ne
Buo
e
Fest
Gennaio 2013
n.62
Primapagina
Luciano Goffi:
BancaMarche
per l’efficienza
Focus Gestioni
a sostegno
dello sviluppo
Il quarto mandato
di Drudi
Periodico di informazione, attualità e cultura di BancaMarche
In bici sulla
Linea Gotica
Mazzucco,
vi racconto “Limbo”
Il mondo fiabesco
di Trubbiani
sommario
FOCUS
L’abbassamento dei dazi da parte della Russia, opportunità per le PMI italiane .................... 5
A COLLOQUIO CON
BancaMarche: un’impresa con grande responsabilità sociale di Mauro Bignami.................... 6
Focus Gestioni a sostegno dello sviluppo del territorio di Giovanni Filosa............................. 8
Il quarto mandato di Drudi di Simona Spagnoli..................................................................... 10
Per conoscere le radici della nostra storia e della nostra identità di Giovanni Filosa............ 12
Siamo o non siamo ciò che mangiamo? di Piergiorgio Memè............................................... 14
L’unico museo al mondo dei bozzetti per i film di Paola Stefanucci..................................... 16
Chi dà l’anima… al disegno animato? di Federica Grilli...................................................... 18
“In bicicletta sulla Linea Gotica” di Giulia Pieretti............................................................... 20
A colloquio con Melania G. Mazzucco:
vi racconto il mio “Limbo” di Chiara Giacobelli................................................................... 22
Michelle Nouri, la ragazza di Baghdad,
si racconta in una chiacchierata a cuore aperto di Agnese Testadiferro.................................. 24
ATTUALITÀ E CULTURA
Il mio Pantheon Personale (2a puntata) di Alberto Sensini..................................................... 26
Trubbiani e il suo fiabesco mondo delle cose di Paolo Biagetti............................................. 28
Il restauro del Colosseo di Carmen del Vando Blanco........................................................... 30
Corrado Cagli, alla ricerca dell’arte primitiva di Andrea Carnevali...................................... 32
La natura rivelata di Anselmo Bucci di Michele De Luca...................................................... 34
Fano e le sue mille antiche testimonianze di Sergio Rinaldi Tufi........................................... 36
Allegra Corbo di Francesca Pieroni....................................................................................... 38
L’informazione ha nuovi scenari di Lella Mazzoli.................................................................. 40
Il Romanico nelle Marche....................................................................................................... 41
Un maestro dello sguardo di Lorenzo Verdolini....................................................................... 42
Le radici dell’eccellenza di Lucia Cataldo............................................................................. 44
La vera storia di Spadolini, ovvero Spadò di Agnese Testadiferro..............................................46
L’altro Pascali. Il rapporto degli artisti con la televisione di Annalisa Filonzi....................... 48
Ieri e oggi: “Le Navi” di Cattolica di Pamela Temperini....................................................... 49
Cosa è il LEMS che caratterizza il Conservatorio di Pesaro di Maria Rita Tonti.................. 50
Marche “a tutta birra” con l’Alogastronomia di Roberto Ceccarelli...................................... 51
TEATRANDO
Festival Pergolesi Spontini 2012 Travestimento e trasformazione di Ilaria De Maximy....... 52
“Nuovo” Auditorium per la Sagra Malatestiana di Rimini di Ilaria De Maximy................... 54
Lirica di spessore al Pergolesi di Ilaria De Maximy............................................................... 56
ATTUALITà E TERRITORIO
“Codice P” Atlante illustrato del reale paesaggio della Gioconda.......................................... 58
Il presepe vivente di Potenza Picena....................................................................................... 59
Albano Carrisi “Io ci credo” di Agnese Testadiferro.............................................................. 60
Sotto il segno della Bilancia di Giovanni Filosa.................................................................... 61
“Crescere con Banca Marche” di Giovanni Filosa................................................................. 62
Seasons 2013 i nuovi calendari di Banca Marche di Roberto Bottoni.................................... 63
PRODOTTI DI MARCA
Io Risparmio Multiramo: Le nuove polizze di Banca Marche di Gianluca Grannò.............. 64
“Niente può fermarci”: un film per Banca Marche di Marina Argalìa................................... 65
Banca Marche vincitrice del premio AIFIn “Banca e Territorio” 2012
con il progetto “School Game” di Filippo Cantarini.............................................................. 66
primapagina3
primapagina
ne
Buo
e
Fest
Gennaio 2013
n.62
Primapagina
Periodico di informazione, attualità e cultura di BancaMarche
BANCA DELLE MARCHE S.p.A.
Sede sociale
Via Ludovico Menicucci 4/6, Ancona
Luciano Goffi:
BancaMarche
per l’efficienza
Focus Gestioni
a sostegno
dello sviluppo
Il quarto mandato
di Drudi
In bici sulla
Linea Gotica
Mazzucco,
vi racconto “Limbo”
Il mondo fiabesco
di Trubbiani
Direzione generale
Centro direzionale Fontedamo,
Via Alessandro Ghislieri 6, Jesi
Capitale sociale:
662.756.698,76
Banca dal 1841
40.000 azionisti circa
312 filiali
3.120 dipendenti
Direttore generale
Luciano Goffi
Vicedirettore generale
Pier Franco Giorgi
Leonardo Cavicchia
Armando Palmieri
@
Mandate alla redazione i vostri
commenti e suggerimenti.
CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
Presidente
Lauro Costa
Vicepresidenti
Michele Giuseppe Ambrosini (vicario)
Federico Tardioli
Primapagina
Anno XVI n. 62 - Gennaio 2013
Direzione Via Ghislieri, 6 - Jesi (An)
Direttore Responsabile Giovanni Filosa
Redazione Via Ghislieri, 6 - Jesi (An)
tel. 0731/539608, fax 0731/539654
e-mail [email protected]
Editore Tecnostampa S.r.l.
Progetto grafico advcreativi
Stampa Tecnostampa S.r.l. - Recanati
Sped. abb. post. - art. 2, comma 20/B
legge 662/96 - Filiale di Ancona
Aut. Trib. di Ancona n. 25/96 del 25/9/96
Componenti
Pietro Alessandrini
Giuliano Bianchi
Alfredo Checchetto
Emanuela Scavolini
Francesco Maria Cesarini
Roberto Civalleri
Federico Valentini
Giuseppe Grassano
COLLEGIO SINDACALE
Presidente
Pietro Paccapelo
Componenti effettivi
Alberto Landi
Massimo Felicissimo
Componenti supplenti
Paolo Balestieri
Lodovico Valentini
focus
L’
abbassamento dei dazi conseguente all’ingresso della Russia nell’Organizzazione mondiale
del commercio (Wto) “potrà offrire
nuove possibilità per gli investitori,
e in particolar modo per piccole e
medie imprese che sono molto importanti per il sistema economico di
Italia e Russia”.
A dirlo è Natela Shengelia, presidente della rappresentanza commerciale della Federazione Russa
in Italia, durate il suo intervento al
convegno “Possibilità di ulteriori
vantaggi nei rapporti commerciali
fra Italia e Russia dopo il suo ingresso nel Wto”. All’incontro, organizzato da BancaMarche e dal
Consolato onorario della federazione Russa di Ancona, hanno partecipato oltre 200 imprenditori proveniente da tutto il centro Italia.
La Shengelia ha ricordato che
“l’Italia è un partner commerciale
strategico per la Russia. Per quanto
riguarda l’interscambio commer-
Natela Shengelia durante il convegno
ciale con la Russia è il terzo Paese dell’Unione Europea e il quinto
partner a livello mondiale”. L’adesione della federazione Russa al
Wto “determinerà un aumento della
crescita economica russa compreso
fra l’1 e il 3%, mentre nel lungo
periodo – continua la Shengelia l’incremento potrebbe anche raggiungere l’11%. La Commissione
Europea calcola un risparmio sui
dazi all’import di circa 2,5 miliardi
di euro e un aumento delle esportazioni dall’Unione Europea verso la
Russia pari a 3,9 miliardi”.
Fra i vantaggi di cui potranno approfittare gli imprenditori italiani
per esportare in Russia ci sono la
crescente stabilità del quadro normativo per il commercio, la crescita
di fiducia reciproca tra gli investitori, la riduzione delle barriere amministrative ed i cambiamenti della
politica tariffaria”, con un graduale
abbassamento dei dazi doganali. “In
media la riduzione dei dazi dogana-
li per i prodotti industriali sarà pari
al 3%, mentre per quelli agricoli
del 4,4%. Circa il 30 % degli attuali
dazi subiranno l’abbassamento non
oltre i 5 punti percentuali. Per gli
articoli i cui dazi saranno ridotti dal
7% a oltre 10% è previsto un periodo transitorio tra 5 e 7 anni”.
Sul tema è intervenuto anche Armando Ginesi, console onorario
della Russia, che ha ricordato come
l’ingresso della Russia nel Wto rappresenti “un evento di straordinaria
importanza, che non mancherà di
giovare alle relazioni fra la Russia
e le imprese di questo territorio”.
Sulle prospettive delle aziende del
territorio, soprattutto le Pmi, ha parlato il presidente di BancaMarche,
Lauro Costa, sottolineando che “la
cosa più sensata che un imprenditore possa fare in questo momento,
data la crisi dei consumi in Italia, è
di andarsi a guadagnare uno spazio
sui mercati esteri”.
Natela Shengelia con il presidente Costa
primapagina5
Foto Cristian Ballarini
L’abbassamento dei dazi da
parte della Russia grazie al suo
ingresso nel WTO rappresenta
un’opportunità di nuovo
business per le PMI italiane
A COLLOQUIO CON
di
Mauro Bignami
Intervista a
Luciano Goffi,
DIRETTORE
GENERALE
“A
bbiamo inserito un altro tassello nella storia di BancaMarche. Il Consiglio d’amministrazione ha fatto una scelta forte nel
segno della continuità, della voglia
dell’Istituto di essere banca del territorio e del suo futuro sviluppo, per
dare una risposta alle richieste delle imprese e delle famiglie.” Così,
lapidario e concreto, Lauro Costa,
presidente di BancaMarche, ha
spiegato la nomina a direttore generale di Luciano Goffi: “l’uomo con
cui vogliamo uscire dalle secche
dell’emergenza”.
Luciano Goffi, jesino, per 38 anni
alla Banca Popolare di Ancona, in
cui negli ultimi dieci anni ha ricoperto la stessa carica, nel corso della
sua carriera ha mostrato una grande
conoscenza di tutto il sistema produttivo regionale “e ciò gli ha per-
6Primapagina
messo di essere sempre vicino alle
esigenze degli imprenditori, interpretandone le esigenze e rafforzandone la capacità di intraprendere.”
È il commento molto positivo di
Confindustria Marche, alla notizia
dell’insediamento di Goffi sulla poltrona di DG di BancaMarche. Pertanto, la sua capacità di dialogo con
le organizzazioni è un atout molto
importante e “un buon segnale per
la nostra economia.”
Anche Primapagina ha voluto scoprire qualcosa del nuovo direttore
generale e lo fa con questa intervista.
Anzitutto complimenti per il suo
nuovo incarico, prestigioso e di
soddisfazione ma certo non facile:
come si sente su quella poltrona?
Per un direttore generale marchigiano guidare BancaMarche rappresenta un grande onore e un approdo
professionale molto stimolante. Mi
sono avvicinato a questo incarico
con grande rispetto e con la piena
consapevolezza dell’alta responsabilità che esso comporta e delle
complessità che l’attuale momento
economico ci sta ponendo davanti.
Mi sento di esprimere profonda gratitudine per la fiducia che mi è stata
manifestata dal Presidente e dall’intero Consiglio di amministrazione,
dalle Fondazioni socie, ma anche
dal personale e da molti imprenditori e clienti. Manifestazioni di sostegno che mi impegnano ancor di più
a svolgere con assiduità e coraggio
il mio lavoro.
Al di là dei problemi di liquidità,
le banche appaiono attraversare
un momento assai critico per la
loro stessa sopravvivenza: come
sta BancaMarche?
Le Banche italiane, pur essendo
immuni dalle degenerazioni della
finanza internazionale, soffrono delle conseguenze dell’avversione da
parte dei mercati verso il rischio Italia, per cui non possono approvvigionarsi come un tempo sul mercato
della raccolta istituzionale e, al momento, possono attingere solo alla
BCE. Inoltre, il sistema deve fare i
conti con ricavi in flessione e rischi
di credito mai così alti. BancaMarche vive in tale contesto e, come
tutti, deve gestire tali complessità. Il
suo impegno è reso ancor più gravoso dalla necessità di non venir meno
al ruolo di banca del territorio e il
suo intento è di non far mancare il
proprio sostegno alle famiglie e alle
imprese orientate al futuro.
Come ha trovato BancaMarche
dal punto di vista del personale?
La Banca ha un ottimo capitale
umano, un personale mediamente
giovane, con un’età media di circa
42 anni e una componente femminile superiore al 50 per cento. Ho
percepito un forte legame delle donne e degli uomini di BancaMarche
all’azienda e ai suoi valori e un diffuso impegno a lavorare per consolidare il ruolo dell’istituto, la sua autonomia, la sua stabilità nel tempo.
Quindi, nessuna cura… wdimagrante?
Le sfide che ci troviamo a gestire
Foto Cristian Ballarini
BancaMarche: un’impresa con
grande responsabilità sociale
A COLLOQUIO CON
impongono a tutti una grande capacità di puntare all’efficienza, al
miglioramento della produttività,
alla riduzione dei costi. Si tratta di
sforzi che anche noi dobbiamo fare,
attraverso scelte organizzative che
consentano di concentrare le energie
sulle attività a maggior valore, semplificando i processi, utilizzando di
più l’attenzione verso il cliente. Non
parlerei quindi di cure dimagranti,
ma di un impegno al miglioramento
continuo della capacità di generare
valore per tutti gli stakeholder, compreso il personale.
Qual è la situazione delle imprese,
vista dal suo osservatorio?
Le imprese marchigiane – soprattutto quelle legate a logiche di distretto ormai superate – stanno
profondamente soffrendo i cambiamenti strutturali della nostra economia. Stanno invece reagendo bene
quelle capaci di rivolgersi ai mercati
esteri.
E le altre?
Per evitare di soccombere sotto la
spinta della competizione internazionale e della bassa dinamica della
domanda interna, devono rapidamente immettersi sulla via dell’innovazione e, se troppo piccole e
sole, dell’aggregazione.
Sempre più voci lamentano la revoca di fidi: si può fare credito superando le maglie strette dei vari
Basilea, in favore dell’occupazione e dello sviluppo?
Pur nel rispetto delle norme di sana
e prudente gestione, il sistema bancario deve riuscire a valutare più
efficacemente i fattori qualitativi dell’impresa, bilanciandoli con
quelli legati ai soli numeri. Per far
ripartire gli investimenti e lo sviluppo, è essenziale essere capaci di allocare efficacemente il credito verso
le imprese potenzialmente capaci di
tornare a crescere.
Quindi, è possibile costruire un
certo equilibrio tra norme e condizioni di accesso al credito, non
solo per le imprese?
È sicuramente possibile a due condizioni: che noi diventiamo più bravi a valutare il capitale intangibile
delle imprese e le loro capacità strategiche e che gli imprenditori siano
disponibili a un dialogo trasparente
con la banca e a impegnarsi in progetti di investimento intelligenti e
sostenibili. Quanto alle famiglie,
che sono uno dei principali target
della nostra Banca, la nostra volontà
a sostenerle si deve coniugare con
la loro capacità di assumere impegni coerenti con le reali possibilità
di reddito.
Quali le scelte che un istituto di
credito attento al territorio come
BancaMarche potrà fare per garantire iniziative a sostegno delle
imprese e, di conseguenza, delle
nuove generazioni?
Siamo in una fase in cui dobbiamo
essere pronti nel costante dialogo
con l’imprenditore, stimolarne la capacità progettuale e accompagnarlo
verso scelte di rilancio competitivo.
Purtroppo, una quantità elevata delle risorse, della nostra banca come
di tutto il sistema creditizio, sono
immobilizzate in un settore in forte
stallo: quello delle costruzioni.
Quindi…
…da un lato si impone un approccio
professionale e innovativo nel gestire tale comparto, al contempo dobbiamo indirizzare ogni sforzo per rilanciare la manifattura e il turismo,
leve irrinunciabili per il futuro di
un’economia come quella italiana.
Dunque, volontà di sostenere il
territorio…
Tra BancaMarche e il suo territorio
c’è un connubio indissolubile che
deve essere preservato e rafforzato
nel tempo.
Quello bancario è un mondo concorrenziale come quello delle imprese?
La concorrenza è un valore sia tra le
imprese sia nel mondo del credito.
In una fase come questa le banche
devono saper coniugare la normale logica competitiva con una forte
propensione a collaborare tra loro
per affrontare le numerose situazioni che possono essere meglio gestite
con approcci equilibrati e condivisi.
La vostra buona capacità di generare raccolta si scontra con la concorrenza e con il fatto che i vostri
impieghi superano l’ammontare
della raccolta: che fare?
BancaMarche è forte quando riesce
a mantenere saldo il rapporto con il
suo territorio, con i suoi 550 mila
clienti, con i suoi soci. È forte quan-
do ritrova a pieno la sua missione,
che è di essere la banca delle famiglie e della piccole-medie imprese.
È forte quando lavora affinché gli
investimenti che finanzia creino occupazione e benessere sul territorio.
È questa la BancaMarche che può
riequilibrare i suoi indici strutturali,
generare i giusti livelli di reddito, la
giusta soddisfazione per gli stakeholder. Ed è questo che BancaMarche intende fare nei prossimi anni.
Quindi, possiamo stare tranquilli?
Viviamo in un tempo in cui la tranquillità ce la dobbiamo conquistare
giorno per giorno. BancaMarche ha
le risorse umane, organizzative e patrimoniali per continuare a essere un
attore insostituibile per lo sviluppo
della Marche e delle regioni limitrofe.
primapagina7
A COLLOQUIO CON
di
Giovanni Filosa
Ce ne parla
il presidente
Brusciotti
F
ocus Gestioni SGR S.p.A. è una
società di gestione del risparmio
del Gruppo Banca delle Marche nata
nel 1999 con l’obiettivo di sostenere
la crescita e lo sviluppo del territorio
marchigiano (e più in generale del
centro Italia).
Con la costituzione del fondo di private equity “Focus Impresa”, Focus
ha investito oltre 15 mln di Euro in
piccole e medie imprese (anche di
carattere innovativo). Sulla scorta
di questa esperienza la società ha intrapreso un percorso di sviluppo con
la creazione di un secondo fondo di
private equity e nel settore immobiliare con l’istituzione di un fondo
di edilizia sociale, Focus Edilizia
Sostenibile del Territorio (Focus
EST). Incontriamo il Presidente, il
Prof. Bruno Brusciotti, tra i promotori di questa iniziativa e da sempre
sostenitore del valore dell’attività
svolta da Focus SGR per il sostegno
dell’economia del territorio di riferimento.
Presidente Brusciotti, come intende Focus sostenere il processo di
sviluppo del proprio territorio di
riferimento?
Continuando a fare al meglio il percorso intrapreso con il Fondo “Focus Impresa” grazie al quale 5 società localizzate tra Marche, Abruzzo
ed Emilia Romagna, alcune di carattere fortemente innovativo concentrate nei settori delle biotecnologie e
dei dispositivi medici, hanno potuto
avere accesso a risorse complessive
per oltre 15 milioni a titolo di capitale per la realizzazione dei propri
piani di crescita. Ci aspettiamo di
8Primapagina
dismettere le partecipazioni ancora
in portafoglio entro i prossimi 24
mesi con un ritorno consistente sul
capitale investito.Un bel risultato se
si pensa al periodo in cui sono stati
effettuati gli investimenti e alle restrizioni al credito che lo hanno accompagnato.
Si tratta di una iniziativa isolata?
No. È già stato istituito un secondo
fondo di private equity denominato “Focus Impresa II” che intende
replicare su scala più ampia l’esperienza di “Focus Impresa”. In questo momento di grave crisi e di penuria di risorse raccogliere capitale
di rischio da investire nelle imprese
rappresenta un valido sostegno al
nostro sistema imprenditoriale. Un
partner finanziario esperto e non
invasivo può rappresentare lo strumento migliore per dare risposta
alla sottocapitalizzazione di troppe
pmi, per gestire il delicato ricambio generazionale mettendo ordine
nell’assetto proprietario e per dare
la spinta alla crescita delle start-up
più innovative e promettenti (utilizzando anche le novità del “decreto
sviluppo” del Governo).
Chi saranno i sottoscrittori di questo Fondo? E la sua politica di investimento?
Stiamo operando per coinvolgere
nell’iniziativa il maggior numero di
soggetti del territorio, dalle banche
alle associazioni industriali e di categoria. Sono in corso contatti con il
Fondo Italiano Investimenti (FII) di
Cassa Depositi e Prestiti con l’obiettivo di accedere al co-finanziamento. Ad oggi abbiamo sottoscrizioni
per circa 25 milioni di Euro. Sono
inoltre in atto contatti in avanzato
stato di maturazione, con investitori
istituzionali anche esteri che si sono
dimostrati fortemente interessati a
sostenere la nostra iniziativa. Focus
Impresa II investirà prevalentemente
nel centro Italia (con un’attenzione
particolare sulla regione Marche), in
PMI con un fatturato compreso tra i
10 ed i 100 mln di Euro. Effettuerà
interventi di minoranza qualificata,
prevalentemente in operazioni di
expansion capital, di importo medio
compreso tra 3 e 7 milioni di Euro
e con un orizzonte temporale di riferimento compreso tra 4 e 6 anni.
L’interesse dimostrato da parte di
soggetti esterni al mondo bancario
per la nostra iniziativa rappresenta un ulteriore apprezzamento per
l’attività svolta e per il nostro track
record.
Quali sono le vostre imprese target?
Innanzitutto imprese sane e ben gestite che hanno intrapreso, o intendono intraprendere, percorsi di sviluppo e di crescita che necessitano
di capitali di rischio. Ci tengo però
a precisare che Focus non intende in
alcun modo sostituirsi all’imprenditore, bensì accompagnarlo lungo tutto il percorso sostenendolo, oltre che
con risorse finanziarie, con le capacità e le relazioni che un investitore
finanziario può apportare.
E nel comparto immobiliare?
Si tratta di un comparto e di un’esperienza completamente nuova per Focus che è stata autorizzata da Banca
Italia ad operare nel settore immobiliare nel febbraio 2011. Ad oggi è’
stato istituito il Fondo “Focus E.S.T.
Foto Cristian Ballarini
Focus Gestioni a sostegno
dello sviluppo del territorio
A COLLOQUIO CON
– Edilizia Sostenibile del Territorio”
che ha selezionato investimenti prevalentemente nelle Regioni Marche
ed Umbria (ma si pensa di replicare lo stesso modello anche ad altre
regioni) per la realizzazione di oltre
200 alloggi sociali, da immettere
sul mercato tramite graduatorie sia
in locazione a canone moderato, sia
con meccanismo di riscatto, sempre
agevolato. Hanno già dato l’adesione vincolante e definitiva alla
sottoscrizione di quote del Fondo
sia CDPI Investimenti SGR S.p.A.
per conto del FIA con 24 milioni di
Euro, sia alcune fondazioni bancarie
marchigiane, oltre a privati, in prevalenza primarie imprese di costruzione marchigiane ed umbre. Si tratta ora di completare gli adempimenti
piuttosto complessi che sono propri
del settore immobiliare (specie in
Italia) per poter dare il via all’operatività del Fondo. Nella “pipeline”
attuale dei Fondi Immobiliari sono
in corso di definizione, le procedure
per la costituzione di Fondi di investimenti commerciali (retail), di
investimenti strumentali in genere
e, ma si tratta ancora di una ipotesi
di studio, meccanismi per assistere
attraverso Fondi Immobiliari gli enti
locali nell’ottica della più volte annunciata dismissione del patrimonio
immobiliare pubblico.
Da ultimo è emersa l’opportunità di
costituire fondi di asset bancari dedicati a immobili e crediti garantiti
da ipoteche immobiliari sulla (una
prima iniziativa è stata avviata da
Polis SGR. Il mondo bancario è fortemente interessato ad uno strumento innovativo in grado di intervenire in un settore in grave crisi come
quello dell’edilizia anche per decongestionare il rischio di credito.
Un piano di sviluppo senz’altro
ambizioso...
Senza dubbio si tratta di un’attività molto intensa, portata avanti con
grande impegno da un esiguo gruppo
giovane particolarmente motivato e
di riconosciuta alta professionalità.
Le difficoltà dell’economia che si riflettono anche nella nostra Regione,
dilatano i tempi di realizzazione dei
molti progetti pronti all’avvio.
Il Consiglio di Amministrazione ed
io con esso siamo confidenti che la
bontà delle iniziative e la credibilità
del team porteranno presto a risultati interessanti. Non dimentichiamo
di avere alle spalle come azionista
che ci sostiene la prima banca delle
Marche e uno fra i principali gruppi
bancari italiani.
primapagina9
A COLLOQUIO CON
di
Simona Spagnoli
Il quarto mandato di Drudi
L
a Camera di Commercio di
Pesaro-Urbino ha rinnovato i
propri vertici. Con una votazione
bulgara, il Consiglio camerale ha
posto il sigillo sulla riconferma di
Alberto Drudi nella carica di presidente fino al 2017.
Nato a Fano, due matrimoni e due
figli, Andrea (23 anni) e Daniele
(30), un lungo apprendistato prima
nelle file della Fgic e poi nell’associazionismo artigiano, Drudi è
al quarto mandato quinquennale
consecutivo: come lui ha fatto solo
Carlo Sangalli a Milano.
Il nuovo incarico si va a sovrapporre alla presidenza di Unioncamere
Marche che Drudi porterà avanti fino alla scadenza naturale del
prossimo dicembre. “Per me è il
10Primapagina
riconoscimento di anni di lavoro e
di sacrifici” sottolinea il presidente
ricevendoci nel suo austero studio
di Corso XI Settembre, pieno di
targhe e riconoscimenti raccolti in
tutto il mondo. “Insieme al Consiglio mi sono trovato ad affrontare
situazioni complesse in un clima
non sempre favorevole - prosegue
Drudi. Ricordo la pioggia di critiche che mi investirono durante le
prime missioni in Russia e in Cina.
Oggi tutti sono pronti a darmi ragione perché nell’economia globalizzata solo le imprese che hanno saputo sviluppare rapporti con
i mercati esteri sono in grado di
competere”.
Personaggio controverso, il presidentissimo è da sempre al centro
di dispute di segno opposto. Per i
suoi detrattori è l’emblema di un
certo gattopardismo italico, fedele
al principio del “che tutto cambi,
purché non cambi nulla”. Lui fa
spallucce, dichiarando che “le capacità individuali prescindono dal
dato anagrafico”.
