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“La vera carità”
36
Anno 112
n.
DOMENICA
18 OTTOBRE 2009
All ’interno
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€ 1,10
GIORNATA MISSIONARIA
MONDIALE
Il messaggio di Benedetto XVI sottolinea la
necessità che il Vangelo venga predicato
a tutte le nazioni. Un impegno che i vasti
e profondi mutamenti della società attuale
rendano ancora più urgente
A PAGINA
2
IL LAICATO PER
IL CONCILIO VATICANO II
Paragonato felicemente al “gigante
addormentato”, il laicato cattolico è un
immenso serbatoio di potenzialità religiose
ed evangelizzatrici, poco utilizzato e poco
valorizzato da una Chiesa ancora
legata ai suoi schemi clericali
CAMPANINI A PAGINA
Q
uesta traduzione del titolo dell’ultima enciclica di Benedetto XVI può far capire meglio l’importanza del suo contenuto. Parlare della dottrina
sociale della chiesa è lo stesso che parlare della carità (almeno di un suo aspetto), di cui nessuno vorrà
negare la fondamentalità all’interno del Vangelo predicato da Gesù. In questo senso va letta e apprezzata
la nuova definizione che il Papa ha dato di essa: “Caritas in veritate in re sociali”, cioè “annuncio della
verità dell’amore di Cristo nella società”. Parole che
dovrebbero convincere anche i più restii ad accettare
quella che Giovanni Paolo II aveva dichiarato “parte esenziale dell’evangelizzazione” e insieme “parte
integrante della teologia morale”. Certe resistenze,
almeno nei cristiani più coscienti, sono del tutto ingiustificate.
Benedetto XVI insiste molto sulla congiunzione
della verità con la carità, specialmente nella introduzione all’enciclica, dove si afferma che, “senza la
verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore
diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente.
E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza
verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni
contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario”. Di tutto questo si
può avere una riprova lampante nell’atteggiamento
di coloro che, in nome della carità, dimenticano dovere primario e fondamentale della giustizia. Un tema
che ci ha impegnato molto nel nostro passato, ma che
continua ancora a far sentire il suo peso nel comportamento di certi sedicentisi cristiani. Il Papa ripete a
chiare lettere che “la carità eccede la giustizia, perché
amare è donare, offrire del ‘mio’ all’altro; ma non è
mai senza la giustizia… Non posso ‘donare’ all’altro
del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che
gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità
gli altri è anzitutto giusto verso di loro”. La carità,
dobbiamo ripetere ad alta voce, completa, ma non
sostituisce la giustizia.
E’ in nome di questi principi che Benedetto XVI
passa poi in rassegna sostanzialmente tutti i problemi che assillano la società di oggi, incappata,
fra l’altro, in una crisi senza precedenti, non ancora
esaurita nella sua forza disgregatrice e distruttrice.
Un pensiero che mette anzitutto in discussione la cultura che ha ispirato l’economia degli ultimi decenni e
che risponde al nome di neo-liberismo. Cioè l’economia lasciata a se stessa, senza guida e senza limitazioni, convinti, come si è soliti affermare, che il libero
mercato possiede una mano invisibile e provvidenziale capace di sistemare da solo e senza interventi
esterni tutto e tutti. E’ la seconda volta che la storia
smentisce clamorosamente questo principio, naturalmente facendone pagare le conseguenze ai più deboli
e ai più poveri. Il ritorno a queste teorie rimane certamente nella mente dei padroni della vaporiera, ma,
proprio in nome di quanto è avvenuto e sta avvenendo ai nostri giorni, dovrebbe invece essere respinto
con forza da tutti coloro che desiderano preparare un
futuro più giusto e più fraterno per l’umanità, ormai
strettamente collegata insieme da un punto all’altro
della terra. Il pensiero va insieme alle persone e ai
popoli. Non bisogna dimenticare che l’enciclica di
Papa Benedetto è dedicata allo sviluppo integrale
dell’intera umanità.
Per questo egli ricorda, con la chiesa di ieri e di
sempre, la centralità e la dignità di ogni persona
umana, la necessità di una vera ed effettiva fraternità, addirittura arricchita dal richiamo evangelico
alla gratuità (forse la cosa più straordinaria dell’intera enciclica), la ferma volontà di dare vita a
riforme coraggiose e urgenti, perché la situazione si
sta sempre di più complicando e aggravando sotto gli
stessi nostri occhi. C’è sullo sfondo l’ombra e la voce
di Paolo VI che, più di quarant’anni fa, ammoniva i
responsabili che l’ira dei poveri non è disposta ad attendere giustizia all’infinito. Occorre prevenire prima
di arrivare alle conclusioni che perfino i più insensibili e più cinici vorrebbero evitare.
Certo, ripete, il Papa, la chiesa non ha soluzioni
tecniche da offrire, possiede però un messaggio di
fraternità e di carità che tutti, in nome di Dio e dell’uomo, dovrebbero essere disposti ad accettare. E’
così che il mite Benedetto XVI si è buttato con forza e
convinzione nella mischia dei problemi, dei contrasti,
delle lotte che dividono oggi in modo drammatico
l’umanità.
Uno dei collaboratori dell’enciclica, Stefano Zamagni, ha reso omaggio al coraggio del Papa, affermando che “ci vorranno anni prima che la gente capisca la portata rivoluzionaria di questo documento”.
Giordano Frosini
4
LA “BOCCIATURA”
DEL LODO ALFANO
La decisione della Corte Costituzionale ha
sancito l’uguaglianza di tutti i cittadini di
fronte alla legge: nessuna vittoria politica
da festeggiare,
quindi,
ma neanche
complotti da
stigmatizzare
SPINELLI
A PAGINA
13
LETTONIA ALLO STREMO
LA CRISI PICCHIA DURO
Il Paese ha difficoltà a rilanciare l’economia e
taglia pensioni e sistema scolastico
CARUSONE A PAGINA
15
2 in primo piano
In questa domenica, dedi-
cata alle missioni, mi rivolgo
innanzitutto a voi, Fratelli
nel ministero episcopale e
sacerdotale, e poi anche a voi,
fratelli e sorelle dell’intero
Popolo di Dio, per esortare
ciascuno a ravvivare in sé la
consapevolezza del mandato
missionario di Cristo di fare
“discepoli tutti i popoli” (Mt
28,19), sulle orme di san Paolo,
l’Apostolo delle Genti.
“Le nazioni cammineranno
alla sua luce” (Ap 21,24). Scopo della missione della Chiesa
infatti è di illuminare con la
luce del Vangelo tutti i popoli
nel loro cammino storico verso
Dio, perché in Lui abbiano la
loro piena realizzazione ed il
loro compimento. Dobbiamo
sentire l’ansia e la passione di
illuminare tutti i popoli, con
la luce di Cristo, che risplende
sul volto della Chiesa, perché
tutti si raccolgano nell’unica
famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio.
È in questa prospettiva
che i discepoli di Cristo sparsi
in tutto il mondo operano, si
affaticano, gemono sotto il
peso delle sofferenze e donano
la vita. Riaffermo con forza
quanto più volte è stato detto
dai miei venerati Predecessori:
la Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare
il suo dominio, ma per portare
a tutti Cristo, salvezza del
mondo. Noi non chiediamo
altro che di metterci al servizio
dell’umanità, specialmente di
quella più sofferente ed emarginata, perché crediamo che
“l’impegno di annunziare il
Vangelo agli uomini del nostro
tempo... è senza alcun dubbio
un servizio reso non solo alla
comunità cristiana, ma anche
a tutta l’umanità” (Evangelii
nuntiandi, 1), che “conosce
stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso
delle realtà ultime e della
stessa esistenza” (Redemptoris
missio, 2).
1. TUTTI I POPOLI
CHIAMATI ALLA SALVEZZA
L’umanità intera, in verità,
ha la vocazione radicale di
ritornare alla sua sorgente,
che è Dio, nel Quale solo troverà il suo compimento finale
mediante la restaurazione
di tutte le cose in Cristo. La
dispersione, la molteplicità, il
conflitto, l’inimicizia saranno
rappacificate e riconciliate mediante il sangue della Croce, e
ricondotte all’unità.
L’inizio nuovo è già cominciato con la risurrezione e
l’esaltazione di Cristo, che attrae tutte le cose a sé, le rinnova, le rende partecipi dell’eterna gioia di Dio. Il futuro della
nuova creazione brilla già nel
nostro mondo ed accende,
anche se tra contraddizioni e
sofferenze, la speranza di vita
nuova. La missione della Chiesa è quella di “contagiare” di
speranza tutti i popoli. Per
questo Cristo chiama, giusti-
n. 36
18 Ottobre 2009
MESSAGGIO DI BENEDETTO XVI
Giornata Missionaria
mondiale 2009
“Le nazioni cammineranno alla sua luce”
(Ap 21,24)
pertanto rinnovare l’impegno
di annunciare il Vangelo, che
è fermento di libertà e di progresso, di fraternità, di unità e
di pace (cfr Ad gentes, 8). Voglio “nuovamente confermare
che il mandato d’evangelizzare tutti gli uomini costituisce
la missione essenziale della
Chiesa” (Evangelii nuntiandi,
14), compito e missione che
i vasti e profondi mutamenti
della società attuale rendono
ancor più urgenti. È in questione la salvezza eterna delle
persone, il fine e compimento
stesso della storia umana e
dell’universo. Animati e ispirati dall’Apostolo delle genti,
dobbiamo essere coscienti che
Dio ha un popolo numeroso
in tutte le città percorse anche
dagli apostoli di oggi (cfr At
18,10). Infatti “la promessa è
per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro” (At 2,39).
La Chiesa intera deve
impegnarsi nella missio ad
gentes, fino a che la sovranità salvifica di Cristo non sia
pienamente realizzata: “Al
presente non vediamo ancora
che ogni cosa sia a Lui sottomessa” (Eb 2,8).
4. CHIAMATI AD
fica, santifica e invia i suoi discepoli ad annunciare il Regno
di Dio, perché tutte le nazioni
diventino Popolo di Dio. È
solo in tale missione che si
comprende ed autentica il vero
cammino storico dell’umanità. La missione universale
deve divenire una costante
fondamentale della vita della
Chiesa. Annunciare il Vangelo
deve essere per noi, come già
per l’apostolo Paolo, impegno
impreteribile e primario.
2. CHIESA PELLEGRINA
La Chiesa universale, senza
confini e senza frontiere, si
sente responsabile dell’annuncio del Vangelo di fronte
a popoli interi (cfr Evangelii
nuntiandi, 53). Essa, germe di
speranza per vocazione, deve
continuare il servizio di Cristo
al mondo. La sua missione e il
suo servizio non sono a misura
dei bisogni materiali o anche
spirituali che si esauriscono
nel quadro dell’esistenza temporale, ma di una salvezza
trascendente, che si attua nel
Regno di Dio (cfr Evangelii
nuntiandi, 27). Questo Regno,
pur essendo nella sua completezza escatologico e non di
questo mondo (cfr Gv 18,36), è
anche in questo mondo e nella
sua storia forza di giustizia, di
pace, di vera libertà e di rispetto della dignità di ogni uomo.
La Chiesa mira a trasformare
il mondo con la proclamazione
del Vangelo dell’amore, “che
rischiara sempre di nuovo un
mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire e... in
questo modo di far entrare la
luce di Dio nel mondo” (Deus
caritas est, 39). È a questa missione e servizio che, anche con
questo Messaggio, chiamo a
partecipare tutti i membri e le
istituzioni della Chiesa.
3. MISSIO AD GENTES
La missione della Chiesa,
perciò, è quella di chiamare
tutti i popoli alla salvezza
operata da Dio tramite il Figlio
suo incarnato. È necessario
EVANGELIZZARE ANCHE
MEDIANTE IL MARTIRIO
In questa Giornata dedicata alle missioni, ricordo
nella preghiera coloro che
della loro vita hanno fatto
un’esclusiva consacrazione al
lavoro di evangelizzazione.
Una menzione particolare è
per quelle Chiese locali, e per
quei missionari e missionarie
che si trovano a testimoniare
e diffondere il Regno di Dio
in situazioni di persecuzione,
con forme di oppressione che
vanno dalla discriminazione
sociale fino al carcere, alla
tortura e alla morte. Non sono
pochi quelli che attualmente
sono messi a morte a causa del
suo “Nome”. È ancora di tremenda attualità quanto scriveva il mio venerato Predecessore, Papa Giovanni Paolo II:
“La memoria giubilare ci ha
aperto uno scenario sorprendente, mostrandoci il nostro
tempo particolarmente ricco
di testimoni che, in un modo
o nell’altro, hanno saputo vivere il Vangelo in situazioni di
ostilità e persecuzione, spesso
fino a dare la prova suprema
del sangue” (Novo millennio
ineunte, 41).
La partecipazione alla
missione di Cristo, infatti, contrassegna anche il vivere degli
annunciatori del Vangelo, cui
Vita
La
è riservato lo stesso destino
del loro Maestro. “Ricordatevi
della parola che vi ho detto:
Un servo non è più grande del
suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno
anche voi” (Gv 15,20). La
Chiesa si pone sulla stessa via
e subisce la stessa sorte di Cristo, perché non agisce in base
ad una logica umana o contando sulle ragioni della forza,
ma seguendo la via della Croce e facendosi, in obbedienza
filiale al Padre, testimone e
compagna di viaggio di questa
umanità.
Alle Chiese antiche come
a quelle di recente fondazione
ricordo che sono poste dal
Signore come sale della terra
e luce del mondo, chiamate a
diffondere Cristo, Luce delle
genti, fino agli estremi confini
della terra. La missio ad gentes deve costituire la priorità
dei loro piani pastorali.
Alle Pontificie Opere Missionarie va il mio ringraziamento e incoraggiamento per
l’indispensabile lavoro che
assicurano di animazione, formazione missionaria e aiuto
economico alle giovani Chiese.
Attraverso queste Istituzioni
pontificie si realizza in maniera mirabile la comunione tra
le Chiese, con lo scambio di
doni, nella sollecitudine vicendevole e nella comune progettualità missionaria.
5. CONCLUSIONE
La spinta missionaria è
sempre stata segno di vitalità delle nostre Chiese (cfr
Redemptoris missio, 2). È necessario, tuttavia, riaffermare
che l’evangelizzazione è opera
dello Spirito e che prima ancora di essere azione è testimonianza e irradiazione della
luce di Cristo (cfr Redemptoris missio, 26) da parte della
Chiesa locale, la quale invia i
suoi missionari e missionarie
per spingersi oltre le sue frontiere. Chiedo perciò a tutti i
cattolici di pregare lo Spirito
Santo perché accresca nella
Chiesa la passione per la missione di diffondere il Regno di
Dio e di sostenere i missionari,
le missionarie e le comunità
cristiane impegnate in prima
linea in questa missione, talvolta in ambienti ostili di persecuzione.
Invito, allo stesso tempo,
tutti a dare un segno credibile
di comunione tra le Chiese,
con un aiuto economico, specialmente nella fase di crisi
che sta attraversando l’umanità, per mettere le giovani
Chiese locali in condizione di
illuminare le genti con il Vangelo della carità.
Ci guidi nella nostra azione
missionaria la Vergine Maria,
stella della Nuova Evangelizzazione, che ha dato al mondo
il Cristo, posto come luce delle
genti, perché porti la salvezza
“sino all’estremità della terra”
(At 13,47).
A tutti la mia Benedizione.
Vita
La
18 Ottobre 2009
cultura
n. 36
A cinquanta anni dalla morte di don Mazzolari
Una voce evangelica
nella Chiesa
del Novecento
U
n «precursore» del Concilio Vaticano II, un «profeta»
di istanze poi realizzate e dunque in un certo senso superate
nella Chiesa conciliare: così
poteva essere interpretata la
figura di don Primo Mazzolari
fino a non molto tempo fa. Le
sue generose aperture ai «lontani» dalla fede, il primato dei
poveri da lui proclamato in
una ottica evangelica, il ruolo
e la dignità dei laici, l’imperativo della pace sembravano
acquisizioni indiscusse e indiscutibili nel cammino della
Chiesa. Mazzolari, insieme ad
altre figure a lui coeve, poteva
apparire un personaggio da
collocare storicamente, da consegnare a un tempo concluso
e da approfondire essenzialmente sul versante storiografico.
Il momento che stiamo
vivendo, con le dichiarazioni,
inquietudini e confronti che lo
contrassegnano, soprattutto
in ambito ecclesiale e sociale,
permettono di evidenziare
una nuova attualità del parroco di Bozzolo che, pur fortemente radicato nella Chiesa
e nella cultura dei suoi anni,
esprime istanze e ispirazioni
che appaiono ancora oggi dense di significato se non salutarmente provocatorie.
Una prima riflessione
concerne i rapporti tra fede
e politica, in un tempo come
quello attuale in cui le fedi e le
Una figura sempre attuale, le cui istanze appaiono
ancora oggi dense di significato
di Mariangela Maraviglia
chiese, e in particolare quella
cattolica nella sua espressione
gerarchica, rivendicano un
ampio ruolo pubblico gestito
in prima persona.
Mazzolari, negli anni del
dopoguerra, scommetteva su
una forte presenza dei cristiani
impegnati in politica, giungendo a sperare che fossero
capaci di un rinnovamento
radicale della società, di una
«rivoluzione cristiana» che restituisse, come scriveva con un
suo celebre titolo, La parola ai
poveri. Nella sua ottica tuttavia
era chiara la distinzione dei
diversi ambiti di intervento di
clero e laicato - che non doveva dimenticare di possedere
«il proprio stile e, se necessario, la propria morte» - così
come era ribadita l’estraneità
a ogni logica di potere e di
dominio, sia pure finalizzato
alla imposizione di una verità
che si giudicasse “superiore”:
il suo era un cristianesimo di
testimonianza, che, se parlava
di «conquista cristiana», in-
tendeva la profonda tensione
a rinnovare profondamente,
rivitalizzandole dall’interno,
società, cultura, etica pubblica
e privata.
In questa prospettiva si inscriveva l’impegno indefesso
per l’educazione di cristiani
come cittadini consapevoli
e attivi, che lo consumò in
un’attività instancabile tra
libri, articoli, il quindicinale
Adesso, conferenze in tutta
Italia: da Camaldoli, ad Assisi,
da Firenze, a Milano, interpellato dalla FUCI, da La Pira, da
Montini ma anche da parroci
e da amici in realtà marginali
rispetto ai centri del dibattito
teologico e politico.
Ancora in questa prospettiva si inscriveva, negli stessi
anni della scomunica ecclesiastica ai comunisti (1949),
la ricerca di un dialogo che
non si configurò mai come
cedimento a una ideologia di
cui Mazzolari non si stancò
di denunciare il materialismo
riduttivo dell’umano, ma che
si alimentò piuttosto della
consapevolezza di positive
convergenze radicate nelle
comuni istanze di giustizia e
di pace.
