SANTA MARIA DI CASTELLO
CATTEDRALE DI CORNETO
Tarquinia
moderna,
l’antica
medievale
“CORNETO”,
è
universalmente
e
principalmente nota per l’antica “Tarquinia etrusca”, con le sue vestigie solo in minima
parte dissepolte e le sue Tombe dipinte, inestimabile tesoro di Arte e di Storia.
Agli innumerevoli visitatori che ogni anno vengono tra noi la vecchia Corneto
resterà certamente impressa come “Città delle torri” e come “Città delle Chiese”. “Le
Torri... che così numerose sfidano i secoli ergendosi al di sopra delle Case, dei Palazzi,
delle Chiese e degli altri Edifizi, quasi scolte eternamente vigilanti a difesa e custodia
della Città che forte e sicura graziosamente si stende ai suoi piedi. Le Chiese, così
invadenti che ritengo che non si vada troppo lontano dal vero asserendo che allora i
Cornetani non muovevano un passo senza dare del piede sul Sacrato di una di esse, tante
ne sorgevano, piccole e grandi, dentro e fuori delle Mura! Di ciascuna sarebbe non inutile
scrivere la storia, che senza dubbio deve intrecciarsi alla storia degli abitanti di Corneto.
Là dentro infatti, nelle Chiese, tenendo presente il vivo spirito religioso onde erano
animati quei Cittadini, convien pensare che si formassero e si svolgessero le Arti, che
numerose fiorirono anche in Corneto nei secoli del Medioevo; là dentro chissà quante
volte Magistrati e Popolo avranno discusso dei supremi interessi del Comune, e chissà
quante volte si saranno affollate là dentro Spose, Sorelle e Madri, imploranti da Dio la
vittoria ai Prodi che nell’aperta campagna o sugli spalti delle Mura combatterono per la
salvezza della Patria 1) ”.
Nella visita apostolica fatta nel 1583 d’ordine di Gregorio XIII è detto che in
quell’epoca c’erano in Corneto cinquanta Chiese 2) . Il Guerri invece dice che sommavano a
sessantuno, delle quali trentasette sono nominate nel “Registrum Cleri Cornetani” perché i
Notai vi redigevano i propri atti, e “... altre ventiquattro di cui i Notai non ebbero ad
occuparsi ma che pure si annoverano tra le Chiese antiche di Corneto 3) ”.
Di quegli antichi Edifici oggi ne esistono ancora diciassette, Nove officiati e gli altri
in condizioni più o meno precarie.
Delle chiese officiate alcune sono
state recentemente restaurate: quella
dell’Annunziata, quella dell’Addolorata da noi chiamata “la Chiesuola”, quella del Suffragio
1)
Francesco Guerri - Registrum Cleri Cornetani - 1908- pag. 28.
Muzio Polipori - Cronache di Corneto - pag. 105.
3)
Guerri F. - ivi pag; 358 - da notare che tra il 1583 e il 1910 altre Chiese erano state costruite.
2)
e quella di Santa Maria Margherita, la Cattedrale. Tutte per iniziativa del nostro Cardinale
Sergio Guerri che ne ha sopportato la maggior parte degli oneri, mentre chi scrive si onora
di aver coadiuvato nell’opera. Di esse è stato parlato nei Bollettini della S.T.A.S. 4)
Ora vogliamo parlare della Chiesa di S. Maria di Castello, il Monumento medievale
più importante e più significativo della nostra Città, che è anche, in questo momento,
quello meglio conservato e protetto... Tanti ne hanno scritto, tanti ne hanno discusso, e noi
rimandiamo per ora alle loro opere chi voglia approfondire le sue conoscenze
sull’argomento, sia sotto il profilo architettonico sia per il significato storico, che sono poi
strettamente interdipendenti. Anche nell’archivio della nostra Società esistono memorie a
stampa e manoscritte facilmente consultabili 5) .
Lo scopo del nostro scritto non è infatti quello di ricordare e rimasticare cose già
note, anche perché non sapremmo farlo in maniera migliore e più completa di come è stato
già fatto finora. Noi vogliamo invece puntualizzare qual’è stato, a partire dal 1978, l’opera
di restauro e conservazione del Monumento da parte della nostra Società Tarquiniense
d’Arte e Storia, che oggi, e fin da allora, ne è consegnataria, e per la precisione dal 1978. La
S.T.A.S., già fondata nel 1917 ed eretta in Ente Morale nel 1972, volle subito rompere
l’indifferenza che regnava sovrana da parte dei Cittadini e degli Enti religiosi e civili, e
iniziò una serie di interventi presso la Soprintendenza ai Monumenti del Lazio, miranti ad
ottenere che il Monumento fosse restituito all’antico proprietario, la “Comunità religiosa”
rappresentata dalla Curia cornetana, e dopo contatti ripetuti e non semplici, con la
Soprintendenza e con la Curia, Santa Maria di Castello fu riconsegnata ai Cornetani ed
affidata alla S.T.A.S. perché ne curasse la conservazione e i restauri necessari. Mi sembra
doveroso annotare che ciò fu possibile per l’opera del nostro Presidente, card.le Sergio
Guerri, del suo v. presidente Cesare De Cesaris e dell’addetto culturale Bruno Blasi, che
trovarono un interlocutore lungimirante e disponibile nel prof. Giovanni Pacini, allora
Soprintendente ai Monumenti.
Ritornando però allo scopo del nostro scritto, dobbiamo riconoscere che non si può
parlare dell’Edificio, oggi, senza conoscere le vicissitudini e le traversie del suo passato,
almeno dal punto di vista storico-cronologico, e per questo crediamo utile cominciare con
il riprodurre qui a stampa una memoria manoscritta redatta nel 1841 dal conte Pietro
Falzacappa, un Nobile cornetano a cui tanto si deve per la conservazione del patrimonio
4)
S.T.A.S. per “Società Tarquiniense d’Arte e Storia” - anche in seguito.
5)
Archivio S.T.A.S. - MUZIO POLIDORI “Cronache di Corneto” - VALLESIO - Cronache di Corneto - LUIGI
DASTI “Memorie istoriche etc.” - GUERRI FRANCESCO “Registrum Cleri Cornetani - FALZACAPPA “Memorie
etc. - PARDI E CORTESELLI “Corneto com’era - S.T.A.S. - “Bollettini annuali”.
culturale della nostra Città, con la sua opera di paziente ricercatore, di scrupoloso custode
di opere altrui e di autore abbastanza felice di scritti sempre riguardanti la sua Corneto.
Ecco la Memoria trascritta nel suo testo originario. La trascrizione è fedele in ogni
particolare, e quindi anche per certi termini oggi non più usati; è fedele nella
punteggiatura, nella costruzione del discorso ed anche nell’uso delle maiuscole o del loro
contrario. La nota manoscritta in nostro possesso è probabilmente una prima stesura del
testo poi consegnato al Vescovo di Corneto S.E. il card. De Angelis, il 4/2/1841, che sarà
certo più scorrevole e più letteraria della nostra copia.
Riproduciamo in fotocopia il titolo della memoria, avvertendo che non possiamo
trascrivere “l’aggiunta di tutte le iscrizioni etc.” perché non c’è pervenuta.
In quella parte di Corneto ove esisteva un forte fabbricato secondo l’architettura
delli secoli di mezzo (n.d.r. - si riferisce forse al Castello di Corneto) fu costruito ancora un
sagro Tempio dedicato alla Madre di Dio che dalla sua situazione prese il nome di S.
Maria in Castello. Li vari incendi delli pubblici archivi di questa Città tanto Ecclesiastici
che Secolari ci hanno fatto perdere le più interessanti memorie su di questo tempio
bellissimo per la sua antica architettura, e per li sagri monumenti che ancora conserva.
Tali infortuni c’impediscono di poter indicare con precisione l’epoca della sua
costruzione e solo appoggiandosi alle osservazioni del sig. D’Agincourt 1) possiamo dire
che sia stato fabbricato verso la fine del decimo secolo. (NOTA A MARGINE DEL TESTO:
sebbene una lapide tuttora esistente in questa Chiesa... faccia non poco dubitare che
possa essere stata costruita nel 1121).
E’ la Chiesa edificata a tre navate con facciata ornata da belli mosaici come vi era
egualmente ornato il pavimento interno per circa i due terzi della sua estensione; una
cuppola leggermente ellittica nella parte inferiore 2) e traforata da sei archi fra i quali
sorgevano altrettanti piè dritti per reggere una specie di tamburo di poca altezza ha
esistito fino al 26 Maggio 1819 nel quale giorno un violento terremoto ondulatorio
distrusse quello che aveva esistito per secoli.
La pianta di questa Chiesa è abbastanza regolare se si riguarda l’epoca della sua
costruzione ma le particolarità dei suoi andamenti hanno tutta la bizzarria dello stile
gotico che allora regnava sebbene gli archi non siano di un sesto acuto ed i capitelli delle
colonne sono ornati nel campo con serpenti assai ingegnosamente intrecciati per
sostenere gli angoli della cimasa che sorge leggerissima; le fenestre mantengono
1)
D’Agincourt - Storia dell’arte dimostrata con monumenti - ed. Prato del 1828 I.V. pag. 190.
egualmente lo stile gotico con variati ornamenti, e merita riflesso la particolarità di non
esistere alcuna dalla parte dell’Oriente senza che se ne possa precisare una sicura
ragione, seppure ciò non sia stato fatto per il motivo che facendo parte le mura di questa
Chiesa dell’antico Castello di Corneto non si sia voluto indebolire l’esterna fortificazione
con i vani che avrebbero offerto le gotiche finestre difficili insieme ad essere difese nel
caso di assalto nemico sia per la loro forma sia per la sicura profanazione del tempio che
ne sarebbe derivata.
Esistono tuttora nel principio della chiesa le colonne dei catecumeni (n.d.r. - spazio
riservato ai non battezzati) come esiste il fonte battesimale grande e nobile di figura
ottangolare ornato di marmi fini e scorniciati intarsiato di altre pietre colorite nel quale
secondo l’antico rito si battezzava per immersione.
Bello è il pulpito o sia ambone fatto di marmi finissimi intarsiato di pietre di
porfido o di mosaico, aperto alli due lati con vari gradini per salirvi a leggere il Santo
Vangelo nelle messe solenni secondo la primitiva regola della S. Chiesa.
Sopra di quattro gradini sorge la tribuna con altare staccato per celebrarvi i SS.
Misteri verso del popolo quale tribuna fu già ornata da quattro nobilissime colonne, fra le
quali le prime due di verde antico tutte di un pezzo di lunghezza e grossezza
proporzionate, e co’suoi architravi di marmo scorniciati con altre colonnette, e marmi
sopra che formano tabernacolo furono in tempo di Clemente X 3) fatte levare dal card.
Altieri 4) vescovo di Corneto, e poste nel suo Palazzo, ed ora ve ne sono quattro di marmo
“semplice non corrispondenti alle tolte nè con la proporzione delle basi e capitelli, né
adattati alla finezza di quelli scelti marmi da’ quali si vede ornata l’antica Chiesa 5) ; per
cui i voti pubblici domandano da molto tempo che sia supplito in qualche modo alle tolte
colonne con altre che se non potranno pareggiare le antiche non deturpino almeno, come
le presenti, con la loro bruttezza questo rispettabile edifizio.
Lo smarrimento delli antichi documenti non mi permette di accennare con
precisione cosa fosse, e da chi servita questa Chiesa avanti i principi del secolo
decimoterzo e sappiamo solo con certezza l’Epoca della sua consagrazione avvenuta con
tutta magnificenza l’anno 1208 come apparisce dalla marmorea iscrizione posta vicino
2)
Ivi pag. 206-235-285.
Clemente X Altieri romano creato pontefice nel 1670 governò la Chiesa anni 6, mesi 2, e giorni 24.
4)
Paluzzo Paluzzi romano card. del titolo dei “SS. Apostoli” ebbe il Vescovado di Montefiascone e Corneto li 29
Marzo 1666 dal papa Alessandro VII e lo ritenne fino al Maggio 1670 nel quale anno innalzato al pontificato Clemente
X Altieri lo dichiarò suo nipote e gli accordò la sua arma e il suo cognome: così l’Arcid. Polidori nelle sue Cronache
mss. di Corneto (Archivio S.T.A.S.).
5)
“Cronache m.s. di Francesco Vallesio” conservate nell’archivio segreto di Campidoglio e “Memorie istoriche di
Corneto” nell’archivio Falzacappa (n.d.r. - vedi archivio S.T.A.S.).
3)
alla porta principale alla destra che riporterò infine con le altre iscrizioni lapidarie che
ornano anche oggi questo Monumento.
La seconda menzione è del 1226 allorché il Papa ONORIO III dirigendo al Vescovo
di Toscanella una Bolla per la riscossione delle tasse dovute alla Camera apostolica
nomina tra li procuratori di varie chiese di quella diocesi “Apud Cornetum priorem S.
Mariae de Castello 6) ”.
E’innegabile insieme che sino dal citato secolo XIII esistette quivi eretta una
Colleggiata (n.d.r. chiesa che ha collegio o capitolo di canonici) con cappellani, canonici
ed un priore, e che questa dignità fosse contradistinta nelli atti pubblici col titolo di “Prior
Majoris Ecclesiae Cornetae 7) e nel 1285 Lituardo Cerruti di famiglia cornetana e Priore di
S. Maria in Castello da uditore di Rota fu innalzato alla sede vescovile di Cagli
(Calliensis) sotto il pontificato di Bonifacio VIII 8) .
Continuò ad essere officiata in questa maniera sino al 1435, allorché piacque al
sommo pontefice Eugenio IV°, ad intercessione del nostro celebre card. Giovanni
Vitelleschi, erigere in Cattedrale la Chiesa Cornetana unendola a quella di Montefiascone,
e formando un solo capitolo con la riunione delle due colleggiate che in quell’epoca
esistevano in Corneto 9) .
Pare che da questo tempo sia cominciato il decadimento della nostra Chiesa di
Castello, o forse perché non essendo più una colleggiata a se sola non si ufficiasse più
come per il passato da quei sacerdoti che prima vi erano addetti, e forse ancora perché
posta quasi fuori della Città, i di cui abitanti avevano cominciato già a ritirarsi dalle
antiche abitazioni per ricoprire i nuovi quartieri, restò come abbandonata a qualche
mano mercenaria.
Sono notevoli peraltro le distinzioni che a questo sagro Tempio professarono
sempre i nostri maggiori. L’antico Statuto di Corneto della cui origine non si può fissare
una data precisa, ma che sicuramente non è posteriore al secolo dodicesimo tra le dltre
disposizioni prescrive doversi osservare come feriato il giorno della consagrazione di
questa Chiesa 10) e per una maggiormente devota distinzione si ordina dallo stesso
Statuto 11) che nelle festività di Natale, Pasqua di Resurrezione, e dell’Assunta si offra dalli
Priori in questa Chiesa un carcerato a pena pecuniaria restando con ciò pienamente
6)
Nell’Archivio Vaticano, e “TURRIONI”, Memorie di Toscanella “ Roma 1978, pag. 49.
Codice membranaceo nell’archivio della Cattedrale di Corneto passim.
8)
Ughelli - Italia sacra, tomo II Col. 90 27 - Episcopi Callienses.
9)
Bolle di Eugenio IV delli 5 Decembre 1435 che incominciano “in supreme dignitatis e Sacrosanta Romana Ecclesia”.
10)
Statuttum Corneti Lib. II cap: LXXXXVI.
11)
Statutum Corneti Lib. V cap: XXXII.
7)
assoluto (n.d.r. doveva essere liberato), e finalmente vi si stabilisce che la Magistratura
debba officiare in questa Chiesa con l’offerta di due cerei 12) nel giorno dell’Annunziata, nel
quale giorno era anche decorata con l’intero Capitolo che vi si recava per la Messa
cantata, e che altro cereo si presentasse nel giorno di S. Agata alla quale era anticamente
dedicato un altare 13) .
Come ho di sopra accennato ad onta che la nostra Comune facesse il possibile per
sostenere lo splendore di S. Maria in Castello, nonostante decadendo ogni giorno si prese
la risoluzione nel 1566 di chiamarvi i PP. Carmelitani quali si portarono ad abitarla ma
poco tempo vi dimorarono per dissenzioni tra loro 14) . Questo abbandono la fece sempre
più cadere in modo tale che nel 1569 era senza il Sagramento aperta e derelitta in modo
tale che il Vicario Generale di quel tempo nel fare la visita ordinò “hosta eius de clauderi
pro honore divini cultus 15) ”.
Tale disgraziata situazione mosse il Vescovo mons. Bentivoglio 16) a procurare di
porvi un riparo e si rivolse alla Magistratura di Corneto con sua lettera del 25 Maggio
1583 17) pregandola a tenere un Consiglio perché questa Chiesa fosse data alli P.
Conventuali: confermò questo medesimo con altra lettera 18 delli 17 Giugno 1583 nella
quale ripeté che trovandosi abbandonata la Chiesa di S. Maria in Castello si è risoluto
darla alli frati di San Giacomo 19) se la Magistratura med.a non sente cosa alcuna in
contrario e desiderando che tutto sia con loro soddisfazione. Da questa lettera sembra
chiarissimo che la nostra commune vi avesse un Gius-patronato, il quale diritto
trascurato in seguito si è o perduto o usurpato (a - nota fuori testo) a) .
12)
Statutum Corneti Lib. I cap: II.
Speculum ab anno 1487 ad an: 1495, pag. 206 conservato in Segreteria communitativa.
14)
Cronache MSS. del Polidori e del Vallesio.
15)
Visita Vescovile del 1569, pag. 24 r in Canc. Vescovile
16)
Mons. Girolamo de’conti Bentivoglio di Gubbio fu fatto Vescovo di Corneto e Montefiascone nel 1580 da Gregorio
XIII e resse queste Chiese fino alli 12 Aprile 1601 nel quale giorno morì in Montefiascone.
17)
Fra le lettere di quell’anno in Segr.ria Comunale e nell’Archivio Falzacappa.
18
Come sopra.
19)
Li Frati Conventuali abitavano in Corneto l’antica Chiesa di San Giacomo, ora il Cimiterio.
a)
Trascriviamo qui le due lettere del Vescovo Bentivoglio alla Comunità di Corneto che abbiamo da un foglio
manoscritto dell’arch. Falzacappa intitolato “Filza di lettere del 1579 al 1592” Nel foglio però sono riportate solo le
lettere che sotto trascriviamo.
I lettera
“(Fuori): alli molto magnifici SS.ri e Figli amatissimi li SS.ri Priori della Comunità di Corneto. (Dentro): molto
magnifici SS.ri e Figli amatiss.mi = Questi P.ri della Cong. e di Viterbo desiderano essere risoluti del luogo di S. Maria
in Castello e perché mi pare sia cosa molto utile per molti rispetti e particolarmente acciò quella Chiesa non habitandovi
non vadi a rovina, li prego e si contentino fare Consiglio, e deliberare quel tanto parerà alla Com.tà potersi fare, et
essere più espedienti per servizio di Dio, et honore della Città, per il chè non mancherò pregare S.D. mtà (?) le ispiri
sempre in q.tà ed ogni altra loro esecuzione e di cuore mi offro e rassegno. Di Montefiascone li 25 di Maggio 1583. Di
vv. SS.am. Bentivoglio ves.vo Montf.e e Corneto.
II lettera:
13)
Piacque sicuramente alli Cornetani la domanda del loro Pastore, e in quel medesimo
anno (1585) li PP. Conventuali ne presero possesso accordandoglisi dal consiglio tutto il
locale dell’antico Castello, perché con le rendite del medesimo potessero mantenere la
Chiesa e loro stessi 20) .
Dopo quest’epoca nulla più si rinviene di rimarchevole che possa riferirsi a questo
bel Monumento di Corneto, e scorsero più di due secoli senza che ci si presenti alcuna cosa
notevole; non saprei se attribuire questo silenzio o alla deficienza di fatti degni di
memoria o alla mancanza di che siasi data la pena di registrarli. Due sole piccole cose in
così lungo spazio di tempo ho potuto rinvenire nè tralasciar voglio di riportarle sebbene
non siano di molta entità.
La prima è del 1619 allorché si dovettero dividere le imposizioni camerali fra le
corporazioni religiose di Corneto. Vale la pena di registrarsi che questa Chiesa con il suo
convento ed i suoi beni nel reparto generale fu tassata per soli baiocchi 96 21) . Qual
differenza rimarchevole fra quel tempo e questo in cui viviamo.
L’altra è la consagrazione del suo altare maggiore fatta nel 1639 dal Vescovo di
quell’epoca mons. Cecchinelli 22) la di cui memoria ci viene conservata dall’iscrizione
posta sulla tribuna e che riporto insieme alle altre.
Dopo queste notizie bisogna giungere fino al secolo XIX per riportare che nel 1809
venne abbandonata questa Chiesa per l’espulsione dei PP. Conventuali che furono
sottoposti a quella generale proscrizione ordinata da colui che regnava in questa parte
d’Italia in luogo del nostro legittimo Sovrano, finché riordinatesi le cose pubbliche, e
ristabilito l’ordine nel 1814 furono i beni di questa Chiesa uniti al Conservatorio
dell’Orfane di Corneto 23) non essendovi stati ripristinati li Religiosi Francescani per il
loro scarso numero conseguenza del quale erano anche i pochissimi individui che vi
ritenevano prima che ne fossero scacciati.
Un infausto giorno portò a questo vecchio tempio l’anno 1819 poiché alli 26
Maggio per violenza di forte terremoto cadde quella bella cuppola che per la sua
arditezza di costruzione ne formava uno de’principali ornamenti.
Perché hò visto, che la Chiesa di S. Maria in Castello era abbandonata, mi risolvei per quanto comportava il mio
consenso di darla, come feci a quel Frate di S. Giacomo, che stà in Corneto, et così ho scritto al mio vicario che lo
metta in possesso per la sua Religione. Se poi le SS.VV. con la mag.ca Communità sente cosa alcuna in contrario, ne
dia avviso acciò si possa provedere a quanto farà bisogno, desiderando il tutto sia con soddisfazione loro, a’quali di
cuore da Dio prego ogni vera contentezza. Di Montefiascone li 17 Giugno 1585. Bentivogli.
20)
Memorie mss. di Corneto nell’Arch. Falzacappa (n.d.r. - ora S.T.A.S.).
21)
Libro delle Congregazioni Capitolari di quest’anno pag. 56 nell’Arch. della Cattedrale di Corneto.
22)
Gaspare Cecchinelli da Vezzano nepote del card. Zacchia vescovo di Corneto e Montefiascone ottenne per rinuncia
dello zio queste sedi li 22 Aprile 1630 e le resse sino alli 7 Marzo 1666. Morì in Montefiascone.
23)
Li beni della Chiesa di Castello furono uniti al Cons.rio delle Orfane con rescritto pontificio delli.?
Dopo quel disgraziato anno restò quasi abbandonata la nostra Chiesa, e gli amanti
delle cose Patrie vedevano con dispiacere avanzarsi ogni giorno la totale rovina di questo
Monumento. Per secondare i voti pubblici l’Ec.mo Velzi degnissimo Vescovo di Corneto vi
diè tutto l’impegno per ridare al culto cattolico questa Chiesa, e nel 1834 con la sua
paterna premura ed attività, secondato anche dal nostro Comune che assegnò a questo
fine 200 scudi 24) non che dalle altre corporazioni religiose che con piacere concorsero a sì
bell’opera benedisse di nuovo, e ricoperto con tetto il vano lasciatovi dalla caduta cuppola
poté di nuovo celebrarvi messa solenne con sincero applauso di tutta la Città.
Non terminarono però con la nuova riapertura li desideri delli Cornetani e sempre
ci siamo lusingati vederla restituita all’antico onore. Sorge una nova speranza nella
provvida cura che ne assume l’odierno Vescovo il card. Filippo De Angelis. Sotto il suo
valevole patrocinio ci lusinghiamo, anzi siamo sicuri, di veder conservato alla Chiesa un
suo tempio, all’Italia uno dei suoi più belli tra li Sagri Monumenti ed a Corneto questa
bellissima antica Chiesa, che mentre fa fede della devozione dei nostri antenati dà anche
oggi continuo lustro alla Patria.
Possano compiersi quanto prima i nostri desideri, e possa il suo degno pastore
condurre a termine quanto ha ideato per l’onore di questo tempio e della nostra Città, e
possa la divina Provvidenza concedergli lunghissima vita per l’onore del Sagro Collegio e
di questa diocesi, il che sinceramente desidera l’estensore di queste piccole memorie.
Pietro Falzacappa
-----------------------------------------------------------------Fin qui il nostro Relatore. Purtroppo però “li desideri delli Cornetani” non si tradussero in
realtà. Il Vescovo card. Velzi fece quanto gli fu possibile per raggiungere lo scopo, cercando
la partecipazione del popolo e principalmente dei notabili del Paese. Nell’archivio Quaglia
abbiamo trovato un documento con cui il card.le concedeva al conte Giacomo Quaglia lo
“Giuspatronato della Cappella del SS. Crocifisso nella Chiesa di S. M. di Castello con
l’obbligo etc. 25 . Certamente avrà cercato di coinvolgere in ugual modo altre famiglie nobili
o importanti di Corneto, ma con scarsi risultati.
La ex Chiesa non aveva più i suoi beni e quindi i relativi redditi su cui poter contare.
Gli ultimi ben rimasti, dopo che anche i PP. Conventuali, nella loro gestione, ne avevano
24)
Risoluzione consiliare delli 23 febbraio 1834.
Arch.o Quaglia presso la S.T.A.S. - Doc. n. 3 - Il Crocifisso di questa Cappella è quello posto ora sull’altare
maggiore della Cattedrale di S. Maria e Margherita.
25
alienati alcuni 26) , erano stati assegnati al Conservatorio delle Orfane di Corneto 27) che a
sua volta ne alienò altri fino a vendere nel 1903 anche gli antichi edifici del Convento e
l’annesso terreno.
Perfino le campane della Chiesa nel 1825, tre anni dopo il crollo della Cupola, erano
state tolte dalla loro sede, così come troviamo annotato in un foglio dell’arch.o Falzacappa
che riproduciamo nella pagina che segue. Nel foglio è detto anche
che esse (o almeno una di esse) vennero poste nel campanile della Chiesa del Suffragio. In
realtà nessuna delle due campane qui descritte si trova tra quelle esistenti in questa Chiesa,
datate MDCCLVI, MDCCCLIX e MDCCCLXIII 28) . Quel che però può ritenersi certo è che
le campane di S.M. in Castello furono calate “li 22 Giugno 1825”. Forse furono poste
altrove o forse vendute.
Tutto testimonia che la Comunità, in quel momento di sconforto, aveva
abbandonato la “sua” Chiesa ad un ineluttabile destino. In quel momento di sconforto ma
anche, oserei dire, di decadimento dei valori storici e culturali.
Eppure quella Comunità e quel Clero erano i discendenti e gli eredi di quelli che
sette secoli prima, in un libero Comune, avevano voluto la costruzione di quel Monumento,
a testimonianza della loro Fede ma anche a testimoniare la raggiunta grandezza, la ricca
autonomia, la forza politica e commerciale, l’elevata maturazione culturale; un processo
che aveva avuto il suo ciclo di formazione in tempi assai lunghi, certamente qualche secolo.
Quella grandezza però, come ci dice anche il nostro Falzacappa, aveva durato fino al
card.le Giovanni Vitelleschi. Alla morte di questi incominciò la spoliazione sistematica dei
beni, dei titoli e delle strutture del Tempio.
Le cose tutte sono il frutto del loro tempo, ogni tempo produce le cose che gli si
addicono.
E’ doveroso però precisare che in questo caso ci si riferisce a quella che
propriamente è l’educazione culturale, storica e artistica del popolo, che, sempre in questo
caso, si devono disgiungere dalla religione e dalla fede religiosa dei Cornetani se è vero,
come è vero, che in quello stesso lungo periodo dal XV al XX secolo, durante il quale tanti
nostri Monumenti decadevano, come S. Maria in Castello, o addirittura perivano, come
accade a tanti altri Edifici e Chiese, in quello stesso periodo, dicevamo, nella nostra
Corneto venivano costruite altre Chiese, da sant’Agostino all’Angelo custode a Santa Croce,
a santa Ferma, da San Giuseppe, a santa Lucia all’Addolorata a s.M. del Suffragio e a quella
26)
Ivi - doc. 7 e 12.
Vedi pag. 11.
28)
Vedi C. De Cesaris - Bollettino S.T.A.S. n. 7 del 1978, pag. 136.
27)
delle Passioniste, senza contare la ristrutturazione, anzi alla ricostruzione ex novo della
Cattedrale.
Per una Città già tanto ricca di Edifici sacri si potrebbe dire “troppa grazia
sant’Antonio 29) .
Per la verità si deve aggiungere che gravi avvenimenti scossero, dalla fine del secolo
XVIII e per tutto il XIX, il regno temporale dei Papi nel cosiddetto Patrimonio di San
Pietro, di cui Corneto faceva parte. Avvenimenti esterni, come quelli collegati alla meteora
napoleonica, e avvenimenti interni, che nel 1848-1849 portarono alla nascita della
“Repubblica Romana”. Pio IX, rifugiatosi a Gaeta nel regno di Napoli, dovette ricorrere
all’aiuto della Francia, e l’esercito francese, che nel 1809 era venuto come conquistatore,
ritornò per difendere i diritti del Papa. Venne anche a Corneto e si acquartierò di nuovo
nella “ruinata Basilica 30) . Vi rimase venti anni, utilizzando il vecchio Convento come
abitazione e l’edificio della Chiesa come “stalla”. Altre spoliazioni, altre “ruine”.
Pure tra tante tristi vicissitudini il Monumento non fu mai completamente
abbandonato. Nel 1852 si progettò la ricostruzione della Cupola, però mai eseguita, e nel
1857 Pio IX, Papa umanista, venendo a Corneto accolse la richiesta dei Cittadini ordinando
sostanziali lavori di riparazione che comportarono una spesa di 10.970 lire fino al 1870 31) .
E’di quell’epoca la demolizione degli Altari laterali, le così dette “Cappelle”, che si
credeva fossero stati costruiti dai PP. Conventuali e che invece esistevano fin dagli inizi,
come risulta anche da un inventario del 29 Giugno 1383 che il lettore può trovare su questo
stesso Bollettino, a cura di Renzo Balduini, mentre può anche consultare il Bollettino n°5
dell’anno 1976, in cui troverà la Prefazione all’inventario stesso 32) .
Il Papa Pio IX decretò anche che l’Edificio “fosse annoverato tra i Monumenti
pubblici di antichità”.
Il provvedimento fu confermato il 10 Luglio 1871 dal Nuovo Stato italiano, e nel
1978 furono compiuti lavori di restauro conservativo dal Governo e dal Comune. “Ora”
scrive il Dasti nel 1885 “il Tempio è chiuso al culto, non ha cura d’anime, nè alcuna rendita,
ma trovasi in buon assetto per la conservazione. Le chiavi sono tenute da un Custode
comunale che ha l’incarico di aprirla e farla vedere a chiunque desidera visitarla”.
29)
Vedi Pardi & Corteselli - CORNETO COM’ERA - arch.o S.T.A.S.
Cardarelli V. - “Alle mura del mio Paese”
31)
“Corneto com’era” di A. Pardi e M. Corteselli - pag. 69-78.
32)
Sul bollettino n. 16 del 1987, dalla pag. 5, si trova poi una monografia cronologicamente curata e accuratamente
documentata ad opera di Rossana Prete. Da tutte queste pubblicazioni e dai fogli manoscritti citati, quasi tutte visibili
presso l’arc.o della S.T.A.S. il lettore interessato potrà raccogliere una notevole messe di notizie sulla nostra chiesa
maggiore. Il Papa Pio IX decretò anche che l’Edificio “fosse annoverato tra i Monumenti pubblici di antichità”.
30)
Poi l’Edificio fu affidato alla Soprintendenza ai Monumenti del Lazio, che condusse
nel tempo lavori di conservazione ivi compresa, negli anni ‘70 la parziale ricostruzione
della Cupola, limitatamente al solo tamburo, riutilizzando il materiale frammentario
rimasto dopo il crollo del 1819.
La Soprintendenza non potè in ogni modo evitare altri danneggiamenti e
spoliazioni. Durante l’ultima guerra l’Edificio rimase aperto e incustodito, e in quel periodo
andarono rubate le 4 colonnine tortili del Pulpito e le due protome di leone poste alle basi
delle due scale di accesso al pulpito stesso. Continuò l’asportazione di tessere dai mosaici e
dal pavimento cosmatesco. Scorrendo questi avvenimenti sembra proprio di assistere alla
“Via Crucis” di un condannato a morte.
Durante il lungo periodo dal 1900 al 1964 fu incerta perfino l’attribuzione della
proprietà della ex Chiesa, che nessuno voleva, tanto che nel 1964 la Soprintendenza stessa
scrisse all’allora “Mons. Sergio Guerri” la lettera che qui riproduciamo:
“Questa Soprintendenza
desiderando restaurare la Chiesa di S. Maria di Castello, situata nella Diocesi di Corneto
Tarquinia, ha necessità di completare il curriculum dei documenti, con certificato di
proprietà.
Richiesto tale certificato agli Uffici catastali ne ha ottenuta la dichiarazione di non
iscrizione.
Risultando da alcuni documenti di archivio che circa nel 1910 (e cioè rima
dell’alienazione avvenuta circa nel 1950) l’Orfanotrofio femminile della Città di Corneto
era in possesso della Chiesa e delle aree ad essa circostanti, questa Soprintendenza si
rivolge alla Sua persona come l’unica che in qualità di Presidente dell’Orfanotrofio ed
Economo Amministratore dei Beni della Santa Sede, sia qualificata a chiarire il quesito.
Nell’attesa di una Sua pregiata cortese risposta voglia gradire distinti saluti”.
Mons. Guerri rispose come segue:
“A seguito della Sua pregiata lettera in data 5 Dicembre 1964 mi sono affrettato a
consultare l’archivio dell’Amministrazione dell’Orfanotrofio di Tarquinia.
Mi è risultato che l’Orfanotrofio con atto Pietro Pampersi notaio in Tarquinia, del 21
Dicembre 1903, ha venduto la sua proprietà in prossimità della Chiesa Monumentale di S.
Maria in Castello al Signor Domenico Cristini. Oggetto della vendita fu un fabbricato e un
appezzamento di terreno.
La Chiesa monumentale di S. Maria in Castello non risulta che sia stata mai in
proprietà o in uso all’orfanotrofio.
La Chiesa era separata dalla proprietà dell’Orfanotrofio da una piccola area o cortile
che non fu oggetto della vendita forse perché era destinata a suolo pubblico, tanto è vero
che le porte dei vani che si aprivano su tale cortile erano segnate con il numero civico.
Solo successivamente gli eredi Cristini chiusero tale cortile con un cancello.
Sono spiacente di non poter dare più dettagliate notizie, che ritengo possano
trovarsi presso l’archivio della Curia Vescovile di Tarquinia.
Con distinti ossequi”.
La prima timida rinascita dei valori culturali e storici dalla nostra Città si ebbe nel
1917 con la fondazione della “Società Tarquiniense d’Arte e Storia”. Fu però solo un
movimento di élite, con pochi Soci, che dopo un non lungo periodo, conclusosi con lo
sfacelo dell’ultima guerra, cessò di operare.
Data però da quell’epoca il primo contatto della S.T.A.S. con S. Maria in Castello, e
valse ad impedire l’appropriazione indebita della Corte esistente tra la Chiesa, le Mura
castellane e il complesso di Edifici venduti nel 1903 dal Conservatorio delle Orfane di
Corneto ad un certo “Cristini Domenico” come sopra abbiamo visto.
La Corte non era compresa nella vendita, né poteva esserlo, costituendo essa uno
spazio per l’accesso alle case vendute e alla Chiesa, che vi aveva anch’essa due accessi.
Gli eredi del Cristini, forse in buona fede, forse no, sostenevano di esserne invece i
legittimi proprietari e vollero impedirne l’accesso a chiunque, giungendo anche a chiudere
il tutto con un cancello, e sarebbero riusciti nel loro intento, data l’indifferenza della
Comunità verso un luogo così fuori di mano e ormai semi-abbandonato. Ecco allora, nel
1922, l’intervento della S.T.A.S. con l’allora Presidente prof. Giuseppe Cultrera che l’aveva
fondata pochi anni prima, nel 1917. Il Cultera era anche il Direttore del nostro Museo
Etrusco, e fu facile per lui muovere gli organi della Regia Soprintendenza ai Monumenti.
Venne chiesto l’intervento del Presidente dell’Orfanotrofio, si indagò a fondo, venne esibito
l’atto di vendita del 1903, e la Corte venne liberata dall’occupante privato.
Ma c’è di più: dalle lettere scambiate, dalle indagini fatte venne fuori che “la Torre
(la notissima Torre di Castello) e il cortile sono la prima proprietà dell’Orfanotrofio mentre
risulta area pubblica la seconda 33) .
Ritornando alla cronaca dobbiamo dire che nel 1949 sorse l’ “Associazione Pro
Tarquinia”, fondata dal compianto Francesco De Cesaris e da alcuni amici, che nel 1969
guardò anche al nostro Monumento maggiore e provvide a munirlo delle solide porte della
33)
Vedi Archvio dell’Orfanotrofio “M. Barbarigo” di Tarquinia.
facciata municipale, tuttora esistenti, e a chiudere in qualche modo le aperture degli
ingressi laterali privi di infissi.
Fu solo nel 1971, con la ricostituzione della S.T.A.S. divenuta quasi subito “Ente
Morale” e che oggi conta 750 Soci pari al 5,50% dei Cittadini di Tarquinia, che il risveglio
culturale e storico divenne più tangibile e fattivo. La S.T.A.S. intraprese subito l’iniziativa
dei restauri di alcuni Monumenti cittadini, e sono di quell’epoca le opere compiute sulle
strutture della “Porta Nuova”, allora cadenti, e quelle di ripristino della così detta “Torre di
Dante”, con la riapertura dell’antica “Porta della Maddalena” o “della Valle” e il rifacimento
della volta di copertura della Torre stessa e di altre strutture. Si provvide anche al
definitivo restauro della ex Chiesa di San Pancrazio, avuta in concessione dalla Curia
Vescovile che ne è la legittima proprietaria. San Pancrazio fu trasformata e arredata per
essere l’Auditorium della Società, per lo svolgimento di riunioni, mostre, manifestazioni
culturali e spettacoli in un momento in cui la Citta era priva di ogni struttura atta allo
scopo.
La società si riprometteva, con queste iniziative, di fare anche opera promozionale
verso i Cittadini, opera di cui si videro ben presto lusinghieri risultati.
Santa Maria in Castello entrò subito nel programma della Società, ma solo nel 1978
riuscimmo a riavere il Monumento dalla Soprintendenza del Lazio, e di questo dobbiamo
essere grati al Soprintendente prof. Riccardo Pacini. L’Edificio ritornò alla Curia Vescovile
e fu affidato alla custodia della S.T.A.S., che si assunse l’onere di provvedere ai restauri e
alla manutenzione ordinaria fino all’anno 2000.
Da allora le opere di restauro conservativo e di consolidamento sono state
numerosissime. Si cominciò con il ripristinare gli infissi delle porte laterali per impedire
l’ingresso indiscriminato di tutti, si rinnovarono tutti gli infissi delle finestre vetrate,
completamente mancanti o non riparabili.
Si consolidarono tutte le strutture murarie
interne e si asportarono tutti i materiali che ingombravano indecorosamente l’ambiente.
Gli ultimi interventi sono stati quelli del 1987-1988. Furono interessate tutte le
strutture esterne del Tempio e le mura castellane adiacenti, a destra e a sinistra
dell’Abside. E’stata ampliata e risanata l’area e la bella terrazza panoramica posteriore e
laterale a Nord, da cui si ha una suggestiva vista sul mar Tirreno fino all’Argentario, sulla
sottostante vallata con il fiume Marta,e davanti il colle della “Monterana”, che ricorda il
sacrificio dei 33 Cittadini Cornetani che su quelle rampe, al cospetto del popolo arroccato
dietro le Mura della Ripa, furono trucidati da Federico II che aveva chiesto, e non ottenuto,
la resa a discrezione della Città.
L’interno del Tempio è stato anche dotato di un efficiente impianto di illuminazione
che mette suggestivamente in risalto le strutture architettoniche. Tutti questi lavori hanno
comportato una spesa di circa 100 milioni di lire, frutto di contributi che la Società ha
ricevuto per questo scopo.
Rimangono ancora importanti cose da fare; dobbiamo intervenire sulle srutture
dell’Altare basilicale, sulle transenne del Presbiterio e sul prezioso pavimento cosmatesco.
All’Ambone mancano ancora le 4 colonnine tortili e le due protome di leone. La S.T.A.S. si
sente sempre impegnata a fare; vogliamo ancora dotare il Campanile a vela delle tre
campane asportate.
Dopo di ciò il Tempio sarà restituito alle sue funzioni religiose originarie.
A questo punto si imporrebbe uno studio interpretativo di quanto può essere
emerso di nuovo riguardo agli antichi insediamenti nella zona di S. Maria in Castello, e mi
riferisco in special modo al luogo dell’antico “Castello”, sulle cui vecchie strutture, dice il
Falzacappa, sorsero “le mura di questa Chiesa”.
Pensiamo invece che questo studio debba essere rimandato a quando, ultimando i
lavori previsti, saranno emersi altri elementi di conoscenza e di interpretazione.