Chi invece lo apprezza (e lo vota)
gli riconosce una capacità pressoché unica di garantire l’armonia
all’interno dell’ente, facendo da
collante tra le istanze dell’universo camerale che raggruppa realtà
diverse, dalle banche alle associazioni di categoria fino al mondo
dell’agricoltura. Sarà per questo
che il suo manifesto programmatico include proposte multiformi:
dal sostegno al credito per le pic-
Foto Luca Toni
Un riconoscimenti di anni di lavoro,
dice il Presidente della Camera di Commercio
di Pesaro – Urbino
A COLLOQUIO CON
cole e medie imprese, ai nuovi
progetti per i centri storici; il turismo e l’internazionalizzazione; la
valorizzazione dell’artigianato e
le infrastrutture. Fino all’ipotesi di
interramento della tratta ferroviaria
Pesaro-Fano che corre parallela alla
spiaggia. “Non è un sogno - obietta
Drudi leggendo un segno di stupore
negli occhi di chi lo intervista. Bisogna solo superare lo scetticismo
diffuso che si respira quando si dà
inizio ad un’opera complicata. E
poi crederci. Io penso che se Pesaro
è capace di fare squadra, allora può
portare a casa qualsiasi risultato”.
Tra tanti progetti, ce n’è uno che sta
dando tanti grattacapi al presidente, quello di Fiere delle Marche: il
socio privato, l’imprenditore riminese Mario Formica, resterà? “Se
Formica rispetta gli accordi, pagando la sua quota anche quando ci
sono debiti, non vedo ostacoli per
rimanere al nostro fianco - risponde
Drudi irrigidendosi un pò. In questo
periodo il sistema fieristico marchigiano soffre come soffrono le imprese, ma non bisogna dimenticare
che Campanara, da sola, porta un
indotto 25-30 milioni di euro annui.
Finora il socio privato non mi pare
che abbia ribaltato la situazione
portando nuove manifestazioni, a
parte Futura Energy”. Ma Drudi
è già proiettato verso il lavoro dei
prossimi cinque anni.
“L’Africa sarà la nuova Cina, una
parte del futuro si svolgerà là. E noi
dovremo esserci con i nostri progetti e i consorzi di aziende, trasformando la debolezza della piccola
impresa nella forza per affrontare le
sfide dei mercati”. E lei, fra cinque
anni, cosa farà? “Ho tante conoscenze in giro per il mondo, mi piacerebbe coltivarle di più – risponde
allungando lo sguardo fuori dalla
finestra. Ma non sono io a decidere,
è sempre stato il mondo camerale
a farlo per me”. Che si prepari un
Drudi- quinquies?
primapagina11
A COLLOQUIO CON
di
Giovanni Filosa
Per conoscere le radici
della nostra storia
e della nostra identità
Viaggio
attraverso
un’associazione
che coniuga
arte, storia,
religione
ggi si parla sempre più diffusamente di Medio Oriente. E non
solo per i refoli di guerra e pace che
da quelle parti provengono, assordanti. Si studiano e si approfondiscono i messaggi che le radici, non
solo cristiane, di questo bacino importantissimo per le politiche mondiali, mandano.
Un recente viaggio, compiuto nello Stato di Israele ed in Giordania,
ha avuto la possibilità di sciogliere
molti dubbi, di trovare nuove verità
e di apprezzare quello che le fedi,
insieme alle religioni (tutte) ed alle
culture che le animano, possono
proporre. Abbiamo avuto una serie
di incontri con realtà che abbiamo
Moschea Al Aqsa di Gerusalemme
12Primapagina
scoperto essere differenti da come
ci vengono presentate generalmente da una gran parte dei media - il
che non ci fa ovviamente “parteggiare” per qualcuno piuttosto che
per qualcun altro - ma che sono
serviti a valutare e ad aprire gli occhi sulle vicende che oggi toccano
territori che sono ricchi, certo, di
spiritualità ma anche di testimonianze sociali, oltre che culturali,
che si perdono fra le pagine degli
antichi testi. “Ai tuoi occhi il deserto, una distesa di segatura”, diceva
De André ne “La buona novella”,
ed è vero, qui lo spazio della terra
sembra non avere soluzioni di continuità con il tempo che passa, col
Foto Giovanni Filosa
O
Cratere di Ramon
La sorgente del fiume Giordano
vento che spira e cancella le tracce.
Ci sono gli insediamenti israeliani,
che sono nelle città, attenzione, non
in mezzo al deserto, ci sono i palestinesi che sono diventati, per gli
occidentali, quasi simboli di morte,
distrutti da una stampa forse troppo
distratta, mentre della loro sofferenza in pochi parlano, altrimenti
rischi di passare per anti israeliano. Storie collettive in un terra che,
comunque, non è e non sarà mai
“normale”, come ce la presentano.
È difficile cambiare quella realtà
che abbiamo toccato con mano,
in un “giro” che non voleva creare amici o nemici ma voleva fare
solo riflettere. E conoscere. Guida
di questa avventura è stato Francesco Mattiocco, un medico romano
che trova, nelle culture arcaiche dei
popoli, l’essenza per conoscere il
passato e, soprattutto, tenere saldi
i principi che ci animano. È presidente dell’Associazione “Areopago” di Roma e gli abbiamo chiesto
di presentarci brevemente gli scopi
che la animano.
“L’Associazione, dice Mattiocco,
ha lo scopo di promuovere la conoscenza della nostra storia ed identità, tenendo in considerazione che
l’Europa ed il Mediterraneo sono
due realtà geografiche interconnesse, che hanno sempre intrattenuto
tra loro relazioni e scambi sotto
ogni aspetto: culturale, storico,
religioso. Ha come finalità principale quella di conoscere le radici
cristiane dell’Europa e del bacino
del Mediterraneo attraverso l’arte,
le vie di pellegrinaggio ed i luoghi
di culto, promuovere la sua attività attraverso conferenze, convegni,
viaggi, visite guidate, attività editoriali. L’esperienza dalla quale è
nata l’Associazione (il 12 gennaio
2004) inizia con la promozione che
facevo nel mio ambiente di lavoro
dell’esperienza di pellegrinaggi e
viaggi culturali negli anni ’90. A tutto bisogna fare una premessa: il mio
personale incontro con l’esperienza
del pellegrinaggio nel lontano ’89 a
Lourdes. Pensai che fosse un’esperienza isolata ma non fu così perché
mi lasciai travolgere dall’aspetto
spirituale, sociale e di volontariato e, non per ultimo, dall’aspetto
culturale. Proprio quest’ultimo che
era fatto di un confronto con tante
persone che vivevano percorsi religiosi indipendenti, mi fece capire
l’importanza e la grande opportunità che offriva questa esperienza.
Allora maturò l’idea di un’Associazione che potesse promuovere in
modo più stabile queste iniziative e
tenere in collegamento le tante persone che facevano questa esperien-
za. Il nome AREOPAGO fu scelto
perché quel luogo, nell’Atene classica, fu dove San Paolo incontrò i
filosofi greci e avviò con loro un
confronto e diede vita ad un metodo ancora oggi estremamente attuale. L’associazione svolge i suoi
compiti con itinerari che portino a
scoprire il patrimonio storico, artistico e spirituale dei paesi che si
visitano; cercando di cogliere in
ognuno le proprie specificità. Per
quanto riguarda l’Europa, abbiamo
focalizzato le vie di pellegrinaggio
che, come una grande ragnatela,
attraversano il continente e hanno
permesso nei secoli l’incontro dei
popoli e lo scambio culturale. Una
zona che sicuramente sentiamo di
far conoscere è il Medio Oriente,
nonostante le avversità politiche,
perché riteniamo che rappresentino, insieme alla Grecia e all’Egitto,
una grande mezza luna della nostra
civiltà. Tra i tanti viaggi fatti mi
piace ricordare quello del giugno
2012 in Israele e Giordania dove la
conoscenza dei luoghi santi cristiani si è mescolata con la storia e la
cultura locale. Penso alla visita dei
siti nabatei (Petra e Avdat), l’epoca
bizantina con i famosi mosaici di
Madaba, l’esperienza del deserto e
quella delle sorgenti del Giordano a
Banijas sulle alture del Golan.
Masada e Mar Morto
Deserto fra Giordania e stato d’Israele
primapagina13
A COLLOQUIO CON
di
Piergiorgio Memè
Siamo o non siamo
ciò che mangiamo?
augurabile conferenza, vedrete che
la definizione di uomo di spettacolo
è tutt’altro che ironica e licenziosa.
il Dott. Mariani sa coniugare informazioni ed interesse come pochi
sanno fare. Riesce ad esporre concetti impervi con chiarezza estrema
accompagnando il tutto con una gestualità corporea ed un dinamismo
che ne fa un affabulatore instancabile che trascina ed entusiasma
anche la platea più ritrosa . Davanti
a questo “ mago” della comunicazione noi intervistatori siamo partiti
con una domanda d’assaggio.
I
ncontrare per un’intervista chiarificatrice il Dottor Mauro Mario
Mariani può significare imboccare
una strada alla cui fine ci si accorge che lo stile di vita che da anni
abbiamo intrapreso non è quello
giusto e che, se ancora in tempo,
dobbiamo invertire la rotta, pena,
la qualità della vita stessa. Il Dottor
Mariani si è laureato presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di
Roma, specializzandosi in Angiologia Medica.
Oggi, è un uomo affermato che
vanta un curriculum incredibile che
si accompagna alla giusta popolarità che ne deriva ma ciò che più con14Primapagina
ta il Dott. 3M (Mauro Mario Mariani), non ha perso la sua dimensione
di marchigiano dove l’autoironia, il
pragmatismo e il senso della tradizione si mescolano per formare una
miscela che genera subito una corrente di simpatia.
La nostra rivista lo ha incontrato
in una delle sue tante conferenze
(stavolta a Jesi, presso la Sala del
Lampadario del Circolo Cittadino)
e prima che iniziasse il suo “One
man show”, perché tali sono le
conferenze di Mariani, lo abbiamo
intervistato velocemente. Se i nostri lettori avranno l’occasione di
vedere una sua prossima quanto
Dottor Mariani, se è vero che noi
siamo ciò che mangiamo, come
stiamo messi oggi?
Siamo messi molto male. Il mio
impegno in questo senso è proprio
rivolto ai ragazzi. Alcuni anni fa,
in un congresso negli Stati Uniti,
è emersa questa tesi che la generazione che aveva almeno venti anni
nel terzo millennio, sarebbe stata la
prima generazione che nel mondo
occidentale avrebbe vissuto meno
tempo dei propri genitori. Noi marchigiani siamo la prima regione
in Italia e in Europa ad avere una
aspettativa di vita più lunga e qualitativamente migliore. Tutto questo
grazie alla nostra maniera di alimentarci. La famosa dieta mediterranea prevede questi alimenti base:
frutta di stagione, verdura, legumi,
olio extravergine di oliva , qualche
formaggio magro e carne di pollame. Anche qui, la legge delle 3M
scatta implacabile (Mangiare Mediterraneo è Meglio). Questa deve
essere la nostra maniera di alimentarci, quella tanto per intenderci,
che ha permesso ai nostri vecchi
marchigiani di diventare tali in buona salute. Anni fa intervistai nonna
Santina, un’eccellenza in fatto di
età che abitava in un paesino sui
monti Sibillini, alla mia domanda
come avesse fatto a raggiungere la
veneranda età di 112 anni in buona
Foto Cristian Ballarini
Ce lo spiega il nutrizionista Mauro Mario Mariani
A COLLOQUIO CON
salute, mi rispose “Ho sempre mangiato fagioli, insalata e pane con
l’olio di oliva”. E la carne ? “Quella me l’hanno cucinata quando non
avevo più i denti!” Sono rimasto
spiazzato e al contempo folgorato.
Un episodio che mi ha segnato e
che credo abbia contribuito a definire il mio percorso futuro che nel
1998 mi ha portato ad elaborare il
programma 4D. Quindi, risponden-
na. (Disintossicare, Depurare, Drenare, Dimagrire), questo è il percorso da fare per restituire efficienza
al nostro motore biologico fatto di
delicati equilibri la cui rottura determina le patologie che si manifestano poi con la malattia. Questo
iter di alimentazione che prevede
una prima fase di disintossicazione
dura alcune settimane al termine
delle quali liberiamo l’organismo
Che vogliamo dire in chiusura
per sensibilizzare gli scettici e
convincere anche i più ritrosi che
una società in buona salute oltre
che limitare la spesa sanitaria, la
rende più bella e più longeva.
Ti dico soltanto le parole dello slogan per cui mi batto e per cui ogni
genitore che ha a cuore la salute dei
suoi figli dovrebbe a sua volta battersi.
La nostra collocazione geografica
ci vede adagiati in questa splendida
portaerei distesa nel Mediterraneo.
Qui sono racchiusi i “non segreti”
della nostra longevità. MangiareMediterraneo è Meglio.
do alla tua domanda iniziale, noi
non siamo ciò che mangiamo, però,
rischiamo di diventarlo se non ci
alimentiamo correttamente.
A questo punto mi sembra giusto
chiederle in cosa consista questo
programma 4 D.
Il programma 4 D racchiude nella
lettera che segue il numero, queste
semplici regole la cui osservanza
cronologica ci porta a rimettere
in moto in maniera funzionale ed
equilibrata la nostra macchina uma-
da quelle tossine che in un mangiare scorretto concorrono a rendere
difficoltoso e a volte impossibile la
trasformazione in carburante buono
di ciò che introduciamo nel nostro
organismo. Ci tengo a dire che tutto
ciò può apparire un sacrificio enorme per chi è abituato a ricevere dal
palato le gratificazioni del cibo elaborato ma in realtà, non è così. La
sensazione di benessere e un rinnovato senso di energia sono i primi
segnali della progressiva disintossicazione.
primapagina15
A COLLOQUIO CON
di
Paola Stefanucci
L’unico
museo al
mondo
dei bozzetti
per i film
D
i ogni film tutti ricordiamo il titolo, il regista, i protagonisti, la
trama e lo sceneggiatore, la colonna
sonora e il compositore… ma ancor
prima della visione a catturarci è
l’affiche. E il suo autore? Dai titoli di
coda è (quasi) sempre assente. Eppure ha il merito di aver acceso la curiosità che ci condotto sin lì, davanti al
grande schermo. A rendere omaggio
(o giustizia?) ai cartellonisti cinematografici, talenti misteriosamente
schivati dalla venerazione generale, è un collezionista marchigiano
solitario, valoroso e ostinato. Che,
lontano dallo scintillio mondano dei
centri metropolitani, ha (r)accolto,
nello storico (XIII secolo) palazzo di
famiglia, i bozzetti originali dei manifesti che hanno fatto sognare intere
generazioni di cinefili. Opere d’arte
condannate all’oblio e scampate al
macero.
Paolo Marinozzi, ha realizzato l’unico museo in Italia, e forse al mondo,
dedicato al “Cinema a pennello” a
Montecosaro, minuscolo e incantato
borgo medioevale arroccato su un
colle tra il Parco del Conero e i leggendari Monti Sibillini. Inaugurato
nel giugno 2011, il museo dei bozzetti spalanca le porte “graziosamente”
a tutti coloro che vogliano visitarlo.
Senza fretta. Ricevuti e accompagnati dai padroni di casa. Tra emozioni e
sorprese. Una piccola realtà che non
abbaglia, ma certo illumina. E val
16Primapagina
È a Montecosaro,
nel cuore delle
Marche
A COLLOQUIO CON
bene un viaggio. Al signor Marinozzi, assicuratore (ora in pensione) per
necessità e animatore culturale per
vocazione, abbiamo rivolto alcune
domande sulla sua singolare iniziativa.
Paolo, quando è stato assalito dalla
febbre per il collezionismo? E perché proprio i bozzetti?
Il mio hobby, e la mia passione, è il
cinema. Spesso mi diverto ad organizzare eventi legati a questo mondo
e ai suoi personaggi. Nell’autunno
del ‘92 stavo appunto organizzando a
Palazzo Marinozzi la mostra “ Totò
a Montecò” per il 25° anniversario
della scomparsa del principe Antonio
de Curtis. In quell’occasione ho conosciuto Armando Giuffrida, esperto
consulente editoriale e di case d’aste.
Fu lui a fornirmi buona parte dei
manifesti dei film di Totò e un assist fantastico per quello che sarebbe
poi diventato il maggiore culto delle
mie collezioni, i bozzetti originali cinematografici. È iniziata così la mia
caccia al tesoro. Che ancora continua.
In questi vent’anni di quanti “tesori” si è impossessato?
Un migliaio. Corrono dagli anni
Trenta fino agli Ottanta.
Di quali film? Ne citi alcuni, menzionando, naturalmente, gli autori
dei bozzetti dipinti.
“Bellissima” di Luchino Visconti con
Anna Magnani, autore del bozzetto
Ercole Brini, ma di suo ho anche, tra
l’altro, “La notte” di Michelangelo
Antonioni, “La caccia” di Arthur
Penn con Marlon Brando, “La collina del disonore” di Sidney Lumet,
“Bianco, rosso e..” di Alberto Lattuada. Possiedo numerosi esemplari di Anselmo Ballester, che creato
manifesti di film mondiali: “Ombre
rosse” di John Ford, “Io ti salverò”
di Hitchcock, “La bestia umana” di
Fritz Lang, “Fronte del porto” di Elia
Kazan… Di tale artista, Ballester, che
ci ha lasciati nel ‘74, ho cercato lungamente anche per ragioni campanilistiche, e per fortuna, l’ho trovato il
disegno originale di “M.A.S.”: il regista di questo film è il montecosarese, Romolo Marcellini. Di quest’ultimo ho altresì recuperato “Tabù n. 2”,
firmato dal pittore Maro. Di un gigante quale Silvano Campeggi, detto
Nano, nel mio museo c’è “La ragazza
con la valigia” di Valerio Zurlini con
Claudia Cardinale, madrina, dopo sei
anni di ininterrotto corteggiamento,
all’inaugurazione, tengo a dirlo, del
museo. Poi c’è il bozzetto di Enzo
Golino per “Il gattopardo”, di Luciano Crovato per “I soliti ignoti”, di
Manfredo per “Emmanuelle”. “Accattone” di Sandro Symeoni, che è
venuto a mancare pochi anni fa, me
lo portò a Montecosaro personalmente, sembrava tenesse in braccio
una sua creatura, e poi è tornato tante
volte. Di suo ho pure “La dolce vita”,
“Un americano a Roma”, “Per un pugno di dollari”, “Profumo di donna”,
“Malizia”, “Ultimo tango a Parigi”,
“Profondo rosso”… Ma ho conosciuto tanti e tanti altri grandi artisti e i
loro familiari che hanno contribuito
alla nascita di “Cinema a pennello”.
Un’acquisizione curiosa?
“Sedotta e abbandonata”, di Piero
Ermanno Iaia, che ha traslocato dalla
mostra “Cinema dipinto” al Palazzo
delle Esposizioni a Roma, nel 1995,
per finire appesa alla parete della mia
sala da pranzo.
Quanti bozzetti ha esposto nel suo
museo?
Circa duecento, ma conto di esporli a
rotazione per rendere visibile tutta la
collezione.
Ma, concretamente, qual è il suo
valore?
I bozzetti sono vere e proprie rarità.
Questi pezzi venivano utilizzati per
la stampa e poi ignobilmente buttati.
Il valore commerciale non è quantificabile, non c’è mercato, non c’è una
domanda né un’offerta, a differenza
dei manifesti. Molte volte la stima è
solo affettiva, dunque incalcolabile.
Una volta per chiudere una trattativa
che andava per le lunghe, ho barattato addirittura un Rolex. Per riuscire
ad accumulare nel tempo l’attuale
collezione, ho dovuto privarmi a malincuore di alcune tavole a fumetti ed
illustrazioni a cui tenevo tantissimo.
Contributi?
Nessuno.
Ingresso?
Libero.
Allora come “sopravvive” il suo
museo?
Sopravvive, ben detto. Con le mie
forze.
Chi sono gli ospiti di Palazzo Marinozzi?
A Montecosaro si viene apposta,
non per caso. Eppure ad un anno
dall’apertura sono arrivati circa tremila visitatori. Giovani, soprattutto,
è per me una grande soddisfazione e
una grande responsabilità.
Informazione?
Ho già pubblicato un primo catalogo.
Trecento pagine illustrate. È imminente l’uscita del secondo, che sarà
altrettanto ricco.
Chi accoglie i visitatori?
Io, Valeria, mia moglie, e mio figlio
Alessandro, che vorrei mantenesse
viva questa mia passione e la coltivasse con amore nei giorni a venire.
primapagina17
A COLLOQUIO CON
di
Federica Grilli
Chi dà l’anima…
al disegno animato?
“C
artone animato” o “disegno
animato”? Non c’è dubbio:
Roberto Catani di cartoni animati
non vuol sentir parlare. L’espressione corretta per definire il suo lavoro
è “cinema d’animazione” o ancora
meglio “disegno animato”, come la
materia che insegna.
Chi è Roberto Catani? Una persona
che si occupa di questo da sempre:
prima come studente, poi come docente e autore. Nato a Jesi (dove
tuttora vive) nel 1965, la sua vita
professionale è però legata indissolubilmente a Urbino, in particolare
alla Scuola del Libro, in cui si è
sviluppato, quasi senza soluzione di
continuità, negli ultimi trenta anni,
il suo talento.
Sto per chiedergli cosa fa un autore di disegni animati, ma mi fermo
davanti al suo banco di lavoro. Domanda cassata. Lì sopra ci sono centinaia di disegni. E non sono bozze o
schizzi, sono tutte immagini curate,
bellissime; ognuna di quelle potreb18Primapagina
be essere l’illustrazione di un libro,
o un manifesto. A guardarle mi
viene spontaneo domandare: «Ma
cos’hanno in comune questi disegni con la produzione industriale
di cartoons “classici” che vediamo
solitamente in video, come i film di
Scoprire
l’essenza
della
poesia in
immagine
con l’autore
di cinema
d’animazione
Roberto Catani,
alle prese
con il suo
ultimo film
Disney, Dreamworks, Pixar?»
«Tutto e niente», risponde enigmatico Roberto. «In comune c’è il procedimento. In realtà, anche il cinema d’animazione più commerciale e
tecnologico come il 3D si appoggia
sempre a una base di disegni fatti
artigianalmente a mano. Forse non
saranno su carta, magari useranno
supporti altamente sofisticati, ma il
punto di partenza rimane il disegno
fatto dall’uomo. A parte questo però
non c’è altro. Il disegno animato che
faccio io appartiene a un altro mondo, molto più vicino all’arte, alla
rappresentazione pittorica. Sono
proprio due linguaggi differenti».
In effetti “pittura in movimento” era
la definizione che Norman McLaren, uno dei più grandi autori di
cinema d’animazione aveva dato al
suo lavoro, e ricordo che artisti di
varie correnti artistiche (da Fernand
Léger a Peter Folds) hanno voluto
sperimentare nuove ricerche visive
A COLLOQUIO CON
utilizzando questa tecnica.
«Ma con questo non intendo definirmi un artista» tiene a puntualizzare subito Roberto, «piuttosto un
artigiano». Che dell’artigiano siano
necessari la pazienza e il rigore non
c’è dubbio, vista l’enorme mole di
lavoro che bisogna affrontare. Perché per fare un cortometraggio di
un paio di minuti, per esempio, di
disegni ne servono migliaia. Disegni che vengono filmati in successione per poter dare l’impressione
di una immagine in movimento. Ma
per farlo servono numeri impressionanti: otto disegni, o anche più, per
un solo secondo di proiezione. Per
far spostare un personaggio – tanto
per fare un esempio – potrebbero
servire un paio di giorni di lavoro.
«È sbagliato voler vedere questi disegni isolatamente, come singole illustrazioni», continua Catani. «Essi
hanno valore soltanto nel momento
in cui raccontano un movimento,
quando il loro susseguirsi dà origine
a una nuova forma. La loro vita è lì,
nell’animazione».
Mi mostra alcuni secondi di prova
del suo ultimo cortometraggio, che
sta per completare. È il quarto che
realizza. I precedenti Il pesce rosso,
La sagra e La funambola, incantesimi di poesia pura, hanno vinto
premi in prestigiosi concorsi di tutto
il mondo. L’ultimo invece non ha
ancora un titolo. L’unica cosa certa
è il motivo ispiratore: una esperienza
personale vissuta
traumaticamente
da Catani bambino.
E un bambino è infatti il protagonista
del film; ma il sogno ad occhi aperti
in cui si perde per
sfuggire alla realtà
viene puntualmente
spezzato, in modo
brutale e assurdo,
da adulti incapaci
di rapportarsi con la magia dell’infanzia. Sono solo pochi secondi di
filmato, e già mi incanto anch’io
dietro a un ago che cuce un bottone
all’interno di una casa la cui immagine viene riflessa nella perla di un
orecchino indossato da una donna
con una lunga treccia immersa in un
bosco di forchette… Non c’è dubbio. Ecco chi è capace di dare anima
alle figure.
primapagina19
A COLLOQUIO CON
di
Giulia Pieretti
“In bicicletta sulla Linea Gotica”
Alla scoperta di un itinerario cicloturistico
lungo uno dei luoghi simbolo della
seconda guerra mondiale
O
gni anno, dal 25 Aprile al 1°
Maggio, un gruppo di ciclisti
effettua un itinerario in sette tappe,
ripercorrendo il tracciato storico della
Linea Gotica, dal Tirreno all’Adriatico, coniugando a esso la visita ai
luoghi che furono teatro dei principali eventi legati alla seconda guerra
mondiale. Alla staffetta può aggregarsi chiunque, decidendo liberamente
dove e quando unirsi al gruppo.
Primapagina intervista Doriano Pela,
che insieme ad Andrea Meschini
(entrambi dell’équipe Costess New
Media), ha realizzato il libro “In bicicletta sulla Linea Gotica”, una guida
cicloturistica multimediale per chi volesse percorrere questo itinerario.
Com’è nata l’idea di un percorso cicloturistico lungo la Linea Gotica?
All’interno della cooperativa Costess
c’è un gruppo di amici amanti della
montagna e della mountain bike. Io,
tra l’altro, sono un ricercatore di storia
contemporanea e con Andrea Meschini e Luca Ferretti, abbiamo deciso,
nell’estate del 2010, di intraprendere
20Primapagina
un viaggio in bici cercando di individuare un percorso lungo la Linea
Gotica. Abbiamo impostato il viaggio
sulla Linea Gotica “originaria”, vale
a dire quella costruita dai tedeschi
nell’estate del 1944: da Marina di
Massa a Pesaro, tagliando tutto l’Appennino centrale. Poi abbiamo fatto
delle deviazioni, sia perché si trattava
di una linea difensiva piuttosto ampia (larga fino a 20 km), sia perché ci
sono molte cose interessanti da vedere nelle vicinanze, dal punto di vista
paesaggistico, culturale e storico.
