QUADERNI DEL CONSIGLIO REGIONALE DELLE MARCHE
Renato Bastianelli
Tracce
del suo impegno
politico-istituzionale
Presidente del Consiglio regionale
1975/1980
QUADERNI DEL CONSIGLIO REGIONALE DELLE MARCHE
Ospitare nella collana editoriale “I Quaderni del Consiglio” queste “Tracce”, che cercano di raccontare Renato Bastianelli, protagonista politico
della vita della nostra regione, personaggio di assoluto valore nella storia
recente della nostra comunità, è per me motivo di sincera soddisfazione.
La pubblicazione dei documenti contenuti in questo lavoro vogliono essere
delle vere tracce che ci invitano a seguire un percorso nella conoscenza,
nella scoperta, nella rivisitazione dell'immenso innovativo, appassionato
impegno che Renato Bastianelli ha profuso nella sua vita in favore delle
Istituzioni e che ha trovato nella guida, quale Presidente, del' Assemblea
Legislativa delle Marche ampia e condivisa dimostrazione.
Non si tratta di una biografia ma di una raccolta di scritti che in forma
sintetica ci offrono l'opportunità di indagare comprendere, interpretare, la
poliedrica figura di Renato Bastianelli.
Uomo della resistenza, dell'impegno sociale e civile , politico, uomo delle
istituzioni, delle battaglie in favore del lavoro, della dignità dei lavoratori,
dello sviluppo economico, in una realtà territoriale in cui la piccola e media
impresa è stata e continua ad essere protagonista assoluta, come Bastianelli
aveva ben compreso.
Ed è proprio dal profondo legame con il suo territorio che partono le “tracce” di un percorso, seguendo il quale scopriamo una personalità che ha fatto
del coraggio delle scelte, della capacità di innovare, del guardare oltre il
presente, i tratti distintivi della sua azione politica.
Convinto assertore del regionalismo, ha interpretato il ruolo di presidente
del Consiglio regionale delle Marche in modo tale da costituire un modello
ancora oggi attuale.
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Lo spirito unitario oltre le divisioni politiche nella difesa della centralità della nuova istituzione, l'imparzialità a cui ha ispirato la sua azione di
guida, l'intuizione circa il ruolo della comunicazione e della informazione istituzionale,la promozione di iniziative legislative innovative, l'assoluta trasparenza di una azione che ha cercato continuamente la più ampia
partecipazione, sono “tracce” di un percorso che merita davvero di essere
conosciuto e ancora seguito.
Vittoriano Solazzi
Presidente
dell’Assemblea legislativa delle Marche
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La testimonianza
di un impegno
Di Renato Bastianelli desidero ricordare, scansando i pericoli della fredda biografia, alcune tappe della sua ricca esperienza politica e amministrativa: dalla guerra di liberazione, cui partecipò giovanissimo, alla segreteria
politica della Federazione del PCI di Ancona, alla segretaria regionale del
PCI marchigiano nei primi anni ‘70 e poi componente del Comitato Centrale del PCI.
Fu presidente nazionale della CNA e attraversò con impegno tutte le
esperienze istituzionali, da Consigliere a Assessore al comune di Ancona, a
Consigliere Provinciale, fino al Parlamento Nazionale.
Poi nel 1970 l’istituzione delle Regioni, l’elaborazione dello Statuto,
l’avvio delle prime attività regionali che consumarono quasi tutta la 1a Legislatura.
Nel 1975 la consapevolezza del ruolo significativo per la vita politica
che andavano assumendo sempre più le Regioni, indusse le forze politiche
a individuare la necessità di impegnare alcuni parlamentari, tra cui Bastianelli e a trasferire la loro esperienza nei Consigli Regionali.
Renato fece questa scelta nelle Marche con entusiasmo.
Era tutto da costruire e da inventare; le premesse erano nello Statuto che
con lungimiranza e grandi meriti la 1a legislatura aveva elaborato, ma bisognava ex-novo definire le modalità operative, i collegamenti con le istituzioni locali, con le popolazioni, con le organizzazioni sociali, con le Università, con l’informazione così come bisognava capire come assicurare
all’istituzione regionale il massimo di coinvolgimento e di partecipazione
popolare, come previsto nei primi articoli dello Statuto Regionale. E, con la
piena consapevolezza, come ricordava Platone:
“... la democrazia non è un’entità astratta, ma vive, se da
parte dei cittadini consapevoli, viene considerata una realtà in continua trasformazione che necessita di una costante
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vivificazione del sistema dei valori da trasmettere alle nuove
generazioni.”
che si ricercarono tutti quegli strumenti che potessero garantirne la realizzazione.
Pienamente cosciente di questa mole di problemi e di queste difficoltà
Renato divenne Presidente del Consiglio Regionale delle Marche nel 1975,
e insieme a pochi altri consiglieri e a Ciaffi - Presidente della Giunta - fu
protagonista di una esperienza politica e istituzionale pionieristica e unica
nel panorama politico italiano di allora.
Essa si fondava sulla piena consapevolezza che, l’ampiezza e le difficoltà dei problemi da affrontare, imponessero alle forze politiche più responsabili di uscire dai propri recinti ideologici, di aprirsi, di confrontare le diverse culture fino a ieri antagoniste, di unire le forze e superare le criticità
delle Marche.
Fu l’intuizione del cosiddetto govemo delle “larghe intese”, cioè l’incontro e il confronto tra diverse culture politiche, quella comunista, quella
cattolica, quella socialista: ed è così che sotto la Presidenza del Consiglio di
Bastianelli si realizzò un deciso rafforzamento della istituzione regionale.
Non fu una esperienza indolore; ci furono contraddizioni, incomprensioni e resistenze: ma la capacità di Bastianelli, di Ciaffi Presidente della
Giunta, di Massi Vicepresidente dell’esecutivo consentirono di elaborare
una politica che faceva uscire le Marche dalla marginalità e dal provincialismo e la proiettavano da protagonista sul quadro nazionale.
Si affermò la concezione che la Regione non era appendice dello Stato centrale, ma un organismo legiferante e govemante, componente fondamentale dello Stato, con una propria dignità, autonomia ed un proprio ruolo.
Non sembri questo compito semplice.
Alla luce dei poteri che attualmente hanno le Regioni dopo la modifica del titolo V non sfugge che operare sulle materie delegate previste negli
articoli 117 e 118 della Costituzione, all’infuori di agricoltura e artigianato
che erano state per intero delegate alle Regioni, diventava impresa non facile e originava un’abbondante e faticoso contenzioso fra Stato e Regioni.
Ricordo nella seconda legislatura sotto la presidenza di Bastianelli l’impegno ed il confronto anche con l’Europa nel recepimento delle direttive
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comunitarie in materia di agricoltura, oppure tutte le leggi sulla programmazione economica o quelle sugli insediamenti industriali ed infine il dibattito sulla Legge 616, ossia sul ruolo e funzioni delle autonomie locali
(Comuni e Province).
Furono impegni operativi e culturali di grandi dimensioni che
giustificarono anche l’urgenza e l’esigenza di un coinvolgimento più generale e di un confronto tra le varie culture politiche e ideali tra le varie correnti di pensiero presenti nella società. Quella esperienza precorse quella
che fu poi la grande intuizione di Moro e di Berlinguer da cui appunto scaturì a livello nazionale il governo delle larghe intese, Con Renato il Consiglio Regionale visse uno dei momenti più alti di elaborazione, innovando
collegamenti, capacità, competenze, realizzando l’autonoma elaborazione
di indirizzo politico dell’organo legislativo nei confronti dell’esecutivo.
Tutto questo nel rispetto più rigoroso dei diversi ruoli, dell’imparzialità e della correttezza nei confronti di tutte le componenti assembleari sia di
maggioranza sia di minoranza.
Il confrontto era serrato e reale, ma il rispetto, la stima lo erano altrettanto.
Si era fieri avversari, ma mai nemici.
Sotto la Presidenza di Renato il Consiglio si dotò di alcuni strumenti
qualificanti.
Si delineò la macchina amministrativa regionale, l’ufficio legislativo, il
centro di documentazione, la biblioteca dell°Assemblea, gli strumenti di informazione e di comunicazione istituzionale.
L’insorgere delle Brigate Rosse, il rapimento di Moro, e la sua barbara
uccisione rivelarono un altro lato del carattere di Renato: la capacità di gestire con grande fermezza e decisione la lotta contro il terrorismo e contro
gli attacchi eversivi alla democrazia e di aggregare intomo a quegli obiettivi
l’insieme delle istituzioni marchigiane.
Furono purtroppo anche questi tragici avvenimenti a incrinare quell’esperimento politico e ad erigere di nuovo quelle barriere e contrapposizioni,
ponendo fine ad un periodo esaltante della esperienza regionale.
Personalmente che dire?
Aveva un carattere non facile, ma era sempre pronto e disponibile all’ascolto ed al confronto.
A Renato ero profondamente legato per stima, per comunanza ideale e
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per la stessa sensibilità politica, per il rigore morale e per il disinteresse che
ha sempre dimostrato.
Sono stato Vice Presidente del Consiglio Regionale dall’80 all’85 con
Renato consigliere, lo trovai leale collaboratore, con entusiasmo, impegno
e abnegazione.
Chiamato oggi a ricordarlo, lo faccio con grande commozione sottolineando il suo impegno anche nei confronti dell’emigrazione e nella nostra
Associazione di ex Consiglieri per cui ci incoraggiava a non venir meno alla missione propria dell’Associazione stessa ossia quella di conservare la
memoria. Ma una passione ed una intelligenza come la sua ci mancano anche perché sarebbe stato ancora stimolo e pungolo sferzante per contribuire
a ripensare la politica.
Mi sono chiesto che cosa ho sottolineato in questa ricostruzione?
Non sono andato alla ricerca del passato solo per il piacere di scoprire
mondi sconosciuti; ma ho cercato di rispondere a domande di questi tempi,
senza nessuna pretesa pedagogica o quella di insegnare qualcosa a qualcuno.
Anche se credo di poter affermare che la sottolineatura di alcuni passaggi relativi al passato, nasce da questioni che ritengo siano da affrontare nel
presente.
Mario Umberto Fabbri
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Bastianelli
e le larghe intese marchigiane
Renato Bastianelli, presidente del Consiglio regionale, fu protagonista delle larghe intese di governo nella II legislatura della Regione Marche (19751980).
L’attualità politica delle larghe intese di quegli anni ‘70 è oggi di tutta
evidenza: è giusto ricordarla.
Nacquero da drammatiche emergenze locali e nazionali e furono una risposta forte, unitaria e straordinaria delle forze politiche al terrorismo ed
alla crisi economica che colpivano duro anche nelle Marche. Permisero un
utile esperimento di collaborazione ravvicinata fra partiti diversi e contrapposti. Furono un necessario passaggio verso una democrazia matura dell’alternanza nel governo delle autonomie e della Repubblica.
Le larghe intese fra i maggiori partiti di allora (DC-PCI-PSI-PRI-PSDI)
si realizzarono nelle Marche prima che a livello nazionale. Furono un’esperienza locale originale, trasversale ai partiti di maggioranza e di opposizione, legata all’emergere di una dirigenza per lo più giovane di stampo
riformista che preparò la costruzione dell’ente regione e che era cresciuta
culturalmente nel clima della distensione internazionale e dei grandi eventi
degli anni ‘60 e ‘70: la destalinizzazione, il Concilio Vaticano II, la contestazione giovanile, la guerra nel Vietnam ed il colpo di stato cileno. Espressione del cambiamento di quel tempo, del progressivo declino delle ideologie e del fideismo partitico, del nuovo impegno nella società e nelle
istituzioni, furono qualcosa di più di un accordo di potere o di un voto favorevole del PCI ad un governo di cui non faceva parte.
Il Consiglio regionale, presieduto da Bastianelli, approvò la mozione
programmatica con l’organigramma del governo che presiedetti, elaborata
dai partiti e dai loro gruppi consiliari, dettagliata nei contenuti e nelle cadenze, accolta con favore dal mondo del lavoro e dell’impresa, dagli enti
locali e dall’associazionismo.
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Quell’esperienza aprì la seconda fase dello sviluppo delle Marche. Promosse un’apertura strategica alla nostra economia con anni di governo programmato e partecipato, una legislazione di qualità nei settori dell’ordinamento istituzionale e territoriale, dell’economia e dell’ambiente, del sociale
e dell’istruzione, definendo, dopo l’approvazione dello Statuto regionale
nella prima legislatura, le linee del modello di sviluppo marchigiano.
Le larghe intese durarono pochi anni, tanto quanto permisero le condizioni politiche locali e nazionali. Si esaurirono, in forme di governo diverse, nei cinque anni della legislatura, lasciando una Regione funzionante, in
una dialettica democratica matura anche nei delicati passaggi attraversati.
È nei momenti di grave emergenza che cresce la domanda di larghe intese e di strette collaborazioni. L’eroica stagione dei governi unitari, da Parri
a De Gasperi, portarono nel dopoguerra alla ricostruzione, alla primavera
della Repubblica ed alla Costituzione.
La nostra esperienza di solidarietà locale e nazionale del 1975-1980,
culminata nell’eccidio di Moro e della sua scorta, permise di realizzare un
fronte vincente contro il terrorismo ed uno sforzo comune per superare la
crisi economica.
Bastianelli capì di essere in una emergenza grave da superare in uno spirito di solidarietà come nel dopoguerra. Intuì che dalla crisi economica si
poteva uscire ed il terrorismo si poteva battere solo con uno sforzo popolare unitario e con larghe intese che sciogliessero rigidità e separatezze delle
ideologie e dei partiti per poi riprendere la normale dialettica democratica
con una più convinta coscienza d’insieme.
Renato fu un uomo semplice, dalle passioni forti, che sapeva guardare
lontano. Partigiano, volontario del Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.),
militante del PCI, parlamentare, approdò alla linea liberal-riformista di
Amendola e Napolitano, per costruire una moderna forza democratica di sinistra, impegnata nel confronto e nella responsabilità repubblicana.
Leale alle sue responsabilità istituzionali ed alla sua appartenenza politica, libero da ideologismi e faziosità, seppe lavorare insieme per il bene
comune.
Adriano Ciaffi
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Signor Presidente,
ci parli del Congilio regionale
Testo registrato della conferenza stampa pubblicato su
“Partecipazione Marche” n. 1, gennaio 1976
Bastianelli. Nel ringraziare la stampa teniamo conto che il riconosci­
mento - e per questo ha maggior valore - non è rituale e teniamo conto non
soltanto dei giudizi quando questi sono positivi, ma anche delle sollecitazio­
ni, delle critiche che, di volta in volta, possiamo aver determinato con il no­
stro atteggiamento e con la nostra attività. Qualche volta, secondo me, queste critiche sono giustificate, qualche altra sono comprensibili. Dico questo
perché può darsi che siano determinate dalla carenza di informazio­ne da
parte nostra: mi riferisco, ad esempio, al problema del bilancio provvi­sorio.
Evidentemente non abbiamo informato tempestivamente la stampa e quindi l’opinione pubblica di come stavano le cose, altrimenti credo che una discussione lunghissima su questo punto non avrebbe avuto ragione di essere.
C’è stata una evidente e chiarissima scelta, da parte del Consiglio re­gionale,
di giungere all’approvazione del bilancio dopo aver consultato le rappresentanze dei comuni, delle province, delle organizzazioni sindacali, le forze politiche, le organizzazioni professionali e di categoria. Questa scelta,
evidentemente, ha richiesto del tempo e l’approvazione del bilancio, oggi
possiamo dire che avrà luogo entro questo mese, ma questo avverrà tenen­
do conto di tutte le osservazioni e le critiche che abbiano raccolto nel corso della consultazione. Questo è uno degli esempi, ma potrei continuare. A
proposito sempre del bilancio di previsione, c’è chi ha osservato che da una
parte la giunta ha ridotto le previsioni di spesa e il consiglio le ha aumenta­
te: ovviamente, andando a guardare le voci, ci si sarebbe accorti di come le
cose non stiano in questi termini.
In questo periodo credo che si possa dire che il consiglio regionale ha
svolto una attività che, per i suoi aspetti, va considerata, complessivamente positiva, perché non è limitata alle riunioni delle commissioni consilia-
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ri o de­gli uffici di presidenza e dei presidenti di gruppo. Di queste riunioni
ce ne sono state tante - mi pare che siano 84 le riunioni delle commissioni
consiliari - e in media 15-20 per ogni commissione. Ci sono state numerose riunioni dei capigruppo, dell’ufficio di presidenza, del consiglio, ma non
c’è soltanto questo, che pure è apprezzabile.
A chi, con un pizzico di verità osserva che non c’è stata una enorme
produzione legislativa, possiamo rispondere che se andiamo a guardare le
questioni che sono state esaminate dal consiglio, vuoi attraverso le commissioni che in assemblea plenaria, ci ritroviamo problemi di estremo interesse, non solo quello del bilancio, ma anche una legge sui trasporti, cioè
una questione che tutti conosciamo per l’acutezza che presenta; c’è poi la
convenzione con l’Artigiancassa, l’indagine conoscitiva sull’artigianato, il
bilancio dell’Ente di sviluppo in agricoltura, cosa che purtroppo è stata fatta solo quest’anno, dopo diversi anni che non si faceva. C’è il problema
dell’agricoltura e della mezzadria, e a questo proposito abbiamo anche deciso, come consiglio, in accordo con la giunta, di promuovere un convegno
delle Regioni interessate a tale questione. I pareri sui bilanci di previsione
degli Ept, il problema del rilancio economico in relazione alla legge 65; il
parere sui piani regolatori, sulla variante dei piani regolatori di Numana, di
Sarnano, di Macerata, Matelica. Potrei continuare, ma ho citato alcune delle questioni, degli argomenti che sono stati all’esame delle commissioni o
del consiglio, per dare una idea un po’ più precisa di quale sia stato il tipo
di attività del consiglio stesso.
Ma a me pare che sia giusto porre in relazione questa attività legislativa
con i problemi della Regione, anche stabilendo contatti con l’opinione pubblica marchigiana attraverso i suoi rappresentanti. Dopo appena un mese e
mezzo dall’insediamento del consiglio abbiamo promosso, in accordo con
il comune e la provincia di Ancona, un convegno nazionale sui problemi
della cantieristica, cioè abbiamo subito affrontato una delle questioni precise, di fondo della regione, perché risolvere questo problema significa non
soltanto garantirsi che il cantiere venga ristrutturato, così come da tanti anni
si parla, ma vuoi dire anche discutere i problemi del porto, delle comunicazioni via mare, della pesca. Abbiamo anche, rispettando un po’ la lettera e lo
spirito dello Statuto regionale, ritenuto di dover promuovere iniziative che
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consentissero al consiglio di esprimere i sentimenti di solidarietà antifascista con i popoli oppressi dalle dittature spagnola e cilena. Altre iniziative intendiamo sviluppare, una delle quali a me sta particolarmente a cuore e che
ha raccolto il favore di tanti interessati, cioè giungere a un incontro, di carattere nazionale, tra quanti hanno partecipato alla guerra di liberazione nei
gruppi di combattimento nel Corpo Italiano di Liberazione. Questa iniziativa si doveva svolgere entro questo anno, ma per ragioni non dipendenti dalla
nostra volontà siamo stati costretti a rinviarla - (abbiamo appreso tutti dalla
stampa la promozione a presidente del tribunale supremo militare del generale Apollonio, il quale, con la sua autorità di comandante militare di queste Regioni, avrebbe dovuto aiutarci nella promozione della iniziativa. Altri problemi che sono all’ordine del giorno del paese e quindi della regione,
noi pensiamo che debbano essere considerati in stretto rapporto con le amministrazioni comunali, provinciali e con gli enti locali. Un problema, sempre più acuto, anche in relazione all’aggravarsi della situazione economica,
è quello della situazione della donna: noi crediamo che un contributo d­ ebba
essere offerto dalla nostra Regione per affrontare adeguatamente -questo
tema in termini moderni e adeguati alla situazione del 1976. Altri temi che
intendiamo affrontare con adeguate iniziative, sempre esterne, collaborazione con gli operatori interessati, sono per esempio quello delle università nelle Marche, quello del credito, quello della cooperazione, della pesca.
delle università nelle Marche, quello del credito, quello della cooperazione,
della pesca, ecc. Quando dico questo, evidentemente sottintendo - lo dico
una volta per tutte - che tutto ciò lo faremo in perfetto accordo con la Giun­
ta regionale e quindi non agendo unilateralmente.
Noi pensiamo che queste iniziative nei diversi settori e nei diversi campi
- credito, università, cooperazione, mezzadria - debbano avere un momento
unitario che consenta un esame della situazione generale della regione nel
contesto nazionale, per far uscire delle indicazioni che siano di conforto al
programma già approvato dal consiglio regionale o anche di aggiornamen­to
e questo non può che aver luogo in sede di conferenza regionale per l’occupazione e gli investimenti, la quale pensiamo debba svolgersi entro i prossimi mesi.
