ANNO XIX - N. 9 SETTEMBRE 2014 LA NUOVA FENICE Tarì 2 (€ 0,50) Sant’Elena e l’invenzione della Croce dati biografici di Flavia Giulia Elena sono piuttosto scarsi, sembra sia nata a Drepanum in Bitinia nel golfo di Nicomedia (Turchia), città che il figlio Costantino (272-337) rinominò in suo onore chiamandola Helenopolis (“città di Elena”), fatto che ha portato a ritenere Drepanum suo luogo di nascita. Leggendo la “Vita di Costantino” del vescovo Eusebio di Cesarea (265-339/340), consigliere e biografo dell’imperatore, sembra che la futura imperatrice sia nata verso la metà del III sec., tra il 248 o il 250, poiché nell’opera si afferma che Elena nel 328, di ritorno dalla Palestina, aveva circa 80 anni. Nelle fonti del IV sec., di seguito al “Breviarium ab Urbe condita” di Eutropio, IV sec., si dice pure che ella fosse plebea, figlia di un oste e chiamata“stabularia” dall’attività che svolgeva nella taverna paterna, cioè era una ragazza addetta alle stalle. La futura santa ed imperatrice apparteneva ad una condizione sociale molto bassa giudicata dai costumi del tempo moralmente riprovevole, perché allora nelle osterie si praticava anche la prostituzione. Aurelio Ambrogio (339-397), vescovo di Milano, la chiama “bona stabularia”, termine che poteva indicare sia “ragazza addetta alle stalle” sia “locandiera”; le fonti scritte dopo l’elevazione al trono imperiale di Costantino, invece ignorano la sua condizione sociale. L’inglese Timothy Barnes, grande studioso della figura dell’imperarore Costantino (Costantino ed Eusebio, Harvard University Press) e di quel periodo storico, I I parte da un epitaffio ritrovato a Nicomedia, suppone che l’incontro tra Elena e Costanzo Cloro (250306), suo futuro compagno, sia avvenuto quando quest’ultimo si trovava in Asia minore, durante la campagna bellica contro il Regno di Palmira, al servizio dell’imperatore Aureliano, presente in Bitinia poco dopo il 270. Tuttavia non si conosce bene la natura del loro legame, se questo fosse legale oppure no, poiché sempre le fonti chiamano Elena ora “moglie” di Costanzo ora “concubina”, sicché San Girolamo (347419/420), reso incerto dalla terminologia usata, si riferisce a lei in entrambi i modi. Alcuni studiosi sostengono che i genitori di Costantino fossero legati da un matrimonio de facto, non riconosciuto dalla legge, perché Elena, sia per famiglia che per ricchezza, apparteneva agli strati più bassi della società e non era adatta a sposare un prefetto del pretorio quale era Costanzo. Altri studiosi affermano invece che tra loro ci fosse un matrimonio in piena regola. Comunque la relazione tra i due, fissa o sporadica che fosse, durò a lungo più di vent’anni, con Elena che diede alla luce Costantino nel 272/274 nella città di Naissus in Serbia. Nel 293 ca, per volere dell’imperatore Diocleziano, Costanzo lasciò Elena e sposò Teodora, figliastra di Massimiano, l’altro Augusto coreggente del troppo vasto Impero romano: solo così, con questo matrimonio dinastico, egli poteva essere elevato al ruolo di Cesare all’interno della Tretarchia, la nuova forma di governo voluta da Diocleziano stesso. Elena, all’epoca ultra qua- PAGINA 2 SETTEMBRE 2014 LA NUOVA FENICE rantenne, si trovò sola, senza marito, senza il figlio Costantino ormai grande e avviato alla carriera militare, priva della rilevante posizione sociale che aveva goduto fino allora accanto a Costanzo; ella non si risposò, visse lontano dalle corti imperiali, ma sempre spiritualmente vicina all’amato figlio, il quale la ricambiava con un affetto altrettanto grande. Nel 306 Costantino, dopo la morte del padre, fu proclamato Augusto a York dalle legioni della Britannia e chiamò presso di sé la madre Elena, la quale prima lo seguì in Germania a Treviri, dove nel palazzo imperiale si trova un affresco in cui forse è raffigurata, e poi a Roma, stabilendosi nel Palatium Sessorianum presso il fundus Lauretus, che si trovava nella zona sud-orientale dell’antica città. Il figlio la elevò alla più alta dignità con l’appellativo di nobilissima foemina e quando divenne totius orbis imperator le conferì nel 324 il titolo di ‘Augusta’, ricoprendola inoltre di ulteriori onori, come il libero accesso al tesoro imperiale e l’incisione del suo nome e della sua immagine sulle monete, rappresentando la madre come personificazione della Securitas (“sicurezza”) dello stato. Ma Elena non si inorgoglì di fronte a tanto prestigio e potere, dimostrando così di avere una fede profonda e non ci è dato sapere quanto abbia influito sul figlio nell’emanazione nel 313 dell’editto di Milano, che riconosceva libertà di culto al cristianesimo, perché, secondo Eusebio, fu Costantino stesso a convertire la madre alla religione di Cristo. Stando alle fonti ed alla tradizione cristiana, l’augusta donna usò il suo potere con grande generosità, beneficando persone di ogni ceto ed intere città, aiutando poveri con vesti e denaro e facendo liberare, per mezzo della sua intercessione, i condannati alle carceri, alle miniere e all’esilio. Visse la sua fede quotidianamente nella preghiera e nell’umiltà, partecipando alle funzioni religiose, mischiandosi tra i fedeli con abiti modesti ed invitando spesso nel suo palazzo i poveri, ai quali ella stessa serviva il pranzo con le proprie mani. Nel 326, secondo alcune fonti, Costantino fu colpito da una grande tragedia familiare: Fausta (289/290), la seconda moglie, accusò il figliastro Crispo (302-326), figlio di primo letto dell’imperatore, di averla voluta sedurre, ottenendo di farlo mettere a morte. Poco dopo Costantino, convintosi dell’innocenza del figlio, avrebbe fatta morire la moglie affogandola in un bagno portato ad una temperatura più alta del normale. Secondo una diversa versione dei fatti, Fausta fu fatta morire perché sospettata di adulterio, subendo per questa colpa anche la damnatio memoriae. Elena in quella dolorosa circostanza tenne un atteggiamento prudente e forse proprio per quei foschi episodi che avevano coinvolto il figlio Costantino, a 78 anni nel 326, compì un pellegrinaggio penitenziale ai Luoghi Santi di Palestina. Riguardo a questo suo viaggio è interessante riportare una leggenda, inserita a circa i due terzi del testo dell’Actus Silvestri, in cui si dice che la madre di Costantino fosse simpatiz- zante dell’ebraismo e tale notizia diede poi origine alla tradizione che ella fosse ebrea, ma si tratta di una versione non condivisa dagli storici moderni. Il documento, che riporta episodi leggendari della vita di papa Silvestro, narra di una disputa tenutasi davanti a giudici pagani tra lui e 12 rabbini per decidere quale fosse la vera religione: il papa dovette discutere e ribattere dodici “altercationes” (dispute) sopra diversi argomenti. Nell’ultima di queste sarebbe stato portato un toro al quale uno dei rabbini avrebbe soffiato nell’orecchio il nome di YHWH, facendolo immediatamente morire, papa Silvestro allora pronunciò all’orecchio dell’animale il nome di Cristo, facendolo subito resuscitare. Dopo tale dimostrazione il cristianesimo sarebbe stato riconosciuto come la vera