Sul fronte intra-ecclesiale il
parroco di Bozzolo si distinse
per la singolare capacità di
testimoniare un atteggiamento
che sapeva coniugare fedeltà
al Vangelo e dignità della coscienza, amore per la Chiesa
ed esigenza della parresia, della necessaria franchezza anche
quando si rivelava costosa e
reprensibile agli occhi della
gerarchia: «Stare in piedi per
meglio servire», la sentenza di
Georges Fonsegrive trascritta
nel suo diario giovanile, delineava uno stile cristiano che
contrassegnò, spesso a costi
molto alti, la sua intera vita.
Uno stile che si radicava
in una fede intensamente vissuta, non priva di risonanze
mistiche, e insieme non ac-
A cura di Mariangela Maraviglia e Marta Margotti
L’Ecumenismo di don Primo Mazzolari
I
l volume L’ecumenismo di
don Primo Mazzolari raccoglie alcuni studi presentati in origine
in un convegno omonimo organizzato dalla Fondazione don
Primo Mazzolari di Bozzolo in
collaborazione con il Segretariato attività ecumeniche nel 2007.
I diversi saggi di storici e
studiosi come Renato Moro,
Annibale Zambarbieri, Mario
Gnocchi, Marta Margotti, Mariangela Maraviglia, Giorgio
Bouchard, don Giuseppe Giussani presidente della Fondazione Mazzolari, inseriscono la
vicenda di Mazzolari in un quadro più ampio, ricostruendo i
rapporti intercorsi tra cattolici e
protestanti nel corso Novecento.
Si evidenziano i tentativi
di riavvicinamento di prime
avanguardie, in genere bollate
e condannate come moderniste,
le sensibilità e insensibilità pre-
senti nel mondo protestante, la
decisa dura lotta contro il protestantesimo che perdurò sostanzialmente negli ambienti cattolici fino al Concilio Vaticano II.
All’interno di questa realtà
si inserisce la vicenda e le scelte
di don Primo, decisamente in
controtendenza e contrassegnati
da un atteggiamento ecumenico,
da una apertura al dialogo con
fratelli e sorelle di diverse confessioni cristiane anche quando
si rivelava costoso, quando gli
conquistava inimicizie o censure.
L’ecumenismo di Mazzolari
si esprime nella sua predicazione e nei suoi libri (soprattutto ne
La più bella avventura), in cui il
prodigo della parabola diventa
figura di tutti i lontani, quindi
anche dei fratelli separati, da
accogliere come fa il padre
amoroso, con l’opposizione del
“maggiore”.
Ma si esprime ancor più
nella trama dei suoi rapporti,
in particolare nelle amicizie con
il pastore protestante Giovanni Ferreri e con sorella Maria
dell’eremo di Campello, ampiamente rievocate nelle pagine del
libro.
Non c’è in Mazzolari una
elaborazione, un mettere a tema
con elaborazione teologica la
realtà delle diverse confessioni
cristiane, c’è invece una sofferenza per la divisione presente e
l’esigenza di una profonda riforma, di un rinnovamento che le
investa tutte.
Mazzolari non pensa al ritorno di una Chiesa a un’altra,
come si riteneva nel cattolicesimo del tempo, ma al ritorno di
tutte le chiese e di tutti i cristiani
al Vangelo, a un cammino comune da fare verso una maggio-
re fedeltà a Cristo: nel recupero
delle radici evangeliche comuni
risiedeva la possibilità di superare gli ostacoli che per secoli
avevano lacerato il cristianesimo.
R.
3
quietata, non risolta una volta
per tutte in un possesso geloso
e autosufficiente: il cristiano
Mazzolari non cessava di avvertirsi compagno di cammino
con tanti uomini e donne,
credenti, non credenti, cercatori inquieti, lontani a diverso
titolo, in una dimensione ecumenica che prende corpo man
mano che si pubblicano nuovi
documenti e si approfondiscono gli studi sulla sua figura.
Di fronte alla tentazione di
spendere l’identità cristiana
come affermazione della propria verità, spesso “contro”
gli altri, vissuti come lontani
e in fondo nemici, la lezione
mazzolariana invita piuttosto
alla ricerca di un dialogo che
provochi creative convergenze
tra portatori di culture diverse, a un processo di interiorizzazione che valorizzi la parola
evangelica e riscopra la dignità della coscienza cristiana.
Una lezione tutt’altro che
superata, dunque, quella del
prete cremonese, che motiva
l’impegno davvero ragguardevole che la Fondazione don
Primo Mazzolari di Bozzolo
ha profuso per la celebrazione
del cinquantenario della sua
morte.
Sul piano della ricerca e
della ricostruzione storiografica, sono stati organizzati importanti convegni per studiare
la vita e l’opera di don Primo,
mentre continua la riedizione
critica delle opere mazzolariane presso le Edizioni Dehoniane di Bologna.
Si segnalano gli impegnativi volumi degli Scritti sulla
Pace e sulla guerra, a cura di G.
Formigoni e M. De Giuseppe
e degli Scritti politici, a cura di
G. Campanini e M. Truffelli,
mentre chi scrive ha curato
Tempo di credere, attualmente
in stampa e, insieme a M.
Margotti, L’ecumenismo di don
Primo Mazzolari, per l’editrice
Marietti di Genova.
Poeti
Contemporanei
LE PAGINE DELLA VITA
Chiare e scure
ritmi di pensieri
dolori e gioie
consumati nel tempo
che vola via
inesorabile
senza fermarsi mai.
Alba e tramonti
crepuscoli e sere incantate
fra luna e stelle
fra mare e cielo
nel bleu della notte
nella musica del vento
nel canto della sabbia
nel profumo della pioggia.
Cancelli d’ombre
petali di stelle
silenzi di ali
gocce di luna
alberi muti
musiche delle stagioni.
Lalla Calderoni
4 attualità ecclesiale
n. 36
Vita
La
18 Ottobre 2009
CONCILIO VATICANO II
Valori e aspetti sempre attuali
di
Francesco Valsasnini
A
lberto Monticone,
vent’anni fa, dava uno sguardo
storico sul Concilio illuminandone le possibili difficoltà. «La
tradizione di un pontificato
incompiuto. La grande maggioranza dei papi, specie quelli più
innovatori, ha con lucidità messo mano a progetti che sapeva
di poter difficilmente portare a
compimento, tanto che questa
incertezza del futuro, unita
al senso del dover comunque
seminare, può considerarsi il
tratto tipico dei grandi pontefici. Giovanni XXIII è pienamente
in linea con questa tradizione,
non tanto perché è già avanti
negli anni, quanto piuttosto per
il modo di interpretare la sua
missione alla luce del senso del
servizio e di un profondo provvidenzialismo. Tuttavia egli
sembra deliberatamente iniziare opere da lasciare incompiute:
concilio, riconciliazione fra le
Chiese, ecumenismo, collegialità, sono scelte che egli pone
quasi a sfida della capacità dei
credenti e soprattutto della loro
fede nella presenza di Dio nella
storia. Alla sua morte egli imita
il gesto del padrone evangelico,
che partendo lascia talenti da
far fruttare ai suoi servi, talenti
che come papa aveva messo da
parte proprio in vista di quel futuro affidamento ad altre mani.
L’eredità del suo pontificato è
pertanto tra le più difficili della
storia, non soltanto per il successore Paolo VI, ma anche per
l’intera Chiesa provocata dalle
sue coraggiose e incompiute
strade aperte». Su La Rivista
del Clero Italiano (2009, n. 2,
pp. 83-84) l’editoriale (di solito
a firma di Bruno Maggioni) puntualizza comprensioni parziali
del Concilio: «Si torna a parlare
del Concilio... Se ritorniamo a
parlarne è per ribadire alcune
cose che ci sembrano importanti
e che non sempre si tengono
presenti. Se ci sono ragioni che
spiegano come i grandi Concili
abbiano sempre avuto una ricezione lenta e travagliata, per
il Vaticano II forse ce ne sono
alcune in piu. La prima è il suo
dichiarato carattere pastorale.
A nostro avviso si tratta di un
pregio, non di un limite, poiché
la tensione pastorale è inscritta
nella stessa finalità della Rivelazione. Ma ci pare di capire che
altri pensano diversamente. Il
Vaticano II ha voluto essere un
concilio pastorale, non dogmatico, si dice; non ha inteso definire
nulla e non c’è in esso alcunché
di intoccabile e, inoltre, la sua
dichiarata finalità pastorale lo
ha inevitabilmente, e giustamente, legato alle contingenze
del suo tempo, oggi almeno in
parte (ma c’è anche chi dice in
gran parte) superate. Sono cose
che si sentono dire. Ma a nostro
avviso chi ragiona così sembra
pensare che il Vaticano II sia
stato un Concilio soprattutto
preoccupato di risolvere problemi contingenti e di dare risposte
a domande parziali. forse urgenti, ma sempre di superficie.
In realtà il Vaticano II è stata
una grandiosa rilettura dei fondamenti del cristianesimo, allo
scopo - e qui sta la sua pastoralità - di evidenziarne il significato
per l’uomo contemporaneo.
Una seconda nota, che caratterizza il Vaticano II rendendolo
diverso da ogni altro Concilio,
è la sua globalità. Siamo di
fronte a un Concilio che non si
è occupato di un punto o l’altro
della dottrina e della morale
cristiana, ma - come già si diceva
- dei fondamenti, della radice
e, a partire dai fondamenti, ha
riletto il messaggio cristiano in
tutta la sua ampiezza. Si pensi,
ad esempio, alla riflessione sulla
Rivelazione, la Tradizione, la
Scrittura e il Magistero [nella
Costituzione Dei Verbum ma
anche la nuova visione della
Chiesa]. Si intuisce il motivo di
questa globalità: il Vaticano Il
non è sorto per contrastare alcuni errori o per chiarire alcune
questioni controverse, ma per
ridare senso e vigore a un messaggio che il mondo sembrava
non più comprendere. Un’altra
nota che caratterizza il Vaticano
II è il fatto di essere un Concilio
che non ha affrontato le questioni in negativo, ma in positivo,
in dialogo. E questa - ne siamo
convinti - una scelta corretta,
missionaria ed evangelica, ma
non priva di problemi. È più facile rilevare gli errori degli altri
che dire, in positivo, la propria
verità. Un Concilio che sceglie
il dialogo è inevitabilmente più
esposto sia alle resistenze sia ai
fraintendimenti. Infine vogliamo sottolineare - anche se immaginiamo che molti non siano
d’accordo - la vivacità teologica
che il Concilio ha provocato,
pure in Italia. La vivacità, anche
se tumultuosa, è sempre meglio
della stagnazione. Siamo convinti che è giunto il momento
di fare il punto su alcune cose
e di tentare delle sintesi, indispensabili per l’insegnamento
nelle scuole di teologia e per
la formazione permanente dei
sacerdoti e degli operatori pastorali. Ma nonostante il rischio
(di cui siamo coscienti) di una
frammentazione teologica non
scevra di pericoli (ovviamente non stiamo pensando alla
ricerca teologica, ma all’insegnamento e alla divulgazione),
non abbiamo alcuna nostalgia
della situazione preconciliare:
un insegnamento teologico per
lo più manualistico, schematico,
apparentemente chiaro, ma a
scapito di una reale visione dei
problemi e privo di respiro».
SINODO AFRICA
Cambiare marcia
La relazione di base
di Patrizia Caiffa
UNA CRESCITA
“L’
Africa è stata accusata
per troppo tempo dai media
di tutto ciò che viene aborrito
dall’umanità”, “è tempo di
cambiare marcia” promuovendo
“lo sviluppo del continente che
porterà al benessere di tutto il
mondo”. Perché l’Africa “è il
continente delle opportunità”.
Lo ha detto il cardinal Peter
Kodwo Appiah Turkson, arcivescovo di Cape Coast (Ghana),
leggendo la “Relazione prima
della discussione” che ha aperto
la prima giornata di lavori della
seconda Assemblea speciale per
l’Africa del Sinodo dei vescovi
(4-25 ottobre).
ECCEZIONALE
DELLA CHIESA
Dalla I Assemblea speciale
per l’Africa (1994) ad oggi, si
rileva “una crescita eccezionale
della Chiesa in Africa”, con
diverse novità: “L’ascesa di
membri africani di congregazioni missionarie a posizioni e
ruoli di guida”, la “ricerca dell’autosufficienza da parte delle
Chiese locali, impegnandosi in
operazioni economiche in grado
di generare profitti”, “un incremento visibile delle strutture
e istituzioni ecclesiali”. Però la
Chiesa africana affronta anche
sfide definite “terribili”: “In vaste
aree a nord dell’equatore, essa a
malapena esiste”, “la fedeltà e
l’impegno di alcuni sacerdoti
e religiosi alla loro vocazione”,
“la necessità di evangelizzare (o
ri-evangelizzare) per una conversione profonda e permanente”, “la perdita di membri che
sono passati a nuovi movimenti
religiosi o alle sette”.
LA SFIDA
DELLE MIGRAZIONI
Nella relazione viene manifestata l’intenzione di dedicare
particolare “attenzione” alle
“migrazioni volontarie” verso
“l’Europa, l’America e l’Estremo Oriente” che pongono gli
africani “in una condizione di
occupazione servile”. Nel testo
vengono evidenziate alcune note
sociali, politiche ed economiche.
Ad esempio che in Africa “un
cattivo governo produce una cattiva economia” e questo “spiega
il paradosso della povertà di un
continente che è senz’altro uno
dei più ricchi del mondo di potenzialità”. Se viene evidenziata
positivamente “l’importanza
che viene data sempre di più
al posto e al ruolo delle donne
nella società”, è però “motivo
di inquietudine l’emergere nel
mondo di stili di vita, valori,
atteggiamenti, associazioni, ecc.,
che destabilizzano la società”.
“Il matrimonio e la famiglia
– si legge nella relazione – sono
sottoposti a pressioni diverse e
terribili perché venga ridefinita
la loro natura e funzione nella
società moderna. I matrimoni tradizionali, che portavano
alla creazione di famiglie, sono
minacciati da una crescente
proposta di unioni e rapporti
alternativi, privati del concetto
di impegno duraturo, di natura
non eterosessuale e senza il fine
della procreazione”. Questo
“attacco al matrimonio e alla
famiglia è portato avanti e sostenuto da gruppi che producono
un glossario teso a sostituire i
concetti e i termini tradizionali”
con “una nuova etica globale
sul matrimonio, la famiglia, la
sessualità umana e le istanze
correlate dell’aborto, della contraccezione”, “dell’ingegneria
genetica”.
NO A DROGA E
TRAFFICO D’ARMI
Tra le maggiori preoccupazioni c’è poi lo spaccio di droga
e il traffico di armi: “L’uso di
droghe e la tossicodipendenza
tra i giovani sta rapidamente
diventando la maggior causa di
dispersione del capitale umano
in Africa e nelle isole, seconda
solo alla migrazione, ai conflitti
e alle malattie, quali l’Aids/Hiv
e la malaria”. A proposito del
traffico di armi “sia di piccolo
calibro che pesanti” la Chiesa
africana sostiene “le iniziative
delle Nazioni Unite volte a
fermare il traffico illegale di
armi e a rendere il commercio
legalizzato degli armamenti più
trasparente”, ad esempio tramite
“la messa a punto di un trattato
giuridicamente vincolante sull’importazione, l’esportazione
e il passaggio di armi convenzionali attraverso l’Africa”.
Anche i cambiamenti climatici
preoccupano molto i vescovi
africani, soprattutto “la nube
discontinua di smog che copre
la maggior parte dell’Africa
orientale, accompagnata da una
diminuzione delle precipitazioni, da siccità e carestia”.
LA CONFERENZA STAMPA
“Un Papa africano per
il futuro? Perché no?” Così il
card. Turkson ha risposto in
Sala Stampa vaticana ad una
domanda dei giornalisti durante
la conferenza stampa di presentazione della “Relazione prima
della discussione”. Riferendosi
all’elezione del presidente degli Stati Uniti Barack Obama,
“l’esperienza fatta in politica
potrebbe essere applicata anche
alla Chiesa universale. Un africano in una posizione di leadership non è una cosa impossibile,
non sconvolgerebbe nessuno”.
Il presidente della Conferenza
episcopale del Ghana ha anche
rinnovato, a nome dei vescovi
africani, il “sostegno” al lavoro
della Corte penale internazionale e ai provvedimenti emessi sui
crimini di guerra nella Repubblica democratica del Congo e
in Sudan. Rispondendo poi ad
una domanda sulla prevenzione dell’Aids in Africa, il card.
Turkson ha detto: “So che molti
auspicano l’uso del preservativo, che però in molti casi può
essere anche di cattiva qualità
e quindi rischioso. Per noi è più
importante la fedeltà e la lealtà
all’interno della coppia, l’astinenza di chi è stato contagiato
e un maggiore investimento sui
farmaci antiretrovirali e sulla
ricerca”.
Vita
La
18 Ottobre 2009
Un invito a preti e laici
“a dire la parola cristiana
nella vita quotidiana”.
Intervista a monsignor
Franco Giulio Brambilla,
delegato regionale
per la dottrina della fede
attualità ecclesiale
n. 36
I VESCOVI LOMBARDI
Il primo annuncio
della fede
di Luisa Bove
“D
obbiamo fare di tutto per
conooscere sempre meglio la figura di
Gesù, per avere di lui una conoscenza
non “di seconda mano”, ma una conoscenza attraverso l’incontro nella
preghiera, nella liturgia, nell’amore per
il prossimo”. Con queste parole di Benedetto XVI si concludeva l’ultima visita ad
limina Apostolorum a Roma dei Vescovi
lombardi. Di qui l’idea dei Pastori delle
Chiese lombarde di scrivere una lettera
alle diocesi dal titolo “La sfida della fede:
il primo annuncio”, pensando anche ai
“nuovi venuti”, dice monsignor Franco
Giulio Brambilla, vescovo delegato per
la dottrina della fede, l’annuncio e la
catechesi.
Che cosa si intende per “primo
annuncio”?
«Il primo annuncio non va inteso secondo un’interpretazione solo dottrinale
e neppure in senso cronologico, come se
dovessero seguire altri annunci. È invece
il cuore dell’annuncio cristiano che riguarda anche coloro che hanno già una
fede che ritengono adulta. L’importante è
tornare sempre alla sorgente, all’origine,
per rinnovarne la giovinezza, la fecondità, la freschezza della fede.
Il primo annuncio si riferisce quindi
al primo incontro con Cristo e non può
prescindere dalle conseguenze della vita
morale, liturgica, missionaria...»
Nella società di oggi, segnata da «una
cultura consumistica ed edonistica», dal
«secolarismo» e dall’«individualismo»,
come diceva il Papa, c’è ancora spazio
per annunciare la fede?
«La scelta che noi abbiamo fatto come
vescovi lombardi non è stata quella di
porre le domande fondamentali della
vita umana alle quali dare la risposta
cristiana. Abbiamo invece: immaginato
che questo primo annuncio potesse attecchire in tutti quei momenti di svolta della
vita quotidiana delle persone. La vita
infatti vale più di ciò che noi misuriamo,
calcoliamo e produciamo in questa società consumistica e secolarizzata».
