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Attualità
15 dicembre 2014
SAN GAVINO. PRESENTATO
IL PROGETTO
“LA GIORNATA DEL
COLORE”
Gli studenti delle medie
protagonisti della trasmissione
“Buongiorno Regione” di Rai3
L
a Dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo di San
Gavino Monreale, Susanna Onnis, ha accettato l’invito
rivoltole dal Direttore Regionale Francesco Feliziani dell’Ufficio Scolastico Regionale della Sardegna ad aderire al
ciclo di trasmissioni televisive “Le Buone Scuole” con la partecipazione alle puntate televisive trasmesse dall’emittente
RAI 3 Sardegna all’interno del programma mattutino
“Buongiorno Regione”.
Si è scelto di presentare il progetto “La giornata del colore”,
un’esperienza realizzata all’interno della scuola e raccontata
attraverso la testimonianza di alcuni ragazzi della secondaria
di primo grado di via Foscolo, dei docenti di Arte Caterina
Aresu e di inglese Gianni Aresu.
La trasmissione del giorno 20 novembre 2014 viene condotta dalla giornalista di RAI 3 Chiara Pottini che intervista sia i
docenti sia i ragazzi.
«La Giornata del Colore - spiega la professoressa Caterina
Aresu - è dedicata all’arte e alla creatività degli studenti, docenti, bidelli e genitori, con l’intento di voler vivere una nuova scuola, vista come la nostra seconda casa, e ridisegnare
l’ambiente scolastico». C’è voluto solo un pizzico di immaginazione, emozione, fantasia e si è cambiato l’aspetto esterno ed interno dell’edificio. Ogni anno si esaltano i colori, le
forme, la luce, le ombre per rendere la nostra scuola ancora
più bella e accogliente, stimolare l’appartenenza all’Istituto
scuola, acquisire il senso di responsabilità e di rispetto verso
gli altri.
Si è partiti con l’abbellimento dall’interno dell’edificio per
poi proseguire con l’esterno. Alla tinteggiatura, da parte degli studenti, di termosifoni, di vecchie bacheche, cornici delle porte interne, ringhiera della scala interna, panchine presenti nel cortile interno, cancelli esterni, scala antincendio,
ha fatto seguito la realizzazione di alcuni murales e graffiti
del cortile interno che quest’anno hanno ripreso i disegni pre-
sentati al concorso “Un disegno
per la pace” promosso dal
Lions Club Italia con tema “Il
nostro mondo, il nostro futuro”.
La Commissione locale ha assegnato il disegno vincitore del
primo premio a Erica Casana
della scuola media di San
Gavino di via Ugo Foscolo. La
giovane studentessa è stata premiata con una borsa di studio
e ora il suo disegno è diventato un bel murales all’interno
del cortile della scuola.
Proprio Erica durante la trasmissione tiene tra le mani il suo
disegno vincitore. Con l’opera l’alunna ha voluto rappresentare il mondo ideale in cui due occhi esprimono, nel modo
più sincero, le emozioni. Due occhi che versano lacrime di
dolore perché sono stanchi di vedere e subire le enormi ingiustizie, le violenze e i soprusi più atroci esistenti in molte
parti del globo. Nel disegno Erica ha raffigurato un occhio
azzurro equivalente a un uomo “bianco” e un occhio scuro
che rappresenta il volto di un uomo di “colore”. Insieme,
per Erica, i due occhi danno vita a un mondo pieno di felicità e di aiuto reciproco. Si tratta di un disegno in cui si esaltano i colori che suscitano nell’animo la voglia di felicità.
Soprattutto l’arcobaleno è l’esplosione dei colori dopo la
tempesta. Ma la tempesta rappresenta la guerra che viene
sconfitta dall’arcobaleno pieno di colori, simbolo della nuova
vita, del mondo pieno di pace e gioia.
Il professor Gianni Aresu parla dei ragazzi protagonisti del
progetto. «L’abbellimento della scuola - spiega il docente aiuta la socializzazione e si conquista il senso di appartenenza alla comunità scolastica. Un progetto che aiuta ad unire
anche le classi e ad integrare i ragazzi, compresi quelli di
etnia rom che quest’anno costituiscono il 5 per cento della
SAN GAVINO
comunità scolastica di San Gavino. Le progettualità della scuola sono tante e tutti i docenti si attivano affinché i momenti di
accoglienza siano di grande partecipazione da parte di tutti,
per poi confluire in quello dell’inclusione che stimola anche i
ragazzi poco motivati a collaborare e a rendere l’ambiente scuola il più gradevole possibile».
La giornalista Chiara Pottini chiede ai ragazzi di esporre la
propria esperienza e di descrivere i disegni realizzati per il
progetto. Per Sara, Matteo, Claudia e Gabriele la “giornata
del colore” è un’esperienza da ripetere ogni anno, si trascorre
una giornata scolastica diversa da tutte le altre e si diventa
protagonisti in prima persona di un’operazione indirizzata al
miglioramento della propria scuola, intesa come bene comune e come luogo fondamentale della formazione, per cui vale
la pena dare un contributo fattivo, visto e considerato che vi si
trascorre la maggior parte del tempo. I disegni, poi, proseguono i ragazzi nell’intervista, contengono tematiche riguardanti
la pace e l’amicizia, dipinti in cui si evidenzia la voglia di
rispettarci l’uno con l’altro e condannare la guerra, il razzismo e l’egoismo.
I ragazzi terminano quindi nel ricordare a tutti che tra un paio
d’anni saranno proprio le nuove generazioni a garantire la pace
in tutte le parti del mondo. Da segnalare infine che il progetto
è stato realizzato tramite finanziamenti scolastici e comunali.
Gian Luigi Pittau
SARDARA. IL SARDO A SCUOLA
La famiglia Agri ringrazia la comunità in seguito
alla tragica scomparsa della piccola Rebecca
“Siamo fieri di essere sangavinesi, grazie ancora”
In queste settimane non si
è potuti rimanere indifferenti dinnanzi alla prematura scomparsa della piccola sangavinese Rebecca
Agri. Tutta la comunità si
è stretta intorno alla famiglia Agri anche solo per
dare un segno della propria
vicinanza. Ed è anche attraverso un comunicato
che la famiglia Agri ha
voluto esprimere il proprio
ringraziamento “È difficile trovare le parole per potervi ringraziare tutti - si
legge nel comunicato - per
tutto quello che in questi
tristi giorni avete fatto per
noi. La nostra piccola
Rebecca, in tanto dolore,
ha unito non una ma tante
comunità, per questo abbiamo deciso di scrivere a
tutti voi per dirvi grazie di
cuore”.
Il comunicato, a firma di
Mauro, Alessandra e Sara, ringrazia tutti coloro i quali
si sono adoperati in quei giorni difficili: “Grazie di cuore ai sangavinesi e a tutti gli abitanti dei paesi limitrofi,
ai carabinieri, ai vigili urbani, al sindaco, agli assessori, al Comune di San
Gavino, alle varie scuole e
alle maestre, alle varie associazioni, alla Monreale
calcio, a tutti i negozianti,
a Valerio Pinna e all’Agenzia Spada, ai fratelli, ai parenti tutti, agli amici, tanti
amici di tutta la Sardegna,
alle varie diocesi, ai parroci, all’equipe medica della
cardiologia pediatrica dell’ospedale Brotzu, in particolare al dottor Tumbarello e Sabrina Montis, a
tutto il reparto di cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Sant’Orsola di
Bologna, all’associazione
“Piccoli grandi cuori”. Siete stati tutti delle persone
fantastiche che non dimenticheremo mai. Siamo
commossi dall’affetto che
ci avete dimostrato in questo momento. Siamo veramente fieri di essere
sangavinesi”.
Lorenzo Argiolas
Alunni sul palco del cineteatro
Sa Die de sa Sardigna diventa Sa die in su teatru, con la collaborazione della Compagnia Tragodia. Continua l’impegno del Comune di Sardara sulla valorizzazione della lingua e cultura sarda. Al
centro dell’attenzione ancora una volta gli alunni dell’Istituto comprensivo, impegnati da anni in una serie di progetti. L’ultimo interessa la drammatizzazione della festa del popolo sardo, anticipata
rispetto all’evento del 28 aprile. Nei giorni scorsi, sul palco del
cineteatro delle terme, gli studenti sono stati protagonisti di una
recita, rigorosamente in sardo, di quella pagina di storia locale che
ricorda la cacciata dall’isola dei piemontesi. «La legge regionale spiega il responsabile dell’iniziativa, Giampaolo Pisu - ci ricorda
che Is casteddajus, il 28 Aprile del 1794, stanchi dei continui soprusi cacciarono i piemontesi dall’isola. E noi abbiamo voluto portare sulla scena questa pagina di storia sarda».
Dopo la recita si è tenuto il convegno storico a cura degli esperti
Alessandro Biolla e Roberto Ibba. «Un’occasione - aggiunge Pisu
- per conoscere un avvenimento storico fondamentale che nonostante tutto rimane ancora poco conosciuto alla maggioranza dei
sardi. Un modo per far entrare un po’ della nostra storia nelle aule
scolastiche. Al termine su cumbidu a base di prodotti della nostra
terra». (s. r.)
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GUSPINI
S
i è conclusa sabato 29 novembre al Teatro Murgia
con un concerto dei “Banditi e Campioni” su musiche di
Fabrizio De André e Francesco De Gregori, con i ringraziamenti dell’assessore alla
Cultura Sandro Renato Garau e un pubblico numeroso
e particolarmente partecipe
che ha dimostrato - a tempo
- di conoscere pedissequamente tutti i testi proposti, la
quarta edizione di “Autunno
d’autore”.
La rassegna di iniziative culturali di letteratura, teatro e
musica del Comune di Guspini, con il coordinamento
della Proloco, ha movimentato da ottobre a novembre
la “movida” guspinese con
quattro appuntamenti.
Conclusa la 4a edizione
di “Autunno d’autore”
Intervista all’assessore Sandro Renato Garau
Quando è che “tutto ebbe
inizio”?
L’idea nasce nel 2011 con
l’intento di valorizzare a tutto tondo alcuni aspetti culturali legati a tre indirizzi
principali: la letteratura, con
la presentazione di libri e di
autori, il teatro e la musica
in un periodo, quello autunnale appunto - racconta l’assessore Garau -, in cui solitamente non erano previste
attività culturali. Così nel palinsesto 2014, in cui abbia-
mo tenuto fede a questo discorso.
Come si è caratterizzata la
quarta edizione di “Autunno d’Autore”?
Quest’anno - così come
l’anno scorso - tre dei quattro eventi previsti sono stati
presentati in anteprima agli
studenti degli Istituti superiori di Guspini che hanno
avuto modo di conoscere,
tra le varie cose, come nasce una traccia e un brano
musicale. Abbiamo inoltre
scelto di privilegiare
alcuni momenti che
dessero rilievo alle
donne, a partire dall’incontro letterario con la scrittrice Anna Melis, autrice del
libro sul disagio femminile
in Sardegna “L’ultimo Fiore dell’Anima”, fino alla
pièce “Il y a la cendre” della compagnia teatrale “Riverrun” sul dramma della
Shoah raccontato da due
donne, le attrici Roberta
Locci e Monica Serra. Par-
ticolare attenzione è poi stata data alla scelta dei luoghi
per la valorizzazione dei nostri spazi, come le Case a
Corte di via Caprera.
L’anno prossimo, con la
conclusione della legislatura attuale, scadrà anche
il suo mandato. Cosa le resterà di quest’esperienza?
Senz’altro il momento di
crescita come assessore: ho
avuto modo di conoscere
molto di cosa si muove nella cultura locale. E ho avuto
la possibilità di vedere
quanto, chi fa “cultura”- nonostante i tanti sacrifici e
ostacoli -, riesca a capire le
difficoltà che oggi incontrano le amministrazioni comunali anche in questo settore.
Francesca Tuveri
VILLACIDRO
Il libro di Silvia Ferrau
oggetto di lavoro scolastico
Nei locali del museo archeologico/etnografico “Pretorium” sito in località Is Bangius a Marrubiu è stata allestita un’interessantissima
collettiva d’arte che durerà
un mese, sino al 21 dicembre. Promotrici dell’iniziativa sono le signore Antonina Atzori, Claudia Pascalis
e Luisa Falqui unitamente al
comune di Marrubiu. Loro
hanno coinvolto 36 artisti
provenienti da diversi centri della Sardegna: Arborea,
Lunamatrona, Marrubiu,
Nureci, Oristano, Orune,
Terralba, Uras. Il più giovane espositore ha 20 anni
mentre il più temprato ne ha
92. In mostra 67 opere, di diversa dimensione e stile pittorico, esposte in 10 sale del
museo. Il visitatore ha la
possibilità di visionare oli su
tela, su carta e su cartone telato, acrilico su tela, pastelli, installazioni di lino. Gli
artisti, 24 donne e 12 uomini, non avendo assegnato un
tema da sviluppare, hanno
dato libero sfogo alla creatività esponendo opere che
si richiamano prevalentemente al figurativo, diversi
i ritratti, le nature morte, i
paesaggi, ma anche al materico, all’astratto, all’onirico. È una festa del colore
dalla quale nessuno viene
escluso: il blu cobalto, l’indaco, il verde, il rosso con
diverse sfumature, il celeste,
Collettiva d’arte
a Marrubiu
il giallo, il rosa, il grigio;
tutti i colori sono stati rappresentati trovando cittadinanza nelle numerose opere
esposte.
