Domenica
il reportage
Caucaso, la nuova Guerra Fredda
La
di
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
GIAMPAOLO VISETTI
l’inchiesta
Repubblica
Alle radici dell’Halloween made in Italy
ERALDO BALDINI e GIUSEPPE BELLOSI
In esclusiva europea, le tavole del re della graphic novel Art Spiegelman per la nuova edizione di “Breakdowns”
ANTONIO MONDA
L
Il ritorno di Maus
NEW YORK
o studio di Art Spiegelman è situato nel cuore della
Soho più luminosa e alla moda, ma l’interno del locale non rivela nulla di diverso da quello che ci si può
aspettare dall’autore di Maus: poster ovunque, copertine di riviste illustrate, tavole autografe passate alla storia ed
in fase di completamento, disegni con dedica realizzati dai figli, e
un grande, allegro disordine, nel quale spiccano elettrodomestici vecchi di qualche decennio e un giradischi sul quale è appoggiato un vinile antiquato di cui non si intravede la copertina.
Spiegelman fuma con una furia sorridente e gentile, mentre ricompone in maniere differenti le tavole del suo ultimo lavoro, che
definisce un «work in progress» di cui ancora non vede l’epilogo e
del quale si appassiona a discutere come se si trattasse del figlio più
problematico che tuttavia finirà per dargli la maggiore soddisfazione. Quando inizia a parlare è un torrente in piena, e ne è consapevole al punto da scusarsi continuamente per le ricorrenti digressioni e per la volontà evidente di utilizzare l’interlocutore per riflettere
ad alta voce sul rigore del proprio percorso logico e artistico.
Poche settimane dopo che il New York Times Magazine ha definito la sua importanza nel mondo del disegno paragonabile al-
lo stesso tempo a quella di Michelangelo e dei Medici, Time lo ha
inserito tra i cento uomini più influenti del mondo insieme a personalità ben differenti quali il Papa, il Dalai Lama, Steven Spielberg e George Bush. Una consacrazione che ha fatto seguito ai due
riconoscimenti più importanti ricevuti nel passato: una retrospettiva al MoMA che attraverso l’analisi del suo lavoro ha abbattuto ogni possibile barriera tra una concezione della cultura “lowbrow” e “highbrow”; e il Pulitzer creato appositamente per celebrare la sua arte in occasione della pubblicazione del secondo volume di Maus.
«Non so come reagire di fronte a questo tipo di consacrazione»,
risponde mentre si accende l’ennesima sigaretta prima che la
precedente sia definitivamente spenta. «Non so neanche se è mai
capitato in passato per altri disegnatori, e l’unica osservazione
che mi viene da fare è che ciò contribuisce a ribadire autorevolmente il riconoscimento per una forma di espressione che forse
è uscita definitivamente dal mondo underground. A volte stento
a credere che un mio disegno o una mia storia possano essere considerati così influenti, ma nello stesso tempo mi rendo conto che
oggi la cultura — e so bene di usare un termine dall’accezione vaga e forse intrinsecamente indefinibile — ha sanamente assorbito linguaggi diversi e si propone secondo codici che un tempo non
sarebbero stati immediatamente accettati».
(segue nelle pagine della Cultura)
i luoghi
La Tour Eiffel e gli ingranaggi del ’900
PINO CORRIAS e AMBRA SOMASCHINI
spettacoli
Bruno Lauzi: io, Tenco e gli altri...
EDMONDO BERSELLI e BRUNO LAUZI
i sapori
Vellutata, la minestra si fa crema
LICIA GRANELLO e MASSIMO MONTANARI
l’incontro
Roberto Calasso, l’uomo-biblioteca
ANTONIO GNOLI
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
il reportage
Conflitti dimenticati
Ossetini del nord contro ingusci, ossetini del sud
contro georgiani, ceceni contro megreli, cabardi
contro adighezi, abkhazi contro svaneti e imereti
L’eredità sovietica ai margini sud dell’ex impero
si rivela un indomabile giacimento d’odio
Dove Russia e Usa si affrontano come prima del Muro
LE ETNIE
GEORGIA
ABKHAZIA
OSSEZIA DEL SUD
ARMENIA, AZERBAIGIAN
CAUCASO DEL NORD
Ha 5,5 milioni di abitanti:
70% georgiani,
9% armeni, 7% russi,
7% azeri, 3,5% osseti,
1,5% abkhazi. Ci vivono
inoltre greci e ceceni
Dopo l’esodo di 350mila
georgiani, nel 1992,
ha 300mila abitanti: il 70%
abkhazi con passaporto
russo. Resta un 15%
di georgiani, in due enclave
Dopo la fuga di 13mila
ossetini in Ossezia
del Nord, nel 1992, ha 90mila
abitanti. Gli ossetini,
con passaporto russo,
sono l'80%. I georgiani il 10%
L'Armenia ha 4 milioni
di abitanti: armeni (94%),
azeri, russi, curdi e assiri
L'Azerbaigian 7,5 milioni:
azeri (83%), armeni, russi,
lesghi, curdi e georgiani
Parte della Federazione
russa, confina
con Georgia e Azerbaigian
Si compone di otto
Repubbliche, due Regioni
e un Distretto
I mille confini del Caucaso
e l’ultima Guerra Fredda
S
GIAMPAOLO VISETTI
TSKHINVALI (Ossezia del Sud)
ulle assi sudice di noce, pericolanti sopra
due casse di proiettili russi, il khaciapuriattende da ore commensali che non verranno. La crosta del pane, leggera come focaccia appena staccata dai forni di pietra, è ormai un colloso impasto fuso nel sulugunidi capra. A Kekwi, come
negli altri aul georgiani naufraghi tra i villaggi ossetini
del Caucaso, l’umiliazione si ripete ogni settimana. Le
milizie indipendentiste, fedeli al presidente Eduard
Kokoiti, irrompono nelle isbe dei pastori. Ordinano un
tamada, il banchetto sacro delle feste. Nessuno, quando l’ombra risale la valle di Prone, si presenta poi a consumare gli shashlikdi agnello arrostiti sul carbone. Decine di portate disposte ad “alzata”, gli involtini di melanzana e le zuppe di gallo con le prugne, ammuffiscono nella polvere. Zurab Tskharadze aspetta in piedi, tra
quattro bambini magri come cani malati. Non deve assaggiare nemmeno un sorso di Khvanchkara, il dolce
vino che Stalin si faceva inviare al Cremlino dalla natìa
Gori, tre ore di asino da
qui. È così, costringendo
a sprecare il cibo scarso,
che gli ossetini del sud affermano il dominio sull’affamata minoranza
georgiana. Le rovine della
baracca di chi non ha obbedito fumano ancora in
riva al torrente.
Nella gola di Didi
Liakhvi, sul quartier generale delle truppe paramilitari filorusse, a Khetagurovo, irrompe un’altra notte di guerra. Granate e raffiche di kalashnikov lacerano i tetti.
Vendetta succede a vendetta. Un’omertà antica,
cementata con la disperazione, copre stragi che scavano abissi di orgogliosa diffidenza. Sono quindici anni che eserciti di profughi, sui due versanti del Caucaso, vagano e si ammazzano per riconquistare le piccole patrie rubate dall’Urss. Ossetini del Nord contro
ingusci. Ossetini del Sud contro georgiani. Ceceni
contro megreli. Cabardini contro adighezi. Abkhazi
contro svaneti e imereti. Le deportazioni staliniane
non tolleravano il lusso dell’identità. Il fallimento del
comunismo ha soffocato in fretta l’ebbra anarchia
della libertà. L’eredità sovietica, ai confini dell’impero, si rivela un sorprendente giacimento di odio. Due
guerre in Cecenia. L’estensione del terrorismo wahabita in Daghestan. La discesa dei guerriglieri di Grozny
nella valle georgiana del Pankisi. Le rivoluzioni russofobe in Asia centrale, sul mar Nero e fino al Dniepr,
in Ucraina. Il vento del rancore, seminato da Mosca
con chirurgica attenzione, spazza ora territori sempre
più vasti. Carovane di fuggitivi, in cui gli aggressori si
confondono con la resistenza, occupano lo spazio abbandonato da altri deportati. È in questo inferno ignorato che, nel Caucaso, nomadi profughi-guerrieri si
contendono oggi l’ultimo Muro. Nel 1989 non è crollato: invisibile, divide le steppe dell’Asia dalle pianure
dell’Europa, l’irrazionale nostalgia dei bolscevichi
Il georgiano Zurab
aspetta in piedi
in mezzo ai cibi
di un banchetto
che non può toccare
e che andrà sprecato
Così i soldati filorussi
umiliano il “nemico”
dall’illogica speranza di ridursi ad un protettorato occidentale.
Lo scontro tra Georgia e Russia ricorda così la stanchezza che custodisce un cancro ormai diffuso. Nelle
autoproclamate repubbliche indipendenti di Abkhazia e Ossezia del Sud, svuotate dai georgiani e stipate
di russi, si insiste nel minacciare un conflitto. Una
scintilla, anche casuale, o una bugia rapidamente diffusa, come il guizzo di una stella cadente, e la notte si
illuminerà dei nuovi razzi di Tbilisi. Spietati combattimenti taciuti, in realtà, sono però tornati a infuriare
da mesi. Badri Mtskeradze indossa la mimetica dal
1992. Per vendicare lo stupro della moglie ha decapitato famiglie di abkhazi. Per non morire di fame annega ora i fratelli georgiani che guadano il fiume Okun.
Da quindici anni non veglia nello stesso giaciglio per
più di due settimane. Non crede in nulla. Potrebbe essere un ragazzo, invece è consumato come un sogno.
Come lui, lungo i sentieri segreti che scavano gallerie nella neve dei passi, i profughi armati del Caucaso
sciamano a migliaia. Arsenali di contrabbando, droga, botti di petrolio, alcol: interi villaggi, in marcia dal
giorno in cui Mosca annunciò l’esplosione dell’impero di Lenin, cercano ancora una terra dove non sentirsi respinti. Sono le schegge secche del rogo. Bambini e
vecchi possono indifferentemente inneggiare all’autodeterminazione nell’abbraccio russo, o al riassorbimento patriottico nell’orbita americana. Si fidano solo dei dollari, da bruciare in vodka, o del proprio rancore. Il nuovo potere di Tbilisi galleggia sull’esaltazione popolare per la riunificazione nazionale. Il presidente Saakashvili, riconquistata l’Adzharia, punta ora
contro Sukhumi e Tskhinvali. Le prove di attacco, nel
luglio scorso e nel 2004, si sono infrante contro la crudeltà dei mercenari russi e l’orgoglio disperato dei clan
locali. L’imprevedibilità presidenziale, il suo volubile
opportunismo riformatore, in ogni istante possono
tradursi nell’assalto. Oppure mai. Così i miserabili popoli del ricchissimo Caucaso, sfruttati dagli zar, sterminati dai segretari del Pcus, usati dalla riciclata nomenklatura dell’autoritarismo capitalista, muoiono
sospesi tra un’ex spia del Kgb e un ex informatore della Cia. Nelle trincee abkhaze del gorgo di Kodori, o sepolti nelle postazioni ossetine all’uscita del tunnel di
Roki, esuli ceceni e cosacchi giurano di sgozzare per ricostruire la potenza sovietica dissolta nel 1991. I soldati georgiani fingono di difendere i connazionali abbandonati nelle enclave separatiste. Sparano invece
perché solo esibendo una patria unita, i leader della
Transcaucasia sederanno ai tavoli di Washington e
Bruxelles, o potranno invocare la protezione della Nato. Un braccio di ferro tra élite, sulla pelle degli sconfitti del socialismo reale.
Vladimir Putin alimenta l’autodeterminazione di
Abkhazia e Ossezia del Sud, distruggendo l’economia
georgiana, per preparare un cambio di regime a Tbilisi entro le elezioni del 2008 e l’espulsione degli Usa dalla regione. Cinismo brutale, imperialismo modello
ucraino: Saakashvili come Yushenko, demolito lentamente dai servizi segreti dell’Fsb, pronto ad essere sostituito con un proconsole del Cremlino, ricattabile e
anti-occidentale come Yanukovich. Gli oligarchi di
Tbilisi, che da sempre si arricchiscono a Mosca, non
escludono più che l’eroe della «rivoluzione delle rose»
possa fare la fine di Shevardnadze, fuggito dal parlamento tre anni fa. Mikhail Saakashvili vagheggia invece prossimi brindisi nelle regioni ribelli. Succhia a Bush i dollari per finanziare la più impressionante corsa
agli armamenti tra Caspio e Mediterraneo. Promette
che le due basi militari russe saranno sostituite da
quelle americane. Baratta la fedeltà all’Alleanza atlantica e l’avvicinamento al mercato Ue, con il flusso di
gas e petrolio in arrivo da Kazakhistan e Azerbaigian.
