eriferie
direttore Vincenzo Luciani
Poste Italiane SpA - Sped. Abb. Postale 70% -DCB Roma
Scrivo e riscrivo innumerevoli volte
lo stesso verso, ne giro e rigiro
l’avverbio le congiunzioni il verbo
ma la sostanza sempre si sottrae
al sostantivo in cui dovrebbe inscriversi,
vuoto me ne ritorna un suono
che non ha avuto forza di consistere.
Così il miniaturista inseguiva
dipingendola mille e mille volte
l’immagine del Cristo, così
cercandola invecchiava e poi moriva
senza avere tracciato che l’abuso
ogni volta di un volto che capiva
non era, non poteva nemmeno
lontanamente essere quello.
VIAGGIO NELLA POESIA
DI GIUSEPPE ROSATO P. 18
Direzione - Redazione:
via Lepetit 213/1
00155 Roma
Tel-Fax 06.2286204
Trimestrale
GENNAIO/MARZO 2015
ANNO XIX N.
73
TRADURRE LA POESIA di Ombretta Ciurnelli
P. 3
RICORDO DI... Marco Gal e Brunella Bruschi
P. 8-9
IL LIBRO: Gris de luna di Rita Gusso
P. 11
Sël finagi di Bianca Dorato
P. 13
Tra cielo e volto di Luciano Nota
P. 15
Scriviriscriviri. Antologia di Salvo Basso P. 16
ANTOLOGIA: M. D’Arcangelo, V. Santoliquido, M. Rossi
F. Pelliciardi, M. Nardo, F. Di Giorgio,
G. Stella Elia
P. 20-27
2
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
Sommario
eriferie
ANNO XIX N. 73
GENNAIO/MARZO 2015
TRIMESTRALE
DIRETTORE RESPONSABILE
Bruno Cimino
DIRETTORE Vincenzo Luciani
REDAZIONE Ombretta Ciurnelli, Anna
Maria Curci, Claudio Porena, Cosma
Siani, Rosangela Zoppi
DIREZIONE E REDAZIONE: via Roberto
Lepetit 213 int. 1 - 00155 Roma
Tel-Fax 06.2286204
E-mail [email protected]
www.poetidelparco.it
REGISTRAZIONE Tribunale di
Roma n. 623/96 del 13/12/96
REALIZZAZIONE Cofine srl
via Lepetit 213/1 - 00155 Roma
IN COPERTINA Giuseppe Rosato
fotografato da Giada Ciarcelluti
STAMPA Palombi & Lanci
00010 Villa Adriana - Tivoli
FINITO DI STAMPARE aprile 2015
QUOTA ANNUA SOSTENITORI 20,00 €
(con 4 numeri della rivista) sul c/c/p
59612879 intestato a Associazione
Periferie via Nino Ilari 11 - 00169
Roma. – ARRETRATI: 10,00 €.
Il rovescio dell’arazzo. Divagazioni sulla traduzione del testo poetico di O. Ciurnelli
3
RICORDO DI...
Marco Gal e Brunella Bruschi
8-9
IL LIBRO
Gris de luna di Rita Gusso
Sël finagi di Bianca Dorato
Tra cielo e volto di Luciano Nota
Scriviriscriviri. Antologia di Salvo Basso
Viaggio nella poesia di Giuseppe Rosato
11
13
15
16
18
ANTOLOGIA
Mario D’Arcangelo
Vito Santoliquido
Maurizio Rossi
Ferdinando Pelliciardi
Marcello Nardo
Francesco Di Giorgio
Grazia Stella Elia
20
21
22
24
25
25
26
AVVENIMENTI
Roma: assegnati in Campidoglio i premi
di “Salva la tua lingua locale 2014”
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RECENSIONI
Cartografie di un visionario di P. Civitareale 28
Trin freit. Spavento freddo di Giacomo Vit 29
IL CONCORSO Ischitella - Pietro Giannone 31
COME RICEVERE PERIFERIE - INVIARE 20,00 euro sul
c/c/p/ 59612879 intestato a Associazione Periferie, via
Nino Ilari 11 - 00169 Roma indicando nella causale “sostenitore Periferie” o richiederlo al tel. 06.2253179.
Il CENTRO POESIA DIALETTALE “VINCENZO SCARPELLINO” (presso la Biblioteca G. Rodari, in via Francesco Tovaglieri 237a - 00155 Roma - tel. 06-2286204) invita a spedire gratis testi dialettali (poesie, antologie, riviste, monografie, dizionari e grammatiche, materiali video e audio).
Il bollettino dei libri del Centro è sul sito www.poetidelparco.it (sezione Poeti in dialetto: “Centro di documentazione” del menù).
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
3
LA TRADUZIONE
Il rovescio dell’arazzo
Divagazioni sulla traduzione del testo poetico
di Ombretta Ciurnelli
a me sembra che il tradurre da una lingua in un’altra […]
sia come guardare gli arazzi fiamminghi da rovescio,
ché, sebbene le figure si vedano, sono però piene di filamenti
che le fanno confuse sì che non appaiono nitide e a vivi colori, come da diritto
Miguel de Cervantes
Madame de Stäel nel 1816, in un articolo pubblicato sul primo numero della
“Biblioteca italiana” (Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni), sosteneva che
«non si traduce un poeta come col compasso si misurano e si riportano le
dimensioni d’un edificio; ma a quel
modo che una bella musica si ripete
sopra un diverso istrumento: né importa
che tu ci dia nel ritratto gli stessi lineamenti ad uno ad uno, purché vi sia nel
tutto una eguale bellezza.»
La traduzione della poesia è un sottile gioco di compromessi e infedeltà; se
si conservano in gran parte i tratti
semantici, si modificano necessariamente quelli fonologici; se si mantiene
nella traduzione la struttura metrica
dell’originale, si può impoverire o deformare la sua valenza semantica, se si
sceglie di privilegiare quest’ultima, si
perdono necessariamente ritmo e musicalità.
Quella del traduttore può apparire ad
alcuni anche una battaglia persa a
priori con il testo originario, come pensava Foscolo che si arrese di fronte a
Omero nella convinzione di non poter
ricreare in un’altra lingua la particolare
fusione tra forma e contenuto presente
nei poemi del poeta greco. Ma può
anche essere che ci siano traduttori più
bravi dei poeti tradotti capaci di ri-creare
poesia con altri suoni e altri ritmi, con-
traddicendo la convinzione del poeta
americano Robert Frost: «poetry is what
gets lost in translation» (la poesia è ciò
che si perde nella traduzione).
«Il traduttore in quanto tale è il primo,
vero lettore critico dell’opera da tradursi
e, dunque, sa cosa cercare, verificando
quantitativamente le ipotesi e strategie
di lavoro criticamente individuate e le
concrete opzioni traduttive realizzate.
Soltanto così facendo egli potrà suffragare la sua “poetica traduttiva”, tesa
all’incontro con la “poetica autoriale”.»
(G. Nadiani)
Anche la poesia dialettale è nel ricco
gioco di specchi deformanti della traduzione: Ignazio Buttitta è stato tradotto in francese, inglese, russo e
cinese, il poeta campano Achille Serrao
in francese, inglese, spagnolo, rumeno,
serbo-croato, olandese, Dante Maffia in
inglese, serbo, bulgaro, greco moderno,
portoghese ecc. Per Giuseppe Gioachino
Belli sono stati pubblicati studi sulle
traduzioni dei sonetti (Belli da Roma
all’Europa, i sonetti romaneschi nelle traduzioni del terzo millennio, a cura di F.
Onorati, Roma, Aracne, 2010 e Belli oltre
frontiera. La fortuna di G. G. Belli nei
saggi e nelle versioni di autori stranieri,
Roma, Bonacci, 1983).
L’asse ‘dialetti italiani/New York’ – e
quindi ‘dialetto/inglese’ – è tra i più frequentati, in virtù della forte presenza
LA TRADUZIONE
4
di immigrati italiani negli Stati Uniti. A
dimostrarlo è anche il ricchissimo sito
di Luigi Bonaffini, (“Italian Dialect
Poetry”, http://userhome.brooklyn.
cuny.edu/bonaffini/DP/) che ospita le
migliori voci poetiche in dialetto del
nostro paese, tradotte in inglese e con
il contributo di critici e poeti di tutto
rispetto, come Achille Serrao, Francesco
Piga o Dante Maffia.
Negli Stati Uniti c’è una tradizione di
poesia dialettale legata «a un uso nostalgico della dialettalità volta al recupero
di una identità minacciata e di una
realtà antropologica abbandonata ma
mai dimenticata, e quindi ancorata alla
tematica dell’emigrazione e ai problemi
dell’acculturazione, compreso quello
fondamentale della lingua.» (L. Bonaffini)
In questo ambito ricordiamo il poeta
Joseph Tusiani che è stato docente di
Letteratura all’Università di New York e
che ha continuato a scrivere nel dialetto
garganico del suo paese d’origine (San
Marco in Lamis), oltre che in italiano,
latino e inglese, dedicando molte energie
anche alla traduzione in inglese di
grandi poeti della letteratura italiana
(Torquato Tasso, Luigi Pulci, Michelangelo Buonarroti). La sua ricca attività di traduttore è ricordata nel volume
L’arte della traduzione poetica. Antologia
e due saggi, a cura di C. Siani (Roma,
Edizioni Cofine, 2014).
È molto frequente anche la traduzione
di grandi opere della letteratura italiana
nei dialetti della penisola, anche se a
volte è frutto del lavoro certosino di
scrittori eruditi più che di poeti (per le
traduzioni della Divina Commedia si
veda il sito http://www.dantepoliglotta.it). Meno frequente è, invece, la
traduzione da dialetto a dialetto in cui
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
si possono ricordare, come esempio, le
numerose versioni de A Livella di Totò.
Insieme alla poeta Loredana Bogliun,
che scrive nel dialetto istroromanzo
dignanese, ho tentato questa esperienza
che è stata presentata nel corso di un
incontro sulla traduzione del testo poetico tenuto a Perugia il 4 febbraio 2015
(“Il rovescio dell’arazzo – Divagazioni
sulla traduzione del testo poetico”).
Merita un cenno la differenza tra i due
dialetti: il mio, quello di Perugia, sembra
avere fretta di arrivare in fondo alla frase
e non indugia sulle vocali; solo talvolta
si riposa, se mai, nelle epitesi, alla fine
delle parole tronche. Il dignanese di
Loredana Bogliun si allunga, invece,
sulle vocali con frequenti e sinuose dittongazioni, come accade anche in altri
dialetti dell’area nord-orientale dell’Italia.
La lettura dei testi pone in evidenza
la marcata differenza tra le sonorità
delle due lingue: da un lato il sibilare
delle “s” intervocaliche e delle “z” nel
dignanese della Bogliun, in una morbidezza di suoni che trova riscontro anche
nei tratti prosodici; dall’altro, nel mio
perugino, la durezza dei suoni, in particolare delle dentali, e l’assenza di qualunque sibilo di zanzara nelle “z” e nelle
“s” intervocaliche.
