ne Buo e Fest Gennaio 2013 n.62 Primapagina Luciano Goffi: BancaMarche per l’efficienza Focus Gestioni a sostegno dello sviluppo Il quarto mandato di Drudi Periodico di informazione, attualità e cultura di BancaMarche In bici sulla Linea Gotica Mazzucco, vi racconto “Limbo” Il mondo fiabesco di Trubbiani sommario FOCUS L’abbassamento dei dazi da parte della Russia, opportunità per le PMI italiane .................... 5 A COLLOQUIO CON BancaMarche: un’impresa con grande responsabilità sociale di Mauro Bignami.................... 6 Focus Gestioni a sostegno dello sviluppo del territorio di Giovanni Filosa............................. 8 Il quarto mandato di Drudi di Simona Spagnoli..................................................................... 10 Per conoscere le radici della nostra storia e della nostra identità di Giovanni Filosa............ 12 Siamo o non siamo ciò che mangiamo? di Piergiorgio Memè............................................... 14 L’unico museo al mondo dei bozzetti per i film di Paola Stefanucci..................................... 16 Chi dà l’anima… al disegno animato? di Federica Grilli...................................................... 18 “In bicicletta sulla Linea Gotica” di Giulia Pieretti............................................................... 20 A colloquio con Melania G. Mazzucco: vi racconto il mio “Limbo” di Chiara Giacobelli................................................................... 22 Michelle Nouri, la ragazza di Baghdad, si racconta in una chiacchierata a cuore aperto di Agnese Testadiferro.................................. 24 ATTUALITÀ E CULTURA Il mio Pantheon Personale (2a puntata) di Alberto Sensini..................................................... 26 Trubbiani e il suo fiabesco mondo delle cose di Paolo Biagetti............................................. 28 Il restauro del Colosseo di Carmen del Vando Blanco........................................................... 30 Corrado Cagli, alla ricerca dell’arte primitiva di Andrea Carnevali...................................... 32 La natura rivelata di Anselmo Bucci di Michele De Luca...................................................... 34 Fano e le sue mille antiche testimonianze di Sergio Rinaldi Tufi........................................... 36 Allegra Corbo di Francesca Pieroni....................................................................................... 38 L’informazione ha nuovi scenari di Lella Mazzoli.................................................................. 40 Il Romanico nelle Marche....................................................................................................... 41 Un maestro dello sguardo di Lorenzo Verdolini....................................................................... 42 Le radici dell’eccellenza di Lucia Cataldo............................................................................. 44 La vera storia di Spadolini, ovvero Spadò di Agnese Testadiferro..............................................46 L’altro Pascali. Il rapporto degli artisti con la televisione di Annalisa Filonzi....................... 48 Ieri e oggi: “Le Navi” di Cattolica di Pamela Temperini....................................................... 49 Cosa è il LEMS che caratterizza il Conservatorio di Pesaro di Maria Rita Tonti.................. 50 Marche “a tutta birra” con l’Alogastronomia di Roberto Ceccarelli...................................... 51 TEATRANDO Festival Pergolesi Spontini 2012 Travestimento e trasformazione di Ilaria De Maximy....... 52 “Nuovo” Auditorium per la Sagra Malatestiana di Rimini di Ilaria De Maximy................... 54 Lirica di spessore al Pergolesi di Ilaria De Maximy............................................................... 56 ATTUALITà E TERRITORIO “Codice P” Atlante illustrato del reale paesaggio della Gioconda.......................................... 58 Il presepe vivente di Potenza Picena....................................................................................... 59 Albano Carrisi “Io ci credo” di Agnese Testadiferro.............................................................. 60 Sotto il segno della Bilancia di Giovanni Filosa.................................................................... 61 “Crescere con Banca Marche” di Giovanni Filosa................................................................. 62 Seasons 2013 i nuovi calendari di Banca Marche di Roberto Bottoni.................................... 63 PRODOTTI DI MARCA Io Risparmio Multiramo: Le nuove polizze di Banca Marche di Gianluca Grannò.............. 64 “Niente può fermarci”: un film per Banca Marche di Marina Argalìa................................... 65 Banca Marche vincitrice del premio AIFIn “Banca e Territorio” 2012 con il progetto “School Game” di Filippo Cantarini.............................................................. 66 primapagina3 primapagina ne Buo e Fest Gennaio 2013 n.62 Primapagina Periodico di informazione, attualità e cultura di BancaMarche BANCA DELLE MARCHE S.p.A. Sede sociale Via Ludovico Menicucci 4/6, Ancona Luciano Goffi: BancaMarche per l’efficienza Focus Gestioni a sostegno dello sviluppo Il quarto mandato di Drudi In bici sulla Linea Gotica Mazzucco, vi racconto “Limbo” Il mondo fiabesco di Trubbiani Direzione generale Centro direzionale Fontedamo, Via Alessandro Ghislieri 6, Jesi Capitale sociale: 662.756.698,76 Banca dal 1841 40.000 azionisti circa 312 filiali 3.120 dipendenti Direttore generale Luciano Goffi Vicedirettore generale Pier Franco Giorgi Leonardo Cavicchia Armando Palmieri @ Mandate alla redazione i vostri commenti e suggerimenti. CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Presidente Lauro Costa Vicepresidenti Michele Giuseppe Ambrosini (vicario) Federico Tardioli Primapagina Anno XVI n. 62 - Gennaio 2013 Direzione Via Ghislieri, 6 - Jesi (An) Direttore Responsabile Giovanni Filosa Redazione Via Ghislieri, 6 - Jesi (An) tel. 0731/539608, fax 0731/539654 e-mail [email protected] Editore Tecnostampa S.r.l. Progetto grafico advcreativi Stampa Tecnostampa S.r.l. - Recanati Sped. abb. post. - art. 2, comma 20/B legge 662/96 - Filiale di Ancona Aut. Trib. di Ancona n. 25/96 del 25/9/96 Componenti Pietro Alessandrini Giuliano Bianchi Alfredo Checchetto Emanuela Scavolini Francesco Maria Cesarini Roberto Civalleri Federico Valentini Giuseppe Grassano COLLEGIO SINDACALE Presidente Pietro Paccapelo Componenti effettivi Alberto Landi Massimo Felicissimo Componenti supplenti Paolo Balestieri Lodovico Valentini focus L’ abbassamento dei dazi conseguente all’ingresso della Russia nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) “potrà offrire nuove possibilità per gli investitori, e in particolar modo per piccole e medie imprese che sono molto importanti per il sistema economico di Italia e Russia”. A dirlo è Natela Shengelia, presidente della rappresentanza commerciale della Federazione Russa in Italia, durate il suo intervento al convegno “Possibilità di ulteriori vantaggi nei rapporti commerciali fra Italia e Russia dopo il suo ingresso nel Wto”. All’incontro, organizzato da BancaMarche e dal Consolato onorario della federazione Russa di Ancona, hanno partecipato oltre 200 imprenditori proveniente da tutto il centro Italia. La Shengelia ha ricordato che “l’Italia è un partner commerciale strategico per la Russia. Per quanto riguarda l’interscambio commer- Natela Shengelia durante il convegno ciale con la Russia è il terzo Paese dell’Unione Europea e il quinto partner a livello mondiale”. L’adesione della federazione Russa al Wto “determinerà un aumento della crescita economica russa compreso fra l’1 e il 3%, mentre nel lungo periodo – continua la Shengelia l’incremento potrebbe anche raggiungere l’11%. La Commissione Europea calcola un risparmio sui dazi all’import di circa 2,5 miliardi di euro e un aumento delle esportazioni dall’Unione Europea verso la Russia pari a 3,9 miliardi”. Fra i vantaggi di cui potranno approfittare gli imprenditori italiani per esportare in Russia ci sono la crescente stabilità del quadro normativo per il commercio, la crescita di fiducia reciproca tra gli investitori, la riduzione delle barriere amministrative ed i cambiamenti della politica tariffaria”, con un graduale abbassamento dei dazi doganali. “In media la riduzione dei dazi dogana- li per i prodotti industriali sarà pari al 3%, mentre per quelli agricoli del 4,4%. Circa il 30 % degli attuali dazi subiranno l’abbassamento non oltre i 5 punti percentuali. Per gli articoli i cui dazi saranno ridotti dal 7% a oltre 10% è previsto un periodo transitorio tra 5 e 7 anni”. Sul tema è intervenuto anche Armando Ginesi, console onorario della Russia, che ha ricordato come l’ingresso della Russia nel Wto rappresenti “un evento di straordinaria importanza, che non mancherà di giovare alle relazioni fra la Russia e le imprese di questo territorio”. Sulle prospettive delle aziende del territorio, soprattutto le Pmi, ha parlato il presidente di BancaMarche, Lauro Costa, sottolineando che “la cosa più sensata che un imprenditore possa fare in questo momento, data la crisi dei consumi in Italia, è di andarsi a guadagnare uno spazio sui mercati esteri”. Natela Shengelia con il presidente Costa primapagina5 Foto Cristian Ballarini L’abbassamento dei dazi da parte della Russia grazie al suo ingresso nel WTO rappresenta un’opportunità di nuovo business per le PMI italiane A COLLOQUIO CON di Mauro Bignami Intervista a Luciano Goffi, DIRETTORE GENERALE “A bbiamo inserito un altro tassello nella storia di BancaMarche. Il Consiglio d’amministrazione ha fatto una scelta forte nel segno della continuità, della voglia dell’Istituto di essere banca del territorio e del suo futuro sviluppo, per dare una risposta alle richieste delle imprese e delle famiglie.” Così, lapidario e concreto, Lauro Costa, presidente di BancaMarche, ha spiegato la nomina a direttore generale di Luciano Goffi: “l’uomo con cui vogliamo uscire dalle secche dell’emergenza”. Luciano Goffi, jesino, per 38 anni alla Banca Popolare di Ancona, in cui negli ultimi dieci anni ha ricoperto la stessa carica, nel corso della sua carriera ha mostrato una grande conoscenza di tutto il sistema produttivo regionale “e ciò gli ha per- 6Primapagina messo di essere sempre vicino alle esigenze degli imprenditori, interpretandone le esigenze e rafforzandone la capacità di intraprendere.” È il commento molto positivo di Confindustria Marche, alla notizia dell’insediamento di Goffi sulla poltrona di DG di BancaMarche. Pertanto, la sua capacità di dialogo con le organizzazioni è un atout molto importante e “un buon segnale per la nostra economia.” Anche Primapagina ha voluto scoprire qualcosa del nuovo direttore generale e lo fa con questa intervista. Anzitutto complimenti per il suo nuovo incarico, prestigioso e di soddisfazione ma certo non facile: come si sente su quella poltrona? Per un direttore generale marchigiano guidare BancaMarche rappresenta un grande onore e un approdo professionale molto stimolante. Mi sono avvicinato a questo incarico con grande rispetto e con la piena consapevolezza dell’alta responsabilità che esso comporta e delle complessità che l’attuale momento economico ci sta ponendo davanti. Mi sento di esprimere profonda gratitudine per la fiducia che mi è stata manifestata dal Presidente e dall’intero Consiglio di amministrazione, dalle Fondazioni socie, ma anche dal personale e da molti imprenditori e clienti. Manifestazioni di sostegno che mi impegnano ancor di più a svolgere con assiduità e coraggio il mio lavoro. Al di là dei problemi di liquidità, le banche appaiono attraversare un momento assai critico per la loro stessa sopravvivenza: come sta BancaMarche? Le Banche italiane, pur essendo immuni dalle degenerazioni della finanza internazionale, soffrono delle conseguenze dell’avversione da parte dei mercati verso il rischio Italia, per cui non possono approvvigionarsi come un tempo sul mercato della raccolta istituzionale e, al momento, possono attingere solo alla BCE. Inoltre, il sistema deve fare i conti con ricavi in flessione e rischi di credito mai così alti. BancaMarche vive in tale contesto e, come tutti, deve gestire tali complessità. Il suo impegno è reso ancor più gravoso dalla necessità di non venir meno al ruolo di banca del territorio e il suo intento è di non far mancare il proprio sostegno alle famiglie e alle imprese orientate al futuro. Come ha trovato BancaMarche dal punto di vista del personale? La Banca ha un ottimo capitale umano, un personale mediamente giovane, con un’età media di circa 42 anni e una componente femminile superiore al 50 per cento. Ho percepito un forte legame delle donne e degli uomini di BancaMarche all’azienda e ai suoi valori e un diffuso impegno a lavorare per consolidare il ruolo dell’istituto, la sua autonomia, la sua stabilità nel tempo. Quindi, nessuna cura… wdimagrante? Le sfide che ci troviamo a gestire Foto Cristian Ballarini BancaMarche: un’impresa con grande responsabilità sociale A COLLOQUIO CON impongono a tutti una grande capacità di puntare all’efficienza, al miglioramento della produttività, alla riduzione dei costi. Si tratta di sforzi che anche noi dobbiamo fare, attraverso scelte organizzative che consentano di concentrare le energie sulle attività a maggior valore, semplificando i processi, utilizzando di più l’attenzione verso il cliente. Non parlerei quindi di cure dimagranti, ma di un impegno al miglioramento continuo della capacità di generare valore per tutti gli stakeholder, compreso il personale. Qual è la situazione delle imprese, vista dal suo osservatorio? Le imprese marchigiane – soprattutto quelle legate a logiche di distretto ormai superate – stanno profondamente soffrendo i cambiamenti strutturali della nostra economia. Stanno invece reagendo bene quelle capaci di rivolgersi ai mercati esteri. E le altre? Per evitare di soccombere sotto la spinta della competizione internazionale e della bassa dinamica della domanda interna, devono rapidamente immettersi sulla via dell’innovazione e, se troppo piccole e sole, dell’aggregazione. Sempre più voci lamentano la revoca di fidi: si può fare credito superando le maglie strette dei vari Basilea, in favore dell’occupazione e dello sviluppo? Pur nel rispetto delle norme di sana e prudente gestione, il sistema bancario deve riuscire a valutare più efficacemente i fattori qualitativi dell’impresa, bilanciandoli con quelli legati ai soli numeri. Per far ripartire gli investimenti e lo sviluppo, è essenziale essere capaci di allocare efficacemente il credito verso le imprese potenzialmente capaci di tornare a crescere. Quindi, è possibile costruire un certo equilibrio tra norme e condizioni di accesso al credito, non solo per le imprese? È sicuramente possibile a due condizioni: che noi diventiamo più bravi a valutare il capitale intangibile delle imprese e le loro capacità strategiche e che gli imprenditori siano disponibili a un dialogo trasparente con la banca e a impegnarsi in progetti di investimento intelligenti e sostenibili. Quanto alle famiglie, che sono uno dei principali target della nostra Banca, la nostra volontà a sostenerle si deve coniugare con la loro capacità di assumere impegni coerenti con le reali possibilità di reddito. Quali le scelte che un istituto di credito attento al territorio come BancaMarche potrà fare per garantire iniziative a sostegno delle imprese e, di conseguenza, delle nuove generazioni? Siamo in una fase in cui dobbiamo essere pronti nel costante dialogo con l’imprenditore, stimolarne la capacità progettuale e accompagnarlo verso scelte di rilancio competitivo. Purtroppo, una quantità elevata delle risorse, della nostra banca come di tutto il sistema creditizio, sono immobilizzate in un settore in forte stallo: quello delle costruzioni. Quindi… …da un lato si impone un approccio professionale e innovativo nel gestire tale comparto, al contempo dobbiamo indirizzare ogni sforzo per rilanciare la manifattura e il turismo, leve irrinunciabili per il futuro di un’economia come quella italiana. Dunque, volontà di sostenere il territorio… Tra BancaMarche e il suo territorio c’è un connubio indissolubile che deve essere preservato e rafforzato nel tempo. Quello bancario è un mondo concorrenziale come quello delle imprese? La concorrenza è un valore sia tra le imprese sia nel mondo del credito. In una fase come questa le banche devono saper coniugare la normale logica competitiva con una forte propensione a collaborare tra loro per affrontare le numerose situazioni che possono essere meglio gestite con approcci equilibrati e condivisi. La vostra buona capacità di generare raccolta si scontra con la concorrenza e con il fatto che i vostri impieghi superano l’ammontare della raccolta: che fare? BancaMarche è forte quando riesce a mantenere saldo il rapporto con il suo territorio, con i suoi 550 mila clienti, con i suoi soci. È forte quan- do ritrova a pieno la sua missione, che è di essere la banca delle famiglie e della piccole-medie imprese. È forte quando lavora affinché gli investimenti che finanzia creino occupazione e benessere sul territorio. È questa la BancaMarche che può riequilibrare i suoi indici strutturali, generare i giusti livelli di reddito, la giusta soddisfazione per gli stakeholder. Ed è questo che BancaMarche intende fare nei prossimi anni. Quindi, possiamo stare tranquilli? Viviamo in un tempo in cui la tranquillità ce la dobbiamo conquistare giorno per giorno. BancaMarche ha le risorse umane, organizzative e patrimoniali per continuare a essere un attore insostituibile per lo sviluppo della Marche e delle regioni limitrofe. primapagina7 A COLLOQUIO CON di Giovanni Filosa Ce ne parla il presidente Brusciotti F ocus Gestioni SGR S.p.A. è una società di gestione del risparmio del Gruppo Banca delle Marche nata nel 1999 con l’obiettivo di sostenere la crescita e lo sviluppo del territorio marchigiano (e più in generale del centro Italia). Con la costituzione del fondo di private equity “Focus Impresa”, Focus ha investito oltre 15 mln di Euro in piccole e medie imprese (anche di carattere innovativo). Sulla scorta di questa esperienza la società ha intrapreso un percorso di sviluppo con la creazione di un secondo fondo di private equity e nel settore immobiliare con l’istituzione di un fondo di edilizia sociale, Focus Edilizia Sostenibile del Territorio (Focus EST). Incontriamo il Presidente, il Prof. Bruno Brusciotti, tra i promotori di questa iniziativa e da sempre sostenitore del valore dell’attività svolta da Focus SGR per il sostegno dell’economia del territorio di riferimento. Presidente Brusciotti, come intende Focus sostenere il processo di sviluppo del proprio territorio di riferimento? Continuando a fare al meglio il percorso intrapreso con il Fondo “Focus Impresa” grazie al quale 5 società localizzate tra Marche, Abruzzo ed Emilia Romagna, alcune di carattere fortemente innovativo concentrate nei settori delle biotecnologie e dei dispositivi medici, hanno potuto avere accesso a risorse complessive per oltre 15 milioni a titolo di capitale per la realizzazione dei propri piani di crescita. Ci aspettiamo di 8Primapagina dismettere le partecipazioni ancora in portafoglio entro i prossimi 24 mesi con un ritorno consistente sul capitale investito.Un bel risultato se si pensa al periodo in cui sono stati effettuati gli investimenti e alle restrizioni al credito che lo hanno accompagnato. Si tratta di una iniziativa isolata? No. È già stato istituito un secondo fondo di private equity denominato “Focus Impresa II” che intende replicare su scala più ampia l’esperienza di “Focus Impresa”. In questo momento di grave crisi e di penuria di risorse raccogliere capitale di rischio da investire nelle imprese rappresenta un valido sostegno al nostro sistema imprenditoriale. Un partner finanziario esperto e non invasivo può rappresentare lo strumento migliore per dare risposta alla sottocapitalizzazione di troppe pmi, per gestire il delicato ricambio generazionale mettendo ordine nell’assetto proprietario e per dare la spinta alla crescita delle start-up più innovative e promettenti (utilizzando anche le novità del “decreto sviluppo” del Governo). Chi saranno i sottoscrittori di questo Fondo? E la sua politica di investimento? Stiamo operando per coinvolgere nell’iniziativa il maggior numero di soggetti del territorio, dalle banche alle associazioni industriali e di categoria. Sono in corso contatti con il Fondo Italiano Investimenti (FII) di Cassa Depositi e Prestiti con l’obiettivo di accedere al co-finanziamento. Ad oggi abbiamo sottoscrizioni per circa 25 milioni di Euro. Sono inoltre in atto contatti in avanzato stato di maturazione, con investitori istituzionali anche esteri che si sono dimostrati fortemente interessati a sostenere la nostra iniziativa. Focus Impresa II investirà prevalentemente nel centro Italia (con un’attenzione particolare sulla regione Marche), in PMI con un fatturato compreso tra i 10 ed i 100 mln di Euro. Effettuerà interventi di minoranza qualificata, prevalentemente in operazioni di expansion capital, di importo medio compreso tra 3 e 7 milioni di Euro e con un orizzonte temporale di riferimento compreso tra 4 e 6 anni. L’interesse dimostrato da parte di soggetti esterni al mondo bancario per la nostra iniziativa rappresenta un ulteriore apprezzamento per l’attività svolta e per il nostro track record. Quali sono le vostre imprese target? Innanzitutto imprese sane e ben gestite che hanno intrapreso, o intendono intraprendere, percorsi di sviluppo e di crescita che necessitano di capitali di rischio. Ci tengo però a precisare che Focus non intende in alcun modo sostituirsi all’imprenditore, bensì accompagnarlo lungo tutto il percorso sostenendolo, oltre che con risorse finanziarie, con le capacità e le relazioni che un investitore finanziario può apportare. E nel comparto immobiliare? Si tratta di un comparto e di un’esperienza completamente nuova per Focus che è stata autorizzata da Banca Italia ad operare nel settore immobiliare nel febbraio 2011. Ad oggi è’ stato istituito il Fondo “Focus E.S.T. Foto Cristian Ballarini Focus Gestioni a sostegno dello sviluppo del territorio A COLLOQUIO CON – Edilizia Sostenibile del Territorio” che ha selezionato investimenti prevalentemente nelle Regioni Marche ed Umbria (ma si pensa di replicare lo stesso modello anche ad altre regioni) per la realizzazione di oltre 200 alloggi sociali, da immettere sul mercato tramite graduatorie sia in locazione a canone moderato, sia con meccanismo di riscatto, sempre agevolato. Hanno già dato l’adesione vincolante e definitiva alla sottoscrizione di quote del Fondo sia CDPI Investimenti SGR S.p.A. per conto del FIA con 24 milioni di Euro, sia alcune fondazioni bancarie marchigiane, oltre a privati, in prevalenza primarie imprese di costruzione marchigiane ed umbre. Si tratta ora di completare gli adempimenti piuttosto complessi che sono propri del settore immobiliare (specie in Italia) per poter dare il via all’operatività del Fondo. Nella “pipeline” attuale dei Fondi Immobiliari sono in corso di definizione, le procedure per la costituzione di Fondi di investimenti commerciali (retail), di investimenti strumentali in genere e, ma si tratta ancora di una ipotesi di studio, meccanismi per assistere attraverso Fondi Immobiliari gli enti locali nell’ottica della più volte annunciata dismissione del patrimonio immobiliare pubblico. Da ultimo è emersa l’opportunità di costituire fondi di asset bancari dedicati a immobili e crediti garantiti da ipoteche immobiliari sulla (una prima iniziativa è stata avviata da Polis SGR. Il mondo bancario è fortemente interessato ad uno strumento innovativo in grado di intervenire in un settore in grave crisi come quello dell’edilizia anche per decongestionare il rischio di credito. Un piano di sviluppo senz’altro ambizioso... Senza dubbio si tratta di un’attività molto intensa, portata avanti con grande impegno da un esiguo gruppo giovane particolarmente motivato e di riconosciuta alta professionalità. Le difficoltà dell’economia che si riflettono anche nella nostra Regione, dilatano i tempi di realizzazione dei molti progetti pronti all’avvio. Il Consiglio di Amministrazione ed io con esso siamo confidenti che la bontà delle iniziative e la credibilità del team porteranno presto a risultati interessanti. Non dimentichiamo di avere alle spalle come azionista che ci sostiene la prima banca delle Marche e uno fra i principali gruppi bancari italiani. primapagina9 A COLLOQUIO CON di Simona Spagnoli Il quarto mandato di Drudi L a Camera di Commercio di Pesaro-Urbino ha rinnovato i propri vertici. Con una votazione bulgara, il Consiglio camerale ha posto il sigillo sulla riconferma di Alberto Drudi nella carica di presidente fino al 2017. Nato a Fano, due matrimoni e due figli, Andrea (23 anni) e Daniele (30), un lungo apprendistato prima nelle file della Fgic e poi nell’associazionismo artigiano, Drudi è al quarto mandato quinquennale consecutivo: come lui ha fatto solo Carlo Sangalli a Milano. Il nuovo incarico si va a sovrapporre