Gli artisti intervenuti alla
manifestazione sono: Igino
Argiolas, Stefania Atzei,
Isella Barresi, Grazia Bisci,
Pietrina Carboni, Mariabonaria Casu, Ennio Cucca,
Luigi Curreli, Anna Maria
Cotza, Michele Deidda, Paola Demontis, Rita Fais,
Luisa Falqui, Maria Garau,
Michele Melis, Dina Montesu, Adele Navarino, Maria Teresa Onnis, Luciana
Padovan, Dina Pala, Lucia
Pau, Davide Peddis, Carla
Pia, Antonio Pibi, Agnese
Piras, Franca Pisano, Antonietta Pisu, Dario Podda,
Francesca Porcu, Felicina
Putzolu, Carlotta Scintu,
Suzanne Smeets, Maurilio
Statzu, Ignazio Vargiu, Enrico Verardi, Gianfranco
Zucca.
La mostra è visitabile il ve-
nerdì e il sabato dalle 15 alle
19 mentre la domenica dalle
10 alle 12 e dalle 15 alle 19.
Per le scolaresche, previo
contatto telefonico con il comune di Marrubiu, vi è la
possibilità di aprire l’esposizione in altro giorno ed ora.
Si viene gentilmente accolti
dalle signore Antonina,
Claudia e Luisa che affabilmente vi accompagnano per
le diverse sale ricche di reperti etnografici che assolutamente catturano la vostra
attenzione, quali il costume
di Marrubiu, gli spendidi
tappeti, gli scialli finemente
ricamati a mano, gli utensili, i calessi, i giochi dei bimbi e tante altre testimonianze del tempo che fu. È una
collettiva d’arte che va assolutamente visitata che ha un
valore aggiunto nell’etnografico allestito all’interno
delle sale museali e con la
bellezza del sito archeologico in cui la struttura è sita.
Lorenzo Di Biase
Gratificazioni in arrivo per la giovane scrittrice emergente Silvia Ferrau: oggetto di lavoro scolastico, il suo primo romanzo “Villacidro in comunità” ha saputo appassionare persino la piccola Erica P., compaesana dell’autrice e studentessa alle scuole
medie di via Grazia Deledda, che nell’ambito di un progetto scolastico organizzato
dalla profssoressa Vanna Ciampi, insegnante di italiano, ha scelto, fra tanti, di leggere
e schedare “Villacidro in comunità”. Erica
ha 13 anni e la parola “intervista” sembra
terrorizzarla: a sostituirla con “chiaccherata” ci regala immediatamente un bel sorriso: “Avevo il compito di scegliere un libro
da leggere durante l’estate - cinguetta, tormentandosi una ciocca di capelli - e ho scelto di leggere e schedare “Villacidro in comunità” perchè ero molto curiosa di sapere cosa trattasse.”“Mi è piaciuto moltissimo - prosegue, più sicura - soprattutto perchè mentre leggevo ho avuto l’impressione di trovarmi dentro la storia, di essere là,
nascosta da qualche parte, ad assistere alle
vicissitudini dei personaggi e soffrire, gioire, stupirmi, innamorarmi con loro. Ambientare il romanzo a Villacidro poi mi ha
fatto sentire ancora più partecipe delle loro
avventure:
anche
io,
come la protagonista,
amo la natu- Silvia Ferrau
ra”.
“Ciò che più mi ha onorata - ha affermato l’
autrice di “Villacidro in comunità”- è stato il
fatto che Erica, nonostante la sua giovane età,
abbia apprezzato il mio libro e colto il messaggio di speranza e rinascita che intendevo
trasmettere”. Erica sembra aver preso confidenza e rivela con entusiasmo: “C’è una parte
in particolare che ho trovato bellissima, perchè penso che in una sola immagine sia riuscita a condensare l’intero messaggio del libro,
ed è l’apparizione della cerva a tre gambe. Io
l’ho interpretata come il simbolo del fatto che
noi possiamo sempre continuare la nostra vita,
anche se ci manca qualcosa, per quanto importante la reputiamo. Come Anna che, lasciata da Andrea, cade in una profonda depressione: apparentemente a salvarla sarà Samuele, il
nuovo amore, e l’affetto della comunità montana di Magusu, ma in realtà è Anna che salva
se stessa, imparando ad amarsi e a ricominciare a vivere”.
Francesca Virdis
PABILLONIS. ASPETTANDO
IL
NATALE
Artigianato, musica e teatro per l’Immacolata
Sono iniziate con il ponte dell’Immacolata le festività natalizie in paese. Per quattro giorni un
ricco programma ha animato il centro di aggregazione sociale. Le iniziative dovevano svolgersi nell’antica Casa Matta di via Lamarmora, recentemente restaurata, ma problemi logistici
e il maltempo hanno costretto al trasferimento nella struttura di via Su Rieddu.
La manifestazione “Aspettando il Natale” è stata organizzata dall’amministrazione comunale
con la collaborazione di alcune associazioni culturali (Dany the dance,Officine Sonore e
Santu Juanni) che hanno programmata una tre giorni all’insegna della tradizione, con mostre
di artigianato, di degustazione di prodotti tipici locali e manifestazioni musicali e teatrali.
Aperta anche la Casa Museo di via Tasso dove è stato possibile visitare la mostra etnografica,
del costume sardo e il presepe tradizionale.
Dario Frau
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MEDIO CAMPIDANO. ASSEMBLEA
ANNUALE DELLA
CNA
Dalla ristrutturazione delle abitazioni
il rilancio dell’edilizia
A
Guspini, Gonnosfanadiga, San Gavino e Villacidro
con circa 500 aziende edili, tra piccole e medie, che
danno lavoro a circa un migliaio di persone, l’artigianato rappresenta uno dei fondamenti essenziali dell’economia locale. Se n’è parlato all’assemblea annuale della Cna.
«C’è la crisi - ha detto Monica Mereu, rappresentante degli
artigiani del Medio Campidano - e lo sappiamo. Però bisogna tenere duro e ripartire, guardando avanti». «Un’esortazione - prosegue Mereu - la facciamo anche ai giovani artigiani, affinché si facciano avanti e prendano in mano un poco
alla volta le redini dell’associazione, altrimenti rimangono
sempre i soliti “vecchi”». Con i rappresentanti della Cna sono
stati approfonditi i tempi legati alle pensioni, al patronato e
alle tasse e per chiarire il quadro normativo entro il quale si
muove l’artigianato. «I tempi sono quelli che sono - ha ricordato Mereu - ma confidiamo anche nella collaborazione dei
Comuni in cui gli artigiani lavorano».
Alla riunione mancavano molti assessori competenti, all’urbanistica in particolare. Nel corso del simposio, gli artigiani
si sono lamentati per i tempi burocratici della pubblica amministrazione. Il rilascio delle autorizzazioni per inizio dei
lavori tendono a dilungarsi e questo non fa che riflettersi in
maniera negativa sulla categoria, che rischia di perdere opportunità di lavoro interessanti. Serve insomma maggiore considerazione, soprattutto in una fase che, come è l’attuale,
opzioni non ce ne sono tante e proprio gli enti pubblici rappresentano un’ importante fonte di lavoro. All’unanimità gli
artigiani chiedono di essere tenuti in maggior considerazione, e questo potrebbe essere possibile se ad esempio, i Comuni sfruttassero di più l’opportunità di affidare direttamente gli appalti fino a 40 mila euro, senza dover passare per le
gare. Questo in altre realtà comunali viene normalmente applicato e così si garantisce maggiormente il lavoro alle ditte
locali che, a loro volta, hanno tutto l’interesse a fare bene per
non perdere la faccia e i clienti».
«Cosa ci spinge a continuare con coraggio? La passione. Il
nostro vero motore». Lilliu racconta la sua storia di artigiano, alla seconda generazione alla guida di una media impresa
edile, capace di coniugare arte, artigianato e impresa. «La
storia dell’impresa parte da mio padre, che nel ’55, dalla Sardegna, si trasferisce a Milano - dice l’artigiano. - Qui, nella
città del boom italiano si è formato ed è diventato un impresario capace di restaurare antichi edifici. A fine anni ’70 è
tornato in Sardegna a costruire case, poi circa dieci anni
orsono, una richiesta singolare da parte di un privato che chiedeva un intervento di restauro su una casa costruita in pietra.
Mio padre accettò, volle ritornare all’inizio della sua carriera, quanto con suo padre (mio nonno) costruiva case in ladrini
e pietrame».
In quasi 65 anni di attività, il mercato è profondamente cambiato. «Il segreto è saperlo capire e realizzare ciò che ti chiedono - spiega Lilliu - lavoriamo molto nel settore del restauro di edifici privati propri della cultura campidanese. Per eseguire i lavori ci avvaliamo delle nuove tecnologie: attraverso
GUSPINI
A Edimare l’isolante con il cuore di mare
l’Award 2014 Oscar Green dell’Abitare
Alla Triennale di Milano cerimonia di consegna dei Premi Oscar alle eccellenze italiane dell’ambiente
Consegna del premio all’ingegnere Simona Ortu
Le star italiane dell’ambiente eccellenze verdi del Made in
Italy, vincitrici dei Green Awards, sono salite sul palco della
Triennale di Milano lo scorso martedì 2 dicembre, per ricevere gli Eco-Oscar 2014 consegnati da Pierluigi Vercesi direttore di Sette, settimanale del Corriere della sera, con Filippa
Lagerback.
L’Award 2014, Oscar Green 2014 dell’Abitare, è stato assegnato a Edimare termoisolante con il cuore di mare, ad altissima inerzia termica, potentissimo nel proteggere dal caldo
e dal freddo le abitazioni: 100% naturale e compostabile,
finito il suo ciclo di vita ritorna a fecondare la terra. Edimare
è un mix tra Lana di Mare® fibra di legno delle foreste marine del Mar Mediterraneo da posidonia spiaggiata (scritta a
rifiuto) e l’isolante Edilana 100% pura lana vergine di pecora sarda.
Fresco vincitore, appena un mese fa al Salone del Gusto di
Terra Madre, Slow Food del premio internazionale Abitare
Verde for Expo 2015 “Architettura e Agricoltura insieme per
nutrire il pianeta”, Edimare fa il bis con il prestigioso Award
2014. Edimare per abitare senza petrolio e senza guerre”.
“Con Edimare-Edilana abbiamo dimostrato che l’eccellenza
tecnica nell’isolamento termico e acustico si ottiene senza
materiali petrolchimicamente modificati. Il petrolio è la prima causa di guerra, di conflitti sociali, di inquinamento del
pianeta ed è purtroppo anche la materia prima più utilizzata
al mondo nei prodotti per l’edilizia. Per questa ragione produrre materiali senza petrolio per noi significa anche produrre pace. Una architettura di pace a costi competitivi per
una sana efficienza energetica degli edifici, senza isolanti di
origine fossile. Senza guerre”, hanno commentato l’ingegnere
Simona Ortu, team leader Edimare, e Daniela Ducato,
l’imprenditrice sarda premiata pochi giorni fa con il Minerva
2014.
Edimare, prodotto in Sardegna nell’industria Edilana, nasce
dalla volontà di risolvere un problema ambientale ed economico a carico dei Comuni Costieri, con a capo il Comune di
Alghero, per una gestione sostenibile della posidonia
spiaggiata, laddove il mare ne deposita quantità straordinarie,
frequenti nei litorali fortemente antropizzati. Edimare fa parte
delle oltre 500 produzioni carbon free della Casa Verde CO2.0
sinergia di produttori italiani che usano esclusivamente materie prime eccedenti, rinnovabili, 100%tracciabili. (r. m. c.)
Artigiani impegnati nel restauro di case campidanesi
l’uso di internet, ci forniamo di prodotti capaci di restaurare
intonaci, solai e murature vecchie di oltre un secolo».
Oltre all’impresa Lilliu di Villacidro esistono altre imprese
edili dedite al restauro, come quella dei Fratelli Lisci e di
Massa di Guspini che forniscono una ricetta per allontanare
il rischio Cina: «Ci siamo guardati intorno e abbiamo provato a capire quale poteva essere la soluzione per trovare lavoro in tempi di crisi; la soluzione è stata quella di specializzarci in lavori di nicchia».
