Almanacco Pontremolese 2009 È con un certo orgoglio che mi accingo nche quest’anno ad introdurre l’Almaacco Pontremolese. E’ la trentunesima olta. Già, lo scrivo sospirando un sorriso: proprio la trentunesima volta! Così, parlando e scrivendo delle nostre adizioni, delle nostre peculiarità, delle ostre specialità gastronomiche, di nostri rtisti, di nostri personaggi e di nostri monumenti, abbiamo anche noi tracciato n cammino, un percorso da raccontare, na nostra piccola storia dentro la grande toria della nostra Città, della nostra splenida terra. Non è cosa da poco. E’ un modo, uno ei tanti che si hanno, per raccontare e racontarsi, aprire se stessi alla realtà affasciante che ci circonda e che si manifesta, ma anche a quella che si nasconde e che si vela sorprendente. E’ un modo, uno dei anti che si hanno, per confrontarsi e per onfidarsi con i suoni e gli umori che ci tanno intorno, con le cose e con le persoe, con noi stessi. Sempre cercando di sprimere opinioni e sentimenti, sorpresa, assione e amore per una felice scelta di ita. Tutto questo c’è dentro l’ Almanacco ontremolese 2009, forse più che in altre dizioni, perché ogni anno è un anno in iù ed è un anno diverso, perché ogni arola trasmessa sente il profumo dell’anima di chi la forma e chi la forma non la ffre mai allo stesso modo. Dentro questo almanacco c’è il sacro e ’è il profano, ci sono gli eventi religiosi e i sono le tradizioni locali, c’è il rapporto a mondi e tra cose che tanto più sono iversi e più hanno trovato e trovano semre intreccio e convergenza, segnando la ostra società e affermando i nostri irriunciabili appuntamenti. Sfogliandolo rivivremo l’atmosfera elle mitiche sfide dei Falò di San Nicolò di San Geminiano, capace di rimanere ntensa fino al confronto successivo, tra fottò e rivendicazioni di successo proveienti da ciascun contendente. Rivivremo a leggenda pontremolese dei pipin che eve la sua radicata divulgazione a Vitale Arrighi e poi a Manfredo Giuliani. Attraverso la famiglia dei Malaspina colmeremo, con la lettura dell’edizione di quest’anno, le distanze tra la Lunigiana e la Corsica per apprezzare un legame che si ritrova in tradizioni simili, che siano feste o processioni. “Viaggeremo” in pellegrinaggio tra il Santuario del Monte a Mulazzo e il Santuario del Gaggio a Podenzana per rinverdire la leggenda della Madonna della Neve che, come ben sapeva raccontarci Don Bartolino, con le sue lacrime seppe convertire il boscaiolo che imprecava. Ci fermeremo, ancora una volta, ad apprezzare la Chiesa della Santissima Annunziata, con immancabili e puntuali note storico-artistiche ed accenni al folklore legato alle feste che nel ripetersi la ravvivano unitamente all’intero borgo. Trovano ampio spazio tra le pagine di questo almanacco le nostre processioni religiose, caratteristiche e sontuose allo stesso tempo: la Limacada di Filattiera che prende il suo nome dialettale identificando il guscio delle lumache ed il solenne appuntamento con la Madonna del Popolo che il 2 luglio porta in strada a Pontremoli tutta la Città nel ricordo della Maria nera che preservò la comunità dell’epoca dal morbo asiatico e dalle altre calamità che afflissero gran parte d’Italia. Come dimenticare in questa carrellata alcune delle fiere più vissute e più apprezzate, entrate di diritto tra le tradizioni popolari della nostra terra. Chi di noi il 25 agosto ed il 1 settembre non è mai andato a San Genesio e a San Terenziano? Penso nessuno. Esserci è naturale, e bellissimo, per chi vuole respirare l’aria frizzante dell’estate che volge al termine condividendola con i volti dell’amico della porta accanto, ma anche con quelli, tanti, forse troppi, di chi è tornato alla vecchia casa, magari da lontano o dall’estero, per le vacanze e che si appresta a ripartire dopo aver risvegliato ricordi e strappato sguaiati sorrisi. Sono occasioni in cui, più che in altre, il tempo della preghiera e del raccoglimento sa fondersi meglio con quello dello svago e della convivialità. Nell’Almanacco Pontremolese 2009 non poteva mancare una pagina dedicata all’unico Santo della Diocesi di Massa Pontremoli: S. Francesco Fogolla d Montereggio. Se ne ripercorrono la vita e i pellegrinaggi, i grandi meriti ed il mart rio, ma soprattutto si racconta il culto ch la specialità della sua persona ha saput evocare nei lunigianesi, già molto prim della sua santificazione, ed i buoni sent menti che ha saputo trasmettere e lasciar nei nostri cuori. Infine, “visiteremo” due tradizion mistero che ben contraddistinguono nostri luoghi. La prima è la pratica dell “segnatura”, magia o medicina che c accompagna ancora oggi e troviamo i alcune significative testimonianze. L’altr è la presenza dei “guardiani di pietra”: l straordinaria continuità di spazio e d tempo nello scolpire volti umani con tutt il loro fascino, ora rassicurante ora inquie tante al pensiero di ciò da cui dovevano devono proteggerci. Tutto questo per dirvi una volta di pi che l’Almanacco Pontremolese non trad sce la sua dolce abitudine di scoprire u pizzico dell’anima di ognuno di noi e d quella di quanti prima di noi hanno abita to e vissuto questa terra. Del notevole pro dotto finale devo ringraziare con fratern affetto Giulio Cesare Cipolletta: è sopra tutto sua l’anima di questa edizione, com già delle due precedenti. Il suo lavoro ed suo coordinamento degli altri notevo contributi, insieme all’assistenza non sol tecnica del caro amico Giuseppe Miche lotti, ci regalano un’occasione in più, u motivo in più, un’emozione in più pe ricordare a noi stessi e agli altri quant bene vogliamo alla nostra terra. Un abbraccio a Voi tutti ed un caloros augurio di un buon Natale e di un seren anno nuovo. Enrico Fer Questo almanacco è dedicato all memoria di Carlo Podestà, di Tota Bald ni e di Enrica Tarantola, ciascuno de quali, nel tempo concesso dalla vita, h saputo dare molto di sè a tanti di noi. Hanno collaborato a questo numero dell’Almanacco Pontremolese: don Silvano Lecchini, don Lorenzo Piagneri, Roberto Bolleri, Giulio Cesare Cipolletta, Tiziano Fogola, Arduina Ferrari, Nicole e Claude Giorgi, Cristiana Maucci, Franca Papini, Rossana Piccioli, Ferdinando Quattrone, Regina Rossi. Almanacco Pontremolese 2009 - Anno XXXI dito da: Teleapuana s.r.l. e C.N.F.G.P.S. urato da: Centro Lunigianese di Studi Giuridici e Il Lunigianese tampa: Tipografia Artigianelli Pontremoli n copertina: Fotografia della processione della Madonna del Popolo (Walter Massari) ul retro: Immagini varie i ringraziano: tutti gli autori dei testi sopra citati, Enrico Ferri, Laura Bertolini, Giuseppe Michelotti, Lucia Boggi, Jacopo Ferri. Prefazione Festività religiose e tradizioni popolari di Giulio Cesare Cipolletta L’Almanacco Pontremolese del 2009 sarà dedicato ad un particolare rapporto tra la fede e le tradizioni locali, tra la fede ed il paganesimo, un argomento che ritengo si presti a scavare nel solco delle origini della comunità. Nei tempi più oscuri, nei momenti difficili della nostra esistenza, siamo più portati a guardare alla religione con una sorta di affidamento di speranza, prima ancora che come atto di fede. Si prega, si sollecita un intervento risolutore esterno alla personale forza e volontà, si spera che le cose si risolvano. Sin dai tempi più remoti, gli uomini hanno sempre riposto le loro aspettative negli dèi, qualunque fosse il nome con il quale venivano invocati. Con più marcata impronta nei periodi iniziali dello stesso cattolicesimo, le tradizioni, i riti e le invocazioni medesime conservavano chiare tracce di altre religioni, tra esse confondendosi, mescolandosi, dando vita ad un nuovo ordine nel quale, tuttavia, persistevano elementi più antichi, legati tra loro non tanto da una intima e volontaria fedeltà ad arcaiche tradizioni quanto da una sopravvivenza nella cultura popolare di riti che si armonizzavano con le stagioni, con i tempi della coltivazione e dell’allevamento del bestiame, con la speranza di un buon raccolto. L’Almanacco 2009 non vuole certamente avere la presunzione di rappresentare la storia, sia pure in termini minimi, delle religioni ma, piuttosto, riferire, indagare, parlare di quella ampia zona di confine, a cavallo tra la vera Fede e le tradizioni popolari che si accompagnano alle festività religiose. Il tutto ovviamente con specifico riferimento all’area di Pontremoli e della Lunigiana. Riferirsi alle tradizioni popolari significa voler salvaguardare le identità culturali, che affondano le loro radici nella storia della comunità, rispecchiandone i tratti storici, culturali e spirituali. Il folklore popolare presenta molte analogie con la tradizione religiosa dei popoli; entrambi, infatti, traggono origine da un miscuglio di miti e leggende, di usanze e credenze che risalgono ai primordi della civiltà o ad antichità remote che si ispirano a pratiche religiose aventi un indubbio sapore paganeggiante. Con il termine folklore - che deriva dall’unione delle parole sassoni folk (popolo) e lore (sapere) - si è soliti individuare la scienza o comunque la disciplina che studia le tradizioni arcaiche provenienti dal popolo, tramandate per via orale e riguardante usi, costumi e leggende riferite ad una determinata area geografica o ad una determinata popolazione. In breve, il folklore rappresenta tutte quelle espressioni culturali che vengono comunemente definite tradizioni popolari. Il termine folklore ha una sua precisa data di nascita, il 22 agosto 1846, ed un suo ben individuato padre, l’archeologo William John Thoms, il quale aveva coniato tale termine per fornire una nuova definizione agli studi, chiamati antiquitates vulgares (“antichità popolari”) che, a partire dal XVIII secolo, si erano sviluppati intorno alla cultura degli strati sociali più bassi: lo studio abbraccia la tradizione non scritta di qualsiasi comunità. Inteso in questo senso, il termine racchiude, pertanto, le usanze e le tradizioni che abbracciano i temi del ciclo della vita umana, delle feste e sagre ed usanze del calendario, della vita agricola, marinara e pastorale, della letteratura, prosa, danza e musica, canto, della magia, della superstizione e credenze popolari, dell’arte, della religiosità. Non vi è dubbio che le feste popolari, almeno alcune di esse, esprimano in qualche modo la religiosità di un popolo, volendo intendere con questo termine un ampio e generale sentimento della divinità, che diventa quasi un abbandono fideistico nel momento in cui il contingente si avverte in senso negativo. Questa religiosità si modifica insieme alla situazione culturale, socio-politica ed economica che vive ogni gruppo, in un lento processo quasi non percettibile alla quotidianità e legato a realtà precedenti o ad altri condizionamenti. Quanto più le popolazioni – soprattutto quelle formate da gruppi chiusi, 3 autoctoni ed isolati, nei quali si è potuta sviluppare una “civiltà contadina”, avente caratteristiche esclusive e diverse anche rispetto a zone limitrofe – erano provate dalla negatività del presente, tanto più il paganesimo appariva gratificante, con tutta quella serie di dèi minori che accompagnavano l’uomo dalla nascita alla morte. Questi dèi, in qualche modo vicini e pronti ad intervenire, trasportavano tale negatività in una dimensione sacrale. In tal modo si è venuta a creare una stretta relazione tra la fede pagana e le consuetudini di vita, e l’atto rituale è sfociato in abitudine, per cui tante azioni e gesti, che in origine erano espressione di riti e sacrifici, diventarono atti della tradizione. Su questo terreno, la stessa spiritualità del cattolicesimo ne è stata contaminata, con risultati molto eterogenei, in quanto ostacolata da una “tradizione” sostenuta da una mentalità fortemente legata al concreto, che si manifestava in abitudini tenaci di impronta pagana o che esprimevano una commistione di paganesimo e cristianesimo. Nella religiosità rurale è evidente l’intreccio, non sempre facilmente decifrabile, tra la devozione religiosa, le credenze esoteriche, i miti e le leggende. Si è pervenuti infine ad un compromesso, ad un adattamento alla situazione ed alla accettazione di quelle forme di manifestazioni che non interferivano nelle verità di fede e lo stesso rappresentante della Chiesa si è dovuto fare intermediario tra il sacro ed il profano, chiamato ad esercitare una funzione protettiva della comunità. Così, nell’agiografia è entrato il meraviglioso. E sono rimaste vive quelle cerimonie che avevano una funzione sociale o liberatoria o erano espressione della realtà locale, come i riti agrari. L’ambizione dell’Almanacco Pontremolese del 2009 è quella di voler rappresentare un ponte, tracciare un sintetico percorso tra l’agiografia ed il meraviglioso, tra la storia dei Santi venerati in Lunigiana e le tradizioni popolari che si accompagnavano ad essa. Buon anno e buona lettura. Il fuoco ed i falò di Giulio Cesare Cipolletta L’Almanacco del 2009 non può che trovare il suo punto di partenza nella storia delle tradizioni di Pontremoli, con riferimento a due date ben precise, il 17 ed il 31 gennaio, rispettivamente dedicate alla festa di S. Antonio abate ed a S. Geminiano, da sempre costituenti le ricorrenze tra le più sentite nella storia cittadina. Il 17 gennaio è la data della morte di S. Antonio abate, avvenuta nel 356, ad oltre 100 anni dalla sua nascita nel 250 d.C. a Qumans in Egitto. S. Antonio abate è considerato il protettore degli animale domestici ed è solitamente raffigurato con accanto un maiale che reca al collo una campanella; tradizionalmente, in questa data (ad esempio, in Roma, sul sagrato di S. Pietro oppure, in provincia di Massa, al Santuario di Maria Ausiliatrice dei Quercioli) la Chiesa benedice le stalle e gli animali ponendoli sotto la protezione del santo. La benedizione degli animali è una celebrazione antica e legata folcloristicamente al mondo rurale; è nata nel mondo pagano con l’esecuzione da parte dei contadini di una serie di rituali per ingraziarsi gli dei perché potessero permettere il regolare rinnovamento delle stagioni e la fecondità della terra ma, anche se rivisitata poi dalla cultura cristiana, è rimasta comunque connessa al lavoro agricolo. Il maiale ed il fuoco sono due tra gli elementi identificativi del santo nell’iconografia ufficiale e ciò deriva da una precisa circostanza: nell’XI secolo il sepolcro del santo si trovava in Francia, a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore; in questa chiesa confluiva, a venerarne le reliquie, una moltitudine di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento ad opera di un fungo presente nella segale, usata per fare il pane e, per ciò stesso, malattia molto diffusa. Il morbo – conosciuto sin dall’antichità come ignis sacer, fuoco sacro, per il bruciore che provocava – è simile all’herpes zoster, causato dal virus varicellazoster, che si riattiva nell’organismo in concomitanza con l’indebolimento delle difese immunitarie a causa dell’età o per altre patologie. Al fine di ospitare tutti gli ammalati che giungevano, venne costruito un ospedale ed istituita una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero 17 gennaio - Falò di S. Nicolò in onore di S. Antonio Abate di cui ricorre la festa liturgica. 