Questa è l’attività che abbiamo svolto, queste sono alcune delle prospet­
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tive che abbiamo per il nostro lavoro. Però a me sembra che si debba far ri­
levare il fatto che il consiglio regionale, nel corso di pochi mesi di vita, sia
riuscito non soltanto a fare le riunioni di commissione e di consiglio di cui
parlavo prima, ma a stabilire un rapporto con la parte più viva della società marchigiana. Quando parliamo di circa 30 assemblee con gli operatori
dei diversi campi, sul bilancio regionale, mentre le commissioni consiliari com­petenti sono già al lavoro per recepire tutte queste osservazioni, ci
rendia­mo conto di come migliaia di persone abbiano contribuito a farci vedere più chiaramente la realtà e di come,pur nei limiti delle possibilità della
regione, si possa adeguare il bilancio a questa realtà marchigiana. Quando
parliamo dei problemi relativi alla sanità, dobbiamo ricordare che ci sono
stati ben 29 contatti, incontri, rapporti di diversa natura tra la commissione competente e gli operatori sanitari, dagli amministratori ai medici, ecc.
Quando parliamo della nostra agricoltura, pensiamo a un convegno nazionale o interregiona­le sul problema della mezzadria e dobbiamo aver presente che la compe­tente commissione consiliare ha già svolto nelle quattro province degli in­contri ai quali hanno partecipato agricoltori, sindacalisti, contadini, dai qua­li abbiamo ricavato delle indicazioni ben precise che ci consentono di av­viarci verso l’organizzazione di questo convegno, conoscendo
già alcune delle opinioni, degli orientamenti di quanti sono interessati a un
nuovo cor­so della nostra agricoltura.
Quando dico questo vorrei chiedere, a chi ha già fatto osservare una
pretesa mancanza di dialettica nella attività del nostro consiglio, se questi dati corrispondono a un appiattimento, a mancanza di vivacità nella attività del consiglio regionale o se, al contrario, non si rileva una vitalità,
una attività veramente democratica, ove per democrazia si intende far agire
concreta­mente quanti sono stati designati dai cittadini alla carica di consiglieri regio­nali, con un costante contributo sia di sostegno, sia di critica da
parte del­l’opinione pubblica.
Quando si parla di pretesa mancanza di dialettica, bisogna ricordare che
se affrontiamo i problemi dell’istruzione professionale, della localizzazione dei corsi, ci accorgiamo che tutti questi problemi sono sempre stati affrontati con la partecipazione continua, quotidiana, costante di quanti erano interessati. Anzi, io credo che bisognerebbe continuare a creare, come
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consiglio regionale, occasioni ancora più frequenti di confronto con tutte le
com­ponenti politiche, sociali ed economiche della nostra regione e credo
che dovremmo anche noi avere più occasioni di confronto politico. Già proprio ieri i capigruppo hanno deciso che, a cominciare dalla seduta di oggi, si
creino queste ulteriori occasioni, per esempio discutendo oggi, dell’incontro che i rappresentanti della giunta hanno avuto con i rappresentanti delle altre Regioni e con il governo, delle questioni che in quella sede si sono
pro­spettate unitariamente, tutto ciò tenendo conto che oggi siamo in una si­
tuazione di crisi per cui c’è l’esigenza che anche la Regione Marche faccia
conoscere la sua opinione in merito. Ripeto che già i capigruppo, in accordo
con la giunta, hanno deciso in tal senso.
Animati proprio dalla intenzione di favorire la partecipazione sempre
più ampia e di contribuire, limitatamente alle nostre possibilità, ad informare l’opinione pubblica sulla nostra attività, quindi avvalendoci del contributo di tutta la stampa, abbiamo cercato anche di dar vita a qualche nostro
strumento di informazione. Abbiamo non soltanto creato l’ufficio stampa,
che prima non esisteva, ma abbiamo realizzato una rivista e, nel corso del
mese, usciranno i primi numeri dì un bollettino quindicinale che dovrà fornire informazioni dettagliate sulla vita e l’attività delle commissioni e del
consiglio, perché tutti gli interessati siano al corrente.
Qualcuno ha definito queste nostre iniziative un po’ ambiziose, molto
costose così via. È evidente che manca l’informazione, quindi la diamo ogLa rivista è molto costosa? Noi non ricorreremo a privati: abbiamo una tipografia, dipendenti e mezzi tecnici per farlo. Si è chiesto quanto verranno
a costare le caldeggiate collaborazioni di alcuni giornalisti: diciamo subito
che queste “caldeggiate” collaborazioni verranno a costare una cifra molto
modesta. In un anno spenderemo esattamente, per quattro per­sone 4 milioni
e 200 mila lire, il che vale a dire che per i due giornalisti professionisti noi
spenderemo mensilmente sulle 110 mila lire e per i due giornalisti non professionisti sulle 60 mila lire ciascuno mensilmente. Questi so­no i limiti della spesa che affrontiamo pubblicando la rivista. Tutto ciò di­mostra che non
intendiamo soltanto fare della propaganda sperperando il pubblico denaro,
ma cerchiamo di fare una informazione la più dettagliata, la più aggiornata possibile. Di questo dovrebbero essere soddisfatti soprat­tutto coloro che
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operano nel campo della informazione, ai quali chiederemo la collaborazione. Chiederemo la collaborazione dei giornalisti che non pre­stano continuativamente questa collaborazione alla rivista, così come con­sideriamo
la rivista una tribuna non soltanto per i consiglieri regionali, ma anche per
quanti desiderano dire la loro opinione sui problemi di fondo che sono davanti a noi.
C’è chi ha parlato di velleitarie o ambiziose idee di giungere alla creazione di una TV via cavo della Regione: dico subito che di questo non si è
mai fat­to cenno, non perché lo si escluda, ma non se ne è mai parlato, quindi
la co­sa deriva evidentemente da informazione sbagliata. Si è parlato anche
di mezzi audiovisivi: di questo si è cominciato a discutere, senza giungere
an­cora a una fase deliberativa, ma noi pensiamo che una Regione che voglia operare sul piano dell’informazione in modo adeguato alla realtà odierna dovrebbe attrezzarsi con mezzi audiovisivi che consentano di agire, sul
pia­no della informazione, in modo moderno.
È una cosa del tutto rispondente alle esigenze della Regione. Quando si
discute dei mezzi audiovisivi o della rivista si guarda non sol­tanto a quello che spetta al consiglio nei prossimi mesi ma a una attività che non può e
non deve assolutamente esaurirsi all’interno del consiglio. La proposta per
la istituzione dei comprensori non possiamo condurla a con­clusione senza
dar vita ad un’ampia consultazione che investa, tra l’altro, non soltanto gli
amministratori comunali, ma un po’ tutte le componenti sociali e politiche
della nostra Regione. Il problema della delega agli enti lo­cali, il problema
della formazione professionale e della delega delle funzioni, l’ipotesi sul
piano sanitario: su queste cose non si può discutere soltanto fra consiglieri, o con l’ausilio di qualche esperto, ma dobbiamo istituire un rap­porto costante con l’opinione pubblica. Ecco quindi l’utilità di avere a di­sposizione
mezzi, strumenti di informazione che consentano - coinvolgen­do nella loro
utilizzazione gli operatori dei vari settori - di far progredire cer­te idee, certe
concezioni circa il modo di governare, il “nuovo modo di governare”, per
rassicurare quanti ancora non ne sono convinti o quanti ancora hanno preoccupazioni che, avviandosi su una certa strada, si può giungere a un vicolo cieco.
Detto questo, anche perché siamo consapevoli che questa attività può
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concludersi con successo, abbiamo bisogno anche di una riorganizzazione{
dei nostri uffici. L’ufficio di presidenza nei prossimi giorni deciderà la istituzione di un “ufficio partecipazione” che mi sembra strumento indispensabile. Non possiamo di volta in volta agire artigianalmente nel senso che di
una iniziativa si interesserà Tizio e dell’altra Caio. Vogliamo creare uno stru­
mento che ci consenta, sul piano della partecipazione, di agire non in modo
estemporaneo, ma organizzato e costante. Così come pensiamo - e su que­
sto il discorso è già stato avviato con la giunta - di dotarci - perché sarebbe
incomprensibile il perdurare di una certa situazione - di un ufficio legislati­
vo. Mi pare che tutti ci rendiamo conto di questo. Abbiamo degli esperti in­
caricati, per i quali sta per scadere il mandato, ma un consiglio regionale
non può assolvere la sua funzione senza dotarsi di uno strumento che sul
piano legislativo consenta ai consiglieri e ai cittadini che vogliono avere
quei contributi, nel momento in cui c’è da affrontare una questione di natura legislativa, di avvalersi dell’aiuto del consiglio regionale.
Spero che ci siano delle domande, alle quali cercheremo di rispondere adeguatamente.
Antonio Presepi - Avanti!. In occasione della conferenza del presi­
dente della giunta, ho chiesto: “Quali risultati pratici ha sortito l’accordo
dei cinque partiti attorno al programma e soprattutto in relazione all’attività
della giunta regionale, rispetto alla prima legislatura?” Il presidente Ciaffi ha
dato una risposta piuttosto vaga, almeno dal mio punto di vista. Questa
stessa domanda io pongo a lei.
Bastianelli. A me pare che l’accordo dei partiti per la formazione del-la
giunta regionale abbia un suo valore che risiede nel programma. È su quel
programma che vanno misurate le volontà politiche. Allo stato attuale mi
pare che sia difficile per chiunque ritenere che ci sia mancanza di volontà. Al contrario: l’atto più importante che può fare una amministrazione è
quello del bilancio. Parlo in questi termini perché questo governo regionale
ha soltanto pochi mesi di vita, ma mi pare che ci sia stato il rispetto, da una
parte e dall’altra, degli impegni e questo è fuori discussione. Voglio dire che
non soltanto la giunta ha presentato le sue proposte tempestivamente, ma
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il consiglio, facendo la sua parte, le ha discusse con l’opinione pubblica. Tra
breve, quando andremo ad approvarlo questo bilancio, che tutti conoscia­
mo, non sarà più quello che era al momento in cui è stato proposto, perché
terremo conto delle osservazioni, dei contributi, delle proposte che sono uscite dalla consultazione. Quando noi, come abbiamo visto nelle diverse se­
di, ultima quella di Senigallia, sentiamo i rappresentanti dei pescatori, gli operatori del settore turistico e quanti operano nei diversi campi, avanzare
proposte che riteniamo lecite e giuste, dobbiamo tener conto di queste pro­
poste, salvo la incompatibilità con le risorse regionali, ed è chiaro che esse
dovranno trovar posto nella proposta di legge di bilancio che il consiglio
do­vrà approvare. Ma non è soltanto questo. Noi abbiamo detto che c’è una
si­tuazione economica che è quella che conosciamo. La Regione non può
pensare di modificare o invertire il tipo di sviluppo della società marchigia­
na, facendo una sorta di Repubblica marchigiana, una autarchia regionale,
ma può contribuire alla risoluzione dei problemi e non soltanto con il peso
delle sue disponibilità finanziarie, che sono modeste.
A tale proposito ricordo che noi lottiamo accanto alle altre Regioni per
modificare tale situazione.
Oggi esistono 14 fondi nazionali ed è lo Stato che decide in quale settore debbano essere utilizzati questi fondi. Noi chiediamo invece, che le Regioni abbiano la piena disponibilità dei mezzi finanziari e decidano, in conformità alla situazione, come e dove debbano essere impiegati. La Regione
inoltre, può far sentire il suo peso anche sul piano politico ed ecco perché
viene fuori il problema della cantieristica, il problema della mezzadria, il
problema della pesca, del credito, della cooperazione e infine della conferenza regio­nale sull’occupazione. Ci stiamo muovendo lungo questa linea,
mi sembra quindi che l’accordo abbia dato un risultato positivo, senza prevaricare nes­suno, senza discriminare nessuno. A me pare che invece questo
sia un fat­to da tenere presente, perché sappiamo che purtroppo queste cose
sono avvenute e che ancora, in molti posti, avvengono. Solo per questa ragione sottolineiamo questo fatto positivo.
Lamberto Clementi - Il Marchigiano. Si ha l’impressione che oggi nella nostra regione esistano due governi, uno della Giunta e uno del consiglio,
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sembra cioè che questi due organi portino avanti una politica di­versa. Come
vanno le cose in realtà, c’è collaborazione tra Giunta e Consi­glio?
Bastianelli. È legittimo porsi questo problema. È una cosa che ab­biamo
sempre cercato di evitare. Questa preoccupazione non ha ragione di essere,
perché il fatto stesso che nella regione Marche si sia giunti a questo accordo
programmatico, fa sì che esista la collaborazione piena tra due par­ti per la
realizzazione del medesimo accordo. Fino a questo momento non c’è stato
un atto che potesse far pensare, non a due governi, ma alla esi­stenza di un
antagonismo. C’è stato il pieno accordo, ogni iniziativa l’abbia­mo decisa in
pieno accordo: o si sono promosse determinate iniziative in­sieme o si è deciso che alcune le ha promosse il consiglio, altre la giunta ma discutendone
sempre, con la collaborazione di tutte le parti. Fino a questo momento, con
la piena soddisfazione di tutti, così si è operato, senza dar luogo ad antagonismi o a disfunzioni pratiche.
Walter Montanari - l’Unità. C’è stata l’ultima parte della rispo­sta, almeno per me, non molto chiara, cioè quando diceva delle prevarica­zioni
che non si sono verificate. Vorrei che puntualizzasse questo.
Bastianelli. Non so che cosa non ha capito, perché a me pare di es­sere
stato molto chiaro. Voglio dire che non c’è consigliere, fra i 40 della Regione Marche, che possa lamentare un atto discriminatorio, faccia o non faccia parte delle forze che hanno realizzato l’accordo. D’altra parte, mi pa­re
che ci sia addirittura una cosa che abbiamo voluto fin dall’inizio, anche per
tutelare più ampiamente il diritto dei consiglieri: la formazione dell’uffi­cio
di presidenza, la sua composizione. È un organo composto da cinque consiglieri che appartengono ad altrettante formazioni politiche ma non c’è una
maggioranza e una minoranza all’ufficio di presidenza.
Piero Severini - Agenzia Giornalistica Italia. Quando si par­la di Marche, si dice sempre che le province sono continuamente divise. Vorrei sapere se a livello di conferenza dei capigruppo si discute mai sul problema di
un coordinamento regionale, perché ho visto, per le prime pro­poste di legge
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presentate, che per esempio il consigliere Paolucci presenta una legge che
interessa un settore esclusivo della provincia di Ascoli, il consigliere Zaccagnini presenta proposte per il porto di S. Benedetto: sembra ancora prevalere la lotta comunale.
Bastianelli. Quello che lei dice sulle proposte presentate è vero, credo
che sia difficile sottrarsi completamente agli stimoli locali, delle località
delle quali si è il rappresentante più diretto, dove si risiede, dove si vive, dove si conosce meglio la situazione. Non voglio con questo dire che è giusta
l’iniziativa, sempre, ma che è una giustificazione, per capire perché questo
avviene. Non dirà che è stato risolto il problema di evitare queste tentazioni localistiche e questa dispersione di propostine di scarso rilievo. Non mi
pare che quella di S. Benedetto sia una cosa di scarso rilievo. Questo non
vuol dire che si sia giunti a una situazione soddisfacente. Siccome però siamo nella fase iniziale, penso che con un impegno maggiore da parte di tutti
si potrà ridurre questo fenomeno delle suggestioni campanilistiche che purtroppo rappresentano un male di cui non è privo neanche il parlamento della Repubblica italiana.
Gianni Rossetti - Il Resto del Carlino. Quello che le domando è il rapporto della situazione regionale con la crisi di governo che c’è in campo nazionale. Quello marchigiano è un esperimento un po’ sui generis a cui tra
l’altro il partito comunista sembra tenere in maniera particolare. Lei ritiene
che possa essere un esperimento ripetibile a livello nazionale, con risultati
positivi, oppure no?
Bastianelli. Lei mi chiede una cosa alla quale è difficile poter dare una
risposta esauriente. Dico soltanto che secondo me le forzature sono sempre
sbagliate: laddove una cosa si realizza, evidentemente ciò avviene perché vi
erano le condizioni per realizzarla e questo è il caso delle Marche. Non vuol
dire che abbiamo raccolto l’entusiasmo di tutti e che tutte le forze che hanno sottoscritto l’accordo siano compattamente per l’accordo. Tuttavia per il
fatto stesso che l’intesa si è realizzata e che operi quotidianamente, vuol dire che c’erano le condizioni. Si dice sempre - purtroppo con qualche pizzico
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di verità - che la nostra è una regione marginale, ecc., tutta­via abbiamo visto
qualche segno nuovo, anche a livello nazionale. Ad esempio, in Lombardia,
nella quale manca un accordo di tipo marchigiano, al momento del bilancio
c’è stato una convergenza analoga perché le me­desime forze politiche che
hanno sottoscritto l’accordo marchigiano, in Lombardia hanno approvato
il bilancio preventivo per il 1976. Nel Lazio esi­ste una situazione che non
dirò uguale alla nostra, ma che tuttavia dimostra che c’è una compartecipazione delle diverse forze politiche non soltanto al­la direzione del consiglio,
ma anche sull’accordo programmatico. È, quella del Lazio, una situazione
anche particolare, ma, insieme a quella marchigia­na che si dice contare poco, cominciamo a citare due regioni che contano l’esperimento pilota marchigiano. Opererà fino a livelli nazionali? Bisogna tener conto che non si
possono fare trasposizioni schematiche. Il dibattito politico che c’è attualmente nel paese mi pare che non debba consentire il sorgere di ipotesi, per
qualcuno speranze che sarebbero illusorie, velleitarie, al di fuori della realtà. Che ci sia la piena disponibilità di alcune forze mi pare abbastanza chiaro; che ci sia la mancanza di disponibilità di altre forze è al­trettanto chiaro,
quindi a un accordo ci si giunge soltanto quando c’è la di­sponibilità delle
forze interessate. Leggendo i giornali apprendiamo che il partito tal dei tali
dice no all’accordo inteso in questo senso; il partito talaltro dice che si vuole l’accordo. Ci sono posizioni veramente diverse, e mi sembra piuttosto
difficile ipotizzare che nel giro di qualche giorno o di qual­che settimana la
situazione sia superata e si possa realizzare una intesa, an­che se credo che
tutti ci rendiamo conto che si sta andando verso il supera­mento di vecchie
cristallizzazioni, di vecchie contrapposizioni.
Walter Montanari. Mi pare che esista un indubbio salto qualitati­vo
e quantitativo dell’attività del consiglio regionale e, per riflesso, anche
dell’ufficio di presidenza. Un salto qualitativo da salutare in modo assai po­
sitivo, anche perché corrisponde allo spirito e alla lettera dello Statuto mar­
chigiano. Vorrei conoscere la ragione - che esiste indubbiamente - politica
di tutto questo. Dove si può e si deve ricercare questa ragione?
Bastianelli. Secondo me, la ragione è una sola. Può non piacere a mol-
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ti, ma c’è stato il 15 giugno. Ci sono forze che sono aumentate e altre che
sono diminuite, ma per tutti è stato il segno di una situazione nuova che si
è creata nel paese, alla quale non si può rispondere nel vecchio mo­do, con
i vecchi metodi, ma in modo adeguato. Ecco perché sottolineavo molto il
rapporto con l’opinione pubblica: perché direi che non deve passa­re atto o
gesto del consiglio - e per consiglio intendo tutta l’amministrazio­ne regionale - senza che l’opinione pubblica sia chiamata, per quanto le compete,
a concorrere e non soltanto alla elaborazione, ma anche alla ap­provazione.
Qualcuno mi farà l’osservazione formale, secondo cui chi vota sono soltanto i consiglieri. È ovvio, ma i consiglieri, i gruppi consiliari, in una situazione di attiva ed effettiva partecipazione popolare, discutono, ela­borano,
formulano le loro proposte insieme ai cittadini, Insomma, le de­cisioni, in
quella situazione, sono “guidate” dall’opinione pubblica. Di qui il rilievo di
fondo che attribuiamo alla partecipazione popolare.
Rossetti. Lei ha parlato di una maggiore partecipazione rispetto alla
precedente giunta. Ha citato anche cifre e dati, quindi penso che sia innegabile, sotto certi aspetti. L’accusa che viene mossa frequentemente a questo
consiglio è che mancherebbe la dialettica che esisteva nel vecchio consiglio, sia pure per certe contrapposizioni politiche, quindi anche lo scontro,
sul piano politico. L’altro giorno il consigliere Todisco, in una conferenza
stampa, diceva che il PCI, insieme alle altre forze di maggioranza, ha voluto fare questo accordo a tutti i costi e ora esistono i tutori dell’accordo
per di­fendere questa maggioranza. Avendo partecipato sempre ai lavori del
con­siglio regionale, mi pare che effettivamente questa dialettica sia diminuita rispetto al passato, anche perché la maggioranza ha un peso schiacciante e l’opposizione viene affidata al solo consigliere Todisco. Non pensa che
questo sia un fatto negativo? E soprattutto, vorrei una risposta sul fatto dei
tutori dell’accordo, di cui parlava Todisco, in quanto lui affermava questo
in quanto diceva di partecipare alle commissioni.
