Quotidiano fondato nel 1718
Il giornale dell' Illuminismo e dell'epoca scientifica
Direttore : Paolo Cutolo
Sede: Liceo Tito Lucrezio Caro - Napoli
Il Giornale del '700
Edizione limitata
Costo del giornale : ½ Tornese
IL '700 E L' ILLUMINISMO
L' ILLUMINISMO NAPOLETANO
L'origine
L'illuminismo si va diffondendo nel
Elevando a ideali la ragione, la libertà e l'uguaglianza,
la borghesia operava una sorta di sublimazione dei
concreti obiettivi della sua lotta per il predominio
nella società; ma al di là della considerazione dei
limiti trasformazioni di grande momento anche nella
lingua e nello stile letterario. I due centri più vitali
dell'illuminismo italiano furono Milano e Napoli.
Nella prima città le riforme economiche e
amministrative del governo austriaco e nella seconda
la politica anticuriale e antifeudale della monarchia
borbonica stimolarono positivamente la nuova
cultura e al tempo stesso furono da questa orientate e
condizionate. Fra i rappresentanti più notevoli della
nuova filosofia vanno ricordati i fratelli Verri,
Beccaria, Carli, padre Soave, Romagnosi per l'Italia
settentrionale, e Galiani, Genovesi, Filangieri,
Pagano, Russo per l'illuminismo napoletano.
Per l'influenza che l'illuminismo ebbe in politica sui
sovrani del XVIII sec. (da Federico II di Prussia a
Maria Teresa d'Austria, da Caterina di Russia a
Giuseppe II d'Austria)
Alla fine degli anni Ottanta si è avuto un ritorno ai
concetti fondamentali dell'illuminismo, che sono stati
ripresi nel dibattito intellettuale per contrapporli a
certe tendenze irrazionalistiche della cultura
contemporanea, di tipo esoterico e teosofico.
mezzogiorno dell'Italia quando ormai
vanno esaurendosi le due grandi
correnti di pensiero che hanno
dominato la cultura napoletana nei
primi del settecento,il cartesianesimo e
il rinato platonismo;ma è decisiva
anche l'incoronazione al trono di
Napoli di Ferdinando IV di
Borbone.Infatti questo è un sovrano
aperto alla cultura illuministica,che
ama circondarsi dei più importanti
letterati dell' epoca, come
O
I
G
G
A
M
O
L' ILLUMINISMO FEMMINILE A NAPOLI
A Napoli nel settecento vi fu una vera e propria
esplosione di genio femminile. Come a Parigi,dove
una delle più ricche espressioni e delle spinte più
grandi alla creatività del secolo riformatore fu
dovuta a quelle grandi dame colte e sensibili che
fecero dei loro salotti il centro di aggregazione
delle più elevate menti del tempo e di irradiazione
di sapere filosofico scientifico e letterario,anche a
Napoli i salotti delle signore aristocratiche erano
fucine di idee e di cultura.La Macciocchi,nella sua
A
I
P
O
C
*
Genovesi,Filangieri,Pagano e molti
altri. Questo è ciò che avviene fino al
1799, anno in cui, in seguito ai moti
della rivoluzione francese,Ferdinando
di Borbone fa strage degli illuministi in
piazza del Mercato,fra i quali vi è anche
Eleonora Pimmentel Fonseca.
Nonostante ciò, a buon ragione si può
dire che Napoli sia stato uno,se non il
più importante dei centri illuministici di
Italia.
lettura al femminile della storia di quel secolo,dice
che a differenza di Roma,dove le donne erano
ancora tenute lontane dal sapere a causa della
chiusura della chiesa,a Napoli si verificò una vera
e propria scuola di genio femminile,in cui le donne
si cimentarono nella conquista delle scienze e delle
discipline tradizionalmente maschili. Oltre alla
Pimentel Fonseca,politica,poetessa e martire del
'99,ricordiamo:la filosofa Eleonora Barbapiccola
che aveva tradotto Cartesio e sottolineava
l'urgenza e la legittimità del diritto delle donne ad
applicarsi nello studio
della filosofia.Faustina
Pignatelli,principessa di
Colubrano,astronoma,dot
tissima in matematica e
fisica,una delle poche
italiane che figurasse
iscritta per i meriti
scientifici dei suoi lavori
nei registri di scienze di
Bologna.Scienziata e
poetessa era Aurora
Sanseverino,duchessa del
L a u r e n z a n o .
E….malgrado tanto
ingegno, le donne non
potevano accedere all'
Università,nè insegnarvi o
esercitare una
professione.Se scrivevano
dei libri dovevano
naturalmente stamparli a
proprie spese.