Loredana Bogliun ha tradotto in
dignanese la lirica Argì, tratta dalla mia
raccolta La città del vento (Roma, Edizioni Cofine, 2013) e io ho tradotto in
lingua perugina il testo Ruvèri, tratto
da La peicia (in Loredana Bogliun,
Graspi, Fiume, Croazia, Edit, 2013). Al
testo originale in dialetto segue la versione in lingua e quindi quella nel nuovo
dialetto.
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
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LA TRADUZIONE
LOREDANA BOGLIUN
Ruvèri
Sà de ste bande i arbori tuca al siel
vardando la ierba ch’a crisso spetenada
despoi de la peiova se vir∫o al suspeir
de sta me tera ch’a veivo cuciada
de mei pudaravi deite
peicada in tra le fuie
in tai arbori me favela
ch’a gnente iò pioun fursa
de sta radeiga ch’a me guanta par tera
a ∫i ruvèr sto me arboro grando
douto al mondo ghe stà ∫uta
ma par quil ch’a manca, ∫i da vardà ∫ura!
Qui da queste parti gli alberi toccano il cielo / guardando l’erba che cresce spettinata
// dopo la pioggia si apre il sospiro / di questa mia terra che vive accovacciata // di
me potrei dirti / appesa tra le foglie // tra gli alberi mi si racconta / che niente ha più
forza / di questa radice che mi tiene per terra // è rovere questo mio albero grande //
tutto il mondo gli sta sotto / ma per quel che manca, c’è da guardare sopra!
Cèrque
Nto sti poste tuquì
ta ’l cèlo tòccheno j’albre
docchianno l’erba che cresce sgramijata
doppo l’aqqua s’upre ’l suspiro
de sta mi terra che campa acuvijata
potrìa ditte de me
ntra le foje sualto arimpiccata
drento ta j’albre m’arcónteno
che gnente cià più forza
de ste ràiche che m’artèngono per terra
na cèrqua è st’albro granne
sotta tutto ’l monno je sta
ma per quil che nun c’è, tocca aguardà sualto!
LA TRADUZIONE
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Periferie
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OMBRETTA CIURNELLI
Argì
Ngluppata
nti merlette
de lo sciallo
nco l’onne d’aria
ch’afógono ’l rispiro
fatigo a chiappà su
daccapo a l’Arco
Barbaja ’l mi fiatone
ta i lampione
e lento svapra
ntol rimór di passe
che ncol fischià
del vento se confonne
Avvolta / nei merletti dello scialle / con le onde del vento / che affogano il respiro /
fatico ad arrivare / in cima all’Arco // Si illumina il mio affanno / alla luce dei lampioni
/ e lento sfuma / nel rumore dei passi / che nel fischiare del vento / si confonde
Turnà
Invulteissada
in tai merli
d’al sial
cu le onde de aria
ch’a massa al rispeiro
i fadeighi par reivà
là soun d’al Portigo
Al me fià se vido
in tala louss d’ai loumi
e peian el spareisso
in tal s’ciochetio
d’al me pedegà
ch’a in tal fis’cio
d’al vento el se cunfondo
Periferie
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Gennaio/Marzo 2015
Tradurre da un dialetto all’altro significa misurarsi non solo con sonorità ma
anche con strutture sintattiche e di pensiero a volte molto diverse, come accade
in ogni traduzione.
I testi ri-creati in un’altra lingua dialettale hanno inevitabili scarti sul piano
lessicale rispetto all’originale; in particolare, nel caso delle poesie Argì e
Ruvèri: spetenada/sgramijata (spettinata), cuciada/acuvijata (accovacciata),
radeiga/ràica (radice), ∫ura/sualto (in
alto), ngluppata/invulteissada (avvolta),
svapra/spareisso (sfuma). In alcuni
casi, al di là di una rigida corrispondenza lessicale, sono usate perifrasi:
ntol rimór di passe (nel rumore dei passi)
diventa in tal s’ciochetio / d’al me
pedegà, arricchendo l’espressione del
testo originale e mutandone la scansione metrica.
A volte un’anastrofe può consentire
di adattare un pensiero ai ritmi propri
di un’altra lingua, alterando l’originaria
struttura metrica: il verso iniziale di
Ruvèri – Sà de ste bande i arbori tuca al
LA TRADUZIONE
siel (Qui da queste parti gli alberi toccano il cielo) – si spezza e diviene nel
dialetto di Perugia Nto sti poste tuquì /
ta ’l cèlo tòccheno j’albre, con il soggetto
(arbori/albre) spostato in fondo alla
frase.
La traduzione, che Don Chisciotte
considerava con scettiscismo come «il
rovescio di un arazzo», mi appare piuttosto come un’immagine riflessa nell’acqua o in un vetro, naturalmente
deformata in alcune sue parti, ma
anche arricchita di nuovi ritmi e di
nuove sonorità.
“Riflettere” la nostra poesia, in un
gioco di specchi deformanti, non è stato
un mero “esercizio di stile” e non è nato
dalla volontà di compiere un’indagine
linguistico-filologica, ma dal desiderio
e dalla curiosità di confrontare diverse
sonorità, di scoprire impensati fonosimbolismi, di allargare le trame della
poesia, oltre localismi geografici, nella
consapevolezza della ricchezza che in
tale ambito può offrire il nostro paese.
NEWS
Poeti nella città del vento
Il 18 marzo, presso la Biblioteca di S. Matteo degli
Armeni, a Perugia, si è svolta la presentazione de La
città del vento di Ombretta Ciurnelli (Ed. Cofine, 2013).
Oltre all’autrice, sono intervenuti il poeta e critico letterario Manuel Cohen e il poeta ed editore Vincenzo
Luciani. La poeta Loredana Bogliun ha letto la traduzione in dialetto di Dignano d’Istria della poesia
“Argì” tratta dal libro. La traduzione in tedesco di Anna
Maria Curci della poesia “Scaline” è stata declamata
da Jana Hildebrant che ha pure allietato il folto pubblico con alcuni brani musicali.
A sorpresa, al termine del suo intervento su vita e
opera della Ciurnelli, Luciani, ha letto la traduzione
in garganico di Ischitella (FG) della poesia “Abonora”.
Cohen ha infine posto in evidenza l’accuratezza e l’originalità del lavoro poetico in lingua perugina della
Ciurnelli.
RICORDO DI...
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Periferie
Gennaio/Marzo 2015
Marco Gal
È morto il 22 gennaio 2015 il poeta valdostano Marco
Gal. Nato a Gressan, aveva 74 anni ed era da tempo
malato. L’ultima raccolta Seison de poesia comprende
quasi trent’anni di poesie in francoprovenzale. Lo ricordiamo come grande poeta, come amico fedelissimo di
“Periferie” e come sostenitore, sin dalla fondazione, del
Centro di documentazione della poesia dialettale italiana
“Vincenzo Scarpellino”.
Ed ecco, in memoriam, due sue poesie.
Memouéye
Quaqu’eun rappelle
le pavou dëfé de jouéce
a l’oura deun le tsan de blou;
quaqu’eun rappelle,
më cen l’est lliouen,
de l’atro coutë di ten;
quaqu’eun rappelle
eun mondo de fremie
que l’ayan pa lo ten
pe lo ri-e di coleur
et ara l’an maque ci pe rappéllë
cen que l’ayan sondjà.
MÉMOIRE - Quelqu’un se souvient / des pavots défaits de joie / au vent dans
les champs de blé; / quelqu’un s’en souvient, / mais cela est loin, / à l’autre
bout du temps; / quelqu’un se souvient / d’un monde de fourmis / qui n’avaient pas le temps / pour le rire des couleurs / et qui à présent l’ont seulement pour rappeler / ce dont elles avaient rêvé.
MEMORIA - Qualcuno ricorda / i papaveri sconvolti di gioia / al vento nei
campi di grano; / qualcuno ricorda, / ma ciò è lontano, / dall’altra parte
del tempo; / qualcuno ricorda / un mondo di formiche / che non avevano
tempo / per il ridere dei colori / ed ora l’hanno soltanto per ricordare /
quello che avevano sognato.
Lenva
Dze predzo de viëille pa-olle
nëssuye avouë ma tseur viventa,
ëpanduye deun lo meun cerevë
pe se barme euncougnuye
et sortuye comme de meusecca di ten
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RICORDO DI...
fouettéye de ma lénva,
de son crèissu pe de siécle su de botse améye,
chouedzjà et battu euntre le den di ten,
sortu de la via
comme de sourie et de querrio
et comme euna moffa de douleur
dessu lo tormen de la tseur
et di cœur.
LANGUE - Je parle de vieilles paroles / nées avec ma chair vivante, / épanouies dans mon cerveau / dans ses antres inconnus / et jaillies comme une
musique du temps / fouettées par ma langue, / des sons grandis pendant
des siècles sur des bouches amères, / lissés et battus entre les dents du
temps, / surgis de la vie / comme des sourires et des cris / et comme une
mousse de douleur / sur le tourment de la chair / et du cœur.
LINGUA - Parlo antiche parole / nate con la mia carne vivente, / sbocciate
nel mio cervello / nei suoi antri sconosciuti / e scaturite come musica del
tempo / frustate dalla mia lingua, / suoni cresciuti per secoli su bocche
amare, / lisciati e sbattuti tra i denti del tempo, / scaturiti dalla vita / come
sorrisi e grida / e come un muschio di dolore / sul tormento della carne /
e del cuore.
Brunella Bruschi
Brunella Bruschi non c’è più. Nella prima domenica di marzo la morte
ha posto termine alla sua lunga e difficile malattia, affrontata in ogni
momento con stoicismo e dignità, e ha interrotto una vita dedicata alla
poesia.
E subito i ricordi si affollano disordinati nella mia mente. Primi fra tutti
quelli dell’amica, dell’energia vitale che emanava da tutto il suo essere,
della semplice eleganza di gesti e movenze, della capacità affabulatoria
dei suoi racconti di vita e di scrittura, dell’intensa luce dei suoi occhi.
Poi c’è la memoria della sua voce poetica, dello scavo della parola, dell’essenzialità lirica, del passo di danza che si coglie nel ritmo dei suoi
versi, della sensibile e raffinata armonia che si rintraccia in tutta la sua
opera poetica. C’è la memoria dell’animatrice culturale della cui competenza e raffinatezza tanti alunni hanno potuto godere come esperienza
viva e diretta quando, con l’entusiasmo che la caratterizzava, animava
corsi di scrittura creativa e laboratori teatrali, donando preziose schegge
di poesia. E infine c’è la memoria del suo attento e puntuale lavoro critico-letterario.
