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oia Tauro
rale
K⇓ ⇓o
edizione 2008
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As s o c
K⇓ ⇓o
Premio
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alla Cultura
Medaglia d’argento della Presidenza della Repubblica
Editoriale
* di
Milena Marvasi
L'associazione culturale Kαιρός, all'inizio
del settimo anno dalla costituzione,
continua la propria attivita ed a lavorare
ininterrottamente con determinazione e
tenacia nonostante le enormi difficolta che
si presentano quotidianamente, sia nella
nostra Gioia Tauro che in tutta la Calabria.
Sin dal primo anno l'associazione ha
istituito il Premio Kαιρός ed oggi viene
considerato uno dei riconoscimenti
culturali piu prestigiosi e significativi. I
vari direttivi, che si sono susseguiti durante
questi anni, hanno voluto dare con questo
Premio un alto e grato riconoscimento, se
pur simbolico, a personalita calabresi che
si sono particolarmente distinti a livello
locale nazionale ed internazionale in
ambito scientifico, culturale, economico,
sociale ed in ogni altro settore,
dimostrando di essere messaggeri di
sapienza, amore, cultura e massimo
interesse per gli atavici valori etici e
culturali che hanno distinto la parte
migliore della nostra regione. Ogni anno
viene scelto un tema particolare ed il
direttivo oggi formato da:
Milena Marvasi - Presidente
Antonio Toscano - Vice Presidente
Tiziana Vissicchio - Segretaria
Antonino Ruggiero - Tesoriere
Leopoldo Muratori - Consigliere
Pietro Schirripa - Consigliere
Domenico Tallarida - Consigliere
anche su segnalazione dei soci indica
alcuni nomi di personalita che hanno
promosso e promuovono iniziative
caratterizzate da quei principi
indispensabili, quali: dignita, moralita,
civilta, cultura e, soprattutto, rispetto per il
mondo che ci circonda e per la persona
umana, senza distinzione di razza, sesso,
religione. Per l'anno 2008 il direttivo
riunitosi nella seduta del mese di aprile
scorso ha scelto come tema di quest'anno
“la Cultura”. Sin dal primo momento
successivo alla scelta del tema si e
individuata la persona a cui assegnare il
Premio Kαιρός V edizione e, senza dubbio
alcuno, la scelta, all'unanimita, si e diretta
verso il Prof. Antonio Orso, il quale senza
retorica puo considerarsi il vero Maestro di
vita e di cultura per le passate, le presenti e
le future generazioni. Il Prof. Antonio Orso,
poeta, scrittore, cultore del latino e degli
studi umanistici, Cavaliere Ufficiale della
Repubblica Italiana, uomo di valori e di
valore, uomo di studi intensi vissuti col
dono della presenza continua della musa
ispiratrice e un patrimonio culturale
vivente per la citta di Gioia Tauro e per la
Calabria. Il nostro augurio al Prof. Antonio
Orso e di poter per molto tempo ancora
produrre opere sempre piu meritevoli e,
nello stesso tempo, che possano essere di
sprone a tutti i giovani desiderosi del
“sapere” e del “capire”.
(*) Presidente Associazione K⇓ ⇓o
ANTONIO ORSO, DELICATO
CANTORE DEI SENTIMENTI
Il senso di
un impegno
e di una scelta
di Umberto Di Stilo
*di Antonio
Antonio Orso nel suo studio
S e n ella letter atu r a mer id io n ale
(e calabrese, in particolare) c'è un posto di
rilievo, non v'è dubbio che esso spetti di
diritto ad Antonio Orso, il delicato e
sensibile “usignolo del Petrace” che ha
consegnato alla nostra cultura diverse
decine di opere di grande spessore lirico. La
liricità e la musicalità, infatti, costituiscono
la prerogativa sostanziale della poesia di
Orso, sia che essa canti l'amore, sia che, sul
metro dell'endecasillabo o del settenario,
affronti temi di scottante attualità sociale o
di profonda e sentita spiritualità. In tutti i
casi, le opere di Orso hanno il pregio non
comune di riuscire a trasmettere al lettore
sensazioni e stati d'animo che sono
peculiarità della grande poesia.
E non v'è dubbio che quella di Orso, sulla
scia della tradizione classica, sia davvero
grande poesia. Orso nasce poeta. Gli amici
ed i colleghi che hanno avuto l'opportunità
di frequentarlo da giovane ricordano che
spesso nei suoi discorsi istintivamente
inseriva la cadenza ritmica
dell'endecasillabo sciolto o del settenario,
perché, parafrasando Ovidio, “quodcumque
temptabat dicere, versus erat”. Per anni
però, quell' “animus poeticus” che gli
“ruggiva dentro” è rimasto come frenato,
represso. Poi comincia a scrivere in lingua
ed in vernacolo e negli affetti più cari, nella
natura che lo circonda, nella Fede e nella
mitologia trova la sua fluente tematica
ispiratrice. Esordisce nel 1972 con la silloge
“Fiori di Campo” a cui, dopo appena
qualche mese, fa seguire “Petali al vento”.
Nel 1980, dopo i saggi dedicati alla sua
Gioia Tauro, Orso si presenta al giudizio
della critica con due opere in vernacolo:
Spisiddi, (scintille) e la traduzione delle
Favole di Fedro, un'opera, quest'ultima, che
per la sua fedeltà al testo latino e per la
genialità con la quale riesce a rendere assai
aderente ed attuale la morale conclusiva delle
brevi composizioni, è stata molto apprezzata
dalla critica qualificata. Due opere che
consacrano Antonio Orso sensibile cantore
anche nella lingua del popolo che qualche
anno più tardi tornerà ad utilizzare per le
liriche che danno corpo alla silloge
Mbiscatini nella quale, con grande vigore
artistico, eccellente forza evocativa e
straordinaria capacità descrittiva,
ricostruisce particolari momenti di vita
paesana. Infatti, compiendo a ritroso il
cammino nel tempo, sulle ali del ricordo, il
Poeta attraverso i suoi scultorei endecasillabi
consegna alle future generazioni e alla storia
sociale di Gioia Tauro alcune tipiche figure
ormai scomparse dalla moderna società dei
consumi: il lattaio, l'ombrellaio, il
maniscalco, il banditore, la venditrice di ceci
abbrustoliti, ecc. In questa silloge, così come
in diverse altre (“Risacca”, “Da “Piano
delle Fosse” alla marina”, “ … e cantarono
a sera gli usignoli”), il Poeta affida alla
poesia le proprie nostalgie, e attimo dopo
attimo, con lo sguardo rivolto al passato,
come filugello, scioglie la seta dei ricordi,
per ordire nei versi la tela indistruttibile della
propria vita.
I latini, con lapidaria espressione, solevano
sostenere che “poetari est meminisse”. Il vero
poeta, infatti, sul filo del ricordo e ricorrendo
alla musicalità del verso riesce a far rivivere
Toscano
Kairos (?a????) è una parola che nell'antica
Grecia significava “momento giusto o
opportuno” o “tempo di Dio”e ancora: “ un
tempo nel mezzo” un momento di un periodo
di tempo indeterminato nel quale “qualcosa”
di speciale accade. Ciò che è la cosa speciale
dipende da chi usa la parola. Il sofista
Callistrato ha descritto la statua del kairos,
fatta dal grande Lisippo per lo stadio di
Olimpia, come un adolescente con le ali ai
piedi, il ciuffo in fronte e i capelli rasi alla
nuca, diritto sulla punta dei piedi al di sopra di
una sfera e con rasoio nella mano destra. Il
significato figurato è evidente. Il kairos è il
momento opportuno offerto dal fato all'uomo
perché operi le sue decisioni. Le ali ai piedi
però dicono che il kairos passa velocemente,
bisogna perciò afferrarlo subito,
prendendolo… per il ciuffo. E noi dobbiamo
prendere per il …ciuffo della quotidianità, le
opportunità che passano velocemente ed
inesorabilmente come il tempo, con la
prontezza e l'intuito di afferrare al volo solo
le cose buone, lasciando scorrere quelle
inutili o addirittura deleterie. Dobbiamo
avere, quindi, la capacita di
“afferrare”l'attimo nel quale qualcosa di
speciale accade, e non è cosa semplice, presi
come siamo dal vortice giornaliero che ci
siamo costruiti attorno, fatto troppo spesso di
frenetiche rincorse del nulla che alla fine
della giornata ci lasciano quasi sempre
insoddisfatti e stressati. Il “momento
speciale” può essere semplicemente fermarsi
a guardare un tramonto sul mare con la
serenità dell'anima. Riuscire a guardare le
piccole o le grandi cose del mondo con gli
occhi dei bambini e quindi gioire per tutto o
per niente ma con incontenibile trasporto..
Kairos, come dicevamo, inteso
come“momento giusto o opportuno” ” un
momento di un periodo di tempo
indeterminato nel quale “qualcosa” di
speciale accade. E ciò che è la cosa speciale
dipende da chi usa la parola. E Antonio Orso
la parola la usa in modo magistrale. Di notte,
il poeta e la sua musa ispiratrice, mentre tutto
è silenzio,nel chiuso del suo studio, in
compagnia dell'indispensabile tazza di caffé
e di qualche sigaretta,modella i suoi
sentimenti e li fa vivere in poesie.
Kairos, quindi, infine,inteso come “momento
giusto” per il riconoscimento che la nostra
Associazione Culturale ha oggi il privilegio
conferire all'illustre poeta e amico Antonio
Orso.
(*) Vice presidente Associazione K⇓ ⇓o
segue a pag. 2
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Premio K⇓ ⇓o
pagina 2
vicende e situazioni che appartengono al
passato ed alle quali, col suo canto,
conferisce dignità letteraria oltre che storica.
Se, dunque, il ricordo è il nutrimento
spirituale dei poeti, esso è il solo che giorno
dopo giorno, specie in questi ultimi anni,
alimenta l'ispirazione dell' “Usignolo del
Petrace” nei cui versi il passato si veste di
magico e tutto, nella suggestiva musicalità
del verso e della sua potenza evocativa,
assume il fascino della favola. Non tutto,
però, in Orso è malinconico ricordo di tempi
passati perché buona parte della sua
produzione letteraria trae ispirazione dalla
bellezza aspra e selvaggia della nostra terra,
dalla diretta osservazione della vita
quotidiana, dall'amore, dalla Fede, dalla
storia e dalla mitologia. Nello spazio
temporale degli ultimi 36 anni, Antonio Orso
ha consegnato alla cultura nazionale e
regionale 65 pregevolissime opere
prevalentemente di poesia (per complessivi
oltre 90mila versi). “Prevalentemente” di
poesia perché della sua vasta produzione
letteraria fanno parte anche alcuni saggi
storico-etnografici dedicati a Gioia Tauro,
due opere di narrativa e una di saggistica
scritta in collaborazione con I. Lo Schiavo e
U. Verzì Borgese. Vasto è il ventaglio
tematico di Antonio Orso. Non v'è dubbio,
però, che egli sia soprattutto il delicato
cantore dell'Amore, perché, esso è il “sole
che nell'ora nera / attenua o sperde in cuore
ogni amarezza; / è la forza che attrae,
avvince e regge / ogni armonico moto su di
noi; / è l'acciaioso fulcro della vita / su cui
s'innesta ogni terrena gioia!”.
