Domenica il reportage Caucaso, la nuova Guerra Fredda La di DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 GIAMPAOLO VISETTI l’inchiesta Repubblica Alle radici dell’Halloween made in Italy ERALDO BALDINI e GIUSEPPE BELLOSI In esclusiva europea, le tavole del re della graphic novel Art Spiegelman per la nuova edizione di “Breakdowns” ANTONIO MONDA L Il ritorno di Maus NEW YORK o studio di Art Spiegelman è situato nel cuore della Soho più luminosa e alla moda, ma l’interno del locale non rivela nulla di diverso da quello che ci si può aspettare dall’autore di Maus: poster ovunque, copertine di riviste illustrate, tavole autografe passate alla storia ed in fase di completamento, disegni con dedica realizzati dai figli, e un grande, allegro disordine, nel quale spiccano elettrodomestici vecchi di qualche decennio e un giradischi sul quale è appoggiato un vinile antiquato di cui non si intravede la copertina. Spiegelman fuma con una furia sorridente e gentile, mentre ricompone in maniere differenti le tavole del suo ultimo lavoro, che definisce un «work in progress» di cui ancora non vede l’epilogo e del quale si appassiona a discutere come se si trattasse del figlio più problematico che tuttavia finirà per dargli la maggiore soddisfazione. Quando inizia a parlare è un torrente in piena, e ne è consapevole al punto da scusarsi continuamente per le ricorrenti digressioni e per la volontà evidente di utilizzare l’interlocutore per riflettere ad alta voce sul rigore del proprio percorso logico e artistico. Poche settimane dopo che il New York Times Magazine ha definito la sua importanza nel mondo del disegno paragonabile al- lo stesso tempo a quella di Michelangelo e dei Medici, Time lo ha inserito tra i cento uomini più influenti del mondo insieme a personalità ben differenti quali il Papa, il Dalai Lama, Steven Spielberg e George Bush. Una consacrazione che ha fatto seguito ai due riconoscimenti più importanti ricevuti nel passato: una retrospettiva al MoMA che attraverso l’analisi del suo lavoro ha abbattuto ogni possibile barriera tra una concezione della cultura “lowbrow” e “highbrow”; e il Pulitzer creato appositamente per celebrare la sua arte in occasione della pubblicazione del secondo volume di Maus. «Non so come reagire di fronte a questo tipo di consacrazione», risponde mentre si accende l’ennesima sigaretta prima che la precedente sia definitivamente spenta. «Non so neanche se è mai capitato in passato per altri disegnatori, e l’unica osservazione che mi viene da fare è che ciò contribuisce a ribadire autorevolmente il riconoscimento per una forma di espressione che forse è uscita definitivamente dal mondo underground. A volte stento a credere che un mio disegno o una mia storia possano essere considerati così influenti, ma nello stesso tempo mi rendo conto che oggi la cultura — e so bene di usare un termine dall’accezione vaga e forse intrinsecamente indefinibile — ha sanamente assorbito linguaggi diversi e si propone secondo codici che un tempo non sarebbero stati immediatamente accettati». (segue nelle pagine della Cultura) i luoghi La Tour Eiffel e gli ingranaggi del ’900 PINO CORRIAS e AMBRA SOMASCHINI spettacoli Bruno Lauzi: io, Tenco e gli altri... EDMONDO BERSELLI e BRUNO LAUZI i sapori Vellutata, la minestra si fa crema LICIA GRANELLO e MASSIMO MONTANARI l’incontro Roberto Calasso, l’uomo-biblioteca ANTONIO GNOLI Repubblica Nazionale 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 il reportage Conflitti dimenticati Ossetini del nord contro ingusci, ossetini del sud contro georgiani, ceceni contro megreli, cabardi contro adighezi, abkhazi contro svaneti e imereti L’eredità sovietica ai margini sud dell’ex impero si rivela un indomabile giacimento d’odio Dove Russia e Usa si affrontano come prima del Muro LE ETNIE GEORGIA ABKHAZIA OSSEZIA DEL SUD ARMENIA, AZERBAIGIAN CAUCASO DEL NORD Ha 5,5 milioni di abitanti: 70% georgiani, 9% armeni, 7% russi, 7% azeri, 3,5% osseti, 1,5% abkhazi. Ci vivono inoltre greci e ceceni Dopo l’esodo di 350mila georgiani, nel 1992, ha 300mila abitanti: il 70% abkhazi con passaporto russo. Resta un 15% di georgiani, in due enclave Dopo la fuga di 13mila ossetini in Ossezia del Nord, nel 1992, ha 90mila abitanti. Gli ossetini, con passaporto russo, sono l'80%. I georgiani il 10% L'Armenia ha 4 milioni di abitanti: armeni (94%), azeri, russi, curdi e assiri L'Azerbaigian 7,5 milioni: azeri (83%), armeni, russi, lesghi, curdi e georgiani Parte della Federazione russa, confina con Georgia e Azerbaigian Si compone di otto Repubbliche, due Regioni e un Distretto I mille confini del Caucaso e l’ultima Guerra Fredda S GIAMPAOLO VISETTI TSKHINVALI (Ossezia del Sud) ulle assi sudice di noce, pericolanti sopra due casse di proiettili russi, il khaciapuriattende da ore commensali che non verranno. La crosta del pane, leggera come focaccia appena staccata dai forni di pietra, è ormai un colloso impasto fuso nel sulugunidi capra. A Kekwi, come negli altri aul georgiani naufraghi tra i villaggi ossetini del Caucaso, l’umiliazione si ripete ogni settimana. Le milizie indipendentiste, fedeli al presidente Eduard Kokoiti, irrompono nelle isbe dei pastori. Ordinano un tamada, il banchetto sacro delle feste. Nessuno, quando l’ombra risale la valle di Prone, si presenta poi a consumare gli shashlikdi agnello arrostiti sul carbone. Decine di portate disposte ad “alzata”, gli involtini di melanzana e le zuppe di gallo con le prugne, ammuffiscono nella polvere. Zurab Tskharadze aspetta in piedi, tra quattro bambini magri come cani malati. Non deve assaggiare nemmeno un sorso di Khvanchkara, il dolce vino che Stalin si faceva inviare al Cremlino dalla natìa Gori, tre ore di asino da qui. È così, costringendo a sprecare il cibo scarso, che gli ossetini del sud affermano il dominio sull’affamata minoranza georgiana. Le rovine della baracca di chi non ha obbedito fumano ancora in riva al torrente. Nella gola di Didi Liakhvi, sul quartier generale delle truppe paramilitari filorusse, a Khetagurovo, irrompe un’altra notte di guerra. Granate e raffiche di kalashnikov lacerano i tetti. Vendetta succede a vendetta. Un’omertà antica, cementata con la disperazione, copre stragi che scavano abissi di orgogliosa diffidenza. Sono quindici anni che eserciti di profughi, sui due versanti del Caucaso, vagano e si ammazzano per riconquistare le piccole patrie rubate dall’Urss. Ossetini del Nord contro ingusci. Ossetini del Sud contro georgiani. Ceceni contro megreli. Cabardini contro adighezi. Abkhazi contro svaneti e imereti. Le deportazioni staliniane non tolleravano il lusso dell’identità. Il fallimento del comunismo ha soffocato in fretta l’ebbra anarchia della libertà. L’eredità sovietica, ai confini dell’impero, si rivela un sorprendente giacimento di odio. Due guerre in Cecenia. L’estensione del terrorismo wahabita in Daghestan. La discesa dei guerriglieri di Grozny nella valle georgiana del Pankisi. Le rivoluzioni russofobe in Asia centrale, sul mar Nero e fino al Dniepr, in Ucraina. Il vento del rancore, seminato da Mosca con chirurgica attenzione, spazza ora territori sempre più vasti. Carovane di fuggitivi, in cui gli aggressori si confondono con la resistenza, occupano lo spazio abbandonato da altri deportati. È in questo inferno ignorato che, nel Caucaso, nomadi profughi-guerrieri si contendono oggi l’ultimo Muro. Nel 1989 non è crollato: invisibile, divide le steppe dell’Asia dalle pianure dell’Europa, l’irrazionale nostalgia dei bolscevichi Il georgiano Zurab aspetta in piedi in mezzo ai cibi di un banchetto che non può toccare e che andrà sprecato Così i soldati filorussi umiliano il “nemico” dall’illogica speranza di ridursi ad un protettorato occidentale. Lo scontro tra Georgia e Russia ricorda così la stanchezza che custodisce un cancro ormai diffuso. Nelle autoproclamate repubbliche indipendenti di Abkhazia e Ossezia del Sud, svuotate dai georgiani e stipate di russi, si insiste nel minacciare un conflitto. Una scintilla, anche casuale, o una bugia rapidamente diffusa, come il guizzo di una stella cadente, e la notte si illuminerà dei nuovi razzi di Tbilisi. Spietati combattimenti taciuti, in realtà, sono però tornati a infuriare da mesi. Badri Mtskeradze indossa la mimetica dal 1992. Per vendicare lo stupro della moglie ha decapitato famiglie di abkhazi. Per non morire di fame annega ora i fratelli georgiani che guadano il fiume Okun. Da quindici anni non veglia nello stesso giaciglio per più di due settimane. Non crede in nulla. Potrebbe essere un ragazzo, invece è consumato come un sogno. Come lui, lungo i sentieri segreti che scavano gallerie nella neve dei passi, i profughi armati del Caucaso sciamano a migliaia. Arsenali di contrabbando, droga, botti di petrolio, alcol: interi villaggi, in marcia dal giorno in cui Mosca annunciò l’esplosione dell’impero di Lenin, cercano ancora una terra dove non sentirsi respinti. Sono le schegge secche del rogo. Bambini e vecchi possono indifferentemente inneggiare all’autodeterminazione nell’abbraccio russo, o al riassorbimento patriottico nell’orbita americana. Si fidano solo dei dollari, da bruciare in vodka, o del proprio rancore. Il nuovo potere di Tbilisi galleggia sull’esaltazione popolare per la riunificazione nazionale. Il presidente Saakashvili, riconquistata l’Adzharia, punta ora contro Sukhumi e Tskhinvali. Le prove di attacco, nel luglio scorso e nel 2004, si sono infrante contro la crudeltà dei mercenari russi e l’orgoglio disperato dei clan locali. L’imprevedibilità presidenziale, il suo volubile opportunismo riformatore, in ogni istante possono tradursi nell’assalto. Oppure mai. Così i miserabili popoli del ricchissimo Caucaso, sfruttati dagli zar, sterminati dai segretari del Pcus, usati dalla riciclata nomenklatura dell’autoritarismo capitalista, muoiono sospesi tra un’ex spia del Kgb e un ex informatore della Cia. Nelle trincee abkhaze del gorgo di Kodori, o sepolti nelle postazioni ossetine all’uscita del tunnel di Roki, esuli ceceni e cosacchi giurano di sgozzare per ricostruire la potenza sovietica dissolta nel 1991. I soldati georgiani fingono di difendere i connazionali abbandonati nelle enclave separatiste. Sparano invece perché solo esibendo una patria unita, i leader della Transcaucasia sederanno ai tavoli di Washington e Bruxelles, o potranno invocare la protezione della Nato. Un braccio di ferro tra élite, sulla pelle degli sconfitti del socialismo reale. Vladimir Putin alimenta l’autodeterminazione di Abkhazia e Ossezia del Sud, distruggendo l’economia georgiana, per preparare un cambio di regime a Tbilisi entro le elezioni del 2008 e l’espulsione degli Usa dalla regione. Cinismo brutale, imperialismo modello ucraino: Saakashvili come Yushenko, demolito lentamente dai servizi segreti dell’Fsb, pronto ad essere sostituito con un proconsole del Cremlino, ricattabile e anti-occidentale come Yanukovich. Gli oligarchi di Tbilisi, che da sempre si arricchiscono a Mosca, non escludono più che l’eroe della «rivoluzione delle rose» possa fare la fine di Shevardnadze, fuggito dal parlamento tre anni fa. Mikhail Saakashvili vagheggia invece prossimi brindisi nelle regioni ribelli. Succhia a Bush i dollari per finanziare la più impressionante corsa agli armamenti tra Caspio e Mediterraneo. Promette che le due basi militari russe saranno sostituite da quelle americane. Baratta la fedeltà all’Alleanza atlantica