Ma anche con questo non crediamo che potrebbe essere esaurito il nostro impegno e
il nostro contributo. Abbiamo detto all’inizio che tanti hanno scritto e dissertato su S.M. in
Castello. E’verò, ma è anche vero che si tratta di lavori parziali, non coordinati tra loro.
Manca insomma un’opera completa sul Monumento, che ce ne narri tutta la storia, che si è
nell’antico intrecciata con la Storia del nostro Paese e della sua Comunità; che ce ne
descriva le origini, l’architettura e tutto quanto può interessare il normale lettore, con una
completa raccolta di immagini e particolari.
Questo vorremmo fare, se ne avremo la possibilità e se avremo la comprensione e la
collaborazione degli altri.
Ora mi sento in dovere di ringraziare coloro che ci hanno aiutato nell’opera fin qui
compiuta, e in primo luogo la Cassa di Risparmio di Civitavecchia e il suo Presidente gr.
uff.dr. Vittorio Enrico Tito, nostro Socio benemerito, che ci ha elargito oltre cinquanta
milioni di lire.
Siamo ugualmente grati e riconoscenti al Ministero dei Beni Culturali e ambientali,
ufficio centrale per i beni Librari e gli Istituti Culturali di Roma, per l’aiuto finanziario e le
dimostrazioni di stima che durano oramai da alcuni anni.
Ringraziamo il Comune di Tarquinia con il suo Sindaco sen. Roberto Meraviglia, il
Monte dei Paschi di Siena, gli Enti e i Privati.
Grazie anche all’arch. Sergio Bicchierini, all’ing. Roberto Fortuzzi e all’ing. Giulio
Padoan che hanno sviluppato gli elaborati tecnici.
A tutti chiediamo di conservare per noi la loro benevolenza e la loro collaborazione.
Vogliamo ricordare, perché se ne tenga memoria, che il 31 luglio 1988, a
coronamento dell’ultimo ciclo di restauri, la Cassa di Risparmio di Civitavecchia ha voluto
offrire a Tarquinia, nell’interno della Basilica suggestivamente illuminata, una pregevole e
riuscitissima serata musicale, al termine della quale la S.T.A.S., riconoscente, ha offerto al
dr. Vittorio Enrico Tito una pergamena-ricordo, opera del nostro Lorenzo Balduini.
Nel corso della manifestazione è stata anche scoperta una lapide-ricordo sul Muro
Castellano nella piazzetta della Chiesa.
Questi riconoscimenti vengono da tutta la nostra Società, e per Essa dal Presidente
card. Sergio Guerri, dal v. Presidente Cesare De Cesaris, dal Consigliere Bruno Blasi i quali,
perdonate l’immodestia, pensano di aver anch’essi bene meritato.
Cesare De Cesaris
NOTIZIE SU ALCUNI ARREDI DELLA CHIESA DI S. MARIA IN CASTELLO IN
CORNETO
Durante le mie quotidiane passeggiate lungo la strada che dalla Madonna di
Valverde giunge fin sotto la Ripa della Chiesa di S. Maria in Castello, mi capitava spesso,
nel corso degli ultimi restauri 1) in questo Tempio, di fermarmi ad osservare un gruppo di
operai e mastri intenti alla ripresa di un muro esterno di contenimento. Il muro situato
nella parte nord di questa chiesa, conteneva un terreno che forse una volta poteva essere
stato un cimitero.
Dall’alto di questa posizione i miei occhi godevano di infiniti spazi e nella mia mente
riaffioravano piacevoli pensieri, come la bella poesia Panorama di Tarquinia scritta da un
valente poeta cornetano 2) il quale inizia il canto di lode alla città con queste parole
dialettali: “SI VAE SOPRA LA TORRE DE CASTELLO/EGUARDE UN PO’ LE PUNTE
CARDINALE/LA LONTANANZA DELLA VISUALE/PARE CHE T’ARIANIMA ‘R
CIARVELLO”.
1)
I restauri furono apportati alla chiesa negli anni 1987-88.
ATTILIO STEFANI, Poesie, Roma 1934, p. 9, Tipografia L’Ideale Napoli. Lo Stefani (Corneto 1882-1948) riporta,
nel suo volumetto, XLI capitoli riguardanti la poesia Panorama di Tarquinia ed altre riferite alla città e ad alcuni suoi
personaggi. Sono molto interessanti gli scritti. L’avvenire di Tarquinia e Scavi.
2)
Il mio interessamento, però, era rivolto ad una parete della chiesa che gli operai
stavano liberando da un riporto di terra. Parte del muro riscoperto era ben diverso da
quello che lo circuiva e me ne ricordava molto uno analogo, visto qualche anno prima
durante uno scavo in Piazza Soderini 3) .
Io, che non sono certo un esperto in materia di muri, ma curioso di qualsiasi cosa
sulla storia del mio Paese, ho pensato che quei sassi aggettanti dal rimanente muro della
chiesa, per la diversa forma e per il modo di come si presentavano le murature, potevano
essere resti appartenuti un tempo all’antica chiesa di S. Maria alla Ripa. Chiesa chiamata
così dal nostro concittadino Padre Alberto Daga, il quale ci ha tramandato in un suo
scritto 4) : .... che la ubicazione della Chiesa di Castello obbedisce a criteri religiosi e fu
determinato il luogo detto la Ripa perché lì vi erano le testimonianze più antiche del culto
cristiano e della chiesa di S. Maria alla Ripa 5) .
Queste pietre potevano non essere unicamente i resti della vecchia chiesa, ma
potevano invece essere parti di muri rimossi da archeologi o da clandestini per ricercare
una Cripta e le Urne, con i resti dei primi martiri cristiani della città. E’ probabile poi che i
conci, avvenuta l’ispezione, furono rimessi nella parete senza nessuno scrupolo di
esattezza, riadattandoli a posticcio 6) .
Entrato poi all’interno del Tempio attraverso la porticina panoramica, il mio
pensiero era andato immediatamente al contenuto di quel prezioso libricino approntato
dal Prevosto D. Giuseppe Maria Aldanesi 7) nel 1882. Nel volumetto, oltre una chiara
prefazione, si trova riportato per intero un Inventario dei beni della chiesa di S. Maria in
Castello, redatto il 29 giugno dell’anno 1383 dal Rettore Matteo Vannucci.
3)
I resti di questo antichissimo muro castellano, sono emersi dal sottosuolo nel 1983, in un magazzino nei pressi del
Palazzo Vitelleschi. Questi si possono anche vedere da una illustrazione apparsa nel Bollettino della S.T.A.S., Società
Tarquiniense d’Arte e Storia, Tarquinia 11983, pp. 128-129, e sono molto somiglianti a quelli della chiesa di Castello,
apparsi di recente nella parte nord.
4)
P. ALBERTO DAGA (Corneto 1910-1974, storico della sua città) “Fonti di storia patria” Le origini di S. Maria in
Castello, in “Il Temporale”, giornale locale degli anni ‘60 ‘70.
5)
Ibidem.
6)
Le ricerche furono fatte sia all’interno che all’esterno della chiesa dal Gruppo Archeologico Romano, nell’anno 1973
c. E’ probabile che anche clandestini fecero a suo tempo degli scavi intorno alla chiesa.
7)
GIUSEPPE MARIA ALDANESI, (Corneto 1838-1909 religioso), INVENTARIO dei beni già appartenuti alla
vetusta Chiesa di S. Maria in Castello, a Corneto - Tarquinia, compilato nel 1383 ed ora pubblicato da G.M. Aldanesi,
Proposto della Cattedrale cornetana, in omaggio al novello Vescovo di Corneto Mons. Angelo Rossi, Roma 1882.Nel
Bollettino S.T.A.S. 1976, pp. 59-67 è pubblicata la prefazione di quest’opera dell’Aldanesi, mentre P.A. Daga in
Inventario dei beni di S. Maria in Castello nel 1383, apparso nel giornale locale “Il Temporale” del 1970, ne fa una
completa descrizione, forse non ripresa dall’opuscolo dell’Aldanesi. Nel 1890 risulta Arcidiacono del Capitolo della
Cattedrale e nel 1895 da Leone XIII fu creato Vescovo delle Chiese di Cagli e Pergola. Di questo vescovo, oltre
l’Inventario, si conservano alcune sue preziose pubblicazioni: Cronotassi dei vescovi della città di Corneto, Viterbo
1868, scritto in occasione del solenne ingresso in questa diocesi di Mons. Francesco Gandolfi, vescovo di Corneto;
Saggio alla Vergine Immacolata sotto il titolo di Valverde, Corneto 1904. Nella Sala del Capitolo della Cattedrale di
Tarquinia, si conserva una tela dipinta ad olio di Anonimo con raffigurata la sua effigie. Il fipinto, risale all’epoca di
quando l’Aldanesi era vescovo di Cagli e Pergola.
La pergamena 8) contenente l’Inventario, conservata nell’archivio Capitolare della
Cattedrale di Montefiascone, era stata mostrata all’Aldanesi nel 1881 con piena facoltà di
esaminarla e ricopiarla.
Nella prefazione di questo opuscolo, l’Aldanesi ci parla dell’esistenza in questa
chiesa di ben otto altari con i loro quadri, ovvero sculture, tovaglie, candelieri e quanto
occorre per il culto. Ed il Prevosto prosegue: Scoperta invero da non dispregiare, mentre
fino ad ora fu sentenza degli archeologi che il disegno primitivo di questa chiesa fosse con
la sola tribuna di mezzo, e due altari nelle absidi in fondo alle navi minori; ritenendosi
aggiunti dai Frati Minori Conventuali, posti ad ufficiarvi dal Papa Sisto V, i numerosi
altari che si scorgevano lungo le pareti laterali. Per questa ragione la Commissione
archeologica romana ne ordinò la demolizione; lo che dubito che avrebbe fatto, se avesse
letto il documento or rinvenuto. E qui mi porge il destro di deplorare la perdita di tanti
preziosi monumenti, che a’di nostri, non fosse altro che per la rispettabile antichità,
avrebbero certamente un pregio immenso. Qual prezzo avrebbe infatti una scultura della
Madonna, ch’era sull’altare di S. Giovanni, lavorata da un maestro senese? Chi sa se
quelle pitture in tavola, ch’erano sugli altari, non fossero opere di Cimabue, del B.
Angelico, del Giotto? Le variopinte cortine, i tabernacoli ad intagli e dorature, i vasi
d’argento a bassorilievi, ovvero smalti, i reliquiari in avorio, le pianete ed altri arredi
tessuti a guisa di broccati, o ricamate in figure, fogliami, arabeschi, i codici della S.
Bibbia, gli omiliarii, i messali “ad modum antiquum”, gli antifonari, già nel 1383
chiamati “vetera”; qual prezzo mai avrebbero a’tempi nostri, in cui si è risvegliato il culto
di tutto ciò che è antico? e qual tesoro non possederebbe quella Chiesa, ove si fossero
conservati? Ma il compiangerne la perdita a nulla giova; ci basterà sapere almeno, che
tal tesori qui furono.
L’Inventario conferma che si trattava proprio di tesori, d’altronde in una chiesa
come S. Maria in Castello, arricchita da tanti pregiati lavori, che ancora oggi, anche se in
parte manomessi, si possono ammirare, cosa ci poteva essere sugli altari se non opere di
elevato pregio artistico?
Per testimoniare l’esistenza di questi tesori, trascrivo dall’Inventario gli arredi più
importanti che erano contenuti negli otto altari di questa maestosa chiesa.
Nell’altare maggiore:
- Un panno a scacchi con frangie e con gli stemmi dei Brondini e dei De Pisa (?) con tre
tovaglie.
8)
L’Inventario, fu estratto dall’originale in pergamena il 7 settembre 1881 ed autenticato dal Rev. Decano D. Pietro
- Nell’altare di S. Bonifacio vi è una tovaglia con una tavola dipinta.
- Nell’altare di S. Alessio. Una stoffa a scacchi con gli stemmi dei Brondini. Inoltre due
tovaglie con una panchetta (sgabello) e una croce. Vi è anche un candelabro in ferro.
- Nell’altare di S. Eustachio. Una tovaglia, (con) una tavola dipinta (con) le immagini di S.
Eustachio, della moglie e dei figli. Una croce un candeliere in ferro; un candeliere di legno.
- Nell’altare di S. Giovanni. Un panno di lana riposto (piegato) una tovaglia, sull’altare vi è
una scultura della Vergine Maria e vi è anche un candeliere di legno.
- Nell’altare di S. Ambrogio. Un crocifisso. Vi è anche una tavola sopra l’altare con le
immagini della V.M. di S. Giovanni e di S. Lucia. Una tovaglia e anche, davanti all’altare
una tavola dipinta (un paliotto).
- Nell’altare della Vergine Maria. Vi è una tovaglia con qualche drappo colorato. Un
candeliere in ferro con rivestimento in legno con una tavola dipinta.
- Nell’altare degli Angeli. Un candeliere con rivestimento di legno e ferro, una croce, una
tavola sopra l’altare con l’immagine dell’Agnus Dei e degli Evangelisti.
Vi è una panchetta e dei drappi colorati.
Vi è anche un candeliere in ferro davanti la Vergine Maria dipinto su tavola.
Vi è anche un baldacchino per l’ufficio del SS. Sacramento.
Vi sono tre altari mobili (?)
Vi è anche unta tavola con tre tripetti (un trittico).
Vi è anche una tavola (mensa) data sotto il Priore di S. Maria con i capitelli ornati di filo
nero.
I suddetti sono i beni mobili aggiuntisi durante il priorato di don Matteo Priore e che sono
dichiarati come possesso di questa chiesa.
Oltre questi oggetti, contenuti negli otto altari, l’Inventario annota nella chiesa:
- Una tavola dipinta nella quale c’è l’Immagine di S. Agata, con il Salvatore e altri santi. Vi
sono anche degli sportelli lignei (tipo finestra) dentro ai quali viene chiusa la detta tavola
di S. Agata.
- Vi è una bellissima immagine in una tavola indorata con le immagini dei beati santi
Giovanni Battista e Giovanni Evangelista.
L’Inventario, annota, tra le altre cose che nella camera del Priore Matteo ci sono:
- Una lettiera con un cuscino bianco vecchio, una coperta di piume, una coltre bianca con
un bancale (sta per rete).
- Vi è anche un cassone, “in quo fuit asportata figura Sancte Mariae a Senis”
Federici.
- Vi sono pure due viti e tavolette adatte a rilegare i libri 9) .
Nel tempo, gli altari cambiarono la denominazione ed è probabile che anche le
tavole dipinte, siano state sostituite da altri dipinti in tela, con nuove immagini di santi.
Il Falzacappa (?) nei suoi Appunti sulla Chiesa di S. M. di Castello 10) , ci dà conferma
che la chiesa fu totalmente guastata con tanti imbiancamenti, ed altari posticci, il
maggiore dei quali, cioè la Confessione, ove in oggi si vede un quadro coll’immagine di S.
Francesco quando riceve le stimmate, venne conforme allo stile di detta religione,
nuovamente consagrato nell’anno 1639 da Mons. Gasparo Cecchinelli ad intuito del P.
Antonio Voglini da Corneto Guardiano, come la seguente Escrizzione, che si legge
nell’arco che sostiene l’organo dalla parte del vangelo 11) .
Il Valesio, nelle sue Memorie 12) annotava così gli altari della chiesa di S. Maria di
Castello.... sotto l’altar maggiore vi è un’urna che resta chiusa con una ferrata, nella
quale si adora Cristo Signore nostro, morto e sopra la medesima vi è S. Francesco di
eccellente pittura (...) Nella navata a mano sinistra nell’ingresso viene in faccia l’altare di
S. Omobuono con suo quadro che è Cappella di Sartori di buona mano. L’altra è la
Cappella del Crocifisso, nell’altra navata a mano dritta in faccia all’altare dedicato alla
Madonna SS.ma assai miracolosa, e devota alla quale è dedicato il tempio; ed infine della
Chiesa vi è il fonte Battesimale assai grande e Nobile tutto di marmo scorniciato, ed
intarziato di Pietre Preziose di diversi Colori che serviva per battezzare per insuzione.
Nella navata di mezzo vi sono 4 altari appoggiati ai Pilastri ma tutti ornati; quello
a mano sinistra è dedicato alla SS.ma Annunziata che è della casa Vipereschi con sua
arme sopra. L’altro dell’Assunta; L’altro in faccia uno è dedicato a S. Antonio e l’altro a S.
Agata con l’arme della comunità;...
Anche il Falzacappa nella sua Memoria 13) descrive gli altare di questa chiesa quasi
simili a quanto già si sapeva dal Valesio e scriveva: La Tribuna sta sollevata quattro
9)
Op.cit., Roma 1882, p. 10, n.1 e pp. 20-23 Si ringrazia il prof. D. Augusto Baldini per le traduzioni dal latino.
Pietro Falzacappa (?), busta 4 forse scritta dopo il 1819, Archivio S.T.A.S., già nell’Archivio Falzacappa.
11)
“DOM/ALTARE HUIUS ECCLESIAE MAIUS/ILL.mus ET R.mus D. GASPAR CECCHINELLI/EPISCUPUS
CORNETI ET MONTIS F.nis/IN ONOREM S. FRANCISCI DE ASSISIO/DIE XIII. APRILIS
MDCXXXIX/CONSACRAVIT/F. ANTONIUS ROSSINUS.A..CORNETO/ GUARDIANUS CURAVIT/POSUIT”
(Ibidem). Nel centro della parte alta della scritta appare, disegnato, lo stemma di questo vescovo. Il grafico ha il capo di
tre stelle a sei punte e nel basso si vede un uccello che poggia sopra un ramo fogliato; il tutto è diviso da una fascia
centrale. E’probabile che la pittura di S. Francesco che riceve le stimmate, citata anche dal Valesio, sia stata voluta dai
Frati Conventuali. Una presenza nel tempio di questi Frati si poteva vedere, fino a circa venti anni fa, in una scultura
lignea che appariva negli specchi superiori della porta principale della chiesa e che raffigurava lo stemma di questi
Religiosi. Centrato sopra l’arco di questa porta è dato di vedere ancora altro stemma di questi Religiosi; lavorato in
marmo.
12)
CAMILLO FALGARI detto Il Valesio, (1670-1742 (?), storico), Memorie Istoriche della Città di Corneto, p. 283.
Archivio S.T.A.S., già nell’Archivio Falzacappa.
10)
gradini con altare staccato dove si celebra all’antica: quella faccia che mostra al Popolo
vi si vede dipinto un S. Francesco in estasi di eccellente pittura: (...) ritiene in se n.8
Cappelle una dedicata alla Madonna SS.ma titolare della medesima alla quale la Città
tutta vi ha devozione particolare, e se ne riceve grazie infinite, altra dedicata a S.
Omobono cappella de’ Sartori, una dedicata al Ssmo Crocifisso. Nella facciata di mezzo
ve ne sono quattro appoggiate ai pilastri tutti ornati. Uno dedicato alla SS.ma Nunziata
della casa Vipereschi con sua arme sopra; altro dedicato all’Assunta, ed altro dedicato a
S. Antonio, la qual cappella è governata da n°40 persone che con le loro limosine, ed altre
mantengono il P: altare, ed altra a S. Agata della Città.
Di tutti questi preziosi oggetti descritti nell’Inventario; dei quadri, e delle sculture
che sono esistiti sopra gli altari delle cappelle, descritte nelle due memorie, oggi si
conservano in Tarquinia solamente pochissime cose.
Ritengo che le tavole e gli oggetti annotati nel XIV secolo, rilevati dalla Pergamena
redatta dal Priore di Castello, se ancora oggi esistessero, si troverebbero certamente molto
lontano da Tarquinia.
La dimostrazione di questa ipotesi è data da due piccole tavole, dipinte da ambo le
parti nel XVI secolo, ed attribuite a Monaldo da Corneto. Questo tavole, forse
commissionate per la chiesa di S. Maria di Valverde, attualmente si trovano negli Stati
Uniti, esposti nelle pareti della Walters Art Gallery di Baltimora 14) . Questi dipinti furono
acquistati in Roma nel 1902 dalla Collezione Massarenti 15) .
Delle opere giunte a noi, sicuramente provenienti dalla chiesa di S. Maria in
Castello, è solamente il Crocifisso grande 16) ; scultura lignea policroma, oggi in bella
mostra sull’altare maggiore del Duomo della nostra città 17) .
13)
PIETRO FALZACAPPA, (Corneto 1788-1875 storico), Memoria Istorica della Città di Corneto, pp. 66-67, Archivio
S.T.A.S. già nell’Archivio Falzacappa.
14)
Le due tempere che misurano cm. 65,8x24,7 raffigurano S. Antonio Abate e S. Sebastiano. Nel dietro le tavole sono
dipinte a grottesche, cfr. L. Balduini, Il Pittore Monaldo civis cornetanus, Tarquinia 1985, p. 88.
15)
Le due tavole, provenienti dalla Collezione romana di Don Marcello Masserenti, erano state attribuite allora, al
Pinturicchio (Catalogo Collezione romana di D. Marcello Masserenti, Roma 1897, pp. 229-230), poi sono pervenute
alla Walters Art Gallery di Baltimora per l’acquisto, nel 1902, della Collezione (F. Zeri), Italian Paintings in the
Walters Art Gallery 2°vol., Baltimora 1976; cfr. L. Balduini, op. cit., Tarquinia 1985, pp. 89-90). Federico Zeri,
parlando della raccolta, dice che la Collezione Masserenti di Roma (passò) quasi per intero nel 1902 alla collezione
Walters, ... (Dietro l’immagine, Milano 1988, p. 190, 21 e 193, 23).
16)
Mons. Arcidiacono propone, ed il Capitolo volentieri approva, che sia rimesso in venerazione nella Cappella del
Coretto il Crocifisso grande, già nella Chiesa di S. Maria in Castello, ed attualmente nella Chiesa dell’Annunziata (D.
Raffaele Draghi, Atti del Capitolo della Cattedrale, 1933, p. 330. Archivio della Cattedrale di Tarquinia). Anche nella
Visita Vescovile, fatta alla Cattedrale nel 1934 dal Vescovo Mons. Luigi Drago, si parla della Cappella del Crocifisso:
.... il Crocifisso era della Chiesa di Castello (Archivio della Cattedrale di Tarquinia). Nella chiesa di S. Maria in
Castello, esisteva una cappella dedicata al Ssmo Crocifisso (Falzacappa, Memoria, p. 67). Il Crocifisso, prelevato dalla
chiesa dell’Annunziata nel 1933, fu portato alla Cattedrale dal Parroco D. Raffaele Draghi. Le grappe, nel muro, che lo
sostenevano, ancora oggi esistono nella Cappella del Coretto, esse attesrano che la scultura lignea fu messa in
venerazione in questa cappella, chiamata anche Coto d’Inverno;
Secondo una memoria, citata verbalmente da una suora dell’attuale Orfanotrofio
Femminile di Tarquinia 18) , sembra che oltre il Crocifisso grande siano arrivati in questo
Istituto: un quadro in tela con raffigurata una Madonna col Bambino, S. Rocco e S.
Francesco di Paola 19) , ed una scultura lignea di una Madonna col Bambino, chiamata
anche La Madonna di Castello 20) . Queste opere, si crede, giunsero all’Istituto delle Orfane
della città, verso le prime due decadi del XIX secolo, provenienti dalla chiesa di S. Maria in
Castello 21) . Inoltre è probabile che anche il quadro dell’Annunciazione 22) , collocato fino al
1939 sull’altare monumentale della chiesa dell’Annunziata, provenga dalla stessa chiesa di
Castello.
Possiamo considerare quasi certa la provenienza della scultura lignea della
Madonna di Castello, se si tiene anche conto delle due memorie, in cui si dice: ..... una
(cappella) dedicata alla Madonna SS.ma titolare della medesima (chiesa)... ed alla quale
è dedicato il tempio. Queste annotazioni ci fanno pensare che probabilmente la scultura
lignea della Madonna di Castello poteva anche essere stata venerata sopra l’altare della
cappella dedicata alla medesima.
Da una attendibile documentazione, si può apprendere che oltre queste opere di
valore artistico, nella chiesa di S. Maria in Castello ha trovato ubicazione anche la tavola
17)
Negli anni ‘60, il Crocifisso, per iniziativa di Mons. Ezio Ghidini, fu collocato all’inizio della prima navata di destra
entrando la chiesa e nel 1979, nei restauri che si apportarono alla chiesa, fu traslato e messo in venerazione sull’altare
maggiore. In quella occasione, il manufatto subì un restauro di aggiustamento e pulizia da parte del sottoscritto.
18)
Le notizie mi furono date da Suor Annamaria dell’Ordine di S.V.D.P.; mentre alcune erano già di mia conoscenza,
per averle apprese dalla Superiora dell’Orfanotrofio Femminile, Suor Giuseppina Santoni.
19)
La tela dipinta ad olio misura cm. 163 x 250 ed è tuttora conservata nella chiesa dell’Annunziata. Sull’unico altare
era posto un quadro della Vergine tra S. Francesco di Paola e S. Rocco (Pardi e Corteselli, Corneto com’era,
Tarquinia, 1985, p. 132).
20)
La chiesa (di S. Maria in Castello) fu abbandonata nel 1809 a seguito della soppressione dei conventi imposta dal
Governo Francese. I religiosi furono dispersi nel territorio della Tuscia ed i beni della chiesa furono assegnati
all’Orfanotrofio Femminile (Pardi e Corteselli, op.cit., p. 73), .... finché riordinatesi le cose pubbliche e ristabilito
l’ordine nel 1814 furono i beni di questa chiesa uniti al Conservatorio delle Orfane di Corneto (...) con rescritto
pontificio delli.... (P. Falzacappa, Brevi memorie su la Chiesa di S. Maria in Castello, in “Chiese”, tomo 6, p. 5. nota
23). La chiesa dell’Annunziata è comunicante con il complesso dell’Orfanotrofio Femminile, è in custodia alle Suore di
S.V.D.P. che provvedono anche al mantenimento dell’Orfanotrofio.
21)
La chiesa (di S. Maria in Castello) fi abbandonata nel 1809 a seguito della soppressione dei conventi imposta dal
Governo Francese. I religiosi furono dispersi nel territorio della Tuscia ed i beni della chiesa furono assegnati
all’Orfanotrofio Femminile (Pardi e Corteselli, op.cit., p. 73), ... finché riordinatesi le cose pubbliche e ristabilito
l’ordine nel 1814 furono i beni di questa chiesa uniti al Conservatorio delle Orfane di Corneto (...) con rescritto
pontificio delli... (P. Falzacappa, Brevi memorie su la Chiesa di S. Maria in Castello, in “Chiese”, tomo 6, p.5. nota 23).
La chiesa dell’Annunziata è comunicante con il complesso dell’Orfanotrofio Femminile, è in custodia alle Suore di
S.V.D.P. che provvedono anche al mantenimento dell’Orfanotrofio.
22)
Anche nella chiesa di S. Maria in Castello esisteva un altare dedicato alla Ssma. Annunziata (Valesio, Memorie, cit.,
p. 283; cfr. Falzacappa, Memorie, cit., p. 67; Visita Vescovile del 1818, (Archivio della Curia Vescovile di Tarquinia).
Il quadro che misura cm. 81 x 131 è stato fino al 1939 (restauro fatto alla chiesa dall’impresa Giulio Conti), nella parte
alta del monumentale altare di stucco (documentazione fotografica). Attualmente la tela, dipinta ad olio è conservata
nella chiesa medesima.
della Madonna col Bambino, opera eseguita da Fra Filippo Lippi nel 1437 23) . La tavola fu
commissionata al Lippi dal Cardinal Giovanni Vitelleschi per abbellire il suo sontuoso
palazzo che si costruiva in Corneto. Da uno di questi documenti si suppone che detta
opera.... sia l’immagine della Vergine venerata fino ai tempi di Napoleone I° nella vetusta
Chiesa di S. Maria in Castello, ciò significa che fu portata via dall’ubicazione originale di
Palazzo Vitelleschi e, per motivi a noi sconosciuti, portata nella chiesa di Castello.
Purtroppo, anche questo pregevole dipinto della Madonna di Corneto, opera di un
illustre pittore italiano del XV secolo, da anni non fa più parte del patrimonio culturale
della nostra città. Attualmente si trova in Roma presso la Galleria Nazionale a Palazzo
Barberini, con nessuna speranza, almeno fino ad oggi, di far ritorno nella sua sede di
Palazzo Vitelleschi, da dove fu prelevato nel 1939, per essere restaurato e protetto dalla
guerra che già si profilava all’orizzonte 24) .
A questo punto, passati tanti anni dal prelievo di questa tavola e di altri preziosi
dipinti, giova qui rassegnarsi con le parole scrittte dall’Aldanesi nella sua prefazione che,....
il compiangerne la perdita a nulla giova; ci basterà il sapere almeno, che tal tesori qui
furono 25) .
23)
In una nicchia che si apre nel centro del quadro rappresentante l’Evangelista S. Marco evvi collocata un’immagine
della Vergine Ssma col Bambino Gesù, detta delle Grazie, che io creda antica dipinta su tavola. Non posso farne di
questa alcuna descrizione perché trovarsi molto in alto, ed è pericoloso il salirvi mediante scala a piuoli. Suppongo
che sia l’immagine della Vergine venerata fino ai tempi di Napoleone I° nella vetusta Chiesa di S. Maria in Castello,
poscia donata ai Religiosi Agostiniani (Lettera di D. Benedetto Reali, Rettore delle Chiese di S. Marco e di S. Maria di
Valverde, inviata al Sindaco di Corneto-Tarquinia nel 1908, A.S.C.T., Archivio Storico Comunale di Tarquinia cat.9,
cl.8; fasc.2; cfr. L. Balduini, Storia di tre Madonne, in Bollettino S.T.A.S. 1982, p. 91). Il quadro in tela, che conteneva
la tavola della Vergine Ssma. col Bambino Gesù, è un’opera eseguita dal pittore romano, Prof. Pietro Gagliardi che lo
dipinse nel 1848, appositamente per la nicchia in muratura nel centro dell’abside della chiesa di S.Marco. Attualmente,
il dipinto si trova in custodia presso gli Uffici dell’Assessorato alla Cultura nel Comune di Tarquinia. “MADONNA
COL BAMBINO. Roma, Galleria Nazionale a Palazzo Barberini. Piccola pala d’altare. Tempera su tavola: cm. 114 x
65. Cornice originale. Discreta conservazione, salvo alcune svelature.
L’opera è datata 1437. Segnalata dal Toesca (1917) nella chiesa di S.Maria di Valverde a Tarquinia dove era
pervenuta da S. Maria di Castello (...) commessa evidentemente al Lippi da Giovanni Vitelleschi, dal 1435 al ‘37
arcivescovo di Firenze, poi trasferitosi a Corneto Tarquinia dove si fece innalzare un sontuoso palazzo” (G. Marchini,
Filippo Lippi, Milano 1979, p.200). Molto probabilmente è sfuggito al Prof. Marchini che l’attuale Tarquinia, ai tempi
che il Cardinale Giovanni Vitelleschi era arcivescovo di Firenze, si chiamava Corneto e non “Corneto Tarquinia”.
Secondo questi scritti, anche la chiesa di S. Marco ha posseduto fra le altre, una tavole di eccezionale valore,
proveniente dalla chiesa di S. Maria in Castello (Lettera del 1908 cit.), prima che il Toesca nel 1917 la segnalasse in S.
Maria di Valverde (Lettera del prof. Cultrera al Sindaco di Corneto-Tarquinia, A.S.C.T., cat. 9, cl.8, fasc.1).
24)
Nell’Archivio Storico del nostro Comune esiste una serie di lettere (cat. 9 cl.8, fasc.4, 1963 pacco n°23, Lippi), di
richieste inoltrate ai vari Enti dal nostro Comune, con relative risposte, per sapere l’iter della tavola di Fra Filippo
Lippi. Oltre questa opera, della Madonna col Bambino, sopradescritta, alla nostra Città ne mancano tante altre che, con
il motivo di doverle restaurare, non hanno fatto più ritorno al loro posto di ubicazione originaria. Mi domando: che fine
ha fatto la tavola del XVI secolo, probabilmente opera di Monaldo da Corneto e raffigurante Madonna in trono con
Bambino e Santi posta fino al 1945 nella chiesa di S. Francesco di Tarquinia? Perché il quadro dipinto da Pompeo
Batoni nel 1765, raffigurante il Conte Nicola Soderini, ora esposto in bellissima mostra nella Galleria Nazionale di
Palazzo Barberini in Roma, non ritorna al suo vero proprietario che è il Comune di Tarquinia? Questo vale anche per
altre opere, prima di tutte, il preziosissimo e miracoloso Crocifisso ligneo del XVI secolo, di Anonimo, già nella chiesa
di S. Giuseppe e proveniente dall’antica chiesa di S. Leonardo (cfr. L. Balduini, op. cit; Tarquinia 1985, p;70).
25)
Op.cit., Roma 1882, p.10.
Attualmente, nella navata di destra, entrando nella chiesa, appoggiate sul
pavimento, si possono vedere alcuni resti degli altari, probabilmente risalenti al tempo dei
Frati Minori Conventuali 26) ; una cimasa curvilinea placcata con brecciato africano, alcuni
stipiti placcati di marmo policromi ed una alzata con finta urna lavorata, di marmi comuni.
Vicino a questi reperti si trovano alcuni spezzoni di marmo e parti di colonnine che,
prima del 1819, facevano parte del tamburo della leggiadra cupola caduta. A differenza di
come si presentavano questi reperti, anni orsono, oggi essi sono ben assestati lungo la
navata della chiesa.
Sui muri lungo le pareti, si ravvisano i resti delle sagone dei frontoni degli altari,
esistiti in epoche più remote. Inoltre, appaiono alcune presenze di colore e in alcune parti
si intravedono appena delle decorazioni che, osservandole dal basso, sembra vedere
qualcosa come la sagoma di un candelabro dipinto a monocromo.
Con le demolizioni degli altari, ordinate un tempo dalla Commissione Archeologica
Romana 27) , come appare dallo scritto dell’Aldanesi, è stato rotto uno dei fili che davano la
possibilità di poter offrire agli studiosi una lettura più completa del tempio.
Fortunatamente dalle demolizioni si sono salvati quei resti e la sagomatura degli altari,
impressa in modo indelebile sulle pareti. Altrimenti si sarebbe aggiunto un altro
interrogativo alla storia di questa chiesa.
La chiesa, di recente, ha subito un restauro per munificenza della Cassa di
Risparmio di Civitavecchia e per l’interessamento del vice presidente della nostra Società
di Arte e Storia, ing. Cesare De Cesaris, che ne ha diretto i lavori. Oggi, nel suo insieme, si
presenta con una veste che non aveva più avuto da molti anni.
Termino questa modesta ricerca con le parole scritte sullo stipite della porta
maggiore della chiesa di S. Maria in Castello e che D. Carlo Scoponi 28) tradusse nel 1910 da
versi leonini: “O VERGINE, PREGA IL TUO FIGLIO CHE PROTEGGA L’EDIFIZIO
AFFINCHE’ QUESTO POPOLO DI CORNETO FELICE ED A BUON DIRITTO SICURO
COMPIA
LUNGAMENTE
IL
VOTO:
E
QUESTO
TEMPIO,
CH’ESSO
CON
SINCERITA’ERIGE IN TUA LODE SI CONSERVI PER LUI PURO DA DELITTO”.
Lorenzo Balduini
26)
Falzacappa, op.cit., busta n°4.
Op.cit., Roma 1882, p. 10.
28)
D. CARLO SCOPONI, (Civitavecchia 1869 - Corneto 1938 Religioso) Iscrizioni Lapidarie delle Chiese di CornetoTarquinia raccolte dal Sac. Carlo Scoponi 1910, p. 210, 2a, Chiesa di S. Maria in Castello. Di questo sacerdote che dal
1902, e per molti anni fu Parroco della Chiesa di Martino Vescovo, si ammira l’esattezza della tenuta dei libri
parrocchiali. Molto utile e precisa è anche la pubblicazione citata.
27)
BIBLIOGRAFIA
(?) - CAMILLO FALGARI detto il Valesio, Memorie Istoriche della Città di Corneto.
Archivio S.T.A.S., già nell’Archivio Falzacappa.
1841 - PIETRO FALZACAPPA, Brevi memorie sulla Chiesa di S. Maria in Castello in
“Chiese”, tomo 6, Corneto 1841. Archivio S.T.A.S., già nell’Archivio Falzacappa.
(?) - PIETRO FALZACAPPA (?) Appunti sulla Chiesa di S. Maria in Castello, Corneto dopo
il 1819. Archivio S.T.A.S., già nell’Archivio Falzacappa.
(?) - PIETRO FALZACAPPA, Memoria Istorica della Città di Corneto. Archivio S.T.A.S. già
nell’Archivio Falzacappa.
1818 - “Visita Vescovile” del 1818. Archivio Curia Vescovile di Tarquinia.
1868 - G.M. ALDANESI, Cronotassi dei Vescovi della Città di Corneto, Viterbo 1868.
1882 -G.M. ALDANESI, INVENTARIO dei beni già appartenuti alla vetusa Chiesa di S.
Maria in Castello a Corneto-Tarquinia compilato nel 1383 ed ora pubblicato da G.M.
Aldanesi Proposto della Cattedrale cornetana in omaggio al novello vescovo di Corneto
Mons. Angelo Rossi, Roma 1882,
1897 - Catalogo Collezione Romana di D. Marcello Masserenti, Roma 1897.
1904 - G.M. ALDANESI, Saggio alla Vergine Immacolata sotto il titolo di Valverde,
Corneto 1904.
1908 - D.B. REALI, “Lettera al Sindaco di Corneto-Tarquinia”, Corneto 1908, A.S.C.T.
1910 - D.C. SCOPONI, Iscrizioni Lapidarie delle Chiese di Corneto-Tarquinia, CornetoTarquinia 1910.
1933 - D.R. DRAGHI, Atti del Capitolo della Cattedrale, Tarquinia 1933. Archivio della
Cattedrale.
1934 - D.C. SCOPONI, Visita Vescovile fatta alla cattedrale di Tarquinia da Mons. Luigi
Drago nel 1934. Archivio della Cattedrale.
1939 - Documentazione fotografica fatta alla chiesa dell’Annunziata.
1970 - P. A. DAGA, Le origini di S. Maria in Castello, in “Il Temporale”, Tarquinia 1970.
1970 - P. A. DAGA, Inventario dei beni di S. Maria in Castello nel 1383, in “Il Temportale”,
Tarquinia 1970.
1976 - F. ZERI, Italian Paintings in the Walters Art Gallery 2° vol. Baltimora 1976.
1976 - Bollettino S.T.A.S. 1976, Tarquinia 1977.
1979 - G. MARCHINI, Filippo Lippi, Milano 1979.
1982 - L. BALDUINI, Storia di tre Madonne, in “Bollettino” S.T.A.S., Tarquinia 1983.
1983 - M. CORTESELLI - A. PARDI, Corneto com’era, Tarquinia 1983.
1983 - Bollettino 1982 S.T.A.S., Tarquinia 1983.
1985 - L. BALDUIINI, Il Pittore Monaldo civis cornetanus, Tarquinia 1985.
1988 - F. ZERI, Dietro l’immagine, Milano 1988.
IL MONASTERO “S. LUCIA” E LA COMUNITA’DELLE MONACHE BENEDETTINE
DALLE ORIGINI AL 1924
Le origini del monastero delle monache benedettine e della comunità che gli diede
vita non risultano a tutt’oggi sufficientemente documentate.
Il testo più attendibile e al quale si fa sempre riferimento è quello del Polidori 1)
tratto dalla sua opera “Croniche Manuscritte di Corneto” 2) dove, nelle righe dedicate alla
chiesa di S. Giovanni degl’Orti 3) si legge: “... era chiesa posta dentro al Giardino delle
Monache di S. Lucia. Questa era l’antica residenza di dette monache...” La stessa notiza
viene ribadita ed ampliata nella pagina dedicata alla chiesa di S. Lucia. Vi si legge infatti:
“S. Lucia, chiesa della residenza delle monache di S. Benedetto, che per prima offitiavano
la Chiesa di S. Giovanni degl’Orti, posta fuori di Corneto, dentro al Giardino d’esse
Monache. In tempo che non erano obbligate alla clausura, benché si fossero redotte in
Corneto ad Habitar la Chiesa e Monasterio di S. Lucia, convenivano in S. Giovanni ad
offitiare” 4)
Notizie più tardive, non documentate, nè forse mai documentabili, ma non per
questo assurde, rifacendosi ai testi del Polidori sopra citate, aggiungono: “... può asserirsi,
senza tema di andar lungi dal vero, che le Monache benedettine fossero in Corneto avanti
al 1000 dell’Era volgare.
Poiché in questo territorio presso al fiume Mignone, nel secolo
ottavo erano già stabiliti i Monaci Benedettini, e vi possedevano Monastero e chiesa sotto
titolo di S. Maria... Ciò posto è assai probabile, che avanti al 1000, i Monaci fondassero qui
un monastero del loro Ordine...” 5)
1)
Muzio Polidori (1609-1683)
La trascrizione di parte dei manoscritti (I e II) a cura della Società Tarquiniense di Arte e Storia, fu fatta nel 1977. Ad
essa ci riferiamo.
3)
Op. cit.. p. 128.
4)
Ibid. p. 115.
5)
“Notizie sulle Monache benedettine di abito nero in Corneto...” del Con.co G.M.A. Aldanesi.
