Unione Europea
Fondo Sociale Europeo
PAOLA PAGANA
SCIENZA, TECNICA, OSSERVAZIONE E RICERCA
NELLA SUGGESTIVA CORNICE
DEL MONASTERO DI SAN PIETRO
IN PERUGIA
Perugia, Abbazia di San Pietro
2
Cortile d'ingresso (1614)
3
Chiostro maggiore (sec. XVI)
4
INTRODUZIONE
Il presente lavoro prende in esame il pensiero scientifico dei monaci e la sua
applicazione alla pratica. Il motto benedettino ORA ET LABORA invita il monaco
a pregare e ad impegnarsi quotidianamente in attività specifiche nello studio
delle diverse discipline, sia umanistiche che scientifiche.
Il monastero perugino di S. Pietro, in certi momenti della sua lunga storia, è
stato una vera propria fucina, un crogiolo nel quale si sono fusi insieme i vari
saperi ed ha visto la realizzazione di alcune valide invenzioni.
Il libero pensiero ferveva tra le antiche mura del monastero, si diffondeva nei
chiostri, portava alla discussione, alla riflessione, alla messa in opera di
progetti, alla realizzazione di invenzioni basilari allo sviluppo della scienza.
Mai i benedettini hanno avvertito la frattura tra scienza e fede, tra la ragione,
che è alla base della riflessione scientifica, e la fede stessa, ma emuli dell'antico
discepolo Tommaso che il proprio padre, il conte Landolfo d'Aquino, aveva
affidato alle cure dei monaci di Montecassino per la sua educazione, hanno
sempre conciliato la fede con la ragione, hanno valorizzato la ragione capace di
comprendere la realtà, pur vedendo in essa dei limiti. Consapevoli che esista
un'infinità di cose che trascendono la ragione, hanno sfruttato quest'ultima,
magari come "ancella" della fede, non contrapposta ad essa, ma sua alleata
poiché non è possibile che alcuna verità di fede sia contraria a ciò che la
ragione conosca in modo naturale.
5
E se Dio non è il semplice plasmatore della materia, come affermava
Aristotele, ma il Creatore di tutto ciò che è, parla alle sue creature in due modi:
attraverso le Sacre Scritture e attraverso il gran libro, sempre aperto, della
Natura. Il libro della Natura, il libro dell'universo, come affermava Galileo
Galilei, è sempre aperto davanti all'uomo ed è da lui conoscibile a patto che
questi conosca il linguaggio in cui è scritto, il linguaggio della matematica.
L'universo è scritto, affermava Galilei, con particolari lettere che sono il suo
alfabeto: triangoli..... cerchi..... figure geometriche; lo studioso non può
limitarsi all'apparenza, ma deve operare un lavoro di astrazione per conoscere
la vera realtà delle cose. Scienza e filosofia, matematica e natura tenevano viva
la mente dei monaci alcuni dei quali sono stati protagonisti del discorso
scientifico. È sufficiente in questa sede, avendo citato Galilei, citare altresì un
monaco, suo discepolo ed amico, che ha soggiornato nel monastero di San
Pietro e qui, fedele agli insegnamenti del "Maestro" ed abile artefice del
proprio sapere, ha inventato un utilissimo strumento per la misurazione delle
piogge: IL PLUVIOMETRO
Ho ritenuto importante, al fine di mettere in luce l'attività dei monaciscienziati, ricostruire "una breve pagina di storia" del monastero considerato
come una cornice all'interno della quale era intenso il fervore scientifico,
costante l'impegno dei monaci nello studio e nella ricerca.
Ho lavorato alquanto su documenti d'archivio, fonti documentarie non sempre
di facile interpretazione; ciò ha comportato, all'inizio, un impegno notevole, ha
6
presentato certe difficoltà, tuttavia il desiderio di gettare una luce su quel
mondo monastico non completamente noto, di scoprire l'organizzazione, la
mentalità dello stesso è stata così forte e stimolante da indurmi a superare
qualsiasi ostacolo.
7
CENNI STORICI RELATIVI AL COMPLESSO ABBAZIALE DI SAN PIETRO SEDE
DELLA FONDAZIONE PER L'ISTRUZIONE AGRARIA E DELL'OSSERVATORIO
SISMICO "A. BINA" DI PERUGIA
Ritengo necessario ricostruire il contesto storico dell'abbazia di San Pietro per
comprendere le origini di quel luogo che, nel corso dei secoli, ha visto fiorire e
svilupparsi il pensiero e l'attività scientifica a partire dai primi monaci
impegnati in questo campo per giungere al periodo a noi contemporaneo.
**********
Nel 1980 è stato rinvenuto, sotto il presbiterio della chiesa di San Pietro, un
tempio paleocristiano. Ciò attesta l'esistenza di un'antichissima vita spirituale,
in questi luoghi, e fa credere che siano stati proprio i primi seguaci del
messaggio di Cristo in Perugia a scegliere il
MONTE CAPRARO,
questo il nome
del lieve colle su cui sorge San Pietro, come luogo per i loro culti.
San Gregorio Magno, nel III libro dei
DIALOGHI,
afferma che i cristiani di
Perugia fecero edificare un tempio, una vera cattedrale, tra il V ed il VI secolo,
con il sostegno delle autorità cittadine. Sempre San Girolamo, nel secondo
libro dei
DIALOGHI
ci informa del terribile momento vissuto dalla comunità
cristiana di Perugia, dei tormenti atroci, fatti patire da
ERCOLANO
nonché della sepoltura di questi
UT HOC
TOTILA
(corpus)
al vescovo
IUXTA HONOREM
8
1
DEBITUM IN ECCLESIA BEATI PETRI APOSTOLI HUMARENT.
Nel X secolo, la
cattedrale di San Pietro conobbe un periodo di decadenza tanto che il vescovo,
RUGGERO,
trasferì il titolo alla chiesa di Santo Stefano sita all'interno delle
mura cittadine.
Nel 966,
PIETRO VINCIOLI,
membro di una famiglia nobile di Agello, un
giovane benedettino, chiese ed ottenne da
ONESTO,
vescovo di Perugia, la
donazione di quel Monte Capraro dove si trovavano i resti della vecchia
cattedrale. Confidando nella provvidenza, il Vincioli diede inizio alla
costruzione della Basilica e del Monastero che, naturalmente, non appariva
nella forma attuale. Evidentemente l'entusiasmo ed i fondi erano tali da
consentire la pronta realizzazione dell'opera. Il tempio, dedicato, per specifica
volontà del Vincioli, a San Pietro Apostolo, fu consacrato, con ogni
probabilità, nell'anno 966, lo stesso della donazione.
Il piccolo
CENOBIO
si popolò rapidamente di monaci che diedero vita, sotto
l'attenta guida del fondatore divenuto abate, ad una comunità fervida ed attenta.
Da una pergamena del 1002, conservata nell'Archivio Storico di San Pietro,
sappiamo che Papa Silvestro II prese le difese dei monaci, allora in contrasto
con il vescovo di Perugia,
CONONE.
Il vescovo, forse irritato dal crescente
fiorire della comunità monastica che andava assumendo sempre più,
gradatamente, un ruolo importante oltre che in campo religioso, in quello
morale ed economico, forse sentendosi leso nel suo personale prestigio, aveva
1
Luigi Siciliani: Consistenza ed evoluzione del patrimonio fondiario del Monastero di San Pietro in Perugia
nei secoli XVI e XVII. Tesi di laurea; Università degli studi di Perugia, Facoltà di Economia e Commercio.
Anno Accademico 1983-1984
9
finito per esercitare, sui monaci, angherie e vessazioni. Dalla stessa pergamena
sappiamo che il Monastero possedeva chiese e terreni fino a Monte Vibiano
Nuovo.
È una pergamena del 1022 (ASPi. Archivio Storico San Pietro Perugia, Cass.I)
ad informarci della conferma delle proprietà di certi possedimenti, a Pietro
Vincioli, da parte del Papa, Benedetto VIII. Da ciò si deduce che il Vincioli,
nel 1022, era ancora vivente anche se, con ogni probabilità, morì poco dopo.
Nel 1045, l'abate
BONIZZONE
chiese ed ottenne, da Papa Gregorio VI, la
convalida, tramite bolla, di numerosi beni. Il 17 aprile 1065, Papa Alessandro
II, tra gli altri possedimenti confermò, specialmente, quelli di Sant'Apollinare e
di San Biagio della Valle.
Le legittimazioni di proprietà, avute tramite bolle papali, rafforzano il legame e
la dipendenza da Roma, svincolando il CENOBIO dalle imposizioni spirituali ed
economiche della giurisdizione locale. Era cura dei monaci, anche se la cosa
poteva comportare un pesante onere finanziario, far ratificare dagli imperatori i
beni della Comunità e metterli sotto la loro protezione.
I più antichi documenti risalgono agli anni 983, 1002, 1024 e riguardano
privilegi e conferme di possedimenti da parte di Ottone III ed Enrico II.
Una pergamena del 1027 riporta un PRAECEPTUM di Corrado II.
Se gli imperatori, con i loro decreti, riconoscevano possedimenti e diritti al
Monastero e davano all'ABBAZIA l'appellativo di
IMPERIALE
era perché
notavano che la stessa andava acquisendo, sempre più, accanto a quello
10
spirituale, un forte potere temporale e volevano guadagnarsi l'appoggio dei
monaci.
L'attività economica del monastero, sempre più fiorente, era registrata dai
monaci con ordine e scrupolo. LIBRI CONTRACTUUM, LIBRI BENEFICIORUM, LIBRI
VINEARUM,
i libri dei ricordi, le pergamene, le planimetrie, i progetti, le carte
geografiche, sono i documenti più importanti attestanti l'attività del Monastero,
conservati presso l'archivio storico della fondazione per l'istruzione agraria. Se
l'attività era intensa e buoni erano gli introiti, erano comunque troppo pesanti le
imposte che gravavano sul Monastero e che finirono per inficiare le sue
finanze. Per far fronte alla difficile situazione, i monaci si videro costretti ad
affittare le tenute di Casalina e di Sant'Apollinare nonché a vendere alcuni
terreni.
La comunità monastica di San Pietro ruotava attorno a due poli: da un lato,
notevole, il culto divino e la diffusione della cultura, dall'altro,
importantissimo, l'impegno organizzativo ed il lavoro materiale.
I monaci avevano caro, altresì, l'aspetto esteriore del monastero che, tra il XV
ed il XVI secolo conobbe radicali lavori di ristrutturazione: fu rifatto l'altare
maggiore e, con ogni probabilità, fu data all'abside la sua forma attuale.
Fu proprio durante quei lavori, era il 1436, che venne rinvenuto e riesumato il
corpo di San Pietro Vincioli, il fondatore dell'abbazia, che era stato sepolto
sotto l'altare maggiore. Fu, inoltre, nel corso dei detti lavori, costruito il
CHIOSTRO DEL POZZO,
il nuovo refettorio, che attualmente è l'Aula Magna della
11
Facoltà di Agraria, ed il
CHIOSTRO DELLE STELLE,
su progetto dell'architetto
GALEAZZO ALESSI.
Le aule scolastiche presenti nel
CHIOSTRO DEL POZZO
sono la testimonianza
dell'impegno intellettuale dei monaci, conforme alla regola di San Benedetto:
ORA ET LABORA ET LEGE2.
In questo monastero, in questi chiostri, ha aleggiato,
nel corso dei secoli, lo spirito della sapienza, in essi hanno vissuto la loro vita,
sospesa tra studi e preghiera numerosissimi monaci. Tra queste mura, in questi
chiostri, fu un monaco particolarmente interessato alle problematiche
scientifiche, sempre attento ad ogni evento e portato alla riflessione, dotato di
forte intuizione, pronto ad esperimentare, praticamente, a verificare alla prova
dei fatti, le idee, le ipotesi che andava formulando: don Benedetto Castelli,
discepolo ed amico del filosofo-scienziato Galileo Galilei che, come vedremo,
fu straordinario collaboratore del Maestro, e nel silenzio del chiostro andò
maturando, varie teorie, effettuò esperimenti, esperimentò in particolare il
PLUVIOMETRO,
2
una sua notevole invenzione
Luigi Siciliani: op. cit
12
IMPEGNO DEI MONACI IN CAMPO SCIENTIFICO
" La diffusione dello studio scientifico non ha mai rappresentato una
stravaganza nel mondo religioso, tradizionalmente rivolto, in maggior misura,
agli studi filosofici, teologici e, in genere, umanistici.
La storia ecclesiastica offre esempi illustri di domenicani, barnabiti, gesuiti,
minori.... i cui meriti sono spesso menzionati nei testi di storia delle scienze"3.
Se i religiosi, in genere, non hanno disdegnato lo studio scientifico, occorre
dire che i Benedettini, in particolare, hanno sempre mostrato notevole interesse
per le meraviglie della natura soprattutto quando la conoscenza delle stesse
contribuisce a glorificare il Creatore.
Le scienze si, ma soprattutto la medicina ha costituito, per secoli, un impegno
specifico del monaco. Ciò avveniva nel pieno ossequio della regola:
INFIRMORUM CURA ANTE OMNIA, ET SUPER OMNIA ADHIBENDA EST.
Forse allo stesso San Benedetto non era conosciuta la medicina: TUNC ABBAS
FACIAT UT SAPIENS MEDICUS.....
Numerosi Benedettini hanno considerato la cura del malato, l'assistenza
all'infermo, uno specifico dovere. Preparavano da soli gli unguenti, le
medicine, avvalendosi della conoscenza delle erbe, delle proprietà terapeutiche
di varie piante. Ciò è attestato da Cassiodoro che, ritiratosi nel cenobio di
Squillace dopo aver abbandonato la corte di Teodorico, voleva che i suoi
religiosi apprendessero "l'arte salutare di studiare le virtù curative delle erbe
3
M.Mazzucotelli: La scienza nei monasteri; in Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia vol.I,
cap.I
13
per farne farmaci per il bene dei poveri infermi"4. Cassiodoro ricordava ai
monaci, uomini di cultura, esperti di lettere greche e latine, di non limitarsi a
trascrivere le opere dei classici, ma a studiarle, a leggerle. Fondamentale, a tal
fine, è l' "Erbario di Discoride ove sono descritte le proprietà delle erbe dei
campi, ma anche le opere di Ippocrate, uno dei fondatori della medicina antica,
e di Galeno altra grandiosa figura di medico dell'antichità. Dunque, dovere dei
monaci era di trascrivere i codici antichi per tramandarli alla memoria dei
posteri, ma anche, e soprattutto, studiarli per conoscere i segreti delle scienze,
della natura.
Nel corso del XIII secolo fiorirono numerose farmacie cassinesi i cui farmaci
erano preparati in modo naturale: i monaci applicavano le loro conoscenze
scientifiche per preparare rimedi veramente efficaci. Numerosi codici cassinesi
dei secoli XIII, XIV, XV e XVI riportano moltissime ricette di farmaci
preparati con erbe delle quali vengono spiegate le virtù curative. I monaci pur
obbedendo al Concilio di Roma, del 1139, e di Tours del 1163, che proibiva
loro l'insegnamento della medicina nonché l'esercizio pubblico della stessa,
continuarono ad essere d'aiuto ai malati, specialmente ai poveri, perché questo
non era stato loro vietato, con le medicine da loro stessi preparate.
È ancora un codice del XII secolo (167-435) a parlare di anatomia e fisiologia.
Sono sempre i codici ad informarci che nel XII secolo i monaci avevano dato
vita, a proprie spese o con l'aiuto di benefattori, a vari ospedali. Ospedali e
4
B.Paoloni: Il contributo dato in 14 secoli dai Benedettini Cassinesi alle scienze fisiche, astronomiche,
mediche e naturali; in La Meteorologia Pratica, anno VII n.6 Novembre-Dicembre 1926, p.195
14
farmacie dei monaci sono presenti nelle citazioni dei codici ancora nei secoli
successivi.
Parallelamente continuano gli studi di carattere scientifico. Un monaco di
Montecassino,
TEOFILO MARZIO,
espertissimo di matematica ed astronomia, fu
chiamato da Gregorio XIII a partecipare alla riforma del calendario. Erano del
gruppo "uomini dottissimi" ma il Marzio prese veramente a cuore l'incarico e,
come afferma l'Armellini (Biblioteca Benedictino Casinensis, sive scriptorum
casinensis congregationis)5, fu il più grande sostenitore dei calcoli di Luigi
Giglio, e dimostrò tutti gl'inconvenienti che, col tempo, sarebbero nati dalle
riforme proposte da altri. Scrisse
TRACTATUS DE NOVA REFORMATIONE
KALENDARI, CONSULTATIONES SUPER EADEM REFORMATIONE
CASINENSIS
DE
CONTROVERSIS
ed un opuscolo
THEOPHILI
MONACHI
SUPER
KALENDARIO
NARRATIO.
Si occupò della riforma del calendario anche un altro monaco,
Adriano Amaltea.
Matematici, scienziati fanno conoscere il loro impegno nei diversi monasteri
nel corso del XVI secolo. Uno di questi fu D. Girolamo Ruscelli inventore del
sistema di trasporto per carri. Nel XVII secolo l'impegno dei monaci in campo
scientifico non diminuì, anzi conobbe un notevole incremento.
È questo il secolo in cui, come afferma D. Bernardo Paoloni, gli abati cassinesi
sostengono la necessità di approfondire, in ogni ambito scientifico, il sapere dei
monaci.
5
B.Paoloni: op.cit. p.11
15
Un monaco, di cui non si conosce il nome, è il primo ad occuparsi di
astronomia. È autore di un libretto:
DISCORSO NUOVO IN MATERIA DELLA
GRANDE COMETA CHE SI VIDE NEL PRINCIPIO DI NOVEMBRE 1618 COLLA
DICHIARAZIONE DELLA GRANDEZZA, E SUE QUALITA' E DELLI SUOI PRODIGI
(Venezia 1619). Molti sono i cassinesi matematici vissuti in questo periodo
nonché gli astronomi. Un monaco che godeva di grande fama come astronomo,
Alderano Desiderio, autore di opuscoli, fu chiamato da Clemente XI,
nonostante avesse novant'anni, per operare correzioni al calendario. Impedito a
muoversi, data l'età, scrisse un libro molto apprezzato:
CICLI SOLARI E LE
LETTERE DOMENICALI.
Non si può dimenticare che il XVII è il secolo caratterizzato dal pensiero
scientifico, che vede protagonisti pensatori quali Galilei, Keplero, Newton,
Torricelli, ma anche il benedettino D. Benedetto Castelli scienziato ed amico di
Galileo ed inventore del pluviometro. Altro illustre cassinese del secolo è
Benedetto Bacchini, maestro di Ludovico Antonio Muratori, fine teologo e
filologo, ma anche esperto di fisica, meccanica e medicina. Bacchini, nella sua
DISSERTATIO DE MOTIONIBUS MERCURII IN BAROMETRO,(Venezia
1730) mette in
luce le sue profonde conoscenze di fisica e di meteorologia. Nella sua opera,
detto monaco spiega fisicamente, tramite dimostrazione, le ragioni per le quali
il mercurio sale e scende all'interno del tubo del barometro; parla, inoltre, in
modo esauriente, della pressione dell'aria durante i temporali.
Anche il XVIII secolo vede i benedettini protagonisti in campo scientifico, vi
furono fisici e matematici e qualcuno, studiando le leggi di queste discipline ed
16
applicandole alla pratica, anticipò quelle conoscenze, precorse il cammino
dell'areonautica.
Tre monaci della Badia Fiorentina riuscirono a far sollevare un pallone, pieno
d'idrogeno che, in pochi minuti, tra la meraviglia dei presenti, attraversò le
montagne andando a cadere in territorio emiliano. Addirittura un altro monaco
della stessa Badia aveva trasformato la sua cella in un piccolo laboratorio di
aeronautica e lì, dopo aver inventato un altro pallone, si impegnava con tutte le
sue forze in quegli esperimenti grazie ai quali tentava di risolvere il problema
della dirigibilità.
Se è vero che la meteorologia ha visto la luce all'interno dei chiostri
benedettini, è altrettanto vero che la stessa nascita ha avuto la sismologia.
È proprio un cassinese, D. Andrea Bina di Milano, monaco del monastero di S.
Pietro di Perugia, l'inventore del primo sismografo della storia. Si trattava,
certamente, di un sismografo non perfetto, ma capace di registrare i terremoti,
stabilirne la direzione e l'ampiezza e dire se fossero ondulatori o sussultori.
Il XIX secolo altresì conobbe l'impegno scientifico dei monaci che
continuarono ad occuparsi di matematica, fisica, meteorologia, sismologia.
(purtroppo moltissimi documenti di Montecassino sono stati perduti.
Il Monastero che nei secoli medioevali aveva conosciuto le scorrerie dei
Longobardi e dei Saraceni, nel 1795 aveva subito l'oltraggio dei Francesi che,
incuranti della cultura e della storia, avevano disperso molte carte d'archivio
usandole, in molti casi, come carta per avvolgere cibi o, addirittura,
17
bruciandole ha vissuto una pagina tragica alla fine della seconda guerra
mondiale quando per l'errata interpretazione di un messaggio in codice, è stato
distrutto).
18
DON GIROLAMO RUSCELLI E L'IMPORTANZA DEL SAPERE SCIENTIFICO
All'interno dei monasteri, in modo più o meno evidente, in modo più o meno
sistematico si svolgevano studi di diverso genere, umanistico o scientifico.
Può suscitare qualche difficoltà, a volte, caratterizzare un monaco con un unico
appellativo in quanto la cultura di questi è così vasta, poliedrica, che
considerarlo cultore di una sola disciplina porta a sopravvalutare un aspetto di
quel sapere che è legato alla complessità, alla molteplicità delle sue conoscenze
e, dunque, alla ricchezza intellettuale della sua persona. Monaci eruditi in
campo umanistico, ma anche scientifico si affacciano ad animare,
culturalmente, la vita dei chiostri nelle varie epoche, ma soprattutto nei secoli
XVI e XVII. I vari documenti, i diversi manoscritti, fanno conoscere gli studi,
le riflessioni, l'impegno dei monaci nel campo della fisica, dell'astronomia,
della meteorologia, dell'idraulica, della meccanica.
I nomi di due monaci vissuti nel monastero perugino nel detto periodo, D.
Girolamo Ruscelli e D. Benedetto Castelli sono indicativi della passione per le
discipline scientifiche e dell'impegno profuso nella realizzazione di opere, di
scoperte.
Don Benedetto lega il suo nome, come vedremo, a varie invenzioni, tutte
significative; don Girolamo, invece, soprattutto al trasporto di merci su carri
trainati da buoi6.
6
M.Mazzucotelli: op.cit. pp. 16-17; 59; 60-62; 86-90; 92
19
Occorre dire che i monaci, sia pur dotati di straordinario interesse per gli
argomenti scientifici, vivevano, pur sempre, all'interno del monastero la cui
vita era scandita dalle preghiere elevate a Dio, nel rispetto delle ore canoniche.
La giornata iniziava con le lodi già dal sorgere del sole. Era, dunque,
necessario considerare lo scorrere del tempo, conoscere le leggi che regolano la
misurazione del tempo: tutto ciò ha portato alla realizzazione di meridiane,
ovvero di orologi solari. Non era certo semplice dar vita ad un orologio solare;
il costruttore necessitava di una cultura che spaziasse in ogni campo: dalla
matematica, alla geometria, all'astronomia. Doveva essere capace nei calcoli
matematici, ma anche avere conoscenza della posizione del sole, dei
movimenti della terra, delle variabili della sfera celeste, il tutto suffragato da
buone conoscenze geografiche.
È vero, è una necessità conoscere l'ora, ma, purtroppo, la costruzione
dell'orologio non si può improvvisare. Ci vuole, a monte, una vasta e profonda
cultura quale doveva possedere don Girolamo Ruscelli, cellerario7, abate di San
Pietro, presidente più volte della Congregazione Cassinese, esperto di
architettura, filosofia, letteratura, musica, ma ciò che più importa, ottimo
conoscitore della matematica, aritmetica, algebra, astronomia, astrologia,
cosmografia.
Il fervore di sapere, di scoprire cose sempre nuove portò don Girolamo a
realizzare strumenti scientifici di particolare interesse come astrolabi, sfere,
7
M.Montanari: Mille anni della chiesa di S. Pietro in Perugia e del suo patrimonio, Poligrafica F. Salvati
Foligno, 1966, pp.145-153
20
compassi nonché orologi solari e, tra i tanti strumenti matematici, inventò
anche quelli utili per una corretta delineazione geografica.
L'abate Ruscelli, definito
caratterizzato
COSMOGRAPHIS,
dalla
SCIENTIIS OMNIBUS INSTRUCTISSIMUS
"Matricula
ARITHMETICIS
ET
Casinensis":
MATHEMATICIS
PLURA
è altresì
MANUSCRIPTA
PERUTILIA
RELIQUIT.
INSTRUMENTORUM A SE INVENTORUM OPE AC BENEFICIO PLURIMA LOCA ET
PROVINCIAS GEOGRAPHICE DELINEAVIT, PLURA ITEM HOROLOGIA SOLARIA
VERTICALIA, HORIZONTALIA ET ANNULARIA FABRICATUS EST8.
8
M.Mazzucotelli: op. cit. pp.15, 72-72, 115
21
Don Girolamo Ruscelli..... un abate..... un letterato..... un astronomo..... un
poeta..... un matematico
Don Girolamo Ruscelli, nato a Perugia, probabilmente, nel 1538, da una
famiglia benestante e pia, molto legata al Monastero di San Pietro9 si distingue
per la profonda cultura scientifica e per le numerose esperienze di vita
monastica: prima priore del monastero dei Santi Faustino e Giovita, a Brescia
e, successivamente, promosso ad abate, fu nel monastero di San Martino delle
Scale a Palermo, nella Badia di Firenze nonché a Subiaco. Ebbe l'onore di
guidare, in qualità di abate, e per ben cinque anni, il monastero di
Montecassino.
Fu a Perugia, nello stesso ruolo, dal 1595 al 1598. Dopo un biennio trascorso,
da abate, nei pressi di Mantova, nell'abbazia di San Benedetto Po, tornò a
Perugia per rimanervi fino al 1603 quando fu mandato a Napoli a reggere il
Monastero di San Severino dove, secondo l'Armellini, morì all'età di
sessantasei anni, il 24 agosto 1604. Secondo la MATRICULA, Ruscelli è morto a
Perugia: mortus est Perusii anno 1603.
La "Cronaca m.s., dopo aver riportato la notizia della morte dell'abate,
avvenuta a Perugia, continua.... nel dì 10 febrajo 1603 pieno di merito, riputato
da tutti per dottrina, talenti e santità di vita".
Il libro de' Morti della Chiesa di S. Pietro di Perugia (A) riporta la notizia del
decesso di don Girolamo "Adì 17 febraro 1603 passò a miglior vita....".
9
ASPi - M. Bini: Memorie storiche del Monastero di San Pietro in Perugia dell'ordine di San Benedetto
raccolte e redatte da un monaco di esso nel 1848. C.M. 439/IV 1848, p.156
22
L'abate Ruscelli fu per tre volte presidente della Congregazione: la prima nel
1592, mentre era abate di Montecassino; la seconda nel 1596, quando reggeva
la "sua" abbazia di San Pietro in Perugia; la terza nel 1600 allorché, dopo aver
governato il Monastero di S. Benedetto Po, gli fu rinnovato l'incarico del "suo"
Monastero di Perugia10.
I vari monasteri guidati da don Girolamo Ruscelli conobbero non solo un
valente amministratore ed un' ottima guida spirituale, ma, in particolare, uno
studioso, un uomo di vaste e profonde conoscenze.
Nei sei anni trascorsi a Brescia, il Ruscelli si distinse come docente di
matematica mentre, nel periodo cassinese, legò il suo nome a vari fatti: fece
due sinodi diocesani, eresse il seminario diocesano in modo conforme ai
deliberati del Concilio di Trento, fece costruire la strada di San Germano a
Montecassino, le grandiose mura di protezione del monastero ed escogitò il
modo, estremamente semplice, di suonare una grandissima campana che, come
dice lo storico Crispolti, era sufficiente, per metterla in funzione, che fosse
toccata anche solo da un bambino.
"Letterato, astronomo, poeta, matematico" lo definisce il Bini nella sua
"Cronaca", grande esperto di matematica in generale, di algebra in particolare,
sfruttò le sue notevoli competenze nella costruzione di un
CIMBALO
che
suonava perfettamente con ventuno corde ed aveva, come dice il Crispolti, la
"tastatura divisa, così nel suono, come nel semisuono e risultano in tutto di
10
Ab. Pietro Elli O.S.B. Cronotassi degli Abbati del Monastero di San Pietro in Perugia conforme alla
Cronaca ms. dell'abate D. Mauro Bini (+1849). Abbazia di San Pietro-Perugia-1994. p. 78
23
numero ottantuno tasti". Il Ruscelli ha operato tanto, ad avviso dello storico
Crispolti, per dare l'opportunità ai "Musici" ed agli studiosi di poter suonare
tutti i generi: cromatico, enarmonico e diatonico cose non possibili da fare, così
perfettamente, con altri cimbali.
Don Girolamo, "versatissimo" in matematica, eccelso conoscitore dell'algebra,
dell'astronomia e della cosmografia uno di quegli uomini che raramente la
natura produce, profondo teologo, filosofo e giurista fu anche medico11.
Inventò e perfezionò vari strumenti matematici. Costruì sfere, astrolabi, trisesti
e compassi, fabbricò orologi di vario tipo, in differenti luoghi, orologi solari
verticali e orizzontali. Singolare la sua idea di segnare tanto il legno quanto il
marmo senza alcun aiuto di forze umane, senza operai dunque, ma solo con
l'aiuto della forza idraulica.
Studiò le alluvioni e concepì il modo di evitarne i danni.
Bisogna ricordare che don Girolamo, prima ancora di essere nominato abate,
era stato celleraro del monastero di San Pietro. In quel periodo, esattamente nel
1565, forse riflettendo sulle immani fatiche degli uomini e degli animali e,
soprattutto, sul "costume" di trasportare merci avvalendosi di bestie da soma a
schiena e constatando la presenza, in zona,di varie ruote di carri di artiglieria
abbandonate dai Francesi nelle cascine quando avevano attraversato il territorio
perugino, pensò che tanto materiale non potesse andare sprecato. In virtù del
suo ingegno costruì dei carri introducendo, così, nel monastero un nuovo uso di
11
B.Paoloni: Il contributo cit., 1926, p.204
24
trasportare i generi. Successe però, che don Girolamo fosse destinato, nel
frattempo, al monastero di Subiaco e, per obbedienza, dovesse recarvisi. Un
perugino, tal maestro Pompilio, a conoscenza dell' "invenzione" di don
Girolamo, approfittò dell'assenza da Perugia del monaco. Dopo aver osservato
attentamente la struttura dei carri ed aver studiato i sistemi di movimento degli
stessi, cominciò a fabbricare, a sua volta, carri in tutto simili a quelli del
monastero, ma si guardò bene dal dire di basarsi sul prototipo monastico,
tutt'altro; andava dicendo di essere lui l'ideatore e l'artefice e, di conseguenza,
come "inventore", ottenne dal Governo "la privativa di fabbricare li carri per un
dato tempo". Rientrato a Perugia, nel 1569, ancora in funzione di cellerajo, don
Girolamo volle continuare a fabbricare i carri secondo la sua invenzione, quei
carri che erano già risultati più che utili al monastero, ma incontrò un ostacolo:
Mastro Pompilio produsse il "privilegio della sua privativa". Don Girolamo,
con pazienza e da uomo di Dio, portò Pompilio a capire la gravità della
situazione in cui si era cacciato con le sue stesse mani e per sua volontà. Gli
fece capire che era stato lui, don Girolamo, a costruire i carri e a metterli in
azione e che l'invenzione era sua non di altri.
Di conseguenza, avocando a sé il merito dell'invenzione, quale effettivamente
era, aggiunse che il governo avrebbe, senza dubbio, revocato il "privilegio" a
Pompilio una volta appurata la falsità della dichiarazione da questi prodotta. Il
monastero, naturalmente, dimostrò agli organi di governo la paternità di don
Girolamo relativamente all'invenzione dei carri. Mastro Pompilio, che
25
temerariamente aveva osato, ben sapendo di mentire, sostenere davanti al
legittimo inventore, di essere lui l'ideatore dei carri, forse temendo per sé gravi
conseguenze, preferì rinunciare alla "sua pretenzione". Il monastero ebbe modo
di continuare a fabbricare i carri senza più incontrare ostacoli12.
12
Libri Diversi: Ricordi n. 38, Archivio San Pietro, Perugia, p.26
26
GALILEO GALILEI E BENEDETTO CASTELLI: UN' AMICIZIA VOTATA
ALL' ESPERIENZA SCIENTIFICA
All'interno dei monasteri era tangibile l'impegno dei monaci in campo
scientifico; non può e non deve sorprendere che possa essere esistito un
rapporto di fattive collaborazione fra i monaci, a loro volta pensatori e
scienziati, e veri e propri pensatori, filosofi , scienziati.
Non può meravigliare, dunque, il caso di don Benedetto Castelli (1577-1643)
[al secolo Antonio] fortemente legato a Galileo Galilei da profonda stima ed
amicizia.
Galileo Galilei (1564-1642) ebbe nella sua "cerchia di discepoli ed amici.....
anche alcuni monaci i cui contributi alle scienze astronomiche, e non solo a
quelle, furono, a volte, importanti. Lungo tutta la sua vita, Galileo ebbe
contatti con diversi monaci, di cui la storiografia galileiana ha evidenziato studi
e realizzazioni"13. A sostegno dell'idea che vuole in perfetta sintonia Galilei ed
il mondo monastico, è bene considerare l'ipotesi, certamente suggestiva,
formulata da M. Ercolani all'inizio del secolo XX, sulla base di un'antica
tradizione vallombrosana, che lo scienziato sarebbe stato iniziato allo studio
proprio presso i monaci, i vallombrosani, nel monastero di Vallombrosa e in
quello di Santa Trinita, a Firenze. È evidente, dunque, che Galilei considerasse
i monaci dei capisaldi, delle vere basi del sapere.
13
M.Mazzucotelli: op.cit. p.58
27
Nominato, nel 1592, professore di matematica presso l'Università di Padova
ebbe, tra i suoi allievi, il cassinese Gerolamo Spinelli (professo del monastero
di Santa Giustina di cui divenne abate nel 163214 che, aiutato dal confratello
don Benedetto Castelli, nel 1605, pubblicò il "Dialogo di Cecco Ronchitti da
Brunzone in proposito della stella nuova".
14
M.Mazzucotelli: op.cit. p.59
28
Don Benedetto Castelli
nato a Monte Isola (Brescia) il 4
settembre 1577 da antica e nobile
famiglia, vestì l'abito monastico nel
monastero di Santa Faustina in
Brescia all'età di diciotto anni.
Compiuti gli studi teologici e filosofici passò al monastero di Santa Giustina, a
Padova, per seguire, presso l'università cittadina, quegli studi per i quali
mostrava particolare inclinazione. A Padova diventò "uditore e discepolo" di
Galilei. Frequentava la casa del Maestro, assisteva alle sue numerose
esperienze, fra le quali quelle che furono alla base dell'invenzione del
termometro. Descriveva quei momenti in una lettera inviata a Mons.
Ferdinando Cesarini in data 20 settembre 1638. Lo strumento inventato si
chiamava, ancora, termoscopio. Fu Evangelista Torricelli, che si avvalse della
dilatazione dell'acqua anziché di quella dell'aria, a dar vita (secondo Catervi) al
termometro.
Nel 1607 prese parte, al seguito dell'abate dell'Ordine, al Capitolo Generale,
tenutosi nella Badia di Cava dei Tirreni. Dal 1607 al 1610 sono scarse le
notizie che lo riguardano, ma come afferma il professor Baltadori, docente
29
della Facoltà di Agraria di Perugia15 fu, forse, in quel periodo, a Montecassino.
L'ipotesi è suffragata dal fatto che là si conservano16 due suoi manoscritti
autografi: Intorno allo studio delle macchie solari, mai pubblicato e Galileo,
delle cose che stanno sull'acqua.
Quando Galilei lasciò Padova, e dunque si allontanò dal territorio della
Repubblica di Venezia per portarsi a Firenze, il Castelli, non riuscendo a
concepire una vita priva del sostegno del maestro, volle continuare a stargli
vicino "per poter far di quei guadagni che si fanno con la conversazione di V.
S. quali sono da me stimati sopra ogni bene di questo mondo"17. A tale attestato
di stima, fa riscontro qualcosa di analogo, a firma dello stesso Galilei che, in
data 30 dicembre 1610, scriveva, fra l'altro, a don Benedetto "...la felicità del
suo ingegno non ha bisogno dell'opera mia né d'altre"18. Era forte la
considerazione che il maestro aveva dell'allievo e viceversa. Castelli, come
detto, sentiva il bisogno di consultarsi con il maestro ed avvertiva, a tal punto,
la necessità di stargli vicino che quando Galilei si trasferì da Padova a Firenze,
il monaco chiese, ed ottenne, il trasferimento alla Badia Fiorentina.
A Firenze, don Benedetto divenne il più assiduo, e valido, dei collaboratori di
Galileo: aiutò il maestro nelle osservazioni dei quattro più grandi satelliti di
Giove, i cosiddetti PIANETI MEDICEI, per una più esatta determinazione dei loro
15
A.Baltadori: L'Abbazia di San Pietro in Perugia nelle Scienze matematiche, fisiche e naturali; Bollettino
della Deputazione di Storia Patria per l'Umbria, vol.LXIV fasc.II Perugia 1967, p.197
16
A.Amelli: Don Benedetto Castelli, brevi cenni sulla vita e sulle opere, in La Meteorologia Pratica vol. VII,
n.6, novembre-dicembre 1926, p.248
17
A.Baltadori: op.cit.p.198
18
M.Mazzucotelli: op.cit.p.60; A.Baltadori, op.cit.p.198
30
periodi, nello studio delle macchie solari, escogitando un sistema semplice, ma
ingegnoso, per poterle osservare con il telescopio. Il Baltadori afferma che è
proprio del Castelli il metodo di osservare le macchie solari ottenendo la
proiezione attraverso il telescopio sopra una carta per non offendere l'occhio.
Castelli fu di grande aiuto al maestro nelle discussioni relative alla questione
sulle cause del galleggiamento dei solidi.
Tanto entusiasmo nello studio, impegno e competenza ebbero un grande
riconoscimento: nel 1613 il Castelli ottenne, con il favore delle corte
granducale e l'appoggio di Galileo, la cattedra di matematica nello studio di
Pisa, cattedra che mantenne per tredici anni.