Bastianelli. Che ci sia un accordo realizzato da forze politiche che
complessivamente contano 38 consiglieri è ovvio ed è ovvio che ci siano
dei tutori dell’accordo. Ci dovrebbero essere dei nemici, all’interno delle
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forze che lo hanno sottoscritto? Non riesco ad afferrare questa cosa. Cosa
vuol significare? È chiaro che ci siano dei tutori. Ma cosa vuoi dire “tutori”
dell’accordo? Vuol dire non discutere? Vuoi dire mancanza di dibattito? Secondo me questo giudizio non ha riscontro nella realtà, perché è ovvio che
ci siano nelle commissioni dibattiti vivaci, scontri, ma che alla fine si cerca di realizzare la sintesi. Evidentemente questa è una prassi che si rispetta
dappertutto e anche all’interno del consiglio e nelle riunioni consiliari. C’è
lo scontro, poi alla fine i promotori dell’accordo cercano di realizzare l’intesa vorrei vedere che facessero il contrario! C’è la dialettica, si discute, si realizzano polemiche, poi alla fine si cerca di arrivare all’intesa. E qui devono
essere interessati, più degli altri, i promotori dell’accordo. Per chi è contro
l’accordo, l’intesa non ci deve mai essere. Capisco Todisco, lo giustifico,
ma non posso prendere per buono quello che dice perché è contro l’accordo e non vuole l’intesa. Lui vorrebbe che alla polemica seguisse la polemi­
ca, la rottura, punto e basta. Noi invece vogliamo il contrario. Quelli che
hanno sottoscritto l’accordo, se vogliono essere coerenti, devono cercare
di superare i contrasti e trovare la mediazione. Dove si fa diversamente? Si
così dappertutto, in qualsiasi assemblea democratica. Sarebbe bella che per
il fatto che c’è un consigliere all’opposizione, tutti gli altri, per essere democratici, devono accettare quello che dice il consigliere di opposizione.
Carlo D’Ettorre - Corriere Adriatico. Quali sono le leggi o gli atti di
questa legislatura, che qualificano il nuovo modo di governare? Quale giudizio dà della mancanza della sottoscrizione della DC alla proposta di soppressione dei patronati scolastici? Questo atteggiamento di accordo politico
avvenuto nelle Marche può considerarsi una sperimentazione del più largo
compromesso storico?
Bastianelli. Per quanto riguarda le proposte qualificanti, prima ho parlato un po’ diffusamente. Il problema non è soltanto quello di vedere qual è
stata la produzione legislativa, che tuttavia è stata notevole e noi ab­biamo
un prospetto delle cose che sono state discusse dalle varie commissioni oltre che dal Consiglio. Oltre a questo, la cosa che teniamo a sottoli­neare è
che, siccome siamo consapevoli che non possiamo determinare - né qual-
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siasi altra Regione in Italia può farlo - isolandoci dal contesto nazio­nale
un’inversione di tendenza, un nuovo corso della politica economica, stante
anche il modo in cui la legge finanziaria regionale è determinata dal centro.
Intanto, è necessario che ci sia l’autonomia delle Regioni nelle scel­te. Poi,
proprio perché le cose stanno in questi termini, siamo del parere che la Regione debba agire esprimendo tutte le sue possibilità anche sul piano politico per la risoluzione di certi problemi.
Quindi noi vogliamo affrontare anche materie dove possiamo agire sol­
tanto sul piano politico e limitatamente sul piano legislativo, ma non possiamo pensare, per questo, che non interessino la nostra regione e il suo sviluppo economico. Noi abbiamo competenze in acque interne e non in acque
marittime. Tuttavia, le sembra possibile che possiamo disinteressarci del
problema della pesca? Occorre quindi intervenire esprimendoci anche sul
piano politico. Ecco il perché delle diverse iniziative.
Vengo alla seconda domanda. La DC non ha sottoscritto la proposta di
legge sui patronati: questo dimostra il contrario di quanto si voleva soste­
nere cioè che c’è una piena vita democratica e che, quando un partito ritie­ne
di prendere una iniziativa, lo fa. La DC di fronte a queste cose ha una posizione abbastanza nota, ritenendo di non doversi unire agli altri partiti e così
ha fatto. Il problema non è da porre in termini di maggioranza o mino­ranza,
perché io parlo di vita democratica. Questo non deve assolutamente suscitare scandalo perché allora veramente ci dobbiamo mettere in concla­ve e ogni
passo farlo tutti insieme, altrimenti solleviamo scandalo.
Sul fatto delle Marche esperimento pilota, dicevo prima che noi un po’
presuntuosamente l’abbiamo definita così, ma ci sono stati come ho detto
prima ulteriori progressi nella direzione da noi auspicata e già battuta nelle Marche,
È inutile che ogni volta che si verifica una crisi governativa si dica - a ra­
gione - che se perdiamo molto tempo tutto va a rotoli; per evitare queste ri­
correnti crisi, queste paralisi del parlamento o del governo, c’è una sola via:
quella di prendere atto della volontà del paese, come abbiamo fatto nelle
Marche dove abbiamo preso atto della risposta dell’elettorato il 15 giugno.
Abbiamo visto che non si poteva fare una maggioranza di sinistra, né di de­
stra o di centro-sinistra.
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Abbiamo visto che soltanto con l’intesa di tutte le forze si può ottenere un programma concordato e questa è una delle cose che sempre più in­
sistentemente vanno ad affermarsi a livello nazionale. Tutto ciò non vuol
dire che pensiamo che questa crisi si concluderà con una impresa di questo
genere perché già la risposta da parte delle forze politiche l’abbiamo avuta e sappiamo che non è possibile; ma che si compiano altri progressi sulla
via del superamento dei contrasti soprattutto di natura ideologica, evidentemente pensiamo che sia possibile farlo.
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Costituzione della Repubblica
italiana, Statuto dei lavoratori,
Statuto della Regione Marche.
Presentazione dell’Opuscolo
a cura del Consiglio regionale 1976
La Carta costituzionale della Repubblica italiana prese vita in un momento
straordinariamente ricco di fermenti ideali e di tensione morale: in un paese
stremato dalla guerra e mortificato dal ventennio fascista, la breve quanto
esaltante stagione della Resistenza aveva segnato in modo indelebile le coscienze e gli stessi eventi storici.
Il riferimento a quel periodo, inevitabile quando si parla di Costituzione,
non è soltanto un fatto formale o un elemento di studio per storici e giuristi. La Costituzione è parte integrante della nostra coscienza di cittadini, ne
parlano continuamente i lavoratori, gli studenti, se ne discute in fabbrica,
nelle scuole, nelle strade.
Forse in nessun altro paese si riscontra una partecipazione di massa al
dibattito politico così come avviene in Italia. Crediamo di non sbagliare affermando che lo stimolo che porta i cittadini ad essere presenti, a discutere,
a scendere in piazza nei momenti più difficili, trae origine dalla rottura storica che si è operata con la Resistenza.
Una rottura che la Costituzione recepisce tracciando i caratteri profondamente innovatori ed originali della nostra Repubblica e respingendo definitivamente l’idea della separatezza fra cittadini e governo del paese. Certo
molti problemi rimangono aperti, lo stesso concetto di partecipazione, venuto avanti con sempre maggior forza negli ultimi anni, non sempre riesce
a prendere corpo e a trovare una giusta dimensione. La storia recente del
nostro paese dimostra comunque che è fuorviante e pretestuosa ogni analisi che, trascurando l’originalità della nostra Repubblica, tenda a presentare una realtà fatta di gente ostile alla politica ed estranea alle istituzioni. La
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Costituzione italiana fonda la sua vitalità proprio sulla consapevolezza dei
cittadini di essere, per la prima volta nella storia d’Italia, protagonisti e artefici del futuro paese. È una vitalità che affonda le sue radici nella Resistenza
e in oltre trenta anni di storia repubblicana vissuti direttamente dal popolo
italiano e profondamente segnati dalla capacità dei lavoratori di porsi come
forza dirigente dello Stato nato dalla lotta antifascista.
È con questo spirito che il Consiglio regionale delle Marche ha promosso il programma di iniziative previste dalla legge regionale per il 30° anniversario della Costituzione repubblicana. Non abbiamo alcun intento celebrativo, la riflessione sui grandi contenuti della Carta costituzionale e su
trenta anni di Costituzione deve essere momento di dibattito e di aggregazione per l’intera società marchigiana.
Noi guardiamo alla nascita della Costituzione per valorizzare il patrimonio di unità popolare che allora si costruì sui grandi temi del rinnovamento, della libertà, della democrazia. Non dimentichiamo che la elaborazione
della Carta costituzionale fu un momento di confronto politico e culturale
di straordinaria ampiezza: era evidente lo sforzo di salvaguardare l’unità
fra le forze democratiche respingendo i germi della rottura che già avanzavano minacciosi in campo internazionale. In realtà, l’intera fase di trapasso
dal fascismo alla Repubblica è un crogiuolo nel quale è possibile rinvenire
la radice delle grandi contraddizioni e dei problemi che travagliano l’Italia
di oggi.
L’intero processo di costruzione del nuovo Stato repubblicano, la stessa
lotta di Resistenza sono caratterizzati da nodi irrisolti, da carenze che hanno gravato pesantemente sullo sviluppo dell’Italia democratica. Ma nonostante i limiti della storia, i tentativi di rimettere tutto in discussione, di affossare con cambiamenti di facciata quanto era venuto avanti, la rottura con
il passato ci fu e l’antifascismo inteso come ideale, largamente unitario e
popolare, di rinnovamento e di progresso, divenne la premessa del nuovo
Stato italiano. Il fatto che punti, anche qualificanti, del dettato costituzionale siano andati e in certi casi siano tuttora disattesi non può essere solo motivo di polemica o, peggio, pretesto per una svalutazione complessiva della
Carta costituzionale e dei suoi presupposti.
Ricordiamo che, proprio all’indomani della costituente, quando sem-
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brava che fiducia e speranze dovessero essere brutalmente cancellate dallo
spettro della restaurazione, la Costituzione divenne subito, come lo è stata
in tutti questi anni, strumento di lotta, di aggregazione e di rinnovamento.
Non possiamo quindi permetterci di disperdere questo grande patrimonio di democrazia costruito non senza sacrifici in questi trenta anni. Guardiamo alla storia breve ma estremamente intensa della Repubblica per invitare tutti i cittadini a confrontarsi con un passato che ci appartiene e che
va ripensato alla luce del presente che stiamo vivendo, con spirito critico,
certo, ma al di là di posizioni di parte e di astratte preclusioni ideologiche.
Qual è il senso della nostra riflessione attuale?
Le istituzioni delineate dalla Carta costituzionale, nonostante i ritardi,
che pur esistono, hanno dimostrato di essere estremamente vive e vitali e
ben presenti nella coscienza dell’intero popolo italiano. È ormai quasi totalmente caduta l’antica preclusione popolare nei confronti dello Stato, retaggio storico di una gestione del potere che la Costituzione ha superato.
Oggi le istituzioni sono punto di riferimento della solidarietà democratica, sono, lo si è visto di recente, elemento di coesione di fronte all’attacco
eversivo sviluppatosi in forme nuove ed inquietanti. Ma è dalla vita di tutti
i giorni che possiamo trarre conferma che la Costituzione non è, come qualcuno vorrebbe far credere, un monumento di carta lasciato nel dimenticatoio. Il riferimento alle norme costituzionali, alle idee prima ancora che alle
enunciazioni giuridiche, è un dato costante nella discussione sui problemi
nodali della società italiana. E così si è fatto riferimento alla Costituzione
nel momento in cui si è discusso del terrorismo e dei modi di combatterlo;
si è parlato della Costituzione quando è venuto fuori il problema dello sciopero e di una sua eventuale regolamentazione. Si è sollevata la questione
del diritto di proprietà e ancora una volta si è ricordato che la Costituzione
pone dei limiti alla sua tutela qualora lo richieda l’interesse della collettività. Né possiamo dimenticare, in questo momento di tensione nei rapporti
internazionali, il costante appello alla pace che ispira l’intera Carta costituzionale. Con la Costituzione si è innescato nel nostro paese un processo
dinamico di grande portata. Per le istituzioni che ancora risentono di alcuni
limiti del passato si tratta pertanto di fare un salto di qualità e l’instaurarsi di
una nuova dialettica fra i diversi livelli istituzionali è la prova che il rinno-
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vamento è già in atto. Il compito che abbiamo di fronte è pertanto quello di
verificare la qualità e la coerenza del nostro impegno di rinnovamento con
le indicazioni che emergono da trenta anni di storia costituzionale. E in questo impegno, specie a livello regionale, dobbiamo sempre avere presente il
ruolo crescente delle istituzioni locali e la centralità delle assemblee elettive
e degli organismi di sovranità popolare nel nostro ordinamento democratico. È con questa consapevolezza che abbiamo promosso le iniziative per il
30° della Costituzione e proponiamo ora ai cittadini marchigiani, ai lavoratori, ai giovani, il testo della Costituzione unitamente allo Statuto regionale
e allo Statuto dei lavoratori. Vuol essere il nostro un invito a partecipare a
riflettere insieme, a contribuire allo sviluppo della democrazia.
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Manifestazione
contro il terrorismo 1977
IL DISCORSO DEL PRESIDENTE
ON. RENATO BASTIANELLI
Affrontiamo con rapidità la questione giovanile
LA CREAZIONE DI CONSULTE
PER PREVENIRE LE PROVOCAZIONI
Noi siamo del parere che non ci si può limitare più alle parole di condanna, ne­cessarie, indispensabili ma che occorre agire, dimostrare che le
forze che operano nel Paese - indigene e straniere - per creare situazioni
di ingovernabilità troveranno una barriera - per loro insormontabile - costituita da tutte le forze democratiche, dalle istituzioni che rappresentano
il pieno presidio della democrazia e delle libertà costituzionali.
La democrazia italiana, figlia dell’anti­fascismo e della Resistenza,
non ammaine­rà la sua bandiera di fronte alla violenze di natura eversiva e fascista.
Il consiglio regionale, la nostra assem­blea legislativa, decise la convocazione di questo incontro, dopo l’assassinio del poli­ziotto Passamonti e il ferimento di altri suoi colleghi avvenuti il giorno 21 aprile 1977.
È stato, quello l’ennesimo anello di una lunga catena di atti violenti
teppistici criminali organizzati e freddamente ese­guiti nel nostro Paese.
Sono da allora passati pochi giorni e dobbiamo purtroppo registrare
altri episo­di recanti lo stesso segno: l’assassinio del­l’avvocato Croce e il
rapimento del Prof. Nicolò a Roma.
A chi non appare tutto ciò come la realizzazione di un piano? Piano
che mira a colpire al cuore le basi stesse dello Stato Democratico ed a
suscitare tra le genti la richiesta di un Governo forte purché sia, anche
Reazionario?
Noi avvertiamo che le coscienze dei citta­dini sono profondamente
turbate ed un malessere profondo scuote la società italia­na colpita dalla
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crisi e si ripercuote con particolare durezza sulle classi più deboli e più
emarginate.
Non possiamo dimenticare che al centro degli ultimi episodi criminali c’era ancora una volta la protesta giovanile e degli emarginati ed è
su questo che si è poi innestata una torbida spirale di provoca­zione e di
fredda violenza. Siamo consape­voli del profondo fermento che pervade
le masse giovanili: mancanza di prospettive, disoccupazione al termine di una scuola estranea alle esigenze di una società in rapido sviluppo, carenza di momenti di aggregazione, spin­gono una parte di giovani
a privilegiare soluzioni individuali e favoriscono l’insor­gere di visioni
corporative. La prospettiva della emarginazione costituisce oggi un forte
incentivo alla disarticolazione della società civile e richiede da parte delle forze democratiche una risposta concreta e ade­guata alla situazione attuale. Ecco perché siamo dell’avviso che bisogna con rapidità affrontare
la questione giovanile. La sua mancata soluzione, anzi il suo aggravarsi,
ha favorito il nascere e lo svilupparsi della violenza.
Tale consapevolezza ci deve indurre a sollecitare la riforma dell’Università, del­la scuola, media e superiore, l’approvazione del progetto giovani già approvato dal Senato e trasmesso alla Camera; ma anche in quel
contesto, come consiglio regionale abbiamo le nostre responsabilità che
non possiamo disattendere, vale a dire la di­scussione e l’approvazione del
piano di pre­avviamento al lavoro giovanile per la Re­gione Marche.
Certo sappiamo che non basta la manca­ta soluzione ai problemi giovanili, a spie­gare la dura, difficile situazione odierna. La posta in gioco
è molto alta. Siamo oggi in presenza di un disegno criminoso comples­so
e pericoloso per la nostra democrazia e noi consideriamo i giovani come
forze prin­cipali di difesa democratica. Sono otto anni che la strategia della tensione semina nel paese lutti e sangue.
Provocazioni, attentati hanno segnato l’Italia dagli anni 1970 ma il disegno anti­democratico non è passato. La democrazia ha nel nostro paese
salde radici come in pochi altri. I partiti, i sindacati, le organiz­zazioni di
massa, i consigli scolastici, di fabbrica, di quartiere hanno suscitato grande partecipazione alla direzione della cosa pubblica. È questa la forza
della nostra democrazia.
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Noi non concordiamo con quanti tendo­no ad assimilare la situazione
italiana a quella sudamericana anche se i tentativi, promossi da centri
nazionali e internazio­nali, come ricordava qualche tempo fa l’attuale Ministro degli esteri - non man­cano.
È certo però che oggi, nel momento in cui il Paese sta attraversando
la crisi più grave del dopoguerra, l’attacco alle istitu­zioni si manifesta in
modo sempre più virulento. Dopo le bombe di Piazza Fonta­na, dell’Italicus, di Brescia, la sfida allo stato democratico è diventata sempre più
evi­dente (assassinio di magistrati - Coco, Occorsio -) rapimento di altri,
degli uomini politici (Guido De Martino). Infine abbia­mo avuto manifestazioni di guerriglia ur­bana come quelle avvenute di recente in cui ha
perduto la vita l’agente Passamonti.
È evidente a tutti - e non a caso l’appello del Consiglio Regionale
è stato così larga­mente accolto - che è in atto nel paese un preciso tentativo di scardinare l’ordina­mento repubblicano, seminando sfiducia e
terrore nei cittadini, ostacolando i processi unitari, gli sforzi congiunti,
senza i quali non si esce dalla crisi. È chiaro quindi che la difesa della
Repubblica diventa in que­sto momento un impegno prioritario per tutti
noi.
Un saluto particolare, la nostra più viva umana solidarietà ai lavoratori della Poli­zia e degli altri corpi preposti alla tutela della legalità.
La difesa dell’ordine demo­cratico è oggi uno dei temi centrali della
vita politica italiana e anche un banco di prova della capacità di uscire
dalla crisi in modo nuovo rafforzando il legame tra le masse popolari
e le istituzioni repubblica­ne, gettando le basi per un effettivo raffor­
zamento della democrazia italiana. Troppe volte la questione dell’ordine pubblico è stata posta nei termini di una alternativa tra repressione
e caos.
Noi siamo tra i tanti che ritengono non necessarie leggi eccezionali per debellare la criminalità politica e comune e per sconfiggere i
disegni autoritari. Riteniamo che già esistano leggi sufficienti per far
fronte alla violenza! Si pone però il proble­ma di una nuova strategia di
lotta che consenta di operare contemporaneamente sul piano della prevenzione e su quello della repressione. Vanno utilizzate fino in fondo e
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bene le leggi esistenti che preve­dono norme severissime per chi agisce
contro il regime democratico. I corpi di polizia possono divenire sempre più effi­cienti anche attraverso la tanto attesa riforma.