IN REGALO CON QUESTA EDIZIONE IL CD DELLE MUSICHE DEL '700 NAPOLETANO
Stampato nelle Arti Grafiche Fiengo - Napoli
dell'illuminismo è da ricercare nella
cultura filosofico-scientifica del XVII sec. in
Inghilterra e nei Paesi Bassi, ma la sua diffusione
europea si verificò nel XVIII sec., prevalentemente
attraverso la mediazione della cultura francese, che
potè contare su condizioni politico-sociali stimolanti,
su personalità di rilievo eccezionale, come Voltaire,
Diderot, d'Alembert, e su strumenti di diffusione di
efficacia esemplare, come l'Enciclopedia. Nel
giudizio degli illuministi il mondo interiore
dell'umanità contemporanea offriva un
impressionante panorama di assurdità, di
superstizioni e pregiudizi, così come l'organizzazione
politico- sociale rivelava stridenti incongruenze e
intollerabili ingiustizie. Tuttavia questo
atteggiamento critico si accompagnava a una
profonda fede nella ragione quale onnipotente
strumento di liberazione dall'errore. Perciò il filosofo
dell'età dei lumi fu un intellettuale di nuovo tipo,
profondamente consapevole della sua responsabilità
sociale e dei suoi doveri verso l'umanità.
Collocandosi storicamente fra le due rivoluzioni
moderne che si è soliti qualificare come "borghesi",
quella inglese del 1688 e quella francese del 1789,
l'illuminismo voleva instaurare un regno della
ragione dal quale fossero aboliti i privilegi nobiliari
ed ecclesiastici e gli arbitri dell'assolutismo ed
eliminate tutte le deformazioni ideologiche.
QUALCUNO CHE HA CONTATO QUALCOSA: ELEONORA PIMENTEL FONSECA
dati,frutto di un'accurata
documentazione.Secondo il
parere di molti, il rilievo che la
figura della Pimentel ha avuto
da parte degli studiosi d' Italia e
della stessa storia di Napoli,non
è proporzionato alla grandezza
e allo spessore del personaggio
è
L
a bibliografia riguardante la marchesa Eleonora
Pimentel Fonseca è veramente notevole;già moltissimi
suoi contemporanei avevano scritto su di lei
esaltandone le doti di poetessa e di donna di alto
ingegno.Croce ne ebbe grande ammirazione e le
dedicò moltissime pagine e, in tempi più recenti Striano
ne ha fatto la protagonista di un avvincente romanzo
storico,”Il resto di niente”,ricco di riferimenti,nomi e
perch , cosa non facile da
accettare,”ella superò di gran
lunga tutti gli uomini”.
L'Eleonora politica aveva già
fatto la sua prima precocissima
comparsa a 14 anni con il
poemetto "Il trionfo della virtù",
dedicato al marchese di
Pombal,primo ministro del
Portogallo,di cui approvava il
programma altamente
riformatore. In seguito alla
vertenza tra il re e il papa per la
Chinea,che Ferdinando IV non
voleva più riconoscere, la
Pimentel si impegnò nella
traduzione dal latino della
dissertazione di Nicolò
Carovita “Nullum jus Pontifici
Maximi in Regno
Neapolitano,contro i diritti
vantati dal Vaticano sul Regno
di Napoli nel 1707.L'ottimo
L' OPERA BUFFA E LA CANZONE NAPOLETANA NEL '700
Nel settecento i napoletani, per creare canzoni attingevano alla musica
colta. Come reazione al melodramma serio si era andata affermando quella
che verrà definita opera buffa: mentre il melodramma tradizionale si
ispirava prevalentemente agli astratti eroi della mitologia e della storia della
Grecia e di Roma, l ' opera buffa, strettamente collegata alla commedia dell'
arte e al teatro delle maschere, puntò su borghesi e popolani realisticamente
tratti dalla vita quotidiana anche se messi in caricatura. Si trattò, tutto
sommato, di una vera e propria rivoluzione, dal momento che lo spettatore
non veniva più trasportato in lontani paesi e in epoche remote; rimaneva in
una piazza o in un vicolo di Napoli brulicanti di personaggi contemporanei.