4 degli “Antoniani”; da allora il villaggio prese il nome di Saint-Antoine di Viennois. Data la rilevanza sociale e religiosa dell’istituzione, il Papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio ed a spese della comunità, per cui i porcellini, che portavano una campanella di riconoscimento, potevano circolare liberamente nelle strade della comunità. Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di S. Antonio” e poi “fuoco di S. Antonio”; per questo, nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al santo ed eremita egiziano. Per estensione, poi, egli fu considerato il santo patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato, nonché di tutti gli animali domestici e della stalla. Nella sua iconografia compare anche il bastone degli eremiti a forma di T, la “tau”, ultima lettera dell’alfabeto ebraico e ciò comporta un’allusione alle cose ultime ed al destino; tau, in greco antico, è anche l’iniziale del termine Thauma, che può essere tradotto con “miracolo” o “meraviglia di fronte al prodigio”. S. Antonio abate è anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster, ma anche perché la leggenda popolare narra che S. Antonio, recatosi all’inferno per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo, avrebbe acceso con il fuoco infernale il suo bastone, poi lo avrebbe portato fuori e donato all’umanità, accendendo una catasta di legna. Da questa leggenda sarebbe derivata la tradizione popolare secondo la quale si usa accendere nei paesi, il giorno 17 gennaio, i falò di S. Antonio, che avevano anche una funzione purificatrice e fecondatrice, annunciando il passaggio dall’inverno ad una imminente primavera. Per quanto riguarda S. Geminiano, sono molteplici gli elementi di collega- mento tra i due Santi, uno dei quali può essere individuato nel potere per entrambi di scacciare i demoni dai corpi degli ossessi e di compiere altri prodigi; ad entrambi sono attribuiti poteri taumaturgici (come operatori di miracoli): S. Antonio abate era venerato in Oriente come grande esorcista e così lo era S. Geminiano in Occidente. San Geminiano è vissuto nel IV sec. d.C. ed ha operato prevalentemente nella zona di Modena, città nella quale è nato (precisamente, in Cognento) nel 312 e nella quale è stato eretto sulla sua tomba il Duomo, a lui dedicato; è stato vescovo di Modena ed è morto in data 31 gennaio 397. Alcuni esempi eclatanti del ruolo di protettore della città di Modena svolto da San Geminiano si rinvengono, in particolare, nella difesa delle mura cittadine nel 452, in occasione della discesa di Attila, il “Flagello di Dio”, quando stese un miracoloso manto di nebbia che coprì la città alla vista degli invasori; nel 900, in occasione di una invasione di Ungheri; nella notte tra il 17 ed il 18 febbraio 1511, quando apparve a Carlo D’Amboise che, a capo delle milizie francesi, minacciava la città. La fama della potente intercessione del Santo crebbe e si estese ovunque ed il Duomo di Modena fu per secoli meta di pellegrinaggi da tutta l’Europa. Il collegamento nel culto del Santo tra Modena e Pontremoli si rinviene proprio nel ruolo di taumaturgo e di protettore della città, svolto da San Geminiano: Modena fu salvata da una tremenda inondazione che fece straripare il Panaro e se ne attribuì il merito a San Geminiano; l’eco di tale intervento giunse a Pontremoli, dove regnava l’ansia per gli straripamenti del Magra e così gli abitanti decisero di mettersi sotto la protezione del Santo modenese, proclamandolo anche loro Patrono. Nella tradizione popolare, in Pontremoli l’invocazione di preghiera a San Geminiano viene considerata, in modo particolare, efficace contro le malattie nervose. Nella tradizione popolare, la festività di san Geminiano viene collegata ad una festa per invocare la sua potente intercessione presso Dio per le necessità spirituali e materiali di tutto il popolo, in una commistione tra il sacro ed il profano, fra la civile amministrazione e l’autorità di fede. Il 31 gennaio, dopo la celebrazione della Messa in Duomo e solo allo scoccare del rintocco della campana, viene acceso sul greto del fiume Magra un grande falò, che si trova fatalmente a rivaleggiare con il falò acceso il 17 gennaio in contrada S. Nicolò ed in onore di S. Antonio abate. La rivalità tra le due contrade si sostanzia attualmente nell’assistere al falò avversario e nell’inveire contro il Santo della diversa zona. Mentre i sostenitori di S. Antonio abate – la cui statua è ospitata nella Chiesa di S. Nicolò – inneggiano al proprio santo e protettore (Lò lò lò, viva S. Nicolò, viva il Baticlano, abbasso S. Geminiano), i fedeli di S. Geminiano fanno un rumoroso contrappunto, rispondendo con le loro grida di scherno (Lò lò lò, abbasso S. Nicolò, abbasso il Baticlano, viva S. Geminiano): il Baticlano indica il quartiere in cui vi è la Chiesa di S. Nicolò. Parzialmente diversa, invece, è la ricorrenza di S. Antonio abate in Filattiera, dove il falò viene acceso la sera del 16 gennaio e si conclude con la raccolta dei tizzoni, che vengono portati in casa come augurio di protezione e prosperità; il giorno dopo, il 17, si procede alla benedizione degli animali domestici. 31 gennaio - Falò di S. Geminiano patrono di Pontremoli. 5 Gennaio 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 Giovedì s.s. Madre di Dio Venerdì s. Basilio Sabato s. Genoveffa Domenica s. Ermete Lunedì s. Amelia Martedì Epifania di Gesù Mercoledì Batt. di Gesù Giovedì s. Severino Venerdì s. Giuliano Sabato s. Aldo Domenica s. Igino Lunedì s. Modesto Martedì s. Ilario patrono di Parma Mercoledì s. Felice Giovedì s. Mauro Venerdì s. Marcello Sabato s. Antonio A. patrono di Fivizzano Domenica s. Prisca Lunedì s. Mario Martedì ss. Fab. e Sebast. Mercoledì s. Agnese Giovedì s.Vincenzo Venerdì s. lldefonso Sabato s. Francesco di s. Domenica Convers. s. Paolo Lunedi ss. Tito e Timoteo Martedi s. Angela Merici Mercoledì s. Tommaso d'Aq. Giovedì s. Costanzo Venerdì s. Savina Sabato s. Geminiano patrono di Pontremoli I “ p i p ì n ” d i Vi g n o l a , s e g n i n a s c o s t i d i u n ’ a rc a i c a t r a d i z i o n e m a t r i a rc a l e giano autodidatta pontremolese, aveva descritto in due grossi volumi manoscritti dal titolo Storia di Pontremoli. La tradizione dei pipìn è molto più antica di quanto le piccole sculture superstiti nei Il punto di incontro e di scontro fra la musei e nelle chiese facciano oggi supporre; Chiesa e il mondo popolare rurale si pone alle esse hanno assunto nel tempo ruoli diversi: soglie del Medioevo ed è costituito dal penda simulacri “magici” a raffigurazioni di idoli siero mitico e dall’universo magico, categopagani; da ex voto dedicati a san Pancrazio a rie che passarono pressoché immutate dal elementi di raccolta etnografica; da simboli mondo classico dell’antichità al Medioevo relitti di una fase pre-cristiana a oggetti privi cristiano. Solo i protagonisti cambiarono: ormai del loro significato nella fase ultima, mentre il mito continuò ad essere la sfera priquella coincidente con la sostituzione degli vilegiata dei ceti più alti, la magia trovò la originali più antichi, di fattura locale, con i condanna come superstizione dei ceti incolti giocattoli di legno costruiti in Val Gardena fin e, soprattutto, come “marchio” della femmidal 1870 e che quegli artigiani ambulanti na, della donna con la sapienza del mondo continuarono ad esportare in Italia, in Europa vegetale, delle erbe che guariscono e uccidoe nelle Americhe fino ai primi del Novecenno. Da quei tempi lontani la frattura fra mito to. e ragione rafforzò quella fra magia e religioLa pieve battesimale di Vìgnola, dove la ne con divergenze forti ma spesso solo fortradizione dei pipìn si è mantenuta e rinnovamali perché ai culti originari si sovrapporranta in tempi attuali, è intitolata a san Pancrazio, no, senza riuscire a cancellarli, forme di protettore dei bambini; la presenza, quindi, in razionalizzazione o di battesimo cristiano che quel luogo, di una cerimonia che vedeva al involontariamente manterranno vivi i “segni centro questi simulacri di neonati in fasce ha nascosti”, quelle consuetudini che affondano sempre fatto credere che le madri di quel nel più lontano passato. Uno degli esempi più borgo li offrissero con funzione di ex voto e chiari di questa situazione è costituito da un come preghiera di protezione al santo per i rituale, dismesso alcuni decenni fa nelle sue loro piccoli. Ma questi oggetti differiscono da forme originarie e ripreso poi in forma ibrida, ogni altro ex voto deposto che ha come fulcro alcune nei santuari, perciò si è piccole sculture lignee rafcercato di indagare più a figuranti neonati in fasce, fondo sul loro possibile, note con la voce dialettale vero significato. Una ricerdi pipìn, vezzeggiativo con ca sulle fonti, sulla memoil quale si indica famigliarria storica, e sulle vicende mente il bambino piccolo. dello stesso edificio reliLa tradizione antica e il gioso - il cui primo racconto più moderno, impianto si fa risalire a frutto quest’ultimo della un’epoca precedente l’ansempre fertile fusione fra no Mille con successive fantasia e memoria storica, ricostruzioni - ha riportato sono cresciuti attorno alla in luce sopravvivenze di pieve di Vìgnola, nel ponun probabile originario tremolese, e al santuario culto delle acque e della della Madonna in Gaggio maternità e ha dato a quenel comune di Podenzana, ste piccole figure un signigli unici centri religiosi che ficato del tutto inedito. conservano il ricordo dei Fondamentale, nella pipìn. Manfredo Giuliani ricostruzione della tradifu il divulgatore della zione, è stato il ricordo di “leggenda pontremolese” un falò notturno collegato dei pipìn: egli la pubblicò alla festa della S. Croce, infatti nel 1914 sui fascicodurante la quale comparili I e II dell’«Archivio per vano in scena i pipìn. Il la Etnografia e la Psicolosacerdote, infatti, consentigia della Lunigiana» attinva alle donne sterili del gendo a quanto Vitale paese di portare a casa proArrighi (1854-1930), artiPipìn di Vignola. di Rossana Piccioli conservatore del museo etnografico della Spezia Giovanni Podenzana 6 pria per tre giorni l’effige lignea del neonato (a volte rappresentato in culla), conservata durante il resto dell’anno in chiesa. La mattina della festa della S. Croce, il 3 maggio, i pipìn erano poi riportati in chiesa. Con il tempo si sono fusi nella vicenda due momenti distinti: la consuetudine del falò carnevalesco o di inizio primavera e la festa della S. Croce, celebrata il 3 maggio ma preceduta da una notte di vigilia in cui si accendeva il falò d’inizio estate, documentato in tutta Europa in contesti precristiani e al quale si è sovrapposta spesso la festa dell’Ascensione. Questo fuoco, con quelli che si accendevano nella notte di Ognissanti, di Natale, dell’Epifania, della prima domenica di Quaresima, alla vigilia della Pasqua e nella notte estiva di san Giovanni, faceva parte della serie di fuochi legati ai cicli delle stagioni che ogni comunità tradizionale ha sempre celebrato, ma nel caso di Vignola il passare del tempo ha modificato a tal punto la tradizione da portare a credere che le figurine di neonato fossero simboli di un antico culto pagano e che come tali fossero da distruggere con il fuoco purificatore del falò. Non è mancato chi ha voluto vedervi un legame con altri “idoli pagani” e li ha connessi alle stele protostoriche della Val di Magra. Non è facile comprendere, in una totale confusione di piani e di intreccio di leggenda, storia, consuetudini locali ed errate interpretazioni delle fonti, come mai il racconto leghi il fuoco purificatore a queste piccole figure di neonati: certo è che esse nulla hanno a che vedere con la statuaria antropomorfa dell’età del Rame. In realtà non era mai stata messa in evidenza prima dei recenti studi (R. Piccioli, 2003) l’importanza di un elemento naturale, che al pari del fuoco è al centro di tutti i culti rurali e di tutte le antiche religioni: l’acqua, nel caso delle piccole figure di neonato vera chiave interpretativa della tradizione. Nel 1867 alcuni lavori di ristrutturazione della pieve di Vìgnola portarono all’abbassamento del livello del pavimento ed alla eliminazione di tamponamenti di nicchie e retroaltari. Nello sgombero di queste zone venne in luce una grossa pietra concava che all’epoca, sotto la suggestione della moda culturale del “celtismo”, fu classificata fantasiosamente come “ara pagana dove si ponevano le interiora delle vittime ancora fumanti per placare l’ira del Dio druidico (…)”. Il blocco concavo di arenaria, ancora oggi parzialmente visibile sul lato destro della chiesa dove fu murato dopo il ritrovamento come “pubblico come Tesoro d’Antichità”, si connette a contesti già di quest’ultimi, la presenza dell’elemento fino ad noti e frequenti soprattutto nelle chiese rurali oggi solo ipotizzato: l’acqua salutare, l’acqua toscane e può essere riferito a una dimensione che doveva operare la sua azione “fecondante”. magica legata alla fecondità della donna, alla Per questo ci viene in soccorso Manfredo Giuliagravidanza, al parto e alla salute dei nuovi nati. ni con un dato illuminante, anche se non nuovo, Esso quindi può costituire indizio di come la ne parlò, infatti, nei suoi Appunti di topografia chiesa battesimale, posta non a caso sotto il medioevale del pontremolese pubblicati nel patronato di un santo protettore degli infanti, sia 1942 e si riferisce a una località nei pressi di stata costruita su un luogo già antico santuario Vìgnola, indicata negli Statuti della maternità, dove la tonda di Pontremoli con la denomivasca di pietra (e un pozzetto nazione di Balneum Gualdiadi acqua corrente a livello ni. Mai prima era stata colta la pavimentale di cui si legge un connessione fra la chiesa di accenno nelle fonti manoscritSan Pancrazio e i suoi neonati te) poteva avere un preciso di legno con la presenza poco ruolo nei riti lustrali. L’acqua distante di una sorgente di del battesimo cristiano, l’acqua acqua termale calda, già nota che purifica e salva le anime, nell’antichità. Un toponimo ha occultato quindi l’acqua dialettale - al bagn - indica pagana che guariva il corpo, ancora la natura, il ruolo e il favoriva la vegetazione, la significato di quel luogo fecondazione e la produzione appartato nel bosco, ombroso di latte nelle donne e negli anidi felci, oggi dimenticato da mali. tutti. Una forte matrice Tornando ai pipìn, è chiamatriarcale precristiana con le ra la coesistenza inconsapevole sue divinità, latente nel subma ancora viva fra un rito strato della memoria collettiva preesistente e il racconto della della gente del luogo, aveva tradizione cristiana, quest’ultilasciato