eriferie direttore Vincenzo Luciani Poste Italiane SpA - Sped. Abb. Postale 70% -DCB Roma Scrivo e riscrivo innumerevoli volte lo stesso verso, ne giro e rigiro l’avverbio le congiunzioni il verbo ma la sostanza sempre si sottrae al sostantivo in cui dovrebbe inscriversi, vuoto me ne ritorna un suono che non ha avuto forza di consistere. Così il miniaturista inseguiva dipingendola mille e mille volte l’immagine del Cristo, così cercandola invecchiava e poi moriva senza avere tracciato che l’abuso ogni volta di un volto che capiva non era, non poteva nemmeno lontanamente essere quello. VIAGGIO NELLA POESIA DI GIUSEPPE ROSATO P. 18 Direzione - Redazione: via Lepetit 213/1 00155 Roma Tel-Fax 06.2286204 Trimestrale GENNAIO/MARZO 2015 ANNO XIX N. 73 TRADURRE LA POESIA di Ombretta Ciurnelli P. 3 RICORDO DI... Marco Gal e Brunella Bruschi P. 8-9 IL LIBRO: Gris de luna di Rita Gusso P. 11 Sël finagi di Bianca Dorato P. 13 Tra cielo e volto di Luciano Nota P. 15 Scriviriscriviri. Antologia di Salvo Basso P. 16 ANTOLOGIA: M. D’Arcangelo, V. Santoliquido, M. Rossi F. Pelliciardi, M. Nardo, F. Di Giorgio, G. Stella Elia P. 20-27 2 Periferie Gennaio/Marzo 2015 Sommario eriferie ANNO XIX N. 73 GENNAIO/MARZO 2015 TRIMESTRALE DIRETTORE RESPONSABILE Bruno Cimino DIRETTORE Vincenzo Luciani REDAZIONE Ombretta Ciurnelli, Anna Maria Curci, Claudio Porena, Cosma Siani, Rosangela Zoppi DIREZIONE E REDAZIONE: via Roberto Lepetit 213 int. 1 - 00155 Roma Tel-Fax 06.2286204 E-mail [email protected] www.poetidelparco.it REGISTRAZIONE Tribunale di Roma n. 623/96 del 13/12/96 REALIZZAZIONE Cofine srl via Lepetit 213/1 - 00155 Roma IN COPERTINA Giuseppe Rosato fotografato da Giada Ciarcelluti STAMPA Palombi & Lanci 00010 Villa Adriana - Tivoli FINITO DI STAMPARE aprile 2015 QUOTA ANNUA SOSTENITORI 20,00 € (con 4 numeri della rivista) sul c/c/p 59612879 intestato a Associazione Periferie via Nino Ilari 11 - 00169 Roma. – ARRETRATI: 10,00 €. Il rovescio dell’arazzo. Divagazioni sulla traduzione del testo poetico di O. Ciurnelli 3 RICORDO DI... Marco Gal e Brunella Bruschi 8-9 IL LIBRO Gris de luna di Rita Gusso Sël finagi di Bianca Dorato Tra cielo e volto di Luciano Nota Scriviriscriviri. Antologia di Salvo Basso Viaggio nella poesia di Giuseppe Rosato 11 13 15 16 18 ANTOLOGIA Mario D’Arcangelo Vito Santoliquido Maurizio Rossi Ferdinando Pelliciardi Marcello Nardo Francesco Di Giorgio Grazia Stella Elia 20 21 22 24 25 25 26 AVVENIMENTI Roma: assegnati in Campidoglio i premi di “Salva la tua lingua locale 2014” 27 RECENSIONI Cartografie di un visionario di P. Civitareale 28 Trin freit. Spavento freddo di Giacomo Vit 29 IL CONCORSO Ischitella - Pietro Giannone 31 COME RICEVERE PERIFERIE - INVIARE 20,00 euro sul c/c/p/ 59612879 intestato a Associazione Periferie, via Nino Ilari 11 - 00169 Roma indicando nella causale “sostenitore Periferie” o richiederlo al tel. 06.2253179. Il CENTRO POESIA DIALETTALE “VINCENZO SCARPELLINO” (presso la Biblioteca G. Rodari, in via Francesco Tovaglieri 237a - 00155 Roma - tel. 06-2286204) invita a spedire gratis testi dialettali (poesie, antologie, riviste, monografie, dizionari e grammatiche, materiali video e audio). Il bollettino dei libri del Centro è sul sito www.poetidelparco.it (sezione Poeti in dialetto: “Centro di documentazione” del menù). Periferie Gennaio/Marzo 2015 3 LA TRADUZIONE Il rovescio dell’arazzo Divagazioni sulla traduzione del testo poetico di Ombretta Ciurnelli a me sembra che il tradurre da una lingua in un’altra […] sia come guardare gli arazzi fiamminghi da rovescio, ché, sebbene le figure si vedano, sono però piene di filamenti che le fanno confuse sì che non appaiono nitide e a vivi colori, come da diritto Miguel de Cervantes Madame de Stäel nel 1816, in un articolo pubblicato sul primo numero della “Biblioteca italiana” (Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni), sosteneva che «non si traduce un poeta come col compasso si misurano e si riportano le dimensioni d’un edificio; ma a quel modo che una bella musica si ripete sopra un diverso istrumento: né importa che tu ci dia nel ritratto gli stessi lineamenti ad uno ad uno, purché vi sia nel tutto una eguale bellezza.» La traduzione della poesia è un sottile gioco di compromessi e infedeltà; se si conservano in gran parte i tratti semantici, si modificano necessariamente quelli fonologici; se si mantiene nella traduzione la struttura metrica dell’originale, si può impoverire o deformare la sua valenza semantica, se si sceglie di privilegiare quest’ultima, si perdono necessariamente ritmo e musicalità. Quella del traduttore può apparire ad alcuni anche una battaglia persa a priori con il testo originario, come pensava Foscolo che si arrese di fronte a Omero nella convinzione di non poter ricreare in un’altra lingua la particolare fusione tra forma e contenuto presente nei poemi del poeta greco. Ma può anche essere che ci siano traduttori più bravi dei poeti tradotti capaci di ri-creare poesia con altri suoni e altri ritmi, con- traddicendo la convinzione del poeta americano Robert Frost: «poetry is what gets lost in translation» (la poesia è ciò che si perde nella traduzione). «Il traduttore in quanto tale è il primo, vero lettore critico dell’opera da tradursi e, dunque, sa cosa cercare, verificando quantitativamente le ipotesi e strategie di lavoro criticamente individuate e le concrete opzioni traduttive realizzate. Soltanto così facendo egli potrà suffragare la sua “poetica traduttiva”, tesa all’incontro con la “poetica autoriale”.» (G. Nadiani) Anche la poesia dialettale è nel ricco gioco di specchi deformanti della traduzione: Ignazio Buttitta è stato tradotto in francese, inglese, russo e cinese, il poeta campano Achille Serrao in francese, inglese, spagnolo, rumeno, serbo-croato, olandese, Dante Maffia in inglese, serbo, bulgaro, greco moderno, portoghese ecc. Per Giuseppe Gioachino Belli sono stati pubblicati studi sulle traduzioni dei sonetti (Belli da Roma all’Europa, i sonetti romaneschi nelle traduzioni del terzo millennio, a cura di F. Onorati, Roma, Aracne, 2010 e Belli oltre frontiera. La fortuna di G. G. Belli nei saggi e nelle versioni di autori stranieri, Roma, Bonacci, 1983). L’asse ‘dialetti italiani/New York’ – e quindi ‘dialetto/inglese’ – è tra i più frequentati, in virtù della forte presenza LA TRADUZIONE 4 di immigrati italiani negli Stati Uniti. A dimostrarlo è anche il ricchissimo sito di Luigi Bonaffini, (“Italian Dialect Poetry”, http://userhome.brooklyn. cuny.edu/bonaffini/DP/) che ospita le migliori voci poetiche in dialetto del nostro paese, tradotte in inglese e con il contributo di critici e poeti di tutto rispetto, come Achille Serrao, Francesco Piga o Dante Maffia. Negli Stati Uniti c’è una tradizione di poesia dialettale legata «a un uso nostalgico della dialettalità volta al recupero di una identità minacciata e di una realtà antropologica abbandonata ma mai dimenticata, e quindi ancorata alla tematica dell’emigrazione e ai problemi dell’acculturazione, compreso quello fondamentale della lingua.» (L. Bonaffini) In questo ambito ricordiamo il poeta Joseph Tusiani che è stato docente di Letteratura all’Università di New York e che ha continuato a scrivere nel dialetto garganico del suo paese d’origine (San Marco in Lamis), oltre che in italiano, latino e inglese, dedicando molte energie anche alla traduzione in inglese di grandi poeti della letteratura italiana (Torquato Tasso, Luigi Pulci, Michelangelo Buonarroti). La sua ricca attività di traduttore è ricordata nel volume L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi, a cura di C. Siani (Roma, Edizioni Cofine, 2014). È molto frequente anche la traduzione di grandi opere della letteratura italiana nei dialetti della penisola, anche se a volte è frutto del lavoro certosino di scrittori eruditi più che di poeti (per le traduzioni della Divina Commedia si veda il sito http://www.dantepoliglotta.it). Meno frequente è, invece, la traduzione da dialetto a dialetto in cui Periferie Gennaio/Marzo 2015 si possono ricordare, come esempio, le numerose versioni de A Livella di Totò. Insieme alla poeta Loredana Bogliun, che scrive nel dialetto istroromanzo dignanese, ho tentato questa esperienza che è stata presentata nel corso di un incontro sulla traduzione del testo poetico tenuto a Perugia il 4 febbraio 2015 (“Il rovescio dell’arazzo – Divagazioni sulla traduzione del testo poetico”). Merita un cenno la differenza tra i due dialetti: il mio, quello di Perugia, sembra avere fretta di arrivare in fondo alla frase e non indugia sulle vocali; solo talvolta si riposa, se mai, nelle epitesi, alla fine delle parole tronche. Il dignanese di Loredana Bogliun si allunga, invece, sulle vocali con frequenti e sinuose dittongazioni, come accade anche in altri dialetti dell’area nord-orientale dell’Italia. La lettura dei testi pone in evidenza la marcata differenza tra le sonorità delle due lingue: da un lato il sibilare delle “s” intervocaliche e delle “z” nel dignanese della Bogliun, in una morbidezza di suoni che trova riscontro anche nei tratti prosodici; dall’altro, nel mio perugino, la durezza dei suoni, in particolare delle dentali, e l’assenza di qualunque sibilo di zanzara nelle “z” e nelle “s” intervocaliche. Loredana Bogliun ha tradotto in dignanese la lirica Argì, tratta dalla mia raccolta La città del vento (Roma, Edizioni Cofine, 2013) e io ho tradotto in lingua perugina il testo Ruvèri, tratto