L'amore, infatti, per il Poeta costituisce il più
importante dei sentimenti perché, come
scrive nella sua più recente silloge, ogni cosa
bella “ha fondamento solo nell'Amore”.
Amore inteso secondo i principi cristiani,
perchè “amare / è gioire con chi è lieto, /
soffrire con chi è in pena, / accompagnarsi a
chi è solo, / rispondere a chi chiama”.
Fermamente convinto di ciò, Orso canta
l'amore nella sua più ampia accezione
semantica. Amore non necessariamente ed
esclusivamente inteso come attrazione fisica
ed affetto tra esseri umani, ma in tutte le sue
manifestazioni. In tal senso eleva inni
all'amore sia quando ricostruisce la delicata
vicenda del pescespada che pregustando “gli
attimi brevi e intensi d'un amore, / non
s'avvede, cieco, che dall'alto, / un uomo
armato d'alettato ferro / sovrasta
minaccioso su di lui”, che quando ricorda
che le cicale, nell'ora calda della calda estate,
friniscono solo perché “impazzite per
amore”; ma anche quando ricorda un amore
passato del quale resta solo un fresco
profumo di nardo e quando, sulle ali della
memoria, si abbandona a felliniani
“amarcord” perché sullo schermo del ricordo
ritorna improvviso “il mulino ove un tempo,
appena l'alba, / si udivano le macine
cantare” o perché dalle fitte nebbie del
passato affiorano nitide “le lavandare con i
piedi nudi / scendono in acqua a battere sui
massi / i loro panni appena insaponati / od a
lavare le tosate lane / per farne filo o morbidi
guanciali”. E sono appassionati canti
d'amore gli innumerevoli componimenti
ispirati alla natura aspra e pittoresca delle
nostre montagne e delle nostre marine, (“Te
amo mio profondo Sud”) e, in particolare alla
città che gli ha dato i natali Gioia Tauro dove “cresce la spiga e la gramigna” e dove
“si spera ancora, / come sempre, / che sorga
un'alba di giustizia vera”. Della sua Gioia
Tauro - a cui dimostra di essere legato da un
amore struggente (“Nulla nel mondo mi è più
caro e dolce / della solare terra mia natìa” e,
altrove: “sempre nel cuore sento vivo e caro /
l'amore alla mia terra generosa”) - Antonio
Orso ha cantato i diversi caratteristici angoli
cittadini, i suoi suggestivi quartieri e le
vicine contrade (Lamia, Due Canali, Tre
palmenti, Monacelli, Vallomena); ha
dedicato versi melodiosi alle varie attrattive
paesaggistiche, ai suoi fiumi (Petrace e
Budello) e a tutti i suoi uomini illustri, eroi,
noti e meno noti - componendo, nel corso
degli anni, un ideale grande e delicato
Antonio Orso in un momento di relax
affresco e, nel contempo, un armonioso
poema sinfonico nel quale si riescono a
cogliere i sentimenti e la spiritualità che
palpitano nel suo sensibilissimo animo.
Canta gli affetti, figli diretti dell'amore, e
non può fare a meno di ricordare il Padre,
sempre attivo ed operoso, che ha lasciato la
natìa Amalfi per trasferire in terra di Calabria
la sua attività ed il suo “profumato roseto”,
così come spesso non può fare a meno di
richiamare alla memoria la mamma,
“chioccia amorosa in ogni tempo”, che ora
riposa a Lamia, magari solo per augurarle
che “il lunghissimo sonno ti sia lieve e
sereno / come tu ci auguravi la sera / con un
sorriso, un bacio, una carezza”. Ricorda i
fratelli Enzo, Peppino, Pasquale e Nicola,
rose di diverso intenso profumo e orgoglio
della famiglia che, una alla volta, sono state
recise dal rigoglioso roseto. Ma non vanno
sottaciuti gli interessi che il Poeta ha sempre
dimostrato per la natura. Questa, infatti,
esercita un grande fascino ed è la grande
ispiratrice di Antonio Orso che, come pochi
altri, riesce a creare immagini di rara
efficacia descrittiva ed a toccare le corde del
sentimento. C'è poi un altro tema che in
questi ultimi anni interessa il Poeta. Egli,
infatti, nella “sera” che avanza silenziosa
avverte l'innata necessità di riscoprire la
“sublimante forza della Fede”; vuole
ritrovare la “smarrita via” ed il valore di
quella spiritualità che, inculcata dalla
mamma in età infantile, col tempo si era
assopita nei meandri della frenetica
razionalità della vita fino a quando il peso
degli anni non lo sta spingendo a riscoprirla
ed a rinvigorirla nella convinzione che nella
Fede non si resta soli e che anche l'ampolla
della clessidra, che inesorabile si svuota
sempre più, non può incutere paura.Ora che
la sera procede fredda e silenziosa, il Poeta si
va sempre più convincendo che aveva
ragione la mamma allorché invitandolo a
pregare, gli ricordava che solo la Fede,
sorgente che ha profonde radici nell'anima,
aiuta a trovare la strada della luce. Una luce
capace di dileguare le nebbie dell'animo e la
fuliggine del cuore che man mano che il
tempo passa ed i giorni si aggomitolano ai
giorni, rischiano di diventare sempre più
fitte.
Ed è sotto la spinta della ritrovata Fede che
nel 1986 Orso compone la “Trilogia mistica”
(“Maria di Magdala”, “Il poverello
d'Assisi” e “Gesù di Nazareth”) tre opere
nelle quali la preghiera si fa poesia e questa,
sulla cadenza dell'endecasillabo, diventa
una vera e propria celestiale sinfonia.
Ma non è tutto. Qualche anno più tardi - nel
1993 Orso avverte ancora prepotente “il
desiderio vivo del Creatore” e continuando
nella tematica ispirata alla spiritualità volge
la sua attenzione a tre grandi figure della
storia della chiesa: “San Bruno, il beato
Lanuino, la Certosa”, “Giovanni XXIII” e
“Padre Pio, il Serafico del Gargano”.
A queste seguiranno “Bernardetta,
l'Annunciatrice dell'Immacolata”, “La
Madonna nera di Tindari” e “Sulla via della
croce”. Tutte opere grondanti spiritualità
nelle quali il lettore non trova soltanto la
fedele cronaca in endecasillabi delle vite,
delle opere e dei prodigi dei vari
protagonisti, ma anche la Fede che pulsa
forte nell'animo del Poeta che esclama: “Oh
salutare forza della Fede / quanto sei
grande, dolce ed appagante!”.
Accanto alle opere a tema religioso, Orso nel
decennio 1989-1998 pubblica anche 12
poemi ispirati al mondo mitologico
(“Anfitrite”, “Galatea”, “Amore e Psiche”,
“Narciso ed Eco”, “Orfeo ed Euridice”, “Gli
amori di Zeus”, “Favole mitologiche
dell'antica Grecia”, “Filèmone e Bàuci”,
“Venere”, “Elena di Troia”, “Gli amori del
Dio Pan”, “La nascita degli dei”) nei quali la
poesia si veste del fascino della favola e la
narrazione diventa quanto mai avvincente.
In questo stesso periodo dà alle stampe “Il
Vizzarro, vita di un bandito calabrese”, in
cui con tocchi eleganti, fini ed emotivi
ricostruisce la storia di Francesco Moscato
il “vizzarro”, appunto e di Felicia De Sanctis
la nobildonna che si lega al compaesano
brigante di Vazzano e con lui condivide la
clandestinità e le varie traversie ad essa
collegate.
In quest'opera Orso descrive il mondo
calabrese in modo così vero che dai suoi
versi la Calabria affiora, decisa e chiara, con
la stessa intensità cromatica, con la stessa
ricchezza di particolari e con la stessa
vivacità e suggestione evocativa con la quale
sarebbe potuta emergere dalla tavolozza di
un pittore impressionista.
Inoltre, con un difficile lavoro di
introspezione psicologica il Poeta presenta
ai lettori l'animo del Vizzarro e, da gran
maestro, indaga nel sentimento profondo che
lo lega a Felicia. Per queste sue peculiarità
l'opera costituisce una vera perla letteraria e
un preciso punto di riferimento per quanti
vogliono conoscere le vicende brigantesche
e sentimentali del Moscato-Vizzarro e per
quanti desiderano approfondire una pagina
di storia della Calabria nel periodo della
dominazione francese. Ma Antonio Orso
non vive soltanto di ricordi e con l'attenzione
rivolta ai personaggi del passato. Egli,
infatti, è anche un attento osservatore di tutto
ciò che esprime il presente ed è pronto a
registrare le sue considerazioni in
componimenti che con immediatezza lirica
parlano al cuore ed invitano alla riflessione.
Il nostro “Usignolo del Petrace”, infatti, non
si è chiuso in una sfera di cristallo ma vive
con occhio attento i cambiamenti della
realtà, i problemi che travagliano la società e,
da vero testimone del tempo, registra le
evoluzioni e le trasformazioni che negli anni
interessano la Calabria, l'intera Piana e la sua
Gioia Tauro, in particolare.
Così con interesse e spiccata sensibilità
osserva la realtà che lo circonda, la interpreta
edizione 2008
alla Cultura
e, dopo averla interiormente elaborata e
trasfigurata la trasferisce in versi che
affascinano per lirismo e musicalità, oltre
che per l'intensità emotiva che trasmettono
al lettore. Registra i cambiamenti di Eranova
e la realtà del nuovo porto che spera diventi
fonte di lavoro per un numero sempre
maggiore di persone, nella convinzione che
esso possa essere veramente “orgoglio e
premio di fatiche e lotte, / speranza di restare
ove si nacque perché da noi, ancora
silenziosi, / si sta come le rondini tardive”.
Non può fare a meno di annotare con
disappunto che dalla Piana si continua a
partire.
Il Poeta, infatti, attento osservatore della
realtà sociale, non ignora il problema
dell'emigrazione che interessa in modo
massiccio le nostre comunità.
Da esse, proprio “come le rondini tardive”,
molti giovani seguendo, spesso, le orme dei
padri o dei nonni - sono costretti a staccarsi e
ad imboccare quel “cammino della
speranza” che ha origine in una specie di
biblica maledizione che nessuna scelta
politica ha saputo scongiurare. Orso osserva
la realtà e scrive.
Così fa per la nuova realtà di Lamia e di
Eranova, del fiume Budello e di Tre
Palmenti radicalmente mutati rispetto alle
immagini che egli conserva nitide nella
mente e nel cuore. Così fa per i conflitti che
minacciano di compromettere i pacifici
equilibri mondiali.
Le liriche che danno corpo all' istant-book
“Guerra del Golfo”, infatti, sono state
composte sotto la spinta emotiva dell'evento
che all'inizio degli anni novanta ha
sconvolto l'universale coscienza civile ed
ha turbato l'animo attento e sensibile del
Poeta che scrive versi di grande respiro lirico
sulle brutture della guerra, “… assurda e
razionale follia /in cui vince chi uccide di
più, / chi distrugge di più”, senza che i
contendenti tengano conto che “si è tutti
perdenti”. Così nasce anche l'altro
interessante volume, “Violenti e violentati”
(1989) in cui con ricchezza di annotazioni e
sottolineature di carattere sociale, Orso
ferma la sua attenzione sulle devianze che
abbrutiscono la nostra terra, sulle brutture
morali che violentano le coscienze civili, sul
monito che, per la scienza e per la
sopravvivenza dell'uomo, arriva da
Chernobil … Insomma il Poeta-testimone
del tempo coglie le sfumature e le debolezze
della società della quale “vive”
intensamente i problemi che la assillano e,
con linguaggio semplice, li trasferisce nei
suoi musicali versi.
