115 Spedizione in Abbonamento Postale 70% - Filiale di Brescia - 1° Semestre 2014 forniture elettriche e meccaniche per auto Brescia - viale Italia 7/9 - tel. 0303751100 - fax 0303753246 email: [email protected] Parcheggio interno DAL 1956 AL SERVIZIO DELL’AUTOMOBILISTA proiettori lampade dischi e pastiglie freno fanali rotanti specchi retrovisori fanaleria e fari COBO filtri: olio, nafta, aria ricambi per motorini avviamento e alternatori batterie: FIAMM climatizzatori - ricambi originali Elimast Helicopter Service opera con personale di grande esperienza, pronto a soddisfare qualsiasi richiesta di intervento, mettendo a disposizione attrezzature specifiche per ogni tipologia di lavoro. La flotta è costituita da elicotteri mirati a svolgere al meglio ogni esigenza di lavoro aereo e di trasporto passeggeri e voli turistici. A seconda delle necessità, vengono utilizzati aeromobili adatti ai differenti scopi, oltre alle specifiche attrezzature certificate e omologate in modo da fornire un servizio impeccabile e professionale a costi competitivi e nella massima sicurezza. I servizi Elimast 25047 Darfo Boario Terme (Bs) Tel. 0364.598881 - Cell 335.6408566 www.elimast.it - [email protected] Antincendio e protezione civile Getti in calcestruzzo Costruzione di paravalanghe e paramassi Distacco artificiale valanghe con sistema Daisybell Costruzione acquedotti Montaggio di tralicci per linee elettriche, funivie Trasporto di legna in fase di disboscamento Rifornimento rifugi Trasporto acqua per spegnimento di incendi boschivi Trasporto carichi esterni Tesatura cavi per linee elettriche Riprese foto e video Orditura di tetti Idrosemina Trasporto passeggeri Voli turistici Heliski Q VHPHVWUH Direzione - redazione - amministrazione Organizzazione di volontariato iscritta al registro regionale Regione Lombardia foglio n. 659 prog. 2630 Sez. B - Onlus via Villa Glori 13 - tel. 030 321838 25126 Brescia direttore responsabile: GIUSEPPE ANTONIOLI redattori: PIERANGELO CHIAUDANO, RICCARDO DALL’ARA, RITA GOBBI, FAUSTO LEGATI, ANGELO MAGGIORI, PIA PASQUALI, FRANCO RAGNI, TULLIO ROCCO, MARCO VASTA La collaborazione è aperta a tutti, le opinioni espresse dai singoli autori negli articoli firmati non impegnano né la Sezione né la Rivista. La rivista viene inviata gratuitamente ai Soci ordinari, vitalizi della Sezione e delle Sottosezioni. A chi intende scrivere su “Adamello” si ricorda che, per una equilibrata distribuzione dello spazio nella Rivista, ogni articolo non deve superare gli 8000 caratteri, spazi inclusi. Gli articoli devono pervenire alla Segreteria della Sezione entro le seguenti date: ,5;9603(7903, 7,9035<4,96+0.0<.56 HPDLO DLEVLW F # D L F F D L E UH V VRPPDULR 6 Vita Associativa Assemblea dei Soci 24 marzo 2014 Assemblea Regionale dei Delegati Luciana Levi Sommaruga Imprevisti domenicali a Brescia… a margine dell’Assemblea Delegati Giorgio Zanetti 17 I 140 anni del CAI Brescia I 140 anni del CAI Brescia Carlo Fasser Un documento prezioso Giulio Franceschini Storia della Sezione di Brescia Giulio Franceschini Storia dell’alpinismo bresciano Il film di Marco Preti Compagni di cordata Manuel Bonomo 23 32 ,5;9603:,;;,4)9, 7,9035<4,96+0+0*,4)9, Storia 150° anniversario della prima salita all’Adamello: 1864-2014 a cura di Silvio Apostoli Julius Payer, alpinista e scrittore Francesco Mazzocchi 1871: la prima salita bresciana (e italiana) all’Adamello è guidata da un… generale austriaco! Franco Ragni Piedi sulla Thurwieser e testa sulla Luna Franco Ragni Ricordo Gianni Bledig La tua Famiglia, Gabriella Bignotti Michele Ventura, Elena Rossi, Matteo, Ivana, Giovanni e tutti gli amici del CAI Luciano Santandrea Broccardo Casali Luciana Levi Sommaruga Federico Bertoglio Renato Faita ORARI DELLA SEZIONE DI BRESCIA dal martedì al sabato dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 19.00 36 giovedì anche dalle 21.00 alle 22.00 Ambiente Ghiacciai della Lombardia, quale il loro futuro Roberto Boniotti 37 Etica dell’alpinismo Mica siamo in Canada qui Roberto Boniotti chiuso lunedì e festivi .12.1954 escia n. 89 - 15 % aut. trib. di Br o postale - 70 nt me na bo ab spedizione in cia es Br di e ial Fil I Pubblicità ità: EMMEDIG cia Conc. pubblic Ferri, 73 Bres Via i ell ian che Artig Stampa: Grafi (m 3554) dell’Adamello parete ovest NA LI In copertina: SO CO Foto di FRAN LQWHUQH W Z Z Z F DLEVLW 38 Storie di vita La vita può riservare gioie e dolori Italo Bazzani 40 Medicina L’articolazione della spalla Pablo Ayala 42 Rifugi e Bivacchi Ancora sul nuovo Bivacco Giannantonj al passo Salarno FR Extraeuropeo 44 Yukon Arctic Ultra 2013 Aldo Mazzocchi Trekking in Marocco Pensieri di Claudia Cintura di fuoco Angelo Maggiori 51 Escursionismo Alla Bocchetta di Val Massa: tra storia e natura Davide “Ramingone” Dall’Angelo e Lorenzo “Ramingazzo” Rota 54 Gruppo gite MTB Dépliant 2014 55 Scuola di Alpinismo Il dubbio Giuseppe Masneri 1982 g SA1 “giache piane” Marcello Ronca Ritorno al CAI Roberto Conti 58 G.P.E. Dietro la sigla G.P.E. Franco Ragni G.P.E. 1987 giovedì: progr. gite 2° sem. 2014 Da Rovereto, lungo il sentiero delle Terragnòle Arturo Milanesi G.P.E. Seniores: programma escursioni 2° semestre 2014 64 Corsa in montagna 11° Trofeo Paolo Ravasio A proposito del Ravasio… Armando Scutra, Rolando Bertussi, Cesare Benedini 65 Poesia La morte Bianca Enzo Franzoni 65 Nuove nomine Accompagnatori di escursionismo Alfredo Chiodi, Giuseppe Ditto Pierangelo Festa 65 Serate proiezioni 2014 66 Biblioteca Claudio Chiaudano Invito alla lettura di… 68 Vita della Sezione Vita della Sezione Tabella rifugi e bivacchi Gite escursionistiche C.A.I. Brescia 2014 Gite Alpinismo Giovanile 2014 Gite Soft 2014 70 Vita delle Sottosezioni Santicolo: 1994-2014 20° anniversario di costruzione del bivacco Davide Adamello 115 – pag. 5 Vita associativa Assemblea dei Soci 24 marzo 2014 foto di Adriano Giusti Relazione del Presidente Il Presidente Luigi Bresciani passa la parola a Carlo Fasser (Presidente della Sezione) per le sue comunicazioni e per la relazione del Presidente. Più che darvi delle comunicazioni voglio proporvi una piccola variante allo sviluppo dei lavori dell’assemblea che spero trovi la vostra approvazione: si tratta di anticipare a subito una parte delle premiazioni dei soci con l’Aquila d’oro sia per animare un po’ la serata sia per andare incontro a qualcuno che desidera andare a letto presto (come piacerebbe molto anche a me). Propongo quindi di cominciare con i soci sessantennali. Per una ragione che capirete subito invito Giulio Franceschini ad eseguire la premiazione di Silvio Apostoli. Si crea così l’occasione per festeggiare con un applauso di riconoscenza gli storici della nostra sezione Giulio Franceschini e Silvio Apostoli che hanno concluso la serie di monografie, con cui hanno ricostruito la storia dei nostri rifugi, con quella relativa al rifugio Maria e Franco. Il loro immane e difficile compito di ricerca della documentazione e di ricostruzione dei fatti ha comportato, ne sono testimone io stesso, un’ammirevole tenacia e un accanimento che hanno portato all’ottimo risultato che potete apprezzare già da questa sera qui fuori (con possibilità di acquisto di copie arricchite dalle firme autografe degli autori). Come ultima comunicazione ricordo che nella prossima assemblea del 2015 dovremo rinnovare le cariche istituzionali con l’elezione del nuovo Consiglio e dei nuovi Presidente e Vicepresidenti. Per costituire il comitato elettorale si sono candidati a tutt’oggi i signori: Carlo Cerretelli, Giancarlo Cristini, Giuseppe Ditto, Gian Franco Ognibene e Barbara Saleri che ringraziamo per la disponibilità. Da oggi si raccolgono quindi le candidature per coprire le cariche sociali in scadenza. Massimo Bonetti, socio venticinquennale Dino Pedretti, socio venticinquennale Alessandro Ziletti, socio venticinquennale Il giorno 24 marzo 2014 si è tenuta l’Assemblea Ordinaria della Sezione di Brescia. In apertura di seduta il Presidente della Sezione Carlo Fasser invita il rag. Luigi Bresciani a fungere da Presidente e il sig. Piero Borzi a fungere da Segretario. L’Assemblea approva. Il Presidente dell’Assemblea Luigi Bresciani propone di dare per letta la relazione dell’Assemblea del 18 Marzo 2013. L’Assemblea approva. COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE DELLA SEZIONE pag. 6 – Adamello 115 Carissimi compagni di cordata, uso questa espressione al posto di quella riduttiva di “Soci” perché ho imparato dal film di Marco Preti sulla storia dell’alpinismo bresciano che è preferibile andare in cordata alla conquista di nuove mete, anche perché sta diventando sempre più difficile oltre che costoso raggiungere i traguardi che ci poniamo per dovere istituzionale, soprattutto a causa dell’inflazione di regole e pastoie burocratiche di cui stiamo soffrendo in Italia. Mentre quindi ringrazio i Vicepresidenti Mirella Zanetti e Giacomo Fasser e i membri del Consiglio direttivo, tutti molto partecipi e reattivi ai frequenti impegni deliberativi a cui sono stati sottoposti, e i segretari Borzi e Cristini, e l’innumerevole schiera dei responsabili a tutti i livelli delle molte attività che hanno arricchito l’annata e che verranno illustrate più avanti, sento il dovere di chiedere anche a tutti voi di entrare nella cordata, cioè di partecipare maggiormente con le idee e l’azione alla vita sociale mettendo a disposizione della Sezione il vostro volontariato nelle attività anche non specialistiche ma comunque necessarie alla sua vita. I nostri ringraziamenti vanno in particolare anche a: Vita associativa Valentina Zanini, socio venticinquennale Sandra Franzoni, socio cinquantennale • • • • • • Renato Veronesi che, oltre ad accettare l'incarico di Consigliere nazionale, ha coordinato il progetto della nuova piattaforma tesseramento e si è assunto l’onere di divulgare questa nuova procedura con una serie di incontri con le sezioni di tutta Italia; ad Anna Gerevini che oltre ad aver accettato l'incarico di Consigliere regionale si è assunta anche quello dei rapporti con le Sottosezioni; a Giorgio Sandonà esperto dei sentieri nel rinato Comitato di Coordinamento delle Sezioni di Brescia; a Oscar Rossini che da 7 anni organizza le serate culturali intitolate ad Agostino Gentilini; ad Alberto Maggini che garantisce un valido supporto grafico informatico per la divulgazione delle varie attività sociali; ai tanti che operano in silenzio con grande generosità come gli Ispettori dei rifugi. L’anno 2013 può essere considerato come un anno positivo per molti versi ma particolarmente triste per quanto riguarda le perdite dolorose che abbiamo dovuto subire. A questo riguardo vi chiedo un minuto di silenzio in ricordo dei seguenti defunti, tra i quali spiccano personalità che hanno scritto pagine importanti della storia della Sezione: Carlo (detto Cecco) Mondolo, Arnaldo Avanzini, Bruno Boventi, Cesare Mazzocchi, Arturo Crescini, Luciano Malchiodi, Gabriella Pasinetti, Giovanni Aperti, Gigina Buizza, Italo Maranti, Giancarlo Ciuti, Federico Bertoglio, Broccardo Casali, Gianni Bledig e Gabriella Belleri. Per quanto riguarda l’attività del Consiglio il 2013 ha proposto molti temi importanti sia di ordine teorico che di valenza pratica. Un tema sul quale abbiamo ritenuto opportuno intervenire riguarda il dibattito ancora in evoluzione relativo alle caratteristiche imprescindibili della gratuità e della trasparenza del volontariato, messe in dubbio da comportamenti e da teorizzazioni devianti e decisamente condannabili. Il CAI nelle sue azioni esterne deve mantenere integro lo spirito di servizio con cui è nato. Ed è grazie a questo spirito che la nostra Sezione riesce a mantenere attivi i suoi 8 rifugi e mezzo. Nella passata stagione con grande sacrificio economico ed estenuante impegno dei nostri tecnici (l’ingegner Giacomo Fasser ci riferirà tra poco e ci dirà se la parola estenuante è eccessiva) abbiamo affrontato opere necessarie nei rifugi Tonolini, Prudenzini e Garibaldi e sono state analizzate e in parte preventivate le opere che ci vedranno ancora impegnati nella prossima stagione 2014. In particolare è stato deliberato di intervenire sul rifugio Bozzi con opere che condizioneranno pesantemente la normale gestione del rifugio. Per questo non è stato rinnovato il contratto scaduto di affitto di ramo di azienda in attesa di approvare una diversa modalità provvisoria di gestione per garantire comunque l’apertura del rifugio. Anche nel 2013 abbiamo partecipato allo Sport Show dove una folla di bambini e non solo ha frequentato la nostra parete artificiale. Speriamo che questa semina dia qualche frutto. Il Trofeo Ravasio, svoltosi in luglio con il favore della meteorologia e di una perfetta organizzazione, si è confermato come una iniziativa di crescente succes- so e l’entusiasmo che lo ha contornato ci ha spinti a convincere Gigi Mazzocchi, prima deciso a interrompere l’iniziativa per le difficoltà prevalentemente economiche che lo preoccupavano, a rianimare l’esigua e infaticabile équipe che lo aiuta per una nuova edizione del trofeo. Da sottolineare il successo del Congresso Istruttori Lombardi ottimamente organizzato a Brescia in ottobre dai responsabili delle scuole. A Milano, nell’Assemblea regionale dei delegati del 10 novembre, ci è stato proposto di ospitare a Brescia l’Assemblea dell’aprile 2014. Abbiamo accolto la proposta inserendola tra le manifestazioni di celebrazione del nostro 140°. Al punto 10 dell’ordine del giorno siamo chiamati a nominare i nuovi Delegati sezionali. Un problema giunto quasi a conclusione in questi giorni è stato quello della necessaria ristrutturazione del bivacco Giannantonj reso praticamente inagibile dal tempo e dai vandali. L’impegno Lino Faini, socio sessantennale Silvio Apostoli, socio sessantennale, con Giulio Franceschini Adamello 115 – pag. 7 Vita associativa Vitaliano Cerutti, socio sessantacinquennale riguardante la ristrutturazione dei rifugi non ci consentiva di reperire le risorse economiche necessarie per un intervento significativo e quindi abbiamo considerato provvidenziale la proposta fattaci da Comunità montana, Unione dei Comuni della Valsaviore, Comune di Saviore e Conferenza Stabile del CAI Valle Camonica e Sebino di rinnovare la struttura con un solo modesto nostro contributo, adottando una struttura che ha vinto un concorso internazionale per le sue caratteristiche estetiche e funzionali, caratteristiche che lo possono far diventare un richiamo turistico in aggiunta alla sua funzione di ricovero di emergenza. Si compone così una nuova cordata che rinnova il piacere, oltre che l’interesse, di stringere rapporti di collaborazione sempre più positivi con la Valle. Inoltre, dopo approfondite riflessioni sulle nostre difficoltà nell’eseguire sul bivacco una costante sorveglianza e nel garantire le dovute manutenzioni, il Consiglio ha concordato la cessione non onerosa della struttura alle Sezioni CAI di Valle Camonica anche per premiare la grande disponibilità del volontariato valligiano rispetto a quella del volontariato cittadino. A loro va riconosciuto anche il merito di aver ottenuto la collaborazione dell’ENEL nelle onerosissime operazioni di trasporto con elicottero. Il bivacco, in attesa di venir installato al Passo Salarno, verrà esposto al pubblico presso la centrale Enel Green Power di Forno Allione (Comune di Berzo Demo) con un contorno espositivo e celebrativo di una certa rilevanza. Con questa manifestazione non intendiamo concludere la celebrazione del 140° compleanno della Sezione, iniziata il 14 marzo con la proiezione del film di Marco Preti e più recentemente con la pag. 8 – Adamello 115 pubblicazione della monografia sul rifugio Maria e Franco. Visto il grande interesse suscitato dalla ricostruzione della storia dell’alpinismo bresciano, constatato il grande volume di documentazione emerso e che può emergere riguardo alla sola storia della nostra Sezione intendiamo cominciare da subito a preparare il più significativo 150° per evitare lacune ed errori dettati dalla fretta, chiedendo anche a tutti voi come compagni di cordata di raccogliere idee, filmati, fotografie e materiale storico. Per ultimo e non per importanza, ma anzi per dare maggiore peso e memoria a quanto voglio esprimere ora, devo ringraziare le segretarie Claudia e Paola per la loro collaborazione che ha colmato anche le mie lacune da inesperienza, per la loro professionalità e memoria storica e per l’impegno con cui hanno affrontato il complesso sforzo organizzativo comportato dalla nuova Piattaforma Tesseramento. Rosanna Cita Avanzini, socio settantacinquennale conservato e migliorato per poterlo passare a chi proseguirà dopo di noi nella gestione. Prima di parlare della stagione trascorsa, vi informo di come sono proseguiti i lavori di adeguamento e miglioramento iniziati nel 2012. Rifugio Tonolini COMMISSIONE RIFUGI Presidente: Giacomo Fasser Visto l’interessamento della stampa e dei social network ai rifugi di proprietà della Sezione, è doveroso precisare ai Soci che la gestione degli immobili a noi affidati è condotta nell’intento di manutenerli, migliorarli e adeguarli alle normative vigenti, inoltre è interesse della nostra Sezione aumentare, nel limite delle nostre disponibilità, il livello dei servizi per rispondere alle mutate esigenze degli alpinisti, dei turisti e del personale impegnato nella gestione. Spesso le richieste di adeguamento dei servizi vengono avanzate dagli amministratori del territorio, i Comuni introducono nel loro patrimonio turistico anche le nostre strutture e spingono perché le stesse rispondano ai loro obiettivi di promozione e valorizzazione dell’ambiente d’alta quota e della sua conservazione. La comunione di intenti tra la sezione e gli amministratori del territorio è pretesto per una proficua collaborazione. Per garantire e migliorare il servizio offerto da rifugi e bivacchi la Sezione produce un notevole sforzo economico e si appoggia a volontari Soci che dedicano con passione il proprio tempo. La responsabilità che condividiamo è quella che nasce dalla coscienza che il patrimonio che abbiamo deve essere I lavori di ampliamento sono finiti. I costi sono stati divisi tra la Sezione e un contributo rilasciato dalla Regione Lombardia. All’apertura della stagione abbiamo presentato i lavori al pubblico con un rinfresco organizzato dalla Sezione e dal gestore Fabio Madeo. A settembre abbiamo terminato un progetto pilota di realizzazione di un impianto di fito-depurazione per il rifugio. L’intervento, sperimentale, è nato dalla fervida mente del Direttore del Parco dell’Adamello Dott. Furlanetto. Quest’anno l’impianto si presenterà come un laboratorio di studio per valutare l’effettiva capacità dell’impianto di abbattimento degli inquinanti organici. Problema tuttora irrisolto a questa quota. Sono alte le attese per un risultato che porterebbe grandi vantaggi all’ambiente. Rifugio Prudenzini I lavori di adeguamento e miglioramento, cofinanziati dalla Regione, sono terminati, siamo in attesa dell’autorizzazione per la messa in funzione della turbina di autoproduzione elettrica che potrà affrancare il rifugio dalla dipendenza del generatore a gasolio. Con il completamento dell’iter autorizzativo della turbina otterremo lo svincolo del finanziamento regionale. Quest’anno abbiamo in programma il rifacimento dei rivestimenti della sala da pranzo, iniziativa interamente sostenuta dalla Sezione. Vita associativa Rifugio Garibaldi I lavori oggetto del co-finanziamento regionale saranno completati la prossima stagione grazie anche ad un sostanzioso contributo del CAI Centrale. Abbiamo sostituito i serramenti e realizzato un avancorpo con destinazione deposito, mancano alcune manutenzioni ai servizi igienici interni. Altri interventi, sostanzialmente manutentivi, sono stati effettuati per i restanti rifugi. Con l’apertura della prossima stagione dei rifugi è in programma un consistente intervento sul Rifugio Bozzi, per risolvere l’annoso problema del malfunzionamento dell’impianto elettrico e la necessaria manutenzione dei servizi igienici. Il nostro rifugio sarà al centro di iniziative organizzate dall’ANA, dal Comune di Ponte di Legno e dal nostro sodalizio per la ricorrenza del centenario dell’inizio della prima guerra mondiale. Altri interventi sono destinati al Rifugio Maria e Franco, il meno accessibile della nostra costellazione. Lo sforzo è volto a rendere più ospitale la struttura agli alpinisti, ma soprattutto a chi vive sempre il rifugio, Giacomo e Fiorella Massussi. Già alla fine della passata stagione abbiamo sostituito la stufa e messo a norma il camino. Sono e saranno piccoli interventi rispetto a quanto sarebbe necessario fare per ristrutturare il fabbricato, ma il meteo e i piccoli spazi costringono a grandi sforzi e spese oltre che a un’attenta programmazione. La passata stagione è stata penalizzata dalla neve che ha faticato a rendere facili gli accessi ai rifugi e all’alta via. Questo si è fatto sentire sui passaggi e quindi sui guadagni dei gestori. Il rifugio Maria e Franco è stato anche penalizzato dall’interruzione dell’accesso da Ceto. Aumenta la frequentazione del Bozzi per l’incremento turistico trainato dal Comune di Ponte di Legno e dal crescente interesse per la bicicletta da montagna che vede il rifugio come punto di sosta tra Ponte e Pejo. Insieme alle Sezioni della Val Camonica abbiamo aderito all’iniziativa patrocinata e sovvenzionata anche dal Parco dell’Adamello, dalla Comunità Montana e da alcuni Comuni della Valle per la manutenzione del Bivacco Giannantonj. L’intervento prevede la sostituzione dell’attuale struttura, bisognosa di consistenti interventi strutturali, con un prefabbricato il cui progetto è risultato vincitore di un apposito concorso. Per motivi logistici il manufatto passa sotto la tutela della conferenza stabile delle Sezioni della Valle Camonica, che ne assume gli oneri di gestione e la titolarità. Nonostante la stabilità del meteo si rileva in generale una riduzione dei passaggi sull’alta via. Potrebbe essere l’effetto del morso della crisi, o il problema del collegamento tra la prima e l’ultima tappa, o il sempre minor tempo a disposizione per le ferie estive spesso non coincidente con le favorevoli condizioni meteo. La Sezione, insieme agli amministratori del Parco, della Comunità Montana della Provincia e dei Comuni oltre che delle altre sezioni del CAI sul territorio, è impegnata nella manutenzione dei sentieri e degli accessi. Voglio ringraziare a nome del Consiglio tutti coloro che si sono prodotti per migliorare oltre che mantenere le nostre strutture, prima di tutto i gestori che consideriamo la nostra immagine in prima linea, poi gli ispettori e infine i fornitori che hanno spesso superato i limiti della loro fornitura per raggiungere i risultati prefissati. COMMISSIONE ESCURSIONISMO Coordinatori: Luca Bonfà e Daniele Poli Relatore: Daniele Poli Buona sera a tutti, espongo a nome della Commissione Escursionismo la relazione sulle attività escursionistiche svolte nel 2013. Per chi non mi conosce sono Daniele Poli e insieme a Luca Bonfà sono stato eletto dal mese di ottobre 2013 nuovo coordinatore della Commissione. A questo proposito vorrei ringraziare il coordinatore uscente Oscar Rossini per il lavoro che ha portato avanti nel corso degli anni nell’ambito della Commissione. Nel corso dell’anno sono state effettuate 43 escursioni, con 740 presenze complessive. Si tratta di dati pressoché identici a quelli dell’anno precedente e che evidenziano una certa costanza dell’attività della Commissione. Le escursioni sono state svolte su percorsi di varia difficoltà per cercare di venire incontro alle esigenze di Soci escursionisti con diversi livelli di preparazione. Sono state organizzate anche 5 uscite con le ciaspole, nelle quali viene sempre richiesto il kit arva+pala+sonda, per cercare di garantire una frequentazione sicura della montagna, e 2 uscite in ferrata. È proseguita anche l’attività di formazione degli Accompagnatori. Nel corso del 2013 l’accompagnatore Giuseppe Ditto ha ottenuto il titolo di Accompagnatore Regionale di Escursionismo (A.E.) mentre altri 6 accompagnatori hanno iniziato il percorso per Accompagnatori Sezionali di Escursionismo (A.S.E.). Tutti i percorsi di formazione sono gestiti direttamente dalla Commissione Centrale per l’Escursionismo Lombardo. Vorrei ringraziare tutti gli Accompagnatori che si sono prodigati nell’organizzazione e conduzione delle escursioni, con un pensiero particolare a Gianni Bledig, che se n’è andato all’inizio di quest’anno e che per tutto il 2013 ha continuato a collaborare attivamente anche con la Commissione Escursionismo. Come di consueto, invito tutti alla consultazione del nostro calendario e alla partecipazione alle escursioni previste nel 2014. ATTIVITÁ GRUPPO ESCURSIONISMO SENIORES – G.P.E. Coordinatore: Osvaldo Cinelli Relatore: Michelangelo Ventura L’anno sociale 2013 ha visto la conferma di una buona partecipazione alle iniziative del gruppo a fronte di una confermata disponibilità ed impegno dei Soci accompagnatori. A parte le consuete escursioni giornaliere nelle giornate di martedì/mercoledì e giovedì da porre in evidenza il buon esito della settimana bianca a Pontresina in Svizzera nel mese di gennaio, l’escursione a Firenze e dintorni nel mese di aprile, il trekking in Sardegna nella prima parte di giugno, le giornate di Glorenza e Val di Tures sempre in giugno, il trekking di tre giornate in Val Gardena nel mese di luglio e i trekking della Via Sett e in Campania nel mese di settembre. L’attività si è complessivamente svolta concretizzandosi in 130 uscite ed ha registrato circa 7.000 presenze. Dato di non poco conto l’assoluta sicurezza in cui si sono svolte le escursioni con imprevisti e incidenti quasi inesistenti. Riteniamo tutto ciò frutto di una adeguata e meticolosa preparazione, opera del lavoro di un gruppo di AccompagnaAdamello 115 – pag. 9 Vita associativa tori affiatato e consapevole. Nel merito da registrare l’ingresso nel gruppo degli Accompagnatori di nuovi Soci Francesco Viola, Michelangelo Ventura, Gianbattista Faini, Anna Bazzani, Roberto Nalli, Alberto Maggini, Renzo Fracassi e Giovanna Panteghini alcuni dei quali hanno fornito la loro disponibilità alla frequenza del corso A.S.E. Seniores, organizzato dal CAI - escursionismo Lombardia, che si concluderà nel prossimo mese di giugno. Per contro, per limiti di età od operativi, abbiamo ringraziato e salutato vecchi compagni di Associazione nelle persone di: Tullio Rocco, Giulio Sguazzi e Davide Citroni. Al fine di rendere patrimonio comune la formazione, i corsisti A.S.E. si sono impegnati a diffondere, mediante appositi incontri, le informazioni e le indicazioni ricevute. Nel fare memoria di quanto accaduto nel corso dell’anno sociale 2013 e nel primo scorcio 2014 vogliamo ricordare con grande affetto e commozione gli amici che ci hanno lasciato e sono andati avanti: Elsa Franzoni e Gianni Bledig, con i quali abbiamo condiviso lunghi tratti di strada e l’amore per la montagna. Sono andati in ricognizione per noi per poi indicarci la strada. Come ormai consuetudine, abbiamo poi rinnovato l’appuntamento del ‘concorso fotografico’ che ha visto il realizzarsi delle premiazioni in occasione della festa di fine anno. In tale circostanza è stato ufficializzato a tutti i Soci il risultato dell’impegno comune a dotare il gruppo, mediante colletta spontanea, di strumenti finalizzati alla gestione in sicurezza delle escursioni (radio, satellitare). Per l’anno in corso, sempre in tema ‘escursioni sicure’, il gruppo si sta dotando di strumenti informativi e formativi (opuscolo ‘salute in montagna’, scheda dati personali, possibilità controllo sanitario presso struttura convenzionata) atti a diffondere la cultura di una frequentazione sicura della montagna. Nel merito alcuni soci hanno anche partecipato al corso di primo soccorso svoltosi nel mese di maggio a cura della Commissione sanitaria CAI. Da menzionare anche l’attuazione di due incontri nel mese di ottobre e novembre dedicati all’attrezzatura necessaria per una buona riuscita delle escursioni. Con il supporto dell’esperienza e competenza del responsabile degli Accompagnatori, Osvaldo Cinelli, verranno pag. 10 – Adamello 115 organizzati, nelle prossime settimane, incontri dedicati all’utilizzo e messa in opera di semplici accorgimenti tecnici da porsi in essere in caso di necessità in ambiente. Per concludere un altro sincero ringraziamento indirizzato alla nostra Segreteria e al Consiglio Direttivo. Buon cammino a tutti… I vostri Seniores. ALPINISMO GIOVANILE Responsabile: Gian Franco Ognibene Relatore: Giovanni Lonati Il gruppo di Alpinismo Giovanile della nostra Sezione è costituito da una dozzina di Accompagnatori e da un numero variabile tra i 20 ed i 30 giovani (dai 7 ai 17 anni), tendenzialmente più bimbe che bimbi. Quindi abbiamo avuto uscite anche con poco più di 40 partecipanti. Come da tradizione anche nel 2013 la formula adottata è stata quella di un’uscita in ambiente per ogni mese e in luglio la settimana estiva. Ecco quindi brevemente che cosa abbiamo combinato: Gennaio: ciaspolata al Rifugio Val Trompia con tanta neve, ma mai quanta ne troviamo poi a febbraio sulla nostra Maddalena. Provvidenziale la sala riscaldata al pianterreno della chiesetta posta in vetta. Veramente tanto fango e pioggia insistente a marzo, lungo il facile percorso attrezzato delle cascate di Gaina. Ringraziamo tantissimo l’amico Silvio Apostoli per averci aperto le porte della sua casa-rifugio a Monticelli Brusati. Giochi di arrampicata e con le corde per l’uscita di aprile alla storica falesia di Virle. Questa rimane senza dubbio la gita più attesa ed amata. Ci siamo tolti la soddisfazione di una bella cima a maggio, Monte Castello di Gaino. A giugno due giorni alle splendide Case di Bles, con salita di alcuni alla Cima di Bles, e rientro lungo la Valle di Canè. Si ringrazia per l’ospitalità la nostra sottosezione di Manerbio, in particolare il presidente Fabrizio Bonera. Strepitosa, come sempre, la settimana estiva organizzata e diretta magistralmente, come sempre, dalla nostra guida di fiducia, Gianni Pasinetti. Dal rifugio Branca al Rifugio Berni. Sei giorni dalla Valfurva alla Valle delle Messi attraverso il Passo Gavia. Consiglio: teniamoci stretti i rifugisti del Berni, mi raccomando! Settembre lunghissima camminata lungo sentierini liguri con meta ambitissima e desiderabilissima visto la giornata estiva: il mare di Deiva. Ottobre passeggiata alla Madonna del Visello. In novembre siamo tornati in Maddalena per perderci in occasione dell’uscita dedicata ai giochi d’orientamento. E a dicembre tutti in Conche a brindare per la fine del 2013 con un bilancio più che positivo. Infine un ringraziamento alle nostre Segretarie che con pazienza e competenza ci aiutano nella logistica. Grazie e buona serata a tutti. SCUOLA DI ALPINISMO Vita associativa E