UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA “LA SAPIENZA”
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
DIPARTIMENTO DI STORIA DELL’ARTE
DOTTORATO DI RICERCA IN
“STRUMENTI E METODI PER LA STORIA DELL’ARTE”
COMMITTENZA E COLLEZIONISMO NELLA ROMA DI
SECONDO SEICENTO:
IL CARDINALE GIACOMO FILIPPO NINI
COORDINATORE DI DOTTORATO:
PROF.SSA SILVIA DANESI SQUARZINA
TUTOR:
PROF.SSA CATERINA VOLPI
CANDIDATO:
DANIELA SIMONE
MATRICOLA 1083345
A.A. 2009/2010
1
INDICE GENERALE
INTRODUZIONE.
I.
PARTE PRIMA: LA ROMA CHIGIANA.
1. LA POLITICA CULTURALE DI ALESSANDRO VII.
1.1
Le istituzioni accademiche.
1.2
L’entourage chigiano: erudizione e collezionismo.
1.3
Il nuovo volto di Roma.
II. PARTE SECONDA: IL CARDINALE GIACOMO FILIPPO NINI.
1. TRA SIENA E ROMA.
1.1
I Nini a Siena.
1.2
Da Siena a Roma.
1.3
Rapporti eruditi all’ombra della corte: la
Repubblica delle
Lettere, l’Accademia degli intrecciati e James Alban Ghibbes.
2. “MECENATE IMPEGNATISSIMO”.
2.1
La commissione per il duomo di Siena.
2.2
Il testamento.
2.3
La collezione e l’inventario parziale dei beni.
2.4
Dispersione. Il Marchese Del Carpio.
APPENDICE DOCUMENTARIA.
I.
II.
III.
2
Iscrizione della famiglia Nini nella nobiltà senese.
Atto di nascita di Giacomo Filippo Nini.
Lettera del cardinale Giacomo Filippo Nini al padre Athanasius
Kircher.
IV.
V.
Filippo
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
del
Lettera del padre Athanasius Kircher al cardinale Giacomo
Filippo Nini sulla sistemazione della guglia in Campo Marzio.
Lettera del padre Athanasius Kircher al cardinale Giacomo
Nini sul progetto dell’orologio vaticano.
Lettera di James Alban Ghibbes al padre Athanasius Kircher.
Testamento di James Alban Ghibbes.
Lettera del cardinale Giacomo Filippo Nini ai Rettori dell’Opera
Metropolitana di Siena
Censo a favore del cardinale Giacomo Filippo Nini.
Atto di locazione del palazzo del Marchese Lanci al Corso a favore
cardinale Giacomo Filippo Nini
XI.
Stati delle Anime, familiari del cardinale Giacomo Filippo Nini.
XII.
Testamento del cardinale Giacomo Filippo Nini.
XIII.
Atto di morte del cardinale Giacomo Filippo Nini.
XIV.
Inventario dei beni del cardinale Giacomo Filippo Nini.
XV. Benefici ecclesiastici assegnati al cardinale Giacomo Filippo Nini
(Regesto).
BIBLIOGRAFIA.
ELENCO DELLE ILLUSTRAZIONI.
3
INTRODUZIONE
Il Pontificato Chigi fu senza dubbio un periodo d’oro per gli sviluppi dell’arte e
del collezionismo.
Papa Alessandro VII1, sacrificando l’amministrazione politica ed economica dello
stato ecclesiastico, privilegiò la promozione dell’arte e del sapere in ogni sua
declinazione, dando vita ad una corte nutrita di erudizione, letteratura e cultura
artistica. Intellettuali, poeti e savants furono i personaggi di cui si circondò Papa
Chigi e sui quali fu riorganizzata la Curia romana.
I principali artisti dell’epoca furono al servizio del pontefice e del suo entourage
rispondendo alle richieste incessanti del mecenatismo alessandrino.
Numerose personalità concorsero alla creazione della cultura chigiana, una
poderosa macchina che ebbe ripercussioni sulla produzione artistica, sulla
diffusione del sapere e sull’assetto urbanistico della città.
Gli studi che si sono avvicendati, dagli anni novanta in poi2, sul mecenatismo
chigiano hanno indagato a fondo fatti, personaggi e opere all’interno dello
scenario storico- sociale che fece loro da cornice, mettendo in luce una complessa
realtà culturale dalle plurime sfaccettature.
1.1
1
Fabio Chigi (Siena 1599 – Roma 1667) pontefice dal 1655.
Per una trattazione esauriente sull’argomento si rimanda agli studi più recenti con
relativa bibliografia A.M. Tantillo, I Chigi ad Ariccia nel Seicento. L’arte per i Papi e
per i Principi nella campagna romana, Roma 1990; A. Angelini, Gian Lorenzo Bernini e
i Chigi tra Roma e Siena, Cinisello B. 1998; M. Teodori, I parenti del Papa: nepotismo
pontificio e formazione del patrimonio Chigi nella Roma Barocca, Roma 2001;
Alessandro VII Chigi. Il Papa senese di Roma Moderna, catalogo della mostra, a cura di
A. Angelini, M. Butzek, B. Sani; (Siena 23 settembre 2000- 10 gennaio 2001) Roma
2000; I giardini Chigi tra Siena e Roma dal Cinquecento agli inizi dell’Ottocento, a cura
di C. Benocci, Siena 2005.
2
4
Proprio per questa ricchezza e molteplicità di aspetti la conoscenza del milieu
alessandrino è lungi dall’essere un quadro dai contorni ben definiti; molti gli
elementi ancora da chiarificare, altrettante le personalità da indagare, che come
tasselli di un puzzle consentano di avere una più nitida visione della cultura
artistica romana della seconda metà del Seicento.
Il panorama collezionistico del secolo è stato delineato attraverso la descrizione di
committenti, mercanti e connaisseurs, tuttavia molte figure sono ancora da
restituire alla brulicante realtà secentesca, preziose chiavi di lettura al vivace e
quanto mai sfuggente teatro romano.
Si è scelto di fare chiarezza su di un personaggio dell’ambito chigiano poco
valorizzato dagli studi, il cardinale Giacomo Filippo Nini3; la cui collezione, citata
dal Bellori e ricordata dal Silos, è passata in secondo piano affianco ai grandi
mecenati della nobiltà romana del periodo, che hanno, a ragion veduta, attirato gli
interessi primigeni della storiografia artistica.
Eppure Giacomo Filippo Nini ricoprì incarichi importanti alla corte chigiana,
coltivando interessi e predilezioni tutt’altro che secondarie, in linea con il milieu
artistico animato da altri importanti mecenati quali Flavio Chigi4, Giacomo
Rospigliosi5 e Luigi Omodei6.
L’amicizia fraterna che lo legò al pontefice ed ai suoi familiari permise al
cardinale Nini di inserirsi tra le fitte maglie del tessuto sociale romano e
all’interno dei circoli elitari cittadini.
1.1
3
Giacomo Filippo Nini (Siena 1628- Roma 1680).
Flavio Chigi (Siena 1631- Roma 1693).
5
Giacomo Rospigliosi (Pistoia1628- Roma 1684).
6
Luigi Omodei (Milano 1607- Roma 1685).
4
5
Condivise ideologie e gusti eruditi con Atanasius Kircher7, James Alban
Ghibbes8, Leopoldo de Medici9 e Cristina di Svezia10, partecipando alla vita
accademica e promuovendo la coeva produzione letteraria.
Il Nini fu un assiduo frequentatore dell’Accademia degli Umoristi, di quella degli
Intrecciati e protettore, nel 1672, dell’Accademia dei Virtuosi al Pantheon. In
questi circoli ebbe modo di consolidare i suoi rapporti con gli artisti, legami già
ben avviati grazie al ruolo svolto presso il pontefice, in qualità di sovrintendente
alle commissioni papali. Ebbe contatti con Gian Lorenzo Bernini11, Bernardino
Mei12, Giovan Paolo Schor13, Pier Francesco Mola14 e con tutti gli altri artisti
impegnati nei lavori pontifici; frequentazioni che gli diedero modo di affinare i
suoi gusti e certamente soddisfare le sue predilezioni artistiche. Purtroppo le
notizie sulle commissioni e acquisizioni del cardinale sono davvero scarne, così
come lo sono le notizie relative alla sua storia personale.
La ricostruzione portata avanti, dunque, si è dovuta basare sulla comparazione di
elementi di estrazione diversa, sull’incrocio di dati accessori con informazioni
desunte da atti notarili, relativi a procure e ad acquisti di proprietà terriere, o da
quelli inerenti gli incarichi ecclesiastici.
È stato necessario ricostruire la biografia del cardinale attraverso il reperimento di
nuove fonti documentarie, perché da sempre basata su dati falsati ed erronee
interpretazioni, così, ad esempio, è stato possibile stabilire con certezza la data del
suo arrivo a Roma. Solo successivamente si sono potute ripercorrere le tappe della
1.1
7
Athanasius Kircher (Roma 1602- 1680).
James Alban Ghibbes (Bristol 1611- Roma 1677).
9
Leopoldo de Medici (Firenze 1617- 1675).
10
Cristina (Stoccolma 1626-Roma 1689).
11
Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598- Roma 1680).
12
Bernardino Mei (Siena 1612- 1676).
13
Giovan Paolo Schor ( Innsbruck 1615- Roma 1674).
14
Pier Francesco Mola (Coldrerio 1612- Roma 1666).
8
6
sua ascesa sociale, la rete dei rapporti entro cui si mosse ed i legami instaurati. Il
ritrovamento del testamento e di un inventario parziale dei beni del Nini ha poi
reso possibile far luce sui suoi interessi collezionistici.
La prima parte di questa ricerca mira ad esaminare l’ambiente in cui si formò la
cultura artistica del cardinale Nini, ed a contestualizzare quelli che furono i gusti e
le predilezioni del periodo; analizzando la politica culturale del pontificato
chigiano ed il ruolo svolto dalle istituzioni accademiche- patrocinate dalle
creature alessandrine- sugli sviluppi socio-culturali della realtà romana.
Nella seconda parte sono stati indagati a fondo i legami di Giacomo Filippo Nini e
il suo ruolo nella definizione di quella corrente di gusto ravvisabile negli anni
sessanta e settanta del Seicento.
Il tentativo di ricostruzione della raccolta del cardinale Nini è partito dalla
disamina del testamento, in cui sono disposti interessanti lasciti ereditari e
dall’inventario parziale dei beni; attraverso questi documenti è stato possibile
approfondire le predilezioni del cardinale, oltre che aggiungere notizie importanti
sull’attività di alcuni artisti.
L’identificazione delle opere, seppur condotta solo su alcuni esemplari, ha portato
in scena un altro grande collezionista del Seicento, il marchese del Carpio15.
Don Gaspar de Haro y Guzman, settimo marchese del Carpio, formò la sua
raccolta per lo più attraverso acquisti perpetrati sul mercato e tramite le vendite
dei beni di nobili romani, proprio come avvenne nel caso del patrimonio del
cardinale Giacomo Filippo Nini.
1.1
15
Don Gaspar de Haro y Guzman (Madrid 1629- Napoli 1687).
7
PARTE PRIMA: LA ROMA CHIGIANA.
1. LA POLITICA CULTURALE DI ALESSANDRO VII.
Dalla fine degli anni novanta sono stati portati avanti numerosi studi incentrati
sui Chigi, su Alessandro VII e sul mecenatismo chigiano16. Testi quali Bernini e i
Chigi tra Roma e Siena, Alessandro VII il Papa senese di Roma moderna,
catalogo della mostra organizzata nel 2000 e I giardini Chigi tra Siena e Roma
dal Cinquecento agli inizi dell’Ottocento hanno dettagliatamente definito gli
aspetti del governo alessandrino contestualizzandoli all’interno del contesto
storico sociale che gli fece da cornice. Questi studi hanno ben evidenziato il
considerevole apporto che il Pontificato Chigi ha avuto sugli sviluppi dell’arte e
della cultura romana del secondo Seicento.
1.1
16
Per una visione esaustiva su i Chigi e il loro mecenatismo si rimanda ai seguenti testi
con relativa bibliografia: A.M. Tantillo, I Chigi ad Ariccia nel Seicento. L’arte per i Papi
e per i Principi nella campagna romana, Roma 1990; A. Angelini, Gian Lorenzo Bernini
e i Chigi tra Roma e Siena, Cinisello B. 1998; M. Teodori, I parenti del Papa: nepotismo
pontificio e formazione del patrimonio Chigi nella Roma Barocca, Roma 2001;
Alessandro VII Chigi. Il Papa senese di Roma Moderna, catalogo della mostra, a cura di
A. Angelini, M. Butzek, B. Sani; (Siena 23 settembre 2000- 10 gennaio 2001) Roma
2000; I giardini Chigi tra Siena e Roma dal Cinquecento agli inizi dell’Ottocento, a cura
di C. Benocci, Siena 2005. Per notizie di carattere generale e biografiche sui Chigi ed
Alessandro VII si rimanda a: Archivio di Stato di Roma (d’ora in poi ASR), Fondo
Cartari Febei; I. Ugurgieri Azzolino, Le Pompe Sanesi ò vero relazione delli huomini, e
donne illustri di Siena, e suo Stato, Pistoia 1649; A. Chacon, Vitae et res gestae
Pontificum Romanorum, Roma 1677; Cfr. L. Cardella, Memorie storiche de cardinali
della Santa Romana Chiesa, Roma 1793; P. Sforza Pallavicino, Della Vita di Alessandro
VII, Prato 1838. G. Moroni, Dizionario d’erudizione storico ecclesiastica, Venezia 18401845; L. Von Pastor, Storia dei Papi, 1910-1912; U. Cagliaritano, Mamma Siena:
dizionario biografico aneddotico dei senesi, Siena 1971.
8
In antitesi a questa positiva promozione culturale, l’analisi degli studiosi ha però
messo in luce una profonda carenza nell’amministrazione economica e politica
dello stato ecclesiastico17. Indubbiamente, l’uso delle casse erariali pontificie per
fini ed interessi personali non era una novità introdotta da Alessandro VII, ma era
una pratica comune dei papati susseguitisi dalla fine del XIV secolo in avanti, che
acquistava dimensioni sempre maggiori.
Il totale disinteresse dell’amministrazione chigiana, nei confronti delle vicende
politiche e del deficit economico dell’epoca, era, però, maggiormente amplificato
dai continui sussidi che venivano impiegati nella realizzazione di nuove fabbriche,
nella sovvenzione di feste e cerimonie e, naturalmente, nella creazione
dell’impero di famiglia (attraverso il mecenatismo e l’implemento dei propri beni,
mobili ed immobili).
L’indagine condotta da Richard Krautheimer18, ancora oggi basilare per
acume e per i ricchi spunti di riflessione offerti, ben evidenzia, tuttavia, come
l’atteggiamento di Alessandro VII non era legato esclusivamente a desideri di
grandezza e di arricchimento personale19. Dal lavoro dello storico emerge, infatti,
che una precisa visione ideologica, supportata dal ruolo riconosciuto all’arte ed
1.1
17
R. Wittkower, Arte e architettura in Italia (1600- 1750), Torino 1972; F. Haskell,
Mecenati e Pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca,
Firenze 1985; R. Krautheimer, Roma di Alessandro VII. 1655-1667, Roma 1987; A.
Angelini, Gian Lorenzo Bernini e i Chigi, op.cit., pp. 89-90.
18
R. Krautheimer, Roma di Alessandro VII… op.cit; dello stesso autore si veda anche
Roma Alessandrina, in Architettura sacra paleocristiana e medievale, e altri saggi su
Rinascimento e Barocco, Torino 1993; pp. 293- 310, e in collaborazione con R. B. S.
Jones, The Diary of Alexander VII, Princeton 1985.
19
La maggior parte degli studiosi è concorde con l’analisi di Krautheimer, anche
Maurizio Fagiolo dell’Arco sottolinea la differenza tra gli atteggiamenti di Urbano VIII e
Innocenzo X da quello di Alessandro VII; il progetto urbanistico di Alessandro, infatti,
non era limitato ai soli luoghi coincidenti con i palazzi di famiglia ma aveva una visione
più ampia che interessava tutta Roma, collegandosi virtualmente ai progetti sistini. M.
Fagiolo dell’Arco, Il cantiere barocco in Bernini in Vaticano, catalogo della mostra a
cura di Direzione dei Musei Vaticani (Roma maggio- luglio 1981), Roma 1981, pp. 157163.
9
alla crescita culturale, si celava dietro l’operato alessandrino, soprattutto in
seguito agli accadimenti ed alle vicende manifestatesi nei pontificati precedenti.
Secondo Fabio Chigi il Papa aveva l’obbligo di sollevare le sorti della chiesa
cattolica e di affermare, tra le potenze europee, il prestigio di Roma quale sede di
eccellenza del potere ecclesiastico. Nella sua concezione, infatti, e come ben
illustrato da Krautheimer, la riqualificazione dell’Urbe aveva il fine di
rispecchiare la nuova veste della chiesa riformata: attraverso lo splendore e la
magnificenza della città si amplificava quello della Sede Pontificia, che prendeva
adesso le distanze da qualunque forma di decadimento20. Ora che ne aveva la
possibilità, in qualità di Pontefice, Fabio cercava di ridisegnare il nuovo volto di
Roma e, di riflesso, quello della Chiesa.
Gli sforzi profusi da Alessandro VII nella ridefinizione degli spazi urbani, nella
promozione del sapere e delle arti, nella creazione di un nuovo contesto urbano,
sociale ed intellettuale, al passo con i tempi e con le altre realtà coeve, italiane ed
estere, vanno letti in tal senso. La Chiesa Romana per riacquistare la propria
supremazia, dopo gli attacchi protestanti, doveva sottoporsi ad un profondo
cambiamento. Era necessario dunque manifestare e rendere tangibili, in maniera
eclatante, quei mutamenti interni che interessavano, o per lo meno dovevano
concernere, gli organi ecclesiastici.
La visione alessandrina per riformare le decadenze e le falle della curia
romana si articolava su più livelli; che poi il suo intervento si sia limitato
esclusivamente al primo strato, quello superficiale, di riassetto dell’ambiente
1.1
20
Krautheimer sottolinea il valore ideale che assume nella politica di Alessandro VII il
progetto di urbanizzazione della città. La trasformazione della città, «doveva comunicare
all’esterno dello Stato Pontificio l’immagine moderna di una capitale della Cristianità
complessivamente rinnovata», nello stesso tempo Alessandro VII affidava alle opere un
valore assoluto nella promozione della Fede e del potere politico del Vaticano. Sullo
stesso argomento cfr. D. Del Pesco, Declino dello Stato e trionfo dell’architettura, in
Alessandro VII Chigi… op. cit., pp. 226- 231.
10
circostante in ogni suo aspetto, senza modificare nell’essenza i costumi corrotti
della chiesa cattolica, è un’altra faccenda.
Il Chigi dunque assurgeva a ruolo di restauratore della decadenza di cui era
tacciata la religione cattolica e la Chiesa Romana; un ruolo che aveva già avuto
modo di interpretare e progettare durante il suo incarico di nunzio apostolico a
Münster21.
Anche se dagli accordi, sanciti alla conclusione delle trattative germaniche, il
cattolicesimo ne usciva tutt’altro che vincitore, il Chigi in ale occasione aveva
avuto modo di distinguersi per morigeratezza dei costumi, per preparazione
intellettuale e per dedizione alla causa cattolica; riscuotendo forti consensi ed
ammirazione, non solo nella curia romana ma ugualmente presso gli ecclesiastici
esteri, anche di quelli con orientamento avverso22.
Fin dagli esordi della sua carriera ecclesiastica, il Chigi aveva dimostrato
una assoluta devozione alla Chiesa Romana, accettando, talvolta con muto
servilismo, ogni incarico affidatogli. A tal proposito la corrispondenza, intercorsa
tra il giovane Fabio Chigi e sua madre, consente di far luce sulle sue scelte e
comprendere quali erano le sue reali idee ed il suo stato d’animo nell’assolvere i
necessari compiti che lo allontanavano dagli affetti familiari e da Roma23.
Nonostante le sue sofferenze, infatti, egli si sottometteva alla volontà del
1.1
21
Il Chigi già dal 1639 ricopriva la carica di Nunzio a Colonia, nel 1644 papa Urbano VII
decise di inviarlo a Münster con il ruolo di mediator pacis nel congresso di Westfalia, fu
poi riconfermato nell’incarico anche da Innocenzo X.
22
Cfr. I. Fosi All’ombra dei Barberini. Fedeltà e servizio nella Roma barocca, Roma
1997; Id., «Continuo con la solita cieca obbedienza»: governo e diplomazia nella
carriera di Fabio Chigi (1629-1650) in Alessandro VII Chigi… op. cit., pp. 96- 100.
Soltanto il cardinale Mazzarino dimostrò ostilità nei confronti di Fabio Chigi, difatti in
occasione della nomina papale fu tra coloro i quali si opposero, ponendo inizialmente il
veto all’elezione chigiana.
23
Brani delle lettere tra il Chigi e la madre sono stati pubblicati nei vari saggi del
catalogo della mostra Alessandro VII Chigi… op. cit.; la corrispondenza chigiana si
conserva presso la Biblioteca Apostoli Vaticana, d’ora in avanti BAV, ms. Chigi A.I.3.
11
Pontefice, ricordando alla madre come la strada per l’ascesa alle onorificenze ed
alle alte cariche ecclesiastiche richiedesse umiltà, modestia e totale abnegazione.
La sua disponibilità e la sua integerrima virtù permisero al Chigi di «avanzare nel
credito de’ superiori» e di essere ugualmente benvoluto da fazioni politiche
avverse; Innocenzo X, fra tutti, fortemente ostile nei confronti delle creature del
suo predecessore, Urbano VIII, rinnovò la fiducia al Chigi, riconfermandone
l’incarico in Germania e affidandogli, nel 1651, la Segreteria di Stato. L’anno
seguente infine, Fabio otteneva la porpora con la nomina di Cardinale di Santa
Maria del Popolo24.
L’iniziale irreprensibilità di Alessandro VII, così come le buone intenzioni
di eliminare quei favoritismi e quei meccanismi malati che avevano attirato le
critiche dei protestanti e dei sovrani esteri, andarono in frantumi, se non nel
momento stesso della sua elevazione pontificia, nel giro di un breve periodo.
Tra le cause perpetrate dal Chigi, fin dai primissimi anni della sua carriera, si
distinguevano, come stendardi, per lo zelo con cui erano caldeggiate, la difesa
della fede cattolica contro le minacce protestanti e, soprattutto, la ferrea
opposizione al nepotismo. Le parole di un anonimo scrittore del periodo illustrano
vivacemente quale fu, in realtà, l’atteggiamento di Alessandro VII nei confronti di
questa annosa e delicata questione, una volta assurto al soglio pontificio:
Alessandro poi ch’è stato il maestro de’ giri, e ragiri, ed il Padre delle fintioni,
intendeva questo punto [il nepotismo] molto meglio degli altri, ed alcuni credono
che da molti anni in qua, non s’è veduto nel Vaticano un Pontefice, inclinato alla
Monarchia più di questo; amando non poco di sodisfare se stesso, nel far le cose
secondo il dettame del proprio volere25.
1.1
24
25
Nel 1652 Fabio otteneva anche il vescovato di Imola
G.Leti, Il cardinalismo di Santa Romana Chiesa, Roma 1668, pp. 200- 201.
12
Neppure l’altra grande crociata del giovane Fabio Chigi, quella in soccorso
del cattolicesimo, fu poi abbracciata da Alessandro VII. Gregorio Leti nei suoi
scritti, con pungente ironia, ricorda che il pontificato chigiano non poté fornire
l’appoggio necessario alla Repubblica Veneziana, nella guerra contro i Turchi, a
causa della avversa crisi economica che affliggeva lo stato ecclesiastico ed il
Pontefice, suo malgrado, «trovò che dal Tesoro della Chiesa sono usciti settanta,
e più milioni di Doppie, entrati tutti in mano di diversi parenti»26.
L’interesse mostrato da Alessandro per gli affari di stato fu altrettanto
manchevole; anzi in più di un’occasione si vennero a creare veri e propri incidenti
diplomatici che tuttavia, non costituirono un deterrente alla disdicevole direzione
intrapresa dal governo chigiano27. Uno spiacevole incidente, inoltre, incrinò i già
delicati rapporti con la Francia, l’assalto alle guardie del Duca di Crequì,
ambasciatore del Re Cattolico28.
Ciò portò alla legazione di Francia del Cardinale Nipote, Flavio; nata come
manifestazione di sottomissione alla potenza francese e di omaggio e scuse
ufficiali a Luigi XIV la legazione si rivelò, invece, come ricorda ancora una volta
1.1
26
G.Leti, Il sindicato di Alexandro 7 con il suo viaggio nell’altro mondo, Roma 1668, p.
140.
27
La situazione politica che deve fronteggiare Alessandro VII non è certo delle più
semplici; l’Italia e l’Europa in generale, attraversano in questo periodo una profonda crisi
economica e sociale, travagliate da continue guerre. A ciò si aggiunge la condizione di
forte disagio in cui si trova lo Stato Ecclesiastico a causa degli enormi debiti contratti
negli anni dei pontificati Barberini e Pamphili. La credibilità dell’autorità italiana sulle
potenze estere, a causa di queste ed altre lacerazioni interne, è definitivamente eclissata.
L’abilita politica del Chigi è messa a dura prova sin dai primi anni del suo pontificato, la
peste difatti si riversa su Roma nel 1656, viene però arginata grazie ad una campagna di
prevenzione che lo stesso Chigi aveva avuto modo di attuare durante gli anni della sua
legazione ferrarese.
28
Sulla vicenda si veda almeno A. Munoz, Roma Barocca, Milano 1919; I. Fosi, Il
pontificato di Alessandro VII tra ambiguità e splendori, in Alessandro VII…op. cit. pp.
136- 139.
13
il Leti, occasione proficua per esaltare la magnificenza del Pontefice e della sua
casata e sottolineare, altresì, la supremazia dello stato pontificio29.
Ad ogni modo, tutti gli ambasciatori che agivano in Roma e non solo quelli degli
stati esteri avevano dura vita. Le missive che intercorrono tra questi funzionari e
gli organi che avevano il compito di rappresentare sono cariche di lamentele30, per
l’impossibilità di ottenere udienza dal Pontefice, occupato piuttosto nei
sopralluoghi delle varie fabbriche che andava erigendo per tutta Roma, e per il
trattamento, a volte davvero sfrontato, ricevuto.
Le attenzioni di Alessandro VII erano difatti tutte riversate nell’abbellimento di
Roma, nel rimodernamento di Siena, nel conio di nuove medaglie,
nell’organizzazione di spettacoli teatrali. Il Pontefice trascorreva le sue ore a
discorrere di versi latini, di recenti pubblicazioni letterarie, di antiquaria, di scavi
archeologici, di architettura e di opere d’arte; impegnato nella creazione di
“un’isola felice”, in cui cultura, sapere e scienza avessero libero corso.
I modelli a cui Alessandro VII guardò, per realizzare la sua visione e
riportare in auge Roma e lo Stato Ecclesiastico, furono i prolifici anni
barberiniani, ricordati con ammirazione e nostalgia.
Il giovane Chigi era rimasto profondamente influenzato da quel clima di vivacità
culturale che si respirava, fin dal secondo decennio del secolo, nei circoli
intellettuali protetti e incoraggiati dalla corte barberiniana. Papa Urbano VIII
aveva garantito, infatti, il libero corso delle istanze innovatrici, stimolando anche i
1.1
29
G.Leti, Il sindicato di Alexandro 7…op.cit.; pp. 180-181; Id., Il livello politico. O sia la
giusta bilancia, nella quale si pesano tutte le massime di Roma e attioni de’ cardinali
viventi, Ginevra 1676;
30
Cfr. Li tesori della corte romana in varie relazioni fatte in Pregadi d’alcuni
ambasciatori veneti, residenti in Roma, sotto differenti pontefici; e dell’ Almaden,
ambasciator francese, Ginevra 1672; Relazioni della corte di Roma lette al Senato dagli
ambasciatori veneti nel secolo decimosettimo, raccolte e annotate da N. Barozzi e G.
Berchet, Venezia 1877.
14
nuovi ambiti di ricerca; la presenza di perspicaci ingegni e di forti personalità,
come quella di Galileo, avevano contribuito a creare una mirabile congiuntura in
cui tutti gli ambiti del sapere potevano arricchirsi di linfa vitale31. I gravosi
incarichi ricevuti dal Chigi, prima della nomina cardinalizia, lo avevano
allontanato da Roma per lungo tempo e la protratta assenza da centri
culturalmente fervidi e attivi aveva contribuito a creare nel giovane prelato una
rappresentazione ideale del pontificato di Urbano VIII32, di cui ne condivideva le
scelte e le impostazioni.
Fin dalla gioventù, il Chigi abbracciava quelle passioni che, analogamente,
avevano catturato le attenzioni di Papa Barberini e della sua corte: l’arte e la
poesia latina.
La rete di conoscenze e le amicizie coltivate a Siena avevano permesso al giovane
Fabio Chigi di entrare in diretto contatto con la cerchia della corte papale e si
erano, altresì, rivelati legami preziosi per la sua futura carriera.
Le magistrali opere di Irene Fosi ed Alessandro Angelini, sulla formazione
culturale di Alessandro VII, non solo hanno messo in evidenza quanto siano state
fondamentali, alla definizione della sua personalità, le esperienze e le
frequentazioni vissute all’ombra della corte barberiniana, ma hanno dimostrato,
1.1
31
Per una visione dettagliata sugli aspetti politici e culturali del pontificato di Urbano
VIII si veda almeno La Corte di Roma tra Cinque e Seicento. Teatro della politica
europea, a cura di G. Signorotto, M. A. Visceglia, Roma 1998; I. Fosi All’ombra dei
Barberini…, op. cit.; R. Ago, Economia Barocca. Mercato e istituzioni nella Roma del
Seicento, Roma 1998; Ead., Carrierre e clientele nella Roma barocca, Milano 1999;
Eadem, Il valore delle cose: il palazzo di famiglia, in Il sistema delle residenze nobiliari,
a cura di M. Fagiolo dell’Arco, Roma 2003, II, pp. 59-62; Ead, Il gusto delle cose: una
storia degli oggetti nella Roma del Seicento, Roma 2006.
32
Come giustamente notano Krautheimer e Fosi, la lunga lontananza da Roma e il
permanere in luoghi culturalmente chiusi e poco stimolanti rispetto la vivace realtà
romana, conosciuta agli inizi della sua carriera, portano il Chigi a considerare l’ambiente
romano come luogo cardine per le innovazioni intellettuali. La precoce partenza da Roma
non aveva dato modo al Chigi di vivere gli anni meno tolleranti del pontificato Barberini
e quelli improduttivi del mandato Pamphilj.
15
inoltre, come queste stesse esperienze abbiano influenzato, anche a distanza di
parecchi anni, le decisioni e le scelte che contraddistinsero poi il suo pontificato
(1655-1667)33.
Non a caso, dopo l’oblio forzato in cui erano caduti sotto l’egemonia pamphiliana
molti degli eruditi, letterati, dotti e consiglieri che appartenevano al milieu
Barberini riacquistavano, con il pontificato alessandrino, importanza, autorità e
nuovi incarichi di rilievo all’interno della corte.
Circondandosi di personaggi quali Pietro Sforza Pallavicino, Luca Holstenio,
Athanasius Kircher e Agostino Favoriti, Alessandro VII manifestava chiaramente
quale sarebbe stato l’indirizzo ideologico perseguito dal suo governo34; segnando
una cesura con il Pontificato precedente di Innocenzo X e distanziandosi
profondamente anche da quello Barberini. Questo atteggiamento se da una parte
attirava grandi consensi da tutto il modo intellettuale e dai magnati delle arti e
della cultura, dall’altra richiamava su di sé le aspre critiche della più parte dei
sovrani stranieri, dei principi italiani, delle famiglie borghesi e della
popolazione35.
I libelli e gli avvisi dell’epoca, così come gli stralci dei satirici scrittori romani,
constatavano, con sofferta rassegnazione, che il Pontefice aveva più interesse e
1.1
33
Gli studi che indagano in maniera più dettagliata l’ambiente culturale in cui si formò
Flavio Chigi e le scelte politiche e sociali del suo pontificato sono senza dubbio A.
Angelini, Gian Lorenzo Bernini e i Chigi…op.cit e Alessandro VII Chigi…op.cit.. Sulla
cultura chigiana e il rapporto con gli artisti, eruditi e letterati si veda anche S. Fraschetti,
Il Bernini. La sua vita, la sua opera, il suo tempo, Milano 1900; L. Ozzola, L’arte alla
corte di Alessandro VII, in “Archivio della società romana di storia patria”, XXXI, 1908,
pp. 5- 91; T. Montanari, Sulla Fortuna poetica del Bernini. Frammenti del tempo di
Alessandro VII e di Sforza Pallavicino, in “Studi Secenteschi”, XXXIX, 1998, pp. 127164; L’idea del Bello. Viaggio per Roma nel Seicento con Giovan Pietro Bellori, catalogo
della mostra, a cura di E. Borea, C. Gasparri, (Roma 29 marzo- 26 giugno 2000) Roma
2000.
34
T. Montanari, Gli intellettuali alessandrini, in Alessadnro VII…op. cit., pp. 380- 383
35
G. de Novaes, Elementi della storia di sommi pontefici da S. Pietro al felicemente
regnante papa Pio VII, raccolti da Giuseppe de Novaes patrizio portoghese, Roma 1822.
16
cura per i libri e i marmi che per le situazioni disagiate in cui versava la
popolazione romana o per le minacce che attentavano alla religione cattolica36.
Tra i personaggi più influenti e fondamentali all’ascesa romana del Chigi
va sicuramente ricordato Giulio Mancini37; l’amicizia con il medico senese aveva
radici profonde. I due condividevano un sentimento unanime per la propria patria
e per le espressioni artistiche ed intellettuali; tanto che entrambi si erano volti alle
manifestazioni artistiche senesi, sentendo l’esigenza di tracciare una storia
dell’arte locale e di rileggerla anche entro il più vasto panorama artistico
italiano38.
Una volta giunto a Roma il giovane prelato aveva trovato nel Mancini un valido
appoggio per inserirsi negli ambienti della corte barberiniana e stringere, quindi,
legami importanti con figure di spicco della società romana, quali ad esempio il
cardinale Giulio Sacchetti.
Sempre grazie al Mancini, il Chigi aveva potuto conoscere personalmente gli
artisti che si andavano affermando allora sulla piazza romana e così decisivi poi,
per gli sviluppi dell’arte degli anni seguenti; aveva avuto modo di visitare la
bottega del Cavalier D’Arpino, di dialogare con Giovanni Lanfranco e di chiedere
1.1
36
Un anonimo cittadino, in una lettera indirizzata al pontefice, apparsa sugli Avvisi di
Roma, lamentava il profondo malumore che serpeggiava tra la popolazione; stremata
dalle condizioni disagiate in cui era costretta a vivere, nonostante le esose tassazioni a cui
era sottoposta. Secondo l’anonimo scrittore, gli abitanti romani erano accaniti contro
l’ammodernamento di chiese e palazzi perpetuato dal Pontefice a discapito di urgenze e
necessità primarie, come la mancanza di case, l’abbandono in cui versavano alcuni
luoghi malsani e la poca pulizia delle strade. Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi
ASV), Segreteria di Stato, Avvisi di Roma, vol.29, 1659-1661, c. 87.
37
Per i suoi fondamentali scritti si veda almeno G. Mancini, Considerazioni della Pittura
(1617- 1630), a cura di A. Marucchi, Roma 1956; Id., Viaggio per Roma per vedere le
pitture, a cura di L. Schudt, Lipsia 1923.
38
Anche Fabio, infatti, aveva redatto una guida manoscritta di Siena con le descrizioni
dei suoi tesori artistici. G. Incisa della Rocchetta, Gli appunti autobiografici
d’Alessandro VII nell’Archivio Chigi, « Melanges Eugéne Tisserant», Roma 1964; A.
Angelini, Rapporti artistici tra Siena e Roma ai tempi di Fabio Chigi, in Alessandro VII
Chigi…op.cit., pp. 31-38.
17
consigli per la sistemazione della cappella dello zio, il banchiere Agostino Chigi,
a Pietro da Cortona e Gian Lorenzo Bernini.
Le frequentazioni senesi con Virgilio Malvezzi, Volunnio Bandinelli ed Ettore
Nini, avevano, invece, dischiuso al Chigi le porte dei più elitari circoli intellettuali
romani del primo Seicento39.
1.1.
Le Istituzioni Accademiche.
Dagli anni venti le accademie costituivano uno degli aspetti peculiari della
cultura romana40; nell’Urbe, più che in altri luoghi, questi circoli erano diventati
un tutto uno con il tessuto cittadino, beneficiando sin da subito di un rapporto
osmotico con la corte. Indipendentemente dalla loro natura, infatti, le accademie
romane avevano una forte dominante ecclesiale ed in generale uno stretto legame
con la curia. Alcune istituzioni erano appoggiate dallo stesso Pontefice, il che
assicurava un prestigio tale da garantire una lunga e feconda esistenza.
1.1
39
Per una visione generale su questi personaggi e il loro ruolo all’interno del panorama
culturale dell’epoca si veda: B. Croce, Storia dell’età barocca in Italia. Pensiero. Poesia
e letteratura. Vita morale, Bari 1967; C. Dionisotti, La galleria degli uomini illustri,
«Lettere italiane», XXXIII, 1981; T. Magnusson, Rome in the age of Bernini, Uppsala
1982; V. Malvezzi, Lettere a Fabio Chigi, a cura di M. C.Crisafulli, Fasano 1990; J. L.
Colomer, Peinture, histoire, scienza nuova entre Rome et Bologne: Virgilio Malvezzi et
Guido Reni, in Poussin et Rome, actes du colloque, (Roma 16- 18 novembre, 1994),
Parigi 1996; M. Fumaroli, Un pittore e dei poeti, in La scuola del Silenzio. Il senso delle
immagini nel XVII secolo, Milano 1995, pp. 80- 87.
40
Per una visione storica esaustiva sullo sviluppo, formazione e significato delle
Accademie nella cultura seicentesca si rimanda a P. Mandosi, Bibliotheca romana, I,
Roma 1682; C. B. Piazza, Eusevologio Romano, ovvero delle opere pie di Roma, Roma
1698; M. Maylender Storia delle Accademie d’Italia, Bologna, 1926; Università,
Accademie e Società scientifiche in Italia e Germania dal Cinquecento al Settecento,
Annali dell’Istituto Storico italo- germanico di Trento, 9, 1981; M.P. Donato Accademie
Romane: una storia sociale 1671- 1824, Roma 1999; cfr. inoltre G. B. Alberti, Discorso
delle Accademie Pubbliche e Private e sopra l’impresa degli Affidati di Pavia, Genova,
1639.
18
L’accademia, nata da interessi eruditi, aveva una funzione disciplinare in quanto
assicurava l’approfondimento di materie poco frequentate, l’acquisizione di nuove
nozioni nonché il confronto con il pensiero moderno e le ultime novità; allo stesso
tempo rappresentava un momento ricreativo, per la società nobiliare, ed
un’importante occasione di socializzazione, per l’alta borghesia.
Ma poiché oggetto delle attenzioni particolari di cardinali e di importanti prelati,
l’accademia diventava un luogo di passaggio obbligato per ottenere prestigio e
visibilità, ed inserirsi così tra le fitte maglie del tessuto sociale.
In più di un’occasione, infatti, al momento dell’assegnazione delle cariche
ecclesiastiche, venivano favoriti coloro i quali si erano già distinti all’interno di
questi consessi, per virtù, per cultura e soprattutto, aggiungeremmo, per quei
«valori relazionali»41, quali la modestia e la prontezza al servizio. Numerosi
eruditi, letterati e uomini di scienza ottenevano così protezione, incarichi e la
possibilità di un’ascesa professionale svincolata dai soliti ruoli standardizzati.
La presenza e il patrocinio offerto dalla nobiltà ecclesiastica e dai potenti
mecenati ai consessi, nonché il conferimento del titolo di Principe dell’Accademia
a illustri cardinali, concorrevano a dare all’istituzione erudita un determinato
indirizzo e, di conseguenza, l’accademia diventava spazio ove rafforzare e infittire
la rete del patronage e dei rapporti clientelari, ove consolidare i vecchi legami ed
allo stesso tempo promuovere nuove alleanze42.
Sono questi i rapporti sui quali si strutturava la società romana seicentesca che,
diversamente dalle altre realtà coeve, italiane ed estere, era teatro di sensibili
1.1
41
M.P. Donato, Le strane mutazioni di un’identità: il «Letterato» a Roma, 1670-1750, in
Gruppi ed identità sociali nell’Italia di età moderna, Bari 1998.
42
R. Ago, Carriere e …op. cit; M. Rosa, “Per tenere alla futura mutazione volto il
pensiero”. Corte di Roma e cultura politica nella prima metà del Seicento, in La Corte di
Roma… op. cit., pp. 27- 36; M. Infelise, Gli avvisi di Roma. Informazione politica nel
Secolo XVII, in La Corte di Roma… op. cit. pp. 190- 198.
19
mutamenti, un coacervo di identità sociali e politiche in fermento; il succedersi
dei pontefici e dunque l’avvicendamento del controllo politico, dava vita, infatti,
ad una continua ridefinizione di ruoli, benefici e clientele.
Le accademie, con la loro stabilità e la legittimazione acquisita all’interno della
cultura erudita, diventavano “un’autorevole fazione”, in grado di appoggiare o
diversamente osteggiare le decisioni e le impostazioni del potere centrale. Una
volta compresane l’influenza ed il sopravvento che avevano conquistato
all’interno della società la curia si servì di tali istituzioni, per promuovere e
incoraggiare una produzione celebrativa e autoreferenziale. Ciò avveniva,
soprattutto, in seno all’Accademia degli Umoristi che rappresentava, più di ogni
altra, il centro catalizzatore dei fermenti culturali del secolo, non solo italiani ma
anche europei; riflettendo le fasi e i ritmi delle trasformazioni che interessavano la
società romana43.
Gli Umoristi nati in seguito alle riunioni tenutesi in casa del gentiluomo Paolo
Mancini, in occasione delle sue nozze44, accoglievano, sin dagli esordi, i maggiori
1.1
43
Seconda solo a quella dei Lincei, l’Accademia degli Umoristi, ebbe un ruolo dominante
nel contesto socio-politico del periodo. Per meglio comprendere il milieu che fece da
sfondo al dibattito sviluppatosi da questo polo nevralgico si veda anche G. Signorotto, Lo
Squadrone Volante. I cardinali liberi e la politica europea nella seconda metà del XVII
secolo, in La Corte di Roma… op. cit. pp. 112- 130; S. Tabacchi, Cardinali zelanti e
fazioni cardinalizie tra fine Seicento e inizio Settecento, in La Corte di Roma… op. cit.
pp. 139- 166; M. L. Rodén, Church Politics in Seventeenth-Century Rome: Cardinal
Decio Azzolino, Queen Christina of Sweden, and the Squadrone Volante, Stoccolma
2000. Lo Squadrone Volante era formato dai cardinali liberi, non soggetti cioè alla
corona di Spagna e Francia, che avevano appoggiato l’elezione del Chigi. Lo Squadrone
divenne un organo di controllo, nella gestione delle elezioni cardinalizie, molto forte,
grazie anche all’appoggio della regina Cristina di Svezia. Anche l’elezione di Giacomo
Rospigliosi fu opera della politica promosso dai membri dello Squadrone Volante.
44
Per l’Accademia degli Umoristi oltre ai già citati testi di carattere generale si veda G.
Gabrielli, Le accademie romane: gli Umoristi, in “Roma”, XIII, 1935, pp. 38- 45; P.
Russo, L'Accademia degli Umoristi. Fondazione, struttuttura e leggi: il primo decennio
di attività, in “Esperienze letterarie”, IV, (1979), pp. 45- 63; L. Avellini, Tra Umoristi e
Gelati: l’accademia romana e la cultura emiliana del primo e pieno seicento, in “Studi
Secenteschi”, XXIII, (1982), pp. 114- 137; L.Alemanno L’ Accademia degli Umoristi in
“Roma Moderna e Contemporanea”, III,. 1, 1995 pp. 113- 125; C. Volpi. I ritratti di
illustri contemporanei della collezione di Cassiano dal Pozzo in I segreti di un
20
letterati ed intellettuali dell’epoca. L’assidua partecipazione alle adunanze di
savants d’oltralpe, quali Nicholas Fabri de Peiresc e Gabriel Naudé, per citarne
alcuni, sanciva ulteriormente il plauso ed il riconoscimento goduto dall’istituzione
nel panorama culturale del tempo45.
Le novità scientifiche e filosofiche sembravano attirare i primigeni interessi degli
affiliati; ma la presenza, tra i membri e i finanziatori degli Umoristi, di numerosi
esponenti della curia romana diventava valida garanzia per il rispetto degli
orientamenti cattolici e non destavano, perciò, eccessiva preoccupazione le
tendenze innovatrici abbracciate in seno all’accademia46. In più di una occasione,
per la verità, l’Accademia era stata tacciata di libertinaggio ma ciò non impedì, ai
potenti porporati, di appoggiarne le scelte tematiche.
L’istituzione aveva ricevuto un notevole impulso iniziale da Urbano VIII e
dal nipote del Pontefice, Francesco Barberini47, tuttavia, era sotto l’egida chigiana
che gli Umoristi rinascevano a nuova vita e, ancora più apertamente, si volgevano
1.1
collezionista : le straordinarie raccolte di Cassiano dal Pozzo, 1588 – 1657, Roma 2001,
pp.68- 78; Id. Salvator Rosa e il cardinale Francesco Maria Brancaccio tra Napoli,
Roma e Firenze, in “Storia dell'arte”, n.s. 12, 112, (2005) pp. 119- 141. Per notizie sulle
altre istituzioni erudite che ebbero stretti legami con l’Accademia degli Umoristi cfr. G.
F. Camola, Discorsi sacri e morali detti nell'Accademia degli Intrecciati, Roma 1673; V.
Golzio, La Galleria e le collezioni della R. Accademia di San Luca in Roma, Roma 1939;
M. Gallo, Orazio Borgianni, l'Accademia di S. Luca e l'Accademia degli Humoristi:
documenti e nuove datazioni, in “Storia dell'arte”, 76, 1992; R. Merolla, L’Accademia dei
Desiosi, in “Roma Moderna e Contemporanea”, III, 1, 1995, pp. 89- 95.
45
L’Accademia annoverava tra le sue fila gli intellettuali, gli scienziati ed i virtuosi che
facevano parte della corrente riformatrice di inizio secolo. Galileo tra gli scienziati,
Marino, Guarini, Marescotti, Ciampolini, Cesarini e Tassoni tra i principali letterati.
46
Nel primo decennio di attività dell’accademia oltre a discussioni sulle innovazioni
scientifiche ve ne erano molti sulla moralità e sulla corruzione della società
contemporanea; ad esempio, il Tassoni recita la parte del giullare nel gran teatro del
mondo disposto a perdere la propria dignità sociale in cambio della libertà di azione e di
parola. O ancora negli anni trenta il Mascardi teneva un discorso sulla corte, vera scuola
della prudenza e delle virtù morali, ma intendendone l’accezione negativa come luogo di
inganni e di lusinghe; alla corte contrapponeva l’accademia in cui c’è spazio solo per la
verità. Si tratta in realtà di un modo di sentire generalizzato, caratteristico dell’ideologia
del secolo, verso i sistemi tradizionali, piuttosto che un vero e proprio attacco a
personalità specifiche. Cfr. L.Alemanno L’ Accademia degli Umoristi…op. cit., pp. 124125.
47
Francesco Barberini (Firenze 1597- Roma 1679)
21
a tutti gli ambiti della cultura ufficiale del tempo, perseguendo anche quegli
interessi non proprio ortodossi48.
In questo fervido salotto intellettuale il Chigi aveva conosciuto, nei suoi primi
anni romani, Cassiano dal Pozzo49, Gian Vittorio Rossi, meglio conosciuto come
Jano Nicio Eritreo, Giovanni Ciampoli e Pietro Sforza Pallavicino50. Tutte
personalità che, in misura diversa, peseranno sui suoi indirizzi politici e culturali.