Questo, in fondo, è il compito precipuo del
poeta.
E' risaputo, infatti, che il poeta è tale quando
riesce a cogliere le sfumature e le delicatezze
che, invece, sfuggono alla quasi totalità delle
persone e quando è capace di recepire le più
sommesse sensazioni interiori per poi
comunicarle agli altri attraverso
composizioni che vanno “dritte al cuore” a
cui parlano servendosi del linguaggio
universale della poesia.
Se questa è la condizione privilegiata dei
poeti, Antonio Orso è poeta da sempre,
perché da sempre, riesce ad instaurare un
proficuo dialogo col suo animo dal quale
trae linfa per le sue delicate, toccanti e
melodiose poesie. Poesie che, qualunque sia
la loro tematica, hanno sempre il potere di
affascinare e di coinvolgere
psicologicamente il lettore.
Perché sono sempre versi che “parlano”
direttamente al cuore. Anche a quello del più
superficiale e distratto dei lettori. Miracolo
della poesia; della vera poesia.
Ed è indubbio che questa di Antonio Orso,
delicato usignolo del Petrace, sia vera
poesia perché, come poche altre del
panorama poetico contemporaneo, fa
vibrare le più intime corde del sentimento e
perché nei suoi versi la parola diventa
armonia e l'endecasillabo è sempre una
sinfonia che affascina per ritmo e per
musicalità.
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edizione 2008
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alla Cultura
pagina 3
ANTONIO ORSO, TRA AMICIZIA E POESIA
di Ugo Verzì Borgese
1. E' da un trentennio, a partire dagli anni
'70, che ho fatto conoscenza, prima, e
amicizia, dopo, con Antonio Orso; è da un
tentennio che si è creata una sodalitas col
poeta gioiese.
Ho scritto tante cose sul poeta di Gioia
Tauro che ho definito 'usignolo del Petrace';
e tale motto si è diffuso come logos del
nostro poeta.
2. Non ho sottomano, per un riscontro
immediato, i testi di tutta la produzione
specie lirica di Antonio Orso; ma mi cade,
per caso, sottocchio la silloge Dal Pian delle
Fosse alla Marina, e in 'Appendice' ritrovo
un mio commento 'poetico' Quando il poeta
che qui riporto; pur legato a quella silloge
del 2003, il testo può essere utile a
comprendere la produzione 'lirica' del poeta
gioiese.
Tr a s c r i v i a m o d u n q u e q u e s t o
'Commento lirico' Al poeta Antonio Orso:
“Seduto ad un sasso/ del vecchio
Bellavista/ guarda il poeta/ e contempla la
terra sua./ Parla col cuore,/parla e ci
affabula/ la storia bella/ del suo borgo,/ i
miti/ che lungo il mare/ cantarono i poeti,/ la
costa smeraldina/ fino allo stretto;/
racconta/ la caccia al pesce spada;/
racconta del mito antico/ e del nuovo;/ mira
la bellezza/ e il tramonto/ delle Eolie isole/ e
la nascita dello Stromboli/ ombelico/ del
Tirreno mare;/ racconta/ di zagare, di
piante,/ di fiori e linfa/ benefica e salutare;/
racconta/ di nomi illustri/ del tempo
andato;/ racconta di eroi/ della sua terra,/
che il sangue versarono/ per la patria;/
racconta di imprese/ turchesche/ e di
conquistatori feroci;/ di ratti di fanciulle/
delicate e di azioni/ di uomini forti./ Esalta la
vita/ che giorno per giorno/ diedero/ quanti
giungendo/ furono forieri/ di sviluppi,/ di
commerci e di civiltà./ Canta della bella
Làmia/ e della vecchia Eranova;/ canta del
sacrificio/ della gente/ che diede vita/ al
megaporto;/ canta/ della sua poesia/
esaltante la terra/ ove nacque e che lo nutrì;/
canta le case/ ed i monumenti;/ raccoglie le
memorie/ di greche gesta/ ed eroiche
imprese/ che lasciarono/ un retaggio antico/
al suo borgo./ Il poeta assiso/ ad un sasso/
del vecchio Bellavista,/ richiama al cuore/ il
suo mondo;/ lascia un viatico/ per le nuove
generazioni;/ tesse un testo/ d'amorosa
cura;/ dona al lettore/ il proprio cuore,/ la
propria mente,/ e dona l'amore/ per le future
generazioni.”
(apd Dal Piano delle fosse
alla marina, pp. 176-177)
3. Il poeta Antonio Orso come tale, con
sentimento lirico, nel suo studio di via
Ragusa a Gioia Tauro, nella sua solitudine,
nel 'rimembrare', immagina storia, miti e
leggende, porta a galla il suo nostos e il suo
lirismo.
Sono stato e sono vicino alla lirica di
Antonio Orso; egli mi ha letto, in anteprima,
i suoi testi poetici; ed io, nel mio piccolo, ho
dato qualche suggerimento, mèntore spesso
non sempre ascoltato; ho con il poeta
gioiese, creato numerose copertine dei suoi
libri fin quasi ai nostri giorni; la
collaborazione è stata più forte e più viva nei
primi momenti; al nostro sodalizio culturale
si è aggiunta ab ovo anche Isabella
Loschiavo, dinamica giornalista e scrittrice
di Taurianova e, così, il 'trio' (LoschiavoOrso-Verzi'Borgese), a beneficio del fatto
culturale e a nostra soddisfazione, ha creato
momenti culturali e sodali invidiati,
(invidiati nel suo significato normale e nel
suo significato latino di ' visti con
meraviglia):
ricorderò qui soltanto la
creazione a Rosarno dell'Università della
Terza Età che, pure per un buon decennio, è
stata punto di riferimento di tutte le attività
socio-culturali e poetiche che andavano ad
integrare altre attività svolte nel campo
poetico; ricorderò qui il Concorso di Poesia
e Prosa 'Zagara di Rosarno' che, sotto la mia
presidenza e con la collaborazione stretta di
Antonio Orso e Isabella Loschiavo, ha
allargato gli orizzonti fisici divenendo
concorso internazionale in più lingue,
concorso conosciuto ed apprezzato
all'estero. Non posso d'altra parte
dimenticare che Isabella Loschiavo, nel
1989, fa un'analisi
della produzione
letteraria di Antonio Orso dall'inizio della
produzione poetica fino a quel momento
(Antonio Orso e la sua produzione
letteraria); io, un quadriennio prima, avevo
fatto la stessa cosa con il testo: Incontro con
la poesia di Antonio Orso (1985).
Ed in questo contesto di sodalitas mi
piace aggiungere che nell'ambito del Centro
Studi Medmei di Rosarno, che porta come
insegna la bella monetina medmea della
ninfa Medma, Isabella Loschiavo, Antonio
Orso ed io abbiamo scritto a tre mani
quell'opera bibliografica che porta il titolo
Poeti e Scrittori (della Piana di Rosarno);
l'opera bibliografica analizza i poeti e gli
scrittori che dall'inizio del novecento fino a
tutto il secolo hanno scritto ed operato
lasciando opere in versi ed in prosa; e porge,
finalmente, a noi tutti e alla nostra Piana, una
immagine positiva di cultura e sapienza:
strumento unico e dettagliato, ad onore degli
Francesco Sofia Alessio di Taurianova; tale
entusiasmo mi porta a tradurre in vernacolo i
tre poemi dal latino che ad Amsterdam
avevano vinto la medaglia d'oro (Sepulcrun
Ioannis Pascoli; Ultimi Tibulli dies; e
Asterie); alla mia traduzione poetica in
vernacolo si aggiunge anche la traduzione
poetica in lingua di Antonio Orso;
precede,nataralmente il testo latino di
Francesco Sofia Alessio; nasce così Trilogia
Alessiana: un libro, che fa conoscere in
ispecie ai taurianovesi il testo latino del
latinista radicenese che viene anche
riscoperto per la prima volta nella sua
bibliografia essenziale. Per inciso dirò che
poi ho pubblicato Musa Alessiana: tutta
l'opera del latinista Francesco Sofia Alessio
in due robusti tomi che raccolgono tutti i
poemi e le opere e gli apparati critici e
bibliografici; ai 3000 versi latini del latinista
di Radicena corrispondono col testo a fronte
i miei 3000 versi in lingua. Precedeva di
poco la ristampa anastatica di Musa latina di
Francesco Sofia Alessio da me curata!
Ed intanto non trascuro la
collaborazione con Antonio Orso.
E ad Antonio Orso sono, fisicamente e
spiritualmente, vicino quando nel 1986, nel
sedicesimo anniversario della madre, il
poeta pubblica una silloge delicata sulla
figura materna, intitolata: Fiori per mia
madre. Ed il poeta effonde l'affetto filiale,
l'ammirazione e la stima. Sono andato a
trovare la poesia 'Una madre, ove negli
Da sx Ugo Verzì Borgese, Isabella Loschiavo e Antonio Orso
autori trattati e dei curatori, il testo in
due tomi è pubblicato per i tipi della
Rubbettino Editore oltre quattro lustri fa
(1986).
ultimi versi il poeta, epigraficamente
scrive: “…/ Quando muore una madre,/ il
suo cuore rimane vivo/ e continua a dare
sempre,/ sempre,/ amorosa, in silenzio”.
4. E continuiamo il discorso sulla
persona e sulla produzione di Antonio Orso,
soffermandoci anzi accennando a qualche
altro aspetto. Orso ha al suo attivo circa 22 di
sillogi poetiche di varia natura; 11 poemetti a
carattere religioso; 12 poemetti a carattere
mitologico; 12 poemi di argomento vario.
Aggiungo, per amore di completezza, 11
opere in prosa, tra saggi e romanzi.
Nel seguire il 'catalogo' delle sillogi
poetiche ne richiamerò alcune, a cui mi lega
la mia memoria.
Spisiddi (scintille) del 1980 è la silloge
dialettale pubblicata da Totò Castellano e
che con questo editore gioiese ho presentato
a Gioia Tauro.
Favole di Fedro (traduzione in
vernacolo calabrese) è una 'picciola' silloge
che ho curato nella tipografia di Vibo
Valentia; e questa traduzione di alcune
favole di Fedro, con la presentazione del
poeta rosarnese Giuseppe Spataro Tarsia,
mi ha spinto ad essere mèntore con Antonio
Orso per un'edizione-traduzione di tutto
Fedro; e Antonio Orso
ha reso in
endecasillabi vernacolari Tutto Fedro, tutto
quanto ci resta nel testo latino in versi (ed in
prosa) (1984) Nello stesso 1984, per Canti
dal Petrace, bella silloge in lingua, ho scritto
una presentazione che traccia un quadro
abbastanza esaustivo della lirica e del
sentimento di Antonio Orso. In quel torno di
tempo, circa una generazione fa,la mia
passione era volta alle opere latine di
5. Il poeta, anche su mio stimolo ed
indagini, scrive e pubblica Rosarno: quadri
poetici di storia, un libro che arricchisco a
pie' di pagina, con note storicoarcheologiche sulla antica Medma e
Rosarno; è un libro bello per il testo di
Antonio Orso e per le immagini da me
inserite; un libro credo che molti paesi
limitrofi e città ci invidiano: un testo ove gli
elementi storici vivono attraverso il cuore
lirico del poeta narratore. Siamo agli inizi
degli anni '90 e precisamente nel 1991.