E quali sono questi momenti?
«Noi ne abbiamo scelti cinque: la
nascita di un bimbo, il cammino dell’adolescenza e la scelta nella giovinezza,
l’amore di un uomo e una donna, la
fedeltà alla famiglia e alla professione,
l’esperienza del dolore e della fragilità.
E’ necessario che la parola cristiana
dica qualcosa all’alfabeto della vita
umana.
Ora chiediamo ai catechisti, agli
operatori pastorali, ai sacerdoti, ai ministri del Vangelo, agli operatori sociali
di imparare anche loro a dire la parola
cristiana dentro la vita quotidiana (nel
volontariato, nella vita comunitaria, nella professione...). L’importante è partire
non dalle domande, ma dalle esperienze
antropologiche, perché sono le soglie di
accesso alla fede offerte a tutti».
Perché i vescovi lombardi consi-
derano fondamentale il recupero dell’identità personale?
«Nella società consumistica piena di
beni, ma povera di significati, la grande
sfida per tutti, credenti e non credenti, è
la costruzione dell’identità personale che
non è data a monte di un cammino, ma
cresce attraverso le molte relazioni.
Ogni età della vita ha una sua grazia
che anticipa quella che segue, diceva Romano Guardini. Nel rapporto tra il dono
promesso e il suo pieno compimento sta
l’identità che apre le soglie di accesso
alla fede».
Nella lettera dei vescovi si parla
anche dei “novizi” della fede e della
Chiesa. Chi sono?
«Coloro che accedono alla soglia
della fede non pongono domande nella
stessa maniera, per questo abbiamo descritto tre situazioni: quella di chi non è
ancora battezzato (i catecumeni) e il cui
numero sta iniziando a lievitare. L’Italia
sembra un ponte naturalmente gettato
nel Mediterraneo, quindi ci saranno
molte domande non solo di ricerca di
lavoro e sistemazione familiare, ma
anche di ricerca spirituale: a questi
“nuovi venuti” bisognerà offrire un
vero ingresso alla fede. Ci sono poi due
categorie di persone che hanno ricevuto i
sacramenti, ma sono rimasti a una forma
quasi infantile del sacramento, perché
la vita li ha portati, lontano. Per loro (i
convertiti) l’esperienza della fede ha
prevalentemente un tratto pedagogico:
serve per diventare grandi, ma non per
vivere da grandi. Alla terza categoria (i
ricomincianti) appartengono quelli che
hanno ricevuto il battesimo, ma questo è
rimasto sulla carta. A loro manca anche la
lingua cristiana infantile, la lingua della
memoria, per questo hanno bisogno di
una vera rifondazione della fede e di
ritrovare un linguaggio adulto».
A questo punto qual è il compito
delle Chiese lombarde?
«La domanda alle nostre comunità
è se hanno veramente spazi accoglienti
che tengono conto delle nuove situazioni
di accesso alla fede. Ai nuovi venuti non
dobbiamo presentare subito una forma di
annuncio, una vita comunitaria, liturgica
e di carità così compatta da intimorirli.
La lettera parla invece di spazi di ascolto,
luoghi riservati che costituiscono una
soglia di passaggio. Come non si entra
subito in chiesa ma c’è il pronao (passaggio tra il profano, il sacro e il santo) così
deve essere anche nella vita cristiana. Le
comunità non dovranno più pensare a un
annuncio monolitico, ma differenziato,
attento soprattutto alle diverse situazioni
di partenza delle persone».
5
La Parola e le parole
XXIX Domenica del
tempo ordinario - Anno B
Is 53,2.3.10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45
“Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e ci sazierà della sua
conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà
le loro iniquità”
Il quarto canto del servo di Jahwè costituisce una pagina tra le più
intense del Primo testamento, letta dalle prime comunità cristiane in
rapporto alla passione e morte di Gesù. La figura del ‘servo’ ha alcuni
tratti individuali ma può anche essere letta come rinvio alla vicenda
del popolo di Israele (cfr. Is 42,1-9), che nelle sofferezne subìe per la
sua fedeltà a Jahwè genera stupore e meraviglia. Il ‘servo’ è presentato
come un uomo nella condizione di umiliazione e dispregio. Di fronte
a lui si prova orrore: “era disprezzato e non ne avevamo alcuna
stima”. Eppur è come un virgulto, da lui inizia nuova vita. Proprio
il sofferente e il disprezzato è glorificato da Dio. La sua sofferenza
diviene motivo di salvezza per altri: “egli si è caricato delle nostre
sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. La sofferenza non è legata
indissolubilmente alla colpa, ma diviene momento di liberazione dalla colpa, ed il ‘servo’ la vive affrontandola con libertà: ‘si è addossato i
nostri dolori’. Pur subendo una morte ingiusta e violenta non reagisce
con violenza: come agnello al macello e come pecora muta di fronte
ai suoi tosatori sta innocente e inerme. L’espressione: ‘offrirà se stesso
in espiazione’ ha generato molteplici tentativi di interpretazione. Essa
in radice intende indicare una scelta di gratuità e di amore nel dare la
vita a favore degli altri, in vista di una salvezza comune. L’inno apre
ad un orizzonte di speranza: il ‘servo’, morto in modo ignominioso,
avrà una discendenza. La potenza del Dio vivente è forza di vita che
può vincere anche la morte. Al popolo d’Israele in esilio questo testo
annunciava la salvezza di Dio e diceva che le sofferenze non erano
prive di senso: è questa una profezia che annuncia da un lato che
gli oppressori riconosceranno la loro colpa e dall’altro che da questo
‘servo’ sgorga liberazione per gli altri.
“Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno
alla tua sinistra…
… chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi
vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”
Mentre cammina sulla strada verso Gerusalemme per tre volte Gesù
annuncia ai suoi la propria passione e morte, ma puntualmente si
scontra con l’incomprensione dei discepoli. Anziché aprirsi ad accogliere il senso della sua via i discepoli sono ancora schiavi di logiche
di potere e di ricerca dei primi posti. La richiesta di Giacomo e Giovanni è quella di sedere ai primi posti, di poter conquistare qualche
privilegio. Gesù li guida a comprendere il senso profondo dell’essere
‘immersi’ nel battesimo che lui deve ricevere, partecipi quindi della
sua stessa esperienza: parla qui della immersione nella morte verso
cui egli si sta dirigendo in libertà. Dice loro: “Voi non sapete quello
che chiedete”. L’immersione e il calice sono immagini che rinviano
alla sua morte violenta, alla sua vita offerta - come calice che versa il
suo contenuto - per tutti. Gesù chiede ai suoi di aprirsi a questo annuncio e dice che anch’essi saranno a chiamati a partecipare a questa
sorte se lo seguono. Gli altri dieci si indignano per questo dialogo
che ai loro occhi appariva come ricerca dei primi posti e tentativo di
escluderli da una spartizione di potere: Gesù svolge per tutti allora
un insegnamento sul senso della sua vita e sulla via che si apre al
discepolo: “chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore
e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. La vita dei
discepoli deve seguire la strada del maestro: Gesù parla di se stesso
con i tratti del ‘figlio dell’uomo’, il servo sofferente. Non è venuto per
farsi servire ma per dare la propria vita in riscatto di molti. In queste
parole Gesù offre una sintesi della sua vita e chiede ai suoi di vivere
secondo tale orizzonte. Leggere questa pagina di fronte a quanto sta
accadendo nel nostro Paese nel tempo attuale fa cogliere le esigenze
radicali del vangelo che Gesù pone ai suoi discepoli e come queste
si scontrino con una seminagione di stili di vita in cui gli orizzonti
del servizio, dell’onestà, della fatica che costruisce, del rispetto per
l’altro come essere umano, della cura per il bene comune e non dell’interesse privato, del convivere civile con istituzioni democratiche,
sono sbeffeggiati, ridicolizzati, vilipesi mentre sono invece premiate
le forme dell’apparire fatuo, dell’uso del potere senza scrupoli, della
menzogna, dello sfruttamento delle donne secondo le voglie di un
maschilismo rozzo e volgare, della spietatezza verso il debole, della
potenza del denaro con cui tutto si compra e si usa. La comunità che
intende seguire Gesù dovrebbe essere capace di indignarsi di fronte
a tali stili di vita, di affermare chiaramente la devastazione che essi
ingenerano soprattuto nei più giovani, e di non scendere a patti con
chi li propugna con fare disinvolto e pretenzioso; la saggezza nel
reagire si misura non nell’affermazione di potere ma nell’impegno
rinnovato nella formazione di coscienze capaci di critica e di scelte in
coerenza con quanto Gesù chiede nel suo vangelo. Le parole di Gesù
sono appello ad una capacità di valutare il tempo e le situazioni in
cui viviamo, a prendere posizione a livello di costruzione della città
e investire energie educative, ciascuno secondo le sue possiblità.
Alessandro Cortesi op
6
n. 36
L’ultimo Concilio
della Chiesa è stato
anche, anzi
soprattutto,
il Concilio
del laicato.
Troppe cose però
appaiono
ancora sospese
e irrealizzate
PROBLEMATICHE APERTE
Laicato e Vaticano II
di Giorgio Campanini
N
egli anni immediatamente antecedenti l’avvio del
Concilio Vaticano II ha avuto
fortuna l’immagine, proposta
da un autorevole teologo, del
laicato cattolico come di un
“gigante addormentato”, ossia
come un immenso serbatoio
di potenzialità religiose, ed
evangelizzatrici, per altro poco
utilizzato e poco valorizzato
all’interno di una Chiesa nella
quale largamente dominante
era il ruolo dei presbiteri e dei
religiosi.
Alla base delle grandi
intuizioni del Concilio e di
non pochi suoi documenti, a
partire dalla Lumen Gentium
per finire con la Gaudium et
Spes, stava la consapevolezza
che era assolutamente necessario favorire il “risveglio” del
laicato cattolico, sia nell’ambito
della vita ecclesiale, sia sotto il
profilo dell’apporto che i laici
avrebbero potuto e dovuto
dare all’evangelizzazione.
Dietro la metafora del
“gigante addormentato” stava
il parziale misconoscimento
del ruolo attivo e propositivo
che, soprattutto a partire dalla
seconda metà dell’Ottocento,
nella grande stagione di ripresa del laicato cattolico, avevano
svolto, in pressoché tutta Europa, organismi e movimenti che
avevano saputo convogliare al
loro interno le migliori energie
laicali.
E tuttavia vi era una parte
di verità in questa denunzia,
soprattutto per il fatto che
l’impegno dei laici era apparso
a lungo orientato soprattutto
in funzione difensiva, a salvaguardia degli spazi di una
Chiesa aggredita frontalmente
dall’ondata laicizzatrice che
proprio sull’onda della rivoluzione francese, all’inizio
dell’Ottocento, aveva investito
l’Europa.
Soltanto a Novecento inoltrato, in un clima di ripresa di
iniziativa del cattolicesimo, soprattutto sotto il profilo di una
ritrovata capacità di presenza
in ambito culturale, quest’atteggiamento difensivo lasciava
il posto ad una ripresa di iniziativa quale quella che si richiamava dapprima alla Regalità di Cristo, poi al progetto di
“nuova cristianità” elaborato
negli anni 30 da Jacques Maritain con il suo Umanesimo integrale, infine alla riproposizione,
da parte di Pio XII, soprattutto
18 Ottobre 2009
nei celebrati radiomessaggi
degli anni della seconda guerra
mondiale, dell’ideale di una
“civiltà cristiana”.
Questo insieme di proposte
aveva il pregio di prospettare
un ruolo attivamente responsabile del laicato - perché soprattutto grazie ad esso si sarebbe
potuto instaurare il “Regno di
Cristo”, realizzare la “nuova
cristianità”, aprire una nuova
fase della “civiltà cristiana” ma
nello stesso tempo il limite di
essere incentrato sul rapporto
Chiesa-civiltà piuttosto che
sul recupero della fondamentale vocazione della Chiesa
all’evangelizzazione, all’interno
di una società ormai largamente secolarizzata, come sarebbe
stato dimostrato, ancor più
che dalle vessazioni dell’antico
anticlericalismo, dalla nuova
barbarie dei totalitarismi del
Novecento.
IL PRIMATO
DELL’EVANGELIZZAZIONE
Allorché i Padri conciliari
avviavano la loro riflessione
sulla condizione della Chiesa,
d’altra parte, il progetto, o forse
l’utopia, di una “’società ad
ispirazione cristiana” cominciava a rivelare appieno i suoi
limiti, sotto i colpi del secolarismo, dell’indifferentismo,
dell’incipiente consumismo.
Proprio per questo, tuttavia,
appariva necessario un mutamento di rotta, che riportasse al
centro della vita della Chiesa il
primato dell’evangelizzazione,
e su di esso fosse capace di
coinvolgere e di impegnare
il laicato cattolico. L’insieme
dei documenti del Vaticano
II può essere letto proprio in
quest’ottica, e cioè come presa
di coscienza della distanza venutasi a determinare fra Chiesa
e mondo e della necessità di
colmarla.
Protagonista di questa
nuova stagione della Chiesa,
incentrata sul primato dell’evangelizzazione, avrebbe
dovuto essere, nella prospettiva
tracciata da uno dei documenti
fondamentali del Concilio, la
Lumen gentium, l’intero “’popolo di Dio”, con il definitivo
superamento dell’antica e ricorrente contrapposizione fra clero
e laici e con il riconoscimento
di un’unica e condivisa missione pur nella distinzione dei
compiti e delle responsabilità.
UNA NUOVA STAGIONE
È nata così una nuova e
fervida stagione di rinnovato
“protagonismo” laicale, uno dei
frutti migliori della lezione del
Vaticano II e una delle grandi
acquisizioni della Chiesa nella
seconda metà del Novecento
(ed oltre).
A quarant’anni di distanza
dalla conclusione del Concilio,
è forse ancora troppo presto
per fare un bilancio di ciò che
esso ha rappresentato - con il
suo stesso svolgersi, con il suo
stesso stile, e non soltanto con
i suoi documenti - per il laicato
cattolico. Non possono essere
tuttavia dimenticate alcune
sicure acquisizioni: la più attiva
e responsabile partecipazione
alla liturgia, la riscoperta della
Parola di Dio, il ritorno alla
catechesi ed alla stessa teologia,
più familiari ed amicali rapporti con i presbiteri, e così via.
Molte delle “piaghe della Santa
Chiesa” che Rosmini aveva
evocato, nel suo famoso “manifesto “ di riforma della Chiesa
del 1848, appunto Delle cinque
piaghe della Santa Chiesa, sono
state sanate, od almeno fortemente ridimensionate.
PROBLEMI APERTI
Rimangono tuttavia, a
quarantanni dal Concilio, alcuni problemi aperti, e su tre di
essi (la consultazione dei laici,
la partecipazione del laicato
al movimento ecumenico, la
corresponsabilità laicale nell’evangelizzazione) mette conto
di fare qualche essenziale notazione. E ciò in quello spirito di
parresia, di franchezza cristiana, alla quale il Concilio stesso
richiama, allorché invita i laici
ad esercitare il diritto-dovere
«di far conoscere il loro parere
su ciò che riguarda il bene della
Chiesa» (LG, 37).
Per quanto riguarda la
consultazione dei laici, si deve
riconoscere che è ormai lontano
il tempo di una sorta di esclusiva autoreferenzialità dei pastori
e che ampi spazi si sono aperti
alla cordiale collaborazione.
Sarebbe tuttavia azzardato
affermare che il principio della
consultazione, pur affermato in
linea di principio, sia, di fatto,
praticato.
Soltanto in pochi paesi
sono stati istituiti quei Consigli
nazionali dei laici pur ipotizzati, anche se non formalmente
esigiti, dalla Apostolicam actuositatem (cf. n. 26), Non sempre i Consigli pastorali diocesani, quasi ovunque funzionanti,
realizzano una reale consultazione del popolo di Dio su questioni che lo toccano da vicino
(questioni spesso avocate a sé
dal solo Consiglio presbiterale,
che del resto, alla luce degli
stessi testi conciliari, sembra
avere riconosciuto un ruolo di
sostanziale preminenza, benché
in sé meno rappresentativo
del consiglio pastorale). Anche
in sede zonale (o vicariale, o
decanale) questi organismi di
partecipazione appaiono scarsamente presenti e funzionanti,
ed altrettanto avviene in ambito parrocchiale.
Non si tratta di trasferire
meccanicamente nella comunità cristiana lo stile degli organismi partecipativi della società
civile (essi pure del resto assoggettati a diffusi fenomeni di
logoramento) ma di distinguere
saggiamente il momento della
decisione, che rimane di competenza di chi nella Chiesa ha
autorità, dal momento della
preparazione della decisione,
che non può avvenire prescindendo dalla rilevazione
delle attese, delle esigenze, del
sentire stesso del “popolo di
Dio” nella sua interezza. Ciò
che è dunque in discussione
non è il principio dell’autorità
della Chiesa ma la forma concreta del suo esercizio; e sotto
questo aspetto sembra potersi
affermare che soltanto in parte
le indicazioni del Vaticano II, e
soprattutto il suo spirito, sono
transitati nella concretezza dell’agire ecclesiale.
ECUMENISMO
DI BASE
Quanto al movimento
ecumenico, il decreto su l’ecumenismo, Unitatis redintegratio
sottolinea con forza che i”fedeli
cattolici” devono essere parte
attiva nell’impegno per la
realizzazione dell’unità fra le
chiese, sia attraverso la pre-
ghiera e il dialogo fraterno, sia
contribuendo a rinnovare dall’interno la comunità cristiana
«affinché la sua vita renda una
testimonianza più fedele e più
chiara della dottrina e delle
istituzioni tramandate da Cristo per mezzo degli apostoli»
(n. 4).
Viene qui indicata la linea
di quello che è stato definito un
ecumenismo di base”, alla cui
realizzazione il laicato cattolico
è chiamato a dare un importantissimo contributo, soprattutto
sul piano della vita quotidiana,
della reciproca comprensione,
del dialogo fraterno.
Sembra invece di potere
affermare che è spesso prevalso un ecumenismo di vertice”,
fatto di incontri fra i responsabili delle Chiese o, al più, di
colloqui e di seminari fra teologi ed esperti; interventi, gli
uni e gli altri, che hanno dato
buoni frutti ma hanno pure
rivelato taluni limiti, come
attestano le difficoltà incontrate sul cammino del dialogo
ecumenico.
LAICI ED
EVANGELIZZAZIONE
Il ruolo dei laici cristiani
nel processo di realizzazione
dell’unità fra tutti i credenti in
Cristo -rimuovendo gli ostacoli
alla stessa evangelizzazione
derivanti proprio dallo spettacolo di queste persistenti divisioni- è stato nel quarantennio
post-conciliare limitato, per
non dire marginale. L’avvio di
una nuova fase del movimento ecumenico non potrà che
prendere le mosse da questa
rinnovata coscienza laicale, a
partire da una formazione al
senso profondo dell’ecumenismo come passaggio obbligato
sulla via della nuova evangelizzazione.