È di questo periodo la ben nota questione relativa alla presunta incompatibilità
tra la teoria copernicana e la sacra scrittura, suscitata da G.Boscagli e ribattuta
da B.Castelli, cosa che provocherà la famosa lettera di Galileo Galilei a Castelli
causa dei processi a Galileo19.
Frattanto il Cardinal Barberini, grande estimatore del Castelli, era diventato
Papa con il nome di Urbano VIII. Poco dopo il pontefice volle che il Castelli si
trasferisse a Roma per poter contare su di lui per tutto ciò che fosse relativo
all'idraulica e, soprattutto, come istruttore di Taddeo Barberini.
Successivamente fu nominato lettore di matematica alla Sapienza e gli fu dato
l'incarico "dello studio del regolamento dei corsi d'acqua in vari luoghi"20.
19
20
Benedectina, fascicoli di studi benedettini, anno XXIV, fasc.I, Gennaio-Febbraio 1977, p.151
La Meteorologia Pratica cit., 1926, p.249
31
Durante il soggiorno romano scrisse la sua opera più significativa, il Trattato
sulla misura delle acque correnti.
Uomo di grande e profonda cultura, si trovò più volte a sostenere discussioni su
argomenti attinenti all'idraulica, ma anche ai fenomeni luminosi. Parlando con
certi uomini di lettere che palesavano difficoltà a comprendere come "potesse
la terra illuminare più la luna di quello che fa la luna la terra", il Castelli stabilì
che "l'intensità del lume scemi nella proporzione in cui crescono i quadrati
delle distanze" giungendo, così, ad una legge di fotometria21. È giusto riportare
quanto afferma il Favaro, notato anche dal prof. Baltadori, a tal proposito:
quella medesima considerazione del lume secondario della luna che gli era
stata scorta a formulare questa legge, lo conduceva appresso ad una
divinazione che sola basterebbe ad attestarne la mente superiore.
Congratulandosi con Galileo per i nuovi "scoprimenti" da lui fatti a proposito
della luna, il 14 novembre 1637 scrive d'esser riuscito, nel mese precedente, a
vedere, in modo assai distinto, questo lume secondario quando la luna era
vicino al primo quarto, e richiamandosi a quello che il Maestro aveva scritto
nel
SIDERUS
NUNCIUS,
e nel
DIALOGO
DEI
MASSIMI
SISTEMI,
aggiunge
testualmente: "giudicai ancor io a' giorni passati che ritrovandosi la luna
meridionale dovesse essere illustrata dalla terra, e però mi venne in mente che
le terre meridionali a noi incognite debbono essere vastissime provincie e che
però riflettono gagliardo lume nella luna"; tale concetto riportava la piena
21
A.Baltadori: op.cit., p.198; A. Favaro: Benedetto Castelli nella storia e nella scienza; in La Meteorologia
pratica, anno I, Gennaio-Febbraio 1920 p.10
32
approvazione di Galileo; e così parecchi anni prima che venisse effettivamente
scoperto, il Castelli divinava la esistenza del continente australiano22. Tra
Castelli e Galileo intercorse una fitta corrispondenza. Sono proprio le lettere a
mettere in luce le discussioni, di carattere scientifico e le diverse ipotesi,
rispettivamente formulate, relative ai vari problemi in oggetto. Galilei scriveva
a Castelli di non provare gusto maggiore che nel leggere ciò che il discepolo gli
inviava "producendo frutti del suo ingegno e non foglie indifferentemente
raccolte da questa e da quella pianta sterile e non fruttifera, che arrecano cibi
molto grati"23. Di Castelli, dice l'Armellini24 "facili ac simplici stylo scripsit,
de verborum venustate et elegantia haud omnino sollicitus". Il legame tra don
Benedetto e Galileo era così vero, intenso e trasparente da portare i due a
considerarsi complementari o, forse, addirittura, un'unica persona. Il Castelli
ebbe allievi di prestigio, pensiamo a Torricelli, a Cavalieri, a Borelli che
presentò e mise in relazione con Galilei. Era tale la stima di Galilei nei
confronti di Castelli che il maestro considerò il Torricelli e gli altri, non come
allievi di un diverso studioso, ma come fossero stati suoi stessi allievi. Come
Castelli aveva appreso e condiviso il metodo di Galilei, altrettanto può dirsi dei
suoi discepoli che hanno derivato dal maestro la precisione, lo scrupolo nelle
indagini, nella ricerca. Il Torricelli, ad esempio, allievo del Castelli a Roma, è
l'inventore, nel 1643, del barometro. Per tale invenzione, come per il
22
A.Favaro: Benedetto Castelli nella storia e nella scienza, in La Meteorologia Pratica, anno I, , gennaiofebbraio, 1920 p.10-11
23
A.Favaro: Carteggio di don Benedetto Castelli con Galileo Galilei, in La Meteorologia Pratica, MaggioGiugno 1920, p.107
24
Meteorologia Pratica, cit./Armellini-Bibliotheca Casinensis, Assisii, MDCCXXXI
33
completamento di quella del termometro, l'allievo del Castelli può essere
considerato, come afferma don Paoloni, "uno dei pionieri della moderna
meteorologia".
Nel momento più buio della vicenda umana di Galileo, il Castelli non
abbandonò il maestro, ma mantenne viva e forte la vecchia amicizia, anche
durante il processo; è vero che in quei tristi momenti il Castelli non fu
fisicamente vicino al Maestro e che, a causa dei suoi tanti impegni, tornò a
Roma solo a processo concluso, ma è altrettanto vero che fu sempre
spiritualmente vicino a Galileo facendogli sentire, concretamente, la sua
presenza con le lettere e, soprattutto, con l'alta considerazione di cui godeva
presso la curia romana.
Castelli, come membro dell'ordine Benedettino, fu nominato decano sin dal
1612 ed abate di varie Abbazie: Praglia, San Benedetto di Foligno, in Sicilia...
Stimato ovunque, in particolare dalle grandi famiglie, come i Medici o i
Barberini, riconosciuto per le sue alte doti e gratificato da incarichi accademici
trascorse l'ultimo periodo della sua vita nel Monastero di San Callisto in
Trastevere, dovendo stare a Roma per onorare l'incarico di lettore di
matematica alla Sapienza. Colpito da una malattia alla vescica, appena un anno
dopo la morte di Galilei, il 19 aprile 1643, il Castelli morì nel monastero di
Trastevere.
34
**********
Di notevole interesse umano e scientifico è il carteggio intercorso tra Galilei e
Castelli. Nelle quattro "lettere Copernicane" scritte da Galilei tra il 1613 ed il
1615, di contenuto apparentemente privato, lo scienziato pisano si occupa del
rapporto tra sacra scrittura e teoria copernicana. La prima di queste lettere,
scritta a Firenze il 31 dicembre 1613, è indirizzata al monaco benedettino don
Benedetto Castelli.
35
LE INVENZIONI DI CASTELLI
Don Benedetto, allievo ed amico di Galilei, fu grande studioso. Le materie,
oggetto del suo studio, furono molteplici; in ogni campo seguì le indicazioni di
Galileo, tanto nello studio che nell'applicazione25.
Come afferma il Favaro, in una nota del 1920, "dall'ottica al calorico,
dall'astronomia alla fisiologia, dal magnetismo alla meccanica , dall'algebra
speculativa alla risoluzione di problemi pratici rispondenti ai bisogni, quasi
diremmo della vita quotidiana, non vi fu argomento sul quale anche
occasionalmente sia stata richiamata la sua attenzione ch'egli non abbia fatto
oggetto di studio ed al quale non abbia recato una qualche e spesso anche
notevole contribuzione"26.
Il Castelli si occupò, in campo astronomico, dei calcoli per determinare i
periodi dei pianeti medicei la cui scoperta, illustrata da Galilei nel
NUNCIUS,
SIDERUS
era stata dedicata dal Maestro a Cosimo de' Medici, studiò le
"macchie solari ottenute con la proiezione su carta chiara attraverso il
telescopio"27, studiò le fasi di Venere nonché la luminosità secondaria della
luna ed operò il riconoscimento della montuosità della stessa. Castelli ha
ricevuto tanto dal Maestro Galilei, ma ha trasmesso altrettanto ai suoi
discepoli, a quei giovani che si sono formati sotto la sua guida e che lui stesso
ha introdotto presso il grande maestro. I giovani formatisi all'ombra del
25
M.Mazzucotelli: op.cit. p.61
M.Mazzucotelli: op.cit. p.61
27
M.Mazzucotelli: op.cit. p.62
26
36
Castelli, ma che poi brillarono di luce propria furono almeno tre: Bonaventura
Cavalieri, Evangelista Torricelli, Giovanni Alfonso Borrelli.
Don Benedetto si occupò d'idraulica. Era, allora, annoso il problema della
regolazione delle acque di fiumi, paludi, acquitrini, delle inondazioni e della
conseguente vita malsana degli abitanti interessati a questi fenomeni.
Il Castelli si occupò della questione con il rigore scientifico che lo
caratterizzava, esponendo le sue argomentazioni nel trattato
DELLE ACQUE CORRENTI
DELLA MISURA
(Roma, 1628). Il monaco non era nuovo agli studi di
idraulica, si era infatti occupato della materia nella RISPOSTA ALLE OPPOSIZIONI
DEL SIGNOR LUDOVICO DELLE COLOMBE E DEL SIGNOR VINCENZO DI GRAZIA
CONTRO AL TRATTATO DEL SIGNOR GALILEO GALILEI DELLE COSE CHE STANNO
SULL'ACQUA O CHE IN QUELLA SI MUOVONO......(Firenze,
1615).
L'interesse per la materia era talmente forte e le argomentazioni tanto valide
che il trattato del 1628 conobbe varie edizioni, sia in italiano che in francese ed
in inglese. All'edizione del 1640, il monaco aggiunse studi e considerazioni
sulla bonifica delle paludi Pontine, sulla laguna di Venezia e sulla descrizione
dei corsi d'acqua, piccoli o grandi. In una lettera, del 1639, a Monsignor
Cesarini, Castelli afferma "applicando io tutto lo studio al servizio e obbligo
mio, spiegai in quel trattato alcuni particolari non bene avvertiti e considerati
fin hora (che io sappia) da nessuno, ancorché per se stessi siino importantissimi
e di grandissima conseguenza".
Il ragionamento che il Castelli espone, in teoremi e corollari, pone l'attenzione
sulla velocità variabile dei corsi d'acqua nelle diverse sezioni del loro alveo ed
37
in tempi determinati. Il tutto è accompagnato da dimostrazioni e da esempi atti
a concretizzare le possibilità di attuazione dei principi teorici.
Castelli, con le varie osservazioni del trattato, non mira solo alle bonifiche o
alla regolazione dei fiumi, laghi, canali, ma riserva gran parte di esse al metodo
di misurazione e distribuzione dell'acqua delle fontane che spesso conosceva
abusi e soprusi.
38
LE INVENZIONI DI CASTELLI A PERUGIA
Occorre ricordare che è questo il periodo in cui don Benedetto risiedeva nel
monastero perugino di San Pietro. Era il 1639 e c'era il Capitolo Generale della
Congregazione. Evidentemente era da tempo che il padre Castelli avvertiva
l'esigenza di misurare l'andamento delle piogge. In un giorno particolarmente
piovoso, osservando lo scendere copioso della pioggia e meditando sul suo
ritmo, non si lasciò sfuggire la ghiotta occasione: uscì in uno dei cortili del
monastero avvalendosi, per il suo esperimento, del primo oggetto trovato, ma
funzionale allo scopo, un vaso da notte che lasciò all'aperto per circa un'ora.
L'esperimento, ben riuscito, indusse il Castelli a pensare che, con tale sistema,
si potesse effettuare l'osservazione delle acque del Trasimeno in rapporto alle
piogge. Era, quello, un periodo in cui il lago, per il perdurare della siccità, si
presentava particolarmente povero di acque. Il Castelli, come riferisce don
Paoloni28, si recò sul luogo avendo saputo che il lago Trasimeno, a causa della
siccità, si era abbassato notevolmente. Verificato il fenomeno, notò che il lago,
rispetto alla consueta altezza, era abbassato di circa cinque palmi romani e più
basso rispetto alla soglia dell'emissario. Così stando le cose, dall'emissario non
usciva acqua e ciò provocava enormi danni agli abitanti: basti pensare che i
ventidue mulini, azionati dall'acqua del lago, non potevano funzionare e per
macinare il grano era necessario portarsi in altri mulini, spesso lontani, con
28
B.Paoloni: I Benedettini e la meteorologia in Italia; in Cinquanta articoli di Meteorologia, 1909-1936
pp.191ss
39
grande disagio e dispendio di energie. Don Paoloni, che circa tre secoli dopo
operò nel monastero di San Pietro e che, con lo scrupolo che lo
contraddistingueva, si impegnò in studi scientifici e ricerche d'archivio,
riflettendo sull'abbassamento delle acque del Trasimeno, accostò la circostanza
verificatasi ai tempi del Castelli ad un'altra, del 1833, della quale aveva trovato
notizia consultando le carte della Biblioteca Comunale di Perugia. Sfogliando i
vari documenti, il Paoloni si era imbattuto in un fascicolo, che lui stesso
definisce raro, dal titolo ONIOLOGIA, pubblicato nel gennaio 1834 a Perugia. In
un articolo della sua rivista29 don Bernardo pubblicò la curiosa informazione:
"nell'anno 1833 in tutta la nostra penisola nei mesi di inverno in ispecie
talmente si è penuriata l'acqua, che si è dovuto ricorrere particolarmente in
Firenze ai pozzi artesiani per suplire ai bisogni di vita. Or la quantità media
della pioggia, la quale calcolata da un decennio è per Perugia annualmente di
circa linee 390, nell'anno 1832 non fu che di linee 255. Le nevi, le quali furono
grandi nel cadere nell'anno 1831, quasi del tutto mancarono nell'anno 1832,
quindi l'acqua dei pozzi e delle fonti già molto diminuita, mancò in molti
luoghi quasi interamente nell'anno 1833. Il lago Trasimeno abbassò il suo
livello più piedi sotto la soglia del suo emissario, e nell'inverno, cosa non più
avvenuta, al Tevere si penuriò l'acqua per poter macinare"30.
È evidente l'analogia, dovuta alle avverse condizioni, tra i momenti vissuti e le
difficoltà incontrate dagli abitanti, nei luoghi citati, nel XVII e XIX secolo.
29
30
B.Paoloni: op.cit., 1909-1936 p. 193
B.Paoloni: op.cit., 1909-1936 p.193
40
Tornando al Castelli, dopo il sopraluogo compiuto al Trasimeno, rientrò in
Perugia; le condizioni atmosferiche cambiarono, seguì un'abbondante pioggia.
Dal momento che la pioggia caduta era copiosa, il monaco-studioso sentì il
desiderio di sapere se il livello del lago fosse cresciuto. Parla di questo in una
lettera scritta a Galileo il 18 giugno 1639 ".....supponendo (come aveva hassai
del probabile) che la pioggia fosse universale sopra il lago: ed uniforme a
quella che cadeva in Perugia e così preso un vaso di vetro di forma cilindrica,
alto un palmo circa e largo mezzo palmo ed avendogli infusa un poco d'acqua
tanto che coprisse il fondo del vaso notai diligentemente il segno dell'altezza
dell'acqua del vaso e poi l'esposi all'aria aperta a ricevere l'acqua della
pioggia che ci cascava dentro e lo lasciai stare per ispazio d'un hora, ed
avendo osservato che nel detto tempo l'acqua si era alzata nel vaso quanto la
seguente linea considerai che se io avessi esposti alla medesima pioggia altri
simili ed eguali vasi in ciaschèduno di essi si sarebbe rialzata l'acqua secondo
la medesima misura: e per tanto conclusi che ancora in tutta l'ampiezza del
lago era necessario che l'acqua si fosse rialzata nello spazio di un'hora la
medesima misura.....". La lettera viene commentata con ironica umiltà in
un'altra lettera di Castelli a Galileo del 13 agosto 1639: ".....ho fatta ristampare
quella mia operetta (trattato) e nell'aggiunta ho inserito la lettera dell'orinale,
misura del Lago Trasimeno, per honor mio e non per eternare il grannome di
V.S. scolpito con caratteri eterni nel cielo, in terra e in mare....."31.
31
M.Mazzucotelli: op. cit.p.89; M.Velatta: L'opera di un benedettino a salvaguardia del Trasimeno, in:
41
Dalla riflessione di Castelli derivò l'invenzione di un apparecchio che lui stesso
denominò PLUVIOMETRO.
Il Pluviometro di Don Benedetto Castelli 1639
(foto Gilberto Scalabrini)
Il pluviometro permette di effettuare misurazioni pluviometriche in forma
statistica, di misurare l'acqua piovana in un certo intervallo di tempo.
È giusto ricordare, come sottolinea padre Paoloni dalle pagine della sua
rivista32 che il PLUVIOMETRO servì a Castelli non solo per i suoi studi pratici e
di notevole interesse scientifico, sul comportamento delle acque del Trasimeno
in rapporto alle piogge cadute, ma fu utile, al suo inventore, anche per altre
ricerche. Abbiamo notizie di ciò dal passaggio di una lettera inviata in data 13
agosto 1639 dove il padre benedettino tornava a parlare della sua invenzione.
Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. Perugia, 1967 vol.LXIV, fasc. II p.204-223
32
B.Paoloni: op.cit., 1909-1936 p.194
42
Galilei si interessò tanto dell'invenzione del suo discepolo, come risulta dallo
stretto rapporto epistolare, e, in particolare da alcuni passaggi di lettere ove
loda anche il "Trattato della misura delle acque correnti" opera nella quale il
monaco aveva inserito la lettera con cui descriveva a Galilei il suo
pluviometro.
Purtroppo, l'invenzione di don Benedetto non fu dovutamente apprezzata da
parte di coloro che cominciavano ad eseguire le prime osservazioni
meteorologiche strumentali. Nonostante i successi ottenuti grazie all'impegno
personale, allo scrupolo razionale, il Castelli non dimenticò mai di essere un
uomo di Dio, ricordò sempre che la ragione è importante, ma che l'uomo non
potrebbe avvalersene senza la volontà di Dio, che questa è solo uno strumento,
un mezzo, non un fine; il fine ultimo dell'uomo è Dio, la sua verità assoluta,
per raggiungere il quale non serve la ragione ma unicamente la fede; anche
l'impegno scientifico e le scoperte non possono essere avulse dall'universo
spirituale: tutto è ad onore di Dio. A testimonianza di ciò è la parte finale di
una lettera, inviata a Galilei, con la quale il monaco comunicava i suoi studi sul
Trasimeno e terminava: "tutto sia gloria a Dio per esercitare il dono
dell'intelletto ancora nella contemplazione delle meravigliose opere Sue, ut per
visibilia quae facta sunt, invisibilia percipiantur"33,
33
B.Paoloni: op.cit., !909-1936, p.199
43
BENEDETTO CASTELLI: RAPPORTO EPISTOLARE CON GALILEI
Come già detto Urbano VIII nutriva grande stima nei confronti di don
Benedetto Castelli e lo consultò più volte per lavori di idraulica. Forse è così
che si destò in don Benedetto l'interesse, e di conseguenza lo studio, delle
acque correnti.
Quando non era ancora salito al soglio pontificio, il Cardinal Barberini,
prefetto delle strade collaborava con Castelli, idraulico ufficiale pontificio; per
conto del Barberini, dunque, il Castelli si occupò del lago e del suo emissario,
detto cava. Si ha notizia di ciò in alcune lettere del carteggio Galilei-Castelli.
"Queste materie di acque, e per quanto sinora ho in diverse occasioni
osservato, si trovano involte in tante difficoltà, e moltiplicità di
stravagantissimi accidenti, che non è meraviglia nessuna, se continuamente da
molti, ed anco dalli ingegneri stessi, e periti si commettono intorno a quelle
importanti errori: e perché molte volte non solo intaccano gli interessi pubblici,
ma ancora i privati, di qui è, che non solo appartiene a' Periti trattarne, ma bene
spesso ognuno del volgo pretende darne il suo giudicio: ed io mi sono
abbattuto più volte, necessitato a trattare non solo con quelli, che o per pratica,
o per istudio particolare intendevano qualche cosa in queste materie, ma ancora
con persone ignude affatto di quelle cognizioni, che sono necessarie per potere
con fondamento discorrere sopra cotal particolare; e così molte volte ho
incontrato più difficoltà ne i duri capi delli uomini, che ne' precipitosi torrenti,
e vaste paludi. E particolarmente ebbi occasione gli anni passati di andare a
44
vedere la Cava, ovvero emissario del Lago di Perugia, fatta già da Braccio
Fortebraccio, molti anni sono, ma per essere poi con grandissimi danni dal
tempo stata rovinata, e renduta inutile, fu risarcita, con opera veramente eroica,
e meravigliosa da monsignor Maffeo Barberini, allora Prefetto delle strade, ed
ora Sommo Pontefice Romano (Urbano VIII). Ed essendo io necessitato per
poter camminare dentro la Cava, e per altro, a fare serrare le cateratte della
detta cava all'imboccatura del lago, non sì tosto le ebbi serrate, che accorrendo
una gran moltitudine di gente de' castelli e terre intorno alle riviere del lago,
cominciarono a fare doglianze grandi, rappresentando, che tenendosi serrate
quelle cateratte, non solo il lago non aveva il suo debito sfogo, ma allagava
tutte le riviere del lago con grandissimi danni. E perché a prima apparenza il
loro motivo aveva assai del ragionevole, io mi trovai a mal partito, non
vedendo modo il persuadere a tanta moltitudine, che quel pregiudizio, che essi
pretendevano, che io facessi loro con tenere chiuse le cataratte due giorni, era
assolutamente insensibile, e che con tenerle aperte, il lago non si abbassava nel
medesimo tempo né meno quanto era grosso un foglio di carta: però mi
convenne valermi di quell'autorità, che io teneva, e così seguitai a fare il mio
negozio, come conveniva, senza riguardo nessuno a quella plebe
tumultuariamente ivi radunata. Ora che il mio lavoro si fa, non con zappe, e
con le pale, ma con la penna, e col discorso, intendo dimostrare chiaramente a
quelli, che sono capaci di ragione, e che hanno inteso bene il fondamento di
questo mio trattato, che era vanissimo il timore, che quella gente aveva
45
concepito. E però dico, che stando l'emissario, o cava del lago di Perugia nel
modo, che si trova di presente, e camminando l'acqua per essa con quella
velocità, che cammina; per esaminare quanto può abbassarsi il lago nello
spazio di due giorni, dobbiamo considerare, che proporzione ha la superficie di
tutto il lago alla misura della sezione dell'emissario, e poi inferire che avrà la
medesima proposizione la velocità dell'acqua per l'emissario all'abbassamento
del lago; e per istabilire bene, e chiaramente questo discorso, intendo
dimostrare la seguente proposizione".....
Il Castelli che aveva approfondito le sue competenze idrauliche e le aveva
applicate alla soluzione dei problemi del Trasimeno, scrisse, il 18 giugno 1639
a Galileo: "A giorni passati ritrovandomi in Perugia, dove si celebrava il
nostro Capitolo Generale, avendo inteso che il Lago Trasimeno, per la gran
siccità di molti mesi, era abbassato assai, mi venne curiosità di andare a
riconoscere occultamente questa novità, e per mia particolare soddisfazione,
ed anco per poter riferire a' padroni il tutto con la certezza della visione del
luogo. E così, giunto all'emissario del lago, ritrovai che il livello della
superficie del lago era abbassato cinque palmi romani in circa dalla solita
altezza, in modo che restava più basso della soglia dell'imboccatura
dell'emissario, e però non usciva dal lago punto di acqua, con grandissimo
incomodo di tutti i paesi e castelli circonvicini, per rispetto che l'acqua solita
uscire dal lago fa macinare ventidue macine di mulini, le quali non macinando
46
necessitavano tutti gli abitatori di quei contorni a camminare lontani una
giornata e più per macinare al Tevere.
Ritornato che fui in Perugia, seguì una pioggia non molto grossa, ma
continovata assai, ed uniforme, quale durò per ispazio di otto ore in circa: e mi
venne in pensiero di voler esaminare, stando in Perugia, quanto con quella
pioggia poteva essere cresciuto e rialzato il lago, supponendo (come aveva
assai del probabile) che la pioggia fosse universale sopra il lago, ed uniforme
a quella che cadeva in Perugia; e così preso un vaso di forma cilindrica, alto
un palmo in circa, e largo mezzo palmo, ed avendogli infusa un poco d'acqua,
tanto che coprisse il fondo del vaso, e poi l'esposi a l'aria aperta a ricevere
l'acqua dalla pioggia che ci cascava dentro, e lo lasciai stare per ispazio
d'un'ora, ed avendo osservato che nel detto tempo l'acqua si era alzata nel
vaso considerai che, se io avessi esposti alla medesima pioggia altri simili ed
eguali vasi, in ciascheduno di essi si sarebbe rialzata l'acqua secondo la
medesima misura: e pertanto conclusi, che ancora in tutta la ampiezza del lago
era necessario che l'acqua si fosse rialzata nello spazio d'un'ora la medesima
misura. Qui però mi sovvennero due difficoltà, che potevano intorpidare ed
alterare un tale effetto, o almeno renderlo inosservabile, le quali poi
considerate bene, e risolute, mi lasciarono, come dirò più a basso, nella
conclusione vera che il lago doveva essere cresciuto nello spazio di otto ore,
che era durata la pioggia, otto volte tanto. E mentre io di nuovo, esponendo il
vaso, stava replicando l'operazione, mi sopravvenne un Ingegnero, per trattare
47
meco di certo interesse, del nostro monastero di Perugia, e ragionando con
esso li mostrai il vaso dalla finestra della mia camera, esposto in un cortile, e
li comunicai la mia fantasia, narrandogli tutto quello che io aveva fatto. Allora
m'avvidi che questo galantuomo formò concetto di me che io fossi di assai
debole cervello: imperocchè sogghignando disse:
"Padre mio, v'ingannate: io tengo che il lago per questa pioggia non sarà
cresciuto, né meno quant'è grosso un giulio". Sentendolo io pronunziare questa
sentenza con grande franchezza e risoluzione, gli feci istanza che mi
assegnasse qualche ragione del suo detto, assicurandolo che io avrei mutato
parere alla forza delle sue ragioni, ed egli mi rispose che aveva grandissima
pratica del lago, e che ogni giorno ci si trovava sopra, e che era molto bene
sicuro che non era cresciuto niente. E facendogli io pure istanza che mi
assegnasse qualche ragione del suo parere, mi mise in considerazione la gran
siccità passata, e che quella pioggia era stata come un niente
per la
grand'arsura. Alla qual cosa io risposi: "Signore, io pensava che la superficie
del lago, sopra del quale era cascata la pioggia, fosse bagnata", e che però
non vedeva come la siccità sua, ch'era nulla, potesse aver assorbito, per così
dire, parte nessuna della pioggia. In ogni modo persistendo egli nella sua
opinione, senza punto piegarsi per lo mio discorso, mi concedè alla fine
(cred'io per farmi favore) che la mia ragione era bella, e buona, ma che in
pratica non doveva uscire. Allora per chiarire il tutto feci chiamare uno, e di
lungo lo mandai alla bocca dell'emissario del lago, per ordine che mi portasse
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precisamente ragguaglio come si trovava l'acqua del lago, in rispetto alla
soglia della imboccatura. Ora qui, signor Galileo, non vorrei che V.S.
pensasse che io mi avessi accomodata la cosa fra le mani per stare sull'onor
mio, ma mi creda (e ci sono testimoni viventi)che, ritornato a Perugia la sera,
il mio mandato portò relazione che l'acqua del lago cominciava a scorrere per
la cava, e che si trovava alta sopra la soglia, quasi un dito; in modo che,
congiunta questa misura con quella che misurava prima la bassezza della
superficie del lago sotto la soglia avanti la pioggia, si vedeva che l'alzamento
del lago cagionato dalla pioggia era stato a capello quelle quattro dita che io
aveva giudicato. Due giorni dopo, abbattutomi di nuovo con l'Ingegnero, gli
raccontai tutto il fatto, e non seppe che replicarmi".
"Le due difficoltà poi, che mi erano sovvenute potenti a conturbarmi la mia
conclusione, erano le seguenti. Prima considerai, che poteva essere, che
spirando il vento dalla parte dell'emissario alla volta del lago avrebbe
caricata la mole, e la massa dell'acqua del lago verso le riviere opposte, sopra
delle
quali
alzandosi
l'acqua
si
sarebbe
abassata
all'imboccatura
dell'emissario, e così sarebbe oscurata assai l'osservazione. Ma questa
difficoltà restò totalmente sopita dalla grande tranquillità dell'aria, che si
conservò in quel tempo, perché non spirava vento da parte nessuna, né mentre
pioveva, né meno dopo la pioggia.
La seconda difficultà, che si metteva in dubio l'alzamento era; che avendo io
osservato costì in Firenze, ed altrove quei pozzi, che chiamano smaltitoi, nei
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quali concorrendo le acque piovane dei cortili, e case, non li possono mai
riempire, ma si smaltisce tutta quella copia d'acqua, che sopravviene per le
medesime vene, che somministrano lì acqua al pozzo, in modo, che quelle vene,
che in tempo asciutto mantengono il pozzo, sopravvenendo altra copia d'acqua
nel pozzo, la ribevono, e l'ingoiano. Così ancora un simile effetto poteva
seguire nel lago, nel quale ritrovandosi (come ha del verosimile) diverse vene,
che mantengono il lago, queste vene avrebbero potuto ribevere la
sopravvenente copia d'acqua per la pioggia, e in cotal guisa annichilire
l'alzamento, ovvero scemarlo in modo, che si rendesse inosservabile. Ma simile
difficoltà risolsi facilissimamente con le considerazioni del mio trattato della
misura dell'acque correnti; imperocchè avendo io dimostrato, che
l'abbassamento di un lago alla velocità del suo emissario ha reciprocamente la
proporzione, che ha la misura della sezione dell'emissario del lago alla misura
della superficie del lago, facendo il conto, e calcolo, ancora alla grossa, con
supporre,che le vene sue fossero assai ample, e che la velocità dell'acqua per
esse fosse notabile nell'inghiottire l'acqua del lago, in ogni modo ritrovai, che
per ingoiare la sopravvenuta copia d'acqua per la pioggia, si sarebbero
consumate molte settimane, e mesi: di modo che restai sicuro, che sarebbe
seguito l'alzamento, come in effetto è seguito.
E perché diversi di purgato giudizio mi hanno di più posto in dubbio questo
alzamento, mettendo in considerazione, che essendo per la gran siccità, che
aveva regnato, disseccato il terreno, poteva essere, che quella striscia di terra,
50
che circondava gli orli del lago, ritrovandosi secca, assorbendo gran copia
d'acqua del crescente lago, non lo lasciasse crescere in altezza. Dico pertanto,
che se noi considereremo bene questo dubbio, che viene proposto, nella
medesima considerazione lo ritroveremo risoluto; imperocchè, concedasi, che
quella striscia di spiaggia di terreno, che verrà occupata dalla crescenza del
lago sia un braccio di larghezza intorno al lago, e che per essere secca
s'inzuppi d'acqua, e però questa porzione d'acqua non cooperi all'altezza del
lago; conviene altresì in modo, che noi consideriamo, che essendo il circuito
dell'acqua del lago trenta miglia, come si tiene comunemente, cioè
novantamila braccia fiorentine di circuito; e pertanto ammettendo per vero,
che ciaschedun braccio di questa striscia beva due boccali d'acqua, e che di
più per l'allagamento suo ne ricerchi tre altri boccali, avremo, che tutta la
copia di questa porzione d'acqua, che non viene impiegata nell'alzamento del
lago, sarà quattrocento cinquanta boccali d'acqua, e ponendo, che il lago sia
sessanta miglia riquadrate, tremila braccia lunghe, troveremo, che per
dispensare l'acqua occupata nella striscia intorno al lago, sopra la superficie
totale del lago, dovrà essere distesa tanto sottile, che un boccale solo d'acqua
venga sparso sopra a dieci mila braccia riquadrate di superficie: sottigliezza
tale, che bisognerà, che sia molto minore di una foglia d'oro battuto, ed anco
minore di quel velo d'acqua, che circonda le bollicine della stessa acqua: e
tanto sarebbe quello, che si dovesse detrarre dall'alzamento del lago; ma
aggiungasi di più, che nello spazio di un quarto d'ora del principio della
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pioggia, tutta quella striscia si viene ad inzuppare della stessa pioggia, in
modo che non abbiano bisogno per bagnarla, di impiegarci punto di
quell'acqua, che casca nel lago.
Oltre che noi non abbiamo posto in conto quella copia d'acqua, che scorre in
tempo di piogge nel lago dalla pendenza de i poggi, e monti, che lo
circondano, la quale sarà sufficientissima per supplire a tutto il nostro
bisogno. Di modo che, né meno per questo si dovrà mettere in dubbio il nostro
preteso alzamento. E questo è quanto mi è occorso intorno alla considerazione
del lago Trasimeno.
Dopo la quale, forse con qualche temerità inoltrandomi troppo, trapassai ad
un'altra contemplazione, la quale voglio rappresentare a V.S. sicuro che ella la
riceverà, come fatta da me con quelle cautele, che sono necessarie in simili
materie, nelle quali non dobbiamo assicurarci di affermare mai cosa nessuna
di nostro capo per certa, ma tutto dobbiamo rimettere alle sane, e sicure
deliberazioni di Santa Madre Chiesa, come io rimetto questa mia, e tutte
l'altre, prontissimo a mutarmi di sentenza, e conformarmi sempre con le
deliberazioni de i superiori. Continuando dunque il mio di sopra spiegato
pensiero, intorno all'alzamento dell'acqua nel vaso di sopra adoperato, mi
venne in mente, che essendo stata la sopra mentovata pioggia assai debole,
poteva molto bene intravvenire, che cadesse una pioggia cinquanta, e cento, e
mille volte maggiore di questa, e molto maggiore ancora intensivamente (il che
sarebbe seguito, ogni volta, che quelle gocciole cadenti fossero state quattro, o
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cinque, o dieci volte più grosse di quelle della sopra nominata pioggia,
mantenendo il medesimo numero) ed in tal caso è manifesto, che nello spazio
di un'ora, si alzerebbe l'acqua nel vaso due, e tre braccia, e forse più; e
conseguentemente quando seguisse una pioggia simile sopra un lago, ancora
quel tal lago si alzerebbe secondo l'stessa misura. E parimente, quando una
simile pioggia fosse universale intorno a tutto il globo terrestre,
necessariamente farebbe intorno intorno al detto globo, nello spazio d'un'ora
un alzamento di due, e di tre braccia. E perché abbiamo dalle sacre memorie,
che al tempo del diluvio, piovve quaranta giorni e quaranta notti, cioè per
ispazio di 960 ore, è chiaro, che quando detta pioggia fosse stata grossa dieci
volte più della nostra di Perugia, l'alzamento delle acque sopra il globo
terrestre sarebbe arrivato e passato un miglio; oltre che le preminenze de'
poggi e de monti, che sono sopra la superficie terrestre, concorrerebbero
ancora esse a far crescere l'alzamento. E pertanto conclusi, che l'alzamento
delle acque del diluvio tiene ragionevole convenienza con i discorsi naturali,
delli quali so benissimo, che le verità eterne delle divine carte non hanno
bisogno; ma in ogni modo mi par degno di considerazione così chiaro
riscontro, che ci da occasione di adorare, ed ammirare le grandezze di Dio
nelle grand'opere sue, potendole ancora noi talvolta in qualche modo misurare
con le scarse misure nostre.
Moltissime notizie ancora si possono dedurre dalla medesima dottrina, le quali
tralascio, perché ciascheduno da se stesso le potrà facilmente intendere,
53
fermata bene che avrà questa massima; che non è possibile pronunziare niente
di certo intorno alla quantità dell'acqua corrente, con considerare solo la
semplice misura volgare dell'acqua senza la velocità, siccome per lo contrario:
chi tenesse conto solamente della velocità senza la misura commetterebbe
errori grandissimi, imperocchè trattandosi della misura dell'acqua corrente è
necessario, essendo l'acqua corpo, per formare concetto della sua quantità,
considerare in essa tutte tre le dimensioni, cioè, larghezza, profondità, e
lunghezza: le prime due dimensioni sono osservate da tutti nel modo comune,
ed ordinario di misurare le acque correnti; ma viene tralasciata la terza
dimensione della lunghezza, e forse tal mancamento è stato commesso, per
essere riputata la lunghezza dell'acqua corrente in un certo modo indefinita,
mentre non finisce mai di passare, e come infinità è stata giudicata
incomprensibile, e tale che non se ne possa avere determinata notizia, e
pertanto non è stato di essa tenuto conto alcuno: ma se noi più attentamente
faremo riflessione alla considerazione nostra della velocità dell'acqua,
ritroveremo che tenendosi conto di essa, si tiene conto ancora della lunghezza,
conciossiacosachè mentre si dice la tale acqua di fonte corre con velocità di
fare, mille, o due mila canne per ora, questo in sostanza non è altro che dire,
la tale fontana scarica in un'ora un'acqua di mille, o due mila canne di
lunghezza. Sicché sebbene la lunghezza totale dell'acqua corrente è
incomprensibile, come infinita, si rende però intelliggibile a parte a parte nella
sua velocità. E tanto basti per ora di avere avvertito intorno a questa materia,
54
con isperanza di spiegare in altra occasione altri particolari più reconditi nel
medesimo proposito".
È questa la lettera che documenta l'invenzione del pluviometro e la sua
applicazione. È, si, un apparecchio semplicissimo, ma come si dice dell'uovo di
Colombo, nessuno vi aveva mai pensato.
Sono, dunque, le lettere scritte a Galileo e le risposte di questi all'allievo ad
informarci su varie problematiche idrauliche.
Sono di notevole interesse le lettere dallo scienziato Pisano al Castelli in data 8
e 19 agosto e 1 settembre 1639.
**********
8 agosto
"Mentre stavo aspettando lettere dalla P.V. Reverendissima, m'è pervenuto il
trattato dell'acque correnti da lei ristampato con l'aggiunta delle sue
curiosissime e ingegnose lettere, da lei a me scritte in proposito del lago
Trasimeno e del diluvio universale registrato nelle sagre carte. Per lo che la
ringrazio della memoria che tiene di me, e del procurare che il mio nome non
s'estingua, ma si vada continuando nelle memorie delle future genti".