La collaborazione non si affievolisce. Ed
Antonio Orso infaticabile, verso dopo verso,
silloge dopo silloge, dà vita ai suoi poemetti
di carattere religioso, mitologico e di varia
natura. Mi piace sottolineare che molti , se
non tutti i poemetti, portano il logos della
ninfa Medma del Centro Studi Medmei di
Rosarno.
6. Tra le opere a carattere religioso,
nel mio rapporto sodale con Antonio Orso,
devo almeno citare la pubblicazione La
Madonna Nera di Tìndari: avevo in nuce,
dopo le mie pubblicazioni storiche sulle
Madonne Nere di Seminara e su quella di
Rosarno, di scrivere qualcosa sulla Madonna
sita sul colle di Tindari che domina le isole
Eolie. Ma questa volta ho lasciato che fosse
la voce poetica di Antonio Orso a dire e
cantare della storia, della fede e della poesia
di questa 'Maria Vergine' siciliana; e la
ricerca in situ è stata minuziosa e dettagliata;
dal belvedere del colle tindaritano il poeta ed
io abbiamo ammirato le isole del dio dei
venti galleggiare quasi sulle acque
smeraldine del mare eoliano; abbiamo
ammirato la statua della piccola Nera
Madonna; e in quell'occasione la Quies
Tindaritana, libro latino premiato del mio
prof. Giuseppe Morabito ed il libro bello di
Emilio Argiroffi mi sono venuti incontro o in
mente ad illustrare meglio e con garbo il
libro di Antonio Orso.
7. Costante e modesto il mio apporto
di mentore su poemetti di natura mitologica,
che a suo tempo ho letto e di cui ho espresso
al poeta di Gioia Tauro il mio parere.Per le
sillogi di composizione di argomento vario,
non posso non citare il libro Nel mare delle
Sirene;
un libro che si lega alla mia
memoria per la perdita, in quel momento
(1986), di un mio zio Ugo Borgese, che è
stato per me più di un padre. In quel
momento doloroso Antonio Orso mi pregò
di scrivere un commento a questa sua
silloge; egli narra la storia (ormai nota a
tutti) del pesce spada che perde la sua vita
nello Stretto di Messina per amore della sua
compagna. Ho scritto di getto, col cuore, un
commento che è piaciuto tanto al poeta di
Gioia Tauro; commento che lo stesso
collocò in 'Appendice' alla sua silloge:
naufragò così, anche il mio scritto Nel mare
delle Sirene. Amore e morte di un pesce
spada (1986). Il Vizzarro. Vita di un bandito
calabrese (1992) mi fece partecipe più
diretto delle azioni di quel bandito di
Vazzano che insanguinò anche la nostra
Piana; per la documentazione storicopoetica facemmo visita al compianto
scrittore Sharo Gambino che fu largo di
testimonianze orali e scritte sul bandito
nativo del suo paese. D'altra parte con Sharo
Gambino ci univa una vecchia conoscenza e
amicizia,essendo presente lo scrittore
residente in Serra San Bruno,nelle varie
tornate del Concorso di Poesia dialettale
organizzata dal compianto don Peppino
Scopacasa. E Sharo Gambino era il deus loci
ed una voce bella ed autorevole che si
presentava a Mongiana spesso con la
moglie e le sue graziose figlie. Oltre che a
Mongiana ho accompagnato Antonio Orso
in vari concorsi poetici calabresi, facendo
conoscenza ed amicizia con studiosi e poeti
di varia estrazione culturale. E molti
potrebbero essere gli episodi da riportare!Mi
viene in mente, in questo momento, il
Concorso locrese che tanta fama e valore
ebbe negli anni passati.
8. La poesia di Antonio Orso in questo
lungo cammino di quasi trent'anni ha cantato
e va cantando, nello stile classico ed in forma
strettamente lirica, i palpiti del suo cuore, il
suo mondo domestico, i suoi affetti, i suoi
sogni, le sue aspirazioni; le (sue) origini
amalfitane,o meglio le origini dei suoi
genitori; quella Piana degli aranci e degli
ulivi che l'affascina; l'amore, moto primo
che tutto fa palpitare; la gioia di affetti e di
amicizie. E tutto questo mondo vario e
variegato ritorna costantemente nella lirica
di Antonio Orso; e la nota dolorosa del
ricordo che spesso si insinua nei suoi versi si
vivacizza nella speranza che un futuro
prossimo più solare, più bello brilli nella
terra della Piana medmea, conchiglia
smeraldina profumata e ferace di cose e di
uomini.
9. Parlando del poeta Antonio Orso mi
accorgo di aver messo in evidenza anche la
mia attività di amico e di mentore col poeta
di Gioia Tauro; non me ne voglia l'usignolo
del Petrace; la mia non è il Cicero pro domo
sua ma è semplicemente il raccontare di un
trentennale sodalizio culturale e sodale. E
nel chiudere questo mio scritto su Antonio
Orso, mi piace trascrivere il testo finale di
commento da me approntato
nella
presentazione de La terra degli aranci e
degli ulivi, perché non si dica che non mi
sono autocitato: “L'usignolo del Petrace' è
conscio di una dirittura morale che gli fa dire
profeticamente con augurale auspicio:
“In questa terra,/ (…), / qui chiuderò un
giorno gli occhi,/ fiducioso in un domani
migliore;/ e dietro il bianco marmo/ a
Làmia/ le mie ossa attenderanno carezze/ di
venti marini,/ il richiamo delle sirene di
opifici,/ il riso sereno di figli e di nipoti;/ e
finalmente poseranno in pace”
K⇓
⇓o
Premio K⇓ ⇓o
pagina 4
Quando tace il silenzio della parola
di Alocin
Accostarsi alla poesia è come scrutare il
mistero sfuggente. La poesia, che è parte
del mistero, in quanto tale è deflagrazione
di verità, quella verità che il poeta coglie
dalle sue emozioni e dalle sue sensazioni.
Scrivere è manifestare una forma d'amore,
anzi, è una forma “alta” di amare, un
continuo confrontarsi con chi legge. Mi
piace riportare qui una profonda riflessione
del giornalista Pippo Curatola: “Lo scritto è
un insieme di parole che sono lì stampate;
ma anche un abisso di silenzio. Il silenzio
della penna che traccia i segni, e il silenzio
dei tuoi occhi che li percorrono. Ma è
proprio qui la bellezza e il mistero dello
scritto: tra parola e silenzio si incontrano
chi scrive e chi legge. Tu (poeta)scrivi
trafiggendo chi legge, perché entri dentro di
lui; e lui legge trafiggendo chi scrive perché
entra nel tuo pensiero. E in questo reciproco
morire, che è un reciproco donarsi, si
realizza lo stupore dello scritto, perché lì
diventa voce la parola del silenzio e tace il
silenzio della parola”. Antonio Orso
attraverso la sua poesia dà parola al
silenzio, dà voce all'inquietudine;
inquietudine che non ama rivelarsi così,
Ispirazione del poeta - Nicolas Poussin - Louvre - Parigi
edizione 2008
alla Cultura
senza incarnare i panni della verità. “I poeti
diceva Emilio Argiroffi sono anticipatori
della verità e del futuro”. Guai se non ci
fossero questi “saggi-folli” del pensiero,
queste sensibilità che offrono alle sequenze
del vivere quotidiano quel senso palpabile
di trascendenza, quel senso di bellezza alle
cose e ai sentimenti. Antonio Orso è il poeta
del sentimento, il “narratore” dell'intimo
sentire, il cantore della purezza,
“l'interprete poetico” dell'angoscia, della
solitudine, della speranza, della pace,
dell'io, di quell'io che sei tu, che è l'altro,
l'altro ancora. Antonio Orso, quindi, con i
suoi scritti, oltre a rappresentare se stesso,
diventa - è il privilegio di chi scrive interprete dell'altro “io”, traducendone, con
il linguaggio della poesia, emozioni e
idealità. Questo è il prodigio della poesia:
penetrare, devastare, sublimare, violare,
consacrare, inquietare; elementi che nella
produzione di Orso sono presenti
specialmente nelle struggenti liriche
d'amore, dove l'autore spende tutta la forza
della sua scrittura o, forse, dove è lo stesso
amore ad “impossessarsi” del poeta Orso
per esplodere nella parola, nei versi, come
testimonianza viva di sé, del suo essere di
fronte ad ogni momento della vicenda
umana. Premiare, dunque, un poeta e nella
fattispecie Antonio Orso, baciato “dal
Calliope labbro”, è un bel gesto, un
riconoscimento al ruolo vitale della poesia.
La feconda produzione letteraria di Orso
di Isabella Loschiavo
La produzione letteraria di Antonio Orso è
variegata perché si dirama in tutti i campi
del sapere: dalla silloge, al saggio, alla
narrativa. Per i suoi meriti letterari e
l'attività svolta, nel 1979, il Presidente della
Repubblica Sandro Pertini gli conferì
l'onorificenza di “Cavaliere della
Repubblica italiana, e nel 1986, il
Presidente F. Cossiga lo nominò “ufficiale
della Repubblica”. Nel 1984 e nel 1988,
l'Amministrazione comunale di Gioia
Ta u r o , g l i d e d i c ò d u e s e r a t e
consegnandogli due targhe d'onore, per i
suoi meriti letterari, definendolo “poeta,
scrittore, cantore appassionato della sua
Città”. A questi riconoscimenti si devono
aggiungere i numerosi premi assegnatigli
soprattutto per la poesia. Il prof Orso non si
è limitato alla scrittura, ma ha operato nel
settore della cultura in simbiosi con molti
intellettuali della Piana di Gioia Tauro, e
soprattutto con lo scrittore Ugo Verzì
Borgese e la sottoscritta, con i quali ha
fondato l'“Università della Terza Età di
Rosario” e ha organizzato vari sodalizi
culturali. Relatore in diversi Convegni, si è
distinto per la cultura umanistica e la
signorilità del comportamento. Ha esordito
nel 1972 con un volume di poesie “Petali al
vento”, che contrassegnano la sua
calabresità per le espressioni di profondo
amore per Gioia Tauro e di esultanza alla
bellezza della Calabria. Sono comprese
liriche che ricordano la madre con accenti
sublimi, visioni naturalistiche, esaltazione
dell'amore inteso quale elevazione
dell'anima ed incanto del cuore, aneliti di
pace e di misticismo religioso.
Segue nel 1973 “Fiori di campo” che
ripropone quasi gli stessi temi della
precedente raccolta, ma in tono più pacato.