Si pone infine il problema
di una più attiva e responsabile partecipazione del
laicato cattolico alla missione
evangelizzatrice della Chiesa.
«I laici possono e devono
esercitare una preziosa azione
per l’evangelizzazione del
mondo», afferma in un passo
fondamentale la Lumen gentium (n. 35); né si può negare il
fatto che, proprio sull’onda del
rinnovamento conciliare, con il
Vaticano II è finita la stagione
di un’evangelizzazione affidata
essenzialmente a presbiteri
e religiosi e si è avviata una
nuova fase della sua missione,
fondata sul diretto ed attivo
coinvolgimento anche dei laici.
Non vi è oggi impegno missionario - tanto nei paesi di antica
tradizione cristiana quanto
nelle aree solo di recente raggiunte dal messaggio evangelico - che non passi attraverso il
laicato cattolico.
Questo impegno rimane
tuttavia - dopo il Concilio e no-
Vita
La
nostante il Concilio - limitato
ad una componente relativamente piccola, e certamente
minoritaria del “popolo di
Dio”, e non solo nell’area dei
“cristiani marginali”, di coloro
che vivono in qualche modo
alla periferia della Chiesa, e
solo saltuariamente si incontrano con essa in celebrazioni
sacramentali o liturgiche che
rimangono sostanzialmente
alla periferia della loro esistenza. Gran parte di coloro che
partecipano attivamente alla
vita della Chiesa non si sentono ancora, in prima persona,
diretti responsabili di una
missione di annuncio che è di
tutti i cristiani e che non può
essere delegata soltanto agli
“specialisti”, e cioè a coloro
che hanno nella comunità uno
specifico ruolo istituzionale.
Che tutto il -”popolo di Dio”
sia essenzialmente e strutturalmente missionario è una
grande intuizione di fondo
che attraversa tutto il dettato
conciliare sino all’affresco
conclusivo della Ad Gentes, ma
non è una diffusa e consapevole presa di coscienza di tutto il
laicato cristiano: constatazione
tanto più preoccupante ove si
pensi che i “luoghi” tradizionali dell’annunzio della fede
- primo fra tutti la parrocchia
- sono largamente disertati e
che mancano spesso coloro che
sappiano annunziare il vangelo
nei “nuovi luoghi” della società tecnologica, come hanno
fatto, in un diverso contesto,
i primi cristiani, membri consapevoli di una Chiesa tutta
orientata all’annuncio ed alla
testimonianza.
Alla luce di queste essenziali riflessioni si può
serenamente affermare che, a
quarant’anni di distanza dalla
sua conclusione, il Concilio
Vaticano II sta ancora dinanzi a
noi, come una sorta di grande
Cattedrale, come quelle medievali, di cui sono state poste le
fondamenta ed elevati i muri,
ma è ancora in gran parte
da costruire e che richiederà
l’impegno di più generazioni
cristiane. Segnalare i traguardi,
raggiunti, ma anche i problemi
aperti, è impegno e responsabilità di ogni credente che ami
sinceramente la Chiesa. Come
ha scritto Antonio Rosmini
proprio in apertura delle Cinque piaghe, «il meditare sui mali
della Chiesa anche a un laico
non potea essere riprovevole,
ove a ciò fare sia mosso dal
vivo zelo del bene di essa, e
della gloria di Dio». Il grande
tema patristico, e conciliare,
della Ecclesia semper reformanda, non può essere eluso
in sede di primo e provvisorio
bilancio del Vaticano II. Il
misterioso invito rivolto dal
Crocifisso a Francesco d’Assisi
-Ripara la mia Chiesa!- vale
anche per noi, è rivolto anche
ai laici che si sentono Chiesa
e che vogliono che il suo
volto, soprattutto il suo volto
post-conciliare, appaia «senza
macchia e senza ruga».
Pistoia
Sette
N.
36
18 Ottobre 2009
IN SEMNINARIO
Al via la scuola
di teologia 2009-2010
L
a Conferenza
Episcopale Italiana nel
documento La formazione teologica nella Chiesa
particolare afferma: «Le
scuole di formazione
teologica nascono invece
con lo scopo di introdurre al sapere teologico e
offrono a questo scopo
una formazione di base.
Per questo è auspicabile
una loro sempre più larga diffusione.
E’ al loro interno,
infatti, che sarà possibile attuare un certo
reclutamento di forze,
che promuova nelle
comunità cristiane il
pensare cristiano e non
solo l’agire. La ricchezza
di ministeri della Parola
dipende anche da un
attento discernimento
delle capacità che si possono manifestare dentro
le scuole teologiche di
base. Ogni cristiano deve
essere aiutato a scoprire
la propria vocazione e a
realizzarla, in modo che
la spiritualità e l’apostolato in ogni chiesa locale
maturino col contributo
attivo ma specifico di
ciascuno.
Non si tratta, quindi,
di favorire una formazione generica minimale,
per consacrare un livello
piuttosto basso di capacità teologica, o peggio
ancora per nascondere
carenze e avvalorare illusioni. Si tratta di educare
alla serietà del sacrificio
richiesto dal “pensare
cristiano”, dove ragione
e fede si intrecciano, pur
senza confondersi, e si
stimolano a vicenda a
crescere.
In questa prospettiva,
fine primario delle scuole di formazione teologica è aiutare i credenti a
far propri gli strumenti
e i metodi necessari per
esplicare, ad un livello
sia pure iniziale e globale, la funzione teologica
propria di ogni membro
della chiesa.
Al tempo stesso esse
forniscono l’acquisizione di un linguaggio e
di una prospettiva che
rendano più agevole sia
l’ascolto della Parola,
scritta e tramandata, sia
il dialogo con il mondo».
L’avvio ufficiale dei lavori della Scuola per il
nuovo anno avrà luogo
martedì 20 ottobre 2009,
alle ore 20.45, nei locali
del Seminario di via
Puccini:
Prolusione
50 anni dalla morte
di don Mazzolari:
una voce evangelica
nella Chiesa del Novecento,
Prof.ssa Mariangela
MARAVIGLIA
CALENDARIO DELLE LEZIONI DEL I ANNO
Martedì dalle ore 20,45 alle ore 22,15
TEOLOGIA FONDAMENTALE Mons. G. Frosini
(ottobre 27/novembre 3-10)
STORIA DELLA CHIESA/1 Prof.ssa M. Maraviglia
(novembre 17-24/dicembre 1-15)
INTRODUZIONE ALLA MORALE Don R. Breschi
(gennaio 12-19-26/febbraio 2)
INTRODUZIONE ALLA S. SCRITTURA Padre D. Aucone
(febbraio 9-16-23/marzo 2)
INTRODUZIONE ALLA LITURGIA Don L. Carlesi
(marzo 9-16-23/aprile 6)
L’UOMO NELLA CULTURA CONTEMPORANEA
Don I. Marcantelli
(aprile 13-20-27)
CRISTOLOGIA Mons. G. Frosini
(maggio 4-11-18-25)
CALENDARIO DELLE LEZIONI
DEL II E III ANNO
Martedì dalle ore 20,45 alle 22,15
SACRA SCRITTURA: Il Vangelo di Matteo
Padre D. Aucone
(ottobre 27/novembre 3-10)
CRISTO RIVELATORE DI DIO Mons. G. Frosini
(novembre 17-24/dicembre 1)
LITURGIA: Preghiera liturgica Don L. Carlesi
(dicembre 15/gennaio 12-19)
SACRA SCRITTURA: Geremia Prof. S. Bindi
(gennaio 26/febbraio 2-9-16)
MORALE DELLA VITA FISICA Don W. Lazzarini
(febbraio 23/marzo 2-9)
ECCLESIOLOGIA Mons. G. Frosini
(marzo 16-23/aprile 6)
STORIA DELLA CHIESA/2 Prof. M. Maraviglia
(aprile 13-20-27/maggio 4)
PATROLOGIA Don I. Marcantelli
(maggio 11-18-25)
CALENDARIO DEL CORSO SPECIALE IV ANNO
“La Chiesa inizio e serva del Regno”
Lunedì dalle ore 20,45 alle ore 22,15
INTRODUZIONE AL CORSO Mons. G. Frosini
(novembre 16)
IL REGNO DI DIO NELLA BIBBIA Prof. S. Bindi
(novembre 23-30/dicembre 7-14)
IL MILLENARISMO BIBLICO E POST-BIBLICO Prof. G. Ibba
(gennaio 11-18)
IL REGNO DI DIO NEI PADRI DELLA CHIESA
Prof. A. Vaccaro
(gennaio 25/febbraio 1-8)
IL REGNO DI DIO IN GIOACCHINO DA FIORE E NELLA SUA
POSTERITÀ Prof.ssa E. Natali
(febbraio 15-22/marzo 1-8)
IL REGNO
DIO IN ALCUNE FIGURE DEL CRISTIANESIMO
Prof.ssa M. Maraviglia
(marzo 15-22-29)
DI
CONTEMPORANEO
CONCLUSIONE SISTEMATICA Mons. G. Frosini
(aprile 12-19-26)
8 comunità ecclesiale
n. 36
18 Ottobre 2009
Vita
La
Badia a Pacciana
Le Piastre
Leonardo
Restaurato il campanile di Sant’Ilario Aiutiamo
L
Il presidente del-
la Pro Loco del paese,
Giancarlo Corsini, fa il
punto su un importante
e difficile restauro effettuato alla cupola del
campanile di Sant’Ilario
di Poitiers. La chiesa fu
elevata a parrocchia nel
1785, ebbe come patrono
Sant’Ilario,vescovo del
quarto secolo, il quale
cercò a lungo nella filosofia la via della verità. Il
lavoro, spiega Corsini, si
è reso necessario perché
la copertura era stata
danneggiata da pioggia,
vento e neve tanto che in
un’occasione sono dovuti
intervenire i vigili del
fuoco per evitare irreparabili guai. I componenti
del consiglio pastorale si
sono attivati, coadiuvati
dalla Curia di Pistoia,
hanno in modo tempestivo effettuato l’opera. Tre
eonardo Pagli è un ragazzo di 23 anni affetto
da un tumore degenerativo. Deve sottoporsi a un intervento chirurgico in Giappone. Per questo motivo
la comunità di Badia a Pacciana ha organizzato un
pranzo di solidarietà, per sostenerlo nel suo viaggio
di speranza, presso i locali della parrocchia, domenica 25 ottobre alle 12,30. Il menu del pranzo sarà il
classico toscano con una quota di euro 18,00.
Per prenotazioni, entro mercoledì 21 ottobre, chiamare i numeri 328.8371400 o 335.7894165.
Per donazioni libere rivolgersi al parroco don
Isaac.
Esiste anche un conto di solidarietà con il seguente Iban: IT73D06260704501 00000000022 alla Cassa di
Risparmio di Pistoia e Pescia.
sono le ditte di Prato che
hanno effettuato il difficile lavoro per togliere il
pericolo che incombeva
sulle case vicine. Sono
Isolcoperture, Edil 97 e
Michelangelo che ha fornito un mastodontico elevatore per l’opera svolta
a molti metri di altezza.
Il costo del lavoro è stato
di 12mila euro. Il presidente Pro Loco conclude
dicendo: “Ora abitanti e
consiglio pastorale possono ritenersi soddisfatti,
ed in merito ringraziano
la Curia di Pistoia e la
Cattolica Assicurazioni
che hanno permesso il
necessario intervento. È
stato consolidato il marcapiano ed i cornicioni
con prodotti idonei per il
clima montano; ha curato
l’assistenza dei lavori
Marco Mucci.
Giorgio Ducceschi
Associazione Pozzo di Giacobbe
Ridere fa bene:
1268 euro devoluti
al “pozzo”
G
Pastorale con la famiglia della diocesi di Pistoia
E’ toscano il nuovo direttore
dell’Ufficio nazionale
L’ultimo Consiglio
episcopale permanente
della Cei, nella riunione
di venerdì 25 settembre,
ha nominato direttore
dell’ufficio nazionale per
la pastorale della famiglia
don Paolo Gentili, attualmente direttore dell’ufficio di pastorale familiare
della diocesi di Grosseto.
È un giovane sacerdote
molto conosciuto nell’ambito della pastorale
familiare, ha partecipato
a numerosi convegni
nazionali e ha contribuito direttamente ai due
eventi svoltisi presso la
struttura La Principina di
Grosseto.
Chi era presente, sicuramente ricorderà quel
giovane sacerdote che,
un po’ titubante, a nome
di tutti i presenti e della
intera Chiesa italiana,
ricevette nelle sue mani
il nuovo testo del rito del
matrimonio in occasione della presentazione
ufficiale ad ottobre 2004
presso La Principina di
Grosseto.
Don Paolo ha 43
anni ed è stato ordinato
sacerdote nel 1995 da
monsignor Angelo Scola,
vescovo di Grosseto. Dal
1999 è parroco dell’Immacolata concezione di
Roselle, l’antica Cattedrale della diocesi, e dal 2002
direttore dell’ufficio di
pastorale familiare della
diocesi di Grosseto. Dal
2003 collabora con il Sacro
convento di Assisi per la
formazione dei fidanzati
delle parrocchie in Italia,
legate all’ordine dei frati
minori conventuali e nel
2006 gli viene affidato anche l’ufficio diocesano per
il diaconato permanente e
i ministeri laicali.
La diocesi di Pistoia
ed in particolare l’ufficio
diocesano per la pastorale
con la famiglia ringrazia
il Signore di questa nuova tappa della pastorale
familiare in Italia, in continuità con i precedenti
direttori, augurandosi che
don Paolo possa portare
ulteriore entusiasmo nelle
famiglie che mettono il
loro specifico carisma a
servizio delle comunità
per la edificazione del popolo di Dio. Ci auguriamo
che don Paolo non sia un
“nuovo direttore”, inteso
come portatore di grandi
novità, ma che sia capace
di continuare l’opera già
iniziata e sviluppata dai
suoi predecessori.
In conseguenza di
tutto ciò cessa, dopo sette
anni, nel suo incarico di
direttore dell’ufficio nazionale per la pastorale
della famiglia don Sergio
Nicolli, che inizierà un
nuovo servizio il 29 novembre prossimo, prima
domenica di avvento,
nella sua diocesi di Trento
in qualità di parroco nelle
parrocchie di san Marco
e della sacra famiglia in
Rovereto e di direttore
dell’ufficio famiglia diocesano.
Don Sergio è stato in
questi sette anni un grande animatore ed un sicuro
punto di riferimento per
la oastorale familiare in
Italia e dobbiamo ringraziare il Signore per i tanti
segni che lo spirito, per
mezzo di don Sergio, ha
suscitato nella Chiesa per
arricchire il sacramento
degli sposi: una ricchezza
che rende la Chiesa sempre più capace di comprendere e di fare proprie
le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce degli
uomini d’oggi.
Invitiamo tutte le famiglie ad accompagnare
con la preghiera don
Paolo e don Sergio in questa nuova “avventura”,
perché il Signore li aiuti
a vivere con gioia e con
coraggio il loro nuovo
ministero.
Un abbraccio fraterno ad ambedue e che il
Signore li accompagni
sempre.
Paola e Piero Pierattini
rande successo per la commedia “Missione
da i’ Paradiso”, commedia brillante in vernacolo,
presentata dalla Compagnia del Capocomico martedì
6 ottobre al Teatro Nazionale di Quarrata, che per
l’occasione ha visto la presenza di 180 spettatori, entusiasti della rappresentazione.
Il “Pozzo di Giacobbe” ringrazia gli attori e tutti
i partecipanti che hanno permesso di devolvere al
Progetto “Integra”, realizzato dall’Associazione con
l’obiettivo dell’inserimento lavorativo di donne italiane e straniere in difficoltà, ben 1.268 euro.
INFO: www.pozzodigiacobbe-onlus.com, pozzodi
[email protected].
Alessio Frangioni
Agliana
Festa di San Michele
A
conclusione dei recenti festeggiamenti patronali di San Michele Agliana l’associazione Vacchereccia esprime la sua soddisfazione per la splendida
riuscita delle nove serate. “Tutto questo – affermano
gli organizzatori – è stato possibile grazie, innanzitutto, al patrocinio del Comune di Agliana e in particolare alla collaborazione con il circolo Scintilla e con
il gruppo giovani di San Michele. Un ringraziamento
molto sentito va anche al cuoco Davide Gorgeri e ai
suoi collaboratori Antonio Magi e Vanni Marrassini
che hanno permesso, con il loro impegno, di servire
ben 800 porzioni di pecora in occasione della tradizionale sagra”.
Il gruppo giovani e la Vacchereccia esprimono
anche la loro riconoscenza verso don Rodolfo Vettori
che da alcuni anni sta svolgendo un importante ruolo
di coesione e di stimolo per tutta la comunità di San
Michele.
Gli organizzatori ci tengono, infine, a ringraziare
la popolazione e gli sponsor che hanno contribuito
all’ottima riuscita della festa patronale.
M. B.
Dall’Afghanistan
Lettera di ringraziamento per il Moica
“L
e scrivo dall ‘Afghanistan per trasmetterLe
i più vivi e sentiti ringraziamenti che mi sono pervenuti dalle autorità locali e
da tutta la popolazione del
distretto del Murghab (sito
nella regione di Herat) per
le donazioni di medicinali
che grazie alla generosità
del vostro spettabile Movimento e della Farmacia
Nannucci di Pistoia che ha
aggiunto 1000 euro di medicinali e ha confezionato
il tutto per il lungo viaggio
nei container, è stato possibile effettuare.
Il materiale è stato
utilizzato nel corso delle
numerose visite mediche
che le pattuglie del 183°
reggimento Paracadutisti
Nembo” (di Pistoia) hanno
effettuato nelle aree più
impervie, per dare un sostegno tangibile della volontà
di operare a favore della
popolazione di questo martoriato paese”.
Il 183° reggimento
Paracadutisti “Nembo” è
orgoglioso di essere stato
il tramite della generosità
del Moica e della Farmacia
Nannucci di Pistoia.
corso gramsci, 159/b - cell. 338.5308048 - pistoia
aperto pranzo e cena
Vita
La
S
e la chiesa è il luogo di
convergenza della comunità
cristiana, lo specchio di coloro
che vi si radunano, una chiesa bella riverbera una bella
comunità che medita il suo
passato e guarda con speranza al futuro che l’attende.
Bella è la chiesa fatta di
pietre se viva è quella formata
dalle persone.
E la comunità ha voluto
esprimere questa bellezza
anche col restauro della parte
presbiterale della sua propositura.
Un impegno importante
verso un edificio che generazioni di montalesi, con la pietà e l’arte, hanno consacrato e
reso prezioso e suggestivo.
Un’esperienza antica che
sempre si rinnova.
Come fra braccia materne, al suo interno si vivono
i momenti più significativi
L
a chiesa di San Giovanni
Evangelista di Montale è di
antica origine. Per la prima
volta la troviamo nominata
nel 957 come plebs S. Iohannis
in Villiano e nuovamente nel
998 tra le pievi dipendenti dal
vescovo di Pistoia.