C’è anche una Linea Gotica inverna-
le, che si arrocca leggermente più a
nord, ma questa, se si esclude la deviazione per Marzabotto, non ha fatto
parte del nostro itinerario.
Avevate già in progetto di realizzare un libro? Quanto tempo avete
impiegato dalla fase di ricerca ed
escursione fino alla pubblicazione?
Inizialmente ci interessava soprattutto
fare una vacanza in bici. Poi al rientro,
A COLLOQUIO CON
amici e conoscenti ci hanno chiesto
delle informazioni per poter rifare il
viaggio, e allora ci siamo resi conto che una guida sarebbe stata utile.
Abbiamo quindi deciso di realizzare
“In bicicletta sulla Linea Gotica”, una
guida unica nel suo genere, con tante
informazioni, sia logistiche che storiche, e con una parte multimediale: il
DVD allegato contiene, ad esempio,
i tracciati GPS scaricabili (molto utili
perché l’itinerario non è intuitivo e il
GPS può sostituire il road book cartaceo). Per praticità narrativa, abbiamo
diviso l’itinerario in sette “frazioni”,
ovvero sette possibili percorsi, abbinabili e modificabili, così ognuno può
organizzarsi il viaggio come vuole.
Ad agosto 2010 abbiamo fatto il viaggio, poi abbiamo pubblicato il libro
nel febbraio 2011, realizzando anche
una versione in Inglese.
E subito dopo è nata “In bicicletta
sulla Linea Gotica - La staffetta
della memoria”. Vuoi raccontarci
di che si tratta?
Ogni anno una nostra “staffetta” in
bici ripercorre l’itinerario proposto
nella guida, con qualche variante.
L’iniziativa è un omaggio alla Costituzione italiana e si svolge dal 25
Aprile al 1° Maggio, due date non
casuali, per noi fondamentali rispetto
ai valori che incarna la nostra Costituzione. Lungo il percorso incontriamo
rappresentanti delle istituzioni, expartigiani, gente comune e andiamo
nelle scuole per sensibilizzare i ragazzi su questi argomenti. Portiamo con
noi una copia della Costituzione e la
facciamo firmare a tutte le persone
che incontriamo. Quest’anno abbiamo anche realizzato un opuscolo, un
fumetto rivolto ai ragazzi delle elementari.
Avete realizzato altre iniziative collegate alla Linea Gotica?
Sì. La più importante è quella del
“Parco Storico della Linea Gotica
di Badia Tedalda”. In questa zona
al confine tra il pesarese e la Toscana - all’epoca “snodo cruciale” della
linea difensiva tedesca - io e Andrea
Meschini abbiamo fatto delle ricerche, trovando oltre 200 postazioni,
alcune ben riconoscibili. Così, con la
Pro Loco di Badia Tedalda abbiamo
messo a punto un progetto che ha portato alla nascita del Parco Storico. Il
progetto comprende ricerche storiche,
allestimenti di aule didattiche, una
raccolta delle memorie della gente del
posto e molto altro ancora. Adesso
stiamo lavorando a un centro di documentazione, utile anche per le scuole
e per chiunque voglia fare ricerca.
Badia Tedalda era il luogo di partenza delle greggi del Montefeltro e
dell’Alta Valtiberina per la transumanza in Maremma. Ecco perché abbiamo scelto questa città come punto
di partenza per un’altra iniziativa: “In
bicicletta sulle vie della transumanza – la via dei Biozzi”, una pedalata
aperta a tutti e molto bella, poiché il
percorso lungo la Toscana inferiore
è decisamente suggestivo e più semplice rispetto a quello della Linea
Gotica. Il punto di arrivo è Alberese,
una frazione di Grosseto nel cuore del
Parco della Maremma.
La prima edizione si è svolta quest’anno, dal 14 al 16 settembre, e la Pro
Loco di Alberese ha organizzato una
festa conclusiva per coinvolgere le
famiglie della zona e gli ex-transumanti. Tanti ex-pastori che abitavano
a Badia Tedalda e nell’alto Aretino si
sono trasferiti in Maremma negli anni
50-60, quindi è stata anche un’occasione per “riavvicinare” i due territori.
Visto che l’iniziativa ha avuto successo, dal prossimo anno la proporremo
in due occasioni: a Maggio e a Settembre, i due momenti in cui avveniva la transumanza.
Tornando alla Linea Gotica, qual
è il tratto più difficile e quello più
emozionante o significativo per te?
Non ci sono percorsi particolarmente
difficili. Certo bisogna essere allenati,
perché è un continuo sali-e-scendi sui
crinali, e talvolta su sentieri di montagna. Non è una pedalata “facile” per
chi non è abituato ad andare in bici,
ma non è un percorso proibitivo! Del
resto, l’emozione è continua e ripaga
della fatica: ogni posto ha qualcosa di
suo e, oltre al luogo, ci sono le persone che incontri a fare la differenza.
Mi viene in mente, ad esempio, che
dalle parti del Monte Battaglia abbiamo incontrato Aurelio Ricciardelli, un
ex-partigiano in grado di raccontare
storie in maniera forte e coinvolgente.
Ogni anno cerchiamo di coinvolgere dei gruppi di giovani (ad esempio
quelli dell’associazione “Libera” di
Jesi), per far conoscere questi posti e
le storie della guerra e della resistenza. Citando Piero Calamandrei: “Se
voi volete andare in pellegrinaggio
nel luogo in cui è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove
caddero i partigiani”.
Link utili:
www.inbiciclettasullalineagotica.it
www.parcostoricolineagotica.it
www.costessnewmedia.it
primapagina21
A COLLOQUIO CON
di
Chiara Giacobelli
A colloquio con
Melania G. Mazzucco:
vi racconto il mio “Limbo”
Manuela
Paris,
comandante
in Afghanistan,
è la
protagonista
del romanzo
edito da
Einaudi
“F
orse la pazzia non è l’ebetudine, non è il monologare
franto e farneticante dei disperati che si aggirano sui marciapiedi
delle stazioni, è la diversità irreversibile che separa dagli altri, dalle
altre, è la speranza, il sogno, quasi
la pretesa di avere un destino.
Di non essere
un’ombra senza
storia, un fantasma che scivola
sul mondo senza
lasciare un’impronta, e di voler
fare qualcosa di
importante nella
vita”.
Manuela Paris non
è una donna come
tante. Non riesce
ad accontentarsi facilmente di una vita
“normale”: per sé
stessa vuole qualcosa di più. Lo cerca in
Afghanistan, terra di
guerre e di deserti, di
stenti e di mine anti-uomo. Lo cerca
nelle vesti di comandante militare,
almeno fino a quando un attentato
22Primapagina
non le stravolge la
vita, gettandola in
uno stato fisico e
mentale a metà tra
la vita e la morte:
in un Limbo, appunto.
“Il primo limbo
che tutti noi incontriamo a scuola
è quello di Dante e della Divina
Commedia: un luogo in cui le anime sono appese a metà, tra una vita
e l’altra – spiega Melania G. Mazzucco, autrice del libro edito da
Einaudi – ma il limbo è anche una
condizione che si incontra quando
qualcosa si è già chiuso, eppure
non si è ancora pronti a cominciare qualcos’altro di nuovo. È un po’
come dire che in realtà non si muore una volta sola, ma lo si fa ogni
volta che si passa da uno stato – fisico e mentale – all’altro”.
Dopo Vita, dopo Annemarie Schwarzenbach, dopo il Tintoretto,
attualità e cultura
ora ci racconta la storia di Manuela Paris, una donna soldato.
Perché?
“Mi interessava raccontare la storia
di una persona con un punto di vista
diverso dalla massa, la cui fisionomia e personalità si discostassero
parecchio dal modello dominante
della donna italiana.
Oltre a ciò, mi affascinava l’Afghanistan come Paese: ne sono attratta
sin da bambina, ho sempre desiderato andarci. Infine, volevo entrare
nel punto di vista di un personaggio
che fosse costretto quotidianamente ad assumersi delle responsabilità
serie, in grado di decidere della vita
o della morte degli esseri umani”.
Per raccontare questa storia ha
scelto una struttura narrativa
originale, che alterna il tempo del
presente con quello del passato, e
quindi del ricordo.
“Ho volutamente fatto un lavoro
particolare sullo schema narrativo
adottato e questo è il motivo per
cui definirei Limbo un romanzo che
per essere letto e compreso richiede
tempo.
La scelta di imboccare la via del
romanzo e non quella del reportage, ad esempio, deriva invece dal
fatto che la narrativa mi permette
di identificarmi con i personaggi e
con le loro esperienze. Non a caso
per me la parte più bella quando mi
accingo a scrivere un nuovo libro è
proprio quella della documentazione e della ricerca, perché è lì che mi
avventuro nelle storie degli altri,
scoprendo cose che non conoscevo,
vivendo emozioni nuove e imparando dai racconti che ascolto”.
Tanto tempo fa una ragazzina
romana partecipava quasi per
caso a una selezione del Centro
Sperimentale di Cinematografia
e veniva ripescata in corner tra
gli alunni di sceneggiatura. Oggi
quella ragazzina è un Premio
Strega e una romanziera di successo. Cosa resta di allora?
“In un certo senso sono rimasta la
stessa persona di allora, una scrittrice che si cala nelle esperienze
della gente e che entra in contatto
con le persone. Perché è soltanto
attraverso l’osservazione del reale, i racconti degli altri e le storie
condivise che si cresce davvero. Di
tutto l’insegnamento ricevuto mi
è rimasta l’idea che un’opera non
può, non deve mai essere fine a sé
stessa, ma dev’esserci dietro un significato etico e sociale. Se si sceglie di dire qualcosa, lo si fa per una
ragione ben precisa, affinché abbia
un senso per il mondo in cui viviamo. In sintesi potrei dire che l’eticità dell’autore e la presa diretta sulla
realtà sono rimasti i capisaldi della
mia letteratura”.
Melania G. Mazzucco è stata
allieva al Centro Sperimentale
di Cinematografia dello sceneggiatore Furio Scarpelli, che in
coppia con Age ha scritto le più
importanti commedie all’italiana del nostro cinema, da I soliti
ignoti a L’armata Brancaleone,
da C’eravamo tanto amati ai
molti film di Totò.
Per questo motivo ha concesso
un prezioso contributo scritto,
sotto forma di intervista inedita, per la biografia ufficiale dello
sceneggiatore, da poco uscita
in libreria edita da Le Mani con
il titolo di “Furio Scarpelli. Il cinema viene dopo”.
Ne è autrice la nostra collaboratrice Chiara Giacobelli, insieme al giornalista di Sky Cinema
Alessio Accardo e al critico Federico Govoni, con la collaborazione del figlio di Furio, Giacomo Scarpelli.
Autore della prefazione è il maestro Ettore Scola. La biografia
si avvale anche dei contributi di
importanti personaggi italiani,
tra cui Dario Fo, Walter Veltroni, Stefania Sandrelli, Ricky
Tognazzi, Paolo Virzì, Francesca
Archibugi, Sandro Veronesi,
Pietro Citati e molti altri.
primapagina23
A COLLOQUIO CON
di
Agnese Testadiferro
Michelle Nouri,
la ragazza di Baghdad,
si racconta in una chiacchierata
a cuore aperto
L
a copertina di un libro attrae
spesso il lettore. “Il cammino
delle foglie di tè – Inseguire il successo in un Paese straniero è follia.
Ma la ragazza di Baghdad ha un alleato speciale: la saggezza di nonno
Ahmad”. Queste parole corredate da
uno sguardo orientale di una bellissima donna mi colpiscono e vengo
rapita dalla storia di Michelle Nouri.
Leggendo la sua autobiografia anche
nel libro “La ragazza di Baghdad”
decido di incontrarla e leggere
dai suoi occhi
ciò che la vita le
ha tolto e regalato. Nata da padre iracheno e madre ceca, trascorre
un’infanzia da favola nella capitale
dell’Iraq, facendo innamorare anche
Uday Hussein, il figlio maggiore
di Saddam. Ma ben presto deve dimenticare la spensieratezza per sopportare le indifferenze, i pregiudizi,
i cambiamenti repentini nella vita
24Primapagina
familiare, in concomitanza con la guerra. Rappresenta,
anche nei lineamenti, il meraviglioso frutto di due culture che si incontrano e si scontrano, Oriente e Occidente.
Durante l’adolescenza in Cecoslovacchia, decide che
deve vivere da protagonista. Dagli inizi degli anni novanta vive in Italia, dove è ripartita da zero ed oggi è una
giornalista affermata che si dedica ai temi del dialogo
interculturale e interreligioso. Mi accoglie nella sua casa
milanese, raccolta e luminosa. I suoi libri sono dettagliati nei ricordi e dietro ogni parola si nasconde uno stato
d’animo preciso. Oggi la sua Baghdad è distrutta, ma lei
è decisamente caduta in piedi nonostante la paura, le cri-
A sinistra il libro
in versione Italiana,
sotto quella Inglese
tiche, le domande rimaste senza risposta e le speranze vanificate. “Quanto hai riposto in
te stessa, negli altri, in Dio,
per essere arrivata fin qui?”
“Sono sempre stata determinata. Ma anche la fede mi ha aiutata. Quando
ero piccola sono rimasta colpita da un crocefisso appeso sull’unica parete rimasta in piedi della casa della mia
amica Otur distrutta da una bomba. La mia fede è nata
piano piano. Tenevo nascosta una croce ed oggi credo
con convinzione. Mentre frequentavo il liceo ho scelto
di lavorare nei fine settimana e pagarmi l’affitto in un
tetro appartamento, non potevo permettermi di meglio,
ma dovevo iniziare a prendere in mano la mia vita.”
Esistono moltissimi pregiudizi sulla cultura araba, e le
donne in Iraq sono ben diverse da come vengono immaginate, tra di loro “sono incredibilmente competitive. Il
vestito, ma rigorosamente di blu, grigio,
bianco, la borsa, il regalo ricevuto, il trucco, i capelli devono essere perfetti, i più
belli. Anche se velato, l’aspetto estetico è
fondamentale, curare se stesse è qualcosa
di innato, come la femminilità. Viene ponderato il modo di ammiccare, di parlare: il
contatto visivo rappresenta l’unico modo di
attrarre l’uomo. Oggi viene utilizzato il bluetooth per identificarsi e sedurre all’interno
dei malls. Tutti gli uomini in famiglia proteggono la donna stando attenti a non farla emergere troppo con abbigliamenti succinti, preservandone l’integrità: un complimento ricevuto
viene vissuto come degradante, ma l’uomo non
è geloso se la sua donna è ben curata. I matrimoni tra
parenti significano sicurezza, perché ci si conosce già,
ma non rappresentano una forzatura.”
Non deve essere stato facile per Michelle ricoprire il ruolo della straniera.
“Penso di essere stata fortunata, poteva capitare il peggio. Viaggiavo molto con la mia famiglia, avevo visto
un po’ il mondo e ad oggi ho visitato 37 Paesi, ma l’Iraq
non era un Paese chiuso, anche se le donne non potevano uscire sole o parlare con uomini per strada, c’era
una certa libertà. Probabilmente la lingua, il fatto di trovarmi di punto in bianco da sola, con gente sconosciuta
è stata la maggiore difficoltà. Ho iniziato a lavorare in
Italia come giornalista e opinionista quando è scoppiata
la guerra con l’Iran. In Rai ho seguito rubriche su viaggi
e su storie belle di vita di stranieri venuti nel Bel Paese.
Capisco le difficoltà che hanno coloro che arrivano qui:
anche io sono stata respinta la prima volta, e mi ci sono
voluti diciotto anni prima che arrivassi a realizzarmi
completamente.”
Da bambina rivolgeva domande chiare, semplici e dirette alla mamma quando le due culture in famiglia avevano iniziato a voltarsi le spalle: sentiva la responsabilità
verso le sue sorelle minori e ben presto i suoi giochi con
le amiche erano vissuti come momenti di svago. I suoi
silenzi e i suoi occhi che si perdono mentre parla della
sua famiglia, delle sue amicizie segnate dagli eventi, trasmettono coraggio e fiducia, ma allo stesso tempo malinconia per quegli anni meravigliosi vissuti in famiglia,
dove il Bolero di Ravel e Michelle dei Beatles le fanno
da dolce colonna sonora. Una donna così ha anche lasciato il segno in una pagina di gossip italiano, quando
nel 2007 i titoli di giornali e telegiornali la indicarono
come la misteriosa bruna nel giallo della donna sull’elicottero. Quel giorno aveva intervistato il cav. Silvio Berlusconi, che le aveva gentilmente concesso l’intervista,
richiestagli in qualità di Primo Ministro.
primapagina25
attualità e cultura
di
Alberto Sensini
a
2
puntata
Il mio Pantheon Personale
SOTTOBRACCIO AL PRESIDENTE
della Presidenza della Repubblica.
Lì l’informazione è asettica, distillata dai funzionari del Palazzo,
affidata a note quanto mai formali,
estranea a quel gioco di interessi
che è di solito la cronaca politica
relativa a leader e partiti. L’istituzione Quirinale ha saputo mantenere le distanze affidandosi agli atti
formali e questo è un bene.
Ma anche i Presidenti della Repubblica ovviamente sono uomini e
non solo “viva voce della Costituzione” come volevano i Padri Costituenti : uomini con le loro debolezze, le loro piccole manie, la loro
storia. Con alcuni di loro ho avuto
un rapporto non effimero e non soltanto formale.
“Sensini, mi portate bene”
Giovanni Leone, sesto Presidente della Repubblica Italiana
H
o già scritto, sull’ultimo numero di “Primapagina” del diverso rapporto fra giornalisti e politici:
un rapporto non neutro e oggettivo,
come è in molte delle grandi democrazie contemporanee, ma inquinato nell’Italia dei due ultimi decenni
da una sorta di complicità ambigua
fra chi fa politica e chi la politica
vuol raccontare.
Il risultato di questa commistione le
vediamo in TV o lo leggiamo ogni
mattina sul nostro giornale preferito. Venuta meno la separazione
26Primapagina
indispensabile fra politica e media,
la politica è diventata una specie di
romanzo popolare con i suoi eroi,
le sue vittime, le sue storie molto
speso ben scritte ma troppo spesso
estranee a quella regola canonica
che vorrebbe la cronaca distinta dal
commento.
C’è però una sorta di terreno neutro
fra la politica e il suo racconto, un
luogo neutro immune da ogni pericolo di “inciucio” e quel terreno
si chiama Quirinale, vecchia reggia
dei Papi e dopo l’unificazione sede
L’incarico che mi aveva dato Pierino Ottone direttore del “Corriere”
era tanto semplice, quanto difficile:
intervistare Giovanni Leone il giorno stesso della sua elezione alla
Presidenza della Repubblica. In realtà l’approccio fu più semplice di
quanto temessi. La sera precedente
Leone, candidato al Quirinale, mi
aveva offerto un caffè alla bouvette
di Montecitorio, dove bivaccavano
stanchi e scocciati da una decina di
giorni: “Sensì, mi portate bene e
vedrete che domani si chiude”. Poche ore prima del voto finale andai
a casa sua. Abitava, Leone, in uno
di quelli palazzoni della Cristoforo
Colombo che ospitavano molti deputati: appartamenti modestissimi,
casermoni sgraziati, abitazioni da
piccoli travet più che da mandarini
della Repubblica. Erano altri tempi
rispetto alla corruzione devastante
di oggi. A personaggi come Ugo
attualità e cultura
Lamalfa o Pajetta (altri inquilini di
quel casermone) sarebbe mai venuto in mente di abitare in palazzi e
ville da Cresi, come purtroppo accade oggi, fin troppo spesso.
In casa Leone, quella mattina,
regnava il caos, una confusione
incredibile, fatta di gioia non trattenuta: non si diventa Presidente
della Repubblica senza avere almeno un pò di batticuore… Il futuro Presidente era alle prese con
un abito nero avvocatesco di taglio
vecchio. La moglie, Donna Vittoria - bellissima come sempre - lo
aiutava a mettersi i gemelli mentre
i figli circolavano per casa, eccitati per l’agitazione del momento.
Vestendosi e parlando con tutti i
presenti, il futuro Presidente mi
disse quel che bastava per imbastire un’intervista, non senza qualche
accenno a quanto poi avrebbe detto
nel discorso ufficiale. Purtroppo il
settennato leonino non fu felice,
ma non certo per colpa sua. In quel
frangente nessuno poteva supporlo
e mi è rimasta impressa per sempre
l’atmosfera singolare della casa e
della famiglia dell’uomo che di lì
a poco sarebbe salito al Quirinale e
che ne sarebbe uscito senza alcuna
colpa per una golpe mediatico di
cui gli stessi autori (i capi del PCI)
fecero ammenda soltanto qualche
anno dopo.
disegnavano come un gran bevitore), bevve pochissimo, parlò poco
e si sciolse soltanto quando, chiacchierando del più e del meno, venne
fuori che era un buon conoscitore
del mondo classico, con un particolare interesse per il grande Seneca.
Mi dichiarai subito solidale con
quel giudizio, perché sono anche io
innamorato da una vita delle “Lettere a Lucilio” e per il resto della
colazione, il Presidente continuò a
discutere con me sul grande filoso-
fo stoico che conosceva davvero a
fondo. Chi l’avrebbe mai detto? Il
vero Saragat era diverso dall’immagine pubblica: era un uomo di
fine cultura, grande conoscitore del
tedesco che parlava correttamente,
amante della filosofia classica. E
molto sensibile. Parlando di un leader politico di quegli anni, Saragat
che ne era amico disse: “è bravo e
onesto, ma è un uomo che non ha
mai sofferto e chi non soffre non
conosce la vita vera”.
Giuseppe Saragat, quinto Presidente della Repubblica Italiana
A pranzo con Seneca
Saragat non era un uomo alla mano.
Tutt’altro. Era consapevole del suo
ruolo e pretendeva da tutti gli altri
il rispetto per la funzione presidenziale. Un giorno mi invitò a colazione, insieme ad un altro collega
del “Corriere della Sera”, giornale
che amava e che leggeva per primo
ogni mattina alle sette. Nel corso
di quella colazione frugale Saragat
(che le voci false del Transatlantico
primapagina27
attualità e cultura
di
Paolo Biagetti
Ancona
celebra
alla Mole
il grande
scultore
Trubbiani
con una vasta
antologica
L’
ombra cupa di «Aruspice Nervoso» plastica icona d’intensa espressività
di Valeriano Trubbiani, si staglia, sinistra, sul vicino pannello scarlatto
della Mole. Disegna, inquieta e netta, una mano armata pronta al delitto. L’occhio ne è turbato, sembra che bronzo e traccia umbratile appartengano ad una
medesima realtà visiva, che stiano tessendo, insieme, trame sospese tra realtà e
mistero. Le ombre, si sa, apparentemente immateriali, hanno un
loro dinamismo; questa è come se, sfuggita alla crudele attesa di morte dell’opera, tentasse furtivamente una
fuga. E il rinvio d’obbligo è al racconto conturbato che ne fa il Nobel Saramago nel suo libro
«Manuale di pittura e calligrafia» di fronte alle
terribilia plastiche di Valeriano Trubbiani esposte alla Biennale veneziana del 1972. “C’erano
davvero quegli uccelli di Trubbiani (…) legati a tavoli
di tortura (…), il dispositivo meccanico che scatta e
innesca la lama di una ghigliottina o fa partire una rivoltellata”. C’erano, c’erano, e gli restituivano la certezza dei delitti (“ma quante
volte si muore?”) che senza sosta, sotto ogni forma, vengono consumati nel
mondo. Che anche al grande lusitano
non sia sfuggita, la «duplicazione» del
dramma in quel teatro angoscioso di
forme ed ombre confliggenti? Molte di
quelle opere le troviamo, ora, nel topos teatrale, forse tra i più prestigiosi del nostro Paese,
della Mole Vanvitelliana di Ancona, tra le più
di 200 tra sculture, installazioni ambientali,
28Primapagina
disegni e pirografie della
grande antologica «De
Rerum Fabula» (fino
al 17 marzo 2013, info:
071/2811935) che il Museo
Tattile Statale Omero e il Comune di Ancona col sostegno
della BancaMarche (nota, per il suo
abituale influsso tutorio e stimolante
sull’Arte), per celebrare il giubileo
creativo dell’artista. Dunque, «De
Rerum Fabula». Titolo - in quel latinum spesso inventum che ammalia
- azzeccatissimo, se si considera che
Valeriano Trubbiani - celebrato scultore, incisore, disegnatore, film maker e scrittore, che occupa un posto
di assoluto rilievo nell’Arte del ‘900
-, per forme d’estrazione “espressionista-surreale” permeate di grottesco
e d’ironia, ha sempre rappresentato
per fabulas di struggente seduzione
il malessere di una società sempre
sull’orlo del baratro, facendone oggetto d’implacabile denuncia. Ma la
«”favola” delle cose» (traduzione letterale del titolo), invenzione fantastico-poetica, non è il sale con cui l’artista entra di nascosto nell’animo di chi
osserva, per tra-durlo nell’invisibile
che è spirito di verità? Per astrazione
semantica, il pensiero, invece, va al
«flusso cromo-topogeno delle cose»,
come soffio intellettivo dell’arte,
Foto Mosconi, Tolentino
Trubbiani e il suo
fiabesco mondo delle cose
attualità e cultura
qui nella sintesi del dionisiaco e
dell’apollineo, che spiega il potere
magico-seduttivo delle sue opere. È
una mostra monstre. La sua fantasia
visionaria, i suoi sogni, incarnati nel
bronzo, nella tela, nelle morsure incisorie e nella pagina, si articola, splendidamente iconica, lungo “un percorso di vita, un sogno angosciante ma
corroborato dall’ironia” - dice l’artista -, una mise en scène ricapitolativa
delle sue creazioni, dalle «Macchine
belliche» dei ’60 alle «Historiae Pontis» del 2007. Più di 200, i pezzi in
esposizione, tra sculture, ambientazioni, disegni e pirografie in successione cronologica, articolate, per cicli
tematici, in 20 scene o stazioni, introdotte da un «Prologo» e concluse da
«Epilogo», che muove teatralmente,
tra “salmodìe ipertestuali”, come
corteo di “oracoli inquietanti” (acuta notazione della poetessa Margot
Croce). Èvero, mirati onomatopeici
rumori, suoni, battiti d’ali, gocciolii e
voci, che animano il cruciale per-
corso labirintico - opera nell’opera
modulata da intriganti velature e ambientazioni degli arch. Massimo Di
Matteo e Mauro Tarsetti - accrescono
la suggestione delle opere, essenzializzandole, sensualizzandole. Ci
sono tutti i suoi celebri racconti affabulanti: «Macchine belliche» (1965),
«Aruspici» (’60-70), «T’amo, o pio
bove» (76/78), «Putti, giochi di mare,
giochi di cielo (80), «Mare, corazzate
e Federico Fellini» (82-2001), «Città» (’83), «Stato d’assedio» (71-72),
«Le morte stagioni» (73), «Ractus,
ractus, Stato d’assedio» (76/79),
«Il silenzio del giorno» (79), «Colosseo» (94/97), per citarne alcuni.