Il verso si sprigiona in modo più lineare
trasmettendo tenui modulazioni liriche.Nel
1980 sprigiona la sua vena poetica in
vernacolo dando alle stampe “Spisiddi”,
dove emerge l'amore per la sua terra che,
espresso in vernacolo, è più naturale e
spontaneo, sia quando esalta le doti
peculiari degli abitanti, sia nei versi che
descrivono le bellezze naturali. Alcune
liriche mettono il dito sulla piaga più
profonda della città: l'emigrazione,
denunciando mali endemici, ma nello
stesso tempo formulando la speranza di una
soluzione del problema meridionale. Le
tradizioni di Gioia Tauro sono descritte nel
volumetto “Folclore gioiese”, che ha
ricevuto il plauso dell'Ispettore scolastico
della seconda circoscrizione di Reggio
Calabria per l “originalità della vena
poetica, i nobili sentimenti di un animo
sensibile e le sofferte riflessioni di una
mente creativa , attenta alle mutevoli
vicende della vita dell'uomo
contemporaneo”
Orso compose molte opere ispirate
all'amore per la Calabria. Il poemetto “Nel
mare delle sirene - Amore e morte di un
pesce spada” scioglie un cantico alla nostra
regione, ricca di tradizioni storiche e
mitologiche, che incantano il lettore per le
descrizioni dell'incantevole Costa Viola,
soffuse di un alone di mistero. Scilla,
Bagnara si proiettano nelle limpide acque
solcate da Ulisse.
Gioia e Palmi risaltano come isole incantate
di felicità perenne e baciate dalla natura
rigogliosa. Ma la parte che attrae è la morte
drammatica del pescespada che si immola
per amore, e diventa simbolo dell'intima
corrispondenza di due anime innamorate.
Infatti il pesce spada si espone
volontariamente alla morte perché ritiene
che, senza la sua amata, non avrebbe più
ragione di vivere. Questo poemetto si può
accostare a “L'Orca Marina”, opera densa
di epos, per la pregnanza tragica che assume
l'amore come tensione verso l'infinito,
dove l'io limitato e circoscritto si dissolve
nel mistero originario dell'io. Certo la morte
del pescespada colpisce maggiormente i
lettori perché si riscontra l'impeto dell'eroe
romantico, che va incontro alla morte per
suggellare l'accorato ed inconsolabile
dolore di fronte alla perdita dell'essere
amato.
Anche “Voce e Gente di Calabria” contiene
molti aspetti sociali della nostra terra. Il
poeta si sofferma a denunciare tutte le
ingiustizie attendendo un riscatto. I versi
sono intrisi di mestizia e venati di
profondità psicologica. La figura della
madre calabrese, chiusa nel suo dolore, dal
cuore esulcerato per i figli lontani o uccisi
dalla lupara, è cesellata in alcune poesie
della raccolta, con tutte le caratteristiche
reali. Con animo alfieriano in “Gente del
Sud “ si esprime con accenti di accorato
verismo. Il dolore, la nostalgia, il rimpianto
dell'emigrato sono tratteggiati con
partecipazione e calore. In altre liriche
evidenzia nostalgia per il passato,
prediligendo l'antica semplicità e
naturalezza del vivere.
Il grande amore del poeta per il luogo natio
si sprigiona in “Canti dal Petrace e in “La
terra degli aranci e degli ulivi”. Nel primo
volume sono delineati alcuni aspetti che
saranno approfonditi nel secondo, dove,
anzi alcune liriche sono dedicate agli stessi
luoghi e personaggi, ma con un tono ed
ispirazione diversi. In entrambe le sillogi,
inneggia al fiume Petrace con delicato
animo carducciano ed evoca con rimpianto
l'ubertosa zona di Lamia, adesso
disalberata per la costruzione del porto.
Così la marina di Gioia , il Piano delle
Fosse, il Tre Canali sono descritti nei libri
citati con tematiche differenti nella “Terra
degli aranci e degli ulivi” il canto diventa
impetuoso perché richiama momenti storici
che contrassegnano una svolta per il grande
fontanone diventato solitario. Nell'altra
opera “Il Tre Canali” rappresenta i
segnacoli del passato e di quello presente; si
nota un certo rammarico per la
disattenzione dei moderni nei riguardi delle
“tre teste di leoni in ferro”.
L'albero d'ulivo è per Orso il simbolo della
Piana di Gioia Tauro, l'emblema della sua
gente. Egli lo canta con la stessa melodia
pascoliana ritenendolo immortale. In “La
terra degli aranci e degli ulivi” sono
analizzati ed esaltati di Gioia Tauro, i
personaggi che la resero illustre. Le figure
che assumono nei versi una pregnante
rilevanza sono: Stesicoro , Giuseppe
Lomoro e Vincenzo Gentile. La sua Gioia
Tauro è cantata in un altro poemetto: “Gioia
Tauro da Metauria ad oggi”, dove
ripercorre le vicende che caratterizzarono
la città dalle origini al 1987. L'excursus
storico è vivacizzato dal dialogo ideale con
gli immortali eroi dell'età arcaica,
medioevale e moderna. Le ombre evocate
narrano le vicende umane del popolo
gioiese inquadrate in una cornice realisticopoetica tanto che la storia appare
trasfigurata dalla fantasia prorompente del
vate. Richiamandosi alle fonti classiche ha
innestato un'ampia panoramica di sintesi
storica su modelli epici. Due donne
caratterizzano il fenomeno storico:
Costanza Granata e Donna Canfora. La
prima fu violentata dai pirati saraceni al
loro sbarco a Gioia Tauro; la seconda fu una
donna bellissima catturata dai pirati su
commissione di un sultano, che si era
invaghito di lei. Gli effetti deleteri del
terremoto del 1908 sono descritti con
accorato romanticismo da un'altra anima
defunta: Antonio Barone, decorato al
valore per avere fatto scudo del suo corpo
ad un ufficiale di stanza a Gioia Tauro. Altre
opere in versi, che immortalano la Calabria
sono “La Costa Tirrenica” e “La Terra del
Metauro”. Orso si dimostra erudito degli
usi, dei costumi dei popoli calabresi ed
inoltre fornisce al lettore una guida quasi
turistica dei luoghi da visitare, iniziando il
percorso dall'Aspromonte, proseguendo
verso Monte Poro, Joppolo, Nicotera,
Rosarno, San Ferdinando, Eranova, Gioia
Tauro, Taureana, Pietrenere, Palmi,
Bagnara, Favazzina, Scilla, Villa San
Giovanni, Reggio Calabria.
Ha dedicato un'opera in versi alla città di
Rosarno: “Quadri poetici di storia alla
ricerca delle radici”. Percorrendo le strade
K⇓
Premio K⇓ ⇓o
edizione 2008
⇓o
pagina 5
alla Cultura
di Rosarno, guidato dal suo amico
rosarnese Ugo Verzì Borgese, ha
interpretato con la sua cetra le minime
sfumature storico-sociali costruendo un
modulo espressivo aderente allo stato
emozionale. L'aedo si sofferma davanti al
sacro e al profano codificando la leggenda e
mediando la storia con toni elegiaci. La
funzione semantica della rima è
particolarmente rilevante perché il poeta,
inebriato dall'ispirazione, si trasfigura
assumendo le sembianze di un cittadino
rosarnese. In un alternarsi di ipotassi e
paratassi gli endecasillabi scorrono
armoniosi per enucleare aspetti ed
immagini di Rosarno. Le illustrazioni nel
libro richiamano in modo diacronico la
descrizione poetica imprimendo un effetto
icastico agli aspetti simbolici. Nell'ultima
parte del poemetto la carrellata degli
uomini illustri di Rosarno si inserisce nel
contesto poetico come diadema. L'excursus
si conclude con la canzone dedicata alla
Madonna degli spasimi (Vergine di
Patmos). L'ultima tappa della peregrinatio è
il divino che sublima le cose finite e
rappresenta in chiave allegorica l'ansia
mistica di ciascun essere umano.
Ritorna nel 2003 ad elevare un inno a Gioia
Tauro con “Piano delle Fosse alla Marina”.
Nel canto lirico sono riportati sul filo della
memoria personaggi importanti, che si
stagliano nella loro solennità storicoletteraria. Nelle descrizioni paesaggistiche
si coglie l'ansia d'infinito e un' intima
religiosità che scaturisce dall'osmosi tra gli
elementi naturali ed umani. Il linguaggio ha
una funzione evocativa e suggestiva grazie
agli effetti onomatopeici e alla ricerca
attenta dei campi semantici, finalizzati
all'evocazione di momenti significativi. Il
panorama di Gioia Tauro, con le
meravigliose vedute della Costa Viola,
dello Stromboli, dello Stretto di Messina,
punteggiate di riferimenti mitologici, è
caratterizzato da un'ansia metafisica siglata
dall'ossimoro vita-morte, poiché il poeta
ricorda i fenomeni tellurici che, nel passato,
hanno causato rovina e distruzione.
Dall'analisi dei campi semantici emerge un
ritratto della sua terra come dimensione
incontaminata dello spirito, e rivissuta nel
canto nostalgico delle origini perdute. Nella
conclusione inneggia all'eternità della
poesia che si sostanzia di nobili sentimenti;
infatti, in chiave simbolica, l'anima del
poeta instaurerà una corrispondenza di
amorosi sensi con chi sarà capace di
perpetuare i valori sublimi della vita,
cantati in tutte le liriche.
Ispirata all'ambiente della Calabria,
purtroppo deturpata dal male endemico
della delinquenza organizzata, è la silloge
“Violenti e violentati”, che fa la disamina
dei mali che corrodono la società. Alcune
liriche denunciano morti violente di poveri
innocenti, vittima della lupara. Ma , anche
se nel cuore del poeta annida la
disperazione di fronte a questi atti cruenti,
non si spegne mai la fiaccola della speranza
in una palingenesi universale. Si intravede
attraverso i versi la fiducia in un
ravvedimento di chi semina il male
causando eccidi e determinando
l'involuzione della Calabria.
Importanti pagine di storia sociale della
Piana di Gioia Tauro sono racchiuse in
“Risacca”. Sono enucleati quadretti
paesani, come le donne del popolo che
andavano a lavare i loro panni al torrente,
oppure i pettegolezzi delle anziane alle
sponde del fiume Budello. I versi
descrivono scene di vita quotidiana del
passato con nostalgia, riaffiorano i ricordi
del poeta del tempo che fu, quando si
trascorrevano le giornate con naturalezza
magari accanto alla fontanella che adesso
non esiste più. Rivivono nella poesia gli
aranci di Lamia, le case di Eranova, che la
mano dell'uomo ha distrutto per costruire il
Centro siderurgico mai realizzato. Lo
sguardo del poeta si protende al di là
dell'affaccio Barone ammirando il
panorama e cogliendo tutte le sfumature
paesaggistiche. Non mancano poesie
intimistiche, dedicate alla mamma, ed
anche mistiche sgorganti dall'inconscio
dove si annida la fede religiosa. Trasportato
dal bisogno di
esternare i contrasti
interiori, eleva una preghiera alla Madonna,
“unica fonte di speranza, rifugio degli
afflitti”. Ma le liriche sono impregnate di
amarezza quando fanno riferimento al
problema dell'emigrazione che ha costretto
intere generazioni a lasciare la terra natia.