Ebbene, i Napoletani non esitarono a saccheggiare le musiche dell' opera
buffa, comprese quelle composte dai maestri quali Giovanni Paisiello,
Domenico Cimarosa, Giambattista Pergolesi e Nicola Piccinni, per
ricavarne canzoni: la celebre “Palombella zompa e vola”,ad esempio, è tratta
dall' aria di Brunetta della “Molinarella” di Nicola Piccinni. Anzi la
“Molinarella ossia il cavaliere Ergasto”, rappresentata nel 1766 al Teatro
Nuovo sopra Toledo su libretto di autore rimasto ignoto, è sopravvissuta al
logorio degli anni non altro che per la cadenza dell' aria di Brunetta, che i
Napoletani hanno fatta loro. Effettivamente, quella deliziosa melodia, alla
quale il tono di sol minore conferisce malinconia e dolcezza, ha ogni requisito
per sorridere alla musa popolare. A loro volta gli autori dell' opera buffa
inserirono spessissimo,nelle loro composizioni, canti popolari in voga; un
espediente, questo, per ottenere facili ovazioni.Ci sono non meno di
settantacinque canti popolari inseriti in opere buffe. Leonardo Vinci, ad
esempio, accolse il canto popolare “Chiane la nenna” nella sua opera “Lo
canto Fauzo”, rappresentata nel 1719 su libretto di Aniello Piscopo. Non si
sottrasse a quest 'usanza Giovanni Paisiello il quale infatti accolse in “Le
trame per amore”, composta nel 1783 su libretto di Francesco Cerlone, un
notissimo canto popolare. Sul finire del settecento, fiorì a Napoli , da autori
ignoti, “Lo guarracino”, forse la più antica tarantella, che peraltro ha il
vanto di aver interessato molti importanti letterati dediti a variamente
interpetrarla, nonchè naturalisti e scienziati. Agili, eleganti ed esilaranti
sono i suoi versi mentre la musica, che pure si annuncia bene, essendo da
ripetere infinite volte, quanto il numero delle ottave, finisce, malgrado sia
divertentissima, per esaurire chi canta e tramortire chi ascolta. Fu così che
una danza popolare come la tarantella riuscì a entrare nei salotti degli
aristocratici.
l a v o ro d i E l e o n o r a f u
inizialmente apprezzato dai
monarchi, ma le parole da lei
espresse nelle note:”Il regno
non è patronato(…)è
amministrazione e difesa dei
diritti pubblici della
nazione,conservazione e difesa
dei diritti privati di ciascun
cittadino” contenevano già
quella che sarebbe stata la sua
adesione ai principi della
rivoluzione.Il suo
allontanamento ideologico dai
metodi sempre più assolutisti
della corte andava ormai
prendendo piede e sempre più le
sue simpatie si rivolgevano alla
Francia rivoluzionaria.Dopo la
congiura e gli arresti del 179294 e l'impicaggione di tre
giovinetti Galiani, De Deo e
Vitaliani,Eleonora,sospettata di
aver rapporti con gli ambienti
dei patrioti, fu presto tenuta
sotto controllo della polizia
borbonica, e infine arrestata il 5
ottobre 1798, unica donna,
insieme a tutti quelli che
vanivano considerati
“pericolosi” per le loro idee.
Durante la sua prigionia scrisse
l' "Inno alla Libertà", che sarà
poi cantato durante la
repubblica e che è andato
perduto. Fuggiti i sovrani per
l'imminente arrivo dei Francesi,
fu liberata dai suoi amici i primi
di gennaio del 1799.Da quel
momento, ammirata per essere
stata la sola patriota donna
i n c a rc e r a t a , c o m i n c i ò a
partecipare alle riunioni del
Comitato centrale. Due giorni
prima dell' arrivo dei Francesi
fu proclamata la
repubblica.Sorta la necessità di
creare un giornale politico
quale voce della
Repubblica,Eleonora ne fondò
uno esemplare e di
avanzatissima concezione:il
“ M o n i t o re N a p o l e t a n o ” .
Arrestata con la fine della
Repubblica,fu giudicata e
condannata a morte per
impiccagione.Dopo aver
pronunciato in latino le parole
o r m a i d i v e n t a t e
famose:”Forsan et haec olim
menimisse iuvabit” (“Forse un
giorno gioverà ricordare tutto
questo”), il 20 agosto del '99
salì sulla forca. In Piazza del
LA CUCINA NAPOLETANA DEL '700
Tra il 1680 e il 1715 le mode,le scienze, le
arti, i gusti del nord-ovest europeo
cominciarono a prevalere su quelli del centrosud, e molte attività commerciali, e con loro la
ricchezza, si spostarono dal Mediterraneo al
mare del Nord.L' Italia cominciò ad essere
emarginata dalle grandi direttrici dei traffici.
