Poste italiane s.p.a. Sped. in a.p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma, 2, DCB Filiale di Pistoia Direzione, Redazione e Amministrazione: PISTOIA Via Puccini, 38 Tel. 0573/308372 Fax 0573/25149 sito internet: www.settimanalelavita.it e_mail: [email protected] Abb. annuo € 42,00 (Sostenitore € 65,00) c/c p.n. 11044518 Pistoia CONTIENE I.P. G I O LaVita R N A L E C A T T O L I C O T “La vera carità” 36 Anno 112 n. DOMENICA 18 OTTOBRE 2009 All ’interno O S C A N O € 1,10 GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE Il messaggio di Benedetto XVI sottolinea la necessità che il Vangelo venga predicato a tutte le nazioni. Un impegno che i vasti e profondi mutamenti della società attuale rendano ancora più urgente A PAGINA 2 IL LAICATO PER IL CONCILIO VATICANO II Paragonato felicemente al “gigante addormentato”, il laicato cattolico è un immenso serbatoio di potenzialità religiose ed evangelizzatrici, poco utilizzato e poco valorizzato da una Chiesa ancora legata ai suoi schemi clericali CAMPANINI A PAGINA Q uesta traduzione del titolo dell’ultima enciclica di Benedetto XVI può far capire meglio l’importanza del suo contenuto. Parlare della dottrina sociale della chiesa è lo stesso che parlare della carità (almeno di un suo aspetto), di cui nessuno vorrà negare la fondamentalità all’interno del Vangelo predicato da Gesù. In questo senso va letta e apprezzata la nuova definizione che il Papa ha dato di essa: “Caritas in veritate in re sociali”, cioè “annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società”. Parole che dovrebbero convincere anche i più restii ad accettare quella che Giovanni Paolo II aveva dichiarato “parte esenziale dell’evangelizzazione” e insieme “parte integrante della teologia morale”. Certe resistenze, almeno nei cristiani più coscienti, sono del tutto ingiustificate. Benedetto XVI insiste molto sulla congiunzione della verità con la carità, specialmente nella introduzione all’enciclica, dove si afferma che, “senza la verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario”. Di tutto questo si può avere una riprova lampante nell’atteggiamento di coloro che, in nome della carità, dimenticano dovere primario e fondamentale della giustizia. Un tema che ci ha impegnato molto nel nostro passato, ma che continua ancora a far sentire il suo peso nel comportamento di certi sedicentisi cristiani. Il Papa ripete a chiare lettere che “la carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del ‘mio’ all’altro; ma non è mai senza la giustizia… Non posso ‘donare’ all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro”. La carità, dobbiamo ripetere ad alta voce, completa, ma non sostituisce la giustizia. E’ in nome di questi principi che Benedetto XVI passa poi in rassegna sostanzialmente tutti i problemi che assillano la società di oggi, incappata, fra l’altro, in una crisi senza precedenti, non ancora esaurita nella sua forza disgregatrice e distruttrice. Un pensiero che mette anzitutto in discussione la cultura che ha ispirato l’economia degli ultimi decenni e che risponde al nome di neo-liberismo. Cioè l’economia lasciata a se stessa, senza guida e senza limitazioni, convinti, come si è soliti affermare, che il libero mercato possiede una mano invisibile e provvidenziale capace di sistemare da solo e senza interventi esterni tutto e tutti. E’ la seconda volta che la storia smentisce clamorosamente questo principio, naturalmente facendone pagare le conseguenze ai più deboli e ai più poveri. Il ritorno a queste teorie rimane certamente nella mente dei padroni della vaporiera, ma, proprio in nome di quanto è avvenuto e sta avvenendo ai nostri giorni, dovrebbe invece essere respinto con forza da tutti coloro che desiderano preparare un futuro più giusto e più fraterno per l’umanità, ormai strettamente collegata insieme da un punto all’altro della terra. Il pensiero va insieme alle persone e ai popoli. Non bisogna dimenticare che l’enciclica di Papa Benedetto è dedicata allo sviluppo integrale dell’intera umanità. Per questo egli ricorda, con la chiesa di ieri e di sempre, la centralità e la dignità di ogni persona umana, la necessità di una vera ed effettiva fraternità, addirittura arricchita dal richiamo evangelico alla gratuità (forse la cosa più straordinaria dell’intera enciclica), la ferma volontà di dare vita a riforme coraggiose e urgenti, perché la situazione si sta sempre di più complicando e aggravando sotto gli stessi nostri occhi. C’è sullo sfondo l’ombra e la voce di Paolo VI che, più di quarant’anni fa, ammoniva i responsabili che l’ira dei poveri non è disposta ad attendere giustizia all’infinito. Occorre prevenire prima di arrivare alle conclusioni che perfino i più insensibili e più cinici vorrebbero evitare. Certo, ripete, il Papa, la chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire, possiede però un messaggio di fraternità e di carità che tutti, in nome di Dio e dell’uomo, dovrebbero essere disposti ad accettare. E’ così che il mite Benedetto XVI si è buttato con forza e convinzione nella mischia dei problemi, dei contrasti, delle lotte che dividono oggi in modo drammatico l’umanità. Uno dei collaboratori dell’enciclica, Stefano Zamagni, ha reso omaggio al coraggio del Papa, affermando che “ci vorranno anni prima che la gente capisca la portata rivoluzionaria di questo documento”. Giordano Frosini 4 LA “BOCCIATURA” DEL LODO ALFANO La decisione della Corte Costituzionale ha sancito l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge: nessuna vittoria politica da festeggiare, quindi, ma neanche complotti da stigmatizzare SPINELLI A PAGINA 13 LETTONIA ALLO STREMO LA CRISI PICCHIA DURO Il Paese ha difficoltà a rilanciare l’economia e taglia pensioni e sistema scolastico CARUSONE A PAGINA 15 2 in primo piano In questa domenica, dedi- cata alle missioni, mi rivolgo innanzitutto a voi, Fratelli nel ministero episcopale e sacerdotale, e poi anche a voi, fratelli e sorelle dell’intero Popolo di Dio, per esortare ciascuno a ravvivare in sé la consapevolezza del mandato missionario di Cristo di fare “discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19), sulle orme di san Paolo, l’Apostolo delle Genti. “Le nazioni cammineranno alla sua luce” (Ap 21,24). Scopo della missione della Chiesa infatti è di illuminare con la luce del Vangelo tutti i popoli nel loro cammino storico verso Dio, perché in Lui abbiano la loro piena realizzazione ed il loro compimento. Dobbiamo sentire l’ansia e la passione di illuminare tutti i popoli, con la luce di Cristo, che risplende sul volto della Chiesa, perché tutti si raccolgano nell’unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio. È in questa prospettiva che i discepoli di Cristo sparsi in tutto il mondo operano, si affaticano, gemono sotto il peso delle sofferenze e donano la vita. Riaffermo con forza quanto più volte è stato detto dai miei venerati Predecessori: la Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare il suo dominio, ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo. Noi non chiediamo altro che di metterci al servizio dell’umanità, specialmente di quella più sofferente ed emarginata, perché crediamo che “l’impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo... è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l’umanità” (Evangelii nuntiandi, 1), che “conosce stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza” (Redemptoris missio, 2). 1. TUTTI I POPOLI CHIAMATI ALLA SALVEZZA L’umanità intera, in verità, ha la vocazione radicale di ritornare alla sua sorgente, che è Dio, nel Quale solo troverà il suo compimento finale mediante la restaurazione di tutte le cose in Cristo. La dispersione, la molteplicità, il conflitto, l’inimicizia saranno rappacificate e riconciliate mediante il sangue della Croce, e ricondotte all’unità. L’inizio nuovo è già cominciato con la risurrezione e l’esaltazione di Cristo, che attrae tutte le cose a sé, le rinnova, le rende partecipi dell’eterna gioia di Dio. Il futuro della nuova creazione brilla già nel nostro mondo ed accende, anche se tra contraddizioni e sofferenze, la speranza di vita nuova. La missione della Chiesa è quella di “contagiare” di speranza tutti i popoli. Per questo Cristo chiama, giusti- n. 36 18 Ottobre 2009 MESSAGGIO DI BENEDETTO XVI Giornata Missionaria mondiale 2009 “Le nazioni cammineranno alla sua luce” (Ap 21,24) pertanto rinnovare l’impegno di annunciare il Vangelo, che è fermento di libertà e di progresso, di fraternità, di unità e di pace (cfr Ad gentes, 8). Voglio “nuovamente confermare che il mandato d’evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa” (Evangelii nuntiandi, 14), compito e missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale rendono ancor più urgenti. È in questione la salvezza eterna delle persone, il fine e compimento stesso della storia umana e dell’universo. Animati e ispirati dall’Apostolo delle genti, dobbiamo essere coscienti che Dio ha un popolo numeroso in tutte le città percorse anche dagli apostoli di oggi (cfr At 18,10). Infatti “la promessa è per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro” (At 2,39). La Chiesa intera deve impegnarsi nella missio ad gentes, fino a che la sovranità salvifica di Cristo non sia pienamente realizzata: “Al presente non vediamo ancora che ogni cosa sia a Lui sottomessa” (Eb 2,8). 4. CHIAMATI AD fica, santifica e invia i suoi discepoli ad annunciare il Regno di Dio, perché tutte le nazioni diventino Popolo di Dio. È solo in tale missione che si comprende ed autentica il vero cammino storico dell’umanità. La missione universale deve divenire una costante fondamentale della vita della Chiesa. Annunciare il Vangelo deve essere per noi, come già per l’apostolo Paolo, impegno impreteribile e primario. 2. CHIESA PELLEGRINA La Chiesa universale, senza confini e senza frontiere, si sente responsabile dell’annuncio del Vangelo di fronte a popoli interi (cfr Evangelii nuntiandi, 53). Essa, germe di speranza per vocazione, deve continuare il servizio di Cristo al mondo. La sua missione e il suo servizio non sono a misura dei bisogni materiali o anche spirituali che si esauriscono nel quadro dell’esistenza temporale, ma di una salvezza trascendente, che si attua nel Regno di Dio (cfr Evangelii nuntiandi, 27). Questo Regno, pur essendo nella sua completezza escatologico e non di questo mondo (cfr Gv 18,36), è anche in questo mondo e nella sua storia forza di giustizia, di pace, di vera libertà e di rispetto della dignità di ogni uomo. La Chiesa mira a trasformare il mondo con la proclamazione del Vangelo dell’amore, “che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire e... in questo modo di far entrare la luce di Dio nel mondo” (Deus caritas est, 39). È a questa missione e servizio che, anche con questo Messaggio, chiamo a partecipare tutti i membri e le istituzioni della Chiesa. 3. MISSIO AD GENTES La missione della Chiesa, perciò, è quella di chiamare tutti i popoli alla salvezza operata da Dio tramite il Figlio suo incarnato. È necessario EVANGELIZZARE ANCHE MEDIANTE IL MARTIRIO In questa Giornata dedicata alle missioni, ricordo nella preghiera coloro che della loro vita hanno fatto un’esclusiva consacrazione al lavoro di evangelizzazione. Una menzione particolare è per quelle Chiese locali, e per quei missionari e missionarie che si trovano a testimoniare e diffondere il Regno di Dio in situazioni di persecuzione, con forme di oppressione che vanno dalla discriminazione sociale fino al carcere, alla tortura e alla morte. Non sono pochi quelli che attualmente sono messi a morte a causa del suo “Nome”. È ancora di tremenda attualità quanto scriveva il mio venerato Predecessore, Papa Giovanni Paolo II: “La memoria giubilare ci ha aperto uno scenario sorprendente, mostrandoci il nostro tempo particolarmente ricco di testimoni che, in un modo o nell’altro, hanno saputo vivere il Vangelo in situazioni di ostilità e persecuzione, spesso fino a dare la prova suprema del sangue” (Novo millennio ineunte, 41). La partecipazione alla missione di Cristo, infatti, contrassegna anche il vivere degli annunciatori del Vangelo, cui Vita La è riservato lo stesso destino del loro Maestro. “Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). La Chiesa si pone sulla stessa via e subisce la stessa sorte di Cristo, perché non agisce in base ad una logica umana o contando sulle ragioni della forza, ma seguendo la via della Croce e facendosi, in obbedienza filiale al Padre, testimone e compagna di viaggio di questa umanità. Alle Chiese antiche come a quelle di recente fondazione ricordo che sono poste dal Signore come sale della terra e luce del mondo, chiamate a diffondere Cristo, Luce delle genti, fino agli estremi confini della terra. La missio ad gentes deve costituire la priorità dei loro piani pastorali. Alle Pontificie Opere Missionarie va il mio ringraziamento e incoraggiamento per l’indispensabile lavoro che assicurano di animazione, formazione missionaria e aiuto economico alle giovani Chiese. Attraverso queste Istituzioni pontificie si realizza in maniera mirabile la comunione tra le Chiese, con lo scambio di doni, nella sollecitudine vicendevole e nella comune progettualità missionaria. 5. CONCLUSIONE La spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità delle nostre Chiese (cfr Redemptoris missio, 2). È necessario, tuttavia, riaffermare che l’evangelizzazione è opera dello Spirito e che prima ancora di essere azione è testimonianza e irradiazione della luce di Cristo (cfr Redemptoris missio, 26) da parte della Chiesa locale, la quale invia i suoi missionari e missionarie per spingersi oltre le sue frontiere. Chiedo perciò a tutti i cattolici di pregare lo Spirito Santo perché accresca nella Chiesa la passione per la missione di diffondere il Regno di Dio e di sostenere i missionari, le missionarie e le comunità cristiane impegnate in prima linea in questa missione, talvolta in ambienti ostili di persecuzione. Invito, allo stesso tempo, tutti a dare un segno credibile di comunione tra le Chiese, con un aiuto economico, specialmente nella fase di crisi che sta attraversando l’umanità, per mettere le giovani Chiese locali in condizione di illuminare le genti con il Vangelo della carità. Ci guidi nella nostra azione missionaria la Vergine Maria, stella della Nuova Evangelizzazione, che ha dato al mondo il Cristo, posto come luce delle genti, perché porti la salvezza “sino all’estremità della terra” (At 13,47). A tutti la mia Benedizione. Vita La 18 Ottobre 2009 cultura n. 36 A cinquanta anni dalla morte di don Mazzolari Una voce evangelica nella Chiesa del Novecento U n «precursore» del Concilio Vaticano II, un «profeta» di istanze poi realizzate e dunque in un certo senso superate nella Chiesa conciliare: così poteva essere interpretata la figura di don Primo Mazzolari fino a non molto tempo fa. Le sue generose aperture ai «lontani» dalla fede, il primato dei poveri da lui proclamato in una ottica evangelica, il ruolo e la dignità dei laici, l’imperativo della pace sembravano acquisizioni indiscusse e indiscutibili nel cammino della Chiesa. Mazzolari, insieme ad altre figure a lui coeve, poteva apparire un personaggio da collocare storicamente, da consegnare a un tempo concluso e da approfondire essenzialmente sul versante storiografico. Il momento che stiamo vivendo, con le dichiarazioni, inquietudini e confronti che lo contrassegnano, soprattutto in ambito ecclesiale e sociale, permettono di evidenziare una nuova attualità del parroco di Bozzolo che, pur fortemente radicato nella Chiesa e nella cultura dei suoi anni, esprime istanze e ispirazioni che appaiono ancora oggi dense di significato se non salutarmente provocatorie. Una prima riflessione concerne i rapporti tra fede e politica, in un tempo come quello attuale in cui le fedi e le Una figura sempre attuale, le cui istanze appaiono ancora oggi dense di significato di Mariangela Maraviglia chiese, e in particolare quella cattolica nella sua espressione gerarchica, rivendicano un ampio ruolo pubblico gestito in prima persona. Mazzolari, negli anni del dopoguerra, scommetteva su una forte presenza dei cristiani impegnati in politica, giungendo a sperare che fossero capaci di un rinnovamento radicale della società, di una «rivoluzione cristiana» che restituisse, come scriveva con un suo celebre titolo, La parola ai poveri. Nella sua ottica tuttavia era chiara la distinzione dei diversi ambiti di intervento di clero e laicato - che non doveva dimenticare di possedere «il proprio stile e, se necessario, la propria morte» - così come era ribadita l’estraneità a ogni logica di potere e di dominio, sia pure finalizzato alla imposizione di una verità che si giudicasse “superiore”: il suo era un cristianesimo di testimonianza, che, se parlava di «conquista cristiana», in- tendeva la profonda tensione a rinnovare profondamente, rivitalizzandole dall’interno, società, cultura, etica pubblica e privata. In questa prospettiva si inscriveva l’impegno indefesso per l’educazione di cristiani come cittadini consapevoli e attivi, che lo consumò in un’attività instancabile tra libri, articoli, il quindicinale Adesso, conferenze in tutta Italia: da Camaldoli, ad Assisi, da Firenze, a Milano, interpellato dalla FUCI, da La Pira, da Montini ma anche da parroci e da amici in realtà marginali rispetto ai centri del dibattito teologico e politico. Ancora in questa prospettiva si inscriveva, negli stessi anni della scomunica ecclesiastica ai comunisti (1949), la ricerca di un dialogo che non si configurò mai come cedimento a