ANNO XIX - N. 9
SETTEMBRE 2014
LA NUOVA FENICE
Tarì 2 (€ 0,50)
Sant’Elena e l’invenzione della Croce
dati biografici di Flavia Giulia Elena sono piuttosto
scarsi, sembra sia nata a Drepanum in Bitinia nel golfo di Nicomedia (Turchia), città che il figlio Costantino (272-337) rinominò in suo onore chiamandola
Helenopolis (“città di Elena”),
fatto che ha portato a ritenere
Drepanum suo luogo di nascita.
Leggendo la “Vita di Costantino” del vescovo Eusebio di Cesarea (265-339/340), consigliere
e biografo dell’imperatore, sembra che la futura imperatrice sia
nata verso la metà del III sec., tra
il 248 o il 250, poiché nell’opera
si afferma che Elena nel 328, di
ritorno dalla Palestina, aveva
circa 80 anni. Nelle fonti del IV
sec., di seguito al “Breviarium
ab Urbe condita” di Eutropio,
IV sec., si dice pure che ella
fosse plebea, figlia di un oste e
chiamata“stabularia” dall’attività che svolgeva nella taverna
paterna, cioè era una ragazza addetta alle stalle. La futura santa
ed imperatrice apparteneva ad
una condizione sociale molto
bassa giudicata dai costumi del
tempo moralmente riprovevole,
perché allora nelle osterie si praticava anche la prostituzione.
Aurelio Ambrogio (339-397),
vescovo di Milano, la chiama
“bona stabularia”, termine che
poteva indicare sia “ragazza addetta alle stalle” sia “locandiera”; le fonti scritte dopo l’elevazione al trono imperiale di
Costantino, invece ignorano la
sua condizione sociale.
L’inglese Timothy Barnes, grande
studioso della figura dell’imperarore Costantino (Costantino ed
Eusebio, Harvard University
Press) e di quel periodo storico,
I
I parte
da un epitaffio ritrovato a Nicomedia, suppone che l’incontro tra
Elena e Costanzo Cloro (250306), suo futuro compagno, sia
avvenuto quando quest’ultimo si
trovava in Asia minore, durante la
campagna bellica contro il Regno
di Palmira, al servizio dell’imperatore Aureliano, presente in Bitinia poco dopo il 270. Tuttavia
non si conosce bene la natura del
loro legame, se questo fosse legale oppure no, poiché sempre le
fonti chiamano Elena ora “moglie” di Costanzo ora “concubina”, sicché San Girolamo (347419/420), reso incerto dalla terminologia usata, si riferisce a lei in
entrambi i modi. Alcuni studiosi
sostengono che i genitori di Costantino fossero legati da un matrimonio de facto, non riconosciuto dalla legge, perché Elena,
sia per famiglia che per ricchezza,
apparteneva agli strati più bassi
della società e non era adatta a
sposare un prefetto del pretorio
quale era Costanzo. Altri studiosi
affermano invece che tra loro ci
fosse un matrimonio in piena regola. Comunque la relazione tra i
due, fissa o sporadica che fosse,
durò a lungo più di vent’anni, con
Elena che diede alla luce Costantino nel 272/274 nella città di
Naissus in Serbia.
Nel 293 ca, per volere dell’imperatore Diocleziano, Costanzo lasciò Elena e sposò Teodora, figliastra di Massimiano, l’altro
Augusto coreggente del troppo
vasto Impero romano: solo così,
con questo matrimonio dinastico, egli poteva essere elevato al
ruolo di Cesare all’interno della
Tretarchia, la nuova forma di governo voluta da Diocleziano
stesso. Elena, all’epoca ultra qua-
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rantenne, si trovò sola, senza marito, senza il figlio Costantino ormai grande e avviato alla carriera
militare, priva della rilevante posizione sociale che aveva goduto
fino allora accanto a Costanzo;
ella non si risposò, visse lontano
dalle corti imperiali, ma sempre
spiritualmente vicina all’amato
figlio, il quale la ricambiava con
un affetto altrettanto grande. Nel
306 Costantino, dopo la morte
del padre, fu proclamato Augusto
a York dalle legioni della Britannia e chiamò presso di sé la madre Elena, la quale prima lo seguì
in Germania a Treviri, dove nel
palazzo imperiale si trova un affresco in cui forse è raffigurata, e
poi a Roma, stabilendosi nel Palatium Sessorianum presso il fundus Lauretus, che si trovava nella
zona sud-orientale dell’antica
città. Il figlio la elevò alla più
alta dignità con l’appellativo di
nobilissima foemina e quando divenne totius orbis imperator le
conferì nel 324 il titolo di ‘Augusta’, ricoprendola inoltre di ulteriori onori, come il libero accesso
al tesoro imperiale e l’incisione
del suo nome e della sua immagine sulle monete, rappresentando la madre come personificazione della Securitas (“sicurezza”) dello stato. Ma Elena non
si inorgoglì di fronte a tanto prestigio e potere, dimostrando così
di avere una fede profonda e non
ci è dato sapere quanto abbia influito sul figlio nell’emanazione
nel 313 dell’editto di Milano, che
riconosceva libertà di culto al cristianesimo, perché, secondo Eusebio, fu Costantino stesso a convertire la madre alla religione di
Cristo. Stando alle fonti ed alla
tradizione cristiana, l’augusta
donna usò il suo potere con
grande generosità, beneficando
persone di ogni ceto ed intere
città, aiutando poveri con vesti e
denaro e facendo liberare, per
mezzo della sua intercessione, i
condannati alle carceri, alle miniere e all’esilio. Visse la sua fede
quotidianamente nella preghiera
e nell’umiltà, partecipando alle
funzioni religiose, mischiandosi
tra i fedeli con abiti modesti ed
invitando spesso nel suo palazzo
i poveri, ai quali ella stessa serviva il pranzo con le proprie
mani.
Nel 326, secondo alcune fonti,
Costantino fu colpito da una
grande tragedia familiare: Fausta (289/290), la seconda moglie, accusò il figliastro Crispo
(302-326), figlio di primo letto
dell’imperatore, di averla voluta
sedurre, ottenendo di farlo mettere a morte. Poco dopo Costantino, convintosi dell’innocenza
del figlio, avrebbe fatta morire la
moglie affogandola in un bagno
portato ad una temperatura più
alta del normale. Secondo una
diversa versione dei fatti, Fausta fu fatta morire perché sospettata di adulterio, subendo per
questa colpa anche la damnatio
memoriae. Elena in quella dolorosa circostanza tenne un atteggiamento prudente e forse proprio per quei foschi episodi che
avevano coinvolto il figlio Costantino, a 78 anni nel 326,
compì un pellegrinaggio penitenziale ai Luoghi Santi di Palestina. Riguardo a questo suo
viaggio è interessante riportare
una leggenda, inserita a circa i
due terzi del testo dell’Actus Silvestri, in cui si dice che la madre
di Costantino fosse simpatiz-
zante dell’ebraismo e tale notizia diede poi origine alla tradizione che ella fosse ebrea, ma si
tratta di una versione non condivisa dagli storici moderni. Il documento, che riporta episodi leggendari della vita di papa Silvestro, narra di una disputa tenutasi davanti a giudici pagani tra
lui e 12 rabbini per decidere
quale fosse la vera religione: il
papa dovette discutere e ribattere dodici “altercationes” (dispute) sopra diversi argomenti.
Nell’ultima di queste sarebbe
stato portato un toro al quale uno
dei rabbini avrebbe soffiato nell’orecchio il nome di YHWH,
facendolo immediatamente morire, papa Silvestro allora pronunciò all’orecchio dell’animale
il nome di Cristo, facendolo subito resuscitare. Dopo tale dimostrazione il cristianesimo sarebbe stato riconosciuto come la
vera religione, alla quale Elena
si sarebbe convertita per partire
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subito dopo in pellegrinaggio
verso Gerusalemme.