alla presidenza di Unioncamere Marche che Drudi porterà avanti fino alla scadenza naturale del prossimo dicembre. “Per me è il 10Primapagina riconoscimento di anni di lavoro e di sacrifici” sottolinea il presidente ricevendoci nel suo austero studio di Corso XI Settembre, pieno di targhe e riconoscimenti raccolti in tutto il mondo. “Insieme al Consiglio mi sono trovato ad affrontare situazioni complesse in un clima non sempre favorevole - prosegue Drudi. Ricordo la pioggia di critiche che mi investirono durante le prime missioni in Russia e in Cina. Oggi tutti sono pronti a darmi ragione perché nell’economia globalizzata solo le imprese che hanno saputo sviluppare rapporti con i mercati esteri sono in grado di competere”. Personaggio controverso, il presidentissimo è da sempre al centro di dispute di segno opposto. Per i suoi detrattori è l’emblema di un certo gattopardismo italico, fedele al principio del “che tutto cambi, purché non cambi nulla”. Lui fa spallucce, dichiarando che “le capacità individuali prescindono dal dato anagrafico”. Chi invece lo apprezza (e lo vota) gli riconosce una capacità pressoché unica di garantire l’armonia all’interno dell’ente, facendo da collante tra le istanze dell’universo camerale che raggruppa realtà diverse, dalle banche alle associazioni di categoria fino al mondo dell’agricoltura. Sarà per questo che il suo manifesto programmatico include proposte multiformi: dal sostegno al credito per le pic- Foto Luca Toni Un riconoscimenti di anni di lavoro, dice il Presidente della Camera di Commercio di Pesaro – Urbino A COLLOQUIO CON cole e medie imprese, ai nuovi progetti per i centri storici; il turismo e l’internazionalizzazione; la valorizzazione dell’artigianato e le infrastrutture. Fino all’ipotesi di interramento della tratta ferroviaria Pesaro-Fano che corre parallela alla spiaggia. “Non è un sogno - obietta Drudi leggendo un segno di stupore negli occhi di chi lo intervista. Bisogna solo superare lo scetticismo diffuso che si respira quando si dà inizio ad un’opera complicata. E poi crederci. Io penso che se Pesaro è capace di fare squadra, allora può portare a casa qualsiasi risultato”. Tra tanti progetti, ce n’è uno che sta dando tanti grattacapi al presidente, quello di Fiere delle Marche: il socio privato, l’imprenditore riminese Mario Formica, resterà? “Se Formica rispetta gli accordi, pagando la sua quota anche quando ci sono debiti, non vedo ostacoli per rimanere al nostro fianco - risponde Drudi irrigidendosi un pò. In questo periodo il sistema fieristico marchigiano soffre come soffrono le imprese, ma non bisogna dimenticare che Campanara, da sola, porta un indotto 25-30 milioni di euro annui. Finora il socio privato non mi pare che abbia ribaltato la situazione portando nuove manifestazioni, a parte Futura Energy”. Ma Drudi è già proiettato verso il lavoro dei prossimi cinque anni. “L’Africa sarà la nuova Cina, una parte del futuro si svolgerà là. E noi dovremo esserci con i nostri progetti e i consorzi di aziende, trasformando la debolezza della piccola impresa nella forza per affrontare le sfide dei mercati”. E lei, fra cinque anni, cosa farà? “Ho tante conoscenze in giro per il mondo, mi piacerebbe coltivarle di più – risponde allungando lo sguardo fuori dalla finestra. Ma non sono io a decidere, è sempre stato il mondo camerale a farlo per me”. Che si prepari un Drudi- quinquies? primapagina11 A COLLOQUIO CON di Giovanni Filosa Per conoscere le radici della nostra storia e della nostra identità Viaggio attraverso un’associazione che coniuga arte, storia, religione ggi si parla sempre più diffusamente di Medio Oriente. E non solo per i refoli di guerra e pace che da quelle parti provengono, assordanti. Si studiano e si approfondiscono i messaggi che le radici, non solo cristiane, di questo bacino importantissimo per le politiche mondiali, mandano. Un recente viaggio, compiuto nello Stato di Israele ed in Giordania, ha avuto la possibilità di sciogliere molti dubbi, di trovare nuove verità e di apprezzare quello che le fedi, insieme alle religioni (tutte) ed alle culture che le animano, possono proporre. Abbiamo avuto una serie di incontri con realtà che abbiamo Moschea Al Aqsa di Gerusalemme 12Primapagina scoperto essere differenti da come ci vengono presentate generalmente da una gran parte dei media - il che non ci fa ovviamente “parteggiare” per qualcuno piuttosto che per qualcun altro - ma che sono serviti a valutare e ad aprire gli occhi sulle vicende che oggi toccano territori che sono ricchi, certo, di spiritualità ma anche di testimonianze sociali, oltre che culturali, che si perdono fra le pagine degli antichi testi. “Ai tuoi occhi il deserto, una distesa di segatura”, diceva De André ne “La buona novella”, ed è vero, qui lo spazio della terra sembra non avere soluzioni di continuità con il tempo che passa, col Foto Giovanni Filosa O Cratere di Ramon La sorgente del fiume Giordano vento che spira e cancella le tracce. Ci sono gli insediamenti israeliani, che sono nelle città, attenzione, non in mezzo al deserto, ci sono i palestinesi che sono diventati, per gli occidentali, quasi simboli di morte, distrutti da una stampa forse troppo distratta, mentre della loro sofferenza in pochi parlano, altrimenti rischi di passare per anti israeliano. Storie collettive in un terra che, comunque, non è e non sarà mai “normale”, come ce la presentano. È difficile cambiare quella realtà che abbiamo toccato con mano, in un “giro” che non voleva creare amici o nemici ma voleva fare solo riflettere. E conoscere. Guida di questa avventura è stato Francesco Mattiocco, un medico romano che trova, nelle culture arcaiche dei popoli, l’essenza per conoscere il passato e, soprattutto, tenere saldi i principi che ci animano. È presidente dell’Associazione “Areopago” di Roma e gli abbiamo chiesto di presentarci brevemente gli scopi che la animano. “L’Associazione, dice Mattiocco, ha lo scopo di promuovere la conoscenza della nostra storia ed identità, tenendo in considerazione che l’Europa ed il Mediterraneo sono due realtà geografiche interconnesse, che hanno sempre intrattenuto tra loro relazioni e scambi sotto ogni aspetto: culturale, storico, religioso. Ha come finalità principale quella di conoscere le radici cristiane dell’Europa e del bacino del Mediterraneo attraverso l’arte, le vie di pellegrinaggio ed i luoghi di culto, promuovere la sua attività attraverso conferenze, convegni, viaggi, visite guidate, attività editoriali. L’esperienza dalla quale è nata l’Associazione (il 12 gennaio 2004) inizia con la promozione che facevo nel mio ambiente di lavoro dell’esperienza di pellegrinaggi e viaggi culturali negli anni ’90. A tutto bisogna fare una premessa: il mio personale incontro con l’esperienza del pellegrinaggio nel lontano ’89 a Lourdes. Pensai che fosse un’esperienza isolata ma non fu così perché mi lasciai travolgere dall’aspetto spirituale, sociale e di volontariato e, non per ultimo, dall’aspetto culturale. Proprio quest’ultimo che era fatto di un confronto con tante persone che vivevano percorsi religiosi indipendenti, mi fece capire l’importanza e la grande opportunità che offriva questa esperienza. Allora maturò l’idea di un’Associazione che potesse promuovere in modo più stabile queste iniziative e tenere in collegamento le tante persone che facevano questa esperien- za. Il nome AREOPAGO fu scelto perché quel luogo, nell’Atene classica, fu dove San Paolo incontrò i filosofi greci e avviò con loro un confronto e diede vita ad un metodo ancora oggi estremamente attuale. L’associazione svolge i suoi compiti con itinerari che portino a scoprire il patrimonio storico, artistico e spirituale dei paesi che si visitano; cercando di cogliere in ognuno le proprie specificità. Per quanto riguarda l’Europa, abbiamo focalizzato le vie di pellegrinaggio che, come una grande ragnatela, attraversano il continente e hanno permesso nei secoli l’incontro dei popoli e lo scambio culturale. Una zona che sicuramente sentiamo di far conoscere è il Medio Oriente, nonostante le avversità politiche, perché riteniamo che rappresentino, insieme alla Grecia e all’Egitto, una grande mezza luna della nostra civiltà. Tra i tanti viaggi fatti mi piace ricordare quello del giugno 2012 in Israele e Giordania dove la conoscenza dei luoghi santi cristiani si è mescolata con la storia e la cultura locale. Penso alla visita dei siti nabatei (Petra e Avdat), l’epoca bizantina con i famosi mosaici di Madaba, l’esperienza del deserto e quella delle sorgenti del Giordano a Banijas sulle alture del Golan. Masada e Mar Morto Deserto fra Giordania e stato d’Israele primapagina13 A COLLOQUIO CON di Piergiorgio Memè Siamo o non siamo ciò che mangiamo? augurabile conferenza, vedrete che la definizione di uomo di spettacolo è tutt’altro che ironica e licenziosa. il Dott. Mariani sa coniugare informazioni ed interesse come pochi sanno fare. Riesce ad esporre concetti impervi con chiarezza estrema accompagnando il tutto con una gestualità corporea ed un dinamismo che ne fa un affabulatore instancabile che trascina ed entusiasma anche la platea più ritrosa . Davanti a questo “ mago” della comunicazione noi intervistatori siamo partiti con una domanda d’assaggio. I ncontrare per un’intervista chiarificatrice il Dottor Mauro Mario Mariani può significare imboccare una strada alla cui fine ci si accorge che lo stile di vita che da anni abbiamo intrapreso non è quello giusto e che, se ancora in tempo, dobbiamo invertire la rotta, pena, la qualità della vita stessa. Il Dottor Mariani si è laureato presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, specializzandosi in Angiologia Medica. Oggi, è un uomo affermato che vanta un curriculum incredibile che si accompagna alla giusta popolarità che ne deriva ma ciò che più con14Primapagina ta il Dott. 3M (Mauro Mario Mariani), non ha perso la sua dimensione di marchigiano dove l’autoironia, il pragmatismo e il senso della tradizione si mescolano per formare una miscela che genera subito una corrente di simpatia. La nostra rivista lo ha incontrato in una delle sue tante conferenze (stavolta a Jesi, presso la Sala del Lampadario del Circolo Cittadino) e prima che iniziasse il suo “One man show”, perché tali sono le conferenze di Mariani, lo abbiamo intervistato velocemente. Se i nostri lettori avranno l’occasione di vedere una sua prossima quanto Dottor Mariani, se è vero che noi siamo ciò che mangiamo, come stiamo messi oggi? Siamo messi molto male. Il mio impegno in questo senso è proprio rivolto ai ragazzi. Alcuni anni fa, in un congresso negli Stati Uniti, è emersa questa tesi che la generazione che aveva almeno venti anni nel terzo millennio, sarebbe stata la prima generazione che nel mondo occidentale avrebbe vissuto meno tempo dei propri genitori. Noi marchigiani siamo la prima regione in Italia e in Europa ad avere una aspettativa di vita più lunga e qualitativamente migliore. Tutto questo grazie alla nostra maniera di alimentarci. La famosa dieta mediterranea prevede questi alimenti base: frutta di stagione, verdura, legumi, olio extravergine di oliva , qualche formaggio magro e carne di pollame. Anche qui, la legge delle 3M scatta implacabile (Mangiare Mediterraneo è Meglio). Questa deve essere la nostra maniera di alimentarci, quella tanto per intenderci, che ha permesso ai nostri vecchi marchigiani di diventare tali in buona salute. Anni fa intervistai nonna Santina, un’eccellenza in fatto di età che abitava in un paesino sui monti Sibillini, alla mia domanda come avesse fatto a raggiungere la veneranda età di 112 anni in buona Foto Cristian Ballarini Ce lo spiega il nutrizionista Mauro Mario Mariani A COLLOQUIO CON salute, mi rispose “Ho sempre mangiato fagioli, insalata e pane con l’olio di oliva”. E la carne ? “Quella me l’hanno cucinata quando non avevo più i denti!” Sono rimasto spiazzato e al contempo folgorato. Un episodio che mi ha segnato e che credo abbia contribuito a definire il mio percorso futuro che nel 1998 mi ha portato ad elaborare il programma 4D. Quindi, risponden- na. (Disintossicare, Depurare, Drenare, Dimagrire), questo è il percorso da fare per restituire efficienza al nostro motore biologico fatto di delicati equilibri la cui rottura determina le patologie che si manifestano poi con la malattia. Questo iter di alimentazione che prevede una prima fase di disintossicazione dura alcune settimane al termine delle quali liberiamo l’organismo Che vogliamo dire in chiusura per sensibilizzare gli scettici e convincere anche i più ritrosi che una società in buona salute oltre che limitare la spesa sanitaria, la rende più bella e più longeva. Ti dico soltanto le parole dello slogan per cui mi batto e per cui ogni genitore che ha a cuore la salute dei suoi figli dovrebbe a sua volta battersi. La nostra collocazione geografica ci vede adagiati in questa splendida portaerei distesa nel Mediterraneo. Qui sono racchiusi i “non segreti” della nostra longevità. MangiareMediterraneo è Meglio. do alla tua domanda iniziale, noi non siamo ciò che mangiamo, però, rischiamo di diventarlo se non ci alimentiamo correttamente. A questo punto mi sembra giusto chiederle in cosa consista questo programma 4 D. Il programma 4 D racchiude nella lettera che segue il numero, queste semplici regole la cui osservanza cronologica ci porta a rimettere in moto in maniera funzionale ed equilibrata la nostra macchina uma- da quelle tossine che in un mangiare scorretto concorrono a rendere difficoltoso e a volte impossibile la trasformazione in carburante buono di ciò che introduciamo nel nostro organismo. Ci tengo a dire che tutto ciò può apparire un sacrificio enorme per chi è abituato a ricevere dal palato le gratificazioni del cibo elaborato ma in realtà, non è così. La sensazione di benessere e un rinnovato senso di energia sono i primi segnali della progressiva disintossicazione. primapagina15 A COLLOQUIO CON di Paola Stefanucci L’unico museo al mondo dei bozzetti per i film D i ogni film tutti ricordiamo il titolo, il regista, i protagonisti, la trama e lo sceneggiatore, la colonna sonora e il compositore ma ancor prima della visione a catturarci è l’affiche. E il suo autore? Dai titoli di coda è (quasi) sempre assente. Eppure ha il merito di aver acceso la curiosità che ci condotto sin lì, davanti al grande schermo. A rendere omaggio (o giustizia?) ai cartellonisti cinematografici, talenti misteriosamente schivati dalla venerazione generale, è un collezionista marchigiano solitario, valoroso e ostinato. Che, lontano dallo scintillio mondano dei centri metropolitani, ha (r)accolto, nello storico (XIII secolo) palazzo di famiglia, i bozzetti originali dei manifesti che hanno fatto sognare intere generazioni di cinefili. Opere d’arte condannate all’oblio e scampate al macero. Paolo Marinozzi, ha realizzato l’unico museo in Italia, e forse al mondo, dedicato al “Cinema a pennello” a Montecosaro, minuscolo e incantato borgo medioevale arroccato su un colle tra il Parco del Conero e i leggendari Monti Sibillini. Inaugurato nel giugno 2011, il museo dei bozzetti spalanca le porte “graziosamente” a tutti coloro che vogliano visitarlo. Senza fretta. Ricevuti e accompagnati dai padroni di casa. Tra emozioni e sorprese. Una piccola realtà che non abbaglia, ma certo illumina. E val 16Primapagina È a Montecosaro, nel cuore delle Marche A COLLOQUIO CON bene un viaggio. Al signor Marinozzi, assicuratore (ora in pensione) per necessità e animatore culturale per vocazione, abbiamo rivolto alcune domande sulla sua singolare iniziativa. Paolo, quando è stato assalito dalla febbre per il collezionismo? E perché proprio i bozzetti? Il mio hobby, e la mia passione, è il cinema. Spesso mi diverto ad organizzare eventi legati a questo mondo e ai suoi personaggi. Nell’autunno del ‘92 stavo appunto organizzando a Palazzo Marinozzi la mostra “ Totò a Montecò” per il 25° anniversario della scomparsa del principe Antonio de Curtis. In quell’occasione ho conosciuto Armando Giuffrida, esperto consulente editoriale e di case d’aste. Fu lui a fornirmi buona parte dei manifesti dei film di Totò e un assist fantastico per quello che sarebbe poi diventato il maggiore culto delle mie collezioni, i bozzetti originali cinematografici. È iniziata così la mia caccia al tesoro. Che ancora continua. In questi vent’anni di quanti “tesori” si è impossessato? Un migliaio. Corrono dagli anni Trenta fino agli Ottanta. Di quali film? Ne citi alcuni, menzionando, naturalmente, gli autori dei bozzetti dipinti. “Bellissima” di Luchino Visconti con Anna Magnani, autore del bozzetto Ercole Brini, ma di suo ho anche, tra l’altro, “La notte” di Michelangelo Antonioni, “La caccia” di Arthur Penn con Marlon Brando, “La collina del disonore” di Sidney Lumet, “Bianco, rosso e..” di Alberto Lattuada. Possiedo numerosi esemplari di Anselmo Ballester, che creato manifesti di film mondiali: “Ombre rosse” di John Ford, “Io ti salverò” di Hitchcock, “La bestia umana” di Fritz Lang, “Fronte del porto” di Elia Kazan… Di tale artista, Ballester, che ci ha lasciati nel ‘74, ho cercato lungamente anche per ragioni campanilistiche, e per fortuna, l’ho trovato il disegno originale di “M.A.S.”: il regista di questo film è il montecosarese, Romolo Marcellini. Di quest’ultimo ho altresì recuperato “Tabù n. 2”, firmato dal pittore Maro. Di un gigante quale Silvano Campeggi, detto Nano, nel mio museo c’è “La ragazza con la valigia” di Valerio Zurlini con Claudia Cardinale, madrina, dopo sei anni di ininterrotto corteggiamento, all’inaugurazione, tengo a dirlo, del museo. Poi c’è il bozzetto di Enzo Golino per “Il gattopardo”, di Luciano Crovato per “I soliti ignoti”, di Manfredo per “Emmanuelle”. “Accattone” di Sandro Symeoni, che è venuto a mancare pochi anni fa, me lo portò a Montecosaro personalmente, sembrava tenesse in braccio una sua creatura, e poi è tornato tante volte. Di suo ho pure “La dolce vita”, “Un americano a Roma”, “Per un pugno di dollari”, “Profumo di donna”, “Malizia”, “Ultimo tango a Parigi”, “Profondo rosso”… Ma ho conosciuto tanti e tanti altri grandi artisti e i loro familiari che hanno contribuito alla nascita di “Cinema a pennello”. Un’acquisizione curiosa? “Sedotta e abbandonata”, di Piero Ermanno Iaia, che ha traslocato dalla mostra “Cinema dipinto” al Palazzo delle Esposizioni a Roma, nel 1995, per finire appesa alla parete della mia sala da pranzo. Quanti bozzetti ha esposto nel suo museo? Circa duecento, ma conto di esporli a rotazione per rendere visibile tutta la collezione. Ma, concretamente, qual è il suo valore? I bozzetti sono vere e proprie rarità. Questi pezzi venivano utilizzati per la stampa e poi ignobilmente buttati. Il valore commerciale non è quantificabile, non c’è mercato, non c’è una domanda né un’offerta, a differenza dei manifesti. Molte volte la stima è solo affettiva, dunque incalcolabile. Una volta per chiudere una trattativa che andava per le lunghe, ho barattato addirittura un Rolex. Per riuscire ad accumulare nel tempo l’attuale collezione, ho dovuto privarmi a malincuore di alcune tavole a fumetti ed illustrazioni a cui tenevo tantissimo. Contributi? Nessuno. Ingresso? Libero. Allora come “sopravvive” il suo museo? Sopravvive, ben detto. Con le mie forze. Chi sono gli ospiti di Palazzo Marinozzi? A Montecosaro si viene apposta, non per caso. Eppure ad un anno dall’apertura sono arrivati circa tremila visitatori. Giovani, soprattutto, è per me una grande soddisfazione e una grande responsabilità. Informazione? Ho già pubblicato un primo catalogo. Trecento pagine illustrate. È imminente l’uscita del secondo, che sarà altrettanto ricco. Chi accoglie i visitatori? Io, Valeria, mia moglie, e mio figlio Alessandro, che vorrei mantenesse viva questa mia passione e la coltivasse con amore nei giorni a venire. primapagina17 A COLLOQUIO CON di Federica Grilli Chi dà l’anima… al disegno animato? “C artone animato” o “disegno animato”? Non c’è dubbio: Roberto Catani di cartoni animati non vuol sentir parlare. L’espressione corretta per definire il suo lavoro è “cinema d’animazione” o ancora meglio “disegno animato”, come la materia che insegna. Chi è Roberto Catani? Una persona che si occupa di questo da sempre: prima come studente, poi come docente e autore. Nato a Jesi (dove tuttora vive) nel 1965, la sua vita professionale è però legata indissolubilmente a Urbino, in particolare alla Scuola del Libro, in cui si è sviluppato, quasi senza soluzione di continuità, negli ultimi trenta anni, il suo talento. Sto per chiedergli cosa fa un autore di disegni animati, ma mi fermo davanti al suo banco di lavoro. Domanda cassata. Lì sopra ci sono centinaia di disegni. E non sono bozze o schizzi, sono tutte immagini curate, bellissime; ognuna di quelle potreb18Primapagina be essere l’illustrazione di un libro, o un manifesto. A guardarle mi viene spontaneo domandare: «Ma cos’hanno in comune questi disegni con la produzione industriale di cartoons “classici” che vediamo solitamente in video, come i film di Scoprire l’essenza della poesia in immagine con l’autore di cinema d’animazione Roberto Catani, alle prese con il suo ultimo film Disney, Dreamworks, Pixar?» «Tutto e niente», risponde enigmatico Roberto. «In comune c’è il procedimento. In realtà, anche il cinema d’animazione più commerciale e tecnologico come il 3D si appoggia sempre a una base di disegni fatti artigianalmente a mano. Forse non saranno su carta, magari useranno supporti altamente sofisticati, ma il punto di partenza rimane il disegno fatto dall’uomo. A parte questo però non c’è altro. Il disegno animato che faccio io appartiene a un altro mondo, molto più vicino all’arte, alla rappresentazione pittorica. Sono proprio due linguaggi differenti». In effetti “pittura in movimento” era la definizione che Norman McLaren, uno dei più grandi autori di cinema d’animazione aveva dato al suo lavoro, e ricordo che artisti di varie correnti artistiche (da Fernand Léger a Peter Folds) hanno voluto sperimentare nuove ricerche visive A COLLOQUIO CON utilizzando questa tecnica. «Ma con questo non intendo definirmi un artista» tiene a puntualizzare subito Roberto, «piuttosto un artigiano». Che dell’artigiano siano necessari la pazienza e il rigore non c’è dubbio, vista l’enorme mole di lavoro che bisogna affrontare. Perché per fare un cortometraggio di un paio di minuti, per esempio, di disegni ne servono migliaia. Disegni che vengono filmati in successione per poter dare l’impressione di una immagine in movimento. Ma per farlo servono numeri impressionanti: otto disegni, o anche più, per un solo secondo di proiezione. Per far spostare un personaggio – tanto per fare un esempio – potrebbero servire un paio di giorni di lavoro. «È sbagliato voler vedere questi disegni isolatamente, come singole illustrazioni», continua Catani. «Essi hanno valore soltanto nel momento in cui raccontano un movimento, quando il loro susseguirsi dà origine a una nuova forma. La loro vita è lì, nell’animazione». Mi mostra alcuni secondi di prova del suo ultimo cortometraggio, che sta per completare. È il quarto che realizza. I precedenti Il pesce rosso, La sagra e La funambola, incantesimi di poesia pura, hanno vinto premi in prestigiosi concorsi di tutto il mondo. L’ultimo invece non ha ancora un titolo. L’unica cosa certa è il motivo ispiratore: una esperienza personale vissuta traumaticamente da Catani bambino. E un bambino è infatti il protagonista del film; ma il sogno ad occhi aperti in cui si perde per sfuggire alla realtà viene puntualmente spezzato, in modo brutale e assurdo, da adulti incapaci di rapportarsi con la magia dell’infanzia. Sono solo pochi secondi di filmato, e già mi incanto anch’io dietro a un ago che cuce un bottone all’interno di una casa la cui immagine viene riflessa nella perla di un orecchino indossato da una donna con una lunga treccia immersa in un bosco di forchette… Non c’è dubbio. Ecco chi è capace di dare anima alle figure. primapagina19 A COLLOQUIO CON di Giulia Pieretti “In bicicletta sulla Linea Gotica” Alla scoperta di un itinerario cicloturistico lungo uno dei luoghi simbolo della seconda guerra mondiale O gni anno, dal 25 Aprile al 1° Maggio, un gruppo di ciclisti effettua un itinerario in sette tappe, ripercorrendo il tracciato storico della Linea Gotica, dal Tirreno all’Adriatico, coniugando a esso la visita ai luoghi che furono teatro dei principali eventi legati alla seconda guerra mondiale. Alla staffetta può aggregarsi chiunque, decidendo liberamente dove e quando unirsi al gruppo. Primapagina intervista Doriano Pela, che insieme ad Andrea Meschini (entrambi dell’équipe Costess New Media), ha realizzato il libro “In bicicletta sulla Linea Gotica”, una guida cicloturistica multimediale per chi volesse percorrere questo itinerario. Com’è nata l’idea di un percorso cicloturistico lungo la Linea Gotica? All’interno della cooperativa Costess c’è un gruppo di amici amanti della montagna e della mountain bike. Io, tra l’altro, sono un ricercatore di storia contemporanea e con Andrea Meschini e Luca Ferretti, abbiamo deciso, nell’estate del 2010, di intraprendere 20Primapagina un viaggio in