SCIALPINISMO “ADAMELLO TULLIO CORBELLINI” Direttore e Relatore: Roberto Boniotti Cari Soci e Socie della Sezione di Brescia del Club Alpino Italiano e delle sue Sottosezioni, eccomi per la seconda volta a presentare una breve relazione circa l’attività svolta dalla nostra Scuola. Voglio sottolineare il fatto di sentirmi orgoglioso di collaborare con questi Istruttori che espletano il loro compito formativo con passione, competenza e dedizione. Un ringraziamento particolare va inoltre a coloro che hanno partecipano ancora più attivamente alla vita organizzativa della Scuola e più in generale della Sezione, dedicando il loro tempo e le loro energie al Consiglio Direttivo, alla Biblioteca, ai Rifugi, alle riunioni della Commissione Tecnica e dei gruppi di lavoro o svolgendo il ruolo di Direttore di un Corso, o espletando le onerose incombenze di Segreteria. Ringrazio inoltre il Presidente Carlo Fasser per l’attenzione prestata agli avvenimenti della vita della Scuola così come il Consiglio che sentiamo presente nella vita dell’Associazione con nuovo vigore. La nostra scuola è composta da 71 Istruttori di cui: • 9 Istruttori Nazionali (2 INA + 5 INSA + 2 INAL); • 14 Istruttori Regionali (5 IA + 6 ISA + 3 IAL); • 47 Istruttori Sezionali; • 1 Istruttore emerito Francesco Man- tese. Nel mio compito sono affiancato da due Vicedirettori, Raffaele Poli INSA e Mauro Torri IA, e da due Segretarie, Francesca Bosio e Barbara Saleri. Voglio qui ringraziare ancora Milva Ottelli per il contributo dato alla Scuola non solo come brillante Segretaria, ma soprattutto per il suo sostegno anche umano alla direzione della stessa. Un pensiero anche al ricordo di BruQR %RYHQWL FKH TXHVWҋDQQR FL KD ÀVLFDmente lasciato ma che invece vive nel cuore di ognuno di noi. Nel 2013 la Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Adamello - T. Corbellini“ ha svolto la consueta attività didattica che riassumo qui brevemente: Totale Corsi svolti: 7 (SA1 - SA2 AL1 - AL2 - AR1 - AG1 - A1) Nel 2013 abbiamo incrementato il numero dei corsi aggiungendo SA2, AL2, Ghiaccio Alta Montagna AG1. Totale Uscite pratiche: 60, contro le 42 dell’anno scorso Totale giorni uomo dedicati alle uscite pratiche: 417, contro le 345 dell’anno scorso Totale Allievi (buona parte di essi sono nuovi Soci): 119 contro gli 82 dell’anno scorso e nonostante la crisi economica che stiamo attraversando. Sono entrati a far parte dell’organico 11 nuovi Istruttori Sezionali: Nicola Del Bono e Andrea Raineri per lo scialpinismo; Damiano Vitali per scialpinismo, alpinismo e roccia; Michele Peroni, Andrea Calestani, Enrico Cadenelli, Paolo Turina e Anna Stefani per scialpinismo e alpinismo; Michele Paderno per arrampicata libera; Daniele Fraccaro per alpinismo; Simone Pan per alpinismo e roccia. Dal punto di vista della formazione superiore ricordo che Mauro Torri sta partecipando al corso per Istruttore Nazionale di Alpinismo, Paolo Ballini e Giorgio Orizio al corso per Istruttore Regionale di Arrampicata Libera, Valerio Calzoni al corso di Istruttore Regionale di Sci Alpinismo, Giuseppe Masneri e Claudio Assandri parteciperanno al prossimo corso per Istruttori Regionali di Alpinismo. A dimostrare quanto sia attiva e dinamica la nostra scuola ci sono altri 7 nuovi Aspiranti Istruttori Sezionali che proseguiranno la loro formazione. Oltre alle attività relative ai corsi abbiamo effettuato aggiornamenti degli Istruttori in particolare: • Febbraio: progressione su ghiaccio verticale - Valle dell’Orco e aggiornamento Istruttori titolati (CRLSASA) • Marzo: manovre di autosoccorso della cordata su roccia - Virle • Luglio: corso Sanitario BLS-D • Ottobre: tenuta e usura dei materiali, tecniche di assicurazione prove pratiche - Padova • Dicembre: corso formazione materiali e tecniche (CSMT - Padova) e aggiornamento ricerca ARTVA digitale e tecniche di scavo - Tonale Accanto alle attività prettamente tecniche e formative ricordo che ad ottobre si è svolto con successo presso l’Università di Brescia il congresso degli Istruttori della regione Lombardia. Un appuntamento importante per far conoscere la nostra Sezione, la nostra Scuola, la nostra città e le nostre montagne. Ricordo inoltre che si è recentemente svolto anche un Convegno sullo stato dei ghiacciai della Lombardia e che un’interessante galleria fotografica, messaci a disposizione dal museo delle scienze di Trento, è a disposizione delle Sottosezioni che ne facessero richiesta. Continua inoltre la nostra collaborazione con la Commissione Sanitaria che, oltre ad aggiornare Istruttori ed Allievi sulle tematiche della salute, della prevenzione e del primo soccorso in montagna, propone all’intera platea dei Soci e delle Sottosezioni che ne facciano richiesta interessanti serate a tema sulle materie di salute e solidarietà: a tal fine auspichiamo in futuro il coinvolgimento dei gruppi di escursionismo, del G.P.E. e dell’Alpinismo Giovanile. Un sentito ringraziamento alla SezioAdamello 115 – pag. 11 Vita associativa ne per avere organizzato l’interessantissima serata “Compagni di cordata”. Per noi Istruttori è stato importante ricordarci da dove veniamo e ricordare così le nostre radici che affondano vitalmente nella società bresciana. Ricordarsi del nostro passato serve anche ad indicarci la direzione del nostro futuro e del senso di responsabilità che dobbiamo assumerci nel trasmettere valori concreti che la società di oggi sembra aver dimenticato. Valori quali il coraggio, l’assunzione delle proprie responsabilità, la capacità di mettersi in gioco, il valore del nostro volontariato, la libertà di andare in montagna ed il rispetto del prossimo e dell’ambiente in cui viviamo, sono valori che non solo formano alpinisti ma donne e uomini per una società migliore. Concludo questa relazione porgendo a tutti i miei più cordiali saluti. SCUOLA DI SCI DI FONDO ESCURSIONISTICO Direttore e Relatore: Simone Zanoni Quest’anno al 42° corso, sotto la direzione di Simone Zanoni, Mauro Morandi e Massimo Gorni hanno partecipato più di 40 allievi, coordinati dai nostri Istruttori. A novembre abbiamo iniziato la nostra attività con alcune uscite propedeutiche allo sci di fondo. Con l’ausilio dei bastoncini da Nordic Walking abbiamo percorso e riscoperto alcune zone del nostro territorio. Le uscite di presciistica sono state effettuate sulle colline di Brescia e nell’ultima abbiamo effettuato la prova di orientamento, con carta e bussola, organizzata presso il Parco Archeologico Naturalistico della Rocca di Manerba del Garda. Qui siamo riusciti a compiere l’esercitazione e a raggiungere (e qui nessuno si è perso) la trattoria per uno spiedo in compagnia. Presso la Sede, abbiamo tenuto le consuete lezioni serali di primo soccorso, sciolinatura, preparazione e trattamento dello sci, tecnica, attrezzatura, topografia ed orientamento, nivologia e preparazione della gita e infine un intervento sull’autosoccorso in valanga. Contrariamente a quanto accadeva da diversi anni le lezioni sugli sci si sono svolte integralmente nel mese di dicembre, grazie alla presenza della neve fin dai primi giorni del mese. Il primo contatto con la neve lo abpag. 12 – Adamello 115 biamo avuto il primo dicembre sulle nevi di Passo Coe, dove siamo tornati anche l’8 dicembre; la successiva uscita su neve si è svolta a Passo Lavazè il 15 dicembre, seguita dal consueto week-end del 21 e 22 dicembre, svolto a Dobbiaco, in cui è stato anche chiuso il corso con l’ultima lezione. Tutte le uscite sono state effettuate con pullman. Le mete delle gite sciistiche sono state: Monte Bondone, Vermiglio, Campiglio, Passo San Pellegrino, Val Torgnon. Si segnala infine che quest’anno il corso di sci escursionismo, dedicato a coloro che intendono cimentarsi nel fuoripista, con pelli di foca, carta e bussola, utilizzando, tra l’altro, la tecnica del tallone libero detta Telemark per divertenti curve in discesa nella neve fresca, non è stato organizzato per l’indisponibilità di Istruttori, ma l’appuntamento è sicuramente rinnovato all’anno prossimo. E qui si concludono le nostre fatiche invernali, anche se la neve ancora presente in abbondanti quantità sulle nostre montagne ci permetterà di godere di escursioni su neve immacolata e riscaldati dal sole primaverile fino a stagione inoltrata. BIBLIOTECA “CLAUDIO CHIAUDANO” Relatore: Eros Pedrini L’attività della Biblioteca in questo ultimo anno ha visto l’avvio di alcuni percorsi di cui farò cenno. È comunque utile sottolineare che il consueto lavoro di catalogazione e prestito procede, ormai in forma collaudata, ad un ritmo di oltre 100-130 nuovi ingressi annui e un buon numero di “clienti affezionati” alla lettura. Attualmente i volumi catalogati sono circa 1700. Prosegue in parallelo la costruzione dell’archivio fotografico, stimato in circa 1700 fotografie di vario formato, di cui più di 200 già visibili on-line attraverso il sito dell’Archivio fotografico “Manuel Fasani” a cui si può accedere direttamente attraverso il portale web della Sezione. Per quanto riguarda le novità, va segnalata una riunione interlocutoria tra le Sezioni congiunte di Bergamo, Milano e Brescia con alcuni funzionari della Regione Lombardia per avviare, se lo si riterrà fattibile da entrambe le parti, un lavoro di catalogazione del materiale da archivio delle tre Sezioni CAI interessa- te. Il vantaggio di una tale operazione consisterebbe essenzialmente, oltre che nella quanto mai opportuna occasione di definizione dei materiali di archivio attualmente non ordinati, nella possibilità di avere tutta la documentazione “appoggiata” su server della Regione che ne manterrebbe la manutenzione, alla condizione che si utilizzino software gestionali indicati dalla Regione stessa. In prospettiva sarebbero da prendere in considerazione anche corso ad hoc per la preparazione di base degli utilizzatori di tali software. Al momento siamo in attesa di una proposta concreta da parte della Regione. Per ultimo ho lasciato una novità a mio avviso importante; dopo averne progettato a lungo l’avvio, finalmente siamo entrati nella fase operativa dello spoglio della Rivista Adamello. Anche se il progetto è molto impegnativo, dal momento che significa creare una scheda per ogni articolo e/o ogni rubrica inserita in ogni numero della rivista, Riccardo Dall’Ara si è preso l’incarico di avviare questa dettagliata catalogazione che porterà, nell’arco stimato di due - tre anni, a poter disporre di una raffinata ricerca su tutto quanto è apparso sulla rivista sezionale dal primo all’ultimo numero di pubblicazione. Penso di poter dire con sicurezza che sarà un vero importante servizio che saremo in grado di offrire ai Soci e a tutti gli interessati, molto più di un normale indice di qualsiasi rivista. Al momento, dopo una serie di prove tecniche, il lavoro è avviato a partire dal numero più recente della rivista Adamello. Un saluto a tutta l’Assemblea da parte della Commissione Biblioteca. Protocollo d’intesa bivacco Giannantonj Il Presidente Carlo Fasser illustra all’Assemblea la situazione relativa al bivacco Giannantonj e più precisamente alla sottoscrizione del Protocollo d’Intesa per la realizzazione del bivacco, vincitore del concorso “Vivere le Alpi”, bivacco che verrà posizionato, quando la stagione lo consentirà, al passo Salarno, in sostituzione dell’attuale Giannantonj, ormai obsoleto. Il protocollo vede la partecipazione del Parco dell’Adamello, della Comunità Montana di Valle Camonica, dell’Unione dei Comuni della Valsaviore, del Coordinamento delle Sezioni CAI della Vita associativa Valle Camonica e della nostra Sezione. Il bivacco poi, entro la fine del corrente anno, dovrà essere ceduto (la forma deve ancora essere stabilita) al Coordinamento delle Sezioni CAI della Val Camonica, pertanto il Presidente Fasser chiede all’Assemblea l’autorizzazione a procedere, quando i tempi saranno maturi, alla cessione del nuovo bivacco. La proposta viene messa ai voti ed approvata dalla maggioranza dei presenti, con 11 voti contrari (Silvio Apostoli, Giulio Franceschini, Matteo Franceschini, Gianbattista Faini, Gianfranco Pezzetta, Mauro Zanoni, Daniele Salvati, Giovanni Lonati, Alessandro Mascoli, Pierangelo Chiaudano e Rita Gobbi). Intervengono anche: Giovanni Lonati chiede il motivo per cui le Sezioni della Valle Camonica Soci Ordinari della Sezione Soci Ordinari delle Sottosezioni Totale soci Ordinari 1963 1671 3634 Soci Familiari della Sezione Soci Familiari delle Sottosezioni Totale soci Familiari 607 509 1116 Soci Giovani della Sezione Soci Giovani delle Sottosezioni Totale soci Giovani 174 128 302 Soci Vitalizi sono riuscite a trovare i soldi per la realizzazione di questo bivacco, mentre la nostra Sezione non è riuscita in questo intento. Rita Gobbi sottolinea come la notizia della cessione del bivacco giunga inaspettata, senza nessun preavviso, rimarcando la propria contrarietà a questa decisone. 3 Totale Soci della Sezione Totale Soci delle Sottosezioni 2747 2308 TOTALE SOCI 5055 (72 soci in più rispetto al 2012) ELENCO SOCI PREMIATI Soci Venticinquennali Aguscio Angelo, Aguscio Massimo, Aldighieri Giovanna, Bianchini Mario, Biatta Loris, Biatta Renato, Bollani Giorgio, Bonetti Massimo, Bono Anna Rosa, Cattivelli Massimo, Chiarini Angelo, Corselli Lisetta, Costanzi Luigi, Dioni Maurizio, Fantoni Alfredo, Fogliata Bruno, Franceschini Matteo, Fusi Marco, Gaeti Roberto, Gallerini Duilio, Gilardi Piera, Lorigliola Giovanni, Maestri Remo, Massetti Claudia, Meraviglia Giovanni, Mingardi Paolo, Nicoletti Federico, Paletti Alberto, Pasini Mario, Pedretti Dino, Pelizzari Maria Cristina, Pezzetta Gianfranco, Soldi Francesco, Tameni Marco, Testini Gaudenzio, Vanoni Giacomina, Vignaroli Caterina, Zanini Valentina, Zerla Alessandro, Ziletti Alessandro Soci Cinquantennali Bonassi Alfredo, Ferretti Giulio, Franzoni Sandra, Podavini Dario Soci Sessantennali Apostoli Silvio, Belleri Giulio, Berruti Giuseppe, Botticini Luigi, Carini Carlo, Faini Lino, Martelengo Albarosa, Piotti Bresciani Rosa Soci Sessantacinquennali Cerutti Vitaliano Soci Settantacinquennali Cita Avanzini Rosanna Adamello 115 – pag. 13 Vita associativa Assemblea Regionale dei Delegati foto di Eros Fiammetti e Francesco Cirillo di Luciana Levi Sommaruga Assemblea dei delegati CAI per la regione Lombardia si è tenuta, a seguito di regolare convocazione, il giorno 6 Aprile a Brescia, presso l’Istituto Tecnico per Geometri Tartaglia, con un nutrito ordine del giorno. Numerosi sono stati i presenti e i lavori in corso si sono svolti nell’atmosfera della più viva convivialità e ospitalità. Efficienza e disponibilità sono state riscontrate dagli ospiti nei riguardi dei molti volontari che si erano assunti i vari compiti. All’inizio dei lavori il Presidente della Sezione di Brescia dr. Carlo Fasser, nominato Presidente dell’Assemblea, ha dato il benvenuto ai presenti e ha evidenziato la ricorrenza del 140° anno dall’istituzione della Sezione CAI Brescia con le seguenti parole: “Per cominciare vorrei ringraziare le autorità presenti: l’Assessore Aristide Peli, della Provincia di Brescia, l’As- L’ pag. 14 – Adamello 115 sessore Walter Muchetti del Comune di Brescia e la signora Laura Sandonà, consigliere del Comune di Brescia. Le mie poche parole per motivare il fatto che siamo presenti a Brescia oggi e perché in questa sede. Abbiamo accettato molto volentieri di svolgere questa Assemblea a Brescia per festeggiare il nostro 140° compleanno. 140 anni di Sezione che non ci fanno sentire vecchi perché riteniamo di avere abbastanza energie e voglia di fare per considerarci ancora giovani. Il motivo per cui siamo in questa sede è perché questa scuola ha una ricca storia: qui hanno studiato personaggi importanti come Giovanni Treccani, fondatore dell’Enciclopedia Italiana. Questa scuola ha avuto anche insegnanti importanti come il nostro fondatore di 140 anni fa, Giuseppe Ragazzoni, scienziato, del quale tra l’altro esiste in questa scuola un museo con le sue raccolte naturalistiche e tutti gli strumenti scientifici che ha collaborato a raccogliere per insegnare agli studenti. Il museo è al piano interrato di questo edificio e vi invito tutti a visitarlo perché è molto interessante”. Prende la parola successivamente l’Assessore del Comune Valter Muchetti che, riconoscendo le tante mete raggiunte dal CAI a piccoli passi, vede nella solidarietà di questi “compagni di cordata” un esempio per i tanti amministratori e politici. Anche l’Assessore Aristide Peli della Provincia di Brescia, inviando un saluto di benvenuto, vede nel CAI una memoria della storia e una speranza di futuro nella responsabilizzazione dei giovani. Fare qualcosa per i giovani vuol dire fare qualcosa per il paese e per la tutela del territorio. La Presidente del C.A.I. Lombardia Renata Viviani introduce la sua relazione con un accenno positivo alla nostra Se- Vita associativa zione che è “in controtendenza rispetto alla maggior parte delle nostre Sezioni e aumenta, infatti, il numero dei propri Soci da due anni consecutivi e per questo ci complimentiamo con loro.” Proseguendo nella sua esposizione, la Presidente sottolinea che “il volontariato è il cardine spirituale del Club Alpino Italiano, che la gratuità e la trasparenza sono il fondamento etico del pensare e fare di ogni Socio e che l’estraniamento da tali valori è inconciliabile con l’appartenenza al Club Alpino Italiano. La strada da percorrere dunque, su questo tema, non si discosterà dal passato, anzi si rafforza in questa direzione: la nostra è un’Associazione i cui Soci continueranno a operare da volontari.” La Presidente illustra poi in modo dettagliato l’operato del CAI Lombardia in relazione ad alcuni temi particolarmente importanti, tra i quali: • • • • presentazione in Regione Lombardia del nuovo manuale del CAI “Montagna da vivere, Montagna da conoscere” in edizione speciale per i 150 anni del Club. Il manuale è rivolto ai Soci ma anche a tutti gli appassionati della montagna e rappresenta una sintesi del patrimonio tecnico e culturale del CAI introduzione della nuova piattaforma per il tesseramento (Ricordiamo, a questo proposito, l’importante ruolo che, a livello di C.A.I. Centrale, sta svolgendo il nostro Socio Renato Veronesi) valorizzazione delle biblioteche sezionali attraverso le necessarie azioni di messa in sicurezza, digitalizzazione secondo standard tecnici appropriati e quindi messa a disposizione di tutta la comunità incontri a livello istituzionale e apertura di una petizione on-line contro la proposta di deroga al divieto di circolazione, pur temporanea, dei mezzi motorizzati sui sentieri, nei boschi e nei pascoli. La petizione, aperta dal 28 marzo al 9 aprile, ha raggiunto 23.000 adesioni da Sezioni, Soci, amici e opinione pubblica. Notando in sala l’Accademico notissimo scalatore, fotografo e scrittore di montagna Franco Solina il Presidente gli rivolge il saluto, a cui Solina risponde ringraziando e sottolineando la passione e l’autentico spirito di servizio che anima il Club Alpino Italiano, del quale è Socio dal 1948. Dopo l’approvazione del bilancio ulteriori interventi riguardano il tema tenuta dei sentieri e la posizione da prendere relativa alla legge sull’uso dei mezzi motorizzati in montagna. Di particolare interesse (con gli interventi di Renato Agio, Vincenzo Torti, Vice Presidente Generale, e Enrico Radice, Vice Presidente C.A.I. della Regione Lombardia) risulta il dibattito sul tema: “Rapporto tra adulti, nominati a vario titolo, e i minori a loro affidati”. È un problema che non si può sottovalutare e che meriterà attenzione soprattutto considerando la legislazione delle varie nazioni europee. Nell’ambito del tema affrontato dal Consigliere Centrale Paolo Valoti “Tra territorio e nuove generazioni: una nuova alleanza per il CAI del futuro” si è inserita la relazione di Piera Eumei, Presidente della CRLAG a sostegno del “coordinamento OTTO Lom”, una “esperienza di grande valore, sia come CAI che come valore umano personale, condividendo la passione e il credo di ognuno di noi nel nostro essere volontario nel pieno rispetto delle proprie specificità, trovarsi attorno ad un tavolo, iniziare a parlarsi, conoscersi, ci siamo “raccontati” in modo del tutto naturale il nostro essere Accompagnatore o Istruttore, esperienza che ci ha portati a una profonda condivisione ed unione, ci siamo “scoperti” tutti volontari dello stesso CAI, con gli stessi obiettivi ma anche le stesse difficoltà, auspichiamo quindi un proseguimento di questa esperienza. Abbiamo instaurato un rapporto di fiducia e di rispetto con il GR LOM, che ci ha in molti modi sostenuto ed apprezzato… … abbiamo raccolto stimoli, proposte, mal di pancia (ci sono anche quelli), soprattutto siamo riusciti a coinvolgere persone (chi ha voluto farsi coinvolgere ovviamente), che si sono sentite consi- derate e parte di un gruppo, abbiamo abbattuto il pericolo di uno scollamento tra la CRLAG e la base. È stato certamente impegnativo, ma molto positivo. Ne è uscito un panorama di AG “variegato” e “fantasioso”, sicuramente c’è tanto da lavorare... ma la nostra passione, la motivazione di tutte queste persone ci fa dire che questa è la strada giusta. Apertura, confronto, abbattere le barriere dei personalismi, avere il coraggio di uscire dalla propria sezione perché di fianco c’è un altro gruppo che fa AG e allora perché non parlarsi, confrontarsi, crescere? Ricordarsi che il giovane è il protagonista, siamo consapevoli che in questo momento di difficoltà sociale a volte non è facile e si cade in un sistema di consuetudini che non è più attuale e non risponde al vorticoso cambiamento dei nostri aquilotti. Dobbiamo avere il coraggio di “svecchiarci” nei metodi di approccio e di lavoro, altrimenti i giovani “scappano”. Alla fine dei lavori vengono comunicati i risultati delle 12 votazioni per i vari incarichi nelle Commissioni Regionali. Per la Sezione del C.A.I. Brescia risultano eletti: Giacomo Fasser nella Commissione Rifugi Carlo Cerretelli e Giovanni Maffioli nella Commissione Seniores Milva Ottelli nella Commissione Scuole di Alpinismo e Sci-Alpinismo Giovanni Lonati nella Commissione Alpinismo Giovanile Piero Borzi nel Comitato Scientifico. Un augurio di buon lavoro a questi nostri Soci! La prossima Assemblea Regionale dei Delegati avrà luogo a Calolzio Corte il 23 novembre 2014. Adamello 115 – pag. 15 Vita associativa Imprevisti domenicali a Brescia… a margine dell’Assemblea Delegati di Giorgio Zanetti a domenica per me, come per tanti, rappresenta un momento di svago che di solito passo girando in bicicletta o camminando in montagna. Pur non essendo iscritto al CAI, conosco molti iscritti a questa associazione. Tra questi c’è il mio amico Oscar che spesso vado a trovare nel suo negozio/ laboratorio di gioielleria. Qualche sabato fa, durante una di queste visite, mi dice: “Domani mattina sono impegnato a dare una mano alla riunione dei Delegati del CAI della Lombardia, ma nel pomeriggio mi sgancio e facciamo un giretto con amici in Maddalena”. Io faccio mentalmente i miei piani e dico: “Allora domani mattina mi faccio un giro in bici non troppo lungo, così poi, nel pomeriggio, vengo anche io con voi”. Quindi ci salutiamo con l’intenzione di risentirci nel pomeriggio della domenica. La domenica mattina però la stanchezza della settimana mi gioca un brutto scherzo e non sento la sveglia. Con un certo ritardo inizio a prepararmi per l’uscita in bicicletta. Guardo il cellulare e noto che nel frattempo è arrivato un sms e una chiamata: Oscar mi ha cercato, probabilmente per dirmi qualcosa sul giro in Maddalena previsto per il pomeriggio, almeno così penso... Suona ancora il telefono: è Oscar. “Dove sei?” mi domanda. “Sono ancora a casa” rispondo io “Ho bisogno di un favore urgente: mi serve subito una guida per far vedere il centro ad una comitiva di parenti dei Delegati CAI”. Rimango un attimo allibito: è vero che in un paio di occasioni ho fatto da cicerone con Oscar a comuni amici in visita a Brescia, ma la guida turistica non mi è mai capitato di farla. “Siamo già sul pulmino, tra 10 minuti siamo vicino a casa tua”. Mi preparo velocemente e raggiungo la comitiva che mi attende in un pulmino già sotto casa. Oltre a Oscar ci sono Bianca e Barbara, due amiche conosciute nelle varie escursioni fatte con Oscar e gli amici del CAI. Improvvisiamo un breve itinerario che ci porterà in alcuni dei punti più significativi per la storia di Brescia. Iniziamo con il Palazzo del Broletto, proseguiamo L pag. 16 – Adamello 115 in piazza del Duomo, poi in piazza della Loggia, purtroppo famosa più per le vicende recenti che per quelle storiche (Bianca lavora per un ente che si occupa di mantenere vivo il ricordo di quanto accadde in piazza Loggia il 28 maggio di quarant’anni fa e ci parla brevemente di quel triste episodio). Ci avviciniamo verso il foro romano, camminando su quello che era una volta il decumano massimo. Visitiamo velocemente la chiesa di Santa Maria della Carità. Mentre con Oscar, Bianca e Barbara guidiamo i nostri ospiti mi vengono in mente le gite scolastiche fatte con la maestra… ricordi lontani affiorano nella mia mente: a quei tempi gli aneddoti che ci narrava la maestra mi sembravano quasi fiabe. In seguito ho avuto la fortuna di studiare i classici e la storia dell’arte, ho avuto modo di conoscere e frequentare archeologi e restauratori, ho potuto visitare con persone preparate i monumenti che sorgono nella mia città (e ho pure percorso una piccolissima parte dei torrenti che ancora oggi scorrono nel suo sottosuolo). Con il tempo ho scoperto che alcuni dei racconti ascoltati nelle gite scolastiche erano veramente fiabe, altri si sono rivelati veri solo in parte: il bello della storia e dell’archeologia è che si continua a fare nuove scoperte che costringono gli esperti a modificare le ricostruzioni storiche, per cui il nostro passato rimane comunque avvolto in un alone di mistero in cui la fantasia può ancora volare libera e farci immaginare un mondo popolato da re e principesse, cavalieri e giullari… magari anche da qualche drago come quello dipinto vicino alla chiesetta di San Giorgio. Andiamo a visitare il Museo della Città: il magnifico complesso di Santa Giulia. La prima moglie di Carlo Magno venne a vivere qui dopo che fu ripudiata dal re franco… dicono che i due si amassero teneramente, ma ragioni dinastiche e di stato costrinsero re Carlo a ripudiarla per cercare un’altra moglie da cui avere figli… chissà se è vero… e, se fosse vero, chissà che cosa si agitava nel cuore dei due… Osservo i nostri ospiti: li vedo curiosi, cerchiamo di rispondere alle loro domande come meglio possiamo… non siamo delle guide turistiche, ma siamo appassionati della storia della nostra città nella stessa misura in cui siamo amanti dei vasti spazi aperti e delle montagne e cerchiamo di fare del nostro meglio per non sfigurare. Ci aspetta il pulmino per il rientro, ma prima facciamo un veloce giro in Castello… quante cose ancora da raccontare, ma il tempo, come si sa, è tiranno per cui si ritorna indietro: mi congedo dai miei amici e dai nostri ospiti… Chissà se siamo riusciti ad incuriosirli un po’ riguardo alla storia di Brescia… e chissà che cosa si ricorderanno di Oscar, Barbara, Bianca e Giorgio, guide improvvisate in una domenica di inizio primavera… I 140 anni del CAI Brescia I 140 anni del CAI Brescia di Carlo Fasser, Presidente della Sezione di Brescia del Club Alpino Italiano a nostra sezione compie 140 anni. Vuol dire che è vecchia? No di sicuro anche se dobbiamo riconoscere che l’età media degli iscritti sta salendo. Non è invecchiata se consideriamo la vitalità dimostrata dal crescendo di iniziative e di impegni, sia sul piano delle attività prettamente sportive sia di quelle più ludiche o turistiche, di quelle didattiche e di educazione ambientale e, non ultime, delle proposte culturali. Anche i nostri rifugi stanno ringiovanendo grazie alle opere di ristrutturazione in parte già eseguite e in parte progettate e programmate. Oggi ci ritroviamo con la responsabilità di gestire al meglio un patrimonio di esperienza acquisito dal 1874. Nella circostanza di un compleanno come il nostro è comune sentir dire che sull'esperienza del passato bisogna proiettarsi in avanti e preoccuparsi del futuro. A questo riguardo ho riletto le previsioni sul futuro espresse nel numero speciale della rivista Adamello del 1994, pubblicato in occasione del 120° compleanno, in cui si prospettavano tre scenari: • la crescita continua degli iscritti in Italia avrebbe portato a breve il superamento dei 400.000 con la trasformazione di tutte le sottosezioni in sezioni L • il conseguente aumento della frequentazione della montagna avrebbe convertito il “mal di città” in “mal di montagna” • si sarebbe acuito il conflitto tra sezioni con rifugi e sezioni senza rifugi che godono “gratuitamente” del servizio molto oneroso offerto dalle prime. L’evoluzione dell’andare in montagna non sembra abbia rispettato queste previsioni. E neppure l’appello ai giovani di farsi avanti lanciato in quell’occasione ha avuto un seguito positivo. Il volontariato comporta un certo impegno e oggi i giovani di buona volontà sono costretti a dedicare il proprio impegno a cose più vitali. Che l’originale alpinismo esplorativo sia evoluto molto rapidamente in forme un tempo impensabili risulta evidente dal filmato di Marco Preti che celebra e racconta l’alpinismo bresciano dall’anno della nostra fondazione a oggi e sancisce la collaborazione e la comunanza di ideali con le altre associazioni alpinistiche locali. “Per l’uomo l’impossibile è una frontiera che arretra sempre” scrisse Victor Hugo. Ci sarà ancora qualcosa di impossibile in montagna da superare in futuro? Un documento prezioso Chi ne sa di più? di Giulio Franceschini urante le ricerche storiche sul Rifugio “Brescia” ora “Maria e Franco”, oggetto di una recente pubblicazione, frugando fra le carte del CAI depositate all’Archivio di Stato, è capitato fra le mani all’amico Silvio Apostoli questo spezzone di documento. Si tratta, a nostro avviso, di una preziosa testimonianza della volontà della Sezione di instaurare un rapporto addirittura settimanale coi propri Soci. Peccato che, nonostante avessimo approfondito le ricerche, non ci è stato possibile trovare l’altra metà del foglio. Mostriamo dunque volentieri questo reperto nella speranza quanto mai vaga che da qualche privato o da qualche Ente salti fuori l’intera pagina di questo straordinario documento. D Adamello 115 – pag. 17 I 140 anni del CAI Brescia Nella ricorrenza del centoquarantesimo dalla nascita della nostra Sezione (1874-2014) crediamo di fare cosa gradita ai Soci offrendo la pubblicazione di questa ampia sintesi storica della sua lunga vita. Rivisitazione amorevole di un lungo periodo fecondo di attività e di realizzazioni. Testimonianza, che vorremmo LPSHULWXUDGLXQYRORQWDULDWRFKHKDVDSXWRFUHDUHFRQGHGL]LRQHHVSHVVRFRQVDFUL¿FLRRSHUHHDWWLYLWj che, a partire dal piccolo