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Direzione - redazione - amministrazione
Organizzazione di volontariato
iscritta al registro regionale
Regione Lombardia foglio n. 659
prog. 2630 Sez. B - Onlus
via Villa Glori 13 - tel. 030 321838
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direttore responsabile:
GIUSEPPE ANTONIOLI
redattori:
PIERANGELO CHIAUDANO, RICCARDO
DALL’ARA, RITA GOBBI, FAUSTO LEGATI,
ANGELO MAGGIORI, PIA PASQUALI,
FRANCO RAGNI, TULLIO ROCCO,
MARCO VASTA
La collaborazione è aperta a tutti, le
opinioni espresse dai singoli autori
negli articoli firmati non impegnano
né la Sezione né la Rivista. La rivista
viene inviata gratuitamente ai Soci
ordinari, vitalizi della Sezione e delle
Sottosezioni.
A chi intende scrivere su
“Adamello” si ricorda che, per una
equilibrata distribuzione dello spazio
nella Rivista, ogni articolo non deve
superare gli 8000 caratteri, spazi
inclusi. Gli articoli devono pervenire
alla Segreteria della Sezione entro le
seguenti date:
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Vita Associativa
Assemblea dei Soci 24 marzo 2014
Assemblea Regionale dei Delegati
Luciana Levi Sommaruga
Imprevisti domenicali a Brescia…
a margine dell’Assemblea Delegati
Giorgio Zanetti
17
I 140 anni del CAI Brescia
I 140 anni del CAI Brescia
Carlo Fasser
Un documento prezioso
Giulio Franceschini
Storia della Sezione di Brescia
Giulio Franceschini
Storia dell’alpinismo bresciano
Il film di Marco Preti
Compagni di cordata
Manuel Bonomo
23
32
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Storia
150° anniversario della prima salita all’Adamello: 1864-2014
a cura di Silvio Apostoli
Julius Payer, alpinista e scrittore
Francesco Mazzocchi
1871: la prima salita bresciana (e italiana) all’Adamello è guidata da un… generale austriaco!
Franco Ragni
Piedi sulla Thurwieser e testa sulla Luna
Franco Ragni
Ricordo
Gianni Bledig
La tua Famiglia, Gabriella Bignotti
Michele Ventura, Elena Rossi, Matteo,
Ivana, Giovanni e tutti gli amici del CAI
Luciano Santandrea
Broccardo Casali
Luciana Levi Sommaruga
Federico Bertoglio
Renato Faita
ORARI DELLA SEZIONE DI BRESCIA
dal martedì al sabato
dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 19.00
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giovedì
anche dalle 21.00 alle 22.00
Ambiente
Ghiacciai della Lombardia, quale il loro futuro
Roberto Boniotti
37
Etica dell’alpinismo
Mica siamo in Canada qui
Roberto Boniotti
chiuso
lunedì e festivi
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Storie di vita
La vita può riservare gioie e dolori
Italo Bazzani
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Medicina
L’articolazione della spalla
Pablo Ayala
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Rifugi e Bivacchi
Ancora sul nuovo Bivacco Giannantonj
al passo Salarno
FR
Extraeuropeo
44
Yukon Arctic Ultra 2013
Aldo Mazzocchi
Trekking in Marocco
Pensieri di Claudia
Cintura di fuoco
Angelo Maggiori
51
Escursionismo
Alla Bocchetta di Val Massa: tra storia e natura
Davide “Ramingone” Dall’Angelo
e Lorenzo “Ramingazzo” Rota
54
Gruppo gite MTB
Dépliant 2014
55
Scuola di Alpinismo
Il dubbio
Giuseppe Masneri
1982
g
SA1 “giache piane”
Marcello Ronca
Ritorno al CAI
Roberto Conti
58
G.P.E.
Dietro la sigla G.P.E.
Franco Ragni
G.P.E. 1987 giovedì: progr. gite 2° sem. 2014
Da Rovereto, lungo il sentiero delle Terragnòle
Arturo Milanesi
G.P.E. Seniores: programma escursioni
2° semestre 2014
64
Corsa in montagna
11° Trofeo Paolo Ravasio
A proposito del Ravasio…
Armando Scutra, Rolando Bertussi,
Cesare Benedini
65
Poesia
La morte Bianca
Enzo Franzoni
65
Nuove nomine
Accompagnatori di escursionismo
Alfredo Chiodi, Giuseppe Ditto
Pierangelo Festa
65
Serate proiezioni 2014
66
Biblioteca Claudio Chiaudano
Invito alla lettura di…
68
Vita della Sezione
Vita della Sezione
Tabella rifugi e bivacchi
Gite escursionistiche C.A.I. Brescia 2014
Gite Alpinismo Giovanile 2014
Gite Soft 2014
70
Vita delle Sottosezioni
Santicolo: 1994-2014 20° anniversario
di costruzione del bivacco Davide
Adamello 115 – pag. 5
Vita associativa
Assemblea dei Soci
24 marzo 2014
foto di Adriano Giusti
Relazione del Presidente
Il Presidente Luigi Bresciani passa la
parola a Carlo Fasser (Presidente della
Sezione) per le sue comunicazioni e per
la relazione del Presidente.
Più che darvi delle comunicazioni voglio proporvi una piccola variante
allo sviluppo dei lavori dell’assemblea
che spero trovi la vostra approvazione:
si tratta di anticipare a subito una parte
delle premiazioni dei soci con l’Aquila
d’oro sia per animare un po’ la serata sia
per andare incontro a qualcuno che desidera andare a letto presto (come piacerebbe molto anche a me).
Propongo quindi di cominciare con
i soci sessantennali. Per una ragione
che capirete subito invito Giulio Franceschini ad eseguire la premiazione di
Silvio Apostoli. Si crea così l’occasione
per festeggiare con un applauso di riconoscenza gli storici della nostra sezione
Giulio Franceschini e Silvio Apostoli che
hanno concluso la serie di monografie,
con cui hanno ricostruito la storia dei
nostri rifugi, con quella relativa al rifugio
Maria e Franco.
Il loro immane e difficile compito di
ricerca della documentazione e di ricostruzione dei fatti ha comportato, ne
sono testimone io stesso, un’ammirevole tenacia e un accanimento che hanno
portato all’ottimo risultato che potete
apprezzare già da questa sera qui fuori
(con possibilità di acquisto di copie arricchite dalle firme autografe degli autori).
Come ultima comunicazione ricordo
che nella prossima assemblea del 2015
dovremo rinnovare le cariche istituzionali con l’elezione del nuovo Consiglio
e dei nuovi Presidente e Vicepresidenti. Per costituire il comitato elettorale si
sono candidati a tutt’oggi i signori: Carlo
Cerretelli, Giancarlo Cristini, Giuseppe
Ditto, Gian Franco Ognibene e Barbara
Saleri che ringraziamo per la disponibilità.
Da oggi si raccolgono quindi le candidature per coprire le cariche sociali in
scadenza.
Massimo Bonetti, socio venticinquennale
Dino Pedretti, socio venticinquennale
Alessandro Ziletti, socio venticinquennale
Il giorno 24 marzo 2014 si è tenuta
l’Assemblea Ordinaria della Sezione di
Brescia.
In apertura di seduta il Presidente
della Sezione Carlo Fasser invita il rag.
Luigi Bresciani a fungere da Presidente
e il sig. Piero Borzi a fungere da Segretario. L’Assemblea approva.
Il Presidente dell’Assemblea Luigi
Bresciani propone di dare per letta la
relazione dell’Assemblea del 18 Marzo
2013. L’Assemblea approva.
COMUNICAZIONI
DEL PRESIDENTE
DELLA SEZIONE
pag. 6 – Adamello 115
Carissimi compagni di cordata,
uso questa espressione al posto di
quella riduttiva di “Soci” perché ho imparato dal film di Marco Preti sulla storia
dell’alpinismo bresciano che è preferibile andare in cordata alla conquista di
nuove mete, anche perché sta diventando sempre più difficile oltre che costoso
raggiungere i traguardi che ci poniamo
per dovere istituzionale, soprattutto a
causa dell’inflazione di regole e pastoie
burocratiche di cui stiamo soffrendo in
Italia.
Mentre quindi ringrazio i Vicepresidenti Mirella Zanetti e Giacomo Fasser
e i membri del Consiglio direttivo, tutti
molto partecipi e reattivi ai frequenti impegni deliberativi a cui sono stati
sottoposti, e i segretari Borzi e Cristini,
e l’innumerevole schiera dei responsabili a tutti i livelli delle molte attività che
hanno arricchito l’annata e che verranno illustrate più avanti, sento il dovere
di chiedere anche a tutti voi di entrare
nella cordata, cioè di partecipare maggiormente con le idee e l’azione alla vita
sociale mettendo a disposizione della
Sezione il vostro volontariato nelle attività anche non specialistiche ma comunque necessarie alla sua vita.
I nostri ringraziamenti vanno in particolare anche a:
Vita associativa
Valentina Zanini, socio venticinquennale
Sandra Franzoni, socio cinquantennale
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Renato Veronesi che, oltre ad accettare l'incarico di Consigliere nazionale, ha coordinato il progetto della
nuova piattaforma tesseramento e si
è assunto l’onere di divulgare questa
nuova procedura con una serie di incontri con le sezioni di tutta Italia;
ad Anna Gerevini che oltre ad aver
accettato l'incarico di Consigliere regionale si è assunta anche quello dei
rapporti con le Sottosezioni;
a Giorgio Sandonà esperto dei sentieri nel rinato Comitato di Coordinamento delle Sezioni di Brescia;
a Oscar Rossini che da 7 anni organizza le serate culturali intitolate ad
Agostino Gentilini;
ad Alberto Maggini che garantisce
un valido supporto grafico informatico per la divulgazione delle varie
attività sociali;
ai tanti che operano in silenzio con
grande generosità come gli Ispettori
dei rifugi.
L’anno 2013 può essere considerato
come un anno positivo per molti versi
ma particolarmente triste per quanto riguarda le perdite dolorose che abbiamo
dovuto subire.
A questo riguardo vi chiedo un minuto di silenzio in ricordo dei seguenti
defunti, tra i quali spiccano personalità
che hanno scritto pagine importanti della storia della Sezione:
Carlo (detto Cecco) Mondolo, Arnaldo Avanzini, Bruno Boventi, Cesare
Mazzocchi, Arturo Crescini, Luciano
Malchiodi, Gabriella Pasinetti, Giovanni Aperti, Gigina Buizza, Italo Maranti, Giancarlo Ciuti, Federico Bertoglio,
Broccardo Casali, Gianni Bledig e Gabriella Belleri.
Per quanto riguarda l’attività del
Consiglio il 2013 ha proposto molti temi
importanti sia di ordine teorico che di
valenza pratica.
Un tema sul quale abbiamo ritenuto
opportuno intervenire riguarda il dibattito ancora in evoluzione relativo alle caratteristiche imprescindibili della gratuità e della trasparenza del volontariato,
messe in dubbio da comportamenti e
da teorizzazioni devianti e decisamente condannabili. Il CAI nelle sue azioni
esterne deve mantenere integro lo spirito di servizio con cui è nato. Ed è grazie
a questo spirito che la nostra Sezione
riesce a mantenere attivi i suoi 8 rifugi
e mezzo.
Nella passata stagione con grande sacrificio economico ed estenuante
impegno dei nostri tecnici (l’ingegner
Giacomo Fasser ci riferirà tra poco e ci
dirà se la parola estenuante è eccessiva)
abbiamo affrontato opere necessarie nei
rifugi Tonolini, Prudenzini e Garibaldi e
sono state analizzate e in parte preventivate le opere che ci vedranno ancora
impegnati nella prossima stagione 2014.
In particolare è stato deliberato di
intervenire sul rifugio Bozzi con opere
che condizioneranno pesantemente la
normale gestione del rifugio. Per questo
non è stato rinnovato il contratto scaduto di affitto di ramo di azienda in attesa
di approvare una diversa modalità provvisoria di gestione per garantire comunque l’apertura del rifugio.
Anche nel 2013 abbiamo partecipato
allo Sport Show dove una folla di bambini e non solo ha frequentato la nostra
parete artificiale. Speriamo che questa
semina dia qualche frutto.
Il Trofeo Ravasio, svoltosi in luglio
con il favore della meteorologia e di una
perfetta organizzazione, si è confermato
come una iniziativa di crescente succes-
so e l’entusiasmo che lo ha contornato
ci ha spinti a convincere Gigi Mazzocchi, prima deciso a interrompere l’iniziativa per le difficoltà prevalentemente
economiche che lo preoccupavano, a
rianimare l’esigua e infaticabile équipe
che lo aiuta per una nuova edizione del
trofeo.
Da sottolineare il successo del Congresso Istruttori Lombardi ottimamente
organizzato a Brescia in ottobre dai responsabili delle scuole.
A Milano, nell’Assemblea regionale
dei delegati del 10 novembre, ci è stato
proposto di ospitare a Brescia l’Assemblea dell’aprile 2014. Abbiamo accolto
la proposta inserendola tra le manifestazioni di celebrazione del nostro 140°.
Al punto 10 dell’ordine del giorno siamo
chiamati a nominare i nuovi Delegati sezionali.
Un problema giunto quasi a conclusione in questi giorni è stato quello della
necessaria ristrutturazione del bivacco
Giannantonj reso praticamente inagibile dal tempo e dai vandali. L’impegno
Lino Faini, socio sessantennale
Silvio Apostoli, socio sessantennale,
con Giulio Franceschini
Adamello 115 – pag. 7
Vita associativa
Vitaliano Cerutti, socio sessantacinquennale
riguardante la ristrutturazione dei rifugi
non ci consentiva di reperire le risorse
economiche necessarie per un intervento significativo e quindi abbiamo considerato provvidenziale la proposta fattaci
da Comunità montana, Unione dei Comuni della Valsaviore, Comune di Saviore e Conferenza Stabile del CAI Valle Camonica e Sebino di rinnovare la struttura
con un solo modesto nostro contributo,
adottando una struttura che ha vinto un
concorso internazionale per le sue caratteristiche estetiche e funzionali, caratteristiche che lo possono far diventare un richiamo turistico in aggiunta alla
sua funzione di ricovero di emergenza.
Si compone così una nuova cordata
che rinnova il piacere, oltre che l’interesse, di stringere rapporti di collaborazione sempre più positivi con la Valle. Inoltre, dopo approfondite riflessioni
sulle nostre difficoltà nell’eseguire sul
bivacco una costante sorveglianza e nel
garantire le dovute manutenzioni, il Consiglio ha concordato la cessione non
onerosa della struttura alle Sezioni CAI
di Valle Camonica anche per premiare la
grande disponibilità del volontariato valligiano rispetto a quella del volontariato
cittadino. A loro va riconosciuto anche il
merito di aver ottenuto la collaborazione
dell’ENEL nelle onerosissime operazioni
di trasporto con elicottero.
Il bivacco, in attesa di venir installato al Passo Salarno, verrà esposto al
pubblico presso la centrale Enel Green
Power di Forno Allione (Comune di Berzo Demo) con un contorno espositivo e
celebrativo di una certa rilevanza.
Con questa manifestazione non intendiamo concludere la celebrazione del
140° compleanno della Sezione, iniziata
il 14 marzo con la proiezione del film di
Marco Preti e più recentemente con la
pag. 8 – Adamello 115
pubblicazione della monografia sul rifugio Maria e Franco.
Visto il grande interesse suscitato
dalla ricostruzione della storia dell’alpinismo bresciano, constatato il grande volume di documentazione emerso
e che può emergere riguardo alla sola
storia della nostra Sezione intendiamo
cominciare da subito a preparare il più
significativo 150° per evitare lacune ed
errori dettati dalla fretta, chiedendo anche a tutti voi come compagni di cordata di raccogliere idee, filmati, fotografie e
materiale storico.
Per ultimo e non per importanza, ma
anzi per dare maggiore peso e memoria a quanto voglio esprimere ora, devo
ringraziare le segretarie Claudia e Paola
per la loro collaborazione che ha colmato anche le mie lacune da inesperienza,
per la loro professionalità e memoria
storica e per l’impegno con cui hanno
affrontato il complesso sforzo organizzativo comportato dalla nuova Piattaforma Tesseramento.
Rosanna Cita Avanzini,
socio settantacinquennale
conservato e migliorato per poterlo passare a chi proseguirà dopo di noi nella
gestione. Prima di parlare della stagione
trascorsa, vi informo di come sono proseguiti i lavori di adeguamento e miglioramento iniziati nel 2012.
Rifugio Tonolini
COMMISSIONE RIFUGI
Presidente: Giacomo Fasser
Visto l’interessamento della stampa
e dei social network ai rifugi di proprietà
della Sezione, è doveroso precisare ai
Soci che la gestione degli immobili a noi
affidati è condotta nell’intento di manutenerli, migliorarli e adeguarli alle normative vigenti, inoltre è interesse della nostra Sezione aumentare, nel limite delle
nostre disponibilità, il livello dei servizi
per rispondere alle mutate esigenze degli alpinisti, dei turisti e del personale impegnato nella gestione.
Spesso le richieste di adeguamento dei servizi vengono avanzate dagli
amministratori del territorio, i Comuni
introducono nel loro patrimonio turistico anche le nostre strutture e spingono perché le stesse rispondano ai loro
obiettivi di promozione e valorizzazione
dell’ambiente d’alta quota e della sua
conservazione. La comunione di intenti tra la sezione e gli amministratori del
territorio è pretesto per una proficua collaborazione.
Per garantire e migliorare il servizio
offerto da rifugi e bivacchi la Sezione
produce un notevole sforzo economico
e si appoggia a volontari Soci che dedicano con passione il proprio tempo.
La responsabilità che condividiamo è
quella che nasce dalla coscienza che
il patrimonio che abbiamo deve essere
I lavori di ampliamento sono finiti.
I costi sono stati divisi tra la Sezione e
un contributo rilasciato dalla Regione
Lombardia. All’apertura della stagione
abbiamo presentato i lavori al pubblico
con un rinfresco organizzato dalla Sezione e dal gestore Fabio Madeo. A settembre abbiamo terminato un progetto
pilota di realizzazione di un impianto di
fito-depurazione per il rifugio. L’intervento, sperimentale, è nato dalla fervida
mente del Direttore del Parco dell’Adamello Dott. Furlanetto. Quest’anno l’impianto si presenterà come un laboratorio
di studio per valutare l’effettiva capacità
dell’impianto di abbattimento degli inquinanti organici. Problema tuttora irrisolto a questa quota. Sono alte le attese
per un risultato che porterebbe grandi
vantaggi all’ambiente.
Rifugio Prudenzini
I lavori di adeguamento e miglioramento, cofinanziati dalla Regione, sono
terminati, siamo in attesa dell’autorizzazione per la messa in funzione della
turbina di autoproduzione elettrica che
potrà affrancare il rifugio dalla dipendenza del generatore a gasolio. Con il
completamento dell’iter autorizzativo
della turbina otterremo lo svincolo del finanziamento regionale. Quest’anno abbiamo in programma il rifacimento dei
rivestimenti della sala da pranzo, iniziativa interamente sostenuta dalla Sezione.
Vita associativa
Rifugio Garibaldi
I lavori oggetto del co-finanziamento
regionale saranno completati la prossima stagione grazie anche ad un sostanzioso contributo del CAI Centrale.
Abbiamo sostituito i serramenti e realizzato un avancorpo con destinazione deposito, mancano alcune manutenzioni ai
servizi igienici interni.
Altri interventi, sostanzialmente manutentivi, sono stati effettuati per i restanti rifugi.
Con l’apertura della prossima stagione dei rifugi è in programma un consistente intervento sul Rifugio Bozzi,
per risolvere l’annoso problema del malfunzionamento dell’impianto elettrico e
la necessaria manutenzione dei servizi
igienici. Il nostro rifugio sarà al centro
di iniziative organizzate dall’ANA, dal
Comune di Ponte di Legno e dal nostro
sodalizio per la ricorrenza del centenario
dell’inizio della prima guerra mondiale.
Altri interventi sono destinati al Rifugio Maria e Franco, il meno accessibile
della nostra costellazione. Lo sforzo è
volto a rendere più ospitale la struttura
agli alpinisti, ma soprattutto a chi vive
sempre il rifugio, Giacomo e Fiorella
Massussi. Già alla fine della passata
stagione abbiamo sostituito la stufa e
messo a norma il camino. Sono e saranno piccoli interventi rispetto a quanto
sarebbe necessario fare per ristrutturare
il fabbricato, ma il meteo e i piccoli spazi
costringono a grandi sforzi e spese oltre
che a un’attenta programmazione.
La passata stagione è stata penalizzata dalla neve che ha faticato a rendere facili gli accessi ai rifugi e all’alta via.
Questo si è fatto sentire sui passaggi e
quindi sui guadagni dei gestori. Il rifugio
Maria e Franco è stato anche penalizzato dall’interruzione dell’accesso da
Ceto.
Aumenta la frequentazione del Bozzi per l’incremento turistico trainato dal
Comune di Ponte di Legno e dal crescente interesse per la bicicletta da
montagna che vede il rifugio come punto di sosta tra Ponte e Pejo.
Insieme alle Sezioni della Val Camonica abbiamo aderito all’iniziativa patrocinata e sovvenzionata anche dal Parco
dell’Adamello, dalla Comunità Montana
e da alcuni Comuni della Valle per la
manutenzione del Bivacco Giannantonj. L’intervento prevede la sostituzione dell’attuale struttura, bisognosa di
consistenti interventi strutturali, con un
prefabbricato il cui progetto è risultato
vincitore di un apposito concorso. Per
motivi logistici il manufatto passa sotto
la tutela della conferenza stabile delle
Sezioni della Valle Camonica, che ne assume gli oneri di gestione e la titolarità.
Nonostante la stabilità del meteo si
rileva in generale una riduzione dei passaggi sull’alta via. Potrebbe essere l’effetto del morso della crisi, o il problema
del collegamento tra la prima e l’ultima
tappa, o il sempre minor tempo a disposizione per le ferie estive spesso non
coincidente con le favorevoli condizioni
meteo.