bici cercando di individuare un percorso lungo la Linea Gotica. Abbiamo impostato il viaggio sulla Linea Gotica “originaria”, vale a dire quella costruita dai tedeschi nell’estate del 1944: da Marina di Massa a Pesaro, tagliando tutto l’Appennino centrale. Poi abbiamo fatto delle deviazioni, sia perché si trattava di una linea difensiva piuttosto ampia (larga fino a 20 km), sia perché ci sono molte cose interessanti da vedere nelle vicinanze, dal punto di vista paesaggistico, culturale e storico. C’è anche una Linea Gotica inverna- le, che si arrocca leggermente più a nord, ma questa, se si esclude la deviazione per Marzabotto, non ha fatto parte del nostro itinerario. Avevate già in progetto di realizzare un libro? Quanto tempo avete impiegato dalla fase di ricerca ed escursione fino alla pubblicazione? Inizialmente ci interessava soprattutto fare una vacanza in bici. Poi al rientro, A COLLOQUIO CON amici e conoscenti ci hanno chiesto delle informazioni per poter rifare il viaggio, e allora ci siamo resi conto che una guida sarebbe stata utile. Abbiamo quindi deciso di realizzare “In bicicletta sulla Linea Gotica”, una guida unica nel suo genere, con tante informazioni, sia logistiche che storiche, e con una parte multimediale: il DVD allegato contiene, ad esempio, i tracciati GPS scaricabili (molto utili perché l’itinerario non è intuitivo e il GPS può sostituire il road book cartaceo). Per praticità narrativa, abbiamo diviso l’itinerario in sette “frazioni”, ovvero sette possibili percorsi, abbinabili e modificabili, così ognuno può organizzarsi il viaggio come vuole. Ad agosto 2010 abbiamo fatto il viaggio, poi abbiamo pubblicato il libro nel febbraio 2011, realizzando anche una versione in Inglese. E subito dopo è nata “In bicicletta sulla Linea Gotica - La staffetta della memoria”. Vuoi raccontarci di che si tratta? Ogni anno una nostra “staffetta” in bici ripercorre l’itinerario proposto nella guida, con qualche variante. L’iniziativa è un omaggio alla Costituzione italiana e si svolge dal 25 Aprile al 1° Maggio, due date non casuali, per noi fondamentali rispetto ai valori che incarna la nostra Costituzione. Lungo il percorso incontriamo rappresentanti delle istituzioni, expartigiani, gente comune e andiamo nelle scuole per sensibilizzare i ragazzi su questi argomenti. Portiamo con noi una copia della Costituzione e la facciamo firmare a tutte le persone che incontriamo. Quest’anno abbiamo anche realizzato un opuscolo, un fumetto rivolto ai ragazzi delle elementari. Avete realizzato altre iniziative collegate alla Linea Gotica? Sì. La più importante è quella del “Parco Storico della Linea Gotica di Badia Tedalda”. In questa zona al confine tra il pesarese e la Toscana - all’epoca “snodo cruciale” della linea difensiva tedesca - io e Andrea Meschini abbiamo fatto delle ricerche, trovando oltre 200 postazioni, alcune ben riconoscibili. Così, con la Pro Loco di Badia Tedalda abbiamo messo a punto un progetto che ha portato alla nascita del Parco Storico. Il progetto comprende ricerche storiche, allestimenti di aule didattiche, una raccolta delle memorie della gente del posto e molto altro ancora. Adesso stiamo lavorando a un centro di documentazione, utile anche per le scuole e per chiunque voglia fare ricerca. Badia Tedalda era il luogo di partenza delle greggi del Montefeltro e dell’Alta Valtiberina per la transumanza in Maremma. Ecco perché abbiamo scelto questa città come punto di partenza per un’altra iniziativa: “In bicicletta sulle vie della transumanza – la via dei Biozzi”, una pedalata aperta a tutti e molto bella, poiché il percorso lungo la Toscana inferiore è decisamente suggestivo e più semplice rispetto a quello della Linea Gotica. Il punto di arrivo è Alberese, una frazione di Grosseto nel cuore del Parco della Maremma. La prima edizione si è svolta quest’anno, dal 14 al 16 settembre, e la Pro Loco di Alberese ha organizzato una festa conclusiva per coinvolgere le famiglie della zona e gli ex-transumanti. Tanti ex-pastori che abitavano a Badia Tedalda e nell’alto Aretino si sono trasferiti in Maremma negli anni 50-60, quindi è stata anche un’occasione per “riavvicinare” i due territori. Visto che l’iniziativa ha avuto successo, dal prossimo anno la proporremo in due occasioni: a Maggio e a Settembre, i due momenti in cui avveniva la transumanza. Tornando alla Linea Gotica, qual è il tratto più difficile e quello più emozionante o significativo per te? Non ci sono percorsi particolarmente difficili. Certo bisogna essere allenati, perché è un continuo sali-e-scendi sui crinali, e talvolta su sentieri di montagna. Non è una pedalata “facile” per chi non è abituato ad andare in bici, ma non è un percorso proibitivo! Del resto, l’emozione è continua e ripaga della fatica: ogni posto ha qualcosa di suo e, oltre al luogo, ci sono le persone che incontri a fare la differenza. Mi viene in mente, ad esempio, che dalle parti del Monte Battaglia abbiamo incontrato Aurelio Ricciardelli, un ex-partigiano in grado di raccontare storie in maniera forte e coinvolgente. Ogni anno cerchiamo di coinvolgere dei gruppi di giovani (ad esempio quelli dell’associazione “Libera” di Jesi), per far conoscere questi posti e le storie della guerra e della resistenza. Citando Piero Calamandrei: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo in cui è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani”. Link utili: www.inbiciclettasullalineagotica.it www.parcostoricolineagotica.it www.costessnewmedia.it primapagina21 A COLLOQUIO CON di Chiara Giacobelli A colloquio con Melania G. Mazzucco: vi racconto il mio “Limbo” Manuela Paris, comandante in Afghanistan, è la protagonista del romanzo edito da Einaudi “F orse la pazzia non è l’ebetudine, non è il monologare franto e farneticante dei disperati che si aggirano sui marciapiedi delle stazioni, è la diversità irreversibile che separa dagli altri, dalle altre, è la speranza, il sogno, quasi la pretesa di avere un destino. Di non essere un’ombra senza storia, un fantasma che scivola sul mondo senza lasciare un’impronta, e di voler fare qualcosa di importante nella vita”. Manuela Paris non è una donna come tante. Non riesce ad accontentarsi facilmente di una vita “normale”: per sé stessa vuole qualcosa di più. Lo cerca in Afghanistan, terra di guerre e di deserti, di stenti e di mine anti-uomo. Lo cerca nelle vesti di comandante militare, almeno fino a quando un attentato 22Primapagina non le stravolge la vita, gettandola in uno stato fisico e mentale a metà tra la vita e la morte: in un Limbo, appunto. “Il primo limbo che tutti noi incontriamo a scuola è quello di Dante e della Divina Commedia: un luogo in cui le anime sono appese a metà, tra una vita e l’altra – spiega Melania G. Mazzucco, autrice del libro edito da Einaudi – ma il limbo è anche una condizione che si incontra quando qualcosa si è già chiuso, eppure non si è ancora pronti a cominciare qualcos’altro di nuovo. È un po’ come dire che in realtà non si muore una volta sola, ma lo si fa ogni volta che si passa da uno stato – fisico e mentale – all’altro”. Dopo Vita, dopo Annemarie Schwarzenbach, dopo il Tintoretto, attualità e cultura ora ci racconta la storia di Manuela Paris, una donna soldato. Perché? “Mi interessava raccontare la storia di una persona con un punto di vista diverso dalla massa, la cui fisionomia e personalità si discostassero parecchio dal modello dominante della donna italiana. Oltre a ciò, mi affascinava l’Afghanistan come Paese: ne sono attratta sin da bambina, ho sempre desiderato andarci. Infine, volevo entrare nel punto di vista di un personaggio che fosse costretto quotidianamente ad assumersi delle responsabilità serie, in grado di decidere della vita o della morte degli esseri umani”. Per raccontare questa storia ha scelto una struttura narrativa originale, che alterna il tempo del presente con quello del passato, e quindi del ricordo. “Ho volutamente fatto un lavoro particolare sullo schema narrativo adottato e questo è il motivo per cui definirei Limbo un romanzo che per essere letto e compreso richiede tempo. La scelta di imboccare la via del romanzo e non quella del reportage, ad esempio, deriva invece dal fatto che la narrativa mi permette di identificarmi con i personaggi e con le loro esperienze. Non a caso per me la parte più bella quando mi accingo a scrivere un nuovo libro è proprio quella della documentazione e della ricerca, perché è lì che mi avventuro nelle storie degli altri, scoprendo cose che non conoscevo, vivendo emozioni nuove e imparando dai racconti che ascolto”. Tanto tempo fa una ragazzina romana partecipava quasi per caso a una selezione del Centro Sperimentale di Cinematografia e veniva ripescata in corner tra gli alunni di sceneggiatura. Oggi quella ragazzina è un Premio Strega e una romanziera di successo. Cosa resta di allora? “In un certo senso sono rimasta la stessa persona di allora, una scrittrice che si cala nelle esperienze della gente e che entra in contatto con le persone. Perché è soltanto attraverso l’osservazione del reale, i racconti degli altri e le storie condivise che si cresce davvero. Di tutto l’insegnamento ricevuto mi è rimasta l’idea che un’opera non può, non deve mai essere fine a sé stessa, ma dev’esserci dietro un significato etico e sociale. Se si sceglie di dire qualcosa, lo si fa per una ragione ben precisa, affinché abbia un senso per il mondo in cui viviamo. In sintesi potrei dire che l’eticità dell’autore e la presa diretta sulla realtà sono rimasti i capisaldi della mia letteratura”. Melania G. Mazzucco è stata allieva al Centro Sperimentale di Cinematografia dello sceneggiatore Furio Scarpelli, che in coppia con Age ha scritto le più importanti commedie all’italiana del nostro cinema, da I soliti ignoti a L’armata Brancaleone, da C’eravamo tanto amati ai molti film di Totò. Per questo motivo ha concesso un prezioso contributo scritto, sotto forma di intervista inedita, per la biografia ufficiale dello sceneggiatore, da poco uscita in libreria edita da Le Mani con il titolo di “Furio Scarpelli. Il cinema viene dopo”. Ne è autrice la nostra collaboratrice Chiara Giacobelli, insieme al giornalista di Sky Cinema Alessio Accardo e al critico Federico Govoni, con la collaborazione del figlio di Furio, Giacomo Scarpelli. Autore della prefazione è il maestro Ettore Scola. La biografia si avvale anche dei contributi di importanti personaggi italiani, tra cui Dario Fo, Walter Veltroni, Stefania Sandrelli, Ricky Tognazzi, Paolo Virzì, Francesca Archibugi, Sandro Veronesi, Pietro Citati e molti altri. primapagina23 A COLLOQUIO CON di Agnese Testadiferro Michelle Nouri, la ragazza di Baghdad, si racconta in una chiacchierata a cuore aperto L a copertina di un libro attrae spesso il lettore. “Il cammino delle foglie di tè – Inseguire il successo in un Paese straniero è follia. Ma la ragazza di Baghdad ha un alleato speciale: la saggezza di nonno Ahmad”. Queste parole corredate da uno sguardo orientale di una bellissima donna mi colpiscono e vengo rapita dalla storia di Michelle Nouri. Leggendo la sua autobiografia anche nel libro “La ragazza di Baghdad” decido di incontrarla e leggere dai suoi occhi ciò che la vita le ha tolto e regalato. Nata da padre iracheno e madre ceca, trascorre un’infanzia da favola nella capitale dell’Iraq, facendo innamorare anche Uday Hussein, il figlio maggiore di Saddam. Ma ben presto deve dimenticare la spensieratezza per sopportare le indifferenze, i pregiudizi, i cambiamenti repentini nella vita 24Primapagina familiare, in concomitanza con la guerra. Rappresenta, anche nei lineamenti, il meraviglioso frutto di due culture che si incontrano e si scontrano, Oriente e Occidente. Durante l’adolescenza in Cecoslovacchia, decide che deve vivere da protagonista. Dagli inizi degli anni novanta vive in Italia, dove è ripartita da zero ed oggi è una giornalista affermata che si dedica ai temi del dialogo interculturale e interreligioso. Mi accoglie nella sua casa milanese, raccolta e luminosa. I suoi libri sono dettagliati nei ricordi e dietro ogni parola si nasconde uno stato d’animo preciso. Oggi la sua Baghdad è distrutta, ma lei è decisamente caduta in piedi nonostante la paura, le cri- A sinistra il libro in versione Italiana, sotto quella Inglese tiche, le domande rimaste senza risposta e le speranze vanificate. “Quanto hai riposto in te stessa, negli altri, in Dio, per essere arrivata fin qui?” “Sono sempre stata determinata. Ma anche la fede mi ha aiutata. Quando ero piccola sono rimasta colpita da un crocefisso appeso sull’unica parete rimasta in piedi della casa della mia amica Otur distrutta da una bomba. La mia fede è nata piano piano. Tenevo nascosta una croce ed oggi credo con convinzione. Mentre frequentavo il liceo ho scelto di lavorare nei fine settimana e pagarmi l’affitto in un tetro appartamento, non potevo permettermi di meglio, ma dovevo iniziare a prendere in mano la mia vita.” Esistono moltissimi pregiudizi sulla cultura araba, e le donne in Iraq sono ben diverse da come vengono immaginate, tra di loro “sono incredibilmente competitive. Il vestito, ma rigorosamente di blu, grigio, bianco, la borsa, il regalo ricevuto, il trucco, i capelli devono essere perfetti, i più belli. Anche se velato, l’aspetto estetico è fondamentale, curare se stesse è qualcosa di innato, come la femminilità. Viene ponderato il modo di ammiccare, di parlare: il contatto visivo rappresenta l’unico modo di attrarre l’uomo. Oggi viene utilizzato il bluetooth per identificarsi e sedurre all’interno dei malls. Tutti gli uomini in famiglia proteggono la donna stando attenti a non farla emergere troppo con abbigliamenti succinti, preservandone l’integrità: un complimento ricevuto viene vissuto come degradante, ma l’uomo non è geloso se la sua donna è ben curata. I matrimoni tra parenti significano sicurezza, perché ci si conosce già, ma non rappresentano una forzatura.” Non deve essere stato facile per Michelle ricoprire il ruolo della straniera. “Penso di essere stata fortunata, poteva capitare il peggio. Viaggiavo molto con la mia famiglia, avevo visto un po’ il mondo e ad oggi ho visitato 37 Paesi, ma l’Iraq non era un Paese chiuso, anche se le donne non potevano uscire sole o parlare con uomini per strada, c’era una certa libertà. Probabilmente la lingua, il fatto di trovarmi di punto in bianco da sola, con gente sconosciuta è stata la maggiore difficoltà. Ho iniziato a lavorare in Italia come giornalista e opinionista quando è scoppiata la guerra con l’Iran. In Rai ho seguito rubriche su viaggi e su storie belle di vita di stranieri venuti nel Bel Paese. Capisco le difficoltà che hanno coloro che arrivano qui: anche io sono stata respinta la prima volta, e mi ci sono voluti diciotto anni prima che arrivassi a realizzarmi completamente.” Da bambina rivolgeva domande chiare, semplici e dirette alla mamma quando le due culture in famiglia avevano iniziato a voltarsi le spalle: sentiva la responsabilità verso le sue sorelle minori e ben presto i suoi giochi con le amiche erano vissuti come momenti di svago. I suoi silenzi e i suoi occhi che si perdono mentre parla della sua famiglia, delle sue amicizie segnate dagli eventi, trasmettono coraggio e fiducia, ma allo stesso tempo malinconia per quegli anni meravigliosi vissuti in famiglia, dove il Bolero di Ravel e Michelle dei Beatles le fanno da dolce colonna sonora. Una donna così ha anche lasciato il segno in una pagina di gossip italiano, quando nel 2007 i titoli di giornali e telegiornali la indicarono come la misteriosa bruna nel giallo della donna sull’elicottero. Quel giorno aveva intervistato il cav. Silvio Berlusconi, che le aveva gentilmente concesso l’intervista, richiestagli in qualità di Primo Ministro. primapagina25 attualità e cultura di Alberto Sensini a 2 puntata Il mio Pantheon Personale SOTTOBRACCIO AL PRESIDENTE della Presidenza della Repubblica. Lì l’informazione è asettica, distillata dai funzionari del Palazzo, affidata a note quanto mai formali, estranea a quel gioco di interessi che è di solito la cronaca politica relativa a leader e partiti. L’istituzione Quirinale ha saputo mantenere le distanze affidandosi agli atti formali e questo è un bene. Ma anche i Presidenti della Repubblica ovviamente sono uomini e non solo “viva voce della Costituzione” come volevano i Padri Costituenti : uomini con le loro debolezze, le loro piccole manie, la loro storia. Con alcuni di loro ho avuto un rapporto non effimero e non soltanto formale. “Sensini, mi portate bene” Giovanni Leone, sesto Presidente della Repubblica Italiana H o già scritto, sull’ultimo numero di “Primapagina” del diverso rapporto fra giornalisti e politici: un rapporto non neutro e oggettivo, come è in molte delle grandi democrazie contemporanee, ma inquinato nell’Italia dei due ultimi decenni da una sorta di complicità ambigua fra chi fa politica e chi la politica vuol raccontare. Il risultato di questa commistione le vediamo in TV o lo leggiamo ogni mattina sul nostro giornale preferito. Venuta meno la separazione 26Primapagina indispensabile fra politica e media, la politica è diventata una specie di romanzo popolare con i suoi eroi, le sue vittime, le sue storie molto speso ben scritte ma troppo spesso estranee a quella regola canonica che vorrebbe la cronaca distinta dal commento. C’è però una sorta di terreno neutro fra la politica e il suo racconto, un luogo neutro immune da ogni pericolo di “inciucio” e quel terreno si chiama Quirinale, vecchia reggia dei Papi e dopo l’unificazione sede L’incarico che mi aveva dato Pierino Ottone direttore del “Corriere” era tanto semplice, quanto difficile: intervistare Giovanni Leone il giorno stesso della sua elezione alla Presidenza della Repubblica. In realtà l’approccio fu più semplice di quanto temessi. La sera precedente Leone, candidato al Quirinale, mi aveva offerto un caffè alla bouvette di Montecitorio, dove bivaccavano stanchi e scocciati da una decina di giorni: “Sensì, mi portate bene e vedrete che domani si chiude”. Poche ore prima del voto finale andai a casa sua. Abitava, Leone, in uno di quelli palazzoni della Cristoforo Colombo che ospitavano molti deputati: appartamenti modestissimi, casermoni sgraziati, abitazioni da piccoli travet più che da mandarini della Repubblica. Erano altri tempi rispetto alla corruzione devastante di oggi. A personaggi come Ugo attualità e cultura Lamalfa o Pajetta (altri inquilini di quel casermone) sarebbe mai venuto in mente di abitare in palazzi e ville da Cresi, come purtroppo accade oggi, fin troppo spesso. In casa Leone, quella mattina, regnava il caos, una confusione incredibile, fatta di gioia non trattenuta: non si diventa Presidente della Repubblica senza avere almeno un pò di batticuore… Il futuro Presidente era alle prese con un abito nero avvocatesco di taglio vecchio. La moglie, Donna Vittoria - bellissima come sempre - lo aiutava a mettersi i gemelli mentre i figli circolavano per casa, eccitati per l’agitazione del momento. Vestendosi e parlando con tutti i presenti, il futuro Presidente mi disse quel che bastava per imbastire un’intervista, non senza qualche accenno a quanto poi avrebbe detto nel discorso ufficiale. Purtroppo il settennato leonino non fu felice, ma non certo per colpa sua. In quel frangente nessuno poteva supporlo e mi è rimasta impressa per sempre l’atmosfera singolare della casa e della famiglia dell’uomo che di lì a poco sarebbe salito al Quirinale e che ne sarebbe uscito senza alcuna colpa per una golpe mediatico di cui gli stessi autori (i capi del PCI) fecero ammenda soltanto qualche anno dopo. disegnavano come un gran bevitore), bevve pochissimo, parlò poco e si sciolse soltanto quando, chiacchierando del più e del meno, venne fuori che era un buon conoscitore del mondo classico, con un particolare interesse per il grande Seneca. Mi dichiarai subito solidale con quel giudizio, perché sono anche io innamorato da una vita delle “Lettere a Lucilio” e per il resto della colazione, il Presidente continuò a discutere con me sul grande filoso- fo stoico che conosceva davvero a fondo. Chi l’avrebbe mai detto? Il vero Saragat era diverso dall’immagine pubblica: era un uomo di fine cultura, grande conoscitore del tedesco che parlava correttamente, amante della filosofia classica. E molto sensibile. Parlando di un leader politico di quegli anni, Saragat che ne era amico disse: “è bravo e onesto, ma è un uomo che non ha mai sofferto e chi non soffre non conosce la vita vera”. Giuseppe Saragat, quinto Presidente della Repubblica Italiana A pranzo con Seneca Saragat non era un uomo alla mano. Tutt’altro. Era consapevole del suo ruolo e pretendeva da tutti gli altri il rispetto per la funzione presidenziale. Un giorno mi invitò a colazione, insieme ad un altro collega del “Corriere della Sera”, giornale che amava e che leggeva per primo ogni mattina alle sette. Nel corso di quella colazione frugale Saragat (che le voci false del Transatlantico primapagina27 attualità e cultura di Paolo Biagetti Ancona celebra alla Mole il grande scultore Trubbiani con una vasta antologica L’ ombra cupa di «Aruspice Nervoso» plastica icona d’intensa espressività di Valeriano Trubbiani, si staglia, sinistra, sul vicino pannello scarlatto della Mole. Disegna, inquieta e netta, una mano armata pronta al delitto. L’occhio ne è turbato, sembra che bronzo e traccia umbratile appartengano ad una medesima realtà visiva, che stiano tessendo, insieme, trame sospese tra realtà e mistero. Le ombre, si sa, apparentemente immateriali, hanno un loro dinamismo; questa è come se, sfuggita alla crudele attesa di morte dell’opera, tentasse furtivamente una fuga. E il rinvio d’obbligo è al racconto conturbato che ne fa il Nobel Saramago nel suo libro «Manuale di pittura e calligrafia» di fronte alle terribilia plastiche di Valeriano Trubbiani esposte alla Biennale veneziana del 1972. “C’erano davvero quegli uccelli di Trubbiani (…) legati a tavoli di tortura (…), il dispositivo meccanico che scatta e innesca la lama di una ghigliottina o fa partire una rivoltellata”. C’erano, c’erano, e gli restituivano la certezza dei delitti (“ma quante volte si muore?”) che senza sosta, sotto ogni forma, vengono consumati nel mondo. Che anche al grande lusitano non sia sfuggita, la «duplicazione» del dramma in quel teatro angoscioso di forme ed ombre confliggenti? Molte di quelle opere le troviamo, ora, nel topos teatrale, forse tra i più prestigiosi del nostro Paese, della Mole Vanvitelliana di Ancona, tra le più di 200 tra sculture, installazioni ambientali, 28Primapagina disegni e pirografie della grande antologica «De Rerum Fabula» (fino al 17 marzo 2013, info: 071/2811935) che il Museo Tattile Statale Omero e il Comune di Ancona col sostegno della BancaMarche (nota, per il suo abituale influsso tutorio e stimolante sull’Arte), per celebrare il giubileo creativo dell’artista. Dunque, «De Rerum Fabula». Titolo - in quel latinum spesso inventum che ammalia - azzeccatissimo, se si considera che Valeriano Trubbiani - celebrato scultore, incisore, disegnatore, film maker e scrittore, che occupa un posto di assoluto rilievo nell’Arte del ‘900 -, per forme d’estrazione “espressionista-surreale” permeate di grottesco e d’ironia, ha sempre rappresentato per fabulas di struggente seduzione il malessere di una società sempre sull’orlo del baratro, facendone oggetto d’implacabile denuncia. Ma la «”favola” delle cose» (traduzione letterale del titolo), invenzione fantastico-poetica, non è il sale con cui l’artista entra di nascosto nell’animo di chi osserva, per tra-durlo nell’invisibile che è spirito di verità? Per astrazione semantica, il pensiero, invece, va al «flusso cromo-topogeno delle cose», come soffio intellettivo dell’arte, Foto Mosconi, Tolentino Trubbiani e il suo fiabesco mondo delle cose attualità e cultura qui nella sintesi del dionisiaco e dell’apollineo, che spiega il potere magico-seduttivo delle sue opere. È una mostra monstre. La sua fantasia visionaria, i suoi sogni, incarnati nel bronzo, nella tela, nelle morsure incisorie e nella pagina, si articola, splendidamente iconica, lungo “un percorso di vita, un sogno angosciante ma corroborato dall’ironia” - dice l’artista -, una mise en scène ricapitolativa delle sue creazioni, dalle «Macchine belliche» dei ’60 alle «Historiae Pontis» del 2007. Più di 200, i pezzi in esposizione, tra sculture, ambientazioni, disegni e pirografie in successione cronologica, articolate, per cicli tematici, in 20 scene o stazioni, introdotte da un «Prologo» e concluse da «Epilogo», che muove teatralmente, tra “salmodìe ipertestuali”, come corteo di “oracoli inquietanti” (acuta notazione della poetessa Margot Croce). Èvero, mirati onomatopeici rumori, suoni, battiti d’ali, gocciolii e voci, che animano il cruciale per- corso labirintico - opera nell’opera modulata da intriganti velature e ambientazioni degli arch. Massimo Di Matteo e Mauro Tarsetti - accrescono la suggestione delle opere, essenzializzandole, sensualizzandole. Ci sono tutti i suoi celebri racconti affabulanti: «Macchine belliche» (1965), «Aruspici» (’60-70), «T’amo, o pio