2)
Ritornando su un terreno più solido, cioè all’opera del Polidori, si può dire che con
essa la tradizione si fa storia.
Ci sono però ancora dei vuoti da colmare.
Dato per certo il “dove”, più difficile è stabilire il “quando” e precisamente
rispondere all’interrogativo: da quando le monache benedettine risiedevano presso la
chiesa di S. Giovanni degli Orti e fino a quando vi rimasero?
Qui brancoliamo un po' nel buio, anche se qualche dato, dei quali uno almeno è
certo, ci porta a pensare che il “termine a quo” si aggiri sull’anno mille, mentre il termine
“ad quod” possa essere datato al XV secolo.
Il primo dato lo si trae dal testo già citato “Notizie sulle monache benedettine... in
Corneto” di cui non si può stabilire l’attendibilità, il secondo, invece, relativo al
trasferimento delle monache “intra moenia civitatis” ha valore di documento. In un
istrumento notarile del 1477 viene menzionata “Lorenza Badessa di S. Lucia” 6) . Ciò puo
autorizzarci a supporre che il trasferimento fosse avvenuto in epoca precedente.
Quanto alla nuova residenza, ossia l’attuale monastero, non siamo molto aiutati da
documentazioni certe e precise.
Pare che le monache possedessero, già fin da quando risiedevano presso la chiesa di
S. Giovanni degli Orti, un “ospizio” e che il nuovo monastero sia la risultanza di un
ampliamento del medesimo nonostante che, nei pochi documenti di cui disponiamo si
parli di “fabbrica del nuovo monastero”.
Qui cominciamo a muoverci sulla scorta di documenti dell’epoca e possiamo quindi
abbandonare il terreno delle supposizioni.
Sappiamo che nel 1556 il Consiglio comunale delibera di intervenire con un
contributo di 500 scudi, in ragione di cento scudi all’anno, per la “fabbrica” del nuovo
monastero. Tale delibera divenne tuttavia operante solo nel 1563, quando, dopo reiterate
“suppliche” da parte delle monache, lo stesso Consiglio comunale diede l’incarico “al
consigliere Braccio Ponti con altri otto consiglieri di destinare il luogo per l’edificio del
nuovo monastero” 7) .
Non si sa con precisione dove le monache risiedessero nello spazio di tempo
intercorso tra il loro trasferimento dall’antica residenza e la costruzione della nuova. Ci
sono al riguardo delle indicazioni non meritevoli, ci pare di una troppo attenta
considerazione. Il dato più certo è che il nuovo monastero fu costruito nel 1564 8) . Nel 1581
6)
Arch. comunale
Arch. comunale.
8)
L. Dasti - Memorie storiche di Tarquinia e Corneto.
7)
il Vescovo Cardinale Girolamo Bentivoglio cedette alla chiesa di S. Lucia metà dei beni
della soppressa parrocchia di Santa Maria Maddalena Penitente, l’altra metà fu ceduta alla
chiesa di S. Antonio 9) .
Trasferendoci ora dal piano del monastero in quanto edificio, cerchiamo di vedere o
di scoprire la vita che ci si svolgeva, l’entità numerica e il livello spirituale delle monache, i
loro rapporti con l’autorità ecclesiastica, i problemi dominanti nelle diverse epoche.
Ci soccorreranno in questa ricerca gli atti delle Visite pastorali conservati
nell’archivio del monastero in originale o in copia fotostatica.
Niente ci rimane delle Visite effettuate nel secolo XVI, delle quali conosciamo solo
qualche data: 1530, 1534.
In copia fotostatica ci rimangono gli atti delle Visite compiute nel secolo successivo,
a partire da quella del 1667, che si riduce almeno per quanto è in possesso del monastero, a
una tabella con l’indicazione delle Messe da celebrarsi nella chiesa dello stesso monastero.
Colpisce il fatto che nelle visite successive, specialmente in quella del 1693 10) , la
preoccupazione maggiore, per non dire l’unica, è quella di una rigida osservanza della
clausura, le cui norme, già in vigore fin dai tempi del Papa Bonifacio VIII 11) avevano avuto
un ulteriore irrigidimento col Concilio di Trento 12) . Si giustifica pertanto l’insistenza dei
Vescovi o dei Visitatori apostolici da essi delegati su questo aspetto della vita monastica
considerato allora preminente.
Tornando alla Visita del 1693, può essere interessante ricordare l’imposizione fatta
dal Visitatore alle monache di “serrare con muro gli archi del Claustro verso la
sacristia”. 13) Imposizione che valse a modificare, in senso senza dubbio peggiorativo, la
primitiva struttura del chiostro e quindi del monastero.
Negli atti della Visita del 1699, compiuta dello stesso Cardinale Antonio Barbarigo,
si nota, accanto alle ripetute osservazioni e norme circa l’osservanza della clausura, anche
una particolare attenzione al monastero “trovato in buono stato di conservazione” 14) e alle
monache, che il Cardinale chiama “portio nobilissima Ecclesiae”: esse vengono esortate “a
crescere sempre in virtù e ad attendere con tutte le forze a vivere secondo la Regola, nella
diligente osservanza dei Voti solennemente emessi” 15) .
9)
Arch. comunale.
Visita compiuta del Cardinale Antonio Barbarigo che fu Vescovo della Diocesi di Montefiascone e Corneto dal 1687
al 1706.
11)
nel 1298
12)
Il Concilio di Trento dedicò alla vita monastica femminile buona parte dell’ultima sessione (3 dic. 1563).
13)
Tali archi sono ancora visibili.
14)
Atti della Visita - arch. mon.
15)
ibid.
10)
Eppure non erano quelli tempi felici per il monastero S. Lucia; il tono si era
abbassato, la tensione spirituale si era in parte smorzata, si tendeva ad adagiarsi in una
situazione di rilassamento, pregiudizievole ai fini della santità di vita cui la professione
monastica impegna.
Il Concilio di Trento aveva contribuito e aveva dato un forte impulso al
rinnovamento della vita monastica femminile, ma non sempre e non dovunque le reazioni
a tale impulso erano state positive.
Ciò non toglie tuttavia che in seno alle diversità comunità ci fossero delle monache
di alto livello morale e di riconosciuto fervore spirituale.
Nel secolo XVIII le Visite vescovili si susseguono con date abbastanza ravvicinate;
possediamo però solo gli atti di quelle compiute nella seconda metà del secolo: 1752 - 1755
- 1758 - 1761. Quella del 1752 ci interessa particolarmente perché in essa ci fu l’imposizione
alle monache di “fabbricare un nuovo coro” che è l’attuale.
In questa stessa seconda metà del secolo si verificarono dei fatti importanti, primo
fra i quali la visita al monastero del Papa Clemente XIII.
Di essa esistono due relazioni:
una della monaca D. Maria Rosa Bovi, l’altra di anonimo.
La prima relazione, un misto di ingenuità e di “humour” mette in evidenza la grande
“contentezza” delle monache e la loro confusione per l’onore loro fatto con la visita
inaspettata del Papa.
Contentezza e confusione che le mise in imbarazzo quando furono invitate dal Papa
a domandare qualche grazia: nessuna osava parlare, tanto che il Papa dovette ripetere più
volte lo stesso invito. (arch. mon. Libro dei capitoli) 16) .
La seconda relazione a questo punto racconta che “a tale istanza le fu richiesto dalla
religiosa Donna Maria Crocifissa Costantini” di avere, nella chiesa del monastero l’altare
privilegiato con l’indulgenza plenaria 17) .
Intanto, fin dal 1737 la comunità era in contatto con S. Paolo della Croce che in
quell’anno era stato invitato per la prima volta a predicare alle monache gli Esercizi
spirituali, e “tanta era stata la soddisfazione delle religiose che San Paolo dovette tornarvi
anche altre volte”. Vi ritornò infatti non meno di sei volte, fino al 1761 18) . Fu così che egli
poté conoscere e apprezzare D. Maria Crocifissa Costantini e stabilire con lei un rapporto
di direzione spirituale che si protrasse per circa quarant’anni.
Non
dovette
essere
difficile a S. Paolo della Croce scoprire in D.M. Crocifissa quelle doti di natura e di grazia,
16)
Arch. mon. Libro dei capitoli dal 1727 al 1815.
cf. atti della beatificazione e canonizzazione della Serva di Dio M. Crocifissa di Gesù - 1944 - pol. Vaticana - pp. 7677.
17)
quello spirito di orazione, di mortificazione e di penitenza, quella pratica dell’umiltà e della
carità che la rendevano particolarmente idonea a svolgere una missione alla quale egli da
tempo pensava: dar vita ad un monastero femminile dedicato alla passione del Signore. Le
pratiche furono lunghe e laboriose, ma il 20 marzo 1771 erano espletate 19) .
Il 3 maggio dello stesso anno, D. Maria Crocifissa lasciò il monastero di S. Lucia per
trasferirsi in quello della Presentazione 20) . Di esso fu la Fondatrice e prima Presidente.
Morì il 15 aprile 1787. Nel 1772 anche le due sorelle di M. Crocifissa, D. Maria Teresa e
Suor Maria Antonina, entrambe professe del Monastero delle Benedettine, passarono,
munite delle debite autorizzazioni da parte dei superiori e dell’autorità ecclesiastica, al
monastero delle Passioniste. Non esistono esaurienti documentazioni al riguardo, ma è
certo che i tre successivi trasferimenti non furono, per le Benedettine, tagli indolori.
Il più drammatico fu tuttavia il primo. Nella relazione in proposito si legge che le
sue consorelle “a dirotte lacrime piangevano la partenza di una loro sorella ch’era stata
l’esemplare della vita monastica e la loro delizia e consolazione...” 21)
Circa dieci anni dopo questi fatti, nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 1780, un
incendio semidistrusse la chiesa di S. Lucia 22) . Esiste una relazione al riguardo, scritta nel
1783, dove leggiamo:
“A dì notte 13 Xbre 1780 festa di S. Lucia l’incendio in chiesa e andiede a focho tutto
l’organo e parte della soffitta e chiesa e..... era confessore D. Agostino Quaglia Abbadessa
D. Angela Margherita Forcella, Depositaria D.M. Giacinta Martelli. La spesa è importata
sopra settemila scudi. La Benedizione della nova chiesa successe alli 19 8bre dell’anno
1783” 23) .
Non è una relazione dalla quale possiamo attingere molti particolari, ma è
ugualmente interessante, perché contiene tutti gli estremi del fatto.
Da un altro documento veniamo informati che la nuova chiesa, ricostruita dopo
l’incendio, era “di forma più elegante della prima”. Poiché i lavori di restauro che verranno
eseguiti nel 1880, per il XIV centenario della nascita di S. Benedetto non toccheranno la
struttura della chiesa, ma solo l’abbelliranno” con stucchi e dorature” possiamo essere certi
che essa è rimasta inalterata fino ad oggi.
18)
ibid. p. 22.
cf. “Atti della Beatificazione e canonizzazione della Serva di Dio D. Maria Crocifissa di Gesù” - Doc. XVIII - p.
116.
20)
Dalla relazione redatta dal cancelliere Capitolare Vincenzo Scappini, riportata dagli stessi “Atti”- Doc. XIX - p. 116
e ss. - Copia manoscritta della relazione si conserva anche nell’archivio del monastero.
21)
ibid. p. 117.
22)
Mancano notizie sulle origini della chiesa di S. Lucia. Si sa soltanto che esisteva già nel 1502 perché in tale anno il
Vescovo di Narni vi tenne un’Ordinazione sacerdotale.
19)
Durante tutto il secolo XVIII l’entità numerica media della comunità si mantenne
sulla quarantina. Cognomi ricorrenti, fin dal secolo precedente sono Costantini,
Falzacappa, Querciola, Bovi, Bruschi. Dal 1733 al 1786 troviamo elencata D. Chiara Lucia
Dasti, un’antenata dello storico Luigi.
Nell’ultimo decennio del secolo il clima spirituale e morale della comunità fu
turbato da una lunga controversia a proposito del ripristino dell’osservanza della “vita
comune” che, prescritta da Mons. Bentivoglio fin dal 1581, aveva, lungo il corso di due
secoli, perduto vigore. Si era così venuta a creare una situazione, comune del resto a molti,
per non dire a quasi tutti, i monasteri del tempo. Le cause sono molteplici nè possiamo qui
indagarle, ci limitiamo ad osservare che esse vanno comunque viste nel loro contesto
storico.
La controversia - iniziata nel 1791 - si chiuse nel 1795 col ripristino, autorizzato dal
Papa Pio VI, della vita particolare.
Il secolo si chiuse così in un clima rasserenato, anche se, indubbiamente con un po’
d’amaro in bocca. Il secolo XIX si apre, in generale, per i monasteri sotto auspici poco
felici.
La legge bonapartiana della soppressione degli Ordini religiosi non risparmiò il
monastero di S. Lucia, e dal 1810 al 1815 le monache conobbero l’amarezza dell’esilio.
Abbiamo una relazione manoscritta dell’uscita delle religiose dal monastero:
“...... a rendere meno clamorosa tale uscita, Mons. Vicario Generale Don Serafino
Ronca ordinò che uscissero di notte, il che eseguì la notte del 14 all’entrare del 15 giugno
1810. Vennero a prender le Monache Mons. Vicario Ronca, il Canonico Don Giovanni
Francesco Garrigos che era attuale Confessore del monastero, i Sig.ri Don Michele de
Domnis, Don Angelo Galassi, Don Gasparo Erasmi. Dei secolari ci vennero i Sig.ri Ascanio
Falzacappa, Biagio Brizi, e Filippo Marzi” 24) . Era Abbadessa D.M. Crocifissa Ruzzi. Le
monache uscenti erano in tutto, fra Coriste, converse e novizie in numero di ventotto.
Quattro di esse morirono durante gli anni di esilio, una non rientrò di sua volontà.
Il monastero fu in quegli anni occupato dalle truppe francesi che lo ridussero in uno
stato di decadimento tale da non poter essere nuovamente abitato dalle monache senza che
si fosse provveduto ai più necessari lavori di restauro.
Alla spesa per gli stessi, che superava le possibilità economiche della comunità,
provvide, con un prestito di 400 scudi il Signor Francesco Bruschi il quale “da se stesso
23)
24)
Arch. mon.
Arch. mon. dal librro delle “memorie del monastero di S. Lucia di Corneto Tarquinia”.
ordinò i lavori soprintendendo gli operai e sollecitandoli onde presto le Religiose potessero
tornare al bramato nido” 25) .
Intanto la comunità, maturata dalla recente prova, riprese con maggiore slancio la
vita monastica, in un clima di serenità che molto contribuì al suo rinnovamento interiore.
Era Vescovo di Corneto in quegli anni il Cardinale Bonaventura Gazola che si
interessò con premura paterna alle monache, chiamate da lui “mio gaudio e mia corona”.
Per loro fece stampare, nel 1824 il testo della Regola con le Costituzioni “di antica
osservanza... ed i regolamenti di perfetta vita comune” 26) . Ciò non deve stupire. Nel nuovo
clima era infatti maturata la decisione delle monache di chiedere che fosse ripristinata
l’osservanza della vita comune., chiudendo così e in modo definitivo l’annosa questione di
cui sopra si è fatto cenno.
Col processo di rinnovamento spirituale si collegava un fervore di opere ai fini di un
migliore adattamento dei locali alle esigenze del monastero e dell’annesso educandato.
Nel 1816 si ricostruiscono (o si rinnovano, non è chiaro) i locali del noviziato.
Dieci anni dopo, 1826, si costruì un braccio del dormitorio al secondo piano (è
quello del noviziato attuale).
Sono esigenze di funzionalità, ma che contribuiscono a modificare le strutture
originarie. Un’ulteriore e grave alterazione si avrà con l’elevazione, nel 1860, di un secondo
piano sui locali dell’educandato. Abbiamo un diario aggiornato del procedere dei lavori,
redatto da mano anonima, che ne segue lo svolgimento dal giorno in cui gli stessi hanno
inizio, 6 agosto 1860, fino al 3 febbraio 1862 27) .
Il 15 ottobre 1857, Sua Santità Papa Pio IX, in visita nella nostra città, volle
incontrare anche le comunità delle Passioniste e delle Benedettine.
In
quell’occasione fu aperta, nel muro dell’orto che confina col monastero della
Presentazione, una porta. Per essa passò il Papa recandosi successivamente nell’oratorio
(l’attuale presidenza scolastica) e nel Coro monastico dove “ammise le monache al bacio
del piede”. A questa visita le monache si erano preparate più degnamente che a quella di
Clemente XIII del 1762.....
Le leggi eversive degli anni 1873-76 colpirono, con gli altri, anche il monastero di S.
Lucia: i locali e le entrate vennero inventariati e confiscati divenendo proprietà del “Regio
25)
ibid.
Edito a Montefiascone - nella stamp. del Seminario.
27)
Nella pagina introduttiva al diario si traccia il quadro storico dell’avvenimento con un elenco circostanziato delle
persone che erano allora a guida della Chiesa e del monastero, di quelle che hanno contribuito alla realizzazione dei
lavori, con una speciale menzione del Conte Pietro Falzacappa, allora deputato del monastero. Vengono nominati anche
l’Architetto della Fabbrica, Francesco Dasti e il capo Mastro Francesco Contadini.
26)
Demanio del Fondo per il culto”. Bisognerà attendere fino al 1918 perché il monastero
possa venire riscattato attraverso un atto di compra-vendita stipulato a Roma dal Notaio
Umberto Leonelli.
Per l’orto occorreranno altri anni di attesa; si potè infatti affrancarlo solo nel 1923.
Nel 1880 si celebra in tutto il mondo monastico, con ampi riflessi oltre il limite di
esso, il XIV centenario della nascita di San Benedetto.
La comunità di S. Lucia, accogliendo l’invito dell’allora presidente della
Congregazione Cassinese, D. Francesco Leopoldo Zelli, vi si prepara con fervorosa
preghiera e niente trascura perché le celebrazioni centenarie si svolgano in un quadro
ambientale degno e coinvolgano il più gran numero di persone capaci di accogliere e di
apprezzare il messaggio di preghiera, di lavoro e di pace che San Benedetto ci ha lasciato.
Fu così deciso di procedere a un restauro accurato della chiesa affidando al pittore
Andrea Monti la tinteggiatura delle pareti nonché il loro ornamento con stucchi e dorature.
Fu rifatto in marmo il pavimento, si acquistarono trenta candelieri in legno dorato e
furono ricamati ricchi parati per le cerimonie liturgiche.
Le feste centenarie videro arricchita la chiesa anche di due tele ad olio del pittore
Pietro Gagliardi 28) e di quattro tele a tempera dei suoi due nipoti Francesco e Giovanni
Gagliardi 29) .
Tali tele sostituirono i quadri che precedentemente adornavano la chiesa, fatta
eccezione per quella rappresentante S. Lucia, della scuola bolognese del XVII secolo 30) .
Le celebrazioni liturgiche centenarie si svolsero nei giorni 12,13,14 novembre 1880
con magnificenza di riti e grande concorso di popolo.
Tanto si potè fare grazie ai generosi aiuti offerti alla comunità da persone amiche del
monastero la cui situazione economica fortemente compromessa dalle confische e
spoliazioni di cui sopra si è fatto cenno, andava di anno in anno ulteriormente
deteriorandosi. Una scorsa al libro delle riunioni monastiche capitolari di quel lungo
periodo che si protrasse fino ai primi decenni del secolo XIX, è sufficiente a darci l’idea di
un impoverimento graduale e costante che avrebbe costretto più tardi la comunità a
28)
Si tratta delle due tele raffigurante l’una S. Benedetto che consegna la S. Regola a S. Scolastica, l’altra la
deposizione di Cristo dalla croce sul grembo della Vergine Maria.
29)
Raffigurano l’incontro di S. Benedetto col finto re Totila, la risurrezione di un bambino operata dal Santo, S.
Benedetto nello speco di Subiaco, la morte del Santo.
30)
L’appartenenza a tale scuola è stata confermata dall’ultimo restauro del quadro eseguito nel 1974 ad opera del prof.
Rocco Ventura, restauratore capo della Soprintendenza di Roma.
rivolgersi ad un altro monastero, per poter ottenere quegli aiuti che ormai erano diventati
indispensabili per un risollevamento economico. 31)
In realtà solo di un aiuto in questo senso il monastero aveva bisogno. Per il resto la
situazione era buona.
La vita monastica era vissuta con generosità e fervore, le vocazioni non mancavano,
tutta una tradizione di santità si sprigionava dalle mura del monastero.
Figure di monache, eminenti per virtù ed eccezionali doni di grazia hanno lasciato di
sè un ricordo che, trasmesso dalle religiose loro contemporanee alle generazioni
successive, è vivo ancora oggi.
Ci pare meritino un cenno anche qui.
D. FERMINA RATTI (1803 - 1872). Le cronache del tempo dicono di lei che “ebbe doni
particolari ed altissimi d’orazione e di unione. Fu abbadessa per anni venti e incarnò il vero
tipo di abbadessa benedettina..... Morì in tale ufficio e fu pianta come una diletta madre”.
D. SAVERIA RATTI (1801 - 1876). Oltre che “donna di raro ingegno” fu, dicono le
cronache, “monaca esemplare per rettitudine di intenzioni, per amore alla preghiera e al
culto divino, per spirito di carità e di sacrificio”.
Fu per il lungo spazio di quarant’anni
“celleraria” 32) del monastero ed esercitò in modo eminente le virtù richieste al cellerario da
S. Benedetto.
La sua carità verso il prossimo si irradiò anche oltre le mura del monastero.
Memorie del tempo, avvalorate dalla testimonianza della M. Badessa D.M. Crocifissa
Bruschi, accennano alla parte che D. Saveria avrebbe avuto nel progetto e fondazione di un
pubblico ospedale. La notizia non è stata mai sottoposta a verifica, comunque, risponda
essa o meno a verità, serve a dirci in quale considerazione D. Saveria fosse tenuta entro e
fuori le mura del monastero.
D. MARIA SCOLASTICA BAUSANI (1807 - 1870). Il suo nome è legato
all’introduzione nella chiesa del monastero dell’Esposizione solenne del SS. Sacramento
sotto forma di Quarantore in quelle che allora si chiamavano “ferie di sessagesima”.
D. ANGELA M. PROFILI (1802 - 1877). Viene descritta come “angelo di bontà,
sempre unita con Dio”; fu anche dotata di doni mistici straordinari.
SUOR M. GIUSEPPA CAMPITA (1814 - 1858). Di lei si conserva nell’archivio
monastico un “dossier” post mortem in cui sono descritti i miracoli e le grazie attribuite a
31)
Dietro consiglio e incoraggiamento dell’allora Abate di S. Paolo fuori le Mura in Roma, ci si rivolse al monastero
delle Benedettine del SS. Sacramento di Milano.
32)
Da San Benedetto è chiamato “cellerario” il monaco incaricato dell’amministrazione economica di un monastero.
Nella regola gli è dedicato il cap. 31.
questa umile sorella, nonché gli atti di un preliminare “processetto” per il riconoscimento
degli strumenti di penitenza a lei appartenuti.
Quando morì lasciò fra le sue consorelle e nella stessa città un rimpianto vivissimo e
presto si diffuse la fama della sua santità. Il 18 gennaio 1867 fu esumata la salma e traslata
in uno scavo presso uno degli altari laterali e precisamente quello a destra di chi entra. Su
una delle quadrelle di marmo che formano il pavimento sono incise le lettere S.M.G.C. oggi
quasi scomparse, ma ancora decifrabili.
Di suor M. Giuseppe Campita è stata scritta una biografia. Di essa l’archivio
monastico conserva un esemplare manoscritto nel quale non è indicato l’autore 33) .
SUOR ADEODATA SIMONCELLI (1820 - 1894). La sua vita fu contrassegnata “da
una profonda umiltà e fu un ininterrotto atto d’amore.
Così si trova scritto in una
memoria di lei.
Nell’archivio monastico si trova una sua biografia manoscritta di cui autrice sembra
essere una sua consorella, D. Gesualda Conte, sua contemporanea.
Molte altre meriterebbero di essere ricordate, ma ci accontenteremo di indicare
semplicemente il nome di qualcuna:
D. Marianna Bruschi Querciola (1815-1892);
D. Maria Teresa Ugazzi (1822 - 1903)
D. Maria Teresa Filyon (1822-1903)
L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Dal punto di vista economico, tuttavia, come già si è detto la situazione era tutt’altro
che ottimale. Da qui la decisione della comunità, consigliata e appoggiata dall’Abate di S.
Paolo fuori le Mura in Roma, Don Ildefonso Schuster, il futuro Arcivescovo di Milano e dal
Vescovo Diocesano Mons. Luca Piergiovanni, di rivolgersi al monastero delle Benedettine
del SS. Sacramento di Milano.
Di questo era priora 34) Madre Benedicta Weldon di nazionalità irlandese, donna di
eccezionali doti umane e di governo.
Furono iniziate le trattative che si protrassero per un anno.
Il 25 ottobre 1923, La stessa Madre Priora venne a Tarquinia portando con lei tre
monache, una delle quali 35) scelta come Superiora. Dopo un anno di prova, la comunità
33)
Una biografia stampata presso la “Scuola Tipografica di Corneto Tarquinia” nel 1911 e riedita presso lo stesso
editore nel 1912 ha come autore il teologo Ivo Benedetti. Poiché il testo non è dissimile da quello manoscritto si può,
senza paura di sbagliare, attribuirlo allo stesso autore.
34)
Seguendo una tradizione medievale, le benedettine del SS. Sacramento, riservano il titolo di Abbadessa alla Vergine
Maria. Alle superiore viene dato il titolo di Priore.
delle benedettine Cassinesi del monastero S. Lucia, votò ad unanimità l’aggregazione al
monastero delle Benedettine del SS. Sacramento di Milano.
Questa divenne operante il 21 novembre 1924.
Da questa data la storia della comunità e del monastero S. Lucia in Tarquinia volta
pagina.
M. Antonia De Melas
GLI ALBANESI A CORNETO E NEL PATRIMONIO DI S. PIETRO IN TUSCIA
Ho avuto la fortuna, nel lontano 1934, d’incontrare ad Anagni il prof. Giuseppe
Schirò, allora vice-rettore nel Convitto “Principe di Piemonte”, dove lavorai un anno come
bibliotecario. Con lui, poi, ebbi un ulteriore incontro nel 1938 al Lido di Roma in altro
Collegio, il “IV Novembre”, da dove egli si congedò dopo l’occupazione della terra
d’Albania da parte delle truppe italiane, per assumere un alto incarico culturale presso la
sede dell’allora Accademia d’Italia. Egli, pur se nativo di Contessa Entellina, un paesino del
palermitano, vantava tuttavia una discendenza schipetara e la perfetta conoscenza di
quell’idoma che, in quel sito, era ed è, più che un dialetto, una seconda lingua.
Successivamente divenne ordinario nell’Università di Roma e Direttore dell’Istituto di
Studi Bizantini e Neo-ellenici.
Da allora ho mantenuto sempre un cordiale ed affettuoso rapporto con lui al punto
da tenerlo al corrente dei miei studi, delle mie ricerche e delle mie pubblicazioni, comprese
quelle che via via affidavo agli annuali Bollettini del nostro Sodalizio tarquiniense. In una
sua lettera del 1982 mi scriveva:
“Mio caro Blasi, non potevi farmi un regalo migliore. Non sapevo nulla di Pianiano 1)
, salvo qualche vaga notizia fornitami oralmente dal prof. Fioriti, che tu conosci e col quale
c’incontriamo qualche volta, la domenica, nella chiesa greca di S. Atanasio. Il Polidori 2)
non dice nient’altro al di fuori della scarna notizia da te riferitami? Il “1484” si attaglia
benissimo alla storia della diaspora. Insomma: se tu mi procuri qualche altra notizia sui
35)
1)
Madre Teresa Sirtori. Rimase al governo del monastero di Tarquinia dal 1923 al 1947.
Piccola frazione nel Comune di Cellere di Castro, costruita nel Medioevo col nome di “Castrum Plandiani” come
difesa alle incursioni dei barbari e dei saraceni. Fece parte del Ducato di Castro: soppresso il quale, tornò sotto il
dominio della Santa Sede. Nei primi del 1700 Pianiano rimase del tutto spopolato per il taglio imprudente di alcune
tenute boscose che lo circondavano: fino a quando nel 1757 venne destinato ad accogliere, per decisione del Governo
Pontificio, una Colonia di Albanesi.
“Pianianoti” o altri Albanesi, potrei arrabbattare il materiale per una chiacchierata, a suo
tempo da te richiesta.
Appena sarò in possesso del minimo indispensabile ti dichiarerò la mia disponibilità
a parlare sugli “Albanesi di Corneto, Pianiano ecc. nel quadro storico della diaspora in
Italia”. Scava, scava notizie; e con le notizie anche i nomi. La breve onomastica nell’articolo
del Donati è per me illuminante. E allora la mia gita sarebbe sicura”.
Incoraggiato dalle sue premure, mi sono messo veramente a scavare, se non altro
per accertare le cause che portarono a Corneto un gruppo di famiglie Albanesi. Muzio
Polidori, più sopra citato, scrive nelle sue “Croniche di Corneto” questa brevissima notizia:
“Nel 1484 molte famiglie d’Albanesi vennero ad habitare in Corneto”; mentre
successivamente il Vallesio 3) , sulle orme del Polidori, riporta press’a poco la medesima
cronaca: “1484- Mancato di vita Sisto fu eletto pontefice Innocenzo 8° al quale la città di
Corneto, per congratularsi della sua assunzione spedì Gabriel Cerrino, e Michelangelo
Castelleschi, quali furono con somma benignità raccolti, e con suo breve confermò li
Statuti ed i Privilegi, e condonò per 3 anni il sussidio dovuto alla Camera della Città, e si
vidde accresciuto ancora il numero degli abitanti a cagione di molte famiglie Albanesi quivi
venuti per sottrarsi dal Governo turchesce.”
Le cause di quella diaspora sono perciò note e le si possono concepire come
conseguenza e reazione alle crociate che seminarono guerra e distruzione in terra Santa e
dintorni.
Ho cercato di consultare presso l’Archivio Storico del nostro Comune i registri delle
Deliberazioni di quel tempo, ma senza fortuna perché fra i documenti manoscritti manca
appunto il Registro delle “Reformationes” dell’anno 1484. Se non che, consultati con l’aiuto
delle signore Perotti e Ceccarini gli appunti sui brogliacci di quel periodo, son saltate fuori
altre notizie, relative sempre agli Albanesi e a certi accadimenti che si riportano di sana
pianta, e per la prima volta, in questo scritto.
La prima testimonianza ci viene da una pergamena del papa Pio II (al secolo Enea
Piccolomini) che invia, in data 17 settembre 1458, la seguente lettera al conte di Pitigliano:
“Dilecto Filio Nobili Viro Comiti Pitigliani intus.
Dilecte Filii, salutem et apostolicam benedictionem.
Exposuerunt nobis, dilecti filii, oratores civitatis nostrae Corneti, quemdam
hominem Albanensem proxima aestate praeterita comburuisse in Agro Cornetano quam
2)
Muzio Polidori “Le Croniche di Corneto” edito dalla Società Tarquiniense d’Arte e Storia nel 1977. Pag. 272
(Tipografia Ceccarelli di Grotte di Castro)
maximam blandorum quantitatem, deinde in Castellum tuum fugam arripuisse, et ibi
adhuc moram ducere. Quare pro debito justitiae, cuius facti sumus omnibus debitores, ac
pro honore nobilitatis tuae hortamur te, ac rogamus, ut velis praefatum Albanensem ad
potestatem dictae Civitatis remittere, ut coram eo rationem suorum operum reddat. In qua
re nobis plurimum complacebit tua nobilitas: que nos in omni tua bona voluntate
promptos, et liberales inveniet.
Datum Romae apud Sanctum Petrum sub anulo Piscatoris die 17 septembris 1458.
Pontificatus nostri Anno Primo 4) .
Si ignorano le generalità, gli anni e la sorte a cui dovette andare incontro quel
piromane albanese.
Nel secolo seguente, precisamente il 5 ottobre 1592, si trova fra le carte d’archivio il
seguente documento 5) :
“Die XXIIII mensis decembris 1592.
Illustrimus Dominus Delfinus colonnellus Sanctissimi Domini hodie advenit
Cornetum ad revidendum ed reassignandum Societatem Militum Lancium capitani Elie
(Caputii) Albanensis; et eius parte coram Magnificis Dominis Prioribus fuerunt
presentatiae literae patentes ill.mi et rev.mi Francisci Aldobrandini Generalis Sanctae
Ecclesiae cum istructione infrata quarum tenor talis est prout intra videlicet 6) :
Giovanni Francesco Aldobrandino Governatore Generale dell’Arme di Santa Chiesa,
Governatore di Borgo a Roma, et capitano Generale dell’una e l’altra Guardia di Nostro
Signore.
Havendo per comandamento espresso di Nostro Signore fatta distributione
d’alloggiare in diversi luoghi quasi di tutto lo stato Ecclesiastico, li soldati a cavallo et a
3)
Francesco Valesio - Manoscritto Vallesiano - Archivio della Società Tarquiniense d’Arte e Storia - pag. 159 Collocazione F. f 4.
4)
Pio Papa II - Al diletto figlio nobil uomo conte di Pitigliano.
Diletto Figlio, salute e apostolica benedizione.
Gli ambasciatori della nostra città di Corneto ci esposero, o diletti figli, che un certo uomo albanese nella recente estate
trascorsa ha incendiato nel territorio cornetano una gran quantità di frumento e poi di aver trovato rifugio, con la fuga,
nel tuo castello dove tuttora si trova. Poiché noi siamo, per dove re di giustizia, debitori a tutti di questo fatto e per il
buon nome della tua nobiltà, ti esortiamo e ti chiediamo di voler consegnare il predetto albanese alla magistratura della
suddetta città perché renda conto personalmente delle ragioni del suo operato. Per cui la tua nobiltà ci farà sommamente
piacere: e ci troverà, proprio per questa tua buona volontà ci farà sommamente piacere: e ci troverà, proprio per questa
tua volontà, solleciti e liberali. Scritta in Roma presso San Pietro sotto l’anello del pontefice, il giorno 17 settembre
1458. Nell’anno prima del nostro Pontificato. (Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione “Fondo
pergamenaceo” numero 3.104).
5)
Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione 1592-93 Reformationes - cc. 123 v. e 128 r. 23 dicembre
1592.
6)
L’illustrissimo sig. Delfino, colonnello di Sua Santità, viene oggi a Corneto per risiedervi e per ri stabilire la società
dei militi lancieri del capitano Elia (Caputii) albanese: davanti ai Magnifici Signori Priori furono presentate e mostrate
da parte sua le lettere dell’illustrissimo e reverendissimo Francesco Aldobrandini, generale della Santa Chiesa, con
l’infrascritta ordinanza del seguente tenore:
piedi, che Sua Santità tiene dispendiati per securezza de’ suoi stati ed havendo per molta
esperienza conosciuto il valore, diligenza et fedeltà del Signor Flaminio Delfino
Gentil’huomo Romano et Colonnello di Sua Santità et sapendo con quanto zelo procurarà
conforme all’intentione di Sua Santità, che detti alloggi si faccino con quel manco
incomodo delli popoli, che sarà possibile; Habbiamo a esso Signor Flaminio dato incarico
et cura di farne il ripartimento, conforme all’Istruttione sopra di ciò datali; ordiniamo però
di comandamento di Nostro Signore a tutti li Signori Baroni, Governatori et altri offitiali,
comunità et particulari dello stato Ecclesiastico mediate vel immediate subicti che non
manchino di assistere ad ogni richiesta del signor Flaminio et somministrare a lui et alli
detti soldati (...........) tutto quello che saranno richiesti in quelli modi et termini che si
contiene in detta instruttione formata di nostra mano sotto questo dì et sigillata con il
nostro sigillo, et alli Capitani, et altri offitiali, et soldati predetti comandiamo che non
manchino d’andare nelli luoghi, che da detto Signor Flaminio li sarà ordinato, e di obedirlo
come la persona nostra propria, stando taciti, et quieti et quanto da lui sopra di detti
alloggiamenti et vivere sarà accordato, che così è mente di Nostro Signore, nè sia chi faccia
in contrario et recusi di fare quanto in detta instruttione si contiene sotto pena della
disgrazia di Sua Santità et altre ad arbitrio nostro;
Roma questo dì 5 di ottobre 1592.
Giovanni Francesco Aldobrandini Generale 7) ”.
Sempre nella stessa dataa 5 ottobre 1592, viene inviato un altro ordine scritto,
relativo alla dislocazione delle truppe pontificie nello Stato della Chiese del seguente
tenore:
“Instructiones.
Molto illustrissimo Signor Flaminio Delfino.
La Santità di Nostro Signore comanda, che si distribuischino per il Suo Stato
Ecclesiastico li cavalli et fanti supradicti, che di presente si trovano in suo servizio, et
desidera che non solo si habbia cura di metterli in luoghi che possino servire alla sicurezza
delli suoi stati per estirpatione di banditi, et assassini o altre occorrenze, ma che anche si
habbia molta mira in accomodarli in maniera che li popoli et sudditi ne habbiano manco
spesa et incommodo che sia possibile et insiem vole che si faccino li calculi in maniera che
li soldati con la loro paga, et con li altri aiuti della Comunità possino honestamente vivere,
et mantenere i cavalli sopra di che havendo havuto diversi ordini di Sua Santità con
l’intervento dell’Illustrissimi Cardinali Salviati, Camerino e Montalto, et discorsone con
7)
Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione Reformationes 1592-1596- cc. 72 v. e seguenti.
Monsignor tesoriere Generale, mi pare che si debba osservare il seguente ordine.
Primieramente la Compagnia delle lance di V.S. si metterà nel territorio di Fermo più
vicino alle marine che si potrà compartita in tre, quattro o cinque luoghi, come meglio
potrà, verbigratia S. Benedetto, Le Grotte, Santo Andrea, Marzano, et Porto Fermo, o
convicini.
La compagnia delli Archibugieri a cavallo delle casacche lionate del Reggimento di
V. Signorie, si metterà da Rieti a Tivoli inclusive compartite su luoghi opportuni;
La Compagnia delle casacche verdi del medesimo suo reggimento si metterà in
Compagnia di Roma repartita in simil modo verso li confini del Regno.
La Compagnia delle casacche gialle del medesimo suo reggimento si metterà in
luoghi che siano atti in particolare ad osservare il camino da Napoli a Roma et
massimamente alli Procacci.
La Compagnia delle casacche Turchine del medesimo Reggimento nell’Humbria
come Perugia, Castel della Pieve et Città di Castello.
La Compagnia delle Casacche rosse del Signor Giovanni da Rondinella
nella...............
La Compagnia delle casacche Rosse del Signor Carlo Malatesta in Roma per eseguire
giornalmente quello che li sarà ordinato.
La Compagnia di Albanesi del Capitano Michele Papada (?) se meterà nel territorio
di Ancona come nelle Marine et anco talvolta in quello di Iesi secondo che parrà
opportuno.
La Compagnia del Capitano Girolamo Conti in Romagna in quelli luoghi che da
Monsignor Illustrissimo Legato saranno giudicati più opportuni.
La Compagnia del Capitano Elia Caputio nel Patrimonio intorno alle Marine come
Civitavecchia, Corneto, Toscanella e convicini.
La Compagnia di Fanti corsi del Capitano Domenico da Ornaro repartita all’acqua
Santa, Quintodecimo, Arquata et Pretara.
La Compagnia de’medesimi del Capitano Pantaleo Roccatagliata nelle Ville et
Castelli di Norcia et di Cascia più propinqui alli confini del Regno.
La Compagnia del Capitano Mario Gentile corso, in campagna di Roma et in
Maritima alli confini del Regno bisognando con li cavalli, et anco per sicurezza del
Procaccio di Napoli.
Desidero dunque che in conformità della volontà di Nostro Signore si
distribuischino dette Compagnie nelli retronotati luoghi, et che V.S. con la sua solita
amorevolezza et diligenza si pigli pensiero et cura di far eseguire quanto prima detta
distributione, et quanto al vitto et alloggiamenti de’ soldati, acciò possino con più comodità
vivere. Nostro Signore si è contentato che alli Albanesi a conto dell’Imprestanza si ritenga
uno scudo il mese, et a quelli del regimento di V.S. si corra sino a novi ordini senza ritenere
cosa alcuna; et così tutti haveranno scudi 7 di paga, senza retentione; et quanto alli
utensili, che sono soliti dare la Comunità senza pagamento, bisognarà che V.S. con quella
destrezza, che saprà fare, cerchi di accordarle di mano in mano con più quiete che potrà di
esse Comunità procurando di accordare la robba, che le Comunità saranno tenute a dare,
et che li soldati non possino domandare niente di più, sendo che per questo conto
haveranno dalle Comunità scudi dui di moneta il mese per ciascun soldato a cavallo, et di
più li strumi gratis, secondo il solito, et di più li alloggiamenti con letti, et masseritie
necessari, et se fosse possibile, che in ogni luogo dove alloggiaranno essi soldati che li
fossero date le case libere, mi pare che sarebbe molto a proposito per la satisfatione di
tutto. Circa poi li appressi del pane, vino et biada, sarà necessario che V.S. con la medesima
destrezza procuri di accomodarsi con la Comunità, acciò si contentino di darli a prezzi che
li soldati possino vivere, che così N.S. comanda, et questo si tenghino per securezza loro, et
che con tanta spesa, che fa N.S. habbino ancor loro a contentarsi di fare qualche agevolezza
a’soldati, acciò non habbino a fare né insolenze, né rapine a nessuno; et si tal cosa
s’intende debbino essere castigati con ogni severità; però in ogni luogo che V.S. avvivarà
(?) farà chiamare a sè li Priori; o deputati della Comunità et con Intervento et authorità
de’Governatori procurarà di far eseguire tutto questo che è ordine e comandamento di Sua
Santità; et quanto alli còrsi, perché in luogo delli utensili si contentano di giulii sei il mese
per ciascun soldato, non accadrà che se li faccia dare altro, che li alloggiamenti con letti, et
massaritie necessarie gratis; et detti giulii sei Monsignor Tesoriere Generale pigliarà cura
lui di farli dare a detti còrsi dalle tasse che deve far riscuotere da esse comunità con li scudi
dui il mese da darsi alli soldati a cavallo, et se qualche difficultà nascesse, si rimette alla
prudentia di V.S., la quale darà avviso del continuo di quello occorrerà. Et Dio per tutto
l’accompagni.
