuro.
3. L 'esattezza dei calcoli di resistenza dell'acciaio e del cemento armato soddisfa l'economicità nella
sua accezione più elevata.
4. Il nuovo modo di progettare, assicurando una buona circolazione, una corretta distribuzione e una
classificazione ordinata, e facendo del complesso edilizio un vero e proprio organismo (scheletro
portante; spazi ben aerati ed illuminati; abbondanza di «servizi generali» addotti attraverso
canalizzazioni - acqua, gas, elettricità, telefono, riscaldamento, ventilazione, scarichi, ecc.), dà il
senso dell’efficienza.
5. La presenza sinfonica, armoniosa e funzionale di tante componenti nuove nella costruzione
conferisce a questa un deciso carattere di sobrietà ed esattezza.
6. La linearità deriva direttamente dai mezzi adoperati. Domina l'angolo retto. Alla richiesta da
soddisfare - costruire stanze o locali rettangolari per abitare e lavorare -la tecnica del cemento
armato risponde spontaneamente (pilastri e pilastrini, travi e travetti, volte a intradosso piano, solai,
ecc.); cadute in disuso le « mensole » che agli inizi del cemento armato assicuravano l'incastro tra
pilastri e travi, l'impianto ortogonale della struttura in cemento armato è divenuto evidente, in tutta la
sua purezza e linearità.
7. Le abitudini visive si rinnovano: i massicci basamenti di pietra, un tempo indispensabili, sono
completamente abbandonati; i grossi piloni di pietra o di muratura, i muri il cui spessore era imposto
dalla funzione portante, tutti questi fattori primordiali della sensazione plastica, generatori di un certo
tipo di emozione, sono oggi superati dagli snelli e radi montanti di cemento o d'acciaio. All'apparire di
questi ultimi, si disse che non sarebbero mai riusciti ad esprimere la propria funzione di sostegno e a
dare una sensazione di sicurezza a chi li guardasse... Ma gli anni sono trascorsi, e l'abitudine ci ha
rivelato la loro eleganza, elemento essenziale dello stile contemporaneo.
8. Il tetto-terrazza con raccolta e scarico delle acque piovane verso l'interno costituisce il sistema di
copertura normale, impermeabile e senza rischio d'inconvenienti, specialmente se ricoperto da un
giardino che protegga calcestruzzo e armature dagli effetti dannosi delle variazioni termiche.
Copertura piana e terrazza-giardino con scolo delle acque verso l'interno, ecco una delle novità
più sconvolgenti rispetto ai canoni estetici tradizionali; un avvenimento. d'ordine tecnico e quindi di
validità universale, che s'impone dappertutto, così come nel Medioevo non conobbe confini la volta
gotica a sesto acuto.
Ma un'altra innovazione viene a turbare ancor più le abitudini acquisite: il cornicione, vivo e utile
per tanti secoli, fastoso coronamento del tetto a falde inclinate, cade in disuso. Le acque piovane
defluiscono infatti all'interno e non più all'esterno, mentre alla protezione dell'eventuale facciata a
vetri provvederà un organo nuovo, il fran-gi-sole, che servirà anche da frangi-pioggia, dispositivo che
costituirà per gli abitanti dell'edificio un apprezzabilissimo complemento di comodità.
9. Si può prevedere a questo punto una nuova distribuzione dei materiali tradizionali. Mentre nel caso
della piccola abitazione unifamiliare, eseguita da artigiani locali, gli usi e quindi le concezioni
tradizionali potranno anche sopravvivere, la questione si porrà in modo del tutto diverso nel caso di
volumi edilizi notevoli.
La pietra da taglio non ambirà più alla conquista, oggi vana oltre che ardua, delle grandi altezze,
ma resterà, eterna amica dell'uomo, immediatamente vicina e tangibile, nelle molteplici attrezzature
edilizie che la riorganizzazione delle città e quindi l'urbanistica intende creare. Il legno,
abbandonando i tetti, rivestirà le pareti delle costruzioni in serie, recandovi un comfort un tempo
riservato ai signori. Infine, i metalli alterabili cederanno il posto ai metalli inossidabili come l'acciaio,
l'alluminio, ecc.
…….messa al servizio dell'urbanistica
Tale è la rivoluzione architettonica messa oggi al servizio dell'urbanistica. Questa, per la natura
stessa dei suoi programmi, determinerà in misura considerevole il volume, la disposizione e la
distribuzione delle diverse opere che costituiranno di fatto l'attrezzatura efficiente delle città e degli
agglomerati rurali.
Le conquiste dell'urbanistica daranno un aspetto nuovo agli edifici d'abitazione integrati dai loro
prolungamenti, ai centri d'affari e ad una parte dei luoghi di lavoro. Le circolazioni meccaniche
verticali, che nei paesi sufficientemente organizzati hanno già raggiunto un livello d'impeccabilità
tecnica, garantiranno lo sfruttamento perfetto degli edifici, determinando così una serie di
conseguenze di cui la più importante sarà l'indipendenza reciproca tra i volumi edilizi e le vie di
comunicazione, ossia il compimento di un'operazione considerata fino a oggi utopistica: la
separazione del traffico pedonale da quello dei veicoli. Il volume edilizio non sarà più allora il mero
residuo dell'intersecarsi di tre o quattro strade, e la strada cesserà di essere un corridoio tra le
facciate innalzate lungo i suoi lati, nel quale si precipitano e s'ingorgano assurdamente gli esseri e i
mezzi più disparati: pedoni, cavalli, tram, automobili, autocarri. Splendido frutto di questa riforma
sarà uno slancio nuovo dell'edificio, dominante gli spazi liberi circostanti, una disposizione
superbamente architettonica dei quartieri residenziali o di lavoro. Utilizzando le sue conquiste
tecniche, l'uomo dispone finalmente d'uno stile adeguato ai tempi e lo mette al servizio del proprio
benessere e della propria soddisfazione estetica.
IL COMPITO DELL' ARCHITETTO: SERVIRE O GUIDARE?
Walter Gropiùs
C.I.A.M.: 1928-1953
Premesse sociologiche per gli alloggi minimi
di popolazioni urbane industriali
Case unifamiliari, edifici medi o blocchi alti?
Pianificazione organica delle comunità
Problemi del «cuore» (centro comunitario)
L' architettura moderna non è costituita da qualche ramo di un vecchio albero, ma è una nuova pianta che
sorge direttamente dalle radici. Ciò non significa, però, che oggi si assista al subitaneo avvento di uno "stile
nuovo" ; quel che vediamo e sperimentiamo è un movimento in evoluzione, che ha creato una visione
fondamentalmente diversa dell'architettura. La teoria che essa sottintende si lega perfettamente alle grandi
tendenze scientifiche e artistiche contemporanee, che la sostengono e la corroborano contro le forze che
tendono a bloccarne il progresso e a inceppare l'influenza crescente delle sue concezioni.
CHE COSA COSTITUISCE UNO "STILE"? L'incomprimibile esigenza, propria della critica, di classificare gli
ancora fluidi movimenti contemporanei, ponendo ciascuno di essi pulitamente nella bara con un'etichetta
stilistica, ha accresciuto la confusione che si riscontra diffusamente nella comprensione delle forze
dinamiche .del nuovo movimento architettonico e urbanistico. Quel che cercavamo era un'impostazione
nuova, non un nuovo stile. Uno stile è la ripetizione successiva di un'espressione che è stata usata come
denominatore comune per un intero periodo. Ma il tentativo di classificare e pertanto di congelare entro uno "
stile" o in un "ismo" l' arte e l'architettura viventi, mentre si trovano ancora nello stadio formativo, è probabile
soffochi l'attività creativa più che stimolarla. Viviamo in un'epoca di completa revisione di tutta la nostra vita :
l'antica società è andata in pezzi sotto la spinta della macchina, la nuova è ancora nel suo farsi. Il flusso di
un continuo sviluppo, il mutare dell'espressione secondo i mutamenti vitali, è quel che importa nel nostro
lavoro compositivo, e non la ricerca di caratteri formalistici di "stile". E come può essere ingannatrice una
terminologia improvvisata! Analizziamo, ad esempio, la definizione più infelice, quella di "stile
internazionale". Esso non è uno stile perché è ancora in evoluzione, e neppure è internazionale perché anzi
la sua tendenza è quella opposta, è quella precisamente di trovare un'espressione regionale, indigena,
derivata dall'ambiente, dal clima, dal paesaggio, dalle abitudini della popolazione.
Secondo me, gli stili dovrebbero essere definiti, precisati dallo storico solo riguardo alle epoche passate. Ci
manca l'atteggiamento spassionato necessario a un giudizio impersonale di ciò che accade oggi. Umani
come siamo, siamo vani e gelosi, e questo deforma la visione obiettiva. Perché dunque non lasciamo agli
storici futuri il compito di sistemare la storia dell'evoluzione dell'architettura contemporanea, e non andiamo a
lavorare e a farla evolvere? Vorrei aggiungere che in un'epoca in cui gli spiriti più eletti dell'umanità si
sforzano di vedere i problemi umani nella loro interdipendenza, su tutta la terra, come un'unica entità,
qualsiasi pregiudizio sciovinistico nazionale circa le forme che si esigono per lo sviluppo dell'architettura
moderna deve sboccare in una ristretta limitazione. Perché spaccare il capello in quattro, su chi abbia
esercitato e chi subito un'influenza, quando quel che importa veramente è se i risultati conseguiti abbiano
condotto a un progresso vitale ? Osc dire che siamo tutti molto più influenzati l'un l'altro oggi che gli architetti
dei secoli passati, a causa del rapido sviluppo degli scambi e delle comunicazioni. Questo dovrebbe essere
visto con favore perché ci arricchisce e promuove un denominatore comune per una mutua intesa, che è
tanto necessaria. (Ho tentato di indurre i miei studenti a lasciarsi influenzare dalle idee altrui, finche non si
sentano capaci di assorbirle, elaborarle e darvi nuova vita entro un insieme che rappresenti la loro personale
maniera di concepire il comporre.)
LA RICERCA DI UN COMUNE DENOMINATORE CONTRO IL CULTO DELL 'EGO. Se ci guardiamo
indietro per vedere che cosa sia stato realizzato negli ultimi trenta o quaranta anni troviamo che la figura
decorativa dell'architetto gentiluomo, che combinava deliziose magioni Tudor con tutte le comodità moderne,
è del tutto scomparsa. Questo tipo di archeologia applicata va rapidamente svanendo. Si va disfacendo al
calore della nostra convinzione, che l'architetto dovrebbe concepire gli edifici non come monumenti ma
come asili del flusso di vita che essi debbono servire, e che le sue concezioni devono essere abbastanza
flessibili da creare una base atta ad assorbire i fattori dinamici della vita moderna.
Sappiamo che un "pezzo antico" architettonico non potrebbe mai soddisfare questa esigenza, ma è
altrettanto facile produrre una camicia di forza moderna quanto una dell'epoca di Tudor - specialmente se
l'architetto affronta il suo compito con la pura intenzione di innalzare un monumento al proprio genio. Questo
arrogante fraintendimento di ciò che dovrebbe essere un buon architetto ha spesso prevalso, perfino dopo la
vittoria della rivoluzione antieclettica. Esistono architetti alla ricerca di un'espressione nuova che
supererebbero perfino gli eclettici, nello sforzo di essere "diversi", di cercare l’unico, l'inaudito, lo
stupefacente.
Questo culto dell'ego ha ritardato l'accettazione generale dei motivi sani dell'architettura moderna. Prima che
il vero spirito della rivoluzione architettonica possa mettere radice in ogni strato della popolazione e produca
una forma comune, che esprima il nostro tempo, dopo oltre mezzo secolo di tentativi e di errori, i residui di
questa mentalità dovranno essere eliminati. Ciò presupporrà un determinato atteggiamento del nuovo
architetto nel senso di indirizzare il proprio lavoro verso la ricerca del tipo, del migliore comune
denominatore, anziché verso l'esibizione provocatrice. Idee formali preconcette, siano esse l'espressione di
ambizioni personali, oppure stili alla moda, tendono a costringere la corrente di vita, che fluisce in un edificio,
in rigidi canali, e a impastoiare le naturali attività di chi in esso vive.
I pionieri del movimento architettonico moderno hanno metodicamente sviluppato una nuova impostazione
dell'intero problema di un "comporre in funzione del vivere". Interessati a porre il proprio lavoro in relazione
con la vita degli uomini, hanno tentato di vedere l'unità individuale come parte di un tutto più vasto.
Quest'idea sociale contrasta fortemente col lavoro dell'architetto egocentrico, della "primadonna " che
impone le proprie fantasie personali con un'opera di intimidazione del cliente, e crea monumenti isolati il cui
significato estetico è puramente individuale.
IL CLIENTE. Con questa affermazione non intendo che gli architetti debbano supinamente accettare le idee
del cliente. Dobbiamo indurlo a una concezione che noi dobbiamo formarci per soddisfare le sue necessità.
Se egli ci chiede di esaudire alcune eccentricità e fantasie sue, prive di senso, dobbiamo trovare quale
necessità reale possa nascondersi dietro i suoi sogni informi e tentare di indurlo a un atteggiamento
concreto, a un programma organico. Non dobbiamo risparmiare sforzi per convincerlo definitivamente e
senza presunzione. Dobbiamo fare la diagnosi di ciò di cui il cliente ha bisogno, in base alla nostra
competenza. Un malato certamente non insisterebbe nel suggerire al medico come curarlo; ma se ci
attendiamo dal cliente una simile fiducia, sarà bene tenere presente che gli architetti sono raramente
considerati con lo stesso rispetto accordato alla professione medica. Se non siamo stati abbastanza
competenti da meritare fiducia, dovremo porci nella condizione di essere certi che la meriteremo in futuro nella composizione, nella costruzione, nell'economia, come pure nella concezione sociale che raccoglie le
altre tre componenti del nostro lavoro. Se trascuriamo di formarci una profonda competenza in tutti questi
campi, o sfuggiamo alla responsabilità di indicare il cammino, ci rassegniamo al ruolo di tecnici minori.
L' architettura ha bisogno di convinzione e di guida. Non può essere decisa dal cliente o dal referendum
GalIup, che spesso rivelerebbero soltanto il desiderio di conservare quanto ciascuno conosce di migliore.
LA MACCHINA E LA COSCIENZA AL SERVIZIO DELLA VITA UMANA. C'è un altro argomento corrente
circa il quale, poiché distorce i fini dell' architettura moderna, occorre una chiarificazione. Sentiamo dire:
"l'epoca moderna pone l'accento sulla vita, non sulla macchina " e "lo slogan di Le Corbusier, 'la casa è una
macchina per viverci, è ormai roba vecchia". A esso si associa una visione dei primi pionieri del movimento
moderno, come di uomini di idee rigide, meccanicistiche, dediti alla glorificazione della macchina e del tutto
indifferenti agli intimi valori umani. Essendo io stesso uno di questi mostri, mi domando come riuscimmo a
sopravvivere su cosi misere basi. La verità è che il problema di come umanizzare la macchina era
preliminare ai nostri primi dibattiti e che al centro dei nostri pensieri stava una nuova maniera di vivere.
Per rinvenire nuovi mezzi atti a servire le finalità umane la Bauhaus, ad esempio, si sforzò intensamente di
vivere quel che predicava, di trovare il punto di equilibrio tra le contrastanti esigenze estetiche, utilitaristiche
e psicologiche. Il funzionalismo non era considerato un puro processo razionalistico. Comprendeva pure i
problemi psicologici. Ciò che intendevamo era che i nostri progetti funzionassero sia fisicamente, sia
psicologicamente. Ci rendevamo conto che le esigenze emotive sono imperative quanto qualsiasi esigenza
utilitaristica, ed esigono di essere soddisfatte. La macchina e le nuove potenzialità della scienza erano per
noi del massimo interesse, ma l'accento non cadeva tanto sulla macchina in se quanto sull'uso migliore della
macchina e della scienza al servizio della vita umana. Guardandomi indietro trovo che con la macchina la
nostra epoca ha realizzato non troppo, ma troppo poco.
COS'È UN'ESPRESSIONE REGIONALE? Un altro fattore di confusione nello sviluppo dell'architettura
moderna è il venire in scena di tanto in tanto di disertori della nostra causa, che ricadono nell'eclettismo del
XIX secolo perché mancano della forza necessaria a proseguire concretamente un'opera di ringiovanimento
radicale. Gli architetti si rifanno alle forme ed alle fantasie del passato, e le mescolano alla composizione
moderna, credono stoltamente che questo renderà l'architettura moderna più popolare. Sono troppo
impazienti, per raggiungere la loro meta con mezzi legittimi, e non fanno cosi che evocare un nuovo "ismo"
anziché una nuova e genuina espressione ragionevole. Non si può trovare un vero carattere regionale con
un atteggiamento sentimentale o imitativo, sia adottando vecchi modelli, sia mode più moderne, che
scompaiono rapidamente come sono apparse. Ma se prenderete, ad esempio, la fondamentale diversità
imposta dalla composizione architettonica dalle condizioni climatiche della California, rispetto al
Massachusetts, vi renderete conto di quale differenza di espressione potrà risultare da questo solo fatto, se
l'architetto porrà le relazioni esterno-interno, profondamente opposte nelle due regioni, al centro della sua
concezione compositiva.