bove» (76/78), «Putti, giochi di mare, giochi di cielo (80), «Mare, corazzate e Federico Fellini» (82-2001), «Città» (’83), «Stato d’assedio» (71-72), «Le morte stagioni» (73), «Ractus, ractus, Stato d’assedio» (76/79), «Il silenzio del giorno» (79), «Colosseo» (94/97), per citarne alcuni. Momenti di estrema desolazione e insieme d’epifanie di significato e di dramma fino al comico come figura radicale della tragica «sospensione», indiscussa cifra costitutiva di tutta la sua opera. Orrore, Morte, Amore e Comico vi s’incrociano per aprirsi ad ogni possibile, in quell’esiguo intervallo tra l’e-venire mortifero e il suo arresto, dove s’esprime la potenza immaginativa e patetica al massimo grado. Particolarità rilevantissima della mostra è il rapporto d’interferenza tra opere, spazio e osservatori, che si fa «totale», «cinestesico» e «situazionale», creando un senso di saturazione esistenziale e di sensibile «visivismo». È stato pensato soprattutto per i non vedenti che, con le loro carezze, libereranno dai lavori i più inediti contenuti di senso. Salutano il visitatore, al termine della mostra, le parole dell’artista “Non è successo niente, meglio così. Va tutto bene. Va bene così. Va bene”. Come a dire: “Tranquilli, in fondo sono solo favole”. Sì, ma velate di sottile ironia al limite del sarcasmo. Da vero artista, il «produttore di turbamenti» del terzo millennio ValerianoTrubbiani, ci prova. Ed è maliziosa sfida a misurarsi col senso tragico dell’impossibilità umana di uscire dai contesti di violenza e di nichilismo imperanti. È vero artista: deve provocare. Perché solo inquieti - per dirla con J.Green - si può stare tranquilli… L’evento coinvolge l’intera città, perché di fabule trubbianee vivono anche certi spazi urbani dove s’è sbrigliata la possente fantasia del Nostro: la «Mater Amabilis», ormai indiscussa eikon dell’Ankon Dorica, «Il Cristo del millennio» e il «Sipario delle Muse» la gigantesca, unica finestra su spazi dove la realtà incontra il sogno, da noi sempre vista come soglia processiva di tutte le sue immagini – le “visioni sospese sul presente”, direbbe Simone Dubrovic –, in processione, oltre il Sipario, in un itinerario segreto dell’artista che porta nell’Indefinibile, alla ricerca della propria essenza. primapagina29 di Carmen del Vando Blanco Il restauro del Colosseo POSSIBILE GRAZIE AL GENEROSO MECENATISMO MARCHIGIANO S uperati gli ostacoli burocratici, i ricorsi (il quasi è d’obbligo), le resistenze, le incertezze..., il restauro conservativo dell’Anfiteatro Flavio, più conosciuto come Colosseo, diventa realtà ed esempio di un’Italia che reagisce positivamente alla crisi e rispolvera il valore dei suoi gioielli. Deciso quindi: agli inizi di dicembre prossimo si da il via alla prima fase dei relativi lavori nel monumento romano, che si concluderanno a metà del 2015. Così l’annuncia il Ministero dei Beni Culturali nel corso della conferenza stampa tenutasi il 31 luglio scorso, nella propria sede, con il ministro dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, la Soprintendente per i Beni Archeologici di Roma, Mariarosaria Barbera e, ovviamente, Diego Della Valle, presidente del gruppo Tod’s, sponsor del finanziamento del ‘colossale’ restauro. Si tratta del primo intervento di una portata che interesserà il Colosseo nella sua interezza. Da indicare che la responsabilità del procedimento amministrativo e la direzione tecnica sono affidate alla Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Roma. A questo proposi- to, Barbera rassicura: “Il diritto italiano e anche il buon senso prevedono che dopo il primo grado di giudizio già espresso, i lavori possono andare avanti”. Quindi, secondo il dicastero che gestisce il più cospicuo patrimonio archeologico-storicoartistico al mondo: con un finanziamento di 25 milioni di euro, l’avvio del restauro dei prospetti e della realizzazione delle cancellate di chiusura del primo ordine sono previsti per l’inizio di dicembre e si concluderanno a metà del 2015. La prima gara è stata aggiudicata provvisoriamente per 8,3 milioni di euro, con un ribasso del 25,8% (pari Statua di imperatore divinizzato rielaborato come Claudio, Napoli, Museo Archeologico Nazionale a 6,6 milioni) Statua loricata di Traiano, Napoli, Museo Archeologico Nazionale sulla base d’appalto e con una significativa riduzione della durata dei lavori pari a 180 giorni. Passando per la firma del contratto a inizio ottobre 2012 e la progettazione esecutiva -che impegnerà da quel momento 50 giorni- i ponteggi si alzeranno sulle prime quattro arcate del monumento per 915 giorni, per una durata complessiva di due anni e mezzo (conclusione prevista per la fine di luglio 2015). Per il secondo appalto (4,617 milioni di euro), che riguarda la costruzione del centro servizi, a marzo 2013 ci sarà l’aggiudicazione definitiva e la durata dei lavori è stimata in 18 mesi. Mentre il terzo lotto la cui progettazione finale sarà definita solo in autunno, riguarda il restauro degli ambienti interni Il patron del gruppo marchigiano, sponsor di questi interventi di conservazione, ci tiene a ricordare: “Nel momento in cui ci fu segnalata la necessità di questo restauro, noi abbiamo detto sì con grandissimo piacere, pretendendo allo stesso tempo che non ci fosse data alcuna contropartita perché questa è un’operazione per il bene del Paese. Il gruppo Tod’s non ha fatto calcoli. Siamo un gruppo italiano che vive di Made in Italy , di stile di vita italiano. Quando abbiamo visto che serviva un intervento Veduta del Colosseo 30Primapagina Archivio fotografico della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei attualità e cultura attualità e cultura forte per uno dei simboli dell’Italia nel mondo, abbiamo riflettuto pochissimo e abbiamo deciso di farlo con grandissimo piacere. Come gruppo e come famiglia abbiamo ritenuto che questo fosse un modo per l’azienda di assumersi una responsabilità sociale e questa sarà una necessità per il nostro Paese che ha bisogno di creare un network per continuare ad attirare turisti”. Della Valle, che già nel 2010 sottoscrisse il contratto di 25 milioni di euro con la città di Roma per il finanziamento, appunto, di questi lavori, aggiunge: “Tod’s è orgogliosa di sostenere questo progetto contribuendo alla migliore conservazione di uno dei simboli dell’Italia nel mondo e all’ulteriore diffusione della nostra cultura in ambito internazionale. Mi auguro che questa operazione possa incentivare ulteriormente il turismo verso il nostro Paese, creando così opportunità di occupazione in un settore che ci vede sicuramente incontrastati leader mondiali, e servire da stimolo per le tante imprese italiane e straniere che hanno a cuore le meraviglie del nostro patrimonio artistico”. La contropartita? “Il Colosseo è un monumento che appartiene all’Italia e ai cittadini del mondo”, sottolinea il patron della griffe marchigiana per chiarire: “La Tod’s ha chiesto in cambio della sponsorizzazione: raccontare la storia del monumento con la possibilità anche di farlo visitare, attraverso una Onlus denominata ‘Amici del Colosseo’, che porterà nel mondo le iniziative legate a questo nostro intervento. Un’ operazione Paese e non di ritorno commerciale per una delle eccellenze del Made in Italy.”. Infatti, la sua fondazione si occuperà di far conoscere il progetto di restauro in Italia e all’estero e cercherà di attivare azioni ‘no profit’ che possano servire ad avvicinare i giovani di tutto il mondo alle bellezze di questo mirabile testimone del passato più glorioso del paese. Si compie così una innovativa azione di mecenatismo, un mecenatismo versione terzo millennio, definito attualmente col termine più aggiornato di ‘sponsorizzazione’, che svolge una funzione filantropica della donazione di denaro e dell’impegno sociale, non più esercitata dal singolo ma dall’imprenditore di un’attività, la vera protagonista dell’atto di generosità. Comunque sia, il ministro Ornaghi esprime “Grande soddisfazione per un’operazione nuova perché prevede il coinvolgimento attivo del ceto imprenditoriale illuminato di questo paese” e conclude: “In un momento di crisi si uniscono cultura, sviluppo e mecenatismo, che a mio parere, un politico ha il compito di aiutare defiscalizzando e semplificando le procedure normative”. Da parte sua, il sindaco Alemanno dichiara: “Sono convinto che questa sarà un’operazione da esempio per tutta l’Italia. Una sfida esemplare. Dobbiamo trasformare il Colosseo da splendida rovina a un punto focale per Roma e per il Paese. Il restauro sarà un esempio per l’Italia di ciò che è mecenatismo. Finalmente si sblocca quel meccanismo che impediva alla società civile e al mecenatismo di intervenire. Cercheremo di fare la stessa Ratto del Palladio, Napoli, Museo Archeologico Nazionale cosa per il Mausoleo di Augusto” (ci auguriamo presto!). In questo senso, “Spingo molto -ricalca Della Valle- perché sponsorizzazioni del genere avvengano pure per altri monumenti, con mecenati italiani ma non solo. Sono convinto che altri imprenditori faranno operazioni simili su altri monumenti e in altre città. Noi italiani dobbiamo fare in modo che i turisti continuino a venire in Italia: abbiamo una leadership mondiale per quanto riguarda il turismo culturale e dobbiamo mantenerla”. “Con questi lavori contiamo di ampliare il percorso di visita dei sotterranei del Colosseo e arrivare a mostrarne i due terzi -dichiara la direttrice del monumento, Rossella Rea- L’idea è di ricostruire i montacarichi delle macchine sceniche così come erano in uso del V-VI secolo, di cui abbiamo dei perfetti modelli tramandatici dai Dittici Consolari, le famose tavolette d’avorio che riproducevano i giochi del Colosseo”. Ma il pregio di questo accordo, rimarca Barbera “è quello di restituire nella sua interezza il Colosseo al pubblico” augurandosi una contestualizzazione decorosa al monumento e promette “durante i lavori, che consegneranno una superficie visitabile incrementata del 25%, il Colosseo rimarrà aperto a tutti”, e accoglierà la mostra archeologica ‘Roma Caput Mundi’ (dal 3-10-2012 al 10-3-2013). Statuetta di Arpocrate, Napoli, Museo Archeologico Nazionale primapagina31 attualità e cultura Corrado Cagli, alla ricerca dell’arte primitiva di Andrea Carnevali era manifestato deciso verso temi storici che assumevano significati talvolta personali come ne La Battaglia di San Marino (1936) e ne La caccia (1935). Dal che metteva in primo piano la pratica dell’analisi interiore per raggiungere una certa assonanza tra l’ideazione creativa e la forma estetica o il mondo esteriore. Va sa da sé che non possano essere lette le sue opere, senza considerare gli studi sulla pittura antica che gli aveva consentito di formarsi sia nella grafia che nell’arazzo. Tanto da far nascere il desiderio di confrontarsi con le diverse arti che lo elessero maestro per molti artistici contemporanei. E non solo. Cagli sentì il bisogno di rinnovare l’arte teatrale, il cinema, prendendo posizione anche nella rivista di architettura “Quadrante” diretta da Bontempelli. Il realismo magico assume addirittura una chiave fiabesca. L’opera Orfeo che incanta le belve viene addirittura presentata dal pittore anconetano alla Biennale veneziana del 1938. La svolta arrivò per la sua carriera qualche anno prima. Nel 1932 ci fu, infatti, una certa attenzione per la prima mostra personale di Cagli presso la Galleria d’arte a Roma. Nello stesso anno si E ccentrico, raffinato e talvolta primitivo, Corrado Cagli è uno dei protagonisti del Novecento per il tratto modernissimo di pittura inquieta, spesso solo abbozzata e non finita (come in Venendo alla Vita 1957, Brescia – Collezione Cavellini). Cagli era nato nel 1910 a Ancona da una famiglia ebrea. Da ragazzo pur dimostrando una certa precocità nel dipingere, coltiva soprattutto la passione del segno grafico tanto che a sedici anni si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia delle Belle Arti. Tiene molti rapporti con scrittori e intellettuali subendone le influenze stilistiche da prima della pittura primordiale e poi letterarie accanto a Massimo Bontempelli con cui aveva avuto un continuo scambio di idee. Cagli aderì alla sperimentazione del linguaggio visivo negli anni Trenta, procurandosi il consenso di molti intellettuali. Il pittore anconetano elaborò composizioni di grandi dimensioni, quasi monumentali, che faceva derivare dallo studio di Piero della Francesca, da Paolo Uccello e dal descrittivismo di Rousseau. Durante gli anni Trenta il temperamento dell’artista si 32Primapagina La copertina del Catalogo della personale di Corrado Cagli Galleria della Cometa, 1936 attualità e cultura avvicinò a Giuseppe Capogrossi ed a Emanuele Cavalli, assieme ai quali formò il gruppo della “Nuova pittura romana”. Dopo il suo esordio nella capitale, poco più che ventenne, viene considerato l’esponente di punta della nuova generazione artistica. Cagli fu il caposcuola di un gruppo di artisti giovanissimi come Mirko e Afro Basaldella, Guttuso, Fazzini e tanti altri che gravitavano intorno alla galleria di Dario Sabatello. La sua decisione di lasciare l’Europa viene maturata in seguito ad un breve periodo a Parigi sia per l’arrivo della guerra sia per la promulgazione delle leggi razziali. Insomma era probabile per Cagli che si arrivasse alla distruzione della civiltà occidentale dietro ai grandi sconvolgimenti politici di metà secolo. L’America lo aveva entusiasmato e lo aveva stimolavano a confrontarsi sempre di più con le avanguardie europee. Il pittore rimase colpito profondamente dagli orrori della guerra che suscitarono emozioni forti tanto da indurlo a raffigurare la vergogna, le stragi e le deportazioni. Per rappresentare l’olocausto Cagli utilizzò il linguaggio di Guernica di Picasso. Essendo di grande impatto emotivo l’interpretazione strettamente formale di Picasso e diretta a risvegliare il ricordo della guerra, il pittore anconetano ricava dall’opera una serie di costruzioni grafiche di straordinaria purezza e linearità per stabilire una nuova relazione tra il concetto di vita- morte ed arte. Le influenze delle opere di de Chirico può essere colta invece in alcuni accorgimenti dai contorni vigorosi e inconsueti come nel quadro Pesca notturna Antibes : un accostamento irrazionale di oggetti di derivazione letteraria. Va da sé lo l’impronta che Cagli vuole alla scultura: La nascita, Cantarena, Il malgoverno, Strumenti musicali raccontano il vacuo e l’inutile della vita. Nel linguaggio creativo di Corrado Cagli è al di fuori della razionalità: oggetti che si trasformano da manichini in strumentali musicali oppure scatole magiche che diventano un gioco d’incastro.Talché nel 1947 La nascita, Il Cantarena, il malgoverno, Strumenti musicali si assiste all’adesione della pittura metafisica interpretata attraverso geometrie sovrapposte e scarso spessore volumetrico come in Lanterna del 1949.Tali deformazioni furono dapprima lente, scarse e quasi insensibili finché la sua tecnica si modificò profondamente tanto da diventare completamente astratta. Cagli fu un grande interprete dei racconti di Klee poiché gli consentiva di esplorare la natura formare per mezzo dell’osservazione l’immagine grafica o pittorica del quadro. Il catalogo Cagli in pochi anni si arricchì di un numero di opere che comprendevano alfabeti, segni, simboli, tessuti forme vegetali e minerali ottenute con i mezzi più consueti. Molto interessanti sono i suoi cicli visivi: Sepolcri (1950), Ipnosi (1951), Matto dei Tarocchi (1960), La barca Arunta (1951). In più, Le Tavolette 1954-55 attingono dallo studio delle figure delle arti primitive extraeuropee, tradotte in un linguaggio moderno. Lo spazio che occupa un muro racchiude per Cagli un mondo misterioso che può essere scoperto con accostamenti casuali di muffe, di colori e di segni incisi prodotti con la punta di un chiodo. Cagli ha ottenuto un certo consenso dalla critica in seguito alla mostra Omaggio a Cagli (1963) all’Aquila (a cura di Enrico Crispoldi) che rimediava ampiamente a certi difetti d’informazione togliendo di mezzo il luogo comune dell’eclettismo, attribuito al maestro marchigiano. Oltre a ciò va ricordata la mostra il cosmo di Cagli di Ancona alla Mole Vanvitelliana (a cura di Fabio Benzi 2006) che ha pure ha richiamo di nuovo l’attenzione su alcuni aspetti della sua produzione artistica in particolare quella relativa al periodo delle leggi razziali. primapagina33 attualità e cultura di Michele De Luca La natura rivelata di Anselmo Bucci Anselmo Bucci, I pittori, 1921 - 24, olio si tela “L a pittura è un’arte che può dire tutto”: è un’affermazione di Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887 – Monza 1955) ricordata da Elena Pontiggia nel catalogo della bellissima mostra da lei curata nel 1999 e dislocata nelle due sedi della Pinacoteca Comunale di Macerata e della Quadreria Cesarini di Fossombrone. Ma più che le sue parole, sono le sue opere a confermarlo; i quadri, i disegni, le incisioni che ci ha lasciato compongono un vero e proprio “repertorio” della natura e della vita, una narrazione copiosa, capace di raccontarci con la stessa vivacità e sensibilità paesaggi, animali, fiori, città, episodi di guerra e scene mitologiche, personaggi biblici e oggetti d’uso quotidiano. L’artista è stato, fondamentalmente, un acuto “narratore”, come ha dimostrato anche nei libri che ha scritto (tra cui, Il Pittore volante, che gli valse nel 1930 il Premio Viareggio) e negli innumerevoli articoli ed elzeviri pubblicati sul “Corriere della Sera” nell’arco di una vita. Ma egli è stato un narratore anche (e soprattutto) nella pittura e nelle altre espressioni di arte figurativa; come scriveva ancora la Pontiggia, “si può dire che non ci sia stato un tema che la sua tavolozza non abbia toccato”, sempre in bilico tra modernità e classicità. Mentre gli artisti del secolo appena concluso si sono spesso concentrati su un unico soggetto, Bucci si è di- 34Primapagina L’artista di Fossombrone e il movimento “Novecento” in mostra stinto nel voler raccontare “tutto”, vita quotidiana e mito, l’architettura e la città, l’individuo e la folla, il paesaggio e l’immaginario esotico, il costume (che seppe guardare con pungente spirito satirico), la cronaca, il viaggio. Per lui – sono ancora sue parole – l’arte era, e doveva essere, in tutte le sue forme espressive, “la testimonianza del vero, aureolata di poesia”. Attivo a lungo e ripetutamente a Parigi, si ispirò sicuramente alla tradizione realista dell’800 francese e fu tra i fondatori del movimento “Novecento” (fu proprio lui a coniare questo nome), con gli altri sei artisti – Dudreville, Funi, Oppi, Malerba, Marussig e Sironi – che nel 1922 si raccolsero a Milano intorno a Margherita Sarfatti e alla Galleria Pesaro, i quali volevano essere classici e moderni. “Novecento”, il cui riconoscimento pubblico sarebbe avvenuto nella Biennale di Venezia del 1924, sviluppò le tendenze naturalistiche diffuse dopo la prima guerra mondiale ed emerse anche nell’ambito della produzione delle avanguardie artistiche (come nel Gino Severini della Maternità del 1916); collocandosi nel generale clima del “ritorno all’ordine” e riprendendo la tradizione primitivista e rinascimentale, ma senza proporre una soluzione stilistica unitaria, semplicemente all’insegna del gusto per certi soggetti (natura morta, ritratto e paesaggio, “generi” classici della pittura) e per una poetica di sublimazione del quotidiano. La figura e l’opera di Bucci e di “Novecento” vengono rievocati ora in una bella e ampia retrospettiva che la Galleria Carifano ha proposto nelle sale di Palazzo Corbelli a Fano con il titolo “Anselmo Bucci e gli amici di Novecento. Martini, Oppi, Sironi e Wildt”. Il percorso espositivo curato da Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio (il catalogo è stato pubblicato da Silvana Editoriale) prende il via dagli esordi e dal periodo marchigiano per proseguire con la stagione francese, fondamentale nella vicenAnselmo Bucci, La Rouge, 1907, olio su tela attualità e cultura da di Bucci. “Arrivai a Parigi il 1906 e consumai il primo pasto completo nel 1910, la vita si nutre più di incontri che di cibo”, ricorda Bucci. Qui conosce Picasso, Apollinaire, Dufy, Utrillo, si lega d’amicizia con Modigliani, Severini, Suzanne Valadon e Viani e la sua arte assume immediatamente respiro internazionale; nel 1907 è accolto dal Salon des Artistes Français, poi al Salon des Indépendants così come al Salon d’Automne del 1909. Il tratto successivo della mostra s’incentra sugli “Scenari di guerra” e nella fattispecie quelli della Grande Guerra e del Secondo Conflitto Mondiale. Un genere in cui l’artista ha saputo primeggiare, Anselmo Bucci, Al balcone, da vero e proprio war artist. Vi è Anselmo Bucci, La bigia, 1922, olio su tela 1916, olio su yela infine la sezione dedicata agli amici di Bucci. Da una parte il Gruppo di Novecento, nucleo composto da sette artisti dall’altra fi- Achille Funi, Partita a carte di Marussig, L’ingegnere di gure di spicco che hanno intrattenuto con Bucci legami Oppi, e tanti altri. di amicizia e di stima: Bonzagni, Egger Lienz, Martini, La pittura di Bucci, dunque, attraversa “disinvoltamenMazzolani, Mazzucotelli, Modigliani, Viani e Wildt. te” tutti i generi “classici” di quest’arte; presentandolo L’esposizione presenta una serie di importanti inediti e alla mostra alla Galleria Pesaro di Milano nel 1926, il riscoperte; primo fra tutti, grande Carlo Carrà scriveil dipinto In volo (1920), va: “Per Anselmo Bucci, in mostra dopo più di setcome per ogni vero artista, tant’anni dall’ultima esponon vi sono gerarchie e casizione. L’opera esposta sellamenti astratti, l’arte non alla Biennale del 1920, è è né la figura né albero, né considerata tra gli esiti più la mela né la città. L’arte è alti delle capacità pittoriche la natura rivelata; è la luce, di Bucci, che in una lettera forma, colore, proporzione, del 1954 scriveva: “Ho ventrasposizione sensibile della duto il mio ‘Volo’ a Venezia realtà. Non si possono scin20.000 lire nel 1920, vale a dere se non per scopi estraedire quattro milioni di adesstetici le opere di un singolo Anselmo Bucci, so! Ne era geloso perfino artista, essendo esse il frutto Paesaggio a Fossombrone, 1933, olio su tela Gola, è tutto dire!”