Una volta salito al soglio pontificio, Alessandro VII, poteva dare un contributo
consistente a quella istituzione che aveva significato tanto per la sua crescita
intellettuale e portare avanti, attraverso di essa, un rinnovamento culturale della
società romana, dopo l’improduttiva parentesi degli anni pamphiliani; anni in cui,
arte e cultura erano state completamente impaludate nelle smanie di grandezza
della famiglia Pamphilj.
Gli eminenti prelati della cerchia alessandrina offrivano un considerevole
patrocinio all’istituzione umorista; partecipavano, inoltre, attivamente ai consessi
suggerendo quali tematiche trattare durante le assemblee e molto spesso vi
presenziavano in qualità di oratori. La forma accademica rappresentava all’interno
del milieu alessandrino un’espressione congeniale per dar corpo e seguito ai
propri interessi eruditi.
1.1
48
P. Russo, L'Accademia degli Umoristi…op. cit., p. 56; U. Limetani, La Satira nel
Seicento, Milano- Napoli 1961.
49
Il rapporto con Cassiano del Pozzo è scandito da una fitta corrispondenza
sull’argomento si veda almeno A. Niccolò, Il carteggio di Cassiano del Pozzo, Firenze,
1991; a cui si rimanda per una bibliografia completa. Il Chigi era già avvezzo ai circoli
eruditi, a Siena aveva frequentato l’Accademia dei Filomati.
50
Jano Nicio Eritreo (Roma 1577- 1647); Giovanni Ciampoli (Firenze 1589- Jesi 1643);
Pietro Sforza Pallavicino (Roma 1607- 1667). Per una visione generale su questi
personaggi e sul loro ruolo nella cultura contemporanea si veda almeno I. Affò, Memorie
della vita e degli studi di Sforza cardinale Pallavicino, in Raccolta di opuscoli scientifici
e letteraij di autori italiani, V, Ferrara 1780 pp. XVII-LII; V. Ragazzini, E.Torricelli e
G.Ciampoli, in “Convivium”, XXVII (1959), pp. 51-55; E. Raimondi, Letteratura
Barrocca, Firenze 1961; G. Inzitari, Poesia e scienza nelle opere di Giovanni Ciampoli,
Vibo Valentia1962; M. Costanzo, Critica e poetica del primo Seicento, Roma 1969.
22
Non sembra erroneo affermare che all’interno di questi circoli si gettano le basi
per la creazione di quella che può essere definita la cultura chigiana intendendo,
come tale, quella convergenza di interessi e predilezioni riscontrabile tra le
personalità legate all’ambito alessandrino.
Le creature di Alessandro VII mostravano una spiccata attenzione per la
letteratura moderna, il teatro, l’astronomia e le innovazioni tecniche e scientifiche
del momento; attraverso i consessi eruditi si poteva incoraggiare la produzione di
tali attività ed allo stesso tempo essere aggiornati sui più recenti sviluppi. La
pratica accademica giustificava, altresì, anche la coltura di passioni e predilezioni
che potevano apparire del tutto sconvenienti all’indole ecclesiastica. Così il
Cardinal Nipote, Flavio Chigi, istituiva nella sua villa di Formello l’Accademia
degli Sfaccendati51, nella quale venivano riproposti gli ultimi esperimenti fisici
noti, senza per questo essere tacciato di amoralità. Anzi, i risultati ivi ottenuti
occuparono le pagine del Giornale dei Letterati52, edizione italiana delle Gazzette
francesi. Entrambe le riviste, nate in seno alla Repubblica delle Lettere,
costituivano uno degli strumenti prediletti per aggiornarsi e dialogare sulle recenti
scoperte scientifiche, sulle ultime pubblicazioni letterarie degne di nota, sui
progressi raggiunti negli studi antiquari e nella conoscenza dei fenomeni fisici53.
1.1
51
Istituita nel 1672
Giornale de’ Letterati dedicato al.Em. e Rev. Sig. Card. Camillo Massimi, dal
MDCLXVIII al MDCLXXV, Roma 1675.
53
Sulle Repubblica delle Lettere e il Giornale dei Letterati cfr. A. Caracciolo Domenico
Passionei tra Roma e la Repubblica delle Lettere, Roma 1968; M. Gardair, Le Giornale
de’ Letterati de Rome (1668-1681), Firenze 1984; F. Waquet Commercium Litterarium.
La communication dans la République des Lettres 1600-1750, Amsterdam-Maarsen
1994; Infra, seconda parte, capitolo 1.3. Per rimanere in ambito degli anni chigiani, il
Giornale dei Letterati ci informa, ad esempio, su alcuni marmi, rinvenuti durante le
operazioni romane di scavo, che vengono inviati a Firenze a Lorenzo Panciatichi per
essere studiati; o ancora forniscono dettagli sulle ultime novità relative alla Piramide di
Caio Cestio e le varie interpretazioni condotte delle iscrizioni presenti. Grazie a questi
gazzettini apprendiamo inoltre della polemica in corso in quegli anni tra il Redi e il
Kircher a causa delle differenti teorizzazioni scientifiche e della posizione presa dalla
cultura ufficiale francese.
52
23
L’entourage chigiano si prodigava a sostenere le diverse istituzioni
accademiche che popolavano la realtà romana e che si occupavano ora di taluna,
ora di talaltra pratica. I registri delle presenze delle accademie dei Desiosi, degli
Infecondi, degli Intrecciati, annoveravano le stesse presenze importanti54. Le
opere prodotte nel novero di queste adunanze, inoltre, erano prevalentemente
dedicate al Pontefice ed agli ecclesiastici a lui vicini. Sia che si trattasse di
disquisizioni matematiche che di testi di poesia e prosa latina, che di trattati di
anatomia o antiquaria, i destinatari erano gli eminenti Flavio Chigi, Giacomo
Rospigliosi, Luigi Omodei, Giacomo Nini, Decio Azzolini, Cesare Rasponi,
Giacomo Franzoni e tutti coloro che appartenevano alla cerchia chigiana.
L’appoggio incondizionato a tali attività, dalla più parte della curia romana, ne
stimolava quindi lo sviluppo e la diffusione; allo stesso tempo ciò favoriva
l’aggiornamento dell’ambiente romano che, informandosi sugli sviluppi del
dibattito contemporaneo, si teneva al passo con i principali circoli culturali
internazionali.
Il ruolo e l’incidenza che questi consessi ebbero sulla formazione della cultura
contemporanea e nella definizione dei gusti e delle predilezioni dell’epoca resta
un aspetto da indagare55; una prima analisi rivela l’esistenza di una consentaneità
tra le inclinazioni dei frequentatori delle accademie e le pratiche ivi esercitate56.
Negli anni cinquanta, ad esempio, nell’Accademia degli Umoristi si dava il via
alle sperimentazioni teatrali e contemporaneamente gli spettacoli teatrali
1.1
54
G. Gabrielli, Le accademie romane…op. cit; ; M. Maylender Storia delle
Accademie…op.cit.
55
Secondo chi scrive, infatti, uno studio approfondito di questi circoli può offrire indizi e
informazioni rilevanti sull’organizzazione sociale e politica dell’epoca.
56
L’accademia degli Umoristi è una delle poche istituzioni di cui ci sono pervenuti alcuni
dei registri e verbali delle adunanze con le materie trattate, di volta in volta; a tal
proposito cfr. L.Alemanno L’ Accademia degli Umoristi…op. cit., pp. 120- 121.
Per il riscontro tra interessi accademici e gusti collezionistici di alcuni dei membri degli
Umoristi si veda Infra, seonda parte, capitolo 1.3.
24
diventavano anche l’intrattenimento prediletto di feste e cerimonie. In questi anni,
molte dimore patrizie disponevano di uno spazio destinato ad accogliere tali
eventi; non casualmente i divertissement teatrali, erano caldeggiati da tutto
l’entourage chigiano57. Nel 1655 il pontefice promuoveva l’Accademia dei
Fantastici presso il convento dei S.S. Apostoli e qui con cadenza mensile
venivano realizzate cerimonie e funzioni di grande impatto scenografico,
accompagnate da cori professionisti. Al Teatro del Masceherone erano numerosi
gli spettacoli di comici professionisti patrocinati da Flavio Chigi, soprattutto in
occasione del Carnevale; tutti gli spettacoli chigiani erano molto articolati e
spesso intrisi di valenze simboliche e complicate allegorie.
Durante la sua legazione in Francia aveva fatto trascrivere le opere a cui aveva
assistito e, una volta tornato in Italia, ne aveva promosso la messa in scena, in
occasione delle cerimonie romane58. Il cardinale Flavio Chigi rimarrà uno dei
principali organizzatori di feste e spettacoli anche dopo la fine del pontificato
alessandrino, contendendosi il primato con la Regina Cristina di Svezia.
Il cardinale Giulio Rospigliosi oltre che essere il protettore dell’Accademia degli
Infecondi, nella quale veniva realizzata molta della produzione teatrale dell’epoca,
era anche l’ideatore ed autore di alcune delle opere abitualmente rappresentate a
corte59.
Questi spettacoli erano allestiti con la collaborazione dei grandi artisti al
servizio della corte pontificia, dando vita ad esiti meravigliosi.
1.1
57
Fabio Chigi coltivò la passione per il teatro sin dalla giovinezza, Siena era, infatti, uno
dei centri più vivaci in tale ambito; durante la sua legazione poi, aveva avuto modo di
conoscere ed entrare in contatto con la fervida realtà ferrarese.
58
In occasione del carnevale del 1659 viene recitato il D. Gastone di Giacinto Andrea
Cicognini, che sarà poi una delle opere più rappresentate negli anni successivi. S.
Franchi, Feste e spettacoli musicali sotto il pontificato di Alessandro VII, in Studi sul
barocco romano, Milano 2004, pp. 133- 150.
59
Giulio e Giacomo Rospigliosi realizzarono numerosi libretti teatrali, tra cui Del male e
il bene, nel 1653; La comica del cielo, overo La Baltasara, nel 1668.
25
Sono note le spettacolari scenografie realizzate da Gian Lorenzo Bernini per il
Papa e per gli spettacoli organizzati dal Cardinal Nipote. Gli apparati scenici
erano delle vere e proprie opere d’arte e spesso gli studi degli artisti, per la loro
realizzazione, diventavano oggetto di collezione per le raccolte degli eminenti
prelati.
Sull’importanza di queste feste all’interno della realtà del periodo e sul valore
artistico delle scenografie e macchinari scenici rimane insuperato lo studio di
Maurizio Fagiolo dell’Arco sulla Festa Barocca60.
L’attenzione riservata dalla curia e dalla nobiltà romana, al nuovo genere,
contribuiva a dare impulso alla produzione; si trattava per lo più di commedie
musicali e di poemi giocosi e popolari, dai protagonisti in netta antitesi con quelli
della tradizione epica61. I libretti teatrali, così, acquistavano la valenza di vero e
proprio genere letterario62; opere che diedero vita alla nascita dello stile
tragicomico.
1.2.
L’Entourage Chigiano: erudizione e collezionismo.
I personaggi che circondavano Alessandro VII erano accomunati da affini
interessi eruditi. Il papa aveva dato vita ad una corte attratta dalle ultime scoperte
1.1
60
M. Fagiolo dell’Arco, S. Carandini, L’effimero barocco. Strutture della festa nella
Roma del Seicento, Roma 1967.
61 Il Meo Patacca ad esempio, è un poema eroicomico in romanesco sulla guerra contro i
Turchi, con situazioni spesso incredibili, ambientate però nel reale contesto storico. L.
Rodler, Epica ed eroicomico in Il Seicento, Milano 2008.
62
Sebastiano Baldini che accompagnò, in qualità di cronista, il cardinale Flavio Chigi
nella sua legazione di Francia, ogni anno dedicava una composizione musicale al
Pontefice. S. Franchi, Feste e spettacoli musicali … op.cit. pp. 142-143
26
scientifiche, dall’arte, dagli studi di antiquaria e di storia; tutta dedita
all’approfondimento delle proprie conoscenze ed all’arricchimento delle proprie
collezioni. I più eminenti studiosi dell’epoca erano intimi collaboratori del
Pontefice; avevano ricevuto incarichi importanti all’interno della stessa corte
pontificia e rispondevano alle esigenze collezionistiche del papa e della sua
famiglia.
Leonardo Agostini, Athanasius Kircher, Leone Allaci, Virgilio Spada, Agostino
Favoriti e Ottavio Falconieri63 erano alcuni dei principali referenti di Alessandro
VII, con i quali il Papa si intratteneva per ore e ore. Così, ad esempio, con Virgilio
Spada e Leone Allaci ragionava giornalmente sulle iscrizioni antiche che
venivano rinvenute durante gli scavi o su quelle che voleva fossero apposte sui
nuovi monumenti da lui eretti64; il venti novembre del 1655, invece, il Pontefice
discorreva con l’Holstenio, il Gottifredi, il Nini e l’Agostini sulla conservazione
delle antichità romane.
A proposito degli impegni abituali del Pontefice, il corrispondente genovese
Ferdinando Raggi scriveva:
Venerdì il papa si intrattenne tre ore continue col Favoriti, Magalotti e p. Ughelli, e
particolarmente sopra alcuni versi di Ovidio vi consumò un’ora buona […] ne mai
1.1
63
Leone Allaci (Chio 1586- Roma 1669), Leonardo Agostini (Boccheggiano 1593- Roma
1676), Luca Holstenius (Amburgo 1596- Roma 1661), Virgilio Spada (Roma 15961662), Athanasius Kircher ( Geisa 1602- Roma 1680), Agostino Favoriti (Sarzana 1624Roma 1682); Per uo sguardo generale su questi personaggi si veda T. Montanari, Sulla
Fortuna poetica del Bernini…op. cit., a cui si rimanda per una bibliografia completa. Si
veda anche R. Barberesi, L’antiquario Leoardo Agostini e le sue terre di Boccheggiano,
in “Maremma”, III, (1926- 1927), pp. 149- 189, che resta tuttora il più completo sulla
biografia dell’Agostini.
64
R. Krautheimer, S.B. Jones, The Diary …op. cit., p. 47; R. Lanciani, Storia degli scavi
di Roma e notizie intorno le collezioni romane di antichità, Roma 1989.
27
gli venne in mente la rivoluzione d’Avignone. Questi sono i suoi maggior
pensieri65.
L’elezione di Alessandro VII era stata salutata con versi ed acclamazioni
dai maggiori intellettuali dell’epoca; trattazioni scientifiche, testi letterari e studi
storici, erano dedicati al pontefice ed alla sua corte66. Gli eruditi e gli appassionati
d’arte, in generale, ben comprendevano l’importanza della presenza di un Papa
“umanista”, munifico verso le arti e interessato al sapere in tutte le sue
declinazioni.
Un analogo ruolo fu sostenuto dal Cardinal Nipote Flavio Chigi che se non ebbe
mai «intendimento per le cose di governo» perché privato, a causa della forte
personalità di Alessandro VII, della consueta autorità conferita dal papato al
nipote del Pontefice, ebbe invece modo di dar seguito a tutte le sue passioni e
predilezioni. Il cardinale,
trovando il suo comodo nell’obbedienza, pensa alle caccie, alle conversazioni, alle
tavole, e neglige tutto il restante a tal segno, che se si parla con lui degl’affari più
1.1
65
Nell’Archivio di Stato di Genova, (d’ora in poi ASG), è conservata la corrispondenza
di Ferdinando Raggi ambasciatore della Repubblica Genovese dal (1663- 1669). A
differenza degli altri ambasciatori, il Raggi, forniva un resoconto dettagliato su ciò che
avveniva nella corte romana e sui suoi protagonisti; si rivela così, una fondamentale, ma
altrettanto trascurata, fonte per la ricostruzione degli avvenimenti romani del periodo.
ASG, Archivio Segreto, Ambasciatori Roma, Vol. 2369 mazzo 28. Si veda anche A. Neri,
Saggio sulla corrispondenza di Ferdinando Raggi agente della repubblica genovese a
Roma, in “Rivista europea”, V, 1878, pp. 658- 695.
66
Per una trattazione esaustiva dell’argomento si rimanda al catalogo Alessandro VII
Chigi…op.cit., che rimane a tutt’oggi lo studio più completo. Tra le tante opere realizzate
in occasione dell’elezione chigiana vale la pena ricordare, per l’interesse artistico che
ricopre, un piccolo opuscolo che fornisce un dettagliato resoconto delle feste fatte per
l’occasione a Siena. Qui sono descritte le cerimonie a cui partecipa la famiglia Chigi e
annotati con dovizia di particolari gli apparati effimeri realizzati, con la spiegazione di
tutti gli elementi simbolici.
28
gravi, manifestatamene si vede che con la mente va vagando lontano, senza dar
speranza a chi tratta seco di profitto veruno67.
Flavio condivideva con lo zio simili interessi artistici ed accademici, fino a
diventarne, quasi, l’alter ego nel rapporto con artisti ed intellettuali al servizio
della corte pontificia. Alessandro VII, infatti, aveva affidato al nipote la
supervisione delle fabbriche e dei cantieri che promuoveva per tutta Roma. Ben
presto Flavio divenne anche il regista delle pontificie commissioni senesi68.
Nel suo diario, Alessandro VII, annotava con scrupolosità i vari “compiti” che il
nipote doveva espletare; per queste ragioni e per molti aspetti ancora da
chiarificare sulla figura di Flavio, alcuni storici hanno riconosciuto al cardinale il
semplice ruolo di delegato alessandrino. In verità, a ben leggere tra le righe del
diario papale si evidenzia un’immagine diversa di Flavio, il quale gode di ampia
libertà di azione e potere decisionale sulle finali soluzioni raggiunte dalle imprese
alessandrine.
Alessandro Angelini, nel suo fondamentale studio Gian Lorenzo Bernini e i Chigi
tra Roma e Siena, attribuisce a Flavio un ruolo propositivo nei lavori di riassetto
di Santa Maria del Popolo e, specificatamente, su quelli riguardanti il transetto
sinistro dell’edificio. Al Cardinal Nipote può anche essere ricondotta la scelta di
alcuni artisti impiegati nelle commissioni papali, come la fiducia accordata a
1.1
67
Le relazioni della corte di Roma lette al Senato dagli ambasciatori veneti nel secolo
decimosettimo, raccolte e annotate da N. Barozzi e G. Berchet, Venezia 1877; G. Leti Il
cardinalismo…op.cit. p. 213.
68
Il mecenatismo alessandrino nel territorio senese aveva portato alla realizzazione delle
statue dei pontefici senesi, nel Duomo di Siena con il riassetto interno dello stesso, alla
erezione della facciata della chiesa del Refugio ed agli interventi ad Ancaiano. Si rimanda
alle schede Alessandro VII e Siena: interventi, del catalogo della mostra Alessandro VII
Chigi…op.cit. pp. 399- 469. Per una trattazione più dettagliata riferita ai lavori per il
Duomo, si vedano i contributi di Monika Butzek: Il Duomo di Siena al tempo di
Alessandro VII, Monaco1996, ed Itinerari Chigiani: Alessandro VII Chigi tra Roma e
Siena, Pisotia 2000.
29
Bernardino Mei, che entrò successivamente nel seguito del Bernini, ed ad altri
artigiani senesi; ad esempio Giuseppe Mazzuoli, coinvolto nel grandioso cantiere
di San Pietro. Come ricordato nel diario papale, proprio in questo progetto il
cardinale Flavio impiegava i suoi maggiori sforzi, sollecitando il Bernini e
dialogando continuamente con il padre Spada e monsignor Nini per la risoluzione
delle problematiche che si presentavano di volta in volta69.
Il ruolo svolto per conto dello zio dava dunque modo, a Flavio, di intrattenere
serrati rapporti con il Bernini e con tutti gli altri artisti al servizio del Ponteficeche rappresentavano anche i principali esponenti del linguaggio artistico del
periodo- come Pietro da Cortona, Giovan Battista Gaulli, Antonio Raggi, Carlo
Maratta, Francesco Borromini e molti altri. Ciò dovette certamente influire sulla
definizione dei gusti artistici del prelato che, in ogni caso, sembravano quasi
essere in simbiosi con quelli di Alessandro VII. Entrambi i Chigi condividevano
difatti analoga passione per le iscrizioni antiche, per la statuaria, per la cultura
egizia; ambedue amavano collezionare vasellame d’oro e d’argento, medaglie,
gemme, reperti naturali e naturalmente, dipinti.
Anche nella scelta dei linguaggi artistici i gusti di Flavio erano molto vicini a
quelli di Alessandro VII. Grazie alle ingenti rendite di cui disponeva ed
all’assistenza di Nicolò Simonelli70 e Athanasius Kircher Flavio diede vita ad una
1.1
69
R. Krautheimer, S.B. Jones, The Diary …op. cit.
Per notizie sul Simonelli e il suo ruolo nel mercato dell’arte a Roma nel Seicento cfr.:
L. Spezzaferro, Le collezioni di “alcuni gentiluomini particolari” e il mercato: appunti
su Lelio Guidiccioni e Francesco Angeloni, in Poussin et Rome…op.cit. pp. 241- 256; Id.
Pier Francesco Mola e il mercato artistico romano in Pier Francesco Mola 1612-1666,
Catalogo della Mostra a cura di M. Kahn Rossi, (Roma 3 dicembre 1989- 31 gennaio
1990), Milano 1989; Id., Problemi del collezionismo a Roma nel ‘600, in Geografia del
collezionismo: Italia e Francia tra il XVI e il XVIII secolo, atti delle giornate di studio, a
cura di O. Bonfait, L. Spezzaferro, B. Toscano, (Roma 19-21 settembre 1996), Roma
2001, pp. 1- 23; Id, Le contraddizioni del pittore. Note sulle trasformazioni del lavoro
artistico nlla prima metà del seicento, in Mercanti di quadri, “Quaderni storici”, numero
speciale, 116, (2004) Bologna 2004, pp. 329- 351; G. Capitelli, Connoissership al lavoro:
70
30
delle collezioni più cospicue del secondo Seicento. Diversamente dalle raccolte di
altri ricchi cardinali e nobili romani, quella del cardinale Chigi era una «delle più
studiate nella scelta degli esemplari»71. Nel Seicento, infatti, si era diffusa su
vasta scala l’abitudine di collezionare quadri e di usarli come paramenti mobili, al
posto degli arredi fissi, per decorare tutte le pareti delle stanze; a ciò era
corrisposta la consuetudine di acquistare opere di valore irrisorio per ampliare
numericamente la raccolta. Ne sono importanti esempi la collezione del
Contestabile Lorenzo Onofrio Colonna o del cardinale Benedetto Pamphilj, i cui
esemplari, acquistati dai rigattieri o dai mercanti più disparati, avevano un valore
accessorio che poteva variare da uno a dieci scudi72.
Il Kircher soddisfaceva quegli interessi per l’esotico e il bizzarro che attiravano la
curiosità chigiana; il padre gesuita forniva al cardinale oggetti e reperti
provenienti dai luoghi più disparati: porcellane dalla Cina, armi e vesti orientali,
idoli egizi e quant’altro di strano e singolare potesse esserci. Non mancavano
testimonianze di strani fossili, animali leggendari e reperti cristiani, dalle reliquie
agli oggetti archeologici.
1.1
la carriera di Nicolò Simonelli (1611-1671), in Mercanti di quadri, “Quaderni storici”,
numero speciale, 116, (2004) Bologna 2004, pp. 375- 401.
71
A. Angelini, Gian Lorenzo Bernini e i Chigi…op. cit. p. 104;
72
Per uno sguardo generale sulla pratica collezionistica del Seicento, oltre ai testi citati in
nota 70, cfr P. Cavazzini, La diffusione della pittura nella Roma di Primo Seicento:
collezionisti ordinai e mercanti, in Mercanti di quadri, “Quaderni storici”, numero
speciale, 116, (2004) Bologna 2004, pp. 354- 371; F. Cappelletti, Le commissioni delle
opere destinate alla Galleria e La composizione della raccolta di quadri, in Il
trattenimento di virtuosi: le collezioni seicentesche di quadri nei Palazzi Mattei di Roma,
Roma, 1994, pp. 67-80. Per la raccolta Colonna cfr N. Gozzano, Resa dei conti in Casa
Colonna. Contabilità di una collezione romana del Seicento fra committenza e mercato in
Decorazione e collezionismo a Roma nel Seicento. Vicende di artisti, committenti e
mercanti, Roma 2003; N. Gozzano, La quadreria di Lorenzo Onofrio Colonna. Prestigio
nobiliare e collezionismo nella Roma barocca, Roma 2004; per Raccolta Pamphilj e sua
formazione cfr. G. Capitelli, Una testimonianza documentria per il primo ucleo della
raccolta del principe Camillo Pamphilj, in I capolavori della collezione Doria Pamphili
da Tiziano a Velzquez, Milano 1996, pp. 57- 69; F. Cappelletti, Il Palazzo e la collezione
fra Sei e Settecento. Il Principe Giovan Battista e il cardinale Benedetto Pamphilj, in Il
palazzo Doria Pamphilj al corso e le sue collezioni, Firenze 1999 pp. 81- 119.
31
Il Simonelli, come già per Alessandro VII, svolgeva il ruolo di agente ed
assicurava al cardinale Chigi, tra le altre cose, opere antiche degne di nota e
confacenti al gusto coloristico che animava tutta la raccolta di Flavio.
In linea con le tendenze ravvisabili nel milieu alessandrino ed, in generale, nelle
grandi raccolte romane del periodo, la quadreria chigiana ospitava soprattutto
esemplari della pittura moderna, modulata sul linguaggio veneto ed emiliano. Tra
gli artisti contemporanei e vicini al Chigi spiccavano i nomi di Pier Francesco
Mola, Salvator Rosa, Carlo Maratti, Pietro da Cortona, Bernandino Mei e Giovan
Battista Gaulli; le predilezioni del cardinale per il colorismo ed il naturalismo
lombardo erano invece, rappresentate dalle tele di Tiziano e Veronese ai pennelli
di Correggio, Annibale Carracci, Lanfranco e Guercino73.
In base ai documenti di Giuseppe Ghezzi il cardinale era uno tra i principali
fornitori per le mostre dei quadri che si tenevano in San Salvatore in Lauro74; la
sua collezione, come ricorda il Bellori, era meta ambita da viaggiatori stranieri, da
appassionati d’arte e da artisti che vi ricercavano modelli e testimonianze sui quali
aggiornare il proprio linguaggio.
Il mecenatismo del cardinale Chigi si era indirizzato, come già era
avvenuto nel caso del Pontefice, anche alla sua città natale; l’acquisto di alcune
terre nei pressi di Siena aveva dato vita ad alcuni notevoli interventi di
riqualificazione di tutta la zona. Dal riassetto del palazzo di famiglia alla Cappella
del Voto, nella chiesa Metropolitana, il Chigi aveva portato e introdotto il
moderno linguaggio romano nella cittadina toscana, che poteva così aggiornarsi
sui più alti esempi dell’arte contemporanea. Ancora una volta sotto la regia del
1.1
73
G. P. Bellori, Nota delli musei, librerie, gallerie & ornamenti di statue, e pitture, ne'
palazzi, nelle case e ne' giardini di Roma, edizione consultata a cura di E. Zocca, Roma
1976., p. 68.
74
G. De Marchi, Mostre di quadri a San Salvatore in Lauro, 1682-1725: stime di
collezioni romane, note e appunti di Giuseppe Ghezzi, Roma 1987;
32
Bernini le giovani promesse dell’arte, Antonio Raggi, Ercole Ferrata, Giuseppe
Mazzuoli creavano, all’interno del Duomo, un mirabile esempio del linguaggio
romano, in cui scultura, architettura ed effetti pittorici si compenetravano a
vicenda e formavano il “maraviglioso composto” berniniano, che tanto avrebbe
influito sulle successive manifestazioni artistiche senesi75.
I lavori avevano avuto inizio nel 1661, quando il Pontefice aveva deciso di titolare
la nuova cappella alla sua famiglia; in verità, da quanto emerge dai libri dei conti
del cardinale, Flavio risultava essere il reale committente del progetto.
Le fonti dell’epoca ricordano anche la grande munificenza del cardinale verso i
bisognosi; il suo mecenatismo si indirizò anche verso i vari ordini religiosi, non
solo senesi, omaggiati di continuo, tra le altre cose, di sante reliquie da venerare.
La raccolta delle reliquie era divenuta, nella cerchia alessandrina, una vera e
propria pratica collezionistica; lettere tra il cardinale Flavio e la principessa di
Rossano, o altri esimi membri della corte, gettano luce sullo stato di questo
singolare mercato durante la seconda metà del Seicento ed informano anche sulle
modalità di rinvenimento di tali sacri reperti76.
Tra le altre passioni del cardinale la caccia occupava un posto di rilievo; donativi
di cavalli, segugi e attrezzature varie arrivano al Chigi dalla nobiltà romana,
ferrarese e fiorentina77.
1.1
75
Cfr. M. Butzek, Il Duomo di Siena …op. cit.; Id., Itinerari Chigiani…op.cit.
ASR, Notai A. C., Instrumenti, voll. 5024, 5032, 5036. Sul mercato delle reliquie nella
Roma seicentesca si veda B. Agosti, Collezionismo e archeologia cristiana nel Seicento.
Federico Borromeo e il Medioevo artistico tra Roma e Milano, Milano 1996; M. Gana.,
Reliquie e nobildonne nella Roma barocca, in La tesaurizzazione delle reliquie, a cura di
S. Boesch Gajano, in “Sanctorum: bollettino dell’Associazione italiana per lo studio della
santità, dei culti, dell’agiografia”, 2, (2005), pp. 114-115; B. Gajano, Reliques et pouvoir,
in Les reliques. Objets, cultes, symboles, a cura di E. Bozòky, A. M. Helvétius, Turnhout
1999, pp. 255-269.
77
Nell’Archivio di Stato di Ferrara si conserva un carteggio inedito tra il marchese
Ippolito Bentivoglio e Flavio Chigi; le lettere ci aggiornano sui frequenti invii di cani e
cavalli di razza che da Ferrara partivano alla volta di Roma, spesso accompagnati da
76
33
Le cavalcate e le battute di caccia erano spesso anteposte agli impellenti obblighi
ecclesiastici cosicchè i cronisti romani annotavano, non senza una certa ironia,
con
quanta
disinvoltura
gli
incarichi
ufficiali
venivano
posticipati
o
semplicemente annullati se coincidenti con qualche improrogabile divertimento
del cardinale78.
Nonostante ciò egli aveva acquistato notevole credito e prestigio all’interno della
corte romana, che riuscì a mantenere anche dopo la morte di Alessandro VII.
Flavio Chigi è stato, infatti, uno dei pochi Cardinal Nipoti in grado di sostenere la
propria posizione, elitaria ed agiata, anche dopo la fine del pontificato. Sono
ancora una volta le relazioni degli ambasciatori ad informarci sul sentire
dell’epoca ed, in questo caso, a far luce sul plauso riscosso da Flavio presso i suoi
contemporanei:
La casa Chigi tiene per suo capo il cardinal Flavio, rispettatissimo da Clemente IX
e X. Le corone di Francia e Spagna stimano e coltivano il cardinale con
attenzione, così come la casa Medici…79.
Il legame con i Medici rifletteva i rapporti che si erano venuti a creare tra
Roma e Firenze durante il pontificato chigiano. Dopo un’iniziale e lieve ostilità,
dovuta probabilmente all’appartenenza di avverse fazioni politiche, i rapporti tra
le due famiglie si erano subito distesi. Mattias e Leopoldo de Medici
condividevano con il pontefice e Flavio Chigi comuni passioni artistiche ed
antiquarie. Nella corrispondenza di Leopoldo si conservano testimonianze di
questo legame. Attraverso gli agenti che operavano sul mercato romano Leopoldo
1.1
galanterie varie quali agrumi, marmellate, canditi e altre golosità. Archivio di Stato di
Ferrara (d’ora in poi ASF), Archivio Bentivoglio, Lettere, 1660- 1690.
78
G. Leti, Il livello politico…op.cit. p. 78; Id., Il puttanismo romano,ed. a cura di E.
Bufacchi, Roma 2004.
79
Le relazioni della corte di Roma…op. cit.
34
chiedeva notizie sui progetti promossi da Alessandro VII e sui pezzi della sua
raccolta80. Alessandro, a sua volta, veniva aggiornato continuamente sugli acquisti
di disegni che impegnavano i maggiori sforzi collezionistici del fiorentino e sulle
pubblicazioni che il Medici faceva arrivare, da ogni luogo d’Italia, per la sua
biblioteca. Medesimi agenti erano al servizio dei due collezionisti; un ruolo
importante in tal senso lo ebbe Ottavio Falconieri. Il Falconieri, per conto di
Leopoldo, acquistava sul mercato romano soprattutto camei, medaglie e statuette
ed allo stesso tempo informava il Pontefice sugli interessi letterari di Leopoldo,
come in una lettera del 1655 indirizzata a Lorenzo Magalotti; il Falconieri
descriveva con dovizia di particolari le tipologie di pubblicazioni presenti nella
biblioteca medicea, libri di curiosità, viaggi, cronache, minchionerie varie, storie
curiose, satire galanti e scritture critiche81.
Analogamente al Pontefice, Leopoldo prediligeva la pittura di genere e di
paesaggio, che si faceva strada così all’interno della cultura ufficiale e nobiliare
del periodo. Non è certamente una mera casualità se nel testamento di Leopoldo
verrano disposti dei lasciti di Marine e Battaglie per Flavio Chigi e per alcuni altri
cardinali della corte chigiana82. Tra Roma e Firenze si era così venuto a creare un
importante legame che non solo dava vita a prolifici scambi artistici e culturali ma
assicurava, altresì, una certa stabilità politica.
In questo reticolo di alleanze che era la Roma chigiana un’altra grande
protagonista fu la Regina Cristina di Svezia83. La sua abdicazione e l’abbandono
1.1
80
Archivio di Stato di Firenze (d’ora in poi ASF) Archivio Mediceo, voll. 3937, 1654,
1655 1658; L. Giovannini, Carteggio di Artisti. Lettere di Ottavio Falconieri e Leopoldo
de Medici, Firenze 1984.
81
In una lettera del 1665. L. Giovannini, Carteggio di Artisti…op. cit. p. 92- 93.
82
M. Fileti Mazza, Eredità del Cardinal Leopoldo de Medici, 1675- 1676, Pisa 1997.
83
Cfr. Grottanelli L., La regina di Svezia in Roma, Firenze 1889; T. Montanari, Cristina
di Svezia, il cardinale Azzolino e il mercato veronese, in “Ricerche di Storia dell’arte”,
54, (1994), pp. 23- 52; Id., Cristina di Svezia, il cardinale Azzolino e le mostre di quadri
35
dell’eresia, con il conseguente abbraccio della fede cattolica e il trasferimento a
Roma, rappresentavano un evento davvero rilevante per tutto il mondo cattolico.
Giacinto Gigli nel suo diario romano annotava che : «Papa Alessandro non
haveva in questo tempo maggior pensiero, che di honorare la Regina di Svetia, la
quale si era dechiarata Catholica, et veniva verso Roma…»84.
L’avvenimento, che per Alessandro VII rappresentava un’ulteriore occasione per
esaltare la centralità e l’importanza della chiesa cattolica romana, diventava altresì
un valido e degno motivo per ripensare alcuni spazi urbani onde creare
un’immagine grandiosa di Roma adeguata all’aulico livello della sua ospite.
Prendeva così vita quella trasformazione che avrebbe profondamente modificato
l’assetto romano, dando un volto nuovo e moderno all’Urbe.
Il Pontefice accoglieva l’arrivo della sovrana con festeggiamenti e cerimonie
sontuose, offrendole doni, realizzati per l’occasione dal genio di Bernini, e ad essa
apriva le porte della sua Galleria e delle sue collezioni. Il legame che si era, da
subito, stabilito tra Cristina e il Pontefice era fondato difatti su affinità intellettuali
ed artistiche e sul ruolo prioritario che, ambedue, riservavano alla cultura.
La Regina trovava a Roma un terreno congeniale per soddisfare le sue più
grandi passioni: il collezionismo e il mecenatismo. Attraverso tali mezzi Cristina
ostentava la propria posizione nei confronti della curia e nobiltà romana85; non
potendo competere in quanto ad autorità politica, con il Pontefice e la sua corte,
manifestava la propria sovranità attraverso lo sfarzo e la magnificenza delle sue
1.1
a San Salvatore in Lauro, in Cristina di Svezia, il cardinale Decio Azzolino jr e Fermo
nell’aarte e nella politica della seconda metà del Seicento, Atti del Convegno a cura di
V. Nigrisolo Warnhjelm (Fermo 3- 5 ottobre 1995), Fermo 2001 pp. 187- 274; Crisitna di
Svezia. Le collezioni reali, catalogo della mostra a cura di C. Strinati, S. Danesi Squarzina
(Roma 31 ottobre 2003- 15 gennaio 2004) Milano 2003.
84
G. Gigli, Diario Romano (1608- 1670), a cura di G. Ricciotti, Roma 1958, pp. 187189.
85
Idea concorde di studiosi che abdicando la regina non aveva rinunciato a suo potere
36
committenze. È idea concorde degli studiosi che la regina, nonostante avesse
abdicato, non aveva però rinunciato al suo potere; illuminante in tal senso il suo
ruolo nel muovere le fila della politica romana, tramite l’appoggio ai cardinali
dello Squadrone Volante86.
Cristina si serviva degli stessi virtuosi ed artisti che lavoravano per il Pontefice,
aveva dato vita ad una propria corte, aveva istituito un’accademia alla quale
partecipavano la maggior parte dei cardinali e dei nobili romani87 e realizzava
feste e suontuosi spettacoli nella sua villa alla Lungara. Qui ospitava anche una
ricca collezione ad uso degli artisti. Le inclinazioni della Regina trovavano
corrispondenza presso la corte pontificia e contribuivano a fare di Roma un vivace
polo culturale. I recenti studi di Tommaso Montanari88 investigano con
completezza l’incidenza che la presenza di Cristina ebbe sulla società romana e
mettono in luce la posizione della Sovrana nei confronti dei diversi pontefici a cui
sopravvisse. Questi stessi approfondimenti sono fondamentali per meglio
comprendere e conoscere il rapporto che legò Gian Lorenzo Bernini alla sovrana;
al pari di Alessandro VII la Regina stimava il Bernini non solo per le sue doti
artistiche ma per la profonda erudizione dell’artista, tanto da riconoscergli il ruolo
di virtuoso fra gli intellettuali del periodo89.
1.1
86
Sull’argomento cfr. Supra, nota 83. Si veda anche T. Montanari, Il cardinale Azzolino e
le collezioni d’ arte di Cristina di Svezia, in “Studi Secenteschi”, 38 (1997), pp. 187- 264.
Questa sede non permette di affrontare, se non in maniera sommaria, la complessa ed
articolata situazione politica della Regina nella società del periodo.
87
C. D’Onofrio, Roma val ben un’abiura. Storie romane tra Cristina di Svezia, Piazza
del Popolo e l’accademia d’Arcadia, Roma 1976.
88
T. Montanari, Il cardinale Decio Azzolino …op. cit. pp. 190- 191; S. Danesi Squarzina,
La collezione di Cristina di Svezia, un Cupido riconsiderato e due inventari in Crisitna di
Svezia…op.cit., pp. 43- 89.
89
C. Palmeri, Vita di Alessandro VII, Firenze 1679; P.Sforza Pallavicino, Della Vita di
Alessandro VII…op.cit; D. Bernini, Vita del Cavalier Gio. Lorenzo Bernino, Roma 1713.
37
1.3. Il nuovo volto di Roma.
Al legame privilegiato che si era creato tra Gian Lorenzo Bernini ed Alessandro
VII si deve la nuova veste con la quale il Papa adornava Roma. Una profonda
stima difatti legava Bernini ad Alessandro VII. Il Pontefice aveva avuto modo di
conoscere l’estro creativo dell’artista negli anni barberiniani e nelle commissioni
di Innocenzo X. I due, quasi coetanei, si erano conosciuti nella Roma di Urbano
VIII ed avevano condiviso, sin da subito, un analogo orientamento ideologico.
Bernini era inoltre intimo amico di quel Pietro Sforza Pallavicino che divenne in
seguito il più fidato consigliere di Alessandro VII.
Il Pontefice aveva uno spiccato senso artistico e idee chiare sulle trasformazioni e
progetti da attuare ma fu solo grazie alla genialità del Bernini se le sue visioni
poterono concretizzarsi. Alessandro VII comprendeva la portata innovativa
dell’arte del Bernini e lasciava libero sfogo alla sua inventiva; i mirabili risultati
raggiunti dall’artista con le sue opere, dal Colonnato della Basilica Vaticana alla
Cattedra di San Pietro, furono possibili proprio grazie alla piena libertà di cui egli
godeva90.
Alessandro VII si faceva garante dello sperimentalismo e creatività
berniniani e l’artista poteva così portare a maturazione gli assunti del suo
linguaggio, con forme inedite, contrasti illusionistici e sbalorditivi effetti pittorici.
I due discorrevano ampiamente dei possibili interventi da realizzare, per mutare il
volto di Roma e renderla all’altezza dei suoi antichi splendori. La consulenza con
1.1
90
G. Morello, I rapporti tra Alessandro VII e Gian Lorenzo Bernini negli autografi del
papa (con disegni inediti), in Documentary Culture. Florence and Rome from GrandDuke Ferdinand I to the Pope Alexander VII, Bologna 1992, pp. 185- 207.
38
il Bernini non era confinata alle sole opere di cui l’artista era il supervisore; Gian
Lorenzo veniva interpellato anche per quegli interventi che coinvolgevano Pietro
da Cortona o, il suo grande antagonista, Francesco Borromini91.
Il rapporto paritario tra i due92, dovuto alle frequentazioni in anni giovanili, dava
vita a proficui scambi di vedute; molto spesso il Pontefice interveniva
concretamente sui progetti dell’artista e lo stesso Bernini, in più di un’occasione,
aveva avuto modo di elogiare le competenze tecniche del Papa.
Nella biografia del Pontefice, Pietro Sforza Pallavicino, ricorda che Alessandro
Si dilettò dell’architettura da giovinetto, et, avendo scorso tutto Vitruvio, con gli
espositori, e con altri moderni, istruì l’occhio a quelle proporzioni; onde non era
opera di quell’arte, che, subbito, non giudicasse93.
L’architettura non era il solo terreno di confronto per Alessandro VII e
Gian Lorenzo; molto spesso essi discorrevano dell’arte antica, dei grandi maestri
del cinquecento e di poesia latina.
Ancor prima di salire al Soglio di Pietro, il Chigi aveva manifestato la preferenza
per l’arte del Bernini affidandogli i lavori di sistemazione della cappella di
famiglia in Santa Maria del Popolo, per la realizzazione del catafalco di
Sigismondo Chigi ed il rivestimento marmoreo del pavimento.
A quel tempo, a causa della sua ancora incerta posizione, il Chigi non aveva
potuto approntare tutte le modifiche che le sue idee gli suggerivano ma, una volta
Pontefice, aveva la possibilità di portare a termine i suoi progetti iniziali ed
1.1
91
R. Krautheimer, S.B. Jones, The Diary …op. cit.
Indicativi per il rapporto paritario tra i due, oltre gli appunti biografici del Diario del
Papa, sono i ricordi di Domenico Bernini nella redazione della biografia del padre. In
entrambi gli scritti emergono i continui scambi intercorsi tra i due uomini, così come
l’assidua frequentazione.
93
P.Sforza Pallavicino, Della Vita di Alessandro VII…op.cit; pp. 327- 328.
92
39
intervenire anche nell’altra chiesa significativa per le sue origini, Santa Maria
della Pace.
La febbrile edificazione alessandrina non concerneva esclusivamente i luoghi cari
alla storia familiare o i nuovi palazzi destinati ad accogliere i suoi familiari, come
era invece avvenuto per i pontefici precedenti. L’attenzione di Alessandro VII
difatti si rivolgeva a piazze, assi viari, luoghi simbolo della cristianità e zone poco
sviluppate; il pontefice promulgava editti per sgomberare i banchi di frutta e fiori
da piazza della Rotonda, emanava nuove regolamentazioni per i Maestri di Strade
e modificava le arterie stradali secondo canoni di ordine e simmetria94.
Egli mirava a realizzare uno scenario armonico in cui gli edifici, le piazze e le
strade accordandosi tra loro avrebbero generato un “teatro”95, basato su armonia
ed equilibrio; aveva fatto realizzare un modellino in legno di tutta Roma sul quale
ideare le possibili trasformazioni, poi sottoposte al vaglio del Bernini.
L’alacre rimodernamento di Roma, promosso da Alessandro VII, aveva assunto
una vasta portata, fissato attraverso le numerose incisioni e disegni degli
specialisti dell’epoca; le piante di Roma, in questi anni, documentavano quasi
passo, passo, le trasformazioni chigiane, rinnovandosi del continuo e divenendo
sempre più dettagliate ed accurate. Stampatori italiani e stranieri erano
attivamente impegnati a trasporre su carta le nuove fabbriche romane; attraverso
stampe e incisioni le imprese alessandrine varcavano i confini dell’Urbe ed anche
quelli italiani96. Anche per tale crescita deve essere riconosciuto il merito alla
promozione culturale di Alessandro VII che, indirettamente, favorì lo sviluppo ed
1.1
94
Cfr. Alessandro VII Chigi…op cit. pp. 232- 251.
Sul concetto di teatro, termine usato dallo stesso Alessandro VII, inteso come luogo
ove disporre e concertare i vari elementi architettonici si veda Krautheimer.
96
Per una visione complessiva della produzione di questi anni si rimanda, ancora una
volta, alle schede contenute nel catalogo della mostra Alessandro VII Chgi, …op.cit.; si
veda anche Specchio di Roma barocca. Una guida inedita del XVII secolo, a cura di J.
Connors e L. Rice, Roma 1990.
95
40
il perfezionamento di questo settore, analogamente a quanto avvenne nell’ambito
della medaglistica.
Le innovazioni pontificie venivano anche veicolate, infatti, attraverso le medaglie
e se inizialmente si illustrava con pochi e semplici tratti l’effige del Pontefice
accompagnata da simboli religiosi, susseguentemente le raffigurazioni divenivano
sempre più complesse ed articolate, riproducendo le grandi edificazioni
alessandrine. La tradizione cinquecentesca97 veniva superata dalla volontà
documentaria, che portò immancabilmente ad una evoluzione stilistica, che è
possibile cogliere confrontando, tra loro, i primi esemplari con quelli coniati
successivamente98. Le medaglie erano diventate delle vere e proprie opere d’arte,
tanto da esere portate in dono al sovrano francese assieme quadri di Salvator Rosa
e gemme preziose99.
Gli interventi urbanistici di Alessandro VII si volgevano a diverse zone di Roma,
interessando le arterie centrali della Sede Vaticana e del Quirinale e quelle,
invece, più periferiche come il Campo Vaccino100. Qui il Pontefice aveva ideato
un intervento per rendere più accessibile il Foro e le chiese ad esso prospicienti,
attraverso un viale alberato organizzato in zona carrabile e pedonale.
Questa ideologia funzionale si celava dietro molte delle edificazioni alessandrine;
il Colonnato di San Pietro, ad esempio, oltre a rappresentare simbolicamente la
1.1
97
L’uso delle medaglie per esaltare il pontificato si era diffusa soprattutto nel XVI secolo
ma nasceva con una volontà completamente diversa da quella che animava le creazioni
degli anni alessandrini.
98
Si confrontino tra loro gli esemplari conservati al Museo Civico di Siena. Per una
trattazione più generale cfr. L. Michelini Tocci, M. Wordsale, Bernini nelle medaglie e
nelle monete, in Bernini in Vaticano…op.cit. pp. 231- 236.
99
Il cardinale Flavio Chigi portava con sé casse ricolme di monete, a tal proposito cfr.
Archivio Comunale di Siena (d’ora in poi ACS), Diario del viaggio dell’Em.mo Sig.
Card. Chigi legato a latere da Civitavecchia a Marsiglia, Busta 2; ASG, Archivio
Segreto, Ambasciatori Roma, Vol. 2370, mazzo 30.