La Sezione, insieme agli amministratori del Parco, della Comunità Montana
della Provincia e dei Comuni oltre che
delle altre sezioni del CAI sul territorio, è
impegnata nella manutenzione dei sentieri e degli accessi.
Voglio ringraziare a nome del Consiglio tutti coloro che si sono prodotti
per migliorare oltre che mantenere le
nostre strutture, prima di tutto i gestori
che consideriamo la nostra immagine
in prima linea, poi gli ispettori e infine i
fornitori che hanno spesso superato i limiti della loro fornitura per raggiungere i
risultati prefissati.
COMMISSIONE
ESCURSIONISMO
Coordinatori: Luca Bonfà e Daniele Poli
Relatore: Daniele Poli
Buona sera a tutti,
espongo a nome della Commissione
Escursionismo la relazione sulle attività
escursionistiche svolte nel 2013.
Per chi non mi conosce sono Daniele
Poli e insieme a Luca Bonfà sono stato
eletto dal mese di ottobre 2013 nuovo
coordinatore della Commissione. A questo proposito vorrei ringraziare il coordinatore uscente Oscar Rossini per il lavoro che ha portato avanti nel corso degli
anni nell’ambito della Commissione.
Nel corso dell’anno sono state effettuate 43 escursioni, con 740 presenze
complessive. Si tratta di dati pressoché
identici a quelli dell’anno precedente
e che evidenziano una certa costanza dell’attività della Commissione. Le
escursioni sono state svolte su percorsi
di varia difficoltà per cercare di venire incontro alle esigenze di Soci escursionisti
con diversi livelli di preparazione. Sono
state organizzate anche 5 uscite con le
ciaspole, nelle quali viene sempre richiesto il kit arva+pala+sonda, per cercare
di garantire una frequentazione sicura
della montagna, e 2 uscite in ferrata.
È proseguita anche l’attività di formazione degli Accompagnatori. Nel corso del 2013 l’accompagnatore Giuseppe
Ditto ha ottenuto il titolo di Accompagnatore Regionale di Escursionismo (A.E.)
mentre altri 6 accompagnatori hanno
iniziato il percorso per Accompagnatori
Sezionali di Escursionismo (A.S.E.). Tutti
i percorsi di formazione sono gestiti direttamente dalla Commissione Centrale
per l’Escursionismo Lombardo.
Vorrei ringraziare tutti gli Accompagnatori che si sono prodigati nell’organizzazione e conduzione delle escursioni, con un pensiero particolare a Gianni
Bledig, che se n’è andato all’inizio di
quest’anno e che per tutto il 2013 ha
continuato a collaborare attivamente
anche con la Commissione Escursionismo.
Come di consueto, invito tutti alla
consultazione del nostro calendario e
alla partecipazione alle escursioni previste nel 2014.
ATTIVITÁ GRUPPO
ESCURSIONISMO
SENIORES – G.P.E.
Coordinatore: Osvaldo Cinelli
Relatore: Michelangelo Ventura
L’anno sociale 2013 ha visto la conferma di una buona partecipazione alle
iniziative del gruppo a fronte di una confermata disponibilità ed impegno dei
Soci accompagnatori.
A parte le consuete escursioni giornaliere nelle giornate di martedì/mercoledì e giovedì da porre in evidenza
il buon esito della settimana bianca a
Pontresina in Svizzera nel mese di gennaio, l’escursione a Firenze e dintorni
nel mese di aprile, il trekking in Sardegna nella prima parte di giugno, le giornate di Glorenza e Val di Tures sempre in
giugno, il trekking di tre giornate in Val
Gardena nel mese di luglio e i trekking
della Via Sett e in Campania nel mese di
settembre.
L’attività si è complessivamente
svolta concretizzandosi in 130 uscite ed
ha registrato circa 7.000 presenze.
Dato di non poco conto l’assoluta
sicurezza in cui si sono svolte le escursioni con imprevisti e incidenti quasi inesistenti.
Riteniamo tutto ciò frutto di una adeguata e meticolosa preparazione, opera
del lavoro di un gruppo di AccompagnaAdamello 115 – pag. 9
Vita associativa
tori affiatato e consapevole. Nel merito
da registrare l’ingresso nel gruppo degli
Accompagnatori di nuovi Soci Francesco Viola, Michelangelo Ventura, Gianbattista Faini, Anna Bazzani, Roberto
Nalli, Alberto Maggini, Renzo Fracassi
e Giovanna Panteghini alcuni dei quali hanno fornito la loro disponibilità alla
frequenza del corso A.S.E. Seniores, organizzato dal CAI - escursionismo Lombardia, che si concluderà nel prossimo
mese di giugno. Per contro, per limiti di
età od operativi, abbiamo ringraziato e
salutato vecchi compagni di Associazione nelle persone di: Tullio Rocco, Giulio
Sguazzi e Davide Citroni.
Al fine di rendere patrimonio comune
la formazione, i corsisti A.S.E. si sono
impegnati a diffondere, mediante appositi incontri, le informazioni e le indicazioni ricevute.
Nel fare memoria di quanto accaduto nel corso dell’anno sociale 2013 e
nel primo scorcio 2014 vogliamo ricordare con grande affetto e commozione
gli amici che ci hanno lasciato e sono
andati avanti: Elsa Franzoni e Gianni
Bledig, con i quali abbiamo condiviso
lunghi tratti di strada e l’amore per la
montagna. Sono andati in ricognizione
per noi per poi indicarci la strada.
Come ormai consuetudine, abbiamo
poi rinnovato l’appuntamento del ‘concorso fotografico’ che ha visto il realizzarsi delle premiazioni in occasione della festa di fine anno.
In tale circostanza è stato ufficializzato a tutti i Soci il risultato dell’impegno comune a dotare il gruppo, mediante colletta spontanea, di strumenti
finalizzati alla gestione in sicurezza delle
escursioni (radio, satellitare).
Per l’anno in corso, sempre in tema
‘escursioni sicure’, il gruppo si sta dotando di strumenti informativi e formativi
(opuscolo ‘salute in montagna’, scheda
dati personali, possibilità controllo sanitario presso struttura convenzionata) atti
a diffondere la cultura di una frequentazione sicura della montagna. Nel merito alcuni soci hanno anche partecipato
al corso di primo soccorso svoltosi nel
mese di maggio a cura della Commissione sanitaria CAI.
Da menzionare anche l’attuazione di
due incontri nel mese di ottobre e novembre dedicati all’attrezzatura necessaria per una buona riuscita delle escursioni.
Con il supporto dell’esperienza e
competenza del responsabile degli Accompagnatori, Osvaldo Cinelli, verranno
pag. 10 – Adamello 115
organizzati, nelle prossime settimane,
incontri dedicati all’utilizzo e messa in
opera di semplici accorgimenti tecnici
da porsi in essere in caso di necessità
in ambiente.
Per concludere un altro sincero ringraziamento indirizzato alla nostra Segreteria e al Consiglio Direttivo.
Buon cammino a tutti… I vostri Seniores.
ALPINISMO GIOVANILE
Responsabile: Gian Franco Ognibene
Relatore: Giovanni Lonati
Il gruppo di Alpinismo Giovanile della
nostra Sezione è costituito da una dozzina di Accompagnatori e da un numero
variabile tra i 20 ed i 30 giovani (dai 7
ai 17 anni), tendenzialmente più bimbe
che bimbi. Quindi abbiamo avuto uscite
anche con poco più di 40 partecipanti.
Come da tradizione anche nel 2013
la formula adottata è stata quella di un’uscita in ambiente per ogni mese e in luglio la settimana estiva. Ecco quindi brevemente che cosa abbiamo combinato:
Gennaio: ciaspolata al Rifugio Val
Trompia con tanta neve, ma mai quanta ne troviamo poi a febbraio sulla nostra Maddalena. Provvidenziale la sala
riscaldata al pianterreno della chiesetta
posta in vetta.
Veramente tanto fango e pioggia insistente a marzo, lungo il facile percorso
attrezzato delle cascate di Gaina. Ringraziamo tantissimo l’amico Silvio Apostoli per averci aperto le porte della sua
casa-rifugio a Monticelli Brusati.
Giochi di arrampicata e con le corde
per l’uscita di aprile alla storica falesia
di Virle. Questa rimane senza dubbio la
gita più attesa ed amata.
Ci siamo tolti la soddisfazione di una
bella cima a maggio, Monte Castello di
Gaino.
A giugno due giorni alle splendide
Case di Bles, con salita di alcuni alla
Cima di Bles, e rientro lungo la Valle di
Canè. Si ringrazia per l’ospitalità la nostra sottosezione di Manerbio, in particolare il presidente Fabrizio Bonera.
Strepitosa, come sempre, la settimana estiva organizzata e diretta magistralmente, come sempre, dalla nostra guida
di fiducia, Gianni Pasinetti. Dal rifugio
Branca al Rifugio Berni. Sei giorni dalla
Valfurva alla Valle delle Messi attraverso il
Passo Gavia. Consiglio: teniamoci stretti i rifugisti del Berni, mi raccomando!
Settembre lunghissima camminata
lungo sentierini liguri con meta ambitissima e desiderabilissima visto la giornata estiva: il mare di Deiva.
Ottobre passeggiata alla Madonna
del Visello.
In novembre siamo tornati in Maddalena per perderci in occasione dell’uscita dedicata ai giochi d’orientamento.
E a dicembre tutti in Conche a brindare per la fine del 2013 con un bilancio
più che positivo.
Infine un ringraziamento alle nostre
Segretarie che con pazienza e competenza ci aiutano nella logistica.
Grazie e buona serata a tutti.
SCUOLA DI ALPINISMO
Vita associativa
E SCIALPINISMO
“ADAMELLO TULLIO CORBELLINI”
Direttore e Relatore: Roberto Boniotti
Cari Soci e Socie della Sezione di
Brescia del Club Alpino Italiano e delle
sue Sottosezioni, eccomi per la seconda
volta a presentare una breve relazione
circa l’attività svolta dalla nostra Scuola.
Voglio sottolineare il fatto di sentirmi orgoglioso di collaborare con questi
Istruttori che espletano il loro compito
formativo con passione, competenza e
dedizione. Un ringraziamento particolare va inoltre a coloro che hanno partecipano ancora più attivamente alla vita
organizzativa della Scuola e più in generale della Sezione, dedicando il loro
tempo e le loro energie al Consiglio Direttivo, alla Biblioteca, ai Rifugi, alle riunioni della Commissione Tecnica e dei
gruppi di lavoro o svolgendo il ruolo di
Direttore di un Corso, o espletando le
onerose incombenze di Segreteria.
Ringrazio inoltre il Presidente Carlo Fasser per l’attenzione prestata agli
avvenimenti della vita della Scuola così
come il Consiglio che sentiamo presente nella vita dell’Associazione con nuovo
vigore.
La nostra scuola è composta da 71
Istruttori di cui:
• 9 Istruttori Nazionali (2 INA + 5 INSA
+ 2 INAL);
• 14 Istruttori Regionali (5 IA + 6 ISA +
3 IAL);
• 47 Istruttori Sezionali;
• 1 Istruttore emerito Francesco Man-
tese.
Nel mio compito sono affiancato
da due Vicedirettori, Raffaele Poli INSA
e Mauro Torri IA, e da due Segretarie,
Francesca Bosio e Barbara Saleri.
Voglio qui ringraziare ancora Milva
Ottelli per il contributo dato alla Scuola
non solo come brillante Segretaria, ma
soprattutto per il suo sostegno anche
umano alla direzione della stessa.
Un pensiero anche al ricordo di BruQR %RYHQWL FKH TXHVWҋDQQR FL KD ÀVLFDmente lasciato ma che invece vive nel
cuore di ognuno di noi.
Nel 2013 la Scuola di Alpinismo e
Scialpinismo “Adamello - T. Corbellini“
ha svolto la consueta attività didattica
che riassumo qui brevemente:
Totale Corsi svolti: 7 (SA1 - SA2 AL1 - AL2 - AR1 - AG1 - A1)
Nel 2013 abbiamo incrementato il
numero dei corsi aggiungendo SA2,
AL2, Ghiaccio Alta Montagna AG1.
Totale Uscite pratiche: 60, contro le
42 dell’anno scorso
Totale giorni uomo dedicati alle uscite pratiche: 417, contro le 345 dell’anno
scorso
Totale Allievi (buona parte di essi
sono nuovi Soci): 119 contro gli 82
dell’anno scorso e nonostante la crisi
economica che stiamo attraversando.
Sono entrati a far parte dell’organico
11 nuovi Istruttori Sezionali: Nicola Del
Bono e Andrea Raineri per lo scialpinismo; Damiano Vitali per scialpinismo,
alpinismo e roccia; Michele Peroni, Andrea Calestani, Enrico Cadenelli, Paolo
Turina e Anna Stefani per scialpinismo e
alpinismo; Michele Paderno per arrampicata libera; Daniele Fraccaro per alpinismo; Simone Pan per alpinismo e roccia.
Dal punto di vista della formazione superiore ricordo che Mauro Torri
sta partecipando al corso per Istruttore
Nazionale di Alpinismo, Paolo Ballini e
Giorgio Orizio al corso per Istruttore Regionale di Arrampicata Libera, Valerio
Calzoni al corso di Istruttore Regionale di Sci Alpinismo, Giuseppe Masneri
e Claudio Assandri parteciperanno al
prossimo corso per Istruttori Regionali
di Alpinismo.
A dimostrare quanto sia attiva e dinamica la nostra scuola ci sono altri 7
nuovi Aspiranti Istruttori Sezionali che
proseguiranno la loro formazione.
Oltre alle attività relative ai corsi abbiamo effettuato aggiornamenti degli
Istruttori in particolare:
• Febbraio: progressione su ghiaccio
verticale - Valle dell’Orco e aggiornamento Istruttori titolati (CRLSASA)
• Marzo: manovre di autosoccorso
della cordata su roccia - Virle
• Luglio: corso Sanitario BLS-D
• Ottobre: tenuta e usura dei materiali,
tecniche di assicurazione prove pratiche - Padova
• Dicembre: corso formazione materiali e tecniche (CSMT - Padova) e
aggiornamento ricerca ARTVA digitale e tecniche di scavo - Tonale
Accanto alle attività prettamente
tecniche e formative ricordo che ad ottobre si è svolto con successo presso
l’Università di Brescia il congresso degli Istruttori della regione Lombardia.
Un appuntamento importante per far
conoscere la nostra Sezione, la nostra
Scuola, la nostra città e le nostre montagne. Ricordo inoltre che si è recentemente svolto anche un Convegno sullo
stato dei ghiacciai della Lombardia e
che un’interessante galleria fotografica,
messaci a disposizione dal museo delle
scienze di Trento, è a disposizione delle
Sottosezioni che ne facessero richiesta.
Continua inoltre la nostra collaborazione con la Commissione Sanitaria che,
oltre ad aggiornare Istruttori ed Allievi
sulle tematiche della salute, della prevenzione e del primo soccorso in montagna, propone all’intera platea dei Soci
e delle Sottosezioni che ne facciano richiesta interessanti serate a tema sulle
materie di salute e solidarietà: a tal fine
auspichiamo in futuro il coinvolgimento
dei gruppi di escursionismo, del G.P.E. e
dell’Alpinismo Giovanile.
Un sentito ringraziamento alla SezioAdamello 115 – pag. 11
Vita associativa
ne per avere organizzato l’interessantissima serata “Compagni di cordata”. Per
noi Istruttori è stato importante ricordarci da dove veniamo e ricordare così le
nostre radici che affondano vitalmente
nella società bresciana.
Ricordarsi del nostro passato serve
anche ad indicarci la direzione del nostro futuro e del senso di responsabilità
che dobbiamo assumerci nel trasmettere valori concreti che la società di oggi
sembra aver dimenticato. Valori quali
il coraggio, l’assunzione delle proprie
responsabilità, la capacità di mettersi
in gioco, il valore del nostro volontariato, la libertà di andare in montagna ed
il rispetto del prossimo e dell’ambiente
in cui viviamo, sono valori che non solo
formano alpinisti ma donne e uomini per
una società migliore.
Concludo questa relazione porgendo a tutti i miei più cordiali saluti.
SCUOLA DI SCI DI FONDO
ESCURSIONISTICO
Direttore e Relatore: Simone Zanoni
Quest’anno al 42° corso, sotto la
direzione di Simone Zanoni, Mauro Morandi e Massimo Gorni hanno partecipato più di 40 allievi, coordinati dai nostri
Istruttori.
A novembre abbiamo iniziato la nostra attività con alcune uscite propedeutiche allo sci di fondo. Con l’ausilio dei
bastoncini da Nordic Walking abbiamo
percorso e riscoperto alcune zone del
nostro territorio.
Le uscite di presciistica sono state effettuate sulle colline di Brescia e
nell’ultima abbiamo effettuato la prova
di orientamento, con carta e bussola,
organizzata presso il Parco Archeologico Naturalistico della Rocca di Manerba
del Garda. Qui siamo riusciti a compiere l’esercitazione e a raggiungere (e qui
nessuno si è perso) la trattoria per uno
spiedo in compagnia.
Presso la Sede, abbiamo tenuto le
consuete lezioni serali di primo soccorso, sciolinatura, preparazione e trattamento dello sci, tecnica, attrezzatura,
topografia ed orientamento, nivologia e
preparazione della gita e infine un intervento sull’autosoccorso in valanga.
Contrariamente a quanto accadeva
da diversi anni le lezioni sugli sci si sono
svolte integralmente nel mese di dicembre, grazie alla presenza della neve fin
dai primi giorni del mese.
Il primo contatto con la neve lo abpag. 12 – Adamello 115
biamo avuto il primo dicembre sulle nevi
di Passo Coe, dove siamo tornati anche
l’8 dicembre; la successiva uscita su
neve si è svolta a Passo Lavazè il 15 dicembre, seguita dal consueto week-end
del 21 e 22 dicembre, svolto a Dobbiaco, in cui è stato anche chiuso il corso
con l’ultima lezione. Tutte le uscite sono
state effettuate con pullman.
Le mete delle gite sciistiche sono
state: Monte Bondone, Vermiglio, Campiglio, Passo San Pellegrino, Val Torgnon.
Si segnala infine che quest’anno il
corso di sci escursionismo, dedicato a
coloro che intendono cimentarsi nel fuoripista, con pelli di foca, carta e bussola,
utilizzando, tra l’altro, la tecnica del tallone libero detta Telemark per divertenti
curve in discesa nella neve fresca, non è
stato organizzato per l’indisponibilità di
Istruttori, ma l’appuntamento è sicuramente rinnovato all’anno prossimo.
E qui si concludono le nostre fatiche
invernali, anche se la neve ancora presente in abbondanti quantità sulle nostre montagne ci permetterà di godere
di escursioni su neve immacolata e riscaldati dal sole primaverile fino a stagione inoltrata.
BIBLIOTECA
“CLAUDIO CHIAUDANO”
Relatore: Eros Pedrini
L’attività della Biblioteca in questo
ultimo anno ha visto l’avvio di alcuni
percorsi di cui farò cenno. È comunque
utile sottolineare che il consueto lavoro
di catalogazione e prestito procede, ormai in forma collaudata, ad un ritmo di
oltre 100-130 nuovi ingressi annui e un
buon numero di “clienti affezionati” alla
lettura. Attualmente i volumi catalogati
sono circa 1700.
Prosegue in parallelo la costruzione
dell’archivio fotografico, stimato in circa
1700 fotografie di vario formato, di cui
più di 200 già visibili on-line attraverso
il sito dell’Archivio fotografico “Manuel
Fasani” a cui si può accedere direttamente attraverso il portale web della
Sezione.
Per quanto riguarda le novità, va segnalata una riunione interlocutoria tra
le Sezioni congiunte di Bergamo, Milano e Brescia con alcuni funzionari della
Regione Lombardia per avviare, se lo si
riterrà fattibile da entrambe le parti, un
lavoro di catalogazione del materiale da
archivio delle tre Sezioni CAI interessa-
te. Il vantaggio di una tale operazione
consisterebbe essenzialmente, oltre che
nella quanto mai opportuna occasione
di definizione dei materiali di archivio
attualmente non ordinati, nella possibilità di avere tutta la documentazione
“appoggiata” su server della Regione
che ne manterrebbe la manutenzione,
alla condizione che si utilizzino software
gestionali indicati dalla Regione stessa.
In prospettiva sarebbero da prendere in
considerazione anche corso ad hoc per
la preparazione di base degli utilizzatori
di tali software. Al momento siamo in attesa di una proposta concreta da parte
della Regione.
Per ultimo ho lasciato una novità a
mio avviso importante; dopo averne
progettato a lungo l’avvio, finalmente
siamo entrati nella fase operativa dello
spoglio della Rivista Adamello.
Anche se il progetto è molto impegnativo, dal momento che significa
creare una scheda per ogni articolo e/o
ogni rubrica inserita in ogni numero della rivista, Riccardo Dall’Ara si è preso
l’incarico di avviare questa dettagliata
catalogazione che porterà, nell’arco stimato di due - tre anni, a poter disporre
di una raffinata ricerca su tutto quanto è
apparso sulla rivista sezionale dal primo
all’ultimo numero di pubblicazione. Penso di poter dire con sicurezza che sarà
un vero importante servizio che saremo
in grado di offrire ai Soci e a tutti gli interessati, molto più di un normale indice di
qualsiasi rivista. Al momento, dopo una
serie di prove tecniche, il lavoro è avviato a partire dal numero più recente della
rivista Adamello.
Un saluto a tutta l’Assemblea da
parte della Commissione Biblioteca.
Protocollo d’intesa
bivacco Giannantonj
Il Presidente Carlo Fasser illustra
all’Assemblea la situazione relativa al
bivacco Giannantonj e più precisamente
alla sottoscrizione del Protocollo d’Intesa per la realizzazione del bivacco, vincitore del concorso “Vivere le Alpi”, bivacco che verrà posizionato, quando la
stagione lo consentirà, al passo Salarno,
in sostituzione dell’attuale Giannantonj,
ormai obsoleto.
Il protocollo vede la partecipazione
del Parco dell’Adamello, della Comunità Montana di Valle Camonica, dell’Unione dei Comuni della Valsaviore, del
Coordinamento delle Sezioni CAI della
Vita associativa
Valle Camonica e della nostra Sezione.