Da Roma questo dì 5 d’ottobre 1592.
Di V.S. Molto Illustrissimo
Giovanni Francesco Aldobrandino Generale 8) ”.
Nel “Registro di lettere 1587-1596” ne esiste una della Comune di Corneto diretta al
Procuratore di Roma, Teophilo Scauri, datata 19 Novembre 1592:
8)
Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione Reformationes 1592-1593 - cc. 124 v. e seguenti.
“.... E’ venuta una compagnia di soldati albanesi a cavallo del Capitano Elia Caputio
le quali dal principio che vennero cominciarono a far tante insolenze che non si può dir più
e pur tutta via vanno continuando di tal maniera, che se non si provvede di farli levare è
cosa certa che ne nascerà disordine notabile, di più vogliono che la Comunità li provveda di
quaranta o cinquanta rubia d’orzo et tenendolo in un magazzino gli si habbi da consegnare
a provenda (?) ma che la Comunità lo paghi inanzi tutto. Il che non è possibile fare perché
principalmente in Corneto non si trova orzo e quel poco che ce non è a modo loro e poi non
vi sarà chi vogli haver cura di consegnarlo a provenda. Non si può manco resistere al fieno
che non ostante quello che li dà la Comunittà et rubbano, vanno rompendo le stanze di
particulari et levano a forza il fieno e quanto trovano.
Dove che non mancarete informare il......... di quanto sopra vi scriviamo che per non
darli tanto fastidio ci riportiamo a voi dicendo haverne dato piena notizia e li esporrete che
S.S. con l’authorità non ci aiuta restiamo securissimi che ne nascerà qualche notabile
disordine non ci lascino manco quetar di letti che voglino di migliori che si trovino nella
città e mai si satiano perché essendo partiti questi soldati una parte qui ciò è 60 et 40 in
Civitavecchia, non trovando quelli il vivere che è qui da noi, se ne tornano a pochi a pochi e
da questo procede che non possiamo resistere di accomodarli et ogni giorno siamo a piede
alla strada. Perciò pregate il nostro ....... che secondo il ............ suo ci vogli favorire .......
ajutare che siamo levati da questo continuo tormento che non ostante le cose suddette
voglino le stanze vicino alle stalle e però levano dalle stalle i propri patroni di prepotenza et
ci entrano loro non guardando né rispettando a cittadini, anzi sempre con maggior
insolenza rubbano quanto gli perviene alle mani e di più voglino la legna con l’ordine
dell’istruttione datagli dal signor Flaminio Delfino e ci hanno fatta una nota di robbe che
voglino che qui inclusa vi mandiamo, acciò il tutto possiate notificare al nostro Signor
Cons.re et a Monsignor Illustrissimo Vastone al quale scriviamo come credentiali in
persona vostra toccandoli alquanto di questo particolare dicendo lor di più che hanno
havuto ardire di domandarci il grano in loco del orzo che non si ne trova al prezzo che si
vende l’orzo e se volessimo attendere all’insulti et querele et particulare che ad ogni hora ci
pervengono all’orecchie con molta nostra mala sodisfatione non fenisiamo mai di scriver.
Bastavi solo tutte le insolentie che si possino fare noi le reciviamo.....” 9) .
Nelle medesime “Reformationes”, viene riportata una Riunione Consiliare del 25
dicembre 1592 che si trascrive:
9)
Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione Registro di lettere dal 1587-1596 cc. 161 v. - 162 e 163.
“Havendo principalmente inteso quanto da detti Signori Priori ci è stato esposto
sopra il discorso fatto dal Signor Flaminio Delfino intorno alle paghe de’soldati, et al vitto
loro, et governo di lor cavalli; volendo Nostro Signore che le paghe suppliscano a detti
bisogni necessari et havendo poi ancora inteso, che non vi resta difficoltà alcuna, se non
nel distribuire, et consegnare l’orzo a detti soldati; poiché a quel che la Comunità lo
comprarà, somministrandolo poi, ne verrà a perdere circa vinti giulii per rubio. Però
havendo il tutto pensato et naturalmente considerato, et quanto si deve particolarmente
obedire a comandamenti de’Signori Superiori; ordinorno però et dicharorno che per
servizio di detti soldati li Signori Priori di eseguirne quanto loro parrà ne-cessario et a
proposito.”
I Signori Priori, quindi, ordinano “che l’orzo comprandosi a quel prezzo che si potrà,
si debba consegnare a’soldati a ragione di un paolo per mezzo staro alla Cornetana 10) .
Tutte queste notizie riguardano dunque la presenza di soldati e via via di cittadini
albanesi nella nostra città. Ora c’è da considerare che quelle famiglie vennero incorporate
nel nostro tessuto sociale con tutte le implicanze che tale presenza potè ingenerare. Difatti
un agglomerato di abitazioni nel terziere di S. Martino, noto in antico come il Terziere del
Poggio, viene tuttora riconosciuto con l’appellativo di “Zinghereria”: informazione che si
riscontra, la prima volta, nel Catasto Urbano dell’anno 1798 come “contrada di
Zinghereria” secondo un documento dell’Archivio Storico Comunale 11) .
Infatti chi avesse conoscenza dei costumi tradizionali del popolo albanese, sa che le
donne, in special modo, usano portar pantaloni di stoffa assai leggera, stretti alle caviglie,
con corpetto e cappello tipici delle zingare, adornati di piccole medaglie metalliche e
riccamente decorati di sgargianti ricami.
E poiché è consuetudine della gente immigrata conservare le proprie usanze e i
propri costumi, va da sè che costoro venissero definite zingare e, di conseguenza,
“zinghereria” il rione da loro abitato. Tutto questo è quanto si può testimoniare dalla
documentazione esistente e dalle tradizioni orali del nostro popolo.
Un’altra immigrazione di Albanesi nel Patrimonio di San Pietro si ebbe nel
Castrense, più precisamente nella frazione di Pianiano, nel Comune di Cellere di Castro,
paesino del viterbese a pochi chilometri da noi. Più volte mi sono recato in quel sito sia per
ricercar notizie, testimonianze, documenti, sia per fotografare certi aspetti ancor prima che
10)
Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione “Reformationes 1592-1596” cc. 74 r. e seguenti.
Archivio Storico del Comune di Tarquinia - collocazione serie “carte sciolte” catasto del 1798 assegna n. 92 del
21.5.1798.
11)
il modesto tessuto urbano venisse modificato da parte di chi, per esigenza di censo, va in
cerca di un pied-à-terre per gli ozi di fine settimana.
Se non che, seguendo un certo fiuto, sono arrivato alle porte di don Angelo Maria
Patrizi, parroco di Grotte di Castro, il quale mi ha fatto conoscere un manoscritto di
anonimo che si trova nell’archivio della Curia Vescovile di Acquapendente: manoscritto
che riporto integralmente per far conoscere meglio quali e quante peripezie dovettero
affrontare quegli Albanesi, prima di trovare un definitivo rifugio nello Stato della Chiesa. Il
manoscritto porta il seguente titolo “Il più succinto racconto della partenza e venuta delle
Famiglie Albanesi nello Stato di Castro, e dello stato in cui si ritrovano, di passaggio,
toccandosi semplicemente le cose più sostanziali”.
Ed ecco il testo:
“Attese le grandi angarie, ed invasioni, che alli Cristiani venivano fatte in tempo dei
tiranni Ciausci, allora Comandanti di Scutari, erano costretti i Cristiani a venire ad un’atto
di disperazione, cioè o di ammazzare qualcheduno di quei Tiranni, ed andare a rovina
famiglie, e Paesi intieri come succede a Reci; che alcuni furono abbruggiati vivi, come i
Dodosci; alcuni ammazzati, e negata la sepultura, fatti mangiare dai cani, come i Boce
Cola; altri fugiti e dispersi per avere ammazzato il Tiranno Jacub’Aga, che sino le Donne
chiedeva o rinegare la fede, o fugire in altri Domini.
Fatta di ciò una serie riflessione da molti Abitanti nella Riva di Bojana, come più di
tutti i saccheggiati, risolvettero di approfittarsi della terza, e però circa dieci Capi delle
principali Famiglie si portarono da Mons. Lazzaro Madagni Arcivescovo di Antivori, e con
gemiti raccontando lo stato miserabile, in cui si ritrovano i Cristiani in Albania, cercavano
consiglio ed indirizzo dal medesimo, mentre ad una delle tre suddette risoluzioni erano
costretti venire.
Non puoté il Prelato contenere le lacrime nell’udirli, giacché eragli già noto il tutto; e
sebbene dimostrasse difficile l’esito, gli consigliò, che meglio d’ogn’altro Dominio, al
Pontificio si rifugiassero: Consolati alquanto ritornarono al loro Paese, tanto più che dopo
qualche tempo dovevano a lui ritornare, con speranza, che qualche nuova gli avrebbe data.
Trovavasi allora in Ancona in compagnia de Mercanti Albanesi il di lui nipote
Antonio Remani con qualche piccola cosa del suo, a cui il Prelato scrisse, che anche per sua
parte, giacchè andava munito di sue comendatizie si portasse in Roma dal Sommo
Pontefice allora Regnante Benedetto XIV e manifestasse la risoluzione presa da molte
Famiglie, che desideravano dall’Albania fugirsene nel suo Stato. Assicurato dell’accoglienza
di esse dal Sommo Pontefice, e da Mons. Tesoriere, allora Perelli, e ricevuta anche qualche
mancia, tutto giubilante ritornò in Ancona e manifestò le promesse fattegli dalla S. Sede
all’Arcivescovo suo zio, quale comunicolle alli Ricorrenti.
Per più motivi tardò la partenza per lo spazio di quasi tre anni, che finalmente non
più quella gran quantità, ma sola circa 40 Famiglie in numero di 218 Persone di notte
tempo partirono il dì 9 Febbraio 1756, trovandosi del pari nel Bastimento per avere
abbandonato il tutto, anche quelli non poco possidenti.
Si tralascia chi, e quanti fossero, che cooperassero a questa partenza; si tralasciano i
gran pericoli, e strapazzi sofferti per il viaggio; arrivarono grazie a Dio in Ancona, dove per
mezzo del Marchese Trionfi furono dalla S. Sede assistiti, e mantenuti, niente avendo seco
condotto, se non piccola somma di denaro, chi s. 20; chi s. 50; chi s. 100; e chi s.. 300,
quali tutti consegnarono in mani di Antonio Remani per ridurli in Romani, che non più li
viddero.
Da Ancona, a spede della R.C.A. 12) furono trasportate nello Stato di Castro, dove fu
ad esse assegnato il diruto Castello di Pianiano, ed alcuni terreni macchiosi, acciò li
riducessero lavorativi, e con industria, e fatica, si mantenessero, avendo perciò ad ogn’una
assegnata Bestiami, ed attrezzi atti alla coltura. Ad Antonio Remani, come Capo della
condotta fu dalla R.C.A. assegnato sc. 8 al Mese, ed al di lui fratello D. Stefano come
interprete, e Direttore di quella Colonia sc. 9 al Mese.
Ma che? Per i strapazzi sofferti per la strada; per essere giunti in Canino, o sia
Pianiano nel Mese critico di Luglio, partiti da un’aria buona, per le grandi fatiche sofferte
nel smacchiare quelli terreni, che in breve da Boschi li ridussero tutti a coltura; per il
pessimo mantenimento, ed alloggio nelle Capanne, e Grotti, in breve ne morì la metà.
Attribuito tutto ciò all’aria pessima, e maggiormente impauriti dalli Celeresi,
sbigottiti di perire tutti in pochi giorni, risolvettero di abbandonare quel luogo, e però
umiliarono supplica al Sommo Pontefice Clemente XIII che l’avesse collocati in qualche
altro luogo di aria megliore, contentandosi anche del meno di quello l’aveva assegnati; ma
essendosi mutati i Ministri della R.C.A., ne avendo più quelli che per essi erano propensi,
furono messi in cattiva vista del Principe, dal quale ebbero il riscritto, che non aveva altri
luoghi a proposito; se volevano stare colì bene quidem, altrimenti andassero dove ad essi
più pareva, e piaceva.
12)
Reverenda Camera Apostolica. Tra i vari uffici della Curia Romana, quest’ufficio ha rivestito nel passato
un’importanza eccezionale, specialmente dal sec. XV al sec. XVIII, arrivando ad accentrare tutta l’attività temporale
della Sede Apostolica. L’ufficio assunse l’appellativo di Camera fin dal sec. XI. Dall’inizio l’ufficio era preposto alla
custodia e all’amministrazione del patrimonio della Chiesa Romana. Sulla fine del sec. XII la si trova già perfettamente
organizzata con funzioni amministrative e giudiziarie molto ampie che andarono sempre più allargandosi per opera dei
Pontefici. Nel Regolamento Gregoriano del 1831 essa perdette gran parte delle sue attribuzioni giudiziarie finché nel
1870 decadde del tutto.
Carteggiando Stefano Mida, uno della Colonia col Fratello Tenente Colonnello nel
Reggimento Macedone in Napoli, in oggi Capitan Mida insinuò alla Colonia, che quante
volte aveva risoluta di non stare in Pianiano, e non si dimostrasse ingrata al Supremo
Principe, ma avesse dal medesimo il permesso, il suo Re essendo portatissimo per la
Nazione Albanese, l’avrebbe collocata nel suo Regno; assicurata di ciò, risolvette di andare.
Vedendo prossimo il discisso della Colonia il Sacerdote Stefano Remani, prevedendo che
l’assegnamento delli sc. 9 mensui dopo la loro partenza gli sarebbe della R.C.A. che non
ostante il permesso ottenuto dal Prencipe, impedissero la loro partenza con levargli il tutto
e rendergli impotenti; come infatti per ordine di Mons. Tesoriere, allora Canali, di notte
tempo fu ad essi levato tutto il Bestiame, e poi il Grano e tutt’altro che avevano; cio non
ostante, la risoluzione era fatta, dovettero imbarcarsi, fuorchè Giovanni Sterbini, che
rimase nello Stato di Ronciglione; ma infra questo trattenimento arrivati a Napoli
trovorono il Re Carlo partito per Spagna, ed il presente sotto la tutela de Principi, i quali,
specialmente il Principe Camporeali, ed il Principe di S. Angelo Imperiali procurarono di
collocarli nei loro Feudi, ma l’Albanesi, non essendogli riuscito di stare immediatamente
sotto il Re, ricusarono di stare Feudatari; e fattosi qualche sospetto di qualche sinistro
successo risolvettero ritornare nello Stato Pontificio eccettuate circa 30 persone, che per
impotenza dovettero colà stare, e collocarsi nel Feudo del suddetto Principe di S. Angelo
Imperiali in Cesina di Puglia.
Dopo tre Mesi si ritrovarono nuovamente in Pianiano, ma che? li Terrazzani di
Cellere per godere solo i Beni di quella Comunità, annessa a quella di Cellere nell’anno
1732 (ai quali non pareva vera la partenza degli Albanesi) calunniarono li medesimi di
moltissimi insussistenti delitti presso i Ministri della R.C.A. che già con sinistri occhi
vedevano quella Nazione, ed anche per altri loro fini, mandarono lo sfratto da tutto lo Stato
Pontificio alli miserabili innocenti in termine di giorni dieci. Come gente incapace e
derelitta non sapevano dove andare, ne a chi ricorrere, se non al Patrocinio della S.
Congregazione di Propaganda Fide; come quella che protegge i Cristiani in tutte le parti del
Mondo, però alcuni Capi pigliorono la strada e si portarono in Roma, instruiti e
accompagnati con un Memoriale dal suddetto Stefano Remani, che in Roma stava, si
presentarono alla bona memoria del Cardinale Spinelli, Prefetto di quella S. Congregazione
da cui scopertasi l’odiosità de malevoli, e le false accuse, restarono nei piedi di prima,
miserabili però, e mendicanti.
Si credette dalli Ministri Camerali, che fossero decaduti dall’enfiteusi di quei Terreni
concedutegli già in perpetuo, e però impedirono a quelli della Colonia il coltivarli: in queste
circostanze di cose trovandosi in mezzo ad una strada, senza ricovero, senza aver modo di
potersi aiutare, la maggior parte invalida a procacciarsi il pane col lavoro alla giornata,
ricorsero alle caritatevoli viscere degli Vescovi di Acqupendente e di Montefiascone, e di
altre pie persone per qualche elemosina, ed in fine alcuni vennero in Roma, dove non
sapevano a chi spiegare le loro miserie per non sapere la lingua Italiana, se non al
Nazionale Sacerdote Stefano Remani, coll’indirizzo di cui ottenuta una elemosina dalla S.
Congregazione di Propaganda ritornarono dalli deplorabili loro Compagni.
Stava questo Sacerdote a dozzina con un Curiale, a cui raccontando il modo con cui
erano stati questi trattati, insinuò il Curiale al Remani che ricorressero alla S.
Congregazione di S. Ivo, che in tali circostanze l’avrebbe difesi. Fece il Sacerdote Stefano
Remani venire dalle Famiglie tutti quei documenti necessari, acciò questa S.
Congregazione avesse pigliato la loro difesa, ed assicuratosi di questa Protezione e difesa,
senza la loro saputa, o intesa alcuna si offerì di esso protegerli, e farli riavere dalla R.C.A.
tutto quello tolto gli aveva, cioè grano, Bestiame ed altro, che a più mille scudi ascendeva,
ed i terreni, con questo però, che essi Albanesi si obligassero di dare al Remani, ed alla di
lui Famiglia dodici some, che vengono a essere otto rubbia di terreno; senza risposta
alcuna, di quello concesso alle suddette Famiglie dalla R.C.A. e rubbia dieci di grano
annualmente in perpetuum. Quantunque si trovassero così strozzati dalle miserie, molti
furono contrari a fargli tal’obligo, alcuni però suoi Parenti, ed aderenti acconsentirono; per
comprenderli poi tutti ridusse l’obligo delle dieci rubbia di grano ad tempus, cioè per lo
spazio di anni cinquanta. Fu intrapresa la lite dalla S. Congregazione di S. Ivo 13) a favore
degli Albanesi, come spoglio violento fattosi dalli Ministri Camerali, ed agitatasi la Causa
dopo sei anni fu risoluto in Piena Camera ad. D. Ponentem pro Concordia etiam ex
Officio 14) . Tentò allora il Remani la riconferma dell’Obligo fattogli dagli Albanesi ancorché
non ottenessero il tutto, ma gli fu negata dalli medesimi. Si stimolava dalle Famiglie che
venisse alla stipolazione dell’Istromento di concordia, ma esso Remani sempre più tardava,
fiinalmente si scoprì che l’intoppo era che il Remani voleva essere conosciuto dalla R.C.A.
qual Principe, e per tale voleva essere ricompensato, facendo costare alla Santità Sua
felicemente Regnante Pio VI in tempo, che occupava il posto di Tesoriere con fedi in
generale ample, di persone degne di Fede, da interpretarle però diversamente da chi è
inteso di tutti i fatti, e spiegarle nelli loro veri significati, essere lui stato Principe in
Albania, e questi della Colonia essere stati suoi Feudatari; avere egli molto lasciato, e
13)
La Congregazione di S. Ivo era un’Associazione di avvocati che patrocinava presso il Tribunale della Camera
Apostolica.
14)
“ad Dominum Ponentem pro concordia etiam ex officio”.
Era una formula giuridica con la quale la causa veniva rimessa a colui che la proponeva allo scopo di giungere ad un
accordo. In caso contrario, la stessa poteva derimere la questione, dettando la sentenza.
perduto per avere qua condotta questa Colonia: avere egli, per obbedire alla R.C.A.
tralasciata la gran lite, che aveva con quelli Vescovi, e Preti d’Albania, che in caso diverso
l’avrebbe vinta, ed anche Vescovo sarebbe stato di quelle parti. Con documenti tutto questo
procurava approvare, che in realtà era falsissimo: Sicchè saputosi da uno la trama, che
faceva per ingannare il Principe, si credette obligato di significare per lettere tutto
l’inganno a Mons. Tesoriere ora Sommo Pontefice Pio VI, che per sincerarsi del fatto
ordinò a quell’Assessore Generale dello Stato di Castro, Girolamo Batifoli, che con ogni
segretezza, senza che penetrassero il fine, giudicialmente esaminasse tutti i Capi di quelle
Famiglie, ed extragiudicalmente li Sacerdoti.
Se quali Beni lasciasse la Famiglia Remani in Albania, e se utile, o disutile sia stata
per essa trovarsi in questo Stato: rilevò, aver lasciato la Famiglia Remani nella Villa di Bria,
sua nativa Patria, una Casa ben piccola a pian terreno; con una vigna di circa mezzo rubio
di terreno; altra piccola Casa in Scutari proda il fiume Bojana parimenti a pian terreno con
robba di pochissima considerazione; di modo che tutto il suo valsente mai, e poi mai
ascendere poteva a scudi 400. Oltre a questo aveva però lasciati dei debiti: essere vero, che
perdesse la lite, che messa aveva tra quelli Preti, Vescovo, ed Arcivescovo, non per obedire
la R.C.A. ma perché contraria glie la decise la S. Congregazione di Propaganda Fide, che
però si considera per una sorte per il sacerdote Remani godere della munificenza del
Principe sei scudi al Mese senza alcun peso, quando prima stava con tre scudi soli di
elemosina di Messe.
Passati tre anni già erano che il Remani alla stipolazione della Concordia con la
R.C.A. non veniva, perciò la Colonia fu costretta di deputare per loro Procuratore a
stipolare detto Istromento di Concordia Giovanni Sterbini, uno di essa Nazione, che
rilasciatosi il prezzo del grano, Bestiame, ed altro alla R.C.A. si ebbero semplicemente i
Terreni.
E’inesplicabile il furore, ed odio che concepì, e mantiene ancora contro tutti, ma in
modo speciale contro chi svelò la verità al Principe: che non essendogli riuscito ottenere
dalla R.C.A. quanto aveva tramato, con tutt’impeto si è voltato contro questi, e o che si
servisse della loro ignoranza, che non sapevano parlare in Italiano, non che capire i
termini, nell’Atto dell’Istromento, fossero realmente messe quelle condizioni dalle
Famiglie mai perintese, bensì cautelate dal Remani; o che fossero posticipatamente
aggiunte dal Notaro, deposto già per falsario provato in altri simili casi in Ischia,
s’obligarono le Famiglie dargli dieci rubbia di grano per lo spazio di cinquanta anni, oltre le
otto some di Terreno, quante volte con decreto autentico del Giudice il Remani avesse fatto
costare di avere ricuperato a sue proprie spese grano, Bestiami, Terreni alle Famiglie
Albanesi, le quali in quel caso a riguardo delle spese grandi, che doveva soccombere per
una tal lite ed in ricompenso delle spese fatte, e fatiche nel loro trasporto, si obligavano
dargli le dieci rubbia di grano, e terreno suddetto. Stando di continuo il Sacerdote Remani
in Roma gli è riuscito di appoggiare la sua difesa alla S. Congregazione di S. Ivo, dove che
le povere Famiglie derelitte d’ogni ajuto somministrarono quelle semplici relazioni del
fatto fuscamente spiegate dal Curiale Sig. Lorenzo Severini, che quasi per atto di carità e
compassione le difende già per lo spazio di venti anni.
E perché la forza delle ragioni del Remani è ridotta all’ultimo motivo, non per
inteso dalli medesimi dell’Obligo, per cui dicon dargli dieci rubbia infatti insussistente,
come già fu deposto da tutti i Capi di Famiglia avanti Battifogli Assessore Generale dello
Stato di Castro, mentre poco poteva spendere chi poco aveva, e per maggior prova della
pura verità, da essi deposta avanti quell’Assessore ricercata dal Principe, e per svelare la
realtà sono stati costretti di umiliare una supplica alla S. Congregazione di Propaganda
Fide, acciò il Remani non sparli del Principe con dire non averli fatto giustizia, e per la loro
giustificazione, acciò per mezzo di essa con tutta sincerità venga manifestata la pura verità
da quelli Vescovi d’Albania, e da altre persone degne di fede, se che robba, ed a quanto
poteva ascendere tutto il valsente del Remani, lasciato in quelle parti? Per loro
giustificazione, difesi, e per non restar soggetti ad avere una definitiva decisione Totale ad
essi contraria.
E’vero che la Famiglia Remani in persona di Antonio ha molto cooperato con
industria, fatiche, viaggi, strapazzi, pericoli, e con qualche cosa del proprio; è vero che
forse con quel poco si sarebbe avantaggiato nelli beni di fortuna, come hanno fatto molti
Cristiani, che colla pace goduta dopo la partenza di questa Colonia, si sono molto avanzati:
è vero, che il Sacerdote Stefano di lui fratello ha molto operato in di loro vantaggio, con
fare delle suppliche, con indirizzi, con insinuare ragioni alli Curiali di S. Ivo, con procurare
documenti, con difenderli dal principio da più calunnie ed imposture degli Celleresi.
E’vero però altresì che mai la Casa Remani da un Capitale, posto anche che arrivasse
a scudi 400 poteva avere l’entrata di scudi 17 mensuali, come le venivano somministrati
dalla R.C.A. e rimasto unico di quella famiglia il Sacerdote Stefano gli venga anche ora
somministrato l’assegnamento di scudi sei al Mese; è vero altresì che dalle Famiglie,
all’arrivo in Ancona, pigliò sopra scudi 1000: in tanti zecchini anche veneziani col pretesto
di barattarli in moneta Romana, facendo capire a quella gente ignorante, che in questo
Stato non correvano, è vero altresì che dalle Famiglie, all’arrivo in Ancona, pigliò sopra
scudi 1000: in tanti zecchini anche veneziani col pretesto di barattarli in moneta Romana,
facendo capire a quella gente ignorante, che in questo Stato non correvano, è vero altresì
che per più di quattr’anni percepì da quelle Famiglie alla ragione di dieci rubia di grano
annualmente fuorchè dalli Sterbini, come esso stesso attesta; è vero altresì che da quelli
poveretti per due anni percepì alla ragione di sopra scudi 200 l’anno fuorché dalla Casa
Miccheli; è vero altresì che gode le otto some di terreno, che non gli sarebbero competute;
è vero altresì che in tempo che dalla Clemenza del Sommo Pontefice Benedetto XIV veniva
in quei primi mesi della loro venuta somministrato a chi 10 ed a chi 5 Bajocchi a testa, ed il
Sacerdote Remani per qualunque minimo pretesto tratteneva ad essi l’elemosina, e se
l’appropriava con dipingerli ancora presso quel degno Cav.le Conte Niccolò Soderini, allora
affittuario Generale dello Stato di Castro, per sollevatori, inquieti e bricconi, acciò non li
prestasse orecchie, così credendo, riceveva elogio nella sua condotta, con farli anche
carcerare, volendo che neppure una spilla comprassero senza il consenso del medesimo
Remani, come fu nelle persone dei Cabasci, ed altri, noto a tutto Canino e Viterbo per
essere sino colà portati Carcerati. A tanto era arrivata l’avidità di commandare che anche
nella concessione delle terre fatta alle Famiglie, per articolo, e condizione, sotto pena di
caducità si dovesse obedire. E’ vero parimente che dal primo giorno sino al dì d’oggi, per
ordine della Sacra Congregazione del Buon Governo viene pagato da quella Comunità di
Cellere e Pianiano come Agente degli Albanesi quantunque da molti anni faccia da Agente
contrario. E che più puol, o deve pretendere da chi stenta il pane quotidiano? In qual
Cantone di profondità di miserie cerca collocarli? La fiducia loro è stata sempre, ed è, che
sit Deus in Israel, e Dio onnipotente illuminerà alla fine il cuore di qualche suo fedele, che
servirà di loro difesa.
Per tornare adunque da capo, ritornati da Napoli nuovamente a Pianiano, prima di
entrare a lavorare ogn’uno quelle terre concedutegli in Enfiteusi, passarono nove anni, e
non avendo avuto altro ajuto e soccorso, se non quella poca elemosina che si disse
miserabilissimamente camparono.
Al principio le terre, da macchie ridotte a coltura, rendevano gran frutto di grano,
granturco,
tabacco
e
tutt’altro,
ma
stracche,
costretti
a
seminarle
ogn’anno,
incominciarono a zoppicare; procurarono d’industriarsi colli lavori nel Piano dell’Abbadia,
terreni Camerali, non molto distanti da Pianiano, pagando i soliti terratici di rubbio per
rubbio alli Signori Stampa, Affittuari Generali di quello Stato di Castro, e di stendersi
anche con lavori non indifferenti; ma ciò fu peggio per essi, mentre atteso li più anni
continui di scarsa raccolta, specialmente quell’anno della siccità, che chi 60 rubbia aveva
seminato, non arrivò a raccogliere più di rubbia 90, e dovendo pagare i terratici,
imprestanze, e prezzi de Bovi, fattigli dalli Signori Stampa, rimasero coll’appalto in gran
debito, ne avendo modo di tirare avanti i lavori, furono costretti a dare alli Signori
Appaltatori quel bestiame e semente che in piedi avevano per allegerire e non scancellare il
debito che ancora glie ne resta a più di uno.
In quelli anni che le terre fruttavano, fecero dei gran progressi, con fare ogn’uno la
sua necessaria abitazione, con piantare viti ed altro, che in verità i Paesi vicini si
maravigliavano; ora che non solo per le critiche stagioni ma anche per la tenuità del
terreno che sono costretti a seminarlo del continuo, pochissimo di frutto percepiscono, e
però sono obligati a piuttosto retrocedere che andare avanti.
Si disse che all’arrivo in Pianiano dall’Albania in pochi anni ne morì la metà, altri 30
ne rimasero nel Regno di Napoli, sicché di 218 si ridussero ad un centinaro di persone,
qual numero in circa ancora si mantiene. E non è che divenga da quell’aria pessima, come
si dipinge communemente ma da altri motivi più che veri.
Primieramente si deve riflettere che sebbene tutti del pari si trovassero miserabili in
queste parti non però così erano in Albania; e quelli nati bene, avendo sempre quella
massima di vivere con quella maggior riputazione che si puole, non volevano pigliar Moglie
se prima non erano assicurati di aver dove e con che mantener esse e loro Figli, non avessi
a stare alla zincaresca (vedi nota 11) nelle Capanne, e grotti, come quà al principio stavano;
ardua cosa ad essi pareva doverli vedere raminghi e mendicanti per le strade, però per lo
spazio di nove anni, che stiedero come Augelli alle frasche, aspettando la risoluzione di
entrare in possesso dei terreni concessegli come sopra, niuno era sicuro di stare in
Pianiano, ne alcuno procurò di accasarsi sull’incertezza del suo soggiorno.
Passati i nove anni, ed entrato ognuno a seminare nel terreno assegnatoli, da tutti si
procurò prima d’ogni cosa, l’Abitazione, che a poco l’anno la condussero a fine; si aggiunge
che di Femine Nazionali si scarseggiava assai, e pigliare per Moglie di diversa Nazione
dimostravano incredibile contrarietà, senza Medico, senza Chirurgo, senza modo di
ajutarsi nelle malattie, morire potevano, ma non crescere.
E questo era il motivo per cui non si vedevano i Ragazzi, e non che l’inghiottisse quel
luogo; ne è così adesso, avendo già data per rotta alla difficoltà di pigliare l’Italiane per la
mancanza delle Nazionali.
Al principio l’aria di Pianiano certissimamente era pessima per essere stato un
Castello diruto, abbandonato, offuscato da spini, e robaccia di tutte quelle macerie di mura
cadute, ed abitato animali immondi e velenosi, circondato e sepolto da tutte le parti delle
Macchie, quali ora essendo state levate, e rimasta solo una a riparo di Scirocco, resta luogo
sollevato e scoperto; levate le macerie e ripulito il paese, lontano da fossi e luoghi
acquastrini, e specialmente essendo stata asciuttata la palude, detto il Paglieto nel Piano
dell’Abbadia, non molto distante da Pianiano per ordine del Sommo Pontefice felicemente
regnante Pio VI l’aria non è ora peggiore degl’altri Paesi vicini; niente differente, anzi
effettivamente megliore di quella di Canino, Tessennano ed Arlena, ne altro male ha se non
il piccolo numero degli Abitanti e la mancanza dell’assistenza de Professori che non vi sono
se non una volta la settimana, dovrebbero venire da Cellere, che quasi mai si vedono.
Delli venuti adulti da Albania sono rimasti pochi essendo l’altri quà cresciuti; non
pare però che questi si assomigliano a quelli; altre massime, altre serie riflessioni avevano
li primi, e questo n’è divenuto forse, perché morti i vecchi senza che questi fossero
cresciuti, ed imbevuti delle loro vestigie ed insegnamenti; e per essere anche rimasti pochi
hanno cominciato ad infrascare il procedere Albanese coll’Italiano uno quasi tralasciato, e
l’altro non intrapreso.
Il procedere di questa Nazione, è un procedere da veri Cristiani, e senza dir’altro per
la loro giustificazione abbasti sapere che trentadue anni sono che in Pianiano si trovano, ed
in questo fra tempo non trovasi nel Tribunale laico di Valentano, ne nel Tribunale
Ecclesiastico d’Acquapendente, sotto quali Tribunali stanno un processo formato contro
un’Albanese, e che possa servire di rimprovero per la Nazione.
E’certo, che si osserva anche negli animali che, anche di specie innocente che sia,
infrascandosi un’estero nella loro Compagnia, anche dell’istessa specie, non è riguardato
egualmente che li Compagni, ma or’da uno, or’da un altro viene urtato, così non fa tanta
specie se l’Albanesi gente estera, gente ignorante, gente incapace, gente povera, gente
idiota, gente senza particolar protezzione sia stata così fieramente urtata specialmente dalli
Celleresi che hanno sempre procurato mandarli per aria per il timore che un giorno o
l’altro non avessero che separare la Comunità di Pianiano da quella di Celleri, come era
prima del 1732, ed un dì fossero per privare l’entrata della Comunità di Pianiano alli
Comunisti di Celleri, ma sopra tutto deve far specie che un Nazionale, un Individuo, quale
è il Sacerdote Stefano Remani, unito alli Celleresi abbia procurato e procuri la total rovina
di questi poveretti che se il timore della protezzione dell’E.mo Pallotta in tempo del suo
Tesorierato non gli avesse raffrenati, al niente a quest’ora averebbero ridotti li poveri
Albanesi, uno coll’altri uniti, ed infieriti contro li medesimi.
Se non fossero stati ben’intesi di tutti questi fatti quelli che stanno in Albania,
certamente forse si sarebbero risoluti e messi in azzardo, e sarebbero in gran quantità di
persone quà venuti fra loro Nazionali, e Parenti, avendo questi lasciato colà chi il Padre, e
chi la Madre, chi li Fratelli, e chi le Sorelle, chi i Nipoti, e chi anche li Figli, e Figlie.
Per questi sarebbe stata una indicibil consolazione, e quelli si sarebbero esentati da
ogni pericolo, e disturbo de Turchi.”
In tempi più recenti, un certo dott. Andrea Donati curò la stampa di un opuscolo dal
titolo “Pianiano, una colonia albanese nel Lazio 15) dove fra l’altro vi si legge ancora:
“Divisi e dispersi gli Albanesi, dopo la morte dell’indigete eroe Giorgio Castriota
Scanderbeg, l’invitto condottiero che verso la metà del XV secolo aveva tentato riunire
tutte le genti della sua razza nella comune difesa contro l’Islam, avevano sempre guardato
all’Italia. L’immigrazione albanese in Pianiano è un commovente episodio della lunga via
crucis di quel popolo valoroso e disgraziato, costretto dalla oppressione turca ad andare
ramingo se volle conservare la libertà e la fede cattolica.... (omissis) Onde può tornare
interessante richiamare a mente date e particolari di quella storica vicenda sulla scorta di
un diligente studio che già fece la prof.ssa Amalia Granelli “Pianiano - una colonia albanese
nello Stato Pontificio”, Roma 1913, in occasione della sua tesi di laurea.”
Di questa tesi se ne è persa ogni memoria a causa del gran tempo trascorso da
quell’epoca e dall’uso invalso presso le Università di distruggere, dopo un certo numero di
anni, le tesi che i laureandi presentano alla discussione con i propri docenti.
Nell’opuscolo accennato c’è un’altra notizia secondo la quale “il conte Niccolò
Soderini 16) , fatto riparare l’abitato, li metteva in possesso di tre appezzamenti di terreno Banditella, Sterpaglie e Cerqueto - in tutto una estensione di 114 rubbia (circa 200 ettari) e
forniva loro 32 vacche di razza, 21 paia di buoi aratori, 74 accette, 70 roncole, 70 zapponi,
128 zappe.”
E seguita: “Ecco, al completo, i cognomi ricorrenti nelle famiglie albanesi arrivate a
Canino: Cabasci, Calmet, Carucci, Cola, Collizsi, Covacci, D’Antonio, Di Marco, Di Pietro,
Ghega, Gini, Gioca, Halla, Lescagni, Locorezsi, Micheli, Mida, Milani, Natali, Paci, Preca,
Remani, Sterbini, Zadrima”.
E conclude “Della stirpe, delle usanze, dei cognomi albanesi è scomparsa in
Pianiano ogni traccia; invano si cercherebbe nel dialetto, nelle canzoni di Pianiano,
qualche cosa che ricordi la provenienza albanese. Non è proprio rimasto nulla? Il nome ad
una via - La via degli Albanesi - che è poi l’unica che girà attorno alla Chiesa, e una sacra
icone di Madonna - La Madonna degli Albanesi - rozzamente scolpita nel legno di color
scuro, come tutte le Madonne bizantine, che gli Albanesi costumavano portare
gelosamente con sè quando abbandonavano il suolo della patria.”
15)
dott. Andrea Donati - “Pianiano una colonia albanese nel Lazio. “Scuola Tipografica don Luigi Guanella; S.
Giuseppe al Trionfale, Roma - 1933 A.XI”
16)
Magistrato e Gonfaloniere della Città di Corneto. A lui appartenne il Palazzo Vitelleschi che fu registrato come
Palazzo Soderini. Ebbe in concessione di affitto dallo Stato della Chiesa, tutto il territorio del Ducato di Castro,
Pianiano compreso. Il pittore Pompeo Batoni lo ritrasse in un celebre quadro, ora nella Galleria del Palazzo Barberini in
Roma.
Di questa icona non c’è più traccia: solamente una tela 17) che si riproduce in questo
scritto e un fonte battesimale 18) di origine medievale, perciò preesistente alla loro diaspora.
Niente di più.
C’è un altro documento, sempre nell’Archivio Vescovile di Acquapendente sullo
“Stato delle anime della Parrocchia di S. Sigismondo martire nel Castello di Pianiano
approvato a Cellere, Delegazione di Viterbo, Governo di Toscanella, Diocesi di
Acquapendente, fatta nella S. Visita dell’anno 1845.
Numero delle anime di ciascuna famiglia:
1°) Sig. Cristofani Santa da Tessennano, vedova del fu Stefano Mida del fu Vincenzo, e
Vincenzo suo figlio.
2°) Sig. Ottoni Domenica da Cellere, vedova del fu Giovanni Micheli, di Filippo figlio, di
Francesca di Canino, moglie di Filippo, Francesco altro figlio, Simone figlio del fu Simone,
nipote.
3°) Panichelli Giacomo del fu Domenico della Serra S. Quirico, Diocesi di Camerino,
Vittoria di lui figlia, Rosa di lui nepote del defunto Natale Ciribillini.
4°) Nicola Codelli del fu Gio:Antonio
Caterina da Canino di lui moglie, Domenico Codelli del fu Gio: Antonio, fratello, Cecilia
vedova del fu Marcoaldi da Viterbo di lui moglie, Paolo di lui figlio, Gio: Antonio altro di
lui figlio, Giuseppe da Canino del fu Marcoaldi di lei figlio.
5°) Sonni Nicola del fu Giuseppe, Teresa da Orbetello di lui moglie, Costanza di loro figlia,
Santa altra di loro figlia.
6°) Pacifico Marziali del fu Giuseppe da Gualdo Diocesi di Macerata, Rosa del fu Carlo
Attilj da Cellere di lui moglie, Domenica di loro figlia, Giuseppe di loro figlio, Carolina di
loro figlia.”
Segue questa Osservazione:
“La Colonia Albanese, che fu qui mandata dalla S.M. di Benedetto XIV nel 1758 era
composta di anime 212, che per insalubrità dell’aria sono periti tutti, e diminuito il
Castello, come al presente stato, benché sempre accresciuto da altri forestieri che vi si
fermavono.
Le vere famiglie albanesi, cioè oriunde dall’Albania, sono Mida, Micheli, Codelli.”