Mauro Serra
Il boom del Pecorino Romano
fa salire il prezzo del latte
Si riapre la campagna di conferimento del latte ovino, e dovrebbero esserci novità positive per quanto riguarda il prezzo. È stato confermato il trend positivo del formaggio Pecorino Romano, l’ultima rilevazione parla di 8,65 euro al Kg,
con un aumento di 1,5 euro rispetto all’anno scorso. Il Pecorino Romano, prodotto prevalentemente in Sardegna (ma
anche nel Lazio e in Toscana), è il vero traino del
comparto caseario sardo. È un
formaggio a pasta dura o cotta, prodotto esclusivamente
con il latte fresco intero di
pecora, e vanta una storia
millenaria: i primi documenti che parlano del prodotto risalgono addirittura all’impero romano, gustato dagli imperatori
e usato per rinvigorire i legionari, come cita il grande poeta
Virgilio nei suoi poemi. Il formaggio ha sorpassato nelle quotazioni niente di meno che il Parmigiano Reggiano e il Grana
Padano, i più famosi formaggi italiani. La sua commercializzazione avviene per quasi il 70 per cento nel Nord
America. L’aumento del prezzo del pecorino purtroppo non
è stato mai proporzionato al prezzo del latte, infatti la campagna appena terminata si è attestata intorno ai 90 centesimi il
litro, molto basso rispetto ai ricavi del prodotto finito e
commercializzato. La nuova stagione di conferimento dovrebbe portare un aumento di almeno 20 centesimi al litro, come
afferma il presidente Regionale della Coldiretti Battista
Cualbu, esortando gli allevatori a non firmare contratti sotto
1,10 centesimi al litro. Infatti tutti i segmenti della filiera
dovrebbero agire in maniera coordinata tra di loro, in modo
tale da equilibrare la remunerazione, sia per il produttore
della materia prima, ovvero gli allevatori, che per coloro che
trasformano e commercializzano il prodotto finito, gli industriali caseari. Anche la spinta delle aggregazioni di produttori, con la nascita negli ultimi anni di cooperative e di organizzazioni di produttori, le “O.P”, hanno vivacizzato il mercato, ponendo così fine alla frammentazione dell’offerta. Si
tratta ora di stabilizzare il comparto con una politica mirata,
per non ricadere più nelle decennali oscillazioni quasi sempre al ribasso del prezzo del latte ovino.
Stefano Cruccas
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Economia
GUSPINI. UN
SERVIZIO TARGATO ITER DI
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RUGGERI
Domothermica:
per una diagnosi completa della casa
N
asce Domothermica. Un innovativo servizio ideato
dalla Iter di Ruggeri srl teso a migliorare l’efficienza
energetica degli edifici: sia quelli di nuova costruzione, sia quelli da ristrutturare sui quali è possibile usufruire
della detrazione fiscale del 65%.
“Domothermica” - sottolinea Davide Ruggeri ideatore del progetto - “nasce con l’intento di aiutare tutti i proprietari delle
abitazioni a ridurne i consumi energetici e quindi gli sprechi.
La maggior parte delle costruzioni in Italia rientra nella classe energetica G ossia la più dispendiosa con consumi che le
rendono poi invendibili.”
Il servizio Domothermica è un servizio a domicilio. Un Tecnico Certificatore Abilitato grazie a degli strumenti tecnici
all’avanguardia effettuerà una Diagnosi Energetica completa dell’edificio. Questa procedura sistematica è volta a fornire un’adeguata conoscenza del profilo di consumo tale da
individuare e quantificare le opportunità di risparmio
energetico sotto l’aspetto dei costi e dei benefici. In questo
modo vengono messi in evidenza tutti gli eventuali interventi necessari a migliorare l’impianto termico e tutte le misure
necessarie a ridurre la spesa energetica con i relativi tempi di
ritorno degli investimenti.
A conclusione del servizio di Diagnosi, il Tecnico rilascerà
l’Attestato di Prestazione Energetica dell’edificio (APE) che
permette di verificare la quantità di energia effettivamente
consumata o comunque necessaria a soddisfare le varie necessità del nostro edificio. L’Ape sintetizza le caratteristiche
energetiche dell’immobile, ossia i dati termoigrometrici dell’edificio, la produzione di acqua calda, i consumi, il riscaldamento ed il raffrescamento degli ambienti , eventuali sistemi di produzione di energia rinnovabile ed il tipo di serramenti
utilizzati.
“Effettuata la diagnosi - continua Davide Ruggeri - al proprietario dell’abitazione viene rilasciato un buono spesa che
ricopre interamente il costo del servizio, da spendere nel punto
vendita Iter di Ruggeri nell’acquisto dei prodotti necessari al
miglioramento dell’efficienza energetica della stessa. Inoltre, tutte le pratiche di detrazione fiscale del 65% e 50%, pratiche Impianto Fotovoltaico e Conto Termico, progettazione
Impianto Termico ed Acqua Calda Sanitaria, saranno da noi
offerte gratuitamente.”
L’obiettivo del servizio Domothermica è quello di fare in
modo che le abitazioni dalla classe energetica G si avvicino
il più possibile ad una casa in classe A+.
Per conoscere la classe energetica di un’abitazione è necessario determinare il consumo in Kwh/m2 annui. Per andare
in classe A+ bisogna avere un consumo inferiore a 10Kwh/
mq annui ed avvicinandosi a 0 la casa comincia a divenire
completamente passiva. Ossia più a lungo si riesce a conser-
vare all’interno dell’involucro edilizio l’energia termica prodotta, maggiore è la prestazione energetica dell’abitazione e
di conseguenza non è necessario avvalersi di impianti per il
riscaldamento ed il raffreddamento. “Investire nella
riqualificazione energetica degli edifici” - conclude Davide
Ruggeri - conviene. Nell’arco di vent’anni un immobile in
classe energetica G consuma circa un quarto del suo valore
di mercato, mentre un edificio certificato A+ richiede appena
15 euro al metro quadro per riscaldarlo per 20 anni e produrre acqua calda sanitaria.”
Grazie alla Detrazione Fiscale del 65% per il risparmio
energetico, poi, è possibile spendere meno della metà del reale costo dell’intervento. L’agevolazione consiste nel riconoscimento di una detrazione sull’imposta IRPEF delle spese sostenute in interventi nell’edificio orientati a contenere i
consumi energetici, come, ad esempio, l’impianto di riscaldamento, le finestre, la copertura o la coibentazione delle pareti. La detrazione del 65% viene suddivisa in 10 quote annuali di pari importo ed i pagamenti debbono avvenire tramite bonifico bancario facendo riferimento alla fattura emesssa.
In ogni caso Domothermica offre completa assistenza per tutta
la documentazione necessaria.
Saimen Piroddi
Marisa Putzolu
Moderni artigiani tra tradizione e tecnologia
C
oniugare i saperi antichi con le nuovissime frontiere tra
creatività e ambizioni globali è la ricetta con cui il lavoro artigiano può contribuire a risollevare l’economia italiana. Il rilancio dei mestieri e dell’artigianato può dare la possibilità ai giovani di sfuggire a una crisi che ormai porta
solo miseria sociale. Fallito il tentativo di rincorrere i livelli
di produttività della Cina e degli altri paesi arrivati aggressivamente all’industrializzazione, il futuro dell’economia italiana e di quella sarda, e in particolare dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro, sta nelle nuove attività artigianali caratterizzate da alta tecnologia e perciò in grado di competere all’interno di un’economia globale.
La ricetta, in teoria, è semplice: con l’entrata sullo scenario
internazionale di paesi emergenti come Cina, India e Brasile,
il made in Italy, offrendo prodotti innovativi, ha la certezza
di trovare nuovi mercati.
Il nuovo artigiano. Non si tratta di un ritorno all’antico.
L’Italia non ha bisogno di rimpiangere i mestieri di una volta. Del resto, sono soprattutto i giovani a non crederci, e lo
dimostrano i tanti report di Confartigianato: i nostri ventenni
non sono attratti dalle professioni artigiane perché le percepiscono come inadeguate e senza prospettive. Niente innovazione, niente internazionalizzazione. La figura del “nuovo
artigiano” dovrà avere in futuro una realtà diversa. Maniscalchi e ciabattini non saranno casi unici e mestieri di nicchia
ristrettissima.
Il segreto delle competenze.I nuovi artigiani, in altre
parole, saranno capaci di fornire prodotti con un alto grado
di personalizzazione, con competenze che consentano ai grandi gruppi della moda e del lusso di produrre confezioni, borse e accessori di straordinaria qualità da vendere sui mercati
internazionali. Sono competenze artigianali quelle dei
modellisti che consentono ai protagonisti dell’Italian style di
tradurre i loro bozzetti in prototipi e prime serie da cui mettere in moto la produzione industriale anche in paesi lontani.
Sono competenze artigianali, infine, quelle dei manutentori
e degli attrezzisti di macchine utensili che garantiscono la
competitività della meccatronica italiana nel mondo o più semplicemente di riparare velocemente una mungitrice in
un’azienda agraria.
I casi italiani.La nuova piccola e media impresa italiana
non ha rinnegato la figura dell’artigiano, ne ha, invece, orga-
nizzato le qualità e ne ha proposto il valore a una scala internazionale. Le imprese hanno saputo mescolare sapere scientifico e tradizione e hanno imparato a comunicare l’abilità
dei maestri attraverso i nuovi mezzi di comunicazione.
Il cibo come modello. L’esempio più riuscito è probabilmente il lavoro svolto da Slow Food e da catene alimentari
come Eataly e Grom: partire da un tratto caratteristico (forse
il più caratteristico) della cultura italiana come il cibo, per
innovarlo e internazionalizzarlo, costruendo attorno a esso
un percorso di successo culturale e economico. Prodotti come
is crugusgionis e is sebadas (vedi l’ottimo risultato del pane
carasau e dei biscotti di Fonni che hanno conquistato il mondo), proprio grazie ai saperi artigianali che li caratterizzano.
La sfida per l’economia sarda/italiana è applicare un metodo
simile anche in altri settori. Anche se avremo robot e computer ovunque, gli artigiani che lavorano con le mani creando
ricchezza saranno sempre più preziosi. Trascurare certi settori è stato un atto di autolesionismo che ha intaccato non
solo il lavoro, ma anche la cultura del lavoro.
La formazione da “riformare”. Nel 2010, secondo un
rapporto di Confartigianato, è tornata a crescere la difficoltà
di reperire personale in ambito artigianale. Questo deficit di
vocazioni è riconducibile all’inadeguatezza di un sistema
formativo incapace di formare in modo adeguato ai mestieri
che il mercato richiede. Oggi non abbiamo abbastanza
installatori di infissi e serramenti, panettieri e pastai artigianali, o tessitori e maglieristi a mano. Manca all’appello un
esercito di artigiani che troverebbe lavoro e spazi di mercato.
I lavori del futuro. Cercare di risolvere nuovi problemi
ricorrendo a vecchie soluzioni sarebbe un fallimento. Infatti è
ben noto che quanti hanno successo riescono a capire e interpretare i bisogni futuri e cercano di soddisfarli. Quindi, se si
vuole raggiungere i propri obiettivi al giorno d’oggi, bisogna
pensare e agire in maniera diversa dalla maggior parte della
gente. Se fino a dieci anni fa aveva un senso ad esempio diventare avvocato o architetto, oggi può non essere vero per
tutti quei ragazzi che si affacciano al mondo del lavoro o che
devono scegliere un corso di studi. Partendo da un’analisi obiettiva della società attuale, studiandone la composizione e le
tendenze, con un po’ di impegno si può provare a immaginare
quali possono essere le professioni future maggiormente richieste.
1. Artigiani
Anche se avremo robot e computer ovunque, gli artigiani che
lavorano con le mani creando ricchezza saranno sempre più
preziosi. Oggi, con l’allontanamento dei più giovani da queste professioni, si sono aperte delle posizioni troppo spesso
occupate da stranieri. Lasciare certi settori ad altri lo trovo
autolesionismo allo stato puro.
2. Produttori biologici
La nostra cultura, da sempre molto conservatrice per quanto
riguarda l’alimentazione, ci porta giustamente a diffidare delle
grandi catene di distribuzione. Credo che il picco dello sviluppo dei grandi supermercati in Italia sia stato raggiunto, e
sempre più persone, consapevoli dei rischi, decidono di optare per una alimentazione a km zero usando prodotti locali e
certificati. Lo sviluppo di una filiera sostenibile, riducendo
gli intermediari e con essi i costi, farà sì che nei prossimi
anni lo sviluppo del biologico sia inarrestabile. Optando per
una vita migliore, scegliendo quando possibile organico e
locale, cercando di mantenere i costi bassi, magari riducendo
il consumo di carne e derivati, senza alterare il piacere della
buona cucina.
3. Tecnici specializzati in sostenibilità e
rinnovabilità
Con il picco del petrolio raggiunto o quasi, l’aumento insostenibile dei costi e gli alti livelli di inquinamento, lo sviluppo delle energie rinnovabili è già una realtà. Anche se ostacolato da logiche affaristiche perverse, la necessità di un
ripensamento al modello di sviluppo insostenibile porterà risorse a tutti quei settori in grado di alleviare problematiche
quali il cambiamento climatico e l’aumento di malattie legate alle attività umane.