100
Al Cleveland Museum of Art, P. Allen Fund 43. 270, si conserva una bella veduta di
Lievin Cruyl, firmata e datata 1665.
41
centralità della Chiesa Romana ed il ruolo dello stesso Papa, nei confronti della
Fede, facilitava il raggiungimento della Basilica e dei Palazzi Vaticani a carrozze
e viaggiatori, offrendo un confortevole riparo nei giorni di pioggia101. Per altri
versi gli interventi del Pontefice si strutturavano su principi di decoro e di
migliore fruibilità; nella Piazza della Rotonda edifici fatiscenti, vecchie botteghe e
banchi ambulanti dei venditori, di frutta, fiori, bestiame e altro, venivano eliminati
perché ritenuti indecorosi102. L’asse viario del Corso così come piazza Colonna
erano
profondamente
modificati, eliminando
sporgenze ed
edifici
che
intralciavano uno sviluppo lineare ed anche geometrico degli spazi.
Una costante in tutte le iniziative alessandrine fu la creazione di un dialogo tra gli
antichi monumenti e le nuove fabbriche; molti degli interventi erano proprio
finalizzati a far risaltare e preservare le vecchie glorie. Ogni nuova fabbrica o
nuovo riassetto doveva avere una continuità con l’ambiente preesistente, in una
compenetrazione tra antico e moderno; la nuova Roma doveva essere all’altezza
delle glorie passate ma allo stesso tempo essere in grado di superarle.
Il rapporto tra i fasti antichi e la Roma moderna fu alla base delle guide e degli
itinerari del tempo; queste trattazioni guidavano i viaggiatori attraverso percorsi
che abbracciavano le meraviglie antiche e le nuove creazioni alessandrine103.
Molta di questa produzione letteraria però contrapponeva i due volti di Roma,
sottolineando come le contemporanee trasformazioni dell’Urbe nulla avevano da
1.1
101
R. Krautheimer, Roma di Alessandro VII…op.cit. pp. 79- 81.
E. Rossi, Roma ignorata. Cronache e documenti del secolo XVII, in “Roma”, XIX,
1941 pp. 240- 256; E. Guidoni, A. Marino, Storia dell’urbanistica. Il Seicento, RomaBari 1979.
103
Si tratta di scritti topografici, libelli, guide di carattere letterario e opuscoli storici.Tra
le tante opere si ricorda G. A. Borboni, Delle Statue di Gio. Andrea Borboni prete sanese
e dottor teologo, Roma 1661; G. Alveri, Roma in ogni suo stato alla Santità di N.S.
Alessandro settimo, Roma 1664; Roma ricercata nel suo sito et nella scuola di tutti gli
antiquari…quinta impressione rivista, corretta et accresciuta.. Venezia 1677 in
Lunandoro G. Relazione della corte di Roma, Venezia 1677; Le glorie di Alessandro
Settimo senese pontefice romano descritte da Cristofano Palmieri, Firenze 1679;
102
42
temere e rimpiangere nel confronto con gli antichi monumenti. Prima
velatamente, poi apertamente, guide ed itinerari erano divenuti tributi all’opera
pontificia; scritti encomiastici che in molti casi ostentavano una vena polemica
contro il valore, che fino a quel momento si era riservato alle manifestazioni del
passato.
Alessandro Angelini ha giustamente sostenuto come questi testi erano
strettamente connessi da un lato «alla nuova fiducia nei tempi moderni» che
nutriva la cultura seicentesca e, dall’altro, alla portata innovativa delle opere
alessandrine104.
L’atteggiamento analitico nei confronti delle espressioni del passato risiedeva, in
realtà, nelle attitudini scientifiche delle dottrine del Seicento; le nozioni acquisite
fino a quel momento, sia di carattere storico che filosofico o tecnico, venivano
indagate secondo le nuove scoperte e conoscenze, nel tentativo di scandagliare
tutti i pregiudizi e le convinzioni infondate, svincolandosi così dal culto a priori
dell’antico.
Questa impostazione per così dire “modernista” si era già manifestata negli anni
venti del secolo relativamente alle opere filosofiche-letterarie, alle teorie
aristoteliche, alla scolastica ed aveva coinvolto i principali circoli accademici
romani; Alessandro Tassoni, Virginio Cesarini, Agostino Mascardi, Giovanni
Ciampoli e Pietro Sforza Pallavicino erano tra coloro i quali avversavano le sterili
posizioni ancorate su antiche convinzioni e proponevano nuovi valori e
orientamenti105. Erano queste le premesse sulle quali si basava molta della
1.1
104
A. Angelini, Gian Lorenzo Bernini e i Chigi…op.cit. pp. 284- 285.
Uno dei tanti attacchi verso i cultori del passato era stato fatto da Galileo nel suo
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632 Roma. Sulle idee e attività di questi
letterati si vedda almeno I. Affò, Vita del Cardinale Sforza Pallavicino, Roma 1845; G.
Margotta, Le origini italiane «de la querelle des anciens et des modernes», Roma 1953;
105
43
produzione degli anni chigiani. In questa nuova ottic anche le guide e gli itinerari
erano funzionali alla politica culturale alessandrina, ulteriori strumenti attraverso i
quali diffondere e affermare la visione pontificia, secondo cui gli interventi
artistici ed urbanisti davano risalto alla Chiesa Romana.
PARTE SECONDA: IL CARDINALE GIACOMO FILIPPO NINI.
1.1
E. Raimondi, Il «teatro delle meraviglie», in Letteratura barocca. Studi sul Seicento
italiano, Firenze 1982, pp. 205- 232.
44
1.
TRA SIENA E ROMA.
La Nota del Bellori106 e la Pinacotheca del Silos107 costituivano, prima dell’avvio
di questa ricerca, le uniche testimonianze note sulla collezione del Cardinale
Giacomo Filippo Nini.
Nei principali lavori sul collezionismo seicentesco così come in quelli, più
specifici, incentrati su i Chigi108 e sul loro entourage, al quale il Nini apparteneva,
non vi è che qualche accenno al prelato senese. Nessuna menzione agli interessi
collezionistici del cardinale, né ai rapporti che intrattenne con i letterati e gli
artisti del periodo109. Alessandro Angelini e Tommaso Montanari110, nei loro
1.1
106
G. P. Bellori, Nota delli musei…op. cit.
J. M. Silos, Pinacotheca Sive Romana Pictura et Sculptura, ed. critica a cura di M.
Basile Bonsante, Treviso 1979.
108
Sul collezionismo ed i rapporti con il mercato artistico seicentesco, oltre ai testi citati
nella prima parte, si rimanda a V. Reinhardt, The Roman art market in the Sixteenth and
Seventeenth Centuries in The Art Markets in Europe, 1400- 1800, a cura di N. North e D.
Ormrod, Aldershot 1998; M. G. Marzi, Il collezionismo minore: i precedenti di Bellori, in
L’idea del Bello…op. cit pp 494- 496.; Geografia del collezionismo…op. cit.; L. Lorizzo,
Il mercato dell’arte a Roma nel XVII secolo: “pittori bottegari” e “rivenditori di quadri”
nei documenti dell’Archivio Storico dell’Accademia di San Luca, in The Art Market in
Italy 15th- 17th centuries. Il mercato dell’Arte in Italia secc. XV- XVII, a cura di M.
Fantoni, L. C. Matthew, Modena 2003 pp. 325- 336; Mercanti di quadri, a cura di L.
Spezzaferro, in “Quaderni storici”, numero speciale, 116, 2/2004; L. Lorizzo, People and
Practices in the Paintings trade of Seventeenth-Century Rome, in Mapping Markets for
Paintings in Europe 1450-1750, a cura di N. De Marchi e H.J. Van Miegroet, Turhout
2006, pp. 343- 362.
109
Monica Butzok si è occupata della commissione del cardinale Nini per la cappella nel
Duomo di Siena; sull’argomento vedi più avanti nel testo. Per notizie sul Nini e sulla sua
famiglia le fonti prese in esame sono I. Ugurgieri Azzolini, Le Pompe Sanesi ò vero
relazione delli huomini, e donne illustri di Siena, e suo Stato, Pistoia 1649; G. Leti, Il
sindicato di Alexandro 7 con il suo viaggio nell’altro mondo, Roma 1668; Id., Il livello
politico. O sia la giusta bilancia, nella quale si pesano tutte le massime di Roma e attioni
de’ cardinali viventi, Ginevra 1676; A. Chacon, Vitae et res gestae Pontificum
Romanorum, Roma 1677; P. Sforza Pallavicino, Della Vita di Alessandro VII, Prato
107
45
importanti studi, ricordano il Nini come familiare del pontefice ma si limitano a
considerare, oltre che le poche notizie fornite dallo Sforza Pallavicino, solo alcune
delle citazioni, che rimandano al Nini, presenti nel Diario di Alessandro VII. Nel
corso degli studi condotti da Monika Butzek111, sulle commissioni alessandrine a
Siena, sono emersi alcuni mandati di pagamento a favore di Giovan Francesco
Trevisani per l’esecuzione di una tela, commissionata dal cardinale Nini e
destinata al Duomo di Siena; nonostante ciò in quella sede non veniva fatta luce
sul profilo del committente112.
Già Mariella Basile Bonsante, curando l’edizione italiana della Pinacotheca del
Silos, descriveva riduttivamente la raccolta del Nini valutandola come «un
esempio tipico del collezionismo minore nel tardo Seicento» con dipinti «di
ispirazione artigianale o popolare»113, indice, secondo la studiosa, delle
«dimensioni culturali del poco noto proprietario».
La mancanza di attenzioni, da parte degli studi nei confronti di Giacomo Filippo
Nini, è forse attribuibile all’immagine tramandataci dalle biografie cardinalizie;
questi testi, attingendo probabilmente ad una medesima fonte, tracciano del
cardinale un profilo errato e talmente sbiadito da non suscitare alcun interesse114.
1.1
1838; Enciclopedia Storica Nobiliare Italiana, ad vocem Nini, vol. IV, Milano 1931, pp.
132- 133.
110
A. Angelini, Gian Lorenzo Bernini e i Chigi…op. cit.; T. Montanari, Sulla Fortuna
poetica del Bernini…op.cit.; Alessandro VII Chigi…op.cit.
111
M. Butzek, Il Duomo di Siena…op.cit.; Id., Itinerari chigiani…op.cit..
112
Per tutti i dettagli relativi alla commissione si veda infra capitolo 2. Un breve cenno
alla vicenda ed alla storia del dipinto si trova nelle schede del catalogo della mostra
Alessandro VII Chigi…op.cit., p. 496.
113
Vale la pena ricordare che la Bonsante con «prodotti di modesta levatura» si riferisce
alla Marina del Tempesta, alla Battaglia del Borgognone ed ai dipinti di Mario de Fiori.
Cfr. J. M. Silos, Pinacotheca…op. cit. pp. 77- 78.
114
Soltanto Luigi Spezzaferro e Giovanna Capitelli hanno riconosciuto il ruolo del
personaggio all’interno del mercato romano. Cfr. L. Spezzaferro, Pier Francesco
Mola…op.cit.; G. Capitelli, Connoissership al lavoro…op.cit.
46
A torto, infatti, il Nini, che pur apparteneva alla nobiltà senese, ci viene presentato
come un personaggio dalle scarse conoscenze che «al di fuori del toscano non
sapeva scrivere» e la cui carriera si deve, unicamente, alla magnanimità di
Alessandro VII115.
1.1.
I Nini e Siena.
Giacomo Filippo apparteneva ad un’antica e nobile casata; i Libri d’Oro
dell’aristocrazia senese ne rintracciavano la stirpe al XIV secolo116.
I Nini117, originari di Massa Maremma, si erano trasferiti a Siena nel 1300 circa118
ed avevano da subito ricoperto prestigiose cariche all’interno del governo
cittadino119.
1.1
115
Cfr. L. Cardella, Memorie storiche…op.cit., pp. 30- 31; G. Moroni,
Dizionario…op.cit., pp.400- 401; L. Von Pastor, Storia dei Papi…op.cit., pp. 1340; U.
Cagliaritano, Mamma Siena…op.cit., p.52.
116
I «Libri d’oro», previsti dalla legge del 31 luglio 1750, disciplinavano la materia
nobiliare ed in particolare la distinzione tra la nobiltà semplice ed il patriziato, concepito
come un grado di maggior pregio, qualificato dall’antichità delle origini. Per
l’ammissione al patriziato era necessario comprovare di essere nobili da almeno duecento
anni.
117
Per Notizie sui Nini, loro stemmi e genealogia presenti nell’archivio senese si rimanda
a: ms. A11, cc. 399- 401; ms. A14, cc. 585- 587; ms. A15, cc. 195- 197; ms. A16, cc.
397- 400; ms. A20, cc. 15- 19; ms. A26, cc. 281- 289; ms. A30/III, cc. 287- 288; ms.
A42, cc. 28- 30; ms. A54, cc. 50-55; ms. A55, cc. 17- 19; ms. A60, cc. 277-279, 80-83,
313; ms. A63, cc. 88, 92, 101; ms. A66, c. 48; ms. D11, c. 38; ms. D106, cc. 54- 58;
Concistoro, 2660 cc. 383- 397; 2654 cc.86- 88; 2655 cc.5, 6, 58; 2656 cc. 400- 450; 2667
cc. 364- 368. Cfr. anche I. Ugurgieri Azzolini, Appendice alla Pompe senesi, [post- 1649ante 1667], BCS, ms. A.IV.26, p. 358 ed edizione in ms. A.VIII:15-16, p. 60r; C.
Sergardi, Siena ricercata et esaminata conforme si ritrova al presente con la notizia delli
Huomini illustri, Siena 1686.
118
Isidoro Ugurgieri Azzolini, fa risalire la discendenza ad un certo Tuti D’Ugolino
Fratascioni, giurista, che arrivò a Siena nel 1288. Le pompe sanesi…op.cit., vol. I, p.
425.
47
La famiglia, infatti, apparteneva al Monte dei Dodici, poi dei Gentiluomini120, che
era l’ordine di estrazione feudale più antico della città.
Con più di trenta cavalieri nel Monte dei Gentiluomini, dal XIV al XVIII secolo, i
Nini possono essere considerati tra le famiglie senesi che più contribuirono allo
sviluppo di tale congregazione.
Oltre a far parte di questa Suprema Magistratura cittadina, molti degli antenati di
Giacomo Filippo poterono fregiarsi del grado di Terzo di Città e di Capitano del
Popolo.
Già nel 1326 Ser Nino era all’interno del Consiglio di Città121 mentre nel 1385,
con la cacciata dei Riformatori122, la famiglia veniva ascritta, con Meo di Nini, al
nascente Ordine della Cavalleria, aumentando così la propria levatura politica123.
Agli inizi del XV secolo la famiglia aveva acquistato un tale prestigio all’interno
dell’aristocrazia senese che, nel 1447, Leonardo di Niccolò di Guido Nini fu
designato dalla Repubblica senese come Ambasciatore, per portare gli omaggi
della Città a Nicolò V appena eletto124; la medesima carica ricoprì Giovanni
Battista, nel 1550, presso Carlo V125.
La carriera politica dei Nini in seno agli organi del governo cittadino fu, dunque,
in continua ascesa; scandita negli anni da un susseguirsi di cariche importanti,
1.1
119
Cfr. Libri dei Leoni. La nobiltà di Siena in età medicea (1577- 1737), a cura di M.
Ascheri, Milano 1996, p. 340; ASS, Concistoro 2660, cc. 383 e ss.; ASS, Concistoro
2665, cc. 200 e ss.; ASS, Particolari, Famiglie Senesi, vol. 115, cc. 25 e ss.
120
I Monti erano un Ordine di “potere”, tipico dell’ordinamento senese, che affondava le
proprie radici nelle vicende del Comune medioevale. Si trattava di raggruppamenti
politico-familiari, che governavano la città per un determinato periodo storico. Il Monte
dei Dodici resse la città dal 1320 circa al 1368 e fu poi soppresso, dando vita a quello dei
Gentiluomini.
121
ASS, Concistoro 2660, c.385r.; C. Tizio, Historiae senenses, ed. a cura di P. Pertici,
Roma 1998.
122
I Riformatori governarono la città dal 1368 al 1385.
123
G. Tommasi Dell’Historie di Siena, Siena 2005; ASS, ms. A15, c. 196
124
ASS, ms. A26, c. 287
125
I. Ugurgieri, Le pompe sanesi…op.cit., vol. II, pp. 52, 108.
48
come, ad esempio, l’elezione di Benedetto di Costantino, nel 1539, a Provveditore
della Biccherna126, ovvero la Magistratura Finanziaria che amministrava le
pubbliche entrate.
Alcuni membri della famiglia, inoltre, avevano avuto modo di distinguersi nel
campo delle scienze e della letteratura127.
Francesco di Nini, dal 1355, era stato pubblico lettore di medicina e filosofia,
prima nello Studio di Siena poi in quello, ancor più prestigioso, di Pisa128, in
seguito, negli anni più vicini e decisivi per la nostra ricerca, Jacinto di Marcello
Nini pubblicava una Storia delle Guerre d’Italia129. Sua era anche la traduzione in
versi sciolti della Tebaide del poeta latino Publio Stazio; dedicata da Jacinto di
Marcello al principe Mattias de Medici, l’opera veniva stampata a Roma nel
1630130.
Jacinto di Marcello131 ricoprì anche il ruolo di Cavaliere e Gran Tesoriere
nell’ordine di Santo Stefano132; è bene ricordare come l’appartenenza a questo
ordine venisse, allora, concessa esclusivamente a quelle famiglie che potevano
vantare la nobiltà dei “quattro quarti”, cioè a quelle famiglie i cui antenati, dal
trisavolo fino al padre,
habbiano avuto, e goduto, o veramente sieno stati atti a potere avere, e
godere nella Patria loro quelle maggiori dignità, e gradi, che solo i più
nobili Gentiluomini sogliono havere, e godere.
1.1
126
ASS, ms. A26, c. 285
Allo stesso ramo della famiglia di Giacomo Filippo, apparteneva anche Benedetto
Nini, un monaco domenicano beatificato nel 1463. ASS, ms. A14, c. 585.
128
ASS, ms. A26, c. 284v.
129
ASS, ms. A11, c. 399.; ASS, Concistoro 2660, c.389.
130
J. Nini, La Tebaide di Statio tradotta dal cavalier Jacinto Nini, Roma 1630.
131
In base ai documenti presso l’archivio di stato di Siena Jacinto era il cugino di
Girolamo di Volunnio, padre di Giacomo Filippo. ASS, ms. A60, c. 313.
132
Ordine eretto da Cosimo I nel 1561. I. Ugurgieri Azzolini, Le pompe senesi…op. cit.,
vol.II, p. 301.
127
49
Figura di spicco dell’alta aristocrazia cittadina Jacinto, anche grazie alla sua
affiliazione all’ordine di Santo Stefano, teneva continui rapporti con Firenze e
Roma; ma più che per i suoi incarichi di governo, Jacinto, si distinse soprattutto
per la sua erudizione. Benché non gli vengano attribuite né si conoscano altre
opere, all’infuori di quelle già menzionate, bisogna presupporre che Jacinto fosse
uno scrittore fecondo; almeno secondo le fonti, infatti, diverse sue opere erano
oggetto di disamina nei rinomati circoli intellettuali senesi e fiorentini133, gli
scrittori contemporanei gli riconoscevano una vasta cultura filologica.
Tra i suoi più significativi amici vi era l’erudita agostiniano Angelico Aprosio134;
il frate, nei suoi scritti, annoverava Jacinto di Marcello tra gli intellettuali più
vivaci di Siena e tra coloro che resero il suo soggiorno toscano fruttuoso alla sua
formazione culturale135.
All’altro ramo della famiglia Nini, i Sernini, apparteneva Ettore che, quasi negli
stessi anni, si affermava per analoghe virtù intellettuali ed erudizione136.
1.1
133
A. Aprosio La Biblioteca Aprosiana passatempo autunnale di Cornelio Aspasio
antivigilmi, Bologna 1673; A. Zeno, Biblioteca dell’eleoquenza italiana di Monsignore
Giusto Fontanini, Venezia 1753; C. Guasti, Bibliografia pratese, Prato 1844; S. Bichi
Borghesi, Notizie sugli scrittori senesi, Siena XIX sec.; L. de Angelis, Biografia degli
scrittori sanesi, Siena 1824.
134
Ludovico Aprosio (Ventimiglia, 29 ottobre 1607 – Genova, 23 Febbraio 1681), fu
letterato e scrittore. Prese i voti a Genova e poi peregrinò per tutta Italia frequentando i
principali circoli intellettuali del periodo. Nel 1649 fondò la prima biblioteca pubblica in
Liguria, che alla sua morte constava di circa 10.000 volumi. Si distinse, tra le altre cose,
come ferreo sostenitore della poetica marinista e per le particolari attenzioni riservate alle
scritture cifrate ed alla cabala.
135
A. Aprosio, La Biblioteca…op. cit., p. 78. Facevano parte di questo sodalizio erudito
altri intellettuali di spicco della realtà senese del periodo come: Gian Paolo Ardoi, Pier
Francesco Minozzi, Girolamo Ubaldino Malavolti, Annibale Lomeri, Francesco
Buoninsegni e Alcibiade Lucarini, docente di diritto, fondatore dell’ Accademia degli
Uniti e, a Salerno, di quella degli Occulti.
136
Ettore ( Siena 1598- Firenze 1642) era figlio di Francesco di Fulvio Nini e Ricciarda
dei Conti Pannocchieschi d’Elci, altra importante famiglia senese che vantava numerosi
membri impiegati nelle cariche cittadine. ASS, ms. A15 c. 198.
50
Ettore aveva studiato storia con Celso Cittadini e legge con Alcibiade Lucarini,
laureandosi poi presso l’Università di Siena; qui aveva stretto la profonda
amicizia, destinata a durare per tutta la vita, con Flavio Chigi137. Entrambi
appassionati di poesia, filosofia, studi antichi e giuridici erano anche affiliati agli
stessi consessi eruditi, sia senesi che romani138.
All’età di ventidue anni Ettore aveva già tradotto le Tragedie di Seneca ed aveva
dedicato quella dell’Ercole Erto proprio al Chigi139.
Anche Ettore, come il Chigi, seppur per un breve periodo, aveva frequentato gli
ambienti romani e soprattutto l’Accademia degli Umoristi; qui era entrato in
contatto con il letterato Jano Nicio Eritreo, con i cardinali Giulio Mancini e
Francesco Barberini e, con molta probabilità, aveva stretto importanti rapporti con
la famiglia del futuro pontefice Innocenzo X.
Per lungo tempo, inoltre, Ettore aveva servito in qualità di Segretario de’ Principi
il cardinale di San Marcello, Francesco Cennini140.
La famiglia Nini dunque aveva conservato, negli anni, immutato il suo prestigio e
mantenuto ben salda la sua posizione all’interno della cerchia elitaria senese.
I Nini disponevano di un considerevole patrimonio proveniente, oltre che dalle
rendite percepite per i numerosi incarichi nel governo cittadino, da possedimenti
terrieri nei dintorni di Siena. Purtroppo, a causa della dispersione del fondo
documentario seicentesco dell’Archivio di Stato di Siena, i beni della famiglia, ai
tempi di Giacomo Filippo, non si possono stimare esattamente; si può solo trarne
1.1
137
Lo Sforza Pallavicino ricorda che l’affetto tra il Chigi ad Ettore fu importante per la
protezione accordata poi dal Chigi a Giacomo Filippo. P. S. Pallavicino, Della
vita…op.cit.,p. 40.
138
A Siena i due appartenevano all’Accademia degli Intronati ed a Roma a quella degli
Umoristi. Ettore inoltre era iscritto anche all’Accademia dei Filoponi, di Faenza. Cfr. I.
Ugurgieri Azzolini, Le pompe sanesi…op.cit., vol. I, p. 600.
139
Biblioteca dell’eloquenza..op. cit.; Collezione degli ottimi scrittori italiani pp. 340342; …Ettore aveva anche scritto una Histoira delli uomini illustri…
140
I. Ugurgieri Le pompe sanesi…op.cit., vol. I, p. 601.
51
un’idea approssimativa quantificando gli averi documentati nel XVI secolo e
quelli successivi, dal 1750 in avanti141.
1.2. Da Siena a Roma.
Giacomo era figlio di Girolamo di Volunnio Nini e di Caterina Cerretani; il padre
di Caterina, Pietro di Niccolò, era uno dei Priori dell’Eccelso Concistoro142 e
godeva di una agiata posizione nell’ ambiente cittadino.
Girolamo di Volunnio era una persona influente all’interno del consiglio cittadino,
aveva retto la carica comunale per due anni consecutivi, nel 1622 e nel 1623. Nel
1629 era stato nominato Terzo di Città ed infine Capitano del Popolo143, nel 1646.
La sua famiglia viveva nel palazzo di proprietà in via Banchi di Sotto, vicino ai
Chigi ed a pochi metri dal centro cittadino144.
1.1
141
ASS, Diplomatico, archivio generale dei contratti, ms. 394 cc. 340ss; ASS, Archivio
Bandini Domenico, 6, b. 18.; ASS, Archivio Naldini Bandini, 47, cc.84r; ASS,
Concistoro, Gabelle dei Contratti voll. 496, 497, 498, 499, 500, 501, 623; ASS,
Concistoro, inventari e stime di beni per eredità e donazioni, voll. 1083, 1084; ASS,
Concistoro, denuncie di contratti e donazioni, voll. 1242, 1243; ASS, Archivio
dell’Ospedale, Testamenti contratti privilegi, mss. 57, 58, 59, 60, 79; ASS, Notarile PostCosimiano, notaio Tosoni Giovanni, voll. 2000, 2001, 2002.
142
ASS, Concistoro 2654, cc. 22, 23, 43, 52. Il Concistoro era il supremo organo di
governo della Repubblica senese con competenza giudiziaria e di appello nelle cause
amministrative. Era composto dal Capitano del Popolo, dai nove Priori (tre per Terzo
cittadino), dai tre Vessilliferi maestri dei Terzi della città e dai tre Consiglieri del
Capitano del Popolo. La durata di ogni Concistoro era bimestrale (gennaio-febbraio,
marzo-aprile, ecc.) e veniva eletto tramite una complessa legge elettorale. Capitano del
Popolo al tempo della Repubblica Senese era il capo supremo dell'esercito, presiedeva il
"Supremo ed eccelso Magistrato del Concistoro"
143
Il Capitano del Popolo era il capo supremo dell'esercito, presiedeva il Supremo ed
eccelso Magistrato del Concistoro.
144
I. Ugurgieri Azzolini, Appendice …op. cit., p. 356; G. A. Pecci, Diario Sanese, Siena
1715; G. Macchi, Palazzi di Siena e stemmi di famiglie nobili di Siena e dei luoghi dello
52
Giacomo Filippo, maggiore di quattro fratelli, era nato il 2 maggio 1628, tenuto a
battesimo dalla contessa Margherita Tolomei, vedova di Pompeo Amati145. Pochi
anni di distanza separavano gli altri fratelli: Tommaso, il secondogenito, era nato
nel 1631 mentre nel 1634 e 1635 erano nati rispettivamente Bernardino e Carlo;
nessuna notizia, invece, sulla data di nascita di Adriano146.
Negli anni della giovinezza di Giacomo Filippo Siena era un vivace polo
culturale, attento ed aperto nei confronti delle innovazioni, sia intellettuali che
scientifiche ed artistiche.
Il governo dei Medici se realmente diminuiva l’autonomia politica della cittadina
dall’altro lato aveva contribuito a creare un rapporto privilegiato con la realtà
fiorentina, sicuramente la più vivace e ricca dopo di quella romana. La presenza
dei Medici incoraggiava e stimolava lo sviluppo della cittadina toscana; Siena
guardava a Firenze come modello a cui poter attingere, soprattutto per avvicinarsi
al nuovo pensiero scientifico, che alla corte medicea aveva trovato libero
seguito147.
1.1
Stato, 1717- 1727, ASS, ms. D106, c. 53v; P. Torriti, Tutta Siena, Contrada per
Contrada, Firenze 1988; F. Redi, Edilizia medicea in Toscana, Firenze 1898; M. Quast, Il
palazzo Chigi al Casato, in Alessandro VII…op.cit.,pp. 435- 439;
145
ASS, Biccherna, vol. 1141, c. 34v.; ASS, Battezzati della Pieve di San Giovanni
Battista, vol. 110, dal marzo 1628 a marzo 1629, c. 84v. Cfr. Infra, Appendice
Documentaria.
146
ASS, Concistoro, 2660, c. 388; ms. A30/III, c. 289
147
Basti ricordare l’appoggio e la protezione fornita dai Medici a Galileo ed ai suoi studi.
Per la realtà senese nel XVII secolo cfr. Fasti senenses, ab Accademia Intronatorum editi,
Siena 1661; C. Sergardi, Siena ricercata …op. cit.; G. Gigli, Diario Sanese, Lucca 1753;
G. A. Pecci, Relazione delle cose più notabili della città di Siena, Siena 1752; C. Mazzi,
Luca Holstein a Siena, in “Archivio Storico Italiano”, serie V, Tomo X, 1983, pp. 32-38;
I collegi universitari in Europa tra il XIV e il XVIII secolo, atti del convegno di studi, a
cura di D. Maffei, H. De Ridder- Symoens, Siena- Bologna, 16- 19 maggio 1988, Milano
1991; L’architettura civile in Toscana. Il Cinquecento e il Seicento, a cura di R. Guerrini,
A. Restucci, Cinisello Balsamo 1999; Ritratto e biografia: arte e cultura dal
Rinascimento al barocco, atti del convegno a cura di R. Guerrini, M. Sanfilippo, P.
Torriti, Siena 8- 9 ottobre 2003, Sarzana 2004; Siena e Roma: Raffaello, Caravaggio e i
protagonisti di un legame antico, catalogo della mostra a cura di B. Santi, C. Strinati
(Siena 25 novembre 2005- 17 aprile 2006), Siena 2005.
53
Allo stesso tempo Siena manteneva dei profondi legami con la capitale; gli
intellettuali, così come gli artisti, raggiungevano l’Urbe per affinare ed ampliare le
proprie conoscenze, portando poi in patria le esperienze multiculturali della realtà
romana. Molte personalità influenti della società senese si erano da tempo
affermate sulla scena romana contribuendo a mantenere vivo quel legame.
Come già per Fabio Chigi, dunque, Siena era stata per Giacomo Nini una palestra
accademica, in cui formare la propria personalità intellettuale ed in cui apprendere
la passione per la cultura.
Seguendo le orme della tradizione familiare Giacomo Filippo aveva studiato Belle
Lettere nel patrio ginnasio di Siena per poi laurearsi in filosofia nell’Università
cittadina148. I Registri degli Ordinati negli archivi senesi non fanno menzione sul
successivo percorso seminariale di Giacomo, è quindi ipotizzabile che la sua
scelta l’abbia portato verso il più prestigioso ambiente pisano149 oppure sia partito
subito alla volta di Roma.
Le fonti circa la data del suo arrivo nella capitale sono poco chiare e vi sono dei
pareri discordanti; certamente va confutata la notizia, fornita soprattutto dalle
biografie cardinalizie, che fa coincidere l’arrivo del Nini a Roma con il ritorno
dalla legazione di Colonia di Fabio Chigi. Secondo questi testi, infatti, il Chigi
passando per Siena, prima di raggiungere l’Urbe, avrebbe incontrato Giacomo
Filippo decidendo di condurlo con sé per istruirlo150.
1.1
148
A.Chacon, Vitae…op.cit., p. 647.
Archivio Arcivescovile di Siena (d’ora in poi AAS), Registro degli ordinati, vol. 350,
1638- 1658; era piuttosto comune per molta della nobiltà senese prendere i voti a Pisa.
Ringrazio Don Martino che mi ha gentilmente fornito preziose indicazioni sull’ambiente
seminariale, senese e pisano, del XVII secolo.
150
L. Cardella, Memorie storiche…op.cit., p. 31; G. Moroni, Dizionario…op.cit., p. 400;
L. Von Pastor, Storia dei Papi…op.cit., p. 1340; U. Cagliaritano, Mamma Siena…op.cit.,
p.52.
149
54
Gregorio Leti che sembra essere abbastanza informato ricorda che il Nini non
appena concluso il «corso di Filosofia si recò a Roma cercando di entrare in
alcuni uffici»151; sebbene il Leti non fornisca alcuna datazione la sua affermazione
appare plausibile e coincidente con quanto è possibile desumere da una missiva
inedita dello stesso Nini. Giacomo Filippo, ormai cardinale, scrivendo nel 1677 al
cardinale Cybo affermava di essere rientrato in patria dopo ben ventisette anni di
assenza. La sua permanenza romana dunque si collocava, seppur di poco, in un
periodo antecedente al rientro di Fabio Chigi in Italia152.
Gli esordi ecclesiastici di Giacomo Filippo Nini nella corte romana,
tuttavia, ebbero inizio sotto l’ala protettrice del Chigi; sia Sforza Pallavicino che il
Ciacconio ricordano che il Nini, già abate di Santa Anastasia, trovò impiego
presso Fabio che, già dopo un mese dal suo rientro, era chiamato a dirigere la
Segreteria di Stato. Le fonti sono concordi nell’affermare che la scelta ricadde su
Giacomo Filippo sia per l’antico legame di Fabio con Ettore Nini, zio di Giacomo,
sia per le sue doti: ingegno, intelligenza e modestia.
Da questo momento l’ascesa del Nini fu strettamente connessa agli incarichi e
all’avanzamento del Chigi.
Già nel 1653 il Nini era ricordato come familiare di Fabio Chigi, a quell’epoca
vescovo di Imola; non sappiamo se si tratti della prima rendita ottenuta ma a tale
data il Nini godeva di un beneficio semplice, nella chiesa parrocchiale di San
Giovanni Battista de Beladiscio, della diocesi di Imola153.
La documentazione rinvenuta, seppur aiuta a ricostruire la biografia del Nini in
maniera più dettagliata e veritiera rispetto all’immagine tramandataci dagli storici,
1.1
151
G. Leti, Il Cardinalismo…op. cit., p. 350.
ASV, Segreteria di Stato, Cardinali, vol. 42, f. 305, inviata da Siena al Cardinale
Cybo, datata 11 ottobre 1677. Fabio rientrerà da Colonia nel 1651.
153
ASR, Notai A.C., Instrumenti, vol. 3545, cc. 397- 410.
152
55
è ancora molto frammentaria. Vi sono delle lacune che non permettono di stabilire
con precisione le tappe della carriera ecclesiastica di Giacomo Filippo, così come
quelle delle sue attività; soprattutto relativamente ai primi anni romani. Con
l’ascesa al Soglio di Pietro di Fabio Chigi, le notizie diventano più frequenti ma
rimangono pur sempre scarne.
Dopo la nomina di Alessandro VII le cariche ed i benefici del Nini si
intensificarono e, proprio grazie al rapporto di fiducia che si era instaurato tra i
due senesi, Giacomo Filippo acquistò una posizione preminente all’interno della
curia romana. Le fonti dell’epoca attestano le abilità del Nini nel condurre gli
uffici, doti che gli valsero l’appoggio dei prelati della corte pontificia; Alessandro
VII si serviva «del suo consiglio nei più importanti affari non solo dell’Urbe e
della giurisdizione ecclesiastica, ma anche di tutta la Cristianità»154.
Il corrispondente genovese Ferdinando Raggi, le cui missive forniscono un punto
di vista privilegiato sulla corte romana di quel periodo, ricorda che il Nini era ben
voluto anche dai vari ambasciatori, che in lui, a differenza degli altri prelati di
corte, vi ritrovavano una persona colta, disponibile e dalle buone maniere155. A
dispetto di quanto sostenuto da Cardella, da Moroni e da altri storici ottocenteschi,
il Nini aveva ottenuto l’importante ruolo nella corte alessandrina grazie ai suoi
meriti; il Chacon nella sua biografia sottolinea con insistenza la stima e le
innumerevoli capacità che il pontefice riconosceva al Nini. Alessandro VII,
infatti, aveva scelto con cura i suoi collaboratori ed anche nel caso di Giacomo
Filippo aveva seguito un indirizzo ben preciso. Le personalità di cui si era
1.1
154
A. Chacon, Vitae…op.cit, p. 648.
Per notizie sul Nini presso l’Archivio di Stato di Genova cfr. Archivio Segreto,
Ambasciatori Roma, Voll. 2368, mazzo 27; 2369, mazzi 28-29; 2370, mazzo 30; 2371,
mazzo 31.
155
56
circondato Alessandro VII condividevano un’analoga impostazione, culturale più
che politica.
Sin dai primi anni del pontificato chigiano il Nini ricevette delle nomine
importanti. Tra il 1655 e il 1656, infatti, conseguì il canonicato di Santa Maria
Maggiore, quello di San Cristoforo di Bergamo ad Aqui Terme e nello stesso
tempo la carica di Maestro di Camera del Pontefice e quella di Segretario dei
Memoriali156.
Il suo ruolo nella società romana si legava indissolubilmente a quello del
Pontefice; il Nini aveva il compito di ricevere gli ambasciatori, programmava le
udienze, redigeva i brevi e teneva le fila di tutto ciò che accadeva all’interno del
palazzo Apostolico157.
Era anche preposto a seguire l’avanzamento dei lavori pontifici; quasi con un
ruolo di supervisore, Giacomo Filippo, parlava con i Maestri di Strade, dialogava
con gli artisti e intratteneva i rapporti con gli eruditi e i letterati che erano al
servizio di Alessandro VII, affiancando il cardinal nipote Flavio Chigi.
Il Diario di Alessandro VII è illuminante in tal senso; scorrendo le annotazioni del
Papa si può avere un’idea di quelle che erano le mansioni svolte da Giacomo
Filippo e che presupponevano una certa competenza. Come precedentemente
accennato, il Nini era interpellato circa la conservazione delle antichità di Roma
insieme ai più noti Holstenio, del Pollo, Gottifredi ed Agostini; con l’Allaci
invece si occupava di studiare le iscrizioni che avrebbero dovuto testimoniare gli
1.1
156
Per gli incarichi ecclesiastici del Nini cfr. ASS, ms. A15, c. 199.; ASS, Concistoro
2660, cc. 389-390; A. Chacon, Vitae…op.cit., pp. 647-649. Il corrispondente della
Repubblica genovese, Ferdinando Raggi, così come Gregorio Leti, riferisce in più di una
missiva degli elogi tributati al Nini da parte dei prelati della curia romana e dagli
ambasciatori; lo stesso Raggi parla del Nini in toni amichevoli. ASG, Archivio Segreto,
Ambasciatori Roma, Voll. 2368, mazzo 27.
157
ASG, Archivio Segreto, Ambasciatori Roma, Voll. 2370, mazzo 30; 2371, mazzo 31;
G. Leti, Il Sindicato di Alexandro 7…op.cit., pp. 365-368.
57
interventi urbanistici del Pontefice, come quelli nella principale via del Corso,
profondamente modificata nel suo assetto158.
In base alle annotazioni alessandrine il Nini si occupò dei lavori in Santa Maria
della Pace, il cui ammodernamento era stato affidato a Pietro da Cortona, di quelli
in Santa Maria in Via Lata, in San Silvestro al Quirinale, nella piazza del Collegio
Romano e di molti altri ancora. Lo stato attuale delle ricerche consente di fare una
ricognizione sommaria e limitarsi quasi ad un’infilata di date e mansioni, senza
poter approfondire ulteriormente159; ma ciò che si può comunque evidenziare è
che il Nini viveva la realtà culturale del periodo dal suo interno, in una posizione
privilegiata.
Giacomo Filippo, grazie ad i suoi incarichi, aveva modo di intrattenere scambi
diretti con gli artisti romani e la possibilità di confrontare le sue conoscenze con i
massimi eruditi del periodo.
Il Nini in definitiva ci appare tutto altro che un “burattino” del pontefice, con un
peso ed una rilevanza pari a quella del cardinal nipote Flavio Chigi, a cui tra
l’altro era molto legato; dunque, stupisce il fatto che della sua figura si sia quasi
persa la memoria negli studi sul collezionismo seicentesco.
Tra la documentazione rinvenuta vi sono alcune lettere che certificano l’incidenza
che il Nini aveva conquistato all’interno della corte; in queste missive veniva
richiesto il suo intervento e la sua intercessione per ottenere udienza presso Sua
1.1
158
R. Krautheimer, S.B. Jones, The Diary …op. cit., pp. 7v, 29r, 103v, 261v, 278r, 321v,
346v, 348r, 456r, 517r, 676r, 747r, 765v, 771r, 828r.
159
l’impossibilità di accedere ai fondi chigiani della Biblioteca Apostolica Vaticana ha
posto un notevole limite agli sviluppi di questa ricerca.
58
Santità, per delle cause da perorare davanti al pontefice o per altre faccende ancor
più delicate160.
Nel 1659, ad esempio, l’artista Pier Francesco Mola si rivolgeva al Nini per
risolvere la sua incresciosa situazione. Il pittore in seguito alla realizzazione degli
affreschi di Valmontone era entrato in dissapori con il Principe Pamphilj e
chiedeva al Nini, in nome del legame esistente, un suo interessamento per ottenere
un esito favorevole alle sue istanze161. Lina Montalto ha ricostruito
dettagliatamente le vicissitudini della lite giudiziaria, pubblicando in tale
occasione uno stralcio della missiva. La conclusione della vicenda in realtà aveva
avuto conseguenze quasi tragiche per il pittore162, nonostante ciò il Mola, in segno
di gratitudine, aveva donato al Nini un dipinto, la Predica del Battista, oggi
conservato al Louvre163.
L’originaria provenienza dell’opera del Louvre è confermata dalla
presenza di un’incisione di Pietro Santi Bartoli che riporta la dedica del Mola a
«Monsignor Giacomo Nini Maestro di Camera di Nostro Alessandro VII». Sulla
stampa del Bartoli non si hanno maggiori elementi, non si sa cioè se sia stata
realizzata dietro richiesta del Mola o dopo che l’opera era entrata in possesso del
1.1
160
ASV, Segreteria di Stato, Cardinali , voll. 32, 46; Archivio di Stato di Modena (d’ora
in poi ASM), Carteggio Cardinali Roma, vol. 1398, b. 140; ASG, Archivio Segreto,
Ambasciatori Roma, Voll. 2368, mazzo 28; 2370, mazzo 30.
161
Archivio Doria Pamphilj, Amministrazione di Camillo Pamphilj (1647- 1666),
Valmontone, scaffale 98, b.28, int. I, ff. 136-137.
162
Per approfondimenti sulle vicende giudiuziare cfr. L. Montalto, Un mecenate in Roma
barocca: il cardinale Benedetto Pamphili (1653-1730), Firenze 1955.
163
Predica del Battista, Parigi, Louvre, Inv. 395. Cfr R. Cocke, Pier Francesco Mola, pp.
36- 38, 52- 53, Oxford 1972; A. Sutherland Harris, R. Cocke: Pier Francesco Mola, in
“The Art Bulletin”, LVI, 1974, pp. 289- 292; J. Genty, Pier Francesco Mola pittore,
Lugano 1979 p. 49; Pier Francesco Mola 1612-1666…op.cit., p. 173. Cocke e Genty
nelle loro monografie datavano l’opera al 1659, la Sutherland Harrisi, per la forte
componente veneziana, ne anticipava l’esecuzione invece al 1655.
59
Nini. Il Bartoli, intimo del prelato, in più di un’occasione gli aveva dedicato varie
incisioni164.
Desta qualche perplessità il fatto che Pier Francesco Mola non si sia rivolto
direttamente al cardinal nipote, con il quale pure aveva ottimi rapporti, ed abbia
invece scelto il Nini, a quel tempo non ancora cardinale. Le numerose opere del
Mola presenti nella collezione del Nini testimoniano la stima che quest’ultimo
serbava verso l’artista e la sua produzione165.
Devono ancora essere messi in luce legami del Nini con gli altri artisti della
cerchia alessandrina; inoltre è necessario comprendere pienamente il ruolo che
Giacomo Filippo svolgeva, per conto di Alessandro VII e del cardinale Chigi, nel
rapporto con gli artisti.
Dagli anni sessanta in poi il Nini oltre ad occuparsi delle commissioni pontefice
curava anche quelle del cardinale Flavio Chigi. Dalla documentazione emersa,
come ad esempio le giustificazioni di pagamento pubblicate da Vincenzo Golzio,
si potrebbe ritenere che la funzione del Nini non fosse solo quella di verificare lo
stato dei lavori, quanto piuttosto quella di commissionare, di propria iniziativa, le
opere agli artisti conoscendo le predilezioni del cardinale Chigi.
Forse si potrebbe anche ascrivere il Nini tra quei conoscitori e gentiluomini
particolari che fungevano da intermediari tra artisti, mercato dell’arte e ricchi
collezionisti, come lo era Nicolò Simonelli. Con tale orientamento potrebbe essere
interpretata una giustificazione, nel libro dei conti del cardinale Chigi, datata 18
agosto 1665 in cui il Simonelli annotava:
1.1
164
Tra cui quelle provenienti dalle sala di Costantino in palazzo vaticano. T.
Buddensieg,Gregory the Great, the Destroyer of Pagan Idols. The History of a Medieval
Legend Concerning the Decline of Ancient Art and Literature in Journal of the Warburg
and Courtauld Institute, vol. 28, (1965); J. D. Passavant, Raffaello d’Urbino e Giovanni
Santi, Firenze 1889.
165
Cfr. Infra capitolo 2.2.
60
faccio fede come Gregorio Galli Pitore di prospettiva va facendo due quadri di
prospettiva nel Giardino dell’Ecc.mo S. P.pe D. Mario … una delle quali è finita di
ordine di Mons.r Ill.mo Nini166.
Dalle note emesse di volta in volta, da coloro i quali firmavano i mandati di
pagamento, il ruolo del Nini non è per nulla chiaro; non si capisce infatti se egli si
limitasse soltanto a comunicare all’estensore delle note l’ordine di pagamento
oppure aveva una parte nella regia della commissione167.
Il Nini era entrato al servizio di Flavio Chigi in qualità di Maestro di Camera del
Chigi, ma il legame tra i due aveva origini senesi. Le loro frequentazioni erano
spesso legate ad ameni passatempi, a battute di caccia ed uscite notturne, tanto che
il Nini veniva additato dai cronisti dell’epoca come il «Tesoriere dei piaceri del
Chigi»168.
Dopo il rientro a Roma di Flavio, dalla legazione di Francia, il loro rapporto si era
fatto ancora più intenso; l’ambasciatore genovese, con dovizia di particolari sul
loro abbigliamento alla franzese, ricordava che i due erano ormai inseparabili ed a
proposito di un breve soggiorno della corte a Castelgandolfo scriveva
1.1
166
V. Golzio, Documenti artistici sul Seicento nell’archivio Chigi, Roma 1939, p. 245.
È bene evidenziare che solo per le note in cui figura il Nini si pone questo dubbio, in
quanto, negli altri mandati, disposti da persone diverse dal Nini, il pagamento è registrato
con la seguente formula «così d’accordo p. ser. della Guard.a dell’E m.mo Card. Chigi».
168
G.Leti, Il puttanismo…op. cit., p. 540. I cronisti dell’epoca, come il Leti e gli estensori
degli Avvisi da Roma , indugiano con un certo disappunto sulle uscite notturne dei due e
sulle mordaci descrizioni delle dame romane a cui si abbandonavano. In proposito si veda
quanto riportato in G.Leti, Il sindicato di Alexandro 7 ...op. cit., p. 359; Li tesori della
corte romana …op. cit., pp. 376- 377.
167
61
il cardinale sia la mattina che la sera sempre è con Mons. Nini, sono un anima in
doi corrispondono li mede.mi sentim.ti, l’istessi moti innalterabili fra di loro.