Nel corso degli anni la
chiesa andò incontro a trasformazioni e vari rifacimenti. Di
una fase risalente ad epoca
medievale restano oggi come
testimonianza parti dell’antica
abside (sotto l’attuale pavimento dietro l’altare maggiore) e
porzioni di paramenti murari
visibili in particolare nella
parete sud e nell’area della
sagrestia.
Il secolo XIX vide la chiesa
interessata da un progetto organico che interessò complessivamente sia gli aspetti strutturali che gli apparati pittorici
e decorativi. Gli interventi, che
diedero all’edificio l’aspetto
che ancora oggi possiamo ammirare, furono realizzati tra il
1806 e il 1807.
I lavori interessarono in
particolare la zona presbiteriale, che fu dotata di due
cupolette, una più ampia sopra
l’altare maggiore sorretta da
quattro colonne, l’altra più
piccola nella zona retrostante
del coro.
I lavori furono seguiti dall’architetto fiorentino Marco
Moretti.
Di particolare rilievo per
quanto riguarda l’apparato
pittorico fu l’intervento di
due degli artisti più famosi
dell’epoca a Firenze, Luigi Sabatelli e Pietro Benvenuti.
Luigi Sabatelli dipinse le
due cupolette della zona presbiteriale, la principale con la
Visione di San Giovanni a Patmos,
l’altra con due Angioletti che
giocano. A Pietro Benvenuti si
deve invece la bella tela raffigurante La Samaritana al pozzo che
fu commissionata dal senatore
A CURA DELLA
PARROCCHIA
DI MONTALE
18 Ottobre 2009
comunità ecclesiale
n. 36
SAN GIOVANNI EVANGELISTA A MONTALE
Il restauro del presbiterio
e solenni della vita: qui si
riunisce il popolo di Dio per
l’ascolto della Parola che
salva, per pregare insieme e
insieme nutrirsi del Pane che
edifica la Chiesa.
Il tempo ha segnato del
suo passaggio anche le pitture
e i decori più importanti ed
era giunto il momento di porre mano ad alcuni restauri.
Dopo l’ipotesi iniziale di
intervento alla sola cupola,
si è deciso di ampliare il
progetto all’intera area presbiterale.
Un’iniziativa apprezzata
dal consenso della Soprintendenza, dai contributi della
Fondazione della Cassa di
Risparmio di Pistoia e Pescia
e del Lions Club di Pistoia
Fuorcivitas.
Grazie al lavoro abile
e paziente di Giuseppe e
Massimo Gavazzi, vengono
restituite alla comunità che in
modalità diverse e generosamente ha contribuito.
Ora possiamo nitidamente intravedere la stessa visione di san Giovanni a Patmos:
la santa Gerusalemme che è
nostra madre, la città di Dio,
geometricamente perfetta,
che scende dal cielo “bella
come una sposa adorna per
il suo sposo”.
La città bella modello
per una comunità sempre
più bella.
È l’augurio per Montale e
per i montalesi.
Paolo Firindelli
Proposto di Montale
Un po’ di storia
Covoni e data in uso alla chiesa
per uno dei nuovi altari.
Le restanti pitture murali, a
monocromo, furono realizzate
da Domenico Potestà e rappresentano due Angeli in volo
nel grande arco sopra l’altare
maggiore, sette coppie di Putti
alati che sostengono vasi sulle
sovrapporte e San Giovanni
Battista tra le figure allegoriche
della Fede e della Speranza nel
Battistero.
Nel giro di poco più di
un anno, tra il 1806 e il 1807,
San Giovanni di Montale fu
totalmente rinnovata, trasformandosi in una delle chiese
9
della diocesi pistoiese più ricca
e aggiornata secondo i canoni
della cultura neoclassica allora
di moda.
La chiesa fu solennemente
inaugurata alla presenza del
vescovo Francesco Toli e di
numerose autorità il 27 dicembre 1807.
GLI AFFRESCHI
DELLA CUPOLA
DI LUIGI SABATELLI
Uno dei documenti figurativi più interessanti presenti
nella chiesa di Montale è rappresentato dalle pitture murali
dell’area presbiteriale, realizza-
te tra il 1807 e il 1808 dal pittore
Luigi Sabatelli.
I dipinti, pur rientrando
nell’ambito della sua produzione giovanile, risalgono ad
un’epoca in cui era già maestro
riconosciuto, additato insieme
a Pietro Benvenuti come rinnovatore dell’arte in Toscana.
A Montale, come abbiamo
già detto, realizza la Prima Visione di San Giovanni Evangelista
a Patmos nella cupola sopra
l’altare maggiore e due Angioletti nella cupoletta retrostante
del coro.
Della Visione di San Giovanni resta uno schizzo preparatorio presso il Gabinetto Disegni
e Stampe della Galleria degli
Uffizi, che per velocità di segno
e sintesi costruttiva ci fa ben
comprendere le notevoli capacità disegnative dell’artista.
Per leggere la scena raffigurata e comprenderne il significato possiamo seguire la descrizione che ne dà il proposto
Vincenzo Bertini in una lettera
del 1807 al Vescovo Francesco
Toli, in cui si scusa, a lavori
già avanzati, per non averlo
informato tempestivamente
del programma iconografico
previsto per la chiesa.
Bertini spiega che, poiché il
nuovo altare maggiore non permetteva la sistemazione di un
dipinto dedicato al Santo titolare, si era deciso di rappresentare San Giovanni nella cupola.
Era stato chiamato perciò Luigi
Sabatelli che, “a buon prezzo”, vi
aveva dipinto la Prima Visione
di San Giovanni nell’Apocalisse.
La scena raffigura il Battista che
“si sente chiamare da voce terribile
che l’ordina di scrivere quello che
vede. Si volge il Santo Apostolo
per vedere chi sia quelli che lo
chiama e vede in mezzo a sette
grandi candelabri d’oro uno simile
al Figlio dell’uomo vestito di veste
talare, cinto al petto di fascia d’oro,
col capo e capelli bianchi come
neve, con gli occhi scintillanti
come fiamma, che tiene nella mano
destra sette stelle; dalla di lui bocca
esce una spada tagliente e la sua
faccia è risplendente come il sole.
Il pittore è stato scrupolosamente
attaccato alla lettera della Scrittura
ed ha rappresentato l’Angelo, o lo
stesso Gesù Cristo nella descritta
situazione, vi ha dipinto il Santo
Battista in quel primo atto di somma sorpresa che in esso cagionar
dovea una veduta sì straordinaria.
L’angelo, però senza ali, è barbato
per esprimere più al vivo l’immagine del Salvatore essendovi
questione tra gli autori se fosse veramente il medesimo Gesù Cristo
o un angelo che lo rappresentasse.
Ai piedi dell’Apostolo sta un rotolo
antico e l’aquila rampante sopra
d’un masso”.
Il tema apocalittico è ulteriormente puntualizzato nei
quattro peducci della cupola
con raffigurazioni a chiaroscuro, in cui sono rappresentati
simboli tratti dall’Apocalisse.
Sono sempre di Luigi Sabatelli i due Putti che giocano con
delle palme della cupoletta del
coro che mostrano, in contrasto con la grandiosità austera
dell’affresco principale, una
piacevolezza, anch’essa non
priva di potenza, legata al tema
infantile.
Maria Cristina Masdea
(Sintesi da “La chiesa di san
Giovanni Evangelista”
in “Il presbiterio della chiesa
di san Giovanni Evangelista
a Montale”)
Inaugurazione
dei restauri
Resi possibili dai contributi della Fondazione Cassa
di Risparmio di Pistoia e Pescia e del Lions Club Pistoia Fuorcivitas, i restauri saranno inaugurati sabato
17 ottobre 2009 alle ore 15,30
Saluti e interventi di:
Paolo Firindelli, proposto di Montale
David Scatragli, sindaco di Montale
Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia
Ivano Paci, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia
Cataldo Lo Iacono, presidente del Lions Club Pistoia
Fuorcivitas
Maria Cristina Masdea, Soprintendenza per i beni storici
artistici ed etnoantropologici
Massimo Gavazzi, restauratore della Arc di Pistoia.
Al termine, distribuzione dell’opuscolo illustrativo
del restauro e buffet.
Un ricordo
I l restauro del presbiterio
riporta alla memoria don Sergio Domeniconi, che in questa
chiesa ha esercitato il suo
ministero.
In questi giorni si ricorda
l’anniversario della sua ordinazione presbiterale.
La parrocchia lo ricorda con
affetto e commozione.
10 comunità e territorio
È intitolata a
Ippolito Desideri e
riunisce in un’unica
sede tutti i corsi
di laurea presenti
in città
di Patrizio Ceccarelli
N
uovo nome, nuove
aule, e nuova sede per l’Uniser, il polo universitario pistoiese dell’Università degli
Studi di Firenze intitolato a
Ippolito Desideri, che riunisce finalmente in un’unica
sede, in via Pertini, tutti i corsi
di laurea presenti a Pistoia.
Venerdì 9 ottobre la sede
così rinnovata ed ampliata
è stata presentata dai soci
del Polo Uniser (Comune di
Pistoia, Provincia e Camera di
Commercio di Pistoia, Fondazione Cassa di Risparmio di
Pistoia e Pescia) alla città, alla
presenza dei rappresentanti
delle istituzioni e degli studenti (nella foto l’intervento
del vescovo, mons. Mansueto Bianchi). L’intervento di
ampliamento, che porta la
superficie della sede pistoiese
a circa 2000 metri quadri,
U n bando speciale per
finanziare i piccoli borghi. E’
questo, in sintesi, quello che
sta cercando di fare il Comune
di Pistoia per aiutare tutti quei
commercianti che desiderano
creare i cosiddetti empori polifunzionali ossia una rivisitazione delle vecchie botteghe vicino
casa dove possiamo trovarci un
po’ di tutto.
“Il nostro obiettivo – ha
detto Barbara Lucchesi assessore comunale alle attività produttive, è quello di rilanciare
il piccolo commercio dai rischi
di una scomparsa totale dai
borghi collinari e dalla montagna pistoiese. I piccoli negozi,
infatti, sono stati per anni punti
di riferimento essenziale e di
ritrovo per i cittadini di quei
luoghi mentre ora devono anche
offrire stimoli alle nuove famiglie se vogliamo che avvenga il
ripopolamento della montagna
n. 36
Inaugurata la nuova sede
risulta l’unico realizzato in
questi anni nel territorio di
competenza dell’Università
di Firenze.
La ristrutturazione ha
permesso l’inclusione dei tre
corsi triennali della Facoltà
di medicina (infermieristica,
ostetricia e fisioterapia) finora
dislocati alle Ville Sbertoli. È
stata inoltre realizzata l’aula
informatica ed ampliata l’aula
magna già esistente. Tutte le
nuove aule, come quelle già
esistenti, sono state intitolate a
personalità pistoiesi che in un
passato più o meno lontano
hanno fatto onore alla città. Da
Antimo e Bandinella, fondatori dell’Ospedale del Ceppo nel
secolo XIII, a Filippo Pacini,
biologo, da don Orazio Ceccarelli, promotore all’inizio
del ‘900 delle Casse rurali a
Pistoia, a Mario Romagnoli,
primario radiologo e Dino
Scalabrino, medico termale.
Infine l’aula informatica è
stata dedicata all’ingegnere
Carlo Chiti che progettò la
Ferrari vincitrice del Gp di
Formula 1 del 1958 e 1961.
Vale inoltre la pena di ricordare che il polo universitario
decentrato di Pistoia, al quale
nell’anno accademico 2008-
Attività produttive
Creazione di empori
pulifunzionali
e dei borghi collinari.”
Per aprire un emporio funzionale sono sia di natura commerciale che sociale. Per quanto
riguarda il primo aspetto l’operatore dovrà attivare almeno tre
tipi di servizi scegliendo tra la
vendita di prodotti alimentari
o prodotti tipici del territorio,
bar ristorante, apertura di un
punto tabacchi e valori bollati
oltre a vendita di giornali e
riviste. L’aspetto sociale che
allo stesso tempo rivestono
anche un interesse pubblico
dovranno invece essere quattro
e sono scelte in base ad un elenco
fornito nel bando come internet
point, servizi di biglietteria per
trasporto pubblico, punto di
informazione turistica oltre a
servizi di ambulatorio medico e
di riscossione tariffe. Inoltre chi
otterrà i requisiti per aprire un
emporio polifunzionale potrà
ottenere un finanziamento fino
al 30% per l’acquisto di attrezzature fino ad un importo massimo
di 5.000 euro e la riduzione della
Tia del 50% rispetto alla tariffa
originaria.
“Le attività che hanno già
tutti i requisiti di esercizio polifunzionale – riprende l’assessore
Lucchesi – avranno la possibilità
di entrare a far parte del sistema
degli empori; per avere la qualifica le imprese dovranno, tra
2009 sono risultati iscritti
2000 studenti, offre corsi di
laurea tutti esclusivi, eccetto
quelli di medicina, cioè corsi
di laurea che l’Università di
Firenze svolge solo a Pistoia.
Gli studenti provengono non
solo dalla provincia di Pistoia,
ma da tutta la regione ed in
parte dal resto dell’Italia e
dall’estero. Al Corso di laurea di Scienze turistiche, ad
esempio, al quale sono iscritti
542 studenti, il 60% proviene da fuori provincia ed in
parte dall’estero. Alla cerimonia inaugurale hanno preso
parte tra gli altri, il prefetto
Antonio Recchioni, il vescovo
monsignor Mansueto Bianchi,
la presidente della Provincia
Federica Fratoni, il sindaco
Renzo Berti, il presidente della Fondazione Caript Ivano
Paci, il direttore generale dell’Asl 3 Alessandro Scarafuggi
e il direttore sanitario Chiara
Gherardeschi, rappresentanti
della Camera di commercio
e delle associazioni di categoria.
gli altri requisiti, garantire un
orario di apertura il più ampio
possibile, oltre a più attività sia
di carattere commerciale che di
utilità per la popolazione e ciò
consentirà alle botteghe di far
parte di un unico circuito e di
godere pertanto di una maggiore
visibilità.”
Tutte le informazioni sul
bando si potranno trovare sul
sito www.comune.pistoia.it
alla voce “bandi di gara e concorsi”; anche i moduli per la
presentazione delle domande si
potranno scaricare da internet
sempre allo stesso indirizzo oppure direttamente dai siti www.
confcommercio.pistoia.it, www.
confesercenti.pistoia.it.
INFO: 0573/371918 oppure
335/7006775 dal lunedì a venerdì dalle 9 alle 13 e martedì e
giovedì anche dalle 15 alle 18.
Edoardo Baroncelli
Risposta a Daniela Simionato
sui morti sul lavoro
D
Vita
La
UNIVERSITÀ
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
aniela Simionato,
ha scritto su LA VITA
del 4 ottobre di morti sul
lavoro, richiamando ad
una maggiore vigilanza dei sindacati e degli
organi preposti senza
riuscire a citare una volta le imprese e la loro
responsabilità.
In queste ore, le cronache locali narrano di
pesanti condanne inflitte
ad un imprenditore per
la morte di un giovane
18 Ottobre 2009
lavoratore immigrato,
per le gravi violazioni
delle norme di sicurezza,
quindi…..(?)
Per la cronaca:
1) nelle piccole imprese la legge non consente
l’istituzione del delegato
alla sicurezza di cui alla
ex L. 236;
2) nelle piccole imprese, non si applica lo
statuto dei diritti dei lavoratori;
3) Il Ministro Sacconi
ed il Governo Berlusconi
sono intervenuti in questo scorcio di legislatura,
riducendo le risorse per
nuovi ispettori e depenalizzando alcuni reati per
le inadempienze delle
imprese in materia.
Questi sono i fatti……
Poi si può discutere
di tutto: nuova cultura
della sicurezza, meno
burocratismo, ma i fatti
dimostrano che tutta
la recente legislazione
lavoristica, compresa
quella sui migranti (7
degli ultimi 10 morti a
Pistoia erano immigrati
giovanissimi, in più di
un caso lavoratori al
nero) ha un’impronta
politicamente chiara e i
risultati, purtroppo, si
vedono anche in materia
di sicurezza.
La crisi economica,
non può che aggravare i
risultati.
Daniele Quiriconi
Politica
Braccesi spiega
le sue dimissioni
di Patrizio Ceccarelli
S
ono ancora al centro della discussione politica le dimissioni del vicesindaco del Comune di Pistoia, Tommaso
Braccesi, che per lealtà verso il sindaco e l’amministrazione
di cui ha fatto parte fino a pochi giorni fa, si è imposto di
non rilasciare dichiarazioni. Di seguito pubblichiamo il testo
della lettera di dimissioni che Braccesi ha inviato al sindaco
Berti lo scorso 18 settembre.
Caro Renzo,
partecipare alla giunta della città di Pistoia, oltre che essere un
onore, è stata un’esperienza straordinaria e unica. In questi ultimi
anni ho avuto modo di lavorare alla realizzazione di un progetto - e
di un sogno - per il quale ho accettato, volentieri, di mettermi in
gioco. Mi sono dedicato alla città con tutte le mie forze, con entusiasmo e passione, a tempo pieno, mettendo in secondo piano lavoro
e famiglia. Ho cercato di interpretare il ruolo con spirito di servizio
e serietà, ma allo stesso tempo con lealtà nei tuoi confronti.
Essere vicesindaco, a mio avviso, vuole dire anche instaurare
con il sindaco un rapporto privilegiato fatto di dialogo, collaborazione, confidenza e reciproca fiducia: un rapporto che in questi
anni abbiamo provato a costruire, in alcuni momenti con rinnovato
entusiasmo, a volte con successo, ma che obiettivamente negli
ultimi tempi si è raffreddato e progressivamente incrinato.
Inoltre, adesso che ho la delega al bilancio, si aggiunge una
netta divergenza sulla proposta di contenimento della spesa della
manovra di riequilibrio 2009 e anche sull’allegato piano triennale
per il ripristino strutturale degli equilibri di bilancio dove propongo
una maggiore attenzione al piano dei risparmi, la “simbolica”
riduzione delle indennità degli amministratori, la progressiva e
decisa diminuzione dell’indebitamento del Comune.
Oggi, con grande dispiacere, prendo atto di queste difficoltà
che non mi consentono di svolgere con adeguata serenità e determinazione il mio ruolo.
Ti ringrazio per avermi dato l’opportunità di servire la città di
Pistoia, spero di non averti deluso e soprattutto di non aver deluso i
cittadini pistoiesi ma, poiché ritengo che nessuno sia indispensabile
e che le sorti del governo della città siano più importanti di quelle
personali, sono a rassegnare le mie dimissioni.
Sono certo che saprai sostituirmi con persona molto più
capace e preparata e immagino che i candidati, sicuramente, non
mancheranno.
Un caro saluto.
