Gi oia Tauro rale K⇓ ⇓o edizione 2008 l tu As s o c K⇓ ⇓o Premio ione Cu z ia alla Cultura Medaglia d’argento della Presidenza della Repubblica Editoriale * di Milena Marvasi L'associazione culturale Kαιρός, all'inizio del settimo anno dalla costituzione, continua la propria attivita ed a lavorare ininterrottamente con determinazione e tenacia nonostante le enormi difficolta che si presentano quotidianamente, sia nella nostra Gioia Tauro che in tutta la Calabria. Sin dal primo anno l'associazione ha istituito il Premio Kαιρός ed oggi viene considerato uno dei riconoscimenti culturali piu prestigiosi e significativi. I vari direttivi, che si sono susseguiti durante questi anni, hanno voluto dare con questo Premio un alto e grato riconoscimento, se pur simbolico, a personalita calabresi che si sono particolarmente distinti a livello locale nazionale ed internazionale in ambito scientifico, culturale, economico, sociale ed in ogni altro settore, dimostrando di essere messaggeri di sapienza, amore, cultura e massimo interesse per gli atavici valori etici e culturali che hanno distinto la parte migliore della nostra regione. Ogni anno viene scelto un tema particolare ed il direttivo oggi formato da: Milena Marvasi - Presidente Antonio Toscano - Vice Presidente Tiziana Vissicchio - Segretaria Antonino Ruggiero - Tesoriere Leopoldo Muratori - Consigliere Pietro Schirripa - Consigliere Domenico Tallarida - Consigliere anche su segnalazione dei soci indica alcuni nomi di personalita che hanno promosso e promuovono iniziative caratterizzate da quei principi indispensabili, quali: dignita, moralita, civilta, cultura e, soprattutto, rispetto per il mondo che ci circonda e per la persona umana, senza distinzione di razza, sesso, religione. Per l'anno 2008 il direttivo riunitosi nella seduta del mese di aprile scorso ha scelto come tema di quest'anno “la Cultura”. Sin dal primo momento successivo alla scelta del tema si e individuata la persona a cui assegnare il Premio Kαιρός V edizione e, senza dubbio alcuno, la scelta, all'unanimita, si e diretta verso il Prof. Antonio Orso, il quale senza retorica puo considerarsi il vero Maestro di vita e di cultura per le passate, le presenti e le future generazioni. Il Prof. Antonio Orso, poeta, scrittore, cultore del latino e degli studi umanistici, Cavaliere Ufficiale della Repubblica Italiana, uomo di valori e di valore, uomo di studi intensi vissuti col dono della presenza continua della musa ispiratrice e un patrimonio culturale vivente per la citta di Gioia Tauro e per la Calabria. Il nostro augurio al Prof. Antonio Orso e di poter per molto tempo ancora produrre opere sempre piu meritevoli e, nello stesso tempo, che possano essere di sprone a tutti i giovani desiderosi del “sapere” e del “capire”. (*) Presidente Associazione K⇓ ⇓o ANTONIO ORSO, DELICATO CANTORE DEI SENTIMENTI Il senso di un impegno e di una scelta di Umberto Di Stilo *di Antonio Antonio Orso nel suo studio S e n ella letter atu r a mer id io n ale (e calabrese, in particolare) c'è un posto di rilievo, non v'è dubbio che esso spetti di diritto ad Antonio Orso, il delicato e sensibile “usignolo del Petrace” che ha consegnato alla nostra cultura diverse decine di opere di grande spessore lirico. La liricità e la musicalità, infatti, costituiscono la prerogativa sostanziale della poesia di Orso, sia che essa canti l'amore, sia che, sul metro dell'endecasillabo o del settenario, affronti temi di scottante attualità sociale o di profonda e sentita spiritualità. In tutti i casi, le opere di Orso hanno il pregio non comune di riuscire a trasmettere al lettore sensazioni e stati d'animo che sono peculiarità della grande poesia. E non v'è dubbio che quella di Orso, sulla scia della tradizione classica, sia davvero grande poesia. Orso nasce poeta. Gli amici ed i colleghi che hanno avuto l'opportunità di frequentarlo da giovane ricordano che spesso nei suoi discorsi istintivamente inseriva la cadenza ritmica dell'endecasillabo sciolto o del settenario, perché, parafrasando Ovidio, “quodcumque temptabat dicere, versus erat”. Per anni però, quell' “animus poeticus” che gli “ruggiva dentro” è rimasto come frenato, represso. Poi comincia a scrivere in lingua ed in vernacolo e negli affetti più cari, nella natura che lo circonda, nella Fede e nella mitologia trova la sua fluente tematica ispiratrice. Esordisce nel 1972 con la silloge “Fiori di Campo” a cui, dopo appena qualche mese, fa seguire “Petali al vento”. Nel 1980, dopo i saggi dedicati alla sua Gioia Tauro, Orso si presenta al giudizio della critica con due opere in vernacolo: Spisiddi, (scintille) e la traduzione delle Favole di Fedro, un'opera, quest'ultima, che per la sua fedeltà al testo latino e per la genialità con la quale riesce a rendere assai aderente ed attuale la morale conclusiva delle brevi composizioni, è stata molto apprezzata dalla critica qualificata. Due opere che consacrano Antonio Orso sensibile cantore anche nella lingua del popolo che qualche anno più tardi tornerà ad utilizzare per le liriche che danno corpo alla silloge Mbiscatini nella quale, con grande vigore artistico, eccellente forza evocativa e straordinaria capacità descrittiva, ricostruisce particolari momenti di vita paesana. Infatti, compiendo a ritroso il cammino nel tempo, sulle ali del ricordo, il Poeta attraverso i suoi scultorei endecasillabi consegna alle future generazioni e alla storia sociale di Gioia Tauro alcune tipiche figure ormai scomparse dalla moderna società dei consumi: il lattaio, l'ombrellaio, il maniscalco, il banditore, la venditrice di ceci abbrustoliti, ecc. In questa silloge, così come in diverse altre (“Risacca”, “Da “Piano delle Fosse” alla marina”, “ … e cantarono a sera gli usignoli”), il Poeta affida alla poesia le proprie nostalgie, e attimo dopo attimo, con lo sguardo rivolto al passato, come filugello, scioglie la seta dei ricordi, per ordire nei versi la tela indistruttibile della propria vita. I latini, con lapidaria espressione, solevano sostenere che “poetari est meminisse”. Il vero poeta, infatti, sul filo del ricordo e ricorrendo alla musicalità del verso riesce a far rivivere Toscano Kairos (?a????) è una parola che nell'antica Grecia significava “momento giusto o opportuno” o “tempo di Dio”e ancora: “ un tempo nel mezzo” un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale “qualcosa” di speciale accade. Ciò che è la cosa speciale dipende da chi usa la parola. Il sofista Callistrato ha descritto la statua del kairos, fatta dal grande Lisippo per lo stadio di Olimpia, come un adolescente con le ali ai piedi, il ciuffo in fronte e i capelli rasi alla nuca, diritto sulla punta dei piedi al di sopra di una sfera e con rasoio nella mano destra. Il significato figurato è evidente. Il kairos è il momento opportuno offerto dal fato all'uomo perché operi le sue decisioni. Le ali ai piedi però dicono che il kairos passa velocemente, bisogna perciò afferrarlo subito, prendendolo… per il ciuffo. E noi dobbiamo prendere per il …ciuffo della quotidianità, le opportunità che passano velocemente ed inesorabilmente come il tempo, con la prontezza e l'intuito di afferrare al volo solo le cose buone, lasciando scorrere quelle inutili o addirittura deleterie. Dobbiamo avere, quindi, la capacita di “afferrare”l'attimo nel quale qualcosa di speciale accade, e non è cosa semplice, presi come siamo dal vortice giornaliero che ci siamo costruiti attorno, fatto troppo spesso di frenetiche rincorse del nulla che alla fine della giornata ci lasciano quasi sempre insoddisfatti e stressati. Il “momento speciale” può essere semplicemente fermarsi a guardare un tramonto sul mare con la serenità dell'anima. Riuscire a guardare le piccole o le grandi cose del mondo con gli occhi dei bambini e quindi gioire per tutto o per niente ma con incontenibile trasporto.. Kairos, come dicevamo, inteso come“momento giusto o opportuno” ” un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale “qualcosa” di speciale accade. E ciò che è la cosa speciale dipende da chi usa la parola. E Antonio Orso la parola la usa in modo magistrale. Di notte, il poeta e la sua musa ispiratrice, mentre tutto è silenzio,nel chiuso del suo studio, in compagnia dell'indispensabile tazza di caffé e di qualche sigaretta,modella i suoi sentimenti e li fa vivere in poesie. Kairos, quindi, infine,inteso come “momento giusto” per il riconoscimento che la nostra Associazione Culturale ha oggi il privilegio conferire all'illustre poeta e amico Antonio Orso. (*) Vice presidente Associazione K⇓ ⇓o segue a pag. 2 LA LIBRERIA SCARABEO HA UN’ANIMA E IL LIBRAIO HA IL PIACERE DI VENDERLA. Annusare l’odore dei libri, guardare, toccare, frugare tra gli scaffali alla ricerca di storie incredibili. IL PIACERE DI LEGGERE SCARABEO di Tiziana Bagalà Via Roma n. 14 - Tel. e fax: 0966.26688 0966.52218 - Gioia Tauro (RC) E-mail: [email protected] IL PIACERE DI LEGGERE K⇓ ⇓o Premio K⇓ ⇓o pagina 2 vicende e situazioni che appartengono al passato ed alle quali, col suo canto, conferisce dignità letteraria oltre che storica. Se, dunque, il ricordo è il nutrimento spirituale dei poeti, esso è il solo che giorno dopo giorno, specie in questi ultimi anni, alimenta l'ispirazione dell' “Usignolo del Petrace” nei cui versi il passato si veste di magico e tutto, nella suggestiva musicalità del verso e della sua potenza evocativa, assume il fascino della favola. Non tutto, però, in Orso è malinconico ricordo di tempi passati perché buona parte della sua produzione letteraria trae ispirazione dalla bellezza aspra e selvaggia della nostra terra, dalla diretta osservazione della vita quotidiana, dall'amore, dalla Fede, dalla storia e dalla mitologia. Nello spazio temporale degli ultimi 36 anni, Antonio Orso ha consegnato alla cultura nazionale e regionale 65 pregevolissime opere prevalentemente di poesia (per complessivi oltre 90mila versi). “Prevalentemente” di poesia perché della sua vasta produzione letteraria fanno parte anche alcuni saggi storico-etnografici dedicati a Gioia Tauro, due opere di narrativa e una di saggistica scritta in collaborazione con I. Lo Schiavo e U. Verzì Borgese. Vasto è il ventaglio tematico di Antonio Orso. Non v'è dubbio, però, che egli sia soprattutto il delicato cantore dell'Amore, perché, esso è il “sole che nell'ora nera / attenua o sperde in cuore ogni amarezza; / è la forza che attrae, avvince e regge / ogni armonico moto su di noi; / è l'acciaioso fulcro della vita / su cui s'innesta ogni terrena gioia!”