XIV INCONTRO ESTIVO PER SEMINARISTI
IL PRETE
UOMO DELLA
Andrea Pisano, La Speranza. Firenze, Battistero.
SPERANZA
Fraterna Domus - Sacrofano (Roma)
6 - 12 agosto 2006
PRESENTAZIONE
Dal 6 al 12 agosto 2006 un nutrito gruppo di seminaristi maggiori si è dato
appuntamento a Sacrofano, presso la Fraterna Domus, per partecipare al XIV Incontro
Estivo per Seminaristi sul tema Il prete, uomo della Speranza. I partecipanti
all’Incontro provenivano da varie regioni italiane: Piemonte, Lombardia, Veneto,
Liguria, Toscana, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Ad essi si sono
aggiunti anche seminaristi provenienti da altri paesi come Brasile, Croazia e Russia.
Agli interventi, affidati a vescovi ed educatori dei seminari diocesani, si è
affiancato il contributo di esperienze e di riflessione dei seminaristi.
Le occasioni di approfondimento teologico e pastorale si sono intrecciate con
momenti di preghiera, di convivenza fraterna e con visite guidate a monumenti
significativi della storia religiosa e artistica di Roma.
Momenti particolarmente significativi dell’esperienza vissuta sono stati la
partecipazione all’Udienza Generale con S.S. Benedetto XVI, che ha avuto per i
partecipanti all’Incontro espressioni di apprezzamento e incoraggiamento, la
Concelebrazione Eucaristica nella Basilica di S. Pietro, all’altare della Cattedra,
presieduta da S. E. Mons. Angelo Comastri, vicario di Sua Santità per la Città del
Vaticano e l'intensa preghiera, da Lui guidata dopo la Messa, sulla tomba del Servo di
Dio Giovanni Paolo II.
L’ Incontro di Sacrofano è stato organizzato da Iniziative Culturali Sacerdotali
che nasce dal comune impegno di sacerdoti della Prelatura dell’Opus Dei e di altri
sacerdoti di varie Diocesi italiane con il progetto di promuovere incontri di studio e di
aggiornamento pastorale, occasioni di fraternità sacerdotale e corsi di spiritualità per
sacerdoti diocesani.
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Poche settimane dopo la partecipazione all’Incontro di Sacrofano, del quale ha
curato la Prolusione di apertura dei lavori, il Signore ha chiamato a sé mons. Cataldo
Naro. Esprimiamo un particolare sentimento di gratitudine per la cordialità e la
disponibilità che manifestò nell’intera giornata che passò con noi a Sacrofano.
Ne ricordiamo con stima e affetto la testimonianza di zelo per la Chiesa, la
vicinanza umana del pastore e l'acutezza dello studioso. Ripensiamo ai suggerimenti che
ci ha offerto nel suo intervento e trasformiamo la gratitudine per quanto ci ha donato in
quell’occasione in preghiere per la sua eterna gioia e in richiesta di continuare a
sostenere la nostra iniziativa al servizio dei seminaristi italiani con la sua preghiera ora
particolarmente efficace.
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“Domande acute sorgono dai mutati scenari sociali e culturali in Italia, in
Europa e nel mondo, e ancor più dalle profonde trasformazioni riguardanti la
condizione e la realtà stessa dell’uomo. Nel tramonto di un’epoca segnata da forti
conflittualità ideologiche, emerge un quadro culturale e antropologico inedito, segnato
da forti ambivalenze e da un’esperienza frammentata e dispersa. Nulla appare
veramente stabile, solido, definitivo. Privi di radici, rischiamo di smarrire anche il
futuro” (Traccia di riflessione in preparazione al Convegno Ecclesiale di Verona, 16 –
20 ottobre 2006, n. 1).
In questo contesto culturale, la persona umana viene a sentirsi sempre più
imprigionata tra le false attese di una pretesa pienezza di vita create dal progresso
scientifico e tecnologico e il disorientamento, il vuoto, nel quale vengono a scoprirsi le
sue aspirazioni più profonde - alla verità, alla bellezza, all’amore - sotto la spinta del
nichilismo in cui versa la concezione dominante della persona umana.
“Oggi che le promesse della libertà illimitata sono state gustate completamente,
incominciamo a comprendere di nuovo l’espressione «mestizia di questo mondo » (…)
Così oggi vediamo, spesso proprio sul volto dei giovani, una strana amarezza, una
rassegnazione, assai lontana dallo slancio della spinta giovanile verso l’ignoto. La
radice più profonda di questa tristezza è la mancanza della grande speranza e
l’irraggiungibilità del grande amore” (J. Ratzinger, Guardare Cristo, Jaca Book 1989,
pp. 59-60).
La Chiesa Italiana, analizzando le attuali condizioni del contesto socio-culturale
del nostro paese, vi ha colto l’urgente bisogno di far brillare - con particolare forza e
nuovo slancio - la testimonianza della Speranza cristiana. Con il Convegno Ecclesiale di
Verona, che si svolgerà nell’ottobre prossimo, essa intende suscitare tra i suoi fedeli un
grande risveglio che li porti ad essere autentici testimoni di Gesù Risorto, speranza
del mondo.
Nel fermento di riflessioni che si stanno sviluppando in questi mesi per preparare
le giornate di Verona, ci è sembrato particolarmente significativo e attraente, in una
iniziativa che viene proposta ai seminaristi, futuri sacerdoti di questa Chiesa, poter
mettere a fuoco quale deve essere la figura del presbitero, uomo della Speranza, primo
testimone di Gesù Risorto, speranza del mondo e primo “comunicatore” della Speranza
tra i battezzati e presso tutti gli uomini.
Infatti l’auspicato risveglio di una testimonianza viva della Speranza cristiana da
parte dei fedeli laici in tutti gli ambiti della nostra società non può che essere promosso
attraverso la testimonianza dei presbiteri che alimentano, sostengono e orientano con la
loro vita e il loro ministero la testimonianza dei fedeli loro affidati.
“«È tempo di speranza mi dici, e vivo di questo tesoro. Non è una bella frase,
Padre, è una realtà». Allora..., il mondo intero, tutti i valori umani che ti attraggono
con una forza enorme - amicizia, arte, scienza, filosofia, teologia, sport, natura, cultura,
anime...- , tutto questo riponilo nella speranza: nella speranza di Cristo”(Josemaría
Escrivá, Solco n. 293).
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Indice
Prolusione
I Relazione
II Relazione
Il prete uomo della speranza
S.E. Mons. Cataldo Naro
Arcivescovo di Monreale
pag. 4
La spiritualità del prete, uomo della speranza
S.E. Mons. Luciano Monari
Vescovo di Piacenza - Vicepresidente della CEI
pag. 19
Il contributo della formazione seminaristica
nella maturazione della speranza
don Romano Martinelli
Seminario Arcivescovile di Milano
III Relazione
pag. 34
Il prete seminatore della speranza
nella vita dei fedeli laici
S.E. Mons. Agostino Superbo
Arcivescovo di Potenza
Conclusioni finali dei partecipanti
pag. 44
pag. 53
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Prolusione
Il prete, uomo della speranza
S. E. Mons. Cataldo Naro
(*)
O è piuttosto una pagina di pastorale, cioè di
indicazione circa la prassi pastorale, con
indicazioni anche concrete?
Di che cosa si tratta in queste pagine?
Ora la leggo, il titolo è: “Il prete, uomo della
speranza” e la soluzione che dà l’autore,
all’interno di tutta la sua trattazione, è che il
sacerdote può essere uomo di speranza e portatore
di speranza solo se è uomo di fede: se ha una
buona relazione con il Signore Gesù.
Questo modo di esprimersi, buona relazione con il
Signore, lo trovate abbondantemente presente nel
documento che sta guidando la Chiesa italiana
verso Verona. Se voi avete un po’ di familiarità
con i testi degli autori milanesi, ci si accorge
subito che questo testo è molto presente nella
Chiesa di Milano e nei discorsi che si fanno a
Milano, nella facoltà teologica: questa dizione
“buona relazione con il Signore Gesù” deriva da
quella esperienza.
Niente di male; è normale, in genere, quando si
sceglie di fare un testo simile - che non è
dell’episcopato, non è della Conferenza episcopale
italiana: è di una commissione che prepara il
Convegno di Verona - si incarica un teologo, in
genere della Chiesa italiana, che fornisce il
canovaccio di base e poi ci sono vari interventi; ma
il canovaccio di base resta. Questa volta come voi
sapete è stato incaricato di redigere questo
canovaccio don Franco Brambilla, della Facoltà
teologica di Milano e quindi si capisce. Così come
un’altra volta, per un altro Convegno, fu incaricato
don Coda e quindi dice molto della spiritualità
focolarina, di Chiara Lubich. Quando si farà la
storia, tra cento anni, emergeranno queste cose e
tanto vale dirlo con chiarezza.
Per questo la lettura del testo di don Pagani si
ricollega in profondità con questo testo che sta
guidando la Chiesa italiana verso Verona.
Tenere la prolusione di un corso, per chi ne è
incaricato, presenta dei vantaggi e degli svantaggi.
Il vantaggio è quello di non dovere dire tutto
poiché prolusione significa fornire delle chiavi di
lettura che permettono di interpretare la tematica
complessiva. Credo che sia questo il compito di
chi tiene la prolusione. E sotto questo aspetto si
tratta di un vantaggio. Lo svantaggio, direi, è che
bisognerebbe conoscere quello che verrà detto
dopo, quale impostazione viene data al corso, in
maniera tale da poter fornire appunto delle chiavi
di lettura. Chi inizia il corso ed è incaricato di
tenere la prolusione, ma non conosce lo sviluppo
che seguirà, certo si trova svantaggiato. C’è il
rischio di fornire chiavi per un discorso che non
sarà condotto. Probabilmente non si tratta così in
questa occasione: la tematica è quella della Chiesa
italiana, del convegno che si tiene ogni dieci anni
per tutta la Chiesa italiana e quindi siccome c’è
stato un dibattito in tutta la Chiesa italiana credo
che la tematica sia abbastanza dissodata e le vie e i
percorsi del discorso siano noti. In qualche modo
ho sentito parlare mons. Monari alla CEI e penso
di sapere, sostanzialmente, quello che potrà dire.
Forse lo svantaggio può essere recuperato.
Vorrei partire da una pagina di un libro di don
Severino Pagani, un sacerdote della Diocesi di
Milano, che ha avuto - e credo abbia ancora responsabilità educative nel Seminario maggiore di
Milano.
Il libro è intitolato così: “Fra Gesù e la gente: il
prete, uomo per questo tempo”. Un capitoletto è
dedicato al prete come uomo della speranza: il
nostro tema. Vorrei leggere non tutto il capitoletto,
ma solo l’incipit e porre una domanda. Anzi la
domanda ve la pongo prima: è una pagina di
spiritualità sacerdotale? Cioè, invita a vivere in
una dimensione spirituale l’esercizio del
ministero?
(*)
Trascrizione della registrazione dell’intervento
e del dibattito, non rivista dall’Autore
4
dimensione spirituale mi pare prevalente, ci sono
indicazioni pastorali ma molto generali, non si dice
come organizzare una parrocchia; una metodologia
di ordine pastorale non c’è. Ora se voi ci fate caso
come parecchi documenti per il clero o, in genere,
per la Chiesa italiana, lo stesso documento che ci
guida per Verona e un testo prevalentemente di
ordine spirituale, non pastorale. Infatti vi si dice in
che cosa consiste la speranza cristiana: è la
speranza del Signore, il Risorto, che vince il male
del mondo, e spiega come si fa ad essere testimoni
del Signore risorto. Alla fine ci sono delle
indicazioni per così dire pastorali, i cinque ambiti,
ma sono ambiti indicati a mo’ di esempio e la
soluzione di ordine pastorale viene indicata in
questi termini: si tratta di investire della speranza
cristiana questi ambiti. Cioè il cristiano nella
fragilità testimonia la forza che viene dal Risorto,
nel lavoro la presenza del Signore e similmente
negli altri ambiti. Sono indicazioni pastorali sì, ma
il taglio è chiaramente spirituale. La domanda che
ci dobbiamo fare è questa: se l’analisi è giusta. Poi
potrete parlare e dire la vostra.
Dunque a me sembra che prevalentemente questa
pagina di Pagani, come l’intero testo del
documento per Verona, è di tipo spirituale.
Ora la domanda successiva che dobbiamo porci è
questa: non è un limite? Che cosa si aspetta la
Chiesa italiana, le nostre comunità, i sacerdoti, i
seminaristi ? Chi opera nella Chiesa italiana che
cosa si aspetta? Indicazioni di ordine pastorale
pratico, come risolvere i problemi che ci
angustiano, le difficoltà, oppure delle indicazioni
un po’ aeree, spirituali appunto? Io ho trovato delle
assemblee nelle quali si diceva: “ma insomma, i
vescovi non danno delle indicazioni precise,
vorremmo sapere cosa fare per risolvere le
questioni …..”. Forse perché non si sanno trovare
queste indicazioni, è difficile trovarle, allora ci si
rifugia nella un po’ vaga tematica spirituale?
Stanno così le cose? Questa è la domanda da farsi.
Per rispondere a questo, applicando il tutto al tema
di questo convegno “Il sacerdote, uomo della
speranza”, vorrei proporvi una distinzione che
aiuta a capire la figura del sacerdote nei suoi vari
aspetti.
Bisogna distinguere e considerare almeno tre
livelli dell’esperienza del sacerdote o della figura
del sacerdote.
C’è un livello che direi di ordine dogmatico: è la
dottrina sul sacerdozio, quale è stata fissata dal
Concilio di Trento.
C’è una dimensione spirituale, nel senso forte, nel
senso di riferimento allo spirito del Cristo che vive
Don Pagani dice così: “Il prete, uomo di fede,
capace di speranza, per l’uomo, per la Chiesa e
per il mondo.
Non la speranza ingenua, ma la speranza di chi sa
che esistono le difficoltà, che occorre misurare i
tempi e calcolare i passaggi difficili; sa che il
dolore è reale, sa parlare con sapienza, sa
consigliare, sa tacere. Proprio attraverso questi
linguaggi il prete è capace di speranza; anche
quando gli altri sono disorientati, scoraggiati,
scontenti conosce le misure estreme dell’amore
che vanno fino alla Croce, per cui sa che può
sempre amare un po’ di più, anche se gli sembra
di avere già amato tanto e che fede, carità e
speranza sono le esperienze fondamentali
dell’esistenza cristiana. Un prete capace di
infondere speranza è una grazia per la sua
comunità: sarà la speranza di fronte ai disaccordi
della comunità, alle polemiche, a un peccatore
davvero pentito che fa fatica a credere realmente
al perdono di Dio. Il prete è capace di infondere
speranza all’uomo e alla Chiesa, alle comunità
cristiane con le loro contraddizioni, con i loro
piccoli o grandi scandali, con il peso delle
situazioni che non funzionano e delle istituzioni
difficili da gestire. In tutti questi contesti il prete
dà speranza all’uomo, alla Chiesa e al mondo; in
quanto tale ama anche i non credenti, ama anche
coloro che non lo cercano. Il prete è un uomo di
fede, responsabile della fede degli altri. Mentre
altri uomini si preoccuperanno dei fratelli sotto
diversi aspetti, il prete avrà sempre una
particolare sensibilità che lo porta a sentirsi
responsabile della loro fede, della loro preghiera,
della loro vicinanza a Gesù. Si preoccuperà che
siano in grazia di Dio, che abbiano l’intuizione del
senso del peccato, della richiesta di perdono, della
loro appartenenza alla Chiesa, della loro capacità
di carità. Vivendo più di ogni altro la
responsabilità per i fratelli, il prete li ama ed è in
pace con sé stesso quando sa che sono vicini a
Gesù”.
Questa la pagina di Pagani. Prima di entrare dentro
la pagina, perché ce ne sarà modo durante tutta la
conversazione, la domanda – ripeto – è: “si tratta
di una pagina di spiritualità o di un insieme di
indicazioni pastorali?” Da un lato ci sono
indicazioni pastorali: “ è colui che sa parlare, sa
consigliare, sa tacere...”, ma ci sono anche,
chiaramente, indicazioni spirituali: “ lui che vive
un rapporto con il Signore, che ha una fede viva, e
che si fa carico della fede degli altri”. Che cos’è
questa pagina? Nel suo insieme, prevalentemente,
per lo meno. Non so cosa rispondere. Certo la
5
Uno storico– si chiama Erba – ha scritto un
bellissimo libro sull’esperienza dei preti sociali del
Piemonte e l’ha intitolato “Preti del Sacramento,
preti del movimento”. Ci sarebbero stati dei
sacerdoti che continuavano ad esercitare il loro
ministero
tradizionalmente
inteso
come
predicazione, amministrazione dei sacramenti,
catechesi e così via, mentre c’erano altri preti
“preti del movimento” che organizzavano casse
rurali, partiti politici comunali, poi nazionali e così
via. E non solo in Italia questo, ma in tutta Europa.
Come valutarla dal punto di vista della storia della
Chiesa, come giudizio secondo l’idea che la
Chiesa ha del ministero presbiterale? Ho elaborato
questa distinzione per capire proprio come questi
preti sociali potevano vivere il loro ministero.
Prima di tutto c’è la dimensione dottrinale: a
Trento si stabilì che il sacerdote, colui che guida la
comunità e celebra l’Eucaristia, è abilitato a tale
esercizio in forza di una configurazione
sacramentale a Cristo Pastore. Ed è una
configurazione che non si lascia ridurre alla
configurazione che il cristiano riceve nel
Battesimo, ma è speciale. Ed è in funzione
dell’Eucaristia e della guida del Corpo di Cristo
che è la Chiesa.
Questi preti avevano un’idea diversa? Ad esempio:
pensavano il prete in funzione della realizzazione
sociale dei valori evangelici, che so, un po’ nella
linea della teologia della liberazione? Leggendo
don Sturzo e tutti gli altri è chiaro che non avevano
questa idea. Avevano un’idea che rimaneva
ancorata saldamente al dato tridentino. Questo è un
primo aspetto: quando si giudica e si valuta la
figura del prete questo è un primo aspetto:
l’ancoramento o meno alla dottrina di Trento.
Ma c’è un secondo aspetto che è quello della
dimensione spirituale - nel senso stretto del
termine, come ho detto poco fa - cioè del rapporto
di riferimento allo Spirito del Cristo che agisce
nell’uomo e lo plasma. Ora, questi sacerdoti –
faccio l’esempio storico per capirci meglio - come
vivevano questa dimensione di riferimento allo
Spirito del Cristo? E’ una dimensione che ha a che
fare sempre con qualcosa di nuovo. Il cristiano
viene plasmato dallo Spirito del Cristo e nella
storia questo ha degli aspetti di novità, e si traduce
in una capacità di attrazione.
Quali sono le figure spiritualmente eminenti nella
Chiesa? Sono i santi, coloro cioè che sono plasmati
in una maniera tale che diventano esemplari per
altri, capaci di suscitare attrazione.
Quando si parla di spiritualità più o meno
sacerdotale io sono sempre un po’ diffidente, nel
il credente; non di spirituale, nel senso di interiore,
semplicemente intimo e così via, ma azione dello
Spirito di Dio sull’uomo.
E c’è una terza dimensione che è quella pastorale,
delle modalità cioè dell’esercizio del ministero.
Mi sono trovato ad elaborare questa distinzione che non è ovviamente da intendere in maniera
molto schematica, le tre dimensioni sono in
correlazione l’una con l’altra, una non può stare
senza l’altra - allorché per il lavoro che facevo
prima di essere vescovo, nell’insegnamento della
storia, dovevo spiegare l’esperienza dei preti
cosiddetti sociali tra l‘800 e il 900: la figura di
Sturzo per esempio, ma non solo. In tutta Italia e in
tutta Europa ci furono preti che si dedicarono
prevalentemente all’esercizio di attività che oggi
diremmo politico-sociali - anche allora si
chiamavano così - non strettamente ministeriali:
non la catechesi, la predicazione, ecc.
Sturzo, ad esempio, la figura in Italia più
emblematica, decise, giovanissimo prete, allorché
fu eletto per la prima volta pro-sindaco a
Caltagirone, di non confessare e non confessò più
per tutta la sua vita, perché riteneva che se la gente
si andava a confessare qualcosa che aveva a che
fare con l’amministrazione pubblica lui sarebbe
rimasto come impedito di esercitare il suo ruolo di
sindaco. Allora preferì non confessare, non predicò
più, mentre all’inizio del sacerdozio si era distinto
anche come oratore sacro; lo chiamavano in vari
posti per delle novene, un pellegrinaggio: allora si
usava così. Poi, lui non usò più predicare. E però
intendeva l’esercizio dell’attività politico-sociale
come una naturale e spontanea espansione del suo
ministero sacerdotale; si ritenne sempre prete,
anche con un qualche dramma interiore.
Pensate, nel giorno in cui - 18 gennaio 1918 - fu
emanato il famoso proclama “Liberi e forti”, la
fondazione del Partito Popolare, abbiamo la
testimonianza che dopo il proclama, lanciato
dall’albergo Santa Chiara vicino a Santa Maria
sopra Minerva a Roma, una ventina di persone lui solo era prete gli altri erano laici – si
spostarono di sera nella Chiesa dei Dodici
Apostoli, che era aperta anche di sera e fecero
mezz’ora di adorazione. Don Luigi Sturzo per tutto
il tempo pianse e all’uscita gli domandarono: “Don
Luigi, ma perché ha pianto tutto il tempo? Ha
fondato una cosa bella, con grandi speranze per
l’Italia”. “Ho pianto il mio sacerdozio!”.
Ecco mi sono trovato di fronte al problema
storiografico di come valutare l’esperienza di preti
come don Sturzo, come don Murri e tanti altri di
quel tempo.
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predicatori itineranti, le missioni popolari, che non
erano tenute solo da sacerdoti religiosi cappuccini, gesuiti, ecc. - ma prevalentemente da
sacerdoti diocesani. Una pluralità di forme
nell’esercizio del ministero. Poi c’è stata come una
concentrazione di queste forme dell’esercizio
tipicamente ministeriale, perché? Cerco di spiegare
questo fatto di una certa riduzione dell’esercizio
del ministero alla forma più strettamente
catechetico-sacramentale. Risponderò ora a questa
domanda, ma prima vi faccio un’altra domanda:
sulla distinzione dei piani.
Perché questo documento sulla speranza? Perché
la Chiesa italiana ha scelto questo tema per
Verona? (Le cose che ho detto finora sono
premesse per il seguito del discorso). Perché è
stato scelto questo tema? Ciascuno di voi
sicuramente avrà un’idea. Se avete letto il
documento ci sono delle risposte nel documento
stesso. Ad esempio c’è una pagina in cui si dice
“Abbiamo trattato della fede inizialmente, nei
primi due Convegni nazionali ecclesiali”, cioè
Roma, il primo, nel 75-76 su “Evangelizzazione e
promozione umana”; nel decennio che seguì fu
scelta come tematica della Chiesa italiana
“Evangelizzazione e sacramenti”; si è trattato della
fede anche a Loreto: il tema fu “Il Vangelo della
riconciliazione”. Poi a Palermo si è trattato della
carità, “Il Vangelo della carità”: rimaneva da
trattare la speranza. E quindi abbiamo completato
la trilogia.
All’inizio si dice che siccome nell’Italia attuale c’è
la perdita del senso della speranza – non si vede un
futuro percorribile – allora da parte della Chiesa
sembra che si richieda una testimonianza speciale,
particolare, sul tema della speranza. E questa è una
risposta. Ma c’è un’altra risposta nascosta tra le
pieghe di un numero che a me sembra indicativo, il
numero 13. Si dice così: “Proprio attraverso la
lettura dei segni dei tempi, che nei 40 anni del
dopo-Concilio è stata un’attenzione viva della
nostra Chiesa, si è cercato di superare la
separazione tra coscienza cristiana e cultura
moderna, favorendo un più stretto rapporto tra
evangelizzazione e promozione umana, praticando
il discernimento comunitario - questo fu il tema
proposto a Loreto dalla relazione del Cardinal
Martini che ha fatto entrare nella Chiesa italiana
questa categoria del discernimento che, da
personale e individuale quale era nella tradizione
dell’Occidente, è passato ad essere un
discernimento pastorale e storico; ed è
significativo che sia stato un cardinale gesuita, con
la tradizione gesuitica della discretio spirituum, a
senso che storicamente, sul piano dei fatti, la
spiritualità ha sempre a che fare con personalità
spirituali eminenti, che riescono ad attrarre al loro
seguito preti o laici, indipendentemente dalla loro
condizione. Per esempio Josemaría Escrivá è prete,
ma attira anche i laici. Chiara Lubich è laica, ma ci
sono dei preti che vivono la spiritualità focolarina.
Vedete come c’è l’emergere dello spirito appunto:
una personalità che viene resa attraente perché
realizza il rapporto con Cristo – attraverso il suo
Spirito – in una maniera eccezionale.
Ora questi preti tra l’800 e il 900, spiritualmente, a
chi erano ancorati? Ai preti della controriforma: a
Sant’Ignazio, a San Francesco di Sales, e
soprattutto, per l’Italia, a Sant’Alfonso Maria de’
Liguori. Era la spiritualità di questi santi, in una
maniera anche un po’ a sintesi, ma era questa. Poi
si potrebbero fare esempi anche per l’oggi: quanti
di voi si stanno muovendo seguendo questa o
quell’altra spiritualità. Questo, certo, è un livello,
ma non è il tutto dell’esperienza sacerdotale.
Poi c’è il terzo livello, quello appunto
dell’esperienza pastorale: delle modalità concrete
dell’esercizio del ministero. Io direi così: la
dottrina resta immutabile – il primo livello - , il
secondo livello dipende dall’incontro con una
personalità spirituale più o meno eminente oppure
dall’incontro con gli scritti di quella personalità, se
è una personalità del passato. A meno che non sia
il sacerdote stesso una personalità spiritualmente
eminente e che porta a creare qualcosa di nuovo. Il
terzo livello è quello più soggetto ai cambiamenti
storici, ogni epoca ha delle esigenze e l’esercizio
del ministero non può non confrontarsi con queste
esigenze. E sono esigenze della trasmissione della
fede, compito proprio della Chiesa, ma sono
esigenze anche che derivano dalla volontà di Dio
per quel tempo, quelle persone, quell’ ambiente;
cioè sono modalità pastorali che esigono il
discernimento, discernimento cristiano della storia
lo chiamerei, e quindi cambiano. Per esempio
prendiamo tutto il periodo della Controriforma:
500-600-700. Se vi domandassi: “sul piano storico
la figura di esercizio ministeriale - quindi sul piano
pastorale - prevalente qual era?” Quella del
parroco, per esempio? No. La figura del parroco,
come figura dominante e prevalente nell’esercizio
del ministero è tipicamente novecentesca. Nel 600700 c’era una pluralità di forme di esercizio del
ministero che per noi nel 900 sembra straordinaria.
C’erano preti che per tutta la vita facevano i
medici, i precettori di bambini delle famiglie
aristocratiche; c’erano i parroci, ma pochi in
confronto a quelli del nostro tempo. C’erano i
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della separazione tra Chiesa e mondo moderno, c’è
una diversità?” Io credo di sì, che c’è.
Per esempio, se ritorniamo all’esperienza dei preti
sociali, Sturzo e tutti gli altri, come pensavano di
risolvere questa separazione e di superarla? Perché
anche per loro si poneva lo stesso problema.
Pensavano di risolverlo – allora si diceva –
attraverso la conquista cristiana del mondo
moderno. Si pensava cioè di poter ricondurre a
Cristo e alla Chiesa il mondo moderno. E come?
Alcuni pensavano secondo un ritorno a forme
cristiane di organizzazione della stessa società
precedenti la rivoluzione francese; altri, attraverso
un adattamento. Ma comunque il superamento
avveniva attraverso la creazione di forme del
mondo moderno che però si potevano dire
cristiane. Le Casse rurali, il partito politico per
conquistare la società e fare leggi cristiane in
maniera da dare un assetto cristiano alla società.
Tutto questo certamente c’era nel movimento
cattolico o nello sforzo che partì da Leone XIII, il
progetto cosiddetto leoniano di riconquista della
società alla Chiesa. C’era tutto questo. E allora,
rispetto all’impostazione attuale, c’è una qualche
diversità? Si. La diversità è data – da quello che
capisco io - da una autocritica che nella Chiesa
stessa si sta elaborando circa gli scarsi risultati di
un impegno di riconquista del mondo moderno al
cristianesimo. Il problema è rimasto, di fatto. Le
percentuali si sono abbassate, il problema rimane.
Il che significa che i cristiani misurandosi e
mettendo in atto strategie diverse riflettono anche
su questa esperienza e quindi elaborano una critica
delle forme stesse messe in atto di riconquista del
mondo moderno.
Vorrei qui citare una pagina, secondo me
straordinaria, di Mario Sturzo, fratello di don Luigi
Sturzo e Vescovo di Piazza Armerina nel 1930 o
31. Scrisse una lettera, nel 1930, al fratello Luigi
che era in esilio in America, ricordando la Rerum
Novarum: erano passati 40 anni dalla Rerum
Novarum. In questa lettera il vescovo fa un esame
autocritico: “tutto quello che abbiamo fatto in
rispondenza dell’Enciclica Rerum Novarum,
creare Casse Rurali, cooperative, organizzazioni
cattoliche di base e poi tentare addirittura la
conquista del potere politico, dello Stato, è stata
una buona cosa? Ha prodotto risultati?” Questa la
domanda che si faceva il Vescovo.
Guardate che cosa egli stesso rispondeva:“Leone
XIII ebbe veramente teorie proprie, fu veramente
innovatore? Ecco il punto. Allora pensavamo così.
Era la poesia e l’azione.
fare questo passaggio - e accogliendo le istanze del
progetto culturale orientato in senso cristiano in
connessione con l’urgenza della nuova
evangelizzazione”. Si dice che in questi 40 anni
dopo il Concilio - e questo è il 4° Convegno
nazionale - si è cercato di superare la separazione
tra coscienza cristiana e cultura moderna. Io credo
che la chiave per intendere la scelta del tema della
speranza sia proprio questa: si è cercato di
superare la separazione tra coscienza cristiana e
cultura moderna. Che cosa significa di fatto?
Significa che viene considerato come dramma
della presenza della Chiesa nel mondo moderno la
distanza, la separazione, dice addirittura il testo,
tra la Chiesa, l’esperienza dei cristiani e le forme
della vita sociale moderna, della vita culturale
moderna. Senza dubbio si è creato uno iato dopo la
rivoluzione francese: bisogna superarlo, questo è il
problema.
E bisogna stare attenti anche alle parole. Non si
dice separazione tra le forme dell’esperienza
cristiana e le forme della vita moderna. Si dice
separazione tra la coscienza cristiana e le forme
della vita sociale-culturale. In altri termini già si dà
una soluzione. Finché si parla di contrapposizione
tra forme diverse è chiaro che l’unica possibilità di
una soluzione del problema e di un superamento
della separazione è quella che o le forme del
mondo moderno conquistano quelle della vita
credente, oppure avvenga il contrario. Qui invece
si parla di coscienza, il che significa che ci può
essere una coscienza credente che si misura con le
forme della vita moderna. E già c’è una
identificazione di soluzione del problema. Ma se il
problema è questo, e in questi 40 anni dopo il
Concilio il problema è stato questo, si può dire che
prima di questi convegni e prima del Concilio,
nella Chiesa italiana o tout court nella Chiesa
intera, non si è avvertito questo problema della
separazione tra coscienza credente e forme della
vita moderna? Ho detto prima che no: che fin da
dopo la rivoluzione francese c’è stato. E quindi
certamente bisogna iscrivere questo testo e la
scelta del testo e i Convegni stessi della Chiesa
italiana nell’arco più vasto, nella parabola più
grande, del rapporto della Chiesa con il mondo
moderno.
Io credo che qui bisogna portare il discorso, a
questo livello. E se lo portiamo a questo livello, la
domanda che possiamo farci è: “Tra questi 40 anni
e questo convegno di Verona, in rapporto a ciò che
avveniva prima del Concilio, al modo cioè con cui
si affrontava lo stesso problema del superamento
8
Il vescovo – non so se conoscete la vicenda di
Mario Sturzo – si impegnò ad elaborare un nuovo
sistema filosofico che si confrontasse arditamente
con le filosofie moderne, cioè con l’idealismo e
chiamò questo suo sistema neo-sincretismo. Pur di
elaborare e scrivere libri smise praticamente di fare
il vescovo, anche le cresime: faceva il vescovo
della diocesi più vicina che era Caltanissetta. Ma la
conclusione fu triste. Si era messo a scrivere di
filosofia a 60 anni e la Santa Sede, nel 1933 mi
pare, lo condannò e mise la censura sui suoi libri di
filosofia. Egli però diede un esempio grande di
obbedienza. Apprese dall’Osservatore Romano ciò
che era avvenuto e quella stessa mattina scese in
seminario chiamò i seminaristi e in cappella disse:
“Il vostro vescovo è stato condannato per le cose
che ha scritto di filosofia, da oggi in poi non
scriverà più di filosofia”.
Aldilà degli aspetti tristi, questa vicenda dice di
una sensibilità che andava oltre la speranza che
nutriva Luigi Sturzo, cioè che attraverso l’impegno
politico e sociale si potesse riconquistare la società
alla Chiesa. Dice di una finezza maggiore: il
problema era molto più complesso, questo voglio
dire.