Momenti di estrema desolazione e
insieme d’epifanie di significato e di
dramma fino al comico come figura
radicale della tragica «sospensione»,
indiscussa cifra costitutiva di tutta
la sua opera. Orrore, Morte, Amore
e Comico vi s’incrociano per aprirsi ad ogni possibile, in quell’esiguo
intervallo tra l’e-venire mortifero
e il suo arresto, dove s’esprime
la potenza immaginativa e
patetica al massimo grado.
Particolarità rilevantissima
della mostra è il rapporto
d’interferenza tra opere, spazio e
osservatori, che si fa «totale», «cinestesico» e «situazionale», creando
un senso di saturazione esistenziale
e di sensibile «visivismo». È stato
pensato soprattutto per i non vedenti
che, con le loro carezze, libereranno
dai lavori i più inediti contenuti di
senso. Salutano il visitatore, al termine della mostra, le parole dell’artista “Non è successo niente, meglio
così. Va tutto bene. Va bene così. Va
bene”. Come a dire: “Tranquilli, in
fondo sono solo favole”. Sì, ma velate di sottile ironia al limite del sarcasmo. Da vero artista, il «produttore
di turbamenti» del terzo millennio
ValerianoTrubbiani, ci prova. Ed è
maliziosa sfida a misurarsi col senso tragico dell’impossibilità umana
di uscire dai contesti di violenza e di
nichilismo imperanti. È vero artista:
deve provocare. Perché solo inquieti
- per dirla con J.Green - si può stare
tranquilli… L’evento coinvolge l’intera città, perché di fabule trubbianee
vivono anche certi spazi urbani dove
s’è sbrigliata la possente fantasia del
Nostro: la «Mater Amabilis», ormai
indiscussa eikon dell’Ankon Dorica,
«Il Cristo del millennio» e il «Sipario
delle Muse» la gigantesca, unica finestra su spazi dove la realtà incontra
il sogno, da noi sempre vista come
soglia processiva di tutte le sue immagini – le “visioni sospese sul presente”, direbbe Simone Dubrovic –,
in processione, oltre il Sipario, in un
itinerario segreto dell’artista che porta nell’Indefinibile, alla ricerca
della propria essenza.
primapagina29
di
Carmen del Vando Blanco
Il restauro
del Colosseo
POSSIBILE GRAZIE AL
GENEROSO MECENATISMO
MARCHIGIANO
S
uperati gli ostacoli burocratici, i ricorsi (il quasi è
d’obbligo), le resistenze, le incertezze..., il restauro conservativo dell’Anfiteatro Flavio, più conosciuto
come Colosseo, diventa realtà ed esempio di un’Italia
che reagisce positivamente alla crisi e rispolvera il valore dei suoi gioielli.
Deciso quindi: agli inizi di dicembre prossimo si da il
via alla prima fase dei relativi lavori nel monumento
romano, che si concluderanno a metà del 2015.
Così l’annuncia il Ministero dei Beni Culturali nel
corso della conferenza stampa tenutasi il 31 luglio
scorso, nella propria sede, con il ministro dei Beni
Culturali, Lorenzo Ornaghi, il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, la Soprintendente per i Beni Archeologici
di Roma, Mariarosaria Barbera e, ovviamente, Diego
Della Valle, presidente del gruppo Tod’s, sponsor del
finanziamento del ‘colossale’ restauro. Si tratta del primo intervento di una portata che interesserà il Colosseo
nella sua interezza.
Da indicare che la responsabilità del procedimento amministrativo e la direzione tecnica
sono affidate alla Soprintendenza speciale
per i Beni Archeologici di Roma. A questo
proposi- to, Barbera rassicura: “Il diritto
italiano e anche il buon senso
prevedono che dopo il primo
grado di giudizio già espresso, i lavori possono andare
avanti”.
Quindi, secondo il dicastero che gestisce il più cospicuo
patrimonio archeologico-storicoartistico al mondo: con un finanziamento di 25 milioni di
euro, l’avvio del restauro dei
prospetti e della realizzazione delle cancellate di chiusura del primo ordine sono previsti per l’inizio di dicembre
e si concluderanno a metà
del 2015. La prima gara è
stata aggiudicata provvisoriamente per 8,3
milioni di euro,
con un ribasso
del 25,8% (pari
Statua di imperatore divinizzato rielaborato come
Claudio, Napoli, Museo Archeologico Nazionale
a 6,6 milioni)
Statua loricata di Traiano, Napoli,
Museo Archeologico Nazionale
sulla base d’appalto e con
una significativa riduzione della durata dei lavori
pari a 180 giorni. Passando
per la firma del contratto a
inizio ottobre 2012 e la progettazione esecutiva -che impegnerà da quel momento 50
giorni- i ponteggi si alzeranno sulle prime quattro arcate
del monumento per 915 giorni, per una durata complessiva
di due anni e mezzo (conclusione prevista per la fine di luglio
2015). Per il secondo appalto
(4,617 milioni di euro), che
riguarda la costruzione del
centro servizi, a marzo 2013 ci
sarà l’aggiudicazione definitiva e
la durata dei lavori è stimata in 18 mesi. Mentre il terzo
lotto la cui progettazione finale sarà definita solo in autunno, riguarda il restauro degli ambienti interni
Il patron del gruppo marchigiano, sponsor di questi
interventi di conservazione, ci tiene a ricordare: “Nel
momento in cui ci fu segnalata la necessità di questo
restauro, noi abbiamo detto sì con grandissimo piacere, pretendendo allo stesso tempo che non ci fosse data
alcuna contropartita perché questa è un’operazione per
il bene del Paese.
Il gruppo Tod’s non ha fatto calcoli. Siamo un gruppo
italiano che vive di Made in Italy , di stile di vita italiano. Quando abbiamo visto che serviva un intervento
Veduta del Colosseo
30Primapagina
Archivio fotografico della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei
attualità e cultura
attualità e cultura
forte per uno dei simboli dell’Italia nel mondo, abbiamo riflettuto pochissimo e abbiamo deciso di farlo con
grandissimo piacere. Come gruppo e come famiglia abbiamo ritenuto che questo fosse un modo per l’azienda
di assumersi una responsabilità sociale e questa sarà
una necessità per il nostro Paese che ha bisogno di creare un network per continuare ad attirare turisti”. Della
Valle, che già nel 2010 sottoscrisse il contratto di 25
milioni di euro con la città di Roma per il finanziamento, appunto, di questi lavori, aggiunge: “Tod’s è orgogliosa di sostenere questo progetto contribuendo alla
migliore conservazione di uno dei simboli dell’Italia
nel mondo e all’ulteriore diffusione della nostra cultura
in ambito internazionale. Mi auguro che questa operazione possa incentivare ulteriormente il turismo verso il
nostro Paese, creando così opportunità di occupazione
in un settore che ci vede sicuramente incontrastati leader mondiali, e servire da stimolo per le tante imprese
italiane e straniere che hanno a cuore le meraviglie del
nostro patrimonio artistico”.
La contropartita? “Il Colosseo è un monumento che appartiene all’Italia e ai cittadini del mondo”, sottolinea il
patron della griffe marchigiana per chiarire: “La Tod’s
ha chiesto in cambio della sponsorizzazione: raccontare la storia del monumento con la possibilità anche di
farlo visitare, attraverso una Onlus denominata ‘Amici
del Colosseo’, che porterà nel mondo le iniziative legate a questo nostro intervento. Un’ operazione Paese e
non di ritorno commerciale per una delle eccellenze del
Made in Italy.”. Infatti, la sua fondazione si occuperà di
far conoscere il progetto di restauro in Italia e all’estero e cercherà di attivare azioni ‘no profit’ che possano
servire ad avvicinare i giovani di tutto il mondo alle
bellezze di questo mirabile testimone del passato più
glorioso del paese. Si compie così una innovativa
azione di mecenatismo, un mecenatismo versione
terzo millennio, definito attualmente col termine
più aggiornato di ‘sponsorizzazione’, che svolge una funzione filantropica della donazione
di denaro e dell’impegno sociale, non più
esercitata dal singolo ma dall’imprenditore di un’attività, la vera protagonista
dell’atto di generosità.
Comunque sia, il ministro Ornaghi esprime “Grande soddisfazione per un’operazione nuova perché prevede il coinvolgimento
attivo del ceto imprenditoriale illuminato di
questo paese” e conclude: “In un momento
di crisi si uniscono cultura, sviluppo e mecenatismo, che a mio parere, un politico ha il
compito di aiutare defiscalizzando e semplificando le procedure normative”. Da parte sua,
il sindaco Alemanno dichiara: “Sono convinto
che questa sarà un’operazione da esempio
per tutta l’Italia. Una sfida esemplare. Dobbiamo trasformare il Colosseo da splendida
rovina a un punto focale per Roma e per il
Paese. Il restauro sarà un esempio per l’Italia di ciò che è mecenatismo. Finalmente
si sblocca quel meccanismo che impediva alla società civile e al mecenatismo di
intervenire. Cercheremo di fare la stessa
Ratto del Palladio, Napoli, Museo Archeologico Nazionale
cosa per il Mausoleo di Augusto” (ci auguriamo presto!). In questo senso, “Spingo molto -ricalca Della
Valle- perché sponsorizzazioni del genere avvengano
pure per altri monumenti, con mecenati italiani ma
non solo. Sono convinto che altri imprenditori faranno operazioni simili su altri monumenti e in
altre città. Noi italiani dobbiamo fare in modo
che i turisti continuino a venire in Italia: abbiamo una leadership mondiale per quanto
riguarda il turismo culturale e dobbiamo
mantenerla”.
“Con questi lavori contiamo di ampliare il
percorso di visita dei sotterranei del Colosseo e arrivare a mostrarne i due terzi
-dichiara la direttrice del monumento,
Rossella Rea- L’idea è di ricostruire i
montacarichi delle macchine sceniche
così come erano in uso del V-VI secolo, di cui abbiamo dei perfetti modelli tramandatici dai Dittici
Consolari, le famose tavolette d’avorio che riproducevano i giochi del Colosseo”.
Ma il pregio di questo accordo, rimarca Barbera “è quello di restituire nella sua interezza
il Colosseo al pubblico” augurandosi una
contestualizzazione decorosa al monumento
e promette “durante i lavori, che consegneranno una superficie visitabile incrementata
del 25%, il Colosseo rimarrà aperto a tutti”, e accoglierà la mostra archeologica
‘Roma Caput Mundi’ (dal 3-10-2012 al
10-3-2013).
Statuetta di Arpocrate, Napoli,
Museo Archeologico Nazionale
primapagina31
attualità e cultura
Corrado Cagli,
alla ricerca
dell’arte
primitiva
di
Andrea Carnevali
era manifestato deciso verso temi storici che assumevano significati talvolta personali come ne La Battaglia
di San Marino (1936) e ne La caccia (1935). Dal che
metteva in primo piano la pratica dell’analisi interiore per raggiungere una certa assonanza tra l’ideazione
creativa e la forma estetica o il mondo esteriore. Va sa
da sé che non possano essere lette le sue opere, senza
considerare gli studi sulla pittura antica che gli aveva
consentito di formarsi sia nella grafia che nell’arazzo.
Tanto da far nascere il desiderio di confrontarsi con le
diverse arti che lo elessero maestro per molti artistici contemporanei. E non solo. Cagli sentì il bisogno di
rinnovare l’arte teatrale, il cinema, prendendo posizione
anche nella rivista di architettura “Quadrante” diretta
da Bontempelli. Il realismo magico assume addirittura
una chiave fiabesca. L’opera Orfeo che incanta le belve
viene addirittura presentata dal pittore anconetano alla
Biennale veneziana del 1938. La svolta arrivò per la sua
carriera qualche anno prima. Nel 1932 ci fu, infatti, una
certa attenzione per la prima mostra personale di Cagli
presso la Galleria d’arte a Roma. Nello stesso anno si
E
ccentrico, raffinato e talvolta primitivo, Corrado
Cagli è uno dei protagonisti del Novecento per il
tratto modernissimo di pittura inquieta, spesso solo abbozzata e non finita (come in Venendo alla Vita 1957,
Brescia – Collezione Cavellini). Cagli era nato nel 1910
a Ancona da una famiglia ebrea. Da ragazzo pur dimostrando una certa precocità nel dipingere, coltiva soprattutto la passione del segno grafico tanto che a sedici anni
si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia delle
Belle Arti. Tiene molti rapporti con scrittori e intellettuali subendone le influenze stilistiche da prima della
pittura primordiale e poi letterarie accanto a Massimo
Bontempelli con cui aveva avuto un continuo scambio
di idee. Cagli aderì alla sperimentazione del linguaggio
visivo negli anni Trenta, procurandosi il consenso di
molti intellettuali. Il pittore anconetano elaborò composizioni di grandi dimensioni, quasi monumentali,
che faceva derivare dallo studio di Piero della Francesca, da Paolo Uccello e dal descrittivismo di Rousseau.
Durante gli anni Trenta il temperamento dell’artista si
32Primapagina
La copertina del Catalogo della personale
di Corrado Cagli Galleria della Cometa, 1936
attualità e cultura
avvicinò a Giuseppe Capogrossi ed a Emanuele Cavalli,
assieme ai quali formò il gruppo della “Nuova pittura
romana”. Dopo il suo esordio nella capitale, poco più
che ventenne, viene considerato l’esponente di punta
della nuova generazione artistica. Cagli fu il caposcuola
di un gruppo di artisti giovanissimi come Mirko e Afro
Basaldella, Guttuso, Fazzini e tanti altri che gravitavano
intorno alla galleria di Dario Sabatello. La sua decisione
di lasciare l’Europa viene maturata in seguito ad un breve periodo a Parigi sia per l’arrivo della guerra sia per la
promulgazione delle leggi razziali. Insomma era probabile per Cagli che si arrivasse alla distruzione della civiltà occidentale dietro ai grandi sconvolgimenti politici
di metà secolo. L’America lo aveva entusiasmato e lo
aveva stimolavano a confrontarsi sempre di più con le
avanguardie europee. Il pittore rimase colpito profondamente dagli orrori della guerra che suscitarono emozioni forti tanto da indurlo a raffigurare la vergogna, le stragi e le deportazioni. Per rappresentare l’olocausto Cagli
utilizzò il linguaggio di Guernica di Picasso. Essendo
di grande impatto emotivo l’interpretazione strettamente formale di Picasso e diretta a risvegliare il ricordo
della guerra, il pittore anconetano ricava dall’opera una
serie di costruzioni grafiche di straordinaria purezza e
linearità per stabilire una nuova relazione tra il concetto di vita- morte ed arte. Le influenze delle opere di de
Chirico può essere colta invece in alcuni accorgimenti
dai contorni vigorosi e inconsueti come nel quadro Pesca notturna Antibes : un accostamento irrazionale di
oggetti di derivazione letteraria. Va da sé lo l’impronta
che Cagli vuole alla scultura: La nascita, Cantarena, Il
malgoverno, Strumenti musicali raccontano il vacuo e
l’inutile della vita. Nel linguaggio creativo di Corrado
Cagli è al di fuori della razionalità: oggetti che si trasformano da manichini in strumentali musicali oppure
scatole magiche che diventano un gioco d’incastro.Talché nel 1947 La nascita, Il Cantarena, il malgoverno,
Strumenti musicali si assiste all’adesione della pittura
metafisica interpretata attraverso geometrie sovrapposte e scarso spessore volumetrico come in Lanterna del
1949.Tali deformazioni furono dapprima lente, scarse e
quasi insensibili finché la sua tecnica si modificò profondamente tanto da diventare completamente astratta.
Cagli fu un grande interprete dei racconti di Klee poiché
gli consentiva di esplorare la natura formare per mezzo dell’osservazione l’immagine grafica o pittorica del
quadro. Il catalogo Cagli in pochi anni si arricchì di un
numero di opere che comprendevano alfabeti, segni,
simboli, tessuti forme vegetali e minerali ottenute con i
mezzi più consueti. Molto interessanti sono i suoi cicli
visivi: Sepolcri (1950), Ipnosi (1951), Matto dei Tarocchi (1960), La barca Arunta (1951). In più, Le Tavolette
1954-55 attingono dallo studio delle figure delle arti primitive extraeuropee, tradotte in un linguaggio moderno.
Lo spazio che occupa un muro racchiude per Cagli un
mondo misterioso che può essere scoperto con accostamenti casuali di muffe, di colori e di segni incisi prodotti
con la punta di un chiodo. Cagli ha ottenuto un certo
consenso dalla critica in seguito alla mostra Omaggio
a Cagli (1963) all’Aquila (a cura di Enrico Crispoldi)
che rimediava ampiamente a certi difetti d’informazione togliendo di mezzo il luogo comune dell’eclettismo,
attribuito al maestro marchigiano. Oltre a ciò va ricordata la mostra il cosmo di Cagli di Ancona alla Mole
Vanvitelliana (a cura di Fabio Benzi 2006) che ha pure
ha richiamo di nuovo l’attenzione su alcuni aspetti della
sua produzione artistica in particolare quella relativa al
periodo delle leggi razziali. primapagina33
attualità e cultura
di
Michele De Luca
La natura rivelata
di Anselmo Bucci
Anselmo Bucci, I pittori, 1921 - 24, olio si tela
“L
a pittura è un’arte che può dire tutto”: è un’affermazione di Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887
– Monza 1955) ricordata da Elena Pontiggia nel catalogo
della bellissima mostra da lei curata nel 1999 e dislocata
nelle due sedi della Pinacoteca Comunale di Macerata
e della Quadreria Cesarini di Fossombrone. Ma più che
le sue parole, sono le sue opere a confermarlo; i quadri,
i disegni, le incisioni che ci ha lasciato compongono un
vero e proprio “repertorio” della natura e della vita, una
narrazione copiosa, capace di raccontarci con la stessa
vivacità e sensibilità paesaggi, animali, fiori, città, episodi di guerra e scene mitologiche, personaggi biblici e
oggetti d’uso quotidiano. L’artista è stato, fondamentalmente, un acuto “narratore”, come ha dimostrato anche
nei libri che ha scritto (tra cui, Il Pittore volante, che gli
valse nel 1930 il Premio Viareggio) e negli innumerevoli articoli ed elzeviri pubblicati sul “Corriere della Sera”
nell’arco di una vita. Ma egli è stato un narratore anche
(e soprattutto) nella pittura e nelle altre espressioni di arte
figurativa; come scriveva ancora la Pontiggia, “si può
dire che non ci sia stato un tema che la sua tavolozza non
abbia toccato”, sempre in bilico tra modernità e classicità. Mentre gli artisti del secolo appena concluso si sono
spesso concentrati su un unico soggetto, Bucci si è di-
34Primapagina
L’artista di
Fossombrone
e il movimento
“Novecento”
in mostra
stinto nel voler raccontare “tutto”, vita quotidiana e mito,
l’architettura e la città, l’individuo e la folla, il paesaggio
e l’immaginario esotico, il costume (che seppe guardare
con pungente spirito satirico), la cronaca, il viaggio. Per
lui – sono ancora sue parole – l’arte era, e doveva essere, in tutte le sue forme espressive, “la testimonianza del
vero, aureolata di poesia”. Attivo a lungo e ripetutamente a Parigi, si ispirò sicuramente alla tradizione realista
dell’800 francese e fu tra i fondatori del movimento “Novecento” (fu proprio lui a coniare questo nome), con gli
altri sei artisti – Dudreville, Funi, Oppi, Malerba, Marussig e Sironi – che nel 1922 si raccolsero a Milano intorno
a Margherita Sarfatti e alla Galleria Pesaro, i quali volevano essere classici e moderni. “Novecento”, il cui riconoscimento pubblico sarebbe avvenuto nella Biennale
di Venezia del 1924, sviluppò le tendenze naturalistiche
diffuse dopo la prima guerra mondiale ed emerse anche
nell’ambito della produzione delle avanguardie artistiche (come nel Gino Severini della Maternità del 1916);
collocandosi nel generale clima del “ritorno all’ordine”
e riprendendo la tradizione primitivista e rinascimentale,
ma senza proporre una soluzione stilistica unitaria, semplicemente all’insegna del gusto per certi soggetti (natura
morta, ritratto e paesaggio, “generi” classici della pittura)
e per una poetica di sublimazione del quotidiano.
La figura e l’opera di Bucci e di “Novecento” vengono rievocati ora in una bella e ampia retrospettiva che la Galleria Carifano ha proposto nelle sale di Palazzo Corbelli
a Fano con il titolo “Anselmo Bucci e gli amici di Novecento. Martini, Oppi, Sironi e Wildt”. Il percorso espositivo curato da Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio (il
catalogo è stato pubblicato da Silvana Editoriale) prende
il via dagli esordi e dal periodo marchigiano per proseguire con la stagione francese, fondamentale nella vicenAnselmo Bucci, La Rouge, 1907, olio su tela
attualità e cultura
da di Bucci. “Arrivai a Parigi il 1906
e consumai il primo pasto completo
nel 1910, la vita si nutre più di incontri che di cibo”, ricorda Bucci. Qui
conosce Picasso, Apollinaire, Dufy,
Utrillo, si lega d’amicizia con Modigliani, Severini, Suzanne Valadon e
Viani e la sua arte assume immediatamente respiro internazionale; nel
1907 è accolto dal Salon des Artistes
Français, poi al Salon des Indépendants così come al Salon d’Automne
del 1909. Il tratto successivo della mostra s’incentra sugli “Scenari
di guerra” e nella fattispecie quelli
della Grande Guerra e del Secondo
Conflitto Mondiale. Un genere in
cui l’artista ha saputo primeggiare,
Anselmo Bucci, Al balcone,
da vero e proprio war artist. Vi è
Anselmo Bucci, La bigia, 1922, olio su tela
1916, olio su yela
infine la sezione dedicata agli amici
di Bucci. Da una parte il Gruppo di
Novecento, nucleo composto da sette artisti dall’altra fi- Achille Funi, Partita a carte di Marussig, L’ingegnere di
gure di spicco che hanno intrattenuto con Bucci legami Oppi, e tanti altri.
di amicizia e di stima: Bonzagni, Egger Lienz, Martini, La pittura di Bucci, dunque, attraversa “disinvoltamenMazzolani, Mazzucotelli, Modigliani, Viani e Wildt.
te” tutti i generi “classici” di quest’arte; presentandolo
L’esposizione presenta una serie di importanti inediti e alla mostra alla Galleria Pesaro di Milano nel 1926, il
riscoperte; primo fra tutti,
grande Carlo Carrà scriveil dipinto In volo (1920),
va: “Per Anselmo Bucci,
in mostra dopo più di setcome per ogni vero artista,
tant’anni dall’ultima esponon vi sono gerarchie e casizione. L’opera esposta
sellamenti astratti, l’arte non
alla Biennale del 1920, è
è né la figura né albero, né
considerata tra gli esiti più
la mela né la città. L’arte è
alti delle capacità pittoriche
la natura rivelata; è la luce,
di Bucci, che in una lettera
forma, colore, proporzione,
del 1954 scriveva: “Ho ventrasposizione sensibile della
duto il mio ‘Volo’ a Venezia
realtà. Non si possono scin20.000 lire nel 1920, vale a
dere se non per scopi estraedire quattro milioni di adesstetici le opere di un singolo
Anselmo Bucci,
so! Ne era geloso perfino
artista, essendo esse il frutto
Paesaggio a Fossombrone,
1933, olio su tela
Gola, è tutto dire!”. Ma è
di una medesima natura”.
l’occasione per ammirare
tanti capolavori, dal famoso
Anselmo Bucci, La foce dell’Arzilla, 1921 - 23, olio su tela
e conosciutissimo I pittori del 1924 (il suo autoritratto
ricco di grazia e di sottile autoironia) , a Figura alla finestra (1928), da Popuccia (1930) a Rorò. Il risveglio
(1932),ad Autoritratto dal barbiere e Tramonto nel porto
di Genova (entrambi del 1916), oltre che splendide opere degli “amici”, come il bellissimo Nudo femminile di
Anselmo Bucci, Bagni a Fano, 1921 - 23, olio su tela
primapagina35
attualità e cultura
di
Sergio Rinaldi Tufi
Fano e le sue mille
antiche testimonianze
Dagli edifici alla
struttura della città
A
ffacciata sull’Adriatico lungo il corso delle via Flaminia, Fano, con il suo impianto urbanistico “a
scacchiera”, rivela la sua discendenza da un’antica città
romana: per la precisione, Fanum Fortunae, che fu fiorente colonia con Augusto, ma che già prima aveva avuto
vita intensa. In origine, probabilmente, su questa spiaggia
era stato costruito un tempio (in latino, appunto, “fanum”)
dedicato alla Dea Fortuna in occasione della vittoria romana contro Asdrubale nel 207 a.C. (siamo nella seconda
Guerra Punica); si era poi sviluppato un abitato, che era
stato sottomesso nel 49 a.C. da
Cesare durante la guerra civile
contro Pompeo; ma fu poi Ottaviano Augusto a fondare la Colonia Iulia Fanestris, dandole,
come a tante altre città costruite nell’Impero, quella rigorosa
planimetria. Che cosa rimane?
Testimonianze molto diverse:
realtà particolarmente vistose,
come l’Arco di Augusto e un
consistente tratto delle mura;
altre realtà in qualche modo ri36Primapagina
conoscibili o intuibili, come
il famoso reticolo di strade
che si incrociano ad angolo
retto, ma anche il luogo di
alcuni edifici; e un appassionante fantasma: la Basilica di Vitruvio. Cominciamo
dall’Arco: è da qui che si
entrava in città (sarebbe più
esatto parlare di porta). Il
monumento è inserito nelle
mura che l’imperatore donò
alla città (prassi non inconsueta). “Murum dedit”, dice
l’iscrizione sull’architrave, databile al 9-10 d.C.: “dono”
sia strategico (difesa dell’abitato), sia simbolico (riconoscimento dell’importanza della colonia). Un’altra iscrizione fu aggiunta nel IV secolo in memoria
di Costantino. L’Arco-porta si
apre a sud-ovest verso l’entroterra e la via Flaminia: anzi,
come ha scritto Valeria Purcaro
(Università di Urbino “Carlo
Bo”) in un volume appena uscito, intitolato per l’appunto Murum dedit (si tratta degli atti di
attualità e cultura
un convegno tenuto nel bimillenario
delle mura stesse),“la Porta costituisce il punto in cui la Flaminia diventa
il Decumano Massimo”. L’Arco è
a tre fornici: uno centrale maggiore per i veicoli, due laterali minori
per i pedoni. Sopra l’architrave con
iscrizione era una loggia ad archi che
concludeva armonicamente la composizione architettonica, ma che fu
demolita dalle truppe di Federico da
Montefeltro nel corso della lotta contro Sigismodo Pandolfo Malatesta:
l’aspetto originario è testimoniato
da un peculiare rilievo di inizio ‘500
sulla facciata della vicina chiesa di
San Michele. Quanto alle mura, se
ne conserva nelle adiacenze un buon
tratto, con torri e con un’altra porta
più piccola,“Porta della Mandria”.
