Almanacco
Pontremolese
2009
È con un certo orgoglio che mi accingo
nche quest’anno ad introdurre l’Almaacco Pontremolese. E’ la trentunesima
olta. Già, lo scrivo sospirando un sorriso:
proprio la trentunesima volta!
Così, parlando e scrivendo delle nostre
adizioni, delle nostre peculiarità, delle
ostre specialità gastronomiche, di nostri
rtisti, di nostri personaggi e di nostri
monumenti, abbiamo anche noi tracciato
n cammino, un percorso da raccontare,
na nostra piccola storia dentro la grande
toria della nostra Città, della nostra splenida terra.
Non è cosa da poco. E’ un modo, uno
ei tanti che si hanno, per raccontare e racontarsi, aprire se stessi alla realtà affasciante che ci circonda e che si manifesta,
ma anche a quella che si nasconde e che si
vela sorprendente. E’ un modo, uno dei
anti che si hanno, per confrontarsi e per
onfidarsi con i suoni e gli umori che ci
tanno intorno, con le cose e con le persoe, con noi stessi. Sempre cercando di
sprimere opinioni e sentimenti, sorpresa,
assione e amore per una felice scelta di
ita.
Tutto questo c’è dentro l’ Almanacco
ontremolese 2009, forse più che in altre
dizioni, perché ogni anno è un anno in
iù ed è un anno diverso, perché ogni
arola trasmessa sente il profumo dell’anima di chi la forma e chi la forma non la
ffre mai allo stesso modo.
Dentro questo almanacco c’è il sacro e
’è il profano, ci sono gli eventi religiosi e
i sono le tradizioni locali, c’è il rapporto
a mondi e tra cose che tanto più sono
iversi e più hanno trovato e trovano semre intreccio e convergenza, segnando la
ostra società e affermando i nostri irriunciabili appuntamenti.
Sfogliandolo rivivremo l’atmosfera
elle mitiche sfide dei Falò di San Nicolò
di San Geminiano, capace di rimanere
ntensa fino al confronto successivo, tra
fottò e rivendicazioni di successo proveienti da ciascun contendente. Rivivremo
a leggenda pontremolese dei pipin che
eve la sua radicata divulgazione a Vitale
Arrighi e poi a Manfredo Giuliani.
Attraverso la famiglia dei Malaspina
colmeremo, con la lettura dell’edizione di
quest’anno, le distanze tra la Lunigiana e
la Corsica per apprezzare un legame che si
ritrova in tradizioni simili, che siano feste
o processioni. “Viaggeremo” in pellegrinaggio tra il Santuario del Monte a Mulazzo e il Santuario del Gaggio a Podenzana
per rinverdire la leggenda della Madonna
della Neve che, come ben sapeva raccontarci Don Bartolino, con le sue lacrime
seppe convertire il boscaiolo che imprecava. Ci fermeremo, ancora una volta, ad
apprezzare la Chiesa della Santissima
Annunziata, con immancabili e puntuali
note storico-artistiche ed accenni al folklore legato alle feste che nel ripetersi la
ravvivano unitamente all’intero borgo.
Trovano ampio spazio tra le pagine di
questo almanacco le nostre processioni
religiose, caratteristiche e sontuose allo
stesso tempo: la Limacada di Filattiera che
prende il suo nome dialettale identificando
il guscio delle lumache ed il solenne
appuntamento con la Madonna del Popolo
che il 2 luglio porta in strada a Pontremoli tutta la Città nel ricordo della Maria nera
che preservò la comunità dell’epoca dal
morbo asiatico e dalle altre calamità che
afflissero gran parte d’Italia.
Come dimenticare in questa carrellata
alcune delle fiere più vissute e più apprezzate, entrate di diritto tra le tradizioni
popolari della nostra terra. Chi di noi il 25
agosto ed il 1 settembre non è mai andato
a San Genesio e a San Terenziano? Penso
nessuno. Esserci è naturale, e bellissimo,
per chi vuole respirare l’aria frizzante dell’estate che volge al termine condividendola con i volti dell’amico della porta
accanto, ma anche con quelli, tanti, forse
troppi, di chi è tornato alla vecchia casa,
magari da lontano o dall’estero, per le
vacanze e che si appresta a ripartire dopo
aver risvegliato ricordi e strappato sguaiati sorrisi. Sono occasioni in cui, più che in
altre, il tempo della preghiera e del raccoglimento sa fondersi meglio con quello
dello svago e della convivialità.
Nell’Almanacco Pontremolese 2009
non poteva mancare una pagina dedicata
all’unico Santo della Diocesi di Massa
Pontremoli: S. Francesco Fogolla d
Montereggio. Se ne ripercorrono la vita e
i pellegrinaggi, i grandi meriti ed il mart
rio, ma soprattutto si racconta il culto ch
la specialità della sua persona ha saput
evocare nei lunigianesi, già molto prim
della sua santificazione, ed i buoni sent
menti che ha saputo trasmettere e lasciar
nei nostri cuori.
Infine, “visiteremo” due tradizion
mistero che ben contraddistinguono
nostri luoghi. La prima è la pratica dell
“segnatura”, magia o medicina che c
accompagna ancora oggi e troviamo i
alcune significative testimonianze. L’altr
è la presenza dei “guardiani di pietra”: l
straordinaria continuità di spazio e d
tempo nello scolpire volti umani con tutt
il loro fascino, ora rassicurante ora inquie
tante al pensiero di ciò da cui dovevano
devono proteggerci.
Tutto questo per dirvi una volta di pi
che l’Almanacco Pontremolese non trad
sce la sua dolce abitudine di scoprire u
pizzico dell’anima di ognuno di noi e d
quella di quanti prima di noi hanno abita
to e vissuto questa terra. Del notevole pro
dotto finale devo ringraziare con fratern
affetto Giulio Cesare Cipolletta: è sopra
tutto sua l’anima di questa edizione, com
già delle due precedenti. Il suo lavoro ed
suo coordinamento degli altri notevo
contributi, insieme all’assistenza non sol
tecnica del caro amico Giuseppe Miche
lotti, ci regalano un’occasione in più, u
motivo in più, un’emozione in più pe
ricordare a noi stessi e agli altri quant
bene vogliamo alla nostra terra.
Un abbraccio a Voi tutti ed un caloros
augurio di un buon Natale e di un seren
anno nuovo.
Enrico Fer
Questo almanacco è dedicato all
memoria di Carlo Podestà, di Tota Bald
ni e di Enrica Tarantola, ciascuno de
quali, nel tempo concesso dalla vita, h
saputo dare molto di sè a tanti di noi.
Hanno collaborato a questo numero dell’Almanacco Pontremolese:
don Silvano Lecchini, don Lorenzo Piagneri, Roberto Bolleri, Giulio Cesare Cipolletta, Tiziano Fogola, Arduina Ferrari,
Nicole e Claude Giorgi, Cristiana Maucci, Franca Papini, Rossana Piccioli, Ferdinando Quattrone, Regina Rossi.
Almanacco Pontremolese 2009 - Anno XXXI
dito da: Teleapuana s.r.l. e C.N.F.G.P.S.
urato da: Centro Lunigianese di Studi Giuridici e Il Lunigianese
tampa: Tipografia Artigianelli Pontremoli
n copertina: Fotografia della processione della Madonna del Popolo (Walter Massari)
ul retro: Immagini varie
i ringraziano: tutti gli autori dei testi sopra citati, Enrico Ferri, Laura Bertolini, Giuseppe Michelotti, Lucia Boggi, Jacopo Ferri.
Prefazione
Festività religiose e tradizioni popolari
di Giulio Cesare Cipolletta
L’Almanacco Pontremolese del 2009
sarà dedicato ad un particolare rapporto
tra la fede e le tradizioni locali, tra la fede
ed il paganesimo, un argomento che
ritengo si presti a scavare nel solco delle
origini della comunità.
Nei tempi più oscuri, nei momenti
difficili della nostra esistenza, siamo più
portati a guardare alla religione con una
sorta di affidamento di speranza, prima
ancora che come atto di fede. Si prega, si
sollecita un intervento risolutore esterno
alla personale forza e volontà, si spera
che le cose si risolvano. Sin dai tempi più
remoti, gli uomini hanno sempre riposto
le loro aspettative negli dèi, qualunque
fosse il nome con il quale venivano invocati.
Con più marcata impronta nei periodi iniziali dello stesso cattolicesimo, le
tradizioni, i riti e le invocazioni medesime conservavano chiare tracce di altre
religioni, tra esse confondendosi, mescolandosi, dando vita ad un nuovo ordine
nel quale, tuttavia, persistevano elementi
più antichi, legati tra loro non tanto da
una intima e volontaria fedeltà ad arcaiche tradizioni quanto da una sopravvivenza nella cultura popolare di riti che si
armonizzavano con le stagioni, con i
tempi della coltivazione e dell’allevamento del bestiame, con la speranza di un
buon raccolto.
L’Almanacco 2009 non vuole certamente avere la presunzione di rappresentare la storia, sia pure in termini minimi,
delle religioni ma, piuttosto, riferire,
indagare, parlare di quella ampia zona di
confine, a cavallo tra la vera Fede e le tradizioni popolari che si accompagnano
alle festività religiose.
Il tutto ovviamente con specifico
riferimento all’area di Pontremoli e della
Lunigiana.
Riferirsi alle tradizioni popolari
significa voler salvaguardare le identità
culturali, che affondano le loro radici
nella storia della comunità, rispecchiandone i tratti storici, culturali e spirituali.
Il folklore popolare presenta molte
analogie con la tradizione religiosa dei
popoli; entrambi, infatti, traggono origine
da un miscuglio di miti e leggende, di
usanze e credenze che risalgono ai primordi della civiltà o ad antichità remote
che si ispirano a pratiche religiose aventi
un indubbio sapore paganeggiante.
Con il termine folklore - che deriva
dall’unione delle parole sassoni folk
(popolo) e lore (sapere) - si è soliti individuare la scienza o comunque la disciplina
che studia le tradizioni arcaiche provenienti dal popolo, tramandate per via
orale e riguardante usi, costumi e leggende riferite ad una determinata area geografica o ad una determinata popolazione.
In breve, il folklore rappresenta tutte quelle espressioni culturali che vengono
comunemente definite tradizioni popolari.
Il termine folklore ha una sua precisa
data di nascita, il 22 agosto 1846, ed un
suo ben individuato padre, l’archeologo
William John Thoms, il quale aveva
coniato tale termine per fornire una nuova
definizione agli studi, chiamati antiquitates vulgares (“antichità popolari”) che, a
partire dal XVIII secolo, si erano sviluppati intorno alla cultura degli strati sociali più bassi: lo studio abbraccia la tradizione non scritta di qualsiasi comunità.
Inteso in questo senso, il termine racchiude, pertanto, le usanze e le tradizioni
che abbracciano i temi del ciclo della vita
umana, delle feste e sagre ed usanze del
calendario, della vita agricola, marinara e
pastorale, della letteratura, prosa, danza e
musica, canto, della magia, della superstizione e credenze popolari, dell’arte, della
religiosità.
Non vi è dubbio che le feste popolari, almeno alcune di esse, esprimano in
qualche modo la religiosità di un popolo,
volendo intendere con questo termine un
ampio e generale sentimento della divinità, che diventa quasi un abbandono fideistico nel momento in cui il contingente si
avverte in senso negativo.
Questa religiosità si modifica insieme alla situazione culturale, socio-politica ed economica che vive ogni gruppo, in
un lento processo quasi non percettibile
alla quotidianità e legato a realtà precedenti o ad altri condizionamenti.
Quanto più le popolazioni – soprattutto quelle formate da gruppi chiusi,
3
autoctoni ed isolati, nei quali si è potuta
sviluppare una “civiltà contadina”, avente caratteristiche esclusive e diverse
anche rispetto a zone limitrofe – erano
provate dalla negatività del presente,
tanto più il paganesimo appariva gratificante, con tutta quella serie di dèi minori
che accompagnavano l’uomo dalla nascita alla morte. Questi dèi, in qualche modo
vicini e pronti ad intervenire, trasportavano tale negatività in una dimensione
sacrale. In tal modo si è venuta a creare
una stretta relazione tra la fede pagana e
le consuetudini di vita, e l’atto rituale è
sfociato in abitudine, per cui tante azioni
e gesti, che in origine erano espressione
di riti e sacrifici, diventarono atti della
tradizione.
Su questo terreno, la stessa spiritualità del cattolicesimo ne è stata contaminata, con risultati molto eterogenei, in quanto ostacolata da una “tradizione” sostenuta da una mentalità fortemente legata al
concreto, che si manifestava in abitudini
tenaci di impronta pagana o che esprimevano una commistione di paganesimo e
cristianesimo.
Nella religiosità rurale è evidente
l’intreccio, non sempre facilmente decifrabile, tra la devozione religiosa, le credenze esoteriche, i miti e le leggende.
Si è pervenuti infine ad un compromesso, ad un adattamento alla situazione
ed alla accettazione di quelle forme di
manifestazioni che non interferivano
nelle verità di fede e lo stesso rappresentante della Chiesa si è dovuto fare intermediario tra il sacro ed il profano, chiamato ad esercitare una funzione protettiva della comunità.
Così, nell’agiografia è entrato il
meraviglioso.
E sono rimaste vive quelle cerimonie
che avevano una funzione sociale o liberatoria o erano espressione della realtà
locale, come i riti agrari.
L’ambizione dell’Almanacco Pontremolese del 2009 è quella di voler rappresentare un ponte, tracciare un sintetico
percorso tra l’agiografia ed il meraviglioso, tra la storia dei Santi venerati in Lunigiana e le tradizioni popolari che si
accompagnavano ad essa.
Buon anno e buona lettura.
Il fuoco ed i falò
di Giulio Cesare Cipolletta
L’Almanacco del 2009 non può
che trovare il suo punto di partenza nella
storia delle tradizioni di Pontremoli, con
riferimento a due date ben precise, il 17
ed il 31 gennaio, rispettivamente dedicate alla festa di S. Antonio abate ed a S.
Geminiano, da sempre costituenti le
ricorrenze tra le più sentite nella storia
cittadina.
Il 17 gennaio è la data della morte
di S. Antonio abate, avvenuta nel 356, ad
oltre 100 anni dalla sua nascita nel 250
d.C. a Qumans in Egitto.
S. Antonio abate è considerato il
protettore degli animale domestici ed è
solitamente raffigurato con accanto un
maiale che reca al collo una campanella;
tradizionalmente, in questa data (ad
esempio, in Roma, sul sagrato di S. Pietro oppure, in provincia di Massa, al Santuario di Maria Ausiliatrice dei Quercioli) la Chiesa benedice le stalle e gli animali ponendoli sotto la protezione del
santo.
La benedizione degli animali è una
celebrazione antica e legata folcloristicamente al mondo rurale; è nata nel mondo
pagano con l’esecuzione da parte dei
contadini di una serie di rituali per ingraziarsi gli dei perché potessero permettere
il regolare rinnovamento delle stagioni e
la fecondità della terra ma, anche se rivisitata poi dalla cultura cristiana, è rimasta
comunque connessa al lavoro agricolo.
Il maiale ed il fuoco sono due tra
gli elementi identificativi del santo nell’iconografia ufficiale e ciò deriva da una
precisa circostanza: nell’XI secolo il
sepolcro del santo si trovava in Francia, a
Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una
chiesa in suo onore; in questa chiesa confluiva, a venerarne le reliquie, una moltitudine di malati, soprattutto di ergotismo
canceroso, causato dall’avvelenamento
ad opera di un fungo presente nella segale, usata per fare il pane e, per ciò stesso,
malattia molto diffusa.
Il morbo – conosciuto sin dall’antichità come ignis sacer, fuoco sacro, per il
bruciore che provocava – è simile all’herpes zoster, causato dal virus varicellazoster, che si riattiva nell’organismo in
concomitanza con l’indebolimento delle
difese immunitarie a causa dell’età o per
altre patologie.
Al fine di ospitare tutti gli ammalati che giungevano, venne costruito un
ospedale ed istituita una Confraternita di
religiosi, l’antico Ordine ospedaliero
17 gennaio - Falò di S. Nicolò in onore di S. Antonio Abate di cui ricorre la festa liturgica.
4
degli “Antoniani”; da allora il villaggio
prese il nome di Saint-Antoine di Viennois.