C’è stato nel percorso della Chiesa italiana, o della
Chiesa tutta, un filone di autocritica circa le forme
che sono state messe storicamente in atto appunto
per superare la distanza tra Chiesa e mondo
moderno. Questo filone critico sfocia appunto,
dopo il Concilio, nei quattro problemi della Chiesa
italiana. C’è qualcosa che unisce questi quattro
problemi: la promozione umana, la riconciliazione,
la carità e la speranza?
E’ il Vangelo.
Evangelizzazione e promozione umana, il Vangelo
della riconciliazione, il Vangelo della carità e il
Vangelo della speranza!
A me pare evidente che è maturata nella Chiesa
italiana questa consapevolezza: che si deve
superare lo scarto che c’è tra Chiesa e mondo
moderno e che questo scarto non può essere
superato se si presuppone che la Chiesa già è
quella che è, strutturata per benino, e quindi si
tratterebbe semplicemente di confrontarsi con le
forme ….. o che lo si superi attraverso – e sarebbe
la cosa peggiore, che è stata pure elaborata - un
appiattimento delle forme della vita sociale
moderna e della cultura moderna.
Il primo problema è quello di superare lo scarto tra
la Chiesa e il Vangelo. Cioè una Chiesa sempre
più fedele al Vangelo, una Chiesa che riesce ad
essere testimone della speranza del Risorto è
l’unica Chiesa che solamente può superare la
separazione tra la Chiesa e il mondo moderno.
Ora io penso un po’ diversamente. Leone fu un
gran Papa, comprese il momento, uscì dal vicolo
chiuso della politica del Card. Antonelli - che fu il
Segretario di Stato di Pio IX –, ma non fu un
innovatore o un conservatore. Le sue Encicliche,
che sono certo mirabili, nulla dicono di nuovo. La
Rerum Novarum e la Gravis de communi hanno
del coraggio, ma molto contenuto; affermano quel
che palpitava nella società, ma non prevengono il
tempo, né antivedono”. Un giudizio durissimo
come voi vedete. Certo si scrivevano da fratello a
fratello, era riservata la corrispondenza; tuttavia il
giudizio è pesante. Il fratello infatti risponde
dicendo che no, che non condivide questo giudizio.
Perché questo giudizio così negativo di Mario
Sturzo su Leone XIII? Perché secondo lui il
problema del rapporto della Chiesa con in mondo
moderno non si poteva porre a livello di una
riconquista delle strutture della società. Il
problema vero era il rapporto con il pensiero del
mondo moderno, con la filosofia moderna. Diceva
questo Vescovo: che vale che noi sottraiamo i figli
del popolo, contadini, artigiani a un controllo delle
autorità statali massoniche e poi, di fatto, se questi
ragazzi vanno al liceo e poi all’università, vengono
imbevuti di teorie anticristiane e perdono la fede?
Bisogna misurarsi con la speculazione filosofica
del pensiero moderno che è anticristiano: è a quel
livello che si deve porre il problema. Guardate che
cosa aveva già scritto nel ’25 al fratello: “Mi pento
di non essermi consacrato prima alla filosofia;
vedo, non dico la sua importanza in sé considerata,
ma la necessità di trattazioni vive di attualità,
perché - dicasi quel che si vuole - è proprio la
filosofia che mena il mondo. E per nostra vergogna
la filosofia che da secoli mena , agita, sconvolge e
riordina il mondo non è nostra. La nostra s’è
beata, e ciò non deve, contenta di stare in chiuse
stanze come stanno le mummie nei musei
archeologici.” Proprio la scolastica. In altre parti
delle sue lettere polemizza aspramente, diventa
ironico; per esempio scrive una volta al fratello:
“La civiltà cattolica recensendo un opuscolo fa
delle riserve per una frase dell’autore che suonava
riconoscenza del contributo recato alla cultura
moderna dagli idealisti nostri - Gentile, Croce,ecc.Così la civiltà cattolica ha salvato la fede”: ironia
pesante.
Questa è ancora più bella: “Il congresso tomistico
di Roma ha concluso i suoi lavori deliberando
un’edizione comparativa della Summa Teologica e
di non volere dalle opere degli avversari nessun
contributo nemmeno di critica. Va pensiero sull’ali
dorate! “.
9
concretamente che ogni azione pastorale del
presbitero da un lato esige la santità, ma nello
stesso tempo produce la santità: la santità del
ministro stesso che compie quelle azioni e quella
delle persone a cui si indirizza. Il che significa
prima di tutto il rapporto col Signore Gesù, con lo
spirito del Signore Gesù e poi l’attività pastorale.
Su questo il documento è molto chiaro.
Però attraverso questa formula della carità
pastorale emerge evidente una preoccupazione: la
preoccupazione che è detta chiaramente nel
documento è quella dell’unità dell’esperienza di
vita del sacerdote: l’unità. Che cosa può produrre
questa unità? Faccio tante cose, prego, faccio
direzione
spirituale,
poi
faccio
quello,
quell’altro…... Che cosa provoca l’unità? Chi può
produrre questa unità?
Solo la dimensione spirituale. Vedete, dunque,
come di fatto avviene una sorta di riduzione della
dimensione pastorale che prima era in qualche
modo prevalente, su cui si appoggiavano tutte le
speranze, al piano spirituale. Pur senza cessare la
distinzione.
Detto questo vorrei concludere con una domanda e
una riflessione.
La domanda è questa. Se è chiaro, il percorso –
almeno secondo quello che ho cercato di dirvi –
conduce alla scelta del tema della speranza e
conduce difatti ad una accentuazione di una
tematica spirituale a scapito della tematica
pastorale: risponde tutto ciò all’esigenza del
mondo a cui noi ci rivolgiamo? Questo
testimoniare la speranza dell’uomo risponde alle
esigenze della società attuale, della società
italiana? Il documento si diffonde nel dirlo in una
maniera eccezionale, solenne. Certo la risposta è
questa, tanto che io ho cercato la risposta non nelle
pagine iniziali – che poi si giustificano con la
scelta del tema – ma in un elemento secondario.
Quindi il documento lo dice certamente, però io
credo che qui bisogna avere una certa finezza di
interpretazione del reale, di ciò che ci circonda:
l’assenza di speranza deriva dagli ultimi sviluppi
della società contemporanea o c’è qualcosa nello
sviluppo stesso della società contemporanea che
porta ad una perdita della speranza? E che cos’è
questa cosa? Secondo me, gli interpreti maggiori
di una società e di una cultura non sono gli
scienziati, ma sono i poeti, i letterati: riescono a
cogliere, a dire. Ora, per esempio, qual è il più
grande poeta italiano del 900 a cui possiamo
andare per cogliere questa denuncia? Chi ha
ricevuto il premio Nobel, oltre a Pirandello, è stato
Montale: quindi si può dire Montale. Se voi la
Solo superando lo scarto col Vangelo si può
pensare di superare lo scarto tra coscienza credente
e formule. Questa è la logica che sta sotto. A me
pare fin troppo chiaro e fin troppo evidente.
Per questo c’è stata come una graduale riduzione
della tematica pastorale alla tematica spirituale.
Non so se ora vi appare più chiaro. Questa è una
convinzione che io ho maturato leggendo i testi,
anche prima di essere vescovo, ma ora soprattutto
partecipando, come è stato nel caso di questo testo,
essendo vice-presidente del Comitato per Verona.
Partecipando all’elaborazione del testo mi sono
reso conto che la sensibilità dominante è appunto
ora questa.
Non si tratta di non avere ricette, ma si tratta
invece di un’altra cosa: di avere la coscienza che
non sono le ricette possibili, o quelle sperimentate
nel passato, che possono risolvere il problema. Il
che significa che si impone un rapporto del
credente singolo, del singolo presbitero, della
Chiesa tutta con il Signore Gesù. Un rapporto –
ecco la buona relazione con il Signore, il termine
che percorre queste pagine del documento per
Verona - che sia la base di un’esperienza
creativamente nuova del cristiano nel mondo
moderno. Il problema resta quello. Questo che vi
ho detto mi sembra un punto molto importante.
Se poi leggete la Presbiterorum Ordinis – il
documento del Vaticano II sulla vita dei sacerdoti anche qui si nota come una sorta di riduzione del
piano pastorale al piano spirituale, senza tuttavia
l’abolizione della distinzione dei piani, perché se si
crea un corto circuito tra il piano dottrinale, il
piano spirituale e il piano pastorale, ovviamente si
blocca tutto. Quindi la distinzione va conservata,
tuttavia c’è bisogno di una duttilità, di una
creatività del rapporto tra i diversi piani; la
pastorale è in rapporto al secolo e bisogna
rinnovarla continuamente.
Leggete in quel documento conciliare, per
esempio, ciò che dice circa la carità pastorale, che
è come la formula sintetica del documento. Che
cosa vuole dire questa formula della carità
pastorale? Che cos’è? E’ stata fraintesa molte
volte, si intende forse che l’esercizio stesso del
ministero è fonte della santità del sacerdote? O
addirittura che per il fatto stesso - automaticamente
- che si esercitano le attività proprie del ministero
si diventa santi? Non è proprio questo: il
documento parla di un esercizio pastorale della
carità; il che significa che anche nell’esercizio
della pastorale si tratta di vivere la carità che è lo
spirito del Cristo. Si tratta di vivere con lo spirito
del Cristo le attività pastorali e significa
10
conoscete un pochino, certo, la poesia di Montale è
una poesia sconsolata, senza speranze.
E’ vero quello che hanno detto i giornali: che sul
letto di morte pare sia stato visitato dal Cardinal
Martini e che, assieme al Cardinal Martini, abbia
recitato poco prima di morire il Padre Nostro? Io
non so se è vero, ma comunque la Grazia del
Cristo può raggiungere l’uomo sempre, anche
all’ultimo momento, è ovvio. Ma la sua
produzione poetica certamente è la produzione di
un uomo chiuso al trascendente, radicalmente
chiuso ed io credo che in questa poesia possiamo
trovare come l’espressione di una cultura, la cifra
sintetica con cui occorre misurarsi. L’annuncio del
Vangelo va fatto alle persone concrete, che sono
immerse in una cultura e che vengono plasmate da
quella cultura. Guai a non tenere conto di quella
cultura, perché altrimenti non sappiamo nemmeno
da quale lato cercare di entrare. Vorrei leggervi
una poesia di Montale, anzi ve ne leggo due, che
secondo me esprimono chiaramente questa
chiusura al trascendente come affermazione
dell’impossibilità per l’uomo di un incontro che gli
dica qualcosa di più di quel che sa: è impossibile
che l’uomo incontri qualcuno che gli dia una
parola di salvezza; l’uomo è immerso nella storia,
è prodotto dalla storia e non c’è via di uscita da
quello. Certo, se questa idea diventa diffusa e
diventa l’elemento che lega tutte le forze di una
cultura, allora è chiaro che il Vangelo riesce con
difficoltà ad essere letto.
La prima poesia è intitolata: “Come Zaccheo”; è
brevissima.
franchi da escudos, rubli da copechi.
prima del viaggio s’nforma qualche
amico o parente, si controllano
valigie e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima
del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muove e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K.
e tutto è per il meglio ed inutile.
………
E ora che ne sarà del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
ch’è una stoltezza dirselo.
Qui credo non solo che ci sia tutto Montale, ma
buona parte del mondo moderno. E a questo
mondo moderno così chiuso al trascendente, la
testimonianza della carità risulta – guardate –
qualcosa come uno spettacolo, non vera.
C’è una poesia sempre di Montale: “Dove
comincia la carità”
Questa violenta raffica di carità
che si abbatte su di noi
è un’ultima impostura.
“Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro
per vedere il Signore se mai passi.
Ahimé, non sono un rampicante
e anche stando in punta di piedi
non l’ho mai visto”.
mai accadrà che si trovi nei libri di lettura.
E non certo da te, Malvolio, o dalla tua banda,
non da ululi di tromba, non da chi ne fa
una seconda pelle che poi si butta via.
Semplicissima e terribile; non vuole fare neanche
lo sforzo di arrampicarsi, manco di stare in punta
di piedi, perché il Signore non lo ha mai visto
passare e non lo vedrà mai passare.
Non appartiene a nessuno la carità. Sua pari
la bolla di sapone che brilla un attimo, scoppia,
e non sa di chi era il soffio.”
Questa poesia è indirizzata a Malvolio e c’è un
insieme di poesie di Montale degli anni ’70 tutte
indirizzate a Malvolio, alla banda di Malvolio; chi
è questo Malvolio, si sono chiesti i critici. E’ il
gruppetto fiorentino attorno a La Pira, il sindaco
La Pira. Parla di carità e La Pira aveva scritto quel
libretto sui poveri – ricordate, si batteva per gli
operai nelle fabbriche - si distingueva per una
attenzione molto forte al mondo dei poveri.
Eugenio Montale che in quel periodo stava a
L’altra poesia è intitolata “Prima del viaggio”.
“Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni,
le prenotazioni (di camere con bagno
doccia o letto o due o addirittura un flat;
si consultano
le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
11
pone ad esempio la questione storiografica di che
cosa portò nei primi tre-quattro secoli della storia
cristiana a una vittoria del cristianesimo. Certo ci
fu Costantino, ma qual è il motivo fondamentale
della conversione dei pagani al cristianesimo? Qui
non finiremmo mai di discutere. Ma leggete il libro
di Docks – un inglese - “Pagani e cristiani in
un’epoca d’angosce”. Ciò che attrasse gli uomini
al cristianesimo fu la testimonianza della gioia,
cioè di una serenità che derivava dal rapporto col
Signore Risorto, dalla certezza che il Signore
Risorto è nella vita di ciascuno, questo solo poté
provocare una conversione. E questo riguarda
anche il mondo moderno; per questo io non valuto
negativamente questa sorta di riduzione del piano
pastorale al piano spirituale che ho cercato di
dimostrare. Anzi, vi vedo l’unica via di soluzione
del problema.
E chiudo con una citazione del Papa, dalla Deus
Charitas est. Alla fine, nei nn. 32-39, il Papa - si
parla degli operatori di carità - si chiede: a che
cosa conduce lo sforzo di fronte a problemi
immensi, che cosa può fare il cristiano che cerca di
portare un po’ la sua assistenza? Risolverà i
problemi?
Il Papa risponde così: “A volte l’eccesso del
bisogno e il limite del proprio operare potranno
esporlo – il cristiano – alla tentazione dello
scoraggiamento”. Il Papa usa due parole:
scoraggiamento e, poi, presunzione: sono i due
peccati contrapposti alla speranza. Si può peccare
e mancare di speranza sia scoraggiandosi - ma che
possiamo fare? i problemi sono immensi, chi potrà
portare il Cristo al mondo moderno? come
potremo mai riuscire?- sia con la presunzione: una
certezza che nasce, cioè, da se stessi, non
dall’abbandono al Signore. E tutte e due – dice il
Papa – sono peccati allo stesso modo contro la
speranza.“Ma proprio allora gli sarà di aiuto il
sapere che, in definitiva, egli non è che uno
strumento nelle mani del Signore; si libererà così
dalla presunzione di dover realizzare, in prima
persona e da solo, il necessario miglioramento
del mondo. In umiltà farà quello che gli è
possibile fare e in umiltà affiderà il resto al
Signore. E’ Dio che governa il mondo, non noi.
Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello
che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza.
Fare, però, quanto ci è possibile con la forza di
cui disponiamo, questo è il compito che mantiene
il buon servo di Gesù Cristo sempre in
movimento: «L’amore del Cristo ci spinge» (2
Cor 5,14).
E con queste parole chiudo questa prolusione.
Firenze dice “è una bolla di sapone”; è tremendo,
a pensarci.
C’è un’altra poesia e chiudo con le poesie di
Montale:“Lettera a Malvolio”, ed è una poesia
molto strana e difficile da intendersi, se non si sa
lo sfondo della Firenze degli anni ’70 e anche un
po’ prima, degli anni ’60. La poesia parla di una
fuga immobile. Quest’anno è morto don Divo
Barsotti e tutti hanno ricordato che una delle sue
prime opere che impressionò molti è proprio
intitolata “La fuga immobile”: è il suo primo
diario. La fuga immobile vuole indicare
l’atteggiamento del cristiano, fugge da questo
mondo, ma resta nel mondo. La classica esperienza
cristiana: cittadini del cielo e pellegrini sulla terra:
fuga immobile. Montale ironizza su questa cosa:
ma voi cristiani dove fuggite? State ben piantati: la
città l’amministrate voi democristiani, trafficate..
E’ meglio prendere una rispettabile distanza da
voi. E’ tremendo questo, veramente.
“Non si è trattato d’una mia fuga, Malvolio,
e neanche di un mio flair che annusi il peggio
a mille miglia. Questa è una virtù
che tu possiedi e non t’invidio anche
perché non potrei trarne vantaggio.
No,
non si trattò mai d’una fuga
ma solo di un rispettabile
prendere le distanze.
Non fu molto difficile dapprima
quando le separazioni erano nette,
l’orrore da un parte e la decenza,
oh solo una decenza infinitesima
dall’altra parte. No, non fu difficile,
bastava scantonare scolorire,
rendersi invisibili,
forse esserlo. Ma dopo.
Ma dopo che le stalle si svuotarono
l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
fondarono l’ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari.
C’è tutta una valutazione dell’esperienza del
credente dal punto di vista dell’impossibilità di un
intervento di Dio nella storia. E di fronte a questo
che cosa? La ricerca del superamento dello scarto
fra Vangelo e Chiesa o una testimonianza
esemplare del credente circa la sua buona relazione
col Signore può essere una risposta? La sfida è
questa e credo che sia stata sempre questa: se ci si
12
* * *
interpreti qualificati del modo di sentire della
gente, come avviene che nella storia dell’uomo ci
sono queste cadute di speranza? Dico questo
reagendo anche ad un passaggio del documento in
preparazione a Verona, al numero 13, dove si
dice: Oggi siamo invitati a riconoscere che questo
nostro tempo ha una grande nostalgia di speranza.
E si rifà poi alle rapide trasformazioni culturali e
in particolare: la deriva individualistica, la
negazione della capacità di verità da parte della
ragione, l’offuscamento del senso morale. Non per
semplificare, ma mi viene di dire una espressione:
si è molto preoccupati dell’effimero, di quello che
dura un giorno e finisce presto, e non di quello che
dura sempre; penso per esempio alle situazioni dei
legami familiari, le amicizie, ecc. Mi viene in
mente il passaggio di una canzone di Vasco Rossi
- non per citare un poeta ma giusto quei poeti che i
nostri ragazzi amano tanto e che fanno cultura quando ad un certo punto dice dei giovani che
parlano di sé “noi siamo quelli che moriamo
presto, ce ne frega”. Mi ha provocato molto
questa espressione. Poi è chiaro passa, però la
speranza dov’è?
E’ una domanda aperta: dovrei elaborarla un po’
di più ma volevo anche condividere.
Il Relatore ha poi risposto alle seguenti domande
- C’è, accanto alla speranza cristiana, una
speranza umana, quella attenzione verso il
compimento delle mete più alte che però ha un
andamento diverso rispetto alla speranza
soprannaturale, mi sembra. La speranza
soprannaturale non ha termine, ha una
dimensione infinita, mentre la speranza umana ha
come una curva; nei giovani è molto presente,
negli anziani diminuisce, perché hanno davanti
meno futuro e hanno più passato. A me sembra che
una della chiavi personali di lettura di questa
scelta della Chiesa italiana di concentrarsi sulla
speranza sia proprio questa: che l’Europa, e
l’Italia nell’Europa, presenta sintomi di vecchiaia
culturale e quindi perde la speranza e la capacità
di aspirare a qualcosa di grande e culturalmente
ci si accontenta del frammento, del dato, del
segmento senza alcuna prospettiva. Certamente,
poi, nell’Europa il cristianesimo c’è ancora,
nonostante tanti segnali di crisi o di arretramento,
però mi sembra che l’Europa veda la speranza
cristiana come qualcosa che non le interessi,
perché appunto c’è questa situazione di rimanere
nel frammento, non tanto come una situazione di
fatto ma come una scelta. Non so se vuole dirci
qualche cosa sui presupposti ideologici, culturali,
filosofici di questa scelta minimalista della cultura
europea: rifugiarsi e rimanere nel finito.
La mia interpretazione è che le tendenze di un
certo esistenzialismo oppure alcune correnti di
ermeneutica si diffondono a livello accademico in
un certo modo, a livello di vita vissuta in un altro
modo, ma sempre in continuità e volevo chiederle
se aveva qualcosa da dirci in proposito.
Risposte
Rispondo alla prima domanda. Questa chiave di
lettura che dice lei è quella che il documento stesso
presenta. Di fronte al cadere delle speranze, anche
delle speranze umane in questa Europa, e anche da
noi, la Chiesa risponde offrendo quello che ha: la
fede, la speranza e la carità, certamente.
Il mio problema è questo e non so se voi lo
avvertite allo stesso modo; lo dico specialmente a
lei che ha fatto la domanda. Il Cristianesimo si può
presentare come portatore di una speranza, quella
escatologica, diciamo, che sostenga le speranze
umane in maniera immediata, che sia in grado
addirittura di sostenere una civiltà e lo è. Noi
parliamo di radici cristiane dell’occidente,
dell’Europa e così via. Quindi significa che il
Cristianesimo è riuscito a sostenere non solo
speranze piccole, ma speranze nel senso di un
progetto, di una civiltà, ecco. Ma nell’ immediato
viviamo in un mondo privo di speranza sotto tanti
aspetti; c’è una radice culturale che ha detto lei e ci
sono anche gli atteggiamenti di ogni giorno. Il
documento sinodale sull’Europa parla della cifra
della perdita della speranza in Europa nella caduta
- Mi ha colpito molto, e la ringrazio, la chiusura
della sua prolusione. Un po’ perché mi piacciono
le poesie e soprattutto perché ha sottolineato i
componimenti del nostro grande Montale. Anche
se non sono abituato a reagire subito: ho bisogno
di lasciar decantare un po’ le cose. Mentre lei
leggeva Montale mi tornava in mente quel
passaggio di Dante che definisce la speranza
“Attender certo” con un contesto che conosciamo
bene, di un profondo cristianesimo che Dante
testimonia, e anche un altro passaggio di “Canto
notturno di un pastore errante” di Leopardi, che
in un certo punto, contemplando la luna, dice “E
io che sono?” e io lo lascio sempre riecheggiare
“Che cos’è l’uomo?” Se è vero che i poeti sono
13
logica di dissoluzione di una cristianità
sociologica. Se prendiamo la Chiesa francese e la
Chiesa italiana per dirla in maniera essenziale, ma
credo vera, dopo il Concilio nella Chiesa francese
si decise che bisognava puntare alla nascita di una
fede adulta. Sicché, se tante persone non sono in
grado di capire che cos’è il matrimonio cristiano,
non li sposiamo; di capire cos’è il Battesimo
cristiano, diciamo che i loro figli non li battezzo,
crescono nella fede e poi si vede. Una scelta che
puntava, insomma, alla nascita di comunità
cristiane consapevoli e adulte nella fede.
In Italia non si fece questa scelta. I sacramenti
vengono dati ancora a tutti coloro che li chiedono e
questo ha permesso la persistenza, diciamo così è già un giudizio dire questa parola: persistenza di un Cristianesimo popolare. Si può discutere di
questa scelta e non so voi che siete seminaristi e
che fra poco avrete la responsabilità di guida di
parrocchie e di comunità come la pensate. Se c’è
questo Cristianesimo popolare è un palla di
piombo al piede della Chiesa italiana di cui
bisogna liberarsene, e finalmente creare comunità
consapevoli, oppure è un compito che bisogna
assumersi e la prima evangelizzazione bisogna
completarla? Non so come la pensate.
Mi sembra un punto essenziale ai fini di quella
domanda. E il documento come la pensa su
questo? Io credo che il documento la pensa nel
senso che il Cristianesimo di popolo che ancora
vige in Italia è una chance, non è una palla di
piombo e non è neanche un peso da portarci dietro;
è proprio invece una chance che la testimonianza
della speranza si rivolge innanzitutto – e così
rispondiamo sempre a quella domanda che ho
sempre presente qual è - all’interno della comunità
cristiana. Guardate, se leggete il documento al
numero 10, 4° capoverso, vi si dice: “I primi
destinatari della testimonianza sono i fratelli nella
fede”. Non il mondo fuori della Chiesa. Lo dice il
documento. Però voi potete sempre rispondere
come la pensate, ovviamente. “Nella comunità
cristiana infatti la testimonianza si fa racconto
della speranza vissuta dei segni di resurrezione che
essa ha prodotto nell’esistenza e per gli
avvenimenti di vita rinnovata che ha generato. In
tal modo, insieme alla predicazione e ai sacramenti
la speranza viene accesa e accresciuta nei fedeli.
La testimonianza cristiana, soprattutto dei genitori
e degli adulti, propone il dinamismo di memoria
presente e profezia che attinge ogni giorno la
speranza alla sorgente zampillante del Risorto. La
testimonianza autentica, infatti, appartiene alla
tradizione entro cui ha preso corpo e che essa
delle nascite: se non si vogliono fare più figli è
chiaro che non c’è più speranza nel futuro; non si
vuole, non c’è speranza. Se noi aggiungiamo a
questo anche la destrutturazione addirittura del
modello della famiglia, dove si fanno i figli, la
coppia, allora questa Europa sembra culturalmente
negata alla speranza, chiusa alla speranza.
Culturalmente e, poi, di fatto storicamente: negli
atteggiamenti concreti, nella legislazione, nelle
prospettive politiche, l’Europa non sembra che
riuscire ad avere un qualche ruolo: vediamo la crisi
in Medio Oriente e tante altre cose.
Ora, di fronte a questo quadro l’annuncio della
speranza, della speranza cristiana, escatologica, è
una ricetta per risolvere questo problema? E il
problema lo possiamo impostare in questo modo?
Dalle sue parole sembrava: ecco, siccome c’è, la
Chiesa risponde. Lei ha posto il problema di una
civiltà cristiana. Ora almeno una cosa è evidente: è
un po’ una vulgata che nel Vaticano II si è esclusa
la possibilità di una civiltà cristiana. Però non
discutiamo di questo: se storicamente o nel futuro
ci potrà essere una civiltà informata al
Cristianesimo in una maniera analoga a quella del
passato. Però è chiaro che innegabilmente non ci
può essere un passaggio dalla testimonianza della
speranza cristiana a un sostegno alle speranze
umane; addirittura, per quanto riguarda l’Europa,
all’assunzione di un ruolo, di una consapevolezza
di una cultura specificamente europea e così via.
No, immediatamente questo non ci può essere. E
allora, se su questo siamo d’accordo, la proposta
della Chiesa italiana ai preti e ai fedeli cristiani di
essere testimoni della speranza a che cosa mira,
immediatamente - non tra 100 anni, ora - se non
mira immediatamente a questo?
Lei poco fa ha fatto una distinzione, che mi pare
preziosa, tra la situazione italiana e le altre. Una
qualche diversità in Italia io credo che c’è, se per
esempio prendiamo la situazione tedesca, olandese
e la situazione italiana circa la presenza del
cristianesimo nella società e nella vita della
nazione. Per esserci, c’è. E’ storicamente visibile,
quella che si percepisce, che fra 100 anni uno
storico che farà la storia d’Italia potrà percepire, è
che in Italia esiste ancora un cristianesimo di
popolo. Alla Messa la gente ci va. Un
Cristianesimo di popolo da noi esiste, altrove si è
dissolto. Io credo che quando consideriamo queste
cose bisogna valutare anche questa persistenza
della chiesa di popolo in Italia. E valutarla secondo
la logica che la gerarchia, i vescovi in Italia hanno
cercato in questi 40 anni, con i quattro convegni, di
far prima assumere e far penetrare, che non è una
14
parrocchia che se sono in rapporto con nostro
Signore, che è l’eterno, che è Figlio di Dio, sono
una sola cosa col Figlio di Dio e trascendono la
storia; se si accorgono che sono con il Signore è
ovvio che anche le speranze umane, la loro
speranza è in Cristo e nella Chiesa.
E se questo lo fa una Chiesa italiana che è di
popolo è certo che forse l’Italia ritroverà una
speranza. Quanto ai frammenti ecco allora che si
parlava della cultura del frammento: la Chiesa
italiana sposa questa cultura del frammento, ma
appunto per capovolgere la cosa; si parte dal
frammento positivo se c’è nel frammento della vita
di ognuno, del credente che vive del rapporto con
il Signore risorto, allora si può invertire e darle un
segno cristiano.
Continuo con il documento:“Ogni cristiano è
chiamato a collaborare con gli uomini e le donne
di oggi nella ricerca e nella costruzione di una
civiltà più umana e di un futuro buono” sono
parole misurate. Oggi non c’è più civiltà cristiana,
non c’è più neppure una civiltà dell’amore (Paolo
VI) i termini sono più sfumati, più modesti “deve
collaborare” con gli altri uomini, quindi anche non
credenti, “per la ricerca e la costruzione di una
civiltà più umana e di un futuro buono”; sono
speranze molto piccole. Questo comporta che
significa di fatto dedicarsi ai frammenti positivi di
vita custodendo però la tensione verso la speranza
escatologica che non può mai essere del tutto
esaudita; l’orizzonte resta escatologico, ma questo
orizzonte può essere vissuto concretamente nel
frammento. Non so se sono riuscito a dire almeno
come la vedo io.
trasmette a sua volta creando il nesso tra le
generazioni dei fedeli”.
E’ chiaro che la preoccupazione che sta dietro a
queste frasi è la trasmissione della fede all’interno
della comunità cristiana alle nuove generazioni.
Tornando al discorso che abbiamo noi. Che cosa
vuol dire questo invito dunque alla speranza, alla
testimonianza della speranza?
Fede, speranza e carità sono virtù teologali ci
insegna il catechismo, vero? Virtù teologale
significa esperienza stessa della vita di Dio nel
credente. Il cristiano che crede, che ha fede, ha un
rapporto con Dio, ma un tale rapporto con Dio, una
conoscenza di Dio, è possibile solo se Dio ci
partecipa la sua stessa conoscenza. Ricordate nel
Vangelo l’inno di esultanza “Ti benedico o Padre,
perché hai rivelato queste cose ai piccoli “. Ecco la
fede è Rivelazione, è partecipazione alla
conoscenza stessa che Dio ha, che il Figlio ha del
Padre e che il Padre ha del Figlio; se
dimentichiamo questo … E anche la speranza,
come l’amore è partecipazione alla vita di Dio, è la
conoscenza di Dio, la speranza di Dio e l’Amore di
Dio.
Detto questo testimoniare la speranza che
significa? Testimoniare che tu hai la vita stessa di
Dio in te e che la tua speranza è al di là di ogni
cosa, è Dio stesso e questo lo testimoni in tutte le
situazioni della vita. La fragilità, il lavoro, la festa ,
la trasmissione del sapere, la cittadinanza, tu li vivi
e li investi in questo tuo rapporto con Dio. La
Chiesa crede ai suoi cristiani: questo non è cosa di
poco conto guardate. Immediatamente questo
chiede, non altro. Questo solo e c’è un passo in cui
questo appare con una chiarezza. Quando lo dico
ai seminaristi e ai sacerdoti mi dicono: “ma questo
dice il documento?” Si, rispondo, al numero 9: “la
vita cristiana ha bisogno, come testimonianza, di
essere riconosciuta e promossa dalla cura
ecclesiale” - è terminologia milanese. Stanno
dicendo che la Chiesa, i preti, i vescovi hanno
questo compito di riconoscere la vita cristiana
come testimonianza e curarla, questo devono fare.
E questo che significa? ”La Chiesa lo fa se si
prende cura della testimonianza e lo fa se si prende
cura della qualità della fede dei credenti, prima che
il loro impegno”.
Questo solo chiede e anche i comportamenti
morali sono solo conseguenza. Se c’è il rapporto
con il Signore ha senso che tu ti comporti come
dice e come vuole il Signore. Questo chiede il
documento. Ma se questo viene vissuto dai
cristiani in una chiesa di popolo, la sfida è questa,
riuscire a far cogliere ai fedeli della vostra
Domande
- Le domande sarebbero tante e i temi da trattare
sono molteplici. La prima cosa: non sono
concorde sulla scelta della Chiesa italiana - cioè
che già il documento base faccia una scelta
precisa, in questo senso - per un cristiano adulto
nella fede.
Ho l’impressione che nella nostra Chiesa italiana
permanga una sorte di anacronismo rispetto a
tutte le situazioni di dialogo a cui si faceva
riferimento prima, un Vangelo dialogante; anzi ho
più l’impressione di un Vangelo apologetico che
non dialogante. Anche il discorso della
testimonianza: questa prevede sì che una
generazione passi ad un’altra ciò che ha ricevuto,
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escludere dalla Chiesa quelli che ancora non ci
sono arrivati. Si può fare questa scelta. Il problema
è a che cosa si mira immediatamente: se ad
escludere, facendo un gruppo più ristretto - quelli
che hanno questa consapevolezza - e gli altri,
pazienza, restano fuori dalla Chiesa, oppure: sono
dentro la Chiesa per il semplice fatto che chiedono
di restare nella Chiesa e allora cerchiamo di farli
diventare veramente cristiani!
La scelta della Chiesa italiana è quest’ultima. E
questo è molto importante per dei seminaristi che
stanno per diventare preti e si incamminano in
questa strada. Ora, secondo te, questa è una scelta
contraddittoria; mi pare di capire dalle tue parole
che c’è questa valutazione: si vuole la botte piena e
la moglie ubriaca, tutte e due le cose.