. L'amore, infatti, per il Poeta costituisce il più importante dei sentimenti perché, come scrive nella sua più recente silloge, ogni cosa bella “ha fondamento solo nell'Amore”. Amore inteso secondo i principi cristiani, perchè “amare / è gioire con chi è lieto, / soffrire con chi è in pena, / accompagnarsi a chi è solo, / rispondere a chi chiama”. Fermamente convinto di ciò, Orso canta l'amore nella sua più ampia accezione semantica. Amore non necessariamente ed esclusivamente inteso come attrazione fisica ed affetto tra esseri umani, ma in tutte le sue manifestazioni. In tal senso eleva inni all'amore sia quando ricostruisce la delicata vicenda del pescespada che pregustando “gli attimi brevi e intensi d'un amore, / non s'avvede, cieco, che dall'alto, / un uomo armato d'alettato ferro / sovrasta minaccioso su di lui”, che quando ricorda che le cicale, nell'ora calda della calda estate, friniscono solo perché “impazzite per amore”; ma anche quando ricorda un amore passato del quale resta solo un fresco profumo di nardo e quando, sulle ali della memoria, si abbandona a felliniani “amarcord” perché sullo schermo del ricordo ritorna improvviso “il mulino ove un tempo, appena l'alba, / si udivano le macine cantare” o perché dalle fitte nebbie del passato affiorano nitide “le lavandare con i piedi nudi / scendono in acqua a battere sui massi / i loro panni appena insaponati / od a lavare le tosate lane / per farne filo o morbidi guanciali”. E sono appassionati canti d'amore gli innumerevoli componimenti ispirati alla natura aspra e pittoresca delle nostre montagne e delle nostre marine, (“Te amo mio profondo Sud”) e, in particolare alla città che gli ha dato i natali Gioia Tauro dove “cresce la spiga e la gramigna” e dove “si spera ancora, / come sempre, / che sorga un'alba di giustizia vera”. Della sua Gioia Tauro - a cui dimostra di essere legato da un amore struggente (“Nulla nel mondo mi è più caro e dolce / della solare terra mia natìa” e, altrove: “sempre nel cuore sento vivo e caro / l'amore alla mia terra generosa”) - Antonio Orso ha cantato i diversi caratteristici angoli cittadini, i suoi suggestivi quartieri e le vicine contrade (Lamia, Due Canali, Tre palmenti, Monacelli, Vallomena); ha dedicato versi melodiosi alle varie attrattive paesaggistiche, ai suoi fiumi (Petrace e Budello) e a tutti i suoi uomini illustri, eroi, noti e meno noti - componendo, nel corso degli anni, un ideale grande e delicato Antonio Orso in un momento di relax affresco e, nel contempo, un armonioso poema sinfonico nel quale si riescono a cogliere i sentimenti e la spiritualità che palpitano nel suo sensibilissimo animo. Canta gli affetti, figli diretti dell'amore, e non può fare a meno di ricordare il Padre, sempre attivo ed operoso, che ha lasciato la natìa Amalfi per trasferire in terra di Calabria la sua attività ed il suo “profumato roseto”, così come spesso non può fare a meno di richiamare alla memoria la mamma, “chioccia amorosa in ogni tempo”, che ora riposa a Lamia, magari solo per augurarle che “il lunghissimo sonno ti sia lieve e sereno / come tu ci auguravi la sera / con un sorriso, un bacio, una carezza”. Ricorda i fratelli Enzo, Peppino, Pasquale e Nicola, rose di diverso intenso profumo e orgoglio della famiglia che, una alla volta, sono state recise dal rigoglioso roseto. Ma non vanno sottaciuti gli interessi che il Poeta ha sempre dimostrato per la natura. Questa, infatti, esercita un grande fascino ed è la grande ispiratrice di Antonio Orso che, come pochi altri, riesce a creare immagini di rara efficacia descrittiva ed a toccare le corde del sentimento. C'è poi un altro tema che in questi ultimi anni interessa il Poeta. Egli, infatti, nella “sera” che avanza silenziosa avverte l'innata necessità di riscoprire la “sublimante forza della Fede”; vuole ritrovare la “smarrita via” ed il valore di quella spiritualità che, inculcata dalla mamma in età infantile, col tempo si era assopita nei meandri della frenetica razionalità della vita fino a quando il peso degli anni non lo sta spingendo a riscoprirla ed a rinvigorirla nella convinzione che nella Fede non si resta soli e che anche l'ampolla della clessidra, che inesorabile si svuota sempre più, non può incutere paura.Ora che la sera procede fredda e silenziosa, il Poeta si va sempre più convincendo che aveva ragione la mamma allorché invitandolo a pregare, gli ricordava che solo la Fede, sorgente che ha profonde radici nell'anima, aiuta a trovare la strada della luce. Una luce capace di dileguare le nebbie dell'animo e la fuliggine del cuore che man mano che il tempo passa ed i giorni si aggomitolano ai giorni, rischiano di diventare sempre più fitte. Ed è sotto la spinta della ritrovata Fede che nel 1986 Orso compone la “Trilogia mistica” (“Maria di Magdala”, “Il poverello d'Assisi” e “Gesù di Nazareth”) tre opere nelle quali la preghiera si fa poesia e questa, sulla cadenza dell'endecasillabo, diventa una vera e propria celestiale sinfonia. Ma non è tutto. Qualche anno più tardi - nel 1993 Orso avverte ancora prepotente “il desiderio vivo del Creatore” e continuando nella tematica ispirata alla spiritualità volge la sua attenzione a tre grandi figure della storia della chiesa: “San Bruno, il beato Lanuino, la Certosa”, “Giovanni XXIII” e “Padre Pio, il Serafico del Gargano”. A queste seguiranno “Bernardetta, l'Annunciatrice dell'Immacolata”, “La Madonna nera di Tindari” e “Sulla via della croce”. Tutte opere grondanti spiritualità nelle quali il lettore non trova soltanto la fedele cronaca in endecasillabi delle vite, delle opere e dei prodigi dei vari protagonisti, ma anche la Fede che pulsa forte nell'animo del Poeta che esclama: “Oh salutare forza della Fede / quanto sei grande, dolce ed appagante!”. Accanto alle opere a tema religioso, Orso nel decennio 1989-1998 pubblica anche 12 poemi ispirati al mondo mitologico (“Anfitrite”, “Galatea”, “Amore e Psiche”, “Narciso ed Eco”, “Orfeo ed Euridice”, “Gli amori di Zeus”, “Favole mitologiche dell'antica Grecia”, “Filèmone e Bàuci”, “Venere”, “Elena di Troia”, “Gli amori del Dio Pan”, “La nascita degli dei”) nei quali la poesia si veste del fascino della favola e la narrazione diventa quanto mai avvincente. In questo stesso periodo dà alle stampe “Il Vizzarro, vita di un bandito calabrese”, in cui con tocchi eleganti, fini ed emotivi ricostruisce la storia di Francesco Moscato il “vizzarro”, appunto e di Felicia De Sanctis la nobildonna che si lega al compaesano brigante di Vazzano e con lui condivide la clandestinità e le varie traversie ad essa collegate. In quest'opera Orso descrive il mondo calabrese in modo così vero che dai suoi versi la Calabria affiora, decisa e chiara, con la stessa intensità cromatica, con la stessa ricchezza di particolari e con la stessa vivacità e suggestione evocativa con la quale sarebbe potuta emergere dalla tavolozza di un pittore impressionista. Inoltre, con un difficile lavoro di introspezione psicologica il Poeta presenta ai lettori l'animo del Vizzarro e, da gran maestro, indaga nel sentimento profondo che lo lega a Felicia. Per queste sue peculiarità l'opera costituisce una vera perla letteraria e un preciso punto di riferimento per quanti vogliono conoscere le vicende brigantesche e sentimentali del Moscato-Vizzarro e per quanti desiderano approfondire una pagina di storia della Calabria nel periodo della dominazione francese. Ma Antonio Orso non vive soltanto di ricordi e con l'attenzione rivolta ai personaggi del passato. Egli, infatti, è anche un attento osservatore di tutto ciò che esprime il presente ed è pronto a registrare le sue considerazioni in componimenti che con immediatezza lirica parlano al cuore ed invitano alla riflessione. Il nostro “Usignolo del Petrace”, infatti, non si è chiuso in una sfera di cristallo ma vive con occhio attento i cambiamenti della realtà, i problemi che travagliano la società e, da vero testimone del tempo, registra le evoluzioni e le trasformazioni che negli anni interessano la Calabria, l'intera Piana e la sua Gioia Tauro, in particolare. Così con interesse e spiccata sensibilità osserva la realtà che lo circonda, la interpreta edizione 2008 alla Cultura e, dopo averla interiormente elaborata e trasfigurata la trasferisce in versi che affascinano per lirismo e musicalità, oltre che per l'intensità emotiva che trasmettono al lettore. Registra i cambiamenti di Eranova e la realtà del nuovo porto che spera diventi fonte di lavoro per un numero sempre maggiore di persone, nella convinzione che esso possa essere veramente “orgoglio e premio di fatiche e lotte, / speranza di restare ove si nacque perché da noi, ancora silenziosi, / si sta come le rondini tardive”. Non può fare a meno di annotare con disappunto che dalla Piana si continua a partire. Il Poeta, infatti, attento osservatore della realtà sociale, non ignora il problema dell'emigrazione che interessa in modo massiccio le nostre comunità. Da esse, proprio “come le rondini tardive”, molti giovani seguendo, spesso, le orme dei padri o dei nonni - sono costretti a staccarsi e ad imboccare quel “cammino della speranza” che ha origine in una specie di biblica maledizione che nessuna scelta politica ha saputo scongiurare. Orso osserva la realtà e scrive. Così fa per la nuova realtà di Lamia e di Eranova, del fiume Budello e di Tre Palmenti radicalmente mutati rispetto alle immagini che egli conserva nitide nella mente e nel cuore. Così fa per i conflitti che minacciano di compromettere i pacifici equilibri mondiali. Le liriche che danno corpo all' istant-book “Guerra del Golfo”, infatti, sono state composte sotto la spinta emotiva dell'evento che all'inizio degli anni novanta ha sconvolto l'universale coscienza civile ed ha turbato l'animo