un’impronta della sua ma altrimenti poco comprensibile. La mattina della festa Pipìn della Madonna del Gaggio. presenza; bastava ricostruirne la trama sfilacciata dal tempo e della S. Croce i pipìn erano dalla storia degli uomini. quindi riportati in chiesa e deposti non a caso Ecco che allora anche le piccole misteriose sullo stesso altare dietro il quale, nel 1867, fu effigi di neonati ritrovano il loro giusto significarinvenuta, murata e occultata, la pietra con la to. Ecco allora che in questa luce meglio si comconcavità. Fossero stati veramente ex voto per prendono gli atteggiamenti che la gente di Lunipropiziare la salute dei bambini sarebbero state giana ha sempre manifestato verso la cultura posti sull’altare di San Pancrazio, ma se invece li egemone, verso la Chiesa che cancellava i miti e leggiamo come rappresentazioni simboliche il i rituali bollandoli come diaboliche superstizioquadro si chiarisce. Come in un rituale di magia ni. Per i discendenti degli antichi abitanti dei simpatica, il pipìn viveva per tre giorni a casa pagi i santi non soppiantarono mai completadella donna che aspirava alla maternità come un mente gli antichi dei e le donne hanno continuavero “figlio” (e mai sapremo quali erano i suoi to lungo i secoli a porre la loro tenace fiducia gesti e le sue parole fra le mura domestiche) fino nelle divinità protettrici delle madri e dei bambialla festa di inizio maggio, quando anche i campi ni, dei raccolti e delle bestie, traghettando gli e le prime messi venivano adornate di nastri antichi culti fino alle soglie della contemporacolorati e croci, in una celebrazione universale di neità. rinascita che accomunava uomini, piante e aniSe, come accaduto per alcune zone della mali. Poi era riportato in quello stesso luogo Toscana e dell’Emilia si ritrovassero anche in dove nella pietra concava si conservava l’acqua questo luogo, segnato dal magico, stipi votive, salutare, che aveva una particolare influenza nel ceramiche offerte alle ninfe delle acque oppure favorire la fertilità e con la quale le donne desibacula per gli oracoli, avremmo trovato forse derose di prole compivano abluzioni o semplicequalcuno di quegli “idoli pagani da infrangere” mente venivano in contatto; acqua potente, telluche il nascente cristianesimo lunense con i suoi rica, elemento associato da sempre alla sfera primi vescovi voleva così tenacemente sradicare femminile, ai culti della terra e della luna, ai cicli dalle nostre campagne, senza bisogno di scomodi rinascita e morte. dare le stele antropomorfe protostoriche. A Vìgnola, microcosmo magico ancora da decifrare, ritroviamo quindi la presenza di entità superpotenti, marchio inequivocabile della persistenza di riti precristiani. Abbiamo i simulacri Per saperne di più: R. Piccioli, Le metamorfosi dei neonati in fasce per propiziare la fecondità, di un simbolo. Note preliminari sugli ex voto di abbiamo il fuoco purificatore e fecondatore, Vignola, in “Studi Lunigianesi”, Assoc. Manfreabbiamo – forse – un indizio di culti lustrali, ma do Giuliani, Villafranca Lunigiana 2003. per chiudere il cerchio mancava proprio la prova 7 Febbraio 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 Domenica s. Severo Lunedì Pres. del Signore. Martedì s. Biagio Mercoledì s. Gilberto Giovedì s. Agata Venerdì Le Ceneri Sabato s. Teodoro Domenica s. Girolamo E. Lunedì s. Apollonia patrono di Zeri Martedì I di Quaresima Mercoledì N.s. di Lourdes Giovedì s. Eulalia Venerdì s. Ermenegilda Sabato s. Valentino Domenica s. Faustino Lunedì s. Giuliana Martedì II di Quaresima Mercoledì s. Simeone Giovedì s. Mansueto Venerdì s.-Eleuterio Sabato s. Pier Damiani Domenica s. Margherita Lunedì s. Renzo Martedi III di Quaresima Mercoledì s. Cesario Giovedì s. Porfirio /s.Romeo Venerdì s. Gabriele Sabato s. Romano La chiesa della Ss. Annunziata d i P o n t re m o l i di don Lorenzo Piagneri parroco della Ss. Annunziata Note storiche. *1 Nelle immediate vicinanze di Pontremoli, all’altezza del ponte di Saliceto sul fiume Magra - dove anticamente era una fitta boscaglia intersecata dall’antica via Romea di monte Bardone - era stata eretta un’edicola a custodia di un piccolo affresco trecentesco raffigurante l’Annunciazione. Nel corso del XV sec. la devozione e il concorso dei fedeli alla sacra immagine fu accresciuto dalla notizia di alcune apparizioni della Vergine e di miracoli avvenuti, a tal punto che nel 1471 il medico pontremolese Princivalle Villani vi fece costruire a sue spese una cappella. Aumentando in pochi anni la venerazione e divenendo sempre più numeroso l’afflusso dei visitatori, che lasciavano anche cospicue elemosine, il Consiglio Generale della Città, convocato dal Podestà Borrino dè Colli da Alessandria, deliberò il 27 marzo 1474 di edificare un convento vicino alla cappella di Princivalle e di affidarne la custodia ai Padri Agostiniani della Congregazione Riformata di Lombardia, avendo rifiutato tale incarico i Minori Conventuali di S. Francesco in Pontremoli. La decisione di costruire un secondo convento non fu dovuta esclusivamente a un rinnovato interesse per la venerazione popolare al culto mariano, ma ha le sue radici anche nelle particolari contingenze storico-politiche dell’epoca. Queste ultime vedevano Pontremoli - sotto l’egida del duca Galeazzo Maria Sforza - impegnata nel tentativo di elevarsi a grado di città, per divenire sede vescovile a seguito dello smembramento del territorio della diocesi di Luni-Sarzana. A tale progetto si opposero la Signoria di Firenze, da cui Sarzana dipendeva, e i congiurati che nel 1476 uccisero il duca di Milano; intanto però nel marzo 1471 Galeazzo Maria Sforza, diretto a Firenze, aveva sostato a Pontremoli davanti al tabernacolo miracoloso dell’Annunciazione con la moglie Bianca di Savoia e tutto il seguito, accrescendone il prestigio e la fama. Il Pontefice Sisto IV della Rovere autorizzò gli Agostiniani di Cremona a fare erigere il nuovo monastero con bolla datata 17 agosto 1474, dalla quale si rileva che la Comunità aveva stabilito non solo di edificare il convento, ma anche di cappellam ipsam ampliare *2. Tale ampliamento non compor- tava la demolizione della cappella Villani, ma la costruzione di una vasta chiesa in cui questa venisse incorporata. Secondo quanto narra il cronista Giovanni Rolando Villani nella sua cronaca manoscritta riportata dallo Sforza, i lavori iniziarono subito anno 1474 Episcopus Brugnatensis posuit primum lapidem fundamentis ecclesiae divae Annuntiatae Pontremuli e l’edificio fu consacrato il 16 ottobre 1524 da Mons. Filippo Sauli di Genova , vescovo di Brugnato. La Chiesa, tuttavia, doveva essere terminata già da tempo: la maggior parte dei lavori fu infatti compiuta tra il 1474 e il 1480, anche se vi furono numerose integrazioni posteriori e la facciata fu portata a termine solo nel 1558. I frati agostiniani si rivelarono da subito attenti gestori del culto popolare: nel 1475 venne introdotto l’uso degli ex-voto, delle immagini e delle candele di cera. Il patrimonio della chiesa aumentava sia per i lasciti che per le offerte, mentre attorno fioriva un notevole commercio alimentato da fiere importanti, prima tra tutte l’antica fiera di S. Lazzaro da celebrarsi il 15 di agosto - festa della Madonna - per volontà dello stesso duca Galeazzo Maria Sforza. La fortuna del santuario nel corso del 1500 segue le vicissitudini commerciali del borgo adiacente. Non si dimentichi, a tale proposito, che la chiesa fu eretta su una delle principali direttrici viarie di collegamento del Tempietto all’interno della chiesa della Ss. Annunziata. 8 nord della penisola con Firenze, proprio nel frangente storico in cui il culto della S.s. Annunziata nel capoluogo toscano registrava le affluenze più considerevoli di pellegrini. E’ questa una delle motivazioni della presenza di capolavori d’arte nella chiesa e dell’abbondanza di mezzi con cui furono costruiti il convento e i due chiostri. Nei decenni successivi il fervore per il santuario andò scemando, nonostante il borgo della Annunziata rimanesse sino alla seconda metà del 1700 un importante centro commerciale, di pari passo con la fortuna economica di Pontremoli. Nel 1804 la chiesa della Ss. Annunziata venne eretta a parrocchia con decreto del primo vescovo di Pontremoli, Girolamo Pavesi. Nel 1808 il decreto napoleonico che aboliva gli ordini religiosi ricevette pronta esecuzione: gli agostiniani della Annunziata - che a stento si erano salvati dalla soppressione di 150 conventi in Toscana ad opera del Granduca Pietro Leopoldo - furono dispersi e il loro patrimonio indemaniato. In seguito alla caduta di Napoleone e al ritorno sul trono del Granduca Ferdinando III, gli agostiniani tornarono al convento benchè in numero assai esiguo. Si trattò di una breve parentesi: il 19 gennaio 1821 il Granduca soppresse definitivamente il convento e lo Stato prese possesso dell’edificio. La Chiesa e il Convento vennero dichiarati nel 1894 monumento nazionale. Il Convento la cui costruzione è contemporanea alla Chiesa, racchiude due chiostri adiacenti e attualmente ospita la sezione di Pontremoli dell’Archivio di Stato della provincia di Massa Carrara e la sede della Fondazione Città del Libro. Cenni storico-artistici. *3 Il complesso architettonico lascia intravedere le diverse concezioni costruttive dei due “maestri” che si sono succeduti nell’opera: Martino da Lugano ancora rappresentante della tradizione tardo-gotica e Biagio da Firenze portatore del nuovo spirito rinascimentale. L’interno si snoda in un’unica grande navata sino a un’ imponente scalinata in pietra che permette l’accesso alla zona presbiteriale - arricchita dalla presenza della cantoria e dell’organo - e all’abside incorniciata da costoloni d’arenaria. A lato dell’ingresso nord, verso il borgo, è collocata un’acquasantiera in marmo di pre- alimentato dalle fiere. gevole fattura, datata 1543. Alla fine dell’Ottocento, quanIl centro della navata, invece, do già si manifestava la decadenza accoglie il tempietto marmoreo e la soppressione era in atto, si ottagonale in marmo di Carrara, contavano ancora tre forni, due posto nella posizione attuale nel maniscalchi per ferrare buoi, asini, 1527 e per lungo tempo attribuito muli, cavalli; sei calzolai; due a Jacopo Sansovino. E’ questa una rivenditori di stoffe; quattro negozi tradizione di cui è auspicabile di generi alimentari; tre negozi di tener conto alla luce della mirabile frutta e verdura; due falegnami; un fattura delle statue che fanno da costruttore di botti; tre barbieri; un corona alla cupola e della lunetta commerciante di pelli e numerose raffigurante l’Annunciazione osterie dove si potevano gustare i posta sull’entrata del tempietto piatti tipici del luogo come torte stesso. E’ comunque attualmente d’erbi, testaroli, salumi, vino certo che lavorarono all’opera il nostrale ecc... Tribolo – un allievo del grande All’approssimarsi della festa scultore romano – e diversi artisti della SS. Annunziata (25 marzo) della sua Scuola. Croce astile. iniziava la prima grande fiera di All’interno del tempietto, primavera che occupava lo spazio nascosto dall’altare del XVI secoda S. Lazzaro a S. Giustina. Dai paesi vicini conlo, è conservato l’affresco quattrocentesco davanti fluivano attorno al Santuario commercianti e contaal quale sarebbero avvenute le apparizioni miracodini per un atto di devozione alla Vergine, ma anche lose. per lo scambio di merci, il riordino degli attrezzi Sopra l’altare è posta una pala del 1558 - recenagricoli e l’acquisto di animali. Nel giorno della temente restaurata - di Luca Cambiaso raffiguranfesta, il borgo era invaso dai “lupini”, venduti in te l’Adorazione dei Magi. Si tratta di una tavola a cartocci come le caldarroste e utilizzati anche per olio che con ogni probabilità, in passato, era sorgiocare e attirare l’attenzione delle ragazze. I montata dalla lunetta raffigurante il Padre Eterno “ramaini” invece erano il pane dei poveri arricchito benedicente attualmente collocata sull’ingresso alla di uva secca e semi di finocchio. sacrestia. La fiera di agosto era legata alla festa della Opera degna di menzione è senza dubbio il Madonna della neve (5 agosto) - che i fedeli venepolittico della Madonna e gli Evangelisti attribuito ravano in un’antica icona custodita nella chiesetta al pittore genovese Giacomo Serfolio e probabildi S. Lazzaro e andata perduta nel 1979 - ed alla mente datata fine Quattrocento. Originariamente le festa dell’Assunta (15 agosto). diverse formelle erano collocate in una cornice A settembre, per S. Nicola da Tolentino, era traintagliata e dorata in stile gotico che imprimeva dizione offrire ai fedeli i panini di S. Nicola, simbochiaramente all’opera una struttura a foggia di catlo dell’Eucarestia, ma anche cibo curativo per gli tedrale, ma che purtroppo non è stato possibile ammalati. recuperare dopo il furto che ha visto lo smembraAncora oggi un gruppo di volontari della Nunmento dell’opera e la sua dispersione in diverse ziata tengono viva la tradizione dei lupini, dei città d’Italia. Le tavole fortuitamente ritrovate e “ramaini” e dei panini di S. Nicola con entusiasmo ricollocate al posto originario raffigurano: la e professionalità. Madonna in trono col Bambino, i quattro EvangeliDal terrazzo sopra la Cappella di S. Monica sti, le scene dell’Annunciazione, della Crocifissio(ora S. Nicola) i conti Rossi da S. Donnino controlne e gli Apostoli. lavano lo svolgersi delle fiere nel borgo e all’interE’ consigliata, inoltre, una visita alla sacrestia, no, da un matroneo, assistevano alle sacre funzioni le cui pareti sono interamente rivestite da pregevoe al lento risalire dei fedeli, in ginocchio, le scalinali arredi lignei intagliati a ricavarne colonne a spirate del presbiterio per la celebrazione della Via Crule e motivi floreali da frate Francesco Battaglia da cis. Mignegno che ultimò la sua fatica nel 1676. Il Convento annesso alla Chiesa e costruito contemporaneamente a questa, risente tuttavia di Note. uno spirito culturale precedente nei suoi due chio*1 La documentazione storica è stata tratta da: stri con colonne monolitiche in arenaria, capitelli di LICIA BERTOLINI, Aspetti dell’attività di maestri diverse fogge, porte e finestre dai pesanti stipiti comacini nelle zone di Pisa e di Massa, in “Società scolpiti. Su uno dei chiostri si aprivano la Sala del Archeologica Comense. Arte e artisti dei laghi lombarCapitolo, indicata dal simbolo dell’agnello scolpito di”,Como 1959, sull’architrave, la cucina e il refettorio. GIUSEPPE BENELLI, La SS. Annunziata di PontremoIl Folklore. Dopo l’erezione del Santuario, terminato già nel 1480, cominciarono a sorgere, lungo la via romea, la foresteria, poi altre case, dando luogo al borgo, attorno al quale fiorì un notevole commercio li,in “I quaderni della Fondazione Città del Libro – n.3, *2 Cfr. GIOVANNI SFORZA, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze 1904 *3 La descrizione