e l’avvicinamento al mercato Ue, con il flusso di gas e petrolio in arrivo da Kazakhistan e Azerbaigian. L’infezione postsovietica che scardina oggi la cerniera caucasica, estendendosi dalla catena del Tien Shan asiatico ai Balcani, fa esplodere la febbre della seconda Guerra Fredda. Indipendentismo e nazionalismo, con il tramonto delle ideologie, sono i marchi regionali del conflitto globale tra Oriente e Occidente. Per questo, assieme agli “aul”, qui si devastano moschee, chiese, sinagoghe e i templi della Calmucchia. I reduci dell’Urss, tra Russia e Georgia, si scoprono musulmani, cristiano-ortodossi, ebrei, buddisti e pagani: ma non possiedono che un fucile per sterminarsi. Per raggiungere il centro di Tbilisi dall’aeroporto si percorre Bush Avenue. Il palazzo presidenziale di Kokoiti, sistemato in un’ex scuola a Tskhinvali, affaccia su Uliza Stalin. Le macerie dell’autoproclamato governo di Bagapsh, a Sukhumi, crollano su Plochad Krusciov. Dimensioni incompatibili. Saakashvili si aggrappa agli Usa per affrancarsi dall’influenza russa. Abkhazi e sud-ossetini invocano il riconoscimento del Cremlino per sperare in una riedizione del passato sovietico. In realtà nessuno sogna l’America, o la Federazione russa. Sono l’odio etnico-religioso, la pretesa del benessere negato, a sollevare gli “orfani” del Caucaso, ormai pronti al massacro per i pascoli inselvatichiti del vicino. Per anni si è seminato livore: adesso basta un sequestro non ordinato dagli anziani, o l’abbattimento dell’elicottero sbagliato, per rendere la violenza incontrollabile. Nelle foreste già bianche, tra Karacaevo-Circassia e Abkhazia, i deportati georgiani vengono scaricati a camion. In tre settimane, tra Mosca e San Pietroburgo, la polizia russa ne ha arrestati per strada oltre tremila. Muratori, proprietari di alberghi e casinò, fruttivendoli, campioni sportivi, commercianti di vino e acqua Borjomi, donne e bambini. Rinchiusi in celle sovraffollate, a digiuno per giorni, divisi, vengono infine venduti tra gli agenti di frontiera. Buttati in pasto al nemico. Cento dollari per abbreviare la prigionia, altri cento per poter lasciare la Russia, ancora cento per fuggire dalle persecuzioni di megreli, svaneti, cabardini e ceceni penetrati in Abkhazia. Gli ospedali russi rifiutano di ricoverare georgiani. Due vecchi, in attesa della deportazione, sono morti nei campi di prigionia. Una coppia, per sfuggire ai carcerieri, ha accettato di intestare loro la casa. Le piste fangose che dalle gole del Kodori si buttano nel mare di Aphon, o i sentieri che scendono dai ghiacciai ossetini del Kazbek, sono invase di immigrati georgiani espulsi dalla Russia. Si nascondono tra le rovine dei palazzoni sovietici bombardati dodici anni fa. Danno la caccia a scheletriche vitelle tra montagne di cemento marcito. Rubano aranci e si nascondono nelle torri di sassi che proteggevano, come fortezze, le fattorie perdute dei padri. Un esodo tragico, tra caschi blu russi, osservatori Osce, improvvisati eserciti di volontari e riservisti georgiani, abkhazi e ossetini. Una precipitosa fuga nel proprio passato, nella speranza di raggiungere i parenti a Zugdidi e Kutaisi, o a Kareli e Kaspi, ormai esplosivi accampamenti dei deportati in Georgia. I blocchi economici incrociati tra Mosca e Tbilisi accumulano nel Caucaso invalicabili confini di immondizia sovietica. Ossezia del Sud e Abkhazia sono devastate dall’accerchiamento georgiano. Tskhinvali e Repubblica Nazionale DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 PROFUGHI E MACERIE Da sinistra, profughi a Sukhumi, in Abkhazia (regione autonoma all’interno della Georgia); soldati georgiani con una donna anziana a Sukhumi; qui sotto, ancora un gruppo di profughi. Nella foto grande, una donna tra le macerie a Beslan in Ossezia dove il 9 settembre 2004 morirono, dopo un assalto di terroristi che presero in ostaggio la scuola elementare, 363 persone, in gran parte bambini LE OTTO REPUBBLICHE REGIONI E DISTRETTO Sono Adighezia, Karcaevo-Circassia, Cabardino-Balcaria, Ossezia del Nord, Inguscezia, Cecenia, Daghestan, Calmucchia Si tratta delle Regioni di Krasnodar e Stavropol, per un totale di 7,6 milioni di abitanti, e del Distretto di Rostov, 4,5 milioni di abitanti Sukhumi, a parte qualche pennellata di vernice, ricordano Grozny. Capitali distrutte, che a ogni alba rivelano i crolli di decennali bombardamenti. I sedicenti presidenti, Kokoiti e Bagapsh, rispondono alle domande leggendo in russo fotocopie faxate dal Cremlino. Isolati dalla comunità internazionale, assicurano che le loro repubbliche somiglieranno presto «alla Finlandia, o alle isole Marshall». Tra due settimane, in Ossezia del Sud, sono fissate «elezioni presidenziali» e referendum per l’indipendenza. La richiesta di fusione con l’Ossezia del Nord, all’interno della Federazione russa, potrebbe accendere la miccia del nazionalismo georgiano. Anche la fragile democrazia di Tbilisi lotta però per resistere alle sanzioni imposte dalla Russia. Esportazioni bloccate, rimesse degli emigrati trattenute nelle banche di Mosca, frontiere sbarrate, navi, aerei e treni fermi, uomini d’affari cacciati, investitori stranieri in fuga. Saakashvili, con i dollari della Banca mondiale per lo sviluppo, compra cantine di vino invenduto. L’inverno è alle porte. Un’altra sospensione delle forniture di gas ed elettricità, che in gennaio ha mietuto centinaia di vite, rigetterebbe il Paese nel caos degli anni Novanta. Il generale Magomedov, comandante sul fronte abkhazo, ammette che il «governo georgiano in esilio», militarmente insediato a luglio nel Kodori, non reggerebbe una ritirata da Tskhinvali. La più creativa mossa diplomatica di Saakashvili, prevedono gli ufficiali del generale russo Kulakhmetov, si trasformerà nella sua tomba politica. Nel dramma di questa ignorata guerra di tutti contro tutti, il Caucaso sprofonda nei conti in sospeso con l’implosione dell’Urss. La Russia vuole riconquistarlo per risentirsi se stessa. Europa e Stati Uniti sono decisi a metterci piede per controllare i giacimenti energetici dell’Asia centrale e la spinta islamica che preme da Iran e Afghanistan. Così, invece di ricostruire scuole, ospedali e fabbriche, si armano caserme e si spargono migliaia di corrottissimi posti di blocco. La disoccupazione reale supera l’ottanta per cento. Carri e zappe, in coltivazioni primitive che somigliano agli orti contaminati di Chernobyl, sostituiscono trattori e trebbiatrici. Una folle marcia indietro, nutrita dal razzismo russo senza freni, torna a squassare ciò che qui resta del Novecento: il peggio dell’Unione Sovietica. In un’assolata “apazka” dell’Abkhazia, affacciata sulle coste turche, due uomini mangiano storione sott’aceto, fagioli freddi con le noci e caprini stagionati nelle foglie di menta. La trattoria è deserta. Galleggia tra la spuma bianca del mar Nero e le verdissime foreste subtropicali. Uno è georgiano, l’altro ossetino. Sono cugini. Si dichiarano assassini dei rispettivi fratelli. Dicono di odiarsi, di essere morti con le loro certezze. Sono figli del Pcus. Si chiedono quando inizierà l’ultima guerra. Appoggiano i fucili sulla panca. Si alzano e iniziano a ballare una frenetica “lesghinka”. Soli, esibiscono braccia e gambe da soldati. Si sfiorano, disperati. Poi, senza più una parola, spariscono in opposti sentieri. Un’assolata trattoria sul Mar Nero, i fucili sulle panche, un georgiano e un ossetino bevono insieme. Sono cugini, FOTO GETTY IMAGES dicono di odiarsi, di essere morti dentro Repubblica Nazionale 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 l’inchiesta Anche un libro Einaudi ne celebra il “cuore nero” ma gli autori - Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi raccontano qui sotto una storia diversa: quella di un folklore made in Italy, che oggi torna a casa Zucche, ossa, fantasmi la festa horror è nata qui ERALDO BALDINI E GIUSEPPE BELLOSI innegabile che la festa di Halloween stia sempre più prendendo piede anche in Italia, tanto da proporsi oggi, soprattutto per le nuove generazioni, come uno degli appuntamenti più attesi dell’anno. Bambini mascherati che girano per le case a gridare «dolcetto o scherzetto?», feste nei locali pubblici e nei centri piccoli e grandi, zucche intagliate: tutti gli elementi di questa celebrazione ci sono sempre più familiari e stanno, per molti, diventando irrinunciabili. Ciò non manca di suscitare un dibattito che vede da una parte i favorevoli, dall’altra coloro che storcono il naso davanti a una festa ritenuta “importata”, estranea alle nostre tradizioni, quindi da noi fuori luogo, frutto di imitazione e foriera esclusivamente di consumismo. Ora, se è vero che il boom odierno è senza dubbio dovuto a suggestioni cinematografiche, televisive e letterarie provenienti da oltreoceano, oltre che a sapienti campagne pubblicitarie, è altrettanto vero (e non a tutti noto) che nel folklore delle regioni italiane, nei giorni che vanno dalla vigilia di Ognissanti, cioè dal 31 ottobre, al giorno di San Martino, 11 novembre, legati in un continuum celebrativo dalla commemorazione dei morti al momento della fine dell’annata agraria, sono da tempo immemorabile presenti, o lo erano fino a pochi decenni fa, tutti gli elementi costitutivi della festa. E questo da ben prima che la Chiesa, nel medioevo, cristianizzasse tali arcaiche ricorrenze manistiche dedicando il 1° novembre a Tutti i Santi e, più tardi, il 2 novembre ai Morti. Dalle Alpi alla Sicilia, pur se con diversa intensità da un’area all’altra, troviamo (o perlomeno trovavamo) in abbondanza, in quelle date, riti di accoglienza per i defunti, questue di bambini o di poveri nelle case, dolci tradizionali dal nome macabro (come ad esempio ossa di morto), zucche intagliate, cene e libagioni, pratiche divinatorie, racconti terrificanti. Questo a dimostrazione del fatto che il bagaglio tradizionale della festa ha non solo, come è ovvio, derivazione europea, È ma anche una larghissima diffusione, che supera (e molto probabilmente precede) i confini della cultura celtica, a cui è normalmente attribuito. Ma vediamo nel dettaglio alcuni degli elementi concettuali e formali della celebrazione. Innanzitutto quelli denotanti che tale momento del calendario era stato, in qualche epoca o in particolari zone, un vero e proprio capodanno, e ovunque e sempre un importantissimo spartiacque stagionale e agrario. Ce lo dimostrano vari usi civili e giuridici tradizionali come la scadenza dei fitti e dei contratti colonici; e poi l’uso delle strenne, delle divinazioni, e soprattutto la credenza in un corale “ritorno dei morti”. A questa sono legate le forme celebrative più note ed evidenti. Se in occasione di Halloween i bambini girano per le case a chiedere dolci, mascherati in modo orrifico per impersonare le creature dell’aldilà, un tempo in molte regioni italiane in quei giorni, ugualmente, bambini, o poveri, simbolicamente “vicari” dei morti stessi, questuavano, e qualche volta lo facevano mascherati, in una chiara rappresentazione dei defunti; in Valle Aurina (Trentino-Alto Adige), solo per fare un esempio, si travestivano da “spiriti”. Anche senza travestimento, comunque, conducevano la questua esplicitando di farlo in nome dei morti. Erano largamente praticate anche forme di questua passiva tramite offerte di cibi, di pranzi, di regali; ad esempio in Sicilia e altrove (zone della Puglia, ecc.) erano proprio i Morti nella notte tra 1 