da La peicia (in Loredana Bogliun, Graspi, Fiume, Croazia, Edit, 2013). Al testo originale in dialetto segue la versione in lingua e quindi quella nel nuovo dialetto. Periferie Gennaio/Marzo 2015 5 LA TRADUZIONE LOREDANA BOGLIUN Ruvèri Sà de ste bande i arbori tuca al siel vardando la ierba ch’a crisso spetenada despoi de la peiova se vir∫o al suspeir de sta me tera ch’a veivo cuciada de mei pudaravi deite peicada in tra le fuie in tai arbori me favela ch’a gnente iò pioun fursa de sta radeiga ch’a me guanta par tera a ∫i ruvèr sto me arboro grando douto al mondo ghe stà ∫uta ma par quil ch’a manca, ∫i da vardà ∫ura! Qui da queste parti gli alberi toccano il cielo / guardando l’erba che cresce spettinata // dopo la pioggia si apre il sospiro / di questa mia terra che vive accovacciata // di me potrei dirti / appesa tra le foglie // tra gli alberi mi si racconta / che niente ha più forza / di questa radice che mi tiene per terra // è rovere questo mio albero grande // tutto il mondo gli sta sotto / ma per quel che manca, c’è da guardare sopra! Cèrque Nto sti poste tuquì ta ’l cèlo tòccheno j’albre docchianno l’erba che cresce sgramijata doppo l’aqqua s’upre ’l suspiro de sta mi terra che campa acuvijata potrìa ditte de me ntra le foje sualto arimpiccata drento ta j’albre m’arcónteno che gnente cià più forza de ste ràiche che m’artèngono per terra na cèrqua è st’albro granne sotta tutto ’l monno je sta ma per quil che nun c’è, tocca aguardà sualto! LA TRADUZIONE 6 Periferie Gennaio/Marzo 2015 OMBRETTA CIURNELLI Argì Ngluppata nti merlette de lo sciallo nco l’onne d’aria ch’afógono ’l rispiro fatigo a chiappà su daccapo a l’Arco Barbaja ’l mi fiatone ta i lampione e lento svapra ntol rimór di passe che ncol fischià del vento se confonne Avvolta / nei merletti dello scialle / con le onde del vento / che affogano il respiro / fatico ad arrivare / in cima all’Arco // Si illumina il mio affanno / alla luce dei lampioni / e lento sfuma / nel rumore dei passi / che nel fischiare del vento / si confonde Turnà Invulteissada in tai merli d’al sial cu le onde de aria ch’a massa al rispeiro i fadeighi par reivà là soun d’al Portigo Al me fià se vido in tala louss d’ai loumi e peian el spareisso in tal s’ciochetio d’al me pedegà ch’a in tal fis’cio d’al vento el se cunfondo Periferie 7 Gennaio/Marzo 2015 Tradurre da un dialetto all’altro significa misurarsi non solo con sonorità ma anche con strutture sintattiche e di pensiero a volte molto diverse, come accade in ogni traduzione. I testi ri-creati in un’altra lingua dialettale hanno inevitabili scarti sul piano lessicale rispetto all’originale; in particolare, nel caso delle poesie Argì e Ruvèri: spetenada/sgramijata (spettinata), cuciada/acuvijata (accovacciata), radeiga/ràica (radice), ∫ura/sualto (in alto), ngluppata/invulteissada (avvolta), svapra/spareisso (sfuma). In alcuni casi, al di là di una rigida corrispondenza lessicale, sono usate perifrasi: ntol rimór di passe (nel rumore dei passi) diventa in tal s’ciochetio / d’al me pedegà, arricchendo l’espressione del testo originale e mutandone la scansione metrica. A volte un’anastrofe può consentire di adattare un pensiero ai ritmi propri di un’altra lingua, alterando l’originaria struttura metrica: il verso iniziale di Ruvèri – Sà de ste bande i arbori tuca al LA TRADUZIONE siel (Qui da queste parti gli alberi toccano il cielo) – si spezza e diviene nel dialetto di Perugia Nto sti poste tuquì / ta ’l cèlo tòccheno j’albre, con il soggetto (arbori/albre) spostato in fondo alla frase. La traduzione, che Don Chisciotte considerava con scettiscismo come «il rovescio di un arazzo», mi appare piuttosto come un’immagine riflessa nell’acqua o in un vetro, naturalmente deformata in alcune sue parti, ma anche arricchita di nuovi ritmi e di nuove sonorità. “Riflettere” la nostra poesia, in un gioco di specchi deformanti, non è stato un mero “esercizio di stile” e non è nato dalla volontà di compiere un’indagine linguistico-filologica, ma dal desiderio e dalla curiosità di confrontare diverse sonorità, di scoprire impensati fonosimbolismi, di allargare le trame della poesia, oltre localismi geografici, nella consapevolezza della ricchezza che in tale ambito può offrire il nostro paese. NEWS Poeti nella città del vento Il 18 marzo, presso la Biblioteca di S. Matteo degli Armeni, a Perugia, si è svolta la presentazione de La città del vento di Ombretta Ciurnelli (Ed. Cofine, 2013). Oltre all’autrice, sono intervenuti il poeta e critico letterario Manuel Cohen e il poeta ed editore Vincenzo Luciani. La poeta Loredana Bogliun ha letto la traduzione in dialetto di Dignano d’Istria della poesia “Argì” tratta dal libro. La traduzione in tedesco di Anna Maria Curci della poesia “Scaline” è stata declamata da Jana Hildebrant che ha pure allietato il folto pubblico con alcuni brani musicali. A sorpresa, al termine del suo intervento su vita e opera della Ciurnelli, Luciani, ha letto la traduzione in garganico di Ischitella (FG) della poesia “Abonora”. Cohen ha infine posto in evidenza l’accuratezza e l’originalità del lavoro poetico in lingua perugina della Ciurnelli. RICORDO DI... 8 Periferie Gennaio/Marzo 2015 Marco Gal È morto il 22 gennaio 2015 il poeta valdostano Marco Gal. Nato a Gressan, aveva 74 anni ed era da tempo malato. L’ultima raccolta Seison de poesia comprende quasi trent’anni di poesie in francoprovenzale. Lo ricordiamo come grande poeta, come amico fedelissimo di “Periferie” e come sostenitore, sin dalla fondazione, del Centro di documentazione della poesia dialettale italiana “Vincenzo Scarpellino”. Ed ecco, in memoriam, due sue poesie. Memouéye Quaqu’eun rappelle le pavou dëfé de jouéce a l’oura deun le tsan de blou; quaqu’eun rappelle, më cen l’est lliouen, de l’atro coutë di ten; quaqu’eun rappelle eun mondo de fremie que l’ayan pa lo ten pe lo ri-e di coleur et ara l’an maque ci pe rappéllë cen que l’ayan sondjà. MÉMOIRE - Quelqu’un se souvient / des pavots défaits de joie / au vent dans les champs de blé; / quelqu’un s’en souvient, / mais cela est loin, / à l’autre bout du temps; / quelqu’un se souvient / d’un monde de fourmis / qui n’avaient pas le temps / pour le rire des couleurs / et qui à présent l’ont seulement pour rappeler / ce dont elles avaient rêvé. MEMORIA - Qualcuno ricorda / i papaveri sconvolti di gioia / al vento nei campi di grano; / qualcuno ricorda, / ma ciò è lontano, / dall’altra parte del tempo; / qualcuno ricorda / un mondo di formiche / che non avevano tempo / per il ridere dei colori / ed ora l’hanno soltanto per ricordare / quello che avevano sognato. Lenva Dze predzo de viëille pa-olle nëssuye avouë ma tseur viventa, ëpanduye deun lo meun cerevë pe se barme euncougnuye et sortuye comme de meusecca di ten Periferie Gennaio/Marzo 2015 9 RICORDO DI... fouettéye de ma lénva, de son crèissu pe de siécle su de botse améye, chouedzjà et battu euntre le den di ten, sortu de la via comme de sourie et de querrio et comme euna moffa de douleur dessu lo tormen de la tseur et di cœur. LANGUE - Je parle de vieilles paroles / nées avec ma chair vivante, / épanouies dans mon cerveau / dans ses antres inconnus / et jaillies comme une musique du temps / fouettées par ma langue, / des sons grandis pendant des siècles sur des bouches amères, / lissés et battus entre les dents du temps, / surgis de la vie / comme des sourires et des cris / et comme une mousse de douleur / sur le tourment de la chair / et du cœur. LINGUA - Parlo antiche parole / nate con la mia carne vivente, / sbocciate nel mio cervello / nei suoi antri sconosciuti / e scaturite come musica del tempo / frustate dalla mia lingua, / suoni cresciuti per secoli su bocche amare, / lisciati e sbattuti tra i denti del tempo, / scaturiti dalla vita / come sorrisi e grida / e come un muschio di dolore / sul tormento della carne / e del cuore. Brunella Bruschi Brunella Bruschi non c’è più. Nella prima domenica di marzo la morte ha posto termine alla sua lunga e difficile malattia, affrontata in ogni momento con stoicismo e dignità, e ha interrotto una vita dedicata alla poesia. E subito i ricordi si affollano disordinati nella mia mente. Primi fra tutti quelli dell’amica, dell’energia vitale che emanava da tutto il suo essere, della semplice eleganza di gesti e movenze, della capacità affabulatoria dei suoi racconti di vita e di scrittura, dell’intensa luce dei suoi occhi. Poi c’è la memoria della sua voce poetica, dello scavo della parola, dell’essenzialità lirica, del passo di danza che si coglie nel ritmo dei suoi versi, della sensibile e raffinata armonia che si rintraccia in tutta la sua opera poetica. C’è la memoria dell’animatrice culturale della cui competenza e raffinatezza tanti alunni hanno potuto godere come esperienza viva e diretta quando, con l’entusiasmo che la caratterizzava, animava corsi di scrittura creativa e laboratori teatrali, donando preziose schegge di poesia. E infine c’è la memoria del suo attento e puntuale lavoro critico-letterario. Ho nelle mani la sua ultima raccolta (Punto Smirne, 2013) e torno a leggere alcune sue parole nella presentazione della collana “La Chioma di Berenice”, che dirigeva per l’Editore Morlacchi di Perugia: «La parola poetica è l’eterna sommessa agnizione che narra l’uomo all’uomo, silente RICORDO DI... 10 Periferie Gennaio/Marzo 2015 musica che immette preziose linfe nell’investigazione del mondo e dell’esistere, connaturata allo stesso esistere. Contiene