una ideologia di cui Mazzolari non si stancò di denunciare il materialismo riduttivo dell’umano, ma che si alimentò piuttosto della consapevolezza di positive convergenze radicate nelle comuni istanze di giustizia e di pace. Sul fronte intra-ecclesiale il parroco di Bozzolo si distinse per la singolare capacità di testimoniare un atteggiamento che sapeva coniugare fedeltà al Vangelo e dignità della coscienza, amore per la Chiesa ed esigenza della parresia, della necessaria franchezza anche quando si rivelava costosa e reprensibile agli occhi della gerarchia: «Stare in piedi per meglio servire», la sentenza di Georges Fonsegrive trascritta nel suo diario giovanile, delineava uno stile cristiano che contrassegnò, spesso a costi molto alti, la sua intera vita. Uno stile che si radicava in una fede intensamente vissuta, non priva di risonanze mistiche, e insieme non ac- A cura di Mariangela Maraviglia e Marta Margotti L’Ecumenismo di don Primo Mazzolari I l volume L’ecumenismo di don Primo Mazzolari raccoglie alcuni studi presentati in origine in un convegno omonimo organizzato dalla Fondazione don Primo Mazzolari di Bozzolo in collaborazione con il Segretariato attività ecumeniche nel 2007. I diversi saggi di storici e studiosi come Renato Moro, Annibale Zambarbieri, Mario Gnocchi, Marta Margotti, Mariangela Maraviglia, Giorgio Bouchard, don Giuseppe Giussani presidente della Fondazione Mazzolari, inseriscono la vicenda di Mazzolari in un quadro più ampio, ricostruendo i rapporti intercorsi tra cattolici e protestanti nel corso Novecento. Si evidenziano i tentativi di riavvicinamento di prime avanguardie, in genere bollate e condannate come moderniste, le sensibilità e insensibilità pre- senti nel mondo protestante, la decisa dura lotta contro il protestantesimo che perdurò sostanzialmente negli ambienti cattolici fino al Concilio Vaticano II. All’interno di questa realtà si inserisce la vicenda e le scelte di don Primo, decisamente in controtendenza e contrassegnati da un atteggiamento ecumenico, da una apertura al dialogo con fratelli e sorelle di diverse confessioni cristiane anche quando si rivelava costoso, quando gli conquistava inimicizie o censure. L’ecumenismo di Mazzolari si esprime nella sua predicazione e nei suoi libri (soprattutto ne La più bella avventura), in cui il prodigo della parabola diventa figura di tutti i lontani, quindi anche dei fratelli separati, da accogliere come fa il padre amoroso, con l’opposizione del “maggiore”. Ma si esprime ancor più nella trama dei suoi rapporti, in particolare nelle amicizie con il pastore protestante Giovanni Ferreri e con sorella Maria dell’eremo di Campello, ampiamente rievocate nelle pagine del libro. Non c’è in Mazzolari una elaborazione, un mettere a tema con elaborazione teologica la realtà delle diverse confessioni cristiane, c’è invece una sofferenza per la divisione presente e l’esigenza di una profonda riforma, di un rinnovamento che le investa tutte. Mazzolari non pensa al ritorno di una Chiesa a un’altra, come si riteneva nel cattolicesimo del tempo, ma al ritorno di tutte le chiese e di tutti i cristiani al Vangelo, a un cammino comune da fare verso una maggio- re fedeltà a Cristo: nel recupero delle radici evangeliche comuni risiedeva la possibilità di superare gli ostacoli che per secoli avevano lacerato il cristianesimo. R. 3 quietata, non risolta una volta per tutte in un possesso geloso e autosufficiente: il cristiano Mazzolari non cessava di avvertirsi compagno di cammino con tanti uomini e donne, credenti, non credenti, cercatori inquieti, lontani a diverso titolo, in una dimensione ecumenica che prende corpo man mano che si pubblicano nuovi documenti e si approfondiscono gli studi sulla sua figura. Di fronte alla tentazione di spendere l’identità cristiana come affermazione della propria verità, spesso “contro” gli altri, vissuti come lontani e in fondo nemici, la lezione mazzolariana invita piuttosto alla ricerca di un dialogo che provochi creative convergenze tra portatori di culture diverse, a un processo di interiorizzazione che valorizzi la parola evangelica e riscopra la dignità della coscienza cristiana. Una lezione tutt’altro che superata, dunque, quella del prete cremonese, che motiva l’impegno davvero ragguardevole che la Fondazione don Primo Mazzolari di Bozzolo ha profuso per la celebrazione del cinquantenario della sua morte. Sul piano della ricerca e della ricostruzione storiografica, sono stati organizzati importanti convegni per studiare la vita e l’opera di don Primo, mentre continua la riedizione critica delle opere mazzolariane presso le Edizioni Dehoniane di Bologna. Si segnalano gli impegnativi volumi degli Scritti sulla Pace e sulla guerra, a cura di G. Formigoni e M. De Giuseppe e degli Scritti politici, a cura di G. Campanini e M. Truffelli, mentre chi scrive ha curato Tempo di credere, attualmente in stampa e, insieme a M. Margotti, L’ecumenismo di don Primo Mazzolari, per l’editrice Marietti di Genova. Poeti Contemporanei LE PAGINE DELLA VITA Chiare e scure ritmi di pensieri dolori e gioie consumati nel tempo che vola via inesorabile senza fermarsi mai. Alba e tramonti crepuscoli e sere incantate fra luna e stelle fra mare e cielo nel bleu della notte nella musica del vento nel canto della sabbia nel profumo della pioggia. Cancelli d’ombre petali di stelle silenzi di ali gocce di luna alberi muti musiche delle stagioni. Lalla Calderoni 4 attualità ecclesiale n. 36 Vita La 18 Ottobre 2009 CONCILIO VATICANO II Valori e aspetti sempre attuali di Francesco Valsasnini A lberto Monticone, vent’anni fa, dava uno sguardo storico sul Concilio illuminandone le possibili difficoltà. «La tradizione di un pontificato incompiuto. La grande maggioranza dei papi, specie quelli più innovatori, ha con lucidità messo mano a progetti che sapeva di poter difficilmente portare a compimento, tanto che questa incertezza del futuro, unita al senso del dover comunque seminare, può considerarsi il tratto tipico dei grandi pontefici. Giovanni XXIII è pienamente in linea con questa tradizione, non tanto perché è già avanti negli anni, quanto piuttosto per il modo di interpretare la sua missione alla luce del senso del servizio e di un profondo provvidenzialismo. Tuttavia egli sembra deliberatamente iniziare opere da lasciare incompiute: concilio, riconciliazione fra le Chiese, ecumenismo, collegialità, sono scelte che egli pone quasi a sfida della capacità dei credenti e soprattutto della loro fede nella presenza di Dio nella storia. Alla sua morte egli imita il gesto del padrone evangelico, che partendo lascia talenti da far fruttare ai suoi servi, talenti che come papa aveva messo da parte proprio in vista di quel futuro affidamento ad altre mani. L’eredità del suo pontificato è pertanto tra le più difficili della storia, non soltanto per il successore Paolo VI, ma anche per l’intera Chiesa provocata dalle sue coraggiose e incompiute strade aperte». Su La Rivista del Clero Italiano (2009, n. 2, pp. 83-84) l’editoriale (di solito a firma di Bruno Maggioni) puntualizza comprensioni parziali del Concilio: «Si torna a parlare del Concilio... Se ritorniamo a parlarne è per ribadire alcune cose che ci sembrano importanti e che non sempre si tengono presenti. Se ci sono ragioni che spiegano come i grandi Concili abbiano sempre avuto una ricezione lenta e travagliata, per il Vaticano II forse ce ne sono alcune in piu. La prima è il suo dichiarato carattere pastorale. A nostro avviso si tratta di un pregio, non di un limite, poiché la tensione pastorale è inscritta nella stessa finalità della Rivelazione. Ma ci pare di capire che altri pensano diversamente. Il Vaticano II ha voluto essere un concilio pastorale, non dogmatico, si dice; non ha inteso definire nulla e non c’è in esso alcunché di intoccabile e, inoltre, la sua dichiarata finalità pastorale lo ha inevitabilmente, e giustamente, legato alle contingenze del suo tempo, oggi almeno in parte (ma c’è anche chi dice in gran parte) superate. Sono cose che si sentono dire. Ma a nostro avviso chi ragiona così sembra pensare che il Vaticano II sia stato un Concilio soprattutto preoccupato di risolvere problemi contingenti e di dare risposte a domande parziali. forse urgenti, ma sempre di superficie. In realtà il Vaticano II è stata una grandiosa rilettura dei fondamenti del cristianesimo, allo scopo - e qui sta la sua pastoralità - di evidenziarne il significato per l’uomo contemporaneo. Una seconda nota, che caratterizza il Vaticano II rendendolo diverso da ogni altro Concilio, è la sua globalità. Siamo di fronte a un Concilio che non si è occupato di un punto o l’altro della dottrina e della morale cristiana, ma - come già si diceva - dei fondamenti, della radice e, a partire dai fondamenti, ha riletto il messaggio cristiano in tutta la sua ampiezza. Si pensi, ad esempio, alla riflessione sulla Rivelazione, la Tradizione, la Scrittura e il Magistero [nella Costituzione Dei Verbum ma anche la nuova visione della Chiesa]. Si intuisce il motivo di questa globalità: il Vaticano Il non è sorto per contrastare alcuni errori o per chiarire alcune questioni controverse, ma per ridare senso e vigore a un messaggio che il mondo sembrava non più comprendere. Un’altra nota che caratterizza il Vaticano II è il fatto di essere un Concilio che non ha affrontato le questioni in negativo, ma in positivo, in dialogo. E questa - ne siamo convinti - una scelta corretta, missionaria ed evangelica, ma non priva di problemi. È più facile rilevare gli errori degli altri che dire, in positivo, la propria verità. Un Concilio che sceglie il dialogo è inevitabilmente più esposto sia alle resistenze sia ai fraintendimenti. Infine vogliamo sottolineare - anche se immaginiamo che molti non siano d’accordo - la vivacità teologica che il Concilio ha provocato, pure in Italia. La vivacità, anche se tumultuosa, è sempre meglio della stagnazione. Siamo convinti che è giunto il momento di fare il punto su alcune cose e di tentare delle sintesi, indispensabili per l’insegnamento nelle scuole di teologia e per la formazione permanente dei sacerdoti e degli operatori pastorali. Ma nonostante il rischio (di cui siamo coscienti) di una frammentazione teologica non scevra di pericoli (ovviamente non stiamo pensando alla ricerca teologica, ma all’insegnamento e alla divulgazione), non abbiamo alcuna nostalgia della situazione preconciliare: un insegnamento teologico per lo più manualistico, schematico, apparentemente chiaro, ma a scapito di una reale visione dei problemi e privo di respiro». SINODO AFRICA Cambiare marcia La relazione di base di Patrizia Caiffa UNA CRESCITA “L’ Africa è stata accusata per troppo tempo dai media di tutto ciò che viene aborrito dall’umanità”, “è tempo di cambiare marcia” promuovendo “lo sviluppo del continente che porterà al benessere di tutto il mondo”. Perché l’Africa “è il continente delle opportunità”. Lo ha detto il cardinal Peter Kodwo Appiah Turkson, arcivescovo di Cape Coast (Ghana), leggendo la “Relazione prima della discussione” che ha aperto la prima giornata di lavori della seconda Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi (4-25 ottobre). ECCEZIONALE DELLA CHIESA Dalla I Assemblea speciale per l’Africa (1994) ad oggi, si rileva “una crescita eccezionale della Chiesa in Africa”, con diverse novità: “L’ascesa di membri africani di congregazioni missionarie a posizioni e ruoli di guida”, la “ricerca dell’autosufficienza da parte delle Chiese locali, impegnandosi in operazioni economiche in grado di generare profitti”, “un incremento visibile delle strutture e istituzioni ecclesiali”. Però la Chiesa africana affronta anche sfide definite “terribili”: “In vaste aree a nord dell’equatore, essa a malapena esiste”, “la fedeltà e l’impegno di alcuni sacerdoti e religiosi alla loro vocazione”, “la necessità di evangelizzare (o ri-evangelizzare) per una conversione profonda e permanente”, “la perdita di membri che sono passati a nuovi movimenti religiosi o alle sette”. LA SFIDA DELLE MIGRAZIONI Nella relazione viene manifestata l’intenzione di dedicare particolare “attenzione” alle “migrazioni volontarie” verso “l’Europa, l’America e l’Estremo Oriente” che pongono gli africani “in una condizione di occupazione servile”. Nel testo vengono evidenziate alcune note sociali, politiche ed economiche. Ad esempio che in Africa “un cattivo governo produce una cattiva economia” e questo “spiega il paradosso della povertà di un continente che è senz’altro uno dei più ricchi del mondo di potenzialità”. Se viene evidenziata positivamente “l’importanza che viene data sempre di più al posto e al ruolo delle donne nella società”, è però “motivo di inquietudine l’emergere nel mondo di stili di vita, valori, atteggiamenti, associazioni, ecc., che destabilizzano la società”. “Il matrimonio e la famiglia – si legge nella relazione – sono sottoposti a pressioni diverse e terribili perché venga ridefinita la loro natura e funzione nella società moderna. I matrimoni tradizionali, che portavano alla creazione di famiglie, sono minacciati da una crescente proposta di unioni e rapporti alternativi, privati del concetto di impegno duraturo, di natura non eterosessuale e senza il fine della procreazione”. Questo “attacco al matrimonio e alla famiglia è portato avanti e sostenuto da gruppi che producono un glossario teso a sostituire i concetti e i termini tradizionali” con “una nuova etica globale sul matrimonio, la famiglia, la sessualità umana e le istanze correlate dell’aborto, della contraccezione”, “dell’ingegneria genetica”. NO A DROGA E TRAFFICO D’ARMI Tra le maggiori preoccupazioni c’è poi lo spaccio di droga e il traffico di armi: “L’uso di droghe e la tossicodipendenza tra i giovani sta rapidamente diventando la maggior causa di dispersione del capitale umano in Africa e nelle isole, seconda solo alla migrazione, ai conflitti e alle malattie, quali l’Aids/Hiv e la malaria”. A proposito del traffico di armi “sia di piccolo calibro che pesanti” la Chiesa africana sostiene “le iniziative delle Nazioni Unite volte a fermare il traffico illegale di armi e a rendere il commercio legalizzato degli armamenti più trasparente”, ad esempio tramite “la messa a punto di un trattato giuridicamente vincolante sull’importazione, l’esportazione e il passaggio di armi convenzionali attraverso l’Africa”. Anche i cambiamenti climatici preoccupano molto i vescovi africani, soprattutto “la nube discontinua di smog che copre la maggior parte dell’Africa orientale, accompagnata da una diminuzione delle precipitazioni, da siccità e carestia”. LA CONFERENZA STAMPA “Un Papa africano per il futuro? Perché no?” Così il card. Turkson ha risposto in Sala Stampa vaticana ad una domanda dei giornalisti durante la conferenza stampa di presentazione della “Relazione prima della discussione”. Riferendosi all’elezione del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, “l’esperienza fatta in politica potrebbe essere applicata anche alla Chiesa universale. Un africano in una posizione di leadership non è una cosa impossibile, non sconvolgerebbe nessuno”. Il presidente della Conferenza episcopale del Ghana ha anche rinnovato, a nome dei vescovi africani, il “sostegno” al lavoro della Corte penale internazionale e ai provvedimenti emessi sui crimini di guerra nella Repubblica democratica del Congo e in Sudan. Rispondendo poi ad una domanda sulla prevenzione dell’Aids in Africa, il card. Turkson ha detto: “So che molti auspicano l’uso del preservativo, che però in molti casi può essere anche di cattiva qualità e quindi rischioso. Per noi è più importante la fedeltà e la lealtà all’interno della coppia, l’astinenza di chi è stato contagiato e un maggiore investimento sui farmaci antiretrovirali e sulla ricerca”. Vita La 18 Ottobre 2009 Un invito a preti e laici “a dire la parola cristiana nella vita quotidiana”. Intervista a monsignor Franco Giulio Brambilla, delegato regionale per la dottrina della fede attualità ecclesiale n. 36 I VESCOVI LOMBARDI Il primo annuncio della fede di Luisa Bove “D obbiamo fare di tutto per conooscere sempre meglio la figura di Gesù, per avere di lui una conoscenza non “di seconda mano”, ma una conoscenza attraverso l’incontro nella preghiera, nella liturgia, nell’amore per il prossimo”. Con queste parole di Benedetto XVI si concludeva l’ultima visita ad limina Apostolorum a Roma dei Vescovi lombardi. Di qui l’idea dei Pastori delle Chiese lombarde di scrivere una lettera alle diocesi dal titolo “La sfida della fede: il primo annuncio”, pensando anche ai “nuovi venuti”, dice monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo delegato per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi. Che cosa si intende per “primo annuncio”? «Il primo annuncio non va inteso secondo un’interpretazione solo dottrinale e neppure in senso cronologico, come se dovessero seguire altri annunci. È invece il cuore dell’annuncio cristiano che riguarda anche coloro che hanno già una fede che ritengono adulta. L’importante è tornare sempre alla sorgente, all’origine, per rinnovarne la giovinezza, la fecondità, la freschezza della fede. Il primo annuncio si riferisce quindi al primo incontro con Cristo e non può prescindere dalle conseguenze della vita morale, liturgica, missionaria...» Nella società di oggi, segnata da «una cultura consumistica ed edonistica», dal «secolarismo» e dall’«individualismo», come diceva il Papa, c’è ancora spazio per annunciare la fede? «La scelta che noi abbiamo fatto come vescovi lombardi non è stata quella di porre le domande fondamentali