Se anche non tutti sono consapevoli, in gran parte
della Chiesa italiana, tuttavia c’è il legame della
tradizione che lega la gente alla Chiesa. Secondo
te, nella tua diocesi la gente come vive il suo
legame con la Chiesa? L’altro, poco fa, diceva che
vive la speranza come aspettativa e non la
speranza escatologica, in maniera più terra terra;
non ha la consapevolezza di essere affidata a Dio,
di vivere la propria vita con Dio, sicché ogni cosa
che fa, ogni cosa che pensa, gli affetti che nutre
hanno a che fare con Dio.
E allora come vivono il legame? Ritengono di
avere un legame: il legame è attraverso i santi. La
Chiesa italiana è la Chiesa della devozione; tanta
gente ha un legame con la Chiesa, il Papa, con il
mondo di Dio - diciamo così - per i santi: il santo
del proprio paese, la Madonna che si venera nella
propria parrocchia; forse nel portafoglio, se voi lo
aprite, c’è l’immagine di Padre Pio; in quanti paesi
d’Italia c’è la statua di Padre Pio! Non è così?
Questa è la prima forma di legame.
Una seconda forma è quella del volontariato,
dell’attivismo cattolico. Tanta gente partecipa alle
iniziative caritative assistenziali, quelle del terzo
mondo, le adozioni a distanza: e pensa di essere
cristiana per questo; del resto la fa il parroco
questa proposta: io partecipo a questa proposta ed
esprimo il mio cristianesimo. Altri - ora è un po’ di
meno - attraverso l’impegno politico: 50 anni di
democrazia cristiana. Se uno si iscriveva e
partecipava a tutti i convegni, questo è
cristianesimo. E la Chiesa stessa non spingeva a
votare perché è un dovere cristiano? Non è così in
Italia? Perché bisogna cercare di entrare nelle cose,
altrimenti tutto resta sfumato.
L’Italia è fatta così: la sfida pastorale è far passare
questi legami di appartenenza, che io non ritengo
deboli; qualcuno la chiama appartenenza debole,
ma che l’altra generazione la recepisca con
canoni e situazioni proprie, cioè la assorba e la
assimili con situazioni proprie. A me sembra che
molto spesso manchi questo passaggio. Un ultimo
riferimento lo farei anche al discorso pastorale
che più volte è venuto fuori. Si parlava di
indicazioni pastorali. Anche qui ho l’impressione
che ci sia una eccessiva preoccupazione di
“prassologia” più che di pastorale. Più sul che
cosa e come lo devo fare – la ricetta pronta –
anziché una pastorale intesa come un discorso di
preoccupazione, di guida. Anche nelle nostre
programmazioni si è più preoccupati nella
preparazione di un calendario anziché di una
programmazione vera e propria. Quindi per la
questione
del dialogo: se mancano queste
premesse, cioè attenzione innanzi tutto alla società
con cui si dialoga, penso che sia falsato il tutto.
- Lei ha dato prima una bellissima definizione di
speranza e del modo in cui il cristiano dovrebbe
vivere la speranza. Io sono giovane e di pastorale
non me ne intendo, perché non ne ho fatta molta,
però dialogando con i giovani e i coetanei, e i
genitori di ragazzi giovani, vedo che la definizione
di speranza per loro è un po’ distante
dall’espressione che lei aveva dato prima. La
definizione di speranza per loro è molto più
paragonabile alla parola aspettativa. La speranza
intesa nel senso che lei diceva prima mi da
l’impressione che sia per loro utopica e quindi se
io devo mettermi in dialogo con delle persone che
non hanno nella loro mente la definizione di
speranza cristiana, ma hanno solo ed
esclusivamente una questione culturale e sociale, e
solo un’aspettativa, io uomo di speranza sono una
persona folle. Quindi volevo capire se era
possibile inserire in questo dibattito la
consapevolezza che comunque la gente non
intende la speranza come lei l’ha descritta, in
maniera alta, ma la vive come aspettativa che è
cosa ben diversa dalla speranza. Per me questa
esperienza nel contatto con la gente è stata una
delusione e quindi vorrei sapere come muovermi.
Non c’era dialogo perché si parlava di cose ben
diverse.
Risposte
La Chiesa italiana ha fatto la scelta delle fede
adulta. Fare questa scelta significa cercare di
promuovere il popolo e i credenti a una tale
consapevolezza di fede adulta, senza però
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Tu dici: un documento della Catechesi. Secondo
te, da quello che sai, da tuo papà, dai tuoi zii, tuo
nonno, c’è una maggiore consapevolezza cristiana
in quelli che hanno avuto il catechismo di Pio X o
in quelli che l’hanno avuto dopo il documento di
base. Io non lo so; certo c’è stato un
impoverimento del dato conoscitivo della
catechesi. Io vado a fare le tesi, e qualche volta il
catechista mi presenta come è fatto il catechismo e
spiegano: “Abbiamo cercato di rispondere alle
domande di senso, ma io dico: “Glieli hai insegnati
i 10 comandamenti ?” No: che cos’è la vita, che
cos’è l’amore e tutte queste cose. Una povertà
conoscitiva grande; una debolezza per lo meno,
ecco, questa c’è stata. Sono cose complesse: se si
vuole far passare questa cristianità – diciamo così di ordine sociologico, deve essere fatto uno sforzo
grande. Ma proprio avendo di mira che cosa? Io
pure domando quando vado ad amministrare la
Cresima - che è il momento per me di maggior
contatto; il parroco dice: “Guardate che voi che ora
avete ricevuto la Cresima dovete essere tutti
partecipi della vita della comunità, domani venite
tutti. Uno parteciperà al coro, una alla pulizia della
chiesa, ecc. Questo è essere cristiani. E’ questo. Io
non lo so se è questo: la cosa è per lo meno
complessa.
Io vorrei farvi riflettere sempre su questo tema.
Perché secondo me la prima cosa è rendersi conto
della complessità: gli schemini non servono a
niente e istupidiscono: uno pensa di avere una
verità, ma se vede una sola cosa ….
Parlo di me. Chi mi ha trasmesso la fede cristiana?
Perché io sono cristiano e addirittura ora sono
Vescovo e devo trasmettere la fede, ne sono
addirittura il garante; quando ci penso…!
Quando mi elessero Vescovo, tra l’elezione e la
consacrazione, andavo ancora qualche volta alla
Facoltà: dovevo concludere le cose che avevo fatto
perché la mia vita era cambiata.
E un giorno c’era la presentazione di un libro e fra
i relatori c’era il prof. Salvatore Natoli, ateo, anzi
neo-pagano, siciliano, ma che insegna a Milano, il
quale mi disse, con un’improntitudine eccezionale:
“Circa la dottrina cristiana io penso di sapere non
meno di lei, probabilmente anche più di lei. Mi
scusi, però io conosco la dottrina, perché l’ho
studiata, la tradizione cristiana, i dogmi, i Concilii,
ciò che la Chiesa pensa di sé stessa; Gesù Cristo io
lo conosco, ma lei ora che è Vescovo diventa
testimone: che è diverso”.
Quella cosa mi colpì e mi è rimasta. Comunque,
stavo dicendo, come sono diventato cristiano?
Tanto da essere ora testimone secondo Natoli e
ma lo è fino ad un certo punto. E’ invece
un’identità forte, perché identifica le persone con
quel paese, con quella devozione alla Madonna, e
questo resta e poi uno diventa professore
universitario, vota, che so io, per un partito di
sinistra eppure resta quella cosa.
Mi ha impressionato un professore di Partinico, un
paese della Diocesi di Monreale, che si professa
ateo, comunista. Nel 2004 c’è stata la
beatificazione di una ragazza di Partinico morta
nel 1951, Pina Suriani. Questo tale mi avvicina, mi
scrive pure una lettera e mi dice che lui ha una
grande devozione per questa donna, perché fu sua
maestra di catechismo e ricordava che quando la
banda Giuliano - imperversava negli anni dopo la
guerra, dal ‘43 al ’50 - gli aveva ammazzato il
papà, in una Camera del Lavoro, questa ragazza,
che faceva la maestra di catechismo, convinse la
madre del bambino a togliere i vestiti del lutto perché quando morì suo padre lo vestirono a lutto.
“Guardi signora io gli faccio il vestitino bianco”:
glielo fece lei, glielo pagò lei e così lui fece la
prima Comunione.
Il ragazzo associò l’uscita dal lutto per la morte del
padre ammazzato alla figura di Pina Suriani, e
questo ricordo l’ha accompagnato per tutta la sua
vita.
Questo professore insegnava prima al nord, in
Piemonte, e viaggiando sull’autostrada, all’altezza
di Bologna un camion distrusse la sua macchina
totalmente: lui in quel momento si affidò a Pina
Suriani e ne uscì illeso. Questo ateo, militante, ecc.
ha questo legame e me lo scrisse in una lettera;
sono cose curiose, cosa fare?
Ebbene, questo è legame debole? Non è debole io
dico; certo non è la fede adulta di una
consapevolezza cristiana. Che cosa fare di tutte
queste cose: il legame devozionale, il legame
caritativo-assistenziale, il legame politico che sono
i tre grandi legami che caratterizzano la generalità
degli appartenenti alla Chiesa in Italia, che cosa
fare di questa Chiesa?
Quando per esempio vengono a sposarsi, se
chiedi: “ma tu hai la consapevolezza di che
significa vivere di Gesù Cristo?” niente. Agli stessi
ragazzi della Cresima io domando: “chi è lo
Spirito Santo?” La risposta che si avvicina di più
alla dottrina è: Gesù Cristo. Ma come li devo
cresimare questi? Non sanno niente. Certo che se
dico in quel momento, in cui già è tutto preparato,
“Mi dispiace …” il parroco ci resta male: “Ma no,
vede Eccellenza, sono commossi: per questo
rispondono male”. Macché, questi veramente non
sanno niente! Una catechesi fatta!
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per quel che il cristianesimo è, cioè la
assicurazione di un rapporto con Dio.
Dio si è fatto uomo affinché noi siamo Dio,
diventiamo Dio.
Questa è una formula del II° secolo ed è verissima.
Se non c’è un minimo di iniziazione alla fede
cristiana, al rapporto con Dio, se non c’è la
conoscenza con Dio, non c’è cristianesimo.
La sfida è tutta qui. Se uno ha davanti la meta
allora ognuno di noi si attiva creativamente,
misurandosi con la realtà.
Ci vuole una grande capacità di lettura della realtà
concreta in cui si è e non tutta l’Italia è omogenea
in questo. Una cosa è Mazzara del Vallo e altra
cosa è la Valle d’Aosta, una cosa è Verona e altra
è Ischia o Tricarico: sono tutte realtà diverse.
Una grande capacità di leggere la realtà e poi di
affinare degli strumenti per raggiungere la meta.
Un grande studioso, uno storico della Chiesa,
francese, vivente, si è posto questo problema: si
può stabilire una sorta di paradigma della
trasmissione della fede - come nei verbi greci che
hanno le forme fisse - che per tutti i venti secoli
della storia cristiana si ritrovano in ogni
trasmissione della fede, in ogni secolo?
Sì, tre sono le forme del paradigma. La
testimonianza, l’arte e la dottrina.
E lui intende per testimonianza l’esempio vivo, la
testimonianza del credente, se manca questo non
c’è trasmissione della fede.
La seconda, prima ancora della dottrina, è l’arte lui dice il simbolo - cioè tutto ciò che ti dice
sinteticamente il cristianesimo.
Secondo lui anche la celebrazione della Messa, un
insieme di gesti e di riti, è un simbolo, cioè ti
richiama a qualcosa altro.
L’arte, un quadro, un oggetto - oggi c’è tanta gente
che non sa decifrare i quadri, i temi cristiani
dell’arte o un dramma - è una socializzazione del
cristianesimo in maniera tale che il cristianesimo ti
giunge attraverso un canale sociale: l’arte è
essenziale per tutto ciò. In terzo luogo e solo in
terzo luogo la dottrina, la catechesi, la formula
esatta per dire la fede.
Io credo che sostanzialmente questo scrittore abbia
ragione.
non semplicemente un conoscitore della tradizione
cristiana. Come?
Io sono vissuto in un piccolo paese rurale dove –
io sono nato nel 1951 – fino al ’64, fino alla
grande svolta - intendo il neoconsumismo,
l’emigrazione - tutto era improntato al
cristianesimo. C’erano le feste popolari, le
rappresentazioni sacre, io devo dire onestamente
che quel che so del cristianesimo, l’iniziazione al
cristianesimo, l’ho ricevuto in parrocchia, non
dalla mia famiglia. Ho un grande rispetto,
ovviamente, per mio padre e mia madre, ma mi
insegnavano le formulette delle preghiere. Chi per
esempio mi insegnò la meditazione fu una
signorina del catechismo. Disse “Voi che siete
chierichetti, fermatevi un quarto d’ora prima
dell’inizio, venite prima”, e ci insegnò che cos’era
la meditazione. L’ho ricevuto cioè dalle forme
sociali del cristianesimo, direttamente pastorali,
cristiane, ma anche civili: tutto il paese trasmetteva
la fede. Ci sono varie vie per la trasmissione della
fede. Noi forse dobbiamo rendercene conto: man
mano che tanti canali di tipo sociale della
trasmissione della fede si sono chiusi o si vanno
chiudendo totalmente o parzialmente, si impone
un’attivazione di nuovi canali che non possono che
essere strettamente ecclesiali.
Prima si andava alla scuola media - e poi al liceo
cambiavano le cose - e l’insegnante faceva dire la
preghiera; oggi è assurdo. Si faceva la Comunione
a Pasqua, il precetto, tante forme. Ora tutto questo
va crollando, o è crollato. Cioè la trasmissione
della fede è una cosa complessa. Si può essere
credenti in tanti modi. Si arriva al cristianesimo in
tanti modi. Se le vie civili - diciamo così – sociali,
tradizionali vengono meno, bisogna in qualche
modo sopperire. Bisogna intervenire.
Questa è la sfida che ci sta davanti, io credo, una
sfida pastorale grossa. Ed è una sfida che può
essere risolta positivamente, solo se si sa a che
cosa si mira. Non si può mirare semplicemente ad
un senso più vivo dell’appartenenza ecclesiale o
sociologico; oppure a quelli che fanno delle cose
in parrocchia.
Così non si risolve il problema. Ciò a cui bisogna
mirare è a una consapevolezza del cristianesimo
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I Relazione
La spiritualità del prete, uomo della speranza
Mons. Luciano Monari
come una serie ininterrotta di shoppings. Passo tra
gli scaffali, guardo, lascio che i prodotti suscitino
l’interesse e il desiderio, compero, provo… poi
ricomincio daccapo: un secondo passaggio tra gli
scaffali dove la merce è esposta nel modo più
seducente. Ricompero gli stessi prodotti se sono
stato soddisfatto; ma più facilmente ne provo dei
nuovi, faccio il confronto, scopro nuove esigenze e
desideri. torno a casa con la speranza che i prodotti
acquistati si rivelino buoni, mi diano sensazioni o
emozioni positive; e così di nuovo sempre
daccapo, sempre con prodotti nuovi e con
sensazioni inedite… Non è difficile immaginare
che cosa questo schema di pensiero significhi
quando lo applichiamo a esperienze come
l’amicizia o l’amore umano. Significano che gli
altri sono assimilabili a prodotti da provare:
l’amicizia deve dare soddisfazioni (o no?); per
questo ricerco qualcuno la cui presenza sia per me
motivo di gioia, di soddisfazione: parlo, ascolto,
dialogo, gioco, lavoro… insieme. Ma senza
impegno: che senso avrebbe mantenere un
rapporto quando la gratificazione è scomparsa,
quando si rischia di annoiarsi ogni volta che si sta
insieme, quando intravedo l’opportunità di nuovi
rapporti, di nuove esperienze più gradevoli?
Perché continuare a portare lo stesso tipo di scarpe
quando il mercato ha prodotto nuovi modelli, più
interessanti, che possono rendere interessante
anche me? Così si cambiano facilmente gli amici,
si lascia il partner per provare ebbrezze nuove,
desideri nuovi.
Questo modulo di pensare la vita la
considera come un nastro vuoto da riempire di
oggetti: i più belli, i più vari, i più gradevoli, il
risultato, come ho detto, è un aggregato di cose, di
esperienze, senza legame tra loro, semplicemente
giustapposte. In realtà la vita umana è un processo
di crescita biologica, psicologica, culturale,
spirituale…, un lungo processo attraverso il quale
la persona si arricchisce interiormente e diventa
persona consapevole e capace di amare. Nel cuore
dell’uomo c’è un desiderio innato, incoercibile,
che lo porta a trascendere sempre di nuovo se
stesso, a muoversi e correre verso mete ulteriori,
Nella sua bella analisi fenomenologica della
speranza Gabriel Marcel giunge alla conclusione
che la formula corretta della speranza umana è: “Io
spero in te per noi.” Partirei da questa definizione
per cogliere alcuni aspetti che mi sembrano
decisivi anche per la formazione del prete e quindi
per la sua testimonianza.
La prima osservazione è che la speranza
apre e distende l’esistenza dell’uomo verso il
futuro, verso un futuro che si presenta come
salvezza, riscatto, pienezza. L’esistenza dell’uomo,
di ogni uomo, si distende necessariamente nel
tempo, ma questo distendersi può essere inteso in
due modi diversi. Può essere solo un prolungarsi
lungo il nastro inesauribile del tempo fino al
momento della morte: un anno, due anni… venti...
settanta… O può essere inteso, invece, come il
dilatarsi della persona che, attraverso l’occasione
del tempo, cresce verso una pienezza sempre più
grande e profonda. Non c’è bisogno che dica che
solo in questo secondo caso si può parlare
autenticamente di ‘speranza’: non si tratta di
aggiungere sassi a sassi fino a fare un mucchio; si
tratta di maturare progressivamente fino a
diventare liberi, responsabili, capaci di amare. La
speranza suppone quindi una concezione della vita
come compito, consegna, impegno, crescita,
maturazione; o, detto nel modo forse più completo,
vocazione.
E qui troviamo il primo, fondamentale
ostacolo, che la cultura d’oggi pone di fronte alla
speranza: una concezione della vita ‘quantitativa’,
pensata come un aggregato indigesto di esperienze
che siano il più gradevoli possibile. Zigmunt
Bauman ha fatto un’analisi straordinariamente fine
della condizione dell’uomo d’oggi vista con gli
occhi del ‘consumatore’. L’uomo d’oggi, dice, ha
omogeneizzato sotto la categoria del consumo tutte
le esperienze della sua vita, non solo quelle con cui
compera prodotti necessari alla esistenza
quotidiana (il dentifricio e le scarpe), ma anche
quelle che coinvolgono rapporti interpersonali
(come l’amicizia e la religione e l’amore). Il
risultato di questo fatto è che l’uomo pensa il
mondo come un grande supermercato e la vita
19
qualità nuova. Si pensi all’esempio più evidente,
quello della famiglia. Un ragazzo e una ragazza si
sposano e mettono insieme le loro esistenze.
Quello che scaturisce dal loro dono reciproco è
una famiglia che risponde ai loro sogni e desideri
ma nello stesso tempo li trascende in un ordine
nuovo, quello dell’amore e del dono di sé. Anche
lavoro, casa, denaro, possesso acquistano un
significato nuovo, come elementi di una nuova
relazione; come l’anello che, acquistato e donato
dallo sposo alla sposa, assume il valore della
fedeltà. Rimane metallo con un suo valore
commerciale, ma diventa affetto con il suo valore
personale.
II
Posta questa premessa sulla struttura della
speranza, facciamo un passo avanti con due
affermazioni. La prima è che Dio spera nell’uomo
e la seconda è che l’uomo è chiamato a sperare in
Dio. Di questa due affermazioni la prima è quella
più sorprendente, ma mi sembra necessario partire
da lì perché la speranza dell’uomo ha la sua radice
nella speranza stessa originaria, creativa, di Dio.
Ma cosa può significare l’affermazione che Dio
spera nell’uomo? Torniamo alla formula: io spero
in te per noi. Applicata a Dio significa che Dio
spera nell’uomo per quella realizzazione di bene
che l’uomo, insieme con Dio, può attuare.
Leggiamo nel libro della Genesi che Dio ha creato
l’uomo a sua immagine e somiglianza, che lo ha
collocato al di sopra di tutte le altre creature come
‘vicario’ di Dio, che gli ha comandato di generare
alla vita e di riempire la terra. È interessante che il
libro della Genesi faccia precedere l’atto creativo
di Dio da una sua deliberazione: “Dio disse:
facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la
nostra somiglianza…” E’ l’unico caso in cui, nel
racconto della creazione, si parla di una simile
deliberazione. Perché? Naturalmente perché
l’uomo è chiamato a collaborare all’opera creatrice
di Dio in un modo del tutto speciale. Se le altre
creature sono poste da Dio nel mondo con una loro
legge interna di vita, l’uomo è chiamato a una
risposta libera.
Dio liberamente pone l’uomo di fronte a sé come
un ‘tu’, come un possibile partner, interlocutore,
collaboratore. Risposta libera vuol dire
necessariamente incerta; ma libera vuol dire anche
piena di un valore nuovo di responsabilità, di
amore, di fiducia, di obbedienza.
Dio ha sperato nell’uomo; che l’uomo potesse, con
la sua libertà, portare a compimento la creazione
facendola essere risposta gioiosa alla creazione di
Dio.
all’infinito: non c’è termine alla capacità di capire
e soprattutto non c’è termine alla capacità di
amare. La speranza è quel desiderio, quel
dinamismo che impedisce di fermarsi a godere
semplicemente ciò che si è raggiunto; ogni
momento è un rilancio; ciò che si è raggiunto viene
rimesso in gioco per ottenere qualcosa di più.
Quando mai possiamo dire di avere aperto del tutto
la nostra vita agli altri? Di avere esaurito le
possibilità dell’amicizia? [Io spero]
Una seconda osservazione è che la speranza
autentica è sempre speranza in qualcuno, non in
qualcosa. È vero che posso dire anche “spero che
domani sarà bel tempo”; desidero andare in gita e
il bel tempo renderebbe molto più gradevole
l’esperienza. E tuttavia, quando l’oggetto della
speranza è una cosa, siamo solo alla periferia
dell’esperienza umana autentica. In fondo, il bel
tempo o il brutto tempo sono realtà che si trovano
al di fuori della mia vita, della mia persona; posso
desiderarli, ma non come qualcosa che mi stia
davvero a cuore, come qualcosa da cui dipenda
davvero il senso (positivo o negativo) della mia
vita. La speranza trova invece il suo contesto più
profondo e corretto quando si rivolge a una
persona, a qualcuno che sta di fronte a me con la
sua libertà e di fronte al quale io sono sollecitato a
comprendere e vivere la mia stessa libertà.
Le cose possono essere necessarie per vivere (ho
bisogno di 2500 calorie ogni giorno, di una casa
confortevole, di un’automobile…); senza queste
cose l’esistenza umana sarebbe impedita in molte
delle sue possibilità. Ma la vera crescita della
persona è nella linea dell’essere, non dell’avere:
essere intelligente, essere giusto, essere buono,
essere responsabile, essere credibile, essere fedele,
e così via. Ciò di cui ho maggiormente bisogno è
ciò che non può essere ridotto a cosa da possedere,
ma che mi si presenta come relazione da costruire
con dedizione, affetto, pazienza. Solo questo mi
arricchisce come persona e porta a compimento il
dinamismo dell’esistenza. [Io spero in te]
Terza cosa: oggetto, meta della speranza è una
condizione nuova di vita che si esprime nella realtà
del ‘noi.’ Non solo quindi quello che tu mi puoi
dare, che da te posso ricevere, ma quello che
insieme con te posso/possiamo diventare. La
crescita verso cui sono indirizzato si compie nella
realtà dell’essere insieme; nasce un ‘noi’ che non è
solo la somma delle persone, ma è la creazione
originale delle persone, quello che l’incontro tra
loro produce come nuovo e straordinario. In questo
ordine nuovo (e superiore) di esperienza sono
coinvolte anche le cose, ma queste acquistano una
20
Gerusalemme a Gerico, incappò nei briganti che lo
derubarono lasciandolo mezzo morto…” Il
racconto lo conoscete bene. Come dicevo,
l’interpretazione patristica – di sant’Agostino, ad
esempio, vede in questa narrazione la storia della
redenzione. L’uomo che incappa nei briganti è
Adamo, l’umanità intera; il buon Samaritano è
Gesù che, a differenze dei sacerdoti rappresentanti
della legge mosaica, prova compassione, si ferma,
cura. La redenzione, la guarigione dell’uomo ferito
profondamente dal peccato e che solo la grazia di
Do si mostra capace di sanare. Notate: il ferito
viene lasciato ‘mezzo morto’, e cioè ‘mezzo vivo’,
cioè in quel sottile crinale che separa la vita dalla
morte. Coloro che passano sono chiamati a
prendere posizione di fronte a questo uomo: farlo
vivere? Lasciarlo morire? Il comportamento del
sacerdote, del levita, del Samaritano sono una
risposta, una presa di posizione. Il Samaritano
s’impegna perché l’uomo viva. Non c’è bisogno di
dire che un comportamento di questo genere
suppone che l’uomo possa vivere, esprime quindi
una speranza.
Quell’uomo non appare spacciato del tutto agli
occhi del Samaritano; in questo caso non ci
sarebbe stato nulla da fare. È invece la speranza
che mette in movimento l’azione, che coinvolge il
Samaritano nell’avventura della vita del suo
prossimo. Ebbene, proprio questo è il senso della
redenzione: l’atto di speranza di Dio nell’uomo.
Mandando il suo Figlio in una carne simile alla
nostra Dio esprime la sua speranza nella nostra
carne; è convinto che l’uomo possa collaborare
con Lui, con Dio, per portare a compimento il
mistero della creazione stessa.
Potrei continuare facilmente ma non ce n’è
bisogno. Quando dico che Dio spera nell’uomo
intendo semplicemente questo: che Dio spera di
poter portare l’uomo a condividere la pienezza
della sua stessa vita. Questa speranza motiva la
missione di Gesù, la sua vita e la sua morte. E
questa speranza suscita nell’uomo il bisogno di
rispondere con una libertà gioiosa e responsabile
diventando anch’egli, l’uomo, protagonista della
storia insieme con Dio.
III
Alla speranza di Dio l’uomo è chiamato a
rispondere con la sua speranza. Speranza in Dio,
certo. Proprio perché Dio è Dio la speranza in Lui
è salda; la rende salda la potenza di Dio e
soprattutto la rende salda la fedeltà di Dio che si
esprime nel suo amore. Ma speranza ‘per che
cosa’? Io spero in te ‘per noi’; per quello che
insieme con te possiamo costruire. Ma che cos’è
In realtà, se si può dire che Dio ha sperato
nell’uomo, bisogna anche dire che questa speranza
sembrerebbe mal riposta. I primi undici capitoli
della
Genesi,
infatti,
descrivono
una
impressionante serie di peccati che costituiscono
una risposta stonata dell’uomo a Dio: il peccato di
Adamo, quello di Caino, la vendetta senza limiti di
Lamech, la violenza della generazione del diluvio,
la torre di Babele… tutta una serie di
disobbedienze
che
danno
dell’umanità
un’immagine tutt’altro che gradevole.
Eppure Dio non ha smesso di sperare. La chiamata
di Abramo e tutta la storia di salvezza che prende
avvio con lui sono il segno di una speranza che,
pur ferita, non si lascia annullare ma immagina e
crea sempre vie nuove per la sua realizzazione: “In
te si diranno benedette tutte le famiglie della
terra.” Questa la promessa ad Abramo. Potremmo
dire: Dio proclama la sua speranza in Abramo;
questa speranza si apre a una benedizione
universale. Dio spera che la sua azione, passando
attraverso la fede e l’obbedienza di Abramo, possa
fare giungere a tutti gli uomini il dono della
benedizione e cioè della vita. Dio vuole che
l’uomo viva; e non solo di un’esistenza biologica,
ma di quella pienezza di vita che è la vita etica
della giustizia e quella religiosa dell’amore. A
questa vita si può giungere solo attraverso l’uso
consapevole della libertà e Dio spera nell’uomo
proprio secondo questa prospettiva. Non posso
naturalmente percorrere tutta la rivelazione biblica,
ma una delle chiavi di interpretazione dovrebbe
essere proprio questa: l’affermarsi di una speranza
che assume forme sempre nuove di fronte alla
poca corrispondenza dell’uomo. Mantenendo
ferma la speranza nell’uomo, Dio gli insegna poco
alla volta a sperare. Dico solo che in questa lunga
storia Gesù è la professione di speranza definitiva
e irrevocabile di Dio nei nostri confronti. “Dio ha
tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio
unigenito perché chiunque crede in lui non muoia
ma abbia la vita eterna.” Queste le parole di san
Giovanni. Ma è evidente che l’atto di amore di
Dio che manda il suo proprio Figlio può e deve
essere letto anche come atto di speranza: Dio ha
sperato così intensamente nell’uomo da mandare il
suo Figlio perché l’uomo possa vivere.
Nei primi secoli della riflessione cristiana ha
prevalso, come forse sapete, un’interpretazione
allegorica
delle
parabole
del
vangelo,
un’interpretazione che scopriva in tutte le parabole
la rivelazione del mistero di Cristo e della
redenzione. A questa regola non sfugge la parabola
del buon Samaritano: “Un uomo scendeva da
21
Tutto entra in questa prospettiva, tutto può farne
parte.
Il Nuovo Testamento offre numerose categorie e
immagini per avvicinarci al mistero di questa
trasformazione, divinizzazione. Si pensi, ad
esempio, all’annuncio della risurrezione così come
Paolo lo enuncia in 1Cor 15: “si semina
corruttibile e risorge incorruttibile; si semina
ignobile e risorge glorioso, si semina debole e
risorge pieno di forza, si semina un corpo animale,
risorge un corpo spirituale.” Proprio così: la
risurrezione non è un prolungamento indefinito
(infinito) della nostra esistenza terrena, ma è
l’ingresso in un diverso modo di esistere nel quale
la condizione umana diventa portatrice della
bellezza e della gloria divina. Oppure si pensi al
sacramento dell’eucaristia nel quale il pane e il
vino – frutto della terra e del lavoro umano –
vengono trasformati nel corpo e sangue di Cristo e
cioè nel compimento pieno dell’amore di Dio in
mezzo al mondo. Si deve chiaramente dire che
l’eucaristia anticipa e compie la trasformazione del
mondo così come Dio l’ha pensata e voluta.
Si capisce che quanto abbiamo detto potrebbe
essere espresso in mille altri modi. Uno, ad
esempio, è l’espressione di Paolo VI quando
parlava di civiltà dell’amore. Noi speriamo in Dio
per una civiltà dell’amore. Se questa espressione
viene intesa nel suo vero significato, stando
lontano da immagini romantiche e illusorie, il
contenuto è ricchissimo. Amore è la presa di
posizione libera e consapevole a favore della vita
all’altro; posso dire di amare quando le scelte che
io faccio sono scelte che oggettivamente
favoriscono la vita, il bene degli altri; e quando
soggettivamente ciò che mi spinge è il desiderio
che gli altri ‘vivano’ e cioè possano portare a
perfezione la vocazione alla vita che hanno
ricevuto.
IV
Con questo credo di avere risposto anche alla
domanda che voleva dirigere la nostra riflessione:
quale può/deve essere la spiritualità del prete,
uomo di speranza?
La risposta potrebbe essere articolata in due
momenti: il prete come ‘uomo di speranza’ e cioè
uomo che vive la distesa della sua esistenza come
apertura verso il futuro promesso da Dio e che su
questo futuro cerca di sintonizzare tutta la sua
esistenza
(pensieri,
desideri,
decisioni,
comportamenti).
In secondo luogo il prete come ‘ministro’ della
speranza e cioè come persona impegnata con la
sua attività a rendere salda la speranza dei credenti.
questa speranza? Credo si possa rispondere molto
semplicemente: Cristo.
Cristo, lo abbiamo ricordato sopra, è la speranza di
Dio nell’uomo; Cristo, aggiungiamo ora, è la
speranza dell’uomo in Dio. Sperare in Dio
significa sperare che, insieme con Dio, possiamo
essere Cristo, corpo di Cristo, membra del corpo di
Cristo.
Sarebbe necessaria una intera cristologia per
indicare compiutamente (o almeno seriamente) il
contenuto di questa speranza, di questa
‘cristificazione’
dell’uomo.
Non
abbiamo
evidentemente la possibilità di farlo ora. Possiamo
limitarci a indicare alcune piste. La prima la
prendo dalla lettera agli Efesini nella quale san
Paolo indica il contenuto di ciò che egli chiama ‘il
mistero’, cioè il disegno sul mondo che Dio ha
custodito da sempre e che ora ci è stato rivelato:
“Ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle della
terra e quelle dei cieli.” Il senso di questa
espressione dovrebbe unire due idee: la prima è
che Cristo riassume, ricapitola l’intero universo e
quindi che l’intero universo è spiegazione,
distensione nel tempo e nello spazio del mistero di
Cristo. La seconda idea è che Cristo viene dato da
Dio come capo all’universo che viene così a
trovarsi sotto la sovranità di Cristo. Questo dunque
è la meta della nostra speranza e della nostra
attesa: che il mondo intero, attraverso la libera
dedizione dell’uomo a Dio nella fede, assuma i
lineamenti di Gesù, si sottometta alla sua parola e
alla sua vita. Insomma, la storia dell’umanità è un
processo di metamorfosi nel quale l’umanità è
chiamata ad assumere la forma di Gesù, una forma
che è fatta di obbedienza fiduciosa nei confronti di
Dio e di amore oblativo nei confronti degli altri.