4. Nanoscienziati
Con lo sviluppo di nuovi metodi operatori ospedalieri non
invasivi, la domanda di professionisti capaci di progettare e
lavorare su microtecnologie sarà elevata. Se questo è già una
realtà con i computer e gli smartphone, sicuramente lo sviluppo continuerà anche negli altri campi.
5. Ingegneri robotici
L’ automatizzazione della produzione porterà sempre di più
alla nascita di figure professionali legate alla manutenzione
dei robot e alla loro progettazione.
Mauro Serra
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Speciale
A
i piedi di una montagna, dalle rocce
bianchissime, si
estendeva un bosco di larici
e abeti. Su tutti spiccava un
abete che, per le sue straordinarie dimensioni, era conosciuto in tutta la valle come
il “patriarca”. Tra le sue fronde nidificavano e trovavano
riparo tanti uccelli e alcuni
scoiattoli. Più a valle, poco
distanti dal bosco, sorgevano alcune casette tipiche, in
pietra e legno. A volerlo
chiamare villaggio significava esagerare. Gli abitanti di
quella manciata di case campavano raccogliendo i rami,
caduti durante l‘inverno nel
bosco, per trasformarli in
carbone. Raccoglievano anche castagne e nocciole che
rivendevano, assieme al carbone, in città non appena cominciavano i primi freddi.
In quella valle silenziosa si
udiva solo il cinguettio degli uccelli e il canto di qualche ragazza che raccoglieva
legna e bacche tra i cespugli
di ribes e rosa canina con cui
fare le marmellate.
Quando scendeva la sera le
piccole finestre delle case si
illuminavano facendo somigliare quel luogo a un angolo di presepio.
Un giorno la quiete e la serenità della valle fu turbata
dall’arrivo di uno strano personaggio. Veniva su per il
sentiero, che conduceva al
piccolo villaggio, mentre gli
abitanti delle casette udivano il rumore dei suoi passi e
da dietro i vetri delle loro finestre vedevano la sua figura ingrandirsi. Quando passò per la stradina che attraversava il villaggio i vetri
tremarono e così anche il
cuore dei valligiani. Sembrava un gigante; aveva il viso
Pabillonis
L’abete di Natale
nascosto, per metà, da una
barba nera e incolta e sulle
spalle, larghe come un tavolo, portava uno zaino da cui
sporgevano due grosse asce
luccicanti. Si diresse verso il
bosco dove il verde degli alberi lo inghiottì.
Per giorni si udì il rumore dei
colpi d’ascia che si abbattevano sui tronchi degli abeti e
dei larici che, uno dopo l’altro, stramazzavano al suolo.
Una parte di bosco era sparita e al suo posto era rimasta
una radura ricoperta di tronchi senza chioma e senza
rami. Il malvagio boscaiolo
si trovò di fronte al “patriarca” e dopo essersi sfregato le
mani imbraccio l’ascia più
grande, deciso ad abbattere il
gigante verde. Il primo colpo impattò contro l’enorme
tronco portandosi via un pezzo della dura corteccia. Seguirono altri colpi che continuarono ad intaccare il tronco con rumore sordo. Gli uccelli volarono via impauriti e
anche gli scoiattoli abbandonarono le loro dimore scosse
da quei colpi.
L’uomo continuò a colpire
l’albero finché da dietro una
macchia di mirtilli e corbezzolo sbucarono un vecchio
cinghiale e un maestoso cervo. Per un attimo il sole illuminò le lunghe zanne del cinghiale e le corna del cervo
che, minacciosi, avanzarono
verso il taglialegna. L’uomo
ebbe un momento di esitazione prima di lasciar cadere a
terra l’ascia, che teneva in
mano, e darsele a gambe, inseguito dai due animali che
lo caricarono a testa bassa.
Il boscaiolo attraversò il gruppo delle case scosse dal rumore degli scarponi chiodati che
battevano sul selciato della
stradina. Il cervo e il cinghiale gli stettero dietro finché lo
videro sparire oltre una curva
della strada che, attraverso la
vallata, conduceva alla città.
Si fermarono soltanto quando
furono sicuri che quell’uomo
non si sarebbe più fatto vivo
in quella valle.
Il povero abete soffriva a causa delle profonde ferite che il
boscaiolo gli aveva inferto; sui
rami e sulle grosse pigne si for-
marono dei goccioloni di resina che somigliavano a grosse
lacrime. Gli uccelli e gli scoiattoli tornarono portando frutti e bacche, che avevano conservato nelle loro piccole dispense; con queste cercarono
di asciugare quelle lacrime.
Non riuscirono nel loro intento ma si accorsero di averle
soltanto colorate con i lamponi, i mirtilli e il ribes. Anche il
“re Inverno” cercò di fare
qualcosa per lenire il dolore
del patriarca; congelò quelle
lacrime rendendole simili al
vetro.
Arrivò la notte. La luna e le
stelle fecero il resto; le gocce
di vetro riflettevano la luce degli astri e il colore delle bacche donando alla valle piccoli
lampi multicolori.
Gli abitanti delle piccole case
uscirono all’aperto e con lo
sguardo rivolto verso la montagna rimasero meravigliati
per quell’inatteso spettacolo.
Non si resero conto di essere
state le prime persone al mondo ad aver visto “l’abete di
Natale”
Pierangelo Orgiu
Un abete di luci illuminerà
piazza San Giovanni
Sarà un albero stilizzato a rappresentare, quest’anno, le feste
natalizie in paese. Un originale “abete di luci” infatti illuminerà fino all’Epifania la piazza San Giovanni, in pieno centro storico. Non più luminarie per le vie principali, dunque,
ma un unico albero che collocato nella piazza più cara ai
pabillonesi ricorderà a tutti i cittadini il Natale. Un simbolo
più che altro, o un emblema, forse a significare il periodo di
crisi che anche la comunità di Pabillonis riscontra ogni giorno. Originale, eccentrico e, per certi versi singolare, ecco
dunque il maestoso albero stilizzato, illuminare, con il fantasioso effetto dei led, la piazza davanti alla chiesa romanica
tanto cara ai pabillonesi. Qualche commento sull’originale
albero di Natale è stato fatto, da parte dei cittadini, anche su
facebook: alcune considerazioni sono state positive, altre
invece avverse, dimostrando di preferire il tradizionale abete
all’eccentrico albero di led. «Con l’arrivo del periodo natalizio, l’amministrazione comunale vuol dare un minimo segnale di atmosfera al paese attraverso il montaggio di apposite luminarie», si rileva dalla determina dove viene affidato
l’incarico per la realizzazione dell’opera. Insieme all’albero,
anche la facciata della chiesetta è stata addobbata con le luminarie natalizie. L’incarico dei lavori è stato affidato alla
ditta Millenium Impianti di Milis, specializzata nel noleggio
e installazione di luminarie natalizie, per un importo complessivo di duemila euro.
Dario Frau
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Speciale
15 dicembre 2014
Gonnosfanadiga
Lunamatrona
Natale in Fiera
Primo presepe vivente
Tutto pronto per la terza edizione del “Natale in Fiera”.
L’evento è promosso dall’associazione culturale giovanile
G elevato 2 che ogni anno, sotto le feste, organizza occasioni di svago. L’appuntamento è per il 20 e 21 dicembre, nella
fiera mercato di via Nazionale, dove saranno allestiti numerosi stand per dare spazio alla creatività di hobbisti giovanissimi. Si comincia alle 17 con l’apertura del mercatino natalizio (esposizioni e vendita di oggetti da parte di hobbisti, artigiani e artisti) , alle 17,30 si terrà la gara “pasticcere per
un’ora” per tutte le persone che vogliono mettere alla prova
le proprie doti in cucina preparando un dolce natalizio, alle
19,30 si terrà “Ama in concerto” (intrattenimento musicale). Il giorno seguente si comincia di nuovo dalle 10 con il
mercatino natalizio, seguirà alle 15 intrattenimento per bambini, alle 17, 30 un’altra occasione per gli appassionati del
dolce con “Pasticceri per un’ora”, mentre alle 18 sorprese
per i bambini. Si va avanti poi alle 19 con l’esibizione natalizia a cura della palestra Beauty Body club Asd e alle 20
premiazione dell’Albero del Riciclo. «Ci auguriamo di avere una buona partecipazione del pubblico come nelle precedenti edizioni», osserva il vicepresidente di G elevato 2
Matteo Liscia. (step)
Il prossimo 28 dicembre, in occasione delle festività natalizie, la piazza principale di Lunamatrona, piazza Regina Margherita, detta anche “Is Pangas”, si appresta ad ospitare numerosi spettatori che assisteranno al primo presepe vivente lunamatronese,
messo in scena da attori e
giovani del paese. Organizzato dalla parrocchia e
l’oratorio Don Milani, e
coordinato dalla compagnia teatrale oratoriana, lo
spettacolo sarà il frutto di
un accurato laboratorio musico-teatrale, che ha coinvolto tutta la comunità di Lunamatrona, soprattutto i giovani. Per l’occasione, la piazza rappresenterà anche il villaggio di Betlemme, attraverso una mostra-mercato di mestieri antichi e
artigianali. «La cittadinanza si è resa subito disponibile ed
entusiasta per l’iniziativa. È ancora in via di sperimentazione, ma di certo andrà bene. Altrimenti - dicono fiduciosi e
propositivi gli organizzatori - per i prossimi anni di certo perfezioneremo». (m.p.)
“Collinas Produce”
e “Pai, casu e biu a rasu”
Il prossimo 27 dicembre, la mostra mercato natalizia “Collinas
Produce” che si terrà nei locali dell’ex Monte Granatico dal
20 dicembre al prossimo 6 gennaio, dalle 16 ravviverà la piazza principale del paese, piazza G.B. Tuveri, per la manifestazione “Pai, casu e biu a rasu”. Artigiani e produttori locali,
partecipanti della fiera natalizia collinese, saranno presenti
per offrire degustazioni, dietro a un piccolo contributo, e ben
lieti d’illustrare le proprie creazioni artigianali e i prodotti
tipici locali, quali pane, olio, formaggio, olive e vino. I più
curiosi potranno inoltre assistere alla lavorazione e degustazione del torrone artigianale di Tonara e alla serata animata
dagli alunni della scuola civica di musica del paese, che suoneranno gli strumenti della tradizione sarda. Per tutto il periodo natalizio sarà inoltre possibile ammirare la mostra dei
crocifissi e ricevere in dono un’immaginetta. Luciano Tuveri,
presidente della Pro loco di Collinas organizzatrice dei due
eventi, dice: «“Collinas Produce” è una vetrina di prodotti
agricoli, enogastronomici, artigianali ed artistici, visitabile
Concerto natalizio a Sardara
Il 28 dicembre dalle 18, nella chiesa parrocchiale Beata Vergine Assunta di Sardara, una cinquantina di allievi dell’associazione Banda musicale Città di Sardara intonerà note natalizie in un concerto per coro e solista, con l’augurio a tutta la
popolazione di un anno migliore. Ospite d’onore dell’appuntamento organizzato dall’associazione culturale sardarese in
collaborazione con il Comune e la Pro loco di Sardara, sarà il
coro polifonico dell’associazione La Corale di Siurgus
Donigala, composto da sole voci femminili che spaziano dal
pop al gospel, dalla musica rinascimentale a quella moderna.
La Banda di Sardara, che lo scorso 23 agosto ha compiuto
dieci anni di attività musicale, in un unico coro con l’associazione ospitata, riaccenderà anche quest’anno l’atmosfera
di Natale a Sardara. Michele Campo, presidente dell’associazione sardarese, fa sapere: «L’appuntamento ogni anno col
concerto natalizio ha due importanti obiettivi per la nostra
associazione. L’esibizione e dimostrazione d’impegno e capacità dei ragazzi che studiano nella nostra scuola. E soprattutto, considerati i tempi davvero difficili, quello di trasmettere ai nostri concittadini il messaggio natalizio di speranza che l’anno a venire sia migliore per tutti».
Marisa Putzolu
Dott.ssa Angela Scalas
Via P. Amedeo, 5
SARDARA
tel. e fax. 070 9387060
tutti i pomeriggi dalle 15 alle 19. E nei giorni 26, 27, 28 dicembre e 6 gennaio, anche la mattina dalle 9:30 alle 12:30.
Mentre la manifestazione in piazza vuole essere occasione di
festa e convivialità per i collinesi e soprattutto di ospitalità
verso chi viene da fuori per conoscere i prodotti del nostro
paese. E desidera passare con noi una serata in spensieratezza e allegria». (m. p.)