19 agosto
"Sento con diletto l'applicazione che la Paternità Vostra Reverendissima fa
con l'intelletto a nuove speculazioni dipendenti da questo suo ultimo trattato in
proposito del lago Trasimeno, e starò con desiderio aspettando di
55
parteciparne, conforme a che ella me ne dà speranza. Quanto alla moltitudine
delle gocciole cadenti sopra una superficie data, ed al modo di trovarla, le
dirò solo la conclusione e l'operazione, lasciandone la dimostrazione al
discorso di lei".
1 settembre
"Con la gratissima sua ho ricevuto la scrittura in proposito del rimediare
all'incomodo che talora si patisce nel macinare per mancamento d'acqua nel
lago Trasimeno, e credami la P.V. Reverendissima che vi ho ricevuto
grandissimo gusto vedendo con quanta accortezza e chiarezza ella espone un
si rilevato benefizio che sarà, per mio credere, impossibile che non sia ricevuto
e messo in opera dai Padroni: e come accade nei ritrovati bellissimi ed
utilissimi, che il più delle volte sono facilissimi e brevi, così questo si riduce
all'avvertire qual semplice canovaio che, quando la cannella di mezzo della
botte non getta più, egli ne rimetta un'altra più abbasso, attesochè la botte non
è secca, ma vi resta ancor del vino da trarsi, quando vi sia l'esito. Resto con
desiderio di sentir gli altri suoi trovati, che in conseguenza di questi primi
pensieri ne vengono".
Sappiamo che in relazione ai ragionamenti fatti sul Trasimeno, Castelli aveva
sottoposto a Galilei le sue opinioni sul diluvio universale. Non conosciamo le
posizioni di Galilei a tal proposito, ma sappiamo che il Maestro, in data 21
dicembre 1613, aveva scritto al discepolo come usare la Sacra Scrittura nelle
56
scienze naturali, soffermandosi sul passaggio in cui Giosuè aveva gridato "sole
fermati! ".
Questa lettera, insieme a quella inviata a Cristina di Lorena nel 1615, provocò
a Galilei la censura da parte del Sant' Uffizio.
Certamente, senza l'opera di don Benedetto Castelli, molte cose, nel
Trasimeno, non sarebbero andate come sono andate.
Occupandosi il monaco di idraulica, di matematica, di argomenti scientifici
conobbe gratificazione, ma anche opposizioni.
Massimo Velatta, docente della Facoltà di Agraria che in occasione del
"convegno storico per il Millennio dell'Abbazia di San Pietro in Perugia"
svoltosi nell'aula magna della stessa Facoltà di Agraria il 20 settembre 1966, ha
tenuto una relazione su "L'opera di un benedettino a salvaguardia del
Trasimeno", considera il Castelli un "ingegnere idraulico ed afferma che, come
per ogni ingegnere, le benemerenze idrauliche sono di "due ordini, che si
fondono: nell'uno si ha la fisionomia istituzionale, nell'altra quella applicativa".
Ed è all'aspetto applicativo che è legata l'opera di sistemazione del lago
Trasimeno. Nell'opera "Della misura delle acque correnti", il Castelli mette in
chiaro quei principi non considerati dai contemporanei. Importante è la
possibilità di misurare, con il pluviometro, la pioggia caduta, di misurare la
profondità, la lunghezza "dei corsi d'acqua fluente, la sua velocità per poterne
dedurre la portata; la esistenza del fenomeno delle sesse dei laghi, l'importanza
57
della scabrosità delle pareti del fenomeno del moto dell'acqua nei condotti"34
Castelli, ad avviso del Velatta, ha commesso qualche errore nel tentativo di
risolvere alcuni problemi della laguna veneta, ma, come afferma il Favaro, fu
difeso, anche successivamente alla sua morte, con argomentazioni che lui
stesso avrebbe rifiutato. Tra i contemporanei che si opposero al Castelli è
sufficiente ricordare don Pietro Petronio da Foligno: "la sentenza ignoratu
motu ignoratur natura, non viene ben applicata al caso del quale si tratta,
perché dal moto dell'acqua non conosceremo la sua natura et se sia acqua di
bagni, acqua dolce od acqua salsa"35.
34
35
M.Velatta: op.cit. p.221
M.Velatta: op. cit. p.222
58
**********
Ritengo giusto, prima di passare a parlare di d. Andrea Bina, che tanto impegno
ha profuso nello studio scientifico ed ha legato, forse in modo indissolubile, il
suo nome a quello del Monastero perugino, presentare, pur succintamente, due
figure di uomini, di Chiesa e di Scienza, che hanno avuto, nell'ambito del
cammino della ricerca, una parte di non secondaria importanza.
Ho cercato di dare un breve sguardo all'attività dei figli di San Benedetto nelle
Scienze matematiche, fisiche e naturali. Non penso sia possibile parlare dei
Benedettini di San Pietro in Perugia, senza pensare agli altri monasteri, perché i
Benedettini non appartengono ad una Abbazia, ma all'intera Famiglia
dell'Ordine.
I Benedettini furono sempre superiori, o almeno non inferiori, ai secoli in cui
vissero anche per le Scienze matematiche, fisiche e naturali36. In mezzo alle
vicende dei tempi, fra le immense difficoltà che anche il loro ordine ha
incontrato a partire dalla fondazione, essi seppero partecipare al progresso del
sapere umano, con dedizione ed entusiasmo, in perfetta armonia ed in
corrispondenza al loro motto: ora et labora.
36
A.Baltadori: cit., p.202
59
**********
Fu semplicemente un monaco, ma dedicò la sua vita allo studio: don
Benedetto Bacchini, normalmente ricordato come maestro di Ludovico
Antonio Muratori; fu uomo di grande ingegno, versato sia alle scienze umane
che matematiche. Come osserva il prof. A. Baltadori37, fu dotto non solo in
teologia, Sacra Scrittura e filologia, ma anche in fisica, meccanica e medicina.
Tradusse alcuni
SAGGI
di
ANATOMIA
e si cimentò in studi, di particolare
interesse, relativi alle oscillazioni del barometro durante i temporali38.
37
A. Baltadori, Un secolo e mezzo di osservazioni meteorologiche a Perugia, in "Bollettino della
Deputazione di Storia Patria per l'Umbria" vol. XLIII, 1946
38
A.Baltadori: cit., 1967, p.199
60
**********
Nel 1583, presso l'Università di Padova, si iniziò, come libero insegnamento,
quello della meteorologia che entrò nel novero delle cattedre ordinarie nel 1678
con l'aggiunta della lettura dell'astronomia. Nel 1744 si stabilì che gli allievi i
quali si fossero dedicati allo studio dell'Astronomia e Meteore potevano
conseguire la laurea e gli altri gradi accademici nella stessa guisa come quelli
che frequentavano le lezioni dei filosofi ordinari. Fu nominato titolare della
cattedra di Astronomia e Meteore un benedettino, il professor Alberto
Colombo. Nel documento di nomina dello stesso, si dice "che per la dottrina e
per il talento suo distinto ha stabilito al proprio nome un ottimo e degno
concetto anche appresso agli esterni letterati e, con l'erudite stampe date alla
luce, fatta spiccare la piena cognizione che tiene nelle materie filosofiche,
matematiche ed altre scienze"39.
39
A.Baltadori: cit., 1967, p.199-200; G.Crestani: L'insegnamento di Meteorologia all'Università di Padova
di Giovanni Alberto Colombo in La Meteorologia Pratica anno VII, n.6, Novembre-Dicembre 1926 p.224
61
PROBLEMATICHE CULTURALI ALL'INTERNO DELL'ORDINE
BENEDETTINO
L'Abate generale Leonardo Mezzavalla aveva scritto, nel 1471, un trattatello
sugli studi monastici dove affermava che i monaci dovessero studiare niente
altro se non le sacre scienze40. Solo nella prima metà del Cinquecento venne
introdotto lo studio delle lettere: grammatica, greco, ebraico. Alcuni monasteri
cominciarono a specializzarsi in studi specifici. All'inizio del Seicento, tra i
vari monasteri che videro il sorgere di un lettorato di filosofia e l'ampliamento
di alcuni insegnamenti filosofici, come la logica e la fisica naturale, c'è quello
di Perugia.
In modo indiretto venne introdotto anche lo studio di materie che avranno,
successivamente, un'affermazione autonoma: la matematica, la fisica, la
cosmologia, la meteorologia......41. Le costituzioni cassinesi del 1520 e del
1580 stabilivano le discipline atte a costituire il contenuto formativo facendo
leva, soprattutto, sulle "umane littere" con qualche concessione, indiretta, alla
filosofia. Queste norme organizzative permangono ancora alla fine del XVII
secolo: in quel periodo, nell'abbazia di San Paolo, sono organizzati corsi di
teologia e sacri canoni, ma, molto probabilmente, attraverso l'insegnamento
della filosofia si trattavano argomenti, non solo di discussione filosofica, ma
anche relativa all'universo fisico. Alcuni padri, formatisi a Roma nel collegio di
40
41
M.Mazzucotelli: op.cit. p.20
M.Mazzucotelli: op.cit. p.20
62
Sant'Anselmo dove Andrea Bina ha insegnato teologia, o in San Paolo, sono
cultori sia di filosofia e teologia che di materie scientifiche42.
E' giusto, a questo punto, non ignorare la considerazione di A. Baltadori43
relativa alla cultura monastica. Lo studioso chiarisce che qualsiasi riferimento
al discorso umanistico o scientifico dei Benedettini, non possa essere
circoscritto ad una specifica località o ad una singola abbazia poiché i monaci
formano un'unica famiglia i cui membri possono spostarsi da uno ad un altro
cenobio, conformemente alla volontà dei superiori, quando si reputa opportuna
la presenza di un certo monaco, in un certo luogo, in un determinato momento,
per motivi di carattere culturale.
42
43
M.Mazzucotelli: op.cit. p.21
A.Baltadori: cit., 1967, p.193
63
ANDREA BINA - L'INVENTORE DEL SISMOGRAFO A PENDOLO
Andrea Bina, nato a Milano il primo gennaio 1724, insegnante di filosofia nei
monasteri benedettini di Padova, Perugia e Milano, è un significativo esempio
di quest'anima benedettina che porta il singolo a conoscere spostamenti per
motivi di studio e ad approfondire gli argomenti del suo interesse scientifico.
Ancora giovane lettore di filosofia, nel monastero di San Pietro a Perugia, nel
1751 pubblicò, proprio a Perugia, il RAGIONAMENTO SOPRA LA CAGIONE DEI
TERREMOTI ED IN PARTICOLARE QUELLO DELLA TERRA DI GUALDO DI
NOCERA DELL' UMBRIA SEGUITO L'A. 1751 (...)44.
Nel suo
RAGIONAMENTO,
il
Bina, forte delle sue competenze di matematica e di fisica sperimentale
descriveva, con minuzia di particolari, quel terremoto del 1751 che sembra
essere la copia, per le diverse analogie, di quello che, nel settembre del 1997,
ha colpito le stesse zone. Diceva il Bina "terremoto che in quest'anno 1751 ha
presso che desolato la misera terra di Gualdo e che con replicati scuotimenti
ha tribulato non solo l'augusta città di Perugia ma l'Umbria tutta, la Marca e
li contorni di questa provincia...." l'opera è dedicata a Carlo Gonzaga dei
duchi di Mantova a quel tempo Governatore di Perugia45.
Bina, parlando dei terremoti, muove dalla loro genesi, studia questi, quali si
sono verificati nelle diverse epoche della storia, in Italia, in Europa, nei diversi
continenti, considerando analogie e differenze e valutando, per avvalorarle o
confutarle, le differenti opinioni relative al Motus Terrae, a partire dall'epoca
44
M.Mazzucotelli: op.cit. p.269
M.Mazzucotelli: op.cit. p.269
45
64
classica, con le idee dei filosofi e dei naturalisti, per giungere alle opinioni dei
matematici e dei fisici a lui, più o meno, contemporanei.
Naturalmente, il terremoto non può essere considerato la punizione di Dio per
le colpe commesse e, conseguentemente, la possibilità di purificazione per
l'uomo, ma, saldo nelle sue razionali argomentazioni, il Bina, fa tesoro delle
sperimentazioni effettuate dai fisici relativamente ai fenomeni elettrici per
giungere alla ipotesi che i terremoti, ed i fenomeni ad essi connessi, sono da
attribuire all'ELETTRICISMO accumulato nelle viscere della terra46.
Il Bina valuta attentamente quelle "teorie elettriche" che cercavano di spiegare,
oltre ai terremoti, i fenomeni vulcanici e la natura dei fulmini. La parte più
interessante del
RAGIONAMENTO
del Bina è, senza dubbio, quella, presente
verso la fine, dove, sinteticamente, descrive lo strumento, che lui stesso ha
ideato, e che gli permette di conoscere il tipo e l'intensità delle scosse del
terremoto, vale a dire il SISMOGRAFO.
46
M.Mazzucotelli: op.cit. p.270
65
Primo sismografo a pendolo del mondo ideato e costruito da Padre Andrea Bina nel 1751
"Sospeso a una trave della stanza di piano..... superiore un mobilissimo
pendolo nella cui inferior estremità sia inserito un globo di piombo di notabile
peso e in questo sia impiantato uno stilo di circa un pollice e mezzo di
lunghezza colla punta verso il pavimento; si riempia di finissima arena o di
qualche sostanza molle, ma di pochissima tenacità, una cassetta di legno
all'altezza di due o tre pollici e questa si posi sull'acqua contenuta in un vaso
di molt'ampiezza, cosicché galleggi, e la punta dello stilo sia un tantino intinta
66
nell'arena o materia molle. Dalli solchi ch'esso vi scaverà si potrà conoscere
la qualità e l'impeto delle scosse....."47.
Si tratta di un semplice pendolo che segna, tuttavia, una tappa fondamentale
nella storia della sismologia. Come nel I secolo A.C. il poeta latino Lucrezio,
basandosi unicamente sulle sue geniali intuizioni, aveva formulato suggestiva
ipotesi sulla natura dei terremoti, dei fulmini e sul vulcanismo scongiurando
l'intervento divino nei fenomeni naturali, altrettanto, nel XVIII secolo, un
monaco benedettino che si avvaleva delle sue non comuni doti razionali,
attento osservatore della natura, ha dato luogo ad una ingegnosa invenzione
convinto che "li tremiti della terra.... potrebbero riporsi nella classe de'
fenomeni naturali di cui è lecito speculare e rintracciare la causa fisica"48.
Andrea Bina è altresì autore di un'opera pubblicata
"ELECTRICORUM
a Padova nel 1751,
EFFECTUUM EXPLICATIO QUAM EX PRINCIPIIS NEWTONIANIS
DEDUXIT, NOVISQUE EXPERIMENTIS ORNAVIT".
Ancora a Perugia, pubblicò, nel
1753, una "lettera intorno all'elettrizzazione dell'aria in occasione di tempo
cattivo....." e tradusse in latino la FISICA, opera del tedesco Christian Wolff che
pubblicò in tre volumi:
PHYSICA EXPERIMENTALIS CHRISTIANI VOLFI..... NUNC
PRIMUM EX GERMANICO IDIOMATE IN LATINUM TRASLATA
(Venezia 1753-1758).
Fu docente di filosofia in Padova, Perugia e Milano, si occupò di scienze
matematiche, fisiche e di idraulica; pubblicò a Milano, nel 1769, un opuscolo
di ingegneria idraulica: RAGIONAMENTO SOPRA IL QUESITO QUAL SIA IL METODO
47
48
M.Mazzucotelli: op.cit. p.271
M.Mazzucotelli: op.cit. p.271
67
PIU' SICURO, PIU' FACILE E MENO DISPENDIOSO TANTO NELL'ESECUZIONE CHE
NELLA MANUTENZIONE, PER IMPEDIRE E RIPARARE LA CORROSIONE DELLE RIPE
DE' FIUMI ARGINATI E SOGGETTI AD ESCRESCENZE PORTATE DA DODICI A
DICIOTTO PIEDI SOPRA L'ORDINARIA ALTEZZA, E SUPERIORI ALLA SUPERFICIE
DELLE CAMPAGNE LATERALI,
con il quale aveva vinto, nel 1768 il concorso
indetto dalla Reale Accademia di scienze e belle lettere di Mantova49.
Il Bina sottolinea l'importanza di prevenire la corrosione delle rive dei fiumi
piuttosto che passare ai ripari una volta che si sia prodotti dei danni. Non si
limita, però, a tale constatazione, ma parla dei mezzi con cui attuare la
prevenzione nonché i materiali da usare nelle opere di protezione, come
impiegarli ed espone il metodo più facile, economico e, soprattutto, sicuro, per
la realizzazione delle stesse. Il tutto è esposto secondo un preciso ragionamento
e con l'ausilio di rigorose dimostrazioni che tengono presenti concetti
matematici e leggi di fisica. Le sue geniali intuizioni, il suo rigore
argomentativo le sue specifiche competenze di carattere scientifico gli avevano
valso l'incarico di docente di matematica e fisica sperimentale all'Università di
Parma, ruolo che rivestiva negli anni in cui portava avanti le sue
argomentazioni relative alla corrosione delle rive dei fiumi.
Andrea Bina morì a Milano, nel monastero di San Simpliciano, nella primavera
del 179250.
Ad Andrea Bina, l'inventore del sismografo, invenzione effettuata nel 1751 a
Perugia, è dedicato l'Osservatorio Sismico di Perugia.
49
50
M.Mazzucotelli: op.cit. p.93
M.Mazzucotelli: op.cit. p. 272
68
IL RAGIONAMENTO di Padre Bina
Don Andrea Bina pubblicò, come detto, nel 1751, il
RAGIONAMENTO SOPRA LA
CAGIONE DEI TERREMOTI ED IN
PARTICOLARE DI QUELLO DELLA
TERRA DI GUALDO DI NOCERA
NELL'UMBRIA SEGUITO L'A. 1751
indirizzandolo a sua eccellenza
D. CARLO GONZAGA
dei duchi di
Mantova.
Fa precedere il ragionamento da
una lettera dedicatoria nella
quale
tesse
l'encomio
del
Gonzaga dicendosi disponibile a
celebrarne le doti, ma di trovare
difficile questo compito data la moltitudine delle stesse. All'inizio del
RAGIONAMENTO,
il Bina, pur nella convinzione che i terremoti siano dovuti a
motivi fisici e dunque naturali, non disdegna che gli stessi possano essere
considerati
FLAGELLI
con cui Dio manifesta il suo sdegno e risveglia negli
animi umani un salutare terrore per indurre l'uomo a detestare i propri misfatti.
La Divina sapienza si propone molti fini, oltre a quello morale, cosicché i
danni subiti sono compensati da infinita utilità. Bina prende in considerazione,
per chiarire i concetti relativi ai terremoti, anche altri fenomeni, come il
69
fulmine che, a suo avviso, ha effetti positivi in quanto verificandosi durante i
temporali, ad esempio in estate, mitiga la temperatura che, altrimenti, sarebbe
funesta alla salute del corpo per l'eccessiva traspirazione che il caldo provoca,
nonché per la dilatazione e l'allentamento a cui l'aria si ridurrebbe.
Durante e dopo i temporali, l'aria si rinfresca non solo per le piogge copiose,
ma per le esalazioni sulfuree da cui viene ripulita nella formazione dei fulmini.
Bina ritiene che sia noto a tutti che il temporale si forma quando si urtano
velocemente, e di conseguenza si frammischiano, si confondono i vapori
ondeggianti nell'atmosfera che "come d'indole diverse, ed atta a concepire,
nello sframmischiarsi, colore, straordinariamente riscaldano l'aria stessa".
Perciò questi vapori si trasformano in fiamma e producono il fulmine che, con
strepito, necessariamente, nel frammischiarsi, si raccoglie in uno spazio
ristretto. Sottolinea, dunque, un altro vantaggio che deriva dal fulmine: esso
purifica l'aria dalle "pingui, bituminose, salse, ed altre perniciose esalazioni"
perché il fulmine è essenzialmente composto di zolfo ed è un misto di olio e
sale acido.
Bina osserva che continuamente evaporano, dalla terra, sostanze differenti,
molte delle quali sono saline ed oleose come, ad esempio, quelle esalate dai
cadaveri o dalle piante imputridite; nell'esplosione dei fulmini, molte di tali
sostanze si disperdono nella "regione dell'aria", dove si fermano, mentre
attraversano l'atmosfera e giungono sulla terra, unendosi alle particelle acquose
che compongono la pioggia. Il terreno che riceve tutto ciò è ristorato,
70
soprattutto dalle sostanze oleose, grasse che ne incrementano la fecondità.
Bina, dunque, è convinto che l'infinita sapienza di Dio determini tutto in modo
tale che l'uomo possa trovare un risvolto positivo anche in ciò che,
apparentemente, è negativo: è innegabile, infatti, che il fulmine brucia, spesso,
e riduce in cenere tutto ciò che incontra. Di conseguenza, se si meditasse sulle
ragioni dei terremoti non si potrebbe far a meno di constatare che tutto ciò che
in essi è "di nocivo" non solo è compensato, ma superato dall'utile.
Vuole confutare l'opinione di coloro che tendono a vedere il prevalere del male
sul bene. Ad alcuni potrà sembrare opportuno considerare i terremoti alla
maniera degli Assiri, ovvero un castigo di Dio, come riferisce Plinio, ma se
così fosse si andrebbe a considerare Dio unicamente nella sua infinita potenza
calpestando, del tutto, l'idea di Dio come immensa Bontà e Sapere infinito.
Bina afferma che Dio non interrompe mai il corso della natura e per punire gli
uomini non si serve solo delle "grandini, dei fulmini, dei terremoti". Anche se,
i tremiti della terra non fossero altro che segni e strumenti della Divina
vendetta, potrebbero, comunque, essere catalogati tra i fenomeni Naturali sui
quali è lecito discutere e ritracciare le cause fisiche: ciò sarà l'obiettivo del
discorso in oggetto.
Afferma, inoltre, di non pretendere di aver scoperto la verità, soprattutto in
considerazione del fatto che per molti fenomeni non si possono formulare che
semplici congetture, pure ipotesi, essendo questi impenetrabili misteri attorno
ai quali c'è il buio.
71
Bisogna, comunque, dire che esistono, per i terremoti, ingegnose spiegazioni
anche se difettose.
Padre Bina procede nella sua argomentazione (parte I) con precisi riferimenti
storici. Il primo ci riporta al 1380 quando un francescano Danese, Bertoldo
Schvvartz, pubblicò, in Europa l'invenzione della polvere d'Archibugio; tutti
credettero che la natura avesse preparato una mescolanza simile della quale si
sarebbe servita per dar luogo, nell'atmosfera, ai fulmini, alle folgori, alle
meteore, per mantenere, nelle viscere della terra, i fuochi sotterranei e per
somministrare le fiamme ai vulcani.
C'è forte analogia, infatti, tra gli effetti della polvere, che scoppia in un tubo di
metallo, dove era fortemente compressa, e quelli di un fulmine che si vede
vibrare dalle nubi con forte rapidità e lo splendore rapido, fugace che abbaglia
l'osservatore senza che questi avverta alcun rumore, e molto simile, nel suo
comportamento, alla polvere da sparo. Allo stesso modo può dirsi del tuono
che, con il suo rimbombo, atterrisce e ricorda il rimbombo della polvere
racchiusa in un cannone.
"Il rinculcare che fanno le armi da fuoco, durante l'esplosione ed il crepare
quando sono caricate più del dovere, sono stati motivi bastevoli per farci
accorgere che nello sparo la fiamma agisce con violenza non meno contro la
pelle che contro il fondo e contro i lati del metallo. Anzi, il principio
Newtoniano dell'azione uguale alla reazione ci persuade essere uguale la
quantità del colpo che imprime la vampa alla palla, che dirompe, e sconquassa
72
gli ostacoli più sodi, ed al cannone, che dà indietro a pochi passi: dal che si
deduce che se l'ostacolo, da cui rimane avvolta la fiamma della polvere accesa,
fosse d'ogni intorno uniforme, e di ugual resistenza, e che è quanto a dire, se il
Mortajo fosse nella bocca ermeticamente chiusa; una carica esorbitante di
polvere lo ridurrebbe tutto in minutissimi pezzi e questi ne verrebbero qua, e là
scagliati, quando che l'impeto della fiamma molto superasse la coesione con
cui stanno unite le parti che compongono il metallo".
Molto probabilmente è a questa considerazione che si deve l'invenzione delle
mine con le quali si scuote la terra, si aprono brecce, si sollevano gli edifici.
Cosa sono le mine se non canali scavati nel corpo della terra dove viene posta
la polvere.
Lo scavo nel terreno deve essere fatto in modo tale che la parte che dovrà
sollevarsi dovrà essere la più leggera. Dal momento che lo sforzo della polvere
rispetto alla resistenza da superare è grande, il terreno che sta sopra le mura si
spacca e si proietta lontano a seguito dell'esplosione. Quando, invece, la mina è
poco carica produce solo uno scuotimento del terreno che sta sopra di essa in
modo del tutto simile a quello che, a volte, si verifica con il terremoto. Sembra,
dunque, che con la realizzazione delle Bombe e dei fucili ci sia l'imitazione
della Natura nel dar luogo ai fulmini, altrettanto, nei Terremoti la natura
sembra avvalersi di un comportamento simile a quello della mina. Per cui, per
spiegare i movimenti della terra, finiamo per immaginare grotte sotterranee,
vastissime cavità riempite di un miscuglio di zolfo, di salpietra simile alla
73
polvere usata per i cannoni. Si può costatare, nei terremoti più devastanti, che
fiumi e fiamme escono dalla terra e che i luoghi, maggiormente soggetti ai
terremoti sono quelli ricchi di zolfo, di bitume, o che sono in zone vulcaniche.
Cita alcuni storici, come Tacito, Seneca, Varenio e Sturnio che adducono molti
esempi a tal proposito. Ricorda il terremoto verificato nell'anno 7 allorché
tremò completamente l'Antiochia, la terra si spaccò in vari luoghi ed eruttò
fiamme e fumo. Cita Plinio e Varenio a proposito di un terremoto verificatosi
nella zona di Modena, quando alla presenza di numerosi cavalieri Romani e
tanti viandanti, la terra crollò, si videro cozzare insieme ed in mezzo ad esse si
sollevò, prima, un denso fumo e, poi, una viva fiamma.
Nel 1537 la Sicilia fu tormentata, per ben undici giorni da un terribile
terremoto che squarciò in diversi luoghi la terra e sollevò fiamme, qualcosa di
simile accadde nel 1682 in Lorena e nel 1688 a Smirne. Nelle Isole Canarie,
nel corso di un fortissimo terremoto, uscirono, ai piedi di una montagna, fiumi
di fuoco e di materiale incandescente. In Perù, nel 1604, un terremoto terribile
fece urtare insieme monti altissimi, distrusse boschi e città e uscirono, insieme,
dal Monte Orate, fiamme e ceneri infuocate: il tutto in poco più di cinque
minuti. Sempre in quella zona, nel 1742 si spaccò la cima di un monte della
cordigliera che eruttò fiamme altissime alla presenza di osservatori mandati dal
Re di Francia per prendere campioni di terra
Nel capitolo III del suo ragionamento, Andrea Bina adduce l'esempio di alcuni
vulcani, come il Vesuvio e l'Etna, le cui eruzioni sono attestate dagli antichi
74
storici, ma anche di fortissimi terremoti che nel XVIII secolo hanno devastato
la Cina ed Il Giappone. Per quanto riguarda la Cina, vessata dai movimenti
tellurici, riferisce una notizia, a dir poco, curiosa: molti abitanti, approfittando
dei "pozzi di fuoco" non hanno bisogno di legna, e cuociono le loro vivande
sfruttando gli stessi.
Elenca i luoghi teatro dei terremoti devastanti: Cina, provincia Xensi (1718)
una città ed una borgata inghiottite.
Giappone, una città inabissata (1729), Pechino, più di 110000 morti (1730).
Il Giappone e le isole adiacenti hanno molti vulcani, come il Perù, spesso teatro
di terribili sciagure. Anche le Filippine, le More, le Molucche, a causa dei
numerosi vulcani presenti nel loro territorio, sono soggette a continui tremori.
Per quanto riguarda l'Italia, individua zone sismiche nel napoletano e nella
Sicilia proprio per la presenza di vulcani attivi. Esistono, inoltre, altre zone
d'Italia, come il Senese, il Ferrarese e la Romagna, che possono conoscere
terremoti a causa della presenza, in esse, di zolfatare, fontane d'acqua bollente,
di acque sulfuree o ricche di nitro. Nazioni come la Francia, la Germania, la
Polonia e la Danimarca, ma anche l'Egitto, che hanno il sottosuolo privo dei
detti minerali sono poco soggette ai movimenti tellurici, ma se questi vi si
verificassero, sarebbero di poca entità.
Nel capitolo IV il Bina medita sulle riflessioni di certi filosofi che vedono
un'analogia fra gli effetti devastanti dei terremoti e quelli delle mine.
75
Non si può negare la causa comune, infatti molti terremoti hanno origine da
una materia, infiammabile, sita all'interno della terra; il Bina, comunque,
afferma di non considerare questa l'unica causa; infatti in certi luoghi dove si
ritiene non vi sia presenza di zolfo o di vulcani si verificano crolli a causa di un
incendio sotterraneo: anche se non si vedono, sono presenti, in quei luoghi,
spelonche vaste e profonde, piene di zolfo e nitro che, accendendosi, fanno si
che la terra tremi; non è comunque detto che questa sia la causa più conforme
alla natura.
Nel V capitolo accetta l'idea che anche luoghi, privi di zolfatare o vulcani
possano tremare a causa dell'impulso che la natura infiammata imprime al
terreno vicino in modo tale che il movimento di un certo terreno si comunichi a
quello limitrofo e così di conseguenza. Il tremore si diffonde per una
estensione tanto più grande "quanto più intensa è la forza elastica della fiamma
e quanto più di peso è capace di sollevare". Questo tipo di terremoto, di
consenso, è facile da riconoscere: quando il vulcano si scatena imperversando
sui campi circostanti e si avverte, contemporaneamente, i paesi lontani e le
"agitazioni" sono più miti man mano che ci si allontana dalla "sorgente" del
terremoto. Ammette, il Bina, che secondo quanto detto, sia possibile avvertire
il terremoto anche ad una certa distanza, ma non accoglie l'idea che certe estese
devastazioni siano l'effetto dell'incendiarsi di una sostanza.
Fa seguire un elenco di luoghi, colpiti da terremoti che, a suo avviso non
rientrano in questa categoria: Perù, esteso per circa 500 miglia, vicinanze di
76
Lima, 1701 terremoto di Napoli, avvertito anche in Calabria ed a Malta, 1688
terremoto che distrusse l'Aquila e danneggiò considerevolmente Roma, 1703
terremoto di Napoli avvertito in più di 20 città dell'Italia meridionale ed anche
in Roma nel 1732. È difficile pensare che tali terremoti siano scatenati da
"qualche sotterranea mina". Se così fosse, la materia incandescente, che si
trasforma in fiamma, dovrebbe trovarsi a grande profondità e sollevare, di
conseguenza, una quantità incredibile di terreno. Le caverne che racchiudono
questa sostanza, dovrebbero essere di dimensioni smisurate per contenerne una
quantità tale che avesse la possibilità di dilatarsi ed esercitare una funzione di
"molla". Non può esserci dubbio che queste "mine" debbono essere molto
profonde perché i terremoti muovono le acque del mare e creano voragini nel
fondo marino. Ciò può essere accaduto a Napoli. Gli abitanti di Gallipoli
videro gonfiarsi il mare, senza il benché minimo movimento dell'aria, ed i flutti
giganteschi, elevarsi verso il cielo: un bastimento inglese, all'ancora, affondò
nel porto.
A questo punto, il Bina si avvale di informazioni forniti da grandi del passato,
filosofi, storici, naturalisti. Considera l'inabissarsi di alcune isole, in particolare
quella di S. Vincenzo, secondo Platone la più vasta dell'Asia, dovuta all'aprirsi
di voragini nel fondo del mare. Non manca di citare Plinio per attribuire alla
stessa causa, la trasformazione di penisole in isole: Cipro, Negroponte, della
Sicilia, nonché di altre che si ritenevano unite alla terraferma. Si basa sulle
77
testimonianze di Virgilio, Lucano e Claudiano per attestare il distacco della
Sicilia dal territorio italico continentale.
Riporta la notizia, storica, del terremoto verificatosi sotto il consolato di M.
Antonio e Dolabella e sotto l'impero di Teodoro: si aprirono voragini così
profonde da ingoiare completamente le acque del mare cosicché i pesci
rimasero sulla spiaggia asciutta e le imbarcazioni si inabissarono fin nel fondo
del mare. Se il mare si innalza, significa che la "causa" del terremoto è in
profondità. In vari casi di terremoto il mare si è talmente gonfiato da ricoprire
città ed isole: così scomparve, nel 1727, la città di Calào, a due leghe da Lima
nonché varie isole, in epoche passate, poste in mare aperto, della quale fanno
menzione autori latini come Diodoro, Ammiano e Marcellino (Rodi... Delo...
certe isole delle Azzorre).
Se le acque ed il fondo del mare sono sollevate da una "mina" sotterranea,
seguendo la "regola" dei minatori, confermata dal Signor Chevalier,
dall'ampiezza del terreno, si può dedurre la profondità. Riporta analiticamente
il sistema di misurazione per concludere che se un terremoto si estende, dal suo
centro, per una distanza di 6000 significa che "l'infiammazione", è a 6000
miglia di profondità. Dopo aver effettuato vari calcoli matematici, il Bina
riporta l'esempio del terremoto di Gualdo, verificatosi da poco tempo, che ha
conosciuto un'estensione di più di 60 miglia: la profondità sarebbe stata di 60
miglia. Le scosse di tale terremoto furono avvertite a Roma, nella zona di
Firenze, ma anche ad Ancona e Pesaro.
78
Sarebbe assurdo ammettere che questo terremoto sia dovuto alla presenza di
zolfo. Tanto nel terremoto di Gualdo che in altri sarebbe opportuno, dice il
Bina, supporre globi concentrici alla terra, composti di materia infiammabile e
di diametri uguali a lunghezze di molte miglia "e che in questo caso il
terremoto dovrebbe sempre essere universale: mentre che preso che avesse
fuoco un ammasso si immenso di sostanza accendibile, la forza espansiva della
vampa non avrebbe ragione di agire in uno piuttosto che in tutti gli altri coni, in
cui si concepisce diviso l'anello solido che la circonda".
Nel VI capitolo continua nel ragionamento affermando che se il fuoco di una
"mina" sotterranea non solo non è sufficiente, ma priva di fondamento in quei
terremoti che si verificano in diversi paesi ed a notevole distanza, anche se, per
quanto riguarda il tempo, sembrano avere una certa relazione. Se trema la terra
di Napoli e, contemporaneamente, si avvertono scuotimenti in Spagna, non c'è
motivo dice il Bina, di trovare una comunicazione fra i due effetti, ma la causa
può essere nelle viscere della terra anche se i luoghi sono a notevole distanza.
Si ha la tendenza a spiegare questo fenomeno con la presenza di vene
sotterranee che serpeggiano qua e là.
I terreni che li sovrastano, anche se molto distanti fra loro, sono completamente
scossi.
Nel VII capitolo riprende il discorso relativo alle tracce di zolfo che, perché
prendano fuoco, è necessario che non siano interrotte da fiumi sotterranei, dai
mari, né attraversate da corpi solidi. Dal momento che il fuoco procede
79
lentamente nello zolfo, sarebbe necessario il nitro, e che nessuna sostanza
presente nella terra vi si introducesse. Dire ciò è come pretendere che la natura
si attenga all'arte e mettere in atto i disegni degli uomini.
Di conseguenza bisogna dare uno sguardo anche all'aria, dove sembra che la
polvere si accenda in un attimo si vedrà che esiste un tempo considerevole nel
divampare di conseguenza, i movimenti del Vesuvio e dell' Etna e di altri
vulcani ancora non possono essere causati dalle vene di materia accendibile
che, trasportano la fiamma, li infuochino contemporaneamente. Anche se la
materia infiammabile, presente nelle vene, si incendiasse, occorrerebbe qualche
giorno perché passasse dall'Etna al Vesuvio o ad altri vulcani.
Nel capitolo VIII Bina afferma che la presenza di vene di zolfo nei vulcani si
potrebbe dimostrare con le osservazioni del Barone Tschirnhaufeu.
Costui, viaggiando in tutta l'Europa, salì sui vulcani e ne esaminò non soltanto
l'esterno, ma anche le bocche, le cavità interne. Vide uscire un vapore, denso,
che emanava lo sgradevole odore dello zolfo e, avendo allungata la mano, si
accorse che si attaccavano ad essa sottili strati di zolfo. Scoprì che l'esalazione
sulfurea scaturiva dai contorni delle caverne in cui terminavano molte vene,
ricche di zolfo che si spargevano in vari luoghi. Ma siccome gli scavatori,
spesso, trovano tali vene, non è verosimile che queste abbiano il ruolo di
guidare la fiamma, aprendo un contatto tra le varie caverne sulfuree diffuse in
tutta la terra.
80
Nel IX capitolo il Bina afferma che non essendoci canali o vene comunicanti
non è possibile che si verifichino congiuntamente "fuochi o tremori" in regioni
lontane.
Se ciò accadesse, la causa sarà diversa "dall'infiammazione di materie
combustibili racchiuse nelle ulteriori cavità della mole terracque". si sono,
infatti, verificati terremoti, anche devastanti, in luoghi privi di cave zulfuree, di
vulcani con scosse e repliche molto forti, senza che il terreno abbia dato segno
di vampe sotterranee.
Il Bina riferisce una notizia relativa alla Germania, ripresa da Sturmio, dove,
nel luglio del 1686, si verificò un forte terremoto che infranse tutti i vetri e
fece sì che i letti, nelle stanze, si muovessero come barche in mare. Nello
stesso anno, in Tirolo, le scosse telluriche provocarono il crollo di vari edifici
privati, pubblici e chiese nonché la morte di tanta gente. Ricorda il terremoto
con ben ventisei repliche che, il 23 gennaio 1742, si abbatté su Livorno e
quello con ventidue scosse, nello spazio di otto ore, che nel marzo 1745 colpì
Spoleto: in detti luoghi non ci sono vulcani, zolfatare, vene di zolfo né vi
furono avvisaglie di fuoco nelle ore che precedettero e seguirono le scosse.
Nel X capitolo, dopo aver considerato la materia sulfurea non sufficiente allo
scatenarsi dei terremoti si domanda se non sia forse l'aria a scuotere la terra,
all'improvviso, con una certa velocità in virtù della sua forza elastica.
Ricorda che tale era stato il pensiero di antichi pensatori quali Anassagora,
Teofrasto, Calistene, Lucrezio, Strabone e, in generale, dei filosofi stoici.