Ho nelle mani la sua ultima raccolta (Punto Smirne, 2013) e torno a
leggere alcune sue parole nella presentazione della collana “La Chioma
di Berenice”, che dirigeva per l’Editore Morlacchi di Perugia: «La parola
poetica è l’eterna sommessa agnizione che narra l’uomo all’uomo, silente
RICORDO DI... 10
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
musica che immette preziose linfe nell’investigazione del mondo e dell’esistere, connaturata allo stesso esistere. Contiene e rivela concrete
consonanze e dissonanze del reale, la molteplicità di sensi e non sensi
del vivere quotidiano, dalla superficie al fondo degli eventi, fino alla
sostanza dell’esperire, accompagnando ogni viaggio a medicare le antiche
ferite dell’umanità.»
E nella memoria viva, oltre lo strappo della morte, la incontro e mi
ritrovo in questi versi
È lei che resta qui a rinnegare il tempo
poiché di tutto è più importante il luogo e quel che dice
l’attimo del fiorire e non la morte
perché un tessuto resta in terra di radici risorte
Ombretta Ciurnelli
Brunella Bruschi, laureata in Lettere classiche, ha insegnato nei Licei Scientifici dove
ha organizzato laboratori di scrittura creativa e attività teatrali. Insieme ad altri poeti,
ha fondato il circolo culturale “Il Merendacolo”, proponendo per molti anni alla città
di Perugia le più importanti voci poetiche
del nostro paese. Ha vinto importanti premi
nazionali e internazionali tra cui il “Premio
Ungaretti” (1982), il “Premio Sandro Penna”,
il “Premio Montale” (1993).
Ha pubblicato numerose raccolte poetiche
complesse e articolate nella struttura, caratterizzate sempre da una particolare levigatezza stilistica: Gioco d’attesa (1983), Testi
pretesti lineature (1989), Il bistro e la sabbia
(1997), Drama (2001), Deep focu (2005), Lune
persuase (2007), Befane, maghi, rospi, rane
e… altre creature per niente strane (2008), A
che titolo (2010), Elementi d’amore (2011),
Punto Smirne (2013). Sue liriche compaiono,
inoltre, in numerose antologie nazionali.
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Gris de luna di Rita Gusso
Con Gris de luna (Semolino di luna), prefazione di
Enzo Santese, Pasian di Prato (UD), Campanotto,
2013, Rita Gusso ha vinto la Sezione Poesia edita della
seconda edizione del Premio “Salva la tua lingua locale”
2014.
Questa la motivazione della Giuria: «La raccolta Gris
de luna, in dialetto caorloto (Caorle, VE), tendente a
un tono sapienziale, all’aforisma, al detto memorabile, è al meglio quando, piuttosto che comprimersi
in brani estremamente concisi, si distende in sequenze
di espressioni metaforiche, anche non logicamente
concatenate, ma solo accostate, che dispiegano vivace
fantasia creativa ed osservazione originale, risultanti
in una complessiva grande efficacia».
E noialtri che stemo cuà
a impatociarse coe robe
a sfregoàrse soto el sol,
se sbando da quel busigòto
te mi a dà cualche drita?
O te me sechi indrìoman
e te me ingiutissi nel scuro?
Cuà inpiantemo senpre semi
e tiremo su carne,
IL LIBRO
RITA GUSSO, nata a Caorle
nel 1956, vive a San Vito al
Tagliamento. Dal 1995 fa
parte del gruppo di poesia
Majakowskij. È autrice di
opere in italiano e dialetto
caorloto, nel 2000 ha pubblicato con il gruppo Majakowskij Da un vint insoterat, ed.
Biblioteca dell’Immagine, nel
2002 Tata nana e nel 2013
Gris de luna, Campanotto
Editore. Suoi testi si trovano
nelle antologie poetiche Notturni di_versi, festival notturno di poesia di Portogruaro (VE) 2006 e 2009, nell’antologia Umane transumananze, Decomporre Edizioni
2014, nel saggio Poetiche dialettali, L. Zannier, nelle riviste
letterarie “l’Ippogrifo” e “Il
segnale”. Ha ricevuto alcuni
riconoscimenti a premi letterari.
E noi che stiamo qui / a impiastricciarsi con le cose / a sgretolarci sotto il sole, / se mi sporgo da quel pertugio / me lo dai
qualche indizio? / O mi secchi all’istante / e m’inghiotti nel
buio? / Qui impiantiamo sempre semi / e raccogliamo carne.
Angea de Trieste
Do paróe ancora, come no
se usa più nee boteghe
a osar el scoltar
e vegner dentro pian,
na xornada drio l’altra
tacarse discarpinèe,
come un sol che fiorisse
IL LIBRO 12
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
rissoi ciari par tociarli
nel fogo-Carso* de piera
e giosse che fa l’asuro profondo
el contrasto de scòjo
che rissa el sentimento.
Scanbiar paróe cuà
in un posto del Tajamento
colmar nea grava, el smarimento.
ANGELA DI TRIESTE – Due parole ancora, come non / è più usanza nelle botteghe / ad osare l’ascolto / ed entrare piano, / una giornata dopo l’altra /
affezionarsi scalze, / come un sole che fiorisce / riccioli chiari per intingerli
/ nel fuoco-Carso* di pietra / e gocce che fanno l’azzurro profondo / il contrasto di scoglio / che arriccia il sentimento. / Condividere parole qui / in un
luogo del Tagliamento / colmare nella grava, lo smarrimento.
* sommacco e faggi in autunno
Fianco arco che se cucia
cuciaro de riso e patate
na minestrina che spera,
pare che se ocupa de ti:
– no gà tenpo no par i fioi l’istà
e xé onga fin a tarda sera.
Tornaremo aa verta del mar
a coórar sta siera smarìa
l’incanto dea note marina
luci de pesca buti de stee
el geàto che discòa tra i dei
sto senso fisso de esistensa.
Fianco arco che si piega / cucchiaio di riso e patate / una minestrina di speranze, / padre che ti accudisce: / – non ha tempo no per i figli l’estate / ed
è lunga fino a tarda sera. / Torneremo all’apertura del mare / a colorare
questa cera sbiadita / l’incanto della notte marina / luci di pesca gemme di
stelle / il gelato che scioglie tra le dita / questo senso denso di esistenza.
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
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IL LIBRO
Sël finagi di Bianca Dorato
Diario di un’anima verso un crinale di luce
di Nelvia Di Monte
Le poesie inedite
pubblicate in Sël
finagi (Nino Aragno
Editore, Torino 2014)
sono state raccolte
con amichevole cura
da Remigio Bertolino
e Giovanni Tesio, il
quale nell’approfondita postfazione annota come non sia
stato possibile ricavare dai quaderni di
Bianca Dorato (19332007) un ordine cronologico dei testi. Un
particolare che so
intimamente legato al
suo rapporto con le
parole: nemmeno le
lettere che Bianca mi inviò, negli anni
in cui così ci tenevamo in contatto, recavano la data. A suggerire – miraco, forse
– che il tempo semplicemente è, non
segue il ritmo dei calendari ma appare
“në sluss dël rìe etern / ant ëlbàuti dle
stagion” (un baleno dell’eterno riso /
nell’altalena delle stagioni).
Raccolta dopo raccolta la poesia della
Dorato ha composto il diario di un’anima nel suo incessante peregrinare
verso l’assoluto, seguendo il desiderio
di raggiungere quel crinale di luce che
si sa e si cerca lungo i sentieri delle
amate montagne, ripercorse infinite
volte in un movimento fisico e simbolico dentro paesaggi dove ogni elemento
reca in sé tracce del Nascosto, il mistero
che sta all’origine della vita. E che accomuna tutto l’esistente, la pietra, l’acqua,
le erbe che “a confido
/ chiete soa smens a
la fioca” (affidano /
quiete il loro seme
alla neve), i branchi
di animali a cui è
dato “savèj la mira
leugna / [...] anté a
luiss la prima” (conoscere la meta lontana
/ [...] dove si fa frutto
la primavera).
Bianca Dorato utilizza un idioletto che
trova la sua fonte
nella parlata provenzale e torinese, “nella
memoria affettiva,
culturale e poetica
della sua storia personale” (Tesio), si modula in un ritmo
asciutto e stringato (dai versi brevi,
spesso settenari o ottonari) e spezza in
enjambements le immagini più distese,
dove è rara la rima mentre ad una complessa grafia è lasciato il compito di rendere le sonorità di un linguaggio “che
suona erratico, come i massi che s’incontrano in montagna”.
Ci si trova di fronte ad una poesia che
si presenta realistica nelle immagini e
nelle parole, naturalistica nella precisa
descrizione di ambienti e fenomeni, mai
involuta nell’espressione, quindi apparentemente facile alla lettura ma che,
rapidamente, immerge in un’atmosfera
densa di spiritualità e conduce “sël
finagi”, sul confine di un altrove difficile da districare. Tuttavia in ogni testo
la Dorato mostra come percepirne le
IL LIBRO 14
epifanie in modo immediato, con uno
sguardo limpido e un ascolto del cuore
in grado di captare gli elementi reconditi di un assoluto che si manifesta tramite presenze tangibili, che possono
essere avvicinate e comprese per affinità ma mai totalmente raggiunte o spiegate. Una solitudine metafisica circonda
l’io nei suoi percorsi e nelle sue soste,
nel suo sentire e osservare il paesaggio
alpino “vivente altare di pietra / sacro
agli uragani della luce” poiché, come
scrive Tesio, per la Dorato come per
Antonia Pozzi, la montagna è “un
emblema mentale (e poetico) incardinato tra esistenza ed essere, tra finitudine e infinito”. Da questa prospettiva
– di una sacralità che sta al fondo di ciò
che è dato – può essere definita una
poesia religiosa, che diviene preghiera
quando le parole vogliono farsi tramite
tra l’io e un Tu recondito di cui ogni cosa
e creatura porta traccia: “Tan bele e
sclinte / tute le marche am parlo / a son
signaj / a mison antërdìe / am men-a
n’ëscondù” (Così belle e nitide / tutte le
impronte mi parlano / sono segnali / a
dimore proibite / un nascosto mi guida).
Dalla prima plaquette Tzantelèina
(1984) Bianca Dorato ha conservato una
fedeltà tematica e stilistica personalissima, e le diverse raccolte sono la composita partitura di un’unica sinfonia che
le ha consentito ogni volta di mostrare
le intersezioni tra il proprio mondo interiore e il paesaggio, fusi in un microcosmo poetico in cui riverberano cenni
e bagliori di ciò che è indicibile e incommensurabile. Una scrittura, che segua
il canto della vita e le impronte dell’essere, deve comprendere anche il dolore
e la morte. Già nel precedente libro
Signaj (2006) si era fatta più drammatica la contrapposizione tra l’anelito e
l’impossibilità di procedere verso l’agognato crinale. In questa raccolta po-
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
stuma i testi iniziali danno subito conto
del sopraggiungere di momenti di
tenebra e di fragore che opprimono e,
forse, impediranno di salire alla brusanta (struggente) vetta; oppure una
fitta nebbia non lascia scorgere che una
zolla aperta, grembo di buio dove sprofondano foglie ed erbe appassite per
avviarsi ad una nuova rinascita e “ciuto
as arlamo, chiete, ant la dossor /
pasianta dël gran creus dësmemorià”
(silenziose si abbandonano, quiete, nella
dolcezza / consolatrice dell’abisso senza
memoria).