Insieme alla sua funzione politica decadde
gradualmente la sua mensa rinascimentale e
la tavola romano-toscana in favore della
tavola francese. I vecchi piatti apparivano
troppo grevi per il piacere moderato dell' età
dell' Illuminismo. Marie-antonin Careme
fissava alla data del trattato di Utrecht (1713)
il cambiamento del gusto. Una nuova scienza
dei sapori veniva elaborata in pochi decenni e
le sue regole fissate nella Francia della
Reggenza (1715-1723). La nuova tavola “alla
francese” aveva poco cibo nei piatti, molte
portate, molte salse. Il vasellame era ricco,
leggero ed elegante. Era l' epoca dei cibi
delicati e delle diete, un ' epoca di
trasformazioni che i pensatori cattolici e in
genere i conservatori criticavano. Era il
“secolo del lusso”. La moda francese si
diffondeva rapidamente in tutta Europa,
compresa l' Italia e il Regno di Napoli. Napoli
divenne luogo di confronto delle grandi
cucine europee dopo il 1768, data del
matrimonio di Ferdinando IV di Borbone con
Maria Carolina d' Austria. La nuova regina
impose a corte il gusto francese, imitata
dall'aristocrazia e dalla grande borghesia
che, adattandosi, come sempre, alla moda di
corte, assunsero al loro servizio i “monsieurs,
come venivano chiamati i cuochi, in
napoletano “monzù”. In pochi decenni
presero nome francese alcuni cibi napoletani:
è
ragù, gattò, crocch . I cucinieri reali
distribuivano le interiora al popolo e le donne
che se la contendevano erano chiamate
"zandraglie". Comunque la tavola
napoletana mirava principalmente a
soddisfare il palato, ma anche a soddisfare la
UN CHICCO MAGICO - IL CAFFE’ DI PIETRO VERRI - 1764 - 1766
IL Settecento: L'Architettura a Napoli e in Italia meridionale
Napoli
è una grande capitale
europea: la sua cultura pittorica e gli
scavi di Ercolano attirano studiosi di
antichità e artisti da ogni parte. La sua
è un'architettura dialettale, ma nello
stesso tempo raffinata e colta.
Importante versione napoletana del
rococò è l'opera di Domenico Antonio
Vaccaro (1681 - 1750), il quale non
solo è architetto, ma anche pittore e
scultore. Nel chiostro di Santa Chiara
usa come materiale architettonico la
maiolica colorata e figurata
dell'artigianato locale.
Diversa è l'opera del Fuga a Napoli.
Egli si occupa di datare la città di
alcune fondamentali attrezzature, tra
cui l'Albergo dei Poveri: un edificio
colossale con 354 metri di fronte, e i
Granili: anticipazione dei moderni
edifici industriali. I Granili
contenevano i granai pubblici, un
arsenale, una fabbrica di cordami. Ma
è nella facciata dei Gerolamini che si
può vedere come il Fuga sapesse
modulare le sue strutture nell'aperta e
luminosa spazialità naturale, senza
concedere nulla al pittoresco confuso
dell'ambiente napoletano.
Facciata della chiesa dei Gerolamini
Ferdinando Fuga
Albergo dei Poveri
Ferdinando Fuga
Carlo VII di Borbone, nuovo re di
Napoli e di Sicilia, concepisce l'idea di
far costruire una grande reggia a
Caserta. L'incarico viene affidato a
Luigi Vanvitelli (Napoli, 1700 Caserta, 1773). Il suo piano
comprende, oltre al palazzo, il vasto
parco, la città, l'acquedotto. Il
Vanvitelli progetta un immenso edificio
rettangolare con quattro cortili: piazze
divise da quattro bracci che si
incrociano formando al centro un
Chiostro di Santa Chiara, veduta
Domenico Antonio Vaccaro
Particolare del rivestimento in maiolica
grande portico.
La facciata posteriore è più variata di
quella anteriore, in quanto è mossa dai
semipilastri che dividono le numerose
finestre. All'esterno il piano terreno a
bugnato fa da alto basamento
all'ordine colossale di semicolonne e
paraste ioniche dei piani superiori.
Tre vestiboli ottagonali, allineati
sull'asse dell'edificio e della grande
cascata regolano i sistemi di
circolazione. Lo scalone d'onore porta
al vestibolo ottagonale del piano
nobile, sul quale si aprono gli
appartamenti decorati a stucchi di
gusto già neoclassico, e alla cappella
reale, che ricorda quella di Versailles,
ma è più armoniosa.
Il parco è il completamento del
palazzo. In esso si fondano elementi del
giardino all'italiana con la natura
boscosa sul colle, dal quale discende
l'acqua che alimenta fontane
successive, animate da bei gruppi di
statue.
IL Settecento: La Pittura a Napoli
Nell'ambiente napoletano, sulla via del
facile decorativismo barocco, si pongono
alcuni pittori: Francesco Solimena (Canale
di Serino, Avellino, 1657 - Barra, Napoli,
1747), Francesco De Mura (Napoli, 1696 ivi, 1782), Giacomo Del Po (Roma, 1652 Napoli, 1726) e Corrado Giaquinto
(Molfetta, Bari, 1703 - Napoli, 1765).
Francesco Solimena ricorre, nelle sue opere,
ad un'architettura con grandi arcate per dar
spazio al fondo e con gradinate in primo
piano per far precipitare la composizione
sugli spettatori. Si serve di un'illuminazione
forte, da riflettore, che rompe con squilli di
colore. Le sue figure sono retoriche: la
figurazione non comunica un contenuto ma
solo il proprio movimento, in quanto
Solimena non vuole suscitare nessun
sentimento determinato, ma uno stato
emotivo; non vuole far pensare, ma riempire
gli occhi e trasmettere un dinamismo in atto.