Passeggiano soli in quella selva vicina sempre bagatelando169
Almeno fino al 1663170 Giacomo Filippo aveva vissuto nel palazzo del
cardinale Chigi ai S.S. Apostoli; il palazzo era stato dato dai Colonna in usufrutto
ai Chigi già nel 1657 ma soltanto nel 1661 si perfezionò l’acquisto, da parte del
cardinale Flavio171. Tra le clausole di vendita, Pompeo Colonna aveva imposto
l’onere per i nuovi proprietari di mantenere un appartamento sempre a
disposizione di Giacomo Filippo Nini172. In questo atto notarile il Nini veniva
citato in qualità di Cameriere Segreto Partecipante del Pontefice; non si conosce
l’esatta data della nomina papale ma il Nini mantenne la carica per tutta la durata
del pontificato alessandrino, assieme a quella di Maggiordomo del Palazzo
Apostolico. Quest’ultima mansione per la verità fu espletata dal Nini anche
durante il pontificato successivo, quello di Clemente IX.
Negli anni sessanta, dunque, la posizione di Giacomo Filippo all’interno
della corte romana si consolidava definitivamente, grazie anche alle numerose
1.1
169
ASG, Archivio Segreto, Ambasciatori Roma, vol. 2369, mazzo 29, lettera del 1 ottobre
1664. In quasi tutte le missive del Raggi, anche quelle precedenti alla legazione di Flavio
Chigi vi sono continui commenti al sodalizio Chigi-Nini.
170
Rolo della Famiglia di N. Signore, MSS. GES 1664 LIII conservato presso la
Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele di Roma. Il Leti sostiene che il Nini,
negli anni precedenti, abitasse nella villa, vicino Porta San Pancrazio, del cardinal
Barberini che partito per prendere possesso del suo vescovato l’avrebbe lascaita al Nini. Il
cardinale Antonio Barberini, vescovo di Reims, partì effettivamente da Roma nel 1657
circa, ma al momento non vi è alcun riscontro alla notizia fornita dal Leti.
171
ASR, Notai A.C., Instrumenti, vol. 4988, f. 1r e ss. L’atto è stato pubblicato
parzialmente in V. Golzio, Documenti …op. cit., pp. 22-23.
172
Stefano Colonna in quanto erede di Pompeo Colonna cedeva ai Chigi il palazzo. «cum
onere sempre retinendi unum Appartamentum eiusdem Palatii pro Ill.mo et R.mo D.no
Jacobo Ninio eiusdem S.mi D. N. Papae Cubiculi Pref….»; purtroppo ci sono ancora
sconosciuti i motivi di questo veto posto dal Colonna sulla vendita.
62
rendite ed ai benefici che diventavano sempre più consistenti e soprattutto grazie
alla nomina cardinalizia, col titolo di Santa Maria della Pace173.
Con un breve pontificio174 del 17 agosto 1661 Alessandro VII stabiliva che tutti i
proventi goduti dal Nini per le sue mansioni confluissero in un’unica rendita
cumulativa di 1000 scudi; ad essa si aggiungevano 300 ducati spettanti al Nini in
quanto familiare175 dello stesso Alessandro e 250 ducati invece per la sua nomina
di domesticus del Sacro Palazzo e della Cappella Pontificia.
A questa rendita si sommavano quelle delle numerose mense episcopali che gli
vennero assegnate dal 1662 in avanti; ammontavano, ad esempio, a 1000 scudi i
vitalizi provenienti dalle diocesi di Vercelli e Carprentas, in Francia, ottenute tra il
1663 e 1664. Analoga somma veniva corrisposta per le diocesi di Bari, Squillace e
Capaccio176.
A questi stessi anni risalgono i primi acquisti noti del Cardinale Nini, si tratta di
proprietà terriere nella campagna romana e in altre zone d’Italia che ben
testimoniano lo stato patrimoniale raggiunto da Giacomo Filippo. Nel gennaio del
1665 egli acquistava per 2500 scudi una Vigna in prossimità di Formello177,
vicino i possedimenti dei Chigi, e nel luglio dello stesso anno il Giardino e la
Vigna posti vicino la Porta Salaria di proprietà della Duchessa di Cesi, al costo di
4000 scudi178.
Pochi anni prima, secondo quanto riportato dall’ambasciatore genovese
Ferdinando Raggi, il Nini aveva acquistato nei pressi di Spoleto le proprietà degli
1.1
173
In questi stessi anni il Nini verrà iscritto alle Congregazioni del Concilio, dei Vescovi,
della Consulta, di Propaganda di Fide ed anche a quella dell’Indice. Mentre nel 1666
riceverà la «protettoria dell’Ordine Cistercense».
174
ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 6429, ff. 469v, 645v- 750r.
175
ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 5019, ff. 518v- 520v.
176
Per i tutti i dettagli relativi alle concessioni delle mense e distribuzione delle rendite
cfr. Infra Appendice Documentaria.
177
ASR, Notai A.C, Instrumenti vol. 5000 ff.. 257 e ss, datato 24.01.1665
178
ASR, Notai A.C, Instrumenti vol. 10, ff. 23 e ss., datato 28 febbraio 1667
63
eredi del cardinal de Bagni con la volontà di adibirle a residenza estiva179. I
soggiorni a Spoleto del Nini furono in effetti molto frequenti ma ciò non è
sufficiente a confermare la notizia del Raggi poiché qui risiedeva anche suo
fratello. Carlo si era sposato nel novembre del 1663 con Laura, figlia del nobile
spoletino Vincenzo Pianciani, acquisendone il cognome180.
Dalle poche lettere del Nini conservate presso l’Archivio Segreto Vaticano e in
quello di Stato di Modena apprendiamo che il cardinale visitò Spoleto nel 1666, in
occasione della nascita del suo secondo nipote che tenne a battesimo181; nel luglio
e nel dicembre del 1668 ed ancora nel marzo e nel dicembre del 1671 e nell’estate
del 1672182.
Molto poche invece sono le informazioni sulle sue residenze romane; il primo atto
di acquisto rinvenuto, relativo ad un’abitazione del cardinale, risale al 1669. Il 14
marzo il Nini acquistava da Giulio Fiorenti, fortemente indebitato, il suo palazzo
sito a Monte Magnanapoli183; il cardinale dai vari atti notarili risulta vivere nel
1.1
179
ASG, Archivio Segreto, Ambasciatori Roma, vol. 2369 mazzo 28. La lettera è datata
23 novembre 1663. Il Nini rientrerà il 30 novembre.
180
Tra i documenti rinvenuti presso l’Archivio di Stato di Rom, per la verità, si conserva
una dichiarazione del fratello del cardinale Nini, Carlo, in cui viene dichiarato che
Giacomo Filippo aveva acquistato una casa Cfr. ASS, Concistoro 2660, cc. 384-385;
Enciclopedia..op.cit., p. 839.
181
ASS, Concistoro, 2660, cc. 385r. «Ego infrascritturs curator ecclesia cattedralis S.
Maria civitatis Spoleti fides faccio qualitet in baptizatur libris sequenternotarus scriptas
inverni et fideliter extrazi./ Anno domini 1664/ Joannes Batt. Torquatus Marcus filuis ill.
domin. Comitis Caroli Nini Planciani/ et ill. d.ne Laureta Planciani sue uxoris, fuit
baptizatur die sesta may/ per Adm. Ill.re et Rev d. Priore Urbanum Zampolinus, computer
fuit Esimus et Rev. D. Cardinalis Flavius Chisius et ill. et Rev dominus Rodlphus Allas
de Acquaviva et de Aragona a civitatis Spoleti gubernatur vice dicti Eminentissimi D.
Cardinalis procuratio nomine de sacro fonte levavit./ Anno domini 1666/ Hieronimus
Alexandeer Sanctus Thomas Franc. filli ill. domin. Comitis Caroli Nini Planciani/ et ill.
d.ne Laureta Planciani sue uxoris, fuit baptizatur die termia novembris per Me d.
Vincentiu Zuccaro computer fuit/ Em.us et Rev. D.nus Jacobi Cardinalis Ninus supradicti
comitis Carolus germanus frater et pro detto Em. per Illustris. D.nus Carolus Plancianus
procuratio nomine de sacro fonte levavit.
182
ASS, Concistoro 2660, cc. 385; ASV, Segreteria di Stato, cardinali, voll. 32, ff. 262,
320- 321; 35, ff. 41, 350; 36, f. 154; ASM, Carteggio, Cardinali Roma, 1398 b. 140.
183
ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 5018, ff. 375- 379.
64
palazzo sino al 1670, tuttavia, da un’indagine condotta presso l’Archivio Storico
del Vicariato negli Stati delle Anime non vi è alcuna traccia184.
Esito positivo ha dato invece lo spoglio dei registri della parrocchia di
Santa Maria in Via, relativo agli anni 1666-1680185. A questa parrocchia
appartenevano a dire il vero molte delle figure legate ai Chigi, il che porterebbe ad
ipotizzare l’esistenza in questa zona di una vera e propria colonia chigiana; si
tratta, nella maggioranza di senesi, come ad esempio Bernardino Mei186e Nicolò
Piccolomini.
Dal 1670 il Nini risulta vivere stabilmente nel palazzo del Marchese Francesco
Lanci al Corso187. A riprova di ciò vi è il contratto di locazione datato 22 ottobre
1670, rinvenuto da chi scrive presso l’Archivio di Stato di Roma, stipulato tra il
Cardinale Nini e Geronima Chigi, vedova del Marchese Carlo Maria Lanci e
tutrice dei beni ereditati dal figlio, il Marchese Francesco Antonio188.
Il cardinale Nini non si era allontanato molto dalla sua precedente abitazione, il
palazzo del Marchese Lanci sorgeva proprio al centro dell’isola chigiana,
nell’isolato delimitato da via del Corso, via di Santa Maria in Via, via delle
1.1
184
Archivio Storico del Vicariato (d’ora in poi AStV), SS Dodici Apostoli, Stati delle
Anime, vol. 52, (1652-1668); S Vincenzo e Anastasio a Trevi, Stati delle Anime, vol. 3,
(1653- 1666 )
185
AStV, Santa Maria in Via, Stati delle Anime, voll. 28, (1666-1674); 29 (1678-1680);
30 (1683).
186
Il Mei i trova registrato fin dal 1667 nella casa di Suor Maria Eletta Capoccia, nel Giro
del Convento; vicino la casa di Suor Maria c’è anche il palazzo della Duchessa di Cesi in
cui vivono Pietro Vannucci, Girolamo Piccolomini e il cardinale Farnese. anno 1667,
c.111.
187
Cfr. Infra, Appendice Documentaria.
188
ASR, Notai A.C., vol. 5023, ff. 375v- 377v. La famiglia Lanci, originaria di Firenze,
accumulò ingenti ricchezze grazie agli incarichi avuti nell’amministrazione pontificia; per
generazioni, infatti, i Lanci si occuparono della gestione della Tesoreria di Spoleto e
Perugia. Carlo Maria Lanci alla sua morte lasciò tutti i suoi beni al figlio Francesco
ancora giovinetto, disponendo che la proprietà romana venisse affittata; Geronima,
moglie di Carlo, era la figlia del Marchese Ludovico Chigi di Viterbo. Sulla famiglia
Lanci cfr. L. Finocchi Ghersi, Una precisazione sul Dosso di Bombay, in Arte Veneta,
IV, (2002), pp. 90-92; Thieme Becker, ad vocem Lanci, vol. 21, 1966. Per il testamento
del Lanci cfr. ASR, Trenta Notai Capitolini, Testamenti e donazioni, ufficio 36, vol. 97,
ff. 23-28.
65
Muratte e via dei Sabini. L’edificio dato in locazione al Nini comprendeva, oltre
al corpo di fabbrica principale, un piccolo palazzotto contiguo189 e le stalle, poste
sul retro del palazzo.
Tra le circa trenta persone censite annualmente, in qualità di familiari del
cardinale Nini, figurano l’abate Alessandro Sozzini, il conte Antonio Polcenigo, il
Maestro di Camera Pietro Maria Gregori, il Maestro di Casa Nicola Noceti,
canonico di San Marco e Francesco Baldovini190. Alessadro Sozzini, abate di
Sant’Eustachio, apparteneva anch’esso ad una nobile famiglia senese che aveva
antichi legami con i Nini. I Sozzini avevano mantenuto negli anni delle cariche
importanti alla corte del Gran Duca di Toscana ed avevano accumulato un
consistente patrimonio. Alessandro, poco prima della morte del Nini, venne
nominato beneficiario di tutte le rendite percepite dal cardinale e fu colui il quale
in seguito si occupò di seguire i lavori nel Duomo di Siena commissionati dal
Nini191.
Anche Nicola Noceti fu tra coloro i quali beneficiarono di numerose rendite da
parte del Cardinale Nini192; nei documenti rinvenuti, accanto alle rendite, si
1.1
189
Il palazzo fu venduto nel 1751 alla famiglia Buonaccorsi da Macerata e demolito nel
Novecento per far posto alla sede della Banca Commerciale Italiana. Cfr. L. Salerno, Via
del Corso, Roma 1961.
190
Dagli atti notarili rinvenuti risulta che il Noceti fu il maggiordomo del Nini dal 1669 al
1680, con due interruzioni però, nel 1671 e nel 1676. In questi anni avevano retto la
carica rispettivamente Girolamo Guerra, che morì nel 1672 lasciando i suoi beni al Nini, e
Marco Tulii, che continuò a vivere presso il cardinale fino al 1680. Il ruolo di Aiutanti di
Camera fu invece affidato a Filippo Palumbo, Cosimo Cherubbini e Antonio Acquavi.
Negli Stati delle Anime curiosamente si specifica che il resto della famiglia però vive
fuori il palazzo.
191
Cfr. Infra capitolo 2.1.
192
ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 5023, ff. 315v- 330v. In base ad un documento
datato 31 marzo 1671 veniamo a sapere che il Noceti «in qualità magister domus del
card. Nini, carica mantenuta dal marzo 1669 ad oggi, ha chiesto e speso molti denari del
cardinale, come attestato dal libro delle entrate e delle uscite. Egli risulta debitore del
cardinale per una somma di 1134 scudi, come attestato dal folium computorum
presentato dallo stesso Nicolò al notaio. Egli dunque si costituisce debitore del cardinale
per tale somma, giurando di restituirla interamente» ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol.
5033, ff. 158v- 160r.
66
menziona anche una piccola libraria di proprietà del Noceti. Non è ben chiaro
però se anche questa rientri tra le donazioni fatte dal Nini; la sommaria lista
acclusa rivela presenze interessanti, volumi che trovano corrispondenza con
quelle che erano all’epoca le predilezioni del cardinale Nini193.
Un’altra figura interessante che ritroviamo tra i familiari del Nini è il fiorentino
Francesco Baldovini. Il Baldovini194, segretario del cardinale e possessore di
alcune abbazie, era soprattutto un poeta. Intimo amico di Salvator Rosa, era
affiliato all’Accademia letteraria Fiorentina ed a quella degli Apatisti195; nel 1694
pubblicava, sotto altro nome, il Lamento di Cecco da Varlungo196, un poema
erotico- rusticale. La storia narrava le vicende galanti e passionali di Cecco e della
sua amata Sandra che in realtà non corrispondeva per nulla l’amore di Cecco ma
accettava la corte di Nencio. Poemi del genere, come precedentemente illustrato,
erano abbastanza tipici della produzione letteraria seicentesca; una produzione
certo che poco aveva in comune con quelli che erano i principi della moralità
cattolica.
1.3.
Rapporti eruditi all’ombra della Corte: la Repubblica delle
Lettere, l’Accademia degli Intrecciati e James Alban Ghibbes.
1.1
193
ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 5027, ff. 154v- 158v. Tra i libri citati vi sono il
Theatrum vitae humanae ,di Theodor Zwinger (1565); il De Immaginatione di Pico della
Mirandola (1501); le Noctium Atticarum Commentari di Aulo Gellio; un esemplare delle
Phaedri Fabula; il Velleius Paterculus cum notis; il Mundus subterraneus del Kircher e la
Naturalis Histori di Plinio.
194
Francesco Baldovini (Firenze1634- Roma 1716).
195
Fondata a Firenze nel 1653
196
F. Baldovini, Il Lamento di Cecco da Varlungo. Colle note di Orazio Marrini.
Edizione giusta quella di Firenze dell’anno 1755. Con l’aggionta di 25 Stanze del
medesimo autore scritte a Francesco Redi, Bergamo 1762. All’interno del volume c’è la
biografia del Baldovini compilata da Domenico Maria Manni.
67
Il Nini dunque, come il suo protettore e amico Alessandro VII, si circondava di
personaggi che avevano uno spiccato interesse per la letteratura e l’arte.
Tra gli anni cinquanta e settanta al Nini vennero dedicate numerose opere, dalle
commedie ai trattati scientifici, dal Pastor Fido di Giovan Battista Guarini197 alla
Geometria prattica di Giovanni Pomodoro198, dalle opere morali a quelle
tragicomiche199.
Le fonti ricordano il cardinale quale «Amantissimo delle buone lettere ed esimio
protettore degli illustri ingegni»200 nonché «mecenate impegnatissimo»201.
La passione letteraria del cardinale Nini è attesta da molta della documentazione
rinvenuta; tra le varie testimonianze bisogna annoverare per il suo valore
intrinseco un’ acclamationes, completamente dimenticata, composta in latino
dallo stesso Nini e dedicata ad Alessandro VII202. Non appena elevato al soglio
pontificale furono più volte dati alle stampe i poemi giovanili del Chigi, i
1.1
197
Il Pastor Fido Del Sig. Cavalier Guarini Poeta E Filosofo Preclarissimo. Dedicato
All'Illustriss. e Reuerendiss. Signore, Monsignor Giacomo Nini Mastro Di Camera di
Nostro Signore, nella stampa del Moneta, 1664, Roma 1664;
198
Quest’opera riveste una notevole importanza all’interno della trattatistica del secolo
XVII; indirzzata ad architetti, ingegneri civili e militari, geografi ed agrimensori, l’opera
tratta dell’applicazione della geometria in queste scienze e dei vari strumenti di
misurazione. La geometria prattica curata curata da gl’elementi d’Euclide e d’altri
famosi autori. Opera necessaria a misuratori, ad architetti, geografi, a cosmografi, nella
stampa del Moneta, 1667, Roma 1667. La dedica al cardinale e! di Matteo Gregorio de’
Rossi.
199
Al Nini vengono anche dedicati diversi testi, tra cui: nel 1657 L'Olmiro regipastorale
del conte Pietro Bonarelli della Rovere. Dedicata all'illustrissimo e reverendissimo
monsignor Nini, Cameriere Secreto di N. Sig. e Maestro di camera dell’Eminentiss. Sig.
Card. Chigi, in Roma per gli eredi del Corbelletti; l’anno seguente, da Gregorio
Andreoli, l’opera tragicomica di Giacinto Andrea Cicognini, Il D. Gastone overo la più
costante fra le maritate. Dedicata all'illustrissimo e reverendissimo monsignor Nini,
Cameriere Secreto di N. Sig. e Maestro di camera dell’Eminentiss. Sig. Card. Chigi, in
Roma 1658; mentre Francescso Girolamo Prenestini gli dedica Il Gaudioso Misterio del
parto della Santissima Vergine di Francescso Girolamo Prenestini. Dottor dell’una, e
l’altra Legge, e Dottore in Sacra Teol. Protonotario Apostolico, Abbate di S. Rocco di
Palme. Opera Sacra Dedicata all’Eminentiss. E Reverendiss. Signore, il Sig. Cardinal
Nini. In Bracciano, nella Ducale Stamparia di Iacomo Fei d’Andrea F. 1666; contenente
un’ode in italiano ed un Elogium in latino al cardinale.
200
A. Chacon, Vitae…op.cit., p. 648.
201
L. Cardella, Memorie storiche…op.cit., p. 31.
202
Philomathi musae juueniles, editio nuovissima, priori auctior et emendatior,
Antuerpiae: ex Officina Plantiniana Balthasaris Moreti, 1655;
68
Philomathi Musae juueniles, che erano già stati pubblicati in una prima
impressione nel 1645, quando il Chigi era nunzio a Colonia203. Le ristampe post
1655 affiancavano alle Musae chigiane una serie di componimenti poetici scritti
da illustri letterati, per lo più curiali, che celebravano la cultura alessandrina. Oltre
al Nini erano autori delle acclamazioni Agostino Favoriti, Giovan Battista
Torricelli, James Alban Ghibbs, Egon von Fürstemberg e molti altri.
Con una non trascurabile vena poetica il Nini scriveva:
In Philomathum, suum vulgari nomen religiose vetantem./ Quid me sacra iubes
servare silentia, vates?/Fama meum solvit religione animum./ Haec te centeno iam
praedicat ore per Urbem,/ Implet e innumerasnambitiosa tubas./ Nomine Laeta tuo
Germania tota triumphat;/ te canit è septem Roma, colitque iugis./ Perge, silere
iube: sileam, dum personat aether, vivt e in laudes terra superba tuas?/ Cuncta
liceet sileant, prodet Sapientia, Virus, et par divinis moribus Ingenium./ Astra licet
204
lateant, produntur lumine: dum sol Nube sua tegitur, lumine detegiturera .
Tra i rapporti eruditi che il Nini coltivò vi era quello, indubbiamente
interessante, con il padre gesuita Athanasius Kircher205; sebbene non siano molti
gli esemplari della loro corrispondenza ad essersi conservati vi si possono
riconoscere le caratteristiche di un carteggio erudito. Questo particolare rapporto
epistolare era uno degli strumenti tipici utilizzato all’interno della Repubblica
delle Lettere per gli scambi intellettuali206. Per questa ed altre ragioni, che più
1.1
203
Si trattava di componimenti che avevano per oggetto eventi storici, gli amici, sia
senesi che romani, i diversi viaggi intrapresi e altro ancora. Sull’argomento si veda:
Alessandro VII…op.cit., pp. 380- 386; T. Montanari, Sulla fortuna poetica del Bernini
…op.cit., pp. 135-155.
204
«A Filomato che impedisce scrupolosamente che sia divulgato il suo nome. Perché, o
vate, mi comandi di osservare il silenzio? La fama spinge il mio animo con religione (a
dire) queste cose che già celebra con bocca secolare per tutta l’Urbe e ambiziosa
riempie numerose trombe. Tutta la Germania trionfa lieta del tuo nome; Roma ti canta e
ti onora dai sette colli. Continua, comanda il silenzio; tacerò mentre l’aria risuona e la
terra superba vive nelle tue lodi? Tutto può tacere, però si manifesta la Sapienza
dell’uomo e l’ingegno simile a comportamenti divini. Gli astri è possibile che siano
nascosti, ma si mostrano con la luce, mentre il sole è coperto della sua nube si vela con
la luce».
205
La corrispondenza inedita tra i due si conserva presso l’Archivio della Pontificia
Università Gregoriana di Roma, (d’ora in poi APUG), voll. 555, 558, 561, 563, 566, 640.
206
F. Waquet, Commercium Litterarium… op.cit.; H. Bots, F. Waquet, La Repubblica
delle Lettere, Bologna 2005; D. Generali, Repubblica delle lettere tra censura e libero
69
avanti si evidenzieranno, sembra plausibile ipotizzare che il Nini appartenesse
effettivamente a questa cerchia intellettuale.
Sicuramente il rapporto ebbe inizio a seguito delle mansioni svolte dal Nini per
Alessandro VII e difatti in più di un’occasione le epistole trattano delle fabbriche
pontificie e delle sistemazioni progettate dal pontefice; ma sono poi i comuni
interessi letterari ad impegnare le lunghe digressioni del fitto carteggio.
Il Nini si dimostrava interessato ai componimenti e alle iscrizioni del padre
gesuita207; interrogava il Kircher su pubblicazioni ed autori stranieri, su libri
manoscritti e antichi208 ed a lui si rivolgeva per ottenere dei consigli sui pezzi rari
della propria collezione209.
Tra le lettere inviate dal Kircher ve n’è una molto interessante sull’orologio
vaticano e sul suo funzionamento; in questa stessa epistola inoltre il Kircher
accennava con quanto entusiasmo nella Repubblica delle Lettere venisse accolto il
nuovo progetto del pontefice. La lettera è, dunque, interessante anche per meglio
comprendere quale fosse il sentire degli intellettuali nei confronti dell’operato
alessandrino210.
Tra gli altri “requisiti” di un’appartenente alla Repubblica delle Lettere vi era la
predisposizione ad intrattenere e a partecipare a conversazioni erudite; anche su
questo aspetto il cardinale Nini attendeva alle aspettative dell’ambiente letterario.
Il Nini, infatti, almeno dalla metà degli anni sessanta in poi, frequentava con
assiduità alcuni dei principali circoli accademici dell’epoca; nel 1672 inoltre
1.1
pensiero : la comunicazione epistolare filosofico-scientifica nell'Italia fra Sei e Settecento
M.P. Donato, Le strane mutazioni …op. cit.; T.Montanari, La Politica culturale di
Giovan Pietro Bellori, in L’Idea del bello…op. cit., pp. 39-49.
207
APUG, vol. 555, f. 47r, del 21 ottobre 1666. Cfr. Infra, Appendice Documentaria.
208
APUG, vol. 555, f. 43v, (s.d.) del 1665.
209
APUG, vol. 555, f. 45r, del 10 aprile 1666.
210
APUG, vol. 563, f. 11v, del 1 febbraio 1667.
70
veniva nominato protettore della prestigiosa Accademia dei Virtuosi al
Pantheon211.
Tra gli altri circoli eruditi frequentati vi era l’Accademia degli Umoristi e quella
degli Intrecciati. Quest’ultima era stata istituita nel 1641 da Giuseppe Carpani,
lettore di diritto civile e protonotario apostolico212. Anche l’Accademia degli
Intrecciati, come quella degli Umoristi, aveva goduto del patrocinio barberiniano
ed era stata, ma lo era ancora, luogo ove rinsaldare i legami di patronage.
L’istituzione si occupava principalmente di disquisizioni su materie legali ma
ciclicamente venivano affrontate «accademie di belle lettere» i cui temi
spaziavano dall’arte all’antiquaria, dalla letteratura alla fisica213.
1.1
211
Cfr. V.Tiberia, La compagnia di S. Giuseppe di Terrasanta, da Gregorio XV a
Innocenzo XII, Lecce 2005, pp. 370-372. L’accademia sarà anche beneficiaria di un
lascito testamentario del cardinale. Nei verbali della compagnia, conservati presso
l’archivio storico dell’accademia, alla data 11 agosto del 1680 si legge « Stante la morta
seguita della bona memoria del Sig. Card. Nini nostro Protettore, fu risoluto gli si facci
celebrare le messe solite per suffraggio di quell’Anima in conformità che fu fatto nella
morte deli altri Protettori » ed acora, in data 12 gennaio 1681, «Fu presentata in detta
Congregazione la Pianeta maniscola e stola di tela d’argento recamata con fiori di seta e
istoriata con alcune figurine parimente di ricamo tutto compagno con fodera di taffetano
bianco e questa havuta dall’heredità della bona memoria dell’Eminentissimo Signor
Cardinale Nini già nostro protettore per legato fatto à bocca all’Eminentissimo Signor
Cardinale Flavio Chigi, e dalli signori Luigi Garzi Reggente e Signori Aggiunti ne fu
fatta quietanza alla detta heredità e dalli medesimi officiali consegnata al Signor Diego
Casale, nostro custode perpetuo accio ne tenga conto assieme con l’altra che donò sua
Eminenza quando prese il possesso e furono pregati à dover ciascun de nostri confrati
far qualche particolar devozione per suffraggio di detto Signor Cardinale per tanti
benefici fatti alla nostra confaternità».
212
Per notizie sul Carpani, sulla sua biblioteca e la sua attività di accademico si rimanda
a: P. Mandosi, Biblioteca…op. cit.; C. B. Piazza, Eusevologio…op. cit., c. 760; M.
Maylender Storia delle Accademie…op.cit., pp. 1020- 1022; M. Perugini, in Letteratura
italiana. Gli Autori, Torino1990, pp. 250- 310; C. Volpi, Salvator Rosa…op.cit.; G. Rita,
I manoscritti 236-450 dell'Alessandrina di Roma, Roma 2004. Va inoltre ricordato che il
Nini era presente al Discorso sugli onori della pittura, recitato dal Bellori nel 1677.
213 G. Carpani, Fasti dell’Accademia degli Intrecciati nelli quali sono descritte le
accademie di Belle Lettere fin’hora tenute con la nota de i discorsi e delle compositioni
e co i nomi de gli academici che ivi discorsero e recitarono ecc. riportati dal registro che
si conserva presso il Dottore Gioseppe Carpano rettore della medesima accademia,
Roma 1673; S. Cartari, Discorsi sacri e morali detti nell’Accademia degli Intrecciati
eretta dal Dottore Gioseppe Carpano. Protonotario apostolico, e professore primario
dell’ordinario civile vespertino nella Sapienza di Roma. Coi fasti di tutte le accademie fin
hora tenute. Pubblicati da Antonio Stefano Cartari, nobile orvietano principe della stessa
accademia, Roma 1673.
71
Nello statuto dell’accademia si esplicava il fine dell’istituzione, quello di «istruire
la gioventù, per renderla in qualunque Facoltà glorioso ornamento della Città, e
del Mondo tutto». Perché Roma, secondo il Principe dell’Accademia, era stata da
sempre «baciata da palladi, in essa vi sono grandi librarie ed è il luogo delle
scienze»214. L’accademia, la cui impresa era una siepe fiorita corredata dal motto
“Munit e Ornat”, doveva il suo nome dalla commistione, che secondo il Carpani
era necessaria, tra le scienze legali e le lettere amene:
volendo esprimere che lo studio delle Materie Legali, per se stesso aspro e
spinoso, può saggiamente mitigarsi con quello assai più soave, delle Belle Lettere
[…] onde con la lettura degli uni, e de gli altri Fasti, potrà ciascuno affermare,
essere l’Accademia de gl’Intrecciati il Tempio della Virtù 215.
Fin dagli esordi l’accademia era frequentata dalle personalità di spicco della
cultura seicentesca; letterati, artisti ed eruditi rendevano questo consesso
prestigioso al pari dell’Accademia degli Umoristi.
Gli epigrammi e i sonetti spaziavano sugli argomenti più disparati; venivano
recitate tragedie, si discorreva di sentimenti quali la passione e la vergogna216,
1.1
214
Il Cartari, fu principe dell’accademia dagli anni sessanta in poi; proseguiva la sua
presentazione descrivendo la situazione accademica romana: «Accademie romane del
secolo corrente che o nelle Leggi, o nella Filosofia, o nelle Lettere amene, o in altre
nobili Professioni hanno fiorito, e fioriscono; come sono la Partenia (nella quale sono
stato 3 volte), la Delfica, quella degli Humoristi, degli Ombrosi, de Fantastici, de
gl’Intricati, de gl’Informi, de gl’Invaghiti, de Ravvivati, de gl’Inquieti, de gli Animati,
degl’Imperfetti, degli Accesi, degli Speculanti, degli Amfistili, de Puri, degl’Illuminati, de
Vigilanti, degli Animosi, degl’Infecondi, e molte altre». Attraverso le parole del Cartari la
situazione accademica romana ci appare molto più brulicante di quanto invece se ne ha
traccia.
215
S. Cartari, Discorsi …op.cit.; la presentazione era accompagnata da un bel
frontespizio con le imprese dell’accademia, inciso da Albert Clowet.
216 Nella seduta di marzo del 1652 Giuseppe Filippo Camola, allora lettore di filosofia
morale alla Sapienza, teneva un discorso sugli affetti, tra i quali appunto la vergogna e la
passione.
72
erano lodate le opere degli artisti, come il ritratto del cardinale Francesco
Barberini fatto dal Romanelli217 o il sepolcro di Urbano VIII del Bernini218.
Qualunque argomento si prestava ad essere oggetto delle canzoni e dei
componimenti recitati dagli Intrecciati; talvolta con vena satirica talvolta, invece,
con sottile acume219. Nascevano così le odi ai nani, ai vermi, alla natura, sulla
guerra contro i Turchi, sui terremoti in Calabria, sulla fugacità della vita e su
molti altri soggetti220. Non mancavano i versi scanzonatori sulla vita di corte,
paragonata ad esempio alle metamorfosi di circe, o sugli stessi poeti e letterati221
e, naturalmente, venivano recitate le odi ai cardinali ed agli esponenti della curia.
Allo stesso Nini vennero dedicati diversi componimenti, come quello singolare
tenuto da Marco Antonio Bernabò che invitava il cardinale ad alloggiare nella sua
casa di Foligno222.
La versatilità degli argomenti trattati, che includevano anche avvenimenti
contemporanei o legati alla politica coeva, rende possibile comprendere più
profondamente quella che era la società e la cultura dell’epoca. Ecco che allora le
diverse composizioni diventano come degli squarci sulla vita seicentesca, utili ad
indagare ed interpretare correttamente la realtà del passato. Così ad esempio i
componimenti sull’arte oltre a far luce sui gusti artistici dei partecipanti sono
1.1
217 Accademia nr. XVIII del 10 gennaio 1647; oratore da Luigi Ficieni.
218 Accademia nr. XXVIII del 17 maggio 1649; oratore Sebastiano Aldini.
219 Nell’Accademia nr. XX del 13 giugno 1647, ad esempio, Agostino di Marciano
recitava il discorso Non haver l’età presente soggetto più eroico per gl’historici quanto la
generosità del Pontefice contro il Turco.
220 Gli argomenti sono davvero tantissimi e dei più disparati, leggendo i verbali ci si
imbatte su discorsi intorno La caccia delle quaglie, su quelli che hanno per oggetto le
scienze come Le dodici case che gli astrologi pongono nel cielo, oppure quelli
sull’Infelicità dei poeti, sui Lacci delle scarpe alla moda. Nel 1673 Sebastiano Lazzarini,
componeva un epigramma in onore delle Conclusioni di filosofia egregiamente finite di
Abba. D. Benedetto Pamphili e, nello stesso anno, Girolamo Silenzio un Ode in morte
card Este.
221 Nell’Accademia nr. XXXIII del 13 maggio 1650, Paolo Tosetti recitava il suo
sonetto ad un Poeta che finito il vino nella botte spirò.
222 Accademia nr. LXXXI del 15 settembre 1673.
73
altresì utili a conoscere eventuali opere ignote degli artisti o magari per fornire
informazioni sulla datazione delle stesse.
I sonetti alle opere d’arte erano molto frequenti e diversi artisti erano tra
coloro i quali frequentavano abitualmente l’accademia, come il Bernini e Salvator
Rosa. Ad un quadro di battaglia di quest’ultimo Agostino Favoriti, nel 1651,
cantava un elogio223 mentre l’anno precedente ne aveva scritto uno per la guglia
del Bernini in piazza Navona224.
Giovan Battista Passeri, nel 1652, elogiava le pitture nella chiesa Nuova di Pietro
da Cortona225 e, nel 1659, James Alban Ghibbes recitava un epigramma sulla tela
della Vergine col bambino dormiente del Carracci226.
Il Nini era presente ai discorsi del 1662, in cui Ludovico Benni descriveva il
quadro di Diana del Guercino227, a quello del 1667, in cui Emilio Sibonio lodava
il ritratto a penna dello Sforza Pallavicino fatto dal Bernini228 e ancora a quello
dell’agosto, dello stesso anno, in cui ancora una volta il Ghibbes commentava
un’opera di Annibale Carracci229.
L’accademia, fucina preziosa di idee, contribuiva dunque a diffondere ed
accrescere il credito degli artisti ed aveva, allo stesso tempo, un ruolo non
secondario nel fissare le tendenze ed i gusti artistici.
1.1
223
Accadeia nr. XXXIV del 12 gennaio 1651. Lo stesso Salvator Rosa Nell’Accademia
nr. XI del 5 aprile 1645 recitava una propria composizione Sopra il luogo dove morì
Cristo.
224
Accademia nr. XXX del 13 gennaio 1650. Per altre dissertazioni sui medesimi temi
artistici si veda C. Volpi, Salvator Rosa…op.cit.
225
Accademia nr. XL del 28 maggio 1652. I lavori per gli affreschi della volta con il
Trionfo della Trinità si protrassero dal 1647 al 1651. Nella stessa chiesa Pietro da
Cortona aveva diretto poi i lavori di Cosimo Fancelli ed Ercole Ferrata, affrescandone
anche la navata, i pennacchi della volta e il catino absidale.
226
Accademia nr. LI del 14 aprile 1659.
227
Accademia nr. LX del 12 giugno 1662.
228
Accademia nr. LXIIIdel 23 gennaio 1667. Emilio Sibonio era il segretario del
Pallavicino, dell’opera citata se n’è anche occupato T.Montanari, scheda di catalogo, in
Alessandro VII…op.cit., p. 392.
229 Accademia nr. LXV del 5 agosto 1667.
74
Tra gli oratori che avevano un’assidua frequentazione con il cardinale Nini vi era
il poeta inglese James Alban Ghibbes. Il Ghibbes era arrivato a Roma nel 1644, si
era stabilito presso i Giustiniani e dal 1655 insegnava eloquenza alla Sapienza.
Già dal 1646 la sua presenza ai consessi degli Intrecciati fu una costante e la sua
produzione letteraria proseguì fino qualche anno prima della sua morte, avvenuta
nel 1677.
Le composizioni del Ghibbes non si limitavano a versi poetici od a disquisizioni
sull’arte, ma abbracciavano la religione, la filosofia, la storia ed alcune di esse
confluirono poi all’interno della sua opere letterarie230.
Tra il 1655 ed il 1676 il Ghibbes aveva dato alla luce circa una trentina di opere,
ed era stato insignito da Leopoldo I del titolo di Poeti Laureati Caesarei; una
vasta produzione, dunque, che includeva anche scritti di medicina.
Una delle opere più importanti per comprendere la rete dei legami romani in cui il
Ghibbes si muoveva è sicuramente il Carminum pars lyrica231; qui sono raccolte
orazioni dedicate a tutte quelle personalità afferenti alla cerchia chigiana: Flavio
Chigi232, Giacomo Rospigliosi, Giacomo Nini, Leone Allaci, Luca Holstenio,
Giacomo Filippo Camola, Salvator Rosa (unico artista presente), Athanasius
Kircher, la regina Cristina di Svezia e molti altri. Nell’ode al cardinale Nini il
Ghibbes scriveva:
1.1
230
Nel giugno del 1658, ad esempio, recitava un sonetto Sopra la demolitione degli
edificij, per addrizzare le strade di Roma fatta per ordine di N:S: Papa Alessandro VII e,
nel settembre dello stesso anno, il Paragone tra Escorial di Spagna e la reggia di
Sassuolo dei duchi di Modena. Nel 1663 lodava invece il quadro della Beata Vergine da
porsi per volere di Alessandro in Santa Maria della Pace, mano di Carracci.
231
J.A. Ghibbes, Carminum, Iacobi Albani Ghibbesii, poeta laureati caearei, pars
Lyrica; ad exemplum Q. Horatii Flacci quamproxime concinnata.Romae, ex Officina
Fabij de Falco, 1668.
232
Il Ghibbes aveva già dedicato al cardinale Flavio Chigi un epigramma in occasione del
suo rientro dalla legazione francese.
75
Et plauso manuum e pedum,\ et vocis resonis e citharae modis,\ Acclamare lbet:
sacram\ curru laurigero ceù tereres viam,\ plebi celsior aspici,\ sectanti rutilae
ferula gloriae.\ Miratrix Capitolium \digno turba struit, quae savet, arcibus\ tarpeij
potius Oivis.\ Haud talem meruit Caesar adoream,\ praedator popoli. Redit \messis
grata loco, quod benè seueris.\ collum non temerè vocant\ multorum Cpitum
vulgus: ut, unico\ siquis profuerit semèl,\ hunc blandita colant caetera; dentibus,\
quicunque officiet, fecent.\ Macte ista niuei pectoris indole:\ gaude soenore
munetum\ sparo inter memores. Una Quiritium\ vox, votumquè; velit tibi\ fortunale
deus iam data; claviger\ dona augere vicarius,\ sublimisque gradua, atquè potetiae,\
crescenti meritis. Decus\ pro te dùm cupiunt, quippè vouent sibi.233
Non sappiamo se il Nini e il Ghibbes si erano conosciuti presso la corte
alessandrina oppure proprio attraverso le loro frequentazioni accademiche; il
tramite potrebbe essere stato, in entrambi i casi, il gesuita Athanasius Kircher, che
con il Ghibbes aveva stretti legami e comuni interessi.
Il Kircher aveva anche composto un’orazione per il Ghibbes poi inserita
all’interno del Carminum pars lyrica. Probabilmente a questa opera si può
ricondurre una missiva del Ghibbes indirizzata al padre gesuita; il poeta
richiedeva l’intervento del Kircher per mediare il rapporto con lo stampatore,
impegnato nella pubblicazione di una sua opera recante un «Disticho sotto
l’effigie di V. A.»234. Parte del carteggio intercorso tra i due eruditi si conserva
ancora presso l’archivio gregoriano.
Per il frontespizio del Carminum pars lyrica era stato interpellato l’amico
Salvator Rosa, l’artista aveva raffigurato il mito di Apollo: la divinità appoggiata
alla sua lira è seduta presso l’Hippocrene, fonte da cui i poeti traggono la loro
1.1
233
Ode XXXVIII «Con battito di mani e di piedi e con voci risonanti e melodie di cetre
conviene acclamare mentre percorri la via sacra su un carro recinto di alloro e più alto
per esser visto dalla plebe che corre dietro con la ferula scintillante di gloria. Ammira la
turba. Unica la voce ed il voto dei Quiriti: ti copra la fortuna che la divinità ti ha già
data: il vicario clavigero aumenti i dono, sublimi i tuoi passi e mentre desiderano per te
una crescente dignità per merito, la stessa augurano a sé».
234
APUG, vol. 566, f. 11v, del 15 febbraio 1667. Cfr. Infra, Appendice Documentaria.
76
ispirazione, in alto la costellazione dell’ariete ne rafforzava l’ascendenza sul genio
poetico 235.
Il ritratto del poeta inglese era invece stato realizzato da Pietro da Cortona, come
specificava lo stesso Ghibbes nel suo testamento, conservato presso l’Archivio di
Stato di Roma236. Il documento è forse lo strumento più importante per avvicinarsi
alla vita romana del poeta inglese ed alle sue predilezioni.
Dal testamento apprendiamo che il Ghibbes aveva commissionato al Cortona il
suo ritratto a crayon per donarlo alla libreria della Sapienza; da questo disegno era
stata tratta l’incisione237 per il Carmine e realizzato anche il busto marmoreo che
doveva accompagnare l’epitaffio per il monumento funebre del Ghibbes, da
collocarsi al Pantheon, come specificato nel testamento. Il busto venne collocato
originariamente nel primo pilastro a sinistra dell’ingresso, poi nella seconda
cappella, a destra ed infine nel lapidario238.
Il Cortona aveva realizzato altri disegni per l’inglese ed anche progettato una
portiera di corame dipinta poi da Plautilla Bricci. Nel documento sono ricordati
anche alcuni piccoli quadri commissionati a Salvator Rosa; l’elenco dei beni del
Ghibbes, non ancora rinvenuto, permetterebbe certamente di collocare più
concretamente il poeta inglese all’interno della cultura chigiana e del
collezionismo seicentesco.
1.1
235
Si era occupata del disegno Helen Langdon in Two book illustrations by Salvator Rosa
in “The Burlington Magazine”, vol. 118, nr. 883, (1976), pp. 698- 699. Il disegno fu poi
inciso da Albert Clowet.
236
ASR, Trenta notai capitolini, officio 30, vol. 264, ff. 575v- 600v, datato 12 aprile
1677. Nel 1886 Alessandro Bertolotti pubblicava uno studio sul Ghibbes e sull’ambiente
accademico, fornendo alcune parti del testamento, seppur con diversi errori di
trascrizione;
Un professore alla Sapienza di Roma nel secolo XVII poco conosciuto,
237
Anche in questo caso l’incisore è A. Clouwet
238
Si è occupato del busto anche I. Laving in Duquesnoy “Nano di Crequì” and two
busts by Francesco Mochi, in “The Art Bulletin”, LII, (1970), pp. 132- 149.
77
Con molta probabilità era stato il Ghibbes ad introdurre nella cerchia alessandrina
il letterato e canonico pugliese Silos, a cui nobili e prelati romani, tra cui il Nini,
avevano aperto le porte delle proprie raccolte.
Il Silos aveva fissato nelle sue pagine ben ventiquattro opere del Nini; un numero
considerevole rispetto quello delle altre collezioni visitate, secondo solo a quello
delle opere di proprietà della regina Cristina di Svezia.
La Basile Bonsante239 ha ipotizzato che fosse stato lo stesso Nini ad introdurre il
Silos presso la sovrana ma non vi sono al momento conferme a tale supposizione.
Certo il Nini era in buoni rapporti con Cristina; per conto del pontefice i contatti
tra i due erano frequenti e di questi incontri si trova traccia anche nelle
annotazioni alessandrine.
La collezione del cardinale Nini era stata anche oggetto di interesse del
diplomatico francese Balthazar de Monconys, che nel 1664 intraprendeva il suo
secondo viaggio in Italia. Nel suo diario di viaggio, il Monconys, con rapidi
accenni fa intendere una comunanza di interessi con il Nini, la cui frequentazione
era quasi quotidiana240.
La raccolta del cardinale incontrava dunque presso i contemporanei un vivo
interesse.
2. «MECENATE IMPEGNATISSIMO».
1.1
239
240
78
J. M. Silos, Pinacotheca…op cit., p. 320.
B. De Monconys, Journal des voyages, Parigi 1665, pp. 450- 477.
2.1.
La commissione per il Duomo di Siena.
Tra la documentazione rinvenuta relativa al cardinale Nini non vi è nulla,
purtroppo, che possa attestare direttamente le sue commissioni.
Non sono stati trovati, al momento, libri spese, giustificazioni di pagamenti o
incarichi ad artisti; nessuna informazione relativa al mecenatismo promosso a
favore del suo palazzo, della sua raccolta o delle chiese romane, alle quali però,
stando alle fonti, «in vita e in morte compartì segnalati benefizi»241.
L’unica eccezione è data dalla committenza per la costruzione di un altare nel
Duomo di Siena, da dedicarsi ai suoi santi onomastici.
Sin dai primi anni del pontificato, Alessandro VII aveva volto la sua munificenza
anche verso Siena ed aveva concorso notevolmente alla creazione del nuovo
aspetto del Duomo senese. Inizialmente partecipando alla realizzazione dei
monumenti dei pontefici senesi242 e successivamente con la creazione della
cappella gentilizia, dedicata alla Madonna delle Grazie e di un altare dedicato a
San Francesco di Sales243.
Sulla scia dell’intervento alessandrino altri porporati senesi, la cui carriera era
strettamente connessa al pontificato chigiano, decisero di erigere un proprio altare
1.1
241
L. Cardella, Memorie storiche…op.cit., p. 31.
242 I Rettori dell’Opera Metropolitana avevano informato il pontefice della loro volontà
di dedicargli un monumento, successivamente lo stesso Alessandro VII si occupò della
commissione, chiedendo al Bernini di fornirne un modello affidando poi l’esecuzione ad
Antonio Raggi. Il pontefice intervenne concretamente finanziando, invece, la
realizzazione della statua del suo predecessore, Alessandro III. Per una trattazione
esaustiva dell’argomento si rimanda a M. Butzek, Il Duomo di Siena…op.cit.; Id.,
Itinerari chigiani…op.cit.; Idem, I quattro monumenti ai papi senesi nel transetto del
duomo di Siena, in Alessandro VII…op.cit., pp. 400- 408.
243
Alessandro VII aveva voluto trasferire nell’altare della sua cappella la tavola della
Madonna, chiamata anche del Voto, quindi aveva deciso di colmare il vuoto, lasciato
dallo spostamento, con un nuovo altare. Cfr. M Butzek, La decorazione del Duomo di
Siena dopo la morte di Alessandro VII, in Alessandro VII…op. cit., pp. 472-514
79
nella chiesa Metropolitana, contribuendo a dar vita all’aspetto barocco del
Duomo. Alla base di tale scelta c’era la
volontà di servire la patria nello spirito d’emulazione nei confronti di Alessandro
VII, al quale già i suoi contemporanei riconoscevano la massima fama per il suo
quasi illimitato mecenatismo244
Questa volontà di ricambiare la generosità goduta e di rendere partecipe la
propria patria della fortuna e degli onori ottenuti, tra l’altro grazie alla
munificenza di un concittadino, è dichiarata espressamente in una lettera del
cardinale Nini inviata ai rettori dell’Opera del Duomo.