Eppure gelo e ferite, angoscia e paure
di fronte all’ignoto, come nei capitelli di
cattedrali medioevali, trovano forme di
animali, grida e ombre che giungono
improvvise sugli alti pendii, portate da
ali di cornacchie che planano da non si
sa dove: la sofferenza e l’oscurità, dunque, riescono a rendere più nitidi – per
contrasto – gli elementi quieti e luminosi di cui è sempre intessuta la poesia
di Bianca Dorato. Simile all’acqua che
sgorga limpida dopo aver attraversato
“la tenebra di miriadi / di vite macerate
in terriccio”, in questa raccolta lo
sguardo lirico mostra di essersi inoltrato in più intime, sebbene dolorose,
profondità fino a delineare un orizzonte
che non ha più confine. Come la roccia
di tante montagne conserva le tracce di
antichi fondali oceanici, così – nel penultimo testo – il luogo da dove l’io osserva
è una lingua di sabbia protesa tra terra
e mare, un crinale che si assottiglia
mentre l’onda sale e si attende n’arciam
(un richiamo) per riprendere il cammino:
“E peui – giomai tuta scuma / a ’nrovene
ij pass ëd lus – / an dis che a l’é l’ora ’d
parte / ël vent ëd la mar sobranta” (E
poi – tutta schiuma ormai / ad avvolgerci i passi di luce – / ci dice che è l’ora
di partire / il vento della marea).
Periferie
15
Gennaio/Marzo 2015
IL LIBRO
Tra cielo e volto di Luciano Nota
di Anna Maria Curci
Tra cielo e volto, titolo che riporta un
verso tratto da un testo presente nella
raccolta, è introduzione quanto mai
piena e veritiera al contenuto del volume
di poesie di Luciano Nota (Edizioni del
Leone 2012, prefazione di Paolo Ruffilli,
postfazione di Giovanni Caserta).
Manifesta, infatti, dichiara, perfino,
in senso programmatico, i due poli tra
i quali si estende l’orizzonte, insieme
artistico ed esistenziale, del poeta: il
cielo che, di volta in volta, è anelito,
ascesi, porta di accesso all’infinito,
sosta, ristoro e fonte di perle, immersione nella natura, ma anche bersaglio
dell’animo atrocemente deluso, e il volto,
il proprio volto, il sé spogliato da alibi e
scusanti e offerto allo sguardo altrui,
sguardo non di rado impietoso, e
ancora, accanto al proprio volto, il volto
dell’altro, sembiante amato, bene più
caro e affine, oppure – eppure – causa
di dolore, dunque a sua volta in perenne
moto tra gli estremi dell’approdo e del
ghigno. Il cielo è nei paesaggi amati, nei
boschi delle Piccole Dolomiti Lucane
della terra natía e nelle asperità crivellate di segni del Carso (Sul Carso), più
vicino all’attuale città di residenza.
Il volto è contemplato, rinnegato,
sognato, rimpianto, solcato. Il cielo
rispecchia e illumina i colori, dal “giallo
sempre verde”, passando per il suo “blu
stellato”, fino all’estremo “carminio di
fuoco”; sono toni cromatici vividi, accesi,
a tratti intenzionalmente sfacciati. Il
volto è proteso verso l’ideale, è, insieme,
scrigno per il ‘guazzabuglio’ interiore e
porta alla sensualità, è Pierrot lunaire,
evocato apertamente nella poesia
“Pierrot”, è residuo, resto, reduce con
tratti ungarettiani (nella lirica “Volto”),
è, essenzialmente, perennemente duplice
nelle sue versioni di
schermo e specchio. Il verso breve e
sapido, prediletto da Luciano Nota, i
guizzi rivelatori, all’erta soprattutto nelle
‘chiuse’ dei testi, esaltano i passaggi, i
ponti (e il “noi” si fa spazio e prende
corpo, si fa coraggio e trova voce), i
guadi e i voli tra l’uno e l’altro dei due
poli.
Dichiarazione di poetica e dichiarazione di umanità si affiancano e si fondono, malinconiche ma non arrendevoli, ironiche e consapevoli; ne trovo l’esempio più evidente ed efficace proprio
nei due versi a chiusura del componimento “Dalle perle che cadono dal cielo”:
Punto dritto al maldestro / all’inetto, al
resto.
Dalle perle che cadono dal cielo
Dalle perle che cadono dal cielo
pongo d’istinto le atmosfere.
Non ho voglia di capire
se un raggio o corona
è riverbero arguto.
Ciò che mi preme
è in un campo sperduto.
Punto dritto al maldestro
all’inetto, al resto.
C’eravamo messi in viaggio
C’eravamo messi in viaggio
lungo strade inclinate.
Avevamo strappato ortiche
dai terricci. Ci trovarono
con voce senile.
IL LIBRO 16
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
Salvo Basso e l’incredibile compagna
di Maria Gabriella Canfarelli
Della incredibile
compagna / che
mai mi ha abbandonato / neanche
nei momenti più
bui Salvo Basso
(Giarre, 1963 –
Scordia,
2002)
scrive in una poesia del 1982 (da
Libro Necessario,
L’Obliquo, 2004, pubblicazione postuma). Il poeta ha diciannove anni e il
testo da cui sono tratti questi versi, ora
inserito nel volume Basso. Scriviriscriviri. Antologia 1979-2002 (Interlinea
2014, a cura di Renato Pennisi, presentazione di Giovanni Tesio), è dedicato a suo padre. L’incontro con la
poesia-amata-amante risale a qualche
tempo prima, dobbiamo questa certezza
al certosino e paziente lavoro dei fondatori del Centro Studi e Ricerche Letterarie intitolato al poeta: una messe di
inediti ritrovati tra pagine di libri, in
fondo ai cassetti, sparsi fogli di fortuna
su cui Basso depositava segni, quel
qualcosa da fare che è già precoce sentimento della morte, del vuoto cui
opporre la parola scritta.
Nella presentazione del volume antologico (testi tratti da libri editi o apparsi
su riviste e antologie collettanee, cataloghi d’arte) Giovanni Tesio mette in luce
“una storia poetica, di affezione che
pulsa fin da principio ma che si manifesta in diversa quantunque […] unitaria transizione: un’adesione che cerca
costantemente di dire attraverso il suo
dirsi”, che è storia e viaggio d’una scrittura nutrita e vissuta come “doppia
esperienza-convivenza della parlata
locale e della lingua nazionale”.
Una vocazione
che sin dai primi
anni e avanti nel
tempo porterà il
poeta a interrogarsi con insistenza
sulla necessità /
inutilità della parola, sul fare / non
fare poesia; che
produrrà
versi
guizzanti, con asciuttezza talora dolente
talaltra ironica (ironia rivolta anche a
se stesso); che verserà in dialetto termini contemporanei, versificherà in
modo affatto nuovo modi di dire, locuzioni, proverbi tratti dalla tradizione.
L’anno di battesimo è il 1997, titolo
della raccolta Quattru sbrizzi, quattro
gocce ovvero stillicidio di pioggia, prodromo d’una incipiente meteopatia: è
ottobbri, novembri / cu sapi. / Sacciu ca
chiovi / e antura pareunu sulu / quattru
sbrizzi. / Iu sugnu ccà, / ssittatu nta sta
seggia. // E / - avvuliritullu diri - / ta
scrivu / picchì nunn’aiu nenti / cchiffari
(è ottobre, novembre, chi lo sa. / So che
piove, / piove, / e poco fa sembravano
solo / quattro gocce. / Io sono qui /
seduto su questa sedia. / E / – a volertelo dire – / ti scrivo / perché non ho
niente / da fare). “Nenti a cchiffari”, del
resto, non è la poesia (dai più) considerata trastullo, passatempo per sfaccendati? Salvo Basso è invece impegnato
ad attenderla, la poesia, aspetta seduto
alla scrivania. Perché Scriviri // È pigghiari n’appuntamentu / Idda can un
vena iu / Ca spettu ccà mentri mi / Smovunu i nervi / M’addumannu ccurasù //
Aspettu mi nni vaiu / fazzu finta di / Iriminni (Scrivere / È prendere un appuntamento / Lei che non viene io / Che
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
aspetto qua mentre mi / Innervosisco
/ Mi chiedo che ora è // Aspetto me ne
vado / Faccio finta di / Andarmene. Da
Dui, 1999), qui, la dichiarata autentica
passione, in questi e altri versi la schermaglia amorosa.
Adesione di corpo e mente al corpo
dell’amata, l’incredibile compagna che
si fa attendere, dono inaspettato che
arriva e all’improvviso va via, che è fonte
di attesa, gioia, speranza, disperazione,
nervosismo; la cercata e desiderata
poesia che in Canticanticu (Cantico dei
Cantici), presente nel volume Catania
Sotterranea, 1999, a cura di Biagio
Guerrera, proposta integralmente nell’antologia di cui ci occupiamo) è sposa
mistica, indomita e sensuale, fonte di
tenerezza e desiderio. Arde di impazienza il poeta, picchì l’amuri / è festa
di la testa (perché l’amore / è festa della
testa). L’incipit di Canticanticu fa vibrare
i sensi: vasimi cché vasuni / nta to ucca
/ nta to lingua – / e i to carizzi / […] / e
u to profumu ca leva / aria e sciatu – //
sugnu bbruttu / scuru – non sempri u
suli sicilianu / ccianzetta (baciami con
baci / nella tua bocca / nella tua lingua
– / e le tue carezze / […] / e il tuo profumo che toglie / aria e respiro – //
sono brutto / scuro – non sempre / il
sole siciliano / l’azzecca); più avanti, la
poesia-sposa ha volto e atteggiamento
umano, occhi / di palummedda nginiusa
(occhi / di palombella attraente), ucca
di meli (bocca di miele), la sua è lingua
di vavaluci (di lumaca) e la presenza di
lei, il suo esserci produce estasi mistica.
Il poeta la corteggia, attinge vezzeggiativi dal vocabolario della tenerezza:
iattaredda muci muci / misciattola pussicippi / tutuzza / nananna / pupuffa
(micettina mucimuci / gattinina pussicippi / piccinina / da cullare / morbidina da coccolare), e ancora: crucuzza
/ cannocchia / canocchia / cinnacinna
17
IL LIBRO
(testolina / cannolicchia / cagnolina
dolcedolce), e si concede a lei dichiarandole amore, tuttu trasutu di tia (tutto
preso di te), e fedeltà: ti rricanuscissi /
macari tra / centumila fimmini // da
lingua e ddò sciauru / e ssì ti tradissi /
fussa / ancora ccu tia (ti riconoscerei /
anche tra / centomila femmine // dalla
lingua e dal profumo / se ti tradissi /
sarebbe / ancora con te).