Non possiamo non rilevare con piacere l’alto senso di responsabilità
dimostrato dalle forze dell’ordine anche nel corso degli ultimi episodi
criminosi. Per tutti va ricor­dato il messaggio degli allievi sottufficiali
della Scuola di Nettuno, colleghi di Passamonti. Siamo sensibili alle
istanze dei lavoratori della Polizia e non possiamo quindi non condividere il loro intento di organizzarsi sindacalmente per stabilire rapporti
con gli altri lavoratori organizza­ti, nelle varie centrali sindacali unitarie. Noi tutti ci rendiamo conto che il lavoro del poliziotto è difficile,
improbo, ma essen­ziale per la salvaguardia della Repubblica e della incolumità dei cittadini. È bene che sappiano questi lavoratori che
godono del­l’appoggio di tutte le forze democratiche, delle istituzioni,
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delle assemblee elettive locali, dei cittadini. È superato finalmen­te, in
virtù dello sviluppo democratico del Paese, il tempo in cui i lavoratori
e la Polizia si guardavano con ostilità. Oggi soltanto quei figli della
borghesia che militano tra i cosiddetti “autonomi” o “in­diani metropolitani” possono non aver ca­pito che i lavoratori della PS sono figli
di braccianti meridionali, di lavoratori di al­tre aree depresse del Paese,
sono lavorato­ri loro stessi come insistentemente cercò di farci capire
un grande dirigente sindacale scomparso anni or sono: Giuseppe Di
Vit­torio. Oggi tutti noi ci battiamo per avere una polizia democratica,
efficiente, all’al­tezza dei nuovi compiti che è chiamata ad assolvere.
Deve essere chiaro che lo Stato non può essere adeguatamente difeso se
non si riformano quegli organismi che ne sono parte integrante e che devono svolgere ruolo insopprimibile per la sua salvaguar­dia e per la sua
stessa esistenza. È questa una esigenza di fondo dì cui le Regioni stesse
si sono fatte portatrici nella loro azione per la riforma delle strutture dello
Stato e per la piena affermazione delle Autonomie Locali. La manifestazione di oggi vuole pertanto testimoniare il ruolo che la Regione Marche,
nella quale l’unità delle forze democratiche e costituzionali ha raggiunto
livelli avanzati, vuole svol­gere nella lotta per la democrazia. Il conte­nuto
di fondo di questa nostra iniziativa è soprattutto politico: la provocazione
anti­democratica tende a colpire l’unità delle masse popolari, ad arrestare il
processo di crescita democratica e civile in atto nel nostro paese.
L’unica risposta possibile, la più efficace per ricacciare indietro i tentativi autoritari è pertanto quella dell’unità democrati­ca. Oggi più che mai
è necessario superare i particolarismi e le diversificazioni ideologiche. In
questa piazza sono presenti tra le altre le bandiere della Resistenza, i rappresentanti delle associazioni partigiane: ebbene in questa situazione è
neces­sario rafforzare quel filo ideale che lega la storia dell’Italia Repubblicana alla Resi­stenza Antifascista ed alla guerra di Libe­razione. L’Unità
delle forze popolari che fu alla base del movimento antifascista, che fu
il crogiolo nel quale si fusero gli ele­menti destinati a dar vita allo stato
repub­blicano, ora più che mai deve essere per tutti noi un esempio ed un
insegnamento. La folta partecipazione a questa manife­stazione testimonia
ancora una volta quanto le istituzioni democratiche siano radicate nella
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coscienza dei marchigiani e di tutti gli italiani. Questa consapevolezza
deve ora trovare - è essenziale e determi­nante - un chiaro riflesso, una rispondenza in tutte le istituzioni dello Stato, a tutti i livelli, fino ai più alti,
fino al Governo.
Noi marchigiani possiamo dare ulteriori testimonianze della nostra
fede democra­tica, della nostra ferma volontà di sbarra­re il passo all’eversione impiegandoci con­cordemente - istituzioni, partiti, associa­zioni, e
organizzazioni di varia natura - a dar vita in ogni dove - quartieri, frazioni,
comuni - ad organismi (consulte o comita­ti) che in stretto rapporto con
le rappre­sentanze ufficiali dello Stato Repubblicano (Comune, Forze di
Polizia, Carabinieri, Magistratura) siano in grado di prevenire ogni provocazione o tentativo eversivo e, in ogni caso, di promuovere prontamente e
capillarmente la risposta delle forze demo­cratiche ed antifasciste contro i
nemici della democrazia e della Repubblica.
La risposta data in questa occasione all’appello del Consiglio Regionale dai par­titi, sindacati, organizzazioni giovanili, fem­minili, culturali,
comuni, province mi au­torizza a credere nell’esistenza di una ferma volontà comune di procedere sulla via del completamento del nostro sistema
democratico, com’è previsto dalla Costitu­zione della Repubblica Italiana
figlia della Resistenza e della vittoria contro il fascismo.
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Come opera il Consiglio
(da “Partecipazione Marche” n.10 ottobre 1976)
L’ESPOSIZIONE DEL PRESIDENTE RENATO BASTIANELLI SUL FUNZIONAMENTO DELL’ASSEMBLEA REGIONALE.
PROPOSTE ED INDICAZIONI DI LAVORO SUL PIANO DELL’ATTIVITÀ, DELLA FUNZIONALITÀ,
DELL’ORGANIZZAZIONE
Signori Consiglieri,
ritengo che questo Ufficio di Presidenza, ad un anno dalla sua elezione e
all’inizio di una tornata di intenso lavoro, abbia il dovere di fare alcune considerazioni sull’attività, la funzionalità e l’organizzazione del Consiglio.
Non penso di dovermi soffermare sulle cifre, lo si è già fatto in sede di
approvazione del conto consuntivo, e chi vorrà potrà ritrovarle nella deliberazione n. 64, approvata nella seduta del 27.7.1976.
Posso solo aggiungere alcune precisazioni per chiarire l’origine dell’avanzo di oltre 308 milioni destinati ai lavori di sistemazione e restauro
dell’edificio da acquistare per l’ampliamento degli uffici consiliari.
La legge regionale n. 12/1974, relativa al primo inquadramento del personale, prevedeva un organico, per il Consiglio, di 71 unità e la spesa relativa era stata impostata su questo dato; se si considera che invece, mediamente, negli anni trascorsi, il personale presente in consiglio non ha mai
superato le 45/50 unità e che attualmente la cifra è ulteriormente ridotta, si
comprende bene come possa esservi un avanzo di amministrazione di tale
entità.
Successivamente la legge n. 7 del 3.5.1976 ha elevato questo organico a
100 unità, ma vi è una comprensiva difficoltà a reperire il personale necessario negli altri Uffici regionali.
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Per ora, di 26 dipendenti, chiesti ufficialmente in varie riprese alla Giunta, se ne è disposto il trasferimento soltanto poco più di un terzo.
D’altra parte questo Ufficio di Presidenza non intende risolvere autonomamente i problemi organizzativi del Consiglio, preoccupandosi solo di
garantirne il migliore funzionamento possibile e ignorando le tensioni che
il perseguimento di tali obiettivi potrebbe portare nella struttura regionale
marchigiana.
L’organico regionale è unico e questo Ufficio di Presidenza riconferma
questa scelta e intende quindi proseguire sulla strada già intrapresa del trasferimento di personale; è necessario quindi che tutti: Giunta, Sindacati e
dipendenti collaborino perché gli impegni presi siano rispettati e si dia concreta attuazione alle leggi regionali.
L’Ufficio di Presidenza è consapevole che un rapido ed efficiente funzionamento del consiglio regionale si ripercuote beneficamente su tutta la
attività legislativa e quindi su tutta la comunità marchigiana, ed è impegnato a - risolvere, nel migliore dei modi, il problema della carenza di personale.
Comunque l’efficienza e la funzionalità dei lavori consiliari non risiedono solo ed esclusivamente nel personale.
Altri strumenti permettono al consiglio regionale di conseguire in modo efficace i propri scopi e sono i regolamenti interni, in particolare quello
che disciplina i lavori dell’assemblea e delle commissioni, e la organizzazione degli Uffici.
Vorrei ricordare però che al momento attuale siamo fortemente carenti
per quanto riguarda sia il regolamento dei lavori dell’assemblea e degli altri
organismi consiliari, sia l’ordinamento degli uffici.
Per il primo ci si basa ancora su uno schema provvisorio adottato nel
settembre 1970 e che quindi non poteva tener conto del modello organizzativo prefigurato nello statuto. Questo schema è stato integrato più tardi da
uno stralcio che fissano le procedure riguardanti prevalentemente l’esame
istruttorio degli atti e delle proposte in commissione e il dibattito in aula.
Peraltro, esistono spazi vuoti: tutto quanto riguarda le procedure con cui attuare la partecipazione popolare che occupa un posto notevole nell’attività
consiliare.
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L’Ufficio di Presidenza e l’apposita commissione speciale si sono impegnati a presentare all’assemblea una proposta organica di regolamento entro i prossimi mesi affinché possa essere varato entro l’anno.
Avremo cosi uno strumento mediante il quale procedere con certezza
nei nostri lavori e dare finalmente attuazione ai numerosi contenuti del nostro statuto, relativamente al funzionamento dell’Ufficio di Presidenza, dei
Gruppi consiliari, conferenza dei Presidenti dei Gruppi, delle Commissioni, all’attività dei singoli consiglieri, allo svolgimento della partecipazione.
Per quanto riguarda il problema del regolamento degli uffici, anche questo basato su uno schema approvato dal consiglio nel settembre 1970, quindi inidoneo a tradurre concretamente il disegno contenuto nello Statuto regionale), l’Ufficio di Presidenza vi ha già dedicato numerose riunioni all’esame di questo problema.
Esistono già alcune proposte elaborate con la collaborazione del personale dei sindacati.
Senza entrare nel merito, vorrei accennare che nella elaborazione preminente è stata e sarà l’esigenza di adeguare le strutture organizzative del consiglio ai compiti e alle finzioni che l’assemblea e le commissioni debbono
svolgere in base allo statuto regionale; in particolare, si è riconosciuto che
la prevalente attenzione deve essere data alla creazione di supporti tecnici
e di assistenza alle commissioni e ai singoli consiglieri per lo svolgimento
del loro mandato ed ha stabilito di procedere alla istituzione dell’ufficio legislativo previsto dalle delibera n. 1/71 e 4/72.
Nel quadro del potenziamento del centro documentazione si sono avviate trattative con la Camera dei Deputati per giungere ad un collegamento,
mediante installazione di apposito
terminal, con lo schedario generale elettronico per la ricerca automatica
della legislazione statale e regionale
costituito presso Montecitorio. Una particolare attenzione dovrà essere posta
nello sviluppare e potenziare quei settori e quegli uffici finalizzati alla organizzazione della partecipazione delle forze sociali e dei cittadini alla attività legislativa regionale.
L’impegno di questo ufficio di
Presidenza è stato
quello di rispettare fedelmente lo Statuto che assegna alla
assemblea ampi
poteri in materia legislativa e amministrativa e importanti
funzioni di controllo democratico della attività dell’esecutivo.
Nello Statuto è stato deline-
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ato giustamente un consiglio forte in quanto titolare della potestà legislativa la
quale per essere efficace e produrre effetti determinanti nella società
regionale, deve essere adeguata alla realtà
marchigiana e ai suoi bisogni.
Ecco quindi i poteri di indagine e i collegamenti con la società civile in
particolare con gli Enti locali con le organizzazioni sindacali dei lavoratori
con le varie formazioni sociali.
Il Consiglio deve essere messo in grado di rappresentare e di coinvolgere nel processo formativo delle leggi regionali le espressioni e le istanze
della realtà marchigiana.
In quell’ampio disegno tracciato dal Costituente italiano di una nuova
articolazione democratica dello Stato di cui proprio in questi giorni si sta
Escutendo l’attuazione, in occasione del dibattito sulla 382, dibattito attraverso il quale si ricercano nuove formule organizzative che consentano di
ridurre il divario tra società politica e società civile e che garantiscano la
piena ed effettiva partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica nella quale la Regione, e quindi il consiglio regionale, ha un ruolo importante. Al di là degli strumenti già previsti dalla Costituzione con gli istituti di iniziativa popolare e del referendum, il nostro statuto prevede forme
di consultazione con gli enti locali e i sindacati, indagini, audizioni. L’art.
15 disciplina le forme delle audizioni da parte delle commissioni l’art. 22
assegna a queste lo svolgimento di indagini conoscitive per acquisire notizie e documenti necessari e utili, l’art. 32 riconosce nella partecipazione e
nel concorso degli enti locali e dei sindacati dei lavoratori, delle autonomie
e delle formazioni sociali e dei cittadini marchigiani il fondamento della
partecipazione popolare. L’art. 33 riconosce ai cittadini agli enti, alle associazioni e ai gruppi operanti nell’ambito della Regione il diritto di “inviare
petizioni al consiglio per chiedere provvedimenti o esporre comuni necessità”.
Ma la funzione preminente che lo statuto affida al consiglio è quella di
determinare “l’indirizzo politico, sociale ed economico” e di partecipare
all’elaborazione, attraverso le commissioni e di approvare, quindi, il piano
regionale di sviluppo economico, oltreché gli altri piani settoriali.
Altra funzione importante è quella del controllo della esecuzione dei
provvedimenti approvati dal consiglio, funzione che viene esercitata attra-
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verso le commissioni consiliari, cui non compete soltanto l’istruttoria dei
disegni di legge e degli altri provvedimenti consiliari, ma anche il potere di
seguire nelle sue varie fasi l’attività dell’amministrazione regionale.
A tale proposito l’art. 22 dello Statuto prevede altresì che le stesse riferiscano periodicamente al consiglio. Questo ancora non è accaduto: è impegno preciso dell’Ufficio di Presidenza far sì che entro breve tempo tali relazioni vengano approntate e sottoposte al vaglio dell’assemblea.
In definitiva il consiglio ha il massimo potere di informazione e di direzione; ogni consigliere, secondo quanto afferma l’art. 19 dello Statuto, oltre
il diritto di iniziativa di legge e di atto amministrativo, di mozione, di interrogazione e di interpellanza, ha anche quella di ottenere dagli uffici della Regione e dagli enti o aziende da essa dipendenti notizie e informazioni
utili all’espletamento del mandato.
Ritengo opportuno a questo punto fornire alcune cifre sull’attività del
consiglio regionale nella seconda legislatura.
Proposte di legge regionale:
presentate n. 76 approvate n. 33 ritirate n. 2 in corso d’esame n. 41
Proposte di atto amministrativo:
presentate n. 70 approvate n. 43 ritirate o decadute
n. 13 in corso d’esame n. 14
Attività ispettiva politica Mozioni:
presentate 24 discusse n. 20
Interpellanze:
presentate n. 7 discusse n. 7
Interrogazioni:
presentate n. 54 svolte n. 50
Si tratta di un consuntivo che testimonia l’impegno del Consiglio in questo breve scorcio di legislatura e la sua volontà di muoversi nel quadro tracciato dallo Statuto e dall’accordo programmatico fra i partiti democratici.
Questa formula dell’accordo fra tutte le forze democratiche non è im-
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provvisata o astratta, è frutto di un lavoro lungo e costruttivo, è una formula
nuova, ricca di prospettive ma non priva di difficoltà che derivano proprio
dalla sua novità. I programmi, le cose da fare, le iniziative legislative che
il Consiglio deve mettere in atto, sono frutto di un dibattito approfondito
e continuo che coinvolge tutti i suoi organismi per cui si sono avuti, almeno in questa prima fase, dei tempi di elaborazione non sempre brevi, ma
che hanno consentito la valorizzazione della assemblea e delle commissioni nella elaborazione della politica regionale.
Le commissioni consiliari per esempio, hanno svolto un lavoro indubbiamente più impegnativo e responsabile, non limitandosi ad esaminare i
provvedimenti che a loro sono stati assegnati, ma hanno promosso tutta una
serie di iniziative collegate istituzionalmente alla loro attività arricchendo e
completando le proposte e gli indirizzi presentati all’assemblea, realizzando un notevole mutamento di qualità rispetto al passato.
Ho già detto che, indubbiamente, si sono verifìcati ritardi, incongruenze,
talora disfunzioni che hanno ostacolato il nostro cammino, ma vorrei dire
chiaramente che per superare tali obiettive difficoltà non dobbiamo cedere alla tentazione di fare ricorso a modelli di governo meno avanzati magari giustificati con la necessità di snellire il metodo di lavoro degli organi
regionali. Ritengo opportuno ricordare, sia pure sommariamente, quanto è
stato fatto durante l’anno trascorso.
Di rilievo è stata la presentazione del bilancio nei termini statutari e
1’ampia discussione terminata con il convegno di Senigallia che ne è seguito. A chi ha voluto aprire una polemica circa pretesi ritardi nell’approvazione da parte dell’assemblea rispondo che impegno prioritario del consiglio
è informare e quindi far partecipare il maggior numero di cittadini possibile alle decisioni della Regione anche se ciò può comportare il mancato
rispetto dei termini stabiliti. Un buon lavoro è stato fatto dall’assemblea:
dalla legge per la sistemazione in ruolo di tutto il personale avventizio, con
il conseguente divieto di nuove assunzioni, alla tempestiva ripartizione dei
fondi per l’edilizia ospedaliera e per quella scolastica, alla nomina e insediamento del comitato regionale per il Servizio Radiotelevisivo, alle norme per la costituzione della FIN MARCHE ed infine alla recente votazione
della legge per la formazione professionale e le conseguenti deleghe. Un
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notevole carico di lavoro ci attende, vi sono da definire importanti provvedimenti legislativi, dalla istituzione dei consultori familiari e dei comprensori, al “progetto giovani”, alle direttive CEE in materia di agricoltura, alla
abolizione dei patronati scolastici. Penso di poter dire che le commissioni
ed il consiglio opereranno in modo che questi provvedimenti vengano varati nei tempi strettamente necessari e che l’Ufficio di Presidenza faciliterà
al massimo l’assolvimento di questo impegno.
Particolare attenzione è stata posta ai problemi della informazione e della partecipazione non solo e non tanto per diminuire il divario - fatto soprattutto di non conoscenza - esistente fra società marchigiana e realtà regionale, quanto e soprattutto rendere partecipi i cittadini e le loro istanze organizzate del processo decisionale.
È per questo che l’Ufficio Presidenza ha deciso la pubblicazione della
rivista “Partecipazione Marche” dell’agenzia settimanale “M Stampa” che
pur dimostrandosi strumenti ancora non del tutto adeguati le nostre necessità di informazione hanno svolto un notevole compito.
Si è altresì provveduto a potenziare il centro stampa trovandogli locali
più idonei, dotandolo di una moderna attrezzatura che lo pone all’avanguardia fra i centri consimili.
Purtroppo non si è potuto
reperire tra i dipendenti della Regione personale specializzato in grado di utilizzare completamente tale attrezzatura
e
l’assoluto divieto di nuove assunzioni
di cui alla L.R. 7/76 ha impedito
di
dotare il centro stesso dell’organico ottimale per cui si è costretti a stampare
parecchio materiale e della Giunta e del
Consiglio presso privati.
Per questo specifico problema
l’Ufficio di Presidenza alla unanimità
propone il ricorso alla fattispecie prevista dall’art. 53 dello Statuto anche
se
l’esiguità dei compensi offerti dalla Regione a petto di quelli previsti dal
contratto nazionale di lavoro fa temere
che la ricerca di personale specializzato
non sarà molto facile. Si farà comunque in modo - magari ricorrendo anche a personale dei
Centri di formazione professionale -
che il centro
funzioni a pieno ritmo al
più presto.
Particolare attenzione è stata posta nel
favorire quella partecipazione prevista dallo Statuto e che ho detto costituire momento fondamentale della nostra attività.
L’impegno antifascista, sempre presente nella consapevolezza di questo
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consiglio, oltreché nella coscienza dei cittadini marchigiani, ha trovato una
esplicita riaffermazione in una serie di manifestazioni regionali la più importante delle quali è stata quella organizzata in occasione del XXX Anniversario della Resistenza e che ha visto sfilare per la prima volta insieme,
nella nostra regione, partigiani e reparti in armi del nostro esercito repubblicano.
Manifestazione questa che ha trovato una ideale prosecuzione il 2 giugno di quest’anno quando, per celebrare il XXX Anniversario della Repubblica sono convenuti ad Ancona, sindaci e amministratori comunali e provinciali di tutta la Regione, che già precedentemente con la loro presenza
avevano voluto testimoniare la loro gratitudine agli antifascisti marchigiani
accorsi al richiamo della repubblica spagnola per difenderne la libertà dagli attacchi dei fascismi nazionali e internazionali. E nel ricordo si sono accomunati quanti in Cile, in Argentina, in Brasile e in ogni parte del mondo
lottano e pagano di persona per testimoniare la loro fede in una società più
libera e più giusta.
Consapevole altresì che solo un modello costituzionale basato su livelli
istituzionali autonomi possa perseguire il disegno di un coinvolgimento di
strati sempre più larghi di cittadini e di forze sociali nella gestione della cosa pubblica, questo Ufficio di Presidenza ha cercato di attuare un modello di
attività che ha dato luogo a tutta una serie di iniziative tendenti a garantire
la “partecipazione” istituzionalizzata alle scelte della Regione.
Significativo è stato il già ricordato convegno di Senigallia sul progetto
di bilancio regionale del 1976; da quella consultazione vennero proposte di
concrete modificazioni per renderlo più aderente ai bisogni ed alle necessità della nostra regione.