Il suo viaggio in Terra Santa, nei
luoghi della passione di Gesù, è
stato descritto da Eusebio, il quale
riferisce pure degli atti di pietà
cristiana compiuti dalla santa regina, ella stessa inducendo il figlio a costruire le Basiliche della
Natività a Betlemme e dell’Anastatis, o della Resurrezione sul
Monte degli Ulivi, splendidamente ornata per volere dell’imperatore. Forse in quel viaggio
religioso della madre, per alcuni
studiosi, vi fu anche un preciso significato politico, in quanto la
conversione di Costantino al cri-
stianesimo, le sue riforme religiose anti-pagane, la sostituzione
di ufficiali pagani con quelli cristiani, inoltre la morte del figlio
Crispo e della moglie Fausta ordinate dall’imperatore, avevano
alienato il favore delle popolazioni orientali verso l’imperatore.
Elena, nel fare quel pellegrinaggio, diceva al figlio che la sua regalità di sovrano sulla terra doveva discendere dalla volontà di
Dio ed essere consacrata dal Cristo, figlio di Dio.
La tradizione cristiana, rifacendosi a Eusebio, narra che Elena,
salita sul Golgota, volle purificare quel luogo sacro facendo
abbattere i templi pagani costruiti dai romani e quello dedicato alla lasciva Afrodite, costruito sopra la Grotta salvifica e
in un cimitero frequentato dai
cristiani per pregare. Lì ella scoprì la vera Croce di Cristo, ponendovi sopra il cadavere di un
uomo morto, che ritornò miracolosamente in vita; questi episodi
della vita dell’imperatrice sono
raffigurati nei dipinti della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma e splendidamente, nel ciclo di S. Francesco, da Piero della Francesca ad
Arezzo. La basilica di Santa
Croce in Gerusalemme fu fatta
costruire appositamente da
Elena sul Palatium Sessorianum,
già appartenuto a lei nel periodo
in cui Costantino era a Roma,
per custodire gli strumenti della
Passione che sarebbero state
portate dalla Palestina, secondo
la tradizione; oltre alla Croce,
infatti, Elena avrebbe trovato la
croce di uno dei due ladroni, la
spugna imbevuta d’aceto, parte
della corona di spine, un chiodo
della Croce nonché il titulus crucis, il cartiglio originario infisso
sopra la Croce, che riportava la
sentenza di morte.
(continua)
Carla Amirante
VISITA ALLA CAPINANERIA DI PORTO DI TRAPANI
enerdì 22 agosto il delegato vicario del Sacro
Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Nobile
Antonio di Janni Cav. Gr. Cr. di
Grazia, il coordinatore costantiniano di Alcamo Nobile Pietro
Francesco Mistretta, Cav. di
Grazia, e dal Cav. Calogero Puleo, sono stati ricevuti dal Comandante della Capitaneria di
Porto di Trapani e Guardia Costiera, Capitano di vascello
Giancarlo Russo, cavaliere costantiniano. Nel corso del cordiale incontro si è parlato delle
attività umanitarie che la Marina Militare e Guardia Costiera
svolgono nei confronti dei profughi che arrivano in Sicilia
dalle regioni africane. All’incontro ha partecipato anche il Capitano di Corvetta (CP) Antonio
Morana, cavaliere costantiniano,
già comandante dell’ufficio Circondariale Marittimo di Lampedusa ed ex Comandante della
VII squadriglia Guardia Costiera, che ha riferito al comandante Russo l’impegno dell’Ordine verso i più disagiati ed ha
ricordato l’invio di generi di
prima necessità da parte dell’Ordine Costantiniano per i profughi sbarcati in Lampedusa effet-
V
tuato durante il suo periodo di
comando nell’isola. Il delegato
vicario ha consegnato una meda-
glia del XVII centenario dell’editto di costantino imperatore
e il Comandante Russo ha fatto
dono di una crest della capitaneria di porto di Trapani.
Vincenzo Nuccio
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MEMORIE BORBONICHE A TRENTO:
FERDINANDO E MARIA TERESA SPOSI
.M. Ferdinando II di Borbone, dopo la morte prematura della “Reginella
Santa” Maria Cristina di Savoia,
a soli ventisei anni rimase vedovo e padre del piccolo Francesco. Decise così di contrarre
nuove nozze, ma questa volta la
mutata situazione politica imponeva di scegliere la futura regina tra le dame dell’aristocrazia
asburgica. Venne così designata
a diventare Regina del Regno
delle Due Sicilie, l’Arciduchessa
Maria Teresa d’Asburgo-Teschen, figlia dell’Arciduca Carlo
d’Asburgo-Teschen, il grande
generale fiero avversario di Napoleone Bonaparte.
Trovata la futura regina, restava
da stabilire quando celebrare le
nozze e soprattutto dove. La diplomazia napoletana e viennese
si dettero subito da fare. La data decisa fu il 9 gennaio del
1837, mentre per quanto riguardava il luogo, inizialmente si
pensò ad Innsbruck, capitale
del Tirolo austriaco (dal 1848 al
1918), ma successivamente, attratto dalla fama di santità del
Principe Vescovo Giovanni Nepomuceno de Tschiderer, Re
Ferdinando impose che le nozze venissero celebrate nella più
piccola città di Trento.
Il resoconto delle auguste nozze è raccontato dalle pagine
del “Messaggero tirolese”,
giornale a quel tempo edito in
Rovereto (TN), nonché dalle
lettere dei manoscritti della Biblioteca Civica di Trento ed infine dagli atti ufficiali custoditi nell’Archivio di Stato di
Trento. Fu Pietro Pedrotti,
grande storico locale, a ripubblicare gli eventi nel 1927 sulla rivista “Studi Trentini” ed è
da questa autorevole fonte che
ho avuto modo di recuperare
interessanti particolari sulle
nozze dei sovrani duosiciliani
S
e sulla loro breve ma intensa
permanenza a Trento.
Il Pedrotti ci racconta che la
prima a giungere nella città dell’Adige, il 5 gennaio 1837, fu
Maria Teresa col padre Carlo e
tutto il loro seguito. Gli Arciduchi presero alloggio presso il
palazzo Fugger-Galasso, all’epoca di proprietà della vedova Zambelli. Ad accogliere le
sette carrozze sulla porta del
palazzo, c’erano il governatore
del Tirolo, il comandante delle
truppe del Tirolo, il capitano
del circolo di Trento, il podestà
e numerosi ufficiali asburgici.
A tarda sera del sabato 7 gennaio, giunse a Trento anche il giovane Re Ferdinando, accompagnato dal Principe Pignatelli e
dal Marchese di Brancaccio. La
corte napoletana alloggiò presso l’ormai scomparso albergo
“Europa”. Lunedì 9 gennaio
1837, di buon mattino, il Re andò prima a confessarsi e comunicarsi presso il convento di S.
Bernardino a cui donò 60 fiorini, poi raggiunse il seguito austriaco per partecipare al tiro al
bersaglio, ad una bella passeggiata a Ravina (sobborgo di
Trento) e ad una gita in battello
sull’Adige.
Finalmente, dopo l’intensa
giornata, alle ore 18:00, presso
la piccola Cappella Gentilizia
di Palazzo Fugger-Galasso, dedicata ai Santi Martiri Anauniesi, si svolsero le nozze reali.
Officiava la cerimonia il famoso Principe Vescovo Monsignor
Giovanni Nepomuceno de
Tschiderer (proclamato Beato
da papa Giovanni Paolo II nel
1995), alla presenza di augusti
ospiti e del loro seguito. Testimoni degli sposi il Principe
Leopoldo Duca di Salerno, zio
di entrambi gli sposi ed il Conte di Siracusa, fratello del Re.