drappello del 1874, oggi consentono a migliaia di Soci e appassionati di avvicinarsi alla montagna e soprattutto di amarla e rispettarla. Storia della Sezione di Brescia di Giulio Franceschini La Sezione di Brescia del Club Alpino Italiano nasce il 4 luglio del 1874 per iniziativa di un gruppo di sei personaggi, figure eminenti della cultura non solo bresciana, come Giuseppe Ragazzoni, Gabriele Rosa, Massimo Bonardi, Luigi Rolla, Giuseppe Barboglio, Giuseppe Calini. I primi Soci, alla fine del 1874, sono 20, diventano 60 alla fine del 1875 e cresceranno negli anni seguenti fino agli oltre 5.000 dei giorni nostri. Seguendo l’indirizzo dato da Quintino Sella al Club Nazionale l’attività si svolge in tre ambiti o sezioni: una naturalistica, una di carattere economico-storico-artistico e infine una sezione descrittiva per ascensioni di carattere alpinistico e scientifico. Il tutto con particolare riguardo al Gruppo dell’Adamello, la montagna di casa, allora pressoché sconosciuta dai versanti bresciani, giacché la prima ascensione dell’Adamello di Julius Payer avvenne, com’è noto, dal versante trentino. Subito si fa strada l’idea di costruire un ricovero alpino che consenta di avvicinarsi al Gruppo. Nasce così il primo rifugio alpino della Sezione Bresciana, il Rifugio di Salarno, inaugurato nel 1883 in concomitanza col XVI Congresso Nazionale, a cui Brescia è onorata di dare ospitalità. Il Rifugio, ampliato nel 1886, dopo alterne e sfortunate vicende, viene abbandonato e sostituito dall’attuale Rifugio Prudenzini nel 1907. L’attività esplorativa dell’Adamello prosegue negli anni successivi a quel 1883 con la costruzione di nuovi Rifugi. Nel 1891 è la volta del Rifugio Tonolini al lago Rotondo del Baitone, quindi nel 1894 viene inaugurato il “Garibaldi” in Val d’Avio cui si affianca nel 1927 la storica “Infermeria Carcano” lascito della guerra 1915-18 trasformato in grande, accogliente Rifugio. Entrambi, sacrificati alla grande diga del Venerocolo, sono sostituiti dall’attuale “Rifugio Garibaldi” inaugurato nel 1959. Nel 1899 si inaugura al Passo Gavia il Rifugio omonimo posto a cavallo fra Lombardia e Valtellina al culmine della strada militare della guerra 1915-18. Importante approccio al Gruppo Ortles-Cevedale viene sostituito, nel 1934, dall’attuale Rifugio Arnaldo Berni. Nel frattempo la Sezione non trascura gli aspetti culturali previsti dal proprio regolamento. Nel 1882 viene inaugurata una grandiosa Esposizione Alpina. Nei locali della ex chiesa Adamello 115 – pag. 18 di S. Barnaba quattro sale sono dedicate a: prodotti naturali; prodotti per le industrie, vegetali e animali; minerali; armi. Nel 1883 il XVI Congresso Nazionale attira centinaia di congressisti da ogni parte d’Italia cui vengono fatti ammirare gli aspetti naturalistici così variegati della nostra Provincia, dalla pianura, ai laghi, alle colline e ai monti. Grande successo di organizzazione e grande risonanza non solo locale. Nel 1889 esce, a cura della Sezione, la “Guida Alpina della Provincia di Brescia”, corposo volume ricco di itinerari, illustrazioni e cartine di grande interesse per allora, ma anche per oggi tanto che la Sezione ne ha curato, nel 1985, l’edizione anastatica. Nel 1874 esce il primo Bollettino mensile che, con qualche interruzione dovuta agli eventi bellici, continua ancora oggi con la Rivista semestrale “Adamello” a partire dal 1954. In Valcamonica l’attività della Sezione risveglia l’interesse dei valligiani per la loro montagna: nascono le prime guide alpine cui la Sezione rilascia, dopo una certa selezione, i primi libretti. Il numero 1 viene rilasciato nel 1882 a Pietro Brizio il cui nome è passato alla storia per quella sella che Payer aveva chiamato Passo dell’Avio. A tutt’oggi i libretti rilasciati sono oltre il centinaio. Legate alla Sezione nascono pure le figure di grandi alpinisti. Per citare solo alcuni fra i grandi ricordiamo Ludovico I 140 anni del CAI Brescia di Brehm che, insieme ai figli e ad Alfonso Pastori, Consigliere sezionale, il 24 agosto 1874 compie la prima salita italiana all’Adamello e quarta assoluta dopo quella di Payer del 1864. Da Breno sorge l’avvocato Paolo Prudenzini, Consigliere sezionale e delegato per la Valcamonica, grande esploratore dell’Adamello: delle sue esperienze di alpinista ha lasciato ampie e dettagliate monografie che raccontano di prime vie e di itinerari percorsi per la prima volta. La Sezione lo ha ricordato nell’omonimo rifugio inaugurato nel 1907, l’anno della sua morte. Nei primi anni del Novecento appare una triade di grandissimi alpinisti accademici: il Socio Francesco (Nino) Coppellotti è fra i primi a cimentarsi su itinerari di scalata che oggi vengono paragonati al settimo grado. Nella sua scia Arrigo Giannantonj, amico e allievo che supererà anche il maestro, lascia un ricordo incancellabile delle sue imprese nel suo straordinario “Libro delle Ascensioni”, prezioso scrigno di cultura alpinistica e letteraria. Per lunghi anni è Consigliere e infaticabile Ispettore dei Rifugi della Sezione. C’è poi Gualtiero Laeng, amico di entrambi, straordinaria figura non solo di alpinista, ma anche di scrittore: di cultura eclettica, ha pubblicato oltre 500 scritti su riviste locali e nazionali affrontando gli argomenti più diversi: dall’alpinismo, alla natura, alla geologia, alla storia. La Sezione ha poi dato avvio alle gite sociali. Alla prima gita del settembre 1874 in Val di Ledro fa seguito quella ben più impegnativa del 1875 che porta in vetta all’Adamello una ventina di persone. Da quell’anno gli incontri sociali sono proseguiti fino ai giorni nostri dove le gite sociali sono emanazione dei vari corsi in cui si ramifica la Scuola di Alpinismo Adamello: alpinismo, sci-alpinismo, ghiaccio, cascate di ghiaccio, sci di fondo escursionistico. L’escursionismo si pratica poi tutto l’anno con uscite settimanali su media e alta montagna. Ci sono poi due settori particolari: quello dedicato all’alpinismo Giovanile con relativa scuola e uscite in ambiente e quello dell’escursionismo “Seniores”, il Gruppo Pensionati Escursionisti (GPE) che, con uscite in pullman il martedì, mercoledì, giovedì porta in escursione settimanalmente 165 persone e in un anno mediamente oltre settemila persone. Un ricordo particolare merita la gloriosa Scuola di sci estivo alla Lobbia Alta con base al Rifugio “Ai Caduti dell’Adamello”. Sorta nel 1932 e riconosciuta dalla FISI nel 1935 come Scuola Nazionale, si è avvalsa per oltre un cinquantennio di maestri di sci di grande prestigio anche internazionale. La Sezione prosegue ancora oggi nelle attività culturali come conferenze e convegni vari. Tra queste possiamo far rientrare le spedizioni extra Europee verso Groenlandia (1968), Nevado Sarapo (1974), Jatunhuma (1977), Illampu, Jankhouma (1990), Shaqsha-Cordillera Blanca Perù (2005) e Sueroraju-Cordillera-Huayhuash Perù, queste ultime organizzate in collaborazione con le Guias de alta montagna “Don Bosco en los Andes”. Ma la Sezione, dopo aver disseminato di Rifugi le “sue” montagne, non poteva dimenticare di curarne le vie d’accesso. È nata così l’idea di tracciare il sentiero n. 1 dell’Adamello, la grande dorsale tracciata nelle due estati 1969-70 cui, nel decennio successivo, si sono allacciati altri 37 itinerari. Lavoro che ha impegnato la Sezione con la collaborazione delle Società alpinistiche “Ugolini” e “Uoei”. Tuttavia, l’onere più grande, ma nello stesso tempo più prestigioso per la Sezione, rimane pur sempre quello della costruzione e manutenzione dei Rifugi Alpini. Nel 1911, a quattro anni appena dall’inaugurazione del Rifugio Prudenzini, sorgono due nuovi Rifugi: la piccola “Capanna Moren” al S. Fermo di Borno e il grandioso Rifugio Brescia al Passo Dernal. La Capanna Moren, tenacemente voluta da Coppellotti che su quelle “Piccole Dolomiti Bresciane” aveva la sua palestra, diventerà nel 1921, ristrutturata dai danni di guerra, Rifugio Coppellotti in ricordo del grande alpinista caduto in guerra. Verrà abbandonata e sostituita nel 1934 dal nuovo grande Rifugio Coppellotti alla Varicla (ai piedi del Pizzo Camino) dove scomparirà definitivamente, distrutto dai tedeschi nel 1944. Il Rifugio Brescia, sconvolto a sua volta dagli eventi bellici, verrà ricostruito ad opera di Giannantonj e nuovamente inaugurato nel 1923. Soccombe ancora una volta agli eventi della guerra 1940-45 e verrà ricostruito e inaugurato soltanto nel 1980 col nome di “Maria e Franco”. Nel 1928 viene inaugurato il Rifugio “Angiolino Bozzi” al Montozzo, abbandonato dopo gli eventi bellici che l’avevano gravemente ferito, ricostruito e nuovamente inaugurato nel 1968. Nel 1929 avviene l’inaugurazione del Rifugio “Ai Caduti dell’Adamello” alla Lobbia Alta, il più prestigioso rifugio della Sezione. Nel 1927 la Capanna Maniva, poi ristrutturata e ampliata, nel 1934 diventa Rifugio “Carlo Bonardi”, glorioso punto d’appoggio per schiere di escursionisti e sci-alpinisti. Distrutto da un incendio nel 1992, è stato definitivamente abbandonato. L’ultimo accesso all’Adamello ancora sguarnito di punti d’appoggio rimaneva la solitaria e selvaggia Val Miller e la Sezione vi ha provveduto inaugurandovi nel 1976 il Rifugio “Serafino Gnutti”. Al lungo elenco dei Rifugi non dobbiamo dimenticare di aggiungere i tre bivacchi situati oltre i 3000 metri, sul ciglio dei ghiacciai: il Bivacco “Zanon Morelli” al Passo Brizio, il “Giannantonj” alla testata della Val Salarno e il “G. Laeng” al Passo di Cavento. Oggi il patrimonio di ricoveri alpini attivi della Sezione è composto da otto Rifugi e tre bivacchi. La Sezione di Brescia è oggi la quarta in campo nazionale per numero di Soci. Dei suoi 5.055 Soci, 2.747 sono propri della Sezione e i restanti appartengono alle sottosezioni di Bagolino, Cidneo OM-IVECO, Collebeato, Gavardo, Iseo, Manerbio, Marone, Nave, Odolo, Provaglio d’Iseo, Santicolo e Vestone. Chi volesse documentarsi più dettagliatamente sulla storia della Sezione può trovare in biblioteca un’ampia documentazione nelle seguenti edizioni a cura della Sezione: Rivista “Adamello” Edizione speciale nei centovent’anni della Sezione (1994). • “Il Rifugio di Salarno” (2004) • “La Lobbia salvata” (2007) • “Vent’anni di storia” (GPE 2009) • “I Rifugi Coppellotti” (2010) • “I Rifugi Gavia e Berni” su “Adamello” n.108 • “Il “Garibaldi” su “Adamello” n. 106 • “Il Rifugio Bozzi” su “Adamello” n. 104 • “Il Rifugio Gnutti” su “Adamello” n. 112 • “Da Capanna Brescia al Rifugio Maria e Franco” (2014) • “Guida ai sentieri dell’Adamello” 1ª edizione (1976) • “Guida ai sentieri dell’Adamello” 2ª edizione (1981) • “I trekking bresciani” (1997) pag. 19 – Adamello 115 I 140 anni del CAI Brescia Storia dell’alpinismo bresciano Il film di Marco Preti Venerdì 14 marzo 2014, nell’auditorium del liceo scientifico Leonardo in città, di fronte ad un pubblico delle grandi occasioni, è stato presentato il DVD realizzato da Marco Preti intitolato “Compagni di Cordata” nel ricordo dei 140 anni del CAI Brescia e dei 100 anni della UOEI (Unione Operaia Escursionisti Italiani). Il DVD, una vera e propria “cordata”, ricorda anche altre associazioni alpinistiche e le loro attività svolte in questi anni: la Società Escursionisti Bresciani Ugolino Ugolini, il GGB (Gruppo Grotte Brescia), la Sezione di Brescia dell’Associazione Nazionale Alpini. Per l’occasione è stata anche allestita la mostra fotografica “Compagni di cordata”, una selezione di una sessantina di foto che ricordano imprese, luoghi e volti storici dell’alpinismo bresciano. L’interessante mostra, allestita in anteprima nell’atrio dell’auditorium del Leonardo la sera del 14 marzo, è rimasta poi aperta al pubblico fino alla fine di marzo nelle sale del Monte di Pietà Nuovo in piazza della Loggia. Compagni di Cordata: testo di introduzione al film Difficile descrivere il richiamo che la montagna esercita sui bresciani, da ormai 150 anni. Una passione travolgente, seria come una malattia, luminosa come un sogno. Una specie di interminabile poesia, abbozzata faticosamente nell’aria, con le mani, con gli scarponi, con gli sci. Uno sport severo, affascinante. Un gioco pericoloso, ma bellissimo. Un rapporto viscerale. Compenetrazione tra uomo e montagna, carne e roccia, sangue e aria. Un fascino impossibile da descrivere, e che si può comprendere solo andando per monti. Perché è solo attraverso la fatica corpo- rea, la sensazione latente di pericolo, la voglia di esplorare, di salire, che la mente riesce ad amare la Montagna, come fosse realmente il luogo mitico dell’ascesa: il trono degli dei. Ma l’Olimpo, si sa, non è luogo adatto agli uomini, così gli alpinisti, come tanti, mitologici Sisifo felici, sospingono ogni volta la loro passione in alto, in cima ai monti, rincuorati dal fatto che poi rotolerà a valle, e allora potranno spingerla in su, di nuovo. Ogni volta che vorranno, ogni volta che sentiranno il richiamo delle cime. Come descrivere a parole l’immensità di una montagna? O la gioia pura, cristallina, che si prova andando per monti, senza fretta, il cuore leggero? E che meraviglioso profumo ha la notte quando, risalito l’ultimo pozzo, riemergi dopo giorni dalle viscere della terra? Marco Preti presenta il film “Compagni di cordata” al folto pubblico presente in sala pag. 20 – Adamello 115 I 140 anni del CAI Brescia I responsabili delle associazioni alpinistiche bresciane Lasciarsi affascinare, come quando si era bambini. E tutto era enorme, le montagne altissime. Ma non per questo irraggiungibili. Per millenni le genti delle valli bresciane, dalla Val Dorizzo alla Val Salarno, guardarono alle montagne come a un luogo arcano, maledetto, pericoloso, soprannaturale. Fin quando, agli inizi del 1800, la nobiltà inglese si mise in testa di conquistare quelle alte e misteriose cime inviolate inventando un nuovo sport, esclusivo ed affascinante: l’alpinismo. Il premio? La semplice conquista della vetta. In mezzo: momenti a tratti esaltanti, altre volte crudeli. La nostra storia inizia nella sede del Comizio Agrario nel lontano luglio 1874. Il Club Alpino Italiano era stato fondato undici anni prima, a Torino, da Quintino Sella, ministro delle finanze del nuovo Regno d’Italia, quello della “tassa sul ma- Un particolare della mostra fotografica cinato”. Il motto del CAI lo scrisse il piemontese Guido Rey: “Perché credetti e credo la lotta coll’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede”. La Provincia, allora quotidiano di Brescia, in occasione dell’inaugurazione della sezione cittadina del Club Alpino Italiano, scriveva entusiasta: “È nata, finalmente, la sezione del Club Alpino, che farà capo a tutti i più attivi esploratori dei nostri monti ed i più esperti cultori delle scienze geologiche e geografiche. Per promuovere la conoscenza della montagna, tanto vantaggiosa, sia per le industrie, sia per la scienza e per l'arte, sia infine per l’igiene e il diletto”. I primi soci CAI Brescia sono: il prof. Giuseppe Ragazzoni, il cav. Gabriele Rosa, l’on Massimo Bonardi, uomo politico molto vicino all’allora primo ministro Zanardelli. Un mese più tardi si delibera lo statuto e si organizza la prima gita sociale: destinazione Collio Val Trompia, raggiungibile a piedi o in diligenza… Compagni di cordata: testo conclusivo del film Un’eredità di entusiasmo, ricerche, solidarietà lasciateci dai primi soci del CAI, della UOEI, dell’ANA, del GGB e dell’Ugolini. Loro contagiarono i nostri padri, che a loro volta quella magnifica malattia la passarono a noi, convinti che andar per monti fortificasse, rendesse più sicuri, più consapevoli, accrescesse la dimensione spirituale, fisica e culturale, nel rispetto della natura, educando innanzitutto al confronto con se stessi. Per creare nuovi uomini che sapessero montare sulle spalle dei loro padri per salire più in alto, per guardare più lontano, alla ricerca di un futuro migliore. Questa cordata, che lega tra loro generazioni di bresciani da quasi un secolo e mezzo, non può sciogliersi, deve continuare a vivere nelle generazioni bresciane del futuro, indicando ai più giovani, a quelli che se la sentono, ai più coraggiosi, la stessa strada intrapresa dai loro bisnonni: strada di montagna, irta, difficile, pericolosa, per questo “magnifica”. Una delle foto esposte alla mostra I TESTI SONO DI MARCO PRETI CHE È ANCHE LA VOCE NARRANTE DEL FILM Adamello 115 – pag. 21 I 140 anni del CAI Brescia Compagni di cordata di Manuel Bonomo ompagni di cordata. 150 anni di alpinismo bresciano”. Un film che nella serata di presentazione è stato capace di commuovere una sala gremita di “malati” di montagna. Ma che soprattutto sarà in grado di far conoscere a molti una storia grandiosa e magari (in parte) ignota, quella dell’amore invincibile che da oltre un secolo e mezzo (forse più?) lega i bresciani alle montagne. Non solo alle proprie – anche se è da casa che si parte – ma a quelle del globo tutto. Eppure, per qualcuno, la visione del film di Marco Preti è stata una gioia a metà. Seppure affascinati da foto e riprese spettacolari, da una narrazione calzante, una musica azzeccatissima e un montaggio di spessore, alcuni soci del C.A.I. di Brescia si sono infatti sentiti troppo poco chiamati in causa all’interno di una storia che li riguarda in prima persona, da protagonisti. Nel film sarebbe mancata la storia dei rifugi e dei bivacchi C.A.I. – a partire da quel rifugio Salarno sorto nel 1883 – e del ruolo di prim’ordine che essi hanno avuto nello sviluppo dell’alpinismo di casa nostra. Sarebbe mancata una storia adeguata della nostra Scuola di Alpinismo e il nome di “nostri” grandi alpinisti – Paolo Prudenzini, Gualtiero Laeng e Arrigo Giannantonj (col suo prezioso diario) per citarne alcuni – i quali hanno sudato e faticato non solo per salire pareti e percorrere ghiacciai, ma anche per costruire, alimentare e tenere vivi bivacchi e rifugi. Sarebbe mancato (almeno) un accenno alle spedizioni internazionali e ai progetti umanitari collegati. Insomma, nel film si sarebbe partiti bene con quella prima spedizione sociale del neonato C.A.I. Brescia a Collio Val Trompia (che ha strappato una risatina di “tenerezza” in sala), ma non si sarebbe poi dato abbastanza peso a quelle azioni, messe in atto dal C.A.I. anno dopo anno, fatica dopo fatica, che hanno contribuito a stimolare l’amore per i monti, per chi li abita, per la natura. Per la vita. Tutto vero: nel film non si è parlato di tutto questo. Ed è inutile negarlo. Però, approfondendo, saltano fuori anche i perché. Quelli veri, a freddo. Tanto per cominciare, due premesse. Quella del presidente Carlo Fasser: “Lo scopo del progetto era creare una ‘cordata’ fra le cinque associazioni bresciane (C.A.I., U.O.E.I., Ugolini, Alpini e Gruppo Grotte) e lavorare in sinergia, come mai avvenuto prima. E l’obiettivo è stato raggiunto”. A cui si aggiunge una premessa relativa allo strumento impiegato: un film è un’opera parziale, che non può parlare di tutto e che si plasma sulla base delle scelte estetiche e contenutistiche del regista. Tanto è vero che TUTTE e cinque le associazioni si sono sentite non sufficientemente rappresentate nel film, nonostante gli oltre novanta minuti a disposizione. Che paiono un’infinità. Fino a quando non ci si trova a doverli riempire con 150 anni di storia. Detto questo, una domanda: Marco Preti avrebbe potu- “C pag. 22 – Adamello 115 to bilanciare diversamente i contenuti, prendendo maggiormente in considerazione il C.A.I. di Brescia, che con questo film celebrava i propri 140 anni di vita? Risposta: poteva, ma non era tenuto a farlo. Sia perché l’iniziativa è stata proposta dalla U.O.E.I., sia perché un regista non può venir meno a se stesso (così che ci sta anche l’ampio spazio riservato a sé e ai famigliari), sia perché, a detta di Marco Preti stesso, relativamente a scuole e rifugi C.A.I. sarebbe mancato materiale storico e fotografico a sufficienza. Non solo. Per offrire una storia seria dei rifugi sarebbe servito un film ad essi dedicato, correndo il rischio di creare un film noioso, che avrebbe allontanato anziché affascinato i giovani, stimolandoli all’avventura zaino in spalla verso le cime (anziché limitarsi a gozzovigliare alle pendici). Sul fatto che Marco Preti abbia poi scelto la via più spettacolare per entusiasmarli – imprese estreme e tono epico – questa è un’altra storia ancora, che ci porterebbe fuori tema. In ogni caso, nel ricercare il materiale utile a realizzare il film, non sono venute fuori solo tante fotografie, ma un sacco di altra roba interessante. E non andrà perduta. Il C.A.I. – parole del Presidente – ha già deciso che per il 150° verrà realizzato un documentario dedicato esclusivamente alla propria storia. Ottima notizia. Ed è importante impegnarsi per non arrivare a fare le cose all’ultimo momento. Questa volta non ci sono scuse: abbiamo dieci anni di tempo! Storia 150° anniversario della prima salita all’Adamello: 1864 - 2014 a cura di Silvio Apostoli Al Presidente del CAI Brescia Alla Biblioteca della Sezione Ho il piacere di inviare un mio recente lavoro, eseguito negli spazi di tempo libero dalla cura dei miei malanni che, abbastanza dolorosi, non mi lasciano in pace. Nel ricordo del 150° anniversario (1864 - 2014) della prima salita all’Adamello da parte di Julius Payer, mi sono proposto di raccogliere quanto la letteratura ha prodotto nell’arco di un secolo su quell’evento: la prima salita dell’Adamello avvenuta il 15 settembre 1864. Commentarono la conquista il nostro Gualtiero Laeng, oltre a Payer stesso, con arguta relazione, estesa anche alle esplorazioni polari. Extra argomento ho completato con una relazione tolta dal Bollettino del 1875 della nostra Sezione dal titolo: “Brevi notizie sull’Adamello” del geologo A. Piatti. Per ultimo, da una “Illustrazione bresciana” del 1906 dove il dott. Arnaldo Gnaga (grande alpinista e poeta) illustra in dettaglio la traversata della parete nord-ovest con i travagliati tentativi del dott. Piero Arici che conquistò la cima il 28 agosto 1906. Di questo carteggio,veda la Sezione se utilizzarlo. Diversamente, potrà languire fra le vecchie carte, dove qualcosa di interessante sempre si trova. Brescia 28 febbraio 2014 circa metà percorso tra Pinzolo e Bedole) s’era dovuto fermare alquanto più in basso, colpito – sembra – dal mal di montagna. Una data veramente importante nella storia del gruppo montuoso che incorona di ghiacciai la parte settentrionale della nostra provincia, perché il Payer non doveva limitarsi qui a questa sua pur importante vittoria; ma con le sue sistematiche campagne alpinistiche del 1864 e del 1868 doveva poi diventare il vero esploratore e descrittore del massiccio Adamello - Presanella e del contermine, ed anche più vasto massiccio dell’Ortes - Cevedale. Prima del suo avvento, il nostro gruppo bresciano-trentino era appena stato sfiorato ai margini da alcuni studiosi di botanica e di geologia (a parte le obbligatorie visite dei topografi austriaci del 1854 e 1859); nel 1862, Antonio von Ruthner era montato da Vermiglio al Passo di Cercen (3.043m), intenzionato forse di salire alla Presanella; C. von Sonklar era riuscito a toccare la vetta della Lobbia Bassa (2.958m) il 9 agosto 1863, accompagnato da un Caturani (Carlo) forse parente di quello da cui si servì più tardi il Payer, poi il famoso irlandese Jonn Ball, appassionato botanico e ricercatore che, per scrivere una sua “Guida delle Alpi”, la L’interessante carteggio, per il quale ringraziamo l’instancabile ricercatore storico della nostra Sezione Silvio Apostoli, è depositato presso la Biblioteca a disposizione di chi vorrà prenderne visione. Da questa ricerca pubblichiamo l’articolo di Gualtiero Laeng tratto dal Giornale di Brescia del 15 settembre 1964. Cent’anni fa Giulio Payer conquistava l’Adamello Il dott. Gualtiero Laeng, l’illustre scopritore dei primi massi istoriati della Val Camonica, accademico del CAI, uno dei pionieri dello sci nel Bresciano, descrive in questo articolo la prima scalata assoluta dell’Adamello e la figura di Giulio Payer, che ne fu l’autore. Cent’anni fa, alle 11.15 del mattino, la vetta della massima montagna del bresciano, l’Adamello, veniva per la prima volta raggiunta da Giulio Payer accompagnato da Gerolamo Botteri e Giovanni Caturani, due alpigiani e cacciatori di camosci di Val Rendena; ch’è il terzo compagno, Luigi Fantoma, che pomposamente si qualificava “Re di Genova” (la vallata ov’egli possedeva una cascina presso la Ragada a Julius Payer nel 1866 pag. 23 – Adamello 115 Storia prima fra tutte le guide itinerarie del genere, aveva tra il 1853 e il 1866 attraversato la catena principale della grande corona di vette stendentesi da occidente ad oriente in ben 32 punti diversi e superato le diramazioni secondarie qualche centinaio di volte e che, per riconoscere almeno agli estremi anche il nostro Gruppo, dalla Rendena aveva raggiunto il 6 luglio 1863 il Passo di S. Valentino affacciandosi così alla valle di Fumo e nel luglio dell’anno successivo da Ponte di Legno si era portato al Passo del Pisgana (2.953m) a prendere visione dell’alta Val di Genova e della Vedretta del Mandrone con le vette circostanti. Un po’ più nutriti erano stati gli avvicendamenti del 1864. Wachtler e G. Fantoma toccano il Monte Venerocolo (ma probabilmente la Cima Venezia); Lorenz e Holler, botanici, visitano successivamente nell’agosto il Passo di Presena, quello di Gallinera e quello di Campo. Unica grande impresa alpinistica è in quest’anno quella compiuta dagli inglesi Douglas Freschfield, M. Beacroft, J. D. Walzer con la guida chamoniarda Fr. Devouassoud e il portatore Del Pero di Vermiglio con la conquista della Presanella il 25 agosto dello stesso anno. In sostanza dunque fino a questo momento il nostro Gruppo si può considerare “terra incognita” nel senso alpinistico. Ed incognita lo era praticamente anche al Payer, che ne aveva scoperto solo in lontananza il luccicare dei ghiacciai, in una sua salita (del 1862) al Monte Baldo; salita che gli aveva posto in corpo una voglia matta di avvicinarsi a quelle montagne; desiderio che egli si levò la prima volta inoltrandosi da solo, molto imprudentemente, nei primissimi giorni d’aprile del 1863 nella val di Genova, allora ricolma di neve e continuamente battuta da enormi valanghe per un lungo tratto. Da quella impresa il nostro tornò alla sua residenza di Verona (dov’egli era in guarnigione) completamente “stregato” (come riferirà egli stesso in un curioso “curriculum”... Il Payer, nato il 1° settembre 1841 a Schönau presso Teplitz, si era interamente dedicato alla carriera militare. Era appena poco più che decenne quando entrò nella Scuola dei Cadetti di Lobzowa presso Cracovia; nel 1857 passava all’Accademia Militare di Wiener - Neustadt e veniva quindi assegnato come luogotenente di 2ª classe al 30º Reggimento di Fanteria. Nella campagna del 1866 partecipava come luogotenente superiore alla battaglia di Custoza ed ottenne la Croce di guerra. Poco più tardi, considerate le sue qualità di disegnatore e cartografo, egli veniva aggregato all’Ufficio topografico militare di Vienna. Questa, in pochi tratti, la sua carriera, come ce la descrive il Lehner nell’introduzione al volume che raccoglie, ripubblicandole nel 1920, le relazioni del Payer stesso, dapprima apparse nelle “Mitteheilungen” del Petermann ma poi diventate ormai una rarità bibliografica. Tuttavia, prima della sua assegnazione all’Ufficio Topografico statale erano accadute parecchie cose importanti. Giulio Payer, dalla sua nuova guarnigione di Venezia dov’era passato, s’era già lanciato nel 1863 ad alte imprese alpine; negli Alti Tauri aveva attraversato il ghiacciaio di Pasterze, era poi salito al Gross Glokner per una difficile via e aveva toccato pure la vetta del Gran Veneziano ed ora si credeva pronto ad affrontare l’esplorazione dell’Adamello. Ma occorreva procurarsi i mezzi finanziari di cui difettava. Dopo aver tentato di vendere, purtroppo senza successo, alcuni disegni ed acquarelli di vedute alpine a delle riviste illustrate Adamello 115 – pag. 24 tedesche (l’alpinismo non era ancora di moda fra gli austriaci e l’offerta non interessava) il Payer, pur mortificato nei suoi sentimenti e nel suo orgoglio di montanaro, mostrò subito di quale stoffa era fatto. Con spartani sacrifici, di cui rivelerà solo più tardi la natura, si pone infatti a risparmiare sul suo stipendio di ufficiale, riesce ad accumulare 120 fiorini d’oro, e con questo prezioso tesoretto parte nel settembre 1864 verso la meta prefissa: l’esplorazione del settore trentino del Gruppo prescelto. Il giorno 4 compie una memorabile marcia di avvicinamento, attraversando da solo il Gruppo di Brenta da Molveno a Pinzolo superando la Bocca di Brenta; ma giunto a Pinzolo non rimane inattivo e prepara la sua organizzazione, cercando gli uomini che lo seguano e lo servano e acquistando le provviste di bocca per sé e per i suoi in quantità sufficiente per vari giorni. Ma guide e portatori nel vero senso della parola non esistono in quel luogo. E la prima difficoltà non si può superare se non rivolgendosi a malgari ed a cacciatori di orsi e di camosci, gli unici che conoscano un po’ la zona di azione. Prendiamo allora conoscenza di questi personaggi, che pure attraverso manchevolezze e difetti non piccoli diventeranno tuttavia i normali compagni (volenti o nolenti, in certi casi) di ascensioni del Payer. Il guardaboschi, certo Fidler, lo mette in contatto anzitutto con Gerolamo Botteri, proprietario di alcune cascine nella zona di val Genova e certamente uno dei migliori conoscitori delle vallate minori che vi fanno capo e che dovrebbe pertanto assumere le funzioni di guida. Il Botteri a sua volta si associa un bravo e giovane cacciatore ventiquattrenne, Giovanni Caturani (che in realtà si dimostrerà poi il più fedele ed audace collaboratore dell’iniziatore della spedizione) e, come faticone e portatore di eccezionale robustezza, un omaccione trentaduenne, Antonio Bertoldi, che per la sua selvatica presenza e per gli arruffati capelli s’è guadagnato l’appropriato nomignolo di “Orso”, e che è il donzello factotum di Malga Muta del Botteri in Val Genova. In complesso una triade assortita di forze, di conoscenze e di caratteri individuali. Quando costoro sono radunati nella malga, si fa l’esame dell’equipaggiamento e delle provviste. Fra queste ultime, nulla di eccezionale: è la solita lista delle vecchie escursioni, carne, pane, farina di granoturco, riso, pasta, vino, acquavite, caffè, zucchero. Meno bene vanno le faccende nel settore dell’equipaggiamento alpinistico, che risulta assolutamente elementare: quattro lunghi alpenstock, un paio di “grappelle” a 4 punte per camminare su ghiaccio; niente ascia o piccone per scalinare il ghiaccio stesso ove si fa ripido e specchiante, per quanto il Botteri avesse promesso di provvedervi (in suo luogo fa la comparsa una paletta di ferro, di quelle per lo zucchero!); di corda d’assicurazione manco l’idea e il Payer, annodando pazientemente