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Guspini
Laboratori, spettacoli, musica,
concorsi, degustazioni
Fino al giorno dell’Epifania, Guspini sarà animato dagli
eventi natalizi, organizzati dall’amministrazione comunale, in collaborazione con il centro commerciale naturale Apice,
la Pro loco
e il Gal Linas Medio
Campidano. Appuntamenti che faranno da
cornice
agli espositori della
Fiera Natale, che si
tiene il 14 dicembre. Sono in programma diversi laboratori organizzati dai negozianti. Non mancheranno le degustazioni di torrone e di castagne, la musica e gli spettacoli. Il 20 dicembre alle 19, nella chiesa di San Pio X, è
in cartellone il concerto con il coro Città di Guspini e il
tenore Alessandro Scanu. Il 21, in pizzaa XX Settembre,
appuntamento con artisti e hobbisti e tanta musica e danze
a tema. Il 22 alle 19,30, nella chiesa di San Nicolò, concerto di Natale con il coro Collegium Kalaritanum. Il 5
gennaio, animazione per i bambini in piazza XX Settembre a cura della Pro loco con lo aspettacolo “Aspettando
la Befana” e il giorno dopo è in programma il raduno
delle befane, belle, brutte, spiritose, sciccose, dolci e scontrose. Sono previsti anche due concorsi: “Il Natale come
vorresti che fosse”, riservato ai bambini dai 6 ai 12 anni,
che entro le 20 del 24 dicembre devono consegnare i propri disegni alla Libreria Antica in via Santa Maria; e “Vota
il Babbo Natale più originale”, organizzato dai commercianti di via Santa Maria.
Marisa Putzolu
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Cultura
Oristano, la scoperta di Mont’e Prama
nell’ultimo libro di Beppe Meloni
S
arà in libreria per Natale l’ultimo lavoro di Beppe Meloni, “Gli Eroi di Pietra”, che racconta, quasi come in “un
taccuino di viaggio”, le vicissitudini della grande vicenda storico-archeologica, destinata a incidere profondamente sul percorso turistico culturale della Sardegna degli anni Duemila.
La scoperta delle stature del villaggio nuragico di Mont’e
Prama, sulle colline del Sinis, viene illustrata con una prosa
ricca di sfumature sottili e intriganti, dove l’autore afferma
che “questa straordinaria scoperta storico-scientifica, di portata mondiale, sia in grado convogliare notevoli flussi di turismo culturale nel territorio e più in generale in Sardegna,
da ogni angolo del mondo, con riflessi straordinariamente
positivi sul movimento turistico sardo ed italiano, per i prossimi anni”. Non a caso, Meloni, profondo conoscitore della
sua terra, insiste giustamente nel caldeggiare la creazione di
una “cittadella nuragica” sul modello di quella messa in piedi a Barumini dallo studioso Giovanni Lilliu, proprio nell’area dove le statue sono venute alla luce e si batte, come è
suo solito fare, per risvegliare le migliori energie attorno a un
progetto che “se ben studiato e articolato, costituirà un grande passo avanti verso il risveglio socio-economico
dell’oristanese, che ancora stenta faticosamente a sollevarsi
dal grigiore di un anonimato senza fine, per imboccare finalmente la strada di un risveglio socio economico per troppo
tempo promesso e sempre rinviato”. Perché, come Meloni
ama spesso ripetere, “tra le nostre pagine di storia gloriosa,
non c’è solo quella del Giudicato di Eleonora, a testimoniare
un passato ricco di splendore. Altri traguardi e altri risultati
sono stati mancati, negli anni tormentati del secondo dopoguerra e del post fascismo, da una città, un’area vasta e una
provincia, spesso pigre e assenti, incapaci di raccogliere le
sfide della modernità, confrontandosi con un mondo in continuo divenire”. Vicissitudini, che Meloni ha vissuto e analizzato spesso su fronti diversi, soprattutto nel sindacato bancario, che ha fondato in città nel lontano 1960, rivestendo
poi a lungo incarichi nazionali di notevole importanza, ma è
stata, successivamente, la passione per la “scrittura” a
ricondurlo, da pensionato, a quel ruolo di giornalista di lungo corso, che lo ha riavvicinato alla sua vera passione, quello
del raccontare fatti e personaggi di una città che non c’è più.
Prima con le collaborazione a La Nuova Sardegna, poi a
L’Unione Sarda, sempre sul tema del racconto e della storia
di casa nostra e non tralasciando altri apporti col settimanale
cattolico “L’Arborense” sotto la direzione di Giovanni Sechi,
Giuseppe Pani e Marco Piras, congiuntamente ad altri impegni di lungo periodo, con “Sassari Sera”,” L’Almanacco di
Cagliari”, il periodico “Librando” della casa editrice Carlo
Delfino di Sassari, e i dieci numeri del “Diario di Santa Croce”, opuscolo curato e firmato da Meloni e distribuito gratuitamente per la sagra settembrina. Come scrittore, ha già dato
alle stampe numerosi libri, tra cui i cinque volumi sulla
Oristano del passato e la storia del Convitto Canopoleno di
Sassari, dove Meloni è stato convittore durante gli anni dell’adolescenza, tra il fascismo e la guerra. Un’opera dove ren-
de omaggio
non solo al
fondatore
del collegio
turritano,
Antonio
Canopolo,
arcivescovo
di Arborea
attorno al
1600 per
circa
un
trentennio,
ma anche a
Giannino
Martinez, avvocato di origini sassaresi, poi oristanese a tutto
tondo e a lungo memoria storica della nostra città, oltre che
amico e compagno di collegio. A ottant’anni suonati, Beppe
Meloni, con l’entusiasmo e la passione di sempre, ha raccolto il testimone di Martinez e racconta ancora lo scorrere lento di una città dai tempi lunghi, ricca di storia e di fascino,
che si arricchisce di un altro capitolo con le vicende che raccontano le vicissitudini dei Giganti di Mont’e Prama, nel libro “La Pietra e gli Eroi” tra cronaca e storia la scoperta
archeologica del Sinis, in uscita per i Tascabili EPD’O, con
presentazione di Luisanna Usai.
Gian Piero Pinna
“20 risacche” e “Poesíe del santo
che non sei” di Ugo Magnanti
U
go Magnanti è un poeta di mezzo sècolo che ho conosciuto appena tre anni fa. Ho parlato con lui forse non
piú di trecentosessanta minuti e sono stato con lui, in sei diversi giorni, per un màssimo di quaranta ore, tra música, versi e canti e cibo e vino e vecchie e nuove amicizie. Tra lui e
me c’è solo un misterioso filo invisíbile di simpàtica concordanza, ma la nostra breve conoscenza va oltre questo limitato
tempo reale di frequenza, oltre le nostre stesse età. L’amore
per la poesía è indubbiamente il quid che ci lega nella sua
indefinibilità e insieme nella sua tautològica nitidezza, poiché uno ama perché ama, la poesía è poesía perché è espressione di poeta e dunque il bello è bello in quanto è bello.
All’intelligente dell’arte, come suggerisce Benedetto Croce, dinanzi al bello, elemento essenziale della poesía e
dell’òpera d’arte, non resta che obstupescre e obticre, star
estasiati e muti.
E io pure, persona comune innamorata della poesía, stupisco e taccio, alla lettura dei due poemetti che Ugo Magnanti
mi ha regalato. Sono due opúscoli stampati in poche copie,
“20 risacche” e “Poesíe del santo che non sei”; otto pàgine il
primo e dieci l’altro (copertine, retrocopertine e risguardi
compresi) legate da un sottilíssimo filo annodato nella piega
dei fogli centrali: veramente due preziosi enchiridii, strumenti
da portar con sé, d’aver sempre a portata di mano, ferramenta
del mèdico dello spírito che è, con la poesía, ognuno di noi.
Ugo Magnanti dèdica, in memoria, al suo amico poeta
Giovanbattista Guarnieri, anziatino come lui, e sposa
l’epígrafe del turco-moscovita Nazim Hikmet come tema
d’apertura e sviluppo delle sue “risacche”, onde d’ulisside
mare, rotte da contrastati e diffícili approdi alla “conoscenza” ove il poeta, come lui scrive, poiché “imperfetto”, ha il
“crisma” del destino di “riemèrgere” e salvarsi, forse, per futuri viaggi, allorché il “perfetto” invece, com’altrui piacque,
ne vien giú risucchiato. La sua impurità, la sua umanità lo ha
salvato poiché è un “sémplice”, un uomo “fra i tanti” che
entra nelle cose, vuol andare oltre il símbolo, dritto al concetto, ove la forma è già idea. È un uomo sémplice, ma si distingue, pur non essendo un eroe che per il suo ideale di purezza
potrebbe insuperbirsi. Si distingue perché non si fa prender
nel vòrtice del fare, dell’”arduo”, ma sa ben osservare, medi-
tare, senza farsi coinvòlgere, senza dover farsi bruciare dal
“fuoco” che non è mai “relativo”, in una posizione “polare”,
dal fondo laggiù, ma anche dall’alto, da sopra.
Ha scritto il poemetto alla conoscenza di venti quartine di
endecasíllabi e dodecasíllabi franti come zaffate di risacca e
ha chiamato “risacche” le sue strofe.
Sono versi líberi con alcune poche concessioni alla rima,
all’assonanza, alla consonanza (perfetto/imperfetto, accelerata/rovesciata/soffiata, falsa/alga, barca, alba, certo/vetro/
vento, mente vento). Se ne è tenuto a distanza perché ha trovato il suo “ritmo”, la sua ànima del bello di crociana memoria, nella poesía delle immàgini dei suoni delle sue parole
dense, corpose, fuori dell’ordinario o della consuetúdine, fatte
nuove e quasi ribelli, che s’infílano e strafílano a unire períodi
e concetti dando nuova forma e materia al nostro spírito informale che in esse ritrova, con gradimento vitale, la propria
consistenza ed essenza. E ha scelto, per avviarci al suo mondo poètico, la copertina che riproduce un dipinto matèrico
dell’artista Bianca Madeccia, fatto di cuciture, graffi, colature,
rilievi e cavità misteriose e lunari, identífiche come impronte di dita su argilla o cera, alfabeti interiori ove ci predisponiamo a illúderci di lèggervi un presagio, un responso come
nel tempio di Esculapio, davanti alla Fortuna, per curarci il
nostro male di vívere, come ci parrebbe di riscoprire piú avanti, nel mare del destino, di qua da ogni risacca, “di spalle alla
risacca e al vento”, tra le pàgine, se davvero “fu perfetto / chi
invece non riemerse piú dall’onda”.
“Poesíe del santo che non sei” è l’último in òrdine di tempo, stampato nel 2009 e raccoglie otto poesíe, la prima delle
quali è una sorta d’inquadratura fílmica da western all’italiana, un ambiente con la sua suspence, il suo abbandono, il
suo silenzio, la sua attesa d’eventi. La seconda scava nel personaggio ormai sfatto dall’età, forse, da un’infelice sua condizione spirituale, consumato anche nelle sue qualità d’attore e d’uomo forse coperte da altrui malànimo oppure ormai
divenute sempre piú tarde, senza piú forza e vigore. È molto
interessante l’introspettiva terza, una attuale paràbola, una
moderna fàvola contro ogni allettamento o, semplicemente,
contro quell’única idea illusoria che può rovinare un’intera
vita distruggendo tutto un ideale per il quale si è lavorato,
sofferto e gioíto. Poi, tra dura irriverenza per una non necessaria lexis stonata e disconvenévole lassezza, tra titubanza
davanti a un’importante decisione o a una decisione non condivisa, ecco l’amaro conclusivo, forse drasticamente tràgico
per un poemetto cosí laico e alto nella sua lírica e appassionata compostezza.
E l’ombra umana incombe dagli scatti fotogràfici di Àngela
Antuono nell’immàgine di copertina su una superficie con
segni, tracce d’artificio e di natura che scopro anche all’interno del libretto.
Resta ben custodito entro queste pàgine che conosco e ben
apprezzo quel filo sottile di poesía e d’amicizia millenaria
perché la poesía, e perciò anche la sua poesía, è come sempre
e da sempre líbera e assoluta, anche fuori di noi, in quella
eterna dimensione che vi spinge dentro, per me lettore, di là
dalla brevità dei nostri incontri, il suo ispirato amore per la
parola che ci fa esístere e ci ha fatto reciprocamente conóscere,
chiusa magicamente nei versi di due snelle eleganti plaquettes.
Efisio Cadoni
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Cultura
15 dicembre 2014
19
Elisa Piras e la Sardegna vissuta da lontano
Un legame inscindibile
tra orgoglio e appartenenza
Nuorese di nascita, si è laureata in lettere moderne a Pisa
con tesi su Salvatore Satta. Ora vive a Roma.
“V
ivo a Roma, dove lavoro come redattrice per
una web tv. Futuro e progetti sono in continua evoluzione, si modellano adattandosi ai
giorni. Spero, nonostante le mie paure legate alla crisi e
alla precarietà del lavoro, di continuare a fare quello che
mi rende felice: raccontare il mondo in ogni forma, dalla
scrittura alla fotografia. Più che progetti sono importanti
le ambizioni, non bisogna mai sentirsi arrivati perché, purtroppo o per fortuna, c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare e da raggiungere. “
Sono le parole di Elisa Piras, fresca determinazione, che
ben rappresenta la positività delle nuove generazioni che
sanno mettersi in gioco e competono per il proprio futuro,
affinché sia meno incerto e dubbioso. “Ho radici bittesi ma
nuorese di nascita, crescita e buonuscita, ancora da riscuotere. Ho 29 anni che porto con fiera lentezza, perché si sa
che dopo i “Trenta” il tempo vola e cominci a sentire che la
vita “est un’istrumpa”.