Una splendida medaglia venne
Il Cav. Dott. Rino Piccione mostra i “reperti” borbonici.
coniata appositamente per
commemorare l’evento e non
solo, vennero pubblicati persino sonetti, versi di Andrea Maffei e di Antonio Gazzoletti ed
un carme in tedesco del conte
Agostino Marzani di Villa Lagarina ed un altro pure in versi
di Giuseppe Dalla Bona a nome
della borgata di Pergine.
Dopo le nozze, i giovani sovrani ritirandosi nell’appartamento
di Maria Teresa presso palazzo
Fugger-Galasso, vi passarono
la prima notte di nozze. Il Pedrotti riporta anche un curioso
aneddoto: il letto di Re Ferdinando era troppo corto ed alla
fine dovette far portare quello
che aveva usato all’albergo
“Europa”.
I giorni successivi alle nozze
furono caratterizzati da tante
gite e svaghi per i sovrani. Il 10
gennaio gli abitanti della borgata di Pergine (oggi Pergine Valsugana, terzo comune della
provincia di Trento), organizzarono una festa in maschera per
rendere omaggio agli sposi. Le
giornate trentine per i sovrani
trascorrevano così liete e spensierate, ricche di eventi straordinari, tra cui uno spicca su tutti: l’inaugurazione di una nuova
porta della città. Proprio così,
Trento desiderava dedicare alla
Regina del sud, la nuova porta
che avrebbe sostituito la ormai
piccola e mal messa porta
“Santa Croce”. La porta si sarebbe chiamata proprio “Maria
Teresa” in omaggio all’augusta
sposina. Purtroppo questa porta
oggi è scomparsa, ma un tempo
era una delle più importanti
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della città, infatti doveva abbellire l’ingresso di Trento all’estremità meridionale di Borgonuovo, era protetta e sovrastata dal Torrione madruzziano
di piazza Fiera e la strada che
passava attraverso di essa collegava Trento col resto d’Italia.
La mattina del 12 gennaio
1837, tutta Trento era parata a
festa e drappi damascati pendevano dalle secolari mura. In alto venne eretto un semplice trono per i sovrani duosiciliani, di
fronte stava il Vescovo de
Tschiderer ed il seguito. Tra la
folla acclamante e la banda militare che intonava marce trionfali, si fece strada S.M. la Regina Maria Teresa a cui il podestà
Giovanelli porse il piccolo martello demolitore che poi passò
al padre ed all’augusto sposo.
Cadeva così la prima pietra della
vecchia porta “Santa Croce” e
abbattuta lasciò lo spazio alla
nuova, la cui prima pietra, benedetta dal Vescovo, venne gettata
nelle fondamenta e con essa venne murato un documento con le
firme dei sovrani e delle autorità
al fine di rendere ancora più solenne l’evento. Questa inaugurazione è accennata nell’opuscolo
“Piazze e Strade di Trento” di L.
Cesarini Sforza e la “Biblioteca
civica di Trento” possiede una
copia del documento murato.
Il 13 gennaio 1837 gli sposi lasciarono Trento alla volta di Napoli e Ferdinando fu talmente felice dell’accoglienza ricevuta da
lasciare una donazione di 250
napoleoni d’oro da distribuire ai
poveri di Trento. La popolazione
trentina conservò sempre un bel
ricordo di quei giorni e lo stesso
fecero i sovrani duosiciliani. Si
racconta che congratulandosi col
governatore del Tirolo, Re Ferdinando, che proveniva da una
metropoli come Napoli, riferì
tutto il suo stupore per aver notato che Trento “...non era un paese come Innsbruck!”.
Fin qui il riassunto degli eventi
fatto dal Pedrotti, ma oggi cosa
resta a Trento di quei giorni memorabili? A questa domanda ho
deciso di dare una risposta e così, mosso dalla mia curiosità, attraverso le fonti dello storico
trentino e andando a curiosare in
giro per musei ed archivi della
città dell’Adige, sono riuscito a
ritrovare qualcosa di incredibile:
il martelletto e la cazzuola d’argento con cui la Regina Maria
Teresa inaugurò i lavori di de-
molizione della vecchia porta
“Santa Croce” e l’edificazione
della nuova porta “Maria Teresa” (vedi foto). La scoperta di
questi oggetti sarebbe stata impossibile senza la collaborazione della Dott.ssa Caterina Tomasi della Fondazione Museo
Storico del Trentino, la quale è
riuscita a trovare negli immensi
magazzini dell’archivio, questi
due fantastici oggetti che, insieme a moltissimi altri pezzi dello
scomparso Museo del Risorgimento del Castello del Buonconsiglio, per la mancanza di
adeguati spazi espositivi, non
sono visibili al pubblico e giacciono rinchiusi negli scatoloni
dei locali della Fondazione.
Giornate indimenticabili a Trento, oggi come nel 1837.
Rino Piccione
ASSISTENZIALISMO
’economia siciliana si
basa sull’assistenzialismo, vedi i posti pubblici
pip- lavori socialmente utili articolisti. Questi lavori sono
stati inventati dai nostri politici, che per essere eletti, con
grande fantasia, hanno posteggiato in queste attività i giovani
disoccupati in cambio di voti
per la partitocrazia. Tutto questo porta ad un aumento di precari e un aumento della spesa
pubblica. Dobbiamo dire inoltre
che questi giovani parcheggiati
per decenni in queste fantomatiche sigle non producono, non
fanno lavori utili negli uffici
dove vengono inviati. Percepiscono quasi 800 euro, non
hanno contributi e diventano un
problema per gli stessi politici
che hanno ideato questa perversa condizione. Come possono vivere e formare una famiglia con quella misera somma
che percepiscono? Oggi la lungimirante intelligenza della nostra partitocrazia vorrebbe sopprimerli ma nello stesso tempo
L
continuano a rinnovare i loro
contratti facendo nuovi debiti
in attesa di cosa neanche loro lo
sanno. Questi rinnovi giungono
sempre alla vigilia delle votazioni amministrative o politiche. In effetti sarebbe molto
semplice risolvere il problema.
In Sicilia ci sono molte strade
di collegamento tra i vari comuni da riparare o da fare. Basterebbe assumere con un contratto definitivo questi precari e
mandarli in cantieri di lavoro
che dovrebbero gestire la viabilità tra i vari paesi della Sicilia.
Sicuramente il 50%, se non più,
rinuncerebbe perchè, già occupato in qualche altra attività lavorativa. Lavorerebbero per
rendere le vie di comunicazione
siciliane migliori e così si favorirebbe un maggior turismo che
porterebbe nelle casse della Regione Siciliana maggiori incassi. Pensate che vicino Caltanisseta c’è una zona archeologica, montagne di marzo, l’antica Herbesos completamente
da scavare e riportare alla luce
siti archeologici che potrebbero
essere di richiamo a numerosi
turtisti. Perchè non fare lavorare questi precari in queste
zone? Forse queste decisioni
sono troppo forti per i nostri
politici che invece preferiscono
convivere con l’ambiguità che
fin ora li ha contraddistinti, con
gli imbrogli che gli procurano
i voti per mantenere salve le
loro poltrone. Credo che i politici prima debbano studiare la
dottrina sociale della chiesa cattolica e dopo un attento esame
candidarsi. Invece fin ora spregiudicati avventurieri hanno abbracciato ideologie di destra,
centro e di sinistra solo per il
loro tornaconto. Fin ora è stato
così, ora basta!
Antonio di Janni
LA NUOVA FENICE
Direttore responsabile: Antonio Di Janni
Stampa a cura della Casa Editrice CE.S.T.E.S.S.
via Catania, 42/B - Palermo
Autorizzazione del Tribunale di Palermo n. 13 del 15.03.96
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La “Berrettella” di San Francesco
da Paola a Catania
Sabato 21 Giugno 2014
ell’ambito dei solenni festeggiamenti di San Francesco da Paola, titolare
della omonima Parrocchia di
Catania, il Parroco Rev. Don
Giuseppe Scrivano ha chiesto la
visita della Reliquia della “Berrettella” del Taumaturgo Paolano, venerata nel Santuario di
San Francesco di Milazzo.