La missiva, datata 20 febbraio 1666, era stata redatta in occasione della nomina
cardinalizia; il Nini imputava, con molta modestia ed umiltà, la sua promozione
alla bontà di Alessandro VII nei confronti dei propri conterranei e pertanto
desiderava adempiere alle obbligazioni di servire la patria245. Decideva dunque di
seguire l’esempio del pontefice e degli altri porporati senesi246 devolvendo
all’Opera Metropolitana parte delle sue rendite, per la realizzazione di un altare.
Il Nini disponeva che duecento dei mille scudi provenienti della mensa episcopale
di Squillace, ottenuta nel 1666, fossero destinati, per un lasso di tempo di dodici
anni, ai lavori nel Duomo di Siena; a distanza di qualche tempo a questi ne
aggiungeva altri trecento, provenienti dalla pensione del vescovato di Bari247.
1.1
244 Ivi, p.473.
245
ASS, Balia, vol. 798, f. 21. Cfr. Infra, Appendice Documentaria. Sull’argomento
anche M Butzek, La decorazione del Duomo di Siena dopo la morte di Alessandro VII, in
Alessandro VII…op. cit., p. 472.
246
Prima del Nini avevano già manifestato la stessa volontà, dando inizino ai lavori, il
vescovo di Sovana, Girolamo Cori, il cardinale Celio Piccolomini ed il vescovo di
Montalcino Fabio de’ Vecchi, tutti intrinsecamente legati alla famiglia del pontefice. Cfr.
M Butzek, La decorazione del Duomo di Siena dopo la morte di Alessandro VII, in
Alessandro VII…op. cit., p. 473.
247
ASR, Notai A. C., Instrumenti, vol. 6429, ff. 645v- 669r. ASS, Diplomatico, Opera
Metropolitana, 36, ins. 29, datato 28 settembre 1678.
80
In base alle disposizioni dello stesso cardinale, inoltre, il nuovo altare avrebbe
dovuto ospitare una tela con i santi apostoli Giacomo e Filippo in adorazione della
Vergine, non venivano però fornite ulteriori indicazioni su chi avrebbe eseguito
l’opera.
I rettori dell’Opera del Duomo, accettando con soddisfazione la richiesta del
cardinale, mettevano a disposizione la prima nicchia nella navata laterale sinistra
ove sorgeva l’altare della Congregazione di San Pietro, eseguito tra il 1579 e il
1582248.
I lavori iniziarono nel 1678 e si conclusero nel 1688, ad otto anni di distanza dalla
morte del cardinale Nini, come testimoniato dalla lapide sotto l’edicola apposta da
Alessandro Nini, nipote del cardinale Giacomo Filippo e rettore del Duomo. Nel
marzo dell’anno successivo giungeva anche la pala che doveva completare
l’edicola; si trattava di un’opera di Francesco Trevisani raffigurante Cristo tra gli
apostoli Giacomo e Filippo, eseguita a Roma249.
Negli archivi dell’Opera Metropolitana si conservano i pagamenti dell’abate
Alessandro Sozzini a favore di Francesco Trevisani per l’opera commissionata dal
cardinale Flavio Chigi e destinata all’altare del Nini; dai documenti si apprende
che il 23 dicembre del 1688 il Sozzini faceva un primo versamento di cinquanta
1.1
248
L’altare era stato realizzato per volere della congregazione senese dagli scalpellini
Girolamo del Turco e Piero di Benedetto da Prato. M. Butzek, Il Duomo di
Siena…op.cit., p. 286.
249
Archivio dell’Opera Metropolitana di Siena (d’ora in poi AOMS), vol. 713, fasc. 1, nr.
176, 214; la tela arrivava a Siena il 28 marzo. G. A. Pecci, Relazione delle cose più
notabili…op. cit., pp. 7-9; E. Romagnoli, Cenni storico-artistici di Siena e de’ suoi
suburbi, Siena 1840, p. 13. Si rimanda anche alla scheda dell’opera di Francesco
Trevisani a cura di Margherita Anselmi Zondadari in Alessandro VII…op. Cit., pp.496497.
81
scudi al Trevisani e che il 7 marzo del 1689 l’abate versava il saldo di altri
cinquanta scudi al pittore250.
Non sappiamo, al momento, se la scelta di far eseguire la pala a Francesco
Trevisani sia imputabile esclusivamente al cardinale Chigi, né se il Nini avesse
dato disposizioni in merito all’artista che avrebbe dovuto realizzare l’opera;
tuttavia, dagli anni ottanta il Trevisani veniva impiegato assiduamente da Flavio
Chigi in molte delle sue commissioni.
Proprio grazie all’appoggio del Chigi il Trevisani si affermò sulla scena
romana, portando avanti un linguaggio che coniugava elementi della pittura
romana con quelli della pittura veneziana; linguaggio che trovò grande consenso
nella Roma di secondo Seicento. Anche dopo la morte del cardinale Chigi il
pittore riceverà numerose commissioni a Roma, realizzando opere in cui i densi
impasti e i forti accenti luministici di derivazione veneta si fondono con la
plasticità romana, in eleganti composizioni dai piani equilibrati251.
Nella pala per l’altare del Nini, la cultura romana traspare dal piccolo brano
paesaggistico sullo sfondo ed attraverso la ripresa di modelli ben consolidati di
Pier Francesco Mola nella rappresentazione della gloria del Dio Padre sorretto
dai Cherubini, le citazioni moliane si esplicano sia nelle tonalità che nel
dinamismo, accentuato dai mossi panneggi; a toni cristallini e abbacinanti è
affidata la costruzione delle figure nel registro inferiore.
1.1
250
AOMS, vol. 115, ins. 15, c. 2r. Si conserva anche la dichiarazione del Trevisani che
ammette di aver ricevuto, il 7 marzo, il saldo di 109 scudi per la tela «da destinarsi
all’altare senese»
251 Francesco Trevisani (Capodistria 1656- Roma 1746 ). Cfr. L. Pascoli, Vite de pittori,
scultori ed architetti moderni, Roma 1730- 1736; F. Di Federico, Studies in the art of
Francesco Trevisani: a contribution to the history of roman painting 1675- 1750, New
York 1970; Id., Francesco Trevisani, eighteenth- century Pianter in Rome, Washington
1977.
82
I documenti pubblicati dal Golzio attestano i vari incarichi chigiani affidati al
Trevisani; tra queste giustificazioni di pagamento alcune possono essere
ricondotte alla commissione senese per l’altare del Nini252. Senza specificarne
dettagliatamente il soggetto in questi mandati si fa riferimento ad un’opera
realizzata per conto del cardinale Chigi, da destinarsi al Duomo senese; le date di
tali giustificazioni sono direttamente rapportabili a quelle dei pagamenti fatti dal
Sozzini al Trevisani e conservati presso l’archivio senese.
Secondo gli storici il Chigi aveva un ruolo di intermediario tra i rettori dell’Opera
del Duomo e l’artista più che di vero e proprio committente, mettendo anche a
disposizione dei rettori senesi il suo conto romano; in questo modo si
giustificherebbero i doppi pagamenti, dal Sozzini e dal Chigi, per la medesima
opera. Il Sozzini, in quanto amministratore dei beni del Nini, concedeva ai rettori
la somma pattuita che veniva poi versata al Chigi, il quale, a sua volta, disponeva
il pagamento per il Trevisani.
Ciò che fin ora è sfuggito agli storici è la natura del pagamento di un’altra opera
del Trevisani, destinata anch’essa al duomo di Siena, la pala con il Martirio dei
santi Quattro Coronati253.
Il Pascoli nelle biografia del Trevisani ricordava che il cardinale Chigi aveva
commissionato all’artista due tele da destinarsi al duomo senese, il martirio
appunto e un Cristo tra gli apostoli Giacomo e Filippo; lo storico trattava le due
opere come un’unica commissione254.
Negli studi sul duomo di Siena, senza dar troppo peso alle parole del Pascoli, la
pala del Martirio è stata da sempre collegata ad una committenza voluta e spesata
1.1
252 V. Golzio, Documenti…op.cit., pp. 296, 298, nr. 2060, 2320, 2443.
253
Si tratta di un’opera molto importante per il percorso di Francesco Trevisani; in questa
tela la luce scolpisce plasticamente i corpi e la drammaticità dell’evento è amplificata
dagli impasti densi e dalle tonalità sommesse.
254
L. Pascoli, Vite…op. cit., p. 780.
83
dall’Opera stessa (per l’altare delle arti dei muratori e degli scalpellini rinnovato
tra il 1685 e il 1687) che, anche in questo caso, si era servita dell’appoggio del
Chigi.
Nei documenti dell’Archivio dell’Opera Metropolitana, però, anche i pagamenti
per questa opera, così come quelli per il Cristo con i santi Apostoli Giacomo e
Filippo, sono ricondotti all’abate Alessandro Sozzini e poiché il Sozzini non ebbe
altri incarichi nei confronti dell’Opera Metropolitana, se non quelli legati al
beneficio del Nini, è possibile che anche tale commissione sia da riferirsi alle
volontà del cardinale Giacomo Filippo Nini.
Nello specifico viene documentato che il Sozzini il 10 gennaio 1685 versava un
primo anticipo di cinquanta scudi al pittore, per la suddetta pala; il 3 maggio 1687
veniva eseguito un secondo pagamento di venticinque scudi ed il saldo, invece,
risaliva al 27 novembre dello stesso anno255.
Così come per la pala del Cristo tra i santi apostoli Giacomo e Filippo anche per
il dipinto del Martirio dei santi Quattro Coronati non abbiamo ulteriori
indicazioni tra la documentazione del cardinale Nini, né in quella dello stesso
Alessandro Sozzini, che possano aiutare a chiarificare l’intera vicenda.
2.2.
Il testamento
In quelli che sono i contorni sfumati del cardinale Giacomo Filippo Nini il
testamento consente di fissare con chiarezza alcuni punti cardine, sui quali poter
1.1
255
I pagamenti sono emersi in seguito alle ricerche di Monika Butzek. AOMS, voll. 712,
fasc. 6, nr. 83, 124; 713, fasc. 1, nr. 9, 17.
84
ricostruire la figura del Nini; si tratta di una testimonianza fondamentale per
mettere a fuoco, con certezza, le attitudini, le frequentazioni, lo stato economico
del personaggio.
Il Nini moriva nel suo letto l’undici agosto del 1680256 a seguito di una lunga
malattia, non sappiamo cosa affliggesse il cardinale ma le fonti ricordano che sin
dalla gioventù il Nini non godeva di buona salute; anche nella sua corrispondenza
difatti, in più di un’occasione, si fa menzione alle cagionevoli condizioni di salute
ed alla urgente necessità di allontanarsi per qualche tempo da Roma257.
Il decesso veniva certificato presso il notaio dal Maestro di Casa Gregori e
dall’abate Sozzini258 e nel pomeriggio della stessa giornata si procedeva
all’apertura del testamento.
L’atto, rinvenuto da chi scrive presso l’Archivio di Stato di Roma, porta la data
del 3 agosto 1680 ed è rogato per gli atti del notaio Agostino Sabatucci259.
Il Nini si dichiarava «indisposto di corpo» e chiedeva di essere sepolto nella
basilica di Santa Maria Maggiore, a cui destinava i suoi paramenti ricamati d’oro.
Dopo aver raccomandato la propria anima alla Vergine ed a tutti i Santi ed aver
richiesto le consuete messe di requiem, il cardinale passava ad elencare le sue
disposizioni e volontà.
Per prima cosa, e di grande interesse al fine delle nostre ricerche, il cardinale Nini
disponeva che, fatti salvi i legati predisposti, tutti i suoi beni fossero messi in
1.1
256
AStV, Parrocchia di Santa Maria in Via, Libro dei Morti, vol. 18 D dal 1665 al 1714,
c. 13.
257 ASV, Segreteria di Stato, Cardinali, vol. 32, f. 262; vol. 35, f. 41
258 ASV, Notai A. C., Testamenti e Donazioni, vol. 60, f. 177.
259 ASR, Notai A. C., Testamenti e Donazioni, vol. 60, ff. 178- 179 cfr. Infra, Appendice
Documentaria.
85
vendita «con la celerità et utile possibile», per far fronte ai vari creditori260. Come
molti dei collezionisti del Seicento anche il Nini, dunque, si vide costretto ad
alienare i propri beni per far fronte alle difficoltà economiche, ma a differenza di
quanto accadeva per le grandi raccolte romane il cardinale non poneva nessun
vincolo sulla vendita, non specificava cioè se il suo patrimonio dovesse essere
venduto in blocco o con qualche particolare accorgimento261.
L’esecutore testamentario, cioè Flavio Chigi, avrebbe stimato il valore
patrimoniale dei beni del Nini e si sarebbe occupato della vendita per poi
depositarne il ricavato presso il Banco del signor Vincenzo Mauri; il Nini
conferiva al cardinale Chigi la piena facoltà di amministrarne il patrimonio, con
potere decisionale anche sull’erede universale.
In realtà, come si appura da un secondo documento datato primo novembre 1680,
ugualmente depositato presso il notaio Sabatucci, il Chigi delegava al suo
maggiordomo, Alessandro Capizuchi, l’amministrazione dei beni del cardinale
Nini e l’estinzione dei relativi debiti262.
Il Nini procedeva poi ad elencare i vari legati previsti, destinando al convento dei
Nuovamente Convertiti alla Fede Cattolica un lascito di quindicimila scudi, da
reinvestirsi in altrettanti luoghi di monte. Il convento dei Convertiti, almeno dal
1675 in poi, si trovava presso l’ospizio della chiesa di Santa Maria delle Grazie in
via di Porta Angelica; la chiesa con i locali adiacenti fu demolita nel 1936 per la
sistemazione dei Borghi e fu poi ricostruita al Trionfale263.
1.1
260 Al testamento però non viene accluso l’elenco dei beni del Nini né una stima parziale
di essi; probabilmente il Nini aveva già dato al Chigi la lista come spiegava aveva fatto
per i creditori.
261
Dalla documentazione rinvenuta, inerente alla situazione economica del cardinale, è
emerso che il Nini, molto spesso, faceva da garante per debiti contratti da terzi.
262 ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 6424, ff. 120v- 122r; ff. 540v- 546v.
263 Nel 1675 Papa Clemente X Altieri concedeva ai Convertiti l’uso degli spazi di Santa
Maria delle Grazie. Purtroppo non è stato possibile trovare notizie del convento anteriori
86
I lasciti che si susseguono nel testamento confermano l’appartenenza del Nini a
quell’ambiente relazionale precedentemente delineato; fra i beneficiari ritroviamo,
infatti, parte dell’entourage alessandrino, dalla famiglia Chigi ai cardinali Cybo,
Ottoboni, Vidoni, Caraffa, Rospigliosi, Omodei, alla regina Cristina di Svezia.
Per quest’ultima il Nini sceglieva tra le sue opere la tela del Correggio Mulo con
Mulattiere, evidentemente il cardinale era ben consapevole dei gusti
collezionistici della sovrana dato che avrebbe anche potuto optare, per rimanere
nell’ambito degli acquisti di Cristina, verso un dipinto del Carracci, del
Lanfranco, del Tintoretto o del Veronese.
Ad Innocenzo XI, anche lui vicino alla regina di Svezia ed appartenente al gruppo
dello «Squadrone Volante», il Nini offriva la Santa Caterina di Guido Reni.
Entrambe le opere erano state descritte anche dal Silos, nel 1673, che ne riportava
la medesima attribuzione264; la paternità dei soggetti verrà riconfermata anche
nella successiva storia collezionistica di queste opere. La tela del Correggio
figurava nell’inventario di Cristina di Svezia del 1689, pubblicato dal Campori265,
ed ancora nella Nota dei quadri, del 1703, analizzata da Silvia Danesi
Squarzina266, ma in nessuno di questi documenti si menzionava la provenienza
dell’opera.
1.1
a tale data; non si sa neppure che tipo di legame ci fosse tra il convento ed il cardinale
Nini che per quanto ne sappiamo non sembra abbia mai officiato in tale congregazione o
ne fosse stato il protettore. ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 6441, ff. 132v- 152v.
264
J. M. Silos, Pinacotheca…op. cit., pp. 66, 78.
265
G. Campori, inventari inediti…pp.
266
S. Danesi Squarzina, La collezione di Cristina di Svezia …op. cit., pp. 43- 89. La
Basile Bonsante ricorda che dans le cabinet de M.eur le Duc d’Orleans”- Mercuri de
France, marzo 1722 f.6- passato alla Galleria Sutherland, già nel 800 non fu ritenuto
autografo- De Vito Battaglia, Correggio- opera perduta
87
Un discorso diverso invece si ha per il lascito disposto a favore del cardinale
Luigi Omodei, il prelato, infatti, rammentava nel proprio testamento una «Santa
Apollonia con ornamento d’argento»267 donatagli dal Nini.
Il Nini designava poi una galanteria ciascuno, a discrezione dell’esecutore
testamentario, per i suoi «parzialissimi amici», i cardinali Agostini e Fani.
I legati predisposti, da quelli per i Chigi a quelli per i suoi familiari, aiutano a
meglio delineare i gusti artistici del Nini ed ad avere una visione più completa
sulla sua raccolta; attraverso di essi è possibile, ad esempio, venire a conoscenza
della collezione di suppellettili, arredi e vasellame d’oro e d’argento che il Nini
possedeva, come già Alessandro VII e Flavio Chigi.
Il documento consente di far luce anche sui rapporti familiari del
cardinale, fornendo poche indicazioni utili a contestualizzare ulteriormente le
notizie ricavate dalle altre fonti. Dal testamento veniamo a conoscenza che
Adriano Nini, capitano di fanteria ad Avignone nel 1660 e per qualche tempo al
servizio di Alessandro VII268, alla sua morte aveva lasciato tutti i suoi beni al
cardinale; il cardinale Nini, a sua volta, disponeva che di questa parte dell’eredità
ne beneficiasse il fratello Tommaso, residente a Siena. Carlo invece veniva
nominato erede universale di tutti i rimanenti beni ed a lui il cardinale Nini
lasciava anche una casa a Tuscolo, situata «nella via che scende dalle scuole pie
vicino ai possedimenti di Alessandro de Bianchi»269.
1.1
267
L. Spezzaferro, Pier Francesco Mola…op.cit., p. 56.
ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 6429, ff. 469v- 470r; Cfr. Infra, Appendice
Documentaria.
269
ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 6431, ff. 134v- 145r.
268
88
Bernardino apparentemente non veniva contemplato tra i vari legati; in realtà, da
altri documenti, apprendiamo che qualche anno prima gli era stata conferita una
pensione di cinquecento scudi annui proveniente dalle mense del cardinale270.
La figura di Bernardino meriterebbe ulteriori approfondimenti nel contesto di
rapporti tra Roma e Siena, vi sono delle testimonianze, infatti, che fanno
menzione al suo ruolo di mediatore tra i rettori dell’Opera Metropolitana e il
cardinale Flavio Chigi, anche dopo la morte del cardinale Giacomo Filippo271.
Nel documento, infine, il cardinale Nini menzionava anche i suoi beni
patrimoniali senesi ma, allo stato attuale delle ricerche, non siamo in grado di
ricostruirne i dettagli.
2.3.
La Collezione e l’inventario parziale dei beni.
Altrettanto difficoltosa è la ricostruzione degli acquisti che portarono alla
formazione della raccolta del cardinale; nel 1664 il Bellori, nella sua Nota delli
Musei, Librerie e Gallerie annoverava tra le collezioni degne di rilievo anche
quella del Nini che ospitava
1.1
270
ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 6429, ff. 469v- 472r.
Il Chigi il 7 gennaio 1683, ad esempio, affidava a Bernardino il sopralluogo dei lavori
per la Cappella del Voto; Ariccia, Archivio Chigi: Siena, n.181; pubblicato parzialmente
dal Golzio. ASR, Notai A.C, Instrumenti, vol. 6429, ff. 650r. Anche le lettere del
corrispondente dei medici, Giovanni Battista Quadratesi, riferiscono del coinvolgimento
di Bernardino per i lavori di Flavio Chigi nel Duomo senese. M. Butzek, Il Duomo di
Siena…op. cit., p. 69.
271
89
Ornamenti di scolture, & di pitture: tra queste san Giovanni giovinetto a sedere nel
deserto, che addita Cristo, & Madalena in mezza figura di Annibale Carracci; due
ritratti ginocchioni a guazzo del Parmegianino, & una Predica di San Giovanni di
Pier Francesco Mola, co diverse altre di eccellenti Artefici
272
.
Una breve descrizione che metteva in luce però quali erano i canoni
qualitativi della raccolta e rendeva bene l’idea di quelle che erano le predilezioni
del cardinale.
A differenza di molte delle collezioni di secondo Seicento, caratterizzate più che
altro dall’accumulo delle opere, anche di esiguo valore, per ampliarne
numericamente la consistenza, quella del Nini sembra essere orientata piuttosto
verso la qualità dei pochi pezzi.
Sebbene la frammentarietà della documentazione non permetta al momento di
avere una visione completa della collezione del Nini emerge, tuttavia, la ricerca
programmatica di un ben definito ideale artistico; non sembra erroneo affermare
che alla base della collezione Nini vi fosse una precisa volontà estetica.
Probabilmente alla raccolta il Nini non assegnava esclusivamente un valore
merceologico; il carattere semi-privato della collezione, accessibile ai pochi
intimi, potrebbe indicare che essa non era intesa unicamente come strumento
attraverso il quale attestare il proprio status sociale273.
Un altro problema che si pone per la raccolta Nini è quello delle acquisizioni;
approfonditi studi che hanno indagato recentemente alcune delle collezioni
nobiliari romane di secondo Seicento hanno rivelato che molte di queste si sono
1.1
272
G. P. Bellori, Nota…op.cit., p.35.
Non avendo una conoscenza completa dei beni del cardinale Nini si possono soltanto
fare delle ipotesi sulla base della documentazione raccolta sino a questo momento. Sul
valore della collezione all’interno del mercato economico si veda almeno il recente studio
di N. Gozzano, Resa dei Conti..op. cit., pp. 175- 185, e bibliografia ivi presente; ma
anche R. Ago, Politica economica e credito nella Roma del Seicento in La Corte di
Roma… op. cit. pp. 243- 264.
273
90
formate mediante acquisti fatti direttamente sul mercato, più che sulla
committenza.
Il mercato dell’arte era mutato e, soprattutto in questi anni, si era arricchito di una
nuova tipologia di venditori e agenti; i rigattieri, i bottegari, oltre agli stessi artisti,
disponevano di opere, di valore e non, che venivano proposte direttamente ai
collezionisti e immesse sul mercato274. Il Nini sia per i suoi stretti legami con il
Simonelli, sia per il contatto diretto con gli artisti, era certamente ben avvezzo a
questo sistema di commercio a cui aveva pieno accesso è dunque ipotizzabile che
da tale ambito venissero alcune delle sue opere, soprattutto le bambocciate che,
come vedremo, costituivano un numero cospicuo della sua raccolta.
Manca ancora uno studio sistematico sul mercato senese che potrebbe però
rivelare informazioni interessanti sulla circolazione delle opere, probabilmente per
lo più relative alla produzione cinquecentesca o di inizio Seicento. Il Nini ad
esempio possedeva un pastello di Barocci e dei «dipinti a guazzo» del
Parmigianino e sappiamo che entrambi gli artisti erano reperibili anche sul
mercato senese275.
Certamente la posizione del Nini all’interno della corte romana
incoraggiava i donativi, da parte di altri estimatori o degli stessi artisti, come era
1.1
274
Indoratori, corniciai, ma anche barbieri, sarti, coronari si improvvisavano agenti e
impiegavano i pittori da poco arrivati in città per realizzare quadri di genere, come
paesaggi e bambocciate contribuendo così alla diffusione del gusto. Sull’interessante
argomento del mercato dell’arte gli studi sono veramente numerosi, vengono qui citati i
lavori più recenti a cui si rimanda per una bibliografia completa. Tra Committenza e
Collezionismo. Studi sul mercato dell’arte nell’Italia settentrionale durante l’età
moderna, a cura di E.M. Dal Bozzolo, L. Tedoldi, Vicenza 2003; Mapping Markets for
Paintings in Europe 1450-1750,… op. cit
275
Sull’argomento si veda il catalogo della recente mostra Federico Barocci, 1535- 1612.
L’incanto del colore. Una lezione per due secoli, catalogo a cura di (Siena, 11 ottobre
2009- 10 gennaio 2010), Milano 2009. Sappiamo inoltre dalla documentazione chigiana
che il Simonelli aveva acquistato a Siena opere per conto di Alessandro VII e di Flavio
Chigi; nel 64 ad esempio acquistava per Flavio opere di Tintoretto, Tiarini e dello
Spagnoletto. Cfr. V. Golzio, Documenti..op.cit., p. 264.
91
avvenuto nel caso del Mola. Con molta probabilità come doni possono essere
classificati i disegni del Bernini in possesso del Nini; nell’inventario, che
esamineremo dettagliatamente più avanti, sono citati «due ritratti del Cav. Bernini
mezze tele da testa con sue corn.i intagl.e e dorate» e una «Figura di Ercole
schizzata su un foglietto», quest’ultima ricordata e descritta anche dal Silos276. I
disegni del Bernini non circolavano facilmente sul mercato artistico romano ma,
come emerso dagli studi della Lavin277 e da quelli più recenti di Montanari278, il
Bernini era solito donare le sue accademie a quei personaggi con cui condivideva
una profonda amicizia; le affermazioni dello stesso Bernini allo Chantelou279
tratteggiavano quella che era una pratica usuale dell’artista.
Il Grassi in un saggio su alcuni disegni dell’artista identificava l’Ercole della
collezione Nini con l’esemplare conservato al Museum der Bildenden Künste di
Lipsia, tuttavia rimane ancora da ricostruire il percorso dell’opera dalla raccolta
romana al museo280.
Il Nini aveva ricevuto delle opere in dono anche da Leopoldo de Medici, tramite
un legato testamentario; nella Nota dei quadri lasciati a diversi personaggi in data
10 gennaio 1675 si legge
1.1
276
ASR, Notai A. C., Instrumenti, vol. 6434, f. ; J.M. Silos, Pinacotheca…op.cit., p. 73.
M. Aronberg Lavin, Seventeeth Century Barberini Documents and Inventories of Art,
New York 1975. Sull’argomento si veda anche V. Martinelli, Bernini. Disegni, Firenze
1981; Id., Ritratti, caricature, composizioni, modelli, invenzioni di Gian Lorenzo Bernini
e della scuola, in Bernini in Vaticano, catalogo della mostra a cura di V. Martinelli,
Roma 1981, pp. 15-33.
278 T. Montanari, Bernini e Cristina di Svezia. Alle origini della storiografia berniniana,
in Bernini e i Chigi…op. cit., pp. 330- 477.
279 P. Fréart de Chantelou, Viaggio del Cavalier Bernini in Francia, a cura di G.
Bilancioni, Palermo 1988, p. 191.
280
L.Grassi, Gian Lorenzo Bernini e Fréart de Chantelou, Salvator Rosa e Niccolò
Simonelli: due accademie e una caricatura, in Scritti di Storia dell’arte in onore di
Federico Zeri, Milano 1984, pp. 630- 639.
277
92
mandato al signor Cardinale Nini un quadro in tela alto braccia 1 " largo braccia 1
#, dipintovi Giesù Bambino giacente sopra la paglia con scritture Delizie mee, di
mano del Volterrrano, con adornamento intagliato, dorato e traforato
281
Il 30 dello stesso mese un’altra opera veniva inviata al cardinale Nini, questa
volta si trattava di una Marina di Anonimo Olandese282; forse l’artista in
questione potrebbe essere l’Olandese delle Marine identificabile con Adrien van
der Cabel.
Il van der Cabel aveva molti estimatori nella cerchia chigiana, lo stesso cardinale
Nini ospitava nella sua collezione altre due tele dell’artista, «Paesi con sue
figurine, tela da testa corn.e dor.a intag.a mano del Vandergable [sic]»283.
Le descrizioni poco particolareggiate, la produzione quasi seriale dell’artista
rendono davvero ardua l’identificazione di queste opere ma la loro presenza
conferma ancora una volta la diffusione capillare della pittura di van der Cabel
nelle raccolte cardinalizie e nobiliari di secondo Seicento284.
La pittura di paesaggio, diffusasi come genere autonomo sin da inizio secolo, era
oramai diventata una componente essenziale delle raccolte romane285, ma non
1.1
281
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (d’ora in poi BNCF), Zibaldone
Baldinucciano, ms. II, 110, Nota dei quadri lasciati a diersi personaggi alla sua morte
dal Cardinal Leopoldo de Medici di Antonio Francesco Marmi, c.61. Cfr. M. Fileti
Mazza, Eredità del cardinale Leopoldo de Medici. 1675-1676, Pisa 1997.
282 BNCF, Zibaldone Baldinucciano, ms. II, 110, Nota dei quadri lasciati a diersi
personaggi alla sua morte dal Cardinal Leopoldo de Medici di Antonio Francesco
Marmi, c. 93; «mandato al signor Cardinale Nini un quadro alto ! largo braccia 1 1/8,
di tela mesticata di bianco fattovi come sopra vascelli e barche, con cristallo sopra e
ornamento simile, di mano del suddetto» cioè «d’ebano scorniciato liscio, di mano di
N.N. Olandese».
283
ASR, Notai A. C., Instrumenti, vol. 6434, f.
284
G. Capitelli…in Pittura di Paesaggio. Il Seicento a cura di, Milano 2006, pp.
285 La letteratura artistica sull’argomento è davvero vastissima, si forniscono qui alcuni
dei testi principali a cui si rimanda per uuna bibliografia completa. L’ideale classico del
Seicento in Italia e la pittura di paesaggio, catalogo della mostra a cura di C. Gnudi
(Bologna 8 settembre- 11 novembre 1962), Bologna 1962; Natura morta, pittura di
paesaggio e il collezionismo a Roma nella prima metà del Seicento, a cura di S. D.
Squarzina, Roma 1996; Classicismo e Natura. La lezione del Domenichino a Roma,
catalogo della mostra a cura di D. mahon, C. Strinati (Roma 15 novembre 1996- 2
93
solo, e quella del Nini non faceva eccezione; tra le opere possedute dal cardinale
ritroviamo cascate, paesaggi con ruscelli, scene agresti di pastori con armenti,
boschi, favole mitologiche che erano solo un pretesto per far rivivere una natura
bucolica e sentimentale.
Esaminando le tele scelte per rappresentare la pittura di paesaggio sembra quasi
che il cardinale abbia voluto compendiare la natura in tutte le sue espressioni
pittoriche, ripercorrendo il percorso evolutivo della pittura di paesaggio, dalle sue
prime manifestazioni come genere autonomo ai successivi sviluppi nelle sue varie
forme.
Il Nini aveva dato ampio spazio ai quadri di genere, dai paesaggi incontaminati
alle vedute con personaggi, dalle marine alle battaglie, dalle nature morte alle
bambocciate; i soggetti potevano essere abbastanza usuali come un «Paese
grande oscuro con molti sassi, e in mezzo alcuni alberi tela lunga assai», un
«pastore che suona la piva con cane, e capre», oppure essere piuttosto singolari
come ad esempio la tela di «Una femina che con mollette in mano piglia un
carbone da un bragiere», di un «Huomo che mangia maccaroni» o di «Una
locusta».
Le poche tracce a nostra disposizione sulla collezione del Nini conducono a quelli
che erano gli interessi all’interno del milieu alessandrino; il raffronto con le
raccolte dei cardinali Chigi, Omodei, Rospigliosi, Vidoni, rivela una affinità di
intenti ed una corrispondenza di gusti artistici, che rientravano in quella che era la
cultura chigiana, a cui abbiamo precedentemente accennato.
1.1
febbraio 1997), Milano 1997; G. Capitelli, Il paesaggio italianizzante, in La pittura di
paesaggio in Italia. Il Seicento, a cura di L.Trezzani, Milano 2004, pp. 213-232; Archivi
dello sguardo. Origini e momenti della pittura di paesaggio in Italia, atti del convegno a
cura di F. Cappelletti (Ferrara 22- 23 ottobre 2004), Firenze 2006.
94
La comune adesione ad un determinato ideale artistico non si traduceva
esclusivamente nell’impiego degli stessi artisti ma anche attraverso la scelta dei
medesimi soggetti, con ampio spazio anche alle copie286.
Le similitudini tra la raccolta di Flavio Chigi e quella di Giacomo Filippo Nini,
seppur più modesta, per lo meno secondo i documenti rinvenuti sin ora, sono
davvero stringenti ed in alcuni casi le opere sono identiche, come nel caso della
singolare «Pescaria con figura d’un vecchio, che tiene un Luccio»287.
È importante segnalare che in più di un’occasione il cardinale Nini si servì delle
commissioni chigiane per ottenere delle opere per la propria raccolta; ad esempio
nel 1662 richiedeva per sé uno dei quattro ritratti di Flavio Chigi commissionati al
Morandi288.
Tra le consonanze artistiche riscontrabili fra le personalità della cerchia chigiana
quella nei confronti delle caricature è, a nostro avviso, di particolare interesse; tali
soggetti incontravano le predilezioni della corte alessandrina e, anche in questo
caso, nelle raccolte se ne trova una traccia consistente.
Secondo chi scrive questa predilezione è strettamente connessa alle dissertazioni
erudite che si tenevano nell’Accademia degli Umoristi e in quella degli
Intrecciati, a cui la cerchia chigiana prendeva abitualmente parte. Scorrendo i
registri dei verbali ci si imbatte con una certa assiduità in discorsi sugli umori,
sulla liceità del pianto e del riso e più esplicitamente «sopra li disegni, chiamati
1.1
286
Per una interessante proposta interpretativa delle copie cfr. L. Spezzaferro, Pier
Francesco Mola… op. cit.; Id., Le contraddizioni del pittore…op. cit.
287
Nelle giustificazioni di pagamento del Chigi in data 11 agosto 1660 venivano pagati a
Michele Pace trenta scudi per un quadro con una figura che «tiene un pescie storione». V.
Golzio, Documenti..op. cit., p. 281, 3396. Nell’inventario del Nini la tela non reca nesuna
attribuzione.
288
V. Golzio, Documenti..op. cit., p. 285, 4499, del 28 settembre 1662; anche in questo
caso il ritratto del Chigi nell’inventario del Nini è registrato senza alcuna attribuzione.
95
caricature»289, a cui erano presenti i cardinali Chigi, Azzolino, Rospigliosi, Nini,
Omodei, per citarne che alcuni.
A questi discorsi si possono collegare le numerose «Teste che ghignano», che
piangono, «smorfiose» e le figure caricate presenti nelle varie raccolte
esaminate290; forse si tratta di pura casualità ma la presenza nella collezione Nini
di un «disegno d’una caricatura con gran naso che fa ombra» richiama alla
mente il discorso sul «Nano che col naso suo grande fa l’orologio d’ombra»
recitato all’Accademia degli Intrecciati nel 1667, alla presenza del prelato
senese291.
Lo stesso Nini potrebbe aver avuto un ruolo alla diffusione della pratica di
collezionare caricature nella cerchia alessandrina; secondo le notizie fornite dal
corrispondente genovese, infatti, il cardinale faceva eseguire al suo aiutante di
camera i ritratti caricati di tutti coloro che andavano a visitare il Pontefice e dava
poi questi «scherzi» ad Alessandro VII o a chi li richiedeva292.
Ferdinando Raggi, in una successiva missiva inviata alla Repubblica genovese,
identificava l’aiutante di camera del Nini in un certo Vallè fiammingo, senza però
fornire ulteriori notizie.
Il personaggio potrebbe essere forse identificato nel pittore fiammingo Antonio di
Valle che sappiamo fu molto richiesto dai paesaggisti per le sue figure293; il Nini
1.1
289
L. Alemanno, L’Accademia degli Umoristi…, op.cit. pp. ; S. Cartari, Discorsi…op.
cit., Accademia nr. LII del 13 settembre 1659.
290
Tra i beni del Chigi nel Palazzo in Villa Versaglia, sono inventariati una «testa che
piange», una «testa che sghigna», una «testa smorfiosa», «quattro figure che ridono» ed
altre tele di analogo soggetto. L’inventario è stato pubblicato a cura di F. Petrucci,
Appendice Documentaria III, in I giardini Chigi …op.cit., pp. 464- 495
291
Accademia nr. LXIV del 11 aprile 1667.
292
ASG, Archivio Segreto, Ambasciatori Roma, Vol. 2369, mazzo 28. Il passo è riportato
anche in A. Neri, Saggio sulla corrispondenza di Ferdinando Raggi…op. cit, p. 672.
293
Antonio de Wael secondo il Baldinucci lavorò molto come collaboratore di
Bartolomeno del Rosa, allievo di Salvator Rosa «L'artista napoletano non ebbe altro
allievo se non Bartolomeo detto del Rosa che molto operò in quadri di due i tre braccia
96
era sicuramente in contatto con l’artista di cui conservava, tra l’altro, «quattro
paesi grandissimi» ed almeno tre Battaglie.
Vale la pena ricordare che esistono tre caricature note del cardinale Nini; una di
queste appartiene al Codice Chigi della Biblioteca Apostolica Vaticana294, le altre
due sono conservate rispettivamente al Gabinetto Nazionale delle Stampe e dei
Disegni di Roma e alla Pierpont Morgan Library, collezione Janos Scholz di New
York 295.
Sulla paternità di queste opere la critica non è concorde, il Grassi attribuiva i
disegni italiani al Bernini mentre Brauer e Wittkower, che si erano occupati del
solo foglio chigiano, negavano tale attribuzione; Manuela Kahn Rossi, che ha reso
noto l’esemplare di New York, vi riconosceva invece la mano del Mola296.
I fogli presentano delle differenze ma chiaramente si tratta dello stesso
personaggio, identificato nel Nini dalla didascalia apposta sul disegno del
Gabinetto delle Stampe e su quello Newyorchese. Una chioma riccioluta fino le
spalle ed un mento sporgente caratterizzano la figura ma nel soggetto del
Gabinetto delle Stampe e in quello della Morgan Library la dentatura è fortemente
accentuata.
1.1
al più: i quali anche da qualche intelligente dell'arte, furono talora creduti di mano del
maestro suo. Egli è però vero, che Bartolomeo non seppe far le figure: e si serviva per
ornare di esse i suoi paesi di un tale Antonio de Wael Fiammingo, pittore universale, che
poi a Roma finì la sua vita, percosso da un fulmine nel proprio letto» Baldinucci, Notizie
de Professori…vol 5 p. 502. A. Bertolotti Artisti belgi ed olandesi in Roma nei secoli
XVI e XVII, Roma 1880, «questa notte la saetta ha ammazzato Antonio della Valle
fiammingo pitore, che sta morto nel letto della casa posta alla salita di San Giuseppe a
Capo le Case», p. 580.
294
BAV, Codice Chigi, P. VI 4, f. 10 r, pubblicato in H. Brauer , R. Wittkower, Bernini’s
Drawings, Berlino 1931, Tavola 150 A.
295
Gabinetto Nazionale delle Stampe e dei Disegni di Roma, D.IV.
296
M. Kahn Rossi, Pier Francesco Mola e la caricatura in Pier Francesco Mola… op.
cit., pp. 121- 133; la studiosa interpretando erroneamente la didascalia, «al cardinal
Mini», propone di riconoscere nell’effigiato uno dei personaggi di Cervantes.
97
Confrontando questi schizzi con l’incisione del Nini fatta da François Spierre su
disegno del Gaulli, al momento unico ritratto noto del cardinale297, si nota una
effettiva somiglianza.
Fare chiarezza sull’autore di questi fogli permetterebbe sicuramente di acquisire
dettagli importanti sulla figura del Nini; alla luce di quanto riportato dal Raggi
non è escluso che il Wael possa essere l’esecutore di una di queste caricature, ma
al momento non esiste un corpus grafico dell’artista che consenta di fare le dovute
valutazioni.
Accanto alle attenzioni per la pittura di genere la raccolta del cardinale
Nini tradiva una predilezione per il colorismo veneto ed emiliano, documentato
dai maestri della grande stagione veneziana e dalla pittura lombarda del primo
Seicento.
Ampio spazio veniva dato anche alla produzione moderna di artisti formatisi nel
mito della pittura sentimentale del secolo precedente; un filo conduttore legava
Tiziano e Veronese alle tonalità del Mola, attraverso gli impasti cromatici e la
sensibilità di Annibale e Lanfranco.
Fondamentale alla ricostruzione della raccolta del cardinale Nini è stato il
ritrovamento di un inventario parziale dei beni, presso l’Archivio di Stato di
Roma.
L’atto, datato 14 settembre 1681, fu redatto in occasione della riscossione del
lascito ereditario disposto dal Nini a favore del convento dei Convertiti;
1.1
297
Nel recente lavoro a cura di M. Fagiolo Dell'Arco, Il Baciccio: Giovan Battista Gaulli,
1639-1709, Milano 2005, tra il regesto delle opere dell’artista non è menzionato tale
ritratto. L’opera del Baciccio fornì forse da modello per il ritratto del Nini esistente nella
Sala dei Papi della basilica di Santa Maria Maggiore, attribuito dalle fonti alla bottega del
Gaulli. La particolare collocazione dell’opera non rende agevole una sua analisi.
98
dell’iniziale legato di quindicimila scudi, previsto dal cardinale, ne venivano
versati duemila in contanti e novemilaquattrocentosettanta in beni mobili298.
Si tratta di un inventario topografico di trecentotrenta opere stilato dopo che parte
dei beni del Nini erano già stati venduti299; non viene seguito un unico criterio
inventariale ma si passa da pochi e sommari cenni a descrizioni più dettagliate,
corredate dalle misure e dalle specifiche sulla cornice, quando presente.
Dalla descrizione non sembra esistere un determinato progetto espositivo, le scene
sacre si avvicendano ai ritratti, ai paesaggi ed alle favole mitologiche un po’
ovunque, senza alcun ordine, ma poiché si tratta solo di parte della raccolta non è
possibile averne la piena certezza. In alcune stanze, tuttavia, la pittura di genere
pare avere la prevalenza sugli altri soggetti ma, ad ogni modo, permane un gusto
eclettico nella rassegna delle opere che sembra essere alla base di tutta la raccolta.
Sono circa ottanta le opere che recano un’attribuzione e da un riscontro iniziale
paiono essere quasi tutte abbastanza attendibili; certo destano forti perplessità la
tavola di Andrea Mantegna e le tele di Caravaggio, le cui opere erano oramai un
simbolo per le collezioni romane degne di nota.
In alcuni casi, tuttavia, i soggetti sono così generici e tipici della produzione
dell’artista in oggetto che non è possibile tentarne un’identificazione, lo sono ad
esempio le due Battaglie del Borgognone, le Marine del Tassi, i «Cinque
elegantissimi vasi» di Mario dei Fiori e i Paesaggi con figurine del Brill.
Gli artisti che ricorrono con più assiduità sono Tintoretto, Bassano, Annibale,
Lanfranco, Tassi e Mola; la presenza del Rosa è affidata ad una sola opera, una
«veduta di boschi e campagna detta comunemente paesaggio», il che è piuttosto
1.1
298
ASR, Notai A. C., Instrumenti, vol. 6434, ff. 101- 117. In realtà vi è una leggera
discrepanza tra la stima dei beni dell’inventario e quella fornita dall’atto di riscossione,
quest’ultima ammonta infatti a 9630 scudi.
299
Nella lista non figurano molte delle opere documentate dalle fonti.
99
singolare date le frequentazioni e gli interessi del cardinale precedentemente
delineati.
È pur vero che molte delle opere senza attribuzione sono perfettamente
riconducibili alla produzione di Salvator Rosa, ad ogni modo il Silos ricordava
almeno un’altra opera dell’artista nella collezione del Nini, le Tre Marie al
Sepolcro. Le misure indicate dalle fonti corrispondono con quelle dell’esemplare
oggi conservato al Davis Museum di Wellesley300; quest’opera inedita fu
acquistata dal gallerista Julius Weitz sul mercato antiquario e donata poi, nel
1959, dai coniugi Solomon al museo americano301.
Il Davis Museum custodisce un’altra opera proveniente dalle acquisizioni Weitz
che potrebbe essere riconducibile alla raccolta Nini; si tratta di Lazzaro e il Ricco
Epulone di Giacomo Bassano, anche in questo caso le misure sono quasi
identiche302. In realtà questo soggetto fu replicato in numerose varianti nella
bottega dei Bassano ma la descrizione dell’opera del Nini, fornita dal Silos,
consente di restringere notevolmente il campo; bisogna, tuttavia, approfondire
ulteriori elementi prima di confermarne l’identificazione.
In altri casi il riconoscimento delle opere Nini è abbastanza univoco; uno di questi
casi è riferibile ad un’opera di Giovan Battista Passeri, l’Adorazione dei Magi. Si
tratta di un tema piuttosto raro nella produzione dell’artista e ciò rende
sicuramente più semplice l’identificazione; l’unica tela al momento nota con tale
1.1
300
Tre Marie al Sepolcro, olio su tela, 130 x 90 cm, Wellesly, Davis Museum. Caterina
Volpi, in linea con quanto sostenuto da Salerno, aveva riconosciuto l’esemplare del Nini
nell’opera conservata al Ringling Museum of Art di Sarasota; in realtà le misure non
corrispondono con quelle riportate nell’inventario del Carpio. Cfr. C. Volpi, Salvator
Rosa...op. cit. p. 131.
301
Ringrazio Dabney Hailey, curatrice del Davis Museum, per le preziose indicazioni
gentilmente fornitemi.
302
Il Ricco Epulone, olio su tela, 95 x 65 cm. Wellesly, Davis Museum.
100
soggetto è quella conservata alla Picuick House, attribuita all’artista dal Voss303.
Ci sembra interessante sottolineare che nel 1654 il Passeri teneva un discorso
sull’Adorazione dei Magi presso l’Accademia degli Intrecciati304.
Nell’inventario nutrito corpo di opere è attribuito al Lanfranco, tra queste vi è
«una Madonna col Bambino e S. Gioseppe, che mostra volergli dare certi frutti
con due Angeli con palma alla mano»; la descrizione rimanda chiaramente al
miracolo dei datteri, l’episodio narrato nel vangelo apocrifo di San Matteo.
Alla fine degli anni ottanta è apparso sul mercato antiquario londinese un quadro
da stanza del Lanfranco con tale soggetto; Schleier che si è occupato dell’opera
ne ha rintracciato la provenienza in una collezione privata svizzera305.
L’episodio raffigurato segue il testo del vangelo e riprende la tradizione
iconografica che risale al Correggio. Il Lanfranco raffigura Maria seduta
all’ombra dell’albero con il bambino al suo fianco, alle loro spalle gli angeli con i
rami della palma in mano mentre Giuseppe, appoggiato ad una sella, si tende in
avanti per offrirle i datteri. Le figure sono assorte nella loro profonda intimità ed
un paesaggio crepuscolare accoglie la scena; il tono lirico dell’opera sembra
anticipare il sentimentalismo che sarà poi del Mola.
La tela, per il modellato delle figure, per la resa dei panneggi ed i toni argentei è
riconducibile alla produzione degli anni 1619- 1621306.
Tra le opere dell’artista l’inventario del Nini ricorda anche due Istorie, in tela
d’imperatore, una delle quali è certamente identificabile con la favola di Rinaldo e
1.1
303 H.Voss, . Adorazione dei Magi, Scozia, Picuick House, 44 x 35 cm, circa.
304
Cartari, Discorsi…op. cit., Accademia nr. XLVI del 13 gennaio 1654.
305
Il Riposo durante la fuga in Egitto, olio su tela, 112 x 94 cm, Londra, mercato
antiquario.
306
E. Schleier, scheda in Baroque III. 1620- 1700, catalogo della mostra a cura di, Londra
1986, Londra 1987; Id., scheda in Pier Francesco Mola…op.cit., pp. 302- 303;
101
Armida descritta dal Silos307. Secondo la descrizione del letterato il Lanfranco
avrebbe scelto di rappresentare il momento dell’ abbandono di Armida, narrato da
Tasso nella stanza 62 del XVI canto della Gerusalemme Liberata308.