e 2 novembre a portare i doni ai più piccoli, e non, co- FOTO ENZO SELLERIO Riti collettivi Halloween sta per irrompere nelle nostre città col suo carico di simboli americani e consumismo Un continuum celebrativo 31 ottobre-11 novembre, IL BALLO DELLA MORTE L’immagine grande è un’antica stampa raffigurante “Il ballo della morte”. Qui sopra, due vecchie cartoline per la festa di Halloween; quella in basso, “A Jolly Hallowe’en”, è datata intorno al 1910 dal ricordo dei morti alla fine dell’anno agrario Repubblica Nazionale LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 FOTO ENZO SELLERIO DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 FOTO CORBIS me accadeva altrove e in altra data, la Befana o Gesù Bambino. Un corredo tipico della festa odierna sono le zucche svuotate e intagliate a rappresentare un teschio. Anche questa usanza, tra Ognissanti e San Martino, era diffusa in molte località nostrane, e ben prima che fosse introdotta negli Stati Uniti dagli immigrati europei. In Lombardia tali zucche erano molto diffuse e chiamate di solito lümere. In alcune aree del Trentino-Alto Adige, nella notte dei Morti, si addobbavano i cimiteri con lumini ricavati da gusci di lumaca, mentre sulla croce al centro del camposanto si metteva una zucca intagliata illuminata dall’interno. Zucche sulle tombe sono testimoniate anche in Friuli-Venezia Giu- IL LIBRO Moda importata o una parte rimossa delle nostre radici? Un libro (“Halloween Nei giorni che i morti ritornano”, Einaudi, 372 pagine, 14 euro) dimostra come Halloween non abbia affatto un cuore americano. Scritto, a metà tra saggio e romanzo, da Eraldo Baldini, scrittore, e Giuseppe Bellosi, studioso di folklore, è un’immersione rigorosa e appassionante nello sterminato repertorio delle nostre tradizioni popolari regione per regione, alla ricerca della Halloween prima di Halloween lia. In Veneto venivano poste negli angoli dei paesi, o venivano portate in giro da bambini schiamazzanti. In Liguria è documentato il vecchio uso per cui gruppi di giovani le portavano in processione. In Emilia e in Romagna erano collocate nei crocicchi, sui muretti, tra le siepi, sui davanzali. In Abruzzo e Molise, soprattutto nella Valle Peligna, dove queste tradizioni non sono mai scomparse rimanendo qua e là vivissime, i ragazzi dipingevano scheletri e teschi sulle porte, si accendevano roghi propiziatori e difensivi nelle piazze, i bambini questuavano portando con sé zucche intagliate illuminate dall’interno. L’uso delle zucche è testimoniato poi nel folklore di zone della Puglia, dove venivano chiamate coccie priatorje (teste del purgatorio), in quello della Calabria, dove venivano portate dai bambini questuanti, in quello della Sardegna, là dove le LE FOTO A centro pagina due foto di Enzo Sellerio sulla Festa dei morti a Palermo: “Pupi di zucchero” e giochi di bambini questue infantili erano diffusissime. Nella celebrazione contemporanea, altro corollario dell’evento sono i riferimenti a un clima di paura, ovviamente stemperato nella finzione e nella fiction vera e propria. C’è dunque l’abitudine di guardare film horror, di allestire addobbi che vogliono far rabbrividire. In passato, quando era diffusissima la credenza nella possibilità che schiere di morti implacati e pericolosi potessero, in questo periodo, irrompere nella dimensione terrena, tali timori si materializzavano in tradizioni e credenze riguardanti processioni e messe dei morti, e in generale in una loro fitta e libera circolazione, nelle forme più temute e in quella, mitico-rituale, che prevedeva il ritorno degli Antenati nelle loro case e le conseguenti pratiche di accoglienza nei loro confronti. In larga parte dell’Italia si pensava che nella notte tra 1 e 2 novembre, o in quella precedente, inquietanti cortei di defunti attraversassero gli abitati: e guai ad incontrarli, per cui si rimaneva al chiuso nelle abitazioni. Ancora più diffuso era l’uso di lasciare nelle case, proprio per il ristoro e il riposo dei trapassati, cibi, bevande, il fuoco acceso e i letti puliti e rifatti: premure non sempre ritenute sufficienti a evitare la “pericolosità” e il timore insiti in tali visite. E a proposito di timori, erano diffusissimi i racconti terrificanti legati alla presenza temporanea dei defunti, così come lo erano le precauzioni al riguardo. Solo per fare un esempio: i pescatori delle coste marchigiane, toscane, abruzzesi, pugliesi, nella notte dei Morti non uscivano alla pesca, convinti che le reti si sarebbero riempite solo di ossa umane e di teschi. Oggi intorno alla questua dei bambini e al clima horror si muove un’atmosfera di festa, che si concretizza in cene con amici, in serate a tema nei locali e nelle piazze, eccetera. Anche in passato, soprattutto nel periodo di chiusura di questo periodo celebrativo, cioè nel giorno di San Martino, la “baldoria” era di rigore con tutti i suoi aspetti formali e alimentari. Per concludere, questa “nuova festa” che, fatto incredibile, è riuscita nel giro di pochi anni a conquistare il nostro Paese con una rapidità e una capacità di penetrazione impensabili, in verità di nuovo ha ben poco: anche se il suo odierno successo deriva da un punto lontano più nello spazio che nel tempo, non si può non osservare che, a conti fatti, essa finisce per essere, da noi, una ripresa di tradizioni che si erano abbandonate, dimenticate o in qualche modo snaturate. L’odierna impronta consumistica della ricorrenza nulla può togliere a questa realtà di fatto. Chi grida allo scandalo, asserendo che la celebrazione di Halloween nulla avrebbe a che fare con le nostre tradizioni, non è dunque nel giusto. Perché, come abbiamo visto, per forme e significati essa in realtà è unita da fili robustissimi al nostro passato e pure a un contesto folklorico del presente (in alcune zone d’Italia le ritualità a cui facciamo riferimento non si sono mai interrotte). Vorremmo poi mettere l’accento su una cosa: oggi i bambini e i giovanissimi del nostro Paese si sono entusiasticamente appropriati (o meglio riappropriati) di tale festa, e in questo modo sono tornati ad essere protagonisti di una celebrazione folklorico-rituale dopo che, per vari motivi, non avevano quasi più l’abitudine e la possibilità di essere al centro delle questue della mattina di Capodanno, del clima magico dell’Epifania, di forme vive e sentite del Carnevale. Semmai, sarebbe bello e utile aggiungere al loro entusiasmo e al loro divertimento anche una maggiore consapevolezza rispetto a ciò che stanno facendo e rappresentando. Repubblica Nazionale 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 I luoghi Monumenti simbolo Nel 1900, undici anni dopo aver costruito il suo capolavoro, Gustave Eiffel stampò un portfolio con tutti i disegni del progetto: un puzzle di travi, bulloni, pulegge, servomeccanismi che doveva dare dignità d’arte a quel contestato “traliccio intorno al nulla” Ora Taschen pubblica integralmente quello straordinario reperto In quella torre d’aria gli ingranaggi del Novecento PINO CORRIAS L’ onore della nazione, i calcoli renali di Napoleone III e l’impero della Francia andarono in pezzi a Sedan. Per rimetterli insieme, una manciata di anni più tardi, nel cuore del cuore di Parigi, l’ingegner Gustave Eiffel impiegò due milioni e mezzo di bulloni, diecimila tonnellate di ferro e l’invenzione di una verticale d’aria che sale dritta come l’aerostato di Montgolfier, ma è molto più solida. Così davanti alla lucentezza impressionista della Senna, con quattro piloni a semiarco, Eiffel ancorò il passato alla spianata del presente — velocità a petrolio, centenario della Rivoluzione, Esposizione universale — per scalare la nuova idea della Francia, il nuovo secolo, e tutti gli ingranaggi del futuro. Il cielo allora si impigliò proprio in cima alla Tour appena battezzata Eiffel, a 324 metri d’altezza, dove certi parigini dicevano che l’aria fosse così buona da guarire il morbillo. E cominciò quella strana primavera di «evanescenze bianche e azzurre» che avrebbe incantato Marcel Proust e le ballerine di cancan, le mademoiselles in carne rosa di Renoir e i bevitori di assenzio, ricolorando l’intera Europa di luce elettrica e di Belle Epoque. Prima del massacro. La Tour venne su in due anni, due mesi e cinque giorni. Nulla in confronto a Notre Dame che impiegò due secoli a risalire il cielo, ma sempre piegandosi in preghiera. La nuova torre di Parigi, che surclasserà la cattedrale, sale e basta. È fatta per gli uomini e le donne, i cittadini della Terza Repubblica e del secolo Ventesimo. Anche se al primo sguardo del primo giorno, 31 marzo 1889, i cittadini del Diciannovesimo ancora non sanno che farsene di tanta ingegneria celibe. Sembra un’impalcatura sbagliata, intorno al nulla. Addirittura un brutto lampadario che prima o poi andrà smontato, sebbene da subito ci sia la fila per salire con gli ascensori in cima al nuovo mondo. O almeno al ristorante del primo piano, dove ogni giorno si siede pure Guy De Maupassant che detesta la Torre e spiegherà: «Niente di strano. Ci vado perché è l’unico posto dal quale non si vede». Ma i militari, che nel frattempo guariscono le ferite di Sedan inghiottendo colonie d’oltremare, Tahiti e l’Africa, scoprono che la sua altezza è un’ottima antenna per le radiotrasmissioni appena inventate da Guglielmo Marconi. Perciò evviva, addio demolizione. Così il cielo si abitua. E la città si specchia nel suo riassunto e nel suo primato. Più alta di tutte le piramidi, ziqqurat, moschee, pagode, cattedrali. Più solida di tutte le pietre delle nuove officine meccaniche Schneider e delle ciminiere di Saint-Denis. Colpo d’occhio ai bordi del quale sgocciola tutta intera la città del suffragio universale e della libertà di stampa, dove si intrecciano i boulevard allargati dal prefetto Hausmann e i suoi nuovi canteri. Parigi respira aria Eiffel. E respirando spiana il Campo di Marte. Sistema gli Champs-Elysées. Termina l’Opéra. Pigalle e Montmartre si riempiono di caffè e di rossetto. Il Quartiere latino di artisti, musica e perdizione. Carl Zidler inaugura il Moulin Rouge. ToulouseLautrec sogna la Duse. Monet dipinge fiori selvaggi per il salotto borghese. Cézanne trasforma il nudo in una mela. Jules Verne riempie di immagina- DISEGNI ORIGINALI Le immagini di queste pagine sono tratte da “La Tour de trois cent mètres” di Gustave Eiffel Sono i disegni dell’ossatura metallica dall’arco di sostegno del primo piano alla cima della torre Guy De Maupassant la detestava ma ci pranzava sempre: “È il solo posto da cui non si vede” zione le librerie di Saint-Germain: spedisce i francesi a civilizzare isole misteriose, a navigare il cielo delle mongolfiere, a fronteggiare l’ignoto a ventimila leghe di profondità, un bel po’ in anticipo sul dottor Freud. La Tour Eiffel, dipinta per la prima volta da Seurat, diventa il simbolo di tutto quello che abita l’effervescenza di Parigi, compresa la prima linea del metrò, Porte Maillot-Nation, il cinema dei Lumière, le coppe di champagne nei romanzi di Huysmans, l’oppio di Baudelaire, i seni di Musette, l’instabilità delle biciclette e degli amori con le ballerine delle Folies Bergère. Lei, la torre, è la prima cartolina e l’ultimo sguardo. L’inchino che accoglie, il ricordo che seguirà. Come dall’altra parte dell’A- tlantico sta avvenendo coi grattacieli, prima Chicago con i suoi dieci piani dell’Home Insurance, poi con lo scoglio di Manhattan che proprio l’ingegner