Francesco De Mura segue Solimena, ma il
Accanto a questi artisti che proseguono la
tradizione della pittura di soggetto storico o
mitologico, opera, a Napoli, Gaspare
Traversi (Napoli, 1732 c. - ivi, 1769), il
quale riprende il tema delle "bambocciate".
Famoso per il suo singolare realismo e
l'ironia caricaturale delle sue tele di soggetto
profano, in cui fissa scene di vita
contemporanea con un gusto teatrale che fa
pensare alla vivacit dei presepi napoletani di
quel periodo. Fra le sue opere, la pi nota Il
ferito: un giovane, confortato da una donna
che gli sostiene il viso, si solleva la camicia,
affinch un medico possa esaminare la ferita.
In questo quadro l'attenzione concentrata
sul fatto. Per ottenere questa concentrazione
le figure, in primo piano, sono solo tre e
viste da una posizione ravvicinata, mentre le
altre, sul fondo privo di architettura, si
notano appena e, fra esse, un uomo guarda
con indifferenza da un lato.
Massacro dei Giustiniani a Scio
Francesco Solimena
Il Paradiso - Corrado Giaquinto
suo repertorio si logora e si assottiglia. In
De Mura la formula decorativa prevale
su quella inventiva.
Diversamente, Giacomo Del Po e
Corrado Giaquinto cercano di rinnovare
l'emozione visiva. La struttura
dell'immagine viene alleggerita con
nuove gamme coloristiche, intonate
sulle note fredde e squillanti.
Il ferito - Gaspare Traversi
Sogno di Giacobbe - Francesco De Mura
Cesare Beccaria :
“ Dei Delitti e delle Pene “
Cesare Beccaria
Dei delitti e delle pene , l' opuscolo pubblicato nel
1764 da Cesare Beccaria è indubbiamente il testo più
noto dell' intero illuminismo italiano ; ed è anche il
più importante , se si considera la sua fortuna in
Europa e la sua influenza sui pensatori successivi . In
esso convergono alcune delle idee sociali più
significative della nuova cultura che andava
affermandosi , espresse in uno stile raffinato e
limpido al tempo stesso , un modello di esposizione
per i nuovi filosofi . Interessante è il fatto che quando
venne pubblicata l' opera , l' autore aveva appena 25
anni e che quel successo restò l' unico nella sua lunga
carriera di scrittore e filosofo : tutti gli altri suoi
scritti sono pressapoco sconosciuti . Cesare Beccaria
nacque a Milano nel 1738 da una famiglia ricca e
nobile e a vent' anni si laureò in Legge presso l'
Università di Pavia . Le nozze del 1761 con Teresa
Blasco , di condizioni umili , portarono alla rottura
con la famiglia e fu solo grazie all' intervento di Pietro
Verri , al quale intanto Beccaria si era avvicinato , che
potè in seguito avvenire la riconciliazione . Il
carattere riservato e riluttante di Cesare Beccaria ,
tanto nelle vicende private quanto nelle pubbliche ,
ebbe nei fratelli Verri , e soprattutto in Pietro , un
fondamentale punto d' appoggio e di stimolo . Alle
frequentazioni con Pietro , non a caso , è ispirata la
prima opera edita da Beccaria , il trattato Del
disordine e de' rimedi delle monete nello stato di
Milano nel 1672 , uscito a Lucca nel 1762 appunto .
Con questo scritto Beccaria prendeva una netta
posizione in una delicatissima questione finanziaria ,
entrando così in polemica con i conservatori . Nello
stesso anno , poi , gli nacque la figlia Giulia , la futura
madre di Alessandro Manzoni . Isolate e sporadiche
furono le collaborazioni di Beccaria alla rinomata
rivista " Il Caffè " , ma tutte di altissimo valore teorico
. L' adesione alle idee degli illuministi francesi , da
Montesquieu a Diderot a Rousseau , e la
collaborazione intensa con Pietro Verri dovevano
dare i loro frutti e li diedero con la pubblicazione del
capolavoro di Beccaria , Dei delitti e delle pene . Lo
scritto venne dato alla stampa nel 1764 a Livorno ,
presso lo stesso editore che pochi anni dopo avrebbe
pubblicato la prima edizione italiana dell'
Enciclopedia di Diderot e D'Alembert . Beccaria
preferì far comparire come anonimo l' opuscolo ,
temendo ripicche personali e ritorsioni e , infatti ,
parecchie furono le reazioni di condanna , soprattutto
da parte della Chiesa cattolica , che nel 1766 inserì l'
opera nell' Indice dei libri proibiti , senza però
arrivare a bruciarla pubblicamente , come invece era
stato fatto per l' Uomo macchina di La Mettrie .