Nel tardo pomeriggio del 21
Giugno il Rev. P. Mario Savare-
N
La Reliquia della “Berrettella” nel
prezioso reliquiario
se, Cavaliere di Grazia Ecclesiastica dell’Ordine Costantiniano, unitamente al Cav. Prof.
Salvatore Italiano, ha recato la
preziosa Reliquia a Catania,
dove il sacro oggetto è stato accolto da Don Scrivano e dai Cavalieri Antonio Amato, Cristoforo Arena, Salvatore Dell’Aria
e Salvatore Pinieri.
La Delegazione Costantiniana
ha preso quindi parte alla S.
Messa, presieduta da P. Mario
Savarese, Rettore del Santuario
di Milazzo, ove la Reliquia farà
ritorno al termine dei festeggiamenti parrocchiali il prossimo
29 Giugno.
Alla Celebrazione Eucaristica
hanno partecipato numerosi
parrocchiani e devoti, che hanno avuto modo di venerare e
ammirare la particolare Reliquia. Essa è costituita dal copricapo usato da San Francesco da Paola, custodito in un
artistico e preziosissimo reliquario in argento massiccio finemente cesellato e sbalzato, e
arricchito da applicazioni ag-
La “Berrettella” estratta dal reliquiario
gettanti in oro. È composto da
una calotta semisferica su cui
sono impresse le figure di S.
Stefano Protomartire, Patrono
di Milazzo e del Compatrono
S. Francesco. La calotta poggia sulle possenti ali di una
maestosa aquila, immagine
araldica della Città, che costituisce il termine di un raffinatissimo fusto, riccamente decorato al pari della base, a
pianta e sezione mistilinea.
L’artistico manufatto fu realizzato a spese della Città di Milazzo nella prima metà del
XVIII secolo. La Reliquia, invece, fu donata al Sacro Convento di Gesù e Maria dal
Rev.mo P. Francesco Cerdonis,
V Generale dell’Ordine dei
Minimi, che si spense in Milazzo nel 1518.
Salvatore Italiano
SONO LE CONDIZIONI PEGGIORI A RENDERE GLI UOMINI MIGLIORI
CROCE COSTANTINIANA DI SAN GIORGIO
DI SICILIA Onlus
AIUTACI AD AIUTARE
(iscritta al reg. Reg. del Volontariato di Protezione Civile n. 16813)
DIVENTA ANCHE TU VOLONTARIO DEL SOCCORSO DI PROTEZIONE CIVILE,
SOCIO-SANITARIO, GRUPPO CINOFILO.
Per contatti: 389.47.95.689
Il Presidente
Comm. Dott. Francesco D’Alba
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Formazione alla fede e alla vita cristiana/21
A cura di Mons. Gaetano Tulipano
già Direttore della Scuola Teologica “S. Luca Evangelista” della Arcidiocesi di Palermo
L’ORIGINE DEL PECCATO,
LA SUA NATURA E LE CONSEGUENZE
I loro occhi si aprirono e si trovarono colpevoli; con un senso di
colpa nella loro coscienza, con
un senso di colpa davanti a Dio.
Il senso di colpa che avvertirono
nella loro coscienza lo manifestarono intrecciando “ foglie di
fico ” (Gen 3,7) per coprire la loro nudità. Il tentativo di coprire
la loro nudità manifesta il passo
di riconoscere la propria colpa e
di nasconderla. Il senso di colpa
che avvertirono di fronte a Dio
fu quello di nascondersi davanti
a lui:”Poi udirono il Signore Dio
che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo
con sua moglie si nascosero dal
Signore, in mezzo agli alberi del
giardino” (Gen 3,8).
Il giudizio
Subito dopo il peccato, il Signore si erge come giudice.
Siamo di fronte a un processo.
Dio interpella i colpevoli, li
mette dinanzi alle loro responsabilità ed emette il suo giudizio sul serpente, su Eva e su
Adamo comminando delle pene ben precise (Gen 3,9-19).
Innanzitutto il Creatore pronunziò il suo giudizio su satana, su colui che era stato la fonte della tentazione e del peccato dicendo: “Poiché tu hai fatto
questo, sii maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le
bestie selvatiche; sul tuo ventre
camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua
vita. Io porrò inimicizia tra te e
la donna, tra la tua stirpe e la
sua stirpe: questa ti schiaccerà
la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,14-15). Nella
parola di Dio rivolta al serpente
dobbiamo distinguere due giudizi. Il primo è riferito al ser-
pente come animale (Gen
3,14). Dato che il serpente è
stato strumento di satana per la
caduta dell’uomo, Dio lo maledice e lo degrada. Il serpente
che era stato il più bello e il più
astuto tra gli animali adesso diventa quello più miserabile:
camminerà sul suo ventre, strisciando per terra e mangerà
polvere. Questo servirà all’umanità come ricordo perpetuo della tentazione e della caduta. Con il secondo giudizio
Dio smascherò la potenza ma-
del rappresentante della discendenza della donna:”tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15).
Dio poi emise il suo giudizio sulla donna dicendo: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai i figli.
Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”(Gen
3,16). Il peccato ha trasformato
in negativo i due momenti più
belli per la donna: il parto e il
matrimonio. Il parto da evento
gioioso, indolore e sicuro sarebbe divenuto il momento più do-
lefica che stava dietro al serpente, cioè il diavolo, e riferendosi ad esso con un “tu” personale lo maledisse annunziando
la continua lotta che ci sarebbe
nella storia umana tra la discendenza di satana con la discendenza della donna. Un combattimento che avrebbe causato la
distruzione di satana e della
sua stirpe da parte di colui che
sarebbe venuto dalla stirpe della donna, cioè del Messia,di
chi gli “schiaccerà la testa”
(Gen 3,15). Vittoria del Messia
su satana e la sua progenie che
non sarà senza sofferenza poiché il diavolo ferirà il calcagno
loroso per la donna e il matrimonio da avvenimento di unità e
di amore sarebbe stato vissuto
come esperienza di istinto e di
orgoglio. Infatti, Eva, la donna,
colei che aveva influenzato il
marito a peccare adesso sarà attratta verso il marito dalla spinta
istintiva, dal bisogno dell’uomo,
della sua forza, della sua protezione e dal marito sarà dominata.
Infine, il Creatore si rivolse ad
Adamo, a colui che invece di riportare a Dio la propria moglie
che si era sviata, le aveva invece
dato ascolto ratificando il peccato. Ad Adamo Dio disse: ”Poiché hai ascoltato la voce di tua
moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato:
Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo per
tutti i giorni della tua vita. Spine
e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il
pane; finchè tornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai” (Gen 3,17-19).
Il giudizio di Dio sull’uomo, su
Adamo (Gen 4,25) fu duplice.
Innanzitutto, a causa del peccato di Adamo, la terra è maledetta. Essa non darà più spontaneamente “germogli, erbe che
producono seme e alberi da
frutto, che facciano sulla terra
frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie” (Gen
1,11) ma “spine e cardi” (Gen
3,18). Per questo motivo Adamo non solo con affanno trarrà
il cibo dalla terra e si sosterrà
con l’erba campestre ma lavorerà anche il suolo della terra”con il sudore” (Gen 3,19) e
con fatica trarrà da esso il pane
da mangiare. La punizione più
grande per Adamo e la sua discendenza sarà la morte fisica
del suo corpo, Dio, infatti, pronunziò questo terribile giudizio: ”tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai”(Gen 3,19). Prima del
peccato il corpo dell’uomo, pur
derivando dalla polvere della
terra, non conosceva l’invecchiamento, la malattia e la
morte poiché le sue cellule si
rigeneravano continuamente
(Gen 2,7).