Data la rilevanza sociale e religiosa dell’istituzione, il Papa accordò loro il
privilegio di allevare maiali per uso proprio ed a spese della comunità, per cui i
porcellini, che portavano una campanella
di riconoscimento, potevano circolare
liberamente nelle strade della comunità.
Il loro grasso veniva usato per
curare l’ergotismo, che venne chiamato
“il male di S. Antonio” e poi “fuoco di S.
Antonio”; per questo, nella religiosità
popolare, il maiale cominciò ad essere
associato al santo ed eremita egiziano.
Per estensione, poi, egli fu considerato il
santo patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato,
nonché di tutti gli animali domestici e
della stalla.
Nella sua iconografia compare
anche il bastone degli eremiti a forma di
T, la “tau”, ultima lettera dell’alfabeto
ebraico e ciò comporta un’allusione alle
cose ultime ed al destino; tau, in greco
antico, è anche l’iniziale del termine
Thauma, che può essere tradotto con
“miracolo” o “meraviglia di fronte al
prodigio”.
S. Antonio abate è anche il patrono
di quanti lavorano con il fuoco, come i
pompieri, perché guariva da quel fuoco
metaforico che era l’herpes zoster, ma
anche perché la leggenda popolare narra
che S. Antonio, recatosi all’inferno per
contendere l’anima di alcuni morti al diavolo, avrebbe acceso con il fuoco infernale il suo bastone, poi lo avrebbe portato fuori e donato all’umanità, accendendo
una catasta di legna.
Da questa leggenda sarebbe derivata la tradizione popolare secondo la
quale si usa accendere nei paesi, il giorno
17 gennaio, i falò di S. Antonio, che avevano anche una funzione purificatrice e
fecondatrice, annunciando il passaggio
dall’inverno ad una imminente primavera.
Per quanto riguarda S. Geminiano,
sono molteplici gli elementi di collega-
mento tra i due Santi, uno dei quali può
essere individuato nel potere per entrambi di
scacciare i demoni dai corpi degli ossessi e
di compiere altri prodigi; ad entrambi sono
attribuiti poteri taumaturgici (come operatori di miracoli): S. Antonio abate era venerato in Oriente come grande esorcista e così lo
era S. Geminiano in Occidente.
San Geminiano è vissuto nel IV sec.
d.C. ed ha operato prevalentemente nella
zona di Modena, città nella quale è nato
(precisamente, in Cognento) nel 312 e nella
quale è stato eretto sulla sua tomba il
Duomo, a lui dedicato; è stato vescovo di
Modena ed è morto in data 31 gennaio 397.
Alcuni esempi eclatanti del ruolo di
protettore della città di Modena svolto da
San Geminiano si rinvengono, in particolare, nella difesa delle mura cittadine nel 452,
in occasione della discesa di Attila, il “Flagello di Dio”, quando stese un miracoloso
manto di nebbia che coprì la città alla vista
degli invasori; nel 900, in occasione di una
invasione di Ungheri; nella notte tra il 17 ed
il 18 febbraio 1511, quando apparve a Carlo
D’Amboise che, a capo delle milizie francesi, minacciava la città.
La fama della potente intercessione
del Santo crebbe e si estese ovunque ed il
Duomo di Modena fu per secoli meta di pellegrinaggi da tutta l’Europa.
Il collegamento nel culto del Santo tra
Modena e Pontremoli si rinviene proprio nel
ruolo di taumaturgo e di protettore della
città, svolto da San Geminiano: Modena fu
salvata da una tremenda inondazione che
fece straripare il Panaro e se ne attribuì il
merito a San Geminiano; l’eco di tale intervento giunse a Pontremoli, dove regnava
l’ansia per gli straripamenti del Magra e così
gli abitanti decisero di mettersi sotto la protezione del Santo modenese, proclamandolo
anche loro Patrono.
Nella tradizione popolare, in Pontremoli l’invocazione di preghiera a San Geminiano viene considerata, in modo particolare, efficace contro le malattie nervose.
Nella tradizione popolare, la festività
di san Geminiano viene collegata ad una
festa per invocare la sua potente intercessione presso Dio per le necessità spirituali e
materiali di tutto il popolo, in una commistione tra il sacro ed il profano, fra la civile
amministrazione e l’autorità di fede.
Il 31 gennaio, dopo la celebrazione
della Messa in Duomo e solo allo scoccare
del rintocco della campana, viene acceso sul
greto del fiume Magra un grande falò, che si
trova fatalmente a rivaleggiare con il falò
acceso il 17 gennaio in contrada S. Nicolò
ed in onore di S. Antonio abate.
La rivalità tra le due contrade si
sostanzia attualmente nell’assistere al falò
avversario e nell’inveire contro il Santo
della diversa zona.
Mentre i sostenitori di S. Antonio
abate – la cui statua è ospitata nella Chiesa
di S. Nicolò – inneggiano al proprio santo e
protettore (Lò lò lò, viva S. Nicolò, viva il
Baticlano, abbasso S. Geminiano), i fedeli
di S. Geminiano fanno un rumoroso contrappunto, rispondendo con le loro grida di
scherno (Lò lò lò, abbasso S. Nicolò, abbasso il Baticlano, viva S. Geminiano): il Baticlano indica il quartiere in cui vi è la Chiesa
di S. Nicolò.
Parzialmente diversa, invece, è la
ricorrenza di S. Antonio abate in Filattiera,
dove il falò viene acceso la sera del 16 gennaio e si conclude con la raccolta dei tizzoni, che vengono portati in casa come augurio di protezione e prosperità; il giorno
dopo, il 17, si procede alla benedizione degli
animali domestici.
31 gennaio - Falò di S. Geminiano patrono di Pontremoli.
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29
30
31
Giovedì
s.s. Madre di Dio
Venerdì
s. Basilio
Sabato
s. Genoveffa
Domenica
s. Ermete
Lunedì
s. Amelia
Martedì
Epifania di Gesù
Mercoledì
Batt. di Gesù
Giovedì
s. Severino
Venerdì
s. Giuliano
Sabato
s. Aldo
Domenica
s. Igino
Lunedì
s. Modesto
Martedì
s. Ilario patrono di Parma
Mercoledì
s. Felice
Giovedì
s. Mauro
Venerdì
s. Marcello
Sabato
s. Antonio A. patrono di Fivizzano
Domenica
s. Prisca
Lunedì
s. Mario
Martedì
ss. Fab. e Sebast.
Mercoledì
s. Agnese
Giovedì
s.Vincenzo
Venerdì
s. lldefonso
Sabato
s. Francesco di s.
Domenica
Convers. s. Paolo
Lunedi
ss. Tito e Timoteo
Martedi
s. Angela Merici
Mercoledì
s. Tommaso d'Aq.
Giovedì
s. Costanzo
Venerdì
s. Savina
Sabato
s. Geminiano patrono di Pontremoli
I “ p i p ì n ” d i Vi g n o l a , s e g n i n a s c o s t i
d i u n ’ a rc a i c a t r a d i z i o n e m a t r i a rc a l e
giano autodidatta pontremolese, aveva
descritto in due grossi volumi manoscritti dal
titolo Storia di Pontremoli.
La tradizione dei pipìn è molto più antica di quanto le piccole sculture superstiti nei
Il punto di incontro e di scontro fra la
musei e nelle chiese facciano oggi supporre;
Chiesa e il mondo popolare rurale si pone alle
esse hanno assunto nel tempo ruoli diversi:
soglie del Medioevo ed è costituito dal penda simulacri “magici” a raffigurazioni di idoli
siero mitico e dall’universo magico, categopagani; da ex voto dedicati a san Pancrazio a
rie che passarono pressoché immutate dal
elementi di raccolta etnografica; da simboli
mondo classico dell’antichità al Medioevo
relitti di una fase pre-cristiana a oggetti privi
cristiano. Solo i protagonisti cambiarono:
ormai del loro significato nella fase ultima,
mentre il mito continuò ad essere la sfera priquella coincidente con la sostituzione degli
vilegiata dei ceti più alti, la magia trovò la
originali più antichi, di fattura locale, con i
condanna come superstizione dei ceti incolti
giocattoli di legno costruiti in Val Gardena fin
e, soprattutto, come “marchio” della femmidal 1870 e che quegli artigiani ambulanti
na, della donna con la sapienza del mondo
continuarono ad esportare in Italia, in Europa
vegetale, delle erbe che guariscono e uccidoe nelle Americhe fino ai primi del Novecenno. Da quei tempi lontani la frattura fra mito
to.
e ragione rafforzò quella fra magia e religioLa pieve battesimale di Vìgnola, dove la
ne con divergenze forti ma spesso solo fortradizione dei pipìn si è mantenuta e rinnovamali perché ai culti originari si sovrapporranta in tempi attuali, è intitolata a san Pancrazio,
no, senza riuscire a cancellarli, forme di
protettore dei bambini; la presenza, quindi, in
razionalizzazione o di battesimo cristiano che
quel luogo, di una cerimonia che vedeva al
involontariamente manterranno vivi i “segni
centro questi simulacri di neonati in fasce ha
nascosti”, quelle consuetudini che affondano
sempre fatto credere che le madri di quel
nel più lontano passato. Uno degli esempi più
borgo li offrissero con funzione di ex voto e
chiari di questa situazione è costituito da un
come preghiera di protezione al santo per i
rituale, dismesso alcuni decenni fa nelle sue
loro piccoli. Ma questi oggetti differiscono da
forme originarie e ripreso poi in forma ibrida,
ogni altro ex voto deposto
che ha come fulcro alcune
nei santuari, perciò si è
piccole sculture lignee rafcercato di indagare più a
figuranti neonati in fasce,
fondo sul loro possibile,
note con la voce dialettale
vero significato. Una ricerdi pipìn, vezzeggiativo con
ca sulle fonti, sulla memoil quale si indica famigliarria storica, e sulle vicende
mente il bambino piccolo.
dello stesso edificio reliLa tradizione antica e il
gioso - il cui primo
racconto più moderno,
impianto si fa risalire a
frutto quest’ultimo della
un’epoca precedente l’ansempre fertile fusione fra
no Mille con successive
fantasia e memoria storica,
ricostruzioni - ha riportato
sono cresciuti attorno alla
in luce sopravvivenze di
pieve di Vìgnola, nel ponun probabile originario
tremolese, e al santuario
culto delle acque e della
della Madonna in Gaggio
maternità e ha dato a quenel comune di Podenzana,
ste piccole figure un signigli unici centri religiosi che
ficato del tutto inedito.
conservano il ricordo dei
Fondamentale, nella
pipìn. Manfredo Giuliani
ricostruzione della tradifu il divulgatore della
zione, è stato il ricordo di
“leggenda pontremolese”
un falò notturno collegato
dei pipìn: egli la pubblicò
alla festa della S. Croce,
infatti nel 1914 sui fascicodurante la quale comparili I e II dell’«Archivio per
vano in scena i pipìn. Il
la Etnografia e la Psicolosacerdote, infatti, consentigia della Lunigiana» attinva alle donne sterili del
gendo a quanto Vitale
paese di portare a casa proArrighi (1854-1930), artiPipìn di Vignola.
di Rossana Piccioli
conservatore del museo etnografico
della Spezia Giovanni Podenzana
6
pria per tre giorni l’effige lignea del neonato
(a volte rappresentato in culla), conservata
durante il resto dell’anno in chiesa. La mattina della festa della S. Croce, il 3 maggio, i
pipìn erano poi riportati in chiesa. Con il
tempo si sono fusi nella vicenda due momenti distinti: la consuetudine del falò carnevalesco o di inizio primavera e la festa della S.
Croce, celebrata il 3 maggio ma preceduta da
una notte di vigilia in cui si accendeva il falò
d’inizio estate, documentato in tutta Europa
in contesti precristiani e al quale si è sovrapposta spesso la festa dell’Ascensione.
Questo fuoco, con quelli che si accendevano nella notte di Ognissanti, di Natale, dell’Epifania, della prima domenica di Quaresima, alla vigilia della Pasqua e nella notte estiva di san Giovanni, faceva parte della serie di
fuochi legati ai cicli delle stagioni che ogni
comunità tradizionale ha sempre celebrato,
ma nel caso di Vignola il passare del tempo
ha modificato a tal punto la tradizione da portare a credere che le figurine di neonato fossero simboli di un antico culto pagano e che
come tali fossero da distruggere con il fuoco
purificatore del falò. Non è mancato chi ha
voluto vedervi un legame con altri “idoli
pagani” e li ha connessi alle stele protostoriche della Val di Magra. Non è facile comprendere, in una totale confusione di piani e
di intreccio di leggenda, storia, consuetudini
locali ed errate interpretazioni delle fonti,
come mai il racconto leghi il fuoco purificatore a queste piccole figure di neonati: certo è
che esse nulla hanno a che vedere con la statuaria antropomorfa dell’età del Rame.
In realtà non era mai stata messa in evidenza prima dei recenti studi (R. Piccioli,
2003) l’importanza di un elemento naturale,
che al pari del fuoco è al centro di tutti i culti
rurali e di tutte le antiche religioni: l’acqua,
nel caso delle piccole figure di neonato vera
chiave interpretativa della tradizione. Nel
1867 alcuni lavori di ristrutturazione della
pieve di Vìgnola portarono all’abbassamento
del livello del pavimento ed alla eliminazione
di tamponamenti di nicchie e retroaltari.
Nello sgombero di queste zone venne in luce
una grossa pietra concava che all’epoca, sotto
la suggestione della moda culturale del “celtismo”, fu classificata fantasiosamente come
“ara pagana dove si ponevano le interiora
delle vittime ancora fumanti per placare l’ira
del Dio druidico (…)”. Il blocco concavo di
arenaria, ancora oggi parzialmente visibile
sul lato destro della chiesa dove fu murato
dopo il ritrovamento come “pubblico come
Tesoro d’Antichità”, si connette a contesti già
di quest’ultimi, la presenza dell’elemento fino ad
noti e frequenti soprattutto nelle chiese rurali
oggi solo ipotizzato: l’acqua salutare, l’acqua
toscane e può essere riferito a una dimensione
che doveva operare la sua azione “fecondante”.
magica legata alla fecondità della donna, alla
Per questo ci viene in soccorso Manfredo Giuliagravidanza, al parto e alla salute dei nuovi nati.
ni con un dato illuminante, anche se non nuovo,
Esso quindi può costituire indizio di come la
ne parlò, infatti, nei suoi Appunti di topografia
chiesa battesimale, posta non a caso sotto il
medioevale del pontremolese pubblicati nel
patronato di un santo protettore degli infanti, sia
1942 e si riferisce a una località nei pressi di
stata costruita su un luogo già antico santuario
Vìgnola, indicata negli Statuti
della maternità, dove la tonda
di Pontremoli con la denomivasca di pietra (e un pozzetto
nazione di Balneum Gualdiadi acqua corrente a livello
ni. Mai prima era stata colta la
pavimentale di cui si legge un
connessione fra la chiesa di
accenno nelle fonti manoscritSan Pancrazio e i suoi neonati
te) poteva avere un preciso
di legno con la presenza poco
ruolo nei riti lustrali. L’acqua
distante di una sorgente di
del battesimo cristiano, l’acqua
acqua termale calda, già nota
che purifica e salva le anime,
nell’antichità. Un toponimo
ha occultato quindi l’acqua
dialettale - al bagn - indica
pagana che guariva il corpo,
ancora la natura, il ruolo e il
favoriva la vegetazione, la
significato di quel luogo
fecondazione e la produzione
appartato nel bosco, ombroso
di latte nelle donne e negli anidi felci, oggi dimenticato da
mali.
tutti. Una forte matrice
Tornando ai pipìn, è chiamatriarcale precristiana con le
ra la coesistenza inconsapevole
sue divinità, latente nel subma ancora viva fra un rito
strato della memoria collettiva
preesistente e il racconto della
della gente del luogo, aveva
tradizione cristiana, quest’ultilasciato un’impronta della sua
ma altrimenti poco comprensibile. La mattina della festa Pipìn della Madonna del Gaggio. presenza; bastava ricostruirne
la trama sfilacciata dal tempo e
della S. Croce i pipìn erano
dalla storia degli uomini.
quindi riportati in chiesa e deposti non a caso
Ecco che allora anche le piccole misteriose
sullo stesso altare dietro il quale, nel 1867, fu
effigi di neonati ritrovano il loro giusto significarinvenuta, murata e occultata, la pietra con la
to. Ecco allora che in questa luce meglio si comconcavità. Fossero stati veramente ex voto per
prendono gli atteggiamenti che la gente di Lunipropiziare la salute dei bambini sarebbero state
giana ha sempre manifestato verso la cultura
posti sull’altare di San Pancrazio, ma se invece li
egemone, verso la Chiesa che cancellava i miti e
leggiamo come rappresentazioni simboliche il
i rituali bollandoli come diaboliche superstizioquadro si chiarisce. Come in un rituale di magia
ni. Per i discendenti degli antichi abitanti dei
simpatica, il pipìn viveva per tre giorni a casa
pagi i santi non soppiantarono mai completadella donna che aspirava alla maternità come un
mente gli antichi dei e le donne hanno continuavero “figlio” (e mai sapremo quali erano i suoi
to lungo i secoli a porre la loro tenace fiducia
gesti e le sue parole fra le mura domestiche) fino
nelle divinità protettrici delle madri e dei bambialla festa di inizio maggio, quando anche i campi
ni, dei raccolti e delle bestie, traghettando gli
e le prime messi venivano adornate di nastri
antichi culti fino alle soglie della contemporacolorati e croci, in una celebrazione universale di
neità.
rinascita che accomunava uomini, piante e aniSe, come accaduto per alcune zone della
mali. Poi era riportato in quello stesso luogo
Toscana e dell’Emilia si ritrovassero anche in
dove nella pietra concava si conservava l’acqua
questo luogo, segnato dal magico, stipi votive,
salutare, che aveva una particolare influenza nel
ceramiche offerte alle ninfe delle acque oppure
favorire la fertilità e con la quale le donne desibacula per gli oracoli, avremmo trovato forse
derose di prole compivano abluzioni o semplicequalcuno di quegli “idoli pagani da infrangere”
mente venivano in contatto; acqua potente, telluche il nascente cristianesimo lunense con i suoi
rica, elemento associato da sempre alla sfera
primi vescovi voleva così tenacemente sradicare
femminile, ai culti della terra e della luna, ai cicli
dalle nostre campagne, senza bisogno di scomodi rinascita e morte.
dare le stele antropomorfe protostoriche.