SALVO BASSO (1963-2002) ha prodotto una
messe di scritti pubblicati in riviste e antologie (Le voci fra gli sterpi; Frastorni; Via
Lattea; “Arrivederci a Sortino”; Catania sotterranea; Siciliomi; “Chiana e Biveri”; “Città
e dintorni”; “Il parlar franco”, “Anthos”, e
altre) e nei volumi Quattru sbrizzi, Nadir
1997; Una poesia, Edizioni Pulcinoelefante
1997; Manziornu, en plein 1998; Dui, prefazione di Manlio Sgalambro, Prova d’Autore
1999; qo, con uno scritto di Franca Grisoni,
L’Obliquo 1999; Accuddì, Il Gabbiano 1999;
Ccamaffari, prefazione di Franco Loi e nota
di Pietro Barcellona, Prova d’Autore 2002; A
to manu, postumo, L’obliquo 2002; Egomeio
(Salvoesie 1979-81), a cura di Renato Pennisi, prefazione di Giovanni Tesio, Prova d’Autore 2003; Libro necessario (poesie 1982-84),
a cura di Renato Pennisi, premessa di Attilio
Lolini, L’Obliquo 2004; U tempu cc’è, con
fotografie di Aldo Palazzolo, e scritti di Franco
Loi e Paolo Ruffilli, Studio Focus Editore,
2005; Un pensiero che non finisce – Versi
(1997-2002), antologia a cura di Sebastiano
Leotta, Edizioni Novecento, 2006; Fase lunare
(poesie 1985-90), a cura di Renato Pennisi,
con premessa di Gualtiero De Santi, L’Obliquo
2007.
IL LIBRO 18
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
L’ombra del sogno. Viaggio
nella poesia di Giuseppe Rosato
Il libro L’ombra del sogno. Viaggio nella poesia di Giuseppe Rosato (a cura
di Anna De Simone, Roma, Ed. Cofine, 2015), ripercorre l’itinerario poetico
di Rosato verso l’indicibile e l’invisibile, un cammino solitario e doloroso, fatto
di atmosfere che non si possono definire, di certezze del cuore, di sensazioni
che lo sfiorano appena, di ombre che diventano “cosa salda” e di una nostalgia
bruciante della donna amata. Un percorso non facile quello di chi si è proposto di analizzare una condizione esistenziale, nel tentativo di entrare, pur
rimanendo sulla soglia, nella dimensione filosofica della sua poesia. Ne emerge
il ritratto di un poeta che usa in modo armonico l’italiano e il dialetto, governandoli con il rigore e la genialità di un grande direttore d’orchestra, quasi
fossero una cosa sola con lui, dotato com’è “di un’eccellente conoscenza e
capacità d’uso della strumentazione retorica, di una singolare compattezza
espressiva, di scelte lessicali, infine, profondamente motivate” (A. Serrao).
Nella sua lingua frentana, una variante pedemontana dell’abruzzese, Rosato
riversa la propria visione dell’esistenza, inquieta e problematica.
Ere natale, o n’àvetra matine?
Ere natale, o n’àvetra matine?
Pe’ tutte na ’mmernate, o solamente
na vote, è state? M’aresbeje e sente
nu silenzie. Ha nengute? «Nengue, scine…
tè ’nnengue a ciele aperte»… Chela voce
che vé da la cucine. Quand’è state?
Si sguaste e si cunfonne lu passate,
l’acque se ’ndròvede gna va a la foce.
Ere natale, o n’àvetra matine?
Fa vespre. Lu silenzie è senza fine.
ERA NATALE, O UN’ALTRA MATTINA? Era natale, o un’altra mattina? Per
tutta l’invernata, o solamente una volta, è accaduto? Mi sveglio e sento un
silenzio. È nevicato? «Nevica, sì… sta nevicando a cielo aperto»… Quella voce
che viene dalla cucina. Quand’è stato? Si guasta e si confonde il passato,
l’acqua s’intorbida come va verso la foce. Era natale, o un’altra mattina? Si
fa sera. Il silenzio è senza fine.
Addurmèteve, sunne
Addurmèteve, sunne,
sête state nche mmè pe’ tanta tempe,
notte e jorne, m’avete viste a cresce’
e i’ ve so’ cresciùte, la matine
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
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ce sté une de vû a resbejàreme
e n’atre m’aspetté dentr’a lu llètte
ugne sere pe’ dìreme dumane,
dumane quanta cose… E po’ dumane
ha menùte, ha menùte e se n’è ite:
i’ nen me ne so’ ’ccòrte quand’è state
e vu avat’a èsse’ stracche e ’ccise
de sonne e de fatìje, ch’ugne vôte
se ne jave a lu vente. Mò addurmèteve,
sunne. Tê ffa’ la neve, i’ me mette
’m bacci-a lu vetre a vede’ nnèngue’, tutte
stu bbianche nen me fa paré’ ca già
ha calate la notte.
Durmète, sunne, ca nen v’aresbèje.
ADDORMENTATEVI, SOGNI. Addormentatevi, sogni, siete
stati con me per tanto tempo, notte e giorno, mi avete visto
crescere e io vi ho cresciuti, la mattina c’era uno di voi a
svegliarmi e un altro mi aspettava dentro il letto ogni sera
per dirmi domani, domani quante cose… E poi domani è
venuto, è venuto e se n’è andato: io non me ne sono accorto
quand’è stato e voi dovevate essere stanchi e morti di
sonno e di fatica, che ogni volta si perdevano nel vento.
Ora addormentatevi, sogni. Viene la neve, io mi metto in
faccia al vetro a vedere nevicare, tutto questo bianco non
mi fa sembrare che già è scesa la notte. Dormite, sogni,
che io non vi sveglio.
Scrivo e riscrivo innumerevoli volte
Scrivo e riscrivo innumerevoli volte
lo stesso verso, ne giro e rigiro
l’avverbio le congiunzioni il verbo
ma la sostanza sempre si sottrae
al sostantivo in cui dovrebbe inscriversi,
vuoto me ne ritorna un suono
che non ha avuto forza di consistere.
Così il miniaturista inseguiva
dipingendola mille e mille volte
l’immagine del Cristo, così
cercandola invecchiava e poi moriva
senza avere tracciato che l’abuso
ogni volta di un volto che capiva
non era, non poteva nemmeno
lontanamente essere quello.
IL LIBRO
Con questo libro, un nitido
e accurato ritratto d’autore, Anna De Simone ci
introduce a una lettura
approfondita dei molteplici
e più significativi testi poetici in lingua e in dialetto
di Giuseppe Rosato.
GIUSEPPE ROSATO (Lanciano 1932) ha insegnato
Lettere e ha lavorato per
la RAI, collaborando a
importanti rubriche. Tra
le sue raccolte di poesie in
lingua, ricordiamo: L’inganno della luce (2002), La
distanza (2010), Le cose
dell’assenza (2012), Conversari (2014) e in dialetto:
La cajola d’ore (1956),
Ecche lu fredde (1986), L’ùtema lune (2002), La
’ddòre de la neve (2006),
Lu scure che s’attonne
(2009), La nève (2010), È
tempe (2013). Ha ricevuto
prestigiosi premi letterari.
ANTOLOGIA 20
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
MARIO D’ARCANGELO
Con le poesie che seguono Mario D’Arcangelo ha vinto la seconda edizione di Poesia inedita del Premio “Salva la tua lingua locale” 2014.
Queste le motivazioni della giuria: «Convincono, in questi brani inediti in dialetto abruzzese di Casalincontrada, la capacità di applicare il
dialetto a contenuti moderni con naturalezza, senza sfoggi o forzature,
e il tono brioso con cui l’autore conduce tale operazione».
Se passe
Se passe matutine certe vote appresse
a na vruccanne de sunne leggire, streuse.
E che ce trasce na parlature appése
a na curdelle, na ceste de parole…
no’ scurdaticce, ’ncimate scì (na vote
mprufumate de fiure nghe na rise ’mmocche)…
Nu cante, attaccarate a na réfe de fiate,
nu mutive che massere arecantéme
se s’accucchie a la mmurlite nu cuncerte
nghe sacrefìcie na spere de sole…
poche-puchelle arrete a na stunate
de culure e na morre, nu cerríje
de cellucce a lu ressètte… Se passe
e s’arecconte lu campà massére.
SI PASSA – Si passa il mattutino certe volte dietro / una nidiata di sogni leggeri, stravaganti. / E cosa c’entra una parlata sospesa / a una cordella, una
cesta di parole… / non dimenticate, sfiorite sì (una volta / profumate di fiori
con un sorriso in bocca)… / Un canto, avvinto a un refolo di respiro, / un
motivo che stasera ricanteremo / se si ricrea prima dell’imbrunire un concerto
/ con sacrificio una spera di sole… / poco-pochino dietro una stonata / di
colori e uno stormo, un chiacchierio / di uccellini alla posa… Si passa / e si
racconta la vita stasera.
Na cammisciola bianche
Na cammisciola bianche
(allavate na vote da le mamme)
nu sblennore, lu core appese a le labbre
de nu rùfele fresche arepulite
e… na parole ’mmente… (È de ogge o de jíre
stu trettecà de mane che stregne àvetre
mane de vuce ch’acclame àvetre vuce…).
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
21
Vulisse dice na parole ma la parole
è piccerille nu ccune passaticce
quase quase addurmite, e quelle che vû dice
avessa esse ’ranne.
Ma tu vacce a capì dentre a le cusarelle
certe vote nghe n’aria celestine e chiare…
nu rùfele arepulite fresche… (e da ddò vè
ste vuce d’àneme ch’ammite a nu trascorze…)
Chi sa se se cuncréhe e addò vo jì a parà
se tu camine pe la vie nghe na cammisciola
bianche e appese a le labbre na parole
(piccerille ma remaste ’nnamente)
che tu vulísse areccuntà a lu monne…
UNA CAMICETTA BIANCA – Una camicetta bianca /
(lavata una volta dalle mamme) / uno splendore, il cuore
sospeso sulle labbra / di un refolo fresco ripulito / e…
una parola in mente… (È di oggi o di ieri / questo fremito
di mani che stringono altre / mani di voci che acclamano
altre voci…). / Vorresti dire una parola ma la parola / è
piccolina un poco sorpassata / quasi quasi dormiente, e
quello che vuoi dire / dovrebbe essere grande. / Ma tu
vacci a capire dentro le cose piccole / a volte con un’aria
celestina e chiara… / un refolo ripulito fresco… (e da dove
vengono / queste voci di anime che invitano a un colloquio…) / Chi sa se si concretizza e dove condurrà / se tu
cammini per la strada con una camicia / bianca e sospesa
sulle labbra una parola / (piccola ma rimasta in mente)
/ che tu vorresti partecipare al mondo…
VITO SANTOLIQUIDO
Sciamano silfidi
Ripullulando il buio, tarlano
monti boschi dormienti
pance di sonno (oh!, la malia
del sonno, sogno poco:
fughe brevi, verdi esclamazioni
di vita…), più di tutto
sfiocano i volti (ma il tuo,
mia gioia di fuoco, perdura
luminosissimo); e m’oscuro
ANTOLOGIA
MARIO D’ARCANGELO è nato
nel 1944 a Chieti e risiede a
Casalincontrada (CH). Pluripremiato in gare regionali, ha
vinto concorsi nazionali per la
poesia in dialetto: “Vie della
Memoria” di Pescara 2009;
“Premio Tagliacozzo” 2010;
Finalista del “Premio IschitellaP. Giannone” 2010 e “Anni
d’Argento” di Guardiagrele,
2009.