All’interno dell’ingresso maggiore,
la strada che oggi si chiama proprio
Via dell’Arco di Augusto ricalca
il percorso dell’antico Decumano
Massimo: uno dei due assi perpendicolari (l’altro era il Cardine Massimo) su cui si impostava il sistema
a scacchiera della città, che peraltro
si raccordava con un’altra scacchiera, quella della divisione del territorio
circostante in appezzamenti coltivabili (centuriazio-ne).
A questo proposito, diciamo che restano nella campagna notevoli tracce
della centuriazione di età augustea,
ma che esiste anche un documento
relativo ad assegnazioni precedenti: il cosiddetto “Cippo Graccano”
dell’82 a.C., in cui si fissa il confine
di un appezzamento nell’ambito della
consegna di terre a cittadini nullatenenti, prevista dalla Lex Sempronia
agraria voluta da Tiberio Gracco.
Ma torniamo al sistema stradale interno alle mura. Non tutte le vie sono
così ben riconoscibili come il Decumano Massimo: talvolta si trovano in
profondità resti di pavimentazione,
talvolta l’andamento è rivelato dal
percorso delle fogne, che qua e là si
sono individuate. All’incrocio fra il
Cardine Massimo (presso Via Nolfi)
e il Decumano Massimo era il Foro.
O meglio: scavi effettuati nell’area
della Piazza Amiani hanno individuato resti di un impianto termale e
di un macellum (mercato alimentare)
adiacenti al Foro stesso. Sotto il Duomo sono stati rinvenuti resti di un edificio sacro: il Tempio della Fortuna?
Ma c’è un dubbio ancora più coinvolgente: sappiamo che un celebre
architetto come Vitruvio aveva fatto
costruire a Fano una grande basilica.
Dove è? Vediamo. Vitruvio scrisse e
consegnò all’imperatore Augusto il
trattato De Architectura, scritto fra il
29 e il 23 a.C.: unica opera del genere
che il mondo antico ci abbia tramandato, fonte di tante notizie sull’“arte
di costruire” greco-romana e testimonianza della ricerca dell’armonia
delle proporzioni basata su geometrie
ideali. Grande teorico dunque. Ma
come architetto “sul campo” Vitruvio progettò un solo edificio: proprio
la Basilica di Fanum Fortunae, a
pianta rettangolare con deambulatorio perimetrale, affacciata sul Foro e
destinata soprattutto all’amministrazione della giustizia. Nel De Architectura (Cap.V,1), Vitruvio sottolinea
gli aspetti innovativi del progetto:
ingresso sul lato lungo; due ordini
sovrapposti,con alte colonne che li
sorreggono entrambi e li raccordano
(“ordine gigante”); aggiunta di un
ambiente absidato per il culto imperiale (Aedes Augusti)… In vari tentativi di ricostruzione si sono esercitati
dal Rinascimento a oggi architetti,
archeologi, filologi: fra gli architetti
Andrea Palladio, che si ispira poi a
quel modello ideale (ville venete, Teatro Olimpico, Basilica e vari palazzi
a Vicenza, San Giorgio Maggiore a
Venezia…) e lo “esporta” soprattutto
nel mondo anglofono; fra gli archeologi il grande specialista francese
Pierre Gros, secondo cui fra l’altro la
Aedes Augusti “fece scuola” in molte
basiliche successive.
Fra Vitruvio e Palladio c’è una differenza pesante: la gloria di Palladio si
fonda su un buon numero di celebri
edifici da lui realizzati o a lui ispirati;
quella di Vitruvio su un edificio che
non c’è. In anni recenti, l’archeologia
fanense aveva vissuto un momento di
fermento, quando in scavi condotti
sotto la chiesa di S. Agostino erano
emersi cospicui resti, fra cui una serie
di arcate che sostenevano una struttura curvilinea.
Paolo Clini (università di Ancona),
insieme con altri, aveva pensato proprio alla Basilica, pubblicando anche
belle ricostruzioni virtuali. Poi, un leale dietrofront: c’è ancora da lavorare
e da scavare. La Basilica continua a
nascondersi. Di dubbio in dubbio,
non mancano incertezze neppure
per quanto riguarda le arti figurative.
Già, perché nel Museo Civico Malatestiano si conservano, per l’età romana, mosaici e soprattutto sculture
di prim’ordine. E il pezzo forse più
bello è anche il più problematico: una
testa femminile attribuita a Ottavia,
sorella di Augusto, morta nell’11 d.C.
Il ciuffo, o nodus, sulla fronte è il tratto più evidente di un’acconciatura apparentemente semplice, ma in realtà
complessa e raffinata, che all’epoca
ebbe successo. Si discute ancora appassionatamente se il ritratto sia della celebre dama o di qualche illustre
imitatrice.
primapagina37
attualità e cultura
di
Francesca Pieroni
Allegra Corbo
I simboli, l’arte
e la ricerca della natura.
Viva però
A
llegra Corbo è un’artista schiva,
che parla pesando le parole e
malgrado l’attenzione che usa rivela
una generosità profonda nel raccontarsi e svelare le tappe di un percorso
che è cominciato da bambina e che
l’ha portata per molti anni in viaggio
e lontano da Ancona, la sua città. Per
poi tornare e lavorare ancora sui temi
che l’hanno sempre interessata - le
donne, i figli, i genitori - attingendo
direttamente dall’autobiografia e da
quel racconto violento, che parla di
natura e crudeltà e dolcezza come
dice lei stessa.
Allegra Corbo, sguardo diretto, mano
nervosa e voglia di dedicarsi totalmente all’arte, esordisce ricordando
la difficoltà di crescere sentendosi
giudicata da chi la percepiva diversa
fin da adolescente.
Allegra, come artista sei molto nota
ma di certo di te come persona si sa
pochissimo.
«La mia è una famiglia borghese, e
mio padre è sempre stato un avventuriero. Da bambine io e mia sorella
abbiamo viaggiato sempre e lo dico
perché quegli spostamenti mi hanno
segnata profondamente. Nel ‘73, nel
mezzo della rivoluzione culturale,
siamo andati in India via terra, un
viaggio di sei mesi che mi ha fatto attraversare Turchia, Iran, Afghanistan,
Pakistan. Pochi anni dopo ci ha portato nella giungla del Borneo a vivere
38Primapagina
con i daiachi. Nella mia vita il viaggio
c’è sempre stato e tutt’oggi mi sento
una nomade. A tredici anni ho cominciato a frequentare l’istituto d’arte
Mannucci, un posto dove ad essere
strani eravamo in molti. La scuola in
quegli anni era bellissima e per tutti
noi che l’abbiamo frequentata è stata
fondamentale».
E alla street e urban art di cui sei
una rappresentante, in Italia e a
livello internazionale, quando e
come ci sei arrivata?
«Sono stata fortunata. Già all’istituto
d’arte insieme ad altri ragazzi facevo
murales, sculture e altre cose. Era il
nostro modo di esprimerci fuori dalla
scuola. Gli amici di allora, a sedici o
diciassette anni, sono oggi importanti
artisti. Per esempio, il mio più caro
amico di sempre è Enrico David, che
Dettaglio dell’atelier con le opere
“Uovo di teschio, uovo di bambino”, 2009,
e “Maison”, 2005.
oggi espone a Londra, Los Angeles,
New York. Artisticamente siamo cresciuti insieme. E poi qui c’era il festival di Inteatro che per noi era una
miniera perché vedevi che cosa accadeva nel mondo. In pochi anni poi
sono approdata alla Socìetas Raffaello Sanzio, una compagnia di teatro
d’avanguardia molto importante per
cui facevo quello che serviva, dalla
recitazione alle scenografie e le luci.
A ventitre anni ho conosciuto mio
marito che faceva parte dei Mutoid
Waste Company, una compagnia circense di travellers cyberpunk che viveva e vive tutt’oggi su case viaggianti, roulotte, camion. E anche con loro
ho fatto spettacoli e costruito macchine scenografiche e sculture con materiali recuperati. Lola e Ezra, i miei
figli, sono nati e cresciuti lì per diversi
Foto Francesca Pieroni
Ritratto di Allegra Corbo
con ai piedi i disegni per il libro
“doppio senso”, 2011, realizzato
insieme ad 8 disegnatori
(di cui 4 italiani, 3 libanesi,
1 siriano).
attualità e cultura
anni. Quando ci siamo separati sono
andata a vivere al Link di Bologna,
altra realtà artistica iperproduttiva. E
poi l’esperienza in Francia. Tutti passaggi fondamentali per me. Poi nel
2005 sono tornata a casa. Ad Ancona.
E solitamente quando qualcuno torna
nel luogo di origine è perché deve
concludere qualcosa».
E una volta qui hai iniziato la collaborazione con Mac -manifestazioni
artistiche contemporanee- per l’organizzazione di PopUp! un festival
riconosciuto a livello internazionale.
«Sì la prima collaborazione con Mac
risale al 2008 ed è stato un buon momento perché avevo voglia di fare un
sacco di cose. Mi hanno chiesto di
partecipare come artista e poi le cose
sono andate oltre e al festival ho portato quelli che erano i miei amici, Blu,
Run, Ericailcane, Dem, Elena Rapa,
Andreco. Le tre edizioni di PopUp!
continuano ad essere citate nei siti più
importanti del settore. E poi l’esposizione di Ericailcane dentro Porta Pia
è stato un grande evento. Volevamo
fare inoltre una personale di Federico
Solmi, un autore riconosciuto in tutto il mondo, ma non è stato possibile
perché alcune sue opere hanno innescato delle controversie politiche».
Torniamo a te. Che cosa si può dire
del tuo percorso artistico? Che evoluzione hai avuto?
«Sai quando ho iniziato erano gli
anni ’80. Lo scenario dei tag e graffiti non mi ha mai interessato, però in
quel momento c’era un gran fermento
che oscillava fra art brut e naif, ovvero un’arte viscerale, espressionista.
Eravamo innamorati allo stesso modo
di Egon Schiele e Keith Haring e facevamo muri, collage, magliette…
al tempo eravamo allegri. Negli anni
’90 facevo parte della scena underground europea e in Francia ho fatto delle mostre con Le Dernier Cri.
Tutti guardavamo alla visionary art
americana, soprattutto a Mark Ryden.
Poi ho cominciato a lavorare sulla
mia biografia e sono arrivata a fare
anche cose violente. Sono partita da
me stessa ma sentivo di scrivere una
biografia cosmica legata all’infanzia,
ai suoi traumi e alle relazioni tra genitori e figli. Tutt’ora tratto temi che
sono legati all’essere donna, madre,
e alla malattia. Simbolicamente la
mia iconografia è sempre stata molto
forte. Altra parte importante del mio
percorso artistico la si ritrova nell’artigianato dei popoli che ho conosciuto viaggiando. Forme, segni, colori e
tecniche sono di stimolo per la realizzazione di ricami, patchwork, pittura
su legno. Negli ultimi anni sto lavorando su quello che la natura ci dà e
quindi assemblo conchiglie, scheletri,
ossa, piume. Attualmente sono in un
periodo di passaggio ed ora, in me,
un concetto è chiaro come non mai.
Ovvero, che la natura, tutta quella che
ci circonda con le sue infinite forme,
sia l’espressione artistica più bella in
assoluto. E la spinta, come artista, è
quella di riuscire ad entrare sempre
più nel mondo della natura. La natura
viva, però».
La street art è un segmento dell’arte contemporanea che si inserisce
in scenari urbani con simboli dissacranti, scene spersonalizzanti e
visioni dissimulate. Che riscontro
trova nel circuito economico costituito invece da gallerie, curatori,
A sinistra, dettaglio dell’atelier con le opere:
“Mona Kali Sa”, 2008;
alcune opere della serie “Maschere”;
“Aletheia” il libro illustrato con Andreco, 2011.
musei, compratori?
«Ozmo vende benissimo e i lavori di
Ericailcane spaccano i muri. Blu, al
contrario, anche se molto conosciuto
ha una sua posizione etica rispetto al
mondo, all’arte, al denaro, e rifiuta di
appartenere al sistema. Ognuno ha la
sua strada. Io lavoro con una galleria
romana e mi chiamano ad esporre a
festival, mostre, in Italia e no. Quel
che è certo che solo pochi di noi riescono a vivere della propria arte.
Molti, me compresa, sono costretti ad
occuparsi anche di altro. Ecco questo
è quello che vorrei cambiare. Vorrei
pensare solo alla mia arte e al muro
bianco da disegnare. Quello che ci
accomuna è un grande affetto l’uno
per l’altro e le collaborazioni a diversi
livelli. Anche se esistono degli artisti
che preferiscono lavorare isolati, nella loro tana. Penso a Enrico David e
Simone Pellegrini. A me invece piace
creare le opere direttamente sul posto.
Quando mi invitano nelle gallerie,
parto con una quantità enorme di cose
che poi prendono forma e si installano
là. Io sono solo un medium».
Visionaria e famelica di ricerca interiore, Allegra Corbo disegna, incolla,
cuce, trasforma. E dona allo spettatore una teoria di simboli autentici
e riconoscibili. Tutti così maledettamente legati all’anatomia fisica e
spirituale dell’essere bambina prima
e donna poi da creare nello spettatore
un disagio. Il disagio di sentire, dopo
molti anni, riaffiorare la voce di quel
buio che nel tempo abbiamo imparato
a far tacere. Un buio fatto di ricordi
e paure, insicurezza e dolore. Allegra
Corbo riapre le ferite che abbiamo
curato nel tempo. Anche quelle da cui
nessuno ci salverà mai.
Allegra Corbo sul lenzuolo
disegnato e ricamato per l’installazione
“La donna senza fiato”, 2000.
primapagina39
attualità e cultura
di
Lella Mazzoli*
L’informazione ha nuovi scenari
COME CAMBIA
LA PROFESSIONE
DEL GIORNALISTA
S
olo qualche anno fa si era soliti dire: l’ha detto la televisione, e lo si diceva con l’intento di ritenere quelle
affermazioni vere, non contestabili. Altri media erano fonti
di informazione credibile come alcune testate di giornali
di carta stampata o la radio. Voglio dire che tutti i media
hanno avuto e hanno il compito di informare e di formare
le persone ma la televisione ha avuto la meglio.
Ho usato i verbi al passato non perché, attualmente, i media
citati non siano più seguiti, (il nostro Osservatorio su come
si informano gli italiani, i cui dati sono su: www.news-italia.org, ci dice che gli italiani si informano, ancora: 89%
dalla Tv, 55% dalla radio, 60% stampa nazionale e 54%
locale) ma perché a un certo momento qualcosa è cambiato. È arrivato un nuovo attore nel teatro dell’informazione.
Anzi una prima donna che sta diventando la protagonista:
la rete delle reti, Internet. È entrata in punta di piedi, un
poco inesperta ma in pochi anni è già diventata adulta e
oggi ha già un ruolo centrale, è la vera concorrente degli
altri media. Certo che quando diciamo Internet diciamo gestione di informazioni, di relazioni, di amicizia, di ricerca
dati, etc…parlando di informazione diciamo social media
(Facebook, Twitter, YouTube, etc.).
Cambia la scena dell’informazione. Cambia allora anche
la professione del giornalista e la sua formazione? Credo
proprio di sì. Certo in passato il mestiere si imparava stando nelle redazioni, e si era particolarmente fortunati se si
incontravano veri maestri di giornalismo con i quali si faceva la gavetta consumando un bel po’ di suola di scarpe.
Poi circa 25 anni fa sono arrivate le Scuole di giornalismo.
Noi nelle Marche ne abbiamo una di Scuola di giornalismo: quella di Urbino, nata nel 1990 per volere di Carlo
Bo ma anche della Regione e dell’Ordine dei giornalisti
delle Marche. Prima di questa c’era una Scuola che offriva
40Primapagina
una formazione di tipo culturale che non prevedeva la pratica. Anche questa voluta da Carlo Bo. Dunque siamo fra
i primi in Italia e senza false modestie anche fra i migliori.
Chi si occupa di formazione deve puntare sempre in alto.
Siamo considerati bravi perché da 22 anni a questa parte
abbiamo continuamente innovato, abbiamo posto attenzione ai cambiamenti, selezionando giovani motivati e pronti
a sacrifici produttivi. Siamo molto orgogliosi dei nostri oltre 300 giornalisti che si sono formati nella nostra Scuola,
che hanno svolto stage nelle redazioni, e che oggi sono in
giro nelle redazioni (italiane e straniere) di importanti testate tv, radio, carta stampata e web.
Il web. Già dalle prime esperienze di giornalismo online la
nostra Scuola ha posto attenzione a questa straordinaria innovazione. Non abbiamo abbandonato gli altri giornalismi.
Abbiamo però introdotto il giornalismo online ibridandolo
con le altre forme. Consapevoli che ogni medium ha il suo
modo di scrittura abbiamo investito nell’offrire ai giovani
praticanti la competenza necessaria per affrontare il mercato del lavoro. Abbiamo attrezzature ma soprattutto docenti
di altissimo livello, che dopo aver sperimentato nelle loro
redazioni portano nella nostra Scuola la loro competenza.
Sono professionisti conosciuti a livello internazionale, delle eccellenze. Abbiamo capito da subito che i nuovi media
(social) sarebbero stati il futuro del giornalismo. Abbiamo
capito che la società e con essa le persone che ne fanno parte hanno nuove e differenti esigenze anche nel campo della
informazione. Sappiamo che il cittadino vuole costruirsi la
sua di informazione, come un patchwork, un patchwork
mediale e per farlo ha bisogno di notizie che debbono essere date da professionisti preparati alle nuove forme di
comunicazione.
Il cittadino meno che in passato dice: l’ha detto la tv, molto
più frequentemente prende il suo tablet o il suo smartphone
e costruisce la sua realtà informativa. Una opportunità possibile per ognuno di noi se ci saranno giornalisti in grado di
rispondere a questa esigenza e modernità. Questo è l’obiettivo della Scuola di Urbino. Tant’è!
*Direttore Istituto per la Formazione al giornalismo di Urbino
attualità e cultura
Il Romanico nelle Marche
Curato da Paolo Piva, con la collaborazione di Cristiano Cerioni, è il volume strenna 2012.
Editoriale Jaca Book, collana “Patrimonio artistico italiano” - Serie Editio Maior
S
trette tra mare e propaggini montuose, tra la dorsale appenninica e
l’Adriatico, le Marche, terra di confine
(e quindi di relazione) per definizione,
concentrano in una straordinaria varietà
di paesaggi una altrettanto eccezionale
ricchezza di patrimonio monumentale.
Un patrimonio in realtà – e non sembri un paradosso – ancora in gran parte
da esplorare. La pur ricca produzione
editoriale dedicata alla cultura storicoartistica si è infatti prevalentemente
mossa secondo i binari delle categorie
tradizionali (architettura, pittura, scultura etc.). Con questo volume si propone invece di rovesciare tale approccio,
ponendo come fuoco dell’interesse il
monumento, nella sua concretezza di
vita e di forme, nella sua stratificazione
significante e nella sua complessità, in
relazione diretta e stringente con il contesto, umano e territoriale. E l’esperienza romanica si presta bene ad esemplificare tale innovativo approccio. Considerato il primo linguaggio comune
dell’Europa che rinasce dopo l’anno
Mille, il romanico presenta in realtà una
continua varietà di aspetti, strettamente
intrecciati alle diversità territoriali, dalle
maestranze, ai materiali, alle tradizioni
costruttive e decorative. Per le caratteristiche proprie della sua storia e della
sua conformazione geomorfologica,
le Marche si prestano bene ad esemplificare tale assunto. Dal limite nord,
segnato dal Montefeltro, a quello sud
verso l’Abruzzo, il territorio, innervato
dalle grandi vallate che conducono allo
specchio adriatico, consente di toccare
con mano tale complessa circolazione culturale, che intreccia suggestioni
che dal cuore dell’Europa e Venezia
si spingono sino a Oriente, favorite
dall’intrecciarsi delle rotte marittime.
A tale proposito il testo già predisposto
dal Prof. Paolo Piva, dell’Università
degli studi di Milano, per la collana
“Patrimonio artistico italiano” è stato
completamente rivisto e aggiornato
con la collaborazione del Prof. Cristiano Cerioni, e radicalmente rinnovato
nella veste grafica e fotografica, inte-
grata da una innovativa campagna di
rilevazioni fotografiche dall’elicottero
realizzata dallo studio BAMS-Photo
Rodella di Montichiari. Rispetto alle
riprese aeree, quelle dall’elicottero restituiscono infatti il territorio in tutta la
sua plasticità ed evidenza, offrendo un
inedito strumento di lettura e conoscenza dei monumenti. Senza meccanicismi
cronologici, la trattazione procede da
nord a sud della regione assecondandone la conformazione secondo ambiti
omogenei di cui si è voluta preservare
l’originale coerenza (a tale proposito si
è mantenuta la trattazione nell’ambito
del Montefeltro di San Leo, anche se
dal 2009 in Provincia di Rimini), dalle
prime attestazioni dell’XI secolo alla
piena esperienza cistercense che segna
il passaggio al gotico. Particolare attenzione è stata riservata naturalmente
a contesti urbani di eccezionale rilievo,
come Ancora e Ascoli Piceno. Una ricca appendice di corredo grafico e una
esaustiva bibliografia, appositamente
aggiornata, concludono il volume.
primapagina41
attualità e cultura
di
Lorenzo Verdolini
Un maestro dello sguardo
Il mondo artistico di Tullio Pericoli
raccontato da Silvia Ballestra
S
i è immaginato come Little
Nemo, il personaggio dei fumetti disegnato da Winsor McCay
nel 1905: quel bambino che ogni
notte sognava fantastiche avventure nel regno di Slumberland. Con
un pigiama svolazzante e i capelli
arruffati dal vento, sembra pronto
a spiccare il volo per uno dei suoi
viaggi fantastici sospeso fra matite,
pennelli e colori. Tullio Pericoli ha
realizzato centinaia di ritratti, ma un
solo autoritratto. O, almeno, questo
è l’unico in cui si è riconosciuto e
che ci è rimasto. Con quei suoi inseparabili occhiali tondi, ricorda
42Primapagina
davvero lo «gnomo disegnatore»
evocato nel 1970 da Giorgio Bocca in uno scritto dedicato all’artista
marchigiano.
All’epoca, entrambi collaboravano
con «Il Giorno» di Milano. Pericoli
da quasi dieci anni. Era arrivato nel
capoluogo lombardo nella primavera del 1961 con una valigia zeppa di
disegni e in tasca due lettere di Cesare Zavattini. Allo scrittore e sceneggiatore emiliano era bastato uno
sguardo per scorgere nei ritratti di
quel giovane illustratore proveniente dalla provincia ascolana del vero
talento. Così lo aveva indirizzato da
Giancarlo Fusco, storica firma del
quotidiano diretto da Italo Pietra.
Dopo appena qualche mese, Pericoli già illustrava Il racconto della
domenica e i suoi disegni accompagnavano gli scritti di firme prestigiose, da Mario Soldati a Bassani,
da Pasolini a Sciascia.
Erano gli anni del boom economico,
carichi di energia ed entusiasmo, ma
anche delle mille contraddizioni insite in uno sviluppo vorticoso e caotico. Pericoli si immerse fra i mille
stimoli e le tante opportunità offerte
dalla città lombarda, ma senza mai
rinunciare alla ricerca di nuovi linguaggi comunicativi, né perdere il
suo sguardo pulito su ciò che lo circondava. Ad iniziare dall’arte. «Ero
puro in una maniera che oggi potrebbe anche far ridere, venivo dalla
provincia», ha raccontato. Soprattutto, senza mai prendersi troppo sul
serio, tanto che non ha mai smesso
di ripetersi la frase-totem che usava
per gioco da bambino: “facciamo
finta che… ero un pittore”. «Questo
perché – ha spiegato – in realtà non
so bene quel che sono davvero».
Tullio Pericoli è effettivamente un
artista eclettico e come tale difficilmente catalogabile. In più di cinquant’anni di attività si è cimentato
nell’illustrazione, nel disegno, nella
satira politica, nella pittura, nella
scenografia teatrale, nella grafica.
Un lungo viaggio per strade diverse
e apparentemente distanti, ma sempre percorse con il suo stile personalissimo, raffinato e ironico, e una
rara capacità di osservazione. Un
cammino denso di esperienze, incontri e collaborazioni, che ora viene raccontato dalla scrittrice Silvia
Ballestra nella biografia Le colline
di fronte. Un viaggio intorno alla
vita di Tullio Pericoli (Rizzoli, Milano 2011, pp. 256, € 18,00).
Un libro molto interessante e ben
scritto, che – seguendo le orme di
Pericoli – consente al lettore di intraprendere un viaggio negli ultimi
decenni della vita culturale e sociale
italiana, cogliendone le trasformazioni e incontrando personaggi che
hanno lasciato un segno importante, come Lucio Mastronardi, Oreste
Del Buono, Umberto Eco, Italo Calvino, Livio Garzanti, Livio Zanetti,
Eugenio Scalfari. E, naturalmente,
Emanuele Pirella, che con Pericoli
strinse una grande amicizia e un sodalizio artistico assai fecondo.
La Ballestra dà spazio soprattutto
alla parte “pubblica” dell’artista,
mentre le relazioni più intime vengono lasciate sullo sfondo, «nonostante emergessero ogni tanto – ha
scritto – spunti che avrebbero fatto
la gioia di qualsiasi biografo un filo
più spegiudicato di me». L’autrice,
che per molti aspetti ha compiuto un
attualità e cultura
percorso biografico non dissimile
da quello del suo biografato, essendo originaria della provincia ascolana ma da parecchi anni residente a
Milano, ne ha voluto seguire le tracce per «capire – ha spiegato – la sua
vicinanza agli scrittori, sentirlo parlare della città che ha accolto prima
lui poi me, conoscere il suo sguardo
su quel paesaggio di casa lasciato
con la partenza che anch’io ho avuto voglia di raccontare in molti dei
miei libri».
Già, il paesaggio. Negli ultimi anni,
Pericoli vi si è dedicato particolarmente e quelle dolci colline della
campagna marchigiana che si inseguono come onde lievi, appaiono
spesso nella sua pittura, ora come
giocose miniature acquerellate, ora
come macchie di colori dense e
graffiate. Quel paesaggio in cui è
cresciuto da bambino, quando era
immerso nella natura come fosse
fatto «di foglie, alberi e radici», se
l’è ritrovato dentro da adulto, vivendo in quella città senza orizzonte, ed è divenuto una componente
essenziale della sua vita. «Dipingo
paesaggi per capire meglio da chi
e da che cosa, nascendo, sono stato accolto, perché il paesaggio è il
primo bagno in cui viene immerso
un bambino», ha scritto. E a me viene in mente quando, da piccolo, in
qualsiasi disegno o scarabocchio facessi, vi infilavo sempre uno sfondo
di montagne tondeggianti dominate
dalla sagoma inconfondibile del San
Vicino, con la sua cima sbeccata: il
paesaggio che vedevo dalle finestre
di casa mia.