A Vìgnola, microcosmo magico ancora da
decifrare, ritroviamo quindi la presenza di entità
superpotenti, marchio inequivocabile della persistenza di riti precristiani. Abbiamo i simulacri
Per saperne di più: R. Piccioli, Le metamorfosi
dei neonati in fasce per propiziare la fecondità,
di un simbolo. Note preliminari sugli ex voto di
abbiamo il fuoco purificatore e fecondatore,
Vignola, in “Studi Lunigianesi”, Assoc. Manfreabbiamo – forse – un indizio di culti lustrali, ma
do Giuliani, Villafranca Lunigiana 2003.
per chiudere il cerchio mancava proprio la prova
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Domenica
s. Severo
Lunedì
Pres. del Signore.
Martedì
s. Biagio
Mercoledì
s. Gilberto
Giovedì
s. Agata
Venerdì
Le Ceneri
Sabato
s. Teodoro
Domenica
s. Girolamo E.
Lunedì
s. Apollonia patrono di Zeri
Martedì
I di Quaresima
Mercoledì
N.s. di Lourdes
Giovedì
s. Eulalia
Venerdì
s. Ermenegilda
Sabato
s. Valentino
Domenica
s. Faustino
Lunedì
s. Giuliana
Martedì
II di Quaresima
Mercoledì
s. Simeone
Giovedì
s. Mansueto
Venerdì
s.-Eleuterio
Sabato
s. Pier Damiani
Domenica
s. Margherita
Lunedì
s. Renzo
Martedi
III di Quaresima
Mercoledì
s. Cesario
Giovedì
s. Porfirio /s.Romeo
Venerdì
s. Gabriele
Sabato
s. Romano
La chiesa della Ss. Annunziata
d i P o n t re m o l i
di don Lorenzo Piagneri
parroco della Ss. Annunziata
Note storiche. *1
Nelle immediate vicinanze di Pontremoli, all’altezza del ponte di Saliceto sul fiume
Magra - dove anticamente era una fitta boscaglia intersecata dall’antica via Romea di
monte Bardone - era stata eretta un’edicola a
custodia di un piccolo affresco trecentesco
raffigurante l’Annunciazione.
Nel corso del XV sec. la devozione e il
concorso dei fedeli alla sacra immagine fu
accresciuto dalla notizia di alcune apparizioni della Vergine e di miracoli avvenuti, a tal
punto che nel 1471 il medico pontremolese
Princivalle Villani vi fece costruire a sue
spese una cappella.
Aumentando in pochi anni la venerazione e divenendo sempre più numeroso l’afflusso dei visitatori, che lasciavano anche
cospicue elemosine, il Consiglio Generale
della Città, convocato dal Podestà Borrino dè
Colli da Alessandria, deliberò il 27 marzo
1474 di edificare un convento vicino alla cappella di Princivalle e di affidarne la custodia
ai Padri Agostiniani della Congregazione
Riformata di Lombardia, avendo rifiutato tale
incarico i Minori Conventuali di S. Francesco
in Pontremoli.
La decisione di costruire un secondo convento non fu dovuta esclusivamente a un rinnovato interesse per la venerazione popolare
al culto mariano, ma ha le sue radici anche
nelle particolari contingenze storico-politiche
dell’epoca. Queste ultime vedevano Pontremoli - sotto l’egida del duca Galeazzo Maria
Sforza - impegnata nel tentativo di elevarsi a
grado di città, per divenire sede vescovile a
seguito dello smembramento del territorio
della diocesi di Luni-Sarzana. A tale progetto
si opposero la Signoria di Firenze, da cui Sarzana dipendeva, e i congiurati che nel 1476
uccisero il duca di Milano; intanto però nel
marzo 1471 Galeazzo Maria Sforza, diretto a
Firenze, aveva sostato a Pontremoli davanti
al tabernacolo miracoloso dell’Annunciazione con la moglie Bianca di Savoia e tutto il
seguito, accrescendone il prestigio e la fama.
Il Pontefice Sisto IV della Rovere autorizzò gli Agostiniani di Cremona a fare erigere il nuovo monastero con bolla datata 17
agosto 1474, dalla quale si rileva che la
Comunità aveva stabilito non solo di edificare il convento, ma anche di cappellam ipsam
ampliare *2. Tale ampliamento non compor-
tava la demolizione della cappella Villani, ma
la costruzione di una vasta chiesa in cui questa venisse incorporata. Secondo quanto
narra il cronista Giovanni Rolando Villani
nella sua cronaca manoscritta riportata dallo
Sforza, i lavori iniziarono subito anno 1474
Episcopus Brugnatensis posuit primum lapidem fundamentis ecclesiae divae Annuntiatae Pontremuli e l’edificio fu consacrato il 16
ottobre 1524 da Mons. Filippo Sauli di Genova , vescovo di Brugnato. La Chiesa, tuttavia,
doveva essere terminata già da tempo: la
maggior parte dei lavori fu infatti compiuta
tra il 1474 e il 1480, anche se vi furono numerose integrazioni posteriori e la facciata fu
portata a termine solo nel 1558.
I frati agostiniani si rivelarono da subito
attenti gestori del culto popolare: nel 1475
venne introdotto l’uso degli ex-voto, delle
immagini e delle candele di cera. Il patrimonio della chiesa aumentava sia per i lasciti
che per le offerte, mentre attorno fioriva un
notevole commercio alimentato da fiere
importanti, prima tra tutte l’antica fiera di S.
Lazzaro da celebrarsi il 15 di agosto - festa
della Madonna - per volontà dello stesso duca
Galeazzo Maria Sforza.
La fortuna del santuario nel corso del
1500 segue le vicissitudini commerciali del
borgo adiacente. Non si dimentichi, a tale
proposito, che la chiesa fu eretta su una delle
principali direttrici viarie di collegamento del
Tempietto all’interno della chiesa
della Ss. Annunziata.
8
nord della penisola con Firenze, proprio nel
frangente storico in cui il culto della S.s.
Annunziata nel capoluogo toscano registrava
le affluenze più considerevoli di pellegrini. E’
questa una delle motivazioni della presenza
di capolavori d’arte nella chiesa e dell’abbondanza di mezzi con cui furono costruiti il convento e i due chiostri.
Nei decenni successivi il fervore per il
santuario andò scemando, nonostante il
borgo della Annunziata rimanesse sino alla
seconda metà del 1700 un importante centro
commerciale, di pari passo con la fortuna
economica di Pontremoli.
Nel 1804 la chiesa della Ss. Annunziata
venne eretta a parrocchia con decreto del
primo vescovo di Pontremoli, Girolamo
Pavesi.
Nel 1808 il decreto napoleonico che aboliva gli ordini religiosi ricevette pronta esecuzione: gli agostiniani della Annunziata - che a
stento si erano salvati dalla soppressione di
150 conventi in Toscana ad opera del Granduca Pietro Leopoldo - furono dispersi e il
loro patrimonio indemaniato. In seguito alla
caduta di Napoleone e al ritorno sul trono del
Granduca Ferdinando III, gli agostiniani tornarono al convento benchè in numero assai
esiguo. Si trattò di una breve parentesi: il 19
gennaio 1821 il Granduca soppresse definitivamente il convento e lo Stato prese possesso dell’edificio.
La Chiesa e il Convento vennero dichiarati nel 1894 monumento nazionale.
Il Convento la cui costruzione è contemporanea alla Chiesa, racchiude due chiostri
adiacenti e attualmente ospita la sezione di
Pontremoli dell’Archivio di Stato della provincia di Massa Carrara e la sede della Fondazione Città del Libro.
Cenni storico-artistici. *3
Il complesso architettonico lascia intravedere le diverse concezioni costruttive dei
due “maestri” che si sono succeduti nell’opera: Martino da Lugano ancora rappresentante
della tradizione tardo-gotica e Biagio da
Firenze portatore del nuovo spirito rinascimentale.
L’interno si snoda in un’unica grande
navata sino a un’ imponente scalinata in pietra che permette l’accesso alla zona presbiteriale - arricchita dalla presenza della cantoria
e dell’organo - e all’abside incorniciata da
costoloni d’arenaria.
A lato dell’ingresso nord, verso il borgo,
è collocata un’acquasantiera in marmo di pre-
alimentato dalle fiere.
gevole fattura, datata 1543.
Alla fine dell’Ottocento, quanIl centro della navata, invece,
do già si manifestava la decadenza
accoglie il tempietto marmoreo
e la soppressione era in atto, si
ottagonale in marmo di Carrara,
contavano ancora tre forni, due
posto nella posizione attuale nel
maniscalchi per ferrare buoi, asini,
1527 e per lungo tempo attribuito
muli, cavalli; sei calzolai; due
a Jacopo Sansovino. E’ questa una
rivenditori di stoffe; quattro negozi
tradizione di cui è auspicabile
di generi alimentari; tre negozi di
tener conto alla luce della mirabile
frutta e verdura; due falegnami; un
fattura delle statue che fanno da
costruttore di botti; tre barbieri; un
corona alla cupola e della lunetta
commerciante di pelli e numerose
raffigurante
l’Annunciazione
osterie dove si potevano gustare i
posta sull’entrata del tempietto
piatti tipici del luogo come torte
stesso. E’ comunque attualmente
d’erbi, testaroli, salumi, vino
certo che lavorarono all’opera il
nostrale ecc...
Tribolo – un allievo del grande
All’approssimarsi della festa
scultore romano – e diversi artisti
della SS. Annunziata (25 marzo)
della sua Scuola.
Croce astile.
iniziava la prima grande fiera di
All’interno del tempietto,
primavera che occupava lo spazio
nascosto dall’altare del XVI secoda S. Lazzaro a S. Giustina. Dai paesi vicini conlo, è conservato l’affresco quattrocentesco davanti
fluivano attorno al Santuario commercianti e contaal quale sarebbero avvenute le apparizioni miracodini per un atto di devozione alla Vergine, ma anche
lose.
per lo scambio di merci, il riordino degli attrezzi
Sopra l’altare è posta una pala del 1558 - recenagricoli e l’acquisto di animali. Nel giorno della
temente restaurata - di Luca Cambiaso raffiguranfesta, il borgo era invaso dai “lupini”, venduti in
te l’Adorazione dei Magi. Si tratta di una tavola a
cartocci come le caldarroste e utilizzati anche per
olio che con ogni probabilità, in passato, era sorgiocare e attirare l’attenzione delle ragazze. I
montata dalla lunetta raffigurante il Padre Eterno
“ramaini” invece erano il pane dei poveri arricchito
benedicente attualmente collocata sull’ingresso alla
di uva secca e semi di finocchio.
sacrestia.
La fiera di agosto era legata alla festa della
Opera degna di menzione è senza dubbio il
Madonna della neve (5 agosto) - che i fedeli venepolittico della Madonna e gli Evangelisti attribuito
ravano in un’antica icona custodita nella chiesetta
al pittore genovese Giacomo Serfolio e probabildi S. Lazzaro e andata perduta nel 1979 - ed alla
mente datata fine Quattrocento. Originariamente le
festa dell’Assunta (15 agosto).
diverse formelle erano collocate in una cornice
A settembre, per S. Nicola da Tolentino, era traintagliata e dorata in stile gotico che imprimeva
dizione offrire ai fedeli i panini di S. Nicola, simbochiaramente all’opera una struttura a foggia di catlo dell’Eucarestia, ma anche cibo curativo per gli
tedrale, ma che purtroppo non è stato possibile
ammalati.
recuperare dopo il furto che ha visto lo smembraAncora oggi un gruppo di volontari della Nunmento dell’opera e la sua dispersione in diverse
ziata tengono viva la tradizione dei lupini, dei
città d’Italia. Le tavole fortuitamente ritrovate e
“ramaini” e dei panini di S. Nicola con entusiasmo
ricollocate al posto originario raffigurano: la
e professionalità.
Madonna in trono col Bambino, i quattro EvangeliDal terrazzo sopra la Cappella di S. Monica
sti, le scene dell’Annunciazione, della Crocifissio(ora S. Nicola) i conti Rossi da S. Donnino controlne e gli Apostoli.
lavano lo svolgersi delle fiere nel borgo e all’interE’ consigliata, inoltre, una visita alla sacrestia,
no, da un matroneo, assistevano alle sacre funzioni
le cui pareti sono interamente rivestite da pregevoe al lento risalire dei fedeli, in ginocchio, le scalinali arredi lignei intagliati a ricavarne colonne a spirate del presbiterio per la celebrazione della Via Crule e motivi floreali da frate Francesco Battaglia da
cis.
Mignegno che ultimò la sua fatica nel 1676.
Il Convento annesso alla Chiesa e costruito
contemporaneamente a questa, risente tuttavia di
Note.
uno spirito culturale precedente nei suoi due chio*1 La documentazione storica è stata tratta da:
stri con colonne monolitiche in arenaria, capitelli di
LICIA BERTOLINI, Aspetti dell’attività di maestri
diverse fogge, porte e finestre dai pesanti stipiti
comacini nelle zone di Pisa e di Massa, in “Società
scolpiti. Su uno dei chiostri si aprivano la Sala del
Archeologica Comense. Arte e artisti dei laghi lombarCapitolo, indicata dal simbolo dell’agnello scolpito
di”,Como 1959,
sull’architrave, la cucina e il refettorio.
GIUSEPPE BENELLI, La SS. Annunziata di PontremoIl Folklore.
Dopo l’erezione del Santuario, terminato già
nel 1480, cominciarono a sorgere, lungo la via
romea, la foresteria, poi altre case, dando luogo al
borgo, attorno al quale fiorì un notevole commercio
li,in “I quaderni della Fondazione Città del Libro – n.3,
*2 Cfr. GIOVANNI SFORZA, Memorie e documenti
per servire alla storia di Pontremoli, Firenze 1904
*3 La descrizione storico-artistica è tratta da:
P. BISSOLI, Pontremoli e il Museo delle Statue Stele.
Aulla (MS), Mori editore, 1992
9
Marzo
1 Domenica
I di Quaresima
2 Lunedì
s. Angela
Martedì
3 s. Tiziano vesc.
4 Mercoledì
s. Casimiro
Giovedì
5 s. Adriano
6 Venerdì
s. Rosa
Sabato
7 s. Felicita
8 Domenica
II di Quaresima
Lunedì
9 s. Francesca
10 Martedì
s. Costantino
Mercoledì
11 s. Costantino
12 Giovedì
s. Bernardo
Venerdì
13 s. Leandro
14 Sabato
s. Matilde
Domenica
15 III di Quaresima
16 Lunedì
s. Eriberto
Martedì
17 s. Patrizio vesc.
