LA CAPPELLA DELLA REDENZIONE Parrocchia S. Ignazio di Loyola in Torino PICCOLE RIFLESSIONI PENSANDO ALLA CAPPELLA La nostra Comunità parrocchiale ha da alcuni anni il dono di una Cappella per la preghiera che è luogo accogliente e bello nel quale fermarsi per stare un po’ in intimità con il Signore e luogo della Celebrazione feriale dell’Eucaristia e della preghiera comune. Alcune persone hanno avuto la sincerità e la delicatezza di esprimermi alcune loro perplessità circa la diversa sistemazione delle sedie e dell’ambone, esprimendo il disagio di dover guardare gli altri. Questo mi permette di poter spiegare il perché e il senso di questo cambiamento che in verità non è per nulla una novità bensì si inserisce nel cammino della tradizione della Chiesa nel corso dei secoli. Nella Cappella, luogo nel quale la comunità cristiana si ritrova, ci sono due mense alle quali essa si nutre: la mensa della Parola di Dio e la mensa eucaristica. Entrambe sono i due fuochi, i due centri di una ellisse che costituisce l’aula della cappella. Attorno a questi due centri si riunisce la comunità. Non c’è più il “fondo” della chiesa perché tutto è spazio sacro. Anche il fatto che le sedie siano poste attorno e non una dietro l’altra vuole esprimere che l’incontro con il Signore è comunitario: siamo fratelli e sorelle che insieme cerchiamo e lodiamo il Signore e cresciamo nel volerci bene. È certamente meglio vedere dei volti che delle schiene. Comprendo il disagio, ma possiamo aiutarci insieme ad uscire dalla mentalità individualista di un incontro con Dio a prescindere dai fratelli e dalle sorelle e imparare a vedere nei loro volti il volto di Dio. Le sedie, non banchi, fatte in quel modo vogliono sottolineare che ciascuno di noi è persona davanti a Dio; esse sono poi messe accanto le une alle altre per dire che ciascuno fa parte della comunità e anche nella sua preghiera personale sta davanti a Dio a nome di tutti. Per quanto riguarda delle sedie, che sono un po’ scomode, possiamo anche qui provare a coglierne il senso: certamente l’incontro con il Signore è fonte di ristoro, pace e riposo e quindi un luogo “comodo”, ma nello stesso tempo per incontrare il Signore occorre anche l’esperienza del deserto, della conversione, il disagio che viene dal saperci peccatori; allora la “scomodità” ci richiama ad una ricerca del Signore che è pellegrinaggio, che è attesa di compimento e non già un arrivo. Infine, mi sembra utile dare alcune indicazioni sul modo di celebrare in cappella: La prima parte della Celebrazione Eucaristica si svolge orientati verso l’ambone (la mensa della Parola di Dio). L’orientarsi coinvolge anche il corpo che si gira verso il luogo da cui viene la Parola. La preghiera dei fedeli viene fatta orientandoci verso l’altare che è il luogo da cui salgono al cielo le invocazioni, i sacrifici e le offerte. La seconda parte della Celebrazione Eucaristica prevede l’orientarsi, anche con il corpo, verso l’altare (la mensa del Pane di vita) dove si fa memoria del Pane spezzato e del Sangue versato per la salvezza degli uomini. Al termine della Celebrazione Eucaristica, quando si canta a Maria, la Madre del Signore, ci si orienta verso l’icona posta sulla parete a lato dell’altare. Una parola penso vada spesa anche riguardo al clima di silenzio sia prima che dopo la Celebrazione Eucaristica; infatti non si può passare di colpo dalla distrazione alla attenzione del cuore e della mente. Così come lasciare la cappella in silenzio può permettere a chi si sofferma ancora un po’ di poter stare nel raccoglimento. Possiamo provare piano piano ad educarci a questo ricordando che il Signore parla nel silenzio e che tutte le cose importanti della vita avvengono nel silenzio. ICONA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE (Scuola greca, XIV secolo) Il brano biblico a cui si ispira è Mc 1, 9-11. L’iconografia del Battesimo è antica e fedele al racconto evangelico. La scena rappresenta il momento in cui Giovanni Battista si china verso Gesù e Gli impone la mano: la creatura si trova di fronte all’Unico senza peccato, a “Colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29). Al