L’artista ascolano ha ammirato e
indagato il paesaggio per comprenderne l’essenza profonda con
lo stesso occhio attento con cui ha
osservato i volti dei tanti personaggi della cultura che ha ritratto, tanto
che Salvatore Settis l’ha definito
«un maestro dello sguardo». «Dipigendo volti come paesaggi e paesaggi come volti, Pericoli ci ricorda
che il paesaggio siamo noi: il paesaggio corrisponde al volto collettivo di una società e di un Paese», ha
dichiarato l’archeologo, che da anni
combatte per difendere i nostri paesaggi sempre più spesso devastati o
minacciati da una cementificazione
selvaggia. Per questo, ha concluso Settis, «quella di Pericoli è una
pittura “etica”: trasmette un’idea
dell’Italia alta e pulita». Che esiste, per fortuna: è qui che il piccolo
Nemo spicca il volo ogni notte per
compiere i suoi viaggi fantastici con
matite, pennelli e colori.
primapagina43
attualità e cultura
di
Lucia Cataldo
Le radici dell’eccellenza
Cronaca della nascita
dello Sferisterio
R
icostruire gli albori della Stagione Lirica dello Sferisterio, e
gli anni d’oro che a partire dal 1967
hanno diffuso nel mondo il nome di
Macerata e del suo Teatro.
Questo uno degli scopi principali del
Il maestro Carlo Perucci
volume «Arena Sferisterio di Macerata 1967-1986. Origine e storia
della tradizione lirica. I primi dieci
anni» curato da Elisabetta Perucci e
Gianni Gualdoni, edito dalla Camera
di Commercio di Macerata, recentemente presentato al pubblico.
Elisabetta è figlia del direttore artistico Carlo Perucci, autore nel 1967
della riapertura dell’Arena e della sua
trasformazione in un vero e proprio
teatro all’aperto; insieme a Gianni,
figlio di Alberto Gualdoni direttore di
44Primapagina
Il convivio di fine stagione teatrale in palcoscenico (1982) .
A destra Gualdoni, di fronte Laura Zannini, Katia Lucarini,
Tino Turtura e Antonio Salvadori. (Archivio privato Gualdoni).
palcoscenico di quegli anni, ha dato
vita ad un volume splendido, in cui
i testi e le preziose foto degli archivi
di famiglia raccontano l’entusiasmo e
la laboriosità di un gruppo di lavoro
e la sinergia con un’amministrazione
sensibile come quella guidata da Elio
Ballesi.
Di questa memoria storica, della forza
dell’operazione di ripartenza portata
avanti da Perucci si erano dimenticate
le tracce, all’interno della fama di uno
spazio scenico ormai consolidato ed
affermato a livello mondiale.
Il primo volume (ne seguirà un altro
sul secondo decennio) racchiude i primi dieci anni della riapertura dell’arena, cominciando dall’instaurarsi della
tradizione della lirica a Macerata all’interno del Teatro Lauro Rossi - e
delle due dimenticate stagioni stagioni d’opera allo Sferisterio, nel 192122.
L’opera dell’architetto Ireneo Ale-
andri, usata nel passato per il gioco
della palla a bracciale, era divenuta
nel tempo anche sede di spettacoli
circensi, teatro, sfilate in costume storico, giostre cavalleresche, e perfino
incontri di boxe, corride o dell’immancabile calcio. Fra le iniziative di
rilievo due concerti di beneficenza del
generosissimo Beniamino Gigli.
Quando Perucci vide lo Sferisterio
abbandonato “come un ciclope addormentato” - racconta il libro - ne intuì le potenzialità come spazio scenico della lirica: l’acustica perfetta e la
distanza ravvicinata fra gli spettatori
e la scena, insolite per un teatro ma
di grande impatto emotivo, sono infatti ancor oggi le caratteristiche che
affascinano di più in questa struttura
unica al mondo.
La prefazione di Elisabetta Perucci
non lascia molto spazio ad altre parole di commento: lucida, precisa e
appassionata riunisce motivazioni di
Un convivio di fine
stagione teatrale in arena:
in primo piano le sarte,
sullo sfondo i tecnici di scena
(Archivio privato Gualdoni).
Il cast del Rigoletto del1974:
da sinistra Sherril Milles, Rosetta Pizzo,
Carlo Franci, Luciano Pavarotti, Antonio Zerbini
(Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti).
attualità e cultura
Il soprano Raina Kabaivanska
in una pausa delle prove
della Madama Butterfly (1972).
(Archivio Associazione Arena Sferisterio).
lavoro di ricerca sul passato che dovrebbero essere fatte proprie da direttori di altri spazi culturali in Italia,
famosi o meno conosciuti : “Affinché
questo patrimonio culturale, che appartiene a tutti coloro che amano il
Teatro, non vada disperso, ho sentito
il dovere di intraprendere, in buona
compagnia, questo percorso a ritroso
Corrida di tori allo Sferisterio, settembre 1923
(Biblioteca statale di Macerata)
nel tempo, consapevole che la memoria costituisce di per sé un valore che
ci proietta nel futuro sapendo di poggiare su solide radici, e nel contempo
rappresenta il giusto riconoscimento
verso quanti hanno lavorato con impegno e passione a quella che in origine sembrava solo un’utopia e che
si è poi concretizzata in una solida
realtà”.
All’interno di un racconto affascinante, che trasforma la ricostruzione
storico-scientifica in una narrazione
coinvolgente, riemergono i personaggi- da Mario Del Monaco a Luciano
Pavarotti, da Raina Kabaivanska a
Rudolf Nureyev - le scene vengono
dipinte come in un film (la giovane e
minuta soprano Rosetta Pizzo quasi
sollevata da terra dal baritono americano Milnes e dal direttore d’orchestra Franci durante gli applausi finali
del Rigoletto).
Soprattutto la scrittura fa rivivere
le emozioni, i silenzi e gli applausi,
nelle cronache dei giornali e attraverso le parole dei protagonisti, delle maestranze e dei giornalisti le cui
testimonianze sono state raccolte con
certosina caparbietà dai curatori del
volume. Straordinaria anche la ricerca d’archivio delle foto provenienti
dai fondi delle biblioteche maceratesi
e dagli archivi privati delle famiglie
Perucci e Gualdoni.
Il volume fornisce uno spessore storico al prestigio internazionale conquistato e tramanda le generazioni
future tante testimonianze
dei protagonisti. Si intrecciano nel racconto anche
fasi della storia d’Italia, vicende cittadine ed eventi di
tutti i generi, dal terremoto
di Ancona del 1972 alle immancabili piogge, compagne di vita dello Sferisterio
si aggiunge un altro valore che non
sfugge, soprattutto di questi tempi:
attraverso le immagini del volume si
vede un’Italia che ora è nascosta, sepolta sotto le macerie di valori crollati. In tal senso possono essere lette le
foto dei “convivi” di fine stagione di
tutti i collaboratori della grande catena di montaggio dell’”industria umana” dello Sferisterio, a volte tenutisi
sul palcoscenico dell’arena stessa. Le
immagini mostrano sarte, attrezzisti,
tecnici, artisti e gli stessi Perucci e
Gualdoni insieme agli amministratori: il cuore della laboriosità artistica e
artigianale di un’Italia che sa lavorare
al meglio, creare eventi eccellenti, ma
al contempo festeggiare insieme con
da duecento anni. Un capitolo curato
da Paola Ballesi amplia l’orizzonte
storico a tutta la città, testimoniando
come gli anni Sessanta e l’inizio dei
Settanta siano stati ricchi di avvenimenti artistici e di protagonisti nazionali e internazionali transitati in città,
con il lavoro di tessitura culturale di
Giorgio Cegna, che volle fortemente
l’istituzione di una Accademia Statale
di Belle Arti, e di Silvio Craia.
L’obbiettivo della Camera di Commercio -nelle parole del suo presidente Giuliano Bianchi - è stato quello di
far conoscere a tutti lo Sferisterio e i
suoi protagonisti.
Obbiettivo sicuramente centrato, cui
la semplicità da piccolo paese.
Oggi il rilievo internazionale e il valore artistico dello Sferisterio sono
oggi una ricchezza straordinaria per
Macerata e per il suo territorio ed un
dato ormai condiviso, che lo connota
come una delle eccellenze marchigiane. In questo contesto il volume
ricorda a tutti dello spirito pionieristico, della lungimiranza degli amministratori di quel tempo, delle modeste
risorse economiche che unite però a
grandi idee permisero di realizzare
ciò che sembrava irrealizzabile: portare lo Sferisterio nell’arco di pochi
anni nel novero dei grandi festival
internazionali.
primapagina45
attualità e cultura
di
Agnese Testadiferro
La vera storia
di Spadolini, ovvero Spadò
Ballerino, pittore,
restauratore, un genio
della nostra terra
Alberto Spadolini anni ‘40
L
e storie nate quasi per caso spingono a conoscerle meglio. Alla
mostra “Spadò: l’artista eclettico che
incantò l’Europa” allestita alla Mole
Vanvitelliana di Ancona, noto l’articolo determinativo che definisce con
46Primapagina
certezza e unicità il personaggio e l’elenco delle
arti, “danza, pittura, cinema, musica”. Come è possibile che
una sola persona riesca a sviluppare
quattro discipline che richiedono
tanto impegno, sacrificio, dedizione,
studio? Leggere la biografia di Alberto Spadolini (Ancona 1907 – Parigi 1972) lascia sorpresi e quasi increduli. Colpiscono la sua vitalità, la
spontaneità, l’equilibrio e il rapporto
con i suoi familiari che lo sapevano
solo pittore e restauratore. Il prediletto di D’Annunzio aveva spiccato
il volo in sordina e aveva tenuto per
sé successi e doti, condividendo solo
all’estero amori e clamore. Il nipote, Marco Travaglini, sei anni dopo
la sua morte, trovò in una soffitta di
una casa a Fermo, illuminato da un
fascio di luce, uno scatolone dal quale emerse un mondo nuovo e a lui
ignoto degli anni di inizio Novecento: per mezzo secolo i riflettori europei si erano accesi su Spadò tra cinema, teatri, cabaret, gallerie d’arte…
Solo allora, nel 1978, viene scoperto
il ruolo da protagonista di Alberto.
Spadò nacque nel 1907 ad Ancona, a
dodici anni divenne allievo del pittore del Vaticano Giambattista Conti e
a diciassette, apprendista scenografo,
accanto a De Chirico, Prampolini e
Marinetti, al Teatro degli Indipendenti di Roma, conobbe Gabriele
D’Annunzio. Nei suoi lavori riportava i luoghi dell’infanzia, le ballerine,
i danzatori nudi, le romantiche vie
parigine, i personaggi religiosi, gli
affetti: le sue opere sono in collezioni
private e pubbliche. Nel 1929 tentò
la fortuna in Francia, decorando la
Villa del Marchese della Conca in
Costa Azzurra. Quei tempi non sono
tanto lontani da quelli di oggi: senza
un lavoro fisso non si poteva restare.
Quando per Spadò le strade francesi
sembravano chiuse, D’Annunzio gli
diede un inaspettato e significativo
aiuto con tre buste: una lettera per il
romanziere Maurice Rostand, un’altra per Emilienne D’Alençon e una
terza con la considerevole somma
di quarantamila lire. All’inizio del
1932, mentre il pittore dipingeva le
scenografie in una stanza da ballo a
Villefranche sur mer, accadde l’incredibile. «L’Orchestra attaccò le
prime note della seconda Rapsodia
di Liszt… Spadolini, in pantaloni
bianchi e maglietta, si mise a ballare… presto, dal brusio si passò ad
un silenzio religioso. Fu un trionfo.
All’impresario che voleva immediatamente ingaggiarlo, Alberto rispose
divertito: ‘Ma non ho mai appreso a
ballare!’ ‘Che importa, voi farete ciò
che vorrete, non dovete occuparvi
d’altro!’ Non aveva né partitura, né
costume, così che debuttò vestito
d’un lenzuolo. Interpretò una danza antica e tutta la poesia greca si
materializzò nella sala in delirio».
Il 9 aprile dello stesso anno debuttò
attualità e cultura
come danzatore all’Eldorado di Nizza, e da lì anche nel Ballet Russe de
Monte Carlo in qualità di Premier
Danseur e nel Casino de Paris. Difficile non perdersi tra le molteplici
sfaccettature di questo “mitologico, mistico e funesto Spadolini”. In
quegli anni è considerato uno degli
stinguett, Tino Rossi, Charles
Trenet; lavorò con Josephine
Baker, Suzy Soliodor, Cécile Soren, Maurice Rostand,
Liane Daydé, Paul Colin,
Jeans Marais, Edith Piaf,
Catherine
Hessling,
Serge Lifar, Roberto
Rossellini; fu ammirato da Jeans Cocteau, Max Jacob, Hitler,
Felix Yussupov, Paul Vale-
Spadolini con Yvette de Marguerie
uomini più affascinanti d’Europa:
al termine di ogni spettacolo arrivano nel suo camerino i fiori di tante
ammiratrici. Dalle foto e dai video, il
suo fisico scolpito sembra una statua
vivente, tanto è perfetto, riprodotto
oggi egregiamente e a grandezza reale dallo scultore Massimo Ippoliti.
Rivedere Spadò ballerino, con un
essenziale costume, trasmette tutto
e il contrario di tutto: la sua fisicità
esplode in modo selvaggio, primitivo, personale, irripetibile. “Io ballo
come sento! Io non ballo mai due
volte la stessa danza, pur conservando la stessa coreografia, ascolto
l’emozione che mi dà la musica… È
la musica che scatena la mia danza.
L’orchestra non mi accompagna,
suona, e la mia danza ne diventa
l’immagine”. Regista di se stesso.
La sua armonia con il Boléro di
Ravel è entrata nella storia della
danza. Fece ingelosire Pablo Picasso, Jean Renoir, Walter Chiari; incantò Marlene Dietrich;
ebbe una lunga storia d’amore
con Yuette Marguerie; cantò
con Maurice Chevalier, Mi-
ry. E tanto è ancora da scoprire. Il
libro “Spadò, il danzatore nudo. La
vita segreta dell’eclettico artista” del
nipote professor Travaglini, docente
e giornalista, è solo l’ultimo degli
aggiornamenti.
Le citazioni sono dal libro “Spadò,
il danzatore nudo. La vita segreta
dell’eclettico artista Alberto Spadolini” di Marco Travaglini, anno 2012.
primapagina47
attualità e cultura
di
Annalisa Filonzi
L’altro Pascali.
Il rapporto degli artisti con la
televisione
“L
’altro Pascali” si intitola la mostra – svoltasi durante l’estate a Pesaro alla Fondazione Pescheria
Centro Arti Visive a cura di Ludovico Pratesi e Daniela
Ferraria – a sottolineare la differenza tra due mondi, quello
artistico e quello commerciale, che negli anni ‘60, ma non
solo, erano considerati del tutto separati. E così certamente
li considerava l’artista: lavoro provvisorio, quello di grafico e scenografo, in attesa di sfondare nel sistema dell’arte, consacrazione che avvenne con la mostra alla Galleria
L’Attico di Sargentini. Eppure oggi per gli artisti è una
condizione alquanto moderna quella di mescolare attività
produttive e ambienti espressivi differenti, in una multidisciplinarietà che non penalizza il percorso e l’identità
artistica. Per quanto riguarda Pino Pascali, i suoi disegni
e filmati per il cinema e la televisione sono stati già riletti
in rapporto alle sue opere artistiche in diverse importanti
mostre, presi quindi in considerazione, già da tempo, come
parte fondamentale della sua produzione artistica.
L’artista, prima di lavorare per la pubblicità, nella quale
sicuramente l’esigenza di vendere il prodotto condizionava in qualche modo la libertà creativa (anche se spesso la richiesta del committente era un punto di avvio per
la sperimentazione, come ad esempio nel video i Killers
per l’Algida, a cui continuò a lavorare anche dopo che fu
rifiutato perché considerato non appropriato), ha lavorato
per la televisione. In molti Paesi il rapporto degli artisti
con questo mezzo di comunicazione è spesso di critica e
opposizione. In Cina la videoarte nasce negli anni ’80 per
protesta contro l’informazione manipolata dal regime di
stato; in Russia le stesse avanguardie russe non trovano
la piena ammirazione come nel resto del mondo proprio
perché espressione di un momento storico da cui si vuole prendere le distanze; negli Stati Uniti Nam June Paik,
in quella che è considerata la prima mostra di videoarte,
disturba con le sue frequenze sonore proprio le trasmissioni televisive, monopolizzate da un’informazione troppo commerciale. Ma in Italia non è così. La televisione in
Italia è un’istituzione statale che non ha fini commerciali
48Primapagina
ma sociali. Nel 1952 Lucio Fontana insieme ad altri importanti artisti nel Manifesto Blanco ipotizza le possibilità
espressive del nuovo mezzo. I vertici Rai non sono manager alla presa con il conteggio dello share, ma intellettuali
che vengono dal mondo industriale, estremamente colto e
liberare. La cultura e la sperimentazione sono le vere protagoniste della televisione, che anzi si oppone anche alla
cultura predominante in Italia, gestita dagli intellettuali di
sinistra, con un metodo più libero e improntato alla ricerca.
È per questo che molti sono gli artisti e non i tecnici che
vengono chiamati nei primi tempi a far parte di questa avventura: non servono bravi esecutori, ma persone creative
capaci di dare forma ad idee nuove. Di questa squadra fa
parte anche Pino Pascali, assistente scenografo di Cesarini
da Senigallia, con il quale spesso si scontrava per le soluzioni troppo essenziali date alle scene.
Ma Pascali già era influenzato dalla corrente dell’Arte
Povera, il cui centro era Torino, anche se trovava nelle
sale di registrazione della Rai di Roma l’ambiente ideale
per le sue prime sperimentazioni. Da Torino e da Milano
venivano anche le influenze per le sue soluzioni grafiche,
come è evidente dalle opere esposte a Pesaro, del tutto
indipendenti dalle linee disneyane provenienti da oltreoceano. Gino Gavioli e Armando Testa erano i due grafici
pubblicitari a cui Pascali guardava come maestri, il primo
per le animazioni, il secondo per i disegni, come risulta
dalle sigle prodotte per la Rai – una ventina in tutto – e per
la pubblicità, in cui lavorò con Sandro Lodolo e Massimo
Saraceni, insieme ad una forte ricerca per i materiali e gli
stili che lo resero un grande artista nella sua pur breve vita.
Una complicità, questa tra artista e imprenditore, a cui oggi
bisognerebbe tornare per creare quell’innovazione e quello sviluppo di cui tutti parlano, ma a cui pochi credono.
attualità e cultura
di
Pamela Temperini
Ieri e oggi:
“Le Navi” di Cattolica
S
i affaccia sul mare e, dall’alto, il
colpo d’occhio è davvero notevole. Sembra di avvistare una flotta
navale in piena regola o spostando
di poco il punto focale un imponente
idrovolante. Magia dell’estro di un
valente architetto romano, Clemente
Busiri Vici, incaricato di progettare in
realtà una colonia marina a Cattolica,
in Emilia Romagna, per ospitare i figli
degli italiani residenti all’estero, e nel
contempo omaggio al futurismo e al
gusto dell’epoca, affamati di novità e
ribelli all’immobilità del passato. I cinque padiglioni della colonia “XXVIII
Ottobre”, inaugurati nel 1934 alla presenza del capo del Governo Benito
Mussolini, erano veramente unici nel
loro genere. I volumi della struttura,
monolitici, minimalisti, in cemento
armato, fissi nella loro statica compiutezza si aprivano alla suggestione
di un vigoroso dinamismo insito nella
stessa morfologia di ispirazione aereonavale ed in perfetta sintonia con
l’avvento della civiltà industriale e
della velocità, la nuova bellezza del
mondo moderno. Per anni la colonia
è stata la gioia di tanti piccoli marinai
che, vestiti di tutto punto, trascorrevano la giornata secondo le regole della
marina, dalla ginnastica del mattino
al saluto alla bandiera, e nella straordinarietà dell’esperienza realizzavano
il desiderio di conoscere la loro lontana madre patria. Tutto questo fino
agli anni Sessanta quando è prevalso
l’interesse economico e l’area del
complesso è stata lottizzata per la costruzione di alberghi ed appartamenti.
Salvata dalla totale distruzione grazie
ad una vera e propria levata di scudi da
parte di autorevoli architetti, la regione
Emilia Romagna si è fatta paladina di
un patrimonio artistico e culturale che
rischiava di scomparire, e affidandone
la gestione al Comune di Cattolica, ha
dato la possibilità di avviare i lavori di
recupero dell’area e del complesso che
per alcuni anni ha svolto la funzione
di “Centro Internazionale Giovani Le
Navi”, polo di vacanza per studenti
provenienti dall’estero. Il passo successivo si è concretizzato nel 2000 con
l’apertura al pubblico del Parco Tematico del Mare, all’interno del quale,
l’Acquario “Le Navi” è stato collocato
proprio negli edifici della vecchia colonia, restaurati e rigorosamente mantenuti nell’originario impianto architettonico. La responsabile dell’Ufficio
stampa, Roberta Bagli, tiene subito a
precisare che è questa la peculiarità
che lo rende unico in Italia: “L’Acquario di Cattolica si distingue dagli altri
presenti in Italia per la sua posizione
in una struttura di alto valore architettonico che è stata recuperata nel pieno
rispetto conservativo e tutta l’area in
cui ci troviamo è considerata patrimonio architettonico e culturale italiano
tutelato dalla Soprintendenza per i
Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna.” Girando per i quattro percorsi
tematici in cui si articola la struttura,
incontriamo all’inizio la vasca delle
lontre dalle piccole unghie orientali, i
più piccoli esemplari della loro specie
al mondo, animaletti tenerissimi che
vivono nelle zone paludose d’acqua
dolce di Bangladesh, India meridionale, Cina, e che purtroppo rischiano
l’estinzione come è segnalato dalla
Lista Rossa della IUCN, l’Unione
Internazionale per la Conservazione
della Natura. Roberta mi spiega che da
quando lei ed altri quindici soci hanno
preso in gestione l’Acquario, esattamente dal 2007, l’impegno di tutto il
team è stato di ospitare animali nati in
ambiente controllato, vale a dire non
prelevati dal loro ambiente naturale e
di collaborare sinergicamente con realtà impegnate a livello internazionale
per la salvaguardia e la conservazione
di specie in pericolo. Per questo mi in-
vita a firmare per il progetto Salva una
specie in pericolo e scopro con amarezza che gli animali a rischio sono
anche i pinguini di Humboldt del Perù
e del Cile, i caimani nani del Rio delle
Amazzoni, gli squali e le tartarughe.
Brigitte è lo squalo toro più grande
dell’Acquario e ha compiuto da poco
quindici anni. I suoi simili in mare
devono vedersela con il loro peggior
nemico, l’uomo, che non ha nessun
scrupolo nel praticare il finning, il taglio delle pinne e l’abbandono in mare
dell’animale con tutte le conseguenze
immaginabili. La tartaruga Feggy, della specie Caretta caretta, è fortunata
perché nell’Asilo delle Tartarughe
allestito nell’Acquario ha trovato la
possibilità di continuare a vivere dopo
che un’elica le aveva mutilato la mascella nelle acque di San Benedetto del
Tronto. Soccorsa e curata dalla Fondazione Cetacea onlus, ora è nutrita dal
personale dell’Asilo non essendo più
in grado di farlo da sola in mare. Con
oltre 3000 esemplari di 400 specie marine e terrestri, l’Acquario più grande
dell’Adriatico non è solo un preziosissimo archivio di un mondo spesso
sconosciuto eppure violato senza riserve, ma un luogo indispensabile per
la protezione ed il recupero di creature
vittime dell’uomo e del degrado e, non
meno importante, un esempio concreto di edutainment, la nuova frontiera
della formazione in cui l’aspetto cognitivo e quello ludico si combinano
all’interno di un affascinante percorso
formativo. Perché la conoscenza del
mare e dei suoi abitanti rappresenti un’esperienza davvero costruttiva
nelle nuove generazioni, l’Acquario
di Cattolica prevede anche bellissime
uscite in barca. A disposizione dei ragazzi è una motonave di oltre 20 metri
insieme con gli strumenti per la navigazione e la ricerca. A tale proposito
l’Acquario di Cattolica ha ottenuto il
Parksmania Awards 2010 dell’edutainment per il progetto “Laboratorio
in barca - un mare da scoprire” giudicato tra i più innovativi dell’anno.
primapagina49
Foto dall’ufficio stampa dell’Acquario “Le Navi” di Cattolica.
da colonia marina al più grande
Acquario dell’Adriatico
attualità e cultura
di
Maria Rita Tonti
Cosa è il LEMS che caratterizza
il Conservatorio di Pesaro
Eugenio Giordani
L
EMS. Dietro questa sigla misteriosa c’è il Laboratorio Elettronico di Musica Sperimentale che
ha sede presso il Conservatorio “G.
Rossini” di Pesaro. Il ‘deus ex machina’ - è proprio il caso di dirlo - è Eugenio Giordani, ingegnere elettronico
ma anche pianista, compositore e jazzista, titolare della cattedra di Musica
Elettronica dal 1981.
Quando ha scoperto la passione
per la musica elettronica?
Premetto che la mia formazione, caratterizzata da percorsi molto diversificati, rispecchia un modo di concepire la vita il più possibile inclusivo.
Ciò mi ha consentito di lavorare anche ai confini delle varie discipline e
di cogliere le diverse sensibilità che
in tali aree si possono individuare.
Quanto poi all’interesse per il suono
elettronico, ricordo che quando ero
adolescente, a metà degli anni ’60,
mi fu mostrato un sintetizzatore elettronico dal quale rimasi profondamente colpito. La passione poi è stata
alimentata dall’ascolto assiduo della
musica dei gruppi pop e rock che
all’epoca utilizzavano queste nuove
sonorità.
Lei ha avuto esperienze, sia come
ricercatore che come compositore,
anche all’estero, specie negli Stati
Uniti. Che cosa significa insegnare
e lavorare in Italia?
Colleghi americani che insegnano in
luoghi prestigiosi come la New York
University o in altri centri di ricerca
50Primapagina
e con i quali ho avuto modo di collaborare, mi hanno fatto capire che, nonostante la macroscopica differenza
di mezzi e strutture, in questi ultimi
vent’anni i ricercatori italiani godono
di grande considerazione negli Stati
Uniti. In Italia le difficoltà dovute a
politiche poco lungimiranti si fanno
sentire e gli sforzi da compiere per
stare al passo sono a volte enormi, se
non insuperabili. In ogni caso, l’insegnamento è una fonte inesauribile di
esperienza ma andrebbe valorizzata e
qualificata in modo più netto.