Parlami dei tuoi studi in Toscana.
“Dopo il diploma classico ho deciso di trasferirmi a Pisa
per gli studi universitari, dove mi sono laureata in lettere
moderne. Da nuorese e amante della letteratura sarda ho
discusso una tesi sul Nonluogo nei romanzi di Salvatore
Satta: un viaggio dalla sociologia di Marc Augé e James
Hillman alla letteratura sarda, ben poco satinata. Ho voluto
creare una chiave di lettura alternativa dell’autore nuorese,
un modo per interpretare luoghi e persone della nostra Sardegna, che pur appartenendo ad un immaginario letterario
sono personaggi molto lontani da quelli dei classici racconti popolari. Contrariamente a Grazia Deledda, che aveva la
capacità di trascrivere letterariamente il mito, Satta lo
dissacra. Abbandona il filone folklorico, portandolo ad un
livello più alto. Satta rappresenta in pieno il mio rapporto
con la Sardegna: un legame inscindibile, di orgoglio e appartenenza incondizionati, nonostante limiti e diversità.”
Come è stato il tuo approccio con Pisa?
“Pisa è stata per me una seconda casa, una città che mi ha
dato tanto e dove ho potuto fare un percorso formativo e personale che mi ha soddisfatto a 360°. Sinceramente, a parte
qualche difficoltà iniziale, non ho mai avuto problemi di adattamento: è una città piena di studenti che arrivano da ogni
parte d’Italia e anche del mondo, un posto dove è possibile
avere uno scambio culturale interessante e continuo. Una madre adottiva dove ho conosciuto bellissime persone e trascorso anni felici. In concomitanza con la specialistica ho intrapreso tirocini, stage e collaborazioni in diverse redazioni che
mi hanno fatto avvicinare al mondo del giornalismo e della
fotografia, ambiti in cui oggi mi trovo a lavorare con entusiasmo.”
Nostalgia della Sardegna? Un giorno pensi di poterci tornare?
“La vita è un continuo atto di separazione, dalla nascita fino
all’ultimo respiro. Ci allontaniamo sempre da qualcosa e qualcuno provando un sentimento di mancanza, credo che la nostalgia sia un sentimento nobile: la spinta che ci fa intraprendere il viaggio senza dimenticarci delle nostre origini, il punto da dove siamo partiti e in cui vorremo tornare dopo mille
avventure. E con questa piccola premessa posso dire che la
Sardegna mi manca. Il Nostos, così come è inteso nella mitologia, appartiene a tutti, anche a quelli che poi non tornano.
Per adesso i miei progetti sono dall’altra parte del Tirreno, poi
si vedrà.”
Come vedi l’isola e quali sono i problemi da risolvere e su
cosa deve puntare per crescere ed uscire da questa situazione disastrosa.
“La Sardegna di oggi è una Terra che sicuramente non è ancora valorizzata come dovrebbe, abbandonata dai giovani e
bistrattata da economie turistiche che la rendono lontana agli
stessi sardi. I problemi da risolvere sono tanti, ultimamente in
Regione si è discusso su come valorizzare al meglio la risorsa
cultura: scuole, biblioteche, musei etc. La cultura potrebbe
essere, seppur in maniera minima, un antidoto alla mancanza
di lavoro e alla crescente disoccupazione. Però bisogna crederci e crederci significa investire concretamente, attingere
VILLACIDRO. MOSTRA
da fondi e insistere seriamente con la Comunità Europea
in modo che finanzi progetti e idee nuove. Bisogna rendere operanti la ricerca archeologica, la politica museale, i
sistemi bibliotecari e formare operatori per un turismo di
qualità, non solo stagionali destinati alla Costa Smeralda.”
Conosci i circoli degli emigrati? Hai avuto modo di frequentarli?
“Conosco i circoli di emigrati sardi, sia il “Grazia Deledda”
di Pisa che l’Acrase di Roma che ha organizzato due presentazioni di “Pitzinnos Pastores Partigianos”: un libro
scritto da mio padre Natalino Piras, Pietro Dettori, Piero
Cicalò e Salvatore Muravera. Si tratta di una ricostruzione
storica che parte dall’8 settembre 1943 e narra di come un
gruppo di ragazzi ventenni, di alcuni paesi del nuorese,
combatterono per la libertà. Entrambi i circoli sono importanti associazioni che organizzano eventi molto interessanti, riuscendo a riunire il meglio della nostra
‘sarditudine’, il ritrovarci “tottus in pari” anche lontani dalle
radici. L’amore, l’attaccamento e il rispetto per la nostra
Terra sono dei sentimenti forti e puri, un punto di forza e
unicità che ci accomunano e da cui dovremo ripartire per
poter tornare.”
Non potevo chiudere l’intervista con Elisa senza chiederle della sua Matilde Il “Gorillacane”.
“Ho saputo che hai visto i vari set fotografici della mia
simpaticissima “bulla” di quasi 4 anni, meglio conosciuta
sul web come Matilde il Gorillacane. Oltre a essere speciale, come tutti gli animali con cui abbiamo il privilegio
di condividere la vita, mi fa da musa ispiratrice e modella.
Perché si sa che i cani, al contrario degli umani, possiedono la bellezza senza vanità.”
Massimiliano Perlato
DI PITTURA
“Occhi che guardano il mondo”
D
al 29 novembre all’8 dicembre al Caffè Letterario di Villacidro, in Piazza Zampillo,
si è tenuta la Mostra d’Arte “Occhi che guardano il mondo”. Ad esporre i loro dipinti ben
sei artisti, già noti al pubblico di intenditori,
come Fernando Marrocu, Salvatore Sanneris,
Toto Putzu, Bruno Garau e la pittrice moldava
Valeria Buzilan. Uno spazio è stato riservato
anche a talenti alla prima esperienza, come
la professoressa Maria Grazia Scanu, che da
quattro anni si dedica alla pittura con passione. La mostra ha rappresentato un viaggio
emozionante nell’affascinante mondo dell’ar-
te raccontata secondo l’estro di chi sente nell’anima il bisogno incontenibile di parlare con
il linguaggio dell’arte. Ad inaugurare la mostra
c’era Giuseppe Marras, che recentemente ha
conseguito la sua quarta laurea, proprio in Arte,
che ha introdotto le tecniche usate e presentato
le caratteristiche di ogni artista. Tra i tanti visitatori che hanno voluto ammirare i lavori esposti c’era lo scrittore villacidrese Gianluca
Celestino Cadeddu che ha dato il suo augurio
personale alla manifestazione: “Dall’arte si riparte”.
Stefania Pusceddu
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15 dicembre 2014
Cultura
Su sadru chi seus pedrendu
Babai Nadali: chi fait de sei
fait po tresi
Contixeddu de Venanziu Tuveri furriau in sadru de tziu Arremundicu
Ddu scieus totus ca Babai Nadali potat u coru mannu mannu, po sa gana de olli donai prexu
a is pipius, traballat a tot’annu aprontendu is giogus de potai, sa noti de su binticuaturu de
Mes’e Idas. In custus utimus annus is cosas funti cambiadas e po Issu puru is dificultadis
funti cumpatas. Po fai cali si siat cosa srebit traballu, machinarius, dinai, impenniu e sacrifizius.
Su fàtu est ca, abituau a fai s’impossibili, s’est agatau a no podi fai mancu su possibili. Sa
crupa est s’arrechediu de s’erereu nou. Uota s’acuntentant de ua bambuledd’e tzapus, u
trenixedd’e linna, ua barchita de paperi, ua pariga de castangias:
imou is pipius oint machineddas cumandadas de
tesu, telefoneddus e atrus inginnus chi
non ndi sciu mancu su nomini.
Penza penza, Babai Nadali iat
agatau su modu de acuntentai a
totus, agiudau de is su scientis:
gènieddus, nanus, furitus,
duendus e cant’atrus doind’adi,
fiat arrennesciu a aprontai is
arregallus. Ma cumenti iat fatu?
Ua dì, cun sa slita, fiat passillendu
apitzus de su mundu cichendu
bideas nobas, candu nc’iat ghetau
is ogus a u giadríu: ita spantu!
Bellu, luxenti, cun matas chi
potànt frutus chi no iat mai biu.
Fut cabau e si fiat acostau, sa
mèri dd’iat castiau spantada, no
s’abetat cussa bisìta, ma dd’iat
fatu intrai e dd’iat cumbidau u
cafei, i erba a is rennas. «Su cafei tuu est propriu saborìu - iat nau Babai Nadali strexendusì
sa braba- e su giadríu est merevigliosu.» «Grazia de is cumprimentus, béi ca torraus a foras e
ti fatzu bì- iat arrespostu Adelina pesendusindi – no est sempiri chi tengiu tempus de ddu
marrai, ndi bogài s’reba maba e dd’acuài, cicu de fai su possibili. Candu fia giovuna fadia sa
maist’e scolla e is pipius mi funt’abarraus in su coru, e aici, fadendu custu, apu penzau a
cussus, aprontendiddis u logu po giogai e imparai.» «Custus froris…- iat nau Babai Nadalinon nd’apu mai biu aguallis, cumenti si tzerriant?» «Oi, oi, - iat arrespostu Adelina- tui mi
fais dimandas difitzilis.» «Ois nai ca no connoscis is nominis de is froris chi prantas?» «Funt
froris nous, u’arratza noa. E is frutus puru funti ua calidadi noba. Incrubadì e castiaddus de
acanta, po prescei.» Babai Nadali si fut incrubau, dd’us iat tocaus cun is mãus, iat cicau de
ndi ntendi su fragu bellu, pois iat castiau spantau a Adelina. «Custus froris e is follas… funti
tostaus, e sen’e fragu.» «Prastica e alluminiu» iat arrespostu Adelina. «It’ois nai?» «Ca foll’e
frori, truncu e froris funt de prastica e alluminiu, e is frutus puru, pendili pendili dei is matas,
cument’e custa meba, sa pira, sa prúa e totus is atrus». «Pedronamì Adelina, no cumprendu,
tui as imbentau ua calidadi noba de matas chi faint froris e frutus de prastica e alluminiu? E
custus faint a papai e fai marmellada?» «Seguru! Dd’iast a podi fai ma iant’essi maus a cabai.
Castia béi custa màta po prescei.» Adelina dd’iat inditau cun s’indixi sa mata chi potàt is
frutus prus strambus: meba, pipieddas de tzapu, pingiadeddas, cicaras, cuglieras, frochitas, e
de custu e de cust’atru. «E custa màta - iat pedìu Babai Nadali - produsit totu custas cosas?
Est ua màta merevigliosa. As imbentau u ladamini speziali?» «Su minescimentu est de is
mãus mias e de is piciocheddus, cussus chi beint a innoi a giogai. Béi, setzidì u momentu e ti
spricu totu, dd’ois uantru cafei? o u pistocheddu…» «Ses fiziendumì, Adelina, ma t’ascutu
cun prexei e arriciu uantru cafei.»
Adelina iat donàu atru lori a is rennas e su cafei a Babai Nadali, cumentzend’a contai:
«Uota, totus teniant pagus cosas. Po Paschixedda e po sa Befana is pipius arriciant u puíu de
mendua o nuxi o figu siccada o ua pariga de tzoculus. Pois is cosas funt cambiadas,
s’abundanzia est arribada a totus e tropu otas is cosas nce dd’as scavuant e no dd’as torrat a
oberai. M’est capitau de bì in sa ìa o me in is pratzas cosas fuiadas innoi e inguddãi e mi seu
pedìa poita sutzedìat. Is cumunus ant postu is casciõis po s’abiga o passant de domu in domu
a nde dda pinnicai, ma sa genti sighit a scavuai in sa ìa. Apu penzau ca a custus mancat
s’educatziõi e apu inghitzau a pinnicai po torrai a umperai. Aici funt nascius froris,
bambuleddas, furriadroxas… Medas pipius béint, frabicant, cristionant, si spassiant e si faint
amiganzias nobas. Bastat u paghedd’e sobi e ti dd’us agatas innoi traballendu. Imoi, is
piciocheddus, cun su cumunu, funt cuncodrendu un’amòsta.»
Babai Nadali fiat abarrau a buca apeta, ascutendu, movìat scéti sa conca: sì sì. Sa idei ddi
praxìat poita ca a torrai a imperai is cosas bècias obìat nai arrispramiu e u mundu prus pulliu.
«Adelina - dd’iat nau- tui m’as donau ua grandu bidei. Imou penzu de ai agatau sa crai...
Gratzias, Adelina.»