storico-artistica è tratta da: P. BISSOLI, Pontremoli e il Museo delle Statue Stele. Aulla (MS), Mori editore, 1992 9 Marzo 1 Domenica I di Quaresima 2 Lunedì s. Angela Martedì 3 s. Tiziano vesc. 4 Mercoledì s. Casimiro Giovedì 5 s. Adriano 6 Venerdì s. Rosa Sabato 7 s. Felicita 8 Domenica II di Quaresima Lunedì 9 s. Francesca 10 Martedì s. Costantino Mercoledì 11 s. Costantino 12 Giovedì s. Bernardo Venerdì 13 s. Leandro 14 Sabato s. Matilde Domenica 15 III di Quaresima 16 Lunedì s. Eriberto Martedì 17 s. Patrizio vesc. 18 Mercoledì s. Salvatore 19 Giovedì s. Giuseppe patrono di La Spezia Venerdì 20 S Claudia 21 Sabato s. Nicola/s. Benedetto Domenica 22 IV di Quaresima 23 Lunedì Pasqua di Resurrezione Martedì 24 Dell’Angelo 25 Mercoledì annunc. del Signore Giovedì 26 s. Emanuele 27 Venerdi s. Augusta Sabato 28 B. Venturino 29 Domenica V di Quaresima Lunedì 30 s. Amedeo 31 Martedì s. Beniamino m. Riti e culti in Corsica di Nicole et Claude Giorgi A prima vista potrebbe apparire anomalo l’inserimento di un articolo relativo alla Corsica in un Almanacco dedicato alle tradizioni della Lunigiana ma, a ben guardare, la distanza geografica e culturale viene colmata dallo stretto legame operato tra i due territori dalla famiglia dei Malaspina, i cui discendenti sono tuttora presenti nella zona di Monticello, tra Calvi ed Ile Rousse, nella regione della Balagne, zona nord-ovest dell’isola. Questo rapporto risale nel tempo, a prima dell’anno 1000, con la nascita di Alberto I – che assunse il titolo di marchese di Massa Corsica e Sardegna – figlio di Oberto I ed, a sua volta, pronipote di Adalberto I, tra l’altro fondatore di Aulla. La vita quotidiana dei Corsi è scandita, in buona parte, dalla religione ed è commista fortemente ai riti ancestrali. In effetti, l’isola fu molto presto toccata dall’espansione del cristianesimo, tanto che non vi è alcun dubbio che una comunità cristiana esista in Corsica dalla fine del III secolo. Tuttavia, la penetrazione della religione nell’interno è stata più lenta, a causa dell’isolamento delle valli, i cui abitanti hanno per lungo tempo conservato i precedenti culti pagani, la cui eco giunge sino ai nostri giorni e che si manifesta chiaramente nelle cerimonie, dove il cristianesimo ed il paganesimo si mescolano. Sino al X secolo la Corsica era sotto l’autorità del Papa, dapprima in senso spirituale, poi in senso più propriamente temporale quando Pipino il Breve e Carlo Magno confermano la disposizione della pretesa donazione di Costantino, che include l’isola nel dominio di San Pietro. Con il trasferimento a Pisa della sovranità sull’isola nel corso dell’XI secolo e della successiva influenza dell’Ordine di S. Francesco, la storia religiosa e culturale della Corsica viene marcata profondamente. È di questo periodo la costruzione di edifici meravigliosi di stile romano-pisano, come la celebre chiesa di Murato, appena sotto Saint Florent. D’altro canto, in una popolazione insulare particolarmente povera e di ceto contadino, l’etica di umiltà francescana appare connaturarsi ai sentimenti più profondi dei Corsi. La forte identità culturale degli isolani, il loro sentito nazionalismo e regionalismo, il vivo permanere di tradizioni antiche, di costumi e rituali, comporta tuttavia che alla frequente invocazione di Dio e dei santi si accompagni lo scetticismo e l’indifferenza, l’eterodossia accanto al dogma. Le stesse pratiche religiose hanno assorbito alcune delle pratiche sociali caratteristiche della società corsa. Ad esempio, la Messa è oggi detta o cantata in Corso. Oppure, alla rigorosa divisione dei compiti e degli spazi tra i sessi consegue che la Chiesa sia uno spazio quasi esclusivamente femminino: salvo che nelle grandi occasioni, gli uomini – pur se essi stessi osservanti – non vi entrano molto ed assistono alla Messa dall’esterno della Chiesa. In compenso, talvolta sono solo gli uomini a seguire il corteo funebre. La Corsica è stata evangelizzata dal cristianesimo ma, in qualche misura, le sue forti strutture sociali ne hanno parzialmente modificato gli aspetti con i quali si manifesta, tanto che l’eredità religiosa dell’isola è costituita da un insieme di professioni di fede, di pratiche e di personaggi simbolici che cozzano con un’ortodossia purista. In Corsica, l’invisibile non è veramente trascendente ma quotidianamente presente e possiede una relazione molto forte con i morti. La tradizione isolana vuole che ci siano dei momenti nel corso dell’anno nei quali il tempo si curva, resta in una sorta di sospensione che apre un passaggio 10 tra questo mondo e l’altro. Il rovescio delle cose si manifesta ed i morti circolano tra i vivi. I santi fanno parte di questo dietro-mondo e la festa di Ognissanti tende ad unirsi ed a confondersi con quella dei morti, il 2 novembre. È proprio nella notte tra il 1° ed il 2 novembre che i morti fanno ritorno alle loro case, per cui si ritiene che bisogna lasciar loro del cibo sulla tavola o, almeno, un po’ di acqua sul bordo della finestra. I morti ritornano anche nel periodo del carnevale, sotto la forma di mascherosi, bande di giovani questuanti mascherati che si travestono talvolta da morti. Ed ancora, nella notte tra il 31 luglio ed il 1° agosto, le anime dei morti operano una sorta di transumanza, ritornando ai loro luoghi di origine. In alcuni villaggi di montagna si aveva l’abitudine di accendere dei fuochi davanti a ciascuna casa, pratica dal significato ambiguo del quale non si sa se aveva lo scopo di allontanare i morti ritornanti oppure di onorarli illuminando loro la strada. Accanto a queste anime esistono dei personaggi viventi in comunicazione costante con l’aldilà: sono i mazzeri, culpamorti o lanceri, talvolta assimilati ai mal battezzati che comunicano con il mondo dei morti ed hanno delle visioni premonitrici. I santi, in particolare i santi patroni dei villaggi, e la Vergine, patrona dell’intera isola, giocano un ruolo considerevole nelle pratiche e nelle professioni di fede dei Corsi. Feste, processioni e pellegrinaggi che costituiscono testimonianza della devozione a loro rivolta: Santa Devota, vergine e martire; santa Restituta, patrona di Calenzana; santa Giulia, patrona di Nonza; S. Antonio da Padova; S. Pancrazio, patrono dei banditi; san Rocco, protettore delle mandrie. La più importante festa religiosa è quella del giorno dell’Assunzione, il 15 agosto, diventata una sorta di festa nazionale; del resto, il cantico “Dio vi salvi Regina” costituisce l’inno nazionale corso a partire dal 1735, nel periodo di dominazione genovese sull’isola. La Vergine è egualmente festeggiata con intensità e partecipazione in occasione dei pellegrinaggi (a Notre Dame di Lavatina, nel Capo Corso; a Santa del Niolo, a Casamaccioli), cui si accompagnano anche fiere che attirano folle considerevoli. La processione che apre la festa è condotta dai membri della confraternita di S. Antonio, che avvolgono il loro corteo in spirale, secondo un antico rito corso, che viene detto a granitula (a lumaca di mare) e che trova una specifica analogia nella processione della Limacada di Filattiera di Massa. Non trova analogie, invece, la tradizione della processione del venerdì di Passione, dove viene rimesso in scena il cammino della croce di Cristo, nella versione offerta nella cittadina di Sartene, nella parte occidentale dell’isola. Alcune specifiche varianti all’ordinaria Via Crucis rendono tale processione del tutto unica, quale frutto della stretta connessione corsa tra i valori cristiani ed il rispetto di un codice di onore di tipo ancestrale e rurale, tra la religione ed il tessuto sociale e culturale dell’isola. Il penitente, detto il catenacciu, viene vestito ed incappucciato con una veste rossa, le mani coperte di guanti, solo due fessure per gli occhi, al fine di garantirne l’assoluto anonimato. Il prescelto, caricato di catene e portante una pesante croce sulle spalle, attraversa la città, seguito da altri penitenti, tutti vestiti di nero con cappucci bianchi, che portano il corpo del Cristo dentro il suo lenzuolo. Ma la particolarità della processione consiste nell’attribuzione del ruolo principale ad un condannato per crimini d’onore, scelto dall’amministrazione penitenziaria tra tutti i richiedenti, al quale viene concessa la remissione del residuo di pena qualora riesca a completare il faticoso percorso. Una processione che diventa vero cammino di penitenza, un’itinerante espiazione di pena, nella quale si annodano le ancestrali tradizioni popolari con l’essenza stessa della religione di Cristo, un ambiente liquido in cui il cristianesimo corso si muove e nuota con naturalezza e tranquillità di animo. 11 Aprile 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 Mercoledì s. Ugo Giovedì s. Francesco di P. Venerdì s. Riccardo Sabato s. Isidoro Domenica Le Palme Lunedì s. Guglielmo Martedì Santoe Mercoledì Pasqua di Res. Giovedì dell’Angelo Venerdì s. Terenzio Sabato s. Stanislao Domenica Pasqua di Resurrezione Lunedì dell’Angelo Martedì s. Abbondio Mercoledì in Albis Giovedì s. Leonida Venerdì s. Ezechiele Sabato s. Galdino Domenica s. Ermogene Lunedì s. Adalgisa Martedì s. Anselmo Mercoledì s. Leonida Giovedì s. Giorgio Venerdì s. Fedele Sabato Anniv. Liberazione. Domenica s. Cleto Lunedì ss. Ida e Zita Martedì s. Pietro Chanel . Mercoledì s. Caterina patrona d’Italia Giovedì s. Pio Papa La Limacada di Regina Rossi e Ferdinando Quattrone Può sembrare un paradosso per una regione mai nata, per una terra di confine tra altri delimitati territori, ma le usanze, le tradizioni popolari e religiose nella Lunigiana sono fortemente radicate ed hanno caratteristiche uniche che, a ben vedere, ne costituiscono una delle attrattive più importanti. L’antico borgo medioevale di Filattiera si affaccia sulla pianura del fiume Magra ed è arroccato sulle alture di una dolce collina; le sue origini storiche rimandano ad un insediamento bizantino fortificato. Forse sarà stata proprio questa sua origine bizantina, nel suo significato di complessa ed arzigogolata, oppure, chissà, qualche altra ragione storico-culturale, a dare origine e preservare intatta nel territorio di Filattiera un’antica tradizione popolare legata alle modalità di svolgimento delle processioni religiose, la “limacada”. Il termine dialettale identifica il guscio delle lumache ed, in particolare, la sua forma a spirale. Difatti, la processione di cui si parla si avvolge su se stessa, a spirale, per percorrere poi in senso inverso il proprio cammino. Prima di affrontare nello specifico il tema e le modalità di esecuzione della limacada, sembra opportuno tuttavia precisare che da essa va tenuta nettamente distinta l’usanza di utilizzare proprio il guscio vuoto delle lumache, il cui interno era riempito di olio e posizionato uno stoppino, per illuminare il percorso della processione nei borghi del paese. Quindi, in questo secondo caso i gusci delle lumache avevano solo una mera funzione strumentale, di lumi ad olio, collocati sui davanzali delle finestre ovvero fissati ai muri con argilla, così da creare una suggestiva illuminazione che faceva da sfondo e da segno di partecipazione all’evento religioso. Schema del tragitto 12 Nel suo significato più proprio e più antico, invece, la limacada rappresenta e riporta concettualmente al percorso, al tragitto, al difficoltoso cammino che il credente deve intraprendere per giungere alla pace spirituale. La limacada evoca il labirinto che, già in epoca pre-cristiana, costituiva il simbolo ed il fine di una ricerca spirituale; si pensi, ad esempio, al mito greco di Dedalo e del labirinto, costruito per imprigionarvi il temibile Minotauro, paradigma delle forze istintuali dell’uomo. Oppure, ancora più a ritroso nei tempi, si pensi ai cortei dei riti funebri egizi (nella cui cultura lo spirito dei defunti aveva una vita anche oltre la morte e sino a che il corpo si manteneva integro: da questo presupposto è derivata l’usanza della imbalsamazione) che venivano eseguiti proprio con un ideale percorso a spirale per consentire allo spirito, liberato dal corpo, di mantenerne il contatto fisico. Il labirinto circolare, come quello di San Pietro di Pontremoli, è divenuto in seguito il simbolo dei pellegrini che, percorrendo la via Francigena, la più importante strada per l’Italia del Medio Evo, effettuavano una sosta in questa città: in tale senso, i labirinti erano considerati sostitutivi del pellegrinaggio in Terra Santa in quanto cammino che il cristiano, per arrivare a Dio, deve intraprendere fortificando la propria fede: solo dopo aver visto la luce può trovare la via di ritorno, uscendo dal disorientamento che il labirinto stesso crea. La limacada, come il labirinto, assume questo significato di ricerca spirituale per tutti coloro che non potevano recarsi nei luoghi sacri per pregare; il cammino di sacrificio cristiano era interpretato simbolicamente dalla partecipazione attiva alla processione: i fedeli entravano in fila nella piazza posta al centro del paese, seguendo un percorso che si avvolgeva a spirale; giunti al centro della piazza (che rappresentava il fine e la fine della ricerca spirituale), dovevano ritrovare la via di uscita per continuare il loro cammino di fede. Il ruolo più importante nell’organizzazione del percorso era attribuito al “maz- ziere”, la guida, colui che si poneva a capo della processione e che conduceva i fedeli lungo il percorso di entrata e di uscita. In Filattiera, il mazziere più importante, da tutti riconosciuto come il migliore nella difficile opera di guidare l’ordinato e complesso movimento dei fedeli, era tale Pietro Baldini, meglio conosciuto come Pietro d’Sucar, morto nel 1958 all’età di 90 anni; il ruolo di mazziere è stato assunto anche da Bepo d’Nadalin, Giromin del Cerg, Borbo, Moscovi l’vec, Armelindo, sino a Gioacchino Molossi che in Mocrone risulta essere l’ultimo mazziere della Lunigiana. Quando si svolgeva il rito della limacada e perché non viene più eseguita? Fino all’inizio del XX secolo, la limacada veniva effettuata a Filattiera il venerdì santo; tuttavia, un evento sconvolgente determinò la popolazione locale a cambiare la stessa data di effettuazione della limacada, mutandone in certo senso la sua originaria funzione e destinazione da rito funebre per la morte del Cristo ad atto di devozione e di ringraziamento nei confronti della Madonna. Nelle primissime ore del mattino del 27 luglio 1903 un violento terremoto sorprese la popolazione di Filattiera ancora nei letti, provocando gravi danni agli edifici ed alla stessa Chiesa parrocchiale. Tuttavia, nonostante la violenza del sisma del 27 luglio e dei giorni immediatamente successivi, alcuna persona rimase ferita e questo grazie, così si ritiene, all’intervento diretto della Vergine dei dolori. Per festeggiare lo scampato pericolo e come voto per la protezione futura le autorità parrocchiali e la stessa amministrazione comunale decisero di onorare con la solenne processione l’immagine della Madonna Addolorata. A partire dal 1904, pertanto, il giorno di svolgimento della limacada è stato spostato dal Venerdì Santo al 27 luglio, per tener fede all’impegno di devozione assunto nei confronti della Madonna, per celebrare con particolare intensità il ruolo di protettrice della comunità svolto nell’occasione dalla Madre di Cristo. La processione ha un andamento molto complicato e presuppone l’opera di numerose persone che, fisse in posizioni prestabilite della piazza, rappresentano i punti intorno ai quali i fedeli devono mutare la loro direzione a spirale, per giungere sino al centro, ove vi è l’immagine sacra della Madonna; da quel punto, devono proseguire il loro cammino in direzione inversa, senza che vi sia alcun intralcio di percorso durante lo sviluppo della processione; infine, il percorso termina all’interno della chiesa, ove l’ immagine della Madonna Addolorata viene riportata sull’altare. Proprio la complessa organizzazione richiesta dal lento ed articolato movimento, con la predisposizione strategica dei punti di svolta e la regolamentazione del percorso della limacada, rappresenta la sua bellezza ed unicità ma, nel medesimo tempo, il suo grande limite in termini di possibilità di esecuzione, poiché impone la presenza di una guida, capace di condurre la processione senza incidenti di percorso. Proprio per tale motivo, da alcuni anni questa tradizione è stata abbandonata a seguito dell’assenza di validi mazzieri, che possano occuparsi della riuscita della processione. In una foto d’epoca la limacada durante la processione in onore della Madonna. 