religione, alla quale Elena si sarebbe convertita per partire SETTEMBRE 2014 PAGINA 3 LA NUOVA FENICE subito dopo in pellegrinaggio verso Gerusalemme. Il suo viaggio in Terra Santa, nei luoghi della passione di Gesù, è stato descritto da Eusebio, il quale riferisce pure degli atti di pietà cristiana compiuti dalla santa regina, ella stessa inducendo il figlio a costruire le Basiliche della Natività a Betlemme e dell’Anastatis, o della Resurrezione sul Monte degli Ulivi, splendidamente ornata per volere dell’imperatore. Forse in quel viaggio religioso della madre, per alcuni studiosi, vi fu anche un preciso significato politico, in quanto la conversione di Costantino al cri- stianesimo, le sue riforme religiose anti-pagane, la sostituzione di ufficiali pagani con quelli cristiani, inoltre la morte del figlio Crispo e della moglie Fausta ordinate dall’imperatore, avevano alienato il favore delle popolazioni orientali verso l’imperatore. Elena, nel fare quel pellegrinaggio, diceva al figlio che la sua regalità di sovrano sulla terra doveva discendere dalla volontà di Dio ed essere consacrata dal Cristo, figlio di Dio. La tradizione cristiana, rifacendosi a Eusebio, narra che Elena, salita sul Golgota, volle purificare quel luogo sacro facendo abbattere i templi pagani costruiti dai romani e quello dedicato alla lasciva Afrodite, costruito sopra la Grotta salvifica e in un cimitero frequentato dai cristiani per pregare. Lì ella scoprì la vera Croce di Cristo, ponendovi sopra il cadavere di un uomo morto, che ritornò miracolosamente in vita; questi episodi della vita dell’imperatrice sono raffigurati nei dipinti della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma e splendidamente, nel ciclo di S. Francesco, da Piero della Francesca ad Arezzo. La basilica di Santa Croce in Gerusalemme fu fatta costruire appositamente da Elena sul Palatium Sessorianum, già appartenuto a lei nel periodo in cui Costantino era a Roma, per custodire gli strumenti della Passione che sarebbero state portate dalla Palestina, secondo la tradizione; oltre alla Croce, infatti, Elena avrebbe trovato la croce di uno dei due ladroni, la spugna imbevuta d’aceto, parte della corona di spine, un chiodo della Croce nonché il titulus crucis, il cartiglio originario infisso sopra la Croce, che riportava la sentenza di morte. (continua) Carla Amirante VISITA ALLA CAPINANERIA DI PORTO DI TRAPANI enerdì 22 agosto il delegato vicario del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Nobile Antonio di Janni Cav. Gr. Cr. di Grazia, il coordinatore costantiniano di Alcamo Nobile Pietro Francesco Mistretta, Cav. di Grazia, e dal Cav. Calogero Puleo, sono stati ricevuti dal Comandante della Capitaneria di Porto di Trapani e Guardia Costiera, Capitano di vascello Giancarlo Russo, cavaliere costantiniano. Nel corso del cordiale incontro si è parlato delle attività umanitarie che la Marina Militare e Guardia Costiera svolgono nei confronti dei profughi che arrivano in Sicilia dalle regioni africane. All’incontro ha partecipato anche il Capitano di Corvetta (CP) Antonio Morana, cavaliere costantiniano, già comandante dell’ufficio Circondariale Marittimo di Lampedusa ed ex Comandante della VII squadriglia Guardia Costiera, che ha riferito al comandante Russo l’impegno dell’Ordine verso i più disagiati ed ha ricordato l’invio di generi di prima necessità da parte dell’Ordine Costantiniano per i profughi sbarcati in Lampedusa effet- V tuato durante il suo periodo di comando nell’isola. Il delegato vicario ha consegnato una meda- glia del XVII centenario dell’editto di costantino imperatore e il Comandante Russo ha fatto dono di una crest della capitaneria di porto di Trapani. Vincenzo Nuccio PAGINA 4 SETTEMBRE 2014 LA NUOVA FENICE MEMORIE BORBONICHE A TRENTO: FERDINANDO E MARIA TERESA SPOSI .M. Ferdinando II di Borbone, dopo la morte prematura della “Reginella Santa” Maria Cristina di Savoia, a soli ventisei anni rimase vedovo e padre del piccolo Francesco. Decise così di contrarre nuove nozze, ma questa volta la mutata situazione politica imponeva di scegliere la futura regina tra le dame dell’aristocrazia asburgica. Venne così designata a diventare Regina del Regno delle Due Sicilie, l’Arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo-Teschen, figlia dell’Arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen, il grande generale fiero avversario di Napoleone Bonaparte. Trovata la futura regina, restava da stabilire quando celebrare le nozze e soprattutto dove. La diplomazia napoletana e viennese si dettero subito da fare. La data decisa fu il 9 gennaio del 1837, mentre per quanto riguardava il luogo, inizialmente si pensò ad Innsbruck, capitale del Tirolo austriaco (dal 1848 al 1918), ma successivamente, attratto dalla fama di santità del Principe Vescovo Giovanni Nepomuceno de Tschiderer, Re Ferdinando impose che le nozze venissero celebrate nella più piccola città di Trento. Il resoconto delle auguste nozze è raccontato dalle pagine del “Messaggero tirolese”, giornale a quel tempo edito in Rovereto (TN), nonché dalle lettere dei manoscritti della Biblioteca Civica di Trento ed infine dagli atti ufficiali custoditi nell’Archivio di Stato di Trento. Fu Pietro Pedrotti, grande storico locale, a ripubblicare gli eventi nel 1927 sulla rivista “Studi Trentini” ed è da questa autorevole fonte che ho avuto modo di recuperare interessanti particolari sulle nozze dei sovrani duosiciliani S e sulla loro breve ma intensa permanenza a Trento. Il Pedrotti ci racconta che la prima a giungere nella città dell’Adige, il 5 gennaio 1837, fu Maria Teresa col padre Carlo e tutto il loro seguito. Gli Arciduchi presero alloggio presso il palazzo Fugger-Galasso, all’epoca di proprietà della vedova Zambelli. Ad accogliere le sette carrozze sulla porta del palazzo, c’erano il governatore del Tirolo, il comandante delle truppe del Tirolo, il capitano del circolo di Trento, il podestà e numerosi ufficiali asburgici. A tarda sera del sabato 7 gennaio, giunse a Trento anche il giovane Re Ferdinando, accompagnato dal Principe Pignatelli e dal Marchese di Brancaccio. La corte napoletana alloggiò presso l’ormai scomparso albergo “Europa”. Lunedì 9 gennaio 1837, di buon mattino, il Re andò prima a confessarsi e comunicarsi presso il convento di S. Bernardino a cui donò 60 fiorini, poi raggiunse il seguito austriaco per partecipare al tiro al bersaglio, ad una bella passeggiata a Ravina (sobborgo di Trento) e ad una gita in battello sull’Adige. Finalmente, dopo l’intensa giornata, alle ore 18:00, presso la piccola Cappella Gentilizia di Palazzo Fugger-Galasso, dedicata ai Santi Martiri Anauniesi, si svolsero le nozze reali. Officiava la cerimonia il famoso Principe Vescovo Monsignor Giovanni Nepomuceno de Tschiderer (proclamato Beato da papa Giovanni Paolo II nel 1995), alla presenza di augusti ospiti e del loro seguito. Testimoni degli sposi il Principe Leopoldo Duca di Salerno, zio di entrambi gli sposi ed il Conte di Siracusa, fratello del Re. Una splendida medaglia venne Il Cav. Dott. Rino Piccione