Il bivacco poi, entro la fine del corrente anno, dovrà essere ceduto (la forma
deve ancora essere stabilita) al Coordinamento delle Sezioni CAI della Val
Camonica, pertanto il Presidente Fasser
chiede all’Assemblea l’autorizzazione a
procedere, quando i tempi saranno maturi, alla cessione del nuovo bivacco.
La proposta viene messa ai voti ed
approvata dalla maggioranza dei presenti, con 11 voti contrari (Silvio Apostoli, Giulio Franceschini, Matteo Franceschini, Gianbattista Faini, Gianfranco
Pezzetta, Mauro Zanoni, Daniele Salvati,
Giovanni Lonati, Alessandro Mascoli,
Pierangelo Chiaudano e Rita Gobbi).
Intervengono anche:
Giovanni Lonati chiede il motivo
per cui le Sezioni della Valle Camonica
Soci Ordinari della Sezione
Soci Ordinari delle Sottosezioni
Totale soci Ordinari
1963
1671
3634
Soci Familiari della Sezione
Soci Familiari delle Sottosezioni
Totale soci Familiari
607
509
1116
Soci Giovani della Sezione
Soci Giovani delle Sottosezioni
Totale soci Giovani
174
128
302
Soci Vitalizi
sono riuscite a trovare i soldi per la realizzazione di questo bivacco, mentre la
nostra Sezione non è riuscita in questo
intento.
Rita Gobbi sottolinea come la notizia della cessione del bivacco giunga
inaspettata, senza nessun preavviso,
rimarcando la propria contrarietà a questa decisone.
3
Totale Soci della Sezione
Totale Soci delle Sottosezioni
2747
2308
TOTALE SOCI
5055
(72 soci in più rispetto al 2012)
ELENCO SOCI PREMIATI
Soci Venticinquennali
Aguscio Angelo, Aguscio Massimo, Aldighieri Giovanna, Bianchini Mario, Biatta Loris, Biatta Renato, Bollani Giorgio, Bonetti Massimo, Bono Anna Rosa, Cattivelli Massimo, Chiarini Angelo, Corselli Lisetta, Costanzi Luigi, Dioni Maurizio, Fantoni Alfredo, Fogliata Bruno, Franceschini Matteo,
Fusi Marco, Gaeti Roberto, Gallerini Duilio, Gilardi Piera, Lorigliola Giovanni, Maestri Remo, Massetti Claudia, Meraviglia Giovanni, Mingardi Paolo, Nicoletti Federico, Paletti Alberto, Pasini Mario, Pedretti Dino, Pelizzari Maria Cristina, Pezzetta Gianfranco, Soldi Francesco, Tameni Marco, Testini Gaudenzio, Vanoni Giacomina, Vignaroli Caterina, Zanini Valentina, Zerla Alessandro, Ziletti Alessandro
Soci Cinquantennali
Bonassi Alfredo, Ferretti Giulio, Franzoni Sandra, Podavini Dario
Soci Sessantennali
Apostoli Silvio, Belleri Giulio, Berruti Giuseppe, Botticini Luigi, Carini Carlo, Faini Lino, Martelengo Albarosa,
Piotti Bresciani Rosa
Soci Sessantacinquennali
Cerutti Vitaliano
Soci Settantacinquennali
Cita Avanzini Rosanna
Adamello 115 – pag. 13
Vita associativa
Assemblea Regionale
dei Delegati
foto di Eros Fiammetti e Francesco Cirillo
di Luciana Levi Sommaruga
Assemblea dei delegati CAI per
la regione Lombardia si è tenuta, a seguito di regolare convocazione, il giorno 6 Aprile a Brescia,
presso l’Istituto Tecnico per Geometri
Tartaglia, con un nutrito ordine del giorno.
Numerosi sono stati i presenti e i
lavori in corso si sono svolti nell’atmosfera della più viva convivialità e ospitalità. Efficienza e disponibilità sono state
riscontrate dagli ospiti nei riguardi dei
molti volontari che si erano assunti i vari
compiti. All’inizio dei lavori il Presidente
della Sezione di Brescia dr. Carlo Fasser, nominato Presidente dell’Assemblea, ha dato il benvenuto ai presenti
e ha evidenziato la ricorrenza del 140°
anno dall’istituzione della Sezione CAI
Brescia con le seguenti parole:
“Per cominciare vorrei ringraziare le
autorità presenti: l’Assessore Aristide
Peli, della Provincia di Brescia, l’As-
L’
pag. 14 – Adamello 115
sessore Walter Muchetti del Comune
di Brescia e la signora Laura Sandonà,
consigliere del Comune di Brescia. Le
mie poche parole per motivare il fatto che siamo presenti a Brescia oggi e
perché in questa sede. Abbiamo accettato molto volentieri di svolgere questa
Assemblea a Brescia per festeggiare il
nostro 140° compleanno. 140 anni di
Sezione che non ci fanno sentire vecchi
perché riteniamo di avere abbastanza
energie e voglia di fare per considerarci
ancora giovani. Il motivo per cui siamo
in questa sede è perché questa scuola
ha una ricca storia: qui hanno studiato
personaggi importanti come Giovanni
Treccani, fondatore dell’Enciclopedia
Italiana. Questa scuola ha avuto anche
insegnanti importanti come il nostro
fondatore di 140 anni fa, Giuseppe Ragazzoni, scienziato, del quale tra l’altro
esiste in questa scuola un museo con
le sue raccolte naturalistiche e tutti gli
strumenti scientifici che ha collaborato a
raccogliere per insegnare agli studenti.
Il museo è al piano interrato di questo
edificio e vi invito tutti a visitarlo perché
è molto interessante”.
Prende la parola successivamente l’Assessore del Comune Valter Muchetti che, riconoscendo le tante mete
raggiunte dal CAI a piccoli passi, vede
nella solidarietà di questi “compagni di
cordata” un esempio per i tanti amministratori e politici.
Anche l’Assessore Aristide Peli della
Provincia di Brescia, inviando un saluto
di benvenuto, vede nel CAI una memoria della storia e una speranza di futuro
nella responsabilizzazione dei giovani.
Fare qualcosa per i giovani vuol dire fare
qualcosa per il paese e per la tutela del
territorio.
La Presidente del C.A.I. Lombardia
Renata Viviani introduce la sua relazione
con un accenno positivo alla nostra Se-
Vita associativa
zione che è “in controtendenza rispetto
alla maggior parte delle nostre Sezioni
e aumenta, infatti, il numero dei propri
Soci da due anni consecutivi e per questo ci complimentiamo con loro.”
Proseguendo nella sua esposizione,
la Presidente sottolinea che “il volontariato è il cardine spirituale del Club Alpino Italiano, che la gratuità e la trasparenza sono il fondamento etico del pensare
e fare di ogni Socio e che l’estraniamento da tali valori è inconciliabile con l’appartenenza al Club Alpino Italiano. La
strada da percorrere dunque, su questo
tema, non si discosterà dal passato, anzi
si rafforza in questa direzione: la nostra è
un’Associazione i cui Soci continueranno a operare da volontari.”
La Presidente illustra poi in modo
dettagliato l’operato del CAI Lombardia
in relazione ad alcuni temi particolarmente importanti, tra i quali:
•
•
•
•
presentazione in Regione Lombardia
del nuovo manuale del CAI “Montagna da vivere, Montagna da conoscere” in edizione speciale per i 150
anni del Club. Il manuale è rivolto ai
Soci ma anche a tutti gli appassionati della montagna e rappresenta
una sintesi del patrimonio tecnico e
culturale del CAI
introduzione della nuova piattaforma
per il tesseramento (Ricordiamo, a
questo proposito, l’importante ruolo
che, a livello di C.A.I. Centrale, sta
svolgendo il nostro Socio Renato Veronesi)
valorizzazione
delle
biblioteche
sezionali attraverso le necessarie
azioni di messa in sicurezza, digitalizzazione secondo standard tecnici
appropriati e quindi messa a disposizione di tutta la comunità
incontri a livello istituzionale e apertura di una petizione on-line contro la
proposta di deroga al divieto di circolazione, pur temporanea, dei mezzi motorizzati sui sentieri, nei boschi
e nei pascoli. La petizione, aperta
dal 28 marzo al 9 aprile, ha raggiunto 23.000 adesioni da Sezioni, Soci,
amici e opinione pubblica.
Notando in sala l’Accademico notissimo scalatore, fotografo e scrittore di
montagna Franco Solina il Presidente
gli rivolge il saluto, a cui Solina risponde
ringraziando e sottolineando la passione
e l’autentico spirito di servizio che anima
il Club Alpino Italiano, del quale è Socio
dal 1948.
Dopo l’approvazione del bilancio ulteriori interventi riguardano il tema tenuta dei sentieri e la posizione da prendere
relativa alla legge sull’uso dei mezzi motorizzati in montagna. Di particolare interesse (con gli interventi di Renato Agio,
Vincenzo Torti, Vice Presidente Generale, e Enrico Radice, Vice Presidente
C.A.I. della Regione Lombardia) risulta il
dibattito sul tema: “Rapporto tra adulti,
nominati a vario titolo, e i minori a loro
affidati”. È un problema che non si può
sottovalutare e che meriterà attenzione
soprattutto considerando la legislazione
delle varie nazioni europee. Nell’ambito
del tema affrontato dal Consigliere Centrale Paolo Valoti “Tra territorio e nuove
generazioni: una nuova alleanza per il
CAI del futuro” si è inserita la relazione
di Piera Eumei, Presidente della CRLAG
a sostegno del “coordinamento OTTO
Lom”, una “esperienza di grande valore,
sia come CAI che come valore umano
personale, condividendo la passione e il
credo di ognuno di noi nel nostro essere
volontario nel pieno rispetto delle proprie
specificità, trovarsi attorno ad un tavolo,
iniziare a parlarsi, conoscersi, ci siamo
“raccontati” in modo del tutto naturale il
nostro essere Accompagnatore o Istruttore, esperienza che ci ha portati a una
profonda condivisione ed unione, ci siamo “scoperti” tutti volontari dello stesso
CAI, con gli stessi obiettivi ma anche le
stesse difficoltà, auspichiamo quindi un
proseguimento di questa esperienza.
Abbiamo instaurato un rapporto di fiducia e di rispetto con il GR LOM, che ci ha
in molti modi sostenuto ed apprezzato…
… abbiamo raccolto stimoli, proposte, mal di pancia (ci sono anche quelli),
soprattutto siamo riusciti a coinvolgere
persone (chi ha voluto farsi coinvolgere
ovviamente), che si sono sentite consi-
derate e parte di un gruppo, abbiamo
abbattuto il pericolo di uno scollamento
tra la CRLAG e la base. È stato certamente impegnativo, ma molto positivo.
Ne è uscito un panorama di AG “variegato” e “fantasioso”, sicuramente c’è tanto da lavorare... ma la nostra passione,
la motivazione di tutte queste persone
ci fa dire che questa è la strada giusta.
Apertura, confronto, abbattere le barriere dei personalismi, avere il coraggio
di uscire dalla propria sezione perché di
fianco c’è un altro gruppo che fa AG e
allora perché non parlarsi, confrontarsi,
crescere? Ricordarsi che il giovane è il
protagonista, siamo consapevoli che in
questo momento di difficoltà sociale a
volte non è facile e si cade in un sistema
di consuetudini che non è più attuale e
non risponde al vorticoso cambiamento
dei nostri aquilotti. Dobbiamo avere il
coraggio di “svecchiarci” nei metodi di
approccio e di lavoro, altrimenti i giovani
“scappano”.
Alla fine dei lavori vengono comunicati i risultati delle 12 votazioni per i vari
incarichi nelle Commissioni Regionali.
Per la Sezione del C.A.I. Brescia risultano eletti:
Giacomo Fasser nella Commissione Rifugi
Carlo Cerretelli e Giovanni Maffioli nella
Commissione Seniores
Milva Ottelli nella Commissione Scuole
di Alpinismo e Sci-Alpinismo
Giovanni Lonati nella Commissione Alpinismo Giovanile
Piero Borzi nel Comitato Scientifico.
Un augurio di buon lavoro a questi
nostri Soci!
La prossima Assemblea Regionale
dei Delegati avrà luogo a Calolzio Corte
il 23 novembre 2014.
Adamello 115 – pag. 15
Vita associativa
Imprevisti domenicali a Brescia…
a margine dell’Assemblea Delegati
di Giorgio Zanetti
a domenica per me, come per
tanti, rappresenta un momento di
svago che di solito passo girando
in bicicletta o camminando in montagna. Pur non essendo iscritto al CAI, conosco molti iscritti a questa associazione. Tra questi c’è il mio amico Oscar che
spesso vado a trovare nel suo negozio/
laboratorio di gioielleria. Qualche sabato
fa, durante una di queste visite, mi dice:
“Domani mattina sono impegnato a dare
una mano alla riunione dei Delegati del
CAI della Lombardia, ma nel pomeriggio
mi sgancio e facciamo un giretto con
amici in Maddalena”. Io faccio mentalmente i miei piani e dico: “Allora domani mattina mi faccio un giro in bici non
troppo lungo, così poi, nel pomeriggio,
vengo anche io con voi”. Quindi ci salutiamo con l’intenzione di risentirci nel
pomeriggio della domenica. La domenica mattina però la stanchezza della
settimana mi gioca un brutto scherzo
e non sento la sveglia. Con un certo ritardo inizio a prepararmi per l’uscita in
bicicletta. Guardo il cellulare e noto che
nel frattempo è arrivato un sms e una
chiamata: Oscar mi ha cercato, probabilmente per dirmi qualcosa sul giro in
Maddalena previsto per il pomeriggio,
almeno così penso... Suona ancora il
telefono: è Oscar. “Dove sei?” mi domanda. “Sono ancora a casa” rispondo
io “Ho bisogno di un favore urgente: mi
serve subito una guida per far vedere il
centro ad una comitiva di parenti dei Delegati CAI”. Rimango un attimo allibito: è
vero che in un paio di occasioni ho fatto
da cicerone con Oscar a comuni amici
in visita a Brescia, ma la guida turistica
non mi è mai capitato di farla. “Siamo
già sul pulmino, tra 10 minuti siamo vicino a casa tua”. Mi preparo velocemente
e raggiungo la comitiva che mi attende in un pulmino già sotto casa. Oltre
a Oscar ci sono Bianca e Barbara, due
amiche conosciute nelle varie escursioni fatte con Oscar e gli amici del CAI.
Improvvisiamo un breve itinerario che
ci porterà in alcuni dei punti più significativi per la storia di Brescia. Iniziamo
con il Palazzo del Broletto, proseguiamo
L
pag. 16 – Adamello 115
in piazza del Duomo, poi in piazza della Loggia, purtroppo famosa più per le
vicende recenti che per quelle storiche
(Bianca lavora per un ente che si occupa di mantenere vivo il ricordo di quanto
accadde in piazza Loggia il 28 maggio di
quarant’anni fa e ci parla brevemente di
quel triste episodio). Ci avviciniamo verso il foro romano, camminando su quello che era una volta il decumano massimo. Visitiamo velocemente la chiesa di
Santa Maria della Carità.
Mentre con Oscar, Bianca e Barbara guidiamo i nostri ospiti mi vengono in mente le gite scolastiche fatte con la maestra… ricordi lontani affiorano nella mia
mente: a quei tempi gli aneddoti che ci
narrava la maestra mi sembravano quasi fiabe. In seguito ho avuto la fortuna di
studiare i classici e la storia dell’arte, ho
avuto modo di conoscere e frequentare
archeologi e restauratori, ho potuto visitare con persone preparate i monumenti
che sorgono nella mia città (e ho pure
percorso una piccolissima parte dei torrenti che ancora oggi scorrono nel suo
sottosuolo). Con il tempo ho scoperto
che alcuni dei racconti ascoltati nelle
gite scolastiche erano veramente fiabe,
altri si sono rivelati veri solo in parte: il
bello della storia e dell’archeologia è
che si continua a fare nuove scoperte
che costringono gli esperti a modificare
le ricostruzioni storiche, per cui il nostro
passato rimane comunque avvolto in un alone di mistero in cui
la fantasia può ancora volare libera e farci immaginare un mondo popolato da re e principesse,
cavalieri e giullari…
magari anche da qualche drago come quello dipinto vicino alla
chiesetta di San Giorgio.
Andiamo a visitare il Museo della Città: il magnifico
complesso di Santa Giulia. La
prima moglie di Carlo Magno venne
a vivere qui dopo che fu ripudiata dal re
franco… dicono che i due si amassero
teneramente, ma ragioni dinastiche e
di stato costrinsero re Carlo a ripudiarla
per cercare un’altra moglie da cui avere figli… chissà se è vero… e, se fosse vero, chissà che cosa si agitava nel
cuore dei due… Osservo i nostri ospiti:
li vedo curiosi, cerchiamo di rispondere
alle loro domande come meglio possiamo… non siamo delle guide turistiche,
ma siamo appassionati della storia della nostra città nella stessa misura in cui
siamo amanti dei vasti spazi aperti e delle montagne e cerchiamo di fare del nostro meglio per non sfigurare. Ci aspetta
il pulmino per il rientro, ma prima facciamo un veloce giro in Castello… quante
cose ancora da raccontare, ma il tempo,
come si sa, è tiranno per cui si ritorna
indietro: mi congedo dai miei amici e
dai nostri ospiti… Chissà se siamo riusciti ad incuriosirli un po’ riguardo alla
storia di Brescia… e chissà che cosa si
ricorderanno di Oscar, Barbara, Bianca
e Giorgio, guide improvvisate in una domenica di inizio primavera…
I 140 anni del CAI Brescia
I 140 anni del CAI Brescia
di Carlo Fasser, Presidente della Sezione di Brescia del Club Alpino Italiano
a nostra sezione compie 140 anni. Vuol dire che è vecchia? No di sicuro anche se dobbiamo riconoscere
che l’età media degli iscritti sta salendo.
Non è invecchiata se consideriamo la vitalità dimostrata
dal crescendo di iniziative e di impegni, sia sul piano delle
attività prettamente sportive sia di quelle più ludiche o turistiche, di quelle didattiche e di educazione ambientale e, non
ultime, delle proposte culturali. Anche i nostri rifugi stanno
ringiovanendo grazie alle opere di ristrutturazione in parte
già eseguite e in parte progettate e programmate.
Oggi ci ritroviamo con la responsabilità di gestire al meglio un patrimonio di esperienza acquisito dal 1874.
Nella circostanza di un compleanno come il nostro è
comune sentir dire che sull'esperienza del passato bisogna
proiettarsi in avanti e preoccuparsi del futuro.
A questo riguardo ho riletto le previsioni sul futuro espresse nel numero speciale della rivista Adamello del 1994, pubblicato in occasione del 120° compleanno, in cui si prospettavano tre scenari:
• la crescita continua degli iscritti in Italia avrebbe portato
a breve il superamento dei 400.000 con la trasformazione
di tutte le sottosezioni in sezioni
L
•
il conseguente aumento della frequentazione della montagna avrebbe convertito il “mal di città” in “mal di montagna”
• si sarebbe acuito il conflitto tra sezioni con rifugi e sezioni senza rifugi che godono “gratuitamente” del servizio
molto oneroso offerto dalle prime.
L’evoluzione dell’andare in montagna non sembra abbia
rispettato queste previsioni. E neppure l’appello ai giovani di
farsi avanti lanciato in quell’occasione ha avuto un seguito
positivo. Il volontariato comporta un certo impegno e oggi i
giovani di buona volontà sono costretti a dedicare il proprio
impegno a cose più vitali.
Che l’originale alpinismo esplorativo sia evoluto molto
rapidamente in forme un tempo impensabili risulta evidente
dal filmato di Marco Preti che celebra e racconta l’alpinismo
bresciano dall’anno della nostra fondazione a oggi e sancisce la collaborazione e la comunanza di ideali con le altre
associazioni alpinistiche locali.
“Per l’uomo l’impossibile è una frontiera che arretra sempre” scrisse Victor Hugo.
Ci sarà ancora qualcosa di impossibile in montagna da
superare in futuro?
Un documento prezioso
Chi ne sa di più?
di Giulio Franceschini
urante le ricerche storiche sul Rifugio
“Brescia” ora “Maria e Franco”, oggetto
di una recente pubblicazione, frugando
fra le carte del CAI depositate all’Archivio di Stato, è capitato fra le mani all’amico Silvio Apostoli
questo spezzone di documento. Si tratta, a nostro avviso, di una preziosa testimonianza della
volontà della Sezione di instaurare un rapporto
addirittura settimanale coi propri Soci. Peccato
che, nonostante avessimo approfondito le ricerche, non ci è stato possibile trovare l’altra metà
del foglio. Mostriamo dunque volentieri questo
reperto nella speranza quanto mai vaga che da
qualche privato o da qualche Ente salti fuori l’intera pagina di questo straordinario documento.
D
Adamello 115 – pag. 17
I 140 anni del CAI Brescia
Nella ricorrenza del centoquarantesimo dalla nascita della nostra Sezione (1874-2014) crediamo di fare
cosa gradita ai Soci offrendo la pubblicazione di questa ampia sintesi storica della sua lunga vita. Rivisitazione amorevole di un lungo periodo fecondo di attività e di realizzazioni. Testimonianza, che vorremmo
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che, a partire dal piccolo drappello del 1874, oggi consentono a migliaia di Soci e appassionati di avvicinarsi alla montagna e soprattutto di amarla e rispettarla.
Storia
della Sezione di Brescia
di Giulio Franceschini
La Sezione di Brescia del Club Alpino Italiano nasce il 4
luglio del 1874 per iniziativa di un gruppo di sei personaggi,
figure eminenti della cultura non solo bresciana, come Giuseppe Ragazzoni, Gabriele Rosa, Massimo Bonardi, Luigi
Rolla, Giuseppe Barboglio, Giuseppe Calini.
I primi Soci, alla fine del 1874, sono 20, diventano 60 alla
fine del 1875 e cresceranno negli anni seguenti fino agli oltre
5.000 dei giorni nostri.