L’infezione postsovietica che scardina oggi la cerniera caucasica, estendendosi dalla catena del Tien
Shan asiatico ai Balcani, fa esplodere la febbre della seconda Guerra Fredda. Indipendentismo e nazionalismo, con il tramonto delle ideologie, sono i marchi regionali del conflitto globale tra Oriente e Occidente.
Per questo, assieme agli “aul”, qui si devastano moschee, chiese, sinagoghe e i templi della Calmucchia. I
reduci dell’Urss, tra Russia e Georgia, si scoprono musulmani, cristiano-ortodossi, ebrei, buddisti e pagani:
ma non possiedono che un fucile per sterminarsi.
Per raggiungere il centro di Tbilisi dall’aeroporto si
percorre Bush Avenue. Il palazzo presidenziale di
Kokoiti, sistemato in un’ex scuola a Tskhinvali, affaccia su Uliza Stalin. Le macerie dell’autoproclamato
governo di Bagapsh, a Sukhumi, crollano su Plochad
Krusciov. Dimensioni incompatibili. Saakashvili si
aggrappa agli Usa per affrancarsi dall’influenza russa.
Abkhazi e sud-ossetini invocano il riconoscimento
del Cremlino per sperare in una riedizione del passato sovietico. In realtà nessuno sogna l’America, o la Federazione russa. Sono l’odio etnico-religioso, la pretesa del benessere negato, a sollevare gli “orfani” del
Caucaso, ormai pronti al massacro per i pascoli inselvatichiti del vicino. Per anni si è seminato livore: adesso basta un sequestro non ordinato dagli anziani, o
l’abbattimento dell’elicottero sbagliato, per rendere
la violenza incontrollabile.
Nelle foreste già bianche, tra Karacaevo-Circassia e
Abkhazia, i deportati georgiani vengono scaricati a camion. In tre settimane, tra Mosca e San Pietroburgo,
la polizia russa ne ha arrestati per strada oltre tremila.
Muratori, proprietari di alberghi e casinò, fruttivendoli, campioni sportivi, commercianti di vino e acqua
Borjomi, donne e bambini. Rinchiusi in celle sovraffollate, a digiuno per giorni, divisi, vengono infine
venduti tra gli agenti di frontiera. Buttati in pasto al nemico. Cento dollari per abbreviare la prigionia, altri
cento per poter lasciare la Russia, ancora cento per
fuggire dalle persecuzioni di megreli, svaneti, cabardini e ceceni penetrati in Abkhazia. Gli ospedali russi
rifiutano di ricoverare georgiani. Due vecchi, in attesa
della deportazione, sono morti nei campi di prigionia.
Una coppia, per sfuggire ai carcerieri, ha accettato di
intestare loro la casa. Le piste fangose che dalle gole del
Kodori si buttano nel mare di Aphon, o i sentieri che
scendono dai ghiacciai ossetini del Kazbek, sono invase di immigrati georgiani espulsi dalla Russia. Si nascondono tra le rovine dei palazzoni sovietici bombardati dodici anni fa. Danno la caccia a scheletriche
vitelle tra montagne di cemento marcito. Rubano
aranci e si nascondono nelle torri di sassi che proteggevano, come fortezze, le fattorie perdute dei padri.
Un esodo tragico, tra caschi blu russi, osservatori
Osce, improvvisati eserciti di volontari e riservisti
georgiani, abkhazi e ossetini. Una precipitosa fuga nel
proprio passato, nella speranza di raggiungere i parenti a Zugdidi e Kutaisi, o a Kareli e Kaspi, ormai esplosivi accampamenti dei deportati in Georgia.
I blocchi economici incrociati tra Mosca e Tbilisi accumulano nel Caucaso invalicabili confini di immondizia sovietica. Ossezia del Sud e Abkhazia sono devastate dall’accerchiamento georgiano. Tskhinvali e
Repubblica Nazionale
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
PROFUGHI E MACERIE
Da sinistra, profughi a Sukhumi, in Abkhazia
(regione autonoma all’interno della Georgia);
soldati georgiani con una donna anziana
a Sukhumi; qui sotto, ancora un gruppo
di profughi. Nella foto grande,
una donna tra le macerie a Beslan
in Ossezia dove il 9 settembre 2004 morirono,
dopo un assalto di terroristi che presero
in ostaggio la scuola elementare,
363 persone, in gran parte bambini
LE OTTO REPUBBLICHE
REGIONI E DISTRETTO
Sono Adighezia,
Karcaevo-Circassia,
Cabardino-Balcaria,
Ossezia del Nord,
Inguscezia, Cecenia,
Daghestan, Calmucchia
Si tratta delle Regioni
di Krasnodar e Stavropol,
per un totale di 7,6 milioni
di abitanti, e del Distretto
di Rostov, 4,5 milioni
di abitanti
Sukhumi, a parte qualche pennellata di vernice, ricordano Grozny. Capitali distrutte, che a ogni alba rivelano
i crolli di decennali bombardamenti. I sedicenti presidenti, Kokoiti e Bagapsh, rispondono alle domande leggendo in russo fotocopie faxate dal Cremlino. Isolati dalla comunità internazionale, assicurano che le loro repubbliche somiglieranno presto «alla Finlandia, o alle
isole Marshall». Tra due settimane, in Ossezia del Sud,
sono fissate «elezioni presidenziali» e referendum per
l’indipendenza. La richiesta di fusione con l’Ossezia del
Nord, all’interno della Federazione russa, potrebbe accendere la miccia del nazionalismo georgiano. Anche la
fragile democrazia di Tbilisi lotta però per resistere alle
sanzioni imposte dalla Russia. Esportazioni bloccate, rimesse degli emigrati trattenute nelle banche di Mosca,
frontiere sbarrate, navi, aerei e treni fermi, uomini d’affari cacciati, investitori stranieri in fuga.
Saakashvili, con i dollari della Banca mondiale per
lo sviluppo, compra cantine di vino invenduto. L’inverno è alle porte. Un’altra sospensione delle forniture di gas ed elettricità, che in gennaio ha mietuto
centinaia di vite, rigetterebbe il Paese nel caos degli
anni Novanta. Il generale Magomedov, comandante
sul fronte abkhazo, ammette che il «governo
georgiano in esilio», militarmente insediato a luglio nel Kodori, non reggerebbe una ritirata da
Tskhinvali. La più creativa mossa diplomatica di
Saakashvili, prevedono
gli ufficiali del generale
russo Kulakhmetov, si
trasformerà nella sua
tomba politica.
Nel dramma di questa
ignorata guerra di tutti
contro tutti, il Caucaso
sprofonda nei conti in sospeso con l’implosione
dell’Urss. La Russia vuole
riconquistarlo per risentirsi se stessa. Europa e Stati Uniti sono decisi a metterci piede per controllare i giacimenti energetici dell’Asia centrale e la spinta islamica che preme da Iran e
Afghanistan. Così, invece di ricostruire scuole, ospedali e fabbriche, si armano caserme e si spargono migliaia di corrottissimi posti di blocco. La disoccupazione reale supera l’ottanta per cento. Carri e zappe, in
coltivazioni primitive che somigliano agli orti contaminati di Chernobyl, sostituiscono trattori e trebbiatrici. Una folle marcia indietro, nutrita dal razzismo
russo senza freni, torna a squassare ciò che qui resta del
Novecento: il peggio dell’Unione Sovietica.
In un’assolata “apazka” dell’Abkhazia, affacciata sulle coste turche, due uomini mangiano storione sott’aceto, fagioli freddi con le noci e caprini stagionati nelle foglie di menta. La trattoria è deserta. Galleggia tra la spuma bianca del mar Nero e le verdissime foreste subtropicali. Uno è georgiano, l’altro ossetino. Sono cugini. Si
dichiarano assassini dei rispettivi fratelli. Dicono di
odiarsi, di essere morti con le loro certezze. Sono figli del
Pcus. Si chiedono quando inizierà l’ultima guerra. Appoggiano i fucili sulla panca. Si alzano e iniziano a ballare una frenetica “lesghinka”. Soli, esibiscono braccia e
gambe da soldati. Si sfiorano, disperati. Poi, senza più
una parola, spariscono in opposti sentieri.
Un’assolata trattoria
sul Mar Nero,
i fucili sulle panche,
un georgiano
e un ossetino bevono
insieme. Sono cugini,
FOTO GETTY IMAGES
dicono di odiarsi,
di essere morti dentro
Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
l’inchiesta
Anche un libro Einaudi ne celebra il “cuore nero”
ma gli autori - Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi raccontano qui sotto una storia diversa: quella
di un folklore made in Italy, che oggi torna a casa
Zucche, ossa, fantasmi
la festa horror è nata qui
ERALDO BALDINI E GIUSEPPE BELLOSI
innegabile che la festa di
Halloween stia sempre più
prendendo piede anche in
Italia, tanto da proporsi oggi, soprattutto per le nuove
generazioni, come uno degli appuntamenti più attesi dell’anno.
Bambini mascherati che girano per
le case a gridare «dolcetto o
scherzetto?», feste nei locali
pubblici e nei centri piccoli e
grandi, zucche intagliate:
tutti gli elementi di questa
celebrazione ci sono sempre
più familiari e stanno, per molti,
diventando irrinunciabili. Ciò non
manca di suscitare un dibattito che
vede da una parte i favorevoli, dall’altra coloro che storcono il naso davanti a una festa ritenuta “importata”,
estranea alle nostre tradizioni, quindi
da noi fuori luogo, frutto di
imitazione e foriera esclusivamente di consumismo.
Ora, se è vero che il boom
odierno è senza dubbio dovuto a
suggestioni cinematografiche,
televisive e letterarie provenienti da oltreoceano, oltre che a
sapienti campagne pubblicitarie, è altrettanto
vero (e non a tutti noto)
che nel folklore delle regioni italiane, nei giorni
che vanno dalla vigilia di
Ognissanti, cioè dal 31 ottobre,
al giorno di San Martino, 11 novembre, legati in un continuum celebrativo
dalla commemorazione dei morti al momento della fine dell’annata agraria, sono
da tempo immemorabile presenti, o lo erano
fino a pochi decenni fa,
tutti gli elementi costitutivi della festa. E questo da ben prima che la
Chiesa, nel medioevo,
cristianizzasse tali arcaiche ricorrenze manistiche
dedicando il 1° novembre
a Tutti i Santi e, più tardi, il
2 novembre ai Morti. Dalle
Alpi alla Sicilia, pur se con
diversa intensità da un’area
all’altra, troviamo (o perlomeno trovavamo) in abbondanza, in quelle date, riti di
accoglienza per i defunti,
questue di bambini o di poveri nelle case, dolci tradizionali
dal nome macabro (come ad
esempio ossa di morto), zucche
intagliate, cene e libagioni, pratiche divinatorie, racconti terrificanti. Questo a dimostrazione del fatto che il bagaglio tradizionale della
festa ha non solo, come è ovvio, derivazione europea,
È
ma anche una larghissima diffusione,
che supera (e molto probabilmente
precede) i confini della cultura celtica,
a cui è normalmente attribuito.