mostra i “reperti” borbonici. coniata appositamente per commemorare l’evento e non solo, vennero pubblicati persino sonetti, versi di Andrea Maffei e di Antonio Gazzoletti ed un carme in tedesco del conte Agostino Marzani di Villa Lagarina ed un altro pure in versi di Giuseppe Dalla Bona a nome della borgata di Pergine. Dopo le nozze, i giovani sovrani ritirandosi nell’appartamento di Maria Teresa presso palazzo Fugger-Galasso, vi passarono la prima notte di nozze. Il Pedrotti riporta anche un curioso aneddoto: il letto di Re Ferdinando era troppo corto ed alla fine dovette far portare quello che aveva usato all’albergo “Europa”. I giorni successivi alle nozze furono caratterizzati da tante gite e svaghi per i sovrani. Il 10 gennaio gli abitanti della borgata di Pergine (oggi Pergine Valsugana, terzo comune della provincia di Trento), organizzarono una festa in maschera per rendere omaggio agli sposi. Le giornate trentine per i sovrani trascorrevano così liete e spensierate, ricche di eventi straordinari, tra cui uno spicca su tutti: l’inaugurazione di una nuova porta della città. Proprio così, Trento desiderava dedicare alla Regina del sud, la nuova porta che avrebbe sostituito la ormai piccola e mal messa porta “Santa Croce”. La porta si sarebbe chiamata proprio “Maria Teresa” in omaggio all’augusta sposina. Purtroppo questa porta oggi è scomparsa, ma un tempo era una delle più importanti SETTEMBRE 2014 PAGINA 5 LA NUOVA FENICE della città, infatti doveva abbellire l’ingresso di Trento all’estremità meridionale di Borgonuovo, era protetta e sovrastata dal Torrione madruzziano di piazza Fiera e la strada che passava attraverso di essa collegava Trento col resto d’Italia. La mattina del 12 gennaio 1837, tutta Trento era parata a festa e drappi damascati pendevano dalle secolari mura. In alto venne eretto un semplice trono per i sovrani duosiciliani, di fronte stava il Vescovo de Tschiderer ed il seguito. Tra la folla acclamante e la banda militare che intonava marce trionfali, si fece strada S.M. la Regina Maria Teresa a cui il podestà Giovanelli porse il piccolo martello demolitore che poi passò al padre ed all’augusto sposo. Cadeva così la prima pietra della vecchia porta “Santa Croce” e abbattuta lasciò lo spazio alla nuova, la cui prima pietra, benedetta dal Vescovo, venne gettata nelle fondamenta e con essa venne murato un documento con le firme dei sovrani e delle autorità al fine di rendere ancora più solenne l’evento. Questa inaugurazione è accennata nell’opuscolo “Piazze e Strade di Trento” di L. Cesarini Sforza e la “Biblioteca civica di Trento” possiede una copia del documento murato. Il 13 gennaio 1837 gli sposi lasciarono Trento alla volta di Napoli e Ferdinando fu talmente felice dell’accoglienza ricevuta da lasciare una donazione di 250 napoleoni d’oro da distribuire ai poveri di Trento. La popolazione trentina conservò sempre un bel ricordo di quei giorni e lo stesso fecero i sovrani duosiciliani. Si racconta che congratulandosi col governatore del Tirolo, Re Ferdinando, che proveniva da una metropoli come Napoli, riferì tutto il suo stupore per aver notato che Trento “...non era un paese come Innsbruck!”. Fin qui il riassunto degli eventi fatto dal Pedrotti, ma oggi cosa resta a Trento di quei giorni memorabili? A questa domanda ho deciso di dare una risposta e così, mosso dalla mia curiosità, attraverso le fonti dello storico trentino e andando a curiosare in giro per musei ed archivi della città dell’Adige, sono riuscito a ritrovare qualcosa di incredibile: il martelletto e la cazzuola d’argento con cui la Regina Maria Teresa inaugurò i lavori di de- molizione della vecchia porta “Santa Croce” e l’edificazione della nuova porta “Maria Teresa” (vedi foto). La scoperta di questi oggetti sarebbe stata impossibile senza la collaborazione della Dott.ssa Caterina Tomasi della Fondazione Museo Storico del Trentino, la quale è riuscita a trovare negli immensi magazzini dell’archivio, questi due fantastici oggetti che, insieme a moltissimi altri pezzi dello scomparso Museo del Risorgimento del Castello del Buonconsiglio, per la mancanza di adeguati spazi espositivi, non sono visibili al pubblico e giacciono rinchiusi negli scatoloni dei locali della Fondazione. Giornate indimenticabili a Trento, oggi come nel 1837. Rino Piccione ASSISTENZIALISMO ’economia siciliana si basa sull’assistenzialismo, vedi i posti pubblici pip- lavori socialmente utili articolisti. Questi lavori sono stati inventati dai nostri politici, che per essere eletti, con grande fantasia, hanno posteggiato in queste attività i giovani disoccupati in cambio di voti per la partitocrazia. Tutto questo porta ad un aumento di precari e un aumento della spesa pubblica. Dobbiamo dire inoltre che questi giovani parcheggiati per decenni in queste fantomatiche sigle non producono, non fanno lavori utili negli uffici dove vengono inviati. Percepiscono quasi 800 euro, non hanno contributi e diventano un problema per gli stessi politici che hanno ideato questa perversa condizione. Come possono vivere e formare una famiglia con quella misera somma che percepiscono? Oggi la lungimirante intelligenza della nostra partitocrazia vorrebbe sopprimerli ma nello stesso tempo L continuano a rinnovare i loro contratti facendo nuovi debiti in attesa di cosa neanche loro lo sanno. Questi rinnovi giungono sempre alla vigilia delle votazioni amministrative o politiche. In effetti sarebbe molto semplice risolvere il problema. In Sicilia ci sono molte strade di collegamento tra i vari comuni da riparare o da fare. Basterebbe assumere con un contratto definitivo questi precari e mandarli in cantieri di lavoro che dovrebbero gestire la viabilità tra i vari paesi della Sicilia. Sicuramente il 50%, se non più, rinuncerebbe perchè, già occupato in qualche altra attività lavorativa. Lavorerebbero per rendere le vie di comunicazione siciliane migliori e così si favorirebbe un maggior turismo che porterebbe nelle casse della Regione Siciliana maggiori incassi. Pensate che vicino Caltanisseta c’è una zona archeologica, montagne di marzo, l’antica Herbesos completamente da scavare e riportare alla luce siti archeologici che potrebbero essere di richiamo a numerosi turtisti. Perchè non fare lavorare questi precari in queste zone? Forse queste decisioni sono troppo forti per i nostri politici che invece preferiscono convivere con l’ambiguità che fin ora li ha contraddistinti, con gli imbrogli che gli procurano i voti per mantenere salve le loro poltrone. Credo che i politici prima debbano studiare la dottrina sociale della chiesa cattolica e dopo un attento esame candidarsi. Invece fin ora spregiudicati avventurieri hanno abbracciato ideologie di destra, centro e di sinistra solo per il loro tornaconto. Fin ora è stato così, ora basta! Antonio di Janni LA NUOVA FENICE Direttore responsabile: Antonio Di Janni Stampa a cura della Casa Editrice CE.S.T.E.S.S. via Catania, 42/B - Palermo Autorizzazione del Tribunale di Palermo n. 13 del 15.03.96 Casa Editrice CE.ST.E.S.S. Centro Studi Economici-Sociali