13 Maggio 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 Venerdì s. Giuseppe lav. Sabato s. Atanasio Domenica ss. Filippo e Giac. Lunedì Ascen. del Signore Martedì s. Pellegrino Mercoledì s. Giuditta Giovedì s. Flavia Venerdì s. Vittore Sabato s. Gregorio Domenica s. Alfio Lunedì Pentecoste Martedì s. Pancrazio Mercoledì s. Emma Giovedì s. Mattia Venerdì s. Torquato Sabato s. Ubaldo Domenica s. Pasquale B. Lunedì Santissima Trinità Martedì s. Pietro di M. Mercoledì Ascensioneo Giovedì s. Vittorio Venerdì s. Rita Sabato s. Desiderio Domenica Ascensione Lunedì s. GregorioVII Martedì s. Filippo Neri Mercoledi Pentecoste Giovedì s. Emilio Venerdì s. Massimo Sabato s. Ferdinando Domenica Pentecoste I pellegrinaggi ai santuari di Giulio Cesare Cipolletta Nella tradizione religiosa cristiana viene conferito un posto di rilievo ai pellegrinaggi che, con specifico riferimento alla realtà dell’area lunigianese, hanno in particolare ad oggetto i santuari mariani di montagna. In realtà, ben si può sostenere che costituisca un elemento comune a tutte le religioni l’istituto del pellegrinaggio verso i luoghi ritenuti santi o di particolare rilievo per quella fede in quanto esso simboleggia il percorso spirituale, un cammino materiale che il credente deve percorrere, almeno una volta nella vita, per consegnare l’anima purificata al proprio dio. Intraprendere un percorso, spesso arduo e faticoso, per raggiungere un luogo lontano, denso di pericoli, e portarlo a termine con successo, assume il significato intrinseco di saper vincere gli ostacoli, rinsaldare la propria fede, essere consapevole di aver posto la propria vita sotto lo scudo protettore del dio nel quale si crede. Di per sé, soprattutto in passato, il pellegrinaggio era un viaggio pieno di pericoli (guerre, pestilenze, banditi) che non davano alcuna certezza di arrivare alla meta, tanto che era costume per il viaggiatore fare testamento prima della partenza. Il viaggio in una delle tre peregrinationes maiores, secondo l’insegnamento di Dante nella Vita nova (Terra Santa, Roma e Santiago di Compostela) era tanto arduo quanto l’impresa di Teseo. È noto che il labirinto venne costruito da Dedalo per imprigionare il Minotauro e che nessuno poteva uscirne, se non Teseo, aiutato però, per amore, dal filo di Arianna; in senso cristiano, il labirinto identifica l’impossibilità di uscire dai meandri del peccato senza l’aiuto caritatevole di Dio. Proprio il labirinto diventò il simbolo del pellegrinaggio penitenziale, tanto da essere inserito, quale motivo ornamentale ma sostanziale, in numerosi luoghi di devozione toccati dalla via Francigena, da Canterbury a Brindisi. Santuario della Madonna del Monte. 14 Non bisogna dimenticare che, nel periodo medioevale, soltanto a pochi era riservata la possibilità di compiere un viaggio in uno dei luoghi simbolo del cristianesimo: si facevano, perciò, dei pellegrinaggi minori, in diverse cattedrali (Chartres, Poitiers, Reims, Tolosa, Pontremoli, Lucca) dove i pellegrini avrebbero potuto trovare un labirinto, il centro del quale assumeva il significato della Gerusalemme celeste. La stessa cattedrale ne rappresentava un simbolo, per cui il pellegrinaggio ad essa equivaleva ad un viaggio in Terra Santa, sia pure in scala ridotta. In genere, i santuari di montagna sono caratterizzati da porticati – che, soprattutto nel passato, avevano la funzione di fornire un ricovero ai viandanti e pellegrini – e dalla presenza di fonti, anche esse aventi in origine lo scopo primario di assicurare ai fedeli giunti da lontano la possibilità di dissetarsi. Quei porticati e fonti, poi, assumevano anche un valore manifestamente simbolico in quanto, essendo garantita la possibilità di trovare un tetto, di rifocillarsi e di bere, si poteva (e si può) identificare nella casa del Signore un luogo di accoglienza, il luogo ove la sete (di fede) viene saziata. Pontremoli e la Lunigiana erano un luogo di passaggio, non un luogo di partenza per i pellegrinaggi per mete lontane; tuttavia, era consuetudine seguire le tradizioni locali, con visite ai santuari siti poco distanti ed in zone montuose. In un contesto nel quale il mondo contadino, con i suoi ritmi legati alle stagioni ed al lavoro nei campi, era fortemente intriso di religiosità in ogni aspetto dell’esperienza quotidiana e nel quale si tramandavano riti che legavano sacro e profano, religione e superstizione, non poteva che avere larghissima diffusione il culto della devozione mariana. Madonna del Monte. La figura della Vergine Maria, materna e protettiva, era vista come intermediaria delle suppliche dell’uomo verso Dio e le erano attribuite qualità salvifiche e tutelari, per cui molto frequenti erano e sono le donazioni e gli ex voto offerti in cambio di grazie ricevute. Il Santuario del Monte si trova nel Comune di Mulazzo, oltre Montereggio; la sua epoca di costruzione risale al XII secolo, quando i monaci benedettini dell’abbazia di Borzone crearono, in stile romanico, un priorato dedicato alla Vergine. Si attribuisce la sua costruzione ad una particolare leggenda: un uomo, ingiustamente accusato di un omicidio, vagando per i boschi in fuga dalla Liguria, giunse una notte sul monte di Mulazzo; improvvisamente, vide una stella cadere sopra un rustico ed apparve l’immagine di Maria. Quella stessa notte, nel suo paese d’origine venne arrestato il vero assassino. A ricordo dell’intervento di Maria, materna nella protezione e difesa degli innocenti, si decise di erigere un tempio; ma il luogo prescelto non era quello dove si era verificata l’apparizione, per cui ogni notte gli attrezzi utilizzati per la costruzione sparivano e venivano portati in volo da una colomba sul monte dove era avvenuto il prodigio, sino a che non venne deciso di realizzare il santuario nella sua collocazione attuale. In qualche maniera analoga, per l’intervento diretto di Maria, è la leggenda legata al Santuario del Gaggio, in Podenzana, che è dedicato alla Madonna della neve e la cui festività viene celebrata il 5 agosto. La leggenda, nata nel XVII secolo, narra che, in un assolato giorno d’agosto, un boscaiolo eretico, non riuscendo ad abbattere un castagno, bestemmiava ad alta voce; sulla cima dell’albero apparve, improvvisamente, l’immagine della Madonna che, in risposta alle imprecazioni, gli disse “smettila, mi fai piangere”. Le lacrime, cadendo, si trasformarono in neve. Avendo assistito direttamente al prodigio, il boscaiolo si convertì alla fede cristiana e partecipò attivamente all’edificazione del Santuario. Attualmente i due Santuari costituiscono tappe obbligate dei pellegrinaggi lunigianesi con una netta prevalenza degli aspetti e sentimenti religiosi, non contaminati da fiere o feste dal contenuto commerciale, proprio in quanto profondamente radicati nella cultura e nella tradizione popolare. Del resto, questi stessi Santuari conservano ancora le origini e funzioni devozionali, anche nella loro struttura ed arredo, trattandosi di edifici di dimensioni ridotte e prive del fasto dei più grandi santuari cittadini, ma ricchi, in ogni caso, di un decoro che racconta, proprio attraverso la loro semplicità, dello stretto legame con il territorio di appartenenza. 15 Giugno 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 Lunedì s. Giustino Martedì festa della Repubblica. Mercoledì ss. Trinità Giovedì Pentecoste Venerdì s. Bonifacio Sabato s. Norberto Domenica Ss. Trinità Lunedì s. Medardo Martedì ss. Efrem e Primo Mercoledì Corpus Domini Giovedì ss. Trinità Venerdì s. Onofrio Sabato s. Antonio da Padova Domenica Corpus Domini Lunedì s. Germana Martedì s. Ceccardo di Luni patrono di Carrara Mercoledì s. Raniero Giovedì s. Maria Venerdì s. Giuliana Sabato s. Ettore Domenica s. Luigi Gonzaga Lunedì s. Paolino Martedì s. Lanfranco Mercoledì s. Giov. Batt. patrono di Villafranca L. Giovedì s. Massimo Venerdi s. Rodolfo Sabato s. Grillo di A. Domenica s. Ireneo Lunedì ss. Pietro e Paolo patrono di Quercia Martedì ss. Primi Martiri L e p ro c e s s i o n i d e l l a M a d o n n a d e l P o p o l o di don Silvano Lecchini parroco del Duomo di Pontremoli Le solenni processioni del 2 luglio con l’Immagine della Madonna del Popolo per le vie della Città di Pontremoli sono 10 e sono avvenute nei seguenti anni: 1716 – 1814 – 1855 – 1861 – 1887 – 1922 – 1937 – 1948 – 1987 – 2000. Di alcune, soprattutto le più recenti, si hanno notizie ampie e dettagliate, di altre solo pochi cenni. La devozione del 2 luglio ha origine dai voti fatti nel 1622 e nel 1630 di cui si ha testimonianza nelle due lapidi marmoree poste nel Duomo e, precisamente, nel transetto di sinistra a lato dell’altare di S. Vicinio. I due voti furono fatti in occasione di due terribili pestilenze. Il primo stabilì per ogni anno a venire l’offerta di dodici libbre di cera bianca e la solennizzazione della Festa della Visitazione della B.V. Maria; il secondo, la costruzione di un Tempio “sontuoso e nobile” dedicato alla Madonna del Popolo. Fino al 1716 non si ha notizia che l’Immagine della Madonna fosse portata in processione. Dal libro delle Deliberazioni Capitolari viene riportato che, per la prima volta, nel 1716 viene fatta una processione con la statua della Madonna del Popolo. Così si trova scritto: “Altra fiera influenza di pestifero morbo e mortalità avvenne in Pontremoli nei mesi di maggio e di giugno”. La comunità, tenuto Consiglio generale, decreta ufficialmente di “portare processionalmente il 2 luglio la statua della B.V. del Popolo, colla più solenne pompa; e fu effettivamente portata la prima volta per la principale contrada della città l’Effigie salvatrice ed ecco infatti che la moria d’un tratto cessò”. Dall’opuscolo “Cenni storici intorno alla Cattedrale di Pontremoli” risulta una processione fatta nel 1814 di cui non si ha altra notizia. Nel 1855, nel libro delle Deliberazioni Capitolari, si trova la richiesta del Propo- sto del tempo “di portare in processione con pompa straordinaria e solenne, la miracolosa immagine della nostra gran Protettrice la B.V. del Popolo in rendimento di grazie e tributo di devota riconoscenza per averci preservati fin qui dal crudele morbo asiatico e dalle altre calamità che hanno afflitto gran parte d’Italia”. Una descrizione di questa festa si trova pubblicata nella Gazzetta di Parma n. 99 del 24 aprile 1855. Sempre nel libro delle deliberazioni relativamente all’anno 1861, a pag. 51, si trova la richiesta di portare processionalmente la statua della Madonna del Popolo. Il 25 agosto “dopo la Messa solenne cantata dal Proposto, fu portata processionalmente per la città, la sacra immagine della Beata Vergine del Popolo, in occasione di grande siccità, con l’intervento di S.E. Rev.ma Mons.Vescovo, di tutte le compagnie della città e di moltissime altre della campagna”. Nel 1887 si ricordano due ricorrenze centenarie. Il Capitolo, nella sua seduta del 10 mag- 16 gio, delibera su richiesta della quasi totalità della popolazione “in attestato anche della pietà dei suoi Avi di celebrare il 2 luglio prossimo, portando anche in processione la miracolosa effigie della B. Vergine del Popolo e questo perché nel corrente anno 87 si incontrano due memorandi fatti, cioè il secondo centenario della costruzione della Chiesa Cattedrale, decretata dal Consiglio Generale della Comunità di Pontremoli il 7 luglio 1830 e compiuta nel 1687 ed il primo centenario della istituzione della Diocesi Apuana e ad erezione della insigne Collegiata a Cattedrale decretata con Bolla Pontificia “In Suprema B. Petri Cathedra..” del 4 luglio 1787. Furono queste feste memorabili ricordate nella “Relazione delle feste centenarie solennemente celebrate in Pontremoli l’1, 2, 3 luglio 1887 in onore della Madonna del Popolo”. Per comprendere la solennità dell’evento vengono riportare alcune cifre; 36 Confraternite in processione, 3 cori strumentali, 37 vessilli, grandiosi apparati scenici lungo la strada Nuova, a Porta Fiorentina e in Piazza Duomo; 50 ragazze biancovestite e con una corona di fiori, che deposero infine ai piedi della Vergine; otto sacerdoti che portavano l’Immagine della Madonna a spalla; 3.200 persone, di cui 2.500 vestite con la cappa delle confraternite. Durata della processione: quattro ore e mezzo, dalle ore 8 alle ore 12,30. Nel ventesimo secolo, la Madonna fu portata processionalmente 5 volte. Nel 1922, per ricordare il voto del 1622, viene deliberato su richiesta della municipalità di fare una processione per dare lode alla Vergine Maria. La richiesta, dopo alcune perplessità, viene accolta, come risulta dal libro delle deliberazioni del Capitolo alla data 16 marzo 1922. Due le motivazioni: il terzo centenario del voto del 1622 e “il desiderio di ringraziare la loro Madonna per la materna assistenza e protezione durante la grande guerra europea 1915–1918”. Sarà questo centenario una apoteosi come descritto nelle cronache del tempo e che si trovano riportate nel libro “La Chiesa di S. Maria del Popolo” (Mons. A. Corradini). L’avvenimento è ricordato anche in una pergamena che si trova esposta nella sacrestia del Duomo in cui la Comunità rinnova il voto del 1622 obbligando i Signori Sindaci pro-tempore della città ad eseguire quanto deliberato dal Consiglio Comunale nella seduta straordinaria del 15 giugno 1922. Erano presenti alla solenne processione S.E. il Card. Pietro Maffi arcivescovo di Pisa, Mons. Menegazzi vescovo di Comacchio e il Vescovo diocesano Mons. Angelo Fiorini. La Messa Pontificale iniziò alle ore 3, la processione alle ore 8. Parteciparono 50 confraternite, 25 associazioni giovanili, 70 bambine in abito bianco e velo celeste e si parlò di circa ventimila persone che parteciparono o assistettero all’avvenimento. Il rientro in cattedrale fu alle ore 12. Dopo 15 anni, nel 1937, fu indetto il Congresso Eucaristico. Il Vescovo Mons. Giovanni Sismondo volle ricordare anche la Madonna e abbinò solenni festeggiamenti che culminarono con il rinnovo dell’incoronazione della B.V. del Popolo. La solennità fu presieduta dal Card. Caccia Dominioni che incoronò solennemente l’Effigie della B.V. del Popolo (l’antica e preziosa corona del 1695 è oggi conservata nel tesoro del Duomo). Assistevano il Cardinale, oltre il Vescovo diocesano, altri 7 vescovi. Imponente fu la processione con la partecipazione delle confraternite e una immensa folla. Ancora oggi questo avvenimento è ricordato per la sua grandiosità. 