Tommaso Braccesi
PRESIDENZA E DIREZIONE GENERALE
Largo Treviso, 3 - Pistoia - Tel. 0573.3633
- [email protected] - [email protected]
SEDE PISTOIA
Corso S. Fedi, 25 - Tel 0573 974011 - [email protected]
FILIALI
CHIAZZANO
Via Pratese, 471 (PT) - Tel 0573 93591 - [email protected]
PISTOIA
Via F. D. Guerrazzi, 9 - Tel 0573 3633 - [email protected]
MONTALE
Piazza Giovanni XXIII, 1 - (PT) - Tel 0573 557313 - [email protected]
MONTEMURLO
Via Montales, 511 (PO) - Tel 0574 680830 - [email protected]
SPAZZAVENTO
Via Provinciale Lucchese, 404 (PT) - Tel 0573 570053 - [email protected]
LA COLONNA
Via Amendola, 21 - Pieve a Nievole (PT) - Tel 0572 954610 - [email protected]
PRATO
Via Mozza sul Gorone 1/3 - Tel 0574 461798 - [email protected]
S. AGOSTINO
Via G. Galvani 9/C-D- (PT) - Tel. 0573 935295 - [email protected]
CAMPI BISENZIO
Via Petrarca, 48 - Tel. 055 890196 - [email protected]
BOTTEGONE
Via Magellano, 9 (PT) - Tel. 0573 947126 - [email protected]
Vita
La
18 Ottobre 2009
L
e statistiche italiane ed internazionali,
il 6% della popolazione
over 65 anni è affetta da
demenza, in gran parte
dei casi causata dalla
Malattia di Alzheimer.
Stimando in 60.000
persone la popolazione
ultrasessantacinquenne
della provincia di Pistoia, gli anziani affetti
da tale patologia sono
più di 3.500. La Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia è
sempre stata sensibile a
questa problematica e,
in modo lungimirante,
ha finanziato per intero
fin dal 1994, tra i primi
in Italia, la creazione
e l’attività di un Centro Diurno per anziani
disabili. Tale Centro,
ubicato nei locali della
Casa dell’Anziano di
Monteoliveto a Pistoia
e proprietà della Curia
Vescovile, è stato aperto
principalmente ad anziani con demenza e ad
esso si è aggiunto, dal
2004, un Centro Diurno
Alzheimer, sempre a
Monteoliveto e sempre
ampiamente sostenuto
dal finanziamento della
Fondazione. Proseguen-
È ripartita nei
giorni scorsi l’attività
del laboratorio teatrale
del Comune di Agliana
2009-10, guidato ancora
da David Spagnesi, apprezzato drammaturgo e
regista.
L’attività del laboratorio inizia nel 2004 e
si segnala subito come
una novità di rilievo nel
contesto delle iniziative
in ambito teatrale della
Provincia di Pistoia.
Nei suoi 5 anni di vita,
il laboratorio ha avuto
11
n. 36
ALZHEIMER
A Pistoia un convegno
nazionale sui centri diurni
L’incontro, promosso dalla Fondazione
Caript, si è svolto nell’aula magna
del Seminario Vescovile ed è servito
a fare il punto sulle ultime conoscenze
della comunità scientifica
di Patrizio Ceccarelli
Agliana
Scuola di teatro
una media annuale di
frequenza di alcune
decine di persone che
ne hanno seguito i nove
mesi di attività e con una
percentuale di ricambio
annuale intorno al 50%.
Il successo si deve ad
alcuni fattori che permettono di distinguerlo da
altre esperienze presenti
sul territorio a partire
dall’impostazione del
lavoro che prescinde
dalla consueta formula
didattica che prevede
lezioni e trasmissione di
informazioni a complessità e crescente sulle tecniche teatrali di base. Nel
laboratorio del Comune
di Agliana si opera attraverso esercizi, giochi,
sperimentazioni di tec-
do il proprio impegno in
questo settore di grande
valenza sociale, la Fondazione ha promosso,
in collaborazione con
la Casa dell’Anziano di
Monteoliveto, il “Convegno Nazionale Centri
Diurni Alzheimer” che
niche specifiche, si tende
a far emergere le potenzialità espressive che ciascun individuo possiede,
magari senza esserne
consapevole. Solo in
questo momento trova
spazio la diffusione degli
aspetti tecnici elementari
del fare teatro, finalizzati al potenziamento
e “teatralizzazione” di
una performance nata
dalle attività degli utenti
stessi.
Il laboratorio prevede un periodo di
Rilanciare la montagna
Turismo
verde
armonicamente
correlato
a quello bianco
di Alessandro Tonarelli
U
na proficua sinergia attivata tra Confcommercio, Consorzio Abetone/Pistoia/Montagna
Pistoiese, Provincia,
Camera di commercio,
Agenzia per il turismo,
Comunità Montana, Cogis Banca di credito cooperativo della Montagna
Pistoiese e tanti operatori turistici ha prodotto
un’iniziativa interessante: il bellissimo catalogo
‘Le emozioni del verde’
che, introdotto da una
citazione del compianto
giornalista e scrittore
Tiziano Terzani, presenta
ciò che il nostro Appennino offre per quanto
concerne trekking e
ambientalismo, sport,
borghi storici, tradizioni,
gastronomia, ricettività e
‘itinerari’ in cui si articola l’Ecomuseo montano.
Il bellissimo catalogo,
con testo scritto da Sara
Bonacchi e tradotto in
inglese da Ailsa Wood
per i tipi della Grande
selva di San Marcello,
sintetizza un lavoro che
si è articolato per quasi
due anni e propone in
maniera semplice e ‘appetibile’ un turismo che
dovrà articolarsi ogni
anno da aprile a ottobre,
cioè in quei tempi troppo
spesso ‘morti’ che intercorrono tra una stagione
sciistica e l’altra. Dopo
che l’assessore provinciale alla Cultura, Chiara
Innocenti, aveva evidenziato ruolo dell’Ecomuseo e proficuità del ‘fare
sistema’ tra istituzioni,
associazioni e operatori,
i sindaci di Cutigliano e
Abetone –Carluccio Ceccarelli e Giampiero Danti- hanno parlato l’uno
della rilevanza rivestita
dal ‘turismo ecologico’
e l’altro della necessità
di conferire maggiore
‘appetibilità al territorio,
potenziandone i servizi a
partire da quelli viari. Il
direttore dell’Apt, Franco
Belluomoni, ha concluso
parlando delle molte novità che vengono attivate
per promuovere la ‘commercializzazione’ del territorio montano a prezzi
competitivi annunciando
l’imminente visita al nostro Appennino da parte
della troupe televisiva
della trasmissione ‘Turisti per caso’.
Intanto, il 26 settembre è stato inaugurato a
Popiglio il nuovo allestimento del Museo diocesano di Arte sacra che vi
ha sede, il quale è stato
arricchito dalla riconsegna di alcuni preziosi
dipinti trecenteschi e dal
collegamento riattivato
tra il Museo e la Cappella Vannini, è stato considerevolmente ampliato
il già ricco patrimonio
della chiesa di Popiglio,
intitolata a Santa Maria
Assunta.
si è svolto venerdì 2 e
sabato 3 ottobre presso
il Seminario Vescovile
di Pistoia, sotto la presidenza di Giulio Masotti,
professore di geriatria
dell’Università di Firenze (nella foto con alcuni
relatori), e del dott. Carlo
Biagini, primario della
U.O. Geriatria della Asl
3 di Pistoia. Quali relatori hanno partecipato
i maggiori esperti della
materia, provenienti da
tutta Italia e dall’estero.
Essi hanno presentato le
esperienze più avanzate
del settore presenti nel
nostro Paese e le prospettive aperte dalla ricerca
anche nel campo dell’assistenza ai malati di Alzheimer, dai giochi per la
mente alla realtà virtuale. Nei due giorni di vivace confronto sono state
discusse le caratteristiche
che devono avere i Centri Diurni Alzheimer per
proporre attività adatte,
dall’esercizio fisico alla
musicoterapia, e per accogliere gli ospiti in un
ambiente che, anche dal
punto di vista architettonico, sia adeguato ai
deficit caratteristici della
malattia. Particolarmente
affascinante in questo
ambito la descrizione del
“giardino Alzheimer”,
che ha visto tra l’altro
il contributo creativo e
molto apprezzato del settore vivastico pistoiese.
Il messaggio finale è che
i Centri Diurni devono
essere non luoghi di “custodia” ma di vera e propria “cura” dei malati, in
attesa che, come è stato
sottolineato nella giornata di sabato, le fondate
speranze su cui la ricerca
farmacologica sta lavorando intensamente si
concretizzino in una cura
in grado di arrestare o
far addirittura regredire
la malattia. In questo panorama i Centri Diurni
di Monteoliveto a Pistoia
rappresentano un’esperienza pilota in Italia,
avendo come punti di
forza l’ampio giardino, la
posizione nel cuore della città e la formazione
continua degli operatori,
in stretto contatto con
l’intensa attività di didattica e di ricerca che
vi si svolge all’interno,
in collaborazione con la
Facoltà di Medicina e
Chirurgia dell’Università
degli Studi di Firenze e
la sua sede distaccata di
Pistoia.
prova di due settimane
e, a regime, un incontro
settimanale dalle 21,00
alle 23,30, in serate da
concordare sulla base
delle esigenze degli
utenti. E’ previsto un
aumento della frequenza
a ridosso degli spettacoli.
Per gli iscritti ci saranno
infatti varie possibilità
di sperimentare quello
che vanno scoprendo
durante le serate: una
performance durante la
“Notte degli Artisti” del
5 gennaio 2010; uno spet-
tacolo-saggio a carattere
comico/brillante a conclusione del laboratorio
che permetterà a tutti di
confrontarsi con un piccolo ruolo, coordinarsi
con i propri compagni
di lavoro e verificare la
propria attitudine a far
parte di una macchina
complessa come quella
teatrale durante il Giugno Aglianese 2010.
INFO: Spagnesi 3482422014.
Marco Benesperi
12 economia e lavoro
Lo sta progettando
la Regione Toscana.
Le linee guida
illustrate
dal prof. Morisi.
Benesperi (Produttori
del verde): «il vivaismo
pistoiese avrà un ruolo
significativo»
Patrizio Ceccarelli
n. 36
PAESAGGIO E SALUTE
Un parco
metropolitano
da Firenze a Pistoia
U
n vasto polmone verde,
grande quasi 4 mila ettari, collegherà le città di Firenze, Prato
e Pistoia. Si tratta del «Parco
della Piana», che la Regione
Toscana sta progettando per
l’area metropolitana. Il progetto è stato illustrato dal prof.
Massimo Morisi, garante per
la comunicazione nel governo
del territorio della Regione
Toscana, intervenuto a Pistoia
all’iniziativa «Paesaggio e salute», promossa dall’Associazione
internazionale produttori del
verde «Moreno Vannucci»,
nell’ambito del Meeting 2009
sul florovivaismo.
Il professor Morisi, insieme
alla delegazione della Regione Toscana, è stato accolto al
Cespevi da Renzo Benesperi,
segretario generale dell’Associazione «Moreno Vannucci»,
da Renato Ferretti, coordinatore
del Distretto e da Paolo Marzialetti, direttore del Cespevi.
«L’iniziativa – ha detto Be-
nesperi – è stata promossa per
far sì che il florovivaismo di
Pistoia possa recitare un ruolo
significativo in questo grande
L’addio a Roberto Del Coro
Se n’è andato in silenzio, quasi
progetto, sia dal punto di vista
sociale che tecnico».
«Un progetto molto ambizioso – ha detto Morisi -, che ha
sport pistoiese
PERSONAGGI
per non disturbare. Roberto Del
Coro (nella foto), conosciuta e
apprezzata figura dello sport
pistoiese, in primis dell’atletica
leggera, è scomparso a 66 anni
(era nato il 5 gennaio 1943),
stroncato da un male incurabile.
Decatleta di successo in gioventù,
poi allenatore, dirigente, giornalista, scrittore e storico della regina
degli sport olimpici, Del Coro, presidente del Comitato provinciale Fidal di Pistoia
e del Club degli Atleti Quarrata, lascia l’adorata moglie Laura e gli amatissimi
figli Cristiano, di 39 anni, e Caterina, 30enne ex valente atleta. Da agonista, portacolori della Caript Pistoia, raccolse risultati significativi (le sue specialità erano
i 400 e gli 800 metri piani), da allenatore e dirigente contribuì alla nascita e allo
sviluppo di molti sodalizi (Atletica Vinci, Fognano, Casalguidi e Quarrata; operò
nell’Atletica Pistoia). “Era una persona perbene -ha affermato l’addetto stampa della
Pistoiese, Stefano Baccelli-. Da responsabile delle pagine sportive, ho avuto il piacere
di farlo scrivere per la prima volta, nel 1988 e 1989, sul settimanale ‘Settegiorni’. Gli
consegnai una pagina bianca, tutta per l’atletica, e lui, con una passione senza eguali, la
riempì di scritti, racconti aneddoti e analisi tecniche, e di foto”. Da lì cominciò anche le
collaborazioni al quotidiano La Nazione e a Tvl Pistoia e il supporto, al sottoscritto,
per gli articoli d’atletica su questo giornale. L’atletica era la sua grande passione e
sino agli ultimi giorni di vita uno dei suoi pensieri principali era per i suoi atleti,
per quella disciplina che tanto l’aveva entusiasmato. Sì, perché Roberto Del Coro
era fondamentalmente un entusiasta dello sport e, quindi, dell’esistenza. Amava
lo sport in tutte le sue sfaccettature e ragionava, sempre, da sportivo, con i valori
della lealtà, della generosità, del dialogo e del rispetto verso gli altri come fedeli
compagni di cammino. Residente a Bottegone, è stato salutato, con una cerimonia
toccante officiata, tra gli altri, anche da don Piergiorgio Baronti, nella chiesa di
San Paolo a Pistoia. Le esequie avrebbero dovuto svolgersi nella vicina cappella
della Misericordia; poi, visti i tanti, tantissimi amici accorsi, testimonianza di un
affetto smisurato, si sono tenute a San Paolo. Lì, una delle “sue atlete”, Silvia Tesi,
l’ha ricordato con una lettera struggente, che ha commosso tutti riproponendoci
il suo profilo, alto. Lì, sua figlia Caterina gli ha detto grazie, pubblicamente. Un
ringraziamento che facciamo nostro e della città di Pistoia.
Gianluca Barni
Vita
La
18 Ottobre 2009
già fatto i suoi primi passi nei
rapporti con i cittadini e ne farà
altri importanti nei prossimi
mesi. Il parco, con i suoi beni
naturali e con il suo paesaggio
e i suoi beni storici, entrerà nelle
aziende del vivaismo pistoiese,
che è una delle realtà economiche più importanti dell’Italia
centrale, non soltanto della
Toscana, facendone una parte
saliente della sua realtà».
Il parco, come ha ribadito
Morisi, metterà in connessione
le principali città della piana.
«Quella interessata - ha
spiegato Morisi - non è un’area
marginale, ma assolutamente
centrale, figlia delle scelte di carattere urbanistico degli scorsi
decenni, che nonostante storie
molto complicate e anche molto
differenziate, ha lasciato una
grande infrastruttura verde,
per quella grande città metropolitana toscana che si estende
per l’appunto fra Prato, Campi,
Sesto, Firenze, Pistoia, il sistema
collinare, l’asta dell’Arno e si
congiungerà certamente con
le Cascine di Firenze, e avrà
nelle Cascine di Tavola a Prato
uno dei suoi polmoni più importanti. Quindi un vero parco
metropolitano di tipo europeo,
che naturalmente conterrà anche presenze infrastrutturali
importanti, così come presenze
importanti di carattere economico-produttivo, come il
vivaismo».
contropiede
di Enzo Cabella
A
maro esordio casalingo della
Carmatic Basket contro Casale Monferrato. La squadra piemontese è
considerata dagli osservatori tra le più
forti del girone, ma il fatto che avesse
perso in casa nella giornata d’apertura
del campionato aveva fatto fiorire le
speranze di vittoria nell’ambiente pistoiese, tornato sì da Sassari con una
sconfitta ma con la convinzione che la
squadra avesse i mezzi per farsi valere. La sconfitta contro Casale è maturata con un margine di soli 2 punti
(81-83), ma quel che fa pensare è il
modo in cui si è materializzata. Infatti,
a quattro minuti dal termine la squadra di coach Moretti era in vantaggio
di 7 punti; d’accordo, nel basket, non è
un margine sicuro e nemmeno i quattro minuti ancora da giocare potevano
convincere i tifosi che la Carmatic
avrebbe portato in porto il successo.
Invece, tre bombe da 3 punti dei piemontesi hanno tagliato gambe e morale ai biancorossi pistoiesi, che hanno
commesso qualche errore di troppo
e soprattutto non hanno trovato la
forza per organizzare una vigorosa e
lucida reazione. Così, al fischio della
sirena Toppo e compagni hanno dovuto arrendersi. Le cause specifiche?
Anzitutto i troppi errori nei tiri liberi
(8 su 20 realizzati), il crollo psicologico
nel finale di fronte alla reazione degli
avversari e la incapacità di gestire gli
ultimi secondi quando la squadra di
Moretti era sotto di soli 2 punti. Così,
la Carmatic ha conosciuto la seconda
sconfitta. Sabato sera avrà modo di
rifarsi, sempre al Palafermi, contro
l’Imola dell’ex coach Lasi.
La Pistoiese ha riscattato il mezzo
passo falso interno di domenica scorsa
andando a vincere sul campo del Baldaccio Bruni, che di casa è ad Anghiari
(Arezzo). E’ stata una faticaccia per la
squadra di Di Stefano che, dopo aver
giocato un buon primo tempo, è stata
costretta a subire gli assalti furiosi dei
padroni di casa, non riuscendo (quasi)
mai a organizzare una reazione apprezzabile. I motivi: anzitutto l’aver schierato una formazione senza Banchelli e
Rojas, attaccanti titolari, e aver perso
per infortunio, dopo un quarto d’ora,
l’unico attaccante schierato, il giovanissimo Marrani. Priva del reparto
avanzato, la squadra di Di Stefano ha
dovuto stringere i denti e lottare tenacemente per difendere la rete segnata
su rigore da capitan Breschi. In uno dei
rari contropiede la Pistoiese ha avuto
l’opportunità di segnare un secondo
gol, sempre su rigore, ma Breschi
stavolta si è fatto parare il tiro. Tutto
è bene quel che finisce bene: la vittoria è stata importantissima, tre punti
preziosi hanno alimentato la classifica,
ma bisogna rilevare che quanto a gioco
la Pistoiese ancora non c’è. Il difetto
maggiore sta proprio nella debolezza
dell’attacco. Manca un bomber vero, un
uomo che sappia concretizzare la mole
di lavoro svolta dalla squadra.
Vita
La
18 Ottobre 2009
dall’Italia
n. 36
13
LA “BOCCIATURA” DEL LODO ALFANO
Perplessità, stupore e
onestà intellettuale
di Stefano Spinelli
C
on una decisione assunta a maggioranza, la Corte
Costituzionale ha bocciato il
lodo Alfano (l. 124/2008), che
prevede la sospensione del
processo penale nei confronti
delle quattro più alte cariche
dello Stato (Presidente della
repubblica, Presidente del
Consiglio, Presidenti di Senato
e Camera), durante il mandato
di svolgimento delle loro funzioni costituzionali.