Ha pubblicato: Senza Tempe,
Edigrafital, Sant’Atto (TE)
2004; Albe e ne albe, prefazioni
di Achille Serrao e Nicola Fiorentino, Edizioni Cofine, Roma
2011.
È stato recensito in varie riviste
nazionali e nel mensile “Poesia”
(n. 266, dicembre 2011) a cura
di Anna De Simone.
ANTOLOGIA 22
Originario di Forenza (PZ),
dove tuttora vive la sua
famiglia, VITO SANTOLIQUIDO è nato il 26
dicembre 1989. Ha conseguito la Laurea Magistrale
in Filologia moderna presso
l’Università “Ca’ Foscari” di
Venezia (2014), nell’area
delle letterature medievali
romanze.
Alcune sue poesie sono
uscite per Magi Editore,
altre sono state pubblicate
sul sito “Poetarum Silva”.
Cura la rubrica di poesia
inedita per la rivista di
libera cultura “deSidera”.
Gestisce il blog personale
lesommeilinterrompu.wordpress.com, guidato dall’idea
di associare liriche e immagini.
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
più non parlo la lingua
umana, così umanamente
bruma, bufera –
sogno ultravioletto
discanto.
Sciamano
silfidi: è muschio che a scaglie
mi macula l’epidermide
cerea – aliena, fossile di serpente.
Arbusti, sale
e se t’asciughi al sole
sempre ti resta un po’
di vento fra i capelli.
Débbio
Brulichìo d’albóre
àlido, sfogandosi fuoco
al confine – lontano
pandemonio (è un fruscìo
cinereo, come di falene…)
– fermo, assorto
in questo mio utero
d’oscurità
(pànico
lucido nel sonno nero).
MAURIZIO ROSSI
Parole vive
Aratro sono le parole,
dissodano la mente, l’anima,
ne fanno grembo
per le idee, semenza
di saggezza, farina
di sapienza dell’umano cammino.
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
Fatica è pazientare, il lento
incedere, spingendo
l’erpice nella crosta riarsa
da venti d’egoismo.
Di sera,
siedi accanto al pozzo per riposare
una donna ti chiederà da bere;
accoglila nel cuore,
lei ti darà parole vive.
Il medico
A piene mani
so dispensare farmaci e condanne,
so leggere sistole e diastole,
so confrontare
un corpo caldo
col freddo negativo;
so capire, ma poco compatire.
“Non posso accogliere tanto dolore,
tutti i giorni lasciare che mi sfianchi,
che annebbi la mia mente...”
Sovente non mi accorgo
che il mio paziente
vuol essere guarito
dal sentirsi impaurito
e solo.
Inaspettato
il dolore s’insinua,
risveglia la paura,
vedo la barca
che attende all’altra
riva, mentre la scienza
m’abbandona dispersa nella bruma
sopra il fiume.
Lo Stige
tante volte guadato
da chi non ho guarito.
23
ANTOLOGIA
MAURIZIO ROSSI, medico
romano (da pochi mesi in
pensione), ha compiuto gli
studi classici, ama scrivere
in lingua e anche in dialetto
romanesco. Ha pubblicato:
Dal pozzo al cielo, Lulu.com,
2008, Tempo di tulipano,
Lulu.com, 2009, Sono aratro le parole, LietoColle,
2011, Che resta da fare,
LietoColle, 2014. È attivo in
diverse associazioni culturali e di volontariato. È tra
i promotori dell’Associazione
“Una Casa delle Poesie” nel
V municipio di Roma, per la
quale cura incontri mensili.
Da Che resta da fare, LietoColle, 2014, pubblichiamo
alcuni testi
ANTOLOGIA 24
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
FERDINANDO PELLICIARDI (dialetto romagnolo)
E prèm arlòi
Al cumprè
cun la pêga da manvêl
a cvatôrg èn brìsa ciumpì.
E mi prèm arlòi!
FERDINANDO PELLICIARDI, nato a Bizzuno di Lugo
(Ra) nel 1944, vive a Roma
dal 1970.
È socio della Società di Studi romagnoli, con sede in
Cesena, della Società di
Studi ravennati, con sede in
Ravenna, della Associazione
Culturale Istituto Friedrich
Schürr per la valorizzazione
del patrimonio dialettale
romagnolo, di S. Pietro in
Vincoli (RA), ed è Vice Presidente e Segretario della
Famiglia romagnola di
Roma.
Ha pubblicato: Grammatica
del dialetto romagnolo. La
lèngva dla mi tëra (1977), La
riditê - versi in romagnolo
(1988), Pvlon Matt. Poema
del XVI secolo in dialetto
romagnolo (1997).
Adës
ch’a j ò pasê i cvarànta
e va incóra, ció,
ch’un sgàra d’un minùt.
Ul pôrta mi pê.
Lò
pr’avér e su prèm arlòi
l’à duvù tnir d’astêr
che mè am cumprès e sgònd.
IL PRIMO OROLOGIO - Lo comprai / con la paga da manovale / a quattordici anni non ancora compiuti. // Il mio
primo orologio! // Adesso / che ho passato i quaranta /
va ancora, caspita, / che non sbaglia di un minuto. // Lo
porta mio padre. // Lui / per avere il suo primo orologio
/ ha dovuto aspettare / che io mi comprassi il secondo.
Cunsuntìv
L’è stê
pröpi un gran sgnór:
l’à sempr avù
tot cvèl ch’e vléva.
Parchè
l’à sempr’ avlù
sól cvèl
ch’e putéva avér.
CONSUNTIVO - È stato / proprio un gran signore: / ha
sempre avuto / tutto quello che desiderava. // Perché /
ha sempre desiderato / solo quello / che poteva avere.
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
ANTOLOGIA
25
MARCELLO NARDO (dialetto romanesco)
Morte d’un amore
Nun famo che discute cò livore
da che mettemo piede giù dar letto
che resta, me domanno, de ’st’ amore?
’N silenzio che rimbomba in fonno ar petto.
E allora, puro si cò gran dolore,
dovemo disse mo’ quer che va detto...
– nun piagne adesso, famme ’sto favore
ascortame, ecco, prenni un fazzoletto ’Na vorta soridevi, eri felice
mo’ te se legge in faccia che sei stanca
de finge, ce lo so, nun te s’addice.
Lo sai che c’è? È ’r coraggio che ce manca
perché è da mo’ che er core ce lo dice:
noi nun s’amamo più, e annà avanti sfianca.
Er Centrocommerciale
Fiumana sovrumana
de fine settimana
ner centro commerciale
la gente s’arintana;
si poi nun cià la grana, poco male
ce viene uguale
e ce se impianta ’na giornata sana.
Da che lavoro qua, porca puttana,
sarà apatia mentale
ma daje e daje in mezzo a sta buriana
sto a diventà asociale.
FRANCESCO DI GIORGIO
Il sole di Monet
Il bavero rialzato un poco curvi
la sigaretta in bocca un fil di fumo
di polvere stretta la strada e vuota
intorno rado qualche ciuffo d’erba.
MARCELLO
NARDO è
nato a Roma
nel
1978. Scrive racconti
e poesie sia
in lingua
che in dialetto romanesco. La
sua raccolta di racconti dal
titolo Conversazioni con un
gargoyle (Il Rovescio, 2009)
si è piazzata al 2° posto
nella XII ed. del premio
internazionale “Mondolibro”.
Pubblica le sue poesie
romanesche su facebook,
sotto lo pseudonimo di Cassandrino Bellicapelli.
ANTOLOGIA 26
FRANCESCO DI GIORGIO,
nato a S. Agata di Puglia
(FG) nel 1952, risiede a
Roma dal 1956. Docente di
Lettere negli Istituti Superiori di 2° grado, durante gli
anni Ottanta ha operato
attivamente nel panorama
poetico romano. Ha pubblicato le raccolte: Il sogno e il
risveglio, 1981; La morte del
gallo dipinto, 1983; Infinitesimale, 1989; ll poemetto
Allucinazioni in penombra,
1999 e A ricercare Dice (ed.
Lepisma 2014).
Periferie
Tremula l’aria il sole di Monet.
Piano la gatta miagola sul fosso
avanti fa tre passi per seguirci
poi torna indietro al cavo della terra
stanotte sola insieme con la luna.
Allunga le ombre il sole di Monet.
S’annera la fossa, ci guarda triste,
la chiami non viene, il fumo svanisce,
mi guardi nel buio, non parli e mi dici
difficile sarà il sopravviverci.
È tramontato il sole di Monet.
(Inedito)
GRAZIA STELLA ELIA
Presente in molte antologie,
GRAZIA STELLA ELIA ha
pubblicato testi di narrativa
folclorica e numerose raccolte poetiche in lingua e in
dialetto: Nostalgia di mare
(Foggia, Editrice Apulia,
1985), I racconti del focolare
(Foggia, Leone Editrice,
1988), Le opere e i giorni
della memoria (Bari, Editrice La Vallisa, 1996), Il
cuore del paese (Foggia,
Leone Editrice, 1991), Versi
d’azzurro fuoco (Foggia,
Bastogi, 1997); Paràule
pèrse, raccolta di poesie in
vernacolo casalino (Foggia,
Bastogi, 1999), L’anima e
l’ulivo. Poesie (Bari, Levante
editori, 2011).
Gennaio/Marzo 2015
Giocano col vento
Giocano col vento
le foglie degli ulivi:
dondolio lieve
lenta danza
sotto gli sguardi
argentei
della luna.
Musica soave
il notturno fruscio.
Trinitapoli, 7 aprile 2012
Un ulivo
C’è, tra gli ulivi,
un ulivo più degli altri
contorto,
dolorante di ferite
che il tempo gli ha inferto.
Ascolta, silenzioso,
il limìo di cicale
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
27
ANTOLOGIA
intente a cantare
la brevità della vita:
uno strano canto
di monotonia
che tanto sa di follia.
