LA CAPPELLA
DELLA REDENZIONE
Parrocchia S. Ignazio di Loyola
in Torino
PICCOLE RIFLESSIONI
PENSANDO
ALLA CAPPELLA
La nostra Comunità parrocchiale ha da alcuni anni il dono di
una Cappella per la preghiera che è luogo accogliente e bello nel
quale fermarsi per stare un po’ in intimità con il Signore e luogo
della Celebrazione feriale dell’Eucaristia e della preghiera comune.
Alcune persone hanno avuto la sincerità e la delicatezza di
esprimermi alcune loro perplessità circa la diversa sistemazione delle
sedie e dell’ambone, esprimendo il disagio di dover guardare gli altri.
Questo mi permette di poter spiegare il perché e il senso di questo
cambiamento che in verità non è per nulla una novità bensì si
inserisce nel cammino della tradizione della Chiesa nel corso dei
secoli.
Nella Cappella, luogo nel quale la comunità cristiana si ritrova,
ci sono due mense alle quali essa si nutre: la mensa della Parola di
Dio e la mensa eucaristica. Entrambe sono i due fuochi, i due centri
di una ellisse che costituisce l’aula della cappella. Attorno a questi
due centri si riunisce la comunità. Non c’è più il “fondo” della chiesa
perché tutto è spazio sacro.
Anche il fatto che le sedie siano poste attorno e non una dietro
l’altra vuole esprimere che l’incontro con il Signore è comunitario:
siamo fratelli e sorelle che insieme cerchiamo e lodiamo il Signore e
cresciamo nel volerci bene. È certamente meglio vedere dei volti che
delle schiene. Comprendo il disagio, ma possiamo aiutarci insieme
ad uscire dalla mentalità individualista di un incontro con Dio a
prescindere dai fratelli e dalle sorelle e imparare a vedere nei loro
volti il volto di Dio.
Le sedie, non banchi, fatte in quel modo vogliono sottolineare
che ciascuno di noi è persona davanti a Dio; esse sono poi messe
accanto le une alle altre per dire che ciascuno fa parte della comunità
e anche nella sua preghiera personale sta davanti a Dio a nome di
tutti. Per quanto riguarda delle sedie, che sono un po’ scomode,
possiamo anche qui provare a coglierne il senso: certamente
l’incontro
con il Signore è fonte di ristoro, pace e riposo e quindi un luogo
“comodo”, ma nello stesso tempo per incontrare il Signore occorre
anche l’esperienza del deserto, della conversione, il disagio che viene
dal saperci peccatori; allora la “scomodità” ci richiama ad una ricerca
del Signore che è pellegrinaggio, che è attesa di compimento e non
già un arrivo.
Infine, mi sembra utile dare alcune indicazioni sul modo di
celebrare in cappella:
La prima parte della Celebrazione Eucaristica si svolge
orientati verso l’ambone (la mensa della Parola di Dio).
L’orientarsi coinvolge anche il corpo che si gira verso il luogo
da cui viene la Parola. La preghiera dei fedeli viene fatta
orientandoci verso l’altare che è il luogo da cui salgono al cielo
le invocazioni, i sacrifici e le offerte.
La seconda parte della Celebrazione Eucaristica prevede
l’orientarsi, anche con il corpo, verso l’altare (la mensa del
Pane di vita) dove si fa memoria del Pane spezzato e del
Sangue versato per la salvezza degli uomini.
Al termine della Celebrazione Eucaristica, quando si canta a
Maria, la Madre del Signore, ci si orienta verso l’icona posta
sulla parete a lato dell’altare.
Una parola penso vada spesa anche riguardo al clima di silenzio
sia prima che dopo la Celebrazione Eucaristica; infatti non si
può passare di colpo dalla distrazione alla attenzione del cuore
e della mente. Così come lasciare la cappella in silenzio può
permettere a chi si sofferma ancora un po’ di poter stare nel
raccoglimento. Possiamo provare piano piano ad educarci a
questo ricordando che il Signore parla nel silenzio e che tutte le
cose importanti della vita avvengono nel silenzio.