Tuttavia Beccarie ottenne anche molti pareri
favorevoli : in Italia il libro fu strenuamente difeso dai
fratelli Verri sul " Caffè " e in Francia i philosophes
più prestigiosi lo tradussero e salutarono come un
vero e proprio capolavoro , Voltaire in primis . Questo
gli fruttò l' invito ad andare a Parigi , dove arrivò in
compagnia di Alessandro Verri nell' ottobre del 1766 .
Ma il suo carattere schivo e riservato gli rese
sgradevole l' accoglienza festosa dell' ambiente
parigino , mentre la nostalgia dell' amata Milano e
della famiglia lo inducevano ad un rapido rientro in
patria , interpretato un pò da tutti come una sorta di
fuga inspiegabile . Questo fece vacillare i suoi
rapporti con i fratelli Verri , che gli rinfacciarono l'
indolenza e il carattere provinciale : finiva così la
fruttuosa collaborazione col gruppo degli illuministi
lombardi . Dal 1769 Beccaria occupò per due anni la
cattedra di Economia civile presso le Scuole Palatine
di Milano ( e , una volta morto , verranno pubblicati
gli Elementi di economia pubblica ) . Dal 1771 fini
alla morte ( avvenuta il 28 novembre 1794 ) si dedicò
alla carriera amministrativa , dando il suo apporto
alla politica riformista della monarchia asburgica
che regnava su Milano . Nel 1770 intanto aveva
pubblicato le Ricerche intorno alla natura dello stile ,
in cui riprendeva le riflessioni comparse sulla rivista
" Il Caffè " : il pensiero sensista è applicato a meglio
comprendere i meccanismi tramite i quali si svolge la
comunicazione umana , e in particolare quella
letteraria . Beccaria in ambito letterario si schiera in
favore di una letteratura rinnovata nello stile , fedele
al bisogno di esprimere concetti concreti ( cose )
secondo procedimenti razionali . Anche Cesare
Beccaria , come Pietro Verri , concepiva la cultura in
termini utilitaristici , ossia quale strumento di
intervento concreto sulla realtà con il fine di
migliorare le condizioni materiali di vita degli uomini
: e qui emerge tutto il suo spirito illunministico , il
quale a sua volta mutua la concezione utilitaristica da
Francesco Bacone e dal suo " sapere per potere " . Il
tema di Dei delitti e delle pene , propostogli da Pietro
Verri , ben si apprestava ad affrontare da un punto di
vista specifico e circoscritto la questione della
giustizia , e dunque della politica e della società , e
infine del rapporto tra società e benessere . Per
questa ragione , attaccando apertamente il
comportamento dei vari stati intorno alla questione
della giustizia , Beccaria metteva in discussione l'
intero assetto del quale quel comportamento era
espressione , finendo con l' adombrare , nelle
proposte di un rinnovamento giudiziario , una società
fondata su valori interamente alternativi .
DEI DELITTI E DELLE PENE
Dei delitti e delle pene è diviso in 42 brevi capitoli ,
ognuno dei quali tratta un aspetto specifico della
questione dibattuta . Lo scopo dell' opera nel suo
insieme è di dimostrare l' assurdità e l' infondatezza
del sistema giuridico vigente . Beccaria non esita a
farlo passare come un sistema puramente repressivo e
rappresentato nei suoi ingiustificati rituali di
violenza . Invece di essere al servizio della giustizia , il
sistema giudiziario si rivela finalizzato ad un
mostruoso meccanismo di potere e di soprusi , dietro
il quale si profila l' ingiustizia che caratterizza l'
intera società che lo esprime . Non il benessere , ma la
sofferenza della maggior parte dei cittadini è infine il
risultato di una struttura così irrazionale . In
particolare Beccaria tuona contro la pena di morte ,
vertice di inciviltà gestito dallo stato , e contro le
pratiche di tortura , inutili e anzi spesso fuorvianti
rispetto alla verità e comunque a loro volta barbare .
Gli argomenti addotti da Beccaria sono grosso modo
gli stessi , davvero difficili da confutare , che ancora
oggi vengono ripetuti contro la prosecuzione di pene
capitali e di torture : la tortura è quell' orrenda
pratica con la quale si sottopone il presunto colpevole
a parlare ; ma se il compito della giustizia è di punire
chi commette ingiustizia , la tortura fa l' esatto
opposto perchè colpisce tanto i criminali quanto gli
innocenti , cercando di costringerli con la forza ad
ammettere atti da loro non compiuti ; e poi sotto
tortura anche un innocente finirà per confessare reati
che non ha commesso pur di porre fine al supplizio .