Trinitapoli, 11 agosto 2011
AVVENIMENTI
Roma: assegnati in Campidoglio
i premi di “Salva la tua lingua locale”
Cinque canti della tradizione popolare italiana, eseguiti dal “Nuovo Coro Popolare” diretto dal M° Paula
Gallardo Serrao, hanno aperto la cerimonia di premiazione della seconda edizione del Premio letterario di poesia
e prosa edita e inedita “Salva la tua lingua locale”, nella
Sala della Protomoteca in Campidoglio, il 6 febbraio 2015.
Il presidente nazionale dell’Unpli Claudio Nardocci ha sottolineato come
Franco Loi
“La Giornata nazionale del Dialetto e delle lingue locali”, la cui III edizione premiato in
si è svolta in centinaia di località il 17 gennaio, ha trovato per il secondo
Campidoglio. Alla
anno consecutivo la sua conclusione nella capitale delle lingue locali.
Dopo il saluto di Bruno Manzi, a nome della Legautonomie Lazio, sono sua sinistra
intervenuti i professori Tullio De Mauro e Pietro Gibellini, rispettivamente l’on. Michela
Di Biase.
presidente onorario e presidente della Giuria. Il primo ha esaltato la buona
Alla sua
tenuta dei dialetti, frettolosamente dati per estinti e che viceversa trovano
destra
una loro rinnovata vitalità nell’uso quotidiano e anche nella eccellente parBruno Manzi
tecipazione di poeti e prosatori nei dialetti d’Italia al Concorso, sia da parte
e Vincenzo
di adulti che di ragazzi delle scuole. Gibellini si è complimentato con gli orgaLuciani
nizzatori e con i partecipanti del Premio ed ha concluso il suo saluto con la
declamazione di un celebre sonetto di Giuseppe Gioachino Belli.
Ha molto emozionato l’intervento della presidente comunale della Commissione Cultura on. Michela Di Biase che, dopo essersi soffermata sulla
poetica di Franco Loi, si è dichiarata onorata di consegnare, in rappresentanza del Comune di Roma, un premio alla carriera al “Maestro” Loi, un
poeta tra i grandi della letteratura italiana. Un calorosissimo applauso ha
salutato Franco Loi che, commosso, ha ringraziato.
Erano presenti e sono stati premiati i poeti: Rita Gusso, Loredana Bogliun,
Mario D’Arcangelo, Guido Leonelli, Paolo Borghi, Cettina Caliò, Roberto
Pagan e gli scrittori: Maria Serrentino, Isidoro Perin, Maria e Luigi Matteo,
Grazia Galante, Matteo Nunzi, Adele Terzano, Emanuela Fortuna, Guido
Ciolli, Sante Diomede, Valter Peruzzi, Loredana Iole Scalpellini, Roberta
Longhi, Giuseppe Emilio Carella.
A tutti i partecipanti è stato consegnato un opuscolo contenente testi di
poesia e prosa dei vincitori e finalisti del Premio “Salva la tua lingua locale”
2014, pubblicato dalle Edizioni Cofine.
RECENSIONI E NOTE 28
Cartografie di un visionario
di Pietro Civitareale
Non accade spesso che, dando alle
stampe una raccolta di versi, l’autore ne
dichiari la poetica. Lo fa ora con Cartografie
di un visionario (Martinsicuro, Di Felice
Edizioni, 2014) Pietro Civitareale, un poeta
che, per essere anche un insigne critico,
avverte l’urgenza non più procrastinabile
di pronunciarsi contro il nonsenso dilagante in tanta parte della poesia contemporanea.
Tra l’altro egli rileva come la poesia “si
sia ridotta ad un mero ed elitario esercizio
di abilità linguistica. Ma soprattutto si ha
l’impressione che il poeta d’oggi abbia perso
il senso della situazione storica, il senso
cioè di un rapporto fondamentale con il
mondo, pago di un solipsismo che celebra
con un rituale di parole per iniziati, dimenticando che esse non sono solo dei suoni,
degli indicatori di direzione, ma sono parole
intenzionate, vivono in un organismo di
significati e che questi significati sono elementi di un complesso di relazioni attive,
emergono da un fondo comune, sono in
qualche modo implicati in una comune atmosfera significante”. “Non è pensabile – così
prosegue – che uno strumento linguistico
possa essere utilizzato indipendentemente
dal suo immaginario, dall’immaginario cioè
che vi è depositato” e, dunque, il piacere
intellettuale ed emotivo, che può dare la
poesia, è tanto più intenso e profondo
quanto più ravvicinate sono “le affinità culturali e sentimentali esistenti tra il poeta e
i suoi lettori… Il rapporto tra poesia e lettore sarà, allora, tanto più agevole quanto
più sarà in grado di riflettere esigenze interiori comuni, di realizzarsi in un contesto di
codici accessibili ad entrambi, di fare riferimento, insomma, ad una sensibilità linguistica affine”.
Su queste ed altre sistematiche puntualizzazioni estetiche, contenute nella prefazione dello stesso autore, credo non sia
più rinviabile una seria riflessione da parte
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
di critici e poeti.
Ovviamente, chi conosce le precedenti
opere di Pietro Civitareale sa benissimo
come la sua poesia, dialettale o in lingua,
non nutra alcuna nostalgia per esperienze
compositive già consunte e come, invece,
si realizzi nelle forme di una elegante ed
equilibrata modernità.
La concentrazione delle immagini si articola in una scrittura frammentistica contenuta in tre o, al massimo, quattro strofe,
che più precisamente definiremmo sequenze ritmiche, così come i versi, piuttosto che risuonare secondo la ratio del
numerus tradizionale, si comportano come
stìkhoi con una loro particolare musicalità, atta a tradurre il ritmo interiore e a
trasfondersi immediatamente in immagini.
La sintassi grammaticale si riduce a ben
pochi nessi nella maggior parte dei componimenti. La sintassi poetica, invece, è
ricca e preziosa in quanto coglie una simultaneità dialettica tra dati diversi del reale,
in un sapiente svariare chiaroscurale o,
più spesso, laddove risolve nello stesso
amalgama profonde spazialità ed imprevedibili vibrazioni interiori. E determinante,
a tal fine, risulta la funzione del silenzio
che, come lontanissima eco o trepido presentimento, si insinua nelle varie parti della
struttura per dilatare, o travolgere, la
durata delle atmosfere.
Una nota ricorrente in questa poesia è
una certa fissità delle cose, l’insignificanza,
l’assenza di vita nell’andare stordito del
mondo (In questo pomeriggio domenicale /
la gente sciama per le strade / con una
sorta di muto stupore), così come le connotazioni plumbee o pietrose del paesaggio
fanno da sfondo alla solitudine del poeta
ed all’impermanenza dell’esistente. Perché,
infatti, “non è cosa facile / essere certi d’esistere. / A chiamarlo il mondo / non dà
mai risposte. / Puoi solo guardarlo / come
un idiota”. Persino “ciò che crediamo / di
chiudere nella nostra anima / non consiste,
ci sfugge, / si dissolve nell’aria / come al
sole si dissipa / la rugiada del mattino. //
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
Ed è come un braccio / teso il nostro grido,
/ con la mano che resta in alto, dinanzi a
noi inutilmente aperta”. E qui, en passant,
si noti come il poeta non manchi mai di
metaforizzare gli enunciati più marcatamente meditativi, come in quest’altra riflessione, che coglie la dolente alienazione dell’uomo moderno: “Una rete di incrinature
/ è il vetro percosso della finestra. / Così il
cuore dell’uomo / deluso dalle sue stesse
/ certezze, ignaro che la verità / è un uccello
invisibile / nel buio del mondo. […] Ragno
impigliato nella rete, / l’uomo va per la sua
strada, / mentre la sorte gli cambia la vita,
/ frustra le sue ambizioni, / come l’onda
che rimodella / la riva a suo capriccio”.
Sconsolata è la denuncia delle mistificazioni sistemiche imperanti nel cosiddetto
mondo moderno, delle obliterazioni o,
peggio, dei ribaltamenti della realtà. “Il vero
e il falso sono sempre / da reinventare,
giorno / dopo giorno, senza scampo”.
Ma c’è qualcosa che si salvi in tanto naufragio? “I nuovi termini / che oggi hanno
fortuna / sono massa e coscienza. / Ma è
storia vecchia e consumata. // Chi vuole
mettere ordine / nelle sue confuse ideologie
/ cerchi la verità nei piccoli eventi”. Ma poi:
“Si dice che il passato / consoli più del
futuro, / giacché tutto muta, / anche il cielo,
se cielo / è questa nuvolaglia / che la sera
rossa / stende sulle alture. // Ma forse nel
crogiuolo / che tutto trasforma, / resta il
cuore, credulo / che qualcosa si ripeta /
prima che precipiti nel nulla”. Memoria e
passato, e il rovello del dubbio; spersonalizzazione, smarrimento della propria identità: “Niente come la poesia / aiuta a ritrovare la verità / della nostra stessa memoria.
// Chi nel passato ha radici / profondissime ha già / trovato tutte le risposte. //
Siamo scelti e vissuti / dalle cose più di
quanto si creda / di scegliere e di vivere. //
Ma oggi il passato è come / un paese straniero / e la coscienza crea e uccide”.
Ecco, dunque, un poeta che vive con
lucida coscienza la tragedia del proprio
tempo: in piena armonia con i postulati
della sua poetica. E proprio per questo è
29
RECENSIONI E NOTE
in grado di stabilire un dialogo autentico
con i suoi lettori. Persino in certe tematiche minori, come ad esempio quella dell’amore: qui le inquietudini, i doni e gli
affanni di Eros son certamente vissuti nella
sfera di una individuale soggettività. Ma
proprio perché accadimenti condizionati
dall’attuale, travagliata condizione socioculturale, acquistano la rilevanza di un
dramma esistenziale universale.
Altro tema, apparentemente minore, è
quello del borgo natale. No, non si pensi
al solito sentimento della nostalgia perché,
invece, quel borgo è il nostro paese dell’anima, è la vita che avremmo desiderato,
che può ancora illuminare le nostre attese:
“E ripenso alla luna falcata, / al ramo
scabro dell’autunno, / ancora tocco vicino
al focolare / l’impalpabile cenere / e il
rugoso corpo della legna”. E ancora: “Per
salvarci ci nascondemmo / dietro le parole,
convinti / che la poesia ci insegnasse / a
riconoscere la verità. // Ma la disperazione
ha lasciato / le sue tracce sul nostro viso /
e il tempo, annidato nelle mura / della casa,
ci ricorda che esiste / un luogo dove gli
uccelli, / ammutoliti, vanno a morire. //
Così, esiliati dalla vita, / ci siamo inventati
un dio / invisibile per poter restare. / Vivere
è porre domande alla terra / da dove provenimmo e dove / siamo destinati a tornare”.