Sicilia via Catania, 42/B - Tel. 091.6253590 - Fax 0917301720 PALERMO www.duesicilie.com - e-mail: [email protected] PAGINA 6 SETTEMBRE 2014 LA NUOVA FENICE La “Berrettella” di San Francesco da Paola a Catania Sabato 21 Giugno 2014 ell’ambito dei solenni festeggiamenti di San Francesco da Paola, titolare della omonima Parrocchia di Catania, il Parroco Rev. Don Giuseppe Scrivano ha chiesto la visita della Reliquia della “Berrettella” del Taumaturgo Paolano, venerata nel Santuario di San Francesco di Milazzo. Nel tardo pomeriggio del 21 Giugno il Rev. P. Mario Savare- N La Reliquia della “Berrettella” nel prezioso reliquiario se, Cavaliere di Grazia Ecclesiastica dell’Ordine Costantiniano, unitamente al Cav. Prof. Salvatore Italiano, ha recato la preziosa Reliquia a Catania, dove il sacro oggetto è stato accolto da Don Scrivano e dai Cavalieri Antonio Amato, Cristoforo Arena, Salvatore Dell’Aria e Salvatore Pinieri. La Delegazione Costantiniana ha preso quindi parte alla S. Messa, presieduta da P. Mario Savarese, Rettore del Santuario di Milazzo, ove la Reliquia farà ritorno al termine dei festeggiamenti parrocchiali il prossimo 29 Giugno. Alla Celebrazione Eucaristica hanno partecipato numerosi parrocchiani e devoti, che hanno avuto modo di venerare e ammirare la particolare Reliquia. Essa è costituita dal copricapo usato da San Francesco da Paola, custodito in un artistico e preziosissimo reliquario in argento massiccio finemente cesellato e sbalzato, e arricchito da applicazioni ag- La “Berrettella” estratta dal reliquiario gettanti in oro. È composto da una calotta semisferica su cui sono impresse le figure di S. Stefano Protomartire, Patrono di Milazzo e del Compatrono S. Francesco. La calotta poggia sulle possenti ali di una maestosa aquila, immagine araldica della Città, che costituisce il termine di un raffinatissimo fusto, riccamente decorato al pari della base, a pianta e sezione mistilinea. L’artistico manufatto fu realizzato a spese della Città di Milazzo nella prima metà del XVIII secolo. La Reliquia, invece, fu donata al Sacro Convento di Gesù e Maria dal Rev.mo P. Francesco Cerdonis, V Generale dell’Ordine dei Minimi, che si spense in Milazzo nel 1518. Salvatore Italiano SONO LE CONDIZIONI PEGGIORI A RENDERE GLI UOMINI MIGLIORI CROCE COSTANTINIANA DI SAN GIORGIO DI SICILIA Onlus AIUTACI AD AIUTARE (iscritta al reg. Reg. del Volontariato di Protezione Civile n. 16813) DIVENTA ANCHE TU VOLONTARIO DEL SOCCORSO DI PROTEZIONE CIVILE, SOCIO-SANITARIO, GRUPPO CINOFILO. Per contatti: 389.47.95.689 Il Presidente Comm. Dott. Francesco D’Alba SETTEMBRE 2014 PAGINA 7 LA NUOVA FENICE Formazione alla fede e alla vita cristiana/21 A cura di Mons. Gaetano Tulipano già Direttore della Scuola Teologica “S. Luca Evangelista” della Arcidiocesi di Palermo L’ORIGINE DEL PECCATO, LA SUA NATURA E LE CONSEGUENZE I loro occhi si aprirono e si trovarono colpevoli; con un senso di colpa nella loro coscienza, con un senso di colpa davanti a Dio. Il senso di colpa che avvertirono nella loro coscienza lo manifestarono intrecciando “ foglie di fico ” (Gen 3,7) per coprire la loro nudità. Il tentativo di coprire la loro nudità manifesta il passo di riconoscere la propria colpa e di nasconderla. Il senso di colpa che avvertirono di fronte a Dio fu quello di nascondersi davanti a lui:”Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore, in mezzo agli alberi del giardino” (Gen 3,8). Il giudizio Subito dopo il peccato, il Signore si erge come giudice. Siamo di fronte a un processo. Dio interpella i colpevoli, li mette dinanzi alle loro responsabilità ed emette il suo giudizio sul serpente, su Eva e su Adamo comminando delle pene ben precise (Gen 3,9-19). Innanzitutto il Creatore pronunziò il suo giudizio su satana, su colui che era stato la fonte della tentazione e del peccato dicendo: “Poiché tu hai fatto questo, sii maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,14-15). Nella parola di Dio rivolta al serpente dobbiamo distinguere due giudizi. Il primo è riferito al ser- pente come animale (Gen 3,14). Dato che il serpente è stato strumento di satana per la caduta dell’uomo, Dio lo maledice e lo degrada. Il serpente che era stato il più bello e il più astuto tra gli animali adesso diventa quello più miserabile: camminerà sul suo ventre, strisciando per terra e mangerà polvere. Questo servirà all’umanità come ricordo perpetuo della tentazione e della caduta. Con il secondo giudizio Dio smascherò la potenza ma- del rappresentante della discendenza della donna:”tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15). Dio poi emise il suo giudizio sulla donna dicendo: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai i figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”(Gen 3,16). Il peccato ha trasformato in negativo i due momenti più belli per la donna: il parto e il matrimonio. Il parto da evento gioioso, indolore e sicuro sarebbe divenuto il momento più do- lefica che stava dietro al serpente, cioè il diavolo, e riferendosi ad esso con un “tu” personale lo maledisse annunziando la continua lotta che ci sarebbe nella storia umana tra la discendenza di satana con la discendenza della donna. Un combattimento che avrebbe causato la distruzione di satana e della sua stirpe da parte di colui che sarebbe venuto dalla stirpe della donna, cioè del Messia,di chi gli “schiaccerà la testa” (Gen 3,15). Vittoria del Messia su satana e la sua progenie che non sarà senza sofferenza poiché il diavolo ferirà il calcagno loroso per la donna e il matrimonio da avvenimento di unità e di amore sarebbe stato vissuto come esperienza di istinto e di orgoglio. Infatti, Eva, la donna, colei che aveva influenzato il marito a peccare adesso sarà attratta verso il marito dalla spinta istintiva, dal bisogno dell’uomo, della sua forza, della sua protezione e dal marito sarà dominata. Infine, il Creatore si rivolse ad Adamo, a colui che invece di riportare a Dio la propria moglie che si era sviata, le aveva invece dato ascolto ratificando il peccato. Ad Adamo Dio disse: ”Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finchè tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai” (Gen 3,17-19). Il giudizio di Dio sull’uomo, su Adamo (Gen 4,25) fu duplice. Innanzitutto, a causa del peccato di Adamo, la terra è maledetta. Essa non darà più spontaneamente “germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie” (Gen 1,11) ma “spine e cardi” (Gen 3,18). Per questo motivo Adamo non solo con affanno trarrà il cibo dalla terra e si sosterrà con l’erba campestre ma lavorerà anche il suolo della terra”con il sudore” (Gen 3,19) e con fatica trarrà da esso il pane da mangiare. La punizione più grande per Adamo e la sua discendenza sarà la morte fisica del suo corpo, Dio, infatti, pronunziò questo terribile giudizio: ”tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai”(Gen 3,19). Prima del peccato il corpo dell’uomo, pur derivando dalla polvere della terra, non conosceva l’invecchiamento, la malattia e la morte poiché le sue cellule si rigeneravano