In collezione privata svizzera si conserva l’Addio di Rinaldo ad Armida firmato e
datato 1614309; di quest’opera se ne era occupato lo Schleier ricollegandola senza
ombra di dubbio alla tela descritta dal Silos. Secondo il critico, il Lanfranco nel
1639 avrebbe donato l’opera all’ ambasciatore straordinario François-Annibal
d’Estrées, a Roma dal 1636 al 1640, che l’avrebbe poi venduta310.
Già nel 1662 esisteva però una copia della tela, registrata nell’inventario di Felice
Zacchia Rondinini come «dicesi del Lanfranco». La tela «di Armida quando
Rinaldo la lascia» nell’inventario Rondinini era registrata con il pendant Orlando
e Rodomonte, ciò porterebbe a credere che anche nella collezione Nini i due
soggetti fossero affiancati.
Le sculture sono completamente assenti nell’inventario ma sappiamo che il
cardinale aveva nel suo palazzo una «stanza delle Statue», com’era consuetudine
nelle dimore nobiliari romane del Seicento.
Le raccolte di statue ed antichità, a differenza di quelle di quadri e di scultura
moderna, «si presentavano in certo qual modo omogenee»311modulate su una lista
di soggetti da cui non si poteva prescindere.
1.1
307
J. M. Silos, Pinacotheca…op.cit., pp. 77-78.
T. Tasso, Gerusalemme Liberata, a cura di L. Carretti, Torino 1993.
309
L’addio di Rinaldo ad Armida, olio su tela, 109 x 178 cm circa, Svizzera, Collezione
Privata.
310
E. Schleier, scheda in Giovanni Lanfranco un pittore barocco tra Parma, Roma e
Napoli, catalogo della mostra a cura di E. Schleier, Roma 16 marzo- 16 giugno 2002, pp.
118- 119; Id., Lanfranco, Perrier, Simon et Aubin Vouet: quelques points de contact, in
Simon Vouet, acte du colloque international, Paris 1992, pp. 220- 224; Idem, ad vocem
Giovanni Lanfranco, in La pittura in Italia. Il Seicento, Milano 1989, vol.I, pp. 781-782.
311 D. L. Sparti, Tecnica e teoria del restauro scultoreo a Roma nel Seicento, con una
verifica sulla collezione di Flavio Chigi, in…pp. 60-89; sulle raccolte scultoree cfr. F.
Haskell, N. Penny, L’Antico nella Storia del Gusto. La seduzione della scultura classica,
308
102
Sugli «ornamenti di scultura» di Giacomo Filippo Nini le notizie sono davvero
scarne; le fonti ricordano la passione del cardinale per la scultura e l’antiquaria ma
non è stato ancora possibile rinvenire una lista dei pezzi della sua raccolta. In base
alle testimonianze note il cardinale aveva formato la sua raccolta con elementi
provenienti dagli scavi, che in quegli anni si conducevano un po’ per tutta Roma.
Gli avvisi degli scavi effettuati durante il pontificato di Alessandro VII, ricordano
con toni entusiastici quelli condotti nell’orto di Diego Cornovaglia312, al Clivio
Scauri vicino la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo; qui, infatti,
si è cavato gran tempo edifizii maravigliosi, stanze sotterranee dipinte, portici di
colonnati, pilastri grandissimi di travertini, statue, termini, busti, metalli, una
cassetta di ferro co tutti gli strumenti di sacrificio, un leone di porfido venduto al
cardinal Chigi, quantità di monete d’oro.
Come ricordano il Falconieri e il Bartoli313, gli scavi proseguirono anche nel
1668; le stesse fonti ci informano che proprio il Nini era uno dei principali
avventori, assieme al cardinale Chigi, delle opere che venivano riportate alla luce
in questa zona. Nello stesso anno il cardinale Nini concretizzava i suoi interessi ed
acquistava un’erma di Eracle in marmo bianco, con iscrizione greca.
Il Nini aveva acquistato altre opere provenienti dalle operazioni di scavo, tra cui
una «vasca in marmo di paragone», una statua di Ganimede con l’aquila ed una
1.1
Torino 1984; M. G. Piccozzi “Nobilia Opere”: la selezione della scultura antica, in
L’idea del Bello…op. cit. pp. 25- 39; L’idea del Bello…op. cit. a cui si rimanda per una
bibliografia completa.
312 Gli scavi sono effettuati nel 1659, 1663, 1665 e nel 1668. Cfr. R. Lanciani, Storia
degli scavi…op. cit, vol. V, pp. 207- 209; P. S. Bartoli, Memorie varie di escavazioni
fatte in Roma e nei luoghi suburbani vivente Pietro Santi Bartolo, in Miscellanea
filologica critica e antiquaria dell’avvocato Carlo Fea, I, Roma 1790, c. 40.
313
O. Falconieri, Inscriptiones Athleticae nuper repertae, Roma 1668; cc. 91-102; P. S.
Bartoli, Memorie…op. cit., c. 87; R. Lanciani, Storia degli scavi…op. cit, vol. V, p. 207.
103
coppia di vasi antichi in marmo bianco caratterizzati da una parte inferiore a
baccellature ed un corpo liscio con anse a forma di serpenti314.
Questi non erano gli unici vasi della raccolta del cardinale sappiamo, infatti, che il
Nini ne possedeva almeno un’altra coppia ma di manifattura moderna, ad
imitazione dell’antico, tipica della produzione seicentesca, decorati con festoni
fitomorfi, mascheroni e coperchio con foglie d’acanto.
2.4.
Dispersione, il Marchese del Carpio.
Le disposizioni testamentarie del Nini furono una delle principali cause che
portarono alla dispersione della sua raccolta; disponendo la vendita immediata dei
beni, senza specificarne le condizioni, il cardinale segnava indelebilmente la
storia delle sue opere. A differenza di molte raccolte romane non si sono
conservati i documenti relativi alla vendita; nel tentativo, quindi, di rintracciare il
percorso delle opere sono state prese in esame alcune delle collezioni formatisi
negli stessi anni o di poco posteriori a quella del cardinale.
Secondo chi scrive un grosso nucleo dei dipinti del Nini fu acquisito dal Marchese
del Carpio, ambasciatore spagnolo a Roma dal 1676 al 1682 e poi vice reggente
del regno di Napoli fino al 1687, anno della sua morte315.
1.1
314
Forse proprio a questi vasi si riferiva il Nini in una delle lettere inviate al Kircher. Cfr.
Supra, parte seconda, cap.1.3.
315
(Madrid 1629- Napoli 1687). Per notizie biografiche sul marchese del Carpio e sul suo
ruolo di mecenate cfr. F. Haskell, Mecenati e Pittori…op. cit., pp. 195- 196; M. B. Burke,
Private Collections Art in Seventeenth-Century Spain, new York, 1984; vol. I, pp. 131201, vol. II, pp. 272- 372; B. Caciotti, La collezione del VII marchese del Carpio tra
104
Il Marchese è noto agli studiosi poiché fu uno degli acquirenti dei beni del
cardinale Camillo Massimi, morto nel 1677 e soprattutto perché durante il solo
soggiorno romano riuscì a mettere insieme circa 1200 opere tra dipinti, disegni e
sculture.
Don Gaspar de Haro y Guzman settimo marchese del Carpio, duca di Montoro,
conte duca di Olivares, marchese di Liche era nato a Madrid il 1 giugno 1629 e
già nel 1648 era al servizio di Filippo IV; l’agiata posizione economica e sociale
diede modo al marchese di soddisfare le sue predilezioni artistiche e già negli anni
madrileni aveva formato una cospicua raccolta di artisti spagnoli, italiani ed
olandesi, aggiudicandosi alcune opere appartenute a Carlo I d’Inghilterra e la
famosa Venere allo Specchio di Velazquez316.
Sono numerosi gli Avvisi romani che descrivono gli interessi artistici del
marchese, che faceva il suo ingresso trionfale a Roma il 14 marzo 1677
In detto giorno entrò per la porta del Popolo il Marchese di Licce nuovo
Ambasciatore residente di Spagna […] è signore richissimo, e dicono di cervello
bizzarro317.
Più per curiosità che per devotione, con la carrozza incognito con un semplice
lache si fa vedere nelle chiese a Roma, l’Ambasciator cattolico, invaghito delle
statue, e pitture di Roma, appagandosi di andar in tal modo…318
1.1
Roma e Madrid, in “Bollettino d’Arte”, nr. 86- 87 (1994), pp. 133- 196; F. Raimondi, Gli
inventari del marchese del Carpio, in “Studi montefeltrani”, nr. 20 (1999), pp. 128- 130;
L. de Frutos Sastre, Galerias de Ficcion. Mercado de arte y de prestigio entre dos
principes: el VII marqués del Carpio y el Condestable Colonna, in “Tiempos Modernos”,
nr. 14 (2006), pp.1- 38; Ead., «Il più glorioso triompho della gran Galleria di Sua
ecc.za»: il Correggio del VII marchese del Carpio, in “Bulletin du Musée Hongrois des
Beaux- Arts”, 101, 56- 57 (2006), pp. 159- 168; A. Anselmi, Il VII marchese del Carpio
da Roma a Napoli, in “Paragone”, nr. 58, serie 3 (2007) pp. 80- 109; Ead., Gaspar de
Haro y Guzman VII marchese del Carpio: «confieso que debo al arte la magestad con
que hoy triumpho», in Diplomazia e politica della Spagna a Roma: figure di
ambasciatori, a cura di M. A. Visceglia, Roma 2008, pp. 187- 253.
316
Oggi alla National Gallery di Londra.
317
ASR, Fondo Cartari- Febei, vol. 86 f. 167v.
318
ASR, Fondo Cartari- Febei, vol. 86 f. 170r.
105
Il marchese si era da subito inserito negli ambienti romani, frequentava i circoli
eruditi, visitava gli studi degli artisti ed era costantemente informato sui
movimenti del mercato artistico; nella buona tradizione romana aveva allestito
anche un teatro, nel suo palazzo a piazza di Spagna, dirigendo personalmente le
rappresentazioni ed organizzando sontuosi carnevali. Dopo pochi mesi dal suo
arrivo a Roma il del Carpio aveva già fondato un’Accademia Platonica, esemplata
sul modello dell’Accademia Letteraria di Cristina di Svezia alla Lungara e
frequentata da insigni intellettuali ed artisti, quali ad esempio il padre Sebastiano
Resta, che fu al servizio del marchese fino alla sua morte319.
Proprio grazie alla mediazione e le conoscenze del padre Resta il marchese riuscì
in breve tempo a collezionare oltre quaranta album di disegni di artisti italiani del
Cinquecento e del Seicento320. Il Bellori fornisce un vivido quadro del
collezionismo del Marchese che
Adunò ancora molto numero di disegni de più celebri pittori antichi e moderni,
disposti nobilmente in trenta libri, ne’ quali disegni impiegò ancora gli artefici più
stimati che allora erano in Roma. Li soggetti furono sopra la pittura, lasciando a
ciascuno libero l’arbitrio di leggerlo a suo modo321.
La sua raccolta comprendeva dipinti della produzione contemporanea da Gian
Lorenzo Bernini a Carlo Maratti, da Giovan Francesco Grimaldi e Onofrio
Crescenzi a Giovan Battista Gaulli; con molti di questi artisti il del Carpio
1.1
319
Padre Sebastiano Resta fu un collezionista di disegni si veda la recente mostra Disegni
ritrovati di un collezionista del Seicento a cura di S. Prosperi Valenti Rodinò (Roma 31
marzo – 16 aprile 2008), Roma 2008.
320
S. Prosperi Valenti Rodinò, Il marchese del Carpio, in Il Disegno. I grandi
collezionisti, Torino 1992, pp. 56- 68.
321
G. P. Bellori, Vite de pittori…p. 629.
106
instaurò un legame continuativo e fecondo come avvenne con Carlo Maratta,
Luca Giordano e Paolo de Matteis322.
Gli interessi del marchese si volgevano anche all’antiquaria, alla statuaria, alla
glittica ed alla numismatica senza però trascurare le curiosità naturali, gli
strumenti scientifici e gli oggetti sacri.
La raccolta Carpio, proprio per essersi conservata attraverso i documenti nella sua
totalità, consente di far luce su quelle che erano le tendenze del collezionismo
poiché riflette il gusto imperante che si andava affermando in quegli anni; così la
presenza notevole di opere di autori francesi o di ritratti in cui gli effigiati sono
«vestiti alla franzese» è indice di quel culto alla moda francese che si era diffuso
dalla seconda metà del secolo in avanti323.
Probabilmente sul modello della Galleria Giustiniana, il del Carpio aveva
deciso di realizzare un libro di incisioni in cui pubblicare tutte le opere della sua
raccolta; l’opera non fu portata a termine ma sono arrivati sino ai giorni nostri i
disegni preparatori del volume, relativi alle statue, alle sculture ed alla collezione
di antichità del marchese324.
Attraverso il taccuino di disegni si ha un primo riscontro importante per
rintracciare alcune delle opere appartenute al cardinale Nini; ai fogli 5, 13, 20, 90,
infatti, sono riprodotti alcuni esemplari che riportano la didascalia «del Cardinal
Nini». Tra questi si possono riconoscere la coppia dei vasi antichi, la «vasca in
1.1
322
Per gli artisti al servizio del marchese del Carpio cfr. B. De Dominici, Vite de’ pittori,
scultori e architetti napoletani, Napoli 1745. S. Pierguidi, «Li soggetti furono sopra la
pittura». Luca Giordano, Carlo Maratti e il Trionfo della pittura napoletana di Paolo de
Matteis per il Marchese del Carpio, in, pp. 93- 99, utile per comprendere il mecenatismo
portato avanti dal Marchese.
323
Sull’argomento si veda B. Caciotti, La collezione del VII marchese del Carpio…op.
cit pp. 136- 138.
324
I disegni sono raccolti nell’Album Carpio, conservato presso la Society of Antiquaries
di Londra. Alcuni fogli sono stati pubblicati da B. Caciotti, La collezione del VII
marchese del Carpio…op. cit.; e da A. González-Palacios, Arredi e ornamenti alla corte
di Roma, Milano 2004, pp. 112, 114, per quelli relativi alle opere del cardinale Nini.
107
marmo di paragone», la statua di Eracle e quella di Ganimede con l’aquila.
Quest’ultima statua reca con sé un problema attributivo, dai documenti del
marchese del Carpio, infatti, sappiamo che egli acquistò un’opera simile dalla
vendita dei beni del cardinale Massimi. Non sappiamo se il Ganimede era stato
ceduto precedentemente dal Nini al Massimi o, se in realtà, esistessero due
esemplari simili. La maggior parte della critica è concorde però a riconoscere nel
taccuino il disegno dell’esemplare Massimi, attribuendo la didascalia ad un errore
del disegnatore325.
Dai disegni dell’album scopriamo anche che il Nini possedeva dei vasi di porfido,
una coppa decorata con motivi vegetali e un vaso con coperchio a fasce verticali
scanalate; i vasi di porfido erano piuttosto insoliti nelle raccolte romane, ricercati
soprattutto dai collezionisti francesi e spagnoli. Oggi esistono davvero pochi
esemplari di cui si abbiano notizie certe326.
Gli inventari del marchese si rivelano la fonte più preziosa per la nostra indagine;
escludendo l’inventario redatto nel 1651, quando il del Carpio era ancora a
Madrid, i documenti stilati nel 1682, in occasione del suo trasferimento da Roma
a Napoli e nel 1687, alla sua morte, svelano interessanti acquisti portati a segno
sul mercato romano327.
Attraverso la collazione tra le descrizioni iconografiche e le attribuzioni (e tra le
specifiche relative alle cornici, quando presenti) è stato possibile rintracciare tra i
dipinti del marchese le opere di provenienza Nini, sia quelle descritte dal Silos sia
quelle presenti nell’inventario del cardinale, destinate al convento dei Convertiti
alla Fede Cattolica.
1.1
325
Cfr. M. Buonocore, Camillo Massimo collezionista di antichità. Fonti e documenti,
Roma, 1996, pp. 140- 141; B. Caciotti, La collezione del VII marchese del Carpio…op.
cit., p. 184.
326
A. González-Palacios, Arredi e ornamenti…op.cit. pp. 114-115.
327
Gli inventari sono stati pubblicati a cura di M. B. Burke, Private Collections…op. cit
108
Probabilmente il marchese venuto a conoscenza della vendita dei beni del Nini
aveva deciso di acquistare anche quelli destinati da legato al convento, ancor
prima che divenissero proprietà dei religiosi.
Le descrizioni presenti nell’inventario del marchese in alcuni casi sono
molto più dettagliate rispetto a quelle del Nini e permettono di acquisire ulteriori
informazioni necessarie all’identificazione delle opere; così «Una donna
Samaritana con Cristo Signore» del Tintoretto nell’inventario del Carpio diventa
«un quadro che rappresenta Christo e la sammaritana al pozzo di mano di
Jacomo Tintoretti di palmi 3 e 2 1/2 con sua cornicia intagliata e tuta
indorata»328.
Un’altra opera dell’artista figura in entrambe le collezioni riportando le medesime
caratteristiche, si tratta della tavola di «Sansone rovina la Sinagoga m.o del
Tintoretto in tavola, ovato, bislungo, con Intaglio d'oro»329.
Tra le opere citate dal Silos, non presenti però tra i beni destinati al convento,
ritroviamo nell’inventario del marchese una Fanciulla con cesto di frutta di
Tiziano, che apprendiamo essere pendant di una «S.ta Caterina della Ruota con
abito alla turchesca»330 entrambi di palmi 4 e 3 # .
Il raffronto con i beni del marchese è di grande aiuto anche per identificare quei
soggetti che nell’inventario del Nini non recano attribuzione, in alcuni casi,
infatti, le descrizioni dettagliate da ambo le parti consentono di riconoscervi la
stessa opera; è il caso ad esempio del «San Giovanni battista nel deserto che
abbraccia l’agnello», il dipinto è registrato in tutti e due gli elenchi con le
medesime caratteristiche ed attributi, ma grazie alla descrizione dell’inventario
1.1
328
Inventario del 1682, f. 108v, in M. B. Burke, Private Collections…op. cit., p. 789.
Ivi, f. 105r., p. 760. L’opera è certamente quella conservata al Kunsthistorisches
Museum di Vienna, assieme ad altre 5 tavole con le storie di Sansone; la prima ad
attribuire le tavole al Tintoretto è stata la Halden nel 1992; L. Halden, ZBK, 1992.
330
Ivi, f. 109v., p. 790.
329
109
Carpio apprendiamo che si tratta di un opera «della scuola come di Antonio [sic]
Carracci di palmi 3 e 2 in circa»331.
Sono numerose le descrizioni iconografiche di cui si ha corrispondenza nella
raccolta Carpio, ma sarebbero necessarie, dal punto di vista scientifico e storico,
puntuali testimonianze documentarie per avvalorare quello che, allo stato attuale,
rimane solo un interessante riscontro testuale.
Il tentativo di ricostruzione della raccolta Nini non è che all’inizio, gli
aspetti da mettere in luce sono ancora molti, dalle modalità impiegate dal
cardinale per acquisire le opere ai criteri espositivi delle stesse, dalla consistenza
reale della raccolta al suo valore all’interno del circuito collezionistico
contemporaneo.
Quanto sin qui esposto non è che un primo passo per restituire i tratti di una delle
tante figure ancora poco note alla storiografia artistica, ma preziose per conoscere
ulteriori ed interessanti sfaccettature della società romana seicentesca.
APPENDICE DOCUMENTARIA.
Criteri di trascrizione
Nella trascrizione dei documenti il testo è stato riprodotto nella maniera più fedele
possibile all’originale, rispettando l’uso delle maiuscole, delle lettere u e v e della
punteggiatura, senza correggere gli errori ortografici. Per gli stessi criteri di
fedeltà si è deciso di non sciogliere le abbreviazioni, che non compromettono
tuttavia la leggibilità del testo. In presenza di difficoltà di lettura le integrazioni di
lettere o parole sono state inserite fra parentesi quadre [ ]. Dove non era possibile
1.1
331
Ivi, f. 79v., p. 738.
110
decifrare il testo si sono usati convenzionalmente tre puntini. Gli spazi lasciati
bianchi nell’originale sono stati segnalati con tre asterischi [***] all’interno delle
parentesi quadre.
Di alcuni documenti, quando troppo lunghi e particolarmente complicati, si è
preferito fornirne un regesto.
Negli inventari la numerazione dei pezzi appartiene al documento.
I
Iscrizione della famiglia Nini nella nobiltà senese.
ASS, Concistoro, vol. 2660, c.383v.
Al nome santissimo di Dio Amen
L’anno del N. Signore 1751, Ind.e 14 secondo lo stile dei Notari Sanesi e il di sei
del Mesa di Aprile si fa fede da me infras.to Notaro pubblico fiorentino e Sanese
Cancell.re delle Reformagioni dell’inclita città di Siena p. S.M.B. e coadiutore
dell’Ill.mo Sig.re Segretario delle Leggi per la pref. M.S., come tra le nobili
famiglie della stessa città, viene annoverata e descritta quella de Sig.ri Nini Conti
Pianciani dell’ordine e Monte del Gentiluomo la quale da più centinara di anni in
qua, ha sempre goduto, come di presente sarebbe in grado di godere se abitasse in
questa città e non in quella di Spoleti di tutti gli onori, dignità preeminenze, e
supremi maestrati, e di quant’altro hanno goduto, e godono tutte le famiglie nobili
della stessa città, come chiaramente apparisce dalli appiè notari pubblici libri
esistenti nell’archivio delle Reformagioni sotto la mia fede, e custodito.
II
Atto di nascita di Giacomo Filippo Nini.
ASS, Biccherna, Battezzati della Pieve di San Giovanni Battista, vol. 110 dal marzo 1628
a marzo 1629, c. 84.
2 maggio 1628
Jacomo e Filippo figlio del Sig. Girolamo del Sig. Volunnio Nini e di M. Sig.ra
Caterina del Sig. Piero Cerretani sua consorte fu battezzato da me Giovanni
Amerighi Cappellano, fu comare la Sig. Margherita Tolomei già del Sig. Pompeo
Amati.
III
Lettera del cardinale Giacomo Filippo Nini al padre Athanasius Kircher.
APUG, vol. 555, f. 43v, anno 1665 (senza data).
Rev.mo P.re Sig. mio Oss.mo/
Nel presentare a V. P.a Rev.ma la mia servitù doppo il ritorno della corte/ le
porgo unitamente affettuose preghiere, affinchè si degni di scorrere l’aggiunto
libro e di favorirmi/ del nome dell’Autore, in che secolo habbia scritto, e se si
trovi stampato./ Desidero di vantaggio la dichiaratione di alcune parole todesche
poste nell’ultima facciata, e l’esplicatione d’alcune righe poste nell’ultimo./Vorrei
111
che questa mia libertà fosse di stimolo a V. P.a Rev.ma per l’honore de suoi
comand.ti professadnromi di V. P.a Rev.ma /Serv.re di cuore, Arcv.o di Corinto.
IV
Lettera del padre Athanasius Kircher al cardinale Giacomo Filippo Nini sulla
sistemazione della guglia in Campo Marzio.
APUG, vol. 563, f. 105v, anno 1666, 10 dicembre.
Eminent,mo e rev.mo sig. e P.rone mio Colend.mo/
Dovendo essere di persona per soddisfare a i commandamenti di N.S. e riverire
V.S. Eminenza; ma un catarro, hormai sono 10 o 14 giorni,/ mi ha reso inhabile
per conseguire somiglianti favori, onde sono necessitato con la presente a V. S.
Eminenza/ l’intentione di N. S. primieramente il sito proportionato per l’erettione
della guglia del Campo Marzo/ affine renovi gli effetti antichi nel mostrare
dell’ore parmi non possa trovarsi più a proposito di questo, che è fraposto tra la
Madonna degli Angeli, e la chiesa di Santa Catterina,/ inserita nel mezzo, di quel
famoso teatro delle Terme di Diocleziano, il quale si trova ancora intiero ed
incorrotto, di diametro di 600 palmi e più./ Nel centro del quale indirizzata la
guglia renderebbe, il luogo non solo riguardevole ma di somma magnificenza.
Come V. Eminenza può vedere in questo piccolo disegno, fatto dal l’autore di
questa; e spero che alla Sant.tà di N.S. non spiacerà./ Ma se s’incontrassero
difficoltà, per levare quella, che nel campo Marzo soggiace, non mi parerebbe
disdicevole, trasportare la guglia, che ritrovasi nel Giardino de Ludovisi,/ di
perfettione più considerabile, e più intiera, la quale non essendo longa della piazza
di termine, che per lo spazio di 200 palmi sarebbe assai più facile per tale impresa.
E ben che l’altezza/ di questa sia minore di quella del Campo Marzo, essendo
solamente alta di palmi 76, e larga … ed rotta in 7 pezzi, come si vede nella
presente figura./ Tuttavia l’orologio che si formerebbe sopra la terra, sortirebbe di
non tanta grandezza, ne di più aggiustata proporzione, e per più hore del giorno.
Questo è disegno di ciò che richiedono le mie obbligationi, verso le cortese
gentilezze, che di continuo mi partecipa la sua benignità./ Però restando con
desiderio di parermi adoperare in servitù di V.E./ mi dichiaro per sempre/ Di V.
Eminenza/ Coll. Romano 10 xmbre 1666.
V
Lettera del padre Athanasius Kircher al cardinale Giacomo Filippo Nini sul
progetto dell’orologio vaticano.
APUG, vol. 563, f. 11r, anno 1667, 1 febbraio.
Ill. Eminenti.mo e Re.mo Sig.re/ Il Sig. Cardinale Nini Palazzo./
Eminent.mo Sig. e Pad.re mio Colend.mo/
Invio a V. eminenza il desiderato modello dell’orologio vaticano, benché
semplice e di materia poco preziosa, tuttavia fabbricato con quell’essattezza che
non credo, che possa desiderarsi più perfetto,/ non solo per la proportionatissima
simmetria che tiene con quella della piazza e con il teatro; ma anche per l’istesso
orologio disegnato con molta riflessione, e studio/ straordinario, poiche tutte le
linee sono proporzionate alla girata del teatro in palmis Romanis come mostra la
scala di detti palmi nel modello./ La punta dunque della guglietta dimostra
primieramente le storie astronomiche segnate col color rosso, poi le ore italiane
112
segnate col colore d’azzurro, e finalmente le linee punteggiate di color lacca
mostrano le linee degli 12 segni dello zodiaco./ Ho giunto anche la bussola con la
sua lancetta magnetica ad indirizzare il detto orologio alle 4 parti del mondo, e
così exposto al sole la punta della guglietta mostrerà nell’istesso punto di tempo le
dette hore, et insieme in che segno del Zodiaco/ il sole si trovi, e molte altre
particolarità che dirò a V. Emin. di presenza. In somma ho fatto quello che ho
saputo e potuto, a servire puntual.te in tutto quello, che si è compiaciuta a
commandarmi la/ Sant.ta di N. S. e di V.ra Eminenza la quale anche humil.te
prego di presentarlo alla sua beatitudine; quanto poi all’essecutione, come il tutto
dipende dalla risoluta volontà di sua Sant.ta così non posso far altro, se non ad
esibirmi come umile ed obbligat.mo servo al minimo cenno della Sant.ta di N. S./
E per fine con profondo inchino sincerament.te, bacio la porpora, augurandole da
ciel ogni bene./ Il disegno della St.ta Di N. S. piace tanto, particolarmente a quelli
che intendono il negozio, che confessano con ogni sincerità e candore, che se sua
S.ta non avesse fatto altra cosa riguardevole alla posterità,/ doppo inn.are altre
fabriche gloriosi.me, questa basterebbe ad immortalare la memoria sua, poiché
non solo servirà per satolare/ la curiosità de spettatori, ma anche per
l’emolomento della Rep. Lett.ra principalmente per le osservazioni astronomiche
tanto controverse le quale non possono conoscere meglio sito che da questo
horologio, non essendo mai fatto più grande al mondo./ Coll Rom. 1 di Feb. 1667/
Di V. Eminenza/ Humil.mo e di molto serv. Athanasio Kircher.
VI
Lettera di James Alban Ghibbes al padre Athanasius Kircher.
APUG, vol. 566, f. 111v-111r, anno 1667, 15 febbraio.
Rev.mo Padre e mio Sig. Colendissimo/
Io voleva una volta ammirare le opere di Giusto Lipsio non più per la scielta
erudizione, quanto per la bella impressione del Plantino: mi è passata questa
fantasia, da che mi sono venuti in mano i varii libri di V. E.ma A./ stampati da
quel grand’huomo et archytipografo, il suo Joannesantoio [Jannesio]. Mai ho visto
corpo d’un autore, massime tanti volumi di un solo, così delicato, elegante, e
correttamente uscire fuori alla luce./ Qui posso dire, miro et rivendico o piuttosto
ho a sdegno la mia poca fortuna, di vedere le mie, quali elle si siano, lucubrationi,
io che sono anser inter olores;/ ma quali esse si siano, se non degne parse d’esser
lette, almeno per via di torchi d’esser viste. O felice V. A.da il sig.r Janssonio
dunque contribuisce molto alla di lei parola greca: sotto l’ombra della quale vorrei
esser perpetuato anch’io,/ se sia possibile, per lo meno nomine tenus, il che mi è
stato più d’ora negato dal med.mo Janssonio per grande inavvertenza. Che
riguardi non poco/ il Disticho sotto l’effigie di V. A. troverà credo io l’unico
errore in tutto il libro, commesso sinistramente nel mio nome, dove dice così,
Iacobus Albanus Ghibbesym, in vece di dire Ghibbesius./ Mi dispiace non esser
meglio da lui conosciuto per tante operette da me pubblicate.// Essendo egli per
altro così curioso, so bene, che al minimo aviso di V. E. farebe correggere
immediatamente questo fallo. Glielo dica, la prego, colla prima occasione di
scrivergli, e perdoni la mia ambizione di voler essere conosciuto per suo nome,
senz’enigma ne maschera, a tutto il mondo./ Da casa Giustiniana, alli 15 feb il 67/
dev.mo ed obblig.mo ser.re/ il Ghibbesio.
VII
113
Testamento di James Alban Ghibbes.
ASR, Trenta notai capitolini, officio 30, notaio Octavianus Vincentus, anno 1677, vol.
264, (carte non numerate)
Die 12 Aprile 1677
Invocando il nome di Dio, il molt. Ill.re sig.re Dottore Giacomo Albano
Ghibbesio figlio del sig.re Guglielmo nato in Vallon appresso Cadono Diocesi di
Costanza, da me Notaro infrascritto benissimo conosciuto, benchè sano di sensi, e
di mente, nondimeno infermo di corpo, ha risoluto con il p.nte nuncupativo, e
non solenne testamento disporre delle cose sue, e di quelle fortune che il Sig.re
Dio gli ha date.
Disse poter testare di 15 luoghi del Monte Camerale non Vacabile Rist. P., che ha
qui in Roma, e gli rendono scudi sessanta annui. Inoltre dilla moneta contanto,
che ha nel Monte della Pietà a suo credito, in quantità di scudi dugento ottanta, e
di mille, e cinquecento lire sterline, che sono circa sei mila scudi di questa moneta
romana, se si potranno recuperare in Inghilterra. E finalm.e de mobili, i quali
consistono
1 in libri
2 in vesti di lana, e seta, come di lino
3 letto con la trabacca, e tutta l’altra appartenenza, ch’è rossa, o color di rosa,
cuscini di seta con fiocchi d’oro.
4 sedie nuove e vecchie, scabelli di velluto, e semplici, scanzie, tavole con
coperte, portiere con le sue armi, studioli, scrittorio.
5 pitture tutte con cornici, parte d’oro, parte di colore con strisce d’oro.
6 un horologio bello da muraglia con i pesi di rame indorato, e d il sostegno di
legno dipinto, e strisciato d’oro. Un altro horologio, cioè mostra tutto d’argento
colla sfera di diversi moti.
7 alcune gioie, cioè quattro anilli, uno con un diamante ricco, il secondo un
topazio orientale con quattro diamantini, due per lato, il terzo uno smeraldo
funghetto con due diamantini uno per banda, il quarto un brillo e finalm.e la
medaglia, che porta al petto, come Poeta Laureato Cesareo, già che ha mandato la
vera medaglia, e catena, che gl’inviò Sua Sacra M.ta con la Patente all’Università
di Oxford in Ingh.rra, quella medaglia dico con una catenella d’oro, che sempre
porta. //
8 uno specchio grande con una ricca cornice intagliata d’oro, e due altri piccoli.
9 altri mobili, come dire scabelli, sediole, banchi , baulli, tavole …
10 la pretiosa spada, che comprò in Spagna, l’autore Pedro de Belmontì
11 utensili di cucina, con un bello scaldaletto di rame, un bel focone di rame, un
altro di ferro …
In oltre i suoi manuscritti, i quali non mette coi predetti libri, e la bella, et
honorata Patente di Dottore, che gli mandò la celeberrima Uni.tà d’Oxford,
ch’egli vuole conservare ad alcune famose librarie, acciòche siano guardate alla
posterità.
Volendo dunque primieram.e pensare alle cose dell’anima, per propiziare Dio
verso di lui, che si degni S. D. M.tà riceverla nella sua eterna beatitudine non
come estimatore di merito, ma come donator di perdono. Humilm.e pentito
supp.ca l’infinita misericordia del Sig.re Giesù Cristo, acciòche si come ha dato il
suo sangue in prezzo della humana redentione così voglia con il medesimo
scancellar le colpe d’esso Testatore. E perciò invoca ancora l’intercessione dilla
clementss.a sua protettrice la Madre di Dio, del suo Angelo Custode, e di tutti i
santi del Paradiso. //
114
Vuole resa l’anima al Creatore, che il suo corpo sia sepolto nella chiesa di Santa
Maria ad Martyres già chiamata Pantheon, et hora detta la Rotonda, nel luogo che
i Sig.ri Canonici di quella chiesa si sono compiaciuti conceder a man destra della
Cappella di San Nicolò, nel corno dell’evangelo, e di rimpetto al Deposito di
Mons.r Gamma, che sta nel corno dell’epistola, come apparisce dal foglio del
memoriale da detti signori accettato, e sottoscritto, che d. sig.r Testatore ha
consegnato a me notaro infrascritto ad effetto d’inserirlo nel p.nte testamento.
Volendo, che si mettano due tavole di marmo nel muro con le iscrittioni, o siano
epitaffi da lui composti in prosa, e in versi; l’essempio dei quali parim.te mi ha
consegnato ad effetto d’inserirlo, in un foglio del tenore. Et inoltre vuole, che vi si
ponga sopra anche il busto di rilievo intagliato in marmo, secondo il disegno di
Pietro da Cortona, che và stampato in Carta, e si vede nel suo libro Lirico. //
Perciò lascia scudi cento à S.ri Canonici, o vero amministratori di d.ta chiesa,
acciòche sessanta ne spendono per tutto quel che bisogna per il suo funerale, e per
seppellirlo decentem.te con qualche honorevolezza, secondo l’uso del mondo,
essendo egli Dottore, et havendo altri titoli riguardevoli; e quaranta ne spendono
per far celebrare quanto prima tante messe di requie in suffragio dell’anima sua,
parte nel giorno del funerale con la solenne Messa cantata, e parte dentro il
termine di sei mesi. E questa somma di cento scudi si potrà cavar subito dal
credito, ch’egli ha nel Monti della Pietà di Roma, ed à tal effetto, né farà un
ordine opportunam.te à i S.ri Provisori di esso.
Item lascia per fare il sopradetto monumento con i due epitaffi e busto scudi
duecento cinquanta in moneta, i quali si dovranno pigliare dalla vendita de suoi
Luoghi di Monti Restorati p.a erettione.
Item lascia alla Sagrestia di d.a chiesa di S.ta Maria della Rotonda una Pianeta, e
due Tonicelle di damasco bianco, decentem[en]te ornate con le sue armi, volendo
perciò, che il suo Herede vi spenda scudi cinquanta moneta. //
Desidera, che perpetuam.te per suffragio dell’anima sua in detta chiesa di Santa
Maria ad Martyres si celebri un solenne anniversario di requie, et a questo fine
lascia alla medesima un luogo di Monte Rist.P.mo del quale n’ha una Patenti
separata, essendo gli altri pari distribuiti in sette Patenti.
Item lascia a due altri Luoghi Pii parim.te scudi cinquanta per uno, cioè al
Collegio Inglese, et i Padri scalzi di Sant’Agostino di Giesù Maria, dove sta il suo
confessore, per dirne tante messe in requie dell’anima sua. Oltre i cinquanta scudi
moneta sud. lascia al venerabile Collegio degli Inglesi in Roma i mobili
infrascritti.
Alla sacristia
Due cuscini grandi di Damasco, da una parte verdi, dall’altra rossi con quattro
fiocchi per uno di seta, et oro. Per quando visitano la chiesa li s.ri Cardinali.
Per l’infermaria de gli scolari
Il suo letto di ferro con tutto il cortinaggio di colore rosino, con passamani, e
francia simile, e li quattro pomi d’oro, la testiera rossa, et indorata di legno con
sopra alla muraglia una Madonna con cornice ottangola indorata rappresentante
una santa Maria Magg.re con una corona artificiata intorno di lauro verde.
Coperte similmente rosse, cioè una di Damasco franciata, un’altra di lana rossa
franciata, e la terza di lana bianca. Tre matarazzi, delle quali due sono nuove, altre
tanti capezzali, il tornaletto similm.te rosino franciato, un paro di lenzuoli nuovi
tutti attorniati di francia, con due para di fodere nuove con i suoi merletti. //
Un quadro di San Gioseppe ammalato, e confortato da N.ro Sig.re colla Ss.ma sua
madre, cornice di color di noce strisciata d’oro. Uno scaldaletto nuovo, una
tavoletta di noce per mangiare a letto. Uno scaldavivanda di ferro, un focone
115
grande di rame colla sua spada, e paletta. Quattro sedie di vacchetta rosse, e nuove
colle sue armi, due scabelli di velluto rosso. Una scanzia grande, come un letto a
credenza colla sua coperta di corame rosso, e con le cascate simili, e passamani di
corame indorato per metter dentro le vivande degli ammalati.
Una tavola similmente coperta di corame indorato rosso, con un armario sopra di
legno colorato di noce, e strisciato d’oro per mettere le medicine, e regali
degl’ammalati, sopravi due scatole negre con frutti artifitiati dentro, che si vedono
per vetri con sopra ancora due vasi di terra cotta dipinti verdi, e tutti strisciati
d’oro con fiori di seta dentro.
Item una tovaglia di seta torchina tutta merlettata di seta gialla cruda per coprire
decentemente la tavola, q.do venisse il caso di ricevere il S.mo sacram.to in letto.
Item la tavola di legno circa sei palmi lunga colla sua coperta di corame rosso con
francie tutte indorate.
Finalmente per la comodità de medesimi studenti ammalati, che siano sacerdoti, o
altrimenti obligati, lascia un bel breviario nuovo di stampa di Colonia con coperta
negra segrinata, e li fogli tutti indorati. Sperando, che dicendo essi l’ufficio si
ricorderanno di dire qualche prece. per esso Testatore. Sin qui lascita per
l’infermeria.
Per la sala de forastieri.
Lascia un quadro grande di san Lorenzo nelle fiamme con una cornice tutta
indorata.
Item un altro quadro di Moysè trovato dalla figlia di faraone con cornice tutta
indorata.
Item dui altri quadri del sig.r cardinale Spada fel.me. suo padrone, e del P.
Hilarione Rancati abbate di S.ta Croce in Gerusalemme suo amorevole, che sono
di pari gran.za, e fattura con simili cornice, cioè di legno dipinto a noce e
strisciata d’oro. //
Item un torciero alto, e grande dipinto curiosamente per far lume agli stranieri.
Per l’anticamera del p.re Rettore
Lascia questi virtuosi trattenim.ti per li R.di padri, che vi tengono loro ricreatione
giornalmente.
Le These, o Conclusione grande di Mons.r Altemps incollate sopra una tila con i
suoi bacoli rossi, et orlata can passamani rossi di seta.
La scuola topografica del territorio di Roma nuovamente fatta similmente ornata,
come quella d’Altemps.
Le tre tavole cronologiche del P.re Rainaudi parim.te come le sud.e ornate.
Il Re, la Regina d’Ingh.ra stampate in Londra, e verniciate con una cornice per
uno di color di noce, e strisciata d’oro.
Item due portiere di Corame grande in argento, et oro dipinte, colle sue armi dalla
virtuosissima Plautilla, il disegno di Pietro di Cortona con qualch’inventione sua.
Per la libraria
Lascia tutti i suoi libri stampati, fuora da quelli di Medicina, che vuole, che goda
il suo Herede medico, insieme con il Lexico Greco Latino, o sia tesoro della
lingua greca Jacobi Tucani in foglio, che sebene non è libro di medicina, contiene
nondimeno tutti li termini, e vocaboli medicinali.
Detti libri sono greci, latini, e qualche ebraico, inglesi, francesi, italiani, spagnoli
ma la magg. parte latini.
Lascia con essi due scanzie, nelle quali si trovano, con le due tavole lunghe, che le
sostengono con tela sangallo avanti, e li lascia con obligo di tenerli in una stanza a
parte, e non frammescolati con quelli della libraria, nella medesima positura,
come stanno in camera di esso Test.ore. E quando per fortuna tra i med.i libri, che
116
lascia al Collegio, et all’Herede, o tra le altre robe dell’heredità, ci fosse qualche
cosa d’altri, che non potrà mont. a gran cosa, obliga col consiglio del Confessore
di D. Sig.re Testatore il d. Herede di farne sodisfattione, dispensando a poveri
La somma di quindici scudi di quel denaro, che sopravanzerà a i legati. E tutto
l’altro denaro rimanente vuole che s’accumuli all’heredità.
I libri medicinali cavati lasceranno gran vuoto nelle scanzie, ma si riempiranno de
gl’altri libri, che stanno nelle tavolette, che attorniano la di lui stanza.
Item un quadretto ovato piccolo del Sig. Hodgeson inglese di buona mano dipinto,
coperto con un vetro. //
Item due altri quadretti pretiosi quadrati coperti di vetro di mano di Pietro di
Cortona, e di Salvatore Rosa disegnati col Lapis, fatti per esso Sig. Testatore da
loro, con scrittura di sua mano sotto, per lasciarne qualche assaggio anche d’essa
al d. Collegio.
Item lascia un libro scritto di sua mano, cioè il volume della sua filosofia tutta, la
quale va inscritta nella coperta di fuori Logica, Physica Vedastina (?) Duaci, e
questo con obligo di tenerlo, come gli altri di sopra.
Per la villa
Lascia a Monti Portio, vigna di d. Collegio, un quadretto di N.ro Sig.re, e
Sant’Ignatio, che rappresenta Ego vobis Roma propitius ero, colla sua cornice
dipinta di noce, e strisciata d’oro.
Item un nuovo messale in forma piccola tutto indorato i fogli con coperta negra
strisciata d’oro, et un bel registro di seta rossa per la comodità di quella cappella,
e li R.di che diranno la messa.
Al collegio Inglese di S. Omero.
Lascia alla sodalità di quel luogo, cioè alla Beata Vergine, essendovi stato una
volta sodale un prezioso diamante di circa undici grani, in un anello d’oro
smaltato, udendo, che si compri a i Coronari un quadretto della Madonna del
nome di d.ta sodalità, ch’è dell’Assunta, il quale con la sua cassa sia di prezzo di
tre doble per incassarvi l’anello nel seno della Madonna, e l’infrascritta medaglia
pendente dalla catenella sia ai piedi di essa.
Item lascia alla stessa B. Vergine la medaglia Imperatoria colla catenella d’oro,
che esso Testatore porta in petto giornale.te, la quale egli fece fare per ricordo
degl’honori Cesarei, già che aveva mandato all’Uni.tà d’Oxford il catenone, e
medaglione, e diploma colla scatola che gli mandò sua Maestà Cesarea da Vienna.
E vuole, che queste cose lasciate al Collegio di Sant’Omero siano consegnate a i
R.di Padri del Coll. Inglese di Roma ad effetto, che siano mandate sicure a d.o
luogo. //
Alla libraria della Sapienza.
Lascia prima il suo ritratto fatto in crayon, o Lapis, disegno di Pietro di Cortona, e
fatto da lui al d. sig.re Testatore similissimo, la più pretiosa pittura che habbia, per
metterlo con la licenza de Ss.ri Avvocati Concistoriali in d.a Libraria la
sottoscrittione e di sua mano con un vetro davanti per conservarlo, dentro una
cornice color di noce strisciata d’oro con la sua fettuccia rossa di seta per
appenderlo.
Item lascia la magnifica Patente mandatagli dalla celeberrima Università di
Oxford, aggregandolo Dottore di essa, benché Cattolico, honore non mai fatto a
nessuno nationale Cattolico dalla caduta della Religione in qua.
Item lascia, se sua Divina M.ta lo chiama a se p.ma, che possa stampar le opere
sue, fra le quali vi sono quattro volumi in ordine, trascritti, e disposti, com’egli
vuole, e destinati, l’uno de Versi Epici, ed’altri Greci, Latini, che non sono
Horationi alla Sacra M.tà dell’Imper.re Leopoldo suo Augusto, che lo coronò
117
Poeta Laureato Cesareo. Un altro di Epigrammi, et Stimmate, et Stigmata, che sia
destinato di dedicare al signor Conte di Castle Mayne, del quale si potrà pigliar
notizia del Collegio Inglese, essendo S. Ec.za di d.a natione, il terzo di Epistole al
P.pes viros destinato a quel virtuosissimo Mons.re Secretario de Brevi, Mons.re
Slusio, ch’è di tutto punto finito colla dedicatoria, e due proloquii ad Lectiorem, il
quarto il primo volume delle sue orationi dette da lui pubblicamente da trentatre in
circa, che voleva dedicare alle due Università sorelle d’Inghilterra … e
Cantabrigia. // Lascia, dico, se Dio fa altro di lui questi quattro volumi da
stamparsi in convenevole forma, come il suo libro Lirico già stampato. La cura
lascia alla bontà, e benignità del Coll. di detti Signori Avvocati, e prega
nominatamente Monsignor Rettore, e Monsignor Decano pro tempore, che
vogliono mettere quanto prima in esecuzione questa sua volontà, et a questo fine
lascia la dote di cento, e cinquanta scudi moneta di quelli dai cento ottanta scudi,
ch’ ha a suo credito nel Monte della Pietà. Quel denaro col favorevole occhio di
detti Monsignori potrà moltiplicarsi per lo stesso fine, i quali si va a credere
concorreranno facilmente al desiderio uso, ch’è professore giubilato della
Sapienza e desidera, che per minor incomodo di detti Signori si consegnino questi
quattro manoscritti al Signor Abbate Sperelli suo amorevolissimo amico, il quale
prenderà la cura per l’essecutione della volontà d’esso Testatore intorno a quest’
affare della stampa. E vuole, che il prezzo, che si caverà dal primo libro stampato,
che sarà debba conservarsi per la stampa del secondo, e così successivamente
degl’altri. Et il medesimo dice di quello, che si caverà dagl’infrascritti essemplari
Lirici, acciocché uniti questi denari con li centocinquanta scudi, che lascia a tal
effetto, si habbia sempre pronta a sufficienza la moneta per fare una nobile stampa
con buona carta, e buon carattere; e quello, che sopravvanzerà di più lo lascia alla
Sapienza per comprarvi libri. //
Gli lascia ancora il rame della sua effigie, disegno di Pietro da Cortona, acciòche i
detti suoi libri dà stamparsi habbiano tutto il loro ornamento.
Item lascia la sua Patente di Dottor medico Patavino dentro una coperta di corame
rosso, e ricoperta per conservarla d’un’altra coperta di carta pecora bianca
strisciata d’oro con due fettuccia di seta.
Item lascia certi assaggi di sua mano stampatola, che gli sono avvanzati perché il
mondo li ha creduto in simile tratteggi di penna singolare.
Item lascia alla medesima quegli esemplari del suo libro Lirico che gli sono
restati, non havendo mai premuto di smaltirli, e sono dentro un baule lungo
vecchio, da farne come si è detto di sopra.