Vorrei qui far menzione di un problema che tutte le scuole architettoniche hanno in comune: finche i nostri
istituti educativi si articoleranno semplicemente intorno al platonico tavolo del disegno, saremo in continuo
pericolo di creare il "compositore precoce", poiché è del tutto inevitabile che la mancanza dell'esperienza
concreta del cantiere e dei processi industriali e artigiani dell'edilizia, conduca almeno qualche studente a
un'accettazione fin troppo disinvolta dello stile corrente, dei suoi clichés e delle sue ubbie. È questa la
conseguenza di una formazione universitaria assolutamente troppo accademica. Perciò il giovane architetto
dovrebbe cogliere tempestivamente ogni occasione di recarsi effettivamente in cantiere e di prendere parte a
tutte o alcune delle fasi del processo edilizio, come disciplina assolutamente essenziale per realizzare
,l'equilibrio tra conoscenza ed esperienza.
SERVIRE E DIRIGERE. Ma potreste dirmi: "cos'ha a che fare tutto questo con l'argomento di quest'articolo:
il compito dell'architetto, servire o dirigere?". La risposta è semplice ed è implicita in quanto ho detto: ponete
una "e" al posto , della "o". Servire e dirigere appaiono interdipendenti. Il buon architetto deve servire gli altri
e simultaneamente svolgere una reale funzione di guida, fondata su una convinzione reale: guidare tanto il
suo cliente quanto il gruppo di lavoro che si raccoglie intorno all'edificio. Dirigere non dipende solo dall'innato
talento, ma anche, e moltissimo, dall'intensità di convinzione che si possiede e dalla volontà di servire. Come
potrà raggiungere questa posizione? Mi è stato spesso domandato dai miei studenti qualche consiglio sul
problema di divenire architetti indipendenti dopo la laurea, ed evitare di svendere le proprie convinzioni a una
società ancora abbastanza ignorante circa le idee moderne in architettura e in urbanistica.
La mia risposta è questa:
Guadagnarsi la vita non può essere l'unico scopo di un giovane che vuole soprattutto realizzare le proprie
idee creative. Perciò il vostro problema è come serbare intatta l'integrità delle vostre convinzioni, come
vivere quel che propugnate, e nello stesso tempo, guadagnare. Può darsi che non riusciate a trovare un
posto presso un architetto che vi formi fin dai vostri primi passi nel comporre e che sia in grado di farvi
ulteriormente da guida. Allora vi suggerirei di cercarvi un lavoro che vi dia da vivere comunque e dovunque
possiate impiegare le vostre capacità personali, ma di mantenere vivi i vostri interessi in un lavoro effettivo
proseguito nelle ore libere. Tentate di costituire un gruppo con uno o due amici del vostro ambiente,
scegliete un argomento vitale nella vostra comunità e tentate di risolverlo, passo passo, col lavoro di gruppo.
Ponete in questo un'operosità senza soste, e un giorno o l'altro sarete capaci, col vostro gruppo, di offrire al
pubblico una soluzione seria di quel problema, sul quale sarete divenuti degli esperti. Frattanto pubblicatela,
mostratela e potrà riuscirvi di diventare consiglieri delle autorità della vostra comunità. Create centri strategici
dove il pubblico sia posto di fronte a una realtà nuova e tentate poi di superare l'inevitabile stadio di violenza
critica finche la gente non abbia imparato a rimettere in funzione le proprie atrofizzate capacità fisiche e
mentali, in modo da utilizzare adeguatamente la nuova soluzione che le è offerta. Dobbiamo distinguere tra i
bisogni vitali, reali della gente, e la consuetudine dell'inerzia, l'abitudine, cosi spesso gabbata per "la volontà
del popolo".
Le forti e terribili realtà del nostro mondo non saranno attenuate rivestendole di "nuove vedute", e tentare di
umanizzare la nostra civiltà aggiungendo alle nostre case fronzoli sentimentali sarà ugualmente futile. Ma se
il fattore umano diverrà sempre più dominante nel nostro lavoro, l' architettura rivelerà le qualità emotive del
suo autore proprio nelle ossa degli edifici, e non solo nei loro rivestimenti: sarà il risultato di un giusto servire
e di un giusto guidare.
Walter Gropiùs, Architettura Integrata Pg.112-120
C.I.A.M.: 1928-1953
Walter Gropiùs
Per 25 anni, quanti ne conta la sua esistenza, sono stato membro convinto del CIAM. Ora mi sembra giunto
il momento di manifestare quanto questa cittadella internazionale di architetti e di urbanisti abbia significato
per me durante la lunga lotta per l'architettura moderna.
Il fatto più importante fu che in un mondo pieno di confusione e tentativi parziali, un piccolo gruppo
internazionale di architetti senti la necessità di raccogliere in una visione totale i molteplici problemi che
aveva di fronte. La decisione di porre questo concetto di totalità al di sopra di ogni obiettivo limitato ha
determinato il nostro atteggiamento, la nostra convinzione, la nostra fede. È questa l'idea che ha agito come
forza magnetica nelle più diverse condizioni e tra gruppi, per tradizioni nazionali e di razza, profondamente
diversi. Nacque in Europa, ma oggi tocca i quattro angoli del mondo. Questo ci ha resi più ricchi. Il fatto che il
genio nazionale o razziale dei vari paesi tende spesso ad assorbirsi in un atteggiamento univoco di fronte
alla comune avventura del vivere, con esclusione degli altri, ci fa intendere quanto forte sia il bisogno che
abbiamo dello stimolo correttivo di altre forme di vita, che diano rilievo a valori diversi.
Sembra, per esempio, che la più giovane generazione statunitense - giù giù fino ai quinquenni - sia
assolutamente affascinata dai problemi della conquista dello spazio interplanetario. Osservano, trattenendo il
fiato, come gli scienziati di tutto il mondo stiano incominciando a tracciare la strada delle stelle - ancor prima
che si sia riusciti a sistemare i nostri affari terreni. La loro immaginazione cerca frontiere nuove, senza
curarsi minimamente della confusione e del turbamento creati da quest'ansia ardente dell'ignoto.
Portati a faccia a faccia con i problemi e le invocazioni di quelle parti del mondo che chiamiamo "regioni
sottosviluppate" troviamo che le loro culture hanno spesso visto con sguardo più chiaro nei motivi più
profondi della vita umana, rispetto alle complicate civiltà che ci siamo create. A questo punto amiamo talvolta
rimpiangere la perdita delle loro antiche radici e dei loro vincoli, ancora più di quanto facciano esse stesse;
ma sarebbe un grande errore credere che .esse potrebbero preservare la propria integrità se non
partecipassero al processo evolutivo che oggi ci lega insieme. L 'unica cosa che spesso esse ricordano più
distintamente di tutti noi, è il fatto che l'uomo vive anche per perseguire la felicità, e vorrei che ci fosse una
più intensa ricerca da parte dell'architetto, di quali esattamente siano i requisiti di questa cosiddetta "felicità".
Ci fu un tempo in cui gli architetti erano tentati di pensare che il possesso di un tetto che non lasci filtrare la
pioggia sia il requisito più importante della felicità; ma abbiamo poi scoperto che sebbene esso possa
arrestare la pioggia, non determina necessariamente un clima umano felice.
Affermo, perciò, di ritenere che la creazione delle bellezze e la formazione di valori e di modelli comuni sia
desiderio intimo di ogni essere umano e che ciò lo muova certo più profondamente e più durevolmente delle
soddisfazioni materiali. Nel nastro quotidiano lavoro per porre quel tetto impermeabile sulle case di milioni di
persone senza ricovero, dimentichiamo tutto questo troppo facilmente.
Ho ferma fiducia e speranza che il CIAM continuerà a battersi per la sua concezione unitaria originale,
ponendo l'uomo a misura di tutti i nostri problemi di urbanistica e di architettura.
Walter Gropiùs, Architettura Integrata Pg123-125
Premesse sociologiche per gli alloggi minimi di popolazioni urbane industriali
Case unifamiliari, edifici medi o blocchi alti?
Pianificazione organica delle comunità
Problemi del «cuore» (centro comunitario)
Walter Gropiùs
Premesse sociologiche per gli alloggi minimi di popolazioni urbane industriali
Il progresso generale nella progettazione di case negli anni seguenti la prima guerra mondiale rivela che il
problema dell'alloggio minimo ha raggiunto un punto morto, evidentemente perchè non si è prestata
sufficiente attenzione ai profondi mutamenti nella struttura sociale delle nazioni, che richiedono la
determinazione di nuovi moduli per ciò che riguarda il tipo e le dimensioni delle unità abitative necessarie. Il
punto di partenza per qualsiasi azione in questo settore dev'essere la determinazione di tali mutamenti
sociali. La presa di conoscenza dello sviluppo evolutivo dei processi vitali biologici e sociologici dell'uomo
deve condurre a una definizione del lavoro da compiere: solo dopo di ciò sarà possibile risolvere la seconda
parte del problema, la determinazione cioè di un programma concreto per realizzare l'alloggio minimo.
La storia della sociologia è la storia della graduale evoluzione umana dallo stato selvaggio, attraverso la
barbarie, fino alla civiltà. Il defunto sociologo tedesco Milller-Lyer ai cui studi scientifici qui ci riferiamo,
distingue quattro ère giuridiche principali della società umana :
1 ) l' èra della consanguineità e del diritto tribale;
2) l' èra della famiglia e del diritto familiare;
3) l'èra dell'individuo e del diritto individuale;
4) la futura èra della cooperazione e del diritto comunitario.
Egli fissa tali ère successive di un graduale perfezionamento sociale. È utile un particolareggiato esame di
esse, perché la loro regolarità mostra chiaramente che alcuni fenomeni della società moderna, considerati
spesso come manifestazioni regressive di decadenza, costituiscono in realtà la prova di un progresso
evolutivo in una società che è in fase di stratificazione.
Nei tempi preistorici l'uomo non è che un membro della società, le sue azioni sono puramente sociali. L
'individuo non si è ancora risvegliato. I primi segni di nascente individualismo si manifestano nel
soggiogamento della donna da parte dell'uomo. Sorge la famiglia patriarcale, che regge fino alla formazione
dello stato industriale moderno.
Il soggiogamento della donna è seguito dalla riduzione in schiavitù dell'uomo da parte del legislatore; la
stratificazione della società in signori e servi libera la classe dirigente, che può dedicarsi a più alti problemi
culturali. Le masse vengono educate al lavoro, ma sono soppressi i diritti dell'individuo.
Alla legge della forza in uno stato fondato sulla guerra, segue la legge del denaro nello stato industriale. In
ambedue gli stati domina la classe dei proprietari, e le masse impoveriscono. Lo stato industriale, ispirato
alla sempre crescente conoscenza scientifica, sviluppa metodi di produzione più perfezionati. Lo
sfruttamento della natura offre possibilità di vita in grado di offrire a tutti 'la cultura. L 'individualismo egoistico
apre la strada all'individualismo sociale. Scopo dello stato diviene la formazione dell'individuo pienamente
sviluppato, e la struttura sociale è mezzo a tal fine.
In questo modo il concetto della tribù e della famiglia patriarcale si evolve nell'ideale dell'individuo
indipendente e finalmente in quello della futura unione comunitaria che trascende l'individuo.
Ispirata alla vita economica degli stati, l'idea della razionalizzazione va assurgendo oggi a un più vasto
movimento intellettuale nel quale le azioni dell'individuo vengono gradualmente portate in benefica relazione
col benessere della società nel suo complesso, un concetto questo che trascende la sicurezza economica
dell'individuo singolo. Dal motivo della "ragione" sorge la coscienza sociale.
Questo processo evolutivo è parallelo ai mutamenti nella struttura e nel significato della famiglia.
La famiglia patriarcale era caratterizzata dall'autorità sovrana del capo-famiglia. La moglie vive nella servitù
e nella sterilità intellettuale, e i figli, anche cresciuti, erano subordinati all'assoluta obbedienza alla volontà
del capofamiglia. Congiunti e schiavi, e più tardi servi, apprendisti e operai, erano membri della più ampia
famiglia. La famiglia era un microcosmo autonomo, l'unità di produzione e di consumo dello stato.
Il XVIII secolo segna la fuga dei servi dal maniero feudale padronale alla libera città. Il numero di piccole
famiglie con la propria struttura di sovranità parentale aumenta.
Con l' allargarsi del concetto dei diritti individuali, la famiglia progressivamente cede le proprie funzioni allo
stato e in tal modo decresce gradualmente l'importanza dell'unità familiare nel quadro sociale.
L 'invenzione della macchina porta alla socializzazione del lavoro. I beni non sono più prodotti per il bisogno
di uno solo, ma con fini di scambio nella società. Un prodotto dopo l'altro dell'industria domestica viene
sottratto alla famiglia e trasferito alla società industrializzata. La famiglia, unità minore, perde cosi il suo
carattere di unità produttiva in se conclusa.
Col progressivo rilievo acquisito dall'individuo decresce la percentuale delle nascite, in misura analoga ai
fenomeni osservati per altre forme di vita, e decresce in tutti i paesi civili. La volontà dell'individuo, armata
dei mezzi fornitigli dalla scienza, tende verso il volontario controllo delle nascite per ragioni di natura
prevalentemente economica. Nell'ambito di una sola generazione il tipo di famiglia con due figli si afferma in
tutti i paesi evoluti. Sulla base di ricerche nei paesi europei e in America la famiglia media si può ritenere
composta di 4 o 5 membri. Questa media è calcolata sia sui distretti urbani che su quelli rurali. Nelle grandi
città la famiglia media conta dunque meno di quattro membri.
Secondo le statistiche dell'Ufficio tedesco dei Censimenti, la percentuale delle nascite in Germania era del
35,6 per mille nel 1900, e del 18,4 nel 1927. Era quindi diminuita di quasi la metà. Non di meno si ha ancora
un eccesso di nascite sulle morti del 6,4 per mille. In altri paesi civili il declino della percentuale delle nascite
e il restringersi, che ne deriva, del nucleo familiare, progredisce in modo analogo. Nei vari stati la
percentuale delle nascite decresce col crescere dell'industrializzazione, ma in tutti si registra ancora un
eccesso delle nascite.
Nel sistema patriarcale solo la famiglia era responsabile dell'educazione dei figli. Oggi lo stato affida una
parte dell'educazione dei fanciulli a maestri specializzati di scuola pubblica. Viene cosi a interferire nelle
relazioni fra i genitori e i figli e a regolarle secondo i criteri della società. Emana leggi di sicurezza sociale per
provvedere alle assicurazioni sociali per la vecchiaia, per la malattia, per ogni impedimento fisico, e perciò
gradualmente sgrava la famiglia delle responsabilità di pensare agli anziani, ai malati e ai minorati. Mentre
nella famiglia patriarcale i figli ereditavano l'impresa paterna, questo sistema di casta va oggi morendo e le
caste professionali, che vengono a prevalere sulle caste per nascita, provocano un precoce allontanamento
dalla casa paterna. La mobilità dell'individuo aumenta con la sempre maggiore facilità di spostamento e la
famiglia perciò si disperde e decresce.
La relazione patriarcale tra il capo-famiglia e gli operai, i servi e gli apprendisti è sostituita dalla relazione
finanziaria, mentre l'economia finanziaria si sostituisce a un'economia di permuta. Le attività del nucleo
familiare sono divenute troppo limitate per occupare tutti i suoi membri. Il domicilio della famiglia è divenuto
troppo dispendioso e troppo ristretto per offrire rifugio ed impiego permanente ai figli adulti.
Gli antichi servi divengono liberi lavoratori, ma con la socializzazione progressiva del lavoro il loro numero
cala gradualmente, mentre in masse sempre maggiori essi sfuggono al giogo familiare per cercare
nell'industria libertà e indipendenza personale. Oggi in moltissimi paesi europei la domanda di domestici è
superiore all'offerta nel rapporto di 2 a 1. Negli Stati Uniti la mancanza di domestici fa già si che le famiglie si
trasferiscano negli alberghi, nei quali i lavori domestici sono convenientemente accentrati. Pertanto
l'abitazione isolata perde la sua convenienza dal punto di vista dello scambio sociale, e l'ispirazione culturale
è cercata fuori del ciclo familiare. Cresce rapidamente i1 numero di ristoranti e di club per uomini e donne.
L'appartamento di affitto, infine, rimpiazza l'antico focolare, cessa l'attaccamento alla città natale e comincia
una nuova èra di individui nomadi, favorita dal rapido sviluppo di trasporti meccanici. La famiglia perde la
propria casa appunto come la tribù perse il proprio territorio. La forza di coesione della famiglia è sostituita
dai diritti del cittadino dello stato. Le condizioni della produzione socializzata pongono in grado l'individuo
indipendente di mutare a volontà il suo luogo di lavoro, e aumentano straordinariamente le migrazioni e la
mobilità della popolazione. La massima parte delle antiche funzioni familiari viene gradualmente rilevata
dalla società, e l'importanza della famiglia decresce sebbene essa continui a sussistere, mentre lo stato in
quanto tale viene istituzionalizzato. L'evoluzione passata dimostra quindi sicuramente la progressiva
socializzazione delle antiche funzioni familiari di natura giuridica, pedagogica e domestica, e avvertiamo così
i primi inizi di un'èra comunitaria che può un giorno esautorare l'èra del diritto individuale.