centro dell'icona è rappresentato Cristo nel fiume Giordano, sulla riva sinistra è raffigurato Giovanni Battista, sulla destra quattro angeli. Gesù è completamente immerso nelle acque del fiume che sembra assumere la forma di una caverna scura: come nell’icona della Discesa agli inferi la terra si apre e Cristo vi si immerge per uscirne vittorioso. Con la mano destra Egli benedice le acque santificate dalla sua immersione: l’acqua, un tempo immagine della morte (diluvio), diventa sorgente d’acqua viva (Gv 4,14). Il centro dell'icona è il Volto di Gesù,colui che si può vedere della Trinità, "chi vede me vede il Padre". Il tre è un numero chiave di questa icona che si sviluppa in tre comparti verticali: il destro (l'Antico testamento), il sinistro (la realtà del Regno di Dio), il centrale (il Nuovo testamento), in cui Cristo lega la promessa al popolo eletto, alla realizzazione escatologica,al compimento . La verticalità dell'icona, rivela il movimento preponderante insito nel Battesimo: la discesa e la risalita, il canale che in Cristo mette in comunicazione cielo e terra. Sempre in verticale si sviluppano le figure, le rocce, il Giordano, la luce increata, la Voce. Al centro domina Cristo che si immerge, si umilia, ma è innalzato e glorificato dal Padre; Egli è posto tra: il cielo, espresso dal semicerchio in alto con la mano benedicente del Padre e il raggio dello Spirito Santo, la terra evocata dalle rocce, dagli animali, dalla vegetazione, dalle acque. Giovanni Battista compie l'atto del battezzare mettendo il palmo della mano destra sul capo chinato di Gesù ;egli è quindi testimone della sottomissione di Cristo alla volontà del Padre «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,7). Giovanni accoglie, con una mano verso l'alto, la Volontà del Padre, e con la destra compie il gesto che da compimento alla sua vita. La postura del corpo, quasi danzante ci parla del movimento della Grazia, “dell`energia” del Battesimo. I capelli e la barba incolti , per il voto di nazireato, le vesti di pelle di cammello (l'essenzialità, l'austerità di vita), il manto aranciato (la preghiera, l'ascesi), il volto e lo sguardo verso il cielo, come sempre nella sua vita, configurano la perfezione del battezzatore di Gesù. Egli è il frutto fertile del popolo eletto alla cui base è già la scure perché in Cristo si conclude l’Antico testamento. Nel momento in cui Cristo si annienta scendendo nelle acque del Giordano una voce dal cielo rivela che Egli è Figlio di Dio: «E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto"» (Mc 1, 10-11). "Nella sua natività - dice San Girolamo - il Figlio di Dio venne al mondo in modo nascosto, nel Battesimo appare in modo manifesto”. Lo Spirito Santo esprime nella sua discesa il movimento del Padre verso il Figlio. Nell’icona Dio appare nello stesso tempo in tre forme: Dio-Figlio ovvero Gesù, Dio-Padre che si manifesta attraverso la Sua voce e Dio-Spirito Santo in forma di colomba. Secondo i Padri della Chiesa questa colomba ricorda quella del Diluvio inviata a Noé con un ramo d'ulivo nel becco in segno di pace: la colomba dello Spirito porta ora l'annuncio della remissione dei peccati e della misericordia di Dio. Rispetto al battesimo «in acqua» dei profeti, il Battesimo «in Spirito Santo» di Cristo segna il passaggio dall'Antico al Nuovo Testamento. Le tre figure angeliche, nella colonna di destra sono assorte, compunte, partecipi del Mistero pasquale di morte e resurrezione di Gesù; hanno le mani coperte, in segno di rispetto e in attesa di accoglierlo, come in una liturgia eucaristica. Più esplicitamente, nelle figure dei tre Angeli, si esprime la presenza della Trinità al Battesimo di ogni cristiano, a cui Essa sì offre in comunione di Amore. Gli angeli ricordano anche i diaconi che nel servizio liturgico del battesimo sono pronti ad asciugare il battezzato e per questo hanno nelle loro mani le vesti di Cristo: essi attendono di ricevere Cristo, nuovo Adamo, che con il battesimo ha ripristinato in sé l’immagine originaria dell’uomo e la sua bellezza perduta a causa del