La tortura poi è ingiustificata perchè si applica ancor
prima della condanna : Un uomo non può chiamarsi
reo prima della sentenza del giudice . E,
paradossalmente, con la tortura l'innocente è posto in
peggiore condizione che il reo: infatti l'innocente se
viene assolto dopo la tortura ha subito ingiustizia, ma
il reo ci ha solo guadagnato, perchè è stato torturato
ma , non avendo confessato, è risultato innocente e si
è salvato dal carcere! Dunque l'innocente non può
che perdere e il colpevole può guadagnare, nel caso in
cui venga assolto. Ancora più complessa è la
questione della pena di morte , ossia della vendetta
istituzionalizzata : Beccaria riconosce la validità
della pena di morte in Stati particolarmente deboli in
cui i criminali fanno ciò che vogliono . Però nel 1700 ,
con il progressivo rafforzarsi degli Stati tramite l'
assolutismo illuminato , la pena di morte diventa
assolutamente inutile : se lo Stato è forte , allora
punirà senz' altro il criminale , il quale , sapendo che
agendo in quel modo verrà punito , non infrangerà la
legge : egli non la infrangerà anche in assenza della
pena di morte ; secondo Beccaria occorrono pene
miti , ma che vengano sempre applicate : se la pena è
minima , ma il criminale sa che dovrà scontarla e non
potrà farla franca , allora non infrangerà la legge : la
pena di morte diventa quindi assurda e inutile proprio
perchè lo Stato è forte , capace di punire i criminali . L'
importante è che le pene vengano sempre apllicate ,
altrimenti il cittadino corretto e rispettoso della legge
, vedendo che i trasgressori la fanno franca e non
vengono puniti dalla legge , comincerà ad odiare la
legge stessa e a trasgredirla anch' egli , proprio
perchè si sentirà preso in giro dallo Stato che vara
leggi e poi non le fa applicare . A sostegno della sua
battaglia contro la pena di morte , Beccaria porta un
altro argomento : la pena , per definizione , ha due
funzioni : 1 ) correggere il criminale per riportarlo
sulla retta via ; 2 ) garantire alla società la sicurezza ,
già a suo tempo propugnata da Hobbes . Ma la pena
di morte ( pur rendendo più sicura la società ) ,
evidentemente , non può certo correggere il criminale
, in quanto lo fa fuori : la risoluzione del tutto sta , per
riagganciarci a quanto detto , nello Stato forte e
autoritario che impone pene miti , ma garantisce la
loro applicazione ; allo stesso anche l' ergastolo non
corregge il criminale ed è , a mio avviso , ancor
peggio della pena di morte , la quale si pone come
obiettivo il liberare la società di un delinquente ; l'
ergastolo , invece , si pone come obiettivo esplicito il
correggere il criminale : ma a che serve tenerlo tutta
la vita in carcere ? Che correzione può avere ? Va
senz' altro notato come la pena di morte , che era
sempre stata una sorta di spettacolo per il popolo che
si riuniva nelle piazze per assistere ai pubblici
squartamenti , nel 1700 cominci a risultare odiosa al
popolo : è il sentimento decantato da Rousseau che
entra in gioco . Tuttavia la critica di Beccaria mossa
al sistema giudiziario è intrecciata con quella mossa
alla Chiesa : se è vietato il suicidio , come può essere
legittimata l' omicidio tramite la pena di morte ?
Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai
resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se
la morte sia veramente utile e giusta in un governo
bene organizzato. Qual può essere il diritto che si
attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili?
Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le
leggi. Esse non sono che una somma di minime
porzioni della privata libertà di ciascuno; esse
rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato
delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto
lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come
mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi
può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita?
E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio
coll'altro, che l'uomo non è padrone di uccidersi, e
doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto
o alla società intera? . Così inizia la critica
sistematica di Beccaria contro la pena di morte ; non
è in assoluto nella storia la prima volta che si muove
una critica alla pena di morte , ma è la prima volta
che contro di essa vengono mosse obiezioni radicali e
sistematiche . Questa critica alla pena di morte
indica una svolta nel senso comune , svolta che ebbe
anche innegabili effetti pratici : per esempio nel 1786
Pietro Leopoldo aboliva in Toscana la pena di morte .
La prima argomentazione contro la pena di morte è
che essa non è legittima. La tesi a sua volota si divide
in due punti: in primo luogo, essa offende il diritto che
nasce dal contratto sociale , stipulato per garantire la
sicurezza degli individui contraenti, non per
deprivarli della vita. In secondo luogo, la pena di
morte è contraria al diritto naturale secondo il quale
l'uomo non ha la facoltà di uccidere se stesso e non
può quindi conferirla ad altri. Dopo aver dimostrato
che la pena di morte non è legittima, ossia che non è
un diritto, Beccaria passa alla seconda
argomentazione, per cui essa non è necessaria: anche
questa si articola su due livelli: in primis, si dimostra
che la pena di morte non è necessaria laddove
regnino ordine politico e sicurezza civile; in secondo
luogo si dimostra che essa non esercita una
sufficiente funzione di deterrenza relativamente a
furti e a delitti. La dimostrazione di questa tesi è
empirica: le impressioni più profonde non sono
quelle intense ma brevi (la pena di morte) , bensì
quelle più deboli ma di lunga durata (il carcere).