Questa è la nostra speranza. Noi speriamo in Dio
per un’umanità rinnovata che abbia i lineamenti di
Cristo, per un mondo risanato che abbia in Cristo il
suo capo e che a questo capo si conformi. Vorrei
solo aggiungere quello che è implicito in quanto
detto finora, e cioè che questa speranza abbraccia
tutta l’esistenza dell’uomo: la sua esistenza
personale e anche l’esistenza delle strutture che
l’uomo costruisce nella vita economica, ad
esempio, o nella società, nella politica, nella
cultura. Noi speriamo in Dio per un’economia che
sia a misura dell’uomo, a favore della persona; noi
speriamo in Dio per una politica che sia sorgente
di liberazione dell’uomo e così via. Non si tratta
solo di una speranza per l’aldilà; si tratta di una
speranza che, aprendosi alla promessa della
risurrezione, diventa sorgente di scelte corrette
anche nella costruzione della società e del mondo.
22
la condizione umana nella su a fragilità e ricorre
quindi a consolazioni trascendenti?
E soprattutto: una speranza di questo genere
rischia di allontanare dalla responsabilità per il
presente e questo è un evidente peccato di
egocentrismo. Non m’interessa la vita degli altri;
opero semplicemente perché la mia vita possa
raggiungere il massimo di realizzazione.
Si pone allora la domanda: che tipo di vita
scaturisce da una speranza di questo genere?
Anzitutto un premessa: la vita eterna di cui parla il
vangelo non è un dono che si aggiunga
dall’esterno, è piuttosto la fioritura di un dono (la
grazia) che nel presente comincia a operare nella
vita del credente. Insomma la vita eterna è donata
come compimento di un’esistenza nel tempo che
sia segnata e animata dall’amore, che si presenti
come obbedienza piena a Dio. Non si può dunque
dire che la speranza cristiana allontana dalla
responsabilità per il mondo; al contrario, essa
rende l’esistenza nel mondo ancora più seria
perché la riempie della promessa dell’immortalità
e quindi fa dipendere da essa il bene definitivo.
Per approfondire questa riflessione prendo un testo
bellissimo e sorprendente della lettera agli Ebrei:
2,14-15. L’autore vuole dire che la condizione
dell’uomo sulla terra è quella di chi si trova come
schiavo a motivo della condizione fragile della sua
esistenza. Egli vive inevitabilmente tra paura della
morte e attaccamento ossessivo alla vita e rivela in
questo modo di essere schiavo. I segni di questa
servitù sarebbero tanti; ne enumero alcuni:
- la riduzione dell’esistenza all’emozione
dell’attimo presente (e fuggente). Lo ricordate
bene: carpe diem. In questo messaggio sembra
essere presente il desiderio di vivere, ma non è
difficile riconoscere la paura di morire. Pensate ai
versi spumeggianti di Lorenzo il Magnifico:
“Quant’è bella giovinezza….” Bella… fugge…
lieto… non c’è certezza! L’incertezza, il passare
irrevocabile del tempo spinge ad attaccarsi al
presente e a cercare di spremere dal presente il
massimo di soddisfazioni. Vita intensa, dunque;
ma intensità artificiale, provocata dalla paura della
morte.
- secondo sintomo: l’incapacità di rinunciare a
qualsiasi cosa. È l’altra faccia della medesima
medaglia. Se non c’è rimedio alla morte, tutto
quello a cui rinuncio è perso per sempre. Ogni
rinuncia, allora, mi sembra una perdita
irreparabile; e ogni privazione una violazione del
mio diritto alla vita e alla felicità.
- terzo e ultimo sintomo: l’incapacità di assumere
impegno duraturi. È solo un corollario dei due
Insomma il prete come uomo e credente che spera
e come uomo che vive al servizio della speranza
degli altri.
Credo che tutto si giochi sul primo aspetto. Cosa
significa per un credente ‘sperare’? e quali
conseguenze ha la speranza nella sua vita? Che
cosa cambia nel suo modo di vedere e affrontare il
mondo, di vivere i rapporti con gli altri?
Partiamo da un semplice fatto. Per un bambino che
nasce in Italia la speranza di vita è in media 74
anni se si tratta di un maschio e 80 anni se si tratta
di una femmina. Speranza di vita: e cioè la
lunghezza della vita biologica che le condizioni
sanitarie in Italia riescono ad assicurare (s’intende:
in media). In un libro recente (‘Verso
l’immortalità?’) uno degli uomini di scienza più
visibili oggi, Edoardo Boncinelli, s’interroga sul
futuro e prevede la possibilità di raddoppiare o
forse addirittura di triplicare questa misura: i
trapianti, i sostituti meccanici di organi, la
possibilità di operare a livello genetico aprono
questa possibilità. Viene da dire: sia benedetto il
Signore! E: Dio benedica gli uomini di scienza! E
tuttavia: sono incontentabile se dico che anche
questo non mi basta? Anzitutto perché duecentotrecento anni finiscono pur sempre e il limite della
morte rimane sempre lì, all’orizzonte, con il suo
carico di paura e di angoscia. In secondo luogo
perché rimane aperto il problema della qualità
della vita: duecento anni di gioia sono un bel
patrimonio, ma duecento anni di angoscia sono un
peso che rischia di diventare insopportabile.
Dicono ci sia il boom della chirurgia estetica.
Niente da dire; ma posso sospettare che dietro a
questo boom ci sia una profonda insoddisfazione
per ciò che siamo? Per la realtà effettiva della
nostra esistenza?
Senza svalutare ciò che di bello accompagna
l’esistenza dell’uomo ricordo che il vangelo fa
un’altra promessa: quella della vita eterna. E
quest’aggettivo non ha solo un valore temporale
quantitativo (cioè: un’esistenza che si distende nel
tempo senza avere un termine), ma ha soprattutto
un valore qualitativo (cioè: un’esistenza che ha
qualità non mondana, ma divina; un’esistenza che
partecipa della bellezza e della santità della vita di
Dio).
Prendete, ad esempio, i pochi versetti che si
trovano all’inizio della prima lettera di Pietro: 1Pt
1,3-5. Ma mi torna inevitabile l’obiezione che
viene ripetuta alla noia da tutti oggi: mi parli di
una speranza futura della quale non ho prova
alcuna; chi mi dice che non si tratti di un’illusione?
Dell’illusione di chi è troppo debole per sopportare
23
vinto l’accusatore, il satana “per mezzo del sangue
dell’agnello e grazie alla testimonianza del loro
martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a
morire.” Il satana, secondo una famosa immagine
del libro di Giobbe, è colui che accusa i fedeli di
vivere una religiosità apparente, che vorrebbe
essere amore di Dio ma in realtà è piuttosto difesa
egocentrica del proprio benessere terreno. Ebbene,
i martiri accusano l’accusatore, lo condannano
perché scelgono di amare Dio più del mondo, più
della loro stessa vita fisica. Chi agisce
consapevolmente in questo modo testimonia in
modo credibile (cioè in modo che non può essere
considerato tattico) la verità della risurrezione e
del mondo futuro.
Accanto al martirio in senso stretto (perdita della
vita per testimoniare Cristo e il vangelo) potete
mettere tutti quei comportamenti che esprimono
una dedizione autentica di se stessi. Pensate alle
parole di Pietro nel vangelo: “Ecco, noi abbiamo
lasciato tutto e ti abbiamo seguito…” Chi lascia
tutto per il vangelo rende evidentemente
testimonianza al valore del vangelo stesso e si apre
alla speranza di ciò che il vangelo promette e dona.
Credo che si possa leggere in questa prospettiva il
celibato ‘per il regno dei Cieli’, così come la
povertà e l’obbedienza. Sono comportamenti che,
in ottica cristiana, sono giustificati non da
un’ascesi che afferma se stessa, ma da una
dedizione a Cristo considerato come pienezza della
propria vita. Come dice sant’Ignazio in una sua
bellissimo preghiera: “…et dives sum satis nec
aliud quicquam ultra posco” (“sono ricco
abbastanza e non cerco nient’altro”).
B. Diventa testimone del Risorto e quindi della
speranza cristiana una comunità nella quale si viva
con coerenza e intensità il comandamento
dell’amore fraterno, quello che il NT chiama
agàpe, cioè l’amore gratuito, oblativo.
Parto da un testo famoso degli Atti degli
Apostoli, il secondo ‘sommario’ che descrive
l’esistenza della Chiesa di Gerusalemme: “La
moltitudine di coloro che erano venuti alla fede
aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno
diceva sua proprietà quello che apparteneva, ma
ogni cosa era tra loro comune. Con grande forza
gli apostoli rendevano testimonianza della
risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano
di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era
bisognoso, perché quanti possedevano campi o
case li vendevano. Portavano l’importo di ciò che
era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli
apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno
secondo il bisogno.”(At 4,32-35). Si noti la
precedenti. Se lo stile della mia vita è
l’attaccamento a ogni soddisfazione e il rifiuto di
ogni privazione, sono costretto a non prendermi
impegni
irrevocabili;
questi,
infatti,
mi
condizionerebbero
inevitabilmente,
mi
costringerebbero a rinunciare a possibili occasioni
nuove e migliori. Debbo rimanere libero per poter
cogliere al volo quello che futuro potrebbe
offrirmi.
Credo non sia difficile riconoscere in tutte queste
dimensioni delle caratteristiche evidenti del nostro
tempo: la ricerca incessante di emozioni sempre
più forti, il rifiuto risentito di ogni rinuncia,
l’incapacità di assumersi impegni a lunga
scadenza. Tutti segni, se vale l’analisi precedente,
di una crisi di speranza. L’uomo d’oggi fa fatica a
mettere in gioco ciò che ha perché fa fatica a
sperare nel futuro.
Nel cap. 2 del libro della Sapienza c’è una delle
espressioni più lucide e significative del
dinamismo implicito in una concezione
materialista della vita. Il materialismo non è una
concezione filosofica senza impatto sulla vita di
tutti i giorno; al contrario è un modo di vedere la
realtà che incide pesantemente su pensieri,
decisioni e comportamenti. Il libro della Sapienza
lo dice formulando lo stile di vita ‘materialista.’
Ciò che lo caratterizza è la paura di perdere
qualcuna delle tante occasioni che la vita offre; e
da questa paura (ossessione) scaturisce uno stile di
vita che non si prende cura alcuna degli altri. “Su,
godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle
creature con ardore giovanile… perché questo ci
spetta, questa è la nostra parte. Spadroneggiamo
sul giusto povero… la nostra forza sia regola della
giustizia perché la debolezza risulta inutile.” C’è
quindi una progressione logica: paura della morte
– attaccamento ossessivo ai beni presenti – oblio
della giustizia (dei valori umani) – comportamento
egoista e criminale.
A questo fa riferimento la lettera agli Ebrei quando
dice che il diavolo si serve della paura della morte
per renderci schiavi e cioè per bloccare l’impulso
che ci porta all’amore e al dono di noi stessi per
renderci invece schiavi dell’egoismo più vuoto.
V
Possiamo allora fare l’ultimo passo e chiederci in
positivo le caratteristiche di un’esistenza aperta
alla speranza.
E per prima cosa metterei il martirio. Il martire
testimonia la risurrezione perché ama Dio più che
la sua vita, pone in Dio una fiducia maggiore di
quanto sia grande la sua paura della morte. Nel
libro dell’Apocalisse si parla dei martiri che hanno
24
quindi solo una forma di espressione del bisogno)
siamo di fronte a un miracolo inspiegabile dal
basso e che ha la sua luce nella rivelazione di Dio.
Chi è chiamato a credere in Cristo deve poter
trovare e sperimentare nella comunità cristiana
l’amore fraterno. In caso contrario le parole che gli
vengono annunciate avranno un suono poco
credibile.
C. Una comunità che viva del perdono di Dio e
pratichi il perdono fraterno. Fa parte
dell’esperienza quotidiana dell’uomo l’errore o,
meglio, il peccato. Preferisco il tema del peccato
perché richiama la profondità dell’errore che non è
solo un incidente di percorso involontario ma è la
manifestazione di un male che sta dentro di noi e
che si oppone alla vita, all’amore. Ora, il peccato
rimane come un inciampo inquietante sul cammino
dell’uomo. Tanto inquietante che l’uomo ha la
tendenza istintiva a rimuoverlo; a volte lo fa
negando di avere peccato e cercando scuse,
accusando con violenza gli altri; altre volte cerca
semplicemente di rimuovere e dimenticare come
se la cosa fosse trascurabile. Sono però entrambi
atteggiamenti pericolosi perché non permettono di
superare positivamente l’errore ma lo negano e in
questo modo finiscono per conservarlo e renderlo
ancora più pericoloso.
La domanda è: come fare perché il peccato,
l’egoismo che liberamente e consapevolmente
abbiamo scelto producendo così del male e
immettendolo nel mondo, come fare perché non
diventi un ‘buco nero’ capace di corrodere e
annientare i nostri progetti o le nostre speranze?
Come fare per trasformarlo in esperienza positiva
nel cammino della vita e della maturazione
umana?
Non c’è altra via che il perdono inteso nel
senso più profondo: non solo, cioè, come esonero
dalla pena, ma come ricupero del passato
trasformato in occasione nuova di inizio e di
realizzazione di sé. Ma chi può perdonare?. Dio
solo può perdonare in senso vero perché il perdono
vero dev’essere per forza creativo, deve produrre
dal nulla quello che io ho volontariamente
distrutto, deve aprire una possibilità dopo che io
l’ho annientata. Il perdono di Dio non si limita a
sospendere la punizione per il male compiuto; e
d’altra parte non cancella magicamente il passato
come se non fosse accaduto; piuttosto introduce il
passato con la sua negatività dentro alla dinamica
di un’esistenza in cui il peccato diventa
opportunità di conversione e di rinnovamento. Il
peccato, riconosciuto come tale (e quindi non
scusato), compreso in tutta la sua negatività (e
costruzione del testo: parte con la descrizione
dell’amore fraterno che unisce la comunità (‘un
cuor solo e un’anima sola’) e dell’espressione di
questo amore fraterno nella comunione dei beni
(‘ogni cosa era fra loro comune’); poi passa a
parlare della testimonianza resa alla resurrezione
di Gesù e dice che era resa ‘con grande forza’; poi
sembra tornare indietro, al tema iniziale, e insiste
sul fatto che “nessuno tra loro era bisognoso”
proprio a motivo della condivisione dei beni.
Credo non si potesse legare in modo più stretto la
testimonianza di fede con la prassi di carità; se la
testimonianza è forte, cioè credibile, questo non è
per la coerenza interna logica del messaggio, ma
per la trasformazione efficace operata nella vita
della comunità. Che Gesù sia risorto, sia cioè un
vivente, sia quindi ancora capace di agire nella
storia degli uomini si manifesta nell’amore
fraterno della comunità cristiana, un amore che ha
in Gesù la sua origine e la sua spiegazione.
L’amore fraterno non è solo un comandamento che
viene consegnato ai singoli come criterio di
valutazione etica ma è lo stile della comunità che il
vangelo vuole creare. Basti pensare alle parole di
Gesù: “Vi do un comandamento nuovo: che ci
amiate gli uni gli altri. Siccome io vi ho amato
affinché anche voi vi amiate gli uni gli altri. Da
questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se
avrete amore gli uni per gli altri.” (Gv 13,34-35)
Credo non sia scorretto ricavare l’affermazione
corrispondente: “Non si potrà sapere che siete miei
discepoli fino a che non avrete amore gli uni per
gli altri.” Il motivo di questa esigenza è chiaro: il
vangelo annuncia l’amore di Dio per noi rivelato e
donato effettivamente nella vita di Gesù. Dove
questo amore giunge e dove viene accolto è in
grado di cambiare la vita delle persone e la cambia
ponendo nel cuore delle persone il desiderio e la
capacità di amare i fratelli: “Noi sappiamo che
siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo
i fratelli.” (1Gv 2,14) Si può dire con verità che se
manca l’amore fraterno l’annuncio dell’amore di
Dio rischia di rimanere puramente verbale; e
viceversa dove c’è l’amore fraterno c’è già una
testimonianza dell’amore che scende da Dio. Si
legge nella prima lettera di Giovanni: “Nessuno
mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri,
Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in
noi.” (1Gv 4,12) Come faceva notare von
Balthasar, la mediazione della natura per trovare
Dio ha perduto molto della sua forza per l’uomo
d’oggi. Ma rimane, anzi ha acquistato ancor più
forza e chiarezza, la mediazione dell’amore
umano. Dove questo amore è autentico (non è
25
mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia
amara e spirito di contesa, non vantatevi e non
mentite contro la verità. Non è questa la sapienza
che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica;
poiché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è
disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza
che viene dall’alto, invece, è anzitutto pura; poi
pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e
di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un
frutto di giustizia viene seminato nella pace per
coloro che fanno opera di pace.”
I campi di attuazione di questo stile mite sono
molteplici: la vita di famiglia, anzitutto, nel
perdono continuo che gli sposi si cambiano; la vita
nelle comunità cristiane; negli organismi di
partecipazione (Consigli pastorali e presbiterali e
per gli affari economici) e così via.
D. Una comunità che crede nella resurrezione vive
un’autentica esperienza di libertà. Vengono in
mente quelle parole stupende della prima lettera di
Giovanni: “Tutto ciò che è nato da Dio vince il
mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il
mondo: la nostra fede.” Parafrasi: tutto ciò che
riceve la sua esistenza da Dio e si sa amato da Dio
non è sottomesso del tutto ai condizionamenti del
mondo e può muoversi scegliendo con libertà le
vie di attuazione dell’esistenza. Attraverso la fede
Dio con il suo amore viene accolto dall’uomo
come fondamento della sua esistenza e diventa
perciò quello che dà il colore fondamentale
all’esistenza stessa. Su chi crede, perciò, il mondo
non può più esercitare un dominio assoluto; non si
presenta più come una ‘potenza’ che s’impone alla
debolezza dell’uomo ma piuttosto come creatura
da rispettare e accogliere con riconoscenza dalla
mano provvidente di Dio.
Questo discorso è comprensibile a partire
dalla percezione del mondo come ‘potenza’ che
chiude l’uomo in una morsa di paura e di desiderio
e che lo costringe in questo modo a comportamenti
superficiali, stupidi, irragionevoli, irresponsabili o
egoistici. Mi spiego: noi viviamo in un mondo
grande che esisteva prima di noi e che esisterà
anche dopo la nostra morte. Da questo mondo
ricaviamo il necessario per vivere (il cibo, ad
esempio, ma anche gli affetti, le gratificazioni e
così via). Possiamo considerare il mondo come
una creatura e quindi usarne secondo le necessità
rendendo grazie a Dio da cui viene ogni bene. Ma,
a motivo del nostro egoismo, siamo portati a
considerare il mondo come una potenza che può
dare la morte e può dare la vita: può dare la morte
con un semplice virus e quindi di fronte al mondo
mi sento in una condizione di debolezza e quindi
quindi condannato) per grazia di Dio diventa fonte
di umiltà, di tolleranza, di carità creativa.
Possiamo allora dire: testimonia la
resurrezione di Cristo, la vittoria dell’amore di Dio
sul peccato e sull’ingiustizia dell’uomo, una
comunità in cui sia vivo l’atteggiamento di
perdono. Il riferimento naturale è Mt 18 dove
Pietro pone a Gesù una domanda: “Quante volte
dovrò perdonare il mio fratello se pecca contro di
me?” La risposta è : “Non ti dico fino a sette volte
ma a settanta volte sette.” L’insegnamento è poi
completato con la stupenda parabola del servo
spietato con la sua durissima conclusione: “Così
anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi se
non perdonerete di cuore al vostro fratello.” Il
discorso del perdono è uno dei più difficili e
necessari insieme. Difficile perché sono più le
contraffazioni del perdono che il perdono
autentico; per di più negli ultimi anni si sono
diffuse tante banalità sul perdono che è difficile
recuperare il senso autentico senza uno sforzo
consapevole. Nello stesso tempo il perdono è tra le
dimensioni assolutamente indispensabili di una
esistenza che voglia camminare verso la maturità.
La comunità cristiana deve essere una comunità
che offre sempre daccapo il perdono come grazia
creatrice di Dio che permette al cristiano di
ripartire ogni giorno con energia intatta senza
essere impedito dai suoi errori e peccati passati.
Naturalmente questo richiede un senso vivo del
peccato, la confessione sincera dei propri errori, lo
svilupparsi di un’autentica conversione con tutto
quello che la conversione comporta.
Naturalmente
una
comunità
che
riceve
continuamente il perdono del Signore non può che
introdurre questo perdono nel suo stile di vita.
Capisco bene l’ambiguità di queste affermazioni:
si potrebbe pensare, infatti, a una comunità che
accetta tutto bene e male, che confonde giustizia e
ingiustizia in una specie di colore grigio che
toccherebbe alla grazia di Dio rendere
magicamente bianco. Il rischio c’è; e tuttavia il
rischio non è motivo sufficiente per negare
l’esigenza del perdono. Vorrei dire così: una
comunità che perdona è riconoscibile dallo stile di
mitezza, di misericordia, di pace che caratterizza i
rapporti tra le persone. Il contrario, quindi, di
quella continua litigiosità che sembra dilagare
nella nostra società, non solo a livello politico, ma
anche a livello interpersonale; litigiosità che
rischia, a volte, di debordare anche nel terreno
ecclesiale. Penso a riflessioni come quella di san
Giacomo: “Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri
la buona condotta le sue opere ispirate a saggia
26
non fa altro che accogliere questo amore: “Ma in
tutte queste cose noi siamo più che vincitori….”
Paolo enumera qui le ‘potenze’ che stanno dietro a
quelle esperienze disorientanti di debolezza che
abbiamo ricordato sopra. Col termine ‘potenze’
indico realtà mondane ma considerate e
sperimentate nella loro capacità di impaurire e di
sedurre. Ebbene, questa capacità è loro sottratta
dalla forza della fede; la fede diventa sorgente di
libertà, di una libertà profonda e invincibile.
di paura; può dare la vita con la varietà e la
bellezza delle cose e quindi, impaurito, mi rivolgo
al mondo per chiedergli quella sicurezza di cui
sento il bisogno. La considerazione del mondo
come creatura mi permette di vivere nel mondo
con piena libertà, mentre la percezione del mondo
come potenza terribile o seducente mi priva della
libertà e mi costringe a fare quello che il mondopotenza mi chiede ed esige da me. Ad esempio:
quando il denaro da strumento di scambio si
trasforma in potenza pone all’uomo delle richieste
esigenti: può chiedergli di essere disonesto, o di
tradire un amico, o di trascurare la famiglia. Lo
stesso si può dire delle altre realtà mondane che
assumono agli occhi dell’uomo dei tratti divini: il
potere, ad esempio, o il sesso.
Mi piace concludere con la citazione di uno
stupendo testo paolino che può fare davvero da
sintesi di tutto quello che abbiamo detto: Rom
8,31-39. È la conclusione di quel cap. 8 della
lettera ai Romani che delinea l’esistenza cristiana
come ‘vita secondo lo Spirito’ e lo si potrebbe
definire come ‘inno alla libertà del cristiano.’
All’origine di tutto sta la presa di posizione di Dio
a favore dell’uomo e della sua vita.
A
partire
da
qui
Paolo
può
porre
quell’interrogativo che fonda la sicurezza del
cristiano: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di
noi?” Ma come posso affermare che “Dio è per
noi”? La risposta è chiara: “Egli che non ha
risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha dato per
tutti noi, come non ci donerà ogni altra cosa
insieme con lui?” L’incarnazione è interpretata
come ‘dono’ di Dio per gli uomini; la passione e
morte di Gesù come il segno della serietà
dell’amore di Dio che “non ha tenuto per sé, non ci
ha negato nemmeno il suo proprio Figlio”, ma ci
ha amato in modo così intenso da fare dono del
Figlio.
Di fronte a un amore così profondo che cosa può
essere in grado di separarcene? Qui Paolo enumera
sette esperienze di debolezza e di sofferenza
dell’uomo che di per sé potrebbero avere la forza
di far piombare l’uomo nella desolazione del
sentirsi abbandonato, senza speranza: “la
tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame,
la nudità, il pericolo, la spada”.
Di fronte a tutte queste realtà l’uomo non può che
sentire la propria debolezza e insufficienza. Può
accadere all’uomo che addirittura abbia da soffrire
proprio per la sua fedeltà a Dio; non verrà meno
allora, in questo caso la sua fede? No; e il motivo è
chiaro: non viene meno l’amore di Dio per lui e
quindi rimane il fondamento solido della fede che
* * *
Il relatore ha poi risposto alle seguenti domande (*)
Domande
- Innanzi tutto ringrazio mons. Monari per la
relazione che mi è piaciuta molto. Il mio intervento
vuole aggiungere un altro elemento di riflessione,
preso dall’ufficio delle Letture, da S.Agostino, che
dice: “ gli uomini privi di speranza quanto meno
badano ai propri peccati, tanto più si occupano di
quelli altrui”. In questa frase io vorrei sottolineare
la prima parte, “quanto meno badano ai propri
peccati”, come un elemento della speranza che mi
interessa sottolineare; cioè la speranza è molto
legata al timore di Dio, non quello servile,ma
quello filiale:con lo stesso piede con cui vado
incontro al Signore come mia speranza, mi
allontano dal peccato. Mi sembra che questo sia
uno dei segni di speranza e anche una descrizione
del mondo contemporaneo: la perdita del senso
del peccato. Poi la seconda parte “tanto più si
occupano di quelli altrui”e poi illustra:“infatti
cercano non che cosa correggere, ma che cosa
biasimare”. Anche quest’altro aspetto mi sembra
un segno di speranza e di disperazione. Il cuore
pieno della speranza nel Signore bada più al bene
da compiere nella propria vita, che alla critica
verso il mondo, verso gli altri; viceversa
l’atteggiamento ipercritico e pieno di malumore, è
tipico della disperazione e anche questo mi sembra
un segno presente nella nostra civiltà.
- Vorrei dire due cose: la prima è una richiesta di
chiarimento. Mi ha colpito che si sia partiti dalla
speranza di Dio nei confronti dell’uomo, però a
questo punto mi domando: si può dare una
continuità alla speranza di Dio e alla speranza
dell’uomo, senza dire prima che cosa significa per
(*)
27
Trascrizione degli interventi registrati, non rivisti dagli autori
scritturistico si evinceva che l’immanentizzazione
della speranza equivale a una disperazione.
Perché la speranza, allorché si lega alla materia,
viene a decadere: è una speranza che non è tale,
perché la speranza non può avere un orizzonte
storico, immanente, ma deve avere una meta che è
metastorica.
Vorrei dunque chiederle una delucidazione su
questo: mi sembra che l’orizzonte in cui si gioca la
nostra speranza sia un orizzonte tripolare, quello
delle virtù teologali, fede, speranza e carità.
Grazie.
Dio la speranza ? Perché la speranza dell’uomo è
una speranza con compromessi notevoli: se è
infondata, l’uomo perde la sua esistenza. Ho
provato a darmi una piccola risposta: con
l’incarnazione Dio si espone concretamente alla
possibilità che la comunione trinitaria si
interrompa: dal momento in cui il figlio associa a
se la natura umana entra anche il rischio concreto
di incontrare il male. E quindi se Dio anche per
una volta sola ha incontrato il male, avrebbe
sperimentato l’annientamento stesso di Dio.
Questo darebbe la possibilità che il rischio di Dio
divenga rischio per l’uomo, e la speranza di Dio
sia come la speranza dell’uomo.
La seconda cosa è che dal suo discorso emerge
che il fondamento ontologico della speranza
umana è la resurrezione di Cristo, e tante volte
sembra che in modo generico la speranza sia un
dogma di fede, una pacca sulla spalla, dicendo
“dai, abbi fede che le cose andranno meglio!”, e
invece la differenza tra la fede di Giobbe e
l’Apocalisse mette in luce, che il cristiano spera in
Dio aldilà della morte, perché il fondamento del
cristiano è un fondamento irrinunciabile. Mentre
con Giobbe Dio si mette d’accordo con Satana,
dicendogli di non togliere la vita di Giobbe,
nell’Apocalisse la speranza dell’uomo in Dio va
anche oltre la morte. Secondo me il primato della
speranza umana è la resurrezione di Cristo e la
resurrezione della carne; io posso avere una vita
tragica, avere una prospettiva di vita fino a 35
anni per malattia, come la silicosi, e sperare nella
resurrezione della carne, è questo fondamento che
tiene vive tutte le piccole speranza della vita
quotidiana”
Risposte
Provo a dire qualcosa sulle prime domande, il
discorso di San Agostino è molto bello e posso
solo confermare le cose che sono state dette: il
legame con il timore di Dio, non c’è dubbio. La
differenza tra un credente che ha speranza e che
ha, proprio per questo, la capacità di sopportare la
percezione dei suoi peccati, perché spera in Dio e
invece la condizione di chi non riesce a porsi di
fronte al proprio peccato, è che corre il rischio di
occuparsi dei peccati degli altri. Mi viene in mente
una battuta del Card. Biffi, che è una persona
arguta e ha sempre delle illuminazioni: “dicono
tutti che l’uomo di oggi ha perso il senso del
peccato, non è vero: l’uomo di oggi il senso del
peccato ce l’ha tantissimo, solo che ha il senso del
peccato degli altri”. Cioè, non ha il senso del suo
peccato. Il motivo è la tendenza che abbiamo tutti
a difendere noi stessi, ma il fatto è che l’uomo di
oggi fa fatica a gestire il suo peccato, non sa cosa
farsene, perché se non c’è un perdono la relazione
con il proprio peccato diventa una relazione
distruttiva: mi annulla, mi annienta. E’ solo la
dimensione del perdono che mi permette di stare di
fronte al mio peccato, con sincerità ma nello stesso
tempo con speranza, con una possibilità di
superamento, di conversione, di perdono, di
ripresa.
Allora credo che l’osservazione di S.Agostino sia
acuta. Quando l’uomo non è capace di guardare i
suoi peccati, inevitabilmente tende a costruire sui
peccati degli altri, a badare a quello che può
biasimare negli altri perché, come diceva il
Manzoni nelle sue Osservazioni sulla morale
cattolica, la critica degli altri ci fa sentire a posto;
quando vedo e critico qualcosa di sbagliato negli
altri, suppongo: oh, io son pieno di difetti, ma quel
difetto lì io non ce l’ho, quell’atteggiamento non è
mio: è di Tizio, di Caio e di Sempronio. E’ un
modo, evidentemente, di giustificare se stessi. La
- Chiederei un chiarimento sul rapporto tra
martirio, perdono e libertà. Inoltre una mia
domanda è questa: qual è la forma di martirio che
nel ministero noi saremmo chiamati a vivere?
Dobbiamo dare retta ai profeti di sventura che ci
dicono che dovremo imbatterci nel martirio delle
crociate;o dobbiamo dare più retta forse a quel
martirio bianco fatto piuttosto delle piccole
difficoltà di ogni giorno e donarle come offerte; o
è prevedibile che ce ne saranno altri ? Grazie.
Lei ha approfondito la connotazione
relazionale. Nella filosofia contemporanea è stata
data una rilevanza congrua alla relazione:
pensiamo a tutto il personalismo, Marcel, Buber,
Levinas, ecc. Ora la relazione è dimensione
costitutiva della persona umana e la speranza si
gioca nella relazione. Nel suo riferimento
28
molta timidezza lo dico, che dentro la struttura
della speranza umana questa apertura alla
trascendenza è presente, perché la speranza
dell’uomo quando è autentica è sempre una
speranza senza condizioni; non è condizionata dal
fatto che io spero in te “purché tu non diventi
isterica, – lo dico perché l’ho sentito – ti sposo, ma
se diventi isterica, ti pianto”: cioè io spero in te,
ma a queste condizioni. La speranza dell’uomo,
come struttura, tende ad essere sempre senza
condizioni. Io spero in te! Punto. E dove c’è una
dimensione di questo genere, c’è evidentemente
implicito il discorso che questa speranza rimane
anche di fronte alla morte, misteriosamente, perchè
la morte dal punto di vista dell’esperienza cancella
la relazione, il rapporto, ma dentro allo “spero in
te” implicitamente questo ci sta. Allora, il discorso
della resurrezione del Signore ci sta dentro
benissimo e si innesta, si armonizza con questa
dimensione che fa parte della vocazione dell’uomo
alla trascendenza, che sta dentro alla sua volontà
di conoscere, di amare e quindi anche dentro alla
volontà di sperare.
Bisognerebbe che riuscissimo a spiegarlo, questo:
che cosa cambia nel mondo per il fatto che Gesù
Cristo è risorto? Che non venga pensato solo come
una prova, una dimostrazione della divinità di
Gesù e cose di questo genere, non è solo questo. E’
proprio la manifestazione dell’azione salvifica di
Dio dentro al mondo, per cui un pezzettino di
mondo viene introdotto dentro il mistero della
gloria di Dio: e questo cambia tutto. Questo
distrugge l’autosufficienza del mondo: c’è una
crepa nel mondo e il corpo risorto di Cristo è una
crepa del mondo; nel senso che il mondo non è
autosufficiente, non è autonomo, c’è qualche cosa
che è sfuggito, qualche cosa del mondo, ma che è
sfuggito alla presa del mondo. Il senso sta dentro a
questo.
Adesso i teologi sono bravi; quando io ero ragazzo
sulla resurrezione di Gesù si diceva pochissimo;
ricordo il primo libro di Durvell, su la resurrezione
del Signore, come fondamento di redenzione: ma
era rarissima una riflessione di quel genere. Ora i
teologi sono bravi e ci danno del materiale
prezioso.