Un ulteriore fenomeno ha effetto decisivo sulla struttura della famiglia moderna. Come .l'èra familiare fu
introdotta dall'assurgere del sesso maschile, così l'èra individuale è caratterizzata dal risveglio e dalla
progressiva emancipazione della donna. Scompare il dovere di obbedienza all'uomo da parte della donna, e
.le leggi sociali gradualmente le garantiscono diritti uguali a quelli maschili. Man mano che la famiglia
trasferisce numerosi compiti domestici alle macchine della produzione socializzata, la sfera femminile di
attività domestica si restringe e la donna cerca al di fuori della famiglia uno sfogo al suo naturale bisogno di
occupazione: entra nel mondo degli affari e dell'industria. A sua volta l'industria, ringiovanita su basi
fondamentalmente nuove dalla macchina, rende evidente alla donna la scarsa praticità del suo lavoro
domestico manuale.
Il riconoscimento della limitatezza dei compiti della cura personale della casa risveglia nuove idee circa
forme nuove di lavoro domestico centralizzato, che parzialmente sgravino la donna dei suoi compiti
domestici per mezzo di una progredita organizzazione centralizzata, capace di far meglio e più
economicamente di quanto la donna stessa possa fare, anche col massimo impegno. La crescente
mancanza di personale di servizio rende ancor più marcato questo desiderio. Nella dura lotta per
1'esistenza, affrontata dall'intera famiglia, la donna cerca il modo di guadagnare tempo libero per se e per i
suoi bambini, mentre si dedica ad occupazioni remunerative e si affranca dalla dipendenza dall'uomo. Quindi
il progresso non sembra causato soltanto dalle condizioni economiche delle popolazioni urbane, ma è la
manifestazione di un'esigenza interna che si connette all'emancipazione intellettuale ed economica della
donna fino a una collaborazione su basi di uguaglianza con l'uomo.
La struttura organizzativa di queste case con servizi domestici centralizzati, per singoli uomini e donne, per
bambini, per adulti, vedovi e divorziati, per novelli sposi, per comunità economiche e ideologiche di varia
natura, si connette intimamente al problema dell'alloggio minimo.
È vero senza dubbio che anche nell'epoca attuale, cui praticamente è destinato il nostro lavoro, tutte le
forme della società umana, vecchie e nuove, continuano ad esistere a fianco a fianco, ma è assolutamente
ovvio che in ciascuna epoca predomina una forma: l'importanza dell'individuo e dei suoi diritti di
indipendenza soverchia oggi quella della famiglia come unità sovrana; il sorgere dell’indipendenza della
donna ha dissolto un potente legame familiare; è scomparso il matrimonio forzato del passato, e già la
Francia nei giorni della rivoluzione considerava il matrimonio, dal punto di vista giuridico, come un puro
contratto comportante il diritto al divorzio; finalmente la donna ha ottenuto il diritto di voto e con esso
l'uguaglianza politica con l'uomo. Affrancata dalla limitatezza delle cure domestiche, ella estende la propria
influenza alle sfere culturali.
La sempre più ampia indipendenza ottenuta dalla donna produce modificazioni di natura fondamentale nella
pietra di volta della famiglia, il contratto di matrimonio. In origine istituzione cogente sanzionata dallo stato e
dalla Chiesa, esso si evolve gradualmente verso un'unione volontaria di persone che serbano la propria
indipendenza intellettuale ed economica. Dal punto di vista economico la famiglia è ridotta alla funzione della
riproduzione e della selezione riproduttiva. Più forte è l'organizzazione del contratto sociale, più circoscritta è
la sfera lasciata dalla famiglia. Nel suo tendere a forme collettive di pensiero, l'istituzione dell'individualismo
segue il sentiero dell'istituzione precedente, quella della supremazia familiare.
Lo sviluppo evolutivo qui delineato è riflesso dalle seguenti statistiche fornite dall'Ufficio tedesco dei
Censimenti :
divorzi :
nascite illegittime :
1900
1927
1900
1927
9.000
36.448
8,7%
12,6%
Inoltre, secondo informazioni date dai medici, e che sarebbe difficile ottenere statisticamente, il numero di
aborti è notevolmente cresciuto :
sistemazioni domestiche individuali:
1871
1910
1927
6,16%
7,26%
10,1%
Il rapporto tra il numero di donne a pieno impiego e quello degli uomini a pieno impiego (1920-21), è il
seguente:
Stati Uniti
Belgio
Inghilterra e Svezia
Germania e Svizzera
1:4
1:3
2:5
1:2
Secondo le informazioni date dall'Ufficio Censimenti della regione prussiana, per Berlino, nel 1925 :
su 5 donne che hanno superato i 20 anni tre sono sposate;
su 3 persone impiegate a pieno impiego, si hanno due uomini e una donna;
su 5 donne sposate, una lavora a pieno impiego ;
su 2 donne a pieno impiego, una è madre di famiglia.
Nel 1927 il 46% di tutti gli alloggi in Germania aveva da una a tre stanze.
Gli uffici governativi competenti in materia di abitazione hanno ritenuto anzitutto necessario riscontrare le
tendenze dello sviluppo sociale, perchè la fase più difficile della loro attività è la corretta valutazione
numerica di questi sviluppi generali nell'ambito della popolazione della loro area giurisdizionale. Solo dopo
aver formulato tale valutazione, essi sono in grado di distinguere tra i vari dati statistici per risolvere tanto le
antiche e ben note esigenze di alloggio, dovunque ancora sussistano, quanto i bisogni nuovi,
individualmente più differenziati, e di assegnare cosi case soddisfacenti ad ambedue questi gruppi.
Pressoché tutti i comuni basano ancora troppo le proprie direttive per l'assegnazione di alloggi urbani
sull'antica forma di vita familiare, uno schema, questo, che in se stesso non è più atto a rappresentare il
problema reale. Sembra, invece, che la combinazione di un certo numero di appartamenti nella forma di
edifici con servizi domestici centralizzati sia divenuta necessaria per alleviare il peso sopportato dalle donne
a pieno impiego e permettere loro di svolgere i loro compiti nel matrimonio e nella riproduzione.
Devono anzitutto essere chiariti i dati sociologici per trovare il minimo ideale che soddisfi una necessità
vitale, l'a1loggio e il minimo costo della sua produzione; tenendo conto che il mutamento dei principi
concernenti il programma per un alloggio minimo non si risolve, naturalmente, riducendo l'ampio alloggio
convenzionale, sia nel numero delle stanze che nell'area effettiva. Si richiede una formulazione totalmente
nuova, fondata sulla conoscenza delle esigenze minime naturali e sociologiche, senza lasciarsi annebbiare
dal velo delle necessità storiche che vengono tradizionalmente immaginate. Dobbiamo tentare di stabilire
livelli minimi per tutti i paesi, basati su fatti biologici e sulle condizioni geografiche e climatiche. Questa
impostazione è nello spirito dell'imminente livellamento delle esigenze vitali sotto l'influenza delle
comunicazioni e degli scambi su scala mondiale.
Il problema dell'alloggio minimo è quello di stabilire il minimo elementare di spazio, aria, luce e calore
necessari all'uomo per essere in grado di sviluppare completamente le proprie funzioni vitali senza le
restrizioni dovute all'alloggio, cioè un "modus vivendi" minimo anziché un "modus non moriendi". Il minimo
reale varia a seconda delle condizioni locali della città e del paese, del paesaggio e del clima; una data
cubatura dell'alloggio ha significati diversi in una stretta strada cittadina o in un suburbio estensivo. Von
Drigalski, Paul Vogler ed altri igienisti osservano che, date buone condizioni di ventilazione e di luce solare,
le esigenze umane di spazio vitale dal punto di vista biologico sono assai piccole, particolarmente se lo
spazio è razionalmente organizzato in modo da essere efficiente; un quadro grafico della superiorità di un
piccolo appartamento moderno su uno antico è dato dalla comparazione offerta da un ben noto architetto, tra
un baule-armadio ingegnosamente costruito e una gabbia d'imballaggio.
Comunque, se provvedere aria, luce, sole e calore è culturalmente più importante e, con normali prezzi del
terreno, più economico di un accrescimento dello spazio, allora le regole diranno: allargate le finestre,
riducete le dimensioni delle camere, economizzate sul cibo piuttosto che sul calore. Proprio come un tempo
era consuetudine sopravvalutare le calorie date dalla carne in confronto di quelle vitaminiche, molta gente
ancora oggi considera erroneamente stanze e appartamenti più ampi come un fine auspicabile nella
progettazione di alloggi.
Per consentire il crescente sviluppo di individualità vitali
Fig. 40 - a,b,c,d. Diagramma che mostra lo sviluppo di
più marcate entro la società e per la giustificata
un terreno rettangolare con file parallele di blocchi di
esigenza individuale di allontanarsi occasionalmente dal
appartamenti di differente altezza. Le condizioni per
proprio ambiente, è necessario, inoltre, fissare la
quanto riguarda l’aria, il sole, la veduta e la distanza
seguente esigenza minima ideale: ogni adulto deve
dal blocco vicino, migliorano aumentando l’altezza in c
avere la propria stanza per quanto piccola essa possa
e d. in a e b queste condizioni sono costanti ma, più alti
essere. L'alloggio base che questa esigenza
sono gli edifici, minore è il terreno necessario per la
stessa quantità di spazio abitativo.
fondamentale implica rappresenterebbe allora il minimo
pratico che realizzerebbe il suo scopo e le sue
intenzioni: l'alloggio-tipo.
Le
medesime
considerazioni
biologiche
che
determinano la dimensione dell'alloggio minimo sono
pure determinanti nei riguardi del suo raggruppamento e
inserimento nel piano regolatore. Massima luce, sole e
aria per tutti gli alloggi! In considerazione delle
differenze nella qualità dell'aria e nell'intensità della luce,
bisogna tentare di fissare un limite inferiore
numericamente definito, sulla base del quale la richiesta
quantità di luce e d'aria possa essere calcolata nelle
varie condizioni locali. Regole quantitative generali quali
oggi esistono, che non riconoscano differenze, sono in
molti casi inutili. Senza dubbio, scopo fondamentale di
ogni regolamento edilizio urbano è assicurare luce ed
aria alle abitazioni. Ogni nuovo regolamento urbano ha
superato quello precedente nello sforzo di far
decrescere la densità di popolazione e di migliorare casi
le condizioni di luce e di aria. Comunque ogni mezzo
finora impiegato per diminuire la densità di popolazione
è basato sul concetto della famiglia permanente, chiusa.
Si riteneva che l'unica soluzione ideale fosse
l'appartamento singolo e isolato, la casa unifamiliare con
giardino, e sulla base di questa meta l'eccessiva densità
di popolazione delle città veniva combattuta limitando
l'altezza degli edifici. Ma tale meta non è più adeguata
oggi, come mostra la sociologia, perché soddisfa solo
parte delle necessità pubbliche, ma non i bisogni della
popolazione industriale, che è l'oggetto primo delle nostre ricerche. La struttura interna della famiglia di
lavoratori industriali fa si che, dalla casa unifamiliare, ci si volga verso la casa di appartamenti a molti piani, e
finalmente alla casa con servizi domestici centralizzati. La sana tendenza alla diminuzione progressiva della
densità di popolazione nella città non è in alcun modo danneggiata da questa nuova forma di abitazione,
dato che la densità di popolazione di una zona può essere controllata senza limitare l'altezza degli edifici,
stabilendo semplicemente un rapporto quantitativo tra l'area del suolo edificatorio e quello dell'alloggio o il
volume dell'edificio. Questo aprirebbe la strada ad uno sviluppo verticale dell'edificio multipiani di
appartamenti. Mentre la casa unifamiliare isolata è più adatta alle necessità di altre e più agiate classi di
popolazione, che non sono qui considerate, il grande edificio di appartamenti soddisfa più da vicino le
esigenze sociologiche della popolazione industriale di oggi, caratterizzata dalla sintomatica liberazione
dell'individuo e dalla precoce separazione del bambino dalla famiglia. Inoltre il grande edificio d'appartamenti
sviluppato in altezza offre considerevoli vantaggi culturali se confrontato con la casa a due o tre piani. Per un
confronto di blocchi paralleli alternati di appartamenti con orientamento nord-sud e blocchi di varia altezza
(da due a dieci piani) vedi fig. 40 a, b, c, d.
I risultati di questo confronto ci confermano che il grande edificio alto avrà il vantaggio, biologicamente assai
importante, di una maggiore quantità di sole e di luce, di una maggiore distanza dagli edifici vicini, e la
possibilità di assicurare estesi parchi collegati alle case e aree di gioco tra i blocchi edilizi. Appare quindi
necessario sviluppare sistematicamente edifici "a
Fig. 42 - A 193% Costo medio per alloggio unifamiliare.
torre" bene organizzati, tenendo conto nella loro
B 170% Prezzi del materiale edilizio all’alloggio.
progettazione delle idee concernenti la casa a
C 147% Costo della vita.
servizi domestici centralizzati: vale a dire,
D 100% Indice base.
sviluppare gradualmente la centralizzazione del
E 60%, F 63% Prezzi delle automobili.
lavoro domestico, in rapporto alla piccola famiglia
media. Una grande casa di appartamenti non
rappresenta necessariamente un male, un sintomo
di regresso e di decadenza; è invece un tipo di
abitazione genuino e biologicamente motivato, il
tipo del futuro per le popolazioni industriali urbane.
Le obiezioni unilaterali dei sostenitori della casa
singola contro l'idea del grattacielo residenziale,
fondate sul fatto che l'istinto naturale legherebbe
l'uomo al suolo, sono biologicamente senza
fondamento.
La popolazione urbana industriale moderna deriva
direttamente dalla popolazione rurale. Mantiene il
suo livello di vita primitiva, che anzi non di rado si
abbassa, anziché sviluppare esigenze più larghe
corrispondenti al nuovo modo di vita. Il tentativo di
adattarne le caratteristiche abitative all'antica forma
di vita è regressivo, per le anzi dette ragioni, e del tutto incompatibile con il nuovo modo di vivere di questa
popolazione.
L'esperienza già compiuta in vari paesi rivela che esiste un abisso tra il costo di produzione di alloggi e
l'entrata media di una famiglia. Perciò non è possibile soddisfare le esigenze di alloggio delle masse, entro lo
schema della libera economia. Conseguentemente, lo stato ha cominciato a sollevare in parte quello o quelli
tra i membri della famiglia che ne è o ne sono il sostegno economico, dalle loro responsabilità a questo
riguardo, ed ha pure cominciato a livellare gradualmente le differenze negli affitti, con l'aiuto di sussidi ed
altre provvidenze. Invero la costruzione di alloggi a basso costo offre scarse tentazioni all'industria e alle
banche, la cui naturale tendenza è trarre il massimo profitto dalla produzione e dagli investimenti. Dato che
la tecnica opera nello schema dell'industria e della finanza, e dato che qualsiasi riduzione dei costi deve
anzitutto essere impiegata a beneficio dell'industria privata, questa sarà capace di fornire abitazioni più varie
e a buon mercato solo se il governo accrescerà, per mezzo di più intense misure sociali, il suo interesse alla
loro costruzione. Se l'alloggio minimo deve essere realizzato a livelli di affitto che la popolazione possa
affrontare, bisogna quindi chiedere allo Stato :
I) di impedire lo spreco del pubblico denaro per alloggi di dimensione eccessiva, e facilitare, per contro, il
finanziamento per la costruzione di alloggi minimi, per i quali dev’essere fissato un limite di altezza ;
2) di ridurre il costo iniziale di strade e servizi ;
3) di assicurare il suolo edificatorio togliendolo dalle mani degli speculatori ;
4) di liberalizzare il più possibile i regolamenti di lottizzazione e le norme di costruzione.
In media, un affitto che rappresenti un quarto dello stipendio è considerato tollerabile. Si dovrà decidere se il
programma da elaborare possa o no essere realizzato nell' ambito degli affitti attuali.
Però, se si vuol raggiungere un risultato assoluto, biologicamente motivato, il criterio per determinare
l'alloggio minimo non dovrebbe essere fondato sul livello irrisorio delle esigenze di chi ha oggi bisogno di
alloggio, livello che è il risultato dell'impoverimento. Sarebbe perciò scorretto anche basare il programma
sull'attuale stipendio della famiglia media. Invece, uno standard accuratamente fissato, l’ "alloggio
dimensionato", deve diventare l'esigenza minima di qualsiasi persona a pieno impiego: tocca perciò alla
comunità rendere questo "alloggio dimensionato" accessibile a tutti i lavoratori.
Case unifamiliari, edifici medi o blocchi alti?
Qual è l'altezza più razionale dal punto di vista urbanistico degli edifici per gruppi di appartamenti a basso costo?
Per chiarire il problema sembra utile definire anzitutto più precisamente il concetto di "razionale". Il termine
significa letteralmente "secondo ragione", e quindi nel caso presente implica considerazioni non solo economiche
ma anche e principalmente di natura psicologica e sociologica. Gli aspetti sociologici di una sana politica
dell'abitazione sono inequivocabilmente di importanza più vitale degli aspetti puramente economici, perché
l'economia, malgrado la sua importanza, non è fine a se stessa, ma solo mezzo ad un fine. La razionalizzazione
perciò ha senso se arricchisce la vita, oppure, in linguaggio economico, se risparmia la più preziosa delle merci: l'
energia vitale del popolo.
Le più autorevoli opinioni correnti, concernenti l'altezza ottima degli edifici di alloggi urbani, sono espresse nelle
seguenti considerazioni, tratte dalle Disposizioni del governo tedesco per l'industria edilizia relative all'anno 1929 :
Gli alloggi devono far parte di edifici che soddisfino le moderne esigenze igieniche, con particolare riguardo a una adeguata
ventilazione ed illuminazione. Queste esigenze sono meglio soddisfatte dalla costruzione di case piccole nel senso più lato
del termine. Si dovrebbe tendere ad alloggi unifamiliari con giardino. Se le condizioni locali richiedono grandi case di
appartamenti l'altezza di esse deve essere limitata a un massimo di tre piani residenziali nelle città medie e di quattro nelle
città maggiori. Solo in casi speciali, in alcune città metropolitane, tali altezze potrebbero essere superate e anche in tale caso
si dovrebbe puntare a ridurre le altezze degli edifici per mezzo di leggi di lottizzazione, particolarmente nei quartieri periferici.