Eiffel ha inaugurato, assemblando l’acciaio che tiene in piedi la Statua e le promesse della Libertà. A New York lo spazio diventa denaro. E l’altezza potere. Nessun’altra struttura, scriverà l’architetto Norman Foster «ha tanta capacità di trasformarsi in un’icona». Di moltiplicare la base della vita quotidiana per lo stupore dell’altezza. Essere la prova che si è toccato il cielo. O la promessa che lo si farà: l’Empire State Building raggiunge la Tour Eiffel e poi la surclassa con i suoi 381 metri, due anni dopo che la Grande Crisi del 1929 ha spianato molti cuori d’America, ma non i muscoli e la schiena. Il secolo Ventesimo, con i suoi 183 milioni di morti e il declino dell’Europa, le girerà intorno senza invecchiarla. Dalle trincee insanguinate sulla Marna fino ai carri armati della Wehrmacht schierati al Trocadéro, davanti ai suoi quattro piloni a semi-arco, con Hitler che chiede di salirle in cima, ma gli operai francesi hanno sabotato gli ascensori per impedire la profanazione: toccherebbe scalare i suoi 1.665 scalini, piegarsi alla fatica, quasi un’umiliazio- Repubblica Nazionale DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 LE TAPPE LA GIOVENTÙ LE PRIME OPERE IL SUCCESSO I MONUMENTI GLI ULTIMI ANNI Gustave Eiffel nasce nel 1832 a Digione da una famiglia agiata Nel 1855 si diploma in chimica presso l’Ecole Centrale di Parigi e trova lavoro presso Charles Nepveu, esperto nella costruzione di strutture in ferro Il primo importante incarico è del 1858: dirige la costruzione del ponte ferroviario di Bordeaux. Il talento dimostrato gli vale i progetti di diversi altri ponti e la nomina a direttore di cantieri ferroviari La fama internazionale arriva nel 1876 con le avveniristiche strutture metalliche del Ponte Maria Pia a Oporto. Il successo si tramuterà in trionfo nel 1884 con il viadotto di Garabait, all’epoca opera visionaria Dopo la fortunata e geniale invenzione dei ponti modulari, montabili a pezzi ed esportabili, Eiffel realizza nel 1886 l’ossatura interna della Statua della Libertà Tre anni dopo, costruirà invece la torre che porta il suo nome Dal 1887 al 1893 Eiffel si lancia nello sfortunato progetto, finito con un fallimento societario, delle chiuse del canale di Panama. Si dedica dopo il 1900 a studi di aerodinamica Muore a Parigi nel 1923 Tremila disegni per dire “Se funziona, è bello” AMBRA SOMASCHINI milza, anoressica, volgare, mostruosa, disonore di Parigi. Tour Eiffel, 1889. Attaccata, criticata, rifiutata, gli intellettuali divisi tra puristi e modernisti, tra arte e ingegneria, estetica e tecnologia. Guy De Maupassant: «Ha una forma ridicola, è una scala a pioli troppo magra, assomiglia a un comignolo di campagna». Ma buca il cielo, è snella, sottile, leggera, di notte scintilla come la luna. «Custode delle nuvole», scrive Guillaume Apollinaire. Roland Barthes ne esalterà la «funzione onirica». «Prima o poi saranno tutti costretti ad amarla», prevede Gustave Eiffel, il progettista. Undici anni dopo mette insieme pensieri, calcoli, disegni, foto, appunti, racconta in un libro come l’ha progettata. Non vende nemmeno una copia, le regala agli amici. La casa editrice Taschen si è accaparrata l’edizione da un antiquario parigino, ha ingrandito le tavole, e pubblica a giorni in contemporanea in Europa e in Giappone La tour de 300 mètres di Bertrand Lamoine, riproduzione del portfolio realizzato nel 1900, libro-oggetto extralarge che sta in piedi da solo e racconta la storia della torre più contestata del mondo. Architetti da una parte, ingegneri dall’altra. «Una ristretta minoranza di architetti ottocenteschi si accorse che gli ingegneri rappresentavano una provvidenziale via di salvezza, possedevano qualcosa che agli architetti mancava: le certezze — scrive Alain de Botton in Architettura e felicità, appena pubblicato da Guanda — Gli ingegneri dichiaravano che una struttura era corretta e onesta nella misura in cui svolgeva in modo efficace le sue funzioni meccaniche». «Siamo ingegneri — sosteneva Eiffel — ma non pensate che nelle nostre costruzioni cerchiamo il solido e il durevole senza sforzarci di essere eleganti». Architettura, estetica, in- IL LIBRO gegneria, tecnologia. Di- “La Tour de trois cents mètres” battito attuale. Sono stati di Gustave Eiffel contestati il Beaubourg, la ( Taschen, 160 pagine Piramide del Louvre, ven- in grande formato, 99,99 euro ) gono contestati gli edifici destrutturati di Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Rem Koolhaas, Zaha Hadid. Eiffel aveva ragione? Se lo chiede David Harvie nella nuova biografia Eiffel: the genius who reinvented himself (Sutton Publishing). «Per questo abbiamo lavorato sui 3.500 disegni preparatori per la costruzione della torre — osserva Petra Lamers-Schuetze, editore Taschen — perché il link tra bellezza e tecnologia caratterizza il nostro presente e il nostro futuro». Gustave Eiffel, fine Ottocento, l’invenzione della modernità. Sono sue le strutture di connessione fra l’ossatura e il rivestimento della Statua della Libertà, sono suoi ponti e viadotti in Europa, Africa, Estremo Oriente. È sua la vittoria nel bando lanciato nell’83: la torre con l’antenna misura 324 metri, pesa diecimila tonnellate, poggia su quattro piloni di sostegno, la legano sedicimila travi d’acciaio con una pressione sul terreno minima, lieve, leggera, quattro chili per centimetro quadrato, inferiore a quella di un uomo seduto su una sedia. Popolarità immediata, skyline da cartolina, da quadro. La dipingono il doganiere Rousseau, George Seurat, Robert Delaunay; Louis Aragon la immagina come una donna gigantesca; la cantano, struggenti, Edith Piaf e Josephine Baker. Ingegneria declinata in estetica. «C’è nel colossale un’attrazione, un incanto — profetizzava Eiffel — Non lo possiamo spiegare con le teorie dell’arte». S ne. Niente da fare. E poi gli americani, De Gaulle, la pace, il Moët & Chandon ghiacciato, gli ascensori di nuovo in moto. Il mondo di nuovo in moto. Stavolta per turismo, in torpedone e polaroid. Fino all’apoteosi del Capodanno d’artificio, anno 2000, con esplosione di luci stroboscopiche. Ventimila lampade per rivestirla in perpetuo. E duecento milioni di turisti, per moltiplicare la sua fama, il suo primato. Scrive Marc Augé, teorico dei “non luoghi”, che «sempre più il mondo si va organizzando per essere visto, fotografato, filmato, proiettato su uno schermo». E alla fine infila- Gli operai francesi impedirono a Hitler di salire in cima sabotando tutti gli ascensori to nell’occhio digitale dei cellulari e della Rete. Condiviso dalle moltitudini low cost. Trasformato in memoria. La Tour Eiffel è l’essenza di quella memoria, il suo simbolo. A differenza dei grattacieli di Philip Johnson, dei ponti di Calatrava, dei musei di Frank Gehry che contengono altri pezzi di mondo, altre funzioni, altri significati, la Tour è solo ciò che si vede: vernice “bruno Eiffel”, diciottomila incroci di ferro e aria. Eppure è anche tutt’altro: appuntamenti d’amore, film, quadri con pioggia, racconti. Cioè bellezza suprema, paesaggio, nostalgia, per via dei sorrisi in foto dei nostri figli. E dei tramonti. Repubblica Nazionale 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 È il re della “graphic novel” e per premiare il suo “Maus” è stato addirittura creato un nuovo “Pulitzer”. Ora Art Spiegelman sta preparando una nuova edizione del suo primo libro, “Breakdowns”, con una introduzione a fumetti di cui in queste pagine pubblichiamo in esclusiva europea le prime cinque tavole. Disegni e testi molto autobiografici e molto legati alla saga narrata nel suo capolavoro: “Per quanto io corra - dice infatti l’autore nel racconto a fumetti e nell’intervista che ci ha concesso - non riesco a liberarmi dall’ombra di quel topo” © art spiegelman, 2006 Realizzato in collaborazione con Coconino Press Traduzione: Isabella Zani Adattamento e lettering: RECREO, Bologna Spiegelman Il ritorno ANTONIO MONDA della Shoah a fumetti (segue dalla copertina) L ei ritiene di far parte di qualcosa di originale e moderno, odi una tradizione antica? «Mi auguro di rappresentare entrambi gli aspetti, ma ho provato una grande emozione quando mi sono reso conto che il mio lavoro seguiva lo stesso codice espressivo di forme in apparenza diversissime come le vetrate della cattedrali o i bassorilievi. Non si tratta anche in quei casi di racconti istoriati e risolti figurativamente?». Le tavole di questo nuovo «work in progress» fanno continuo riferimento a Maus. «Per me si tratta di qualcosa di inevitabile. In uno dei disegni arrivo a dire: “Per quanto io corra non riesco a liberarmi dall’ombra di quel topo”. Questo è vero per due motivi: Maus è stato il mio modo di raccontare le vicende dei miei genitori, reduci dall’Olocausto; quindi qualcosa che ha formato imprescindibilmente non solo quello che sono ma anche il modo in cui mi esprimo artisticamente; nel momento in cui l’ho realizzato mi trovavo all’interno della parte più buia di quell’ombra. Ma c’è anche un dato legato alla mia carriera: Maus è il mio lavoro più celebre, e ancora oggi il novanta per cento degli intervistatori mi chiedono di parlarne». Le nuove tavole citano un regista di avanguardia come Ken Jacobs. «Ho voluto rendergli omaggio, e ringraziarlo per avermi detto: “Smettila di essere uno snob e pensa ai dipinti come a degli enormi fumetti”. Devo moltissimo al suo lavoro e ai suoi suggerimenti, che arrivarono in un momento estremamente difficile: ero stato ricoverato in ospedale per un terribile esaurimento nervoso e ero in una crisi nera rispetto al mio lavoro. È stato lui a farmi appassionare alla cosiddetta “low culture” e ad un modo di esprimermi non strettamente narrativo: mi ha letteralmente aperto gli occhi». Quali sono i limiti e le potenzialità di una graphic novel rispetto a un romanzo? «Se ci riferiamo alla capacità di conquistare l’emozione di un vasto pubblico, solo ora cominciamo a vedere le potenzialità, ma credo che sia più interessante riflettere sui limiti e le potenzialità del mezzo espressivo. Io ritengo che i romanzi grafici possano avere la stessa complessità e la forza dei romanzi che utilizzano unicamente le parole. Per quanto mi riguarda ho cer- “Ho cercato fin da ‘Breakdowns’, che ho realizzato negli anni Settanta, di destrutturare il fumetto tradizionale per poi ricomporlo sulla base delle mie esigenze” L’iniziativa di Repubblica Da sabato 4 novembre in edicola con Repubblica e L’Espresso il primo volume della collana Graphic Novel sarà Maus, il capolavoro di Art Spiegelman (9,90 euro più il prezzo del quotidiano o del settimanale). Il volume resterà in edicola una settimana. Maus racconta a fumetti una storia dell’Olocausto in cui i nazisti sono i gatti e gli ebrei i topi. Un’idea che Spiegelman rielabora ancora oggi. L’autore ha in corso infatti due progetti: il primo è MetaMaus, sul making di Maus. Il secondo è la ripubblicazione di Breakdowns, il suo primo libro del ‘77, per il quale sta preparando un’introduzione a fumetti sul passaggio dalle prime sperimentazioni a Maus. Negli Usa sta uscendo sulla rivista The Virginia Quarterly Review. Ne pubblichiamo le prime 5 tavole in queste pagine, in collaborazione con Coconino Press. Le prossime uscite della collana saranno dall’11 novembre: Craig Thompson, Mazzucchelli, Joe Sacco, Igort, Gipi, Lorenzo Mattotti, Baru, Floc’h-Riviere e Daniel Clowes. cato sin da Breakdowns, che ho realizzato negli anni Settanta, di