81
Bina è convinto che una simile causa fosse l'unica da individuare, per spiegare i
terremoti, da parte di coloro che ignoravano completamente la forza
straordinaria contenuta nella "polvere da fuoco". Considerando che quando
all'aria compressa all'interno di un telo viene dato libero sfogo, questa può
lanciare una palla di piombo a notevole distanza e la forza del cannone diventa
tale da abbattere qualsiasi fortificazione; nota che la forza maggiore deriva
dalla maggiore compressione e conclude lodando gli studiosi moderni che, con
la loro esperienza, hanno confermato le geniali intuizioni degli antichi filosofi
ed hanno scoperto la legge e la proporzione secondo cui l'elasticità corrisponde
alla forza comprimente.
Il capitolo XI serve a Bina per ricordare le esperienze di alcuni fisici moderni,
quali Boile, Alleio ed Ales, che hanno dimostrato che si possa ridurre la densità
dell'aria.
Ales, ad esempio,ricorrendo all'espediente del gelo, è riuscito a restringerla ad
un volume 1838 volte inferiore a quello che occupa normalmente sulla
superficie della terra. Conclude con la dissertazione premiata dall'accademia di
Bordeaux di P. Bereaud sulla causa dell'aumento di peso, di certi corpi, con la
calcinazione: 20 libbre di piombo, con la calcinazione ne acquistano 5 o 6.
Nel XII capitolo nota la difficoltà a comprendere la grande forza necessaria a
comprimere un fluido aereo: se la forza attraente delle parti della materia può
comprimere e costipare l'aria, come scoprì Ales, perché non dovrebbe avere un
maggior effetto avvalorata dall'azione del fuoco? Sembra al Bina che i suoi
82
contemporanei siano d'accordo nel sostenere che la materia elettrica non
differisca da quella del fuoco e della luce.
"Se pertanto le attrazioni del fluido elettrico divengono sensibili, e si
manifestano a molta distanza, perché una materia inzuppata di fuoco non potrà
crescere tanto in forza che basti a comprimere, dentro di sé, 100 volte più l'aria
di quello che possa fare priva di tale aiuto? Altra difficoltà deriva dal carattere
del fuoco che è capace di espandere e dilatare i corpi, in particolare l'aria. Bina
prende di nuovo in considerazione Ales le cui esperienze provano che il fuoco,
come lo zolfo, ha la forza di unire, addensare e legare strettamente l'aria "che si
trova involta" e, in base al pensiero di Newton, afferma che dove finisce
l'attrazione, li comincia l'effetto contrario di repulsione così è verosimile che le
particelle dell'aria che devono il loro distaccamento ed incoerenza alla forza
repulsiva che hanno fra loro, al cessare di queste, acquistino l'attraente.
"Il fuoco medesimo, nel dilatare ha i suoi limiti" e una volta che li avrà
raggiunti potrà forse "procacciarsi una forza contraria alla prima, di condensare
e ridurre i corpi: come avviene per il freddo che, raggiunto un certo grado"
termina di condensare le forze corporee e le rarefà egualmente che il calore: e
come succede al vapore, che caldo supera in forza la polvere accesa e
raffreddato perde in un istante ogni attività. Queste cose supposte, ben si vede
con quanta ragione credette il celebre Amonton non potersi assegnare limiti
alla condensazione dell'aria".
83
Nel XIII capitolo, il Bina continua dicendo che se la forza elastica crescesse in
ragione della densità, se racchiusa in caverne e libera di espandersi, non solo
farebbe tremare la terra, ma la squarcerebbe. A questo punto, Bina si domanda
quale possa essere la forza capace di comprimerla prima e tenerla imprigionata
per poi lasciarla libera di espandersi. Non trovando una risposta immediata, il
padre benedettino torna a valutare, nuovamente, le opinioni degli antichi
filosofi e, in particolare, dell'epicureo Lucrezio che attribuiva il terremoto alla
condensazione dell'aria, al vento che, insinuandosi nella terra e penetrando
nelle caverne con tanta forza, ne determinerebbe crolli sotterranei per cui la
terra finirebbe per tremare. Subito dopo, nel XIV capitolo, confuta la teoria
lucreziana. Secondo Bina è sufficiente riflettere sul fatto che le aperture
attraverso le quali il vento entra nelle cavità sotterranee, non sono provviste di
valvole, di conseguenza perché li l'aria dovrebbe condensarsi più che nelle
abitazioni dove, chiuse tutte le imposte si lascia un piccolo spiffero attraverso
cui possa penetrare il vento? Bina trova assurdo il pensiero riguardo il fatto che
l'aria esterna non addensi quella sotterranea, ma "s'azzuffi con essa" e per
questo scontro la terra tremi; ciò è assurdo perché il vento, per quanto
impetuoso, è appena sensibile in una stanza e, quindi, anche in una grotta.
Anche supponendo che le caverne lascino libero accesso al vento, questo ne
verrebbe ributtata dall'interno, con forza uguale; quindi del supposto conflitto
non ne risentirebbe il terreno sovrastante.
84
**********
Bina continua il "Ragionamento" con la saldezza del suo rigore argomentativo
evidenziando o confutando, a seconda dei casi, le ipotesi di altri studiosi.
In questo lavoro ho voluto presentare la parte iniziale del "Ragionamento", a
mio avviso particolarmente interessante, per prendere atto e considerare il
metodo di lavoro e di ricerca di Padre Bina.
85
LA METEOROLOGIA
La meteorologia è una scienza d'osservazione, ardua, come affermava nel VI
numero della rivista "La Meteorologia Pratica" il Prof. Pio Bettoni direttore
dell'Osservatorio Meteorologico di Salò51 ma anche utile. Lo scopo IMMEDIATO
di tale scienza è quello di studiare i fenomeni dell'atmosfera, ma il fine
SUPREMO
è di giungere alla conoscenza di quelle leggi generali alle quali è
sottomessa la circolazione dell'aria e, di conseguenza, la circolazione delle
acque. La conoscenza di queste leggi porta alla previsione del tempo.
Riflettendo, non si può non considerare la meteorologia, alla stregua
dell'astronomia, una scienza che, da sempre, ha interessato l'uomo. Pur non
avendo la possibilità, ancora, di conoscerla e, dunque, di definirla, le antiche
popolazioni ne avvertivano comunque la necessità, sentivano il bisogno di
conoscere, sia pur in modo approssimativo, non scientifico, i rapporti tra
nuvole e pioggia, ad esempio legando i fenomeni della natura a divinità
antropomorfe. Gli Ebrei, ad esempio, basandosi sulla Bibbia, tentarono, a loro
modo, di avere una conoscenza della materia.
Nel libro di Giobbe ed in quello dei Re è detto, rispettivamente, che "Dio lega
le nubi perché non erompano" e che "l'aria si condensa di nubi". Il salmo
CXXXIV dice che "Dio fa venire le nuvole dagli estremi confini dell'orizzonte,
e che ha formato la polvere per produrre la pioggia". La Bibbia, però, non è un
51
P.Bettoni: La meteorologia nella sua origine e nel suo sviluppo; in La Meteorologia Pratica anno VI n.2
Marzo-Aprile 1925, p. 50
86
libro di carattere scientifico, ma, come affermava Galileo Galilei, nella lettera
indirizzata a don Benedetto Castelli, il 21 dicembre 1613, è scritta in un
linguaggio semplice, con concetti semplici per "accomodarsi alla capacità de'
popoli rozzi ed indisciplinati"; non può essere considerata un testo scientifico
poiché di scienze è "una minima particella" e se Dio avesse inteso dare agli
uomini la Bibbia con questo scopo, avrebbe riservato alle scienze,
all'astronomia ben diverso spazio.
La Sacra Scrittura ha valenza puramente spirituale, mentre la natura, libro
sempre aperto, permette all'uomo la conoscenza di se stessa e delle leggi che la
regolano. Dunque, il pensiero moderno non nega il valore dei testi sacri, ma
indaga sulla realtà specifica, ragiona, formula ipotesi, esperimenta. Grazie agli
studi di filosofi come Bacone, Cartesio o Pascal, ma, soprattutto, di Galilei,
Castelli o Torricelli, si è affermato il metodo sperimentale che ha permesso
l'invenzione di strumenti indispensabili allo studio dell'aria o della pioggia: il
barometro, il termometro, il pluviometro. Non si può dimenticare che senza gli
studi di Lavoisier, de Saussure, Blak ed altri ancora che si impegnarono in
questo campo nel XVIII secolo, non conosceremmo la natura fisica e la
composizione chimica dell'atmosfera, ovvero una miscela di gas di opposta
natura, quali l'ossigeno e l'azoto cui si mescolano, in proporzioni minime,
l'acido carbonico e l'idrogeno carburato, che l'acqua è dovuta alla
combinazione chimica di idrogeno ed ossigeno.
87
Con A. Humbolt hanno avuto origine le osservazioni meteorologiche con
metodo sperimentale e si approfondirono gli studi di elettricità atmosferica e le
indagini sul magnetismo terrestre, specialmente dopo l'invenzione della pila da
parte di Alessandro Volta. Si sapeva delle tempeste, delle grandi burrasche
marine, ma non se ne conoscevano compiutamente le cause né si poteva dare
annuncio, del loro sopraggiungere, ai naviganti. Matteo Fontaine Maury, che
può essere considerato il fondatore della moderna meteorologia, intraprese lo
studio della stessa in relazione ai vari paesi ed ai diversi punti del globo.
Secondo il Maury, l'atmosfera è un mare d'aria, un oceano gassoso, che gira
costantemente attorno alla terra che circonda ed avvolge da ogni parte, per dirla
con lo Stoppani UNO, E AL TEMPO STESSO, INFINITAMENTE MOLTEPLICE. Secondo
questa teoria è possibile congiungere il vecchio mondo con il nuovo e
conoscere il giro delle correnti anche nella lontana atmosfera.
Fu possibile, per il meteorologo, annunciare anche le tempeste delle coste
americane.
In Italia, nel 1856, il gesuita padre Angelo Secchi si avvalse del telegrafo
elettrico per l'annuncio delle burrasche atmosferiche, grazie alla comunicazione
giornaliera fra le città di Roma, Ancona, Bologna e Ferrara. Il padre Secchi,
fortemente interessato, aveva studiato a fondo l'astronomia e si era occupato
del sole, in particolare. Il suo interesse per la geodetica e la geofisica fu grande,
fondò la spettroscopia astronomica, fece varie ricerche sulle nebulose e
classificò le stelle. Padre Secchi incrementò gli studi di climatologia e
88
meteorologia statica e fece e suggerì ricerche di meteorologia dinamica il cui
scopo è di investigare sui movimenti dell'atmosfera. A lungo la Meteorologia è
stata confusa con l'astronomia; in realtà essa ha leggi ben precise,
importantissime per prevedere il tempo, che possono essere considerate
necessarie conseguenze dei principi della meccanica dei fluidi e della
termologia. È proprio la termoidraulica a spiegare molti fenomeni
meteorologici, la teoria dei Vapori è, poi, alla base delle leggi che regolano le
precipitazioni. È dalla metà del XIX secolo, grazie al sostegno del R. Ufficio
Centrale di Meteorologia, della Società Meteorologica Italiana e di altri enti,
anche privati, che sono sorte, dislocate in diversi luoghi, sia montuosi che
pianeggianti, solitari o popolosi, "stazioni" per le osservazioni di ciò che
accade nell'atmosfera e la raccolta dei dati relativi.
Da allora sorsero molti cultori della meteorologia, che sentirono forte
l'impulso a lavorare per conoscere e diffondere le varie informazioni, tra questi
è il benedettino padre Bernardo Paoloni.
**********
Don Bernardo Paoloni ha fatto scelte, a volte, radicali per i tempi in cui visse,
ha effettuato studi e ricerche di innegabile rilievo scientifico, ha collaborato
con scienziati del calibro di Guglielmo Marconi, ha fondato una rivista che gli
ha permesso la diffusione di idee e messaggi scientifici. Non sempre,
89
comunque, ha visto una facile accoglienza dei suoi propositi; al contrario, ha
dovuto affrontare ostacoli notevoli che solo la forza del suo amore per il
sapere, l'integrità morale, la lealtà e la sicurezza della veridicità delle sue
scoperte lo hanno portato a superare.
Don Paoloni è vissuto in un periodo politicamente non facile, ma non si è
lasciato dominare dagli eventi o dalle ideologie dilaganti, ma nutrito delle sue
certezze, ha guardato in faccia la realtà per vincerla ed ha raggiunto gli
obiettivi che intendeva raggiungere. È riuscito, addirittura, a convincere il capo
del governo di allora, Benito Mussolini, della bontà dei suoi propositi, dei suoi
studi, ricerche ed invenzioni ottenendo dallo stato quelle sovvenzioni
necessarie allo sviluppo della sua attività scientifica. I "Grandi" del tempo
erano membri della SOCIETÀ METEOROLOGICA ITALIANA fondata dal Paoloni.
90
METEOROLOGIA E SPIRITO MONASTICO
Prima di parlare, in modo specifico e sotto l'aspetto scientifico, di don
Bernardo Paoloni, è utile fare alcune premesse di carattere storico generale
sulla disciplina che lo vide protagonista. Si è già detto di Padre Benedetto
Castelli e della sua invenzione, il
PLUVIOMETRO,
che, pur accettato
positivamente da Galilei, purtroppo, non fu dovutamente apprezzato e
considerato da coloro che cominciavano ad effettuare le prime osservazioni
meteorologiche strumentali. Si sa che le più antiche osservazioni si svolsero tra
il 1649 ed il 1651 a Clermont di Alverina, da parte di Perier che collaborava
con un amico che, contemporaneamente, effettuava le stesse osservazioni a
Parigi e con Chanut e Descartes che le eseguivano a Stoccolma. Si trattava di
osservazioni puramente barometriche; nessuno dei detti studiosi pensò mai a
misurare la pioggia.
Nel 1654, erano trascorsi undici anni dalla morte del Castelli, su incarico del
Granduca di Toscana, Ferdinando II, il padre gesuita Luigi Antinori organizzò
la prima rete di stazioni meteorologiche, affidate tanto ai Gesuiti quanto ad altri
ordini religiosi. Tra gli altri ordini vi furono i Benedettini Vallombrosani ed i
Monaci Camaldolesi di Santa Maria degli Angeli di Firenze.
Le osservazioni dei Vallombrosani, eseguite dal 1654 al 1667, firmate da d.
Filiberto Casini fino al 21 luglio 1656 e da don Petronio Paceschi dal 1656 al
1657, venivano inviate come lettera, quotidianamente, ad un certo "Signore e
91
Padron Colendissimo" che può essere identificato con il principe Leopoldo.
Tali osservazioni, rimaste inedite, sono state rinvenute, all'inizio del secolo
XX, nella Biblioteca Nazionale, dal padre Boffito che ha provveduto a
pubblicarle nella Rivista "La Meteorologia Pratica52.
Le osservazioni dei Monaci Camaldolesi di Santa Maria degli Angeli, eseguite
dal 1654 al 1670, invece, furono pubblicate da Vincenzo Antinori.
Dal momento che le osservazioni erano eseguite scrupolosamente e venivano
annotati i giorni piovosi, ma non la misura della pioggia, si può dedurre che il
PLUVIOMETRO
non era utilizzato. La necessità di misurare la pioggia era
comunque sentita: nel 1661 Cristoforo Wren costruì, a Londra, un pluviometro
registratore.
Altri scienziati costruirono differenti modelli di pluviometro: nel 1670 Hooke,
nel 1726 Jacob Leupold; nel 1789 Christian Gotthold Hermann. Nel 1678
Riccardo Townley iniziò una serie di misurazione della pioggia, per la durata
di quindici anni, nel Lancastire, a Townley.
Nel 1680 a Dijon, il Mariotte, iniziò una serie di osservazioni pluviometriche
delle quali si avvalse per la soluzione del problema relativo alle origini delle
sorgenti53. Tali pluviometri altro non sono che la base del pluviometro usato
nel XX secolo in quasi tutti gli Osservatori italiani, dovuta al prof. Luigi
Palazzo.
52
G.Boffito: I Benedettini di Vallombrosa nella storia della meteorologia. In: La Meteorologia Pratica, Anno
VII, n.6, Novembre-Dicembre 1926 p. 245
53
G.Boffito: Gli strumenti della scienza e la scienza degli strumenti; Firenze, Libreria internazionale Secher,
1929, p.122; in: Cinquanta articoli di Meteorologia, 1909-1936 p.199
92
In questo contesto è bene ricordare l'opera di un grande benedettino (già citato
per il suo impegno in campo scientifico) vissuto nel Seicento, grande studioso
di meteorologia, docente di tale disciplina nell'Università di Padova dal 25
aprile 1746: il Padre Giovanni Alberto Colombo. Grande è l'importanza di
questo monaco, primo docente di astronomia e meteorologia, rettore di quella
cattedra che, come già detto, fu istituita nel 1744: ut qui meteoris cognoscendis
operam darent, non secus ad lauream adire possent gradusque academicos
obtinere ac si Philosophos ordinarios audirent54. La data del 1744 deve essere
scritta a caratteri cubitali nella Storia della Meteorologia perché, con
l'istituzione della cattedra, si riconosce l'importanza della disciplina.
Il Padre Colombo, ricevuto l'incarico universitario, non si sentì "arrivato" ma,
anzi, incrementò il suo impegno: pensò di dar vita, a Padova, ad un
Osservatorio, ma non ebbe l'opportunità di veder realizzato il suo sogno perché
se la sua idea fu accolta dalle superiori autorità già nel 1757 e fu approvata dal
Senato Veneto il 2 maggio 1761, l'osservatorio vide la luce solo nel 1777, anno
della morte di Alberto Colombo, e la direzione fu affidata al successore del
Colombo nella cattedra di astronomia e meteorologia, il professor Toaldo.
Anche in mancanza di un vero Osservatorio, erano state, comunque, effettuate,
a Padova, delle regolari osservazioni udometriche, mai interrotte dal 1725, alle
quali, molto probabilmente, aveva collaborato lo stesso Colombo55.
54
A.Favaro: I successori di Galileo nello studio di Padova, fino alla caduta della Repubblica "Nuovo
Archivio Veneto", Nuova Serie, n.65, p.158. In: Cinquanta articoli di Meteorologia, 1909-1936, p.196
55
G.Lorenzoni: Sulle osservazioni udometriche eseguite in Padova dal 1725 al 1871, Padova, Tip. G.B.
Raudi; 1872; in: Cinquanta articoli di Meteorologia, p.196
93
Don Paoloni, che ha eseguito una puntuale ricerca sulle osservazioni, pur
dichiarando di non essere a conoscenza del numero degli Osservatori Italiani
che prima del 1800 abbiano eseguito osservazioni udometriche, afferma che in
una lettera di Angelo Bertacchi riguardante i manoscritti meteorologici di
Pietro Antonio Butori e Giovanni Stefano Conti (estratto dal volume XXIV
degli "Atti della R. Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti", Lucca,
1885) "si parla di 5 grossi volumi manoscritti contenenti 50 anni di
osservazioni meteorologiche, iniziate da Giovanni Stefano Conti a Lucca nel
1744 e proseguite dal fratello Carlo fino al 21 luglio 1794. Nel terzo volume,
che ha principio il 1 aprile 1772, la pioggia raccolta in pluviometro della
superficie di mezzo braccio fiorentino, è dato in libbre, oncie e denari"56.
Si ha notizia di osservazioni pluviometriche iniziate dalla Specola Vaticana
nel 1825, di quelle eseguite tra il 1841 ed il 1872, in Guastalla, da Giuseppe
Passerini57, ma bisogna aspettare il 1865 perché la maggior parte degli
Osservatori italiani iniziasse le sue osservazioni.
Per quanto riguarda l'Osservatorio di Perugia, le osservazioni udometriche
iniziarono molto tempo prima rispetto a quanto si può accertare storicamente.
Non si può essere precisi a tal proposito perché gli antichi registri
dell'Osservatorio sono andati perduti e la prima data utile allo scopo è quella
del 1802, esattamente dal primo gennaio. Da quel momento in poi è possibile
56
Bollettino mensile della Società Meteorologica Italiana, vol. VI, Anno 1885-1886 p.132; in: Cinquanta
articoli di Meteorologia 1909-1936 p.196
57
Domenico Ragona, vol. VI, parte I, 1884 degli Annali dell'Ufficio Centrale di Meteorologia;.B.Paoloni,
op. cit. p.196
94
prendere atto di tutte le osservazioni effettuate che venivano registrate
regolarmente; era registrata, una volta al giorno, la pressione barometrica, la
temperatura, la quantità della pioggia mentre ben quattro volte, la mattina, il
pomeriggio, la sera e la notte veniva eseguita l'osservazione del cielo.
La pioggia veniva notata, per molti anni, in pollici cubici, linee e decimi di
linea.
Nell'Osservatorio di Perugia si usava il pollice francese, pari a mm. 27,070,
mentre il pollice era formato di 12 linee e 12 pollici formavano un piede.
Purtroppo, la mancanza degli antichi registri dell'Osservatorio, se non consente
di datare le prime osservazioni, non permette neppure di precisare la
fondazione dello stesso.
Fu il professor Luigi Canali, nato a Perugia nel 1759, a dar vita, in questa città,
ad un Osservatorio Meteorologico. Il Canali era un grande fisico, docente di
tale disciplina (successe al professor Pellicciari) in quella Pontificia Università
di Perugia della quale, nel 1825, divenne Rettore su nomina di Papa Leone XII.
Nel 1795 diresse la collocazione dei parafulmini nella cattedrale di San
Lorenzo ed in altri luoghi. Convinto dell'importanza dell'osservazione e della
ricerca, volle un Osservatorio Meteorologico, anche se piccolo, che costruì a
sue spese. È possibile che, nei primi tempi, l'Osservatorio avesse luogo nella
stessa casa del Canali e fosse trasferito presso l'Università nel 1811 quando,
con il governo Napoleonico, furono concessi all'Università i locali dell'ex
Monastero dei Benedettini Olivetani.
95
L'inizio dell'esperienza di ricerca e osservazione meteorologica, comunque, si
lega ai locali dell'Università, ciò è deducibile dall'iscrizione posta sotto il busto
del Canali, nel museo dell'Università:
HAEDIBUS FUNDAVIT58.
TURRIM SPECULATORIAM HISCE IN
È a partire dal 1 aprile dell'anno 1811 che le
osservazioni risultano eseguite con regolarità e precisione e le pagine dei
registri appaiono divise in tre colonne: mattino, giorno e sera, in
corrispondenza delle quali venivano apposte le relative osservazioni.
Il Canali, al quale con ogni probabilità si deve la conferma della concessione
all'Università dei locali del Monastero, da parte di un pontefice benedettino,
Pio VII (presso il quale si era recato, per effettuare la richiesta, insieme con il
cavalier Vermiglioli), con breve del 23 maggio 1815, amava corredare le
osservazioni con illustrazioni da mostrare al pubblico. Finché la salute lo
sostenne, il Canali eseguì, in prima persona, le osservazioni meteorologiche:
ciò è attestato dai registri, compilati di suo pugno, dal 1 gennaio 1802
all'ottobre 1835 quando fu colpito da apoplessia. Sia pur in precarie condizioni
fisiche, il professor Canali continuò a dirigere l'Osservatorio fino al 20 ottobre
1841 quando fu colpito da un nuovo terribile attacco. Morì a Perugia il giorno
8 dicembre dello stesso anno. I funerali furono solennemente celebrati con gli
elogi attestanti la stima di tutti, pronunciati da parte del Padre D. Vincenzo
Bini, Abate Cassinese, professore emerito di metafisica all'Università di
Perugia ed amico personale del Canali.
58
Giuseppe Bianconi: Del Prof. Luigi Canali e dei suoi funerali, in: Giornale Scientifico Agrario, LetterarioArtistico di Perugia ed Umbra Provincia. Nuova Serie, anno 1863, disp.2° pp.137-149; B. Paoloni, op.cit.
1909-1936 p.197
96
L'Osservatorio voluto da Canali ha avuto vita presso i locali di un Monastero
Benedettino ha proseguito la sua attività
in quelli di un altro fiorente
Monasero, quello di San Pietro dove l'Abate Castelli aveva inventato il
PLUVIOMETRO
che, come osservava d. Paoloni, può costituire "il più bel
monumento cui questo illustre benedettino poteva aspirare"59. Non solo
l'Osservatorio di Perugia ha visto la luce in locali Monastici, ma, come detto in
precedenza, i monaci hanno mostrato sempre interesse e si sono impegnati in
questo campo. Si è parlato di Gesuiti, di Vallombrosani impegnati nelle
osservazioni. Questa specie di "febbre" colpì anche il Priore dell'Imperiale
Abbazia di Farfa, Padre d. Agostino Zanoni che a lungo pregò il Padre
Bernardo Paoloni perché facesse sorgere, in quel luogo, un Osservatorio
Meteorologico. Finalmente, nel 1933, grazie all'appoggio del professor
Girolamo Azzi, direttore del laboratorio di Ecologia dell'Università di Perugia
e del suo assistente, il dottor De Gasperi, gli stessi che, attorno al 1934, hanno
compilato un lavoro analitico sui centotrentadue anni di osservazioni
udometriche eseguite nell'Osservatorio di Perugia, fu possibile realizzare il
"sogno". Il professor Azzi, a spese del suo laboratorio di Ecologia Agraria,
fornì
gli
apparecchi
indispensabili:
barometro
Fortin,
termografo,
geotermografo, ipografo Richard, pluviometro Fuess, eliofanografo Campbell,
psicrometro, evaporimetro, termometri normali e a massima e a minima, tutto il
materiale necessario a tali apparecchi.
59
B.Paoloni: cit., 1909-1936, p.198
97
Il Presidente della III Sezione del Consiglio Superiore del Ministero dei Lavori
Pubblici, che sembrava aver preso a cuore il nuovo osservatorio, affidò allo
stesso un ulteriore pluviometro ed una capannina meteorica e vi mandò alcuni
funzionari.
Anche se mancava l'anemografo si sperava di averlo presto poiché era stato
promesso a padre Zanoni dal Preside della Provincia di Rieti, con lettera del 19
agosto 1933.
"Come segno tangibile dell'interessamento della Provincia per la provvida
istituzione".
Per il buon funzionamento degli apparecchi, per il loro collaudo, il professor
Azzi volle che rimanesse a Farfa, per molti giorni, il dottor Luigi De Gasperi.
Quando l'Osservatorio cominciò a funzionare regolarmente, la sua direzione fu
affidata al Priore del Monastero di Farfa, padre Zanoni, austera figura di asceta
e scenziato, che si era promesso di far funzionare questo nuovo Osservatorio
Benedettino con la stessa costanza e precisione di quelli che lo avevano
preceduto.
Il nuovo Osservatorio si proponeva di raccogliere e pubblicare i dati
meteorologici, ecologici e fenoscopici relativi alle varie colture, in base a
speciali formulari.
I dati raccolti dovevano essere inviati, regolarmente, al Laboratorio di Ecologia
del R. Istituto Superiore Agrario di Perugia. Come affermava don Paoloni "in
questo modo si va sempre più estendendo quella rete di stazioni che, seguendo
98
il metodo e le direttive del prof. Azzi, hanno reso possibile lo studio razionale
dell'ambiente fisico, in rapporto all'agricoltura, in diverse regioni d'Italia e
dell'estero; studio fondamentale e necessario se si vuole praticare col maggior
profitto la coltivazione delle piante agrarie più adatte all'ambiente di ciascuna
regione"60.
60
B. Paoloni: cit., 1909-1936, p.198
99
BERNARDO PAOLONI
PROFILO BIOGRAFICO
Don Bernardo Paoloni è nato a Cascia nel 1876.
Già durante gli studi monastici che lo vedevano
impegnato, particolarmente, nella teologia, non
mancò di mostrare una certa propensione per la meteorologia frequentando il
laboratorio dell'abate Giuseppe Quandel, ossia il laboratorio di colui che aveva
fondato l'osservatorio di Montecassino proprio nel 1876, l'anno di nascita di
don Bernardo.
A Montecassino, il 28 maggio 1905, il Paoloni si consacrò alla vita monastica
diventando, tre anni più tardi, direttore dell'osservatorio esistente in quel
monastero e distinguendosi nello studio dei disturbi atmosferici nelle
trasmissioni radio. Don Paoloni, infatti, subito dopo la scoperta, da parte di
Guglielmo Marconi, della radiotelegrafia, fu il primo a studiare tali disturbi ed
a stabilire una scala per classificarli. Il Paoloni aveva instaurato con Guglielmo
Marconi un forte legame dovuto ai comuni interessi scientifici, legame
documentato da una fitta corrispondenza fra i due. L'impegno del monaco nella
ricerca era costante, significativo, e fu riconosciuto dalle autorità scientifiche
che ne sottolinearono l'importanza; il Consiglio Nazionale delle Ricerche,
istituì,
proprio
sotto
la
direzione
di
don
Bernardo,
il
SERVIZIO
100
RADIOATMOSFERICO
ITALIANO
che poteva vantare ventiquattro stazioni
permanenti nel territorio italiano.
Nel 1930 Paoloni fondò il
SERVIZIO METEORICO SANITARIO ITALIANO,
già
sollecitato nel 1923, importantissimo, in quanto rappresenta, nel mondo, uno
dei primi tentativi di studio e ricerca in campo bioclimatologico. Quando, nel
1931, il Paoloni passò da Montecassino a Perugia cessò di funzionare, nel
luogo principe dei cassinesi, il
SERVIZIO METEORICO AGRARIO
istituito dallo
stesso monaco nel 1914.
Una volta a Perugia, don Bernardo continuò a seguire, con molto impegno, i
servizi da lui voluti e, finalmente, nel 1937, grazie alla sua determinazione,
dopo essere riuscito a superare numerosi ostacoli, riuscì a far funzionare
pienamente quell'OSSERVATORIO
SISMOLOGICO,
da lui fortemente voluto, che
intitolò all'inventore del sismografo (1751) ANDREA BINA.
Una grande opera di don Bernardo Paoloni è, senza dubbio, la rivista
METEOROLOGIA PRATICA,
una continuazione del
BOLLETTINO
LA
dell'osservatorio
di Montecassino. Detta rivista è particolarmente interessante perché è, quasi,
uno strumento di discussione dando spazio, nelle sue pagine, ai numerosi
articoli del fondatore ed a quelli dei vari studiosi e scienziati che si occupavano
di tale disciplina. Diede vita a varie pubblicazioni, ad un
FOTOELETTRICO,
ANEMOMETRO
costruito e diffuso dalla Società Salmoiraghi, sostenne con
entusiasmo e fermezza tutte le attività connesse alla meteorologia, difese e
101
propagandò l'ecologia agraria; morì nel monastero perugino di San Pietro, che
aveva diretto per circa due anni, nel 1944.
Servizio meteorico
Padre Bernardo Paoloni, che lega il suo nome alla meteorologia, ha effettuato
numerose invenzioni. Costantemente attivo, ha dato inizio al suo impegno
scientifico nel monastero di Montecassino dove ha curato, e portato a grande
sviluppo, l'osservatorio divenuto, sotto la guida del padre, uno specifico
riferimento per la meteorologia italiana. Tra il 1909 ed il 1920, l'attività
scientifica dell'osservatorio era fatta conoscere dalle pagine del
MENSILE.
BOLLETTINO
Nel 1912 e nel 1913 hanno avuto vita, rispettivamente, la stazione
aerologica ed il giardino botanico-forestale.
Quest'ultimo, posto accanto all'osservatorio, era atto alle "osservazioni
meteorico-fito-finologiche". Nel 1914 veniva istituito il "Servizio meteoricoagrario di terra del lavoro" che contava su circa sessanta "stazioni meteorico
agrarie" facenti capo a Montecassino. Nello stesso anno, l'osservatorio di quel
monastero diveniva sede61 di una stazione radiotelegrafica che collaborava con
il genio militare per la rilevazione dei dati. E' il primo nucleo da cui partire per
giungere, nel 1928, all'istituzione, in collaborazione con l'E.I.A.R.. e la scuola
Enrico Cesi di Roma, del "Servizio Radiotelegrafico italiano". Tale servizio,
61
M.Mazzucotelli: op.cit. p.281
102
avvalendosi di apparecchiature radiotelegrafiche e radioatmosferiche, compiva
osservazioni ed esperienze in tali campi. Si trattava dell'osservazioni dei
disturbi radio dell'atmosfera, alle quali parteciparono venticinque stazioni dell'
esercito, che venivano prodotte grazie all'applicazione dei quattordici gradi
della "scala radioatmosferica Paoloni". Tutto questo poteva verificarsi in virtù
delle richieste e dell'impegno di D. Paoloni. Guglielmo Marconi, presidente del
Consiglio Nazionale delle Ricerche, apprezzò tanto l'opera del Paoloni da
nominarlo, nel 1929, membro del "Comitato Nazionale Geodetico-Geografico"
.
103
Documento relativo alla nomina di Paoloni membro del
Comitato Nazionale Geodetico-Geofisico rilasciato dal presidente del
Consiglio Nazionale delle Ricerche Guglielmo Marconi
104
Nel 1920, don Bernardo Paoloni aveva fondato la rivista
LA METEOROLOGIA
PRATICA rivista di meteorologia agraria, igiene, aeronautica che aveva sostituito
il Bollettino del Monastero di Montecassino.
105
Tale rivista, il cui primo numero vide la luce il 1° gennaio 1920, non mancò di
diventare, in breve tempo, il mezzo scientifico di collegamento degli scienziati
del tempo, nella convinzione che la meteorologia potesse essere utile alla
medicina.
******
Don Bernardo trasformò in pratica le sue convinzioni fondando a Venezia, il
12 maggio 1930, presso l'ospedale al mare di Lido, il "Servizio Meteorico
Sanitario Italiano" ideato nel 192362.
Era lì in atto il primo corso di talassoterapia e l'opera del Paoloni ricevette
subito il plauso dei più illustri igienisti, medici e filosofi italiani63 tra cui i prof.
Baglioni, Borrino, Gemelli, Tallarico e, in modo particolare, del primario
dell'ospedale al Mare di Lido di Venezia, prof. Ceresole che ne fu il primo
direttore. Il Servizio Meteorico Sanitario italiano aveva per scopo di studiare i
rapporti esistenti tra i fenomeni patologici e quelli atmosferici nel tentativo di
individuare la genesi di tante malattie e valutare l'influenza, su di esse, delle
stagioni e degli eventi atmosferici.
Perché la meteorologia potesse essere efficace alla medicina era opportuno, ad
avviso di Paoloni, eseguire osservazioni sistematiche per anni, "in molti luoghi
62
B.Paoloni: Scopo e norme del servizio meteorico sanitario italiano; in La Meteorologia Pratica, anno XIII,
n.1, Gennaio-Febbraio 1932 -X p.35
63
B.Paoloni. Origine, scopo e funzionamento del servizio meteorico sanitario italiano; in La Meteorologia
Pratica, anno XXIII.1, Gennaio-Febbraio 1942-XX, p.43
106
e con criteri unici razionali"64. Il Servizio Meteorico Italiano entrava, con
questo modulo, in una fase definitiva e promettente.
La compilazione dei moduli decadici, facilissima, richiedeva circa un'ora al
mese, poteva essere affidata a chiunque e fornire preziose statistiche per
determinare dati importantissimi in ogni malattia: la morbosità e la mortalità
nei diversi mesi, stagioni, e in rapporto ad ogni fenomeno atmosferico.
Nel modulo era presente una terza colonna per l'aggiunta di un dato importante
per alcune malattie croniche a proposito delle quali era importante stilare una
statistica relativa al maggiore o minore numero di accessi in rapporto ai mesi e
fenomeni atmosferici: si pensava, ad esempio, agli accessi di gotta, epilessia, o
della tubercolosi, ai casi di emottisi. Il modulo aveva, al suo interno, due
pagine da usare per osservazioni sanitarie e meteorologiche.
Alla fine di ogni decade i moduli dovevano essere spediti a Paoloni a spese del
Direttore della specifica Stazione Meteorico-Sanitaria (18 lire annue) che, in
cambio, avrebbe ricevuto, gratis, la rivista LA METEOROLOGIA PRATICA.
Il Paoloni, già impegnato presso l'osservatorio geofisico del Regio Istituto
Superiore Agrario di Perugia, era fiducioso di poter conferire premi e diplomi a
coloro che avessero effettuato, con maggior cura e costanza, le osservazioni.
Era fondamentale, per il buon esito della ricerca, riempire i moduli; se non
fosse stato possibile farlo quotidianamente, poteva essere fatto almeno alla fine
della decade desumendo le informazioni dalle cartelle degli ospedali. Se non
64
B.Paoloni: op.cit., 1932, p.35
107
fosse stato possibile iniziare i rilevamenti all'inizio dell'anno, ma nel corso di
esso, don Bernardo raccomandava di recuperare i dati al fine di non lasciare
lacune e dar vita a veritiere statistiche. Scongiurava i collaboratori ad essere
precisi e puntuali, a rilevare i dati con scrupolo e costanza altrimenti sarebbe
stato del tutto inutile che questi avessero promesso di collaborare.
Era fiducioso, Paoloni, del buon esito del suo impegno, era convinto che il
servizio sanitario italiano facesse onore alla scienza italiana, in quanto era il
primo del genere in tutto il mondo, ma, soprattutto, dovesse essere di grande
utilità all'Italia ed alla scienza "contribuendo a fare in modo che la
Meteorologia e la Medicina diventino sempre più sorelle e formino una nuova
scienza: la
CLIMATOTERAPIA"
65
METEORICO SANITARIO ITALIANO
ecologia del
. È necessario sottolineare che il
SERVIZIO
cominciò a funzionare, presso il laboratorio di
R.ISTITUTO SUPERIORE AGRARIO,
nel 1932, grazie al sostegno
dell'Università di Perugia. Non solo il Ministero dell' Interno aderì al progetto
del Paoloni, ma lo fecero molti istituti universitari66.
Collaborarono con Paoloni numerosi ospedali, sanatori, case di cura e,
soprattutto, medici privati, ma pochi perseverarono. Per questo motivo fu
chiesta la collaborazione degli ospedali militari. Il motivo è semplice:
l'ospedale militare svolge la propria attività in base ad ordini precisi e nessuno
può permettersi di non obbedire, quindi, nessuno, in tali ospedali, avrebbe
cessato di eseguire, e soprattutto lo avrebbe fatto con grande disciplina, le
65
66
B.Paoloni: op.cit., 1932, p. 36
M.Mazzucotelli: op.cit. p.282
108
osservazioni meteorico sanitarie in assenza di un contrordine. Elemento da non
sottovalutare era che negli ospedali militari si potevano trovare i soggetti e gli
ambienti più adatti alle osservazioni. Per le ricerche che Paoloni voleva
effettuare erano, in verità, poco adatti gli ospedali civili per le differenze,
enormi, dei pazienti sia per le condizioni organiche che psicologiche.