In 30 anni, in un ambito di lavoro
come il suo, sono cambiate molte
cose. Come ha vissuto questa evoluzione/rivoluzione?
Le cose sono cambiate su tutti i fronti
e questa velocità ci ha trovati più o
meno preparati ai nuovi scenari. Per
ciò che riguarda la mia attività, e mi
riferisco in particolare alle nuove tecnologie musicali, l’accelerazione è
stata impressionante. Questo fatto ha
imposto un costante aggiornamento e
un progressivo impegno nel trasferire
e integrare tali dinamiche all’interno
di una cornice culturale in modo da
riuscire ad equilibrare la modernità
dei mezzi e la consistenza dei contenuti.
In questo momento, grazie ad un
finanziamento della Regione Marche, è in corso una ‘ristrutturazione’ del Laboratorio di Musica Elettronica. In cosa consiste?
Si tratta di una sala attrezzata per lo
studio e la riproduzione del suono
spazializzato in tre dimensioni attraverso una tecnica molto sofisticata
multi-canale denominata Ambisonics. Il mio collega, ed ex allievo, David Monacchi ed io abbiamo creduto in questa possibilità e la Regione
Marche ci sta aiutando a realizzare
una infrastruttura che sarà la prima in
Italia e che è già stata oggetto di interesse da parte della trasmissione televisiva Super Quark. Questo progetto, una volta ultimato e operativo, ci
consentirà di aumentare notevolmen-
te il potenziale didattico e soprattutto
potrà aprire le porte a collaborazioni
con altre strutture private e pubbliche
come università, enti per lo spettacolo, istituti di ricerca.
Che ruolo ha il jazz nella sua attività musicale?
Il Jazz è per me il rapporto diretto
con la musica, la strada più immediata e vitale per connettere l’interno
e l’esterno. Penso di essere stato un
jazzista inconsapevole da sempre,
persino quando negli anni Sessanta
ero studente del Conservatorio, dove
suonare questo genere di musica era
quasi un ‘sacrilegio’. Oggi fortunatamente molti tabù sono stati infranti e
per diversi anni ho avuto il piacere e
la soddisfazione di collaborare come
docente nei corsi di Jazz del nostro
Istituto.
Come trascorre il tempo libero un
musicista così ‘impegnato’?
In famiglia. Mi piace cucinare e fare
qualche piccolo lavoro di restauro.
Una passione che vorrei coltivare di
più è l’aeromodellismo.
Un film ed un libro che, di recente,
l’hanno particolarmente interessata …
“Body and soul” di Michael Redford,
un film documentario sulla vita di
Michel Petrucciani, il grande pianista
jazz francese di origini italiane scomparso nel 1999. Per quanto riguarda
la lettura, ho apprezzato la lucidità
impietosa, il senso di umanità e il
rigore storico di Giorgio Bocca in
“Fratelli Coltelli 1943 - 2010. L’Italia
che ho conosciuto”.
Lei è un pesarese doc: che cosa apprezza di più della sua città e cosa
invece cambierebbe al più presto?
Pesaro mi piace perché è una città a
misura d’uomo. Vorrei tuttavia che il
centro storico fosse più aperto ai cittadini. Esistono molti spazi di grande
valore storico che non sono adeguatamente valorizzati. Credo che ci sia
bisogno di punti di riferimento, anche culturali, più stabili e meno occasionali.
attualità e cultura
di
Roberto Ceccarelli
Marche “a tutta birra”
con l’Alogastronomia
D
ue birrifici fanno già un distretto. Succede ad Apecchio dove
la presenza di due premiati produttori: Collesi e Amarcord, ha dato vita
alla mania per la birra artigianale,
tanto da catalizzare i giovani del luogo che si sono riuniti in associazione un anno fa. Complice l’interesse
verso la bevanda più bevuta al mondo, l’associazione “Apecchio Città
della birra”, presieduta da Massimo Cardellini, è riuscita a organizzare lo scorso settembre un evento
di portata nazionale e a coniare un
neologismo che è già di tendenza:
l’Alogastronomia, ossia il connubio
tra birra artigianale, il cibo di qualità
e il turismo.
In Italia, secondo Unionbirrai, esistono circa 400 microbirrifici e nelle
Marche i produttori attivi sono 16,
con un trend di crescita costante. Si
tratta di realtà che producono per lo
più sottoforma di aziende agricole
utilizzando orzo locale o dei cosiddetti brewpub, ossia pub o ristoranti che servono alla mescita la birra
prodotta in casa. Quantitativi ridotti,
ma che possono vantare un numero
crescente di estimatori. Durante il
Festival di Apecchio è stata anche
presentata l’Aloteca regionale “Le
Marche di Birra”, un’esposizione
permanente con tutte le etichette
prodotte in regione e si sono poste
le basi per l’avvio di un dialogo tra
produttori che dovrebbe portare alla
nascita di un consorzio o di un più
snella rete d’impresa che consenta
sinergie commerciali e di marketing.
Le etichette presenti in Aloteca sono
65 e provengono da ogni angolo della regione; la produzione di birra,
infatti, avviene omogeneamente sul
territorio: 4 i birrifici in provincia di
Pesaro Urbino, 3 in provincia di Ancona, 4 in provincia di Macerata, 2
in quella di Fermo e 3 in provincia di
Ascoli Piceno. Questo è, al momento, lo spaccato della realtà birricola
marchigiana che vede sul territorio
anche un maltificio consortile ad
Ancona, il COBI (in Italia ne esistono solo altri due: in Basilicata e
in Campania). L’Aloteca regionale
troverà ubicazione anche in futu-
Mappa dei birrifici marchigiani:
ti anni
In meno di ven i
n
i birrifici italia
sono passati
rocento.
da dieci a quatt o 16
n
Nelle Marche so cinque
ta
n
a
ss
e producono se hiuse
etichette racc
archigiana
nell’Aloteca m
di Apecchio.
ro a Palazzo Ubaldini di Apecchio,
all’interno di una sala permanente
che verrà appositamente allestita
con delle teche. L’esposizione verrà
poi riproposta anche in forma itinerante a livello nazionale e potrà
essere utilizzata come strumento di
promozione in occasione delle più
importanti fiere internazionali dedicate al food&beverage e al turismo.
Significativo anche il premio giornalistico intitolato a Franco Re,
grande esperto di birra recentemente
scomparso, che è stato assegnato a
Maurizio Maestrelli, giornalista e
opinion leader del settore.
“Un premio giornalistico legato
alla birra è senza dubbio una novità assoluta in Italia – ha dichiarato
Maurizio Maestrelli alla consegna
del premio - e credo che Apecchio
ne possa andare fiera. La produzione
artigianale è un fenomeno importante che si traduce in cultura del bere,
in opportunità di lavoro e in valorizzazione del territorio – ha continuato Maestrelli - l’Italia è sulla strada
già percorsa negli Stati Uniti, dove,
dimensioni a parte (i birrifici artigianali italiani non superano i 10mila
ettolitri l’anno, mentre per gli Usa
si parla di 7 milioni di ettolitri), il
tasso di crescita dei micro birrifici è
stato del 13% nel 2011. Una cavalcata esaltante che dura da parecchio
tempo e che ha tutte le chance per
attecchire, con le debite proporzioni,
anche qui da noi”.
La piazza d’Apecchio
e il Palazzo Ubaldini,
sede dell’Aloteca
primapagina51
TEATRANDO
di
Ilaria De Maximy
Festival Pergolesi Spontini 2012
Travestimento e trasformazione
F
Spontini per il Carnevale di Napoli
del 1800 e messa in scena forse unicamente in quell’occasione, fu considerata perduta (ad eccezione della
sola aria di Corallina” La mia lanterna magica”e del libretto di Giuseppe
Palomba) per oltre due secoli, fino a
quando nel 2006 ricomparve presso
la libreria antiquaria Lisa Cox di Exe-
52Primapagina
ter in Inghilterra! Grazie al Comune
di Mailati Spontini, alla Fondazione
della Cassa di risparmio di Fabriano e Cupramontana, il manoscritto
dell’opera fa ora parte del patrimonio del museo Spontini di Maiolati e,
dopo 212 anni torna alle scene al Festival Pergolesi Spontini . La vicenda intrecciata ma abbastanza banale,
si apre nell’atelier del pittore Don
Marzucco che, in presenza del vanesio servitore Nastagio e della buffa
nipote Olimpia, sta finendo il ritratto
di sua figlia Elena, da lui promessa
sposa al Dottor Filebo, ma innamorata dell’ortolano Nardullo; il Dottore
in realtà, è Doralbo, un imbroglione
interessato unicamente alla dote della
sua promessa e già precedentemente truffatore di Corallina, sorella di
Nardullo. I personaggi in scena sono,
come voluto dal regista Leo Mu-
scato, chiare parodie e maschere del
mondo contemporaneo: il padre è un
goffo boss continuamente inseguito
e venerato da maldestri e “tamarri”
scagnozzi, Nardullo l’ortolano compare in scena in salopette e con lunghi rasta cantando “Tengo l’erva tenerella”, Doralbo il finto dottore è la
caricatura pietosa del mago Otelma e
le tre donne sono tutte in vesti inadeguate al loro carattere, sopratutto Elena, troppo timida ed impacciata per il
suo vestito elegante e la sua collana
di perle. Benito Leonori alle scene e
Alessandro Verazzi alle luci hanno
dato vita all’ efficacissima idea della
scenografia trasparente: a sfondo della scena quasi vuota sul quale si muovono i personaggi, grazie a proiezioni
di immagini e giochi di luci, si sono
figurati diversi ambienti e divertenti situazioni parallele: nel finale del
Foto Binci
u nell’Agosto 2007 che il manoscritto de “La Fuga in Maschera” perfettamente conservato, arrivò
a Majolati nelle mani del filologo
Federico Agostinelli per essere esaminato: partitura scritta da Gaspare
TEATRANDO
di Nardullo (scritta per basso buffo
e in napoletano); più in difficoltà nel
primo atto Dionigi D’Ostuni nella
parte del medico e Filippo Morace.
Dal punto di vista musicale , la partitura è molto interessante, cambi di
tempo e di colore, parti solistiche dei
legni e dell’arpa, cadenze, modulazioni, pezzi concertati e utilizzo del
“crescendo” orchestrale, perfettamente resi da’ “ I Virtuosi Italiani”
diretti da Corrado Rovaris.
primo atto per esempio, nella scena
della seduta spiritica, sullo sfondo e
in trasparenza rispetto ai personaggi
in primo piano, tre comparse imitano con finti strumenti gli interventi
solistici di arpa, clarinetto, oboe e
corno. Il cast vocale è adeguato ed
omogeneo, sopratutto nei concertati.
Un plauso particolare al soprano andaluso Ruth Rosique (Elena), che si
distingue affrontando con bravura e
simpatia i passi di coloratura, e con
espressività i momenti lirici (l’aria
“Infedel fallace amante”); bene anche Alessandra Marianelli in Corallina e Clemente Daliotti nella parte
Al Teatro Comunale di Montecarotto è proseguito il Festival con “ la
Poesia di Metastasio” in cui Marina Comparato mezzosoprano di
grande bravura, accompagnata da
Gianni Fabbrini al pianoforte, ha
riscoperto pagine del castrato Girolamo Crescentini (Maestro di Isabella
Colbran- prima moglie di Gioachino Rossini), recentemente rinvenute
presso il Fondo Pitti della Biblioteca
del Conservatorio Cherubini di Firenze, affiancandole ad autori collegati
con il compositore, sia per lo stile di
scrittura che per i testi utilizzati, appunto di Metastasio. Abbiamo quindi
ascoltato arie e cantate di Crescentini,
Haydn, Beethoven, Schubert e Donizetti. Bellissima la serata conclusiva
nel centro storico di Maiolati Spontini, città natale di Gaspare Spontini,
in cui l’autore tornò poco prima della
sua morte e a cui lasciò gran parte dei
suoi averi per costruire la Casa di riposo, la Casa delle Fanciulle, giardini
e il Monte di pietà per i poveri di Jesi
e Maiolati. Una serata interamente
dedicata a “Gaspare”: dal pomeriggio
con il Gruppo Teatrale Baku alla riscoperta dell’epistolario, della famiglia, e della musica del compositore
di Maiolati, alla sera per “La romanza
francese all’epoca di Spontini” con la
sempre splendida Valeria Esposito,
al cui canto si intercalavano piacevoli
intermezzi recitati in cui compariva il
compositore. A chiusura, uno dei migliori trombettisti al mondo, Marco
Pierobon alla Chiesa di Santo Stefano con Paolo Oreni all’organo.
Importanti risultati per la Fondazione, che, con un pubblico sempre più
eterogeneo, nonostante i tagli dei finanziamenti, alla fine del Festival ha
ottenuto un incremento degli incassi
pari al 23% rispetto al preventivo.
Anche per questo, complimenti!
primapagina53
TEATRANDO
di
Ilaria De Maximy
“Nuovo” Auditorium per
la Sagra Malatestiana di Rimini
L
o scorso anno ci eravamo lasciati con l’ auspicio del Maestro Zubin Metha di avere a Rimini una nuova location, un nuovo
auditorium in grado di valorizzare
la qualità delle grandi orchestre
che vengono invitate alla Sagra
Malatestiana. Effettivamente, per
l’edizione di quest’anno i concerti
Ketevan Kemoklidze © foto A. Bofill
sono stati spostati in una nuova sala
all’interno del nuovo Palacongressi disegnato dall’architetto Volkin
Marg, bellissimo esternamente,
ma più adatto ad ospitare appunto
congressi che concerti. L’acustica è
solo leggermente migliorata, l’auditorium cosi com’è, non è adatto, lo
spazio è troppo dispersivo, e non si
54Primapagina
Nuovo Palacongressi di Rimini
tratta delle dimensioni dell’ambiente, bensì della quantità dei pannelli
di legno e riflettori acustici utilizzati, e di come sono stati sistemati. La
qualità delle orchestre, dei direttori
e dei solisti invitati, sono un unicum
nella zona; le serate ottengono grande partecipazione di pubblico (non
solo locale) e c’è quindi bisogno
di uno spazio adeguato e studiato
ad hoc per quella che a mio parere
è una manifestazione molto importante per il territorio.
Detto questo, sperando in un ulteriore miglioramento dell’acustica
per il prossimo anno, si è confermata come da aspettative, anche
per questa 63^ edizione, una grande qualità artistica. L’inaugurazione è toccata alla European Union
Youth Orchestra, compagine
orchestrale che riunisce i più talentuosi musicisti selezionati fra
i ventisette paesi dell’Unione Europea. Ospite acclamatissimo e
direttore stabile dal 1988 della più
antica orchestra russa, la Filarmonica di Sanpietroburgo (fondata
nel 1882), Yuri Temirkanov ha
incantato il pubblico proponendo,
di Rimskij-Korsakov, l’Ouverture
della Grande Pasqua Russa, brano
carico di melodie tradizionali della
liturgia ortodossa e dedicata a Mussorgskij e a Borodin, appartenenti,
insieme allo stesso Korsakov, al famoso “Gruppo dei Cinque” che dal
1860 volle dar vita ad una tradizione
Gaetano d’Espinosa
musicale russa distaccata dalle convenzioni accademiche occidentali.
Sempre dello stesso autore, il brano
successivo: “La leggenda della città
invisibile di Kitež”, in cui si fa riferimento al racconto secondo cui queYulianna Avdeeva
TEATRANDO
Coro e Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
sta città sarebbe sprofondata nelle
acque per sottrarsi all’invasione dei
tartari nel 1200. A seguire, la Cantata op.78 per mezzosoprano Coro e
Orchestra di Prokof’ev, tratta dalle
musiche che lo stesso autore scrisse
per il film di propaganda antinazista
“Aleksander Nevskij” di Eisenstein (1938) il tutto reso in modo a
dir poco splendido dall’orchestra,
dal Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e dalla solista
Ketevan Kemoklidze. Terza donna
dopo Halina Czerny-Stefanska (ex
aequo insieme a Bella Davidovic)
e Martha Argerich ad aver vinto il
concorso Chopin di Varsavia, Yulianna Avdeeva, classe 1985 e pianista dall’età di 5 anni, ha proposto
insieme all’Orchestra Nazionale
dell’Accademia di Santa Cecilia
diretta da Gaetano d’Espinosa,
il Concerto n.2 in Fa minore di
Fryderyk Chopin, una delle pagine
romantiche preferite dal pubblico,
concerto espressivo e virtuosistico
allo stesso tempo, carico di melodie
cantabili alternate nel secondo movimento da episodi più drammatici
e passionali che poi ritrovano la
leggerezza nell’ Allegro vivace finale. Nella stessa sera, un’attesissima
esecuzione della Settima Sinfonia
Il pianista Louis Lortie
Orchestra Filarmonica della Scala
di Ludwig Van Beethoven coinvolgente e ritmica, come la definì
Richard Wagner: «l’apoteosi della
danza: la danza nella sua suprema
essenza...».
Altro giovane prodigio del passato,
(fu solista con la Montreal Symphony a tredici anni e a sedici già vantava una tournée in Cina ed in India) il
grandissimo Louis Lortie, pianista
franco-canadese di grande maturità:
conosciuto per la propria originalità interpretativa, è rinomato per le
incisioni delle integrali di Brahms,
Schumann, Ravel, Beethoven, Listzt e Chopin...Per il pubblico della
Sagra Malatestiana, accompagnato
dall’Orchestra Filarmonica della
Scala diretta dal giovanissimo Andrea Battistoni, Lortie ha suonato
il Concerto n.2 op.83 per pianoforte
ed orchestra di Johannes Brahms,
in quattro movimenti, noto per essere uno dei concerti più difficili della
letteratura pianistica viste le numerose difficoltà tecniche e la scrittura
in continua tensione tra solista ed
orchestra. Molto coinvolgente la Filarmonica guidata dal gesto energico e straripante di Battistoni, anche
nella seconda parte del programma
con la Sinfonia n.2 in mi minore
op.27 di Sergej Rachmaninov.
Temirkanov © foto di Sasha Gusov
Andrea Battistoni
© foto Parenzan
Coro Accademia Nazionale di Santa Cecilia
© foto Musacchio-Ianniello
primapagina55
TEATRANDO
di
Ilaria De Maximy
Lirica di spessore al Pergolesi
debutti, personalità, talenti
in un cartellone apprezzato dal pubblico
P
urtroppo è all’insegna dell’incertezza che si apre la 45ª Stagione
Lirica del Teatro Pergolesi: numerosi
tagli ai fondi, una recita in meno per
ognuna delle tre opere proposte in
cartellone e una conferenza stampa
di presentazione in cui si ammettono
grandi difficoltà per il futuro.
La stagione, al via con I Puritani, ultima trionfale opera di Vincenzo Bellini, scritta nel 1835. La vicenda si
svolge a Plymouth in Inghilterra durante la guerra tra i fedeli agli Stuart
di Carlo I e i seguaci del puritano
Cromwell. Lord Gualtiero Valton,
puritano, acconsente a dare in sposa
al cavaliere Arturo, fedele del re, sua
figlia Elvira che in realtà già promise
in passato al capitano del suo esercito
56Primapagina
Sir Riccardo Forth.Arturo, poco prima delle nozze, scopre che Enrichetta, vedova del re è prigioniera e attende di essere giustiziata; aiutato da
Riccardo, speranzoso cosi di liberarsi
del rivale, fugge con lei per salvarla
e abbandona Elvira che per il dolore
impazzisce. Portata in salvo la regina, Arturo torna dalla sua amata e le
spiega le ragioni della sua fuga, ma
quest’ultima lo fa arrestare. Giunta la
notizia dell’amnistia proclamata da
Cromwell vincitore, la donna rinsavisce e sposa Arturo.
A Jesi è stata una serata di debutti,
a partire dal giovane direttore Giacomo Sagripanti che ha dato buona prova nel gestire un’opera molto
complessa con pochissime prove
d’assieme.
Tra gli interpreti un plauso particolare al tenore Yijie Shi che ha mostrato
grande sicurezza nell’interpretazione
di Arturo, morbido nell’emissione e
attento alle sfumature vocali, ha affrontato bene le difficoltà date dai numerosi sovracuti presenti nella parte.
Molto bene anche il baritono coreano
Julian Kim nel ruolo di Riccardo,
voce dal bellissimo timbro, bravo e
con la giusta espressività così come il
basso Luca Tittolo nella parte dello
zio Giorgio distintosi nel duetto con
Elvira e in “Cinta di fiori” nel II Atto.
“I Puritani”
Meno convincente l’Elvira di Maria
Aleida che, se pur ben proiettata nelle
note acute e giusta nelle agilità, trova
molte difficoltà nel registro centrale
di un ruolo che, come quello tenorile,
richiede vocalità più strutturate.
Seconda opera in programma Macbeth di Giuseppe Verdi, melodramma tratto dall’omonima tragedia di
Shakespeare, la cui prima rappresen-
Foto Binci
“I Puritani”
“I Puritani”
TEATRANDO
“Macbeth”
tazione fu a Firenze al piccolo Teatro della Pergola nel 1847. Il compositore, per quest’opera, si occupò
personalmente di tutte le esigenze di
rappresentazione, dalla scenografia
agli arredamenti fino alla regia e alla
preparazione dei cantanti: anticipò
con Macbeth un nuovo stile di canto
drammatico, più introspettivo, in cui
l’espressività vocale doveva prevalere sul belcanto: «i pezzi non si devono assolutamente cantare, bisogna
agirli e declamarli con una voce ben
cupa e velata: senza di ciò non vi può
essere effetto».
In partitura sono numerose le indicazioni di colore (addirittura si trova
un più che raro “ppppp”), registro e
vocalità come “sottovoce”, “vocesoffocata”, “parlando”; scrisse inoltre in una lettera che per il ruolo di
Lady Macbeth, desiderava un timbro
di voce aspro, diabolico, brutto e rauco. Solo a momenti è riuscita in ciò
Tiziana Caruso che ha tuttavia cantato con giusta intensità, incisività e
con una presenza scenica decisamente adatta al ruolo; belle articolazioni,
con alcune difficoltà nei trilli della
scena del brindisi e nel re bemolle a
conclusione dell’aria del sonnambulismo. Nel complesso una prova valida per una parte che richiede insieme
“Lucia di Lammermoor”
notevoli capacità tecniche, gran classe, personalità e talento interpretativo. Tra le voci maschili, Luca Salsi, baritono ben dotato e sicuro nel
personaggio di Macbeth, ha avuto
qualche carenza nelle articolazioni,
mentre Mirco Palazzi, debuttante
in Banco, tecnicamente a posto, non
ancora dotato della giusta ampiezza
vocale per il ruolo. Bene l’Orchestra
Filarmonica Marchigiana diretta da
Giampaolo Maria Bisanti, sebbene
in alcuni momenti, forse anche a causa della struttura della buca - troppo
aperta - siano mancati bilanciamento
sonoro e coesione con il palcoscenico. Ottimo consenso di pubblico per
la regia di Brockhaus che riprende
l’allestimento storico di Svoboda, e
in modo semplice ed efficace riesce
a rendere grandi effetti e giuste atmosfere come il gioco di specchi nella
scena del banchetto durante l’apparizione di Banco. Suggestiva la presenza delle streghe-acrobate sulle funi, e
ben riusciti gli effetti per la comparsa
degli spettri grazie anche alle luci di
Benito Leonori.
A concludere la stagione lirica, Lucia di Lammermoor di Donizetti
che vede il giovanissimo soprano
georgiano Sofia Mchedlishvili debuttare nella parte di Lucia: dotata
“Macbeth”
sicuramente di un bel timbro vocale, è stata a mio avviso scelta per un
ruolo che richiede molta più maturità
ed esperienza, sia a livello tecnico,
sia per quanto riguarda l’espressività
sulla scena. La bella voce è sicura negli acuti ma manca di spessore nelle
note centrali; molto apprezzata invece l’aria della pazzia con la cadenza
finale suonata dall’arpa anziché dal
flauto su trascrizione dello stesso direttore Matteo Beltrami. Qualche
perplessità per Gianluca Terranova,
fuori stile, con emissione discontinua
e fraseggio e legato poco efficaci, la
voce negli acuti resta in palcoscenico. Ottimo come da aspettative Julian Kim, curato, sicuro e di gran
classe. Infine, non convincono alcune scelte registiche che poco hanno a
che vedere con la scenografia di Svoboda, come la presenza di ballerine
scatenate in reggicalze e l’utilizzo di
costumi anni ‘20! Cala il sipario a
Jesi... con la speranza e l’auspicio di
maggiori e sopratutto positive certezze per il futuro.
“Lucia di Lammermoor”
primapagina57
attualità e TERRITORIO
“Codice P”
Atlante illustrato
del reale paesaggio
della Gioconda
Mondadori Electa D
opo quattro anni di ricerche Rosetta Borchia, pittrice e fotografa di paesaggi e Olivia Nesci, docente
di Geografia fisica presso l’Università di Urbino, hanno
dato alle stampe il risultato del loro lavoro scientifico: il
ritrovamento del reale paesaggio della Gioconda.
Olivia Nesci e Rosetta Borchia sono note come cacciatrici di paesaggi. La loro professione è iniziata nel 2007
con la scoperta nel Montefeltro di sette paesaggi riconducibili alle opere pittoriche di Piero della Francesca.
Della Gioconda si sa tutto e niente.
È il quadro più conosciuto ed enigmatico al mondo.
Ma ora il mistero è svelato. La donna ritratta è Pacifica Brandani, dama alla corte di Urbino, amante di
Giuliano de’ Medici e morta in giovane età. Giuliano,
commissionando l’opera a Leonardo, voleva così ricordarla al figlioletto avuto da lei, unico erede maschio
della casata. Alle spalle della dama, una veduta aerea
estesissima sull’antico Ducato di Urbino vista dalle
alture della Valmarecchia, oggi territorio appartenente
alle Marche, all’ Emilia Romagna e in parte alla Toscana. Questo perché, contemporaneamente alle ricerche
delle cacciatrici, lo storico romano Roberto Zapperi,
nel 2009 con il libro in
tedesco “Abschied von
Mona Lisa”, restituiva
sul serio la vera identità
al ritratto. Un’identità peraltro non nuova,
perché i più grandi storici di Leonardo (Andrè
Chastel e Carlo Pedretti) l’avevano già affermata fin dagli anni cinquanta, ma la loro teoria
mai era stata presa in
considerazione dai media. Mai avevano pensato di cercare lo sfondo della Gioconda le
due ricercatrici: troppo
conteso e già rinvenuto
altrove. Al contrario,
amano dire: “è Pacifica
Brandani che ci ha cercato… che c’è venuta
incontro”.
58Primapagina
Perché “CODICE P”?