A riconoscimento della priorità dell’intervento regionale nel settore
agricolo si è indetto il convegno nazionale di Macerata sul superamento
della mezzadria, cui hanno partecipato parlamentari, sindacati, operatori
economici, professori universitari, amministratori regionali e locali, che ha
trovato largo eco nella stampa nazionale e nella informazione radiotelevisiva e che dovrà avere un concreto seguito nella nostra attività consiliare.
Questa presidenza non si è limitata solamente a garantire le strutture organizzative per una migliore riuscita del convegno, ma ha concretamente
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operato perché trovassero attuazione i deliberati che sollecitavano il Governo, i parlamentari, gli enti locali e i privati cittadini, ognuno per la parte
di propria competenza, ad operare perché il superamento della mezzadria
uscisse dal novero delle cose da fare ed entrasse nella realtà delle cose in
corso di attuazione; rammento solamente gli incontri tenuti nei locali del
Consiglio regionale con sindacati, contadini e amministratori sui problemi
sollevati dal passaggio della mezzadria all’affitto agli I.R.C.E.R. ed all’ospedale di Recanati ed al befotrofio di Fermo.
Collegato all’impegno per l’agricoltura c’era, e non poteva essere altrimenti, un impegno costante per la salvaguardia dei livelli occupazionali e
del patrimonio industriale; in questa logica sono stati convocati due incontri
nazionali sulla cantieristica che, per la prima volta, hanno permesso di esaminare ed affrontare il problema della salvaguardia e della ristrutturazione
della cantieristica italiana nella sua globalità.
Le notizie preoccupanti di questi giorni sono la conferma della opportunità di tali iniziative.
A questo proposito riaffermo 1’impegno dell’ufficio di Presidenza, e
credo di tutto il Consiglio, di difendere il cantiere navale di Ancona e il patrimonio di esperienze tecniche e professionali in esso maturate dando luogo ad una serie di iniziative che tendano ad impegnare il parlamento e il governo al rispetto degli accordi a suo tempo intercorsi.
Dobbiamo altresì ribadire il principio che la Regione si ponga sempre
più come momento politico di programmazione, legislazione, indirizzo e
coordinamento, ricordo a tutti voi che, per prima, la Regione Marche ha organizzato la propria conferenza universitaria ponendo le basi per una più
completa utilizzazione del potenziamento di cultura, scienza e ricerca delle
nostre università, al fine di una migliore elaborazione dei programmi e delle sue scelte.
Altra iniziativa che ci ha collocato accanto a pochissime Regioni italiane
è stata quella della visita al Parlamento Europeo e alle Istituzioni CEE. Non
credo sia il caso di dilungarmi troppo per ricordare come i problemi europei stiano assumendo sempre più ampia rilevanza e attualità soprattutto in
relazione al processo di maggiore democratizzazione delle strutture comunitarie e dei loro strumenti di intervento - voglio solo richiamare la vostra
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attenzione sul fatto che prossimamente saremo chiamati a pronunciarci sulle norme CEE sull’agricoltura e non può non avere una sua importanza il
fatto che siano stati prestabiliti dei collegamenti diretti che dovranno essere
mantenuti con le istituzioni europee.
Un rilievo non inferiore ha avuto la iniziativa di discutere con sindacati, partiti, enti locali, banche, industriali, con la realtà viva delle Marche, in
altre parole, il programma di legislazione peri il 1976.
Non credo sia infine da sottovalutare l’incontro con i parlamentari eletti nelle Marche.
L’iniziativa di riunire parlamentari e consiglieri per discutere dei problemi regionali e concordare, per quanto possibile, una comune linea di intervento, non può e non deve essere liquidata in poche battute, specialmente
se si tiene conto che la regione, con i suoi problemi e le sue difficoltà, si è
posta, e non poteva essere altrimenti, come momento organizzativo e programmatico centrale nell’attuale panorama politico italiano.
L’enumerazione delle cose fatte non ci deve far perdere di vista quanto c’è ancora da fare ed il collegamento necessario con la realtà regionale.
Innanzitutto gli impegni già presi e che bisognerà mantenere.
Per riaffermare la necessità che la regione sia vista come un momento
fondamentale dell’articolazione democratica dello Stato ci si è impegnati ad organizzare un convegno dibattito sulla legge 382 - a maggior ragione questo impegno dovrà essere mantenuto se si tiene conto che siamo di
fronte alla decadenza della delega e al problema delle probabili soluzioni
da dare a tale scadenza, anche alla luce di quanto ha recentemente prospettato il Presidenti del Consiglio dei Ministri Andreotti nelle sue dichiarazioni programmatiche.
Altro tema importante, che bisognerà discutere per sottoporlo all’attenzione delle forze regionali, è quello della informazione e della riforma della
RAI TV, piuttosto sottovalutato finora, ma che risulterà in tutta la sua importanza se si considera l’insufficienza dei mezzi di informazione nella nostra regione mentre la RAI TV non si è posta sebbene ciò sia previsto dalla
legge 103, come momento dì promozione, stimolo e coagulo di tutte le iniziative regionali nel campo dell’informazione radiotelevisiva.
Penso si dovrà andare ad un convegno con quanti operano e si interes-
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sano del settore.
Consapevoli altresì che la partecipazione non sarà piena se non coinvolgeranno anche le donne marchigiane e le organizzazioni che le rappresentano e non solamente per tematiche più vicine al loro essere donna - vedi per
esempio i consultori familiari - ma anche e soprattutto su tutti i temi della
realtà economica, politica regionale bisognerà promuovere una iniziativa
che esalti l’apporto dato dalle donne alla vita regionale e nazionale e indichi
la via per farle uscire dall’attuale stato di mancata parità.
Anche il problema sempre più drammatico della disoccupazione giovanile dovrà essere presente alla nostra attenzione e l’annunciato “progetto giovani” che dovrà essere messo a punto al più presto costituisca per la
nostra regione un momento di impegno non secondario sulla strada della
individuazione di un nuovo meccanismo di sviluppo a sostegno dei settori
sociali più deboli.
Infine gli enti locali. Lo stato di coma profondo in cui versano le loro finanze non può non preoccuparci.
I comuni e le province sono l’articolazione principale dello Stato repubblicano, il fondamento su cui poggia l’ordine democratico; bisogna fare in
modo che, rivitalizzati, assumano il posto che loro compete nello schema
statuale previsto dalla Costituzione, mettendo pregiudizialmente mano ad
una profonda, rapida ed efficiente riforma della finanza locale.
Bisognerà procedere al più presto ad una precisa rilevazione dello stato
di indebitamento dei nostri comuni e poi entro la fine dell’anno arrivare ad
un convegno regionale che discuta i dati raccolti e faccia proposte concrete.
Fin qui abbiamo parlato dei contenuti della nostra azione. A questo punto credo sia opportuno dedicare particolare attenzione anche ai problemi di
metodo, cioè all’organizzazione dei nostri lavori.
Tutti siamo convinti che è necessario evitare le rincorse affannose, gli
atti stampati e distribuiti all’ultimo momento, gli errori inevitabili dovuti
alla fretta e tutti gli altri inconvenienti giustamente e ripetutamente lamentati.
L’attività dell’assemblea è legata a quella delle commissioni; quindi il
coordinamento tra commissione e assemblea è l’aspetto più importante di
una razionale organizzazione dei lavori del consiglio.
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Si tratta di stabilire un necessario intervallo tra il momento in cui una
proposta viene licenziata dalla commissione e il momento in cui viene
iscritta all’ordine del giorno in assemblea, in modo da consentirne la tempestiva stampa e distribuzione e quindi consentire concretamente a ciascun
consigliere il diritto di intervenire, di discutere, di presentare emendamenti.
Questo però deve avvenire senza che si creino pause e rallentamenti
nell’attività.
Per conciliare le esigenze di rapidità e di efficienza della produzione legislativa e normativa, mi sembra che la strada migliore sia anzitutto quella di organizzare i lavori con il metodo della programmazione dell’attività
delle commissioni e dell’assemblea.
In secondo luogo credo che dovremmo istituzionalizzare le sessioni di
lavoro.
La programmazione dell’attività del consiglio e delle commissioni, potrebbe essere determinata dalla Conferenza dei presidenti di gruppi, integrata dai presidenti delle commissioni, per stabilire il programma dei lavori
per un periodo determinato nel tempo. Il programma dovrà riportare i principali argomenti che il Consiglio e la commissione intenderanno trattare nel
periodo considerato con eventuale indicazione dell’ordine di priorità.
Da questo programma verrà stralciato un calendario limitato a periodi
più brevi in cui i lavori potranno essere così articolati: nelle prime due settimane si potrebbero tenere soltanto riunioni di commissioni per l’istruttoria.
Per evitare gli errori e gli inconvenienti, che ho avuto modo di ricordare prima, si dovrebbe prevedere un intervallo per permettere alla giunta, ai
gruppi e ai singoli consiglieri, di esaminare a fondo gli atti licenziati dalle
commissioni al fine di predisporre gli eventuali emendamenti.
Trascorso tale intervallo si dovrà prevedere un congruo periodo di tempo da dedicare esclusivamente alle riunioni dell’assemblea.
Ne trarrà giovamento il dibattito
che potrà essere più disteso evitando
le
maratone che qualche volta si è stati
costretti a fare. Esaurito il programma ovvia mente si rinizierà il ciclo.
Questo progetto ha indubbiamente molti aspetti positivi e avendoli già
illustrati non ritengo sia il caso insistere a sottolineare quanto se ne potrebbero avvantaggiare la efficienza e la accuratezza dei lavori del Consiglio e
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delle commissioni.
L’inconveniente principale sarebbe una possibile intempestività delle
riunioni del consiglio, ma credo sia
superfluo affermare che, qualora se
ne
rilevasse la necessità, una eventuale riunione del consiglio, convocata
nei
tempi brevi stabiliti dal regolamento
avrebbe la precedenza su qualsiasi
impegno previsto dalla programmazione dei lavori e dalle sessioni di lavoro
già concordate. Se la proposta che ho appena
enunciato nelle sue grandi linee trovasse in questo consiglio accoglienza positiva penso che si dovrà
rapidamente arrivare a una conseguente modifica del
regolamento interno
attualmente in fase di elaborazione.
Concludendo, questo primo anno della legislatura 1975/80 si presenta
con un bilancio largamente positivo e spero che i prossimi possano esserlo sempre di più nell’interesse delle istituzioni e della popolazione marchigiana.
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Il contributo del Corpo Italiano
di Liberazione
e dei Gruppi di combattimento
alla Guerra di Liberazione
Ancona, 22 ottobre 1977
Debbo innanzitutto porgere il saluto e il ringrazia­mento a quanti hanno voluto accogliere l’invito dei consigli regionali che hanno promosso l’iniziativa di questo conve­gno-dibattito. Non intendiamo fare una tavola rotonda, con la partecipazione soltanto degli studiosi, degli storici, dei politici,
ma un convegno-dibattito aperto a quanti vorranno proporre le loro idee o
anche, semplicemente, avanzare domande, interrogativi quesiti. Ringraziamento alle autorità e agli studiosi che hanno accettato il nostro invito. Credo che con questo convegno abbia inizio un momento impor­tante di riflessione, di dibattito su uno dei nodi cruciali della storia del nostro paese. A un
osservatore poco attento, potrà sembrare forse che questa nostra iniziativa
si svolga su due specifici e distinti livelli: da un lato, il convegno di oggi,
con la partecipazione di qualificati studiosi, dall’altro il grande incontro popolare di domani. In realtà, la manifesta­zione promossa dal Consiglio Regionale delle Marche, in collaborazione con le assemblee regionali della
Toscana, dell’Umbria, dell’Abruzzo è stata pensata come un’unica, grande occasione di incontro e di discussione. L’odierno dibattito tra studiosi
- molti di questi sono anche uomini politici attivi e protagonisti in prima
persona di quegli eventi - non sarà quindi, credo - anzi ne sono certo - una
astratta disquisizione intellettuale, ma una doverosa e necessaria premessa
alla intera manifestazione.
Il convegno vuol quindi essere un approfondimento storico, da sottoporre all’attenzione delle popolazioni mar­chigiane, umbre, toscane, abruzzesi, dei partigiani, dei militari, di quanti vissero direttamente quei momen-
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ti drammatici ed esaltanti, nello stesso tempo. Una esigenza che abbiamo
tenuto sempre presente in tutte le fasi organizzative della manifestazione
è stata quella di evitare, il più possibile, i toni celebrativi. Anche di qui il
nostro sollecito alle autorità scolastiche, ai consigli di istituto perché favorissero la partecipazione degli studenti. Perché non vogliamo, appunto, fare una mera celebrazione, ma un discorso su un momento assai importante
della storia del nostro paese. E qui, dovete consentirmi di fare una autocritica, a nome degli organizzatori di questa manifestazione perché, nonostante l’accurata preparazione, dovevamo prevedere, appunto, che questa sala
non poteva conte­nere quanti erano interessati a partecipare e assistere al
convegno.
Abbiamo promosso l’iniziativa, pienamente consape­voli della coscienza storica che lega indissolubilmente la nostra vita di oggi agli eventi di
cui stiamo discutendo: un filo storico, questo, che segna profondamente gli
stessi processi politici e sociali in atto nel nostro paese. La genesi della Repubblica, dopo un ventennio e oltre di dittatura fascista è, per tutti noi che
operiamo nelle strutture dello Stato delle autonomie, un costante punto di
riferimento, un passaggio obbligato per quanti vogliano scavare alle radici
di un processo storico, tuttora in corso, che ci ha portato a sviluppare, non
senza ritardi e contraddizioni, una democra­zia dai contenuti nuovi. L’esperienza del Corpo Italiano di Liberazione e dei gruppi di combattimento viene a collocar­si in quel preciso momento, in quegli anni di grande fermento
politico e sociale, di profonda tensione ideale. Spetta agli illustri storici qui
presenti analizzare più compiutamente il significato del Corpo Italiano di
Libera­zione, nel quadro più generale della Resistenza e della stessa Guerra
di Liberazione.
Mi limito quindi a fornire alcune considerazioni su quel particolare momento storico in cui si inseriscono la formazione del CIL e la sua attività
operativa. Molte sono le questioni controverse e oggetto di vivo dibattito
tra gli studiosi. Tuttavia credo che alcuni elementi di grande rilevanza verranno comunque tenuti presenti dagli interve­nuti a questo dibattito. Non
possiamo cioè dimenticare che la formazione del CIL si situa in un punto
cruciale della nostra storia recente, in una fase densa di incognite ma ricca
di grandi esperienze: è il processo di svolta che si apre in Italia dopo l’Ar-
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mistizio dell’8 settembre. Tale data, aldilà delle singole valutazioni, fu un
punto di partenza per eventi di grande portata. Essa segnò, da un lato la fine di una guerra, voluta dal fascismo e conclusasi per il nostro paese con la
totale disfatta; dall’altro, costituì un riferimento, un indicatore del fermento
politico e sociale che si agitava in tutta Italia. Credo quindi che una attenta
valutazione del CIL e del ruolo avuto da questo corpo nella Guerra di Liberazione non possa prescindere dall’esame della situazio­ne nuova che si era
aperta con la capitolazione dell’esercito italiano di fronte alle forze armate alleate. È ancora viva nella coscienza popolare e nella memoria dì tutti
noi l’immagine di quel grande ritorno a casa, che nello sbandamento generale testimoniava il totale disfacimento dello Stato fascista e monarchico.
Le migliaia di soldati, di civili che in quei giorni si spostarono da un capo
all’altro della penisola, segnavano la dissoluzione di strutture centra­lizzate
e autoritarie, finalizzate al contenimento di ogni riven­dicazione democratica e al soffocamento di ogni istanza di libertà. È ancora un momento confuso: non dobbiamo dimenticare che è proprio da questo stato di sfaldamento
delle organizzazioni civili e politiche dell’Italia fascista che si rafforzano,
emergono, in molti casi prendono vita, per la prima volta, quelle forme di
coscienza antifascista destinate a sfociare nella lotta di Resistenza. Crolla,
con la sconfitta militare, uno Stato ormai privo di contenuti e di significati; viene messa in crisi la stessa base sociale che a tale Stato aveva fornito
un supporto di massa. Nello stesso tempo - è questo un elemento di grande
portata storica - tornano a far sentire la loro voce i partiti politici, prendono
vita nuove forme di organizzazione democratica delle masse popolari. C’erano già stati grandi scioperi operai del marzo e dell’agosto; c’erano stati,
dopo il 25 luglio, ampi fenomeni di sollevazione popolare; la crisi definitiva
dello Stato viene a coincidere con il nuovo protagonismo delle avanguardie
antifasciste che pone le premesse, pur tra molteplici limiti e contraddizioni, per una nuova aggregazione di forze sociali, destinata a porre le basi del
nuovo Stato democratico.
Queste considerazioni sono necessarie per fornire una adeguata valutazione del Corpo Italiano di Liberazione e per sottolineare il clima nuovo
da cui ha tratto origine. Furono, quelli, momenti drammatici e dolorosi del
nostro paese. Una analisi attenta porta a delineare un fenomeno con carat-
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teristiche estremamente articolate e complesse che inducono a respingere
le facili semplificazioni. In questo particolare contesto, parlando del Corpo
Italiano di Libera­zione e dei gruppi di combattimento, una considerazione
particolare va fatta in merito al ruolo e al comportamento avuto dalle forze armate. L’esercito italiano si era pratica­mente sfaldato con il crollo dello
Stato fascista, di cui era stato sostegno. I soldati che vagavano senza meta
erano la testimonianza evidente di un disorientamento generale che la fuga
della monarchia e la latitanza delle gerarchiche militari più elevate avevano fatto precipitare. La sfiducia, la demoralizzazione, la sensazione di essere stati traditi non impedirono alle forze armate italiane, lasciate in balia
degli eventi, di scrivere pagine di eroismo e di dar vita, di lì a poco, a quel
ricco filone di resistenza militare destinato a saldarsi con l’antifascismo,
vecchio e nuovo, in un grande movimento nazionale, come abbiamo potuto
poi constata­re, e popolare. Il fenomeno della resistenza militare si sviluppa, nel nostro paese, in forme peculiari, contribuendo a influire largamente sugli ulteriori sviluppi della Guerra di Liberazione. I momenti iniziali di
questo processo, ricordia­molo, furono contraddittori, pieni di contrasti, di
incom­prensioni. Tuttavia, nonostante la crisi profonda che aveva investito
tutte le forze armate, la resistenza dei militari si sviluppò rapidamente e anche nelle formazioni ancora attestate su posizioni conservatrici era viva la
consapevolez­za di operare in un contesto nuovo. Né va dimenticato lo stimolo, costante, dei partiti antifascisti e delle forze popolari, teso a superare
le diffidenze, gli attesismi che ancora ostacolavano il pieno dispiegarsi delle forze resisten­ziali. È in questo quadro che prende corpo, che prende vita
il CIL. Il primo nucleo del nuovo corpo, il primo raggruppamento motorizzato, composto con i resti del vecchio esercito, ebbe il battesimo del fuoco contro i tedeschi a Montelungo l’8 dicembre 1943. Si trattava ancora, in
gran parte, di uomini male inquadrati e con scarsi mezzi. In questo frangente e nei mesi successivi si dimo­strerà estremamente fecondo il progressivo
incontro fra la resistenza militare e quella popolare. Anche da parte degli
ufficiali, dei soldati che si erano formati nell’esercito fascista, emerse uno
spirito nuovo. Da questa sintesi ideale, tra militari e forze popolari si arriva
prima alla costituzione del CIL, poi dei cinque gruppi di. combattimento.
Non sto qui a ricordare il contributo di sangue e di eroismo dato da queste
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forze. Non a caso, proprio in questo periodo si moltiplicano, da parte dei
partiti democratici gli appelli all’arruolamento in massa, mentre l’appoggio
delle popola­zioni e il sempre più consistente afflusso di formazioni partigiane danno al corpo stesso un crescente prestigio. È estremamente significativo che la stesse forze alleate, pur riluttanti a riconoscere la piena titolarità delle rinate forze armate italiane nella lotta agli occupanti tedeschi,
finiscano poi per elogiare il comportamento dei militari del Corpo. Oggi ci
troviamo spesso a discutere della riforma delle forze armate, di un loro pieno e completo inserimento nell’ordi­namento democratico e costituzionale
della Repubblica. Il legame fra popolo e forze armate - le vicende del CIL e
della Resistenza lo testimoniano - ha nel nostro paese origini profonde, radicate in sentimenti che trovano nella Resistenza il loro sottofondo ideale,
il necessario spessore storico. Ed è anche questo, dunque, uno dei significati
del dibattito attuale e dell’intera manifestazione. Sono certo che il dibattito
contribuirà ad approfondire questo legame storico e ideale che, nella situazione attuale, ha più che mai bisogno di essere rinsaldato.