Di gran lunga migliori gli ospedali militari perché in essi i pazienti erano,
prima di tutto, dello stesso sesso, ma anche della stessa età. Inoltre, i pazienti
militari, prima di ammalarsi, vivevano nello stesso ambiente, si cibavano allo
stesso modo, vivevano allo stesso modo, eseguivano i medesimi esercizi fisici,
ed erano esposti agli stessi eventi atmosferici. Bisogna altresì dire che i
pazienti militari non presentano patologie croniche o di vario genere, a seconda
del sesso, dell'età, dell'ambiente familiare come quelli degli ospedali civili.
L'idea del Paoloni ricevette l'approvazione della Direzione Generale di Sanità
Militare del Ministero della Guerra e seguì l'ordine, il 1° marzo 1939, a seguito
del quale una trentina dei principali ospedali militari italiani entrarono a far
parte del Servizio Meteorico Sanitario Italiano67.
Le difficoltà ci furono, è innegabile, esse avevano cominciato a manifestarsi
già l'anno successivo alla fondazione del servizio meteorico sanitario italiano,
quando il prof. Ceresole, primario dell'ospedale del Mare di Lido68, aveva
manifestato certe perplessità che avevano indotto il Paoloni a riflettere
sull'opportunità o meno di continuare la ricerca. Tutto, però, era stato superato
67
.Paoloni: op.cit., 1942, p.44
B.Paoloni: I primi progressi del servizio meteorico sanitario italiano; in La Meteorologia Pratica, anno
XIII, n.6 Novembre-Dicembre 1932 - XI p.264
68
109
grazie all'accordo con gli ospedali militari che permettevano di avere un
campione omogeneo.
Non solo i militari accolsero l'iniziativa di Paoloni, ma anche i collegi, nei
quali vivevano i giovani della stessa età, dello stesso sesso, che crescevano
insieme nello stesso regime di vita. Anche le colonie climatiche della G.I.L.,
specialmente quelle permanenti, erano adatte allo scopo. Le colonie ed i collegi
erano validi anche per eseguire osservazioni psicologiche sui bambini e sui
giovani. A questo scopo continuava ad essere utile l'ospedale al Mare del Lido
di Venezia dove erano ricoverati bambini e giovani assistiti quotidianamente da
validissimi medici sotto la guida del presidente dell' ospedale Prof. dott.
Garioni. In conseguenza di ciò, parve giusto a Paoloni riportare la Direzione
del Servizio presso l'ospedale del Lido, ove era stata fondata, affidato al Centro
di Bioclimatologia, con sede nello stesso ospedale e ad un Comitato Direttivo
di cui faceva parte Paoloni stesso. Il servizio andava assumendo, sempre
maggiormente, una valenza scientifica.
Un altro interessantissimo campo d' azione del Servizio Meteorico Sanitario
Italiano è quello delle ricerche e degli studi sui rapporti tra l'ambiente
atmosferico e lo stato psicologico dei lavoratori negli stabilimenti industriali,
vale a dire il rapporto tra il tempo e la produzione nazionale.
Il Servizio Meteorico Sanitario Italiano è sorto, come detto, per studiare le
relazioni esistenti fra certe malattie e gli eventi atmosferici, nel 1932.
110
RAPPORTI TRA METEOROLOGIA E MALATTIE
Nel 1920 padre Paoloni aveva parlato, per la prima volta, a Venezia, in
occasione del Congresso internazionale di Meteorologia, dei rapporti tra questa
scienza ed i mali dell'uomo. Aveva fondato la sua rivista "La meteorologia
Pratica", proprio con lo scopo di unire medici e meteorologi nello studio dei
rapporti esistenti fra le rispettive scienze. A distanza di dieci anni, tornato a
Venezia, su invito del professor Ceresole, per una conferenza, tenuta il 12
maggio 1930 al "corso teoretico pratico di talassoterapia" presso l'Ospedale al
Mare di Lido di Venezia, ricordava di aver partecipato a vari Congressi della
Società italiana per il Progresso delle Scienze, a Napoli, Catania, Torino....
dove aveva incontrato illustri medici che lo avevano incoraggiato a perseverare
nella sua idea; aggiungeva che era sua intenzione, e del prof. Ceresole,
organizzare a Venezia, con l'aiuto dei partecipanti al convegno, un "Servizio
Meteorico Sanitario". Riteneva giusto parlare, prima di addentrarsi nei discorsi
dell'organizzazione di detto servizio, delle malattie che hanno rapporti con i
fenomeni atmosferici e stabilire quali, in particolare, debbano essere oggetto di
studio e ricerca. L'idea di un rapporto tra mali fisici e meteorologia è antico
quanto detta scienza e la stessa medicina e, come per queste, non esistono leggi
dalle quali questo possa procedere. Certo, i fenomeni patologici sono regolati
da leggi fisse, anche se non del tutto note, come è per i fenomeni meteorologici
che hanno le loro leggi, ma non chiare all'uomo in quanto hanno origine
111
nell'alta atmosfera dove, ancora, nel 1930, l'uomo di scienza non aveva fatto
giungere "i suoi apparecchi registratori". Se si accetta l'idea che i fenomeni
patologici risentano, sia pur in un modo diverso, dei fenomeni meteorologici,
non è fondamentale, per la medicina, conoscerne le cause dal momento che le
basta studiarne gli effetti. Poiché i medici, da sempre, non sono stati d'accordo,
nel valutare il fattore meteorologico come "causa predisponente" di tante
malattie, lo studio di tale rapporto non è mai stato fatto in modo serio e
costante.
Paoloni ricordava che Celso aveva considerato questo rapporto, ma la sua
opera, dimenticata per ben cinque secoli e salva solo grazie ai monaci,
riapparve soltanto nel sesto secolo quando Cassiodoro aveva raccomandato ai
suoi monaci di studiare la medicina: tra i libri della biblioteca del monastero di
Squillace, da lui fondato, c'era quello di Celso. Bisogna aspettare altri cinque
secoli per trovare, presso la Scuola Salernitana, ove insegnarono vari monaci di
Montecassino, che ne furono anche i fondatori, qualcosa di simile, e poter
parlare, nuovamente, di Celso. Adesso, sottolineava Paoloni, sulle tracce di
quell'insigne studioso che aveva conservato l'indole osservatrice della Scuola
Romana ed aveva approfittato delle scoperte anatomiche e farmacologiche
della Scuola Alessandrina, lui si trovava a Venezia per stabilire, insieme con i
medici, "a quali malattie predispongono le stagioni e le vicende atmosferiche".
Paoloni anticipava l'obiezione di molti: tanti sono i progressi compiuti dalla
scienza nel corso di venti secoli, come è possibile che si possa pensare di
112
tornare tanto indietro, addirittura a Celso? Era convinto, Paoloni, delle sue
posizioni e, sulla base di S. De Renzi69 affermava che Celso è da considerarsi
"la delizia degli eruditi e dei medici di ogni paese" e che "gl'insegnamenti del
vero non invecchiano mai".
Pur considerando il notevole contributo dato alla medicina da scienze come la
microbiologia e la chimica biologica, soprattutto per la soluzione di problemi
di patologia, fisiologia, igiene, terapia, sottolineava, sulla base del Calò70 che
non veniva adeguatamente valutato l'ambiente in cui vive l'individuo che si
ammala. Sempre sulla base del Calò, Paoloni notava l'esistenza di malattie che,
a rigore, non possono essere considerate infettive o costituzionali, ma
potrebbero essere classificate, è una nuova categoria, tra le ambientali o
climatiche. In molte malattie le variazioni atmosferiche sono così importanti da
poter essere considerate, se non cause determinanti, almeno predisponenti.
Paoloni ricordava che Roster, nel suo trattato "Climatologia dell'Italia", aveva
studiato i fattori climatici sia in rapporto all'igiene che all'agricoltura: come,
nella vegetazione, le cause determinanti sono nelle radici, nei semi e le
predisponenti nella stagione che può essere o no favorevole allo sviluppo del
seme, così, in molte malattie, le cause determinanti sono nei germi, nei bacilli
dell'infezione, nell'organismo che tramite il sangue, il cibo o altro mezzo, ha
albergato l'infezione mentre le cause predisponenti sono nel clima non adatto
all'organismo.
69
S.De Renzi. D.A Corn. Celso: I libri otto della medicina volti in italiano, tomo secondo. Napoli, 1852
V.Calò: Sull'ipotesi dei rapporti fra i fenomeni meteorologici e la recente pandemia influenzale; in: La
Meteorologia Pratica, anno I della rivista, Gennaio-Febbraio 1920, p.19
70
113
Proprio come il seme che, se anche gettato in un terreno di grande qualità, non
darà frutto in assenza di un clima favorevole, altrettanto i germi, anche se
ingeriti, non si svilupperanno se non troveranno il clima adatto, se non ci
saranno quei fenomeni naturali capaci di indebolire l'organismo umano.
Proprio come il troppo caldo ed il troppo freddo non permettono l'armonica
crescita delle piante, così in un clima non adatto, il nostro organismo finisce
per ammalarsi. Le variazioni repentine del clima costringono il nostro corpo ad
un adattamento, ad uno sforzo, e quando le nostre forze non sono sufficienti,
l'organismo subisce un'alterazione che può andare da un lieve malessere ad una
vera e propria malattia. Tanto più le variazioni sono forti ed improvvise, tanto
più le avvertiamo e ci sono dannose. È questo il motivo per cui ci si ammala
maggiormente in quei luoghi in cui il clima è variabile piuttosto che in quelle a
clima stabile. Paoloni affermava, con rammarico, che non sono stati mai
condotti studi adeguati, né in Italia né altrove, atti a considerare il rapporto tra
l'uomo e l'ambiente in cui vive, quell'ambiente che gli dà la vita e la salute, ma
anche la malattia e la morte. Cercava, Paoloni, di colmare tanto grave lacuna
esaminando, in primo luogo, l'influenza dei principali fenomeni atmosferici
sull'organismo umano per passare, poi, ai rapporti con le stagioni, relativi
fenomeni atmosferici e le malattie e, infine, dando suggerimenti come tali
malattie vadano studiate da parte dei medici, con l'aiuto dei meteorologi: è
questo lo scopo del Servizio Meteorico Sanitario italiano che avrà origine e
centro proprio a Venezia.
114
Di per sé il caldo ed il freddo, anche se eccessivi, non sono cause predisponenti
di malattie, ma lo diventano in unione all'umidità e ad alcuni venti. Il caldo
asciutto, ad esempio, è ben sopportato dall'organismo umano. Da un'esperienza
è stato riscontrato che l'uomo è in grado di resistere, per venti minuti, ad una
temperatura di 100° mentre, in caso di caldo umido, mostra di non sopportare
neppure i 40°. Questo perché in un'aria molto umida il corpo non può espellere
l'eccesso del calore prodotto per mezzo dell'evaporazione poiché questa è
ridotta in un'aria fortemente umida e soppressa completamente in un'aria
satura. Mentre il caldo moderato, accompagnato da una discreta ventilazione,
può essere considerato un fattore di benessere, il caldo umido provoca disturbi
vari tra cui la riduzione del tono muscolare o la diminuzione dell'appetito.
Il freddo moderato, più ancora di quanto lo sia il caldo moderato, è un fattore
di benessere perché dà forza ai muscoli e stimola le funzioni respiratorie e
digestive. Paoloni individuava la prova di quanto asserito, nel comportamento
dei popoli del nord, o di quelli di certe zone dell'Abruzzo, regione tra le più
fredde d'Italia, caratterizzato da coraggio a livello fisico e da energia nelle
operazioni. Ad avviso di Paoloni le temperature minime esercitano un'influenza
meno nociva delle massime, tanto sui sani che sugli ammalati. Se, però, il
freddo è intenso ed è accompagnato da venti che lo sono altrettanto nonché da
umidità questo esercita sui muscoli un'azione paralizzante provocando la
diminuzione della vitalità di tutti gli elementi anatomici, rendendo i nervi
cattivi conduttori fino a sopprimere il loro funzionamento ed affievolendo
115
l'attività degli organi respiratori71. È normale, dunque, che siano esposti
maggiormente a rischio di contrarre malattie, durante l'inverno, i bambini e gli
anziani per il loro fisico, rispettivamente troppo debole o troppo logorato.
Diverse, per cause e conseguenze, sono le malattie da raffreddamento;
infiammazioni delle mucose, delle vie aeree, delle sierose, dei muscoli, dei
nervi.... Il tasso di mortalità aumenta con il freddo e con il periodo ad esso
immediatamente successivo, mentre scende decisamente con il caldo.
L'eccezione a questa "regola" è costituita dai bambini al di sotto dei cinque
anni, il maggior nemico dei vecchi è il freddo, dei bambini è il caldo.
È, comunque, l'umidità ad incrementare l'azione, sia del caldo che del freddo
perché suscita un malessere tale da rendere facile l'attacco del male
accrescendone l'intensità e ritardando o impedendo la guarigione. Si può
considerare l'umidità in tre stati: freddo umido, caldo umido, umido stagnante.
Il più dannoso è l'umido stagnante perché provoca il cretinismo accompagnato,
sempre, da gozzo e scrofola: si tratta della più umiliante degenerazione della
specie umana.
Paoloni considerava, di seguito, l'azione del vento: un elemento capace di
modificare gli effetti della temperatura nell'organismo umano.
Senza soffermarsi sul ruolo che i venti, trasportando i microbi da un luogo
all'altro, possono avere nella diffusione delle epidemie, sottolineava che sono i
venti meridionali, noti come scirocco, in modo particolare quelli provenienti da
71
L. Preti: La patologia umana nei rapporti delle influenze meteorologiche; in La Meteorologia Pratica, anno
II n.1 Gennaio-febbraio 1921 p.2-9
116
SSW e SE, indipendentemente dalla stagione, a modificare lo stato atmosferico
elevando, e non di poco, la temperatura e lo stato idrometrico dell'aria.
I venti sono la causa di emicranie, nevralgie, spossatezza, nonché di coliche
intestinali; molti possono causare l'aggravarsi del malato e, di conseguenza,
aumentare il tasso di mortalità. Uno studioso della materia, il Campani, di cui
Paoloni conosceva l'impegno, era giunto alla conclusione, per quanto riguarda
il ruolo dei venti nello sviluppo di malattie acute non contagiose, che è in
inverno che l'azione del vento di NW e in estate di quello di SW coincide con
la minore morbosità: è soprattutto nei periodi freddi che la velocità massima
dei venti coincide con la minore morbosità. Basandosi su quanto affermato da
uno studioso come Schrotter, nel 1923, all'Associazione dei patologi di Vienna,
Paoloni sosteneva che un'improvvisa depressione barometrica produce, nei
feriti e negli ammalati, elevamenti termici. Essendo quasi certo, inoltre, che
quasi tutti i fenomeni debbano riferirsi all'azione dell'elettricità atmosferica, è
possibile che questa influisca molto, anche direttamente, sui fenomeni
fisiologici e patologici poiché, in natura, quasi non c'è nessun fenomeno che
non sia preceduto o seguito da manifestazioni elettriche. Purtroppo, in questo
campo, nell'epoca di Paoloni, non erano state, ancora, svolte le dovute ricerche
ed indagini; era auspicabile che ciò venisse fatto poiché, in una simile
disciplina, non sono ammesse ipotesi. Comunque, considerando positiva
l'elettricità atmosferica a cielo sereno, mentre il suolo e tutti i corpi che su di
esso poggiano sono elettrizzati negativamente, e considerato, come sembra, che
117
l'elettricità dell'organismo umano, in condizione di sanità, è generalmente
positiva, non può essere indifferente, per l'uomo lo stato positivo o negativo
dell'elettricità atmosferica. Nel caso di stato positivo dell'atmosfera, si
verificano fenomeni d'eccitamento, mentre nello stato negativo dell'atmosfera
si verificano fenomeni di depressione: di conseguenza si verifica
intorpedimento muscolare, rallentamento circolatorio, generale sensazione di
fiacchezza.
Nei giorni di forte tensione elettrica, che precedono gli uragani, molte persone
lamentano cefalalgia, dolori muscolari, senso di pesantezza, addirittura alcuni,
all'avvicinarsi di un uragano, sono presi da un tal senso di angoscia da perdere
la capacità di agire o pensare. I mesi di gennaio e febbraio, certo i più freddi
dell'anno, ma anche marzo e aprile, fanno conoscere una tensione elettrica
maggiore rispetto ai mesi più caldi. Ciò si può spiegare in modo semplice:
forse l'umidità esercita grande influenza sull'elettricità atmosferica che,
dunque, aumenta in inverno e diminuisce in estate. In inverno, quando la
tensione elettrica è massima, le scariche elettriche sono meno numerose che in
estate, l'elettricità potrebbe concentrarsi, favorita dalla grande umidità, verso il
suolo. Invece, in estate, l'umidità minore, porta la tensione elettrica a diminuire.
Però, e la cosa è frequente in estate, quando si avvicina un temporale, aumenta,
in modo straordinario, la differenza di potenziale fra le nubi e la terra: coloro
che si trovano nella zona influenzata dal temporale, sono attraversati, come
fossero parafulmini, da una scarica, continua e silenziosa, che tende a ristabilire
118
l'equilibrio. Da questo possono derivare disturbi nelle persone di temperamento
nervoso: bisogna considerare che le correnti elettriche "sono tra i fenomeni più
vitali dei nervi, e che questi riacquistano il loro vigore quando riacquistano
l'elettricità normale di cui hanno bisogno, altrettanto s'indeboliscono e, quindi,
viene la malattia, se l'elettricità loro somministrata dall'atmosfera è anormale o
per difetto, o per eccesso"72.
Padre Paoloni, cercando di sensibilizzare il prof. Ceresole che lo aveva voluto
alla conferenza di Lido di Venezia, intendeva farsi portavoce, insieme
all'insigne professore e ad altri medici che avrebbero voluto perorare la nobile
causa, presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche perché questo potesse
attivarsi nello studio, indagine e ricerca dell'elettricità atmosferica; era convinto
che le conoscenze relative ad essa avrebbero potuto essere di grande utilità per
i medici.
Dopo aver parlato, in generale, dei rapporti tra meteorologia e morbosità
umana, padre Paoloni passava a considerare i rapporti fra le singole malattie ed
i principali fenomeni atmosferici. È naturale che facesse ciò in rapporto alle
conoscenze e competenze scientifiche del tempo.
72
B.Paoloni: La meteorologia nei rapporti con la morbosità umana; in La Meteorologia Pratica, anno XI,
n.3, Maggio-Giugno 1930 - VIII, p.129
119
MALATTIE DELL' APPARATO RESPIRATORIO
•
POLMONITE:
si manifesta, nelle forme più gravi, all'inizio della
primavera. Quando Paoloni parlò al congresso dei medici di Venezia, la
polmonite era ancora una malattia mortale, capace di mietere numerose
vittime, soprattutto tra individui giovani, di età compresa tra i trenta ed i
cinquanta anni. Provocava, anche se non seguita dalla morte, danno
economico nelle famiglie.
•
BRONCHITE:
frequente nei mesi freddi, soprattutto tra gennaio e
febbraio.
•
BRONCOPOLMONITE:
frequente nei mesi freddi, come la bronchite. Per
alcune forme, le condizioni atmosferiche favorevoli possono essere una
condizione ideale se non per la definitiva guarigione, almeno per il
miglioramento.
•
PLEURITE:
•
TUBERCOLOSI POLMONARE:
segue l'andamento delle precedenti.
Anche se cronica, subisce l'influenza delle
stagioni. Citando lo studio di Woringer73, Paoloni fa notare che il
massimo di mortalità per tisi è nel mese di marzo, mentre il minimo è in
settembre. I decessi sono doppi nel periodo invernale-primaverile
piuttosto che nel periodo estivo-autunnale. Secondo una statistica
militare, la differenza è ancora più forte. La causa occasionale delle
emottisi, delle insorgenze termiche e congestive è costituita dalle
73
P.Woringer: L'azione del sole nelle malattie infettive. In: La Meteorologia Pratica, anno VII, n.2, MarzoAprile 1926, p.67-70
120
brusche depressioni atmosferiche; i venti secchi sono pericolosi perché
capaci di provocare emottoici: dunque è consigliabile che i tubercolotici
polmonari soggiornino in paesi poco esposti ai venti secchi. Non è facile
dire, in poche parole, se sia preferibile, per i tisici, soggiornare in
montagna o al mare. È vero che la tisi è rara a certe altezze, ma poiché
ad un'altezza maggiore corrisponde un abbassamento di temperatura,
l'aria fredda potrebbe determinare l'aggravarsi dei malati, soprattutto dei
più gravi. Paoloni è convinto che al di là della migliore organizzazione,
le stazioni svizzere non siano da preferire a quelle italiane. Ritiene che,
forse, le stazioni climatiche migliori, le più efficaci per lenire o guarire il
male, siano quelle di Venezia, Pisa, Sorrento, Castellammare, Pozzuoli,
Salerno, Palermo....
MALATTIE DELL' APPARATO DIGERENTE
•
GASTROENTERITE:
Nei mesi caldi, soprattutto con caldo umido, si
diffonde, con notevole frequenza, la
gastroenterite.
Nei mesi di luglio-
agosto, quando parlava Paoloni, si verificava la maggiore mortalità nei
bambini al di sotto di un anno, in particolare a causa di malattie gastroenteriche. Nei mesi invernali, in montagna si verificano, spesso, forme di
diarree così diffuse da far pensare a qualcosa di epidemico: colpiscono
tanto i bambini che i vecchi. Citando il dottor Leonardi74. Padre Paoloni
74
E.Leonardi: Il freddo il caldo e la salute dell'uomo. Effetti sui neonati. In: La Meteorologia Pratica, anno
IV, n.1, Gennaio-febbraio 1923, p.1-3
121
aggiunge che tutto ciò è la dimostrazione che opposte condizioni di
temperatura possono produrre, sull'organismo umano, gli stessi effetti.
MALATTIE DEGLI ORGANI DI MOTO
•
REUMATISMO:
è frequente, nella forma più intensa, nei periodi di forte
umidità, per cui, come risulta da indagini statistiche, si inizia in
novembre, ha il suo culmine in gennaio, perdura, con grande frequenza,
fino a maggio, diminuisce bruscamente in giugno e tocca il suo minimo
nel mese di luglio. Padre Paoloni consiglia ai medici di approfondire
quanto è stato semplicemente accennato dal professor Fazio nel suo
trattato
(Trattato
d'Igiene, Napoli
1866)
cioè
che
l'elettricità
dell'organismo nelle affezioni reumatiche scompare improvvisamente
per ricomparire gradatamente. Ad avviso di Paoloni è questo un
fenomeno da porre in relazione con un altro fenomeno: alcune persone,
affette da reumatismo cronico, avvertono il risvegliarsi dei disturbi
all'avvicinarsi di un temporale.
•
ARTRITISMO:
è una malattia da connettere alla precedente per il fatto che
non pochi pazienti risentono dell'acutizzarsi della stessa in concomitanza
di temporali e altri mutamenti atmosferici. Padre Paoloni riferisce ai
medici i risultati dell'indagine condotta, in una clinica inglese, dei quali
ha parlato il dottor De Luca in un suo articolo pubblicato nella rivista La
Meteorologia Pratica: su un campione di 367 sofferenti di artritismo
122
infettivo non specifico, il 90 per cento presentava grandi sofferenze
durante i temporali mentre nei giorni sereni quegli stessi pazienti, se si
lamentavano, lo facevano moderatamente e, addirittura, in un periodo di
bel
tempo
continuato
lasciavano
conoscere
un
sorprendente
miglioramento. Al contrario, misurando per tre mesi, con un
elettroscopio a foglie d'oro, lo stato elettrico dell'atmosfera, non si è
trovata alcuna relazione. Padre Paoloni è dell'avviso di osservare
l'elettricità atmosferica con il sistema auricolare e ricorda di aver
introdotto lui stesso tale sistema quindici anni prima avvalendosi di
apparecchi radiotelegrafici dove il "registratore" è rappresentato "dalla
stessa mano dell'osservatore che scrive ciò che l'orecchio sente e
l'intelligenza si sforza di capire".
•
GOTTA:
è l'aria fredda e umida a favorire la dispersione calorica alla
superficie del corpo umano e, di conseguenza, il verificarsi di forme
reumatiche gottose frequenti, soprattutto, in primavera ed autunno.
Purtroppo, come per altre malattie degli organi di moto, come fratture,
artro-sinoviti,
osteoropatie
tubercolari....
mancano
osservazioni
scientifiche sull'andamento meteorico-patologico.
MALATTIE DELL' APPARATO CIRCOLATORIO
•
APOPLESSIA:
Padre Paoloni, citando De Renzi, afferma che queste si
verificano soprattutto con estati caldissime e secche.
123
ESANTEMI
•
MORBILLO:
si tratta di una malattia dell'infanzia che esplode in
primavera. Però nei bambini non c'è regolarità nella comparsa e
scomparsa della malattia, per cui non si può stabilire un rapporto con la
stagione. Anzi, dato che la malattia può verificarsi anche in adolescenti o
in adulti, in questi si presenta con frequenza tra dicembre e febbraio,
raggiungendo l'apice in marzo e diminuendo regolarmente, da aprile a
maggio; quelli estivi sono solo casi sporadici.
•
SCARLATTINA:
ha le stesse caratteristiche del morbillo, tanto per i
bambini che per gli adulti, irregolare nei primi, regolare, con andamento
invernale-primaverile, nei secondi: lo stesso andamento può riscontrarsi
nel vaiolo, nella parotite epidemica e in altri esantemi.
MALATTIE INFETTIVE
•
TIFO:
è una malattia che ha uno stretto rapporto con i fenomeni
meteorologici della stagione estiva-autunnale, o meglio con la sola
temperatura. Si è dimostrato che la pressione barometrica, la pioggia,
l'umidità, i venti, non hanno rapporto con la diffusione del morbo,
mentre questo è strettissimo con la temperatura dell'aria tanto che la
linea di questa e la linea della diffusione della tiroide decorrono parallele
con un minimo invernale ed un massimo estivo-autunnale.
È sorprendente constatare come la malattia, del tutto assente o rara nel
mese di gennaio, cominci a presentarsi in maggio, si diffonda in giugno
124
per raggiungere il massimo in agosto, settembre, ottobre per diminuire
rapidamente nei mesi successivi.
•
INFLUENZA:
non è facile definirne il momento dell'insorgenza, ma
stando a quanto ha affermato il professor Madsen, danese, durante una
conferenza tenuta al Corso internazionale d'igiene della Società delle
Nazioni, che sulla base di statistiche risulta che nel periodo 1900-1917 il
massimo dei casi d'influenza si ebbe in febbraio e il minimo in agosto,
mentre nell'epidemia del 1918 la frequenza fu irregolare. Normalmente,
anche in caso di pandemia (1889-1890) la maggior diffusione si ha nelle
stagioni di passaggio, primavera e autunno, mentre nelle epidemie, una
volta iniziatosi il ciclo e sviluppatosi anche con violenza, queste possono
prolungarsi anche nelle stagioni successive, ma è certo che le stagioni
favorevoli all'esplosione del ciclo infettivo sono la primavera e
l'autunno.
•
MALARIA:
Padre Paoloni non si pronuncia su questa malattia poiché non
ha i dati adeguati per considerare il rapporto di essa con i fenomeni
atmosferici. Attenendosi però alla relazione del professor Casagrandi,
che si è occupato del morbo nella zona di Cagliari osservando che esso e
la possibile mortalità sono più forti nelle annate piovose, Padre Paoloni
considera che forse non è la pioggia di per se stessa a favorire la malaria,
ma la conseguente umidità: è noto, infatti, che questa malattia
imperversa nelle zone più umide.
125
MALATTIE DELL' APPARATO NERVOSO
•
EMORRAGIA CEREBRALE:
basandosi su quanto scritto e pubblicato, nel
1922, nelle pagine di La Meteorologia Pratica, dal dottor Leonardi,
Paoloni fa rilevare l'influenza tanto dal freddo quanto dal caldo. Come
uno stimolo di freddo, all'esterno, produce la contrazione periferica delle
arterie, e quindi la congestione interna, altrettanto uno stimolo di caldo
può produrre la dilatazione periferica con anemia all'interno. È proprio
questo il meccanismo che determina la morte, per emorragia cerebrale,
nei mesi estivi. Padre Paoloni vuol sottolineare che più di vera e propria
emorragia cerebrale si dovrebbe parlare di rammollimento cerebrale; a
suo avviso la distinzione è importantissima agli effetti pratici di una
terapia poiché si potrebbero consigliare particolari trattamenti terapeutici
e residenze adatte, tanto in inverno che in estate, a seconda che la
persona in oggetto sia un iperteso o un ipoteso.
•
POLIOMELITE:
è un'infezione estivo-autunnale. Le varie epidemie si
sono manifestate in estate e sono scomparse con l'inverno.
•
MENINGITE CEREBRO SPINALE:
si manifesta in inverno, ha il suo apice
tra febbraio e aprile, è più intensa con il tempo umido. È di tipo
invernale-primaverile. Per quanto riguarda la MENINGITE TUBERCOLARE
afferma, basandosi su quanto sostenuto dal dottor Cozzolino, che sia di
tipo primaverile-estivo.
126
•
EPILESSIA:
si basa su una statistica del Lombroso per affermare che
l'elemento degli accessi epilettici, come dei maniaci, si ha nei giorni di
massima pressione barometrica con vento di sud. Aggiunge poi che De
Renzi aveva notato l'aumento di eccessi di epilessia in estati molto caldi
e secche come l'accumulazione all'approssimarsi di un temporale.
•
PSICOSI:
Padre Paoloni ricorda quanto affermato da Lombroso (Pensiero
e Meteore, Milano, 1878) relativamente all'influenza delle condizioni
atmosferiche sullo sviluppo dell'alienazione mentale e quanto scritto dal
professor
Amaldi, direttore
del
Manicomio
di
Firenze, nella
Meteorologia Pratica, per quanto riguarda gli stati dei maniaci e dei
malinconici in rapporto al ritmo stagionale. Ricorda, il Paoloni, che ogni
forma di alienazione mentale è una malattia, "uno stato morboso di
qualche parte dell'apparato nervoso". Afferma che tutti gli psichiatri si
trovano d'accordo nell'affermare la maggior frequenza dell'alienazione
mentale in periodo estivo, mentre in primavera o autunno si ha il
maggior numero di guarigione dei pazzi. Ad accrescere i parossismi
maniacali contribuiscono la nebbia, l'umidità ed il vento del sud mentre
la neve li porta a diminuire. Don Paoloni, che non poteva prevedere la
legge 170 sulla chiusura dei manicomi, auspicando uno studio specifico
sul rapporto malattia mentale e clima, si augura la costruzione dei
manicomi in luoghi e in climi favorevoli alla guarigione o al
miglioramento di dette malattie.
127
•
SUICIDI:
la cifra più alta si ha nei primi mesi caldi (giugno) e la più bassa
in dicembre. Paoloni riporta le statistiche relative redatte da studiosi e
sostiene, comunque, che non si è adeguatamente studiato il rapporto tra
le funzioni mentali e la meteorologia.
Inoltre padre Paoloni ricordava che il 21 aprile 1930 aveva ricevuto da prof.
Devoto, al quale, ancora, non aveva risposto, un telegramma con il quale
veniva invitato, a nome di tutti i medici radunati a Milano per trattare tale
rapporto. Ma lui rispondeva adesso, da Venezia, a nome di tutti i medici ivi
radunati, che non si debba solo trattare, ma decidere quali debbano essere i
rapporti tra medici e meteorologi. Questa decisione e la data del 12 maggio
1930, deve considerarsi come la data dell'istituzione del Servizio Meteorico
Sanitario Italiano che avrà la sua direzione all'Ospedale al Mare del Lido di
Venezia.
Padre Paoloni invitava i medici presenti ad essere i primi a
raccogliere tutte le osservazioni necessarie allo studio proposto, a compilare
statistiche, le sole in grado di fornire quei numeri che faranno della
meteorologia una vera scienza, una scienza sociale in quanto tutti ne hanno
bisogno. Padre Paoloni, precorrendo le richieste dei medici ed intuendo il loro
interesse, passava ad esporre il programma, lo stesso presentato, nel 1923, a
Catania, al Congresso delle Società italiana per il progresso delle Scienze.
La comunicazione del programma e la conoscenza dello stesso era
indispensabile ai medici per la collaborazione. Il programma si articolava in tre
punti fondamentali:
128
1. È bene che gli osservatori meteorico-sanitari, i quali ben
distribuiti, dovrebbero essere almeno uno in ogni regione e,
possibilmente,
là
dove
è
già
presente
un
osservatorio
meteorologico questo perché i dati meteorologici relativi agli anni
precedenti e le statistiche mediche conservate dai medici
provinciali, sia pur con lavoro retrospettivo, saranno comunque
utili negli studi da eseguire.
2. Le osservazioni e gli studi eseguiti in materia di meteorologia
sanitaria dovranno essere rivolti a particolari malattie:
a) dell'apparato respiratorio (polmonite, bronchite, pleurite, tubercolosi
polmonare, tumori)
b) malattie dell'apparato digerente (gastro-enterite, coliche, appendicite,
epatite, ulcera, tumore)
c) malattie degli organi di moto (reumatismo, artritismo, gotta, osteopatie
tubercolari, fratture)
d) malattie dell'apparato circolatorio (apoplessia)
e) esantemi (morbillo, scarlattina, vaiolo, varicella, rosolia, parotite)
f) malattie infettive (tifo, influenza, malaria, colera, eresipela, pertosse)
g) malattie dell'apparato nervoso (emorragia cerebrale, meningite cerebro
spinale, epilessia, psicosi, suicidi)
3. Incaricati di eseguire le osservazioni meteorico-sanitarie saranno il
medico e il direttore dell'osservatorio più vicino, tra i due dovrà
129
sussistere la più stretta collaborazione soprattutto per la
compilazione del modulo decadico. Il modulo, composto di due
tabelle, permetterà di registrare, nella prima, i dati meteorici e,
nella seconda, le fasi della malattia.
4. Una volta riempiti, i moduli, alla fine della decade o del mese,
saranno
inviati
all'Istituto
Meteorico
Sanitario
Centrale
dell'Ospedale al Mare di Lido di Venezia dove, ugualmente,
quotidianamente,
saranno
eseguite
le
stesse
osservazioni
meteorico-sanitarie. Sarà la direzione di detto Istituto ad elaborare,
mensilmente, i dati ricevuti dai diversi osservatori ricavando
tabelle e grafici per ogni malattia da mettere in relazione con le
tabelle ed i grafici dei fenomeni atmosferici, naturalmente della
stessa decade o mese, in modo da determinare i rapporti tra
malattia e fenomeni atmosferici.
5. Sarà sempre bene notare se le osservazioni si riferiscono ad un
paese, ad una famiglia, ad un ospedale o clinica. Sarebbe bene
limitare le osservazioni al solo ospedale perché qui i pazienti
godono dello stesso trattamento igienico ed è più facile indagare
sulla genesi, sviluppo, recrudescenze o guarigioni, quali furono le
cause effettive, o predisponenti, provenienti dall'atmosfera o quali
furono le cause di origine puramente patologica.
130
Padre Paoloni concludeva il suo discorso con una nota d'orgoglio sottolineando
che in quel giorno, finalmente, e su queste basi, stava nascendo il Servizio
Meteorico Sanitario Italiano, il primo, in tutto il mondo, ad essere dotato di un
programma tanto vasto e sapientemente coordinato.
**********
Studiosi di gran nome si occuparono del problema. A tal proposito ritengo
opportuno riportare "per intero" quanto scritto da padre Bernardo Paoloni, nella
sua rivista, La Meteorologia Pratica:
LE RICERCHE DI FEIGE E DI FREUND SUI RAPPORTI TRA FENOMENI
METEOROLOGICI E REUMATISMI
L'iniziativa presa dal Servizio Meteorico Sanitario Italiano di studiare
l'influenza del clima in generale, o di determinati fattori meteorologici, sullo
sviluppo e sull'andamento di molte malattie, è stata seguita con particolare
interesse non solo dai più eminenti sanitari italiani, ma anche da illustri
scienziati stranieri tra cui il Feige e il Freund, dei quali siamo lieti di far
conoscere ai nostri collaboratori italiani le importanti ricerche da essi eseguite
in Germania sull'influenza dei fattori meteorologici sul reumatismo.
131
Il Freud, medico a Bad Reinerz, nel 1925, essendo malato di reumatismo, poté,
con osservazioni fatte su se stesso, seguire attentamente, minuto per minuto, le
caratteristiche dei suoi dolori reumatici. Dette osservazioni costituirono un
prezioso materiale di studio obbiettivo, materiale che venne poi elaborato dai
due autori. Venne messo così in evidenza come nessun elemento
meteorologico:
pressione,
temperatura,
umidità.
vento,
ecc...,
preso
separatamente, stesse in relazione con l'inizio dei dolori reumatici.
Il Feige, direttore dell'Osservatorio meteorologico di Breslau-Krietern, per altra
via, sulla scorta di numerosissime osservazioni, poté stabilire che lo stimolo ai
dolori reumatici veniva dato non dalla variazione di singoli elementi
meteorologici, ma dal cambiamento della massa d'aria, come avviene per il
passaggio dei fronti del Bjerknes.
A tali conclusioni si arrivò sia studiando le reazioni in ciascun individuo preso
separatamente, come prendendo collettivamente in esame i numerosi pazienti
giacenti negli ospedali. Per le ricerche statistiche gli Autori si servirono delle
denuncie di malattia della Cassa Ammalati (Krankenkasse) di Breslavia.
Con i dati forniti da questo ente, si poté stabilire, in linea generale e in maniera
ben netta, come ogni volta che si aveva un forte aumento di denunzie di
ammalati, passava su Breslavia un fronte.
Riporto un esempio significativo citato dagli AA. :
132
Il 25 aprile 1925 si dava la seguente notizia: Nella mattinata dolori reumatici
deboli, verso sera dolori piuttosto forti". L'ultima notizia corrispondeva con le
dichiarazioni della serie di osservazioni degli ammalati di reumatismo. La
mattina del 25 aprile 1925 era meteorologicamente caratterizzata da un fronte
che si estendeva lungo la linea Liegnitz-Praga-Linz, dove, a Ovest di questo
confine, si aveva aria fredda polare e ad Est della stessa aria calda subtropicale.
Nel pomeriggio del 25 questo fronte caldo era già sopra Breslavia, e avanzando
verso levante, aveva improvvisamente portato al raffreddamento.