Ma vediamo nel dettaglio alcuni degli elementi concettuali e formali della
celebrazione. Innanzitutto quelli denotanti che tale momento del calendario era stato, in qualche epoca o in particolari zone, un vero e proprio capodanno, e ovunque e sempre un importantissimo spartiacque stagionale e
agrario. Ce lo dimostrano vari usi civili
e giuridici tradizionali come la scadenza dei fitti e dei contratti colonici; e poi
l’uso delle strenne, delle divinazioni, e
soprattutto la credenza in un corale “ritorno dei morti”. A questa sono legate
le forme celebrative più note ed evidenti. Se in occasione di Halloween i
bambini girano per le case a chiedere
dolci, mascherati in modo orrifico per
impersonare le creature dell’aldilà, un
tempo in molte regioni italiane in quei
giorni, ugualmente, bambini, o poveri,
simbolicamente “vicari” dei morti
stessi, questuavano, e qualche volta lo
facevano mascherati, in una chiara
rappresentazione dei defunti; in Valle
Aurina (Trentino-Alto Adige), solo per
fare un esempio, si travestivano da
“spiriti”. Anche senza travestimento,
comunque, conducevano la questua esplicitando di farlo in nome
dei morti. Erano largamente praticate anche forme di questua passiva tramite offerte di cibi, di pranzi, di regali; ad esempio in Sicilia
e altrove (zone della Puglia, ecc.)
erano proprio i Morti nella notte tra 1 e 2 novembre a portare
i doni ai più piccoli, e non, co-
FOTO ENZO SELLERIO
Riti collettivi
Halloween sta per irrompere nelle nostre città
col suo carico di simboli americani e consumismo
Un continuum celebrativo
31 ottobre-11 novembre,
IL BALLO DELLA MORTE
L’immagine grande
è un’antica stampa
raffigurante “Il ballo
della morte”. Qui sopra,
due vecchie cartoline
per la festa di Halloween;
quella in basso, “A Jolly
Hallowe’en”, è datata
intorno al 1910
dal ricordo dei morti
alla fine dell’anno agrario
Repubblica Nazionale
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
FOTO ENZO SELLERIO
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
FOTO CORBIS
me accadeva altrove e in altra data, la
Befana o Gesù Bambino.
Un corredo tipico della festa odierna
sono le zucche svuotate e intagliate a
rappresentare un teschio. Anche questa usanza, tra Ognissanti e San Martino, era diffusa in molte località nostrane, e ben prima che fosse introdotta negli Stati Uniti dagli immigrati europei.
In Lombardia tali zucche erano molto
diffuse e chiamate di solito lümere. In
alcune aree del Trentino-Alto Adige,
nella notte dei Morti, si addobbavano i cimiteri con lumini ricavati da
gusci di lumaca, mentre sulla
croce al centro del camposanto si metteva una zucca
intagliata illuminata
dall’interno. Zucche
sulle tombe sono testimoniate anche in
Friuli-Venezia Giu-
IL LIBRO
Moda importata
o una parte
rimossa
delle nostre
radici? Un libro
(“Halloween
Nei giorni che i morti
ritornano”, Einaudi, 372 pagine,
14 euro) dimostra come
Halloween non abbia affatto
un cuore americano. Scritto,
a metà tra saggio e romanzo,
da Eraldo Baldini, scrittore,
e Giuseppe Bellosi, studioso
di folklore, è un’immersione
rigorosa e appassionante
nello sterminato repertorio
delle nostre tradizioni popolari
regione per regione,
alla ricerca della Halloween
prima di Halloween
lia. In Veneto venivano poste negli angoli dei paesi, o venivano portate in giro da bambini schiamazzanti. In Liguria è documentato il vecchio uso per
cui gruppi di giovani le portavano in
processione. In Emilia e in Romagna
erano collocate nei crocicchi, sui muretti, tra le siepi, sui davanzali. In
Abruzzo e Molise, soprattutto nella
Valle Peligna, dove queste tradizioni
non sono mai scomparse rimanendo
qua e là vivissime, i ragazzi dipingevano scheletri e teschi sulle porte, si accendevano roghi propiziatori e difensivi nelle piazze, i bambini questuavano portando con sé zucche intagliate illuminate dall’interno. L’uso delle zucche è testimoniato poi nel folklore di
zone della Puglia, dove venivano chiamate coccie priatorje (teste del purgatorio), in quello della Calabria, dove venivano portate dai bambini questuanti, in quello della Sardegna, là dove le
LE FOTO
A centro pagina
due foto di Enzo
Sellerio sulla
Festa dei morti
a Palermo: “Pupi
di zucchero”
e giochi di bambini
questue infantili erano
diffusissime.
Nella celebrazione
contemporanea, altro corollario dell’evento sono i riferimenti a un clima di
paura, ovviamente
stemperato nella
finzione e nella fiction vera e propria. C’è dunque l’abitudine di guardare
film horror, di allestire addobbi
che vogliono far rabbrividire. In passato, quando era diffusissima la credenza
nella possibilità che schiere di morti implacati e pericolosi potessero, in questo
periodo, irrompere nella dimensione
terrena, tali timori si materializzavano
in tradizioni e credenze riguardanti
processioni e messe dei morti, e in generale in una loro fitta e libera circolazione, nelle forme più temute e in quella, mitico-rituale, che prevedeva il ritorno degli Antenati nelle loro case e le
conseguenti pratiche di accoglienza
nei loro confronti. In larga parte dell’Italia si pensava che nella notte tra 1 e 2
novembre, o in quella precedente, inquietanti cortei di defunti attraversassero gli abitati: e guai ad incontrarli, per
cui si rimaneva al chiuso nelle abitazioni. Ancora più diffuso era l’uso di lasciare nelle case, proprio per il ristoro e il riposo dei trapassati, cibi, bevande, il
fuoco acceso e i letti puliti e rifatti: premure non sempre ritenute sufficienti a
evitare la “pericolosità” e il timore insiti in tali visite. E a proposito di timori,
erano diffusissimi i racconti terrificanti
legati alla presenza temporanea dei defunti, così come lo erano le precauzioni
al riguardo. Solo per fare un esempio: i
pescatori delle coste marchigiane, toscane, abruzzesi, pugliesi, nella notte
dei Morti non uscivano alla pesca, convinti che le reti si sarebbero riempite solo di ossa umane e di teschi. Oggi intorno alla questua dei bambini e al clima
horror si muove un’atmosfera di festa,
che si concretizza in cene con amici, in
serate a tema nei locali e nelle piazze,
eccetera. Anche in passato, soprattutto
nel periodo di chiusura di questo periodo celebrativo, cioè nel giorno di San
Martino, la “baldoria” era di rigore con
tutti i suoi aspetti formali e alimentari.
Per concludere, questa “nuova festa”
che, fatto incredibile, è riuscita nel giro
di pochi anni a conquistare il nostro
Paese con una rapidità e una capacità di
penetrazione impensabili, in verità di
nuovo ha ben poco: anche se il suo
odierno successo deriva da un punto
lontano più nello spazio che nel tempo,
non si può non osservare che, a conti
fatti, essa finisce per essere, da noi, una
ripresa di tradizioni che si erano abbandonate, dimenticate o in qualche modo
snaturate. L’odierna impronta consumistica della ricorrenza nulla può togliere a questa realtà di fatto. Chi grida
allo scandalo, asserendo che la celebrazione di Halloween nulla avrebbe a che
fare con le nostre tradizioni, non è dunque nel giusto. Perché, come abbiamo
visto, per forme e significati essa in
realtà è unita da fili robustissimi al nostro passato e pure a un contesto folklorico del presente (in alcune zone d’Italia le ritualità a cui facciamo riferimento non si sono mai interrotte).
Vorremmo poi mettere l’accento su
una cosa: oggi i bambini e i giovanissimi del nostro Paese si sono entusiasticamente appropriati (o meglio riappropriati) di tale festa, e in questo modo sono tornati ad essere protagonisti di una
celebrazione folklorico-rituale dopo
che, per vari motivi, non avevano quasi
più l’abitudine e la possibilità di essere
al centro delle questue della mattina di
Capodanno, del clima magico dell’Epifania, di forme vive e sentite del Carnevale. Semmai, sarebbe bello e utile aggiungere al loro entusiasmo e al loro divertimento anche una maggiore consapevolezza rispetto a ciò che stanno facendo e rappresentando.
Repubblica Nazionale
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
I luoghi
Monumenti simbolo
Nel 1900, undici anni dopo aver costruito il suo capolavoro,
Gustave Eiffel stampò un portfolio con tutti i disegni del progetto:
un puzzle di travi, bulloni, pulegge, servomeccanismi che doveva
dare dignità d’arte a quel contestato “traliccio intorno al nulla”
Ora Taschen pubblica integralmente quello straordinario reperto
In quella torre d’aria
gli ingranaggi
del Novecento
PINO CORRIAS
L’
onore della nazione, i
calcoli renali di Napoleone III e l’impero della Francia andarono in
pezzi a Sedan. Per rimetterli insieme,
una manciata di anni più tardi, nel cuore del cuore di Parigi, l’ingegner Gustave Eiffel impiegò due milioni e mezzo di
bulloni, diecimila tonnellate di ferro e
l’invenzione di una verticale d’aria che
sale dritta come l’aerostato di Montgolfier, ma è molto più solida. Così davanti alla lucentezza impressionista
della Senna, con quattro piloni a semiarco, Eiffel ancorò il passato alla
spianata del presente — velocità a petrolio, centenario della Rivoluzione,
Esposizione universale — per scalare la
nuova idea della Francia, il nuovo secolo, e tutti gli ingranaggi del futuro.
Il cielo allora si impigliò proprio in
cima alla Tour appena battezzata Eiffel, a 324 metri d’altezza, dove certi
parigini dicevano che l’aria fosse così
buona da guarire il morbillo. E cominciò quella strana primavera di «evanescenze bianche e azzurre» che avrebbe incantato Marcel Proust e le ballerine di cancan, le mademoiselles in
carne rosa di Renoir e i bevitori di assenzio, ricolorando l’intera Europa di
luce elettrica e di Belle Epoque. Prima
del massacro.
La Tour venne su in due anni, due
mesi e cinque giorni. Nulla in confronto a Notre Dame che impiegò due secoli a risalire il cielo, ma sempre piegandosi in preghiera. La nuova torre di Parigi, che surclasserà la cattedrale, sale e
basta. È fatta per gli uomini e le donne,
i cittadini della Terza Repubblica e del
secolo Ventesimo. Anche se al primo
sguardo del primo giorno, 31 marzo
1889, i cittadini del Diciannovesimo
ancora non sanno che farsene di tanta
ingegneria celibe. Sembra un’impalcatura sbagliata, intorno al nulla. Addirittura un brutto lampadario che prima o
poi andrà smontato, sebbene da subito
ci sia la fila per salire con gli ascensori in
cima al nuovo mondo. O almeno al ristorante del primo piano, dove ogni
giorno si siede pure Guy De Maupassant che detesta la Torre e spiegherà:
«Niente di strano. Ci vado perché è l’unico posto dal quale non si vede». Ma i
militari, che nel frattempo guariscono
le ferite di Sedan inghiottendo colonie
d’oltremare, Tahiti e l’Africa, scoprono
che la sua altezza è un’ottima antenna
per le radiotrasmissioni appena inventate da Guglielmo Marconi. Perciò evviva, addio demolizione.
Così il cielo si abitua. E la città si specchia nel suo riassunto e nel suo primato. Più alta di tutte le piramidi, ziqqurat,
moschee, pagode, cattedrali. Più solida
di tutte le pietre delle nuove officine
meccaniche Schneider e delle ciminiere di Saint-Denis. Colpo d’occhio ai
bordi del quale sgocciola tutta intera la
città del suffragio universale e della libertà di stampa, dove si intrecciano i
boulevard allargati dal prefetto Hausmann e i suoi nuovi canteri.
Parigi respira aria Eiffel. E respirando
spiana il Campo di Marte. Sistema gli
Champs-Elysées. Termina l’Opéra. Pigalle e Montmartre si riempiono di
caffè e di rossetto. Il Quartiere latino di
artisti, musica e perdizione. Carl Zidler
inaugura il Moulin Rouge. ToulouseLautrec sogna la Duse. Monet dipinge
fiori selvaggi per il salotto borghese.
Cézanne trasforma il nudo in una mela. Jules Verne riempie di immagina-
DISEGNI ORIGINALI
Le immagini
di queste pagine
sono tratte da “La Tour
de trois cent mètres”
di Gustave Eiffel
Sono i disegni
dell’ossatura metallica
dall’arco di sostegno
del primo piano
alla cima della torre
Guy De Maupassant
la detestava ma
ci pranzava sempre:
“È il solo posto
da cui non si vede”
zione le librerie di Saint-Germain: spedisce i francesi a civilizzare isole misteriose, a navigare il cielo delle mongolfiere, a fronteggiare l’ignoto a ventimila leghe di profondità, un bel po’ in anticipo sul dottor Freud.
La Tour Eiffel, dipinta per la prima
volta da Seurat, diventa il simbolo di
tutto quello che abita l’effervescenza di
Parigi, compresa la prima linea del metrò, Porte Maillot-Nation, il cinema dei
Lumière, le coppe di champagne nei
romanzi di Huysmans, l’oppio di Baudelaire, i seni di Musette, l’instabilità
delle biciclette e degli amori con le ballerine delle Folies Bergère. Lei, la torre,
è la prima cartolina e l’ultimo sguardo.