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Manifestazione per il
Corpo Italiano di Liberazione
Ancona, 23 ottobre 1977
RENATO BASTIANELLI
Presidente del Consiglio Regionale
“OCCORRE DARE UNA RISPOSTA CONCRETA IN
TERMINI DI GIUSTIZIA SOCIALE E DI LIBERTÀ
ALLE MASSE GIOVANILI”.
Oggi cogliamo con chiarezza, il filo, la continuità del processo storico sorto
nel disfacimento dello Stato fascista e accentratore. Sulle rovine di quella
società la volontà di riscossa, di rinnovamento e di cambiamento fu presa
in mano dalle aggregazioni democratiche locali, dai rinati partiti politici.
Alla loro azione instancabile si deve la preparazione di un terreno nuovo
sul quale fu possibile innestare i processi di crescita democratica e, con
essi, la formazione del Corpo Italiano di Liberazione prima e dei gruppi di
combattimento poi. Dal quel clima, da quelle lotte ha avuto origine la Costituzione. In quel periodo affonda le sue radici l’ordinamento repubblicano
che già prefigurava quello Stato delle autonomie imperniato sulle Regioni
e i Comuni che proprio in questi mesi, con la legge 382, ha avuto un ampio
riconoscimento di poteri e di funzioni.
Lo sviluppo di quel processo messo in movimento dalla Guerra di Liberazione, lo sappiamo bene, non è stato né agevole, né lineare: non sono
mancati ritardi, contraddi­zioni, tentativi anche di rimettere in discussione
o addirittura di annullare le grandi conquiste di democrazia che la società
italiana aveva faticosamente costruito.
Questi nemici della Repubblica italiana, dal 1969 ad oggi hanno innestato nel nostro paese una spirale di violenza e di morte, che pur nella diversità
delle forme in cui si esplica non accenna ad arrestarsi. Addirittura sembra
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farsi più virulenta proprio ora che tra le forze politiche e democratiche è
in atto un nuovo rapporto per consentire al Paese di superare la crisi che
l’attanaglia.
È stata la volta delle bombe, degli attentati ai treni; ci sono state le stragi dei lavoratori e dei cittadini inermi; vi sono stati aperti tentativi di abbattiménto violento delle istituzioni democratiche. In questo susseguirsi di
violenze, molti sono ancora i lati poco chiari, i risvolti ambigui e inquietanti. Come rappresentanti delle istituzioni regionali non possiamo esimerci
dall’esprimere profonda preoccupazione per certi silenzi o per collusioni
che si sono verificate all’interno di alcuni apparati dello Stato, di quelle
strutture preposte dalla Costituzione alla difesa e alla salvaguardia della
democrazia. Anche per questo guardiamo con estrema attenzione a quanto
sta avvenendo al processo di Catanzaro e ci sentiamo in dovere di chiedere
che venga sollecitato ed agevolato il cammino della giustizia, che vengano
eliminati gli ostacoli e i ritardi che ancora si frappongono al pieno accertamento della verità. Un popolo, il nostro, che ha saputo dare una cosi grande
prava di democrazia, esige che sia fatta luce al più presto su questi episodi.
È storicamente significativo che un così ampio arco di forze popolari,
al di là delle diversificazioni ideologiche, si sia trovato in questi ultimi anni, nella lotta contro i tentativi di involuzione autoritaria. La nostra democrazia, per la peculiarità delle sue origini, è in grado - lo ha ampiamente
dimostrato - di resistere a tutti gli attacchi delle forze eversive, comunque
mascherati. Tutto ciò però non può farci dimenticare, che molte delle ispirazioni che furono a base della lotta antifascista attendono ancora di essere
attuate compiutamente. Siamo riusciti, a poco a poco, a dar vita a nuove
istituzioni; abbiamo creato nuovi centri di attività e di potere democratico.
Ora si impone un ulteriore salto di qualità. Stiamo edificando, le Regioni e
i Comuni sono in prima fila in questa lotta, uno Stato dai caratteri nuovi e
originali, secondo il dettato della Costituzione.
Anzitutto occorre dare una risposta concrete, in termini di giustizia sociale, di equità, di libertà alle istanze, ai fermenti, alle aspirazioni delle
masse giovanili. Sappiamo che attraverso le inquietudini, le agitazioni, le
spinte dei giovani sono affiorate, oggi, tra di loro, pericolose manovre e
strumentalizzazioni di forze che intendono ricacciare indietro il paese e
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l’intero movimento democratico. D’altro canto non possiamo ignorare che
l’esplosione di rabbia giovanile ha profonde motivazioni sociali. Occorre
eliminare le fasce di disoccupazione, di emarginazione, di scontento, adeguare la scuola alla società, e occorre che l’ordinamento democratico dimostri tutte le sue capacità e spieghi tutte le sue potenzialità.
Negli ultimi tempi si è assistito a fenomeni di disaffezione, di indifferenza, perfino di rifiuto della democrazia da parte di gruppi di giovani. Ciò vuol
dire che questi giovani sono rimasti estranei alla vita democratica, perché
non l’hanno conosciuta mai nella sua interezza, perché l’hanno identificata,
spesso, nei fenomeni di inefficienza di sgretola­mento anche morale, emersi
con sempre maggiore frequenza. E purtroppo, di qui una delle motivazioni
della rabbia giovanile.
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Ecco perché la democrazia deve far conoscere il suo vero volto, tutte
le sue immense capacità. Deve dare una risposta che non sia un generico
richiamo alle istituzioni, ma vada al cuore dei problemi e contribuisca a risolverli, rafforzando, per questa via, le istituzioni stesse. Non servono falsi
moralismi o interventi di stampo paternalista. Gran parte di questi giovani
hanno ampiamente dimostrato maturità politica e civile nel corso delle battaglie democratiche di questi anni. Lo hanno dimostrato anche nelle scorse
settimane iscrivendosi in gran numero alle liste speciali per il preavviamento al lavoro. Ecco una aperta testimonianza, di fronte a una legge positiva,
delle possibilità di recuperare tanti giovani alla democrazia. Ciò impone,
tra l’altro, una corretta gestione di questa legge, rifuggendo da una visione
limitata e contingente del problema. La questione dell’occupazione giovanile non può essere risolta se non attraverso un intervento finalizzato all’incremento dell’occupazione più in generale. Nelle Marche, siamo stati fra le
regioni a fornire per prime una risposta concrèta alle istanze dei giovani,
abbiamo approvato un piano che, senza creare vuote illusioni, indica ai giovani e alla società marchigiana precisi obiettivi,fornisce un chiaro punto di
riferimento anche per lo sviluppo regionale.
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Relazione sualla attività
del Consiglio nel 1978
1978 :
L’attività del Consiglio
Dalla relazione di Renato Bastianelli all’Assemblea
Si vuole cogliere l’occasione del bilancio di previsione del Consiglio per tracciare un quadro complessivo della attività svolta dalla assemblea regionale nel
corso del 1978.
Il ritardo con cui viene presenta­to, rispetto alla scadenza regola­mentare
del 30 settembre, è legato alla lunga stasi politica ed ammini­strativa determinatasi nel corso del ‘78 per la crisi del governo regionale.
L’intera attività della Regione ha risentito negativamente di questa fase e
lo stesso bilancio regionale di previsione, al quale il bilancio del Consiglio è
strettamente legato, si è potuto approntare solo nelle ultime settimane. È chiaro quindi che un esame del lavoro svolto non può pre­scindere dalle conseguenze
che tale crisi ha determinato.
Una sommaria analisi quantitati­va ci mostra che, pur in presenza di un inevitabile rallentamento, l’As­semblea regionale ha svolto una co­spicua mole di lavoro.
L’ATTIVITÀ DEL CONSIGLIO
II Consiglio Regionale ha tenuto 35 sedute, rispetto alle 48 del 1977; sono
state svolte 25 interrogazioni, 10 interpellanze, 4 mozioni, 25 le proposte di
legge e 39 gli atti ammi­nistrativi approvati: una flessione ri­spettivamente del 50%
e di un terzo rispetto al ‘77.
Per decisione unanime dei Presi­denti dei gruppi consiliari, le com­missioni
hanno continuato a riunirsi tenendo complessivamente ben 226 sedute, con una
flessione, tuttavia, del 25% rispetto all’anno preceden­te.
A ciò vanno aggiunte le audizio­ni, con le organizzazioni sinda­cali, di categoria, con gli amministratori locali per l’esame di molte­plici problemi. Questa
sommaria elencazione di dati numerici va però ampliata con una attenta analisi
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del ruolo istituzionale che il Consiglio ha svolto in un momento tanto deli­cato
per la vita del Paese.
IL RUOLO DEL CONSIGLIO IN DIFESA DELLA DEMOCRAZIA
L’anno appena trascorso è stato segnato drammaticamente dalla vi­cenda
del rapimento e dell’uccisione dell’On. Moro e dall’estendersi del fenomeno
del terrorismo.
Anche la nostra Regione, e lo ha dimostrato recentemente in occasio­ne degli
ultimi episodi criminali, ha partecipato attivamente al moto di indignazione e
di dolore, alla rispo­sta ferma ed unitaria che il popolo italiano ha dato alla provocazione antidemocratica.
L’assemblea regionale ha saputo essere, in queste luttuose circostan­ze, punto di riferimento per la difesa della democrazia e per la mobilita­zione popolare. Anche nelle città delle Marche si sono svolte impo­nenti manifestazioni che
hanno riu­nito decine di migliaia di cittadini, di lavoratori, unitamente ai rappre­
sentanti delle istituzioni regionali, dei partiti democratici, delle orga­nizzazioni
sindacali.
Lungo questa strada cercando di approfondire il nostro legame con la realtà
marchigiana, contribuendo a superare fenomeni di ripiegamento individuale,
di attendismo, che pur si sono manifestati.
LE INIZIATIVE PER IL XXX DELLA COSTITUZIONE
Si muovono in questo senso le ini­ziative promosse nell’ambito delle celebrazioni per il XXX della Costi­tuzione repubblicana.
Anche in questa occasione abbia­mo cercato di stabilire nuovi contatti con la
popolazione, di parlare con i cittadini, per verificare in concreto la vitalità del
dettato costituzionale, per stimolare da parte di tutti una accresciuta consapevolezza ed un rinnovato impegno.
Una attenzione particolare è stata pertanto rivolta ai giovani, al mondo della
scuola, avviando una esperien­za ricca di risultati stimolanti.
I consiglieri regionali sono andati negli istituti superiori di diverse città per discutere con i giovani i conte­nuti di libertà e di democrazia della carta costituzionale e per ripensarne insieme la genesi storica. 59 incontri non formali che hanno
visto una af­fluenza notevole di studenti e una partecipazione che si è tradotta
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anche in contributi critici e proble­matici al tema in discussione.
Già con questa iniziativa credia­mo si sia raggiunto un risultato importante sul piano della divulga­zione e del dibattito.
Il nostro non vuol essere un di­scorso compiuto. È stata una propo­sta, uno
stimolo a continuare la ri­cerca, ad approfondire la riflessione al ripensare la
Costituzione alla luce del presente che stiamo vivendo.
Tale attività ha avuto inizio con la grande assemblea degli ammini­stratori
locali, tenutasi in maggio, proprio all’indomani del tragico epi­logo della vicenda Moro. Una inizia­tiva importante che ha visto anche la partecipazione ed
il contributo alto ed appassionato del prof. Leopoldo Elia, giudice costituzionale.
Le iniziative per la difesa della de­mocrazia hanno investito tutti i set­tori della vita sociale marchigiana.
Un contributo importante è venu­to dagli enti locali; i consigli comu­nali che
già di fronte all’uccisione di Moro avevano dimostrato il loro peso istituzionale, si sono riuniti in seduta solenne per ricordare il fon­damento costituzionale della loro autonomia. Ancora una volta le as­semblee elettive locali hanno
susci­tato una ampia partecipazione po­polare a conferma della loro vitalità e
del loro fondamentale legame con le masse. Alle iniziative della Regio­ne vanno aggiunte quelle promosse dalle università marchigiane, dalle organizzazioni sindacali e di cate­goria.
Una collaborazione preziosa è venuta anche dalla sede RAI di An­cona che
ha mandato in onda dodici trasmissioni concernenti il rapporto che lega il
dettato costituzionale ad altrettante tematiche della situazio­ne attuale.
Non per questo possiamo dire che la nostra iniziativa si sia esaurita con il
31 dicembre. È in corso di stampa il volumetto contenente il testo della Costituzione, dello Statuto regiona­le, dello Statuto dei lavoratori. Tale pubblicazione, tirata in 25.000 copie, verrà distribuita ai consigli di fabbrica, alle
scuole, ai circoli aziendali, ricreativi e giovanili, a tutti i centri di vita sociale.
Prevediamo inoltre per i prossimi mesi una solenne manifestazione conclusiva per la quale auspichiamo la partecipazione della massima autorità della Repubblica.
Abbiamo già invitato il Presidente Pertini, il quale ha manifestato senti-
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menti di stima per i marchigiani e per la nostra terra.
IL DIALOGO CON IL MONDO DEL LAVORO
Uno dei modi migliori per cele­brare la Costituzione è senz’altro quello
di attuarne i contenuti nella pratica politica ed amministrativa. Di qui l’esigenza di un modo di governare sempre aperto alle esigen­ze e alle istanze dei
cittadini.
Va pertanto sottolineato il costan­te confronto dell’istituto regionale con le
grandi questioni aperte a li­vello nazionale, con i problemi reali che i cittadini si trovano ad affrontare quotidianamente.
Quasi ogni giorno delegazioni di lavoratori, di contadini, vengono al
Consiglio regionale per esporci i loro problemi, per sollecitare prese di posizione, per farci rilevare le nostre stesse carenze. È un dialogo fecondo e stimolante con il mondo del lavoro, con le categorie produttive che vedono nel
Consiglio regionale un importante punto di riferimento nella lotta per la difesa dei livelli produttivi ed occupazionali.
Merita un particolare riferimento l’impegno portato avanti da questo
Consiglio per la salvaguardia ed il potenziamento di uno dei maggiori centri produttivi delle Marche: il cantiere navale di Ancona. Nell’am­bito del
comitato nazionale perma­nente per i problemi della cantieri­stica stiamo da
tempo operando per sensibilizzare l’opinione pubblica e per ribadire il ruolo
della cantieri­stica in ogni ipotesi di risanamento economico del Paese.
Estremamente significativa la riu­nione di Napoli alla quale hanno preso
parte rappresentanti delle Re­gioni, Province e città marinare, delle organizzazioni dei lavoratori, del Governo.
Dalla assemblea di Napoli è emerso un giudizio estremamente critico nei
confronti degli indirizzi e delle posizioni rinunciatarie conte­nute nel progetto
di piano per questo settore.
Un altro punto di forza della no­stra attività è stato l’impegno costante per
il superamento della mezzadria e la riforma dei patti agrari.
È questa una problematica che ormai da diversi anni vede la nostra Regione in prima fila nella lotta per la trasformazione degli arcaici patti mezzadrili non più compatibili con una agricoltura moderna ed effi­ciente.
La questione agricoltura sta as­sumendo sempre più una dimensio­ne che
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travalica i confini nazionali nel momento in cui le Regioni guar­dano con rinnovato interesse alla Comunità europea.
Siamo a pochi mesi dalla prima scadenza elettorale europea ed è ne­
cessario che il Consiglio regionale delle Marche intensifichi il suo im­pegno
per affrontare un tema che stenta ancora a trovare una dimen­sione di massa.
Anche in relazione alle prospetti­ve che stanno di fronte alla Comuni­tà, dovremo promuovere quanto prima iniziative che mettano in luce il rapporto
sempre più organico che intercorre tra la politica comunitaria e le singole realtà regionali. Fin da ora dobbiamo valorizzare in pieno la inevitabile impronta europea che caratterizzerà la nostra attività futura.
Tra le iniziative svolte va richia­mata alla nostra riflessione la confe­renza di
Senigallia sull’informazione radiotelevisiva. È stato il primo atto concreto in
preparazione di una ini­ziativa ancora più ampia sulle tema­tiche dell’informazione per la quale c’è viva attesa tra gli operatori di questo settore. Il Consiglio regionale delle Marche ha sempre seguito con attenzione gli sviluppi
in atto nel mondo dell’informazione. La nostra posizione coerente è stata
espressa con decisione in molteplici dibattiti e documenti approvati da questo Consiglio.
RISTRUTTURAZIONE DEGLI UFFICI
Per quanto riguarda l’attività propria dell’assemblea si è cercato di fare
il possibile per portare nel nostro lavoro di tutti i giorni le istanze e le richieste che continua­mente recepiamo dal dialogo con la collettività. Abbiamo
anche tenuto conto dell’ordine del giorno votato in occasione della rielezione
dell’Uf­ficio di Presidenza nel quale si sottolineva l’esigenza di una miglio­re e
più organica ristrutturazione degli uffici e dei servizi offerti ai consiglieri e
ai gruppi politici.
Nell’anno appena trascorso è entrato in servizio l’Ufficio legisla­tivo. Pur
con i comprensibili pro­blemi di adattamento che una nuova struttura inevitabilmente comporta, esso ha iniziato ad esplicare la pro­pria attività con risultati apprezza­bili. Si dovrà ottenere un miglior coordinamento con le commissioni e con il centro documentazione per creare un valido strumento a sostegno della attività legislativa di questo Consiglio.
Anche l’ufficio Stampa è stato ri­strutturato e ci sembra che si avvii a rispon-
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dere a quelle esigenze di informazione e divulgazione presso il pubblico che il
nostro lavoro ri­chiede. Attraverso l’assunzione di personale specializzato si
è poten­ziato il nostro centro stampa anche se il pieno dispiegamento delle po­
tenzialità di tale struttura richiede sollecitamente il reperimento di locali più
ampi ed idonei. Ci stiamo muovendo in tal senso e crediamo che entro breve
tempo il problema sarà risolto e la tipografia potrà far fronte a tutte le esigenze
non solo del Consiglio ma anche della Giunta Regionale.
Per quanto riguarda la disponibi­lità di uffici possiamo annunciare che è ormai giunta a termine la com­plessa procedura per dare inizio ai lavori di ristrutturazione del palazzo di Via don Gioia: è stato approvato il progetto esecutivo, si è
in possesso di tutte le necessarie autorizzazioni e licenze e sono già state inviate le
let­tere di invito alla licitazione per l’aggiudicazione dei lavori.
I lavori saranno aggiudicati entro il 15 febbraio e molto probabilmente dovrebbero essere portati a termine entro il 1979.
A proposito del personale e del­l’ordinamento degli uffici meritano di essere
ricordati altri provvedi­menti dell’ufficio di Presidenza: tra questi l’esperienza, finora unica in Italia, del corso di aggiornamento per funzionali direttivi e
dirigenti; i risultati positivi ci consigliano di insistere su questa strada. Ricordo infine l’impegno di approvare il re­golamento degli uffici secondo il disposto
dell’art. 15 dello Statuto; la prima bozza, preparata da un esper­to, il prof. Fontana, su mandato ed indicazioni di questo Ufficio di Pre­sidenza, verrà esaminata
in una delle prossime riunioni dopo di che verrà portata a conoscenza dei gruppi consiliari per acquisirne i suggerimenti e le osservazioni.
Il comitato ristretto per la stesura della bozza di regolamento interno del
Consiglio terminerà i suoi lavori il 6 febbraio. Da quel momento si aprirà la
consultazione fra i gruppi consiliari che dovrebbe portare alla approvazione definitiva da parte del consiglio entro il 1979.
IL RUOLO DELL’ISTITUTO REGIONALE
Sul piano politico, come si può desumere da quanto fin qui esposto, abbiamo cercato di valorizzare il grande e fondamentale ruolo del­l’istituto regionale, sempre attenti a non perdere di vista la saldatura fra i diversi momenti in
cui si articola la nostra democrazia. Su questa strada intendiamo continuare consapevoli che il rafforzamento della democra­zia passa inevitabilmente attraverso
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l’esaltazione delle assemblee elettive locali. La lotta per la salvaguardia delle
istituzioni, per isolare e com­battere la trama che insanguina il nostro paese,
dobbiamo portarla avanti con determinazione e coeren­za. Su questo terreno non è
possibile indietreggiare perché la posta in gioco è molto alta. Il Consiglio re­
gionale può contribuire a dare fidu­cia ai cittadini, a mobilitare le masse, a rafforzare il tessuto demo­cratico.
Altrettanto dobbiamo fare per permettere il risanamento economi­co del paese e della Regione. L’impegno per il cantiere navale re­sta immutato né possiamo
nascon­derei che la riforma dei patti agrari manca ancora della approvazione
definitiva.
Svolgere fino in fondo il nostro compito di consiglieri significa an­zitutto
confrontarci con questi pro­blemi, dimostrare ai cittadini che la Regione non è
un’entità astratta e sintetica ma un organismo vivo e profondamente innestato nel pro­cesso di rinnovamento democratico della società italiana.