(continua)
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SETTEMBRE 2014
LA NUOVA FENICE
Colonna Pizzuta – Eloro Noto
a Colonna Pizzuta è uno
dei monumenti, dal fascino archeologico e paesaggistico, che arricchiscono la
campagna netina.
Questa particolare opera sorge
in contrada Pizzuta a 1,5 Km
circa da Noto Marina.
E’ una colonna formata da massi
ben squadrati che si erge sopra
una base di quattro gradini alta
1,67 m. con un diametro di base
di 3,79 e un altezza di circa
10,50 m.
Questa colonna, ubicata in un
luogo ben visibile dal mare,
dalla città greca di Eloro e dalle
terre del fiume Tellaro, ha sempre acceso la fantasia di numerosi studiosi, pertanto sono state
avanzate diverse ipotesi per svelare il suo mistero.
L
Alcuni pensano che sia riconducibile ad un monumento
costruito per ricordare la
battaglia di Eloro, oppure la
battaglia dell’ Asinaro combattute nel 492 e nel 413 a.C. Sotto
la colonna, infatti, è stata scoperta una camera che poteva
servire come fossa funebre per
raccogliere ossa cremate di
guerrieri caduti in battaglia.
Per svelare il mistero il grande
archeologo Paolo Orsi scavò
nella zona. Gli scavi misero in
luce che la Pizzuta” si innalza al
centro di una platea rettangolare,
su cui si apre una fossa; una
gradinata scavata porta in una
stanza funebre rettangolare.. La
stanza è chiusa da una porta
monolitica munita di cardini di
ferro impiombati.. Nella stanza
Epigrafe che riporta la ristrutturazione del monumento da parte di Ferdinando I di Borbone
ci sono tre letti ricavati nella roccia. Sui letti sono posizionati
due cadaveri uno dei quali tiene
nella mano una moneta di
Jerone II”. La moneta e i vasi
scoperti collocano, secondo
Paolo Orsi, alla seconda metà
del sec. III la costruzione della
stanza funebre. L’Orsi avanzò,
quindi, l’ipotesi che sul finire
del III secolo una ricca famiglia
di Eloro aprì questo sontuoso
monumento per magnificare il
culto dei suoi morti, collegandolo con la colonna Pizzuta.
Altri studiosi, osservando bene la
tecnica di costruzione, ritengono
la colonna, invece, una
costruzione di epoca romana. La
colonna non sarebbe altro che
una pietra terminale con il duplice scopo di segnare il termine
della via Elorina e i confini fra il
regno di Gerone e i possedimenti
del Popolo Romano. La sua
costruzione va quindi ricercata
fra il 263 e il 213 a.C. A stimolare tale ipotesi si aggiunge un
fatto: la base della colonna è orientata in maniera perfetta, e ogni
lato sta ad indicare in maniera
esatta i quattro punti cardinali.
Infine, qualcuno mette in luce
che la colonna potrebbe essere
tutte tre le cose: un monumento
costruito per ricordare le famose
battaglie combattute in epoca
greca, che successivamente una
ricca famiglia della zona utilizzò
per collegarlo al culto dei suoi
morti, e che infine venne sfruttato in epoca romana come lapis
(pietra Terminale).
La cosa interessante e che gli
unici restauri della Pizzuta sono
stati fatti nel XVIII sec. e nel
1851 cioè nel periodo Borbonico. Il restauro della colonna è
dovuto alla grande sensibilità
della dinastia Borbonica (Ferdinando I delle Due Sicilie) verso
il patrimonio culturale del Regno delle Due Sicilie, ma oggi si
avanza un ipotesi sul motivo del
restauro in epoca borbonica.
A fronte di numerosi studi, si
presuppone che la torre Pizzuta
fu sede di un telegrafo ottico.
Generalmente questi telegrafi
erano posizionati nello spazio
interno di una torre, spazio utilizzato per ospitare le macchine
ed i telegrafisti, con delle finestrelle rivolte verso i telegrafi
adiacenti. Nella colonna non c’è
questo spazio, si suppone una
postazione telegrafica montata
in un impalcatura adiacente.
Fatto sta che questo telegrafo
era molto importante perchè da
“Torre Pizzuta” si mettevano in
collegamento diversi telegrafi
adiacenti tra cui: Noto – Floridia
– Spaccaforno (Ispica) e Capopassero.
Carmelo Oddo
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LA NUOVA FENICE
FF.SS.: Il caos al Sud
mpossibile in questi giorni
partire da Maratea con il
treno, a meno di non “imbarcarsi” in un viaggio oltremodo
precario: già dal 16 agosto, infatti, e fino a fine mese le prenotazioni sugli intercity che collegano Roma e Reggio Calabria
passando, appunto, per Maratea,
registrano il “tutto esaurito”.
L’alternativa? Prolungare il soggiorno o partire con un treno
“interregionale veloce”, senza
possibilità di prenotazione, ovviamente superaffollato, che effettua tutte le fermate della tratta
e che, proprio a causa del “pienone”, viaggia sempre con un
considerevole ritardo.
Tutto questo contribuisce non
poco a vanificare i benefici
della vacanza ancor prima di
rientrare…
Ma, ovviamente, il problema è
di portata ben più ampia rispetto
alla sola fermata “Maratea”, do-
I
ve, tra l’altro, negli anni settanta
fermavano ben cinque coppie di
intercity sulla tratta Roma –
Reggio Calabria: l’attuale contrazione dell’offerta di trasporto
ferroviario in buona parte del
Sud (ad esempio, sono solo due
gli intercity che fermano a Maratea supportati da quattro treni
interregionali) nonostante, invece, si proclami il progresso della
tecnologia e l’intento di incrementare il turismo.
Inoltre, alla riduzione dei convogli si aggiungono anche le
peggiorate condizioni del servizio, per esempio negli intercity,
come la quasi totale eliminazione delle carrozze di prima classe, il mancato funzionamento
dell’aria condizionata in qualche vagone, l’assenza dei servizi di ristorazione (i passeggeri
più “esperti” affrontano il viaggio muniti anche delle loro vettovaglie), tutti elementi che
La StazioneFerroviaria di Maratea
contribuiscono anche all’accumulo dei ritardi.
In una recente intervista il Governatore della Basilicata Marcello
Pittella si è dichiarato disponibile
ad intervenire anche economicamente presso le Ferrovie per ottenere la fermata di altri treni.
Sarà forse possibile pensare
che nel terzo millennio questi
problemi saranno risolti, magari addirittura con l’alta velocità, o saranno ripristinate le carrozze di terza classe con tanti
sportelli???
Eugenio Donadoni
COMPRA SUD.
SUD È MEGLIO!
Quando facciamo la spesa, leggiamo le etichette e compriamo
solo prodotti meridionali.
Difendiamo così la nostra economia e la nostra cultura.
Combattiamo concretamente la disoccupazione del Sud!
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LA NUOVA FENICE
LA PITTURA MARCHIGIANA
ell’articolo Da Giotto a
Gentile comparso sul
numero di Luglio di
questa Rivista, Aurelio Badolati, nel dare conto della recente
mostra pittorica organizzata su
questo tema a Fabriano da Vittorio Sgarbi, ha messo in luce
che le Marche non sono state
una terra marginale nella storia
delle arti figurative, come è attestato, nel caso da lui trattato,
dall’esistenza di una importante
scuola pittorica che, fra il Trecento e il Quattrocento, fiorì a
Fabriano (città di nascita del
N
grande Gentile che, insieme a
Pisanello, costituisce il vertice
del cosiddetto Gotico internazionale), illustrata da ottimi pittori locali come Allegretto
Nuzzi, Francesco Ghissi, Antonio da Fabriano e altri ancora,
ingiustamente poco noti.