*************
17)
18)
Tela dipinta che si trova attualmente all’interno della chiesetta di Pianiano (foto dell’ing. Adrio Adami).
Fonte battesimale all’interno della chiesetta di Pianiano (foto dell’ing. Adrio Adami).
Termina qui questa mia ricerca e questo mio scritto che dedico alla memoria
dell’amico e maestro Giuseppe Schirò.
Bruno Blasi
MATILDE DI CANOSSA
una donna per la storia e nella storia.
(1046 - 1115)
Quel torrione rotondo, alto più di 30 metri, con robusti mensoloni sporgenti, che
taglia ed isola con la sua doppia porta la zona di “Castello”, a Tarquinia, è a tutti noto come
“il torrione della contessa Matilde.
In realtà la solenne ed austera costruzione non ha mai avuto l’opportunità di essere
visitata da Matilde di Canossa, per il semplice fatto che la contessa è vissuta nell’XI secolo e
la fortificazione è del secolo XV... Le date parlano da sole!
Invano noi oggi cerchiamo tra i tanti palazzi medievali di Tarquinia quello che le è
appartenuto; purtroppo la sua posizione ci è sconosciuta, anche se sappiamo che
sicuramente doveva esistere. Secondo il Traversi il “Palatio intus Castellum” della Contessa
doveva trovarsi nella zona, che ancora oggi viene indicata come “castello”, ossia in
quell’insieme di edifici che gravitano intorno a S. Maria in Castello.
Ma chi è stata Matilde di Canossa e quale ruolo ha avuto nel suo tempo?
La storia fortunatamente è ricca di notizie nei suoi riguardi. E’figlia di Beatrice di
Lorena e del marchese Bonifacio di Toscana, Conte di Canossa, il più importante
feudatario italiano del tempo, tanto ricco da infastidire lo stesso imperatore Enrico III il
Nero.
Quando Bonifacio sarà ucciso (1052) durante una partita di caccia, la vedova
sposerà Goffredo il Barbuto, duca dell’Alta e Bassa Lorena e anche lui rivale e nemico
dell’imperatore.
Enrico III cerca di combatterlo in tutti i modi e giunge a portare come ostaggi in
Germania tanto Beatrice che Matilde. Dopo poco, però, muore (1059) e la vedova, Agnese,
riesce con l’aiuto di Ildebrando di Soana (il futuro Gregorio VII) a riappacificarsi con
Goffredo il Barbuto. Matilde assiste a tutte queste lotte e tempra il suo carattere.
Nel 1069 si unisce in matrimonio con il fratellastro, Goffredo il Gobbo della Bassa
Lorena. L’unione non durerà a lungo e il marito, ritornato in Lorena, diventerà, per motivi
d’interesse, suo acerrimo nemico e cercherà di intrralciarla fino alla morte, avvenuta nel
1076.
Subito dopo questa esperienza, Matilde per qualche tempo condurrà vita monastica.
E’per questo motivo che “.... la contessa Matilda, come si vede da un istrumento cavato dal
Registro dell’Abbatia di Farfa, nel 1080 resedesse come Superiora in Corneto... con le
facultà Ponteficie” (Polidori pag. 33); e facesse un placito per decidere la lite per una chiesa
“.... a favore di Berardo Abbate di Farfa, parimenti in Corneto, in palacio intus Castellum,
quod nominatur Civitas de Corgnito”. (Campanari).
Dopo la morte dei suoi fratelli Bonifacio, Federico e Beatrice, resta unica erede di
tutti i territori del padre, diventando così la feudataria più potente di tutta l’Italia. Le sue
terre si estendono dalla Liguria alla Maremma (Corneto), da Arezzo a Cremona, da
Bergamo alle colline mantovane; ha inoltre i possedimenti materni in Lorena.
Come il padre, è favorevole alla Chiesa ed è sempre pronta a scendere in campo a
fianco del Pontefice.
Ha un carattere forte, energico e non esita a intraprendere guerre con il suo esercito
(lo fa per la prima volta, appena diciannovenne, combattendo per il Papa contro i
Normanni). Per il suo tempo ha una notevole cultura; parla infatti l’italiano, il tedesco e il
francese e conosce bene il latino.
E’un miscuglio di umiltà e di fierezza, di durezze e d’intelligenza; “ha l’astuzia di un
serpente e la semplicità di una colomba” (Donizone). Si racconta che portava speroni d’oro
per andare a cavallo e che voleva essere trattata come una regina (le miniature del codice
Vaticano, che la raffigurano in trono, ne fanno fede), nello stesso tempo, però, si presenta
modesta e umile nei riguardi della Chiesa.
La sua religiosità traspare anche dal suo modo di firmare: “Mathilda Dei gratia si
quid est” (Matilde, che se è qualcosa, lo è per grazia di Dio).
E’ convinta che il suo potere provenga da Dio e non dall’imperatore e così è sempre
sinceramente e profondamente fedele al Papa. Questa sua fedeltà la dimostra in uno dei
momenti più difficili per il Pontefice Gregorio VII.
Sul trono imperiale è salito Enrico IV, giovane superbo, cresciuto ed educato nel
disprezzo di qualsiasi autorità che non sia la sua. Tra il giovane imperatore e il vecchio
Papa, difensore della Teocrazia, lo scontro è inevitabile: inizia quella che da noi posteri
sarà conosciutà come “Lotta per le investiture”.
Gregorio, nel “Dictatus papae”, espone con vigore la dottrina teocratica: la Chiesa di
Roma ha la supremazia sulle altre chiese ed anche sull’Impero. L’imperatore può essere
nominato o deposto dal Papa.
La minaccia di scomunica pende su Enrico IV, il quale però, per non venir meno alla
sua protervia, seguita a concedere investiture dietro compenso. Non contento di ciò, poi a
Worms indice una Dieta, alla quale partecipano ecclesiastici e nobili nemici del Papa.
Gregorio VII viene giudicato; molte sono le accuse che gli vengono mosse; alcune
riguardano i suoi rapporti con la potente contessa di Canossa.
Dalla Dieta viene dichiarato usurpatore e decaduto dalla sua carica!
Gregorio risponde a questa provocazione, scomunicando nel modo più solenne
Enrico. Il tutto avviene al cospetto dell’imperatrice Agnese (madre di Enrico IV) e di
Matilde. E’il caso di ricordare che un monarca scomunicato, oltre alle ripercussioni
spirituali, subisce anche le ripercussioni politiche dell’anatema, in quanto i suoi sudditi,
feudatari in testa, sono sciolti per esso dal giuramento di fedeltà verso di lui. E’proprio
questo che preoccupa maggiormente Enrico, dato che i suoi feudatari non sono molto
legati alla sua persona e la scomunica offre loro una valida giustificazione per un’eventuale
rivolta contro di lui. E l’ultimatum dei principi nei confronti di Enrico non si fa attendere:
da Tribur sul Reno (1076) gli fanno sapere infatti che sono pronti ad eleggere un nuovo
imperatore, se entro un anno non riuscirà mai a farsi revocare la condanna dal Papa. Ad
Enrico non resta altra scelta che vestire i panni da penitente e valicare le Alpi per andare
da Gregorio VII.
Anche il Papa però è in viaggio, dovendo recarsi in Germania per intervenire ad una
Dieta, che si terrà il 2 febbraio. Per nessuno dei due questo viaggio è facile: Gregorio è
vecchio e malfermo in salute; Enrico, fremente di orgoglio calpestato, deve andare ad
umiliarsi!
Quando giunge notizia dell’arrivo in Italia dell’Imperatore, il Pontefice, su consiglio
dei suoi accompagnatori, si rifugia nel Castello di Canossa, dove Matilde è pronta ad
ospitarlo con il suo seguito. La rocca, circondata da tre cinte murarie, si erge in una
posizione inaccessibile ed è giudicata quindi molto sicura.
Tutti sono in attesa di qualcosa.
La mattina del 25 gennaio 1077 un pellegrino scalzo, affamato e affaticato bussa al
portone della rocca: è Enrico IV, che finalmente ha terminato il suo penoso viaggio.
E’giunto a Canossa e spera che la cugina Matilde interceda per lui presso il Pontefice. Per
tre giorni e tre notti però resta al freddo, nella neve, sperando invano che il ponte levatoio
si abbassi per lui...
Il Papa non si lascia commuovere; grande è stata l’offesa che l’imperatore gli ha
recato e grande deve essere la punizione!
Alla fine le preghiere di Matilde, di Adelaide di Susa (suocera di Enrico) e di Ugo di
Cluny riescono a commuoverlo ed il penitente può varcare il portone del castello. Prostrato
ai piedi di Gregorio, Matilde ed Ugo, l’imperatore chiede perdono ed è pronto a fare
qualsiasi promessa al Pontefice, anche quella di cooperare con lui!
Apparentemente sembra che il potere spirituale sottometta quello temporale, il
quale promette di rispettarne l’autorità.
Enrico ha simulato umiltà e pentimento, ma ha riconquistato il titolo imperiale.
Gregorio ha compreso tutto quanto, ma in qualità di capo della Chiesa ha dovuto
raccogliere in essa il penitente.
Nessuno di coloro che assistono alla riappacificazione si illude troppo sull’esito di
questo incontro....
Puntualmente infatti la lotta riprende e Matilde, ancora una volta, è pronta ad
intervenire in favore della Chiesa. Nel 1081, infatti, quando tre anni dopo si riprende a
combattere, si impegna strenuamente contro Enrico senza riuscire, però, a fermarlo; anzi,
Enrico, in un placito tenutosi a Lucca sempre nell’81, la depone e la bandisce dall’impero
come “rea di lesa maestà”. Tutto sembra perduto, però Matilde ha sempre qualche risorsa,
e la ritroviamo nel 1082, quando l’imperatore si rivolta nuovamente contro Gregorio VII,
disposta, per aiutare finanziariamente il Pontefice, a fondere tutti i tesori della Chiesa di
Canossa. Non c’è però niente da fare, Enrico non esaurisce il suo odio e ritorna nel 1083 e
nel 1084 ad attaccare Roma. Per il Papa unico scampo è Castel Sant’Angelo. Da qui assiste
alla disperata difesa che i suoi soldati e quelli di Matilde oppongono all’esercito imperiale.
Durante questa lotta viene ferito in modo grave anche Goffredo di Buglione, il
futuro eroe della prima Crociata, che milita nell’esercito di Enrico.
Sono anni duri, in cui Matilde deve stare continuamente sulla difensiva.
Dopo la morte di Gregorio VII, nel 1085, riesce a vincere una difficilissima battaglia
a Sorbaia contro l’esercito dei fautori dell’imperatore.
Questa vittoria la pone nuovamente come degna antagonista di Enrico IV.
La sua obbedienza al nuovo Pontefice Urbano II si manifesta quando nel 1089
sposa, a quarantrè anni, il diciassettenne Guelfo V di Baviera, appartenente anche lui ad
una famiglia rivale di quella imperiale.
E’inutile dire che anche questo matrimonio non è felice e non ha eredi.
La sua lotta contro Enrico IV prosegue con l’appoggio dato a Corrado IV, figlio
ribelle dell’imperatore, senza ottenere però i risultati sperati dato che è Corrado ad essere
sconfitto.
Per raggiungere il suo scopo adotta allora un potente feudatario toscano, Guido II
Guerra, il quale combatte per lei, forse sperando nell’eredità, i partigiani toscani
dell’imperatore, capeggiati dai conti Alberti.
Niente e nessuno riesce a far riappacificare Matilde ed Enrico IV: i due fieri cugini si
combattono fino alla morte. Il primo a fare il grande passo è Enrico (1106) il quale lascia al
successore Enrico V il compito di proseguire la lotta. I tempi però stanno cambiando: tanto
l’imperatore che il Papa cercano un modo per giungere ad un compromesso, coinvolgendo
suo malgrado, in questa atmosfera di distensione, anche la forte Contessa. Quando Enrico
V scende in Italia nel 1111, per farsi incoronare imperatore dal Pontefice, alla cerimonia
parteciperà anche un rappresentante di Matilde.
Gli ultimi anni dell’irriducibile Contessa seguitano ad essere costellati di lotte per il
dominio sulle città più ribelli, ma invano cerca di contrastare la nascente realtà comunale.
Alla sua morte (24 luglio 1115) nessuno riesce a sostituirla in questo suo intento. I suoi
feudi, lasciati tutti alla Chiesa, anche quelli che di diritto sarebbero dovuti ritornare
all’imperatore, sono fonte di nuove controversie tra l’Impero e il Papato. Né l’uno né l’altro,
però ha modo di goderli, in quanto, poco alla volta, si disperdono, andando ad
incrementare i territori dei feudi minori o dei comuni della Toscana e dell’Emilia.
Nel 1632 i resti di Matilde sono translati in San Pietro in una tomba che si adorna di
un monumento funebre ideato da G.L. Bernini ed eseguito dal fratello Luigi e da A. Bolgi.
E’il riconoscimento postumo ad una vita spesa al servizio della Chiesa. L’epitaffio suona
così:
URBANUS VIII. PONT. MAX. COMITISSAE MATHILDI
VIRILIS ANIMI FOEMINAE SEDI APOSTOLICAE PROPUGNATRICI
PIETATE INSIGNI LIBERALITATE CELEBERRIMAE
HUC EX MANTUANO SANCTI BENEDICTI COENOBIO
TRASLATIS OSSIBUS GRATUS AETERNAE LAUDIS PROMERITUM
MON. POS. AN. MDCXXXV.
Si sarebbe mai potuto immaginare una vita così intensa di avvenimenti per una
donna dell’XI secolo?
Matilde è stata veramente una protagonista del suo tempo e questo spiega perché il
suo ricordo viva ancora tra noi anche si gli avvenimenti narrati interessarono solo
margilamente la nostra Corneto.
Se si seguiterà dunque ad indicare il torrione come “della Contessa Matilde” sarà
perché il sentimento ha la meglio sull’arida ragione.
Lilia Grazia Tiberi
FONTI
V. Vandano - Gregorio VII A. Mondadori Editore
M. Polidori - Croniche di Corneto - Ed. S.T.A.S. 1977
S. Campanari - Tuscania e i suoi monumenti - Montefiascone
Donizone - Vita di Matilde di Canossa - Jaca Book
G.C. Traversi - Tarquinia - Com. di Tarquinia G.A.R.
Montanelli - Gervaso - Storia d’Italia B.U.R.
Gregoriovius - Storia di Roma nel Medioevo - Ed. Colosseum
P.D.Ori - G. Enrich - Matilde di Canossa - Ed. Rusconi
UN CENTENARIO DIMENTICATO
Al di là della simpatia o della stima che si può nutrire nei confronti di un uomo del
passato che si è distinto, nella storia di un paese, per certi atteggiamenti che hanno giovato
alla collettività, non si può e non si deve dimenticare, anche per un senso di rispettoso
omaggio, chi ha guidato la nostra cittadina in un momento di passaggio fra la dominazione
pontificia e quella civile che in una lapide all’interno della Chiesa dell’Addolorata viene
definito “temporibus difficillimis”. Nell’anno infatti 1988 è venuto a cadere il primo
centenario della morte del cavaliere Luigi Dasti che fu il primo sindaco di Corneto subito
dopo la presa di Roma da parte delle truppe piemontesi, nel 1870.
Ci si sarebbe aspettato almeno che da parte della pubblica Amministrazione questo
centenario fosse se non solennemente, almeno ricordato con una qualche manifestazione,
anche di tono dimesso, affinché tutti i cittadini, grandi e piccoli, nelle campagne e nelle
scuole, fossero resi consapevoli chi fosse stato e che cosa avesse fatto questo nostro
concittadino a favore del comune di Corneto.
Siccome esiste, qua e là, solo qualche breve corrispondenza pubblica durante la sua
carica di primo cittadino - quella privata che avemmo occasione di sfogliare, molto tempo
fa, nell’archivio comunale non esiste più a causa di chissà quale accidente - abbiamo
ritenuto opportuno affidare questa commemorazione centenaria a un opuscolo, pubblicato
nel 1894 da un certo estensore che, secondo il nostro modesto punto di vista, ha peccato di
qualche esagerazione nel presentare l’uomo dal lato artistico e amministrativo. Per cui non
disponendo oggi di documentazione e di motivi critici che ne inquadrassero meglio la
figura, diamo pubblicazione di questa monografia, se non altro perché resti nella memoria
di noi tutti, accanto al nome, anche qualche merito che non fosse legato alla sua attività
teatrale e a quella di storico letterario che il tempo, il gusto, lo stile hanno del tutto e ben a
ragione accantonato proprio per deficienza d’ispirazione e d’inventiva artistica.
Solo ci auguriamo, da questo nostro accenno, che l’Amministrazione Comunale
senta il dovere morale non si dice di una solenne manifestazione, ma di curare quell’angolo
del nostro cimitero dove sono sepolte -e, diciamolo pure, con alquanto disinteresse - le
ossa di tutti i membri della famiglia Dasti.
B.B.
BIOGRAFIA DELL’ILLUSTRE
CAV. LUIGI DASTI
La ristampa di alcune Opere in Civitavecchia del chiarissimo cav. Luigi D’Asti, del
quale mi onoro essere stato amico dal 1874 in poi, mi determinarono a pubblicare la sua
biografia, perché esibendovi la conoscenza intima della mente sua elevata, in concordia
con una vita di quelli italiani, che l’illustre Massimo D’Azeglio augurò al nostro paese
amatissimo, sia di decoro alla città sua nativa e di esempio profittevole a molte
Amministrazioni Comunali, a base disinteressata di idee pratiche, esatte e di fatti e risultati
serii, indiscutibili oggi in cui, più che mai se ne sente, da tanti anni, in Italia la necessità
urgentissima riparatrice, da queste idee e fatti dipendono la sicurezza ed il grande avvenire
di una Nazione, che ha origine classica, ammirata pel suo diritto, pel suo valore, pe’suoi
monumenti, per la sua Letteratura e per la Storia delle Arti sue belle, alla pari della sua
natura; i veri coefficienti, o per lo meno i precipui, della prodigiosa Unità sua.
Ed il nostro modello d’idee esatte e di successi esatti e completi, da giovan riescì ad
essere Letterato simpatico ed applaudito - da vecchio Sindaco dal 1871 al 1886 circa,
utilissimo fin presso al prodigio; e prima di lasciare il posto e mandato che egli si era
imposto, ad altro, fu Storico ed Archeologo della città sua antichissima, sopra ogni altro
erudito, chiaro, sincero.
E come i Savj dell’antichità, la forza degli Stati desumevano dall’Olimpo; ed il
Partenone prima, il Campidoglio poi, stanno per addimostrare la direttiva loro fede e
prevalente riconoscenza. Così noi alla attuale città mite e gentile, augurando tempi molto
migliori, fra la natura graziosa e la sua storia della più dotta fra le XII Lucomonie
dell’Etruria antica, la affermiamo fatta importante e sacra dal nostro D’Asti, per i trionfi
esatti e pacifici della Scienza, che in connubio con la Fede ci tenga dritto lo sguardo
dell’intelletto verso l’imperio costante di quell’Ente Supremo, che niuno che in lui confida,
confonde, ma migliora e conforta a credere come l’amico nostro fortemente credeva fra i
sconforti continui della ragione superba dei figli leggeri e meschini d’Eva.
Lo scrittore applaudito della Capanna del Vaccaro; lo storico dottissimo di
Tarquinia che la fa rimontare agli Oschi e Pelasgi, e propriamente dagli Etruschi destinata
agli studi, vi nacque nel 1°giorno di Ottobre del 1810, quando l’agiata sua famiglia era già,
da tempo ascritta fra le Patrizie, secondo mi assicurò il Conte G. Mariani, diligente
conservatore di memorie della sua Corneto; e vi nacque nella contrada della Concordia,
della quale fu poi sempre accorto e felice campione. Nacque primogenito, del
Commendatore Giuseppe, Direttore provinciale di Polizia e della signora Marianna Pacetti,
secondo un quadro di autore, bellissima, che in Roma conserva l’unica superstite Teresa,
figlia loro.
Dopo di lui nacquero Giovanni, maestro assai riputato del Concerto
Municipale, il Canonico D. Lorenzo, l’Ingegniere Pietro, morto a Fermo e Francesco
Architetto di grande valore, che ricostruì la Chiesa Cattedrale ed eresse un Ricovero, dalla
liberalità caritatevole del Cardinale Quaglia destinato per la vecchiezza dei poverelli,
presso lo Spedale Comunale di Corneto Tarquinia.
Con Precettori e metodi egregi fece i suoi studi per 10 anni nell’accreditatissimo
Seminario di Montefiascone, che fornì la Società di molti dotti; e ne’giorni nostri formò la
bella fama di due valorosi Provveditori di studi - amici miei - i signori cav. Rebecchini
Benedetto e Giuseppe Maria Bustelli.
Di lassù uscito prima del 1830, fu impiegato presso il padre, con il quale si trovò in
Forlì, quando nel 1831 vi scoppiò la rivoluzione, repressa da’ Francesi in Ancona, dagli
Austriaci nelle Romagne.
Fervido cultore di letteratura, mentre si agitava la lotta gagliarda fra classici e
romantici, inclinato a concordia ecclesiastica, sì civile, che letteraria, scrisse La Capanna
del vaccaro che gli guadagnò il plauso universale nel suo 25† anno di età, per moralità la
più perfetta, per originalità di casi e di intreccio e per caratteri e costumi dei nostri Nonni,
per lingua purgata, per spontanea bellezza di stile quando lo scrivere così non era tanto
comune siccome oggidì, per la facilità giornalistica, unico pregio che si deve consentire fra
ottimi scrittori, e pessimi condensatori nel vuoto del Caos.
E qui mi occorre parlare di qualche profonda convinzione del nostro amico
carissimo; allora quando si parlava del suo felice romanzo primogenito, intorno Insorgenti
Contadini ed Operai circa le specie dei Governi e la Democrazia, dai tempi de’ Francesi a
noi, in proposito del combattimento da lui così bene descritto sul Monte Cimbalo, vicino al
suo paese nativo. Politicamente egli era Costituzionale ed Unitario a qualunque costo.
Sociologicamente ogni governo gli faceva, a base di Onestà e disinteresse. Come Unitario
dicevasi dovere essere realista per una Dinastia - chiave di volta, - alla quale si doveva
tanto, - anzi tutto.
Dalla Democrazia temendo la Demagogia e nella Licenza la Rovina, non s’inchinava
che a quella della Legge che non ammette privilegi che pel merito personale e
l’Uguaglianza di ogni cittadino innanzi la Giustizia senza Salvataggi, o Camorre di Sette. Mi
risovveniva che Mad. De Stael in sintesi la Democrazia la spiegava con una sola parola la
invidia, onde rideva de’ Maestrucoli, che si dicono Professori, degli appena Laureati, che si
spacciano per Avvocati - dei Sergenti in Francia che, fuori di servizio, strascinano lo
spadino, o squadroncino da ufficiali - e del lustrino, a cui avvicinandosi per servizio di
nettezza di stivali non si può permettere “Un se vi piace. Se vi degnate!” In fondo egli
comprendeva ed accettava una Democrazia, che inalza per la scienza e per la virtù, niente
affatto che tiranneggia per abbassare ed abrutire. Egli infatti rifletteva, che in questo secolo
della frase da 30 anni a questa parte, l’Uguaglianza era una delle perniciose, che canonizza
i diritti storti degli oziosi, se non una vera e propria eresia contro la Natura e Dio, che
vollero invece la disuguaglianza, onde la lotta necessaria condizione della vita, per lavorare
- evitare il peggio - avanzare, sempre, virtuosamente, rispettosamente, inverso quel meglio,
che prima di noi, guadagnarono e meritarono gli altri.
Intorno i suoi Insorgenti sul Monte-Cimbalo rifletteva, che dal 1848, al 1849 l’Italia
non sorpassò i 60 mila volontari, la più parte della odiata Borghesia, che con la vita tutto
dava e niente voleva; mentre la plebe non si è mossa che a cose fatte, e per distruggere,
onde convenire al Timoniere cuore e braccio decisi; e fra gli Onesti concordia nella Fede,
che lo spirito domina dappertutto la materia; tanto più presto, quando alla virtù vi si
aggiunge il valore, per conservare tutto quanto vi si ottenne, per lo meglio dell’Universale.
Ed egli che aveva molto viaggiato e bene osservato, parlando della intolleranza
religiosa, mi assicurava; ed in ciò ripeteva un pensiero inteso anche dall’illustre Conte
Terenzio Mamiani, che se le Sette religiose, dissidenti dalla Fede Cattolica, trionfassero,
riescirebbero ed assai peggio, di quanto si è a loro profitto, declamato fin’ora. Così quella
mente illuminata “disinteressata perché liberale, cioè devota del Noi, e non del Io,
“gagliardamente pensava ed indefessamente operava.
Nel 1841 scrisse un altro romanzo, che pure piacque assai, intitolato Carlo e
Celestina correttissimo e per tutti, che lo mantennero in onore nella Società Letteraria,
dove con Congressi successivi a quello del 1841, ardeva sempre più il Fuoco Sacro, che alla
prima grande occasione storica della Amnistia concessa da Pio IX, doveva darci l’Unità
Nazionale, coi progressi di una libertà civile, nell’ambito dello Statuto e delle patrie leggi, al
di sopra di ogni licenza e frenesia contro ragione onesta e discreta. E Luigi D’Asti vi aderì e
ne fece pur’esso il suo pensiero; cosicché nel 1848 si trovò nel Ministero dell’Interno, assai
prediletto di quel nostro Grande che fu il Chiarissimo Conte Mamiani, a modo, che nel
1850 per la Censura reazionaria, vi perdè 18 anni di carriera.
Restituitosi in patria con sostanze avite e sue economie, si diede alla cultura
de’campi, fino acché si dove persuadere che non erano più i tempi di Quinto Porzio Catone,
il seniore, e doversi lasciare quei Contadini, che ne volevano, più che troppo, tutto.
Per qualche tempo fu Poeta drammatico nella distintissima Impresa Belotti Bon, al
quale nel 1864 dedicò le sue nove Commedie, che in Roma ottennero successo di oltre dieci
repliche e furono stampate a Milano, per i tipi del Borroni.
Successivamente mentre traeva vita privata in Roma, fu da D. Emmanuele Ruspoli
incaricato dell’Amministrazione dei suoi latifondi in Rumania, ereditati dalla fu già
consorte sua Konaki Woysrides; e durante questa Soprintendenza scrisse importanti
notizie storiche ed etnografiche di quello Stato Danubiano, che conservano i suoi parenti.
La Fortuna d’Italia lo richiamò a Torino, prima, a Firenze poi, fra l’Emigrazione
intelligente e distinta romana. Riunita Roma siccome Capitale dell’Italia, unita ed
indipendente, vi ottenne la pensione per quella carriera, che aveva perduta, per cagione
politica. E fu dal Governo del Re e dai maggiori voti del Consiglio Comunale di Corneto
Tarquinia sollevato sul seggio di Sindaco, nel quale vi rimase finoacché gli bastò la vita,
spiegandovi prudenza, tatto, operosità gagliardissima, a vantaggio della sua Patria, della
quale, fu decoro e fortuna; da non temere di essere smentiti, imperocché siamo convinti
che se molte Città avessero avuto a Capo della loro Amministrazione una mente così pronta
e felice ad assimilare con lui i suoi stessi avversari, associandoseli alla prosperità comune,
non avremmo i tristi momenti nei quali ci troviamo.
Egli fu così compreso da questo splendido e benefico Civismo che vi fu chi diceva
che neppure il Maire di Parigi era tanto preoccupato della sua immensa Città, quanto il
nostro vero gentiluomo della sua Tarquinia. E questo davvero, è il suo tempo, più
nobilmente occupato di sua vita, come rilevantemente non tanto affermiamo, ma
dimostriamo con la seguente sua RASSEGNA DEI SUOI POTERI offerta al Consiglio
Comunale nel giorno 20 novembre 1876 a Roma, impressa dal Tipografo Mugnoz.
Aveva egli nel 1† ottobre raggiunto il suo 66o anno e non volendo accettare
conferma di Sindaco, così ebbe ad esprimersi in memorabile seduta pubblica.
“Nel comunicarvi questa intenzione mia non voglio però tacervi i concetti che mi ero
formato e che sinora ho conservati nell’animo mio, sull’andamento futuro della nostra
Amministrazione Comunale. E’un fatto noto alla popolazione di Corneto Tarquinia, che nel
cadente sessennio furono dal Comune stabilite e compiute le Istituzioni più utili, quali
sono le Scuole Elementari, per ambo i sessi, l’Asilo infantile, il Corpo dei Civici Pompieri, il
Ricovero per le vecchie croniche, l’ordinamento della nettezza pubblica, il Museo Etrusco
Tarquiniense.. E’’altrettanto vero che nel medesimo intervallo furono eseguiti e compiuti i
lavori e le costruzioni più necessarie, come la condottura in ferro per l’acqua potabile, il
pubblico Cimiterio, la riduzione di due Conventi de’disciolti Agostiniani e Serviti, ad usi di
pubblico vantaggio e di beneficenza; la copertura dei pubblici Lavatoi; l’aumento per il
materiale della pubblica illuminazione notturna, lo sviluppo dei passeggi. Similmente
niuno ignora che nel frattempo furono racconciati e migliorati diversi rami
dell’Amministrazione Civica e ne citerò quei soli come i più importanti.
Primo il Dazio di Consumo reso fruttifero con aumento notabile della entrata
comunale, sia regolando meglio il servizio di vigilanza, sia ponendo fine ai soverchi lucri
degli Appaltatori. Secondo la gestione dell’Arte Agraria che fu tolta dal grave disordine nel
quale era da molti anni, riformando lo Statuto Agrario, ponendo in regola gli Uffici
mettendo termine agli enormi abusi invalsi per parte di alcuni utenti dei diritti civici sulle
terre e rinunziando all’inconsulto sistema di affittare i beni rustici dell’Arte Agraria, come
latifondi, con che si ottenne di dare le terre per lavoro ai piccoli agricoltori, che ne erano
privi, di aumentare la pastorizia e di accrescere in modo sensibilissimo, l’annuo reddito di
essa Arte Agraria, colla vendita dei pascoli eseguita annualmente, con rigore, e reale
beneficio dell’amministrazione pubblica. Dopo questi precedenti la Giunta ed il Consiglio
Comunale di Corneto Tarquinia possono quindi d’ora innanzi essere bene in grado, quando
non manchino loro iniziativa ed operosità di compiere od almeno perfezionare di molto
l’assetto della nostra Città e territorio, introducendovi quell’ulteriore progresso che la sua
condizione, il suo crescente movimento agricolo, industriale ed archeologico nonché il
prospero stato delle sue finanze consentono.
Io adunque racchiusi le mie idee in quindici proposte, che io mi pregio descrivervi
qui appresso e che costituiscono quasi un piano regolatore della nostra Città e territorio.
Sono Opere, Acquisti, Lavori che nel mio modo di vedere giudico, o necessari od utili, o
convenienti, e tutti proporzionati ai nostri mezzi.
In città costruzione di due Barriere - Riduzione del fabbricato comunale presso S.
Marco ad uso di Locanda confortevole ai viaggiatori studiosi di Archeologia Etrusca. Sistemazione della Piazza Nazionale. - Un orologio. - Compimento dei passeggi pubblici. Due serbatoj di acqua. - Comperare il Palazzo Demaniale detto l’Ergastolo, (1) il Palazzo
Vitelleschi, in cui sistemarvi il Museo Etrusco, (2)
Adunanze, Accademie, Saggi,
Premiazioni, Scuola di Musica e feste da ballo. - E sistemare il Teatro più sicuramente e
convenientemente di oggi. Fuori Città nuove strade: inestamento di Olivi selvatici, con
esito di maggiore rendita Comunale, dopo 4, o 6 anni.”
Chi fa e scrive così, è esempio potentissimo, sacro alla riconoscenza, non
contemplativa, ma operosa, energica della posterità, tenendo in su l’avviso, specialmente
attraverso il tempo, che chi vuole puole. E per spegnere memoria di questo esempio di
cittadino e di amministratore, occorre, o che la Città sia distrutta o la sua Storia, che dura
da oltre 30 secoli almeno, dieci prima dell’Era Cristiana, si cancelli attraverso il buio dei
secoli, dal nostro, più remoti dei passati.
Dopo questo Rendiconto o Testamento, che si voglia chiamare, confermato il Cav.
D’Asti invece nel suo seggio, lo conservò fino all’anno 1886, nel quale a 77 anni cadde
ammalato, conducendo prima a termine molte cose che aveva ad altri nel 1876
raccomandate; e dando alle stampe pei tipi del benemerito giornale L’Opinione nel 1878,
(1)
Questi Palazzi furono poi comperati dal Municipio.
Occorre, rilevare, per la maggiore importanza della Città, che Donna Giustina Quaglia, Contessa Bruschi-Falgari, di
quante antichità etrusche furono raccolte ne’suoi fondi, nel suo palazzo formò un altro Museo assai interessante e
signorilmente conservato, dal suo signor figlio dopo la morte nel 1873, di questa gentildonna, assai intelligente. Tutti
questi Musei e le continue scoperte rendono Corneto una Stazione primaria di Archeologia Etrusca.
(2)
specie di ultimo canto del cigno, la sua eruditissima Storia ed alcuni Opuscoli sopra
monumenti scoperti in questo torno di tempo dell’antica Tarquinia.
Studiata così ed illustrata, magistralmente, la Necropoli Tarquiniese; meglio
ordinato il preziosissimo Museo comunale; aiutata la sistemazione di un comodo albergo,
con sussidi, facilitazioni, ed indirizzi esperti; maturo, di anni (quasi 78) e di meriti,
indimenticabili, per paralisi progressiva rese l’anima a Dio, confortato dalla Religione dei
Padri nostri, là dove si era affermata degna di chi ve lo aveva fatto nascere. E vi spirò ai 28
agosto 1888. Una lapide marmorea, nella maggiore piazza di Corneto, lo ricorda alla
riconoscenza ed emulazione dei posteri.
Se a lui mancò posizione di Uomo di Stato, certamente non gli mancarono studi animo - esperienza - tatto - misura -
e concilianti maniere, sempre Elettissime - e
successivi felici per quel Bene, che fu la sua missione, costante, a base d’idee esatte e di
fatti serii.
Roma, 20 novembre 1894
Giulio Cesare Bonafini
LE MURA DI TARQUINIA IN UN’INEDITA
PLANIMETRIA CINQUECENTESCA
Molti anni orsono avemmo l’occasione di acquisire la riproduzione di alcune
centinaia di disegni di architettura conservati nella collezione fiorentina degli Uffizi. E,
scorrendo quelle fotografie mi sono imbattuto in una planimetria che ho riconosciuto come
quella di Tarquinia e che ho messo da parte ripromettendomi di studiarla. Purtroppo il
tempo è stato sempre avaro, così la fotografia è rimasta in un cassetto senza che riuscissi a
far altro che trascrivere le notazioni riportate sul disegno 1) . Approfitto ora dell’invito
rivoltomi per pubblicarlo insieme a poche, schematiche note, augurandomi che qualche
studioso possa presto riprendere l’argomento e accrescerne la conoscenza.
La planimetria di Tarquinia, o più precisamente il perimetro delle sue mura, appare
tracciato a penna sul recto del foglio 943A che il catalogo manoscritto della Collezione
riferisce genericamente al “Disegno in pianta di un castello fortificato, con misure e
indicazioni 2) . Più sinteticamente il Catalogo a stampa 3) inserisce il disegno fra gli “studi in
pianta e in alzato per fortificazioni” di Giovanni Battista da Sangallo, fratello e principale
collaboratore di Antonio il Giovane. Un riferimento che viene accettato da Gustavo
Giovannoni 4) e che sembra avvalorato anche dal fatto che il foglio fa parte di un gruppo di
disegni certamente riferibili ai Sangallo, e per lo più ad Antonio 5) .
Circa la datazione del disegno, osservo che la carta presenta filoni distanti fra loro
circa 25 millimetri ed esibisce altresì una marca - posta su un filone - costituita da
un’incudine sovrastata da un martello, entrambi inscritti in un cerchio. Essa è pressoché
identica, sia nelle dimensioni che nel disegno, a quella contrassegnata con il numero 5963
nel Repertorio di Briquet 6) . A questa’ultima sono riferiti esemplari di carte datate 15141529 conservate presso l’Archivio di Stato di Firenze ed altri modelli di Fabriano (1520) e
di Pistoia (1535).
1)
Ringrazio Mario Bencivenni per aver controllato le notazioni sull’originale.
Dal Catalogo manoscritto degli Uffizi: Dis. 943A - Rapido schizzo in pianta per la fortificazione di Civitavecchia (v)
Disegno in pianta di un Castello fortificato, con misure e indicazioni ® mm. 436 x 545.
Penna, tracce di matita nera su carta bianca (r); penna (v)
Gio Battista da Sangallo detto il Gobbo?
Danneggiato.
3)
Ministero della Pubblica Istruzione, Indici e Cataloghi III, [Nerino Ferri], Disegni di Architettura esistenti nella R.
Galleria degli Uffizi in Firenze, Roma 1885; p. 78 e XLII.
4)
G. GIOVANNONI, Antonio da Sangallo il Giovane, Roma 1959, I, p. 82.
5)
Per esempio sono autografi di Antonio i disegni: dal 864 al 942; dal 944 al 951; dal 953 al 986; dal 988 al 1030; ecc...
6)
BRIQUET, Leipzig 1923, II, n. 5963.
2)
Le indicazioni relative alle filigrane cartacee costituiscono di certo un elemento utile
per la datazione di documenti scritti ma, com’è ben noto, non possono garantire una
precisione assoluta perché le cartiere sono solite imprimere la stessa marca per un periodo
di tempo anche lungo, poi a causa dei dati di riferimento che sono molto meno numerosi di
quanti ne occorrerebbero. Infine perché molto raramente l’utilizzazione della carta
coincide con la sua produzione. Ancora, com’è nel nostro caso, il foglio può essere
utilizzato su entrambe le facce in periodi che possono essere anche relativamente distanti
fra loro.
Fortunatamente viene in soccorso la possibilità di confrontare il disegno con una
lunga serie di soggetti analoghi. In particolare, rilevo che la darsena, la “rocca vecchia” e il
“recinto vecchio” di Civitavecchia, rappresentate sul verso del nostro foglio, non sono altro
che un dettaglio, pressoché identico, del soggetto che compare sul disegno 935 A. A sua
volta, quest’ultimo grafico appartiene ad un folto gruppo di studi preparatori alla stesura
del progetto per la Fortezza nuova di Civitavecchia, elaborato da Antonio da Sangallo il
Giovane per Paolo III. Tali studi sono stati recentemente datati, sulla base di un ottimo
corredo documentario, fra il 1537 ed il 1542 oppure fra il 1542 ed il 15467) . Ne consegue che
anche la planimetria delle mura tarquiniesi, delineata sul recto del foglio 943, può essere
riferita al pontificato di Paolo III. Volendo ulteriormente precisare l’ipotesi, essa può
essere ragionevolmente collocata nel quarto decennio del Cinquecento, in relazione
all’attività svolta, o, semplicemente ipotizzata, dal pontefice Farnese per potenziare le
difese dello Stato Pontificio 8) .
Si può aggiungere che un siffatto quadro generale contribuisce anche a rafforzare
l’attribuzione della planimetria tarquiniese a Giovan Battista. Infatti è certa la
partecipazione di questo umile, quanto prezioso collaboratore in gran parte delle opere
progettate dal fratello specialmente nel “Patrimonio”.
*****
Un pur rapido esame del disegno evidenzia che la conformazione rappresentata è
notevolmente diversa da quella effettiva di Tarquinia; in particolare risulta meno
rispondente soprattutto lo sviluppo dell’abitato lungo la direzione est-ovest che sul grafico
cinquecentesco appare piuttosto compresso.
7)
F.T. FAGLIARI ZENI BUCHICCHIO, La rocca del Bramante a Civitavecchia; il cantiere e le maestranze da Giulio
II a Paolo III, in “Romisches Jahrbuch Für Kunstgeschichte”, band. 23/24, 1988, p. 331.
8)
L. v. PASTOR, Storia dei Papi...., V, nuova versione italiana, nuova ristampa, Roma 1959, cap. III e p. 726.
Nonostante questa macroscopica deformazione, la planimetria riporta con
sorprendente esattezza tutti gli elementi più o meno connessi alle fortificazioni;
segnatamente essa evidenzia l’indubbia capacità dell’operatore nel cogliere gli aspetti
essenziali dei problemi difensivi, come può verificarsi esaminando la rappresentazione
delle mura doppie con torri cilindriche fra porta Clementina e porta Romana, oppure il
complesso sistema difensivo di Castello.
Circa la capacità di difesa della cinta muraria, i principali storici tarquiniesi hanno
concordemente posto in evidenza come la porzione di perimetro compresa entro l’arco estsud-ovest fosse quella meno protetta tanto che proprio in quei settori sono documentati i
maggiori interventi di potenziamento della cinta urbica 9) .
Giovan Battista da Sangallo coglie bene questa peculiarità e concentra la sua
attenzione proprio in queste zone, ove prevede le opere principali. Esse riguardano in
particolare due riduzioni del perimetro sia nella propaggine di Castello che in quella di
Belvedere.
Nella prima l’artefice cinquecentesco, dopo aver rettificato il perimetro
precedentemente disegnato connette con due nuovi tratti murari, Santa Maria di Castello e
la torre antistante con il settore sud delle mura esistenti. Nel terziere di Castronovo (S.