studiare strutture che utilizzano ogni mezzo offerto dal linguaggio delle immagini, destrutturando la concezione tradizionale del fumetto per poi ricomporla secondo le esigenze della storia che avevo intenzione di raccontare. In Maus c’è un esempio evidente nel momento in cui i protagonisti sono deportati ad Auschwitz, e le vignette sono costruite improvvisamente in maniera verticale, per accentuare la loro discesa nel baratro. A volte mi appassiono a congelare il tempo, annullando la logica opprimente della consecutiva, mentre altre volte cerco, all’interno di un’unica immagine, di suggerire dei salti nel tempo e nello spazio. A volte invece separo le parole dalle immagini, tenendo tuttavia sempre a mente che anche i lettori dei fumetti cercano innanzitutto una storia». Perché non si è mai cimentato nel romanzo classico? «Se posso rispondere con una battuta, perché non voglio giocare a tennis senza la rete. La combinazione di due forme per me ha una grande valenza di stimolo. Non ho neanche mai avuto il desiderio di diventare un regista, ma ho sempre provato una grande invidia per chi fa del cinema per la possibilità di rimontare il materiale girato. Può sembrare paradossale, ma è molto più complicato con i fumetti, almeno per chi come me parte dandosi una struttura rigorosa, con un formato e uno stile preciso. Il lavoro che sto realizzando oggi in apparenza va in una direzione differente, ma in realtà obbedisce allo stesso tipo di rigore, ed è per questo che ha ancora una forma che esito a considerare chiusa. Anche in queste tavole ci sono molti elementi e dettagli nascosti, sui quali ragiono anche per molti mesi». Il numero del New Yorker successivo all’undici settembre pubblicò la sua copertina nera nella quale si intravedevano le torri gemelle. «Forse anche quello è stato un modo di nascondere seguendo una suggestione e prima ancora una logica. L’idea mi venne mentre camminavo sotto shock dal mio studio, che si trovava a pochi isolati da Ground zero, verso casa, e continuavo a girarmi verso il luogo dove sino a pochi minuti prima si trovavano le torri. In qualche modo quel nero rappresentava non solo il buio della tragedia, ma l’impossibilità di realizzare una copertina». “Maus ha fatto di me quel che sono. È stato il mio modo di raccontare le vicende dei miei genitori, reduci dall’Olocausto, mentre ero dentro la parte più buia di quell’ombra” Repubblica Nazionale LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 © ART SPIEGELMAN, 2006 DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 Repubblica Nazionale DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 © ART SPIEGELMAN, 2006 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA Repubblica Nazionale LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 © ART SPIEGELMAN, 2006 DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 Repubblica Nazionale DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 © ART SPIEGELMAN, 2006 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA Repubblica Nazionale LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 © ART SPIEGELMAN, 2006 DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 L’autore di “Ritornerai” è scomparso pochi giorni prima che arrivasse nelle librerie la sua autobiografia, pubblicata da un piccolo editore di Sestri Levante. L’abbiamo letta in anteprima, trovandovi un elogio del dubbio, il ricordo lancinante dell’ex compagno di banco morto suicida e una serie di giudizi taglienti sui protagonisti della canzone d’autore “Io, Tenco, Paoli e gli altri amici e nemici in musica” ‘‘ Luigi Tenco ...“O primo o ultimo”. Questo era l’aspetto del suo carattere che me lo faceva allontanare, questa la ragione profonda del suo gesto EDMONDO BERSELLI ‘‘ Vanoni e Paoli A una certa ora arrivava una rossa mozzafiato, pare si chiamasse Ornella, una della Milano-bene, passava come una regina e scivolava in camera di Gino vero, sono polemico, dispettoso, un terribile bastian contrario»: l’unico modo per un artista «invendibile» di sfuggire alle convenzioni, al conformismo, «all’omologazione». Lui, impossibile da prendere sul serio perché non si prendeva sul serio, per decenni destinato a non superare mai le diecimila copie di un disco. Si chiamava Bruno Lauzi, è morto da pochi giorni a 69 anni, è stato un sereno e consapevole testimonial della lotta contro il morbo di Parkinson: la sua «autobiografia in controcanto», che esce adesso, con una presentazione di Francesco De Nicola, da un piccolo e meritevole editore di Sestri Levante, Gammarò, si intitola Tanto domani mi sveglio, ed è un’operina di raro e incantevole spirito. Tipo curioso, Lauzi, uno che comincia la storia della sua vita scrivendo che non parlerà di donne, vicende familiari e amori, perché secondo il testamento di Cesare Pavese, «non si faranno pettegolezzi». E che dichiara fin dall’esordio che «la vita mi ha insegnato a dubitare dei miei dubbi». Dotato tuttavia di una inclinazione al particolare, all’aneddoto, e anche a individuare ciò che è sgradevole, quel grumo di dolore e di vergogna che si accompagna alle amicizie e alle consuetudini, sicché il controcanto, l’accompagnamento sullo sfondo delle voci altrui, risulta alla fine personale e tagliente, in grado di disegnare sfumature sottaciute. Figlio di Laura Nahum, che si sposò con un cattolico italiano, a Tripoli nel 1932, e confessò al piccolo Lauzi il suo segreto: «Io sono un’ebrea». Il padre, liberale puro, sobrietà e rigore, tolleranza e convinzione: tale da lasciargli un imprinting indelebile di liberalismo. Quando nel 1956 se ne vanno a Varese, i Lauzi, il giovane Bruno si mette a lavorare a un giornale, L’Alto- «È ‘‘ Sergio Endrigo Come capita spesso ai timidi, sarebbe stato lui quello demandato dal destino a dare una spallata decisiva al sistema canzonettistico lombardo, che è una fucina di liberalismo, con Piero Chiara segretario dei liberali adulti e il Lauzi junior presidente dei giovani. Ed è memorabile l’immagine dello scrittore di Luino, «cappelluccio alla Macario e bastone di Malacca col pomo d’argento», occhialini e bocca culo di gallina, nel clima da biliardi e carte del Bar Centrale. Quindici anni a Varese, una specie di interludio di cui non rimangono ricordi, anche perché «un narratore sincero non nasconde le sue amnesie» (come dice parlando di una vecchia partita della prima Sampdoria, vista con il padre). I ricordi semmai sono quelli di Genova, le amicizie, i due compagni di banco entrambi suicidi: uno era Luigi Tenco, rivale in amore di Gino Paoli per via della Sandrelli, che si vendicava diffondendo la leggenda che l’intellettuale Tenco portasse rogna, «quello fa piovere». Vivere, si convince Lauzi, «è un mestiere da cinici». Sicché risulta anche inutile andare alla ricerca di leggende, miti, filoni culturali, la canzone d’autore che si raduna sotto la Lanterna. Macché: «La cosiddetta “scuola genovese” dei cantautori non esiste né è mai esistita». Per lui, il diffidente, romantico, scettico, timido Lauzi, i veri maestri erano solo due, Giorgio Calabrese e Franco Reverberi. Già, e Paoli? «Un cane», stonato, ululante, con i suoi «motivetti sepolcrali» che allora infliggeva al pubblico, uno che ha imparato il mestiere dopo il successo. Umberto Bindi, il più musicista di tutti, altro che gay, un uomo addolorato e depresso nella sua condizione di «buliccio». Fabrizio De Andrè, a cui Lauzi non perdona la retorica suicidiaria di Preghiera in gennaio, e nemmeno l’anarchismo omertoso del Pescatore. Si salvano in pochi, nella galleria di Lauzi. Non appena sbarca a Milano, e dopo il Cab 64 entra nel giro del Derby, con Felice Andreasi e Cochi e Renato, lo spirito bohémien non gli impedisce di rilevare gli egoismi, le malizie, le furberie dei suoi compagni: Giorgio Gaber che si appropria di Ciao ti dirò, Enzo Jan- “Terribile bastian contrario”, autore talentuoso e misconosciuto, pronto a buttarsi via con artistica irresponsabilità, destinato per anni a non superare mai le diecimila copie di un disco ‘‘ Mia Martini La prova vivente che Mia non portava rogna siamo tutti noi che la sua voce ha arricchito con i diritti d’autore Eppure... ‘‘ Fabrizio De André Anarchia non ha mai voluto dire licenza. Già, ma chi lo spiega ai ragazzi che adorano Faber acriticamente? Gli insegnanti? ‘‘ Eros Ramazzotti Si narra che gli abbiano chiesto che ne pensasse di Herman Hesse Lui, preso in contropiede, chiese: “Ma chi ha da esse ’sto Er Manesse?” Repubblica Nazionale LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 FOTO OLYCOM DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 IL LIBRO Bruno Lauzi non ha fatto in tempo a vedere pubblicata la sua autobiografia, che esce nelle librerie questa settimana per i tipi dell’editore Gammarò: “Tanto domani mi sveglio. Autobiografia in controcanto” (Presentazione di Francesco De Nicola, 150 pagine, 14 euro). Da queste memorie, ricchissime di aneddoti e arguzie, sono però rigorosamente escluse notizie sui familiari e sugli amori dell’autore La dedica, alla quale Lauzi teneva enormemente, è al figlio Maurizio ‘‘ Patty Pravo Quando una si rifiuta di lavorare con te perché “l’oroscopo è infausto”, ammetterete che una bella pedata nel culo è quello che ci vuole! nacci che gioca acrobaticamente sul filo della sua psiche: perché è una costante empirica che le «varie dimenticanze» di Jannacci, che lasciano opportuni vuoti «per presunta dissociazione mentale», giochino immancabilmente a suo favore. Perché «fra il Sublime e il Ridicolo» c’è lo spazio di un capello, e Jannacci lo ha attraversato (d’altronde, anche le divine, Mina e Ornella Vanoni, per l’occhio smagato di Lauzi sono diventate stanche imitazioni di se stesse). È un autore talentuoso e misconosciuto, Lauzi, uno che ha scritto Ritornerai nel giro di pochi minuti, mentre l’amico che è con lui va a comprare le sigarette sotto casa, e non crederà mai che quella canzone storica, destinata a essere cantata da Vittorio Gassman nel Sorpasso, sia stata composta d’acchito. E pronto a buttarsi via con artistica irresponsabilità, perché dopo il successo di Ritorneraiva a Sanremo nel 1965 «con un valzer musette», delicato e incomprensibile per la platea festivaliera, finendo nell’oscurità. Eppure è una carrellata ricchissima di protagonisti, da Juca Chaves, quello di O naso, o naso mio, ebreo brasiliano che scherzava in chiave porno sui propri pantaloni così attillati «che si capisce non solo il sesso ma anche la religione». Georges Moustaki, lo «straniero» di una traduzione indimenticabile. Lucio Battisti, che gli avrebbe regalato Amore caro, amore bello, la canzone del primato in classifica per lui, l’invendibile, e che si informava con lui sui classici del liberalismo (ma allora, chiede Lauzi, perché lasci dire che sei un fascista? «Alimenta la leggenda», risponde con geniale freddezza Battisti). Paolo Conte, che gli scrive addosso Onda su onda e Genova per noi, per poi dimenticarlo, forse per cinismo o egoismo, o perché le storie finiscono, proprio come le canzoni. Lauzi, il «rimbalzante», che per anni saltella di qua e di là senza tregua, conosce ogni angolo d’Italia, riesce a dire di no a Federico Fellini che lo vorrebbe nel cast di Casanova: lui deve fare la tv e si dà malato. Scuse autolesioniste di un perdente vincente. Di un uomo che fa il Cantagiro, perché al peggio non c’è rimedio, e la vecchietta che ha riconosciuto tutti i divi, Massimo Ranieri, «Cionni Torelli» e gli