Beccaria critica anche la religione accusandola di
agevolare il delinquente nelle sue ree intenzioni,
confortandolo con l'idea che un facile quanto tardivo
pentimento gli assicuri comunque la salvezza eterna.
Ma se la pena di morte non è un diritto e non è un
deterrente, essa è anche inutile: lo Stato, infliggendo
la pena di morte, dà un cattivo esempio perchè infatti
da un lato condanna l'omicidio e dall'altro lo
commette, ora in pace ora in guerra. Ma Dei delitti e
delle pene non si limita a criticare lo stato di cose
presente , benchè questo aspetto risulti decisivo in
prospettiva storica ; in effetti Beccaria non manca di
avanzare la proposta di una nuova dimensione
giudiziaria , secondo la quale lo Stato non ha il diritto
di punire quei delitti per evitare i quali non ha fatto
nulla : la vera giustizia consiste nell' impedire i delitti
e non nell' infliggere la morte . In tal modo viene posto
il problema della responsabilità sociale dei delitti
commessi , introducendo una concezione del tutto
nuova della giustizia e dei doveri dello Stato , nonchè
dei rapporti tra società e singolo . Beccaria propone
inoltre delle punizioni che non siano vendette , ma
risarcimenti , tanto del singolo verso la collettività
quanto di questa verso il criminale : le pene devono
pertanto , come dicevamo , essere socialmente utili e "
dolci " , volte al recupero e non alla repressione . Un
altro elemento decisivo dell' opera è la distinzione tra
reato e peccato . Il reato risponde ad un sistema di
leggi liberamente concordato tra gli uomini :
innegabile è l' influenza su Beccaria di Rousseau e
delle sua concezione della società come contratto ;
dunque il reato deve essere definito in un' ottica laica
e terrena , storica e immanente . In questo modo viene
rifiutata l' identificazione tradizionale tra diritto
divino e diritto naturale , di cui i sistemi legislativi
sarebbero l' espressione diretta . Viene , anzi ,
smascherato l' interesse di potere che si nasconde
dietro a una tale concezione . Questa laicizzazione
della giustizia è anche la più forte ragione del rifiuto
della pena di morte : era infatti proprio arrogandosi
il diritto di esprimere insieme la legge umana e la
legge divina che gli Stati potevano condannare a
morte un presunto colpevole , quasi come se fosse Dio
stesso a punirlo. Certo Beccaria ha piena coscienza
della difficoltà che ha il popolo di comprendere le
leggi, tanto più che ciascun uomo ha il suo punto di
vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un
diverso , ed è per questo che condanna l'oscurità delle
leggi, scritte in una lingua straniera al popolo ,
convinto che se tutti potessero intenderne il
significato il numero dei delitti e dei reati
diminuirebbe notevolmente. Le leggi devono essere
accessibili a tutti, tutti hanno il diritto di conoscerle e
, di conseguenza , di rispettarle; ma Beccaria sa bene
che ai suoi tempi le cose non vanno così e che in realtà
la maggior parte delle leggi non sono che privilegi,
cioè un tributo di tutti al comodo di alcuni pochi. Egli
è altresì convinto che il fine delle pene non è di
tormentare ed affliggere un essere sensibile, nè di
disfare un delitto già commesso, bensì il fine dunque
non è altro che d'impedire il reo dal far nuovi danni ai
suoi cittadini. E Beccaria non esita a tuonare contro
le accuse segrete che portano gli uomini a
mascherare i propri sentimenti e ad errare smarriti e
fluttuanti nel vasto mare delle opinioni: bisogna dare
al calunniatore la pena che toccherebbe all'accusato!
Con le accuse segrete, infatti, basta avere in antipatia
una persona, magari la più onesta che ci sia, per farla
andare in carcere con false accuse infondate. Assurdo
per Beccaria è anche il giuramento, proprio perchè
non ha mai fatto dire la verità ad alcun reo e poi mette
l'uomo nella terribile contradizione, o di mancare a
Dio, o di concorrere alla propria rovina. Il
giuramento è inutile, perchè non avvengano delitti
basta solo che il delinquente colleghi
automaticamente l'idea di delitto a quella di pena :
compiuto il delitto egli otterrà inevitabilmente una
pena; ed è proprio per questo che occorre la
prontezza della medesima, perchè il lungo ritardo
non produce altro effetto che di sempre più
disgiungere queste due idee: il criminale, compiendo
un delitto e non vedendosi punito, finirà per non
associare più il delitto alla pena. Fatto sta che la pena
deve sempre e comunque essere dolce, ma in ogni
caso va applicata proprio perchè la certezza di un
castigo, benchèmoderato, farà sempre una maggiore
impressione che non il timore di un altro più terribile,
unito colla speranza dell'impunità.
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