Item le lascia li suoi manoscritti, eccettuati i seguenti, cioè il volume di tutta la
sua filosofia Veclastina (?), che lascia al Collegio Inglese. Il volume della sua
medicina Parisiense, et un libretto lungo con coperta rossa di corame con fibbie,
inscritto … Sev Adversaria medica, perché questi due libri medici li lascia al suo
Herede.
Vuole ancor lasciare qualche ricordo ad alcuni suoi Padroni, et amorevoli.
All’Eccellentissimo Signore Principe Giustiniani suo P.one lascia una pretiosa
lama di spada, che comprò in Spagna, Autore Pedro di Belmonte.
Item un par di guanti d’Inghilterra di pelle di cervo, ma così lavorata che pare un
fazzoletto, per lo pieghevole, e morbidezza.
Item lascia all’appartamento, che gli fece godere il Sig.re Principe Giustiniani suo
Padre di rever. Mem. e che egli di poi generosamente gli ha continuato, tutti li
miglioramenti, ch’esso Testatore vi ha fatto fare, come sono l’invetriate di due
finestroni con quattro finestre pen una, la Porta del mignano (?) che fece fare
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nuovo con due finestre invetriate, e tutte le altre Porte con le loro serrature,
catenacci, e chiavi principalmente alla Tedesca.
Item lascia al sig.r D. Vincenzo Primog.to di S. Ecc.za due gabbie nuove
ciascheduna con suo cardello di canto mirabile. //
Al Signor Odoardo Altham lascia due libri, una Bibbia Sacra stampata in Colonia
1658 in belliss. forma ed coperta segrinata negra strisciata d’oro, fogli dorati et un
registro di seta verde, l’altro Institutiones Ocèonomica del P. Menochio tutto
cavato dalla Sacra Scrittura e dagl’Hebrei.
Item un quadro, fazzoletto della Veronica con cornice di color di noce, strisciata
d’oro; Item due fibbie, o morsetti di latta gialla con le sue fettucciette rosse di seta
per tener giù li fogli del libro, che si legge.
Al Signor Giovanne Byam lascia uno de due quadri di Galatea a sua elettione con
cornice intagliata, et indorata tutta.
Item due altri quadri, che si chiamano Paesi di due, o tre palmi l’uno simili,
ciascuno colla sua cornice di noce strisciata d’oro.
Item una bella bilancia per pesar ori dentro la sua coperta di legno di noce.
Alle Gentildonne Inglesi a S.Maria Maggiore lascia havendo avuto una sua sorella
fra loro in educatione a Lege scudi cinquanta m.ta con obligo di far dire qualche
volta a loro piacere la S.ma Messa per esso Testatore in quella Sacra Basilica, o
dove si compiaceranno, e sentirla per l’anima sua.
Di più lascia il Ritratto della stessa sorella ricevuto da Londra in una cornice
ovata grande color di noce con oro con un altro Compagno, cioè d’esso Testatore,
che fece ritrattare qui a Roma similmente ovato, et ornato.
Item due altri piccoli dell’una, e dell’altro, il p[rim]o della sorella in crayon di
nuova maniera colla cornice di noce strisciata d’oro. L’altro di esso Testatore fatto
in Lapis, quando venne al principio in Roma a lui similissimo similm[ent]e con
cornice color di noce, et indorata.
Alla Signora Costa sua figliana per Cresima lascia un anello d’oro smaltato con
dentrovi un topazio orientale, havendo dalle due bande quattro diamantini due per
banda. //
Item venticinque scudi moneta per vestir di nuovo Gabrielluccio.
Item una sottana, e mantello di spumiglioncino la sottana foderata di taffettano
colorato, vestito pochiss.o da lui portato per far a se stessa una zimarra, o quello
che le piacerà di più.
Al signor D. G. Maria Capelli lascia un piccolo Diurno nuovo di stampa di
Colonia 1663 col suo registro di sesta con coperta nera segrinata strisciata d’oro
con fibbie, e fogli indorati.
Item un Crocifisso di rame indorato sopra una Croce con il suo piedestallo di pero
negro simile all’ebano.
Al signor Abbate Sperelli lascia una mostra d’argento di curiosa fattura per li
diversi moti, che fa sfera coperta d’un cristallo, e la coperta di nero segrino con
una scatola lunga segrinata per tenere il tutto dentro.
Item lascia l’altra Galatea con quattro piccoli bassirilievi di gesso indorati, la
quale è dentro una cornice intagliata, e tutta dorata.
Al signor Fran. Moro suo amorevolis.o amico lascia uno specchio grande con
cornice intagliata d’oro.
Alla signora Nicola moglie dello stampatore Tizzoni lascia dodici scudi, e mezzo
per fornire il suo figliolo di letto.
Item un focone di ferro per la stamperia quando fa freddo.
119
Alla signora Christina Padrona della Camera Locanda della villa di Londra un
anello d’oro smaltato con dentrovi uno smeraldo lungo finissimo, e due
diamantini uno per banda.
Al sig.r Carlo Brown sartore lascia un’ horologio indorato colla sfera d’argento,
che va con pesi, e suona le hore, et un bel cristallo per coprirlo, mentre si appende
alla muraglia con appoggio di legno color di noce, e tutto strisciato d’oro, con due
tavolette commesse insieme per ricever li pesi a basso, il quale sarà un’ornamento
alla sua bottega. //
Alla signora Maria Rita persona m.o onorata ridotta in povertà dal suo cattivo
marito lascia venti scudi moneta per un poco di sollievo rimettendole di più quei
sessanta scudi et ottanta baiocchi di debito vecchio, che hebbe da esso Testatore
nell’anno 1660.
Al sig.r Roberto Pendich lascia una zimarra nuova negra fatta alla moda tutta con
bottoni, e per stringerla una cintura di Napoli, che gli Inglesi chiamano a shas di
seta verde circa due canne lunga colli fiocchi d’oro.
Item un berrettino di grapoli tutto imbastito verde di fuora, e giallo dentro.
Item un manicotto di pelle di Londra.
Al sig.r Gio. Remigio Pittore abitante app.o li Greci lascia una pietra peperina
verde ovata grande per macinar i colori, circondata da cornice larga di legno
dipinta a color di porfido.
Al sig.r Paolo Busi spetiale alla Pace lascia due quadretti di Belisario, e Diogene
nelle cornici loro dipinte verdi, e strisciate d’oro.
Item due piccoli torcieri bassi per sostener cose di bottega dipinti rossi, et indorati
con due bottoni d’argento per li manichetti con otto diamantini a rosa per ciascuno
quali bottoni lascia ad Albanuccio suo figlio, e figliano di esso sig.r Testatore.
Al signor Francesco Criqui Barbiere francese in strada de Condotti lascia due
quadri dipinti, come vasi di fiori grandi con tela di busto con le due cornici color
di noce strisciate d’oro.
Item sei Paesetti in tante tavolette per framezzare altre pitture con cornici continue
un poco indorate.
Al sig.r Lanfranco Barbiere sotto dove abita esso Testatore lascia il suo
bastoncello di Canna d’India negro con la cima d’una palla d’avorio bianco per
cavallo della sua podagra.
Desidera ancora, che si mandi alla celeberrima Università d’Oxford in Inghilterra
il suo ritratto in tela d’Imp.re dipinto come poeta Laureato Cesareo molto a lui
simile dentro una cornice di curiosa intagliatura di foglie di lauro, e tutta
riccamente indorato. Et è pregato il suo vero Amico Byam di pigliarne la cura,
che sia mandato al destinato luogo. //
In tutti gl’altri suoi Beni, mobili, stabili, semoventi ragioni, attieni, crediti, et ogni
altra cosa in qualsiasi luogo esistente suo Herede universale di sua propria bocca
nomina, e vuole, che sia Benedetto Hercolani suo servitore, il quale ha tenuto in
sua casa con farlo attendere a tutti li studii per spatio di undeci anni, e finalmente
l’ha fatto Dottore in medicina nella Sapienza Romana a spese d’esso Testatore,
volendo, che debba assumere il cognome, et arma di casa Ghibbesi, e lasciare
quello d’Hercolani con farsi chiamare dal di che haverà la sua eredità non più
Benedetto Hercolani, ma Benedetto Ghibbesi, e l’obliga a dare scudi venticinque
a Pasquale Hercolani suo fratello minore venuto l’ottobre passato dalla Patria a
servir detto Testatore insieme con esso lui, e questa moneta gli servirà per
ritornare comodamente a casa.
Prohibisce al medesimo ogni detrattione, ma vuole, che goda liberamente otto
luoghi di monte Camerali delli quindici, che si trovano nella sua eredità, e li
120
denari presosi in Inghilterra, et ancora qualsiasi altro denaro, che avvanzerà alla
sua more, dovunque si sia, o della terzeria della Sapienza, dove egli è professore
giubilato, o della Pensione del suo figliano Canuti i suoi libri medicinali predetti,
e finalmente tuttociò, che avanarà sodisfatti i legati, che si contengono in questa
sua ultima volontà. //
E perché egli è par riuscir valentuomo nella medicina essendo della Provincia
della marca da Monte Ottone vicino a Fermo lo raccomanda all’Eminentissimo
signore Cardinale Azzolini suo signore sempre promotore de paesani virtuosi,
come hoggi di si vede in Roma, supplicando l’Eminenza sua di proteggerlo, e
farlo liberamente possedere questa sua poca eredità.
Supplica ancora l’Eminenza sua per ricordo di lui, e di esso Testatore degnarsi
ricevere in grado un quadro della Madonna col Bambino Giesù dormendo in
grembo colla cornice tutta indorata.
E per ovviare ad ogni intrigo se per sorte insorgesse nella distributione de legati,
di che no gli pare di lasciar causa alcuna, ma pure se ciò accadesse, e supplicato
l’Eccellentissimo signor Principe Giustiniani suo Signore d’interporre la sua
autorità per difendere le ragioni e la volontà di esso Testatore.
È del medesimo supplica la benignità di monsignore Illustrissimo Rondinino
Auditore di Rota, al quale per piccolo ricordo lascia un quadro di crocifisso colla
cornice tutta indorata. //
Per terzo vien pregato il signor Abbate Sperelli suo amorevolissimo signore di far
le stesse parti.
E questa è la sua suprema volontà, et ultimo testamento per il quale resta cassato,
e rivocato ogn’altro, che ne havesse fatto, e questo debba a tutti esser preferito.
E se non valesse come tale vuole, che habbia rigore di Codicillo, o di Donatione
Causa mortis, o di fideiusso o d’altra più valida disposizione e non solamente in
questo, ma in ogn’altro miglior modo.
Actum Romae in Dom. Frances. Maria posit. in platea Pasquinis, test. Fran.co
Maria J. Filio Jo. Batt. Bussano, Joanne Batt. Ceccarino filio quondam Galgani
Senen.
VIII
Lettera del cardinale Giacomo Filippo Nini ai Rettori dell’Opera Metropolitana
di Siena.
ASS, Balia, vol. 798, c. 21.
Ill. Sig.ri/
Riconosco per uno dei più potenti motivi che habbiano potuto persuadere/ alla
Santità di N. S. la Promozione della mia persona la Senato Cardinalizio
l’inclinatione di esercitare la sua/ Pontificia beneficenza con chiunque ha con la
Santità sua havuto comune la Patria./ Da queste premesse non è facile alle Ill. SS.
il dedurre argomento della qualità delle mie obligationi/ verso di loro, che dalla
nostra città rapresentano la parte più nobile e più cospicua./ Sono il sesto figliolo
di cotesta patria, che N. S. nel suo glorioso pontificato ha ricoperto di/ Porpora, e
per non deviare da vestigi di chi mi ha preceduto col valore, e col merito/ mi
presento anch’io con questo nuovo amanto a fare una invariabile dichiaratione/ di
volere essre pontuale osservatore di quelle leggi che … esattamente impongono
l’obligo di servire alla patria/ et a propri concittadini./ Prego infine le SS. VV. Ill.
a registrare questi primi sentimenti dell’animo mio tutto intento alle comuni e
121
particolari prosperità/ di cotesto nobilisimo collegio./ Delle SS.rie V.Illmo Serv.
Card Nini/ Roma li 20 febbraio 1666.
IX
Censo a favore del cardinale Giacomo Filippo Nini.
ASR, Notai A. C., Instrumenti, notaio Thomas Pauluccius, vol. 5016, anno 1669, ff.
615v- 616v
[f. 615v]
Declaratio Pro Em. Card. Nini
Sig Provisori del Sacro Monte della Pietà di Roma Si compiaceranno di pagar al
Sig Giulio Florenty scudi due mila, e cinquecento moneta quali facciamo pagare
per la sorte principale di un’annuo censo di s. 100 simili da esso Sig Giulio in
virtù della Licenza Ap.lica imposta sopra il suo Palazzo di Monte Magnanapoli, e
venduto a n.ro favore, come per Instro. Rogato sotto questo giorno per gl’atti del
Paluzzi Noto. al quale [***] che con ricevuta e li med.mi scudi duemila, e
cinquecento dovrà esso signore Giulio lasciare nel loro S. Monte a suo credito con
dichiaratione, che provengono da noi, e med.te la sud.a imposizione, e vendita, e
per investirne la rata di scudi cinquecento in tanti ll. di monti Cam.li non vacabili,
quali dovranno stare sottoposto al fid.so del q. Marc’ Antonio Florentys, li frutti
de quali luoghi de Monte dovranno impiegarsi i compra di altri ll. Cam.li, e cosi
continuare nell’Investimento de loro frutti, sino che compresi … scudi
cinquecento siano arrivata // [f. 615r] e moltiplicati alla sud. Somma di scudi
duemila, e cinquecento per la reintegrazione del sud. Fid.sso, e nel modo, e forma
contenute, et espresse nel sud. Instro. Di Censo, e Lre Apliche, sopra la
derogazione del sud fid.sso inserite nel med.mo Instro., et in evento di estrattione
delli L.L., che si acquisteranno con li sud.scudi cinquecento, e frutti de frutti il
loro prezzo dovrà eser reinserito a favore di esso sig Florentys per l’effetto del
sud., e questo ovrà farsi tante volte, quanto verrà il caso di d.a estratt.e.
E li restanti scudi duemila dovrà d. sig. Florenty far pagare ad effetto di
ricomprare diversi luoghi de monti sottoposti al sud. Fid.sso, e da esso e q.m Sig
Virgilio suo fratello venduti, e rassegnate a favore delle persone nominate nel sud.
Instro. Di Censo, si come anche ad altri suoi creditori, e per spegnare diverse
robbe impegnate nel loro S. Monte, et appresso diversi Hebrei, come nella nota
sottoscritta da esso Sig Giulio, et inserita nel med.mo Instro. di Censo, che quanto
alla recuperatione de Monti dovrà alle SS.rie loro costare per fede del Segretario,
che siano stati retroceduti a d. Sig. Giulio med.te l’ordine che doverà fare diretto//
[f. 616v] a cotesto S Monte, e pagabile quelli, che hanno detti luoghi de Monti
con dichiaratione, che il denaro proviene da noi, come sopra, e quanto alli
creditori, questi dovranno cedere per gli atti del sud. Notaio a n.ro favore le loro
raggioni tali, quali per li fini, et effetti contenuti nel sud. Instro. di Censo, e
quanto alli pegni con ordine solam.te di d. Sig. Giulio, e con dichiaratione, che il
denaro proviene da noi, come sopra che così, e non altrimenti, saranno ben pagati.
Di casa questo di 14 marzo 1669. Per gli atti del sud notaio
Actum Romae in Pal. Solite habitat. D. Em.mi Card. in Asc. nuncupat. M.te
Magnanapoli p. D. Franc. Cesarino Theat. et Paulo de Ciprianis Tolentinate amb.
d. Em.mi Card. Famil.
X
122
Atto di locazione del palazzo del Marchese Lanci al Corso a favore del cardinale
Giacomo Filippo Nini.
ASR, Notai A.C., Instrumenti, notaio Agostino Sabatucci, vol. 5023, anno 1670, ff. 374v376r.
[f. 374v]
Locatio Palatii et domus Ill.mo D. Marchese Franc.co Lancia/
die 22 octobris 1670/
l’Ill.ma Sig.a Marchesa Girolama Chigi Lanci ved. della bo. me. del Sig.
Marchese Carlo Maria Lanci, tutrice e curatrice dell’Ill.mo sig. Marchese
Francesco Lanci suo figliolo a me notaro benissimo nota come di d.a tutela e cura
dice constare per testamento della bo. me. del Sig. Marchese Carlo Maria Lanci
Padre di d.o Sig. Marchese Francesco esibito negli atti miei il dì [***]
spontaneamente et in ogni meglior modo, loca et affitta all’Em.mo et Rev.mo
Sig.re Cardinale Giacomo Nini assente il M.to Ill. et M.o Ecc.te Sig. Domenico
Passanini da d.o Em.mo Sig. Card.le Pro.re specialmente costituito, e per d.
em.mo Sig. Card.le assieme con me notaro accettante e stipulante, e per
Chirografo da S. E. sottoscrivo, in piede della minuta del p.nte Instro. quale
consegna a me notaro ad effetto d’inserirlo nel P.nte Instro. del tenore p.nte, il
Palazzo di d.o Sig. Marchese Francesco, dove al p.nte habita Monsig. De Mari
Chierico di Camera posto in Roma nella strada del Corso tra Piazza Colonna, e
Piazza di Sciarra, con tutti li membri, pertinenze, e raggioni di d. Palazzo,
coll’appartamento habitato adesso dal Sig. Don Francesco Cianti, eccettuatene le
due casette poste nel cortile dell’Imbiancatore, che hanno l’ingresso dalla strada,
che da Piazza di Sciarra si va alla fontana di Trevi, una delle quale casette posta
dietro la stalla di d. Palazzo, al presente è affittata separatamente al d.o Sig. Don
Francesco Cianti, et eccettuate ancora le botteghe sotto, e mezzanini di esse quali
siano riservate, si come espressamente si riservano a beneficio di d.o Sig.
Marchese // [f. 374r]
Item loca la casa contigua di d.o Palazzo nella Strada del Corso verso piazza di
Sciarra dove al p.nte habita la Sig.ra Agata de Pomis, con tutti li membri,
pertinenze e raggioni della medema casa ad haverle e goderle, per due anni da
cominciarsi il primo di novembre prossimo futuro, e come segue da finire per
annua risposta et affitto in tutto di scudi novecento monera Rom.a di giulii dieci
per scudo da pagarsi conforme d.o sig. Domenico come Pro.re sudetto promette di
pagare di sei in sei mesi anticipatamente la rata qui in Roma, liberamente e
altrimenti e con li patti, obblighi, et altro come appresso, cioè che quella parte che
non vorrà continuare nella p.nte locatione oltre d.i due anni, debba intimarlo, e
notificarlo all’altra parte, per tre mesi avanti fine di d.i due anni, etiamdio con
intimatione fatta Domi Dimessa copia altrimenti e non seguita d.a intimatione e
notificatione,la p.nte locatione s’intenda e sia ipso Jure rinovata per altri due anni
immediatamente prossimi, e cosi di due in due anni, sin tanto precederà d.a
intimatione e notificatione, sempre con li medemi patti, denuncie, obblighi, et
altro contenuto nel presente Istromento.
E con patto espresso che d.o Sig. Card.le possa quattro mesi avanti, che finisca il
sudetto biennio dichiarare se vorrà continuare nella p.nte locatione per altri
quattro anni, o minor tempo, la quale dichiaratione fatta, la p.nte locatione
s’intenda, e sia prorogata per d.i quattro altro anni, o per quel minor tempo che S.
E. dichiarerà, dando d.a Sig.ra Marchesa a nome sud.to facoltà a S. E. di far d.a
dichiaratione, la quale d’adesso d.a Sig.ra Marchesa l’accetta, mo non facendo la
123
d.a dichiaratione quattro mesi prima del fine del biennio sud.to, la p.nte facoltà
resti nulla, e non habbia luogo, e d.o Sig. Card.le di essa non possa valersene, ma
reti il p.nte Istromento in suo robore in ogni sua parte, come se il p.nte patto non
vi fosse stato messo. Item che d.o Em.mo Sig. Card.le non possa ne in tutto, ne in
parte d. Palazzo // [f. 375v] sublocare a veruna persona, o vero cedere le sue
raggioni, senza espressa licenza di d.a Sig.ra Marchesa, altrimenti d.a
sublocatione, e cessione siano e debbano ipso Jure, nulle, invalide, e di nessun
momento, i possa però senza altra licenza sublocare la sud.ta casa, per la mede.ma
annua piggione di scudi cento vinticinque, conforme di presente sta locata alla d.
Signora Agata, r non altrimente perché cosi è e che in nessuna parte di d.o Palazzo
e Casa possa farsi innovatione e meglioramenteo, o risarcimento d’alcuna sparte,
benché utile, e resarcimenti, che da d.o Sig. Card.le si facessero ascendenti a
qualsivoglia somma, vadino a spese di S. E. senza poterli rimuovere eccetto quelli
amovibili, quali S.E. possa portarli via, e farne ciò, che alla medema parer, e
senza poter ripetere cosa alcuna, ne d.a Sig.ra Marchesa sia tenuta a bonificarli in
conto veruno, sia ben tenuta la medema Sig.ra Marchesa nel nome sud.to fare nel
Palazzo, e Casa sud.ta li risarcimenti, soliti e necessari solamente, perché così è.
Item che di tutto quello che in d.o Palazzo e Casa rispettivamente si ritroverà
come porte, finestre, staute et ogni altra cosa amovibile se ne debba fare
inventario formato e sottoscritto da d. Sig. Card.le,o dal suo M.ro di Casa, et anco
nell’istesso tempo, e nel medemo inventario, si debba fare et aggiungere la
descrittione dello stato presente di d.o Palazzo, e Casa, accioche tutto quello, che
sarà descritto in d.o inventario venghi conservato, et a suo tempo intieramente
reconsignato, e restituito, eccetto quello che porta il solito consumo dell’usp.
E perché al p.nte si trova la d.a Casa affittata alla d.a Sig.ra Agata de Pomis,e non
è in facolta di d.a Sig.ra Marchesa di farla partire, massime per non essere spirata
la locatione, però d. Sig. Domenico a nome come sopra ha pigliato sopra di se il
peso di farne seguire la disdetta, e di fare ognialtra cosa che potesse occorrere per
farsi rendere libera d.a Casa, e tutto sia // [f. 375r] tenuto di fare a sue spese; et a
questo effetto d.a Sig.ra Marchesa trasferisce a S.E. ogni facolt necessaria et
opportuna perche cosi per patto è.
Item a nomi rispettivamente sudetti, espressamente convengono che d.a Signora
Marchesa sia tenuta come promette far levare la stalla che rispone nel cortile di
d.o Palazzom e transportarla dove era prima nella maniera che era, quando d.o
Monsig. De Mari vi entrò, con aprire una porticella nel Cortiletto
dell’Imbiancatore a sue spese. Durante il presente affitto d. Sig.ra Marchesa
promette di mantenere detto Em.mo Sig. Card.le assente, il sud.to Sig. Domenico
come sopra per l’E. S. presente in pacifico possesso di d.o Palazzo, e Casa, e di
liberarlo da ogni lite, che potesse ricevere, itaquod.
E viceversa d. Sig. Domenico come Procuratore sudetto promette di habitare d.o
Palazzo e Casa, e di essi servirsene, ad uso di buon Inquilino e finita d.a locatione
rilasciarli liberi e vacui, e nel modo e forma che a S. E. saranno consegnati, non
ostante il beneficio, della dell’Inquilinato, Decreto Camerale, e qualsivoglia altra
legge, e privilegio, che fanno a favore dell’Inqulini, alle quali, tutte mediante il
suo giuramento, tactis espressamente renuncia.
Quo omnia alias de quibus quod iuramentum proquibus dictus Per Ill. et Ad. E. D.
Dominicus uti Procurator profactus dictum Em.mum et Rev.mu D. Cardinalem,
ipiusque heredes bona Jura dicta vero Ill.ma D. Marchionissa Hieronima eti Tutri
et Curatrix profata, dictum Ill.mu D.num Marchionem Franciscum eiusque
heredes bona Jure in ampliori forma Reverenda Camera Apostolica cum soliti
clausulis citra obligarunt appellationes // [f. 376v]
124
renunciarunt, et relaxationi mandati executivi consenserunt unica et sic tactis
iurarunt super quibus.
Actum Roma in Dom. solite habitationis d. Ill.ma D. Lancii in Platea Columna
p.ntibus Ill. et Red. D. Paulo Giangolo de Sancte Agata fecetrare Dioc. et D.
Joanne Pasqualino de Acumalo
[f. 376r]
Noi infr.to col presente Chirografo da valere quanto publico strumento deputiamo,
e costituiamo nostro Procuratore il Sig. Domenico Passarini a poter in nostro
nome, e per noi stipulare con la S.a Marchesa Lancia tutrice, e curatrice del Sig.
Marchese suo figliuolo il sop.to strumento di locazione con tutti i patti, e
convenzioni contenute in esso ed obligar noi per l’osservanza del med.mo in
forma della R. C. A., Promettendo haver grato, e fermo ciò che dal sud.o sarà fatto
e così in forma della R. C. A. ci obblighiamo. Questo di 21 ottobre 1670
Card.le Nini.
XI
Familiari del cardinale Giacomo Filippo Nini.
AStV, Stati delle Anime, Parrocchia di Santa Maria in Via, vol. 28, 1666-1674.
Anno 1670, c. 143
Giro del Lanci, stalle del Principe d. Agostino e sono dei Padri di S.ta Croce in
Gerusalemme. Casa 296, Palazzo del Lanci:
Em. Cardinale Nini/ Alessandro Sozzini 32/ Antonio Polcenigo 29/ Francesco
Baldovini 30/ Girolamo Guerra maestro di casa/ Nicola Noceti 32/ Paolo Cipriani
30/ Francesco Cesarini 40/ Filippo Palumbo 35/ Cosimo Cherubbini 28/
Domenico Francese 30/ Pietro Hiscani 35/ Giovanni Battista di Sirò 22/
Michelangelo Polle 22/ Francesco Mazzuchielli 24/ Bastiano Marocher 22/
Agostino Tocariani 35/ Francesco Piroli 37/ Antonio Gabet 24/ Gio Relichè 30/
Antonio Ricci 21/ Giacomo Galbonte 36/ Giò Speranza 36/ servitori de
gentiluomini Nicola Avattari 29/Domenico Venetiano 26/ Antonio da Parma 24.
Anno 1672, c. 161
Giro del Caorli stalle dell’ Ecc. Sig. Principe D. Agostino sino dei Padri di S.ta
Croce in Gerusalemme; Casa 297; Palazzo dell'Eminent. Sig Card Nini:
Saranno persone 30 c. che habitano in Palazzo
Anno 1673, c. 179
Giro del Lanci, Casa 43, Palazzo e Famiglia dell'Ill Card.Nini:
Em. Cardinale Nini/ S. Abate Alessandro Sozzini, senese 36/ Conte Antonio
Polcenigo 30/ S. Francesco Baldovini 32/ S. D. Nicola Noceti 34/ Giovanni
Battista di Sirò, fiamingo 24/ Michelangelo Polle 24/ Francesco Mazzuchielli,
fiorentino 26/ Bastiano Marocher 24/ Sebastiano Mainochier 29/ Antonio Gobet
28/ Gio Pollè, svizzero 36/ Simone Lerini, fiorentino 29/ Nicola Avattari 31/
Giuseppe Palvo 33/ Helenia Chigi 28.
Anno 1674, c. 196
Giro del Lanci che principia dalla piazza e case nuove dell’hospitio dei PP.
di S.Croce in Gerusalemme, Casa 307, Palazzo del S.re Marchese Lanci habitato
dall'Em. Card. Nini:
125
Em. Cardinale Nini, senese/ S. Abate Alessandro Sozzini, senese / Conte Antonio
Polcenigo dal Friuli/ Conte Gio. Antonio/ S. D. Nicola Noceti Mons. Canonico di
S. Marco/ S. D. Leonoardo Calamari, Canonico di S. Lucia/ Filippo Palombo
aiuto di camera/ S. Cosimo Cherubbini da Vidruliano, aiuto di camera/ Antonio
Acquavi, spoletino/ Simone Lerini, fiorentino / Palafrenieri Giovanni Battista di
Sirò, fiamingo/ Francesco Mazzuchielli, fiorentino / Bastiano Marocher, todesco/
Nicola Avattari, fiorentino/ Antonio Gobet, garzone di stalla/ Gio Pollè, svizzero,
garzone di stalla/ Stefano, garzone di cucina/ Gio. Angelo, spoletino/ Giuseppe
Crispi/ il rimanente della famiglia habita fuori del palazzo.
AStV, Stati delle Anime, Parrocchia di Santa Maria in Via, vol. 29, 1678-1680.
Anno 1678, c. 30
Giro del Lanci, Casa 344, Palazzo al Corso del sig. Marchese Lanci al presente
habitato dall'Em. Card. Nini:
S. D. Pietro Maria Gregori, m.ro di camera/ S. Abate Alessandro Sozzini/ S. D.
Leonoardo Calamari 40/ S. D. Marco Tulio Tulii/ Pietro Pantiani 32/ Agostino
Nocera 40/ Francesco Mazzuchielli 33/ Giacomo Melelli 35/ Paolo Scalaberra 24/
Santi Fabiani 30/ Giuseppe Mazzuchielli 31/ Giovanni Battista di Sirò 32/ Simone
Hosini 27/ Bastiano Marocher 30/ Antonio Gobet 32/ Gio Bernardi 31/ Stefano
Querini 26/ Giuseppe Napolini 20/ Gio Vicini 22/ Filippo Ritendi 17/
Anno 1679, c. 68
Giro del Lanci per andare al Corso, Casa 363, Palazzo al Corso del sig. Marchese
Lanci al presente habitato dall'Em. Card. Nini:
S. Abate Alessandro Sozzini 40/ S. D. Leonoardo Calamari 41/ S. D. Marco Tulio
Tulii 35/ S. Pietro Pantiani 33/ S. Agostino Nocera 41/ Francesco Mazzuchielli
35/ S. Giacomo Melelli 39/ Paolo Scalaberra 40/ Santi Fabiani 31/ Giuseppe
Mazzuchielli 32/ Giovanni Battista di Sirò 34/ Bastiano Marocher 36/ Antonio
Gobet 35/ Gio Bernardi 36/ Stefano Querini 31/ Giuseppe Napolini 20/ Gio Vicini
24/ Filippo Ritendi 18/ Teodoro de Teodori 31/ S.ra Francesca Pucci 40/ Felice
d’Antonio 29.
Anno 1680, c. 99
Giro del Lanci Casa 365 Palazzo del Sig. Marchese Lanci abitato dal Sig. Card.
Nini:
Ill. S. Conte Gregori, Maestro di camera/ S. Abate Alessandro Sozzini / S. D.
Leonoardo Calamari / S. D. Marco Tulio Tulii, Maestro di Casa/ S. Pietro
Pantiani/ S. Francesco Mazzuchielli / S. Filippo Ritendi/ Gio. Speranza/ Gio.
Vicini/ Domenico Francese/ Giuseppe Mazzuchielli/ Giovanni Battista di Sirò/
Bastiano Marocher / Antonio Gobet / Gio Battista Fiorini/ Carlo Lupis/ Giacomo
Cenci/ Teodoro de Teodori / S.ra Francesca Pucci, Guardaroba/ Carlo Antonio.
XII
Testamento del cardinale Giacomo Filippo Nini.
ASR, Notai A.C., Testamenti e Donazioni, notaio Agostino Sabatucci, vol. 60, anno
1679- 1691, ff. 201v- 204v.
[f. 201v]
apertura testamento felicissime me. Jacobi Card Nini 11 agosto 1680
126
Io Infra. sano di mente benche indisposto di corpo desiderando disporre de beni
da S.D. M.a concessimi e valendomi delle facoltà datemi dalla S.ta M. di Papa
Alessandro settimo et in ogni altro meglior modo che posso dispongo e testo nel
infrascritto modo.
Primieramente raccomando l’anima mia a P.D. Ma. e Vergine Santissima, et a
tutti i santi, e sante del cielo volendo, che il mio corpo separato, che sarà
dall’anima sia sepolto nella Chiesa di S. Maria Magg.re, dove sono stato più anni
Canonico con quella pompa funebre, che parerà, e piacerà, all’ Emo sig. Card.le
esecutore testamentario lasciando a titolo della devozione che ho havuto, et ho a
d.a Basilica, quattro mie Pianete nobili ricamate d’oro.
Item lascio che debba il mio herede far celebrare diecimila messe di requie per
l’anima mia s.de la … che me data al S. Card Esecutore supplicando il medesimo
a far eseguir tutto con la mag.r pontualità possibile.
Item lascio a titolo di legato, et in ogni altro meglior modo scudi quindicimila al
Collg.o de sig qui veni… ad fidem, accio possino esser meglio sovenuti volendo
che si rinvestino in tanti lochi de monti, accio co frutti di essi possino meglio, et
in magior numero alimentarsi quelli, che verranno alla Nostra S. Fede con peso
però di far celebrare nella chiesa dove loro offitiaranno una messa il giorno // [f.
201r] in perpetuo per l’anima mia, e de miei antenati e successori.
Item prego il mio s. Card esecutore che si degni ordinare la vendita de miei beni
con la celerità et utile possibile et per il prezzo che a S. E. piacerà, acciò siano
pagati i miei creditori desiderando, che ciò segua con ogni mag.r sollecitudine, e
pontualità non solo quelli, che haveranno giustificatione de loro crediti, ma anche
quelli da me dati in nota a s.e.
Item prendo ardire di supplicare la S.tà di N.S. Inocentio XI in segnio del mio
profondo ossequio, e delle mie innumerabili obligationi verso la S.S., di gradire
un quadro rappresentante l’effigie di S.Caterina del Guido, chiedendo perdono a
S.B. di tanto ardire.
Item supplico la M.a della Regina di Svetia a non sdegnare di ricevere in memoria
della mia umilissima servitù che ho professato sempre, e professo a S. Ma un
quadro del Correggio rappresentante un Mulo, sperando nella somma generosità
della Maestà Sua, che condonerà l’ardire. // [f. 202v]
Item al Ser.mo Gran Duca di Toscana lascio, che si facci adornar decen.te un mio
Agnus Dei del B. Pio V, e si presenti a S.A. S.mo la quale spero che haverà la
bontà di benignamente gradire et accettare q.ta divotione in memoria della mia
originaria e perpetua servitù.
Item all’Em. Card. Chigi mio supremo benefattore, e protettore lascio tre Baccili,
e tre Bocali istoriati due dorati et uno d’Argento supplicando l’.E.S. di far, che
restino sempre nella ecc. Casa Chigi in memoria delle mie infinite, inesplicabili et
immortali obligationi.
Item lascio alli Emi Sig Card.li Fachenetti decano del S. Collegio, Cybo,
Homodei, Ottoboni, Pio, Vidoni, Caraffa e, Giacomo Rospigliosi miei Riveriti
Sig.ri, alli quali ratificando le mie grandi obligationi piglio confidenza di ordinare
che gli si consegni una galanteria per ciascheduno o ad arbitrio del Ecc. S. Card.
Esecutore supplicando, l’Ec. Loro a riceverla in memoria della mia osservanza e
di scusar la confidenza.
Item lascio alla Ecc.ma Principessa di Farnese in memoria del mio humiliss.mo
ossequio verso l’E.S., due vasi di corallo che ho in Guardarobba supplicando S. E.
a benig.te condonar l’ardire.
127
Item alla Sig. D. Agnese Chigi ne Zondadari mia Com. lascio, che le sia
consegnato // [f. 202r] una mia mostra d’orologio gioiellata pregandola a gradir
questa picciola demostratione della mia obl.ma servitù.
Item al Principe D Agostino Chigi prendo confidenza di lasciare un specchio con
cristallo de monte che supplico a gradire in memoria delle mie infinite obligationi
verso S.E.
Item lascio all sig Contessa Loreta Pianciani mia cognata un mio Anello con
quattro diamanti, che prego ricevere in attestato del mio affetto.
Item a M.r Agostini Datario, e M.r Fani seg. Di Consulta miei parzialis.mi amici,
una galanteria ad arbitrio del Ecc. Sig Card. Esecutore, che pregoli a gradire in
mia memoria.
Item al Sig. Conte Vincenzo Pianciani suocero di mio f.ello, e mio amico, in
segno del amor verso di lui lascio un Baccile e Bocale dorato che mi servo per la
messa.
Item alla mia famiglia lascio per una sol volta oltre la solita quarantena, scudi
mille, e cinquecento da distribuirsi ad arbitrio, e contentamento del S. Card.
Esecutore, volendo, che siano posti richiamati dalla tassa, e somma, che l’E. S.
determinerà per ciasched’uno, e chi in qualsivoglia modo richiamasse o replicasse
s’intenda//[f. 203v] ipso fatto decaduto dal comodo di questo legato, e non possa
parteciparne cosa alcuna, lassando l’arbitrio di dispensarlo in tutto e per tutto a S.
E., alla quale ho conferito la mia intentione, lassando al S. Conte Gregori mio
Maestro di Camera dove alla portione del sud.to legato un mio anello di smeraldo
in contrasegnio del mio molto gradimento del servitio prestatomi con tanta
pontualità, et affetto.
Item alli miei Parafrenieri, e, Cuchieri oltre alla somma che sarà arbitrata dal S.
Card. Esecutore del soprad.o legato lasso a ciasched’uno la livrea nova d’inverno
che stanno in guardarobba.
Item in vigore delle facoltà datemi dal già Adriano Nini mio f.ello nel suo ultimo
testamento nomino dichiaro, e voglio, che nella di lui heredità che succeda e sia
herede il S. Tommaso Nini altro mio f.llo in ogni meglior modo pregando e
raccomandandolo al mio herede accio in caso che gli mancasse l’impiego vogli
sovenirlo fino a tanto che a lui o per morte dell’usufrutto sia, o per, aggiustamento
si divolvesse parte o tutta d.a heredità del già S. Adriano.
Item volgio che il Can. Bernardino Nini altro mio f.llo non venghi molestato per
alcun conto per l’amministratione de beni fatta in Siena tanto per la portione
spettante a me come al mio herede quale so che non ... // [f. 203r] a questa mia
determinatione.
Item assolvo e libero tutti li miei ministri e servitori, dal render conto de denari
che gli fussero pervenuti alle mani per le spese fatte in mio servitio, et anche
intendo comprender l’heredità del già D. Girolamo già mio Maestro di Casa.
In tutti altri singoli miei beni mobili, stabili e semoventi, rag.ni, ationi, e
qualsivoglia cosa a me spettante, e pertinente, e che potesse spettare , e pertenere
istituisco e con la mia propria bocca nomino e voglio che sia mio herede
universale il S. Conte Carlo Pianciani mio f.llo, al quale sostituisco dopo la sua
morte li sig.ri suoi figlioli maschi miei cariss.mi nipoti proibendo ogni detratione
di falcidia o … perché cosi è mia volontà. // [f. 204v]
Supplicando l’Emo S. Card. Chigi a degnarsi di voler essere mio esecutore
testamentario, et accettando, come spero dalla sua singolare generosità, e
beneficenza voglio et espressam.te ordino, che l’E.S. habbia una pienissima e
totale facoltà, et autorità, e che a lui tanto il mio herede quanto chi sia obedischino
prontamente in tutto e, per tutto, come se io fussi vivo, e l’ordinassi e comandassi
128
con la propria voce, e come fusse scritto di parola in parola in questo mio
testamento havendo io significata la mia itentione e volontà all’E. S., e non voglio
che mai sia tenuto di ciò che fa e dispone à rendere conto ad alcuno.
Volendo, che questo sia il mio ultimo testamento, e se non valesse come
testamento voglio, che vaglia come donatione causa mortis codicillo et in ogni
altro meglior modo. In fede 3 agosto 1680.
Actum Romae in Palazzo Em.mo Card. Nini.
XIII
Atto di morte del cardinale Giacomo Filippo Nini.
AStV, Libro dei Morti, Parrocchia di Santa Maria in Via, vol. 18D, dal 1665- 1714, c. 13
11 agosto 1680
Eminent. e Rev. Jacobo Philippus Card.lis Nini Senensis, etais sue anno 49 filius
b.m. Ill. D. Hieronimi, confessus suo p.ri confessario alii Sancti Sacramenti ne.
pe. viatici et estreme vactioni muritus per D. sue P.dre Carolus Franc. Landriani
ead.is secreon. de Mediolano Parochia S. Maria in Via e Urbe in c. S. Maria
Ecclesia anima deo reddidit cuius corpus de nocte delacum fuit ad Ecclesia S.
Maria Maioris, in qua sequenti die sepultum fuit.
XIV
Inventario dei beni del cardinale Giacomo Filippo Nini.
ASR, Notai A.C., Instrumenti, notaio Agostino Sabatucci, vol. 6434, anno 1681, ff. 103v117v.
[f. 103v]
q.na s. 11630 m.ta pro Hered.tem clar.me. Card.li jacobi Nini
Die Decima septima octobris 1681
Sig. Vincenzo Mauri. Delli denari, che sono in cotesto suo Banco in Cred.o
dell’eredità della Ch. Mem. dell’Em.mo Sig.r Card.l Nini, et a mia disp.one, li
piacerà pagarne al Ven.e Hospitio de Convertiti alla fede, e per esso al Sig.r D.
Mattia Peroni suo esattore, e Proc.re scudi quindecimila m.ta lassato dal sud. Sig.r
Card.l Nini a favore di d. Hospitio nel suo testamento rogato per gl’atti del
Sabatucci notaro A.C. al quale e detti s. 2000 m.a il sud. Sig.r D. mattia di Roma a
cred. di d. Hospitio, et ad effetto di rinvestirli in tanti luoghi de monti, o censi, e
stabili tutti, e sicuri, con dichiaratione, che detti denari provengano dal Legato
sud.o, e che d. rinvestimento debba stare sempre, et in perpetuo obligato, et
hypotecato ad favore di tanti, e singoli Creditori dell’eredità del Sig.re Card. Nini,
in luogo della Cautione di restituire d.a somma alli sud.i Creditori di d.a eredità in
caso vi siano; et in caso d’estrattione de Monti, o retrovendita de Censi, stabili,
detti denari di nuovo debbano rinvestirsi con le dichiarationi, obblighi, et
hipoteche sud.e, e q.to si debba fare tante volte, quante verr il sud. Casa, et
altrim.te in tutto, e per tutto in conformità dell’Instrom.to di quietanza sotto q.to
giorno rog.to per detti atti del Sabatucci, al quale che con quietanza di d. Sig.re D.
Mattia Peroni saranno ben pagati. Di Casa li 17 ott.re 1681.
s. 2000 m.a
Alessandro Capizucchi
[f.104v]
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Sala Palafrenieri Litt.A
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Un Sant’Antonio Abbate col campanello, e bastone cornice di noce
intagliata, e dorata.
Un filosofo con compasso nella sinistra, corn.e bianca liscia.
Un filosofo che colla destra sta appoggiato ad un bastone coll’habito da
Levantino, cornice come sopra.
Ritratto del Cromuele cornice come sopra.
Una caduta d’acqua con alcuni [***] E due figure cornice c. sa.
Manigoldo colla spada sopra la spalla destra e colla testa di S. Gio. Batta
corn.e detta.
Femina con collare a lattuca con vezzo a due fila corn.e di noce.
Moysè che colla verga fa scaturire l’acqua, che si raccoglie da una Donna
corn.e bianca liscia
Ritratto d’Huomo, che colla sinistra tiene una figura d’Astrologia col
motto, dum fata, corn.e di noce con filetto d’oro.
Ritratto d’un Card.le con collare alla spagnola cornice liscia.
Ritratto in grand,e tela d’un huomo che colla sinistra tiene due garofoli, e
colla destra un paro di Guanti Corn.e bianca liscia.
Due Paesi cioè uno che ci si rappresenta l’Host.a con una figura, e un Putto
nella porta della med.a, e nell’altro stanno a sedere 4 soldati armati corn.e
bianca, e liscia.
Ritratto d’un P.re Abbate Cisterciense cornice di noce.
Ritratto del Cardinal Mazzarino corn.e intag.ta liscia.
Un ovato con ritratto di un Papa corn.e di noce fil. d’oro.
Un ovato con femina vestita da vedova coll’orecchia destra scoperta,
cornice di noce intagliata.
Un Giovine, che tiene una carta spiegata con desctt.ne adi 12 maggio 1658
cornice di noce rabescata d’oro.
Un cavallo marino di chiaro scuro senza cornice.
Una testa di giallo in mosaico, cor.e color di rame. // [f. 104r]
Scaramuccia in atto di Coviello cornice dorata intagliata.
Testa d’un Santo colle mani piegate, e con bocca mezza aperta cornice di
noce fil. d’oro.
Ritratto d’un huomo con collare a lattuga cornice bianca liscia.
Un santo Dottore Greco in atto di dar la benedittione cornice di noce fil.
d’oro.
Due Putti nudi uno di essi fa carrozze ad un Agnello cornice dorata
intagliata.
S.Girolamo in tavola in atto d’adorare il Crocefisso cornice negra fil.o
d’oro.
Testa di donna con velo giallo in capo cornice bianca liscia.
S. Antonio Abbate, che tiene il bastone sopra la spalla cornice di noce fil.o
d’oro.
Huomo che mangia maccaroni cornice di noce fil.o d’oro,
Un quadro tela da testa conr.e di noce
Un quadro tela da testa per la vecchiaria non si conosce quella sia.
Una madonna grande assai in tavola che tiene la mano destra ad un
bambino e nella sinistra
Tre stampe S. Romualdo, Tabernacolo del Sac.to, e l’altra un santo a
sedere.
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Tela d’un soldato con un libro in mano senza cornice.
Giovine che suona la corna musa.
Anticamera B
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Un Cristo in Croce in profilo con San Francese che l’adita, e un altro Santo
che l’accenna, tela grande, cornice negra rabescata. // [f.105v]
Quattro Paesi gradissimi senza cornice con Caccie e Paesi con figure
d’Antonio di Valle.
Tela grande con una Madonna, che sta appoggiata col gomito destro, e
bambino sostenuto da San Gioseppe cornice negra, e fil.o d’oro.
Un Giovine vestito all’Indiana con fiocchi rossi in testa corn.e di noce
dorata.
Un Cielo da letto con due Putti che gettano fiori.
Tondo grande con due Putti in mezzo de quali sta un mazzo di fiori cor.e
negra fil. d’oro.
Una Venere nuda con un Amorino # tela da testa cornice di noce fil.a
d’oro.
Una Madonna che appoggia la sua testa a quello del Bambino cornice di
noce liscia.
Madonna in profilo che tiene stretto nel suo seno il bambino, che piange
cor.e negra, fil.a d’oro.
S. Toribio genuflesso cor.e color di noce fil.a d’oro.
S. Giovannino che colla sinistra si tocca il petto, e colla destra tiene la
Croce, sedendo sop.a il sasso, cornie c. s.a.
Un Santo, figura di S Paolo cornice di noce.
Una Madonna col Bambino che dorme, e S. Gio. abbracciato da essa,
senza cornice.
Due quadri con vedute di marina, e vascelli, cornice bianche e liscie.
Due figure sopra il naturale di chiaro scuro strette, ed alte assai con cornice
negra, rabescata d’oro.
Una Pescaria con figura d’un vecchio, che tiene un Luccio cornice liscia.
Un Orfeo, tela grande, cornice liscia bianca.
Un S. Francesco tela grandissima riceve le stimmate cornice dorata del P.
Gio: Batta Pace. // [f. 105r]
Stanza delle Statue C
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S. Gio in atto di battizzar Christo con molte figure tela grande in lungo
cornice negra rabescata d’oro.
Due tele grandi in una S. Pietro piangente, e nell’altro S. Paolo colla spada
nuda corn.e c. s.a.
Un somaro con un Lupo corn.e liscia dor.a.
Caccia di Diana tela grande Corn.e bianca liscia.
Una notte tela grande in mezzo v’è dipinto un quarto di Luna corn.e color
di noce fil.a d’oro.
Un altro Paese con Appollo e Dafne corn.e sim.e.