Antonio o Belvedere) egli propone invece una soluzione più moderna costituita da due
cortine disposte a puntone con terrapieno retrostante e difese alle estremità da fronti di
bastione.
Un ulteriore elemento di interesse è costituito dai bastioni riportati lungo il settore
sud-est delle mura, in corrispondenza delle porte Tarquinia (o Clementina) e Romana (o
Maddalena). E’possibile che siano stati previsti da Giovan Battista per rinforzare la parte
delle difese ritenuta più fragile. Tuttavia lo stato molto approssimato delle conoscenze non
mi permette di escludere che essi possano in qualche modo riferirsi ai “bastioni di terra”
che Luigi Dasti dice che siano stati aggiunti - proprio su quel lato - al tempo di Leone X 10) .
Un ulteriore problema è costituito dalle numerose misure che sono segnate sul
disegno che, senza dubbio, sono riferite al palmo romano (cm. 22,34) di cui è documentato
l’impiego nei lavori paolini condotti a Civitavecchia e alla canna (pari a 10 palmi, m.
2,234).
9)
M. POLIDORI, Croniche di Corneto, Tarquinia 1977; p. 27: L. DASTI, Notizie storiche archeologiche di Tarquinia e
Corneto, Tarquinia 1910, pp. 89-90.
10)
L. DASTI, Notizie.... cit., p. 90.
Non ho avuto l’opportunità di condurre una verifica sul campo tuttavia da un
controllo effettuato su alcune planimetrie ho potuto accertare l’attendibilità dei valori
riportati sul disegno; almeno di quelli riferiti ai due principali episodi chi ho accennato.
*****
Concludo questa breve nota osservando che la planimetria tarquiniese si inserisce
perfettamente nell’operosità di molti architetti del Cinquecento e, fra questi in prima linea
i Sangallo, nel campo delle fortificazioni. Un’attività nella quale è evidente la
preoccupazione di adeguare un vecchio impianto difensivo alla nuova tecnica del tiro in
modo tale da poter battere di fianco le cortine con artiglierie appostate su baluardi o su
semplici piattaforme. E ancora, spezzando le vecchie cortine e ponendo rinforzi laterali a
difesa di porte esistenti; ciò che appare anche nel nostro disegno, specialmente nei pressi
della barriera di San Giusto.
Gaetano Miarelli Mariani
BREVE RELAZIONE DI NOTIZIE STORICHE
RIGUARDANTI L’AFFRESCO ESPOSTO
SULL’ALTARE NELLA CHIESA DELLA
PRESENTAZIONE DI TARQUINIA
(Passioniste)
Nel frammento calcareo vi è affrescata la Vergine chiamata della “Presentazione”
forse dal nome che porta la chiesa; si trova esposto alla venerazione dei fedeli e racchiuso
in una piccola urna di legno. L’affresco è contornato da due riquadri lignei larghi oltre un
centimetro; l’uno è al pari del piano del dipinto, ed è di colore simile al fondo e al manto
della Madonna, l’altro aggettante di oltre tre centimetri dalla superficie dipinta, ha quattro
fermi che servono a bloccare l’urna e a fissare il vetro a protezione dell’Immagine.
Il tutto è incastonato entro una nicchia abbellita da una ricca cornice con raggera
argentata a mecca. Vi si legge questa scritta: “DEIPARAE-CONSOL-AFFLICT-HUMILISDEVOTUS-L.C 1) AN. D.MDCCCLXIV-”.
1)
La scritta nella cornice si legge: “ALLA MADRE DI DIO CONSOLATRICE DEGLI AFFLITTI” fu fatta
dall”UMILE DEVOTO L.C. NELL’ANNO DEL SIGNORE 1864”. Le lettere “L.C.” si potrebbero riferire al Canonico
D. Lorenzo Cherubini (1832-1913). Le Cronache del Monastero però, non parlano della paternità del monogramma
inciso sulla cornice dorata, si sa solo che il Cherubini fu per molti anni confessore del Monastero e che anche la nostra
piccola Chiesetta fu beneficiata dal nostro Padre (Cronache del Monastero, Cap. L., p. 104). La chiesa, nel 1864, subì
un restauro generale con il rifacimento dell’altare, opera questa del marmoraro romano Andrea Busini. Nel fascicolo
La pittura della formella è stata molto rimaneggiata nei restauri subiti durante il
230 anni intercorsi dal suo rinvenimento; principalmente, però, il danno maggiore è stato
arrecato all’Immagine nell’intervento fatto verso la fine del secolo scorso. In realtà sembra
che il dipinto sia in alcune parti compromesso dalla sua originalità.
Della pittura originale rimane quella dell’aureola e quella dell’incarnato del viso,
anche se alterato dall’aggiunta di un colore rosso corposo, spalmato senza scrupoli sulle
labbra della Vergine. Una tinta con molto più tono di quella primaria è servita nel restauro
ad alterare i contorni delle ciglia, del naso e del panneggio. L’incarnato originale del viso,
che è molto ben dipinto, ha subito piccoli ritocchi nel colore ed è leggermente velato di
fumo 2) presentando alcune minute cadute di mestica nella parte superiore del collo della
Vergine.
L’aureola, di buon oro, presenta due circoli incisi e nel suo interno alcuni tondi a
forma di spirale e piccoli canaletti asimmetrici che si rompono nel panneggio che faccia la
testa della Madonna. Nella doratura dell’aureola esistono anche minuti fori restaurati, in
seguito, con un colore ocra e certamente creati in altri tempi per fissare una corona piatta
sulla testa dell’Immagine, come si evince da una vecchia stampa 3) .
Nel dipinto, oltre la falsa colorazione di tutta la tunica della Madonna, del suo
manto e del fondo del quadro, oggi colorato con un pesante e corposo verde scuro, vi è
anche un’aggiunta praticata nella parte bassa della formella con un supporto dipinto, poi,
con gli stessi falsi colori. Questo supporto fu aggiunto per alzare di ben sei centimetri il
dipinto, per dar modo ai fedeli di vedere e venerare la Madonna entro un formato più
conveniente alla vista.
A destra della formella si osservano, anche se ricoperti da tinte false del fondo e del
manto della Vergine, gli stessi motivi incisi che si scorgono anche nell’aureola. Si può
supporre che queste parti siano di un’altra raggera, magari di santo, come ad esempio, di
un esistito Bambino; non del tutto da scartare é anche l’ipotesi che questi segni incisi non
siano altro che un possibile negativo ripensamento del pittore.
Altra esigua parte originale dell’effige potrebbe essere quella della frangia del manto
che sovrasta la fronte della Vergine: chi eseguì a suo tempo il restauro aggiunse una piccola
conservato nel Monastero non ci sono cose che riguardano il manufatto che incastona l’affresco sull’altare, appare in
esso solamente un disegno ed una relazione che riguarda un altare ed un ciborio fatto dal Busini nel 1864; disegno che
non sembra riconoscersi nell’attuale altare.
2)
Il fumo che si avverte solamente nel viso dell’Immagine, potrebbe essersi formato per l’incendio che subì la chiesa
nel 1815, quando nel giorno del Giovedì Santo (non si sa come accadesse) il fuoco attaccò improvvisamente
all’altare... (Cronache, cit., Cap. XIII, p. 29).
punteggiatura di colore verde rame. Questo colore rimane staccato, per tratto e per tono,
da tutte le altre parti che nel dipinto sono visibilmente originali.
Anche l’aggiunta, all’affresco della Vergine, di un’ingombrante collana 4) per fortuna
amovibile, di tre file di piccole perle miste a delle altre più grandi, non valorizza il dipinto,
ma ne diminuisce di molto la bellezza, poiché il monile appesantisce e sciupa parte di
quella poca pittura che si ritiene originale.
Sempre nella parte destra della formella, si avverte sulla tinta del fondo una minuta
lesione che sembrerebbe, così come si presenta, quella dell’attaccatura di due supporti
uniti. Forse si tratta dell’originale con qualche parte aggiunta.
Non si è potuto misurare lo spessore del blocco calcareo della formella, che misura
cm. 29,5 di larghezza per 39 di altezza compresa la giunta di sei centimetri alla base; tutto,
infatti, rimane ben chiuso nel suo scrigno e potrebbe avere lo stesso spessore di cm. 17, di
un altro sasso calcareo 5) conservato nel Monastero. Questi, per alcune sue caratteristiche,
appartiene forse, ad una costruzione medioevale e presenta, in un’esigua parte, un
intonaco composto di sabbia mista a calce, di un centimetro di spessore, ed è colorato a
fresco con una tinta grigio scura.
Precisare l’epoca di esecuzione di questa Immagine non è possibile, ma dall’intaglio
dell’aureola e dal segno e colore nelle parti del viso si potrebbe ipotizzare che l’effigie, un
tempo affrescata nel muro della casa di certa Pacifica, sia un dipinto da datarsi intorno al
secolo XV. Se poi si tiene conto delle case via via distrutte nel luogo e forse di tipo
medioevale, e del ritrovamento sul posto di una grotta assai grande con la volta gotica,
allora la datazione dell’affresco potrebbe anche essere anteriore.
Quanto brevemente descritto potrebbe essere vaga ipotesi, perché, quando l’affresco
verrà liberato da tutte le aggiunte apportate dai diversi restauratori nell’arco degli anni,
allora e soltanto allora, si potrà precisare con più certezza la datazione, della formella, la
scuola e la mano dell’ignoto pittore.
CENNI STORICI
3)
In una figurina, stampata il 1 giugno 1912 sotto il Vescovado di Mons. Pacifico Fiorani, vescovo di Corneto e
Civitavecchia, vi è rappresentata la “MIRACOLOSA IMMAGINE DI MARIA SANTISSIMA che si venera nella
Chiesa delle Monache Passioniste della città di Tarquinia sotto il titolo della “PRESENTAZIONE”.
4)
Oggi, confrontando il monile di perle della Vergine con la stampa del 1912, si nota l’aggiunta di una terza fila di
perle.
5)
Stando a quanto asseriscono le religiose del Monastero, questo sasso un tempo faceva parte di quella parete demolita
nella casa di Pacifica. Come esso si presenta oggi sembra facesse parte della base di una spalletta di parete. Le
Monache del Monastero, con piccole parti di questo sasso sfarinate, confezionano cartinei il cui contenuto ingerito dai
pazienti, è ritenuto assai miracoloso.
Fu dato principio alla fabbrica di detto Monastero colla demolizione di alcune case
(...), ove presentemente esiste il detto Monastero il dì 29 gennaio dell’anno 1759, giorno in
cui Santa Chiesa celebra la Festa del glorioso Vescovo S. Francesco di Sales, Fondatore
delle Religiose della Visitazione, sedendo sopra il Supremo Soglio di Pietro, e regendo la
Chiesa Cattolica, ed Universale Clemente XIII, Pontefice Massimo, ed occupando questa
Cattedra Cornetana Mons. Saverio Giustiniani 1) , Patrizio Genovese 2) .
Il 16 febbraio 1759, poi, durante la demolizione delle case che dovevano da posto alla
erezione della Chiesa e Monastero delle Passioniste di Corneto, voluti dal Padre Paolo della
Croce e da tutta la famiglia Costantini, cornetana, fu rinvenuta, anche se in frammenti,
un’antica immagine di Madonna affrescata su macco 3) locale.
Dall’Istorica Descrizione... che il Canonico Nicola Costantini 4) fa di questo ritrovamento,
sappiamo che In detto luogo vi erano alcune case pertinenti ai Sig.ri Costantini (...) in una
delle quali vi abitava una certa persona per Nome chiamata Pacifica, la quale
continuamente veniva chiamata; ed udiva continui bussi da una muraglia, (...)
Proseguendosi susseguentemente la demolizione delle sopradette Case, nel medesimo sito
da dove sentivasi chiamare, e bussare la sopra accennata Pacifica (...) era stata
anticamente dipinta in una Nicchia l’Imagine di Maria SS. con altri Santi, la qual Nicchia
restava occulta alla vista, per esservi stata tirata avanti una muraglia di mattoni in
1)
SAVERIO GIUSTINIANI, (Scio.....?) - Montefiascone 1771, è Vescovo delle Chiese unite di Corneto e
Montefiascone dal 1754 al 1771. Sotto il Vescovado di Mons. Giustiniani s’intavolarono le trattative da S. Paolo della
Croce col Sig. Domenico Costantini Cornetano per fondare in questa città un Monastero di Sacre Vergini col titolo
della Passione di N.S.; e di buon grado il nostro Vescovo acconsentì alla fabbrica del Monastero e della Chiesa
annessa (G. Aldanesi, “Cronotassi dei Vescovi della Chiesa di Corneto”, Viterbo 1863, pp. 32-33). Di questo Vescovo,
in una parete del cortile esterno dell’ex Ritiro dei passionisti, in località Bandita S. Pantaleo, esiste un grande affresco
raffigurante il suo stemma a colori. Quest’arma fu dipinta nella parete a ricordo dell’apertura del convento fondato da
S. Paolo della Croce il 16 marzo 1769. Attualmente l’affresco è stato alterato nel colore.
2)
D. NICOLA COSTANTINI, Istorica Descrizione del Monastero dell’Istituto ed Ordine della SS.ma Passione di
Nostro Signor Gesù Cristo eretto in questa Città di Corneto sotto il titolo della Presentazione di Maria SS.ma al
Tempio, Corneto 1772, p.1. L’opera è dedicata dall’Autore alle Religiose del Monastero, Corneto, 16 ottobre 1772
(Ibidem, p. 13). Per dare prova della serietà di questo lavoro, il Canonico D. Nicola termina con queste parole la
penultima pagina del suo scritto: Tutto ciò che in questa mia Istorica Descrizione ho narrato, servir potrà per una
semplice, ma veridica e perpetua memoria del principio, proseguimento, ed ultimazione, di questo Monastero della
Presentazione dell’Istituto, ed Ordine della SS.ma Passione, essendo stata mia intenzione di riferir soltanto che una
veridica, ed ordinata serie di tutti i fatti più rimarchevoli accorsi fino al presente giorno; La verità dei quali non puol
mettersi in dubbio, essendo io stato testimonio oculare di tutti i detti fatti fin qui narrati, ed essendo stato assicurato da
persone degne di fede di quei medesimi fatti, che non sono accaduti in mia presenza, come nel decorso di questa mia
Istorica Descrizione in diversi luoghi ho accennato (Ibidem, pp. 5-6).
3)
“MACCO”, sedimento marino di depositi di origine marina, di natura porosa. Indurisce all’azione degli agenti
atmosferici ed è stato molto usato nelle costruzioni medioevali. Gli Etruschi, nelle pareti delle loro tombe della
Necropoli Tarquiniese, scavate nel macco umido dell’ipogeo, vi dipinsero a fresco storie di personaggi e scene le più
varie.
4)
D. NICOLA COSTANTINI, Corneto 1726-1787, sacerdote. .... fratello germano del Sig. Domenico, sacerdote di
santa vita. Fu esso indefesso compagno del fratello Sig. Domenico nell’ardua impresa della fondazione; ed a tal fine
impiegò, fino all’ultimo respiro della sua
costa, per pareggiare, ed uguagliare la muraglia della stanza. Accortosi pertanto il
prenominato Sig.r Domenico Costantini della caduta de’sassi, esservene alcuni dipinti,
fece tosto sospendere la detta demolizione, e fatto ricercare fra li detti sassi demoliti,
furono rinvenuti alcuni, ne’quali era dipinto l’abito di Maria SS.ma, di color ceruleo, e
tutto stellato, ed ancora alcuni Santi Martiri.
L’Imagine però della Med.ma non poté in alcun conto trovarsi. Nel dì poi seguente
16 febbraro, giorno di venerdì, il sopradetto Sig.r Domenico Costantini ordinò, che
fossero ammassati tutti i sassi demoliti, e sotto le macerie di esse, fu ritrovata l’Imagine
di Maria SS.ma, dipinta accidentalmente (o per meglio dire, per divino Volere) dal
Pittore in un sasso quadro tal quale vedesi presentemente esposta alla pubblica
Venerazione nell’Altare di detto Monastero, non avendo, per Ammirabile Disposizione di
Dio, la detta Imagine patito alcun danno, sì per i colpi del martello, come anche, per la
caduta, che fece fra i detti sassi.
Nel contorno peraltro di detta Imagine, la pittura era tutta scrostata dalle
martellate, onde convenne farla rintonacare, e farvi di nuovo porre il colore ceruleo, per
dare maggior risalto alla detta Imagine, come presentemente osservasi.
Fu pertanto subito trasportata in Casa delli sopradetti Sig.ri Costantini, ed essendo
la detta Imagine tutta impolverata, volle una persona ivi accorsa per vederla,
diligentemente lavarla, e tosto viddesi si pallida, e scolorita, che riempì tutti di molto
terrore; e di poi imediatamente divenne tutta colorita, e rubiconda, che recava sommo
rispetto, e gran venerazione a chiunque la rimirava.
Ad una tal vista, e sì prodigiosa mutazione risolverono li predetti Sig.ri Costantini
di porla in privata venerazione nella loro Casa, operando Iddio, per mezzo di detta
Imagine, e dell’oglio della lampada, che continuamente ardeva avanti la detta Imagine
stupendi, ed istantanei Miracoli, e Grazie particolari a chiunque faceva ricorso alla
medesima.
Per dodici anni questa sacra Immagine rimase in venerazione nel palazzo della
famiglia Costantini, e prima di essere posta sopra l’altare della chiesa del Monastero (6
aprile 1771) 5) fece molti miracoli. Ne beneficiarono anche alcuni componenti la famiglia
5)
Il Prevosto e Vicario Capitolare mons. Lorenzo Paluzzi, benché ancora non fosse giunta a Corneto la detta signora
duchessa, il 7 aprile 1771, con la solita solenne benedizione aprì al pubblico la chiesa del monastero. Alla chiesa ove fu
posta la sacra immagine di Maria SS.ma prodigiosamente ritrovata venne dato il titolo, della Presentazione di Maria
SS.ma al Tempio (op.cit. Doc. XXV, p. 144). Della Madonna ubicata sull’altare della Chiesa, nel periodo (1810-1814),
quando le Monache dovettero abbandonare il Monastero, non si conosceva nessuna notizia a riguardo. Si pensava che
le Religiose per l’occasione avessero affidata la formella della Vergine a qualche buona famiglia di Corneto, o che
l’avessero nascosta nello stesso Monastero. Invece, la formella con l’effigie di Maria SS., rimase per tutti i quattro anni
dell’assenza delle Religiose, a guardia del Monastero, che in quei tempi era divenuto un Orfanotrofio per Ragazze,
Costantini: lo stesso D. Nicola, autore dell’Istorica Descrizione, la Signora Lucia Casciola,
moglie di Domenico Costantini e Donna Maria Teresa Costantini, religiosa nel Monastero
di S. Lucia. Di lei si aspettava da un momento all’altro la morte, .... ma per buona sorte
della suddetta venne in pensiero al predetto Sig.r Domenico (fratello di Donna Teresa) di
mandare la detta Imagine al Monastero, per collocarla nella di Lei Cella 6) ...., Appena
l’immagine fu posta nella sua stanza, Donna Teresa ebbe un grande miglioramento ed in
pochi giorni guarì e lasciò il letto. D. Nicola termina l’ottavo capitolo della sua opera, sulla
Scuola e Ospedale pubblico delle Donne. Da una Memoria di Anonimo, così è descritto l’avvenimento di quel tempo:
15 giugno 1810. Devo riferire come nel Monastero delle Passioniste, esiste nella chiesa un’immagine assai miracolosa
sotto il titolo della Presentazione, questa adunque le Religiose quando dovettero sortire la volevano levare dalla chiesa
e portarla presso alcune di loro acciò non fosse stata intavolata. Ma il Superiore Maggiore di quel tempo non approvò
questo buon desiderio, dicendo che l’avessero lasciata stare al suo posto per guardiana di detto Monastero. Sortite le
Monache la chiesa restò in custodia del Curato della rispettiva Parrocchia sotto cui sta questa chiesa e il Monastero.
Il detto Parroco voleva portare nella propria Chiesa questa sacra immagine, pertanto fece tutti gli sforzi per poter
aprire la nicchia dove è riposta, ma non fu possibile gli riuscisse, benché sia una cosa facilissima di aprire la detta
nicchia, non essendo nemmeno chiusa a chiave e molte volte è stata fatta aprire dalle Religiose per ripulire la suddetta
immagine, con facilità grandissima.
Ma nella Circostanza che doveva essere traslata non fu possibile farlo (Memoria conservata nell’Archivio dei
PP. Passionisti di Roma ai SS. Giovanni e Paolo (1820?), copiata fedelmente nel maggio del 1888.
Negli anni, sia il Monastero che la Chiesa, furono minacciati da incendi; uno di questi avvenne nel 1791 ed il
fuoco si sviluppò nelle adiacenze del complesso delle Passioniste a causa degli attigui fienili che si trovavano a pochi
metri dalle mura del Monastero, essendo la strada pubblica che divide i due stabili, di natura strettissima. La superiora
di quel tempo prese il Santo Crocefisso e l’acqua benedetta e con questa espargeva verso le fiamme le quali stavano
per attaccare il Monastero (Memoria cit.). Nella Settimana Santa del 1815, il 23 marzo, giorno di Giovesì Santo, pochi
mesi dopo che le Monache erano rientrate in Monastero, prese fuoco l’addobbo del Sepolcro che è uso farsi dalle
Monache in quel giorno. Per miracolo la pittura della Madonna restò illesa. A questa vista le Religiose si dettero tutto il
moto da fare chiamare gente per far smorzare il fuoco, che al momento corsero chi in chiesa chi in Coro a buttare
l’acqua; fu trovato per buona sorte un sacerdote che levasse il Sacramento che gli riuscì di farlo senza nocumento.
Il danno che apportò detto fuoco, non fu piccolo, ma non tanto quanto minacciava, giacché per pochi momenti
la Comunità Religiosa, ancora non era andata al Refettorio, che si potettero avvedere del fuoco, diversamente andava
a fuoco il Monastero, giacché senza miracolo era inevitabile. Restò illesa l’immagine di Maria SS.ma che sta nella
Chiesa, non rompendosi nemmeno li cristalli che la tengono riguardata; e in Coro le fiamme ruppero li cristalli di
un’urna che tengono nell’altare del detto Coro (Memoria cit.).
Fu grazie ad alcuni volenterosi cittadini ed al loro Capo Mastro muratore Nicola Paoloni, se si riuscì nel luglio
del 1857, ad estinguere l’incendio che sviluppatosi nei fienili dei Signori Bruschi Querciola, minacciava il Monastero
delle Passioniste (Il Procaccia, n°18, p.5). Circa cento anni dopo, il primo incendio della chiesa, nel luglio del 1910, in
occasione di alcuni restauri che si dovevano fare, .... dalla Madre Presidente e dalle altre Monache si tolse l’Immagine
della Madonna della Presentazione dalla sua nicchia e processionalmente si portò al Coro interno del Monastero,
sopra l’altare già disposto a tal uopo (Cronache.... Cap. 46, p. 103). Finiti i lavori di restauro, durati tre mesi... e tutto
posto in bell’ordine nella chiesina, il giorno 22 settembre di bel nuovo la S. Effigie della Vergine venne
processionalmente riportata nella sua nicchia sopra l’altare della chiesa (Ibidem).
Al restauro della chiesa lavorarono alcuni artisti di Corneto ed altri: il capo mastro Antonio Alfonsi fece tutte
le opere murarie, Egidio De Cesaris lavorò tre lapidi di marmo con fascia di bardiglio, Giuseppe Pampersi curò i lavori
di pittura, Rodolfo Tamburini, romano - ancora non trasferitosi a Corneto - decoro a finto marmo la balaustra della
chiesa, mentre Sante Mencarelli fece due telai ottagonali con cornici dorate per mettere dentro i voti d’argento (...) per
attaccarli ai lati della nicchia della Madonna.
Le lettere fatturate di questi lavori sono tutte conservate nell’Archivio del Monastero e furono pagate
dall’economo mons. Lorenzo Cherubini.
6)
Le Monache del Monastero di S. Lucia, interpellate circa la traslazione dell’Immagine della Madonna della
Presentazione, dalla casa Costantini al loro Monastero, nella cella di Donna Maria Teresa Costantini, hanno detto che
nelle loro Cronache e carteggio, non esiste alcuna prova che possa documentare il fatto. Pertanto, non si può conoscere
la data di questa traslazione che potrebbe essere avvenuta tra gli anni 1759-1771. In una piccola biografia di Madre
Teresa Costantini, non appare nessuna notizia circa la traslazione dell’Immagine nel Monastero delle Benedettine e del
miracolo fatto alla stessa Madre Teresa (“Positio”, p. 6 Doc. 1, 3).
Prodigiosa Invenzione dell’Imagine di Maria SS.ma, e di alcune Grazie dalla Medesima
operate, con queste parole. Ma che stò io à rammentare, ed individuare grazie si
particolari, operate da Dio per mezzo di detta Imagine, e dell’Oglio della lampada, che
ardeva avanti detta Imagine? Sarebbe ciò lo stesso, che non voler porre mai fine à
quest’Istorica Descrizione, potendone fare autentica testimonianza moltissime persone,
tanto di questa Città, quanto anche di altri luoghi, le quali nella propria persona hanno
esperimentato prodigiose guarigioni, e particolari grazie; onde io, per la brevità
propostami, tralascerò di qui riferirli, e proseguirò la mia interrotta Narrativa 7) .
Anche il P. Filippo della Concezione 8) nella sua Fondazione 9) racconta il
ritrovamento di una Sacra Immagine nel sasso quadro della casa di Pacifica, spiegandosi
quasi con le stesse parole di D. Nicola Costantini: Nel giorno seguente fu ritrovato un
sasso quadro in cui vi era l’Immagine della Madre di Dio, consistente nella testa e
porzione del busto, che né i colpi dei martelli, né per la caduta avea patito alcun danno,
subito fu ripulita come prezioso tesoro, portata in casa Costantini ed ivi accesagli una
lampada fu devotamente conservata, finché terminata la nuova chiesa del Monastero fu
posta in pubblica venerazione sopra l’altare di essa.
Il Padre Giovanni Maria di S. Ignazio 10) , in una sua Relazione 11) ... annota così lo
stesso avvenimento: Non si deve tralasciare ciò che accadde prima della fondazione. Una
povera donna, che abitava in quella casa, udivasi di notte tempo chiamare per nome, e
non sapeva chi fosse; onde per tale effetto voleva licenziarsi da quella casa.
Nel demolire di poi quelle case, videsi cadere un’immagine della Madonna SS. la
quale era dipinta nel muro, e sopra della pittura vi era stato fabbricato, ed era rimasta
coperta, e trovavasi appunto in quella parte dalla quale udivasi l’incognita voce. Caduto
quel muro, videsi la pittura in frantumi, e solo la testa col busto restava intatta: qual
sacra immagine fu poi collocata nell’altare maggiore alla pubblica venerazione.
7)
(Op.cit., Corneto 1772, pp. 13-20).
P. FILIPPO DELLA CONCEZIONE (1757-1830), religioso passionista dall’8 dicembre del 1774, unì all’esemplarità
della sua vita un grande amore per la ricerca storica riguardante il suo Istituto (op. cit., Doc. XXVI, p. 152).
9)
P. FILIPPO DELLA CONCEZIONE, Fondazione del Monastero della Presentazione in Corneto e Ragguaglio della
Vita delle prime Monache (Cap. 6°, “Principio dell’Opera”, v. ms. nel 1771). Tra le sue molte opere viè anche quella
delle Fondazioni..., che fu copiata fedelmente, nel maggio 1900, dai documenti esistenti in Roma, nell’Archivio
Generale dei PP. Passionisti, in SS. Giovanni e Paolo.
10)
P. GIOVANNI MARIA DI S. IGNAZIO MARTIRE, (1727-1796, passionista). Il religioso (fu) incaricato da S.
Paolo della Croce ad occuparsi degli ultimi preparativi per la fondazione del monastero delle Passioniste, e scrisse
molte opere riguardanti il suo Istituto (op.cit., Doc. XXIV, p. 128).
11)
P. GIOVANNI MARIA DI S. IGNAZIO MARTIRE, Relazione della prima fondazione delle Religiose della SS.
Croce e Passione di Gesù Cristo, fatta coll’autorità apostolica nella città di Corneto il 3 maggio 1771, in “Storia delle
Fondazioni della Congregazione dei Chierici Scalzi della SS.ma Croce e Passione di Gesù Cristo” (op.cit., Doc. XXIV,
pp. 128, 130-131).
8)
Nel 1773, l’affresco da pochi anni ritrovato nel muro della casa di Pacifica è citato,
forse nella prima Visita Vescovile 12) fatta alla “Chiesa e al Monastero delle Passioniste di
Tarquinia”, dal Vescovo delle Chiese di Corneto e Montefiascone mons. Francesco Maria
Banditi 13) : “VI E’UN ALTARE COSTRUITO IN CEMENTO, SOTTO IL TITOLO DELLA
PRESENTAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA, LA CUI ANTICA E PICCOLA
IMMAGINE, ESPRESSA A COLORI IN UN FRAMMENTO DI MURO, E’CUSTODITA IN
UN URNA DI LEGNO, PROTETTA DA UN CRISTALLO” 14) .
Anche il Vescovo mons. Bonaventura Gazola 15) , nella Sacra Visita alla Chiesa della
Presentazione di Corneto, nel 1818, accenna alla presenza sull’Altare Maggiore della ....
devotissima Sacra Immagine finemente adornata che si vede collocata nel mezzo
dell’Altare 16) .
La descrizione del ritrovamento della formella è fatta anche da uno scrittore
contemporaneo, il quale non manca di quell’aggiunta di fantasia che rende la notizia molto
più interessante: Muratori e manuali avviarono il lavoro di demolizione del vecchio
edificio. Dopo alcuni giorni, Domenico si avvide che alcuni frantumi portavano le tracce
di una veste azzurra decorata di stelle.
Si guardò attorno, frugò, osservò attentamente e scoprì che sul muro, che era
ormai quasi abbattuto, c’era l’affresco di una bellissima Madonna circondata da due
santi. Che peccato averla distrutta! Ma subito vide che era rimasto intatto un blocco sul
quale spiccava nitida l’immagine del volto di Maria.
12)
RELAZIONE della Visita Pastorale, fatta da Mons. Francesco Maria Banditi nella chiesa e nel monastero delle
Passioniste: il 19 aprile 1773. “UNICUM ALTARE EX CAEMENTIS CONSTRUCTUM EST SUB TITULO
PRAESENTATIONIS B.M.V., CUIUS ANTIQUA, ET PARVA IMAGO COLORIBUS IN FRAGMENTO MURI
EXPRESSA, ET IN URNULA LIGNEA CRISTALLO MUNITA CUSTODITUR” (op.cit., doc. XLI; cfr. p. 38 stessa
Visita, nell’Archivio della Curia Vescovile di Tarquinia). Nella Relazione...., è stato scritto “Tarquinia” anziché
“Corneto”.
13)
FRANCESCO MARIA BANDITI, Rimini 1705-Benevento 1796. E’ vescovo delle Chiese unite di Corneto e
Montefiascone dal 1772 al 1775, ed è creato cardinale nel 1775. Il nome di Mons. Banditi resterà sempre caro alle
Monache Passioniste di Corneto: egli fu il primo, che ammise alla solenne professione dei quattro voti le prime dieci
vergini che indossato avevano le divise della Passione di N.S. Gesù Cristo: nelle sue mani ricevé la fervorsosa offerta
il buon Vescovo, e consagrò quella schiera eletta, semenzaio felice di numerosa Congregazione (G. Aldanesi, op.cit.,
Viterbo 1863, p.34)
14)
E’ molto probabile che l’attuale urna con sua protezione di cristallo, sia quella esistita fin dall’origine.
15)
BONAVENTURA GAZOLA, O.S.F., Piacenza 1744 - Montefiascone 1832. E’Vescovo delle Chiese unite di
Corneto e Montefiascone dal 1820 al 1832, è creato cardinale nel 1824 col titolo di S. Bartolomeo all’Isola. Il
Seminario di Montefiascone gli va debitore di una grandiosa fabbrica, ch’egli eresse dalle fondamenta, comodissima
abitazione per tutti i Maestri. Morì in quella Città nel 1832, ed in esecuzione della ultima sua volontà fu sepolto nella
Chiesa del Seminario, dove altresì gli venne eretto onorevole monumento in marmo (G. Aldanesi cit., pp.37-38).
16)
“HOC ALTARE” B.mae VIRGINI MARIAE DICATUM EST, CUJUS DIVOTISSIMA SACRA IMAGO OPTIME
ORNATA IN MEDIO ALTARIS COLLOCATA CONSPICITUR” (p. 39, Arch. Curia Vescovile di Tarquinia).
Domenico lo raccolse, lo ripulì, lo portò a casa col proposito di conservarlo per il
Monastero che stava per sorgere 17) .
Nel riassumere l’avvenuto ritrovamento dell’affresco della Madonna e le descrizioni
del Canonico D. Nicola Costantini, del Padre Filippo della Concezione, del Padre Giovanni
Maria di S. Ignazio Martire e del prof. Paolo Risso, ho ritenuto opportuno soffermarmi su
alcune considerazioni. Intanto si può anche pensare che la povera Pacifica, allora, non
fosse disposta a lasciare la sua casa ma più propensa a rimanervi, per la semplice ragione
che in quella dimora aveva ancora vecchi affetti familiari, ricordi o altri motivi. I bussi e i
richiami da lei uditi potevano essere, e perché no, ammonimenti della Vergine per
convincerla a lasciare libero quel luogo.
Attualmente, sulla veste della Vergine non si avverte alcuna traccia di color ceruleo
e tanto meno decorato di stelle. Perciò, l’attuale tinta bruno rossastro è un colore (forse
una tempera o vernice ad olio) applicato sul manto stellato. Probabilmente
traccia
di
ceruleo esiste ancora, ma sotto le evidenti tinte rossastre.
Anche il colore della tunica di un rosso assai corposo, che prosegue nella colorazione
per tutta l’aggiunta della formella, di sei centimetri, è da ritenersi un falso. Ciò è anche ben
visibile.
E’ molto probabile invece che alcuni santi martiri o due santi, siano esistiti
veramente ai lati della Vergine. Ciò, eventualmente, potrà essere provato con maggiore
sicurezza solo quando dal manto della Vergine saranno tolti gli attuali colori che ricoprono
alcuni segni incisi a spirale e che si vedono ripetuti, uguali, nell’aureola dorata.
Solo la testa col busto restava intatta. Effettivamente, è tutto ciò che ancora oggi si
può vedere della pittura originale della Madonna, anche se nel suo volto appaiono alcune
abrasioni di colore, createsi forse, per la caduta del sasso e restaurate nel primo intervento
che la formella subì.
Secondo D. Nicola Costantini, l’affresco fu fatto per divino volere del pittore in un
sasso quadro tal quale vedesi presentemente esposto alla pubblica venerazione nell’altare
di detto Monastero (...). Nel contorno, per altro, di detta Imagine, la pittura era tutta
scrostata dalle martellate, onde convenne farla rintonacare, e farvi di nuovo porre il
colore ceruleo, per dar maggior risalto alla detta Imagine, come presentemente
17)
PAOLO RISSO, E Lui l’ha rapita (Profilo Biografico di Faustina Costantini), Milano 1983, p. 62). Dal Padre Leone
Masnada, Provinciale Passionista, abbiamo un giudizio sull’opera di Rizzo: Le sue pagine, scritte con competenza e
con passione, si fanno leggere con interesse: auguro che siano “una missione” presso le giovani di oggi, una lettera
scritta loro, proprio nel momento entusiasmante e problematico della scoperta dell’amore nella loro vita, aiutandole
ad intravedere il volto di Dio che chiama al coraggio di amare divinamente l’amore (Ibidem, p.7).
osservasi 18) . In realtà il sasso si presentava di misura quadra, prima che la formella
subisse l’allungamento in altezza di oltre sei centimetri, mentre oggi il contorno, o fondo, è
dipinto di un verde cupo, avvertendosi solo qualche piccola traccia del colore ceruleo che
doveva essere molto bello, tenendo anche conto di ciò che è stato annotato dagli autori
nelle varie descrizioni storiche.
Ma quando sono stati operati questi interventi di ritocchi alla formella?
E chi furono gli artefici?
Se ci riferiamo al primo restauro avvenuto dopo il rinvenimento, si può supporre
che con molta probabilità il Sig. Domenico, dopo aver portato l’Immagine nella sua casa di
piazza S. Giovanni, l’abbia affidata all’artista cornetano Lazzaro Nardeschi 19) , pittore di
fiducia dei Costantini e del Monastero, per aver preparato una Stima 20) di arredi e di
quadri 21) esistenti nella casa dei Costantini, alla mprte del Canonico D. Nicola (15 aprile
1787), e prima del decesso di Madre Maria Crocefissa, avvenuto il 16 novembre dello stesso
anno.
Certamente, la formella avrà subito in seguito anche altri restauri,
ma non
sappiamo con sicurezza quali e chi li eseguì. Possiamo solo vagamente supporre di un
possibile intervento ad opera di un altro pittore cornetano certo Geremia Pasquini 22) ,
18)
(Op. cit., Corneto 1772, p.15).
LAZZARO NARDESCHI, Corneto 1716 - (?) post il 1787. Il Nardeschi, oltre ad aver restaurato nel XVIII secolo
diversi quadri appartenenti ai Padri Serviti nella chiesa di S. Maria di Valverde, fece, per questa Comunità anche altri
importanti lavori. Dovrebbe essere opera sua un dipinto raffigurante il Padre Maestro Carlo Maria Fabiani, O.S.M., un
tempo nella chiesa di S. Maria di Valverde (Inventari di Valverde, A.S.C.T.). Nel 1734, lavora al rifacimento di tutte le
iscrizioni nella Sala del Palazzo Magistrale e ripulisce tutte le pitture offuscate dalla polvere. Per questi lavori riceve un
mandato di pagamento di scudi tre e Baj 50 (Mandati 1732-1737, c. 97 v. A.S.C.T.).
Si crede che i Nardeschi siano di origine cornetana; un certo Canonico Nardeschi, verso il 1750 fu confessore
del Monastero di S. Lucia (op.cit., Doc. XXXIX, p. 225). E’ probabile che lo stesso Canonico sopra descritto, certo
Massimino Nardeschi, sia quello che nel maggio 1760 sottoscrisse un Foglio di Obligo che lo impegnava, insieme ad
altri 14 sacerdoti a risarcire scudi 200 al Vescovo Saverio Giustiniani, anticipati da questi per il nuovo altare in marno
della Chiesa Cattedrale (Miscellanea, nell’Arch. della Cattedrale). Da un Elenco fatto a Corneto nel 1828, la famiglia
nobile Nardeschi, si trova fra quelle estinte (Il Procaccia, n°10, p.5.).
20)
LAZZARO NARDESCHI, Stima fatta da me sottoscritto delli quadri, et altro esistenti nella casa delli Ssri Fratelli
Costantini di B.M. come appresso siegue. A di 14 maggio 1787 in Corneto (Archivio del Monastero delle Passioniste di
Tarquinia).
21)
Dei molti quadri descritti nella Stima, che si trovavano appesi alle pareti della casa Costantini, nel palazzo di piazza
S. Giovanni in Corneto, nessuno ha riferimento con quelli che raffigurano i Costantini Fondatori esistenti nel
Monastero delle Passioniste (cfr. L. Balduini, “La casa e i tre dipinti della famiglia Costantini in Tarquinia”, in
Bollettino 1985, p. 250, Arch. S.T.A.S.).
22)
GEREMINA PASQUINI, Corneto 1808-1871, pittore. Nell’arco di buona parte dell’800, il pittore Geremia Pasquini
svolgeva la sua attività in Corneto. Egli è annotato nel 1857, in una lista degli Elettori e degli Elegibili, della comune di
Corneto, quale Pittore di anni 48 (Il Procaccia, n. 18, p.3). L’artista potrebbe essere benissimo l’autore di qualche
restauro apportato all’affresco della Madonna, poiché nella stessa chiesa dove è posta la formella della Vergine, c’è un
suo dipinto raffigurante la Gloria di S. Paolo della Croce, eseguito nella seconda metà dell’800; il pittore, oltre al
Santo, ha inserito nel quadro anche le sue tre figliole, una religiosa Benedettina, una Passionista e l’altra laica (Notizia
avuta dalle Monache del Monastero).
Un certo restauro, oltre ad altri lavori fatti nel Palazzo della Comunità di Corneto, il Pasquini lo aveva eseguito ad una
piccola scultura, in carta pesta, dell’Ecce Homo, ubicata nell’altare posto nel Coro del Monastero delle Benedettine;
19)
mentre siamo quasi sicuri che ad intervenire nell’ultimo restauro all’affresco, verso la fine
del secolo scorso o nelle prime decadi del Novecento, furono una o più religiose 23) .
Nel 1987 ebbi occasione di restaurare per le Passioniste di Tarquinia, un’immagine
su tela, ma sotto il dipinto sovrapposto vi era riprodotta, tenendo a modello la Vergine in
affresco su sasso, una bella Madonna settecentesca, così il quadro 24) , che si presentava di
bruttissima fattura, per una tempera grassa e con la mestica alquanto alzata nascondeva
un’altra immagine di Maria SS. di più elevato pregio.