Rientra nel filone della letteratura militante
“Il Vizzarro”, libro molto particolare e
diverso da altri testi che hanno affrontato la
t e m a t i c a d e l Vi z z a r r o . I n f a t t i
l'impostazione del poemetto è nuova e si
caratterizza per la dinamicità degli episodi,
che non sono presentati come una sequela
di fatti puramente descrittivi. Orso non
introduce il Vizzarro ex abrupto, ma inizia il
poemetto con una visione poetica della
Calabria e ne traccia un itinerario storico
per innestare l'epos di un uomo ambiguo
nelle manifestazioni. La figura di Felicia,
nel contesto di un ambiente socialmente
elevato, rappresenta la causa scatenante
della deviazione del giovane che, in un
crescendo di azioni crudeli, si perde nel
vicolo cieco dell'abbrutimento. Il poeta in
un climax di sensazioni analizza la forza
bruta che affonda le radici nella
stratificazione sociale; si compenetra nella
rivendicazione della parità dei diritti e dei
doveri di tutti gli uomini aldilà del potere
economico, e condanna ogni genere di
sopruso. Quando l'istinto primordiale del
Vizzarro raggiunge punte estreme, si
avverte tensione drammatica nei versi. Con
maestria Orso intreccia le fila della sua
unitaria narrazione in versi interrompendo,
a momento opportuno, una storia per
suscitare nel lettore il desiderio di
conoscere l'epilogo del protagonista. Ed
ecco appunto dopo la tragedia la figura di
Felicia sparisce e si dà spazio ad altri eventi
legati al nucleo principale come causa e
effetto. L'introduzione di un'altra donna,
Nicoletta, anche lei vittima del Vizzarro, è
quasi una naturale conseguenza delle
angherie patite da Felicia. Lei sarà la
vendicatrice di tanti crimini, l'energia vitale
che restituisce la pace al mondo travagliato
dalla violenza criminale del brigante
calabrese.
Un'altra opera, che non rientra nella
tematica calabrese, ma è pur sempre
sociale, d'impegno militante, perché è
segnacolo di un momento cruciale per
l'Umanità, è la “Guerra del Golfo”. Il suo
animo sensibile di poeta, non poteva restare
indifferente davanti agli eccidi perpetrati
con ferocia, che hanno calpestato il cuore
dell'umanità. Depreca la guerra ingiusta che
semina tante morti e viola il diritto della
libertà dei popoli. In una lirica denuncia
antichi mali del mondo orientale, e
commisera lo status dei vecchi che
vorrebbero aver perso la memoria del
passato intriso di sangue e di vittime
innocenti, “In Medio Oriente/ ci sono
poveri vecchi/ a cui la guerra riapre antiche
ferite/ e rivivono sopite tragedie/ sofferte
nel nome di Allah/ e su opposte trincee”. La
guerra deturpa anche il dono della maternità
e sottrae ai bambini la spensieratezza della
loro età. La figura della madre egiziana, di
Bagdad, sono descritte con mestizia e
profonda partecipazione alla tragedia
immane che si abbatte sui loro popoli.
“Orrendo delitto morire/ per mano fraterna/
sulla terra dei padri,/ sulla sabbia lucente/
dove corsero insieme giocando/ o
inseguendo cammelli vaganti”
Gli Epicedi e “Le ultime ore di G.
Leopardi”.
Ha composto due epicedi, uno in memoria
di Antonio Barone, e l'altro di Gigi
Ioculano. Il primo è molto toccante perché
commemora il sacrificio di un uomo che
fece scudo col suo corpo per salvare il suo
Superiore. In onore di Antonino Barone è
stato eretto un busto bronzeo su una
colonna
di marmo sull'Affaccio di
Sant'Antonio.
Orso rievoca tutti i momenti salienti della
vita del caporale con efficacia lirica,
inserendoli nel contesto storico e traendo
spunti per poter parlare degli effetti deleteri
del sisma del 1908. E' toccante l'addio di
Antonio alle cose più care, descritto dal
poeta con intima partecipazione. Densi di
dolcezza melica gli ultimi versi sulle
esequie, ed infine le riflessioni del poeta
sulla tomba dell'eroe hanno sapore classico
e romantico nello stesso tempo. Il secondo
epicedio, scritto per “Gigi Ioculano”,
medico, intellettuale e cittadino esemplari,
ucciso il 25 settembre 1998, è composto da
versi che non sono meno toccanti e
partecipativi del primo epicedio. La poesia,
straripante di silente commozione amicale,
tocca le tappe fondamentali della sua vita e
chiude l'epicedio sussurrando: “Riposa in
pace./ Il tempo che tutto distrugge e tutto
involve/ dentro i silenzi fondi/ della morte,/
sarà cortese con la tua memoria/ come coi
pochi a cui/ l'amata terra/ fiorisce e odora/
ai loro lievi passi./ Riposa in pace,/ riposa in
pace,/ Gigi.”
Il poemetto dedicato alle ultime ore di
Leopardi è stato oggetto di studio e di
dibattito per molti studenti liceali.
Seguendo il filone della critica moderna,
Orso esamina gli aspetti dell'ultima
produzione e dei canti filosofici, affiora
l'immagine di un poeta alfieriano che si
nutre negli ultimi istanti della vita di dolci
reminiscenze. I dialoghi inseriti nei versi
rischiarano la cognizione di alcuni
momenti descrittivi e addentrano il lettore
anche meno colto nei meandri dell'io
leopardiano. Riemergono i miti della
fanciullezza in visioni elegiache, e le
illusioni d'amore sono rievocate con dolci
vibrazioni. In molti passi è tracciato il
sistema filosofico di Leopardi, sul dolore
cosmico, sulla natura matrigna, e viene
evidenziato anche il suo amore alla vita.
Non scaturisce una visione pessimistica
della poetica, come ancora qualche
corrente critica intende sostenere. Silvia,
Saffo, Nerina, Fanny, Paolina sono
delineate poeticamente con contorni ben
definiti; ciascuna recita la propria parte
individualizzandosi e dà maggiore
incisività alla vicenda personale. Il
Messaggio che Leopardi lascia morendo
rappresenta la fase della Ginestra, dove
Leopardi supera l'isolamento e si apre
all'amore universale.
La lirica d'amore
I versi d'amore occupano il primo posto
nella produzione del poeta. In quasi tutte le
sillogi troviamo poesie d'amore, ma in
modo specifico in “Poesie per un amore” si
esalta il sentimento con efficacia e vigore.
Il nome della donna “Serenella” è il
simbolo della giovinezza, della felicità che
irradia il primo sbocciare dell'amore. Egli
inneggia alle bellezze della natura, nelle
quali si riverbera l'immagine di Serenella
per confondersi quasi con l'universo.
Talvolta le sue estasi d'amore superano il
margine del finito per sconfinare
nell'eterno infinito leopardiano, e
ricalcando anche le orme del Petrarca nella
configurazione della cara immagine.
Serenella non è una figura evanescente o
una finzione poetica, ma si potrebbe
incarnare in una donna reale, capace di
trasmettere sensazioni così profonde da
operare il miracolo della resurrezione
dell'io. E' tale l'intensità dell'amore che il
poeta non vuole definirlo terreno quasi per
immortalarlo e sfidare il contingente che lo
contaminerebbe. Eleva un altro inno
all'amore in “Madrigale”, dove domina il
filantropismo e la consonanza umana con
la natura. L'amore è faro di luce, fiaccola
vitale, eterna primavera, ha il potere di
produrre emozioni segrete. Il vivere per
Orso è concepito all'insegna dell'amore
che sopravvive al tempo. Il cuore del poeta,
sensibile ai sussulti d'amore, compone un
altro canzoniere: “Fiori di zagara per un
amore”, dove viene analizzato l'insorgere
del sentimento a livello inconscio, poi
timidamente fa capolino fino a
manifestarsi senza pudore con intensità.
Amare per il poeta significa godere della
bellezza naturale, sentirsi in consonanza
con la natura, quasi annullarsi nel
meraviglioso cosmo. Il poeta avverte la
rinascita dell'anima al fiorire di un nuovo
amore come se vivesse pienamente la sua
seconda giovinezza. Anche in questa
silloge viene esaltata l'eternità dell'amore
sul fluire del tempo.
Le opere mitologiche
La prima delle opere mitologiche.
“Anfitrite” ritorna sulla tematica amorosa.
Anfitrite è descritta come le statue del
Canova per l'armonia che traspare dalla
bellezza muliebre. Non è la divina Anfitrite
dei poemi omerici, ma la protagonista di
una storia contrassegnata dall'equilibrio
nella sfera dei sentimenti. L'opera si può
definire classica non solo per i richiami
mitologici, ma soprattutto per la particolare
condizione dello spirito del poeta che
contempla gli eventi con tono distaccato e
costruisce un regno incontaminato dove la
K⇓
⇓o
Premio K⇓ ⇓o
pagina 6
fantasia può creare e dipingere, fuori del
tempo e dello spazio umani, un universo di
forme perfette, di sentimenti verecondi, di
luminose evocazioni. Anfitrite è la
caratterizzazione di una qualsiasi ragazza
che rinuncia, ad un certo momento della
propria vita alla libertà, ai sogni e alle
chimere per codificare con il matrimonio la
propria femminilità.
La ninfa “Galatea” è oggetto della sua
ispirazione nell'opera omonima. Il tono
sentimentale della prima parte è un inno
all'amore cosmico , all'armonia universale
che scaturiscono dall'idillio nell'accezione
prettamente classica. La pace dei campi, lo
sfondo pastorale, in cui matura il sogno
d'amore di Galatea e Aci, rappresentano il
mito della vita semplice e di una primitiva
schiettezza e innocenza. Riecheggia nei
versi la situazione idilliaca di “Ermina tra i
pastori” della “Gerusalemme Liberata” di
Tasso, ma con un tono più intimo e umano.
Rivive l'atmosfera delle opere di Teocrito ,
a cui attinse Virgilio componendo “Le
Bucoliche”. Ma l'adesione ai moduli
letterari non esclude un'espressione intensa
e personale. L'amore trascende il mito e
raggiunge il vertice dell'assoluto
contemperando attrazione fisica e legame
spirituale. L'amore suscita nell'animo lo
slancio verso una gioia pura, intensa,
infinita, che oscilla tra il sogno e la realtà e
si sottrae alla brutalità dei sensi per divenire
contemplativo. Il punto culminante del
poemetto è la disperazione di Galatea per la
morte di Aci, orchestrata in versi con toni
lirici adeguati e strumenti stilistici in
gradazione crescente. Il lettore avverte il
culmine dell'intima lacerazione e ritrova lo
stesso strazio del pescespada dell'opera
“Nel mare delle sirene”, con la differenza
che in “Galatea” si stempera in elegia con la
conclusione per la metamorfosi del corpo di
Aci in una fonte.
Tutte le altre opere mitologiche non
scadono mai nel retorico e nell'artificio
letterario perchè l'elemento semantico è
ben congegnato nell'euritmia del verso.