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Conferenza sulla riforma
radiotelevisiva ed emittenza locale
Bastianelli. Non prenderò più del tempo concesso a un intervento, perché
mi pare che innanzitutto si debbano sottolineare alcune cose. Primo, che il
convegno di oggi e la mancanza di tempo per sviluppare tutti gli interventi,
che anche noi avremmo voluto ci fossero - ma diverse ragioni hanno impedito di far proseguire anche nel pomeriggio questa conferenza - oltre all’elevato numero degli interventi che ci sono stati dimostrano che il problema
è assai sentito. Non mi pare che ci sia da giudicare questo tema come una
cosa della quale nessuno si interessa, poiché chi decide è soltanto un gruppo
di persone appartenenti ai diversi partiti o coloro che stanno al vertice della
RAI, la cosiddetta «banda» della RAI. Mi pare che, proprio perché è mancato il tempo per parlare, si dimostri che questo argomento interessa la gente, interessa soltanto l’operatore culturale, ma anche la gente, perché l’operatore culturale non capisco bene a chi si dovrebbe rivolgere, se non alla
gente: a chi deve parlare, se non alla gente? Affermare contemporaneamente che bisogna essere posti in grado di agire, in quanto operatori culturali,
in modo più ampio, più efficace, economicamente senza preoccupazioni e
nel contempo francamente affermare che la gente “se ne frega di tutto», mi
pare che sia una contraddizione del tutto evidente,
Invece mi pare che, siccome si tratta di un servizio pubblico, si tratta di
valutare il ruolo che deve essere assolto dalla RAI nel proprio compito di
servire l’utente, il cittadino italiano, i 50 milioni di italiani e in questo quadro vedere anche quale deve essere il ruolo della emittenza privata, sia una
cosa di straordinaria importanza. Affermare, in questo quadro, che la gente
«se ne frega», per usare i termini già usati, che il Parlamento è fatto da un
gruppo di incompetenti e di incapaci significa dire: signori miei, riconosco
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di aver agito adesso del tutto inutilmente, da questa sera chiudo baracca e
burattini e ritorno a fare il mestiere di maestro, di insegnante elementare,
di artigiano o che so io, perché qui siamo in un mondo di imbecilli. Il mondo invece è fatto da persone che ragionano e che hanno bisogno di essere
aiutati a ragionare, proprio perché stiamo attraversando un momento che è
poco definire difficile. Il paese, questo paese di 55 milioni di persone sta attraversando un momento che tutti quanti viviamo giorno per giorno e non
capisco come ce ne possiamo dimenticare nel momento in cui ci riuniamo
dentro una sala. Come si fa a ignorare la gravita della crisi che sta attraverso l’Italia, non soltanto la crisi economica, che di per sé è già assai acuta e
quindi preoccupa il paese, travaglia quanti sono chiamati a operare alla direzione degli enti pubblici, del governo, del parlamento, dei consigli regionali, comunali, una crisi anche dell’ordine pubblico, dell’ordine democratico. Vogliamo dimenticare quello che è successo e sta succedendo sotto i
nostri occhi? Per tutti richiamo il sequestro e l’assassinio di Moro. In questo quadro, anziché lanciare ananas e banane, parliamo del ruolo che hanno
giocato e il servizio pubblico, la RAI e la emittenza privata, diamo un giudizio su questo, vediamo se questi hanno assolto il loro compito e vediamo
se hanno aiutato il paese a reagire a questi colpi che ha subito, a reagire in
modo tale da salvaguardare, difendere, tutelare il bene supremo. C’è stato
un referendum che ha chiamato decine di milioni di italiani, ha dato un determinato risultato, diamo un giudizio: questi mezzi pubblici, i mezzi privati, hanno informato, hanno aiutato la gente a capire? Anziché dire che la
gente non capisce, vediamo queste cose. La gente capisce: quando va a votare vedi che la stessa persona vota una volta “sì” e una volta “no”, contemporaneamente, ad esempio per il referendum.
Questo vuol dire che la gente capisce. Io non posso dire che non capisce una persona la quale mette una crocetta sul «sì» da una parte e sul «no»
dall’altra, pensando che lo faccia per caso, per distrazione. Questo avviene
perché ci sono delle forze che agiscono in un certo modo e ci sono delle forze che agiscono in modo diverso, orientano in un modo diverso. Diamo un
giudizio: sui giudizi ci potremmo anche dividere, perché uno potrà dare un
giudizio, uno potrà dare un giudizio diverso, ma è evidente che se vogliamo parlare dei mezzi di informazione dobbiamo riferirci ai fatti di fondo
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della società. Non era mai capitato nel nostro paese che venisse assassinato
il presidente di un partito, ma non è mai capitato neppure che si dimettesse
un Presidente della Repubblica e mi pare che non stiamo navigando in momenti così tranquilli, sereni, in cui ognuno di noi può pensare semplicemente ed esclusivamente ai fatti propri, ma guardiamo in relazione a questi fatti,
a questi avvenimenti che cosa dobbiamo chiedere al servizio pubblico e che
cosa ci proponiamo come servizio privato. È in questo quadro che possiamo discutere se la riforma deve essere attuata, perché altrimenti soltanto in
caso contrario noi potremmo dare degli incompetenti, ma sarebbe una voluta incompetenza, in quel caso, sarebbe una cosa interessata. Il parlamento
ha approvato la legge di riforma: si tratta di darle attuazione. Diamo quindi un giudizio e allora potremmo arrivare a conclusioni che possono soddisfare una parte di noi, o tutti noi, ma in riferimento a fatti ben precisi, non
lanciando cose che non hanno alcun senso se non quello di esprimere atteggiamenti e sentimenti che evidentemente non coincidono con quelli che
oggi sarebbero necessari nel nostro paese per orientare l’opinione pubblica.
Mi pare che questo sia il punto di partenza necessario. Altrimenti, non
ho capito bene: noi potremmo dire che non ci piace la terza rete tv e va bene, ma allora dobbiamo dire i motivi per cui non ci piace. Ma le ragioni che
sono state addotte sino a questo momento, sono reali, vere. Si è detto: lo
spazio per la emittenza privata c’è: l’assicurazione che le concessioni verranno rilasciate, senza dare la possibilità a privilegi, attraverso la creazione dei comitati di cui parla la legge c’è, pubblicità: si è parlato sui giornali,
abbiamo letto tutti quanti certe cifre, però quelli del consiglio di amministrazione oggi ci dicono che non ne hanno fatto oggetto neppure di discussione, non sono mai arrivati a quantificare, anche perché questo dovrà essere precisato dalla legge. Ma allora, diciamo qualche cosa in merito a questi
problemi, in maniera che possiamo dare un contributo effettivo. Si dice che
il pluralismo non può esistere senza la possibilità di sopravvivenza dell’impresa: è giusto, e infatti si discuterà anche sulla pubblicità, anche sulla quota di pubblicità. Il prof. Zaccaria diceva che, sotto sotto, ci deve essere anche chi va alla ricerca del profitto per l’azienda: non è sotto sotto, perché
ho letto ieri l’altro su un giornale, che ha la più grande diffusione nel paese,
che si deve ricercare il profitto anche in questo settore, come in tutti gli altri
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settori. C’è chi può essere d’accordo, c’è chi non lo sarà: io, evidentemente,
sono uno di quelli che non sono d’accordo, ma un altro può essere perfettamente d’accordo. Se io voglio realizzare il profitto e non pongo neppure
i limiti al numero di imprese che un titolare e diversi titolari possono creare nel paese, evidentemente apro la via alla creazione di monopoli privati,
perché chi non va ad aprirsi una strada in questo campo che ancora è vergine, perché fatto da piccole e piccolissime imprese, privati, gente che non
ha le spalle al sicuro? Se noi garantiamo anche dei margini di profitto che
sono pari a quelli che si realizzano in altri settori economici, evidentemente
chi ha dei mezzi finanziari notevoli va all’accaparramento di queste cose, se
non si pongono dei limiti. Allora, c’è chi dice che non si possono avere più
di due imprese, una televisiva, una radiofonica; oppure, chi arriva a cinque,
chi arriva addirittura a dieci.
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Prendiamo l’esempio di dieci. Che cosa significherebbero dieci aziende private?
Diamo gli ambiti territoriali per un milione e mezzo di abitanti. Significherebbe che io, disponendo di notevolissimi mezzi finanziari, riesco a
pormi in alternativa al servizio pubblico, in dieci regioni come le Marche.
Quindici milioni di abitanti li potrei influenzare io, come gruppo finanziario, realizzando anche dei profitti economici consistenti. Ma vi pare giusto? È questo quello che vogliono quelli di Monte Vidon Corrado, di Pesaro, di Ancona, di Macerata? Vogliono tutta un’altra cosa, bisogna vedere
le dimensioni della lotta che si sta svolgendo e bisogna vedere il ruolo che
ognuno deve giocare, e l’artigiano non si può identificare nel grande industriale, come se oggi prendessimo lo stagnaro che vuoi “fare l’Agnelli: è lo
stesso discorso. Ognuno quindi deve saper battersi per condurre la sua battaglia che è fatta un po’ per vocazione e anche per attitudine professionale,
per amore della libertà, per voler esprimere le proprie idee. Si devono saper
salvaguardare questi beni fondamentali e dire la propria opinione su altri.
L’altro punto su cui, almeno inizialmente, era stata accentrata la discussione, era quello del potenziamento delle sedi regionali, in alternativa a
quanti sostengono il policentrismo. A me pare che quello che ha detto il
prof. Zaccaria sia abbastanza chiaro per dispensare me dall’intervenire ulteriormente su questo. Ma è cerio che una sede RAI come Ancona - prendiamo la nostra regione - dotata dei mezzi di cui parlava Brinati anche nella
sua relazione, possa assolvere più efficacemente e più ampliamente il servizio cui è preposta, in collaborazione con l’emittenza privata, e la proposta di Grifoni mi pare che vada considerata abbastanza seriamente: su quali
basi si può impostare questa collaborazione? È questo un terreno su cui ci
si deve porre. Ma non dobbiamo aprire una breccia prima, per poi sfondare
completamente il muro e per liberalizzare completamente nel nostro paese.
Se in America hanno riconosciuto di aver commesso un grandissimo errore
ad aver liberalizzato per tanti anni, cercando delle aggregazioni attraverso
università e associazioni, per dare un certo ordine al servizio televisivo e
radiofonico, ai mezzi di informazione; se in Francia, pur non volendo imitare nessuno, dicono assolutamente niente spazio ai privati... Noi diciamo
invece che ci deve essere uno spazio, ma ci deve essere una prevalenza del
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servizio pubblico, E tra i due, ci deve essere un rapporto di collaborazione, non di guerra. Allora, discutiamo concretamente in questi termini e vediamo quali sono le cose che possono uscire di utile per noi, per il servizio
pubblico, per i privati e quindi per la comunità nel suo complesso. Il servizio pubblico, con tutti i difetti che tutti abbiamo riconosciuto, e che credo
non avremo ancora finito di elencare, ma guardiamo anche perché: perché
abbiamo alle spalle un trentennio che non si poneva i problemi che oggi invece sono in discussione. Durante il trentennio scorso non c’erano gli stessi
problemi; perché oggi tutti si scatenano contro il servizio pubblico, proprio
oggi che si tende a modificare, a riformare, a rinnovare, a migliorare? Per
trenta anni - e il servizio pubblico era scadentissimo, tutti lo sappiamo, parziale, tutti lo sappiamo - si è taciuto, o si è preferito tacere. Non mi pare che
sia questo l’atteggiamento costruttivo più utile, necessario per il nostro paese. Ecco perché a me pare di riconoscere, pur nella difformità degli orientamenti, come era inevitabile: forse sarebbe stato utile avere una maggiore
ampiezza di tempo, per poter dar luogo ancora a una discussione più ampia,
a una dialettica maggiore, che questo convegno torni di una qualche utilità,
per noi che siamo chiamati ad assolvere un ruolo che vedremo se, nella legge che verrà effettivamente al parlamento, sarà salvaguardato. È evidente
che un ruolo lo vogliamo assolvere, così come abbiamo richiesto ripetutamente, per noi ma anche per gli altri. Noi discuteremo sulla legge che verrà
presentata, sul testo preciso, vedremo di fare le proposte, terremmo conto
di tutte le osservazioni e chiameremo gli altri anche a pronunciarsi, proprio
la emittenza privata a dite la sua, ma a dirla fondatamente, basandosi su cose che sono corrispondenti a quelle che si stanno discutendo e sulle quali si
deve assumere una decisione, da parte del parlamento. Il signor Emmanuel
(Anastasio) dice che è meglio che il Parlamento se ne stia dieci anni senza
far niente, ma io sono convinto che così non sarà, e che, pur nella deprecabile lentezza, si arriverà quanto prima all’approvazione della legge. Quindi, cerchiamo di evitare prospettive di catastrofi, di crisi, di resurrezioni, di
morti successive per risorgere nuovamente, guardando realisticamente la
realtà come ci si presenta, perché impegni sono stati assunti dalle forze politiche che governano il nostro paese, che hanno le loro rappresentanze in
parlamento. Queste forze politiche devono rispondere, eventualmente per
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le loro inadempienze, non perché hanno fatto, ma perché non hanno fatto
quello che si erano impegnate a fare.
Detto questo, mi pare che dovremmo anche tener conto che quando si
parla - e sarebbe utile diffondere maggiormente questi elementi di informazione: e se ci fosse stato più tempo ne avrei data la lettura - di dispendio di
mezzi finanziari, bisogna tener conto che si parla di impiego di mezzi finanziari, da parte della concessionaria, che consentiranno a settori importanti
della nostra industria, e tra quelli più avanzati, di avere del lavoro e quindi non soltanto favorire lo sviluppo di alcuni settori industriali, ma anche
di consentire una dilatazione dell’occupazione negli stessi settori, e questo,
tutto sommato, è quello che vogliamo, perché mi pare che dovremmo essere interessati a guardare l’evoluzione del paese nel suo complesso, per cui,
accanto all’economia, all’ordine pubblico, all’informazione, ci dovremmo
mettere tutti quegli altri elementi che compongono questa nostra complessa
realtà, della quale tutti siamo preoccupati.
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Prima Conferenza regionale
sull’informazione 1980
RENATO BASTIANELLI
Presidente del Consiglio Regionale
I ringraziamenti, sia chiaro, non sono formali. Non era scontato che questa opportunità che oggi hanno i marchigiani di fare il punto sui problemi
e sulle prospettive dell’informazione, in attuazione di un preciso impegno
che abbiamo assunto in Consiglio regionale si svolgesse effettivamente. Se
ora siamo qui e ci accingiamo ad affrontare i temi che ci interessa affrontare, molto è dovuto anche agli operatori dell’informazione della regione, che
nelle scorse settimane non si sono limitati a dare notizia dell’iniziativa, ma
hanno organizzato dibattiti, interviste, tavole rotonde, in collaborazione con
i nostri uffici e di questo siamo particolarmente grati.
Tuttavia vorrei arrivare subito ai problemi, poiché sono questi momenti difficili che vive il nostro Paese, tempi in cui non è possibile concepire
spazi per iniziative che non siano rigorosamente ancorate a cose precise ed
urgenti da fare insieme.
Le condizioni generali del Paese accettuano la qualità e la gravità dei
problemi, e condizionano, anche con brutalità, il mondo dell’informazione:
un Paese che stenta a trovare la sua guida politica ed è turbato da manifestazioni di terrorismo di eccezionale gravita, determina circostanze sociali
e politiche che inducono tutti i democratici ad associare nel disegno di assetto democratico dell’informazione tutte le forze disponibili per favorire
l’attestarsi del Paese attorno a valori essenziali, soprattutto attorno al rifiuto
di ogni violenta, da quella dell’uomo sull’uomo, a quella dei gruppi organizzati che puntano a scardinare il sistema democratico, fino alla violenza,
talvolta impercettibile ma altrettanto odiosa di un’uniformazione distorta o
incompleta come ha affermato di recente Luciano Ceschia.
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Per queste ragioni non è formalismo richiamarsi allo Statuto regionale,
al secondo comma dell’art. 57 e all’articolo 32 del titolo terzo, che affronta la materia della partecipazione popolare) laddove impegna la Regione a
favorire “la diffusione dell’informazione mediante l’impiego di strumenti
di comunicazione di massa e di quelli pubblici sotto controllo democratico,
sull’attività politica, legislativa e amministrativa regionale”. Questo passo non contiene - si badi - soltanto un generico impegno a svolgere questa
Conferenza, ma a questo appuntamento condiziona una proposta di futuri provvedimenti necessari per sviluppare una informazione democratica,
ispirata ad un reale pluralismo.
Va anche detto, a onor del vero, che una politica per l’informazione il
Consiglio regionale delle Marche la porta avanti da tempo. C’è il lavoro che
abbiamo fatto all’interno del Comitato di coordinamento delle Regioni per
i problemi radiotelevisivi, e l’attività del Comitato regionale per il servizio
radiotelevisivo nelle Marche, con la preziosa collaborazione del quale nel
giugno del 1978 realizzammo a Senigallia la prima Conferenza regionale
sui “Ruoli del servizio pubblico Rai e delle emittenti private nell’informazione della società marchigiana”, preceduta da quattro iniziative a carattere
provinciale.
I travagli politici che per molti mesi hanno interrotto l’attività della Regione hanno anche interrotto un indirizzo che non considera i problemi
dell’informazione né secondari né marginali; quel lungo percorso di stasi
nell’attività del Consiglio e della Giunta ha altresì comportato un ingorgo di
scadenze e di adempimenti obbligatori che hanno preso il sopravvento sulla programmabilità delle iniziative nostre, al punto di collocare questa iniziativa odierna troppo a ridosso dello scioglimento del Consiglio, creando a
tutti noi complicazioni di varia natura nell’organizzazione stessa, che tutti
avremmo desiderato far precedere da molte più consultazioni rispetto alle
sei che pure si sono svolte, e tutti avremmo voluto poter corredare di ulteriori elaborazioni statistiche e sociologiche rispetto ai già consistenti materiali che abbiamo fornito e che avremmo voluto far svolgere con maggiore
disponibilità di tempi e di mezzi; e su questo punto forse solo chi vive in
altre strutture pubbliche è in grado di valutare le incredibili difficoltà di ordine pratico che i nostro collaboratori hanno dovuto affrontare affinché co-
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munque questo primo appuntamento delle Marche con i problemi dell’informazione si possa svolgere.
I nostri amici della stampa, della radio e dell’emittenza privata seguono
con attenzione i lavori del Consiglio regionale, sanno in quali condizioni
lavoriamo, e hanno tutte le ragioni quando lamentano difficoltà nel reperire
le notizie. Non c’è ancora una vera e propria “stampa” permanente, che sia
un punto di riferimento costante e quotidiano, per tutti gli operatori dell’informazione e mancano strumenti anche minimi, come l’agenzia telefonica
di cui si sono dotate da tempo altre Regioni, per fornire notizie in continuazione sulla completa attività che pure svolgiamo.
Non è solo un problema che riguarda il Consiglio regionale questo degli
uffici stampa: io stesso anni addietro avanzai la proposta al coordinamento
ANCI-UPI-UNCEM di esaminare la possibilità di coordinare almeno quella ventina di periodici di informazione degli Enti locali esistenti nella Regione, per fornire a tutti una documentazione permanente in modo da armonizzare gli spazi e fare in modo che problemi come quelli della agricoltura,
delle Comunità montane, della localizzazione degli insediamenti, della finanza pubblica, della partecipazione, della difesa dell’ordine democratico,
ecc. trovino una unità di espressione.
Molto spesso abbiamo lamentato urna scarsa diffusione dei quotidiani.
Una recente verifica ha dimostrato che in alcuni centri marchigiani i
quotidiani non|arrivano proprio. C’è forse un problema di trasporti, c’è forse un rapporto da instaurare con la distribuzione, c’è da mettere a punto un
piano di interventi complessivo per il rilancio della lettura, che parta dalle
scuole e tenga conto delle competenze specifiche della Regione e dei Comuni sulla distribuzione, anche se va detto che anche per questi problemi
è urgente che il Parlamento approvi la legge sull’editoria, in assenza della quale tutto diventa più difficile. Anche per sottolineare questa relazione
stretta tra la legisalazione e le competenze nazionali e le nostre possibilità
di intervento regionale abbiamo voluto l’interessante tavola rotonda che ieri si è svolta e che è parte integrante di questa Conferenza.