vari spezzoni rintracciati nella malga di Botteri riesce a mettere insieme qualcosa di consimile e di dubbia resistenza che tuttavia misura, nel totale, circa 35 metri di sviluppo… Con tutto ciò il mattino dell’8 settembre la comitiva si poneva in marcia con meta l’Adamello. Risalita la valle di Folgorida, verso le 10 e mezzo giungeva al Passo delle Topette (2898m) donde si apriva il panorama sulla Vedretta della Lobbia e la catena divisoria dalla Vedretta del Mandrone, catena che naturalmente impediva di scorgere la meta finale. Mentre Payer si indugiava a disegnare ed a fare schizzi cartografici i suoi uomini si davano buon tempo ponendosi a Storia Veduta dal gruppo dell'Adamello ( da un disegno di Payer dipinto da Menzinger) cacciare. La sosta un po’ prolungata, poi la traversata del ghiacciaio, la risalita al Dosson di Genova (Punta Nord) e il passaggio per cresta al Passo della Lobbia Alta, benché avesse permesso di scorgere l’Adamello, persuase anche del fatto che, in giornata, quella montagna non si sarebbe potuta raggiungere. Erano infatti già passate le tre del pomeriggio. Verso le 5 si iniziò una discesa, piena di incidenti e di pericoli fra enormi crepacci lungo la linea di maggior pendenza, poi una traversata a sinistra (e Payer dovette trarre d’impiccio più volte i suoi uomini da pericolose situazioni) per raggiungere la morena e la conca del Mandrone, nel cui misero baitello la comitiva pervenne in piena oscurità alle 9 di sera. Il giorno seguente, 9 settembre, anziché muovere di nuovo verso l’Adamello, Payer preferì portarsi verso il Corno di Lagoscuro scalando da solo una anticima e ridiscendendone fra gravi pericoli (“non vorrei a nessun patto rifare una impresa simile”, scrive più tardi); scala ora la vera punta da un’altra parte giungendovi a mezzodì; ne ridiscende alla ricerca delle guide (il Botteri, rannicchiato fra la morena, gli dice: “abbiamo creduto che siate morto!”), rimonta alla Punta di Maroccaro col Botteri e l’Orso e vi si intrattiene lungamente per compiere il lavoro di rilievo dei ghiacciai e del Gruppo. Verso le 6 pomeridiane è calato a Bedole, dove si riconforta (finalmente) con polenta e latte. Alle 8.15 rientra a Malga Muta e il giorno successivo a Pinzolo, dove riposa due giorni. Il 12 e il 13 il tempo è piovoso; il che non impedisce di raggiungere Bedole il 14 successivo portando con sé anche il notissimo cacciatore di camosci, Luigi Fantoma (il “Re di Genova” proprietario della cascina della Ragada). Il 15 settembre è il giorno dell’attacco finale. L’ordine è: “Nessuno torni senza aver vinto l’Adamello”. Si parte da Bedole alle 3; alle 5.30 è già superato il gradino roccioso del Mandrone. Al montare sulla Vedretta del Mandrone si forma la cordata (Payer si è provveduto di una fune assolutamente nuova), ma più avanti, sembrando sicuro il cammino, la cordata si scioglie e la fune viene arrotolata. Guide e portatori si attardano mentre Payer affretta il suo procedere; incontra un nodo di crepacci ch’egli riesce a saltare, ma, come avvertimento per chi seguirà, scriverà sulla neve con la punta del suo alpenstok: “Senza corda, cattivo!”). Alle 7.30 è al piede del forte pendio di ghiaccio, ch’egli ritiene sia il fianco dell’Adamello; mezz’ora più tardi, trafelato e col cuore in tumulto, è in vetta all’altura. Tableau! Egli non si trova sull’Adamello, ma sul Corno Bianco (3356m) che finora gli ha nascosto la vetta suprema del Gruppo, da cui è separato da due valloncelli nevosi. Raggiunto dai suoi uomini, cala con essi nella conca successiva, dove essi si aggiustano alla meglio; poi con Giovanni Caturani dà l’assalto alla piramide dell’Adamello tenendosi presso la cresta che piomba in Val d’Avio (“bodenlose Abgrund wenige Fuss zu meiner rechten”1), scriverà nella sua palpitante descrizione della scalata e finalmente alle 11.15 può lanciare il grido di vittoria, guardando intorno all’immenso regno di vette prossime e di lontane catene fino ai limiti dell’orizzonte. La discesa fu compiuta obliquamente, fra neve e rocce, in direzione del Pian di Neve; poi lungo la traccia del mattino sul ghiacciaio e la morena alle 7.30 di sera tutta la comitiva era di nuovo radunata al Baito Mandrone. Il mattino appresso, di nuovo a Malga Muta. Lasciamo a questo punto la narrazione dell’impresa dell’Adamello. Ma occorrerebbe parlare ancora (cosa che faremo) dell’instancabilità del Payer e della sua sete di conoscenza, della sua salita alla Presanella, iniziata e compiuta il giorno immediatamente seguente a quella dell’Adamello. Ma poi (e questo è il miglior documento ch’egli potesse lasciare di sé e delle sue fortune) bisognerà far conoscere, oltre quanto operò nella sua seconda campagna del 1868, quel tratto “filosofico” che è pure il suo ritratto, che egli lasciò manoscritto al Rifugio Payer del Gruppo dell’Ortles e che fu ripubblicato con il suo titolo originale “Der Augenblich des Glüks” (Il momento della fortuna) nelle “Mittheilungen” del 1916 del Club tedesco-austriaco. Gualtiero Laeng 1 abisso senza fondo di qualche metro alla mia destra. pag. 25 – Adamello 115 Storia Julius Payer, alpinista e scrittore di Francesco Mazzocchi l nostro Socio Francesco Mazzocchi, architetto, da parecchi anni sta lavorando alla traduzione dal tedesco all’italiano di quanto Julius Payer, nato a Schönau in Boemia nel 1841 e morto nel 1915 a Veldes, scrisse sulla sua attività alpinistica. Ecco come Francesco Mazzocchi presenta il suo lavoro: I “Queste 150 pagine sono la traduzione del corpo principale di quanto Julius Payer scrisse sulla sua attività alpinistica. Per quanto importante, tanto da farlo considerare tra i più attivi pionieri dell’esplorazione delle Alpi, essa non fu molto lunga, poiché l’avventuroso allora ufficiale dell’esercito austriaco vi impegnò solo gli anni di gioventù, tra il ventunesimo ed il ventottesimo. Nei successivi anni ’70 egli avrebbe poi intrapreso la carriera d’esploratore polare, dove avrebbe raggiunto ancora maggior fama. Poi ancora, congedatosi dall’esercito, negli anni successivi fino alla morte, si dedicò alla pittura, e fu apprezzato pittore, soprattutto nella rappresentazione delle emozioni da lui raccolte nei suoi viaggi. Iniziata nel 1862 con escursioni nei gruppi prealpini dei Lessini e del Baldo, l’attività alpinistica di Payer continua con sempre più ambiziosi programmi nell’alta montagna l’anno dopo con la visita, in aprile, della val Genova ancora piena di neve, e poi, in settembre, con le ascensioni di Grossglockner, Grossvenediger ed Ahrnerkopf nel gruppo austriaco degli Alti Tauri. Ben presto, impostata su un’ottima cultura tecnicoscientifica acquisita nella prestigiosa accademia militare di Vienna e su un rigoroso e coraggioso carattere, prende l’impostazione scientifica dell’esplorazione e del rilievo metodico e completo dei gruppi montuosi che più l’avevano affascinato, l’Adamello - Presanella e l’Ortles. Porta a termine quest’impresa nel corso di cinque impegnative campagne effettuate tra il settembre 1864 e l’ottobre 1869. Risultato di questa sono le ascensioni e traversate (moltissime prime) di quasi tutte le cime e i passi dei gruppi, e le accurate e quanto mai interessanti relazioni qui tradotte, che furono allora pubblicate in cinque famosi supplementi delle “Petermann’s geographische Mittheilungen”, la prima, e prestigiosa, rivista geografica tedesca: n. 17 (1865): Die Adamello - Presanella - Alpen, relativo alla campagna del settembre 1864 nel gruppo Adamello Presanella, con base nella val Genova n. 18 (1867): Die Ortler - Alpen (Sulden Gebiet und Monte Cevedale), relativo alla campagna di fine agosto - inizio settembre 1865 nella zona settentrionale del gruppo dell’Ortles, con base a Solda n. 23 (1868): Die westlichen Ortler - Alpen (Trafoier GeAdamello 115 – pag. 26 biet), relativo alla campagna di settembre ed ottobre 1866 nella zona nord-occidentale del gruppo dell’Ortles, con base a Trafoi n. 27 (1869): Die südlichen Ortler - Alpen, relativo alla campagna del settembre 1867 nella zona meridionale del gruppo dell’Ortles, con base a Pejo n. 31 (1872): Die centralen Ortler - Alpen (Gebiete: Martell, Laas und Saent), nebst einem Anhange zu den Adamello - Presanella - Alpen, relativo alla campagna da fine giugno a metà agosto 1868 nella zona centrale del gruppo dell’Ortles, con base nella val Martello, ed alla successiva fino ad ottobre nel gruppo Adamello - Presanella, con base nella val Genova. Payer scrisse anche qualche altro articolo alpinistico (per la rivista di Petermann nel 1864 sulla salita del Grossglockner, e per l’annuario - Jahrbuch - dell’Oesterreichischer Alpenverein nel 1867, 1868 e 1869 su alcune salite nell’Ortles e sul- Storia La parete Nord dell'Adamello (dis. di E. T. Compton) la traversata della Bocca di Brenta che nel settembre 1864 aveva preceduto l’esplorazione dell’Adamello). Ma furono questi cinque importanti lavori che ne dimostrarono le capacità non solo di coraggioso e tenace esploratore ed alpinista, ma anche di metodico scienziato, soprattutto topografo, ed efficace espositore, e gli guadagnarono giustamente l’apprezzamento di geografi, alpinisti, nonché, inevitabile data l’epoca, militari. E furono pure questi a procurargli addirittura, nel 1868, una laurea honoris causa dall’Università di Halle, e soprattutto le credenziali per cui non solo fu invitato a partecipare alle spedizioni polari tedesche ed austriache del 1870 e 1871, ma gli fu affidata la guida della spedizione austroungarica del 1872. Questi lavori seguono tutti uno schema uniforme, che rispecchia la metodica concezione della rivista della società geografica di Petermann: la prima metà è dedicata agli aspetti scientifici, la seconda al resoconto delle imprese alpinistiche; completa ogni fascicolo una carta originale della zona trattata, rilevata dallo stesso Payer. La trattazione scientifica del gruppo montuoso comprende sempre orografia ed orometria, la descrizione della cartografia precedente e della toponomastica, la glaciologia e la geologia; la descrizione delle valli, che fin dal primo lavoro tratta clima, vegetazione, popolazione, diventa via via sempre più accurata occupandosi di alpeggi, caccia, e anche tradizioni ed appunti di storia. Questi lavori restarono accessibili soltanto in tedesco per oltre cent’anni, anche se figurano nelle bibliografie di tutte le opere alpinistiche, comprese le guide dei monti d’Italia del CAI-TCI. Anche se diversi alpinisti e studiosi d’alpinismo lessero i lavori originali di Payer e ne fecero traduzioni ad uso personale, non risulta siano mai state pubblicate traduzioni di questi lavori. Esistono sì alcuni titoli con indicazione dell’autore Julius Payer, e precisamente: “Caro Ortles”, di Luciano Viazzi (Persico, Cremona, 1997). Le traduzioni di Myriam Torneri contenute nel volume “SAT 1872 - 1982”, per il 110° anniversario della fondazione della SAT (Trento, 1984). Ma si tratta in realtà di traduzioni di una riduzione pubblicata in Germania nel 1920. Infatti, essendo da tempo andate esaurite le pubblicazioni originali di Payer, Wilhelm Lehner (alpinista e scrittore d’alpinismo) volle curarne una riedizione, ma seguendo suoi discutibili criteri volle limitarsi alle sole parti turistiche delle 5 monografie in questione, ignorando completamente le trattazioni scientifiche. Si permise inoltre di rivedere anche la stesura, che non trovava adeguata ai tempi, e di tagliare qua e là o di riassumere le descrizioni che gli parevano troppo lunghe e le dissertazioni che non gli sembravano più interessanti. In realtà non si possono apprezzare così molte pagine interessanti, oltre che l’autentico Payer”. Come si può capire da questa presentazione, è un lavoro davvero unico e importante quello che Francesco Mazzocchi sta portando a termine ed è emersa la proposta di pubblicarlo in occasione del 140° anniversario della nostra Sezione. La Redazione si augura che questa proposta possa davvero concretizzarsi in breve tempo! Adamello 115 – pag. 27 Storia 1871: la prima salita bresciana (e italiana) all’Adamello è guidata da un… generale austriaco! di Franco Ragni ette anni dopo l’impresa del tenente Payer, si verificò la prima salita italiana (anche bresciana) all’Adamello. In assoluto era la quarta salita, e rivestì più di un motivo d’interesse sia per come si era svolta che per la composizione dell’eterogenea comitiva. Ma si distinse anche per la sua “modernità”: non aveva infatti finalità di tipo scientifico o esplorativo, men che meno militare, ma era composta da “dilettanti” nel pieno senso del termine, mossi solo da curiosità e genuina passione per la montagna. Non erano personaggi famosi e nemmeno lo divennero; erano veri outsider nel mondo di quell’alpinismo ancora pionieristico e definibile come “intellettuale”, un po’ paludato. Il Club Alpino Italiano era nato nel 1863, quando ancora l’Adamello era marginale rispetto alle montagne di maggior valore simbolico sull’arco alpino più blasonato, quello piemontese-aostano; montagne sulle quali principalmente si era appuntato l’interesse degli “scopritori”, generalmente britannici con qualche eccezione dal mondo di cultura tedesca. Dal canto suo la Sezione di Brescia nacque nel 1874, quando l’Adamello datava la sua scoperta alpinistica a dieci anni prima. Premettiamo perciò una brevissima cronologia delle prime salite. Dopo l’esordio di Julius Payer il 15 settembre 1864 col rendenese Giovanni Catturani, la seconda salita seguì il 3 luglio 1865 ad opera di un bel quartetto britannico (Tuckett, Freshfield, Fox, Backouse) con le guide Devouassoud, di Chamonix, e Michel, di Grindelwald. Per la terza salita si S dovettero attendere gli svizzeri Siber-Gysi e Baltzer, con le guide Grass e Muller, il 29 luglio 1869 . La quarta fu la prima italiana (24 agosto 1871), concepita a Sarezzo in Valtrompia e capitanata paradossalmente dal generale austriaco Rodolfo Von Brehm, che alla bella età (soprattutto allora) di 68 anni mobilitò allo scopo i familiari e un consistente gruppo di amici bresciani1. Il generale era nativo di Klagenfurt (1806) ma, andato in pensione, risiedeva nel paese triumplino, avendo sposato una bresciana. Gli piaceva la montagna e aveva pensato bene di organizzare la salita all’ancora ostico e remoto Adamello con al seguito anche i due figli Rodolfo e Lodovico (quest’ultimo di soli 13 anni), che sapevano entrambi scrivere, disegnare e dipingere molto bene, soprattutto Lodovico al cui brillante resoconto riserviamo qua e là brevi stralci. Cominciamo subito, precisando che l’originale dello scritto era in possesso di Vittorio Martinelli, grande storico bresciano dell’Adamello e accademico del Gism, purtroppo mancato nel 20072. Scrive Lodovico: “… noi avevamo fissato già da lungo tempo come meta… il monte Adamello. Ma le notizie intorno ad esso erano così scarse che non si poteva definir bene da qual parte si dovesse ascenderlo. È ben vero che avevamo le relazioni e la carta di Payer e di Siber-Gisy, ma non bastavano; Payer non aveva visitato che la parte N-O del gruppo e noi non volevamo giungere sull’Adamello per la Valle di Genova; gli svizzeri erano bensì saliti per la Valle di Salarno ma Due pagine della relazione stesa nel 1874 da Lodovico Brehm, sulla base di appunti presi tre anni prima in occasione della salita all’Adamello Bella mappa a colori del Pian di Neve dell’Adamello disegnata dal giovanissimo Lodovico avevano sbagliato strada e a stento e con gran rischio erano potuti pervenire sul piano di neve dell’Adamello, per cui non volevamo noi pure errare a caso come avean fatto essi. Mercé l’aiuto del nostro amico ing. P. Natalini potemmo assicurarci una guida, l’Andrea Boldini di Saviore, che ci prometteva mari e monti, ma che ci fu di molto minor aiuto di quello che credevamo [ … ] la nostra comitiva si trovava così composta: mio Padre, il luogotenente Nessi, il maestro di ginnastica e scherma Pastori, mio fratello Rodolfo ed io. Essa venne poi accresciuta di un altro membro Francesco Ambrosoli, nipote di Nessi”. I nostri amici partono il 22 agosto da Sarezzo diretti a Iseo da dove prendono il battello per Lovere, per poi risalire in carrozza la Valcamonica fino a Cedegolo dove incontrano il Boldini che paradossalmente li “gela” dimostrandosi pessimista circa le possibilità di salita all’Adamello. Se non altro, però, ha un’eccellente conoscenza della val Salarno, fondamentale direttrice per l’accesso da sud a quel Pian di Neve che è anticamera della cima ambita. Si ingaggiano in serata due portatori, Domenico Conti e Pietro Brizio, oltre a un mulattiere, Battista Bassi, e il giorno dopo, di buon mattino, il gruppo si dirige al “piccolo e miserabile villaggio di Fresine”. Il giovane Lodovico descrive minuziosamente il carico del mulo e l’andamento della giornata: dopo Fresine si rimonta la val Salarno fino al lago omonimo oltre il quale, 200 metri più in alto, c’è la baita Salarno coi suoi mandriani (un “bel giovanotto” e due “sudici ragazzi”) che li ospitano per la notte. È un tugurio, in pratica, ma ciò non impedisce di dar fondo a parte delle provviste portate dal mulo per una non disprezzabile cena preparata dal mulattiere e dai portatori (polenta e minestra di riso arricchita dal brodo di ben sei polli). Lodovico aggiunge anche argutamente che non essendoci “carestia di vino” buon umore e ottimismo arrivano alle stelle (compreso il Boldini, si spera). Il giorno dopo, 24 agosto 1871, è quello fatidico: puntano faticosamente al passo Salarno, ma Boldini si ferma prima, dove finiscono le sue conoscenze e probabilmente nella sicurezza che anche il resto della brigata non ce la farà. Arrivati al passo provano l’emozione subitanea, impagabile, del grandioso pianoro di 430 ettari del Pian di Neve, dominato sullo sfondo dalla calotta dell’Adamello. Per inciso è un’emozione che si prova ancora oggi sbucando al passo Salarno, per affacciarsi senza preavviso sul Pian di Neve, dall’aspetto di enorme “scodella” riempita di ghiaccio (allora fino all’orlo e oltre; oggi parecchio di meno, ma fa ancora un certo effetto… ). Qui si fermano il generale, il piccolo Lodovico e Dome- nico Conti, che si accontentano di salire la Punta del Pian di Neve (che loro chiamano Monte Salarno). Gli altri proseguono lestamente sull’immenso pianoro innevato, forti di una dotazione di 24 metri di corda, una scure, un martello, tre litri di vino, pane e rhum. La salita sulla neve ghiacciata della pala terminale li costringe a lavorare di scure per gradinare e finalmente sono in vetta, alla quota “di 3547 metri, ovvero di 11250 piedi di Vienna o di 10967 piedi di Parigi”. Il racconto di questa parte di escursione è di Rodolfo, il maggiore dei due ragazzi Brehm. Ovvio l’entusiasmo, e poi viene la sollecita discesa. Poco dopo le 18, alla conclusione di 13 ore di movimento, la baita Salarno li accoglie tutti, letteralmente ustionati in viso e con gli occhi tumefatti. Per il ritorno, dopo essere scesi a Saviore, invece che imboccare comodamente la Valcamonica i nostri amici risalgono al lago d’Arno e al passo di Campo da dove scendono nella trentina val di Daone e poi a Pieve di Bono nelle Giudicarie. Qui la comitiva viene accolta trionfalmente: siamo in territorio imperiale, gli alpinisti sono italiani (il Nessi è anche ufficiale del Regio Esercito) ma c’è un generale di Sua Maestà Imperiale e Regia, e così, “intanto che si cenava, la banda musicale del paese… intonò per non far torto a nessuno la marcia di Radetzky e la fanfara reale” (cioè la “Marcia Reale”, allora inno nazionale italiano). Non può non destare ammirazione l’intraprendenza di una simile apparente “accozzaglia di dilettanti”. Può aver giovato una sorta di disciplina paramilitare ispirata dall’ex generale austro-ungarico? Fu comunque e veramente una bella impresa di gente speciale; speciale come lo era il giovanissimo Lodovico Brehm che trovò anche modo e tempo di schizzare quei monti imponenti, poi messi “in bella” a colori, enfatizzandone più del dovuto – è vero – lo slancio verso l’alto, ma dando segno della romantica attrazione che gli “spiriti eletti” provavano verso quel mondo segnato dalle altezze: quelle dei picchi rocciosi e nevosi, e quelle dei sentimenti. Sarebbe morto giovanissimo Lodovico, meno di quattro anni dopo, ma quell’Adamello gli era rimasto certamente nel cuore. 1 Nei resoconti finora pubblicati si usa citare il generale come Rodolfo di Brehm, ma dove il “di” costituisce una trasposizione del tedesco “Von”. È pure da notare che nei suoi disegni il giovane Lodovico, figlio del generale, si firma semplicemente Lodovico Brehm. 2 Chi scrive non ha trovato traccia del manoscritto originale, mentre una copia fa parte dello specifico “fondo” di materiale d’archivio ceduto dalla famiglia Martinelli al Museo della Guerra Bianca di Temù. Perdonabile ingenuità nel disegno di Lodovico Brehm che rappresenta il Pian di Neve e a destra un Adamello dal profilo “emotivamente” più slanciato che nella realtà. Storia Piedi sulla Thurwieser e testa sulla Luna di Franco Ragni ra meno di un mese sarà il 45° anniversario della “conquista della Luna”: domenica 20 luglio 1969. Pensavo a questo articolo per il 50°, ma ho già una certa età e non si sa mai… La foto è proprio di quel giorno, in cima alla Punta Thurwieser (3652m), il giornale che sto leggendo (per modo di dire, era una finta… ) è di venerdì 18, e me l’ero messo apposta nello zaino pensando proprio a una foto del genere. Peccato non aver preso il giorno prima, a Bormio, l’edizione di sabato, ma per fare scena andava bene anche quella che già avevo, tanto più che a quell’epoca “Il Giorno” aveva una prima pagina dalle vivaci titolazioni e soprattutto (primo fra i quotidiani) sfoggiava sempre almeno una foto a colori: la bella figura era assicurata! L’Aquila del titolo non era altro che il modulo Eagle, la capsula-astronave che l’Apollo 11 aveva lanciato nello spazio insieme all’equipaggio Armstrong, Aldrin e Collins, e che a propria volta avrebbe poi rilasciato il modulo lunare vero e proprio, il LEM (Lunar Excursion Module) per la discesa sul satellite. Eravamo Gino Vedovato, Franco Aliprandi, Angelo Pietta e il sottoscritto, partiti sabato mattina da Brescia con l’intenzione di fare la parete Nord della Thurwieser. L’anno prima Vedovato e chi scrive, insieme a un giovanissimo Gianni Pasinetti, avevamo già salito lo spigolo Est di quella bellissima montagna, e stavolta l’ambizione era maggiore. Proprio per quel fine settimana io ero anche stato corteggiato da Renato Floreancigh (lo conoscevo da pochissimo) per dare le prime pennellate sui sentieri dell’Adamello – le prime in assoluto di quell’impegnativo programma che ci avrebbe fatto lavorare anni e anni per il Sentiero 1 e la prima rete che gli faceva corona dal n. 11 al 47 – ma a parte il fatto che non ne avevo proprio voglia (poi ci avrei preso gusto), la Thurwieser aveva ben altro fascino. Avevamo preso accordi con il Confortola, gestore del “V Alpini”, perché ci caricasse a Bormio sulla sua Campagnola: niente appuntamento perché lui quel sabato avrebbe fatto la spola tra Bormio e il Baito del Pastore in val Zebrù. Nel posto convenuto attendemmo, ma il Confortola tardava e nell’attesa confezionammo una filastrocca: “Confortola, Confortola, ma perché non fai la spola? Se la spola non farai… ” (il seguito non è riferibile). Poi arrivò, tutto andò liscio e alla fine fummo al rifugio. Era il 19 luglio e mentre questo succedeva i tre astronauti riposavano all’interno dell’Eagle che ormai era in prossimità della Luna; furono svegliati dopo nove ore di sonno alle 12.30 (ora italiana) e si apprestarono a tutte le operazioni per immettersi finalmente in orbita lunare e alle 18.30 la capsula iniziava a girare attorno alla Luna, mentre noi più banalmente ci apprestavamo alla cena in rifugio. T pag. 30 – Adamello 115 20 luglio 1969: in vetta alla Punta Thurwieser il giorno della “conquista della Luna” Là, in cielo, seguirono altre fasi, soprattutto di studio della superficie di allunaggio, poi il leggero pasto, altro lavoro e alle ore 4.30 del 20 luglio gli astronauti ripresero sonno, l’ultimo prima delle ore più decisive dell’impresa; e mentre loro si appisolavano noi, dopo una sveglia precoce, eravamo già in moto sulla vedretta dello Zebrù e rimontavamo il ripido scivolo che difendeva il passo Thurwieser, alla destra della Punta. Al passo vedemmo la nostra parete, dall’aspetto poco invitante a causa della semioscurità e del risalto che ne derivava ai numerosi affioramenti rocciosi che ne costellavano la metà superiore, e rapidamente scendemmo per portarci alla base della “nostra” salita. Intanto gli astronauti inanellavano orbite lunari e dormivano, dimostrando ammirevole controllo dei propri nervi considerato l’impegno che li attendeva, con un livello di rischio agghiacciante. Legati in due cordate di due, noi salivamo la sempre più ripida parete confortati dalla bella presa che facevano le punte dei ramponi sullo spessore di neve ghiacciata ma, man mano che la pendenza aumentava, lo spessore diminuiva e perciò cominciammo a gradinare sul ghiaccio sottostante, consistente ma non durissimo; ogni tanto un chiodo da ghiaccio, e via così. Poi inaspettatamente il fondo cambiò: una sottilissima crosta di neve gelata nascondeva uno spessore altissimo di neve farinosa, inconsistente, e solo in profondità si avvertiva la superficie ghiacciata. Cominciammo ad andare come i gamberi, si progrediva a fatica, i tempi si allungavano e non avevamo alcuna voglia di farci cogliere dalle ore più calde ancora alle prese con la La Punta Thurwieser, 3.652 m, nel Gruppo dell’Ortles, vista dal “Piccolo Zebrù”. Lo spigolo est è quello di destra. La nord è sul rovescio parete. Finimmo per tirare una conclusione ragionevole: deviare a sinistra e andare a prendere lo spigolo Est. A 380.000 chilometri di distanza gli astronauti dormivano, ignari della nostra resa, peraltro onorevole: avevamo sì mancato la Nord, ma la salita era comunque non banale e col conforto di un tempo meteorologico eccezionalmente bello. Presa la cresta dello spigolo arrivammo agevolmente sulla vetta, così esile che ci poté ospitare solo uno per volta. Ci ritirammo pochi metri sotto e fu lì che tirai fuori il giornale dallo zaino e chiesi una fotografia mentre facevo finta di leggerlo, come se fossi su una panchina dei giardini pubblici. Voleva essere il mio omaggio all’impresa lunare. Questi, proprio in quelle ore e dopo essere stati svegliati (10 del mattino, sempre ora italiana), si apprestavano agli ultimi adempimenti prima della discesa sulla Luna, mentre noi – a nostra volta – ci apprestavamo alla più agevole discesa dalla vetta verso la vedretta e il rifugio. Alle 14, all’interno dell’Eagle, i tre esploratori spaziali fecero colazione e press’a poco a quell’ora anche noi eravamo alle prese col pasto preparatoci dai Confortola, certamente meno austero di quello “spaziale”. Il ritorno fu senza storia: discesa tranquilla fino alla piazzuola della Campagnola con il Confortola che così ci scarrozzò fino a Bormio. E nel frattempo Armstrong e Aldrin, tra le 15.30 e le 16 si trasferivano nel LEM lasciando Collins sulla capsula-madre, l’Eagle. Alle 16.22 chiudevano il portello, distendevano le “zampe” del modulo e alle 19.48 finalmente si staccavano per iniziare la discesa sul suolo lunare mentre noi, arrivati a Brescia, dimenticavamo Thurwieser, V Alpini, Confortola, parete Nord e spigolo Est, per essere partecipi di un evento storico fruibile “in diretta”. La bella e aguzza cima calcata in mattinata passava in secondo piano perché tutto il mondo – noi con esso – era appeso ai notiziari “lunari”. Ce la faranno? Ce la fecero e alle ore 22.17’.51” le zampe del LEM erano stabili sul Mare della Tranquillità. Il ritardo complessivo di tutta l’operazione, dalla partenza sulla Terra, era stato di 39 secondi. Strabiliante. Tirai anch’io un sospiro di sollievo. Ho fatto bene a farmi fare quella foto. Fu un grande giorno per tutti, ma soprattutto per me: avevo i piedi sulla Thurwieser e la testa sulla Luna, nientemeno! Adamello 115 – pag. 31 Ricordo Gianni Bledig... Il Signore delle vette chiama ogni essere vivente e lo porta con sé per un lungo cammino faticoso in cima alla montagna più alta del mondo. Spiega a tutti le scelte della propria vita buone o cattive, sagge o poco sagge, belle o brutte, ma dice: “l'importante è essere sereni”. Tu, caro zio Gianni, per raggiungere questa montagna hai lottato senza un lamento senza una pretesa pensando al bene degli altri, non ti tiravi mai indietro, eri di poche parole ma quelle poche erano vere. Durante gli ultimi giorni della tua malattia nascondevi il tuo dolore per non farci soffrire di più e noi, prendendoti per mano, ti abbiamo accompagnato sul sentiero più doloroso della vita senza lasciarti mai solo. Hai desiderato essere nella tua casa, tu ci hai chiamato Angeli e hai detto “grazie per tutto quello che fate per me”. Ora ti diciamo noi grazie per averci insegnato ad essere umili e servizievoli e il bene che hai seminato resti per noi il dono più grande. La tua Famiglia Siamo tutti molto tristi, il nostro caro amico Gianni Bledig ci ha lasciato, in silenzio, senza dare disturbo, come è sempre stato suo costume. Eravamo in molti il 10 febbraio scorso a salutare Gianni, familiari, amiche ed amici, tutti attorno a lui. Questa volta non aveva zaini sulle spalle ma era lui che veniva portato sulle spalle da quattro amici: Bruno, Paolo, Osvaldo, Giorgio ed era come se a portarlo fuori dalla chiesa fossimo stati tutti noi in segno di grande affetto e riconoscenza. Affetto, amicizia, riconoscenza, non sono solo parole scritte ma sentimenti veri a lui rivolti perché tante, tante sono le persone che serbano nel cuore ricordi belli di momenti, di giornate vissuti in compagnia di Gianni. I pensieri, scritti a nome di tutti noi da Michelangelo, sono il saluto a Gianni che Osvaldo ha letto in chiesa, anche Santina con le sue “preghiere dei fedeli” ed Elena, con le sue riflessioni a nome delle donne GPE, e tutti noi in silenzio ad ascoltare, qualche lacrima scendeva, non si poteva trattenere, con tristezza sì, ma non con angoscia perché lui per primo ci ha insegnato a stare sereni e fiduciosi e accogliere la vita così come è. E poi gli amici del coro Ugolini - CAI con le loro voci melodiose hanno abbracciato Gianni, portandoci tutti lassù, sulle alte cime… Caro Gianni, ti ringraziamo per la grande amicizia che c’è stata fra di noi, per tutte le volte che ci sei stato vicino, ci hai aiutato a superare tratti difficili, ci hai portato lo zaino quando non ce la facevamo più: bastava la tua presenza per darci sicurezza e continuare fino alla meta. E poi, arrivato su, ti gustavi una meritata e fresca birra! Vogliamo ricordarti così, ti porteremo sempre nei nostri cuori sui sentieri, sulle cime delle nostre amate montagne. Cammina, prendi la tua bicicletta e attraversa tutti i cieli, il tuo grande viaggio è iniziato e chissà, forse incontrerai Marco e