attento e sensibile del Poeta che scrive versi di grande respiro lirico sulle brutture della guerra, “… assurda e razionale follia /in cui vince chi uccide di più, / chi distrugge di più”, senza che i contendenti tengano conto che “si è tutti perdenti”. Così nasce anche l'altro interessante volume, “Violenti e violentati” (1989) in cui con ricchezza di annotazioni e sottolineature di carattere sociale, Orso ferma la sua attenzione sulle devianze che abbrutiscono la nostra terra, sulle brutture morali che violentano le coscienze civili, sul monito che, per la scienza e per la sopravvivenza dell'uomo, arriva da Chernobil … Insomma il Poeta-testimone del tempo coglie le sfumature e le debolezze della società della quale “vive” intensamente i problemi che la assillano e, con linguaggio semplice, li trasferisce nei suoi musicali versi. Questo, in fondo, è il compito precipuo del poeta. E' risaputo, infatti, che il poeta è tale quando riesce a cogliere le sfumature e le delicatezze che, invece, sfuggono alla quasi totalità delle persone e quando è capace di recepire le più sommesse sensazioni interiori per poi comunicarle agli altri attraverso composizioni che vanno “dritte al cuore” a cui parlano servendosi del linguaggio universale della poesia. Se questa è la condizione privilegiata dei poeti, Antonio Orso è poeta da sempre, perché da sempre, riesce ad instaurare un proficuo dialogo col suo animo dal quale trae linfa per le sue delicate, toccanti e melodiose poesie. Poesie che, qualunque sia la loro tematica, hanno sempre il potere di affascinare e di coinvolgere psicologicamente il lettore. Perché sono sempre versi che “parlano” direttamente al cuore. Anche a quello del più superficiale e distratto dei lettori. Miracolo della poesia; della vera poesia. Ed è indubbio che questa di Antonio Orso, delicato usignolo del Petrace, sia vera poesia perché, come poche altre del panorama poetico contemporaneo, fa vibrare le più intime corde del sentimento e perché nei suoi versi la parola diventa armonia e l'endecasillabo è sempre una sinfonia che affascina per ritmo e per musicalità. K⇓ Premio K⇓ ⇓o edizione 2008 ⇓o alla Cultura pagina 3 ANTONIO ORSO, TRA AMICIZIA E POESIA di Ugo Verzì Borgese 1. E' da un trentennio, a partire dagli anni '70, che ho fatto conoscenza, prima, e amicizia, dopo, con Antonio Orso; è da un tentennio che si è creata una sodalitas col poeta gioiese. Ho scritto tante cose sul poeta di Gioia Tauro che ho definito 'usignolo del Petrace'; e tale motto si è diffuso come logos del nostro poeta. 2. Non ho sottomano, per un riscontro immediato, i testi di tutta la produzione specie lirica di Antonio Orso; ma mi cade, per caso, sottocchio la silloge Dal Pian delle Fosse alla Marina, e in 'Appendice' ritrovo un mio commento 'poetico' Quando il poeta che qui riporto; pur legato a quella silloge del 2003, il testo può essere utile a comprendere la produzione 'lirica' del poeta gioiese. Tr a s c r i v i a m o d u n q u e q u e s t o 'Commento lirico' Al poeta Antonio Orso: “Seduto ad un sasso/ del vecchio Bellavista/ guarda il poeta/ e contempla la terra sua./ Parla col cuore,/parla e ci affabula/ la storia bella/ del suo borgo,/ i miti/ che lungo il mare/ cantarono i poeti,/ la costa smeraldina/ fino allo stretto;/ racconta/ la caccia al pesce spada;/ racconta del mito antico/ e del nuovo;/ mira la bellezza/ e il tramonto/ delle Eolie isole/ e la nascita dello Stromboli/ ombelico/ del Tirreno mare;/ racconta/ di zagare, di piante,/ di fiori e linfa/ benefica e salutare;/ racconta/ di nomi illustri/ del tempo andato;/ racconta di eroi/ della sua terra,/ che il sangue versarono/ per la patria;/ racconta di imprese/ turchesche/ e di conquistatori feroci;/ di ratti di fanciulle/ delicate e di azioni/ di uomini forti./ Esalta la vita/ che giorno per giorno/ diedero/ quanti giungendo/ furono forieri/ di sviluppi,/ di commerci e di civiltà./ Canta della bella Làmia/ e della vecchia Eranova;/ canta del sacrificio/ della gente/ che diede vita/ al megaporto;/ canta/ della sua poesia/ esaltante la terra/ ove nacque e che lo nutrì;/ canta le case/ ed i monumenti;/ raccoglie le memorie/ di greche gesta/ ed eroiche imprese/ che lasciarono/ un retaggio antico/ al suo borgo./ Il poeta assiso/ ad un sasso/ del vecchio Bellavista,/ richiama al cuore/ il suo mondo;/ lascia un viatico/ per le nuove generazioni;/ tesse un testo/ d'amorosa cura;/ dona al lettore/ il proprio cuore,/ la propria mente,/ e dona l'amore/ per le future generazioni.” (apd Dal Piano delle fosse alla marina, pp. 176-177) 3. Il poeta Antonio Orso come tale, con sentimento lirico, nel suo studio di via Ragusa a Gioia Tauro, nella sua solitudine, nel 'rimembrare', immagina storia, miti e leggende, porta a galla il suo nostos e il suo lirismo. Sono stato e sono vicino alla lirica di Antonio Orso; egli mi ha letto, in anteprima, i suoi testi poetici; ed io, nel mio piccolo, ho dato qualche suggerimento, mèntore spesso non sempre ascoltato; ho con il poeta gioiese, creato numerose copertine dei suoi libri fin quasi ai nostri giorni; la collaborazione è stata più forte e più viva nei primi momenti; al nostro sodalizio culturale si è aggiunta ab ovo anche Isabella Loschiavo, dinamica giornalista e scrittrice di Taurianova e, così, il 'trio' (LoschiavoOrso-Verzi'Borgese), a beneficio del fatto culturale e a nostra soddisfazione, ha creato momenti culturali e sodali invidiati, (invidiati nel suo significato normale e nel suo significato latino di ' visti con meraviglia): ricorderò qui soltanto la creazione a Rosarno dell'Università della Terza Età che, pure per un buon decennio, è stata punto di riferimento di tutte le attività socio-culturali e poetiche che andavano ad integrare altre attività svolte nel campo poetico; ricorderò qui il Concorso di Poesia e Prosa 'Zagara di Rosarno' che, sotto la mia presidenza e con la collaborazione stretta di Antonio Orso e Isabella Loschiavo, ha allargato gli orizzonti fisici divenendo concorso internazionale in più lingue, concorso conosciuto ed apprezzato all'estero. Non posso d'altra parte dimenticare che Isabella Loschiavo, nel 1989, fa un'analisi della produzione letteraria di Antonio Orso dall'inizio della produzione poetica fino a quel momento (Antonio Orso e la sua produzione letteraria); io, un quadriennio prima, avevo fatto la stessa cosa con il testo: Incontro con la poesia di Antonio Orso (1985). Ed in questo contesto di sodalitas mi piace aggiungere che nell'ambito del Centro Studi Medmei di Rosarno, che porta come insegna la bella monetina medmea della ninfa Medma, Isabella Loschiavo, Antonio Orso ed io abbiamo scritto a tre mani quell'opera bibliografica che porta il titolo Poeti e Scrittori (della Piana di Rosarno); l'opera bibliografica analizza i poeti e gli scrittori che dall'inizio del novecento fino a tutto il secolo hanno scritto ed operato lasciando opere in versi ed in prosa; e porge, finalmente, a noi tutti e alla nostra Piana, una immagine positiva di cultura e sapienza: strumento unico e dettagliato, ad onore degli Francesco Sofia Alessio di Taurianova; tale entusiasmo mi porta a tradurre in vernacolo i tre poemi dal latino che ad Amsterdam avevano vinto la medaglia d'oro (Sepulcrun Ioannis Pascoli; Ultimi Tibulli dies; e Asterie); alla mia traduzione poetica in vernacolo si aggiunge anche la traduzione poetica in lingua di Antonio Orso; precede,nataralmente il testo latino di Francesco Sofia Alessio; nasce così Trilogia Alessiana: un libro, che fa conoscere in ispecie ai taurianovesi il testo latino del latinista radicenese che viene anche riscoperto per la prima volta nella sua bibliografia essenziale. Per inciso dirò che poi ho pubblicato Musa Alessiana: tutta l'opera del latinista Francesco Sofia Alessio in due robusti tomi che raccolgono tutti i poemi e le opere e gli apparati critici e bibliografici; ai 3000 versi latini del latinista di Radicena corrispondono col testo a fronte i miei 3000 versi in lingua. Precedeva di poco la ristampa anastatica di Musa latina di Francesco Sofia Alessio da me curata! Ed intanto non trascuro la collaborazione con Antonio Orso. E ad Antonio Orso sono, fisicamente e spiritualmente, vicino quando nel 1986, nel sedicesimo anniversario della madre, il poeta pubblica una silloge delicata sulla figura materna, intitolata: Fiori per mia madre. Ed il poeta effonde l'affetto filiale, l'ammirazione e la stima. Sono andato a trovare la poesia 'Una madre, ove negli Da sx Ugo Verzì Borgese, Isabella Loschiavo e Antonio Orso autori trattati e dei curatori, il testo in due tomi è pubblicato per i tipi della Rubbettino Editore oltre quattro lustri fa (1986). ultimi versi il poeta, epigraficamente scrive: “…/ Quando muore una madre,/ il suo cuore rimane vivo/ e continua a dare sempre,/ sempre,/ amorosa, in silenzio”. 4. E continuiamo il discorso sulla persona e sulla produzione di Antonio Orso, soffermandoci anzi accennando a qualche altro aspetto. Orso ha al suo attivo circa 22 di sillogi poetiche di varia natura; 11 poemetti a carattere religioso; 12 poemetti a carattere mitologico; 12 poemi di argomento vario. Aggiungo, per amore di completezza, 11 opere in prosa, tra saggi e romanzi. Nel seguire il 'catalogo' delle sillogi poetiche ne richiamerò alcune, a cui mi lega la mia memoria. Spisiddi (scintille) del 1980 è la silloge dialettale pubblicata da Totò Castellano e che con questo editore gioiese ho presentato a Gioia Tauro. Favole di Fedro (traduzione in vernacolo calabrese) è una 'picciola' silloge che ho curato nella tipografia di Vibo Valentia; e questa traduzione di alcune favole di Fedro, con la presentazione del poeta rosarnese Giuseppe Spataro Tarsia, mi ha spinto ad essere mèntore con Antonio Orso per un'edizione-traduzione di tutto Fedro; e Antonio Orso ha reso in endecasillabi vernacolari Tutto Fedro, tutto quanto ci resta nel testo latino in versi (ed in prosa) (1984) Nello stesso 1984, per Canti dal Petrace, bella silloge in lingua, ho scritto una presentazione che traccia un quadro abbastanza esaustivo della lirica e del sentimento di Antonio Orso. In quel torno di tempo, circa una generazione fa,la mia passione era volta alle opere latine di 5. Il poeta, anche su mio stimolo ed indagini, scrive e pubblica Rosarno: quadri poetici di storia, un libro che arricchisco a pie' di pagina, con note storicoarcheologiche sulla antica Medma e Rosarno; è un libro bello per il testo di Antonio Orso e per le immagini da me inserite; un libro credo che molti paesi limitrofi e città ci invidiano: un testo ove gli elementi storici vivono attraverso il cuore lirico del poeta narratore. Siamo agli inizi degli anni '90 e precisamente nel 1991. La collaborazione non si affievolisce. Ed Antonio Orso infaticabile, verso dopo verso, silloge dopo silloge, dà vita ai suoi poemetti di carattere religioso, mitologico e di varia natura. Mi piace sottolineare che molti , se non tutti i poemetti, portano il logos della ninfa Medma del Centro Studi Medmei di Rosarno. 