L’inchino che accoglie, il ricordo che
seguirà. Come dall’altra parte dell’A-
tlantico sta avvenendo coi grattacieli,
prima Chicago con i suoi dieci piani
dell’Home Insurance, poi con lo scoglio di Manhattan che proprio l’ingegner Eiffel ha inaugurato, assemblando l’acciaio che tiene in piedi la Statua
e le promesse della Libertà.
A New York lo spazio diventa denaro.
E l’altezza potere. Nessun’altra struttura, scriverà l’architetto Norman Foster
«ha tanta capacità di trasformarsi in
un’icona». Di moltiplicare la base della
vita quotidiana per lo stupore dell’altezza. Essere la prova che si è toccato il
cielo. O la promessa che lo si farà: l’Empire State Building raggiunge la Tour
Eiffel e poi la surclassa con i suoi 381
metri, due anni dopo che la Grande Crisi del 1929 ha spianato molti cuori d’America, ma non i muscoli e la schiena.
Il secolo Ventesimo, con i suoi 183
milioni di morti e il declino dell’Europa, le girerà intorno senza invecchiarla.
Dalle trincee insanguinate sulla Marna
fino ai carri armati della Wehrmacht
schierati al Trocadéro, davanti ai suoi
quattro piloni a semi-arco, con Hitler
che chiede di salirle in cima, ma gli operai francesi hanno sabotato gli ascensori per impedire la profanazione: toccherebbe scalare i suoi 1.665 scalini,
piegarsi alla fatica, quasi un’umiliazio-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
LE TAPPE
LA GIOVENTÙ
LE PRIME OPERE
IL SUCCESSO
I MONUMENTI
GLI ULTIMI ANNI
Gustave Eiffel nasce nel 1832
a Digione da una famiglia agiata
Nel 1855 si diploma in chimica
presso l’Ecole Centrale di Parigi
e trova lavoro presso Charles
Nepveu, esperto nella
costruzione di strutture in ferro
Il primo importante incarico
è del 1858: dirige la costruzione
del ponte ferroviario
di Bordeaux. Il talento
dimostrato gli vale i progetti
di diversi altri ponti e la nomina
a direttore di cantieri ferroviari
La fama internazionale arriva
nel 1876 con le avveniristiche
strutture metalliche del Ponte
Maria Pia a Oporto. Il successo
si tramuterà in trionfo nel 1884
con il viadotto di Garabait,
all’epoca opera visionaria
Dopo la fortunata e geniale
invenzione dei ponti modulari,
montabili a pezzi ed esportabili,
Eiffel realizza nel 1886 l’ossatura
interna della Statua della Libertà
Tre anni dopo, costruirà invece
la torre che porta il suo nome
Dal 1887 al 1893 Eiffel si lancia
nello sfortunato progetto, finito
con un fallimento societario,
delle chiuse del canale
di Panama. Si dedica dopo
il 1900 a studi di aerodinamica
Muore a Parigi nel 1923
Tremila disegni per dire
“Se funziona, è bello”
AMBRA SOMASCHINI
milza, anoressica, volgare, mostruosa, disonore
di Parigi. Tour Eiffel, 1889. Attaccata, criticata, rifiutata, gli intellettuali divisi tra puristi e modernisti, tra arte e ingegneria, estetica e tecnologia. Guy
De Maupassant: «Ha una forma ridicola, è una scala a
pioli troppo magra, assomiglia a un comignolo di
campagna». Ma buca il cielo, è snella, sottile, leggera,
di notte scintilla come la luna. «Custode delle nuvole»,
scrive Guillaume Apollinaire. Roland Barthes ne esalterà la «funzione onirica».
«Prima o poi saranno tutti costretti ad amarla», prevede Gustave Eiffel, il progettista. Undici anni dopo
mette insieme pensieri, calcoli, disegni, foto, appunti, racconta in un libro come l’ha progettata. Non vende nemmeno una copia, le regala agli amici. La casa
editrice Taschen si è accaparrata l’edizione da un antiquario parigino, ha ingrandito le tavole, e pubblica a
giorni in contemporanea in Europa e in Giappone La
tour de 300 mètres di Bertrand Lamoine, riproduzione
del portfolio realizzato nel 1900, libro-oggetto extralarge che sta in piedi da solo e racconta la storia della
torre più contestata del mondo. Architetti da una parte, ingegneri dall’altra. «Una ristretta minoranza di architetti ottocenteschi si accorse che gli ingegneri rappresentavano una provvidenziale via di salvezza,
possedevano qualcosa che
agli architetti mancava: le
certezze — scrive Alain de
Botton in Architettura e felicità, appena pubblicato da
Guanda — Gli ingegneri dichiaravano che una struttura era corretta e onesta nella misura in cui svolgeva in
modo efficace le sue funzioni meccaniche». «Siamo ingegneri — sosteneva Eiffel
— ma non pensate che nelle
nostre costruzioni cerchiamo il solido e il durevole
senza sforzarci di essere eleganti».
Architettura, estetica, in- IL LIBRO
gegneria, tecnologia. Di- “La Tour de trois cents mètres”
battito attuale. Sono stati di Gustave Eiffel
contestati il Beaubourg, la ( Taschen, 160 pagine
Piramide del Louvre, ven- in grande formato, 99,99 euro )
gono contestati gli edifici
destrutturati di Frank O. Gehry, Daniel Libeskind,
Rem Koolhaas, Zaha Hadid. Eiffel aveva ragione? Se lo
chiede David Harvie nella nuova biografia Eiffel: the
genius who reinvented himself (Sutton Publishing).
«Per questo abbiamo lavorato sui 3.500 disegni preparatori per la costruzione della torre — osserva Petra
Lamers-Schuetze, editore Taschen — perché il link
tra bellezza e tecnologia caratterizza il nostro presente e il nostro futuro».
Gustave Eiffel, fine Ottocento, l’invenzione della
modernità. Sono sue le strutture di connessione fra
l’ossatura e il rivestimento della Statua della Libertà,
sono suoi ponti e viadotti in Europa, Africa, Estremo
Oriente. È sua la vittoria nel bando lanciato nell’83: la
torre con l’antenna misura 324 metri, pesa diecimila
tonnellate, poggia su quattro piloni di sostegno, la legano sedicimila travi d’acciaio con una pressione sul
terreno minima, lieve, leggera, quattro chili per centimetro quadrato, inferiore a quella di un uomo seduto
su una sedia. Popolarità immediata, skyline da cartolina, da quadro. La dipingono il doganiere Rousseau,
George Seurat, Robert Delaunay; Louis Aragon la immagina come una donna gigantesca; la cantano,
struggenti, Edith Piaf e Josephine Baker. Ingegneria
declinata in estetica. «C’è nel colossale un’attrazione,
un incanto — profetizzava Eiffel — Non lo possiamo
spiegare con le teorie dell’arte».
S
ne. Niente da fare.
E poi gli americani, De Gaulle, la pace, il Moët & Chandon ghiacciato, gli
ascensori di nuovo in moto. Il mondo di
nuovo in moto. Stavolta per turismo, in
torpedone e polaroid. Fino all’apoteosi del Capodanno d’artificio, anno
2000, con esplosione di luci stroboscopiche. Ventimila lampade per rivestirla in perpetuo. E duecento milioni di
turisti, per moltiplicare la sua fama, il
suo primato.
Scrive Marc Augé, teorico dei “non
luoghi”, che «sempre più il mondo si va
organizzando per essere visto, fotografato, filmato, proiettato su uno
schermo». E alla fine infila-
Gli operai francesi
impedirono a Hitler
di salire in cima
sabotando tutti
gli ascensori
to nell’occhio digitale dei cellulari e
della Rete. Condiviso dalle moltitudini
low cost. Trasformato in memoria.
La Tour Eiffel è l’essenza di quella
memoria, il suo simbolo. A differenza
dei grattacieli di Philip Johnson, dei
ponti di Calatrava, dei musei di Frank
Gehry che contengono altri pezzi di
mondo, altre funzioni, altri significati,
la Tour è solo ciò che si vede: vernice
“bruno Eiffel”, diciottomila incroci di
ferro e aria. Eppure è anche tutt’altro:
appuntamenti d’amore, film, quadri
con pioggia, racconti. Cioè bellezza suprema, paesaggio, nostalgia, per via dei
sorrisi in foto dei nostri figli. E dei
tramonti.
Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
È il re della “graphic novel” e per premiare il suo “Maus” è stato
addirittura creato un nuovo “Pulitzer”. Ora Art Spiegelman
sta preparando una nuova edizione del suo primo libro, “Breakdowns”,
con una introduzione a fumetti di cui in queste pagine pubblichiamo in esclusiva europea
le prime cinque tavole. Disegni e testi molto autobiografici e molto legati alla saga narrata
nel suo capolavoro: “Per quanto io corra - dice infatti l’autore nel racconto a fumetti
e nell’intervista che ci ha concesso - non riesco a liberarmi dall’ombra di quel topo”
© art spiegelman, 2006
Realizzato
in collaborazione
con Coconino Press
Traduzione:
Isabella Zani
Adattamento e lettering:
RECREO, Bologna
Spiegelman
Il ritorno
ANTONIO MONDA
della Shoah a fumetti
(segue dalla copertina)
L
ei ritiene di far parte di qualcosa di originale e moderno, odi una tradizione antica?
«Mi auguro di rappresentare entrambi gli
aspetti, ma ho provato una grande emozione quando mi sono reso conto che il mio lavoro seguiva
lo stesso codice espressivo di forme in apparenza diversissime come le vetrate della cattedrali o i bassorilievi.
Non si tratta anche in quei casi di racconti istoriati e risolti figurativamente?».
Le tavole di questo nuovo «work in progress» fanno
continuo riferimento a Maus.
«Per me si tratta di qualcosa di inevitabile. In uno dei
disegni arrivo a dire: “Per quanto io corra non riesco a liberarmi dall’ombra di quel topo”. Questo è vero per due
motivi: Maus è stato il mio modo di raccontare le vicende dei miei genitori, reduci dall’Olocausto; quindi qualcosa che ha formato imprescindibilmente non solo
quello che sono ma anche il modo in cui mi esprimo artisticamente; nel momento in cui l’ho realizzato mi trovavo all’interno della parte più buia di quell’ombra. Ma
c’è anche un dato legato alla mia carriera: Maus è il mio
lavoro più celebre, e ancora oggi il novanta per cento degli intervistatori mi chiedono di parlarne».
Le nuove tavole citano un regista di avanguardia come Ken Jacobs.
«Ho voluto rendergli omaggio, e ringraziarlo per avermi detto: “Smettila di essere uno snob e pensa ai dipinti come a degli enormi fumetti”. Devo moltissimo al suo
lavoro e ai suoi suggerimenti, che arrivarono in un momento estremamente difficile: ero stato ricoverato in
ospedale per un terribile esaurimento nervoso e ero in
una crisi nera rispetto al mio lavoro. È stato lui a farmi
appassionare alla cosiddetta “low culture” e ad un modo di esprimermi non strettamente narrativo: mi ha letteralmente aperto gli occhi».
Quali sono i limiti e le potenzialità di una graphic novel rispetto a un romanzo?