ICONA
DEL BATTESIMO DEL SIGNORE
(Scuola greca, XIV secolo)
Il brano biblico a cui si ispira è Mc 1, 9-11.
L’iconografia del Battesimo è antica e fedele al racconto
evangelico. La scena rappresenta il momento in cui Giovanni
Battista si china verso Gesù e Gli impone la mano: la creatura si
trova di fronte all’Unico senza peccato, a “Colui che toglie il
peccato del mondo” (Gv 1,29).
Al centro dell'icona è rappresentato Cristo nel fiume Giordano,
sulla riva sinistra è raffigurato Giovanni Battista, sulla destra
quattro angeli. Gesù è completamente immerso nelle acque del
fiume che sembra assumere la forma di una caverna scura:
come nell’icona della Discesa agli inferi la terra si apre e Cristo vi
si immerge per uscirne vittorioso. Con la mano destra Egli
benedice le acque santificate dalla sua immersione: l’acqua, un
tempo immagine della morte (diluvio), diventa sorgente d’acqua
viva (Gv 4,14). Il centro dell'icona è il Volto di Gesù,colui che si
può vedere della Trinità, "chi vede me vede il Padre".
Il tre è un numero chiave di questa icona che si sviluppa in tre
comparti verticali: il destro (l'Antico testamento), il sinistro (la
realtà del Regno di Dio), il centrale (il Nuovo testamento), in cui
Cristo lega la promessa al popolo eletto, alla realizzazione
escatologica,al compimento .
La verticalità dell'icona, rivela il movimento preponderante insito
nel Battesimo: la discesa e la risalita, il canale che in Cristo mette
in comunicazione cielo e terra. Sempre in verticale si sviluppano
le figure, le rocce, il Giordano, la luce increata, la Voce.
Al centro domina Cristo che si immerge, si umilia, ma è innalzato
e glorificato dal Padre; Egli è posto tra: il cielo, espresso dal
semicerchio in alto con la mano benedicente del Padre e il raggio
dello Spirito Santo, la terra evocata dalle rocce, dagli animali,
dalla vegetazione, dalle acque.
Giovanni Battista compie l'atto del battezzare mettendo il palmo
della mano destra sul capo chinato di Gesù ;egli è quindi
testimone della sottomissione di Cristo alla volontà del Padre
«spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e
divenendo simile agli uomini» (Fil 2,7).
Giovanni accoglie, con una mano verso l'alto, la Volontà del
Padre, e con la destra compie il gesto che da compimento alla
sua vita.
La postura del corpo, quasi danzante ci parla del movimento
della Grazia, “dell`energia” del Battesimo.
I capelli e la barba incolti , per il voto di nazireato, le vesti di pelle
di cammello (l'essenzialità, l'austerità di vita), il manto aranciato
(la preghiera, l'ascesi), il volto e lo sguardo verso il cielo, come
sempre nella sua vita, configurano la perfezione del battezzatore
di Gesù.
Egli è il frutto fertile del popolo eletto alla cui base è già la scure
perché in Cristo si conclude l’Antico testamento.
Nel momento in cui Cristo si annienta scendendo nelle acque del
Giordano una voce dal cielo rivela che Egli è Figlio di Dio: «E,
uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di
lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: "Tu sei il
Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto"» (Mc 1, 10-11).
"Nella sua natività - dice San Girolamo - il Figlio di Dio venne al
mondo in modo nascosto, nel Battesimo appare in modo
manifesto”.
Lo Spirito Santo esprime nella sua discesa il movimento del Padre
verso il Figlio. Nell’icona Dio appare nello stesso tempo in tre
forme: Dio-Figlio ovvero Gesù, Dio-Padre che si manifesta
attraverso la Sua voce e Dio-Spirito Santo in forma di colomba.