Ma problemi seri di distribuzione li hanno anche (forse anche maggiori)
i periodici marchigiani che intendono affrontare i rischi e le necessità della presenza nelle edicole. A questo proposito aspettiamo proposte da questa
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Conferenza, ma ci pare che alcune iniziative assunte da altre Regioni, come
la richiesta alle edicole di riservare appositi spazi alle pubblicazioni periodiche marchigiane, o l’incoraggiamento alle centrali cooperative nel fornire servizi ai punti dì vendita, sono elementi concreti che possono aiutare la
crescita dell’informazione a mezzo stampa nelle Marche. I problemi dell’emittenza radiotelevisiva si collocano, come quelli della stampa, nel vivo di
processi che tendono a prescindere dal ruolo del Governo, del Parlamento e
delle Regioni. C’è una “vertenza radiotelevisiva” in corso, e si evidenziano
tendenze di crisi del sistema radiotelevisivo pubblico e privato e suscitano
nelle Regioni - come abbiamo affermato unitariamente nel Comitato di coordinamento delle Regioni su questi problemi - forti preoccupazioni.
Occorre riaffermare il ruolo insostituibile assegnato alle Regioni stesse
dalla legge di riforma, ed in questo quadro valorizzare il ruolo degli stessi
Comitati regionali per il servizio radiotelevisivo. Quello marchigiano presenta alla Conferenza una comunicazione approvata unitariamente da tutti
i suoi componenti. Questo fatto assume già un rilievo particolare e rende
quelle proposte degne di grande attenzione.
Nel concludere, vorrei accennare a due altri temi, prima di augurare a
noi tutti il più sincero buon lavoro; alla terza rete marchigiana ed ai rapporti che si stanno instaurando tra il Consiglio regionale e l’emittenza locale.
La “Terza rete” per il fatto stesso che ha iniziato le sue trasmissioni è un
punto di forza per quanti si sono battuti affinché nascesse: certo esistono luci ed ombre in questa sua fase di avvio sperimentale, ed è auspicabile che
quanto prima luci, ombre e prospettive possano essere esaminate in una apposita Conferenza di programmazione, che i dirigenti della sede Rai di Ancona ci hanno assicurato essere imminente.
L’emittenza locale privata - nonostante sia finita l’ubriacatura collettiva di qualche tempo fa, e cominciano a risultare evidenti i problemi ancora
nelle Marche caratteristiche legate al territorio ed ai nostri problemi. Dopo che in due circostanze, in occasione delle manifestazioni dell’8 dicembre contro il terrorismo, e in occasione del Consiglio straordinario per l’assassinio del Presidente Piersanti Mattarella, si sono collegate in diretta ed
hanno fornito alle Marche un servizio informazione che nessun altro mezzo avrebbe potuto assicurare. Si è trattato di un uso eccezionale per occa-
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sioni eccezionali, certamente, ma questi casi vanno valutati per cogliere la
disponibilità degli operatori dell’emittenza locale a svolgere un ruolo che
non è in contraddizione con il servizio pubblico, e che non ha niente a che
vedere con un uso commerciale di questi strumenti. Dopo quelle esperienze parecchie radio hanno proseguito dichiarandosi disponibili per ulteriori
iniziative che vanno prese in esame attentamente, per non disperdere un patrimonio di energie che può essere di grande aiuto allo sviluppo delle Marche e del Paese.
Detto questo, e ricordando a tutti noi che l’intera discussione trarrà una
prima conclusione in un documento finale, ma che da solo non è sufficiente
a dare continuità alla Conferenza, e quindi occorre ipotizzare sedi ulteriori
di confronto continuo, per aiutare l’operatore pubblico ad individuare problemi e proposte, in modo da intervenire tempestivamente, sempre nei rigoroso rispetto delle varie autonomie delle rispettive competenze, vi ringrazio
di nuovo ed auguro a tutti i partecipanti buon lavoro.
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Relazione di fine legislatura 1980
Relazione finale del presidente del consiglio regionale
on. Renato Bastianelli
SECONDA LEGISLATURA - MARZO 1980
Alla presentazione del bilancio preventivo per l’anno 1980 vorrei aggiungere alcune brevi riflessioni sul lavoro svolto dal Consiglio in questa seconda legislatura. Tale riflessione mi sembra doverosa visto che il nostro mandato scadrà tra breve.
Alla terza legislatura è affidato il compito di porre le Regioni come interlocutrici decisive per la risoluzione dei problemi che angustiano la nostra
società. Su queste questioni è aperto un dibattito nel Paese. Alcune Regioni
come il Veneto e la Toscana hanno organizzato convegni per approfondire
queste tematiche. La Regione Toscana ha, di recente, condotto una inchiesta, curata dalla DOXA, per sapere “che cosa ne sa” e “che cosa ne pensa”
la gente delle Regioni.
Qualcosa di simile, anche se in modo ovviamente meno scientifico, è
stato fatto nella nostra Regione attraverso una serie di trasmissioni televisive dalla Terza rete. Il quadro che emerge da queste inchieste non è certo
esaltante.
Io credo che se non fossimo arrivati alla fine della legislatura premuti
dai problemi e dalle scadenze avremmo potuto anche noi impegnare le nostre energie in una riflessione più ampia, più attenta che ci avrebbe sicuramente aiutato nella migliore comprensione sia dei problemi esistenti sia dei
limiti della nostra azione.
Questa breve relazione certo è insufficiente per aprire un dibattito anche
su queste tematiche e forse questa non è la sede più adatta, io non sono tra
coloro che considerano fallimentare l’esperienza di questi primi dieci anni
di vita regionale.
Si è instaurato un nuovo rapporto tra le istituzioni, le forze sociali, politiche, economiche e culturali che ha fatto compiere dei passi in avanti al
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processo di unificazione della realtà regionale.
Pur riconoscendo la necessità di colmare il distacco tra Paese e istituzioni, bisogna dire che in questo periodo le Regioni hanno svolto un ruolo
fondamentale nella comprensione e nel dialogo tra le forze politiche; affermandosi come solidi presidi contro l’eversione e la disgregazione e assicurando, anche nei momenti più difficili, la continuità della vita politica ed
amministrativa.
Certo questo non significa non riconoscere che le Regioni non sono state
in grado di assolvere a pieno ai fini per cui esse sono state create.
Ma non è possibile giudicare l’operato delle Regioni senza ricordare i
travagli che hanno accompagnato la loro costituzione; senza sottolineare
che la prima legislatura è stata caratterizzata - dopo un periodo di assoluta paralisi - da un trasferimento delle funzioni estremamente parziale lacunoso e disorganico e che soltanto con la seconda legislatura, nella seconda
parte, con la legge 382 e il D.P.R. 616, si è arrivati ad una ridefinizione delle competenze delle Regioni anche se con ritardi, resistenze e volute omissioni da parte dell’amministrazione centrale dello Stato che attende ancora di essere riformata insieme alle autonomie locali e alla finanza pubblica
locale.
È da sottolineare a questo proposito il contributo che la nostra Regione
ha dato alla battaglia regionalista, promuovendo iniziative e partecipando
attivamente a quelle di carattere nazionale.
Ricordo solo il convegno che tenemmo a Senigallia nell’aprile del 1977
sulla 382 che vide la partecipazione di docenti universitari, come relatori, e
la presenza attiva di amministratori e forze sociali di tutta la Regione.
Tale iniziativa insieme ad altre simili, ebbe in quel momento il grosso
merito di esercitare una pressione nei confronti del Governo; pressione che
portò ad una modifica sostanziale dei contenuti dei decreti attuativi della
382 nel senso di una maggiore corresponsabilità delle Regioni nella gestione dei poteri che venivano ad esse attribuiti; corresponsabilità che a nostra
volta abbiamo esteso agli enti locali chiamandoli a discutere e ad approfondire, insieme alla istituzione regionale, i contenuti del D.P.R. 616.
Così come abbiamo dato il nostro contributo alla promozione del
convegno di Napoli, nel dicembre del 1978, sui risultati di una ricerca sul
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rapporto tra Stato e Regioni e più precisamente sulla legislazione statale in
ordine alla regolamentazione di materie di competenza regionale dal 1972 in
poi.
Una riflessione sulla seconda legislatura non può prescindere dalle vicende politiche che ha vissuto la Regione.
Ricordiamo tutti certamente che, interrotta la politica dell’intesa, una
lunga crisi ha bloccato il regolare svolgimento dell’attività del Consiglio.
Il rischio dello scioglimento anticipato del Consiglio è stato reale ed è stato evitato per il prevalere del senso di responsabilità delle forze politiche.
Anche a questo proposito dobbiamo dire che, come Consiglio, abbiamo
svolto un ruolo positivo riportando nella sede istituzionale il senso del dibattito e dello scontro tra le forze politiche, assicurando peraltro che alcune
importanti scadenze fossero rispettate, penso ad esempio, all’approvazione del bilancio e garantendo la normale amministrazione; questo anche per
l’impegno responsabile delle Commissioni che hanno continuato a lavorare
pur in un comprensibile stato di difficoltà ed incertezza evitando di interrompere il rapporto con l’esterno.
Abbiamo cioè cercato di riportare ad unità facendo svolgere una funzione positiva all’Assemblea anche nei momenti di maggiori difficoltà della
vita della Regione assolvendo in questo ad un preciso impegno statutario
che assegna all’Assemblea non solo una funzione meramente legislativa
ma anche quella, ben più ampia, di indirizzo politico.
L’attività del Consiglio. Nel 1979/80 si sono tenute 53 sedute del Consiglio nel corso delle quali sono state esaminate ed approvate 55 leggi, 111
atti amministrativi, 30 mozioni. Delle leggi approvate 43 sono divenute
esecutive, 3 sono state rinviate dal Commissario di Governo e 9 sono in
corso di esame.
Nell’esercizio del sindacato ispettivo il Consiglio regionale ha svolto n.
52 interrogazioni a risposta orale, 24 a risposta scritta e 14 interpellanze.
Vanno aggiunte le numerose audizioni che si sono svolte con gli amministratori dei Comuni e delle Province marchigiane, con le organizzazioni
sindacali e di categoria per esaminare congiuntamente questioni che direttamente li interessavano, favorite dalla creazione di una apposita struttura
burocratica, creata in questa seconda legislatura, l’Ufficio Partecipazione.
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Il ruolo del Consiglio regionale in difesa della democrazia. Numerose ed
articolate sono state le iniziative che testimoniano l’impegno del Consiglio
di difesa della libertà della democrazia e delle istituzioni repubblicane che
hanno fatto dell’Assemblea regionale un punto di riferimento per la mobilitazione popolare in occasione di avvenimenti gravi e terribili come la morte
dell’On. Aldo Moro e l’assassinio dell’On. Piersanti Mattarella.
Non voglio fare un elenco di iniziative che sarebbe troppo lungo ed appesantirebbe di date questa relazione. Voglio solo ricordare che la Regione
è stata in grado di assicurare, in vari momenti, mobilitando i cittadini e gli
enti locali, la propria solidarietà ai popoli in lotta per la libertà: quelli cileno, brasiliano, spagnolo nel 1975 e recentemente con iniziative di raccolta
viveri, contributi in denaro e vestiti al popolo del Nicaragua.
Nell’ottobre del 1977 con la manifestazione nazionale del C.I.L. si è
contribuito ad accrescere la necessaria comprensione tra opinione pubblica,
forze armate, magistratura e paesi che hanno combattuto per la liberazione
del giogo nazifascista.
Ho ricordato queste iniziative per sottolineare che abbiamo inteso che
la lotta per la libertà e la difesa della democrazia non ha confini nazionali
e come un’ampia unità tra le forze politiche e sociali sia fondamentale per
garantire il tessuto democratico del Paese.
La mobilitazione di massa è strumento decisivo e determinante per l’isolamento del terrorismo, per bloccare ogni possibilità di coinvolgere forze
nel disegno eversivo.
Isolamento significa innanzitutto iniziativa per coinvolgere un larghissimo corpo sociale in un grande confronto di massa sui problemi della difesa
della democrazia e dell’ordine democratico evitando sentimenti di paura o
tentazioni di chiusura in se stessi.
L’ordine pubblico non può che essere un ordine democratico: non può
cioè limitarsi ad azioni e provvedimenti autoritari, solo di natura repressiva,
ma ha un bisogno essenziale del consenso popolare e sul consenso popolare occorre impostare una azione volta alla risoluzione delle contraddizioni
socio-economiche della nostra società che alimentano le tensioni, le violenze e le lacerazioni.
È proprio partendo da questa considerazione che abbiamo rivolto una
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particolare attenzione ai giovani e al mondo del lavoro.
Intanto promuovendo una serie di incontri tra i consiglieri regio­nali, forze politiche e sindacali e mondo giovanile con specifiche ini­ziative all’interno delle scuole e anche nelle fabbriche. Abbiamo invitato i giovani a discutere dei contenuti di libertà e di democrazia della Carta Costituzionale.
Il risultato di questi incontri è stato positivo. Tale ciclo di incontri faceva parte di un programma assai articolato di iniziative che il Consiglio
regionale aveva deciso, con apposita legge, per celebrare il XXX anniversario della Costituzione e che aveva lo scopo di evitare rituali celebrazioni per avviare un positivo dialogo con la popolazione marchigiana sul testo
costituzionale, che rimane punto di riferimento fondamentale nonostante
le molte trasformazioni della vita politica, sociale, e culturale del Paese in
questi trenta anni.
Un volume contenente il testo della Costituzione, dello Statuto regionale, dello Statuto dei lavoratori è stato stampato a migliaia di copie e distribuito nelle scuole, nelle fabbriche, nei circoli aziendali e ricreativi.
Un impegno specifico si è rivolto anche in temi dell’occupazione giovanile, con la costituzione di una commissione speciale, ai fini di un positivo
e costruttivo dialogo tra il mondo del lavoro e istituzioni.
A tal fine per esempio abbiamo consultato tutte le categorie sociali per
preparare l’iniziativa contro il terrorismo e per la difesa della democrazia
dell’8 dicembre scorso, chiedendo a tali organizzazioni di inserire nelle loro piattaforme, nella preparazione di conferenze di organizzazione o di congressi, iniziative per la difesa della democrazia e della lotta al terrorismo,
questione essenziale per difendere le conquiste della classe operaia e per
non fare venir meno il diritto delle masse popolari ad essere protagoniste
della vita politica.
Delle molte questioni che sono state oggetto di attenzione e di impegno
vorrei citare le maggiori: il problema della Cantieristica e la battaglia per il
superamento della mezzadria e la riforma dei patti agrari, questioni entrambe che riguardano in maniera specifica le Marche ma che travalicano i confini regionali per assurgere a problema nazionale.
Il Comitato permanente per la Cantieristica ha lavorato, con il contributo di rappresentanti delle Regioni, delle Province e delle città marinare in-
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sieme alle organizzazioni dei lavoratori, per assicurare la difesa del posto di
lavoro e dei livelli produttivi respingendo il disegno che, puntando invece
ad un ridimensionamento del settore, avrebbe creato grossi problemi anche
nella nostra Regione.
I convegni di Napoli e Trieste promossi dal Comitato e il positivo rapporto con il Governo e con il Parlamento hanno permesso una profonda
modifica del piano di settore per la Cantieristica. Anche sui problemi della
mezzadria e della modifica dei patti agrari la Regione Marche ha sviluppato
iniziative unitarie per la soluzione di un problema sempre attuale che interessa non solo migliaia di lavoratori ma l’intero Paese.
Ricordo che tutta questa attività ha preso le mosse dal convegno di Macerata del 1976 sullo sviluppo dell’agricoltura e sul superamento della mezzadria organizzato da questo Consiglio.
Tra le iniziative vanno senza dubbio segnalate quelle relative ai problemi dell’informazione. Qui in particolare riferimento va fatto al lavoro svolto dal Comitato regionale per i servizi radiotelevisivi che ha saputo instaurare un rapporto interessante e costruttivo con l’emittenza sia pubblica che
privata.
In rapporto con la sede RAI di Ancona ha permesso una collaborazione
positiva che spero maturerà ulteriormente nell’interesse della crescita civile e sociale della popolazione marchigiana. Anche con l’emittenza privata
abbiamo instaurato un positivo rapporto, sia in occasione della manifestazione dell’8 dicembre contro il terrorismo che in occasione del Consiglio
straordinario indetto per condannare l’assassinio del Presidente della Giunta regionale siciliana: circa 20 emittenti si sono collegate in diretta ed hanno
fornito alle Marche un servizio informativo che nessun altro mezzo avrebbe
mai potuto assicurare.
Questi fatti vanno valutati per cogliere la disponibilità degli operatori dell’emittenza locale a svolgere un ruolo che non è contraddizione con
il servizio pubblico e che non ha niente a che vedere con l’uso meramente
commerciale di quegli strumenti.
Due iniziative centrali entrambe preparate con diversi incontri vanno ricordate: la Conferenza di Senigallia del 1978 sull’emittenza pubblica e privata e la recente Conferenza regionale sui problemi dell’informazione che,
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in due giorni di dibattito, ha visto confrontarsi giornalisti della carta stampata e del mezzo pubblico radiotelevisivo, operatori dell’informazione, dei
periodici e delle radio private.
Questa iniziativa particolarmente riuscita ha messo in evidenza una vivacità notevole oltre ad una serie di problemi che sono stati indicati nel documento conclusivo nel quale si richiede la costituzione di una consulta
permanente sui problemi dell’informazione; richiesta alla quale dovremo
dare un seguito.
Vorrei solo ricordare due altre iniziative alle quali purtroppo non è seguito un nostro impegno: la Conferenza sulla cooperazione e la Conferenza
sui problemi dell’Università. In questo ultimo caso la decisione del Governo di bocciare la legge con la quale si costituiva la consulta regionale per
l’Università non può costituire un alibi; ingiustificato è stato il disimpegno
sui temi emersi dalla Conferenza della cooperazione.
Da ricordare ancora, la costituzione dell’Ufficio Stampa e la stampa della rivista Partecipazione Marche. Si è fatto in modo di facilitare ai consiglieri, l’esercizio delle loro funzioni istituzionali: si sono potenziate le commissioni, si è creato l’Ufficio Legislativo, si è rafforzata la struttura e la dotazione del personale.
Ma non è solo potenziando le strutture per così dire umane del Consiglio
che si è cercato di favorire l’attività dei consiglieri ma anche ponendo a disposizione dei Gruppi Consiliari maggiori spazi rispetto a quelli che avevano all’inizio della legislatura.
Le attuali carenze, per quanto attiene gli uffici, potranno in gran parte
essere superate con il completamento dell’edificio di Via Don Gioia che tra
cinque-sei mesi sarà a disposizione del Consiglio, ed ogni consigliere potrà
disporre di un ufficio.
Infine, il personale. L’aumento del personale dall’inizio della legislatura, pose problemi conseguenti di qualificazione, il tentativo di avviare con
il cor­so, esperienza troppo frettolosamente accantonata e che meriterebbe
un mi­nimo di ripensamento, fu un espediente per risolvere tale problema.
Orario: è stato orientato a regolare e indirizzare l’attività del personale
con operazioni anche non del tutto indolori. Regolamentazione orario. Riduzione del lavoro straordinario.
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Studi approfonditi circa la struttura degli uffici dal progetto elaborato
dagli uffici a quello Fontana a quello Giannotti.
Una struttura, sia pure in filigrana, già c’è. Non sempre ha dato buona
prova di sé ma il livello medio delle prestazioni è assestato su di uno standard piuttosto elevato grazie all’abnegazione di una parte del personale più
matura. Ringraziamento al personale.
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Indice
Presentazione del Presidente del Consiglio regionale............................ 5
La testimonianza di un impegno
di Mario Umberto Fabbri....................................................................... 7
Bastianelli e le larghe intese marchigiane
di Adriano Ciaffi..................................................................................... 11
Signor Presidente, ci parli del Consiglio regionale
Testo registrato della conferenza stampa pubblicato su “Partecipazione Marche” n. 1, gennaio 1976.............................................................. 13
Costituzione della Repubblica italiana, Statuto dei lavoratori, Statuto
della Regione Marche
Presentazione dell’Opuscolo a cura del Consiglio regionale, 1976...... 28
Manifestazione contro il terrorismo (1977). Il discorso del Presidente
On. Renato Bastianelli. .......................................................................... 32
Come opera il Consiglio
da “Partecipazione Marche”, n. 10, ottobre 1976................................. 38
Il contributo del Corpo Italiano di Liberazione e dei Gruppi di combattimento alla Guerra di Liberazione.
Ancona, 22 ottobre 1977......................................................................... 51
Manifestazione per il Corpo Italiano di Liberazione.
Ancona, 23 ottobre 1977
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Renato Bastianelli - Presidente del Consiglio regionale
“Occorre dare una risposta concreta in termini di giustizia sociale e di
libertà alle masse giovanili”.................................................................... 56
Relazione sull’attività del Consiglio nel 1978........................................ 60
Conferenza sulla riforma radiotelevisiva ed emittenza locale................ 67
Prima Conferenza regionale sull’informazione, 1980............................ 74
Relazione di fine legislatura, 1980.......................................................... 79
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QUADERNI DEL CONSIGLIO
REGIONALE DELLE MARCHE
ANNO XVI - N. 107 - novembre 2011
Periodico mensile
Reg. Trib. Ancona n. 18/96 del 28/5/1996
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La testimonianza di un impegno - Consiglio regionale delle Marche