6. Tra le opere a carattere religioso, nel mio rapporto sodale con Antonio Orso, devo almeno citare la pubblicazione La Madonna Nera di Tìndari: avevo in nuce, dopo le mie pubblicazioni storiche sulle Madonne Nere di Seminara e su quella di Rosarno, di scrivere qualcosa sulla Madonna sita sul colle di Tindari che domina le isole Eolie. Ma questa volta ho lasciato che fosse la voce poetica di Antonio Orso a dire e cantare della storia, della fede e della poesia di questa 'Maria Vergine' siciliana; e la ricerca in situ è stata minuziosa e dettagliata; dal belvedere del colle tindaritano il poeta ed io abbiamo ammirato le isole del dio dei venti galleggiare quasi sulle acque smeraldine del mare eoliano; abbiamo ammirato la statua della piccola Nera Madonna; e in quell'occasione la Quies Tindaritana, libro latino premiato del mio prof. Giuseppe Morabito ed il libro bello di Emilio Argiroffi mi sono venuti incontro o in mente ad illustrare meglio e con garbo il libro di Antonio Orso. 7. Costante e modesto il mio apporto di mentore su poemetti di natura mitologica, che a suo tempo ho letto e di cui ho espresso al poeta di Gioia Tauro il mio parere.Per le sillogi di composizione di argomento vario, non posso non citare il libro Nel mare delle Sirene; un libro che si lega alla mia memoria per la perdita, in quel momento (1986), di un mio zio Ugo Borgese, che è stato per me più di un padre. In quel momento doloroso Antonio Orso mi pregò di scrivere un commento a questa sua silloge; egli narra la storia (ormai nota a tutti) del pesce spada che perde la sua vita nello Stretto di Messina per amore della sua compagna. Ho scritto di getto, col cuore, un commento che è piaciuto tanto al poeta di Gioia Tauro; commento che lo stesso collocò in 'Appendice' alla sua silloge: naufragò così, anche il mio scritto Nel mare delle Sirene. Amore e morte di un pesce spada (1986). Il Vizzarro. Vita di un bandito calabrese (1992) mi fece partecipe più diretto delle azioni di quel bandito di Vazzano che insanguinò anche la nostra Piana; per la documentazione storicopoetica facemmo visita al compianto scrittore Sharo Gambino che fu largo di testimonianze orali e scritte sul bandito nativo del suo paese. D'altra parte con Sharo Gambino ci univa una vecchia conoscenza e amicizia,essendo presente lo scrittore residente in Serra San Bruno,nelle varie tornate del Concorso di Poesia dialettale organizzata dal compianto don Peppino Scopacasa. E Sharo Gambino era il deus loci ed una voce bella ed autorevole che si presentava a Mongiana spesso con la moglie e le sue graziose figlie. Oltre che a Mongiana ho accompagnato Antonio Orso in vari concorsi poetici calabresi, facendo conoscenza ed amicizia con studiosi e poeti di varia estrazione culturale. E molti potrebbero essere gli episodi da riportare!Mi viene in mente, in questo momento, il Concorso locrese che tanta fama e valore ebbe negli anni passati. 8. La poesia di Antonio Orso in questo lungo cammino di quasi trent'anni ha cantato e va cantando, nello stile classico ed in forma strettamente lirica, i palpiti del suo cuore, il suo mondo domestico, i suoi affetti, i suoi sogni, le sue aspirazioni; le (sue) origini amalfitane,o meglio le origini dei suoi genitori; quella Piana degli aranci e degli ulivi che l'affascina; l'amore, moto primo che tutto fa palpitare; la gioia di affetti e di amicizie. E tutto questo mondo vario e variegato ritorna costantemente nella lirica di Antonio Orso; e la nota dolorosa del ricordo che spesso si insinua nei suoi versi si vivacizza nella speranza che un futuro prossimo più solare, più bello brilli nella terra della Piana medmea, conchiglia smeraldina profumata e ferace di cose e di uomini. 9. Parlando del poeta Antonio Orso mi accorgo di aver messo in evidenza anche la mia attività di amico e di mentore col poeta di Gioia Tauro; non me ne voglia l'usignolo del Petrace; la mia non è il Cicero pro domo sua ma è semplicemente il raccontare di un trentennale sodalizio culturale e sodale. E nel chiudere questo mio scritto su Antonio Orso, mi piace trascrivere il testo finale di commento da me approntato nella presentazione de La terra degli aranci e degli ulivi, perché non si dica che non mi sono autocitato: “L'usignolo del Petrace' è conscio di una dirittura morale che gli fa dire profeticamente con augurale auspicio: “In questa terra,/ (…), / qui chiuderò un giorno gli occhi,/ fiducioso in un domani migliore;/ e dietro il bianco marmo/ a Làmia/ le mie ossa attenderanno carezze/ di venti marini,/ il richiamo delle sirene di opifici,/ il riso sereno di figli e di nipoti;/ e finalmente poseranno in pace” K⇓ ⇓o Premio K⇓ ⇓o pagina 4 Quando tace il silenzio della parola di Alocin Accostarsi alla poesia è come scrutare il mistero sfuggente. La poesia, che è parte del mistero, in quanto tale è deflagrazione di verità, quella verità che il poeta coglie dalle sue emozioni e dalle sue sensazioni. Scrivere è manifestare una forma d'amore, anzi, è una forma “alta” di amare, un continuo confrontarsi con chi legge. Mi piace riportare qui una profonda riflessione del giornalista Pippo Curatola: “Lo scritto è un insieme di parole che sono lì stampate; ma anche un abisso di silenzio. Il silenzio della penna che traccia i segni, e il silenzio dei tuoi occhi che li percorrono. Ma è proprio qui la bellezza e il mistero dello scritto: tra parola e silenzio si incontrano chi scrive e chi legge. Tu (poeta)scrivi trafiggendo chi legge, perché entri dentro di lui; e lui legge trafiggendo chi scrive perché entra nel tuo pensiero. E in questo reciproco morire, che è un reciproco donarsi, si realizza lo stupore dello scritto, perché lì diventa voce la parola del silenzio e tace il silenzio della parola”. Antonio Orso attraverso la sua poesia dà parola al silenzio, dà voce all'inquietudine; inquietudine che non ama rivelarsi così, Ispirazione del poeta - Nicolas Poussin - Louvre - Parigi edizione 2008 alla Cultura senza incarnare i panni della verità. “I poeti diceva Emilio Argiroffi sono anticipatori della verità e del futuro”. Guai se non ci fossero questi “saggi-folli” del pensiero, queste sensibilità che offrono alle sequenze del vivere quotidiano quel senso palpabile di trascendenza, quel senso di bellezza alle cose e ai sentimenti. Antonio Orso è il poeta del sentimento, il “narratore” dell'intimo sentire, il cantore della purezza, “l'interprete poetico” dell'angoscia, della solitudine, della speranza, della pace, dell'io, di quell'io che sei tu, che è l'altro, l'altro ancora. Antonio Orso, quindi, con i suoi scritti, oltre a rappresentare se stesso, diventa - è il privilegio di chi scrive interprete dell'altro “io”, traducendone, con il linguaggio della poesia, emozioni e idealità. Questo è il prodigio della poesia: penetrare, devastare, sublimare, violare, consacrare, inquietare; elementi che nella produzione di Orso sono presenti specialmente nelle struggenti liriche d'amore, dove l'autore spende tutta la forza della sua scrittura o, forse, dove è lo stesso amore ad “impossessarsi” del poeta Orso per esplodere nella parola, nei versi, come testimonianza viva di sé, del suo essere di fronte ad ogni momento della vicenda umana. Premiare, dunque, un poeta e nella fattispecie Antonio Orso, baciato “dal Calliope labbro”, è un bel gesto, un riconoscimento al ruolo vitale della poesia. La feconda produzione letteraria di Orso di Isabella Loschiavo La produzione letteraria di Antonio Orso è variegata perché si dirama in tutti i campi del sapere: dalla silloge, al saggio, alla narrativa. Per i suoi meriti letterari e l'attività svolta, nel 1979, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini gli conferì l'onorificenza di “Cavaliere della Repubblica italiana, e nel 1986, il Presidente F. Cossiga lo nominò “ufficiale della Repubblica”. Nel 1984 e nel 1988, l'Amministrazione comunale di Gioia Ta u r o , g l i d e d i c ò d u e s e r a t e consegnandogli due targhe d'onore, per i suoi meriti letterari, definendolo “poeta, scrittore, cantore appassionato della sua Città”. A questi riconoscimenti si devono aggiungere i numerosi premi assegnatigli soprattutto per la poesia. Il prof Orso non si è limitato alla scrittura, ma ha operato nel settore della cultura in simbiosi con molti intellettuali della Piana di Gioia Tauro, e soprattutto con lo scrittore Ugo Verzì Borgese e la sottoscritta, con i quali ha fondato l'“Università della Terza Età di Rosario” e ha organizzato vari sodalizi culturali. Relatore in diversi Convegni, si è distinto per la cultura umanistica e la signorilità del comportamento. Ha esordito nel 1972 con un volume di poesie “Petali al vento”, che contrassegnano la sua calabresità per le espressioni di profondo amore per Gioia Tauro e di esultanza alla bellezza della Calabria. Sono comprese liriche che ricordano la madre con accenti sublimi, visioni naturalistiche, esaltazione dell'amore inteso quale elevazione dell'anima ed incanto del cuore, aneliti di pace e di misticismo religioso. Segue nel 1973 “Fiori di campo” che ripropone quasi gli stessi temi della precedente raccolta, ma in tono più pacato. Il verso si sprigiona in modo più lineare trasmettendo tenui modulazioni liriche.Nel 1980 sprigiona la sua vena poetica in vernacolo dando alle stampe “Spisiddi”, dove emerge l'amore per la sua terra che, espresso in vernacolo, è più naturale e spontaneo, sia quando esalta le doti peculiari degli abitanti, sia nei versi che descrivono le bellezze naturali. Alcune liriche mettono il dito sulla piaga più profonda della città: l'emigrazione, denunciando mali endemici, ma nello stesso tempo formulando la speranza di una soluzione del problema meridionale. Le tradizioni di Gioia Tauro sono descritte nel volumetto “Folclore gioiese”, che ha ricevuto il plauso dell'Ispettore scolastico della seconda circoscrizione di Reggio Calabria per l “originalità della vena poetica, i nobili sentimenti di un animo sensibile e le sofferte riflessioni di una mente creativa , attenta alle mutevoli vicende della vita dell'uomo contemporaneo” Orso compose molte opere ispirate all'amore per la Calabria. Il poemetto “Nel mare delle sirene - Amore e morte di un pesce spada” scioglie un cantico alla nostra regione, ricca di tradizioni storiche e mitologiche, che incantano il lettore per le descrizioni dell'incantevole Costa Viola, soffuse di un alone di mistero. Scilla, Bagnara si proiettano nelle limpide acque solcate da Ulisse. Gioia e Palmi risaltano come isole incantate di felicità perenne e baciate dalla natura rigogliosa. Ma la parte che attrae è la morte drammatica del pescespada che si immola per amore, e diventa simbolo dell'intima corrispondenza di due anime innamorate. Infatti il pesce spada si espone volontariamente alla morte perché ritiene che, senza la sua amata, non avrebbe più ragione di vivere. Questo poemetto si può accostare a “L'Orca Marina”, opera densa di epos, per la pregnanza tragica che assume l'amore come tensione verso l'infinito, dove l'io limitato e circoscritto si dissolve nel mistero originario dell'io. Certo la morte del pescespada colpisce maggiormente i lettori perché si riscontra l'impeto dell'eroe romantico, che va incontro alla morte per suggellare l'accorato ed inconsolabile dolore di fronte alla perdita dell'essere amato. Anche “Voce e Gente di Calabria” contiene molti aspetti sociali della nostra terra. Il poeta si sofferma a denunciare tutte le ingiustizie attendendo un riscatto. I versi sono intrisi di mestizia e venati di profondità psicologica. La figura della madre calabrese, chiusa nel suo dolore, dal cuore esulcerato per i figli lontani o uccisi dalla lupara, è cesellata in alcune poesie della raccolta, con tutte le caratteristiche reali. Con animo alfieriano in “Gente del Sud “ si esprime con accenti di accorato verismo. Il dolore, la nostalgia, il rimpianto dell'emigrato sono tratteggiati con partecipazione e calore. In altre liriche evidenzia nostalgia per il passato, prediligendo l'antica semplicità e naturalezza del vivere. Il grande amore del poeta per il luogo natio si sprigiona in “Canti dal Petrace e in “La terra degli aranci e degli ulivi”. Nel primo volume sono delineati alcuni aspetti che saranno approfonditi nel secondo, dove, anzi alcune liriche sono dedicate agli stessi luoghi e personaggi, ma con un tono ed ispirazione diversi. In entrambe le sillogi, inneggia al fiume Petrace con delicato animo carducciano ed evoca con rimpianto l'ubertosa zona di Lamia, adesso disalberata per la costruzione del porto. Così la marina di Gioia , il Piano delle Fosse, il Tre Canali sono descritti nei libri citati con tematiche differenti nella “Terra degli aranci e degli ulivi” il canto diventa impetuoso perché richiama momenti storici che contrassegnano una svolta per il grande fontanone diventato solitario. Nell'altra opera “Il Tre Canali” rappresenta i segnacoli del passato e di quello presente; si nota un certo rammarico per la disattenzione dei moderni nei riguardi delle “tre teste di leoni in ferro”. L'albero d'ulivo è per Orso il simbolo della Piana di Gioia Tauro, l'emblema della sua gente. Egli lo canta con la stessa melodia pascoliana ritenendolo immortale. In “La terra degli aranci e degli ulivi” sono analizzati ed esaltati di Gioia Tauro, i personaggi che la resero illustre. Le figure che assumono nei versi una pregnante rilevanza sono: Stesicoro , Giuseppe Lomoro e Vincenzo Gentile. La sua Gioia Tauro è cantata in un altro poemetto: “Gioia Tauro da Metauria ad oggi”, dove ripercorre le vicende che caratterizzarono la città dalle origini al 1987. L'excursus storico è vivacizzato dal dialogo ideale con gli immortali eroi dell'età arcaica, medioevale e moderna. Le ombre evocate narrano le vicende umane del popolo gioiese inquadrate in una cornice realisticopoetica tanto che la storia appare trasfigurata dalla fantasia prorompente del vate. Richiamandosi alle fonti classiche ha innestato un'ampia panoramica di sintesi storica su modelli epici. Due donne caratterizzano il fenomeno storico: Costanza Granata e Donna Canfora. La prima fu violentata dai pirati saraceni al loro sbarco a Gioia Tauro; la seconda fu una donna bellissima catturata dai pirati su commissione di un sultano, che si era invaghito di lei. Gli effetti deleteri del terremoto del 1908 sono descritti con accorato romanticismo da un'altra anima defunta: Antonio Barone, decorato al valore per avere fatto scudo del suo corpo ad un ufficiale di stanza a Gioia Tauro. Altre opere in versi, che immortalano la Calabria sono “La Costa Tirrenica” e “La Terra del Metauro”. Orso si dimostra erudito degli usi, dei costumi dei popoli calabresi ed inoltre fornisce al lettore una guida quasi turistica dei luoghi da visitare, iniziando il percorso dall'Aspromonte, proseguendo verso Monte Poro, Joppolo, Nicotera, Rosarno, San Ferdinando, Eranova, Gioia Tauro, Taureana, Pietrenere, Palmi, Bagnara, Favazzina, Scilla, Villa San Giovanni, Reggio Calabria. Ha dedicato un'opera in versi alla città di Rosarno: “Quadri poetici di storia alla ricerca delle radici”. Percorrendo le strade K⇓ Premio K⇓ ⇓o edizione 2008 ⇓o pagina 5 alla Cultura di Rosarno, guidato dal suo amico rosarnese Ugo Verzì Borgese, ha interpretato con la sua cetra le minime sfumature storico-sociali costruendo un modulo espressivo aderente allo stato emozionale. L'aedo si sofferma davanti al sacro e al profano codificando la leggenda e mediando la storia con toni elegiaci. La funzione semantica della rima è particolarmente rilevante perché il poeta, inebriato dall'ispirazione, si trasfigura assumendo le sembianze di un cittadino rosarnese. In un alternarsi di ipotassi e paratassi gli endecasillabi scorrono armoniosi per enucleare aspetti ed immagini di Rosarno. Le illustrazioni nel libro richiamano in modo diacronico la descrizione poetica imprimendo un effetto icastico agli aspetti simbolici. Nell'ultima parte del poemetto la carrellata degli uomini illustri di Rosarno si inserisce nel contesto poetico come diadema. L'excursus si conclude con la canzone dedicata alla Madonna degli spasimi (Vergine di Patmos). L'ultima tappa della peregrinatio è il divino che sublima le cose finite e rappresenta in chiave allegorica l'ansia mistica di ciascun essere umano. Ritorna nel 2003 ad elevare un inno a Gioia Tauro con “Piano delle Fosse alla Marina”. Nel canto lirico sono riportati sul filo della memoria personaggi importanti, che si stagliano nella loro solennità storicoletteraria. Nelle descrizioni paesaggistiche si coglie l'ansia d'infinito e un' intima religiosità che scaturisce dall'osmosi tra gli elementi naturali ed umani. Il linguaggio ha una funzione evocativa e suggestiva grazie agli effetti onomatopeici e alla ricerca attenta dei campi semantici, finalizzati all'evocazione di momenti significativi. Il panorama di Gioia Tauro, con le meravigliose vedute della Costa Viola, dello Stromboli, dello Stretto di Messina, punteggiate di riferimenti mitologici, è caratterizzato da un'ansia metafisica siglata dall'ossimoro vita-morte, poiché il poeta ricorda i fenomeni tellurici che, nel passato, hanno causato rovina e distruzione. Dall'analisi dei campi semantici emerge un ritratto della sua terra come dimensione incontaminata dello spirito, e rivissuta nel canto nostalgico delle origini perdute. Nella conclusione inneggia all'eternità della poesia che si sostanzia di nobili sentimenti; infatti, in chiave simbolica, l'anima del poeta instaurerà una corrispondenza di amorosi sensi con chi sarà capace di perpetuare i valori sublimi della vita, cantati in tutte le liriche. Ispirata all'ambiente della Calabria, purtroppo deturpata dal male endemico della delinquenza organizzata, è la silloge “Violenti e violentati”, che fa la disamina dei mali che corrodono la società. Alcune liriche denunciano morti violente di poveri innocenti, vittima della lupara. Ma , anche se nel cuore del poeta annida la disperazione di fronte a questi atti cruenti, non si spegne mai la fiaccola della speranza in una palingenesi universale. Si intravede attraverso i versi la fiducia in un ravvedimento di chi semina il male causando eccidi e determinando l'involuzione della Calabria. Importanti pagine di storia sociale della Piana di Gioia Tauro sono racchiuse in “Risacca”. Sono enucleati quadretti paesani, come le donne del popolo che andavano a lavare i loro panni al torrente, oppure i pettegolezzi delle anziane alle sponde del fiume Budello. I versi descrivono scene di vita quotidiana del passato con nostalgia, riaffiorano i ricordi del poeta del tempo che fu, quando si trascorrevano le giornate con naturalezza magari accanto alla fontanella che adesso non esiste più. Rivivono nella poesia gli aranci di Lamia, le case di Eranova, che la mano dell'uomo ha distrutto per costruire il Centro siderurgico mai realizzato. Lo sguardo del poeta si protende al di là dell'affaccio Barone ammirando il panorama e cogliendo tutte le sfumature paesaggistiche. Non mancano poesie intimistiche, dedicate alla mamma, ed anche mistiche sgorganti dall'inconscio dove si annida la fede religiosa. Trasportato dal bisogno di esternare i contrasti interiori, eleva una preghiera alla Madonna, “unica fonte di speranza, rifugio degli afflitti”. Ma le liriche sono impregnate di amarezza quando fanno riferimento al problema dell'emigrazione che ha costretto intere generazioni a lasciare la terra natia. Rientra nel filone della