Seguendo l’indirizzo dato da Quintino Sella al Club Nazionale l’attività si svolge in tre ambiti o sezioni: una naturalistica, una di carattere economico-storico-artistico e infine
una sezione descrittiva per ascensioni di carattere alpinistico e scientifico. Il tutto con particolare riguardo al Gruppo
dell’Adamello, la montagna di casa, allora pressoché sconosciuta dai versanti bresciani, giacché la prima ascensione dell’Adamello di Julius Payer avvenne, com’è noto, dal
versante trentino.
Subito si fa strada l’idea di costruire un ricovero alpino
che consenta di avvicinarsi al Gruppo. Nasce così il primo
rifugio alpino della Sezione Bresciana, il Rifugio di Salarno,
inaugurato nel 1883 in concomitanza col XVI Congresso Nazionale, a cui Brescia è onorata di dare ospitalità. Il Rifugio,
ampliato nel 1886, dopo alterne e sfortunate vicende, viene abbandonato e sostituito dall’attuale Rifugio Prudenzini
nel 1907. L’attività esplorativa dell’Adamello prosegue negli
anni successivi a quel 1883 con la costruzione di nuovi Rifugi. Nel 1891 è la volta del Rifugio Tonolini al lago Rotondo
del Baitone, quindi nel 1894 viene inaugurato il “Garibaldi”
in Val d’Avio cui si affianca nel 1927 la storica “Infermeria
Carcano” lascito della guerra 1915-18 trasformato in grande, accogliente Rifugio. Entrambi, sacrificati alla grande diga
del Venerocolo, sono sostituiti dall’attuale “Rifugio Garibaldi”
inaugurato nel 1959.
Nel 1899 si inaugura al Passo Gavia il Rifugio omonimo
posto a cavallo fra Lombardia e Valtellina al culmine della
strada militare della guerra 1915-18. Importante approccio
al Gruppo Ortles-Cevedale viene sostituito, nel 1934, dall’attuale Rifugio Arnaldo Berni.
Nel frattempo la Sezione non trascura gli aspetti culturali
previsti dal proprio regolamento. Nel 1882 viene inaugurata
una grandiosa Esposizione Alpina. Nei locali della ex chiesa
Adamello 115 – pag. 18
di S. Barnaba quattro sale sono dedicate a: prodotti naturali;
prodotti per le industrie, vegetali e animali; minerali; armi.
Nel 1883 il XVI Congresso Nazionale attira centinaia di congressisti da ogni parte d’Italia cui vengono fatti ammirare gli
aspetti naturalistici così variegati della nostra Provincia, dalla
pianura, ai laghi, alle colline e ai monti. Grande successo di
organizzazione e grande risonanza non solo locale. Nel 1889
esce, a cura della Sezione, la “Guida Alpina della Provincia di
Brescia”, corposo volume ricco di itinerari, illustrazioni e cartine di grande interesse per allora, ma anche per oggi tanto
che la Sezione ne ha curato, nel 1985, l’edizione anastatica.
Nel 1874 esce il primo Bollettino mensile che, con qualche interruzione dovuta agli eventi bellici, continua ancora
oggi con la Rivista semestrale “Adamello” a partire dal 1954.
In Valcamonica l’attività della Sezione risveglia l’interesse
dei valligiani per la loro montagna: nascono le prime guide
alpine cui la Sezione rilascia, dopo una certa selezione, i primi libretti. Il numero 1 viene rilasciato nel 1882 a Pietro Brizio
il cui nome è passato alla storia per quella sella che Payer
aveva chiamato Passo dell’Avio. A tutt’oggi i libretti rilasciati
sono oltre il centinaio.
Legate alla Sezione nascono pure le figure di grandi alpinisti. Per citare solo alcuni fra i grandi ricordiamo Ludovico
I 140 anni del CAI Brescia
di Brehm che, insieme ai figli e ad Alfonso Pastori, Consigliere sezionale, il 24 agosto 1874 compie la prima salita
italiana all’Adamello e quarta assoluta dopo quella di Payer del 1864. Da Breno sorge l’avvocato Paolo Prudenzini,
Consigliere sezionale e delegato per la Valcamonica, grande
esploratore dell’Adamello: delle sue esperienze di alpinista
ha lasciato ampie e dettagliate monografie che raccontano
di prime vie e di itinerari percorsi per la prima volta. La Sezione lo ha ricordato nell’omonimo rifugio inaugurato nel 1907,
l’anno della sua morte.
Nei primi anni del Novecento appare una triade di grandissimi alpinisti accademici: il Socio Francesco (Nino) Coppellotti è fra i primi a cimentarsi su itinerari di scalata che
oggi vengono paragonati al settimo grado. Nella sua scia Arrigo Giannantonj, amico e allievo che supererà anche il maestro, lascia un ricordo incancellabile delle sue imprese nel
suo straordinario “Libro delle Ascensioni”, prezioso scrigno
di cultura alpinistica e letteraria. Per lunghi anni è Consigliere e infaticabile Ispettore dei Rifugi della Sezione. C’è poi
Gualtiero Laeng, amico di entrambi, straordinaria figura non
solo di alpinista, ma anche di scrittore: di cultura eclettica, ha
pubblicato oltre 500 scritti su riviste locali e nazionali affrontando gli argomenti più diversi: dall’alpinismo, alla natura,
alla geologia, alla storia.
La Sezione ha poi dato avvio alle gite sociali. Alla prima gita del settembre 1874 in Val di Ledro fa seguito quella
ben più impegnativa del 1875 che porta in vetta all’Adamello una ventina di persone. Da quell’anno gli incontri sociali
sono proseguiti fino ai giorni nostri dove le gite sociali sono
emanazione dei vari corsi in cui si ramifica la Scuola di Alpinismo Adamello: alpinismo, sci-alpinismo, ghiaccio, cascate
di ghiaccio, sci di fondo escursionistico. L’escursionismo si
pratica poi tutto l’anno con uscite settimanali su media e alta
montagna. Ci sono poi due settori particolari: quello dedicato all’alpinismo Giovanile con relativa scuola e uscite in
ambiente e quello dell’escursionismo “Seniores”, il Gruppo
Pensionati Escursionisti (GPE) che, con uscite in pullman il
martedì, mercoledì, giovedì porta in escursione settimanalmente 165 persone e in un anno mediamente oltre settemila persone. Un ricordo particolare merita la gloriosa Scuola
di sci estivo alla Lobbia Alta con base al Rifugio “Ai Caduti
dell’Adamello”. Sorta nel 1932 e riconosciuta dalla FISI nel
1935 come Scuola Nazionale, si è avvalsa per oltre un cinquantennio di maestri di sci di grande prestigio anche internazionale.
La Sezione prosegue ancora oggi nelle attività culturali come conferenze e convegni vari. Tra queste possiamo
far rientrare le spedizioni extra Europee verso Groenlandia
(1968), Nevado Sarapo (1974), Jatunhuma (1977), Illampu,
Jankhouma (1990), Shaqsha-Cordillera Blanca Perù (2005)
e Sueroraju-Cordillera-Huayhuash Perù, queste ultime organizzate in collaborazione con le Guias de alta montagna
“Don Bosco en los Andes”. Ma la Sezione, dopo aver disseminato di Rifugi le “sue” montagne, non poteva dimenticare
di curarne le vie d’accesso. È nata così l’idea di tracciare il
sentiero n. 1 dell’Adamello, la grande dorsale tracciata nelle
due estati 1969-70 cui, nel decennio successivo, si sono allacciati altri 37 itinerari. Lavoro che ha impegnato la Sezione
con la collaborazione delle Società alpinistiche “Ugolini” e
“Uoei”. Tuttavia, l’onere più grande, ma nello stesso tempo
più prestigioso per la Sezione, rimane pur sempre quello della costruzione e manutenzione dei Rifugi Alpini.
Nel 1911, a quattro anni appena dall’inaugurazione del
Rifugio Prudenzini, sorgono due nuovi Rifugi: la piccola “Capanna Moren” al S. Fermo di Borno e il grandioso Rifugio
Brescia al Passo Dernal.
La Capanna Moren, tenacemente voluta da Coppellotti
che su quelle “Piccole Dolomiti Bresciane” aveva la sua palestra, diventerà nel 1921, ristrutturata dai danni di guerra,
Rifugio Coppellotti in ricordo del grande alpinista caduto in
guerra. Verrà abbandonata e sostituita nel 1934 dal nuovo
grande Rifugio Coppellotti alla Varicla (ai piedi del Pizzo Camino) dove scomparirà definitivamente, distrutto dai tedeschi nel 1944.
Il Rifugio Brescia, sconvolto a sua volta dagli eventi bellici, verrà ricostruito ad opera di Giannantonj e nuovamente
inaugurato nel 1923. Soccombe ancora una volta agli eventi
della guerra 1940-45 e verrà ricostruito e inaugurato soltanto
nel 1980 col nome di “Maria e Franco”.
Nel 1928 viene inaugurato il Rifugio “Angiolino Bozzi” al
Montozzo, abbandonato dopo gli eventi bellici che l’avevano
gravemente ferito, ricostruito e nuovamente inaugurato nel
1968. Nel 1929 avviene l’inaugurazione del Rifugio “Ai Caduti dell’Adamello” alla Lobbia Alta, il più prestigioso rifugio
della Sezione.
Nel 1927 la Capanna Maniva, poi ristrutturata e ampliata, nel 1934 diventa Rifugio “Carlo Bonardi”, glorioso punto d’appoggio per schiere di escursionisti e sci-alpinisti.
Distrutto da un incendio nel 1992, è stato definitivamente
abbandonato.
L’ultimo accesso all’Adamello ancora sguarnito di punti
d’appoggio rimaneva la solitaria e selvaggia Val Miller e la
Sezione vi ha provveduto inaugurandovi nel 1976 il Rifugio
“Serafino Gnutti”.
Al lungo elenco dei Rifugi non dobbiamo dimenticare di
aggiungere i tre bivacchi situati oltre i 3000 metri, sul ciglio
dei ghiacciai: il Bivacco “Zanon Morelli” al Passo Brizio, il
“Giannantonj” alla testata della Val Salarno e il “G. Laeng” al
Passo di Cavento.
Oggi il patrimonio di ricoveri alpini attivi della Sezione è
composto da otto Rifugi e tre bivacchi.
La Sezione di Brescia è oggi la quarta in campo nazionale per numero di Soci. Dei suoi 5.055 Soci, 2.747 sono propri della Sezione e i restanti appartengono alle sottosezioni
di Bagolino, Cidneo OM-IVECO, Collebeato, Gavardo, Iseo,
Manerbio, Marone, Nave, Odolo, Provaglio d’Iseo, Santicolo
e Vestone. Chi volesse documentarsi più dettagliatamente
sulla storia della Sezione può trovare in biblioteca un’ampia
documentazione nelle seguenti edizioni a cura della Sezione:
Rivista “Adamello” Edizione speciale nei centovent’anni
della Sezione (1994).
• “Il Rifugio di Salarno” (2004)
• “La Lobbia salvata” (2007)
• “Vent’anni di storia” (GPE 2009)
• “I Rifugi Coppellotti” (2010)
• “I Rifugi Gavia e Berni” su “Adamello” n.108
• “Il “Garibaldi” su “Adamello” n. 106
• “Il Rifugio Bozzi” su “Adamello” n. 104
• “Il Rifugio Gnutti” su “Adamello” n. 112
• “Da Capanna Brescia al Rifugio Maria e Franco” (2014)
• “Guida ai sentieri dell’Adamello” 1ª edizione (1976)
• “Guida ai sentieri dell’Adamello” 2ª edizione (1981)
• “I trekking bresciani” (1997)
pag. 19 – Adamello 115
I 140 anni del CAI Brescia
Storia dell’alpinismo bresciano
Il film di Marco Preti
Venerdì 14 marzo 2014, nell’auditorium del liceo scientifico Leonardo in città, di fronte ad un pubblico delle grandi occasioni,
è stato presentato il DVD realizzato da Marco Preti intitolato “Compagni di Cordata” nel ricordo dei 140 anni del CAI Brescia e dei
100 anni della UOEI (Unione Operaia Escursionisti Italiani). Il DVD, una vera e propria “cordata”, ricorda anche altre associazioni
alpinistiche e le loro attività svolte in questi anni: la Società Escursionisti Bresciani Ugolino Ugolini, il GGB (Gruppo Grotte Brescia), la Sezione di Brescia dell’Associazione Nazionale Alpini.
Per l’occasione è stata anche allestita la mostra fotografica “Compagni di cordata”, una selezione di una sessantina di foto
che ricordano imprese, luoghi e volti storici dell’alpinismo bresciano. L’interessante mostra, allestita in anteprima nell’atrio dell’auditorium del Leonardo la sera del 14 marzo, è rimasta poi aperta al pubblico fino alla fine di marzo nelle sale del Monte di Pietà
Nuovo in piazza della Loggia.
Compagni di Cordata:
testo di introduzione al film
Difficile descrivere il richiamo che la montagna esercita
sui bresciani, da ormai 150 anni. Una passione travolgente,
seria come una malattia, luminosa come un sogno.
Una specie di interminabile poesia, abbozzata faticosamente nell’aria, con le mani, con gli scarponi, con gli sci.
Uno sport severo, affascinante. Un gioco pericoloso, ma
bellissimo. Un rapporto viscerale. Compenetrazione tra
uomo e montagna, carne e roccia, sangue e aria. Un fascino
impossibile da descrivere, e che si può comprendere solo
andando per monti. Perché è solo attraverso la fatica corpo-
rea, la sensazione latente di pericolo, la voglia di esplorare,
di salire, che la mente riesce ad amare la Montagna, come
fosse realmente il luogo mitico dell’ascesa: il trono degli dei.
Ma l’Olimpo, si sa, non è luogo adatto agli uomini, così gli
alpinisti, come tanti, mitologici Sisifo felici, sospingono ogni
volta la loro passione in alto, in cima ai monti, rincuorati dal
fatto che poi rotolerà a valle, e allora potranno spingerla in
su, di nuovo. Ogni volta che vorranno, ogni volta che sentiranno il richiamo delle cime. Come descrivere a parole l’immensità di una montagna? O la gioia pura, cristallina, che
si prova andando per monti, senza fretta, il cuore leggero?
E che meraviglioso profumo ha la notte quando, risalito
l’ultimo pozzo, riemergi dopo giorni dalle viscere della terra?
Marco Preti presenta il film “Compagni di cordata” al folto pubblico presente in sala
pag. 20 – Adamello 115
I 140 anni del CAI Brescia
I responsabili delle associazioni alpinistiche bresciane
Lasciarsi affascinare, come quando si era bambini. E tutto era enorme, le montagne altissime. Ma non per questo
irraggiungibili. Per millenni le genti delle valli bresciane, dalla
Val Dorizzo alla Val Salarno, guardarono alle montagne come
a un luogo arcano, maledetto, pericoloso, soprannaturale.
Fin quando, agli inizi del 1800, la nobiltà inglese si mise
in testa di conquistare quelle alte e misteriose cime inviolate
inventando un nuovo sport, esclusivo ed affascinante: l’alpinismo. Il premio? La semplice conquista della vetta. In mezzo:
momenti a tratti esaltanti, altre volte crudeli.
La nostra storia inizia nella sede del Comizio Agrario nel
lontano luglio 1874. Il Club Alpino Italiano era stato fondato
undici anni prima, a Torino, da Quintino Sella, ministro delle
finanze del nuovo Regno d’Italia, quello della “tassa sul ma-
Un particolare della mostra fotografica
cinato”. Il motto del CAI lo scrisse il piemontese Guido Rey:
“Perché credetti e credo la lotta coll’Alpe utile come
il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede”.
La Provincia, allora quotidiano di Brescia, in occasione
dell’inaugurazione della sezione cittadina del Club Alpino Italiano, scriveva entusiasta: “È nata, finalmente, la sezione del
Club Alpino, che farà capo a tutti i più attivi esploratori dei
nostri monti ed i più esperti cultori delle scienze geologiche
e geografiche. Per promuovere la conoscenza della montagna, tanto vantaggiosa, sia per le industrie, sia per la scienza
e per l'arte, sia infine per l’igiene e il diletto”.
I primi soci CAI Brescia sono: il prof. Giuseppe Ragazzoni,
il cav. Gabriele Rosa, l’on Massimo Bonardi, uomo politico
molto vicino all’allora primo ministro Zanardelli. Un mese più
tardi si delibera lo statuto e si organizza la prima gita sociale: destinazione Collio Val Trompia, raggiungibile a piedi o in
diligenza…
Compagni di cordata:
testo conclusivo del film
Un’eredità di entusiasmo, ricerche, solidarietà lasciateci dai primi soci del CAI, della UOEI, dell’ANA, del GGB e
dell’Ugolini. Loro contagiarono i nostri padri, che a loro volta
quella magnifica malattia la passarono a noi, convinti che andar per monti fortificasse, rendesse più sicuri, più consapevoli, accrescesse la dimensione spirituale, fisica e culturale,
nel rispetto della natura, educando innanzitutto al confronto
con se stessi.
Per creare nuovi uomini che sapessero montare sulle
spalle dei loro padri per salire più in alto, per guardare più
lontano, alla ricerca di un futuro migliore. Questa cordata,
che lega tra loro generazioni di bresciani da quasi un secolo
e mezzo, non può sciogliersi, deve continuare a vivere nelle
generazioni bresciane del futuro, indicando ai più giovani, a
quelli che se la sentono, ai più coraggiosi, la stessa strada
intrapresa dai loro bisnonni: strada di montagna, irta, difficile, pericolosa, per questo “magnifica”.
Una delle foto esposte alla mostra
I TESTI SONO DI MARCO PRETI
CHE È ANCHE LA VOCE NARRANTE DEL FILM
Adamello 115 – pag. 21
I 140 anni del CAI Brescia
Compagni di cordata
di Manuel Bonomo
ompagni di cordata. 150 anni di alpinismo bresciano”. Un film che nella serata di presentazione è stato capace di commuovere una sala
gremita di “malati” di montagna. Ma che soprattutto sarà in
grado di far conoscere a molti una storia grandiosa e magari
(in parte) ignota, quella dell’amore invincibile che da oltre un
secolo e mezzo (forse più?) lega i bresciani alle montagne.
Non solo alle proprie – anche se è da casa che si parte – ma
a quelle del globo tutto.
Eppure, per qualcuno, la visione del film di Marco Preti è
stata una gioia a metà. Seppure affascinati da foto e riprese
spettacolari, da una narrazione calzante, una musica azzeccatissima e un montaggio di spessore, alcuni soci del C.A.I.
di Brescia si sono infatti sentiti troppo poco chiamati in causa all’interno di una storia che li riguarda in prima persona,
da protagonisti.
Nel film sarebbe mancata la storia dei rifugi e dei bivacchi
C.A.I. – a partire da quel rifugio Salarno sorto nel 1883 – e
del ruolo di prim’ordine che essi hanno avuto nello sviluppo
dell’alpinismo di casa nostra. Sarebbe mancata una storia
adeguata della nostra Scuola di Alpinismo e il nome di “nostri” grandi alpinisti – Paolo Prudenzini, Gualtiero Laeng e
Arrigo Giannantonj (col suo prezioso diario) per citarne alcuni
– i quali hanno sudato e faticato non solo per salire pareti e
percorrere ghiacciai, ma anche per costruire, alimentare e
tenere vivi bivacchi e rifugi. Sarebbe mancato (almeno) un
accenno alle spedizioni internazionali e ai progetti umanitari
collegati. Insomma, nel film si sarebbe partiti bene con quella
prima spedizione sociale del neonato C.A.I. Brescia a Collio
Val Trompia (che ha strappato una risatina di “tenerezza” in
sala), ma non si sarebbe poi dato abbastanza peso a quelle
azioni, messe in atto dal C.A.I. anno dopo anno, fatica dopo
fatica, che hanno contribuito a stimolare l’amore per i monti,
per chi li abita, per la natura. Per la vita.
Tutto vero: nel film non si è parlato di tutto questo. Ed è
inutile negarlo. Però, approfondendo, saltano fuori anche i
perché. Quelli veri, a freddo. Tanto per cominciare, due premesse. Quella del presidente Carlo Fasser: “Lo scopo del
progetto era creare una ‘cordata’ fra le cinque associazioni
bresciane (C.A.I., U.O.E.I., Ugolini, Alpini e Gruppo Grotte) e
lavorare in sinergia, come mai avvenuto prima. E l’obiettivo
è stato raggiunto”. A cui si aggiunge una premessa relativa
allo strumento impiegato: un film è un’opera parziale, che
non può parlare di tutto e che si plasma sulla base delle scelte estetiche e contenutistiche del regista. Tanto è vero che
TUTTE e cinque le associazioni si sono sentite non sufficientemente rappresentate nel film, nonostante gli oltre novanta
minuti a disposizione. Che paiono un’infinità. Fino a quando
non ci si trova a doverli riempire con 150 anni di storia.
Detto questo, una domanda: Marco Preti avrebbe potu-
“C
pag. 22 – Adamello 115
to bilanciare diversamente i contenuti, prendendo maggiormente in considerazione il C.A.I. di Brescia, che con questo
film celebrava i propri 140 anni di vita? Risposta: poteva, ma
non era tenuto a farlo. Sia perché l’iniziativa è stata proposta
dalla U.O.E.I., sia perché un regista non può venir meno a se
stesso (così che ci sta anche l’ampio spazio riservato a sé e
ai famigliari), sia perché, a detta di Marco Preti stesso, relativamente a scuole e rifugi C.A.I. sarebbe mancato materiale
storico e fotografico a sufficienza. Non solo. Per offrire una
storia seria dei rifugi sarebbe servito un film ad essi dedicato, correndo il rischio di creare un film noioso, che avrebbe allontanato anziché affascinato i giovani, stimolandoli
all’avventura zaino in spalla verso le cime (anziché limitarsi
a gozzovigliare alle pendici). Sul fatto che Marco Preti abbia
poi scelto la via più spettacolare per entusiasmarli – imprese
estreme e tono epico – questa è un’altra storia ancora, che
ci porterebbe fuori tema.
In ogni caso, nel ricercare il materiale utile a realizzare il
film, non sono venute fuori solo tante fotografie, ma un sacco di altra roba interessante. E non andrà perduta. Il C.A.I.