Decisione tecnica o politica?
Se per decisione politica
si intende che essa ha riflessi
sull’azione (oltre che del Parlamento, una cui legge è stata
dichiarata incostituzionale) del
Governo del paese, il cui Presidente è chiamato a difendersi
in numerosi processi a suo
carico durante il mandato, con
una anomalia rappresentata
dal numero elevatissimo degli
stessi, è chiaro che la sentenza ha ripercussioni politiche
(la circostanza era già stata
evidenziata anche nelle stesse
memorie difensive dell’Avvocatura) e la Corte ne era ben
consapevole. Ma ciò rientra
nelle conseguenze normali del
corretto esplicarsi dei rapporti
di reciproco equilibrio e controllo tra gli organi costituzio-
nali.
Mi pare debba invece respingersi l’idea che la decisione della Consulta possa aver
sacrificato le ragioni tecnicogiuridiche, al conseguimento
di un certo esito politico.
Dunque non vi è alcuna vittoria politica da festeggiare, ma
neppure alcun complotto politico da stigmatizzare.
Ciò premesso, vero è che
la sentenza lascia perplessi su
alcuni aspetti.
Subito le prime reazioni
sono state di stupore nel constatare che la disposta incostituzionalità della legge fa riferimento al suo contrasto con
l’art. 138 Cost. (che dispone la
procedura per l’assunzione di
leggi di revisione costituzionale e di nuove leggi costituzionali); ossia, lo “scudo” per
le più alte cariche dello Stato,
avrebbe dovuto essere assunto
per legge costituzionale (con
una procedura di approvazione aggravata) e non per mera
legge ordinaria.
Lo stupore nasce dal fatto
che una norma di analogo
contenuto era stata assunta
con l. 140/2003, nei confronti
della quale era già stata sollevata questione di legittimità
costituzionale, accolta sulla
base dei principi di eguaglianza (art. 3 Cost.) e del diritto
di difesa (art. 24 Cost.); ossia,
la Corte aveva sindacato nel
merito la norma incriminata,
ma non aveva affatto detto che
si sarebbe dovuto procedere
La Corte Costituzionale
Né vittoria politica né complotto
con la procedura aggravata
prevista per la revisione della
costituzione (sul punto aveva
taciuto).
E’ ovvio che la questione
formale sul “tipo” di atto da
assumere (legge costituzionale
o legge ordinaria), è questione
logicamente precedente e pregiudiziale a qualunque altra
valutazione di costituzionalità.
In sostanza, è inutile andare a sindacare se la norma,
così come formulata, rispetti o
meno la Costituzione, nel caso
in cui sia sbagliata addirittura
la procedura seguita per la
sua assunzione. E’ come se un
giudice andasse a misurare le
finestre di un appartamento,
per vedere se sono regolari,
quando l’appartamento stesso
è tutto abusivo e da demolire.
Dunque, il fatto che questa
volta la Consulta abbia ritenuto dirimente l’aspetto relativo
alla necessità della legge costituzionale, pare un mutamento
di indirizzo della Corte.
Va poi detto che nella precedente occasione la Consulta
non aveva escluso del tutto
la fattibilità dell’operazione
di “scudo”, indicando anzi la
strada per un possibile intervento legislativo legittimo.
Il problema di costituzionalità della norma era stato ricon-
dotto al fatto che la sospensione
censurata fosse “generale, automatica e di durata non determinata”, e che incidesse sul diritto
di difesa imponendo all’imputato di scegliere se continuare a
svolgere l’alto incarico o dimettersi ed ottenere la continuazione del processo; lasciando così
intendere che una sospensione
che non operasse automaticamente e fosse limitata nel
tempo e prevedesse l’ipotesi di
rinuncia, potesse configurarsi
come costituzionale.
Il legislatore ha seguito
detti indirizzi nella l. 124/2008.
Evidentemente, però, la Consulta ha ritenuto
Durante gli “Open La ricetta toscana
Days” organizzati dalla
Commissione Europea
a Bruxelles si è discusso
anche di turismo sostenibile e competitività. La
Comunità Europea, in
ottemperanza al principio di coesione sancito
dal trattato, di sostenibilità e competitività come
previsto dalla strategia
di Lisbona, è molto
impegnata nella promozione delle destinazioni
turistiche dei paesi neo
entrati nel club dei ventisette che presentano un
ritardo di sviluppo. L’allargamento comporta
un ridimensionamento
del peso del turismo
italiano nelle politiche
comunitarie, ma l’Italia e
la Toscana in particolare
rimangono esperienze
da imitare e inseguire
da parte degli addetti al
turismo di molti paesi
competitori.
Certamente le azioni
di promozione turistica
utili al contesto italiano
non possono corrispondere a quelle che avvantaggiano le nuove desti-
Turismo sostenibile
nazioni europee che solo
recentemente sono entrate nel mercato turistico
internazionale. I nostri
prodotti turistici sono da
tempo nella fase matura
ed affermati sul mercato
globale; ciò non toglie
che avrebbero bisogno
di essere qualificati come
innovativi, arricchiti di
opportunità atte a stimolare un pubblico curioso
o ripetitivo. La domanda
di turismo sta cambiando in Europa con l’aumento dell’età media dei
viaggiatori che spesso
hanno già visitato l’Italia;
occorre quindi innovare
sia i prodotti, differenziando gli itinerari, sia
i modi di fruizione dei
servizi, rendendo le mete
maggiormente accessibili
con i trasporti pubblici. Il
caso di Firenze è emblematico: la maggioranza
dei turisti percorre lo
stesso itinerario ormai
‘classico’ con poche varianti, così le strade del
centro sono affollate e
congestionate. Dobbiamo
offrire una scelta di percorsi alternativi, nuovi
itinerari che propongono
visite meno note, ma
senz’altro più originali e
soddisfacenti, prendeno
atto che la competizione
a livello europeo si farà
più stringente. Decollano
le destinazioni culturali
emergenti, come Riga e
Cracovia che, fruendo
già di buoni collegamenti
e servizi assorbiranno un
crescente numero di turisti. D’altro canto l’andamento imprevedibile del
mercato, almeno nel breve periodo, carico di incertezze dovute alla crisi
economica, costringe a
costruire nuove strategie
per catalizzare segmenti
di clientela più esigente
e facoltosa. La recente
crisi può essere uno
spartiacque nel modo di
fare turismo nella nostra
regione, attirando e selezionando i clienti più
profittevoli, stuzzicandone la curiosità e prendendo atto della congestione e insostenibilità
di un turismo di massa,
indifferenziato, che si
accalca nei centri storici,
in circuiti ristretti, solo in
determinati periodi. Occorre anche riconsiderare
il ruolo importante degli
abitanti che vengono
marginalizzati ed estromessi dai centri cittadini
dedicati esclusivamente
al flusso dei turisti.
Il turismo sostenibile
e’ la proposta emersa
nella totalità degli interventi come la nuova opportunità che sembra accordare tutte le esigenze,
nell’offrire un turismo
“slow”, lento. Rispettando le regole della sostenibilità le aziende po-
trebbero approfittare di
stagionalità più lunghe,
che comporta maggiori
rendimenti, ma anche
una migliore qualità
di lavoro degli addetti;
l’ambiente ne trarrebbe
beneficio in particolare
nei centri storici, che
attualmente subiscono
una pressione talmente
forte da mettere a rischio
le opere d’arte che vi
sono conservate, mentre
potrebbero sostenere
flussi più regolamentati; avvantaggerebbe gli
abitanti originari consentendo loro di mantenere
il senso dell’appartenenza e del carattere cittadino che è parte integrante
dell’esperienza del turista.
L’assessore regionale
al Turismo e alla Cultura
Paolo Cocchi ha svolto
un intervenuto durante
i lavori della conferenza
sul ‘Ruolo della con-
nessione nello sviluppo
del turismo europeo
sostenibile’ presentando
la nuova campagna di
marketing che propone
la terra di Toscana come
combinazione di turismo, gastronomia e cultura. Una comunicazione
innovativa nella forma
e nei contenuti, un compendio che offre il territorio nel suo complesso
come prodotto unico. Il
mix proposto viene poi
scorporato nel depliant
‘Vetrina Toscana’ dove
vengono proposti in
schede tematiche una
vasta gamma di prodotti
tipici con le caratteristiche salienti, il calendario delle iniziative che
coinvolge le botteghe
locali e la pubblicità
composta da immagini
oniriche che vagamente
richiamano la mitologia
classica (www.turismo.
intoscana.it). Un messaggio originale a supporto
delle idee innovative
che dovranno scaturire
dai singoli operatori turistici.
Marinella Sichi
14 dall’Italia
G
li allarmi sulla
criminalità legati all’immigrazione sono immotivati: “Non corrisponde
al vero l’affermazione
che il tasso di criminalità
degli immigrati è di 5-6
volte superiore a quello
degli italiani come spesso si afferma”. Il dato è
stato fornito dalla ricerca
“La criminalità degli
immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”,
presentata il 6 ottobre a
Roma e realizzata dall’équipe del “Dossier
statistico immigrazione”
Caritas/Migrantes e
dall’Agenzia “Redattore
Sociale”. La ricerca sarà
pubblicata parzialmente
nel prossimo “Dossier
statistico immigrazione”
che sarà presentato a
Roma e in diverse città
italiane contemporaneamente il prossimo 28
ottobre e integralmente
nella prossima edizione
della “Guida per l’informazione sociale 2010”
che “Redattore Sociale”
presenterà a fine novembre.
IL TASSO
DI CRIMINALITÀ
DEGLI STRANIERI
Secondo i ricercatori,
“nonostante condizioni
sociali e normative sfavorevoli”, il “tasso di
criminalità” degli immigrati regolari nel nostro
Paese è “solo leggermente più alto di quello degli
italiani (tra l’1,23% e
l’1,40%, contro lo 0,75%)
e, se si tiene conto della
differenza di età, questo
tasso è uguale a quello
degli italiani. A influire
al riguardo, infatti, sono
le fasce di età più giovani, mentre è addirittura
inferiore tra le persone
oltre i 40 anni”. Secondo
la ricerca, il coinvolgimento degli immigrati in
attività criminose è legato in maniera “preponderante alla condizione
di irregolarità: oscilla
infatti tra il 70 e l’80%
la quota di irregolari tra
le persone denunciate.
Va però tenuto conto,
per non trasformare gli
irregolari in delinquenti,
dei cosiddetti reati strumentali o relativi alla
condizione stessa dell’immigrato, che incidono per almeno un quarto
sul carico penale degli
stranieri”.
“REATI
DI STRANIERI”
Quando si leggono i
dati su immigrazione e
criminalità – spiegano
ancora i curatori della
ricerca – occorre tener
presente che in Italia la
“stragrande maggioranza dei reati ascritti agli
n. 36
immigrati” è classificata
come “reati di stranieri”,
in quanto “sono pochissimi gli immigrati che
hanno ottenuto la cittadinanza italiana”. Inoltre
il “contributo” degli immigrati alla criminalità,
“pur essendo visibile in
alcune fattispecie gravi,
è prevalentemente limitato a episodi di microcriminalità, comunque
preoccupanti e non sottovalutabili”. Tra i reati
commessi, la maggioranza spetta a quelli relativi
alle Leggi in materia di
immigrazione. Secondo
i ricercatori l’incidenza degli stranieri sulla
criminalità viene solitamente calcolata come
se le due popolazioni
(italiani e immigrati)
avessero la stessa composizione anagrafica. In
realtà la popolazione immigrata è caratterizzata
18 Ottobre 2009
IMMIGRATI
Allarmi
immotivati
A proposito di criminalità
e pericolosità sociale
Perché diciamo:
“No ai respingimenti”
Riuniti al 6° convegno nazionale, noi, la grande famiglia dei Centri missionari
diocesani, preoccupati per una crescente mentalità xenofoba, coscienti della sofferenza e del dolore dei migranti, memori dell’esperienza dei tanti nostri avi italiani
emigrati
DENUNCIAMO la crudeltà di una legge che respinge i singoli o gruppi di migranti, senza prima aver dato loro la possibilità di chiarire la posizione personale
e, quando è il caso, di chiedere asilo politico, in quanto provenienti da paesi in
guerra o soggetti a regimi contrari alle libertà fondamentali o in condizioni di
estrema miseria e di fame.
CHIEDIAMO alle nostre comunità parrocchiali e alle nostre istituzioni locali
e nazionali che, accanto all’ospitalità, sostengano sempre il rispetto del diritto
all’accoglienza dell’altro, contestando così una legge del tutto antistorica e profondamente antievangelica.
RICORDIAMO che, come cristiani, non possiamo dimenticare che Maria e Giuseppe con il piccolo Gesù ancora in fasce furono esuli accolti in terra straniera perché
in fuga da un tiranno persecutore e che il vangelo assicura il premio a chi accoglie
lo straniero e condanna chi lo rifiuta. “Ero forestiero e mi avete accolto”. Quando mai
Signore? “Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto
a me” (Mt 25,43.45).
Di fronte alla chiarezza del vangelo, non possiamo invocare presunti valori cristiani
per respingere chi cerca dignità e futuro! Noi crediamo nell’unità della famiglia
umana e c’impegniamo a costruire il regno di Dio che è fraternità e comunione.
Oleggio (NO) 16 settembre 2009
Direttori e collaboratori dei Centri missionari diocesaní italiani
da una concentrazione
di soggetti giovani molto
più forte. La differenza
tra italiani e stranieri si
concentra tra i ventenni
e i trentenni, una fascia
di età in cui è più frequente che gli immigrati
iniziano la loro vicenda
migratoria. Dai 40 anni
in poi, quando l’inserimento si è consolidato,
il “tasso di delinquenza”
– rileva la ricerca – è
“minore” di quello degli
italiani. Considerando
poi i reati commessi “in
quanto stranieri” (con
infrazioni legate alla
normativa che li riguarda in maniera specifica)
“il tasso di delinquenza
tra italiani e stranieri è
equiparabile. Anzi, se si
tenesse conto delle più
sfavorevoli condizioni
socio-economico-familiari degli immigrati, la bilancia finirebbe per pendere dalla loro parte”.
PER UNA
CONVIVENZA
INTERETNICA
“È evidente – si legge
nello studio – che se la
criminalità dovesse crescere di pari passo con
Vita
La
l’immigrazione, questa
sarebbe a ragione una
fonte di allarme sociale;
in realtà, molto spesso
gli stranieri sono diventati un capro espiatorio
per lenire l’insicurezza
degli italiani in una fase
di forti cambiamenti
culturali e di crisi economica”. Per questo la questione merita di essere
“inquadrata in maniera
più corretta”. Da qui il
bisogno di individuare
“strategie più adatte a
favorire una fruttuosa
convivenza interetnica”
e l’attuazione di politiche sociali più “inclusive”. “La criminalità
deve essere duramente
contrastata – è la conclusione – perché offusca le
valenze positive dell’immigrazione, sulle quali a
più riprese è ritornato il
presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e la parola d’ordine
deve essere integrazione”.
“Non si tratta di fare
prediche – dice Franco
Pittau – ma di generare
convinzioni sulla base
di una documentazione statistica in parte
innovativa. Alla fine di
questo sforzo conoscitivo, i più di 4 milioni di
immigrati che vivono in
Italia, quelli della porta
accanto, quelli dei quali
siamo portati ad avere
paura, appaiono poveri
diavoli come noi italiani,
all’incirca con lo stesso
tasso di delinquenza,
alle prese più con i difficili compiti di questa
fase di crisi che con comportamenti delittuosi”.
Questa ricerca, conclude
Pittau, “ci sembra un
supporto concreto alla
raccomandazione della
Cei di coniugare sicurezza e integrazione e, perciò, siamo lieti di averla
portata a termine”.
Vita
La
L’
Europa ha rappresentato una meta, l’Europa
rischia di essere una dannazione.
Dopo l’adesione all’Unione europea, nel 2004,
per la Lettonia si sono aperte le porte della speranza e
dei commerci, ma la crisi finanziaria ed economia che
quest’anno si è abbattuta
su tutto il mondo occidentale ha travolto la piccola
repubblica baltica, non ancora saldamente ancorata a
sistemi di tutela sociale per
la sua popolazione.
Oggi il paesaggio industriale devastato, così
frequente nei Paesi dell’ex
Urss, testimonia che molte
zone della Lettonia non
si sono mai riprese dalla
fine dell’Unione Sovietica
e della repentina chiusura
delle principali attività
industriali che vantavano
una tradizione risalente
agli anni trenta, quando
già producevano radio,
macchine fotografiche e
perfino aeroplani. Zone che
risultano tra le più povere
della Ue, con un reddito
medio annuo per abitante
che è un decimo appena
della media europea.
“La nuova Lettonia
manca di esperienza in
materia di gestione e pratiche politiche per rilanciare
N
obel per la pace a Barack
Obama. Sorpresa, perplessità,
consensi: anche il vecchio Fidel
Castro, dopo mesi di silenzio,
ha voluto far conoscere la sua
approvazione. Più isolate le
critiche: il leader venezuelano
Chavez, i talebani, i repubblicani americani che in questo periodo attaccano indistintamente
ogni cosa riguardi il presidente.
Perplessità infine da parte di chi
ritiene il premio prematuro o
incoerente la posizione di Obama sull’aborto col suo impegno
per la pace.
Osservando senza pregiudizi, il premio Nobel può apparire
un azzardo. Obama ha avuto
troppo poco tempo. Le sue intenzioni sono chiare e sane, ma
potrebbe fallire. Celebrarle oggi
potrebbe esporre a qualche imbarazzo domani e delegittimare
l’autorevolezza del Premio per
promuovere la pace. Inoltre, se
sul piano internazionale il Nobel rafforza Obama, su quello
interno potrebbe indebolirlo.
Per la destra americana il Nobel è un affare europeo e di
sinistra. Riceverlo conferma le
accuse che questa parte rivolge
al presidente: non lavora per
gli interessi americani e segue
un’agenda che conviene ad
altri screditando il Paese. Anche
per questo nel testo pubblicato
nei giorni scorsi Barack Obama insiste sulla sua figura di
presidente Usa e sul “ruolo
dell’America”.
I membri del comitato che
attribuisce il Nobel non sono
degli sprovveduti e se guardiamo alle scelte degli ultimi anni
18 Ottobre 2009
dall’estero
n. 36
Lettonia allo stremo
La crisi picchia duro
Il Paese ha difficoltà a rilanciare
l’economia e taglia pensioni e sistema
scolastico
di Angela Carusone
l’economia”, spiega Janis
Tutins, docente a Riga, ricordando la frenesia consumistica che si è impadronita
del paese all’inizio degli
anni duemila, e più ancora
con l’ingresso nell’Unione
europea. Per “stabilizzare
l’economia”, il Fondo monetario internazionale ha
concesso un prestito di 7,5
miliardi di euro: le drastiche
condizioni che l’accompagnano, aggiunge, Tutins,
“riportano alla mente il
peggio degli aggiustamenti
strutturali, imponendo alla
Lettonia uno sforzo che sta
disintegrando la società”.