della vita umana alle quali dare la risposta cristiana. Abbiamo invece: immaginato che questo primo annuncio potesse attecchire in tutti quei momenti di svolta della vita quotidiana delle persone. La vita infatti vale più di ciò che noi misuriamo, calcoliamo e produciamo in questa società consumistica e secolarizzata». E quali sono questi momenti? «Noi ne abbiamo scelti cinque: la nascita di un bimbo, il cammino dell’adolescenza e la scelta nella giovinezza, l’amore di un uomo e una donna, la fedeltà alla famiglia e alla professione, l’esperienza del dolore e della fragilità. E’ necessario che la parola cristiana dica qualcosa all’alfabeto della vita umana. Ora chiediamo ai catechisti, agli operatori pastorali, ai sacerdoti, ai ministri del Vangelo, agli operatori sociali di imparare anche loro a dire la parola cristiana dentro la vita quotidiana (nel volontariato, nella vita comunitaria, nella professione...). L’importante è partire non dalle domande, ma dalle esperienze antropologiche, perché sono le soglie di accesso alla fede offerte a tutti». Perché i vescovi lombardi consi- derano fondamentale il recupero dell’identità personale? «Nella società consumistica piena di beni, ma povera di significati, la grande sfida per tutti, credenti e non credenti, è la costruzione dell’identità personale che non è data a monte di un cammino, ma cresce attraverso le molte relazioni. Ogni età della vita ha una sua grazia che anticipa quella che segue, diceva Romano Guardini. Nel rapporto tra il dono promesso e il suo pieno compimento sta l’identità che apre le soglie di accesso alla fede». Nella lettera dei vescovi si parla anche dei “novizi” della fede e della Chiesa. Chi sono? «Coloro che accedono alla soglia della fede non pongono domande nella stessa maniera, per questo abbiamo descritto tre situazioni: quella di chi non è ancora battezzato (i catecumeni) e il cui numero sta iniziando a lievitare. L’Italia sembra un ponte naturalmente gettato nel Mediterraneo, quindi ci saranno molte domande non solo di ricerca di lavoro e sistemazione familiare, ma anche di ricerca spirituale: a questi “nuovi venuti” bisognerà offrire un vero ingresso alla fede. Ci sono poi due categorie di persone che hanno ricevuto i sacramenti, ma sono rimasti a una forma quasi infantile del sacramento, perché la vita li ha portati, lontano. Per loro (i convertiti) l’esperienza della fede ha prevalentemente un tratto pedagogico: serve per diventare grandi, ma non per vivere da grandi. Alla terza categoria (i ricomincianti) appartengono quelli che hanno ricevuto il battesimo, ma questo è rimasto sulla carta. A loro manca anche la lingua cristiana infantile, la lingua della memoria, per questo hanno bisogno di una vera rifondazione della fede e di ritrovare un linguaggio adulto». A questo punto qual è il compito delle Chiese lombarde? «La domanda alle nostre comunità è se hanno veramente spazi accoglienti che tengono conto delle nuove situazioni di accesso alla fede. Ai nuovi venuti non dobbiamo presentare subito una forma di annuncio, una vita comunitaria, liturgica e di carità così compatta da intimorirli. La lettera parla invece di spazi di ascolto, luoghi riservati che costituiscono una soglia di passaggio. Come non si entra subito in chiesa ma c’è il pronao (passaggio tra il profano, il sacro e il santo) così deve essere anche nella vita cristiana. Le comunità non dovranno più pensare a un annuncio monolitico, ma differenziato, attento soprattutto alle diverse situazioni di partenza delle persone». 5 La Parola e le parole XXIX Domenica del tempo ordinario - Anno B Is 53,2.3.10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45 “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e ci sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità” Il quarto canto del servo di Jahwè costituisce una pagina tra le più intense del Primo testamento, letta dalle prime comunità cristiane in rapporto alla passione e morte di Gesù. La figura del ‘servo’ ha alcuni tratti individuali ma può anche essere letta come rinvio alla vicenda del popolo di Israele (cfr. Is 42,1-9), che nelle sofferezne subìe per la sua fedeltà a Jahwè genera stupore e meraviglia. Il ‘servo’ è presentato come un uomo nella condizione di umiliazione e dispregio. Di fronte a lui si prova orrore: “era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima”. Eppur è come un virgulto, da lui inizia nuova vita. Proprio il sofferente e il disprezzato è glorificato da Dio. La sua sofferenza diviene motivo di salvezza per altri: “egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. La sofferenza non è legata indissolubilmente alla colpa, ma diviene momento di liberazione dalla colpa, ed il ‘servo’ la vive affrontandola con libertà: ‘si è addossato i nostri dolori’. Pur subendo una morte ingiusta e violenta non reagisce con violenza: come agnello al macello e come pecora muta di fronte ai suoi tosatori sta innocente e inerme. L’espressione: ‘offrirà se stesso in espiazione’ ha generato molteplici tentativi di interpretazione. Essa in radice intende indicare una scelta di gratuità e di amore nel dare la vita a favore degli altri, in vista di una salvezza comune. L’inno apre ad un orizzonte di speranza: il ‘servo’, morto in modo ignominioso, avrà una discendenza. La potenza del Dio vivente è forza di vita che può vincere anche la morte. Al popolo d’Israele in esilio questo testo annunciava la salvezza di Dio e diceva che le sofferenze non erano prive di senso: è questa una profezia che annuncia da un lato che gli oppressori riconosceranno la loro colpa e dall’altro che da questo ‘servo’ sgorga liberazione per gli altri. “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra… … chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” Mentre cammina sulla strada verso Gerusalemme per tre volte Gesù annuncia ai suoi la propria passione e morte, ma puntualmente si scontra con l’incomprensione dei discepoli. Anziché aprirsi ad accogliere il senso della sua via i discepoli sono ancora schiavi di logiche di potere e di ricerca dei primi posti. La richiesta di Giacomo e Giovanni è quella di sedere ai primi posti, di poter conquistare qualche privilegio. Gesù li guida a comprendere il senso profondo dell’essere ‘immersi’ nel battesimo che lui deve ricevere, partecipi quindi della sua stessa esperienza: parla qui della immersione nella morte verso cui egli si sta dirigendo in libertà. Dice loro: “Voi non sapete quello che chiedete”. L’immersione e il calice sono immagini che rinviano alla sua morte violenta, alla sua vita offerta - come calice che versa il suo contenuto - per tutti. Gesù chiede ai suoi di aprirsi a questo annuncio e dice che anch’essi saranno a chiamati a partecipare a questa sorte se lo seguono. Gli altri dieci si indignano per questo dialogo che ai loro occhi appariva come ricerca dei primi posti e tentativo di escluderli da una spartizione di potere: Gesù svolge per tutti allora un insegnamento sul senso della sua vita e sulla via che si apre al discepolo: “chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. La vita dei discepoli deve seguire la strada del maestro: Gesù parla di se stesso con i tratti del ‘figlio dell’uomo’, il servo sofferente. Non è venuto per farsi servire ma per dare la propria vita in riscatto di molti. In queste parole Gesù offre una sintesi della sua vita e chiede ai suoi di vivere secondo tale orizzonte. Leggere questa pagina di fronte a quanto sta accadendo nel nostro Paese nel tempo attuale fa cogliere le esigenze radicali del vangelo che Gesù pone ai suoi discepoli e come queste si scontrino con una seminagione di stili di vita in cui gli orizzonti del servizio, dell’onestà, della fatica che costruisce, del rispetto per l’altro come essere umano, della cura per il bene comune e non dell’interesse privato, del convivere civile con istituzioni democratiche, sono sbeffeggiati, ridicolizzati, vilipesi mentre sono invece premiate le forme dell’apparire fatuo, dell’uso del potere senza scrupoli, della menzogna, dello sfruttamento delle donne secondo le voglie di un maschilismo rozzo e volgare, della spietatezza verso il debole, della potenza del denaro con cui tutto si compra e si usa. La comunità che intende seguire Gesù dovrebbe essere capace di indignarsi di fronte a tali stili di vita, di affermare chiaramente la devastazione che essi ingenerano soprattuto nei più giovani, e di non scendere a patti con chi li propugna con fare disinvolto e pretenzioso; la saggezza nel reagire si misura non nell’affermazione di potere ma nell’impegno rinnovato nella formazione di coscienze capaci di critica e di scelte in coerenza con quanto Gesù chiede nel suo vangelo. Le parole di Gesù sono appello ad una capacità di valutare il tempo e le situazioni in cui viviamo, a prendere posizione a livello di costruzione della città e investire energie educative, ciascuno secondo le sue possiblità. Alessandro Cortesi op 6 n. 36 L’ultimo Concilio della Chiesa è stato anche, anzi soprattutto, il Concilio del laicato. Troppe cose però appaiono ancora sospese e irrealizzate PROBLEMATICHE APERTE Laicato e Vaticano II di Giorgio Campanini N egli anni immediatamente antecedenti l’avvio del Concilio Vaticano II ha avuto fortuna l’immagine, proposta da un autorevole teologo, del laicato cattolico come di un “gigante addormentato”, ossia come un immenso serbatoio di potenzialità religiose, ed evangelizzatrici, per altro poco utilizzato e poco valorizzato all’interno di una Chiesa nella quale largamente dominante era il ruolo dei presbiteri e dei religiosi. Alla base delle grandi intuizioni del Concilio e di non pochi suoi documenti, a partire dalla Lumen Gentium per finire con la Gaudium et Spes, stava la consapevolezza che era assolutamente necessario favorire il “risveglio” del laicato cattolico, sia nell’ambito della vita ecclesiale, sia sotto il profilo dell’apporto che i laici avrebbero potuto e dovuto dare all’evangelizzazione. Dietro la metafora del “gigante addormentato” stava il parziale misconoscimento del ruolo attivo e propositivo che, soprattutto a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, nella grande stagione di ripresa del laicato cattolico, avevano svolto, in pressoché tutta Europa, organismi e movimenti che avevano saputo convogliare al loro interno le migliori energie laicali. E tuttavia vi era una parte di verità in questa denunzia, soprattutto per il fatto che l’impegno dei laici era apparso a lungo orientato soprattutto in funzione difensiva, a salvaguardia degli spazi di una Chiesa aggredita frontalmente dall’ondata laicizzatrice che proprio sull’onda della rivoluzione francese, all’inizio dell’Ottocento, aveva investito l’Europa. Soltanto a Novecento inoltrato, in un clima di ripresa di iniziativa del cattolicesimo, soprattutto sotto il profilo di una ritrovata capacità di presenza in ambito culturale, quest’atteggiamento difensivo lasciava il posto ad una ripresa di iniziativa quale quella che si richiamava dapprima alla Regalità di Cristo, poi al progetto di “nuova cristianità” elaborato negli anni 30 da Jacques Maritain con il suo Umanesimo integrale, infine alla riproposizione, da parte di Pio XII, soprattutto 18 Ottobre 2009 nei celebrati radiomessaggi degli anni della seconda guerra mondiale, dell’ideale di una “civiltà cristiana”. Questo insieme di proposte aveva il pregio di prospettare un ruolo attivamente responsabile del laicato - perché soprattutto grazie ad esso si sarebbe potuto instaurare il “Regno di Cristo”, realizzare la “nuova cristianità”, aprire una nuova fase della “civiltà cristiana” ma nello stesso tempo il limite di essere incentrato sul rapporto Chiesa-civiltà piuttosto che sul recupero della fondamentale vocazione della Chiesa all’evangelizzazione, all’interno di una società ormai largamente secolarizzata, come sarebbe stato dimostrato, ancor più che dalle vessazioni dell’antico anticlericalismo, dalla nuova barbarie dei totalitarismi del Novecento. IL PRIMATO DELL’EVANGELIZZAZIONE Allorché i Padri conciliari avviavano la loro riflessione sulla condizione della Chiesa, d’altra parte, il progetto, o forse l’utopia, di una “’società ad ispirazione cristiana” cominciava a rivelare appieno i suoi limiti, sotto i colpi del secolarismo, dell’indifferentismo, dell’incipiente consumismo. Proprio per questo, tuttavia, appariva necessario un mutamento di rotta, che riportasse al centro della vita della Chiesa il primato dell’evangelizzazione, e su di esso fosse capace di coinvolgere e di impegnare il laicato cattolico. L’insieme dei documenti del Vaticano II può essere letto proprio in quest’ottica, e cioè come presa di coscienza della distanza venutasi a determinare fra Chiesa e mondo e della necessità di colmarla. Protagonista di questa nuova stagione della Chiesa, incentrata sul primato dell’evangelizzazione, avrebbe dovuto essere, nella prospettiva tracciata da uno dei documenti fondamentali del Concilio, la Lumen gentium, l’intero “’popolo di Dio”, con il definitivo superamento dell’antica e ricorrente contrapposizione fra clero e laici e con il riconoscimento di un’unica e condivisa missione pur nella distinzione dei compiti e delle responsabilità. UNA NUOVA STAGIONE È nata così una nuova e fervida stagione di rinnovato “protagonismo” laicale, uno dei frutti migliori della lezione del Vaticano II e una delle grandi acquisizioni della Chiesa nella seconda metà del Novecento (ed oltre). A quarant’anni di distanza dalla conclusione del Concilio, è forse ancora troppo presto per fare un bilancio di ciò che esso ha rappresentato - con il suo stesso svolgersi, con il suo stesso stile, e non soltanto con i suoi documenti - per il laicato cattolico. Non possono essere tuttavia dimenticate alcune sicure acquisizioni: la più attiva e responsabile partecipazione alla liturgia, la riscoperta della Parola di Dio, il ritorno alla catechesi ed alla stessa teologia, più familiari ed amicali rapporti con i presbiteri, e così via. Molte delle “piaghe della Santa Chiesa” che Rosmini aveva evocato, nel suo famoso “manifesto “ di riforma della Chiesa del 1848, appunto Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, sono state sanate, od almeno fortemente ridimensionate. PROBLEMI APERTI Rimangono tuttavia, a quarantanni dal Concilio, alcuni problemi aperti, e su tre di essi (la consultazione dei laici, la partecipazione del laicato al movimento ecumenico, la corresponsabilità laicale nell’evangelizzazione) mette conto di fare qualche essenziale notazione. E ciò in quello spirito di parresia, di franchezza cristiana, alla quale il Concilio stesso richiama, allorché invita i laici ad esercitare il diritto-dovere «di far conoscere il loro parere su ciò che riguarda il bene della Chiesa» (LG, 37). Per quanto riguarda la consultazione dei laici, si deve riconoscere che è ormai lontano il tempo di una sorta di esclusiva autoreferenzialità dei pastori e che ampi spazi si sono aperti alla cordiale collaborazione. Sarebbe tuttavia azzardato affermare che il principio della consultazione, pur affermato in linea di principio, sia, di fatto, praticato. Soltanto in pochi paesi sono stati istituiti quei Consigli nazionali dei laici pur ipotizzati, anche se non formalmente esigiti, dalla Apostolicam actuositatem (cf. n. 26), Non sempre i Consigli pastorali diocesani, quasi ovunque funzionanti, realizzano una reale consultazione del popolo di Dio su questioni che lo toccano da vicino (questioni spesso avocate a sé dal solo Consiglio presbiterale, che del resto, alla luce degli stessi testi conciliari, sembra avere riconosciuto un ruolo di sostanziale preminenza, benché in sé meno rappresentativo del consiglio pastorale). Anche in sede zonale (o vicariale, o decanale) questi organismi di partecipazione appaiono scarsamente presenti e funzionanti, ed altrettanto avviene in ambito parrocchiale. Non si tratta di trasferire meccanicamente nella comunità cristiana lo stile degli organismi partecipativi della società civile (essi pure del resto assoggettati a diffusi fenomeni di logoramento) ma di distinguere saggiamente il momento della decisione, che rimane di competenza di chi nella Chiesa ha autorità, dal momento della preparazione della decisione, che non può avvenire prescindendo dalla rilevazione delle attese, delle esigenze, del sentire stesso del “popolo di Dio” nella sua interezza. Ciò che è dunque in discussione non è il principio dell’autorità della Chiesa ma la forma concreta del suo esercizio; e sotto questo aspetto sembra potersi affermare che soltanto in parte le indicazioni del Vaticano II, e soprattutto il suo spirito, sono transitati nella concretezza dell’agire ecclesiale. ECUMENISMO DI BASE Quanto al movimento ecumenico, il decreto su l’ecumenismo, Unitatis redintegratio sottolinea con forza che i”fedeli cattolici” devono essere parte attiva nell’impegno per la realizzazione dell’unità fra le chiese, sia attraverso la pre- ghiera e il dialogo fraterno, sia contribuendo a rinnovare dall’interno la comunità cristiana «affinché la sua vita renda una testimonianza più fedele e più chiara della dottrina e delle istituzioni tramandate da Cristo per mezzo degli apostoli» (n. 4). Viene qui indicata la linea di quello che è stato definito un ecumenismo di base”, alla cui realizzazione il laicato cattolico è chiamato a dare un importantissimo contributo, soprattutto sul piano della vita quotidiana, della reciproca comprensione, del dialogo fraterno. Sembra invece di potere affermare che è spesso prevalso un ecumenismo di vertice”, fatto di incontri fra i responsabili delle Chiese o, al