Anche se illustri critici, come
Piero Zampetti, in considerazione della ampia presenza
operativa, in questa regione di
confine, di pittori riminesi, veneti, umbri e lombardi e sinanco spagnoli e fiamminghi, preferiscono parlare di “pittura
nelle Marche” piuttosto che di
“pittura delle Marche”, non
può essere sottovalutato il fatto
che, presso le piccole capitali
delle signorie più o meno importanti in cui era frazionato il
territorio marchigiano, e non
solo a Fabriano, sorsero altre
rilevanti scuole pittoriche ad
opera di artisti locali, pur se
questi stessi centri attirarono
successivamente gli artisti “forestieri” cui si è fatto cenno:
non sembra peraltro un caso
che la pittura di questi ultimi
restasse in qualche misura influenzata (a mio giudizio) dal
nuovo ambiente in cui si trovarono ad operare. Ed è per rendere giustizia alla mia terra
d’origine che voglio succintamente parlare di questa pittura,
non “delle Marche” ma schiettamente marchigiana.
E’ appena il caso di ricordare
l’importantissima scuola pittorica che si sviluppò a Urbino
presso la corte di Federico da
Montefeltro: pur se la sua fama
è dovuta all’apporto di grandi
artisti italiani e stranieri, non
bisogna dimenticare che essa
prese le mosse da artisti locali,
come principalmente Giovanni
Santi, ottimo pittore la cui fama
fu oscurata dal suo grandissimo
figlio, Raffaello.
Un’altra di queste scuole pittoriche, nota come scuola severinate, sorse nella bella cittadina
di San Severino Marche:. I suoi
rappresentanti più importanti
furono, agli inizi del Quattrocento, i fratelli Lorenzo e Iacopo Salimbeni: del primo, si
conserva un trittico firmato che
è stato detto non privo di influenze fiamminghe, mentre
frutto della collaborazione tra i
fratelli sono gli affreschi del
Duomo Vecchio di San Severino e, indubbio vertice della loro pittura, quelli dell’Oratorio
di San Giovanni in Urbino, che
raccomando di visitare a chi si
recasse in quella splendida città. Altro nome di rilievo è il severinate Lorenzo D’Alessan-
dro, raffinato pittore nel quale i
molti influssi stilistici si armonizzano in una spiccata individualità ed autore, tra le tante
opere dello splendido polittico
di Serrapetrona: a lui lo stesso
Vittorio Sgarbi, che è stato Assessore alla cultura di quel Comune, ha dedicato alcuni anni
or sono una bella mostra
Un altro centro delle Marche
che diede luogo a una notevole
scuola pittorica è Camerino, la
capitale del piccolo Ducato dei
Varano. Abbondanti sono le
opere che si possono vedere visitando i due Musei, quello civico e quello Diocesano. Di
questa scuola, particolarmente
ricca di artisti il cui nome ci è
stato tramandato o che sono rimasti anonimi, ricordiamo i nomi di Carlo da Camerino, Arcangelo di Cola, Giovanni Boccati e, il più bello di tutti (a mio
parere), Girolamo Di Giovanni,
anche se la critica più recente
tende ad attribuire le sue opere
più importanti a Giovanni
Angelo di Antonio, pittore sino
a ieri considerato minore nel
quadro di quella scuola.
Un’idea generale dello splendore della pittura del Quattrocento nelle Marche, stilisticamente orientata tra il tardogotico e il Rinascimento, la si può
avere dai bellissimi polittici
dalle artistiche elaborate corni-
ci, disseminati nel territorio e
che sorprendentemente è possibile scoprire in piccoli Comuni
come Serrapetrona e Belforte
del Chienti. Una importante
raccolta di tre di tali polittici la
si può trovare in una chiesetta
del Comune di Monte San Martino, dove, accanto a quello di
Girolamo di Giovanni, ne sono
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LA NUOVA FENICE
conservati uno attribuito a Carlo e Vittore Crivelli e un altro
opera certa di quest’ultimo.
Carlo e Vittore Crivelli sono
stati due pittori veneziani che
hanno lungamente operato
presso la corte dei Duchi di Varano, signori di Camerino, lasciando numerosi dipinti nelle
Marche: giustamente più famoso è il primo, del quale si possono ammirare diverse splendide opere presso la National
Gallery di Londra.
Altro pittore assai noto, marchigiano di adozione, è il veneziano Lorenzo Lotto, un innovatore
nel contesto rinascimentale, la
cui operatività si spinge fino alla prima metà del Cinquecento:
lavorò a lungo e in varie riprese
nelle Marche, dove trascorse gli
ultimi anni della sua vita come
monaco oblato della Santa Casa
di Loreto. Sue bellissime opere
sono conservate nei Musei di
Recanati (Annunciazione) e di
Jesi (Storie di Santa Lucia).
Che dire ancora, per rapidi cenni, della pittura delle Marche?
Di nomi da ricordare ce ne sarebbero tante: mi limito a nominare Simone De Magistris, attivo dalla metà del Cinquecento
al 1613. Nato in una famiglia di
pittori e operante con i fratelli
a Caldarola, piccolo centro il
cui mecenate era il Cardinale
Pallotta della locale famiglia
comitale di origine siciliana, è
stato a capo di una piccola
scuola (o bottega) di cui ha fat-
to parte Durante Nobili da Lucca; “bottega” collegata a Vincenzo Pagani e a Cola dell’Amatrice. Per il Seicento, corre l’obbligo di nominare Giovan Battista Salvi, il Sassoferrato, ineffabile dipintore di Madonne.
La tradizione pittorica delle
Marche non muore e continua a
produrre grandi artisti: ma il discorso sarebbe troppo lungo, e
potrà essere ripreso in seguito.
Gianfranco Romagnoli
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LA NUOVA FENICE
Le Isole Eolie e il loro Re Eolo
’arcipelago eoliano, di
origine vulcanica, si
stende a poca distanza
dalla costa nord della Sicilia,
solo 12 miglia nautiche di fronte
a Capo Milazzo in provincia di
Messina, esso comprende isole,
isolotti e scogli, che affiorano
da un mare d’un intenso colore
blu. In questo arcipelago si trovano sette isole famose per la
loro bellezza e molto frequentate da turisti italiani e stranieri:
Lipari, la più grande, Salina,
Stromboli e Vulcano con i loro
vulcani perennemente attivi, Filicudi, Alicudi e Panarea, la più
piccola.
I primi insediamenti umani, che
le hanno popolate, sembrano essere avvenuti in epoca neolitica
prima del 4000 a. C.; ma già nel
3000 a. C. l’isola di Lipari, era
uno dei centri abitati tra i più
popolosi del Mar Mediterraneo,
perché sul luogo si lavorava
l’ossidiana, un vetro vulcanico
molto pregiato e ricercato usato
per creare collane, frecce e lame
altamente taglienti. Ben presto,
per l’isola e le altre, questo materiale fu fonte di ricchezza,
poiché veniva commerciato con
la Sicilia, l’Italia meridionale ed
anche con la Provenza e la Liguria; inoltre tra il XVI e il XIV
sec. vicino a queste isole venne
L
Eolo
Mappa delle Isole Eolie
a passare anche una rotta commerciale di metalli e in particolare di stagno, che, dalla lontana
Britannia attraverso lo stretto di
Messina, giungeva fino alle terre del Medio-Oriente. Nei primi
decenni del VI sec. A C. quelle
isole furono colonizzate dai
Greci i quali le chiamarono
Аιόλαι, dal nome del loro dio
Eolo, Αἴολος re dei venti, perché credevano che qui si trovasse la sua dimora. Furono sempre i Greci che diedero a ciascuna di queste isole il nome con
cui d’allora è conosciuta. Lipari
fu così chiamata Λιπάρα ossia
la grassa o la fruttifera, ma an-
che Μελιγουνίς, forse con riferimento al miele in greco antico
μέλι, Salina, Διδύμη la gemella, Vulcano Ἱερά la sacra,
Stromboli Στρογγύλη la rotonda. Poi Filicudi fu distinta con il
soprannome di Φοινικώδης
“delle palme” o Φοινικοῦσσα,
entrambe le parole derivano da
φοῖνιξ che può significare tanto
palma che porpora, mentre Alicudi, ἐρίκη o ἐρείκη deriva,
dalla pianta dell’erica che sempre in greco antico si dice erìkē
o eréikē.