– parole del Presidente – ha già deciso che per il 150° verrà realizzato un documentario dedicato esclusivamente alla
propria storia. Ottima notizia. Ed è importante impegnarsi
per non arrivare a fare le cose all’ultimo momento. Questa
volta non ci sono scuse: abbiamo dieci anni di tempo!
Storia
150° anniversario della prima salita
all’Adamello: 1864 - 2014
a cura di Silvio Apostoli
Al Presidente del CAI Brescia
Alla Biblioteca della Sezione
Ho il piacere di inviare un mio recente lavoro, eseguito
negli spazi di tempo libero dalla cura dei miei malanni che,
abbastanza dolorosi, non mi lasciano in pace.
Nel ricordo del 150° anniversario (1864 - 2014) della prima salita all’Adamello da parte di Julius Payer, mi sono proposto di raccogliere quanto la letteratura ha prodotto nell’arco di un secolo su quell’evento: la prima salita dell’Adamello
avvenuta il 15 settembre 1864.
Commentarono la conquista il nostro Gualtiero Laeng,
oltre a Payer stesso, con arguta relazione, estesa anche alle
esplorazioni polari.
Extra argomento ho completato con una relazione tolta
dal Bollettino del 1875 della nostra Sezione dal titolo: “Brevi
notizie sull’Adamello” del geologo A. Piatti.
Per ultimo, da una “Illustrazione bresciana” del 1906
dove il dott. Arnaldo Gnaga (grande alpinista e poeta) illustra
in dettaglio la traversata della parete nord-ovest con i travagliati tentativi del dott. Piero Arici che conquistò la cima il 28
agosto 1906.
Di questo carteggio,veda la Sezione se utilizzarlo. Diversamente, potrà languire fra le vecchie carte, dove qualcosa
di interessante sempre si trova.
Brescia 28 febbraio 2014
circa metà percorso tra Pinzolo e Bedole) s’era dovuto fermare alquanto più in basso, colpito – sembra – dal mal di
montagna.
Una data veramente importante nella storia del gruppo
montuoso che incorona di ghiacciai la parte settentrionale
della nostra provincia, perché il Payer non doveva limitarsi
qui a questa sua pur importante vittoria; ma con le sue sistematiche campagne alpinistiche del 1864 e del 1868 doveva
poi diventare il vero esploratore e descrittore del massiccio
Adamello - Presanella e del contermine, ed anche più vasto
massiccio dell’Ortes - Cevedale.
Prima del suo avvento, il nostro gruppo bresciano-trentino era appena stato sfiorato ai margini da alcuni studiosi di botanica e di geologia (a parte le obbligatorie visite
dei topografi austriaci del 1854 e 1859); nel 1862, Antonio
von Ruthner era montato da Vermiglio al Passo di Cercen
(3.043m), intenzionato forse di salire alla Presanella; C. von
Sonklar era riuscito a toccare la vetta della Lobbia Bassa
(2.958m) il 9 agosto 1863, accompagnato da un Caturani
(Carlo) forse parente di quello da cui si servì più tardi il Payer,
poi il famoso irlandese Jonn Ball, appassionato botanico e
ricercatore che, per scrivere una sua “Guida delle Alpi”, la
L’interessante carteggio, per il quale ringraziamo l’instancabile ricercatore storico della nostra Sezione Silvio Apostoli,
è depositato presso la Biblioteca a disposizione di chi vorrà
prenderne visione.
Da questa ricerca pubblichiamo l’articolo di Gualtiero Laeng tratto dal Giornale di Brescia del 15 settembre 1964.
Cent’anni fa Giulio Payer
conquistava l’Adamello
Il dott. Gualtiero Laeng, l’illustre scopritore dei primi massi istoriati della Val Camonica, accademico del CAI, uno dei
pionieri dello sci nel Bresciano, descrive in questo articolo
la prima scalata assoluta dell’Adamello e la figura di Giulio
Payer, che ne fu l’autore.
Cent’anni fa, alle 11.15 del mattino, la vetta della massima montagna del bresciano, l’Adamello, veniva per la prima
volta raggiunta da Giulio Payer accompagnato da Gerolamo
Botteri e Giovanni Caturani, due alpigiani e cacciatori di camosci di Val Rendena; ch’è il terzo compagno, Luigi Fantoma, che pomposamente si qualificava “Re di Genova” (la
vallata ov’egli possedeva una cascina presso la Ragada a
Julius Payer nel 1866
pag. 23 – Adamello 115
Storia
prima fra tutte le guide itinerarie del genere, aveva tra il 1853
e il 1866 attraversato la catena principale della grande corona di vette stendentesi da occidente ad oriente in ben 32
punti diversi e superato le diramazioni secondarie qualche
centinaio di volte e che, per riconoscere almeno agli estremi
anche il nostro Gruppo, dalla Rendena aveva raggiunto il 6
luglio 1863 il Passo di S. Valentino affacciandosi così alla valle di Fumo e nel luglio dell’anno successivo da Ponte di Legno si era portato al Passo del Pisgana (2.953m) a prendere
visione dell’alta Val di Genova e della Vedretta del Mandrone
con le vette circostanti.
Un po’ più nutriti erano stati gli avvicendamenti del 1864.
Wachtler e G. Fantoma toccano il Monte Venerocolo (ma
probabilmente la Cima Venezia); Lorenz e Holler, botanici,
visitano successivamente nell’agosto il Passo di Presena,
quello di Gallinera e quello di Campo. Unica grande impresa alpinistica è in quest’anno quella compiuta dagli inglesi
Douglas Freschfield, M. Beacroft, J. D. Walzer con la guida
chamoniarda Fr. Devouassoud e il portatore Del Pero di Vermiglio con la conquista della Presanella il 25 agosto dello
stesso anno.
In sostanza dunque fino a questo momento il nostro
Gruppo si può considerare “terra incognita” nel senso alpinistico. Ed incognita lo era praticamente anche al Payer,
che ne aveva scoperto solo in lontananza il luccicare dei
ghiacciai, in una sua salita (del 1862) al Monte Baldo; salita
che gli aveva posto in corpo una voglia matta di avvicinarsi
a quelle montagne; desiderio che egli si levò la prima volta
inoltrandosi da solo, molto imprudentemente, nei primissimi
giorni d’aprile del 1863 nella val di Genova, allora ricolma di
neve e continuamente battuta da enormi valanghe per un
lungo tratto.
Da quella impresa il nostro tornò alla sua residenza di Verona (dov’egli era in guarnigione) completamente “stregato”
(come riferirà egli stesso in un curioso “curriculum”...
Il Payer, nato il 1° settembre 1841 a Schönau presso Teplitz, si era interamente dedicato alla carriera militare. Era
appena poco più che decenne quando entrò nella Scuola
dei Cadetti di Lobzowa presso Cracovia; nel 1857 passava
all’Accademia Militare di Wiener - Neustadt e veniva quindi
assegnato come luogotenente di 2ª classe al 30º Reggimento di Fanteria. Nella campagna del 1866 partecipava come
luogotenente superiore alla battaglia di Custoza ed ottenne
la Croce di guerra. Poco più tardi, considerate le sue qualità
di disegnatore e cartografo, egli veniva aggregato all’Ufficio
topografico militare di Vienna. Questa, in pochi tratti, la sua
carriera, come ce la descrive il Lehner nell’introduzione al
volume che raccoglie, ripubblicandole nel 1920, le relazioni
del Payer stesso, dapprima apparse nelle “Mitteheilungen”
del Petermann ma poi diventate ormai una rarità bibliografica.
Tuttavia, prima della sua assegnazione all’Ufficio Topografico statale erano accadute parecchie cose importanti.
Giulio Payer, dalla sua nuova guarnigione di Venezia dov’era
passato, s’era già lanciato nel 1863 ad alte imprese alpine;
negli Alti Tauri aveva attraversato il ghiacciaio di Pasterze,
era poi salito al Gross Glokner per una difficile via e aveva
toccato pure la vetta del Gran Veneziano ed ora si credeva
pronto ad affrontare l’esplorazione dell’Adamello. Ma occorreva procurarsi i mezzi finanziari di cui difettava. Dopo
aver tentato di vendere, purtroppo senza successo, alcuni
disegni ed acquarelli di vedute alpine a delle riviste illustrate
Adamello 115 – pag. 24
tedesche (l’alpinismo non era ancora di moda fra gli austriaci
e l’offerta non interessava) il Payer, pur mortificato nei suoi
sentimenti e nel suo orgoglio di montanaro, mostrò subito di
quale stoffa era fatto.
Con spartani sacrifici, di cui rivelerà solo più tardi la natura, si pone infatti a risparmiare sul suo stipendio di ufficiale,
riesce ad accumulare 120 fiorini d’oro, e con questo prezioso
tesoretto parte nel settembre 1864 verso la meta prefissa:
l’esplorazione del settore trentino del Gruppo prescelto. Il
giorno 4 compie una memorabile marcia di avvicinamento,
attraversando da solo il Gruppo di Brenta da Molveno a Pinzolo superando la Bocca di Brenta; ma giunto a Pinzolo non
rimane inattivo e prepara la sua organizzazione, cercando gli
uomini che lo seguano e lo servano e acquistando le provviste di bocca per sé e per i suoi in quantità sufficiente per
vari giorni.
Ma guide e portatori nel vero senso della parola non esistono in quel luogo. E la prima difficoltà non si può superare
se non rivolgendosi a malgari ed a cacciatori di orsi e di camosci, gli unici che conoscano un po’ la zona di azione.
Prendiamo allora conoscenza di questi personaggi, che
pure attraverso manchevolezze e difetti non piccoli diventeranno tuttavia i normali compagni (volenti o nolenti, in certi
casi) di ascensioni del Payer. Il guardaboschi, certo Fidler, lo
mette in contatto anzitutto con Gerolamo Botteri, proprietario di alcune cascine nella zona di val Genova e certamente
uno dei migliori conoscitori delle vallate minori che vi fanno
capo e che dovrebbe pertanto assumere le funzioni di guida.
Il Botteri a sua volta si associa un bravo e giovane cacciatore ventiquattrenne, Giovanni Caturani (che in realtà si dimostrerà poi il più fedele ed audace collaboratore dell’iniziatore
della spedizione) e, come faticone e portatore di eccezionale
robustezza, un omaccione trentaduenne, Antonio Bertoldi,
che per la sua selvatica presenza e per gli arruffati capelli
s’è guadagnato l’appropriato nomignolo di “Orso”, e che è il
donzello factotum di Malga Muta del Botteri in Val Genova.
In complesso una triade assortita di forze, di conoscenze e
di caratteri individuali.
Quando costoro sono radunati nella malga, si fa l’esame
dell’equipaggiamento e delle provviste.
Fra queste ultime, nulla di eccezionale: è la solita lista delle vecchie escursioni, carne, pane, farina di granoturco, riso,
pasta, vino, acquavite, caffè, zucchero. Meno bene vanno le
faccende nel settore dell’equipaggiamento alpinistico, che
risulta assolutamente elementare: quattro lunghi alpenstock,
un paio di “grappelle” a 4 punte per camminare su ghiaccio;
niente ascia o piccone per scalinare il ghiaccio stesso ove si
fa ripido e specchiante, per quanto il Botteri avesse promesso di provvedervi (in suo luogo fa la comparsa una paletta
di ferro, di quelle per lo zucchero!); di corda d’assicurazione
manco l’idea e il Payer, annodando pazientemente vari spezzoni rintracciati nella malga di Botteri riesce a mettere insieme qualcosa di consimile e di dubbia resistenza che tuttavia
misura, nel totale, circa 35 metri di sviluppo…
Con tutto ciò il mattino dell’8 settembre la comitiva si
poneva in marcia con meta l’Adamello. Risalita la valle di
Folgorida, verso le 10 e mezzo giungeva al Passo delle Topette (2898m) donde si apriva il panorama sulla Vedretta della Lobbia e la catena divisoria dalla Vedretta del Mandrone,
catena che naturalmente impediva di scorgere la meta finale.
Mentre Payer si indugiava a disegnare ed a fare schizzi cartografici i suoi uomini si davano buon tempo ponendosi a
Storia
Veduta dal gruppo dell'Adamello ( da un disegno di Payer dipinto da Menzinger)
cacciare. La sosta un po’ prolungata, poi la traversata del
ghiacciaio, la risalita al Dosson di Genova (Punta Nord) e
il passaggio per cresta al Passo della Lobbia Alta, benché
avesse permesso di scorgere l’Adamello, persuase anche
del fatto che, in giornata, quella montagna non si sarebbe
potuta raggiungere. Erano infatti già passate le tre del pomeriggio. Verso le 5 si iniziò una discesa, piena di incidenti
e di pericoli fra enormi crepacci lungo la linea di maggior
pendenza, poi una traversata a sinistra (e Payer dovette trarre d’impiccio più volte i suoi uomini da pericolose situazioni)
per raggiungere la morena e la conca del Mandrone, nel cui
misero baitello la comitiva pervenne in piena oscurità alle 9
di sera.
Il giorno seguente, 9 settembre, anziché muovere di nuovo verso l’Adamello, Payer preferì portarsi verso il Corno di
Lagoscuro scalando da solo una anticima e ridiscendendone
fra gravi pericoli (“non vorrei a nessun patto rifare una impresa simile”, scrive più tardi); scala ora la vera punta da un’altra
parte giungendovi a mezzodì; ne ridiscende alla ricerca delle
guide (il Botteri, rannicchiato fra la morena, gli dice: “abbiamo creduto che siate morto!”), rimonta alla Punta di Maroccaro col Botteri e l’Orso e vi si intrattiene lungamente per
compiere il lavoro di rilievo dei ghiacciai e del Gruppo. Verso
le 6 pomeridiane è calato a Bedole, dove si riconforta (finalmente) con polenta e latte. Alle 8.15 rientra a Malga Muta e
il giorno successivo a Pinzolo, dove riposa due giorni. Il 12 e
il 13 il tempo è piovoso; il che non impedisce di raggiungere
Bedole il 14 successivo portando con sé anche il notissimo
cacciatore di camosci, Luigi Fantoma (il “Re di Genova” proprietario della cascina della Ragada).
Il 15 settembre è il giorno dell’attacco finale. L’ordine è:
“Nessuno torni senza aver vinto l’Adamello”. Si parte da Bedole alle 3; alle 5.30 è già superato il gradino roccioso del
Mandrone.
Al montare sulla Vedretta del Mandrone si forma la cordata (Payer si è provveduto di una fune assolutamente nuova), ma più avanti, sembrando sicuro il cammino, la cordata
si scioglie e la fune viene arrotolata. Guide e portatori si attardano mentre Payer affretta il suo procedere; incontra un
nodo di crepacci ch’egli riesce a saltare, ma, come avvertimento per chi seguirà, scriverà sulla neve con la punta del
suo alpenstok: “Senza corda, cattivo!”). Alle 7.30 è al piede
del forte pendio di ghiaccio, ch’egli ritiene sia il fianco dell’Adamello; mezz’ora più tardi, trafelato e col cuore in tumulto,
è in vetta all’altura. Tableau! Egli non si trova sull’Adamello,
ma sul Corno Bianco (3356m) che finora gli ha nascosto la
vetta suprema del Gruppo, da cui è separato da due valloncelli nevosi.
Raggiunto dai suoi uomini, cala con essi nella conca
successiva, dove essi si aggiustano alla meglio; poi con
Giovanni Caturani dà l’assalto alla piramide dell’Adamello
tenendosi presso la cresta che piomba in Val d’Avio (“bodenlose Abgrund wenige Fuss zu meiner rechten”1), scriverà
nella sua palpitante descrizione della scalata e finalmente
alle 11.15 può lanciare il grido di vittoria, guardando intorno
all’immenso regno di vette prossime e di lontane catene fino
ai limiti dell’orizzonte.
La discesa fu compiuta obliquamente, fra neve e rocce,
in direzione del Pian di Neve; poi lungo la traccia del mattino
sul ghiacciaio e la morena alle 7.30 di sera tutta la comitiva
era di nuovo radunata al Baito Mandrone. Il mattino appresso, di nuovo a Malga Muta.
Lasciamo a questo punto la narrazione dell’impresa
dell’Adamello. Ma occorrerebbe parlare ancora (cosa che
faremo) dell’instancabilità del Payer e della sua sete di conoscenza, della sua salita alla Presanella, iniziata e compiuta il
giorno immediatamente seguente a quella dell’Adamello. Ma
poi (e questo è il miglior documento ch’egli potesse lasciare di sé e delle sue fortune) bisognerà far conoscere, oltre
quanto operò nella sua seconda campagna del 1868, quel
tratto “filosofico” che è pure il suo ritratto, che egli lasciò
manoscritto al Rifugio Payer del Gruppo dell’Ortles e che fu
ripubblicato con il suo titolo originale “Der Augenblich des
Glüks” (Il momento della fortuna) nelle “Mittheilungen” del
1916 del Club tedesco-austriaco.
Gualtiero Laeng
1
abisso senza fondo di qualche metro alla mia destra.
pag. 25 – Adamello 115
Storia
Julius Payer, alpinista e scrittore
di Francesco Mazzocchi
l nostro Socio Francesco Mazzocchi, architetto, da parecchi anni sta lavorando alla traduzione dal tedesco all’italiano di quanto Julius Payer, nato a Schönau in Boemia nel 1841 e morto nel 1915 a Veldes, scrisse sulla sua attività alpinistica.
Ecco come Francesco Mazzocchi presenta il suo lavoro:
I
“Queste 150 pagine sono la traduzione del corpo principale di quanto Julius Payer scrisse sulla sua attività alpinistica.
Per quanto importante, tanto da farlo considerare tra i più
attivi pionieri dell’esplorazione delle Alpi, essa non fu molto
lunga, poiché l’avventuroso allora ufficiale dell’esercito austriaco vi impegnò solo gli anni di gioventù, tra il ventunesimo ed il ventottesimo. Nei successivi anni ’70 egli avrebbe
poi intrapreso la carriera d’esploratore polare, dove avrebbe
raggiunto ancora maggior fama. Poi ancora, congedatosi
dall’esercito, negli anni successivi fino alla morte, si dedicò
alla pittura, e fu apprezzato pittore, soprattutto nella rappresentazione delle emozioni da lui raccolte nei suoi viaggi.
Iniziata nel 1862 con escursioni nei gruppi prealpini dei
Lessini e del Baldo, l’attività alpinistica di Payer continua
con sempre più ambiziosi programmi nell’alta montagna
l’anno dopo con la visita, in aprile, della val Genova ancora piena di neve, e poi, in settembre, con le ascensioni di
Grossglockner, Grossvenediger ed Ahrnerkopf nel gruppo
austriaco degli Alti Tauri.
Ben presto, impostata su un’ottima cultura tecnicoscientifica acquisita nella prestigiosa accademia militare
di Vienna e su un rigoroso e coraggioso carattere, prende
l’impostazione scientifica dell’esplorazione e del rilievo metodico e completo dei gruppi montuosi che più l’avevano affascinato, l’Adamello - Presanella e l’Ortles. Porta a termine
quest’impresa nel corso di cinque impegnative campagne
effettuate tra il settembre 1864 e l’ottobre 1869.
Risultato di questa sono le ascensioni e traversate (moltissime prime) di quasi tutte le cime e i passi dei gruppi, e le
accurate e quanto mai interessanti relazioni qui tradotte, che
furono allora pubblicate in cinque famosi supplementi delle
“Petermann’s geographische Mittheilungen”, la prima, e prestigiosa, rivista geografica tedesca:
n. 17 (1865): Die Adamello - Presanella - Alpen, relativo
alla campagna del settembre 1864 nel gruppo Adamello Presanella, con base nella val Genova
n. 18 (1867): Die Ortler - Alpen (Sulden Gebiet und Monte
Cevedale), relativo alla campagna di fine agosto - inizio settembre 1865 nella zona settentrionale del gruppo dell’Ortles,
con base a Solda
n. 23 (1868): Die westlichen Ortler - Alpen (Trafoier GeAdamello 115 – pag. 26
biet), relativo alla campagna di settembre ed ottobre 1866
nella zona nord-occidentale del gruppo dell’Ortles, con base
a Trafoi
n. 27 (1869): Die südlichen Ortler - Alpen, relativo alla
campagna del settembre 1867 nella zona meridionale del
gruppo dell’Ortles, con base a Pejo
n. 31 (1872): Die centralen Ortler - Alpen (Gebiete: Martell, Laas und Saent), nebst einem Anhange zu den Adamello
- Presanella - Alpen, relativo alla campagna da fine giugno a
metà agosto 1868 nella zona centrale del gruppo dell’Ortles,
con base nella val Martello, ed alla successiva fino ad ottobre nel gruppo Adamello - Presanella, con base nella val
Genova.
Payer scrisse anche qualche altro articolo alpinistico (per
la rivista di Petermann nel 1864 sulla salita del Grossglockner,
e per l’annuario - Jahrbuch - dell’Oesterreichischer Alpenverein nel 1867, 1868 e 1869 su alcune salite nell’Ortles e sul-
Storia
La parete Nord dell'Adamello (dis. di E. T. Compton)
la traversata della Bocca di Brenta che nel settembre 1864
aveva preceduto l’esplorazione dell’Adamello). Ma furono
questi cinque importanti lavori che ne dimostrarono le capacità non solo di coraggioso e tenace esploratore ed alpinista,
ma anche di metodico scienziato, soprattutto topografo, ed
efficace espositore, e gli guadagnarono giustamente l’apprezzamento di geografi, alpinisti, nonché, inevitabile data
l’epoca, militari.
E furono pure questi a procurargli addirittura, nel 1868,
una laurea honoris causa dall’Università di Halle, e soprattutto le credenziali per cui non solo fu invitato a partecipare alle
spedizioni polari tedesche ed austriache del 1870 e 1871,
ma gli fu affidata la guida della spedizione austroungarica
del 1872.
Questi lavori seguono tutti uno schema uniforme, che
rispecchia la metodica concezione della rivista della società geografica di Petermann: la prima metà è dedicata agli
aspetti scientifici, la seconda al resoconto delle imprese alpinistiche; completa ogni fascicolo una carta originale della
zona trattata, rilevata dallo stesso Payer.