e rivela concrete consonanze e dissonanze del reale, la molteplicità di sensi e non sensi del vivere quotidiano, dalla superficie al fondo degli eventi, fino alla sostanza dell’esperire, accompagnando ogni viaggio a medicare le antiche ferite dell’umanità.» E nella memoria viva, oltre lo strappo della morte, la incontro e mi ritrovo in questi versi È lei che resta qui a rinnegare il tempo poiché di tutto è più importante il luogo e quel che dice l’attimo del fiorire e non la morte perché un tessuto resta in terra di radici risorte Ombretta Ciurnelli Brunella Bruschi, laureata in Lettere classiche, ha insegnato nei Licei Scientifici dove ha organizzato laboratori di scrittura creativa e attività teatrali. Insieme ad altri poeti, ha fondato il circolo culturale “Il Merendacolo”, proponendo per molti anni alla città di Perugia le più importanti voci poetiche del nostro paese. Ha vinto importanti premi nazionali e internazionali tra cui il “Premio Ungaretti” (1982), il “Premio Sandro Penna”, il “Premio Montale” (1993). Ha pubblicato numerose raccolte poetiche complesse e articolate nella struttura, caratterizzate sempre da una particolare levigatezza stilistica: Gioco d’attesa (1983), Testi pretesti lineature (1989), Il bistro e la sabbia (1997), Drama (2001), Deep focu (2005), Lune persuase (2007), Befane, maghi, rospi, rane e… altre creature per niente strane (2008), A che titolo (2010), Elementi d’amore (2011), Punto Smirne (2013). Sue liriche compaiono, inoltre, in numerose antologie nazionali. Periferie Gennaio/Marzo 2015 11 Gris de luna di Rita Gusso Con Gris de luna (Semolino di luna), prefazione di Enzo Santese, Pasian di Prato (UD), Campanotto, 2013, Rita Gusso ha vinto la Sezione Poesia edita della seconda edizione del Premio “Salva la tua lingua locale” 2014. Questa la motivazione della Giuria: «La raccolta Gris de luna, in dialetto caorloto (Caorle, VE), tendente a un tono sapienziale, all’aforisma, al detto memorabile, è al meglio quando, piuttosto che comprimersi in brani estremamente concisi, si distende in sequenze di espressioni metaforiche, anche non logicamente concatenate, ma solo accostate, che dispiegano vivace fantasia creativa ed osservazione originale, risultanti in una complessiva grande efficacia». E noialtri che stemo cuà a impatociarse coe robe a sfregoàrse soto el sol, se sbando da quel busigòto te mi a dà cualche drita? O te me sechi indrìoman e te me ingiutissi nel scuro? Cuà inpiantemo senpre semi e tiremo su carne, IL LIBRO RITA GUSSO, nata a Caorle nel 1956, vive a San Vito al Tagliamento. Dal 1995 fa parte del gruppo di poesia Majakowskij. È autrice di opere in italiano e dialetto caorloto, nel 2000 ha pubblicato con il gruppo Majakowskij Da un vint insoterat, ed. Biblioteca dell’Immagine, nel 2002 Tata nana e nel 2013 Gris de luna, Campanotto Editore. Suoi testi si trovano nelle antologie poetiche Notturni di_versi, festival notturno di poesia di Portogruaro (VE) 2006 e 2009, nell’antologia Umane transumananze, Decomporre Edizioni 2014, nel saggio Poetiche dialettali, L. Zannier, nelle riviste letterarie “l’Ippogrifo” e “Il segnale”. Ha ricevuto alcuni riconoscimenti a premi letterari. E noi che stiamo qui / a impiastricciarsi con le cose / a sgretolarci sotto il sole, / se mi sporgo da quel pertugio / me lo dai qualche indizio? / O mi secchi all’istante / e m’inghiotti nel buio? / Qui impiantiamo sempre semi / e raccogliamo carne. Angea de Trieste Do paróe ancora, come no se usa più nee boteghe a osar el scoltar e vegner dentro pian, na xornada drio l’altra tacarse discarpinèe, come un sol che fiorisse IL LIBRO 12 Periferie Gennaio/Marzo 2015 rissoi ciari par tociarli nel fogo-Carso* de piera e giosse che fa l’asuro profondo el contrasto de scòjo che rissa el sentimento. Scanbiar paróe cuà in un posto del Tajamento colmar nea grava, el smarimento. ANGELA DI TRIESTE – Due parole ancora, come non / è più usanza nelle botteghe / ad osare l’ascolto / ed entrare piano, / una giornata dopo l’altra / affezionarsi scalze, / come un sole che fiorisce / riccioli chiari per intingerli / nel fuoco-Carso* di pietra / e gocce che fanno l’azzurro profondo / il contrasto di scoglio / che arriccia il sentimento. / Condividere parole qui / in un luogo del Tagliamento / colmare nella grava, lo smarrimento. * sommacco e faggi in autunno Fianco arco che se cucia cuciaro de riso e patate na minestrina che spera, pare che se ocupa de ti: – no gà tenpo no par i fioi l’istà e xé onga fin a tarda sera. Tornaremo aa verta del mar a coórar sta siera smarìa l’incanto dea note marina luci de pesca buti de stee el geàto che discòa tra i dei sto senso fisso de esistensa. Fianco arco che si piega / cucchiaio di riso e patate / una minestrina di speranze, / padre che ti accudisce: / – non ha tempo no per i figli l’estate / ed è lunga fino a tarda sera. / Torneremo all’apertura del mare / a colorare questa cera sbiadita / l’incanto della notte marina / luci di pesca gemme di stelle / il gelato che scioglie tra le dita / questo senso denso di esistenza. Periferie Gennaio/Marzo 2015 13 IL LIBRO Sël finagi di Bianca Dorato Diario di un’anima verso un crinale di luce di Nelvia Di Monte Le poesie inedite pubblicate in Sël finagi (Nino Aragno Editore, Torino 2014) sono state raccolte con amichevole cura da Remigio Bertolino e Giovanni Tesio, il quale nell’approfondita postfazione annota come non sia stato possibile ricavare dai quaderni di Bianca Dorato (19332007) un ordine cronologico dei testi. Un particolare che so intimamente legato al suo rapporto con le parole: nemmeno le lettere che Bianca mi inviò, negli anni in cui così ci tenevamo in contatto, recavano la data. A suggerire – miraco, forse – che il tempo semplicemente è, non segue il ritmo dei calendari ma appare “në sluss dël rìe etern / ant ëlbàuti dle stagion” (un baleno dell’eterno riso / nell’altalena delle stagioni). Raccolta dopo raccolta la poesia della Dorato ha composto il diario di un’anima nel suo incessante peregrinare verso l’assoluto, seguendo il desiderio di raggiungere quel crinale di luce che si sa e si cerca lungo i sentieri delle amate montagne, ripercorse infinite volte in un movimento fisico e simbolico dentro paesaggi dove ogni elemento reca in sé tracce del Nascosto, il mistero che sta all’origine della vita. E che accomuna tutto l’esistente, la pietra, l’acqua, le erbe che “a confido / chiete soa smens a la fioca” (affidano / quiete il loro seme alla neve), i branchi di animali a cui è dato “savèj la mira leugna / [...] anté a luiss la prima” (conoscere la meta lontana / [...] dove si fa frutto la primavera). Bianca Dorato utilizza un idioletto che trova la sua fonte nella parlata provenzale e torinese, “nella memoria affettiva, culturale e poetica della sua storia personale” (Tesio), si modula in un ritmo asciutto e stringato (dai versi brevi, spesso settenari o ottonari) e spezza in enjambements le immagini più distese, dove è rara la rima mentre ad una complessa grafia è lasciato il compito di rendere le sonorità di un linguaggio “che suona erratico, come i massi che s’incontrano in montagna”. Ci si trova di fronte ad una poesia che si presenta realistica nelle immagini e nelle parole, naturalistica nella precisa descrizione di ambienti e fenomeni, mai involuta nell’espressione, quindi apparentemente facile alla lettura ma che, rapidamente, immerge in un’atmosfera densa di spiritualità e conduce “sël finagi”, sul confine di un altrove difficile da districare. Tuttavia in ogni testo la Dorato mostra come percepirne le IL LIBRO 14 epifanie in modo immediato, con uno sguardo limpido e un ascolto del cuore in grado di captare gli elementi reconditi di un assoluto che si manifesta tramite presenze tangibili, che possono essere avvicinate e comprese per affinità ma mai totalmente raggiunte o spiegate. Una solitudine metafisica circonda l’io nei suoi percorsi e nelle sue soste, nel suo sentire e osservare il paesaggio alpino “vivente altare di pietra / sacro agli uragani della luce” poiché, come scrive Tesio, per la Dorato come per Antonia Pozzi, la montagna è “un emblema mentale (e poetico) incardinato tra esistenza ed essere, tra finitudine e infinito”. Da questa prospettiva – di una sacralità che sta al fondo di ciò che è dato – può essere definita una poesia religiosa, che diviene preghiera quando le parole vogliono farsi tramite tra l’io e un Tu recondito di cui ogni cosa e creatura porta traccia: “Tan bele e sclinte / tute le marche am parlo / a son signaj / a mison antërdìe / am men-a n’ëscondù” (Così belle e nitide / tutte le impronte mi parlano / sono segnali / a dimore proibite / un nascosto mi guida). Dalla prima plaquette Tzantelèina (1984) Bianca Dorato ha conservato una fedeltà tematica e stilistica personalissima, e le diverse raccolte sono la composita partitura di un’unica sinfonia che le ha consentito ogni volta di mostrare le intersezioni tra il proprio mondo interiore e il paesaggio, fusi in un microcosmo poetico in cui riverberano cenni e bagliori di ciò che è indicibile e incommensurabile. Una scrittura, che segua il canto della vita e le impronte dell’essere, deve comprendere anche il dolore e la morte. Già nel precedente libro Signaj (2006) si era fatta più drammatica la contrapposizione tra l’anelito e l’impossibilità di procedere verso l’agognato crinale. In questa raccolta po- Periferie Gennaio/Marzo 2015 stuma i testi iniziali danno subito conto del sopraggiungere