«Se ci riferiamo alla capacità di conquistare l’emozione di un vasto pubblico, solo ora cominciamo a vedere le potenzialità, ma credo che sia più interessante
riflettere sui limiti e le potenzialità del mezzo espressivo. Io ritengo che i romanzi grafici possano avere la
stessa complessità e la forza dei romanzi che utilizzano
unicamente le parole. Per quanto mi riguarda ho cer-
“Ho cercato fin da ‘Breakdowns’,
che ho realizzato negli anni
Settanta, di destrutturare
il fumetto tradizionale
per poi ricomporlo sulla base
delle mie esigenze”
L’iniziativa di Repubblica
Da sabato 4 novembre in edicola con Repubblica e L’Espresso il primo
volume della collana Graphic Novel sarà Maus, il capolavoro di Art Spiegelman (9,90 euro più il prezzo del quotidiano o del settimanale). Il volume resterà in edicola una settimana. Maus racconta a fumetti una storia dell’Olocausto in cui i nazisti sono i gatti e gli ebrei i topi. Un’idea che
Spiegelman rielabora ancora oggi. L’autore ha in corso infatti due progetti: il primo è MetaMaus, sul making di Maus. Il secondo è la ripubblicazione di Breakdowns, il suo primo libro del ‘77, per il quale sta preparando un’introduzione a fumetti sul passaggio dalle prime sperimentazioni a Maus. Negli Usa sta uscendo sulla rivista The Virginia
Quarterly Review. Ne pubblichiamo le prime 5 tavole in queste pagine,
in collaborazione con Coconino Press. Le prossime uscite della collana saranno dall’11 novembre: Craig Thompson, Mazzucchelli, Joe Sacco, Igort, Gipi, Lorenzo Mattotti, Baru, Floc’h-Riviere e Daniel Clowes.
cato sin da Breakdowns, che ho realizzato negli anni
Settanta, di studiare strutture che utilizzano ogni mezzo offerto dal linguaggio delle immagini, destrutturando la concezione tradizionale del fumetto per poi ricomporla secondo le esigenze della storia che avevo intenzione di raccontare. In Maus c’è un esempio evidente nel momento in cui i protagonisti sono deportati ad Auschwitz, e le vignette sono costruite improvvisamente in maniera verticale, per accentuare la loro
discesa nel baratro. A volte mi appassiono a congelare
il tempo, annullando la logica opprimente della consecutiva, mentre altre volte cerco, all’interno di un’unica
immagine, di suggerire dei salti nel tempo e nello spazio. A volte invece separo le parole dalle immagini, tenendo tuttavia sempre a mente che anche i lettori dei
fumetti cercano innanzitutto una storia».
Perché non si è mai cimentato nel romanzo classico?
«Se posso rispondere con una battuta, perché non voglio giocare a tennis senza la rete. La combinazione di
due forme per me ha una grande valenza di stimolo. Non
ho neanche mai avuto il desiderio di diventare un regista, ma ho sempre provato una grande invidia per chi fa
del cinema per la possibilità di rimontare il materiale girato. Può sembrare paradossale, ma è molto più complicato con i fumetti, almeno per chi come me parte
dandosi una struttura rigorosa, con un formato e uno
stile preciso. Il lavoro che sto realizzando oggi in apparenza va in una direzione differente, ma in realtà obbedisce allo stesso tipo di rigore, ed è per questo che ha ancora una forma che esito a considerare chiusa. Anche in
queste tavole ci sono molti elementi e dettagli nascosti,
sui quali ragiono anche per molti mesi».
Il numero del New Yorker successivo all’undici settembre pubblicò la sua copertina nera nella quale si intravedevano le torri gemelle.
«Forse anche quello è stato un modo di nascondere seguendo una suggestione e prima ancora una logica. L’idea mi venne mentre camminavo sotto shock
dal mio studio, che si trovava a pochi isolati da
Ground zero, verso casa, e continuavo a girarmi verso il luogo dove sino a pochi minuti prima si trovavano le torri. In qualche modo quel nero rappresentava
non solo il buio della tragedia, ma l’impossibilità di
realizzare una copertina».
“Maus ha fatto di me quel
che sono. È stato il mio modo
di raccontare le vicende dei miei
genitori, reduci dall’Olocausto,
mentre ero dentro la parte
più buia di quell’ombra”
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© ART SPIEGELMAN, 2006
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L’autore di “Ritornerai” è scomparso
pochi giorni prima che arrivasse nelle librerie
la sua autobiografia, pubblicata da un piccolo
editore di Sestri Levante. L’abbiamo letta in anteprima, trovandovi un elogio
del dubbio, il ricordo lancinante dell’ex compagno di banco morto suicida
e una serie di giudizi taglienti sui protagonisti della canzone d’autore
“Io, Tenco, Paoli e gli altri
amici e nemici in musica”
‘‘
Luigi Tenco
...“O primo o ultimo”.
Questo era l’aspetto del suo
carattere che me lo faceva
allontanare, questa
la ragione profonda
del suo gesto
EDMONDO BERSELLI
‘‘
Vanoni e Paoli
A una certa ora arrivava
una rossa mozzafiato,
pare si chiamasse Ornella,
una della Milano-bene,
passava come una regina
e scivolava in camera di Gino
vero, sono polemico, dispettoso, un terribile
bastian contrario»: l’unico modo per un artista «invendibile» di sfuggire alle convenzioni,
al conformismo, «all’omologazione». Lui,
impossibile da prendere sul serio perché non
si prendeva sul serio, per decenni destinato a
non superare mai le diecimila copie di un disco. Si chiamava
Bruno Lauzi, è morto da pochi giorni a 69 anni, è stato un sereno e consapevole testimonial
della lotta contro il morbo di
Parkinson: la sua «autobiografia in
controcanto», che esce adesso, con
una presentazione di Francesco De
Nicola, da un piccolo e meritevole
editore di Sestri Levante, Gammarò, si intitola Tanto domani mi
sveglio, ed è un’operina di raro e incantevole spirito.
Tipo curioso, Lauzi, uno che comincia la storia della sua vita scrivendo che non parlerà di donne, vicende familiari e amori, perché secondo il testamento di Cesare Pavese, «non si faranno pettegolezzi». E
che dichiara fin dall’esordio che «la
vita mi ha insegnato a dubitare dei miei dubbi». Dotato tuttavia
di una inclinazione al particolare, all’aneddoto, e anche a individuare ciò che è sgradevole, quel grumo di dolore e di vergogna
che si accompagna alle amicizie e alle consuetudini, sicché il
controcanto, l’accompagnamento sullo sfondo delle voci altrui, risulta alla fine personale e tagliente, in grado di disegnare
sfumature sottaciute.
Figlio di Laura Nahum, che si sposò con un cattolico italiano, a Tripoli nel 1932, e confessò al piccolo Lauzi il suo segreto:
«Io sono un’ebrea». Il padre, liberale puro, sobrietà e rigore, tolleranza e convinzione: tale da lasciargli un imprinting indelebile di liberalismo. Quando nel 1956 se ne vanno a Varese, i Lauzi, il giovane Bruno si mette a lavorare a un giornale, L’Alto-
«È
‘‘
Sergio Endrigo
Come capita spesso
ai timidi, sarebbe stato
lui quello demandato
dal destino a dare
una spallata decisiva
al sistema canzonettistico
lombardo, che è una fucina di liberalismo, con Piero Chiara segretario dei liberali adulti e il Lauzi junior presidente dei giovani. Ed è memorabile l’immagine dello scrittore di Luino,
«cappelluccio alla Macario e bastone di Malacca col pomo
d’argento», occhialini e bocca culo di gallina, nel clima da biliardi e carte del Bar Centrale.
Quindici anni a Varese, una specie di interludio di cui non rimangono ricordi, anche perché «un narratore sincero non nasconde le sue amnesie» (come dice parlando di una vecchia
partita della prima Sampdoria, vista con il padre). I ricordi
semmai sono quelli di Genova, le amicizie, i due compagni di banco entrambi suicidi: uno era Luigi Tenco, rivale in amore di Gino Paoli per via della Sandrelli, che si vendicava diffondendo la leggenda che l’intellettuale
Tenco portasse rogna, «quello fa piovere». Vivere, si convince Lauzi, «è un
mestiere da cinici».
Sicché risulta anche inutile andare
alla ricerca di leggende, miti, filoni culturali, la canzone d’autore che si raduna sotto la Lanterna. Macché: «La cosiddetta “scuola genovese” dei cantautori non esiste né è mai esistita». Per
lui, il diffidente, romantico, scettico,
timido Lauzi, i veri maestri erano solo
due, Giorgio Calabrese e Franco Reverberi. Già, e Paoli? «Un cane», stonato, ululante, con i suoi «motivetti sepolcrali» che allora infliggeva al pubblico, uno che ha imparato il mestiere dopo il successo. Umberto Bindi, il più musicista di tutti, altro che
gay, un uomo addolorato e depresso nella sua condizione di
«buliccio». Fabrizio De Andrè, a cui Lauzi non perdona la retorica suicidiaria di Preghiera in gennaio, e nemmeno l’anarchismo omertoso del Pescatore.
Si salvano in pochi, nella galleria di Lauzi. Non appena sbarca a Milano, e dopo il Cab 64 entra nel giro del Derby, con Felice Andreasi e Cochi e Renato, lo spirito bohémien non gli impedisce di rilevare gli egoismi, le malizie, le furberie dei suoi compagni: Giorgio Gaber che si appropria di Ciao ti dirò, Enzo Jan-
“Terribile bastian contrario”,
autore talentuoso
e misconosciuto, pronto a buttarsi
via con artistica irresponsabilità,
destinato per anni a non superare
mai le diecimila copie di un disco
‘‘
Mia Martini
La prova vivente che Mia
non portava rogna
siamo tutti noi
che la sua voce ha arricchito
con i diritti d’autore
Eppure...
‘‘
Fabrizio De André
Anarchia non ha mai voluto
dire licenza. Già, ma chi
lo spiega ai ragazzi
che adorano Faber
acriticamente?
Gli insegnanti?
‘‘
Eros Ramazzotti
Si narra che gli abbiano
chiesto che ne pensasse
di Herman Hesse
Lui, preso in contropiede,
chiese: “Ma chi ha da esse
’sto Er Manesse?”
Repubblica Nazionale
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
FOTO OLYCOM
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
IL LIBRO
Bruno Lauzi non ha fatto
in tempo a vedere pubblicata
la sua autobiografia,
che esce nelle librerie
questa settimana per i tipi
dell’editore Gammarò:
“Tanto domani mi sveglio.
Autobiografia
in controcanto”
(Presentazione di Francesco
De Nicola, 150 pagine, 14
euro). Da queste memorie,
ricchissime di aneddoti e
arguzie, sono però
rigorosamente escluse
notizie sui familiari
e sugli amori dell’autore
La dedica, alla quale Lauzi
teneva enormemente,
è al figlio Maurizio
‘‘
Patty Pravo
Quando una si rifiuta
di lavorare con te perché
“l’oroscopo è infausto”,
ammetterete che una bella
pedata nel culo è quello
che ci vuole!
nacci che gioca acrobaticamente sul filo della sua psiche: perché è una costante empirica che le «varie dimenticanze» di Jannacci, che lasciano opportuni vuoti «per presunta dissociazione mentale», giochino immancabilmente a suo favore. Perché
«fra il Sublime e il Ridicolo» c’è lo spazio di un capello, e Jannacci
lo ha attraversato (d’altronde, anche le divine, Mina e Ornella
Vanoni, per l’occhio smagato di Lauzi sono diventate stanche
imitazioni di se stesse).
È un autore talentuoso e misconosciuto, Lauzi, uno che ha
scritto Ritornerai nel giro di pochi minuti, mentre l’amico che è
con lui va a comprare le sigarette sotto casa, e non crederà mai
che quella canzone storica, destinata a essere cantata da Vittorio Gassman nel Sorpasso, sia stata composta d’acchito. E pronto a buttarsi via con artistica irresponsabilità, perché dopo il
successo di Ritorneraiva a Sanremo nel 1965 «con un valzer musette», delicato e incomprensibile per la platea festivaliera, finendo nell’oscurità.
Eppure è una carrellata ricchissima di protagonisti, da Juca Chaves, quello di O naso, o naso mio, ebreo brasiliano che
scherzava in chiave porno sui propri pantaloni così attillati
«che si capisce non solo il sesso ma anche la religione». Georges Moustaki, lo «straniero» di una traduzione indimenticabile. Lucio Battisti, che gli avrebbe regalato Amore caro, amore bello, la canzone del primato in classifica per lui, l’invendibile, e che si informava con lui sui classici del liberalismo (ma
allora, chiede Lauzi, perché lasci dire che sei un fascista? «Alimenta la leggenda», risponde con geniale freddezza Battisti).
Paolo Conte, che gli scrive addosso Onda su onda e Genova
per noi, per poi dimenticarlo, forse per cinismo o egoismo, o
perché le storie finiscono, proprio come le canzoni.
Lauzi, il «rimbalzante», che per anni saltella di qua e di là senza tregua, conosce ogni angolo d’Italia, riesce a dire di no a Federico Fellini che lo vorrebbe nel cast di Casanova: lui deve fare la tv e si dà malato. Scuse autolesioniste di un perdente vincente. Di un uomo che fa il Cantagiro, perché al peggio non c’è
rimedio, e la vecchietta che ha riconosciuto tutti i divi, Massimo Ranieri, «Cionni Torelli» e gli altri, si blocca perplessa al suo
passaggio. Perché quello non è un cantante: «Chillo è ‘nu vecchiu». Senza sapere che, in fondo, lo sconosciuto cantante Lauzi era semplicemente uno scrittore, di canzoni e d’altre cose.