berrete ancora una birra insieme! Ciao Gabriella Bignotti In Exitu Gianni Bledig - Vita… Passaggio… Vita… Il circuito vitale continua e non si interrompe, nati poi si rinasce ancora altre volte, dove e come fa parte della scoperta nel percorso. Credenti o non credenti, se siamo stati ‘credibili’ condividiamo il Mistero. Ciao caro Gianni, abbiamo deciso di scriverti proprio per sottolineare questa convinzione della continuità. Le tue laterali e silenziose presenze, l’esserci con il tuo sorriso accennato, l’indicazione, il consiglio, ci mancheranno ma non troppo. Non troppo, perché sappiamo che tu ci sarai sempre con noi, non salterai più neanche un’escursione, accompagnatore andato avanti a guidare chi già ci ha preceduto. Siamo tristi ma non angosciati, i passi e le pedalate sui sentieri e le strade condivise ci hanno parlato di amicizia, vicinanza, piccole fatiche nella consapevolezza dello star bene insieme. Ti raccomandiamo, in cielo, metti i segnavia nei posti giusti, come tu sai fare, perché tanto ci ritroveremo, non conosciamo né il giorno né l’ora ma ci ritroveremo. Lo sappiamo, separarsi è difficile ma le lacrime che fecondano la vita sono quelle che consolano, danno pace, nel ricordo delle cose belle vissute insieme. Un abbraccio, Gianni, da tutti i tuoi amici del G.P.E. Buon cammino… Michele Ventura Per tutte noi seniores del Club Alpino Italiano eri il folletto dallo sguardo sorridente. Nelle molte escursioni che abbiamo fatte in questi anni, sapevamo che nei punti più impervi della montagna ci saresti stato tu, a tenderci la mano, per renderci il passaggio più agevole e sicuro. Senza farlo pesare, hai reso la montagna più facile a tutte noi. Eri di poche, ma significative parole. Anche nelle gite in bicicletta, eri sempre presente e attento, come quando, l’autunno scorso, mentre scendevamo dal passo della Cisa, mi raggiungesti, raccomandando: “Non frenare, perché se si scaldano i freni è peggio!” Ci mancherà la tua presenza discreta e rassicurante, ma siamo sicure che nei pascoli del cielo, che immagino tanto simili alle valli del Natisone, dove sei nato, incontrerai tante altre persone a cui tendere la mano. Grazie Gianni, e grazie anche a tua moglie e ai tuoi familiari, che han condiviso con noi la tua gentilezza e disponibilità. A loro vanno il nostro affetto sincero e le nostre condoglianze. Elena Rossi Adamello 115 – pag. 32 Ricordo Ciao Gianni, uno dei tuoi desideri era di tornare con me sulla Cima Plem, lo avevi manifestato più volte, ma non l’ho capito in tempo. Era novembre dell’87 quando salimmo sulla vetta per la prima volta io e te, e in quell’occasione tu mi facesti notare che, a differenza di altre cime, qui non esisteva una semplice croce o comunque un segno dell’uomo. Passò qualche settimana e durante un’escursione mi proponesti di portare lassù una piccola croce con campanella che tu stesso facesti costruire. Era molto semplice: sul davanti una targhetta con le tue iniziali e la scritta “Signore proteggi tutti”. Nell’estate successiva organizzammo tutto, coinvolgendo altri tre amici che ci avrebbero accompagnati. Fu un’escursione memorabile che resterà per sempre nella mia mente. In seguito ci salimmo più volte, accompagnando tra l’altro, in una gita del CAI, una bella comitiva. Quest’estate ti prometto che tornerò sulla Plem, la tua Cima, per venire a salutarti, ma non ci saranno più la tua sicurezza, le tue risate quando mi facevi qualche scherzo o la tua simpatica allegria, ma solamente profonda tristezza. Ora che sei lassù, sono io, Gianni, a chiederti di proteggere tutti noi, in modo particolare la tua famiglia e la tua Gigliola. Grazie Gianni, è stato davvero un immenso piacere e una preziosa scuola di montagna percorrere un pezzo di strada al tuo fianco. Matteo, Ivana, Giovanni e tutti gli amici del CAI Il ricordo di un amico Ho ritrovato ultimamente, mentre sistemavo le foto raccolte in tanti anni di escursioni in montagna, questa che mi ritrae in una gita di sci-alpinismo al CAI di Brescia. Era una domenica di maggio del 1987. Come meta: cima Sesvenna (3307 m) in alta Val Venosta. La ricordo come una delle gite più belle e la più vissuta proprio con Gianni, conosciuto molto prima (nel 1974) frequentando il CAI. Mentre stavamo raggiungendo la cima mi disse: “Se vieni con me facciamo un itinerario diverso da quello fatto in salita: è più lungo ma più bello”. Ci pensai un attimo e poi accettai. È stata un’avventura faticosa e interminabile, ma meravigliosa e di una emozione così intensa che, a distanza di 27 anni, l’ho ancora nelle gambe, negli occhi, nel cuore. Scriveva Goethe che le montagne sono maestre severe che generano discepoli silenziosi. Gianni è stato un discepolo prima e maestro poi silenzioso e severo ma sempre attento, presente e pronto a dare una Adamello 115 – pag. 33 Ricordo mano all’ultimo e a chiunque ne avesse avuto bisogno lungo il cammino. Ci ha insegnato che l’andare a piedi è un percorso che fa pensare e appassionare, è un’esperienza ricca di emozioni. Che il camminare non è uno sport per gareggiare o arrivare primi, bensì l’opportunità per stare insieme e contemplare lo spettacolo delle bellezze della natura e della sua misticità. Gianni ha saputo essere essenziale, sobrio, semplice nella vita così come nel continuare, con forza e dignità, il suo cammino, divenuto più faticoso e doloroso per la malattia, per raggiungere silenziosamente la cima più alta: quella dove è ritornato a godere dell’intensità del cielo e della forza del paesaggio. Ricordiamolo così! Ciao Gianni e grazie per le avventure vissute insieme, ma grazie soprattutto per la tua silenziosa amicizia nata proprio in montagna, maestra e palestra di vita. Luciano Santandrea Piz Sesvenna (3.307 m) maggio 1987 i l a s a C o d r a c c o r B o c i m A ’ l l e d o d r o c Ri capolinea di gli ultimi tempi, al a dire ne e lui stesso solev Broccardo, com ea lin po ca al o È giunt evole dei doni neamente, consap ra po em nt co a . m costruttivo pre se stesso, io di essere sem Ha avuto il coragg to er . ontri. sivo, tollerante, ap i meravigliosi inc ro per lui. ricevuti, compren a vita ricca di molt un re ur i monti contasse nd o, or co di lav il na ia, rtu igl fo m la fa o la ut Ha av i, importanti re quanto per anni molteplic potuto apprezza do o en nn olg ha sv I ici CA am l de Tutti gli dedicato ai rifugi mpetenza abbia Quanta opera e co eghiera di rinper la vita e la pr e or m l’a to ta en m incarichi. cime ha ali n le sue splendide E la montagna co ato all’inconlla. be sempre l’ha chiam per ogni cosa di re to ico m ea Cr l’A al do to an graziamen omi”. di un amico e qu ha risposto “Ecc to alla chiamata rdo era pronto e ca oc Era sempre pron Br lare appog, vo so or ivo sc disse: mi sent del febbraio ino tte rv no Ce lla l ne de ti ivo on tro definit sciate sui m e ultime, recenti, Dopo una delle su gli augurano di ti, lo ricordano e on m i de e o. nt ion ss ve giato al ndiviso la pa e tanto hanno co Così gli amici, ch mmaruga Luciana Levi So lo. vo il e continuar oe pre coerente, ferm un percorso sem Ricordo Federico Bertoglio Con Federico ho sempre avuto in comune l’amore per la montagna. Per molti anni siamo stati vicini di casa in Val Rendena e da lì abbiamo fatto molte delle gite classiche della zona (i Gruppi del Brenta e dell’Adamello), ma anche escursioni in luoghi meno conosciuti e frequentati (come il Lago di Vedretta, sopra i Laghi di Cornisello oppure il Passo del Forcellino e la Val Germenaga, sopra Caderzone), che ho scoperto grazie a lui. Così sono stato molto felice quando è entrato anche lui a far parte del Gruppo del G.P.E. del giovedì. Per molti anni titolare di un avviato studio di ingegneria a Brescia, Federico si stava godendo da poco più di un anno la meritata pensione e ora, finalmente, aveva più tempo da dedicare alle cose che amava di più: la montagna, i libri, l’archeologia, l’architettura… Nel Gruppo del GPE Federico è entrato con la discrezione e la delicatezza che lo contraddistinguevano, ma non ha tardato a farsi apprezzare da tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui. Chi gli era accanto durante le salite aveva a che fare con un piacevole conversatore, con una persona che era in grado di parlarti con competenza delle peculiarità e delle caratteristiche di una chiesetta, di un cimitero di guerra o di un vecchio palazzo trovato lungo il cammino. E quando parlava di libri, architettura o archeologia, Federico ti trasmetteva il suo entusiasmo e il suo sapere senza farlo cadere dall’alto, ma, al contrario, con semplicità e naturalezza. Sapeva essere colto senza essere serioso: quando occorreva, era in grado di stupirti con storielle divertenti e spiritose. Ma soprattutto, tutti quelli che lo hanno conosciuto ne hanno ammirato lo stile, la gentilezza e la grande disponibilità ad ascoltare. Ancora oggi, quando lo ricordo con le persone del G.P.E., tutte non possono fare a meno di sottolinearne l’educazione, la cortesia, la curiosità intellettuale: come non voler bene a un uomo come lui? Per Federico le gite del G.P.E. sono state TUTTE belle. La maggior parte dei luoghi che abbiamo visitato erano nuovi per lui e, perciò, si studiava le gite su internet e sulle mappe prima di partire. E trovava sempre modo di entusiasmarsi: non solo per i meravigliosi panorami della Val di Fassa o dell’Alpe di Siusi, che difficilmente possono lasciare qualcuno indifferente, ma anche per la inaspettata scoperta di un monastero in Valcamonica, per la vista di un vecchio fienile o, ancora, per una piacevole tavolata, improvvisata su invito dei gentili proprietari di un cascinale nelle colline piacentine… Quando si parla di Federico, però, non si deve pensare che fosse un uomo perfetto. Aveva anche lui, come tutti, dei difetti. Uno, in particolare, era particolarmente grave (almeno ai miei occhi di interista). Eh sì, perché era un convinto tifoso della Juventus. Tanto convinto da trasmettere il virus prima a suo figlio Stefano e poi al nipote Matteo. Di Matteo si dice che le prime parole pronunciate non siano state “mamma papà”, ma “forza Juve”. Però, per farsi perdonare, faceva, come me, il tifo anche per il nostro Brescia. Così, con lui ho condiviso l’abbonamento al Rigamonti nell’anno del grande Baggio e di Guardiola. E con lui e le nostre mogli abbiamo convissuto per molti anni tanti momenti felici: le vacanze in Calabria, in Croazia, in Andalusia... E poi ci hanno unito le cene mensili e le gite annuali in tutta Italia con il nostro gruppo storico di amici. Io curavo la parte logistica, mentre Federico e sua moglie Annamaria (per noi, affettuosamente, l’Ingegnere e la Profe) seguivano l’aspetto culturale della gita: le visite ai musei, alle chiese, ecc… Federico e Annamaria si sono conosciuti e innamorati sui banchi del liceo e hanno vissuto in simbiosi per mezzo secolo, accomunati dalle stesse passioni per gli Etruschi, l’Archeologia, i libri. Il loro amore, ne sono sicuro, continua oggi come allora, più forte dei limiti che la nostra condizione mortale c’impone. A Federico, fra i tanti, mi legherà per sempre il ricordo della sua ultima gita in montagna con il nostro Gruppo. Era il 13 giugno del 2013 e dalla Val Venegia siamo saliti sulla Cima Castellazzo a vedere il monumento del Cristo Pensante, con un panorama sulle Pale di San Martino parzialmente innevate. Sono sicuro che quella vista fantastica e toccante lo ha accompagnato e confortato nei mesi della malattia che lo ha colpito improvvisamente pochi giorni dopo. Federico, fino all’ultimo momento, ha lottato con coraggio, prefiggendosi, anche, di riprendere le nostre amate gite. L’ultima volta che l’ho visto, pochi giorni prima della sua scomparsa, mi ha detto di fargli un favore: prendergli la tessera del CAI per il 2014, perché lui sarebbe tornato con noi. Ma Federico ora non ha più bisogno di tessere: può raggiungere tutte le vette che vuole e ammirarle con gli occhi di una vita nuova e piena, aperta a sterminati orizzonti che quaggiù ci sono preclusi. Sono certo che ora Federico ha potuto conoscere il “re della Val di Genova”, Federico Luigi Fantóma, nato a Strembo nel 1819 e che gli avrà chiesto se davvero abbia ucciso, come si racconta, più di 50 orsi. E che, finalmente, sarà riuscito a chiarire il mistero delle tavolette enigmatiche conservate presso l’amato Museo Archeologico di Cavriana. Renato Faita Adamello 115 – pag. 35 Ambiente Ghiacciai della Lombardia quale il loro futuro di Roberto Boniotti unedì 10 Febbraio presso il Museo di Scienze Naturali di Via Ozanam a Brescia si è svolta la conferenza dal tema “Ghiacciai della Lombardia, quale il loro futuro”. Un viaggio, attraverso immagini impressionanti, per fare conoscere l’evoluzione, o meglio, l’involuzione subita dai ghiacciai della Lombardia, con particolare riferimento ai ghiacciai dell’Adamello, dalla fine dell’800 ai giorni nostri. Quello che accade ai nostri ghiacciai, d’altronde, è in linea con quanto accade non solo nelle Alpi ma nel mondo intero. Da vent’anni a questa parte l’aumento della temperatura ha portato i ghiacciai ad una spaventosa recessione. Solo un grado e qualche decimo, parrebbe poco, ma basta, se si pensa che 20.000 anni fa con solo di 6 gradi la temperatura più bassa sulla terra, il ghiacciaio della Valcamonica arrivava fino alle torbiere di Iseo. Le cause di questo innalzamento di temperatura sono senza dubbio molteplici ed interagiscono l’un l’altra vicendevolmente, ma è oramai accertato che l’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, causato dall’attività umana, svolge un ruolo decisamente importante. L pag. 36 – Adamello 115 Ecco il perché di questa conferenza: sensibilizzare ognuno di noi sull’importanza dei nostri singoli comportamenti quali concausa di questa evoluzione. Solo attraverso una corretta informazione ed una sua divulgazione, una presa di coscienza, un’adeguata sobrietà nell’uso delle risorse del nostro pianeta potremo tentare di invertire questa tendenza, ammesso che non sia già troppo tardi. Questo d’altronde è uno dei primari principi costituzionali della nostra associazione e di tutti i soci che vi aderiscono. A fianco della conferenza inoltre è stato possibile assistere ad una testimonianza fotografica di raffronto dei ghiacciai della Lombardia e del Trentino, grazie ad una esemplificativa galleria di immagini messaci a disposizione dal Museo di Scienze Naturali di Trento. Le sezioni e sottosezioni della nostra provincia potranno anch’esse avvalersene per delle mostre temporanee qualora ne facessero richiesta. La conferenza è stata presentata da Riccardo Scotti, ricercatore dell’Università Bicocca di Milano, esperto in glaciologia e permafrost e volontario del Servizio Glaciologico Lombardo. Insieme ad un team di volontari Riccardo si occupa del monitoraggio dei principali ghiacciai della Lombardia, attraverso un paziente e costante lavoro. Ricordiamo che se qualcuno fosse interessato al progetto può partecipare al monitoraggio sul campo con gli esperti del Servizio Glaciologico Lombardo e può contattare la segreteria della nostra sezione di Brescia. Etica dell’Alpinismo Mica siamo in Canada qui di Roberto Boniotti ro curioso, sì, di vedere finalmente anche a Brescia il Banff Mountain Film Festival: anche perché a Banff ci sono stato diverse volte e l’idea magari di rivederne alcune immagini mi solleticava non poco. A dir la verità sono uscito da quella sala un po’ più vuoto di quando ci ero entrato e man mano che mi dirigevo verso casa quel senso di disagio mi cresceva dentro, sì, non so come spiegare, un senso di vuoto. Belle le immagini, sì, ma sempre lì a raccontare se stessi, ma come siamo bravi, ma come siamo unici e tecnologici. Certi filmati mi ricordavano i racconti di Proust o di Huysmans o di Oscar Wilde, così concentrati nell’auto osservazione di sé. Ancora di più mi ha colpito il resoconto dell’“attacco” a Moro e Steck da parte di un gruppo di Sherpa. Resoconto riportato, anche dai principali media del Web, con una superficialità preoccupante. Tutti resoconti concentrati sull’enormità del fatto e sulla necessità di sicurezza (ancora una volta) per gli occidentali. Nessuno, dico, nessuno che si sia soffermato a denunciare le condizioni di lavoro cui questi uomini (sì, gli Sherpa sono uomini) devono sottostare e la paga da fame che ricevono rispetto ai E Dal sito www.banff.it rischi che corrono. Pare che la lite sia scoppiata a causa di una frase che Moro ha pronunciato in lingua Sherpa all’indirizzo di uno di loro (del tipo “figlio di p…”) senza rendersi conto che questa frase, che per noi non ha un significato particolarmente pesante, ha invece per uno Sherpa un significato di impatto devastante per la propria cultura. Ma ancora una volta si è preferito prendere come esagerata la reazione degli Sherpa, giudicando, ancora una volta, con gli occhi dei coloni. Il problema tuttavia è presto risolto, Steck torna a casa, gli Sherpa facinorosi allontanati e Moro che riprende l’elicottero. Così le spedizioni commerciali continuano a portare ricchi signori sul tetto del mondo. Il colonialismo è un atteggiamento duro a morire. Perché solo pochi denunciano lo stravolgimento sociale che le spedizioni commerciali ed i trekking organizzati hanno portato in quei luoghi, mentre i principali siti e riviste parlano solo delle roboanti e mitiche imprese di evoluti superuomini? È un male comune, mi direte: è successo anche da noi, lo spopolamento della montagna e la trasformazione di certe aree in parchi di divertimento, è l’evoluzione… Ma davvero dobbiamo rassegnarci a questo piattume? Ma perché mi devo rassegnare a un alpinismo che insegue se stesso, il numero delle vie che si fanno in un anno, di che grado, e quanti metri di dislivello e tanta polvere, polvere, polvere e tanto correre, correre, correre, perché ho poco tempo, e prima o poi devo morire, e poi ogni lasciata è persa, perché l’han fatta tutti, perché se no io chi sono… Ma ce lo ricordiamo il piacere? Ce lo ricordiamo di come è fatta la montagna? Lo ricordiamo il rispetto che le dobbiamo e che dobbiamo a chi verrà dopo di noi? Le gare, le corse, i raduni, di giorno, di notte, con le ciaspole, con gli sci, a piedi nudi e gambe in spalla, sono tutte esternalizzazioni, prolungamenti del nostro io, io, io dovunque mi trovi. Che ne è stato della montagna da ascoltare, nel respiro del vento, dell’assordante spumeggiare dei torrenti fra le pietre, del freddo, mamma che freddo, che punge la pelle e non sento più le dita, delle stelle che sì, lassù esistono ancora, col loro tremore, dei tuoni che ti rotolano sulla testa, nessuno ne parla più. È lo specchio dei tempi direte, dove l’economia prevale sull’uomo ed il fare e sembrare ha la meglio sull’essere. Pensiamoci. Storie di vita La vita può riservare gioie e dolori di Italo Bazzani a vita può riservare gioie e dolori. I più fortunati possono arrivare alla vecchiaia ancora in buona salute e con una forza d’animo veramente invidiabile. Quando invece, come nel caso mio, ti arriva addosso una di quelle malattie che ti fanno rabbrividire solo a pensarci, ecco che allora il mondo ti casca addosso. Avevo 69 anni quando mi è stato diagnosticato un mieloma al midollo osseo, i valori erano alti ma ti davano la possibilità di fare una vita “normale” a detta dei medici. Certo non affaticarti, quindi più niente montagna, ÄULHSSVZJPHSWPUPZTVSHWYH[PJHJOL\S timamente frequentavo con assiduità e che mi riempiva il cuore di soddisfazioni. Con la mia volontà e la mia forza d’animo, tanti miei amici la conoscono bene, pur soffrendo in un modo sovraumano mi accodavo dietro di loro per tentare di arrivare in vetta, a quella vetta a cui quasi mai ho dovuto rinunciare. I miei HTPJP JVU PUÄUP[H WHaPLUaH TP HZWL[[H vano durante il percorso e per tantissimi minuti in cima. Finalmente arrivato, essi mi sostenevano dandomi delle pacche sulle spalle mentre dal mio viso scendevano copiose lacrime che di sicuro indicavano la grande stanchezza e non la riuscita dell’ascensione. A questo proposito ho un ricordo di Narciso che, dopo avermi rifocillato, si prendeva cura dei miei scarponi addirittura calzandoli sugli sci per la discesa. E così quella stagione è passata riuscendo a salire su circa una dozzina di cime, sempre con il cuore in gola ed una fatica che non vorrei più ripetere. In estate, dopo alcune escursioni in Dolomiti, vado in ospedale a ritirare gli ultimi esami: “La situazione è peggiorata, dobbiamo intervenire con la chemioterapia per raccogliere cellule staminali sane per poi fare l’autotrapianto”. Metà Agosto 2013: inizia il primo ciclo, è l’inizio del lungo calvario, ospedale - casa, casa - ospedale, le foraLZPHMÄL]VSPZJVUVZLTWYLKPWPPJH pelli e la barba spariscono, il morale… I ricordi della montagna sono sempre lì, tutte le volte che accendo il computer L pag. 38 – Adamello 115 vedo le mie immagini tutte catalogate ed è appunto in questo frangente che mi è balenata l’idea di compilare un DVD KLSSLMV[VNYHÄLWLYTLWPZPNUPÄJH[P]L Ci ho messo un bel po’ di tempo, però “Montagne di una vita”, che ho avuto l’occasione di proiettare in alcune sale, ha avuto un buon successo. La vita continua: dopo il quinto ciclo, in programma 24 ore di chemio al Civile di Brescia, ne esco distrutto, la settimana dopo dovrei fare la raccolta delle cellule. Grosse inieaPVUPULSSHWHUJPHLNYHUKPZÄSaH[LKPKV lore in tutte le parti delle ossa predicono che le cellule si stanno riproducendo, martedì ci sarà la raccolta. Tutto a posto: fra un paio di mesi ci sarà l’autotrapianto. In previsione, tre settimane in una stanza d’isolamento. Immobile nel letto con sempre attaccata \UHÅLIVZVSVK\LTL[YPWLYHUKHYLHS bagno portandosi dietro il trespolo delSHÅLIV/VMH[PJH[V[HU[VPUTVU[HNUH tante volte mi sono detto: basta questa è l’ultima volta, non ce la faccio più, mi si spacca il cuore. Ma dopo il ritorno alla Con Claudio Chiaudano in vetta allo Jancohuma, agosto 1990 base, dopo aver conquistato magari un 7000, pensi già alla prossima avventura. Qui all’ospedale è differente, non hai più forze, le tue difese immunitarie te le portano a zero a forza di iniettarti le chemio. Stai male, dissenterie, febbre, occhi che si seccano, piango, piango, piango. Aspetto mia moglie Graziella tutti i giorni, la vedo solo negli occhi, è tutta completamente bardata di mascherina, grembiule, calzari, copricapo, mi prende per mano, ma le lacrime non diminuiscono anzi continuano ancora più MVY[LTLU[L (UJOL P TPL ÄNSP L P TPLP amici li posso, come si suol dire, sentire più che vedere. Quasi 40 anni di Alpinismo in quei lunghi giorni all’ospedale mi sono passati per la mente un sacco di volte, ripassavo le prime salite in Brenta effettuate col mio grande amico Valerio e con l’assistenza tecnica e morale del GRANDE Bruno Detassis. Passavo quindi al ghiaccio salendo famosi itinerari nel Gruppo del Monte Bianco, il gruppo che più mi ha affascinato e che Storie di vita mi ha fatto acquisire una forte esperienza. Diversi gli anni in cui sono stato Direttore del Corso di Ghiaccio al Rifugio Monzino organizzato dal CAI di Brescia, bellissimi sono stati quei momenti, me li gustavo ancora adesso. Ma il sogno ÄUPZJLSHWHUJPHTPK\VSLKL]VJVYYLYL in bagno velocemente, speriamo di arrivare in tempo, non sempre è stato così, mi vergognavo pensando al compagno di stanza che in quel caso non era ancora giunto al momento critico del suo ciclo. Vabbé, pensavo, forse capiterà anche a lui ed io me ne sarò già andato dall’ospedale. I valori clinici stanno aumentando, domani esco, ci rivedremo fra un paio di mesi sperando naturalmente che i valori della gamma monoclinale vadano a sparire completamente, in quel momento potrei dire che la malattia è stata debellata. Per ora devo WLUZHYLZVSVHYLJ\WLYHYLSLMVYaLPSÄ sico è debolissimo, barba e capelli sono spariti completamente, manca solo che anche la pelle tenda a sparire… Le scale che portano al mio appartamento riesco a malapena a salirle, devo fermarmi a riÄH[HYLTPI\[[VZ\SKP]HUVHYLJ\WLYHYL mi sembra di essere ritornato a quando mi allenavo per la corsa, dopo la volata ÄUHSLPUSLNNLYHJVYZL[[HHZWL[[H]VJOL i battiti del cuore ritornassero quasi alla normalità. Ricomincia il calvario del recupero, il tempo non passa mai, per fortuna il computer mi occupa un bel po’, le migliaia di foto di montagna che ho tutte catalogate mi distolgono dal pensiero sempre assillante della malattia. In vetta al Colque Cruz, dopo averlo salito in solitaria nel 1999, ammiro la cima che mi sta di fronte: lo Jancohuma di 6437 metri, che ho salito nove anni prima in cordata con Claudio Chiaudano, allora sedicenne, un gran bel ricordo. Ma questo non è solo il tempo per i ricordi, non voglio vivere solo con essi, per quanto straordinari siano, mi consulto per questo con il mio medico sulle modalità con le quali posso ri-affrontare le mie passioni, dal trekking alla bici e, perché no, allo sci alpinismo, un “chiodo ÄZZV¹JOLWPK»VNUPHS[YVTPHZZPSSH Il responso è favorevole: ok ma con H]]LY[LUaHULPSPTP[PJOLPSÄZPJV[PJVU cede senza forzature, questo è il parere del medico. Passo prontamente all’azione, con la moderazione che mi hanno raccomanKH[VZVUVZHSP[VÄUVHSSHTHSNH;VTILH <UWHYHKPZVYHWP[VKHP[PTPKPÄVYPKP primavera è stata una gioia poterli anco- Gruppo del Sella, Sandro controluce ra una volta immortalare, e l’ho fatto con calma, senza fretta, ripensando con un sorriso a quanti recuperi mi sono costati NSP ZJH[[P L P ÄSTH[P MH[[P HNSP HTPJP KLSSV sci alpinismo che subito dopo il “clik” partivano sparati dal cannone mentre io dovevo ancora riassettarmi. Graziella, che mi accompagnava, era sulle tracce della saxifraga tombeanensis, ci saremmo incontrati come da accordi al rientro. Ed ecco il bello dell’andar da soli per monti, la libertà è vera, è assoluta, è totale, la meta è funzionale solo alla tua misura, alla tua determinazione o più semplicemente alla stagione della vita che stai percorrendo, ma comunque sempre carica di quel fascino che ti entusiasma, come quei suoi cieli azzurri che non mi stancherò mai di contemplare con stupore. Lo avverto, sto migliorando, ma aspetto con ansia il mese prossimo quando ci sarà il responso delle analisi, come saranno i valori della gamma monoclonale? Azzerati, persistenti o addirittura in aumento? Vorrei non pensarci, ma non mi è possibile, è come la notte prima di un’importante ascensione, cerchi di calmarti per prender sonno ed ecco il paradosso, ci pensi ancor di più. La montagna mi ha dato tanto, la malattia mi sta togliendo molto, ma non può intaccare il mio trascorso né la mia speranza. Quante volte nelle interminabili salite contavo un determinato numero di passi per liberare la mente dallo stress della fatica, ora quei passi altrettanto faticosi li sto indirizzando verso una importantissima meta, la guarigione. Voglio guarire, voglio ammirare ancora una montagna magicamente imbiancata da una coltre di neve, voglio gioire del risveglio della natura, voglio stupirmi ancora di quanto è bello quel cielo azzurro che solo lei ci può regalare, voglio ancora viverla! Sarà faticoso, sarà un percorso non privo di ostacoli, potrò a volte cedere allo sconforto, ma saprò rialzarmi e procedere passo dopo passo verso questa meta e raggiungerla come ho fatto per tante altre. Adamello 115 – pag. 39 Medicina L’articolazione della spalla di Pablo Ayala articolazione della spalla è un’articolazione molto complessa e molte volte, anche se il fatto non è collegato direttamente alla pratica sportiva, si infiamma e duole. Diciamo che è vittima di cattive abitudini posturali legate principalmente al lavoro che svolgiamo, spesso è anche poco allenata e in più, visto che ci piace andare in montagna, la sfruttiamo o andando ad arrampicare o a sciare o semplicemente praticando del nordik-walking. La spalla è un’articolazione composta dalla scapola, dalla clavicola, dall’omero e da una serie di muscoli che partecipano al suo movimento. Tra i più importanti ricordiamo il deltoide, il trapezio, il sovra e sotto spinato, il piccolo e grande pettorale, il bicipite e il tricipite e il gran dorsale. Tutti questi muscoli partecipano in maniera sincrona a far muovere la spalla, se ci sono degli scompensi o dei sovraccarichi i punti di inserzione si infiammano e la spalla duole (A). L’ B A Tra le patogie più importanti ricordiamo le calcificazioni del tendine, lo sfilacciamento o rottura del sovraspinoso, l’infiammazione del capo lungo del bicipite, la borsite sottodeltoidea, la sindrome della spalla congelata, anche se quelle più comuni rimangono la rottura del sovraspinoso, le calcificazioni e l’infiammazione della cuffia dei rotatori, inteso come insieme di muscoli che partecipano all’intra e extra rotazione della spalla (B). Ricordo che una spalla, a parte incidenti come cadute o strappi da sforzo, si infiamma spesso per colpa nostra, soprattutto per cattive posture. Tenere un mouse troppo alto al lavoro, guidare molte ore con le braccia alzate, fare lavori pesanti con le braccia provoca l’usura dei tendini che col tempo si infiammano, infiammazioni croniche si possono trasformare in tendiniti o in calcificazioni del tendine, se poi non curiamo queste situazioni si cronicizzano e il tendine si rompe. Quello che è importante sapere è che a volte basta un po’ di prevenzione oppure basta sapersi ascoltare e correre ai ripari. pag. 40 – Adamello 115 Nella nostra quotidianità tendiamo a preferire la muscolatura del settore anteriore, bicipiti e pettorali, lavoriamo tendenzialmente in chiusura con le braccia in avanti, questo provoca una chiusura delle spalle e un innalzamento della scapola, a lungo andare questo scompenso va a pesare sull’articolazione acromioclavicolare che col tempo va a rovinare il muscolo sovraspinato e la capsula della spalla. Foto cuffie dei rotatori e rottura Medicina Ecco quindi che dei buoni lavori posturali sul tronco e sul capo abbinati a degli esercizi di stabilizzazione della spalla ci possono aiutare a risolvere in parte il problema. Ricordo inoltre che per evitare fastidiosi problemi nella pratica sportiva l’importante è avere sempre una buona tecnica sia quando usiamo i bastoncini, che non devono mai essere troppo alti e troppo in avanti, sia quando andiamo ad arrampicare. L’arrampicata è sicuramente la disciplina che sollecita di più la spalla, l’importante è scaldarsi bene e partire sempre con gradi leggermente più bassi rispetto al nostro livello, inoltre, come tutti gli arrampicatori sanno, una buona preparazione ci aiuta a preservare le spalle. Quindi non solo trazioni e lavori per i muscoli flessori, ma anche tanto stretching e lavori di stabilizzazione per la spalla come tricipiti, dorsali e lavori sugli extra rotatori che ci aiutano a mantenere la spalla in asse. Possiamo benissimo imparare a portarci un elastico ed effettuare degli esercizi di riscaldamento anche quando siamo in falesia. Ecco alcuni esercizi di prevenzione per le spalle, da poter effettuare tranquillamente a casa. Ricordo inoltre che se i problemi alla spalla