. Ma è di una medesima natura”. l’occasione per ammirare tanti capolavori, dal famoso Anselmo Bucci, La foce dell’Arzilla, 1921 - 23, olio su tela e conosciutissimo I pittori del 1924 (il suo autoritratto ricco di grazia e di sottile autoironia) , a Figura alla finestra (1928), da Popuccia (1930) a Rorò. Il risveglio (1932),ad Autoritratto dal barbiere e Tramonto nel porto di Genova (entrambi del 1916), oltre che splendide opere degli “amici”, come il bellissimo Nudo femminile di Anselmo Bucci, Bagni a Fano, 1921 - 23, olio su tela primapagina35 attualità e cultura di Sergio Rinaldi Tufi Fano e le sue mille antiche testimonianze Dagli edifici alla struttura della città A ffacciata sull’Adriatico lungo il corso delle via Flaminia, Fano, con il suo impianto urbanistico “a scacchiera”, rivela la sua discendenza da un’antica città romana: per la precisione, Fanum Fortunae, che fu fiorente colonia con Augusto, ma che già prima aveva avuto vita intensa. In origine, probabilmente, su questa spiaggia era stato costruito un tempio (in latino, appunto, “fanum”) dedicato alla Dea Fortuna in occasione della vittoria romana contro Asdrubale nel 207 a.C. (siamo nella seconda Guerra Punica); si era poi sviluppato un abitato, che era stato sottomesso nel 49 a.C. da Cesare durante la guerra civile contro Pompeo; ma fu poi Ottaviano Augusto a fondare la Colonia Iulia Fanestris, dandole, come a tante altre città costruite nell’Impero, quella rigorosa planimetria. Che cosa rimane? Testimonianze molto diverse: realtà particolarmente vistose, come l’Arco di Augusto e un consistente tratto delle mura; altre realtà in qualche modo ri36Primapagina conoscibili o intuibili, come il famoso reticolo di strade che si incrociano ad angolo retto, ma anche il luogo di alcuni edifici; e un appassionante fantasma: la Basilica di Vitruvio. Cominciamo dall’Arco: è da qui che si entrava in città (sarebbe più esatto parlare di porta). Il monumento è inserito nelle mura che l’imperatore donò alla città (prassi non inconsueta). “Murum dedit”, dice l’iscrizione sull’architrave, databile al 9-10 d.C.: “dono” sia strategico (difesa dell’abitato), sia simbolico (riconoscimento dell’importanza della colonia). Un’altra iscrizione fu aggiunta nel IV secolo in memoria di Costantino. L’Arco-porta si apre a sud-ovest verso l’entroterra e la via Flaminia: anzi, come ha scritto Valeria Purcaro (Università di Urbino “Carlo Bo”) in un volume appena uscito, intitolato per l’appunto Murum dedit (si tratta degli atti di attualità e cultura un convegno tenuto nel bimillenario delle mura stesse),“la Porta costituisce il punto in cui la Flaminia diventa il Decumano Massimo”. L’Arco è a tre fornici: uno centrale maggiore per i veicoli, due laterali minori per i pedoni. Sopra l’architrave con iscrizione era una loggia ad archi che concludeva armonicamente la composizione architettonica, ma che fu demolita dalle truppe di Federico da Montefeltro nel corso della lotta contro Sigismodo Pandolfo Malatesta: l’aspetto originario è testimoniato da un peculiare rilievo di inizio ‘500 sulla facciata della vicina chiesa di San Michele. Quanto alle mura, se ne conserva nelle adiacenze un buon tratto, con torri e con un’altra porta più piccola,“Porta della Mandria”. All’interno dell’ingresso maggiore, la strada che oggi si chiama proprio Via dell’Arco di Augusto ricalca il percorso dell’antico Decumano Massimo: uno dei due assi perpendicolari (l’altro era il Cardine Massimo) su cui si impostava il sistema a scacchiera della città, che peraltro si raccordava con un’altra scacchiera, quella della divisione del territorio circostante in appezzamenti coltivabili (centuriazio-ne). A questo proposito, diciamo che restano nella campagna notevoli tracce della centuriazione di età augustea, ma che esiste anche un documento relativo ad assegnazioni precedenti: il cosiddetto “Cippo Graccano” dell’82 a.C., in cui si fissa il confine di un appezzamento nell’ambito della consegna di terre a cittadini nullatenenti, prevista dalla Lex Sempronia agraria voluta da Tiberio Gracco. Ma torniamo al sistema stradale interno alle mura. Non tutte le vie sono così ben riconoscibili come il Decumano Massimo: talvolta si trovano in profondità resti di pavimentazione, talvolta l’andamento è rivelato dal percorso delle fogne, che qua e là si sono individuate. All’incrocio fra il Cardine Massimo (presso Via Nolfi) e il Decumano Massimo era il Foro. O meglio: scavi effettuati nell’area della Piazza Amiani hanno individuato resti di un impianto termale e di un macellum (mercato alimentare) adiacenti al Foro stesso. Sotto il Duomo sono stati rinvenuti resti di un edificio sacro: il Tempio della Fortuna? Ma c’è un dubbio ancora più coinvolgente: sappiamo che un celebre architetto come Vitruvio aveva fatto costruire a Fano una grande basilica. Dove è? Vediamo. Vitruvio scrisse e consegnò all’imperatore Augusto il trattato De Architectura, scritto fra il 29 e il 23 a.C.: unica opera del genere che il mondo antico ci abbia tramandato, fonte di tante notizie sull’“arte di costruire” greco-romana e testimonianza della ricerca dell’armonia delle proporzioni basata su geometrie ideali. Grande teorico dunque. Ma come architetto “sul campo” Vitruvio progettò un solo edificio: proprio la Basilica di Fanum Fortunae, a pianta rettangolare con deambulatorio perimetrale, affacciata sul Foro e destinata soprattutto all’amministrazione della giustizia. Nel De Architectura (Cap.V,1), Vitruvio sottolinea gli aspetti innovativi del progetto: ingresso sul lato lungo; due ordini sovrapposti,con alte colonne che li sorreggono entrambi e li raccordano (“ordine gigante”); aggiunta di un ambiente absidato per il culto imperiale (Aedes Augusti)… In vari tentativi di ricostruzione si sono esercitati dal Rinascimento a oggi architetti, archeologi, filologi: fra gli architetti Andrea Palladio, che si ispira poi a quel modello ideale (ville venete, Teatro Olimpico, Basilica e vari palazzi a Vicenza, San Giorgio Maggiore a Venezia…) e lo “esporta” soprattutto nel mondo anglofono; fra gli archeologi il grande specialista francese Pierre Gros, secondo cui fra l’altro la Aedes Augusti “fece scuola” in molte basiliche successive. Fra Vitruvio e Palladio c’è una differenza pesante: la gloria di Palladio si fonda su un buon numero di celebri edifici da lui realizzati o a lui ispirati; quella di Vitruvio su un edificio che non c’è. In anni recenti, l’archeologia fanense aveva vissuto un momento di fermento, quando in scavi condotti sotto la chiesa di S. Agostino erano emersi cospicui resti, fra cui una serie di arcate che sostenevano una struttura curvilinea. Paolo Clini (università di Ancona), insieme con altri, aveva pensato proprio alla Basilica, pubblicando anche belle ricostruzioni virtuali. Poi, un leale dietrofront: c’è ancora da lavorare e da scavare. La Basilica continua a nascondersi. Di dubbio in dubbio, non mancano incertezze neppure per quanto riguarda le arti figurative. Già, perché nel Museo Civico Malatestiano si conservano, per l’età romana, mosaici e soprattutto sculture di prim’ordine. E il pezzo forse più bello è anche il più problematico: una testa femminile attribuita a Ottavia, sorella di Augusto, morta nell’11 d.C. Il ciuffo, o nodus, sulla fronte è il tratto più evidente di un’acconciatura apparentemente semplice, ma in realtà complessa e raffinata, che all’epoca ebbe successo. Si discute ancora appassionatamente se il ritratto sia della celebre dama o di qualche illustre imitatrice. primapagina37 attualità e cultura di Francesca Pieroni Allegra Corbo I simboli, l’arte e la ricerca della natura. Viva però A llegra Corbo è un’artista schiva, che parla pesando le parole e malgrado l’attenzione che usa rivela una generosità profonda nel raccontarsi e svelare le tappe di un percorso che è cominciato da bambina e che l’ha portata per molti anni in viaggio e lontano da Ancona, la sua città. Per poi tornare e lavorare ancora sui temi che l’hanno sempre interessata - le donne, i figli, i genitori - attingendo direttamente dall’autobiografia e da quel racconto violento, che parla di natura e crudeltà e dolcezza come dice lei stessa. Allegra Corbo, sguardo diretto, mano nervosa e voglia di dedicarsi totalmente all’arte, esordisce ricordando la difficoltà di crescere sentendosi giudicata da chi la percepiva diversa fin da adolescente. Allegra, come artista sei molto nota ma di certo di te come persona si sa pochissimo. «La mia è una famiglia borghese, e mio padre è sempre stato un avventuriero. Da bambine io e mia sorella abbiamo viaggiato sempre e lo dico perché quegli spostamenti mi hanno segnata profondamente. Nel ‘73, nel mezzo della rivoluzione culturale, siamo andati in India via terra, un viaggio di sei mesi che mi ha fatto attraversare Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan. Pochi anni dopo ci ha portato nella giungla del Borneo a vivere 38Primapagina con i daiachi. Nella mia vita il viaggio c’è sempre stato e tutt’oggi mi sento una nomade. A tredici anni ho cominciato a frequentare l’istituto d’arte Mannucci, un posto dove ad essere strani eravamo in molti. La scuola in quegli anni era bellissima e per tutti noi che l’abbiamo frequentata è stata fondamentale». E alla street e urban art di cui sei una rappresentante, in Italia e a livello internazionale, quando e come ci sei arrivata? «Sono stata fortunata. Già all’istituto d’arte insieme ad altri ragazzi facevo murales, sculture e altre cose. Era il nostro modo di esprimerci fuori dalla scuola. Gli amici di allora, a sedici o diciassette anni, sono oggi importanti artisti. Per esempio, il mio più caro amico di sempre è Enrico David, che Dettaglio dell’atelier con le opere “Uovo di teschio, uovo di bambino”, 2009, e “Maison”, 2005. oggi espone a Londra, Los Angeles, New York. Artisticamente siamo cresciuti insieme. E poi qui c’era il festival di Inteatro che per noi era una miniera perché vedevi che cosa accadeva nel mondo. In pochi anni poi sono approdata alla Socìetas Raffaello Sanzio, una compagnia di teatro d’avanguardia molto importante per cui facevo quello che serviva, dalla recitazione alle scenografie e le luci. A ventitre anni ho conosciuto mio marito che faceva parte dei Mutoid Waste Company, una compagnia circense di travellers cyberpunk che viveva e vive tutt’oggi su case viaggianti, roulotte, camion. E anche con loro ho fatto spettacoli e costruito macchine scenografiche e sculture con materiali recuperati. Lola e Ezra, i miei figli, sono nati e cresciuti lì per diversi Foto Francesca Pieroni Ritratto di Allegra Corbo con ai piedi i disegni per il libro “doppio senso”, 2011, realizzato insieme ad 8 disegnatori (di cui 4 italiani, 3 libanesi, 1 siriano). attualità e cultura anni. Quando ci siamo separati sono andata a vivere al Link di Bologna, altra realtà artistica iperproduttiva. E poi l’esperienza in Francia. Tutti passaggi fondamentali per me. Poi nel 2005 sono tornata a casa. Ad Ancona. E solitamente quando qualcuno torna nel luogo di origine è perché deve concludere qualcosa». E una volta qui hai iniziato la collaborazione con Mac -manifestazioni artistiche contemporanee- per l’organizzazione di PopUp! un festival riconosciuto a livello internazionale. «Sì la prima collaborazione con Mac risale al 2008 ed è stato un buon momento perché avevo voglia di fare un sacco di cose. Mi hanno chiesto di partecipare come artista e poi le cose sono andate oltre e al festival ho portato quelli che erano i miei amici, Blu, Run, Ericailcane, Dem, Elena Rapa, Andreco. Le tre edizioni di PopUp! continuano ad essere citate nei siti più importanti del settore. E poi l’esposizione di Ericailcane dentro Porta Pia è stato un grande evento. Volevamo fare inoltre una personale di Federico Solmi, un autore riconosciuto in tutto il mondo, ma non è stato possibile perché alcune sue opere hanno innescato delle controversie politiche». Torniamo a te. Che cosa si può dire del tuo percorso artistico? Che evoluzione hai avuto? «Sai quando ho iniziato erano gli anni ’80. Lo scenario dei tag e graffiti non mi ha mai interessato, però in quel momento c’era un gran fermento che oscillava fra art brut e naif, ovvero un’arte viscerale, espressionista. Eravamo innamorati allo stesso modo di Egon Schiele e Keith Haring e facevamo muri, collage, magliette… al tempo eravamo allegri. Negli anni ’90 facevo parte della scena underground europea e in Francia ho fatto delle mostre con Le Dernier Cri. Tutti guardavamo alla visionary art americana, soprattutto a Mark Ryden. Poi ho cominciato a lavorare sulla mia biografia e sono arrivata a fare anche cose violente. Sono partita da me stessa ma sentivo di scrivere una biografia cosmica legata all’infanzia, ai suoi traumi e alle relazioni tra genitori e figli. Tutt’ora tratto temi che sono legati all’essere donna, madre, e alla malattia. Simbolicamente la mia iconografia è sempre stata molto forte. Altra parte importante del mio percorso artistico la si ritrova nell’artigianato dei popoli che ho conosciuto viaggiando. Forme, segni, colori e tecniche sono di stimolo per la realizzazione di ricami, patchwork, pittura su legno. Negli ultimi anni sto lavorando su quello che la natura ci dà e quindi assemblo conchiglie, scheletri, ossa, piume. Attualmente sono in un periodo di passaggio ed ora, in me, un concetto è chiaro come non mai. Ovvero, che la natura, tutta quella che ci circonda con le sue infinite forme, sia l’espressione artistica più bella in assoluto. E la spinta, come artista, è quella di riuscire ad entrare sempre più nel mondo della natura. La natura viva, però». La street art è un segmento dell’arte contemporanea che si inserisce in scenari urbani con simboli dissacranti, scene spersonalizzanti e visioni dissimulate. Che riscontro trova nel circuito economico costituito invece da gallerie, curatori, A sinistra, dettaglio dell’atelier con le opere: “Mona Kali Sa”, 2008; alcune opere della serie “Maschere”; “Aletheia” il libro illustrato con Andreco, 2011. musei, compratori? «Ozmo vende benissimo e i lavori di Ericailcane spaccano i muri. Blu, al contrario, anche se molto conosciuto ha una sua posizione etica rispetto al mondo, all’arte, al denaro, e rifiuta di appartenere al sistema. Ognuno ha la sua strada. Io lavoro con una galleria romana e mi chiamano ad esporre a festival, mostre, in Italia e no. Quel che è certo che solo pochi di noi riescono a vivere della propria arte. Molti, me compresa, sono costretti ad occuparsi anche di altro. Ecco questo è quello che vorrei cambiare. Vorrei pensare solo alla mia arte e al muro bianco da disegnare. Quello che ci accomuna è un grande affetto l’uno per l’altro e le collaborazioni a diversi livelli. Anche se esistono degli artisti che preferiscono lavorare isolati, nella loro tana. Penso a Enrico David e Simone Pellegrini. A me invece piace creare le opere direttamente sul posto. Quando mi invitano nelle gallerie, parto con una quantità enorme di cose che poi prendono forma e si installano là. Io sono solo un medium». Visionaria e famelica di ricerca interiore, Allegra Corbo disegna, incolla, cuce, trasforma. E dona allo spettatore una teoria di simboli autentici e riconoscibili. Tutti così maledettamente legati all’anatomia fisica e spirituale dell’essere bambina prima e donna poi da creare nello spettatore un disagio. Il disagio di sentire, dopo molti anni, riaffiorare la voce di quel buio che nel tempo abbiamo imparato a far tacere. Un buio fatto di ricordi e paure, insicurezza e dolore. Allegra Corbo riapre le ferite che abbiamo curato nel tempo. Anche quelle da cui nessuno ci salverà mai. Allegra Corbo sul lenzuolo disegnato e ricamato per l’installazione “La donna senza fiato”, 2000. primapagina39 attualità e cultura di Lella Mazzoli* L’informazione ha nuovi scenari COME CAMBIA LA PROFESSIONE DEL GIORNALISTA S olo qualche anno fa si era soliti dire: l’ha detto la televisione, e lo si diceva con l’intento di ritenere quelle affermazioni vere, non contestabili. Altri media erano fonti di informazione credibile come alcune testate di giornali di carta stampata o la radio. Voglio dire che tutti i media hanno avuto e hanno il compito di informare e di formare le persone ma la televisione ha avuto la meglio. Ho usato i verbi al passato non perché, attualmente, i media citati non siano più seguiti, (il nostro Osservatorio su come si informano gli italiani, i cui dati sono su: www.news-italia.org, ci dice che gli italiani si informano, ancora: 89% dalla Tv, 55% dalla radio, 60% stampa nazionale e 54% locale) ma perché a un certo momento qualcosa è cambiato. È arrivato un nuovo attore nel teatro dell’informazione. Anzi una prima donna che sta diventando la protagonista: la rete delle reti, Internet. È entrata in punta di piedi, un poco inesperta ma in pochi anni è già diventata adulta e oggi ha già un ruolo centrale, è la vera concorrente degli altri media. Certo che quando diciamo Internet diciamo gestione di informazioni, di relazioni, di amicizia, di ricerca dati, etc…parlando di informazione diciamo social media (Facebook, Twitter, YouTube, etc.). Cambia la scena dell’informazione. Cambia allora anche la professione del giornalista e la sua formazione? Credo proprio di sì. Certo in passato il mestiere si imparava stando nelle redazioni, e si era particolarmente fortunati se si incontravano veri maestri di giornalismo con i quali si faceva la gavetta consumando un bel po’ di suola di scarpe. Poi circa 25 anni fa sono arrivate le Scuole di giornalismo. Noi nelle Marche ne abbiamo una di Scuola di giornalismo: quella di Urbino, nata nel 1990 per volere di Carlo Bo ma anche della Regione e dell’Ordine dei giornalisti delle Marche. Prima di questa c’era una Scuola che offriva 40Primapagina una formazione di tipo culturale che non prevedeva la pratica. Anche questa voluta da Carlo Bo. Dunque siamo fra i primi in Italia e senza false modestie anche fra i migliori. Chi si occupa di formazione deve puntare sempre in alto. Siamo considerati bravi perché da 22 anni a questa parte abbiamo continuamente innovato, abbiamo posto attenzione ai cambiamenti, selezionando giovani motivati e pronti a sacrifici produttivi. Siamo molto orgogliosi dei nostri oltre 300 giornalisti che si sono formati nella nostra Scuola, che hanno svolto stage nelle redazioni, e che oggi sono in giro nelle redazioni (italiane e straniere) di importanti testate tv, radio, carta stampata e web. Il web. Già dalle prime esperienze di giornalismo online la nostra Scuola ha posto attenzione a questa straordinaria innovazione. Non abbiamo abbandonato gli altri giornalismi. Abbiamo però introdotto il giornalismo online ibridandolo con le altre forme. Consapevoli che ogni medium ha il suo modo di scrittura abbiamo investito nell’offrire ai giovani praticanti la competenza necessaria per affrontare il mercato del lavoro. Abbiamo attrezzature ma soprattutto docenti di altissimo livello, che dopo aver sperimentato nelle loro redazioni portano nella nostra Scuola la loro competenza. Sono professionisti conosciuti a livello internazionale, delle eccellenze. Abbiamo capito da subito che i nuovi media (social) sarebbero stati il futuro del giornalismo. Abbiamo capito che la società e con essa le persone che ne fanno parte hanno nuove e differenti esigenze anche nel campo della informazione. Sappiamo che il cittadino vuole costruirsi la sua di informazione, come un patchwork, un patchwork mediale e per farlo ha bisogno di notizie che debbono essere date da professionisti preparati alle nuove forme di comunicazione. Il cittadino meno che in passato dice: l’ha detto la tv, molto più frequentemente prende il suo tablet o il suo smartphone e costruisce la sua realtà informativa. Una opportunità possibile per ognuno di noi se ci saranno giornalisti in grado di rispondere a questa esigenza e modernità. Questo è l’obiettivo della Scuola di Urbino. Tant’è! *Direttore Istituto per la Formazione al giornalismo di Urbino attualità e cultura Il Romanico nelle Marche Curato da Paolo Piva, con la collaborazione di Cristiano Cerioni, è il volume strenna 2012. Editoriale Jaca Book, collana “Patrimonio artistico italiano” - Serie Editio Maior S trette tra mare e propaggini montuose, tra la dorsale appenninica e l’Adriatico, le Marche, terra di confine (e quindi di relazione) per definizione, concentrano in una straordinaria varietà di paesaggi una altrettanto eccezionale ricchezza di patrimonio monumentale. Un patrimonio in realtà – e non sembri un paradosso – ancora in gran parte da esplorare. La pur ricca produzione editoriale dedicata alla cultura storicoartistica si è infatti prevalentemente mossa secondo i binari delle categorie tradizionali (architettura, pittura, scultura etc.). Con questo volume si propone invece di rovesciare tale approccio, ponendo come fuoco dell’interesse il monumento, nella sua concretezza di vita e di forme, nella sua stratificazione significante e nella sua complessità, in relazione diretta e stringente con il contesto, umano e territoriale. E l’esperienza romanica si presta bene ad esemplificare tale innovativo approccio. Considerato il primo linguaggio comune dell’Europa che rinasce dopo l’anno Mille, il romanico presenta in realtà una continua varietà di aspetti, strettamente intrecciati alle diversità territoriali, dalle maestranze, ai materiali, alle tradizioni costruttive e decorative. Per le caratteristiche proprie della sua storia e della sua conformazione geomorfologica, le Marche si prestano bene ad esemplificare tale assunto. Dal limite nord, segnato dal Montefeltro, a quello sud verso l’Abruzzo, il territorio, innervato dalle grandi vallate che conducono allo specchio adriatico, consente di toccare con mano tale complessa circolazione culturale, che intreccia suggestioni che dal cuore dell’Europa e Venezia si spingono sino a Oriente, favorite dall’intrecciarsi delle rotte marittime. A tale proposito il testo già predisposto dal Prof. Paolo Piva, dell’Università degli studi di Milano, per la collana “Patrimonio artistico italiano” è stato completamente rivisto e aggiornato con la collaborazione del Prof. Cristiano Cerioni, e radicalmente rinnovato nella veste grafica e fotografica, inte- grata da una innovativa campagna di rilevazioni fotografiche dall’elicottero realizzata dallo studio BAMS-Photo Rodella di Montichiari. Rispetto alle riprese aeree, quelle dall’elicottero restituiscono infatti il territorio in tutta la sua plasticità ed evidenza, offrendo un inedito strumento di lettura e conoscenza dei monumenti. Senza meccanicismi cronologici, la trattazione procede da nord a sud della regione assecondandone la conformazione secondo ambiti omogenei di cui si è voluta preservare l’originale coerenza (a tale proposito si è mantenuta la trattazione nell’ambito del Montefeltro di San Leo, anche se dal 2009 in Provincia di Rimini), dalle prime attestazioni dell’XI secolo alla piena esperienza cistercense che segna il passaggio al gotico. Particolare attenzione è stata riservata naturalmente a contesti urbani di eccezionale rilievo, come Ancora e Ascoli Piceno. Una ricca appendice di corredo grafico e una esaustiva bibliografia, appositamente aggiornata, concludono il volume. primapagina41 attualità e cultura di Lorenzo Verdolini Un maestro dello sguardo Il mondo artistico di Tullio Pericoli raccontato da Silvia Ballestra S i è immaginato come Little Nemo, il personaggio dei fumetti disegnato da Winsor McCay nel 1905: quel bambino che ogni notte sognava fantastiche avventure nel regno di Slumberland. Con un pigiama svolazzante e i capelli arruffati dal vento, sembra pronto a spiccare il volo per uno dei suoi viaggi fantastici sospeso fra matite, pennelli e colori. Tullio Pericoli ha realizzato centinaia di ritratti, ma un solo autoritratto. O, almeno, questo è l’unico in cui si è riconosciuto e che ci è rimasto. Con quei suoi inseparabili occhiali tondi, ricorda 42Primapagina davvero lo «gnomo disegnatore» evocato nel 1970 da Giorgio Bocca in uno scritto dedicato all’artista marchigiano. All’epoca, entrambi collaboravano con «Il Giorno» di Milano. Pericoli da quasi dieci anni. Era arrivato nel capoluogo lombardo nella primavera del 1961 con una valigia zeppa di disegni e in tasca due lettere di Cesare Zavattini. Allo scrittore e sceneggiatore emiliano era bastato uno sguardo per scorgere nei ritratti di quel giovane illustratore proveniente dalla provincia ascolana del vero talento. Così lo aveva indirizzato da Giancarlo Fusco, storica firma del quotidiano diretto da Italo Pietra. Dopo appena qualche mese, Pericoli già illustrava Il racconto della domenica e i suoi disegni accompagnavano gli scritti di firme prestigiose, da Mario Soldati a Bassani, da Pasolini a Sciascia. Erano gli anni del boom economico, carichi di energia ed entusiasmo, ma anche delle mille contraddizioni insite in uno sviluppo vorticoso e caotico. Pericoli si immerse fra i mille stimoli e le tante opportunità offerte dalla città lombarda, ma senza mai rinunciare alla ricerca di nuovi linguaggi comunicativi, né perdere il suo sguardo pulito su ciò che lo circondava. Ad iniziare dall’arte. «Ero puro in una maniera che oggi potrebbe anche far ridere, venivo dalla provincia», ha raccontato. Soprattutto, senza mai prendersi troppo sul serio, tanto che non ha mai smesso di ripetersi la frase-totem che usava per gioco da bambino: “facciamo finta che… ero un pittore”. «Questo perché – ha spiegato – in realtà non so bene quel che sono davvero». Tullio Pericoli è effettivamente un artista eclettico e come tale difficilmente catalogabile. In più di cinquant’anni di attività si è cimentato nell’illustrazione, nel disegno, nella satira politica, nella pittura, nella scenografia teatrale, nella grafica. Un lungo viaggio per strade diverse e apparentemente distanti, ma sempre percorse con il suo stile personalissimo, raffinato e ironico, e una rara capacità di osservazione. Un cammino denso di esperienze, incontri e collaborazioni, che ora viene raccontato dalla scrittrice Silvia Ballestra nella biografia Le colline di fronte. Un viaggio intorno alla vita di Tullio Pericoli (Rizzoli, Milano 2011, pp. 256, € 18,00). Un libro molto interessante e ben scritto, che – seguendo le orme di Pericoli – consente al lettore di intraprendere un viaggio negli ultimi decenni della vita culturale e sociale italiana, cogliendone le trasformazioni e incontrando personaggi che hanno lasciato un segno importante, come Lucio Mastronardi, Oreste Del Buono, Umberto Eco, Italo Calvino, Livio Garzanti, Livio Zanetti, Eugenio Scalfari. E, naturalmente, Emanuele Pirella, che con Pericoli strinse una grande amicizia e un sodalizio artistico assai fecondo. La Ballestra dà spazio soprattutto alla parte “pubblica” dell’artista, mentre le relazioni più intime vengono lasciate sullo sfondo, «nonostante emergessero ogni tanto – ha scritto – spunti che avrebbero fatto la gioia di qualsiasi biografo un filo più spegiudicato di me». L’autrice, che per molti aspetti ha compiuto un attualità e cultura percorso biografico non dissimile da quello del suo biografato, essendo originaria della provincia ascolana ma da parecchi anni residente a Milano, ne ha voluto seguire le tracce per «capire – ha spiegato – la sua vicinanza agli scrittori, sentirlo parlare della città che ha accolto prima lui poi me, conoscere il suo sguardo su quel paesaggio di casa lasciato con la partenza che anch’io ho avuto voglia di raccontare in molti dei miei libri». Già, il paesaggio. Negli ultimi anni, Pericoli vi si è dedicato particolarmente e quelle dolci colline della campagna marchigiana che si inseguono come onde lievi, appaiono spesso nella sua pittura, ora come giocose miniature acquerellate, ora come macchie di colori dense e graffiate. Quel paesaggio in cui è cresciuto da bambino, quando era immerso nella natura come fosse fatto «di foglie, alberi e radici», se l’è ritrovato dentro da adulto, vivendo in quella città senza orizzonte, ed è divenuto una componente essenziale della sua vita. «Dipingo paesaggi per capire meglio da chi e