Bruno
Lauzi
Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
i sapori
Tradizione rivisitata
Da Parigi, a Londra, ai grandi ristoranti italiani
la minestra cremosa vive un meritato boom modaiolo
E tra pochi giorni il “Baccanale” di Imola lo confermerà
Campagnatico (Gr)
Grado (Go)
itinerari
Valeria Piccini
e il figlio Andrea
dominano la cucina
di “Caino”,
glorioso ristorante locanda in terra
di Maremma,
a Montemerano (Gr),
dove la materia prima
è declinata fra tradizione
e modernità,
come nella vellutata
di panpepato
che accompagna
il fegato grasso
Conca campana (Ce)
Costruita dai romani
sull’acqua, tra mare,
fiume Isonzo
e laguna, come
porto militarmente
sicuro della vicina
Aquileia, è zona
molto pescosa
grazie ai bassi
fondali. Qui gli chef trovano materia prima
freschissima per i loro menù di pesce
Piccolo borgo
di impronta
medievale affondato
nella campagna
maremmana,
ricchissima
di castagni, olivi
e vigneti. Il clima
è mitigato dal mare,
che si lascia intravedere tra il parco dell’Uccellina
e il promontorio dell’Argentario
Dai sabini
ai romani, vanta
oltre mille anni
di storia e lega
le sue origini
ai monaci benedettini
dell’abbazia
di Montecassino
Grazie alla fertilità
della terra, prosperano agricoltura e allevamento,
che si traducono in verdure e formaggi di qualità
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
AGRITURISMO GIRARDI
Via Dossi Boscat, 7
Tel. 0431-88090
Camera doppia da 70 euro, colazione esclusa
AGRITURISMO SANTA CATERINA
Località Granaione
Tel. 0564-998364
Camera doppia da 60 euro, colazione inclusa
TERRE DI CONCA (con cucina)
Località Piantoli
Tel. 339-5928649
Camera doppia da 80 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
LOCANDA ALLA FORTUNA DA NICO
Via Marina 10
Tel. 0431-80470
Chiuso giovedì, menù da 40 euro
LOCANDA DEL GLICINE (con camere)
Piazza Garibaldi 6
Tel. 0564-996490
Chiuso lunedì e a pranzo, menù da 32 euro
VECCHIO MULINO
Via Bocca Ladroni 1 - Furnolo di Teano
Tel. 0823-886291
Chiuso lunedì sera e martedì, menù da 30 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
COOPERATIVA PESCATORI DI GRADO
Riva Enrico Dandolo 28
Tel. 0431-80819
BOTTEGA PRODOTTI TIPICI
Via della Posta 6, Paganico
Tel. 0564-905562
CASEIFICIO LA FENICE
Via Vadopiano 5, Presenzano
Tel. 0823-989318
Vellutate
Com’è trendy quella minestra
LE RICETTE
Ai ceci
La mitica passatina di Fulvio
Pierangelini comincia
con una notte di ammollo,
seguita da cottura
con aglio e rosmarino. I ceci
si passano prima al mixer
e poi al setaccio. Si velano
i piatti con la crema,
appoggiando sopra
i gamberoni al vapore
Alle seppie
Nel suo libro Ingredienti,
presentato qualche giorno
fa, l’enfant prodige
Massimiliano Alajmo celebra
il suo storico, strepitoso
cappuccino di seppie:
crema lieve di patate
alternata in un bicchierino
di vetro con dadini
di seppie al nero. Perfetta
LICIA GRANELLO
he zuppa! Che passato! Che vellutata! I tre
passaggi sono d’obbligo, quando si vuol
realizzare una minestra “altra”: cremosa,
suadente, versatile. I punti esclamativi riescono altrettanto necessari, perché se la
zuppa iniziale non è di qualità, se la “passate” senza attenzione, se non la rallegrate con qualche
ingrediente sfizioso, sarà la solita minestra. O il solito
passato, memoria nemmeno tanto appetitosa di una
moltitudine di pasti invernali dell’infanzia. Impossibile
quantificare quanta antipatia verso le verdure si sia accumulata in anni di passati…
In Francia, dove la tradizione dei potages è un po’ più
golosa, ai gloriosi magazzini Lafayette il pranzo più
trendy è costituito da una delle meravigliose soupes fraîches Giraudet. Vendute in bottiglie di vetro da mezzo litro come il latte di una volta, trenta giorni di durata, rigorosamente bio. I gusti? Lenticchie al curry, carote all’arancia, finocchio e limone confit, gaspacho. Tale e tanto
successo, che la Francia si sta riempiendo di Boutique-àsoupe, dove comprare, ma anche degustare sul posto.
In Inghilterra hanno fatto anche di meglio, grazie alla
gastro-intuizione di una famiglia di Pompei, guidata da
un giovane manager, Sabatino Manzo, stanco di dover
sempre tornare a casa per trovare una zuppa degna di
questo nome. Facile mangiarla in famiglia. Ma in strada?
Peggio: all’estero? I Manzo hanno messo in piedi una
produzione votata al mercato britannico, declinata secondo la miglior tradizione partenopea alleggerita e modernizzata e tradotta in bicchieri usa-e-getta (unico, vero dazio pagato alle necessità del cibo di strada). Voglia
di un pranzo lieve e saporito? Basta gustare un bicchiere
di “Monzu Ro”, scelto in due categorie: rough e
smoothies, rudi e soavi. Ricette così golose da far ricredere il più ostico degli anti-minestra: zuppa di spinaci
con pollo al vapore, fagioli e zafferano,
pomodorini e gnocchetti, piselli
e sep-
C
pioline, verdure al vapore. Packaging così accattivanti
che nelle caffetterie dei musei londinesi quasi non si
vende altro: perfetti da scaldare nel microonde a disposizione o da ingollare così, come un bibitone salutista,
goloso&salato, a temperatura ambiente. Il tutto a tre
sterline, stesso prezzo nelle migliori catene di supermercati della City.
In Italia, facciamo più fatica a pensare la minestra in
versione street food o come supporto ad altri ingredienti, tanto che la “zupperia” (souperie), intesa come luogo
di acquisto e consumo di zuppe cremose, ha vissuto una
brevissima stagione modaiola qualche tempo fa, senza
evoluzioni e senza eredi.
Nella quotidianità casalinga, invece, la cose vanno assai meglio: merito dei piccoli grandi elettrodomestici che
semplificano l’approccio alla cucina, e dei grandi cuochi
che ci hanno insegnato ad amare vellutate & affini. Un
esempio su tutti, la mitica passatina di ceci con gamberi
di Fulvio Pierangelini, vero paradigma della minestra
d’autore, piatto che ha fatto il giro del mondo, ricetta con
più tentativi di imitazione della Settimana Enigmistica.
Un segreto che segreto non è (ma solo dopo che è stato
inventato…): unire due ingredienti dopo averli preparati separatamente, confezionando un amabile mix di contrasti gourmand, a partire da un supporto “cremoso”,
che sia di legumi o di formaggi freschissimi, di pesce o di
verdure. Sopra, appoggiato con grazia, qualche bocconcino croccante, ovviamente preparato con ingredienti
tutti diversi. Una modalità che si traduce in vero e proprio
piatto unico, originale, diverso, completo.
Se le nuove zuppe vi incuriosiscono, sappiate che nelle prime tre settimane di novembre, Imola ospita il consueto appuntamento annuale con la manifestazione gastro-colta “Baccanale”, quest’anno dedicata alle minestre. Corsi a cielo aperto e degustazioni senza fine vi faranno entrare nel paradiso dei primi brodosi. Per sicurezza, portatevi da
casa un cucchiaio
di riserva.
Alle castagne
Nel suo eremo affacciato
sul lago d’Orta, Tonino
Cannavacciuolo ha appena
creato una sensuale crema
di castagne impreziosita
da un tuorlo d’uovo,
marinato nello Champagne,
che gli comunica finezza
e profumo. Rifinitura
con tartufo bianco
Alla ricotta
Gli ingredienti più poveri
per il piatto-culto
che ha scaldato il cuore
di Alain Ducasse. Gennaro
Esposito cuoce a fuoco
dolcissimo la ricotta –
altrimenti si straccia –
e ne fa una zuppa cremosa,
sulla quale appoggia
i filetti di triglia spadellati
Repubblica Nazionale
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
‘‘
Il menù
(...) stiamo a digiuno
completo il lunedì,
il mercoledì e il venerdì
Martedì e giovedì (...)
il pane di frumento,
la frutta secca cotta
col miele, le more di rovo
(...). Il sabato, minestra
di cavolo, pasta
con piselli, polentina
al sugo (...). Domenica
oltre la minestra (...)
pesce secco e polentina
‘‘
Da I FRATELLI KARAMAZOV
di Fiodor Dostoevskij
GLI UTENSILI
Dal Medioevo alla Rivoluzione francese, una pietanza con l’idea della fraternità
La quieta bontà di Sorella Zuppa
Passaverdure
Generazioni di donne
hanno incrementato
i muscoli del braccio
“passando” i pomodori
per la salsa, i fagioli
della vellutata
o il minestrone di verdura,
usando l’unico strumento
capace nello stesso tempo
di separare polpa e buccia
Frusta
Altro utensile da palestra
culinaria, considerato
indispensabile dagli chef
di ogni ordine e grado
Perché nulla quanto
il roteare dal basso verso
l’alto regala uguale soavità,
rendendo spumosa e aerea
– e non solo cremosa –
la vellutata in preparazione
Frullatore a immersione
MASSIMO MONTANARI
iletto di bue, coscia di pollo, stinco di maiale, petto d’anatra, spalla d’agnello… quando si ha a che fare con un piatto di carne, l’anatomia del protagonista precede ogni descrizione gastronomica. Prima di tutto si definisce
la parte che ci piace. O che ci spetta: è consuetudine antica, attestata fin dai poemi omerici, destinare la parte “migliore” (secondo parametri
che cambiano nel tempo e nello spazio) al padrone di casa o all’ospite illustre. Anche questo
rituale trasforma il cibo in un segno del potere e
del prestigio sociale. Il modo di prepararlo passa quasi in secondo piano. Il pezzo sarà arrostito, fritto, in umido… l’importante è che sia quello, ben visibile e riconoscibile nella sua forma.
Con un piatto di verdura o di legumi, tutto ciò
funziona assai meno, o non funziona affatto.
Una zuppa, una minestra, una crema, una “vellutata” non hanno forma: la forma che assumono è quella del piatto o della scodella. E non si
possono dividere in parti, ma solamente condividere, distribuire fra i commensali: qualcuno
magari potrà averne di più, ma non “la parte migliore”, che non esiste. La vivanda in questo caso è uguale per tutti. Democraticamente uguale.
Perciò tende a enfatizzare non le differenze fra
gli individui, ma la solidarietà del gruppo. Nel
Medioevo, la minestra che si distribuiva ai monaci aveva anche il compito di segnalare l’assenza di gerarchie all’interno della comunità. Ai
tempi della Rivoluzione francese, l’introduzione della soupe populaire fu un modo tangibile
per superare, nell’idea di fratellanza, la vecchia
pratica dell’assistenza ai poveri.
Zuppe, minestre e creme non si definiscono
primariamente in base al loro contenuto, ai
“pezzi” che le compongono, ma per la tecnica di
F
elaborazione gastronomica: come zuppe, appunto, o minestre, o creme. La ricetta, il lavoro
di cucina assurgono a protagonisti del piatto e
ne determinano l’identità. L’ingrediente principale, quando c’è, appare in secondo piano, quasi in funzione di attributo: zuppa di ceci, minestra di broccoli, crema di patate, vellutata di spinaci… Più che rimandare a un prodotto-base
(come avviene nel caso delle carni, a meno che
non si tratti di polpette), tali espressioni indicano una tipologia di vivanda, determinata — per
esempio — in funzione della sua consistenza:
una zuppa si può ancora masticare ed esige la riconoscibilità degli ingredienti principali; la crema o la vellutata, a gradi diversi di finezza, si accontentano di evocarli in un composto omogeneo, che in qualche modo prelude alla liquidità
del brodo.