La trattazione scientifica del gruppo montuoso comprende sempre orografia ed orometria, la descrizione della cartografia precedente e della toponomastica, la glaciologia e la
geologia; la descrizione delle valli, che fin dal primo lavoro
tratta clima, vegetazione, popolazione, diventa via via sempre più accurata occupandosi di alpeggi, caccia, e anche
tradizioni ed appunti di storia.
Questi lavori restarono accessibili soltanto in tedesco per
oltre cent’anni, anche se figurano nelle bibliografie di tutte le
opere alpinistiche, comprese le guide dei monti d’Italia del
CAI-TCI.
Anche se diversi alpinisti e studiosi d’alpinismo lessero
i lavori originali di Payer e ne fecero traduzioni ad uso personale, non risulta siano mai state pubblicate traduzioni di
questi lavori.
Esistono sì alcuni titoli con indicazione dell’autore Julius
Payer, e precisamente:
“Caro Ortles”, di Luciano Viazzi (Persico, Cremona,
1997).
Le traduzioni di Myriam Torneri contenute nel volume
“SAT 1872 - 1982”, per il 110° anniversario della fondazione
della SAT (Trento, 1984).
Ma si tratta in realtà di traduzioni di una riduzione pubblicata in Germania nel 1920.
Infatti, essendo da tempo andate esaurite le pubblicazioni originali di Payer, Wilhelm Lehner (alpinista e scrittore
d’alpinismo) volle curarne una riedizione, ma seguendo suoi
discutibili criteri volle limitarsi alle sole parti turistiche delle 5
monografie in questione, ignorando completamente le trattazioni scientifiche.
Si permise inoltre di rivedere anche la stesura, che non
trovava adeguata ai tempi, e di tagliare qua e là o di riassumere le descrizioni che gli parevano troppo lunghe e le
dissertazioni che non gli sembravano più interessanti.
In realtà non si possono apprezzare così molte pagine
interessanti, oltre che l’autentico Payer”.
Come si può capire da questa presentazione, è un lavoro davvero unico e importante quello che Francesco Mazzocchi sta portando a termine ed è emersa la proposta di pubblicarlo in occasione del 140° anniversario della nostra Sezione.
La Redazione si augura che questa proposta possa davvero concretizzarsi in breve tempo!
Adamello 115 – pag. 27
Storia
1871: la prima salita bresciana
(e italiana) all’Adamello è guidata
da un… generale austriaco!
di Franco Ragni
ette anni dopo l’impresa del tenente Payer, si verificò
la prima salita italiana (anche bresciana) all’Adamello.
In assoluto era la quarta salita, e rivestì più di un motivo d’interesse sia per come si era svolta che per la composizione dell’eterogenea comitiva. Ma si distinse anche per la
sua “modernità”: non aveva infatti finalità di tipo scientifico
o esplorativo, men che meno militare, ma era composta da
“dilettanti” nel pieno senso del termine, mossi solo da curiosità e genuina passione per la montagna.
Non erano personaggi famosi e nemmeno lo divennero;
erano veri outsider nel mondo di quell’alpinismo ancora pionieristico e definibile come “intellettuale”, un po’ paludato.
Il Club Alpino Italiano era nato nel 1863, quando ancora l’Adamello era marginale rispetto alle montagne di maggior valore simbolico sull’arco alpino più blasonato, quello
piemontese-aostano; montagne sulle quali principalmente
si era appuntato l’interesse degli “scopritori”, generalmente
britannici con qualche eccezione dal mondo di cultura tedesca. Dal canto suo la Sezione di Brescia nacque nel 1874,
quando l’Adamello datava la sua scoperta alpinistica a dieci
anni prima. Premettiamo perciò una brevissima cronologia
delle prime salite.
Dopo l’esordio di Julius Payer il 15 settembre 1864 col
rendenese Giovanni Catturani, la seconda salita seguì il 3
luglio 1865 ad opera di un bel quartetto britannico (Tuckett,
Freshfield, Fox, Backouse) con le guide Devouassoud, di
Chamonix, e Michel, di Grindelwald. Per la terza salita si
S
dovettero attendere gli svizzeri Siber-Gysi e Baltzer, con le
guide Grass e Muller, il 29 luglio 1869 .
La quarta fu la prima italiana (24 agosto 1871), concepita a Sarezzo in Valtrompia e capitanata paradossalmente
dal generale austriaco Rodolfo Von Brehm, che alla bella età
(soprattutto allora) di 68 anni mobilitò allo scopo i familiari e
un consistente gruppo di amici bresciani1.
Il generale era nativo di Klagenfurt (1806) ma, andato in
pensione, risiedeva nel paese triumplino, avendo sposato
una bresciana. Gli piaceva la montagna e aveva pensato
bene di organizzare la salita all’ancora ostico e remoto Adamello con al seguito anche i due figli Rodolfo e Lodovico
(quest’ultimo di soli 13 anni), che sapevano entrambi scrivere, disegnare e dipingere molto bene, soprattutto Lodovico
al cui brillante resoconto riserviamo qua e là brevi stralci.
Cominciamo subito, precisando che l’originale dello
scritto era in possesso di Vittorio Martinelli, grande storico
bresciano dell’Adamello e accademico del Gism, purtroppo
mancato nel 20072.
Scrive Lodovico: “… noi avevamo fissato già da lungo
tempo come meta… il monte Adamello. Ma le notizie intorno
ad esso erano così scarse che non si poteva definir bene da
qual parte si dovesse ascenderlo. È ben vero che avevamo
le relazioni e la carta di Payer e di Siber-Gisy, ma non bastavano; Payer non aveva visitato che la parte N-O del gruppo e
noi non volevamo giungere sull’Adamello per la Valle di Genova; gli svizzeri erano bensì saliti per la Valle di Salarno ma
Due pagine della relazione stesa nel 1874 da Lodovico Brehm, sulla base di appunti presi tre anni prima in occasione della salita all’Adamello
Bella mappa a colori del Pian di Neve dell’Adamello
disegnata dal giovanissimo Lodovico
avevano sbagliato strada e a stento e con gran rischio erano
potuti pervenire sul piano di neve dell’Adamello, per cui non
volevamo noi pure errare a caso come avean fatto essi.
Mercé l’aiuto del nostro amico ing. P. Natalini potemmo
assicurarci una guida, l’Andrea Boldini di Saviore, che ci
prometteva mari e monti, ma che ci fu di molto minor aiuto
di quello che credevamo [ … ] la nostra comitiva si trovava
così composta: mio Padre, il luogotenente Nessi, il maestro
di ginnastica e scherma Pastori, mio fratello Rodolfo ed io.
Essa venne poi accresciuta di un altro membro Francesco
Ambrosoli, nipote di Nessi”. I nostri amici partono il 22 agosto da Sarezzo diretti a Iseo da dove prendono il battello
per Lovere, per poi risalire in carrozza la Valcamonica fino a
Cedegolo dove incontrano il Boldini che paradossalmente li
“gela” dimostrandosi pessimista circa le possibilità di salita
all’Adamello. Se non altro, però, ha un’eccellente conoscenza della val Salarno, fondamentale direttrice per l’accesso da
sud a quel Pian di Neve che è anticamera della cima ambita.
Si ingaggiano in serata due portatori, Domenico Conti e
Pietro Brizio, oltre a un mulattiere, Battista Bassi, e il giorno
dopo, di buon mattino, il gruppo si dirige al “piccolo e miserabile villaggio di Fresine”.
Il giovane Lodovico descrive minuziosamente il carico
del mulo e l’andamento della giornata: dopo Fresine si rimonta la val Salarno fino al lago omonimo oltre il quale, 200
metri più in alto, c’è la baita Salarno coi suoi mandriani (un
“bel giovanotto” e due “sudici ragazzi”) che li ospitano per la
notte. È un tugurio, in pratica, ma ciò non impedisce di dar
fondo a parte delle provviste portate dal mulo per una non
disprezzabile cena preparata dal mulattiere e dai portatori
(polenta e minestra di riso arricchita dal brodo di ben sei polli). Lodovico aggiunge anche argutamente che non essendoci “carestia di vino” buon umore e ottimismo arrivano alle
stelle (compreso il Boldini, si spera).
Il giorno dopo, 24 agosto 1871, è quello fatidico: puntano
faticosamente al passo Salarno, ma Boldini si ferma prima,
dove finiscono le sue conoscenze e probabilmente nella sicurezza che anche il resto della brigata non ce la farà.
Arrivati al passo provano l’emozione subitanea, impagabile, del grandioso pianoro di 430 ettari del Pian di Neve,
dominato sullo sfondo dalla calotta dell’Adamello. Per inciso
è un’emozione che si prova ancora oggi sbucando al passo
Salarno, per affacciarsi senza preavviso sul Pian di Neve,
dall’aspetto di enorme “scodella” riempita di ghiaccio (allora
fino all’orlo e oltre; oggi parecchio di meno, ma fa ancora un
certo effetto… ).
Qui si fermano il generale, il piccolo Lodovico e Dome-
nico Conti, che si accontentano di salire la Punta del Pian di
Neve (che loro chiamano Monte Salarno). Gli altri proseguono lestamente sull’immenso pianoro innevato, forti di una
dotazione di 24 metri di corda, una scure, un martello, tre
litri di vino, pane e rhum. La salita sulla neve ghiacciata della
pala terminale li costringe a lavorare di scure per gradinare e
finalmente sono in vetta, alla quota “di 3547 metri, ovvero di
11250 piedi di Vienna o di 10967 piedi di Parigi”.
Il racconto di questa parte di escursione è di Rodolfo, il
maggiore dei due ragazzi Brehm. Ovvio l’entusiasmo, e poi
viene la sollecita discesa. Poco dopo le 18, alla conclusione
di 13 ore di movimento, la baita Salarno li accoglie tutti, letteralmente ustionati in viso e con gli occhi tumefatti.
Per il ritorno, dopo essere scesi a Saviore, invece che
imboccare comodamente la Valcamonica i nostri amici risalgono al lago d’Arno e al passo di Campo da dove scendono
nella trentina val di Daone e poi a Pieve di Bono nelle Giudicarie. Qui la comitiva viene accolta trionfalmente: siamo in
territorio imperiale, gli alpinisti sono italiani (il Nessi è anche
ufficiale del Regio Esercito) ma c’è un generale di Sua Maestà Imperiale e Regia, e così, “intanto che si cenava, la banda
musicale del paese… intonò per non far torto a nessuno la
marcia di Radetzky e la fanfara reale” (cioè la “Marcia Reale”,
allora inno nazionale italiano). Non può non destare ammirazione l’intraprendenza di una simile apparente “accozzaglia
di dilettanti”. Può aver giovato una sorta di disciplina paramilitare ispirata dall’ex generale austro-ungarico? Fu comunque e veramente una bella impresa di gente speciale;
speciale come lo era il giovanissimo Lodovico Brehm che
trovò anche modo e tempo di schizzare quei monti imponenti, poi messi “in bella” a colori, enfatizzandone più del dovuto – è vero – lo slancio verso l’alto, ma dando segno della
romantica attrazione che gli “spiriti eletti” provavano verso
quel mondo segnato dalle altezze: quelle dei picchi rocciosi
e nevosi, e quelle dei sentimenti. Sarebbe morto giovanissimo Lodovico, meno di quattro anni dopo, ma quell’Adamello
gli era rimasto certamente nel cuore.
1
Nei resoconti finora pubblicati si usa citare il generale come Rodolfo di
Brehm, ma dove il “di” costituisce una trasposizione del tedesco “Von”.
È pure da notare che nei suoi disegni il giovane Lodovico, figlio del generale, si firma semplicemente Lodovico Brehm.
2 Chi scrive non ha trovato traccia del manoscritto originale, mentre una
copia fa parte dello specifico “fondo” di materiale d’archivio ceduto dalla
famiglia Martinelli al Museo della Guerra Bianca di Temù.
Perdonabile ingenuità nel disegno di Lodovico Brehm che rappresenta
il Pian di Neve e a destra un Adamello dal profilo “emotivamente” più
slanciato che nella realtà.
Storia
Piedi sulla Thurwieser
e testa sulla Luna
di Franco Ragni
ra meno di un mese sarà il 45° anniversario della “conquista della Luna”: domenica 20 luglio 1969. Pensavo
a questo articolo per il 50°, ma ho già una certa età e
non si sa mai…
La foto è proprio di quel giorno, in cima alla Punta Thurwieser (3652m), il giornale che sto leggendo (per modo di
dire, era una finta… ) è di venerdì 18, e me l’ero messo apposta nello zaino pensando proprio a una foto del genere.
Peccato non aver preso il giorno prima, a Bormio, l’edizione
di sabato, ma per fare scena andava bene anche quella che
già avevo, tanto più che a quell’epoca “Il Giorno” aveva una
prima pagina dalle vivaci titolazioni e soprattutto (primo fra
i quotidiani) sfoggiava sempre almeno una foto a colori: la
bella figura era assicurata!
L’Aquila del titolo non era altro che il modulo Eagle, la
capsula-astronave che l’Apollo 11 aveva lanciato nello spazio insieme all’equipaggio Armstrong, Aldrin e Collins, e che
a propria volta avrebbe poi rilasciato il modulo lunare vero e
proprio, il LEM (Lunar Excursion Module) per la discesa sul
satellite.
Eravamo Gino Vedovato, Franco Aliprandi, Angelo Pietta
e il sottoscritto, partiti sabato mattina da Brescia con l’intenzione di fare la parete Nord della Thurwieser. L’anno prima
Vedovato e chi scrive, insieme a un giovanissimo Gianni Pasinetti, avevamo già salito lo spigolo Est di quella bellissima
montagna, e stavolta l’ambizione era maggiore.
Proprio per quel fine settimana io ero anche stato corteggiato da Renato Floreancigh (lo conoscevo da pochissimo)
per dare le prime pennellate sui sentieri dell’Adamello – le
prime in assoluto di quell’impegnativo programma che ci
avrebbe fatto lavorare anni e anni per il Sentiero 1 e la prima
rete che gli faceva corona dal n. 11 al 47 – ma a parte il fatto
che non ne avevo proprio voglia (poi ci avrei preso gusto), la
Thurwieser aveva ben altro fascino.
Avevamo preso accordi con il Confortola, gestore del “V
Alpini”, perché ci caricasse a Bormio sulla sua Campagnola:
niente appuntamento perché lui quel sabato avrebbe fatto la
spola tra Bormio e il Baito del Pastore in val Zebrù. Nel posto
convenuto attendemmo, ma il Confortola tardava e nell’attesa confezionammo una filastrocca: “Confortola, Confortola,
ma perché non fai la spola? Se la spola non farai… ” (il seguito non è riferibile).
Poi arrivò, tutto andò liscio e alla fine fummo al rifugio.
Era il 19 luglio e mentre questo succedeva i tre astronauti
riposavano all’interno dell’Eagle che ormai era in prossimità della Luna; furono svegliati dopo nove ore di sonno alle
12.30 (ora italiana) e si apprestarono a tutte le operazioni per
immettersi finalmente in orbita lunare e alle 18.30 la capsula
iniziava a girare attorno alla Luna, mentre noi più banalmente
ci apprestavamo alla cena in rifugio.
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pag. 30 – Adamello 115
20 luglio 1969: in vetta alla Punta Thurwieser
il giorno della “conquista della Luna”
Là, in cielo, seguirono altre fasi, soprattutto di studio della superficie di allunaggio, poi il leggero pasto, altro lavoro
e alle ore 4.30 del 20 luglio gli astronauti ripresero sonno,
l’ultimo prima delle ore più decisive dell’impresa; e mentre
loro si appisolavano noi, dopo una sveglia precoce, eravamo
già in moto sulla vedretta dello Zebrù e rimontavamo il ripido
scivolo che difendeva il passo Thurwieser, alla destra della
Punta.
Al passo vedemmo la nostra parete, dall’aspetto poco
invitante a causa della semioscurità e del risalto che ne derivava ai numerosi affioramenti rocciosi che ne costellavano la
metà superiore, e rapidamente scendemmo per portarci alla
base della “nostra” salita.
Intanto gli astronauti inanellavano orbite lunari e dormivano, dimostrando ammirevole controllo dei propri nervi
considerato l’impegno che li attendeva, con un livello di rischio agghiacciante.
Legati in due cordate di due, noi salivamo la sempre
più ripida parete confortati dalla bella presa che facevano
le punte dei ramponi sullo spessore di neve ghiacciata ma,
man mano che la pendenza aumentava, lo spessore diminuiva e perciò cominciammo a gradinare sul ghiaccio sottostante, consistente ma non durissimo; ogni tanto un chiodo
da ghiaccio, e via così.
Poi inaspettatamente il fondo cambiò: una sottilissima
crosta di neve gelata nascondeva uno spessore altissimo di
neve farinosa, inconsistente, e solo in profondità si avvertiva
la superficie ghiacciata.
Cominciammo ad andare come i gamberi, si progrediva
a fatica, i tempi si allungavano e non avevamo alcuna voglia
di farci cogliere dalle ore più calde ancora alle prese con la
La Punta Thurwieser, 3.652 m, nel Gruppo dell’Ortles, vista dal “Piccolo Zebrù”. Lo spigolo est è quello di destra. La nord è sul rovescio
parete. Finimmo per tirare una conclusione ragionevole: deviare a sinistra e andare a prendere lo spigolo Est.
A 380.000 chilometri di distanza gli astronauti dormivano, ignari della nostra resa, peraltro onorevole: avevamo sì
mancato la Nord, ma la salita era comunque non banale e
col conforto di un tempo meteorologico eccezionalmente
bello.
Presa la cresta dello spigolo arrivammo agevolmente sulla vetta, così esile che ci poté ospitare solo uno per volta. Ci
ritirammo pochi metri sotto e fu lì che tirai fuori il giornale
dallo zaino e chiesi una fotografia mentre facevo finta di leggerlo, come se fossi su una panchina dei giardini pubblici.
Voleva essere il mio omaggio all’impresa lunare.
Questi, proprio in quelle ore e dopo essere stati svegliati
(10 del mattino, sempre ora italiana), si apprestavano agli ultimi adempimenti prima della discesa sulla Luna, mentre noi
– a nostra volta – ci apprestavamo alla più agevole discesa
dalla vetta verso la vedretta e il rifugio.
Alle 14, all’interno dell’Eagle, i tre esploratori spaziali fecero colazione e press’a poco a quell’ora anche noi eravamo
alle prese col pasto preparatoci dai Confortola, certamente
meno austero di quello “spaziale”. Il ritorno fu senza storia:
discesa tranquilla fino alla piazzuola della Campagnola con
il Confortola che così ci scarrozzò fino a Bormio. E nel frattempo Armstrong e Aldrin, tra le 15.30 e le 16 si trasferivano
nel LEM lasciando Collins sulla capsula-madre, l’Eagle. Alle
16.22 chiudevano il portello, distendevano le “zampe” del
modulo e alle 19.48 finalmente si staccavano per iniziare la
discesa sul suolo lunare mentre noi, arrivati a Brescia, dimenticavamo Thurwieser, V Alpini, Confortola, parete Nord e
spigolo Est, per essere partecipi di un evento storico fruibile
“in diretta”.
La bella e aguzza cima calcata in mattinata passava in
secondo piano perché tutto il mondo – noi con esso – era
appeso ai notiziari “lunari”. Ce la faranno?
Ce la fecero e alle ore 22.17’.51” le zampe del LEM erano stabili sul Mare della Tranquillità. Il ritardo complessivo
di tutta l’operazione, dalla partenza sulla Terra, era stato di
39 secondi. Strabiliante. Tirai anch’io un sospiro di sollievo.
Ho fatto bene a farmi fare quella foto. Fu un grande giorno per tutti, ma soprattutto per me: avevo i piedi sulla Thurwieser e la testa sulla Luna, nientemeno!
Adamello 115 – pag. 31
Ricordo
Gianni Bledig...
Il Signore delle vette chiama ogni essere vivente e lo porta con sé per un lungo
cammino faticoso in cima alla montagna più alta del mondo. Spiega a tutti le scelte
della propria vita buone o cattive, sagge o poco sagge, belle o brutte, ma dice: “l'importante è essere sereni”.
Tu, caro zio Gianni, per raggiungere questa montagna hai lottato senza un lamento
senza una pretesa pensando al bene degli altri, non ti tiravi mai indietro, eri di poche
parole ma quelle poche erano vere. Durante gli ultimi giorni della tua malattia nascondevi il tuo dolore per non farci soffrire di più e noi, prendendoti per mano, ti abbiamo
accompagnato sul sentiero più doloroso della vita senza lasciarti mai solo. Hai desiderato essere nella tua casa, tu ci hai chiamato Angeli e hai detto “grazie per tutto quello che fate per me”. Ora ti diciamo noi
grazie per averci insegnato ad essere umili e servizievoli e il bene che hai seminato resti per noi il dono più grande.
La tua Famiglia
Siamo tutti molto tristi, il nostro caro amico Gianni Bledig ci ha lasciato, in silenzio, senza dare disturbo, come è sempre
stato suo costume. Eravamo in molti il 10 febbraio scorso a salutare Gianni, familiari, amiche ed amici, tutti attorno a lui.