Le figure femminili e maschili scendono
dall'Olimpo sulla terra umanizzandosi nel
regno dell'amore, i dialoghi che intessono i
poemetti smitizzano le vicende
proiettandosi sullo scenario della vita
comune, tant'è che i protagonisti appaiono
agli occhi dei lettori soggetti agenti di
romanzi contemporanei in versi. La natura
è in simbiosi con gli stati d'animo
rivestendosi di colori primaverili in
consonanza con il fiorire dell'amore e
l'esultanza del cuore, in cui pulsa una nuova
giovinezza. E'infatti con l'elogio della
primavera che si apre il poemetto “Narciso
ed Eco” che vagheggia l'insorgere
spontaneo dell'amore come riflesso del sole
che irradia le anime. Eco diventa lo status
symbol della creatura ossessionata da una
passione inappagata e, nello stesso tempo,
indomabile. Eco è la proiezione dell'amore
come forza totalizzante che impregna lo
spirito e i sensi.
Confrontando “Narciso ed Eco” con
“Amore e Psiche” notiamo la pregnanza
drammatica della conclusione del primo
poemetto, in cui Eco lancia il suo grido
lacerante per la morte di Narciso. Il pathos
si addensa nell'animo femminile, ancora
più esulcerato dalla desolazione
psicologica di amante non amata. Cupido
nell'altro poemetto non manifesta negli
accenti la stessa intensità tragica di fronte
alla morte di Psiche, l'esasperazione è
mediata da toni elegiaci e lenita dalla pietas.
Tutte le altre opere mitologiche ruotano
intorno al tema centrale dell'amore che si
connota di rappresentazioni simboliche,
nelle quali il poeta dispiega mirabili
capacità descrittive.
fede, le umiliazioni patite e la penitenza.
L'inno alla povertà, come simbolo sacro, è
elevato direttamente da San Francesco con
la semplicità peculiare del suo ideale di vita
claustrale. Il poeta descrive le ultime ore di
San Francesco con fervore cristiano e
animo poetico. Dopo la Trilogia, Orso ha
prodotto “San Bruno, il Beato Lanuino, la
Certosa”, poemetto molto importante sul
piano agiografico e storico.
Poesie dedicate alla madre
Nel sedicesimo anniversario della morte
della madre, Orso ha pubblicato una silloge
nella quale ne commemora la nobile figura,
traducendo in versi la sua eterna dedizione.
In tutti i componimenti la cara immagine
materna è presente, ma in “Fiori per mia
madre”, particolarmente effonde il suo
amore per colei che lo ha messo al mondo,
esaltandone la dolcezza dei modi,
l'esemplarità del suo comportamento,
modulato sulla parsimonia e
sull'abnegazione. “Il cuore di una madre/ è
luce e calore/ è più caro del sole/ che sorge e
tramonta./”. In questi versi è cesellato
l'amore materno, l'unico che nasca
spontaneo e disinteressato. Egli rievoca il
luogo natio della madre come un Eden,
incantevole non solo perché baciato dalla
natura, ma reso fulgente dalla presenza
della figura amata. Il poeta Orso avverte il
bisogno di nascondersi sotto il manto
d'amore della madre, unico porto sicuro
dopo la traversata tempestosa delle passioni
terrene. Abbraccia l'urna della madre e
apre lo scrigno dell'io bene custodito e
celato agli altri. Scorre nei versi una dolce
musicalità come se il poeta accompagnasse
il dialogo con il suono flebile del violino
che, a poco a poco, si stempera quando la
visione evocata si dilegua. Sente nei
precordi dell'io il rimorso degli errori
commessi in vita
e attende la
comprensione della madre che immagina
in atto di preghiera per invocare il perdono
divino. Orso si riallaccia al filone letterario
dei poeti che hanno esaltato la madre come
principio di gioia, ma anche di
purificazione e di rifugio dalle intemperie
della vita. Nei momenti di crisi hanno
elevato un inno, una preghiera evocandola
dall'aldilà per trovare la pace con se stessi
ed essere perdonati. De Amicis, Pascoli,
D'Annunzio, Ungaretti sono gli esemplari
della spontaneità del canto d'amore filiale.
Le opere religiose
La prima produzione mistica è la trilogia
“Maria di Magdala”, “Il Poverello
d'Assisi”, “Gesù di Nazarteth”, che
inneggiano alla vita, ai miracoli, alle
sofferenze con un linguaggio lirico forbito
e, nello stesso tempo, scorrevole. Il
personaggio della Maddalena è umano,
calato nella pietas religiosa, e la fede non è
coreografia, fatta solo di riti e funzioni, ma
avvertita profondamente. Il poeta crede
nella redenzione dei peccatori e vede nella
vita sempre operante il sacrificio di Cristo
sulla croce. Le preghiere, le invocazioni
non sono astrazioni, ma scorrono limpide ,
semplici nei versi modulati e cadenzati,
come nell'inno elevato dalla Madonna in
ginocchio davanti a Gesù. In “Gesù di
Nazareth” ritorna la figura della Maddalena
che lancia messaggi di fratellanza, di
perdono, di umiltà tra gli uomini. Anche la
Madre di Gesù appare molto umana come
una qualsiasi mamma del mondo. Orso si
inchina riverente di fronte allo strazio
materno è dà alla Madonna un volto reale di
donna terrena che soffre per la morte del
figlio. Le parole, che Orso mette in bocca
alla madre di Gesù, hanno una intensa
melodia che ha il potere di penetrare anche
nei cuori meno sensibili. Ne “Il poverello di
Assisi” sono rappresentate le vicende di
San Francesco, i miracoli, l'apostolato di
Dopo le descrizioni geografiche delle
Serre, traccia le vicende biografiche di San
Bruno, ripercorrendo l'esilio, l'incontro con
il vescovo in Delfinato, il suo ritiro nel
cuore del massiccio di Cartusia, la sua
partenza per Roma e il messaggio rivolto ai
frati certosini. Nel poemetto sono
ripercorse tutte le tappe della santità di San
Bruno, il suo incontro con Lanuino e il suo
ritiro nelle Serre, concessogli dal conte
Ruggero d'Altavilla. l poeta inneggia alla
Croce, come vessillo dei Certosini, e alla
povertà “favilla ardente dell'Eterno
Fuoco”. L'apparizione della Vergine a San
Bruno e la preghiera che egli eleva sono
rese nei versi con profonda religiosità e
immedesimazione. La morte del Santo ha
l'intonazione francescana del “Cantico
delle creature”, e la figura di Lanuino, che
succede a Bruno nella Certosa, non è
ricordata in modo retorico o solamente per
un fine letterario, ma come testimonianza
di fede da trasmettere a tutti i visitatori della
Certosa. Liricamente Orso passa in
rassegna “Giovanni XXIII”, “Padre Pio”,
“Bernardetta”, “La Madonna di Tindari”,
“Pompei” ed, infine, conclude la
produzione mistica con “ Sulla via della
Croce”. Tutti i poemetti menzionati si
leggono come un romanzo in versi con le
varie sequenze che scandiscono la vita
terrena di Giovanni XXIII, di Padre Pio, di
Bernardetta. I miracoli, le visioni di
quest'ultima, le apparizioni sono descritte
con naturalezza, senza mistero
sull'inconoscibile. Nei versi scorre una
vena romantica e un misticismo religioso
che induce a riflettere sull'essenza della
fede e dei precetti divini. La Madonna nera
di Tindari, per la prima volta, è decodificata
in versi con intima partecipazione da parte
dell'aedo che, dopo un pellegrinaggio, ha
avvertito sublimi emozioni sgorgate ab
imis. I versi scorrono limpidi traducendo i
palpiti mistici di fronte alla sacra effigie,
nel momento del congedo.
Il poemetto descrive la Sicilia , Tindari, il
nuovo tempio nei particolari, si sofferma
sulla devozione dei pellegrini, sulla storia
delle incursioni, sulla conquista normanna,
ma alla fine la preghiera di congedo è la
tessera del mosaico che impreziosisce il
componimento. Quasi 3500 versi sono
dedicati a delineare la vita di Bernardetta, le
apparizioni della Madonna, le vicissitudini
familiari, ripercorrendo l'itinerarium
mentis in Deum della fanciulla fino alla
morte. Sono pagine dense di fede profonda,
al di là del dato agiografico, come se il
poeta avesse vissuto a Lourdes e fosse stato
testimone diretto dei miracoli.
edizione 2008
alla Cultura
Lourdes, soprattutto quest'anno, è luogo di
frequenti pellegrinaggi, per cui il poemetto
di Antonio Orso potrebbe costituire, tra
tante pubblicazioni, una guida, un faro di
luce per irradiare non solo i devoti, ma
soprattutto le menti annebbiate dal dubbio.
Anche il poemetto “Padre Pio” immette
direttamente nel luogo consacrato, meta di
molti fedeli, e, come gli altri scritti
precedenti, delinea la figura del santo con
precisione fornendo notizie dettagliate.
Potrebbe essere esposto nelle vetrine
accanto alle numerosissime pubblicazioni
che si trovano nel Santuario, perché Orso
interpreta, con i suoi meravigliosi
endecasillabi sciolti, la devozione
popolare. Un altro poemetto che risalta agli
occhi dei lettori è “Pompei”, nel quale il
vate segue l'iter del pellegrinaggio in prima
persona trasmettendo le vere sensazioni di
chi si accosta con fede all'immagine sacra
della Madonna del Rosario.
Dopo aver assistito al rito liturgico, riesce
ad orchestrare la genesi storica di Pompei
nella melodia poetica ricucendo le varie
parti con maestria. I passaggi semantici non
fuoriescono dal messaggio lirico, ma con
tecnica ad incastro sono ben amalgamati e
modulati. Il suo cuore di poeta è affranto
davanti ai ruderi, ai resti umani, evocati nei
versi come segnacolo di un'età
intramontabile sotto il profilo storico ed
intimistico. L'ossimoro amore-morte è il
nucleo concettuale più rimarcato del
componimento. Amore e morte convivono
nel cerchio della catastrofe: dalle immagini
della morte prende forma la riaffermazione
del diritto all'esistere e all'eternità. Infatti il
poemetto si conclude con la celebrazione
dell'onnipotenza dell'amore come forza di
coesione degli elementi della terra
sconvolti dal caos.
Le opere umanistiche
Il poeta Orso ha tradotto, in un primo
momento 55 favole di Fedro, in
endecasillabi sciolti, tra le più significative,
in vernacolo calabrese. Successivamente ha
pubblicato “Tutto Fedro” rielaborazione in
vernacolo calabrese in endecasillabi sciolti,
con testo latino a fronte.
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Premio K⇓ ⇓o
edizione 2008
⇓o
pagina 7
alla Cultura
Gli studenti potrebbero consultare la
traduzione per essere agevolati nel loro
lavoro di decodificazione. Molte favole
acquistano un profondo significato tradotte
in vernacolo. Ad esempio la favola della
volpe e dell'uva incuriosisce per il
linguaggio dialettale coerente al
significato.
La sua competenza della lingua latina si è
esplicata nella traduzione di tre opere del
noto latinista Sofia Alessio; “Sepulcrum
Joannis Pascoli”, “Ultimi Tibulli dies”,
“Asterie”, inserite in un volume “Trilogia
Alessiana”. L'Amministrazione Comunale
di Taurianova, nel novembre del 1985, in
occasione della presentazione del libro, gli
ha consegnato una targa d'argento con la
seguente motivazione: “Al poeta e scrittore
Antonio Orso/ che in Trilogia Alessiana/
riscopre e interpreta in versi italiani/ con
musicale aderenza/ la poesia latina di
Francesco Sofia Alessio”.