18 Mercoledì
s. Salvatore
19 Giovedì
s. Giuseppe patrono di La Spezia
Venerdì
20 S Claudia
21 Sabato
s. Nicola/s. Benedetto
Domenica
22 IV di Quaresima
23 Lunedì
Pasqua di Resurrezione
Martedì
24 Dell’Angelo
25 Mercoledì
annunc. del Signore
Giovedì
26 s. Emanuele
27 Venerdi
s. Augusta
Sabato
28 B. Venturino
29 Domenica
V di Quaresima
Lunedì
30 s. Amedeo
31 Martedì
s. Beniamino m.
Riti e culti in Corsica
di Nicole et Claude Giorgi
A prima vista potrebbe apparire
anomalo l’inserimento di un articolo
relativo alla Corsica in un Almanacco
dedicato alle tradizioni della Lunigiana
ma, a ben guardare, la distanza geografica e culturale viene colmata dallo
stretto legame operato tra i due territori
dalla famiglia dei Malaspina, i cui
discendenti sono tuttora presenti nella
zona di Monticello, tra Calvi ed Ile
Rousse, nella regione della Balagne,
zona nord-ovest dell’isola.
Questo rapporto risale nel tempo,
a prima dell’anno 1000, con la nascita
di Alberto I – che assunse il titolo di
marchese di Massa Corsica e Sardegna
– figlio di Oberto I ed, a sua volta, pronipote di Adalberto I, tra l’altro fondatore di Aulla.
La vita quotidiana dei Corsi è
scandita, in buona parte, dalla religione
ed è commista fortemente ai riti ancestrali. In effetti, l’isola fu molto presto
toccata dall’espansione del cristianesimo, tanto che non vi è alcun dubbio che
una comunità cristiana esista in Corsica
dalla fine del III secolo. Tuttavia, la
penetrazione della religione nell’interno
è stata più lenta, a causa dell’isolamento delle valli, i cui abitanti hanno per
lungo tempo conservato i precedenti
culti pagani, la cui eco giunge sino ai
nostri giorni e che si manifesta chiaramente nelle cerimonie, dove il cristianesimo ed il paganesimo si mescolano.
Sino al X secolo la Corsica era
sotto l’autorità del Papa, dapprima in
senso spirituale, poi in senso più propriamente temporale quando Pipino il
Breve e Carlo Magno confermano la
disposizione della pretesa donazione di
Costantino, che include l’isola nel
dominio di San Pietro.
Con il trasferimento a Pisa della
sovranità sull’isola nel corso dell’XI
secolo e della successiva influenza dell’Ordine di S. Francesco, la storia religiosa e culturale della Corsica viene
marcata profondamente. È di questo
periodo la costruzione di edifici meravigliosi di stile romano-pisano, come la
celebre chiesa di Murato, appena sotto
Saint Florent. D’altro canto, in una
popolazione insulare particolarmente
povera e di ceto contadino, l’etica di
umiltà francescana appare connaturarsi
ai sentimenti più profondi dei Corsi.
La forte identità culturale degli
isolani, il loro sentito nazionalismo e
regionalismo, il vivo permanere di tradizioni antiche, di costumi e rituali,
comporta tuttavia che alla frequente
invocazione di Dio e dei santi si accompagni lo scetticismo e l’indifferenza,
l’eterodossia accanto al dogma. Le stesse pratiche religiose hanno assorbito
alcune delle pratiche sociali caratteristiche della società corsa. Ad esempio, la
Messa è oggi detta o cantata in Corso.
Oppure, alla rigorosa divisione dei compiti e degli spazi tra i sessi consegue che
la Chiesa sia uno spazio quasi esclusivamente femminino: salvo che nelle grandi occasioni, gli uomini – pur se essi
stessi osservanti – non vi entrano molto
ed assistono alla Messa dall’esterno
della Chiesa. In compenso, talvolta sono
solo gli uomini a seguire il corteo funebre.
La Corsica è stata evangelizzata
dal cristianesimo ma, in qualche misura,
le sue forti strutture sociali ne hanno
parzialmente modificato gli aspetti con i
quali si manifesta, tanto che l’eredità
religiosa dell’isola è costituita da un
insieme di professioni di fede, di pratiche e di personaggi simbolici che cozzano con un’ortodossia purista.
In Corsica, l’invisibile non è veramente trascendente ma quotidianamente
presente e possiede una relazione
molto forte con i
morti.
La tradizione isolana vuole
che ci siano dei
momenti
nel
corso dell’anno
nei quali il tempo
si curva, resta in
una sorta di
sospensione che
apre un passaggio
10
tra questo mondo e l’altro. Il rovescio
delle cose si manifesta ed i morti circolano tra i vivi.
I santi fanno parte di questo dietro-mondo e la festa di Ognissanti tende
ad unirsi ed a confondersi con quella dei
morti, il 2 novembre. È proprio nella
notte tra il 1° ed il 2 novembre che i
morti fanno ritorno alle loro case, per
cui si ritiene che bisogna lasciar loro del
cibo sulla tavola o, almeno, un po’ di
acqua sul bordo della finestra.
I morti ritornano anche nel periodo del carnevale, sotto la forma di
mascherosi, bande di giovani questuanti mascherati che si travestono talvolta
da morti.
Ed ancora, nella notte tra il 31
luglio ed il 1° agosto, le anime dei morti
operano una sorta di transumanza, ritornando ai loro luoghi di origine. In alcuni villaggi di montagna si aveva l’abitudine di accendere dei fuochi davanti a
ciascuna casa, pratica dal significato
ambiguo del quale non si sa se aveva lo
scopo di allontanare i morti ritornanti
oppure di onorarli illuminando loro la
strada.
Accanto a queste anime esistono
dei personaggi viventi in comunicazione costante con l’aldilà: sono i mazzeri,
culpamorti o lanceri, talvolta assimilati
ai mal battezzati che comunicano con il
mondo dei morti ed hanno delle visioni
premonitrici.
I santi, in particolare i santi patroni dei villaggi, e la Vergine, patrona dell’intera isola, giocano un ruolo considerevole nelle pratiche e nelle professioni
di fede dei Corsi. Feste, processioni e
pellegrinaggi che costituiscono testimonianza della devozione a loro rivolta:
Santa Devota, vergine e martire; santa
Restituta, patrona di Calenzana; santa
Giulia, patrona di Nonza; S. Antonio da
Padova; S. Pancrazio, patrono dei banditi; san Rocco, protettore delle mandrie.
La più importante festa religiosa è
quella del giorno dell’Assunzione, il 15
agosto, diventata una sorta di festa nazionale; del resto, il cantico “Dio vi salvi
Regina” costituisce l’inno nazionale
corso a partire dal 1735, nel periodo di
dominazione genovese sull’isola.
La Vergine è egualmente festeggiata con intensità e partecipazione in occasione dei pellegrinaggi (a Notre Dame di
Lavatina, nel Capo Corso; a Santa del
Niolo, a Casamaccioli), cui si accompagnano anche fiere che attirano folle considerevoli. La processione che apre la
festa è condotta dai membri della confraternita di S. Antonio, che avvolgono il
loro corteo in spirale, secondo un antico
rito corso, che viene
detto a granitula (a
lumaca di mare) e che
trova una specifica
analogia nella processione della Limacada
di Filattiera di Massa.
Non trova analogie, invece, la tradizione della processione
del venerdì di Passione, dove viene rimesso
in scena il cammino
della croce di Cristo,
nella versione offerta
nella cittadina di Sartene, nella parte occidentale dell’isola.
Alcune specifiche varianti all’ordinaria Via Crucis rendono tale processione
del tutto unica, quale
frutto della stretta connessione corsa tra i
valori cristiani ed il
rispetto di un codice di
onore di tipo ancestrale e rurale, tra la religione ed il tessuto
sociale e culturale dell’isola.
Il
penitente,
detto il catenacciu, viene vestito ed
incappucciato con una veste rossa, le
mani coperte di guanti, solo due fessure
per gli occhi, al fine di garantirne l’assoluto anonimato. Il prescelto, caricato di
catene e portante una pesante croce sulle
spalle, attraversa la città, seguito da altri
penitenti, tutti vestiti di nero con cappucci bianchi, che portano il corpo del Cristo
dentro il suo lenzuolo. Ma la particolarità della processione consiste nell’attribuzione del ruolo principale ad un condannato per crimini d’onore, scelto dall’amministrazione penitenziaria tra tutti i
richiedenti, al quale viene concessa la
remissione del residuo di pena qualora
riesca a completare il faticoso percorso.
Una processione che diventa vero
cammino di penitenza, un’itinerante
espiazione di pena, nella quale si annodano le ancestrali tradizioni popolari con
l’essenza stessa della religione di Cristo,
un ambiente liquido in cui il cristianesimo corso si muove e nuota con naturalezza e tranquillità di animo.
11
Aprile
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Mercoledì
s. Ugo
Giovedì
s. Francesco di P.
Venerdì
s. Riccardo
Sabato
s. Isidoro
Domenica
Le Palme
Lunedì
s. Guglielmo
Martedì
Santoe
Mercoledì
Pasqua di Res.
Giovedì
dell’Angelo
Venerdì
s. Terenzio
Sabato
s. Stanislao
Domenica
Pasqua di Resurrezione
Lunedì
dell’Angelo
Martedì
s. Abbondio
Mercoledì
in Albis
Giovedì
s. Leonida
Venerdì
s. Ezechiele
Sabato
s. Galdino
Domenica
s. Ermogene
Lunedì
s. Adalgisa
Martedì
s. Anselmo
Mercoledì
s. Leonida
Giovedì
s. Giorgio
Venerdì
s. Fedele
Sabato
Anniv. Liberazione.
Domenica
s. Cleto
Lunedì
ss. Ida e Zita
Martedì
s. Pietro Chanel .
Mercoledì
s. Caterina patrona d’Italia
Giovedì
s. Pio Papa
La Limacada
di Regina Rossi
e Ferdinando Quattrone
Può sembrare un paradosso per una
regione mai nata, per una terra di confine
tra altri delimitati territori, ma le usanze,
le tradizioni popolari e religiose nella
Lunigiana sono fortemente radicate ed
hanno caratteristiche uniche che, a ben
vedere, ne costituiscono una delle attrattive più importanti.
L’antico borgo medioevale di Filattiera si affaccia sulla pianura del fiume
Magra ed è arroccato sulle alture di una
dolce collina; le sue origini storiche
rimandano ad un insediamento bizantino
fortificato.
Forse sarà stata proprio questa sua
origine bizantina, nel suo significato di
complessa ed arzigogolata, oppure, chissà, qualche altra ragione storico-culturale,
a dare origine e preservare intatta nel territorio di Filattiera un’antica tradizione
popolare legata alle modalità di svolgimento delle processioni religiose, la
“limacada”.
Il termine dialettale identifica il
guscio delle lumache ed, in particolare, la
sua forma a spirale.
Difatti, la processione di cui si
parla si avvolge su se stessa, a spirale, per
percorrere poi in senso inverso il proprio
cammino.
Prima di affrontare nello specifico
il tema e le modalità di esecuzione della
limacada, sembra opportuno tuttavia precisare che da essa va tenuta nettamente
distinta l’usanza di utilizzare proprio il
guscio vuoto delle lumache, il cui interno
era riempito di olio e posizionato uno
stoppino, per illuminare il percorso della
processione nei borghi del paese.
Quindi, in questo secondo caso i
gusci delle lumache avevano solo una
mera funzione strumentale, di lumi ad
olio, collocati sui davanzali delle finestre
ovvero fissati ai muri con argilla, così da
creare una suggestiva illuminazione che
faceva da sfondo e da segno di partecipazione all’evento religioso.
Schema del tragitto
12
Nel suo significato più proprio e
più antico, invece, la limacada rappresenta e riporta concettualmente al percorso,
al tragitto, al difficoltoso cammino che il
credente deve intraprendere per giungere
alla pace spirituale.
La limacada evoca il labirinto che,
già in epoca pre-cristiana, costituiva il
simbolo ed il fine di una ricerca spirituale; si pensi, ad esempio, al mito greco di
Dedalo e del labirinto, costruito per
imprigionarvi il temibile Minotauro,
paradigma delle forze istintuali dell’uomo. Oppure, ancora più a ritroso nei
tempi, si pensi ai cortei dei riti funebri
egizi (nella cui cultura lo spirito dei
defunti aveva una vita anche oltre la
morte e sino a che il corpo si manteneva
integro: da questo presupposto è derivata
l’usanza della imbalsamazione) che venivano eseguiti proprio con un ideale percorso a spirale per consentire allo spirito,
liberato dal corpo, di mantenerne il contatto fisico.
Il labirinto circolare, come quello
di San Pietro di Pontremoli, è divenuto in
seguito il simbolo dei pellegrini che, percorrendo la via Francigena, la più importante strada per l’Italia del Medio Evo,
effettuavano una sosta in questa città: in
tale senso, i labirinti erano considerati
sostitutivi del pellegrinaggio in Terra
Santa in quanto cammino che il cristiano,
per arrivare a Dio, deve intraprendere fortificando la propria fede: solo dopo aver
visto la luce può trovare la via di ritorno,
uscendo dal disorientamento che il labirinto stesso crea.
La limacada, come il labirinto,
assume questo significato di ricerca spirituale per tutti coloro che non potevano
recarsi nei luoghi sacri per pregare; il
cammino di sacrificio cristiano era interpretato simbolicamente dalla partecipazione attiva alla processione: i fedeli
entravano in fila nella piazza posta al centro del paese, seguendo un percorso che si
avvolgeva a spirale; giunti al centro della
piazza (che rappresentava il fine e la fine
della ricerca spirituale), dovevano ritrovare la via di uscita per continuare il loro
cammino di fede.
Il ruolo più importante nell’organizzazione del percorso era attribuito al “maz-
ziere”, la guida, colui che si poneva a capo
della processione e che conduceva i fedeli
lungo il percorso di entrata e di uscita.
In Filattiera, il mazziere più importante, da tutti riconosciuto come il migliore nella difficile opera di guidare l’ordinato e complesso movimento dei fedeli, era
tale Pietro Baldini, meglio conosciuto
come Pietro d’Sucar, morto nel 1958 all’età di 90 anni; il ruolo di mazziere è stato
assunto anche da Bepo d’Nadalin, Giromin del Cerg, Borbo, Moscovi l’vec,
Armelindo, sino a Gioacchino Molossi
che in Mocrone risulta essere l’ultimo
mazziere della Lunigiana.
Quando si svolgeva il rito della
limacada e perché non viene più eseguita?
Fino all’inizio del XX secolo, la
limacada veniva effettuata a Filattiera il
venerdì santo; tuttavia, un evento sconvolgente determinò la popolazione locale a
cambiare la stessa data di effettuazione
della limacada, mutandone in certo senso
la sua originaria funzione e destinazione
da rito funebre per la morte del Cristo ad
atto di devozione e di ringraziamento nei
confronti della Madonna.
Nelle primissime ore del mattino del
27 luglio 1903 un violento terremoto sorprese la popolazione di Filattiera ancora
nei letti, provocando gravi danni agli edifici ed alla stessa Chiesa parrocchiale.
Tuttavia, nonostante la violenza del
sisma del 27 luglio e dei giorni immediatamente successivi, alcuna persona rimase
ferita e questo grazie, così si ritiene, all’intervento diretto della Vergine dei dolori.
Per festeggiare lo scampato pericolo
e come voto per la protezione futura le
autorità parrocchiali e la stessa amministrazione comunale decisero di onorare
con la solenne processione l’immagine
della Madonna Addolorata.
A partire dal 1904, pertanto, il giorno di svolgimento della limacada è stato
spostato dal Venerdì Santo al 27 luglio, per
tener fede all’impegno di devozione
assunto nei confronti della Madonna, per
celebrare con particolare intensità il ruolo
di protettrice della comunità svolto nell’occasione dalla Madre di Cristo.
La processione ha un andamento
molto complicato e presuppone l’opera di
numerose persone che, fisse in posizioni
prestabilite della piazza, rappresentano i
punti intorno ai quali i fedeli devono
mutare la loro direzione a spirale, per
giungere sino al centro, ove vi è l’immagine sacra della Madonna; da quel punto,
devono proseguire il loro cammino in
direzione inversa, senza che vi sia alcun
intralcio di percorso durante lo sviluppo
della processione; infine, il percorso termina all’interno della chiesa, ove l’ immagine della Madonna Addolorata viene
riportata sull’altare.