Una Juditta colla testa d’Oloferne, e sua fantesca mostra " di luna Corn.e
bianca intag.ta.
Pietà rappresen.te un Christo morto colla madre addolorata, tela grande
corn.e negra, rabescata, e fil.a d’oro.
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Paese grande oscuro con molti sassi, e in mezzo alcuni alberi tela lunga
assai corn.e liscia dor.a.
Due tele d’Imperatore con vasi di Rame, e d’ottone m.o del Bonanni,
corn.e bianca intagliata.
Una Madalena piangente a sedere, colla sinistra tiene un libro colla destra
al petto corn.e dor.a liscia.
S. Fran. col suo Compagno, che contempla un scheletro corn.e bianca
intag.ta.
Un Ecce homo con canna in mani col manto rosso corn.e dor.a liscia.
Christo in atto di disputar con farisei corn.e negra intag.ta d’oro.
Christo in abito di pellegrino col bordone in spalla con due Apostoli,
corn.e bianca liscia.
Historia d’una femina, che si vuol ammazzar con una frezza tela grande
corn.e d’or.a liscia.
Un Salvatore morto sopra le ginocchia della B.V. con due putti, tela
grande corn.e liscia dor.a
Starne con Pernici, et altri uccelli corn.e di noce fil. d’oro. // [f.106v]
Due tele grandi con Pappagallo, Lepri, Tartaruche marine et alcuni fiori,
corn.e liscia dor.a.
Tre teste de vescovi con Piviale testa scoperta corn.e liscia fil.a d’oro.
Un Christo Agonizzante in Croce, tela grande assai corn.e dor.a.
Una Centaura che allatta suoi figli corn.e negra rabescata d’oro.
Un S. Girolamo che con un sasso si percuote il petto contemplando il
Crocifisso, corn.e di noce fil.a d’oro.
Tre quadri simili tra di loro corn.e color di tartaruca fil.a d’oro.
S. Fran. in Paese grande sostenuto da un Angelo corn.e liscia d’oro.
S. Maria Madalena, che riguardo il cielo colle mani giunte in atto di sedere
con un vaso d’Alabastro corn.e dor.a rabesc.a.
Euridiade colla testa di S. Gio. Batta, alla quale tien la mano destra sopra
collana d’oro al collo corn.e dorata liscia.
Stanza del Zampanaro D
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Un Giovine con calze, e braghe di color verde in piedi testa scoperta corn.e
negra liscia con filo d’oro.
Moyse che colla verga fa scaturir l’acqua da un masso di sassi con 3 altre
figure, tela grande.
Un filosofo cogitabondo m.o del Mola corn.e bianca intag.ta.
Una testa di un vecchio in faccia con barba, e capelli mezzi bianchi.
Altra testa più in profilo che guarda verso il cielo tela, e corn.e sim.e dor.a
liscie.
Madonna che tiene a sedere il S.to Bambino, il qle porge a S. Gio. che sta
genuflesso a baciare il suo … // [f. 106r ]Piedestallo destro # tela da testa
corn.e dor.a liscia.
Madonna abbracciata dal suo Bambino, che colla sinistra li tiene un piede
con sopraveste turchina corn.e dor.a liscia.
S. Ant. di Padova con Crocefisso in mano in atto di predicare a i Pesci con
marina cor.e intag.ta negra dorata.
Un Astrologia fig.a naturale col mondo sotto al piede sinistro, e compasso
nella destra, corn.e liscia dor.a.
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Un Salvatore orante nell’Horto al quale l’Angelo mostra la Croce corn.e
liscia di noce fil.o d’oro.
Una Leonessa con Tigre in atto di fuggire in lontananza apparisce un
Cadavero, corn.e di noce
Mistero della SS.ma Trinità con più Angeli corn.e dor.a intag.ta.
Un filosofo o sia Santo che colla mano sinistra tiene un libro scrittovi
Sursum corn.e dor.a Liscia.
Paese del Mola dipinto nel muro, corn.e fil.o d’oro.
Due Filosofi, tela 3 p.mi uno de quali sta piangendo colla mano destra alla
bocca, e l’altro in habito di mettersi l’occhiali corn.e liscia dor.a.
Una Susanna tela grande a sedere sopra un pilastro dentro al bagno corn.e
di noce fil.o d’oro.
Un Angelo nudo con una tromba, e cartello di mosica, e con un panno
rosso involto al piede sinistro tela grande corn.e a[…]nata dorata.
Giuda in atto di tradir Christo col bacio, e soldati tela grande di
chiaroscuro, e corn.e liscia negra con fil.o d’oro.
Due tele grandi, in una Polli, Gallinacci, Fagiani, e Pernici.
Nell’altro diversi frutti in un Canestro Cerase cornice bianca intag.a//
[f.107v]
Due tele grandi di bellissimi frutti, in uno granati, merangoli, uva
Nell’ altro cedri con Scimia, Papagallo corn.e bianche liscie.
Madonna in tavola con S. Antonio Abbate, e San Gioseppe corn.e bianca
intag.ta.
Due Paesi tela 4 p.mi con sue figurine in uno cioè un huomo a cavallo con
mantello rosso, e Pastore con alcune vaccine
Nell’ altro una Donna vestita di rosso vicino a due fornari corn.e liscie
d’oro.
S. Fran. Colla Croce in mano che la bacia corn.e negra fil.a d’oro.
Una femina che con mollette in mano piglia un carbone da un bragiere
corn.e di noce, e fil.o d’oro
Vecchio cogitabondo, che colla mano sinistra accenna, vestito come
havesse il Piviale rosso corn.e come s.a.
Un sbozzo d’una Santa vestita di bianco in atto di ricevere il martirio
circondata da diversi manigoldi corn.e negra fil.a d’oro.
Madonna in tavola col bambino a sedere con Corona di corallo al collo
corn.e liscia negra.
Diversi ucelli con fagiano, starne corn.e color di noce rabescata d’oro,
colla di noce.
Madonna col fazzoletto in mani contemplando la Passione di N.S.re
med.te la corona di spina
S. Agostino che sta scrivendo con uno che gli tiene il lume
Stanza fra il Zampanaro e l’udienza E
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S. Gio. Battista che tiene abbracciato l’Agnello con croce di canna
appoggiata alla spalla,vestito di pelliccia manto rosso tela 3 palmi corn.e
liscia dorata. //[f. 107r]
Una Madonna col Bambino, e S. Gioseppe, che mostra volergli dare certi
frutti con due Angeli con palma alla mano del Lanfranco
La Decollazione di S. Gio. Batta in tavola col manigoldo, e una fantesca,
corn.e color di noce intagliata d’oro.
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Una Madonna grande assai in tavola con S. Gioseppe con altra Santa, e S.
Giovannino, che aiuta a rifar la fascia alla Madonna corn.e intag.ta dorata.
Un Salvatore tela da testa, che colla destra piega verso la sinistra corn.e
bianca intagliata.
Un Salvatore in mezzo a farisei, con corda al collo tela grande corn.e
rabescata dorata d’Andrea Schiamone.
S. Veronica col volto Santo in mani che riguarda verso il cielo corn.e c.e
s.a.
Un satiro che abbraccia una femina in atto di fuggire con un vecchi a
giacere in terra mano di Fabritio Chiari corn.e dor.a intag.a.
Testa d’un vecchio che guarda in terra, barba, e capelli bianchi corn.e
negra, e fil.a d’oro.
Due teste quella della Donna, che ha ferito una Zuria, e fasciata la testa
con fettuccia torchine, et un huomo che la rigurarda vestito di giallo corn.e
negra fil.a d’oro.
Madonna in tavola coll’offitio in mani colla sinistra abbraccia il Santo
bambino corn.e dor.a con 8 rose rabescate di torcchino mano d’ Antonio
del Sacco.
Testa di femina addolorata con pendente all’orecchio destro.
Altra testa d’huomo macilente in profilo // [f.108v] barba da nazzareno, e
guarda in su cornice di noce intagliata con fil.o d’oro simile.
Un Salvatore colle mani legate e canna in mano con un fariseo, che lo
schernisce, corn.e liscia color di tartaruca.
Due teste di donna che si guardano e si abbracciano assieme, una con
busto giallo, e l’altra rosso corn.e bianca intag.ta.
S. Gio. Battista in atto di bevere ad un Rio d’acqua con un poco di
pelliccia, e manto rosso corn.e dor.a liscia.
S. Gio. Batta tela grande, che colla destra porge l’herba all’agnello vestito
di pelliccia, e manto rosso mano del Caravaggio corn.e liscia dor.a.
Una morte sopra al libro, et annotationi, mano del sud.o corn.e negra
liscia.
Altra testa di morte sopra della quale è una mano, tela sim.e corn.e negra
rabescata.
S. Pietro che colla mano destra tiene una chiave con veste torchin, e manto
giallo corn.e dor.a intag.ta.
Una barca con Christo, et Apostoli, e con un canestro de Pesci alla riva
corn.e negra, rabesc.a d’oro.
Un Santo con mano al petto, e colla destra impugna un bastone fiorito, e
guarda verso il cielo corn.e arenata dorata.
Un Santo Patriarca Greco colla penna in mano, e due Angeli, che gli
dimostra quello ha da scrivere, corn.e di noce intag.ta dorata.
Un Giovine mezza figura nudo, che colla sinistra tiene un cartello l.ra A,
corn.e dor.a liscia.
David che colla destra tiene la testa di Golia e colla spada insanguinata con
piuma bianca // [f. 108r] in testa mano del Ra[…]illo corn.e negra fil.o
d’oro.
Una Madonna che va in Egitto a sedere sopra la nuda terra col Bambino,
che dorme, e tre Putti che scherzano corn.e negra rabesc.a d’oro.
Transito di S. Gioseppe, colla Madonna, Salvatore e molti Angeli mano
del Pace corn.e liscia dor.a.
Una testa di Cignale, lepre mano di Pietro Tempesta cornice c.e s.a.
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Christo che mangia con due Apostoli cor.e bianca liscia.
Due tele di 4 p.mi di frutti, meloni, pere, fichi e persiche, in uno de quali è
dipinto un Ramarro.
Nell’altro una conca piena di frutti.
Una marina colla fabbrica d’alcuni vascelli con più figurine vestite di
rosso mano di Tassi.
Altra marina con alcuni vascelli, e figurine mano del med.o corn.e dor.a
liscia.
Donna che con pugnale si ferisce una zinna corn.e liscia, e fil.a d’oro.
Madonna colle mani giunte, manto torchino in testa, corn.e negra, fil.a
d’oro.
Testa in profilo d’uno che ride corn.e liscia dor.a.
Due opera in grande uno con Donna che con boccale in mano smorza il
fuoco.
Altro sim.e Rappresentante la verità corn.e di noce itag.a dorata.
S. Girolamo che con una mano si batte il petto e coll’altra tiene un
Crocefisso corn.e color di tartaruca.
Stanza dell’Udienza F
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Un Putto in tavola # tela da testa corn.e di noce fil.o d’oro. // [f. 109v]
Un Ritratto di vecchio, tela c.e s.a corn.e negra liscia.
Un ritratto d’un Giovine collare con merletti all’antica tela c.e s.a senza
cornice.
Ritratto d’un Card.e a sedere, tiene la mano sopra la spalla d’un Putto
vestito con zimarra da cam.a corn.e intag.ta dorata.
Due Istorie tele d’Imp.re mano del Lanfranco corn.e negre, rabesc.e d’oro.
Ritr.o d’un putto in piedi con candeliere in mano corn.e di noce fil.o d’oro,
mano di Carlo Lotti.
Giovine vestito di rosso, collare a lattuga, tela da testa, corn.e negra liscia
mano di Scipione Caetano.
Testa smorfiosa di rosso con berettinaccio in capo # tela da testa corn.e
dor.a rabesc.a.
Putto che con una mano tiene un dente di Cignale e con l’altra una cosa
dentro una cariola da testa, corn.e bianca intag.a m.o del Mola.
Due ritratti del Cav. Bernini mezze tele da testa con sue corn.e intagl.e e
dorate.
Un ritratto fatto dall’Olben, chè di un huomo con collare a lattuca che con
una mano impugna un paro di guanti, e coll’altra appoggia sopra un libro,
corn.e di noce intagliata d’oro.
Testa in profilo d’un giovine impastato sopra la tavola con collare, che
nasce dalla camiscie corn.e c.e s.a.
Putto in tavola che con una mano tiene un pomo con collare, e veste
trinciata corn.e negra fil,o d’oro.
Una Donna con turbante in testa et una mano sopra la’ltra corn.e di noce.
Testa d’un vecchio, che pare si morda i labri corn.e liscia dorata.// [f.
109r]
Ritratto d’huomo con barba bifolcota colla destra tiene una carta con un
carniere in cintura, corn.e di noce liscia con fil.o d’oro.
Agar col suo Angelo, che gl’accenna corn.e liscia dorata.
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Ritratto d’un Doge di venetia di Gio Bellini colla scuffia e berettone in
testa corn.e intag.a dorata.
S. Andrea che adora la Croce Historia con molte figure tela d’Imp.re, è
m.o di Carlo Maratta
Testa d’un Apostolo che ha nella spalla sinistra un nicchio corn.e c.e s.a.
Hisotira del figliol prodigo, m. di Giacomo Bassano corn.e d’ebbano
negra.
Ritratto d’uno che tiene in mano una testa di morto e sopra di questa v’è
una rosa, corn.e dor.a intag.a.
Madonna del Ssmo Rosario del Bassano cornice negra liscia.
Ritr.o in grande d’un huomo che con un compasso misura una carta corn.e
di noce fil.o d’oro.
Due quadri in tavola in uno si rappresenta la Flagellat.ne di N. S.re
nell’altro il portar la Croce corn.e c.e s.a.
Femina col velo giallo in capo colla mano sinistra alla cintola corn.e di
noce con fil.o d’oro.
Una Madalena colle mani giunte, contempla la Croce m.o del Caracci
corn.e color di noce dor.a.
Ritr.o d’un giovine in piedi con le calze a braghe rigate di giallo m.o del
Padovanino vecchio corn.e negra fil.o d’oro. // [f.110v]
Un Romito con mani giunte mira il cielo, corn.e liscia dor.a m.o del
Lanfranco.
Donna che tiene un ventaglio corn.e di noce fil.a d’oro.
Sansone rovina la Sinagoga m.o del Tintoretto in tavola, ovato, bislungo,
con intaglio d’oro.
Salvatore con manto torchino m.o di Mutiano corn.e di noce fil.a d’oro.
Testa di Giovine ridente, collare a lattuca senza corn.e m.o del Barocci.
Putto in ginocchioni corn.e liscia dor,a in tavola.
Christo morto a giacere corn.e negra rabesc.a d’oro mano di Lud.co
Carracci.
Ritratto d’un putto con colomba in mani, tela da testa corn.e dor.a liscia.
Ritr. D’un Card.e che sta a sedere colle mani alli Braccioli della sedia
corn.e color di noce, e il.o d’oro sotto il n. 42.
Huomo vestito di negro con collana al collo, et una mano al petto, e
coll’altra tiene in paro di guanti, tela da testa in tavola conrn.e di noce
liscia.
Testa a similitudine di Salvatore con berrettino negro in testa cor.e di noce
di bamboccini dorati
S. Agostino con un Angelo che gli tiene il Lume corn.e negra.
Primo stanzolino litt. G
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Due paesi con sue figurine, tela da # testa corn.e dor.a intag.a mano del
Vandergable.
Due Battaglie d’Antonio di valle corn.e liscie dor.e.
Testa di donna con ramo d’oliva in mano corn.e dor.a intag.a.
testa con mordacchia in bocale corn.e c.e s.a. // [f. 110r]
Madonna che adora il bambino con S. Gio. in rame corn.e d’ebbano e fil.o
dorato mano del Baroca
Quattro teste simili fra loro corn.e dor.a liscia.
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Quattro Paesini simili fra di loro con sue figurine # tela da testa corn.e
int.a dorata.
Due quadri simili in uno Bacco sopra d’un Asino con un Re genuflesso.
Nell’altro due Satiri, che portano sopra le spalle una femina corn.e dor.a
intag.a.
Testa di vecchio rappresentante un Dio Padre corn.e negra con 3 filetti
d’oro.
Una Morte con ghirlanda di rose, candeliere e specchio, Altro simile con
mappamondo tre deti corn.e di fico d’India con fili negri.
Due Battaglie compagne corn.e int.te dorate.
Un Paese con Tobia e l’Angelo corn.e negra liscia.
Testa rappresentante un Prete corn.e bianca liscia.
Ottangolo di rame rappresenta la Decollazione di S. Gio. Batta. corn.e
negra liscia.
Quattro brugne con due farfalle.
Altro compagno con due ucelli turchini corn.e arenate d’oro.
Testa d’un vecchio in tavola corn.e dor.a intag.ta.
Una Madalena giacente sopra una stora contemplando il Crocifisso corn.e
dor.a liscia.
Due tele rappresentanti varii ucelli, corn.e negre liscie.
Un vecchio che sta a sedere con una mano inguantata,// [f.111v] et
appoggiata sopra la spalletta della sedia, coll’altra tiene un bastone corn.e
dorata intag.ta.
Testa d’un Giovine colla mano al petto con berretta, e pennacchio alla
brava corn.e dor.a arricciata m.o di Pietro della Vecchia.
Testa d’uno che con una mano tien’aperte tre dita, con piuma bianca al
cappello, corn.e dor.a liscia.
Vecchio che tiente per le mani una femmina, et un altro huomo in
lontananza con Pastore, corn.e intag.a dorata.
Un quadretto in rame del Brugela corn.e dor.a intag.ta
Battaglia grande di Ant.o di Vallè corn.e intag.ta dorata.
Una Bambocciata con donne vestite da huomo corn.e intag.ta dor.a.
Ritr.o d’uno che tiene la berretta all’antica vestito d’un manto Senatorio, e
coll’inscrittione Joes. à Petra corn.e d’ebbano.
Un Christo flagellato da due farisei colla catena al collo e S. Pietro in
lontananza in tavola, corn.e dor.a liscia.
Due teste d’un Giovine, et un vecchio questi guarda in terra, e quelli
guarda il cielo corn.e dor.a liscia.
Testa di S. Giov. Batta., con Ecce Agnus Dei in tavola corn.e liscia negra.
Un filosofo con un manto bianco in testa corn.e dor.a liscia.
Due Battaglie mano del Borgognone corn.e dor.a intag.ta.// [f. 111r]
Battaglia in rame tela da # testa corn.e dor.a rabescata.
Due quadretti rappresentanti uno la vendetta, e l’altro il tempo corn.e di
pero fil.a d’oro.
Paese con pastore, pecore, capre, et altro con un fiume, et una barchetta
corn.e d’or.a rabescata.
Tre teste d’Angeli con sue corn.e di noce fil.a d’oro.
Pietà con cornice d’ebbano.
Madonna col fazzoletto contemplante la passione di N. S. corn.e dor.a.
Secondo Stanzolino H
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Due caraffe di fiori in carta pergamena corn.e negra liscia.
Una conca che finge cristallo con rose, et alcuni fiori, corn.e intag.ta
bianca.
Una venere con un amorino in seno.
Altro suo compagno mano di Filippo Lauro corn.e dor.a liscia.
Madonna, e S. Gioseppe che con l’aiuto di un Angelo sega un legno,
corn.e dorata liscia.
Un bambino in tavola, che tiene in mani un dente di Cignale, corn.e liscia
dora.
Testa incollata in tavola vestita di rosso corn.e liscia dirata d’And.a
Mantenga
Un pastello, che rappresenta un bambino che dorme cheh tiene la mano
sopra la stalla con cristallo.
Due specchi ottangolari con sue cornici di bellissimi intagli dorati.
Una cena di Cristo cogl’Apostoli in tavola cornice dorata liscia mano di
d’Ercole da Ferrara. // [f.112v]
Paese tela da testa con due figure cornice color di noce dorata.
Una fabbrica dell’Arca di Noè corn.e dor.a liscia.
Marina con più vascelli fatta delicatiss.te di penna corn.e tutta d’ebbano.
S. Fran. In atto di ricevere le stimmate di chiaro scuro col suo cristallo
corn.e d’ebbano negra liscia.
Un paesino con più figurine con talco (?) corn.e negra liscia.
Altri paesi di Paolo Brillo in rame con S. Giuliano corn.e liscia dor.a.
Altro paese simile più piccolino con una figurina che vuole scaricare
l’archibugio corn.e c. s.a.
Due luci compagne con diversi fiori corn.e negre stampate e fil.o d’oro.
Madonna in rame che tiene le mani soprapposte al seno, corn.e parim.e di
rame dor.a.
Un S. Fran. piccolo che adora la S.ta Croce col suo compagno corn.e dor.a
liscia.
Paese con alcune figurine senza corn.e mano di Filippo Napol.o.
Paese senza cornice con donna che cavalca un cavallo bianco mano del
Mola.
Quadretto con Birbante che si fa medicare una gamba in rame corn.e
d’ebbano.
Due ritratti piccoli dell’Olben cioè huomo con collare à lattuca, e la donna
vestita da monaca corn.e di noce col suo fil.o negro.
Una Ghirlanda di belliss. Fiori, tela di 3 p.mi corn.e liscia dorata. // [f.
112r]
Canestro di fiori sopra un pilastro di marmo corn.e dor.a intag.a e rabesc.a.
Un vaso di fiori con alcuni Granati, Peri corn.e liscia dorata.
Terzo Stanzolino I
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Madonna che cusce, S. Anna appoggiata, Bambino con fiori in mano
corn.e arrenata dor.a.
Un pastore che suona la piva con cane, e capre corn.e intagliata dor.a.
Madonna dipinta sopra una Pietra col Bambino che fa carezze à S. Gio.
corn.e negra liscia.
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Madonna, e bambino, che con un braccio abbraccia S. Gio., e S. Gios.e
con il libro, corn.e dor.a liscia.
Due quadri tela da testa in uno vi è un vas[..…] entrovi 4 figure con donne
alla spiaggia in atto di dolore.
Nell’altro un vecchio al quale parla un soldato che tiene in mani una lancia
corn.e di noce intag.a dor.a.
Un S.mo Sudario in carta pecora intag.a corn.e di pero stampata.
Un S. Fran. Stampato in taffettà corn.e dor.a.
Testa d’un Salvatore mano di Mutiano corn.e dor.a liscia.
Transito di S. Anna mano del Bassano bislungo.
Marina con più vascelli agitata dalla tempesta corn.e dor.a liscia.
Ecce Homo con canna in mano del Carracci corn.e dor.a liscia.
Due quadretti con figure antichissime in campo rosso, in uno de quali v’è
un gran vascello // [f. 113v] e nell’altro alcune femmine.
Un somaro col basto in terra mano del Mola corn.e bianca intag.a.
Un paese in tavola molto lungo con un villano che per parlar ad alcuni
trattiene un corn.e dor.a liscia.
Un paese con due soldati # tela da testa corn.e dorata.
Un Christo orante nell’Horto coll’angelo, che gli mostra il Calice della
Ss.ma religione, tela da testa corn.e dor.a intag.a mano di Carlo Maratta.
Un Putto nudo a giacere corn.e negra liscia mano di Pietro da Cortona.
Bambocciata con cavallo bianco carico di rami con huomo, e donna
d’appresso, corn.e dorata intagliata.
Madonna in tavola che contempla una santa il volto santo, corn.e negra
dor.a.
Un disegno con più Pecore, con Pastori corn.e negra liscia.
Un ucello, che posa sopra un ramo di Cerase corn.e c.e s..a
Disegno di Pietro da Cortona, corn.e d’ebbano.
Un Salvatore colla diadema d’oro, e manto torchino corn.e di noce intag.a
dorata.
Un Christo che porta la Croce di legno in carta corn.e dor.a liscia.
Disegno d’una caricatura con gran naso corn.e negra liscia.
Serpente saettato da soldati corn.e c.e s.a. //[f. 113r]
Paese oscuro con due figure in prospettiva una delle quali tiene un bastone
corn.e di noce.
Un altro con un vascello in lontananza et barca, che pesca corn.e di noce.
Madonna, Bambino, S. Gio, e S. Anna lapis rosso corn.e negra liscia.
Marina con torre, e più barche, che con un. che tocca un somaro corn.e
negra liscia.
Un disegno di chiaro scuro con femina con mani legate, et un altra che sta
in ginocchioni senza cornice.
Un santo romita colle mani giunte corn.e negra liscia.
Una Battaglia fatta in penna colla sua inscrittione corn.e c.e s.a.
Un fondo di piatto con 3 femine corn.e dor.a liscia.
Altro piatto piccolo con figura che tiene un libro in mano corn.e di noce
fil.o d’oro.
Un altro piatto piu grande coll’istoria di Juditta corn.e c.e s.a.
Un ritratto di S. Fran. di Sales ricamato corn.e negra liscia.
Quattro tondini compagni con vedute di Paesini e sue figure, cornici c.e
s.a.
Due quadretti di busso di basso rilievo, corn.e intag.a dorata.
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S. Maria Madalena d’Avorio con un Crocefisso corn.e d’ebbano.
Una locusta corn.e dor.a liscia.
Una Pianta della Chiesa di S. Pietro del tempo di Sisto V corn.e negra
liscia. // [f. 114v]
Una cena di Cristo corn.e come sopra.
Il martirio di San Lorenzo corn.e dor.a liscia.
Un paesino con huomo coll’archibugio in spalla con talco corn.e negra
liscia.
Testa di lapis rosso, e negro, e collare a lattuga corn.e negra liscia.
Due Paesi compagni con veduta huomo,e donna che stanno a sedere
assieme, mano di Gio. Franc. Bolognesi.
Moyse nel Roveto corn.e di noce, e fil.a d’oro, m.o del Lanfranco.
Paesino mano del Mola con uno che passa, et una donna con canestro in
testa corn.e intag.a dor.a.
Alcune pecore, e capre tela da testa, corn.e liscia dor.a.
Testa d’un angelo dipinta in muro col suo vetro mano del Mola.
Testa di lapis rosso voltata nella man destra.
Ovato con medaglia di metallo, e due figure corn.e negra liscia.
Adoratione dei Magi del Passeri conr.e rabescata dorata.
Due piatti grandi con sua corn.e intag.a dor.a.
Due piatti ovati grandi.
Stanza dello Studio L
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Natività di Christo di noce liscia fil.o d’oro.
Marina con Christo che chiama S. Pietro mano del Tassi corn.e dor.a
liscia.
Paese con 2 fig.e corn.e bianca liscia.
Presepio tela 4 p.mi con un agnello vicino al bambino, scuola di Paolo
Veronese, corn.e liscia dor.a. //[f. 114r]
Stampa di Clem.e 9 corn.e intag.a bianca.
Ritratto del Re di Francia in stampa corn.e simile.
Tre figure copiate dalla loggia di Farnese.
Paese con molti sassi, e 3 fig.e corn.e bianca liscia.
Testa d’un giovane voltata sopra la mano sinistra con panno giallo corn.e
liscia dor.a.
Madonna in tavola col Bambino in piedi appoggiato alla madre con S. Gio.
corn.e di noce.
Madonna dolorosa in ovato corn.e liscia bianca.
Sbozzo di donna, tela 4 p.mi corn.e bianca.
Stanza contigua allo Studio M.
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Una Galera che viene dalla scuola di Carlo Maratti senza cornice.
Ritratto di Clemente 9 corn.e liscia dor.a.
Paese con molti sassi, e con Romita che tiene un libro in mano, e si volta
in dietro corn.e intag.a dorata.
Sei quadretti di ricamo con paesi, figurine e sue cornici di pero negro
cornici bianche intagliate.
Un Christo legato alla colonna con farisei e suo cristallo corn.e di pero
intag.o.
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Testa in picciolo d’un smorfioso, e piuma bianca sul cappello corn.e
intag.a dor.a.
Madonna che tiene in mani una rosa con suo Bambino, e pappagallo
tessuta con sua cornice simile.
Un Salvatore a sedere sopra un sasso corn.e bianca con fusarola bianca.
Un Christo colla Madalena a piedi di ricamo corn.e di pero negro, e
fusarola intag.a bianca.// [f.115v]
Madonna tessuta col bambino che gli dorme in braccio corn.e parim.e
tessuta.
Ritratto di Michel’Angelo del Violino corn.e intag.a.
S. Pietro con una chiave in mani corn.e dorata.
Christo quando risorge dal monumento corn.e color di noce dor.a intag.a.
Cinque ritratti di Casa Chigi corn.e dorata.
S. Agostino che gl’appariscono i diavoli in diverse forme.
Un santo Domenicano, al quale un angelo tiene la mano sinistra sopra la
spalla cornice negra liscia.
Mad.a col Bambino, e S. Giovanni.
Residuo de quadretti che stavano nelli Stanzolini, e riposti nel Cantarano N.
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Due ovatini, in uno de quali si rappresenta la Chiesa di S. Pietro, e l’altro
un ritratto fatto di penna col suo telaio corn.e di noce liscia.
Quadretto d’huomo, e donna, che si baciano di penna corn.e negra , fil.o
d’oro.
Quadretto picciolo di disegno in penna con sei teste con telari, cornice
negra stampata. // [f. 115r]
Quadretto bislungo con disegno ad imitazione di rilievo a chiaroscuro
cornice negra liscia.
Quadretto di chiaroscuro d’un soldato che sta a sedere con una femina in
piedi dalla parte destra in atto d’accogliere un Giovine inginocchiato a suoi
piedi con molti soldati cornice negra liscia.
Quadretto con la Consacrat.e di Claudio Imperatore stampa, cornice negra
liscia.
Quadretto bislungo con martirio d’una santa di chiaroscuro, corn.e negra
liscia.
Pastello d’un puttino con suo cristallo cornice negra liscia.
Disegno di lapis rosso con figura, che sopra la mano destra ha appoggiata
la testa in atto di pensiero col suo cristallo conr.e negra liscia.
Caricatura di penna in carta con uno che sta in ginocchioni, e in lontananza
due à letto, e molti voti (?) suo cristallo corn.e negra liscia.
Due canestre compagne fondo di raso con ricamo di fiori al naturale senza
cornice tela da # testa.
Paese di penna con un pastore, che sta a sedere sopra un sasso, alcune
pecore, e capanne corn.e negra liscia.
Disegno di chiaroscuro di più figure due delle quali dimostrano di volersi
abbracciare con manigoldo, che vuol legare, et un'altra fig.a prostata in
terra corn.e negra liscia. // [f. 116v]
Disegno di chiaroscuro della Piazza di Siena cornice dor.a liscia.
Un ritratto d’una donna in pastello corn.e negra liscia.
Cupido di penna in atto di rimettere una frezza dentro la faretra figurina in
piedi corn.e dor.a rabescata.
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Due paesi in penna a chiaroscuro in uno con un vecchio a sedere a piedi
d’un albero.
Nell’altro una barchetta con due figurine corn.e negra liscia.
Disegno di chiaroscuro, che rappresenta la scalata d’una fortezza, col suo
cristallo, corn.e negra liscia.
Due paesini d’intaglio di cartapecora finissimi in uno rappresenta la caccia
de cervi,
Nell’altro la marcia d’una carrozza, corn.e negra liscia.
Canestra ricamata sopra al raso di fiori naturali sanza cornice.
Ritratto di Papa Alessandro dipinto sopra il raso corn.e negra liscia con
rabeschi d’argento nelle cantonate (?).
Altro simile del S. Card. Chigi.
Due vedute del Cavalier Fontana cornici negra con fil.o d’oro, e
attaccaglie dorate.
Tela d’un vaso di fiori corn,e dor.a.
Chiaroscuro dell’untione di David corn.e egra fil.o d’oro.
Paese, chiaroscuro rappresent.e un gran masso, sopra del quale alcune
figure, et una in atto di predicare corn.e negra liscia. // [116r]
Paese in un sasso, dal quale sede un giovine con un flauto, e due donne,
che mostrano di viaggiare con più vedute di Castelli in lontananza cornice
negra liscia.
Tutti gli Arazzi, cioè
L’historia del Re Pirro.
L’historia della Regina Semiramide,
L’historia di Giuditta, e la Boscareccia con tutti gl’annessi per empitura delle
stanze.
Nove tavolini di diaspero di Sicilia, cioè sette con piedi intagliati dorati, e due
senza indoratura.
Due portiere ricamate si mandano alla Chiese.
Sig. Nicola Baldassini ministro dell’heredità della Fel.me. del S. Card. Nini si
contenti di consegnar alla Cong.ne delli Convertiti alla Fede in conto del legato
delli scudi quindicimila lasciatti da Sua Em.za nel suo ultimo testamento li
soprad.i quadri, arazzi, tavolini, e portiere per la somma di scudi novemila
quattrocento settanta m.ta con prenderne le quietanze necessarie, et opportune.
Acta nel n.ro palazzo de SS. Apostoli questo dì 14 settembre 1681.
Card. Chigi esecutore testamentario. // [ f. 117v]
Quadri, arazzi, et altre robbe consegnate al Luogo Pio de Convertiti.
XV
Benefici ecclesiastici assegnati al cardinale Giacomo Filippo Nini (Regesto).
ASR, Notai A.C., Instrumenti, notaio Agostino Sabatucci, vol. 6429, anno 1680, ff. 103v117v.
Roma, 10 agosto 1680
Elenco delle pensioni riservate al cardinale Nini da Alessandro VII, e da Clemente
IX con relativi redditi:
1.
Pensione annua riservata per la mensa episcopale di Carpentorate
[Carpentras, Vaucluse in Francia], valida per ciascun anno in cui il cardinale Nini
142
o un suo legittimo procuratore ha coperto la carica di vescovo presule e
amministratore del suddetto vescovado. Entità della pensione: 1000 scudi. Erogata
a Roma in due soluzioni: Natale e in occasione della festa della Natività di S.
Giovanni Battista, 24 giugno. Pensione concessa da Alessandro VII nel 1666.
2.
Pensione annua riservata per la mensa arcivescovile di Bari, valida per
ciascun anno in cui il cardinale Nini o un suo legittimo procuratore ha
coperto la carica di vescovo presule e amministratore del suddetto
vescovato. Entità della pensione: 700 scudi. Erogata a Roma in due
soluzioni: Natale e in occasione della festa della Natività di S. Giovanni
Battista, 24 giugno. Pensione concessa da Alessandro VII nel 1666
3.
Pensione annua riservata per la mensa episcopale di Squillace, valida per
ciascun anno in cui il cardinale Nini o un suo legittimo procuratore ha
coperto la carica di vescovo presule e amministratore del suddetto
vescovado. Entità della pensione: 1000 scudi. Erogata a Roma in due
soluzioni: in occasione della festa della Natività di Maria, 8 settembre, e in
occasione della festa dell’Annunciazione, 25 marzo. Pensione concessa da
Alessandro VII nel 1665.
4.
Pensione annua riservata per la mensa episcopale di Caputaqui [Capaccio,
in provincia di Salerno], valida per ciascun anno in cui il cardinale Nini o
un suo legittimo procuratore ha coperto la carica di vescovo presule e
amministratore del suddetto vescovado. Entità della pensione: 500 scudi.
Erogata a Roma in due soluzioni: in occasione della festa della Natività di
Maria, 8 settembre, e in occasione della festa dell’Annunciazione, 25
marzo. Pensione concessa da Alessandro VII nel 1665.
5.
Pensione annua riservata per la mensa arcivescovile Torino, valida per
ciascun anno in cui il cardinale Nini o un suo legittimo procuratore ha
coperto la carica di vescovo presule e amministratore del suddetto
vescovado. Entità della pensione: 100 scudi. Erogata a Roma in due
soluzioni: a Natale e in occasione della festa della Natività di S. Giovanni
Battista, 24 giugno. Pensione concessa da Alessandro VII nel 1662.
6.
Pensione annua riservata per la mensa episcopale di Ascoli, valida per
ciascun anno in cui il il cardinale Nini o un suo legittimo procuratore ha
coperto la carica di vescovo presule e amministratore del suddetto
vescovado. Entità della pensione: 100 scudi. Erogata a Roma in due
soluzioni: a Natale e in occasione della festa della Natività di S. Giovanni
Battista, 24 giugno. Pensione concessa da Clemente IX il 14 maggio 1668.
Per tutte le altre dignità minori che il cardinale Nini ricopriva in qualsiasi luogo e
circostanza, Alessandro VII aveva disposto che i proventi relativi fossero trasferiti
in una rendita cumulativa di 1000 scudi. Ad essa si aggiungevano 300 ducati
spettanti al cardinale come familiare dello stesso Alessandro VII e 250 ducati
come domesticus del Sacro Palazzo e della Cappella Pontificia.
Il cardinale, inoltre, dovrà predisporre che in caso di sua morte tali pensioni con i
relativi diritti vengano cassate.
Il cardinale Nini riserva le pensioni legate alle suddette mense episcopali, ed altre,
ai seguenti beneficiari, come riportato nella lettera apostolica di Innocenzo XI,
rogata da Nicolò Piccolomini, patrizio senese e referendario pontificio, di cui
segue il contenuto:
1.
500 scudi dei 1000 scudi della mensa episcopale di Carpentorate sono
riservati in favore di Bernardino Nino, cardinale della chiesa metropolitana
di Siena
143
2.
300 scudi dei 700 scudi della mensa episcopale di Bari sono riservati come
segue: 100 scudi al chierico Alessandro Sozzini; 50 scudi al chierico
Francesco Clusi, 50 scudi a Filippo Noto di Centiana, nella diocesi di
Alba;
100 scudi all’anno, riservati da Innocenzo XI per i rettori dell’Opera dei
Pii Operai della chiesa metropolitana di Siena, per la durata di dodici anni
e per la costruzione di una cappella nella suddetta chiesa.
3.
200 scudi dei 1000 scudi della mensa episcopale di Squillace sono riservati
come segue: 100 per i rettori dell’Opera dei Pii Operai della chiesa
metropolitana di Siena, per la durata di dodici anni e per la costruzione di
una cappella nella suddetta chiesa.
4.
190 scudi dei 500 scudi della mensa episcopale di Caputaqui sono riservati
come segue: 70 al canonico Leonardo Calamari, 70 al canonico Marco de
Tulliis, 50 a Francesco Mazzocchelli, chierico fiorentino.
5.
50 scudi dei 100 scudi della mensa episcopale di Torino sono riservati
come segue: 25 al canonico Matteo di Filippi, e 25 a Giovanni Antonio
Farnesi (?), chierico romano.
6.
50 scudi dei 100 scudi della mensa episcopale di Ascoli sono riservati a
Pietro Piantani, chierico romano.
Il cardinale Giacomo Nini rinuncia ai propri diritti sulle suddette porzioni di
pensione, che vengono ceduti insieme con la rendita ai beneficiari della translatio.
Essi d’altra parte cesseranno di essere beneficiari della relativa porzione di
pensione nel momento in cui muore il cardinale.
Actum Romae, in Pal. Em. Card. Nini, posit. in via Cursus in Platea Culumnna.
Pres. Antonio Murosino figlio di Angelo Putiarenensis nullius della provincia di
Bari e Giovanni Viola figlio di Francesco di Viterbo.
Al cardinale Giacomo Nini sono state assegnate le seguenti pensioni da
Alessandro VII:
500 scudi per la mensa episcopale di Caputaqui, nel 1665.
500 scudi per la mensa episcopale di Bari, nel 1665.
100 scudi per la mensa episcopale di Vercelli, nel 1663.
Lo stesso Alessandro VII ha predisposto che al cardinale venissero corrisposte le
seguenti somme:
pensione di 1000 scudi con breve pontificio del 17 agosto 1661.
400 ducati in qualità di assistente della Cappella Pontificia con breve
pontificio del 13 luglio 1664.
300 ducati in qualità di familiare del pontefice con breve pontificio del 17
agosto 1655.
Alessandro VII ha disposto che Nicolò Piccolomini, patrizio senese referendario
utriusque Segnaturae certificasse che dalle rimanenze delle pensioni riservate al
cardinale Nini, fossero riservate le seguenti somme, in favore dei seguenti
beneficiari:
1.
Ad Alessandro Nino, nobile di Siena e familiare del pontefice, 50 scudi dai
310 scudi rimanenti della mensa episcopale di Caputaqui.
2.
Al chierico Antonio Bulenghi della diocesi di Concordia, 50 scudi dai 400
scudi rimanenti dalla mensa episcopale di Bari.
3.
Ad Antonio Bulenghi 50 scudi dai 100 scudi rimanenti dalla mensa
episcopale di Vercelli.
Actum Romae, in Pal. Em. Card. Nini, posit. in via Cursus in Platea Culumnna.
144
Pres Giovanni Viola figlio di Francesco di Viterbo e Carlo Moretto, figlio di
Domenico di Bologna.
145
146
147
148
149
150
151
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de’ Moderni, dannosi parimente a conoscere con autorevoli ragioni varie
mancanze de li Scrittori della Professione, nel secondo che in ordine al primo
dimostra la pratica s’additano l’opere più famose, ed eccellenti, le quali hora
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Caravaggio. La luce nella pittura lombarda, catalogo della mostra (Bergamo,
Accademia Carrara, 12 aprile – 2 luglio 2000), a cura di F. Rossi, coordinamento
scientifico del catalogo di C. Strinati e R. Vodret, Milano 2000.
BIELLA [2004]
Fiori: cinque secoli di pittura floreale, catalogo della mostra (Biella, Museo del
Territorio Biellese, 21 marzo - 27 giugno 2004) a cura di F. Solinas, Roma 2004.
BOLOGNA[1956]
I Carracci. I dipinti, catalogo della mostra (Bologna, palazzo dell’Archiginnasio,
1 settembre - 31 ottobre 1956) a cura di G.C. Cavalli, F. Arcangeli, A. Emiliani,
M. Calvesi, con una nota di D. Mahon, introduzione di C. Gnudi, Bologna 1956
BOLOGNA-ROMA[2006-2007]
Annibale Carracci, catalogo della mostra (Bologna, Museo Civico Archeologico;
Roma, DART Chiostro del Bramante, 25 gennaio – 6 maggio 2007) a cura di D.
Benati, E. Riccòmini, Milano 2006.
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settembre 1993 - 2 gennaio 1994; Toledo, Museum of Art, 2 febbraio - 24 marzo
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BRESCIA[1998-1999]
Da Caravaggio a Ceruti: la scena di genere e l’immagine dei pitocchi nella
pittura italiana, catalogo della mostra (Brescia, Museo Civico di Santa Giulia, 28
novembre 1998-28 febbraio 1999) a cura di F. Porzio, Milano [1998].
CATANZARO[1999]
Mattia Preti, il cavalier calabrese, catalogo della mostra (Catanzaro, Complesso
monumentale del S. Giovanni, 7 luglio – 31 ottobre 1999) a cura di G. Ceraudo,
C. Strinati, L. Spezzaferro, Napoli 1999.
CENTO[1996]
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Pinacoteca Civica, 7 dicembre 1996 - 23 febbraio 1997) a cura di F. Gozzi, Cento
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CLEVELAND [1971]
Caravaggio and his followes, catalogo della mostra (Cleveland, Museum of Art,
1971) a cura di R.E. Spear, Cleveland 1971 [ed. 1975].
COSENZA[2004]
Gregorio Preti, calabrese (1603 – 1672) un problema aperto, catalogo della
mostra (Cosenza, palazzo Arnone, 11 maggio – 25 luglio 2004) a cura di R.
Vodret, G. Leone, Milano 2004.
FANO [2001]
La natura morta nell’Italia pontificia nel XVII e XVIII secolo, catalogo della
mostra (Fano, Edificio L. Rossi, 13 luglio 28 ottobre 2001) a cura di R. Battistini,
B. Cleri, C. Giardini, E. Negro, N. Roio, Modena 2001.
FIRENZE [2003]
La natura morta italiana. Da Caravaggio al Settecento, catalogo della mostra
(Firenze, palazzo Strozzi, 26 giugno – 12 ottobre 2003) a cura di M. Gregori,
Milano 2003.
LUGANO-ROMA[1989-1990]
Pier Francesco Mola, catalogo della mostra (Lugano, Museo Cantonale d’Arte,
23 settembre – 19 novembre 1989; Roma, Musei Capitolini, 3 dicembre 1989 – 31
gennaio 1990), Milano 1989.
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(Montreal, Museum of Fine Arts, 1990), Montreal 1990.
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Seicento. Le siècle de Caravage dans les collections français, catalogo della
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ROMA[1995-1996]
La natura morta al tempo di Caravaggio, catalogo della mostra (Roma, Musei
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ROMA[1996-1997]
Domenichino 1581-1641, catalogo della mostra (Roma, Museo di palazzo
Venezia, 10 ottobre 1996 – 14 gennaio 1997), Milano 1996.
ROMA[1999]
Algardi. L’altra faccia del Barocco, catalogo della mostra (Roma, palazzo delle
Esposizioni, 21 gennaio – 30 aprile 1999), a cura di J. Montagu, Roma 1999.
ROMA[2000]
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L’idea del Bello. Viaggio per Roma nel Seicento con Giovan Pietro Bellori,
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ROMA[2000]
I segreti di un collezionista. Le straordinarie raccolte di Cassiano dal Pozzo 1588
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Barberini, 29 settembre – 26 novembre 2000) a cura di F. Solinas, Roma 2000.
ROMA[2003]
Cristina di Svezia. Le collezioni reali, catalogo della mostra (Roma, Fondazione
Memmo, 31 ottobre 2003 – 15 gennaio 2004), Milano 2003.
SIENA [1987]
Bernardino Mei e la pittura barocca a Siena, catalogo della mostra (Siena,
palazzo Chigi-Saracini, 1987) a cura di F. Bisogni e M. Ciampolini, Firenze 1987.
SIENA [2000]
Alessandro VII Chigi (1599- 1667), il Papa senese di Roma Moderna, catalogo
della mostra (Siena, palazzo Pubblico e palazzo Chigi-Zondadari, 23 settembre
2000- 10 gennaio 2001) a cura di A. Angelini, M. Butzek, e B. Sani, FirenzeSiena 2000.
180
ELENCO DELLE ILLUSTRAZIONI.
Fig. 1. François Spierre su disegno di Giovan Battista Gaulli, Ritratto di
Giacomo Filippo Nini;
Fig. 2. Anonimo Disegnatore, Pianta di Piazza Colonna con casa del Marchese
Lanci; Biblioteca Apostolica Vaticana, Archivio Chigi, 25085;
Fig. 3. Giacomo Filippo Nini, Lettera al padre Athanasius Kircher,Archivio
della Pontificia Università Gregoriana, vol. 555, f. 47r:
Fig. 4. Certificato di morte del cardinale Giacomo Filippo Nini, Archivio di Stato
di Roma, Notai A.C., Testamenti e Donazioni, Vol. 60, f. 374;
Fig. 5. Caricatura del cardinale Giacomo Filippo Nini, Biblioteca Apostolica
Vaticana, Codice Chigi, P. IV;
Fig. 6. Caricatura del cardinale Giacomo Filippo Nini, Gabinetto dei Disegni e
delle Stampe di Roma;
Fig. 7. Pier Francesco Mola, Predica del Battista, 1659, olio su tela, Parigi,
Louvre, Inv. 395
Fig. 8. Giovanni Lanfranco, L’addio di Rinaldo ad Armida, 1614, olio su tela,
Collezione Privata;
Fig. 9. Giovanni Lanfranco, Il riposo durante la fuga in Egittp, 1619- 1621, olio
su tela, Londra, mercato antiquario;
Fig. 10 .Disegno di un’urna in marmo bianco appartenuta al cardinale Giacomo
Filippo Nini, Album Carpio, f. 13, Londra, Society of Antiquaries.
181
Ringraziamenti
Desidero ringraizare quanti mi hanno sostenuto in questo progetto:
Caterina Volpi che è stata la mia tutor in questo lavoro; Francesca Cappelletti per
i sempre preziosi consigli e perché in questi anni è stata sempre un punto fermo;
le colleghe ed amiche Fabriza Curzio, Antonella Grande, Chiara Sordi, Federica
Veratelli, per i loro suggerimenti ed il loro fondamentale supporto; Franca
Pellegrino per il suo indispensabile e basilare aiuto; la mia famiglia, sempre
presente; Fernando che con pazienza mi ha accompagnato fino alla conclusione di
questo lavoro.
182
Scarica

il cardinale giacomo filippo nini - Padis