altri, si blocca perplessa al suo passaggio. Perché quello non è un cantante: «Chillo è ‘nu vecchiu». Senza sapere che, in fondo, lo sconosciuto cantante Lauzi era semplicemente uno scrittore, di canzoni e d’altre cose. Bruno Lauzi Repubblica Nazionale 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 i sapori Tradizione rivisitata Da Parigi, a Londra, ai grandi ristoranti italiani la minestra cremosa vive un meritato boom modaiolo E tra pochi giorni il “Baccanale” di Imola lo confermerà Campagnatico (Gr) Grado (Go) itinerari Valeria Piccini e il figlio Andrea dominano la cucina di “Caino”, glorioso ristorante locanda in terra di Maremma, a Montemerano (Gr), dove la materia prima è declinata fra tradizione e modernità, come nella vellutata di panpepato che accompagna il fegato grasso Conca campana (Ce) Costruita dai romani sull’acqua, tra mare, fiume Isonzo e laguna, come porto militarmente sicuro della vicina Aquileia, è zona molto pescosa grazie ai bassi fondali. Qui gli chef trovano materia prima freschissima per i loro menù di pesce Piccolo borgo di impronta medievale affondato nella campagna maremmana, ricchissima di castagni, olivi e vigneti. Il clima è mitigato dal mare, che si lascia intravedere tra il parco dell’Uccellina e il promontorio dell’Argentario Dai sabini ai romani, vanta oltre mille anni di storia e lega le sue origini ai monaci benedettini dell’abbazia di Montecassino Grazie alla fertilità della terra, prosperano agricoltura e allevamento, che si traducono in verdure e formaggi di qualità DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE AGRITURISMO GIRARDI Via Dossi Boscat, 7 Tel. 0431-88090 Camera doppia da 70 euro, colazione esclusa AGRITURISMO SANTA CATERINA Località Granaione Tel. 0564-998364 Camera doppia da 60 euro, colazione inclusa TERRE DI CONCA (con cucina) Località Piantoli Tel. 339-5928649 Camera doppia da 80 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE LOCANDA ALLA FORTUNA DA NICO Via Marina 10 Tel. 0431-80470 Chiuso giovedì, menù da 40 euro LOCANDA DEL GLICINE (con camere) Piazza Garibaldi 6 Tel. 0564-996490 Chiuso lunedì e a pranzo, menù da 32 euro VECCHIO MULINO Via Bocca Ladroni 1 - Furnolo di Teano Tel. 0823-886291 Chiuso lunedì sera e martedì, menù da 30 euro DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE COOPERATIVA PESCATORI DI GRADO Riva Enrico Dandolo 28 Tel. 0431-80819 BOTTEGA PRODOTTI TIPICI Via della Posta 6, Paganico Tel. 0564-905562 CASEIFICIO LA FENICE Via Vadopiano 5, Presenzano Tel. 0823-989318 Vellutate Com’è trendy quella minestra LE RICETTE Ai ceci La mitica passatina di Fulvio Pierangelini comincia con una notte di ammollo, seguita da cottura con aglio e rosmarino. I ceci si passano prima al mixer e poi al setaccio. Si velano i piatti con la crema, appoggiando sopra i gamberoni al vapore Alle seppie Nel suo libro Ingredienti, presentato qualche giorno fa, l’enfant prodige Massimiliano Alajmo celebra il suo storico, strepitoso cappuccino di seppie: crema lieve di patate alternata in un bicchierino di vetro con dadini di seppie al nero. Perfetta LICIA GRANELLO he zuppa! Che passato! Che vellutata! I tre passaggi sono d’obbligo, quando si vuol realizzare una minestra “altra”: cremosa, suadente, versatile. I punti esclamativi riescono altrettanto necessari, perché se la zuppa iniziale non è di qualità, se la “passate” senza attenzione, se non la rallegrate con qualche ingrediente sfizioso, sarà la solita minestra. O il solito passato, memoria nemmeno tanto appetitosa di una moltitudine di pasti invernali dell’infanzia. Impossibile quantificare quanta antipatia verso le verdure si sia accumulata in anni di passati… In Francia, dove la tradizione dei potages è un po’ più golosa, ai gloriosi magazzini Lafayette il pranzo più trendy è costituito da una delle meravigliose soupes fraîches Giraudet. Vendute in bottiglie di vetro da mezzo litro come il latte di una volta, trenta giorni di durata, rigorosamente bio. I gusti? Lenticchie al curry, carote all’arancia, finocchio e limone confit, gaspacho. Tale e tanto successo, che la Francia si sta riempiendo di Boutique-àsoupe, dove comprare, ma anche degustare sul posto. In Inghilterra hanno fatto anche di meglio, grazie alla gastro-intuizione di una famiglia di Pompei, guidata da un giovane manager, Sabatino Manzo, stanco di dover sempre tornare a casa per trovare una zuppa degna di questo nome. Facile mangiarla in famiglia. Ma in strada? Peggio: all’estero? I Manzo hanno messo in piedi una produzione votata al mercato britannico, declinata secondo la miglior tradizione partenopea alleggerita e modernizzata e tradotta in bicchieri usa-e-getta (unico, vero dazio pagato alle necessità del cibo di strada). Voglia di un pranzo lieve e saporito? Basta gustare un bicchiere di “Monzu Ro”, scelto in due categorie: rough e smoothies, rudi e soavi. Ricette così golose da far ricredere il più ostico degli anti-minestra: zuppa di spinaci con pollo al vapore, fagioli e zafferano, pomodorini e gnocchetti, piselli e sep- C pioline, verdure al vapore. Packaging così accattivanti che nelle caffetterie dei musei londinesi quasi non si vende altro: perfetti da scaldare nel microonde a disposizione o da ingollare così, come un bibitone salutista, goloso&salato, a temperatura ambiente. Il tutto a tre sterline, stesso prezzo nelle migliori catene di supermercati della City. In Italia, facciamo più fatica a pensare la minestra in versione street food o come supporto ad altri ingredienti, tanto che la “zupperia” (souperie), intesa come luogo di acquisto e consumo di zuppe cremose, ha vissuto una brevissima stagione modaiola qualche tempo fa, senza evoluzioni e senza eredi. Nella quotidianità casalinga, invece, la cose vanno assai meglio: merito dei piccoli grandi elettrodomestici che semplificano l’approccio alla cucina, e dei grandi cuochi che ci hanno insegnato ad amare vellutate & affini. Un esempio su tutti, la mitica passatina di ceci con gamberi di Fulvio Pierangelini, vero paradigma della minestra d’autore, piatto che ha fatto il giro del mondo, ricetta con più tentativi di imitazione della Settimana Enigmistica. Un segreto che segreto non è (ma solo dopo che è stato inventato…): unire due ingredienti dopo averli preparati separatamente, confezionando un amabile mix di contrasti gourmand, a partire da un supporto “cremoso”, che sia di legumi o di formaggi freschissimi, di pesce o di verdure. Sopra, appoggiato con grazia, qualche bocconcino croccante, ovviamente preparato con ingredienti tutti diversi. Una modalità che si traduce in vero e proprio piatto unico, originale, diverso, completo. Se le nuove zuppe vi incuriosiscono, sappiate che nelle prime tre settimane di novembre, Imola ospita il consueto appuntamento annuale con la manifestazione gastro-colta “Baccanale”, quest’anno dedicata alle minestre. Corsi a cielo aperto e degustazioni senza fine vi faranno entrare nel paradiso dei primi brodosi. Per sicurezza, portatevi da casa un cucchiaio di riserva. Alle castagne Nel suo eremo affacciato sul lago d’Orta, Tonino Cannavacciuolo ha appena creato una sensuale crema di castagne impreziosita da un tuorlo d’uovo, marinato nello Champagne, che gli comunica finezza e profumo. Rifinitura con tartufo bianco Alla ricotta Gli ingredienti più poveri per il piatto-culto che ha scaldato il cuore di Alain Ducasse. Gennaro Esposito cuoce a fuoco dolcissimo la ricotta – altrimenti si straccia – e ne fa una zuppa cremosa, sulla quale appoggia i filetti di triglia spadellati Repubblica Nazionale DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 ‘‘ Il menù (...) stiamo a digiuno completo il lunedì, il mercoledì e il venerdì Martedì e giovedì (...) il pane di frumento, la frutta secca cotta col miele, le more di rovo (...). Il sabato, minestra di cavolo, pasta con piselli, polentina al sugo (...). Domenica oltre la minestra (...) pesce secco e polentina ‘‘ Da I FRATELLI KARAMAZOV di Fiodor Dostoevskij GLI UTENSILI Dal Medioevo alla Rivoluzione francese, una pietanza con l’idea della fraternità La quieta bontà di Sorella Zuppa Passaverdure Generazioni di donne hanno incrementato i muscoli del braccio “passando” i pomodori per la salsa, i fagioli della vellutata o il minestrone di verdura, usando l’unico strumento capace nello stesso tempo di separare polpa e buccia Frusta Altro utensile da palestra culinaria, considerato indispensabile dagli chef di ogni ordine e grado Perché nulla quanto il roteare dal basso verso l’alto regala uguale soavità, rendendo spumosa e aerea – e non solo cremosa – la vellutata in preparazione Frullatore a immersione MASSIMO MONTANARI iletto di bue, coscia di pollo, stinco di maiale, petto d’anatra, spalla d’agnello… quando si ha a che fare con un piatto di carne, l’anatomia del protagonista precede ogni descrizione gastronomica. Prima di tutto si definisce la parte che ci piace. O che ci spetta: è consuetudine antica, attestata fin dai poemi omerici, destinare la parte “migliore” (secondo parametri che cambiano nel tempo e nello spazio) al padrone di casa o all’ospite illustre. Anche questo rituale trasforma il cibo in un segno del potere e del prestigio sociale. Il modo di prepararlo passa quasi in secondo piano. Il pezzo sarà arrostito, fritto, in umido… l’importante è che sia quello, ben visibile e riconoscibile nella sua forma. Con un piatto di verdura o di legumi, tutto ciò funziona assai meno, o non funziona affatto. Una zuppa, una minestra, una crema, una “vellutata” non hanno forma: la forma che assumono è quella del piatto o della scodella. E non si possono dividere in parti, ma solamente condividere, distribuire fra i commensali: qualcuno magari potrà averne di più, ma non “la parte migliore”, che non esiste. La vivanda in questo caso è uguale per tutti. Democraticamente uguale. Perciò tende a enfatizzare non le differenze fra gli individui, ma la solidarietà del gruppo. Nel Medioevo, la minestra che si distribuiva ai monaci aveva anche il compito di segnalare l’assenza di gerarchie all’interno della comunità. Ai tempi della Rivoluzione francese, l’introduzione della soupe populaire fu un modo tangibile per superare, nell’idea di fratellanza, la vecchia pratica dell’assistenza ai poveri. Zuppe, minestre e creme non si definiscono primariamente in base al loro contenuto, ai “pezzi” che le compongono, ma per la tecnica di F elaborazione gastronomica: come zuppe, appunto, o minestre, o creme. La ricetta, il lavoro di cucina assurgono a protagonisti del piatto e ne determinano l’identità. L’ingrediente principale, quando c’è, appare in secondo piano, quasi in funzione di attributo: zuppa di ceci, minestra di broccoli, crema di patate, vellutata di spinaci… Più che rimandare a un prodotto-base (come avviene nel caso delle carni, a meno che non si tratti di polpette), tali espressioni indicano una tipologia di vivanda, determinata — per esempio — in funzione della sua consistenza: una zuppa si può ancora masticare ed esige la riconoscibilità degli ingredienti principali; la crema o la vellutata, a gradi diversi di finezza, si accontentano di evocarli in un composto omogeneo, che in qualche modo prelude alla liquidità del brodo. Difficile invece, o impossibile, definire la densità di una “minestra”, parola magica, di amplissimo spettro semantico, che richiama un’infinità di preparazioni diverse (è azzeccato il titolo del Baccanale di Imola, che si svolge in questi giorni, dedicato