Sono d’accordo con il discorso delle piccole
speranze di tutti i giorni, questo è vero; ci stanno
bene le piccole speranze, ma evidentemente il loro
valore poggia solo sulla speranza grande che è
quella della vittoria sulla morte; la speranza deve
andare a finire lì, come la fede. La fede è sempre,
almeno implicitamente, la fede in un Dio che
resuscita i morti, altrimenti non è un Dio credibile.
giustificazione o viene gratuitamente dal Signore o
altrimenti, di dritto o di rovescio, ce la facciamo
noi; nei modi anche più strani, perché
l’attaccamento al successo, ai soldi, al potere è una
forma di giustificazione della nostra vita: è
misterioso, ma è così.
Sul secondo intervento: che cosa rischia Dio? Lo
accennavo prima, io faccio un po’ fatica ad entrare
dentro ad una riflessione metafisica, coerente e
piena, dal punto di vista di Dio, primo perché non
sono un filosofo e non ho tutte le categorie che
sarebbero necessarie e perché poi un pochino mi
sento intimidito davanti al mistero dell’azione e
dell’amore di Dio. E quando dicevo che Dio spera
nell’uomo, l’ho detto nel senso che ho tentato di
spiegare, ma non pretendo di sapere esattamente
cosa significa esattamente la speranza per Dio.
Posso ripetere che Dio ha fede nell’uomo, però mi
rendo conto che è un modo di parlare molto povero
e potrebbe anche diventare equivoco: il fatto che la
Bibbia non usa mai questo termine qui è già
significativo. Lo uso perché mi sembra che
l’atteggiamento di Dio nei confronti dell’uomo sia
davvero il fondamento della risposta dell’uomo nei
confronti di Dio. Però di lavorarci sopra troppo
non me la sentirei, io mi fermerei sulla soglia.
Sono d’accordo sul fatto che il discorso del rischio
di Dio lo ritroviamo nel modo più pieno
nell’incarnazione, ma non lo metterei nell’ipotesi
che il Figlio dica di no al Padre, perché questa è
un’ipotesi contraddittoria in sé: se il Figlio è il
Figlio, credo che il sì del Figlio al Padre sia pieno,
perché questa è la sua esistenza, non esiste
altrimenti che in quello. Lo metterei invece nel
rischio dell’incarnazione in quanto tale, cioè nella
crocifissione del Signore: è così vero il rapporto
che Dio stabilisce con l’uomo, che in questo
rapporto, in Gesù Cristo, Dio ci ha messo il dono
di sé stesso. La croce, l’umiliazione, la sofferenza,
la morte entrano dentro a questo rischio di Dio.
Tornando però a quello che dicevo prima, cioè alla
consapevolezza che un modo umano di parlare di
Dio è necessario, altrimenti cosifichiamo Dio - ma
è un balbettare - io non riuscirei ad andare più in
profondità. Sono d’accordo sulla seconda cosa, che
il fondamento ontologico è la resurrezione di
Gesù Cristo; questo sarebbe da spiegare in un
modo più diffuso, ma credo che sia verissimo. La
resurrezione di Gesù Cristo vuol dire per primo
che Dio opera e agisce dentro l’esistenza concreta
dell’uomo e dentro l’esistenza del mondo. La
resurrezione di Cristo vuol dire che Dio ha reso
eterna l’umanità di Gesù e questo è il fondamento
di ogni speranza. Credo che si possa dire, però con
29
comportamento concreto, nella carità; pertanto la
carità le testimonia entrambe.
Sono d’accordo anche sul fatto che l’esperienza
della speranza sia sempre un’esperienza di
liberazione, cioè l’uomo che spera alla fine sta
lottando contro la schiavitù, la tenebra e la
disperazione. C’è una logica di lotta dentro alla
scelta della speranza, è una presa di posizione che
non viene semplicemente dall’ottimismo nativo, è
una cosa diversa dall’ottimismo di chi
istintivamente pensa che comunque le cose vadano
a finire bene; no, la speranza è una presa di
posizione, è un atteggiamento consapevole, libero
di fronte alla realtà e questo atteggiamento nasce
sempre - almeno implicitamente - in contrasto con
la tentazione della disperazione, con la tentazione
della rinuncia, dell’abbandono della lotta. In
questo senso la speranza suppone anche l’amore: si
spera in qualcuno quando gli si vuole bene, la
speranza è senza condizioni proprio perché gli si
vuole bene; non posso mettere delle condizioni alla
mia speranza in Dio o alla mia speranza
nell’amico. L’ottica è: debbo andare, l’amore mi
chiede di porla, questa speranza, questa presa di
posizione, senza riserve.
Sulle forme di martirio del prete, un pochino le ho
accennate; ma io le riporterei al brano del vangelo
che ho proposto prima: “ecco noi abbiamo lasciato
tutto e ti abbiamo seguito”. Lì, in questa scelta, c’è
la testimonianza del valore di Gesù Cristo e del
valore di quella speranza che il discepolato porta
con sé. Se io vado dietro a Gesù Cristo, vuol dire
che io spero in Gesù Cristo per quello che la
sequela può produrre nella mia vita, sono convinto
che andare dietro a Gesù Cristo non è una
diminuzione della mia umanità, ma è la perfezione
di quella vocazione all’amore e all’incontro, alla
realtà e al mondo che io, in quanto uomo, mi porto
dentro; cioè sono convinto, e il Papa lo ricorda
tantissime volte, che in questa sequela c’è una
crescita di umanità, non una diminuzione.
Tutto si gioca in questo:“abbiamo lasciato tutto”:
la famiglia, un possesso autonomo, però abbiamo
bisogno di metterci dentro anche i beni spirituali:
abbiamo lasciato il bisogno del successo, la
gratificazione di essere il primo, la gioia di essere
autonomi e autosufficienti. Dove c’è questo, non
c’è dubbio, c’è la testimonianza della speranza, più
o meno perfetta.
Quando c’è la morte per il martirio questa
testimonianza è piena, prima della morte no, prima
della morte qualcosa ce lo teniamo in mano, però
in quella direzione va tutta la vita del prete e tutta
la vita del discepolo.
Sull’ultimo intervento, di Davide, sono molto
contento di tutto quello che ha richiamato.
Attenzione, sono partito da Marcel perché è uno
dei pochi che ho letto, io non sono un filosofo, ma
mi piace da matti: tutto il discorso che ricordava
Davide sulla relazione, tutta la filosofia di Buber,
Levinas e tutte queste cose, penso che siano
approcci alla realtà e all’uomo che dal punto di
vista della fede e del vangelo sono preziosi e belli,
sono proprio belli, e ci aiutano ad avere nei
confronti dell’uomo una consapevolezza di stima,
di rispetto, di gioia dell’identità e di quella libertà
e coscienza che noi ci portiamo dentro.
Così, non c’è dubbio, il discorso delle virtù
teologali vuole che siano tenute insieme: fede e
speranza sono alla fine lo stesso atteggiamento nei
confronti di Dio, secondo dimensioni diverse:
secondo la dimensione dell’affidamento totale e di
quella del tempo e della storia, ma credo che la
fede e la speranza siano strettamente legate tra di
loro.
E sono d’accordo sul discorso della carità come
testimonianza dell’una e dell’altra: la fede e la
speranza si esprimono, vivono, e diventano un
Domande
- Potrebbe mostrare delle applicazioni dei del
discorso che lei ha fatto a quelle caratteristiche
che sono forse più presenti nei sacerdoti dei primi
anni di ministero: la ricerca dell’emozione, del
successo, della autonomia, dell’indipendenza?
Penso che sia una esperienza comune che questi
elementi, benché possibilmente presenti in tutti,
tuttavia si mostrino di più nella vita dei sacerdoti
delle nuove generazioni. Quali possono essere i
mezzi per alimentare quotidianamente la speranza
teologale nella vita del sacerdote?
- Dal discorso da lei pronunciato emergono due
modi di relazione: la dipendenza e l’appartenenza,
io ha in mente la parabola del figliol prodigo, con
l’esempio dei due fratelli: il figliol prodigo si
stacca dalla dipendenza e nella situazione in cui si
era ritrovato avvertiva l’appartenenza al padre,
mentre l’altro sotto la dipendenza continua
avvertiva poco l’appartenenza al padre. Pensando
anche quello che Gesù diceva ai suoi discepoli,
che erano suoi e che erano per lui. Come coltivare
l’appartenenza e la dipendenza a Cristo da
seminaristi nella speranza?
30
stima degli altri ha bisogno. E’ vero che esiste lo
stoico che dice di non aver bisogno di niente e di
nessuno, “perché faccio da solo”, ma questa non è
l’esperienza normale dell’uomo. A motivo
dell’importanza della relazione, l’atteggiamento
degli altri nei miei confronti dice qualche cosa, è
per me stimolo, mi consola o mi mette in difficoltà
e il cambiamento di status sociale del prete che è
avvenuto, è un motivo di fatica. Così ancora, è
vero che noi non seguiamo il successo, ma è anche
vero che se io predico o faccio catechismo, lo
faccio con la speranza che chi mi ascolta faccia un
cammino di discepolato e quando questo non
avviene è un aspetto di frustrazione inevitabile:
non si può essere indifferenti rispetto
all’accettazione o no del Vangelo di quelli ai quali
lo annuncio. Di fronte a queste cose una
percezione di piccolezza e fragilità ce la portiamo
dietro: la percezione di non essere all’altezza del
compito, all’altezza della missione e così via.
Bisognerebbe riuscire a vedere queste cose come
una sfida, sopportandone il peso: non facendo finta
che non ci siano e nemmeno rifiutarle come se
fossero percezioni non giuste, perché devo essere
immune da queste dimensioni qui. No, bisogna
sentirne tutta l’amarezza, perché è proprio lì che
può scaturire la speranza: proprio quando
percepisco tutta la mia insufficienza può nascere
quel “io spero in Te per noi”. Quando San Paolo
sperimentava la famosa spina nella carne, nel
capitolo 12 della lettera ai Corinzi, arrivava a
percepire questo: che quando sono debole è allora
che sono potente.
Questo passaggio non è spontaneo, non avviene
inevitabilmente: tutte le volte che percepisco di
essere debole è allora che mi sento forte! No. E’
vero il contrario. E’ vero però che l’esperienza
della debolezza, proprio perché mi mette in crisi,
mi obbliga ad approfondire il rapporto con il
Signore e a trovare in questo – perché non ce n’è
un altro. E’ sempre solo nel rapporto personale con
il Signore che il cammino della speranza può
consolidarsi.
Quindi alla domanda di come alimentare la
speranza: è uguale a come alimentare il rapporto
personale con il Signore. Perciò tutto quello che
entra dentro all’ascolto, all’amore del Signore, alla
obbedienza a Lui, alla sua parola come sorgente di
consolazione; “tutto quello che è stato scritto
prima di noi è stato scritto per nostra
consolazione”, come dice la lettera ai Romani. Ci
sta dentro anche la testimonianza di quelli che
hanno vissuto la speranza prima di noi; le
esperienze dei santi sono consolanti, perché ci
- Quando parlava del ricapitolare in Cristo tutte le
cose come una prospettiva di speranza per noi
pensavo al lavoro del prete e alla prospettiva di un
seminarista:
una
prospettiva
missionaria,
profetica. C’è qualche suo consiglio in questo:
cioè come trovare un equilibrio giusto tra la
speranza escatologica e quella, legata a questa,
che ha un riflesso terreno, visibile e in fondo è una
promessa del Signore. Lui ci ha mandato a portare
frutto e che questo frutto rimanga; allora nella
vita di un prete c’è sì questa speranza di santità
personale, che può avvenire anche nell’insuccesso
totale dal punto di vista umano, ma allo stesso
tempo c’è la speranza che le persone si
convertano, accolgano la parola di Dio e noi
possiamo vedere questo frutto; ed è una speranza
che ci lancia nell’azione – mi sembra. Se non
l’avessimo ci potremmo rinchiudere in una
situazione egoistica, che porta all’inazione,
magari ammantata dalla speranza escatologica –
penso che sia possibile questa deriva.
- Vorrei fare una domanda provocatoria: io ho
ventiquattro anni, mi sento dare consigli da quelli
più grandi di me e per esperienza personale mi
sento incitato continuamente a consumare
esperienze della vita, come goliardie o cose che i
miei conoscenti considerano proibitive per il
cammino che sto facendo, prima di dare forma
definitiva alla mia vita. Mi domando: nella
speranza, questa esigenza che ti spinge a
continuare è una risorsa per raggiungere la
pienezza della vita e consumarla per ciò che vale?
Risposta
Per quanto riguarda il primo e il secondo
intervento, sull’alimentare la speranza, ricordavo
anche prima che la speranza viene sempre dalla
risposta a una possibilità, ad una tentazione o ad
una prova che accompagna la vita dell’uomo: la
tentazione della disperazione è il rifiuto del senso
della vita, del senso delle cose che sto facendo,
delle relazioni che intrattengo, questa possibilità
qui è una possibilità che accompagna l’esistenza
dell’uomo. La speranza si afferma esattamente
contro questa visione. Nella vita del prete non c’è
dubbio che ci sono tutta una serie di elementi che
fanno parte della tentazione, della sfida. Che dal
punto di vista sociale la figura del prete non abbia
oggi quel riconoscimento, quella stima che era
comune qualche decennio fa, possiamo dire che
non ci interessa ma, in realtà, questo pesa sul
nostro vissuto: perché l’uomo poco o tanto della
31
l’ero pensato, la vita come l’avevo sognata, ai
rapporti come li avevo programmati e prendo
quello che il Signore quotidianamente mi dona.
Questa libertà mi rendo conto che è una libertà
difficile, ma credo che sia preziosa e che sia nella
linea della crescita nella speranza.
Sull’equilibrio tra la speranza escatologica e
l’impegno - sono d’accordo che evidentemente ci
deve essere un equilibrio -, teoricamente non
dovrebbero esserci dei problemi, nel senso che non
è vero che quanto più spazio prende la speranza
escatologica tanto meno ce ne rimane per
l’impegno quotidiano: dovrebbe essere vero il
contrario. Cioè speranza escatologica e impegno
quotidiano non sono due realtà che si
contrappongono, sono collocate a livelli diversi e
allora possono essere contemporanei in tutti i miei
comportamenti. L’apertura, il desiderio, la
speranza della piena comunione con Dio, la
speranza di quella ricapitolazione di tutte le cose in
Gesù Cristo, non sono solo cose che avverranno
dopo l’istante della mia morte, per cui devo
aspettare che passino x anni per arrivare al
compimento di quella speranza; sono invece realtà
che vivo oggi, in questa situazione in cui mi trovo:
è qui che devo dare forma di Cristo alla mia vita e
quindi al pezzettino di mondo che dipende da me.
E’ qui che posso vivere la comunione con Dio, in
quei rapporti che sto vivendo ora, nelle amicizie
che vivo, nei compiti che mi assumo, nelle
responsabilità che porto; è qui. Quindi le due cose
dovrebbero andare insieme: quanto più forte è la
speranza escatologica, tanto maggiore deve essere
l’impegno nel presente. Quanto più è autentico
l’impegno nel presente, tanto più è aperto alla
speranza escatologica. Perché non mi accontento
certamente della realizzazione del programma
pastorale che sto facendo in parrocchia; ci
mancherebbe altro che quello fosse lo scopo della
mia vita: quel programma pastorale è il mio andare
incontro al Signore con la mia comunità, è quello
lo scopo, mica aumentare i gruppi di vangelo; ci
mancherebbe altro. Ma il fare gruppi di vangelo è
il mio andare incontro al Signore, è il mio
desiderio, l’espressione di quel cammino che sono
chiamato a vivere.
L’unico problema è quello che si chiama la
pazienza, è il cammino nel tempo; e il cammino
nel tempo, se vuole essere esperienza di speranza
deve portare con se la pazienza: la non pretesa di
vedere tutto e vedere tutto e subito, l’accettare i
limiti delle persone, l’accettare i ritmi delle
persone. Faccio direzione spirituale e…”muoviti!”:
ma il suo ritmo è lui; posso sollecitare, ma devo
fanno sentire non soli in questo cammino: vediamo
che altre persone lo hanno percorso prima di noi;
cioè tutti questi elementi entrano dentro alla
alimentazione della speranza, ma tutto si gioca nel
rapporto personale con Gesù; e questo va legato al
discorso fatto sulla resurrezione di Gesù, del
Signore come vivente, del Signore come presente
nella vita dell’uomo, del cristiano e quindi alla
possibilità di un rapporto con Lui non come un
rapporto mentale, per cui lo penso, ma reale, per
cui la mia vita è inserita nel mistero del risorto, nel
mistero della sua presenza nel mondo e nella
storia.
Sulla dipendenza e sull’appartenenza: la
accettazione della dipendenza è una delle
maturazioni necessarie per l’uomo: al di fuori di
questo c’è solo l’illusione. Nessuno, per quanto sia
intelligente o furbo o santo, si è dato la vita da sé.
L’uomo non si è fatto da sé: la vita è un dono, un
dato: un qualcosa che mi ritrovo, in modo gratuito,
dato da qualcuno che non sono io, dai miei
genitori e non solo: da tutta quella realtà umana,
spirituale e culturale che mi precede.
L’accettazione di questo è un atto di saggezza e di
consapevolezza fondamentale e questo dovrebbe
andare nella linea della fede e della dipendenza da
Dio.
Sulla questione dell’appartenenza aggiungerei una
cosa. Se capisco bene, la mia speranza cresce,
matura tutte le volte che riesco a regalare dei
frammenti di tempo, dei frammenti della mia
esistenza, della mia giornata. Sto leggendo un libro
che mi interessa molto e viene uno che mi chiede
di confessarsi: piantare lì e confessare vuol dire
alla fine rinunciare a qualcosa che era un mio
programma, un mio desiderio. Io credo che lì c’è
un aspetto di speranza: metto in gioco un pochino
del mio tempo, del mio programma, del mio
progetto, per essere pronto a quello che mi si
presenta come chiamata e vocazione del Signore
in questo momento.
Ricordo una relazione di don Dossetti il vecchio,
che riflettendo sulla sua vita diceva: mi sono
accorto che le scelte fondamentali della mia vita
non le ho fatte io, me le ha messe davanti il
Signore e in qualche modo mi ha chiesto di dire di
sì a cose che non avevo pensato; non me la sono
fatta io a mia misura. E credo che questo sia vero:
il riuscire a cogliere quello che il Signore mi sta
chiedendo in questo momento, per una persona che
mi si presenta, per una situazione che mi mette in
crisi, per un mio peccato che mi umilia, tutto
quello che volete: lì c’è dentro il cammino della
speranza perché rinuncio al programma come me
32
Se con il discorso del consumo si intende il
consumo della propria vita, questo è esattamente il
contrario del consumo, quindi questo va bene.
Esattamente il senso della vita dell’uomo è quello
del “consumarsi per”: se qualcuno tiene conto
della sua vita la perde, ma chi dona la sua vita
per me e per il Vangelo la trova.
Ci potete mettere il verbo consumare: chi consuma
la sua vita per me e per il Vangelo la trova; questo
va benissimo.
Questa è un’altra dimensione: perché è il dono di
sé, il consumo di sé stesso, delle proprie capacità,
tempo, energie per il Signore e per gli altri, questo
non solo è lecito, ma è evidentemente il massimo
di realizzazione.
Allora in tutte e due le dimensioni c’è un aspetto
positivo. Il consumo delle cose ci vuole, è
inevitabile.
E’ vero che Ghandi diceva che la civiltà non
consiste nell’aumentare i consumi, ma nel
diminuirli; forse non è esatto del tutto, però dice
una libertà che bisogna avere nei confronti del
consumo.
Il problema sorge quando il modulo del consumo
diventa onnicomprensivo. Dice sempre Bauman:
siccome la nostra società riesce a inventare degli
oggetti di consumo con una velocità immensa, può
accadere, e accade spesso, che molti, riescono a
vivere tutta la propria vita consumando, senza mai
chiedersi il perché lo fanno e del perché sono in
questo mondo; e siccome la vita dura settanta anni
oppure ottanta, uno può arrivare a riempire la
propria vita di prodotti da consumare - perché ogni
giorno c’è una cosa nuova, una emozione nuova,
qualcosa di nuovo da provare - e senza mai
interrogarsi, e quindi diventa tutto un pasticcio. Ma
niente da dire sul consumo in sé.
avere una pazienza infinita, immensa, perché le
uniche pere che maturano in fretta sono quelle
bacate, le pere buone hanno bisogno di tempo per
maturare. Allora mi ci vuole quella pazienza lì,
questo è un segno della speranza: quando riesco a
sopportare la imperfezione del tempo, del presente,
dei risultati. Per cui rimescoliamo pure tutta
l’iniziazione cristiana, ma senza illuderci di
riuscire a fare una iniziazione cristiana perfetta. Ce
la mettiamo tutta con la pazienza e con il senso del
limite. Quindi lanciati nell’azione, senza fermarci
nell’egoismo, ma con questa pazienza che dice il
nostro giocarci in tutto quello che facciamo, ma
nell’apertura al Signore, nel rapporto con il
Signore.
Sulla questione del consumo, posso dire due cose,
la prima: il fatto che il consumo è parte
fondamentale della vita dell’uomo: se no uno non
sta in piedi, non prega, non incontra gli altri, ecc. Il
pasticcio, di cui parlava Bauman, è quando lo
schema di consumo diventa uno schema totalitario,
per cui gioco tutto nel modulo del consumo. Il
consumo è il mio modo di rapportarmi con le cose;
quando il modulo del consumo lo introduco nei
rapporti umani, per cui l’amicizia mi diventa una
forma di consumo, o la religione - anche la
religione può diventare una forma di consumo allora c’è inevitabilmente una deformazione delle
cose, perché vuol dire che religione o persone le
ho “cosificate”, le ho fatte diventare beni di
consumo.
Il consumo è una dimensione della vita dell’uomo,
non tutta la vita e non tutto deve essere ricondotto
a consumo: ci devono essere delle dimensioni in
cui il rapporto personale di gratuità prevale e
vince. In questo senso il discorso deve essere
semplicemente riequilibrato.
33
II Relazione
Il contributo della formazione seminaristica
nella maturazione della speranza
Mons. Romano Martinelli
Ai seminaristi perché vivano della speranza e ad essa possano educare.
Ho trovato alcune difficoltà nello svolgere una
riflessione che avvii ad una risposta. La prima
riguarda il profilo, il clima dei seminari. I seminari
italiani sono una galassia in continuo movimento.
Non solo perché esistono molteplici forme
(regionale, diocesano e..) di diversa corposità (in
Lombardia, la regione che meglio conosco,
esistono ancora seminari quantitativamente
distinguibili, in piccoli, medi e grandi seminari)
ma la principale differenza è data dai diversi volti
delle diocesi italiani, riflessi nei seminari stessi,
(da Cefalù a Bressanone, da Alberga a Trieste…).
Sarebbe interessante un Convegno di tutti i
seminaristi sul tema: ci consentirebbe di ascoltare
quei protagonisti della formazione che sono i
seminaristi, in genere più accuditi che ascoltati.
Tra l’altro questo aiuterebbe i giovani a guarire
da un vizio troppo presto imparato dai loro preti,
cioè a superare una lamentosità sterile o una
visione troppo narcisistica, provinciale, dei
problemi. Li aiuterebbe e passare dalla
mormorazione all’iniziativa e alle proposte.
(Come non ricordare l’osservazione che S.
Benedetto rivolgeva ai monaci più anziani nella
Regola invitandoli a mettersi in ascolto dei monaci
più giovani?…)2
La
seconda
difficoltà
è
il
persistere
nell’immaginario di molti l’idea che il seminario
sia un luogo e non un tempo e che di fatto venga a
coincidere con la scuola di teologia e con l’anno
scolastico. Si genera allora nella formazione quel
fenomeno deleterio della formazione intermittente:
si
alternano
momenti
forti
a
periodi
pedagogicamente
deboli,
ove
l’esperienza
spirituale e persino l’ardore apostolico vengono
meno, con grande danno nella crescita… La
speranza cresce solo nella perseveranza laboriosa e
tenace, cioè nella continuità. Altrimenti è di corto
respiro, rachitica!
Infine, l’ultima difficoltà, è l’insieme delle precomprensioni capaci di condizionare lo sguardo
con cui vediamo il nostro seminario. Questo pregiudizio contamina educatori ed alunni (Mi
piacerebbe chiedervi come ciascuno di voi vede
questa autorevole istituzione alla luce della vostra
esperienza? Cosa pensate globalmente del vostro
seminario, evitando il gossip per valutarne la
proposta, con le sue ombre e le luci?).
Per sé il seminario non è solo un’istituzione
ecclesiale. Lo è se più in profondità è un tessuto di
rapporti concreti cioè…nella Trinità un nodo di
relazioni con il vescovo, i professori, i superiori
propriamente detti gli stessi seminaristi tra loro, i
laici presenti, i preti significativi la famiglia…
L’attuale nostro modo di vivere questi rapporti (e
contestualmente i climi di fiducia, di stima, di
collaborazione, di attenzione) decide in concreto
l’assimilazione o l’appropriazione della proposta
e prima ancora lo sguardo che interpreta tutte le
1
2
Il senso del mio intervento è quello di aiutarci a
vivere questa stagione della vita a diventare
uomini, discepoli, presbiteri… forti nella speranza
teologale, cioè appropriandosi sempre più di
quegli atteggiamenti e virtù del Figlio, infuse in
noi e che tuttavia, non senza di noi, possono
diventare dono. Infatti siamo chiamati a diventare
educatori della speranza nel popolo di Dio (vedi
nella vita e nel ministero il senso della speranza
teologale nell’accompagnamento della comunità).1
A. Parto da una domanda limpida: oggi il
seminario educa alla speranza?
Segreteria generale del Sinodo, Il vescovo per la speranza
del mondo, Instrumentum laboris del X Sinodo dei vescovi,
n. 13, Regno-doc. 11/2001, pag. 349.
S. Benedetto Regola, capp. 3,3: “Abbiamo detto di chiamare
a consiglio tutti i fratelli, perché spesso proprio al più
giovane il Signore manifesta ciò che è meglio fare”.
34
esperienze educative. Quando si parla dunque di
formazione seminaristica dialogano insieme il
soggetto e l’istituzione: ciascuno deve fare la sua
parte e prima ancora mettono in gioco non solo le
proprie risorse ma anche le proprie fragilità e
debolezze, da ammettere e tenere in conto.
B. Per entrare in argomento vanno messi sul
tappeto anche alcuni dati, credo, incontestabili.
E un’ultima riflessione di fondo. Mentre i giovani
valorizzano
e
apprezzano
le
vocazioni
impegnative, “nello stesso tempo sono alla ricerca
di progetti ‘minimi’ e ‘feriali’, cui ancorare la
propria esperienza di vita… Dentro l’idea di
vocazione prevalente tra i giovani d’oggi
coesistono due orientamenti: da un lato
all’autodeterminazione e all’autocostruzione, e
dall’altro alla reversibilità delle scelte”.6
Il primo lo assumiamo dalla sintesi dei lavori di
gruppo della CEI, curata dallo stesso autore della
relazione fondamentale Mons. Monari. Leggo. “In
molte diocesi si è impostata un’attività di
accompagnamento per i preti dei primi anni di
ordinazione. La percezione chiara è che la
formazione del seminario, per quanto impostata
con cura, non sia in grado di introdurre
efficacemente nel ministero e tanto meno sia in
grado di monitorare e risolvere i problemi che
l’ingresso nel ministero offre” (n. 8).
Un altro dato lo ricavo dall’inchiesta curata da don
Luca Bressan sulla trasformazione in atto nel
ministero presbiterale. Egli, ragionando sul
seminario come luogo di formazione rileva che ‘il
seminario sta diventando sempre più luogo e
strumento
di
discernimento
vocazionale,
rimandando a poi, quando si è già ordinati, una
ipotetica formazione al ministero, ai suoi compiti,
alle sue richieste.’3 Poco più avanti lo stesso
commentatore osserva che i preti intervistati
‘ritengono il seminario un buon luogo di
formazione: soprattutto alla preghiera (più del
90%), al celibato (89%), alla liturgia (78%).4
Un terzo, in dialogo con i sociologi, (i preti si
lamentano di non essere stati formati a sufficienza
attraverso le scienze umane!) lo ricavo
dall’inchiesta di F. Garelli ed équipe, che riguarda
I giovani italiani di fronte alla vocazione. “La
maggior parte dei giovani ha difficoltà a
individuare nel proprio intorno immediato delle
figure capaci di richiamarli a un’idea alta di
vocazione, il cui stile di presenza testimoni una
missione o un progetto da compiere… Più in
generale la carenza di riferimenti è assai evidente
neo rapporti sociali allargati , per la difficoltà da
parte dei giovani di individuare delle figure
vocazionali significative nei luoghi ordinari…”5.
C. L’evoluzione di Orientamenti e
Norme, codificate dalla CEI e a più
riprese aggiornate.
Il rigore della riflessione esigerebbe a questo punto
che si analizzino insieme le norme recenti che i
Vescovi hanno firmato e consegnato alla Chiesa
italiana. Ma non sono ancora arrivate sui nostri
tavoli nel senso che, mi dicono, necessitano di
un’integrazione che riguarda la Ratio studiorum.
Li attendiamo con desiderio. Infatti ricordo prima
di tutto che questi orientamenti e norme da parte
dei nostri Vescovi, rappresentano il discernimento
ecclesiale sulla vostra formazione. Come cioè la
Chiesa intende affrontare, nelle presenti
circostanze, il suo futuro in quell’aspetto così
cruciale che è la formazione delle sue guide in
tempi difficili. Questi testi sono un esercizio di
speranza dei responsabili della Chiesa. Non è
poco. Ve lo dice un educatore che ha iniziato a
ridosso del concilio avendo in mano solo la
Optatam totius (1965) e il testo base per tutti i
seminari del mondo detto Ratio Fundamentalis
(1970). Per il resto dovevamo continuamente
mediare tra la tradizione pedagogica trasmessa
oralmente e le nuove istanze conciliari.Certo anche
qui va ricordato che non sono le buone leggi a
darci dei buoni cittadini, ma aiutano…
Ci
accorgevamo, con altri colleghi, lungo il cammino,
che la legislazione successiva, mentre cercava di
rendere sempre più adeguata la formazione,
faticava a mettere a fuoco proprio l’immagine
della comunità del seminario, come soggetto
ecclesiale. Scegliamo un esempio7:
¾
In La preparazione al ministero
presbiterale, (1972), firmato dal card. Poma , la
3
6
L. Bressan, Preti di quale Chiesa, preti per quale Chiesa, in
La Rivista del clero italiano, 6, giugno 2006, pag. 415.
4
Pag. 419.
5
F. Garelli, (a cura di) Chiamati a scegliere, San Paolo,
pagg. 9-10.
Ivi, pagg. 12-13.
Il Card. Ratzinger qualche anno fa in un’intervista su 30
Giorni lamentava il rischio che il seminario diventasse una
sorta di condominio
Aggiungo che il rischio non è superato: per alcuni è un
alveare (pesante) oppure un contenitore di servizi. In alcuni
piccoli seminari può diventare un club di liturgomani o altro
7
35
quale collocare le riflessioni, vera miniera da cui
trarre autorevoli e importanti indicazioni).
comunità era descritta in una ottantina di numeri,
sullo schema del sommario di At 2.
Particolarmente felice, per il nostro tema, il n.
234. Circa la comunità degli educatori in futuro
sarebbe stato difficile dire meglio (271 – 276).
IL SEMINARIO COME
LABORATORIO DI SPERANZA
¾
In La formazione dei presbiteri nella
Chiesa italiana, (1980), firmato dal card.
Ballestrero, l’ottantina dei numeri sopra accennati
diventano
una
trentina.
Emerge
una
preoccupazione: ribadire la ecclesialità della
proposta del seminario. E’ la stagione di
espansione dei movimenti che sembrano mettersi
in concorrenza con la pedagogia del seminario
diocesano con metodi formativi alternativi. In
questo testo compare un numero che molto ha fatto
discutere circa i criteri di ammissione all’inizio
della teologia. Si dice che nel candidato deve
riscontrarsi la sincera disponibilità ‘ad impostare
la propria vita con i criteri del vangelo nel solco
di una scelta tendenzialmente definitiva per il
ministero presbiterale (n.123).
La celebrazione poi del rito di ammissione tra i
candidati al presbiterato da compiersi entro il
primo biennio, sarà il segno offerto al vescovo e
alla Chiesa della personale maturazione di questa
scelta…” In seguito il quadriennio teologico si
confermerà un laboratorio in cui il punto di
verifica di una vocazione riguarderà proprio questa
coscienza ed esperienza della definitività. Con i
giovani gli educatori tendevano a rimandare
sempre di più la verifica di questo criterio:
l’alunno oscillava tra la fuga irresponsabile in
avanti e la paura che lo bloccava nel passato.
¾
In Linee comuni per la vita dei nostri
seminari, (a cura della commissione episcopale per
il clero della CEI, un testo di fatto non recepito,
immeritatamente
trascurato),
cercava
di
raccogliere esigenze particolarmente vive nelle
nostre comunità seminaristiche.
La commissione tra l’altro era preoccupata che il
cammino di formazione nella nostra Chiesa, avesse
una sua continuità. Efficaci, in particolare, sono le
indicazioni relative ai diversi livelli sui quali il
giovane nella sua crescita deve affrontare la lotta
per realizzare i propri desideri umani, quando la
maturità non è ovvia né scontate sono le
condizioni favorevoli.
¾
Nel frattempo si era celebrato un Sinodo,
che riguardava tutti i seminari del mondo (1990)
sulla formazione dei sacerdoti nelle circostanze
attuali con la relativa Esortazione Apostolica postsinodale
‘Pastores
dabo
vobis’
(1992).