Infine Panarea, la più piccola,
era chiamata Eὐώνυμος ossia
“di buon nome, di buona fama”
con i suoi isolotti, Basiluzzo,
Βασιλούς ossia regale, Dattilo,
Δάκτυλος, cioè dito e Lisca
Bianca. Queste isole però erano
conosciute anche con altri nomi, come si può leggere in Plinio (Plin. III, 92), il quale scrive
che i Greci le chiamavano pure
Ἡφαιστιάδης ossia Vulcanoidi e Lipari per i Romani era
Volcaniae.
Per finire parliamo del re Eolo
intorno al quale si narravano
più leggende; secondo un mito
egli era un principe mortale il
quale viveva a Lipari regnando
sulle isole e questo mare; pos-
sedeva inoltre la capacità di
prevedere i mutamenti del tempo guardando le nuvole che si
formavano sul vulcano, forse lo
Sromboli. Grazie a questa sua
abilità acquistò la fama di domatore dei venti presso la popolazione locale formata da pescatori, i quali, per l’attività che
praticavano, avevano grande
necessità di conoscere le condizione del tempo sul mare. Poi
con il passare degli anni Eolo
da personaggio umano fu trasformato in una divinità che
aveva il dominio sui venti.
Secondo un altro mito greco
Eolo era figlio di Poseidone e
Arne ed ebbe da Zeus, su suggerimento di sua moglie Hera, il
compito di controllare i Venti,
perché questi avevano provoca-
Ulisse
to grossi danni, tra i quali il distaccamento della Sicilia dal
continente. Egli, dalla sua reggia a Lipari, custodiva questi
venti in un otre o in anfore dentro una caverna e solo lui poteva dirigerli e liberarli; Zeus,
perché Eolo rimasse per sempre
custode dei venti, gli concesse
l’immortalità. Il re dei venti ebbe pure dodici figli, sei femmine e sei maschi che si unirono
tra loro creando altri venti.
Tra i figli c’erano quattro fratelli che erano i Venti principali:
Borea, il Vento del Nord, il più
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LA NUOVA FENICE
Lipari: Marina Corta
Isola di Vulcano
violento, che si era trasformato
in cavallo per amore delle cavalle di Dardano e aveva generato dodici puledri veloci come
il vento; Zefiro, il Vento dell’Ovest, dolce e benefico che
annunciava la primavera; Euro,
Vento dell’Est, ora tempestoso
ora asciutto, che portava il bel
tempo; Austro, Vento del Sud,
raffigurato sempre bagnato, caldissimo che portava pioggia.
Isola di Stromboli
Altri Venti erano: Libeccio,
Vento del Sud-Ovest avvolto
dalla nebbia; Cecia, Vento del
Nord-Est, vecchio con coda di
serpente e un piatto di olive in
mano; Apeliotes, Vento del SudEst con frutti maturi tra le mani;
Schirone, Vento del Nord-Ovest
con un’urna piena d’acqua da
rovesciare sulla terra.
Eolo è citato nel libro IV dell’Iliade, quando si parla della
discendenza di Glauco ed in
particolare nel libro X dell’Odissea, quando Ulisse, reduce dalla guerra di Troia, approda nelle isole Eolie ed è ospitato dal dio. Eolo, commosso dal
racconto dell’eroe, gli dona
l’otre di pelle dove erano rinchiusi i venti contrari alla navigazione, perché possa fare un
tranquillo viaggio di ritorno ad
Itaca. Così Ulisse durante il
viaggio sulla nave, libera solo
Zefiro il dolce vento, poi si addormenta e purtroppo mentre è
addormentato, i suoi compagni
aprono l’otre credendo che sia
pieno di tesori, invece liberano
i venti che scatenano una terribile tempesta da cui però la nave si salva.
Eolo è citato anche nel libro I
dell’Eneide di Virgilio nel quale gli dei greci non condannano
l’incesto praticato dai dodici figli di Eolo e sembra così che
nel mito del dio sia riportato un
racconto più antico di origine
titanica proprio delle popolazioni pelasgiche, nel cui pantheon vi erano sei titani maschi
e sei titani femmine, al tempo
stesso fratelli e sposi tra loro.
Carla Amirante
E LE ARANCE SICILIANE? AL MACERO!
a comunità europea si appresta a togliere la tassa d’importazione ai prodotti agroalimentari provenienti dal Marocco. Ciò significa che, per esempio, le arance siciliane
andranno al macero per la forte concorrenza di quelle marocchine. In Marocco il costo della mano d’opera è molto inferiore
alla nostra. La politica sindacale in Italia ha portato gli stipendi
alle stelle e oggi alla disoccupazione. Non dimentichiamo che
multinazionali tedesche, che avevano investito in Sicilia negli
anni settanta, a causa della forte pressione fiscale, hanno prefe-
L
rito trasferirsi in Marocco, dove hanno realizzato aziende agricole
e oggi pressano per poter vendere i prodotti coltivati in Marocco,
in Europa. E che dire della Fiat che vende trattori in Marocco in
cambio di arance che importa in Italia? Per la globalizzazione è
tutto giusto, ma per l’economia agricola siciliana no. Non c’è più
speranza. tutti i nostri bei prodotti spariranno dal mercato e la Sicilia avrà solo giardini di agrumi incolti con alberi rinsecchiti che
appariranno come spettri di un antico splendore.
Giuseppe di Janni
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LA NUOVA FENICE
Taccuino di viaggio di una breve vacanza nel cuore del
PORTOGALLO
artito da Roma all’alba di
venerdì, atterro alle 08:15
a Lisbona, guadagnando
un’ora grazie al fuso orario.
L’ideale per spostarmi subito
con un treno che, poco prima di
mezzogiorno, mi permette di arrivare a Coimbra.
Piccola città situata al centro
del Portogallo, già a un primo
sguardo presenta le sue caratteristiche salite, divisa in due dal
fiume Mondego che la attraversa interamente.
Lasciata le valigia nell’albergo
Riversuites (consigliatissimo
per il rapporto qualità/prezzo),
mi reco nel cuore di Coimbra,
iniziando una lunga salita che
mi condurrà fino all’Università.
Una struttura maestosa, con
una bella cappella e la possibilità di visitare diverse aule, ma
che vede nell’antica biblioteca
il motivo principale della sua
fama. Da non perdere.
Così come non si può rinunciare ad assistere a uno spettacolo
di Fado, la tipica musica portoghese di cui godo verso le 18
nel locale “Fado ao centro”. Al
P
termine anche una degustazione di Porto.
La sera mi limito a una passeggiata in centro, visto anche lo
scarso numero di locali aperti,
almeno nella zona bassa della
città, dove si trova il mio albergo.
Sabato sveglia di buon’ora e alle 9:20 prendo il treno per Por-
to. L’arrivo è dopo poco più di
un’ora alla stazione Sao Bento,
tra le più belle d’Europa grazie
agli splendidi azulejos che ne
decorano l’interno!
Mi reco in albergo, Casa 45, altro alloggio che consiglio molto, sia per la posizione (a due
passi dal Municipio) che per il
garbo del personale.
A piedi inizia il giro di Porto:
dalla “Torre dos Clerigos” alla
libreria “Lello e Irmao”, due attrazioni da non perdere assolutamente! Il giro prosegue lungo
strade ricche di vecchie case
abbandonate, una caratteristica
unica della città. Vedo poi il Palacio de la Bolsa, quindi la
chiesa di San Francesco, dav-
DONA AFFINCHÉ SI AZZERI IL FABBISOGNO
DI SANGUE NELLA TUA SICILIA
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LA NUOVA FENICE
vero particolare. Da qui parte il
tram numero 1 che conduce fino alla foce del fiume Douro.