peccato. Infine i loro corpi sembrano costruire i gradini di una scala immaginaria che si alza dalla terra verso il cielo. Ai piedi di Gesù Cristo nell'acqua si può distinguere una piccola figura: essa è un'allegoria del Mar Rosso e del Giordano dei due episodi biblici che prefigurano l'evento del Battesimo. L'albero con la scure a sinistra di Gesù è compimento della parola evangelica: "Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco" (Mt 3,1). Le rocce ed i gradini, ci parlano del progressivo svelarsi ad ogni uomo che vuole salire, della Verità - Amore del Padre, e fanno da cornice-sponda alle acque del caos diventate, nella benedizione di Cristo, (gesto delle mani) acque di lavacro santo battesimale a cui tutta l'umanità potrà attingere. La dimensione del tempo, in questa icona è tra il temporale che tutti potevano vedere ( il Battesimo di Giovanni) e l'atemporale ciò che pochi videro (gli Angeli , la voce del Padre), tra la dimensione storica del popolo eletto a cui Gesù veniva portando il compimento delle promesse fatte da Jahvè, e la realtà del Regno di Dio con le Sue Schiere Angeliche che già celebrano Cristo nell'eterna liturgia celeste. Da ciò, ogni battezzato, vive tra la sua prassi quotidiana di sequela di Cristo nella Kenosis (abbassamento) e la realtà del Regno di Dio da sperimentare anche nei sacramenti, nell’esperienza del "già e non ancora". ICONA DEL CROCIFISSO RISORTO Icona scritta da Costantino Ferreri nel 2010 Rappresentando le icone la realtà del Regno di Dio, è implicito che siano atemporali, cioè possano esprimere contemporaneamente eventi di tempi diversi o addirittura al di là dello spazio e del tempo. La realtà della crocifissione, in iconografia, non è mai disgiunta dall’evento pasquale, dalla Risurrezione, perché l’icona esprime sempre una totalità di significato, fa sempre un discorso completo, senza nulla togliere di essenziale né di superfluo aggiungere. La croce ha quindi l’oro, simbolo della Luce della Resurrezione, accanto al crudo legno che rimembra la sofferenza e la morte di Cristo. Gli occhi aperti di Gesù, il Suo incarnato luminoso, l’espressione pacificata del Volto dicono che Egli è già anche Risorto. Le stigmate sono evidenziate più per il loro significato che per dire la Passione stessa: infatti la corona di spine è omessa lasciando come segno di regalità la scritta in alto. I piedi sono liberi dai chiodi, sembrano venire incontro a chi è posto in orazione davanti all’icona. Le braccia sono aperte, anche se le mani non sono più infisse, pronte ad accogliere ed abbracciare ogni umana sofferenza, ogni lontananza da Dio. Il ventre, simbolo della Misericordia, è leggermente rigonfio a farci meditare come Dio abbia voluto lasciarsi coinvolgere “sin nelle viscere” dall’amor per l’uomo tanto da donare Suo Figlio. Il costato aperto sgorgante sangue ed acqua, più che rimandare ad un colpo di lancia, ci conduce a meditare come i Sacramenti (l’Eucarestia, il Battesimo) siano una sovrabbondanza di doni scaturiti dal cuore di Cristo. Il perizoma impreziosito dal blu di lapislazzulo e dalla madreperla, riveste regalmente una nudità segno del totale dono di Se del Figlio di Dio. Se l’asse verticale della Croce accoglie il Corpo di Colui che, per sempre, ha stabilito un ponte tra cielo e terra, il tronco orizzontale evidenzia l’accogliente abbraccio offerto ad ogni creatura che si volge al suo Creatore. A sostegno e sigillo della dimensione orizzontale, i quattro Evangelisti, la Parola, la Chiesa per la vita quotidiana del cristiano. Ai piedi della Croce la Madre, la Corredentrice, in piedi compartecipe, anche se lacerata, Maria diviene la Madre di tutti i credenti donando suo Figlio per la loro Salvezza. Giovanni, alla sinistra, l’Apostolo prediletto, l’unico, di essi, che non è fuggito, prefigura la schiera dei credenti futuri, la comunità dei fedeli che nella preghiera (tunica arancione) illuminata dallo Spirito Santo, diventerà seme caduto sul terreno fertile (manto verde). Non vi è, quindi, nel crocifisso, segno di sconfitta o negazione della bellezza del dono della vita, la Croce è il transito per la