Nel davanti si leggeva: MIRACOLOSA IMMAGINE DELLA PRESENTAZIONE
Benedetta da S. Paolo della Croce il 15 Agosto 1771”, mentre, nella parte posteriore della
tela, vi era un’altra scritta: “IMMAGINE BENEDETTA LI 15 AGOSTO 1771 DAL P. PAOLO
DELLA CROCE FONDATORE E PREPOSITO DE CHIERICI SCALZI DELLA CROCE E
PASSIONE DI GESU’CRISTO ROMA OSPIZIO DEL S. o CROCIFISSO”.
Avevo avuto sempre il dubbio che S. Paolo della Croce avesse benedetto
un’immagine di così vile qualità che, oltre tutto, di Settecento non aveva nulla 25) .
Infatti, quando tolsi dalla tela l’immagine sovrapposta riapparve quella vera
Madonna che S. Paolo della Croce, nel 1771, aveva veramente benedetto. Rimasi
stupito dalla bellezza di quell’immagine, e non riesco a perdonare tanto
cattivo
gusto
dimostrato da chi, forse con ingenua semplicità, in
lontani
aveva
tempi
non
molto
ricoperto la vera Immagine.
Oggi, tenendo conto che nel Monastero potrebbero esistere anche altre tele 26) che
abbiano subìto la stessa sorte di quella descritta è facile pensare che la stessa cosa possa
essere accaduta anche alla formella della Madonna 27) esposta sull’altare della chiesa. Ciò si
sotto la base di questa statuina è scritto: “MOCHETA BLASIUS FECIT AL TEMPO DI PAPA URBANO OTTAVO E
DI MONSIGNOR GASPARO CECCHINELLI DI VEZZANO VESCOVO DI CORNETO E MONTEFIASCONE
1627”, sotto poi vi è altro scritto: “GEREMIA PASQUINI RITOCCO’ QUESTA SANTA IMMAGINE A TEMPO DI
PAPA GREGORIO XVI ESSENDO VESCOVO IL CARDINALE NICOLA PARRACCIANI CLARELLI.
ABBADESSA DONNA MARIA CELESTRE BRIZI 1844”. In collezione privata in Tarquinia, esiste l’autoritratto di
questo pittore cornetano.
23)
E’ confermato oralmente da più Monache anziane del Monastero, che in varie epoche alcune religiose apportarono
restauri all’affresco della Madonna. Non si conosce però né il loro nome, né quando i ritocchi furono eseguiti.
24)
Questo dipinto sovrapposto alla bella tela della Madonna settecentesca, secondo una memoria ben ricordata ancora
oggi da alcune religiose, fu eseguito sicuramente da una religiosa nel Monastero nelle prime decadi del nostro secolo.
25)
La tela, prima di subire il restauro, fu sottoposta, per interessamento del nostro concittadino Cardinale Sergio Guerri,
all’attenzione del dott. Nazareno Gabrielli,
26)
Nelle Cronache..., del 1847, quando si parla di una certa cappellina creata nell’Ortino, si dice: Ciò poi che più di
ogni altro rapisce il cuore è un Immagine di Maria SS. che tiene fra le braccia il Divino Figliolo Bambino, lavoro di
eccellente pittore, e fatto fare a bella posta (Cronache, cit., p. 59) Che sia anche questa una tela ricoperta?
27)
La stessa monaca, citata alla nota 24, sempre secondo alcune religiose del monastero, nelle prime decadi del secolo
aveva intenzione di restaurare l’affresco della Madonna sull’altare della chiesa. Questo intervento però le fu impedito
da tutta la Comunità. E chissà se anche altre tele furono dipinte da questa ingenua e incompetente monaca?
evince anche dal confronto con una bella incisione 28) dell’800 in cui si può osservare la
squisita panneggiatura, ben diversa dal dipinto posto sull’altare della chiesa. Per
concludere, si può asserire che queste notizie storiche, più che alla formella in venerazione
sull’altare 29) , abbiano riferimenti di stretta somiglianza e con la Madonna della tela
benedetta da S. Paolo della Croce, e con la chiara incisione dell’Ottocento. Pertanto, per un
eventuale restauro all’affresco della Madonna, sarebbe bene tenere presenti queste brevi
considerazioni tratte dalle varie descrizioni e dal confronto con il sasso esposto nella chiesa
di Maria SS. della Presentazione a Tarquinia.
Alcuni anni fa in una abitazione, poco lontana dal complesso delle Passioniste di
Tarquinia, entro uno stabile datato (XIII-XIV secolo, Traversi 1985), nel vano adibito a
bagno e ricoperto da uno strato d’intonaco fu trovato un affresco raffigurante una
Madonna col Bambino. Ciò dimostra che nella zona esistevano queste immagini affrescate
nei muri delle abitazioni e se non sarebbe per l’ostinazione di alcuni proprietari, se ne
potrebbero presentare anche altre.
Nell’affresco ritrovato si ravvisa, nella figura del Bambino, la stessa iconografia della
tavola con la “Madonna in Trono col Bambino”, opera di Antonio da Viterbo ubicata nella
chiesa di S. Biagio di Palombara Sabina, che il Faldi (1970) data al settimo decennio del
‘400, e con l’altra “Madonna col Bambino” in S. Maria della Quercia, affresco staccato a cui
il Faldi propone l’attribuzione a Carolino da Viterbo.
Lorenzo Balduini
BIBLIOGRAFIA
1732 - 1737- (Mandati, Archivio Storico Comunale Tarquiniese - (A.S.C.T.).
1758 - Inventari di Valverde, 11-522 (8.C.CDLXXVI) (A.S.C.T.).
17.. -
1772 - D. NICOLA COSTANTINI, Istorica Descrizione del Monastero dell’Istituto
ed ordine della SS. Passione di Nostro Signor Gesù Cristo eretto in questa città di Corneto
sotto il Titolo della Presentazione di Maria SS.ma al Tempio, Corneto 17.. 1772 (Archivio
del Monastero di Tarquinia).
28)
INCISIONE DELL’800, raffigurante la “MIRACOLOSA IMMAGINE DI MARIA SS. che si venera nella Chiesa
delle Monache Passioniste della Città di Corneto. SOTTO IL TITOLO DELLA PRESENTAZIONE”.
L’incisione è disegnata da Antonio Bianchi, è incisa da Marchetti e proviene dall’Archivio Falzacappa, oggi conservata
dalla S.T.A.S. In una collezione privata della città la stessa Madonna incisa dal Marchetti è acquarellata da Pietro
Ghignoni e ricamata dalla sorella del pittore Lucia Ghignoni (cfr. L. Balduini, op.cit.. 1985, p. 255).
29)
All’Immagine, dopo il 1912, è stata aggiunta la terza fila di perline miste a perle, appesantendo così una delle parti
più belle ed originali del dipinto.
1771 - P. FILIPPO della CONCEZIONE, Fondazione del Monastero della Presentazione in
Corneto anno 1771 e Ragguaglio della vita delle prime Monache, (Arch. Generale dei PP.
Passionisti in Roma).
1771 - P. GIOVANNI MARIA di S. IGNAZIO MARTIRE, Relazione della prima Fondazione
delle Religiose della SS. Croce e Passione di Gesù Cristo fatta coll’Autorità Apostolica
nella città di Corneto il 3 maggio 1771, in “Storia delle Fondazioni della Congregazione dei
Chierici Scalzi della SS.ma Croce e Passione di Gesù Cristo” (Positio cit.).
1771 - Cronache del Monastero delle Passioniste dal 1771 al ... (1945), Tarquinia Arch. del
Monastero.
1773 - Relazione della Visita Pastorale fatta da Mons. Francesco Maria Banditi nella
Chiesa e nel Monastero delle Passioniste: il 19 aprile 1773 (Arch. Curia Vescovile di
Tarquinia).
1787 - LAZZARO NARDESCHI, Stima fatta da me sottoscritto delli quadri et altro
esistente nella casa delli Ssri. Fratelli Costantini di B.M. come appresso siegue, Corneto 14
maggio 1787, arch. del Monastero.
1818 - Relazione della Visita Pastorale fatta da Mons. Bonaventura Gazola nella Chiesa e
nel Monastero delle Passioniste nel 1818 (Arch. Curia Vescovile di Tarquinia).
1820 - ANONIMO, Memoria che concerne alcuni fatti avvenuti alle nostre prime Madri.
(Arch. Generale dei PP. Passionisti, Roma SS. Giovanni e Paolo).
1863 - GIUSEPPE MARIA ALDANESI, Cronotassi dei Vescovi della Chiesa di Corneto,
Viterbo 1863.
1864 - Fascicolo riguardante il restauro fatto alla chiesa nel 1864, (Arch. del Monastero).
1910 - Fascicolo riguardante il restauro fatto alla chiesa nel 1910, (Arch. del Monastero).
1912 - Figurina della miracolosa Immagine di Maria Santissima che si venera nella Chiesa
delle Monache Passioniste della città di Tarquinia sotto il Titolo della Presentazione.
1912 - Figurina con l’immagine della Madonna della Presentazione, stampata nel 1912 al
tempo del Vescovo Pacifico Fiorani.
1970 - I. FALDI, Pittori viterbesi di cinque secoli, Roma 1970
1983 - PAOLO RISSO, E Lui l’ha rapita (Profilo Biografico di Faustina Costantini), Milano
1983.
1983 - Cronache dal 1827 al 1830, in “Il Procaccia”, n. 10, Tarquinia, 1983 (A.S.C.T.).
1985 - LORENZO BALDUINI, La casa e i tre dipinti della famiglia Costantini, in
Tarquinia, in “Bollettino” 1985, (S.T.A.S.) Arch. Soc. Tarquiniense di Arte e Storia.
1987 - NAZARENO GABRIELLI, Relazione verbale riguardante il restauro da farsi alla tela
benedetta da S. Paolo della Croce nel 1771, Roma 1987.
1987 - Notizie orali avute dalle Monache del Monastero di Tarquinia.
1987 - Cronache dal 1854 al 1857, in “Il Procaccia”, n.18, Tarquinia 1987 (A.S.C.T.).
IL B. GIOVANNI DA TRIORA E TARQUINIA
Il B. Giovanni Lantrua venne nella Provincia Romana da Molini di Triora (Imperia),
dove era nato il 15 marzo 1760 e vi fu accolto dal P. Provinciale Luigi da Porto Maurizio.
Egli vestì l’abito francescano nel noviziato del convento S. Bernardino di Orte il 9 marzo
1777 per mano del guardiano P. Giuseppe Maria da Valentano e professò l’anno seguente.
Dopo la sua preparazione al sacerdozio nei conventi di studio della Provincia, iniziò
il suo impegno di apostolato e di insegnamento. A dire il vero sono diversi i luoghi che si
contendono una sua presenza come lettore ossia professore di filosofia o teologia,
predicatore e superiore specialmente dopo che egli il 7 febbraio 1816 morì martire in Cina:
Tivoli, Velletri, Tarquinia detto allora Corneto, Montecelio.
Certo la sua testimonianza di fede eroica e la dispersione di molti documenti lasciò
in secondo ordine tutta la sua vita vissuta in questi conventi e specialmente della
cronologia si sa molto poco. Solo a due secoli circa dalla sua presenza a Tarquinia, da
alcuni documenti trovati nell’archivio storico comunale è possibile riscoprire i problemi
che egli dovette affrontare con notevole difficoltà nel suo ufficio di guardiano, come può
capitare ad ognuno, pur impiegando la migliore volontà nel risolverli.
Essendo andati perduti i documenti ufficiali, non sappiamo con precisione l’anno ed
il giorno della sua elezione a guardiano e lettore di teologia a Tarquinia. Allora i superiori
venivano cambiati spesso. Quando vi erano le congregazioni intermedie vi potevano essere
anche due superiori in un anno oltre alle solite cause di morte.
L’ultima comunità intera del convento S. Francesco che si possa conoscere prima
della venuta del B. Giovanni è quella del 29 giugno 1788 della visita pastorale del Card.
Giuseppe Garampi del titolo dei SS. Giovanni e Paolo e vescovo di Montefiascone e
Corneto. Vi erano il guardiano P. Ladislao da Viterbo di 37 anni e 22 di religione, futuro
Custode della Provincia e poi Custode di Terra Santa che morì a Ioppe per pestilenza il 4
maggio 1799, P. Lucio Cesare da Solero lettore di 37 anni e 22 di religione, futuro
definitore, morto a Roma nel convento d’Aracoeli, il 24 ottobre 1821, P. Giovanni
Crisostomo da Maranzana lettore, di 35 anni e 18 di religione, futuro segretario
provinciale, morto a Roma a S. Spirito il 1 marzo 1803, P. Pietro Maria da Corneto vicario,
di anni 44 e 28 di religione, P. Francesco Antonio da Liviliani di anni 55 e 37 di religione,
P. Girolamo da Medicina confessore di monache di 59 anni e 41 di religione, P. Nicola da
Brisighella predicatore annuale, di 38 anni e 22 di religione che erano tutti confessori, P.
Antonio da Turria (Torrice) di 26 anni e 10 di religione, P. Girolamo da Vezzano studente,
di 26 anni e 8 di religione, Fra Benedetto da Caprarola chierico studente, di 22 anni e 6 di
religione, Fra Agapito da Controne laico di 28 anni e 7 di religione, Fra Filippo da
Tolentino terziari, Fra Antonio da Castelnuovo terziario 1) .
I frati erano molti con impegni diversi: guardiano, vicario, lettori di teologia,
confessori anche di monache, predicatori, sacerdoti e chierici studenti, fratelli laici e
aspiranti cioè terziari. Era perciò una casa di formazione in piena regola ed attività.
Inoltre alcuni di loro in tempi diversi furono guardiani dello stesso convento: P.
Francesco Antonio da Liviniani 1786, P. Pietro Maria da Corneto 18/2/1791-28/10/1796
probabile giorno della sua morte, P. Antonio da Turria 29/1/1798-16/2/1809 e P.
Benedetto da Caprarola 9/2/1816-11/2/1817. Bisognerà risalire al 1849 per avere un’altra
comunità intera di frati di questo convento, altrimenti si troveranno solo alcuni.
Certamente quando il B. Giovanni era guardiano di lì nel 1790-18/2/1791 qualcuno
di loro era con lui, anche se dai documenti è ricordato solo il chierico Fra Desiderio da
Lucca che morì guardiano nel convento del SS. Crocifisso di Nemi il 12 aprile 1803 2) .
Il B.Giovanni proveniva dal convento S. Francesco di Canino, dove certamente
aveva insegnato la filosofia, ma il comune non era rimasto soddisfatto e lo aveva licenziato.
L’accenno fatto dal P. Provinciale Michelarcangelo Cioeta da Cori nella sua lettera del 6
aprile 1791 potrebbe fare pensare a chi sa quali guai egli avesse combinato, ma ci si accorge
di trovarsi in realtà solo di fronte alle solite incomprensioni. Infatti nella lettera si dice: “...
se il Pubblico di Canino licenziò dall’impiego di Lettore il P. Giovanni di Triora per i suoi
portamenti non buoni, si servì del suo Diritto (sic), mentre avendolo eletto il Pubblico, e
stipendiandolo questi, poteva dal medemo esser rimosso a suo talento, quando del
soggetto non restava soddisfatto” 3) .
Oltretutto è la prima volta che si sa della presenza del B. Giovanni a Canino. Certo
però è che diversamente lo doveva pensare il P. Provinciale Filippo da Genova 1788-
1)
Visita pastorale del Card. Giuseppe Garampi 1788, AVT ff. 44-44 v.
(B. Giovanni da Triora), Pro memoria (luglio 1790) ASCT tit. XVII, Fasc. 14, 1887. Necrologio della Provincia
Romana d’Aracoeli-Orte 1936.
3)
Lettera del P. Provinciale Michalarcangelo da Cori 6/4/1791 ASCT Carte sparse del secolo XVIII, 1791.
2)
14/2/1791, se lo fece eleggere guardiano di S. Francesco di Tarquinia e lettore sessennale di
teologia.
Allora il B. Giovanni aveva 30 anni e per quel tempo era ormai un uomo maturo e
capace di affrontare i problemi. Gli si presentò infatti uno che apparentemente sembrava
facile, ma che si rivelò veramente spinoso. Nel chiostro di S. Francesco vi erano due
antiche cisterne che raccoglievano le acque piovane dei tetti e dei terrazzi circostanti. Esse
avevano ambedue i plutei quadrati con stemma del comune, due belle colonne laterali e
l’architrave con anello in ferro a cui era appesa una carrucola per legarvi il secchio. Erano
eleganti, ma asimmetriche nel chiostro di diverse epoche. Una di esse esiste ancora e si
trova all’angolo Nord-Est; mentre l’altra più piccola era più centrale, in prossimità del
terzo pilastro verso la chiesa fu distrutta nel 1931 ed è quella che più ci riguarda per il
nostro argomento 4) .
Non sappiamo quando furono costruite, ma certo una lo dovette essere molto presto
e forse proprio la più grande perché più vicina alla parte più antica del convento, anche se
nella documentazione del 1500 si parla solo di una e solo il 13 dicembre 1631 di ambedue.
Infatti il 15 gennaio 1538 il Comune vi fece fare la catena, il 4 aprile 1540 dette 4 scudi per
accomodare la cisterna, il 3 agosto 1567 dette ordine di condurci 12 vetture di acqua per i
frati e la gente perché i frati erano rimasti senz’acqua per darla alla popolazione. Il 13
dicembre 1631 fu ordinato di fare due secchi di rame “con patto però, che detenghino le
due dette cisterne aperte per servizio dell’acqua per ogni uno”. Così anche il guardiano P.
Michelangelo da Civezza il 13 dicembre 1836 ottenne la riparazione della cisterna del
comune 5) . Quindi l’amministrazione comunale mostrò sempre particolare cura per le
cisterne di S. Francesco e proprio per l’incuria o cattiveria di qualcuno che volutamente
sporcava il chiostro il B. Giovanni cercò di fare costruire un muretto di recinzione. Egli
infatti scrive: “Il motivo, che ha dato l’impulso al Guardiano di S. Francesco di fare un
circondario di muro ad una delle Cisterne esistenti nel Chiostro di questo Ven. Convento, e
precisamente in quella, che è più piccola, più vicina alla cucina, e di cui mai si sono servite
Persone della Città, che sono venute ad attinger l’acqua, in occasione della penuria della
medesima nella pubblica fontana, perché universalmente creduta grassa, e cattiva, è stato
appunto ad oggetto di liberare la cisterna suddetta da quella grande impolitezza di sterco et
4)
Lettera dell’avv. Latino Latini 13/2/1931, ASFT. La Valle E. “Corneto monumentale. Necropoli etrusca tarquiniese”.
(Corneto-Tarquinia 1913)34.
5)
Registro dei consigli 1537-1538, ASCT ff; 199, 201. Registro dei consigli 1539-1540, ASCT ff. 187, 187 v, 188.
Registro dei consigli 1567-1591, ASCT ff. 41-41 v. Registro dei consigli 1631-1637, ASCT ff. 39 v, 41 v. Registro dei
consigli 1836-1839, ASCT s.f.
resa abituale in detto sito, che senza meno ha potuto sin’ora rendere imperfetta l’acqua
non ostante il purgatorio, che la depura” 6) .
Alla base vi è perciò un motivo di igiene che il B. Giovanni propugnava, tanto più
necessario ed apprezzabile in tempi in cui le epidemie non scherzavano nel mietere
vittime. Egli prima consultò personalmente alcuni responsabili dell’amministrazione
comunale; poi con il chierico Fra Desiderio da Lucca si recò al comune per esporre alla
magistratura il progetto, senza ledere il diritto di usare l’acqua da parte di nessuno. Questo
avvenne il 18 aprile prima che la magistratura si recasse ad assistere alle funzioni sacre al
santuario di Valverde nel periodo della fiera che secondo il Polidori avveniva nella
domenica dopo quella “in albis” 7) . Il permesso gli fu accordato verbalmente, come si può
intuire, ed egli fece costruire la recinzione alla cisterna. Però fu accusato davanti al vicario
vescovile di Tarquinia di essersi voluto appropriare dell’acqua ed obbligato a demolire il
manufatto 8) .
Egli allora scrisse un memoriale al comune in cui spiegava il suo retto
comportamento in questo, gli abusi commessi da altri, e la sua disponibilità a collaborare
in ciò che era giusto. Questo fu portato alla magistratura il 4 luglio. Alla discussione
presero parte il gonfaloniere Ascanio Falzacappa, il capitano Alessandro Chiocca, il console
Luigi Maria Cesario, Domenico Maria Avvolta, il capitano Luca Antonio Bruschi, Filippo
Martellacci, Giuseppe Bruschi e Leonardo Falzacappa. Essi, secondo la verbalizzazione
della seduta, decisero che fosse messa in esecuzione la prescrizione della curia vescovile
con l’obbligo di ripristinare l’opera o farla eseguire dal comune a spese del convento.
Altrettanto fecero nel consiglio comunale dell’8 luglio. In realtà tra i consiglieri non vi fu
una compatta discussione, perché sul problema proposto da Domenico Maria Avvolta per
la salvaguardia dell’igiene Filippo Martellacci propose un cancello e Giuseppe Bruschi un
muro 9) .
Visto che la questione non si sbloccava il procuratore Saverio Avvolta fece ricorso
alla curia vescovile, facendo presente che il P. guardiano aveva iniziato a demolire il
muretto innalzato col consenso dei conservatori, ma essi erano obbligati a mantenerne
l’igiene perché le cisterne erano del comune e l’acqua serviva ai frati e alla gente, nonché
per la messa. Allora la curia il 13 luglio (non il 13 giugno come erroneamente viene scritto
6)
B. Giovanni da Triora, Pro memoria (luglio 1790), ASCT tit. XVII, fasc. 14, 1887.
Polipori Muzio, “Croniche di Corneto” a cura di Anna Rita Moschetti (Tarquinia 1977) 120. Diario cornetano 1788,
AF, Fa 16, s.f.
8)
(B. Giovanni da Triora), Pro memoria (luglio 1790), ASCT tit. XVII, fasc. 14 1887. Vicario Generale era Lorenzo
Paluzzi.
9)
Registro dei consigli 1783-1790, ASCT ff. 289 v, 290, 295-295 v, 298. Notifica 19/8/1790, ASCT Carte sparse
secolo XVIII, 1790.
7)
nell’originale) ingiunse che i sindaci della comunità dovessero provvedere a questo entro
un mese 10) . Il segretario comunale il 7 agosto rispose che tale ingiunzione non aveva
nessun significato ed era fuori seminato e dovevano gli stessi religiosi provvedere alla
pulizia e a sorvegliare che altri non inquinassero l’acqua, ricorrendo la braccia secolare, se
necessario 11) . Con tutte queste polemiche si era ormai alle metà di agosto e ancora non si
giungeva ad una soluzione. Il procuratore del convento Saverio Avvolta si rivolse di nuovo
alla curia lamentando tale inadempienza in un periodo in cui le acque già cominciavano a
cadere, difendendo l’operato e la giustizia del P. guardiano, la sua cooperazione al bene
comune e chiedendo di accertare se nella seduta dell’8 luglio Filippo Martellacci propose
un cancello e Giuseppe Bruschi un muro.
Il 16 agosto Luigi Querciola e Guido Raffi attestarono che il giorno 8 luglio
Domenico Maria Avvolta propose di tenere pulito il cortile in un modo diverso per le due
cisterne, ma non vi fu unanimità e di si disse di parlarne un’altra volta. Allora la curia
vescovile il 19 agosto chiese che si tenesse un’altra riunione dal comune. La comunicazione
fu mandata al convento di S. Francesco, ai frati, al loro sindaco apostolico Domenico Maria
Avvolta ed ai sindaci del comune Luca Antonio Bruschi e Filippo Martellacci 12) .
Il 12 settembre fu attuata la seduta consiliare richiesta dal vicario della curia
vescovile. Furono esposte le varie fasi di discussioni sull’argomento. Intervenne il sindaco
Luca Antonio Bruschi che confermò l’obbligo dei frati a custodire l’igiene dell’acqua e non
per il comune. Si aggiunse l’avvocato Guido Raffi che presentò un suo Pro memoria che fu
letto in cui ribadiva le critiche verso i frati e il P. guardiano, e confermava la necessità che
essi dovessero averne cura, ricorrendo anche all’autorità civile contro i trasgressori. Il Pro
memoria fu incluso nel consiglio ottenendo nella votazione 17 voti a favore e 3 per i frati.
Forse a favore dei frati votarono Domenico Avvolta, Filippo Martellacci e Giuseppe Bruschi
che altre volte avevano favorito i frati. Però anche allora i voti erano segreti 13) . Da questo è
intuibile che si veniva a rompere quel senso di collaborazione che quasi sempre vi era stato
tra comune e convento.
Forse per calmare le acque Francesco Martellacci, uno dei parenti di Filippo
Martellacci, almeno che non vi sia stato un errore nel destinatario, scrisse una lettera al
nuovo Provinciale Michelarcangelo da Cori, chiedendo che il B. Giovanni fosse destituito
da lettore di teologia, come lo era stato a Canino. La lettera del Martellacci è andata
10)
Notifica 13/7/1790, ASCT tit. XVII, fasc. 14, 1887.
Minuta d’istanza 7/8/1790, ASCT tit. XVII, fasc. 14, 1887.
12)
Notifica (copia) 19/8/1790, ASCT Carte sparse secolo XVIII 1790.
13)
Registro dei consigli 1783-1790, ASCT ff. 295-295 v, 298-298 v, 300. Pro memoria dell’avv. Guido Raffi 1790,
ASCT Carte sparse secolo XVIII, 1790.
11)
perduta, ma ci resta quella del P. Michelarcangelo Cioeta del 6 aprile 1791 che ci presenta il
problema dal punto di vista giuridico e umano. Il Provinciale diplomaticamente rispose
che il B. Giovanni era stato punito col non essere più guardiano. Questo del resto non era
una grande pena, perché i guardiani erano mutati spesso. “Non accade però così in ordine
alla Lettura, che esercita di presente nella Religione, poiché avendo dai nostri Statuti, che
non possa privarsi uno di Lettura senza Processo, non intendendo ciò codesti Padri, come
asserisce il P. Guardiano, né potendosi trasferire in altro Studio Sessennale a cagione che
in questa Provincia Romana ve n’è uno solo, non posso io accudire, e molto meno eseguire
le istanze delle SS. Loro Illustrissime” 14)
Da una parte il P. Provinciale si trovò col nuovo P. Guardiano Pietro Maria da
Corneto e la sua comunità schierata a favore del B. Giovanni con cui forse avevano
condiviso le pene e gli affanni per il caso malamente risolto. Questo però è indice della
stima che gli stessi frati avevano verso di lui. Dall’altra ci sarebbe stata un’ipotetica
possibilità di trasferimento, perché in quello stesso anno vi erano altri due studi di teologia
uno a Viterbo e l’altro a Velletri. Forse lo stesso Provinciale preferì dissuadere in questo
modo chi reclamava un’ulteriore punizione per non creare malumori tra gli altri frati che si
sarebbero dovuti muovere o perché egli stesso prudentemente voleva rendersi conto se
nella nuova situazione tutto si sarebbe calmato o per la stima personale che aveva anch’egli
verso il Beato 15) . Proprio a Tarquinia almeno fino al 1796. Senza dubbio c’era nel 1794,
poiché come lettore concorse alla predicazione dell’avvento 1794 alla chiesa cattedrale
presentando la sua domanda il 13 dicembre 1793 coll’Agostiniano P. Andrea Garofali
reggente di S. Marco di Corneto, il sacerdote secolare Giambattista Collaluca di Tuscania e
l’altro Osservante P. Ladislao da Viterbo lettore che risiedeva nella sua patria ed ottenne i
voti favorevoli e 15 contrari, senza essere eletto. Il P. Giovanni invece ringraziò, cioè fu
approvato ma non gli fu affidata la predicazione che l’ottenne il P. Andrea Garofali 16) .
E’possibile conoscere alcuni frati che vissero con lui nel convento di S. Francesco. Il
P. Pietro Maria da Corneto che fu uomo di grande equilibrio e giusto che successe al B.
Giovanni come guardiano e lo difese, come si è visto, e rimase nel suo ufficio fino alla
morte avvenuta “circa il di 28 ottobre 1796”, succedendogli il P. Bartolomeo da
Carbognano 17) .
14)
Lettera del P. Provinciale Michelarcangelo da Cori 6/4/1791, ASCT, Carte sparse secolo XVIII, 1791.
Atti della Provincia Romana 1791-1856, APA Ms. 454 F. 6 Lettera del P. Provinciale Michelarcangelo da Cori
6/4/1791, ASCT Carte sparse secolo XVIII, 1791.
16)
Registro dei consigli 1791-1796, ASCT ff. 115v, 116, 119v;
17)
Atti della Provincia Romana 1791-1856, APA Ms. 54 ff. 4, 21, 35, 53, 68, 78, bis, 86. Registro dei frati defunti 17331825, APA Ms. 74, f. 176.
15)
Gli altri erano: P. Francesco Antonio da Livigliani o Livignani vicario e maestro dei
chierici 18/2/1791 - 18/1/1792, P. Benedetto da Montefegatese vicario 18/1/1792 che
rinunziò e a suo posto fu eletto P. Antonio Maria da Turria il 3/2/1792 ed essendo già
maestro dei chierici dal 18/1/1792 mantenne i due uffici fino al 27/1/1795 quando fu
sostituito dal P. Raniero da Borga e a sua volta dal P. Benedetto da Caprarola il
24/03/1796.
Non sappiamo con precisione quando il B. Giovanni fu trasferito in altra sede. Di
certo si sa che egli non fu guardiano di Velletri in questo periodo perché non fu eletto di
nuovo che il 23 febbraio 1797 con 6 voti su 7 quando P. Agostino da Torrazza rinunciò al
suo ufficio per il convento S. Michele di Montecelio (Roma).
Suo vicario fu il P.
Agostino Maria da Olmeta che era stato eletto il 30/1/1797 dal provinciale P. Bartolomeo
da Roma. Egli cessò di essere guardiano il 29/1/1798 quando gli successe il P. Benedetto da
Roma e vicario il P. Bartolomeo da Roma che egli si decise a partire missionario in Cina.
Egli iniziò il suo viaggio il 2 febbraio 1798 dirigendosi verso il Portogallo e poi in Cina dove
mostrò la sua maturità della sua preparazione spirituale e culturale con un intenso
apostolato tra i cristiani perseguitati e con la sua morte eroica per la fede il 7 febbraio
1816 18) .
In conclusione da questi documenti è possibile ricostruire una vita del B. Giovanni
che lo rende più vicino all’uomo di sempre con le sue difficoltà nel realizzare la propria
santità sia per incomprensioni o cattiverie, pur mostrando rettitudine, spirito di
collaborazione e disponibilità al dialogo: allontanamento dall’insegnamento a Canino,
causa a Tarquinia da parte dei rispettivi comuni.
D’altra parte egli era giustamente apprezzato per il suo operato dal suo P.
Provinciale Filippo da Genova per Canino, e dal suo P. guardiano Pietro Maria da Corneto
e suoi frati per Tarquinia.
Altro elemento da non sottovalutare è l’avere potuto scoprire una sua presenza a
Canino e stabilire con maggiore certezza quella a Tarquinia con alcune circostanze ed una
cronologia che fino ad ora erano sconosciute.
Sergio Mecocci
O.F.M.
SIGLE FONDI ARCHIVISTICI
AF
Archivio Falzacappa - Presso Società Tarquiniense d’Arte e Storia
APA
Archivio Provinciale Aracoeli
ASCT Archivio Storico Comune Tarquinia
ASFT Archivio S. Francesco Tarquinia
AVT Archivio Vescovile Tarquinia
FONTI MANOSCRITTE
Registro dei consigli 1537-1538, ASCT ff. 199, 201
Registro dei consigli 1539-1540, ASCT ff. 187, 187 v, 188.
Registro dei consigli 1567-1591, ASCT ff. 41, 41 v;
Visita pastorale del Card. Giuseppe Garampi 1788, AVT ff. 44-44v.
Registro dei consigli 1783-1790, ASCT ff. 289, 289 v, 290, 295-295 v, 298-298 v,
300.
Registro dei consigli 1791-1796, ASCT ff. 115 v, 116, 119 v.
(B. Giovanni da Triora), Pro memoria (luglio 1790), ASCT tit. XVII, Fasc. 14, 1887.
Notifica 13/7/1790, ASCT tit. XVII, fasc. 14, 1887.
Notifica 19/8/1790, ASCT Carte sparse secolo XVIII, 1790.
Pro memoria dell’avv. Guido Raffi 12/9/1790; ASCT Carte sparse secolo XVIII, 1791.
Atti della Provincia Romana 1791-1855, APA Ms. 54 ff. 4,5,6,21,22,25,35,36,53, 54,
55, 68, 69, 70,78 bis, 79, 86, 92, 98.
Lettera del P. Provinciale Michelarcangelo da Cori 6/4/1791, ASCT Carte sparse
secolo XVIII,
1791.
Lettera dell’avv. Latino Latini 13/2/1931, ASFT.
BIBLIOGRAFIA
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Contenti G., Il B. Giovanni da Triora. (Roma 1966).
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De Fazi A. - Porchetti A., “S. Francesco in Corneto” Bollettino della Società
Tarquiniense d’Arte e Storia 1984. 5.22.
Di Stolfi L., “Lantrua Giovanni” da Triora Bibliotheca Sanctorum 7 (Grottaferrata
1966) 1114- 1116.
18)
Atti della Provincia Romana 1791-1856, APA Ms. 54, ff., 5, 6, 22, 25, 36, 37, 54, 55, 69, 70, 78 bis, 79, 89, 90, 92,
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Tarquinia 1913).
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Romanelli E., “Il B. Giovanni da Triora O.F.M”. (Roma 1986).
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98. Registro dei religiosi defunti 1825-1885 APA Ms. 73 ff. 189-191.
L’”ETRUSCA DISCIPLINA”
Appunti per conoscere meglio la Religione Etrusca
Uno degli aspetti più interessanti della civiltà etrusca è senz’altro l’atteggiamento
che questa ha verso le divinità e il destino dell’uomo. A riguardo possiamo trovare notizie
nelle opere degli autori latini del periodo fine repubblica-impero. Si potrà obiettare che
sono fonti un po' lontane dal periodo che trattano e su questo non c’è dubbio. Per avere
un’idea dell’autentica tradizione etrusca è necessario, quindi, sfrondarle di tutto ciò che
può essere ritenuto una trasformazione operata dalla cultura greco-romana di questi
scrittori. Una cosa si nota subito: quasi tutti approfondiscono la parte relativa alle tecniche
etrusche della divinazione, trascurando invece la teologia vera e propria.
Anche gli Etruschi ci hanno lasciato tante iscrizioni relative ai riti funebri,
all’oltretomba e al culto (circa diecimila), ma o sono molto brevi oppure talvolta, quelle più
lunghe, di difficile interpretazione.
Le scritture più lunghe a noi pervenute riguardano:
a) La Mummia di Zagabria (che forse appartiene ad un mercante etrusco morto in
Egitto al tempo dei Tolomei). Le bande di questa mummia son state ritagliate dal lino di un
testo etrusco a carattere religioso, scritto quasi sicuramente in versi, che ripete formule
riferentesi a date, abitudini di vita e azioni che noi non sempre comprendiamo bene.
Questo, con le sue più di milleduecento parole, è senz’altro il più lungo dei
documenti che oggi conosciamo in lingua etrusca.
b)La Tegola di Capua, che presenta un lungo, difficile testo riguardante sacrifici e
offerte da fare (.... tre focacce e tre corone...) agli dei infernali. Molti ritengono che sia un
frammento di un Libro Acherontico.
c)Il Cippo di Perugia, scritto sulle due facce. Con molta probabilità riguarda un
contratto tra due famiglie perugine, gli Afuna e i Velthina, per il possesso di un terreno.
Importante è l’espressione “tesne rasne” (secondo il diritto etrusco... o.... legge etrusca....
o..... etrusca disciplina) che appare nel testo.
Testimonianze religiose le troviamo anche nelle tombe dipinte e nelle sculture
rinvenute nelle necropoli grazie alle quali possiamo capire le credenze sull’oltretomba e
sulla morte di questo popolo.
Per gli Etruschi tutta la vita umana è permeata e condizionata dal sacro. C’è
sempre un legame tra ciò che accade e le divinità del Cielo e dell’Inferno. Non
dimentichiamo che la loro religione, secondo quanto ci viene tramandato da Cicerone e da
Plinio, ha inizio con la prodigiosa apparizione di un dio dal volto di fanciullo e dai capelli
bianchi, scaturito dal solco tracciato dall’aratro di un contadino tarquiniese: è il mitico
Tages (Tagete) al quale si fa risalire l’insegnamento dell’ “etrusca disciplina” ossia delle
regole per interpretare i i vari presagi mandati dagli dei agli uomini. Le sue rivelazioni
secondo alcuni sarebbero state raccolte da Tarcun (Tarconte) fondatore di Tarquinia,
secondo altri invece dai Lucumoni delle dodici città. A sostegno della prima ipotesi è bene
ricordare che dai Latini Tarquinia era ritenuta la capitale religiosa dell’Etruria e che
accoglieva un Collegio di 60 aruspici al quale potevano accedere inizialmente solo i giovani
delle più grandi famiglie etrusche.
Qui si studiavano la lingua etrusca (lingua
prescelta per comunicare con gli dei e capire appunto l’etrusca disciplina) e le varie
scienze: astronomia, fisica, medicina.
Dopo Tagete, una ninfa, Vegoia o Begoe, fece conoscere, tramite un principe di
Chiusi, Arruns Velthumnus, l’arte di interpretare i fulmini (ars fulguratoria) e
l’agrimensura.
I “Libri Vegoici” furono tradotti in latino da un contemporaneo di Cicerone,
Tarquinio Prisco, e di questa traduzione ci sono pervenuti dei frammenti relativi alla
divisione e delimitazione dei terreni, dai quali si deduce che “tutto ciò che gli uomini
hanno codificato in leggi, è d’ispirazione divina e gli stessi dei hanno segnato i confini dei
campi. Non rispettare tali segni non potrò che portare a drammatiche conseguenze.”
(E’opportuno precisare che ciò viene riaffermato nel 90 a.C. in relazione alle leggi agrarie
dei Gracchi e i soci etruschi fanno valere questo insegnamento di Vegoia per ottenere il
rispetto delle loro proprietà).
Tutte le rivelazioni furono trascritte in testi sacri, parte dei quali, però, forse fu
compilata in epoca posteriore.
Questa specie di “antologia profetica” aveva una struttura tripartita.
Cicerone nel “De divinatione” ci presenta questi tre gruppi:
a) i “Libri Haruspicini”, che indicavano il modo di esaminare le viscere delle vittime
per trarne previsioni per il futuro;
b) i “Libri Fulgurales”, che trattavano dei fulmini, della loro origine, del significato e
della loro importanza ed espiazione;
c) i “Libri Rituales”, che comprendevano i precetti, che governavano la vita del
singolo individuo e dello stesso Stato.
Tale suddivisione dell’ “Etrusca Disciplina” ci fa subito comprendere l’importanza
che veniva data all’arte divinatoria. Attraverso l’esame delle viscere, dei fulmini e dei
prodigi, si poteva conoscere la volontà degli dei, ed, eventualmente, il modo in cui
occorreva agire per placarli.
Non c’è una netta distinzione tra il sacro ed il profano e perciò questo popolo è tutto
teso ad approfondire la mantica (l’arte della divinazione), che viene considerata unica
scienza valida oltre che scienza universale.
Seneca nelle sue “Naturales quaestiones” ci riporta parti di un trattato di Aulo
Cecina, “De etrusca disciplina”, che ci fanno chiaramente intendere il modo in cui gli
Etruschi si ponevano davanti ai vari fenomeni naturali:
“..... essi sono convinti non che i fulmini preannunciano il futuro in quanto si sono
formati, ma che si siano formati in quanto debbono preannunciare il futuro.” (II, 32)
L’uomo quindi diventa consapevole dei propri doveri ed anche del destino futuro,
solo attraverso l’interpretazione dei segni che gli dei mandano sulla terra; da qui
l’importanza della mantica.
Chi però era in grado di esercitare quest’arte divinatoria?
Gli haruspices, i sacerdoti etruschi (netsvis) che, soli, possedevano la conoscenza di
tutto ciò che la riguardava e che in questo campo erano da tutti ritenuti insuperabili e,
perché no, infallibili.
Essi manterranno per moltissimo tempo la loro posizione privilegiata; basti pensare
che al seguito dell’imperatore Giuliano l’Apostata (331-363 d.C.), in pieno Cristianesimo,
ancora ne troviamo alcuni al posto d’onore. Per amara ironia l’interpretazione da essi data,
durante la spedizione contro i Persiani dell’episodio del leone del deserto che attacca i
legionari e da questi viene ucciso, non spiegò bene quale re sarebbe morto in battaglia,
colpa forse delle carte lette a rovescio..., e così a perire fu l’Apostata, anziché il suo
avversario...
Arrivati a questo punto possiamo porci una domanda: dopo l’intepretazione del
presagio come potevano sfuggire tanto gli uomini che lo stesso Stato, alla sorte
preannunciata dai segni che gli dei avevano inviato?
L’uomo poteva fare qualcosa per modificare il destino che lo attendeva oppure
doveva accettare passivamente il Fato?
A prima vista sembra che niente possa essere fatto per cambiare il destino che,
ineluttabile, incombe sugli umani, ma quando tutto sembra precipitare, in modo
particolare quando si tratta di presagi infausti, interviene l’aruspice il quale, grazie alla sua
conoscenza dei vari riti, può indicare quali sacrifici debbano essere fatti per placare gli Dei
immortali e farli intercedere per l’uomo presso il destino.