Proprio la complessa organizzazione richiesta dal lento ed articolato movimento, con la predisposizione strategica
dei punti di svolta e la regolamentazione
del percorso della limacada, rappresenta la
sua bellezza ed unicità ma, nel medesimo
tempo, il suo grande limite in termini di
possibilità di esecuzione, poiché impone
la presenza di una guida, capace di condurre la processione senza incidenti di percorso.
Proprio per tale motivo, da alcuni
anni questa tradizione è stata abbandonata
a seguito dell’assenza di validi mazzieri,
che possano occuparsi della riuscita della
processione.
In una foto d’epoca la limacada durante la processione in onore della Madonna.
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Maggio
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31
Venerdì
s. Giuseppe lav.
Sabato
s. Atanasio
Domenica
ss. Filippo e Giac.
Lunedì
Ascen. del Signore
Martedì
s. Pellegrino
Mercoledì
s. Giuditta
Giovedì
s. Flavia
Venerdì
s. Vittore
Sabato
s. Gregorio
Domenica
s. Alfio
Lunedì
Pentecoste
Martedì
s. Pancrazio
Mercoledì
s. Emma
Giovedì
s. Mattia
Venerdì
s. Torquato
Sabato
s. Ubaldo
Domenica
s. Pasquale B.
Lunedì
Santissima Trinità
Martedì
s. Pietro di M.
Mercoledì
Ascensioneo
Giovedì
s. Vittorio
Venerdì
s. Rita
Sabato
s. Desiderio
Domenica
Ascensione
Lunedì
s. GregorioVII
Martedì
s. Filippo Neri
Mercoledi
Pentecoste
Giovedì
s. Emilio
Venerdì
s. Massimo
Sabato
s. Ferdinando
Domenica
Pentecoste
I pellegrinaggi ai santuari
di Giulio Cesare Cipolletta
Nella tradizione religiosa cristiana
viene conferito un posto di rilievo ai
pellegrinaggi che, con specifico riferimento alla realtà dell’area lunigianese,
hanno in particolare ad oggetto i santuari mariani di montagna.
In realtà, ben si può sostenere che
costituisca un elemento comune a tutte
le religioni l’istituto del pellegrinaggio
verso i luoghi ritenuti santi o di particolare rilievo per quella fede in quanto
esso simboleggia il percorso spirituale,
un cammino materiale che il credente
deve percorrere, almeno una volta nella
vita, per consegnare l’anima purificata
al proprio dio.
Intraprendere un percorso, spesso
arduo e faticoso, per raggiungere un
luogo lontano, denso di pericoli, e portarlo a termine con successo, assume il
significato intrinseco di saper vincere
gli ostacoli, rinsaldare la propria fede,
essere consapevole di aver posto la propria vita sotto lo scudo protettore del dio
nel quale si crede.
Di per sé, soprattutto in passato, il
pellegrinaggio era un viaggio pieno di
pericoli (guerre, pestilenze, banditi) che
non davano alcuna certezza di arrivare
alla meta, tanto che era costume per il
viaggiatore fare testamento prima della
partenza.
Il viaggio in una delle tre peregrinationes maiores, secondo l’insegnamento di Dante nella Vita nova (Terra
Santa, Roma e Santiago di Compostela)
era tanto arduo quanto l’impresa di
Teseo.
È noto che il labirinto venne
costruito da Dedalo per imprigionare il
Minotauro e che nessuno poteva uscirne, se non Teseo, aiutato però, per
amore, dal filo di Arianna; in senso cristiano, il labirinto identifica l’impossibilità di uscire dai meandri del peccato
senza l’aiuto caritatevole di Dio.
Proprio il labirinto diventò il simbolo del pellegrinaggio penitenziale,
tanto da essere inserito, quale motivo
ornamentale ma sostanziale, in numerosi luoghi di devozione toccati dalla via
Francigena, da Canterbury a Brindisi.
Santuario della Madonna del Monte.
14
Non bisogna dimenticare che, nel
periodo medioevale, soltanto a pochi
era riservata la possibilità di compiere
un viaggio in uno dei luoghi simbolo del
cristianesimo: si facevano, perciò, dei
pellegrinaggi minori, in diverse cattedrali (Chartres, Poitiers, Reims, Tolosa,
Pontremoli, Lucca) dove i pellegrini
avrebbero potuto trovare un labirinto, il
centro del quale assumeva il significato
della Gerusalemme celeste.
La stessa cattedrale ne rappresentava un simbolo, per cui il pellegrinaggio ad essa equivaleva ad un viaggio in
Terra Santa, sia pure in scala ridotta.
In genere, i santuari di montagna
sono caratterizzati da porticati – che,
soprattutto nel passato, avevano la funzione di fornire un ricovero ai viandanti
e pellegrini – e dalla presenza di fonti,
anche esse aventi in origine lo scopo
primario di assicurare ai fedeli giunti da
lontano la possibilità di dissetarsi.
Quei porticati e fonti, poi, assumevano anche un valore manifestamente simbolico in quanto, essendo garantita la possibilità di trovare un tetto, di
rifocillarsi e di bere, si poteva (e si può)
identificare nella casa del Signore un
luogo di accoglienza, il luogo ove la sete
(di fede) viene saziata.
Pontremoli e la Lunigiana erano un
luogo di passaggio, non un luogo di partenza per i pellegrinaggi per mete lontane;
tuttavia, era consuetudine seguire le tradizioni locali, con visite ai santuari siti poco
distanti ed in zone montuose.
In un contesto nel quale il mondo
contadino, con i suoi ritmi legati alle stagioni ed al lavoro nei campi, era fortemente intriso di religiosità in ogni aspetto dell’esperienza quotidiana e nel quale si tramandavano riti che legavano sacro e profano, religione e superstizione, non poteva
che avere larghissima diffusione il culto
della devozione mariana.
Madonna del Monte.
La figura della Vergine Maria,
materna e protettiva, era vista come intermediaria delle suppliche dell’uomo verso
Dio e le erano attribuite qualità salvifiche
e tutelari, per cui molto frequenti erano e
sono le donazioni e gli ex voto offerti in
cambio di grazie ricevute.
Il Santuario del Monte si trova nel
Comune di Mulazzo, oltre Montereggio;
la sua epoca di costruzione risale al XII
secolo, quando i monaci benedettini dell’abbazia di Borzone crearono, in stile
romanico, un priorato dedicato alla Vergine.
Si attribuisce la sua costruzione ad
una particolare leggenda: un uomo, ingiustamente accusato di un omicidio, vagando per i boschi in fuga dalla Liguria, giunse una notte sul monte di Mulazzo;
improvvisamente, vide una stella cadere
sopra un rustico ed apparve l’immagine di
Maria.
Quella stessa notte, nel suo paese
d’origine venne arrestato il vero assassino.
A ricordo dell’intervento di Maria,
materna nella protezione e difesa degli
innocenti, si decise di erigere un tempio;
ma il luogo prescelto non era quello dove
si era verificata l’apparizione, per cui ogni
notte gli attrezzi utilizzati per la costruzione sparivano e venivano portati in volo da
una colomba sul monte dove era avvenuto
il prodigio, sino a che non venne deciso di
realizzare il santuario nella sua collocazione attuale.
In qualche maniera analoga, per
l’intervento diretto di Maria, è la leggenda
legata al Santuario del Gaggio, in Podenzana, che è dedicato alla Madonna della
neve e la cui festività viene celebrata il 5
agosto.
La leggenda, nata nel XVII secolo,
narra che, in un assolato giorno d’agosto,
un boscaiolo eretico, non riuscendo ad
abbattere un castagno, bestemmiava ad
alta voce; sulla cima dell’albero apparve,
improvvisamente, l’immagine della
Madonna che, in risposta alle imprecazioni, gli disse “smettila, mi fai piangere”.
Le lacrime, cadendo, si trasformarono in neve.
Avendo assistito direttamente al
prodigio, il boscaiolo si convertì alla fede
cristiana e partecipò attivamente all’edificazione del Santuario.
Attualmente i due Santuari costituiscono tappe obbligate dei pellegrinaggi
lunigianesi con una netta prevalenza degli
aspetti e sentimenti religiosi, non contaminati da fiere o feste dal contenuto commerciale, proprio in quanto profondamente radicati nella cultura e nella tradizione
popolare.
Del resto, questi stessi Santuari conservano ancora le origini e funzioni devozionali, anche nella loro struttura ed arredo, trattandosi di edifici di dimensioni
ridotte e prive del fasto dei più grandi santuari cittadini, ma ricchi, in ogni caso, di
un decoro che racconta, proprio attraverso
la loro semplicità, dello stretto legame con
il territorio di appartenenza.
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Giugno
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Lunedì
s. Giustino
Martedì
festa della Repubblica.
Mercoledì
ss. Trinità
Giovedì
Pentecoste
Venerdì
s. Bonifacio
Sabato
s. Norberto
Domenica
Ss. Trinità
Lunedì
s. Medardo
Martedì
ss. Efrem e Primo
Mercoledì
Corpus Domini
Giovedì
ss. Trinità
Venerdì
s. Onofrio
Sabato
s. Antonio da Padova
Domenica
Corpus Domini
Lunedì
s. Germana
Martedì
s. Ceccardo di Luni patrono di Carrara
Mercoledì
s. Raniero
Giovedì
s. Maria
Venerdì
s. Giuliana
Sabato
s. Ettore
Domenica
s. Luigi Gonzaga
Lunedì
s. Paolino
Martedì
s. Lanfranco
Mercoledì
s. Giov. Batt. patrono di Villafranca L.
Giovedì
s. Massimo
Venerdi
s. Rodolfo
Sabato
s. Grillo di A.
Domenica
s. Ireneo
Lunedì
ss. Pietro e Paolo patrono di Quercia
Martedì
ss. Primi Martiri
L e p ro c e s s i o n i d e l l a M a d o n n a d e l P o p o l o
di don Silvano Lecchini
parroco del Duomo di Pontremoli
Le solenni processioni del 2 luglio con
l’Immagine della Madonna del Popolo per
le vie della Città di Pontremoli sono 10 e
sono avvenute nei seguenti anni: 1716 –
1814 – 1855 – 1861 – 1887 – 1922 – 1937
– 1948 – 1987 – 2000.
Di alcune, soprattutto le più recenti, si
hanno notizie ampie e dettagliate, di altre
solo pochi cenni.
La devozione del 2 luglio ha origine dai
voti fatti nel 1622 e nel 1630 di cui si ha
testimonianza nelle due lapidi marmoree
poste nel Duomo e, precisamente, nel transetto di sinistra a lato dell’altare di S. Vicinio. I due voti furono fatti in occasione di
due terribili pestilenze. Il primo stabilì per
ogni anno a venire l’offerta di dodici libbre
di cera bianca e la solennizzazione della
Festa della Visitazione della B.V. Maria; il
secondo, la costruzione di un Tempio “sontuoso e nobile” dedicato alla Madonna del
Popolo.
Fino al 1716 non si ha notizia che l’Immagine della Madonna fosse
portata in processione.
Dal libro delle Deliberazioni Capitolari viene riportato che, per la prima volta,
nel 1716 viene fatta una processione con la statua della
Madonna del Popolo. Così si
trova scritto: “Altra fiera
influenza di pestifero morbo
e mortalità avvenne in Pontremoli nei mesi di maggio e
di giugno”. La comunità,
tenuto Consiglio generale,
decreta ufficialmente di
“portare processionalmente
il 2 luglio la statua della B.V.
del Popolo, colla più solenne
pompa; e fu effettivamente
portata la prima volta per la
principale contrada della
città l’Effigie salvatrice ed
ecco infatti che la moria d’un
tratto cessò”.
Dall’opuscolo “Cenni
storici intorno alla Cattedrale
di Pontremoli” risulta una
processione fatta nel 1814 di
cui non si ha altra notizia.
Nel 1855, nel libro delle
Deliberazioni Capitolari, si
trova la richiesta del Propo-
sto del tempo “di portare in processione
con pompa straordinaria e solenne, la miracolosa immagine della nostra gran Protettrice la B.V. del Popolo in rendimento di
grazie e tributo di devota riconoscenza per
averci preservati fin qui dal crudele morbo
asiatico e dalle altre calamità che hanno
afflitto gran parte d’Italia”.
Una descrizione di questa festa si trova
pubblicata nella Gazzetta di Parma n. 99
del 24 aprile 1855.
Sempre nel libro delle deliberazioni
relativamente all’anno 1861, a pag. 51, si
trova la richiesta di portare processionalmente la statua della Madonna del Popolo.
Il 25 agosto “dopo la Messa solenne cantata dal Proposto, fu portata processionalmente per la città, la sacra immagine della
Beata Vergine del Popolo, in occasione di
grande siccità, con l’intervento di S.E.
Rev.ma Mons.Vescovo, di tutte le compagnie della città e di moltissime altre della
campagna”.
Nel 1887 si ricordano due ricorrenze
centenarie.
Il Capitolo, nella sua seduta del 10 mag-
16
gio, delibera su richiesta della quasi totalità della popolazione “in attestato anche
della pietà dei suoi Avi di celebrare il 2
luglio prossimo, portando anche in processione la miracolosa effigie della B. Vergine
del Popolo e questo perché nel corrente
anno 87 si incontrano due memorandi fatti,
cioè il secondo centenario della costruzione della Chiesa Cattedrale, decretata dal
Consiglio Generale della Comunità di Pontremoli il 7 luglio 1830 e compiuta nel
1687 ed il primo centenario della istituzione della Diocesi Apuana e ad erezione della
insigne Collegiata a Cattedrale decretata
con Bolla Pontificia “In Suprema B. Petri
Cathedra..” del 4 luglio 1787.
Furono queste feste memorabili ricordate nella “Relazione delle feste centenarie
solennemente celebrate in Pontremoli l’1,
2, 3 luglio 1887 in onore della Madonna del
Popolo”. Per comprendere la solennità dell’evento vengono riportare alcune cifre; 36
Confraternite in processione, 3 cori strumentali, 37 vessilli, grandiosi apparati scenici lungo la strada Nuova, a Porta Fiorentina e in Piazza Duomo; 50 ragazze biancovestite e con una corona di
fiori, che deposero infine ai
piedi della Vergine; otto
sacerdoti che portavano
l’Immagine della Madonna a
spalla; 3.200 persone, di cui
2.500 vestite con la cappa
delle confraternite. Durata
della processione: quattro
ore e mezzo, dalle ore 8 alle
ore 12,30.
Nel ventesimo secolo, la
Madonna fu portata processionalmente 5 volte.
Nel 1922, per ricordare il
voto del 1622, viene deliberato su richiesta della municipalità di fare una processione per dare lode alla Vergine Maria. La richiesta,
dopo alcune perplessità,
viene accolta, come risulta
dal libro delle deliberazioni
del Capitolo alla data 16
marzo 1922. Due le motivazioni: il terzo centenario del
voto del 1622 e “il desiderio
di ringraziare la loro Madonna per la materna assistenza
e protezione durante la grande
guerra
europea
1915–1918”. Sarà questo
centenario una apoteosi come descritto
nelle cronache del tempo e che si
trovano riportate nel libro “La
Chiesa di S. Maria del Popolo”
(Mons. A. Corradini). L’avvenimento è ricordato anche in
una pergamena che si trova
esposta nella sacrestia del
Duomo in cui la Comunità
rinnova il voto del 1622
obbligando i Signori Sindaci pro-tempore della
città ad eseguire quanto
deliberato dal Consiglio
Comunale nella seduta
straordinaria del 15 giugno
1922.
Erano presenti alla solenne
processione S.E. il Card. Pietro
Maffi arcivescovo di Pisa, Mons.
Menegazzi vescovo di Comacchio e il
Vescovo diocesano Mons. Angelo Fiorini.
La Messa Pontificale iniziò alle ore 3, la
processione alle ore 8. Parteciparono 50 confraternite, 25 associazioni giovanili, 70 bambine in abito bianco e velo celeste e si parlò di
circa ventimila persone che parteciparono o
assistettero all’avvenimento. Il rientro in cattedrale fu alle ore 12.
Dopo 15 anni, nel 1937, fu indetto il Congresso Eucaristico. Il Vescovo Mons. Giovanni Sismondo volle ricordare anche la Madonna e abbinò solenni festeggiamenti che culminarono con il rinnovo dell’incoronazione
della B.V. del Popolo.