(Quest’ultimo sarà lo sfondo, per nulla formale sul
(esercizi quotidiani per liberare la
speranza)
1.
Voi siete un racconto di speranza. E’
importante mantenere vivo il senso di stupore per
questa stagione, la cura per il frammento di futuro
che vi è stato donato. Vivete una sorta di già e non
ancora. Infatti contestate cupe e narcisistiche
culture che intrecciano danze macabre all’inizio di
questo terzo millennio. La cultura delle
rassegnazione, della amnesia (rottura con il passato
per l’attimo fuggente), cultura della depressione
che si crogiola nelle proprie auto-squalifiche,
cultura delle emozioni e dell’eccitazione estrema,
cultura della tecnica (è vero ciò che funziona) e
naturalmente le culture consumistiche, che
enfatizzano il primato dell’immagine. Su queste
cose rimando alle puntuali analisi nelle lezioni di
teologia pastorale. Queste riflessioni non mancano
all’inizio di documenti magisteriali come la
Pastores dabo vobis, anche se espresse in termini
di difficoltà che si incontrano nell’ingresso del
ministero. Suggerisco un approccio diverso. Prima
che addestrarsi nelle difficoltà occorre cogliere la
chance di questa condizione. Vi invito a cogliere
il valore di sfida che già ha la vostra vita vive nei
confronti di ideologie e climi dominanti. Ad
affrontarle con umile fierezza. E’ nella vostra
scelta in controtendenza! Voi già virtuosamente vi
addestrate a vivere nella sproporzione, dimensione
tipica del ministero e della stessa vita cristiana. In
questo senso pensavo agli anni di seminario di
alcuni personaggi divenuti celebri nella Chiesa,
anche come testimoni della speranza.
La formazione dei seminari ai loro tempi era
rigorosamente
tridentina
o
assolutamente
inadeguata per ragioni storiche. Penso a Karl
Woityla, a Van Thuan8, (ordinato nel 1953) a
Giussani (ordinato nel 1945), vissuti in seminari
8
Il corso di esercizi da lui predicato nel 2000, alla presenza
del S. Padre è un testimonianza straordinaria sulla speranza e
una pedagogia formidabile sulla stessa virtù teologale.
36
imperfetti
ma
generatori
di
personalità
straordinarie.
(R. Corti, vescovo di Novara, in una
comunicazione fatta a Roma, ha scavato nella vita
seminaristica di GPaolo II per scoprire nella
formazione seminaristica le radici perenni di una
vera preparazione).
Occorre davvero che questa stagione magica della
vostra vita, nonostante tutto, possa essere vissuta
con limpidità e chiarezza, come ri-attualizzazione
o meglio come l’affiorare e l’emergere dello stesso
cammino di Emmaus. E’ singolare il rapporto con
il futuro che la stagione del seminario comporta!
La formazione è costruita in vista del futuro,
dovendo insieme essere radicata nella chiesa locale
ma insieme intuire e progettare in sintonia con il
futuro della Chiesa e del ministero: una posizione
francamente ‘sbilanciata’. Anche perché le sue
sane radici affondano in grandi tradizioni
pedagogiche che appartengono al vissuto
ecclesiale. Ed il vissuto ecclesiale è diverso nei
piccoli, medi, grandi seminari. Ma attenti a tenere
insieme le due istanze tipiche del seminario dei
nostri giorni. Esso è sempre più luogo di
discernimento sulla definitività della vocazione e
sempre meno luogo di preparazione al ministero.
Occorre evitare insieme fughe in avanti o
cristallizzazioni nel non definitivo.
2.
Con negli occhi gli anni oscuri di Gesù.
A Nazaret. Gesù ha consacrato la quotidianità
rendendola tempo di fecondità e di speranza. Certo
quegli anni ‘furono privi di racconto ma furono
anche anni pieni di senso,’9 in una quotidianità e
impegno feriale che sono canali attraverso cui la
volontà del padre prepara al futuro ed educa a
vivere il futuro, che inizia prima ancora che
accada. Gesù ha vissuto tutte le ore del giorno
nella luce della sua Ora. A me piace molto una
definizione di Martini sulla speranza. “ La
speranza è la condizione filiale vissuta nei riguardi
dell’avvenire… e la vigilanza è l’atteggiamento di
chi tiene salda la speranza…”10. Essi non furono
anni di semplice preparazione ma di vera e propria
Incarnazione. Il mistero di Nazaret, mai
sufficientemente contemplato e indagato, illumina
la stagione magica e complessa della vostra
formazione. Scoprire come Gesù cresce negli
affetti normali di una famiglia, diviene esperto dei
limiti creaturali, vive la relazione, impara un
mestiere, cerca la fedeltà al Padre nel quotidiano…
In seminario si impara il
Vangelo della
quotidianità!
3.
Il fuoco della Missione. Il seminarista
trova in un forte spirito apostolico la sintesi felice
e gioiosa di una formazione non generica.
La speranza nel quotidiano si nutre della fede che
ama della stessa carità di Cristo, carità che urge in
noi. L’amore di Cristo plasma un’umanità che
prolunga la compassione di Cristo e arde perché
l’incontro con Lui sia la risposta alle attese della
società e di ogni uomo. Il fuoco della Missione lo
si vive in noi anche come sofferenza davanti al
chiudersi di molti che non si fidano del Vangelo,
sprecano giovinezza, talenti, salute nell’effimero.
L’apostolo soffre per i giovani che puntano tutto
su modi trasgressivi, estremi di soddisfacimento di
sé, di ricerca parossistica di emozioni, che
degenerano in depressioni conseguenti, in
illegalità… (vedi i risultati di un’inchiesta sulla
generazione Bancomat, curata dalla JOC,
pubblicata in giugno su Avvenire).
Nella formazione questo spirito apostolico
fruttifica in unità di vita, in gusto della
quotidianità, in un’umanità bella, capace di
irradiare la sua Presenza.
Evidentemente non faccio l’elogio dell’iperattivismo o dell’ingenua immersione tra la gente
secondo criteri mondani. Non faccio l’elogio del
sale che perde il suo sapore… E’ la forza di Dio
che ci trascina verso il grido delle folle.
Su questo tema con molta saggezza ed acume è
intervenuto Mons. Corti, vescovo di Novara, non
solo parlando in maggio ai superiori dei seminari
lombardi ma anche al 50° convegno missionario
nazionale dei seminaristi (26 aprile 2006)11.
Chiede che la verifica della maturità apostolica sia
criterio decisivo nel discernimento al ministero.
Lo pone con questi interrogativi: - Con quali
sentimenti sei partito da casa? Con quali
sentimenti sei uscito dal seminario.
Gli anni del seminario hanno spento il fuoco della
Missione?
E sono solo le prime domande, comunque
fondamentali per chi entra nei sentieri della
missione, se non si vuole che, di fronte alle sfide
enormi che ci attendono, nel presbiterio non
andiamo ad ingrossare le file dei delusi, afflosciati,
disincantati.
9
11
Penetranti osservazioni di trovano nel libro di meditazione
di P. Rattin, E’ disceso da cielo, EDB, 2001, in particolare
le pagg. 65 – 85.
10
CM. Martini, Sto alla porta e busso, Centro ambrosiano,
n.5.
R. Corti, Preti per la ‘Missio ad gentes’, Rivista diocesana
Novarese, maggio 2006, pagg. 330 – 335.
37
Avere un grande fuoco dentro, aperti ad un
orizzonte ecclesiale che non può che essere a tutta
la Chiesa!
4.
In principio il presbiterio. Il seminario
educa a maturare la coscienza del primato del
presbiterio, sorgente della nostra consacrazione e
missione, nonché luogo ove si condivide una
lettura di fede del mondo contemporaneo e si
pensa la comunità cristiana.
Il presbiterio è luogo dove il prete trova la sua
identità, luogo originario dell’esistenza del prete.
(Vedi la sintesi dei lavori di gruppo, n.1). Da qui
una spiritualità di comunione genera quella
apertura agli altri, collaborazione, condivisione
che
sconfiggono
ogni
tentazione
dell’individualismo e dell’autoreferenzialità. Lo
Spirito provoca un continuo cammino di
comunione. Essa è opera di Dio!. “Ricordarlo è un
antidoto all’avvilimento e alla rassegnazione. Se la
comunione fosse solo un’opera nostra, gli
insuccessi provocherebbero un avvilimento;
siccome è anzitutto opera di Gesù nello Spirito, e
siccome quest’opera egli l’ha già iniziata, la
speranza può rimanere salda”12. Vedo nei nostri
seminari più una buona teologia che una prassi
soddisfacente. Per questo aspetto siamo un poco in
ritardo. Bisognerà rafforzare esperienze di
condivisione, valorizzazione della vita comune,
(sentita troppo come peso non come chance),
tirocini pastorali, forme condivise per elaborare
revisioni di vita, do programmi formativi,
progettazioni, tempi anche di riposo. E
naturalmente il riceversi ogni giorno dall’alto nella
liturgia e nella preghiera. Come nel Cenacolo
insieme a Maria. Si deve fare di più! Anche noi
educatori dobbiamo offrire in seminario un
modello plausibile di spiritualità di comunione!
Al riguardo voglio richiamarvi che è educazione al
presbiterio (e quindi alla speranza) un
atteggiamento di lealtà, di non permalosità nel
accettando la fatica del confronto e del rendere
conto del vostro cammino nel dialogo con i vostri
educatori.
A proposito della fraternità un dialogo fecondo e
positivo oggi - mi sembra - si apre nel confronti di
movimenti, cammini, fraternità di laici, realtà
associative. Educare al presbiterio comporta anche
riconoscere il carisma dei movimenti e realtà
associative che oggi arricchiscono la Chiesa. In
passato
erano
problematici.
I
seminari
lamentavano un rifiuto della loro linea educativa,
negandone i movimenti di fatto l’ecclesialità. I
movimenti
lamentavano
discriminazioni,
esclusioni, pregiudizi. Anche nella fraternità si è
passati da ritenere i movimenti e simili un
problema, pur riconoscendone una supplenza
preziosa, sino ad accoglierli come carisma
prezioso e fecondo per lo stesso presbiterio. Non è
il caso di citare i numerosi documenti del S. Padre
o dei vescovi.
Oggi il problema spero residuale è dovuto alla
fatica concreta di camminare insieme persistendo
atteggiamenti su tutti i fronti di inospitalità e di
pregiudizi.
5.
La formazione educa alla speranza se
educa ad imparare dalla prova: in essa, ad
alcune condizioni, si genera una speranza più viva.
Nella formazione la si incontra nella fatica
dell’apprendere. Se ne fa esperienza nei servizi più
umili e necessari alla comunità. Ci tocca come
fatica dell’accettare le condizioni della vita
comune, la durezza dei caratteri, i vincoli degli
orari, le laboriose metodologie dell’apprendimento, le solitudini affettive, la pazienza nei
malintesi, la ripresa dopo le sconfitte, la dura
ascesi dell’autoformazione. Non sempre abbiamo i
superiori ideali… Siamo formati alla speranza
riconoscendo i diversi volti della prova e della
fatica (li uso come sinonimi!) . A quel futuro che
non si può dominare né si conosce, ci si dispone
attraversando la prova, senza perderne il senso,
evitando di sfuggirla o di bloccarsi come davanti
ad un’esperienza ingiusta o negativa. Questo ci
prepara molto, già nei primi anni del ministero a
passare dall’innamoramento per esso alla
resistenza nella complessità. Ma la prova più seria
rimane quello di accettare se stessi nella propria
inadeguatezza di fronte ai compiti.
6.
L’educazione
dell’intelligenza.
In
seminario si potrebbe sviluppare molto il gusto del
lavoro intellettuale: gli itinerari educativi di solito
sono adeguati dimostrandosi molto attenti alla
formazione dell’intelligenza. Di norma la proposta
al riguardo è seria. Tuttavia oggi non pochi
vescovi sono insoddisfatti, così come gli educatori
denunciano una disaffezione negli alunni (vedi
alcuni interventi di S. Dianich su Vita Pastorale).
E gli alunni? Per un verso dichiarano la loro
perplessità sulla loro formazione intellettuale per
altri versi sembrano non investire molto in questo
campo.13 Evitando l’errore di far coincidere il
seminario con una scuola di teologia o una facoltà
teologica, si può affermare che la speranza del
giovane matura se maturo è il suo approccio allo
studio della teologia, se è capace di una sintesi
12
13
Sintesi in testo citato di L. Manicardi, n. 2.
38
L. Bressan, Inchiesta citata in Rivista del Clero, pag. 417.
personale oltre che attento ad appropriarsi degli
itinerari metodologici nelle singole discipline. Ma
tutto questo non basta. Occorre non solo acquisire
competenze ma disporre di un’intelligenza che
sappia capire, interpretare e decidere dentro una
realtà complessa, sia essa la realtà dei problemi
socio-politici, etici, sia il delicato discernimento
dei cuori. Si può apprendere in seminario come
fare dialogare i dati e risultati delle scienze umane
con la teologia e con le proprie vicende personali.
Già in seminario si aprono panorami affascinati
per l’intelligenza. (Si pensi all’aiuto dato
nell’interpretare sul senso della domanda di Dio
oggi,
piuttosto
che
all’approccio
dato
nell’affrontare problemi legati alla famiglia,
all’area della fragilità e degli affetti…). Con forza
poi va evidenziato il fatto che la qualità
dell’esperienza spirituale, nonché la pratica delle
virtù sviluppano con la sapienza la stessa capacità
di penetrazione dell’intelligenza.14 In particolare
ricordo il contributo relativo al rapporto tra ruolo e
crescita personale. “Educare al ruolo non significa
trasmettere istruzioni su cosa fare e neanche
spingere una persona a entrare in una casella
preconfezionata ma dare indicazioni su come il
soggetto, servendosi della propria attività, dovrà
definire se stesso, rappresentarsi il mondo e
presentarsi agli altri”.15
7.
Lo forza e lo spessore dell’esperienza
spirituale (v. Fil 3). La pedagogia seria, vera,
capace di introdurre alla carità dell’Amore
Crocifisso e di radicare stabilmente in Lui, in
‘Cristo in voi, speranza della gloria’ (Col 1, 27) è
la condizione fondamentale per formare alla
speranza. Il cammino di formazione non può non
essere il cammino di Emmaus, la via del discepolo,
di quest’uomo che diventa prete. Questo incontro
con l’Amore Crocifisso, quotidiano e prolungato
per anni, genera gli apostoli. Da uomini in fuga,
confusi, incapaci di vivere della Parola della
Croce, si diventa compagni di viaggio di ciascuno,
trasfigurati da una Presenza che scalda il cuore,
capaci di un’amicizia e di una guida che
accompagna i fratelli delusi a Gerusalemme, là
dove nasce e rinasce la Chiesa. In genere in nostri
seminari formano a questo.
Certo si può fare di più nell’affrontare alcuni
problemi. Integrare i limiti del metodo storicocritico. Introdurre alla conoscenza delle grandi
figure spirituali (in particolare dei mistici,
abbastanza trascurati). Affrontare il problema
dell’intermittenza dell’esperienza spirituale stessa.
Educare all’ascolto della parola del S. Padre, (il
quale è più citato che seguito come si vede nella
pratica della Lectio Divina). Mi piace collocare
qui anche un cenno su l’itinerario penitenziale (il
rapporto con il confessore e la guida in genere).
Sbaglio o questo rapporto lo si cerca (e lo si
relega) in una fase provvisoria della formazione?
Quando si entra nel ministero… spesso non si
hanno più riferimenti e non si rende conto a
nessuno. Lo sperare è un arte che si apprende…
continuamente da un uomo spirituale, che ci
sostiene negli imprevisti, ci illumina nei passaggi
delicati, ci educa a riconoscere le visite di Dio
nella prova, ci trasmette l’arte di accompagnare gli
altri!
8.
Importanza di una formazione alla
responsabilità. Il giovane prete viene spesso
insidiato nella speranza quando non riesce a vivere
con gioia e fervore la propria responsabilità . In
positivo, nella inchiesta più volte citata, i preti
nell’esercizio del proprio ministero, (la loro
responsabilità!) dimostrano una buona dose di
autostima e un discreto grado di soddisfazione. In
sé il ministero, vissuto nella verità è sorgente di
grande speranza, anche nella prova. Però bisogna
entrarci collaudati. Il giovane deve essere
abbastanza maturo nella responsabilità. Essere
affidabili (L’amministratore deve essere fedele). Il
seminario è graduale cammino di responsabilità,
verso di sé, verso il proprio futuro; è preparazione
alla corresponsabilità, affinamento di tutte quelle
virtù che educano a portare il peso e la realtà
dell’altro. Qui si impara una virtù molto
importante: essere responsabili verso i climi della
comunità, senza deleghe. Responsabilità è avere
cura del cammino del fratello e di non essere causa
di sofferenza o di testimonianza negativa per
l’altro. Avere il senso di ciò che il Signore ci mette
tra le mani. I beni più preziosi… i fratelli per i
quali Lui è morto. E questo oltre le preoccupazioni
narcisistiche della propria immagine, del quanto si
vale e del quanto si è approvati…
Il giovane impara a trattare con intelligenza,
umiltà, rispetto le persone (le anime si diceva una
volta). Le cosiddette esercitazioni pastorali vanno
scelte con cura, amate, programmate in modo che
vi sia una certa gradualità ed efficacia
nell’introdurre alla responsabilità.
14
Suggestive annotazioni In S. Gregorio Magno, La Regola
pastorale, L. 1,2.
15
F. Rinaldi, Quando si aprono gli occhi: dal seminario alla
vita, in Tredimensioni, 3, (2006), pag. 197.
39
Il seminarista è già responsabile della fede dei
fratelli, nell’animazione e nell’educazione alla
preghiera, allo stare insieme, nella catechesi. Si
prepara a divenire in seguito non solo pedagogo
ma anche padre…
Questo modo di prepararsi alla responsabilità e
nella responsabilità fa assumere il ministero e lo
fa vivere, anche nei momenti più trepidi, come un
dono e una grazia.
La stessa ‘conversione pastorale’, tanto
conclamata, pur nella situazione di confusione e di
smarrimento, ci apre ad ‘una pastorale che deve
creare risposte sempre nuove a necessità
mutevoli’16. C’è anche spazio dunque per la
creatività, c’è una gioia e una pienezza umana nel
ministero! Altrimenti, (e condivido la valutazione
di Mons. Corti) è meglio non ordinare prete chi
non dimostra un sufficiente senso di responsabilità.
9.
La formazione del seminario favorisce
l’apprendimento delle virtù, in particolare di
quelle teologali. (Vedi anche le virtù teologali
citate nella I lettera di Benedetto XVI, Deus
caritas est ai nn. 38-39). Penso a quell’insieme di
virtù dai molti nomi, che sono il terreno fertile in
cui cresce e fruttifica la speranza. Penso alla
fortezza, alla fedeltà, al coraggio e alla resistenza
nelle difficoltà (pazienza), alla makrothumìa, il
lungo respiro di cui la virtù teologale si nutre.
Penso alla vigilanza, che sa cogliere i segni della
novità e consolazione del Vangelo. Sono tutti
aspetti della fede, che ci dona la lucidità dello
sguardo di Dio sulla realtà, senza la quale la
speranza non ha consistenza. Il seminario ci forma
a decidere ‘diversa-mente’, (permettete il gioco di
parole), apprendendo l’arte del discernimento, arte
appresa gradualmente, prendendosi tempo per
capire i propri e altrui desideri per sintonizzarsi su
quelli di Cristo, distinguendo le vere e false attese,
i buoni e cattivi maestri. Ricordate l’immagine
agostiniana come ginnastica dei desideri?
(Importanza di scoprire e valorizzare i desideri,
aprendoli, alla scuola dei santi: maestri tra gli altri
sono Agostino, e Teresa d’Avila). I desideri e i
sogni ricchi e complessi (con qualche ambiguità)
dei seminaristi sono custoditi e purificati dalle
virtù. E variano a secondo delle diverse età dei
seminaristi, che vivono diverse stagioni nella loro
speranza. L’inchiesta curata da Garelli per i
Paolini (ma anche quella curata da Bressan)
urgono nel senso di rafforzare la speranza dei
seminaristi formandoli alla conoscenza e
all’esercizio delle virtù, per evitare che sentano la
definitività solo come pericolo e la fedeltà come
16
scelta grigia e piatta. Così si può gustarla non
come semplicemente un per sempre della libertà,
ma come un orizzonte verso cui ogni giorno si
cammina a partire da un legame amoroso con
Colui, del quale nulla si ha di più caro!
10.
Aver cura della propria umanità. Da
ultimo, quasi come sintesi del nostro percorso di
speranza, voglio richiamare la vostra attenzione
sull’umanità del futuro presbitero. (Il tema
meriterebbe un convegno a sé). In genere occorre
dire che la spiritualità cristiana, germinata
dall’Incarnazione, ha una tradizione molto ricca.
(Penso alla Regola di S. Benedetto, n. 53. L’altro
va accolto nella preghiera, umiltà, gentilezza.
Penso all’elogio della mitezza). Giustamente siete
esigenti verso l’umanità di educatori e preti.
Cercate conferme per la vostra speranza!
L’umanità del discepolo e del prete è terra di
confine con la vita del non credente, luogo di
evangelizzazione per contagio, terreno fecondo di
pastorale vocazionale e, in negativo, causa di
rifiuti e pregiudizi. La qualità dell’umano del
credente è la prova concreta che il Vangelo non
devasta ma salva e che la vita in Cristo è
umanamente bella! E’Il seminario è in grado di
preparare
un’umanità
‘convincente’,
così
innovativa nel suo modo di essere e di comunicare,
nello stile di vita del pastore così attraenti da
provocare un interesse e in un secondo tempo
predisporre al Vangelo. Si parla di virtù umane
(vedi P.O. n. 3) come qualità virtuose dell’umanità
del prete. Mi sembra che la proposta del seminario
oggi sia molto più attenta a coltivare nei
seminaristi un’umanità convincente, in grado di
incoraggiare prima di tutto lo stesso giovane a
fidarsi del Vangelo, alla sua capacità di generare
una vita bella, vera, piena. Vale la pena di
ricordare le occasioni formidabili, i mezzi, gli
strumenti che fanno del seminario uno
straordinario laboratorio di umanità, dove possono
crescere uomini veri, alla maniera di Gesù.
Anzitutto perché l’attenzione educativa si articola
contemporaneamente sui tre piani (l’uomo, il
discepolo, il prete) e poi perché libertà e grazia
agiscono
creando
un
circolo
virtuoso,
rafforzandosi a vicenda. Il Pane della Parola e
dell’Eucaristia plasmano il noi il volto dell’uomo
dandoci i contorni di Gesù, il suo Spirito. La
Parola ci apre alla realtà, senza deformazioni e
distorsioni. Il confronto con la guida e con i fratelli
ci aiutano a conoscere e riconoscere e gestire
sentimenti ed emozioni. Le esperienze pastorali e
prima ancora la vita quotidiana ci preparano ad
Relazione di Mons. L. Monari, n. 4.
40
accostare tutte le persone, a dialogare nell’ascolto,
a prendersi delle responsabilità su di loro.
Lo stare in silenzio con noi stessi agevola la
conoscenza della propria interiorità e l’assunzione
dei propri limiti. E poi c’è il costante lavoro su noi
stessi… Sono cammini di autenticità, di gratuità, di
vera e solidale condivisione… Non mancano aiuti
psicologici e competenze pedagogiche. Così
possiamo rispondere alla domanda esigente della
gente.
Certo la richiesta dei giovani preti certo
incalzano: - Dovete prepararci di più! Talvolta ci
preoccupa il fallimento di alcuni preti proprio a
causa dell’impatto duro con la realtà (penso ai
problemi connessi con il celibato e con il
complesso mondo dell’affettività a cui lo stesso
Convegno di Verona dedica un’area). Tramite i
sondaggi un’ampia percentuale di futuri preti
dicono di aver paura di non farcela nel celibato.
Sempre secondo questi sondaggi si constata
l’importanza crescente, significativa, delle
relazioni amicali e fraterne nella nascita e sviluppo
della vocazione al ministero.
Anche la pastorale vocazionale urge nel senso di
pretendere da noi un modo bello di vivere la nostra
vocazione (L. Monari, Sintesi alla fine del n. 2). Il
nostro modo di essere uomini è il primo strumento
di cui la Grazia si serve per attrarre altri nel
ministero. La Chiesa ci chiede di fare di più. Ci
chiede, attraverso un nuovo patto educativo con i
nostri responsabili, di avere fiducia nella proposta
del seminario, collaborando e vivendo in prima
persona la sua proposta educativa, anche per
migliorarla. Ci chiede di cercare e di fare di più,
raccogliendo la sfida lanciata dallo stesso Mons.
Monari, a nome dei vescovi italiani nella sua
relazione.17
* * *
(*)
Il relatore ha poi risposto alle seguenti domande
- Io mi chiedo: i nostri ambienti di seminario, per
certi aspetti, non sono forse ambienti un po’
troppo ovattati? Almeno da quello che ho potuto
fare io esperienza.
Una
seconda
domanda
in
relazione
all’inserimento nel presbiterio: il Seminario come
tempo e come luogo in cui si forma la sensibilità
al presbiterio.
Le mie due esperienze in Seminario sono state
completamente opposte. Però più o meno qualche
elemento costante c’è.
Mi riferisco forse a un eccessivo psicologismo che
oggi si vive nei seminari; per cui lì dove iniziano
ad instaurarsi anche esperienze di amicizia
significative - proficue anche dal punto di vista
della crescita, nella dimensione del presbiterio,
nella condivisione - forse con troppa facilità
vengono tradotte come amicizie particolari.
Grazie.
- Prima parlava di spiritualità diocesana e mi
sembra che abbia detto che è un argomento molto
vasto. Volevo soltanto chiederle se magari c’è
qualche linea un po’ più definita su questa
spiritualità, dato che anche nella nostra Diocesi se
ne sta parlando tanto di questo.
Sono prete da due anni e quindi ancora soggetto a
una formazione piuttosto forte.
Poi volevo farle altre due domande. La prima: il
nostro Seminario è organizzato in questa maniera;
c’è il foro interno che è la direzione spirituale e il
foro esterno che è un po’ più la parte inerente gli
educatori, con il Rettore i Vice Rettori e così via.
L’impressione che ho è che a volte si parla tanto
di speranza, di una formazione spirituale e che
però la comunità non rispecchi poi quello che si
dice nella spiritualità, per cui se la speranza è
quella di relazionarsi con Gesù Cristo, nel
momento in cui vado dal Rettore a fargli una certa
domanda spero che mi mandi al concerto di
Vasco.
Allora quello che volevo chiedere è che rapporto
deve esserci tra foro interno e foro esterno in un
Conclusione: non ho ritenuto interessante
insistere sulle difficoltà che oggi il seminarista
incontra nell’essere un uomo di speranza. Sono in
proiezione le stesse difficoltà che incontra il
giovane prete e in anticipo il candidato già respira.
Molte di queste difficoltà travagliano la vita dei
cristiani e non solo. I relatori che mi hanno
preceduto, di sicuro hanno disegnato la mappa
delle paure, delle resistenze interiori, dei climi
epocali. A me interessava solo testimoniare a voi e
ragionare con voi sulla bellezza di essere preti,
oggi, controcorrente. Così la nostra speranza, pur
piccola, diviene albero su cui molti troveranno
rifugio. Per la vostra gioia, per la gioia di tutti.
17
(*)
Trascrizione delle risposte registrate, non
riviste dal Relatore
Testo citato, in particolare la Sintesi n.5.
41
chiesto un sacerdote che venisse per la cura
d’anime, perché pur avendo il nostro rettore
maggiore dei grossi rapporti da tenere con la
facoltà, con i centri universitari, però ci sembrava
di privilegiare per la formazione questa esperienza
pastorale di base; quasi tutti noi veniamo dallo
studio o, diciamo, da posizioni di non parrocchia.
Però c’è un rischio in questo, è facile da dire ma
…
Quando abbiamo tentato una volta, i seminaristi si
lamentavano perché dicevano che il parroco, sarà
persona bravissima, ma chi viene da questa
esperienza non ha più un’idea di che cosa sia un
Seminario e di che cosa voglia dire educare un
prete in quanto lui si è plasmato su altre logiche.
Quindi il parroco, e qui sono d’accordo, deve
essere un tipo molto ricettivo, che si lasci educare
dalla nuova realtà e che naturalmente non faccia
coincidere la pastorale, come del resto noi non
abbiamo fatto coincidere la pastorale e lo zelo
apostolico, con un attivismo perché allora
diseduco, anziché educare.
Essere pastori oggi, quando ancora si è ancora più
sovraccarichi di lavoro, domanda una capacità di
pensare il futuro e di pensarsi preti in un certo
modo, altrimenti si rincorre la mitezza e si finisce
per non ascoltare colui che si indigna.
Seminario e che ruolo ha quindi anche il Direttore
Spirituale nei confronti della comunità.
La terza domanda è: che rapporto c’è tra teologia
e spiritualità; spesso magari è il professore che
non condivide appieno le posizioni del Magistero o
alcune forme di spiritualità e questo spesso
influisce sulla formazione spirituale dei
seminaristi e poi volevo appunto chiedere che
ruolo ha la teologia nella formazione del
seminarista e nella sua spiritualità.
Spesso si sente dire che la formazione è legata a
quello che si studia e quindi mi chiedo ad un certo
punto anche che cosa si intende per formazione
perché secondo me non è una domanda così
scontata. Grazie
- Sono due le domande. Mi chiedevo quanto la
sobrietà fosse un ambito da toccare per una
umanizzazione del seminarista e quindi del futuro
presbitero. Le chiedo questo in base alla realtà
della mia regione - penso anche della Calabria dove c’è un forte tasso di emigrazione, però di
“cervelli”, cioè neolaureati e professionisti che
emigrano, e un forte tasso di disoccupazione. Per
alcuni versi il presbitero viene ad essere una delle
categorie, tra virgolette, più sicure, perché a 25
anni si trova ad avere uno stipendio, un lavoro
assicurato. Però si trova a vivere con questa
realtà; quindi mi chiedo quanto io seminarista
sono disposto magari ad essere sobrio, nelle
piccole feste di ammissione al lettorato, nella
stessa festa che si organizza per il presbiterato,
ecc. Si dice, beh! si fanno le Prime Comunioni e si
pensa solo alla festa!
Ma quando io vengo ordinato che cosa faccio?
Questa un po’ la domanda sulla sobrietà. E poi
un’altra domanda: per quella che è la mia
esperienza ho notato che quest’ anno è venuto un
animatore con una esperienza di una ventina di
anni di ministero in parrocchia. Credo che sia la
soluzione che nel futuro debba sempre di più
andare avanti, cioè l’animatore del Seminario non
può essere uno che viene dallo studi: “dove lo
dobbiamo mettere? lo mettiamo in Seminario, a
fare l’animatore”. Credo che questi debba essere
uno che è stato consumato dalla parrocchia e che
ha dato la sua vita in una parrocchia.
Sulla sobrietà, disoccupazione e quant’ altro. Se il
punto di sintesi della formazione è la passione
apostolica, allora qualcosa che tu cerchi prima di
tutto è comunicare Gesù Cristo a quelli che
incontri, a questa tua gente con cui vivi e che
patisce queste situazioni; allora tu non puoi vivere
come se fossi il medico del paese (chiedo scusa ai
medici presenti) o il professionista, perché la
passione ti spinge ad assumere da prete la loro
marginalità, la povertà, la loro sobrietà.
Se invece uno non ha una sintesi cosi, allora vive
in mezzo agli altri come un sottomarino dentro nel
mare.
E allora fa la sua vita, fa le sue prediche, ripensa
alle sue delusioni, e solitamente ecco che si crea
un vallo, un abisso tra la gente e lui.
E allora magari chiede di andare a fare gli studi
perché la gente non lo capisce, oppure chiede posti
prestigiosi di carriera perché non si sente di
condividere quella vita.
Quindi è lo zelo apostolico che ci rende – come
dice Paolo – greco con i greci, pagano con i pagani
e poveri con i poveri.
Un cammino, che per esempio se non mi sbaglio e
se non dico male, è la vicenda di don Sturzo a
Caltagirone, quella che lui ha percorso; dove le sue
RISPOSTE
Comincio da Stefano. Quest’ anno noi abbiamo
cambiato il Rettore maggiore e gli educatori hanno
42
Primo, una carta comune di intenti che abbiamo
chiamato “progetto educativo” in cui si delineano
bene figure e strategie.
Secondo, creando a un certo punto dei costanti
luoghi di dialogo e di monitoraggio mensili, in cui
si affrontano assieme per maturare una valutazione
comune a livello di formazione, monitorare i
problemi e anche sentire le diverse sensibilità e far
intervenire un responsabile che comunque dica
“no”, su questo la proposta va rispettata.
Terza iniziativa, all’inizio di ogni anno io con il
Rettore, che adesso è cambiato, parlo con ciascun
docente e fa una sorta di revisione dell’anno
dicendo: ma si questa cosa va bene, però su questa
cosa qui, … quali sono le tue esigenze?
Quali sono i tuoi problemi personali o con gli
alunni? E sempre nel dialogo, perché sono
problemi connessi con la vita, però vanno
affrontati, non vanno lasciati lì a marcire, sennò
sono guai. Una formazione ovattata crea dei
mostri, cioè crea delle persone che non si sentono
servi inutili, ma si sentono dei leaders privilegiati:
una formazione ovattata genera comunque dei
preti narcisisti, indubbiamente.