di momenti di tenebra e di fragore che opprimono e, forse, impediranno di salire alla brusanta (struggente) vetta; oppure una fitta nebbia non lascia scorgere che una zolla aperta, grembo di buio dove sprofondano foglie ed erbe appassite per avviarsi ad una nuova rinascita e “ciuto as arlamo, chiete, ant la dossor / pasianta dël gran creus dësmemorià” (silenziose si abbandonano, quiete, nella dolcezza / consolatrice dell’abisso senza memoria). Eppure gelo e ferite, angoscia e paure di fronte all’ignoto, come nei capitelli di cattedrali medioevali, trovano forme di animali, grida e ombre che giungono improvvise sugli alti pendii, portate da ali di cornacchie che planano da non si sa dove: la sofferenza e l’oscurità, dunque, riescono a rendere più nitidi – per contrasto – gli elementi quieti e luminosi di cui è sempre intessuta la poesia di Bianca Dorato. Simile all’acqua che sgorga limpida dopo aver attraversato “la tenebra di miriadi / di vite macerate in terriccio”, in questa raccolta lo sguardo lirico mostra di essersi inoltrato in più intime, sebbene dolorose, profondità fino a delineare un orizzonte che non ha più confine. Come la roccia di tante montagne conserva le tracce di antichi fondali oceanici, così – nel penultimo testo – il luogo da dove l’io osserva è una lingua di sabbia protesa tra terra e mare, un crinale che si assottiglia mentre l’onda sale e si attende n’arciam (un richiamo) per riprendere il cammino: “E peui – giomai tuta scuma / a ’nrovene ij pass ëd lus – / an dis che a l’é l’ora ’d parte / ël vent ëd la mar sobranta” (E poi – tutta schiuma ormai / ad avvolgerci i passi di luce – / ci dice che è l’ora di partire / il vento della marea). Periferie 15 Gennaio/Marzo 2015 IL LIBRO Tra cielo e volto di Luciano Nota di Anna Maria Curci Tra cielo e volto, titolo che riporta un verso tratto da un testo presente nella raccolta, è introduzione quanto mai piena e veritiera al contenuto del volume di poesie di Luciano Nota (Edizioni del Leone 2012, prefazione di Paolo Ruffilli, postfazione di Giovanni Caserta). Manifesta, infatti, dichiara, perfino, in senso programmatico, i due poli tra i quali si estende l’orizzonte, insieme artistico ed esistenziale, del poeta: il cielo che, di volta in volta, è anelito, ascesi, porta di accesso all’infinito, sosta, ristoro e fonte di perle, immersione nella natura, ma anche bersaglio dell’animo atrocemente deluso, e il volto, il proprio volto, il sé spogliato da alibi e scusanti e offerto allo sguardo altrui, sguardo non di rado impietoso, e ancora, accanto al proprio volto, il volto dell’altro, sembiante amato, bene più caro e affine, oppure – eppure – causa di dolore, dunque a sua volta in perenne moto tra gli estremi dell’approdo e del ghigno. Il cielo è nei paesaggi amati, nei boschi delle Piccole Dolomiti Lucane della terra natía e nelle asperità crivellate di segni del Carso (Sul Carso), più vicino all’attuale città di residenza. Il volto è contemplato, rinnegato, sognato, rimpianto, solcato. Il cielo rispecchia e illumina i colori, dal “giallo sempre verde”, passando per il suo “blu stellato”, fino all’estremo “carminio di fuoco”; sono toni cromatici vividi, accesi, a tratti intenzionalmente sfacciati. Il volto è proteso verso l’ideale, è, insieme, scrigno per il ‘guazzabuglio’ interiore e porta alla sensualità, è Pierrot lunaire, evocato apertamente nella poesia “Pierrot”, è residuo, resto, reduce con tratti ungarettiani (nella lirica “Volto”), è, essenzialmente, perennemente duplice nelle sue versioni di schermo e specchio. Il verso breve e sapido, prediletto da Luciano Nota, i guizzi rivelatori, all’erta soprattutto nelle ‘chiuse’ dei testi, esaltano i passaggi, i ponti (e il “noi” si fa spazio e prende corpo, si fa coraggio e trova voce), i guadi e i voli tra l’uno e l’altro dei due poli. Dichiarazione di poetica e dichiarazione di umanità si affiancano e si fondono, malinconiche ma non arrendevoli, ironiche e consapevoli; ne trovo l’esempio più evidente ed efficace proprio nei due versi a chiusura del componimento “Dalle perle che cadono dal cielo”: Punto dritto al maldestro / all’inetto, al resto. Dalle perle che cadono dal cielo Dalle perle che cadono dal cielo pongo d’istinto le atmosfere. Non ho voglia di capire se un raggio o corona è riverbero arguto. Ciò che mi preme è in un campo sperduto. Punto dritto al maldestro all’inetto, al resto. C’eravamo messi in viaggio C’eravamo messi in viaggio lungo strade inclinate. Avevamo strappato ortiche dai terricci. Ci trovarono con voce senile. IL LIBRO 16 Periferie Gennaio/Marzo 2015 Salvo Basso e l’incredibile compagna di Maria Gabriella Canfarelli Della incredibile compagna / che mai mi ha abbandonato / neanche nei momenti più bui Salvo Basso (Giarre, 1963 – Scordia, 2002) scrive in una poesia del 1982 (da Libro Necessario, L’Obliquo, 2004, pubblicazione postuma). Il poeta ha diciannove anni e il testo da cui sono tratti questi versi, ora inserito nel volume Basso. Scriviriscriviri. Antologia 1979-2002 (Interlinea 2014, a cura di Renato Pennisi, presentazione di Giovanni Tesio), è dedicato a suo padre. L’incontro con la poesia-amata-amante risale a qualche tempo prima, dobbiamo questa certezza al certosino e paziente lavoro dei fondatori del Centro Studi e Ricerche Letterarie intitolato al poeta: una messe di inediti ritrovati tra pagine di libri, in fondo ai cassetti, sparsi fogli di fortuna su cui Basso depositava segni, quel qualcosa da fare che è già precoce sentimento della morte, del vuoto cui opporre la parola scritta. Nella presentazione del volume antologico (testi tratti da libri editi o apparsi su riviste e antologie collettanee, cataloghi d’arte) Giovanni Tesio mette in luce “una storia poetica, di affezione che pulsa fin da principio ma che si manifesta in diversa quantunque […] unitaria transizione: un’adesione che cerca costantemente di dire attraverso il suo dirsi”, che è storia e viaggio d’una scrittura nutrita e vissuta come “doppia esperienza-convivenza della parlata locale e della lingua nazionale”. Una vocazione che sin dai primi anni e avanti nel tempo porterà il poeta a interrogarsi con insistenza sulla necessità / inutilità della parola, sul fare / non fare poesia; che produrrà versi guizzanti, con asciuttezza talora dolente talaltra ironica (ironia rivolta anche a se stesso); che verserà in dialetto termini contemporanei, versificherà in modo affatto nuovo modi di dire, locuzioni, proverbi tratti dalla tradizione. L’anno di battesimo è il 1997, titolo della raccolta Quattru sbrizzi, quattro gocce ovvero stillicidio di pioggia, prodromo d’una incipiente meteopatia: è ottobbri, novembri / cu sapi. / Sacciu ca chiovi / e antura pareunu sulu / quattru sbrizzi. / Iu sugnu ccà, / ssittatu nta sta seggia. // E / - avvuliritullu diri - / ta scrivu / picchì nunn’aiu nenti / cchiffari (è ottobre, novembre, chi lo sa. / So che piove, / piove, / e poco fa sembravano solo / quattro gocce. / Io sono qui / seduto su questa sedia. / E / – a volertelo dire – / ti scrivo / perché non ho niente / da fare). “Nenti a cchiffari”, del resto, non è la poesia (dai più) considerata trastullo, passatempo per sfaccendati? Salvo Basso è invece impegnato ad attenderla, la poesia, aspetta seduto alla scrivania. Perché Scriviri // È pigghiari n’appuntamentu / Idda can un vena iu / Ca spettu ccà mentri mi / Smovunu i nervi / M’addumannu ccurasù // Aspettu mi nni vaiu / fazzu finta di / Iriminni (Scrivere / È prendere un appuntamento / Lei che non viene io / Che Periferie Gennaio/Marzo 2015 aspetto qua mentre mi / Innervosisco / Mi chiedo che ora è // Aspetto me ne vado / Faccio finta di / Andarmene. Da Dui, 1999), qui, la dichiarata autentica passione, in questi e altri versi la schermaglia amorosa. Adesione di corpo e mente al corpo dell’amata, l’incredibile compagna che si fa attendere, dono inaspettato che arriva e all’improvviso va via, che è fonte di attesa, gioia, speranza, disperazione, nervosismo; la cercata e desiderata poesia che in Canticanticu (Cantico dei Cantici), presente nel volume Catania Sotterranea, 1999, a cura di Biagio Guerrera, proposta integralmente nell’antologia di cui ci occupiamo) è sposa mistica, indomita e sensuale, fonte di tenerezza e desiderio. Arde di impazienza il poeta, picchì l’amuri / è festa di la testa (perché l’amore / è festa della testa). L’incipit di Canticanticu fa vibrare i sensi: vasimi cché vasuni / nta to ucca / nta to lingua – / e i to carizzi / […] / e u to profumu ca leva / aria e sciatu – // sugnu bbruttu / scuru – non sempri u suli sicilianu / ccianzetta (baciami con baci / nella tua bocca / nella tua lingua – / e le tue carezze / […] / e il tuo profumo che toglie / aria e respiro – // sono brutto / scuro – non sempre / il sole siciliano / l’azzecca); più avanti, la poesia-sposa ha volto e atteggiamento umano, occhi / di palummedda nginiusa (occhi / di palombella attraente), ucca di meli (bocca di miele), la sua è lingua di vavaluci (di lumaca) e la presenza di lei, il suo esserci produce estasi mistica. Il poeta la corteggia, attinge vezzeggiativi dal vocabolario della tenerezza: iattaredda muci muci / misciattola pussicippi / tutuzza / nananna / pupuffa (micettina mucimuci / gattinina pussicippi / piccinina / da cullare / morbidina da coccolare), e ancora: crucuzza / cannocchia / canocchia / cinnacinna 17 IL LIBRO (testolina / cannolicchia / cagnolina dolcedolce), e si concede a lei dichiarandole amore, tuttu