Babai Nadali nci fut pesau a sa slita bobendu conca a sa butega sua. Iat tzerriau totus is su
scientis, agiudantis e ddis’iat spricau su chi depiant fai. Mancat pagu a Paschixedda. Totus
iant traballau cun prexu e gana mai bida e is sa scatulas si fiant amuntonadas, una apitzus de
s’atra, prontas po essi pratzidas. A Babai Nadali puru, ca iat passau momentus dudosus, ddi
fiat torrau s’arrisu. Cuss’arrisu chi luxit cument’e su sobi e donat prexu a chi dd’arricit, e in
sa noti de Paschixedda, iat potau u liburu a onnia pipiu, u liburu cun is figuras de is cosas chi
podìant fai cun ogètus scavuaus a s’abiga e chi podìant tenni vida noba. Is piciocheddus iant
arricìu u arregallu mai penzau e ndi fiant prexaus: «Castia mama, là babu.» A mesa o setzius
in terra iant pigau arrefudus bècius e iant inghitzau a fai ogètus nous. Totu poita ca Babai
Nadali iat promitiu de arregallai u giadríu spantosu a chi essat fatu s’opera prus bella. Custu
fut s’arregallu prus nodìu e intelligenti chi potessant arricì.
A si ‘ntendi mellus. tziu Arremundicu.
Scracàlius
di Gigi Tatti
Ci funt momentus chi unu contixeddu allirgu fai beni gana bella e fai praxeri. Po cussu,
custus “scracàlius” serbint po ci fai passai calincunu minutu chene pensai a is tempus lègius
chi seus passendi in custus annus tristus e prenus de crisi. Aici, apu pensau de si fai scaresci
calincunu pensamentu, ligendi e arriendi cun custus contixeddus sardus chi funt innoi. Sciu
puru, ca cussus chi faint arrì de prus, funt cussus “grassus” e unu pagu scòncius, ma apu
circau de poni scèti cussus prus pagu malandrinus, sciaquendiddus cun dd’unu pagheddu de
aqua lìmpia. Bonu spassiu. Est bellu puru, poita calincunu, circhendu de ddus ligi imparat
prus a lestru a ligi in sa lingua nostra. E custa, est sa cosa chi m’interessat de prus.
Gigettu est in giru fueddendi cun s’amigu Crisponziu.
Gigettu: Custa noti non apu dromiu nudda. No nce dd’apu fatu a serrai ogu, fia arròsciu.
Crisponziu: Deu, candu mi sucedit aici, sciu comenti fai.
Gigettu: Scòvia comenti fais, ca ddu fatzu deu puru.
Crisponziu: Deu candu no nce dda fatzu a pigai sonnu, mi pigu una bella purga.
Gigettu: E insaras ti dromis?
Crisponziu: No, po nudda. Ma a su mancu tengu cos’e fai, e no m’arròsciu!
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Linettu est chistionendi cun su gopai Nunziu.
Nunziu: Dda scis sa diferentza chi passat tra unu predi e un polìticu?
Linettu: No, naraddu tui.
Nunziu: Nisciuna diferentza.
Linettu: Poita, funt ugualis?
Nunziu: Certu, tot’a duus pigant is votus e a pustis càmbiant parròchia.
Linettu: E insaras, naramì tui, sa diferentza tra unu polìticu e unu cafei.
Nunziu: No ddu sciu, naramiddu tui.
Linettu: Sa diferentza, est ca su cafei podit essi “corretto”.
Nunziu: E su polìticu?
Linettu: E su polìticu podit essi corrotu!
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Salvatori est in su bar bufendi cun Carlettu.
Carlettu: Ma arisenotti candu ses pinnicau tradu de su spuntinu, pobidda tua s’est arrennegada?
Salvatori: Mancu po nudda, est abarrada tranquilla.
Carlettu: Biadu tui! Sa mia inveci s’est unfrada che una pìbara.
Salvatori: Ma poi, de su restu, is duus dentis de ananti fiant movi movi, e mi nde ddus depia
tirai. Duncas apu arresparmiau po fintzas su dinai po su dentista!
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Torquatu est unu pugili sardu e est cumbatendi contras unu Nieddu, ei in s’àngulu fueddendi
cun s’allenadori.
Torquatu: Cantu ripresas mancant?
S’allenadori: Atras dexi.
Torquatu: Nudda est? Ma comenti seu andendi? Seu bincendi?
S’allenadori: Càstia o Torquatu, si ce ddas fais a ddu bocì, fortzis arrenescis a paregiai!
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Fulviu est in màchina cun sa pobidda Clelia e sa sroga Artemisia.
Clelia: Atentzioni Fulviu, depis girai a destra.
Artemisia: Ma cali destra, depis girai a sinistra.
Clelia: No mamma, depit girai a destra.
Artemisia: Ma ita dimòniu a destra, depit girai a sinistra!
Fulviu: Ma insoma o Clelia! Ma chi est guidendu, tui o mamma tua!
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Cristofuru est racumandendi a sa pobidda Cesira.
Cristofuru: Candu mi morru, arregordadì ca bollu essi cremau, no interrau.
Cesira: Bravu, a su mancu de mortu puru sighis a lassai pruineddu in giru!
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Tzia Gesuina e tziu Pietrinu funt analfabetus e funt andaus in ufìciu po firmai unu documentu
S’ìmpiegau comunali: Depeis firmai innoi in custu fòliu.
Tziu Pietrinu: Ecu fatu. Deu apu firmau. Toca Gesuina, imoi tocat a tui.
Tzia Gesuina: Balla ca ge fatzu a lestru. Ecu firmau deu puru.
S’ìmpiegau comunali: Ma comenti eis firmau? Fostei tziu Pietrinu at postu un “PIÙ”, e fostei
tzia Gesuina at postu un “PER”, poita custa diferentza?
Tzia Gesuina: Certu ca dd’eus posta diversa sa firma. Miga portaus is nominis ugualis!
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Angelinu est telefonendi.
Angelinu: Pronto? Seu fueddendi cun sa Ditta Barchini?
Boxi a su telefunu: No. Innoi est sa Ditta Barconi.
Angelinu: A beni meda. Biu ca si seis ingrandius!
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Tzia Disola est in macelleria.
Tzia Disola: Bonasera, seu benia po comporai cerbeddu de alloreddu. Ndi tenit?
Su macellàiu: Certu ca ndi teneus. Cantu nde ddi serbit?
Tzia Disola: Donimindi unu. Ma chi siat friscu.
Su macellàiu: Ci podit contai ca est friscu. Ddi potzu nai ca una mesoreadda fait, fiat ancora
pensendi!
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Tzia Angelina est in vìsita a su neuròlogu.
Su neuròlogu: De ita sunfrit signora Angelina?
Tzia Angelina: No m’intendu beni. Tengu calincuna cosa in conca. Controllit sa lastra chi apu
fatu.
Su neuròlogu: De sa lastra chi m’at portau, ddi potzu nai seguramenti, ca in conca fostei no
portat nudda!
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Cultura
LA SARDEGNA NEL CUORE
15 dicembre 2014
21
di Sergio Portas
Un Gramsci inedito
nel libro di Marco Marras
“I Gramsci a Sorgono”
S
e avessi letto questo libro sui Gramsci prima di pubblicare il mio (“Antonio Gramsci:
coscienza internazionalistica e subconscio sardo”, ed. Mediatre, 2011) ne sarebbe uscita una “intervista” diversa. Molti sono gli spunti inediti che ha saputo mettere in luce
Marco Marras nel suo: “I Gramsci a Sorgono”, Iskra ed., 2014, sorgonese dell’83, laureato a
Cagliari in Lingue e Letterature straniere. Giustamente si è chiesto: vero che Antonio, Nino
Gramsci è nato ad Ales, ma vero anche che la sua famiglia si trasferì a Sorgono nell’inverno
del ’91 (ottocento) e Nino era nato nel gennaio dello stesso anno, per lì abitare per i seguenti
sei anni. Come negare dunque che fu questo il paese che lo formò, che gli diede l’impronta,
dove sicuramente apprese a parlare il dialetto del posto. E dove, in quel breve periodo, godette di una situazione economica mai più sperimentata nella sua vita infantile e adolescenziale.
Il male che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni, il morbo di Pott, lo incontrò a soli
diciotto mesi e certo fu la prima causa che contribuì a incrinare la vita serena della famiglia,
causa finale di rovina economica e sociale fu l’incriminazione, seguita da condanna, del
padre Francesco, titolare del locale ufficio di registro. Peculato, concussione (“lieve danno e
valore” cita la sentenza della Corte d’assise di Cagliari in nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia) e falsità in atti d’ufficio:
galera per un totale di anni cinque, mesi otto e giorni ventidue. Dal carcere di Oristano, dove
era detenuto in attesa del processo, fu trasferito a Gaeta. Proprio dove aveva avuto il destino
di nascere 37 anni prima: si sta parlando del 1860, anno in cui Garibaldi cingeva d’assedio la
città dopo che aveva vittoriosamente risalito la penisola, passato lo stretto di Sicilia, e attendeva il re di Sardegna per consegnargli le terre “liberate”. Il Savoia si portò dietro l’esercito
col generale Cialdini a comando, e furono proprio i regolari piemontesi che incrociarono i
cannoni con l’esercito borbonico assediato nella cittadella. Tra i difensori che sparavano
dalle mura del castello angioino-aragonese anche Gennaro Gramsci, colonnello e padre di
Francesco, per il suo valore passò con il medesimo grado nei ruoli dei reali carabinieri.
Questi Gramsci erano d’origine albanese, per scampare ai turchi invasori nel quindicesimo
secolo passarono l’Adriatico e si stabilirono in Calabria. Fecero fortuna, la mamma di Francesco era una Gonzales figlia del primo avvocato di Napoli, i suoi figli studiarono sino all’università, tranne il più giovane, appunto Francesco Gramsci che, morto giovane il padre,
era ai primi anni di giurisprudenza. Gli toccò trovarsi un lavoro e a vent’anni trovò un posto
all’ufficio di registro di Ghilarza. Qui si innamorò di Peppina Marcias e lei di lui.
Alta, vestita alla continentale, un anno più giovane, la mamma di Nino aveva perso i genitori
da piccola, tirata su da parenti non sempre benevoli (un suo tutore le rubò quanto restava
dell’eredità sua e del fratello Giorgio), aveva nella sorellastra Grazietta un riferimento di
affetto sicuro. È lei che accolse Peppina e i sette figli nella sua casa di Ghilarza quando
Francesco, Ciccillo per gli amici, finì in galera e non ci furono più soldi per pagare l’affitto
della casa di Sorgono, né per pagare pane e companatico.
I due giovani andarono sposi all’età di ventitré e ventidue anni, subito nacquero Gennaro e
Emma e Grazietta, trasferiti ad Ales venne al mondo Antonio, a Sorgono Teresina e Carlo e
Mario. Donnu Barisone de Serra fa entrare Sorgono nella storia con la esse maiuscola, consigliere fidato di Pietro I d’Arborea venne nominato curatore della regione del Mandrolisai
nel 1180, la sua famiglia e il paese seguiranno le fortune degli Arborea e poi dei re d’Aragona,
i Savoia ne faranno una delle provincie del regno. Ai tempi dei Gramsci contava poco più di
1500 abitanti, 400 famiglie, immerso tra boschi di rovere querce e lecci, 668 metri sul livello
del mare, produce cereali, frutta, legname, specialmente noci e alleva molto bestiame d’ogni
genere, ma soprattutto raccoglie uva da vino dalle viti che ammantano le colline prospicienti
il paese. C’è la Pretura, l’Ufficio del Registro, il Catasto e la complementare Agenzia per le
Imposte. Indispensabile la presenza di una corposa Sezione dei Carabinieri Reali. Naturalmente la farmacia, l’ufficio postale, persino una società operaia di mutuo soccorso. E da
ultimo, ma non certo meno importante, Sorgono è diventata punto terminale della ferrovia
che parte da Cagliari e vi arriva da Mandas: si parte dal capoluogo alle sei e trenta del mattino, si ritorna partendo da Sorgono alle 18. L’arrivo della strada ferrata “non ebbe un plauso
incondizionato”, i No-Tav dell’epoca “misero in dubbio la scienza logistica con cui venne
congegnato questo tratto”.
Uffici amministrativi e ferrovia
da costruire attirarono a Sorgono
tutta una serie di persone “estranee”, molti continentali, facendone un centro d’attrazione per ogni
tipo di impiego, e fu così che
Francesco e la giovane moglie,
quattro figli e una subito in arrivo, si inserirono fra quella borghesia alta che comprendeva le antiche famiglie nobili, che ora si accaparravano le cariche di
sindaco, di consigliere provinciale e similari, quelle che procuravano i voti per fare eleggere
l’esponente politico sardo più importante dell’epoca: l’onorevole Cocco-Ortu, di Benetutti,
sindaco di Cagliari per circa trent’anni, fondatore dell’Unione Sarda, sottosegretario e infine
ministro dell’Agricoltura nei governi del tempo.