Essendo poeta dell'anima, del nobile
sentire, interpreta magistralmente i
polimetri di Sofia Alessio sia attenendosi
alla traduzione letterale, sia ricorrendo al
libero commento per adornare il verso
italiano. Non è una traduzione meccanica ,
standard che troviamo nei manuali, ma si
può definire elegia, canto corale. Nella
stessa cetra si dispiegano le note della
metrica italiana che conserva l'aulicità di
quella latina.
Le opere in prosa
Le sue opere in prosa sono variegate, infatti
vanno dalla narrativa al saggio letterario e
storico. Come narrativa, ricordiamo: “Sotto
il sole del Sud” e “ Nel giardino della vita”.
Il primo è un romanzo che ha come tematica
l'amore di due giovani, nato tra le bellezze
naturali della costa tirrenica, gli usi e i
costumi della nostra gente.
Il vero protagonista è l'amoresogno che alla
fine diventa realtà.
L'idillio fra una ragazza settentrionale e un
giovane calabrese ci trasporta in un mondo
puro nel quale regna sovrano un dolce
sentimento, nato sotto il limpido cielo della
Calabria.
“Nel giardino della vita” sono inseriti
alcuni racconti
improntati alla realtà
sociale, al modus vivendi della
Calabria.Come saggi letterari sono
importanti le monografie. “Vincenzo
Gentile”, “Cosimo Allera”, “Giuseppe
Lomoro”, “Elisa Macrì”, e anche “Poeti e
prosatori della Piana di Gioia Tauro” scritta
insieme a Ugo Verzì Borgese e alla
sottoscritta. Quest'ultimo lavoro, in due
volumi, compendia più di quattrocento
autori della Piana di Gioia Tauro, esaminati
alla luce di testimonianze bibliografiche,
recensioni, articoli su quotidiani, riviste
letterarie, di critici , giornalisti e osservatori
culturali.
Orso, insieme agli altri autori, si è accostato
umilmente alla fonte del sapere per
riportare alla luce scrittori e poeti ignoti o
dimenticati che danno lustro ed onore alla
Piana di Gioia Tauro.
Il compianto Sharo Gambino
nell'introduzione osserva tra l'altro: “Un
lavoro che doveva essere di équipe, così
complesso e così ampio anche in senso
spaziale e che sarà durato anni di ricerche,
di contatti, di corrispondenze, e che solo
una decisiva volontà di compierlo ha potuto
condurre alla parole fine”.
Anche la monografia su Vincenzo Gentile,
s i n d a c o d i G i o i a Ta u r o , m o r t o
drammaticamente, è molto significativa
perché il poeta lo commemora mettendone
in luce le doti umane e la vita onesta e
laboriosa, e si addentra a cogliere qualche
aneddoto familiare.
Il volumetto raccoglie testimonianze da
parte di Pietro Battaglia , di don Francesco
Laruffa, di Pasquale Longordo, di Letterio
Castaldo. Un'opera storica meritevole ed
utile è “Gioia Tauro, ieri e oggi”, scaturita
da un intenso lavoro sulle fonti storiche e
ricerche d'archivio.
E' ripercorso l'iter storico attraverso i secoli
fino alla seconda guerra mondiale. Sono
descritte le Chiese, le strutture sanitarie, le
ferrovie con dovizia di particolari.
Orso si sofferma anche sugli uomini illustri
che onorarono Gioia Tauro.
Il metodo usato è semplice e lineare tanto
che il libro è di facile consultazione e
rappresenta una fonte per chi volesse
approfondire alcune vicende storiche.
Successivamente, in occasione del
cinquantesimo anniversario del 20 febbraio
1943, ha scritto un opuscolo per ricordare
l'evento, sollecitato dall'Amministrazione
comunale.
Come negli altri libri, Orso, per introdurre
l'argomento, analizza il contesto sociale,
ricordando anche la sua fanciullezza, poi si
sofferma a descrivere il tragico giorno, in
cui venivano sganciate delle bombe sul
distaccamento militare, interrompendo il
riposo notturno degli abitanti che, presi dal
panico, fuggirono via impazziti. Si
registrarono quarantacinque morti e molti
feriti più o meno gravi, ricoverati nel vicino
ospedale di Taurianova.
Orso sottolinea che quel tragico giorno
segnò l'esodo per la popolazione di Gioia
Tauro, che si spostò altrove, tanto che il
paese si spopolò. Ma nel dopoguerra la
gente si diede da fare per ricostruire quello
che era stato distrutto ed avviare varie
attività commerciali.
Nella conclusione del libro viene riportata
la scritta della lapide che l'Amministrazione
di Gioia Tauro ha voluto fosse affissa sul
muro di una delle case distrutte.
Medmei. L'aedo ha riportato sul filo della
memoria il vissuto, intessuto di sentimenti
veraci che sgorgano da un cuore palpitante
d'amore. In tutti i versi è elevato un inno alla
natura, al paese natio, alla bellezza,
all'armonia cosmica, al sacrario degli
affetti. Il suo sguardo incantato di poeta si
protende “sulla vasta distesa del Tirreno/ tra
Punta Faro e Capo Vaticano”.
La descrizione geografica della terra natia è
connotata da accenti melici altisonanti , che
scaturiscono ab imis.
La consonanza con gli elementi naturali
irradia il suo essere e l'amore costituisce la
linfa vitale, che fa pulsare il cuore di
sensazioni non scalfite dal tempo.
L'amore “è il sole che nell'ora nera/ attenua
o sperde in cuore ogni amarezza/ è la forza
che attrae, avvince e regge/ ogni armonico
moto su di noi”. Nella sua poesia ricorrono
immagini estetizzanti, rappresentate con lo
stesso trasporto giovanile e la passionalità
degli anni ruggenti. Aleggia il desiderio
spasmodico di godere della bellezza della
natura, di assistere con occhi di innamorato
allo spuntar dell'alba, al sorgere del sole, al
tripudio dei “passeri chiassosi e litigiosi”, al
volteggiare di “due tortorelle che si
inseguono per l'aria”.
Come in Pascoli ricorre l'analogia tra
l'uomo e la “vecchia rondine” nella
concezione del nido come rifugio, difesa
dal mondo esterno, pieno di insidie, al
tramonto di una vita vissuta pienamente.
Navigare con la fantasia nel mare dei
ricordi d'amore, rigenera il suo essere,
mitigando le angosce della solitudine.
L'immagine della donna evocata è nitida,
intrisa di sentimentalismo, ma anche di
passionalità, soprattutto quando diventa
creatura silvana, assorbita panicamente nei
ritmi della natura.
Alla polifonia dei versi si accorda la
policromia della vegetazione: “grappoli
violacei, rose rampicanti, gelsomini fioriti,
chiome infiorettate a stelle, zagara carnosa,
glicine violaceo”.
Il poeta trasfigura mitologicamente i
sentimenti per esprimere l'universalità
dell'amore, come in “Selene”, “Dafne e
Apollo”, caratterizzati da un affetto di
simultaneità di immagini e di sensazioni. In
altre composizioni Orso crea una fitta trama
di segrete corrispondenze psico-sensoriali
tra la natura e la donna “giovinetta”,
paragonata alla gardenia. La voce del poeta
si modula con il linguaggio musicale dei
fiori, delle piante diventando essa stessa
musica, che si libra nell'infinito staccandosi
dalle parvenze fenomeniche. Talvolta gli
alberi, i fiori, al di là della connotazione
naturale, simboleggiano un particolare stato
d'animo, collegato al fluire del tempo.
Rosarno - Antonio Orso porge il saluto di chiusura dell’anno accademico 1988-89 all’Università della Terza Età
L'ultima silloge del poeta Orso
Antonio Orso ha dato alle stampe
recentemente una raccolta poetica: “… e
cantarono a sera gli usignoli” Centro Studi
L'ultima sezione della silloge è dedicata al
culto dei morti: alla madre e al fratello
recentemente scomparso. Abbracciando le
urne, il poeta “scioglie un cantico”
instaurando una corrispondenza di amorosi
sensi imperitura.
Il cantore della
“gioiesità”
*
di Tiziana Vissicchio
Il termine cultura è spesso speso nella
s u a a c c e z i o n e a n t ro p o l o g i c a ,
oscurandone il significato classico
umanistico, quello di “culto dell'animo
umano”.
Nell'ottica umanistica la poesia diventa
manifestazione eccelsa di cultura, il
modo di comunicare la parte celata
dell'uomo, quella che molto spesso
soccombe al cinismo e all'indifferenza.
Antonio Orso ha sempre dato voce alla
parte celata, direi meglio “non
esercitata” di ogni gioiese.
Ha espresso l'amore per la terra di
Gioia, per tutte le memorie che
racchiude in sé come tesori inestimabili
e misteriosi, tesori che ognuno di noi
gioiesi porta dentro non curandosene.
Ha dipinto le emozioni e i sentimenti
umani con gusto semplice e attraverso
figure garbate ma “calabresemente”
decise.
Ha portato molti figli di questa terra a
pensare…E già, molti hanno pensato sui
suoi scritti.
Vi v i a m o u n m o m e n t o s t o r i c o
caratterizzato da grandi sconvolgimenti
politico-sociali, e le passioni umane si
materializzano in episodi di cinismo e
alterigia alternati ad altri di sofferenza e
stupore.
Molti sono i rilievi di natura
antropologica e sociale che potrebbero
essere fatti, e mai come oggi sorge la
necessità di produrre poesia che non
prescinda dalla conoscenza storica,
politica e filosofica.
Ma accanto a tale necessità, si erge la
considerazione che tutto ciò che non
procede direttamente dall'emozione è, in
poesia, di valore nullo.
E Antonio Orso ha saputo far parlare il
“cuore gioitano” in maniera del tutto
vera, confermando la considerazione
che la poesia è sempre e comunque un
luogo in cui gli ideali di giustizia, di
verità e di bellezza coincidono.
(*) Segretaria associazione K⇓ ⇓o
K⇓
⇓o
Premio K⇓ ⇓o
pagina 8
edizione 2008
alla Cultura
Spigolando nel passato...gli anni giovanili
di Antonio Orso
Antonio Orso nel 1947 studente del Liceo Scientifico di Reggio Calabria
Da sx Stillitano, Orso e Rossi nel 1947
Da sx Francesco Rossi e Antonio Orso nel 1947
TAUROGRAFICHE s.r.l.
Via Nazionale 111 n° 169/171 - 89013 GIOIA TAURO
www.taurografiche.com
- Finito di stampare nel mese di ottobre 2008 -
LA LIBRERIA SCARABEO HA UN’ANIMA E IL LIBRAIO HA IL PIACERE DI VENDERLA.
Annusare l’odore dei libri, guardare, toccare, frugare tra gli scaffali alla ricerca di storie incredibili.
IL PIACERE DI LEGGERE
SCARABEO di Tiziana Bagalà
Via Roma n. 14 - Tel. e fax: 0966.26688 0966.52218 - Gioia Tauro (RC)
E-mail: [email protected]
IL PIACERE DI LEGGERE
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kairos 2008 - GIURISTI E DIRITTO