più, di colloqui e di seminari fra teologi ed esperti; interventi, gli uni e gli altri, che hanno dato buoni frutti ma hanno pure rivelato taluni limiti, come attestano le difficoltà incontrate sul cammino del dialogo ecumenico. LAICI ED EVANGELIZZAZIONE Il ruolo dei laici cristiani nel processo di realizzazione dell’unità fra tutti i credenti in Cristo -rimuovendo gli ostacoli alla stessa evangelizzazione derivanti proprio dallo spettacolo di queste persistenti divisioni- è stato nel quarantennio post-conciliare limitato, per non dire marginale. L’avvio di una nuova fase del movimento ecumenico non potrà che prendere le mosse da questa rinnovata coscienza laicale, a partire da una formazione al senso profondo dell’ecumenismo come passaggio obbligato sulla via della nuova evangelizzazione. Si pone infine il problema di una più attiva e responsabile partecipazione del laicato cattolico alla missione evangelizzatrice della Chiesa. «I laici possono e devono esercitare una preziosa azione per l’evangelizzazione del mondo», afferma in un passo fondamentale la Lumen gentium (n. 35); né si può negare il fatto che, proprio sull’onda del rinnovamento conciliare, con il Vaticano II è finita la stagione di un’evangelizzazione affidata essenzialmente a presbiteri e religiosi e si è avviata una nuova fase della sua missione, fondata sul diretto ed attivo coinvolgimento anche dei laici. Non vi è oggi impegno missionario - tanto nei paesi di antica tradizione cristiana quanto nelle aree solo di recente raggiunte dal messaggio evangelico - che non passi attraverso il laicato cattolico. Questo impegno rimane tuttavia - dopo il Concilio e no- Vita La nostante il Concilio - limitato ad una componente relativamente piccola, e certamente minoritaria del “popolo di Dio”, e non solo nell’area dei “cristiani marginali”, di coloro che vivono in qualche modo alla periferia della Chiesa, e solo saltuariamente si incontrano con essa in celebrazioni sacramentali o liturgiche che rimangono sostanzialmente alla periferia della loro esistenza. Gran parte di coloro che partecipano attivamente alla vita della Chiesa non si sentono ancora, in prima persona, diretti responsabili di una missione di annuncio che è di tutti i cristiani e che non può essere delegata soltanto agli “specialisti”, e cioè a coloro che hanno nella comunità uno specifico ruolo istituzionale. Che tutto il -”popolo di Dio” sia essenzialmente e strutturalmente missionario è una grande intuizione di fondo che attraversa tutto il dettato conciliare sino all’affresco conclusivo della Ad Gentes, ma non è una diffusa e consapevole presa di coscienza di tutto il laicato cristiano: constatazione tanto più preoccupante ove si pensi che i “luoghi” tradizionali dell’annunzio della fede - primo fra tutti la parrocchia - sono largamente disertati e che mancano spesso coloro che sappiano annunziare il vangelo nei “nuovi luoghi” della società tecnologica, come hanno fatto, in un diverso contesto, i primi cristiani, membri consapevoli di una Chiesa tutta orientata all’annuncio ed alla testimonianza. Alla luce di queste essenziali riflessioni si può serenamente affermare che, a quarant’anni di distanza dalla sua conclusione, il Concilio Vaticano II sta ancora dinanzi a noi, come una sorta di grande Cattedrale, come quelle medievali, di cui sono state poste le fondamenta ed elevati i muri, ma è ancora in gran parte da costruire e che richiederà l’impegno di più generazioni cristiane. Segnalare i traguardi, raggiunti, ma anche i problemi aperti, è impegno e responsabilità di ogni credente che ami sinceramente la Chiesa. Come ha scritto Antonio Rosmini proprio in apertura delle Cinque piaghe, «il meditare sui mali della Chiesa anche a un laico non potea essere riprovevole, ove a ciò fare sia mosso dal vivo zelo del bene di essa, e della gloria di Dio». Il grande tema patristico, e conciliare, della Ecclesia semper reformanda, non può essere eluso in sede di primo e provvisorio bilancio del Vaticano II. Il misterioso invito rivolto dal Crocifisso a Francesco d’Assisi -Ripara la mia Chiesa!- vale anche per noi, è rivolto anche ai laici che si sentono Chiesa e che vogliono che il suo volto, soprattutto il suo volto post-conciliare, appaia «senza macchia e senza ruga». Pistoia Sette N. 36 18 Ottobre 2009 IN SEMNINARIO Al via la scuola di teologia 2009-2010 L a Conferenza Episcopale Italiana nel documento La formazione teologica nella Chiesa particolare afferma: «Le scuole di formazione teologica nascono invece con lo scopo di introdurre al sapere teologico e offrono a questo scopo una formazione di base. Per questo è auspicabile una loro sempre più larga diffusione. E’ al loro interno, infatti, che sarà possibile attuare un certo reclutamento di forze, che promuova nelle comunità cristiane il pensare cristiano e non solo l’agire. La ricchezza di ministeri della Parola dipende anche da un attento discernimento delle capacità che si possono manifestare dentro le scuole teologiche di base. Ogni cristiano deve essere aiutato a scoprire la propria vocazione e a realizzarla, in modo che la spiritualità e l’apostolato in ogni chiesa locale maturino col contributo attivo ma specifico di ciascuno. Non si tratta, quindi, di favorire una formazione generica minimale, per consacrare un livello piuttosto basso di capacità teologica, o peggio ancora per nascondere carenze e avvalorare illusioni. Si tratta di educare alla serietà del sacrificio richiesto dal “pensare cristiano”, dove ragione e fede si intrecciano, pur senza confondersi, e si stimolano a vicenda a crescere. In questa prospettiva, fine primario delle scuole di formazione teologica è aiutare i credenti a far propri gli strumenti e i metodi necessari per esplicare, ad un livello sia pure iniziale e globale, la funzione teologica propria di ogni membro della chiesa. Al tempo stesso esse forniscono l’acquisizione di un linguaggio e di una prospettiva che rendano più agevole sia l’ascolto della Parola, scritta e tramandata, sia il dialogo con il mondo». L’avvio ufficiale dei lavori della Scuola per il nuovo anno avrà luogo martedì 20 ottobre 2009, alle ore 20.45, nei locali del Seminario di via Puccini: Prolusione 50 anni dalla morte di don Mazzolari: una voce evangelica nella Chiesa del Novecento, Prof.ssa Mariangela MARAVIGLIA CALENDARIO DELLE LEZIONI DEL I ANNO Martedì dalle ore 20,45 alle ore 22,15 TEOLOGIA FONDAMENTALE Mons. G. Frosini (ottobre 27/novembre 3-10) STORIA DELLA CHIESA/1 Prof.ssa M. Maraviglia (novembre 17-24/dicembre 1-15) INTRODUZIONE ALLA MORALE Don R. Breschi (gennaio 12-19-26/febbraio 2) INTRODUZIONE ALLA S. SCRITTURA Padre D. Aucone (febbraio 9-16-23/marzo 2) INTRODUZIONE ALLA LITURGIA Don L. Carlesi (marzo 9-16-23/aprile 6) L’UOMO NELLA CULTURA CONTEMPORANEA Don I. Marcantelli (aprile 13-20-27) CRISTOLOGIA Mons. G. Frosini (maggio 4-11-18-25) CALENDARIO DELLE LEZIONI DEL II E III ANNO Martedì dalle ore 20,45 alle 22,15 SACRA SCRITTURA: Il Vangelo di Matteo Padre D. Aucone (ottobre 27/novembre 3-10) CRISTO RIVELATORE DI DIO Mons. G. Frosini (novembre 17-24/dicembre 1) LITURGIA: Preghiera liturgica Don L. Carlesi (dicembre 15/gennaio 12-19) SACRA SCRITTURA: Geremia Prof. S. Bindi (gennaio 26/febbraio 2-9-16) MORALE DELLA VITA FISICA Don W. Lazzarini (febbraio 23/marzo 2-9) ECCLESIOLOGIA Mons. G. Frosini (marzo 16-23/aprile 6) STORIA DELLA CHIESA/2 Prof. M. Maraviglia (aprile 13-20-27/maggio 4) PATROLOGIA Don I. Marcantelli (maggio 11-18-25) CALENDARIO DEL CORSO SPECIALE IV ANNO “La Chiesa inizio e serva del Regno” Lunedì dalle ore 20,45 alle ore 22,15 INTRODUZIONE AL CORSO Mons. G. Frosini (novembre 16) IL REGNO DI DIO NELLA BIBBIA Prof. S. Bindi (novembre 23-30/dicembre 7-14) IL MILLENARISMO BIBLICO E POST-BIBLICO Prof. G. Ibba (gennaio 11-18) IL REGNO DI DIO NEI PADRI DELLA CHIESA Prof. A. Vaccaro (gennaio 25/febbraio 1-8) IL REGNO DI DIO IN GIOACCHINO DA FIORE E NELLA SUA POSTERITÀ Prof.ssa E. Natali (febbraio 15-22/marzo 1-8) IL REGNO DIO IN ALCUNE FIGURE DEL CRISTIANESIMO Prof.ssa M. Maraviglia (marzo 15-22-29) DI CONTEMPORANEO CONCLUSIONE SISTEMATICA Mons. G. Frosini (aprile 12-19-26) 8 comunità ecclesiale n. 36 18 Ottobre 2009 Vita La Badia a Pacciana Le Piastre Leonardo Restaurato il campanile di Sant’Ilario Aiutiamo L Il presidente del- la Pro Loco del paese, Giancarlo Corsini, fa il punto su un importante e difficile restauro effettuato alla cupola del campanile di Sant’Ilario di Poitiers. La chiesa fu elevata a parrocchia nel 1785, ebbe come patrono Sant’Ilario,vescovo del quarto secolo, il quale cercò a lungo nella filosofia la via della verità. Il lavoro, spiega Corsini, si è reso necessario perché la copertura era stata danneggiata da pioggia, vento e neve tanto che in un’occasione sono dovuti intervenire i vigili del fuoco per evitare irreparabili guai. I componenti del consiglio pastorale si sono attivati, coadiuvati dalla Curia di Pistoia, hanno in modo tempestivo effettuato l’opera. Tre eonardo Pagli è un ragazzo di 23 anni affetto da un tumore degenerativo. Deve sottoporsi a un intervento chirurgico in Giappone. Per questo motivo la comunità di Badia a Pacciana ha organizzato un pranzo di solidarietà, per sostenerlo nel suo viaggio di speranza, presso i locali della parrocchia, domenica 25 ottobre alle 12,30. Il menu del pranzo sarà il classico toscano con una quota di euro 18,00. Per prenotazioni, entro mercoledì 21 ottobre, chiamare i numeri 328.8371400 o 335.7894165. Per donazioni libere rivolgersi al parroco don Isaac. Esiste anche un conto di solidarietà con il seguente Iban: IT73D06260704501 00000000022 alla Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia. sono le ditte di Prato che hanno effettuato il difficile lavoro per togliere il pericolo che incombeva sulle case vicine. Sono Isolcoperture, Edil 97 e Michelangelo che ha fornito un mastodontico elevatore per l’opera svolta a molti metri di altezza. Il costo del lavoro è stato di 12mila euro. Il presidente Pro Loco conclude dicendo: “Ora abitanti e consiglio pastorale possono ritenersi soddisfatti, ed in merito ringraziano la Curia di Pistoia e la Cattolica Assicurazioni che hanno permesso il necessario intervento. È stato consolidato il marcapiano ed i cornicioni con prodotti idonei per il clima montano; ha curato l’assistenza dei lavori Marco Mucci. Giorgio Ducceschi Associazione Pozzo di Giacobbe Ridere fa bene: 1268 euro devoluti al “pozzo” G Pastorale con la famiglia della diocesi di Pistoia E’ toscano il nuovo direttore dell’Ufficio nazionale L’ultimo Consiglio episcopale permanente della Cei, nella riunione di venerdì 25 settembre, ha nominato direttore dell’ufficio nazionale per la pastorale della famiglia don Paolo Gentili, attualmente direttore dell’ufficio di pastorale familiare della diocesi di Grosseto. È un giovane sacerdote molto conosciuto nell’ambito della pastorale familiare, ha partecipato a numerosi convegni nazionali e ha contribuito direttamente ai due eventi svoltisi presso la struttura La Principina di Grosseto. Chi era presente, sicuramente ricorderà quel giovane sacerdote che, un po’ titubante, a nome di tutti i presenti e della intera Chiesa italiana, ricevette nelle sue mani il nuovo testo del rito del matrimonio in occasione della presentazione ufficiale ad ottobre 2004 presso La Principina di Grosseto. Don Paolo ha 43 anni ed è stato ordinato sacerdote nel 1995 da monsignor Angelo Scola, vescovo di Grosseto. Dal 1999 è parroco dell’Immacolata concezione di Roselle, l’antica Cattedrale della diocesi, e dal 2002 direttore dell’ufficio di pastorale familiare della diocesi di Grosseto. Dal 2003 collabora con il Sacro convento di Assisi per la formazione dei fidanzati delle parrocchie in Italia, legate all’ordine dei frati minori conventuali e nel 2006 gli viene affidato anche l’ufficio diocesano per il diaconato permanente e i ministeri laicali. La diocesi di Pistoia ed in particolare l’ufficio diocesano per la pastorale con la famiglia ringrazia il Signore di questa nuova tappa della pastorale familiare in Italia, in continuità con i precedenti direttori, augurandosi che don Paolo possa portare ulteriore entusiasmo nelle famiglie che mettono il loro specifico carisma a servizio delle comunità per la edificazione del popolo di Dio. Ci auguriamo che don Paolo non sia un “nuovo direttore”, inteso come portatore di grandi novità, ma che sia capace di continuare l’opera già iniziata e sviluppata dai suoi predecessori. In conseguenza di tutto ciò cessa, dopo sette anni, nel suo incarico di direttore dell’ufficio nazionale per la pastorale della famiglia don Sergio Nicolli, che inizierà un nuovo servizio il 29 novembre prossimo, prima domenica di avvento, nella sua diocesi di Trento in qualità di parroco nelle parrocchie di san Marco e della sacra famiglia in Rovereto e di direttore dell’ufficio famiglia diocesano. Don Sergio è stato in questi sette anni un grande animatore ed un sicuro punto di riferimento per la oastorale familiare in Italia e dobbiamo ringraziare il Signore per i tanti segni che lo spirito, per mezzo di don Sergio, ha suscitato nella Chiesa per arricchire il sacramento degli sposi: una ricchezza che rende la Chiesa sempre più capace di comprendere e di fare proprie le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi. Invitiamo tutte le famiglie ad accompagnare con la preghiera don Paolo e don Sergio in questa nuova “avventura”, perché il Signore li aiuti a vivere con gioia e con coraggio il loro nuovo ministero. Un abbraccio fraterno ad ambedue e che il Signore li accompagni sempre. Paola e Piero Pierattini rande successo per la commedia “Missione da i’ Paradiso”, commedia brillante in vernacolo, presentata dalla Compagnia del Capocomico martedì 6 ottobre al Teatro Nazionale di Quarrata, che per l’occasione ha visto la presenza di 180 spettatori, entusiasti della rappresentazione. Il “Pozzo di Giacobbe” ringrazia gli attori e tutti i partecipanti che hanno permesso di devolvere al Progetto “Integra”, realizzato dall’Associazione con l’obiettivo dell’inserimento lavorativo di donne italiane e straniere in difficoltà, ben 1.268 euro. INFO: www.pozzodigiacobbe-onlus.com, pozzodi [email protected]. Alessio Frangioni Agliana Festa di San Michele A conclusione dei recenti festeggiamenti patronali di San Michele Agliana l’associazione Vacchereccia esprime la sua soddisfazione per la splendida riuscita delle nove serate. “Tutto questo – affermano gli organizzatori – è stato possibile grazie, innanzitutto, al patrocinio del Comune di Agliana e in particolare alla collaborazione con il circolo Scintilla e con il gruppo giovani di San Michele. Un ringraziamento molto sentito va anche al cuoco Davide Gorgeri e ai suoi collaboratori Antonio Magi e Vanni Marrassini che hanno permesso, con il loro impegno, di servire ben 800 porzioni di pecora in occasione della tradizionale sagra”. Il gruppo giovani e la Vacchereccia esprimono anche la loro riconoscenza verso don Rodolfo Vettori che da alcuni anni sta svolgendo un importante ruolo di coesione e di stimolo per tutta la comunità di San Michele. Gli organizzatori ci tengono, infine, a ringraziare la popolazione e gli sponsor che hanno contribuito all’ottima riuscita della festa patronale. M. B. Dall’Afghanistan Lettera di ringraziamento per il Moica “L e scrivo dall ‘Afghanistan per trasmetterLe i più vivi e sentiti ringraziamenti che mi sono pervenuti dalle autorità locali e da tutta la popolazione del distretto del Murghab (sito nella regione di Herat) per le donazioni di medicinali che grazie alla generosità del vostro spettabile Movimento e della Farmacia Nannucci di Pistoia che ha aggiunto 1000 euro di medicinali e ha confezionato il tutto per il lungo viaggio nei container, è stato possibile effettuare. Il materiale è stato utilizzato nel corso delle numerose visite mediche che le pattuglie del 183° reggimento Paracadutisti Nembo” (di Pistoia) hanno effettuato nelle aree più impervie, per dare un sostegno tangibile della volontà di operare a favore della popolazione di questo martoriato paese”. Il 183° reggimento Paracadutisti “Nembo” è orgoglioso di essere stato il tramite della generosità del Moica e della Farmacia Nannucci di Pistoia. corso gramsci, 159/b - cell. 338.5308048 - pistoia aperto pranzo e cena Vita La S e la chiesa è il luogo di convergenza della comunità cristiana, lo specchio di coloro che vi si radunano, una chiesa bella riverbera una bella comunità che medita il suo passato e guarda con speranza al futuro che l’attende. Bella è la chiesa fatta di pietre se viva è quella formata dalle persone. E la comunità ha voluto esprimere questa bellezza anche col restauro della parte presbiterale della sua propositura. Un impegno importante verso un edificio che generazioni di montalesi, con la pietà e l’arte, hanno consacrato e reso prezioso e suggestivo. Un’esperienza antica che sempre si rinnova. Come fra braccia materne, al suo interno si vivono i momenti più significativi L a chiesa di San Giovanni Evangelista di Montale è di antica origine. Per la prima volta la troviamo nominata nel 957 come plebs S. Iohannis in Villiano e nuovamente nel 998 tra le pievi dipendenti dal vescovo di Pistoia. Nel corso degli anni la chiesa andò incontro a trasformazioni e vari rifacimenti. Di una fase risalente ad epoca medievale restano oggi come testimonianza parti dell’antica abside (sotto l’attuale pavimento dietro l’altare maggiore) e porzioni di paramenti murari visibili in particolare nella parete sud e nell’area della sagrestia. Il secolo XIX vide la chiesa interessata da un progetto organico che