persistono per più settimane e si comincia a perdere mobilità è bene consultare un ortopedico che prescriverà delle indagini. SOTTOVALUTARE EVENTUALI PROBLEMI ALLA SPALLA È MOLTO GRAVE. Adamello 115 – pag. 41 Rifugi e bivacchi Ancora sul nuovo Bivacco Giannantonj al passo Salarno di FR el numero scorso di “Adamello”, parlando del nuovo bivacco rimandavamo al numero suc- N cessivo (questo) ulteriori informazioni sull’argomento, sia sul piano tecnico che su quello operativo gestionale. Vediamo perciò di mantenere la promessa, dopo un breve preambolo per ricapitolare le origini della nuova struttura, destinata a sostituire quella esistente ri- velatasi precocemente inospitale. Tutto nacque all’inizio del 2012 con l’indizione di un concorso internazionale relativo a un progetto di bivacco fisso alpino, di caratteristiche avanzate, innovative. L’iniziativa è stata ideata all’interno del progetto artistico aperto_2012 del Distretto Culturale di Valle Camonica (diretto dall’arch. Giorgio Azzoni), che ha coinvolto direttamente il Parco dell’Ada- Un rendering digitale su come si presenterà il nuovo bivacco Giannantonj al passo Salarno Adamello 115 – pag. 42 mello; “Abitare minimo” e Politecnico di Milano; CAI Lombardia; rivista “Abitare”; Museo dell’Arte (MaGa) di Gallarate. Baricentro dell’operazione era – come si vede – la Valcamonica, e ne conseguì in modo del tutto logico la presa in considerazione di un’ipotesi di realizzazione pratica del prototipo di una simile struttura, molto avanzata dal punto di vista tecnico e concettuale, e della Rifugi e bivacchi sua installazione in Adamello, in prima battuta, o comunque secondo necessità. Non fu così possibile ignorare l’opportunità di collocare un “bivacco” di tal fatta al passo Salarno, in sostituzione dell’attuale che per diversi motivi è invecchiato precocemente e la cui “ospitalità” è da qualche anno piuttosto precaria, complici non solo l’età ma anche l’incuria di troppi dei frequentatori. Il bivacco e la sua attuale situazione erano sotto gli occhi di tutti e si verificò così una convergenza di interessi tra CAI Brescia (proprietario dell’attuale “Giannantonj”) e Conferenza stabile dei CAI di Valle Camonica-Sebino per una risoluzione del problema. Definite competenze e oneri (siamo sintetici) si passò alla realizzazione della struttura, che da esercitazione “generica” era stata così definita nelle funzioni reali e nella localizzazione. Questi gli enti coinvolti nella destinazione di risorse e nella realizzazione fisica del nuovo bivacco: Settore progetti artistici del Distretto Culturale di Valle Camonica; Parco dell’Adamello; Comunità Montana; Unione Comuni della Valsaviore; CAI di Valle Camonica; CAI Brescia; CAI Lombardia; Enel (per i trasporti in elicottero). Senza poi dimenti- care il ruolo dei progettisti di “LAMA +” di Roma e della ditta Albertani Corporates, costruttrice della struttura. Il bivacco è dotato di otto spartani (doverosamente… ) posti-letto e la sua struttura è in legno lamellare chiusa da pannelli stratificati coibentati, con un rivestimento esterno protettivo in zincotitanio. La copertura è provvista di pannelli fotovoltaici connessi a una batteria di accumulatori per le esigenze minime di energia all’interno: essenzialmente quel po’ di calore necessario per una piastra da cucina e per il tepore utile a rendere confortevole il piccolo ambiente, e a favorire l’asciugatura di eventuale vestiario bagnato. Ma poi anche per rendere possibile la ricarica di piccole attrezzature elettroniche (cellulare, ecc.), oggigiorno irrinunciabili ai fini della sicurezza. Altra importante dotazione elettrica del nuovo bivacco è costituita da una “luce di posizione”, segnalazione luminosa esterna, importantissimo sussidio di orientamento in caso di scarsa visibilità. Ulteriore aliquota di produzione elettrica, a integrazione delle celle fotovoltaiche, viene da un piccolo generatore eolico, configurando perciò il tutto come una struttura di tutto rispetto e sicura- mente innovativa – anche se “minima” – nel quadro dei bivacchi fissi di alta quota cui l’alpinista è oggi abituato. Fin dalla nascita di questa “operazione Giannantonj”, il coinvolgimento in essa di più realtà operative nel settore sia alpinistico-escursionistico che amministrativo aveva ovviamente innescato i problemi relativi ai costi (quelli vivi, quelli di installazione e quelli di smaltimento dell’esistente) e alle competenze tecnico-gestionali, una volta operante la nuova struttura (già completa, per inciso). Premesso che, come già ricordato nel precedente numero di questa pubblicazione, le intese intervenute hanno limitato il contributo economico del CAI Brescia nell’ordine dei 5.000 euro a fronte di un costo complessivo di almeno dieci volte tanto, ne consegue un sostanziale riordino delle competenze relative all’esercizio. Al momento di scrivere queste righe l’operazione non è ancora stata perfezionata (ed esige tempi un po’ più lunghi di quanto previsto in origine, complici gli innevamenti eccezionali di quest’anno), ma il programma è di cedere – una volta installato il bivacco – la sua titolarità e la responsabilità della gestione ai sodalizi di Valle, riuniti nella Conferenza stabile dei Club Alpini lì operanti. Viene meno così, è vero, una lunga tradizione che vedeva la Sezione di Brescia del CAI protagonista quasi esclusiva delle infrastrutture di servizio più significative della montagna bresciana (Adamello in particolare), ma è anche vero che col passare dei decenni l’associazionismo riferito al CAI si è ampliato e diversificato anche sul piano territoriale e questo comporta fatalmente una corrispondente diversificazione nelle competenze, tanto più che – come si è già detto nello scorso numero – la localizzazione relativamente remota della struttura è meglio controllabile da risorse di disponibilità, anche volontarie, in valle. Lo spirito della sua gestione resterà ancora quello, e sarà sempre e comunque quello del Club Alpino, nella pienezza del suo ruolo quale riferimento a tutto campo per chiunque frequenti il mondo delle “terre alte”. Il respiro del sodalizio è nazionale anche se le sue espressioni sono locali: il “Bivacco Giannantonj” è e sarà una di queste espressioni. In altra forma, perciò, sarà ancora “nostro” oltre che di tutti, com’è nella sua mission. Adamello 115 – pag. 43 Yukon Arctic Ultra 2013 800 km pedalando sui ghiacci di Aldo Mazzocchi all’ultima pagaiata a Labenzangà, dopo aver percorso in kayak 1630 km del tratto di fiume Niger che scorre in Mali, non ho più organizzato progetti massacranti. Dal gennaio 2010 all’aprile 2012, quindi, ho praticato sport in modo soft e quanto basta, ho mangiato e bevuto quello che desideravo, ho frequentato con continuità la mia famiglia, ho fatto qualche viaggetto avventura qua e là, ho lavorato senza avere la spada di Damocle degli allenamenti ai quali sottopormi nei ritagli di tempo, ho condotto, in sostanza, una vita serena e soddisfacente. Sì, questo, però, fino a che, improvvisamente ed inesorabilmente, una sinapsi cerebrale impazzita mi ha nuovamente fatto scattare l’irrefrenabile desiderio di organizzare un altro dei miei ambiziosi progetti. Come le donne dimenticano presto il dolore del parto, anche per quelli, come me, che traggono dalla fatica un’inspiegabile soddisfazione, già al termine di ogni esperienza ricordano solo gli aspetti positivi. Alla fine di ogni avventura, e a volte anche durante, dentro di me una vocina mi dice “quanto mai hai deciso di fare ‘sta cavolata”, oppure “questa però è l’ultima volta”. Il tempo poi pone nell’oblio quella saggia vocina e, ahimè, rinasce il germoglio di un nuovo progetto da coltivare. Quando apro i cassetti dei ricordi trovo motivo di grande soddisfazione, ma, dopo un po’, i ricordi sbiadiscono e si riaffaccia la necessità di rivivere forti emozioni, di conoscere luoghi e volti nuovi, di misurarmi con un nuovo attrezzo e con un nuovo sport. È così che, improvvisamente, nella primavera del 2012, e solo Dio sa perché, mi è venuta voglia di freddo, di natura e di fatica. Come sempre il nuovo progetto nasce per caso. Per quanto riguarda l’ultima “mattata” galeotto fu Riccardo Ghirardi, il quale mi riferì di possedere una “fat bike”, ovvero una bicicletta da neve, usata per partecipare all’Iditarod in Alaska. Fat Bike: figata, mi dico! Nel dirlo dentro di me ho subito avvertito che mi stavo infilando in un tunnel senza uscita, ma questa consapevolezza non è servita a placare in me l’inspiegabile entusiasmo. Riccardo si è subito proposto di prestarmi la “bici grassa”, con tanto di guantoni da manubrio, portapacchi e D Adamello 115 – pag. 44 borse per stivare il materiale. Mi dico: beh, con l’organizzazione sono già a buon punto… Illuso… Da quel momento fino alla partenza della gara il 3 febbraio 2013 alle ore 10.30, ora locale canadese, ogni momento libero della mia mente è stato dedicato ad organizzare la mia partecipazione alla Yukon Arctic Ultra (YAU), un percorso in bicicletta, su neve e ghiaccio, lungo circa 730 km. Le cose a cui pensare sono infinite: come mi alleno? come testo la fat bike? come mi vesto? dove metto il cibo? dove metto l’acqua? dove metto i ricambi e il materiale da sopravvivenza? che luce frontale uso per andare in bici? come carico la mappa del trail sul GPS? dove trovo le carte con il reticolo che indica la declinazione magnetica? come organizzerà la propria logistica Ottavio che documenterà con un filmato la gara seguendola con una motoslitta? che pressione metto nei pneumatici? che olio uso a basse temperature? che sponsor mi possono sostenere? dove metto i loro loghi? la compagnia aerea mi trasporterà in stiva tutta l’attrezzatura? quando prenoto il ritorno in Italia? In fondo una delle cose più stimolanti nei miei progetti è proprio quella di dare risposte a questi innumerevoli quesiti. Il tempo che precede la partenza vola sempre ad una velocità pazzesca. In un attimo mi trovo “catapultato” in una realtà molto diversa da quella di tutti i giorni, che rappresenta però la fine dello stress che precede la partenza. A questo punto, mi dico, quello che è fatto è fatto, ora goditi questa nuova esperienza. Ed è così che Ottavio Tomasini ed io ci troviamo catapultati a Whithorse, una cittadina sperduta nello Yukon, territorio canadese. Sono un viaggiatore che ama emozionarsi. Da anni mi misuro su lunghe distanze a piedi, in bicicletta o in kayak, a condizione che il tutto si svolga in ambienti naturali il più incontaminati possibile. La YAU mi ha dato la soddisfazione della vittoria, ma, ancor più, mi ha gratificato attraverso il fascino dei luoghi nei quali si sviluppa il trail di gara. Partecipare a questo tipo di gare significa pedalare di notte illuminati dalle aurore boreali (le ore di luce a febbraio sono poco più di sette), permettere ai propri occhi di vedere l’orizzonte lontano che muta ogni giorno, sentire gli Extraeuropeo ululati dei lupi e percepire la presenza discreta degli animali del bosco. Partecipare a questo tipo di gare significa anche portare il proprio fisico e la propria mente allo sfinimento, avere allucinazioni per la combinazione di freddo e fatica, maledire se stessi per avere deciso di cimentarsi in qualcosa che a volte sembra irraggiungibile, perdere la sensibilità nelle mani, nei piedi e nel sopra sella, vedere vacillare la fiducia in se stessi. La combinazione tra poesia e dura realtà costituisce, tuttavia, un mix fortemente gratificante. Per potersi gratificare con performance di questo tipo bisogna superare un grosso scoglio: la preparazione fisica e mentale. Chi, come me, conduce una vita normale, quando mette in programma l’organizzazione di una spedizione o la partecipazione ad una gara deve pensare, nei mesi che la precedono, di dedicare ogni momento libero al training, rubando ore preziose al sonno, al riposo ed agli affetti. Entrando nello specifico, per prepararmi alla YAU ho dovuto sottopormi a sessioni di allenamento in sella alla mtb, ma ho dovuto anche correre a piedi e spingere la bicicletta per riprodurre il gesto, spossante ed asimmetrico, che avrei dovuto ripetere in caso di neve fresca. Questi allenamenti mi hanno consentito di accettare “di buon grado” il “soft trail” che ha caratterizzato l’edizione 2013 della gara. I molti concorrenti che si sono ritirati lo hanno fatto principalmente per questo motivo. Tanto i runner, quanto gli sciatori, così come il sottoscritto, hanno sofferto il fatto di sprofondare nella neve: le medie precipitano, i tempi programmati si dilatano, il cibo e l’acqua a disposizione non sono più sufficienti per coprire il percorso, l’ansia aumenta, lo sconforto fa capolino. La soddisfazione che si prova nel superare queste prove, ma anche solo nel cimentarsi e nel mettersi in gioco, da sola dà una risposta all’annosa domanda… perché lo fai? Sono grato ad Ottavio di avermi accompagnato in Alaska, in Australia, in Mali e in Canada. La sua presenza mi consente di coronare alcuni miei sogni e mi regala la possibilità di renderli eterni attraverso le sue splendide immagini. La cosa, tuttavia, di cui maggiormente sono grato ad Otta è quella di avere vissuto insieme a me forti emozioni permettendomi, così, di non relegarle ad un egoistico momento di solitudine, ma di esaltarle nella gioia della condivisione. Adamello 115 – pag. 45 Extraeuropeo Trekking in Marocco 5 giorni e 4 notti trek deserto 2014! Pensieri di Claudia Avevo trovato questa citazione di Antoine de Saint Exupéry: “Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualcosa risplende nel silenzio!” Ho voluto portare con me anche il Piccolo Principe, un concentrato di saggezza. Mi erano rimaste impresse nella mente le ultime parole dell’autore che invita chi passasse per caso dal deserto a guardare le stelle, perché c’è la possibilità di incontrare ancora il Piccolo Principe. L’ho evocato leggendo ad alta voce qualche brano alle mie compagne di tenda Robi e Pat e ai vicini che, di volta in volta, si avvicendavano (solo una coperta separava i “vani”)… Ma non sono riuscita a vederlo! Nel magico firmamento a cupola che ci avvolgeva tutte le notti era invece facilissimo vedere il Grande Carro e la cintura di Orione. Le mie rudimentali conoscenze astronomiche non mi hanno permesso di distinguere altro, ma… sarà per la prossima volta! Attraverso la trama larga delle tende, la luce delle stelle ci teneva compagnia tutta la notte. Ebbene sì, 19 temerari, di cui 13 donne, andavano a dormire sotto una coperta di stelle. Le nostre tende berbere di lana di cammello e capra, magicamente allestiste dai ragazzi berberi al nostro seguito, pronte per accoglierci alla sera, di ritorno da una giornata di cammino. Perfette per il meritato riposo! Tutto all inclusive: materasso, lenzuola e coperte, altro che hotel a 5 stelle! Il nostro pag. 46 – Adamello 115 era un hotel da miliardi di stelle! E cammina cammina… è stato come essere sbalzati in un tempo ormai dimenticato… accompagnati dal vento, dal sole, attraversando letti aridi dei fiumi e dei laghi effimeri, terreni dall’aspetto lunare, incontrando gruppetti di timidi fiori che facevano capolino dalla sabbia e cespugli dall’aspetto secco, che orgogliosamente mostravano i loro piccoli fiori colorati, osservando e toccando distese di fossili di primitive ere, incisioni rupestri e miniere di ematite. E cammina cammina… abbiamo visto le linee di demarcazione precise, nette, fra le dune di sabbia dorata di Erg Ouzine e le nere montagne sullo sfondo, fra le dune di sabbia rossa di Erg Chebbi e il magnifico cielo turchese. La sabbia che dall’alto delle dune sembrava un’enorme distesa di morbido gelato alla nocciola. È stata un’immersione totale in questo vortice di colori!… Arrivava anche l’appuntamento serale con gli spettacolari tramonti, assaporati dalla cima di una montagna o di una duna. Salutando il sole arrivava repentino il freddo, puntuale, ma per un momento la luce abbassata metteva in risalto il contorno preciso della natura intorno, di tutto quanto avevamo appena visto… tutto era avvolto nel più magico silenzio. Il silenzio, una concreta presenza, nel silenzio si fa pace con se stessi… Tanti ricordi, tante immagini dentro di me… difficile scegliere o classificare ma... forse il più particolare è quanto è successo nella tappa del terzo giorno, la più impegnativa ma anche la più sorprendente. Finalmente abbiamo raggiunto Erg Ouzina, le agognate dune! La sabbia dorata! Senza pensarci, via gli scarponi e contatto diretto piedi/sabbia! Il cuore e il corpo pervasi da una gioia infantile: inizia un sali scendi di dune fantastico, per arrivare infine al campo base soddisfatta e felice… ma all’orizzonte… un miraggio? Una costruzione con una targa che riportava a grandi lettere “BLOC SANITAIRE” Incredula! No… anzi sì… Sì, erano proprio bagni e docce! E quindi oltre al the nel deserto abbiamo potuto godere di doccia nel deserto! Che spasso! D come Deserto, Dune, Doccia e come… Dromedari, sei per la precisione: silenziosi, pacifici, simpatici, ci hanno accompagnato con la loro andatura dinoccolata pronti a sollevarci di tanto in tanto dalla nostra fatica; avete mai notato i loro piedi? Pantofole, sì, le definirei enormi pantofole! I ragazzi berberi e lo staff... ottime guide e compagni di viaggio che attraversavano il deserto signorilmente, con le loro tipiche ciabattine dalla punta ricurva! Erano il nostro prezioso supporto come guide, per l’allestimento del bivacco giornaliero, per l’accoglienza serale nel salotto per il momento del the, per il servizio della cena e della colazione e per l’intrattenimento serale con i tamburi. I bambini e le bambine: in particolare ricordo di aver sentito un mattino presto, dalla tenda, il bisbigliare, quasi un cinguettio, di tre bimbi: si erano presentati a buon’ora, con le loro poche suppellettili da vendere, eh sì, eccoli i piccoli principi del deserto! La compagnia, 19 persone tutte diverse tra loro. Lo scambio avuto, sincero, mai invadente; per ognuno mi rimane impressa una immagine, il clima fra di noi è stato veramente buono. Giacomo Ferri. Giacomo come un vero generale, puntuale tutti i giorni, ci raggiungeva per l’ispezione ragguagliandoci sulle tappe che avremmo affrontato l’indomani. Per poi ritornare nel suo magnifico maniero “Le Chevalier Solitaire”! La bella e simpatica Latifa, che ha preparato premurosamente un ottimo rancio per la truppa, facendoci gustare oltre a prodotti tipici anche una pasta all’italienne! Fusilli! In realtà avevano superato di un cicinin il punto di cottura ma sono dettagli di poco conto. Oscar il gancio! Grazie! Ha fatto da trait d’union fra questo mondo fantastico e il nostro molto meno entusiasmante! Adamello 115 – pag. 47 Vulcano Concepcion all'isola di Ometepe Cintura di fuoco Camminate tra vulcani e terremoti in Nicaragua di Angelo Maggiori vulcani non sono montagne come le altre. Si ergono verso il cielo, ma sono l’estensione delle viscere inquiete della terra. Quando sono addormentati appaiono come giganti buoni, con le bocche aperte pronte per ospitare laghi e vegetazione. Attivi testimoniano di un mondo in evoluzione che solo i tempi cosmici fanno apparire staticamente immobile. Salire coni perfetti o rilievi slabbrati dopo le eruzioni è esperienza che costringe noi poveri bipedi che amiamo l’ascensione a fare i conti con i demoni del sottosuolo. A volte anche con i nostri diavoli. I dopo. E così è stato. Ho sperimentato solo alcune decine di piccole scosse di assestamento, ma nulla di “spaventevole”. Per converso l’allarme rosso sui terremoti ha comportato il divieto di salire i vulcani attivi e quello di visitare i canali lavici interrati. Il piccolo cambiamento al programma non ha però comportato minore soddisfazione per la visita di un Paese ancora in buona parte incontaminato e socialmente in costruzione. Masaya: la bocca dell’inferno Cintura di fuoco del Pacifico Per quanto evocativa e poetica la parola, più che alla mitologia, rinvia alla geologia. Individua la linea di separazione tra le zone tettoniche attorno alla quale avviene il 90% dei terremoti dell’intero pianeta e dove esiste la più alta concentrazione di vulcani attivi della terra. Dopo averne percorso i tratti indonesiani, delle Filippine e della Kamchatka sono andato ad incontrare quelli dislocati in linea retta sull’attraversamento del centro America e, più precisamente, i vulcani del Nicaragua. Pochi giorni prima di partire due terremoti oltre il sesto grado della scala Richter avevano scosso Managua. Da noi analoga potenza distruttiva ha devastato l’Aquila. Cinicamente pensai: se sono avvenuti prima non ci saranno anche Masaya la fumana solforosa pag. 48 – Adamello 115 Agli indios precolombiani la Montagna che arde incuteva reverenziale timore. Per placare le ire dei suoi abitanti infiammati, vi gettavano giovani fanciulle. Gli spagnoli pensavano che il cratere fosse l’ingresso agli inferi. Oviedo, un prete missionario spagnolo, riteneva che la lava ribollente in fondo alla voragine fosse oro fuso. Miti e dèi di culture diverse. Oggi, quel che a noi è dato di apprezzare giungendo alla caldera è l’immensa fumana olezzante di zolfo che sale dal profondo nascondendone profondità ed estensione. L'ambiente lavico attorno al vulcano si estende a perdita d’occhio. Neri blocchi rugosi, sconnessi e tormentati, rendono difficoltoso il camminare. La natura viva prosegue nella colonizzazione con alberi profumati di Frangipane (sancuanjoche), splendido fiore nazionale dalla candida corolla a cinque petali e cuore giallo, sacro ai Maya, che fiorisce ad aprile Extraeuropeo maggio. Per il resto solo erba e arbusti nani. Mistero del vulcano è che mentre vigeva il divieto di camminare al bordo del cratere e salire alla croce Bombadilla, pagando il servizio del cavallo alla comunità locale, era permesso raggiungere la cima. Anche a dorso del quadrupede il giro è piacevole e consente di ammirare gli 11 km d’estensione del vulcano. Mombacho: bellezza tra le nubi Per capire la trascorsa potenza del vulcano si deve fare un giro in barca tra le isletas che punteggiano lussureggianti il lago di Managua (Cochibolca), davanti a Granada. Sì, perché queste meraviglie lacustri, coperte da uccelli e lussuose ville, sono il lascito dell’ultima eruzione di circa mezzo millennio fa. Ora il gigante Mombacho fuma poco, ma non è spento. La sommità si trova a circa 1.400 metri d’altezza, perennemente tra le nubi. La nebbia genera un microclima da foresta tropicale senza che vi sia pioggia. Una strada ripidissima s’inerpica sui fianchi della montagna. Il piccolo nastro di blocchi di cemento incastrati scorre tra recinzioni verde scuro alte svariati metri. Sono alberi della felicità posti come quinta frangivento a protezione delle piantagioni di cacao e caffè. Un camion molto spartano, denominato ecomobile, porta gli escursionisti fino all’osservatorio. Sale ansimando sugli stretti tornanti. Sballottola i ben capitati e, durante la discesa vertiginosa, in non pochi punti, procura scariche di adrenalina. Dalla sede dei guardia parco iniziano percorsi di varia lunghezza e difficoltà. Si dipanano in varie direzioni. I più interessanti consentono di penetrare nella selva boscosa e fare conoscenza con alcune delle centinaia d’orchidee, uccelli e decine di animali molto singolari che vivono nell’ombra bagnata di una rugiada permanente. Ho bordeggiato il cratere incontrando piante velenose, colibrì sospesi come micro elicotteri a succhiare nettare, fumarole odoranti di zolfo, colorate farfalle, fiori fantasiosi, ed il policramo l'uccello nazionale (guardabarranco) dall’incredibile coda senza piu- me. E, per finire la conoscenza della foresta, ho svolazzato come un ragazzino tra gli altissimi alberi di ceiba appeso con carrucole ai cavi metallici di un’ardita Canopy. Maderas: l’urlo dei congos Il lago Nicaragua è grande 25 volte il nostro lago di Garda. Ad un’ora e mezza di traghetto dall’istmo che lo separa dall’oceano Pacifico c’è la bella isola di Ometepe. Sembra un otto. Al centro dei due cerchi si ergono i vulcani. Il Concepcion raggiunge i 1600 metri. Ha la forma del cono perfettamente regolare. I fianchi scoscesi sono privi di vegetazione, striati con fasce colorate dal nero al rosso. La cima ha il pennacchio di fumo che il vento deforma nelle vesti di nube. Visto dal lago è un’immagine affascinante. I suoi brontolii inquietano non solo gli abitanti dell’isola, ma anche quelli della regione di Rivas. Sul lato opposto si erge il vulcano Maderas. È più basso di duecento metri e interamente coperto da vegetazione. È meno minaccioso. Sono salito fino alla sommità e disceso nel cratere. L’escursione è faticosa sia per il dislivello, sia per la ripidezza del sentiero, sia per la presenza di fango viscido miIl salto della scimmia Congo sto a pietre. Ad appesantire la salita è il caldo umido. Opprimente. Nella parte alta del vulcano la foresta nebulare è rigogliosa e intricata. Qui è costante la presenza di nubi e nebbia. È l’insieme della vegetazione che trattiene l’umidità. I vegetali assorbono l’acqua direttamente dall’aria Colibri nella foresta nebularia Il lago nel cratere del vulcano Maderas Adamello 115 – pag. 49 Extraeuropeo Sentieri sul vulcano Mombacho più che dal suolo. L'ambiente che ne deriva ospita specie rare sia di piante endemiche che di animali. Nascosta tra le fronde la scimmia urlatrice, famiglia delle alaoutinae, chiamata dai locali Congo, lancia lugubri versi che rinviano a urla da Giurassic Park. Più discrete le scimmie cappuccino. Il muso bianco s’intravede più facilmente nella fosca oscurità della foresta. Per accedere al lago che si è formato nel cratere occorre scendere un centinaio di metri su sentiero molto ripido, accidentato e scivolosissimo. Poi è l’amenità di un luogo aperto nel mistico cuore della foresta. Il silenzio è avvolgente. Essere in fondo ad un cratere fa sentire parte della montagna e della terra, anche tenendo i piedi a mollo nell'acqua. Cerro Negro: discesa ludica È il vulcano attivo comparso dal nulla da poco più di 150 anni. È alto solo 750m, ma sta ancora innalzandosi. Ubicato a pochi chilometri dalla splendida cittadina di Leon è un cono stondato di sabbia e ciottoli neri come la pece. L’interno del cratere, parzialmente collassato con l’ultima eruzione del 2005, è striato di rocce gialle e biancastre che odorano intensamente di zolfo. In sommità è la casa delle vespe. Ronzano e pungono. Lo scopro quando cerco d’infilarmi ginocchiere, occhialoni e tuta verde. Insieme ad un’asse di legno costituiscono l’attrezzatura essenziale per scendere in verticale scivolando sulla parete del vulcano. Superato l’imbarazzo iniziale è un divertimento pari alla quantità di polvere nera che troverò infilata anche negli spazi più reconditi della mia persona. Il surf sui vulcani è gioco ludico a cui è vano resistere. Ho rifiutato l’idea per tutto il viaggio e, alla fine, ho provato. Giunto in fondo alla discesa avrei voluto risalire per farla più veloce. I demoni nascosti del desiderio rendono fanciulli anche gli “anziani”. Spezzano pregiudizi e convenzioni. Ammaliano, seducono, motivano. All’inizio pongono il quesito nella forma del perché no? Poi inevitabilmente diventa un perché sì. La vita è il gioco della ricerca, dell’invenzione, del senso. Sfuggire alla trappola dell’auto censura è la premessa per ampliare orizzonti. Anche dalla cima di un vulcano. La cintura di fuoco cinge il pianeta Solo così è possibile capire, ad esempio, la splendida arte dei murales che abbelliscono innumerevoli pareti d’ogni villaggio o intuire la valenza politica dell’attuale slogan sandinista: Haciendo Patria: cristiana, socialista, solidaria. Avvicinando la gente si fa conoscenza con l’anima gentile di questo popolo. Non si percepiscono tensioni ribollenti come nel periodo della feroce dittatura somozista, nella guerra di liberazione sandinista o della guerriglia dei contras. Il Nicaragua è l’unico stato al mondo dove una forza politica giunta al governo tramite la guerra rivoluzionaria ha lasciato il potere all’opposizione per avere perso in libere elezioni. E dove, dopo 17 anni di attesa, lo stesso capo guerrigliero ritorna al governo, con il voto. Eppure si respira l’aria di un paese ancora in fase di costruzione democratica. Il vulcano sociale nicaraguense è ancora attivo nelle smisurate disuguaglianze tra ricchi e poveri, nella povertà endemica tra le campagne. Nicaragua non è solo un’infilata di vulcani, di ecosistemi unici, spiagge deserte e fascinose città coloniali. È un laboratorio sociale che cerca faticosamente una via per rimanere fedele ai principi etici di Sandino, all’opzione per i poveri, e ciò mentre ancora oggi quasi il 50% della popolazione fa i conti con l’alimentazione di pura sussistenza. Passeggiare sulla cintura di fuoco significa calarsi in un mix di aspetti culturali, sociali e naturalistici che rendono il viaggio in questo paese, ancora autentico e poco frequentato dal turismo, un’esperienza difficile da dimenticare. Gioco sulle pendici del Cerro Negro Il vulcano sociale Viaggiare in Nicaragua richiede necessariamente di conoscere la storia del paese, almeno quella dall’indipendenza. pag. 50 – Adamello 115 Strange Canopy Escursionismo Alla Bocchetta di Val Massa: tra storia e natura di Davide “Ramingone” Dall’Angelo e Lorenzo “Ramingazzo” Rota Dati escursione: • Giro ad anello: no • Differenza altimetrica: 990m (da 1517m a 2507m) • Lunghezza totale: 13,5km • Tempo percorrenza: 5h30min (andata e ritorno) • Difficoltà: E Le nostre montagne sono ricche di luoghi della memoria, dove la storia si mescola con la leggenda. Dove le gesta degli alpini nella Grande Guerra riaffiorano tra le gelate rocce delle più impervie cime. Ormai da qualche tempo noi Raminghi avevamo in mente un giro alla Bocchetta di Val Massa nel Parco dello Stelvio per visitare gli imponenti ruderi militari che caratterizzano questo posto. L’amico Marino ci aveva parlato a lungo di questa escursione, di come sia bella paesaggisticamente e del suo valore storico, così quale migliore occasione per festeggiare il suo ingresso nei Raminghi delle Terre Alte? Ci troviamo come al solito a Provaglio d’Iseo alle 6 e 30 di una bella mattina di fine giugno. Raggiungiamo il parcheggio in località Ponte della Valle, poco sopra il piccolo abitato di Canè che domi- na la cittadina turistica di Temù. Calzati gli scarponi e messi gli zaini, cominciamo a camminare sulla bella stradina di pietra bianca che conduce in Val Canè. Passiamo subito la baita Stodegarda dove un esplicativo cartello ci spiega l’etimologia del nome (deriverebbe dal longobardo “stute” che significa cavallo brado e “garton” ossia recinto). Dopo un breve tratto di cammino sul candido lastricato, arriviamo al bivio col sentiero n. 3 che, sulla destra, conduce verso le case di Chigol e la Malga Previsgai. Imboccato il sentiero, che qui è ancora una comoda stradina, in breve tempo entriamo in un bellissimo bosco di larici. Arriviamo alle case di Chigol, dove una salutare fontana ci rinfresca e dove Ramingazzo subisce le invettive dei compagni. “Riempite gli zaini di borracce!”, aveva tuonato, “lungo il percorso non si trova mai acqua!”