1948: la popolazione che aveva sofferto molto durante il conflitto mondiale che vide la nostra terra devastata dalla guerra, ritenne doveroso innalzare inni di ringraziamento alla B.V. del Popolo per la protezione avuta. Il Vescovo Sismondo prese la decisione di solennizzare la festa del 2 luglio con una processione di ringraziamento. La preparazione fu affrettata per il poco tempo a disposizione ma riuscì in modo egregio. Presenziarono alla festa 7 Vescovi e vi partecipò “una folla come non si era mai vista”. La festa creò tanto entusiasmo che il Vescovo concesse che l’Immagine della Madonna visitasse tutte le parrocchie del Pontremolese. Visitò circa 50 parrocchie, lasciando ovunque un grato ricordo. Nel 1987 fu celebrata la festa dei due centenari: trecento anni della Cattedrale e duecento anni della diocesi. Il ricordo dei trecento anni del Tempio dei Padri, fu molto sentito. La preparazione alla festa fu fatta con una novena. Il Pontificale celebrativo fu presieduto dal Cardinale di Firenze Silvano Piovanelli. La partecipazione fu imponente. Per ricordare l’avvenimento fu redatto un opuscolo che riporta il resoconto delle celebrazioni. 2000 - Anno Giubilare. Il Vescovo e il Capitolo propongono di onorare la B.V. del Popolo il 2 luglio. Il 10 giugno iniziano le celebrazioni con preghiere e pellegrinaggi. Il 2 luglio, giorno della festa, viene celebrato il solenne Pontificale presieduto dal Cardinale Carlo Furno. Il Sindaco rinnova il voto con l’offerta del cero. Nel pomeriggio, la Cattedrale fu meta di numerosi pellegrini venuti non solo da Pontremoli ma anche da altre località Lunigianesi. La processione lungo le vie del centro storico fu imponente, con grande concorso di popolo; oltre le Confraternite della città parteciparono anche le Confraternite di Arzengio, Mignegno, Casa Corvi e Vignola . Le strade erano addobbate di damaschi e fiori per onorare la Vergine SS. Dal 1716 al 2000 la B.V. del Popolo uscì processionalmente dalla Cattedrale 10 volte. La prossima festività del 2 luglio con la processione della Venerata Immagine della Madonna del Popolo dovrebbe aver luogo nel 2022. 17 Luglio 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 Mercoledì s. Aronne Giovedì s. Vitale Venerdì s. Tommaso Sabato s. Elisabetta di P. Domenica s. A.M. Zaccaria Lunedì s. Maria Goretti Martedì s. Claudio Mercoledì s. Adriano Giovedì s. Veronica Venerdì ss. Ruffina e Seconda Sabato s. Benedetto patrono d’Europa Domenica s. Fortunato Lunedì s. Enrico Martedì s. Camillo de' L. Mercoledì s. Bonaventura Giovedì B.V. del Carmelo Venerdì s. Marcellina Sabato s. Federico Domenica s. Giusta Lunedì s. Elia Martedì s. Lorenzo da Br. Mercoledì s. Maria Madd. Giovedì s. Brigida Venerdì s. Cristina Sabato s. Giacomo M. patrono di Licciana N. Domenica ss. Anna e Gioac. Lunedi s. Celestino I Martedì s. Nazario Mercoledì s. Marta Giovedì s. Pietro Crisologo Venerdì s. Ignazio San Genesio di Giulio Cesare Cipolletta Si sa, la Lunigiana è una terra dove abbondano i castelli e le tradizioni popolari, che si manifestano in riti, sagre e processioni. Una delle più antiche fiere, le cui origini storiche si perdono nel tempo, è quella di San Genesio, che si tiene a Filetto, frazione del Comune di Villafranca, negli ultimi giorni del mese di agosto. San Genesio si celebra il 25 agosto ma molto incerte sono le sue origini e la sua storia nonché l’esatta individuazione dei luoghi in cui avrebbe operato; le fonti riferiscono, difatti, che vi sarebbero molteplici città che si contendono il suo luogo di nascita e che venerano tale santo come originario di un territorio: Genesio di Alvernia, Genesio di Beziers, Genesio di Roma, Genesio di Brescello, Genesio di Arles. In realtà, il San Genesio del 25 agosto dovrebbe essere individuato proprio nel santo di Arles, il cui culto si sarebbe poi diffuso in altre città della Gallia e di altri territori, dando luogo a fenomeni di localizzazioni della figura storica e della sua persona. In altri termini, la diffusione del culto del santo di Arles in ambiti territoriali diversi ha fatto sorgere la convinzione che Genesio fosse originario di quei luoghi. Proprio quella localizzazione, la rivendicazione locale del suo territorio di nascita – e che costituisce un fenomeno abbastanza usuale nell’agiografia, cioè nella letteratura che riguarda la vita dei santi, dei beati e dei venerabili – ha dato luogo a storie diverse circa la sua attività ed il martirio. In particolare, le storie di Genesio di Roma e Genesio di Arles sono accomunate dalla circostanza che entrambi sono considerati patroni degli attori e degli artisti di teatro e, nelle tradizioni locali, protettori degli epilettici. Il primo, Genesio di Roma, prima di convertirsi alla fede cristiana nell’anno 303, era un mimo ed attore; durante una rappresentazione teatrale – in un’opera che derideva proprio il battesimo ed i riti del cristianesimo nascente – improvvisamente si convertì ed abbracciò la fede in Cristo. Nel periodo delle persecuzioni di Diocleziano subì il martirio, con modalità particolarmente cruente: venne dapprima percosso con bastoni, poi lacerato con uncini e bruciato con fiaccole; infine, venne decapitato, senza mai abiurare la fede cristiana. I suoi resti sarebbero conservati sull’altare di S. Lorenzo nella chiesa di S. Sabina in Roma. Del secondo, invece, si narra che egli fosse entrato molto giovane nella milizia e che lavorasse ad Arles quale stenografo; durante il periodo delle persecuzioni, si rifiutò di operare contro i cristiani, essendo egli stesso un catecumeno, cioè stava ricevendo l’istruzione per essere poi ammesso al battesimo. All’intensificarsi delle persecuzioni fuggì ma venne catturato dai soldati romani sulle sponde del fiume Rodano ed ucciso ma, prima di morire, venne battezzato con il suo stesso sangue. Come abbiamo scritto, San Genesio è patrono degli artisti e, forse, questo costituisce uno dei motivi per cui la Fiera di Filetto vedeva un’elevata partecipazione di artisti di strada, mimi, giocolieri, cantori. Attualmente, oltre alla Fiera, nello stesso mese di agosto, nel borgo di Filetto si svolge una rievocazione della vita medievale, con l’apertura dei fondi nei quali vengono sistemate taverne e negozi, con figuranti a piedi ed a cavallo che intrattengono gli affascinati visitatori con i loro costumi, i giochi di abilità e di prestigio, con i locali che propongono i menu tipici del tempo. Le origini di Filetto quale borgo fortificato a forma quadrilatera risalgono al VI-VII sec., quando venne edificato il suo nucleo più antico con le quattro torri cilindriche angolari, per difendere i confini del già decadente Impero dalla pressione longobarda. Successivamente, e fino al XVII secolo, il borgo è stato più volte amplia- Oratorio di S. Genesio a Filetto. 18 to, con la realizzazione di residenze fortificate, di una Chiesa dedicata ai SS. Filippo e Giacomo e di monumentali porte di ingresso, del palazzo dei marchesi Ariberti di Cremona e del convento dei frati ospitalieri di San Giovanni di Dio, detti Fatebenefratelli. Tuttavia, molti secoli prima, quegli stessi luoghi erano già abitati, come si desume dai numerosi ritrovamenti di statue stele in tutta l’area, che testimoniano la precedente presenza stanziale di una civiltà contadina che ha lasciato tracce di sé in tutte le valli della Lunigiana. Nell’età medievale, in un vasto territorio compreso tra Filetto, Mocrone, Malgrate ed Irola, venne messo a coltura un bosco di castagni (attualmente, di dimensioni molto più ridotto e chiamato Selva di Filetto), che per secoli ha rappresentato la principale fonte di sostentamento per la popolazione locale, che ricavava cibo e possibilità di commercio dalla lavorazione delle castagne. Proprio la Selva di Filetto, da epoca immemorabile, era considerato un luogo magico. Nel XVI secolo, in questa area è stato edificato l’oratorio dedicato a San Genesio e si è dato origine alla festa religiosa, cui si è accompagnata, di pari passo, la fiera avente un contenuto più prettamente commerciale e che aveva ad oggetto la compravendita di merci e bestiame. Difatti, bisogna considerare che Filetto si trova in posizione strategica, al centro dell’Alta Lunigiana, sul fondo valle percorso dal fiume Magra e dall’antica via Francigena: si prestava, pertanto, a rappresentare a pieno titolo un ideale luogo di incontro per i commercianti di tutta la vallata e per coloro che, sfruttando il tracciato dell’antica via dei pellegrini, avevano la possibilità di esportare e barattare i loro prodotti. La festa religiosa diventava, così, motivo ed occasione per intavolare delle trattative commerciali, fondamentali per l’economia rurale della vallata ma, nello stesso tempo, anche per instaurare scambi “culturali” e di informazione circa la vita vissuta oltre lo stretto ambito del territorio. Un particolare abbastanza singolare legato alla fiera di S. Genesio è che essa costituiva anche l’occasione, per appositi sensali, di combinare matrimoni: in effetti, la riunione in quel luogo di un così elevato numero di persone rappresentava anche una sorta di incontro “mondano”, stante le scarse possibilità di relazioni sociali allargate. L’importante eco dell’annuale fiera di San Genesio già risulta documentata nel 1616 laddove, in una relazione della Reale Camera Spagnola (che in quell’anno aveva ereditato il feudo dall’ultimo Malaspina), si può leggere che “una chiesa con il suo Curato si fa in detta terra una fiera ogni anno”. In passato, le celebrazioni liturgiche collegata alla festa religiosa si svolgevano lungo tutto l’arco della giornata; tra canti e preghiere, la statua del Santo veniva portata in processione nel castagneto e venivano accese migliaia di candele da parte dei fedeli, rendendo così il percorso particolarmente suggestivo ed evocativo. Attualmente, tuttavia, la celebrazione religiosa e la processione di San Genesio hanno perduto gran parte della loro capacità attrattiva popolare e di primaria componente di devozione – che derivava anche dalla loro sovrapposizione a più arcaiche tradizioni contadine, ben radicate – a tutto vantaggio di altri aspetti della fiera, di natura più prettamente economica e commerciale. 19 Agosto 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 Sabato s. Pellegrino patrono di Casola Domenica s. Eusebio di V. Lunedì s. Lidia Martedì s. G.M. Vianney Mercoledì s. Sisto II Giovedì Trasfig. N.S. Venerdì s. Gaetano Sabato s. Domenico Domenica ss. Fermo e Rust. Lunedì s. Lorenzo Martedì s. Chiara Mercoledì s. Macario Giovedì ss. Ippol. e Ponz. Venerdì s. Massimiliano Sabato Assunzione M.V. Domenica s. Rocco Lunedì s. Pellegrino Martedì s. Elena Mercoledì s. Mariano Giovedì s. Bernardo Venerdì s. Pio X Sabato Maria SS. Regina Domenica s. Rosa da Lima Lunedì s. Bartolomeo Martedì s. Genesio Mercoledì s. Alessandro Giovedi s. Monica Venerdì s. Agostino Sabato Mart. s. Giov. Batt. Domenica s. Gaudenzia Lunedì s. Aristide S . Te re n z i a n o , i l S a n t o d l à “ f re v a ” di Roberto Bolleri Ogni anno, a Mignegno sobborgo di Pontremoli, in un piccolo oratorio, immerso nel verde e nel silenzio del bosco, poco distante dalla strada in salita che conduce al passo della Cisa, si celebra la festa di S. Terenziano. Sono ormai 500 anni che i pontremolesi onorano il 1° settembre, dimostrando fedeltà e fiducia all’anziano Vescovo che ha preferito il supplizio e la morte alla rinuncia della fede nell’unico Dio. Questa bella tradizione, radicata nel cuore dei pontremolesi, è un forte richiamo per ciascuno di noi a considerare la santità come meta suprema della propria vita, imitando quanto ha fatto il Vescovo Terenziano. Si narra infatti che, al tempo dell’imperatore Adriano(117-138 d.C.), venne emanato un editto contro i cristiani e così Leziano, proconsole della Tuscia, fece arrestare il Vescovo di Todi. Questi tentò, durante l’interrogatorio, di convertire Leziano, spiegandogli la dottrina di un solo Dio in tre persone, della prima e della seconda venuta di Cristo e degli altri precetti cristiani. Leziano però non si lasciò convincere ed accusò Terenziano di arti magiche e lo fece torturare, ma ad una preghiera del Santo, le statue degli idoli e gli strumenti per i sacrifici andarono in frantumi e il sacerdote pagano Flacco diventò improvvisamente cieco. Il Vescovo continuò ad essere torturato; venne scarnificato, ustionato con carboni ardenti e venne amputato della lingua. Egli continuava ugualmente a pregare mentre Leziano diventava muto e moriva. Ripreso il processo dagli augustali Celso e Leonzio, Flacco – il sacerdote pagano accecato – si gettò ai piedi di Terenziano per ottenere la guarigione. Il vecchio Vescovo, implorando l’aiuto divino, gli ridonò la vista e lo battezzò. Terenziano e Flacco vennero decapitati insieme, era il 1° settembre e due cristiani, avvertiti in sogno, seppellirono i loro corpi in un luogo chiamato Colonia a 8 miglia dalla città. Ancora oggi, le reliquie del Santo sono venerate nella chiesa della parrocchia di S. Terenziano, nel comune di Gualdo Cattaneo, vicino Todi. Questa è la “passio” del Santo Vescovo secondo gli “acta sanctorum” L’Oratorio di S. Terenziano a Mignegno, risale, secondo padre Bernardino Campi (1656-1714), al 1514 quando frà Tommaso da Osimo, della provincia della Marca, riconosciuto dai pontremolesi “costruttore di pace”, fu da loro accompagnato fino all’inizio della salita della Cisa dove tenne un “divoto” discorso che entusiasmò tanto i fedeli da indurre gli stessi a edificare 20 un Oratorio in onore di S. Terenziano. La sua costruzione fu opera della Confraternita dei disciplinati di S. Lorenzo “extra moenia” di Pontremoli (l’attuale Misericordia) che ebbe cura dell’Oratorio fino al 1785, anno della sua soppressione ad opera di Pietro Leopoldo. E’ difficile dare una spiegazione circa la dedicazione dell’Oratorio al Santo Vescovo di Todi. Secondo alcuni sarebbe legata