La temperatura massima di questi giorni in Breslavia era di 9°C., mentre a Bad
Reinerz, dove il fronte non era ancora giunto, il termometro segnava 13°C.
A pomeriggio inoltrato il fronte aveva passato Bad Reinerz e alla sera del 25
stava in direzione Konigsberg-Lodz-Gleiwitz-Budapest. A ponente di questa
linea, sopra quasi tutta la Germania orientale fino all'Elba inferiore e all'Oder,
dominava la pioggia con correnti aeree da Ovest fino a Nord Ovest, mentre a
levante si avevano correnti da Sud Ovest senza alcuna precipitazione. Da una
parte e dall'altra del fronte la diversità della temperatura era evidentissima:
infatti a Danzica si avevano 7°, contro 13° a Konigsberg; a Breslavia e a Posen
8° contro 17° a Varsavia e a Cracovia; a Presburgo 10° contro 17° a Kaschau.
Nel lavoro originale vengono segnalati tutti i casi di passaggio di fronti e le
relative conseguenze su gli ammalati; cioè comparsa di forti dolori al passaggio
di fronti freddi, e in due casi questi fronti sono seguiti anche da temporali.
133
A volte si fanno notare per i dolori anche i passaggi dei fronti caldi, ma in
questi casi si notano dolori leggeri o moderati. Alle volte anche le occlusioni e
le divergenze portano dolori leggeri e di poca entità, come nel caso di fronti
caldi. I giorni senza dolori erano senza eccezione caratterizzati da masse d'aria
completamente omogenee, e precisamente, nella maggior parte dei casi, da
masse d'aria calda. Esaminando le coincidenze fra le denuncie della Cassa
Ammalati e il passaggio del fronte freddo o caldo e l'inizio di fohn, si vede
chiaramente come in tutti i passaggi aumenti la morbilità; durante l'intervallo il
numero delle denuncie diminuisce; solo dal 28 al 29 ottobre aumenta senza
concorso di cause meteorologiche.
L'aumento della morbilità dovuto al passaggio dei fronti o del fohn non si può
spiegare con il solo andamento della temperatura, perché se la temperatura
fosse la causa determinante i dolori, gli ammalati dovrebbero soffrire ogni
volta che essi (per es. d'inverno) uscissero da una stanza riscaldata all'aria
fredda, e questo anche se la differenza della temperatura fosse più grande di
quella che si verifica durante il passaggio dei fronti.
Questo fatto viene messo in chiara evidenza perché durante il passaggio di un
fronte i dolori si avvertono anche nelle abitazioni.
Come abbiamo detto, è evidente che non si tratta di un unico elemento agente,
ma di un improvviso cambiamento della costituzione fisica della massa d'aria.
134
I dolori si verificano in un organismo ammalato di reuma il quale non ha la
possibilità di reagire abbastanza rapidamente alla influenza della massa d'aria
improvvisamente variata, come avviene invece in un organismo sano.
Le funzioni fisiologiche non sono ancora ben conosciute, ma forse si tratta di
fenomeni di chimica colloidale nelle cellule.
Da numerosi lavori fisiologici su l'elettrostatica cellulare, e su l'elettropia,
sappiamo che esistono molte malattie, nelle quali entrano in gioco l'elettricità e
l'andamento dello stato di turgore delle cellule.
Le correlazioni tra i fenomeni elettrici e lo stato colloidale dell'atmosfera sono
trattate anche dallo Schmauss e dal Wigand. Ma non è possibile che l'elettricità
fig. 1
dell'atmosfera sia l'unico fattore in gioco, perché è anche evidente l'influenza
egli altri elementi meteorologici, i quali variano durante il passaggio del fronte.
Se si definisce come temperatura equivalente W la somma t + 2f, dove t è la
temperatura centigrada dell'aria ed f l'umidità assoluta espressa in gr/m.3, la
grandezza W esprime, in certo modo, le proprietà caratteristiche delle diverse
masse di aria nei riguardi igienici e medici, e, difatti, dall'esame della figura 1
135
si rileva come all'andamento della temperatura segua la curva di morbilità; la
curva di morbilità mostra un ritardo rispetto a quella della temperatura
equivalente, e ciò perché gli ammalati non vengono denunziati nello stesso
giorno in cui sono colpiti dall'infermità, ma nei successivi. Il fatto dunque che
molti reumatici dicono di poter prevedere il tempo e specialmente la pioggia, è
probabilmente dovuto alla relazione esistente fra il passaggio dei fronti e gli
attacchi reumatici. Osservando una sezione dell'atmosfera in istato di fronte
freddo e caldo rispettivamente schematizzato secondo la teoria del Bjerknes,
possiamo vedere come la pioggia cada quando si ha lo slittamento dell'aria
calda davanti al fronte caldo (a) (pioggia generale; fig. 2). Se invece l'aria
fredda irrompe sotto l'aria calda (b), la precipitazione si ha dietro il fronte
freddo sotto forma di acquazzoni o temporali. Tali situazioni possono
eventualmente venire prevedute dai reumatici, perché le precipitazioni cadono
dietro il fronte, e in tal caso si hanno i dolori. Nel caso del fronte caldo invece
il reumatismo non può prevedere la pioggia, perché questa cade prima
dell'arrivo del fronte caldo. Il Feige e il Freund con il loro lavoro hanno dato
pertanto un nuovo e originale contributo alla conoscenza di questi fenomeni.
Vi sono dei casi apparentemente in contrasto con le idee sopra esposte; il che
può accadere quando i dolori reumatici avvengano indipendentemente dai
fronti, come nei casi di reumatismo di origine traumatica, di gotta, ecc.
136
fig. 2
Sarebbe forse opportuno non classificare queste malattie come un vero e
proprio reumatismo; si verrebbe così a restringere anche il significato di
reumatismo, che oggi è troppo generalizzato.
Le ricerche portano alle seguenti conclusioni:
1. gli elementi meteorologici presi isolatamente non stanno in relazione con
i dolori reumatici;
2. considerando invece il complesso della massa d'aria secondo la teoria
frontologica, viene spiegata la stretta correlazione fra il passaggio dei
fronti e i dolori reumatici;
3. i dolori diminuiscono dopo il passaggio del fronte freddo e in modo più
rapido che dopo il passaggio del fronte caldo;
4. i
dolori
dei
reumatici
sono
preceduti
dalla
diminuzione
dell'acclimatizzazione dell'organismo reumatizzato alle variazioni fisiche
della massa d'aria prima e dopo i fronti, mentre gli individui sani sono
insensibili a queste variazioni;
137
5. i reumatici possono prevedere al massimo gli acquazzoni e i temporali,
ma non le piogge minute generali.75
75
B.Paoloni: Le ricerche di Feige e di Freund sui rapporti tra fenomeni meteorologici e reumatismo in La
Meteorologia Pratica, anno XV n.2 Marzo-Aprile 1934-XII, p.85
138
INTUIZIONI, REALIZZAZIONI ED INVENZIONI DI PADRE BERNARDO PAOLONI
FOTOANEMOMETRO
D. Bernardo Paoloni, al fine di chiarire l'importanza dello strumento da lui
ideato ed avanzando la proposta per la realizzazione dello stesso, convinto
della necessità di misurare la forza del vento, ricordava che già nel corso della
prima guerra mondiale i soldati potevano avvalersi di anemoscopi portatili.
Questi strumenti erano semplici, ma, al tempo stesso, ingegnosi; erano dotati di
un apparato segnalatore che veniva collocato all'interno della trincea mentre,
all'esterno, si trovava una banderuola, posta in alto, ben esposta ai venti; la
direzione del vento veniva determinata dall'accenzione di una o due piccole
lampadine dovuta ad una corrente prodotta dalla rotazione di un rocchetto,
mediante una manovella, davanti ad una calamita: le lampadine che si
accendevano corrispondevano alla direzione del vento. Conoscere da dove
provenisse il vento e dove portasse era di fondamentale importanza per i
militari, poteva risultare per essi un buon alleato, ma anche un crudele nemico
se si pensa all'uso che si faceva, in guerra, dei gas asfissianti che, naturalmente,
venivano trasportati dal vento. Questi apparecchi, anche senza l'aiuto di
registratori, potevano misurare, a distanza, la velocità del vento, con
precisione, ma avevano un difetto: non erano pratici ed erano costosi. Certo che
Paoloni doveva aver nutrito forte interesse per la misurazione del vento se
ricordava che, già nel 1910, non contento della direzione del vento fornitagli ad
139
ogni chilometro da un anemografo, aveva aggiunto nove perni alla ruota
dentata mossa dalla vite perpetua del mulinello.
Don Bernardo, sempre scrupoloso ed attento osservatore, aveva preso atto,
prima di muoversi in prima persona, di tutte le conoscenze in materia e delle
relative realizzazioni. Ricordava che L'Osservatorio di Badia di Casamari,
fondato nel 1910, non era dotato di anemografo, ma si avvaleva della
banderuola di un vecchio anemografo che il direttore dello stesso faceva
accendere, nel suo ufficio, le lampadine corrispondenti alle otto direzioni del
vento. Considerava anche l'esperienza dell'ingegner Ranzi, di Roma, che nel
1931, nelle pagine della "Meteorologia Pratica" aveva descritto un suo
indicatore elettrico del vento. Preso atto di tutto, il Paoloni era categorico: tanto
i dispositivi citati , quanto altri erano incompleti e difettosi: a tal punto che
nessun osservatorio li aveva adottati, pur nel bisogno di avere uno strumento
capace di determinare la velocità del vento. Don Paoloni aveva maturato la
convinzione della necessità di avere un anemometro semplice, esatto, valido a
determinare la direzione del vento e, cosa non indifferente, poco costoso.
Dopo aver valutato tutte le problematiche legate all'aerologia, al lancio dei
palloni piloti, alle difficoltà degli avieri ed ai loro bisogni in fatto di
misurazione del vento e considerato che la misurazione dello stesso veniva
effettuata con apparecchiature approssimative, il monaco ritenne più che
necessario avere a disposizione un dispositivo capace di eliminare tutti i difetti
degli anemometri, a mano e dei registratori. Era fermamente convinto di essere
140
riuscito nel suo intento con l'invenzione del
FOTOANEMOMETRO
ed era
corroborato nelle sue idee dalla testimonianza di quegli avieri che avevano
fatto uso del suo strumento.
Fotoanemometro Paoloni custodito all'interno dell'Osservatorio Sismico "A. Bina" di Perugia
141
COME E' COSTRUITO E COME FUNZIONA IL FOTOANEMOMETRO
fig. 1
Fotoanemometro Paoloni strumento trasmettitore
Particolare del fotoanemometro
142
Alla ruota A, mossa dalla vite perpetua B (fig.1)
sono stati applicati dieci perni, che fanno scattare dieci volte ogni chilometro,
cioè ad ogni cento metri di vento, la leva C, la quale, ad ogni scatto, fa chiudere
un circuito, corrispondente ad uno degli otto settori isolati dell'asse D della
banderuola. Quando l'apparecchio è in funzione, una delle otto lampade
elettriche, corrispondenti ai detti otto settori, rimane continuamente accesa, e
spostandosi la banderuola, si smorza una lampada e si accende quella vicina,
oppure se ne accendono contemporaneamente due, indicando così con
maggiore precisione anche le direzioni NNE, ENE, ESE, SSE, SSW, ecc.
Ad ogni cento metri, cioè come si è detto, ad ogni scatto della leva C, nello
stesso tempo che sono sempre accese una o due delle lampade indicanti la
direzione del vento, si accende la nona lampada, la quale illumina per un
fig. 2
Fotoanemometro Paoloni (strumento ricevitore)
143
istante il piccolo disco del quadrante centrale della fig. 2.
Questo è il quadrante di un contasecondi, il cui movimento di orologeria fa
scattare ad ogni secondo la lancetta e riesce facile determinare quanti secondi
intercedono fra due scatti consecutivi, ossia fra due illuminazioni del disco.
Mentre l'apparato esterno è sempre in funzione, quello interno si mette in
comunicazione con quello esterno per mezzo dell'interruttore solo quando
occorre conoscere la direzione e la velocità del vento, e in tal modo non si ha
alcun consumo di energia elettrica quando l'apparecchio non serve.
Come è indicato nelle istruzioni delle due tabelle annesse ad ogni apparecchio,
per mettere questo in funzione basta inserire il detto interruttore, osservare su
quale secondo capita la lancetta del contasecondi allorchè s'illumina per la
prima volta il piccolo disco, e poi su quale secondo essa capita di nuovo
quando lo stesso disco si illumina per la seconda volta, notando quanti secondi
sono trascorsi tra la prima e la seconda accensione; cioè in quanti secondi
l'anemometro ha misurato 100 metri di vento. Si passa quindi alla tabella I, e se
per esempio tra la prima e la seconda illuminazione del disco trascorsero 30S, si
troverà nella tabella che a 30S dalla colonna A corrispondono nella colonna B.
m. 3.3 al secondo e nella colonna C km. 12 all'ora.
La tabella I serve per venti deboli o moderati, mentre per quelli che superano i
30-40 km. all'ora si ottiene maggiore precisione usando la tabella II, nella quale
le cifre della colonna A non indicano più l'intervallo in secondi tra due
osservazioni consecutive, ma quante volte il disco bianco s'illuminò in 100
144
secondi, e si troverà che ad ogni accensione (ossia ad ogni 100 metri di vento)
corrisponde esattamente un metro al secondo. E' vero che, se per esempio in
100 secondi si verificano 10 accensioni, l'ultima di queste raramente avviene
esattamente al centesimo secondo, ma dato che le segnalazioni di questo
fotoanemometro avvengono ad ogni 100 metri, e non ad ogni mille come negli
altri anemometri, sarà facile calcolare a stima un mezzo metro in più o in
meno, secondo che l'ultima accensione sia avvenuta qualche secondo prima o
dopo. Del resto, mentre questo piccolo difetto si riscontra in tutti gli
anemometri elettrici, anche se registratori, è da notare che il fotoanemometro è
stato ideato per sostenere principalmente gli anemometri a mano,coi quali,
come è noto, si hanno delle differenze molto più grandi tra un' osservazione e
l'altra, dovute non tanto all'incostanza del vento, quanto agli accennati difetti di
essi e alle difficoltà di poterli usare bene.
Chi poi volesse ottenere dal fotoanemometro una precisione ancora maggiore
nella misura della velocità dei venti forti, cioè i decimi di metri al secondo, non
ha che da eseguire dieci osservazioni consecutive in base alla tabella I,
prendendo cioè nota dei secondi trascorsi tra l'una e l'altra delle dieci
accensioni e dei metri al secondo corrispondenti a ciascuna osservazione e
facendo poi la media dei dieci valori ottenuti. Tutto ciò, tra osservazioni e
calcoli, non richiede più di tre o quattro minuti di tempo, se il vento è forte,
mentre se è debole si potrà ottenere la stessa precisione con la media di sole
due o tre osservazioni. In pratica sarà opportuno ripetere almeno due volte le
145
osservazioni, dato che la velocità del vento non è mai uniforme, e il
fotoanemometro, come tutti gli anemometri elettrici, totalizza lo spazio
percorso dal vento nelle singole raffiche, consentendo così il calcolo della
media velocità in determinati intervalli di tempo. Per mostrare come le due
tabelle siano riuscite razionali e complete, sono suddivise anche in rapporto ai
dodici gradi della Scala Beaufort Internazionale, qui appresso riportate, per
comodità di quelli cui possa interessare.
SCALA BEAUFORT INTERNAZIONALE
Grado
Velocità
Velocità
Nome del vento
Caratteri
m/sec.
km/ora
0
0-0.5
0-1
calma
calma; il fumo ascende verticalmente
I
0.6-1.7
2-6
bava del vento
il fumo piega il vento
II
1.8-3.3
7-12
brezza leggera
vento sensibile; muovono le foglie
III
3.4-5.2
13-18
brezza tesa
foglie e banderuole sono agitate
IV
5.3-7.4
19-26
vento moderato
le banderuole sono tese; muovono
rami
V
7.5-9.8
27-35
vento teso
muovono rami maggiori; le acque si
increspano
VI
2.9-12.4
36-44
vento fresco
grossi rami agitati; il vento è
avvertito dalle abitazioni
VII
12.5-15.2
45-54
vento forte
alberi agitati; difficoltà di cammino
contro il vento
VIII
15.3-18.2
55-65
burrasca moderata
rami infranti; grossi alberi agitati
IX
18.3-21.5
66-77
burrasca forte
oggetti e tegole asportati
X
21.6-25.1
78-90
burrasca fortissima
alberi sradicati o schiantati
XI
25.2-29.0
91-104
fortunale
devastazioni gravi
XII
>29
>105
uragano
devastazioni gravissime; distruzioni.
146
Come si è detto, sarà facilissimo osservare la direzione predominante del
vento, perché si vedrà che appena inserito l'interruttore, resteranno
costantemente illuminate una o due delle otto direzioni del quadrante, e sempre
le stesse anche se il vento fosse a raffiche. E' chiaro che con un apparecchio
così semplificato si può ottenere il calcolo della velocità e della direzione del
vento al momento dell'osservazione meglio che con qualsiasi altro
anemometro, e perciò esso potrebbe essere molto utile specialmente alle
Stazioni Meteorologiche della R. Aeronautica. Queste infatti, dovendo
comunicare ogni mezz'ora i dati del vento ai rispettivi Centri, possono
utilizzare ben poco il grafico dell'anemometro registratore per la misura della
velocità del vento in metri al secondo, non essendo facile calcolare esattamente
quanti chilometri furono registrati nell'ultima mezz'ora. E' vero che per la
misura della velocità del vento al momento dell'osservazione gli Avieri
radioaerologisti hanno anche l'anemometro a mano, ma questo, come già
accennato, spesso o non può essere usato a causa del tempo cattivo, o non dà
misure abbastanza esatte, specialmente con venti molto deboli o molto forti. Di
qui il bisogno che si sente nelle dette Stazioni di un anemometro elettrico che
possa indicare a distanza facilmente, con molta esattezza e ad ogni momento la
velocità del vento, e che di questo possa precisare con non minore esattezza le
16 principali direzioni della rosa dei venti; e tutto ciò sembra possa ottenersi,
col fotoanemometro descritto. Volere specificare ancora più esattamente la
direzione del vento, indicandolo cioè in gradi di bussola, è praticamente inutile,
147
oltre che impossibile se si vuole che l'apparecchio sia economico, semplice e di
facile uso. Il fotoanemometro può avere due altre utilissime applicazioni negli
Aeroporti. La prima è che un solo apparato esterno (situato in alto ed anche
molto lontano, qualora fabbricati o altri ostacoli naturali influenzassero il vento
presso
l'Aeroporto,
come
spesso
avviene)
può
far
funzionare
contemporaneamente e indipendentemente parecchi apparati interni simili a
quello indicato nella fig. 2; per esempio, uno presso la Stazione Meteorologica,
un altro nell'Ufficio del Comandante dell'Aeroporto, altri presso vari uffici
interessati, o anche alla portata di qualsiasi aviatore o studioso, cui interessasse
conoscere la direzione e la velocità del vento in qualsiasi istante della giornata.
E questo sarebbe praticamente un grande vantaggio, data la facilità di usare
l'apparecchio e la semplicità delle relative tabelle.
La seconda applicazione sarebbe di mettere in comunicazione con l'unico
apparato esterno un grande quadrante che funzioni giorno e notte per terra nel
centro dell'aeroporto, per comodità di chi deve atterrare; oppure sulla parete più
in vista di un edificio dell'Aeroporto, in forma di grande orologio, in modo da
potersi osservare da chiunque, anche da lontano, la direzione e la velocità del
vento, calcolando quest'ultima con le dette tabelle, che potrebbero essere
distribuite in forma tascabile a tutti gli interessati. Tale applicazione
sostituirebbe la manica a vento, che di notte non è visibile.
Lo stesso fotoanemometro potrebbe essere molto utile per le Stazioni
meteorologiche mobili, specialmente durante operazioni militari. A tale scopo
148
l'apparato esterno (di forma e di dimensioni piccole come quelle dell'apparato
esterno dei comuni anemografi Richard) verrebbe applicato ad un robusto
treppiede mobile che potrebbe essere collocato, su di una adatta terrazza,
collegando con un cavo ben isolato l'apparato esterno con quello interno;
mentre l'energia elettrica potrebbe essere fornita da qualsiasi presa di corrente
stradale, o da accumulatori, usando lampadine che abbiano il vantaggio adatto.
Anche in ambienti non aeronautici potrebbe essere molto utile il descritto
fotoanemometro, come presso ogni porto di mare, a disposizione e a vantaggio
di chiunque deve mettersi in mare specialmente per pesca; nelle Stazioni di
Cura e Soggiorno; negli Stabilimenti balneari; negli Ospedali e nei Sanatori
dove è spesso utile conoscere la direzione e la velocità del vento; come pure in
qualsiasi Osservatorio dove verrebbe certamente considerato da tutti come
l'anemometro più semplice e più economico, e nello stesso tempo il più esatto e
il più pratico.
Quello fatto costruire da Paoloni per la Stazione Meteorologica e Aerologica
di Perugia, è costato circa 300 lire tra apparato interno e adattamento di un
mulinello e di una banderuola di un antico anemometro. Per costruirne altri più
piccoli e più precisi, tra apparato esterno e quello interno non si spenderanno
forse più di 500 lire; somma ben piccola, tenendo presenti le parecchie migliaia
di lire occorrenti per qualsiasi anemografo e i molti e grandi vantaggi che
praticamente ha su questi il fotoanemometro proposto.
149
N.B. I difetti dei comuni anemometri a mano e le difficoltà di quelli registratori
nella misura della velocità e della direzione del vento al momento
dell'osservazione, hanno suggerito all'autore un fotoanemometro che alla
semplicità e alla praticità unisce la più grande esattezza, e che perciò può
essere molto utile non solo agli Osservatori, ma anche a tutti quelli cui
interessa conoscere la direzione e la velocità del vento in qualsiasi momento
della giornata.
150
Tabelle per il calcolo della velocità del vento con il Fotoanemometro
Paoloni
tabella I
per i venti deboli e moderati
Grado scala
Beaufort
m. 100 nello
spazio dei
seguenti minuti
e sedcondi
0
4m 38s - 6m 24s
3m 37s - 4m 37s
0.3
0,4
1
1
2m 59s . 3m 36s
2m 32s - 2m 58s
2m 12s - 2m 81s
1m 56s - 2m 11s
1m 45s - 1m 55s
1m 35s - 1m 44s
1m 27s - 1m 34s
1m 20s - 1m 26s
1m 15s - 1m 19s
1m 9s -1m 14s
1m 5s - 1m 8s
1m 1s - 1m 4s
58-60
55 57
0.5
0.6
0.7
0.8
0.9
1.0
1.1
1.2
1.3
1.4
1.5
1.6
1.7
1.8
2
2
3
3
3
4
4
4
5
5
5
6
6
6
I
m./sec.
per i venti forti
km./ora
Grado
scala
Beaufort
m./sec.
km./ora
28
27
26
25
24
23
22
21
20
3.6
3.7
3.8
4.0
4.2
4.4
4.5
4.8
5.0
13
14
14
14
15
16
16
17
18
19
18
17
16
15
14
5.3
5.6
5.9
6.3
6.7
7.1
19
20
21
23
24
26
13
12
11
7.7
8.3
9.1
28
30
33
10
9
10.0
11.1
36
40
VII
8
7
12.5
14.3
45
51
VIII
6
16.7
60
IX
5
20.0
72
3
33.3
120
A
B
C
III
IV
V
II
52.54
49 51
47 48
45-46
43 44
41-42
40
38-39
36 37
35
34
33
32
31
30
29
1.9
2.0
2.1
2.2
2.3
2.4
2.5
2.6
2.7
2.8
2.9
3.0
3.1
3.2
3.3
3.4
7
7
8
8
8
9
9
9
10
10
10
11
11
12
12
12
A
B
C
VI
m. 100 in
sec.
XI
XII
151
tabella II
per i venti forti
Grado scala
Beaufort
V
accens. in
100 sec.
8
9
m. / sec.
8
9
km. / ora
Grado scala
Beaufort
29
32
X
VI
VII
VIII
IX
10
11
12
13
14
15
10
11
12
13
14
15
36
40
43
47
50
54
16
17
18
19
20
21
16
17
18
19
20
21
58
61
65
68
72
76
A
B
C
XI
XII
accens. in
100 sec.
22
23
24
25
m. / sec.
km./ sec.
22
23
24
25
79
83
86
90
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
94
97
101
104
108
112
115
119
122
126
A
B
C
(La Meteorologia Pratica , anno XX, n. 1 Gennaio-Febbraio 1939 pp. 33-34)
152
Istruzioni per l'uso del fotoanemometro
1) S'inserisce l'interruttore della corrente stradale, avendo cura di staccarlo di
nuovo appena terminate le osservazioni, allo scopo di evitare inutile sciupio
di energia elettrica quando l'apparecchio non serve.
2) Si osserva su quale secondo del quadrante del contasecondi capita la
lancetta dello stesso allorchè s'illumina per la prima volta il piccolo disco
bianco che è nella parte inferiore del detto quadrante, e poi su quale secondo
essa capita quando lo stesso disco s'illumina per la seconda volta, notando
quanti secondi sono trascorsi tra la prima e la seconda accensione; ossia in
quanti secondi l'anemometro ha misurato 100 metri di vento. Esempio: se
tra la prima e la seconda accensione della lampada del disco bianco
trascorsero 30 secondi, nella prima parte della tabella I si troverà che a 30
secondi della colonna A corrispondono nella colonna B m. 3.3 al secondo e
nella colonna C km. 12 all'ora.
3) Quando il vento è forte si ottiene maggiore precisione usando la tabella II,
nella quale le cifre della colonna A indicano quante volte il disco bianco
s'illuminò in 100 secondi, e si troverà che ad ogni accensione (cioè ad ogni
100 metri di vento) corrisponde esattamente un metro al secondo. Chi poi
desiderasse una precisione ancora maggiore nella misura della velocità dei
venti forti, non ha che da eseguire dieci osservazioni consecutive usando la
tabella I, prendendo cioè nota dei secondi trascorsi tra l'una e l'altra delle
153
dieci accensioni e dei metri al secondo corrispondenti a ciascuna
osservazione, e facendo poi la media dei dieci valori ottenuti.
4) Sarà facilissimo osservare la direzione predominante del vento, perché si
vedrà che appena inserito l'interruttore della corrente stradale, resteranno
costantemente illuminate una o due delle otto direzioni del quadrante
dell'apparecchio, e quasi sempre le stesse anche se il vento fosse a
raffiche76.
76
La Meteorologia Pratica, anno XVI, n.1 Gennaio-Febbraio 1935-XIII pp.69-70
154
IMPORTANZA DELLA METEOROLOGIA E DIFFUSIONE DELLA RIVISTA “LA
METEOROLOGIA PRATICA”
La meteorologia è quella scienza che si occupa dell'atmosfera e di tutto ciò che
è ad essa relativo. Studia i fenomeni atmosferici e li valuta attraverso strumenti
specifici. Il meteorologo osserva attentamente l'atmosfera e, in base al
comportamento di essa, rileva il clima di un determinato territorio; ma fa di
più: considera l'influenza del clima sugli esseri viventi, sia animali che
vegetali. Si può parlare, dunque, di climatologia e biometeorologia. Convinto
dell'importanza della materia, della necessità della conoscenza degli argomenti
studiati, soprattutto per l'aeronautica, e rispettando la volontà dell'allora
ministro della guerra, Bonomi, don Paoloni profuse tutto il suo impegno nella
realizzazione e diffusione della rivista e non poteva che sentirsi soddisfatto
quando molti comandi militari ne chiedevano le copie. Ciò poteva avvenire
anche grazie alle disposizioni del generale Siebert, ispettore dell'Aeronautica
Militare che raccomandava a tutti gli Enti, da lui dipendenti, "che contraessero
abbonamento alla rivista di Montecassino allo scopo di divulgare e
volgarizzare le cognizioni di meteorologia e rendere questa scienza familiare
essenzialmente per il personale navigante...... che presso ogni comando
vengano tenute regolarmente al personale dipendente conferenze di
meteorologia, in modo che anche in tale materia possa perfezionarsi e
completarsi la coltura del personale aeronautico"77.
77
Appunti e Notizie: in La Meteorologia Pratica, anno I, Luglio-Dicembre 1920, p.191
155
Don Paoloni non intendeva certo tenere lezioni dalle colonne della sua rivista;
molto umilmente chiedeva la collaborazione di tutti i suoi lettori, soprattutto
dei piloti, ai quali ingiungeva di inviargli, a scadenza mensile, delle relazioni
sia relative a conferenze che alle condizioni atmosferiche incontrate durante il
volo.
Chiedeva, dunque, quei rilievi che solo il pilota, o il personale navigante, è in
grado di fare. Tale richiesta presentava un duplice aspetto: entusiasmare i
piloti, ai quali consigliava di tenere un "diario di bordo" da compilare in itinere
o subito dopo l'atterraggio, ed avvalersi di una documentazione di prima mano,
unica.
I piloti venivano invitati a descrivere minutamente le condizioni atmosferiche
nelle quali il viaggio si era svolto, a parlare delle eventuali difficoltà, a quale
altezza esse si fossero verificate e ad individuarne le cause: nebbia, pioggia,
venti.
Paoloni era convinto, sia per lo studio della meteorologia aeronautica che per
quella agraria che l'impulso fondamentale dovesse venire dagli addetti ai
lavori: chi, più del pilota, può fornire informazioni sull'atmosfera? Chi, più di
colui che trascorre la propria giornata tra i campi, può fornire informazioni su
di essi in relazione agli eventi? Ad un anno di distanza dall'inizio delle
pubblicazioni della sua rivista, don Bernardo
non poteva che sentirsi
soddisfatto. È forse dall'impulso dato dal Paoloni che prese piede la
meteororologia aeronautica.
156
Nel 1923 erano attive 125 stazioni aerologiche militari che, dalle ore otto alle
diciannove comunicavano alla Stazione Aerologica del traffico aereo, le
proprie osservazioni. La stazione provvedeva alla previsione del tempo, a
scopo aeronautico, utilizzando le dette osservazioni congiuntamente a quelle
ricevute, tramite telegramma meteorico collettivo, degli Uffici Centrali
Meteorologici di varie nazioni78. Le stazioni, 12 nel 1923, erano salite a 55 nel
1925, a 89 nel 1932 e a 199 nel 193979.
Gli aeromobili in volo ricevevano, tramite emissione radiotelegrafiche,
informazioni sul tempo effettuate da stazioni distribuite sul territorio nazionale
(centri R.T.M.), ciò avveniva ogni trenta minuti circa. Si trattava di bollettini
cifrati, e dunque era necessario che i radiotelegrafisti conoscessero la cifratura,
comune a tutti gli stati.
Le onde adoperate per questo servizio erano tre: 230 Kc. (m. 1071): 284 Kc.
(m. 1056); 288 Kc. (m. 1041). In Italia trasmettevano su 288 Kc. (m. 1041) le
stazioni di: Linate (ILY); Montemoro (IKJ); Lido di Roma (IKO); Castiglione
del Lago (IKQ); Bengasi (IMX); Tripoli (IMT).
Su 284 Kc. (m. 1056): Bologna (ILA); Lero (IKH); Gorizia (ILL); Venezia
(ILS).
Su 280 Kc (m. 1071): Brindisi (ILI); Capodichino (ILD); Elmas (ILE);
Siracusa (IKA).
78
B.Paoloni: Come nacque e si è sviluppata in Italia la meteorologia aeronautica; in La Meteorologia
Pratica, anno XX, n.5 Settembre-Ottobre 1939- XVII, p. 246
79
B.Paoloni: op.cit., 1939, p. 246
157
Le lettere tra parentesi indicano i nominativi radiotelegrafici dei centri R.T.M.
Ogni stazione emetteva il bollettino di una circoscrizione nella quale erano
dislocati vari posti di osservazione meteorologica. Detti posti comunicavano
ogni mezz'ora al Centro R.T.M. corrispondente il loro Bollettino poco prima
dell'inizio della emissione radio. Ogni centro emetteva tutto il gruppo dei
bollettini della sua circoscrizione. Si riportano qui di seguito gli orari di
trasmissione dei centri R.T.M. riferiti ai minuti di ogni ora:
Trasmissione su 288 Kc. (m. 1041): Linate (ILY) 10-15, 40-45; Montemoro
(IKJ) 15-20, 45-50; Lido di Roma (IKO) 20-25, 50-55; Castiglione del Lago
(IKQ)
25-30, 55-60; Bengasi (IMX) 10-15, 40-45; Tripoli (IMT) 15-20, 45-50.
Trasmissione su 284 Kc. (m. 1056): Bologna (ILA) 00-05, 30-35; Venezia
(ILS) 05-10, 35-40; Gorizia (ILL) 15-20, 45-50; Lero (IKH) 20-25, 50-55.
Trasmissione su 280 Kc. (m. 1071): Capodichino (ILD) 00-05, 30-35; Siracusa
(IKA) 05-10, 35-40; Elmas (ILE) 10-15, 40-45; Brindisi (ILI) 25-30, 55-60.
Oltre a detti bollettini definiti semiorari, veniva effettuata l'emissione dei
triorari, cioè ogni tre ore. A differenza dei precedenti emessi dai centri
meteorologici regionali, questi ultimi lo erano delle centrali di assistenza del
volo e contenevano informazioni relative ad una vasta zona: oltre alla
pressione, l'umidità, la temperatura, il tipo di nubi, l'altitudine, la tendenza
barometrica.
158
I bollettini triorari erano utili agli aerei, ma anche allo studio eseguito nelle
varie centrali per provvedere alle previsioni del tempo. Con l'intensificarsi del
traffico aereo, si rese necessaria la creazione di organismi specifici,
CENTRALI DI ASSISTENZA DI VOLO
LE
che studiassero le condizioni meteorologiche
di un dato territorio per regolarne il traffico aereo. Un aereo, al momento di
decollare, doveva avvisare, via radio, la centrale di assistenza di volo che aveva
giurisdizione su quell'aeroporto e durante il volo entrava in contatto con i centri
relativi ai territori attraversati. Nei momenti di urgente bisogno, gli aerei
potevano immediatamente chiedere l'assistenza del centro del territorio che
stava sorvolando. Le Centrali di Assistenza fornivano, inoltre, indicazioni
relative alle formazioni di ghiaccio, alle rotte alternative nei momenti di cattiva
visibilità, nonché le previsioni del tempo.
**********
Nella sua rivista,
LA METEOROLOGIA PRATICA,
don Bernardo Paoloni80
riportava la notizia, certamente suggestiva, diffusa da differenti giornali
francesi ed italiani, secondo la quale sarebbe stato un pittore, il francese Andrè
des Gachons, ad escogitare un sistema di previsione del tempo basandosi sul
colore e sulla forma delle nuvole. Il pittore, poiché aveva fissato, più di una
volta, sulle sue tele i colori delle aurore e dei tramonti, aveva osservato certe
80
(B.Paoloni: Un nuovo sistema per la previsione del tempo; in La Meteorologia Pratica, anno I, LuglioDicembre 1920, p. 151
159
relazioni tra il tempo e le sfumature del cielo. Il colore delle nuvole "è dovuto
alla loro intensità ed alla tensione igrometrica dell'atmosfera in cui circolano,
dipendendo, in parte, dal raggruppamento e dal volume delle gocciole che
rinfrangono o assorbono i raggi solari". Osservando, tre volte al giorno
(mattino, pomeriggio, tramonto) il colore del cielo e confrontandolo con la
direzione del vento e con le variazioni barometriche e termometriche, era in
grado di prevedere, con esattezza, il tempo del giorno successivo e di quello
ancora seguente.
Faceva ciò per personale interesse, ma anche su incoraggiamento di alcuni
membri dell'Istituto Oceanografico. Riportando tale notizia, il Paoloni ne
osservava l'originalità, indipendentemente dal fatto che l'intuizione fosse stata
di un artista e non di uno scienziato, di un meteorologo. Operando tali
osservazioni, contemporaneamente, in vari luoghi, e comunicandole
telegraficamente, si poteva procedere a previsioni anche generali.
Certamente, i cambiamenti del tempo sono preceduti sempre dal cambiamento
del colore del cielo, cioè un dato di fatto, attestato tanto dalla sapienza
popolare, tramite vari adagi, quanto dai poeti come, ad esempio, il latino
Virgilio che, nelle sue Georgiche, afferma l'importanza dell'osservazione dei
colori del cielo al tramonto per prevedere il tempo che farà; a seconda dei
colori, secondo Virgilio, si poteva stabilire il tempo delle ore notturne, verso
quale direzione il vento potesse spingere le nubi, e quali cambiamenti potessero
verificarsi.
160
Secondo Virgilio anche la luna, con i suoi colori, poteva permettere previsioni:
"se la luna nuova ha le corna offuscate, indica gran pioggia; se è rossa indica il
vento; se al quarto si mostra limpido non vi è dubbio che per molti giorni non
si avrà né pioggia né vento"81. Don Paoloni sosteneva che mai la scienza avesse
condannato certe credenze ed aggiungeva che, per quanto riguardava il colore
del cielo e delle nuvole, fosse riconosciuta l'importanza anche dai meteorologi.
Piaceva, quindi, a don Paoloni sottolineare la concordanza delle idee dei
meteorologi, di Virgilio e del pittore Andrè des Gachons per quanto riguarda
"l'aspetto del cielo e delle nubi alla levata ed al tramonto del sole". Si trattava,
a suo avviso, di un sistema antichissimo di previsioni, approvato
dall'esperienza e dalla scienza e si augurava che ogni governo avesse dato
l'incarico ad un valido artista di ritrarre i colori e le sfumature del cielo, ma
consapevole della inattuabilità del suo suggestivo desiderio ne esprimeva uno
pratico: aggiungere alle tante osservazioni compiute negli Osservatori quelle
che avrebbero potuto essere definite
SEGNI
della previsione del tempo da
attuarsi tre volte al giorno (di mattina, nel corso della giornata ed al tramonto).
A coloro che avrebbero potuto osservare che osservazioni siffatte avrebbero
avuto una valenza di previsione locale, don Bernardo rispondeva nel rispetto
del suo metodo: inviare, telegraficamente, i dati all'Ufficio Centrale di
Meteorologia, in base ai segni di previsione locale di tanti punti d'Italia ed in
base ai dati scientifici già telegrafati ogni giorno da moltissimi osservatori per
81
Virgilio, Georgiche I, vv. 463, 464, 427, 435
161
poterne derivare previsioni generali del tempo in varie regioni. Paoloni
concludeva il suo articolo ingiungendo alle sue 50 Stazioni Meteorico-Agrarie
della provincia di terra del lavoro di adottare, sin dal gennaio 1921, le tabelle
che allegava.