alle “Mille minestre”). In questo caso la parola non evoca neppure un genere di vivanda, ma piuttosto un gesto. Un gesto di fortissimo significato conviviale: ministrare, somministrare, distribuire. Il gesto di offrire e condividere il cibo, attingendolo e versandolo da un recipiente comune (tegame, pentola, zuppiera) nella scodella o nel piatto di ciascuno. In questo gesto, il bisogno di nutrimento si soddisfa e al tempo stesso si sublima in un’idea di fortissimo significato, rappresentando la solidarietà degli uomini che si riuniscono attorno al desco per celebrare il rito collettivo della sopravvivenza, nel calore di un cibo che li affratella. Mini-elettrodomestico presente in tutte le cucine, senza distinzione di censo e abilità gastronomica Ha sostituito il passaverdure Il movimento verticale aiuta a far gonfiare la crema. I più esigenti passano comunque la polpa al colino Bimby A metà tra il passaparola e la semiclandestinità, in Italia il Termomix – termine tecnico usato all’estero – è una conquista recente, ma ha rivoluzionato il mondo dei passati. Infatti, trita, cuoce e frulla ad alta velocità, regalando a tutti vellutate perfette Repubblica Nazionale 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA le tendenze Nostalgia DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 In America è il fascino della nuova frontiera, da noi la tentazione del ritorno alle tradizioni contadine Oggi questo stile caldo sta vivendo un momento di grazia nell’abbigliamento ma soprattutto nell’arredamento. E il suo filone più recente mette al riparo dal rischio di eccessi kitsch AURELIO MAGISTÀ l country ha un successo prima di tutto lessicale: è entrato a viva forza nell’uso quotidiano perché non abbiamo un termine perfettamente corrispondente. Dalla musica, si è esteso a significare molto altro. Country è il retaggio, tutto ciò che è tradizionale e che deriva dal diretto rapporto tra l’uomo e la natura: i manufatti, le case edificate con pietre e tronchi; è l’anima più profonda di un popolo, il groviglio delle sue emozioni, dei suoi affetti. L’origine della musica country è proprio nel Sud, dove batte il cuore degli Stati Uniti, e nell’Ovest, ancora abitato dall’orgogliosa memoria della nuova frontiera. Il country è una vera e propria way-of-life, declinata in ogni dettaglio formale cui si attribuisce valore emotivo e significato simbolico. Come i vestiti: le camicie a quadri, i pantaloni da lavoro, gli stivali, i berretti e i cappelli, le gonne ampie, il floreale, le cerate, le flanelle. Per la casa e l’arredamento, country è un termine fortemente evocativo. Senza aver mai davvero conosciuto oblio, oggi attraversa un momento particolarmente felice. Mentre le nostre città si affollano sempre più di cose, persone, macchine, il country rappresenta la via di fuga per cercare ore piene di ozio e di silenzio nella cascina dei nonni, o almeno in una porzione di casa colonica in qualche antico borgo. La I OLD ENGLAND Ispirazione inglese per la credenzadispensa dalle linee assai semplici, in legno anticato Si chiama English Mood Il plissettato di una tendina cela l’interno, componibile secondo le proprie esigenze Di Minacciolo INTERNO GALLO Il classico galletto segnavento ispira questo omologo, in ferro verniciato a fuoco, anche per interni Di Arti&Mestieri new Country Il futuro ha un cuore antico passione per il country è la risposta al minimalismo, oggi in declino, e a certi suoi algidi eccessi. E trae energia dal fortunato momento del legno, che torna a essere il riferimento visivo del design, convivendo benissimo con tutti i nuovi e ipertecnologici materiali conquistati dalla modernità. Per definire il country da casa è più semplice procedere per accumulo. Sono country il legno, tassativamente massello, la pietra, il cotto, le antiche maioliche e i loro colori pastello, le terrecotte, il rame e il ferro battuto, le grate, i tessuti a trama grossa e di rustica mano, le stoviglie decorate. La capitale del country domestico è la cucina, che rinnega le ibridazioni con il living per tornare il luogo dove i cibi si preparano e si consumano, con gli strumenti da lavoro e le suppellettili rigorosamente a vista, il lavabo in muratura, in pietra o in marmo bianco, le mostre di pentole in rame e coccio della nonna, vetusti orci e travi a vista, il grande camino dove la cappa può anche combinare ceramica bianca e legno scuro. Il country, oggi, si propone in due articolazioni parallele, che vanno nella medesima direzione ma non si incontrano mai. Al country classico si affianca infatti il new country, una rilettura del fenomeno tradizionale attraverso un’interpretazione di secondo grado. Il country classico, infatti, eccede spesso in iperdecorativismo, elementi floreali, ghirigori, volute, sconfinamenti nel kitsch (i tavoli con le gambe fatte di corna di cervo, il sovraffollamento di soprammobili, i centrini a uncinetto...). Il new country condivide il cuore caldo e antico della versione classica, ma lo corregge con ascendenze inglesi e provenzali, con un rigore non più minimalista ma semplicemente sobrio, e lo forza con un certo citazionismo, un manierismo al quadrato, ironico, sottolineato dall’accostamento fra mobili antichi o semplicemente vecchi, e pregiati pezzi di design contemporaneo. FIOR DI PROVENZA Lavanda, mimosa e rami d’ulivo: è il Mediterraneo, dei piatti Balade en Provence. Di Philippe Deshoulieres RITORNO ALLE ORIGINI Quintessenza del country, è il rustico estremo della credenza Gingerbread, lasciata grezza dalla designer Paola Navone TENTAZIONI La ciliegia, eterna tentazione della campagna, decora il piatto in porcellana di Darwin Country NATURALE A COLPO D’OCCHIO Elle, ovvero lei, è il nome della poltroncina in giunco e midollino con venature a vista Di Vittorio Bonacina NOBILE OMAGGIO MUCCA MODERNA Perfetto esempio di new country, la poltroncina che integra rigore formale al rivestimento in mucca. Si chiama Cow Di Vg New Trend Omaggio al più nobile degli animali domestici, la seduta in cavallino con piedi in acciaio Esiste anche una versione in tessuto multicolore Di Adrenalina Repubblica Nazionale DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49 Dopo decenni di diffidenza e rifiuto La musica di Nashville è l’ultima scoperta GINO CASTALDO e pensiamo al dominio planetario della cultura pop, possiamo tranquillamente dire che dall’America abbiamo preso veramente tutto: rock, blues, jazz, gospel, la canzone folk, Gershwin, Sinatra, il musical, e poi scendendo giù di latitudine il reggae, il samba, il tango. Abbiamo bevuto, mangiato e digerito qualsiasi cosa provenisse dall’altra parte dell’oceano. Tutto tranne un genere: il country & western. Quello proprio no, avevamo già il nostro liscio, i violini e le fisarmoniche di Casadei, gli sgambettamenti da balera a colpi di mazurche e valzerini. Le Dolly Parton e i cantanti con cappelloni texani e chitarre hawaiane li abbiamo sistematicamente rispediti al mittente, contenti di essere almeno per una volta capaci di una piccola ma significativa ribellione anticolonialista. Le case discografiche ciclicamente hanno tentato operazioni divulgative, collane a basso prezzo, operazioni vintage, di tutto pur di esportare il verbo country, ma non c’è stato verso, non si vendeva una copia. Guardavamo Nashvilledi Altman con una punta di compiacimento. Che schifo il country. Per una volta potevamo riconoscere senza ombra di dubbio una parte bieca e retorica dell’America provinciale e sputarci sopra. Ma anche questo è destinato a cambiare. Da una parte perché il country si è trasformato, dall’altra perché a sdoganarlo ci hanno pensato artisti di rango, a volte insospettabili. L’ultimo, il più clamoroso, è Bruce Springsteen che nella sua recente illustrazione della tradizione musicale americana intitolata We shall overcome, Seeger session, ci ha infilato anche il country, con qualche inconfondibile suggestione da prateria. Abbastanza per mettere in crisi il muro orgoglioso del rifiuto. Il fatto è che in questo rigurgito di orgoglio europeo si era esagerato. Tante cose erano sfuggite, buttate via insieme al mucchio indistinto del trash campagnolo. Già negli anni Sessanta un segnale forte l’aveva inviato Bob Dylan. Il suo disco Nashville Skyline, che per lui era stato un modo di «risciacquare i panni in Arno», come si sarebbe detto da noi, poteva bastare per capire che il country non era solo canzoncine melense e conservatorismo reazionario. Lo stesso Presley, quando aveva inventato il rock’n’roll, uno sguardo al country l’aveva dato. E poi Jerry Lee Lewis, Johnny Cash, Willie Nelson. La lingua del country rispuntava fuori da ogni dove, ma noi non volevamo capire. Poi la grande svolta. Negli ultimi anni è successo che perfino quelli di Nashville hanno dismesso i loro panni ultraconservatori. Il vecchio Merle Haggard, uno dei grandi campioni del genere, si è messo a tuonare contro Bush. Lo stesso hanno fatto le giovani Dixie Chicks, diventando anzi le portabandiera della rivolta del mondo musicale contro l’odiato presidente guerrafondaio e subendo per questo un pesante boicottaggio dalla radio del sud. Insomma il country non è più lo stesso e ora c’è una legione di nuovi artisti capaci di coniugare il verbo country con accenti moderni, poeticità da cantautori inquieti, nuovi look rockeggianti. Nuovi richiami, nuove sirene che vengono dall’America. Jillian Welsh la sirena l’ha interpretata davvero, è lei che canta la canzone che cattura l’ergastolano-Ulisse in Fratello, dove sei? dei fratelli Cohen, altro attestato d’amore nei confronti della musica di tradizione, insieme a Alison Kraus e gli Union Station. Poi c’è Garth Brooks, c’è tutta una vena di nuovo rock capitanata da Uncle Tupelo e Wilko. Ci sono cantautori raffinati come Ryan Adams che inPIGRIZIE DA CAMINO cidono interi dischi in Ottima per indugiare stile country. accanto al camino, Attenzione dunque, la Bergère Marquise, la nostra antica ritrosia con i piedini in legno deve essere rivista. C’è scolpito a mano il rischio che prima o Di Mantellassi poi finiremo per cedere anche alla musica country. Ci accorgeremo che insieme a quei disgustosi cantori dei buoni sentimenti dell’America c’erano sbandati e fuorilegge, eroi degni di nota, outsider amari e fascinosi, dovremo accettare che quello stile è uno dei rami fondamentali del grande albero della musica americana e che soprattutto oggi è fonte di nuove ispirazioni, che racconta di un mondo più arioso, meno cinicamente metropolitano, un territorio meno inquinato. Sarà anche duro ammetterlo, ma nel country c’è del buono. E forse anche in questo il vecchio Dylan non aveva sbagliato. S MARE PICCANTE Ancora citazioni dall’orto, versione mediterranea del country, con il peperoncino e gli agrumi dei cuscini Window Toppers CHIC SPINOSO Perfetta, la rosa, raffinata e rustica insieme, per la poltrona country-chic Emma Bergère di Roche Bobois BUONA EDUCAZIONE Al country ci si educa fin da piccoli. Con la culla imbottita Country plaid purple. Di Baby Place ALLE PARETI Le carte da parati Farrow & Ball per “foderare” la casa di colori e motivi da “Casa nella prateria” Repubblica Nazionale 50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 29 OTTOBRE 2006 l’incontro Uomini biblioteca La casa editrice Adelphi ha pubblicato il cinquecentesimo volume della sua più nutrita collana. “Un lungo serpente di pagine”, la definisce l’artefice di questo fenomeno editoriale. E