. Proseguiamo raggiungendo, dopo circa un’ora di marcia, una solitaria santella recintata. Dopo altri 20 minuti circa, siamo al bivio col sentiero che, sempre sulla destra, lascia la comoda stradina per inerpicarsi tra gli alberi. Camminiamo tra alti larici e fioriti rododendri. In circa 45 minuti sbuchiamo in un ampio pascolo dove troviamo i ruderi della baita di Val Massa a quota 2173m. Da qui si apre una bella vista sui monti dell’Adamello, che ci mostra la sua severa parete Nord. Proseguiamo lungo il sentiero rientrando brevemente nel bosco che, seppur rado, resiste fino a queste quote e, in una manciata di minuti, facciamo capolino nella spettacolare conca del Coleazzo. Valeva la pena fare un poco di fatica solo per vedere questo posto. Prima di riprendere il cammino ci concediamo qualche momento in contemplazione di fronte al meraviglioso panorama. Siamo ora sulla bella mulattiera militare costruita dagli alpini durante la Prima Guerra Mondiale, che salendo si mantiene a mezza costa sulla destra della valle. Camminandoci sembra quasi di sentire le voci di quei ragazzi che qui spesero fatiche immense e i loro anni migliori a guardia dei nostri confini. Dopo circa un’ora e un quarto dalla malga, raggiungiamo i 2500m della Bocchetta di Val Massa, dove veniamo accolti da una immensa serie di fortificazioni che, verso sinistra, si inerpicano per centinaia di metri salendo fino ai piedi delle rocce sommitali del Monte Coleazzo. È uno spettacolo maestoso Val Canè Adamello 115 – pag. 51 Escursionismo che invita noi escursionisti a riflettere su come sia stata la vita quassù in tempo di guerra. Marino intanto approfitta del luogo per indossare la maglia dei Raminghi ed entrare ufficialmente nel gruppo. Visto che ormai è mezzogiorno, pranziamo coi panini che ci siamo portati e brindiamo al nuovo ramingo con le due ottime bottiglie di rosso che gentilmente ci offre. Dopo pranzo, Lorenzo ci allieta con le note del suo baghet, suonando un Soldato Scozzese di grande impatto emotivo. Non perdiamo l’occasione di dare un’occhiata al grande comprensorio di ruderi militari: una lunga e imponente muraglia di sbarramento con rientranze e sporgenze per evitare che durante un attacco tutta la trincea potesse essere presa da fuoco di infilata, con fortificazioni adatte ad accogliere le postazioni d’artiglieria. Mentre Ramingazzo e l’amico Ciano fanno un largo giro fino alle fortificazioni poste più in alto, riuscendo ad ammirare anche il dirimpetto passo di Gavia, Ramingone, Ramingorino e Ramingo Marino, ormai paghi, si accontenteranno di visitare i dintorni per poi riposarsi sull’erba aspettando i compagni. Riunitosi il gruppo, si fa l’ora del rientro, che affronteremo percorrendo il medesimo itinerario di salita. Giunti nuovamente a Chigol, una decina di mucche ci accolgono nelle vicinanze della fontana, mentre noi scambiamo qualche parola col proprietario di una delle baite. In pochi minuti siamo nuovamente al parcheggio, dove, approfittando di uno zampillante ruscello, immergiamo gli stanchi piedi nelle acque Ramingazzo suona il Baghet nella trincea Neo ramingo Marino Bocchetta di val Massa pag. 52 – Adamello 115 Escursionismo Strada bianca di Val Canè La trincea vista dalle pendici di Cima Somalbosco gelate, facendo fanciullescamente a gara a chi riesce a stare più a lungo con i piedi a mollo, riattivando così la circolazione e togliendo dagli arti un po’ della stanchezza accumulata durante la gita. L’intero percorso è veramente suggestivo con interessanti scorci paesaggistici. Non è particolarmente impegnativo ed il sentiero è sempre ben segnato. Consigliamo l’escursione a chi abbia un minimo di allenamento e sia desideroso di trascorrere una giornata nella natura, magari dedicando un momento di riflessione a coloro i quali, quasi un secolo fa, furono costretti a salire fin quassù portandosi nel pesante zaino alpino quello spirito patriottico che, forse, tanto manca a noi oggi. Cima Somalbosco dalla trincea Conca del Coleazzo pag. 53 – Adamello 114 Adamello 115 – pag. 53 www.cai.bs.it e-mail: [email protected] Prossime gite Domenica 6 Luglio – Passo Nota da Vesio da Vesio disl. 1500m, dist. 40 km, diff. Media Coordinatori: Davide Pighetti 3392021098 ʹ Anna Stefani 3346550272 Sabato Domenica 19/20 Luglio – Val Camonica Tour Montozzo Peio Ossana Tonale Case di Viso pernottamento al Rif. Bozzi Lago Palù Peio disl. 2100m, dist. 65 km, diff. Molto Impegnativa Coordinatori: Anna Stefani 3346550272 ʹ Enrico Cadenelli 3487616291 Sabato 13 Settembre Uscita in notturna - Tour della Valtenesi Desenzano Padenghe Salò Desenzano disl. 750m, dist. 40 km, diff. Media Coordinatori: Davide Pighetti 3392021098 ʹ Enrico Cadenelli 3487616291 Uscita in notturna: munirsi di faro Ogni gita sarà presentata in sede CAI il giovedì sera precedente l’uscita Scuola di alpinismo Il dubbio di Giuseppe Masneri redo che il compagno più costante in una salita sia il dubbio. Da qualche parte, dentro di noi e fuori da noi, si annida sempre questa pericolosa ma insostituibile sensazione di dubbio. Il dubbio, se solo fossimo un po’ sagaci, dovrebbe accompagnarci anche nella vita quotidiana. Già quando prepariamo una salita ci vengono dubbi: la meteo, il compagno più adatto, i tempi, l’attrezzatura, il peso fisico dello zaino. Sarò in grado di affrontare quella difficoltà? Riuscirò a supportare il mio compagno? E se mi trovo in quella situazione? Naturalmente mi vengono dubbi anche sulla cottura ottimale del roastbeef nel forno, ma tutti sappiamo che al peggio sarà duro e coriaceo. In montagna, invece, ci possiamo fare male. E l’attacco lo troveremo o vagheremo frustrati, come bambini senza il loro giocattolo preferito? Più si prosegue e più la posta si alza; tiro duro, e le mani vagano alla ricerca del punto migliore o l’unico disponibile per poterti appoggiare con l’anima. C’è il dubbio di non riuscire a trovare la posizione giusta, la maniglia giusta, prima che ti scoppi il braccino e piombare nell’incoscienza della caduta, nella disfatta dell’autostima. Riuscirò a tendermi a sufficienza per superare quello strapiombo? Ricordo sempre, con un sospiro di sollievo, il momento in cui alzatomi quanto basta, scorgo l’appiglio rassicurante, che poi alla fine, davanti a una birra, banalizza tutto con scanzonato umorismo. Un’altra grande sensazione di dubbio infinito è la tenuta di quella maniglietta obbligatoria, su grado allegro e con magari fuori qualche metro di corda. Oppure anche su friabilità spinta. O in pieno canale di ghiaccio e senti uno scoppio di rocce sopra di te, o un boato profondo e cupo di fianco. Dico sempre a me stesso, che sto cercando incoscientemente, quell’appiglio che si staccherà con le mie mani dalla parete, quella scaglia di ghiaccio in uscita da una cascata che mi farà precipitare nelle amorevoli mani del soccorso alpino. Ma il dubbio è anche la molla più forte della prudenza. È quel continuo, a volte snervante controllo su di sé e su quello che abbiamo intorno, che ci fa pensare con lucidità e freddezza ad ogni passo che compiamo, ad ogni strada che imbocchiamo, e a come passare il sabato sera. Ovvio che senza determinazione non usciremmo da casa, e per me quel guardare intorno con occhio critico è uno sprone a ingaggiare con tutto me stesso una gara con il futuro mio e con le sue difficoltà. Come affrontare la tangenziale di Brescia alle otto di mattina di lunedì. In realtà è proprio questa incertezza che cerco, questo senso di sconosciuto che qualcuno chiama avventura. In realtà è vivere questo istinto primordiale che m’interessa, vivere per qualche ora, in una dimensione lontanissima dal raziocinio e vicinissima all’anima. L’importante è che ci sia una corda e un amico dall’altra parte. C 1di g982 un tipo che, più giovane. C’è il e pr m se a er entrasse, eufemismo). i anni? (… è un qualsiasi gruppo gl in n e, co m e là m In co o? . Vecchi retto, sempre ragazzo che, e il più anziano dando il mio lib pr ar m era una volta un gu se e, è ch tri sì en co proprio lini” dal 1982. alsiasi gruppo . Già! È successo ia “Tullio Corbel re cc come me, in qu pe Ro sa di tto la fa uo o re della Sc rrampicata con n me lo abbian che sono istrutto i Queen live, l’a rto Peccato che no a, m co ac ne ci no al so n i ne, m lcio, Cona molti sono già bri della Direzio , i mondiali di ca simo (anche se as ite st m ve ite tte lim il tu è in ritardo con i tim o iss m ente!!! Arriva , il VI grad Ford Camaro, le ole il discensore n l’alpe”… finalm vu co n tta no e “lo Blade Runner, la a ch un o, l’imbrag di essere re. I che non vuole mpicare smette iamo a non vola gli scarponi, il CA ano la vita! Arra bi m ca n so come facc ci no lle , o) ue so di essere lì. Q ad illu gr ?! tte no tro al pe so i ar un m sc oltre)… e le che se a volte riva l’airlite (giù an ar , i, o) nt o attaccato, ad rta gr po un im assa di i ora che mi teng tto imprese qu fa ho no n So No e. i. nt la magnesite (abb st de ni alpi aia o inci passare... tanti malattia, vecchi Così ho visto… morto, vuoi per è no bagnino?!?! cu al ccia Tullio Corun qu e , sciato ta del “Corso ro eglio diventar na m a or gi er a n Qualcuno ha la im no pr a m la me Nunzio. tagna, rle inizia overe”, alla mon ia sulla spalla” co tina alle 8.00 a Vi m at m m ci “s la la do n an co quasi per un “d qu o chi più e sempre me Paco riempiono gli oc alche piercing in ici, entusiasti co qu am n i co ov e, nu Le speranze mi zz re ra tte incont anze e fa ler loro bene, è la speranza di n diverse sembi involgono nel vo co co r i M pu , e. tri er al i ac gl bellini”, in fondo pi tra i e saette, fatti comunicare mpre. Nascosti imprese, fulmin e o del piacere di i oc ol gi ric al E loro ci sono. Se pe o di ov o nu ano di lo in età matura. mente ripetut l corpo, mi inizi noi eravamo so e racconto infinita l m ne co , i to ut ss con tatuaggi su da Vi an sono ato su di loro. né ferite. e vadano dove abbiamo scaric so. Senza rughe i, io no id , st io fa e o ch od i nello sperare ch m m un e le incognite andi proble belli, i giovani. In strane, le paure se polsi, pieni di gr i co de le ne o, rs ve e leggende. Sono ve le di e mar ntare il mande da far tre sta alta, di affro Pieni di tante do per il mondo a te re da an di i, an vita. gio” i giov quanto è bella la Hanno il “corag mi, a ricordarmi pone. ar im i gn gl se a in vit a , la ra e assolute ch i, ancora e anco che loro siano qu Sono contento C’ Adamello 115 – pag. 55 Scuola di alpinismo SA1 “giache piane” di Marcello Ronca ra un po’ che mi ronzava in testa, soprattutto quando, scendendo con i piedi legati alle ciaspole, li vedevo volteggiare con gli sci. Alla fine è scattata la molla e mi sono iscritto al corso base di scialpinismo, il cosiddetto SA1. Mi son quindi trovato in mezzo ad un gruppo di persone, unite dalla stessa passione e mosse ognuno da proprie motivazioni. Dentro questo gruppo, un altro gruppo: quello degli istruttori, che ben presto sarebbero diventati i nostri scrupolosi ed attenti traduttori ed interpreti dell’affascinante e complesso mondo delle montagne innevate. Già dalle prime battute del corso mi è parso chiaro che si facesse sul serio. I toni scherzosi di Raffaele, il direttore del corso, stemperavano il clima, rendendo la trattazione teorica piacevole e fluida ma quello sguardo sicuro e quella capacità tutta sua di rimarcare i concetti importanti mi hanno subito detto: “sei nelle mani giuste!” Con il susseguirsi degli incontri serali e con le uscite in ambiente, questa prima impressione è presto diventata importante certezza. Sotto l’attento coordinamento di Raffaele un gruppo molto coeso di istruttori ha in poche settimane lavorato in modo egregio portando tutti a fare cose che neanche immaginavamo. E pag. 56 – Adamello 115 Siamo usciti dal corso con una serie di strumenti pratici utili a frequentare la montagna invernale con un buon grado di consapevolezza sui rischi ambientali. Ho così imparato ad osservare la montagna, a studiarne pendii ed esposizioni, a leggere nella neve la storia di recenti e passati sbalzi termici, ho chiuso gli occhi la sera pensando al bollettino meteo appena letto, immaginando cornici, avvallamenti, dorsali, boschi, radure, tracce di salita ed inebrianti discese. Mi son trovato in un mondo che già avevo negli occhi e nel cuore ma che pian piano iniziavo a vedere con lo sguardo più alto di chi le cose le vive da dentro. Ho scoperto così un rapporto con la montagna quasi intimo, fatto di grande attenzione, assoluto rispetto e continuo confronto. La cosa più bella è che questa consapevolezza mi è affiorata dopo il corso, cioè quando non essendoci più al fianco l’istruttore, ho deciso da solo la traccia da seguire, ho valutato il pendio, ho abbandonato la via solo apparentemente più logica per scegliere quella più lunga ma sicura, ho deciso che non aveva senso arrivare in vetta dato l’orario. Andando per montagne, in mezzo al deserto bianco, mi sono d’improvviso ricomparse certe frasi del mitico Raffaele e guarda caso erano quei tormentoni che lui introduceva dicendo “Gnari, direte che vi stufo, però... ” “Gnari, scusate se lo ripeto, però...” Nella mia vita ho frequentato parecchio i banchi di scuola, le aule di corso, ho imparato cose che mi sembravano fondamentali e che invece ben presto ho perso; al corso CAI è accaduto qualcosa di diverso: quanto apprendevo talvolta mi sembrava posticcio, talaltra poco chiaro ma poi andando in montagna il cerchio si è chiuso e quanto è restato è scolpito dentro. Consiglio a chiunque si voglia avvicinare allo scialpinismo di farlo attraverso il corso che ho frequentato, troverà persone estremamente disponibili che amano la montagna perché la conoscono. Ringrazio tutti gli istruttori per l’impegno, la passione e la spontanea e sincera simpatia che han saputo donarci. Un grande abbraccio a tutto il gruppo “giache piane” con il quale sono stato veramente bene. Ritorno al CAI di Roberto Conti irca dodici o tredici anni fa, quando ero un ragazzino tutto pelle e ossa, spronato da mio padre, decisi di frequentare un corso di roccia organizzato dal CAI Brescia. Le lezioni teoriche si svolgevano nella minuscola sede di piazzetta Vescovato, e per me essere circondato da così tante persone appassionate di montagna era semplicemente fantastico. Da allora, non so per quale motivo, non ho più messo piede nella sede del CAI, sebbene abbia continuato ad andare in montagna senza mai lasciarmi sfuggire un week-end. Quest’anno però decido che è tempo di ritornare a frequentare il CAI. Ben 13 anni dopo l’ultima visita in sede, mi ritrovo così seduto nella nuova spaziosissima aula intento a seguire la prima lezione teorica del corso SA1. In poche C settimane sono catapultato nelle iniziative del corso; compiti di cartografia, Artva, valanghe e le uscite pratiche il sabato e la domenica. I compagni di corso sono simpaticissimi e gli istruttori non sono meno pazzi di quelli del lontano corso di roccia. Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo corso SA1; forse all’inizio non ero nemmeno troppo convinto, invece lezione dopo lezione sì è rivelato davvero stupendo. Dopo quasi 15 anni passati su e giù dalle montagne e dalle pareti, sia che si trattasse di nuove avventure o semplici escursioni sulla neve, mi sono reso conto, grazie a questo corso di introduzione allo scialpinismo, che chiaramente avevo ancora tantissimo da imparare. In poco meno di due mesi di corso ho capito che cosa significa vivere la Montagna, quella vera, d’inverno; che cosa significa confrontarsi con persone molto più preparate di me, che cosa significa vedere il tuo istruttore infilare 6 curve in 3 metri di neve. Insomma, le poche nozioni che avevo all’inizio del corso si sono presto ampliate, rendendomi molto più responsabile e accorto nella preparazione di una gita. Il corso ora è finito da un pezzo ma, a differenza del passato, il CAI continuo a frequentarlo. Ho conosciuto molte persone con la mia stessa sfrenata passione per la montagna e in un batter d’occhio mi si sono presentate possibilità che prima nemmeno pensavo di poter sfruttare e, pensandoci bene, è proprio questa la cosa più bella che il CAI può offrirti. Adamello 115 – pag. 57 G.P.E. Dietro la sigla GPE… di Franco Ragni on c’è mistero: è il Gruppo Pensionati Escursionisti del CAI Brescia; altrove lo chiamerebbero Gruppo Seniores, ma a noi piace così in forza della nostra storia e di un’aneddotica che non è banale, poiché deriva da una collaudata storia di passione e di dedizione. Per la storia delle origini si sa che la fonte (oltre a quella di un facondo e travolgente protagonista come Mario Verdina, per chi ha la ventura di ascoltarlo) è il volume realizzato nel 2008 con la cura di Giulio Franceschini e la collaborazione di Dino Pedretti (e con l’attingimento anche a diversi testi di Ida Esposito), e dedicato ai primi vent’anni “istituzionali” di storia del Gruppo. Nella “preistoria” di quest’ultimo era stato coniato l’acronimo; era quasi uno scherzo, ma poi GiPiE si è fatto vero nome, anzi un marchio. “Marchio di Qualità”? Certamente: se infatti da una parte può sembrare come il chiedere all’oste se il suo vino è buono, un piccolo sforzo di obiettività ci autorizza a dire comunque di sì: “GPE-CAI Brescia” è un marchio di qualità, e di quella buona. Non si spiegherebbe altrimenti il progressivo successo (marcato da un’espansione continua) dell’iniziativa che ha questi connotati dal 1987, ma che già allora aveva alle spalle una sua storia, pur se strutturata in modo diverso e più ridotto. La sequenza dei numeri, un po’ approssimati ma realistici nell’ordine di grandezza, è eloquente: da una quarantina di persone alla settimana (su un solo turno) del 1987, si è N Adamello 115 – pag. 58 da anni sulle 150 presenze, almeno, su tre turni settimanali (martedì, mercoledì, giovedì) per quasi tutto l’anno, senza contare coloro che, rimasti anche brevemente assenti per i più diversi motivi, faticano per “riprendere il turno” e si trovano costretti a fare Novéne perché qualcuno rinunci (per motivi non gravi, ovviamente) e lasci il posto a chi è in attesa. Ne consegue che il mondo dei “vicini” (in termini più tecnici potremmo parlare di “bacino di utenza potenziale”) si può valutare in almeno 180 unità, che però si ritiene aumenteranno ancora, entro breve tempo. E dall’inizio siamo ben oltre le 2.000 gite, con un numero di presenze valutabile intorno alle 65.000 partecipazioni, o giù di lì. Niente male, si direbbe. E Brescia tra i “Gruppi Seniores CAI” della Lombardia si difende piuttosto bene, avendo tra l’altro al suo attivo due Raduni lombardi riusciti ottimamente, e in particolare il ricordo recente è a quello del 2012 a Borno il cui esito è stato (riconoscimento unanime – diremmo entusiastico – dei partecipanti degli altri sodalizi lombardi) eccezionalmente lusinghiero. Questo è stato un buon segno per la vitalità del GPE, che non significa solo partecipazione passiva alle gite da parte di un allegro gruppo (anzi: tre) di attempati buontemponi, ma anche spirito di gruppo, senso di appartenenza e disponibilità (almeno da parte di un gruppo significativo di Soci) al lavoro volontario e gratuito per la soddisfazione di essere utili e di fare le cose per bene, “solo per la bandiera” si direbbe. G.P.E. Tanto più che non sono facili (per i coordinatori, e soprattutto per gli storici leader) la convivenza con: le esigenze diverse in base a propensioni ed età; la sopportazione dei fisiologici mugugni; le differenze caratteriali e a volte anche le intemperanze dei partecipanti; tutte espressioni, queste, inevitabili nei gruppi compositi come i tre del GPE, ma che sono la caratteristica di ogni realtà associativa funzionante, pur richiedendo tanta pazienza da parte dei promotori. Funzionare, infatti, significa prendere iniziative e fare delle scelte che vengono vissute da persone in carne e ossa, che hanno un loro temperamento, una loro storia e delle aspettative. E la cosa funziona. È questa una delle tante facce della vitalità degli uomini (e delle donne, ovviamente… non vorrei essere tacciato di maschilismo) della cosiddetta “terza età” cui la vita odierna ci ha abituato. È vero che il mondo – almeno il “nostro” mondo – si è fatto più vecchio e ci piacerebbe viceversa fosse popolato da gioventù attiva, vivace e più piena di risorse davanti alle difficili sfide che l’attualità pone davanti a noi e a tutti, ma del resto la situazione che ci troviamo è questa e i “pensionati escursionisti” non ne sono la parte peggiore… Anzi! Potremmo dire, a buon titolo, che il solo fatto di mantenere questa voglia di andare in montagna e di socializzare in questo modo è segno di una vivacità mentale e culturale che va oltre gli inevitabili limiti caratteriali che ognuno di noi ha e anche oltre la stessa forma fisica. Come dire che se non siamo in grado di “salvare il mondo” (ci mancherebbe…!) riu- sciamo ad esercitare un’influenza positiva su noi stessi e sul piccolo mondo che ci circonda. Nel nostro “giro” ci sono novantenni che non demordono, nonostante gli ovvi limiti fisici che si possono immaginare, ma sono ancora giovanilmente capaci di stupore davanti ad ambienti, a situazioni e a panorami che nonostante la lunga esperienza appaiono loro sempre nuovi; e tutti vorremmo (anzi vogliamo) essere così: vecchi col cuore giovane in un mondo in cui anche tanti giovani hanno già, purtroppo, il cuore vecchio. All’alba dei sessant’anni e oltre, e anche molto oltre, si ritorna con lo spirito ai tempi in cui anche la modesta Cinquecento (nella quale ci si sarebbe poi stipati in quattro con tanto di zaini, per poi uscirne anchilosati) era un sogno e l’unica possibilità di evasione era costituita dalle gite comunitarie in pullman: quei rumorosi arnesi pieni di vibrazioni e puzzolenti di nafta, che vigorosi conducenti guidavano senza servosterzo su strade peggiori di quelle odierne. Oggi è un’altra cosa e i mezzi sono più comodi – cosa che non guasta – ma lo spirito è ancora quello, quello spirito che ci fa apprezzare le altre scomodità che appaiono fastidiose ma che sono così liberanti: la salita (spesso anche la discesa…), lo zaino e soprattutto… gli scarponi (che sollievo toglierli, alla fine). Oggi non si canta più, ma tutti ricordiamo: “Vecchio scarpone, quanto tempo è passato…” e noi ce la mettiamo tutta per far passare dell’altro tempo, e poi altro ancora, restando noi stessi e (magari!) cambiando solo gli scarponi. CAI - G.P.E. 1987 DEL GIOVEDÌ PROGRAMMA GITE - 2º SEMESTRE 2014 DATA LOCALITÀ E META T.ESC. ORA COORDINATORE 04/09/2014 Campo Carlomagno - Vallesinella alta Madonna di Campiglio (TN) Esc 6,00 Scutra Armando - Albertini Natalina 11/09/2014 Passo di Costalunga - Passo Nigra -Malga Costa - San Cipriano (BZ) Esc. 6,00 Verdina Mario - Mascoli Francesco 18/09/2014 Passo Aprica - Riserva naturale del Palabione Esc. 6,00 Scutra Armando - Pelucchi Ercole 25/09/2014 Resceto - Via Vandelli - Rif. Conti ai Campaniletti Passo Tambura (MS) Esc. 6,00 Mascoli Francesco - Maffioli Gianni 02/10/2014 Passo Durone - Cima Sera (TN) Esc. 6,00 Albertini Natalina - Pelucchi Ercole 09/10/2014 Redagno - Pietralba - Redagno– Canion delle foglie- Pietralba (BZ) Esc. 6,00 Guarnieri Andrea - Pelucchi Ercole 16/10/2014 Le Maddalene - Proves - Giro delle Malghe (BZ) Esc. 6,00 Verdina Giancarlo - Mascoli Francesco 23/10/2014 Riva del Garda - Ponale - Ledro (TN) da Riva, sentiero del Ponale, Biacesa e Ledro Esc. 6,30 Pelucchi Ercole - Paganuzzi Augusto 30/10/2014 Cavriana - Colli Mantovani (MN) Giro dei colli e visita museo T. / Esc. 6,30 Pedretti Dino - Faita Renato 06/11/2014 Val di Non - Castel Thun - mele - Castello Thun - Malga Vervo - Vervo (TN) Esc. 6,00 Maffioli Gianni - Guarneri Andrea 13/11/2014 Varese - Sacro Monte cima - Gavirate (VA) Esc. 6,00 Verdina Mario - Maffioli Gianni 20/11/2014 Da Zone al Monte Guglielmo e ritorno (BS) Esc. 6,30 Albertini Natalina– Panni Gianpietro 27/11/2014 Tenno - Rif. San Pietro e paese ricostruito (TN) T. /Esc. 6,30 Maffioli Gianni - Guarnieri Andrea 04/12/2014 Malcesine—Eremo di San Benigno e Caro (VR) Esc. 6,30 Scutra Armando - Maffioli Gianni 11/12/2014 Maderno - Sant’Urbano - Rif. Pirlo o Pizzoccolo (BS) Esc. 7,00 Panni Gianpietro - Albertini Natalina 18/12/2014 Pranzo di Natale da destinarsi Comitato Adamello 115 – pag. 59 G.P.E. Da Rovereto, lungo il sentiero delle Terragnòle di Arturo Milanesi Brescia, giovedì 6 marzo 2014 Alle 6 del mattino, in Piazzale Vivanti, ci raccogliamo in un gruppo di pensionati donne e uomini: aspettiamo un autobus che ci porterà a Rovereto. Prima ci si divideva tutti fra i gruppi del martedì e del mercoledì; poi le richieste sono aumentate: perciò il C.A.I., per non lasciare a terra nessuno, ci ha offerto la risorsa di un pullman anche il giovedì. “Buon segno se siamo aumentati, vuol dire che il nostro programma funziona!” dice allegramente un uomo dalla voce tonante. “Ma ci sono pure le assenze, definitive purtroppo: Gianni Bledig e Gabriella Belleri… e Elsa Franzoni… e altre e altri prima di loro”, osserva una donna, piangendo. Cala il silenzio, che per qualcuno è preghiera. Poi gli occhi di lei, di un altro, di alcuni, di tutte e di tutti si rivolgono a oriente, dove nel cielo azzurro brilla un pianeta: è Venere, che anticipa la luce del sole e segna speranza. Arriva il nostro pullman, si caricano gli zaini, si sale, si raggiunge un piazzale di Brescia sud, dove accogliamo altra gente. Poi si riparte verso Peschiera, Affi, la Valle dell’Adige, mentre il sole tinge il sereno con una morbida luce e s’affaccia sopra una terra dove è già primavera. Ormai conosciamo a memoria il percorso, perciò qualcuno si appisola, altre e altri intrecciano conversazioni dove le frasi vengono e vanno come le onde del mare e a tratti scrosciano in cascate di ridere allegro. Sosta in un autogrill, poco dopo si scende vicino alla parte alta di Rovereto. Ammiriamo le mura e i torrioni del grande castello cittadino, e quasi vorremmo entrarci per osservare i numerosi reperti storici che vi sono raccolti. Ma la voce del vicino torrente Leno, che scende dalla valle dove siamo diretti, ci invita a riprendere zaini e racchette e a metterci in marcia. Dopo pochi metri, i nostri occhi sono attratti da una lapide dedicata al grande condottiero Eugenio di Savoia, che qui montò a cavallo e puntò verso oriente per combattere e sconfiggere i Turchi Ottomani. Però non troviamo neppure una traccia di omaggio per quelle umili donne Adamello 115 – pag. 60 chiamate Terragnòle, eroiche senza saperlo, che ogni giorno, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, percorrevano a piedi più di dieci chilometri e confluivano qui dai borghi della valle per entrare in città a vendere i prodotti della loro terra, poi a sera rifacevano il percorso a ritroso. Sulla parte anteriore di un bilanciere di legno portavano a spalle un recipiente di rame pieno di latte; sulla parte posteriore avevano legato una fascina di legna minuta per accendere il fuoco, fiori e piccoli cesti di uova, funghi, ciliegie, vari prodotti degli orti. Al ritorno, dovevano accudire i figli minori lasciati in custodia alle figlie più grandi, controllare la salute degli ammalati e degli anziani, badare ai conigli, al pollaio e all’orto, cucinare la cena, preparare il carico da portare a Rovereto il giorno seguente. Provenivano dalle 33 frazioni del Comune di Terragnòlo, chiamato così dalla parola «terragno» che significa «luogo piano, rasoterra». Il terreno della valle era stato spianato, nel corso dei millenni, dai detriti che il torrente Leno aveva trasportato da monti molto friabili come la nostra Concarena. Ora l’acqua continua a scorrere verso Rovereto, ma in un certo senso distrugge l’opera sua formando una forra profonda a forma di V, come se fosse tagliata da un enorme coltello. Noi percorriamo, sulla sponda destra del torrente, un’antica mulattiera fatta allargare dal principe Eugenio di Savoia per le proprie cavalcate verso il Veneto, ma anche (bontà sua) per i contadini e boscaioli chiamati Teragnòi e per le loro donne Teragnòle. La salita è lieve e il fondo è regolare, riempito com’è da una ghiaia sottile che livella il terreno; ma il percorso è lungo. Nella prima frazione che attraversiamo, davanti a noi cammina una donna. Quando la raggiungo, la saluto e attacco bottone. È vicina agli ottanta, come mi dice, ma è ancora alta e snella, con la pelle del viso segnata solo da piccole rughe; ha la mente lucida e la parola pronta. Dà l’impressione di essere nata in una famiglia culturalmente aperta, tanto da offrire anche alle figlie l’opportunità di frequentare le scuole superiori quando ancora non si usava. Le chiedo delle Terragnòle. Siccome abita un poco più in alto, G.P.E. ci accompagna e mi fornisce alcuni dati interessanti. Quelle donne si muovevano sulla mulattiera, allora più sassosa, con i piedi avvolti da pezze; ma prima di entrare in città indossavano le scarpette eleganti di stoffa nera che si erano cucite. Si presentavano ai clienti con un’aria gentile e dimessa, così smaltivano più facilmente tutta la loro mercanzia. Ma al ritorno, libere dal peso e dai convenevoli, chiacchieravano ad alta voce confidandosi tutte le novità e i segreti piccanti di Rovereto e del territorio di Terragnòlo: nascite e morti, liti tra parenti o vicini, amori riusciti o non ricambiati, affari di corna, tendenze sessuali particolari che alcuni uomini o donne avevano sempre nascosto ma ora venivano a galla. Lungo il percorso le Terragnòle cantavano Mira il tuo popolo o Noi vogliam Dio davanti alle santelle, ma lontano da queste preferivano alcune canzoni molto profane. Le chiedo: “Me ne fa sentire una?”. Lei si guarda intorno per assicurarsi che nessun compaesano la senta, lascia passare tutto il nostro gruppo e poi mi sussurra, in musica: “Anche i tedeschi / lassù nel Tiròl / una volta al mese se lavan el còl! // Tegnela ti,/ che mi no la vòi / la gà la goba e la sbrega i lensöi // Se tuti i bechi / i gavesse un lampiòn / ohi mamma mia che illuminassiòn!”. “Bella – dico – ma forse un po’ troppo moderata; me ne faresti sentire un’altra un poco più… espressiva?”. Ma la furba gira il discorso e mi racconta di un ragazzotto “foresto” che aveva tentato di molestare una giovane e bella terragnòla: le altre lo circondarono, lo assalirono come furie e lo bastonarono a dovere; poi gli promisero il bis se si fosse fatto ancora vedere sul loro sentiero. Arriviamo a un viottolo che conduce alla sua casa. Lei svolta, poi ritorna sui suoi passi perché vuole raccontarmi un altro episodio, avvenuto in un villaggio sul crinale del non lontano Pasubio: Sul sagrato di una chiesa era arrivata una vecchia contadina di razza terragnòla, con una gerla piena di grossi pezzi di legna; e contemporaneamente una lettiga con le stanghe sostenute da quattro uomini robusti in livrea; ne era scesa la regina d’Italia Margherita di Savoia, barcollante e con la faccia imbronciata. La contadina si libera in fretta dal suo fardello pesante per accorrere vicino alla nobile donna e chiederle, con una gentilezza che nasconde lo scherno: “Seu straca, siora regina?”