Resurrezione, ogni sofferenza può essere trasfigurata dall’Amore di Dio per noi, pienezza di senso, di contenuto e radice di totale appagamento per la vita dell’uomo. Il Cielo e la terra, quasi schiacciati, l’uno contro l’altro, grazie alla Croce che crea uno spazio intermedio, possono ora guardarsi faccia a faccia. Il cielo, Dio, si è abbassato nel sacrificio di Cristo, la terra, l’uomo, è stato innalzato con l’Incarnazione di Gesù; finalmente il Creatore e la creatura hanno nuovamente un giardino ove passeggiare insieme grazie alla Croce. Preghiera Gesù Crocifisso! Sempre Ti porto con me, a tutto Ti preferisco. Quando Quando Quando Quando cado, Tu mi risollevi. piango, Tu mi consoli. soffro, Tu mi guarisci. Ti chiamo, Tu mi rispondi. Tu sei la luce che mi illumina, il sole che mi scalda, l'alimento che mi nutre, la fonte che mi disseta, la dolcezza che m'inebria, il balsamo che mi ristora, la bellezza che m'incanta. Gesù Crocifisso! Sii Tu mia difesa in vita, mio conforto e fiducia nella mia agonia. E riposa sul mio cuore quando sarà la mia ultima ora. Amen! Alleluia! UNA PROPOSTA DI LETTURA DELLE VETRATE DELLA CAPPELLA Essendo una vetrata simbolica sono possibili più letture, legate alla relazione tra essa e chi la guarda. Tra le tante possibili ne proponiamo due: una legata alla creazione e l’altra cristologica. La linea continua color vinaccia che attraversa tutta la vetrata indica la vita e il suo scorrere. Nel primo quadro, il cerchio arancione indica il sole. Nel secondo quadro sono presenti sia i fiori che gli animali (farfalla). Nel terzo quadro, troviamo le varie razze, i vari popoli che abitano la terra (rombi di colori diversi), la stella che indica il cielo e gli astri. Cristo è il sole che illumina il cammino di ogni uomo e dona luce ad ogni cosa. I due rombi dicono le due nature di Cristo (umana e divina). Al centro del terzo quadro troviamo il pellicano che fin dai primi secoli è simbolo di Cristo che dona la sua vita per la salvezza degli uomini versando il suo sangue; infatti il pellicano quando non ha più cibo per sfamare i suoi piccoli, si taglia il petto e con il suo sangue li sfama. La stella è simbolo di Maria e della Chiesa. Infine nell’ultimo quadro viene descritto il fine della venuta di Cristo: fare di tutti noi una cosa sola in Lui; “essere uno in Cristo” Le vetrate sono state progettate ed realizzate dall’Architetto Giorgio Comoglio ICONA DELLA TRASFIGURAZIONE Originale del 1300-1400 di Teofane il Greco Icona scritta da Costantino Ferreri nel 2009 Sul Monte Athos c'era una scuola per i pittori sacri che prevedeva non solo istruzioni tecniche ed artistiche, ma anche lo studio della teologia e della liturgia, unito alla pratica della preghiera. Alla fine dell'insegnamento, il discepolo doveva passare un esame che consisteva nel dipingere un'icona dal tema costante: la Trasfigurazione sul Monte Tabor. Perché proprio quest'icona? Ciò che gli apostoli videro sul monte fu -secondo la spiegazione dei Padri un’'anticipazione del mondo futuro dopo la risurrezione dei morti, la visione del mondo trasfigurato, arrivato alla sua definitiva perfezione. Dipingendo questo mistero, l'iconografo doveva provare di essere capace di vedere anche lui il cosmo non più in modo profano, ma con gli occhi della fede, con lo sguardo illuminato dalla grazia di Dio nella contemplazione spirituale. Il motivo centrale dell'icona ci trasferisce direttamente nel tempo escatologico. Secondo il vangelo, alla fine dei secoli il sole si oscurerà (Mt 24,29), perché si manifesterà in tutta la sua pienezza Cristo, il sole vero, di cui esso è stato solo un'immagine. Cristo raffigurato in bianco indica infatti che è lui la luce vera del mondo. «Trasfigurazione» (in greco metamórphosis) significa letteralmente "cambiamento della figura, della forma". Gli autori notano però che un tale mutamento, in quest'occasione, sarebbe impensabile. Se Gesù avesse cambiato la sua forma non sarebbe stato più lui, gli apostoli non l'avrebbero più riconosciuto. Sul Monte Tabor, quindi, il cambiamento fu della luce, non della forma. Sia la persona di Gesù che il mondo fu