Secondo i Padri della Chiesa questa colomba ricorda quella del
Diluvio inviata a Noé con un ramo d'ulivo nel becco in segno di
pace: la colomba dello Spirito porta ora l'annuncio della
remissione dei peccati e della misericordia di Dio. Rispetto al
battesimo «in acqua» dei profeti, il Battesimo «in Spirito Santo» di
Cristo segna il passaggio dall'Antico al Nuovo Testamento.
Le tre figure angeliche, nella colonna di destra sono assorte,
compunte, partecipi del Mistero pasquale di morte e resurrezione
di Gesù; hanno le mani coperte, in segno di rispetto e in attesa di
accoglierlo, come in una liturgia eucaristica. Più esplicitamente,
nelle figure dei tre Angeli, si esprime la presenza della Trinità al
Battesimo di ogni cristiano, a cui Essa sì offre in comunione di
Amore.
Gli angeli ricordano anche i diaconi che nel servizio liturgico del
battesimo sono pronti ad asciugare il battezzato e per questo
hanno nelle loro mani le vesti di Cristo: essi attendono di
ricevere Cristo, nuovo Adamo, che con il battesimo ha
ripristinato in sé l’immagine originaria dell’uomo e la sua bellezza
perduta a causa del peccato. Infine i loro corpi sembrano
costruire i gradini di una scala immaginaria che si alza dalla terra
verso il cielo.
Ai piedi di Gesù Cristo nell'acqua si può distinguere una piccola
figura: essa è un'allegoria del Mar Rosso e del Giordano dei due
episodi biblici che prefigurano l'evento del Battesimo. L'albero
con la scure a sinistra di Gesù è compimento della parola
evangelica: "Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni
albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel
fuoco" (Mt 3,1).
Le rocce ed i gradini, ci parlano del progressivo svelarsi ad ogni
uomo che vuole salire, della Verità - Amore del Padre, e fanno da
cornice-sponda alle acque del caos diventate, nella benedizione di
Cristo, (gesto delle mani) acque di lavacro santo battesimale a
cui tutta l'umanità potrà attingere.
La dimensione del tempo, in questa icona è tra il temporale che
tutti potevano vedere ( il Battesimo di Giovanni) e l'atemporale
ciò che pochi videro (gli Angeli , la voce del Padre), tra la
dimensione storica del popolo eletto a cui Gesù veniva portando il
compimento delle promesse fatte da Jahvè, e la realtà del Regno
di Dio con le Sue Schiere Angeliche che già celebrano Cristo
nell'eterna liturgia celeste.
Da ciò, ogni battezzato, vive tra la sua prassi quotidiana di
sequela di Cristo nella Kenosis (abbassamento) e la realtà del
Regno di Dio da sperimentare anche nei sacramenti,
nell’esperienza del "già e non ancora".
ICONA
DEL
CROCIFISSO RISORTO
Icona scritta da Costantino Ferreri nel 2010
Rappresentando le icone la realtà del Regno di Dio, è
implicito che siano atemporali, cioè possano esprimere
contemporaneamente eventi di tempi diversi o addirittura al
di là dello spazio e del tempo.
La realtà della crocifissione, in iconografia, non è mai
disgiunta dall’evento pasquale, dalla Risurrezione, perché
l’icona esprime sempre una totalità di significato, fa sempre
un discorso completo, senza nulla togliere di essenziale né
di superfluo aggiungere.
La croce ha quindi l’oro, simbolo della Luce della
Resurrezione, accanto al crudo legno che rimembra la
sofferenza e la morte di Cristo.
Gli occhi aperti di Gesù, il Suo incarnato luminoso,
l’espressione pacificata del Volto dicono che Egli è già anche
Risorto.
Le stigmate sono evidenziate più per il loro significato che
per dire la Passione stessa: infatti la corona di spine è
omessa lasciando come segno di regalità la scritta in alto.
I piedi sono liberi dai chiodi, sembrano venire incontro a chi
è posto in orazione davanti all’icona.
Le braccia sono aperte, anche se le mani non sono più
infisse, pronte ad accogliere ed abbracciare ogni umana
sofferenza, ogni lontananza da Dio.