ad una devozione importata a Pontremoli da Nicodemo Tranchedini che abitò a Todi e lì prese moglie. La devozione a S. Terenziano quale “Santo dlà freva” nasce alla metà del XIX secolo, precisamente nel 1855. Infatti, proprio l’epidemia di colera di quell’anno fu l’origine di quella protezione speciale sulle malattie febbrili per cui ancora oggi il Santo viene invocato. Il perché i pontremolesi si rivolsero a S. Terenziano è da collegarsi principalmente al primo caso di colera nel territorio pontremolese nel 1855, che ebbe come scenario proprio l’oratorio di S. Terenziano a pochi giorni dalla festa del Santo: qui, infatti, fu fermato e ricoverato il 12 agosto di quell’anno il primo coleroso che morì a mezzanotte del giorno dopo. La statua fu donata nel 1862 in scioglimento del voto fatto dai pontremolesi nell’anno del colera. E’ in questo periodo che, accanto alla festa religiosa, compare la sagra campestre con le merende nei castagni, le osterie con i tradizionali tortelli, i testaroli, il vino nostrale, una tradizione questa che esiste ancora oggi. In seguito, arriveranno anche le bancarelle con i giocattoli ed altri oggetti che faranno assumere alla festa la caratteristica di fiera. E’ bello trascrivere le parole della cronaca della festa del 1955 tratta dal Corriere Apuano del 3-9-1955 perché in essa viene dipinta con colori eterni la festa di S. Terenziano, una festa propria del cuore di ogni pontremolese “canto del cigno” dell’estate, “giornata dei Pontremolesi” connubio di festa religiosa e di festa paesana dove la fede genuina si rinfranca aiutata anche dalla serenità campestre e dalla merenda sull’erba. “San Terenziano è ancora la cara e tradizionale festa che sa destare nel cuore di tutti un caro ricordo di cose passate ancora vive, una nostalgia di Pontremoli antica e nostrana, come un buon odore di casa che penetra fin in fondo allo spirito e che fa tanto bene in mezzo al baccano ed al frastuono della vita moderna. Oggi, è vero, ci sono le motorette e i tubi di scappamento che pensano a guastare gli incanti e richiamarci alla realtà. Ma quando sei nella “piana” sotto gli ombrosi castagni, davanti alla caratteristica chiesa, con il non meno caratteristico cimitero, e stenti a farti largo in mezzo al confuso e gaio via vai di pellegrini, e urti ora contro il banchetto dei dolciumi, ora ti fai da parte per lasciare il passo al carro agricolo, stipato all’inverosimile, che avanza, e sei stordito dai venditori d’anguria, dallo strombettare dei ragazzi e dal vocio e dalle risa e dal frastuono, quando soprattutto entri nella rinnovata chiesetta e ti trovi davanti alla solenne statua del Santo Patrono, severo e insieme paterno, davanti alla quale da chissà quanti anni i nostri padri sono passati, devoti e imploranti, oh! allora è facile chiudere gli occhi e rivedere Pontremoli nostra, di cinquanta anni fa, quando il servizio pubblico per S. Terenziano lo facevano Barsin, Fuciun e Papeta con i loro vecchi ronzini e la colazione la preparava sul posto la Manganella con tortelli e vino del paradiso. E ritornando a casa con la certezza della protezione “dal Sant dla freva” e col mazzetto di castagni dalla riccia rigonfia, perché “S. Taransian la castagna avara an man”, ti senti, di colpo, riportato indietro a tutte quelle belle e care cose di tanti anni fa che non sanno scomparire dal cuore di Pontremoli”. È difficile descrivere in poche righe la storia, le circostanze, le emozioni di una festa così antica e così sentita dal popolo pontremolese. Credo però, ed è lo scopo di questo Almanacco, siano sufficienti a ciascuno di noi, soprattutto ai giovani, per comprendere l’importanza delle tradizioni e quanto sia necessario lo sforzo per mantenerle. Per approfondimento v. Paolo Lapi L’oratorio di S.Terenziano di Mignegno tra storia e devozione. Pontremoli ( 2005). 21 Settembre 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 Martedì s. Egidio abate Mercoledì s. Elpidio Giovedì s. Gregorio M. Venerdì s. Rosalia Sabato s. Vittorino Domenica s. Petronio Lunedì s. Regina Martedì Natività di M.V. Mercoledì s. Sergio Giovedì s. Nicola da T. Venerdì s. Teodora Sabato s. Nome di Maria Domenica s. Giovanni Cris. Lunedì Esaltaz. S. Croce Martedì B.V. Addolorata Mercoledì ss. Corn. e Cipr. Giovedì s. Roberto B. Venerdì s. Giuseppe Sabato s. Gennaro Domenica s. Eustachio Lunedì s. Matteo Martedì s. Maurizio Mercoledì S. Pio da Piet. Giovedì s. Teda Venerdì s. Aurelia Sabato ss. Cosma e Dam. Domenica s. Vincenzo de' P. Lunedì s. Venceslao Martedì s. Michele. Nercoledì s. Girolamo S. Francesco Fogolla M o n t e re g g i o r a c c o n t a di Giulio Cesare Cipolletta Eravamo in tanti in piazza S. Pietro a Roma, il giorno 1 ottobre 2000. Confusi tra una folla immensa, tra brasiliani e cinesi, polacchi ed americani, noi eravamo quelli che, nel momento in cui papa Paolo Giovanni II ha pronunciato la formula tradizionale della “iscrizione all’albo dei santi” di Francesco Fogolla, più degli altri abbiamo gioito. Non è giusto appropriarsi dei santi, rivendicarli come propri in via esclusiva, ma in qualche modo noi di Montereggio, di Mulazzo, della Crocetta, un po’ più degli altri lo sentiamo nostro. L’unico santo della Diocesi di Massa e Pontremoli. Nostro fratello, nostro concittadino, ha percorso i nostri stessi sentieri, si è seduto a parlare lì dove anche noi, anni e decenni prima di lui e più tardi, ci siamo seduti ed abbiamo parlato. Magari con persone degli stessi gruppi familiari che, nel 2000, hanno partecipato al viaggio a Roma. I Bertoni, Biagi, Di Battistini, Cavagnini, Ghelfi, Ferrari, Franchi, Fogola e Fogolla, Giambiasi, Giovannacci, Lanzi, Maucci, Nencioni, Paina, Pandolfi, Pedrotti, Pellegri, Volpi. E tutti, in quel piovoso giorno di ottobre, accompagnati da don Pietro Tarantola e don Francesco Pagani, erano lì, in piazza, a portare la testimonianza di fede, di presenza partecipe, in qualche modo di speranza. Alcuni, devo dirlo, sono giunti a Roma per la prima volta in quella occasione, per il più lungo viaggio della loro vita, in un pellegrinaggio ideale sulle orme di un martire montereggino che si è fatto latore nel mondo di un messaggio di fede. È nato qui, il 4 ottobre 1839, da Gioacchino ed Elisabetta Ferrari, tra queste case, a pochi passi dalla piazza dove intere generazioni di bambini hanno giocato, sono cresciuti, sono partiti e ritornati portando altri bambini, da luoghi sempre più lontani, dove si parla- 22 no lingue diverse, ma che qui hanno ritrovato le loro origini, il centro gravitazionale intorno al quale ruotare. Ed ancora qui, alcuni giorni dopo, 170 anni fa, nell’antica chiesa di S. Apollinare risalente al XV secolo, sita all’ingresso del paese, al futuro santo è stato imposto in battesimo il nome di Francesco. Da questo paese è poi andato via nel 1852, seguendo i genitori a Parma. Nella città emiliana Francesco ha frequentato la Chiesa della Annunziata, dei Frati Minori Francescani, vestendo poi l’abito francescano nel 1858 e dove è stato ordinato sacerdote il 21 agosto 1859. Nel dicembre 1866, dopo il completamento di studi filosofici e teologici, Francesco Fogolla si è avventurato nella lontana Cina, nella regione dello Shansi, armato solo della sua fede, con pochi sacri libri nella sua borsa, per diffondere la parola di Dio. In un certo senso, i libri e la diffusione della cultura sono sempre stati gli strumenti adoperati ed i fini perseguiti dagli emigranti montereggini nelle loro peregrinazioni nel mondo e padre Fogolla, figlio autentico di questa terra, non poteva esimersi dal fornire un analogo contributo. I libri, la parola, le peregrinazioni. Un destino per molti aspetti comune a tanti dei nostri figli. Dalla Cina ritornerà solo trenta anni più tardi, nel 1898, ma l’anno successivo, in data 4 maggio 1899, padre Fogolla – divenuto, nel frattempo Vicario Generale e Vescovo – ritorna a Taiyuan, capitale della regione dello Shansi, dove troverà la morte nel luglio dell’anno successivo, in concomitanza con la rivolta dei “boxer”, i nazionalisti cinesi che reagivano all’occupazione di alcuni porti da parte di Inghilterra e Francia ed alla creazione di zone di influenza straniera all’interno del Paese. La rivolta si era ormai estesa contro tutti gli stranieri ed i rappresentanti delle confessioni religiose, sia cattoliche che protestanti. Dopo un sommario e pretestuoso giudizio, i missionari ed i fedeli cattolici (alla fine, nella sola regione dello Shansi, se ne conteranno almeno 20.000) vennero trucidati dai soldati del Vicerè Yushien, mentre andavano incontro alla morte intonando il “Te Deum laudamus”. Si racconta che, mentre la strage si andava consumando in modo barbaro, dalla città di Tcetinfu – distante circa 200 km – fu visto in cielo, in direzione di Taiyuan, un ampio globo di un colore rosso sanguigno che emetteva sprazzi di luce e dardeggiava. Le spoglie dei martiri dello Shansi furono, infine, ammassate in una fossa comune lungo le mura della città; quando ne venne disposta l’esumazione, improvvisamente la terra si coprì di un candido manto di neve, quasi come se il cielo stesso si volesse associare ai funerali, piangendo per i martiri del cristianesimo. Sui luoghi del martirio e sulle fosse dove giacquero i resti dei martiri, il governo cinese ha eretto monumenti espiatori. In Lunigiana, il culto di questo santo da poco nominato non ha avuto ancora il tempo di sedimentarsi e radicare ma qui, a Montereggio, ogni anno il 9 luglio la statua di S. Francesco Fogolla viene portata in processione per l’antico borgo, dove ancora vi è la sua casa natale; in quell’occasione, viene celebrata la santa messa nella chiesa dove fu battezzato. La confraternita della SS. Trinità, i cui componenti indossano una sopravveste rossa, del colore del sangue versato dai martiri, trasportano la statua lignea del santo in una processione lungo le strade del paese. Ed in pellegrinaggio, il 4 ottobre 2000, tornati da Roma, la statua del santo è stata portata dagli abitanti di Montereggio all’Arpiola, Villafranca, Bagnone, Filattiera ed, ancora, alla Chiesa dell’Annunziata, S. Pietro, alla Chiesa Cattedrale, S. Colombano di Pontremoli, per un’intera settimana. Infine, le celebrazioni diocesane per la canonizzazione si sono concluse prima a Pontremoli, la domenica 15 ottobre e, poi, a Massa in data 19 ottobre. 23 Ottobre 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 Giovedì s. Remigio patrono di Fosdinovo Venerdì ss. Angeli Custodi Sabato s. Candido Domenica s. Francesco d'Ass. patrono di Massa Lunedì s. Placido Martedì s. Bruno Mercoledì B.V. Rosario Giovedì s. Nestore Venerdì s. Abramo Sabato s. Daniele Domenica s. Germano Lunedì s. Serafino Martedì s. Edoardo Mercoledì s. Callisto I Giovedì s. Teresa d'Avila Venerdì s. Margherita Sabato s. Ignazio di Ant. Domenica s. Luca Lunedì s. Laura Martedì s. Irene Mercoledì s. Orsola Giovedì s. Donato Venerdì s. Graziano Sabato s. Ant. M. Claret Domenica s. Crispino Lunedì s. Evaristo Martedi s. Fiorenzo Mercoledi s. Simone Giovedì ss. Arcangeli Venerdì s. Germano Sabato s. Lucilia M i a m a d re s e g n a v a d a l l e t e s t i m o n i a n z e d i Ti z i a n o F o g o l a , F r a n c a P a p i n i e A r d u i n a F e r r a r i di Giulio Cesare Cipolletta Mia madre segnava. Qualcuno potrebbe pensare che mia madre fosse una guaritrice ma si sbaglierebbe; lei non aveva alcun potere nelle mani e non vi erano trucchi, come i tavoli che si muovono da soli sotto l’influsso degli spiriti oppure altri nascosti meccanismi che, una volta individuati, mostrano allo spettatore solo la pochezza della rappresentazione. È un po’ come aggirarsi furtivamente tra le quinte del teatro e rendersi conto che le magnifiche sale del castello nel quale si è svolta la scena drammatica sono fatte di cartapesta o compensato dipinto. Anche se io ero molto piccolo quando sono iniziati i fatti, mi ricordo bene. Ricordo la stanza dove riceveva i suoi, diciamo così, pazienti. Non era la stanza che noi, in casa, chiamavano pomposamente “il salotto” per distinguerla dalla “sala da pranzo” ed in cui l’unica differenza era data dalla presenza di una vetrina dove era esposto il servizio buono, quello in ceramica bianca con il bordo dorato. Lei riceveva in cucina, tra le pentole ed il cibo, quasi volesse sottolineare la quotidianità della circostanza, la familiarità del rapporto con la malattia. In quei casi, la stanza era immersa nella penombra, rischiarata solo dal fuoco per l’onnipresente pattona o per il minestrone messo a sobbollire con lentezza, quasi timoroso di disturbare; la porta veniva chiusa ed io non potevo farvi accesso se non per eccezionali e specifici motivi. Mia madre non voleva che io assistessi ai suoi interventi, non perché fos- sero cruenti, per nulla, ma solo perché avevano bisogno, sia lei che il paziente, di concentrazione, di tranquillità. Naturalmente, i suoi fermi divieti servivano soltanto a sollecitare la mia curiosità, mi inducevano a trovare nuovi modi per nascondermi e cercare di vedere, non visto. Sono figlio unico mentre qui a Montereggio, in quei tempi, appena finita la guerra, tutti avevano fratelli e sorelle con i quali giocare, dividere le cose, litigare. Accanto ai pochi giochi, accanto alla scuola ed al lavoro che, comunque, era anche da me preteso, il mio tempo di bambino era scandito altresì dalla presenza improvvisa di persone che richiedevano l’aiuto di mia madre per risolvere i loro piccoli e grandi problemi di salute. Mia madre si chiamava Placida ed il suo, potenza e suggestione dei nomi, era per davvero un potere placido, esercitato con forza tranquilla, ereditato da generazioni di persone che avevano lavorato la terra, accudito le bestie, non ecologisti di adesso ma gente che ha vissuto in intimità con la natura. Non certo per scelta ideologica ma per pura e semplice sopravvivenza. Venivano da molti luoghi per farsi visitare da mia madre, non solo da Mulazzo e da Pontremoli, ma anche da altri paesi più lontani. Adesso con l’auto ci si arriva in 10-15 minuti, una mezz’ora, ma all’epoca era tutta un’altra storia. Esisteva solo una mulattiera ed, a parte una passeggiata a piedi, lunga molti e molti chilometri, erano i muli a portarti sin qui. Ma era normale, in quei 24 tempi; le prime automobili le abbiamo viste soltanto nel 1960 circa, quando hanno costruito la strada per Montereggio. Mia madre operava, interveniva soltanto al calar del sole: non era un suo vezzo ma faceva parte del rito (al calar del sole era collegato il calare del male) e, pertanto, le persone andavano via da qui con il buio, tra i monti. Questo lo scrivo per farvi comprendere come fossero forti il richiamo ed il bisogno che li spingeva ad affrontare la notte, i pericoli, pur di arrivare sin quassù. Venivano donne ed uomini, bambini ed anziani, credenti e non, contadini e persone di città, che per noi era Pontremoli. Venivano con i loro mali ed andavano via già sollevati, se non ancora guariti. Forse, in