ricordando la letteratura della “finis Austriae”, che segnò l’inizio del successo, afferma: “Attraverso quei numerosi amici invisibili che sono gli scrittori morti, fui condotto a vivere all’interno di quei luoghi, di quei fatti, di quella fragile cristallizzazione di civiltà” Roberto Calasso inquecento titoli in poco più di quarant’anni sono il cospicuo patrimonio editoriale che compone la collana della “Biblioteca Adelphi”. L’ultimo nato, il cinquecentesimo appunto, è Il rosa Tiepolo di Roberto Calasso. Incontro Calasso nella sua casa milanese. Mentre lo osservo sistemarsi dietro una scrivania soverchiata da pile di libri, penso che la questione cruciale sia come si fa ad essere contemporaneamente editore e scrittore. Nulla, in teoria, vieta di abbracciare entrambe le vocazioni. Ma se un editore scrive — e lo fa di rado — è per parlarci del suo mestiere, spingendosi al più a raccontare protagonisti della cultura che ha incontrato, personaggi che sono stati in qualche modo determinanti per la casa editrice. Il caso Calasso è un po’ speciale. Guardo lo studio in cui sediamo e vedo scorrere nella libreria tutt’intorno edizioni in lingua originale: è una costellazione di testi che abbraccia l’Oriente, l’Islam, l’Europa. L’antico e il moderno convivono senza particolari urti. In fondo quella “Biblioteca” è già in qualche modo annunciata dai libri che ci avvolgono nella stanza. Penso anche che cinquecento titoli sono tanti. Più dei libri che possedeva Spinoza, più di quelli che Montaigne conteneva nella sua torre. Ma se oggi un ragazzo osservasse un così insolito paesaggio, fatto di autori, gusti, qualità personalissimi, che cosa ne ricaverebbe? L’accusa ricorrente mossa alla casa editrice è di essere snob, aristocratica, rarefatta. Di somigliare a un elegante levriero accucciato su un raffinato tappeto bukara. Calasso sorride. Si alza dalla sedia e va verso uno scaffale da cui estrae un opuscolo. Me lo mostra. È una brochure pubblicitaria di John Lane, l’editore inglese, che incaricò Aubrey Beardsley di disegnare le copertine dei suoi libri. Il modello grafico della “Biblioteca” della sua vita permetterebbe di desumerla». Un’opera dunque cifrata, segreta, doppia. Tanto leggera e disinvolta quanto invisibilmente drammatica. Che cosa concluderne? Sospendiamo un eventuale risposta, perché un’altra cosa incuriosisce. Folgorato da una serie di acqueforti, i Capriccie gli Scherzi, Calasso cominciò a interessarsi a Tiepolo nel 1965. Lo stesso anno nasce la “Biblioteca Adelphi”. Tra le due esperienze non c’è nessuna diretta relazione. Ma è come se un clima prodotto da due cieli diversi cominciasse ad addensarsi attorno a un medesimo progetto: il libro unico. «Immaginavamo una serie di libri che avessero ciascuno una fisionomia inconfondibile. La loro unicità non era tanto dovuta ai temi ma al fatto che quella forma si era manifestata solo in quella circostanza, come una sorta di peculiarità ultima». Libri come L’altra parte di Alfred Kubin, Padre e figlio di Edmund Gosse e Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki (sono i primi tre della collana) sembravano, come del resto quelli che verranno dopo, simili a monadi leibniziane attrezzate per respingere l’usura del tempo, inattaccabili dal presente, proprio perché inattuali. Questa storia dell’inattualità adelphiana richiede un piccolo passo indietro. La casa editrice Quando si pubblica un libro c’è un elemento di ignoto altissimo. A un’unica regola abbiamo sempre obbedito: pubblicare solo quelli che amiamo molto FOTO ROBERTO GRAZIOLI / GRAZIANERI C MILANO è lì, racchiuso in quelle poche ed eleganti paginette. Beardsley era un genio della grafica, dietro quel segno leggero e ornamentale si mostrava di una modernità sconcertante. Sconcertante è un aggettivo nel quale un ragazzo che guardasse la “Biblioteca” si imbatterebbe. Che cosa sconcerta? Il fatto, si direbbe, che quei cinquecento libri si somigliano pur nella estrema distanza l’uno dall’altro. La collana non segue un genere, non ha una tendenza, non offre un progetto omogeneo. Dice Calasso: «Nei primi anni, colpiva nei libri Adelphi innanzitutto una certa sconnessione. Nella stessa collana, la “Biblioteca”, apparvero in sequenza un romanzo fantastico, un trattato giapponese sull’arte del teatro, un libro popolare di etologia, un testo religioso tibetano, il racconto di un’esperienza in carcere durante la Seconda guerra mondiale. Che cosa teneva insieme tutto questo?». L’idea di Calasso è che quella collana rappresenti un unico, immenso libro, «un lungo serpente di pagine». L’immagine di una creatura sinuosa, viva, in grado di svilupparsi può apparirci dotata di una segreta forza, che ci rimanda quasi fatalmente al doppio ruolo che quest’uomo svolge. In qualità di scrittore Calasso ha creato una vertiginosa costellazione di scritti. Un’opera anomala, composta da cinque libri anomali che hanno tutti una forte impronta narrativa ma al contempo tessono una rete di pensiero che si estende dalla Grecia degli Olimpi, all’India vedica, alla Rivoluzione francese, al Castello di Kafka. Per disperdersi al momento fra le nubi rosate dei soffitti di Tiepolo. Un cantiere straordinario, ancora aperto, per il quale verrebbe da dire: bene, ecco un signore erudito, colto, curioso che, con polimorfa inclinazione, sta scavando tra le rovine delle civiltà per restituirci una molteplicità di culture fuori da ogni accademismo. Ma a ben guardare è come se dietro quella ramificazione di opere si cogliesse un disegno ancora più fitto e grande che appartiene all’intera casa editrice. Non esisterebbe il Calasso scrittore senza il Calasso editore e viceversa. Nel senso che le due entità, pur separate nettamente, si corrispondono. Da quei libri, che compongono la “Biblioteca”, affiora una certa paradossalità: sono a un tempo unici e correlati tra loro da una sottile trama che potremmo sospettare esca dalla testa di quest’uomo tanto pubblico quanto enigmatico. Del resto, l’enigma è una delle componenti che accompagna i suoi interessi fin da quando si laureò con Mario Praz sui geroglifici di Sir Thomas Browne. E che ritroviamo come sottofondo invisibile nell’analisi che egli ha svolto su Tiepolo: un pittore frainteso, lasciato improvvisamente cadere dall’attenzione sociale e dissolto nel nulla. «Tiepolo», dice Calasso, «fu un esempio perfetto di esotericità. Non c’è in lui una singola parola che tradisca la complessità di cose che si agita sotto la sua pittura. E nessun particolare fu fondata nel 1962 e l’asse editoriale, fin dall’inizio, fu dettato dall’edizione critica Colli-Montinari delle opere di Nietzsche. «Inattuale», spiega Calasso, «è parola che ha senso solo nell’orizzonte in cui l’ha posta Nietzsche e indica un certo scostamento dal circostante. Per Adelphi, dunque, ha significato muoversi in una direzione che certamente non è quella del corso delle cose. Alla domanda sul perché non facciamo pubblicazioni di stretta attualità, rispondiamo che è molto difficile trovare libri di sostanza in grado di resistere all’urto del tempo. Naturalmente ci sono eccezioni, una di queste è stata Anna Politkovskaja con il suo libro sulla Russia di Putin». L’“adelphizzazione” di una zona della cultura italiana in fondo si è realizzata soprattutto attraverso scelte impolitiche. Più i testi sono distanti dall’impegno diretto, dalla sociologia battente, dal presente che incombe, più è alta la probabilità che essi vengano presi in considerazione. L’impoliticità, però, trascinava un altro tipo di accusa: essere una casa editrice votata all’irrazionalismo e alla decadenza. «Ci bollarono come disimpegnati e troppo rarefatti per avere successo. E quando il successo giunse ci dissero che eravamo diventati troppo commerciali. Ma le due opposte accuse si rivolgevano agli stessi autori. Situazione involontariamente comica», commenta Calasso. Oggi un ragazzo che vedesse dipanarsi i cinquecento titoli si imbatterebbe in un altro fatto sconcertante: sono stati realizzati senza assecondare né mode né tendenze. «Ogni qualvolta pubblichiamo un libro», confessa Calasso, «c’è un elemento di ignoto altissimo. Tutto è deciso dal singolo caso. E a una sola regola abbiamo sempre obbedito: pubblicare solamente i libri che ci piacciono molto». Le prime avvisaglie del successo si ebbero già nel 1968 con la pubblicazione di Alce Nero di John Neihardt. In catalogo cominciavano ad esserci Groddeck, Lorenz. Giungeva Vita di Milarepa. «Erano successi un po’ isolati». La vera svolta arrivò con Joseph Roth. Quando uscì La cripta dei cappuccini (1974), Roth era pressoché uno sconosciuto. Ma già con Fuga senza fine(1976) i suoi lettori erano numerosi. In due anni, politicamente durissimi e ostili alla letteratura, questo scrittore aveva fatto breccia. Che cosa era accaduto? «Si stava cristallizzando una idea di Vienna e della Mitteleuropa. Roth ruppe gli argini perché al contempo avevamo pubblicato o stavamo pubblicando Kraus, Wittgenstein, Schnitzler, Loos, Hofmannsthal, Canetti. Si delineava una costellazione letteraria che fu còlta e capita. Fuga senza fine — proprio perché era il libro dello sbandamento, del passaggio da una parte all’altra, della totale opacità e tumultuosità di ciò che sta attorno allo scrittore — diventò un po’ il romanzo segreto di un certo tipo di ragazzo di estrema sinistra. E lì io credo si ruppe il divieto politico per la letteratura». La Mitteleuropa, o meglio l’Austria che Calasso aveva conosciuto da bambino nei sussidiari in cui si parlava del maresciallo Radetzky e lo si definiva “la belva”, a poco a poco divenne un luogo dell’anima: «Una terra che era ugualmente di Kafka e di Schönberg, di Loos e di Kubin, di Altenberg e di Schiele, di Wittgenstein e di Freud. Quel luogo», racconta Calasso, «era popolato, per me, anche di persone viventi, che in due casi sono state determinanti nella mia vita: Roberto Bazlen e Ingeborg Bachmann. Attraverso di loro e attraverso quei numerosi amici invisibili che sono gli scrittori morti, fui condotto naturalmente a vivere all’interno di quei luoghi, di quei fatti, di quella fragile cristallizzazione di civiltà. Così, quando i libri hanno cominciato a uscire, non abbiamo mai pensato di rivolgerci a quegli autori di cui dicevo per “colmare una lacuna” o “scoprire un filone”. Ricordo un giorno in cui apparve un articolo di Alberto Arbasino in cui si diceva che la casa editrice Adelphi avrebbe dovuto chiamarsi Radetzky. Quel giorno ebbi l’impressione che un circolo si era chiuso: la belva Radetzky era diventata come un nostro antenato totemico. Il suo esercito, dalle splendenti uniformi, è ormai un esercito disperso, letterario, invisibile». L’Adelphi, attraverso i suoi autori, ha raccontato quella felix Austria còlta al tramonto: una civiltà tanto più perspicua e seducente nei suoi caratteri quanto più se ne annunciava la fine. La stessa disposizione si nota nei riguardi del modo in cui Calasso ha voluto trattare Tiepolo: «Con lui si ha l’ultimo addensamento di una intera civiltà — quella italiana — che subito dopo conoscerà il tracollo». Scrittori e artisti — disinvolti ed enigmatici — che chiudono o aprono un’epoca. Sospesi su più mondi e perciò capaci di coglierne le più intime e segrete relazioni. Non è anche questo che la “Biblioteca” ha voluto rappresentare? Al ragazzo di oggi essa si offre nella forma di una foresta viva, ricca di sentieri e ramificazioni. ‘‘ ANTONIO GNOLI Repubblica Nazionale