La solennità fu presieduta dal Card. Caccia Dominioni che incoronò solennemente
l’Effigie della B.V. del Popolo (l’antica e preziosa corona del 1695 è oggi conservata nel
tesoro del Duomo). Assistevano il Cardinale,
oltre il Vescovo diocesano, altri 7 vescovi.
Imponente fu la processione con la partecipazione delle confraternite e una immensa folla.
Ancora oggi questo avvenimento è ricordato
per la sua grandiosità.
1948: la popolazione che aveva sofferto
molto durante il conflitto mondiale che vide la nostra terra
devastata dalla guerra, ritenne
doveroso innalzare inni di ringraziamento alla B.V. del Popolo per
la protezione avuta.
Il Vescovo Sismondo prese la
decisione di solennizzare la festa
del 2 luglio con una processione
di ringraziamento.
La preparazione fu affrettata
per il poco tempo a disposizione
ma riuscì in modo egregio. Presenziarono alla festa 7 Vescovi e
vi partecipò “una folla come non
si era mai vista”. La festa creò
tanto entusiasmo che il Vescovo
concesse che l’Immagine della Madonna
visitasse tutte le parrocchie del Pontremolese. Visitò circa 50 parrocchie, lasciando ovunque un
grato ricordo.
Nel 1987 fu celebrata la
festa dei due centenari: trecento anni della Cattedrale
e duecento anni della diocesi.
Il ricordo dei trecento
anni del Tempio dei Padri,
fu molto sentito. La preparazione alla festa fu fatta
con una novena. Il Pontificale celebrativo fu presieduto dal Cardinale di Firenze
Silvano Piovanelli. La partecipazione fu imponente. Per ricordare l’avvenimento fu redatto un
opuscolo che riporta il resoconto delle
celebrazioni.
2000 - Anno Giubilare.
Il Vescovo e il Capitolo propongono di
onorare la B.V. del Popolo il 2 luglio.
Il 10 giugno iniziano le celebrazioni con
preghiere e pellegrinaggi. Il 2 luglio, giorno
della festa, viene celebrato il solenne Pontificale presieduto dal Cardinale Carlo Furno. Il
Sindaco rinnova il voto con l’offerta del cero.
Nel pomeriggio, la Cattedrale fu meta di
numerosi pellegrini venuti non solo da Pontremoli ma anche da altre località Lunigianesi. La processione lungo le vie del centro storico fu imponente, con grande concorso di
popolo; oltre le Confraternite della città parteciparono anche le Confraternite di Arzengio,
Mignegno, Casa Corvi e Vignola . Le strade
erano addobbate di damaschi e fiori per onorare la Vergine SS.
Dal 1716 al 2000 la B.V. del Popolo uscì
processionalmente dalla Cattedrale 10 volte.
La prossima festività del 2 luglio con la
processione della Venerata Immagine della
Madonna del Popolo dovrebbe aver luogo nel
2022.
17
Luglio
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30
31
Mercoledì
s. Aronne
Giovedì
s. Vitale
Venerdì
s. Tommaso
Sabato
s. Elisabetta di P.
Domenica
s. A.M. Zaccaria
Lunedì
s. Maria Goretti
Martedì
s. Claudio
Mercoledì
s. Adriano
Giovedì
s. Veronica
Venerdì
ss. Ruffina e Seconda
Sabato
s. Benedetto patrono d’Europa
Domenica
s. Fortunato
Lunedì
s. Enrico
Martedì
s. Camillo de' L.
Mercoledì
s. Bonaventura
Giovedì
B.V. del Carmelo
Venerdì
s. Marcellina
Sabato
s. Federico
Domenica
s. Giusta
Lunedì
s. Elia
Martedì
s. Lorenzo da Br.
Mercoledì
s. Maria Madd.
Giovedì
s. Brigida
Venerdì
s. Cristina
Sabato
s. Giacomo M. patrono di Licciana N.
Domenica
ss. Anna e Gioac.
Lunedi
s. Celestino I
Martedì
s. Nazario
Mercoledì
s. Marta
Giovedì
s. Pietro Crisologo
Venerdì
s. Ignazio
San Genesio
di Giulio Cesare Cipolletta
Si sa, la Lunigiana è una terra
dove abbondano i castelli e le tradizioni
popolari, che si manifestano in riti,
sagre e processioni. Una delle più antiche fiere, le cui origini storiche si perdono nel tempo, è quella di San Genesio, che si tiene a Filetto, frazione del
Comune di Villafranca, negli ultimi
giorni del mese di agosto.
San Genesio si celebra il 25 agosto ma molto incerte sono le sue origini
e la sua storia nonché l’esatta individuazione dei luoghi in cui avrebbe operato;
le fonti riferiscono, difatti, che vi sarebbero molteplici città che si contendono
il suo luogo di nascita e che venerano
tale santo come originario di un territorio: Genesio di Alvernia, Genesio di
Beziers, Genesio di Roma, Genesio di
Brescello, Genesio di Arles.
In realtà, il San Genesio del 25
agosto dovrebbe essere individuato proprio nel santo di Arles, il cui culto si
sarebbe poi diffuso in altre città della
Gallia e di altri territori, dando luogo a
fenomeni di localizzazioni della figura
storica e della sua persona. In altri termini, la diffusione del culto del santo di
Arles in ambiti territoriali diversi ha
fatto sorgere la convinzione che Genesio fosse originario di quei luoghi.
Proprio quella localizzazione, la
rivendicazione locale del suo territorio
di nascita – e che costituisce un fenomeno abbastanza usuale nell’agiografia,
cioè nella letteratura che riguarda la vita
dei santi, dei beati e dei venerabili – ha
dato luogo a storie diverse circa la sua
attività ed il martirio.
In particolare, le storie di Genesio
di Roma e Genesio di Arles sono accomunate dalla circostanza che entrambi
sono considerati patroni degli attori e
degli artisti di teatro e, nelle tradizioni
locali, protettori degli epilettici.
Il primo, Genesio di Roma, prima
di convertirsi alla fede cristiana nell’anno 303, era un mimo ed attore; durante
una rappresentazione teatrale – in un’opera che derideva proprio il battesimo
ed i riti del cristianesimo nascente –
improvvisamente si convertì ed abbracciò la fede in Cristo. Nel periodo delle
persecuzioni di Diocleziano subì il martirio, con modalità particolarmente
cruente: venne dapprima percosso con
bastoni, poi lacerato con uncini e bruciato con fiaccole; infine, venne decapitato, senza mai abiurare la fede cristiana. I suoi resti sarebbero conservati sull’altare di S. Lorenzo nella chiesa di S.
Sabina in Roma.
Del secondo, invece, si narra che
egli fosse entrato molto giovane nella
milizia e che lavorasse ad Arles quale
stenografo; durante il periodo delle persecuzioni, si rifiutò di operare contro i
cristiani, essendo egli stesso un catecumeno, cioè stava ricevendo l’istruzione
per essere poi ammesso al battesimo.
All’intensificarsi delle persecuzioni
fuggì ma venne catturato dai soldati
romani sulle sponde del fiume Rodano
ed ucciso ma, prima di morire, venne
battezzato con il suo stesso sangue.
Come abbiamo scritto, San Genesio è patrono degli artisti e, forse, questo
costituisce uno dei motivi per cui la
Fiera di Filetto vedeva un’elevata partecipazione di artisti di strada, mimi, giocolieri, cantori.
Attualmente, oltre alla Fiera, nello
stesso mese di agosto, nel borgo di
Filetto si svolge una rievocazione della
vita medievale, con l’apertura dei fondi
nei quali vengono sistemate taverne e
negozi, con figuranti a piedi ed a cavallo che intrattengono gli affascinati visitatori con i loro costumi, i giochi di abilità e di prestigio, con i locali che propongono i menu tipici del tempo.
Le origini di Filetto quale borgo
fortificato a forma quadrilatera risalgono al VI-VII sec., quando venne edificato il suo nucleo più antico con le quattro
torri cilindriche angolari, per difendere i
confini del già decadente Impero dalla
pressione longobarda.
Successivamente, e fino al XVII
secolo, il borgo è stato più volte amplia-
Oratorio di S. Genesio a Filetto.
18
to, con la realizzazione di residenze fortificate, di una Chiesa dedicata ai SS. Filippo e Giacomo e di monumentali porte di
ingresso, del palazzo dei marchesi Ariberti di Cremona e del convento dei frati ospitalieri di San Giovanni di Dio, detti Fatebenefratelli.
Tuttavia, molti secoli prima, quegli
stessi luoghi erano già abitati, come si
desume dai numerosi ritrovamenti di statue stele in tutta l’area, che testimoniano la
precedente presenza stanziale di una civiltà contadina che ha lasciato tracce di sé in
tutte le valli della Lunigiana.
Nell’età medievale, in un vasto territorio compreso tra Filetto, Mocrone, Malgrate ed Irola, venne messo a coltura un
bosco di castagni (attualmente, di dimensioni molto più ridotto e chiamato Selva di
Filetto), che per secoli ha rappresentato la
principale fonte di sostentamento per la
popolazione locale, che ricavava cibo e
possibilità di commercio dalla lavorazione
delle castagne.
Proprio la Selva di Filetto, da epoca
immemorabile, era considerato un luogo
magico.
Nel XVI secolo, in questa area è
stato edificato l’oratorio dedicato a San
Genesio e si è dato origine alla festa religiosa, cui si è accompagnata, di pari passo,
la fiera avente un contenuto più prettamente commerciale e che aveva ad oggetto la
compravendita di merci e bestiame. Difatti, bisogna considerare che Filetto si trova
in posizione strategica, al centro dell’Alta
Lunigiana, sul fondo valle percorso dal
fiume Magra e dall’antica via Francigena:
si prestava, pertanto, a rappresentare a
pieno titolo un ideale luogo di incontro per
i commercianti di tutta la vallata e per
coloro che, sfruttando il tracciato dell’antica via dei pellegrini, avevano la possibilità di esportare e barattare i loro prodotti.
La festa religiosa diventava, così,
motivo ed occasione per intavolare delle
trattative commerciali, fondamentali per
l’economia rurale della vallata ma, nello
stesso tempo, anche per instaurare scambi
“culturali” e di informazione circa la vita
vissuta oltre lo stretto ambito del territorio.
Un particolare abbastanza singolare legato
alla fiera di S. Genesio è che essa costituiva anche l’occasione, per appositi sensali,
di combinare matrimoni: in effetti, la
riunione in quel luogo di un così elevato
numero di persone rappresentava anche
una sorta di incontro “mondano”, stante le
scarse possibilità di relazioni sociali allargate.
L’importante eco dell’annuale fiera
di San Genesio già risulta documentata nel
1616 laddove, in una relazione della Reale
Camera Spagnola (che in quell’anno
aveva ereditato il feudo dall’ultimo Malaspina), si può leggere che “una chiesa con
il suo Curato si fa in detta terra una fiera
ogni anno”.
In passato, le celebrazioni liturgiche
collegata alla festa religiosa si svolgevano
lungo tutto l’arco della giornata; tra canti e
preghiere, la statua del Santo veniva portata in processione nel castagneto e venivano accese migliaia di candele da parte dei
fedeli, rendendo così il percorso particolarmente suggestivo ed evocativo.
Attualmente, tuttavia, la celebrazione religiosa e la processione di San Genesio hanno perduto gran parte della loro
capacità attrattiva popolare e di primaria
componente di devozione – che derivava
anche dalla loro sovrapposizione a più
arcaiche tradizioni contadine, ben radicate
– a tutto vantaggio di altri aspetti della
fiera, di natura più prettamente economica
e commerciale.
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Sabato
s. Pellegrino patrono di Casola
Domenica
s. Eusebio di V.
Lunedì
s. Lidia
Martedì
s. G.M. Vianney
Mercoledì
s. Sisto II
Giovedì
Trasfig. N.S.
Venerdì
s. Gaetano
Sabato
s. Domenico
Domenica
ss. Fermo e Rust.
Lunedì
s. Lorenzo
Martedì
s. Chiara
Mercoledì
s. Macario
Giovedì
ss. Ippol. e Ponz.
Venerdì
s. Massimiliano
Sabato
Assunzione M.V.
Domenica
s. Rocco
Lunedì
s. Pellegrino
Martedì
s. Elena
Mercoledì
s. Mariano
Giovedì
s. Bernardo
Venerdì
s. Pio X
Sabato
Maria SS. Regina
Domenica
s. Rosa da Lima
Lunedì
s. Bartolomeo
Martedì
s. Genesio
Mercoledì
s. Alessandro
Giovedi
s. Monica
Venerdì
s. Agostino
Sabato
Mart. s. Giov. Batt.
Domenica
s. Gaudenzia
Lunedì
s. Aristide
S . Te re n z i a n o , i l S a n t o d l à “ f re v a ”
di Roberto Bolleri
Ogni anno, a Mignegno sobborgo
di Pontremoli, in un piccolo oratorio,
immerso nel verde e nel silenzio del
bosco, poco distante dalla strada in salita che conduce al passo della Cisa, si
celebra la festa di S. Terenziano.
Sono ormai 500 anni che i pontremolesi onorano il 1° settembre, dimostrando fedeltà e fiducia all’anziano
Vescovo che ha preferito il supplizio e
la morte alla rinuncia della fede nell’unico Dio.
Questa bella tradizione, radicata
nel cuore dei pontremolesi, è un forte
richiamo per ciascuno di noi a considerare la santità come meta suprema della
propria vita, imitando quanto ha fatto il
Vescovo Terenziano.
Si narra infatti che, al tempo dell’imperatore Adriano(117-138 d.C.),
venne emanato un editto contro i cristiani e così Leziano, proconsole della
Tuscia, fece arrestare il Vescovo di
Todi.
Questi tentò, durante l’interrogatorio, di convertire Leziano, spiegandogli la dottrina di un solo Dio in tre persone, della prima e della seconda venuta di Cristo e degli altri precetti cristiani.
Leziano però non si lasciò convincere ed accusò Terenziano di arti magiche e lo fece torturare, ma ad una preghiera del Santo, le statue degli idoli e
gli strumenti per i sacrifici andarono in
frantumi e il sacerdote pagano Flacco
diventò improvvisamente cieco.
Il Vescovo continuò ad essere torturato; venne scarnificato, ustionato con
carboni ardenti e venne amputato della
lingua.
Egli continuava ugualmente a pregare mentre Leziano diventava muto e
moriva.
Ripreso il processo dagli augustali Celso e Leonzio, Flacco – il sacerdote pagano accecato – si gettò ai piedi di
Terenziano per ottenere la guarigione.
Il vecchio Vescovo, implorando
l’aiuto divino, gli ridonò la vista e lo
battezzò.
Terenziano e Flacco vennero
decapitati insieme, era il 1° settembre e
due cristiani, avvertiti in sogno, seppellirono i loro corpi in un luogo chiamato
Colonia a 8 miglia dalla città.
Ancora oggi, le reliquie del Santo
sono venerate nella chiesa della parrocchia di S. Terenziano, nel comune di
Gualdo Cattaneo, vicino Todi.
Questa è la “passio” del Santo
Vescovo secondo gli “acta sanctorum”
L’Oratorio di S. Terenziano a
Mignegno, risale, secondo padre Bernardino Campi (1656-1714), al 1514
quando frà Tommaso da Osimo, della
provincia della Marca, riconosciuto dai
pontremolesi “costruttore di pace”, fu
da loro accompagnato fino all’inizio
della salita della Cisa dove tenne un
“divoto” discorso che entusiasmò tanto
i fedeli da indurre gli stessi a edificare
20
un Oratorio in onore di S. Terenziano.
La sua costruzione fu opera della
Confraternita dei disciplinati di S.
Lorenzo “extra moenia” di Pontremoli
(l’attuale Misericordia) che ebbe cura
dell’Oratorio fino al 1785, anno della
sua soppressione ad opera di Pietro Leopoldo.
E’ difficile dare una spiegazione
circa la dedicazione dell’Oratorio al
Santo Vescovo di Todi.
Secondo alcuni sarebbe legata ad
una devozione importata a Pontremoli
da Nicodemo Tranchedini che abitò a
Todi e lì prese moglie.
La devozione a S. Terenziano
quale “Santo dlà freva” nasce alla metà
del XIX secolo, precisamente nel 1855.