L'atteggiamento che si riflette in queste parole, parallelo probabilmente, su scala più o meno ampia, a quello della
maggioranza degli altri paesi, fu inizialmente ispirato dal sano intendimento di ridurre la densità della popolazione
cittadina, che in molti casi è divenuta eccessiva, specialmente a causa di una vera e propria speculazione sulle aree.
Tocca al governo agire nell'interesse generale ponendo rimedio alla tragica situazione nella quale il paese in cui noi
stessi viviamo si trova, soggetto com'è alle manipolazioni mercantili del mondo degli affari.
I danni conseguiti all'indiscriminata attività edilizia cittadina hanno provocato una giusta reazione, una tendenza al ritorno
alla natura e una battaglia condotta dalle autorità e dai privati cittadini per giungere alla sistemazione della maggioranza
della popolazione in case unifamiliari con giardino. Questa forma di alloggio è indubbiamente eccellente sotto vari
aspetti, e si deve dare il benvenuto a ogni pubblica misura volta a promuovere la costruzione di case singole. D'altro lato
è un errore applicare agli alloggi plurifamiliari in quanto tali la naturale tendenza a limitare l'altezza delle costruzioni,
perché lo scopo di ridurre la densità della popolazione può essere conseguito Con procedimenti più razionali dell'usuale
zonizzazione altimetricamente riduttiva. Formulerò più innanzi qualche suggerimento a proposito di questo importante
problema. L' esperienza economica degli anni trascorsi e il ridimensionamento delle consuetudini di vita e di abitazione
di molte classi sociali non lascia dubbi sul fatto che lo sforzo unilaterale in favore della costruzione di abitazioni singole
ha condotto a negligere la costruzione di case di appartamenti, e ha causato una confusione deleteria per tutta la politica
dell'abitazione. Allo stato delle cose, la tendenza di alloggiare la maggior parte della popolazione in abitazioni singole
costituisce indubbiamente una utopia dal punto di vista economico. Ma è del tutto giustificata questa meta? La casa
unifamiliare con un giardino preso a prestito dalla vita rurale è davvero, sotto ogni aspetto, la soluzione ideale per la
popolazione urbana industriale che anela alla natura? Questo tipo di abitazione, in se, assicura il pieno sviluppo fisico e
spirituale dei suoi abitanti? Un ragionevole sviluppo della città è concepibile se tutti i suoi cittadini vivono in case singole
con giardino? Io non credo. Ma esaminiamo i dati fondamentali del problema in modo da poter definire i vantaggi-limite
tra le case singole da un 'lato, e i blocchi multi piani dall' altro.
PREMESSE. Le opinioni circa il tipo ideale di abitazione continuano a stare in aspro conflitto; radice della controversia è
l'antica antitesi tra città e campagna. L'uomo ha bisogno di contrasto, per fruire di stimolo e rilassamento, e la brama dei
cittadini verso la campagna, come la brama dei campagnoli verso la città, sono tendenze elementari che hanno continuo
bisogno di essere soddisfatte. Il progresso attenua man mano il violento contrasto portando le comodità cittadine in
campagna e restituendo alla città i piaceri della natura. Quanto meno è soddisfatta questa doppia esigenza (e tale
frustrazione è più o meno prevalente, particolarmente nelle grandi città) tanto più violenta è la lotta per i fattori
equilibratori, come la casa con giardino. La battaglia per il tipo ideale di abitazione è alla sua origine psicologica, e
pertanto è soggetta a rivolgimenti e a psicosi di panico, come quello che abbiamo osservato nell'appassionata lotta
contro i blocchi di appartamenti in affitto.
I fattori essenziali per una vita salubre sono, oltre a nutrimento e calore adeguati, la luce, l'aria e lo spazio. Senza dubbio
queste tre condizioni fondamentali per un alloggio tollerabile vengono soddisfatte dalla casa unifamiliare più
completamente che dall'ostica, gelida uniformità di affollati quartieri di case in affitto. Ma la causa dell'indegnità di queste
abitazioni non è la forma tipica della casa d'appartamenti a molti piani in quanto tale, ma la miope legislazione, che ha
permesso che la costruzione di questo tipo di alloggio a basso costo cadesse nelle mani di speculatori privi di scrupoli,
senza adeguate salvaguardie sociali. Blocchi di appartamenti multipiani responsabilmente progettati, situati su ampie
distese di verde con largo spazio fra l'uno e l'altro, sono certamente in grado di soddisfare tutte le esigenze di luce, d'aria
e di spazio libero, offrendo contemporaneamente al cittadino una serie di altri vantaggi. Il carattere speciale dei quartieri
metropolitani di abitazione, per la sistemazione di larghe masse di lavoratori intorno ad un nucleo cittadino concentrato,
determina la necessità di percorsi brevi, il che implica l'uso di costruzioni multipiani per ridurre le distanze orizzontali. La
casa unifamiliare contraddice questa esigenza fondamentale della città. Compito dell'urbanista non è semplicemente
assicurare agevoli mezzi di trasporto, ma, piuttosto, ridurne la necessità. I cittadini di Los Angeles, in superficie la più
grande città del mondo, composta quasi esclusivamente di case singole, spendono gran parte del proprio tempo per
andare e tornare dai propri luoghi di lavoro e di affari. Il sacrificio che affrontano in tempo e in denaro per tali percorsi
quotidiani è pari a molte volte quello dei lavoratori tedeschi, la cui distanza media dai luoghi di lavoro è sufficiente com’è.
Il direttore dell'istituto di ricerche sull'igiene e l'immunizzazione dell'Istituto Kaiser-Wilhelm di Berlino Dahlero, prof.
Friedberger, calcola la spesa media di "trasferimento" per una famiglia composta di quattro persone a pieno impiego a
Berlino, costretta a vivere nei suburbi pur lavorando in città, il 139% di un affitto tipo, in tempo di pace; in 25 anni e
ponendo un. interesse del solo 3,5%, questi costi di locomozione salgono a un ammontare pari al doppio del costo di
costruzione di un alloggio economico. Assumendo un percorso di sola mezz'ora da e per il luogo di lavoro, si trova che i
2.200.000 lavoratori di Berlino impiegano un totale di 37.500.000 giornate lavorative di otto ore all'anno, in "trasferimenti"
; ogni individuo perde due anni di lavoro durante una vita lavorativa media di 30 anni. Immaginate quali sarebbero i
corrispondenti dati per Los Angeles!
Cosi, per la popolazione media a basso reddito, la vita del suburbio non è economica. Per citare le conclusioni delle
ricerche del Friedberger :
Edifici alti, circondati il più possibile da spazio verde, sembrano l'unico tipo di abitazione conveniente alle aree metropolitane.
Gli errori di una fallace politica dell'abitazione, e particolarmente l'errato uso del suolo durante il periodo di sviluppo delle
nostre città metropolitane, hanno virtualmente fatto disprezzare l'unico tipo di abitazione appropriato per grandi città. La
naturale reazione ai blocchi d'appartamenti, giustamente disprezzati perché impropriamente eseguiti e sfruttati, ha ispirato un
desiderio generale di case individuali, e la migrazione verso i suburbi delle città metropolitane. Questo movimento non è stato
tanto basato su motivi razionali, quanto su considerazioni predilezionali, colorate da propensioni emotive. Sfortunatamente le
ferree leggi dell'economia non consentono una politica predilezionale dell'abitazione. Principi di pubblico benessere troppo
ambiziosi rendono impossibile attuare ciò che è economicamente fattibile, per il maggior numero possibile di persone.
Troppo spesso sobrie considerazioni economiche vengono vanificate dal sogno della casa singola.
Il giudizio di Friedberger ha tanto più peso, in quanto viene da un igienista responsabile.
Gli avversari delle case urbane di appartamenti ascrivono alle affollate condizioni di vita delle grandi città la diminuzione
della percentuale delle nascite e la diffusione delle malattie; un'accusa che appare certo, a prima vista, plausibile. Ma,
ciò che è abbastanza strano, alcuni fatti importanti la contraddicono. Sebbene, secondo una relazione statistica tedesca
del 1928, la percentuale media delle nascite nel paese sia del 18,6 per mille, mentre il dato medio per le grandi città è
solo del 13,6 per mille, la percentuale media calcolata nelle regioni industriali dell'Ovest, con densità di popolazione
particolarmente elevata, è del 20 per mille, e supera quindi la media generale dell'intero paese. Von Drigalski,
funzionario d'igiene della città di Berlino, e Krautwig, igienista di Colonia, osservano che la diffusione di malattie infettive
non è affatto collegata a condizioni "affollate" di vita e di abitazione, e alla piccolezza dell'alloggio, ma a inadeguate
condizioni di illuminazione e di ventilazione in alloggi di livello inferiore alla media, occupati, per giunta, da gruppi
iponutriti a basso reddito.
Nelle sue Ricerche sulle condizioni di vita, particolarmente in piccoli appartamenti, Friedberger rovescia il dogma
secondo il quale le peggiori condizioni di vita si registrano nelle grandi città. Contemporaneamente, sulla base di ricerche
condotte da altri (Karl Flugge) , come pure di propri accurati studi concernenti le condizioni di vita urbana e rurale, egli
giunge alla conclusione che le teorie secondo le quali lo stato di salute risulta compromesso dalle condizioni di alloggio,
specie nelle grandi città, risultano grandemente scosse.
Dal complesso di questi rilievi si deduce che le case di appartamenti non prestano il fianco a rimproveri dal punto di vista
igienico, purché, naturalmente, esse fruiscano di buone condizioni di illuminazione e ventilazione. I due tipi estremi di
abitazione, “ basso" e “alto" , non sono quindi in se buoni o cattivi ; solo, le loro caratteristiche diverse esigono
applicazioni diverse. Ci sia consentito il raffronto: L'abitante di una casa singola compera i vantaggi di una vita più
tranquilla, all'aperto, in quartieri residenziali estensivi, in cambio degli svantaggi di lunghe distanze di comunicazione, di
perdita di tempo prezioso in affollati mezzi pubblici di trasporto con pericolo di infezioni, di notevoli distanze dalla scuola
per i bambini e di difficoltà nel fare le compere. L'occupante di una casa d'appartamenti, d'altro lato, paga il tempo
guadagnato in seguito alla diminuzione delle distanze orizzontali, con la perdita del diretto accesso all'esterno e con la
necessità di usare scale o ascensori. La casa singola con giardino è più adatta per famiglie con bambini, e con più alto
reddito, sistematesi permanentemente e indipendenti da fattori come il mutamento del luogo di lavoro o un continuo
movimento, mentre l'appartamento d'affitto in una casa collettiva è meglio adatto ai bisogni di una classe lavoratrice più
mobile. La casa unifamiliare non soddisfa le necessità, sia sotto il profilo del costo che sotto altri aspetti, di questo
amplissimo gruppo di utenti di case, perché la sua introduzione su scala generale è impedita, non dai difetti di una
società capitalistica, ma dalla stessa natura delle città. Il dr. Martin Wagner, già commissario per l'edilizia a Berlino e
appassionato difensore della casa singola, considera un fatto acquisito che la casa unifamiliare non si presti a costituire
l'alloggio minimo, ma sia adatta soltanto a famiglie numerose, e che, inoltre, il suo costo iniziale e le sue esigenze
paesistiche siano maggiori di quelle di una casa d'appartamenti di pari grandezza. Questi fatti sono irrefutabili, e pertanto
la casa unifamiliare resterà riservata a uno strato più elevato della popolazione. Ma, dato che è indubbio che essa offre
molti vantaggi per la vita familiare, particolarnente per i bambini, il governo deve promuoverne la costruzione e
distribuzione dovunque ne esista l'effettiva necessità, anche se le difficoltà economiche relative sono maggiori che nel
caso della costruzione di case d'appartamenti. Scegliendo un tipo di abitazione, non si deve soltanto considerare il costo
di costruzione, ma anche il costo di esercizio, in tempo e danaro. Quest'ultimo fattore in particolare è più incidente nel
caso di una abitazione unifamiliare, specie se vi si includono i costi di "trasferimento". In particolare, inoltre, le famiglie a
basso reddito mancano del tempo necessario a curare la casa e il giardino in modo che non si guastino e non si
deteriorino. Innegabilmente è necessario sollevare dalle sue fatiche la donna di casa, sovraccarica di lavoro, nella
famiglia media urbana a basso reddito, mediante servizi che le risparmino le faccende domestiche, cosi che ella abbia
tempo libero per se e per i suoi bambini, e per integrare il reddito familiare. Perciò dovremmo tener presente che la
donna moderna cerca di sgravarsi del lavoro casalingo, per partecipare ad attività remunerative; e ciò non soltanto per
necessità finanziarie della famiglia, ma per soddisfare l'innato desiderio di una maggiore indipendenza. La casa
d'appartamenti permette questo sgravio in misura di gran lunga maggiore della casa singola, e particolarmente quando è
dotata di servizi domestici centralizzati. In un referendum della Lega delle donne casalinghe tedesche, il 60% si è
dichiarato favorevole agli alloggi in case d'appartamenti. La risposta affermativa data a una domanda concernente
l'utilizzazione di lavoratori e assistenti sociali, indica che, sulla base della propria esperienza, quelle donne considerano
le case singole adatte solo a settori a più alto reddito della classe lavoratrice, mentre la casa d'appartamenti è l'unico tipo
di abitazione ragionevole per la grande massa dei gruppi a basso reddito.
L'esperienza compiuta nel campo della costruzione di alloggi, tenendo nella dovuta considerazione fattori che eccedono
quelli puramente economici, ha dimostrato che la costruzione di case singole non può ritenersi possa provvedere alla
massa della popolazione lavoratrice ; che, in realtà, a questo tipo di abitazione essa spesso si oppone. Ne segue che
blocchi di appartamenti a torre, moderni, bene organizzati, non possono essere considerati alla stregua di un male
necessario: essi sono un tipo di alloggio biologicamente motivato, un genuino prodotto della nostra epoca. Le obiezioni
dei difensori unilaterali della casa singola, secondo i quali la sua stessa natura radica l'uomo al suolo (asserzione del
tutto priva di conferme scientifiche), sono in diretto conflitto con l'intuitiva preferenza di molte persone, che si trovano più
a casa propria in un appartamento posto a notevole altezza, perché preferiscono la pace dei piani alti ( dove non giunge
rumore dalla strada o dai campi di gioco) e un panorama libero dalle proprie finestre.
ALTEZZA DEGLI EDIFICI. Qual è dunque l'optimum d'altezza delle case d'appartamenti? Tre, quattro, cinque, dieci o
cinquanta piani?
Io sono d'accordo con chi considera un'illusione sentimentale affermare che un appartamento al quarto piano, senza
ascensore, sia in più intimo contatto con la "natura" di uno al decimo: è molto discutibile se il proprietario di una casa
singola, col suo intimo contatto col rumore, gli odori e la polvere del suolo viva più tranquillamente o più salubremente
del suo collega, considerevolmente più povero, al decimo piano di una casa a torre sana mente progettata e bene
attrezzata. Secondo me l'altezza ottima di una casa d'appartamenti è un problema economico la cui soluzione
sfortunatamente non è stata ancora sceverata in ogni suo aspetto per deficienza di esperimenti pratici. Promuovere
sistematicamente la costruzione di blocchi di case a torre, ed emanare più progredite norme regolamentari, ad esempio
per ciò che riguarda gli ascensori e i servizi, accrescerà il costo relativo della costruzione, dato che cresce il numero dei
piani, e in particolare a causa del maggior numero di ascensori occorrenti, ma contemporaneamente il costo delle strade
e dei servizi pubblici diminuirà. I limiti della convenienza economica sono determinati dall'altezza al di là della quale
l'aumento del costo di costruzione non sia più compensato da economie negli impianti stradali e locali. Qui si troverà
l'altezza edilizia più economica: dipende dal costo del terreno in ogni caso particolare.
Uso DEL TERRENO. Ciò mi riconduce al problema dell'uso del terreno, che discuterò sulla base della situazione
tedesca. Qual è dunque la situazione più frequente?