continuamente (Gen 2,7). (continua) PAGINA 8 SETTEMBRE 2014 LA NUOVA FENICE Colonna Pizzuta – Eloro Noto a Colonna Pizzuta è uno dei monumenti, dal fascino archeologico e paesaggistico, che arricchiscono la campagna netina. Questa particolare opera sorge in contrada Pizzuta a 1,5 Km circa da Noto Marina. E’ una colonna formata da massi ben squadrati che si erge sopra una base di quattro gradini alta 1,67 m. con un diametro di base di 3,79 e un altezza di circa 10,50 m. Questa colonna, ubicata in un luogo ben visibile dal mare, dalla città greca di Eloro e dalle terre del fiume Tellaro, ha sempre acceso la fantasia di numerosi studiosi, pertanto sono state avanzate diverse ipotesi per svelare il suo mistero. L Alcuni pensano che sia riconducibile ad un monumento costruito per ricordare la battaglia di Eloro, oppure la battaglia dell’ Asinaro combattute nel 492 e nel 413 a.C. Sotto la colonna, infatti, è stata scoperta una camera che poteva servire come fossa funebre per raccogliere ossa cremate di guerrieri caduti in battaglia. Per svelare il mistero il grande archeologo Paolo Orsi scavò nella zona. Gli scavi misero in luce che la Pizzuta” si innalza al centro di una platea rettangolare, su cui si apre una fossa; una gradinata scavata porta in una stanza funebre rettangolare.. La stanza è chiusa da una porta monolitica munita di cardini di ferro impiombati.. Nella stanza Epigrafe che riporta la ristrutturazione del monumento da parte di Ferdinando I di Borbone ci sono tre letti ricavati nella roccia. Sui letti sono posizionati due cadaveri uno dei quali tiene nella mano una moneta di Jerone II”. La moneta e i vasi scoperti collocano, secondo Paolo Orsi, alla seconda metà del sec. III la costruzione della stanza funebre. L’Orsi avanzò, quindi, l’ipotesi che sul finire del III secolo una ricca famiglia di Eloro aprì questo sontuoso monumento per magnificare il culto dei suoi morti, collegandolo con la colonna Pizzuta. Altri studiosi, osservando bene la tecnica di costruzione, ritengono la colonna, invece, una costruzione di epoca romana. La colonna non sarebbe altro che una pietra terminale con il duplice scopo di segnare il termine della via Elorina e i confini fra il regno di Gerone e i possedimenti del Popolo Romano. La sua costruzione va quindi ricercata fra il 263 e il 213 a.C. A stimolare tale ipotesi si aggiunge un fatto: la base della colonna è orientata in maniera perfetta, e ogni lato sta ad indicare in maniera esatta i quattro punti cardinali. Infine, qualcuno mette in luce che la colonna potrebbe essere tutte tre le cose: un monumento costruito per ricordare le famose battaglie combattute in epoca greca, che successivamente una ricca famiglia della zona utilizzò per collegarlo al culto dei suoi morti, e che infine venne sfruttato in epoca romana come lapis (pietra Terminale). La cosa interessante e che gli unici restauri della Pizzuta sono stati fatti nel XVIII sec. e nel 1851 cioè nel periodo Borbonico. Il restauro della colonna è dovuto alla grande sensibilità della dinastia Borbonica (Ferdinando I delle Due Sicilie) verso il patrimonio culturale del Regno delle Due Sicilie, ma oggi si avanza un ipotesi sul motivo del restauro in epoca borbonica. A fronte di numerosi studi, si presuppone che la torre Pizzuta fu sede di un telegrafo ottico. Generalmente questi telegrafi erano posizionati nello spazio interno di una torre, spazio utilizzato per ospitare le macchine ed i telegrafisti, con delle finestrelle rivolte verso i telegrafi adiacenti. Nella colonna non c’è questo spazio, si suppone una postazione telegrafica montata in un impalcatura adiacente. Fatto sta che questo telegrafo era molto importante perchè da “Torre Pizzuta” si mettevano in collegamento diversi telegrafi adiacenti tra cui: Noto – Floridia – Spaccaforno (Ispica) e Capopassero. Carmelo Oddo SETTEMBRE 2014 PAGINA 9 LA NUOVA FENICE FF.SS.: Il caos al Sud mpossibile in questi giorni partire da Maratea con il treno, a meno di non “imbarcarsi” in un viaggio oltremodo precario: già dal 16 agosto, infatti, e fino a fine mese le prenotazioni sugli intercity che collegano Roma e Reggio Calabria passando, appunto, per Maratea, registrano il “tutto esaurito”. L’alternativa? Prolungare il soggiorno o partire con un treno “interregionale veloce”, senza possibilità di prenotazione, ovviamente superaffollato, che effettua tutte le fermate della tratta e che, proprio a causa del “pienone”, viaggia sempre con un considerevole ritardo. Tutto questo contribuisce non poco a vanificare i benefici della vacanza ancor prima di rientrare… Ma, ovviamente, il problema è di portata ben più ampia rispetto alla sola fermata “Maratea”, do- I ve, tra l’altro, negli anni settanta fermavano ben cinque coppie di intercity sulla tratta Roma – Reggio Calabria: l’attuale contrazione dell’offerta di trasporto ferroviario in buona parte del Sud (ad esempio, sono solo due gli intercity che fermano a Maratea supportati da quattro treni interregionali) nonostante, invece, si proclami il progresso della tecnologia e l’intento di incrementare il turismo. Inoltre, alla riduzione dei convogli si aggiungono anche le peggiorate condizioni del servizio, per esempio negli intercity, come la quasi totale eliminazione delle carrozze di prima classe, il mancato funzionamento dell’aria condizionata in qualche vagone, l’assenza dei servizi di ristorazione (i passeggeri più “esperti” affrontano il viaggio muniti anche delle loro vettovaglie), tutti elementi che La StazioneFerroviaria di Maratea contribuiscono anche all’accumulo dei ritardi. In una recente intervista il Governatore della Basilicata Marcello Pittella si è dichiarato disponibile ad intervenire anche economicamente presso le Ferrovie per ottenere la fermata di altri treni. Sarà forse possibile pensare che nel terzo millennio questi problemi saranno risolti, magari addirittura con l’alta velocità, o saranno ripristinate le carrozze di terza classe con tanti sportelli??? Eugenio Donadoni COMPRA SUD. SUD È MEGLIO! Quando facciamo la spesa, leggiamo le etichette e compriamo solo prodotti meridionali. Difendiamo così la nostra economia e la nostra cultura. Combattiamo concretamente la disoccupazione del Sud! PAGINA 10 SETTEMBRE 2014 LA NUOVA FENICE LA PITTURA MARCHIGIANA ell’articolo Da Giotto a Gentile comparso sul numero di Luglio di questa Rivista, Aurelio Badolati, nel dare conto della recente mostra pittorica organizzata su questo tema a Fabriano da Vittorio Sgarbi, ha messo in luce che le Marche non sono state una terra marginale nella storia delle arti figurative, come è attestato, nel caso da lui trattato, dall’esistenza di una importante scuola pittorica che, fra il Trecento e il Quattrocento, fiorì a Fabriano (città di nascita del N grande Gentile che, insieme a Pisanello, costituisce il vertice del cosiddetto Gotico internazionale), illustrata da ottimi pittori locali come Allegretto Nuzzi, Francesco Ghissi, Antonio da Fabriano e altri ancora, ingiustamente poco noti. Anche se illustri critici, come Piero Zampetti, in considerazione della ampia presenza