Difficile invece, o impossibile, definire la densità di una “minestra”, parola magica, di amplissimo spettro semantico, che richiama un’infinità di preparazioni diverse (è azzeccato il titolo
del Baccanale di Imola, che si svolge in questi
giorni, dedicato alle “Mille minestre”). In questo
caso la parola non evoca neppure un genere di
vivanda, ma piuttosto un gesto. Un gesto di fortissimo significato conviviale: ministrare, somministrare, distribuire. Il gesto di offrire e condividere il cibo, attingendolo e versandolo da un
recipiente comune (tegame, pentola, zuppiera)
nella scodella o nel piatto di ciascuno. In questo
gesto, il bisogno di nutrimento si soddisfa e al
tempo stesso si sublima in un’idea di fortissimo
significato, rappresentando la solidarietà degli
uomini che si riuniscono attorno al desco per celebrare il rito collettivo della sopravvivenza, nel
calore di un cibo che li affratella.
Mini-elettrodomestico
presente in tutte le cucine,
senza distinzione di censo
e abilità gastronomica
Ha sostituito il passaverdure
Il movimento verticale
aiuta a far gonfiare
la crema. I più esigenti
passano comunque
la polpa al colino
Bimby
A metà tra il passaparola
e la semiclandestinità,
in Italia il Termomix – termine
tecnico usato all’estero –
è una conquista recente,
ma ha rivoluzionato il mondo
dei passati. Infatti, trita,
cuoce e frulla ad alta
velocità, regalando
a tutti vellutate perfette
Repubblica Nazionale
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le tendenze
Nostalgia
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
In America è il fascino della nuova frontiera, da noi
la tentazione del ritorno alle tradizioni contadine
Oggi questo stile caldo sta vivendo un momento
di grazia nell’abbigliamento ma soprattutto
nell’arredamento. E il suo filone più recente
mette al riparo dal rischio di eccessi kitsch
AURELIO MAGISTÀ
l country ha un successo prima di tutto lessicale: è entrato a viva forza nell’uso quotidiano perché non abbiamo un termine perfettamente corrispondente.
Dalla musica, si è esteso a significare molto altro.
Country è il retaggio, tutto ciò che è tradizionale e che
deriva dal diretto rapporto tra l’uomo e la natura: i manufatti, le case edificate con pietre e tronchi; è l’anima più
profonda di un popolo, il groviglio delle sue emozioni, dei
suoi affetti. L’origine della musica country è proprio nel Sud,
dove batte il cuore degli Stati Uniti, e nell’Ovest, ancora abitato dall’orgogliosa memoria della nuova frontiera. Il country è una vera e propria way-of-life, declinata in ogni dettaglio formale cui si attribuisce valore emotivo e significato
simbolico. Come i vestiti: le camicie a quadri, i pantaloni da
lavoro, gli stivali, i berretti e i cappelli, le gonne ampie, il floreale, le cerate, le flanelle.
Per la casa e l’arredamento, country è un termine fortemente evocativo. Senza aver mai davvero conosciuto oblio,
oggi attraversa un momento particolarmente felice. Mentre
le nostre città si affollano sempre più di cose, persone, macchine, il country rappresenta la via di fuga per cercare ore piene di ozio e di silenzio nella cascina dei nonni, o almeno in
una porzione di casa colonica in qualche antico borgo. La
I
OLD ENGLAND
Ispirazione inglese
per la credenzadispensa dalle linee
assai semplici,
in legno anticato
Si chiama
English Mood
Il plissettato
di una tendina
cela l’interno,
componibile
secondo
le proprie esigenze
Di Minacciolo
INTERNO GALLO
Il classico galletto
segnavento ispira
questo omologo,
in ferro verniciato
a fuoco, anche
per interni
Di Arti&Mestieri
new
Country
Il futuro ha un cuore antico
passione per il country è la risposta al minimalismo, oggi in
declino, e a certi suoi algidi eccessi. E trae energia dal fortunato momento del legno, che torna a essere il riferimento visivo del design, convivendo benissimo con tutti i nuovi e
ipertecnologici materiali conquistati dalla modernità.
Per definire il country da casa è più semplice procedere per
accumulo. Sono country il legno, tassativamente massello,
la pietra, il cotto, le antiche maioliche e i loro colori pastello,
le terrecotte, il rame e il ferro battuto, le grate, i tessuti a trama grossa e di rustica mano, le stoviglie decorate. La capitale del country domestico è la cucina, che rinnega le ibridazioni con il living per tornare il luogo dove i cibi si preparano
e si consumano, con gli strumenti da lavoro e le suppellettili
rigorosamente a vista, il lavabo in muratura, in pietra o in
marmo bianco, le mostre di pentole in rame e coccio della
nonna, vetusti orci e travi a vista, il grande camino dove la
cappa può anche combinare ceramica bianca e legno scuro.
Il country, oggi, si propone in due articolazioni parallele,
che vanno nella medesima direzione ma non si incontrano
mai. Al country classico si affianca infatti il new country, una
rilettura del fenomeno tradizionale attraverso un’interpretazione di secondo grado. Il country classico, infatti, eccede
spesso in iperdecorativismo, elementi floreali, ghirigori, volute, sconfinamenti nel kitsch (i tavoli con le gambe fatte di
corna di cervo, il sovraffollamento di soprammobili, i centrini a uncinetto...). Il new country condivide il cuore caldo e antico della versione classica, ma lo corregge con ascendenze
inglesi e provenzali, con un rigore non più minimalista ma
semplicemente sobrio, e lo forza con un certo citazionismo,
un manierismo al quadrato, ironico, sottolineato dall’accostamento fra mobili antichi o semplicemente vecchi, e pregiati pezzi di design contemporaneo.
FIOR DI PROVENZA
Lavanda, mimosa
e rami d’ulivo:
è il Mediterraneo,
dei piatti Balade en
Provence. Di Philippe
Deshoulieres
RITORNO ALLE ORIGINI
Quintessenza del country,
è il rustico estremo
della credenza Gingerbread,
lasciata grezza
dalla designer Paola Navone
TENTAZIONI
La ciliegia,
eterna tentazione
della campagna,
decora il piatto
in porcellana
di Darwin Country
NATURALE A COLPO D’OCCHIO
Elle, ovvero lei, è il nome
della poltroncina in giunco
e midollino con venature a vista
Di Vittorio Bonacina
NOBILE OMAGGIO
MUCCA MODERNA
Perfetto esempio
di new country,
la poltroncina
che integra rigore
formale al rivestimento
in mucca. Si chiama Cow
Di Vg New Trend
Omaggio al più
nobile degli animali
domestici, la seduta
in cavallino
con piedi in acciaio
Esiste anche
una versione
in tessuto
multicolore
Di Adrenalina
Repubblica Nazionale
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
Dopo decenni di diffidenza e rifiuto
La musica di Nashville
è l’ultima scoperta
GINO CASTALDO
e pensiamo al dominio planetario della
cultura pop, possiamo tranquillamente
dire che dall’America abbiamo preso veramente tutto: rock, blues, jazz, gospel, la
canzone folk, Gershwin, Sinatra, il musical, e
poi scendendo giù di latitudine il reggae, il
samba, il tango. Abbiamo bevuto, mangiato e
digerito qualsiasi cosa provenisse dall’altra
parte dell’oceano.
Tutto tranne un genere: il country & western. Quello proprio no, avevamo già il nostro liscio, i violini e le fisarmoniche di Casadei, gli sgambettamenti da balera a colpi di
mazurche e valzerini. Le Dolly Parton e i cantanti con cappelloni texani e chitarre hawaiane li abbiamo sistematicamente rispediti al
mittente, contenti di essere almeno per una
volta capaci di una piccola ma significativa ribellione anticolonialista. Le case discografiche ciclicamente hanno tentato operazioni
divulgative, collane a basso prezzo, operazioni vintage, di tutto pur di esportare il verbo
country, ma non c’è stato verso, non si vendeva una copia. Guardavamo Nashvilledi Altman con una punta di compiacimento. Che
schifo il country. Per una volta potevamo riconoscere senza ombra di dubbio una parte
bieca e retorica dell’America provinciale e
sputarci sopra.
Ma anche questo è destinato a cambiare.
Da una parte perché il country si è trasformato, dall’altra perché a sdoganarlo ci hanno
pensato artisti di rango, a volte insospettabili. L’ultimo, il più clamoroso, è Bruce Springsteen che nella sua recente illustrazione della
tradizione musicale americana intitolata We
shall overcome, Seeger session, ci ha infilato
anche il country, con qualche inconfondibile
suggestione da prateria. Abbastanza per mettere in crisi il muro orgoglioso del rifiuto.
Il fatto è che in questo rigurgito di orgoglio
europeo si era esagerato. Tante cose erano
sfuggite, buttate via insieme al mucchio indistinto del trash campagnolo. Già negli anni
Sessanta un segnale forte l’aveva inviato Bob
Dylan. Il suo disco Nashville Skyline, che per
lui era stato un modo di «risciacquare i panni
in Arno», come si sarebbe detto da noi, poteva bastare per capire che il country non era solo canzoncine melense e conservatorismo
reazionario. Lo stesso Presley, quando aveva
inventato il rock’n’roll, uno sguardo al country l’aveva dato. E poi Jerry Lee Lewis, Johnny
Cash, Willie Nelson. La lingua del country rispuntava fuori da ogni dove, ma noi non volevamo capire.
Poi la grande svolta. Negli ultimi anni è successo che perfino quelli di Nashville hanno
dismesso i loro panni ultraconservatori. Il
vecchio Merle Haggard, uno dei grandi campioni del genere, si è messo a tuonare contro
Bush. Lo stesso hanno fatto le giovani Dixie
Chicks, diventando anzi le portabandiera
della rivolta del mondo musicale contro l’odiato presidente guerrafondaio e subendo
per questo un pesante boicottaggio dalla radio del sud. Insomma il
country non è più
lo stesso e ora
c’è una legione di nuovi
artisti capaci
di coniugare
il verbo country con accenti moderni,
poeticità da
cantautori inquieti, nuovi
look rockeggianti. Nuovi richiami, nuove sirene che vengono dall’America.
Jillian Welsh la
sirena l’ha interpretata davvero, è
lei che canta la canzone che cattura
l’ergastolano-Ulisse in Fratello, dove
sei? dei fratelli
Cohen, altro attestato
d’amore nei confronti
della musica di tradizione, insieme a Alison
Kraus e gli Union Station. Poi c’è Garth
Brooks, c’è tutta una
vena di nuovo rock capitanata da Uncle Tupelo e Wilko. Ci sono
cantautori raffinati come Ryan Adams che inPIGRIZIE DA CAMINO
cidono interi dischi in
Ottima per indugiare
stile country.
accanto al camino,
Attenzione dunque,
la Bergère Marquise,
la nostra antica ritrosia
con i piedini in legno
deve essere rivista. C’è
scolpito a mano
il rischio che prima o
Di Mantellassi
poi finiremo per cedere
anche alla musica
country. Ci accorgeremo che insieme a quei
disgustosi cantori dei buoni sentimenti dell’America c’erano sbandati e fuorilegge, eroi
degni di nota, outsider amari e fascinosi, dovremo accettare che quello stile è uno dei rami fondamentali del grande albero della musica americana e che soprattutto oggi è fonte
di nuove ispirazioni, che racconta di un mondo più arioso, meno cinicamente metropolitano, un territorio meno inquinato. Sarà anche duro ammetterlo, ma nel country c’è del
buono. E forse anche in questo il vecchio Dylan non aveva sbagliato.
S
MARE PICCANTE
Ancora citazioni dall’orto,
versione mediterranea
del country, con il peperoncino
e gli agrumi dei cuscini
Window Toppers
CHIC SPINOSO
Perfetta, la rosa, raffinata
e rustica insieme,
per la poltrona country-chic
Emma Bergère di Roche Bobois
BUONA EDUCAZIONE
Al country ci si educa
fin da piccoli. Con la culla
imbottita Country plaid
purple. Di Baby Place
ALLE PARETI
Le carte da parati
Farrow & Ball
per “foderare” la casa
di colori e motivi
da “Casa nella prateria”
Repubblica Nazionale
50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 29 OTTOBRE 2006
l’incontro
Uomini biblioteca
La casa editrice Adelphi ha pubblicato
il cinquecentesimo volume della sua
più nutrita collana. “Un lungo
serpente di pagine”, la definisce
l’artefice di questo fenomeno
editoriale. E ricordando
la letteratura
della “finis Austriae”,
che segnò l’inizio
del successo, afferma:
“Attraverso quei
numerosi amici invisibili
che sono gli scrittori
morti, fui condotto a vivere all’interno
di quei luoghi, di quei fatti, di quella
fragile cristallizzazione di civiltà”
Roberto Calasso
inquecento titoli in poco
più di quarant’anni sono il
cospicuo patrimonio editoriale che compone la collana della “Biblioteca Adelphi”. L’ultimo
nato, il cinquecentesimo appunto, è Il
rosa Tiepolo di Roberto Calasso. Incontro Calasso nella sua casa milanese.