Questa volta non aveva zaini sulle spalle ma era lui che veniva portato sulle spalle da quattro amici: Bruno, Paolo, Osvaldo,
Giorgio ed era come se a portarlo fuori dalla chiesa fossimo stati tutti noi in segno di grande affetto e riconoscenza. Affetto,
amicizia, riconoscenza, non sono solo parole scritte ma sentimenti veri a lui rivolti perché tante, tante sono le persone che
serbano nel cuore ricordi belli di momenti, di giornate vissuti in compagnia di Gianni. I pensieri, scritti a nome di tutti noi da
Michelangelo, sono il saluto a Gianni che Osvaldo ha letto in chiesa, anche Santina con le sue “preghiere dei fedeli” ed Elena,
con le sue riflessioni a nome delle donne GPE, e tutti noi in silenzio ad ascoltare, qualche lacrima scendeva, non si poteva
trattenere, con tristezza sì, ma non con angoscia perché lui per primo ci ha insegnato a stare sereni e fiduciosi e accogliere
la vita così come è. E poi gli amici del coro Ugolini - CAI con le loro voci melodiose hanno abbracciato Gianni, portandoci
tutti lassù, sulle alte cime… Caro Gianni, ti ringraziamo per la grande amicizia che c’è stata fra di noi, per tutte le volte che ci
sei stato vicino, ci hai aiutato a superare tratti difficili, ci hai portato lo zaino quando non ce la facevamo più: bastava la tua
presenza per darci sicurezza e continuare fino alla meta. E poi, arrivato su, ti gustavi una meritata e fresca birra! Vogliamo
ricordarti così, ti porteremo sempre nei nostri cuori sui sentieri, sulle cime delle nostre amate montagne. Cammina, prendi
la tua bicicletta e attraversa tutti i cieli, il tuo grande viaggio è iniziato e chissà, forse incontrerai Marco e berrete ancora una
birra insieme! Ciao
Gabriella Bignotti
In Exitu Gianni Bledig - Vita… Passaggio… Vita…
Il circuito vitale continua e non si interrompe, nati poi si rinasce ancora altre volte, dove e come fa parte della scoperta
nel percorso. Credenti o non credenti, se siamo stati ‘credibili’ condividiamo il Mistero. Ciao caro Gianni, abbiamo deciso di
scriverti proprio per sottolineare questa convinzione della continuità. Le tue laterali e silenziose presenze, l’esserci con il tuo
sorriso accennato, l’indicazione, il consiglio, ci mancheranno ma non troppo. Non troppo, perché sappiamo che tu ci sarai
sempre con noi, non salterai più neanche un’escursione, accompagnatore andato avanti a guidare chi già ci ha preceduto.
Siamo tristi ma non angosciati, i passi e le pedalate sui sentieri e le strade condivise ci hanno parlato di amicizia, vicinanza,
piccole fatiche nella consapevolezza dello star bene insieme. Ti raccomandiamo, in cielo, metti i segnavia nei posti giusti,
come tu sai fare, perché tanto ci ritroveremo, non conosciamo né il giorno né l’ora ma ci ritroveremo. Lo sappiamo, separarsi
è difficile ma le lacrime che fecondano la vita sono quelle che consolano, danno pace, nel ricordo delle cose belle vissute
insieme. Un abbraccio, Gianni, da tutti i tuoi amici del G.P.E. Buon cammino…
Michele Ventura
Per tutte noi seniores del Club Alpino Italiano eri il folletto dallo sguardo sorridente. Nelle molte escursioni che abbiamo
fatte in questi anni, sapevamo che nei punti più impervi della montagna ci saresti stato tu, a tenderci la mano, per renderci il
passaggio più agevole e sicuro. Senza farlo pesare, hai reso la montagna più facile a tutte noi. Eri di poche, ma significative
parole. Anche nelle gite in bicicletta, eri sempre presente e attento, come quando, l’autunno scorso, mentre scendevamo dal
passo della Cisa, mi raggiungesti, raccomandando: “Non frenare, perché se si scaldano i freni è peggio!” Ci mancherà la tua
presenza discreta e rassicurante, ma siamo sicure che nei pascoli del cielo, che immagino tanto simili alle valli del Natisone,
dove sei nato, incontrerai tante altre persone a cui tendere la mano. Grazie Gianni, e grazie anche a tua moglie e ai tuoi familiari, che han condiviso con noi la tua gentilezza e disponibilità. A loro vanno il nostro affetto sincero e le nostre condoglianze.
Elena Rossi
Adamello 115 – pag. 32
Ricordo
Ciao
Gianni,
uno dei tuoi desideri era di tornare con me sulla Cima Plem, lo avevi manifestato più volte, ma non l’ho capito in tempo.
Era novembre dell’87 quando salimmo sulla vetta per la prima volta io e te, e in quell’occasione tu mi facesti notare che, a
differenza di altre cime, qui non esisteva una semplice croce o comunque un segno dell’uomo. Passò qualche settimana
e durante un’escursione mi proponesti di portare lassù una piccola croce con campanella che tu stesso facesti costruire.
Era molto semplice: sul davanti una targhetta con le tue iniziali e la scritta “Signore proteggi tutti”. Nell’estate successiva organizzammo tutto,
coinvolgendo altri tre amici che ci avrebbero accompagnati. Fu un’escursione memorabile che resterà per sempre nella mia mente. In seguito ci
salimmo più volte, accompagnando tra l’altro, in una gita del CAI, una
bella comitiva. Quest’estate ti prometto che tornerò sulla Plem, la tua
Cima, per venire a salutarti, ma non ci saranno più la tua sicurezza, le tue
risate quando mi facevi qualche scherzo o la tua simpatica allegria, ma
solamente profonda tristezza.
Ora che sei lassù, sono io, Gianni, a chiederti di proteggere tutti noi,
in modo particolare la tua famiglia e la tua Gigliola.
Grazie Gianni, è stato davvero un immenso piacere e una preziosa
scuola di montagna percorrere un pezzo di strada al tuo fianco.
Matteo, Ivana, Giovanni e tutti gli amici del CAI
Il ricordo di un amico
Ho ritrovato ultimamente, mentre sistemavo le foto raccolte in tanti anni di escursioni in montagna, questa che mi ritrae
in una gita di sci-alpinismo al CAI di Brescia. Era una domenica di maggio del 1987. Come meta: cima Sesvenna (3307 m)
in alta Val Venosta.
La ricordo come una delle gite più belle e la più vissuta proprio con Gianni, conosciuto molto prima (nel 1974) frequentando il CAI.
Mentre stavamo raggiungendo la cima mi disse: “Se vieni con me facciamo un itinerario diverso da quello fatto in salita:
è più lungo ma più bello”.
Ci pensai un attimo e poi accettai.
È stata un’avventura faticosa e interminabile, ma meravigliosa e di una emozione così intensa che, a distanza di 27 anni,
l’ho ancora nelle gambe, negli occhi, nel cuore.
Scriveva Goethe che le montagne sono maestre severe che generano discepoli silenziosi.
Gianni è stato un discepolo prima e maestro poi silenzioso e severo ma sempre attento, presente e pronto a dare una
Adamello 115 – pag. 33
Ricordo
mano all’ultimo e a chiunque ne avesse avuto bisogno lungo il cammino.
Ci ha insegnato che l’andare a piedi è un percorso che fa pensare e appassionare, è un’esperienza ricca di emozioni.
Che il camminare non è uno sport per gareggiare o arrivare primi, bensì l’opportunità per stare insieme e contemplare lo
spettacolo delle bellezze della natura e della sua misticità.
Gianni ha saputo essere essenziale, sobrio, semplice nella vita così come nel continuare, con forza e dignità, il suo
cammino, divenuto più faticoso e doloroso per la malattia, per raggiungere silenziosamente la cima più alta: quella dove è
ritornato a godere dell’intensità del cielo e della forza del paesaggio.
Ricordiamolo così! Ciao Gianni e grazie per le avventure vissute insieme, ma grazie soprattutto per la tua silenziosa amicizia nata proprio in montagna, maestra e palestra di vita.
Luciano Santandrea
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Ricordo
Federico Bertoglio
Con Federico ho sempre avuto in comune l’amore per la montagna. Per
molti anni siamo stati vicini di casa in Val Rendena e da lì abbiamo fatto molte
delle gite classiche della zona (i Gruppi del Brenta e dell’Adamello), ma anche
escursioni in luoghi meno conosciuti e frequentati (come il Lago di Vedretta,
sopra i Laghi di Cornisello oppure il Passo del Forcellino e la Val Germenaga,
sopra Caderzone), che ho scoperto grazie a lui. Così sono stato molto felice
quando è entrato anche lui a far parte del Gruppo del G.P.E. del giovedì. Per
molti anni titolare di un avviato studio di ingegneria a Brescia, Federico si
stava godendo da poco più di un anno la meritata pensione e ora, finalmente,
aveva più tempo da dedicare alle cose che amava di più: la montagna, i libri,
l’archeologia, l’architettura…
Nel Gruppo del GPE Federico è entrato con la discrezione e la delicatezza che lo contraddistinguevano, ma non ha tardato a farsi apprezzare da
tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui. Chi gli era accanto durante le
salite aveva a che fare con un piacevole conversatore, con una persona che
era in grado di parlarti con competenza delle peculiarità e delle caratteristiche di una chiesetta, di un cimitero di guerra o di un vecchio palazzo trovato lungo il cammino. E quando parlava di libri, architettura o archeologia,
Federico ti trasmetteva il suo entusiasmo e il suo sapere senza farlo cadere
dall’alto, ma, al contrario, con semplicità e naturalezza. Sapeva essere colto senza essere serioso: quando
occorreva, era in grado di stupirti con storielle divertenti e spiritose. Ma soprattutto, tutti quelli che lo hanno conosciuto ne
hanno ammirato lo stile, la gentilezza e la grande disponibilità ad ascoltare. Ancora oggi, quando lo ricordo con le persone
del G.P.E., tutte non possono fare a meno di sottolinearne l’educazione, la cortesia, la curiosità intellettuale: come non voler
bene a un uomo come lui? Per Federico le gite del G.P.E. sono state TUTTE belle. La maggior parte dei luoghi che abbiamo
visitato erano nuovi per lui e, perciò, si studiava le gite su internet e sulle mappe prima di partire.
E trovava sempre modo di entusiasmarsi: non solo per i meravigliosi panorami della Val di Fassa o dell’Alpe di Siusi, che
difficilmente possono lasciare qualcuno indifferente, ma anche per la inaspettata scoperta di un monastero in Valcamonica,
per la vista di un vecchio fienile o, ancora, per una piacevole tavolata, improvvisata su invito dei gentili proprietari di un cascinale nelle colline piacentine…
Quando si parla di Federico, però, non si deve pensare che fosse un uomo perfetto. Aveva anche lui, come tutti, dei
difetti. Uno, in particolare, era particolarmente grave (almeno ai miei occhi di interista). Eh sì, perché era un convinto tifoso
della Juventus. Tanto convinto da trasmettere il virus prima a suo figlio Stefano e poi al nipote Matteo. Di Matteo si dice che
le prime parole pronunciate non siano state “mamma papà”, ma “forza Juve”.
Però, per farsi perdonare, faceva, come me, il tifo anche per il nostro Brescia. Così, con lui ho condiviso l’abbonamento
al Rigamonti nell’anno del grande Baggio e di Guardiola. E con lui e le nostre mogli abbiamo convissuto per molti anni tanti
momenti felici: le vacanze in Calabria, in Croazia, in Andalusia... E poi ci hanno unito le cene mensili e le gite annuali in tutta
Italia con il nostro gruppo storico di amici. Io curavo la parte logistica, mentre Federico e sua moglie Annamaria (per noi,
affettuosamente, l’Ingegnere e la Profe) seguivano l’aspetto culturale della gita: le visite ai musei, alle chiese, ecc… Federico
e Annamaria si sono conosciuti e innamorati sui banchi del liceo e hanno vissuto in simbiosi per mezzo secolo, accomunati
dalle stesse passioni per gli Etruschi, l’Archeologia, i libri. Il loro amore, ne sono sicuro, continua oggi come allora, più forte
dei limiti che la nostra condizione mortale c’impone.
A Federico, fra i tanti, mi legherà per sempre il ricordo della sua ultima gita in montagna con il nostro Gruppo. Era il 13
giugno del 2013 e dalla Val Venegia siamo saliti sulla Cima Castellazzo a vedere il monumento del Cristo Pensante, con un
panorama sulle Pale di San Martino parzialmente innevate. Sono sicuro che quella vista fantastica e toccante lo ha accompagnato e confortato nei mesi della malattia che lo ha colpito improvvisamente pochi giorni dopo. Federico, fino all’ultimo
momento, ha lottato con coraggio, prefiggendosi, anche, di riprendere le nostre amate gite. L’ultima volta che l’ho visto, pochi
giorni prima della sua scomparsa, mi ha detto di fargli un favore: prendergli la tessera del CAI per il 2014, perché lui sarebbe
tornato con noi.
Ma Federico ora non ha più bisogno di tessere: può raggiungere tutte le vette che vuole e ammirarle con gli occhi di una
vita nuova e piena, aperta a sterminati orizzonti che quaggiù ci sono preclusi.
Sono certo che ora Federico ha potuto conoscere il “re della Val di Genova”, Federico Luigi Fantóma, nato a Strembo nel
1819 e che gli avrà chiesto se davvero abbia ucciso, come si racconta, più di 50 orsi. E che, finalmente, sarà riuscito a chiarire
il mistero delle tavolette enigmatiche conservate presso l’amato Museo Archeologico di Cavriana.
Renato Faita
Adamello 115 – pag. 35
Ambiente
Ghiacciai della Lombardia
quale il loro futuro
di Roberto Boniotti
unedì 10 Febbraio presso il Museo
di Scienze Naturali di Via Ozanam
a Brescia si è svolta la conferenza dal tema “Ghiacciai della Lombardia,
quale il loro futuro”.
Un viaggio, attraverso immagini impressionanti, per fare conoscere l’evoluzione, o meglio, l’involuzione subita dai
ghiacciai della Lombardia, con particolare riferimento ai ghiacciai dell’Adamello, dalla fine dell’800 ai giorni nostri.
Quello che accade ai nostri ghiacciai,
d’altronde, è in linea con quanto accade
non solo nelle Alpi ma nel mondo intero.
Da vent’anni a questa parte l’aumento
della temperatura ha portato i ghiacciai
ad una spaventosa recessione.
Solo un grado e qualche decimo,
parrebbe poco, ma basta, se si pensa
che 20.000 anni fa con solo di 6 gradi
la temperatura più bassa sulla terra, il
ghiacciaio della Valcamonica arrivava
fino alle torbiere di Iseo.
Le cause di questo innalzamento di
temperatura sono senza dubbio molteplici ed interagiscono l’un l’altra vicendevolmente, ma è oramai accertato che
l’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, causato
dall’attività umana, svolge un ruolo decisamente importante.
L
pag. 36 – Adamello 115
Ecco il perché di questa conferenza:
sensibilizzare ognuno di noi sull’importanza dei nostri singoli comportamenti
quali concausa di questa evoluzione.
Solo attraverso una corretta informazione ed una sua divulgazione, una presa di coscienza, un’adeguata sobrietà
nell’uso delle risorse del nostro pianeta
potremo tentare di invertire questa tendenza, ammesso che non sia già troppo
tardi.
Questo d’altronde è uno dei primari
principi costituzionali della nostra associazione e di tutti i soci che vi aderiscono.
A fianco della conferenza inoltre è
stato possibile assistere ad una testimonianza fotografica di raffronto dei
ghiacciai della Lombardia e del Trentino,
grazie ad una esemplificativa galleria di
immagini messaci a disposizione dal
Museo di Scienze Naturali di Trento.
Le sezioni e sottosezioni della nostra
provincia potranno anch’esse avvalersene per delle mostre temporanee qualora ne facessero richiesta.
La conferenza è stata presentata da
Riccardo Scotti, ricercatore dell’Università Bicocca di Milano, esperto in glaciologia e permafrost e volontario del Servizio Glaciologico Lombardo. Insieme ad
un team di volontari Riccardo si occupa
del monitoraggio dei principali ghiacciai
della Lombardia, attraverso un paziente
e costante lavoro.
Ricordiamo che se qualcuno fosse
interessato al progetto può partecipare al monitoraggio sul campo con gli
esperti del Servizio Glaciologico Lombardo e può contattare la segreteria della nostra sezione di Brescia.
Etica dell’Alpinismo
Mica siamo in Canada qui
di Roberto Boniotti
ro curioso, sì, di vedere finalmente anche a Brescia il Banff
Mountain Film Festival: anche
perché a Banff ci sono stato diverse
volte e l’idea magari di rivederne alcune
immagini mi solleticava non poco.
A dir la verità sono uscito da quella
sala un po’ più vuoto di quando ci ero
entrato e man mano che mi dirigevo
verso casa quel senso di disagio mi cresceva dentro, sì, non so come spiegare,
un senso di vuoto. Belle le immagini, sì,
ma sempre lì a raccontare se stessi, ma
come siamo bravi, ma come siamo unici
e tecnologici. Certi filmati mi ricordavano i racconti di Proust o di Huysmans o
di Oscar Wilde, così concentrati nell’auto osservazione di sé. Ancora di più mi
ha colpito il resoconto dell’“attacco” a
Moro e Steck da parte di un gruppo di
Sherpa. Resoconto riportato, anche dai
principali media del Web, con una superficialità preoccupante. Tutti resoconti
concentrati sull’enormità del fatto e sulla
necessità di sicurezza (ancora una volta)
per gli occidentali.
Nessuno, dico, nessuno che si sia
soffermato a denunciare le condizioni
di lavoro cui questi uomini (sì, gli Sherpa sono uomini) devono sottostare e la
paga da fame che ricevono rispetto ai
E
Dal sito www.banff.it
rischi che corrono. Pare che la lite sia
scoppiata a causa di una frase che Moro
ha pronunciato in lingua Sherpa all’indirizzo di uno di loro (del tipo “figlio di
p…”) senza rendersi conto che questa
frase, che per noi non ha un significato
particolarmente pesante, ha invece per
uno Sherpa un significato di impatto devastante per la propria cultura. Ma ancora una volta si è preferito prendere come
esagerata la reazione degli Sherpa, giudicando, ancora una volta, con gli occhi
dei coloni. Il problema tuttavia è presto
risolto, Steck torna a casa, gli Sherpa facinorosi allontanati e Moro che riprende
l’elicottero. Così le spedizioni commerciali continuano a portare ricchi signori
sul tetto del mondo. Il colonialismo è
un atteggiamento duro a morire. Perché
solo pochi denunciano lo stravolgimento sociale che le spedizioni commerciali
ed i trekking organizzati hanno portato in
quei luoghi, mentre i principali siti e riviste parlano solo delle roboanti e mitiche
imprese di evoluti superuomini?
È un male comune, mi direte: è successo anche da noi, lo spopolamento
della montagna e la trasformazione di
certe aree in parchi di divertimento, è
l’evoluzione…
Ma davvero dobbiamo rassegnarci
a questo piattume? Ma perché mi devo
rassegnare a un alpinismo che insegue
se stesso, il numero delle vie che si fanno in un anno, di che grado, e quanti
metri di dislivello e tanta polvere, polvere, polvere e tanto correre, correre,
correre, perché ho poco tempo, e prima
o poi devo morire, e poi ogni lasciata è
persa, perché l’han fatta tutti, perché se
no io chi sono… Ma ce lo ricordiamo
il piacere? Ce lo ricordiamo di come è
fatta la montagna? Lo ricordiamo il rispetto che le dobbiamo e che dobbiamo a chi verrà dopo di noi? Le gare, le
corse, i raduni, di giorno, di notte, con
le ciaspole, con gli sci, a piedi nudi e
gambe in spalla, sono tutte esternalizzazioni, prolungamenti del nostro io, io, io
dovunque mi trovi. Che ne è stato della
montagna da ascoltare, nel respiro del
vento, dell’assordante spumeggiare dei
torrenti fra le pietre, del freddo, mamma
che freddo, che punge la pelle e non
sento più le dita, delle stelle che sì, lassù esistono ancora, col loro tremore, dei
tuoni che ti rotolano sulla testa, nessuno
ne parla più.
È lo specchio dei tempi direte, dove
l’economia prevale sull’uomo ed il fare e
sembrare ha la meglio sull’essere.
Pensiamoci.
Storie di vita
La vita può riservare
gioie e dolori
di Italo Bazzani
a vita può riservare gioie e dolori. I
più fortunati possono arrivare alla
vecchiaia ancora in buona salute e con una forza d’animo veramente
invidiabile. Quando invece, come nel
caso mio, ti arriva addosso una di quelle malattie che ti fanno rabbrividire solo
a pensarci, ecco che allora il mondo ti
casca addosso. Avevo 69 anni quando
mi è stato diagnosticato un mieloma
al midollo osseo, i valori erano alti ma
ti davano la possibilità di fare una vita
“normale” a detta dei medici. Certo non
affaticarti, quindi più niente montagna,
ÄULHSSVZJPHSWPUPZTVSHWYH[PJHJOL\S
timamente frequentavo con assiduità e
che mi riempiva il cuore di soddisfazioni.
Con la mia volontà e la mia forza d’animo, tanti miei amici la conoscono bene,
pur soffrendo in un modo sovraumano
mi accodavo dietro di loro per tentare
di arrivare in vetta, a quella vetta a cui
quasi mai ho dovuto rinunciare. I miei
HTPJP JVU PUÄUP[H WHaPLUaH TP HZWL[[H
vano durante il percorso e per tantissimi
minuti in cima. Finalmente arrivato, essi
mi sostenevano dandomi delle pacche
sulle spalle mentre dal mio viso scendevano copiose lacrime che di sicuro
indicavano la grande stanchezza e non
la riuscita dell’ascensione. A questo
proposito ho un ricordo di Narciso che,
dopo avermi rifocillato, si prendeva cura
dei miei scarponi addirittura calzandoli sugli sci per la discesa. E così quella
stagione è passata riuscendo a salire su
circa una dozzina di cime, sempre con il
cuore in gola ed una fatica che non vorrei più ripetere. In estate, dopo alcune
escursioni in Dolomiti, vado in ospedale
a ritirare gli ultimi esami: “La situazione è peggiorata, dobbiamo intervenire
con la chemioterapia per raccogliere
cellule staminali sane per poi fare l’autotrapianto”. Metà Agosto 2013: inizia il
primo ciclo, è l’inizio del lungo calvario,
ospedale - casa, casa - ospedale, le foraLZPHMÄL]VSPZJVUVZLTWYLKPWPƒPJH
pelli e la barba spariscono, il morale… I
ricordi della montagna sono sempre lì,
tutte le volte che accendo il computer
L
pag. 38 – Adamello 115
vedo le mie immagini tutte catalogate
ed è appunto in questo frangente che
mi è balenata l’idea di compilare un DVD
KLSSLMV[VNYHÄLWLYTLWPƒZPNUPÄJH[P]L
Ci ho messo un bel po’ di tempo, però
“Montagne di una vita”, che ho avuto
l’occasione di proiettare in alcune sale,
ha avuto un buon successo. La vita continua: dopo il quinto ciclo, in programma
24 ore di chemio al Civile di Brescia, ne
esco distrutto, la settimana dopo dovrei
fare la raccolta delle cellule. Grosse inieaPVUPULSSHWHUJPHLNYHUKPZÄSaH[LKPKV
lore in tutte le parti delle ossa predicono
che le cellule si stanno riproducendo,
martedì ci sarà la raccolta.