Però con due precisazioni: bisognerebbe vedere in
che senso si intende l’ovatta e quando voi fate
delle proposte che in alcuni seminari la vita sia
meno ovattata non è che ci sia un grande consenso
specialmente in mezzo ai seminaristi. Per esempio
tu dici: “Senti mi pare che questi tre viaggi che fai
in vacanza, la gente comune non può
permetterseli; prova a vedere non so di fare una
diaconia, di fare una settimana al Cottolengo”…
non è che a queste proposte del Rettore o del padre
spirituale corrono altissimi consensi.
E’ importante che non siate educati in maniera
ovattata, ma è importante anche che si collabori.
Sullo psicologismo eccessivo bisogna fare un altro
Convegno: “Rapporto formazione, scienze
psicologiche, teologie spirituali”. Soprattutto voi
del Triveneto avete dei padri spirituali che
vengono dalla formazione psicologica e quindi
certamente questo è un vantaggio, virgola, con
qualche rischio.
Un tentativo interessante in questa direzione a tre
dimensioni, dove si cerca di comporre le diverse
istanze educative sulla formazione e sul concetto
di formazione, vi rimando alla lettera Pastores
dabo Vobis, i quattro capitoli: intellettuale,
pastorale, spirituale e umana: lì c’è tutto.
invenzioni anche a livello socio-politico vengono
da un contatto con la miseria della sua gente che
non era allora minore di quella di adesso, e che
però vengono dimenticate.
A Michele. Io do, per educare alla spiritualità del
prete, alcuni contributi di Erio Cappellucci,
giovane promettente, oppure tutti quei testi che noi
abbiamo fatto a Milano.
Li cito qui non per dire che siamo bravi, ma perché
li ho collaudati e sono strumenti tarati, a livello di
formazione permanente: itinerari che si svolgevano
intorno ad una figura spirituale come per es.
Teresa, Ignazio, il Curato d’Ars, Francesco,
Benedetto.
L’anno prossimo andremo a Digione, dove a
partire da un pellegrinaggio si fa un lavoro che
dura tutto l’anno e si ascoltano pastori,
l’arcivescovo, competenti su quel aspetto del clero
diocesano.
Sarà la spiritualità del prete, sarà la preghiera del
prete diocesano, sarà la relazione del prete
diocesano; c’è quindi tutta una collana, ci sono
ottimi interventi di Martini e di Bonomelli sul
Padre Nostro, punto di riferimento per la
formazione del clero diocesano.
Anche alcuni interventi dei convegni FAC sono
tuttora in atto, sono interessanti anche quelli di un
certo Dario Vitali …. E poi altri.
Però io vado un po’ più su: contributi molto
importanti sono quelli dei nostri Papi che hanno
sempre degli aspetti di prima urgenza, di prima
qualità, anche sulla spiritualità del prete diocesano.
Il discorso del Giovedì Santo del Santo Padre è un
gioiello e chi non l’ha ancora meditato va a
confessarsi dal foro interno, peccato mortale!
Voi avete questo problema.
Effettivamente, però non è esportabile: quello cioè
di una teologia che a volte - non drammatizziamo
però - entra in rotta di collisione con la spiritualità,
dove talvolta i docenti esprimono pareri anche
interessanti ma improvvidi e impropri sulla
proposta spirituale e via discorrendo.
Lì il problema è che gli alunni, siccome parlano gli
alunni, spingano a far emergere la dicotomia
assurda, sia nel senso di farli dialogare tra di loro questo mi sembra importante - così come è
importante che vi sia un dialogo tra Rettori e padri
spirituali.
Noi l’abbiamo cercato in tre modi, non so se va
bene anche per te.
43
III Relazione
Il prete seminatore della speranza nella vita dei fedeli laici
Mons. Agostino Superbo
(*)
Il titolo che mi è stato presentato dice così: Il prete
seminatore della speranza nella vita dei fedeli
laici, cioè la caratteristica della speranza come
dimensione della vita pastorale, dell’attività
pastorale del sacerdote.
Io vi faccio alcune considerazioni preliminari
perché sono fatto a questa maniera e devo
cominciare sempre dalle fondamenta ed è un po’ il
ricordo del mio insegnamento di filosofia che mi
dice di andare alle origini. In ogni modo sarò
molto veloce.
Che rapporto c’è tra pastorale e speranza? La
risposta viene da alcuni brani della Sacra
Scrittura,- non sono io a darla – Efesini 1,18 ( il
saluto di Paolo): “Possa Egli davvero illuminare
gli occhi della vostra mente per farvi
comprendere a quale speranza vi ha chiamati,
quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità
tra i santi”.
Sembra che con questo saluto Paolo rechi tutto il
suo augurio verso la speranza, la chiamata alla
speranza, alla gloria. Efesini 4, 4: “Un solo corpo,
un solo Spirito, come una sola è la speranza alle
quale siete stati chiamati, quella della vostra
vocazione”. La vocazione cristiana è vocazione
alla speranza. E la Chiesa tutta, Corpo e Spirito,
uno solo in Cristo, come sappiamo è unita da una
sola speranza.
Romani 12,12 “Siate lieti nella speranza, forti
nella
tribolazione,
perseveranti
nella
preghiera.” Il nostro mondo come si trova rispetto
alla speranza?
E la Chiesa, che siamo noi, in quale posizione si
trova di fronte alla speranza cristiana?
Due domande importanti: alla prima per noi è più
semplice rispondere, perché guardare in faccia ad
altri nel peggiore dei casi è sempre più agevole.
Il mondo di oggi vive un momento che possiamo
caratterizzare o chiamare come “oblio” della
speranza.; lo dice il documento di preparazione al
Convegno di Verona.
(*)
Oblio della speranza in un duplice senso: il primo è
che non è chiara la dimensione escatologica della
vita.
Sembra che tutto si giochi qui sulla terra.
Più o meno bene, più o meno ragionevolmente, ma
sembra che tutto finisca qui.
Tanto che si impedisce all’uomo anche la
riflessione sui grandi perché della vita, perché alla
ragione si sostituisce facilmente la ragionevolezza
organizzatrice.
Ma c’è anche un secondo aspetto: la speranza è
insopprimibile nel cuore dell’uomo e allora questo
mondo sembra aver arretrato gli orizzonti di
speranza, orizzonti brevi, percorsi brevi di
speranza, facili da controllare e da consumare. In
questo mondo una forza propulsiva incredibile
posta, secondo il Catechismo della Chiesa
Cattolica, da Dio stesso nel cuore dell’uomo, una
sete di felicità come segno del suo atto creativo,
diventa la molla per una economia materialistica,
localizzata e consumistica.
Quindi il nostro mondo fa fatica a capire la
speranza cristiana. Però dobbiamo subito chiarire
la differenza tra speranza cristiana e speranza
pagana, perché anche i latini dicevano “spes ultima
dea” e sembrava una frase abbastanza buona e
bene augurante, ma non è così.
La speranza pagana non esiste è un appiglio
illusorio a cui agganciarsi per evitare la
disperazione; non c’è niente di già realizzato, di
già tangibile: è tutto da venire, è veramente un
sentimento che ti permette di evadere da situazioni
difficili e senza via di uscita.
La speranza cristiana è già realizzata, perché è
Cristo nostra speranza, venuto per noi qui sulla
terra 2000 anni fa e che ora mantiene la promessa
“io sarò con voi tutti i giorni fino alla
consumazione dei tempi”. Abbiamo già tutto.
Nella storia non ci manca nulla. Lui è la pienezza
della divinità e la pienezza della Parola di Dio
(cfr.Ebrei 1). Non ci manca nulla.
Trascrizione della registrazione dell’intervento e del
dibattito, non rivista dall’Autore
44
E’ la situazione che noi viviamo adesso, una
situazione in cui viviamo “in enigmate” dice
Paolo, che non permette alla speranza – questo non
è un impedimento è la situazione storica – di
svilupparsi e di fiorire e di esplodere in tutte le sue
potenzialità.
La speranza cristiana è il compimento di quello
che già noi abbiamo avuto in dono: la vita eterna,
che ogni giorno ci viene dall’Eucaristia, dalla
Parola di vita, che è Cristo. Non è ancora rivelato
(cfr. I Giovanni) quello che siamo, ma già lo
siamo: figli di Dio, e per l’umanità la speranza è in
questa chiamata ad essere figli di Dio, la vita
eterna che è estesa a tutti.
Quali sono i conti che la Chiesa fa con la speranza
cristiana? Quale importanza ha nella vita cristiana,
nella formazione alle varie vocazioni nella Chiesa,
laicali, religiose e sacerdotali? Quale forza di
identificazione ha? In modo che i cristiani possano
essere diversi da coloro che non hanno la
speranza?
Ecco le domande che ci facciamo. Domande che
riguardano la nostra vita di fede in Gesù Cristo,
con la consapevolezza che la pastorale della
speranza, prima che esprimersi in un modo di
agire, si esprime in un modo di essere. La prima
pastorale siamo noi, così come ci collochiamo
nella comunità cristiana e con la comunità cristiana
nel mondo.
Come si colloca la Chiesa rispetto ad un mondo
che pare abbia aver dimenticato la speranza, di
fronte all’oblio della speranza? Può ritenersi una
specie di giardino privilegiato, una specie di orto
botanico dove si coltiva questa pianta
preziosissima, disinteressandosi di quello che
avviene intorno, cioè di un mondo senza speranza?
La Chiesa, che insieme è società visibile e
comunità spirituale, cammina insieme con
l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la
medesima sorte terrena: essa è come il fermento, è
quasi l’anima della società umana, destinata a
rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di
Dio.
Non può disinteressarsi di un mondo senza
speranza, contenta di coltivare nel suo giardino la
speranza cristiana. E’ destinata a condividere.
Giovanni Paolo II (Redentor Hominis n. 15):”La
Chiesa, che è animata dalla fede escatologica,
considera questa sollecitudine per l'uomo, per la
sua umanità, per il futuro degli uomini sulla
terra e, quindi, anche per l'orientamento di tutto
lo sviluppo e del progresso, come un elemento
essenziale della sua missione, indissolubilmente
congiunto con essa. Ed il principio di questa
sollecitudine essa lo trova in Gesù Cristo stesso,
come testimoniano i Vangeli. Ed è per questo che
desidera accrescerla continuamente in Lui,
rileggendo la situazione dell'uomo nel mondo
contemporaneo, secondo i più importanti segni
del nostro tempo”. La fede escatologica la spinge
ad interessarsi dell’uomo, perché tutto il mondo è
chiamato a rinnovarsi in Cristo.
E allora il prete in questo mondo è chiamato ad
assumere tre doni da Dio, tre carismi che sono
dentro al suo ministero, a cui corrispondono tre
impegni. Primo, essere uomini di speranza.
Secondo, essere educatori alla speranza. Terzo,
essere coltivatori di speranza. Alla base di tutto è
l’essere uomini di speranza. Presbiterorum Ordinis
n. 13: “Reggendo e pascendo il popolo di Dio, i
presbiteri sono spinti dalla carità del Buon
Pastore a dare la loro vita per il gregge pronti
anche al supremo sacrificio, seguendo l’esempio
di quei sacerdoti – parlate di don Francesco (si è
proprio consumato e io l’ho conosciuto) – che
anche ai nostri tempi non indietreggiarono di
fronte alla morte; e poiché sono educatori nella
fede avendo anch’essi ‘fiducia di poter entrare
nel santuario grazie al sangue di Cristo’ (Ebrei
10,19), si rivolgono a Dio ‘con cuore sincero,
nella pienezza della fede’ (Ebrei 10,22); si
ergono in una speranza incrollabile al cospetto
dei loro fedeli, in modo da poter consolare coloro
che sono in qualsiasi tribolazione, con la
medesima consolazione con cui essi stessi sono
consolati da Dio”.
Incrollabile speranza di fronte al destino. Come è
la speranza incrollabile del prete? E’ quella di un
superuomo? Un uomo straordinario? Che per
magia che viene dal rito dell’ordinazione ha una
potenzialità che gli altri uomini non hanno? O è la
speranza di un uomo fragile come tutti, bisognoso
di consolazione. Noi sappiamo e abbiamo ascoltato
adesso la citazione del Concilio, che il prete può
essere uomo di speranza, in quanto lui stesso è
consolato da Dio. Vuol dire che ha bisogno di
consolazione. Mettiamo tra parentesi adesso –
perché non è in argomento, ma sarebbe
interessante parlarne - la vita cristiana, ciò in cui
noi abbiamo più bisogno di consolazione da parte
di Dio è proprio la nostra vita cristiana, la vita
evangelica, diciamo. Nel momento in cui tu
l’assumi pienamente si complica la tua fragilità,
con le contraddizioni interne ed esterne, per cui hai
bisogno di essere consolato da Dio.
Ma rimaniamo nelle consolazioni di cui abbiamo
bisogno nel nostro ministero nell’esercizio della
nostra vocazione, nell’assumere quei deliberata
45
della speranza. Sapendo che la vera speranza
cristiana, la vera consolazione passa attraverso le
tribolazioni,
quelle
legate
all’annuncio
dell’Evangelo, quelle che ha esperimentato
l’apostolo Paolo. II Lettera ai Corinti 1-2,7 “Sia
benedetto il Padre del nostro Signore Gesù
Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni
consolazione, il quale ci consola in ogni nostra
tribolazione”. Da un lato ricorrere a Cristo,
speranza nostra, per farci consolare, dall’altro è
segno di speranza affrontare le tribolazioni
necessarie per il Vangelo. Affrontare le
tribolazioni necessarie interne a noi stessi, evitando
i riadattamenti del Vangelo alle nostre esigenze,
ma adattando le nostre esigenze a quelle del
Vangelo e quindi sfrondandole non poco. E anche
le tribolazioni dall’esterno.
Nella pastorale non bisogna trovare le vie del
consenso; è la politica attiva che cerca il consenso,
è la via della pubblicità consumistica che cerca le
vie del consenso, cercando di attenuare la forza
liberante della responsabilità umana, ma non il
Vangelo. Altro è pensare le vie culturali più buone,
più sante e più efficaci, altro è adattare il Vangelo
ai gusti del mondo contemporaneo per evitare le
tribolazioni. Quindi primo, farsi consolare da Dio,
dare a Dio il tempo e il modo di consolarci perché
ne abbiamo bisogno. Terzo perché la consolazione
sia vera e venga da Cristo saper affrontare le
tribolazioni per il Vangelo.
Io credo che ogni presbitero dovrebbe dire alla
propria gente e presentarsi ai propri amici così
come si presenta lo scrittore Giovanni
dell’Apocalisse: cioè presentarsi come compagno
nelle tribolazioni per il Vangelo. Potete pensare a
quante forme noi troviamo per evitare le necessarie
tribolazioni per il Vangelo. Ma evitando le
tribolazioni noi evitiamo, primo di farsi consolare
da Dio, secondo di annunciare veramente il
Vangelo. Quindi farci consolare e affrontare le
tribolazioni; secondo non avere paura delle sfide
del nostro tempo, le sfide contro la speranza;
saperle conoscere, saperle esaminare, saper essere
presenti, saper dare le risposte giuste. Giuste e
credibili, non solo giuste a livello intellettuale,
questo è abbastanza non dico facile ma si può
farlo, ma credibili, dentro le sfide del nostro
tempo, dentro il crocevia del nostro tempo con
l’annuncio della speranza santa e credibile. La
Chiesa non fa mai mancare l’annuncio della
speranza. Ma oggi le profonde trasformazioni in
cui siamo immersi, mettono in discussione valori
fondamentali: il valore della persona, lo vediamo
nella guerra in Medio Oriente di questi giorni,
con la vocazione. Io mi ricordo che un anno stavo
predicando un corso di esercizi spirituali a
Montecatini, nel santuario della Pace; non so se lo
fanno ancora, e a un certo momento ricordo
l’argomento di cui parlavo, dell’Eucaristia, del
prete che agisce “in persona Cristi” e lo stile della
vita quotidiana. Mi raggiunse un prete ottantenne
che mi disse “Vieni qua, - dite Monsignore - se noi
pensassimo queste cose dovremmo scappare di
fronte al Vescovo che vuole ordinarci. Dovrebbero
venire a prenderci per forza, come è avvenuto per
sant’Agostino, niente di strano, che fu preso di
peso e portato dal Vescovo Valerio; non voleva,
piangeva sul serio perché non voleva, sentiva la
responsabilità: poi interpretarono male e pensando
che volesse diventare Vescovo, gli dissero “fra
poco ti facciamo Vescovo” ; e lui piangeva ancora
di più. Abbiamo quindi bisogno proprio di
consolazione nel ministero. Sant’Agostino Lettera
21: “Abbiamo bisogno di considerare che in questa
vita e soprattutto in questo tempo non vi è nulla di
più facile e gradito agli uomini della dignità di
Vescovo, di prete e di diacono” - perché erano un
titolo di onore, un ruolo dignitoso - diciamo, “ma
nulla di più miserabile, funesto e riprovevole
davanti a Dio se lo si fa negligentemente e con vile
adulazione e che parimenti non vi è nulla in questa
vita e soprattutto in questo tempo così difficile e
faticoso, ma nulla è più gradito agli occhi di Dio
della dignità di un prete, di un Vescovo e di un
diacono se questi assolva a questa milizia nel
modo prescritto dal nostro Capitano”.
E’ ambivalente il ministero sacerdotale. Di fronte
agli uomini è tutto onorato, ma di fronte a Dio
nulla di più miserabile … e più dolce se lo fai
secondo Dio. Ed in questa ambivalenza c’è
necessità della consolazione di Dio. Per questo
diceva il Signore: “Non vi chiamo più servi (…)
ma vi ho chiamato amici , perché tutto ciò che
ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” e
poi “voi siete quelli che avete perseverato con
me nelle mie prove”.
Allora, l’esercizio pastorale della speranza
cristiana consiste – permettetemi questa banale
espressione – nel farsi consolare da Dio, proprio
come i bambini che piangono e si fanno consolare
dalla mamma.
E’ il primo fondamentale gesto di speranza, questo.
E in tutte le difficoltà, quelle di vita cristiana, di
itinerario vocazionale e di vita sacerdotale.
L’intensa preghiera quotidiana, la sosta davanti al
Santissimo Sacramento, l’Eucaristia celebrata
come mistero di speranza. E’ un ricorrere a Cristo
per ricevere per noi, nel concreto della vita, il dono
46
prete uomo di relazione, a partire dalla relazione
fondamentale con Cristo. Quindi non un’antropologia di isolamento, di autoreferenzialità, ma di
comunicazione del Vangelo, certamente, non di
noi stessi; per questo si parte dall’esperienza
fondamentale del Vangelo per aprire delle
relazioni con tutti, con tutti.
L’essere uomo di relazione implica l’importanza
delle virtù umane. Virtù umane che ci permettono
di essere ponte e non diaframma tra Dio e gli
uomini. Una umanità di relazione, una
umanità/ponte – pontifex – costruttori di ponti tra
Dio e gli uomini. E ciò significa che devi essere
ancorato come ogni ponte saldamente sulle due
sponde: la sponda di Dio, fortemente, e la sponda
degli uomini. Niente per le nostre comunità è più
disperante di un prete astratto. Che significa
astratto? Nell’etimologia tomista: tirato fuori dalla
porta – abstract.
Terzo punto: uomini che portano speranza nella
Chiesa. La Chiesa che è fatta da noi. La speranza
nella Chiesa è data da Cristo stesso, è dono suo, è
Lui la speranza nostra, però deve essere coltivata.
Come coltivare la speranza nella Chiesa? Portare la
fiducia nella indefettibilità di questa speranza. “Tu
sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia
Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno
contro di essa”. E poi portare nella Chiesa segni
visibili di speranza.
Posso fare degli esempi un po’ banali. Una
sacrestia disordinata, non curata, dove nessuna
cosa sta al suo posto, una sala di catechismo non
pulita significa mancanza di speranza, perché? Io
sono figlio di artigiani e ho lavorato nella bottega,
con mio padre, anche da prete, quando andavo in
vacanza, lui aveva bisogno e andavo a lavorare. La
bottega, quando la chiudi alla sera, e pensi di
riaprirla al mattino, ha bisogno di un ultimo gesto:
di mettere tutti gli attrezzi al loro posto, di modo
che al mattino puoi riprenderli per bene. Se invece
un artigiano pensa ormai che deve chiudere, non
mette niente a posto. Ciò che ti colpisce quando
vai in una chiesa, in una sacristia, in un’aula di
catechesi di un Oratorio e vedi le cose in disordine:
ti sembra che sia una bottega in chiusura, cioè che
manca la speranza. Gli spazi, piccoli o grandi che
siano - quello dipende dalle possibilità economiche
-, ma che siano curati: è segno di speranza. Segno
che non siamo - noi preti - una specie in estinzione,
ma che ci sarà qualcuno dopo di noi, e che
dobbiamo trasmettere qualcosa agli altri. Segno di
speranza nella Chiesa è la cura delle vocazioni
sacerdotali e religiose; come obbiettivo specifico
del prete, sì del prete, non del responsabile
quanto vale una persona? Bambini innocenti,
donne, che c’entrano?
Il valore della vita: manipolazioni genetiche; il
valore della famiglia, che sembra un incidente di
percorso nella mentalità di oggi. “Mi è capitato di
mettere su famiglia… Non so nemmeno io stesso
come ho fatto”.
E lo stesso senso della società e della storia umana,
che sembra più giustificarsi ogni giorno come una
gestione di affari e non come una comunione di
persone e una linea di sviluppo tra persone che
hanno un destino eterno dentro il loro cuore e nella
loro stessa carne.
L’aborto, il non riconoscere il primato della vita,
mille ostacoli alla vita debole, nascente e al
tramonto, ma anche nel suo pieno sviluppo. Non
riconoscere il diritto al lavoro, alla serenità, alla
libertà.
Come essere testimoni di incrollabile speranza:
prima di tutto scegliere di stare dentro i crocevia
del nostro tempo. Non ci sono isole. Perché anche
con un bambino di 7-8 anni devi starci bene. Stare
dentro come? Che significa stare dentro i crocevia
e le sfide del nostro tempo? Dentro, con la cultura
innanzi tutto. Capire, studiare. Dentro con la vita.
La vita delle nostre parrocchie non può essere una
vita astratta dal territorio. Lo stesso nome di
parrocchia e di diocesi, nella sua etimologia, dice
una presenza nelle case degli uomini. La pastorale
del “recinto”, ce lo diceva Giovanni Paolo II, a
Palermo, non esiste più. Non è mai esistita nella
Chiesa. La pastorale della Chiesa è quella del buon
pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita,
non è quella del guardiano che conta le pecore.
Nei primi anni di sacerdozio la nostra grande
attività esterna era quella di contare il numero di
persone che venivano in chiesa, ogni hanno si
faceva una specie di censimento. Si distribuivano
quattro specie di immaginette all’ingresso della
chiesa giovani, ragazze, donne e uomini e tu avevi
così il numero delle persone in base a quante
immaginette avevi distribuite e questa era l’attività
esterna; a un certo momento ci siamo ribellati. Ma
questa non è pastorale: questa è essere guardiani
del museo. E quindi la vita delle parrocchie deve
essere dentro alla realtà. Questi problemi che si
dibattono in televisione, nei forum televisivi, sono
dentro le famiglie, vivi, a volte in maniera normale
a volte in maniera esasperata. Il prete semina la
speranza, se sta accanto agli uomini e alle donne
del suo tempo.
Questo, scusate lo dico per me, veramente, implica
una antropologia diversa (che è richiamata nella
Pastores do vobis ) un’antropologia di relazione: il
47
voci dai pergami ... persuadono a fatica e altro
vento spira la più efferata barbarie …. Torniamo
all’amore pur se anche … familiare il dubbio ti
morde e la solitudine pare invalicabile”. Bellissima
esortazione. Pensate al Libano in questo momento,
che deve subito ricostruirsi!
Allora – ripeto – piccoli segni di speranza nella
Chiesa. Primo: curare le nostre chiese, piccole o
grandi, povere o ricche non fa niente, ma curate. Io
ho ammirato – ve lo posso dire – in alcune nostre
borgate della Basilicata qualche casa che non ha
ancora i mattoni per terra, ha ancora il cemento
liscio, eppure c’è una grande pulizia, una povertà
dignitosa. Curare le vocazioni, come segno di
speranza – l’ha detto padre Turoldo – e curare
l’accoglienza alla vita. La denatalità italiana è
segno di mancanza di speranza, è segno che stiamo
diventando una nazione di disperati. E si cura
l’accoglienza alla vita in una forma educativa che
va dall’educazione all’affettività, fino alla preparazione al matrimonio. Una delle forme antiche di
eresia che derivava dall’agnosticismo era quella
che separava la sessualità dalla procreazione.
Perché secondo alcuni gnostici demiurgo aveva
messo l’istinto sessuale come trucco, come
trappola per gli uomini e le donne, per far
procreare, perché diceva: se no questi non
procreano; allora ci metto l’istinto sessuale. E
prendevano demiurgo in giro; fanno lo stesso
adesso. L’educazione all’accoglienza e alla
affettività è educazione alla speranza, l’educazione
all’accoglienza e alla vita, l’educazione prima
all’amore familiare e poi l’educazione alla vita,
perché devi creare alla vita un luogo giusto,
altrimenti non puoi, perché è come se procreassi
delle persone che poi non sai a chi affidare,
bisogna avere questa fiducia: affettività, amore
familiare e accoglienza alla vita.
In questi tempi – diceva il beato Giovanni XXIII°:
“assistiamo a una crisi in atto nella società;
l’umanità è ad una svolta di una nuova era, e alla
Chiesa spettano compiti di una gravità e di
un’ampiezza immensa, ma come sempre –
aggiungeva – la Chiesa può contare sull’aiuto di
Gesù Cristo”. La fede nella indefettibilità della
Chiesa deve esserci non con un senso
trionfalistico, ma per mettere segni di speranza in
tutto quello che noi facciamo. Un grande teologo
dei nostri tempi scrive così: “Le forze del male
potranno tentare di distruggere la Chiesa, forse
persino seminare in essa fermenti di morte, ma
essa compirà – malgrado tutto – la sua missione di
salvezza, non a motivo dei suoi meriti ma per la
fedeltà di Dio”. Nel giorno della parusia ci sarà
diocesano delle vocazioni. Io per 14 anni ho fatto
questo lavoro, ma ho sempre preteso di lavorare
sul lavoro dei parroci, altrimenti non ci andavo.
Ho visitato le parrocchie della mia diocesi quasi
tutte le settimane, a tappeto, e ringrazio il Signore
che nella mia Diocesi in ogni parrocchia c’è il vice
parroco. Quando si lavora per le vocazioni il
Signore premia e dà i suoi frutti, perché ci tiene
Lui alle vocazioni ed è un incoraggiamento a
lavorare molto per le vocazioni, tutte le vocazioni,
non solo quelle della propria bottega, ma per tutte
quante. Quando sono andato a fare il Rettore del
Seminario minore e l’animatore vocazionale, in
Teologia della mia diocesi c’erano due seminaristi;
quando sono passato a Molfetta i seminaristi in
Teologia erano 15, frutto certo non solo mio ma di
chi collaborava con me. Quindi curare le vocazioni
e poi curare gli spazi sacri, gli spazi di catechesi,
gli spazi di cultura; curarli materialmente, gli spazi
della liturgia. Curare le vocazioni perché saranno
quelli che prenderanno il posto dopo di noi.
Terzo. Di fronte a momenti decostruttivi, materiali
o spirituali, sempre riprendere daccapo il
cammino, con entusiasmo e fiducia. Qui c’è la
basilica: terremoto dell’80. Io dico che ci sono due
terremoti: uno si chiama incuria e l’altro si chiama
sisma e non si sa quale dei due faccia più danni.
C’è da ricostruire: voi sapete che alcune chiese non
sono ancora aperte? Io ho una cattedrale e due concattedrali: le due con-cattedrali sono ancora chiuse
dopo 26 anni. Quella di Potenza per fortuna è stata
colpita poco, ma le altre due sono state colpite
prima dall’incuria e poi dal sisma: non si sono
ancora riaperte.
Pensate a quanta fatica hanno fatto i nostri per
ricostruire, dopo la seconda guerra mondiale, le
case, le chiese, instancabilmente, di ricostruire un
gruppo che si è disperso - dicevo momenti di
ricostruzione materiale e spirituale - un gruppo
qualunque di Azione Cattolica, Apostolato della
preghiera; fenomeni di dispersione: ricominciare
daccapo,
instancabilmente.
Certamente
la
ricostruzione più forte è stata quella che interessò
l’Europa dopo la II Guerra Mondiale. Leggevo una
poesia di Davide Maria Turoldo, molto
interessante, una poesia scritta da prete. “Torniamo
ai giorni del rischio, quando tu salutavi a sera –
sotto il nazismo – senza essere certo domani di
vedere l’amico, il mattino, e i passi della ronda
nazista dal selciato ti facevano eco dentro il
cervello nel nero silenzio della notte. Torniamo a
sperare come primavera torna ogni anno a fiorire
che i bimbi nascano ancora, profezia e segno che
Dio non si è pentito. Torniamo a credere, pur se le
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veramente un segno di speranza; sappiamo che i
giovani sono a rischio e allora noi li mandiamo agli
altri giovani che sono assieme a noi a portare la
speranza di Cristo: ecco questa è la dinamica della
pastorale giovanile. Mai fare una pastorale di
gruppo fine a sé stesso, ma di gruppo che
evangelizza, che testimonia, di gruppo che ha cura
dei luoghi dedicati alla speranza.
E infine, come pastori del nostro popolo siamo
chiamati a dare alla nostra guida pastorale l’esatta
e precisa configurazione di pastori di un popolo di
pellegrini, un popolo pellegrinante come dice il
Concilio, stranieri e pellegrini (cfr. I Pietro 2-11).
La comunità cristiana si caratterizza – lo dice il
Concilio – per la sua dimensione escatologica. Non
un popolo stanziale, non un popolo che si difende,
non un popolo che si costruisce la sua patria,
addirittura dentro una patria terrena. No, non è
questa la Chiesa. E’ un popolo che cammina
(lettera a Diogneto, lo ricordate) nella patria
terrena, verso la patria celeste. Ogni patria e luogo
straniero è patria per loro, purché si impegnano a
fondo. Il pellegrinaggio oggi si esprime si vive e si
manifesta soprattutto con una vita povera. Proprio
povera, quella del Vangelo, quella di Gesù Cristo,
quella di San Francesco, senza fare i voti.
La povertà cristiana: anche quella francescana… le
modalità sono diverse dipende dalle diverse
vocazioni: anche i ricchi sono chiamati ad essere
poveri. Noi abbiamo avuto un industriale, Falk,
Presidente dell’UCID per tanti anni (Unione
Cattolica Imprenditori Dirigenti), che era un uomo
che viveva da manager la sua povertà. Lui diceva a
tutti i suoi consociati: “Il manager vero non deve
mai accumulare denaro, ma deve investire per
creare lavoro” – vedete la povertà di un uomo. Noi
siamo chiamati a vivere la povertà, prima di tutto
come fiducia nella Divina Provvidenza, e
dobbiamo superare l’ostacolo che si chiama
“IDSC”, l’Istituto Diocesano Sostentamento Clero;
questo è un ostacolo alla fiducia nella
Provvidenza. Dobbiamo accoglierlo con libertà
come dono della Chiesa per la nostra sicurezza e la
nostra serenità e soprattutto per la sperequazione.
Chi di noi ha vissuto prima dell’Istituto sa bene
che c’è una sperequazione enorme nel clero, tra chi
aveva in abbondanza e arricchiva la famiglia e chi,
come il sottoscritto e molti come me, andavano a
casa a chiedere i soldi per comprarsi le scarpe,
perché non bastavano i soldi quando dovevi
cambiarti le scarpe. Poi c’è stata una forma di
perequazione meravigliosa, che non deve però
essere una forma che ci porti a dimenticare che
bisogna fidarsi della Provvidenza e quei soldi che
ancora perché l’amore di Dio per l’umanità non
sarà estinto. Attraverso di essa il Vangelo
continuerà ad essere proclamato e i mezzi di
salvezza non cesseranno di essere offerti. Il
responsabile di questa continuità è evidentemente
lo Spirito Santo ed ecco il quarto segno di
speranza: a noi tocca di essere docili all’azione
dello Spirito che è l’autore della indefettibilità
della Chiesa. Docili alla sua potenza, nella
preghiera, nel sacrificio e nella sofferenza in tutto
quello che di spirituale avviene dentro di noi. Il più
grande segno di speranza che avviene nella Chiesa
e nel mondo è la celebrazione eucaristica. Non per
niente noi proclamiamo “annunciamo la Tua morte
Signore, proclamiamo la Tua risurrezione,
nell’attesa della Tua venuta”. La celebrazione
eucaristica va impostata e celebrata proprio come
luogo di partenza del cammino di speranza della
comunità. E già meditarlo è un passo avanti.
Porre segni di speranza nel mondo. Dovunque ma
in particolare dove la speranza può diventare
debole, dove ci sono persone più esposte alla
fragilità e alla disperazione. La Presbiterorum
ordinis ci ricorda che sono affidati in modo
speciale ai presbiteri i poveri e i più deboli, ma
anche i giovani e le famiglie. E’ lì che la speranza
deve diventare continuamente forza per agire. I
poveri, i giovani e le famiglie sono le persone più
esposte e più sensibili all’oblio della speranza.