Dopo il giro in tram scendo
verso la Ribeira, il quartiere patrimonio dell’Unesco, con le
sue alte e strette case colorate.
Il ponte Luis I permette di recarsi al di là del fiume, a Vila
Nova de Gaia, dove si trovano
le cantine del vino che porta il
nome della città. Impossibile
non visitarle, come è difficile
rinunciare all’emozione di
prendere la teleferica che conduce alla parte alta di Vila Nova, regalando una vista mozzafiato sul fiume Douro. Ho preferito questa al battello, trovandola decisamente più originale.
Cena in uno dei tanti locali in
riva al fiume. Per gli amanti del
pesce consiglio polpo e baccalà, per chi ama più carne e formaggi da non perdere la “francesinha”.
Passeggiata serale e rientro in
albergo.
La domenica si riparte, sempre
in treno, questa volta diretto a
Lisbona dove arrivo dopo tre
ore di viaggio.
Qui con un amico mi reco in
macchina prima a Sintra e poi a
Boca do Inferno.
Sintra è una cittadina nota nel
mondo per le sue ville uniche,
con piante esotiche, ruscelli,
cascate, chiese e castelli! Visito
“Quinta de Regaleira” che reputo davvero meravigliosa.
Poi l’emozione di bagnarsi i
piedi nell’oceano a Boca do Inferno. Una visione mozzafiato
davvero difficile da esprimere a
parole. L’ideale per gli amanti
della fotografia.
La sera si va a Lisbona per una
cena tipica nel centro della città, quindi passeggiata da Piazza
del Commercio a Piazza Rossio. Tra le due si trovo il mio albergo, “Tram 242”, ottimo per
posizione, ma con poca cura
dei dettagli. Promosso, ma con
voti più bassi rispetto agli altri.
Salgo ancora fino al Chiado,la
parte più elegante della città.
Qui da non perdere una foto
con Pessoa, la cui statua è dinanzi al caffè “Brasileira”, dove lo scrittore era solito recarsi.
Inizia a piovere, così con un autobus si rientra in albergo.
Il quarto ed ultimo giorno è
completamente dedicato a Lisbona. Sorprendente Lisbona.
Inizio recandomi a piedi fino
alla Cattedrale e alla Chiesa di
Sant’Antonio, quindi verso le
10:00 arrivo al castello che, però, mi limito a vedere da fuori.
Decido infatti di dedicare più
tempo all’Alfama, quello che è
probabilmente il quartiere più
caratteristico della capitale portoghese. Consiglio di iniziarne
la visita dal Miradouro de Santa Lucia, da dove si ha una vista
incredibile della città, facendo-
la somigliare alla costiera amalfitana. Quindi giù per le strette
stradine dell’Alfama, con i suoi
locali tipici, le persone affacciate alle finestre delle vecchie
case, i negozi del pane e del pesce, i bambini in strada a giocare con i cani. Incredibile.
Lunga discesa fino al centro
(ovvero Piazza del Commercio) e, ripassando dal Chiado,
proseguo fino al Barrio Alto,
quartiere ricco di locali, ma
meno affascinante di altri. La
salita continua fino a Principe
Real, altro giardino molto curato, quindi la Basilica de Estrela,
una delle più belle della città.
Con il tram 28, dopo una passeggiata nel giardino dinanzi
alla Basilica (per gli amanti degli animali ci sono moltissime
papere!), torno fino in centro e
da qui, dopo un rapidissimo
pranzo, prendo il tram per Belem, dove si trova sia il monumento agli esploratori, che
l’imperdibile Monastero di San
Geronimo. Una pura, autentica
meraviglia. Foto davanti alla
torre e pasticcino alla crema nel
noto laboratorio: altre due chicche più che consigliate.
Un paio d’ore o poco più sono
sufficienti per godersi Belem,
così riprendo il Tram verso le
16:30 e mezz’ora dopo sono in
hotel. Preso il bagaglio, direttamente con la metropolitana
arrivo in aeroporto da dove, alle 19:30, parte il mio volo per
Roma.
Adeus Portugal, obrigado!
Aurelio Badolati
Basta con le persecuzioni e le guerre in nome di Dio!
a delegazione Sicilia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di S. Giorgio condanna fermamente la persecuzione
dei cristiani e di altre minoranze religiose perpetuate in Iraq
dai musulmani in nome di Dio. In Italia i musulmani parlano di
tolleranza e rispetto delle altre religioni. Nei loro paesi mettono
in atto la persecuzione, la pulizia etnica e la schiavitù. I cattolici
li accolgono con quella carità cristiana che li contraddistingue e
loro sono pronti ricambiare con la violenza.
Forse un domani questo esercito, perchè di esercito si tratta, che
L
sbarca di continuo in Sicilia sarà armato dagli integralisti islamici,
ci attaccherà e ci troveremo colonia islamica. E allora addio ai monumenti come il Duomo di Monreale trasformato in moschea. Addio a dipinti d’arte distrutti perchè iconoclasti. Non ridiamo su
queste cose, l’occidente sta rammollendosi. Prova ne è il non parlare in Europa di radici cristiane. Noi cristiani dobbiamo continuare ad agire secondo i canoni della tolleranza e della carità ma
i nostri governanti prendano i dovuti rimedi.
Antonio di Janni
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LA NUOVA FENICE
NUOVE BRICIOLE DI SALUTE
N
onostante l’amarezza e la
delusione per l’ignobile
furto perpetrato due settimane fa, l’agape si staglia tutti
i giorni sulla vita cristiana e dà
senso e luce a tutto ciò che un
cristiano vive e fa, pertanto, i
cavalieri che seguono il progetto
“Nuove briciole di salute” hanno
continuato la loro attività e
hanno distribuito oltre ai normali prodotti alimentari della
prima infanzia anche due corredini per un neonato Jonathan
nato a fine agosto ed ad una fu-
tura mamma che darà alla luce
un maschietto alla fine del mese
di settembre.
Quindi il detto del compianto
Card. Pompedda “Bisogna essere prima che apparire” continua ad animare lo spirito degli
aderenti all’Ordine Costantiniano e pertanto l’attività non è
che nasce nella persona per un
diffuso sentimento di simpatia,
di un generico umanitarismo, o
di una romantica filantropia (filantropi ce ne sono sempre stati, ma non è detto che fossero
Corredino consegnato mercoledi 27 agosto
La dott.ssa Lia Giangreco mentre raccoglie i dati di un'extracomunitaria
a Nuove Briciole di Salute.
mossi dalla carità), ma perché
veramente l’attività e le modalità di servizio che si segue con
il progetto di che trattasi, è animata dalla vera carità. Agape
che vuol dire carità, come ci ricorda San Paolo nelle sue varie
lettere, infatti l’agàpe di Dio
(cioè la carità) è stata riversata nei nostri cuori per mezzo
dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Lettera ai Romani
5,5).
La carità non sia ipocrita –
scrive a quelli di Roma – amatevi gli uni gli altri con affetto
fraterno, gareggiate
nello stimarvi a vicenda”
(12,9.10). “Non abbiate alcun
debito con nessuno, se non
quello di una carità vicendevole… Pieno compimento della
legge è la carità”(13,8.10).
“Ricercate la carità” scrive a
quelli di Corinto; “tutto si faccia tra voi nella carità”
(14,1;16,14).
E alle Comunità cristiane della
Galazia, turbate da predicatori
che diffondono idee strampalate sul cristianesimo, manda a
dire: “La fede ci salva, non le
opere della Legge: la fede che
opera per mezzo della carità…
quindi mettetevi a servizio gli
uni degli altri mediante la carità” (5,6.13).
Vincenzo Nuccio
Il cav. V. Nuccio consegna un corredino alla mamma di un nascituro
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La Nuova Fenice - Sacro Militare Ordine Costantiniano di S. Giorgio