Gli dei, quindi, in questo complesso rapporto, fungono da intermediari tra l’uomo e
il Fato; teniamo ben presente, però, che questo non può essere completamente mutato, si
possono solo modificarne le tappe.
Più gli aruspici sono approfonditi nella conoscenza dei vari riti propiziatori verso gli
dei, più grande è la possibilità di eluderlo o in parte modificarlo. Un esempio di ciò lo
troviamo in Cicerone (Catilinarie, III, 19) il quale riferisce che nel 65 a.C., consoli Cotta e
Torquato, si manifestarono fenomeni terrificanti.
Furono
chiamati
i
più
famosi
indovini etruschi e questi, dopo averli interpretati, preannunciarono gravi disastri se non
fossero stati placati, con ogni mezzo, gli dei immortali che, con la loro intercessione,
avrebbero potuto arrestare il destino (..... nisi dii immortales, omni ratione placati, suo
numine prope fata ipsa flexissent.)
Inutile dire che lo Stato Romano si precipitò a fare tutti i riti che gli indovini
ritennero necessari per scongiurare le calamità.
Abbiamo accennato tante volte ai testi sacri dell’ “etrusca disciplina”, vediamo ora di
approfondirne la conoscenza per poterci calare meglio in questo mondo misterioso,
guidato e soggetto a leggi ferree. Cominciamo con i “Libri Haruspicini”.
Senz’altro la consultazione delle viscere degli animali sacrificati, era l’arte in cui gli
aruspici dell’Etruria eccellevano. Se noi osserviamo il comportamento di tutti i popoli,
vediamo che il momento del sacrificio agli dei è sempre stato ritenuto, anche se con
modalità diverse, il punto culminante della divinazione in quanto è allora che il dio è più
vicino agli uomini e più chiaramente invia loro il suo messaggio.
Gli Etruschi
avevano elaborato, dopo un’attenta e metodica osservazione, un
sistema estremamente complesso che, si può dire, non lasciava nulla all’improvvisazione.
Le vittime, che venivano sacrificate, per conoscere attraverso lo studio delle loro viscere il
futuro, verranno poi indicate dai Romani con l’espressione “hostiae consultatories”. La
parte più importante delle viscere era il fegato, sede della vita, il quale veniva attentamente
studiato in ogni sua parte.
L’epatoscopia, con molta probabilità, era una scienza prettamente etrusca. E’
significativo che le due rappresentazioni di Tagete pervenuteci (lo Specchio di Tuscania e la
Cista di Palestrina) mostrino il dio con in mano un fegato di pecora e davanti a lui Tarconte
in ascolto.
Senz’altro il più importante modello di fegato è quello in bronzo (II sec. a.C.)
ritrovato a Piacenza nel 1877. Si pensa che rappresenti un fegato di pecora. Non se ne sono
trovati altri uguali per la precisione e l’acutezza con le quali è suddiviso. La faccia convessa
è divisa in due mentre quella concava è ripartita in tante piccole caselle e tutte portano
inciso il nome di una divinità (a titolo di curiosità queste sono ben quaranta!)
Nella parte convessa i due lobi portano a destra il nome di Usils (sole) e a sinistra il
nome di Tivr (luna). Le due sezioni indicano chiaramente l’una il giorno, l’altra la notte.
Il lato concavo presenta oltre alle varie caselle anche degli sbalzi che rappresentano
la Vescicula fellea, il Processus caudatus e il Processus papillaris.
Questo fegato è un vero e proprio microcosmo. Ogni sua parte appartiene ad una
divinità, ad un potere sacro, che può essere favorevole o sfavorevole a seconda del posto
che occupa nel disegno d’insieme. Possiamo dire che il fegato dell’ “hostia consultatoria”
viene ad essere considerato come lo “specchio del mondo nel momento del sacrificio”.
Lucano, nella “Farsalia”, presenta con grande drammaticità il momento della
divinazione di Arunte, aruspice etrusco, in un periodo in cui gli dei si mostrano
particolarmente avversi. La guerra civile è nell’aria, con tutto il suo seguito di morte e
distruzione. I presagi funesti si fanno più frequenti ed il Senato romano chiama il più
vecchio e saggio degli indovini, appunto Arunte, il quale, man mano che esamina le viscere
della vittima sacrificata, sente il cuore riempirsi di terrore: mai ha visto indizi tanto
terrificanti. “....
O dei del cielo a mala pena posso rivelare alle genti quel che state per mettere in
moto. Non tu, infatti, o padre Giove, hai accolto questo sacrificio.
Gli dei infernali sono penetrati nelle viscere del toro. Quel che temiamo non è
possibile esprimerlo, ma gli eventi oltrepasseranno ogni timore. Possano gli dei rendere
fausto quel che hanno visto i miei occhi (I, 640 sgg)”. Ad Arunte, quindi, non resta altro
che invocare gli dei, con una accorata preghiera affinché intercedano per il popolo romano.
Sempre nella stessa opera Lucano ci presenta un altro modo di divinare in cui gli
Etruschi erano maestri: lo studio del cielo e di tutto ciò che si manifesta in esso. Publio
Nigido Figulo, esaminando e osservando gli astri nello stesso periodo di Arunte, coglie
anche lui segni che preannunciano gravi disgrazie.
“..... Perché gli astri hanno abbandonato il loro corso e si muovono oscuri per il
mondo, mentre il fianco di Orione porta-gladio brilla di una luminosità eccessiva? La furia
delle armi incombe minacciosa, la forza del ferro sconvolgerà qualsiasi nozione di
diritto......” (I, 640 sgg)
Cambia il campo di osservazione ma il risultato è lo stesso: il cielo e le viscere sono
concordi nel preannunciare un periodo di lotte fratricide.
Nigidio Figulo si pronuncia dopo aver osservato gli astri, ma il cielo per gli Etruschi
si esprimeva in modo particolare con i fulmini; non a caso una parte dei testi sacri (“Libri
fulgurales”) è dedicata allo studio di questa manifestazione.
Anche il cielo, come il fegato, si suddivideva in varie parti, più precisamente in
quattro (secondo i punti cardinali), ognuna delle quali, poi, presentava altre quattro zone.
Tutti i fenomeni fausti provenivano dalla parte orientale in quanto in questa parte del cielo
risiedevano gli dei favorevoli; da quella occidentale provenivano invece i prodigi negativi.
Il fulmine non poteva essere scagliato da tutti gli dei; solo nove avevano questa
facoltà e soltanto Tinia (Giove), il più potente, poteva scagliare sulla terra tre tipi diversi di
fulmini, di “manubiae”:
1) il “fulmen praesagum”, con il quale il dio si limitava ad avvertire;
2) il “fulmen ostensorium”, che poteva scagliare solo dopo il consenso dei dodici
“dei consentes” e che impauriva colui che lo riceveva;
3) il “fulmen peremptorium”, che scagliava per devastare, anche questo, però, solo
dopo aver consultato quelle divinità che Seneca chiama dei “superiores ed involuti”
(superiori ed oscuri).
Non conosciamo il nome di tutte le altre otto divinità, che avevano questo potere, si
sa che potevano esercitarlo Uni (Giunone), Menrva (Minerva), Velchans (Vulcano), Maris
(Marte), Satre (Saturno).
Importante era quindi la zona del cielo nella quale il fulmine aveva origine ma
altrettanto importante era l’ora in cui avveniva il fenomeno, il colore che aveva e ciò che
produceva. Poteva infatti colpire una cosa senza romperla (terebrare), oppure romperla
violentemente (discutere), oppure bruciarla (urere), oppure solo annerirla (fuscare).
Ancora, il significato cambiava a seconda della situazione di chi l’osservava: cioè
poteva ammonire (“fulmen consiliarium”), poteva far capire se il dio era o no favorevole
(“fulmen auctoritatis), oppure poteva spingere ad agire (“fulmen status” o “fulmen
monitorium”)”.
Anche il futuro annunciato da un fulmine poteva essere allontanato o dilazionato
con appositi riti.
Il “fulmen” era senza dubbio il segno più importante (“auspicium maximum”).
Essenziale per un aruspice “fulguriator” (trutnvt) era conoscere le pratiche rituali ed
espiatorie per la caduta di un fulmine sulla terra. Infatti tutti coloro che venivano a
contatto con le tracce lasciate da questo, diventavano impuri, contaminati ed era quindi il
sacerdote che doveva provvedere a purificarli con riti espiatori. Alcuni di questi
prevedevano il sotterramento del fulmine (“fulmen condere”) e di quanto da esso toccato,
con il sacrificio di vittime (pecore) alle divinità interessate.
Come avveniva questo sotterramento? Si procedeva in questo modo: nel punto in
cui era caduto il fulmine veniva costruita la sua tomba, che poteva essere chiusa da un
recinto o ricoperta da un mucchio di terra. I Romani (forse per essere più tranquilli)
insieme al fulmine seppellivano anche tutto ciò che era stato colpito o ucciso da questo:
cose, uomini ed animali (la prudenza si sa non è mai troppa).
Persio, scrittore latino del I sec. d.C., di origine volterrana, ci dice che quel luogo era
considerato “triste ed evitandum” (maledetto e da evitare) e che veniva indicato con il
nome di “bidental”.
Oltre alle viscere ed ai fulmini l’aruspice doveva essere sempre pronto ad osservare,
interpretare ed eventualmente purificare tutto ciò che si presentava in modo diverso dal
solito: i cosiddetti prodigi (“ostenta”).
Lo studio dei prodigi (“ostentaria” riguardava gli alberi (“ostentaria, arborarium”),
che venivano divisi in “arbores infelices” (funesti) e “arbores felices” (propizi). I primi non
coltivati, selvatici con bacche nere e linfa scura rappresentavano le temibili potenze
infernali; se poi presentavano qualche anomalia, eventi terribili avrebbero sconvolto la vita
del singolo e dello Stato.
Anche gli animali, certamente, si dividevano in favorevoli e sfavorevoli (“animalia
felicia” e “infelicia”). Al primo gruppo dovevano appartenere gli animali domestici, al
secondo le api, il leone, il lupo, gli uccelli rapaci e quelli notturni.
Qualsiasi malformazione umana o animale era segno di cattivo augurio e si credeva
portasse significazione della collera divina. Si racconta che, poco prima che venisse ucciso
Nerone, fosse nato un vitello a due teste, dal che l’aruspice consultato aveva dedotto che
l’Impero avrebbe avuto più teste, ossia più imperatori, dopo la morte di Nerone. Cosa che
avvenne puntualmente con Galba, Ottone e Vitellio.
I Romani chiesero sempre aruspici etruschi per essere guidati nei riti di
purificazione e di espiazione dei prodigi nefasti e questo tanto nel periodo monarchico che
in quello repubblicano ed imperiale.
La stessa fondazione di Roma si ricollega ad un ben preciso modo etrusco di
procedere. Chi deve avere l’onore di fondare questa nuova città?
dal volo degli uccelli. Perché proprio gli uccelli?
Colui che sarà indicato
Perché anche attraverso questi si
manifestava la volontà degli dei.
Più tardi ancora una manifestazione di tale volontà: Lucumone (Tarquinio Prisco)
sta arrivando a Roma; ha lasciato la sua città natale, Tarquinia, per tentare la scalata al
potere, per avere quel posto di preminenza che il suo sangue, metà greco e metà etrusco,
gli impedisce di raggiungere in patria.
Gli è accanto la moglie Tanaquilla, appartenente ad una delle più importanti
famiglie della nobiltà etrusca tarquiniese. E’ a questo punto che, secondo Tito Livio,
avviene un prodigio: un’aquila piomba su Tarquinio e gli strappa il copricapo dalla testa.
Dopo aver volteggiato nel cielo, ritorna verso la terra e glielo rimette sul capo! Spavento e
confusione, ma Tanaquilla, “esperta come lo sono in genere gli Etruschi” nell’interpretare i
segni divini, vede in questo prodigio l’annuncio di un grande destino per il marito.
Sono solo due esempi che, però, ci fanno capire l’attenzione manifestata da questo
popolo a tutto ciò che in un modo o nell’altro lo legava agli esseri supremi.
Roma, già al tempo di Romolo, ospitò Etruschi esperti nell’interpretazione del
comportamento dei volatili e li indicò con il nome di Auguri. Questi, poco alla volta, si
specializzarono nell’interpretare il volo (alites, praepetes) o il canto (oscines) degli uccelli
nelle quattro zone in cui era suddiviso il sacro spazio celeste, oppure il modo di
comportarsi dei polli sacri (auspicia pullaria) o l’ingordigia con cui beccavano il loro
mangime (più erano famelici, migliore era l’augurio..)
La fortuna degli auguri però non fu duratura come quella degli aruspici e spesso il
loro collegio dovette chinarsi agli interessi politici. Un esempio: Cicerone, nel “De
senectute”, fa dire a Fabio Massimo che tutto quello che riguardava gli auspici doveva
essere valutato in proporzione all’utilità che procuravano allo Stato.
Ancora Livio (Epit. XIX) racconta come i sacri polli, che avevano avuto il torto di
soffrire d’inappetenza nel momento in cui erano stati osservati per conoscere l’esito di una
battaglia navale, durante la I guerra punica, preannunciando così un esito sfavorevole,
furono fatti gettare in acqua dal console P. Claudio Pulcro e la sua sentenza fu
accompagnata da questo commento: “Giacchè non volete mangiare, allora bevete!”
Poveri polli, se fossero sopravvissuti, avrebbero avuto la soddisfazione di vedere il
console, loro nemico, perdere lo scontro!
Le ultime citazioni, riguardanti il collegio degli Auguri a Roma, risalgono alla fine
della repubblica e ciò fa presumere la cessazione della loro autorità da quel periodo.
Quando abbiamo parlato del “Fegato di Piacenza” abbiamo visto come portasse
incisi i nomi di 40 divinità, ma questo non deve farci credere che sia facile orizzontarsi
nell’Olimpo degli Etruschi.
Secondo quello che scrive Marziano Capella (V sec. d.C.), che riprende quanto
riordinato dal già ricordato Nigidio Figulo (contemporaneo di Cicerone), la gerarchia
divina vedeva al posto d’onore Tinia, signore del fulmine (più volte nominato nel Fegato di
Piacenza); al suo fianco Uni, sua moglie e Menrva.
Questi tre dei formavano una triade favorevole che, forse, al tempo della
dominazione dei Tarquini, venne portata a Roma dove prese il nome di Giove, Giunione e
Minerva. Sappiamo infatti che la statua in terracotta di Giove Capitolino era stata
realizzata dallo scultore etrusco Vulca, sotto il re Tarquinio Prisco.
Altri dei erano Nethuns (Nettuno), Ani (Giano), Maris (Marte), Turan (Venere),
Selvansl (Silvano), Aplu o Apulu (Apollo), Artumes o Aritimi (Artemide), Turms
(Mercurio), Fufluns (Bacco), Velchans (Vulcano).
Come si può notare c’è stata nella religione etrusca una sicura influenza della
mitologia greca. Questo legame lo dimostra anche il fatto che, nel VI sec. a.C., nel
Santuario di Delfi, in Grecia, furono presentati i tesori inviati da due città etrusche: Cere e
Spina.
Alcune di queste divinità erano particolarmente venerate in determinate città
dell’Etruria; ad esempio Uni era la protettrice di Veio, Menrva di Faleria, Fufluns di
Populonia. In questa città molta importanza aveva anche il dio dei fabbri, Velchans, che
troviamo raffigurato sulle sue monete. Ad Arezzo un culto particolare veniva rivolto a
Turms, il dio che guidava i morti nell’Ade. L’Ara della Regina, a Tarquinia, si pensa fosse
un tempio dedicato a Uni. Il fondatore di questa città, Tarconte era oggetto di reverenza e
profonda devozione da parte di tutti i Tarquiniesi.
Quando gli Etruschi intraprendevano qualche rischiosa spedizione sul mare,
invocavano la protezione di Hercle (Ercole), simbolo della forza e del valore oltre che
divinità della pastorizia, del bestiame e del mare, il quale con il suo coraggio poteva, unico,
vincere le potenze infernali.
Una divinità tipicamente etrusca era Vertumnus o Velthune o Voltumna, di cui parla
anche Plinio. Era un dio asessuato, mutevole che poteva essere di volta in volta amico o
nemico. Nel suo tempio, presso Volsinii, si riunivano i rappresentanti delle varie città
etrusche tanto per motivi politici che religiosi. Portato a Roma prese il nome di Vertumno.
Non c’è che dire i Romani erano sempre pronti ad aprire le porte alle divinità dei
nemici. Speravano forse di farle passare dalla loro parte? Senza la protezione degli dei il
nemico sarebbe stato molto meno pericoloso e deciso.
La strategia militare, allora,
poteva basarsi anche su questo.
Un momento importante era quello della morte.
Alla morte e all’oltretomba gli Etruschi avevano dedicato particolari cure. I “Libri
fatales” in alcune loro parti parlano dell’inevitabile termine che spetta alla vita degli
uomini e dello Stato. Nei “Libri acherontici” si dà peculiare importanza ai riti funebri, in
quanto l’anima del morto poteva diventare immortale solo con il sacrificio cruento di
determinati animali.
Con estrema accuratezza veniva costruita la tomba, dove l’uomo e la donna
dovevano trovare il riposo eterno. Accanto a loro venivano poste le cose che li avevano
allietati durante la vita: le armi, i gioielli.... Tutto questo avrebbe dato tranquillità ai morti
ed ai vivi.
Dopo la morte c’è un’aldilà che varia nella sua concezione secondo i vari periodi.
Nell’epoca arcaica, l’epoca più felice, questo mondi degli Inferi è presentato, nelle pitture
delle Tombe di Tarquinia, come un luogo in cui il morto può partecipare a tutto ciò che di
più bello e sereno è possibile pensare. E’una vita gioiosa quella che aspetta il defunto, che
viene guidato nell’oltretomba da demoni che non hanno nulla di pauroso.
Ma noi sappiamo che le vicende politiche, poco alla volta, volgono in modo negativo
e questo cambiamento si riflette sul regno dei morti, che appare non più sereno ma
terrificante. Fanno la loro apparizione i demoni infernali. Aita e Phersipnai (Ade e
Proserpina), signori dei morti, si manifestano in tutta la loro potenza e terribilità. Nelle
pitture della Tomba dell’Orco di Tarquinia, Aita viene rappresentato con in capo una pelle
di lupo (ed il lupo, come sappiamo, era un animale infausto) e Phersipnai ha dei serpenti
tra i capelli. In questa tomba possiamo veramente percepire il mutamento dell’atmosfera,
non più banchetti gioiosi e balli sfrenati, ma una tristezza diffusa su tutti i volti. In un
angolo c’è Tuchulca, mostruoso con le sue orecchie di cavallo e il becco di avvoltoio. Di
questo spaventoso demone è stata ritrovata anche una statua nella necropoli di Cerveteri.
Nella Tomba del Tifone si scorge l’orribile figura di Carun (Caronte), che, oltre ad un
aspetto repellente, presenta un colorito bluastro che fa pensare alla decomposizione dei
corpo dopo la morte, quello stesso colorito che ritroviamo negli effigiati della Tomba dei
“Demoni azzurri”, recentemente scoperta a Tarquinia.
La morte non è più intesa come un passaggio sereno verso una vita gioiosa, ma è
vista con tristezza e sgomento per ciò che attende lo spirito nell’oltretomba.
La preoccupazione della morte diventa sempre più forte ed un popolo, come quello
etrusco, che ha permeato tutta la sua vita di eventi misteriosi preannuncianti un fato
sempre incombente, che ha posto in una posizione di privilegio la casta sacerdotale, che ci
ha trasmesso testi sacri sulla vita e la morte, la terra e il cielo, ha lasciato nelle sue tombe la
testimonianza degli eventi che hanno condizionato la sua storia.
A noi posteri, non resta altro che cercare di approfondire la conoscenza della sua
civiltà, impegnandoci ad interpretare ciò che ci ha affidato nel tempo, e, mano a mano che
ciò avviene, non possiamo non restare affascinati dalle credenze e dai principi che lo
guidavano e dall’acutezza con la quale i suoi sacerdoti annotavano, studiavano e
interpretavano in vista del futuro, i segni che gli dei inviavano agli uomini.
Lilia Grazia Tiberi
FONTI
Werner Keller - La civiltà etrusca - ed. Garzanti
Raymond Bloch - Gli Etruschi ed. Il Saggiatore
Jacques Heurgon - Vita quotidiana degli Etruschi ed. il Saggiatore
M. Pallottino - Popoli e civiltà dell’Italia antica
Mauro Cristofani - Etruschi, cultura e società ed. Ist. Geog. De Agostini - Novara
M. Cristofani - La tomba del Tifone
R. Bloch - Prodigi e divinazione nel mondo antico,
R. Bloch - La religione etrusca
M. Pallottino - La religione degli Etruschi
R. Bloch - Liberté et détermininisme dans la divination étrusque
P. Giannini - Centri Etruschi e Romani dell’Etruria Meridionale
L’autrice ha poi tenuto nel dovuto conto le conferenze del dott. Ludovico Magrini su
questo tema.
MASTRO TITTA A CORNETO
Vi racconto una storia: la storia di una decapitazione avvenuta in Corneto nella
seconda metà del 1800 e che mi è giunta per “trasmissione orale” come si usava un tempo
quando la vita, gli usi, i costumi venivano tramandati, senza tanti intermediari, da padre in
figlio.
Luigi Finocchi, soprannominato Finocchio, aveva una giovane moglie, che sorprese
in “flagranza di reato”. Lì per lì assorbì il colpo, ma la gelosia lo rodeva dentro finche non
potette più: condottala con una scusa in un canneto della valle del Marta la uccise ad
accettate. Non si accorse, nella colluttazione che ci fu, che la disgrazia gli aveva strappato
una stringa da un gambale.
Finocchio seppellì il corpo tra le canne, pulì l’accetta e se ne tornò a casa.
Alle comari che gli chiedevano che fine avesse fatto la moglie, rispose evasivamente
che era andata a trovare parenti lontani.
Dopo poco tempo però brutte voci cominciarono a circolare per il paese: c’era gente
che aveva visto la coppia dirigersi nella valle del Marta; c’era gente che sapeva delle
relazione della giovane moglie. Le voci si fecero più insistenti tanto che il bargello
(comandante delle guardie) volle vederci chiaro: interrogò, indagò, scavò sul luogo dove la
coppia era stata intravista, finché il corpo non fu ritrovato con la stringa del gambale
ancora stretta nel pugno.
Fu fatto un rapido sopraluogo nella casa del Finocchi: il gambale venne ritrovato e,
dopo un rapido interrogatorio, il Finocchi confessò.
Il processo fu rapido e la condanna amorte per decapitazione (per quel tempo) la
logica conseguenza.
In Corneto esistevano varie congregazioni religiose, come del resto in tutto lo stato
pontificio, tra le quali la Confraternita del Suffragio, che, oltre ad avere il compito di
accompagnare i morti, confortava gli eventuali condannati.
La notte prima dell’esecuzione Luigi Finocchi venne trasferito dal carcere nella
chiesa del Suffragio per prepararsi ad una buona morte.
Precedentemente gli era stato consigliato di firmare la domanda di grazia, cosa che
il condannato aveva fatto.
Nella
chiesa
del
Suffragio,
assistito
dai
confortatori,
il
Finocchi
pregò
incessantemente per la salvezza della propria anima.
Il narratore aggiunge che dietro l’altare maggiore della chiesa c’era anche una botte
di vino ven capiente, alla quale attingevano i confratelli che si alternavano nelle preghiere
accanto al condannato, cantando De Profundis e Dies Irae, il tutto condito con
esclamazioni quali: “Beato voi che domani sarete lassù”, e così via.
Sul far del giorno il Finocchi, dopo ripetute insistenze, bevve una anisetta.
Durante queste ore, per essere precisi la sera prima, era giunto a Corneto Mastro
Titta, boia ufficiale dello stato pontificio, con i suoi coadiutori.
Durante la notte venne innalzato il patibolo nella attuale Piazza S. Stefano, attigua a
Piazza d’Erba.
Intanto si era fatto giorno ed il condannato, sempre seguito, o meglio, circondato
dai confortatori, venne fatto uscire dalla chiesa del Suffragio e, con la catena ai polsi ed i
birri ai fianchi, fu avviato al luogo del supplizio.
Tutta la cittadinanza doveva vedere ed imparare la lezione: si formò un corteo che,
scendendo per l’attuale Corso, giunse a Palazzo Vitelleschi, piegò a destra per l’attuale Via
Mazzini e giunse in piazza del Duomo. Qui, non si sa come, il condannato riuscì a
svincolarsi e con un balzo raggiunse i gradini della chiesa.
In quei bei tempi il sagrato della chiesa godeva, diciamo così, il beneficio
dell’extraterritorialità e nessuno poteva essere toccato entro i suoi confini.
Il sagrato venne subito circondato ed i confortatori con buone parole, convinsero il
Finocchi ad uscire dal sagrato. Il corteo riprese il cammino fino a giungere al luogo
dell’esecuzione.
Nel frattempo da Roma era arrivata “la grazia”, nella figura di un cavaliere
impolverato e sudato che fu fatto rifocillare in un luogo appartato e precisamente in una
delle stalle di Zinghereria, l’attuale Via degli Archi.
Mastro Titta, prima dell’esecuzione, chiese una mezza foglietta di vino (un quarto),
cosa che gli venne subito portata dall’osteria che era nelle immediate vicinanze (era situata
in Piazza d’Erba, dove un tempo era la cooperativa “La familiare”).
Il Finocchi salì lentamente il patibolo; Mastro Titta gli chiese perdono: l’atto che
stava per compiere non dipendeva da lui. Il Finocchi rispose evasivamente e, sempre
confortato, mise la testa sul ceppo.
Mastro Titta alzol la scure.................................; un uomo appositamente appostato
all’angolo di destra della Piazza mandò un segnale a chi di dovere. L’uomo con la grazia
uscì a cavallo dalla stalla gridando “Fermi, fermi la grazia!!!”
Ma la scure di Mastro Titta era già caduta sul collo del poveraccio.
Giustizia era fatta!
Il boia prese la testa dal cesto e la mostrò al pubblico che gremiva la Piazza: si dice
che dalla bocca uscisse fuori la lingua.
Vi lascio i commenti del popolo: se quella grazia fosse giunta un minuto prima, ma
che dico: mezzo minuto prima!
Il fatto non finisce qui: ci fu una seconda vittima nella figura dell’oste che aveva
portato il bicchiere di vino a Mastro Titta. L’osteria si vuotò e, malgrado che l’oste avesse
pubblicamente e con disprezzo spezzato il bicchiere e brutalizzato i cocci a furia di pedate,
nessuno volle più andare a comprare il suo vino, perché portava iettatura e fu costretto a
chiudere.
PS: la storia è sostanzialmente vera: infatti Luigi Finocchi venne realmente
decapitato in Corneto il 21 luglio 1860, come si legge nel libro “Mastro Titta, il boia di
Roma”, Casa Editrice Arcana, 1981.
Nella trasmissione orale la storia si è certamente arricchita di molti particolari. Ve
l’ho scritta come mi fu detta nei miei anni verdi, da mio nonno, istancabile narratore di
fatti cornetani, che i più vecchi ancora ricorderanno: Checco Pardi, il cui padre aveva
assistito all’esecuzione e ne aveva udito i commenti. Come tale ve la narro, senza togliere
una virgola.
Antonio Pardi
EDITTO SOPRA LA CALDAFREDDA
Saverio Canali chierico di Cammera, Prefetto dell’Annona, e dell’Arte Agraria di
Corneto Sopraintendente.
Il più detestabile abuso, e sperimentato nell’Arte dell’Agricoltura, e che toglie
all’Agricoltura la speranza della buona raccolta, sterilisce per più anni la qualità delli
terreni più fertili, e priva il Publico della sospirata abondanza è stato quello di non
osservarsi, e rispettarsi nella staggione di Estate le caldefredde, che frequentemente
sogliono correre. Ed essendo pervenuto a nostra notizia, che un sì pernicioso abuso abbia
preso piede nel Territorio Cornetano a noi soggetto, volendo per tanto porvi il dovuto
riparo, come è nostro obbligo, inerendo dell’amplissime facoltà a noi concesse dalla S.M. di
Paolo V nel di lui moto proprio publicato li 6 ottobre 1608: con questo nostro pubblico
Editto ordiniamo, e comandiamo a tutte e singole Persone di qualunque stato e condizione,
che hanno aree di campo nel territorio di Corneto, ancorché nelli terreni propri o tenute
libere, e per solo e puro uso proprio non ardischino in avvenire in tempo di calda fredda
fare lavoreccio alcuno nelle Maggesi, nè pure per l’effetto di sterparle, nè rompere le colti
sotto pena in caso di contravenzione alli Padroni di scudi cinquanta per qualsiasi volta, e di
tre tratti di corda, alli Bifolci, o Sterpatori
che in detto tempo ivi lavoreranno, o
romperanno ad anche pene maggiori a nostro arbitrio, dove l’emendazione de’danni a
favore delli padroni delli terreni secondo sarà giudicato dal Capo Rettore e Sotto Rettore
dell’Arte. E perché comunemente la suddetta calda fredda, che nell’entrare del sole in
Leone e Calicola (sic) suole accadere si reputa più perniciosa delle altre successive, perciò
ordiniamo e commandiamo, che la suddetta calda fredda che in ogni anno occorre venga
rispettata, e riguardata per lo spazio di giorni cinque compresi, e le altre successive per
giorni tre, e durante tali termini si soprassieda da ogni sorta di lavoreccio, sì nelle maggesi
che nelle rompiture delle colti e sterpatura delle medesime, altrimenti in caso di
contravenzione si procederà all’esecuzione delle pene di sopra cominate; dichiarando che li
Padroni saranno tenuti nella pena pecuniaria per li loro Capoccia, Bifolci e Garzoni di
campo per la raggione di presunto commando o tolleranza.
Avverta adunque ogn’uno di ubbidire esattamente a questa nostra ordinazione
diretta a bene comune et avanzamento dell’agricoltura, et abbondanza: poiché contro i
trasgressori si procederà con la prova di un solo testimonio degno e per via d’inquisizione
ed in ogni altro modo al............. più proficuo; ed il presente pubblicato che sarà nei luoghi
soliti obbligarà ciascheduno, come se gli fosse stato personalmente intimato.
Dato in Corneto dall’Officio dell’Arte Agraria questo dì 20 luglio 1754.
D’Agostino Arcipr. delle Vigne.
Lo dì 21 luglio 1754 in Corneto. Io sottoscritto Publico Trombetta di questa Ill.ma e
Fidelissima Città confesso avere pubblicato il retroscritto editto a suono di tromba nei
lochi soliti di questa città; In fede. Filippo Ponti.
A dì 29 luglio 1754. Io sottoscritto publico balio della città di Corneto riferisco di
avere affisso copia simile del retroscritto editto in loco solito de la pubblica piazza di questa
città. In fede. Giacomo Sestini.
Al dì 2 agosto 1754. Io sottoscritto publico balio della città di Corneto riferisco d’aver
affisso copia simile del retroscritto editto nel loco solito della publica piazza di dettà città.
In fede. Giacomo Sestini.
V. Erasmi, notif. e Cam.
Archivio Falzacappa
S.T.A.S. Vol. 18 dei Pascoli
Fc 14, pagg. 577, 578
CALDA FREDDA,
Sinonimo concalda, guastaccio, arrabbiaticcio, seccamolle. Particolare alterazione
del frumento, nota da tempo antichissimo, che si manifesta con forte deperimento della
coltura e predominante sviluppo di male erbe. Con lo stesso termine si indica un
caratteristico aspetto del terreno che si determinerebbe allorché le lavorazioni vengono
eseguite in condizioni non opportune di umidità.
I due fatti hanno intima relazione,
dipendendo il primo dalle condizioni in essere del terreno.
I frumenti “guasti”, quando riescono a nascere, non rivelano, nei primi stadi di
sviluppo, differenze di sorta in confronto di quelli normali; le piante anzi nascono
regolarmente, a volte con maggiore rigoglio. I sintomi si manifestano all’inizio della
tallitura e si rendono evidenti con intristimento dell’apparato vegetativo: ingiallimento e,
quindi, arresto di sviluppo. Il sistema radicale è ridotto, molto spesso attaccato da miceli
fungini di specie saprofita (Colletotrichum, Macrosporium, Alternaria, Penicillium, ecc.,)
od anche parassite (Ophiobolus, Leptosphaeria, Fusarium, Helmintosporium), mentre nel
frattempo prendono campo le erbe infeste il cui numero può essere tanto considerevole da
soffocare la già deperite piantine. E’comunissima nei terreni “arrabbiati” la comparsa di
numerosissimi papaveri: segno esteriore pressoché infallibile dell’alterazione. Se avviene
l’emissione della spiga, questa è piccola, mal nutrita, con poche cariossidi rachitiche. Sulla
natura del fenomeno non si hanno che ipotesi. Peglion lo ritiene dovuto a modificazioni di
natura fisica del suolo, specialmente della struttura capillare, sì che ne verrebbe
profondamente disturbato il processo di nitrificazione. Lumia pensa che il fenomeno sia in
relazione di una aumentata attività denitrificante; altri (Perotti) sono dell’opinione che
venga turbato il normale assetto del terreno sì da prevalere la flora fungina rispetto a
quella batterica. Ciò sarebbe ragione dell’osservato infungamento delle radici nei frumenti
“arrabbiati”.
I danni sono gravi: si ritiene che si ripetano per le colture successive, almeno per
circa un triennio, e che siano più sensibili nelle terre compatte e qualora la stagione estiva
decorra arida. Rimedi diretti non esistono. Neppure si può intervenire efficacemente sui
frumenti guasti, che le nitratazioni ripetute ed abbondanti, pur consigliate, non sempre
danno risultati soddisfacenti. Buona pratica, oltre alla bruciatura delle stoppie, può forse
essere la sostituzione dal cereale con colture magari pluriennali, meglio se a sistema
radicale fittonante e resistente come, ad es., trifoglio ed erba medica.
Maurizio Gori
BIBLIOGRAFIA
Ridolfi, Lezioni orali di Agraria, Firenze 1852; Peglion, Le stazioni sperimentali
agrarie italiane, 1901; Tolomei, Atti della R. Accademia economico-agraria dei Georgofili,
Firenze 1901; Bianchini, Contribuzione allo studio dello arrabbiaticcio, Tesi, Perugia, 1908;
Perotti, Rendic. della classe di scienze fis. Mat. e nat. della R. Accademia Lincei, 1919 (II);
Morettini, Le stazioni sperimentali agrarie italiane 1928,
APPENDICE AL GLOSSARIO CORNETANO
Quando il vernacolo entra, fin dalla nascita, nelle nostre orecchie, può accadere che
nelle successive sovrapposizioni del linguaggio scolare, qualcosa di quello venga
dimenticato, sia per il variare del tempo che per l’usura della nostra memoria. Per cui
capita a volte di riscoprire così all’improvviso certe parole e certe espressioni, legate ad un
passato che piacevolmente assaporiamo, per non dimenticare o far dimenticare il quale ci
sentiamo sollecitati a pubblicare via via questo glossario che portiamo avanti di anno in
anno su questo Bollettino per una ricostruzione storica della nostra cultura popolare.
Son queste le ragioni grazie alle quali il lettore può trovare fra le varie pagine, quasi
un’appendice, parole ed espressioni dimenticate che vogliono testimoniare nel tempo le
origini e le locuzioni di una grammatica più che antica, semplicemente famigliare, che ci
distingue a volte con orgoglio da molti altri dialetti che formano pur tuttavia la ricchezza
delle nostre tradizioni.
A.
Anniscosto (agg.)
-
Nascosto, occultato.
Appietrare (v.)
-
Arrotare la lama di un coltello passandola e
ripassandola sulla pietra.
B.
Bamboccio (s.)
-
Nel dialetto viene comunemente usato in luogo della
parola babboccio, che significa appunto babbeo,
buono a nulla.
C.
Cacàbus (s.)
-
Forma schezosamente latinizzata per significare
cacatoio o altro sito adatto a defecare.
Cacciàta (s.)
-
Usato nel detto popolare “perdere una cacciata”. Vale
a dire perdere un’occasione favorevole. Appare
evidente che la derivazione provenga dal non aver
partecipato a una battuta di cassia che si riprometteva
abbondante e di aver perso quindi la possibilità di
partecipare alla suddivisione della preda uccisa.
Calóne (s.)
-
Riferito a persona anziana quando le vengono meno,
a seguito di qualche caduta di salute, le condizioni di
sveltezza e di autosufficienza. Deriva dal verbo calare,
venir meno, diminuire. Accrescitivo di calo.
Chicchèrone (s.)
-
Forma velata ed eufemistica per significare il
deretano.
Cicalegno o
cicaligno (s.)
-
Riferito a persona che vede assai poco, quasi fosse
cieca.
D.
Dicidòtto (ag.)
-
Dieciotto.
-
Erpicare, lavorare il terreno con l’erpice.
-
Parola riferita a persona che, nascostamente, cerca di
E.
Erpiciare (v.)
F.
Frègamesotto (s.)
fare le spese a suo favore in danno di altri.
Freschìno (s.)
-
Dicesi di luogo o di cosa che ha odore o sapore di
umidiccio, di fresco, proprio della cantina, dei funghi,
dei tartufi e della muffa.
G.
Góccio (s.)
-
Piccola quantità di liquido da sorbire. Derivato da
gocciolo.
Grotte (s.)
-
In luogo di grotta. Derivazione dal francese “grotte”
che è appunto grotta. In dialetto “grotte” è
singolarmente al plurale si usa la forma “grotti”.
I.
Imbriàco (s.)
-
Rafforzativo della parola briaco. Più comune, in senso
dispregiativo “imbriacone”.
Imbrojonaccio (s.) -
Dispregiativo di imbroglione.
Impaporchiare (v.) -
Impaperare, impappinarsi.
Intostare (s.)
Usato nel detto “ancora c’intosta”, nel senso di
-
insistere in un atteggiamento dimostratosi poco
favorevole. Nel dialetto “tosto” vuol dire duro per cui
chi insiste contro la propria convenienza vuol dire
esser duro di cervice, illogicamente caparbio.
L.
Lóto (s.)
-
Ha significato di sporcizia. Siccome il “lutum” nella
lingua latina è il fango, ne deriva che la parola abbia
preso via via il significato di sudiciume.
N.
‘Ndrizzare (v.)
-
Addrizzare o drizzare.
‘Ndrondrona (s.)
-
Probabile alterazione della parola francese “dondon”
che vuol dire donnone; ma nel nostro dialetto ha
significato dispregiativo, nel senso di donna poco
assestata, poco pulita, poco costumata.
P.
Paporchio (s.)
-
Persona bassa e tarchiata, come una papera.
Alterazione di paperocchio o paperottolo.
Pastarella (s.)
-Sta in luogo di pasticcino o di dolciume confezionato
in famiglia, con metodo semplice e tradizionale.
Diminutivo di pasta dolce.
Pussallàsse (l.a.)-Parola derivata da “passa l’asse” in luogo di “passa
via” (detto in gergo “pussavìa”). L’origine del detto
dialogare dei
giocatori di carte,
proviene da un tipo di
specie
nella
briscola, dove uno, per portare a termine la gara vittoriosamente e nel più breve
tempo, dice al
significato conclusivo.
compagno
“passa
l’asso”.
Ha
Pugnetta (s.)
-
Atto della masturbazione virile. Derivazione da pugno.
-
Un modo approssimativo di vedere o giudicare una
S.
Scanajjata (s.)
quantità o un episodio. Alterazione di “scandagliata”.
Sbajoccare (v.)
-
Usasi in senso negativo per significare un forte
abbassamento di vista al punto da non riuscire più a
vedere o contare i bajocchi.
Scòtere (v.)
-
Forma contratta di scuotere.
In gergo, più che agitare o scrollare, viene usato
verso persona o cosa non in grado di essere
contenuta in spazio limitato, ma costretta a muoversi
appena e con difficoltà. Infatti in piccolo spazio non ci
si può nè agitare nè scrollare.
Sédice (a.n.)
-
In luogo di sedici.
Segaròlo (s.)
-
Di giovane o di uomo dedito a un eccessivo uso della
masturbazione che in dialetto vien detta “sega”.
Spiattolare (v.)
-
Alterazione di spiattellare.
Stozza (s.)
-
Tozzo di pane. Viene usato nel detto “guadagnarsi la
stozza”, ossia guadagnarsi il necessario o il minimo
indispensabile per nutrirsi.
T.
Tardona (s.)
-
Di persona matura negli anni, ancora in grado di farsi
piacere, di farsi ammirare. Alterazione di tarda, ossia
in là negli anni.
Z.
Zaganella (s.)
-
Atto della masturbazione.
Dall’arcaico zagana o zaganella che è appunto il
passamano di cotone.
Zepparella (s.)
-
Ressa di persone che spingono contemporaneamente
per passare da un sito all’altro: o per sortire da un
sito troppo affollato. Alterazione del verbo inzeppare
che in dialetto vuol significare anche spingere,
premere.
Zinfarosa (s.)-
Alterazione del nome proprio Sinforosa, ma in senso
critico, verso persona poco raccomandabile. Siccome
è nome rarissimo, può darsi che abbia ereditato il
significato da qualche donna tutt’altro che esemplare.
Zinzi (s.)
-
Denaro, moneta sonante. Parola onomatopeica che
riproduce il suono delle monete metalliche.
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Bollettino Completo 1988 - Società Tarquiniese Arte e Storia