Mentre lo osservo sistemarsi dietro una
scrivania soverchiata da pile di libri, penso che la questione cruciale sia come si fa
ad essere contemporaneamente editore
e scrittore. Nulla, in teoria, vieta di abbracciare entrambe le vocazioni. Ma se
un editore scrive — e lo fa di rado — è per
parlarci del suo mestiere, spingendosi al
più a raccontare protagonisti della cultura che ha incontrato, personaggi che
sono stati in qualche modo determinanti per la casa editrice.
Il caso Calasso è un po’ speciale. Guardo lo studio in cui sediamo e vedo scorrere nella libreria tutt’intorno edizioni in
lingua originale: è una costellazione di
testi che abbraccia l’Oriente, l’Islam,
l’Europa. L’antico e il moderno convivono senza particolari urti. In fondo quella
“Biblioteca” è già in qualche modo annunciata dai libri che ci avvolgono nella
stanza. Penso anche che cinquecento titoli sono tanti. Più dei libri che possedeva Spinoza, più di quelli che Montaigne
conteneva nella sua torre. Ma se oggi un
ragazzo osservasse un così insolito paesaggio, fatto di autori, gusti, qualità personalissimi, che cosa ne ricaverebbe?
L’accusa ricorrente mossa alla casa
editrice è di essere snob, aristocratica,
rarefatta. Di somigliare a un elegante levriero accucciato su un raffinato tappeto bukara. Calasso sorride. Si alza dalla
sedia e va verso uno scaffale da cui estrae
un opuscolo. Me lo mostra. È una brochure pubblicitaria di John Lane, l’editore inglese, che incaricò Aubrey Beardsley di disegnare le copertine dei suoi libri. Il modello grafico della “Biblioteca”
della sua vita permetterebbe di desumerla». Un’opera dunque cifrata, segreta, doppia. Tanto leggera e disinvolta
quanto invisibilmente drammatica.
Che cosa concluderne?
Sospendiamo un eventuale risposta,
perché un’altra cosa incuriosisce. Folgorato da una serie di acqueforti, i Capriccie gli Scherzi, Calasso cominciò a interessarsi a Tiepolo nel 1965. Lo stesso
anno nasce la “Biblioteca Adelphi”. Tra
le due esperienze non c’è nessuna diretta relazione. Ma è come se un clima prodotto da due cieli diversi cominciasse ad
addensarsi attorno a un medesimo progetto: il libro unico. «Immaginavamo
una serie di libri che avessero ciascuno
una fisionomia inconfondibile. La loro
unicità non era tanto dovuta ai temi ma
al fatto che quella forma si era manifestata solo in quella circostanza, come
una sorta di peculiarità ultima».
Libri come L’altra parte di Alfred Kubin, Padre e figlio di Edmund Gosse e
Manoscritto trovato a Saragozza di Jan
Potocki (sono i primi tre della collana)
sembravano, come del resto quelli che
verranno dopo, simili a monadi leibniziane attrezzate per respingere l’usura
del tempo, inattaccabili dal presente,
proprio perché inattuali. Questa storia
dell’inattualità adelphiana richiede un
piccolo passo indietro. La casa editrice
Quando si pubblica
un libro c’è
un elemento di ignoto
altissimo. A un’unica
regola abbiamo
sempre obbedito:
pubblicare solo quelli
che amiamo molto
FOTO ROBERTO GRAZIOLI / GRAZIANERI
C
MILANO
è lì, racchiuso in quelle poche ed eleganti paginette. Beardsley era un genio della grafica, dietro quel segno leggero e ornamentale si mostrava di una modernità sconcertante.
Sconcertante è un aggettivo nel quale
un ragazzo che guardasse la “Biblioteca”
si imbatterebbe. Che cosa sconcerta? Il
fatto, si direbbe, che quei cinquecento libri si somigliano pur nella estrema distanza l’uno dall’altro. La collana non segue un genere, non ha una tendenza,
non offre un progetto omogeneo. Dice
Calasso: «Nei primi anni, colpiva nei libri
Adelphi innanzitutto una certa sconnessione. Nella stessa collana, la “Biblioteca”, apparvero in sequenza un romanzo
fantastico, un trattato giapponese sull’arte del teatro, un libro popolare di etologia, un testo religioso tibetano, il racconto di un’esperienza in carcere durante la Seconda guerra mondiale. Che
cosa teneva insieme tutto questo?».
L’idea di Calasso è che quella collana
rappresenti un unico, immenso libro,
«un lungo serpente di pagine». L’immagine di una creatura sinuosa, viva, in grado di svilupparsi può apparirci dotata di
una segreta forza, che ci rimanda quasi
fatalmente al doppio ruolo che quest’uomo svolge. In qualità di scrittore
Calasso ha creato una vertiginosa costellazione di scritti. Un’opera anomala,
composta da cinque libri anomali che
hanno tutti una forte impronta narrativa
ma al contempo tessono una rete di pensiero che si estende dalla Grecia degli
Olimpi, all’India vedica, alla Rivoluzione
francese, al Castello di Kafka. Per disperdersi al momento fra le nubi rosate dei
soffitti di Tiepolo. Un cantiere straordinario, ancora aperto, per il quale verrebbe da dire: bene, ecco un signore erudito, colto, curioso che, con polimorfa inclinazione, sta scavando tra le rovine
delle civiltà per restituirci una molteplicità di culture fuori da ogni accademismo. Ma a ben guardare è come se dietro
quella ramificazione di opere si cogliesse un disegno ancora più fitto e grande
che appartiene all’intera casa editrice.
Non esisterebbe il Calasso scrittore senza il Calasso editore e viceversa. Nel senso che le due entità, pur separate nettamente, si corrispondono.
Da quei libri, che compongono la “Biblioteca”, affiora una certa paradossalità: sono a un tempo unici e correlati tra
loro da una sottile trama che potremmo
sospettare esca dalla testa di quest’uomo tanto pubblico quanto enigmatico.
Del resto, l’enigma è una delle componenti che accompagna i suoi interessi fin
da quando si laureò con Mario Praz sui
geroglifici di Sir Thomas Browne. E che
ritroviamo come sottofondo invisibile
nell’analisi che egli ha svolto su Tiepolo:
un pittore frainteso, lasciato improvvisamente cadere dall’attenzione sociale e
dissolto nel nulla. «Tiepolo», dice Calasso, «fu un esempio perfetto di esotericità.
Non c’è in lui una singola parola che tradisca la complessità di cose che si agita
sotto la sua pittura. E nessun particolare
fu fondata nel 1962 e l’asse editoriale, fin
dall’inizio, fu dettato dall’edizione critica Colli-Montinari delle opere di Nietzsche. «Inattuale», spiega Calasso, «è parola che ha senso solo nell’orizzonte in
cui l’ha posta Nietzsche e indica un certo scostamento dal circostante. Per
Adelphi, dunque, ha significato muoversi in una direzione che certamente
non è quella del corso delle cose. Alla domanda sul perché non facciamo pubblicazioni di stretta attualità, rispondiamo
che è molto difficile trovare libri di sostanza in grado di resistere all’urto del
tempo. Naturalmente ci sono eccezioni,
una di queste è stata Anna Politkovskaja
con il suo libro sulla Russia di Putin».
L’“adelphizzazione” di una zona della
cultura italiana in fondo si è realizzata
soprattutto attraverso scelte impolitiche. Più i testi sono distanti dall’impegno diretto, dalla sociologia battente, dal
presente che incombe, più è alta la probabilità che essi vengano presi in considerazione. L’impoliticità, però, trascinava un altro tipo di accusa: essere una
casa editrice votata all’irrazionalismo e
alla decadenza. «Ci bollarono come disimpegnati e troppo rarefatti per avere
successo. E quando il successo giunse ci
dissero che eravamo diventati troppo
commerciali. Ma le due opposte accuse
si rivolgevano agli stessi autori. Situazione involontariamente comica», commenta Calasso. Oggi un ragazzo che vedesse dipanarsi i cinquecento titoli si imbatterebbe in un altro fatto sconcertante: sono stati realizzati senza assecondare né mode né tendenze. «Ogni qualvolta pubblichiamo un libro», confessa
Calasso, «c’è un elemento di ignoto altissimo. Tutto è deciso dal singolo caso. E a
una sola regola abbiamo sempre obbedito: pubblicare solamente i libri che ci
piacciono molto».
Le prime avvisaglie del successo si ebbero già nel 1968 con la pubblicazione di
Alce Nero di John Neihardt. In catalogo
cominciavano ad esserci Groddeck, Lorenz. Giungeva Vita di Milarepa. «Erano
successi un po’ isolati». La vera svolta arrivò con Joseph Roth. Quando uscì La
cripta dei cappuccini (1974), Roth era
pressoché uno sconosciuto. Ma già con
Fuga senza fine(1976) i suoi lettori erano
numerosi. In due anni, politicamente
durissimi e ostili alla letteratura, questo
scrittore aveva fatto breccia. Che cosa
era accaduto? «Si stava cristallizzando
una idea di Vienna e della Mitteleuropa.
Roth ruppe gli argini perché al contempo avevamo pubblicato o stavamo pubblicando Kraus, Wittgenstein, Schnitzler, Loos, Hofmannsthal, Canetti. Si delineava una costellazione letteraria che
fu còlta e capita. Fuga senza fine — proprio perché era il libro dello sbandamento, del passaggio da una parte all’altra, della totale opacità e tumultuosità di
ciò che sta attorno allo scrittore — diventò un po’ il romanzo segreto di un
certo tipo di ragazzo di estrema sinistra.
E lì io credo si ruppe il divieto politico per
la letteratura».
La Mitteleuropa, o meglio l’Austria
che Calasso aveva conosciuto da bambino nei sussidiari in cui si parlava del maresciallo Radetzky e lo si definiva “la belva”, a poco a poco divenne un luogo dell’anima: «Una terra che era ugualmente
di Kafka e di Schönberg, di Loos e di Kubin, di Altenberg e di Schiele, di Wittgenstein e di Freud. Quel luogo», racconta
Calasso, «era popolato, per me, anche di
persone viventi, che in due casi sono state determinanti nella mia vita: Roberto
Bazlen e Ingeborg Bachmann. Attraverso di loro e attraverso quei numerosi
amici invisibili che sono gli scrittori morti, fui condotto naturalmente a vivere all’interno di quei luoghi, di quei fatti, di
quella fragile cristallizzazione di civiltà.
Così, quando i libri hanno cominciato a
uscire, non abbiamo mai pensato di rivolgerci a quegli autori di cui dicevo per
“colmare una lacuna” o “scoprire un filone”. Ricordo un giorno in cui apparve
un articolo di Alberto Arbasino in cui si
diceva che la casa editrice Adelphi
avrebbe dovuto chiamarsi Radetzky.
Quel giorno ebbi l’impressione che un
circolo si era chiuso: la belva Radetzky
era diventata come un nostro antenato
totemico. Il suo esercito, dalle splendenti uniformi, è ormai un esercito disperso,
letterario, invisibile».
L’Adelphi, attraverso i suoi autori, ha
raccontato quella felix Austria còlta al
tramonto: una civiltà tanto più perspicua e seducente nei suoi caratteri quanto più se ne annunciava la fine. La stessa disposizione si nota nei riguardi del
modo in cui Calasso ha voluto trattare
Tiepolo: «Con lui si ha l’ultimo addensamento di una intera civiltà — quella
italiana — che subito dopo conoscerà il
tracollo». Scrittori e artisti — disinvolti
ed enigmatici — che chiudono o aprono un’epoca. Sospesi su più mondi e
perciò capaci di coglierne le più intime
e segrete relazioni. Non è anche questo
che la “Biblioteca” ha voluto rappresentare? Al ragazzo di oggi essa si offre
nella forma di una foresta viva, ricca di
sentieri e ramificazioni.
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ANTONIO GNOLI
Repubblica Nazionale
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