Perché per entrare in quel Paesaggio e identificarlo, occorreva prima trovare la chiave con cui Leonardo l’aveva
secretato. La chiave si chiama COMPRESSIONE, un’elaborazione prospettica tecnicamente perfetta ma che modifica il paesaggio. La conferma è tra i codici di Leonardo
(codice Arundel, Royal Library -London), disegni preparatori del paesaggio che Rosetta Borchia e Olivia Nesci
hanno rinvenuto e mai prima d’ora riconosciuti.
Quando fece quei disegni Leonardo?
Due le possibili date:
-Nel 1502 quando, al seguito di Cesare Borgia, spaziavain quei territori nella veste di Soprintendente generale
alle fortificazioni militari.
-Nel 1516, durante un viaggio da Roma a Bologna, fatto
insieme a Giuliano de’ Medici e Papa Leone X.
Lasciata la Toscana, si imbocca la via Ariminensis e si
entra proprio dentro il paesaggio dipinto di Leonardo.
Rosetta Borchia e Olivia Nesci hanno ricostruito passo
passo il percorso creativo di Leonardo. Ne è nato così
questo atlante. Un paesaggio così esteso e complesso,
d’altra parte, poteva essere raccontato solo con immagini.
Ben 164 le tavole illustrate (foto aeree, immagini satellitari, panoramiche, schemi geomorfologici) che mettono a
confronto il paesaggio di Leonardo e quello di oggi. Questo per rendere partecipi sia il lettore sia l’appassionato di
questa grande, affascinante scoperta che certo non lascerà
insensibile il mondo dell’arte.
attualità e TERRITORIO
Il presepe vivente di
Potenza Picena
N
onostante il progressivo sfaldarsi della tradizione cristiana
con i suoi riferimenti, il presepe rimane ancora il simbolo più popolare del Natale in quanto rappresentazione visiva della scena descritta
dall’evangelista Luca al capitolo
secondo della sua opera: la nascita
di Gesù che viene adagiato in una
mangiatoia.
Tra le varie modalità di realizzazione del presepe la più coinvolgente, partecipativa e realistica è
sicuramente quella che lo rende
“vivente”, popolato di personaggi
che sono anche persone in carne
ed ossa, dove il visitatore si immedesima nella scena fino a riuscire a
diventare lui stesso attore protagonista. Questo passaggio “mistico”
era stato compreso da San Francesco che con la realizzazione del
primo presepe vivente, nel lontano
25 Dicembre 1223, ha iniziato una
tradizione che ormai da molti anni
si ripete nel periodo Natalizio presso il Convento dei Frati Minori di
Potenza Picena: anche quest’anno
nella Selva dei Frati si rivivranno i
momenti più salienti della natività.
Questa edizione avrà come punto di riferimento la fede cristiana
professata nel Credo,
in risposta al grande
avvenimento dell’Anno
della fede (11 ottobre 2012
– 24 novembre 2013) voluto dal
Papa Benedetto XVI, in occasione
del 50° anniversario dall’apertura del Concilio Vaticano II. Le 14
scene vengono interpretate da circa
220 figuranti lungo il percorso organizzato nei circa 20.000 mq. del
bosco del convento e le varie ambientazioni vengono rese suggestive e coinvolgenti dai numerosi pun-
ti luce, sistemati in modo strategico
per rendere perfetta la sintonia tra
pubblico e figuranti. Tra le iniziative marchigiane del periodo Natalizio, il Presepe Vivente di Potenza
Picena è sicuramente una delle più
conosciute ed apprezzate e ciò è dimostrato dalla grande affluenza di
pubblico durante le 3 rappresentazioni previste e dalla ormai ventennale esperienza del comitato organizzatore.
Ogni ambientazione ha un suo fascino e per facilitare l’immedesimazione del visitatore in quanto
rappresentato, sia dal punto di vista
scenico che religioso, vi sono specifici narratori, che con i loro racconti
riescono a far realmente vivere un
periodo del passato.
Allora… volete immergervi nel
suggestivo mondo dell’epoca della
nascita di Gesù? Venite a Potenza
Picena il 26-30 dicembre ed il 6
gennaio; per una serata sarete i protagonisti dell’evento che ha segnato
e diviso la storia.
primapagina59
attualità e TERRITORIO
di
Agnese Testadiferro
Albano Carrisi
“Io ci credo”
«I
n molti mi hanno chiesto quale sia il segreto del mio
successo. Ho proposto quello che cantavo senza cercare di diventare un guru o un profeta, senza la pretesa di
cambiare il mondo. È strano perché poi il successo non te
lo puoi procurare ragionando a tavolino, non è l’esito di un
progetto». A confidarsi è Al Bano Carrisi, che in occasione
dell’uscita del suo libro “Io ci credo – perché con la fede
non mi sono arreso mai”, è stato intervistato a Maiolati
Spontini (An), paese che ha dato i natali al compositore
Gaspare Spontini, dalla giornalista Beatrice Testadiferro.
Presentazione che ha seguito lo spettacolo “ParolEPotere”
con gli Onafifetti e Chiara Caimmi. Un’intervista scivolata via come una chiacchierata tra amici che si ascoltano
con interesse e nel frattempo rendono partecipi decine di
persone incuriosite sedute nella platea di un teatro. La vita
pubblica e privata di Al Bano è più o meno conosciuta grazie al lavoro incessante di paparazzi e giornalisti e l’idea
di un libro auto firmato di un personaggio del quale siamo
aggiornati quotidianamente non sempre è spiegabile. La
pubblicazione però svela molto di più di quello che una
foto in esclusiva su un giornale di gossip può trasmettere.
Già dal titolo si capisce il perché. Al Bano è notoriamente
un uomo di gran fede, una fede che è nata con lui: paragona i quarantacinque anni sulla cresta dell’onda, seppur tra
alti e bassi, a un immenso regalo e con questo libro vuole
testimoniare, senza salire in cattedra, le esperienze e le difficoltà superate grazie al suo credo. Momenti di crisi ce ne
60Primapagina
sono stati, perché “il cammino della fede non è semplice né
facile”, perché in tanti lo hanno fatto sentire “un colpevole,
un estraneo” per alcune vicende che si è trovato a vivere
come il divorzio che ha dovuto subire. Ammette di aver
commesso errori. L’umiltà e l’umanità che si percepiscono dalle sue parole sono disarmanti, ti aspetti una persona
piena di sé, la classica persona che una volta famosa non
tiene più i piedi per terra. «Quando incontro qualcuno che
ha cultura, quando incontro chi ha vissuto esperienze interessanti, non ho timore a ritornare ragazzino e a sedermi ad
ascoltare come se fossi dietro ad un banco di scuola». Chissà da dove proviene questo suo essere così. Sicuramente
dallo stretto legame che ha mantenuto con le sue origini,
con le tradizioni del suo paese. E poi dall’insegnamento
di suo padre Carmelo che lo ha portato ad «affrontare le
difficoltà con l’atteggiamento di chi non fa consistere tutto
se stesso nella riuscita, nel successo, nei soldi: sono altri i
valori che restano, sono altri i valori veri». Quando si inizia
a parlare delle origini, degli albori di una carriera, è difficile
fermarsi e allora ecco che arriva il punto di incontro tra
Maiolati, cuore delle Marche, e Cellino San Marco: ambedue terra di contadini dove, nonostante lo spopolamento
delle campagne, l’attaccamento alla terra e ai principi umani è ancora forte e una stretta di mano vale più di qualsiasi altro accordo. Intuisco che non è importante comparire
nella hit parade, ma cosa metti di te in quello che proponi: ecco perché ho sempre trovato qualcuno canticchiare le
sue canzoni. E capisco che il successo non è una questione
di numeri, ma «è condividere un modo d’essere, un modo
di fare, è essere in sintonia con la gente, con le persone,
con il popolo al quale appartieni. Molto spesso ti metti in
sintonia con la gente, ma è la gente a mettersi in sintonia
con te. Il successo è il popolo a dartelo e merita tutto il
rispetto possibile».
attualità e TERRITORIO
di
Giovanni Filosa
Sotto il segno
della Bilancia
“O
gni mattina saluto la mia bilancia salendovi e lei, sensibile come è nella sua natura, mi
ammicca sempre con lo stesso numero: centoventi! A essere sinceri
ho il sospetto che centoventi chilogrammi sia il suo limite massimo di
portata, ma questo vorrei continuare
ad ignorarlo”. Sulle note di copertina de “Sotto il segno della bilancia”, di Fabio De Nunzio e Vittorio
Graziosi, Aliberti Editore, questo
riferimento potrebbe far pensare
che il volume che si andrà a leggere
fra poco, considerato poi il nome riportato in copertina, cioè il “buon”
Fabio di “Striscia la notizia”, sia
infarcito di battute sferzanti, di ironia graffiante, di condanne sociali
di irregolarità palesi che hanno fatto diventare il nostro amico, negli
anni, un fustigatore attento dei nostri costumi e delle malefatte dello
stivale. Niente di tutto questo, il
duo De Nunzio - Graziosi, ripercorrendo la vita di Fabio, dall’infanzia
resa infelice dall’asma bronchiale, all’adolescenza fino al successo del mondo dello spettacolo, ci
presenta con leggerezza ma anche
con un velo di leggera malinconia,
quali problemi un uomo diciamo
“ingombrante”, per non dire obeso,
incontra nella sua quotidianità. C’è
tutto l’universo in cui Fabio ha vissuto sin da piccolo, ci sono le risate
sgangherate dei compagni di scuola,
c’è l’imbarazzo nel constatare come
la propria stazza crei cattiveria nel
mondo che ci circonda, senza però
riuscire a farsi scalfire dalla volontà
di vedere cosa c’è dietro l’angolo,
come il mondo funziona per vivere
meglio. Potrà sembrare un compendio ma, in realtà, è uno straordinario
piccolo romanzo fatto di quotidianità affrontate momento per momento, senza mai perdersi d’animo. Tutto viene ripreso dall’eco dei ricordi,
con un semplicità di narrazione che
fa dimenticare, per un momento,
quello che il libro si prefigge, tanto
che ci si immerge, senza problemi
di intendimento, nelle vicende di
vita di Fabio, sia quando supera i suoi gravi problemi di salute,
quando si innamora, i primi lavori
alla radio, dove era diventato una
“voce” straordinaria, amata e stimata, perché la “mia anima non aveva
peso”. Vero, stiamo in piena emergenza obesità ma ancora il mondo
non se ne è reso pienamente conto,
questa malattia sociale sta invadendo anche il nostro Paese, coinvolgendo tutte le fasce d’età, senza
distinzione si provenienza, nord o
sud, Lega o non Lega. Qual è la reale differenza fra felicità ed infelicità? La può dare un corpo “a sfera”
o bisogna prendere la vita “come il
gioco delle tre carte”? Fabio scopre
Il libro scritto
da Fabio De Nunzio
e Vittorio Graziosi,
per combattere,
ironicamente ma
non solo, l’obesità
il suo talento, ne fa di gavetta, poi
arriva, dopo chili di videocassette
spedite a ritta e manca, la chiamata,
insieme all’amico Mingo, a Striscia
la notizia. Lo vediamo muto ma il
suo mutismo, di fronte all’inchiesta
che l’amico svolge e che ribalta altarini e scopre retroscena, è quello
di chi stigmatizza, in silenzio, tutta
la bruttura della nostra società, che
non ha più parole ma solo sguardi
che tagliano come coltelli. Fabio,
alla fine, ha capito che non gli interesse “il perimetro del suo corpo”,
e vola, con tutto l’amore e l’affetto
che lo hanno fatto diventare un beniamino del piccolo schermo, verso
la sua straordinaria famiglia che lo
aspetta, in quella Puglia assolata fra
pianura e mare. Insieme al romanziere marchigiano Vittorio Graziosi, che lo ha preso per mano ed ha
ascoltato, facendoli suoi, tutti i racconti togliendogli la carta da regalo
e vestendoli di cellophane, Fabio ci
descrive un mondo visto da un osservatorio privilegiato, quello che
ha chi riesce a superare, col buon
umore e l’ironia, tutte le umiliazioni che sono, purtroppo, una costante
per un… sovrappeso che dentro al
mondo vuole vivere come tutti gli
altri.
primapagina61
attualità e TERRITORIO
di
Giovanni Filosa
“Crescere con Banca Marche”
CONCORSO DESTINATO AGLI ASPIRANTI IMPRENDITORI
CHE OTTENGONO UN FINANZIAMENTO DELLA LINEA
YOUSTARTUP!
Da sin.: Giorgio Giovannini, Lauro Costa, Luciano Goffi, Agostino Sebastiani.
C
on l’incontro di Roma del 9 ottobre si è chiuso il
giro di presentazione alla stampa ed alle Associazioni di Categoria dell’iniziativa YOUSTARTUP!.
Ricordiamo che il progetto Youstartup (finanziamento e
Concorso) è stato reso operativo dalla Banca ad aprile
con la volontà di mettere in campo risorse ed energie
per sostenere nuova imprenditorialità con la convinzione che proprio nei momenti di crisi è necessario sostenere lo sviluppo del territorio attraverso la nascita di
nuove imprese in grado di creare ricchezza ed occupazione.
Dal mese di aprile in cui è stato reso operativo tale progetto si sono tenuti incontri in ciascuna delle 5 province
delle Marche, a Perugia, Chieti e Bologna, con interessanti riscontri sugli organi di informazione e con una
partecipazione importante del mondo associativo.
A quello di Roma, cui si riferiscono le immagini, molto
partecipato e completato da incontri e colloqui mirati
con i responsabili delle Associazioni, hanno preso parte
anche il Presidente ed il Direttore Generale.
Il prodotto “YouStartup!” è una linea di finanziamenti
che attinge ad un plafond da 100 milioni di euro destinato a giovani “under 35”, donne ed ex lavoratori che
intendono avviare una nuova impresa. Sono finanziabili le imprese, di qualsiasi settore economico, costituite
da non più di 12 mesi (da non più di 36 mesi in caso
di imprese femminili) e le imprese che, nell’ambito di
un progetto di sviluppo aziendale, inseriscono nella
62Primapagina
compagine sociale soggetti che hanno perso il posto di
lavoro.
Per ottenere il finanziamento l’aspirante imprenditore
dovrà presentare un business plan per la cui predisposizione potrà avvalersi della collaborazione delle associazioni di categoria con cui Banca Marche ha stretto
un accordo.
I finanziamenti YouStartup! avranno la forma di prestiti chirografari con durata massima di 60 mesi e mutui
fondiari con durata massima di 180 mesi. Saranno finanziabili gli investimenti materiali, immateriali e fabbisogno di circolante, con importi variabili in base al
tipo di attività con tassi particolarmente vantaggiosi se
è presente la garanzia di un Confidi. L’imposta sostitutiva relativa all’importo finanziato è a carico di Banca
Marche.
A sostegno del Progetto la Banca ha lanciato il concorso “Crescere con Banca Marche”, riservato ai progetti
per i quali è stato erogato un finanziamento Youstartup
entro il 30.12.2012. Si tratta di un concorso che premia
il migliore business plan valutato da una commissione
composta da banchieri, imprenditori, giornalisti, rappresentanti delle istituzioni e docenti universitari sulla base dell’originalità dell’idea imprenditoriale, della
fattibilità economica e del curriculum dell’aspirante
imprenditore.
Saranno assegnati tre premi da 20mila euro ai primi
classificati delle categorie giovani under 35, lavoratori
e donne e altri sei premi da 3mila euro ai primi classificati dei settori moda e design, cibo e cucina, artigianato, turismo, information technology e new media.
Un progetto, in estrema sintesi, che giustifica a pieno lo
slogan di “banca del territorio”.
attualità e TERRITORIO
di
Roberto Bottoni
SEASONS 2013
i nuovi calendari
Banca Marche
1
Q
uesta sarà la 14^ edizione dei
calendari fotografici Banca
Marche. Una piccola raccolta antologica a più mani e da più occhi, con
spunti, gusti e stili diversi, come
diversi sono gli autori delle immagini. Quelle inquadrature, quegli
scorci, interpretati con soggettività
creativa, affiancheranno così per
un anno la sequenza delle date, con
frammenti visivi di paesaggi urbani
e naturalistici marchigiani, volutamente combinati e alternati, per
una più emblematica rappresentazione trasversale del territorio. Il
territorio è quindi il vero soggetto
protagonista, che ha smosso, nel
tempo, naturalmente anche scrittori
e fotografi, nell’intento descrittivo e nel
voler fissare indelebilmente un momento o una sensazione
sfuggente.
Osservatori-poeti e
sguardi di narratori
autorevoli. Oppure
solo di occasionali
viaggiatori, turisti
o gente di passaggio. Nobile senso
lirico o semplice
curiosità. Presenze
ricercate e ricorrenti o quasi casuali,
incidentali. Gli effetti non cambiano
molto. Le Marche,
quasi inevitabilmente, sono una
terra che lascia tracce anche nei frequentatori più disattenti.
Paesaggi vellutati e con inaspettate morbidezze cromatiche, oppure
scenari ruvidi e dalle aspre connotazioni. Commistioni di insediamenti e spazi liberi, ancora appartenenti alla natura, su cui i borghi
si sono appoggiati nei tempi, con le
loro storie dalle lunghe radici.
Su tutto scorrono le incessanti
mutazioni dei giorni e dei mesi, le
alternanze di luci e colori, come
filtri cangianti a mutare gli scenari
in infinite combinazioni, visive o
solo intimamente
percepite con più
sottili emozioni.
2
Una tavolozza garbata ma anche
fatta di anarchica imprevedibilità
trasgressiva, che si offre a chi sa
concedersi qualche attimo per saperla apprezzare.
Sono le Marche delle stagioni.
Gli autori delle foto in copertina:
1) Stefania Vecchioni
2) Gilberto Primucci
3) Giancarlo Alessandrini
4) Michele Baldassarri
4
3
primapagina63
PRODOTTI DI MARCA
di
Gianluca Grannò*
Io Risparmio Multiramo:
Le nuove polizze
di Banca Marche
I
n un contesto economico così
versatile ed in continuo mutamento, non è semplice scegliere
strumenti finanziari che contemplino obiettivi di rendimento e di
protezione del capitale. Per venire
incontro a questa duplice esigenza
dei risparmiatori in modo personalizzato in base al proprio profilo
di rischio, BancaMarche ha lanciato, nell’ambito dell’accordo
decennale siglato con Cardif per
il collocamento in esclusiva di polizze Vita, Danni e CPI (Creditor
Protection Insurance), le nuove
polizze “Io Risparmio Multiramo”. Sono prodotti che nascono
dall’esperienza di Cardif (polo
assicurativo del gruppo francese
Bnp Paribas) e dalla conoscenza
che la Banca possiede della propria
Clientela.
Tali polizze sono soluzioni di investimento particolarmente innovative,
che consentono di scegliere la combinazione ottimale tra l’obiettivo di
protezione del capitale e quello della
massimizzazione del rendimento.
Come indicato dalla stessa definizione, le “Multiramo” combinano
diverse tipologie di strumenti assicurativi di ramo I (Gestione Separata CAPITALVITA ) e di ramo III
(Fondi Unit Linked ), in base a percentuali diverse e in funzione delle
esigenze di investimento del Cliente.
Infatti il capitale investito nella Gestione Separata CAPITALVITA soddisfa l’esigenza di conservazione del
capitale, grazie anche al consolidamento dei rendimenti conseguiti; la
parte di capitale investito nei Fondi
Unit consente di sfruttare al meglio
le opportunità favorevoli offerte dai
mercati.
“Io Risparmio Multiramo” può essere sottoscritta nella versione a
premio unico o a premi ricorrenti.
Inoltre, per chi investe importanti
somme di denaro, è prevista una versione a premio unico “Io Risparmio
- Multiramo Private”, che offre una
più ampia scelta e diversificazione
nell’ambito dei fondi Unit linked selezionabili. Le polizze “Io Risparmio
Multiramo” si caratterizzano per la
massima flessibilità: consentono in
qualsiasi momento di spostare i propri risparmi tra le diverse soluzioni
offerte, cercando nuove opportunità
di crescita e protezione; permettono
anche la gestione dei versamenti in
totale libertà. Inoltre, nell’ottica di
guardare sempre con particolare attenzione alle esigenze della Clientela, le polizze “Io Risparmio Multiramo” possono essere riscattate (già
dopo un mese dalla sottoscrizione)
senza nessuna spesa aggiuntiva.
Da sempre cerchiamo di servire
al meglio il territorio…
Allora, rilassati! Ai tuoi risparmi
ci pensa BancaMarche.
64Primapagina
*Servizio Marketing
PRODOTTI DI MARCA
di
Marina Argalìa*
“Niente può fermarci”:
un film per Banca Marche
“Q
uattro ragazzi, considerati “non autosufficienti”
perché affetti da sindromi particolari, sono stati depositati in clinica per permettere alle loro famiglie
di andare in ferie. Ma ora, insieme, si sentono forti, e
decidono di “evadere” alla volta di Ibiza, verso la vacanza della loro vita. Architettano un elaborato piano di
fuga, che va storto dall’inizio alla fine. Dopo aver fallito miseramente nel tentativo di fermare i fuggiaschi, il
proprietario della clinica convoca i genitori dei ragazzi
per affidare a loro il compito di risolvere la faccenda”.
Questo è solo un assaggio della trama del Film sponsorizzato da BancaMarche “Niente può fermarci”
di Luigi Cecinelli e Ivan Silvestrini con Gerard De-
*Servizio Marketing
pardieu ed un cast italiano di fama come Vincenzo
Salemme, Serena Autieri e Gianmarco Tognazzi. Il
Film, che uscirà la prossima primavera, è prodotto da
Claudio Zamarion della Angelika Vision e coprodotto e
distribuito in Italia da RAI Cinema.
In realtà trattasi di un operazione di Product Placement
in cui si pianifica il posizionamento di un marchio e/o
di un prodotto all’interno delle scene di un film. Questo
strumento di comunicazione, relativamente nuovo per
l’Italia, può essere attuato attraverso diverse tipologie
di placement ma quella più efficace, più potente e coerente con la sua natura, è appunto quello “integrato”
che si differenzia dalla pubblicità perchè il prodotto si
integra all’interno del film diventando parte della trama.
Solo pochi minuti per riprendere Serena Autieri in qualità di dirigente di BancaMarche nei locali della Direzione Generale, mentre sta gestendo una riunione con
i suoi collaboratori e una scena presso una filiale dove
verrà inquadrato il nostro bancomat e la nostra ON
CARD.
L’idea si è legata in pochi giorni con l’intenzione della banca di ampliare i classici canali di comunicazione
cogliendo l’opportunità che veniva presentata da un
film girato principalmente nelle Marche. Un’occasione
quasi unica di combinare il sostegno al territorio con
l’efficacia della comunicazione cinematografica in un
connubio vincente e che ci ha portato, con questo film,
ad esplorare nuovi contesti di valore.
Non perdetevi questo film soprattutto perché
BancaMarche aMa l’arte e il cinema!
primapagina65
PRODOTTI DI MARCA
di
Filippo Cantarini*
Banca Marche
vincitrice del premio AIFIn
“Banca e Territorio” 2012
con il progetto “School Game”
B
ancaMarche ha vinto il premio
AIFIn (Associazione Italiana
Financial Innovation) come migliore Banca territoriale del 2012 nella categoria “Iniziative a sostegno
dell’educazione, istruzione e formazione”. Il riconoscimento è stato
assegnato da AIFIn al progetto
“School Game”, un gioco a quiz ad
eliminatoria diretta rivolto agli studenti delle classi quinte delle Scuole
secondarie superiori. L’iniziativa,
patrocinata dalla Provincia di Ancona, ha coinvolto 21 Scuole della
Provincia, con 2.000 studenti di 92
classi che hanno partecipato a 24
gare. Gli studenti dovevano rispondere a domande di cultura generale,
di educazione finanziaria e del loro
programma di studi. Le varie gare
si sono svolte nelle sedi delle Scuole aderenti, mentre BancaMarche,
in qualità di main sponsor, oltre ad
aver partecipato attivamente alla
definizione delle domande a contenuto finanziario, ha ospitato la finale, vinta dalla classe V D del Liceo
Scientifico “Savoia - Benincasa”
di Ancona che si è aggiudicata il
trofeo BancaMarche. In occasione
della gare sono stati inoltre consegnati premi simbolici e simpatici
gadget. L’iniziativa ha avuto un’alta visibilità mediatica garantita dal
social network Facebook nonché
dall’omonima trasmissione televisiva in onda tutti i giorni su TVRS,
per 150 puntate complessive.
La giuria di AIFIn, nell’assegnare il
premio, ha particolarmente apprezzato l’originalità dell’iniziativa di
educazione finanziaria diretta al
segmento giovani come strumento
di responsabilità sociale d’impresa. L’iniziativa, infatti, ha coinvolto
in modo attivo gli studenti, associando il divertimento all’apprendimento in un connubio molto efficace.
66Primapagina
Filippo Cantarini e Marina Argalìa ritirano il 1° premio da Sergio Spaccavento presidente di AIFIn
Per BancaMarche “School Game” è
lo strumento giusto per creare sinergia con le altre iniziative di educazione finanziaria, valorizzando i vari
corsi organizzati dalla stessa con il
Consorzio PattiChiari. BancaMarche, infatti, ha realizzato in questi
anni varie iniziative di educazione
finanziaria dirette al segmento giovani al fine di sostenere la crescita
della cultura finanziaria nella convinzione che un cittadino meglio
informato è più consapevole e soddisfatto delle sue scelte finanziarie e
della sua Banca. Per questo motivo,
la seconda edizione che si chiamerà
“High School Game” avrà l’obiettivo di coinvolgere tutte le Marche.
BancaMarche si è inoltre classificata al secondo posto nella categoria “Iniziative a tutela e protezione
dell’ambiente” per l’adesione a
“Porta la sporta”, una campagna
a favore dell’utilizzo dei sacchetti
multiuso per la spesa di tutti i giorni.
Il primo posto nella categoria “Iniziative a sostegno dell’educazione,
istruzione e formazione” e il secondo posto nella categoria “Iniziative
a tutela e protezione dell’ambiente”
hanno permesso a BancaMarche di ottenere il secondo posto,
ex aequo con Cariparma, nella
classifica del premio speciale AIFIn “Banca Territoriale dell’anno
2012”.
Il premio “Banca e Territorio”, giunto alla sesta edizione, fornisce un’indicazione qualitativa di come le singole Banche interpretano il concetto
di responsabilità sociale d’impresa.
BancaMarche si è quindi confermata a livello nazionale, per la sesta
volta su sei edizioni del premio AIFIn, ai vertici delle Banche territoriali nell’ambito della responsabilità
sociale d’impresa, anche considerando che l’edizione 2012 ha visto
la partecipazione di 19 Banche con
58 progetti a valere su 6 diverse categorie.
Questi premi dimostrano ancora
una volta quanto BancaMarche
contribuisca concretamente alla
crescita della cultura finanziaria
della società e allo sviluppo sostenibile del proprio territorio.
*Servizio Marketing
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