Era convinto che con queste osservazioni empiriche, anche con un numero
ridotto di adesioni, e con quelle puramente scientifiche del suo osservatorio, di
poter apportare un contributo notevole allo studio delle previsioni del tempo.
TABELLA A
Segni di previsione del tempo al mattino
1
Il cielo ad Oriente poco prima della levata del sole era sereno ma molto rosso, o giallo
carico.
2
Il cielo ad Oriente poco prima della levata del sole aveva molte nubi rossastre disposte
a strati.
3
Il sole è sorto rosso. (si può quasi guardare impunemente).
4
Il sole è sorto pallido.
5
Il sole è sorto limpido dall'orizzonte grigio chiaro.
6
Il sole è sorto coi raggi infranti dalle nubi scure.
7
Il sole poco dopo che è sorto si è nascosto negli strati di nubi che coprivano quasi tutto
il cielo.
8
La levata del sole è stata preceduta da una nottata di forte vento.
9
Il sole non è comparso affatto e il cielo è tutto coperto.
162
TABELLA B
Segni di previsione del tempo al tramonto del sole
10
Il sole tramonta rosso in modo che si può guardare senza restarne offesa la vista.
11
Il sole tramonta ceruleo.
12
Il sole tramonta macchiato.
13
Il sole tramonta limpido.
14
Dopo il tramonto l'orizzonte si fa color rosa o aranciato
15
Il sole tramonta con un firmamento azzurro-carico.
16
Il sole tramonta in sacca in mezzo a nubi di color porpora carico.
17
Il sole tramonta nelle nubi scure e non più riappare, e l'orizzonte rimane cerchiato di nubi.
18
Tramonto sereno e normale.
19
Dopo il tramonto nubi giallo oro e cielo azzurro.
20
Il sole dopo che è tramontato fa vedere una splendida raggiera.
21
La luna piena sorge molto rossa.
22
La luna piena sorge chiara.
23
La luna nuova (nei primi tre o quattro giorni) ha le corna offuscate.
24
La luna nuova (nei primi tre o quattro giorni) ha le corna limpide.
25
La luna che corre, ossia nubi così veloci, che fanno sembrare che corra la luna.
26
Corona (volgarmente pantano) lunare.
27
Alone (cerchio) lunare.
28
Venere, Giove, e altri pianeti, o le stelle più grandi, hanno una piccola corona.
163
TABELLA C
Segni di previsione del tempo durante la giornata
29
Straordinaria trasparenza ottica: le montagne lontane sono nitidamente visibili.
30
Le nubi all'orizzonte sono bianche, con contorni non netti, quasi sfumati.
31
Molta foschia.
32
Cappa di nubi o nebbia sul monte che suole indicare la pioggia.
33
Molta nebbia in località vicine.
34
Cirri (nubi bianche, altissime, isolate e a forma di piume).
35
Nubi basse a brandelli e veloci.
36
Cielo costantemente coperto.
37
Il sole si va rasserenando.
38
Nubi temporalesche che si elevano in forma di montagna, o d'incudine, o di colonna (spesso
appariscono per più giorni di seguito varie ore prima del temporale).
39
Nubi di color cupo rosso rame.
40
Cielo a pecorelle.
41
Notevole aumento di umidità.
42
Percezione più chiara dei suoni, delle campane lontane, del treno ecc...
43
È incominciato il vento che suol portare la pioggia.
44
È incominciato il vento che suol portare il buon tempo.
45
Molte stelle visibili e fortemente scintillanti.
46
Caldo eccessivo improvviso.
47
Piove, e il tempo cattivo non accenna a cessare.
48
Appare l'iride (s'indichi l'ora nelle note).
49
Segni fisiologici nelle persone(dolori reumatici o di vecchie ferite; malessere abituale al
cambiamento del tempo, ecc...).
50
Qualunque segno di cambiamento di tempo dato da animali.
164
al
in
al
Giorni mattino giornata tramonto
notizie del tempo, ed altre osservazioni
12
7. 33
32
36
13
4.33
32.33 46
17 33
14
9.33
32.49
17.45
15
9.35 38
32.47
36
16
9 47
32.47
34.47
17
9.32.35
32
34
Bellissima e calda giornata su questo monte; mare di
nebbia in pianura.
Sebbene in parte sereno, il sole non è comparso mai.
(luna quarta).
Forte vento di E.N.E. al mattino. Fortissimo temporale
dalle 9.15 alle 11.30.
Pioggia quasi continua con vento di sud. Sera molti
lampi.
Pioggia nella notte. Vento debole di E.N.E.
18
9.47
32
17
Sera alto cumoli grandi e fitti da W.
19
9.33.47
32.36
32.36
Al mattino nebbia fitta e pioggerella.
20
9 47
32 47
36.47
Pioggia quasi continua dal mattino alla sera.
21
9.32
32.47
36.47
Nebbia fitta verso sera.
22
9.32
32.36
36.37
Serata in parte serena.
23
7.33
33.37
17.37
Tramonto quasi sereno.
24
5 37
_
14.37
Bella giornata e senza vento.
25
5
30
26
1.5
30
27
4 33
33 34
17 33
Come ieri quassù, ma in pianura aumenta la nebbia.
28
3.33
32.33
17 32 (a)
Bella giornata quassù; in pianura più nebbia di ieri.
29
4.33
33
17.33 (b)
Come ieri quassù; in pianura un mare di nebbia alta.
30
9.32
33
17(c)
31
9.32.33
32
17.19(d)
(a) Tramonto
Temporale e pioggerella nelle ore notturne
14.15.19 Orizzonte leggermente aranciato all'aurora: ottima
giornata.
18.19
Bellissima giornata e senza vento affatto.
Giornata abbastanza bella e più calda dei giorni passati.
Pioggerella al mattino.
in sacca, ma le nubi erano poche e molto scure.
165
(b) Non
sembrava che il sole fosse tramontato in sacca, ma subito dopo il tramonto si è visto che
il cielo ad occidente era coperto di alto strati che si sono fatti prima rossastri e poi sempre più
neri. Verso le ore 20 incominciava a sparire il mare di nebbia e a coprirsi tutto il cielo.
(c) Subito
(d) Al
dopo il tramonto le nubi erano rossastre di sotto e scure di sopra.
contrario di ieri, le nubi dopo il tramonto erano in basso nere e in alto rossastre.
Paoloni, lungimirante, aveva capito che un mezzo importante per permettere, a
chi avesse voluto, di conoscere o far conoscere gli sviluppi della ricerca e
dell'attività scientifica, era la stampa.
Monaco presso il Monastero di Montecassino, già dal 1909 aveva dato inizio
alla
pubblicazione,
periodica,
del
BOLLETTINO
dell'Osservatorio
di
Montecassino che, nel 1920, univa ad un nuovo periodico, a pubblicazione
bimestrale
LA METEOROLOGIA PRATICA,
"rivista di Meteorologia Agraria,
Igienica, Aeronautica, Marittima ecc... e il Bollettino dell'Osservatorio di
Montecassino" il cui primo numero uscì nel gennaio-febbraio 1920: era il XII
anno del Bollettino di Montecassino. Don Paoloni, presentando la rivista dalla
prima pagina del suo primo numero, constatava, con un certo non celato
stupore, che la sola Meteorologia, una delle più "giovani emanazioni
dell'umano progresso" non avesse, ancora, una rivista specifica che la facesse
conoscere ed amare. Certo, qualche pubblicazione in materia esisteva, ma si
trattava, unicamente, di scritti del R. Ufficio centrale di Meteorologia e della
Società Meteorologica Italiana.
166
Don Paoloni, nel suo articolo introduttivo, richiamava l'attenzione su quanto
scritto nella prefazione al Bollettino del 1919: "È necessario che la
Meteorologia Igienica metta i suoi fondamenti più che sulla scienza empirica,
sull'esperienza del passato, la quale ha scritto le sue leggi più che nei libri, nella
mente semplice, ma intuitiva del popolo. È necessario che il medico e il
meteorologo più che su troppi libri di carta, studino sul libro della natura, come
fa il volgo, le leggi della nostra esistenza e della nostra salute. Ad avviso di don
Bernardo è importante tanto che lo scienziato "conosca ciò che insegna la
natura quanto che il profano conosca ciò che insegna la scienza. Da qui,
giungere allo scopo della rivista è semplice: rendere popolare la Meteorologia
utilizzando, a vantaggio della Meteorologia scientifica, le conoscenze del
popolo, frutto dell'esperienza. Don Paoloni era consapevole dell'importanza e
della difficoltà, ad un tempo, dell'impresa che si accingeva a compiere, ma era
fiducioso poiché contava sulla collaborazione di insigni uomini di scienza che
gli avevano promesso il proprio contributo. "LA
METEOROLOGIA PRATICA
tratterà, dunque, in forma piuttosto popolare, di tutti i rapporti che esistono tra
l'agricoltura, il commercio, l'aeronautica e l'igiene ed i fenomeni atmosferici, e
dei vantaggi che possono ricavarsi dallo studio di detti rapporti".È un
programma intenso, pur nella sua semplicità e umiltà.
Don Paoloni presentava ai lettori del primo numero della rivista
l'organizzazione della stessa, ordinata in parti ben distinte, ognuna delle quali
avrebbe conosciuto articoli specialistici a firma di grandi nomi del tempo.
167
La Meteorologia, dunque, può essere suddivisa in cinque parti: METEOROLOGIA
AGRARIA;
METEOROLOGIA
COMMERCIALE;
METEOROLOGIA
IGIENICA;
METEOROLOGIA AERONAUTICA; METEOROLOGIA ENDOGENA.
Per ognuna di queste branche della stessa scienza, don Paoloni era prodigo di
informazioni. Per quanto riguarda la prima sottolineava i rapporti fra i diversi
periodi biologici ed i fattori meteorologici nonché le relazioni fra questi e la
patologia vegetale. Era convinto don Bernardo che, al di là di tutto, "ciò che
l'agricoltura desiderava...... è la previsione del tempo per sapere se è bene
anticipare o ritardare la semina o altri lavori..... o almeno la previsione di
perniciose
gelate.....". Don
Paoloni vedeva strettamente legata alla
Meteorologia Agraria, la Commerciale in quanto, scopo di quest'ultima è
"studiare le relazioni tra la vita vegetale ed i fenomeni atmosferici, e di
suggerire i metodi culturali a seconda delle condizioni climatiche delle varie
regioni.... studiare le relazioni tra gli stessi fattori atmosferici e il reddito delle
piante rispetto alla produzione media annuale".
Mentre la meteorologia agraria si occupava di cereali, viti, olivi, agrumi ed
alberi da frutto, quella commerciale si occupava di bachicultura, apicultura,
tabacco, canapa, lino, fiori, alberi da bosco, ma anche di pesca.
Per quanto riguarda la terza branca della meteorologia, l'Igienica, Don Paoloni
ricordava come Ippocrate attribuisse grande importanza alle forze della natura
e si limitasse a dirigere l'opera della natura aspettando il compimento delle sue
leggi. Mentre per Asclepiade invece il tempo o la natura non avevano alcun
168
influsso sulla malattia, ma tutto era nelle mani del medico. Celso, invece,
grande medico antico come i due precedenti, "conservando l'indole osservatrice
della scuola Romana" e facendo tesoro di tutte le scoperte sia anatomiche che
farmacologiche della Scuola Alessandrina, aveva separato la scienza dai
pregiudizi, dalle superstizioni, dagli errori, gettando le basi della medicina
pratica e razionale. Celso, inoltre, aveva affermato, all'inizio del primo libro
della medicina, che non solo ai sani, ma anche ai malati potesse interessare
prestare attenzione alla natura del clima e delle stagioni e, nel primo capitolo
del secondo libro della stessa opera, dava inizio all'argomento dicendo
"a quali malattie predispongono le stagioni e le vicende atmosferiche"82.
L'opera di Celso, dimenticata per ben cinque secoli, sarebbe andata perduta se
non fosse stata conservata dai monaci. Fu Cassiodoro che, nel VI secolo,
ingiunse ai suoi monaci lo studio della medicina e di farlo avvalendosi dei testi
presenti nel monastero, tra i quali nominava proprio quello di Celso. Paoloni
citava, ancora, la famosa scuola medica salernitana che ebbe tra i suoi
fondatori, sul finire del X secolo, alcuni monaci di Montecassino. Si augurava
don Bernardo, che di nuovo, un monaco di Montecassino, qual era lui stesso,
che consigliava sulle orme di Celso "a quali malattie predispongono le stagioni
e le vicende atmosferiche, potesse essere ascoltato. Forte di tanto passato, don
Paoloni non poteva che sostenere l'importanza e lo studio della Meteorologia
Igienica, di quella scienza che permette di "studiare la grande influenza che
82
B.Paoloni: La Meteorologia Pratica, anno I Gennaio-Febbraio 1920, p. 4
169
spiegano le varianti meteoriche negli organismi, e le cause meteoriche della
genesi e dello sviluppo delle principali epidemie e delle malattie predominanti
in ciascuna stagione83.
Relativamente alla quarta branca della Meteorologia, quella Aereonautica, il
Paoloni ne sottolineava il ruolo specifico avuto già nel corso della prima guerra
mondiale e ricordava che dalla Stazione Aerologica di Montecassino, la prima
impiantata in Italia dopo quella di Vigna di Valle, continuava a rendere il
proprio contributo all'Aereonautica Civile, certamente, con le continue
osservazioni, ma anche attraverso le pagine della Rivista al fine di diffondere la
cultura meteorica e l'amore per la Meteorologia fra gli aeronauti.
La cultura meteorologica, ad avviso del Paoloni, è assolutamente necessaria
affinché l'aereonautica continui, senza disastri, nei suoi progressi.
Proprio come un buon marinaio è in grado di "leggere" sulle onde del mare
l'approssimarsi di una tempesta, così un buon aeronauta deve essere in grado di
conoscere l'atmosfera e quelle condizioni meteoriche "che gli favoriranno od
ostacoleranno il viaggio"84.
Secondo Paoloni è l'ignoranza della Meteorologia, ma anche il disprezzo o la
poca importanza data alla stessa che avevano portato al verificarsi di tanti
disastri
aeronautici.
Relativamente
all'ultima
branca
della
scienza
meteorologica, l'Endogena, il Paoloni, pur confidando nei moderni,
sensibilissimi, sismografi e pur considerando i notevoli progressi operati dalla
83
84
B.Paoloni: cit., 1920, p. 4
B.Paoloni: cit., 1920, p. 6
170
sismologia, dichiarava di non poter ignorare, ancora nel 1920, l'importanza di
quel telegramma inviato da Fron il 24 gennaio 1872, a Roma, Vienna e
Costantinopoli, "che presagiva, in base alle condizioni atmosferiche, il forte
terremoto che, realmente, avvenne il giorno appresso": tutto ciò non può essere
annientato dalla voce dei moderni sismologi proprio come non possono essere
distrutte le prove ed i fatti che il De Rossi (fine secolo XIX) aveva raccolto nel
suo volume "La Meteorologia Endogena" e nei Bollettini da lui stesso
pubblicati.
Certo, sono stati effettuati nuovi studi "sulla natura dei fatti che riproducono la
forza endodinamica, da Stoppani giudicata come vivente", studi che meritano
di essere conosciuti. In considerazione di tutto ciò e preso atto che ogni ramo
del sapere, dall'arte alla letteratura, dall'agricoltura alla medicina, poteva
vantare una propria rivista, don Bernardo Paoloni aveva voluto dare, anche alla
meteorologia, un suo organo di diffusione e lo fece fondando la rivista "La
Meteorologia Pratica".
171
COMPORTAMENTO DEGLI ANIMALI TRA POESIA, SCIENZE ED ANTICHE
CREDENZE
Don Paoloni si trovò ad affrontare un "problema" non previsto, sorto a seguito
di un articolo da lui pubblicato sulla rivista dell' "Osservatorio di Montecassino
nel 1920. Nel marzo dell'anno successivo, dalle pagine della stessa rivista,
tornò sull'argomento per chiarire, ulteriormente, i concetti da lui esposti.
Il discorso verteva sugli eventi naturali e sul presentimento degli animali.
È normale che, parlando di un simile argomento, affiorino, alla mente dello
studioso, le conoscenze acquisite nel personale percorso di studi classici ed è
bello constatare come possano convivere, nella stessa mente, convinzioni
filosofiche-letterarie e scientifiche.
Il poeta latino Virgilio, nelle sue opere, aveva fatto riferimento, più di una
volta, al tempo ed agli animali, ma, secondo Paoloni, " non bisogna dare a ciò
che dice Virgilio più importanza di quella che gli dà lui stesso". Ricordava che
nel corso di una riunione della Società Francese per il progresso delle scienze,
dunque in Francia, era stata letta, nel 1892, una memoria della quale si
sosteneva che la tempesta che aveva costretto Enea ad approdare sulla costa
Africana di Cartagine, descritta con precisione da Virgilio nel primo libro
dell'Eneide, "si svolse secondo il poeta con la precisa successione di fasi e di
direzione dei venti, che le leggi dei cicloni, note soltanto da non molti anni,
dimostrano corrispondere al passaggio di perturbazioni siffatte".
172
Paoloni, razionalmente, si diceva in accordo con il Disa secondo cui Virgilio fu
dotato di un forte senso scientifico del metodo sperimentale che lo aveva
portato a grandi e geniali conclusioni85. Ricordava, il Paoloni, che il segretario
generale della società francese dell'agricoltura, nell'adunanza del 1894,
rendendo omaggio a Virgilio, ricordando il suo verso: felix qui potuit rerum
cognoscere causes!, affermò che "possiamo dirci felici" in quanto fruitori di
mezzi ben diversi da quelli di cui poteva avvalersi Virgilio stesso.
Relativamente al comportamento degli animali, il Paoloni affermava, sempre
sulla scorta del Disa, che certi indizi forniti da Virgilio possono avere valore
locale. Virgilio aveva accennato ai vari modi di comportarsi, all'avvicinarsi del
maltempo, da parte di folaghe, rane, rondini, cornacchie.... e, chiedendosi
perché l'uomo, certo più dotato degli animali, non si attenesse al
comportamento di questi per le previsioni, si dava una risposta semplice: tutto
è dovuto alla speciale sensibilità degli animali. Don Paoloni rilevava che la
Revue Scientifique, appena pochi mesi prima del suo articolo, aveva reso conto
dei risultati ottenuti dalle osservazioni compiute in molti anni relativamente
alla connessione fra l'abbondanza delle vespe ed il carattere del successivo
inverno. Notava, ancora, l'osservazione del già citato Disa, non difforme dalle
riflessioni di Cooper e Mayne Reid, relativa alla sensibilità dei selvaggi:
ebbene, il selvaggio può essere considerato, per sensibilità, alla stregua degli
animali; l'uomo civile, invece, sarebbe giunto ad attenuare questa sua facoltà
85
E. Disa: Le previsioni del tempo da Virgilio ai dì nostri. Bocca, Torino, 1900, p.22
173
per lasciar spazio, per lo svolgimento eccessivo di certe attività, ad altre facoltà
cerebrali, ad una vita intellettuale e passionale che lo avrebbe portato a
prendere il contatto con il suo proprio essere primitivo. Dunque Virgilio aveva
intuito una verità fisiologica nel mettere a confronto le sensibilità degli uomini
e delle bestie. Paoloni non si dilungava sugli autori classici che hanno prestato
attenzione all'argomento, ma preferiva passare direttamente ad un suo
contemporaneo, l'entomologo Enrico Fabre, che ha dedicato tanto del suo
tempo allo studio del comportamento animale ed ha eseguito esperimenti su un
uccello, GEODRUPO STERCOARIO, notando che questi "regola tutte le sue azioni
a seconda del tempo che farà". È stato il Fabre a notare il comportamento della
PROCESSIONARIA
del pino: dotata di due bottoncini sul dorso, estremamente
sensibili, che scompaiono alla minima irritazione, esce solo di notte. Secondo
Fabre quei bottoncini sono una specie di Arnia, uno strumento di meteorologia,
che comunica all'animale il tempo del giorno successivo. Così è per altri
animali, dotati di specifiche qualità meteorologiche, specialmente i volatili che,
secondo il Marescalchi86, proprio perché vivono nell'aria, possono ottimamente
fornire indicazioni sul tempo; in conseguenza di ciò, (siamo agli inizi del XX
secolo) si può auspicare che, con lo sviluppo dell'aviazione, l'uomo potrà
diventare il migliore previsore del tempo. Paoloni, riportando le opinioni di
Fabre e Marescalchi, aggiungeva che gli aerei non sono il frutto di un istinto
brutale, ma dell'intelligenza dell'uomo e che questi, solcando i cieli, non lo farà
86
A.Marescalchi: La previsione del tempo in campagna in La Meteorologia Pratica anno II, n.1, GennaioFebbraio 1921, p.23
174
con l'istinto animalesco, ma in virtù della sua mente prodigiosa e dei mezzi a
disposizione, per cui le previsioni non saranno qualcosa di irrazionale, ma
dovute ad analisi e riflessione. Nonostante ciò desiderava ricordare le qualità
della rana che, pur morta negli esperimenti del Galvani, era classificata dal
professor Righi (inizi '900) come il primo avvisatore di onde elettriche.
Aggiungeva che se la teoria di Galvani fu, al momento, schiacciata da Volta, i
risultati ottenuti dal Du Bois-Reymond e dall'italiano Matteucci, relativi
all'elettricità animale, hanno dimostrato l'esistenza, negli animali vivi, di
correnti muscolari87.
Aggiungeva che il Negro88, in base ai suoi studi, intendeva annoverare la rana
non solo tra i risanatori, ma tra quelli più sensibili e sosteneva che il Galvani
"per le esperienze fatte nel campo dell'elettricità atmosferica deve anche essere
ricordato con venerazione quando si studiano i fenomeni elettro-atmosferici".
Continuando nelle sue riflessioni, padre Paoloni notava che molti animali,
anche con notevole anticipo, presagiscono sia cambiamenti di tempo,
soprattutto temporali, che terremoti. Varie sono le ipotesi formulate a tal
proposito, soprattutto in relazione al presentimento dei terremoti, ma la più
accettata "è che il sistema nervoso degli animali viene stimolato da onde
magneto-elettriche che si sprigionerebbero dal suolo prima che si avverte la
scossa". Don Paoloni riportava l'ipotesi che, secondo Alfano, spiegherebbe, al
87
Guglielmo Marchi. L'elettricità nei suoi principali fenomeni. Hoelpi. Milano 1913, in La Meteorologia
Pratica, annoII, n.1, Gennaio-Febbraio 1921, p.23
88
C.Negro. La rana nell'elettricità atmosferica. Rivista di fisica matematica e scienze naturali, diretta dal
Cardinal Maffi. Ottobre 1905, pp.298-300
175
momento tutti i fatti: "GLI ANIMALI PREAVVERTONO la scossa, perché sentono
un disturbo nel loro sistema nervoso per il passaggio dell'energia diffusa
dall'ipocentro durante il periodo di preparazione della manifestazione
sismica"89.
Pur trovandosi nella zona dell'epicentro, alcuni animali non preavvertono la
scossa perché di sistema nervoso meno sensibile rispetto ad altri della stessa
specie che, invece, riescono a preavvertirla.
Al momento della scossa sopravviene, in alcuni animali, la calma perché il
consumo di energia necessaria potrebbe aver esaurito l'energia elettrica
dell'ipocentro. Questa stessa causa spiegherebbe il medesimo malessere che
colpisce alcune persone nervose anche prima delle scosse: alcuni si sono
svegliati mentre stavano dormendo, altri hanno avvertito come un insolito
malore alle gambe e un senso di nausea allo stomaco..... Se l'ipotesi è ben
fatta, se i fenomeni non sono dubbi, deve dunque aversi nella zona epicentrale,
dice l'Alfano, un passaggio di onde eteree che potrebbero essere svelate da
appositi apparecchi. Se queste onde avranno una velocità molte volte maggiore
di quelle sismiche, noi potremo avere un preavviso per le scosse almeno pochi
minuti prima. Il lampo sismico, le aurore boreali, le tempeste magnetiche
sarebbero bene spiegate con questa serie di scariche oscillatorie capaci di
sviluppare onde elettromagnetiche.
89
G.B.Alfano. Sismologia moderna. Hoelpi. Milano, 1910 p.250
176
Ciò che dice Alfano dei terremoti si può dire anche, e forse molto più, del
tempo, rispetto agli animali.
Abbiamo visto sopra che la rana - e così molti altri animali - è un risonatore
elettrico, ossia un coherer, assai sensibile. E appunto nel coherer, sono fondati
esclusivamente i tentativi in parte riusciti, del Maccioni, dello Stiattesi e di altri
moderni sismologi, per preavvisare il terremoto. Appunto sul coherer sono
fondati esclusivamente gli apparecchi del Ragona, del Baggio-Lera, del
Tommasina, del Popoff, del Turpain, del Fenyi, e tutti i ceraunografi ed altri
segnalatori e registratori di temporali; alcuni dei quali annunziano il temporale
varie ore prima che giunga sul posto dove funziona l'apparecchio.
E se è vero che la rana, a testimonianza dello stesso Righi, è un sensibilissimo
avvisatore di onde elettriche, farà meraviglia se, studiando meglio il
comportamento di tanti animali nelle diverse condizioni atmosferiche, se ne
ricaveranno delle norme che né Galvani né Matteucci né alcuno degli scienziati
viventi ha saputo finora ricavare?90.
Paoloni completava le sue argomentazioni con l'augurio che presto l'umano
possa essere in grado di escogitare un rilevatore, sensibile e perfetto, che gli
permetta di prevedere il tempo, ma soprattutto i terremoti, in modo razionale,
scientifico, sicuro, senza affidarsi all'istinto degli animali. Affermava ciò solo
dopo aver ricordato la riforma di Copernico (1530) nell'Astromeccanica e la
fondazione del vero sistema planetario, le leggi di Keplero e le teorie di
90
B.Paoloni: Perché gli animali presagiscono il tempo e i terremoti; in La Meteorologia Pratica, anno II, n.1
Gennaio-Febbraio 1921, p.21
177
Laplace. Se tutto ciò è stato, perché non credere che ancora possano nascere
nuovi Keplero, nuovi Newton, capaci di dare alle scienze nuovo impulso?
Nuova forza?
**********
Parlando del comportamento degli animali non si può dimenticare l'articolo
apparso nella "Domenica del Corriere", una rivista settimanale, del 9 novembre
1924 dove si affermava che sono le bestie i più naturali segnalatori, ed anche i
più sicuri dei fenomeni sismici, in forza dello stimolo del loro sistema nervoso
da parte delle onde elettromagnetiche che si dovrebbero sprigionare qualche
tempo prima della scossa tellurica preceduta, a sua volta, da tempeste
magnetiche, aurore boreali e lampi sismici. Durante la "preparazione" del
terremoto, l'energia elettrica, diffusa dal focolare sismico, scuoterebbe il
sistema nervoso degli animali provocando loro malessere ed agitazione.
A suffragio di tale ipotesi veniva ricordata la grandissima agitazione mostrata
circa venti minuti prima del terremoto di Lisbona del 1755, dagli animali, in
particolare i cavalli ed i polli che, rispettivamente, cercavano di uscire dalle
scuderie o, arruffando le penne, starnazzavano in preda al terrore.
Non
solo
gli
animali, continuava
l'articolo, avevano
mostrato
un
comportamento abnorme, ma anche alcune persone, particolarmente sensibili,
178
si erano svegliate di soprassalto, nel cuore della notte, accusando dolori alle
articolazioni, alle gambe o nausea.
Il professor Giovanni Agamennone, direttore del R. Osservatorio Geofisico di
Rocca di Papa, non era assolutamente in linea con quanto riportato dalla nota
rivista ed affermava, in un suo articolo, Animali e Terremoti, pubblicato nella
rivista La Meteorologia Pratica,91 che stando a tale teorie, dovrebbe verificarsi,
nella zona
EPICENTRALE,
un passaggio di onde eteree che potrebbero essere
segnalate da appositi strumenti e dunque, se tali onde hanno velocità maggiore
delle onde sismiche potrebbero consentire agli strumenti la segnalazione prima
del fenomeno tellurico. Se così fosse, gli apparecchi segnalatori sarebbero
costituiti su queste basi e anche gli animali sarebbero gli inconsci, ma veritieri,
annunciatori dell'evento sismico. Purtroppo, secondo Agamennone, non si può
dimostrare la reale esistenza delle onde elettro-magnetiche e prima di parlare di
mezzi segnalatori del terremoto, bisogna appurare questa verità. Ricorda, il
prof. Agamennone, che sono stati ideati vari apparecchi segnalatori del
terremoto permettendo a riviste scientifiche, ma soprattutto a giornali politici,
di pubblicare articoli sensazionali e far credere alla gente che, finalmente, è
possibile prevedere i terremoti. Affermando che l'idea delle manifestazioni
elettromagnetiche non è nuova, ma del Serpieri e che nell'ottobre del 1909 a
Padova, al terzo congresso degli scienziati, il Mondello aveva presentato una
sua memoria: "Sulla presenza di onde elettromagnetiche precorritrici del
91
anno VI, n.3, Maggio-giugno 1925 p.119
179
sisma" ricordava il reverendo padre Odorico Grima, O.F.M. del Convento di
Sant'Antonio di Gozo, a Malta, che, nel dicembre del 1924, aveva comunicato,
all'Ufficio Centrale di Meteorologia, l'invenzione e la realizzazione, sin dal
1922, di un apparato sismico, basato sulla radio-telegrafia e radiotelefonia ed
aveva reso nota la cosa al Padre Alfani ed agli altri con i quali aveva effettuato
sperimentazioni.
Al di là di questo, e riportando l'attenzione sui moderni inventori, Agamennone
affermava che se gli strumenti fossero validi e capaci di preannunciare in
tempo utile, anche di pochi minuti, il sopraggiungere del sisma, tanto da
permettere agli abitanti di mettersi in salvo, il problema sarebbe risolto.
Purtroppo, negli ultimi venti anni, non è stato possibile constatare nulla di
simile.
Si deve, altresì, dimostrare la relazione fra tempeste magnetiche.... aurore
boreali.... e terremoti. A proposito del lampo sismico, cui era stata tolta
importanza dallo studio, profondo, di un illustre sismologo, F. de Montessus de
Ballore, affermava di aver eseguito ricerche, in prima persona, in Calabria sui
luoghi di tragici terremoti verificatisi nel 1887 e nel 1905 rispettivamente a
Bisagno e Monteleone C. Era indignato l'Agamennone nei confronti dello
stesore dell'articolo apparso nella "Domenica del Corriere" che riteneva non a
conoscenza dei più recenti studi, ricerche ed indagini svolte sull'argomento.
180
Per non parlare del Cancani92 basti pensare a Montessus de Ballore che,
direttore del servizio sismico del Cile, zona sismica, aveva studiato, da vicino,
il comportamento degli animali e, dopo ben venti anni di accurate osservazioni
e ricerche, aveva concluso dicendo di non aver trovato un solo caso vero che
provasse il presentimento degli animali. Va considerato che gli animali,
soprattutto i quadrupedi, vivono a stretto contatto con il suolo ed in perenne
stato di quiete, non sono disturbati da pensieri, assillati da preoccupazioni
come lo è l'uomo. Qualche volta possono mostrare inquietudine molto tempo
prima del terremoto, ma può essere che abbiano percepito qualche scossa
premonitoria sfuggita alle persone. Se il preannuncio dato dagli animali, come
nella maggior parte dei casi avviene, fosse solo di qualche frazione di minuto,
ciò è dovuto al fatto che gli animali percepiscono anche le fasi preliminari del
movimento tellurico, anche se si tratta solo di tremiti; la persona "invece" si
accorge soltanto al momento delle oscillazioni, la seconda fase, che si
registrano nei grandi terremoti.
È evidente che intercorra un notevole intervallo di tempo fra la fase
premonitrice e la seconda, tanto più grande all'origine dello scuotimento e, di
conseguenza, l'eccitazione degli animali. Non bisogna, però, pensare che ad
ogni comportamento anomalo di un animale possa far seguito un evento
sismico come per le persone, come in precedenza detto, sensibili che possono
92
A.Cancani: Sul così detto presentimento degli animali nei terremoti, in Bollettino della Società Sismica
Italiana, voll.II pp.66-74, Modena, 1896
181
manifestare qualche malessere. Non è detto che ad un improvviso destarsi,
dovuto a dolori altrettanto improvvisi, debba corrispondere un terremoto.
A conclusione della sua lunga argomentazione, il prof. Agamennone tornava a
parlare delle onde elettromagnetiche, che definiva molto ipotetiche e,
riflettendo, affermava che se queste si originano nello stesso istante in cui
scoppia la scossa "il loro anticipo alla superficie terrestre, per rispetto alle onde
sismiche irradianti dall'IPOCENTRO, non potrebbe essere che assai limitato in
quanto che quest'ultime son dotate di una velocità ragguardevole".
Riportava, immediatamente dopo, un esempio: "se si assegnasse al focolare
sismico la profondità certamente esagerata di 200 km e una velocità di soli 5
km al secondo per la propagazione del moto attraverso gli strati terrestri, le
onde elettro-magnetiche, ben più veloci, non potrebbero giungere all'epicentro
che con un anticipo di soli 40 secondi, e di poco più per la zona maggiormente
colpita attorno al medesimo; e allora il preannuncio diverrebbe praticamente
inutile! Se poi queste tanto invocate onde elettro-magnetiche possono essere
realmente generate nel focolare sismico un quarto d'ora, o una mezz'ora e
anche qualche ora avanti una scossa, come pretendono gli inventori degli
strumenti capaci di preannunciarla, noi ne attendiamo la dimostrazione teorica
o, quanto meno, quella sperimentale mediante il funzionamento dei loro
apparati. E se essi, con onestà e serietà scientifica, potranno realmente provare
il potere portentoso degli strumenti da loro espressamente ideati, costruiti e
taluni, si dice, perfino coperti da brevetto, noi ci inchineremo dinanzi
182
l'evidenza dei fatti, rinnegando il nostro attuale scetticismo e non lesinando le
nostre più ampie lodi ai fortunati inventori. Ma teniamo a dichiarare che le
prove devono essere esaurienti, e cioè, che le conferme dei preannunci dei loro
strumenti non devono essere del genere di quelle delle famose predizioni che
da un anno e mezzo a questa parte ci va regalando il ben noto neo-sismologo di
Faenza. All'opera dunque!"93.
93
G.Agamennone: op.cit., 1925, p.122
183
SVILUPPI DELLA METEOROLOGIA
A distanza di anni dal "progetto" don Paoloni ricordava di aver pubblicato, nel
primo fascicolo del 1921, esattamente nella "Rubrica per aviatori e dirigibilisti"
che da quel momento ebbe vita, la prima conferenza, inviata dal Colonnello
Armani, comandante del 2° Raggruppamento Aeroplani da bombardamento di
Milano, tenuta dal tenente aviatore Virgilio Rivolone, al personale del
Raggruppamento.
Furono pubblicati, in altri fascicoli, in altri tempi, conferenze tenute presso
differenti comandi dell'aeronautica e, soprattutto, interessantissimi articoli di
Meteorologia a firma degli studiosi più competenti in materia: Giuseppe
Crestani, Filippo Eredia, G. Galeotti, Pericle Gamba, ..... e dello stesso Paoloni.
Nel 4° fascicolo del 1927, venne pubblicata una lettera di uno dei tanti, ma
importante per il ruolo che ricopriva, collaboratori de "La Meteorologia
Pratica". La lettera, datata 1 settembre 1927, portava la firma di Italo Balbo,
sottosegretario di Stato al Ministero dell'Aeronautica. Balbo, che scriveva
relativamente alla sua "Crociera Aerea Mediterranea", raccontava, con minuzia
di particolari, le varie difficoltà atmosferiche incontrate ed il modo in cui le
aveva affrontate e superate, dichiarava la sua ammirazione per la rivista diretta
da don Bernardo e chiedeva, al Padre, di pubblicare la lettera nelle pagine della
stessa rivista.
Balbo si mostrava convinto della necessità, per l'aviatore, di avere le
competenze necessarie a sfidare i venti, la pioggia, i temporali, il freddo.... la
184
nebbia, e conoscere, gli stessi fenomeni, spesso pericolosi, per poterli evitare in
tempo. Divenuto Ministro della guerra, il Balbo diede sempre maggior
importanza alla meteorologia.
In un discorso tenuto alla Camera il 5 maggio 1933, lo statista affermava
"....Recentemente ho indirizzato una lettera molto severa ad un valoroso
giornalista che, pubblicando una specie di decalogo dell'aviatore, scriveva fra
l'altro che il pilota moderno deve partire con qualunque tempo, senza ascoltare
i moderni bollettini meteorologici". A dimostrazione di quanto tenesse alla
meteorologia, basti ricordare l'incarico conferito a Filippo Eredia e ad altri
notevoli meteorologi di curare l'organizzazione, che fu scrupolosissima, delle
sue differenti "Crociere aeree" e, in modo particolare, della seconda duplice
"Trasvolata Atlantica del Decennale".
Don Paoloni, nell'articolo da lui pubblicato....... ci teneva a ricordare che, al
ritorno da quella "missione", il 12 agosto 1933, alle parole da lui rivolte,
tramite la rivista:
QUI / SUNT / ISTI / QUI / UT / NUBES VOLANT?
Il Balbo aveva
risposto con un lungo telegramma che cominciava: CIVES ROMANI SUMUS!
La meteorologia conobbe un momento di grande considerazione, che segnò
una tappa importante per il suo sviluppo, nel 1934. Si tennero in quell'anno, per
volontà del direttore generale dei Servizi del Materiale e del Ministero,
Generale Felice Porro, sei riunioni di Geofisici e di Assistenti di Aerologia, dei
quali era a capo il direttore dell'Ufficio Presagi del citato Ministero, il prof.
Eredia. A tali riunioni parteciparono, su invito, pochissimi meteorologici non
185
appartenenti all'Aeronautica tra i quali era lo stesso Paoloni in qualità di
direttore di una Rivista "che aveva dato tanto impulso e tanto contributo alla
Meteorologia Aeronautica. Gratificante fu per Paoloni l'ordine dato dal
generale Porro di pubblicare tutti i resoconti delle sei Riunioni sulla rivista LA
METEOROLOGIA PRATICA.
Ciò avvenne, gli articoli, che occuparono circa
quaranta pagine, costituirono "una rassegna di tutto ciò che fino allora si era
fatto in Italia e all'estero nel campo della meteorologia aeronautica.