interessò complessivamente sia gli aspetti strutturali che gli apparati pittorici e decorativi. Gli interventi, che diedero all’edificio l’aspetto che ancora oggi possiamo ammirare, furono realizzati tra il 1806 e il 1807. I lavori interessarono in particolare la zona presbiteriale, che fu dotata di due cupolette, una più ampia sopra l’altare maggiore sorretta da quattro colonne, l’altra più piccola nella zona retrostante del coro. I lavori furono seguiti dall’architetto fiorentino Marco Moretti. Di particolare rilievo per quanto riguarda l’apparato pittorico fu l’intervento di due degli artisti più famosi dell’epoca a Firenze, Luigi Sabatelli e Pietro Benvenuti. Luigi Sabatelli dipinse le due cupolette della zona presbiteriale, la principale con la Visione di San Giovanni a Patmos, l’altra con due Angioletti che giocano. A Pietro Benvenuti si deve invece la bella tela raffigurante La Samaritana al pozzo che fu commissionata dal senatore A CURA DELLA PARROCCHIA DI MONTALE 18 Ottobre 2009 comunità ecclesiale n. 36 SAN GIOVANNI EVANGELISTA A MONTALE Il restauro del presbiterio e solenni della vita: qui si riunisce il popolo di Dio per l’ascolto della Parola che salva, per pregare insieme e insieme nutrirsi del Pane che edifica la Chiesa. Il tempo ha segnato del suo passaggio anche le pitture e i decori più importanti ed era giunto il momento di porre mano ad alcuni restauri. Dopo l’ipotesi iniziale di intervento alla sola cupola, si è deciso di ampliare il progetto all’intera area presbiterale. Un’iniziativa apprezzata dal consenso della Soprintendenza, dai contributi della Fondazione della Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e del Lions Club di Pistoia Fuorcivitas. Grazie al lavoro abile e paziente di Giuseppe e Massimo Gavazzi, vengono restituite alla comunità che in modalità diverse e generosamente ha contribuito. Ora possiamo nitidamente intravedere la stessa visione di san Giovanni a Patmos: la santa Gerusalemme che è nostra madre, la città di Dio, geometricamente perfetta, che scende dal cielo “bella come una sposa adorna per il suo sposo”. La città bella modello per una comunità sempre più bella. È l’augurio per Montale e per i montalesi. Paolo Firindelli Proposto di Montale Un po’ di storia Covoni e data in uso alla chiesa per uno dei nuovi altari. Le restanti pitture murali, a monocromo, furono realizzate da Domenico Potestà e rappresentano due Angeli in volo nel grande arco sopra l’altare maggiore, sette coppie di Putti alati che sostengono vasi sulle sovrapporte e San Giovanni Battista tra le figure allegoriche della Fede e della Speranza nel Battistero. Nel giro di poco più di un anno, tra il 1806 e il 1807, San Giovanni di Montale fu totalmente rinnovata, trasformandosi in una delle chiese 9 della diocesi pistoiese più ricca e aggiornata secondo i canoni della cultura neoclassica allora di moda. La chiesa fu solennemente inaugurata alla presenza del vescovo Francesco Toli e di numerose autorità il 27 dicembre 1807. GLI AFFRESCHI DELLA CUPOLA DI LUIGI SABATELLI Uno dei documenti figurativi più interessanti presenti nella chiesa di Montale è rappresentato dalle pitture murali dell’area presbiteriale, realizza- te tra il 1807 e il 1808 dal pittore Luigi Sabatelli. I dipinti, pur rientrando nell’ambito della sua produzione giovanile, risalgono ad un’epoca in cui era già maestro riconosciuto, additato insieme a Pietro Benvenuti come rinnovatore dell’arte in Toscana. A Montale, come abbiamo già detto, realizza la Prima Visione di San Giovanni Evangelista a Patmos nella cupola sopra l’altare maggiore e due Angioletti nella cupoletta retrostante del coro. Della Visione di San Giovanni resta uno schizzo preparatorio presso il Gabinetto Disegni e Stampe della Galleria degli Uffizi, che per velocità di segno e sintesi costruttiva ci fa ben comprendere le notevoli capacità disegnative dell’artista. Per leggere la scena raffigurata e comprenderne il significato possiamo seguire la descrizione che ne dà il proposto Vincenzo Bertini in una lettera del 1807 al Vescovo Francesco Toli, in cui si scusa, a lavori già avanzati, per non averlo informato tempestivamente del programma iconografico previsto per la chiesa. Bertini spiega che, poiché il nuovo altare maggiore non permetteva la sistemazione di un dipinto dedicato al Santo titolare, si era deciso di rappresentare San Giovanni nella cupola. Era stato chiamato perciò Luigi Sabatelli che, “a buon prezzo”, vi aveva dipinto la Prima Visione di San Giovanni nell’Apocalisse. La scena raffigura il Battista che “si sente chiamare da voce terribile che l’ordina di scrivere quello che vede. Si volge il Santo Apostolo per vedere chi sia quelli che lo chiama e vede in mezzo a sette grandi candelabri d’oro uno simile al Figlio dell’uomo vestito di veste talare, cinto al petto di fascia d’oro, col capo e capelli bianchi come neve, con gli occhi scintillanti come fiamma, che tiene nella mano destra sette stelle; dalla di lui bocca esce una spada tagliente e la sua faccia è risplendente come il sole. Il pittore è stato scrupolosamente attaccato alla lettera della Scrittura ed ha rappresentato l’Angelo, o lo stesso Gesù Cristo nella descritta situazione, vi ha dipinto il Santo Battista in quel primo atto di somma sorpresa che in esso cagionar dovea una veduta sì straordinaria. L’angelo, però senza ali, è barbato per esprimere più al vivo l’immagine del Salvatore essendovi questione tra gli autori se fosse veramente il medesimo Gesù Cristo o un angelo che lo rappresentasse. Ai piedi dell’Apostolo sta un rotolo antico e l’aquila rampante sopra d’un masso”. Il tema apocalittico è ulteriormente puntualizzato nei quattro peducci della cupola con raffigurazioni a chiaroscuro, in cui sono rappresentati simboli tratti dall’Apocalisse. Sono sempre di Luigi Sabatelli i due Putti che giocano con delle palme della cupoletta del coro che mostrano, in contrasto con la grandiosità austera dell’affresco principale, una piacevolezza, anch’essa non priva di potenza, legata al tema infantile. Maria Cristina Masdea (Sintesi da “La chiesa di san Giovanni Evangelista” in “Il presbiterio della chiesa di san Giovanni Evangelista a Montale”) Inaugurazione dei restauri Resi possibili dai contributi della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e del Lions Club Pistoia Fuorcivitas, i restauri saranno inaugurati sabato 17 ottobre 2009 alle ore 15,30 Saluti e interventi di: Paolo Firindelli, proposto di Montale David Scatragli, sindaco di Montale Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia Ivano Paci, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia Cataldo Lo Iacono, presidente del Lions Club Pistoia Fuorcivitas Maria Cristina Masdea, Soprintendenza per i beni storici artistici ed etnoantropologici Massimo Gavazzi, restauratore della Arc di Pistoia. Al termine, distribuzione dell’opuscolo illustrativo del restauro e buffet. Un ricordo I l restauro del presbiterio riporta alla memoria don Sergio Domeniconi, che in questa chiesa ha esercitato il suo ministero. In questi giorni si ricorda l’anniversario della sua ordinazione presbiterale. La parrocchia lo ricorda con affetto e commozione. 10 comunità e territorio È intitolata a Ippolito Desideri e riunisce in un’unica sede tutti i corsi di laurea presenti in città di Patrizio Ceccarelli N uovo nome, nuove aule, e nuova sede per l’Uniser, il polo universitario pistoiese dell’Università degli Studi di Firenze intitolato a Ippolito Desideri, che riunisce finalmente in un’unica sede, in via Pertini, tutti i corsi di laurea presenti a Pistoia. Venerdì 9 ottobre la sede così rinnovata ed ampliata è stata presentata dai soci del Polo Uniser (Comune di Pistoia, Provincia e Camera di Commercio di Pistoia, Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia) alla città, alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni e degli studenti (nella foto l’intervento del vescovo, mons. Mansueto Bianchi). L’intervento di ampliamento, che porta la superficie della sede pistoiese a circa 2000 metri quadri, U n bando speciale per finanziare i piccoli borghi. E’ questo, in sintesi, quello che sta cercando di fare il Comune di Pistoia per aiutare tutti quei commercianti che desiderano creare i cosiddetti empori polifunzionali ossia una rivisitazione delle vecchie botteghe vicino casa dove possiamo trovarci un po’ di tutto. “Il nostro obiettivo – ha detto Barbara Lucchesi assessore comunale alle attività produttive, è quello di rilanciare il piccolo commercio dai rischi di una scomparsa totale dai borghi collinari e dalla montagna pistoiese. I piccoli negozi, infatti, sono stati per anni punti di riferimento essenziale e di ritrovo per i cittadini di quei luoghi mentre ora devono anche offrire stimoli alle nuove famiglie se vogliamo che avvenga il ripopolamento della montagna n. 36 Inaugurata la nuova sede risulta l’unico realizzato in questi anni nel territorio di competenza dell’Università di Firenze. La ristrutturazione ha permesso l’inclusione dei tre corsi triennali della Facoltà di medicina (infermieristica, ostetricia e fisioterapia) finora dislocati alle Ville Sbertoli. È stata inoltre realizzata l’aula informatica ed ampliata l’aula magna già esistente. Tutte le nuove aule, come quelle già esistenti, sono state intitolate a personalità pistoiesi che in un passato più o meno lontano hanno fatto onore alla città. Da Antimo e Bandinella, fondatori dell’Ospedale del Ceppo nel secolo XIII, a Filippo Pacini, biologo, da don Orazio Ceccarelli, promotore all’inizio del ‘900 delle Casse rurali a Pistoia, a Mario Romagnoli, primario radiologo e Dino Scalabrino, medico termale. Infine l’aula informatica è stata dedicata all’ingegnere Carlo Chiti che progettò la Ferrari vincitrice del Gp di Formula 1 del 1958 e 1961. Vale inoltre la pena di ricordare che il polo universitario decentrato di Pistoia, al quale nell’anno accademico 2008- Attività produttive Creazione di empori pulifunzionali e dei borghi collinari.” Per aprire un emporio funzionale sono sia di natura commerciale che sociale. Per quanto riguarda il primo aspetto l’operatore dovrà attivare almeno tre tipi di servizi scegliendo tra la vendita di prodotti alimentari o prodotti tipici del territorio, bar ristorante, apertura di un punto tabacchi e valori bollati oltre a vendita di giornali e riviste. L’aspetto sociale che allo stesso tempo rivestono anche un interesse pubblico dovranno invece essere quattro e sono scelte in base ad un elenco fornito nel bando come internet point, servizi di biglietteria per trasporto pubblico, punto di informazione turistica oltre a servizi di ambulatorio medico e di riscossione tariffe. Inoltre chi otterrà i requisiti per aprire un emporio polifunzionale potrà ottenere un finanziamento fino al 30% per l’acquisto di attrezzature fino ad un importo massimo di 5.000 euro e la riduzione della Tia del 50% rispetto alla tariffa originaria. “Le attività che hanno già tutti i requisiti di esercizio polifunzionale – riprende l’assessore Lucchesi – avranno la possibilità di entrare a far parte del sistema degli empori; per avere la qualifica le imprese dovranno, tra 2009 sono risultati iscritti 2000 studenti, offre corsi di laurea tutti esclusivi, eccetto quelli di medicina, cioè corsi di laurea che l’Università di Firenze svolge solo a Pistoia. Gli studenti provengono non solo dalla provincia di Pistoia, ma da tutta la regione ed in parte dal resto dell’Italia e dall’estero. Al Corso di laurea di Scienze turistiche, ad esempio, al quale sono iscritti 542 studenti, il 60% proviene da fuori provincia ed in parte dall’estero. Alla cerimonia inaugurale hanno preso parte tra gli altri, il prefetto Antonio Recchioni, il vescovo monsignor Mansueto Bianchi, la presidente della Provincia Federica Fratoni, il sindaco Renzo Berti, il presidente della Fondazione Caript Ivano Paci, il direttore generale dell’Asl 3 Alessandro Scarafuggi e il direttore sanitario Chiara Gherardeschi, rappresentanti della Camera di commercio e delle associazioni di categoria. gli altri requisiti, garantire un orario di apertura il più ampio possibile, oltre a più attività sia di carattere commerciale che di utilità per la popolazione e ciò consentirà alle botteghe di far parte di un unico circuito e di godere pertanto di una maggiore visibilità.” Tutte le informazioni sul bando si potranno trovare sul sito www.comune.pistoia.it alla voce “bandi di gara e concorsi”; anche i moduli per la presentazione delle domande si potranno scaricare da internet sempre allo stesso indirizzo oppure direttamente dai siti www. confcommercio.pistoia.it, www. confesercenti.pistoia.it. INFO: 0573/371918 oppure 335/7006775 dal lunedì a venerdì dalle 9 alle 13 e martedì e giovedì anche dalle 15 alle 18. Edoardo Baroncelli Risposta a Daniela Simionato sui morti sul lavoro D Vita La UNIVERSITÀ RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO aniela Simionato, ha scritto su LA VITA del 4 ottobre di morti sul lavoro, richiamando ad una maggiore vigilanza dei sindacati e degli organi preposti senza riuscire a citare una volta le imprese e la loro responsabilità. In queste ore, le cronache locali narrano di pesanti condanne inflitte ad un imprenditore per la morte di un giovane 18 Ottobre 2009 lavoratore immigrato, per le gravi violazioni delle norme di sicurezza, quindi…..(?) Per la cronaca: 1) nelle piccole imprese la legge non consente l’istituzione del delegato alla sicurezza di cui alla ex L. 236; 2) nelle piccole imprese, non si applica lo statuto dei diritti dei lavoratori; 3) Il Ministro Sacconi ed il Governo Berlusconi sono intervenuti in questo scorcio di legislatura, riducendo le risorse per nuovi ispettori e depenalizzando alcuni reati per le inadempienze delle imprese in materia. Questi sono i fatti…… Poi si può discutere di tutto: nuova cultura della sicurezza, meno burocratismo, ma i fatti dimostrano che tutta la recente legislazione lavoristica, compresa quella sui migranti (7 degli ultimi 10 morti a Pistoia erano immigrati giovanissimi, in più di un caso lavoratori al nero) ha un’impronta politicamente chiara e i risultati, purtroppo, si vedono anche in materia di sicurezza. La crisi economica, non può che aggravare i risultati. Daniele Quiriconi Politica Braccesi spiega le sue dimissioni di Patrizio Ceccarelli S ono ancora al centro della discussione politica le dimissioni del vicesindaco del Comune di Pistoia, Tommaso Braccesi, che per lealtà verso il sindaco e l’amministrazione di cui ha fatto parte fino a pochi giorni fa, si è imposto di non rilasciare dichiarazioni. Di seguito pubblichiamo il testo della lettera di dimissioni che Braccesi ha inviato al sindaco Berti lo scorso 18 settembre. Caro Renzo, partecipare alla giunta della città di Pistoia, oltre che essere un onore, è stata un’esperienza straordinaria e unica. In questi ultimi anni ho avuto modo di lavorare alla realizzazione di un progetto - e di un sogno - per il quale ho accettato, volentieri, di mettermi in gioco. Mi sono dedicato alla città con tutte le mie forze, con entusiasmo e passione, a tempo pieno, mettendo in secondo piano lavoro e famiglia. Ho cercato di interpretare il ruolo con spirito di servizio e serietà, ma allo stesso tempo con lealtà nei tuoi confronti. Essere vicesindaco, a mio avviso, vuole dire anche instaurare con il sindaco un rapporto privilegiato fatto di dialogo, collaborazione, confidenza e reciproca fiducia: un rapporto che in questi anni abbiamo provato a costruire, in alcuni momenti con rinnovato entusiasmo, a volte con successo, ma che obiettivamente negli ultimi tempi si è raffreddato e progressivamente incrinato. Inoltre, adesso che ho la delega al bilancio, si aggiunge una netta divergenza sulla proposta di contenimento della spesa della manovra di riequilibrio 2009 e anche sull’allegato piano triennale per il ripristino strutturale degli equilibri di bilancio dove propongo una maggiore attenzione al piano dei risparmi, la “simbolica” riduzione delle indennità degli amministratori, la progressiva e decisa diminuzione dell’indebitamento del Comune. Oggi, con grande dispiacere, prendo atto di queste difficoltà che non mi consentono di svolgere con adeguata serenità e determinazione il mio ruolo. Ti ringrazio per avermi dato l’opportunità di servire la città di Pistoia, spero di non averti deluso e soprattutto di non aver deluso i cittadini pistoiesi ma, poiché ritengo che nessuno sia indispensabile e che le sorti del governo della città siano più importanti di quelle personali, sono a rassegnare le mie dimissioni. Sono certo che saprai sostituirmi con persona molto più capace e preparata e immagino che i candidati, sicuramente, non mancheranno. Un caro saluto. Tommaso Braccesi PRESIDENZA E DIREZIONE GENERALE Largo Treviso, 3 - Pistoia - Tel. 0573.3633 - [email protected] - [email protected] SEDE PISTOIA Corso S. Fedi, 25 - Tel 0573 974011 - [email protected] FILIALI CHIAZZANO Via Pratese, 471 (PT) - Tel 0573 93591 - [email protected] PISTOIA Via F. D. Guerrazzi, 9 - Tel 0573 3633 - [email protected] MONTALE Piazza Giovanni XXIII, 1 - (PT) - Tel 0573 557313 - [email protected] MONTEMURLO Via Montales, 511 (PO) - Tel 0574 680830 - [email protected] SPAZZAVENTO Via Provinciale Lucchese, 404 (PT) - Tel 0573 570053 - [email protected] LA COLONNA Via Amendola, 21 - Pieve a Nievole (PT) - Tel 0572 954610 - [email protected] PRATO Via Mozza sul Gorone 1/3 - Tel 0574 461798 - [email protected] S. AGOSTINO Via G. Galvani 9/C-D- (PT) - Tel. 0573 935295 - [email protected] CAMPI BISENZIO Via Petrarca, 48 - Tel. 055 890196 - [email