trasutu di tia (tutto preso di te), e fedeltà: ti rricanuscissi / macari tra / centumila fimmini // da lingua e ddò sciauru / e ssì ti tradissi / fussa / ancora ccu tia (ti riconoscerei / anche tra / centomila femmine // dalla lingua e dal profumo / se ti tradissi / sarebbe / ancora con te). SALVO BASSO (1963-2002) ha prodotto una messe di scritti pubblicati in riviste e antologie (Le voci fra gli sterpi; Frastorni; Via Lattea; “Arrivederci a Sortino”; Catania sotterranea; Siciliomi; “Chiana e Biveri”; “Città e dintorni”; “Il parlar franco”, “Anthos”, e altre) e nei volumi Quattru sbrizzi, Nadir 1997; Una poesia, Edizioni Pulcinoelefante 1997; Manziornu, en plein 1998; Dui, prefazione di Manlio Sgalambro, Prova d’Autore 1999; qo, con uno scritto di Franca Grisoni, L’Obliquo 1999; Accuddì, Il Gabbiano 1999; Ccamaffari, prefazione di Franco Loi e nota di Pietro Barcellona, Prova d’Autore 2002; A to manu, postumo, L’obliquo 2002; Egomeio (Salvoesie 1979-81), a cura di Renato Pennisi, prefazione di Giovanni Tesio, Prova d’Autore 2003; Libro necessario (poesie 1982-84), a cura di Renato Pennisi, premessa di Attilio Lolini, L’Obliquo 2004; U tempu cc’è, con fotografie di Aldo Palazzolo, e scritti di Franco Loi e Paolo Ruffilli, Studio Focus Editore, 2005; Un pensiero che non finisce – Versi (1997-2002), antologia a cura di Sebastiano Leotta, Edizioni Novecento, 2006; Fase lunare (poesie 1985-90), a cura di Renato Pennisi, con premessa di Gualtiero De Santi, L’Obliquo 2007. IL LIBRO 18 Periferie Gennaio/Marzo 2015 L’ombra del sogno. Viaggio nella poesia di Giuseppe Rosato Il libro L’ombra del sogno. Viaggio nella poesia di Giuseppe Rosato (a cura di Anna De Simone, Roma, Ed. Cofine, 2015), ripercorre l’itinerario poetico di Rosato verso l’indicibile e l’invisibile, un cammino solitario e doloroso, fatto di atmosfere che non si possono definire, di certezze del cuore, di sensazioni che lo sfiorano appena, di ombre che diventano “cosa salda” e di una nostalgia bruciante della donna amata. Un percorso non facile quello di chi si è proposto di analizzare una condizione esistenziale, nel tentativo di entrare, pur rimanendo sulla soglia, nella dimensione filosofica della sua poesia. Ne emerge il ritratto di un poeta che usa in modo armonico l’italiano e il dialetto, governandoli con il rigore e la genialità di un grande direttore d’orchestra, quasi fossero una cosa sola con lui, dotato com’è “di un’eccellente conoscenza e capacità d’uso della strumentazione retorica, di una singolare compattezza espressiva, di scelte lessicali, infine, profondamente motivate” (A. Serrao). Nella sua lingua frentana, una variante pedemontana dell’abruzzese, Rosato riversa la propria visione dell’esistenza, inquieta e problematica. Ere natale, o n’àvetra matine? Ere natale, o n’àvetra matine? Pe’ tutte na ’mmernate, o solamente na vote, è state? M’aresbeje e sente nu silenzie. Ha nengute? «Nengue, scine… tè ’nnengue a ciele aperte»… Chela voce che vé da la cucine. Quand’è state? Si sguaste e si cunfonne lu passate, l’acque se ’ndròvede gna va a la foce. Ere natale, o n’àvetra matine? Fa vespre. Lu silenzie è senza fine. ERA NATALE, O UN’ALTRA MATTINA? Era natale, o un’altra mattina? Per tutta l’invernata, o solamente una volta, è accaduto? Mi sveglio e sento un silenzio. È nevicato? «Nevica, sì… sta nevicando a cielo aperto»… Quella voce che viene dalla cucina. Quand’è stato? Si guasta e si confonde il passato, l’acqua s’intorbida come va verso la foce. Era natale, o un’altra mattina? Si fa sera. Il silenzio è senza fine. Addurmèteve, sunne Addurmèteve, sunne, sête state nche mmè pe’ tanta tempe, notte e jorne, m’avete viste a cresce’ e i’ ve so’ cresciùte, la matine Periferie Gennaio/Marzo 2015 19 ce sté une de vû a resbejàreme e n’atre m’aspetté dentr’a lu llètte ugne sere pe’ dìreme dumane, dumane quanta cose… E po’ dumane ha menùte, ha menùte e se n’è ite: i’ nen me ne so’ ’ccòrte quand’è state e vu avat’a èsse’ stracche e ’ccise de sonne e de fatìje, ch’ugne vôte se ne jave a lu vente. Mò addurmèteve, sunne. Tê ffa’ la neve, i’ me mette ’m bacci-a lu vetre a vede’ nnèngue’, tutte stu bbianche nen me fa paré’ ca già ha calate la notte. Durmète, sunne, ca nen v’aresbèje. ADDORMENTATEVI, SOGNI. Addormentatevi, sogni, siete stati con me per tanto tempo, notte e giorno, mi avete visto crescere e io vi ho cresciuti, la mattina c’era uno di voi a svegliarmi e un altro mi aspettava dentro il letto ogni sera per dirmi domani, domani quante cose… E poi domani è venuto, è venuto e se n’è andato: io non me ne sono accorto quand’è stato e voi dovevate essere stanchi e morti di sonno e di fatica, che ogni volta si perdevano nel vento. Ora addormentatevi, sogni. Viene la neve, io mi metto in faccia al vetro a vedere nevicare, tutto questo bianco non mi fa sembrare che già è scesa la notte. Dormite, sogni, che io non vi sveglio. Scrivo e riscrivo innumerevoli volte Scrivo e riscrivo innumerevoli volte lo stesso verso, ne giro e rigiro l’avverbio le congiunzioni il verbo ma la sostanza sempre si sottrae al sostantivo in cui dovrebbe inscriversi, vuoto me ne ritorna un suono che non ha avuto forza di consistere. Così il miniaturista inseguiva dipingendola mille e mille volte l’immagine del Cristo, così cercandola invecchiava e poi moriva senza avere tracciato che l’abuso ogni volta di un volto che capiva non era, non poteva nemmeno lontanamente essere quello. IL LIBRO Con questo libro, un nitido e accurato ritratto d’autore, Anna De Simone ci introduce a una lettura approfondita dei molteplici e più significativi testi poetici in lingua e in dialetto di Giuseppe Rosato. GIUSEPPE ROSATO (Lanciano 1932) ha insegnato Lettere e ha lavorato per la RAI, collaborando a importanti rubriche. Tra le sue raccolte di poesie in lingua, ricordiamo: L’inganno della luce (2002), La distanza (2010), Le cose dell’assenza (2012), Conversari (2014) e in dialetto: La cajola d’ore (1956), Ecche lu fredde (1986), L’ùtema lune (2002), La ’ddòre de la neve (2006), Lu scure che s’attonne (2009), La nève (2010), È tempe (2013). Ha ricevuto prestigiosi premi letterari. ANTOLOGIA 20 Periferie Gennaio/Marzo 2015 MARIO D’ARCANGELO Con le poesie che seguono Mario D’Arcangelo ha vinto la seconda edizione di Poesia inedita del Premio “Salva la tua lingua locale” 2014. Queste le motivazioni della giuria: «Convincono, in questi brani inediti in dialetto abruzzese di Casalincontrada, la capacità di applicare il dialetto a contenuti moderni con naturalezza, senza sfoggi o forzature, e il tono brioso con cui l’autore conduce tale operazione». Se passe Se passe matutine certe vote appresse a na vruccanne de sunne leggire, streuse. E che ce trasce na parlature appése a na curdelle, na ceste de parole… no’ scurdaticce, ’ncimate scì (na vote mprufumate de fiure nghe na rise ’mmocche)… Nu cante, attaccarate a na réfe de fiate, nu mutive che massere arecantéme se s’accucchie a la mmurlite nu cuncerte nghe sacrefìcie na spere de sole… poche-puchelle arrete a na stunate de culure e na morre, nu cerríje de cellucce a lu ressètte… Se passe e s’arecconte lu campà massére. SI PASSA – Si passa il mattutino certe volte dietro / una nidiata di sogni leggeri, stravaganti. / E cosa c’entra una parlata sospesa / a una cordella, una cesta di parole… / non dimenticate, sfiorite sì (una volta / profumate di fiori con un sorriso in bocca)… / Un canto, avvinto a un refolo di respiro, / un motivo che stasera ricanteremo / se si ricrea prima dell’imbrunire un concerto / con sacrificio una spera di sole… / poco-pochino dietro una stonata / di colori e uno stormo, un chiacchierio / di uccellini alla posa… Si passa / e si racconta la vita stasera. Na cammisciola bianche Na cammisciola bianche (allavate na vote da le mamme) nu sblennore, lu core appese a le labbre de nu rùfele fresche arepulite e… na parole ’mmente… (È de ogge o de jíre stu trettecà de mane che stregne àvetre mane de vuce ch’acclame àvetre vuce…). Periferie Gennaio/Marzo 2015 21 Vulisse dice na parole ma la parole è piccerille nu ccune passaticce quase quase addurmite, e quelle che vû dice avessa esse ’ranne. Ma tu vacce a capì dentre a le cusarelle certe vote nghe n’aria celestine e chiare… nu rùfele arepulite fresche… (e da ddò vè ste vuce d’àneme ch’ammite a nu trascorze…) Chi sa se se cuncréhe e addò vo jì a parà se tu camine pe la vie nghe na cammisciola bianche e appese a le labbre na parole (piccerille ma remaste ’nnamente) che tu vulísse areccuntà a lu monne… UNA CAMICETTA BIANCA – Una camicetta bianca / (lavata una volta dalle mamme) / uno splendore, il cuore sospeso sulle labbra / di un refolo fresco ripulito / e… una parola in mente… (È di oggi o di ieri / questo fremito di mani che stringono altre / mani di voci che acclamano altre voci…). / Vorresti dire una parola ma la parola / è piccolina un poco sorpassata / quasi quasi dormiente, e quello che vuoi dire / dovrebbe essere grande. / Ma tu vacci a capire dentro le cose piccole / a volte con un’aria celestina e chiara… / un refolo ripulito fresco… (e da dove vengono / queste voci di anime che invitano a un colloquio…) / Chi sa se si concretizza e dove condurrà / se tu cammini per la strada con una camicia / bianca e sospesa sulle labbra una parola / (piccola ma rimasta in mente) / che tu vorresti partecipare al mondo… VITO SANTOLIQUIDO Sciamano silfidi Ripullulando il buio, tarlano monti boschi dormienti pance di sonno (oh!, la malia del sonno, sogno poco: fughe brevi, verdi esclamazioni di vita…), più di tutto sfiocano i volti (ma il tuo, mia gioia di fuoco, perdura luminosissimo); e m’oscuro ANTOLOGIA MARIO D’ARCANGELO è nato nel 1944 a Chieti e risiede a Casalincontrada (CH). Pluripremiato in gare regionali, ha vinto concorsi nazionali per la poesia in dialetto: “Vie della Memoria” di Pescara 2009; “Premio Tagliacozzo” 2010; Finalista del “Premio IschitellaP. Giannone” 2010 e “Anni d’Argento” di Guardiagrele, 2009. Ha pubblicato: Senza Tempe, Edigrafital, Sant’Atto (TE) 2004; Albe e ne albe, prefazioni di Achille Serrao e Nicola Fiorentino, Edizioni Cofine, Roma 2011. È stato recensito in varie riviste nazionali e nel mensile “Poesia” (n. 266, dicembre 2011) a cura di Anna De Simone. ANTOLOGIA 22 Originario di Forenza (PZ), dove tuttora vive la sua famiglia, VITO SANTOLIQUIDO è nato il 26 dicembre 1989. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Filologia moderna presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia (2014), nell’area delle letterature medievali romanze. Alcune sue poesie sono uscite per Magi Editore, altre sono state pubblicate sul sito “Poetarum Silva”. Cura la rubrica di poesia inedita per la rivista di libera cultura “deSidera”. Gestisce il blog personale lesommeilinterrompu.wordpress.com, guidato dall’idea di associare liriche e immagini. Periferie Gennaio/Marzo 2015 più non parlo la lingua umana, così umanamente bruma, bufera – sogno ultravioletto discanto. Sciamano silfidi: è muschio che a scaglie mi macula l’epidermide cerea – aliena, fossile di serpente. Arbusti, sale e se t’asciughi al sole sempre ti resta un po’ di vento fra i capelli. Débbio Brulichìo d’albóre àlido, sfogandosi fuoco al confine – lontano pandemonio (è un fruscìo cinereo, come di falene…) – fermo, assorto in questo mio utero d’oscurità (pànico lucido nel sonno nero). MAURIZIO ROSSI Parole vive Aratro sono le parole, dissodano la mente, l’anima, ne fanno grembo per le idee, semenza di saggezza, farina di sapienza dell’umano cammino. Periferie Gennaio/Marzo 2015 Fatica è pazientare, il lento incedere, spingendo l’erpice nella crosta riarsa da venti d’egoismo. Di sera, siedi accanto al pozzo per riposare una donna ti chiederà da bere; accoglila nel cuore, lei ti darà parole vive. Il medico A piene mani so dispensare farmaci e condanne, so leggere sistole e diastole, so confrontare un corpo caldo col freddo negativo; so capire, ma poco compatire. “Non posso accogliere tanto dolore, tutti i giorni lasciare che mi sfianchi, che annebbi la mia mente...” Sovente non mi accorgo che il mio paziente vuol essere guarito dal sentirsi impaurito e solo. Inaspettato il dolore s’insinua, risveglia la paura, vedo la barca che attende all’altra riva, mentre la scienza m’abbandona dispersa nella bruma sopra il fiume. Lo Stige tante volte guadato da chi non ho guarito. 23 ANTOLOGIA MAURIZIO ROSSI, medico romano (da pochi mesi in pensione), ha compiuto gli studi classici, ama scrivere in lingua e anche in dialetto romanesco. Ha pubblicato: Dal pozzo al cielo, Lulu.com, 2008, Tempo di tulipano, Lulu.com, 2009, Sono aratro le parole, LietoColle, 2011, Che resta da fare, LietoColle, 2014. È attivo in diverse associazioni culturali e di volontariato. È tra i promotori dell’Associazione “Una Casa delle Poesie” nel V municipio di Roma, per la quale cura incontri mensili. Da Che resta da fare, LietoColle, 2014, pubblichiamo alcuni testi ANTOLOGIA 24 Periferie Gennaio/Marzo 2015 FERDINANDO PELLICIARDI (dialetto romagnolo) E prèm arlòi Al cumprè cun la pêga da manvêl a cvatôrg èn brìsa ciumpì. E mi prèm arlòi! FERDINANDO PELLICIARDI, nato a Bizzuno di Lugo (Ra) nel 1944, vive a Roma dal 1970. È socio della Società di Studi romagnoli, con sede in Cesena, della Società di Studi ravennati, con sede in Ravenna, della Associazione Culturale Istituto Friedrich Schürr per la valorizzazione del patrimonio dialettale romagnolo, di S. Pietro in Vincoli (RA), ed è Vice Presidente e Segretario della Famiglia romagnola di Roma. Ha pubblicato: Grammatica del dialetto romagnolo. La lèngva dla mi tëra (1977), La riditê - versi in romagnolo (1988), Pvlon Matt. Poema del XVI secolo in dialetto romagnolo (1997). Adës ch’a j ò pasê i cvarànta e va incóra, ció, ch’un sgàra d’un minùt. Ul pôrta mi pê. Lò pr’avér e su prèm arlòi l’à duvù tnir d’astêr che mè am cumprès e sgònd. IL PRIMO OROLOGIO - Lo comprai / con la paga da manovale / a quattordici anni non ancora compiuti. // Il mio primo orologio! // Adesso / che ho passato i quaranta / va ancora, caspita, / che non sbaglia di un minuto. // Lo porta mio padre. // Lui / per avere il suo primo orologio / ha dovuto aspettare / che io mi comprassi il secondo. Cunsuntìv L’è stê pröpi un gran sgnór: l’à sempr avù tot cvèl ch’e vléva. Parchè l’à sempr’ avlù sól cvèl ch’e putéva avér. CONSUNTIVO - È stato / proprio un gran signore: / ha sempre avuto / tutto quello che desiderava. // Perché / ha sempre desiderato / solo quello / che poteva avere. Periferie Gennaio/Marzo 2015 ANTOLOGIA 25 MARCELLO NARDO (dialetto romanesco) Morte d’un amore Nun famo che discute cò livore da che mettemo piede giù dar letto che resta, me domanno, de ’st’ amore? ’N silenzio che rimbomba in fonno ar petto. E allora, puro si cò gran dolore, dovemo disse mo’ quer che va detto... – nun piagne adesso, famme ’sto favore ascortame, ecco, prenni un fazzoletto ’Na vorta soridevi, eri felice mo’ te se legge in faccia che sei stanca de finge, ce lo so, nun te s’addice. Lo sai che c’è? È ’r coraggio che ce manca perché è da mo’ che er core ce lo dice: noi nun s’amamo più, e annà avanti sfianca. Er Centrocommerciale Fiumana sovrumana de fine settimana ner centro commerciale la gente s’arintana; si poi nun cià la grana, poco male ce viene uguale e ce se impianta ’na giornata sana. Da che lavoro qua, porca puttana, sarà apatia mentale ma daje e daje in mezzo a sta buriana sto a diventà asociale. FRANCESCO DI GIORGIO Il sole di Monet Il bavero rialzato un poco curvi la sigaretta in bocca un fil di fumo di polvere stretta la strada e vuota intorno rado qualche ciuffo d’erba. MARCELLO NARDO è nato a Roma nel 1978. Scrive racconti e poesie sia in lingua che in dialetto romanesco. La sua raccolta di racconti dal titolo Conversazioni con un gargoyle (Il Rovescio, 2009) si è piazzata al 2° posto nella XII ed. del premio internazionale “Mondolibro”. Pubblica le sue poesie romanesche su facebook, sotto lo pseudonimo di Cassandrino Bellicapelli. ANTOLOGIA 26 FRANCESCO DI GIORGIO, nato a S. Agata di Puglia (FG) nel 1952, risiede a Roma dal 1956. Docente di Lettere negli Istituti Superiori di 2° grado, durante gli anni Ottanta ha operato attivamente nel panorama poetico romano. Ha pubblicato le raccolte: Il sogno e il risveglio, 1981; La morte del gallo dipinto, 1983; Infinitesimale, 1989; ll poemetto Allucinazioni in penombra, 1999 e A ricercare Dice (ed. Lepisma 2014). Periferie Tremula l’aria il sole di Monet. Piano la gatta miagola sul fosso avanti fa tre passi per seguirci poi torna indietro al cavo della terra stanotte sola insieme con la luna. Allunga le ombre il sole di Monet. S’annera la fossa, ci guarda triste, la chiami non viene, il fumo svanisce, mi guardi nel buio, non parli e mi dici difficile sarà il sopravviverci. È tramontato il sole di Monet. (Inedito) GRAZIA STELLA ELIA Presente in molte antologie, GRAZIA STELLA ELIA ha pubblicato testi di narrativa folclorica e numerose raccolte poetiche in lingua e in dialetto: Nostalgia di mare (Foggia, Editrice Apulia, 1985), I racconti del focolare (Foggia, Leone Editrice, 1988), Le opere e i giorni della memoria (Bari, Editrice La Vallisa, 1996), Il cuore del paese (Foggia, Leone Editrice, 1991), Versi d’azzurro fuoco (Foggia, Bastogi, 1997); Paràule pèrse, raccolta di poesie in vernacolo casalino (Foggia, Bastogi, 1999), L’anima e l’ulivo. Poesie (Bari, Levante editori, 2011). Gennaio/Marzo 2015 Giocano col vento Giocano col vento le foglie degli ulivi: dondolio lieve lenta danza sotto gli sguardi argentei della luna. Musica soave il notturno fruscio. Trinitapoli, 7 aprile 2012 Un ulivo C’è, tra gli ulivi, un ulivo più degli altri contorto, dolorante di ferite che il tempo gli ha inferto. Ascolta, silenzioso, il limìo di cicale Periferie Gennaio/Marzo 2015 27 ANTOLOGIA intente a cantare la brevità della vita: uno strano canto di monotonia che tanto sa di follia. Trinitapoli, 11 agosto 2011 AVVENIMENTI Roma: assegnati in Campidoglio i premi di “Salva la tua lingua locale” Cinque canti della tradizione popolare italiana, eseguiti dal “Nuovo Coro Popolare” diretto dal M° Paula Gallardo Serrao, hanno aperto la cerimonia di premiazione della seconda edizione del Premio letterario di poesia e prosa edita e inedita “Salva la tua lingua locale”, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, il 6 febbraio 2015. Il presidente nazionale dell’Unpli Claudio Nardocci ha sottolineato come Franco Loi “La Giornata nazionale del Dialetto e delle lingue locali”, la cui III edizione premiato in si è svolta in centinaia di località il 17 gennaio, ha trovato per il secondo Campidoglio. Alla anno consecutivo la sua conclusione nella capitale delle lingue locali. Dopo il saluto di Bruno Manzi, a nome della Legautonomie Lazio, sono sua sinistra intervenuti i professori Tullio De Mauro e Pietro Gibellini, rispettivamente l’on. Michela Di Biase. presidente onorario e presidente della Giuria. Il primo ha esaltato