Il ventre, simbolo della Misericordia, è leggermente rigonfio
a farci meditare come Dio abbia voluto lasciarsi coinvolgere
“sin nelle viscere” dall’amor per l’uomo tanto da donare Suo
Figlio.
Il costato aperto sgorgante sangue ed acqua, più che
rimandare ad un colpo di lancia, ci conduce a meditare
come i Sacramenti (l’Eucarestia, il Battesimo) siano una
sovrabbondanza di doni scaturiti dal cuore di Cristo.
Il perizoma impreziosito dal blu di lapislazzulo e dalla
madreperla, riveste regalmente una nudità segno del totale
dono di Se del Figlio di Dio.
Se l’asse verticale della Croce accoglie il Corpo di Colui che,
per sempre, ha stabilito un ponte tra cielo e terra, il tronco
orizzontale evidenzia l’accogliente abbraccio offerto ad ogni
creatura che si volge al suo Creatore.
A sostegno e sigillo della dimensione orizzontale, i quattro
Evangelisti, la Parola, la Chiesa per la vita quotidiana del
cristiano.
Ai piedi della Croce la Madre, la Corredentrice, in piedi
compartecipe, anche se lacerata, Maria diviene la Madre di
tutti i credenti donando suo Figlio per la loro Salvezza.
Giovanni, alla sinistra, l’Apostolo prediletto, l’unico, di essi,
che non è fuggito, prefigura la schiera dei credenti futuri, la
comunità dei fedeli che nella preghiera (tunica arancione)
illuminata dallo Spirito Santo, diventerà seme caduto sul
terreno fertile (manto verde).
Non vi è, quindi, nel crocifisso, segno di sconfitta o
negazione della bellezza del dono della vita, la Croce è il
transito per la Resurrezione, ogni sofferenza può essere
trasfigurata dall’Amore di Dio per noi, pienezza di senso, di
contenuto e radice di totale appagamento per la vita
dell’uomo.
Il Cielo e la terra, quasi schiacciati, l’uno contro l’altro,
grazie alla Croce che crea uno spazio intermedio, possono
ora guardarsi faccia a faccia.
Il cielo, Dio, si è abbassato nel sacrificio di Cristo, la terra,
l’uomo, è stato innalzato con l’Incarnazione di Gesù;
finalmente il Creatore e la creatura hanno nuovamente un
giardino ove passeggiare insieme grazie alla Croce.
Preghiera
Gesù Crocifisso!
Sempre Ti porto con me,
a tutto Ti preferisco.
Quando
Quando
Quando
Quando
cado, Tu mi risollevi.
piango, Tu mi consoli.
soffro, Tu mi guarisci.
Ti chiamo, Tu mi rispondi.
Tu sei la luce che mi illumina,
il sole che mi scalda,
l'alimento che mi nutre,
la fonte che mi disseta,
la dolcezza che m'inebria,
il balsamo che mi ristora,
la bellezza che m'incanta.
Gesù Crocifisso!
Sii Tu mia difesa in vita,
mio conforto e fiducia
nella mia agonia.
E riposa sul mio cuore
quando sarà la mia ultima ora.
Amen! Alleluia!
UNA PROPOSTA DI LETTURA DELLE
VETRATE DELLA CAPPELLA
Essendo una vetrata simbolica sono possibili più letture, legate
alla relazione tra essa e chi la guarda. Tra le tante possibili ne
proponiamo due: una legata alla creazione e l’altra cristologica.
La linea continua color vinaccia che attraversa tutta la vetrata
indica la vita e il suo scorrere. Nel primo quadro, il
cerchio arancione indica il sole. Nel secondo quadro sono
presenti sia i fiori che gli animali (farfalla). Nel terzo
quadro, troviamo le varie razze, i vari popoli che abitano
la terra (rombi di colori diversi), la stella che indica il
cielo e gli astri.