Infatti, proprio l’epidemia di colera di quell’anno fu l’origine di quella
protezione speciale sulle malattie febbrili per cui ancora oggi il Santo viene
invocato.
Il perché i pontremolesi si rivolsero a S. Terenziano è da collegarsi principalmente al primo caso di colera nel territorio pontremolese nel 1855, che ebbe
come scenario proprio l’oratorio di S.
Terenziano a pochi giorni dalla festa del
Santo: qui, infatti, fu fermato e ricoverato il 12 agosto di quell’anno il primo
coleroso che morì a mezzanotte del
giorno dopo.
La statua fu donata nel 1862 in
scioglimento del voto fatto dai pontremolesi nell’anno del colera.
E’ in questo periodo che, accanto alla
festa religiosa, compare la sagra campestre
con le merende nei castagni, le osterie con i
tradizionali tortelli, i testaroli, il vino
nostrale, una tradizione questa che esiste
ancora oggi.
In seguito, arriveranno anche le bancarelle con i giocattoli ed altri oggetti che
faranno assumere alla festa la caratteristica
di fiera.
E’ bello trascrivere le parole della
cronaca della festa del 1955 tratta dal Corriere Apuano del 3-9-1955 perché in essa
viene dipinta con colori eterni la festa di S.
Terenziano, una festa propria del cuore di
ogni pontremolese “canto del cigno” dell’estate, “giornata dei Pontremolesi” connubio
di festa religiosa e di festa paesana dove la
fede genuina si rinfranca aiutata anche dalla
serenità campestre e dalla merenda sull’erba.
“San Terenziano è ancora la cara e
tradizionale festa che sa destare nel cuore di
tutti un caro ricordo di cose passate ancora
vive, una nostalgia di Pontremoli antica e
nostrana, come un buon odore di casa che
penetra fin in fondo allo spirito e che fa
tanto bene in
mezzo al baccano
ed al frastuono
della vita moderna.
Oggi, è vero,
ci sono le motorette e i tubi di scappamento che pensano a guastare gli
incanti e richiamarci alla realtà.
Ma quando
sei nella “piana”
sotto gli ombrosi
castagni, davanti alla caratteristica chiesa,
con il non meno caratteristico cimitero, e
stenti a farti largo in mezzo al confuso e
gaio via vai di pellegrini, e urti ora contro il
banchetto dei dolciumi, ora ti fai da parte
per lasciare il passo al carro agricolo, stipato all’inverosimile, che avanza, e sei stordito dai venditori d’anguria, dallo strombettare dei ragazzi e dal vocio e dalle risa e dal
frastuono, quando soprattutto entri nella
rinnovata chiesetta e ti trovi davanti alla
solenne statua del Santo Patrono, severo e
insieme paterno, davanti alla quale da chissà quanti anni i nostri padri sono passati,
devoti e imploranti, oh! allora è facile chiudere gli occhi e rivedere Pontremoli nostra,
di cinquanta anni fa, quando il servizio
pubblico per S. Terenziano lo facevano
Barsin, Fuciun e Papeta con i loro vecchi
ronzini e la colazione la preparava sul posto
la Manganella con tortelli e vino del paradiso.
E ritornando a casa con la certezza
della protezione “dal Sant dla freva” e col
mazzetto di castagni dalla riccia rigonfia,
perché “S. Taransian la castagna avara an
man”, ti senti, di colpo, riportato indietro a
tutte quelle belle e care cose di tanti anni fa
che non sanno scomparire dal cuore di Pontremoli”. È difficile descrivere in poche
righe la storia, le circostanze, le emozioni
di una festa così antica e così sentita dal
popolo pontremolese.
Credo però, ed è lo scopo di questo
Almanacco, siano sufficienti a ciascuno di
noi, soprattutto ai giovani, per comprendere l’importanza delle tradizioni e quanto sia
necessario lo sforzo per mantenerle.
Per approfondimento v. Paolo Lapi L’oratorio di S.Terenziano di Mignegno tra storia e devozione. Pontremoli ( 2005).
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Martedì
s. Egidio abate
Mercoledì
s. Elpidio
Giovedì
s. Gregorio M.
Venerdì
s. Rosalia
Sabato
s. Vittorino
Domenica
s. Petronio
Lunedì
s. Regina
Martedì
Natività di M.V.
Mercoledì
s. Sergio
Giovedì
s. Nicola da T.
Venerdì
s. Teodora
Sabato
s. Nome di Maria
Domenica
s. Giovanni Cris.
Lunedì
Esaltaz. S. Croce
Martedì
B.V. Addolorata
Mercoledì
ss. Corn. e Cipr.
Giovedì
s. Roberto B.
Venerdì
s. Giuseppe
Sabato
s. Gennaro
Domenica
s. Eustachio
Lunedì
s. Matteo
Martedì
s. Maurizio
Mercoledì
S. Pio da Piet.
Giovedì
s. Teda
Venerdì
s. Aurelia
Sabato
ss. Cosma e Dam.
Domenica
s. Vincenzo de' P.
Lunedì
s. Venceslao
Martedì
s. Michele.
Nercoledì
s. Girolamo
S. Francesco Fogolla
M o n t e re g g i o r a c c o n t a
di Giulio Cesare Cipolletta
Eravamo in tanti in piazza S. Pietro a Roma, il giorno 1 ottobre 2000.
Confusi tra una folla immensa, tra brasiliani e cinesi, polacchi ed americani, noi
eravamo quelli che, nel momento in cui
papa Paolo Giovanni II ha pronunciato
la formula tradizionale della “iscrizione
all’albo dei santi” di Francesco Fogolla,
più degli altri abbiamo gioito. Non è
giusto appropriarsi dei santi, rivendicarli come propri in via esclusiva, ma in
qualche modo noi di Montereggio, di
Mulazzo, della Crocetta, un po’ più
degli altri lo sentiamo nostro. L’unico
santo della Diocesi di Massa e Pontremoli. Nostro fratello, nostro concittadino, ha percorso i nostri stessi sentieri, si
è seduto a parlare lì dove anche noi,
anni e decenni prima di lui e più tardi, ci
siamo seduti ed abbiamo parlato. Magari con persone degli stessi gruppi familiari che, nel 2000, hanno partecipato al
viaggio a Roma. I Bertoni, Biagi, Di
Battistini, Cavagnini, Ghelfi, Ferrari,
Franchi, Fogola e Fogolla, Giambiasi,
Giovannacci, Lanzi, Maucci, Nencioni,
Paina, Pandolfi, Pedrotti, Pellegri,
Volpi. E tutti, in quel piovoso giorno di
ottobre, accompagnati da don Pietro
Tarantola e don Francesco Pagani,
erano lì, in piazza, a portare la testimonianza di fede, di presenza partecipe, in
qualche modo di speranza.
Alcuni, devo dirlo, sono giunti a
Roma per la prima volta in quella occasione, per il più lungo viaggio della loro
vita, in un pellegrinaggio ideale sulle
orme di un martire montereggino che si
è fatto latore nel mondo di un messaggio di fede.
È nato qui, il 4 ottobre 1839, da
Gioacchino ed Elisabetta Ferrari, tra
queste case, a pochi passi dalla piazza
dove intere generazioni di bambini
hanno giocato, sono cresciuti, sono partiti e ritornati portando altri bambini, da
luoghi sempre più lontani, dove si parla-
22
no lingue diverse, ma che qui hanno
ritrovato le loro origini, il centro gravitazionale intorno al quale ruotare.
Ed ancora qui, alcuni giorni dopo,
170 anni fa, nell’antica chiesa di S.
Apollinare risalente al XV secolo, sita
all’ingresso del paese, al futuro santo è
stato imposto in battesimo il nome di
Francesco. Da questo paese è poi andato via nel 1852, seguendo i genitori a
Parma. Nella città emiliana Francesco
ha frequentato la Chiesa della Annunziata, dei Frati Minori Francescani,
vestendo poi l’abito francescano nel
1858 e dove è stato ordinato sacerdote il
21 agosto 1859.
Nel dicembre 1866, dopo il completamento di studi filosofici e teologici, Francesco Fogolla si è avventurato
nella lontana Cina, nella regione dello
Shansi, armato solo della sua fede, con
pochi sacri libri nella sua borsa, per diffondere la parola di Dio.
In un certo senso, i libri e la diffusione della cultura sono sempre stati gli
strumenti adoperati ed i fini perseguiti
dagli emigranti montereggini nelle loro
peregrinazioni nel mondo e padre
Fogolla, figlio autentico di questa terra,
non poteva esimersi dal fornire un analogo contributo. I libri, la parola, le
peregrinazioni. Un destino per molti
aspetti comune a tanti dei nostri figli.
Dalla Cina ritornerà solo trenta anni
più tardi, nel 1898, ma l’anno successivo,
in data 4 maggio 1899, padre Fogolla –
divenuto, nel frattempo Vicario Generale e
Vescovo – ritorna a Taiyuan, capitale della
regione dello Shansi, dove troverà la
morte nel luglio dell’anno successivo, in
concomitanza con la rivolta dei “boxer”, i
nazionalisti cinesi che reagivano all’occupazione di alcuni porti da parte di Inghilterra e Francia ed alla creazione di zone di
influenza straniera all’interno del Paese.
La rivolta si era ormai estesa contro tutti
gli stranieri ed i rappresentanti delle confessioni religiose, sia cattoliche che protestanti.
Dopo un sommario e pretestuoso
giudizio, i missionari ed i fedeli cattolici
(alla fine, nella sola regione dello Shansi,
se ne conteranno almeno 20.000) vennero
trucidati dai soldati del Vicerè Yushien,
mentre andavano incontro alla morte intonando il “Te Deum laudamus”.
Si racconta che, mentre la strage si
andava consumando in modo barbaro,
dalla città di Tcetinfu – distante circa 200
km – fu visto in cielo, in direzione di Taiyuan, un ampio globo di un colore rosso
sanguigno che emetteva sprazzi di luce e
dardeggiava.
Le spoglie dei martiri dello Shansi
furono, infine, ammassate in una fossa
comune lungo le mura della città; quando
ne venne disposta l’esumazione, improvvisamente la terra si coprì di un candido
manto di neve, quasi come se il cielo stesso si volesse associare ai funerali, piangendo per i martiri del cristianesimo. Sui
luoghi del martirio e sulle fosse dove giacquero i resti dei martiri, il governo cinese
ha eretto monumenti espiatori.
In Lunigiana, il culto di questo santo
da poco nominato non ha avuto ancora il
tempo di sedimentarsi e radicare ma qui, a
Montereggio, ogni anno il 9 luglio la statua di S. Francesco Fogolla viene portata
in processione per l’antico borgo, dove
ancora vi è la sua casa natale; in quell’occasione, viene celebrata la santa messa
nella chiesa dove fu battezzato.
La confraternita della SS. Trinità, i
cui componenti indossano una sopravveste rossa, del colore del sangue versato dai
martiri, trasportano la statua lignea del
santo in una processione lungo le strade
del paese.
Ed in pellegrinaggio, il 4 ottobre
2000, tornati da Roma, la statua del santo
è stata portata dagli abitanti di Montereggio all’Arpiola, Villafranca, Bagnone,
Filattiera ed, ancora, alla Chiesa dell’Annunziata, S. Pietro, alla Chiesa Cattedrale,
S. Colombano di Pontremoli, per un’intera settimana.
Infine, le celebrazioni diocesane per
la canonizzazione si sono concluse prima
a Pontremoli, la domenica 15 ottobre e,
poi, a Massa in data 19 ottobre.
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Giovedì
s. Remigio patrono di Fosdinovo
Venerdì
ss. Angeli Custodi
Sabato
s. Candido
Domenica
s. Francesco d'Ass. patrono di Massa
Lunedì
s. Placido
Martedì
s. Bruno
Mercoledì
B.V. Rosario
Giovedì
s. Nestore
Venerdì
s. Abramo
Sabato
s. Daniele
Domenica
s. Germano
Lunedì
s. Serafino
Martedì
s. Edoardo
Mercoledì
s. Callisto I
Giovedì
s. Teresa d'Avila
Venerdì
s. Margherita
Sabato
s. Ignazio di Ant.
Domenica
s. Luca
Lunedì
s. Laura
Martedì
s. Irene
Mercoledì
s. Orsola
Giovedì
s. Donato
Venerdì
s. Graziano
Sabato
s. Ant. M. Claret
Domenica
s. Crispino
Lunedì
s. Evaristo
Martedi
s. Fiorenzo
Mercoledi
s. Simone
Giovedì
ss. Arcangeli
Venerdì
s. Germano
Sabato
s. Lucilia
M i a m a d re s e g n a v a
d a l l e t e s t i m o n i a n z e d i Ti z i a n o F o g o l a , F r a n c a P a p i n i e A r d u i n a F e r r a r i
di Giulio Cesare Cipolletta
Mia madre segnava.
Qualcuno potrebbe
pensare che mia
madre fosse una
guaritrice ma si
sbaglierebbe; lei
non aveva alcun
potere
nelle
mani e non vi
erano trucchi,
come i tavoli che
si muovono da soli
sotto l’influsso degli
spiriti oppure altri
nascosti meccanismi che,
una volta individuati, mostrano allo
spettatore solo la pochezza della rappresentazione. È un po’ come aggirarsi furtivamente tra le quinte del teatro e rendersi conto che le magnifiche sale del
castello nel quale si è svolta la scena
drammatica sono fatte di cartapesta o
compensato dipinto.
Anche se io ero molto piccolo
quando sono iniziati i fatti, mi ricordo
bene. Ricordo la stanza dove riceveva i
suoi, diciamo così, pazienti. Non era la
stanza che noi, in casa, chiamavano
pomposamente “il salotto” per distinguerla dalla “sala da pranzo” ed in cui
l’unica differenza era data dalla presenza di una vetrina dove era esposto il servizio buono, quello in ceramica bianca
con il bordo dorato. Lei riceveva in
cucina, tra le pentole ed il cibo, quasi
volesse sottolineare la quotidianità della
circostanza, la familiarità del rapporto
con la malattia. In quei casi, la stanza
era immersa nella penombra, rischiarata
solo dal fuoco per l’onnipresente pattona o per il minestrone messo a sobbollire con lentezza, quasi timoroso di
disturbare; la porta veniva chiusa ed io
non potevo farvi accesso se non per
eccezionali e specifici motivi.
Mia madre non voleva che io assistessi ai suoi interventi, non perché fos-
sero cruenti, per nulla, ma solo perché
avevano bisogno, sia lei che il
paziente, di concentrazione, di tranquillità.
Naturalmente, i suoi fermi
divieti servivano
soltanto a sollecitare la mia
curiosità, mi
inducevano a
trovare nuovi
modi per nascondermi e cercare di
vedere, non visto.
Sono figlio unico
mentre qui a Montereggio,
in quei tempi, appena finita la
guerra, tutti avevano fratelli e sorelle
con i quali giocare, dividere le cose, litigare.
Accanto ai pochi giochi, accanto
alla scuola ed al lavoro che, comunque,
era anche da me preteso, il mio tempo di
bambino era scandito altresì dalla presenza improvvisa di persone che richiedevano l’aiuto di mia madre per risolvere i loro piccoli e grandi problemi di
salute.
Mia madre si chiamava Placida ed
il suo, potenza e suggestione dei nomi,
era per davvero un potere placido, esercitato con forza tranquilla, ereditato da
generazioni di persone che avevano
lavorato la terra, accudito le bestie, non
ecologisti di adesso ma gente che ha
vissuto in intimità con la natura. Non
certo per scelta ideologica ma per pura e
semplice sopravvivenza.
Venivano da molti luoghi per farsi
visitare da mia madre, non solo da
Mulazzo e da Pontremoli, ma anche da
altri paesi più lontani. Adesso con l’auto ci si arriva in 10-15 minuti, una mezz’ora, ma all’epoca era tutta un’altra
storia. Esisteva solo una mulattiera ed, a
parte una passeggiata a piedi, lunga
molti e molti chilometri, erano i muli a
portarti sin qui. Ma era normale, in quei
24
tempi; le prime automobili le abbiamo
viste soltanto nel 1960 circa, quando
hanno costruito la strada per Montereggio.
Mia madre operava, interveniva
soltanto al calar del sole: non era un suo
vezzo ma faceva parte del rito (al calar
del sole era collegato il calare del male)
e, pertanto, le persone andavano via da
qui con il buio, tra i monti. Questo lo
scrivo per farvi comprendere come fossero forti il richiamo ed il bisogno che li
spingeva ad affrontare la notte, i pericoli, pur di arrivare sin quassù.