letteratura militante “Il Vizzarro”, libro molto particolare e diverso da altri testi che hanno affrontato la t e m a t i c a d e l Vi z z a r r o . I n f a t t i l'impostazione del poemetto è nuova e si caratterizza per la dinamicità degli episodi, che non sono presentati come una sequela di fatti puramente descrittivi. Orso non introduce il Vizzarro ex abrupto, ma inizia il poemetto con una visione poetica della Calabria e ne traccia un itinerario storico per innestare l'epos di un uomo ambiguo nelle manifestazioni. La figura di Felicia, nel contesto di un ambiente socialmente elevato, rappresenta la causa scatenante della deviazione del giovane che, in un crescendo di azioni crudeli, si perde nel vicolo cieco dell'abbrutimento. Il poeta in un climax di sensazioni analizza la forza bruta che affonda le radici nella stratificazione sociale; si compenetra nella rivendicazione della parità dei diritti e dei doveri di tutti gli uomini aldilà del potere economico, e condanna ogni genere di sopruso. Quando l'istinto primordiale del Vizzarro raggiunge punte estreme, si avverte tensione drammatica nei versi. Con maestria Orso intreccia le fila della sua unitaria narrazione in versi interrompendo, a momento opportuno, una storia per suscitare nel lettore il desiderio di conoscere l'epilogo del protagonista. Ed ecco appunto dopo la tragedia la figura di Felicia sparisce e si dà spazio ad altri eventi legati al nucleo principale come causa e effetto. L'introduzione di un'altra donna, Nicoletta, anche lei vittima del Vizzarro, è quasi una naturale conseguenza delle angherie patite da Felicia. Lei sarà la vendicatrice di tanti crimini, l'energia vitale che restituisce la pace al mondo travagliato dalla violenza criminale del brigante calabrese. Un'altra opera, che non rientra nella tematica calabrese, ma è pur sempre sociale, d'impegno militante, perché è segnacolo di un momento cruciale per l'Umanità, è la “Guerra del Golfo”. Il suo animo sensibile di poeta, non poteva restare indifferente davanti agli eccidi perpetrati con ferocia, che hanno calpestato il cuore dell'umanità. Depreca la guerra ingiusta che semina tante morti e viola il diritto della libertà dei popoli. In una lirica denuncia antichi mali del mondo orientale, e commisera lo status dei vecchi che vorrebbero aver perso la memoria del passato intriso di sangue e di vittime innocenti, “In Medio Oriente/ ci sono poveri vecchi/ a cui la guerra riapre antiche ferite/ e rivivono sopite tragedie/ sofferte nel nome di Allah/ e su opposte trincee”. La guerra deturpa anche il dono della maternità e sottrae ai bambini la spensieratezza della loro età. La figura della madre egiziana, di Bagdad, sono descritte con mestizia e profonda partecipazione alla tragedia immane che si abbatte sui loro popoli. “Orrendo delitto morire/ per mano fraterna/ sulla terra dei padri,/ sulla sabbia lucente/ dove corsero insieme giocando/ o inseguendo cammelli vaganti” Gli Epicedi e “Le ultime ore di G. Leopardi”. Ha composto due epicedi, uno in memoria di Antonio Barone, e l'altro di Gigi Ioculano. Il primo è molto toccante perché commemora il sacrificio di un uomo che fece scudo col suo corpo per salvare il suo Superiore. In onore di Antonino Barone è stato eretto un busto bronzeo su una colonna di marmo sull'Affaccio di Sant'Antonio. Orso rievoca tutti i momenti salienti della vita del caporale con efficacia lirica, inserendoli nel contesto storico e traendo spunti per poter parlare degli effetti deleteri del sisma del 1908. E' toccante l'addio di Antonio alle cose più care, descritto dal poeta con intima partecipazione. Densi di dolcezza melica gli ultimi versi sulle esequie, ed infine le riflessioni del poeta sulla tomba dell'eroe hanno sapore classico e romantico nello stesso tempo. Il secondo epicedio, scritto per “Gigi Ioculano”, medico, intellettuale e cittadino esemplari, ucciso il 25 settembre 1998, è composto da versi che non sono meno toccanti e partecipativi del primo epicedio. La poesia, straripante di silente commozione amicale, tocca le tappe fondamentali della sua vita e chiude l'epicedio sussurrando: “Riposa in pace./ Il tempo che tutto distrugge e tutto involve/ dentro i silenzi fondi/ della morte,/ sarà cortese con la tua memoria/ come coi pochi a cui/ l'amata terra/ fiorisce e odora/ ai loro lievi passi./ Riposa in pace,/ riposa in pace,/ Gigi.” Il poemetto dedicato alle ultime ore di Leopardi è stato oggetto di studio e di dibattito per molti studenti liceali. Seguendo il filone della critica moderna, Orso esamina gli aspetti dell'ultima produzione e dei canti filosofici, affiora l'immagine di un poeta alfieriano che si nutre negli ultimi istanti della vita di dolci reminiscenze. I dialoghi inseriti nei versi rischiarano la cognizione di alcuni momenti descrittivi e addentrano il lettore anche meno colto nei meandri dell'io leopardiano. Riemergono i miti della fanciullezza in visioni elegiache, e le illusioni d'amore sono rievocate con dolci vibrazioni. In molti passi è tracciato il sistema filosofico di Leopardi, sul dolore cosmico, sulla natura matrigna, e viene evidenziato anche il suo amore alla vita. Non scaturisce una visione pessimistica della poetica, come ancora qualche corrente critica intende sostenere. Silvia, Saffo, Nerina, Fanny, Paolina sono delineate poeticamente con contorni ben definiti; ciascuna recita la propria parte individualizzandosi e dà maggiore incisività alla vicenda personale. Il Messaggio che Leopardi lascia morendo rappresenta la fase della Ginestra, dove Leopardi supera l'isolamento e si apre all'amore universale. La lirica d'amore I versi d'amore occupano il primo posto nella produzione del poeta. In quasi tutte le sillogi troviamo poesie d'amore, ma in modo specifico in “Poesie per un amore” si esalta il sentimento con efficacia e vigore. Il nome della donna “Serenella” è il simbolo della giovinezza, della felicità che irradia il primo sbocciare dell'amore. Egli inneggia alle bellezze della natura, nelle quali si riverbera l'immagine di Serenella per confondersi quasi con l'universo. Talvolta le sue estasi d'amore superano il margine del finito per sconfinare nell'eterno infinito leopardiano, e ricalcando anche le orme del Petrarca nella configurazione della cara immagine. Serenella non è una figura evanescente o una finzione poetica, ma si potrebbe incarnare in una donna reale, capace di trasmettere sensazioni così profonde da operare il miracolo della resurrezione dell'io. E' tale l'intensità dell'amore che il poeta non vuole definirlo terreno quasi per immortalarlo e sfidare il contingente che lo contaminerebbe. Eleva un altro inno all'amore in “Madrigale”, dove domina il filantropismo e la consonanza umana con la natura. L'amore è faro di luce, fiaccola vitale, eterna primavera, ha il potere di produrre emozioni segrete. Il vivere per Orso è concepito all'insegna dell'amore che sopravvive al tempo. Il cuore del poeta, sensibile ai sussulti d'amore, compone un altro canzoniere: “Fiori di zagara per un amore”, dove viene analizzato l'insorgere del sentimento a livello inconscio, poi timidamente fa capolino fino a manifestarsi senza pudore con intensità. Amare per il poeta significa godere della bellezza naturale, sentirsi in consonanza con la natura, quasi annullarsi nel meraviglioso cosmo. Il poeta avverte la rinascita dell'anima al fiorire di un nuovo amore come se vivesse pienamente la sua seconda giovinezza. Anche in questa silloge viene esaltata l'eternità dell'amore sul fluire del tempo. Le opere mitologiche La prima delle opere mitologiche. “Anfitrite” ritorna sulla tematica amorosa. Anfitrite è descritta come le statue del Canova per l'armonia che traspare dalla bellezza muliebre. Non è la divina Anfitrite dei poemi omerici, ma la protagonista di una storia contrassegnata dall'equilibrio nella sfera dei sentimenti. L'opera si può definire classica non solo per i richiami mitologici, ma soprattutto per la particolare condizione dello spirito del poeta che contempla gli eventi con tono distaccato e costruisce un regno incontaminato dove la K⇓ ⇓o Premio K⇓ ⇓o pagina 6 fantasia può creare e dipingere, fuori del tempo e dello spazio umani, un universo di forme perfette, di sentimenti verecondi, di luminose evocazioni. Anfitrite è la caratterizzazione di una qualsiasi ragazza che rinuncia, ad un certo momento della propria vita alla libertà, ai sogni e alle chimere per codificare con il matrimonio la propria femminilità. La ninfa “Galatea” è oggetto della sua ispirazione nell'opera omonima. Il tono sentimentale della prima parte è un inno all'amore cosmico , all'armonia universale che scaturiscono dall'idillio nell'accezione prettamente classica. La pace dei campi, lo sfondo pastorale, in cui matura il sogno d'amore di Galatea e Aci, rappresentano il mito della vita semplice e di una primitiva schiettezza e innocenza. Riecheggia nei versi la situazione idilliaca di “Ermina tra i pastori” della “Gerusalemme Liberata” di Tasso, ma con un tono più intimo e umano. Rivive l'atmosfera delle opere di Teocrito , a cui attinse Virgilio componendo “Le Bucoliche”. Ma l'adesione ai moduli letterari non esclude un'espressione intensa e personale. L'amore trascende il mito e raggiunge il vertice dell'assoluto contemperando attrazione fisica e legame spirituale. L'amore suscita nell'animo lo slancio verso una gioia pura, intensa, infinita, che oscilla tra il sogno e la realtà e si sottrae alla brutalità dei sensi per divenire contemplativo. Il punto culminante del poemetto è la disperazione di Galatea per la morte di Aci, orchestrata in versi con toni lirici adeguati e strumenti stilistici in gradazione crescente. Il lettore avverte il culmine dell'intima lacerazione e ritrova lo stesso strazio del pescespada dell'opera “Nel mare delle sirene”, con la differenza che in “Galatea” si stempera in elegia con la conclusione per la metamorfosi del corpo di Aci in una fonte. Tutte le altre opere mitologiche non scadono mai nel retorico e nell'artificio letterario perchè l'elemento semantico è ben congegnato nell'euritmia del verso. Le figure femminili e maschili scendono dall'Olimpo