Cristo è il sole che illumina il cammino di ogni uomo e dona
luce ad ogni cosa. I due rombi dicono le due nature di
Cristo (umana e divina). Al centro del terzo quadro
troviamo il pellicano che fin dai primi secoli è simbolo di
Cristo che dona la sua vita per la salvezza degli uomini
versando il suo sangue; infatti il pellicano quando non ha
più cibo per sfamare i suoi piccoli, si taglia il petto e con il
suo sangue li sfama. La stella è simbolo di Maria e della
Chiesa. Infine nell’ultimo quadro viene descritto il fine
della venuta di Cristo: fare di tutti noi una cosa sola in
Lui; “essere uno in Cristo”
Le vetrate sono state progettate ed realizzate dall’Architetto
Giorgio Comoglio
ICONA DELLA
TRASFIGURAZIONE
Originale del 1300-1400 di Teofane il Greco
Icona scritta da Costantino Ferreri nel 2009
Sul Monte Athos c'era una scuola per i pittori sacri che
prevedeva non solo istruzioni tecniche ed artistiche, ma
anche lo studio della teologia e della liturgia, unito alla
pratica della preghiera. Alla fine dell'insegnamento, il
discepolo doveva passare un esame che consisteva nel
dipingere un'icona dal tema costante: la Trasfigurazione sul
Monte Tabor. Perché proprio quest'icona? Ciò che gli apostoli
videro sul monte fu -secondo la spiegazione dei Padri
un’'anticipazione del mondo futuro dopo la risurrezione dei
morti, la visione del mondo trasfigurato, arrivato alla sua
definitiva perfezione. Dipingendo questo mistero, l'iconografo
doveva provare di essere capace di vedere anche lui il cosmo
non più in modo profano, ma con gli occhi della fede, con lo
sguardo illuminato dalla grazia di Dio nella contemplazione
spirituale.
Il motivo centrale dell'icona ci trasferisce direttamente nel
tempo escatologico. Secondo il vangelo, alla fine dei secoli il
sole si oscurerà (Mt 24,29), perché si manifesterà in tutta la
sua pienezza Cristo, il sole vero, di cui esso è stato solo
un'immagine. Cristo raffigurato in bianco indica infatti che è
lui la luce vera del mondo. «Trasfigurazione» (in greco
metamórphosis) significa letteralmente "cambiamento della
figura, della forma". Gli autori notano però che un tale
mutamento, in quest'occasione, sarebbe impensabile. Se
Gesù avesse cambiato la sua forma non sarebbe stato più
lui, gli apostoli non l'avrebbero più riconosciuto. Sul Monte
Tabor, quindi, il cambiamento fu della luce, non della forma.
Sia la persona di Gesù che il mondo fu veduto in questa luce
nuova, dando perciò anche un valore diverso al veduto.
I cerchi sovrapposti evocano un tunnel, un passaggio tra
l’aldilà e la dimensione terrena, collegamento che attraversa
tutto lo spazio fisico: la terra, i cieli e i cieli al di sopra dei
cieli. Anche lo spazio temporale risulta però collegato: gli
Apostoli (il presente, il Nuovo Testamento), Mosè ed Elia (il
passato, l’Antico Testamento)
Le rocce sono come una scala da salire, l’ascesi, la
disciplina, il progressivo rivelarsi. Gli arbusti, come vitigni,
simbolo della fertilità del cammino di ascesa, prefigurazione
eucaristica. Le tre figure in alto, in piedi, postura evocante
l’accettazione, la presa in carico della volontà del Padre, il
collocarci al posto assegnato in consapevolezza totale. Cristo
al centro, benedicente, porta la forza ricreatrice del Padre.
Egli tiene in mano il rotolo della Parola; Egli è la Parola, il
Verbo fatto carne, compimento di tutte le promesse del
Padre. Le sue vesti, inondate dalla Luce divina, esprimono il
Suo essere Uno della Trinità. Dal ventre di Cristo, simbolo
della Sua Misericordia, partono tre raggi d’oro in direzione
degli occhi degli Apostoli: solo per Grazia divina i tre
discepoli poterono partecipare alla Trasfigurazione; Gesù
stesso trasfigurato apre a loro gli occhi, prefigura la Sua
futura Risurrezione.