Ogni nuovo regolamento edilizio ha, fino ad oggi, superato quelli precedenti nel tentativo di migliorare le condizioni
igieniche degli abitanti di quartieri densamente popolati, ma perfino i regolamenti più moderni perpetuano una
contrapposizione tra la speculazione e l'autorità pubblica, anziché porre restrizioni sistematiche agli interessi privati, sulla
base di concezioni sociali lungimiranti, che traggono radice dalle giuste premesse biologiche per ottenere salubri
condizioni di alloggio. Perfino i regolamenti edilizi attuali trascurano di assicurare possibilità concrete per portare la
natura "alla porta di casa" di chi risiede in quartieri con lottizzazione ad alta densità. Gli atroci appartamenti su chiostrine
della fine del secolo XIX sono stati soppressi dai regolamenti edilizi unificati del dopoguerra: sono stati rimpiazzati da
blocchi di unità urbane, composti da costruzioni perimetrali intorno a un cortile interno, il sistema oggi più usato. Ma
questo tipo di costruzione presenta ancora il notevole svantaggio di un'illuminazione e di una ventilazione inadeguate. La
pratica di chiudere interamente il blocco, da ogni lato, porta a un orientamento sfavorevole, con inevitabile esposizione a
nord di un gran numero di appartamenti, come pure a soluzioni angolari insoddisfacenti, .con appartamenti immersi
nell'ombra; sono ignorati in tal modo criteri igienici fondamentali. Questi regolamenti edilizi devono essere riveduti:
particolarmente, in ogni modo, le leggi di lottizzazione. Presiederà a queste innovazioni legislative il criterio dei blocchi di
appartamenti paralleli anziché perimetrali. Questo metodo di raggruppamento offre vantaggi considerevoli dal punto di
vista del terreno, ed è stato recentemente usato su scala sempre più ampia. File parallele di case a schiera presentano
sugli antichi blocchi perimetrali il grande vantaggio che tutti gli appartamenti possono avere un orientamento ugualmente
favorevole rispetto al sole ; che la ventilazione dei blocchi non risulta impedita dai blocchi trasversi; e che vengono
eliminati i soffocanti appartamenti d'angolo. Queste file parallele consentono pure una sistematica differenziazione delle
strade principali, delle vie residenziali e dei passaggi pedonali, più facilmente e a un costo minore che nel caso di
costruzioni perimetrali. Determinano un'illuminazione migliore e una quiete maggiore, e con essi decresce pure il costo
della costruzione di strade e servizi, senza che diminuisca il rapporto di sfruttamento del suolo utilizzato. La distribuzione
generale è in tal modo considerevolmente funzionalizzata, e ha per risultato il miglioramento delle condizioni igieniche,
economiche e di traffico.
Questi vantaggi aumenterebbero ulteriormente e considerevolmente se una nuova legislazione imponesse limitazioni
alla densità della popolazione anziché alle altezze degli edifici, vale a dire se si controllasse il rapporto quantitativo
dell'area abitabile o del volume edilizio rispetto all'area del terreno. Studi comparativi da me condotti rivelano che le
condizioni igieniche ed economiche divengono sotto molti aspetti più favorevoli col crescere del numero dei piani, e che
pertanto i blocchi di appartamenti multipiani sono superiori alle convenzionali palazzine di tre, quattro o cinque piani,
prive di adeguate zone a parco tra i blocchi e con distanze insufficienti tra le fronti finestrate. Nei miei raffronti parto dal
presupposto che ambedue le fronti dei blocchi di appartamenti paralleli devono avere almeno due ore di sole il 21
dicembre, quando il sole è al suo punto più basso.
Secondo Heiligenthal, tutto ciò conduce alla regola empirica che la distanza tra i blocchi paralleli dev'essere di una volta
e mezzo l'altezza dell'edificio nel caso di blocchi orientati nella direzione nord-sud, di due volte e mezzo nel caso di
orientamento est-ovest, e di due volte nel caso di orientamento diagonale. Questa regola prova che l'orientamento nord-
sud è il più favorevole dal punto di vista dell'intensità di sfruttamento del suolo. D'altro Iato, la maggior parte delle piante
di abitazioni nel nord Europa si presta meglio a un'esposizione est-ovest dei due fronti. Sulla base di questi fatti ho
condotto uno studio comparativo sui blocchi paralleli con orientamento nord-sud, rispettivamente da due a dieci piani,
costruiti su un dato terreno, e ne ho dedotto le regole seguenti, che verranno a corroborare i miei suggerimenti di
emendamento delle norme concernenti la densità della popolazione. (Figg. 40 a, b, c e d) :
1) Posto un terreno di grandezza data con un determinato angolo di incidenza di luce solare (30" ) , vale a dire in
determinate condizioni di illuminazione, il numero dei letti cresce col numero dei piani.
2) Posto un dato angolo di incidenza di luce solare e distribuendo un determinato numero di letti ( 15 metri quadrati di
spazio per ogni letto) in blocchi di appartamenti paralleli con numero variabile di piani, il terreno necessario decresce con
l'aumentare del numero dei piani.
3) Posto un terreno edificatorio di area data e con determinato numero di letti e variando il numero dei piani, l' angolo di
incidenza. della luce solare decresce con l' aumento del numero dei piani, vale a dire le condizioni di illuminazione
migliorano col crescere dell' altezza.
Per un determinato sfruttamento del terreno e per un'area abitativa o un dato numero di letti, la distanza fra i blocchi di
appartamenti, nel caso di un edificio a dieci piani, è aumentata di almeno due volte la distanza minima prescritta dalla
sopraccitata regola empirica, e ciò senza alcun sacrificio economico. Questo è un vantaggio molto rilevante. È quindi
assurdo che la legislazione attuale imponga limiti all'altezza degli edifici anziché all'area abitabile o al volume degli edifici
stessi; questo sistema priva il pubblico di ovvi vantaggi igienici ed economici. In un blocco di appartamenti alto dieci o
dodici piani, perfino chi occupa il pianterreno può vedere il cielo. Anziché strisce di prato larghe solo venti metri, superfici
verdi alberate di fronte alla finestra larghe cento metri, che valgano sia a purificare l'aria, sia a offrire campi di gioco ai
bambini. Qui la natura penetra nella città. e offre al cittadino nuovi piacevoli vantaggi: e se sulle aree dei tetti sorgessero
altrettanti giardini, ciò che raramente accade, l'abitante della città. sarebbe riuscito a riconquistare quella campagna che
era stata perduta, su quello stesso terreno, all'atto della costruzione della casa. La grande città deve asserire se stessa,.
esige un suo sviluppo edilizio, un tipo di abitazione adatta alla vita cittadina, che offra un massimo di aria, di luce solare
e di vegetazione con un minimo di traffico e di spese di esercizio. IL blocco di appartamenti multipiani è capace di
soddisfare queste esigenze e pertanto promuoverlo è tra i compiti più urgenti di una politica dell'abitazione.
VANTAGGI E SVANTAGGI DEI BLOCCHI ALTI DI APPARTAMENTI. Resta un timore: la perdita del contatto diretto tra
l'abitazione e il terreno. Occorre aumentare il grado di sicurezza degli ascensori in modo che i bambini possano usarli
senza pericolo: è questo un problema più economico che tecnico. Spesso si hanno prevenzioni contro gli edifici a torre
per la difficoltà. di sorvegliare i bambini. I giardini d'infanzia odierni non risolvono ancora la situazione. Nondimeno, il
giardino d'infanzia ben tenuto, igienico e moderno (meglio se situato nelle aree erbose tra i blocchi paralleli) e la nursery
per lattanti ( situati sui giardini pensili sui tetti) dovrebbero costituire la giusta soluzione. I bambini stessi frequentemente
si oppongono all'organizzazione di gruppo, ma bisogna rammentare che le scuole e gli ospedali una volta incontrarono la
medesima opposizione. La socializzazione della famiglia urbana procede irrevocabilmente, e a questa tendenza
corrisponde il carattere democratico dell'edificio alto ad appartamenti e dei servizi domestici centralizzati. Il bisogno
individuale di isolamento, sul quale si fonda un diffuso argomento contro gli edifici a torre, non dovrebbe essere
sopravvalutato. Esso è meglio soddisfatto esaudendo l'esigenza che ogni adulto abbia la propria stanza, per quanto
piccola, dove ritirarsi. Molto è basato sulla mutua collaborazione tra le famiglie, che naturalmente è molto più agevole e
immediata nell'edificio a torre che nel caso di abitazioni isolate. E soltanto il blocco di appartamenti a torre può sgravare
la donna di una larga parte dei compiti domestici più tediosi, nei quali consuma il suo tempo, per mezzo dell'installazione
di servizi centrali; questi sono pure importanti dal punto di vista della pubblica economia, a causa del generale risparmio,
che ne deriva, in tempo e in materiale. È dunque di cosi piccola importanza che la madre, sovraccarica com'è di
occupazioni nella famiglia moderna di lavoratori industriali, non debba più trasportare su per le scale il carbone e servirsi
della stufa per il riscaldamento e l'acqua calda? Che il servizio centrale si occupi della biancheria più efficacemente di lei
stessa? Che sia vicino l'uso generale di frigoriferi elettrici, di scarichi per l'immondizia, di ventilatori meccanici, di cucine
centrali, e anche, in fine, di ambienti ricreativi comuni, di impianti sportivi e di giardini d'infanzia? Nell'edificio a torre il
costo di queste comodità può essere distribuito economicamente su un gran numero di famiglie: e si tratta di spese il cui
fine è di trasformare il tempo risparmiato nella più preziosa di tutte le comodità: il tempo libero da dedicare ad attività
creative.
Ritengo che l'idea di blocchi di appartamenti a torre sia stata ora chiarita, e sia stata dimostrata la loro indispensabilità
per le città moderne: ma le abitudini non poso sono essere vinte con la sola ragione, perché non basta il consenso
intellettuale: solo la pratica può persuadere la pubblica opinione: dobbiamo batterci in tutti i paesi a favore della
costruzione di blocchi ,alti di appartamenti. I primi quartieri di case a torre dovrebbero essere costruiti per famiglie di
novelli sposi, di buon livello sociale, che siano disposti a tentare e a contribuire allo sviluppo di questo nuovo modo di
vita e di abitazione. Tutta l'industria edilizia si convincerà allora inevitabilmente che soltanto i blocchi alti di appartamenti
possono assicurare alle popolazioni urbane il massimo del comfort nell'abitazione, sotto l'aspetto igienico e sotto quello
delle comunicazioni, a un prezzo che esse possono affrontare.
Tirando le somme :
La scelta che l'abitante della città compie, del tipo del proprio appartamento, dev'essere guidata dal criterio di ottenere il
massimo utile nell'ambito delle proprie possibilità. Questa scelta dipende dalle sue inclinazioni, dalle sue occupazioni e
dal suo bilancio.
L'alloggio in una casa singola con giardino offre maggiore quiete, maggiore isolamento, maggiori possibilità di
ricreazione e di spazio libero nel proprio giardino, e una più facile sorveglianza dei bambini; ma non è economico come
alloggio minimo, il suo costo di esercizio è più alto e la sua cura richiede più tempo: infine esso implica maggiori distanze
dal luogo di lavoro e lega troppo i suoi abitanti.
L'alloggio in una casa d'appartamenti assicura comunicazioni brevi e servi economici centralizzati per il governo della
casa e per la ricreazione; causa qualche difficoltà nella sorveglianza dei bambini fuori di casa, dovuta alle distanze
verticali dal terreno, ma è economico come alloggio minimo e promuove lo spirito comunitario.
Gli edifici medi a tre o quattro piani presentano l'inconveniente di distanze inadeguate fra loro, di insufficiente luce solare,
di strisce troppo limitate di verde interposto e di uno spazio esterno inadeguato. Il blocco di appartamenti a torre, invece,
è più arioso, più soleggiato e isolato, assicura un massimo di aree a giardino nelle quali, anzitutto, i bambini possono
soddisfare le loro esigenze di gioco e di rumore. È pure più favorevole per quanto riguarda il costo di distribuzione dei
servizi centrali.
I suoi vantaggi sono decisivi per giungere a costruire città igienicamente soddisfacenti.
Quindi: le case singole non sono la panacea, e la loro logica conseguenza sarèbbe anzi la dissoluzione delle città. Lo
scopo è decongestionare la città, non dissolverla. Gli estremi della città e della campagna devono essere conciliati
facendo uso di tutte le nostre risorse tecniche e rendendo verde tutto lo spazio disponibile sul suolo e sui tetti, affinché la
natura possa essere un'esperienza quotidiana, non semplicemente la meta di un'escursione domenicale. La costruzione
di case singole e di blocchi alti di appartamenti dev'essere sviluppata simultaneamente, in relazione alla rispettiva
domanda reale. Dovunque sia possibile, la casa dovrebbe assumere la forma di una costruzione a uno o due piani nei
suburbi lottizzati a bassa densità, mentre i blocchi di appartamenti a torre dovrebbero avere un'altezza economica di
dieci o dodici piani con servizi centralizzati, e dovrebbero essere costruiti dovunque sia dimostrata la loro praticità,
particolarmente in settori lottizzati ad alta densità.
Gli edifici a tre o quattro piani non offrono ne i vantaggi della casa singola ne quelli degli appartamenti in edifici alti, ai
quali sono inferiori socialmente, psicologicamente e in qualche rispetto anche economicamente; la loro eliminazione
costituirà un progresso augurabile. In ultima analisi, la futura scelta degli altri due tipi di alloggio dipenderà dalle
tendenze sociali e politiche che si andranno sviluppando.
Fig. 40 - a,b,c,d. Diagramma che mostra lo sviluppo di un terreno rettangolare con file parallele di blocchi di appartamenti
di differente altezza. Le condizioni per quanto riguarda l’aria, il sole, la veduta e la distanza dal blocco vicino, migliorano
aumentando l’altezza in c e d. in a e b queste condizioni sono costanti ma, più alti sono gli edifici, minore è il terreno
necessario per la stessa quantità di spazio abitativo.
Fig. 42 - A 193% Costo medio per alloggio unifamiliare.
B 170% Prezzi del materiale edilizio all’alloggio.
C 147% Costo della vita.
D 100% Indice base.
E 60%, F 63% Prezzi delle automobili.
Pianificazione organica delle comunità
MANCANZA DI UNA STRUTTURA INTEGRATA. Con lo sviluppo dell'età della macchina, la coerenza e
l'efficienza delle antiche comunità, caratterizzate dall'artigianato, si sono rapidamente dissolte. L’assenza di
una struttura comunitaria nuova e integrata, che si attagli alle mutate condizioni di vita dell'età della
macchina, è il più serio ostacolo a un autentico progresso democratico.
Il corpo chiamato "società" è un'entità indivisibile che non può funzionare se alcune delle sue parti non sono
integrate, o sono state neglette; e, quando non funziona a dovere, si ammala.
AUMENTO DEL DISINTERESSE SOCIALE. Le dimensioni delle amministrazioni spersonalizzate delle
titaniche città contemporanee si sono accresciute al di là della scala umana. Un cittadino non ha contatti
personali con i dirigenti da lui eletti; è obbligato ad arrendersi a un remoto potere. Di conseguenza un
crescente disinteresse sociale ha minato le relazioni comunitarie. Vanno .diffondendosi l'irresponsabilità e la
solitudine sociale. L' arte, la scienza e la religione sono oggi isole senza collegamenti; una nuova sintesi
deve riunificare ciò che oggi è, sventuratamente, diviso.
La scienza, l'arte e la filosofia potrebbero offrire gli elementi di un ordine nuovo. Cibo, indipendenza e tempo
libero potrebbero appartenere a tutti; ma un metodo efficace di collaborazione e di distribuzione è ancora da
trovare. Solo se vive in una comunità bene integrata il cittadino contemporaneo può imparare e sperimentare
il procedimento dell'interscambio democratico. Unità comunitarie sane costituiscono perciò il fecondo terreno
naturale nel quale può essere gettato il seme di relazioni umane progredite e di un più alto livello di vita:
contribuiscono a far sviluppare un senso di attaccamento comunitario che trovi espressione in un'azione
concertata volta al progresso sociale e civile.
Una meta cosi vasta non può essere raggiunta semplicemente con "case migliori". Il problema di costruire
case, rappresentando soltanto una delle molte funzioni comunitarie, non può essere affrontato senza essere
posto in relazione col rimanente, senza verificare la capacità della comunità-ambiente di assorbire nuove
aree residenziali, e di assicurare una buona circolazione e una relazione giusta tra le abitazioni, i luoghi di
lavoro e i centri ricreativi. Altrimenti le forme e il tecnicismo delle nostre città cominceranno a inghiottire
sempre più le nostre aree rurali, portando con se i germi delle malattie civili moderne: 1'irresponsabilità, il
deterioramento del contatto sociale, la crescita amorfa, senza coerenza ne forma distinta. Come base
indispensabile dev'essere esaurientemente studiato un piano organico comunitario, che deve precedere
qualsiasi progresso abitativo. Senza di ciò, anche i nuovi quartieri potranno mutarsi rapidamente in aride
distese di deserto opprimente.
Presupposto di qualsiasi programma edilizio pubblico dovrebbe essere una sana pianificazione comunitaria
da parte degli enti urbanistici locali. Inoltre, dev'essere attentamente sorvegliata l'attuale tendenza verso la
decentralizzazione, per non cadere in abitazioni disordinate, fuori di un contesto pianificato.
STRUTTURA COMUNITARIA DI BASE. La ricostituzione di comunità ben pianificate sembra esigere
anzitutto drastiche misure per stimolare l'interesse comunitario e lo spirito di responsabilità in ogni cittadino,
facendolo partecipare attivamente agli affari locali. A tal fine la struttura amministrativa della comunità
dev'essere umanizzata, vale a dire ricondotta e commisurata alla scala umana. Dovrebbe articolarsi su unità
autonome locali, come entità distinte di dimensioni sufficientemente ridotte da funzionare come organismi atti
a riattivare lo scambio sociale. Dopo una generazione di tentativi e di errori, architetti e pianificatori di tutto il
mondo sono d'accordo su questo schema comunitario di base per l'immediato futuro :
L'unità comunitaria autonoma minima -fondamentale sia per le aree urbane sia per quelle rurali- dovrebbe
essere l' ”unità residenziale”, da 5 a 8.000 abitanti, con una popolazione cioè abbastanza numerosa da
assicurare il funzionamento di una scuola elementare.