sulla terra umanizzandosi nel regno dell'amore, i dialoghi che intessono i poemetti smitizzano le vicende proiettandosi sullo scenario della vita comune, tant'è che i protagonisti appaiono agli occhi dei lettori soggetti agenti di romanzi contemporanei in versi. La natura è in simbiosi con gli stati d'animo rivestendosi di colori primaverili in consonanza con il fiorire dell'amore e l'esultanza del cuore, in cui pulsa una nuova giovinezza. E'infatti con l'elogio della primavera che si apre il poemetto “Narciso ed Eco” che vagheggia l'insorgere spontaneo dell'amore come riflesso del sole che irradia le anime. Eco diventa lo status symbol della creatura ossessionata da una passione inappagata e, nello stesso tempo, indomabile. Eco è la proiezione dell'amore come forza totalizzante che impregna lo spirito e i sensi. Confrontando “Narciso ed Eco” con “Amore e Psiche” notiamo la pregnanza drammatica della conclusione del primo poemetto, in cui Eco lancia il suo grido lacerante per la morte di Narciso. Il pathos si addensa nell'animo femminile, ancora più esulcerato dalla desolazione psicologica di amante non amata. Cupido nell'altro poemetto non manifesta negli accenti la stessa intensità tragica di fronte alla morte di Psiche, l'esasperazione è mediata da toni elegiaci e lenita dalla pietas. Tutte le altre opere mitologiche ruotano intorno al tema centrale dell'amore che si connota di rappresentazioni simboliche, nelle quali il poeta dispiega mirabili capacità descrittive. fede, le umiliazioni patite e la penitenza. L'inno alla povertà, come simbolo sacro, è elevato direttamente da San Francesco con la semplicità peculiare del suo ideale di vita claustrale. Il poeta descrive le ultime ore di San Francesco con fervore cristiano e animo poetico. Dopo la Trilogia, Orso ha prodotto “San Bruno, il Beato Lanuino, la Certosa”, poemetto molto importante sul piano agiografico e storico. Poesie dedicate alla madre Nel sedicesimo anniversario della morte della madre, Orso ha pubblicato una silloge nella quale ne commemora la nobile figura, traducendo in versi la sua eterna dedizione. In tutti i componimenti la cara immagine materna è presente, ma in “Fiori per mia madre”, particolarmente effonde il suo amore per colei che lo ha messo al mondo, esaltandone la dolcezza dei modi, l'esemplarità del suo comportamento, modulato sulla parsimonia e sull'abnegazione. “Il cuore di una madre/ è luce e calore/ è più caro del sole/ che sorge e tramonta./”. In questi versi è cesellato l'amore materno, l'unico che nasca spontaneo e disinteressato. Egli rievoca il luogo natio della madre come un Eden, incantevole non solo perché baciato dalla natura, ma reso fulgente dalla presenza della figura amata. Il poeta Orso avverte il bisogno di nascondersi sotto il manto d'amore della madre, unico porto sicuro dopo la traversata tempestosa delle passioni terrene. Abbraccia l'urna della madre e apre lo scrigno dell'io bene custodito e celato agli altri. Scorre nei versi una dolce musicalità come se il poeta accompagnasse il dialogo con il suono flebile del violino che, a poco a poco, si stempera quando la visione evocata si dilegua. Sente nei precordi dell'io il rimorso degli errori commessi in vita e attende la comprensione della madre che immagina in atto di preghiera per invocare il perdono divino. Orso si riallaccia al filone letterario dei poeti che hanno esaltato la madre come principio di gioia, ma anche di purificazione e di rifugio dalle intemperie della vita. Nei momenti di crisi hanno elevato un inno, una preghiera evocandola dall'aldilà per trovare la pace con se stessi ed essere perdonati. De Amicis, Pascoli, D'Annunzio, Ungaretti sono gli esemplari della spontaneità del canto d'amore filiale. Le opere religiose La prima produzione mistica è la trilogia “Maria di Magdala”, “Il Poverello d'Assisi”, “Gesù di Nazarteth”, che inneggiano alla vita, ai miracoli, alle sofferenze con un linguaggio lirico forbito e, nello stesso tempo, scorrevole. Il personaggio della Maddalena è umano, calato nella pietas religiosa, e la fede non è coreografia, fatta solo di riti e funzioni, ma avvertita profondamente. Il poeta crede nella redenzione dei peccatori e vede nella vita sempre operante il sacrificio di Cristo sulla croce. Le preghiere, le invocazioni non sono astrazioni, ma scorrono limpide , semplici nei versi modulati e cadenzati, come nell'inno elevato dalla Madonna in ginocchio davanti a Gesù. In “Gesù di Nazareth” ritorna la figura della Maddalena che lancia messaggi di fratellanza, di perdono, di umiltà tra gli uomini. Anche la Madre di Gesù appare molto umana come una qualsiasi mamma del mondo. Orso si inchina riverente di fronte allo strazio materno è dà alla Madonna un volto reale di donna terrena che soffre per la morte del figlio. Le parole, che Orso mette in bocca alla madre di Gesù, hanno una intensa melodia che ha il potere di penetrare anche nei cuori meno sensibili. Ne “Il poverello di Assisi” sono rappresentate le vicende di San Francesco, i miracoli, l'apostolato di Dopo le descrizioni geografiche delle Serre, traccia le vicende biografiche di San Bruno, ripercorrendo l'esilio, l'incontro con il vescovo in Delfinato, il suo ritiro nel cuore del massiccio di Cartusia, la sua partenza per Roma e il messaggio rivolto ai frati certosini. Nel poemetto sono ripercorse tutte le tappe della santità di San Bruno, il suo incontro con Lanuino e il suo ritiro nelle Serre, concessogli dal conte Ruggero d'Altavilla. l poeta inneggia alla Croce, come vessillo dei Certosini, e alla povertà “favilla ardente dell'Eterno Fuoco”. L'apparizione della Vergine a San Bruno e la preghiera che egli eleva sono rese nei versi con profonda religiosità e immedesimazione. La morte del Santo ha l'intonazione francescana del “Cantico delle creature”, e la figura di Lanuino, che succede a Bruno nella Certosa, non è ricordata in modo retorico o solamente per un fine letterario, ma come testimonianza di fede da trasmettere a tutti i visitatori della Certosa. Liricamente Orso passa in rassegna “Giovanni XXIII”, “Padre Pio”, “Bernardetta”, “La Madonna di Tindari”, “Pompei” ed, infine, conclude la produzione mistica con “ Sulla via della Croce”. Tutti i poemetti menzionati si leggono come un romanzo in versi con le varie sequenze che scandiscono la vita terrena di Giovanni XXIII, di Padre Pio, di Bernardetta. I miracoli, le visioni di quest'ultima, le apparizioni sono descritte con naturalezza, senza mistero sull'inconoscibile. Nei versi scorre una vena romantica e un misticismo religioso che induce a riflettere sull'essenza della fede e dei precetti divini. La Madonna nera di Tindari, per la prima volta, è decodificata in versi con intima partecipazione da parte dell'aedo che, dopo un pellegrinaggio, ha avvertito sublimi emozioni sgorgate ab imis. I versi scorrono limpidi traducendo i palpiti mistici di fronte alla sacra effigie, nel momento del congedo. Il poemetto descrive la Sicilia , Tindari, il nuovo tempio nei particolari, si sofferma sulla devozione dei pellegrini, sulla storia delle incursioni, sulla conquista normanna, ma alla fine la preghiera di congedo è la tessera del mosaico che impreziosisce il componimento. Quasi 3500 versi sono dedicati a delineare la vita di Bernardetta, le apparizioni della Madonna, le vicissitudini familiari, ripercorrendo l'itinerarium mentis in Deum della fanciulla fino alla morte. Sono pagine dense di fede profonda, al di là del dato agiografico, come se il poeta avesse vissuto a Lourdes e fosse stato testimone diretto dei miracoli. edizione 2008 alla Cultura Lourdes, soprattutto quest'anno, è luogo di frequenti pellegrinaggi, per cui il poemetto di Antonio Orso potrebbe costituire, tra tante pubblicazioni, una guida, un faro di luce per irradiare non solo i devoti, ma soprattutto le menti annebbiate dal dubbio. Anche il poemetto “Padre Pio” immette direttamente nel luogo consacrato, meta di molti fedeli, e, come gli altri scritti precedenti, delinea la figura del santo con precisione fornendo notizie dettagliate. Potrebbe essere esposto nelle vetrine accanto alle numerosissime pubblicazioni che si trovano nel Santuario, perché Orso interpreta, con i suoi meravigliosi endecasillabi sciolti, la devozione popolare. Un altro poemetto che risalta agli occhi dei lettori è “Pompei”, nel quale il vate segue l'iter del pellegrinaggio in prima persona trasmettendo le vere sensazioni di chi si accosta con fede all'immagine sacra della Madonna del Rosario. Dopo aver assistito al rito liturgico, riesce ad orchestrare la genesi storica di Pompei nella melodia poetica ricucendo le varie parti con maestria. I passaggi semantici non fuoriescono dal messaggio lirico, ma con tecnica ad incastro sono ben amalgamati e modulati. Il suo cuore di poeta è affranto davanti ai ruderi, ai resti umani, evocati nei versi come segnacolo di un'età intramontabile sotto il profilo storico ed intimistico. L'ossimoro amore-morte è il nucleo concettuale più rimarcato del componimento. Amore e morte convivono nel cerchio della catastrofe: dalle immagini della morte prende forma la riaffermazione del diritto all'esistere e all'eternità. Infatti il poemetto si conclude con la celebrazione dell'onnipotenza dell'amore come forza di coesione degli elementi della terra sconvolti dal caos. Le opere umanistiche Il poeta Orso ha tradotto, in un primo momento 55 favole di Fedro, in endecasillabi sciolti, tra le più significative, in vernacolo calabrese. Successivamente ha pubblicato “Tutto Fedro” rielaborazione in vernacolo calabrese in endecasillabi sciolti, con testo latino a fronte. K⇓ Premio K⇓ ⇓o edizione 2008 ⇓o pagina 7 alla Cultura Gli studenti potrebbero consultare la traduzione per essere agevolati nel loro lavoro di decodificazione. Molte favole acquistano un profondo significato tradotte in vernacolo. Ad esempio la favola della volpe e dell'uva incuriosisce per il linguaggio dialettale coerente al significato. La sua competenza della lingua latina si è esplicata nella traduzione di tre opere del noto latinista Sofia Alessio; “Sepulcrum Joannis Pascoli”, “Ultimi Tibulli dies”, “Asterie”, inserite