Mosè e Elia fanno corona al Messia, lo presentano e lo
venerano allo stesso tempo: ciò che fa l’Antico Testamento
per Gesù. Le tre figure in basso sono sconvolte, fisicamente
capovolte, simbolo della conversione necessaria per poter
vedere, già nella vita terrena, il Regno di Dio. Solo cadendo
a terra come creature del mondo, possiamo cogliere la
Grazia che ci permette di vedere la Luce dell’Altissimo. Le
loro vesti, fortemente illuminate falla luce taborica che Cristo
emana, simboleggiano il “già e non ancora” offerto a ogni
cristiano nel suo cammino di vita verso la Comunione con
Cristo e i Santi.
Vista in quest'ottica, l'icona della Trasfigurazione costituisce
il programma contemplativo della vita cristiana: lo sforzo di
vedere il mondo nella luce della fede, con gli occhi di Dio.
La «visione taborica» era per i monaci del Monte Athos il
programma della loro preghiera. Erano convinti che essa
non solo vede il mondo trasfigurato, ma trasforma anche
noi. Nella vita divina il Figlio nasce contemplando il Padre e
nella vita umana la visione di Cristo costituisce l'elemento
essenziale della nostra nascita spirituale come figli adottivi
di Dio. L'icona è infatti espressione della teologia della
divinizzazione, come indica chiaramente uno degli inni della
festa: «Salito infatti su questo monte, o Salvatore, insieme
ai tuoi discepoli, trasfigurandoti hai reso di nuovo radiosa la
natura un tempo oscuratasi in Adamo, facendola passare
alla gloria e allo splendore della tua divinità»
ICONA
MADONNA DELLA TENEREZZA
(A. Rublev, Vergine di Vladimir, dopo il 1410)
Le icone della Madre di Dio sono numerose e varie ma tutte
riconducibili a poche categorie essenziali con piccole
varianti determinate da diversi fattori di tempo e luogo.
La tipologia della madonna della tenerezza nasce intorno
all’inizio del secondo millennio a Costantinopoli e ben presto
si diffonde in oriente ed occidente per il forte
coinvolgimento emotivo che suscita nei fedeli .
Ricordiamo le più antiche immagini della Madonna con
bambino in senso pressappoco cronologico:
-la Madonna del Segno (con le braccia al cielo, recante un
cerchio al cui interno è l’Emmanuele)
- la Madonna in trono (su di un trono assisa con Gesù
bambino in braccio)
- la Madonna Odighitria, o colei che ti guida a Cristo ( tipo
l’immagine della Consolata, recante il bambino in braccio
benedicente).
A differenza del sentimento che coglie di primo acchito ,il
significato di questa icona supera di gran lunga quello della
Vergine felice di tenere tra le braccia il suo bambino.
Colpisce in questa icona la tenerezza materna di Maria,
velata però da un’intima tristezza: il suo volto, che non
assomiglia a nessun altro e nello stesso tempo rappresenta
una donna universale, è carico di sofferenze non ancora
specificate ma vagamente presentite. Ogni uomo si può
riconoscere nel volto della Vergine, nella sua tristezza, nelle
sue incertezze, mentre viene consolata da Cristo nell’atto di
fare una carezza: un Dio così piccolo da potersi introdurre
anche negli spazi che l’uomo considera talmente personali
da aver paura che qualcuno vi si introduca; un Dio che si fa
ospite e, una volta accolto, diventa portatore di
consolazione. Cristo soffre in tutti coloro che soffrono, in
primo luogo sua Madre: i suoi occhi e gli occhi di Maria si
incontrano, non direttamente ma in lontananza nel mistero
di Dio.