protected] BOTTEGONE Via Magellano, 9 (PT) - Tel. 0573 947126 - [email protected] Vita La 18 Ottobre 2009 L e statistiche italiane ed internazionali, il 6% della popolazione over 65 anni è affetta da demenza, in gran parte dei casi causata dalla Malattia di Alzheimer. Stimando in 60.000 persone la popolazione ultrasessantacinquenne della provincia di Pistoia, gli anziani affetti da tale patologia sono più di 3.500. La Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia è sempre stata sensibile a questa problematica e, in modo lungimirante, ha finanziato per intero fin dal 1994, tra i primi in Italia, la creazione e l’attività di un Centro Diurno per anziani disabili. Tale Centro, ubicato nei locali della Casa dell’Anziano di Monteoliveto a Pistoia e proprietà della Curia Vescovile, è stato aperto principalmente ad anziani con demenza e ad esso si è aggiunto, dal 2004, un Centro Diurno Alzheimer, sempre a Monteoliveto e sempre ampiamente sostenuto dal finanziamento della Fondazione. Proseguen- È ripartita nei giorni scorsi l’attività del laboratorio teatrale del Comune di Agliana 2009-10, guidato ancora da David Spagnesi, apprezzato drammaturgo e regista. L’attività del laboratorio inizia nel 2004 e si segnala subito come una novità di rilievo nel contesto delle iniziative in ambito teatrale della Provincia di Pistoia. Nei suoi 5 anni di vita, il laboratorio ha avuto 11 n. 36 ALZHEIMER A Pistoia un convegno nazionale sui centri diurni L’incontro, promosso dalla Fondazione Caript, si è svolto nell’aula magna del Seminario Vescovile ed è servito a fare il punto sulle ultime conoscenze della comunità scientifica di Patrizio Ceccarelli Agliana Scuola di teatro una media annuale di frequenza di alcune decine di persone che ne hanno seguito i nove mesi di attività e con una percentuale di ricambio annuale intorno al 50%. Il successo si deve ad alcuni fattori che permettono di distinguerlo da altre esperienze presenti sul territorio a partire dall’impostazione del lavoro che prescinde dalla consueta formula didattica che prevede lezioni e trasmissione di informazioni a complessità e crescente sulle tecniche teatrali di base. Nel laboratorio del Comune di Agliana si opera attraverso esercizi, giochi, sperimentazioni di tec- do il proprio impegno in questo settore di grande valenza sociale, la Fondazione ha promosso, in collaborazione con la Casa dell’Anziano di Monteoliveto, il “Convegno Nazionale Centri Diurni Alzheimer” che niche specifiche, si tende a far emergere le potenzialità espressive che ciascun individuo possiede, magari senza esserne consapevole. Solo in questo momento trova spazio la diffusione degli aspetti tecnici elementari del fare teatro, finalizzati al potenziamento e “teatralizzazione” di una performance nata dalle attività degli utenti stessi. Il laboratorio prevede un periodo di Rilanciare la montagna Turismo verde armonicamente correlato a quello bianco di Alessandro Tonarelli U na proficua sinergia attivata tra Confcommercio, Consorzio Abetone/Pistoia/Montagna Pistoiese, Provincia, Camera di commercio, Agenzia per il turismo, Comunità Montana, Cogis Banca di credito cooperativo della Montagna Pistoiese e tanti operatori turistici ha prodotto un’iniziativa interessante: il bellissimo catalogo ‘Le emozioni del verde’ che, introdotto da una citazione del compianto giornalista e scrittore Tiziano Terzani, presenta ciò che il nostro Appennino offre per quanto concerne trekking e ambientalismo, sport, borghi storici, tradizioni, gastronomia, ricettività e ‘itinerari’ in cui si articola l’Ecomuseo montano. Il bellissimo catalogo, con testo scritto da Sara Bonacchi e tradotto in inglese da Ailsa Wood per i tipi della Grande selva di San Marcello, sintetizza un lavoro che si è articolato per quasi due anni e propone in maniera semplice e ‘appetibile’ un turismo che dovrà articolarsi ogni anno da aprile a ottobre, cioè in quei tempi troppo spesso ‘morti’ che intercorrono tra una stagione sciistica e l’altra. Dopo che l’assessore provinciale alla Cultura, Chiara Innocenti, aveva evidenziato ruolo dell’Ecomuseo e proficuità del ‘fare sistema’ tra istituzioni, associazioni e operatori, i sindaci di Cutigliano e Abetone –Carluccio Ceccarelli e Giampiero Danti- hanno parlato l’uno della rilevanza rivestita dal ‘turismo ecologico’ e l’altro della necessità di conferire maggiore ‘appetibilità al territorio, potenziandone i servizi a partire da quelli viari. Il direttore dell’Apt, Franco Belluomoni, ha concluso parlando delle molte novità che vengono attivate per promuovere la ‘commercializzazione’ del territorio montano a prezzi competitivi annunciando l’imminente visita al nostro Appennino da parte della troupe televisiva della trasmissione ‘Turisti per caso’. Intanto, il 26 settembre è stato inaugurato a Popiglio il nuovo allestimento del Museo diocesano di Arte sacra che vi ha sede, il quale è stato arricchito dalla riconsegna di alcuni preziosi dipinti trecenteschi e dal collegamento riattivato tra il Museo e la Cappella Vannini, è stato considerevolmente ampliato il già ricco patrimonio della chiesa di Popiglio, intitolata a Santa Maria Assunta. si è svolto venerdì 2 e sabato 3 ottobre presso il Seminario Vescovile di Pistoia, sotto la presidenza di Giulio Masotti, professore di geriatria dell’Università di Firenze (nella foto con alcuni relatori), e del dott. Carlo Biagini, primario della U.O. Geriatria della Asl 3 di Pistoia. Quali relatori hanno partecipato i maggiori esperti della materia, provenienti da tutta Italia e dall’estero. Essi hanno presentato le esperienze più avanzate del settore presenti nel nostro Paese e le prospettive aperte dalla ricerca anche nel campo dell’assistenza ai malati di Alzheimer, dai giochi per la mente alla realtà virtuale. Nei due giorni di vivace confronto sono state discusse le caratteristiche che devono avere i Centri Diurni Alzheimer per proporre attività adatte, dall’esercizio fisico alla musicoterapia, e per accogliere gli ospiti in un ambiente che, anche dal punto di vista architettonico, sia adeguato ai deficit caratteristici della malattia. Particolarmente affascinante in questo ambito la descrizione del “giardino Alzheimer”, che ha visto tra l’altro il contributo creativo e molto apprezzato del settore vivastico pistoiese. Il messaggio finale è che i Centri Diurni devono essere non luoghi di “custodia” ma di vera e propria “cura” dei malati, in attesa che, come è stato sottolineato nella giornata di sabato, le fondate speranze su cui la ricerca farmacologica sta lavorando intensamente si concretizzino in una cura in grado di arrestare o far addirittura regredire la malattia. In questo panorama i Centri Diurni di Monteoliveto a Pistoia rappresentano un’esperienza pilota in Italia, avendo come punti di forza l’ampio giardino, la posizione nel cuore della città e la formazione continua degli operatori, in stretto contatto con l’intensa attività di didattica e di ricerca che vi si svolge all’interno, in collaborazione con la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Firenze e la sua sede distaccata di Pistoia. prova di due settimane e, a regime, un incontro settimanale dalle 21,00 alle 23,30, in serate da concordare sulla base delle esigenze degli utenti. E’ previsto un aumento della frequenza a ridosso degli spettacoli. Per gli iscritti ci saranno infatti varie possibilità di sperimentare quello che vanno scoprendo durante le serate: una performance durante la “Notte degli Artisti” del 5 gennaio 2010; uno spet- tacolo-saggio a carattere comico/brillante a conclusione del laboratorio che permetterà a tutti di confrontarsi con un piccolo ruolo, coordinarsi con i propri compagni di lavoro e verificare la propria attitudine a far parte di una macchina complessa come quella teatrale durante il Giugno Aglianese 2010. INFO: Spagnesi 3482422014. Marco Benesperi 12 economia e lavoro Lo sta progettando la Regione Toscana. Le linee guida illustrate dal prof. Morisi. Benesperi (Produttori del verde): «il vivaismo pistoiese avrà un ruolo significativo» Patrizio Ceccarelli n. 36 PAESAGGIO E SALUTE Un parco metropolitano da Firenze a Pistoia U n vasto polmone verde, grande quasi 4 mila ettari, collegherà le città di Firenze, Prato e Pistoia. Si tratta del «Parco della Piana», che la Regione Toscana sta progettando per l’area metropolitana. Il progetto è stato illustrato dal prof. Massimo Morisi, garante per la comunicazione nel governo del territorio della Regione Toscana, intervenuto a Pistoia all’iniziativa «Paesaggio e salute», promossa dall’Associazione internazionale produttori del verde «Moreno Vannucci», nell’ambito del Meeting 2009 sul florovivaismo. Il professor Morisi, insieme alla delegazione della Regione Toscana, è stato accolto al Cespevi da Renzo Benesperi, segretario generale dell’Associazione «Moreno Vannucci», da Renato Ferretti, coordinatore del Distretto e da Paolo Marzialetti, direttore del Cespevi. «L’iniziativa – ha detto Be- nesperi – è stata promossa per far sì che il florovivaismo di Pistoia possa recitare un ruolo significativo in questo grande L’addio a Roberto Del Coro Se n’è andato in silenzio, quasi progetto, sia dal punto di vista sociale che tecnico». «Un progetto molto ambizioso – ha detto Morisi -, che ha sport pistoiese PERSONAGGI per non disturbare. Roberto Del Coro (nella foto), conosciuta e apprezzata figura dello sport pistoiese, in primis dell’atletica leggera, è scomparso a 66 anni (era nato il 5 gennaio 1943), stroncato da un male incurabile. Decatleta di successo in gioventù, poi allenatore, dirigente, giornalista, scrittore e storico della regina degli sport olimpici, Del Coro, presidente del Comitato provinciale Fidal di Pistoia e del Club degli Atleti Quarrata, lascia l’adorata moglie Laura e gli amatissimi figli Cristiano, di 39 anni, e Caterina, 30enne ex valente atleta. Da agonista, portacolori della Caript Pistoia, raccolse risultati significativi (le sue specialità erano i 400 e gli 800 metri piani), da allenatore e dirigente contribuì alla nascita e allo sviluppo di molti sodalizi (Atletica Vinci, Fognano, Casalguidi e Quarrata; operò nell’Atletica Pistoia). “Era una persona perbene -ha affermato l’addetto stampa della Pistoiese, Stefano Baccelli-. Da responsabile delle pagine sportive, ho avuto il piacere di farlo scrivere per la prima volta, nel 1988 e 1989, sul settimanale ‘Settegiorni’. Gli consegnai una pagina bianca, tutta per l’atletica, e lui, con una passione senza eguali, la riempì di scritti, racconti aneddoti e analisi tecniche, e di foto”. Da lì cominciò anche le collaborazioni al quotidiano La Nazione e a Tvl Pistoia e il supporto, al sottoscritto, per gli articoli d’atletica su questo giornale. L’atletica era la sua grande passione e sino agli ultimi giorni di vita uno dei suoi pensieri principali era per i suoi atleti, per quella disciplina che tanto l’aveva entusiasmato. Sì, perché Roberto Del Coro era fondamentalmente un entusiasta dello sport e, quindi, dell’esistenza. Amava lo sport in tutte le sue sfaccettature e ragionava, sempre, da sportivo, con i valori della lealtà, della generosità, del dialogo e del rispetto verso gli altri come fedeli compagni di cammino. Residente a Bottegone, è stato salutato, con una cerimonia toccante officiata, tra gli altri, anche da don Piergiorgio Baronti, nella chiesa di San Paolo a Pistoia. Le esequie avrebbero dovuto svolgersi nella vicina cappella della Misericordia; poi, visti i tanti, tantissimi amici accorsi, testimonianza di un affetto smisurato, si sono tenute a San Paolo. Lì, una delle “sue atlete”, Silvia Tesi, l’ha ricordato con una lettera struggente, che ha commosso tutti riproponendoci il suo profilo, alto. Lì, sua figlia Caterina gli ha detto grazie, pubblicamente. Un ringraziamento che facciamo nostro e della città di Pistoia. Gianluca Barni Vita La 18 Ottobre 2009 già fatto i suoi primi passi nei rapporti con i cittadini e ne farà altri importanti nei prossimi mesi. Il parco, con i suoi beni naturali e con il suo paesaggio e i suoi beni storici, entrerà nelle aziende del vivaismo pistoiese, che è una delle realtà economiche più importanti dell’Italia centrale, non soltanto della Toscana, facendone una parte saliente della sua realtà». Il parco, come ha ribadito Morisi, metterà in connessione le principali città della piana. «Quella interessata - ha spiegato Morisi - non è un’area marginale, ma assolutamente centrale, figlia delle scelte di carattere urbanistico degli scorsi decenni, che nonostante storie molto complicate e anche molto differenziate, ha lasciato una grande infrastruttura verde, per quella grande città metropolitana toscana che si estende per l’appunto fra Prato, Campi, Sesto, Firenze, Pistoia, il sistema collinare, l’asta dell’Arno e si congiungerà certamente con le Cascine di Firenze, e avrà nelle Cascine di Tavola a Prato uno dei suoi polmoni più importanti. Quindi un vero parco metropolitano di tipo europeo, che naturalmente conterrà anche presenze infrastrutturali importanti, così come presenze importanti di carattere economico-produttivo, come il vivaismo». contropiede di Enzo Cabella A maro esordio casalingo della Carmatic Basket contro Casale Monferrato. La squadra piemontese è considerata dagli osservatori tra le più forti del girone, ma il fatto che avesse perso in casa nella giornata d’apertura del campionato aveva fatto fiorire le speranze di vittoria nell’ambiente pistoiese, tornato sì da Sassari con una sconfitta ma con la convinzione che la squadra avesse i mezzi per farsi valere. La sconfitta contro Casale è maturata con un margine di soli 2 punti (81-83), ma quel che fa pensare è il modo in cui si è materializzata. Infatti, a quattro minuti dal termine la squadra di coach Moretti era in vantaggio di 7 punti; d’accordo, nel basket, non è un margine sicuro e nemmeno i quattro minuti ancora da giocare potevano convincere i tifosi che la Carmatic avrebbe portato in porto il successo. Invece, tre bombe da 3 punti dei piemontesi hanno tagliato gambe e morale ai biancorossi pistoiesi, che hanno commesso qualche errore di troppo e soprattutto non hanno trovato la forza per organizzare una vigorosa e lucida reazione. Così, al fischio della sirena Toppo e compagni hanno dovuto arrendersi. Le cause specifiche? Anzitutto i troppi errori nei tiri liberi (8 su 20 realizzati), il crollo psicologico nel finale di fronte alla reazione degli avversari e la incapacità di gestire gli ultimi secondi quando la squadra di Moretti era sotto di soli 2 punti. Così, la Carmatic ha conosciuto la seconda sconfitta. Sabato sera avrà modo di rifarsi, sempre al Palafermi, contro l’Imola dell’ex coach Lasi. La Pistoiese ha riscattato il mezzo passo falso interno di domenica scorsa andando a vincere sul campo del Baldaccio Bruni, che di casa è ad Anghiari (Arezzo). E’ stata una faticaccia per la squadra di Di Stefano che, dopo aver giocato un buon primo tempo, è stata costretta a subire gli assalti furiosi dei padroni di casa, non riuscendo (quasi) mai a organizzare una reazione apprezzabile. I motivi: anzitutto l’aver schierato una formazione senza Banchelli e Rojas, attaccanti titolari, e aver perso per infortunio, dopo un quarto d’ora, l’unico attaccante schierato, il giovanissimo Marrani. Priva del reparto avanzato, la squadra di Di Stefano ha dovuto stringere i denti e lottare tenacemente per difendere la rete segnata su rigore da capitan Breschi. In uno dei rari contropiede la Pistoiese ha avuto l’opportunità di segnare un secondo gol, sempre su rigore, ma Breschi stavolta si è fatto parare il tiro. Tutto è bene quel che finisce bene: la vittoria è stata importantissima, tre punti preziosi hanno alimentato la classifica, ma bisogna rilevare che quanto a gioco la Pistoiese ancora non c’è. Il difetto maggiore sta proprio nella debolezza dell’attacco. Manca un bomber vero, un uomo che sappia concretizzare la mole di lavoro svolta dalla squadra. Vita La 18 Ottobre 2009 dall’Italia n. 36 13 LA “BOCCIATURA” DEL LODO ALFANO Perplessità, stupore e onestà intellettuale di Stefano Spinelli C on una decisione assunta a maggioranza, la Corte Costituzionale ha bocciato il lodo Alfano (l. 124/2008), che prevede la sospensione del processo penale nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato (Presidente della repubblica, Presidente del Consiglio, Presidenti di Senato e Camera), durante il mandato di svolgimento delle loro funzioni costituzionali. Decisione tecnica o politica? Se per decisione politica si intende che essa ha riflessi sull’azione (oltre che del Parlamento, una cui legge è stata dichiarata incostituzionale) del Governo del paese, il cui Presidente è chiamato a difendersi in numerosi processi a suo carico durante il mandato, con una anomalia rappresentata dal numero elevatissimo degli stessi, è chiaro che la sentenza ha ripercussioni politiche (la circostanza era già stata evidenziata anche nelle stesse memorie difensive dell’Avvocatura) e la Corte ne era ben consapevole. Ma ciò rientra nelle conseguenze normali del corretto esplicarsi dei rapporti di reciproco equilibrio e controllo tra gli organi costituzio- nali. Mi pare debba invece respingersi l’idea che la decisione della Consulta possa aver sacrificato le ragioni tecnicogiuridiche, al conseguimento di un certo esito politico. Dunque non vi è alcuna vittoria politica da festeggiare, ma neppure alcun complotto politico da stigmatizzare. Ciò premesso, vero è che la sentenza lascia perplessi su alcuni aspetti. Subito le prime reazioni sono state di stupore nel constatare che la disposta incostituzionalità della legge fa