Qualche volta ci scusiamo: “ma la povertà diciamo - è colpevole, se c’è un problema è perché
qualcuno non ha saputo gestirsi” e poi c’è un
asintoto che dice che è una malattia che passa. Ma
fratelli miei se i giovani non sono - come ci diceva
Giovanni Paolo II° - la speranza e il futuro
dell’umanità è perché non li curiamo. Questi
giovani a rischio di droga, a rischio di deviazioni, a
rischio di illusioni e di inganni, questi giovani sono
il futuro della Chiesa e dell’umanità. E quindi è
segno di speranza una pastorale giovanile
realistica, non di tipo dualistico. Il dualismo sapete
che cos’è? E’ la maestra che chiama il capoclasse e
gli dice “Io mi devo assentare 10 minuti: metti
buoni e cattivi e tira una linea al centro per
distinguere gli uni dagli altri”.
I giovani che noi coltiviamo nelle nostre comunità
hanno diritto – questo lo dicevo quando ero
viceparroco – di consumare l’annuncio della
Chiesa, perché devono andare a portare l’annuncio
poi fuori, altrimenti non hanno questo diritto; i
soldi che risparmio li porto ai poveri. Dobbiamo
coltivare i nostri giovani come base missionaria,
punto di partenza per la testimonianza di Gesù
risorto. Allora la pastorale giovanile diventa
49
sono uomini maturi, così come lo è il nostro
Signore Gesù Cristo.
Chiudo con un brano molto bello del cardinal
Suenens: “Sono un uomo di speranza perché credo
che Dio è nuovo ogni mattina, sono un uomo di
speranza perché credo che lo Spirito Santo è
ancora all’opera nella Chiesa e nel mondo; sono
un uomo di speranza perché credo che lo Spirito
Creatore dà all’uomo che lo accoglie una libertà
nuova, e una provvista di gioia e di fiducia. Sono
un uomo di speranza perché so che la Chiesa è
piena di meraviglie; sperare è un dovere, non un
lusso, sperare non è sognare ma è la capacità di
trasformare un sogno in realtà. Felici coloro che
osano sognare, che sono disposti a pagare il
prezzo più alto perché il loro sogno prenda corpo,
perché il sogno di Dio, l’umanità”.
abbiamo servono per noi e per le comunità; non
voglio entrare più profondamente in questo
discorso.
Il pastore di un popolo pellegrinante è un pastore
povero, cammina leggero sulle vie della vita, non
può essere pesante, avere difficoltà a camminare,
un po’ di bagaglio lo deve lasciare da qualche parte
e deve educare il popolo alla povertà e alla
sobrietà.
Allora Giuseppe adesso viene ordinato prete e si fa
una casula di 2.000 euro e un calice da 2.000 euro:
va bene, a gloria di Dio? Ve lo dico sul serio.
Questa è la celebrazione della prima Messa, la
celebrazione di un popolo pellegrinante? Sono
esempi, prendeteli proprio con estrema libertà e
non voglio insistere più di tanto. Che celebrazione
è quella? Mi capite? E così via. Un prete deve
essere povero e deve educare un popolo di poveri,
perché solo i poveri coltivano la speranza nel
cuore. Beati i poveri perché di essi è il Regno di
Dio. Speranza del Regno e povertà sono legati
strettamente.
E infine, il prete deve essere un uomo coraggioso;
anche di fronte alle difficoltà deve essere capace di
educare al coraggio cristiano. Abbiamo un buon
libro del II° secolo, Il pastore di Erma. In una di
queste visioni, una donna anziana ben adornata e
ben curata, che rappresenta la Chiesa, dice ad
Erma un giudizio severo a chi cade nel vizio, ma
un incoraggiamento verso chi è fedele. C’è
bisogno di coraggio per vivere da cristiani, c’è
bisogno di coraggio per vivere da preti veri. C’è un
nostro beato della Basilicata, il Beato Lentini, che
diceva “essere prete prete” e lui per essere prete
nell’800 non ha mai fatto il canonico o il parroco
perché era troppo assicurato: lui ha fatto il prete
senza titolo però ha fatto un sacco di bene; prete
prete.
Ci vuole coraggio fratelli miei. E allora voglio
leggervi questo brano del pastore di Erma: “ Non
appena finì di leggere si alzò dalla cattedra e
vennero quattro giovani, presero la cattedra e si
allontanarono verso oriente, la cattedra dove stava
questa donna anziana: ella mi chiama e mi dice: Ti
è piaciuta la mia lettura? Signora, mi sono piaciute
le ultime parole, le prime sono state difficili e dure,
quelle di condanna; essa poi soggiunse: le ultime
sono per i giusti, le prime per i pagani e per gli
apostati. Mi stava parlando quando apparvero due
uomini, la presero sulle spalle e si allontanarono
verso la cattedra d’Oriente. Se ne partì lieta e
andandosene
disse
“Coraggio,
coraggio”.
“Coraggio” in greco sapete che cosa vuol dire? Sii
uomo: è una virilità propria dei figli di Dio, che
* * *
Il Relatore ha poi risposto alle seguenti domande
- Come sensibilizzare i fedeli alla speranza nei
carcerati?
- Lei diceva che la prima cosa che deve fare il
prete, prima di educare alla speranza, è che deve
viverla. E in particolare ha parlato di godere della
consolazione che viene da Dio, specialmente nella
Eucaristia. Mi domando: in che rapporto stanno
nella vita di un fedele, in particolare nella vita di
un sacerdote, l’azione di Dio nella vita spirituale,
nella vita di preghiera e la consolazione di Dio
attraverso la comunità cristiana? Perché una della
mie paure, guardando un po’ la realtà dei
sacerdoti intorno a me, è che c’è il pericolo,mi
sembra abbastanza reale, di solitudine, di essere
lasciati soli dalla propria comunità, ecc. In che
misura va ricercata questa forma di coltivare la
speranza, anche nel calore umano?
Risposte
La speranza dei fedeli riguardo ai carcerati.
Per i fedeli, riguardo al loro rapporto con i
carcerati, l’educazione è alla dignità dell’uomo. Vi
racconto un fatto che di cui avete sentito parlare
certamente perché è di don Tonino Bello. La
chiesa, il santuario della Madonna dei Martiri, era
stata appena riconosciuta come Basilica minore.
Don Tonino, come faceva sempre dopo la
50
Direbbe S.Tommaso: nego suppositum. Il Signore
non ci chiama ad essere mezzi uomini, per essere
preti: ogni vocazione è data all’uomo e alla donna,
per esaltare al meglio la sua umanità, quindi una
vocazione pienamente realizzata non ha bisogno di
integrazioni, perché il Signore ti dà qualcosa che ti
riempie completamente, ti dà la pienezza di vita,
nel momento in cui tu l’assumi totalmente.
E quindi la comunità è il luogo del servizio di
carità; e se il Signore vuole, sarà anche il luogo
della tua consolazione, che viene da Lui: se Lui
vuole, ma non lo sappiamo. Non possiamo
pretenderla. La comunità non è “per forza” il luogo
della consolazione, può essere invece, a volte, il
luogo della tribolazione; quindi la consolazione ti
viene direttamente da Lui. Quale è il problema?
C’è un problema però. Il problema riguarda la
maniera in cui si concepisce il celibato del
sacerdote diocesano, non quello religioso. Spesso
il celibato sacerdotale – e ciò che dico adesso a voi
l’ho detto all’ultima assemblea della CEI a
maggio, davanti a tutti i vescovi – è concepito in
negativo: come una scelta di non sposarsi.
Secondo voi, uno può scegliere di non sposarsi,
secondo la natura umana? Perché uno deve
scegliere di non sposarsi, se il Signore stesso ha
voluto il matrimonio? Invece il celibato non è
scelta di non sposarsi, ma scelta prioritaria di
consacrare tutta la propria vita, in maniera totale,
integra e di fare di Dio – Salmo 15 – l’eredità e il
calice.
Primariamente questa non è una scelta:
primariamente è un dono, un carisma. Nel
sacerdozio di rito latino noi abbiamo due realtà che
si fondono insieme, ma che logicamente sono
distinte: il celibato, cioè vita totalmente consacrata
a Dio e il ministero sacerdotale, che la Chiesa dona
a chi ha già questo dono del celibato. Il celibato
non è la “condizione” per diventare prete: è il
carisma su cui la Chiesa latina pianta il ministero
sacerdotale.
Che significa questo? Significa che il carisma del
celibato esige: primo, un proprio discernimento,
proprio, che appartiene al carisma del celibato;
cioè non basta chiedermi se sono chiamato a fare il
prete: devo chiedermi se il Signore mi ha dato
questo dono del celibato.
Richiede quindi un discernimento appropriato,
richiede una cura appropriata, richiede uno stile di
vita appropriato per coltivare il carisma, una
spiritualità
appropriata,
una
relazionalità
appropriata, che non è la relazionalità dello
scapolo, ma dell’uomo che è “più che accasato”,
perché è totalmente impegnato con Dio e
funzione, si mise in macchina con dei giovani per
andare fuori città in una casa dove c’era un tale,
Giuseppe, che si ubriacava continuamente e veniva
fatto ubriacare dai giovani di Molfetta per
divertirsi e vederlo ubriaco: e poi lo trovavano lì,
al portone dell’episcopio. Durante il tragitto i
giovani avevano discusso con don Tonino: “che
significa Basilica minore o basilica maggiore?”
Don Tonino non sapeva rispondere e se ne uscì con
questa risposta: “guardate questo non è importante,
quello che è importante è sapere che la Basilica
maggiore è l’uomo, perché è veramente la casa di
Dio, e in questo è la sua dignità”. Allora trovarono
Giuseppe e chiesero : “don Tonino e quello che è?
Basilica minore o Basilica maggiore?” Giuseppe
era lì, ubriaco fradicio, con gli occhi stralunati… E
don Tonino disse: “No, Basilica maggiore!” Poi
riportò questo episodio in un suo libretto
quaresimale, che ha come titolo un brano dell’inno
quaresimale Non togliere da noi il segno della tua
gloria. Lì non è propriamente educazione alla
speranza, ma alla dignità dell’uomo, a riconoscere
la dignità dell’uomo in ogni persona, in qualunque
condizione sia, che il Signore non toglie mai il
segno della sua gloria nemmeno dall’omicida,
ricordate Caino. E questa deve essere una
prolungata educazione delle nostre comunità: poi
viene la speranza.
La consolazione di Dio nella preghiera e la
consolazione della comunità.
C’è stato un periodo in cui si faceva un gran
parlare e scrivere della integrazione affettiva del
prete. L’ipotesi era questa: l’uomo che vive il
celibato non è integro…gli manca un pezzo! E’ da
integrare, gli manca un qualcosa. Allora bisogna
dargli la “moglie” che è la comunità. La comunità
deve prendere il posto, nell’affettività sacerdotale,
di quello che fa a livello affettivo la donna nella
vita di un uomo sposato: quindi, consolazione da
Dio nella preghiera e consolazione della comunità
nella vita comunitaria. E se non c’è? Ho
conosciuto un missionario del Pime, che è stato 36
anni in Bangladesh, che non ha mai avuto una
comunità! Perché il paese è a prevalenza
musulmano; lui dava la sua testimonianza di
cristiano, serviva nella carità i fratelli, ma la
comunità vera e propria, gruppi di fedeli, non ne ha
mai avuti.
La comunità non può essere la moglie del prete. E
dov’è la moglie del prete: in cielo? Non c’è. E’ il
presupposto che è errato, secondo me. E’ errato il
presupposto che il prete che vive il celibato, come
il religioso che vive la sua consacrazione nella
castità, nella verginità, sia un uomo non completo.
51
totalmente da Dio si aspetta le sue consolazioni,
che può darle anche attraverso la comunità.
Questo è quello che io penso.
Come preti di rito latino, abbiamo da cercare le
consolazioni soltanto da Dio e dire grazie a Dio se
abbiamo una comunità accogliente, una comunità
che ti gratifica, perché siamo deboli e abbiamo
anche bisogno di quel sostegno, ma sempre se
viene da Lui.
Scusate la chiarezza dell’impostazione, ma questo
è un punto decisivo per il ministero sacerdotale
nella Chiesa di rito latino.
Per il rito greco è un altro modo di vivere.
Ma a noi la Chiesa prima di darci il sacerdozio ci
chiede: il Signore ti ha dato la grazia, la chiamata
specifica al celibato?
Naturalmente la formazione prosegue insieme, ma
la priorità logica e pedagogica viene sul celibato.
Logica e pedagogica.
Perché se so che il grano lo posso seminare solo su
un certo tipo di terreno, prima vedo se il terreno è
adatto e poi semino il grano; non faccio il
contrario; seminare il grano per vedere se il terreno
è adatto. E’ chiaro? Priorità logica e pedagogica: il
primo discernimento, la prima cura, è sulla
consacrazione a Dio, totale.
Vi ho detto solo i principi, ma voi comprendete
bene come sia feconda questa impostazione, anche
nelle relazioni con gli altri. Nelle relazioni con gli
altri, per il cristiano, ancor più per il prete, c’è il
libro del dare e non dell’avere: c’è una sola
colonna nel registro che è l’agape di Dio, che è
solo dare e non avere. Per il matrimonio è un altro
discorso.
E allora la consolazione non è quella che mi viene
dall’umano, che d’altra parte non devo mai
disprezzare: dire al Signore “dammene, perché
sono fragile” e poi ringraziare quando mi
arriva. Ma come qualcosa in più che il Signore mi
dà nella sua benevolenza, non è l’essenza di tutto;
la consolazione è quella che viene da Dio: lo dice
chiaro l’apostolo Paolo.
52
Conclusioni finali dei partecipanti
Moderatore: Don Giacinto Danieli
Ci sono state tre essenziali figure che hanno
caratterizzato la nostra nozione di speranza: la
morte, l’amore e l’esperienza di Dio. Morte e
amore diciamo in qualche modo caratterizzanti la
dimensione umana dell’uomo. Infatti tutti noi
conosciamo, veniamo in contatto con queste
esperienze forti: la morte è un’esperienza negativa
ma un cristiano sa che la morte c’è però porta alla
gloria; l’amore è anche un’esperienza forte che
consente di poggiare su un fondamento. La cosa
che è molto importante a mio avviso, e che spero
che anche i miei amici del gruppo possano
condividere è che morte e amore si richiamano
inevitabilmente alla figura di Dio. Dio incarnato,
Gesù Cristo, Dio con noi, che è morto e che è
risorto. E questo ci permette di mantenere e di
ricollegarci giustamente all’intervento e alla
prolusione di Mons. Naro e al buon rapporto con
Gesù, perché è Lui il fondamento e credo che sia il
termine ultimo e primo su cui andare a fondare le
riflessioni che adesso spero di poter enucleare
brevemente in modo da creare un po’ di chiarezza
in voi e anche in me: ce n’è sempre bisogno.
Come ho detto: Dio Padre come fondamento, Dio
come rapporto di amore che in Dio può essere
riassunto, ma certamente questo rapporto Diouomo che è inevitabile nel cristiano comporta
anche una prassi, e da quello che è uscito anche
nelle nostra verifica comunitaria e di gruppo, porta
inevitabilmente a misurarsi nell’ambito pastorale.
Tant’è che la seconda domanda del nostro gruppo
è stata: quali sono i mezzi con cui la speranza che
noi cerchiamo di vivere, con cui cerchiamo di
relazionarci, entra nella nostra vita – e qui viene
specificato: sia da seminarista, sia da prete.
I mezzi sono, come ho detto prima, un buon
rapporto con Dio, ma poi una cosa bella che è
uscita dalle nostre riflessioni è una visione
ordinaria della vita del cristiano. Non sono uscite
delle idee fuori della norma, ma semplicemente il
riprendere in modo serio e approfondito, e
soprattutto vedendolo nell’ottica di Dio, quelle
cose che compiamo quotidianamente. Soprattutto
nell’ambito pastorale è venuto fuori in modo più
marcato il vivere bene il discorso della vita
sacramentale. Attraverso il rapporto con i
sacramenti il Cristo morto e risorto viene
presentato e parla a noi nel nostro tempo. Per cui è
il sacramento dove questo Gesù è luogo di
speranza: in qualche modo è presenza di Gesù in
Si tratta di raccogliere il lavoro che è maturato
durante i lavori di gruppo. Richiamo in modo
telegrafico un idea per ciascuno dei quattro
relatori; ve ne sarebbero molte altre, ma é solo per
richiamare un contesto per gli interventi dei tre
segretari che tra poco condividono. Mons. Naro
partiva da un’affermazione: la speranza nasce e
matura dentro una buona relazione con il Signore
Gesù. Mons. Monari, rifacendosi ad una
espressione di Gabriel Marcel definiva la forma
della speranza come “io spero in te, per noi". Don
Romano Martinelli, esordiva dicendo che ognuno
di noi è un racconto di speranza. Quindi bisogna
partire dal nostro vissuto, dalla nostra fatica, e
anche dalla gioia di vivere. Mons. Superbo
raccoglieva e poi approfondiva, documentando,
una ulteriore sottolineatura che in qualche modo
ritornava all’inizio del discorso: una buona
relazione con il Signore, essere consolati da Dio,
lasciarsi consolare. Da questa esperienza viene un
desiderio e un impegno di testimonianza della
speranza. Detto questo lascio la parola al segretario
del primo gruppo che viene a relazionare.
Primo gruppo di studio
Il nostro gruppo ha avuto come specificità il modo
di strutturare il momento formativo di
condivisione, con una libertà di intervento di
fondo, in modo che le cose che venivano suscitate
dalle domande potessero trovare una risposta
efficace, in un momento preciso, per potersi aiutare
nella riflessione di tutti. Tant’è che cercherò di
essere il più schematico possibile, pure mi rendo
conto che avendo questa possibilità di intervento
libero, le cose si richiameranno l’una con l’altra e
permetteranno di concatenarsi. Il nostro gruppo è
partito da una domanda di base che ci aiutava ad
introdurci in questo discorso: sul fatto che viviamo
in una cultura e in una società liquida, nel senso
che vi è una forte presenza di effimero, cioè tutto
quello che in qualche modo dura un giorno, che
non è eterno, quello che travalica la nostra
possibilità temporale. La domanda iniziale che è
anche il fondamento sulla speranza è: quali sono le
certezze di base che consentono ad un cristiano
battezzato, che cerca di vivere la fede, di
appoggiarsi in questo millennio, in questo periodo
particolare della nostra vita sia umana che
ecclesiale. Una base su cui fondare la speranza
53
una frase di San Josemaría Escrivá citata da
Simone; egli diceva “la nostra gioia ha le radici a
forma di Croce”, quindi la nostra speranza è
radicata nella Croce. Nella Trasfigurazione Gesù
mostra ai discepoli quella che sarà la sua Gloria,
mostra la sua Divinità. E tuttavia a Pietro dice
“Lungi da me Satana” perché Pietro voleva
distoglierlo da quella che era la sua missione reale,
per cui Gesù mostra a Pietro sì la gloria, però nota
anche qual è la via per giungere alla gloria: la via
della Croce. Quindi la testimonianza più forte che
il cristiano possa dare della speranza è quella di un
amore vissuto fino al dono totale, all’oblazione
totale della Croce, “fino alla morte e alla morte di
Croce” – come dice San Paolo – e quindi
testimoniare la gioia nonostante tutte le difficoltà.
Ora provo ad enucleare quali sono stati i vari pareri
benché, vuoi per la sistematicità del dibattito e del
collage, vuoi per la difficoltà del tema, non so se
riuscirò a compaginare in modo compendioso e
sintetico i pareri.
Siamo entrati a tema sull’espressione cultura
liquida, intesa come cultura relativistica e
consumistica (liquido indica qualcosa che non è
stabile, qualcosa di fluttuante, qualcosa che non è
fermamente radicato, di aleatorio e che quindi può
cambiare da un giorno all’altro). Quindi ciò che ci
preoccupa è il fatto che ci sia un attaccamento
quasi morboso a quel paradiso godereccio offerto
dai beni effimeri e che quindi, come i beni
effimeri, è anch’esso effimero, cioè non dà
all’uomo quelle certezze di cui l’uomo ha bisogno
ma lo precipita in situazioni angosciose e
deprimenti. Basti poi pensare alla situazione
talvolta disastrosa della nostra società, il valore che
viene dato al matrimonio, i giovani che sembrano
non credere più in alcun valore. Ora tuttavia anche
noi siamo figli di questo tempo e essere apocalittici
non conduce a nessuna soluzione, perciò bisogna
partire da quanto c’è di positivo anche nella nostra
cultura e su questo imperniare la nostra azione
pastorale e di annuncio, per poter testimoniare la
nostra speranza. I beni effimeri allora assumono
un’altra connotazione, un’altra configurazione:
possono essere strumenti. Ci seducono senz’altro,
possono affascinare, possono essere strumenti di
male, e quindi nocivi, ma i beni effimeri possono
essere anche strumenti di evangelizzazione. Quindi
i beni effimeri possono essere strumenti. Il
problema è quando questi beni diventano il fine.
Invece no; essi devono essere finalizzati all’uomo
che se ne serve. Il problema è che talvolta i giovani
non avvertono neanche il bisogno di avere delle
certezze perché con questa continua acquisizione
noi e questo avviene in modo mirabile. Un secondo
apsetto che è stata evidenziato come mezzo per
poter vivere di speranza e avere questa
consapevolezza forte di Gesù in mezzo a noi, è il
rapporto umano che si intesse con le persone, sia a
livello pastorale, sia a livello seminaristico e nelle
nostre piccole attività. Nelle nostre attività ci
possono essere delle possibilità di rapporti: anche
lì c’è bisogno di rivalutare il fattore umano come
fattore fondativo dell’amicizia di Gesù. Il rapporto
con Gesù non è preconfezionato e predeterminato,
ma passa sempre attraverso una mediazione
umana: oltre alla vita sacramentale, nella vita di
tutti i giorni passa anche nel rapporto che abbiamo
con le persone. Per cui un mezzo importante per
rivalutare la speranza sono i rapporti con cui
viviamo le nostre relazioni quotidiane . Terzo
punto: ci viene anche chiesto di saper scorgere i
segni della speranza nella cultura di oggi. Noi li
abbiamo trovati negli avvenimenti che sono
accaduti sia nell’ambito ecclesiale, sia nell’ambito
puramente umano della nostra vita e sono: la
moltitudine di persone che si sono mosse con
Giovanni Paolo II per andare a incontrarlo nella
sua morte, persone che prendono sul serio la
vocazione, persone che amano ritornare alla vita
sacramentale e alla vita di fede attraverso la
Confessione e anche attraverso la formazione che,
come è abbiamo colto noi, è stata presa seriamente.
Ci veniva chiesto nell’ultimo punto della nostra
riflessione: se si ha ancora la possibilità di portare
speranza. Il mio pensiero, e quello che è uscito dal
nostro gruppo, è sì, perché avendo Gesù Cristo,
crocifisso e risorto, in mezzo a noi presente, questa
speranza non può morire, ma continuamente può
essere alimentata dalla sua volontà di essere in
mezzo a noi.
Secondo gruppo di studio
La prima delle domande che ci introducevano al
tema era sul rapporto tra la Croce e la speranza, la
seconda poneva il rapporto della contro
testimonianza dei credenti e la terza poneva il
problema del rapporto tra speranza e
testimonianza. Rileggendo quella che è stata la
nostra comune riflessione penso di poter dire che
essa si è mossa attorno alle tre virtù teologali;
siamo giunti alla comprensione non tematica che le
virtù teologali sono inscindibili. Vale a dire che la
testimonianza della speranza nasce da un qualcosa
in cui si crede, quindi da una fede forte e retta e
quindi viene poi testimoniata nella carità e anche
nella Croce. Ora io partirei proprio dalla fine, da
54
Terzo gruppo di studio
di beni effimeri sono quasi narcotizzati per cui
questa situazione viene a soffocare la domanda e il
bisogno di certezze, domanda che comunque alla
fine è insopprimibile.
Allora, in questa situazione, è necessario da parte
nostra testimoniare con la nostra gioia, anche nelle
sofferenze; che questa gioia a noi deriva da
qualcuno e che quindi c’è Qualcuno che è a
fondamento della nostra vita e della nostra
speranza e che questo Qualcuno è Dio.
Talvolta anche dare un sorriso – diceva Giuseppe in un mondo nel quale il sorriso non si vede tanto è
una grande testimonianza cristiana, una
testimonianza di speranza.
Abbiamo accennato al valore e all’importanza
delle radici cristiane e dell’importanza che una
famiglia sia cristiana e che introduca in un
ambiente cristiano i figli.
Poi abbiamo parlato della ricerca del religioso e
della domanda religiosa che non riesce ad essere
soffocata e che talvolta trova degli sbocchi che
sono devianti per esempio la new age o forme
spiritualeggianti che non conducono a nulla ma
solo ad esaltazioni.
Giovanni Paolo II diceva che laddove c’è la
domanda religiosa ma manca la verità, allora lì
nascono le forme religiose.
Allora a questo punto è necessario ricentrare
l’annuncio sulla verità del Vangelo; del resto
spesso capita che anteponiamo la nostra parola alla
Parola di Dio.
Questa può risuonare quando è detta nel nostro
cuore ma va detta con verità, secondo la retta fede
della Chiesa.
Solo così è possibile la conversione, metànoia (dal
greco si intende cambiamento del pensiero), il
pensiero può cambiare in meglio se questo
pensiero è santo.
Però dobbiamo essere consapevoli che in ogni
modo il nostro annuncio – con la nostra fede – si
inserisce nell’azione della grazia di Dio: non siamo
noi ad operare la conversione, ma è la grazia di
Dio che opera in e attraverso di noi e negli altri.
Ora la speranza – dicevamo prima – che in
prospettiva cristologica ha il suo compimento
escatologico, la nostra speranza realizzata, ma che
già viviamo in questa vita, la nostra speranza è
tanto più forte, più evidente, più visibile quanto più
noi siamo attaccati a Cristo e quindi l’unica
certezza che noi possiamo dare al mondo, la
testimonianza più forte che noi possiamo dare è
l’amore e l’amore che non disdegna neanche di
salire sulla Croce e che quindi testimonia la gioia
anche nelle sofferenze.
La prima domanda era uguale per tutti:. Le
certezze sono l’accettazione dell’uomo, in quanto
uomo; l’identità dell’uomo in Dio è la certezza di
Dio. In un mondo dove l’immigrazione e
l’emigrazione creano incertezze e instabilità nelle
persone, la Parrocchia e la tradizione del santo
patrono e le feste sacre restano e sono il punto di
riferimento per i cristiani di quella comunità. Ci
sono famiglie che litigano tutto l’anno e quel
giorno si trovano assieme a portare la portantina
del Santo e sorridono. Il dato comune è riassuntivo
della presenza della Chiesa: in ogni momento della
vita c’è la Chiesa, è lì, e la certezza è nella
presenza del prete. Tutti lasciano le loro abitazioni
per recarsi al lavoro, ma quando rientrano vanno in
chiesa a salutare Gesù Cristo, anche se in alcune
diocesi ci sono chiese che sono chiuse perché
mancano i preti.
La seconda domanda: come seminaristi
conosciamo diversi sacerdoti, educatori del
seminario, in parrocchia e in diocesi, quali esempi
di speranza vissuta impariamo e cerchiamo di
imitarli. Si può vedere la speranza vissuta nel
prete, uomo di Dio, perché riesce a rifletterla
nell’amore. Questo lo si vede nella sua gestualità,
serena, felice, sorridente, che ti sa rapire senza
capirne il perché; uno del mio gruppo diceva che è
bastato il sorriso del suo parroco a farlo rientrare
nella comunità: una botta di spalla che dice che qui
c’è qualcosa . Non bisogna prendere in
considerazione i profeti di sventura, picconatori
della speranza dei giovani; preti e seminaristi che
creano negatività e che attentano all’azione dello
Spirito Santo. Si può essere preti che manifestano
la speranza anche nel saper ascoltare e creare ponti
interpersonali con gli uomini.
Lo diceva un Vescovo, in Germania, che la sua
vocazione è nata vedendo una prima Messa di un
giovane prete del suo paese, quello è importante, io
ho tanti esempi di preti santi, anche nella mia
diocesi, come quello che è morto ultimamente, un
sant’uomo che aveva 90 anni e che non voleva
lasciare la parrocchia. Diceva, “Dio ci ha dato la
vita e fino a che ce la faccio, voglio rimanere,
perché loro mi hanno dato tutto e io voglio essere
tutto per loro”. Anche questo è un esempio per tutti
noi.
Poi – è la terza domanda – chiunque spera non dice
“io spero" perché sperare è confidare in un essere
che si può chiamare Dio.
La speranza non può non essere comunione.
Abbiamo visto nelle nostre varie realtà che si
55
Moderatore
formano gruppetti all’interno della comunità e gli
educatori che non sono in comunione tra loro
danno alla loro comunità esempio di spaccatura e
di insicurezza; danno un senso di angoscia e di
solitudine. Anche nelle nostre realtà occorre
eliminare la visione dell’altro come qualcosa o
qualcuno da sfruttare, creando invidie e gelosie e
superbia. Da noi avevano scelto un prete per fare la
pastorale giovanile, ma quando i parroci hanno
visto che attira tanti giovani e che gli vogliono
bene, hanno detto: “calma, questi qui sono i miei”e
salta fuori anche fra di noi la gelosia, anche in
seminario, a volte, siamo in nove e facciamo i
gruppetti da tre e questo è una cappa pesante.
Nella luce della speranza, come nell’esempio di
Cristo che testimonia l’amore di Dio bisogna
cominciare da ora subito la comunione con le
persone che incontriamo e bisogna vedere
nell’altro il Cristo, l’abitazione della Santissima
Trinità.
I due discepoli di Emmaus, "Noi speravamo...":
solo la compagnia del Risorto apre a speranza nella
vita del seminarista e del presbitero. Nella vita del
seminarista e del prete si apre la speranza nel
Cristo, vivendo nel reciproco ascolto e nella stima
reciproca e nella carità evangelica, praticamente
vivendo da uomini e presbiteri forti in Cristo per il
bene della Chiesa perché si lavora tutti per la stessa
vigna e per lo stesso padrone.
E qui è l’esempio che faceva don Giuseppe di un
prete di Napoli che era parroco nel tesoro di San
Gennaro che è la chiesa più importante. Lo chiama
il Cardinale e gli dice guarda che mi piacerebbe
mandarci un altro al tuo posto, e lui “Eminenza,
noi siamo nella stessa barca, un tuffo un po’ di qua
e un po’ di là, noi lavoriamo per lo stesso padrone,
nella stessa barca.
*
*
Raccolgo con due sottolineature. Una domanda che
mi è rimasta, e che volevo proporre a Mons.
Superbo, che diceva del rapporto del sacerdote con
la comunità. Ascoltandolo mi veniva spontaneo
aggiungere una dimensione che è evangelica: la
fraternità sacerdotale come luogo dove anche gli
affetti del seminarista e del prete si integrano, per
usare un termine nostro, si completano. La
fraternità sacerdotale fa tutto questo perché Gesù è
dentro l’anima della vocazione.
Vi ricordate che salì sul monte, chiamò a sé quelli
che egli volle e ne costituì dodici – una piccola
comunità – che stessero con Lui, per poi mandarli.
E’ costitutivo, é il primo luogo dove c’è stata una
fraternità sacerdotale e che si impara su di noi, fin
dal seminario, ci si esercita, ci si allena, ci si esige.
E allora è facile proprio fare dei passi?
A me ha sempre colpito, ed è anche un’indicazione
di metodo pastorale, soprattutto nelle relazioni con
i sacerdoti curare un rapporto di confidenza e di
amicizia: non di compagnia - la pacca sulla spalla
– e poi magari alle spalle parlare male. La cosa che
fa più male è proprio questo parlare alle spalle il
mormorare: non crea speranza, ma mortifica.
La seconda cosa che mi pare importante è una
consegna che mi è stata fatta dal mio Patriarca,
Marco Cé. Quando quattro anni fa lasciava il
governo della Diocesi sono stato a salutarlo e a
ringraziarlo, anche se continua il rapporto di
amicizia e filiale che mi ha unito per 23 anni di
presenza, e gli ho chiesto che consiglio mi dava
per il mio ministero di padre spirituale. Mi disse
“Giacinto, contentati che lascino il seminario
convinti che bisogna avere un padre spirituale, che
è necessario avere una guida”.
E ho trovato conforto in un passaggio della
relazione di mons. Monari all’assemblea della CEI
nel maggio scorso: “Naturalmente queste
riflessioni non tolgono, anzi rendono ancora più
chiara l’importanza di verificare il proprio
cammino con una guida spirituale; l’autenticità
infatti è sempre precaria, è sempre una uscita
dall’inautenticità, è un cammino che va fatto con
un fratello.
Bisogna valutare sempre daccapo la propria
decisione e naturalmente questo non è facile senza
un confronto costante con un’altra persona, una
persona che ci aiuti a vedere le nostre incoerenze, a
riconoscerle umilmente e a cercare di superarle”.
*
(ndr. Generoso è l’applauso a tutti e tre i segretari
di gruppo: è un compito che si vorrebbe evitare, e
per questo chi lo accetta merita davvero la
gratitudine di tutti)
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C’è l’intervento del Santo Padre, la relazione di
Mons. Monari, una sintesi dell’intervento del Card.
Ruini e anche la sintesi dei lavori di gruppo. Una
miniera su cui fare meditazione; il titolo è “Lettera
ai sacerdoti italiani”.
Mi permetto di consigliare, come ulteriore
riflessione di questo straordinario convegno
ricordando anche le buone suggestioni che sono
maturate nel lavoro di gruppo: questa
pubblicazione che raccoglie alcuni interventi
nell’Assemblea della CEI del maggio scorso.
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