in un volume “Trilogia Alessiana”. L'Amministrazione Comunale di Taurianova, nel novembre del 1985, in occasione della presentazione del libro, gli ha consegnato una targa d'argento con la seguente motivazione: “Al poeta e scrittore Antonio Orso/ che in Trilogia Alessiana/ riscopre e interpreta in versi italiani/ con musicale aderenza/ la poesia latina di Francesco Sofia Alessio”. Essendo poeta dell'anima, del nobile sentire, interpreta magistralmente i polimetri di Sofia Alessio sia attenendosi alla traduzione letterale, sia ricorrendo al libero commento per adornare il verso italiano. Non è una traduzione meccanica , standard che troviamo nei manuali, ma si può definire elegia, canto corale. Nella stessa cetra si dispiegano le note della metrica italiana che conserva l'aulicità di quella latina. Le opere in prosa Le sue opere in prosa sono variegate, infatti vanno dalla narrativa al saggio letterario e storico. Come narrativa, ricordiamo: “Sotto il sole del Sud” e “ Nel giardino della vita”. Il primo è un romanzo che ha come tematica l'amore di due giovani, nato tra le bellezze naturali della costa tirrenica, gli usi e i costumi della nostra gente. Il vero protagonista è l'amoresogno che alla fine diventa realtà. L'idillio fra una ragazza settentrionale e un giovane calabrese ci trasporta in un mondo puro nel quale regna sovrano un dolce sentimento, nato sotto il limpido cielo della Calabria. “Nel giardino della vita” sono inseriti alcuni racconti improntati alla realtà sociale, al modus vivendi della Calabria.Come saggi letterari sono importanti le monografie. “Vincenzo Gentile”, “Cosimo Allera”, “Giuseppe Lomoro”, “Elisa Macrì”, e anche “Poeti e prosatori della Piana di Gioia Tauro” scritta insieme a Ugo Verzì Borgese e alla sottoscritta. Quest'ultimo lavoro, in due volumi, compendia più di quattrocento autori della Piana di Gioia Tauro, esaminati alla luce di testimonianze bibliografiche, recensioni, articoli su quotidiani, riviste letterarie, di critici , giornalisti e osservatori culturali. Orso, insieme agli altri autori, si è accostato umilmente alla fonte del sapere per riportare alla luce scrittori e poeti ignoti o dimenticati che danno lustro ed onore alla Piana di Gioia Tauro. Il compianto Sharo Gambino nell'introduzione osserva tra l'altro: “Un lavoro che doveva essere di équipe, così complesso e così ampio anche in senso spaziale e che sarà durato anni di ricerche, di contatti, di corrispondenze, e che solo una decisiva volontà di compierlo ha potuto condurre alla parole fine”. Anche la monografia su Vincenzo Gentile, s i n d a c o d i G i o i a Ta u r o , m o r t o drammaticamente, è molto significativa perché il poeta lo commemora mettendone in luce le doti umane e la vita onesta e laboriosa, e si addentra a cogliere qualche aneddoto familiare. Il volumetto raccoglie testimonianze da parte di Pietro Battaglia , di don Francesco Laruffa, di Pasquale Longordo, di Letterio Castaldo. Un'opera storica meritevole ed utile è “Gioia Tauro, ieri e oggi”, scaturita da un intenso lavoro sulle fonti storiche e ricerche d'archivio. E' ripercorso l'iter storico attraverso i secoli fino alla seconda guerra mondiale. Sono descritte le Chiese, le strutture sanitarie, le ferrovie con dovizia di particolari. Orso si sofferma anche sugli uomini illustri che onorarono Gioia Tauro. Il metodo usato è semplice e lineare tanto che il libro è di facile consultazione e rappresenta una fonte per chi volesse approfondire alcune vicende storiche. Successivamente, in occasione del cinquantesimo anniversario del 20 febbraio 1943, ha scritto un opuscolo per ricordare l'evento, sollecitato dall'Amministrazione comunale. Come negli altri libri, Orso, per introdurre l'argomento, analizza il contesto sociale, ricordando anche la sua fanciullezza, poi si sofferma a descrivere il tragico giorno, in cui venivano sganciate delle bombe sul distaccamento militare, interrompendo il riposo notturno degli abitanti che, presi dal panico, fuggirono via impazziti. Si registrarono quarantacinque morti e molti feriti più o meno gravi, ricoverati nel vicino ospedale di Taurianova. Orso sottolinea che quel tragico giorno segnò l'esodo per la popolazione di Gioia Tauro, che si spostò altrove, tanto che il paese si spopolò. Ma nel dopoguerra la gente si diede da fare per ricostruire quello che era stato distrutto ed avviare varie attività commerciali. Nella conclusione del libro viene riportata la scritta della lapide che l'Amministrazione di Gioia Tauro ha voluto fosse affissa sul muro di una delle case distrutte. Medmei. L'aedo ha riportato sul filo della memoria il vissuto, intessuto di sentimenti veraci che sgorgano da un cuore palpitante d'amore. In tutti i versi è elevato un inno alla natura, al paese natio, alla bellezza, all'armonia cosmica, al sacrario degli affetti. Il suo sguardo incantato di poeta si protende “sulla vasta distesa del Tirreno/ tra Punta Faro e Capo Vaticano”. La descrizione geografica della terra natia è connotata da accenti melici altisonanti , che scaturiscono ab imis. La consonanza con gli elementi naturali irradia il suo essere e l'amore costituisce la linfa vitale, che fa pulsare il cuore di sensazioni non scalfite dal tempo. L'amore “è il sole che nell'ora nera/ attenua o sperde in cuore ogni amarezza/ è la forza che attrae, avvince e regge/ ogni armonico moto su di noi”. Nella sua poesia ricorrono immagini estetizzanti, rappresentate con lo stesso trasporto giovanile e la passionalità degli anni ruggenti. Aleggia il desiderio spasmodico di godere della bellezza della natura, di assistere con occhi di innamorato allo spuntar dell'alba, al sorgere del sole, al tripudio dei “passeri chiassosi e litigiosi”, al volteggiare di “due tortorelle che si inseguono per l'aria”. Come in Pascoli ricorre l'analogia tra l'uomo e la “vecchia rondine” nella concezione del nido come rifugio, difesa dal mondo esterno, pieno di insidie, al tramonto di una vita vissuta pienamente. Navigare con la fantasia nel mare dei ricordi d'amore, rigenera il suo essere, mitigando le angosce della solitudine. L'immagine della donna evocata è nitida, intrisa di sentimentalismo, ma anche di passionalità, soprattutto quando diventa creatura silvana, assorbita panicamente nei ritmi della natura. Alla polifonia dei versi si accorda la policromia della vegetazione: “grappoli violacei, rose rampicanti, gelsomini fioriti, chiome infiorettate a stelle, zagara carnosa, glicine violaceo”. Il poeta trasfigura mitologicamente i sentimenti per esprimere l'universalità dell'amore, come in “Selene”, “Dafne e Apollo”, caratterizzati da un affetto di simultaneità di immagini e di sensazioni. In altre composizioni Orso crea una fitta trama di segrete corrispondenze psico-sensoriali tra la natura e la donna “giovinetta”, paragonata alla gardenia. La voce del poeta si modula con il linguaggio musicale dei fiori, delle piante diventando essa stessa musica, che si libra nell'infinito staccandosi dalle parvenze fenomeniche. Talvolta gli alberi, i fiori, al di là della connotazione naturale, simboleggiano un particolare stato d'animo, collegato al fluire del tempo. Rosarno - Antonio Orso porge il saluto di chiusura dell’anno accademico 1988-89 all’Università della Terza Età L'ultima silloge del poeta Orso Antonio Orso ha dato alle stampe recentemente una raccolta poetica: “… e cantarono a sera gli usignoli” Centro Studi L'ultima sezione della silloge è dedicata al culto dei morti: alla madre e al fratello recentemente scomparso. Abbracciando le urne, il poeta “scioglie un cantico” instaurando una corrispondenza di amorosi sensi imperitura. Il cantore della “gioiesità” * di Tiziana Vissicchio Il termine cultura è spesso speso nella s u a a c c e z i o n e a n t ro p o l o g i c a , oscurandone il significato classico umanistico, quello di “culto dell'animo umano”. Nell'ottica umanistica la poesia diventa manifestazione eccelsa di cultura, il modo di comunicare la parte celata dell'uomo, quella che molto spesso soccombe al cinismo e all'indifferenza. Antonio Orso ha sempre dato voce alla parte celata, direi meglio “non esercitata” di ogni gioiese. Ha espresso l'amore per la terra di Gioia, per tutte le memorie che racchiude in sé come tesori inestimabili e misteriosi, tesori che ognuno di noi gioiesi porta dentro non curandosene. Ha dipinto le emozioni e i sentimenti umani con gusto semplice e attraverso figure garbate ma “calabresemente” decise. Ha portato molti figli di questa terra a pensare…E già, molti hanno pensato sui suoi scritti. Vi v i a m o u n m o m e n t o s t o r i c o caratterizzato da grandi sconvolgimenti politico-sociali, e le passioni umane si materializzano in episodi di cinismo e alterigia alternati ad altri di sofferenza e stupore. Molti sono i rilievi di natura antropologica e sociale che potrebbero essere fatti, e mai come oggi sorge la necessità di produrre poesia che non prescinda dalla conoscenza storica, politica e filosofica. Ma accanto a tale necessità, si erge la considerazione che tutto ciò che non procede direttamente dall'emozione è, in poesia, di valore nullo. E Antonio Orso ha saputo far parlare il “cuore gioitano” in maniera del tutto vera, confermando la considerazione che la poesia è sempre e comunque un luogo in cui gli ideali di giustizia, di verità e di bellezza coincidono. (*) Segretaria associazione K⇓ ⇓o K⇓ ⇓o Premio K⇓ ⇓o pagina 8 edizione 2008 alla Cultura Spigolando nel passato...gli anni giovanili di Antonio Orso Antonio Orso nel 1947 studente del Liceo Scientifico di Reggio Calabria Da sx Stillitano, Orso e Rossi nel 1947 Da sx Francesco Rossi e Antonio Orso nel 1947 TAUROGRAFICHE s.r.l. Via Nazionale 111 n° 169/171 - 89013 GIOIA TAURO www.taurografiche.com - Finito di stampare nel mese di ottobre 2008 - LA LIBRERIA SCARABEO HA UN’ANIMA E IL LIBRAIO HA IL PIACERE DI VENDERLA. Annusare l’odore dei libri, guardare, toccare, frugare tra gli scaffali alla ricerca di storie incredibili. IL PIACERE DI LEGGERE SCARABEO di Tiziana Bagalà Via Roma n. 14 - Tel. e fax: 0966.26688 0966.52218 - Gioia Tauro (RC) E-mail: [email protected] IL PIACERE DI LEGGERE