operativa, in questa regione di confine, di pittori riminesi, veneti, umbri e lombardi e sinanco spagnoli e fiamminghi, preferiscono parlare di “pittura nelle Marche” piuttosto che di “pittura delle Marche”, non può essere sottovalutato il fatto che, presso le piccole capitali delle signorie più o meno importanti in cui era frazionato il territorio marchigiano, e non solo a Fabriano, sorsero altre rilevanti scuole pittoriche ad opera di artisti locali, pur se questi stessi centri attirarono successivamente gli artisti “forestieri” cui si è fatto cenno: non sembra peraltro un caso che la pittura di questi ultimi restasse in qualche misura influenzata (a mio giudizio) dal nuovo ambiente in cui si trovarono ad operare. Ed è per rendere giustizia alla mia terra d’origine che voglio succintamente parlare di questa pittura, non “delle Marche” ma schiettamente marchigiana. E’ appena il caso di ricordare l’importantissima scuola pittorica che si sviluppò a Urbino presso la corte di Federico da Montefeltro: pur se la sua fama è dovuta all’apporto di grandi artisti italiani e stranieri, non bisogna dimenticare che essa prese le mosse da artisti locali, come principalmente Giovanni Santi, ottimo pittore la cui fama fu oscurata dal suo grandissimo figlio, Raffaello. Un’altra di queste scuole pittoriche, nota come scuola severinate, sorse nella bella cittadina di San Severino Marche:. I suoi rappresentanti più importanti furono, agli inizi del Quattrocento, i fratelli Lorenzo e Iacopo Salimbeni: del primo, si conserva un trittico firmato che è stato detto non privo di influenze fiamminghe, mentre frutto della collaborazione tra i fratelli sono gli affreschi del Duomo Vecchio di San Severino e, indubbio vertice della loro pittura, quelli dell’Oratorio di San Giovanni in Urbino, che raccomando di visitare a chi si recasse in quella splendida città. Altro nome di rilievo è il severinate Lorenzo D’Alessan- dro, raffinato pittore nel quale i molti influssi stilistici si armonizzano in una spiccata individualità ed autore, tra le tante opere dello splendido polittico di Serrapetrona: a lui lo stesso Vittorio Sgarbi, che è stato Assessore alla cultura di quel Comune, ha dedicato alcuni anni or sono una bella mostra Un altro centro delle Marche che diede luogo a una notevole scuola pittorica è Camerino, la capitale del piccolo Ducato dei Varano. Abbondanti sono le opere che si possono vedere visitando i due Musei, quello civico e quello Diocesano. Di questa scuola, particolarmente ricca di artisti il cui nome ci è stato tramandato o che sono rimasti anonimi, ricordiamo i nomi di Carlo da Camerino, Arcangelo di Cola, Giovanni Boccati e, il più bello di tutti (a mio parere), Girolamo Di Giovanni, anche se la critica più recente tende ad attribuire le sue opere più importanti a Giovanni Angelo di Antonio, pittore sino a ieri considerato minore nel quadro di quella scuola. Un’idea generale dello splendore della pittura del Quattrocento nelle Marche, stilisticamente orientata tra il tardogotico e il Rinascimento, la si può avere dai bellissimi polittici dalle artistiche elaborate corni- ci, disseminati nel territorio e che sorprendentemente è possibile scoprire in piccoli Comuni come Serrapetrona e Belforte del Chienti. Una importante raccolta di tre di tali polittici la si può trovare in una chiesetta del Comune di Monte San Martino, dove, accanto a quello di Girolamo di Giovanni, ne sono SETTEMBRE 2014 PAGINA 11 LA NUOVA FENICE conservati uno attribuito a Carlo e Vittore Crivelli e un altro opera certa di quest’ultimo. Carlo e Vittore Crivelli sono stati due pittori veneziani che hanno lungamente operato presso la corte dei Duchi di Varano, signori di Camerino, lasciando numerosi dipinti nelle Marche: giustamente più famoso è il primo, del quale si possono ammirare diverse splendide opere presso la National Gallery di Londra. Altro pittore assai noto, marchigiano di adozione, è il veneziano Lorenzo Lotto, un innovatore nel contesto rinascimentale, la cui operatività si spinge fino alla prima metà del Cinquecento: lavorò a lungo e in varie riprese nelle Marche, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita come monaco oblato della Santa Casa di Loreto. Sue bellissime opere sono conservate nei Musei di Recanati (Annunciazione) e di Jesi (Storie di Santa Lucia). Che dire ancora, per rapidi cenni, della pittura delle Marche? Di nomi da ricordare ce ne sarebbero tante: mi limito a nominare Simone De Magistris, attivo dalla metà del Cinquecento al 1613. Nato in una famiglia di pittori e operante con i fratelli a Caldarola, piccolo centro il cui mecenate era il Cardinale Pallotta della locale famiglia comitale di origine siciliana, è stato a capo di una piccola scuola (o bottega) di cui ha fat- to parte Durante Nobili da Lucca; “bottega” collegata a Vincenzo Pagani e a Cola dell’Amatrice. Per il Seicento, corre l’obbligo di nominare Giovan Battista Salvi, il Sassoferrato, ineffabile dipintore di Madonne. La tradizione pittorica delle Marche non muore e continua a produrre grandi artisti: ma il discorso sarebbe troppo lungo, e potrà essere ripreso in seguito. Gianfranco Romagnoli PAGINA 12 SETTEMBRE 2014 LA NUOVA FENICE Le Isole Eolie e il loro Re Eolo ’arcipelago eoliano, di origine vulcanica, si stende a poca distanza dalla costa nord della Sicilia, solo 12 miglia nautiche di fronte a Capo Milazzo in provincia di Messina, esso comprende isole, isolotti e scogli, che affiorano da un mare d’un intenso colore blu. In questo arcipelago si trovano sette isole famose per la loro bellezza e molto frequentate da turisti italiani e stranieri: Lipari, la più grande, Salina, Stromboli e Vulcano con i loro vulcani perennemente attivi, Filicudi, Alicudi e Panarea, la più piccola. I primi insediamenti umani, che le hanno popolate, sembrano essere avvenuti in epoca neolitica prima del 4000 a. C.; ma già nel 3000 a. C. l’isola di Lipari, era uno dei centri abitati tra i più popolosi del Mar Mediterraneo, perché sul luogo si lavorava l’ossidiana, un vetro vulcanico molto pregiato e ricercato usato per creare collane, frecce e lame altamente taglienti. Ben presto, per l’isola e le altre, questo materiale fu fonte di ricchezza, poiché veniva commerciato con la Sicilia, l’Italia meridionale ed anche con la Provenza e la Liguria; inoltre tra il XVI e il XIV sec. vicino a queste isole venne L Eolo Mappa delle Isole Eolie a passare anche una rotta commerciale di metalli e in particolare di stagno, che, dalla lontana Britannia attraverso lo stretto di Messina, giungeva fino alle terre del Medio-Oriente. Nei primi decenni del VI sec. A C. quelle isole furono colonizzate dai Greci i quali le chiamarono Аιόλαι, dal nome del loro dio Eolo, Αἴολος re dei venti, perché credevano che qui si trovasse la sua dimora. Furono sempre i Greci che diedero a ciascuna di queste isole il nome con cui d’allora è conosciuta. Lipari fu così chiamata Λιπάρα ossia la grassa o la fruttifera, ma an- che Μελιγουνίς, forse con riferimento al miele in greco antico μέλι, Salina, Διδύμη la gemella, Vulcano