Nicola Fiorentino
Trin freit, Spavento freddo,
di Giacomo Vit
Pubblicata nella collana “La barca di
Babele” (che annovera importanti poeti
friulani in lingua e in dialetto: Benedetti,
Cappello, Vallerugo, Villalta, solo per
citarne alcuni), questa silloge è suddivisa
in due parti fortemente coese: sulla scena
di un paesaggio chiuso nella morsa di un
gelo quasi apocalittico si stagliano persone con il loro carico di umanità, di aleatorie speranze e precaria sopravvivenza.
Nella Prefazione Giuseppe Zoppelli sotto-
RECENSIONI E NOTE 30
linea “l’attivazione di una vigile coscienza
critica, di uno sguardo morale” quale
caratteristica costante della poesia di Vit.
Come in precedenti raccolte, il punto
iniziale è un fatto reale, qui è la gelata
invernale del 1929 che colpì l’Italia settentrionale e parte dell’Europa. Attraverso
scorci di paesaggi innevati, immagini di
persone colte nelle loro fatiche o nei loro
sogni, frammenti di discorsi sensati e
parole profetiche, il poeta sovrappone
avvenimenti trascorsi (la crisi economica
iniziata negli USA nel ’29 e dilagata in
Europa, le guerre, i lager, l’emigrazione...)
a fatti attuali, dentro una globalità carica
delle stesse tensioni e diseguaglianze. Il
tempo scorre, ma è come un film bloccato
che ripresenta lo stesso fermo immagine:
non c’è possibilità di progredire, tutto
sembra fissato per sempre, immerso in
un gelo che rende vitrea la visione di una
realtà dove i colori e i suoni scompaiono,
restano solo il silenzio che “Al / dislaga
il non da li’ / ròbis” (Scioglie il nome delle
/ cose) e “il colòur blanc / di cualchiciussa
/ ch’a mancia” (il colore bianco / di qualcosa / che manca).
La prima parte, più lirica, lascia spazio
al paesaggio, fortemente connotato dagli
umori dei suoi abitanti (una “processione
di sonnambuli / transita lungo la strada
sbiancata”), e a un ambiente personificato, come i “morars, cu la medola zuda
/ in slanìs” (gelsi con il midollo sbriciolato dal freddo). Vi emergono elementi
ancestrali, poiché nel biancore della gelata
sembra nascondersi qualcosa di misterioso, prossimo al sacro o, più laicamente,
al perturbante: l’anziano prete vi cerca
“la sillaba di un discorso / che il Signore
ci fa col suo / fiato freddo”; la ragazza
teme il suo desiderio più intimo; il postino
ha paura di scorgere la Bestia Bianca nel
labirinto creato dalla neve.
Questi elementi arcani anticipano la
seconda parte, che ha il suo fulcro nella
figura di Toni, il mago: un cartomante d’osteria, con le dita annerite dalla nicotina
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
e “un sbolsà / di peraulis di fun” (un tossire di parole affumicate). Vede le tragedie
future (“i suoi occhi sono già lontani,
hanno / scavalcato le sbarre delle stagioni, / le geografie sconnesse”), ma più
che vaticinare, Toni dialoga, e a chi gli
chiede un responso, offre piuttosto un
consiglio, come di non gioire troppo per
la fame saziata se verrà un’epoca di consumismo sfrenato dove “sarai pieno / di
carrelli pieni di roba, pieni / di pieno”. O
di non partire verso un’America che sarà
lei stessa in balia di una crisi economica,
di un grande Freddo, di pupazzi che si
getteranno dai piani più alti. Appena il
discorso ideologico accenna a prevalere,
prontamente la poesia riprende il campo,
condensando in un’immagine il desiderio
di riscatto destinato alla sconfitta: La naf
ch’a ti speta / a à vuòs stracs... (La nave
che ti attende, / ha ossa sfinite).
Con le sue “ombre spoglie che si /
aggrappano a rami marci”, il testo conclusivo non offre alcuna consolazione e
riporta al gelso col midollo sbriciolato.
Una poesia pessimista, stilisticamente
“sincopata di spezzature sintattiche, quasi
che il discorso fosse ormai impronunciabile” (Zoppelli); e se verso la fine il ritmo
diventa più regolare, è il contenuto a farsi
più amaro. Tuttavia c’è un testo, Tieni a
mente (parole dell’anziano al bambino), in
cui – come la luce intermittente di un faro
sempre più lontano – traspare ancora la
possibilità di resistere alla dilagante negatività, se si resta fedeli all’insostituibile
legame uomo-natura e alle parole autentiche della vita. Quando tutto nel mondo
sarà livellato, “quando i Signori del freddo
/ ti costringeranno a chiuder bocca”, l’anziano invita il bambino a ricordare “lis
peraulis / ch’a ti veva insegnàt la vigna /
slusignosa...” (le parole / che ti aveva insegnato la vigna / luccicante...).
Giacomo Vit, Trin freit, Spavento freddo
(Circolo Culturale Menocchio - Circolo di
Meduno, 2014)
Nelvia Di Monte
Periferie
Gennaio/Marzo 2015
31
IL CONCORSO
XII Premio “Città di Ischitella - Pietro Giannone”
per una raccolta inedita nei dialetti d’Italia
e lingue minoritarie
Il Comune di Ischitella (FG), in collaborazione con l’associazione “Periferie”
e l’associazione “Teatro Giannone”, bandisce la dodicesima edizione del
premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone”.
Partecipazione e scadenza. Inviare una raccolta inedita di poesie in dialetto di minimo 20 – massimo 30 poesie, per non più di 30 versi per pagina.
In calce inserire la traduzione in lingua italiana.
Spedire n. 4 copie dattiloscritte, con le generalità complete, il numero telefonico ed eventuale e-mail a: Comune di Ischitella – Segreteria del Premio
nazionale di poesia in dialetto – via 8 settembre – 71010 Ischitella (FG).
Le copie dovranno pervenire entro il 30 aprile 2015 (fa fede il timbro postale).
I partecipanti dovranno anche inviare un file Word della raccolta all’indirizzo: [email protected]. È gradito un file audio con alcuni testi in dialetto della raccolta recitati dall’autore.
La partecipazione è gratuita.
PREMI. All’opera vincitrice sarà assegnato il Premio “Città di Ischitella-Pietro
Giannone” consistente nella sua pubblicazione a cura di Edizioni Cofine,
nell’assegnazione al vincitore di 100 copie e nel soggiorno gratuito per 2
giorni per 2 persone a Ischitella in occasione della premiazione.
Il secondo e terzo classificato avranno in premio il soggiorno gratuito per 2
giorni per 2 persone in occasione della premiazione e prodotti della tradizione enogastronomica locale.
Alcuni testi tratti dalle raccolte vincitrici saranno pubblicati sulla rivista di
poesia “Periferie” e sul sito www.poetidelparco.it
PREMIAZIONE. I premi dovranno essere ritirati personalmente (pena l’esclusione) nel corso della Premiazione che avverrà ad Ischitella il 4 e 5 luglio
2015.
I risultati saranno resi noti attraverso la stampa ed altri canali di informazione e sul sito www.poetidelparco.it
LA GIURIA è composta da: Franzo Grande Stevens, Presidente onorario,
Dante Della Terza, Presidente (Università di Harvard e Napoli), Rino Caputo
(Università di Roma Tor Vergata), Giuseppe Massara (Università Roma La
Sapienza), Marcello Teodonio (Centro Studi G.G. Belli), Cosma Siani (Università di Roma Tor Vergata), Ombretta Ciurnelli (poetessa, Redazione “Periferie”), Vincenzo Luciani (poeta).
PATROCINI: Comune di Ischitella, Regione Puglia, Provincia di Foggia,
U.N.P.L.I. nazionale, Eurolinguistica Sud.
Per informazioni ulteriori tel. 06-2253179; e-mail [email protected]
EDIZIONI
COFINE
2014-2015
Mario Melis, Notizie dall’Isola, pp. 56, € 10,00
[...] Un poema insolito questo del sardo-navarrino Mario Melis al suo secondo e più importante lavoro a cui invito ad accostarci liberi da raffinatezze estetizzanti o da aridi formalismi di avanguardie consunte. Facciamoci invece prendere dalle sue parole petrose pronte
a ferire svelando tutta intera la nostra vanità e forse potremo non perdere del tutto il senso
della pietà. (Cristiano Franceschi)
Anna Corsi-Valentina Cardinale-Vincenzo Luciani, Dialetto e poesia nei 33 comuni
della provincia di Latina, pp. 176, € 15,00
Il volume contiene i risultati di una ricerca, la prima finora sull’intera area della Provincia
di Latina, relativa alle tipologie dei testi dialettali (vocabolari, proverbi e modi di dire, toponimi e soprannomi, canti, filastrocche, giochi, gastronomia, teatro, racconti e poesie) di
tutti i 33 comuni della provincia.
Nel libro sono antologizzati 13 poeti su 74 censiti. Di tutti gli autori citati si forniscono cenni
biobibliografici. Il libro contiene la più completa bibliografia su dialetto, poesia e prosa
nella Provincia di Latina e una esauriente nota e tavola dialettologica a cura di Fabio Aprea.
Maurizio Casagrande-Matteo Vercesi, Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila , pp. 144, € 15,00
Nel volume sono antologizzati 16 poeti: Fernando Bandini, Luigi Bressan, Ernesto Calzavara, Luciano Caniato, Maurizio Casagrande, Luciano Cecchinel, Carlo Della Corte, Fabio
Franzin, Andrea Longega, Sante Minetto, Marco Munaro, Nerina Noro, Romano Pascutto,
Bino Rebellato, Eugenio Tomiolo, Sandro Zanotto.
Joseph Tusiani, L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi, a cura di
Cosma Siani, pp. 152, € 15,00
Questo volume presenta una scelta dalla copiosissima opera di traduzione dei classici
della poesia italiana in versi inglesi compiuta da Joseph Tusiani nell’ultimo cinquantennio,
opera che gli assegna uno status riconosciuto e reputato nell’italianistica d’oltreoceano.
La selezione operata dal curatore offre alcuni fra i testi più noti con i quali Tusiani si è
cimentato, dal dantesco Conte Ugolino al Pianto antico del Carducci, unitamente ad assaggi
dai dialettali canonici, e a presenze femminili antiche e moderne che lo stesso traduttore
ha voluto riscattare dalla dimenticanza.
L’Ombra del sogno. Viaggio nella poesia di Giuseppe Rosato, a cura di Anna De
Simone, pp. 136, € 15,00
Con questo libro, un nitido e accurato ritratto d’autore, Anna De Simone ci introduce a
una lettura approfondita dei molteplici e più significativi testi poetici in lingua e in dialetto
di Giuseppe Rosato.
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TRADURRE LA POESIA di Ombretta Ciurnelli P. 3