veduto in questa luce nuova, dando perciò anche un valore diverso al veduto. I cerchi sovrapposti evocano un tunnel, un passaggio tra l’aldilà e la dimensione terrena, collegamento che attraversa tutto lo spazio fisico: la terra, i cieli e i cieli al di sopra dei cieli. Anche lo spazio temporale risulta però collegato: gli Apostoli (il presente, il Nuovo Testamento), Mosè ed Elia (il passato, l’Antico Testamento) Le rocce sono come una scala da salire, l’ascesi, la disciplina, il progressivo rivelarsi. Gli arbusti, come vitigni, simbolo della fertilità del cammino di ascesa, prefigurazione eucaristica. Le tre figure in alto, in piedi, postura evocante l’accettazione, la presa in carico della volontà del Padre, il collocarci al posto assegnato in consapevolezza totale. Cristo al centro, benedicente, porta la forza ricreatrice del Padre. Egli tiene in mano il rotolo della Parola; Egli è la Parola, il Verbo fatto carne, compimento di tutte le promesse del Padre. Le sue vesti, inondate dalla Luce divina, esprimono il Suo essere Uno della Trinità. Dal ventre di Cristo, simbolo della Sua Misericordia, partono tre raggi d’oro in direzione degli occhi degli Apostoli: solo per Grazia divina i tre discepoli poterono partecipare alla Trasfigurazione; Gesù stesso trasfigurato apre a loro gli occhi, prefigura la Sua futura Risurrezione. Mosè e Elia fanno corona al Messia, lo presentano e lo venerano allo stesso tempo: ciò che fa l’Antico Testamento per Gesù. Le tre figure in basso sono sconvolte, fisicamente capovolte, simbolo della conversione necessaria per poter vedere, già nella vita terrena, il Regno di Dio. Solo cadendo a terra come creature del mondo, possiamo cogliere la Grazia che ci permette di vedere la Luce dell’Altissimo. Le loro vesti, fortemente illuminate falla luce taborica che Cristo emana, simboleggiano il “già e non ancora” offerto a ogni cristiano nel suo cammino di vita verso la Comunione con Cristo e i Santi. Vista in quest'ottica, l'icona della Trasfigurazione costituisce il programma contemplativo della vita cristiana: lo sforzo di vedere il mondo nella luce della fede, con gli occhi di Dio. La «visione taborica» era per i monaci del Monte Athos il programma della loro preghiera. Erano convinti che essa non solo vede il mondo trasfigurato, ma trasforma anche noi. Nella vita divina il Figlio nasce contemplando il Padre e nella vita umana la visione di Cristo costituisce l'elemento essenziale della nostra nascita spirituale come figli adottivi di Dio. L'icona è infatti espressione della teologia della divinizzazione, come indica chiaramente uno degli inni della festa: «Salito infatti su questo monte, o Salvatore, insieme ai tuoi discepoli, trasfigurandoti hai reso di nuovo radiosa la natura un tempo oscuratasi in Adamo, facendola passare alla gloria e allo splendore della tua divinità» ICONA MADONNA DELLA TENEREZZA (A. Rublev, Vergine di Vladimir, dopo il 1410) Le icone della Madre di Dio sono numerose e varie ma tutte riconducibili a poche categorie essenziali con piccole varianti determinate da diversi fattori di tempo e luogo. La tipologia della madonna della tenerezza nasce intorno all’inizio del secondo millennio a Costantinopoli e ben presto si diffonde in oriente ed occidente per il forte coinvolgimento emotivo che suscita nei fedeli . Ricordiamo le più antiche immagini della Madonna con bambino in senso pressappoco cronologico: -la Madonna del Segno (con le braccia al cielo, recante un cerchio al cui interno è l’Emmanuele) - la Madonna in trono (su di un trono assisa con Gesù bambino in braccio) - la Madonna Odighitria, o colei che ti guida a Cristo ( tipo l’immagine della Consolata, recante il bambino in braccio benedicente). A differenza del sentimento che coglie di primo acchito ,il significato di questa icona supera di gran lunga quello della Vergine felice di tenere tra le braccia il suo bambino. Colpisce in questa icona la tenerezza materna di Maria, velata però da un’intima tristezza: il suo volto, che non assomiglia a nessun altro e nello stesso tempo rappresenta una donna universale, è carico di sofferenze non