Gesù e Maria stanno contemplando, nell’abbraccio mistico,
la Kenosis (abbassamento) di Dio, il dono totale che Cristo
farà di se alla Chiesa, la Croce e la Resurrezione, le
sofferenze di tutta l’umanità che nella Resurrezione di
Cristo prenderanno significato e salvezza.
Cristo donandosi teneramente nell’abbraccio a sua
madre,che rappresenta l’umanità redenta, la Chiesa, ci fa
vedere quanto totale e fiducioso sia l’ abbandono col quale
Gesù si offre in vita di comunione ad ognuno di noi nella
preghiera, nei sacramenti, nel portare su di Se le nostre
difficoltà quotidiane, donando un senso teneramente
amoroso all’esistere concreto dell’uomo.
L’immagine a mezzo busto ha come forma di base il cerchio
(simbolo di Dio, della perfezione dell’Assoluto, del
Trascendente, della totalità, della completezza, pienezza,
dell’Uno).
Il tondo delle aureole, dell’abbraccio, il cerchio in cui stanno
i due volti (in piena comunione con la Chiesa, Cristo ne è il
corpo mistico, essi sono uno).
Il manto della Vergine è marrone (umiltà, nascondimento)
ed azzurro lapislazzulo (la particolare grazia divina di cui è
oggetto).
Il vestito del Bambino è rosso (il martirio, la forza creatrice
del Padre che in Cristo ricrea l’ armonia tra Dio e l’uomo, il
colore della Resurrezione).
La fascia verde che cinge Gesù (la fertilità del Servo
sofferente e di chi lo segue, in Lui tutto rifiorisce).
La stella d’oro sul manto della Madonna, croce stilizzata,
segno della totale appartenenza a Cristo.
Della verginità di Maria, prima, durante, dopo il parto.
L’immagine è immersa nel colore oro,la realtà del Regno di
Dio, la dimensione luminosa offerta ad ognuno di noi già
ora vivendo nell’ abbraccio di Cristo, nell’ amorevole
tenerezza che tutto accoglie e tutto comprende.
Certo non sarà la forza a salvare il mondo, questa icona
testimonia che lo sarà la tenerezza.
I testi di quest’opuscolo sono tratti da: T. Spidlik, M. I. Rupnik,
La fede secondo le icone, Lipa; Elia Lorenza, Iconografi in cammino;
Pieghevole “Icone a S. Ignazio”; Comunità dei figli di Dio.
Testo che una persona ha scritto proprio per la nostra cappella:
La Cappellina
«Pare una conchiglia di madreperla nascosta tra gli scogli del
mare. Se non la conosci, se qualcuno non te l’ha indicata o non
scorgi la sua apertura, rischi di non vederla.
Non è appariscente. È immersa nei rumori e nella fretta
cittadina. La circondano sbuffi di pullman, insistenti suoni di
clacson, sibili di sirene, stridori di frenate …
Se hai la fortuna di scorgerla e di varcare la sua soglia, non
potrai che rimanerne sorpreso.
La pace che vi regna, la sua semplicità, il chiarore appena tinto
dalla luce delle vetrate, i banchi disposti all’accoglienza, ti
invitano ad entrare. Fermati.
Certo puoi farlo, non temere, qui sei a casa, qui sei sempre
atteso. Lui, il Presente, che abita l’universo, che dimora in ogni
cuore pronto ad accoglierlo, ti aspetta anche qui.
Incontrarlo in questo luogo è più facile perché tutto ti parla di
Lui.
Entra e sosta non una, ma più volte: scoprirai che qui è
nascosta la perla preziosa, che la Sua presenza ti dona la pace
e la gioia, che in Lui puoi deporre i pesi e i desideri del tuo
cuore, che nulla di te gli è estraneo o lo stupisce perché ti
conosce da sempre.
Così, oltre le pareti luminose di questa silenziosa conchiglia,
quando sarai immerso nel caos cittadino, riuscirai a credere e
a vivere della Sua presenza in Te.
Grazie per questo luogo di preghiera!»
La Cappella è stata progettata dall’Architetto Giorgio Comoglio.
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