Non c’erano dei partiti politici strutturati ma delle vere e proprie bande d’affari con a terminale il deputato eletto. Certo se volevi entrare nel “giro giusto” a Sorgono dovevi votare col
sindaco, un Costa, e conseguentemente diventare “cocchista”. A giudicare dalla “politica
familiare” che Francesco Gramsci seguì nello scegliere e trovare i padrini di cresima per i
figlioli, magnifica la festa del giugno ’96 per la venuta di monsignor Francesco Zunnui arcivescovo di Oristano a cui toccò cresimare ben duecento bimbi (l’ultimo presule era venuto
sei anni prima) in cui ebbero il sacramento anche quattro dei suoi, i rapporti con l’élite del
paese erano eccellenti. Peppina Macias che pure aveva solo la terza elementare era una che
leggeva di tutto, dai romanzi rosa a Boccaccio, non mandò subito a scuola il piccolo e malaticcio Nino, compiuti i sei anni, ma fu lei che gli insegnò per prima a leggere e scrivere, e gli
faceva ripetere dieci volte che uccello si scriveva con due c, non con una sola come si ostinava a ripetere il giovane Antonino.
I Gramsci erano comunque da annoverarsi nella categoria dei “signori”, dell’altra ben più
numerosa composta da contadini e pastori la politica non se ne curava, perché elettoralmente
non contavano. Votavano solo i maschi naturalmente, le donne italiane dovranno attendere la
fine di una seconda guerra mondiale per avere accesso a questo diritto, e occorreva dimostrare di saper leggere e scrivere, in tutta Sorgono un centinaio di persone. I piccoli Gramsci sono
negli elenchi dei bimbi che andranno all’asilo delle suore vincenziane e in quelli delle scuole
elementari. Mamma Peppina è citata nell’”Unione” tra le presenti alle serate di lettura, e
c’erano feste con fonografi e, una volta, persino uno spettacolo con un ipnotizzatore, continentale.
I giorni che Ciccillo Gramsci si recò a Ozieri, era morto il fratello Nicolino ufficiale dell’esercito, arrivò una ispezione nel suo ufficio. E trovò le irregolarità che lo portarono a
processo e poi in carcere. Fu la fine di una favola lieta, Peppina e i bimbi, sette, tornarono a
Ghilarza ospiti della sorella Grazia, lei si mise a cucire con la Singer, tenne in casa dei pensionanti, era una brava cuoca. Disse della prigione del padre solo al primogenito Gennaro.
Ma volete che a Ghilarza, mercè la cattiveria spontanea di ogni bambino, nessuno abbia mai
rinfacciato a Nino e ai fratelli di aver per padre un galeotto? Un’altra cosa: Nino mai perdonò
al padre di non avergli fatto avere tutte le cure atte a guarirlo del male che lo afflisse. Peppina
stessa preferì raccontarsi la storia che, a causare il morbo del figliolo, fosse stata una caduta
dovuta all’imperizia di una servetta. Stessa versione diede anche Antonio scrivendo dal carcere fascista alla cognata Tatiana. Mai Nino scrisse dal carcere al padre. Fu un napoletano
alto e biondo quello che incantò la ragazza di Ghilarza e con lei fece una famiglia e sette figli,
indulgendo però nel gioco delle carte e “spesso lo mettevano sotto”, da qui i trucchi contabili
e le ruberie. E il carcere.
Furono anni di stenti e di ristrettezze mai prima provate quelli che seguirono “l’età d’oro di
Sorgono”. Tutti dovettero diventare grandi subito. Nino, lui cominciò la scuola e fu sempre il
primo della classe. Scrisse dal carcere che ai bimbi, pur se piccoli, mai va nascosta la verità,
pur dolorosa che possa essere, e questo mai riuscì a perdonarlo neppure alla sua adorata
mamma.
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15 dicembre 2014
A Natale mangiare troppo fa male
di Venanzio Tuveri
B
ianca, anche quel giorno nei campi a brucare l’erba, vide una scimmia che, in cima
a un albero di banane, mangiava con gu-
sto.
- Ehi, tu, che fai lassù? - chiese.
- Non lo vedi? - rispose la scimmia, che si chiamava Salta. - Ne vuoi una?
- Sì, mi piacerebbe assaggiarla, ma non so salire
sugli alberi. Me la lanci?
- Eccola - fece Salta - ma mangia piano.
Bianca raccolse la banana e la mangiò in due bocconi.
- Buona - disse. - Me ne lanci un grappolo?
- Si dice casco, o anche cespo, non grappolo. Ma
un intero casco di banane potrebbe farti venire il
mal di pancia. Mio nonno dice che riempirsi della
stessa frutta non fa bene, e allora fa le macedonie.
- Ah, sì, le macedonie le mangio anch’io - rispose
Bianca, che in realtà non sapeva cosa fossero però non ho mai avuto mal di pancia. Allora me
ne dai un grappolo?
Salta staccò un casco e lo lasciò cadere.
- Eccoti accontentata. Ma ricorda che si dice casco oppure cespo - disse mentre scendeva dal banano. - Grappolo si dice per l’uva.
- Hai anche l’uva?
- No, però ora vado a mangiare una pera. C’è un albero qui
vicino.
- Aspettami, finisco questo grappolo e vengo con te.
Bianca ingurgitò senza masticare, con una voracità mai vista
e, quando spazzò tutto, seguì Salta verso il pero. Come sempre, anche stavolta ci fu chi sapeva salire sull’albero e chi no.
Salta in un attimo fu tra i rami, staccò un frutto e lo mangiò.
Buono, pensò, maturo al punto giusto.
- Fammi assaggiare - strepitò Bianca, e Salta le lanciò una
pera, poi un’altra, e un’altra... fino a quando l’albero fu completamente spoglio.
- Farai indigestione - disse ancora Salta.
- Non ho mai fatto indigestione - protestò Bianca continuando a ingurgitare - e poi siamo a natale e bisogna festeggiare.
Ma ora dove vai?
- A mangiare una pesca. Lo stomaco mescola tutto e fa la
macedonia, come dice il nonno.
- Pesca? L’ho mangiata una volta, è proprio buona.
Salta salì su un altro albero, colse una pesca e la mangiò lentamente. Dal basso la capra protestava e Salta scuotendo forte i rami le fece piovere in testa tutti i frutti.
- Spero sarai soddisfatta - rispose scendendo dall’albero.
Mangiò con soddisfazione, la capra. - Sono piena giusto. E
ora dove vai?
- A mangiare un fico.
- Un fico? Lo voglio assaggiare. Vengo con te.
Non era molto distante, l’albero, e i fichi erano maturi. Salta
ne colse uno, lo sbucciò e lo mangiò lentamente per gustarlo
meglio.
- A me, a me, muoviti, sono qui che aspetto - sollecitò Bianca.
- Avevi detto che la tua pancia era a posto.
- Non ancora, non completamente. Fammi piovere i frutti in
testa, come hai fatto prima.
Salta scosse i rami e i frutti furono a portata di bocca della
capra, che li mangiò ma molto più lentamente di quanto aveva fatto con le banane, tirando ogni tanto grossi respiri che la
aiutassero a spingere nello stomaco tutta quella roba.
- Ecco, ora comincio a star bene - borbottò.
- Ti verrà davvero il mal di pancia - disse ancora Salta - o
forse ti scoppia.
Fece un cenno di saluto e si voltò per allontanarsi.
- Ehi, do...dove vai? - chiese Bianca, che cominciava a sentire davvero qualche dolorino, strascicando la voce.
- Vado a sciacquarmi i denti con un’anguria. Tu sta’ qui all’ombra, hai già mangiato troppo.
- Io... ahi... io non ho ma...mangiato troppo. Aspe...pettami,
vengo con te. Voglio anch’i...io lavarmi i denti.
- Come vuoi, ma l’anguria te la raccogli tu, stavolta - rispose
salta con un ghigno. Chissà, forse la capra non le aveva mai
viste e non sapeva che crescevano poggiate per terra. Salta
camminò lentamente, voltandosi ogni tanto a osservare la
capra che arrancava a fatica, e infine giunse dove le angurie
crescevano rigogliose. Le guardò con attenzione per sceglierne una matura, la spaccò con un forte pugno e cominciò a
mangiare. Era rossa e dolce al punto giusto. Bianca si accovacciò per terra, dinanzi alla prima che le capitò, e cominciò
a mordere una buccia dura e una polpa verde senza sapore.
Pochi morsi, i dolori si fecero ancora più... dolorosi, e si accasciò per terra. La sua pancia, che stringeva con le quattro
zampe, era ormai più grossa di quella di un ippopotamo.
- Eh, sì - fece Salta - hai mangiato troppa macedonia. Ora ti saluto e d’ora in poi, se vorrai mangiare
ancora banane, pere e pesche, impara a salire sugli alberi. Perché non voglio avere i tuoi mal di
pancia sulla coscienza.
- No, no, aspe...etta, aiutami! Ho mal ... mi fa ma...
In quel momento si accostò a loro, attirato dalle
lamentele della capra, un elefante con tutta la sua
famiglia.
- Che succede? - chiese.
- Quella ha mangiato troppo e io non so come aiutarla - rispose la scimmia - ma penso che, se non
morirà, i dolori le passeranno quando riuscirà a
digerire quello che ha mangiato. Tu la sai aiutare?
- Neanch’io sono un medico - rispose l’elefante ma...
- Per fa... fa...favore - implorò la capra - sto male,
sto mo...morendo, ho un dolore insop...
po...ortabile, aiutami almeno tu...tu.
L’elefante guardò con maggiore attenzione la capra, il cui stomaco, in effetti, era più grande di
quello di un ippopotamo.
- Cos’hai mangiato, esattamente?
- Qualche ba...anana e pera, due o tre...e fichi e...
- Qualche quintale di banane, due o tre di pere e di fichi e...
Vuoi dire questo?
- No...o no, solo pochi quint... grappoli, ecco.
- Cara capretta, tutta questa roba è diventata dura come un
mattone e il tuo stomaco non riuscirà mai a digerirla. Potrei
aiutarti ad ammorbidirla con massaggi sulla pancia, ma ti farà
molto male. Una volta l’ho fatto anche a Tarzan e lui è guarito. Però con gli urli ha fatto scappare tutti gli altri animali, e
anche gli alberi. Allora sei pronta?
Bianca fece un impercettibile segno di sì e l’elefante gli pose
sopra la sua enorme zampa, muovendola leggermente in tondo. Continuò così per un pezzo, aumentando a poco a poco la
pressione e facendo aumentare in proporzione le urla della
capra. Gli elefanti sono tra gli esseri più pazienti della terra e
il massaggio continuò a lungo. E anche le urla della capra.
- Ora respira forte - disse alla fine l’elefante alla capra - molto forte, hai capito?
La capra respirò forte, e ancora e ancora, fino a quando emise un lungo sospiro.
- Non ce la faccio più - esclamò e, accorgendosi in quel momento che i dolori erano quasi scomparsi, emise un sorriso
fiacco e si sforzò di rimettersi in piedi.
- Grazie.
- Di niente - rispose l’elefante. - Sono contento che ti sia
andata bene perché, ad altri due ai quali ho praticato questa
cura, abbiamo dovuto fare i funerali. Qualcuno ha detto che
forse ho schiacciato troppo forte. Ma tu hai sopportato con
coraggio.
- Con coraggio? - ghignò la scimmia. - Mai sentiti in vita mia
strilli e pianti così assordanti. E neppure visto una capra così
golosa e stupida.
“Insàs” un libro per scoprire
com’era San Gavino
durante il Ventennio Fascista
San Gavino Monreale sotto il fascismo, un
tentativo di ricostruzione. È questo il sottotitolo del libro “Insàs” di Enrico Sanna. Frutto
di un anno di ricerche presso l’archivio storico di San Gavino, nel libro viene sintetizzata
la storia del paese raccolta in circa duemila
documenti che vanno dal 1922 al 1943.
Sangavinese, laureato in lettere, per nove anni
giornalista e collaboratore esterno per “Il Provinciale Oggi”, Enrico Sanna è un appassionato di storia del territorio e oltre ai numerosi articoli di cronaca ha scritto numerosi servizi a carattere storico locale. Particolarmente
apprezzati “L’età del piombo” (storia della
fonderia di San Gavino), “I Sindaci” (le
monografie sui sindaci sangavinesi
in età repubblicana) e “Il Fascismo
a San Gavino”, tutti servizi apparsi
sulle colonne del Provinciale. Oltre
ad Insàs, Sanna aveva già pubblicato un romanzo dal titolo “La Piccola Miniera” e ha in preparazione altri due
scritti. Già dalle prime pagine del libro è facile scorgere la semplicità con cui viene ricostruita la storia di una San Gavino ancora poco
sviluppata ma in cui è possibile intravedere
aspetti che la distinguono ancora oggi. “Dai
documenti che ho analizzato - spiega Enrico
- ho ricavato una serie di servizi, ma una volta terminato il lavoro ho deciso di riprenderli
e ampliarli. Il libro ha una dimensione che è
circa il triplo dei servizi originali già apparsi
sul giornale”.
Insàs è un libro di 186 pagine in formato tascabile, disponibile anche in versione ebook,
contiene circa 50 immagini, a colori nella versione digitale e in bianco e nero nella versione a stampa, si può acquistare su Amazon.it.
Lorenzo Argiolas
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