cuor loro, neppure credendo che la guarigione o il senso di alleviamento del dolore fossero dovuti a mia madre ma, chissà, è solo una coincidenza temporale. Mia madre li portava, uno alla volta, non erano ammessi intrusi o parenti spettatori, in cucina, per pochi minuti, e tutto era risolto, o si sarebbe risolto di lì a poco. Non erano richieste somme di denaro, mia madre non si faceva pagare, era un potere frutto di una cultura contadina frammista ad una profonda fede religiosa, in campagna ci si aiuta, il male fa male, a tutti e non solo alla persona che lo soffre. A leggere queste righe forse non lo credereste, ma Placida era una fervida credente, passava quasi tutto il suo tempo libero impegnata in un fitto colloquio con il Signore dai contenuti ed oggetti misteriosi, una cosa tra loro soltanto. Dopo l’ennesimo allontanamento dalla cucina, decisi di partecipare, non visto, al rito e mi nascosi sotto il lavello, celato tra le pieghe della tendina; mia madre non era una veggente o un’indovina, ma una che segnava, e si fidava di me, degli altri. Da quella posizione, trattenendo il respiro e con la viva preoccupazione di non fare rumori o starnutire o altro che rivelasse la mia presenza, sentii il bisbiglio di parole appena sussurrate, scrutai le mani che si muovevano velocemente sul corpo, sul volto, sui piedi, tracciando diagonali dalle traiettorie incomprensibili, variazioni rapide di rotta che seguivano arcani e misteriosi impulsi, senza mai toccare la persona ed il male. Per lunghi anni ho ignorato il contenuto di quei suoi dialoghi ma ricordo ancora bene la serenità con la quale gli altri facevano ritorno a casa, la serenità con la quale si rivolgeva alla famiglia, segno che era in pace con se stessa. A pensarci ora, mi sembra un confine molto ampio quello che separa la fede dal segno, dalla magia bianca, ma all’epoca lo trovavo non dico naturale ma, almeno, del tutto usuale. Il mio quotidiano era intriso anche di questo, di un mondo misterioso che si svolgeva dinanzi ai miei occhi, di bambino prima e di adulto poi. Il male ed i suoi rimedi avevano un senso di perdurante abitudine. Alle mie insistenti domande, mia madre mi ha sempre risposto che, all’atto della sua morte, mi avrebbe trasmesso la conoscenza dei segni: aveva un rito per le storte, uno per il fuoco di S. Antonio, per l’orzaiolo, la psoriasi, la febbre maltese e la resippola (in italiano, erisipela: un’infezione cutanea contagiosa, provocata da streptococchi). Tutti mali molto c o m u n i all’epoca e per i quali la medicina tradizionale, a volte, non era sufficiente. Una medaglia d’argento veniva uti- lizzata per la resippola e le storte, una foglia di bosso ed una goccia di olio per l’orzaiolo e le macchie di sangue negli occhi, la sugna di maiale maschio per il fuoco di S. Antonio. Ma mia madre è morta senza aver avuto il tempo di trasmettere la conoscenza. Mi ha lasciato, in cambio, un libricino nel quale annotava le qualità mediche delle erbe ed il loro impiego in cucina: ho un ristorante a Montereggio e nella cucina della mia Gerla d’oro, in qualche modo, il potere di mia madre si manifesta attraverso i piatti che preparo, a giudicare dalla soddisfazione dei miei clienti. Anzi, dei nostri clienti, perché anche la madre di Franca, che mi aiuta in cucina, era una che segnava, a Casa Gaggioli: per riservatezza, oggi si direbbe per la privacy, non posso fare i nomi delle persone guarite ma qui basta chiedere a chiunque in giro per averne diretta conferma da parte delle persone che hanno potuto beneficiare della assistenza di Placida e di Amalia, che possono fornire un’esauriente testimonianza della loro malattia e della improvvisa guarigione. Qui vicino, a Parana, c’è ancora una signora che segna, la Arduina, che mi ha rivelato le frasi che si devono pronunciare per ottenere la guarigione; non le scrivo perché mi sembra più giusto riservare a lei questo compito di divulgazione. Posso solo dire che si tratta di preghiere, di invocazioni a Santi ed, in particolare, alla Santissima Trinità, più volte ripetute, accompagnate dal segno della Croce; tutte si chiudono con la richiesta al malato di dire 3 Padre nostro e 3 Ave Maria, il che mi sembra costituire l’ulteriore conferma che la fede religiosa trovi sbocchi impensabili, strade che attraversano sentieri tortuosi ma portano dritte al cuore del Signore. 25 Novembre 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 Domenica Tutti i Santi Lunedì Comm. Defunti Martedì s. Silvia Mercoledì s. Carlo Borr. Giovedì s. Magno Venerdì s. Leonardo Sabato s. Ernesto Domenica s. Goffredo Lunedì s. Oreste Martedì s. Leone Magno Mercoledì s. Martino patrono di Mulazzo Giovedì s. Renato Venerdì s. Omobono Sabato s. Veneranda Domenica s. Alberto Magno Lunedì s. Gertrude Martedì s. Elisabetta d'U. Mercoledì s. Oddone Giovedì s. Fausto Venerdì s. Benigno e s. Ottavio Sabato Pres. B. Verg. Maria Domenica s. Cecilia Lunedì s. Clemente I Martedì s. Andrea Dung-Lac m. Mercoledì Cristo Re. Giovedi s. Corrado Venerdì s. Virgilio Sabato s. Sostene Domenica I di Avvento Lunedì s. Andrea I guardiani di pietra Un’antica tradizione della Lunigiana storica di Rossana Piccioli conservatore del museo etnografico della Spezia Giovanni Podenzana La pietra arenaria. Sembra a volte che sia la pietra la vera spina dorsale della Lunigiana, o il suo cuore più profondo, più antico. Tutte le manifestazioni artistiche, dalle più arcaiche delle pietre fitte non figurate alle statue stele protostoriche, ai volti di pietra scolpiti, agli architravi delle case, si sono costruite su questa pietra locale, fatta per sfidare i secoli. Di quel suggestivo mondo dell’arte popolare più recente ma dalle radici profonde, sono giunti fino a noi quegli enigmatici volti di pietra che ancora oggi, in qualche borgo della montagna, ci guardano dagli angoli delle case come vigili guardiani, mantenendo tenacemente celato il loro vero significato. Forse questo senso di mistero permane perché non c’è un unico significato in quelle sculture, ma un comune substrato che attinge a qual mondo vasto e sfuggente delle credenze e della superstizione, dell’immaginario fantastico che ha sempre accompagnato l’uomo e di cui le teste apotropaiche o i faciòn, come sono spesso denominate, sono espressione. Da sempre queste teste e questi volti umani di pietra hanno incuriosito, hanno spinto ad azzardare ipotesi, attribuzioni, confronti; a volte ci soccorre una data, magari incisa sull’architrave dove compare il volto scolpito, ma i casi del genere sono davvero pochi. Il quesito è dunque ancora lo stesso: che cosa o chi rappresentavano questi volti di pietra, quale funzione avevano? Sono davvero soltanto il portato stilistico del gusto ornamentale romanico o dell’arte plastica così largamente impiegata nelle chiese? La straordinaria continuità di spazio e tempo della tradizione di scolpire volti umani ci fa pensare che si tratti veramente di un archetipo. Il fenomeno infatti non appartiene solo alla Lunigiana, anche se nelle nostre valli, specie quelle della Val di Vara, sembra essere stato molto diffuso: numerosi esempi si hanno anche per il territorio emiliano, nelle valli del Chiavarese, nell’antemurale fra il Gottero e il Pontremolese e nella Garfagnana, ma in generale, dal punto di vista folclorico, si può affermare che la tipologia simbolica appartenga al dna più profondo di tutte le comunità rurali, e in particolare quelle legate alla montagna, alla loro credenza nel malocchio, nelle influenze negative, nelle presenze pericolose che si credeva popolassero lo spazio degli uomini. L’ipotesi di una funzione prevalentemente scaramantica e protettiva di queste sculture sembra quella più accreditata, ma il fenomeno è di così vasta portata da presentare ancora molti punti oscuri ed è difficile stabilire se e fino a che punto la funzione che potremmo genericamente definire magico-religiosa in senso ampio viva come motivazione unica e autonoma oppure si diluisca e affianchi l’intento puramente decorativo e stilistico. Il tema del volto o della maschera umana è ben conosciuto dalla storia dell’arte, per non parlare della tradizione radicata in tutte le società primitive, antiche e moderne. Ciò appare spiegabile con il valore che si è sempre attribuito al sembiante umano, inteso come parte essenziale del corpo, e in particolare al cranio o alla testa, sede dell’intelligenza, della volontà, delle virtù più alte e più virili della persona. Un retaggio arcaico-sacrale che si rivela anche nel- 26 l’evidente assenza di volti femminili: ovunque infatti si trovano solo raffigurazioni di volti maschili. Il mondo della cultura mediterranea ha sempre concesso ampio spazio all’espressione plastica della maschera o del volto umano: la Grecia classica ha espresso l’immagine così nota di Medusa, ma sono conosciuti esempi cretesi del secondo millennio, e poi etruschi, romani e dell’arte celtica primitiva i quali ci mostrano l’uso della rappresentazione della testa umana in funzione apotropaica, dalla generica tutela contro le forze del male alla salvaguardia del guerrieri in battaglia, alla protezione del defunto nella vita d’oltre tomba. Questo particolare linguaggio plastico-simbolico si diffuse fino a penetrare poi nel linguaggio espressivo della scultura protoromanica e romanica per approdare infine - con quel particolare stile esecutivo che si è voluto definire “romanico perenne” - nell’arte popolare. E’ proprio questo modulo espressivo mantenutosi uguale nel tempo che rende ardua la datazione delle sculture popolari della Lunigiana: vi sono esempi dichiaratamente moderni per i quali, se non avessimo conosciuto di persona l’esecutore, si poteva pensare ad un’epoca alto medioevale; non a caso i faciòn sono definiti come “sculture esostoriche”, cioè fuori dalla storia. Il linguaggio dell’arte popolare è diffuso e immutabile perché è un linguaggio simbolico: usa modalità semplici, espressività ripetitive, immediate, perché dovevano rendere facilmente comprensibile il messaggio intrinseco di ciò che si raffigurava. Ciò che un tempo era facilmente decodificabile, oggi, a noi che abbiamo perso la chiave di interpretazione, appare oscuro e misterioso. Se così non fosse, noi sapremmo spiegarci l’insistente presenza di questi volti di pietra nei nostri borghi, invece, con gli ultimi vecchi, se n’è andata la memoria di questi significati, e i simboli si sono ammutoliti. Le ultime testimonianze raccolte dalla viva voce di alcuni abitanti dello Zerasco ci parlavano di oscuri timori, di teste scolpite e sistemate di inta dei cimiteri come umi tutelari o guardiai posti a vigilare sulincolumità e sulla uona sorte degli abianti e dei loro anima. Se oggi si chiedesse i più giovani quasi nesuno saprebbe più spiegae il perché di quelle presene, al di là di una vaga quanto nconsapevole affermazione del fatto che portano bene”. Le teste di pietra delle ntiche case sono state spesso soffocate otto spessi strati di intonaco o, nella eggiore delle ipotesi, rimosse dalle abiazioni ristrutturate come seconda casa i campagna e vendute sul mercato antiuario. Purtroppo non si è provveduto er tempo a fissare i significati custoditi ella memoria sociale, prima che questi vanissero con il cambio generazionale e on il passaggio da una società agroastorale ad una tecno-industriale che on consentiva più la sopravvivenza dei miti. La pietra sembra diventata muta: è essato quel mormorio delle leggende e elle preghiere che era legato a quei volti colpiti, svanito anche il senso superstiioso che li pervadeva e che, proprio perhé marcatamente pagano, non si poteva sprimere apertamente, ma si velava in na sorta di nostrano argot dei simboli. ome diceva Victor Hugo “per il pensieo scritto in pietra esisteva all’epoca un rivilegio perfettamente simile all’odiera libertà di stampa: la libertà d’architetura. Una libertà che va molto lontano. alvolta un portale, una facciata, una cultura presentano significati simbolici ssolutamente estranei al culto o anche el tutto ostili alla Chiesa”. Insomma, il mondo rurale e oprattutto quello pastorale dei lunghi ne di scultura spontanea, era un mondo fortemente animista, un mondo dove i santi canonici sono entrati molto tardi e a volte rivestiti di panni tutt’altro che cristiani. Un mondo dove le camere da letto e le soglie di casa erano sempre provviste di mazzi di “carline” o di pungitopo per tenere lontane le streghe, dove sulla porta delle stalle si legavano i nastri rossi contro il mal d’occhio che poteva far morire il bestiame, o contro il folletto che lo stregava; dove le donne portavano su di sé, appese al collo o cucite dentro il “breve”, le “pietre del fulmine” per tre mesi prima del parto, per facilitarlo; dove si nascondeva la placenta sotto il focolare tiepido perché il bambino crescesse con una bella voce o si metteva il vomere dell’aratro sotto al letto quando non si avevano figli. Le nostre valli e le nostre alture sono sempre state abitate da spiriti e da fate: è possibile pensare che tutte queste teste, oggi così mute, fossero per chi le ha scolpite e le ha poste in alto sugli stipiti o in vista dei crocicchi o dei cimiteri, solo oggetti decorativi? Entrambe le teste della Cervara, nella montagna pontremolese, conservate e visibili ancora oggi sull’edificio seicentesco che la tradizione identifica come l’antico ospedale, soffiano. Soffiano contro chi o contro che cosa? E’ un atteggiamento troppo insolito per essere casuale, considerato che teste raffigurate nel medesimo atto si trovano anche sull’Appennino toscoemiliano. Quel soffio, quegli occhi sbarrati in atteggiamento minaccioso come quelli di una Gorgona che pietrifica con lo sguardo, dovevano evidentemente servire per tenere lontano qualcosa di non desiderato, di temuto, qualcosa che non si voleva aleggiasse attorno ai beni supremi: la casa, la famiglia, il podere. L’antica, universale e radicata superstizione della “mal’aria” e dei venti cattivi, dei mulinelli dove si credeva si annidassero gli spiriti folletti viene subito alla mente e fa suggestivamente risuonare le corde profonde dell’immaginario, quelle che forse, nella nostra smemorata frenesia moderna, credevamo ormai perdute. Dicembre 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 Martedì s. Eligio vesc. Mercoledì B. Maria Angela Giovedì s. Francesco S. Venerdì s. Barbara Sabato s. Giulio Domenica II di Avvento Lunedì II di Avvento Martedì Immacolata Conc. Mercoledì s. Siro Giovedì N.S. di Loreto Venerdì s. Damaso I Sabato s. Amalia Domenica III di AvventoIII di Lunedì Avvento Martedì s. Achille, Mercoledì s. Albina Giovedì s. Lazzaro Venerdì s. Graziano Sabato s. Dario Domenica IV di Avvento Lunedì IV di Avvento Martedì s. Demetrio Mercoledì s. Giovanni Giovedì s. Delfino Venerdì Natività di Gesù Sabato s. Stefano patrono di Filattiera Domenica s. Giovanni Ev. Lunedì Sacra famiglia Martedì s. Tommaso B. patrono di Pallero Mercoledì s. Eugenio Giovedì s. Silvestro