da che cosa, nascendo, sono stato accolto, perché il paesaggio è il primo bagno in cui viene immerso un bambino», ha scritto. E a me viene in mente quando, da piccolo, in qualsiasi disegno o scarabocchio facessi, vi infilavo sempre uno sfondo di montagne tondeggianti dominate dalla sagoma inconfondibile del San Vicino, con la sua cima sbeccata: il paesaggio che vedevo dalle finestre di casa mia. L’artista ascolano ha ammirato e indagato il paesaggio per comprenderne l’essenza profonda con lo stesso occhio attento con cui ha osservato i volti dei tanti personaggi della cultura che ha ritratto, tanto che Salvatore Settis l’ha definito «un maestro dello sguardo». «Dipigendo volti come paesaggi e paesaggi come volti, Pericoli ci ricorda che il paesaggio siamo noi: il paesaggio corrisponde al volto collettivo di una società e di un Paese», ha dichiarato l’archeologo, che da anni combatte per difendere i nostri paesaggi sempre più spesso devastati o minacciati da una cementificazione selvaggia. Per questo, ha concluso Settis, «quella di Pericoli è una pittura “etica”: trasmette un’idea dell’Italia alta e pulita». Che esiste, per fortuna: è qui che il piccolo Nemo spicca il volo ogni notte per compiere i suoi viaggi fantastici con matite, pennelli e colori. primapagina43 attualità e cultura di Lucia Cataldo Le radici dell’eccellenza Cronaca della nascita dello Sferisterio R icostruire gli albori della Stagione Lirica dello Sferisterio, e gli anni d’oro che a partire dal 1967 hanno diffuso nel mondo il nome di Macerata e del suo Teatro. Questo uno degli scopi principali del Il maestro Carlo Perucci volume «Arena Sferisterio di Macerata 1967-1986. Origine e storia della tradizione lirica. I primi dieci anni» curato da Elisabetta Perucci e Gianni Gualdoni, edito dalla Camera di Commercio di Macerata, recentemente presentato al pubblico. Elisabetta è figlia del direttore artistico Carlo Perucci, autore nel 1967 della riapertura dell’Arena e della sua trasformazione in un vero e proprio teatro all’aperto; insieme a Gianni, figlio di Alberto Gualdoni direttore di 44Primapagina Il convivio di fine stagione teatrale in palcoscenico (1982) . A destra Gualdoni, di fronte Laura Zannini, Katia Lucarini, Tino Turtura e Antonio Salvadori. (Archivio privato Gualdoni). palcoscenico di quegli anni, ha dato vita ad un volume splendido, in cui i testi e le preziose foto degli archivi di famiglia raccontano l’entusiasmo e la laboriosità di un gruppo di lavoro e la sinergia con un’amministrazione sensibile come quella guidata da Elio Ballesi. Di questa memoria storica, della forza dell’operazione di ripartenza portata avanti da Perucci si erano dimenticate le tracce, all’interno della fama di uno spazio scenico ormai consolidato ed affermato a livello mondiale. Il primo volume (ne seguirà un altro sul secondo decennio) racchiude i primi dieci anni della riapertura dell’arena, cominciando dall’instaurarsi della tradizione della lirica a Macerata all’interno del Teatro Lauro Rossi - e delle due dimenticate stagioni stagioni d’opera allo Sferisterio, nel 192122. L’opera dell’architetto Ireneo Ale- andri, usata nel passato per il gioco della palla a bracciale, era divenuta nel tempo anche sede di spettacoli circensi, teatro, sfilate in costume storico, giostre cavalleresche, e perfino incontri di boxe, corride o dell’immancabile calcio. Fra le iniziative di rilievo due concerti di beneficenza del generosissimo Beniamino Gigli. Quando Perucci vide lo Sferisterio abbandonato “come un ciclope addormentato” - racconta il libro - ne intuì le potenzialità come spazio scenico della lirica: l’acustica perfetta e la distanza ravvicinata fra gli spettatori e la scena, insolite per un teatro ma di grande impatto emotivo, sono infatti ancor oggi le caratteristiche che affascinano di più in questa struttura unica al mondo. La prefazione di Elisabetta Perucci non lascia molto spazio ad altre parole di commento: lucida, precisa e appassionata riunisce motivazioni di Un convivio di fine stagione teatrale in arena: in primo piano le sarte, sullo sfondo i tecnici di scena (Archivio privato Gualdoni). Il cast del Rigoletto del1974: da sinistra Sherril Milles, Rosetta Pizzo, Carlo Franci, Luciano Pavarotti, Antonio Zerbini (Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti). attualità e cultura Il soprano Raina Kabaivanska in una pausa delle prove della Madama Butterfly (1972). (Archivio Associazione Arena Sferisterio). lavoro di ricerca sul passato che dovrebbero essere fatte proprie da direttori di altri spazi culturali in Italia, famosi o meno conosciuti : “Affinché questo patrimonio culturale, che appartiene a tutti coloro che amano il Teatro, non vada disperso, ho sentito il dovere di intraprendere, in buona compagnia, questo percorso a ritroso Corrida di tori allo Sferisterio, settembre 1923 (Biblioteca statale di Macerata) nel tempo, consapevole che la memoria costituisce di per sé un valore che ci proietta nel futuro sapendo di poggiare su solide radici, e nel contempo rappresenta il giusto riconoscimento verso quanti hanno lavorato con impegno e passione a quella che in origine sembrava solo un’utopia e che si è poi concretizzata in una solida realtà”. All’interno di un racconto affascinante, che trasforma la ricostruzione storico-scientifica in una narrazione coinvolgente, riemergono i personaggi- da Mario Del Monaco a Luciano Pavarotti, da Raina Kabaivanska a Rudolf Nureyev - le scene vengono dipinte come in un film (la giovane e minuta soprano Rosetta Pizzo quasi sollevata da terra dal baritono americano Milnes e dal direttore d’orchestra Franci durante gli applausi finali del Rigoletto). Soprattutto la scrittura fa rivivere le emozioni, i silenzi e gli applausi, nelle cronache dei giornali e attraverso le parole dei protagonisti, delle maestranze e dei giornalisti le cui testimonianze sono state raccolte con certosina caparbietà dai curatori del volume. Straordinaria anche la ricerca d’archivio delle foto provenienti dai fondi delle biblioteche maceratesi e dagli archivi privati delle famiglie Perucci e Gualdoni. Il volume fornisce uno spessore storico al prestigio internazionale conquistato e tramanda le generazioni future tante testimonianze dei protagonisti. Si intrecciano nel racconto anche fasi della storia d’Italia, vicende cittadine ed eventi di tutti i generi, dal terremoto di Ancona del 1972 alle immancabili piogge, compagne di vita dello Sferisterio si aggiunge un altro valore che non sfugge, soprattutto di questi tempi: attraverso le immagini del volume si vede un’Italia che ora è nascosta, sepolta sotto le macerie di valori crollati. In tal senso possono essere lette le foto dei “convivi” di fine stagione di tutti i collaboratori della grande catena di montaggio dell’”industria umana” dello Sferisterio, a volte tenutisi sul palcoscenico dell’arena stessa. Le immagini mostrano sarte, attrezzisti, tecnici, artisti e gli stessi Perucci e Gualdoni insieme agli amministratori: il cuore della laboriosità artistica e artigianale di un’Italia che sa lavorare al meglio, creare eventi eccellenti, ma al contempo festeggiare insieme con da duecento anni. Un capitolo curato da Paola Ballesi amplia l’orizzonte storico a tutta la città, testimoniando come gli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta siano stati ricchi di avvenimenti artistici e di protagonisti nazionali e internazionali transitati in città, con il lavoro di tessitura culturale di Giorgio Cegna, che volle fortemente l’istituzione di una Accademia Statale di Belle Arti, e di Silvio Craia. L’obbiettivo della Camera di Commercio -nelle parole del suo presidente Giuliano Bianchi - è stato quello di far conoscere a tutti lo Sferisterio e i suoi protagonisti. Obbiettivo sicuramente centrato, cui la semplicità da piccolo paese. Oggi il rilievo internazionale e il valore artistico dello Sferisterio sono oggi una ricchezza straordinaria per Macerata e per il suo territorio ed un dato ormai condiviso, che lo connota come una delle eccellenze marchigiane. In questo contesto il volume ricorda a tutti dello spirito pionieristico, della lungimiranza degli amministratori di quel tempo, delle modeste risorse economiche che unite però a grandi idee permisero di realizzare ciò che sembrava irrealizzabile: portare lo Sferisterio nell’arco di pochi anni nel novero dei grandi festival internazionali. primapagina45 attualità e cultura di Agnese Testadiferro La vera storia di Spadolini, ovvero Spadò Ballerino, pittore, restauratore, un genio della nostra terra Alberto Spadolini anni ‘40 L e storie nate quasi per caso spingono a conoscerle meglio. Alla mostra “Spadò: l’artista eclettico che incantò l’Europa” allestita alla Mole Vanvitelliana di Ancona, noto l’articolo determinativo che definisce con 46Primapagina certezza e unicità il personaggio e l’elenco delle arti, “danza, pittura, cinema, musica”. Come è possibile che una sola persona riesca a sviluppare quattro discipline che richiedono tanto impegno, sacrificio, dedizione, studio? Leggere la biografia di Alberto Spadolini (Ancona 1907 – Parigi 1972) lascia sorpresi e quasi increduli. Colpiscono la sua vitalità, la spontaneità, l’equilibrio e il rapporto con i suoi familiari che lo sapevano solo pittore e restauratore. Il prediletto di D’Annunzio aveva spiccato il volo in sordina e aveva tenuto per sé successi e doti, condividendo solo all’estero amori e clamore. Il nipote, Marco Travaglini, sei anni dopo la sua morte, trovò in una soffitta di una casa a Fermo, illuminato da un fascio di luce, uno scatolone dal quale emerse un mondo nuovo e a lui ignoto degli anni di inizio Novecento: per mezzo secolo i riflettori europei si erano accesi su Spadò tra cinema, teatri, cabaret, gallerie d’arte… Solo allora, nel 1978, viene scoperto il ruolo da protagonista di Alberto. Spadò nacque nel 1907 ad Ancona, a dodici anni divenne allievo del pittore del Vaticano Giambattista Conti e a diciassette, apprendista scenografo, accanto a De Chirico, Prampolini e Marinetti, al Teatro degli Indipendenti di Roma, conobbe Gabriele D’Annunzio. Nei suoi lavori riportava i luoghi dell’infanzia, le ballerine, i danzatori nudi, le romantiche vie parigine, i personaggi religiosi, gli affetti: le sue opere sono in collezioni private e pubbliche. Nel 1929 tentò la fortuna in Francia, decorando la Villa del Marchese della Conca in Costa Azzurra. Quei tempi non sono tanto lontani da quelli di oggi: senza un lavoro fisso non si poteva restare. Quando per Spadò le strade francesi sembravano chiuse, D’Annunzio gli diede un inaspettato e significativo aiuto con tre buste: una lettera per il romanziere Maurice Rostand, un’altra per Emilienne D’Alençon e una terza con la considerevole somma di quarantamila lire. All’inizio del 1932, mentre il pittore dipingeva le scenografie in una stanza da ballo a Villefranche sur mer, accadde l’incredibile. «L’Orchestra attaccò le prime note della seconda Rapsodia di Liszt… Spadolini, in pantaloni bianchi e maglietta, si mise a ballare… presto, dal brusio si passò ad un silenzio religioso. Fu un trionfo. All’impresario che voleva immediatamente ingaggiarlo, Alberto rispose divertito: ‘Ma non ho mai appreso a ballare!’ ‘Che importa, voi farete ciò che vorrete, non dovete occuparvi d’altro!’ Non aveva né partitura, né costume, così che debuttò vestito d’un lenzuolo. Interpretò una danza antica e tutta la poesia greca si materializzò nella sala in delirio». Il 9 aprile dello stesso anno debuttò attualità e cultura come danzatore all’Eldorado di Nizza, e da lì anche nel Ballet Russe de Monte Carlo in qualità di Premier Danseur e nel Casino de Paris. Difficile non perdersi tra le molteplici sfaccettature di questo “mitologico, mistico e funesto Spadolini”. In quegli anni è considerato uno degli stinguett, Tino Rossi, Charles Trenet; lavorò con Josephine Baker, Suzy Soliodor, Cécile Soren, Maurice Rostand, Liane Daydé, Paul Colin, Jeans Marais, Edith Piaf, Catherine Hessling, Serge Lifar, Roberto Rossellini; fu ammirato da Jeans Cocteau, Max Jacob, Hitler, Felix Yussupov, Paul Vale- Spadolini con Yvette de Marguerie uomini più affascinanti d’Europa: al termine di ogni spettacolo arrivano nel suo camerino i fiori di tante ammiratrici. Dalle foto e dai video, il suo fisico scolpito sembra una statua vivente, tanto è perfetto, riprodotto oggi egregiamente e a grandezza reale dallo scultore Massimo Ippoliti. Rivedere Spadò ballerino, con un essenziale costume, trasmette tutto e il contrario di tutto: la sua fisicità esplode in modo selvaggio, primitivo, personale, irripetibile. “Io ballo come sento! Io non ballo mai due volte la stessa danza, pur conservando la stessa coreografia, ascolto l’emozione che mi dà la musica… È la musica che scatena la mia danza. L’orchestra non mi accompagna, suona, e la mia danza ne diventa l’immagine”. Regista di se stesso. La sua armonia con il Boléro di Ravel è entrata nella storia della danza. Fece ingelosire Pablo Picasso, Jean Renoir, Walter Chiari; incantò Marlene Dietrich; ebbe una lunga storia d’amore con Yuette Marguerie; cantò con Maurice Chevalier, Mi- ry. E tanto è ancora da scoprire. Il libro “Spadò, il danzatore nudo. La vita segreta dell’eclettico artista” del nipote professor Travaglini, docente e giornalista, è solo l’ultimo degli aggiornamenti. Le citazioni sono dal libro “Spadò, il danzatore nudo. La vita segreta dell’eclettico artista Alberto Spadolini” di Marco Travaglini, anno 2012. primapagina47 attualità e cultura di Annalisa Filonzi L’altro Pascali. Il rapporto degli artisti con la televisione “L ’altro Pascali” si intitola la mostra – svoltasi durante l’estate a Pesaro alla Fondazione Pescheria Centro Arti Visive a cura di Ludovico Pratesi e Daniela Ferraria – a sottolineare la differenza tra due mondi, quello artistico e quello commerciale, che negli anni ‘60, ma non solo, erano considerati del tutto separati. E così certamente li considerava l’artista: lavoro provvisorio, quello di grafico e scenografo, in attesa di sfondare nel sistema dell’arte, consacrazione che avvenne con la mostra alla Galleria L’Attico di Sargentini. Eppure oggi per gli artisti è una condizione alquanto moderna quella di mescolare attività produttive e ambienti espressivi differenti, in una multidisciplinarietà che non penalizza il percorso e l’identità artistica. Per quanto riguarda Pino Pascali, i suoi disegni e filmati per il cinema e la televisione sono stati già riletti in rapporto alle sue opere artistiche in diverse importanti mostre, presi quindi in considerazione, già da tempo, come parte fondamentale della sua produzione artistica. L’artista, prima di lavorare per la pubblicità, nella quale sicuramente l’esigenza di vendere il prodotto condizionava in qualche modo la libertà creativa (anche se spesso la richiesta del committente era un punto di avvio per la sperimentazione, come ad esempio nel video i Killers per l’Algida, a cui continuò a lavorare anche dopo che fu rifiutato perché considerato non appropriato), ha lavorato per la televisione. In molti Paesi il rapporto degli artisti con questo mezzo di comunicazione è spesso di critica e opposizione. In Cina la videoarte nasce negli anni ’80 per protesta contro l’informazione manipolata dal regime di stato; in Russia le stesse avanguardie russe non trovano la piena ammirazione come nel resto del mondo proprio perché espressione di un momento storico da cui si vuole prendere le distanze; negli Stati Uniti Nam June Paik, in quella che è considerata la prima mostra di videoarte, disturba con le sue frequenze sonore proprio le trasmissioni televisive, monopolizzate da un’informazione troppo commerciale. Ma in Italia non è così. La televisione in Italia è un’istituzione statale che non ha fini commerciali 48Primapagina ma sociali. Nel 1952 Lucio Fontana insieme ad altri importanti artisti nel Manifesto Blanco ipotizza le possibilità espressive del nuovo mezzo. I vertici Rai non sono manager alla presa con il conteggio dello share, ma intellettuali che vengono dal mondo industriale, estremamente colto e liberare. La cultura e la sperimentazione sono le vere protagoniste della televisione, che anzi si oppone anche alla cultura predominante in Italia, gestita dagli intellettuali di sinistra, con un metodo più libero e improntato alla ricerca. È per questo che molti sono gli artisti e non i tecnici che vengono chiamati nei primi tempi a far parte di questa avventura: non servono bravi esecutori, ma persone creative capaci di dare forma ad idee nuove. Di questa squadra fa parte anche Pino Pascali, assistente scenografo di Cesarini da Senigallia, con il quale spesso si scontrava per le soluzioni troppo essenziali date alle scene. Ma Pascali già era influenzato dalla corrente dell’Arte Povera, il cui centro era Torino, anche se trovava nelle sale di registrazione della Rai di Roma l’ambiente ideale per le sue prime sperimentazioni. Da Torino e da Milano venivano anche le influenze per le sue soluzioni grafiche, come è evidente dalle opere esposte a Pesaro, del tutto indipendenti dalle linee disneyane provenienti da oltreoceano. Gino Gavioli e Armando Testa erano i due grafici pubblicitari a cui Pascali guardava come maestri, il primo per le animazioni, il secondo per i disegni, come risulta dalle sigle prodotte per la Rai – una ventina in tutto – e per la pubblicità, in cui lavorò con Sandro Lodolo e Massimo Saraceni, insieme ad una forte ricerca per i materiali e gli stili che lo resero un grande artista nella sua pur breve vita. Una complicità, questa tra artista e imprenditore, a cui oggi bisognerebbe tornare per creare quell’innovazione e quello sviluppo di cui tutti parlano, ma a cui pochi credono. attualità e cultura di Pamela Temperini Ieri e oggi: “Le Navi” di Cattolica S i affaccia sul mare e, dall’alto, il colpo d’occhio è davvero notevole. Sembra di avvistare una flotta navale in piena regola o spostando di poco il punto focale un imponente idrovolante. Magia dell’estro di un valente architetto romano, Clemente Busiri Vici, incaricato di progettare in realtà una colonia marina a Cattolica, in Emilia Romagna, per ospitare i figli degli italiani residenti all’estero, e nel contempo omaggio al futurismo e al gusto dell’epoca, affamati di novità e ribelli all’immobilità del passato. I cinque padiglioni della colonia “XXVIII Ottobre”, inaugurati nel 1934 alla presenza del capo del Governo Benito Mussolini, erano veramente unici nel loro genere. I volumi della struttura, monolitici, minimalisti, in cemento armato, fissi nella loro statica compiutezza si aprivano alla suggestione di un vigoroso dinamismo insito nella stessa morfologia di ispirazione aereonavale ed in perfetta sintonia con l’avvento della civiltà industriale e della velocità, la nuova bellezza del mondo moderno. Per anni la colonia è stata la gioia di tanti piccoli marinai che, vestiti di tutto punto, trascorrevano la giornata secondo le regole della marina, dalla ginnastica del mattino al saluto alla bandiera, e nella straordinarietà dell’esperienza realizzavano il desiderio di conoscere la loro lontana madre patria. Tutto questo fino agli anni Sessanta quando è prevalso l’interesse economico e l’area del complesso è stata lottizzata per la costruzione di alberghi ed appartamenti. Salvata dalla totale distruzione grazie ad una vera e propria levata di scudi da parte di autorevoli architetti, la regione Emilia Romagna si è fatta paladina di un patrimonio artistico e culturale che rischiava di scomparire, e affidandone la gestione al Comune di Cattolica, ha dato la possibilità di avviare i lavori di recupero dell’area e del complesso che per alcuni anni ha svolto la funzione di “Centro Internazionale Giovani Le Navi”, polo di vacanza per studenti provenienti dall’estero. Il passo successivo si è concretizzato nel 2000 con l’apertura al pubblico del Parco Tematico del Mare, all’interno del quale, l’Acquario “Le Navi” è stato collocato proprio negli edifici della vecchia colonia, restaurati e rigorosamente mantenuti nell’originario impianto architettonico. La responsabile dell’Ufficio stampa, Roberta Bagli, tiene subito a precisare che è questa la peculiarità che lo rende unico in Italia: “L’Acquario di Cattolica si distingue dagli altri presenti in Italia per la sua posizione in una struttura di alto valore architettonico che è stata recuperata nel pieno rispetto conservativo e tutta l’area in cui ci troviamo è considerata patrimonio architettonico e culturale italiano tutelato dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna.” Girando per i quattro percorsi tematici in cui si articola la struttura, incontriamo all’inizio la vasca delle lontre dalle piccole unghie orientali, i più piccoli esemplari della loro specie al mondo, animaletti tenerissimi che vivono nelle zone paludose d’acqua dolce di Bangladesh, India meridionale, Cina, e che purtroppo rischiano l’estinzione come è segnalato dalla Lista Rossa della IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Roberta mi spiega che da quando lei ed altri quindici soci hanno preso in gestione l’Acquario, esattamente dal 2007, l’impegno di tutto il team è stato di ospitare animali nati in ambiente controllato, vale a dire non prelevati dal loro ambiente naturale e di collaborare sinergicamente con realtà impegnate a livello internazionale per la salvaguardia e la conservazione di specie in pericolo. Per questo mi in- vita a firmare per il progetto Salva una specie in pericolo e scopro con amarezza che gli animali a rischio sono anche i pinguini di Humboldt del Perù e del Cile, i caimani nani del Rio delle Amazzoni, gli squali e le tartarughe. Brigitte è lo squalo toro più grande dell’Acquario e ha compiuto da poco quindici anni. I suoi simili in mare devono vedersela con il loro peggior nemico, l’uomo, che non ha nessun scrupolo nel praticare il finning, il taglio delle pinne e l’abbandono in mare dell’animale con tutte le conseguenze immaginabili. La tartaruga Feggy, della specie Caretta caretta, è fortunata perché nell’Asilo delle Tartarughe allestito nell’Acquario ha trovato la possibilità di continuare a vivere dopo che un’elica le aveva mutilato la mascella nelle acque di San Benedetto del Tronto. Soccorsa e curata dalla Fondazione Cetacea onlus, ora è nutrita dal personale dell’Asilo non essendo più in grado di farlo da sola in mare. Con oltre 3000 esemplari di 400 specie marine e terrestri, l’Acquario più grande dell’Adriatico non è solo un preziosissimo archivio di un mondo spesso sconosciuto eppure violato senza riserve, ma un luogo indispensabile per la protezione ed il recupero di creature vittime dell’uomo e del degrado e, non meno importante, un esempio concreto di edutainment, la nuova frontiera della formazione in cui l’aspetto cognitivo e quello ludico si combinano all’interno di un affascinante percorso formativo. Perché la conoscenza del mare e dei suoi abitanti rappresenti un’esperienza davvero costruttiva nelle nuove generazioni, l’Acquario di Cattolica prevede anche bellissime uscite in barca. A disposizione dei ragazzi è una motonave di oltre 20 metri insieme con gli strumenti per la navigazione e la ricerca. A tale proposito l’Acquario di Cattolica ha ottenuto il Parksmania Awards 2010 dell’edutainment per il progetto “Laboratorio in barca - un mare da scoprire” giudicato tra i più innovativi dell’anno. primapagina49 Foto dall’ufficio stampa dell’Acquario “Le Navi” di Cattolica. da colonia marina al più grande Acquario dell’Adriatico attualità e cultura di Maria Rita Tonti Cosa è il LEMS che caratterizza il Conservatorio di Pesaro Eugenio Giordani L EMS. Dietro questa sigla misteriosa c’è il Laboratorio Elettronico di Musica Sperimentale che ha sede presso il Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro. Il ‘deus ex machina’ - è proprio il caso di dirlo - è Eugenio Giordani, ingegnere elettronico ma anche pianista, compositore e jazzista, titolare della cattedra di Musica Elettronica dal 1981. Quando ha scoperto la passione per la musica elettronica? Premetto che la mia formazione, caratterizzata da percorsi molto diversificati, rispecchia un modo di concepire la vita il più possibile inclusivo. Ciò mi ha consentito di lavorare anche ai confini delle varie discipline e di cogliere le diverse sensibilità che in tali aree si possono individuare. Quanto poi all’interesse per il suono elettronico, ricordo che quando ero adolescente, a metà degli anni ’60, mi fu mostrato un sintetizzatore elettronico dal quale rimasi profondamente colpito. La passione poi è stata alimentata dall’ascolto assiduo della musica dei gruppi pop e rock che all’epoca utilizzavano queste nuove sonorità. Lei ha avuto esperienze, sia come ricercatore che come compositore, anche all’estero, specie negli Stati Uniti. Che cosa significa insegnare e lavorare in Italia? Colleghi americani che insegnano in luoghi prestigiosi come la New York University o in altri centri di ricerca 50Primapagina e con i quali ho avuto modo di collaborare, mi hanno fatto capire che, nonostante la macroscopica differenza di mezzi e strutture, in questi ultimi vent’anni i ricercatori italiani godono di grande considerazione