Venivano donne ed uomini, bambini ed anziani, credenti e non, contadini e persone di città, che per noi era
Pontremoli.
Venivano con i loro mali ed andavano via già sollevati, se non ancora
guariti. Forse, in cuor loro, neppure credendo che la guarigione o il senso di
alleviamento del dolore fossero dovuti a
mia madre ma, chissà, è solo una coincidenza temporale.
Mia madre li portava, uno alla
volta, non erano ammessi intrusi o
parenti spettatori, in cucina, per pochi
minuti, e tutto era risolto, o si sarebbe
risolto di lì a poco.
Non erano richieste somme di
denaro, mia madre non si faceva pagare,
era un potere frutto di una cultura contadina frammista ad una profonda fede
religiosa, in campagna ci si aiuta, il
male fa male, a tutti e non solo alla persona che lo soffre.
A leggere queste righe forse non
lo credereste, ma Placida era una fervida credente, passava quasi tutto il suo
tempo libero impegnata in un fitto colloquio con il Signore dai contenuti ed
oggetti misteriosi, una cosa tra loro soltanto.
Dopo l’ennesimo allontanamento
dalla cucina, decisi di partecipare, non
visto, al rito e mi nascosi sotto il lavello, celato tra le pieghe della tendina;
mia madre non era una veggente o
un’indovina, ma una che segnava, e si
fidava di me, degli altri.
Da quella posizione, trattenendo
il respiro e con la viva preoccupazione
di non fare rumori o starnutire o altro
che rivelasse la mia presenza, sentii il
bisbiglio di parole appena sussurrate,
scrutai le mani che si muovevano velocemente sul corpo, sul volto, sui piedi,
tracciando diagonali dalle traiettorie
incomprensibili, variazioni rapide di
rotta che seguivano arcani e misteriosi
impulsi, senza mai toccare la persona
ed il male.
Per lunghi anni ho ignorato il
contenuto di quei suoi dialoghi ma
ricordo ancora bene la serenità con la
quale gli altri facevano ritorno a casa,
la serenità con la quale si rivolgeva alla
famiglia, segno che era in pace con se
stessa.
A pensarci ora, mi sembra un
confine molto ampio quello che separa
la fede dal segno, dalla magia bianca,
ma all’epoca lo trovavo non dico naturale ma, almeno, del tutto usuale. Il mio
quotidiano era intriso anche di questo,
di un mondo misterioso che si svolgeva
dinanzi ai miei occhi, di bambino prima
e di adulto poi. Il male ed i suoi rimedi
avevano un senso di perdurante abitudine.
Alle mie insistenti domande, mia
madre mi ha sempre risposto che,
all’atto della sua morte, mi avrebbe trasmesso la conoscenza dei segni: aveva
un rito per le storte, uno per il fuoco di
S. Antonio, per l’orzaiolo, la psoriasi,
la febbre maltese e la resippola (in italiano, erisipela: un’infezione
cutanea contagiosa, provocata da streptococchi).
Tutti
mali molto
c o m u n i
all’epoca e
per i quali la
medicina tradizionale,
a
volte, non era sufficiente. Una medaglia d’argento veniva uti-
lizzata per la resippola e le storte, una
foglia di bosso ed una goccia di olio per
l’orzaiolo e le macchie di sangue negli
occhi, la sugna di maiale maschio per il
fuoco di S. Antonio. Ma mia madre è
morta senza aver avuto il tempo di trasmettere la conoscenza. Mi ha lasciato,
in cambio, un libricino nel quale annotava le qualità mediche delle erbe ed il
loro impiego in cucina: ho un ristorante a Montereggio e nella cucina della
mia Gerla d’oro, in qualche modo, il
potere di mia madre si manifesta attraverso i piatti che preparo, a giudicare
dalla soddisfazione dei miei clienti.
Anzi, dei nostri clienti, perché
anche la madre di Franca, che mi aiuta
in cucina, era una che segnava, a Casa
Gaggioli: per riservatezza, oggi si
direbbe per la privacy, non posso fare i
nomi delle persone guarite ma qui basta
chiedere a chiunque in giro per averne
diretta conferma da parte delle persone
che hanno potuto beneficiare della assistenza di Placida e di Amalia, che possono fornire un’esauriente testimonianza della loro malattia e della improvvisa guarigione.
Qui vicino, a Parana, c’è ancora
una signora che segna, la Arduina, che
mi ha rivelato le frasi che si devono
pronunciare per ottenere la guarigione;
non le scrivo perché mi sembra più giusto riservare a lei questo compito di
divulgazione.
Posso solo dire che si tratta di
preghiere, di invocazioni a Santi ed, in
particolare, alla Santissima Trinità, più
volte ripetute, accompagnate
dal segno della Croce;
tutte si chiudono con la
richiesta al malato
di dire 3 Padre
nostro e 3 Ave
Maria, il che mi
sembra costituire l’ulteriore
conferma che la
fede religiosa
trovi
sbocchi
impensabili, strade che attraversano
sentieri tortuosi ma
portano dritte al cuore
del Signore.
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Domenica
Tutti i Santi
Lunedì
Comm. Defunti
Martedì
s. Silvia
Mercoledì
s. Carlo Borr.
Giovedì
s. Magno
Venerdì
s. Leonardo
Sabato
s. Ernesto
Domenica
s. Goffredo
Lunedì
s. Oreste
Martedì
s. Leone Magno
Mercoledì
s. Martino patrono di Mulazzo
Giovedì
s. Renato
Venerdì
s. Omobono
Sabato
s. Veneranda
Domenica
s. Alberto Magno
Lunedì
s. Gertrude
Martedì
s. Elisabetta d'U.
Mercoledì
s. Oddone
Giovedì
s. Fausto
Venerdì
s. Benigno e s. Ottavio
Sabato
Pres. B. Verg. Maria
Domenica
s. Cecilia
Lunedì
s. Clemente I
Martedì
s. Andrea Dung-Lac m.
Mercoledì
Cristo Re.
Giovedi
s. Corrado
Venerdì
s. Virgilio
Sabato
s. Sostene
Domenica
I di Avvento
Lunedì
s. Andrea
I guardiani di pietra
Un’antica tradizione della Lunigiana storica
di Rossana Piccioli
conservatore del museo etnografico
della Spezia Giovanni Podenzana
La pietra arenaria. Sembra a
volte che sia la pietra la vera spina dorsale della Lunigiana, o il suo cuore più
profondo, più antico. Tutte le manifestazioni artistiche, dalle più arcaiche delle
pietre fitte non figurate alle statue stele
protostoriche, ai volti di pietra scolpiti,
agli architravi delle case, si sono costruite su questa pietra locale, fatta per sfidare i secoli. Di quel suggestivo mondo
dell’arte popolare più recente ma dalle
radici profonde, sono giunti fino a noi
quegli enigmatici volti di pietra che
ancora oggi, in qualche borgo della
montagna, ci guardano dagli angoli delle
case come vigili guardiani, mantenendo
tenacemente celato il loro vero significato. Forse questo senso di mistero permane perché non c’è un unico significato in
quelle sculture, ma un comune substrato
che attinge a qual mondo vasto e sfuggente delle credenze e della superstizione, dell’immaginario fantastico che ha
sempre accompagnato l’uomo e di cui le
teste apotropaiche o i faciòn, come sono
spesso denominate, sono espressione.
Da sempre queste teste e questi
volti umani di pietra hanno incuriosito,
hanno spinto ad azzardare ipotesi, attribuzioni, confronti; a volte ci soccorre
una data, magari incisa sull’architrave
dove compare il volto scolpito, ma i casi
del genere sono davvero pochi. Il quesito è dunque ancora lo stesso: che cosa o
chi rappresentavano questi volti di pietra, quale funzione avevano? Sono davvero soltanto il portato stilistico del
gusto ornamentale romanico o dell’arte
plastica così largamente impiegata nelle
chiese? La straordinaria continuità di
spazio e tempo della tradizione di scolpire volti umani ci fa pensare che si tratti veramente di un archetipo. Il fenomeno infatti non appartiene solo alla Lunigiana, anche se nelle nostre valli, specie
quelle della Val di Vara, sembra essere
stato molto diffuso: numerosi esempi si
hanno anche per il territorio emiliano,
nelle valli del Chiavarese, nell’antemurale fra il Gottero e il Pontremolese e
nella Garfagnana, ma in generale, dal
punto di vista folclorico, si può affermare che la tipologia simbolica appartenga
al dna più profondo di tutte le comunità
rurali, e in particolare quelle legate alla
montagna, alla loro credenza nel malocchio, nelle influenze negative, nelle presenze pericolose che si credeva popolassero lo spazio degli uomini. L’ipotesi di
una funzione prevalentemente scaramantica e protettiva di queste sculture
sembra quella più accreditata, ma il
fenomeno è di così vasta portata da presentare ancora molti punti oscuri ed è
difficile stabilire se e fino a che punto la
funzione che potremmo genericamente
definire magico-religiosa in senso ampio
viva come motivazione unica e autonoma oppure si diluisca e affianchi l’intento puramente decorativo e stilistico.
Il tema del volto o della maschera umana è ben conosciuto dalla storia
dell’arte, per non parlare della tradizione
radicata in tutte le società primitive,
antiche e moderne. Ciò appare spiegabile con il valore che si è sempre attribuito al sembiante umano, inteso come
parte essenziale del corpo, e in particolare al cranio o alla testa, sede dell’intelligenza, della volontà, delle virtù più alte
e più virili della persona. Un retaggio
arcaico-sacrale che si rivela anche nel-
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l’evidente assenza di volti femminili:
ovunque infatti si trovano solo raffigurazioni di volti maschili. Il mondo della
cultura mediterranea ha sempre concesso ampio spazio all’espressione plastica
della maschera o del volto umano: la
Grecia classica ha espresso l’immagine
così nota di Medusa, ma sono conosciuti esempi cretesi del secondo millennio,
e poi etruschi, romani e dell’arte celtica
primitiva i quali ci mostrano l’uso della
rappresentazione della testa umana in
funzione apotropaica, dalla generica
tutela contro le forze del male alla salvaguardia del guerrieri in battaglia, alla
protezione del defunto nella vita d’oltre
tomba. Questo particolare linguaggio
plastico-simbolico si diffuse fino a penetrare poi nel linguaggio espressivo della
scultura protoromanica e romanica per
approdare infine - con quel particolare
stile esecutivo che si è voluto definire
“romanico perenne” - nell’arte popolare.
E’ proprio questo modulo espressivo
mantenutosi uguale nel tempo che rende
ardua la datazione delle sculture popolari della Lunigiana: vi sono esempi
dichiaratamente moderni per i quali, se
non avessimo conosciuto di persona l’esecutore, si poteva pensare ad un’epoca
alto medioevale; non a caso i faciòn
sono definiti come “sculture esostoriche”, cioè fuori dalla storia.
Il linguaggio dell’arte popolare è
diffuso e immutabile perché è un linguaggio simbolico: usa modalità semplici, espressività ripetitive, immediate,
perché dovevano rendere facilmente
comprensibile il messaggio intrinseco di
ciò che si raffigurava. Ciò che un tempo
era facilmente decodificabile, oggi, a noi
che abbiamo perso la chiave di interpretazione, appare oscuro e misterioso. Se
così non fosse, noi sapremmo spiegarci
l’insistente presenza di questi volti di
pietra nei nostri borghi, invece, con gli
ultimi vecchi, se n’è andata la memoria
di questi significati, e i simboli si sono
ammutoliti. Le ultime testimonianze
raccolte dalla viva voce di alcuni abitanti dello Zerasco ci parlavano di oscuri
timori, di teste scolpite e sistemate di
inta dei cimiteri come
umi tutelari o guardiai posti a vigilare sulincolumità e sulla
uona sorte degli abianti e dei loro anima. Se oggi si chiedesse
i più giovani quasi nesuno saprebbe più spiegae il perché di quelle presene, al di là di una vaga quanto
nconsapevole affermazione del fatto che
portano bene”. Le teste di pietra delle
ntiche case sono state spesso soffocate
otto spessi strati di intonaco o, nella
eggiore delle ipotesi, rimosse dalle abiazioni ristrutturate come seconda casa
i campagna e vendute sul mercato antiuario. Purtroppo non si è provveduto
er tempo a fissare i significati custoditi
ella memoria sociale, prima che questi
vanissero con il cambio generazionale e
on il passaggio da una società agroastorale ad una tecno-industriale che
on consentiva più la sopravvivenza dei
miti. La pietra sembra diventata muta: è
essato quel mormorio delle leggende e
elle preghiere che era legato a quei volti
colpiti, svanito anche il senso superstiioso che li pervadeva e che, proprio perhé marcatamente pagano, non si poteva
sprimere apertamente, ma si velava in
na sorta di nostrano argot dei simboli.
ome diceva Victor Hugo “per il pensieo scritto in pietra esisteva all’epoca un
rivilegio perfettamente simile all’odiera libertà di stampa: la libertà d’architetura. Una libertà che va molto lontano.
alvolta un portale, una facciata, una
cultura presentano significati simbolici
ssolutamente estranei al culto o anche
el tutto ostili alla Chiesa”.
Insomma, il mondo rurale e
oprattutto quello pastorale dei lunghi
ne di scultura spontanea,
era un mondo fortemente animista, un
mondo dove i santi
canonici sono entrati
molto tardi e a volte
rivestiti di panni tutt’altro che cristiani. Un
mondo dove le camere da
letto e le soglie di casa erano
sempre provviste di mazzi di
“carline” o di pungitopo per tenere lontane le streghe, dove sulla porta delle stalle si legavano i nastri rossi contro il mal
d’occhio che poteva far morire il bestiame, o contro il folletto che lo stregava;
dove le donne portavano su di sé, appese
al collo o cucite dentro il “breve”, le
“pietre del fulmine” per tre mesi prima
del parto, per facilitarlo; dove si nascondeva la placenta sotto il focolare tiepido
perché il bambino crescesse con una
bella voce o si metteva il vomere dell’aratro sotto al letto quando non si avevano figli. Le nostre valli e le nostre alture
sono sempre state abitate da spiriti e da
fate: è possibile pensare che tutte queste
teste, oggi così mute, fossero per chi le
ha scolpite e le ha poste in alto sugli stipiti o in vista dei crocicchi o dei cimiteri, solo oggetti decorativi? Entrambe le
teste della Cervara, nella montagna pontremolese, conservate e visibili ancora
oggi sull’edificio seicentesco che la tradizione identifica come l’antico ospedale, soffiano. Soffiano contro chi o contro
che cosa? E’ un atteggiamento troppo
insolito per essere casuale, considerato
che teste raffigurate nel medesimo atto si
trovano anche sull’Appennino toscoemiliano. Quel soffio, quegli occhi sbarrati in atteggiamento minaccioso come
quelli di una Gorgona che pietrifica con
lo sguardo, dovevano evidentemente servire per tenere lontano qualcosa di non
desiderato, di temuto, qualcosa che non
si voleva aleggiasse attorno ai beni
supremi: la casa, la famiglia, il podere.
L’antica, universale e radicata superstizione della “mal’aria” e dei venti cattivi,
dei mulinelli dove si credeva si annidassero gli spiriti folletti viene subito alla
mente e fa suggestivamente risuonare le
corde profonde dell’immaginario, quelle
che forse, nella nostra smemorata frenesia moderna, credevamo ormai perdute.
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B. Maria Angela
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s. Francesco S.
Venerdì
s. Barbara
Sabato
s. Giulio
Domenica
II di Avvento
Lunedì
II di Avvento
Martedì
Immacolata Conc.
Mercoledì
s. Siro
Giovedì
N.S. di Loreto
Venerdì
s. Damaso I
Sabato
s. Amalia
Domenica
III di AvventoIII di
Lunedì
Avvento
Martedì
s. Achille,
Mercoledì
s. Albina
Giovedì
s. Lazzaro
Venerdì
s. Graziano
Sabato
s. Dario
Domenica
IV di Avvento
Lunedì
IV di Avvento
Martedì
s. Demetrio
Mercoledì
s. Giovanni
Giovedì
s. Delfino
Venerdì
Natività di Gesù
Sabato
s. Stefano patrono di Filattiera
Domenica
s. Giovanni Ev.
Lunedì
Sacra famiglia
Martedì
s. Tommaso B. patrono di Pallero
Mercoledì
s. Eugenio
Giovedì
s. Silvestro
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