L'esperienza delle riunioni e la volontà di rendere pubblico il contenuto delle
stesse, fece avvertire la necessità di avere una rivista che si occupasse
dell'argomento, per non ostacolare la normale organizzazione della già
esistente rivista del Paoloni. Si riteneva giusto pubblicare, per esteso, "i
numerosi ed importantissimi lavori che i Geofisici ed Assistenti venivano
presentando a quelle Riunioni". Si sentì la necessità di avere una rivista
specialistica che fosse l'organo ufficiale dell'organizzazione, ormai grandiosa,
che presso il Ministero si era andata sviluppando, sempre maggiormente, grazie
all'impegno dei generali Porro ed Infante e del prof. Eredia.
L'organizzazione fu denominata UFFICIO CENTRALE DELLE TELECOMUNICAZIONI
E DELL'ASSISTENZA DEL VOLO.
AERONAUTICA,
Venne fondata la
RIVISTA DI METEOROLOGIA
diretta dal prof. Eredia, grazie al quale, sin dal 1938 era sorto
l'istituto di Aerologia, presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università di Roma,
diretto dallo stesso prof. Eredia. Forse la nuova rivista non avrebbe avuto la
diffusione che ebbe se don Bernardo Paoloni non avesse contribuito alla sua
186
conoscenza e diffusione, suscitando curiosità per la stessa presso i suoi lettori
con la pubblicazione, ne
LA METEOROLOGIA PRATICA,
delle sintesi dei più
importanti lavori, con l'approvazione del Ministero e del prof. Eredia.
Nonostante la nascita della nuova Rivista, LA METEOROLOGIA PRATICA non solo
ha continuato ad avere i sussidi dal Ministero, ma ha continuato ad avere
abbonati tutti gli Enti aeronautici ai quali potevano essere utili gli studi in
materia. La nuova rivista, diretta dal prof. Eredia, era certamente di alto livello
scientifico, pubblicava tutte le informazioni utili alla navigazione aerea, gli
esiti degli studi fatti per rendere sempre più sicuro il volo, ma avendo un
"taglio" fortemente scientifico, non trattava in forma facile, accessibile a tutti,
quegli argomenti che tutti i piloti, siano essi militari o civili, dovrebbero
conoscere. È giusto che chiunque decida di pilotare un aereo sia informato su
ciò che è stato dibattuto e scoperto in materia di sicurezza dei voli. È questo il
motivo per cui don Paoloni ha voluto inserire, nella sua rivista, tutti gli articoli,
di argomento meteorologico, riguardanti i voli, scritti in forma semplice, quasi
elementare. Don Paoloni, che mai ha mancato di senso pratico e concretezza,
ha notato come lo studio dell'atmosfera in generale come quello di particolari
fenomeni (pioggia, gelo.... umidità.... elettricità atmosferica.... temporali....
nebbie....) riguardino non solo il traffico aereo, ma anche quello marittimo
nonché l'agricoltura, sottolineava la necessità di avere un piccolo trattato,
elementare, di meteorologia che pur avendo come punto specifico di
riferimento l'aeronautica, sarebbe stato più che utile, ad un tempo, agli aviatori,
187
ai marinai, agli agricoltori come ai pescatori ma anche "al personale addetto
alle osservazioni delle stazioni aerologiche, nei semafori della Marina, nelle
stazioni meteorologiche dei luoghi di Cura, soggiorno e turismo e, in generale,
a tutti gli osservatori meteorologici". Venne incaricato di scrivere il trattato in
oggetto, il dott. Francesco Musella, geofisico principale della R. Aeronautica
che, negli anni 1938-1941, aveva pubblicato, ne
LA METEOROLOGIA PRATICA,
tanti suoi articoli atti ad illustrare, "con descrizione particolareggiata e figure....
un centinaio di strumenti meteorologici. Il dott. Musella, per il suo opuscolo:
DESCRIZIONE DI STRUMENTI METEOROLOGICI, AEROLOGICI E OCEANOGRAFICI
COSTRUITI DALLA "SALMOIRAGHI"
ha estrapolato, da LA METEOROLOGIA PRATICA
tanti articoli funzionali allo scopo seguendo lo stesso metodo per la
realizzazione dell'intero trattato.
188
LA METEOROLOGIA PRATICA A PERUGIA E NASCITA
DELL'OSSERVATORIO
Il trasferimento da Montecassino a Perugia, nel giugno 1931, non riguardò
soltanto don Bernardo Paoloni, ma anche la sua rivista. Il monaco, infatti, portò
con sé la Direzione della Meteorologia Pratica, lasciando a Montecassino
l'amministrazione. Tale decisione aveva una sua logica: la rivista non avrebbe
potuto fruire, sull'austero e solitario monte, degli aiuti di cui abbisognava e dei
quali, invece, avrebbe potuto avvalersi in Perugia contando sul professor
Girolamo Azzi in particolare, sugli assistenti del Laboratorio di Ecologia e sui
tanti professori del R. Istituto Superiore di Agraria la cui sede era proprio nei
locali del Monastero perugino di San Pietro. Bisogna ricordare che con il
trasferimento a Perugia la rivista modificò lievemente il frontespizio in "LA
METEOROLOGIA PRATICA-
Rivista di meteorologia e scienze affini" e divenne
l'organo ufficiale della Società Meteorologica Italiana di cui Paoloni, proprio
nel 1931, in occasione del cinquantenario di fondazione, era stato nominato
segretario generale94.
Trasferito a Perugia, don Bernardo, dunque, poteva provvedere, ben
diversamente, alla sua rivista; l'Osservatorio di Montecassino, dal canto suo,
non aveva perduto, con il trasferimento, il contributo ed il sostegno di Don
Bernardo che continuava a tenere contatti con quel monastero, soprattutto con
quel giovane monaco cui aveva affidato la guida dell'Osservatorio Geofisico.
94
M.Mazzucotelli, op. cit., p.286
189
Occorre notare la positività della scelta di don Bernardo, quella di affidare ad
un altro, quando lui era ancora vivente, un incarico che egli stesso aveva
ricoperto, con soddisfazione, per ben venticinque anni, e che avrebbe, ancora,
potuto continuare a ricoprire: così operando, permetteva ad un giovane di fare
il proprio apprendistato sotto la sua guida; tornava, infatti, spesso, a
Montecassino per dare al giovane confratello tutte le informazioni necessarie,
per guidarlo, per raccogliere i suoi dubbi e dare chiarimenti. Al contrario, se
avesse scelto di dirigere, fino alla morte, l'osservatorio avrebbe potuto rischiare
di far morire, con lui, tutte le informazioni scientifiche in suo possesso non
avendone messo a parte alcuno.
A Perugia, don Bernardo, avvalendosi della collaborazione del prof. Azzi, si
occupò della Rivista e, insieme, dell'Osservatorio Geofisico del R. Istituto
Agrario.
Nella sede Abbaziale perugina venne impiantata, poco dopo l'arrivo di don
Bernardo, una stazione geodinamica che, oltre ad essere tanto utile allo studio
dei terremoti dell'Umbria permetteva di ricordare che, proprio in quegli stessi
locali, il benedettino cassinese don Andrea Bina, nel 1751, aveva inventato e
fatto funzionare il primo sismografo a pendolo. Questo dotto benedettino si era
dedicato, non solo, allo studio della sismologia, ma anche a quello
dell'elettricità atmosferica e, come ricordato in altra parte del lavoro, aveva
pubblicato, sempre nel 1751, un opuscolo sui terremoti e, nel 1753, una Lettera
intorno all'elettrizzazione dell'aria. Era l'inizio del XX secolo quando don
190
Bernardo profondeva tutto il suo impegno nello studio e nell'osservazione
dell'attività sismica, dei terremoti, in quello stesso luogo che, circa due secoli
prima, aveva conosciuto l'impegno, nello studio delle stesse problematiche di
don Andrea Bina.
Don Bernardo si impegnò congiuntamente nello studio dei terremoti e in quello
dell'elettricità atmosferica studiando quest'ultima con il metodo della radio, da
lui iniziato nel 1914. Don Bernardo portò con sé, a Perugia, anche la Direzione
del Servizio Radioatmosferico Italiano, da lui fondato nel 1928 lasciando, però,
un centro della direzione all'Osservatorio Geofisico di Montecassino ed un
altro alla R. Scuola di Radiotecnica "Federico Cesi" di Roma.95.
Padre Bernardo Paoloni aveva lasciato, con beneplacido di Papa Pio XI, il
Monastero di Montecassino per trasferirsi in quello di San Pietro in Perugia
con lo scopo di far sorgere, qui, un Osservatorio Sismico memore che era stato
proprio in questo stesso luogo che Andrea Bina aveva inventato e fatto
funzionare il primo sismografo a pendolo della storia. Una volta a Perugia il
Paoloni si era subito attivato per dar corpo al suo progetto. Un primo tentativo
era andato fallito nel 1933 perché, per mancanza di mezzi, era stato scelto un
locale già pronto, ma poco adatto e poco accessibile. Padre Paoloni,
determinato a raggiungere il suo scopo, decise di ritentare e, nel 1935, espose il
suo desiderio a S.E., il professor Giuseppe Tassinari, sottosegretario di Stato al
Ministero dell'Agricoltura e Foresta che accolse la richiesta e ordinò al
95
Appunti e notizie; in La Meteorologia Pratica anno XII n.2, Marzo-Aprile 1931 - IX p.84
191
professor Emilio Oddone, direttore del R.Ufficio Centrale di Meteorologia e
Geofisica, di far costruire, per Perugia, un sismografo astatico a componenti
orizzontali. Nonostante il sismografo fosse subito costruito e mandato a
Perugia, non mancarono quelle enormi difficoltà che impedirono il suo
impianto e, di conseguenza, il suo funzionamento. In quello stesso periodo, era
il 22 giugno 1935, si verificarono a Foligno movimenti tellurici con frequenti
repliche, anche se ad intervalli. Il Ministero dei Lavori Pubblici nominò una
commissione presieduta dall'Ispettore Compartimentale Superiore del Genio
Civile, ingegner Antonio Alicata, per studiare il fenomeno e proporre,
eventualmente, provvedimenti relativi alla costruzione di nuovi edifici. Della
commissione faceva parte il nuovo direttore del R.Ufficio Centrale di
Meteorologia e Geofisica, professor Pericle Gamba.
La detta commissione effettuò varie visite e sopralluoghi e deliberò l'apertura
di pozzi per determinare una sezione geognostica della località e l'impianto di
alcuni sismografi nella provincia di Perugia allo scopo di accertare la posizione
dell'epicentro.
A seguito di ciò si decise di collocare uno di questi sismografi in un locale
molto ampio e altrettanto adatto, quasi sotterraneo, del Monastero di San
Pietro, messo a disposizione della commissione dal Rev.mo Padre Priore della
stessa, Don Pietro Cantoni. Si realizzava, così, il desiderio di Padre Paoloni.
Le due grandi sale, complessivamente di circa centotrenta metri quadrati e due
stanzette, messe a disposizione, dovevano essere adattate; le spese
192
dell'adattamento furono sostenute, in gran parte, dal Ministero dei Lavori
Pubblici. I lavori furono eseguiti in poco più di un mese dalla ditta Fernando
Rosi di Perugia sotto la direzione dell'ingegner Gaetano Pascucci, capo
dell'Ufficio del Genio Civile e del suo coadiutore, ingegner Benvenuto
Martinelli. La sala più grande, i cui artistici capitelli e volte si possono far
risalire alla fine del XV secolo, veniva adibita a laboratorio dove, coadiuvato
dai militari dell'aeronautica, del Genio della Sanità, don Paoloni poneva la
direzione del nuovo osservatorio, di tutti i servizi scientifici a lui affidati
nonché della stessa rivista La Meteorologia Pratica.
Stazione R.T Sperimentale del Servizio Radioatmosferico Italiano
193
Direzione del Servizio Radioatmosferico Italiano
194
OSSERVATORIO SISMICO “ANDREA BINA”
Nel 1931 don Bernardo Paoloni si trasferì dal Monastero di Montecassino a
quello di Perugia. Qui, con la collaborazione del direttore del laboratorio di
ecologia del R. Istituto Superiore Agrario, Girolamo Azzi, fondò la stazione
geodinamica per lo studio dei terremoti dell'Umbria, che intitolò ad Andrea
Bina e collocò nei locali del Monastero di San Pietro96.
Il 22 gennaio 1937 si riunirono, nei locali del monastero benedettino di San
Pietro in Perugia, il Padre Priore don Pietro Cantoni; l'ispettore superiore
compartimentale del Genio Civile, ingegnere Antonio Alicata; il Direttore del
R. Ufficio Centrale di Meteorologia Centrale e Geofisica di Roma , professor
Pericle Gamba; l'ingegnere capo del Locale Genio Civile, commendatore
ingegnere Gaetano Pascucci coadiuvato da un membro del suo stesso ufficio, il
cavaliere ufficiale geometra capo Benvenuto Martinelli. La riunione aveva lo
scopo di stabilire i rapporti tra il monastero ed il personale che avrebbe dovuto
occuparsi delle osservazioni e di quello che si sarebbe occupato della
manutenzione del sismografo. Fu stabilito di affidare la manutenzione dei
locali all'ufficio del Genio Civile di Perugia e le osservazioni a don Bernardo
Paoloni.
Fu stabilito, inoltre, che il reverendo avrebbe eseguito le sue osservazioni
attenendosi alle direttive dell'ufficio del Genio Civile di Perugia e dell'istituto
di Meteorologia e Geofisica di Roma. I contraenti l'accordo pensarono anche
96
M.Mazzucotelli: cit, p.286
195
alla eventualità di un possibile trasferimento di don Bernardo ad altra sede o ad
un qualsiasi impedimento che avesse potuto ostacolare il normale svolgimento
delle sue funzioni.
Qualora don Paoloni non avesse potuto più onorare l'incarico ricevuto ed il
Priore non fosse stato in grado di provvedere alla sua sostituzione, il Genio
Civile, in mancanza del raggiungimento di un accordo con il Padre Priore per
provvedere alla continuità del servizio, si sarebbe visto costretto a trasferire la
stazione sismica ad altra sede.
La nomina di don Bernardo, che naturalmente accettò l'incarico di eseguire
tutte le osservazioni, che gli sarebbero state indicate, sotto le direttive del
Direttore dell'Ufficio di Meteorologia e Geofisica di Roma e del Genio Civile
di Perugia, prevedeva un compenso annuo di cinquecento lire.
Detto compenso, fino al 31 dicembre 1937, sarebbe stato corrisposto, come
spesa di primo impianto, con le somme messe a disposizione dal Ministero dei
Lavori Pubblici per l'istallazione del sismografo e negli anni successivi sarebbe
stato corrisposto dall'ufficio centrale di Meteorologia e Geofisica di Roma.
Della seduta fu redatto regolare verbale letto e sottoscritto da tutti gli
intervenuti. La sintesi del documento, che prevedeva l'accettazione da parte di
don Bernardo, è stata firmata dallo stesso don Paoloni congiuntamente a A.
Alicata, Pericle Gamba, G. Pascucci, B. Martinelli.
Altro documento di sintesi, ma redatto in considerazione dell'impegno da
assumere da parte del priore del Monastero "Qualora il detto don Paoloni per
196
causa di trasferimento o per altro motivo non potesse più adempiere a tale
incarico e da parte del Rev.mo Priore non si potesse provvedere
convenientemente alla sua sostituzione, il Genio Civile diversamente alla
continuità del Servizio, trasferirà la stazione sismica altrove". Tale documento,
sottoposto alla firma del priore, don Pietro Cantoni, riporta, congiuntamente, le
firme di Alicata, Gamba, Pascucci, Martinelli e don Bernardo Paoloni.
Esiste, custodito nella Biblioteca dell'Osservatorio, il documento, datato 21
marzo 1937, attestante l'avvenuto pagamento effettuato da parte dell'ingegnere
Capo del Genio Civile di Perugia, in favore del Direttore dell'Osservatorio
Sismico, della somma di cinquecento lire quale compenso annuo, per il 1937,
"della manutenzione e funzionamento del sismografo affidato in seguito agli
accordi del 22 gennaio 1937.
197
sismografo Wiechert
Padre Bernardo esercitava, con scrupolo e attenzione, le sue funzioni; sono
conservati attestati di pagamenti da lui eseguiti nei confronti di fornitori
dell'Osservatorio, come Tasso Tassini che aveva ricevuto, il 10 luglio 1940,
trentatré lire per un lume a gas acetilene per affumicare la carta dei sismografi;
Alfredo Sorcetti che il 7 agosto 1940 aveva ricevuto quarantaquattro lire per
venti chilogrammi di carburo di calcio (a due lire e venti) e sessanta lire per
cinque chilogrammi di pece greca (a dodici lire); Francesco Iachetto che il 5
luglio 1940 aveva ricevuto la somma di 125 lire per venti litri di benzina
"Super Esso" (a cinque lire e sessantaquattro centesimi), oltre il costo del
recipiente, per uso fissaggio sismogrammi. Don Bernardo, ligio al suo dovere,
compensava dovutamente i suoi fornitori, ma esigeva che altrettanto facesse,
chi di dovere, nei suoi confronti. Il 3 maggio 1941 inviò una fiera lettera di
protesta all'Ufficio Centrale di Meteorologia e climatologia con sede in Roma
per rivendicare il sussidio relativo agli anni 1939-1940. Dell'avvenuto
pagamento esiste la ricevuta, sottoscritta dal direttore dell'osservatorio sismico,
in data 21 marzo 1937-XV su carta intestata "Facoltà di Agraria della R.
198
Università-Osservatorio Sismico A.Bina-Perugia", ove si legge: il sottoscritto
dichiara di aver ricevuto, dall'ingegnere Capo del Genio Civile di Perugia, la
somma di lire 500 quale compenso annuo per il 1937 della manutenzione e
funzionamento di un sismografo che gli è stato affidato, come da accordi presi
in data 22 gennaio 1937-XV; le quali lire 500 fanno parte delle somme messe a
disposizione del Ministero dei Lavori Pubblici per la istallazione del detto
sismografo, ma anche la deficienza per gli anni seguenti nonché l'astio
dimostrato nei suoi confronti dal professor Pericle Gamba, direttore
dell'Ufficio Centrale di Meteorologia Centrale e geofisica. Il Paoloni,
ribadendo la regolarità del sussidio corrispostogli per l'anno 1937 affermava,
con forza, la posizione negativa assunta nei suoi confronti dal prof. Gamba che
in data 27 settembre 1938 (prot. n. 11139/15) gli scriveva "Con ordinativo n.
17, cap. 35, ordine di accreditamento n. 3, vi ho spedito lire 500 quale
compenso per il primo semestre di quest'anno 1938 per il funzionamento di
codesta stazione sismica". Dal momento che il Paoloni si era lamentato in
quanto esigeva il versamento completo annuo delle 500 lire a lui spettanti e
non la corresponsione in due rate semestrali, adducendo il precedente dell'anno
1937, aveva avuto risposta, dallo stesso direttore del R. Ufficio Centrale
(lettera prot.n. 13454/15 del 16 febbraio 1939) che così si esprimeva "Il
compenso annuo per il Servizio Sismico, che resta a questo Ufficio fino al 30
giugno p.v. lo riceverete da me, come tutti gli altri osservatori sismici
corrispondenti.
199
Le lire 250 del secondo semestre 1938 non potevano essere spedite fino alla
liquidazione dell'anno finanziario che termina al 30 giugno. Dato che continua
la vostra collaborazione, anziché un semestre vi sarà inviato il compenso di
tutta l'annata 1luglio 1938 - 30 giugno 1939".
La cosa, però, non andò così: il Gamba fece avere al Paoloni, nel marzo 1939,
le 250 lire relative al secondo semestre 1939 lasciando del tutto scoperto il
primo semestre 1939. Don Paoloni non poteva fare a meno di notare l'astio,
sempre crescente, del Gamba nei suoi confronti al punto che, con lettera
(prot.n. 145 34/15) del 18 aprile 1939 comunicava a don Bernardo la decisione
presa di ritirare, prima del 30 giugno 1939, tutti i sismografi a lui affidati, da
restituire all'Osservatorio di Rocca di Papa che passava all'Istituto di Geofisica
del Consiglio Nazionale delle Ricerche. La lettera citata, riguardante don
Paoloni e da lui considerata uno sfogo di astio, si concludeva "il compenso per
il vostro lavoro nel primo semestre di quest'anno 1939 vi sarà a suo tempo
liquidato insieme a quello degli altri Osservatori Geodinamici nostri
corrispondenti".
Don Bernardo Paoloni, nella lettera citata del 3 maggio 1941 ricordava di aver
ottenuto da Pietro Badoglio, Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche,
di continuare a tenere i sismografi che gli erano stati, a suo tempo, affidati; il
Professor Gamba, vistosi costretto ad obbedire ad un ordine superiore, "per
vendicarsi non mi volle più mandare le 250 lire del primo semestre 1939 e
molto meno quelle dei semestri seguenti". Don Paoloni ribadiva il motivo per
200
cui, con lettera datata 28 giugno 1940, aveva riferito al Ministro Tassinari i
torti ricevuti dal Prof. Gamba, chiedendo ed ottenendo, per l'Osservatorio
Sismico tanto le 500 lire del 1939 quanto quelle per il 1940. Concludeva la sua
lettera all'Ufficio Centrale di Meteorologia e Climatologia con una netta presa
di posizione "Avendo ricevuto oggi, 2 maggio, l'avviso di pagamento di lire
500 emesso da voi in data 27 marzo 1941, considero pertanto queste lire 500
quale sussidio per il servizio sismico del 1939 e sono in attesa delle lire 500 per
il 1940". Don Paoloni tornava a rivendicare il suo diritto ad un sussidio già il
26 luglio 1940 (prot.n. 5283) e il 12 settembre 1940 (prot.n. 1475) quando
aveva già denunciato i non avvenuti pagamenti per i detti anni e ribadito il suo
notevole contributo all'Ufficio Centrale di Meteorologia e Climatologia citando
le 240 registrazioni sismiche effettuate nel 1939 e le 233 compiute dal gennaio
al settembre 1940 e sottolineando il notevole impegno profuso nell'analisi di
tante registrazioni, nella manutenzione e nella continua sorveglianza, spesso di
notte, dei due sismografi ed il controllo orario del cronometro, due o tre volte
al giorno. Già allora chiedeva le 500 lire annue non ricevute ed il rimborso
delle spese da lui sostenute per il servizio sismico.
201
Padre Bernardo Paoloni difronte ad uno strumento
**********
Riuscendo a far funzionare a pieno ritmo, nel 1937, l'osservatorio sismologico
di Perugia, don Bernardo Paoloni sembrava obbedire ad un recondito progetto
determinatosi già dal momento della sua nascita.
Nel 1876 il Paoloni vedeva la luce nel piccolo, ma austero centro montano di
Cascia mentre a Montecassino prendeva vita quell'osservatorio del quale lui
stesso, all'età di trentadue anni, sarebbe divenuto direttore.
Un filo sottilissimo, impercettibile, lega la vita di Paoloni al monachesimo
cassinese ed alla ricerca sismologica. A Perugia, dunque, avvalendosi della
collaborazione del direttore del laboratorio di ecologia del Regio Istituto
Superiore di Agraria (questa la direzione di allora) Girolamo Azzi97 fondò la
STAZIONE GEODINAMICA
per studiare i terremoti dell' Umbria, che collocò
all'interno del monastero. È lo stesso don Paoloni, che dalle pagine della sua
97
M.Mazzucotelli: op.cit., p.286
202
rivista
LA METEOROLOGIA PRATICA
(anno 1937) parla della concessione
dell'osservatorio. "Qualche lettore di questa Rivista ricorderà forse che sul n. 2
del 1931 della stessa scrivevo che uno degli scopi per cui, col beneplacido del
Santo Padre Pio XI, avevo deciso di trasferirmi dalla Badia di Montecassino
alla Badia di S. Pietro in Perugia era di far sorgere in questa un Osservatorio
Sismico; nel luogo stesso cioè dove nel 1751 il Benedettino D. Andrea Bina
inventò e fece funzionare il primo sismografo".
Con la determinazione che lo contraddistingueva, don Paoloni riuscì ad
ottenere ciò che voleva, ad avere il suo osservatorio, ad ottenere dalle autorità
competenti, quelle concessioni, quei permessi indispensabili alla sua attività, a
far si che il sottosegretario di Stato al Ministero dell'Agricoltura e Foresta, S.E.
il professor Giuseppe Tassinari ordinasse al professor Oddone di costruire,
appositamente per l'osservatorio di Perugia, un sismografo astatico a
componenti orizzontali. E il sismografo fu subito costruito e spedito, ma varie
difficoltà hanno sempre impedito di poterlo impiantare.
Don Paoloni, direttore dell'osservatorio, esercitava congiuntamente tale
funzione a quella di direttore di tutti i servizi scientifici meteorologici, da lui
voluti e curava con scrupolo la pubblicazione degli articoli scientifici, a firma
dei più insigni studiosi del tempo, che apparivano nelle pagine della sua rivista.
Aveva posto la sua base operativa in quella bella, grande sala con capitelli,
mentre nell'altra sala, affermava don Paoloni, nel 1937 "il prof. Agamennone,
che nonostante i suoi 79 anni è ancora l'anima della sismologia italiana, per
203
incarico della detta Commissione ha già impiantato un suo sismografo a tre
componenti e due sensibilissimi suoi sismoscopi, ma vi è posto per altri
apparecchi sismici che si spera di avere presto dal nuovo Servizio Sismico del
Consiglio Nazionale delle Ricerche. Tra pochi giorni ci sarà impiantato pur un
buon apparecchio radio per regolare un ottimo cronografo, il quale per ora è
regolato attraverso la vicina Stazione R.T. Sperimentale del Servizio
Radioatmosferico Italiano.
Sismografo Agamennone
Il nuovo Osservatorio Sismico, pure essendo nei locali monastici della Badia di
S. Pietro, ha la porta d' ingresso in uno dei chiostri della Facoltà di Agraria
della R. Università, il Preside della quale Facoltà, prof. Carlo Foschini, come
pure il Rettore Magnifico, On. prof. Paolo Orano, considerano le istituzioni
scientifiche da me dirette come facenti parte della stessa R. Università e le
incoraggiano in tanti modi.
204
In tal modo l'opera mia, per quanto modesta, si riallaccia a quella ben più
gloriosa del discepolo ed amico di Galileo, D. Benedetto Castelli, Abate
Cassinese, che nel 1639 inventò il pluviometro in questa Badia di S. Pietro; di
D. Andrea Bina, che pure qui nel 1751 inventò il sismografo, e che fu anche lui
Abate Cassinese; l'Abate di S. Pietro D. Vincenzo Bini, autore delle Memorie
istoriche della Perugina Università degli studi (volume di 670 pagine
pubblicato nel 1816), della quale fu uno dei più illustri professori, e di tanti
benemeriti Benedettini di questa storica e ormai millenaria Badia di San Pietro
di Perugia"98. Come si nota da questo passaggio, che ho voluto riportare
integralmente, don Paoloni non amava far sfoggio della sua cultura e del suo
ruolo, non ci teneva ad essere additato come punto cardine della sismologia e
meteorologia, ma, umilmente, si poneva sulla scia dei suoi predecessori, quasi
fosse, per lui, un obbligo morale continuare quel lavoro di studio e ricerca che
aveva visto impegnati, nei secoli precedenti, altri monaci cassinesi. Uomo
costantemente e notevolmente impegnato nel campo scientifico, godeva della
stima degli accademici quanto della considerazione degli uomini di governo,
dei politici, dei militari. Fu, allo stesso tempo, uomo di scienza e di fede, riuscì
a far convivere in lui l'anima del ricercatore e quella dell'uomo di chiesa e se,
come detto, fu grande la stima di cui godeva negli ambienti elevati del tempo,
parlo a livello temporale, fu altrettanto forte la considerazione che ebbe
all'interno della curia romana. Addirittura, nel 1928, sarebbe stato nominato
98
B.Paoloni: L'Osservatorio Sismico "Andrea Bina" di Perugia; in La Meteorologia Pratica, anno XVIII n.1
Gennaio-Febbraio 1937 - XV, pp. 45-46
205
vescovo di Norcia, se lui stesso, per amore dei suoi studi che non intendeva,
per nessun motivo, interrompere, non si fosse adoperato, con tutte le sue forze,
per allontanare da sé quella nomina che avrebbe potuto gratificare altri, non lui,
così votato alla ricerca scientifica.
Se ha voluto allontanare la nomina episcopale, il Paoloni non ha mai cessato di
sentirsi monaco in tutto il suo essere. Ciò appare palese da una sua
comunicazione del 1932 quando, con tristezza e rammarico, dichiarava il
motivo per cui non aveva potuto assumere la direzione del servizio meteoricosanitario da poco istituito: "i molti miei doveri monastici e di ministero
sacerdotale, ai quali niente posso preporre, come mi ordina la Regola di San
Benedetto: nihil operi Dei praeponatur, non potevano permettermi di assumere
anche la direzione di questo nuovo e importante servizio..."99.
La figura di don Paoloni, il padre dell'Osservatorio Sismico di Perugia, si
conosce attraverso le sue pubblicazioni apparse nel "Bollettino della Società
Meteorologica Italiana", ne "La Meteorologia Pratica", nel "Bollettino mensile
dell'Osservatorio di Montecassino". Molti contributi del Paoloni alla scienza
sono stati raccolti dallo stesso in due tomi, custoditi presso l'Osservatorio
Sismico "A.Bina", intitolati rispettivamente, "La mia modesta opera nel campo
delle ricerche radioatmosferiche dal 1913 al 1941" e "Cinquanta articoli di
meteorologia". Il primo tomo fa conoscere vari articoli riguardanti le
osservazioni
99
radioatmosferiche
rilevate
in
ventiquattro
stazioni
M.Mazzucotelli, op. cit., p.289
206
radioatmosferiche militari, e soprattutto, importantissima, la copia del decreto
ministeriale del 24 gennaio 1914 con cui veniva concesso, al Monastero di
Montecassino, il permesso per la realizzazione e l'impianto di una stazione
radiotelegrafica per le ricerche scientifiche. Nel secondo tomo, invece, sono
contenuti tutti i lavori pubblicati nelle pagine de "La Meteorologia Pratica" dal
1909 al 1936100. Don Bernardo Paoloni è stato un grande del suo tempo, amico
e collaboratore di Guglielmo Marconi che, nell'agosto 1930, scriveva "Quanto
al servizio Radio Atmosferico, fondato da Paoloni, debbo dire che svolge
un'azione preziosa...."101è stato un insigne studioso, soprattutto dei terremoti.
La sua figura, purtroppo, non è adeguatamente conosciuta. Sarebbe bene, anche
ai fini di una maggiore valorizzazione dell'Osservatorio "A.Bina", studiare
analiticamente la figura di questo uomo, di scienza e di fede, attraverso le sue
scoperte, i suoi scritti, operando una ricognizione completa di tutte le sue opere
in modo tale da poter avere una biografia precisa e definitiva di colui che ha
permesso a Perugia di avere un Osservatorio Sismico.
100
M.Mazzucotelli, op. cit., p.287-288
R.Calandra: La stazione sismica di San Pietro in Perugia, in Nuova Economia n.10, Camera di
Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Perugia p.5
101
207
LA MORTE DI DON BERNARDO PAOLONI ED IL RECUPERO
DELL'OSSERVATORIO
Con la morte di don Bernardo, la rivista da lui diretta e che aveva costituito,
per anni, un importante organo di divulgazione delle teorie e delle conoscenze
scientifiche cessò la sua attività, La Meteorologia Pratica conobbe la sua fine.
Anche la stazione geodinamica, fortemente voluta dal Paoloni, conobbe
l'interruzione della sua attività scientifica. Si trattava solo di un'interruzione,
protrattasi, purtroppo, a lungo, dal 1944 al 1971.
Il merito di aver riattivato la stazione geodinamica, di aver dato nuova vita a
quell'osservatorio che aveva conosciuto tante vicissitudini, spetta a due monaci
benedettini del monastero di Perugia che credevano fortemente nell'opera dei
propri predecessori e volevano continuare la loro azione di studio dei terremoti.
Grazie all'intraprendenza di padre Pierto Inama, ma soprattutto alla
determinazione del giovane padre Martino Siciliani, nel 1971,
P. Martino consulta i pregevoli testi custoditi nella biblioteca dell'osservatorio "A. Bina"
208
l'Osservatorio ha potuto riprendere la sua funzione. Fu, forse, il verificarsi di
numerose vicende sismiche in Umbria a ridestare, negli organi competenti,
Enti e Studiosi, un interesse sempre crescente per la materia. I monaci, decisi a
riattivare l'Osservatorio, trovarono un valido sostegno nel professor Enrico
Medi, direttore dell'Istituto Nazionale di Geofisica. Detto istituto fornì, al
nuovo Osservatorio, moderne attrezzature ed adeguata assistenza.
Gli apparecchi furono affidati a padre Martino Siciliani che, da allora, ha
sempre curato la registrazione e l'elaborazione dei dati.
Il "nuovo" Osservatorio, che ha mantenuto la denominazione "Andrea Bina",
ha continuato ad avere la sua sede nei locali del Monastero di San Pietro di
Perugia. Come detto, venne dotato di nuove apparecchiature che, ancora oggi,
sono visibili, ed anche funzionanti, nelle sale dell'Osservatorio stesso.
Voglio ricordare il sismografo
WIECHERT
200 il
GRUPPO SISMOGRAFICO DI TIPO
GALITZIN.
Sismografo Wiechert
209
Un sensore del sismografo sismografo Galitzin
Apparato scrivente del sismografo Galitzin
210
**********
Attualmente, l'Osservatorio "A.Bina" continua la sua attività di registrazione
dei terremoti e rilievo di attività sismica. Anche il Bina, come la maggior parte
dei moderni osservatori, è dotato di "reti sismiche remote" cioè di stazioni
collocate in località lontane dal centro di acquisizione. Le stazioni,
sincronizzate da un unico orario, sono istallate in luoghi silenziosi, lontani da
strade o ferrovie, da fonti di rumore, sismico o elettromagnetico, che
potrebbero disturbare la registrazione dei terremoti. Le stazioni devono essere
posizionate nei pressi, o in corrispondenza, di luoghi sismici attivi poiché
aumentando la distanza tra ipocentro e stazioni, aumenta l'approssimarsi sui
calcoli seguiti per determinare i parametri principali del terremoto:
epicentro,magnitudo, meccanismi focali.
L'Osservatorio Bina è provvisto di uno dei più evoluti sistemi di registrazione
sismica, costruito in Canada, utilizzato in Italia ed in altri stati. Si tratta della
Rete Telemetrata Nanometrics, voluta in questo Osservatorio dalla Regione
Umbria. Le stazioni remote, con schede a 24 bit e sincronizzate con sistema
GPS possono essere collegate all'acquisitore centrale o via radio, o tramite rete
satellitare o per mezzo di internet.
L'Osservatorio, inoltre, dal 1995, gestisce un'altra apparecchiatura, fornita dal
Servizio Sismico Nazionale: una rete costituita da dieci stazioni Mars-88 FD,
collegate a sensori Mark L4 - 3D. Gli strumenti, costruiti in Germania, sono
211
sincronizzati con sistema DCF. Le stazioni Mars-88, non essendo collegate con
l'Osservatorio in tempo reale, memorizzano, in una memoria interna o due
floppy disk, i dati che vengono periodicamente prelevati, normalmente ogni
quindici giorni; nel caso di gravi situazioni sismiche, i dati vengono prelevati
due volte al giorno.
212
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La Meteorologia Pratica 1920
A. Favaro: Carteggio di don Benedetto Castelli con Galileo Galilei.
La Meteorologia Pratica 1920
A. Favaro: I successori di Galileo nello studio di Padova, fino alla caduta della
Repubblica.
Nuovo Archivio Veneto, nuova serie n.65
La Meteorologia Pratica: rivista di meteorologia e scienze affini.
Laboratorio di ecologia R. Istituto Superiore Agrario Perugia 1920-1942
E. Leonardi: Il freddo, il caldo e la salute dell'uomo. Effetti sui neonati.
La Meteorologia Pratica 1923
Libri Diversi: Ricordi n. 38
Archivio San Pietro Perugia
215
G. Lorenzoni: Sulle osservazioni udometriche eseguite in Padova dal 1725 al 1871.
Tip. G.B. Raudi. Padova, 1872
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La Meteorologia Pratica 1934
B. Paoloni: L'Osservatorio Sismico "Andrea Bina" di Perugia.
La Meteorologia Pratica 1937
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La Meteorologia Pratica 1942
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La Meteorologia Pratica 1942
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L. Siciliani: Consistenza ed evoluzione del Patrimonio Fondiario del Monastero di
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Tesi di laurea, Università degli Studi di Perugia,
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Virgilio: Georgiche I. vv. 463, 464, 427, 435.
P. Woringer: L'azione del sole nelle malattie infettive.
La Meteorologia Pratica 1926
218
INDICE
Introduzione
5
Cenni storici relativi al complesso abbaziale di San Pietro
sede della Fondazione per l’istruzione Agraria e dell’Osservatorio
Sismico “Andrea Bina di Perugia
8
Impegno dei monaci in campo scientifico
13
Don Girolamo Ruscelli e l’importanza del sapere scientifico
19
Don Girolamo Ruscelli...un abate...un letterato...un astronomo...
un poeta...un matematico
22
Galileo Galilei e Benedetto Castelli: un’amicizia votata
all’esperienza scientifica
27
Don Benedetto Castelli
29
Le invenzioni di Castelli
36
Le invenzioni di Castelli a Perugia
39
Benedetto Castelli: rapporto epistolare con Galilei
44
Problematiche culturali all’interno dell’ordine benedettino
62
219
Andrea Bina: l’inventore del sismografo a pendolo
64
Il Ragionamento di Padre Bina
69
La Meteorologia
86
Meteorologia e spirito monastico
91
Bernardo Paoloni
100
Servizio meteorico
102
Rapporti tra meteorologia e malattie
111
Le ricerche di Feige e di Freund sui rapporti tra fenomeni
Meteorologici e reumatismi
131
Intuizioni, realizzazioni ed invenzioni di Padre Bernardo Paoloni:
Fotoanemometro
139
Come è costruito e come funziona il fotoanemometro
142
Istruzioni per l’uso del fotoanemometro
153
Importanza della meteorologia e diffusione della rivista:
“La meteorologia Pratica”
155
Comportamento degli animali tra poesia, scienze ed antiche credenze
172
220
Sviluppi della meteorologia
184
La Meteorologia Pratica a Perugia e nascita dell’Osservatorio
190
Osservatorio Sismico “Andrea Bina”
195
La morte di Don Bernardo Paoloni ed il recupero dell’Osservatorio
208
**********
221
Scarica

Scienza, tecnica, osservazione e ricerca nella suggestiva cornice