negli Stati Uniti. In Italia le difficoltà dovute a politiche poco lungimiranti si fanno sentire e gli sforzi da compiere per stare al passo sono a volte enormi, se non insuperabili. In ogni caso, l’insegnamento è una fonte inesauribile di esperienza ma andrebbe valorizzata e qualificata in modo più netto. In 30 anni, in un ambito di lavoro come il suo, sono cambiate molte cose. Come ha vissuto questa evoluzione/rivoluzione? Le cose sono cambiate su tutti i fronti e questa velocità ci ha trovati più o meno preparati ai nuovi scenari. Per ciò che riguarda la mia attività, e mi riferisco in particolare alle nuove tecnologie musicali, l’accelerazione è stata impressionante. Questo fatto ha imposto un costante aggiornamento e un progressivo impegno nel trasferire e integrare tali dinamiche all’interno di una cornice culturale in modo da riuscire ad equilibrare la modernità dei mezzi e la consistenza dei contenuti. In questo momento, grazie ad un finanziamento della Regione Marche, è in corso una ‘ristrutturazione’ del Laboratorio di Musica Elettronica. In cosa consiste? Si tratta di una sala attrezzata per lo studio e la riproduzione del suono spazializzato in tre dimensioni attraverso una tecnica molto sofisticata multi-canale denominata Ambisonics. Il mio collega, ed ex allievo, David Monacchi ed io abbiamo creduto in questa possibilità e la Regione Marche ci sta aiutando a realizzare una infrastruttura che sarà la prima in Italia e che è già stata oggetto di interesse da parte della trasmissione televisiva Super Quark. Questo progetto, una volta ultimato e operativo, ci consentirà di aumentare notevolmen- te il potenziale didattico e soprattutto potrà aprire le porte a collaborazioni con altre strutture private e pubbliche come università, enti per lo spettacolo, istituti di ricerca. Che ruolo ha il jazz nella sua attività musicale? Il Jazz è per me il rapporto diretto con la musica, la strada più immediata e vitale per connettere l’interno e l’esterno. Penso di essere stato un jazzista inconsapevole da sempre, persino quando negli anni Sessanta ero studente del Conservatorio, dove suonare questo genere di musica era quasi un ‘sacrilegio’. Oggi fortunatamente molti tabù sono stati infranti e per diversi anni ho avuto il piacere e la soddisfazione di collaborare come docente nei corsi di Jazz del nostro Istituto. Come trascorre il tempo libero un musicista così ‘impegnato’? In famiglia. Mi piace cucinare e fare qualche piccolo lavoro di restauro. Una passione che vorrei coltivare di più è l’aeromodellismo. Un film ed un libro che, di recente, l’hanno particolarmente interessata … “Body and soul” di Michael Redford, un film documentario sulla vita di Michel Petrucciani, il grande pianista jazz francese di origini italiane scomparso nel 1999. Per quanto riguarda la lettura, ho apprezzato la lucidità impietosa, il senso di umanità e il rigore storico di Giorgio Bocca in “Fratelli Coltelli 1943 - 2010. L’Italia che ho conosciuto”. Lei è un pesarese doc: che cosa apprezza di più della sua città e cosa invece cambierebbe al più presto? Pesaro mi piace perché è una città a misura d’uomo. Vorrei tuttavia che il centro storico fosse più aperto ai cittadini. Esistono molti spazi di grande valore storico che non sono adeguatamente valorizzati. Credo che ci sia bisogno di punti di riferimento, anche culturali, più stabili e meno occasionali. attualità e cultura di Roberto Ceccarelli Marche “a tutta birra” con l’Alogastronomia D ue birrifici fanno già un distretto. Succede ad Apecchio dove la presenza di due premiati produttori: Collesi e Amarcord, ha dato vita alla mania per la birra artigianale, tanto da catalizzare i giovani del luogo che si sono riuniti in associazione un anno fa. Complice l’interesse verso la bevanda più bevuta al mondo, l’associazione “Apecchio Città della birra”, presieduta da Massimo Cardellini, è riuscita a organizzare lo scorso settembre un evento di portata nazionale e a coniare un neologismo che è già di tendenza: l’Alogastronomia, ossia il connubio tra birra artigianale, il cibo di qualità e il turismo. In Italia, secondo Unionbirrai, esistono circa 400 microbirrifici e nelle Marche i produttori attivi sono 16, con un trend di crescita costante. Si tratta di realtà che producono per lo più sottoforma di aziende agricole utilizzando orzo locale o dei cosiddetti brewpub, ossia pub o ristoranti che servono alla mescita la birra prodotta in casa. Quantitativi ridotti, ma che possono vantare un numero crescente di estimatori. Durante il Festival di Apecchio è stata anche presentata l’Aloteca regionale “Le Marche di Birra”, un’esposizione permanente con tutte le etichette prodotte in regione e si sono poste le basi per l’avvio di un dialogo tra produttori che dovrebbe portare alla nascita di un consorzio o di un più snella rete d’impresa che consenta sinergie commerciali e di marketing. Le etichette presenti in Aloteca sono 65 e provengono da ogni angolo della regione; la produzione di birra, infatti, avviene omogeneamente sul territorio: 4 i birrifici in provincia di Pesaro Urbino, 3 in provincia di Ancona, 4 in provincia di Macerata, 2 in quella di Fermo e 3 in provincia di Ascoli Piceno. Questo è, al momento, lo spaccato della realtà birricola marchigiana che vede sul territorio anche un maltificio consortile ad Ancona, il COBI (in Italia ne esistono solo altri due: in Basilicata e in Campania). L’Aloteca regionale troverà ubicazione anche in futu- Mappa dei birrifici marchigiani: ti anni In meno di ven i n i birrifici italia sono passati rocento. da dieci a quatt o 16 n Nelle Marche so cinque ta n a ss e producono se hiuse etichette racc archigiana nell’Aloteca m di Apecchio. ro a Palazzo Ubaldini di Apecchio, all’interno di una sala permanente che verrà appositamente allestita con delle teche. L’esposizione verrà poi riproposta anche in forma itinerante a livello nazionale e potrà essere utilizzata come strumento di promozione in occasione delle più importanti fiere internazionali dedicate al food&beverage e al turismo. Significativo anche il premio giornalistico intitolato a Franco Re, grande esperto di birra recentemente scomparso, che è stato assegnato a Maurizio Maestrelli, giornalista e opinion leader del settore. “Un premio giornalistico legato alla birra è senza dubbio una novità assoluta in Italia – ha dichiarato Maurizio Maestrelli alla consegna del premio - e credo che Apecchio ne possa andare fiera. La produzione artigianale è un fenomeno importante che si traduce in cultura del bere, in opportunità di lavoro e in valorizzazione del territorio – ha continuato Maestrelli - l’Italia è sulla strada già percorsa negli Stati Uniti, dove, dimensioni a parte (i birrifici artigianali italiani non superano i 10mila ettolitri l’anno, mentre per gli Usa si parla di 7 milioni di ettolitri), il tasso di crescita dei micro birrifici è stato del 13% nel 2011. Una cavalcata esaltante che dura da parecchio tempo e che ha tutte le chance per attecchire, con le debite proporzioni, anche qui da noi”. La piazza d’Apecchio e il Palazzo Ubaldini, sede dell’Aloteca primapagina51 TEATRANDO di Ilaria De Maximy Festival Pergolesi Spontini 2012 Travestimento e trasformazione F Spontini per il Carnevale di Napoli del 1800 e messa in scena forse unicamente in quell’occasione, fu considerata perduta (ad eccezione della sola aria di Corallina” La mia lanterna magica”e del libretto di Giuseppe Palomba) per oltre due secoli, fino a quando nel 2006 ricomparve presso la libreria antiquaria Lisa Cox di Exe- 52Primapagina ter in Inghilterra! Grazie al Comune di Mailati Spontini, alla Fondazione della Cassa di risparmio di Fabriano e Cupramontana, il manoscritto dell’opera fa ora parte del patrimonio del museo Spontini di Maiolati e, dopo 212 anni torna alle scene al Festival Pergolesi Spontini . La vicenda intrecciata ma abbastanza banale, si apre nell’atelier del pittore Don Marzucco che, in presenza del vanesio servitore Nastagio e della buffa nipote Olimpia, sta finendo il ritratto di sua figlia Elena, da lui promessa sposa al Dottor Filebo, ma innamorata dell’ortolano Nardullo; il Dottore in realtà, è Doralbo, un imbroglione interessato unicamente alla dote della sua promessa e già precedentemente truffatore di Corallina, sorella di Nardullo. I personaggi in scena sono, come voluto dal regista Leo Mu- scato, chiare parodie e maschere del mondo contemporaneo: il padre è un goffo boss continuamente inseguito e venerato da maldestri e “tamarri” scagnozzi, Nardullo l’ortolano compare in scena in salopette e con lunghi rasta cantando “Tengo l’erva tenerella”, Doralbo il finto dottore è la caricatura pietosa del mago Otelma e le tre donne sono tutte in vesti inadeguate al loro carattere, sopratutto Elena, troppo timida ed impacciata per il suo vestito elegante e la sua collana di perle. Benito Leonori alle scene e Alessandro Verazzi alle luci hanno dato vita all’ efficacissima idea della scenografia trasparente: a sfondo della scena quasi vuota sul quale si muovono i personaggi, grazie a proiezioni di immagini e giochi di luci, si sono figurati diversi ambienti e divertenti situazioni parallele: nel finale del Foto Binci u nell’Agosto 2007 che il manoscritto de “La Fuga in Maschera” perfettamente conservato, arrivò a Majolati nelle mani del filologo Federico Agostinelli per essere esaminato: partitura scritta da Gaspare TEATRANDO di Nardullo (scritta per basso buffo e in napoletano); più in difficoltà nel primo atto Dionigi D’Ostuni nella parte del medico e Filippo Morace. Dal punto di vista musicale , la partitura è molto interessante, cambi di tempo e di colore, parti solistiche dei legni e dell’arpa, cadenze, modulazioni, pezzi concertati e utilizzo del “crescendo” orchestrale, perfettamente resi da’ “ I Virtuosi Italiani” diretti da Corrado Rovaris. primo atto per esempio, nella scena della seduta spiritica, sullo sfondo e in trasparenza rispetto ai personaggi in primo piano, tre comparse imitano con finti strumenti gli interventi solistici di arpa, clarinetto, oboe e corno. Il cast vocale è adeguato ed omogeneo, sopratutto nei concertati. Un plauso particolare al soprano andaluso Ruth Rosique (Elena), che si distingue affrontando con bravura e simpatia i passi di coloratura, e con espressività i momenti lirici (l’aria “Infedel fallace amante”); bene anche Alessandra Marianelli in Corallina e Clemente Daliotti nella parte Al Teatro Comunale di Montecarotto è proseguito il Festival con “ la Poesia di Metastasio” in cui Marina Comparato mezzosoprano di grande bravura, accompagnata da Gianni Fabbrini al pianoforte, ha riscoperto pagine del castrato Girolamo Crescentini (Maestro di Isabella Colbran- prima moglie di Gioachino Rossini), recentemente rinvenute presso il Fondo Pitti della Biblioteca del Conservatorio Cherubini di Firenze, affiancandole ad autori collegati con il compositore, sia per lo stile di scrittura che per i testi utilizzati, appunto di Metastasio. Abbiamo quindi ascoltato arie e cantate di Crescentini, Haydn, Beethoven, Schubert e Donizetti. Bellissima la serata conclusiva nel centro storico di Maiolati Spontini, città natale di Gaspare Spontini, in cui l’autore tornò poco prima della sua morte e a cui lasciò gran parte dei suoi averi per costruire la Casa di riposo, la Casa delle Fanciulle, giardini e il Monte di pietà per i poveri di Jesi e Maiolati. Una serata interamente dedicata a “Gaspare”: dal pomeriggio con il Gruppo Teatrale Baku alla riscoperta dell’epistolario, della famiglia, e della musica del compositore di Maiolati, alla sera per “La romanza francese all’epoca di Spontini” con la sempre splendida Valeria Esposito, al cui canto si intercalavano piacevoli intermezzi recitati in cui compariva il compositore. A chiusura, uno dei migliori trombettisti al mondo, Marco Pierobon alla Chiesa di Santo Stefano con Paolo Oreni all’organo. Importanti risultati per la Fondazione, che, con un pubblico sempre più eterogeneo, nonostante i tagli dei finanziamenti, alla fine del Festival ha ottenuto un incremento degli incassi pari al 23% rispetto al preventivo. Anche per questo, complimenti! primapagina53 TEATRANDO di Ilaria De Maximy “Nuovo” Auditorium per la Sagra Malatestiana di Rimini L o scorso anno ci eravamo lasciati con l’ auspicio del Maestro Zubin Metha di avere a Rimini una nuova location, un nuovo auditorium in grado di valorizzare la qualità delle grandi orchestre che vengono invitate alla Sagra Malatestiana. Effettivamente, per l’edizione di quest’anno i concerti Ketevan Kemoklidze © foto A. Bofill sono stati spostati in una nuova sala all’interno del nuovo Palacongressi disegnato dall’architetto Volkin Marg, bellissimo esternamente, ma più adatto ad ospitare appunto congressi che concerti. L’acustica è solo leggermente migliorata, l’auditorium cosi com’è, non è adatto, lo spazio è troppo dispersivo, e non si 54Primapagina Nuovo Palacongressi di Rimini tratta delle dimensioni dell’ambiente, bensì della quantità dei pannelli di legno e riflettori acustici utilizzati, e di come sono stati sistemati. La qualità delle orchestre, dei direttori e dei solisti invitati, sono un unicum nella zona; le serate ottengono grande partecipazione di pubblico (non solo locale) e c’è quindi bisogno di uno spazio adeguato e studiato ad hoc per quella che a mio parere è una manifestazione molto importante per il territorio. Detto questo, sperando in un ulteriore miglioramento dell’acustica per il prossimo anno, si è confermata come da aspettative, anche per questa 63^ edizione, una grande qualità artistica. L’inaugurazione è toccata alla European Union Youth Orchestra, compagine orchestrale che riunisce i più talentuosi musicisti selezionati fra i ventisette paesi dell’Unione Europea. Ospite acclamatissimo e direttore stabile dal 1988 della più antica orchestra russa, la Filarmonica di Sanpietroburgo (fondata nel 1882), Yuri Temirkanov ha incantato il pubblico proponendo, di Rimskij-Korsakov, l’Ouverture della Grande Pasqua Russa, brano carico di melodie tradizionali della liturgia ortodossa e dedicata a Mussorgskij e a Borodin, appartenenti, insieme allo stesso Korsakov, al famoso “Gruppo dei Cinque” che dal 1860 volle dar vita ad una tradizione Gaetano d’Espinosa musicale russa distaccata dalle convenzioni accademiche occidentali. Sempre dello stesso autore, il brano successivo: “La leggenda della città invisibile di Kitež”, in cui si fa riferimento al racconto secondo cui queYulianna Avdeeva TEATRANDO Coro e Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sta città sarebbe sprofondata nelle acque per sottrarsi all’invasione dei tartari nel 1200. A seguire, la Cantata op.78 per mezzosoprano Coro e Orchestra di Prokof’ev, tratta dalle musiche che lo stesso autore scrisse per il film di propaganda antinazista “Aleksander Nevskij” di Eisenstein (1938) il tutto reso in modo a dir poco splendido dall’orchestra, dal Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e dalla solista Ketevan Kemoklidze. Terza donna dopo Halina Czerny-Stefanska (ex aequo insieme a Bella Davidovic) e Martha Argerich ad aver vinto il concorso Chopin di Varsavia, Yulianna Avdeeva, classe 1985 e pianista dall’età di 5 anni, ha proposto insieme all’Orchestra Nazionale dell’Accademia di Santa Cecilia diretta da Gaetano d’Espinosa, il Concerto n.2 in Fa minore di Fryderyk Chopin, una delle pagine romantiche preferite dal pubblico, concerto espressivo e virtuosistico allo stesso tempo, carico di melodie cantabili alternate nel secondo movimento da episodi più drammatici e passionali che poi ritrovano la leggerezza nell’ Allegro vivace finale. Nella stessa sera, un’attesissima esecuzione della Settima Sinfonia Il pianista Louis Lortie Orchestra Filarmonica della Scala di Ludwig Van Beethoven coinvolgente e ritmica, come la definì Richard Wagner: «l’apoteosi della danza: la danza nella sua suprema essenza...». Altro giovane prodigio del passato, (fu solista con la Montreal Symphony a tredici anni e a sedici già vantava una tournée in Cina ed in India) il grandissimo Louis Lortie, pianista franco-canadese di grande maturità: conosciuto per la propria originalità interpretativa, è rinomato per le incisioni delle integrali di Brahms, Schumann, Ravel, Beethoven, Listzt e Chopin...Per il pubblico della Sagra Malatestiana, accompagnato dall’Orchestra Filarmonica della Scala diretta dal giovanissimo Andrea Battistoni, Lortie ha suonato il Concerto n.2 op.83 per pianoforte ed orchestra di Johannes Brahms, in quattro movimenti, noto per essere uno dei concerti più difficili della letteratura pianistica viste le numerose difficoltà tecniche e la scrittura in continua tensione tra solista ed orchestra. Molto coinvolgente la Filarmonica guidata dal gesto energico e straripante di Battistoni, anche nella seconda parte del programma con la Sinfonia n.2 in mi minore op.27 di Sergej Rachmaninov. Temirkanov © foto di Sasha Gusov Andrea Battistoni © foto Parenzan Coro Accademia Nazionale di Santa Cecilia © foto Musacchio-Ianniello primapagina55 TEATRANDO di Ilaria De Maximy Lirica di spessore al Pergolesi debutti, personalità, talenti in un cartellone apprezzato dal pubblico P urtroppo è all’insegna dell’incertezza che si apre la 45ª Stagione Lirica del Teatro Pergolesi: numerosi tagli ai fondi, una recita in meno per ognuna delle tre opere proposte in cartellone e una conferenza stampa di presentazione in cui si ammettono grandi difficoltà per il futuro. La stagione, al via con I Puritani, ultima trionfale opera di Vincenzo Bellini, scritta nel 1835. La vicenda si svolge a Plymouth in Inghilterra durante la guerra tra i fedeli agli Stuart di Carlo I e i seguaci del puritano Cromwell. Lord Gualtiero Valton, puritano, acconsente a dare in sposa al cavaliere Arturo, fedele del re, sua figlia Elvira che in realtà già promise in passato al capitano del suo esercito 56Primapagina Sir Riccardo Forth.Arturo, poco prima delle nozze, scopre che Enrichetta, vedova del re è prigioniera e attende di essere giustiziata; aiutato da Riccardo, speranzoso cosi di liberarsi del rivale, fugge con lei per salvarla e abbandona Elvira che per il dolore impazzisce. Portata in salvo la regina, Arturo torna dalla sua amata e le spiega le ragioni della sua fuga, ma quest’ultima lo fa arrestare. Giunta la notizia dell’amnistia proclamata da Cromwell vincitore, la donna rinsavisce e sposa Arturo. A Jesi è stata una serata di debutti, a partire dal giovane direttore Giacomo Sagripanti che ha dato buona prova nel gestire un’opera molto complessa con pochissime prove d’assieme. Tra gli interpreti un plauso particolare al tenore Yijie Shi che ha mostrato grande sicurezza nell’interpretazione di Arturo, morbido nell’emissione e attento alle sfumature vocali, ha affrontato bene le difficoltà date dai numerosi sovracuti presenti nella parte. Molto bene anche il baritono coreano Julian Kim nel ruolo di Riccardo, voce dal bellissimo timbro, bravo e con la giusta espressività così come il basso Luca Tittolo nella parte dello zio Giorgio distintosi nel duetto con Elvira e in “Cinta di fiori” nel II Atto. “I Puritani” Meno convincente l’Elvira di Maria Aleida che, se pur ben proiettata nelle note acute e giusta nelle agilità, trova molte difficoltà nel registro centrale di un ruolo che, come quello tenorile, richiede vocalità più strutturate. Seconda opera in programma Macbeth di Giuseppe Verdi, melodramma tratto dall’omonima tragedia di Shakespeare, la cui prima rappresen- Foto Binci “I Puritani” “I Puritani” TEATRANDO “Macbeth” tazione fu a Firenze al piccolo Teatro della Pergola nel 1847. Il compositore, per quest’opera, si occupò personalmente di tutte le esigenze di rappresentazione, dalla scenografia agli arredamenti fino alla regia e alla preparazione dei cantanti: anticipò con Macbeth un nuovo stile di canto drammatico, più introspettivo, in cui l’espressività vocale doveva prevalere sul belcanto: «i pezzi non si devono assolutamente cantare, bisogna agirli e declamarli con una voce ben cupa e velata: senza di ciò non vi può essere effetto». In partitura sono numerose le indicazioni di colore (addirittura si trova un più che raro “ppppp”), registro e vocalità come “sottovoce”, “vocesoffocata”, “parlando”; scrisse inoltre in una lettera che per il ruolo di Lady Macbeth, desiderava un timbro di voce aspro, diabolico, brutto e rauco. Solo a momenti è riuscita in ciò Tiziana Caruso che ha tuttavia cantato con giusta intensità, incisività e con una presenza scenica decisamente adatta al ruolo; belle articolazioni, con alcune difficoltà nei trilli della scena del brindisi e nel re bemolle a conclusione dell’aria del sonnambulismo. Nel complesso una prova valida per una parte che richiede insieme “Lucia di Lammermoor” notevoli capacità tecniche, gran classe, personalità e talento interpretativo. Tra le voci maschili, Luca Salsi, baritono ben dotato e sicuro nel personaggio di Macbeth, ha avuto qualche carenza nelle articolazioni, mentre Mirco Palazzi, debuttante in Banco, tecnicamente a posto, non ancora dotato della giusta ampiezza vocale per il ruolo. Bene l’Orchestra Filarmonica Marchigiana diretta da Giampaolo Maria Bisanti, sebbene in alcuni momenti, forse anche a causa della struttura della buca - troppo aperta - siano mancati bilanciamento sonoro e coesione con il palcoscenico. Ottimo consenso di pubblico per la regia di Brockhaus che riprende l’allestimento storico di Svoboda, e in modo semplice ed efficace riesce a rendere grandi effetti e giuste atmosfere come il gioco di specchi nella scena del banchetto durante l’apparizione di Banco. Suggestiva la presenza delle streghe-acrobate sulle funi, e ben riusciti gli effetti per la comparsa degli spettri grazie anche alle luci di Benito Leonori. A concludere la stagione lirica, Lucia di Lammermoor di Donizetti che vede il giovanissimo soprano georgiano Sofia Mchedlishvili debuttare nella parte di Lucia: dotata “Macbeth” sicuramente di un bel timbro vocale, è stata a mio avviso scelta per un ruolo che richiede molta più maturità ed esperienza, sia a livello tecnico, sia per quanto riguarda l’espressività sulla scena. La bella voce è sicura negli acuti ma manca di spessore nelle note centrali; molto apprezzata invece l’aria della pazzia con la cadenza finale suonata dall’arpa anziché dal flauto su trascrizione dello stesso direttore Matteo Beltrami. Qualche perplessità per Gianluca Terranova, fuori stile, con emissione discontinua e fraseggio e legato poco efficaci, la voce negli acuti resta in palcoscenico. Ottimo come da aspettative Julian Kim, curato, sicuro e di gran classe. Infine, non convincono alcune scelte registiche che poco hanno a che vedere con la scenografia di Svoboda, come la presenza di ballerine scatenate in reggicalze e l’utilizzo di costumi anni ‘20! Cala il sipario a Jesi... con la speranza e l’auspicio di maggiori e sopratutto positive certezze per il futuro. “Lucia di Lammermoor” primapagina57 attualità e TERRITORIO “Codice P” Atlante illustrato del reale paesaggio della Gioconda Mondadori Electa D opo quattro anni di ricerche Rosetta Borchia, pittrice e fotografa di paesaggi e Olivia Nesci, docente di Geografia fisica presso l’Università di Urbino, hanno dato alle stampe il risultato del loro lavoro scientifico: il ritrovamento del reale paesaggio della Gioconda. Olivia Nesci e Rosetta Borchia sono note come cacciatrici di paesaggi. La loro professione è iniziata nel 2007 con la scoperta nel Montefeltro di sette paesaggi riconducibili alle opere pittoriche di Piero della Francesca. Della Gioconda si sa tutto e niente. È il quadro più conosciuto ed enigmatico al mondo. Ma ora il mistero è svelato. La donna ritratta è Pacifica Brandani, dama alla corte di Urbino, amante di Giuliano de’ Medici e morta in giovane età. Giuliano, commissionando l’opera a Leonardo, voleva così ricordarla al figlioletto avuto da lei, unico erede maschio della casata. Alle spalle della dama, una veduta aerea estesissima sull’antico Ducato di Urbino vista dalle alture della Valmarecchia, oggi territorio appartenente alle Marche, all’ Emilia Romagna e in parte alla Toscana. Questo perché, contemporaneamente alle ricerche delle cacciatrici, lo storico romano Roberto Zapperi, nel 2009 con il libro in tedesco “Abschied von Mona Lisa”, restituiva sul serio la vera identità al ritratto. Un’identità peraltro non nuova, perché i più grandi storici di Leonardo (Andrè Chastel e Carlo Pedretti) l’avevano già affermata fin dagli anni cinquanta, ma la loro teoria mai era stata presa in considerazione dai media. Mai avevano pensato di cercare lo sfondo della Gioconda le due ricercatrici: troppo conteso e già rinvenuto altrove. Al contrario, amano dire: “è Pacifica Brandani che ci ha cercato… che c’è venuta incontro”. 