la buona Alla sua tenuta dei dialetti, frettolosamente dati per estinti e che viceversa trovano destra una loro rinnovata vitalità nell’uso quotidiano e anche nella eccellente parBruno Manzi tecipazione di poeti e prosatori nei dialetti d’Italia al Concorso, sia da parte e Vincenzo di adulti che di ragazzi delle scuole. Gibellini si è complimentato con gli orgaLuciani nizzatori e con i partecipanti del Premio ed ha concluso il suo saluto con la declamazione di un celebre sonetto di Giuseppe Gioachino Belli. Ha molto emozionato l’intervento della presidente comunale della Commissione Cultura on. Michela Di Biase che, dopo essersi soffermata sulla poetica di Franco Loi, si è dichiarata onorata di consegnare, in rappresentanza del Comune di Roma, un premio alla carriera al “Maestro” Loi, un poeta tra i grandi della letteratura italiana. Un calorosissimo applauso ha salutato Franco Loi che, commosso, ha ringraziato. Erano presenti e sono stati premiati i poeti: Rita Gusso, Loredana Bogliun, Mario D’Arcangelo, Guido Leonelli, Paolo Borghi, Cettina Caliò, Roberto Pagan e gli scrittori: Maria Serrentino, Isidoro Perin, Maria e Luigi Matteo, Grazia Galante, Matteo Nunzi, Adele Terzano, Emanuela Fortuna, Guido Ciolli, Sante Diomede, Valter Peruzzi, Loredana Iole Scalpellini, Roberta Longhi, Giuseppe Emilio Carella. A tutti i partecipanti è stato consegnato un opuscolo contenente testi di poesia e prosa dei vincitori e finalisti del Premio “Salva la tua lingua locale” 2014, pubblicato dalle Edizioni Cofine. RECENSIONI E NOTE 28 Cartografie di un visionario di Pietro Civitareale Non accade spesso che, dando alle stampe una raccolta di versi, l’autore ne dichiari la poetica. Lo fa ora con Cartografie di un visionario (Martinsicuro, Di Felice Edizioni, 2014) Pietro Civitareale, un poeta che, per essere anche un insigne critico, avverte l’urgenza non più procrastinabile di pronunciarsi contro il nonsenso dilagante in tanta parte della poesia contemporanea. Tra l’altro egli rileva come la poesia “si sia ridotta ad un mero ed elitario esercizio di abilità linguistica. Ma soprattutto si ha l’impressione che il poeta d’oggi abbia perso il senso della situazione storica, il senso cioè di un rapporto fondamentale con il mondo, pago di un solipsismo che celebra con un rituale di parole per iniziati, dimenticando che esse non sono solo dei suoni, degli indicatori di direzione, ma sono parole intenzionate, vivono in un organismo di significati e che questi significati sono elementi di un complesso di relazioni attive, emergono da un fondo comune, sono in qualche modo implicati in una comune atmosfera significante”. “Non è pensabile – così prosegue – che uno strumento linguistico possa essere utilizzato indipendentemente dal suo immaginario, dall’immaginario cioè che vi è depositato” e, dunque, il piacere intellettuale ed emotivo, che può dare la poesia, è tanto più intenso e profondo quanto più ravvicinate sono “le affinità culturali e sentimentali esistenti tra il poeta e i suoi lettori… Il rapporto tra poesia e lettore sarà, allora, tanto più agevole quanto più sarà in grado di riflettere esigenze interiori comuni, di realizzarsi in un contesto di codici accessibili ad entrambi, di fare riferimento, insomma, ad una sensibilità linguistica affine”. Su queste ed altre sistematiche puntualizzazioni estetiche, contenute nella prefazione dello stesso autore, credo non sia più rinviabile una seria riflessione da parte Periferie Gennaio/Marzo 2015 di critici e poeti. Ovviamente, chi conosce le precedenti opere di Pietro Civitareale sa benissimo come la sua poesia, dialettale o in lingua, non nutra alcuna nostalgia per esperienze compositive già consunte e come, invece, si realizzi nelle forme di una elegante ed equilibrata modernità. La concentrazione delle immagini si articola in una scrittura frammentistica contenuta in tre o, al massimo, quattro strofe, che più precisamente definiremmo sequenze ritmiche, così come i versi, piuttosto che risuonare secondo la ratio del numerus tradizionale, si comportano come stìkhoi con una loro particolare musicalità, atta a tradurre il ritmo interiore e a trasfondersi immediatamente in immagini. La sintassi grammaticale si riduce a ben pochi nessi nella maggior parte dei componimenti. La sintassi poetica, invece, è ricca e preziosa in quanto coglie una simultaneità dialettica tra dati diversi del reale, in un sapiente svariare chiaroscurale o, più spesso, laddove risolve nello stesso amalgama profonde spazialità ed imprevedibili vibrazioni interiori. E determinante, a tal fine, risulta la funzione del silenzio che, come lontanissima eco o trepido presentimento, si insinua nelle varie parti della struttura per dilatare, o travolgere, la durata delle atmosfere. Una nota ricorrente in questa poesia è una certa fissità delle cose, l’insignificanza, l’assenza di vita nell’andare stordito del mondo (In questo pomeriggio domenicale / la gente sciama per le strade / con una sorta di muto stupore), così come le connotazioni plumbee o pietrose del paesaggio fanno da sfondo alla solitudine del poeta ed all’impermanenza dell’esistente. Perché, infatti, “non è cosa facile / essere certi d’esistere. / A chiamarlo il mondo / non dà mai risposte. / Puoi solo guardarlo / come un idiota”. Persino “ciò che crediamo / di chiudere nella nostra anima / non consiste, ci sfugge, / si dissolve nell’aria / come al sole si dissipa / la rugiada del mattino. // Periferie Gennaio/Marzo 2015 Ed è come un braccio / teso il nostro grido, / con la mano che resta in alto, dinanzi a noi inutilmente aperta”. E qui, en passant, si noti come il poeta non manchi mai di metaforizzare gli enunciati più marcatamente meditativi, come in quest’altra riflessione, che coglie la dolente alienazione dell’uomo moderno: “Una rete di incrinature / è il vetro percosso della finestra. / Così il cuore dell’uomo / deluso dalle sue stesse / certezze, ignaro che la verità / è un uccello invisibile / nel buio del mondo. […] Ragno impigliato nella rete, / l’uomo va per la sua strada, / mentre la sorte gli cambia la vita, / frustra le sue ambizioni, / come l’onda che rimodella / la riva a suo capriccio”. Sconsolata è la denuncia delle mistificazioni sistemiche imperanti nel cosiddetto mondo moderno, delle obliterazioni o, peggio, dei ribaltamenti della realtà. “Il vero e il falso sono sempre / da reinventare, giorno / dopo giorno, senza scampo”. Ma c’è qualcosa che si salvi in tanto naufragio? “I nuovi termini / che oggi hanno fortuna / sono massa e coscienza. / Ma è storia vecchia e consumata. // Chi vuole mettere ordine / nelle sue confuse ideologie / cerchi la verità nei piccoli eventi”. Ma poi: “Si dice che il passato / consoli più del futuro, / giacché tutto muta, / anche il cielo, se cielo / è questa nuvolaglia / che la sera rossa / stende sulle alture. // Ma forse nel crogiuolo / che tutto trasforma, / resta il cuore, credulo / che qualcosa si ripeta / prima che precipiti nel nulla”. Memoria e passato, e il rovello del dubbio; spersonalizzazione, smarrimento della propria identità: “Niente come la poesia / aiuta a ritrovare la verità / della nostra stessa memoria. // Chi nel passato ha radici / profondissime ha già / trovato tutte le risposte. // Siamo scelti e vissuti / dalle cose più di quanto si creda / di scegliere e di vivere. // Ma oggi il passato è come / un paese straniero / e la coscienza crea e uccide”. Ecco, dunque, un poeta che vive con lucida coscienza la tragedia del proprio tempo: in piena armonia con i postulati della sua poetica. E proprio per questo è 29 RECENSIONI E NOTE in grado di stabilire un dialogo autentico con i suoi lettori. Persino in certe tematiche minori, come ad esempio quella dell’amore: qui le inquietudini, i doni e gli affanni di Eros son certamente vissuti nella sfera di una individuale soggettività. Ma proprio perché accadimenti condizionati dall’attuale, travagliata condizione socioculturale, acquistano la rilevanza di un dramma esistenziale universale. Altro tema, apparentemente minore, è quello del borgo natale. No, non si pensi al solito sentimento della nostalgia perché, invece, quel borgo è il nostro paese dell’anima, è la vita che avremmo desiderato, che può ancora illuminare le nostre attese: “E ripenso alla luna falcata, / al ramo scabro dell’autunno, / ancora tocco vicino al focolare / l’impalpabile cenere / e il rugoso corpo della legna”. E ancora: “Per salvarci ci nascondemmo / dietro le parole, convinti / che la poesia ci insegnasse / a riconoscere la verità. // Ma la disperazione ha lasciato / le sue tracce sul nostro viso / e il tempo, annidato nelle mura / della casa, ci ricorda che esiste / un luogo dove gli uccelli, / ammutoliti, vanno a morire. // Così, esiliati dalla vita, / ci siamo inventati un dio / invisibile per poter restare. / Vivere è porre domande alla terra / da dove provenimmo e dove / siamo destinati a tornare”. Nicola Fiorentino Trin freit, Spavento freddo, di Giacomo Vit Pubblicata nella collana “La barca di Babele” (che annovera importanti poeti friulani in lingua e in dialetto: Benedetti, Cappello, Vallerugo, Villalta, solo per citarne alcuni), questa silloge è suddivisa in due parti fortemente coese: sulla scena di un paesaggio chiuso nella morsa di un gelo quasi apocalittico si stagliano persone con il loro carico di umanità, di aleatorie speranze e precaria sopravvivenza. Nella Prefazione Giuseppe Zoppelli sotto- RECENSIONI E NOTE 30 