La seguente, e più ampia, unità amministrativa, dovrebbe essere il quartiere, in città, e la borgata, in
campagna, ciascuna comprendente un cerchio di cinque o dieci unità residenziali, cioè da 25.000 a 75.000
persone, e incentrata su una scuola secondaria.
Infine l'unità maggiore dovrebbe essere la città vera e propria, con impianti educativi e ricreativi di grado
superiore.
Ogni unità residenziale autonoma dovrebbe avere la propria amministrazione locale indipendente.
Questo sistema amministrativo capillare assicurerebbe una influenza più diretta della volontà del popolo
sulla propria amministrazione, e promuoverebbe lo spirito comunitario. Le relazioni tra le famiglie, gli amici e
i gruppi cooperativi avrebbero maggiori possibilità di divenire fattori creativi della vita ordinaria. La diretta
partecipazione alla vita organica dell'unità diverrebbe una funzione naturale di ogni cittadino, e lo
proteggerebbe contro la solitudine e l'isolamento. Salvo alcuni pochi eremiti solitari, l'uomo è un animale
socievole il cui sviluppo è sempre favorito e promosso dalla vita in una comunità sana. L'influenza reciproca
degli individui l'uno sull'altro è essenziale allo sviluppo mentale quanto il cibo al corpo. Nell'isolamento,
senza contatto col vicinato, la mentalità del cittadino si ottunde, il suo sviluppo ne è bloccato.
IL PUNTO DI VISTA UMANO. Corrispondentemente al dimensionamento amministrativo locale commisurato
alla scala umana, umana dev'essere pure la scala fisica di questa organica struttura sociale: deve cioè
adattarsi al ciclo quotidiano, dato che sugli uomini, non sulle macchine, deve articolarsi la scala
fondamentale. Il tempo impiegato ogni giorno per il "trasferimento" al posto e dal posto di lavoro non
dovrebbe assommare a più di 30 o 40 minuti. La grandezza dell'unità residenziale -sia rurale sia urbanadovrebbe essere ristretta alle distanze pedonali, perché il passo umano dovrebbe definire l'ambito dello
spazio vitale loca1e. Tutti i punti di attività e di interesse dell'unità residenziale dovrebbero trovarsi a distanze
tra i dieci e i quindici minuti al massimo di cammino a piedi. Questo limiterebbe la sua dimensione a un'area
con un raggio di circa mezzo miglio e anche meno.
Per essere bene equilibrata in se stessa, l'unità residenziale esige che i posti di lavoro dei suoi abitanti si
trovino in settori separati riservati agli uffici e alle industrie: lo stesso si dica dell'amministrazione locale, di un
centro di negozi, degli impianti educativi, ricreativi e di culto. Non uno di questi dovrebbe essere trascurato,
perché la pura costruzione di abitazioni -un mero agglomerato di popolazione- non crea comunità organiche.
Ma godendo di impianti comunitari ed essendo ogni parte dell'unità residenziale bene in rapporto con le altre
sia per le dimensioni sia per la sua posizione, gli abitanti avrebbero buone possibilità di promuovere quella
ricchezza di contatti sociali la cui prospettiva originariamente rese desiderabile la vita cittadina. L 'iniziativa
sociale della popolazione e la sua ricchezza di risorse nell'organizzare la propria esistenza avrebbe allora
origine a un livello locale e gradualmente si estenderebbe a un'area più vasta.
NUOVA ARTICOLAZIONE REGIONALE. Attraverso l'interesse e l'attaccamento civico che sorge dalle
buone relazioni entro l'immediato vicinato, e per mezzo di un sano spirito di competizione, Con la
conseguente fierezza per i risultati raggiunti, l'articolazione regionale tornerà a svilupparsi dopo essere
andata perduta durante la recente eruzione industriale. Diminuiranno anche la delinquenza e i crimini, dato il
progredito carattere sociale dell'unità residenziale. Si è trovato infatti che i mali sociali nascono dalla
mancanza di coerenza e di validità del gruppo sociale più che da fattori biologici e psicologici, o anche dalla
povertà. Pertanto un'unità residenziale, attraverso la previsione e la giusta pianificazione di un ambiente
circostante bene integrato, ha buone possibilità di costituirsi un'identità propria, di mantenerla e di rafforzarla.
Un buon piano comunitario non può per se solo creare un soddisfacente "senso del vicinato", ma può
garantire un ambiente pregno di virtualità.
COLTIVAZIONE DELL'HUMUS SOCIALE. Questa tesi ha solide fondamenta scientifiche. Due biologi
inglesi, Scott Williamson e Ines Pearse, hanno condotto un'interessantissima ricerca nel Peckam Health
Center di Londra. Hanno studiato la struttura della società nelle sue unità minori, che a loro avviso non sono
gli individui, ma le famiglie. Hanno trovato che in nessun luogo si è potuto studiare la salute in quanto tale,
perché tutto, fino ad oggi, è stato diretto soltanto all'investigazione della malattia; conseguentemente, hanno
creato basi sulle quali possono essere offerte alla famiglia media le possibilità di una vita sociale ricca e
diversificata, offrendo ai biologi una retta visione dei fattori che sottendono uno sviluppo normale. In un
edificio appositamente disegnato, simile a un club, con piscina, caffé, nursery, palestra e stanze da gioco,
centinaia di famiglie medie londinesi si sono affrancate dal loro precedente isolamento sociale. Non erano
ammessi esperti e tutte le iniziative dell'unità comunitaria venivano dallo scambio sociale tra le famiglie.
Nessuna attività era loro imposta, ma il tipo di edificio, che era quello giusto, offriva moltissime opportunità.
L'unico obbligo per i membri era una visita igienica periodica.
Il risultato dell'esperimento ha mostrato che "la salute cresce e si diffonde non con la cura della malattia, non
con la prevenzione di essa, ne particolarmente con una qualsiasi forma di correzione delle deficienze fisiche
o sociali, ma con la coltivazione dell'humus sociale".
Secondo i due biologi, la salute, se le è data la possibilità di diffondersi, è "infettiva" quanto la malattia. Essi
osservano che una comunità non è semplicemente formata da un agglomeramento di persone che trovano
conveniente riunirsi perché devono svolgere un'altra qualsiasi attività, come nei progetti edilizi realizzati in
connessione con un grande impianto industriale. Essa è piuttosto il risultato di un'organizzazione funzionale
della società. Col suo stesso crescere determina la propria anatomia e fisiologia secondo le leggi biologiche.
Pertanto la comunità è un "organo" del corpo della società, formata di cellule viventi e crescenti: le abitazioni
che la compongono.
Il cuore dell'organismo comunitario, coordinatore delle potenzialità di una vita ricca e diversificata, è il centro
civico residenziale, dal quale si diramano le arterie sociali che determinano il carattere e la forma dell'intero
gruppo. Anzitutto un tale centro esige una sala di riunioni ed alcune stanze per i comitati; e potrebbe essere
meglio sviluppato in connessione con la scuola. Qui la popolazione può dirigere la propria vita quotidiana in
contatto con tutti i gruppi di età e avere influenza tanto nell'amministrazione che sulle attività culturali. Come
nucleo sociale, il centro civico dà una direzione e uno stimolo agli sforzi concentrati dei gruppi, e nello stesso
tempo mette ogni individuo in grado di conseguire, per mezzo di una partecipazione attiva, la sua piena
espressione all'interno della società.
PRIORITÀ DEL CENTRO COMUNITARIO. Dato che questi centri di piccole comunità sono strumenti di
importanza tanto vitale per gli sviluppi umani del gruppo, a essi deve essere data priorità su qualsiasi altro
piano di ricostruzione, perfino sulle abitazioni. Come la centrale energetica di un impianto industriale, essi
generano la corrente per le arterie vitali del gruppo.
Il progresso comunitario può essere accelerato dovunque da una sequenza organica del processo di
pianificazione, vale a dire, ponendo in essere due condizioni preliminari essenziali: determinare le nuove
unità residenziali, urbane o rurali, e i loro confini, in modo che ogni unità abbia la propria amministrazione
indipendente; edificare in posizione centrale un piccolo centro comunitario all'interno di ciascuna di tali unità,
preferibilmente connesso con l'edificio scolastico. Questo porrebbe le basi di una struttura sana, adatta alla
scala umana, con un significato politico immediato.
SCHEMA E SVILUPPO DELLA PIANIFICAZIONE DELL’UNITÀ COMUNITARIA. Qual è la sequenza
operativa che dovremmo applicare, per rompere il circolo vizioso che soffoca le nostre città ? Dato che esse
hanno bisogno di essere liberate dalla congestione, dall'alta pressione sanguigna", dovremmo anzitutto
espellere la popolazione che non può essere permanentemente impiegata in città, e offrirle una
risistemazione, insieme a qualche industria minore, in .unità residenziali da costruire in campagna. Voglio
sottolineare che una tale politica richiede il trasferimento delle aziende pericolanti, come pure il potere di
allontanare la popolazione dai punti feti di della città e di trasferirla in una nuova area più sana. Qui i
lavoratori senza risorse possono essere reinseriti nella produzione a un costo molto minore pro capite di
quello che la vecchia città dovrebbe pagare per la rimozione e sostituzione delle case insalubri, su suolo
carissimo, o per improduttivi sussidi. Questo trasferimento delle forze di lavoro stagnanti darebbe sollievo al
corpo malato dell'antica città, migliorerebbe la circolazione e aprirebbe spazi ricreativi per il suo
ringiovanimento.
Gli spazi aperti cosi riconquistati alla città potrebbero essere usati per la costruzione dei necessari impianti
comunitari e di superfici a parco e per una rete fondamentale di arterie di traffico colleganti i quartieri
residenziali l'uno con l'altro, e con i centri civici. Libere da pesi morti, le superfici riaperte delle città
agonizzanti potrebbero esser destinate nuovamente alla loro giusta funzione come parte integrante di una
struttura sociale e organica dell'intera regione. Naturalmente questo processo richiederebbe tempo.
Dalla pianificazione di unità residenziali in aperta campagna -fase iniziale di un processo di ricostruzionedovremmo essere in grado di raccogliere un'esperienza sufficiente ad affrontare il secondo passo, assai più
difficile, di sviluppare nuove strutture comunitarie all'interno delle antiche città.
SUGGERIMENTI PER UN PIANO REALIZZABILE DI RICOSTRUZIONE.
1) La ricostruzione di lotti e blocchi separati non ha avuto successo. È divenuta necessaria una ricostruzione
completa, che spazzi ogni ostacolo, su larga scala, dato che abbiamo riconosciuto la relazione della città con
la sua regione.
2) Antichi suggerimenti, come la "Città bella" e altri modelli figurativi, si sono dimostrati inadeguati. L'azione
dovrebbe iniziarsi anzitutto predisponendo gli strumenti giuridici, finanziari e amministrativi atti a porre i
pianificatori nelle condizioni di concepire ed eseguire piani generali realizzabili.
3) Nei luoghi di lavoro, e nelle loro relazioni con i quartieri di abitazione, dovrebbe stare il perno di tutta l'
opera di ricostruzione.
4) Anzitutto le città esistenti dovrebbero essere liberate dalla congestione e dall'alta pressione sanguigna
rimuovendone coloro che non possono esservi permanentemente impiegati. Risistemate intorno a piccole
industrie in cittadine "nuove" queste persone riacquisterebbero la loro capacità produttiva e il loro potere di
acquisto.
5) Le nuove cittadine satelliti dovrebbero aver sede lungo le grandi superautostrade ed essere collegate col
vecchio centro cittadino per mezzo di strade affluenti di rapida comunicazione.
6) Le dimensioni delle cittadine dovrebbero essere circoscritte entro il raggio delle comunicazioni pedonali,
per mantenerle entro una scala umana.
7) Le cittadine dovrebbero essere circondate da un anello di proprie aziende agricole.
8) La speculazione spesso inaridisce e acceca: perciò la comunità dovrebbe possedere il suolo e i lotti di
abitazioni dovrebbero essere in affitto, sebbene la casa possa essere padronale.
9) L' organizzazione amministrativa di una cittadina dovrebbe prendere la forma di unità autonoma con
propria amministrazione locale indipendente. Ciò rafforzerebbe lo spirito comunitario.
10) Da cinque a dieci o più cittadine residenziali dovrebbero raccogliersi in province con un'amministrazione
centrale che diriga le attività eccedenti l'ambito di un'unità singola. Le sue dimensioni e la sua
organizzazione dovrebbero pure servire da modello per le unità residenziali di base delle antiche città da
ricostruire.
11) È auspicabile che la dimensione di ogni cittadina rimanga stabile. La flessibilità entro i suoi confini
dovrebbe perciò essere conseguita rendendo elastici gli impianti abitativi.
12) Parallelamente alla risistemazione in nuove unità cittadine delle forze di lavoro stagnanti, dovrebbe
verificarsi un secondo processo: l'acquisizione del terreno da parte delle comunità delle antiche città.
Perché, finche non sia stato completato il processo di rendere comune il suolo, il prossimo passo, la
redistribuzione di esso, non potrà essere compiuto per la ricostruzione finale delle città. Uno schema
fondamentale come quello sopra descritto costituirebbe una base sana per edificare un modello di città
rispondente all'èra meccanizzata del XX secolo, tanto dal punto di vista sociale quanto dal punto di vista
economico e culturale.
Problemi del «cuore» ( centro comunitario)
Sono profondamente convinto che la costruzione di centri comunitari sia più urgente. delle stesse abitazioni,
perché essi rappresentano una base di nutrimento culturale, che pone l'individuo in grado di conseguire la
sua vera espressione all'interno della comunità.
Paesi diversi hanno trovato, alla domanda: "Che cosa realmente costituisce un centro comunitario, un
‘cuore’?" soluzioni differenti, a seconda delle diverse tradizioni e abitudini ereditarie, del loro stadio di
sviluppo tecnico e dei diversi ambienti naturali. I paesi latini, ad esempio, hanno fin dall'inizio della propria
storia prodotto ed elaborato piazze chiaramente definite in cui si incentrava e trovava la propria espressione
la vita della comunità, mentre la civiltà anglosassone ha fatto un uso relativamente scarso di tali centri
pubblici, favorendo invece, come terreno d'incontro per la maggior parte degli scambi sociali, la casa
individuale.
Ciò è dovuto in parte, com'è naturale, alle differenze nelle condizioni climatiche, ma non soltanto a ciò. È
necessario dare il giusto peso alle preferenze regionali e a fattori imponderabili, quando si sperimentano
soluzioni nuove, e in molti casi sarà necessario anzitutto risvegliare l'esigenza stessa dei centri comunitari,
perché essi sono scomparsi dalla scena a tal punto che la gente non rammenta neppure i grandi vantaggi
che essi presentano per la vita individuale e comunitaria.
Negli antichi, e stabili, periodi storici, tali centri pubblici nacquero sia, naturalmente, per pubblica esigenza,
sia per volere di un'autorità, ma non furono mai tanto negletti come ai nostri giorni, e particolarmente nei
paesi che sono all'avanguardia del progresso tecnico e industriale. Mentre dotiamo l'abitazione individuale di
ogni possibile comfort, abbiamo trascurato i vantaggi di riunione che offre la pubblica piazza: abbiamo
ceduto quasi interamente all'automobile le nostre strade e i nostri spazi pubblici, e il pedone, costretto a
ritirarsi su uno stretto marciapiede, ha perduto il diritto di transito. Il contatto con i vicini, fattore fondamentale
per la coesione delle antiche città e degli antichi borghi, è stato distrutto dalla forza esplosiva del traffico
meccanizzato. Occorre istituire nelle nostre comunità centri pubblici dove le persone, non disturbate dal
traffico, possano stare a gomito a gomito in un'atmosfera neutrale, non dominata dall'influenza
dell'abitazione privata e dove lo spirito comunitario possa trovare la sua espressione pubblica.
Il più famoso esempio di mirabile nucleo, che per secoli ha servito nel modo più efficace la comunità come
centro di raccolta della vita pubblica, è piazza San Marco a Venezia. Esprimeva nella cattedrale la
grandezza di Dio; nel palazzo il potere dei Dogi; nel campanile un simbolo che i navigatori potevano
scorgere dal mare; ma era specialmente la grande stanza di soggiorno del popolo, il palcoscenico pubblico
della città per le feste, le parate e le cerimonie religiose. Quando guardiamo la moderna piazza che si trova
davanti agli edifici delle Nazioni Unite a New York, troviamo che difficilmente essa viene usata come centro
comunitario; serve più che altro come atrio monumentale di fronte all'entrata. Il Rockefeller Center di New
York presenta un piccolo "cuore" comunitario, che vale a promuovere qualche scambio tra la popolazione,
ma il suo valore s'indebolisce nel frastuono del traffico che gli scorre accanto. In una città moderna sono più
che mai necessarie piazze per pedoni, perché qui, nel contatto e nello scambio quotidiano dei cittadini, si
sviluppano le radici della democrazia.
Perché un "cuore", in un borgo o in una città, ci attrae e ci sembra piacevole più di un altro? Al fondo di
questo problema sta l'ardua questione della scala. Risolverla o meno dipende in gran parte dal fatto che si
sia riusciti o no a stabilire un'armoniosa relazione tra l'altezza degli edifici circostanti e le dimensioni della
piazza. La sua ampiezza dovrebbe semplicemente adeguarsi alle attività dell'ora di punta. Se la piazza è
troppo vasta, apparirà vuota e non potrà mai offrire l'atmosfera fervida, contagiosa che le è tanto essenziale.
Uno spazio aperto gigantesco, indiviso, più che stimolare intimidirà la maggior parte della gente.