. Ridiamo divertiti, poi la mia amica mi saluta con un cordiale arrivederci e scompare. Raggiungo il mio gruppo, che si è fermato ad attendermi davanti al piccolo Maso del Brenta. Vi abita una famiglia romena che, oltre all’attività contadina, gestisce un piccolo museo di fossili. Fuori, un cartello avverte «SI AFFITTANO STANZE». Quali? Probabilmente sono quelle degli stessi abitanti del maso, che d’estate si ritirano nel loro fienile come, fino a qualche decennio fa, si usava anche a Montisola. Riprendiamo il cammino e leggiamo via via i cartelli con il nome delle varie frazioni. Alcune sono piccoli paesi, ma altre sono quasi solo ammassi di ruderi chiari dove è fuggita anche l’edera e solo la vipera vi genera i figli. Che cosa è successo? Semplice: le statistiche ufficiali ci dicono che nel 1921 gli abitanti di Terragnòlo erano 2443, ma nel 2011 si erano ridotti a 755; oggi probabilmente sono ancora di meno. Per salvare le tradizioni e il paesaggio delle nostre belle terre di montagna, forse dovremmo incrementare e gestire con saggezza l’immigrazione di contadini stranieri? Fra questi pensieri, raggiungiamo il capoluogo di Piazza, dove ci sono il municipio, un plesso scolastico, una grande chiesa e un ristorante; qui una ragazza romena svelta e gentile ci serve un buon pranzo a prezzo contenuto. Nel parcheggio vicino al ristorante è fermo il nostro pullman, che è salito lungo una strada asfaltata parallela a quella che noi abbiamo percorso a piedi; ciascuno riprende il suo posto e ripartiamo per Brescia. Durante il viaggio, si parla poco e si dorme. Ci riscuotiamo prima di Sant’Eufemia e ammiriamo il sole che sta tramontando come un grande disco d’oro brillante in un cielo rosato. Rosso di sera… ne avevamo bisogno, dopo uno strano inverno noioso e inzuppato di pioggia! Adamello 115 – pag. 61 PROGRAMMA ESCURSIONI G.P.E. SENIORES 2º SEMESTRE 2014 le escursioni giornaliere si effettuano di norma il martedì, il mercoledì e il giovedì mar mer giov Dal 30 giugno al 7 luglio Itinerario T/Esc Quota/Disl. salita/ Settimana nazionale dell'Escursionismo in Cadore e nella Conca d'Ampezzo (BL) Coordinatori Partenza Cerretelli C. 1/7 2/7 3/7 Tires-Valle del Ciamin da S. Cipriano (BZ) Esc 1700 600 Maggini A. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo 8/7 9/7 10/7 Cristo Pensante-Giro del Castellazzo (Passo Rolle-TN) Esc 2333 400 Faini G. 5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo 15/7 16/7 17/7 Lago Aviolo-Bivacco Festa (Valcamonica-BS) Esc 2320 838 Ventura M. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo Nel cuore delle Dolomiti (BZ) 1° giorno: Monguelfo-Dobbiaco 2° giorno: traversata Val di Landro-Val di Braies 3° giorno: Luttago-Val di Tures Esc 1715 2307 2527 630 610 540 Seminario P. Faini G. 5.30 Vivanti / 5.45 S. Polo 2 gruppi 19-20-21/7 e 21/22/23/7 22/7 23/7 24/7 Ponte Pianone-Lago di Laghisol (Val Breguzzo-TN) Esc 2141 900 Toffa E. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo 29/7 30/7 31/7 Vermiglio-Stavel-Rifugio Denza (Val di Sole-TN) Esc 2680 800 Ventura M. 5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo Esc 1620 450 Esc 2380 2690 720 310/1270 Sentiero 3V da Vaghezza all'Alpe Pezzeda Commemorazione di S. Cinelli, R. Floreancigh, Domenica 24/8 S. Battaini ecc. (Val Trompia-BS) in collaborazione con Gruppo M. Maddalena Traversata della Val Passiria (BZ) 2 giorni 1° giorno: Passo Rombo – Rif. Monteneve martedì 2/9-mercoledì 3/9 2° giorno: Rif. Monteneve-Masseria V. Ridanna Visita culturale Centrale di Edolo-Museo di Cedegolo (Valcamonica-BS) 5/9 Da lunedì 8/9 a sabato 13/9 Cesenatico, mare e monti circostanti (Romagna-Foreste Casentinesi) Turistico Bignotti G. Mezzi propri 6.30 Vivanti Maggini A. 5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo Seminario P. Esc/ Bignotti G. Maggi G. Turistico 16/9 17/9 18/9 Pian dei Resinelli-Rifugio Rosalba (Prealpi lombarde-LC) Esc 1730 23/9 24/9 25/9 Val D'Arda da Vernasca a Vigoleno-percorso ad anello (Appennnino Piacentino) Esc 471 30/9 1/10 2/10 S. Apollonia-Fortificazioni di Val Massa (Val Camonica-BS) Esc 2499 7/10 8/10 9/10 Monte Cengio-Cogollo del Cengio Altopiano dei Sette Comuni (Asiago-VI) Esc 14/10 15/10 16/10 Pre di Ledro – Baita Segala (Val di Ledro - TN) 14-15-16/10 21/10 22/10 28/10 Faini G. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo Seminario P. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo 919 Moreschi E. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo 1360 200 Maggini A. 6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo Esc 1250 800 Arici E. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo Gorizia e dintorni 1° giorno: attorno a Gorizia 2° giorno: il Carso Isontino 3° giorno: trekking urbano a Gorizia Esc 1500 Cerretelli C. 6.00 Vivanti / 6.15 S. Polo 23/10 Da Lagdei al Lago Santo e M. Marmagna (Appennino T. E.) Esc 1851 600 Faini G. 5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo 29/10 30/10 Sentiero delle Scogliere di San Cassiano (Colli Berici-VI) Esc 255 600 Cerretelli C. 7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo 4/11 5/11 6/11 Anello del Podone (Val Seriana-BG) Esc 1225 946 Faini G. 6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo 11/11 12/11 13/11 Via Valeriana-Edolo-Ponte di Legno (Valcamonica-BS) Esc 1350 700 Quadri P. 6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo Novembrata Castellaro Lagusello (MN) Esc/ turistico 19/11 550 1200 complessivi Tutti 25/11 26/11 27/11 Trekking della Val Grigna da Esine a Bienno (Valcamonica-BS) Esc 650 350 Panteghini G. 6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo 2/12 3/12 4/12 Sarnico-Corno Buco-Predore (Lago d'Iseo-BG) Esc 969 770 Maggi G. 7.30 Vivanti / 7.40 S. Polo 9/12 10/12 11/12 Da Castelletto a Malcesine con visita presepi di Campo (Lago di Garda-VR) Esc 406 350 Faini G. 7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo Tutti 14.30 mezzi propri 17/12 Adamello 115 – pag. 62 Auguri fine anno I.T.G. Tartaglia Puoi ricaricarla come una prepagata. Puoi addebitare gli acquisti in conto corrente come un bancomat. Puoi posticipare l’addebito delle spese come una carta di credito. E il PIN lo scegli tu! Per saperne di più o prendere un appuntamento in filiale visita il sito viagramsci.creberg.it Messaggio pubblicitario con finalità promozionale. Per le condizioni contrattuali fanno riferimento i Fogli Informativi disponibili sul sito web e presso le filiali della Banca. Ed. 12/2012 BANCO POPOLARE - Comunicazione e Pubblicità. Messaggio pubblicitario con fi nalità promozionale. Per le condizioni contrattuali fanno riferimento i Fogli Informativi disponibili sul sito web e presso le fi liali della Banca. Ed. 11/2013 BANCO POPOLARE - Comunicazione e Pubblicità. Corsa in montagna A proposito del Ravasio… di Armando Scutra, Rolando Bertussi e Cesare Benedini proposito del trofeo Ravasio… mi ricordo che tanti anni fa (1975, eravamo giovani) il sentiero UNO lo abbiamo percorso in tre giorni, a fine settembre-primi di ottobre, con i rifugi ormai chiusi. Ritrovo in piazza stazione, in treno sino a Edolo, in autobus sino a Temù, poi a piedi alla centrale elettrica e su su sino al rifugio Garibaldi. Attraverso una finestra si accede al locale invernale; erano presenti altri due escursionisti. Un litro di acqua calda e una bustina di minestra liofilizzata (non certo quelle moderne per i runner), più tardi entrano Anchise Mutti e due compagni intenzionati a salire la nord dell’Adamello… e allora si aggiunge mezzo litro di acqua alla minestra. La mattina, dopo il the, si inizia dalla diga del Venerocolo, passo del Lunedì, diga del Pantano, passo Premassone, Tonolini, Baitone e rifugio Gnutti, dove incontriamo i soci Chiaudano e Faita. Ci organizziamo la cena con la minestra liofilizzata, pancetta e crackers. Dormiamo nella ex cabina elettrica ora trasformata in rifugio invernale. Al mattino the caldo con il nostro fornelletto e si riparte, salita al passo Miller e discesa al rifugio Prudenzini. Non c’è locale invernale. Tutto è chiuso. Dopo uno spuntino ripartiamo in salita al passo Poia e ripida discesa in val Adamé. Anche il rifugio Lissone è chiuso e senza locale invernale. Decidiamo di rifugiarci nella vicina malga; un locale con tavolo A pag. 64 – Adamello 115 e fuoco è a disposizione e un pagliaio per riposare c’è. Dopo un bagno nel Poia, nudi come vermi, e il solito rito di minestra liofilizzata ci corichiamo, come consigliano i manuali di alpinismo, con i piedi negli zaini e ci avvolgiamo nei poncho antipioggia. Chi ha dormito sulla paglia sa come ci si sveglia… con la gola cartavetrata! Alle prime ore dell’alba siamo alla fontana per rigenerarci; the caldo e borracce piene con la fettina di limone e via. Al passo Ignaga ringrazio il cielo di farlo in salita, poi il lago d’Aviolo, passo di Campo, dove inizia a nevicare e al passo Dernal, sotto un’improvvisata tettoia di lamiera, facciamo uno spuntino nei ruderi dell’ex rifugio Brescia. Salita alla Bocchetta Brescia. C’è nebbia, non si vede il fondo, non si vedono i segni, in fila indiana, piano piano e nel più assoluto silenzio scendiamo sulle cenge, naturalmente non ci sono ancora le corde fisse. Solo quando scorgiamo la ganda sottostante ci torna la favella e considerando finiti i possibili problemi proseguiamo per la lunga traversata che ci conduce al passo Blumone e infine, dopo 12 ore di cammino, al rifugio Gabriele Rosa situato nello stabile dei custodi della diga del Lago della Vacca i quali, ormai all’imbrunire, non si aspettano di vedere tre pellegrini affamati e ci preparano pastasciutta e bottiglione di vino. Il giorno seguente recuperiamo parte del peso corporeo perduto con un pranzo al rifugio Blumone e dopo l’autostop ad un autocarro che trasporta legname raggiungiamo Bagolino seduti sui tronchi. Infine con un comodo autobus ritorniamo a Brescia. Poesia La morte bianca di Enzo Franzoni Oltre le cime innevate d’intorno c’è un orizzonte lontano verdazzurro slavato; sopra di noi e nella valle giù sotto vedo nuvole nere a mucchi rigonfi. La traccia che nasce con me presto s’allunga dolce e sinuosa verso la cima col greve peso di uomini e sci. A un tratto, su in alto, è come un soffio, un sospiro… Il corvo che rotea sì lento ha come un guizzo veloce dell’ala; un brivido scorre nel tronco contorto del larice ardito, lassù sempre più solo; lo sguardo si blocca atterrito… Per legge di grande mistero, si stacca dall’alto una palla, come per gioco. La vedo esitare un istante e poi correre in basso sempre più grande sempre più bianca sempre più vicina, rigando la montagna come a guastare un vestito candido e bello, e col suo urlo inumano tutto travolgere nello schiantarsi a valle. Serateproiezioni 2014 9 settembre 14 ottobre 11 novembre 9 dicembre Ambienti naturali e sport della montagna Ruggero Bontempi Trekking GR 20 in Corsica Roberto Micheli I tremila delle Dolomiti Roberto Ciri Magica Concarena Andrea Guerzoni Adamello 115 – pag. 65 Biblioteca Claudio Chiaudano Invito alla lettu ra di... J. Hemmleb - “Nanga Parbat 1970” Versante Sud 2012 Nanga Parbat, la montagna nuda, da sempre la montagna del destino dei tedeschi, è stata salita la prima volta da Hermann Buhl nel 1953. L’allora capo spedizione Herrligkoffer si ripresenta nel 1970 per salirla dall’imponente parete sud del Rupal, la “parete più alta del mondo”. Ne fanno parte tutti alpinisti tedeschi e due giovani altoatesini, i fratelli Reinhold e Gunther Messner. Questi, dopo aver conquistato la vetta, decidono, contravvenendo agli ordini del dott. Herrligkoffer, di scendere dallo sconosciuto versante nord per la parete Diamir. Solo Reinhold esce vivo dalla discesa e viene tratto in salvo dopo alcuni giorni. Gunther rimane indietro e viene sepolto da una valanga, rimanendo disperso fino al ritrovamento dei resti nel 2005. Sulla vicenda sono stati scritti libri, fatti processi, e le polemiche tra i protagonisti non si sono mai sopite fino in fondo. Nel 2010 il film “Nanga Parbat” di Joseph Vilsmaier, prodotto in collaborazione con Reinhold Messner, riporta la storia alla ribalta. In tutta risposta nello stesso anno Jochem Hemmeleb, scrittore alpinista, scrive l’ennesima versione del “dramma e della controversia” attraverso un’intervista a uno dei protagonisti, quel Gerhard Baur che fu l’ultimo a parlare con Gunther... Sergio Campagnoni, novembre 2013 E. Camanni - “Di Roccia e di Ghiaccio” Editori Laterza 2013 Un condensato di storia dell'alpinismo; da Francesco Petrarca a Ueli Steck, dalla salita del modesto Mont Ventoux (anno Domini 1336) del poeta aretino alle cavalcate a tempo di record sulle grandi nord delle Alpi dello spider man svizzero. “Di Roccia e di Ghiaccio”, prendendo spunto dalla scala delle difficoltà, ripercorre i vari gradi che hanno segnato l’evoluzione dell’Alpinismo, rimette in fila le tappe storiche di questa avventura che ha mosso e tuttora muove gli animi dei sognanti “conquistatori dell’inutile”. Il Monte Bianco, il Cervino, la Nord dell’Eiger, le Grandes Jorasses, la Nord Ovest del Civetta e via fino a quando la vecchia scala Welzenbach ancorata al sesto grado viene sconvolta dai fratelli Messner. Da lì, dalla fine degli anni sessanta, da quel settimo grado in poi è tutto un susseguirsi di progressi; nel ghiaccio arriva la piolettraction che consente tempi e itinerari impensabili fino a pochi anni prima; nella roccia arriva l’arrampicata sportiva con Berhault, Manolo, Mariacher che stravolgono il concetto di alpinismo classico come è stato inteso fino allora e alzano continuamente il grado... fino a quell’ipotetico dodicesimo che Camanni ormai identifica con le grandi traversate di corsa in lotta con il cronometro. Scrive Giusto Gervasutti: “L’uomo felice non dovrebbe avere più nulla da fare; per conto mio preferisco una felicità irraggiungibile”. Sergio Campagnoni, novembre 2013 E. Camanni - “La metafora dell'Alpinismo” Liaison Editore, 2010 L’evoluzione nel tempo della storia dell’Alpinismo, dai “mezzi leali” di Mummery sul Dente del Gigante alla guerra del chiodo tra Preuss e Piaz; innovatori e conservatori, accademici alla Quintino Sella e climber visionari alla Gian Piero Motti. In questo breve pamphlet, Camanni, da grande esperto della materia, condensa due secoli di storia, analizza e ripercorre le motivazioni per cui la comunità degli alpinisti (i “conquistatori dell'inutile”) ha saputo rinnovarsi e sopravvivere. Sergio Campagnoni, marzo 2014 R. Messner - “La seconda morte di Mallory” Bollati Boringhieri 2002 Nel 1999 una spedizione di ricerca ritrova sotto la parete Nord dell’Everest il corpo quasi intatto di George L. Mallory, l'inglese disperso 75 anni prima nel tentativo alla prima del tetto del mondo. Lo stesso Mallory ha già partecipato alle precedenti spedizioni del 1921 e 22; quella del 1924 deve essere quella decisiva; o la vetta o la morte, ora l’Everest deve essere suo o lui dell’Everest; vincerà la montagna; forse avrebbe voluto proprio così, non vuole essere ritrovato, non vuole essere cercato, ma rimanere un tutt’uno con la sua montagna. Dopo il ritrovamento si riapre la discussione: e se i primi salitori fossero stati veramente Mallory e il suo giovane compagno di cordata Andrew Irvine in quel 1924 e non Hillary e Tenzing nel 1953? Mallory ed Irvine caddero nel tentativo di salita o di ritorno dalla vetta conquistata? Messner in questo libro romanzato raccoglie documentazioni dell’epoca, ripercorre la vicenda, analizza i fatti e ne trae le conclusioni. Sergio Campagnoni, febbraio 2014 F. Fleming - “Cime Misteriose, la grande avventura della conquista delle Alpi” Carocci Editore 2001 Ci si chiede spesso perché gli inglesi siano stati i principali fautori della nascita dell’Alpinismo. Il libro di Fleming non è che un piccolo trattato di storia in materia. L’Inghilterra delle colonie, dell’epoca Vittoriana, della rivoluzione industriale domina il mondo negli anni in cui viene “scoperta” una nuova regione europea fino ad allora considerata inaccessibile e abitata da esseri mostruosi come draghi, fantasmi e demoni di ogni genere: sono le Alpi il nuovo terreno di conquista in cui si avventurano i coraggiosi sudditi di sua Maestà. Dapprima come semplici viaggiatori estivi (sono i benestanti lord e i nuovi ricchi borghesi che possono permettersi di trascorrere ogni anno qualche mese in vacanza); si fanno accompagnare dai locali abitanti dei luoghi ai piedi delle imponenti lingue glaciali; poi gli studiosi si avvicinano sempre di più alle “terre proibite”, formulando le prime teorie sulla formazione e il movimento dei ghiacciai. Infine arrivano i “cacciatori di vette”, che semplicemente fanno a gara per la conquista delle cime inviolate, e la fondazione dell’Alpin Club a Londra nel 1857 sancisce la nascita di un fenomeno che ormai si è allargato al resto d’Europa. Sergio Campagnoni, dicembre 2013 Adamello 115 – pag. 66 Biblioteca Claudio Chiaudano I. Affentranger - “I racconti del vento” Nuovi Sentieri Editore 2010 Nel lontano 1966 avevo letto “È buio sul ghiacciaio” di Hermann Buhl nella traduzione dal tedesco all’italiano di Irene Affentranger. Oggi, a distanza di tanti anni, la piacevole occasione di scoprire Irene Affentranger come autrice di questo libro coinvolgente e profondo. “I racconti del vento” è la narrazione autobiografica di salite e avventure, sia estive che invernali, che spaziano dalle Alpi all’Himalaya, ma anche il racconto dettagliato, giorno per giorno, di una vacanza “il completamento felice della mia giovinezza” come lei stessa la definisce, vissuta da Irene quindicenne con il fratello Franco e altri ragazzi, durante la seconda guerra mondiale, fra le montagne della Svizzera, quell’ “isolotto superstite contro cui si smorzano le lingue dell’Oceano di fuoco”. L’autrice non si limita al racconto “esteriore”degli avvenimenti; dal libro emerge la sua notevole capacità di compiere una profonda analisi interiore e, cosa assai difficile, di riuscire a coinvolgere il lettore in questa sua analisi. Il libro è arricchito da bellissime foto a colori e in bianco e nero. Rita Gobbi, maggio 2014 S. Moro - “Everest, in vetta a un sogno” Rizzoli Editore, 2013 Simone Moro, alpinista bergamasco, ha iniziato la sua attività con l’arrampicata sportiva per poi essere contaminato dalla malattia degli 8000. A 24 anni è già in spedizione verso l’Everest; l'esuberanza giovanile, unita al sottovalutato fattore quota, gli gioca però un brutto scherzo: rischia la vita per inizio di edema cerebrale. La lezione gli serve per le successive spedizioni in Himalaya, ormai la sua seconda casa: le sue salite sono sempre ben studiate e la tabella di acclimatamento viene seguita scrupolosamente. Ciò che afferma Moro a livello internazionale è la sua caccia agli 8000 in versione invernale (sue sono le prime invernali al Shisha Pangma, al Makalu e al Gasherbrum II). Di recente (inverno 2014) ha tentato invano la salita al Nanga Parbat. Questo libro però è incentrato sulle sue quattro salite all’Everest, tra cui la rocambolesca traversata da sud (Nepal) a nord (Tibet), senza il permesso del governo cinese, che gli costa quasi la galera... L’Everest, il tetto del mondo, il sogno che si realizza e si concretizza sempre di più con la sua recente attività di salvataggio con elicottero; così Simone Moro ha saputo adattarsi alla quota, diventando ora anche imprenditore di se stesso, nonché affermato scrittore di montagna. Sergio Campagnoni, aprile 2014 Adamello 115 – pag. 67 Quote sociali 2014 Sono Soci “giovani” i Soci aventi meno di 18 anni. Sono Soci “familiari” i conviventi con un Socio ordinario della stessa sezione. La quota di iscrizione offre notevoli vantaggi: sconto del 50% sui pernottamenti effettuati nei rifugi del C.A.I. e del 10% sulle tariffe viveri; assicurazione fino a E 25.000,00 per il soccorso alpino; abbonamento alle Riviste della Sede Centrale ed all’“Adamello” della nostra Sezione; sconto sull’acquisto di volumi, guide e cartine; libera lettura dei volumi della biblioteca sezionale. Da gennaio 2012 il mensile “Lo Scarpone” è diventato una testata on line consultabile all’indirizzo www.loscarpone.cai.it. Nella riunione del Consiglio Direttivo del 19-11-2013 sono state stabilite le quote sociali per il 2014. Categorie di soci Quota in E Ordinario Familiare Giovane Quota 1ª iscrizione Quota 1ª iscrizione giovani 50,00 32,00 20,00 10,00 8,00 Si rende noto che il rinnovo dell’associazione al C.A.l. può essere effettuato versando la quota annuale a mezzo vaglia postale o tramite il conto corrente postale, intestando il bollettino come segue: “Club Alpino Italiano Sez. di Brescia”, Via Villa Glori n. 13, c/c/p n. 14355259 ed aggiungendo il costo delle spese postali oppure effettuare un bonifico bancario intestato a C.A.l. Sezione di Brescia Banca Credito Bergamasco Sede di Brescia c/c n. 8189 ABI 03336 CAB 11200. IBAN IT49H0333611200000000008189. Per evitare disguidi, si raccomanda di indicare chiaramente il nominativo del Socio, il bollino comprovante l’avvenuta associazione verrà poi spedito dalla segreteria direttamente al Socio. Si comunica inoltre che è possibile effettuare i pagamenti presso la nostra Segreteria con l’utilizzo del bancomat. Cambi di indirizzo Raccomandiamo vivamente ai Soci di volerci comunicare con cortese sollecitudine ogni cambiamento d’indirizzo. Verrà facilitata la spedizione di riviste, avvisi e convocazioni, ecc. Ricordiamo ai Soci che, come il resto della Rivista, anche la rubrica Vita della Sezione è aperta a tutti i Soci. Invitiamo pertanto tutti i nostri Soci a comunicarci, per la pubblicazione, eventuali nascite, matrimoni, lauree oppure lutti. Nascite 19.11.2013 16.05.2014 Pietro Rubagotti di Fabio e Chiara Ferrari Davide Morandi di Mauro e Laura Maffezzoni Matrimoni 14.09.2013 16.10.2013 Michele Rocchi con Paola Mattei Marco Bellini con Emma Spagnoli Soci scomparsi 13.01.2014 14.01.2014 03.02.2014 08.02.2014 05.03.2014 21.03.2014 19.05.2014 Giancarlo Ciuti Federico Bertoglio Broccardo Casali Gianni Bledig Gabriella Belleri Pietro Albini Guido Furia TABELLA DEI RIFUGI E BIVACCHI DELLA SEZIONE RIFUGIO Telefono Località e gruppo Locale Anno di invernale costruzione posti n. Categoria Quota s.l.m. Posti letto n. Giuseppe Garibaldi tel. 0364 906209 Val d’Avio D 2548 98 8 1958 1996 Odoardo Ravizza tel. 0364 92534 Estate Arnaldo Berni Gavia tel. 0342 935456 Ortles-Cevedale A 2541 71 – 1933 – Elena Bonetta tel. 0342 945466 Estate Angelino Bozzi Montozzo tel. 0364 900152 Ortles-Cevedale D 2478 24 – 1928 1968 Paolo Prudenzini tel. 0364 634578 Val Salarno Adamello D 2235 63 6 1908 – Serafino Gnutti tel. 0364 72241 Val Miller Adamello D 2166 34 4 1975 Gianluca Madeo – tel. 0364 72241 - 339 7477766 D 2574 37 10 1911 1979 D 2450 45 10 1891 2012 C 1335 27 2 1980 1981 E 3040 120 12 1929 2005 – 3149 9 9 1958 – Maria e Franco Val Paghera tel. 0364 634372 Adamello Franco Tonolini tel. 0364 71181 Baitone Adamello Baita Iseo tel. 0364 339383 Natù Concarena BIVACCO Ai Caduti dell’Adamello* Lobbia Alta tel. 0465 502615 Adamello Passo Brizio Zanon Morelli Adamello Anno di ristrutturazione Gestione Periodo di e telefono apertura Gestione diretta CAI BS - Monica Fantino 335 6215363 Estate Giorgio Germano 0364 71157 Estate Giacomo Massussi tel. 030 9196647 Estate Fabio Madeo Estate tel. 0364 75107 cell. 338 9282075 Adelchi Zana Estate tel. 0364 433038 Gestore 0465 503311 335 6664234 Estate Sempre Incustodito aperto Arrigo Giannantonj Passo Salarno Adamello – 3168 6 6 1980 – Incustodito Sempre aperto Gualtiero Laeng Passo Cavento Adamello – 3191 6 6 1972 – Incustodito Sempre aperto * proprietà “Fondazione Ai Caduti dell’Adamello” Adamello 115 – pag. 68 GITE ESCURSIONISTICHE C.A.I. DI BRESCIA 2014 DATA GITE g DIFFICOLTÀ DISLIVELLO TEMPI ACCOMPAGNATORI Luglio 2014 EE 1500 8 ore Giuseppe Ditto - Carla Dionisi E 1250 7 ore Marco Micheli - Dario Di Pietro 27/07/14 Corno Nero Agosto 2014 EE 600 5 ore Luca Bonfà - Riccardo Ponzoni 02-09/08/2014 Trekking Gran Sasso d'Italia e campo Imperatore EE 06/07/14 Rifugio Tagliaferri 13/07/14 Laghi di Torsolazzo 19-20/07/14 Gita Alpinistica 03/08/14 Pizzo dei Tre Signori 09-10/08/2014 Traversata Val Duron - Passo d'Antermoia - Catinaccio Dario Di Pietro - Marco Micheli EE 1600 m EE 1° g.: 1150 g.: 650 8 ore 2° 1° g.: 6 ore 2° g.: 6 ore Giuseppe Ditto - Carla Dionisi Luca Bonfà - Elena Poli - Luigi Bazzana E 912 7 ore 23-24/08/2014 Isola Palmaria E 200 3,30 ore Punta del Venerocolo - Rifugio Garibaldi in collaborazione 30-31/08/2014 col CAI de l'Aquila per il loro 140° EE 31/08/14 Cima Carega - Rifugio Fraccaroli Settembre 2014 07/09/14 Monte Pagano EE 780 6,30 ore E EE EE EE 700 1500 m 1367 950 5/6 ore 8 ore 6 ore 4 - 5 ore EE 1200 7 ore Dario Di Pietro - Marco Micheli E - EE E 930 + 320 800 7 ore 5 ore Renato Roversi - Oscar Rossini 15/08/14 Laghi di Monticelli 14/09/14 Pizzo di Becco - Val Canale (BG) 21/09/14 Cima Barbignaga 28/09/14 Pizzo Arera Ottobre 2014 05/10/14 12/10/14 19/10/14 26/10/14 Novembre 2014 02/11/2014 09/11/14 16/11/14 Monte Alben 1° g.: 960 2° g.: 770 1° g.: 5 ore 2° g.: 7/8 ore Roberto Nalli - Alberto Maggini Renato Roversi Dario Di Pietro - Marco Micheli Riccardo Ponzoni - Oscar Rossini - Matteo Gilberti Pietro Borzi - Luigi Bazzana Giuseppe Ditto - Carla Dionisi Barbara Cocchini - Daniele Poli Matteo Gilberti - Diego Micheli OTTOBRATA Laghi di Cerviera Monte Zenone - in gemellaggio con UISP Preseglie - Madonna del Visello (BS) Monticelli - Gaina NOVEMBRATA - Parco delle Colline di Brescia E E E 380 600 250 3,30 ore 6 ore 2 ore Barbara Cocchini e accompagnatore Uisp Adamello 115 – pag. 69 Alberto Maggini - Pietro Borzi Riccardo Ponzoni - Oscar Rossini - Matteo Gilberti Marco Micheli - Dario Di Pietro e tutti gli Accompagnatori con pranzo GITE ALPINISMO GIOVANILE 2014 GITE SOFT 2014 Adamello 115 – pag. 69 Sottosezione di SANTICOLO 1994-2014 20º anniversario di costruzione del bivacco Davide Un progetto nato fra amici intorno a un camino per ricordarne uno che non c’è più. Davide Salvadori, figlio di oriundi di Santicolo, scomparve il 22 ottobre del 1992 vittima di un incidente stradale. Lo zio Giacomo e i suoi genitori, Franco e Sandra, volevano dedicare a lui qualcosa che restasse nel tempo. Davide era grande appassionato di montagna; nacque così l’idea di realizzare un tracciato sulle montagne di Corteno Golgi che portasse come nome la sua data di nascita. A metà di questo percorso sarebbe nato il “Bivacco Davide”. Il luogo della realizzazione fu individuato al passo Torsoleto, in questo punto la quota è di 2645 m slm e la vista verso il lago di Piccolo è a dir poco sensazionale. Così gli alpinisti che avrebbero bivaccato presso la struttura avrebbero goduto anche del notevole valore aggiunto di un panorama unico. L’idea della famiglia Salvadori trovò pieno appoggio nelle associazioni della sottosezione C.A.I. di Santicolo, dell’U.S. Corteno Golgi e nell’Amministrazione Comunale che ne facilitò l’espletamento delle pratiche. Tante persone si prestarono in quel periodo per la realizzazione di una sfida che sembrava quasi impossibile. Verso la fine dell’anno 1993 iniziò così la progettazione a cura del geometra Giancarlo Moranda che lavorava presso le industrie Albertani di Edolo, ditta specializzata nella costruzione di strutture in legno lamellare. Dalle prime bozze ispirate al modello “Pedranzini”, bivacco situato quasi in vetta al monte Tresero nel gruppo Ortles-Cevedale, fu prodotto un primo progetto con tipologia di costruzione block house. Nei primi mesi del 1994, dopo vari perfezionamenti, il bivacco “Davide” era, sulla carta, pronto. Dodici+quattro comodi posti letto, soppalco porta zaini, prese per il ricambio d’aria, arredamento interno e quant’altro necessita a un alloggio del genere. La struttura fu progettata interamente in legno lamellare coibentata e rivestita esternamente in lamiera. Le facciate furono previste di colore grigio/ argento che tanto si intonava con le rocce del paesaggio circostante, mentre la copertura in lamiera fu pensata rossa per renderlo ben visibile in caso di cattivo tempo. Nei mesi di maggio e di giugno del 1994 ebbero inizio le operazioni di trasporto e di montaggio. Nulla doveva essere trascurato poiché i trasporti con elicottero dovevano essere calcolati precisamente sia per i carichi che per evitare costi inutili non di poco conto. Squadre di volontari si impegnarono a fondo nei fine settimana, prima per gli scavi a mano e per la realizzazione della platea in cemento armato che avrebbe fatto da basamento, in seguito per il montaggio vero e proprio della struttura con tutte le problematiche che si possono incontrare nella realizzazione di un’opera simile a 2645 m slm. Il 3 luglio del 1994 il bivacco “Davide” era finalmente pronto e, con una corsa in solitaria, l’atleta di casa Adriano Salvatori inaugurava il sentiero 4 luglio. Sul passo Torsoleto fu tagliato il nastro e benedetta l’opera alla presenza di monsignor Bruno Foresti e di numerose persone salite da Corteno e da Santicolo per l’attesissimo evento. Oggi, dopo vent’anni, il bivacco “Davide” è ancora lì, ha resistito a nevicate e bufere, confermando le buone scelte progettuali, la qualità dei materiali usati e la professionalità degli artigiani volontari che gli hanno dato vita. La sua gestione è affidata alla sottosezione C.A.I. di Santicolo che periodicamente esegue manutenzioni e controlli sulla struttura ma i buoni alpinisti sanno che la manutenzione ordinaria di queste strutture è affidata soprattutto al buon senso degli stessi che lo frequentano. Il bivacco “Davide” è il risultato di un grande periodo di collaborazione e di amicizia, per certi versi di un periodo triste, ma allo stesso tempo è la dimostrazione della caparbietà e della buona collaborazione che hanno portato alla realizzazione di un’opera che da vent’anni è lassù, a 2645 m slm, a servizio di tutti i passanti. Nel ventesimo anniversario della sua costruzione, il 3 agosto di quest’anno avrà luogo presso il bivacco “Davide” una giornata particolare con celebrazione della santa messa e festeggiamenti vari. CASIO PRG 270 ͻůƟŵĞƚƌŽ ͻĂƌŽŵĞƚƌŽ ͻdĞƌŵŽŵĞƚƌŽ ͻƵƐƐŽůĂĚŝŐŝƚĂůĞ ͻĂůĐŽůŽĚŝƐůŝǀĞůůŝ ͻĂƌŝĐĂƐŽůĂƌĞ ^/KWZKdZ<WZtϲϬϬϬ ͻůƟŵĞƚƌŽ ͻĂƌŽŵĞƚƌŽ ͻƵƐƐŽůĂ ͻdĞƌŵŽŵĞƚƌŽ ͻZŝĐĂƌŝĐĂƐŽůĂƌĞ ͻZĂĚŝŽĐŽŶƚƌŽůůĂƚŽ ͻ^ƵďϭϬϬŵƚ ͻƌŽŶŽƟŵĞƌƐƵŽŶĞƌŝĞ CASIO SGW-300H ͻůƟŵĞƚƌŽ ͻĂƌŽŵĞƚƌŽ ͻdĞƌŵŽŵĞƚƌŽ € 89,00 CONCESSIONARIO: Lorenz ^/KWZKdZ<WZtϯϬϬϬ Perseo ͻůƟŵĞƚƌŽ ͻĂƌŽŵĞƚƌŽ Citizen ͻƵƐƐŽůĂ Casio ͻdĞƌŵŽŵĞƚƌŽ Suunto ͻZŝĐĂƌŝĐĂƐŽůĂƌĞ Emporio Armani ͻZĂĚŝŽĐŽŶƚƌŽůůĂƚŽ ͻĂůĐŽůŽĚŝƐůŝǀĞůůŝ Fossil ͻƌŽŶŽĂůůĂƌŵĞƟŵĞƌ Diesel ͻDŝƐƵƌĂnjŝŽŶĞƋƵŽƚĂŝƐƚĂŶƚĂŶĞĂ Corso Mameli 2 - BRESCIA - Tel. 030.3757310 www.gioilelleriavantini.com [email protected]