Ἱερά la sacra, Stromboli Στρογγύλη la rotonda. Poi Filicudi fu distinta con il soprannome di Φοινικώδης “delle palme” o Φοινικοῦσσα, entrambe le parole derivano da φοῖνιξ che può significare tanto palma che porpora, mentre Alicudi, ἐρίκη o ἐρείκη deriva, dalla pianta dell’erica che sempre in greco antico si dice erìkē o eréikē. Infine Panarea, la più piccola, era chiamata Eὐώνυμος ossia “di buon nome, di buona fama” con i suoi isolotti, Basiluzzo, Βασιλούς ossia regale, Dattilo, Δάκτυλος, cioè dito e Lisca Bianca. Queste isole però erano conosciute anche con altri nomi, come si può leggere in Plinio (Plin. III, 92), il quale scrive che i Greci le chiamavano pure Ἡφαιστιάδης ossia Vulcanoidi e Lipari per i Romani era Volcaniae. Per finire parliamo del re Eolo intorno al quale si narravano più leggende; secondo un mito egli era un principe mortale il quale viveva a Lipari regnando sulle isole e questo mare; pos- sedeva inoltre la capacità di prevedere i mutamenti del tempo guardando le nuvole che si formavano sul vulcano, forse lo Sromboli. Grazie a questa sua abilità acquistò la fama di domatore dei venti presso la popolazione locale formata da pescatori, i quali, per l’attività che praticavano, avevano grande necessità di conoscere le condizione del tempo sul mare. Poi con il passare degli anni Eolo da personaggio umano fu trasformato in una divinità che aveva il dominio sui venti. Secondo un altro mito greco Eolo era figlio di Poseidone e Arne ed ebbe da Zeus, su suggerimento di sua moglie Hera, il compito di controllare i Venti, perché questi avevano provoca- Ulisse to grossi danni, tra i quali il distaccamento della Sicilia dal continente. Egli, dalla sua reggia a Lipari, custodiva questi venti in un otre o in anfore dentro una caverna e solo lui poteva dirigerli e liberarli; Zeus, perché Eolo rimasse per sempre custode dei venti, gli concesse l’immortalità. Il re dei venti ebbe pure dodici figli, sei femmine e sei maschi che si unirono tra loro creando altri venti. Tra i figli c’erano quattro fratelli che erano i Venti principali: Borea, il Vento del Nord, il più SETTEMBRE 2014 PAGINA 13 LA NUOVA FENICE Lipari: Marina Corta Isola di Vulcano violento, che si era trasformato in cavallo per amore delle cavalle di Dardano e aveva generato dodici puledri veloci come il vento; Zefiro, il Vento dell’Ovest, dolce e benefico che annunciava la primavera; Euro, Vento dell’Est, ora tempestoso ora asciutto, che portava il bel tempo; Austro, Vento del Sud, raffigurato sempre bagnato, caldissimo che portava pioggia. Isola di Stromboli Altri Venti erano: Libeccio, Vento del Sud-Ovest avvolto dalla nebbia; Cecia, Vento del Nord-Est, vecchio con coda di serpente e un piatto di olive in mano; Apeliotes, Vento del SudEst con frutti maturi tra le mani; Schirone, Vento del Nord-Ovest con un’urna piena d’acqua da rovesciare sulla terra. Eolo è citato nel libro IV dell’Iliade, quando si parla della discendenza di Glauco ed in particolare nel libro X dell’Odissea, quando Ulisse, reduce dalla guerra di Troia, approda nelle isole Eolie ed è ospitato dal dio. Eolo, commosso dal racconto dell’eroe, gli dona l’otre di pelle dove erano rinchiusi i venti contrari alla navigazione, perché possa fare un tranquillo viaggio di ritorno ad Itaca. Così Ulisse durante il viaggio sulla nave, libera solo Zefiro il dolce vento, poi si addormenta e purtroppo mentre è addormentato, i suoi compagni aprono l’otre credendo che sia pieno di tesori, invece liberano i venti che scatenano una terribile tempesta da cui però la nave si salva. Eolo è citato anche nel libro I dell’Eneide di Virgilio nel quale gli dei greci non condannano l’incesto praticato dai dodici figli di Eolo e sembra così che nel mito del dio sia riportato un racconto più antico di origine titanica proprio delle popolazioni pelasgiche, nel cui pantheon vi erano sei titani maschi e sei titani femmine, al tempo stesso fratelli e sposi tra loro. Carla Amirante E LE ARANCE SICILIANE? AL MACERO! a comunità europea si appresta a togliere la tassa d’importazione ai prodotti agroalimentari provenienti dal Marocco. Ciò significa che, per esempio, le arance siciliane andranno al macero per la forte concorrenza di quelle marocchine. In Marocco il costo della mano d’opera è molto inferiore alla nostra. La politica sindacale in Italia ha portato gli stipendi alle stelle e oggi alla disoccupazione. Non dimentichiamo che multinazionali tedesche, che avevano investito in Sicilia negli anni settanta, a causa della forte pressione fiscale, hanno prefe- L rito trasferirsi in Marocco, dove hanno realizzato aziende agricole e oggi pressano per poter vendere i prodotti coltivati in Marocco, in Europa. E che dire della Fiat che vende trattori in Marocco in cambio di arance che importa in Italia? Per la globalizzazione è tutto giusto, ma per l’economia agricola siciliana no. Non c’è più speranza. tutti i nostri bei prodotti spariranno dal mercato e la Sicilia avrà solo giardini di agrumi incolti con alberi rinsecchiti che appariranno come spettri di un antico splendore. Giuseppe di Janni PAGINA 14 SETTEMBRE 2014 LA NUOVA FENICE Taccuino di viaggio di una breve vacanza nel cuore del PORTOGALLO artito da Roma all’alba di venerdì, atterro alle 08:15 a Lisbona, guadagnando un’ora grazie al fuso orario. L’ideale per spostarmi subito con un treno che, poco prima di mezzogiorno, mi permette di arrivare a Coimbra. Piccola città situata al centro del Portogallo, già a un primo sguardo presenta le sue caratteristiche salite, divisa in due dal fiume Mondego che la attraversa interamente. Lasciata le valigia nell’albergo Riversuites (consigliatissimo per il rapporto qualità/prezzo), mi reco nel cuore di Coimbra, iniziando una lunga salita che mi condurrà fino all’Università. Una struttura maestosa, con una bella cappella e la possibilità di visitare diverse aule, ma che vede nell’antica biblioteca il motivo principale della sua fama. Da non perdere. Così come non si può rinunciare ad assistere a uno spettacolo di Fado, la tipica musica portoghese di cui godo verso le 18 nel locale “Fado ao centro”. Al P termine anche una degustazione di Porto. La sera mi limito a una passeggiata in centro, visto anche lo scarso numero di locali aperti, almeno nella zona bassa della città, dove si trova il mio albergo. Sabato sveglia di buon’ora e alle 9:20 prendo il treno per Por- to. L’arrivo è dopo poco più di un’ora alla stazione Sao Bento, tra le più belle d’Europa grazie agli splendidi azulejos che ne decorano l’interno! Mi reco in albergo, Casa 45, altro alloggio che consiglio molto, sia per la posizione (a due passi dal Municipio) che per il garbo del personale. A piedi inizia il giro di Porto: dalla “Torre dos Clerigos” alla libreria “Lello e Irmao”, due attrazioni da non perdere assolutamente! Il giro prosegue lungo strade ricche di vecchie case abbandonate, una caratteristica unica della città. Vedo poi il Palacio de la Bolsa, quindi la chiesa di San Francesco, dav- DONA AFFINCHÉ SI AZZERI IL FABBISOGNO DI SANGUE NELLA TUA SICILIA SETTEMBRE 2014 PAGINA 