Ho constatato che se si è creata un'armonia tra gli spazi aperti e le masse edilizie circostanti, l'equilibrio della
composizione assorbe perfino dettagli discordanti. Nei centri delle antiche città troviamo che anche edifici
singoli del tutto disparati, costruiti spesso a distanza di secoli e negli stili più diversi, vivono a fianco a fianco
in completa armonia, come parte di un tutto organico. Ma quest'armonia non è il risultato di un progresso di
"contrapposizione" ; il disegno di un nuovo edificio che doveva aggiungersi a quelli esistenti, era
invariabilmente concepito come parte della maggiore unità nella quale doveva armonicamente inserirsi; ma
venivano usati mezzi espressivi contemporanei, e non si prendevano a prestito motivi stilistici delle epoche
passate.
Un problema che sorge inevitabilmente in relazione alla pianificazione di centri comunitari è se gli edifici
debbano avere un accento "monumentale". Le controversie sulla definizione di monumentalità, sulla
questione se i monumenti siano una necessità "eterna" dell'uomo, sono fomentate, naturalmente,
dall'incalzante dramma della trasformazione di tutti i lavori ereditati, di fronte al quale si trova la nostra
generazione. A parte lo pseudo monumentalismo dell'eclettismo imitatore, che va lentamente morendo come
una ruota in abbrivo la cui forza motrice sia spenta da lungo tempo, il significato attribuito al termine
"monumentale" è quello di un che di commemorativo di enormi dimensioni, che simbolizzi qualcosa degno di
memoria; la fede religiosa, un evento importante, un grande personaggio, una conquista sociale. Più che
sulla sua dimensione vorrei insistere sul significato spirituale di un monumento, sulla sua concezione
artistica e sulla sua grandezza vera, su quei fattori intangibili che sono tali da scuotere l'immaginazione. La
semplice idea di riassumere l'espressione monumentale per mezzo di simboli formali statici, come nel
passato, dovrebbe essere aliena alla coscienza creativa contemporanea. Il monumento dei tempi passati era
il simbolo di una concezione statica del mondo, rimpiazzata oggi da una concezione nuova, da valori
relativistici. Perciò credo che l'equivalente dell'espressione monumentale si svilupperà nella direzione di Un
nuovo modello fisico per una più alta forma di vita civica, un modello caratterizzato dalla sua adattabilità a un
continuo processo di crescita e di mutamento. Per darne un esempio più concreto: il piano di sviluppo della
Valle del Tennessee degli Stati Uniti, che rappresenta uno sforzo nuovo, collettivo, di migliorare
organicamente tutta la sistemazione di una comunità e la sua amministrazione, contribuirà di più, io credo, a
un'espressione monumentale del nostro tempo e spirerà maggior rispetto civico e senso di patriottismo che
la stupefacente grandezza di un Empire State Building, che è un simbolo di capacità tecnica, puramente
quantitativo. Ma le aspirazioni spirituali più elevate di una cultura in fase ascendente, raggiungendo mete
che vanno oltre gli aspetti utilitaristici e che meritano di essere visibilmente interpretate dall'architetto e
dall'artista, si sviluppano solo lentamente, inconsciamente. Quando la filosofia, oggi prevalente, del "tempo è
denaro" cederà il posto a una civiltà umanamente più alta, allora saremo vicini alla riconquista del
"monumentale". Ma esso non sarà espresso come "musica raggelata" di statici simboli; diverrà invece una
qualità intrinseca di tutto il nostro ambiente umanamente modellato.
Walter Gropiùs, Architettura Integrata Pg126-174
GIUSEPPE ERCOLE ENEA TERRAGNI
(Meda 1904- Como 1943)
Nel Dicembre del 1926 il Gruppo 7 composto da Figini, Frette, Larco, Libera, Pollini, Rava e Terragni
pubblicò il manifesto dell'archiettura razionale a cui seguì la nascita del M.I.A.R. ( movimento italiano per
l'architettura razionale).
Architettura I
in “La Rassegna Italiana”
Dicembre 1926
Gruppo 7 (L. Figini, G. Frette, S. Larco, A. Libera, G. Pollini, CE Rava, G. Terragni)
Nel numero 35/36 della rivista quadrante nella quale venne presentata la casa del fascio di Terragni, in
allegato 12 tavole polemiche in cui si ritrovano i principi dell'architettura razionale italiana.
"Quadrante" n. 35/36
Ottobre 1936
56 pagine, 100 illustrazioni, 8 tavole rotocalco, 2 quadricomie, 12 tavole polemiche fuori testo
ARCHITETTURA ORGANICA
PUNTI DELL'ARCHITETTURA ORGANICA
F.L. Wright, 1953
THE LANGUAGE OF AN ORGANIC ARCHITECTURE
ORGANIC (or intrinsic) architecture is the free architecture of ideal democracy. To defend and explain
whatever I have myself built and written on the subject I here append a nine-word lexicon needed,
worldwide, at this moment of our time.
May 20, 1953 The Future of Architecture, Frank Lloyd Wright
The words.
1. NATURE. Why? As in popular use this word is first among abuses to be corrected.
2. ORGANIC. Ignorant use or limitation of the word organic.
3. FORM FOLLOWS FUNCTION. Too many foolish stylistic constructions are placed upon the slogan.
4. ROMANCE. A universal change is taking place in the use of this word, a change to which organic
architecture has itself given rise. No longer sentimental.
5. TRADITION. Confusion of all eclectics, especially critics, concerning the word.
6. ORNAMENT. The grace or perdition of architecture; for the past 500 years “appliqué.”
7. SPIRIT. Any version or subversion of the word by so-called international style or by any fashion
promoted by experts.
8. THIRD DIMENSION. Where and why the term was original. What it now means in architecture.
9. SPACE. A new element contributed by organic architecture as style.
When the nine words I have listed here are added together (they often are) a degradation of original form
and intent which no vitality can bear, is widespread. Due to much prevalent imposition the gutter seems the
only visible destination of an original idea of architecture that is basic to democratic culture: an ideal that
might become the greatest constructive creative philosophy of our day if only understood and well
practiced. That philosophy is surely the center line of integral or democratic culture in these United States if
and when we awaken to the true meaning and intent not only of organic architecture but also of the American
democracy we are founded as a nation to maintain. So I shall try to explain these nine terms. All are on
the center education today tend to turn young lives more and more toward sterility. Elimination of creation
in favor of any cliché that will best serve mechanization. Mediocrity serves it best because mechanization
best serves the mediocre. Present tendencies toward the mediocre international style not only degrade
organic American architecture but will eventually destroy the creative architect in America, as elsewhere.
DEFINITIONS
1. NATURE means not just the “out-of doors,” clouds, trees, storms, the terrain and animal life, but refers to
their nature as to the nature of materials or the “nature” of a plan, a sentiment, or a tool. A man or anything
concerning him, from within. Interior nature with capital N. Inherent PRINCIPLE.
2. The word ORGANIC denotes in architecture not merely what may hang in a butcher shop, get about on
two feet or be cultivated in a field. The word organic refers to entity, perhaps integral or intrinsic would
therefore be a better word to use. As originally used in architecture, organic means part-to-whole-as-wholeis-to-part. So entity as integral is what is really meant by the word organic. INTRINSIC.
3. FORM FOLLOWS FUNCTION. This is a much abused slogan. Naturally form does so. But on a lower
level and the term is useful only as indicating the platform upon which architectural form rests. As the
skeleton is no finality of human form any more than grammar is the “form” of poetry, just so function is to
architectural form. Rattling the bones is not architecture. Less is only more where more is no good.
Form is predicated by function but, so far as poetic imagination can go with it without destruction,
transcends it. “Form follows function” has become spiritually insignificant: a stock phrase. Only when
we say or write “form and function are one” is the slogan significant. It is now the password for
sterility. Internationally.
4. ROMANCE, like the word BEAUTY, refers to a quality. Reactionary use of this honorable but
sentimentalized term by critics and current writers is confusing. Organic architecture sees actuality as the
intrinsic romance of human creation or sees essential romance as actual in creation. So romance is the new
reality. Creativity divines this. No teamwork can conceive it. A committee can only receive it as a gift from
the inspired individual. In the realm of organic architecture human imagination must render the harsh
language of structure into becoming humane expressions of form instead of devising inanimate facades or
rattling the bones of construction. Poetry of form is as necessary to great architecture as foliage is to the
tree, blossoms to the plant or flesh to the body. Because sentimentality ran away with this human need and
negation is now abusing it is no good reason for taking the abuse of the thing for the thing.
Until the mechanization of buildings is in the service of creative architecture and not creative architecture in
the service of mechanization we will have no great architecture.
5. TRADITION may have many traditions just is TRUTH may have many truths. When we of organic
architecture speak of truth we speak of generic principle. The genus “bird “ may fly away as flocks of
infinitely differing birds of almost unimaginable variety: all of them merely derivative. So in speaking of
tradition we use the word as also a generic term. Flocks of traditions may proceed to fly from generic
tradition into unimaginable many. Perhaps none have creative capacity because all are only derivative.
Imitations of imitation destroy an original tradition. TRUTH is a divinity in architecture.
6.
ORNAMENT. Integral element of architecture, ornament is to architecture what efflorescence of a tree
or plant is to its structure. Of the thing, not on it. Emotional in its nature, ornament is- if well conceived-not
only the poetry but is the character of structure revealed and enhanced. If not well conceived, architecture is
destroyed by ornament.
7.
SPIRIT. What is spirit? In the language of organic architecture the “spiritual” is never something
descending upon the thing from above as a kind of illumination but exists within the thing itself as its very
life. Spirit grows upward from within and outward. Spirit does not come down from above to be suspended
there by skyhooks or set up on posts.
There are two uses of nearly every word or term in usual language but in organic sense any term is used in
reference to the inner not the outer substance. A word, such as “nature” for instance, may be used to denote
a material or a physical means to an end. Or the same word may be used with spiritual significance but in
this explanation of the use of terms in organic architecture the spiritual sense of the word is uppermost in use
in every case.
8.
The THIRD DIMENSION. Contrary to popular belief, the third dimension is not thickness but is depth.
The term “third dimension” is used in organic architecture to indicate the sense of depth which issues as of
the thing not on it. The third dimension, depth, exists as intrinsic to the building.
9.
SPACE. The continual becoming: invisible fountain from which all rhythms flow to which they must
pass. Beyond time or infinity. The new reality which organic architecture serves to employ in building.
The breath of a work of art.
If what I have myself written upon the subject of architecture and any one on the 560 building I have built are
studied with this nine-word lexicon in mind, I am sure we will have far less of the confusion and nonsensical
criticism upon which inference, imitation, doubt and prejudice have flourished. Isms, ists and ites defeat the
great hope we are still trying to keep alive in our hearts in face of prevalent expedients now sterilizing the
work of young American architects and rendering our schools harmful to the great art of architecture
although perhaps profitable to science commercialized. If organic (intrinsic) architecture is not to live, we of
these United States of American will never live as true culture. Architecture must first become basic to us as
creative art, therefore beneficent the world over. Present tendencies in education are so far gone into
reverse by way of museum factotums, various committees and university regents spending millions left
behind by hard working millionaires that owing to fashions of internationalism promoted by the
internationalite we will have seen the last of the architecture of great architects not only in our democracy but
all over the world besides where there is danger of the machine becoming a pattern of life instead of life
using the machine as a tool.
Because our Declaration of Independence saw democracy as the gospel of individuality and saw it as above
polemics or politics, probably a definition of the word democracy should be added to this lexicon of nine
words. Therefore a tenth:
Democracy is our national ideal…. Not yet well understood by ourselves so not yet realized. But we are a
new republic professing this ideal of freedom for growth of the individual. Why not cherish it? Freedom is
not to be conceived as numbered freedoms. It true, freedom is never to be conceived in parts.
Freedom
is of the man and is not accorded to him or ascribed to him except as he may require protection.
For that purpose government-as protection-exists, not as a policy maker. Democracy is thus the highest
form of aristocracy ever seen. Aristocracy intrinsic.
A gentleman? No longer chosen and privileged by autocratic power he must rise from the masses by
inherent virtue. His qualities as a man will give him title and keep it for him. Individual conscience will rule
his social acts. By love of quality as against quantity he will choose his way through life. He will learn to
know the difference between the curious and the beautiful. Truth will be a divinity to him. As his gentlehood
cannot be conferred, so it may not be inherited. This gentleman of democracy will be found in any honest
occupation at any level of fortune, loving beauty, doing his best and being kind.
Anyone may see by our own absurd acts and equivocal policies how confused we are by our own ideal when
we proceed to work it out. But the principles of organic architecture are the center line of our democracy in
America when we do understand what both really mean.
Only by the growth and exercise of individual conscience does the man earn or deserve his “rights.”
Democracy is the opposite of totalitarianism, communism, fascism or mobocracy. But democracy is
constantly in danger from mobocracy-rising tide of as yet unqualified herd-instinct. Mechanized mediocrity.
The conditioned mind instead of the enlightened mind.
May 20, 1953 The Future of Architecture, Frank Lloyd Wright
Taliesin
May 20, 1953
"Rattling the bones is not architecture. Less is only more where more is no good."
Frank Lloyd Wright, "The Language of Organic Architecture." (1953)
LE SETTE INVARIANTI DEL LINGUAGGIO
MODERNO
Bruno Zevi, 1973
LE SETTE INVARIANTI DEL LINGUAGGIO MODERNO
Bruno Zevi
1973
“Nei primi anni Settanta sono formulate le “sette invarianti” del linguaggio moderno. Respinte dall'accademia,
vengono largamente applicate dalla professione. Rovesciano la prospettiva. Prima, il linguaggio
architettonico si basava su regole, ordini, paradigmi, codici, da cui eccettuavano gli atti creativi, generatori di
nuove parole e sistemi di comunicazioni. Adesso, norme, precetti, tabù sono gettati nell’immondizia, le
"invarianti" sono anti-prescrittive, riguardano le deroghe, i No al programma edilizio fissato a priori, alla
simmetria e all'assonanza, alla tridimensionalítà da un punto di vista privilegiato, alle scatole chiuse e isolate,
alle strutture tradizionali, allo spazio statico, contemplato e non vissuto, alla discontinuità tra edificio, città e
paesaggio.
Le "sette invarianti” scaturiscono da precise esperienze:
- di Wíllíam Morris (Elenco dei contenuti e delle funzioni),
- dell'Art Nouveau e del Bauhaus (asimmetria e dissonanze),
- dell'espressionismo di Gaudì, MendeIsohn e Scharoun (tridimensionalità antiprospettica),
- del movimento De St¡il di Theo van Doesburg (scomposizione quadridimensionale),
- delle strutture in aggetto, a guscio e membrana dell’ingegneria più avanzata,
- del genio di Wright (spazio temporalizzato),
- delle moderne acquisizioni urbanistiche (continuum territoriale).”
da: PAESAGGISTICA E GRADO ZERO DELLA SCRITTURA ARCHITETTONICA
Bruno Zevi – 19 settembre 1997
BIBLIOGRAFIA
Bruno Zevi, Il linguaggio moderno dell'architettura, Einaudi, Torino, 1973
Capire e fare architettura. Capolavori del XX secolo esaminati con le sette invarianti del
linguaggio moderno
Bruno Zevi, Newton & Compton, 2000
LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE:
ESPERIENZE
LA CITTÀ INTERMODALE
Vienna, Otto Wagner (1911)
LA CITTÀ INDUSTRIALE
Expo di Londra (1861)
Berlino (1836-1920)
“Cité Industrielle” Tony Garnier (1901)
Chicago e il piano di Burnham e Bennet (1909)
Il piano della Rurh (1920-1934)
LA CITTÀ UTOPISTA
Falansterio, Charles Fourier (1834-1842)
Broadacre City e “The Illinois”, Frank Lloyd Wright (1956)
Arcosanti, Paolo Soleri (anni '70)
LA CITTÀ VERTICALE
Manhattan in Delirius New York, Rem Koolhaas, 1978
LA CITTA' INTERMODALE
VIENNA, DIE GROSSSTADT
Otto Wagner, 1911
Otto Wagner afferma nel suo Die Grossstadt del 1911 che bisogna assicurare alla metropoli un “libero
sviluppo per un tempo indefinito, capendo che “ le metropoli nel giro di 30-50 anni raddoppieranno il numero
di abitanti”. Nella sua “metropoli senza confini”, la città di Vienna si espande in tutte le direzioni, come la tela
di un ragno. Egli spiega le complessità della metropoli, affermando che esse sono “fucine di mutamenti,
perché contengono molte informazioni e perché, con la mancanza di 'contatti umani', si giunge qui a preferire
proprio uno scambio di informazioni che possono influenzarsi, completarsi a vicenda”.
Le linee fondamentali degli interventi sono guidate non solo dalla forma da dare alla città, ma anche da
problemi di quantificazione e organizzazione dei trasporti: sviluppo di servizi e attrezzature urbane per ogni
distretto; suddivisione di zone residenziali e produttive per densità edilizia, abitativa e per tipologia
costruttiva; creazione di una rete viaria capace di risolvere funzionalmente le esigenze di viabilità e
contemporaneamente di ripartire e regolare il tessuto urbano secondo delle direttive di sviluppo; utilizzare la
metropolitana come asse portante di tutto il sistema urbano.