ancora specificate ma vagamente presentite. Ogni uomo si può riconoscere nel volto della Vergine, nella sua tristezza, nelle sue incertezze, mentre viene consolata da Cristo nell’atto di fare una carezza: un Dio così piccolo da potersi introdurre anche negli spazi che l’uomo considera talmente personali da aver paura che qualcuno vi si introduca; un Dio che si fa ospite e, una volta accolto, diventa portatore di consolazione. Cristo soffre in tutti coloro che soffrono, in primo luogo sua Madre: i suoi occhi e gli occhi di Maria si incontrano, non direttamente ma in lontananza nel mistero di Dio. Gesù e Maria stanno contemplando, nell’abbraccio mistico, la Kenosis (abbassamento) di Dio, il dono totale che Cristo farà di se alla Chiesa, la Croce e la Resurrezione, le sofferenze di tutta l’umanità che nella Resurrezione di Cristo prenderanno significato e salvezza. Cristo donandosi teneramente nell’abbraccio a sua madre,che rappresenta l’umanità redenta, la Chiesa, ci fa vedere quanto totale e fiducioso sia l’ abbandono col quale Gesù si offre in vita di comunione ad ognuno di noi nella preghiera, nei sacramenti, nel portare su di Se le nostre difficoltà quotidiane, donando un senso teneramente amoroso all’esistere concreto dell’uomo. L’immagine a mezzo busto ha come forma di base il cerchio (simbolo di Dio, della perfezione dell’Assoluto, del Trascendente, della totalità, della completezza, pienezza, dell’Uno). Il tondo delle aureole, dell’abbraccio, il cerchio in cui stanno i due volti (in piena comunione con la Chiesa, Cristo ne è il corpo mistico, essi sono uno). Il manto della Vergine è marrone (umiltà, nascondimento) ed azzurro lapislazzulo (la particolare grazia divina di cui è oggetto). Il vestito del Bambino è rosso (il martirio, la forza creatrice del Padre che in Cristo ricrea l’ armonia tra Dio e l’uomo, il colore della Resurrezione). La fascia verde che cinge Gesù (la fertilità del Servo sofferente e di chi lo segue, in Lui tutto rifiorisce). La stella d’oro sul manto della Madonna, croce stilizzata, segno della totale appartenenza a Cristo. Della verginità di Maria, prima, durante, dopo il parto. L’immagine è immersa nel colore oro,la realtà del Regno di Dio, la dimensione luminosa offerta ad ognuno di noi già ora vivendo nell’ abbraccio di Cristo, nell’ amorevole tenerezza che tutto accoglie e tutto comprende. Certo non sarà la forza a salvare il mondo, questa icona testimonia che lo sarà la tenerezza. I testi di quest’opuscolo sono tratti da: T. Spidlik, M. I. Rupnik, La fede secondo le icone, Lipa; Elia Lorenza, Iconografi in cammino; Pieghevole “Icone a S. Ignazio”; Comunità dei figli di Dio. Testo che una persona ha scritto proprio per la nostra cappella: La Cappellina «Pare una conchiglia di madreperla nascosta tra gli scogli del mare. Se non la conosci, se qualcuno non te l’ha indicata o non scorgi la sua apertura, rischi di non vederla. Non è appariscente. È immersa nei rumori e nella fretta cittadina. La circondano sbuffi di pullman, insistenti suoni di clacson, sibili di sirene, stridori di frenate … Se hai la fortuna di scorgerla e di varcare la sua soglia, non potrai che rimanerne sorpreso. La pace che vi regna, la sua semplicità, il chiarore appena tinto dalla luce delle vetrate, i banchi disposti all’accoglienza, ti invitano ad entrare. Fermati. Certo puoi farlo, non temere, qui sei a casa, qui sei sempre atteso. Lui, il Presente, che abita l’universo, che dimora in ogni cuore pronto ad accoglierlo, ti aspetta anche qui. Incontrarlo in questo luogo è più facile perché tutto ti parla di Lui. Entra e sosta non una, ma più volte: scoprirai che qui è nascosta la perla preziosa, che la Sua presenza ti dona la pace e la gioia, che in Lui puoi deporre i pesi e i desideri del tuo cuore, che nulla di te gli è estraneo o lo stupisce perché ti conosce da sempre. Così, oltre le pareti luminose di questa silenziosa conchiglia, quando sarai immerso nel caos cittadino, riuscirai a credere e a vivere della Sua presenza in Te. Grazie per questo luogo di preghiera!» La Cappella è stata progettata dall’Architetto Giorgio Comoglio.