linea “l’attivazione di una vigile coscienza critica, di uno sguardo morale” quale caratteristica costante della poesia di Vit. Come in precedenti raccolte, il punto iniziale è un fatto reale, qui è la gelata invernale del 1929 che colpì l’Italia settentrionale e parte dell’Europa. Attraverso scorci di paesaggi innevati, immagini di persone colte nelle loro fatiche o nei loro sogni, frammenti di discorsi sensati e parole profetiche, il poeta sovrappone avvenimenti trascorsi (la crisi economica iniziata negli USA nel ’29 e dilagata in Europa, le guerre, i lager, l’emigrazione...) a fatti attuali, dentro una globalità carica delle stesse tensioni e diseguaglianze. Il tempo scorre, ma è come un film bloccato che ripresenta lo stesso fermo immagine: non c’è possibilità di progredire, tutto sembra fissato per sempre, immerso in un gelo che rende vitrea la visione di una realtà dove i colori e i suoni scompaiono, restano solo il silenzio che “Al / dislaga il non da li’ / ròbis” (Scioglie il nome delle / cose) e “il colòur blanc / di cualchiciussa / ch’a mancia” (il colore bianco / di qualcosa / che manca). La prima parte, più lirica, lascia spazio al paesaggio, fortemente connotato dagli umori dei suoi abitanti (una “processione di sonnambuli / transita lungo la strada sbiancata”), e a un ambiente personificato, come i “morars, cu la medola zuda / in slanìs” (gelsi con il midollo sbriciolato dal freddo). Vi emergono elementi ancestrali, poiché nel biancore della gelata sembra nascondersi qualcosa di misterioso, prossimo al sacro o, più laicamente, al perturbante: l’anziano prete vi cerca “la sillaba di un discorso / che il Signore ci fa col suo / fiato freddo”; la ragazza teme il suo desiderio più intimo; il postino ha paura di scorgere la Bestia Bianca nel labirinto creato dalla neve. Questi elementi arcani anticipano la seconda parte, che ha il suo fulcro nella figura di Toni, il mago: un cartomante d’osteria, con le dita annerite dalla nicotina Periferie Gennaio/Marzo 2015 e “un sbolsà / di peraulis di fun” (un tossire di parole affumicate). Vede le tragedie future (“i suoi occhi sono già lontani, hanno / scavalcato le sbarre delle stagioni, / le geografie sconnesse”), ma più che vaticinare, Toni dialoga, e a chi gli chiede un responso, offre piuttosto un consiglio, come di non gioire troppo per la fame saziata se verrà un’epoca di consumismo sfrenato dove “sarai pieno / di carrelli pieni di roba, pieni / di pieno”. O di non partire verso un’America che sarà lei stessa in balia di una crisi economica, di un grande Freddo, di pupazzi che si getteranno dai piani più alti. Appena il discorso ideologico accenna a prevalere, prontamente la poesia riprende il campo, condensando in un’immagine il desiderio di riscatto destinato alla sconfitta: La naf ch’a ti speta / a à vuòs stracs... (La nave che ti attende, / ha ossa sfinite). Con le sue “ombre spoglie che si / aggrappano a rami marci”, il testo conclusivo non offre alcuna consolazione e riporta al gelso col midollo sbriciolato. Una poesia pessimista, stilisticamente “sincopata di spezzature sintattiche, quasi che il discorso fosse ormai impronunciabile” (Zoppelli); e se verso la fine il ritmo diventa più regolare, è il contenuto a farsi più amaro. Tuttavia c’è un testo, Tieni a mente (parole dell’anziano al bambino), in cui – come la luce intermittente di un faro sempre più lontano – traspare ancora la possibilità di resistere alla dilagante negatività, se si resta fedeli all’insostituibile legame uomo-natura e alle parole autentiche della vita. Quando tutto nel mondo sarà livellato, “quando i Signori del freddo / ti costringeranno a chiuder bocca”, l’anziano invita il bambino a ricordare “lis peraulis / ch’a ti veva insegnàt la vigna / slusignosa...” (le parole / che ti aveva insegnato la vigna / luccicante...). Giacomo Vit, Trin freit, Spavento freddo (Circolo Culturale Menocchio - Circolo di Meduno, 2014) Nelvia Di Monte Periferie Gennaio/Marzo 2015 31 IL CONCORSO XII Premio “Città di Ischitella - Pietro Giannone” per una raccolta inedita nei dialetti d’Italia e lingue minoritarie Il Comune di Ischitella (FG), in collaborazione con l’associazione “Periferie” e l’associazione “Teatro Giannone”, bandisce la dodicesima edizione del premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone”. Partecipazione e scadenza. Inviare una raccolta inedita di poesie in dialetto di minimo 20 – massimo 30 poesie, per non più di 30 versi per pagina. In calce inserire la traduzione in lingua italiana. Spedire n. 4 copie dattiloscritte, con le generalità complete, il numero telefonico ed eventuale e-mail a: Comune di Ischitella – Segreteria del Premio nazionale di poesia in dialetto – via 8 settembre – 71010 Ischitella (FG). Le copie dovranno pervenire entro il 30 aprile 2015 (fa fede il timbro postale). I partecipanti dovranno anche inviare un file Word della raccolta all’indirizzo: [email protected]. È gradito un file audio con alcuni testi in dialetto della raccolta recitati dall’autore. La partecipazione è gratuita. PREMI. All’opera vincitrice sarà assegnato il Premio “Città di Ischitella-Pietro Giannone” consistente nella sua pubblicazione a cura di Edizioni Cofine, nell’assegnazione al vincitore di 100 copie e nel soggiorno gratuito per 2 giorni per 2 persone a Ischitella in occasione della premiazione. Il secondo e terzo classificato avranno in premio il soggiorno gratuito per 2 giorni per 2 persone in occasione della premiazione e prodotti della tradizione enogastronomica locale. Alcuni testi tratti dalle raccolte vincitrici saranno pubblicati sulla rivista di poesia “Periferie” e sul sito www.poetidelparco.it PREMIAZIONE. I premi dovranno essere ritirati personalmente (pena l’esclusione) nel corso della Premiazione che avverrà ad Ischitella il 4 e 5 luglio 2015. I risultati saranno resi noti attraverso la stampa ed altri canali di informazione e sul sito www.poetidelparco.it LA GIURIA è composta da: Franzo Grande Stevens, Presidente onorario, Dante Della Terza, Presidente (Università di Harvard e Napoli), Rino Caputo (Università di Roma Tor Vergata), Giuseppe Massara (Università Roma La Sapienza), Marcello Teodonio (Centro Studi G.G. Belli), Cosma Siani (Università di Roma Tor Vergata), Ombretta Ciurnelli (poetessa, Redazione “Periferie”), Vincenzo Luciani (poeta). PATROCINI: Comune di Ischitella, Regione Puglia, Provincia di Foggia, U.N.P.L.I. nazionale, Eurolinguistica Sud. Per informazioni ulteriori tel. 06-2253179; e-mail [email protected] EDIZIONI COFINE 2014-2015 Mario Melis, Notizie dall’Isola, pp. 56, € 10,00 [...] Un poema insolito questo del sardo-navarrino Mario Melis al suo secondo e più importante lavoro a cui invito ad accostarci liberi da raffinatezze estetizzanti o da aridi formalismi di avanguardie consunte. Facciamoci invece prendere dalle sue parole petrose pronte a ferire svelando tutta intera la nostra vanità e forse potremo non perdere del tutto il senso della pietà. (Cristiano Franceschi) Anna Corsi-Valentina Cardinale-Vincenzo Luciani, Dialetto e poesia nei 33 comuni della provincia di Latina, pp. 176, € 15,00 Il volume contiene i risultati di una ricerca, la prima finora sull’intera area della Provincia di Latina, relativa alle tipologie dei testi dialettali (vocabolari, proverbi e modi di dire, toponimi e soprannomi, canti, filastrocche, giochi, gastronomia, teatro, racconti e poesie) di tutti i 33 comuni della provincia. Nel libro sono antologizzati 13 poeti su 74 censiti. Di tutti gli autori citati si forniscono cenni biobibliografici. Il libro contiene la più completa bibliografia su dialetto, poesia e prosa nella Provincia di Latina e una esauriente nota e tavola dialettologica a cura di Fabio Aprea. Maurizio Casagrande-Matteo Vercesi, Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila , pp. 144, € 15,00 Nel volume sono antologizzati 16 poeti: Fernando Bandini, Luigi Bressan, Ernesto Calzavara, Luciano Caniato, Maurizio Casagrande, Luciano Cecchinel, Carlo Della Corte, Fabio Franzin, Andrea Longega, Sante Minetto, Marco Munaro, Nerina Noro, Romano Pascutto, Bino Rebellato, Eugenio Tomiolo, Sandro Zanotto. Joseph Tusiani, L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi, a cura di Cosma Siani, pp. 152, € 15,00 Questo volume presenta una scelta dalla copiosissima opera di traduzione dei classici della poesia italiana in versi inglesi compiuta da Joseph Tusiani nell’ultimo cinquantennio, opera che gli assegna uno status riconosciuto e reputato nell’italianistica d’oltreoceano. La selezione operata dal curatore offre alcuni fra i testi più noti con i quali Tusiani si è cimentato, dal dantesco Conte Ugolino al Pianto antico del Carducci, unitamente ad assaggi dai dialettali canonici, e a presenze femminili antiche e moderne che lo stesso traduttore ha voluto riscattare dalla dimenticanza. L’Ombra del sogno. Viaggio nella poesia di Giuseppe Rosato, a cura di Anna De Simone, pp. 136, € 15,00 Con questo libro, un nitido e accurato ritratto d’autore, Anna De Simone ci introduce a una lettura approfondita dei molteplici e più significativi testi poetici in lingua e in dialetto di Giuseppe Rosato. PER ACQUISTARE versare l’importo sul c/c/p 34330001 (Cofine srl via Lepetit 213/1 00155 Roma - IBAN: IT37 H076 0103 2000 0003 4330 001) indicando il titolo del volume: Per accelerare l’invio del volume comunicare il versamento a: [email protected] tel. 06.2253179 catalogo completo su www.poetidelparco.it