Baiba Rozentale, ministro della Sanità, già a
luglio ha detto che “tutti
gli ospedali della Lettonia
saranno completamente
sprovvisti di denaro in
autunno”, precisando che
il suo bilancio, con il nuovo
piano di austerità, è stato
ridotto di almeno il 30 per
cento.
La maggior parte dei
pensionati sopravvive solo
grazie a reti di solidarietà
familiari o amicali: sono
loro che, assieme agli insegnanti, pagano il tributo
più pesante al piano di
riduzione della spesa pubblica imposto dal Fmi. Di
recente, questo ha chiesto
al governo di Riga, che ha
rifiutato, un’ulteriore riduzione dell’importo delle
pensioni.
I tagli apportati al bilancio del sistema scolastico
hanno invece portato alla
chiusura di un gran numero di scuole. “Per i villaggi
colpiti – spiega Lilja Zukovska, responsabile scolastico del distretto di Rezekna,
nell’est del Paese, al confine
con la Russia – è l’inizio della fine, perché chi dice fine
della scuola dice partenza
NOBEL A OBAMA
È solo un azzardo?
Di fronte a critiche, perplessità e consensi
possiamo riconoscere le loro
intenzioni. Per tre volte in nove
anni il premio è andato all’Onu
o a una sua agenzia. In un contesto di globalizzazione, sembrano voler dire a Oslo, la sola
opzione per tutelare la pace è il
multilateralismo. Negli ultimi
anni abbiamo assistito alla sua
sistematica delegittimazione. La
delirante dottrina della guerra
preventiva, gli attacchi militari
lanciati senza il consenso Onu,
le prove false presentate al
Consiglio di Sicurezza, i contributi finanziari non pagati, le
campagne di discredito su ogni
vulnerabilità del sistema Onu
(che peraltro non mancano).
Obama propone uno stile opposto che vede l’Onu e il multilateralismo centrali nella politica
internazionale. Il suo è un altro
Nobel al multilateralismo.
Le motivazioni parlano di
“straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale
e la cooperazione tra i popoli”.
In questo senso non è un premio
alle intenzioni. In piena campagna elettorale Obama lascia gli
Usa per spiegare all’estero che la
politica del suo governo sarebbe
stata improntata al dialogo. Da
Presidente, con i discorsi in Turchia e al Cairo, apre al mondo e
alla cultura islamica. Invia gli
auguri al popolo iraniano per il
Capodanno. Cestina, di fatto, la
lista degli “stati canaglia”. Mantiene in pianta stabile un inviato
in Medio Oriente. Annuncia il
ritiro militare dall’Iraq e cerca
concertazione internazionale
sull’Afganistan. Promuove il
G20 rispetto al ristretto G8. Pronuncia un memorabile discorso
a Praga e cinque mesi dopo fa
firmare al Consiglio di Sicurezza
la storica dichiarazione sul disarmo nucleare. Tutto si può dire
dell’impegno internazionale di
Obama tranne che sia velleitario o di facciata. Se il premio è
all’iniziativa politica è meritato.
Vedremo se sarà feconda. Per
ora ci sono ragioni per sperare,
basti l’esempio dell’Iran che
proprio in questi giorni offre
un’importante disponibilità
sul nucleare, dimostrando che
la politica della mano tesa può
essere efficace.
Guardando al di là dell’iniziativa diplomatica, si riconoscono nell’azione di Obama altri
due impegni. Il primo è quello
contro la crisi con cui ha proposto regole e iniziativa pubblica,
chiarendo che l’economia è per
l’uomo e non viceversa. Il secondo è per la riforma sanitaria. Garantire il diritto alla salute a tutti
i cittadini, finanziando la spesa
con la contribuzione fiscale, è in
Europa fondamento della vita
comunitaria nazionale. Non così
negli Usa dove ampi settori dei
repubblicani stanno ostacolando
in ogni modo questo obiettivo.
Le politiche economiche, sociali
e internazionali del presidente
Obama sembrano offrire una
coerenza che richiama l’eco
della Populorum Progressio in
cui papa Montini affermava che
“lo sviluppo è il nuovo nome
della pace”: si costruisce la pace
servendo ogni dimensione della
vita umana.
Abbiamo accennato alle
perplessità. La prima riguarda
il Sud del mondo. Obama ne ha
parlato, ma non ha ancora fatto
molto. Non si può tardare. La seconda è la questione dell’aborto.
Benedetto XVI scrive nell’ultima
enciclica che non si può essere
aperti alla vita in modo selettivo,
escludendo alcune categorie di
persone dai diritti universali. In
questo senso la Chiesa richiama
chi opera per lo sviluppo e la
pace a non dimenticare chi
ancora non è nato, ma già esiste.
E’ un richiamo doveroso cui
corrisponde nel caso di Obama
una posizione dialogante e non
pregiudiziale.
Complessivamente il premio a Obama, così inatteso,
offre nuova energia per il futuro.
Guardando avanti possiamo
scegliere tra la critica senza
quartiere e la speranza. Chi
scrive preferisce la seconda.
Riccardo Moro
delle famiglie, chiusura dei
negozi e soprattutto uscita
dal sistema scolastico dei
bambini più poveri, che
non possono pagare l’autobus per raggiungere la
scuola più vicina, e ancor
meno vitto e alloggio se
sono obbligati a rimanere
sul posto”. Povertà, famiglie divise dall’emigrazione, alcolismo, assenza
di prospettive, sono tutti
problemi che deve affrontare la gioventù lettone.
“Anche se gli studenti a fine
ciclo volessero proseguire
gli studi o cominciare una
formazione professionale
– afferma Liga Kalnina,
preside a Rikava – i genitori
non potrebbero pagare né le
spese scolastiche né l’autobus per fare i dieci o trenta
chilometri che separano la
loro casa dalla scuola. A 16
anni, quindi – aggiunge – la
maggior parte di questi giovani scompare dal sistema
scolastico: la crisi li precipita in una precarietà sempre
più grave, e se ancora non
sono le scuole a chiudere
sono gli adolescenti a non
avere più i mezzi per raggiungerle”.
Il brutale impoverimento rafforza ancora di più un
fenomeno che non è nuovo
in Lettonia: la migrazione
massiccia della popolazione alla ricerca di orizzonti
meno bui. “L’assenza di
molti genitori destruttura
e fragilizza i nuclei familiari”, sottolinea Kalnina.
“Ieri – osservano gli analisti
– quando i lavoratori lettoni
volontari partivano per
costruire il Bam, la linea
ferroviaria che collega il
lago baikal al fiume Amour,
tutti applaudivano, il giorno della loro partenza era
festivo e si brindava nella
convinzione di costruire il
socialismo. Oggi, quando
i lettoni sono costretti a
partire e andare all’estero
per cercare di sfamare la
famiglia, vengono disprezzati ed emarginati”.
Difficile sapere quanti
sono partiti, le stime oscillano tra cinquantamila e
duecentomila persone, su
una popolazione di 2,5
milioni di abitanti, cioè
dal 5 al 13 per cento della
popolazione attiva. Un
problema, per la Lettonia,
in quanto l’emigrazione ha
contribuito all’emorragia
di personale competente.
“Non è così che costruiremo l’Europa”, sottolinea
Tutins, che aggiunge: “se la
Lettonia è stata precipitata
artificialmente in questo
marasma, ci deve ben essere un mezzo altrettanto
artificiale per uscirne”.
15
Dal
mondo
ROCK RILASSANTE
Ricercatori dell’università britannica di Manchester sostengono che
il suono di chitarre elettriche e di batterie arreca
enorme beneficio alla
salute attivando, come
essi hanno sperimentato,
un’area dell’orecchio
(detta “sacculus”) collegata a zone del cervello
associate alla regolazione
dell’ira e del piacere: ciò
origina la produzione
di ormoni che rilassano
la persona rendendola
più calma. Gli studiosi
evidenziano che per
stimolare il “sacculus”
occorrono volumi da discoteca o da concerto dal
vivo: dai 90 decibel in su.
Ma verificare gli effetti
distensivi di un brano di
heav-Y metal in casa non
sempre è praticabile.
API BENEFICHE
Contenuta nel veleno
delle api, e normalmente tossica per il nostro
organismo, la melittina
possiede proprietà antitumorali: una forma
sintetica di tale tossina è
stata utilizzata da scienziati della Washington
universìty di Saint Louis
(Usa) per trattare due
forme di cancro in cavie
di laboratorio; microscopiche sfere di carbonio,
“nanoapi”, evitando i
tessuti sani sono giunte
a destinazione e hanno
punto le cellule tumorali
iniettandovi la melittina:
nei topi trattati, in cui
erano state impiantate
cellule affette da cancro
del seno e da melanoma,
la massa tumorale si è
ridotta del 25% nel primo caso, e dell’88% nel
secondo.
LEGGERE
ANTICHI TESTI
Scienziati dell’ateneo
Ben Gurion del Negev
(Israele) stanno mettendo
a punto un software per
decifrare testi antichi,
sinora risultati illeggibili
quasi del tutto perché
sbiaditi, semidistrutti o
incompleti. Il sistema informatico ora allo studio,
afferma la rivista scientifica Tattern recognition”,
permetterà di leggere
agevolmente manoscritti, codici, incunaboli,
frammenti, papiri; ciò
sarà possibile grazie all’impiego di algoritmi di
riconoscimento dei frammenti di immagine, un
sistema del tutto analogo
a quello che serve per
identificare le impronte
digitali: il lavoro manuale di mesi sarà risolto in
pochi minuti.
16 musica e spettacolo
D
ice ancora «Grazie
a tutti» Gianni Morandi, dopo ben 46 anni di
onorata carriera artistica
recentemente riassunta
in due raccolte con triplo
cd. Sempre negli ultimi
tempi si è inventato un
tour di successo in tutta
la penisola in teatro-tenda (in Toscana a Grosseto, il prossimo dicembre,
con un teatro-tenda costruito per l’occasione in
piazza Barsanti). Afferma
il celebre cantante: «Ringraziando Dio, la mia è
stata, e continua a essere, una carriera ricca di
successi e soddisfazioni
e una carriera così straordinaria non si costruisce
certo da soli. Per questo
devo ringraziare prima
di tutto il pubblico, e poi
i musicisti che hanno
suonato per me, i compositori che hanno scritto
le mie canzoni, gli attori
con cui ho recitato, i registi che mi hanno diretto, i
Un film sui 10
comandamenti
ispirato dalla realtà
italiana
di Ingrid Aioanei
“I
ntendo realizzare un
film composto da dieci cortometraggi ispirati dal Decalogo.
Si tratta di un progetto toscano
in cui tutte le province saranno
rappresentate con un episodio. Ad oggi ho girato soltanto
l’ultimo, dal titolo “Dieci. Non
desiderare la roba d’altri”, che
sarà il mio biglietto da visita
per far conoscere l’iniziativa
ai vari produttori.” A parlare è
Gabriele Cecconi, regista pluripremiato e docente alla Scuola
di cinema “Anna Magnani”,
che lunedì 19 ottobre, alle ore
21.30, nel Cinema Terminale di
Prato, presenterà al pubblico
il suo progetto cinematografico seguito dall’anteprima del
cortometraggio realizzato. Lo
abbiamo incontrato
Come mai l’idea di un film
che riprende il “Decalogo” di
Kieślowski?
“Quando uscì il Decalogo
di Kieślowski mi resi conto che
era un grande capolavoro. Ho
voluto fare una cosa diversa e simile allo stesso tempo. Diversa,
poiché non si tratta di dieci film,
bensì di uno solo composto da
dieci cortometraggi. Poi, mentre il Decalogo di Kieślowski è
ambientato nella Polonia prima
della caduta del muro di Berlino,
il mio film invece riguarda la
realtà italiana. Simile, per il fatto
che il mio punto di vista non è
dogmatico e confessionale, bensì
laico, come quello di Kieślowski.
Io analizzo questi comandamenti realizzando dieci cortometraggi ispirati da essi, però non do
soluzioni né risposte, mi limito a
n. 36
Vita
La
18 Ottobre 2009
TERRAZZA SULLE STELLE
Super Gianni man
giornalisti, insomma tutti
coloro che mi hanno insegnato
questo mestiere. Dire grazie a tutte queste persone
è il minimo che potevo
fare. Grazie poi, a mio avviso, è la parola più bella
del vocabolario. Forse
oggi è un po’ desueta,
molti pensano che si
possa riuscire nella vita
facendo tutta da soli,
ma io, evidentemente,
ho un’altra mentalità».
Parla della sua celebre e
difficile canzone “C’era
un ragazzo”:
«Era il 1966, c’era il
Vietnam, tutto il mondo
era in fermento, mi fu
proposta questa canzone
di cui io capii immediatamente l’effetto dirompente, innovativo. Si parlava
di un ragazzo che andava
a morire per una guerra
lontana, che non sentiva
sua. Però io, fino allora,
ero il cantante di un altro
genere di canzoni. Ero
quello che cantava “La
Fisarmonica” e “Fatti
mandare dalla mamma”.
Per questo poteva capitare che anche quel pubblico, che poteva essere
sensibile a quel tipo di
tematiche, rifiutasse non
tanto la canzone in sé per
sé quanto chi la proponeva. Al tempo stesso la
CINEMA
Il “decalogo toscano”
sollevare un problema. Che cosa
vuol dire oggi non rubare? Cosa
significa non uccidere? Oppure
non nominare il nome di Dio
invano?”.
Ha già in mente l’idea per
ciascuno dei 10 cortometraggi?
“Sì, ho già un progetto e una
sceneggiatura scritta per tutti
quanti. Come regista mi riservo
comunque la libertà di cambiarli
a seconda di quello che succede
nella realtà italiana. Probabilmente il tema «non desiderare
la donna degli altri» racconterà
una storia riguardo allo scambio
di coppie. Il comandamento
«non uccidere» verterà sul problema del testamento biologico.
Il tema «non nominare il nome
di Dio invano» probabilmente
riguarderà la storia di Sanaa, la
ragazza musulmana uccisa dal
padre. Mi pongo il problema e
mi dico: come si fa a nominare
il nome di Dio con la violenza?
C’è un episodio positivo - quello
che fa riferimento al precetto
«ricordati di santificare le feste» che mi piacerebbe girare a Prato,
presentando il mondo del volontariato cattolico della Caritas. Il
decimo episodio, l’unico finora
realizzato, parla del pregiudizio
razziale che esiste in tutti noi,
anche in quelli che pensano di
non averne”.
Nonostante la profondità delle riflessioni fatte nel
“Decalogo”, Kieślowski si è
dichiarato un non credente. Lei
invece come si considera?
“Non mi piace definirmi
credente o non credente… Posso
dire come tanti altri che sono
pieno di dubbi. Ecco se mi dovessi definire in un certo modo
sono un uomo che dubita, che si
pone degli interrogativi. Perché
mi rendo conto che il problema
di Dio e delle religioni è un
mistero che l’uomo con le sue
capacità razionali non potrà
mai sciogliere del tutto. A questo
punto preferisco astenermi. Non
ho certezze, né sul sì né sul no.
Però il mio interesse per il sacro,
per il religioso c’è sempre stato.
Poi penso che i comandamenti
non devono interessare soltanto
chi crede nella religione, devono
interessare tutti. Devo dire che
i registi che hanno realizzato
le cose più belle su argomenti
religiosi non sono stati necessariamente credenti oppure
cattolici”.
Perché pensa che i registi
che non si dichiarano credenti
riescano ad esprimere meglio
il sacro?
“Perché si pongono sempre
in maniera problematica senza
obbedire ad una tradizione
iconografica oppure dogmatica. Prendiamo l’esempio del
Vangelo raccontato da Pasolini
e lo confrontiamo con quello di
Zeffirelli. Il Cristo di Zeffirelli
dai capelli biondi e occhi azzurri
sembra un angelo del paradiso,
mentre nel film di Pasolini è una
figura carica di drammaticità.
La stessa cosa posso dire per
Francesco: il film girato dalla
Cavani è un film bellissimo,
quello di Zeffirelli è una tavoletta
in mezzo ai papaveri”.
Lei dimostra una sensibilità
particolare verso le persone
senza voce…
“Io credo che il mestiere del
regista è dare una voce, un volto
a quelli che non hanno mai avuto
la possibilità di far vedere la loro
vita. A me non piace raccontare
storie di vincitori, ma di coloro
che soccombono, mi piace interessarmi agli umili e soprattutto
dare la voce a coloro che non ne
hanno una così forte da farsi udire. La derivazione è sicuramente
cristiana e si rifà a Cristo come
figura che dà un grande risalto
agli umili, ai poveri di cuore e
non hai vincitori”.
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canzone stessa, almeno
all’inizio, non ebbe vita
facile. Ebbe addirittura
una censura radiofonica.
Per almeno dieci-quindici anni non fu mai
trasmessa per radio. Poi
però divenne l’inno di
intere generazioni di
giovani, che ancora oggi
continuano a cantarla,
forse anche grazie al fatto
che è una delle prime
canzoni che si impara a
suonare con la chitarra,
complici anche i facili
accordi».
In merito al suo silenzio artistico negli anni
’70: «Ho trascorso quel
decennio praticamente
quasi nel silenzio. Ma
in quegli anni di oblio
è maturata poi la mia
rinascita, avvenuta sicuramente nel segno
dell’amicizia». Passa
quindi a parlare dei suoi
amici in campo musicale:
«Il primo è sicuramente
quello di Lucio Dalla,
con cui ero amico anche
prima e con cui non mi
sono mai perso di vista,
anche in quel periodo in
cui lui stava esplodendo
mentre io ero ormai caduto nel dimenticatoio.
Negli anni Ottanta poi
con lui abbiamo fatto
concerti e album. Che
dire poi di Mogol, che mi
ha regalato quelle “Canzoni stonate”, che hanno
segnato il mio rilancio,
oppure tutti gli amici
della Nazionale Cantanti
con cui sono nati sodalizi
e collaborazioni o cantautori come De Gregori,
Fossati, Cocciante, Minghi che mi hanno affidato
alcune loro canzoni?». In
merito alle sue canzoni
preferite: «Oltre alla già
citata “C’era un ragazzo”, sicuramente “Uno
su mille ce la fa” che è diventata una sorta di inno
alla vita e con cui ormai
da anni chiudo ogni mio
spettacolo. E come dimenticare poi “Andavo
a cento all’ora” da cui è
iniziato tutto?». Mentre
riguardo a quelle di altri
artisti che avrebbe voluto
cantare: «”Emozioni” di
Lucio Battisti, “Futura”
di Dalla e la “Donna cannone” di Francesco De
Gregori. Ma poi anche se
le hanno scritte e portate
al successo altri, cosa importa? Uno quand’è sul
palco le canta lo stesso».
Gianni Morandi, 46 anni
di successi e di umiltà,
conferma di essere rimasto sempre il ragazzo di
Monghidoro.
Leonardo Soldati
LaVita
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n. 36 18 Ottobre - La vita – Giornale Cattolico Toscano