15 LA NUOVA FENICE vero particolare. Da qui parte il tram numero 1 che conduce fino alla foce del fiume Douro. Dopo il giro in tram scendo verso la Ribeira, il quartiere patrimonio dell’Unesco, con le sue alte e strette case colorate. Il ponte Luis I permette di recarsi al di là del fiume, a Vila Nova de Gaia, dove si trovano le cantine del vino che porta il nome della città. Impossibile non visitarle, come è difficile rinunciare all’emozione di prendere la teleferica che conduce alla parte alta di Vila Nova, regalando una vista mozzafiato sul fiume Douro. Ho preferito questa al battello, trovandola decisamente più originale. Cena in uno dei tanti locali in riva al fiume. Per gli amanti del pesce consiglio polpo e baccalà, per chi ama più carne e formaggi da non perdere la “francesinha”. Passeggiata serale e rientro in albergo. La domenica si riparte, sempre in treno, questa volta diretto a Lisbona dove arrivo dopo tre ore di viaggio. Qui con un amico mi reco in macchina prima a Sintra e poi a Boca do Inferno. Sintra è una cittadina nota nel mondo per le sue ville uniche, con piante esotiche, ruscelli, cascate, chiese e castelli! Visito “Quinta de Regaleira” che reputo davvero meravigliosa. Poi l’emozione di bagnarsi i piedi nell’oceano a Boca do Inferno. Una visione mozzafiato davvero difficile da esprimere a parole. L’ideale per gli amanti della fotografia. La sera si va a Lisbona per una cena tipica nel centro della città, quindi passeggiata da Piazza del Commercio a Piazza Rossio. Tra le due si trovo il mio albergo, “Tram 242”, ottimo per posizione, ma con poca cura dei dettagli. Promosso, ma con voti più bassi rispetto agli altri. Salgo ancora fino al Chiado,la parte più elegante della città. Qui da non perdere una foto con Pessoa, la cui statua è dinanzi al caffè “Brasileira”, dove lo scrittore era solito recarsi. Inizia a piovere, così con un autobus si rientra in albergo. Il quarto ed ultimo giorno è completamente dedicato a Lisbona. Sorprendente Lisbona. Inizio recandomi a piedi fino alla Cattedrale e alla Chiesa di Sant’Antonio, quindi verso le 10:00 arrivo al castello che, però, mi limito a vedere da fuori. Decido infatti di dedicare più tempo all’Alfama, quello che è probabilmente il quartiere più caratteristico della capitale portoghese. Consiglio di iniziarne la visita dal Miradouro de Santa Lucia, da dove si ha una vista incredibile della città, facendo- la somigliare alla costiera amalfitana. Quindi giù per le strette stradine dell’Alfama, con i suoi locali tipici, le persone affacciate alle finestre delle vecchie case, i negozi del pane e del pesce, i bambini in strada a giocare con i cani. Incredibile. Lunga discesa fino al centro (ovvero Piazza del Commercio) e, ripassando dal Chiado, proseguo fino al Barrio Alto, quartiere ricco di locali, ma meno affascinante di altri. La salita continua fino a Principe Real, altro giardino molto curato, quindi la Basilica de Estrela, una delle più belle della città. Con il tram 28, dopo una passeggiata nel giardino dinanzi alla Basilica (per gli amanti degli animali ci sono moltissime papere!), torno fino in centro e da qui, dopo un rapidissimo pranzo, prendo il tram per Belem, dove si trova sia il monumento agli esploratori, che l’imperdibile Monastero di San Geronimo. Una pura, autentica meraviglia. Foto davanti alla torre e pasticcino alla crema nel noto laboratorio: altre due chicche più che consigliate. Un paio d’ore o poco più sono sufficienti per godersi Belem, così riprendo il Tram verso le 16:30 e mezz’ora dopo sono in hotel. Preso il bagaglio, direttamente con la metropolitana arrivo in aeroporto da dove, alle 19:30, parte il mio volo per Roma. Adeus Portugal, obrigado! Aurelio Badolati Basta con le persecuzioni e le guerre in nome di Dio! a delegazione Sicilia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di S. Giorgio condanna fermamente la persecuzione dei cristiani e di altre minoranze religiose perpetuate in Iraq dai musulmani in nome di Dio. In Italia i musulmani parlano di tolleranza e rispetto delle altre religioni. Nei loro paesi mettono in atto la persecuzione, la pulizia etnica e la schiavitù. I cattolici li accolgono con quella carità cristiana che li contraddistingue e loro sono pronti ricambiare con la violenza. Forse un domani questo esercito, perchè di esercito si tratta, che L sbarca di continuo in Sicilia sarà armato dagli integralisti islamici, ci attaccherà e ci troveremo colonia islamica. E allora addio ai monumenti come il Duomo di Monreale trasformato in moschea. Addio a dipinti d’arte distrutti perchè iconoclasti. Non ridiamo su queste cose, l’occidente sta rammollendosi. Prova ne è il non parlare in Europa di radici cristiane. Noi cristiani dobbiamo continuare ad agire secondo i canoni della tolleranza e della carità ma i nostri governanti prendano i dovuti rimedi. Antonio di Janni PAGINA 16 SETTEMBRE 2014 LA NUOVA FENICE NUOVE BRICIOLE DI SALUTE N onostante l’amarezza e la delusione per l’ignobile furto perpetrato due settimane fa, l’agape si staglia tutti i giorni sulla vita cristiana e dà senso e luce a tutto ciò che un cristiano vive e fa, pertanto, i cavalieri che seguono il progetto “Nuove briciole di salute” hanno continuato la loro attività e hanno distribuito oltre ai normali prodotti alimentari della prima infanzia anche due corredini per un neonato Jonathan nato a fine agosto ed ad una fu- tura mamma che darà alla luce un maschietto alla fine del mese di settembre. Quindi il detto del compianto Card. Pompedda “Bisogna essere prima che apparire” continua ad animare lo spirito degli aderenti all’Ordine Costantiniano e pertanto l’attività non è che nasce nella persona per un diffuso sentimento di simpatia, di un generico umanitarismo, o di una romantica filantropia (filantropi ce ne sono sempre stati, ma non è detto che fossero Corredino consegnato mercoledi 27 agosto La dott.ssa Lia Giangreco mentre raccoglie i dati di un'extracomunitaria a Nuove Briciole di Salute. mossi dalla carità), ma perché veramente l’attività e le modalità di servizio che si segue con il progetto di che trattasi, è animata dalla vera carità. Agape che vuol dire carità, come ci ricorda San Paolo nelle sue varie lettere, infatti l’agàpe di Dio (cioè la carità) è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Lettera ai Romani 5,5). La carità non sia ipocrita – scrive a quelli di Roma – amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (12,9.10). “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di una carità vicendevole… Pieno compimento della legge è la carità”(13,8.10). “Ricercate la carità” scrive a quelli di Corinto; “tutto si faccia tra voi nella carità” (14,1;16,14). E alle Comunità cristiane della Galazia, turbate da predicatori che diffondono idee strampalate sul cristianesimo, manda a dire: “La fede ci salva, non le opere della Legge: la fede che opera per mezzo della carità… quindi mettetevi a servizio gli uni degli altri mediante la carità” (5,6.13). Vincenzo Nuccio Il cav. V. Nuccio consegna un corredino alla mamma di un nascituro