Nel progetto del Piano Regolatore del 1893 la “ferrovia urbana” è uno degli interventi di riordino della città:
Otto Wagner parte dalla metropolitana e organizza tutti i sistemi di trasporto, integrando la ferrovia al
trasporto urbano stradale e su ferro, per arrivare alla sistemazione delle vie d'acqua della città. Le esigenze
erano quelle della mobilità di massa, del trasporto delle merci, dello spostamento rapido delle truppe e della
sistemazione delle principali vie d'acqua, che inondavano frequentemente parti della città. Il lavoro di Otto
Wagner porta ad un progetto coerente e unificato, comprendente:
•
la costruzione del ring;
•
la sistemazione d'alveo e di tracciato delle vie d'acqua;
•
interventi all'interno della Altstadt;
•
la costruzione di parchi e i giardini pubblici;
•
la struttura dei percorsi della ferrovia urbana;
•
l'edificazione di nuovi edifici residenziali, commerciali e pubblici.
La ferrovia urbana diviene “la rete”: nelle sue linee scorrono flussi di persone e di merci, nelle stazioni le
stesse si raccolgono, si fermano e ripartono. Le stazioni però cambiano volto, non sono più punti di
passaggio, ma divengono luoghi catalizzatori di servizi civili, come depositi di merce, di celle mortuarie, dove
si trovano i nuclei di servizio per la manutenzione stradale e le stazioni locali antincendio. Divengono così
luoghi riconoscibili che si identificano anche con il distretto che serviranno.
ESPOSIZIONI UNIVERSALI
LONDRA, 1851
La prima grande Esposizione Universale si aprì a Londra nel 1851, l’evento che vide la costruzione del
celeberrimo “Crystal Palace”, l’enorme contenitore espositivo in ghisa e ferro, concepito come luminoso
scrigno trasparente, nato dall’ingegno di un valente costruttore di serre, Richard Paxton, che può a ragione
definirsi il padre delle costruzioni prefabbricate di grandiose dimensioni. Il monumentale edificio, innalzato
in Hyde Park, fu eretto in nove mesi e, una volta finita l’Esposizione,fu smontato e rimontato a Sydenham,
nella periferia meridionale di Londra.
Le Esposizioni Universali nacquero sotto la spinta del rinnovamento industriale e non a caso le prime furono
ospitate nei paesi che maggiormente avevano attuato la trasformazione in tale senso, l’Inghilterra prima e la
Francia dopo. L’Esposizione, con le sue molteplici novità a livello tecnologico, si rivelò un grande successo
sia dal punto di vista commerciale che dal punto di vista tecnico.
Nel Crystal Palace furono esposte le più disparate categorie di prodotti: congegni vari, macchine a vapore e
locomotive, oggetti che univano le novità tecnologiche all’ambizione artistica, oggetti d’arredo e suppellettili
di diverso genere. Nelle arti decorative fu persistente l’adozione di stili storici considerati propri dell’ “età
dell’oro” delle varie culture: il Rinascimento per l’Italia, il Gotico per l’Inghilterra, il Barocco per la Francia.
Ceramiche, vetri, bronzi, metalli fusi e stoffe esprimevano l’ambizione mondaiola della borghesia, ma
rimanevano ancorati alle antiche manifatture artigiane: le porcellane di Meissen, gli oggetti della manifattura
inglese di Copland, i vetri di Murano, gli arazzi di Beauvais e dei Goblins. In tal modo passato e futuro
convivevano insieme, documentando come al progresso tecnico non corrispondevano ancora scelte
artistiche “moderne”.
CITTA' INDUSTRIALE
BERLINO
1836-1920
Nel 1836 fu inaugurato il primo tratto della ferrovia che collegava Berlino con Potsdam, 25 chilometri in 40
minuti.
Nel 1846 le linee che portano a Berlino diventano cinque e nel 1851 vengono raccordate le stazioni di testa
attraverso una linea che verrà perfezionata nel 1877: la Ring-Bahn.
Nel 1874 nasce la s-Bahn, una metropolitana regionale di superficie che attraversa la città in sopraelevata,
sopra massicci viadotti in mattoni rossi, o esili in ferro, per evitare incroci con strade e canali. I viadotti presto
scandiscono la loro presenza in tutta Berlino, cambiando il paesaggio urbano. La sopraelevata arriva
addirittura a “bucare” edifici monumentali e a realizzare percorsi avulsi dai blocchi e dalle strade esistenti,
imponendo la sua immagine nuova.Nel 1920 Berlino ingloba il territorio circostante per usufruire di nuovi
suoli edificabili: vengono annesse 7 città, 59 comuni rurali e 27 latifondi. Si viene a formare, così, la GrossBerlin, con una struttura urbana multinucleare che darà vita la primo sistema di trasporto integrato moderno.
LA CITTA' INDUSTRIALE
CITE' INDUSTRIELLE
Tony Garnier, 1901
Per Garnier, i falsi principi su cui si basa l'architettura dell'antichità non migliorano l'ordine architettonico ne
le modalità di organizzazione della vita sociale. L'architettura deve nascere dalla conoscenza completa della
vita moderna, delle sue forme sociali, industriali e dei bisogni dell'uomo.
Garnier lavora alla composizione di un progetto a scala urbana la “Cité Industrielle” :gli schizzi d'insieme
mostrano una città sita in un area pianeggiante costeggiata da un fiume, addossata ad un massiccio
montuoso. L'elaborazione del progetto si prolungò per quindici anni che venne solo parzialmente realizzato
e pubblicato nel 1917.
Con più di 200 disegni e piani, Garnier propone un modello di città ideale, basata su un principio: la società
dispone liberamente del suolo che viene trattato come fosse un Parco.
L'insieme è concepito in modo da dare agli abitanti le migliori condizioni abitative, occupazionali, di mobilità,
educazione e salute. Tony Garnier è pioniere nel campo della zonizzazione e nell'impiego di nuovi materiali.
Le industrie sono localizzate ad un livello inferiore, nella valle, i quartieri residenziali e i servizi pubblici
trovano spazio su di un promontorio roccioso, mentre gli ospedali sono posizionati sulla sommità delle alture.
L'ultimo aspetto dimostra l'attenzione all'igene e alla sanità della città in quanto i servizi sanitari vengono
separati dalla città e posti in luoghi ove le malattie non possano propagare; i regolamenti d'igene vengono
redatti anche per la realizzazione delle abitazioni, imponendo l'orientamento delle aperture e le loro
dimensioni. Per ridurre i costi e semplificare le forme architettoniche della città si utilizzano metallo e
calcestruzzo armato.
LA CITTA' INDUSTRIALE
CHICAGO E IL PIANO BURNHAM e BENNET, 1909
L'immagine classica della morfologia di Chicago è quella di una maglia ortogonale che si estende senza
confini. Per soddisfare il complesso sistema di relazioni della città,la rete insediativa già dalla fine
dell'Ottocento è supportata da un complessa rete di mobilità: i grandi viali destinati al traffico automobilistico
sono sovrastati dalle linee di metropolitana sopraelevata, convergenti nell'anello centrale, il "Loop", destinato
a convogliare verso il centro degli affari il flusso di "colletti bianchi" proveniente dai sobborghi residenziali
mentre una serie di stazioni ferroviarie di testa concentra il flusso regionale e nazionale di persone e merci
verso la grande industria di allora: il macello.
L'evento destnato a rimodellare sia la logistica che la morfologia della città sarà la Grande esposizione
Universale che prenderà il nome di Fiera Colombiana; interpreti del rinnovo saranno Burnam e Bennet che si
faranno carico del del Piano di Chicago del 1909.
In questo piano le opportunità del moderno sistema infrastrutturale integrato sono finalizzate agli interessi di
crescita speculativa della città, mossi dal grande flusso migratorio che andava concentrandosi verso le
maggiori metropoli. Prende forma una parkway semicircolare periferica, che serve la nuova maglia
insediativa di espansione per un raggio di 60 miglia.
La città è vista attraverso le precise regole di costi/benefici, nelle quali spetta al verde, secondo le regole
dettate da Olmsted, mitigare gli effetti della speculazione. Le linee della metropolitana collegheranno un
vasto sistema di parchi presenti sia nella corona periferica sia nella parte centrale. In questa visione spetterà
al Grant Park, prospicente il Lago Michigan, il compito di riconciliare il mito della natura, con le aspettative
economiche della massiccia urbanizzazione, un modello già sperimentato con il Central Park di New York.
Questo isieme di regole verrà codificato dal movimento "City Beautiful", le cui indicazioni saranno la base per
la fondazione e lo sviluppo delle nuove città americane nella prima parte del secolo scorso.
Elemento caratterizzante la logistica e la morfologia della città è il Loop.
Nell'assetto metropolitano della sopraelevata di Chicago, la rete converge sul Loop, cerniera che si affaccia
sul lago Michigan, da tutte le direzioni dell'estensione dell'abitato. Questo condiziona la morfologia della
metropoli, la città è pensta dai suoi amministratori in funzione dei pendolari, che da residenze periferiche, a
un ora di distanza dal Loop, convergono ogni giorno sugli uffici e le imprese del centro. La funzionalità di
questa sipraelevata è da ritrovarsi nell'interconnessione tra sistemi di trasorti pubblici e organizzazione
socio-economica della città.
LA CITTA' INDUSTRIALE
IL PIANO DELLA RUHR
1920-1934
Affinchè il distretto della Rurhr mantenesse una posizione rilevante nel panorama economico anche dopo il
trattato di Versailles, si rese necessaria una accurata e controllata pianificazione dell'area. A Essen venne
nacque una società azionaria che avrebbe guidato l'industrializzazione e l'urbanizzazione della regione. La
società “Siedlungsverband Rurhkohlenbezirk” fu la prima organizzazione ad occuparsi di pianificazione su
scala regionale giuridicamente riconosciuta in Europa.
Sotto la direzione di Robert Schmidt la società sviluppò un piano regionale comprensivo di tutta l'area.
Il primo obiettivo fu di supportare le municipalità nella pianificazione della propria espansione; si puntò su
regolamenti e metodologie rappresentative uniformi, affinchési realizzarse una base uniforme per la
realizzazione dei piani locali.
Successivamente l'attenzione venne posta sulla campagna al fine di realizzare un sistema articolato del
verde. Il gruppo di Schmidt desiderava preservare le aree verdi, promuovere la conservazione del verde ed
espandere le potanzialità ricreative dell'area per aumentare la qualità della vita degli abitanti.
Il Siedlungsverband prese inizio dal "disegno" del sistema verde per definire le aree in cui precludere
l'edificazione.
Il terzo obiettivo fu la pianificazione del sistema viario. Il programma prevedeva di svuluppare un sistema
viario a scala regionale per promuovere la crescita economica dell'area e rendere acessibili le nuove aree
ricreative. Il risultato fu una rete che funse da scheletro per l'espansione successiva del sistema di strade.
Il piano regionale di Schmidt non venne realizzato negli anni '20, in parte perché i grandi stabilimenti
industriali si insediarono seguendo una propria logica senza seguire le indicazioni del piano. Tuttavia la
forma organizzativa del Siedlungsverband Rurhkohlenbezirke gli strumenti legali sviluppati per la
pianificazione furono d'esempio per la pianificazione a scala provinciale e regionale.
LA CITTA' UTOPISTICA
FALANSTERIO
CHARLES FOURIER, 1832-1840
Quella di Fourier è una visione globale; non è solo una dottrina economica, ma anche una concezione
morale. Infatti egli formula un progetto, insieme economico, etico e sociale, di riforma dell'organizzazione
umana. Esso s'impernia sulla falange, che è una comunità sociale di 1800 persone, organizzata
comunisticamente; l'ideale comunistico ispira sia l'organizzazione della produzione, sia quella della
distribuzione dei beni, sia i rapporti umani, compresi quelli sessuali. Tale comunità risiede in un falansterio,
Il falansterio, in cui risiedeva la comunità, era strutturato in due corpi centrali, destinati ad abitazioni e a
luoghi di riunione, e in due ali, nelle quali si svolgevano tutti i lavori di carattere artigianale e manifatturiero.
Nel pensiero di Fourier il falansterio doveva rappresentare l'unità di base della nuova struttura societaria:
ciascuno di essi doveva essere autosufficiente dal punto di vista dei servizi e della produzione, e attraverso
la coordinazione delle attività di più edifici si sarebbe potuto risolvere definitivamente il problema dei rapporti
tra città e campagna.
Nel falansterio l'attività giornaliera di ogni individuo sarebbe stata scandita in modo rigoroso da un
regolamento interno: ora per ora sarebbero stati fissati i compiti da svolgere, ed anche i contatti e le
interazioni personali sarebbero stati disciplinati da un preciso "cerimoniale", spontaneamente accettato da
tutti i componenti perchè corrispondente agli interessi, alle esigenze e alle passioni di ognuno.
Nella Falange non si sarebbe avuta alcuna forma di potere coercitivo o di governo: nessuno avrebbe avuto
necessità di violare o infrangere l'ordine societario, risultante in modo spontaneo dalla completa
armonizzazione dei desideri e delle necessità di tutti. Le decisioni più importanti riguardanti la comunità
sarebbero state prese dall'Accademia, costituita dalle persone più sagge ed esperte, mentre quelle
riguardanti l'organizzazione e l'amministrazione della Falange sarebbero state trattate dall'Aeropago,
costituito da rappresentanti eletti direttamente dagli individui, e dal Consiglio eletto dall'Aeropago stesso.
LA CITTA' UTOPISTA
BROADACRE CITY
THE ILLINOIS
F LL Wright
Con il modello "Broadacre City" si propone di urbanizzare l'intero territorio (Città regione) assegnando ad
ogni abitante un suo pezzo di terra (un acro = 4047 mq).
La città è proiettata orizzontalmente e la comunicazione è vinta da futuristici mezzi di trasporto.
L'altra possibilità e quella di costruire delle gigantesche strutture che possano contenere centinaia di migliaia
di persone: "The Illinois"
(Il grattacielo alto un miglio, Illinois, USA,1956).
LA CITTA' UTOPISTA
ARCOSANTI
Paolo Soleri
Arcosanti e' un laboratorio urbano in cui da piu' di trent'anni studenti e volontari di tutto il mondo stanno
sperimentando un prototipo di citta' progettato e realizzato in base ai principi della "arcologia".
Paolo Soleri conia il termine Arcologia per definire un nuovo concetto di città che unisce architettura ed
ecologia.
Propone una forma tridimensionale urbana compatta e altamente integrata in diretta opposizione al modello
di dispersione urbana che consuma grandi porzioni di spazio, energia e tempo portando
all'isolamento dell'individuo dalla comunità. Complessità e miniaturizzazione "frugalità" sono le parole chiave
che ad Arcosanti si concretizzano soprattutto nell'imperativo "fare di più con meno" meno risorse
energetiche, meno inquinamento, meno spreco di spazio e di materiali.
Attualmente gli abitanti sono un centinaio, ma l'obbiettivo è la costruzione di un insediamento finale per
cinquemila persone.
LA CITTA' VERTICALE
MANHATTAN IN DELIRIOUS NEW YORK
REM KOOLHAAS, 1978
In DELIRIOUS NEW YORK, scritto da Rem Koolhaas, si celebra Manhattan e la “coltura della congestione”,
della quale il grattacielo è il simbolo.
All'interno della trattazione Koolhaas arriva a due conclusioni importanti :
•
New York è un teatro del progresso;
•
Coney Island è un laboratorio di comportamenti sociali.
New York viene definita come: "un'organismo totalmente artificiale", "un'industria dell'intrattenimento", "un
luogo di riposo per frammenti turistici, cianfrusaglie meccaniche e spazzatura tecnologica", viene associata
ad aggettivi, che appaiono anche come delle patologie: Frenetica - Congestionata, Contraddittoria, e persino
Schizofrenica.
New York non ha una volontà forte a sorreggerla, solo un astratto schema planimetrico a forma di griglia
definito nel 1807, quasi due secoli prima, non molto diverso dallo schema del castrum romano alla base di
molte delle città europee, ma sostenuto da una caparbietà, da una rigidità, che ne fanno un vincolo
imprescindibile.
I mutamenti sociali, l'evoluzione di tipi sociali, di mode, di nuovi stili di vita, appaiono quindi casuali, molto
serendipity, non legati cioè ad una volontà ordinatrice, alle decisioni di un'elitè, ma alla spontanea risposta ai
vincoli che a partire dalla griglia del 1807 si sono imposti alla città. Le Corbusier, il quale, essendo
propugnatore del radicale cambiamento della società a partire dall'architettura non poteva che mostrare
estrema avversione per una città che sembrava rispondere alla logica della programmazione con una logica
in antitesi, di risposta spontanea ad esigenze concrete. Esemplare appare il caso del Radio City Music Hall,
in cui la volontà di magnificenza espressa dal committente per questo enorme teatro e "l'impossibilità di
confrontare la comune rappresentazione teatrale con la grandiosità del palcoscenico", ha portato alla crisi
della rappresentazione teatrale tradizionale, e alla nascita di un nuovo modello di rappresentazione, il
"musicall", che si presume derivi il proprio nome proprio dal Radio City Music Hall, nel quali ha avuto i natali.
Allo stesso modo non è azzardato affermare che la grandiosità dello scenario urbano che costituisce NY
abbia indotto, e ancora induca alla creazione di nuovi stili di vita.
Scorrendo il racconto delle vicissitudini di Manhattan è possibile osservare l'uso di termini, di descrizioni che
sembrano adattarsi alla perfezione ad una qualsiasi delle città post-moderna, o metropoli di quarta
generazione, o città diffusa o come si desideri definire il complesso agglomerato urbano che definisce le
metropoli.
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02_Rivoluzione industriale - Università Iuav di Venezia