58Primapagina Perché “CODICE P”? Perché per entrare in quel Paesaggio e identificarlo, occorreva prima trovare la chiave con cui Leonardo l’aveva secretato. La chiave si chiama COMPRESSIONE, un’elaborazione prospettica tecnicamente perfetta ma che modifica il paesaggio. La conferma è tra i codici di Leonardo (codice Arundel, Royal Library -London), disegni preparatori del paesaggio che Rosetta Borchia e Olivia Nesci hanno rinvenuto e mai prima d’ora riconosciuti. Quando fece quei disegni Leonardo? Due le possibili date: -Nel 1502 quando, al seguito di Cesare Borgia, spaziavain quei territori nella veste di Soprintendente generale alle fortificazioni militari. -Nel 1516, durante un viaggio da Roma a Bologna, fatto insieme a Giuliano de’ Medici e Papa Leone X. Lasciata la Toscana, si imbocca la via Ariminensis e si entra proprio dentro il paesaggio dipinto di Leonardo. Rosetta Borchia e Olivia Nesci hanno ricostruito passo passo il percorso creativo di Leonardo. Ne è nato così questo atlante. Un paesaggio così esteso e complesso, d’altra parte, poteva essere raccontato solo con immagini. Ben 164 le tavole illustrate (foto aeree, immagini satellitari, panoramiche, schemi geomorfologici) che mettono a confronto il paesaggio di Leonardo e quello di oggi. Questo per rendere partecipi sia il lettore sia l’appassionato di questa grande, affascinante scoperta che certo non lascerà insensibile il mondo dell’arte. attualità e TERRITORIO Il presepe vivente di Potenza Picena N onostante il progressivo sfaldarsi della tradizione cristiana con i suoi riferimenti, il presepe rimane ancora il simbolo più popolare del Natale in quanto rappresentazione visiva della scena descritta dall’evangelista Luca al capitolo secondo della sua opera: la nascita di Gesù che viene adagiato in una mangiatoia. Tra le varie modalità di realizzazione del presepe la più coinvolgente, partecipativa e realistica è sicuramente quella che lo rende “vivente”, popolato di personaggi che sono anche persone in carne ed ossa, dove il visitatore si immedesima nella scena fino a riuscire a diventare lui stesso attore protagonista. Questo passaggio “mistico” era stato compreso da San Francesco che con la realizzazione del primo presepe vivente, nel lontano 25 Dicembre 1223, ha iniziato una tradizione che ormai da molti anni si ripete nel periodo Natalizio presso il Convento dei Frati Minori di Potenza Picena: anche quest’anno nella Selva dei Frati si rivivranno i momenti più salienti della natività. Questa edizione avrà come punto di riferimento la fede cristiana professata nel Credo, in risposta al grande avvenimento dell’Anno della fede (11 ottobre 2012 – 24 novembre 2013) voluto dal Papa Benedetto XVI, in occasione del 50° anniversario dall’apertura del Concilio Vaticano II. Le 14 scene vengono interpretate da circa 220 figuranti lungo il percorso organizzato nei circa 20.000 mq. del bosco del convento e le varie ambientazioni vengono rese suggestive e coinvolgenti dai numerosi pun- ti luce, sistemati in modo strategico per rendere perfetta la sintonia tra pubblico e figuranti. Tra le iniziative marchigiane del periodo Natalizio, il Presepe Vivente di Potenza Picena è sicuramente una delle più conosciute ed apprezzate e ciò è dimostrato dalla grande affluenza di pubblico durante le 3 rappresentazioni previste e dalla ormai ventennale esperienza del comitato organizzatore. Ogni ambientazione ha un suo fascino e per facilitare l’immedesimazione del visitatore in quanto rappresentato, sia dal punto di vista scenico che religioso, vi sono specifici narratori, che con i loro racconti riescono a far realmente vivere un periodo del passato. Allora… volete immergervi nel suggestivo mondo dell’epoca della nascita di Gesù? Venite a Potenza Picena il 26-30 dicembre ed il 6 gennaio; per una serata sarete i protagonisti dell’evento che ha segnato e diviso la storia. primapagina59 attualità e TERRITORIO di Agnese Testadiferro Albano Carrisi “Io ci credo” «I n molti mi hanno chiesto quale sia il segreto del mio successo. Ho proposto quello che cantavo senza cercare di diventare un guru o un profeta, senza la pretesa di cambiare il mondo. È strano perché poi il successo non te lo puoi procurare ragionando a tavolino, non è l’esito di un progetto». A confidarsi è Al Bano Carrisi, che in occasione dell’uscita del suo libro “Io ci credo – perché con la fede non mi sono arreso mai”, è stato intervistato a Maiolati Spontini (An), paese che ha dato i natali al compositore Gaspare Spontini, dalla giornalista Beatrice Testadiferro. Presentazione che ha seguito lo spettacolo “ParolEPotere” con gli Onafifetti e Chiara Caimmi. Un’intervista scivolata via come una chiacchierata tra amici che si ascoltano con interesse e nel frattempo rendono partecipi decine di persone incuriosite sedute nella platea di un teatro. La vita pubblica e privata di Al Bano è più o meno conosciuta grazie al lavoro incessante di paparazzi e giornalisti e l’idea di un libro auto firmato di un personaggio del quale siamo aggiornati quotidianamente non sempre è spiegabile. La pubblicazione però svela molto di più di quello che una foto in esclusiva su un giornale di gossip può trasmettere. Già dal titolo si capisce il perché. Al Bano è notoriamente un uomo di gran fede, una fede che è nata con lui: paragona i quarantacinque anni sulla cresta dell’onda, seppur tra alti e bassi, a un immenso regalo e con questo libro vuole testimoniare, senza salire in cattedra, le esperienze e le difficoltà superate grazie al suo credo. Momenti di crisi ce ne 60Primapagina sono stati, perché “il cammino della fede non è semplice né facile”, perché in tanti lo hanno fatto sentire “un colpevole, un estraneo” per alcune vicende che si è trovato a vivere come il divorzio che ha dovuto subire. Ammette di aver commesso errori. L’umiltà e l’umanità che si percepiscono dalle sue parole sono disarmanti, ti aspetti una persona piena di sé, la classica persona che una volta famosa non tiene più i piedi per terra. «Quando incontro qualcuno che ha cultura, quando incontro chi ha vissuto esperienze interessanti, non ho timore a ritornare ragazzino e a sedermi ad ascoltare come se fossi dietro ad un banco di scuola». Chissà da dove proviene questo suo essere così. Sicuramente dallo stretto legame che ha mantenuto con le sue origini, con le tradizioni del suo paese. E poi dall’insegnamento di suo padre Carmelo che lo ha portato ad «affrontare le difficoltà con l’atteggiamento di chi non fa consistere tutto se stesso nella riuscita, nel successo, nei soldi: sono altri i valori che restano, sono altri i valori veri». Quando si inizia a parlare delle origini, degli albori di una carriera, è difficile fermarsi e allora ecco che arriva il punto di incontro tra Maiolati, cuore delle Marche, e Cellino San Marco: ambedue terra di contadini dove, nonostante lo spopolamento delle campagne, l’attaccamento alla terra e ai principi umani è ancora forte e una stretta di mano vale più di qualsiasi altro accordo. Intuisco che non è importante comparire nella hit parade, ma cosa metti di te in quello che proponi: ecco perché ho sempre trovato qualcuno canticchiare le sue canzoni. E capisco che il successo non è una questione di numeri, ma «è condividere un modo d’essere, un modo di fare, è essere in sintonia con la gente, con le persone, con il popolo al quale appartieni. Molto spesso ti metti in sintonia con la gente, ma è la gente a mettersi in sintonia con te. Il successo è il popolo a dartelo e merita tutto il rispetto possibile». attualità e TERRITORIO di Giovanni Filosa Sotto il segno della Bilancia “O gni mattina saluto la mia bilancia salendovi e lei, sensibile come è nella sua natura, mi ammicca sempre con lo stesso numero: centoventi! A essere sinceri ho il sospetto che centoventi chilogrammi sia il suo limite massimo di portata, ma questo vorrei continuare ad ignorarlo”. Sulle note di copertina de “Sotto il segno della bilancia”, di Fabio De Nunzio e Vittorio Graziosi, Aliberti Editore, questo riferimento potrebbe far pensare che il volume che si andrà a leggere fra poco, considerato poi il nome riportato in copertina, cioè il “buon” Fabio di “Striscia la notizia”, sia infarcito di battute sferzanti, di ironia graffiante, di condanne sociali di irregolarità palesi che hanno fatto diventare il nostro amico, negli anni, un fustigatore attento dei nostri costumi e delle malefatte dello stivale. Niente di tutto questo, il duo De Nunzio - Graziosi, ripercorrendo la vita di Fabio, dall’infanzia resa infelice dall’asma bronchiale, all’adolescenza fino al successo del mondo dello spettacolo, ci presenta con leggerezza ma anche con un velo di leggera malinconia, quali problemi un uomo diciamo “ingombrante”, per non dire obeso, incontra nella sua quotidianità. C’è tutto l’universo in cui Fabio ha vissuto sin da piccolo, ci sono le risate sgangherate dei compagni di scuola, c’è l’imbarazzo nel constatare come la propria stazza crei cattiveria nel mondo che ci circonda, senza però riuscire a farsi scalfire dalla volontà di vedere cosa c’è dietro l’angolo, come il mondo funziona per vivere meglio. Potrà sembrare un compendio ma, in realtà, è uno straordinario piccolo romanzo fatto di quotidianità affrontate momento per momento, senza mai perdersi d’animo. Tutto viene ripreso dall’eco dei ricordi, con un semplicità di narrazione che fa dimenticare, per un momento, quello che il libro si prefigge, tanto che ci si immerge, senza problemi di intendimento, nelle vicende di vita di Fabio, sia quando supera i suoi gravi problemi di salute, quando si innamora, i primi lavori alla radio, dove era diventato una “voce” straordinaria, amata e stimata, perché la “mia anima non aveva peso”. Vero, stiamo in piena emergenza obesità ma ancora il mondo non se ne è reso pienamente conto, questa malattia sociale sta invadendo anche il nostro Paese, coinvolgendo tutte le fasce d’età, senza distinzione si provenienza, nord o sud, Lega o non Lega. Qual è la reale differenza fra felicità ed infelicità? La può dare un corpo “a sfera” o bisogna prendere la vita “come il gioco delle tre carte”? Fabio scopre Il libro scritto da Fabio De Nunzio e Vittorio Graziosi, per combattere, ironicamente ma non solo, l’obesità il suo talento, ne fa di gavetta, poi arriva, dopo chili di videocassette spedite a ritta e manca, la chiamata, insieme all’amico Mingo, a Striscia la notizia. Lo vediamo muto ma il suo mutismo, di fronte all’inchiesta che l’amico svolge e che ribalta altarini e scopre retroscena, è quello di chi stigmatizza, in silenzio, tutta la bruttura della nostra società, che non ha più parole ma solo sguardi che tagliano come coltelli. Fabio, alla fine, ha capito che non gli interesse “il perimetro del suo corpo”, e vola, con tutto l’amore e l’affetto che lo hanno fatto diventare un beniamino del piccolo schermo, verso la sua straordinaria famiglia che lo aspetta, in quella Puglia assolata fra pianura e mare. Insieme al romanziere marchigiano Vittorio Graziosi, che lo ha preso per mano ed ha ascoltato, facendoli suoi, tutti i racconti togliendogli la carta da regalo e vestendoli di cellophane, Fabio ci descrive un mondo visto da un osservatorio privilegiato, quello che ha chi riesce a superare, col buon umore e l’ironia, tutte le umiliazioni che sono, purtroppo, una costante per un… sovrappeso che dentro al mondo vuole vivere come tutti gli altri. primapagina61 attualità e TERRITORIO di Giovanni Filosa “Crescere con Banca Marche” CONCORSO DESTINATO AGLI ASPIRANTI IMPRENDITORI CHE OTTENGONO UN FINANZIAMENTO DELLA LINEA YOUSTARTUP! Da sin.: Giorgio Giovannini, Lauro Costa, Luciano Goffi, Agostino Sebastiani. C on l’incontro di Roma del 9 ottobre si è chiuso il giro di presentazione alla stampa ed alle Associazioni di Categoria dell’iniziativa YOUSTARTUP!. Ricordiamo che il progetto Youstartup (finanziamento e Concorso) è stato reso operativo dalla Banca ad aprile con la volontà di mettere in campo risorse ed energie per sostenere nuova imprenditorialità con la convinzione che proprio nei momenti di crisi è necessario sostenere lo sviluppo del territorio attraverso la nascita di nuove imprese in grado di creare ricchezza ed occupazione. Dal mese di aprile in cui è stato reso operativo tale progetto si sono tenuti incontri in ciascuna delle 5 province delle Marche, a Perugia, Chieti e Bologna, con interessanti riscontri sugli organi di informazione e con una partecipazione importante del mondo associativo. A quello di Roma, cui si riferiscono le immagini, molto partecipato e completato da incontri e colloqui mirati con i responsabili delle Associazioni, hanno preso parte anche il Presidente ed il Direttore Generale. Il prodotto “YouStartup!” è una linea di finanziamenti che attinge ad un plafond da 100 milioni di euro destinato a giovani “under 35”, donne ed ex lavoratori che intendono avviare una nuova impresa. Sono finanziabili le imprese, di qualsiasi settore economico, costituite da non più di 12 mesi (da non più di 36 mesi in caso di imprese femminili) e le imprese che, nell’ambito di un progetto di sviluppo aziendale, inseriscono nella 62Primapagina compagine sociale soggetti che hanno perso il posto di lavoro. Per ottenere il finanziamento l’aspirante imprenditore dovrà presentare un business plan per la cui predisposizione potrà avvalersi della collaborazione delle associazioni di categoria con cui Banca Marche ha stretto un accordo. I finanziamenti YouStartup! avranno la forma di prestiti chirografari con durata massima di 60 mesi e mutui fondiari con durata massima di 180 mesi. Saranno finanziabili gli investimenti materiali, immateriali e fabbisogno di circolante, con importi variabili in base al tipo di attività con tassi particolarmente vantaggiosi se è presente la garanzia di un Confidi. L’imposta sostitutiva relativa all’importo finanziato è a carico di Banca Marche. A sostegno del Progetto la Banca ha lanciato il concorso “Crescere con Banca Marche”, riservato ai progetti per i quali è stato erogato un finanziamento Youstartup entro il 30.12.2012. Si tratta di un concorso che premia il migliore business plan valutato da una commissione composta da banchieri, imprenditori, giornalisti, rappresentanti delle istituzioni e docenti universitari sulla base dell’originalità dell’idea imprenditoriale, della fattibilità economica e del curriculum dell’aspirante imprenditore. Saranno assegnati tre premi da 20mila euro ai primi classificati delle categorie giovani under 35, lavoratori e donne e altri sei premi da 3mila euro ai primi classificati dei settori moda e design, cibo e cucina, artigianato, turismo, information technology e new media. Un progetto, in estrema sintesi, che giustifica a pieno lo slogan di “banca del territorio”. attualità e TERRITORIO di Roberto Bottoni SEASONS 2013 i nuovi calendari Banca Marche 1 Q uesta sarà la 14^ edizione dei calendari fotografici Banca Marche. Una piccola raccolta antologica a più mani e da più occhi, con spunti, gusti e stili diversi, come diversi sono gli autori delle immagini. Quelle inquadrature, quegli scorci, interpretati con soggettività creativa, affiancheranno così per un anno la sequenza delle date, con frammenti visivi di paesaggi urbani e naturalistici marchigiani, volutamente combinati e alternati, per una più emblematica rappresentazione trasversale del territorio. Il territorio è quindi il vero soggetto protagonista, che ha smosso, nel tempo, naturalmente anche scrittori e fotografi, nell’intento descrittivo e nel voler fissare indelebilmente un momento o una sensazione sfuggente. Osservatori-poeti e sguardi di narratori autorevoli. Oppure solo di occasionali viaggiatori, turisti o gente di passaggio. Nobile senso lirico o semplice curiosità. Presenze ricercate e ricorrenti o quasi casuali, incidentali. Gli effetti non cambiano molto. Le Marche, quasi inevitabilmente, sono una terra che lascia tracce anche nei frequentatori più disattenti. Paesaggi vellutati e con inaspettate morbidezze cromatiche, oppure scenari ruvidi e dalle aspre connotazioni. Commistioni di insediamenti e spazi liberi, ancora appartenenti alla natura, su cui i borghi si sono appoggiati nei tempi, con le loro storie dalle lunghe radici. Su tutto scorrono le incessanti mutazioni dei giorni e dei mesi, le alternanze di luci e colori, come filtri cangianti a mutare gli scenari in infinite combinazioni, visive o solo intimamente percepite con più sottili emozioni. 2 Una tavolozza garbata ma anche fatta di anarchica imprevedibilità trasgressiva, che si offre a chi sa concedersi qualche attimo per saperla apprezzare. Sono le Marche delle stagioni. Gli autori delle foto in copertina: 1) Stefania Vecchioni 2) Gilberto Primucci 3) Giancarlo Alessandrini 4) Michele Baldassarri 4 3 primapagina63 PRODOTTI DI MARCA di Gianluca Grannò* Io Risparmio Multiramo: Le nuove polizze di Banca Marche I n un contesto economico così versatile ed in continuo mutamento, non è semplice scegliere strumenti finanziari che contemplino obiettivi di rendimento e di protezione del capitale. Per venire incontro a questa duplice esigenza dei risparmiatori in modo personalizzato in base al proprio profilo di rischio, BancaMarche ha lanciato, nell’ambito dell’accordo decennale siglato con Cardif per il collocamento in esclusiva di polizze Vita, Danni e CPI (Creditor Protection Insurance), le nuove polizze “Io Risparmio Multiramo”. Sono prodotti che nascono dall’esperienza di Cardif (polo assicurativo del gruppo francese Bnp Paribas) e dalla conoscenza che la Banca possiede della propria Clientela. Tali polizze sono soluzioni di investimento particolarmente innovative, che consentono di scegliere la combinazione ottimale tra l’obiettivo di protezione del capitale e quello della massimizzazione del rendimento. Come indicato dalla stessa definizione, le “Multiramo” combinano diverse tipologie di strumenti assicurativi di ramo I (Gestione Separata CAPITALVITA ) e di ramo III (Fondi Unit Linked ), in base a percentuali diverse e in funzione delle esigenze di investimento del Cliente. Infatti il capitale investito nella Gestione Separata CAPITALVITA soddisfa l’esigenza di conservazione del capitale, grazie anche al consolidamento dei rendimenti conseguiti; la parte di capitale investito nei Fondi Unit consente di sfruttare al meglio le opportunità favorevoli offerte dai mercati. “Io Risparmio Multiramo” può essere sottoscritta nella versione a premio unico o a premi ricorrenti. Inoltre, per chi investe importanti somme di denaro, è prevista una versione a premio unico “Io Risparmio - Multiramo Private”, che offre una più ampia scelta e diversificazione nell’ambito dei fondi Unit linked selezionabili. Le polizze “Io Risparmio Multiramo” si caratterizzano per la massima flessibilità: consentono in qualsiasi momento di spostare i propri risparmi tra le diverse soluzioni offerte, cercando nuove opportunità di crescita e protezione; permettono anche la gestione dei versamenti in totale libertà. Inoltre, nell’ottica di guardare sempre con particolare attenzione alle esigenze della Clientela, le polizze “Io Risparmio Multiramo” possono essere riscattate (già dopo un mese dalla sottoscrizione) senza nessuna spesa aggiuntiva. Da sempre cerchiamo di servire al meglio il territorio… Allora, rilassati! Ai tuoi risparmi ci pensa BancaMarche. 64Primapagina *Servizio Marketing PRODOTTI DI MARCA di Marina Argalìa* “Niente può fermarci”: un film per Banca Marche “Q uattro ragazzi, considerati “non autosufficienti” perché affetti da sindromi particolari, sono stati depositati in clinica per permettere alle loro famiglie di andare in ferie. Ma ora, insieme, si sentono forti, e decidono di “evadere” alla volta di Ibiza, verso la vacanza della loro vita. Architettano un elaborato piano di fuga, che va storto dall’inizio alla fine. Dopo aver fallito miseramente nel tentativo di fermare i fuggiaschi, il proprietario della clinica convoca i genitori dei ragazzi per affidare a loro il compito di risolvere la faccenda”. Questo è solo un assaggio della trama del Film sponsorizzato da BancaMarche “Niente può fermarci” di Luigi Cecinelli e Ivan Silvestrini con Gerard De- *Servizio Marketing pardieu ed un cast italiano di fama come Vincenzo Salemme, Serena Autieri e Gianmarco Tognazzi. Il Film, che uscirà la prossima primavera, è prodotto da Claudio Zamarion della Angelika Vision e coprodotto e distribuito in Italia da RAI Cinema. In realtà trattasi di un operazione di Product Placement in cui si pianifica il posizionamento di un marchio e/o di un prodotto all’interno delle scene di un film. Questo strumento di comunicazione, relativamente nuovo per l’Italia, può essere attuato attraverso diverse tipologie di placement ma quella più efficace, più potente e coerente con la sua natura, è appunto quello “integrato” che si differenzia dalla pubblicità perchè il prodotto si integra all’interno del film diventando parte della trama. Solo pochi minuti per riprendere Serena Autieri in qualità di dirigente di BancaMarche nei locali della Direzione Generale, mentre sta gestendo una riunione con i suoi collaboratori e una scena presso una filiale dove verrà inquadrato il nostro bancomat e la nostra ON CARD. L’idea si è legata in pochi giorni con l’intenzione della banca di ampliare i classici canali di comunicazione cogliendo l’opportunità che veniva presentata da un film girato principalmente nelle Marche. Un’occasione quasi unica di combinare il sostegno al territorio con l’efficacia della comunicazione cinematografica in un connubio vincente e che ci ha portato, con questo film, ad esplorare nuovi contesti di valore. Non perdetevi questo film soprattutto perché BancaMarche aMa l’arte e il cinema! primapagina65 PRODOTTI DI MARCA di Filippo Cantarini* Banca Marche vincitrice del premio AIFIn “Banca e Territorio” 2012 con il progetto “School Game” B ancaMarche ha vinto il premio AIFIn (Associazione Italiana Financial Innovation) come migliore Banca territoriale del 2012 nella categoria “Iniziative a sostegno dell’educazione, istruzione e formazione”. Il riconoscimento è stato assegnato da AIFIn al progetto “School Game”, un gioco a quiz ad eliminatoria diretta rivolto agli studenti delle classi quinte delle Scuole secondarie superiori. L’iniziativa, patrocinata dalla Provincia di Ancona, ha coinvolto 21 Scuole della Provincia, con 2.000 studenti di 92 classi che hanno partecipato a 24 gare. Gli studenti dovevano rispondere a domande di cultura generale, di educazione finanziaria e del loro programma di studi. Le varie gare si sono svolte nelle sedi delle Scuole aderenti, mentre BancaMarche, in qualità di main sponsor, oltre ad aver partecipato attivamente alla definizione delle domande a contenuto finanziario, ha ospitato la finale, vinta dalla classe V D del Liceo Scientifico “Savoia - Benincasa” di Ancona che si è aggiudicata il trofeo BancaMarche. In occasione della gare sono stati inoltre consegnati premi simbolici e simpatici gadget. L’iniziativa ha avuto un’alta visibilità mediatica garantita dal social network Facebook nonché dall’omonima trasmissione televisiva in onda tutti i giorni su TVRS, per 150 puntate complessive. La giuria di AIFIn, nell’assegnare il premio, ha particolarmente apprezzato l’originalità dell’iniziativa di educazione finanziaria diretta al segmento giovani come strumento di responsabilità sociale d’impresa. L’iniziativa, infatti, ha coinvolto in modo attivo gli studenti, associando il divertimento all’apprendimento in un connubio molto efficace. 66Primapagina Filippo Cantarini e Marina Argalìa ritirano il 1° premio da Sergio Spaccavento presidente di AIFIn Per BancaMarche “School Game” è lo strumento giusto per creare sinergia con le altre iniziative di educazione finanziaria, valorizzando i vari corsi organizzati dalla stessa con il Consorzio PattiChiari. BancaMarche, infatti, ha realizzato in questi anni varie iniziative di educazione finanziaria dirette al segmento giovani al fine di sostenere la crescita della cultura finanziaria nella convinzione che un cittadino meglio informato è più consapevole e soddisfatto delle sue scelte finanziarie e della sua Banca. Per questo motivo, la seconda edizione che si chiamerà “High School Game” avrà l’obiettivo di coinvolgere tutte le Marche. BancaMarche si è inoltre classificata al secondo posto nella categoria “Iniziative a tutela e protezione dell’ambiente” per l’adesione a “Porta la sporta”, una campagna a favore dell’utilizzo dei sacchetti multiuso per la spesa di tutti i giorni. Il primo posto nella categoria “Iniziative a sostegno dell’educazione, istruzione e formazione” e il secondo posto nella categoria “Iniziative a tutela e protezione dell’ambiente” hanno permesso a BancaMarche di ottenere il secondo posto, ex aequo con Cariparma, nella classifica del premio speciale AIFIn “Banca Territoriale dell’anno 2012”. Il premio “Banca e Territorio”, giunto alla sesta edizione, fornisce un’indicazione qualitativa di come le singole Banche interpretano il concetto di responsabilità sociale d’impresa. BancaMarche si è quindi confermata a livello nazionale, per la sesta volta su sei edizioni del premio AIFIn, ai vertici delle Banche territoriali nell’ambito della responsabilità sociale d’impresa, anche considerando che l’edizione 2012 ha visto la partecipazione di 19 Banche con 58 progetti a valere su 6 diverse categorie. Questi premi dimostrano ancora una volta quanto BancaMarche contribuisca concretamente alla crescita della cultura finanziaria della società e allo sviluppo sostenibile del proprio territorio. *Servizio Marketing