riferimento al suo contrasto con l’art. 138 Cost. (che dispone la procedura per l’assunzione di leggi di revisione costituzionale e di nuove leggi costituzionali); ossia, lo “scudo” per le più alte cariche dello Stato, avrebbe dovuto essere assunto per legge costituzionale (con una procedura di approvazione aggravata) e non per mera legge ordinaria. Lo stupore nasce dal fatto che una norma di analogo contenuto era stata assunta con l. 140/2003, nei confronti della quale era già stata sollevata questione di legittimità costituzionale, accolta sulla base dei principi di eguaglianza (art. 3 Cost.) e del diritto di difesa (art. 24 Cost.); ossia, la Corte aveva sindacato nel merito la norma incriminata, ma non aveva affatto detto che si sarebbe dovuto procedere La Corte Costituzionale Né vittoria politica né complotto con la procedura aggravata prevista per la revisione della costituzione (sul punto aveva taciuto). E’ ovvio che la questione formale sul “tipo” di atto da assumere (legge costituzionale o legge ordinaria), è questione logicamente precedente e pregiudiziale a qualunque altra valutazione di costituzionalità. In sostanza, è inutile andare a sindacare se la norma, così come formulata, rispetti o meno la Costituzione, nel caso in cui sia sbagliata addirittura la procedura seguita per la sua assunzione. E’ come se un giudice andasse a misurare le finestre di un appartamento, per vedere se sono regolari, quando l’appartamento stesso è tutto abusivo e da demolire. Dunque, il fatto che questa volta la Consulta abbia ritenuto dirimente l’aspetto relativo alla necessità della legge costituzionale, pare un mutamento di indirizzo della Corte. Va poi detto che nella precedente occasione la Consulta non aveva escluso del tutto la fattibilità dell’operazione di “scudo”, indicando anzi la strada per un possibile intervento legislativo legittimo. Il problema di costituzionalità della norma era stato ricon- dotto al fatto che la sospensione censurata fosse “generale, automatica e di durata non determinata”, e che incidesse sul diritto di difesa imponendo all’imputato di scegliere se continuare a svolgere l’alto incarico o dimettersi ed ottenere la continuazione del processo; lasciando così intendere che una sospensione che non operasse automaticamente e fosse limitata nel tempo e prevedesse l’ipotesi di rinuncia, potesse configurarsi come costituzionale. Il legislatore ha seguito detti indirizzi nella l. 124/2008. Evidentemente, però, la Consulta ha ritenuto Durante gli “Open La ricetta toscana Days” organizzati dalla Commissione Europea a Bruxelles si è discusso anche di turismo sostenibile e competitività. La Comunità Europea, in ottemperanza al principio di coesione sancito dal trattato, di sostenibilità e competitività come previsto dalla strategia di Lisbona, è molto impegnata nella promozione delle destinazioni turistiche dei paesi neo entrati nel club dei ventisette che presentano un ritardo di sviluppo. L’allargamento comporta un ridimensionamento del peso del turismo italiano nelle politiche comunitarie, ma l’Italia e la Toscana in particolare rimangono esperienze da imitare e inseguire da parte degli addetti al turismo di molti paesi competitori. Certamente le azioni di promozione turistica utili al contesto italiano non possono corrispondere a quelle che avvantaggiano le nuove desti- Turismo sostenibile nazioni europee che solo recentemente sono entrate nel mercato turistico internazionale. I nostri prodotti turistici sono da tempo nella fase matura ed affermati sul mercato globale; ciò non toglie che avrebbero bisogno di essere qualificati come innovativi, arricchiti di opportunità atte a stimolare un pubblico curioso o ripetitivo. La domanda di turismo sta cambiando in Europa con l’aumento dell’età media dei viaggiatori che spesso hanno già visitato l’Italia; occorre quindi innovare sia i prodotti, differenziando gli itinerari, sia i modi di fruizione dei servizi, rendendo le mete maggiormente accessibili con i trasporti pubblici. Il caso di Firenze è emblematico: la maggioranza dei turisti percorre lo stesso itinerario ormai ‘classico’ con poche varianti, così le strade del centro sono affollate e congestionate. Dobbiamo offrire una scelta di percorsi alternativi, nuovi itinerari che propongono visite meno note, ma senz’altro più originali e soddisfacenti, prendeno atto che la competizione a livello europeo si farà più stringente. Decollano le destinazioni culturali emergenti, come Riga e Cracovia che, fruendo già di buoni collegamenti e servizi assorbiranno un crescente numero di turisti. D’altro canto l’andamento imprevedibile del mercato, almeno nel breve periodo, carico di incertezze dovute alla crisi economica, costringe a costruire nuove strategie per catalizzare segmenti di clientela più esigente e facoltosa. La recente crisi può essere uno spartiacque nel modo di fare turismo nella nostra regione, attirando e selezionando i clienti più profittevoli, stuzzicandone la curiosità e prendendo atto della congestione e insostenibilità di un turismo di massa, indifferenziato, che si accalca nei centri storici, in circuiti ristretti, solo in determinati periodi. Occorre anche riconsiderare il ruolo importante degli abitanti che vengono marginalizzati ed estromessi dai centri cittadini dedicati esclusivamente al flusso dei turisti. Il turismo sostenibile e’ la proposta emersa nella totalità degli interventi come la nuova opportunità che sembra accordare tutte le esigenze, nell’offrire un turismo “slow”, lento. Rispettando le regole della sostenibilità le aziende po- trebbero approfittare di stagionalità più lunghe, che comporta maggiori rendimenti, ma anche una migliore qualità di lavoro degli addetti; l’ambiente ne trarrebbe beneficio in particolare nei centri storici, che attualmente subiscono una pressione talmente forte da mettere a rischio le opere d’arte che vi sono conservate, mentre potrebbero sostenere flussi più regolamentati; avvantaggerebbe gli abitanti originari consentendo loro di mantenere il senso dell’appartenenza e del carattere cittadino che è parte integrante dell’esperienza del turista. L’assessore regionale al Turismo e alla Cultura Paolo Cocchi ha svolto un intervenuto durante i lavori della conferenza sul ‘Ruolo della con- nessione nello sviluppo del turismo europeo sostenibile’ presentando la nuova campagna di marketing che propone la terra di Toscana come combinazione di turismo, gastronomia e cultura. Una comunicazione innovativa nella forma e nei contenuti, un compendio che offre il territorio nel suo complesso come prodotto unico. Il mix proposto viene poi scorporato nel depliant ‘Vetrina Toscana’ dove vengono proposti in schede tematiche una vasta gamma di prodotti tipici con le caratteristiche salienti, il calendario delle iniziative che coinvolge le botteghe locali e la pubblicità composta da immagini oniriche che vagamente richiamano la mitologia classica (www.turismo. intoscana.it). Un messaggio originale a supporto delle idee innovative che dovranno scaturire dai singoli operatori turistici. Marinella Sichi 14 dall’Italia G li allarmi sulla criminalità legati all’immigrazione sono immotivati: “Non corrisponde al vero l’affermazione che il tasso di criminalità degli immigrati è di 5-6 volte superiore a quello degli italiani come spesso si afferma”. Il dato è stato fornito dalla ricerca “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”, presentata il 6 ottobre a Roma e realizzata dall’équipe del “Dossier statistico immigrazione” Caritas/Migrantes e dall’Agenzia “Redattore Sociale”. La ricerca sarà pubblicata parzialmente nel prossimo “Dossier statistico immigrazione” che sarà presentato a Roma e in diverse città italiane contemporaneamente il prossimo 28 ottobre e integralmente nella prossima edizione della “Guida per l’informazione sociale 2010” che “Redattore Sociale” presenterà a fine novembre. IL TASSO DI CRIMINALITÀ DEGLI STRANIERI Secondo i ricercatori, “nonostante condizioni sociali e normative sfavorevoli”, il “tasso di criminalità” degli immigrati regolari nel nostro Paese è “solo leggermente più alto di quello degli italiani (tra l’1,23% e l’1,40%, contro lo 0,75%) e, se si tiene conto della differenza di età, questo tasso è uguale a quello degli italiani. A influire al riguardo, infatti, sono le fasce di età più giovani, mentre è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni”. Secondo la ricerca, il coinvolgimento degli immigrati in attività criminose è legato in maniera “preponderante alla condizione di irregolarità: oscilla infatti tra il 70 e l’80% la quota di irregolari tra le persone denunciate. Va però tenuto conto, per non trasformare gli irregolari in delinquenti, dei cosiddetti reati strumentali o relativi alla condizione stessa dell’immigrato, che incidono per almeno un quarto sul carico penale degli stranieri”. “REATI DI STRANIERI” Quando si leggono i dati su immigrazione e criminalità – spiegano ancora i curatori della ricerca – occorre tener presente che in Italia la “stragrande maggioranza dei reati ascritti agli n. 36 immigrati” è classificata come “reati di stranieri”, in quanto “sono pochissimi gli immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza italiana”. Inoltre il “contributo” degli immigrati alla criminalità, “pur essendo visibile in alcune fattispecie gravi, è prevalentemente limitato a episodi di microcriminalità, comunque preoccupanti e non sottovalutabili”. Tra i reati commessi, la maggioranza spetta a quelli relativi alle Leggi in materia di immigrazione. Secondo i ricercatori l’incidenza degli stranieri sulla criminalità viene solitamente calcolata come se le due popolazioni (italiani e immigrati) avessero la stessa composizione anagrafica. In realtà la popolazione immigrata è caratterizzata 18 Ottobre 2009 IMMIGRATI Allarmi immotivati A proposito di criminalità e pericolosità sociale Perché diciamo: “No ai respingimenti” Riuniti al 6° convegno nazionale, noi, la grande famiglia dei Centri missionari diocesani, preoccupati per una crescente mentalità xenofoba, coscienti della sofferenza e del dolore dei migranti, memori dell’esperienza dei tanti nostri avi italiani emigrati DENUNCIAMO la crudeltà di una legge che respinge i singoli o gruppi di migranti, senza prima aver dato loro la possibilità di chiarire la posizione personale e, quando è il caso, di chiedere asilo politico, in quanto provenienti da paesi in guerra o soggetti a regimi contrari alle libertà fondamentali o in condizioni di estrema miseria e di fame. CHIEDIAMO alle nostre comunità parrocchiali e alle nostre istituzioni locali e nazionali che, accanto all’ospitalità, sostengano sempre il rispetto del diritto all’accoglienza dell’altro, contestando così una legge del tutto antistorica e profondamente antievangelica. RICORDIAMO che, come cristiani, non possiamo dimenticare che Maria e Giuseppe con il piccolo Gesù ancora in fasce furono esuli accolti in terra straniera perché in fuga da un tiranno persecutore e che il vangelo assicura il premio a chi accoglie lo straniero e condanna chi lo rifiuta. “Ero forestiero e mi avete accolto”. Quando mai Signore? “Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25,43.45). Di fronte alla chiarezza del vangelo, non possiamo invocare presunti valori cristiani per respingere chi cerca dignità e futuro! Noi crediamo nell’unità della famiglia umana e c’impegniamo a costruire il regno di Dio che è fraternità e comunione. Oleggio (NO) 16 settembre 2009 Direttori e collaboratori dei Centri missionari diocesaní italiani da una concentrazione di soggetti giovani molto più forte. La differenza tra italiani e stranieri si concentra tra i ventenni e i trentenni, una fascia di età in cui è più frequente che gli immigrati iniziano la loro vicenda migratoria. Dai 40 anni in poi, quando l’inserimento si è consolidato, il “tasso di delinquenza” – rileva la ricerca – è “minore” di quello degli italiani. Considerando poi i reati commessi “in quanto stranieri” (con infrazioni legate alla normativa che li riguarda in maniera specifica) “il tasso di delinquenza tra italiani e stranieri è equiparabile. Anzi, se si tenesse conto delle più sfavorevoli condizioni socio-economico-familiari degli immigrati, la bilancia finirebbe per pendere dalla loro parte”. PER UNA CONVIVENZA INTERETNICA “È evidente – si legge nello studio – che se la criminalità dovesse crescere di pari passo con Vita La l’immigrazione, questa sarebbe a ragione una fonte di allarme sociale; in realtà, molto spesso gli stranieri sono diventati un capro espiatorio per lenire l’insicurezza degli italiani in una fase di forti cambiamenti culturali e di crisi economica”. Per questo la questione merita di essere “inquadrata in maniera più corretta”. Da qui il bisogno di individuare “strategie più adatte a favorire una fruttuosa convivenza interetnica” e l’attuazione di politiche sociali più “inclusive”. “La criminalità deve essere duramente contrastata – è la conclusione – perché offusca le valenze positive dell’immigrazione, sulle quali a più riprese è ritornato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e la parola d’ordine deve essere integrazione”. “Non si tratta di fare prediche – dice Franco Pittau – ma di generare convinzioni sulla base di una documentazione statistica in parte innovativa. Alla fine di questo sforzo conoscitivo, i più di 4 milioni di immigrati che vivono in Italia, quelli della porta accanto, quelli dei quali siamo portati ad avere paura, appaiono poveri diavoli come noi italiani, all’incirca con lo stesso tasso di delinquenza, alle prese più con i difficili compiti di questa fase di crisi che con comportamenti delittuosi”. Questa ricerca, conclude Pittau, “ci sembra un supporto concreto alla raccomandazione della Cei di coniugare sicurezza e integrazione e, perciò, siamo lieti di averla portata a termine”. Vita La L’ Europa ha rappresentato una meta, l’Europa rischia di essere una dannazione. Dopo l’adesione all’Unione europea, nel 2004, per la Lettonia si sono aperte le porte della speranza e dei commerci, ma la crisi finanziaria ed economia che quest’anno si è abbattuta su tutto il mondo occidentale ha travolto la piccola repubblica baltica, non ancora saldamente ancorata a sistemi di tutela sociale per la sua popolazione. Oggi il paesaggio industriale devastato, così frequente nei Paesi dell’ex Urss, testimonia che molte zone della Lettonia non si sono mai riprese dalla fine dell’Unione Sovietica e della repentina chiusura delle principali attività industriali che vantavano una tradizione risalente agli anni trenta, quando già producevano radio, macchine fotografiche e perfino aeroplani. Zone che risultano tra le più povere della Ue, con un reddito medio annuo per abitante che è un decimo appena della media europea. “La nuova Lettonia manca di esperienza in materia di gestione e pratiche politiche per rilanciare N obel per la pace a Barack Obama. Sorpresa, perplessità, consensi: anche il vecchio Fidel Castro, dopo mesi di silenzio, ha voluto far conoscere la sua approvazione. Più isolate le critiche: il leader venezuelano Chavez, i talebani, i repubblicani americani che in questo periodo attaccano indistintamente ogni cosa riguardi il presidente. Perplessità infine da parte di chi ritiene il premio prematuro o incoerente la posizione di Obama sull’aborto col suo impegno per la pace. Osservando senza pregiudizi, il premio Nobel può apparire un azzardo. Obama ha avuto troppo poco tempo. Le sue intenzioni sono chiare e sane, ma potrebbe fallire. Celebrarle oggi potrebbe esporre a qualche imbarazzo domani e delegittimare l’autorevolezza del Premio per promuovere la pace. Inoltre, se sul piano internazionale il Nobel rafforza Obama, su quello interno potrebbe indebolirlo. Per la destra americana il Nobel è un affare europeo e di sinistra. Riceverlo conferma le accuse che questa parte rivolge al presidente: non lavora per gli interessi americani e segue un’agenda che conviene ad altri screditando il Paese. Anche per questo nel testo pubblicato nei giorni scorsi Barack Obama insiste sulla sua figura di presidente Usa e sul “ruolo dell’America”. I membri del comitato che attribuisce il Nobel non sono degli sprovveduti e se guardiamo alle scelte degli ultimi anni 18 Ottobre 2009 dall’estero n. 36 Lettonia allo stremo La crisi picchia duro Il Paese ha difficoltà a rilanciare l’economia e taglia pensioni e sistema scolastico di Angela Carusone l’economia”, spiega Janis Tutins, docente a Riga, ricordando la frenesia consumistica che si è impadronita del paese all’inizio degli anni duemila, e più ancora con l’ingresso nell’Unione europea. Per “stabilizzare l’economia”, il Fondo monetario internazionale ha concesso un prestito di 7,5 miliardi di euro: le drastiche condizioni che l’accompagnano, aggiunge, Tutins, “riportano alla mente il peggio degli aggiustamenti strutturali, imponendo alla Lettonia uno sforzo che sta disintegrando la società”. Baiba Rozentale, ministro della Sanità, già a luglio ha detto che “tutti gli ospedali della Lettonia saranno completamente sprovvisti di denaro in autunno”, precisando che il suo bilancio, con il nuovo piano di austerità, è stato ridotto di almeno il 30 per cento. La maggior parte dei pensionati sopravvive solo grazie a reti di solidarietà familiari o amicali: sono loro che, assieme agli insegnanti, pagano il tributo più pesante al piano di riduzione della spesa pubblica imposto dal Fmi. Di recente, questo ha chiesto al governo di Riga, che ha rifiutato, un’ulteriore riduzione dell’importo delle pensioni. I tagli apportati al bilancio del sistema scolastico hanno invece portato alla chiusura di un gran numero di scuole. “Per i villaggi colpiti – spiega Lilja Zukovska, responsabile scolastico del distretto di Rezekna, nell’est del Paese, al confine con la Russia – è l’inizio della fine, perché chi dice fine della scuola dice partenza NOBEL A OBAMA È solo un azzardo? Di fronte a critiche, perplessità e consensi possiamo riconoscere le loro intenzioni. Per tre volte in nove anni il premio è andato all’Onu o a una sua agenzia. In un contesto di globalizzazione, sembrano voler dire a Oslo, la sola opzione per tutelare la pace è il multilateralismo. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla sua sistematica delegittimazione. La delirante dottrina della guerra preventiva, gli attacchi militari lanciati senza il consenso Onu, le prove false presentate al Consiglio di Sicurezza, i contributi finanziari non pagati, le campagne di discredito su ogni vulnerabilità del sistema Onu (che peraltro non mancano). Obama propone uno stile opposto che vede l’Onu e il multilateralismo centrali nella politica internazionale. Il suo è un altro Nobel al multilateralismo. Le motivazioni parlano di “straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”. In questo senso non è un premio alle intenzioni. In piena campagna elettorale Obama lascia gli Usa per spiegare all’estero che la politica del suo governo sarebbe stata improntata al dialogo. Da Presidente, con i discorsi in Turchia e al Cairo, apre al mondo e alla cultura islamica. Invia gli auguri al popolo iraniano per il Capodanno. Cestina, di fatto, la lista degli “stati canaglia”. Mantiene in pianta stabile un inviato in Medio Oriente. Annuncia il ritiro militare dall’Iraq e cerca concertazione internazionale sull’Afganistan. Promuove il G20 rispetto al ristretto G8. Pronuncia un memorabile discorso a Praga e cinque mesi dopo fa firmare al Consiglio di Sicurezza la storica dichiarazione sul disarmo nucleare. Tutto si può dire dell’impegno internazionale di Obama tranne che sia velleitario o di facciata. Se il premio è all’iniziativa politica è meritato. Vedremo se sarà feconda. Per ora ci sono ragioni per sperare, basti l’esempio dell’Iran che proprio in questi giorni offre un’importante disponibilità sul nucleare, dimostrando che la politica della mano tesa può essere efficace. Guardando al di là dell’iniziativa diplomatica, si riconoscono nell’azione di Obama altri due impegni. Il primo è quello contro la crisi con cui ha proposto regole e iniziativa pubblica, chiarendo che l’economia è per l’uomo e non viceversa. Il secondo è per la riforma sanitaria. Garantire il diritto alla salute a tutti i cittadini, finanziando la spesa con la contribuzione fiscale, è in Europa fondamento della vita comunitaria nazionale. Non così negli Usa dove ampi settori dei repubblicani stanno ostacolando in ogni modo questo obiettivo. Le politiche economiche, sociali e internazionali del presidente Obama sembrano offrire una coerenza che richiama l’eco della Populorum Progressio in cui papa Montini affermava che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”: si costruisce la pace servendo ogni dimensione della vita umana. Abbiamo accennato alle perplessità. La prima riguarda il Sud del mondo. Obama ne ha parlato, ma non ha ancora fatto molto. Non si può tardare. La seconda è la questione dell’aborto. Benedetto XVI scrive nell’ultima enciclica che non si può essere aperti alla vita in modo selettivo, escludendo alcune categorie di persone dai diritti universali. In questo senso la Chiesa richiama chi opera per lo sviluppo e la pace a non dimenticare chi ancora non è nato, ma già esiste. E’ un richiamo doveroso cui corrisponde nel caso di Obama una posizione dialogante e non pregiudiziale. Complessivamente il premio a Obama, così inatteso, offre nuova energia per il futuro. Guardando avanti possiamo scegliere tra la critica senza quartiere e la speranza. Chi scrive preferisce la seconda. Riccardo Moro delle famiglie, chiusura dei negozi e soprattutto uscita dal sistema scolastico dei bambini più poveri, che non possono pagare l’autobus per raggiungere la scuola più vicina, e ancor meno vitto e alloggio se sono obbligati a rimanere sul posto”. Povertà, famiglie divise dall’emigrazione, alcolismo, assenza di prospettive, sono tutti problemi che deve affrontare la gioventù lettone. “Anche se gli studenti a fine ciclo volessero proseguire gli studi o cominciare una formazione professionale – afferma Liga Kalnina, preside a Rikava – i genitori non potrebbero pagare né le spese scolastiche né l’autobus per fare i dieci o trenta chilometri che separano la loro casa dalla scuola. A 16 anni, quindi – aggiunge – la maggior parte di questi giovani scompare dal sistema scolastico: la crisi li precipita in una precarietà sempre più grave, e se ancora non sono le scuole a chiudere sono gli adolescenti a non avere più i mezzi per raggiungerle”. Il brutale impoverimento rafforza ancora di più un fenomeno che non è nuovo in Lettonia: la migrazione massiccia della popolazione alla ricerca di orizzonti meno bui. “L’assenza di molti genitori destruttura e fragilizza i nuclei familiari”, sottolinea Kalnina. “Ieri – osservano gli analisti – quando i lavoratori lettoni volontari partivano per costruire il Bam, la linea ferroviaria che collega il lago baikal al fiume Amour, tutti applaudivano, il giorno della loro partenza era festivo e si brindava nella convinzione di costruire il socialismo. Oggi, quando i lettoni sono costretti a partire e andare all’estero per cercare di sfamare la famiglia, vengono disprezzati ed emarginati”. Difficile sapere quanti sono partiti, le stime oscillano tra cinquantamila e duecentomila persone, su una popolazione di 2,5 milioni di abitanti, cioè dal 5 al 13 per cento della popolazione attiva. Un problema, per la Lettonia, in quanto l’emigrazione ha contribuito all’emorragia di personale competente. “Non è così che costruiremo l’Europa”, sottolinea Tutins, che aggiunge: “se la Lettonia è stata precipitata artificialmente in questo marasma, ci deve ben essere un mezzo altrettanto artificiale per uscirne”. 15 Dal mondo ROCK RILASSANTE Ricercatori dell’università britannica di Manchester sostengono che il suono di chitarre elettriche e di batterie arreca enorme beneficio alla salute attivando, come essi hanno sperimentato, un’area dell’orecchio (detta “sacculus”) collegata a zone del cervello associate alla regolazione dell’ira e del piacere: ciò origina la produzione di ormoni che rilassano la persona rendendola più calma. Gli studiosi evidenziano che per stimolare il “sacculus” occorrono volumi da discoteca o da concerto dal vivo: dai 90 decibel in su. Ma verificare gli effetti distensivi di un brano di heav-Y metal in casa non sempre è praticabile. API BENEFICHE Contenuta nel veleno delle api, e normalmente tossica per il nostro organismo, la melittina possiede proprietà antitumorali: una forma sintetica di tale tossina è stata utilizzata da scienziati della Washington universìty di Saint Louis (Usa) per trattare due forme di cancro in cavie di laboratorio; microscopiche sfere di carbonio, “nanoapi”, evitando i tessuti sani sono giunte a destinazione e hanno punto le cellule tumorali iniettandovi la melittina: nei topi trattati, in cui erano state impiantate cellule affette da cancro del seno e da melanoma, la massa tumorale si è ridotta del 25% nel primo caso, e dell’88% nel secondo. LEGGERE ANTICHI TESTI Scienziati dell’ateneo Ben Gurion del Negev (Israele) stanno mettendo a punto un software per decifrare testi antichi, sinora risultati illeggibili quasi del tutto perché sbiaditi, semidistrutti o incompleti. Il sistema informatico ora allo studio, afferma la rivista scientifica Tattern recognition”, permetterà di leggere agevolmente manoscritti, codici, incunaboli, frammenti, papiri; ciò sarà possibile grazie all’impiego di algoritmi di riconoscimento dei frammenti di immagine, un sistema del tutto analogo a quello che serve per identificare le impronte digitali: il lavoro manuale di mesi sarà risolto in pochi minuti. 16 musica e spettacolo D ice ancora «Grazie a tutti» Gianni Morandi, dopo ben 46 anni di onorata carriera artistica recentemente riassunta in due raccolte con triplo cd. Sempre negli ultimi tempi si è inventato un tour di successo in tutta la penisola in teatro-tenda (in Toscana a Grosseto, il prossimo dicembre, con un teatro-tenda costruito per l’occasione in piazza Barsanti). Afferma il celebre cantante: «Ringraziando Dio, la mia è stata, e continua a essere, una carriera ricca di successi e soddisfazioni e una carriera così straordinaria non si costruisce certo da soli. Per questo devo ringraziare prima di tutto il pubblico, e poi i musicisti che hanno suonato per me, i compositori che hanno scritto le mie canzoni, gli attori con cui ho recitato, i registi che mi hanno diretto, i Un film sui 10 comandamenti ispirato dalla realtà italiana di Ingrid Aioanei “I ntendo realizzare un film composto da dieci cortometraggi ispirati dal Decalogo. Si tratta di un progetto toscano in cui tutte le province saranno rappresentate con un episodio. Ad oggi ho girato soltanto l’ultimo, dal titolo “Dieci. Non desiderare la roba d’altri”, che sarà il mio biglietto da visita per far conoscere l’iniziativa ai vari produttori.” A parlare è Gabriele Cecconi, regista pluripremiato e docente alla Scuola di cinema “Anna Magnani”, che lunedì 19 ottobre, alle ore 21.30, nel Cinema Terminale di Prato, presenterà al pubblico il suo progetto cinematografico seguito dall’anteprima del cortometraggio realizzato. Lo abbiamo incontrato Come mai l’idea di un film che riprende il “Decalogo” di Kieślowski? “Quando uscì il Decalogo di Kieślowski mi resi conto che era un grande capolavoro. Ho voluto fare una cosa diversa e simile allo stesso tempo. Diversa, poiché non si tratta di dieci film, bensì di uno solo composto da dieci cortometraggi. Poi, mentre il Decalogo di Kieślowski è ambientato nella Polonia prima della caduta del muro di Berlino, il mio film invece riguarda la realtà italiana. Simile, per il fatto che il mio punto di vista non è dogmatico e confessionale, bensì laico, come quello di Kieślowski. Io analizzo questi comandamenti realizzando dieci cortometraggi ispirati da essi, però non do soluzioni né risposte, mi limito a n. 36 Vita La 18 Ottobre 2009 TERRAZZA SULLE STELLE Super Gianni man giornalisti, insomma tutti coloro che mi hanno insegnato questo mestiere. Dire grazie a tutte queste persone è il minimo che potevo fare. Grazie poi, a mio avviso, è la parola più bella del vocabolario. Forse oggi è un po’ desueta, molti pensano che si possa riuscire nella vita facendo tutta da soli, ma io, evidentemente, ho un’altra mentalità». Parla della sua celebre e difficile canzone “C’era un ragazzo”: «Era il 1966, c’era il Vietnam, tutto il mondo era in fermento, mi fu proposta questa canzone di cui io capii immediatamente l’effetto dirompente, innovativo. Si parlava di un ragazzo che andava a morire per una guerra lontana, che non sentiva sua. Però io, fino allora, ero il cantante di un altro genere di canzoni. Ero quello che cantava “La Fisarmonica” e “Fatti mandare dalla mamma”. Per questo poteva capitare che anche quel pubblico, che poteva essere sensibile a quel tipo di tematiche, rifiutasse non tanto la canzone in sé per sé quanto chi la proponeva. Al tempo stesso la CINEMA Il “decalogo toscano” sollevare un problema. Che cosa vuol dire oggi non rubare? Cosa significa non uccidere? Oppure non nominare il nome di Dio invano?”. Ha già in mente l’idea per ciascuno dei 10 cortometraggi? “Sì, ho già un progetto e una sceneggiatura scritta per tutti quanti. Come regista mi riservo comunque la libertà di cambiarli a seconda di quello che succede nella realtà italiana. Probabilmente il tema «non desiderare la donna degli altri» racconterà una storia riguardo allo scambio di coppie. Il comandamento «non uccidere» verterà sul problema del testamento biologico. Il tema «non nominare il nome di Dio invano» probabilmente riguarderà la storia di Sanaa, la ragazza musulmana uccisa dal padre. Mi pongo il problema e mi dico: come si fa a nominare il nome di Dio con la violenza? C’è un episodio positivo - quello che fa riferimento al precetto «ricordati di santificare le feste» che mi piacerebbe girare a Prato, presentando il mondo del volontariato cattolico della Caritas. Il decimo episodio, l’unico finora realizzato, parla del pregiudizio razziale che esiste in tutti noi, anche in quelli che pensano di non averne”. Nonostante la profondità delle riflessioni fatte nel “Decalogo”, Kieślowski si è dichiarato un non credente. Lei invece come si considera? “Non mi piace definirmi credente o non credente… Posso dire come tanti altri che sono pieno di dubbi. Ecco se mi dovessi definire in un certo modo sono un uomo che dubita, che si pone degli interrogativi. Perché mi rendo conto che il problema di Dio e delle religioni è un mistero che l’uomo con le sue capacità razionali non potrà mai sciogliere del tutto. A questo punto preferisco astenermi. Non ho certezze, né sul sì né sul no. Però il mio interesse per il sacro, per il religioso c’è sempre stato. Poi penso che i comandamenti non devono interessare soltanto chi crede nella religione, devono interessare tutti. Devo dire che i registi che hanno realizzato le cose più belle su argomenti religiosi non sono stati necessariamente credenti oppure cattolici”. Perché pensa che i registi che non si dichiarano credenti riescano ad esprimere meglio il sacro? “Perché si pongono sempre in maniera problematica senza obbedire ad una tradizione iconografica oppure dogmatica. Prendiamo l’esempio del Vangelo raccontato da Pasolini e lo confrontiamo con quello di Zeffirelli. Il Cristo di Zeffirelli dai capelli biondi e occhi azzurri sembra un angelo del paradiso, mentre nel film di Pasolini è una figura carica di drammaticità. La stessa cosa posso dire per Francesco: il film girato dalla Cavani è un film bellissimo, quello di Zeffirelli è una tavoletta in mezzo ai papaveri”. Lei dimostra una sensibilità particolare verso le persone senza voce… “Io credo che il mestiere del regista è dare una voce, un volto a quelli che non hanno mai avuto la possibilità di far vedere la loro vita. A me non piace raccontare storie di vincitori, ma di coloro che soccombono, mi piace interessarmi agli umili e soprattutto dare la voce a coloro che non ne hanno una così forte da farsi udire. La derivazione è sicuramente cristiana e si rifà a Cristo come figura che dà un grande risalto agli umili, ai poveri di cuore e non hai vincitori”. Sostieni LaVita Abbonamento 2010 Abbonamento 2009-2010 Sostenitore 2010 Amico 2010 c/c postale 11044518. euro euro euro euro canzone stessa, almeno all’inizio, non ebbe vita facile. Ebbe addirittura una censura radiofonica. Per almeno dieci-quindici anni non fu mai trasmessa per radio. Poi però divenne l’inno di intere generazioni di giovani, che ancora oggi continuano a cantarla, forse anche grazie al fatto che è una delle prime canzoni che si impara a suonare con la chitarra, complici anche i facili accordi». In merito al suo silenzio artistico negli anni ’70: «Ho trascorso quel decennio praticamente quasi nel silenzio. Ma in quegli anni di oblio è maturata poi la mia rinascita, avvenuta sicuramente nel segno dell’amicizia». Passa quindi a parlare dei suoi amici in campo musicale: «Il primo è sicuramente quello di Lucio Dalla, con cui ero amico anche prima e con cui non mi sono mai perso di vista, anche in quel periodo in cui lui stava esplodendo mentre io ero ormai caduto nel dimenticatoio. Negli anni Ottanta poi con lui abbiamo fatto concerti e album. Che dire poi di Mogol, che mi ha regalato quelle “Canzoni stonate”, che hanno segnato il mio rilancio, oppure tutti gli amici della Nazionale Cantanti con cui sono nati sodalizi e collaborazioni o cantautori come De Gregori, Fossati, Cocciante, Minghi che mi hanno affidato alcune loro canzoni?». In merito alle sue canzoni preferite: «Oltre alla già citata “C’era un ragazzo”, sicuramente “Uno su mille ce la fa” che è diventata una sorta di inno alla vita e con cui ormai da anni chiudo ogni mio spettacolo. E come dimenticare poi “Andavo a cento all’ora” da cui è iniziato tutto?». Mentre riguardo a quelle di altri artisti che avrebbe voluto cantare: «”Emozioni” di Lucio Battisti, “Futura” di Dalla e la “Donna cannone” di Francesco De Gregori. Ma poi anche se le hanno scritte e portate al successo altri, cosa importa? Uno quand’è sul palco le canta lo stesso». Gianni Morandi, 46 anni di successi e di umiltà, conferma di essere rimasto sempre il ragazzo di Monghidoro. Leonardo Soldati LaVita Settimanale cattolico toscano Direttore amministrativo e responsabile giuridico: Giordano Frosini STAMPA: Tipografia Artigiana Pistoia IMPIANTI: Palmieri e Bruschi Pistoia FOTOCOMPOSIZIONE: Graficamente Pistoia tel. 0573.308372 e-mail: [email protected] grafi[email protected] [email protected] Registrazione Tribunale di Pistoia N. 8 del 15 Novembre 1949 Sede centrale Via IV Novembre, 108 Vignole di Quarrata (Pistoia) Tel. 0573 70701 - Fax 0573 717591 Indirizzo internet: www.bccvignole.it 42,00 75,00 65,00 110,00 I vecchi abbonati possono effettuare il bollettino postale preintestato, e chi non l’avesse ricevuto può richiederlo al numero 0573.21293 (c/c n. 11044518) intestato a Settimanale Cattolico Toscano La Vita Via Puccini, 38 Pistoia. Gli abbonamenti si possono rinnovare anche presso Graficamente in via Puccini 46 Pistoia in orario di ufficio. 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