Tutto a posto: fra un paio di mesi ci
sarà l’autotrapianto. In previsione, tre
settimane in una stanza d’isolamento.
Immobile nel letto con sempre attaccata
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bagno portandosi dietro il trespolo delSHÅLIV/VMH[PJH[V[HU[VPUTVU[HNUH
tante volte mi sono detto: basta questa
è l’ultima volta, non ce la faccio più, mi
si spacca il cuore. Ma dopo il ritorno alla
Con Claudio Chiaudano
in vetta allo Jancohuma, agosto 1990
base, dopo aver conquistato magari un
7000, pensi già alla prossima avventura.
Qui all’ospedale è differente, non hai
più forze, le tue difese immunitarie te
le portano a zero a forza di iniettarti le
chemio. Stai male, dissenterie, febbre,
occhi che si seccano, piango, piango,
piango.
Aspetto mia moglie Graziella tutti i
giorni, la vedo solo negli occhi, è tutta
completamente bardata di mascherina,
grembiule, calzari, copricapo, mi prende per mano, ma le lacrime non diminuiscono anzi continuano ancora più
MVY[LTLU[L (UJOL P TPL ÄNSP L P TPLP
amici li posso, come si suol dire, sentire
più che vedere. Quasi 40 anni di Alpinismo in quei lunghi giorni all’ospedale mi
sono passati per la mente un sacco di
volte, ripassavo le prime salite in Brenta
effettuate col mio grande amico Valerio e con l’assistenza tecnica e morale
del GRANDE Bruno Detassis. Passavo
quindi al ghiaccio salendo famosi itinerari nel Gruppo del Monte Bianco, il
gruppo che più mi ha affascinato e che
Storie di vita
mi ha fatto acquisire una forte esperienza. Diversi gli anni in cui sono stato Direttore del Corso di Ghiaccio al Rifugio
Monzino organizzato dal CAI di Brescia,
bellissimi sono stati quei momenti, me
li gustavo ancora adesso. Ma il sogno
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in bagno velocemente, speriamo di arrivare in tempo, non sempre è stato così,
mi vergognavo pensando al compagno
di stanza che in quel caso non era ancora giunto al momento critico del suo
ciclo. Vabbé, pensavo, forse capiterà
anche a lui ed io me ne sarò già andato
dall’ospedale. I valori clinici stanno aumentando, domani esco, ci rivedremo
fra un paio di mesi sperando naturalmente che i valori della gamma monoclinale vadano a sparire completamente, in quel momento potrei dire che la
malattia è stata debellata. Per ora devo
WLUZHYLZVSVHYLJ\WLYHYLSLMVYaLPSÄ
sico è debolissimo, barba e capelli sono
spariti completamente, manca solo che
anche la pelle tenda a sparire… Le scale
che portano al mio appartamento riesco
a malapena a salirle, devo fermarmi a riÄH[HYLTPI\[[VZ\SKP]HUVHYLJ\WLYHYL
mi sembra di essere ritornato a quando
mi allenavo per la corsa, dopo la volata
ÄUHSLPUSLNNLYHJVYZL[[HHZWL[[H]VJOL
i battiti del cuore ritornassero quasi alla
normalità.
Ricomincia il calvario del recupero,
il tempo non passa mai, per fortuna il
computer mi occupa un bel po’, le migliaia di foto di montagna che ho tutte
catalogate mi distolgono dal pensiero
sempre assillante della malattia. In vetta al Colque Cruz, dopo averlo salito in
solitaria nel 1999, ammiro la cima che
mi sta di fronte: lo Jancohuma di 6437
metri, che ho salito nove anni prima in
cordata con Claudio Chiaudano, allora
sedicenne, un gran bel ricordo.
Ma questo non è solo il tempo per i
ricordi, non voglio vivere solo con essi,
per quanto straordinari siano, mi consulto per questo con il mio medico sulle
modalità con le quali posso ri-affrontare
le mie passioni, dal trekking alla bici e,
perché no, allo sci alpinismo, un “chiodo
ÄZZV¹JOLWPƒK»VNUPHS[YVTPHZZPSSH
Il responso è favorevole: ok ma con
H]]LY[LUaHULPSPTP[PJOLPSÄZPJV[PJVU
cede senza forzature, questo è il parere
del medico.
Passo prontamente all’azione, con la
moderazione che mi hanno raccomanKH[VZVUVZHSP[VÄUVHSSHTHSNH;VTILH
<UWHYHKPZVYHWP[VKHP[PTPKPÄVYPKP
primavera è stata una gioia poterli anco-
Gruppo del Sella, Sandro controluce
ra una volta immortalare, e l’ho fatto con
calma, senza fretta, ripensando con un
sorriso a quanti recuperi mi sono costati
NSP ZJH[[P L P ÄSTH[P MH[[P HNSP HTPJP KLSSV
sci alpinismo che subito dopo il “clik”
partivano sparati dal cannone mentre io
dovevo ancora riassettarmi.
Graziella, che mi accompagnava,
era sulle tracce della saxifraga tombeanensis, ci saremmo incontrati come da
accordi al rientro.
Ed ecco il bello dell’andar da soli
per monti, la libertà è vera, è assoluta,
è totale, la meta è funzionale solo alla
tua misura, alla tua determinazione o
più semplicemente alla stagione della
vita che stai percorrendo, ma comunque sempre carica di quel fascino che ti
entusiasma, come quei suoi cieli azzurri
che non mi stancherò mai di contemplare con stupore. Lo avverto, sto migliorando, ma aspetto con ansia il mese
prossimo quando ci sarà il responso
delle analisi, come saranno i valori della
gamma monoclonale? Azzerati, persistenti o addirittura in aumento?
Vorrei non pensarci, ma non mi
è possibile, è come la notte prima di
un’importante ascensione, cerchi di calmarti per prender sonno ed ecco il paradosso, ci pensi ancor di più. La montagna mi ha dato tanto, la malattia mi sta
togliendo molto, ma non può intaccare il
mio trascorso né la mia speranza. Quante volte nelle interminabili salite contavo
un determinato numero di passi per liberare la mente dallo stress della fatica,
ora quei passi altrettanto faticosi li sto
indirizzando verso una importantissima
meta, la guarigione.
Voglio guarire, voglio ammirare ancora una montagna magicamente imbiancata da una coltre di neve, voglio
gioire del risveglio della natura, voglio
stupirmi ancora di quanto è bello quel
cielo azzurro che solo lei ci può regalare,
voglio ancora viverla!
Sarà faticoso, sarà un percorso non
privo di ostacoli, potrò a volte cedere
allo sconforto, ma saprò rialzarmi e procedere passo dopo passo verso questa
meta e raggiungerla come ho fatto per
tante altre.
Adamello 115 – pag. 39
Medicina
L’articolazione della spalla
di Pablo Ayala
articolazione della spalla è un’articolazione molto
complessa e molte volte, anche se il fatto non è collegato direttamente alla pratica sportiva, si infiamma
e duole. Diciamo che è vittima di cattive abitudini posturali legate principalmente al lavoro che svolgiamo, spesso è
anche poco allenata e in più, visto che ci piace andare in
montagna, la sfruttiamo o andando ad arrampicare o a sciare o semplicemente praticando del nordik-walking. La spalla
è un’articolazione composta dalla scapola, dalla clavicola,
dall’omero e da una serie di muscoli che partecipano al suo
movimento. Tra i più importanti ricordiamo il deltoide, il trapezio, il sovra e sotto spinato, il piccolo e grande pettorale,
il bicipite e il tricipite e il gran dorsale. Tutti questi muscoli
partecipano in maniera sincrona a far muovere la spalla, se
ci sono degli scompensi o dei sovraccarichi i punti di inserzione si infiammano e la spalla duole (A).
L’
B
A
Tra le patogie più importanti ricordiamo le calcificazioni del tendine, lo sfilacciamento o rottura del sovraspinoso,
l’infiammazione del capo lungo del bicipite, la borsite sottodeltoidea, la sindrome della spalla congelata, anche se
quelle più comuni rimangono la rottura del sovraspinoso, le
calcificazioni e l’infiammazione della cuffia dei rotatori, inteso come insieme di muscoli che partecipano all’intra e extra
rotazione della spalla (B).
Ricordo che una spalla, a parte incidenti come cadute
o strappi da sforzo, si infiamma spesso per colpa nostra,
soprattutto per cattive posture.
Tenere un mouse troppo alto al lavoro, guidare molte ore
con le braccia alzate, fare lavori pesanti con le braccia provoca l’usura dei tendini che col tempo si infiammano, infiammazioni croniche si possono trasformare in tendiniti o in calcificazioni del tendine, se poi non curiamo queste situazioni
si cronicizzano e il tendine si rompe. Quello che è importante
sapere è che a volte basta un po’ di prevenzione oppure basta sapersi ascoltare e correre ai ripari.
pag. 40 – Adamello 115
Nella nostra quotidianità tendiamo a preferire la muscolatura del settore anteriore, bicipiti e pettorali, lavoriamo
tendenzialmente in chiusura con le braccia in avanti, questo
provoca una chiusura delle spalle e un innalzamento della
scapola, a lungo andare questo scompenso va a pesare
sull’articolazione acromioclavicolare che col tempo va a rovinare il muscolo sovraspinato e la capsula della spalla.
Foto cuffie
dei rotatori e rottura
Medicina
Ecco quindi che dei buoni lavori posturali sul tronco e sul
capo abbinati a degli esercizi di stabilizzazione della spalla ci
possono aiutare a risolvere in parte il problema.
Ricordo inoltre che per evitare fastidiosi problemi nella
pratica sportiva l’importante è avere sempre una buona tecnica sia quando usiamo i bastoncini, che non devono mai
essere troppo alti e troppo in avanti, sia quando andiamo ad
arrampicare.
L’arrampicata è sicuramente la disciplina che sollecita di
più la spalla, l’importante è scaldarsi bene e partire sempre
con gradi leggermente più bassi rispetto al nostro livello,
inoltre, come tutti gli arrampicatori sanno, una buona preparazione ci aiuta a preservare le spalle.
Quindi non solo trazioni e lavori per i muscoli flessori, ma
anche tanto stretching e lavori di stabilizzazione per la spalla
come tricipiti, dorsali e lavori sugli extra rotatori che ci aiutano a mantenere la spalla in asse.
Possiamo benissimo imparare a portarci un elastico ed
effettuare degli esercizi di riscaldamento anche quando siamo in falesia.
Ecco alcuni esercizi di prevenzione per le spalle, da poter
effettuare tranquillamente a casa.
Ricordo inoltre che se i problemi alla spalla persistono per più settimane
e si comincia a perdere mobilità è bene consultare un ortopedico
che prescriverà delle indagini.
SOTTOVALUTARE EVENTUALI PROBLEMI ALLA SPALLA È MOLTO GRAVE.
Adamello 115 – pag. 41
Rifugi e bivacchi
Ancora sul nuovo Bivacco
Giannantonj al passo Salarno
di FR
el numero scorso di “Adamello”, parlando del nuovo bivacco
rimandavamo al numero suc-
N
cessivo (questo) ulteriori informazioni
sull’argomento, sia sul piano tecnico
che su quello operativo gestionale.
Vediamo perciò di mantenere la promessa, dopo un breve preambolo per ricapitolare le origini della nuova struttura,
destinata a sostituire quella esistente ri-
velatasi precocemente inospitale. Tutto
nacque all’inizio del 2012 con l’indizione
di un concorso internazionale relativo
a un progetto di bivacco fisso alpino,
di caratteristiche avanzate, innovative.
L’iniziativa è stata ideata all’interno del
progetto artistico aperto_2012 del Distretto Culturale di Valle Camonica (diretto dall’arch. Giorgio Azzoni), che ha
coinvolto direttamente il Parco dell’Ada-
Un rendering digitale su come si presenterà il nuovo bivacco Giannantonj al passo Salarno
Adamello 115 – pag. 42
mello; “Abitare minimo” e Politecnico di
Milano; CAI Lombardia; rivista “Abitare”;
Museo dell’Arte (MaGa) di Gallarate.
Baricentro dell’operazione era –
come si vede – la Valcamonica, e ne
conseguì in modo del tutto logico la
presa in considerazione di un’ipotesi di
realizzazione pratica del prototipo di una
simile struttura, molto avanzata dal punto di vista tecnico e concettuale, e della
Rifugi e bivacchi
sua installazione in Adamello, in prima
battuta, o comunque secondo necessità.
Non fu così possibile ignorare l’opportunità di collocare un “bivacco” di tal
fatta al passo Salarno, in sostituzione
dell’attuale che per diversi motivi è invecchiato precocemente e la cui “ospitalità” è da qualche anno piuttosto precaria, complici non solo l’età ma anche
l’incuria di troppi dei frequentatori.
Il bivacco e la sua attuale situazione erano sotto gli occhi di tutti e si verificò così una convergenza di interessi
tra CAI Brescia (proprietario dell’attuale
“Giannantonj”) e Conferenza stabile dei
CAI di Valle Camonica-Sebino per una
risoluzione del problema.
Definite competenze e oneri (siamo
sintetici) si passò alla realizzazione della
struttura, che da esercitazione “generica” era stata così definita nelle funzioni
reali e nella localizzazione.
Questi gli enti coinvolti nella destinazione di risorse e nella realizzazione fisica del nuovo bivacco: Settore progetti
artistici del Distretto Culturale di Valle
Camonica; Parco dell’Adamello; Comunità Montana; Unione Comuni della
Valsaviore; CAI di Valle Camonica; CAI
Brescia; CAI Lombardia; Enel (per i trasporti in elicottero). Senza poi dimenti-
care il ruolo dei progettisti di “LAMA +”
di Roma e della ditta Albertani Corporates, costruttrice della struttura.
Il bivacco è dotato di otto spartani
(doverosamente… ) posti-letto e la sua
struttura è in legno lamellare chiusa da
pannelli stratificati coibentati, con un rivestimento esterno protettivo in zincotitanio.
La copertura è provvista di pannelli
fotovoltaici connessi a una batteria di
accumulatori per le esigenze minime di
energia all’interno: essenzialmente quel
po’ di calore necessario per una piastra
da cucina e per il tepore utile a rendere
confortevole il piccolo ambiente, e a favorire l’asciugatura di eventuale vestiario
bagnato. Ma poi anche per rendere possibile la ricarica di piccole attrezzature
elettroniche (cellulare, ecc.), oggigiorno
irrinunciabili ai fini della sicurezza.
Altra importante dotazione elettrica
del nuovo bivacco è costituita da una
“luce di posizione”, segnalazione luminosa esterna, importantissimo sussidio
di orientamento in caso di scarsa visibilità.
Ulteriore aliquota di produzione elettrica, a integrazione delle celle fotovoltaiche, viene da un piccolo generatore
eolico, configurando perciò il tutto come
una struttura di tutto rispetto e sicura-
mente innovativa – anche se “minima” –
nel quadro dei bivacchi fissi di alta quota
cui l’alpinista è oggi abituato.
Fin dalla nascita di questa “operazione Giannantonj”, il coinvolgimento in
essa di più realtà operative nel settore
sia alpinistico-escursionistico che amministrativo aveva ovviamente innescato i problemi relativi ai costi (quelli vivi,
quelli di installazione e quelli di smaltimento dell’esistente) e alle competenze
tecnico-gestionali, una volta operante la
nuova struttura (già completa, per inciso).
Premesso che, come già ricordato
nel precedente numero di questa pubblicazione, le intese intervenute hanno limitato il contributo economico del
CAI Brescia nell’ordine dei 5.000 euro
a fronte di un costo complessivo di almeno dieci volte tanto, ne consegue un
sostanziale riordino delle competenze
relative all’esercizio.
Al momento di scrivere queste righe
l’operazione non è ancora stata perfezionata (ed esige tempi un po’ più lunghi
di quanto previsto in origine, complici gli
innevamenti eccezionali di quest’anno),
ma il programma è di cedere – una volta
installato il bivacco – la sua titolarità e la
responsabilità della gestione ai sodalizi
di Valle, riuniti nella Conferenza stabile
dei Club Alpini lì operanti.
Viene meno così, è vero, una lunga
tradizione che vedeva la Sezione di Brescia del CAI protagonista quasi esclusiva delle infrastrutture di servizio più
significative della montagna bresciana
(Adamello in particolare), ma è anche
vero che col passare dei decenni l’associazionismo riferito al CAI si è ampliato e
diversificato anche sul piano territoriale
e questo comporta fatalmente una corrispondente diversificazione nelle competenze, tanto più che – come si è già
detto nello scorso numero – la localizzazione relativamente remota della struttura è meglio controllabile da risorse di
disponibilità, anche volontarie, in valle.
Lo spirito della sua gestione resterà
ancora quello, e sarà sempre e comunque quello del Club Alpino, nella pienezza del suo ruolo quale riferimento a tutto
campo per chiunque frequenti il mondo
delle “terre alte”.
Il respiro del sodalizio è nazionale
anche se le sue espressioni sono locali:
il “Bivacco Giannantonj” è e sarà una di
queste espressioni. In altra forma, perciò, sarà ancora “nostro” oltre che di
tutti, com’è nella sua mission.
Adamello 115 – pag. 43
Yukon Arctic Ultra 2013
800 km pedalando sui ghiacci
di Aldo Mazzocchi
all’ultima pagaiata a Labenzangà, dopo aver percorso in kayak 1630 km del tratto di fiume Niger che
scorre in Mali, non ho più organizzato progetti massacranti. Dal gennaio 2010 all’aprile 2012, quindi, ho praticato sport in modo soft e quanto basta, ho mangiato e bevuto
quello che desideravo, ho frequentato con continuità la mia
famiglia, ho fatto qualche viaggetto avventura qua e là, ho
lavorato senza avere la spada di Damocle degli allenamenti
ai quali sottopormi nei ritagli di tempo, ho condotto, in sostanza, una vita serena e soddisfacente. Sì, questo, però,
fino a che, improvvisamente ed inesorabilmente, una sinapsi
cerebrale impazzita mi ha nuovamente fatto scattare l’irrefrenabile desiderio di organizzare un altro dei miei ambiziosi progetti. Come le donne dimenticano presto il dolore del
parto, anche per quelli, come me, che traggono dalla fatica
un’inspiegabile soddisfazione, già al termine di ogni esperienza ricordano solo gli aspetti positivi. Alla fine di ogni avventura, e a volte anche durante, dentro di me una vocina
mi dice “quanto mai hai deciso di fare ‘sta cavolata”, oppure
“questa però è l’ultima volta”. Il tempo poi pone nell’oblio
quella saggia vocina e, ahimè, rinasce il germoglio di un nuovo progetto da coltivare. Quando apro i cassetti dei ricordi
trovo motivo di grande soddisfazione, ma, dopo un po’, i
ricordi sbiadiscono e si riaffaccia la necessità di rivivere forti
emozioni, di conoscere luoghi e volti nuovi, di misurarmi con
un nuovo attrezzo e con un nuovo sport. È così che, improvvisamente, nella primavera del 2012, e solo Dio sa perché,
mi è venuta voglia di freddo, di natura e di fatica. Come sempre il nuovo progetto nasce per caso. Per quanto riguarda
l’ultima “mattata” galeotto fu Riccardo Ghirardi, il quale mi
riferì di possedere una “fat bike”, ovvero una bicicletta da
neve, usata per partecipare all’Iditarod in Alaska. Fat Bike:
figata, mi dico! Nel dirlo dentro di me ho subito avvertito che
mi stavo infilando in un tunnel senza uscita, ma questa consapevolezza non è servita a placare in me l’inspiegabile entusiasmo. Riccardo si è subito proposto di prestarmi la “bici
grassa”, con tanto di guantoni da manubrio, portapacchi e
D
Adamello 115 – pag. 44
borse per stivare il materiale. Mi dico: beh, con l’organizzazione sono già a buon punto… Illuso… Da quel momento
fino alla partenza della gara il 3 febbraio 2013 alle ore 10.30,
ora locale canadese, ogni momento libero della mia mente
è stato dedicato ad organizzare la mia partecipazione alla
Yukon Arctic Ultra (YAU), un percorso in bicicletta, su neve
e ghiaccio, lungo circa 730 km. Le cose a cui pensare sono
infinite: come mi alleno? come testo la fat bike? come mi vesto? dove metto il cibo? dove metto l’acqua? dove metto i ricambi e il materiale da sopravvivenza? che luce frontale uso
per andare in bici? come carico la mappa del trail sul GPS?
dove trovo le carte con il reticolo che indica la declinazione magnetica? come organizzerà la propria logistica Ottavio
che documenterà con un filmato la gara seguendola con una
motoslitta? che pressione metto nei pneumatici? che olio
uso a basse temperature? che sponsor mi possono sostenere? dove metto i loro loghi? la compagnia aerea mi trasporterà in stiva tutta l’attrezzatura? quando prenoto il ritorno in
Italia? In fondo una delle cose più stimolanti nei miei progetti
è proprio quella di dare risposte a questi innumerevoli quesiti. Il tempo che precede la partenza vola sempre ad una
velocità pazzesca. In un attimo mi trovo “catapultato” in una
realtà molto diversa da quella di tutti i giorni, che rappresenta
però la fine dello stress che precede la partenza. A questo
punto, mi dico, quello che è fatto è fatto, ora goditi questa
nuova esperienza. Ed è così che Ottavio Tomasini ed io ci
troviamo catapultati a Whithorse, una cittadina sperduta nello Yukon, territorio canadese. Sono un viaggiatore che ama
emozionarsi. Da anni mi misuro su lunghe distanze a piedi,
in bicicletta o in kayak, a condizione che il tutto si svolga in
ambienti naturali il più incontaminati possibile. La YAU mi
ha dato la soddisfazione della vittoria, ma, ancor più, mi ha
gratificato attraverso il fascino dei luoghi nei quali si sviluppa
il trail di gara. Partecipare a questo tipo di gare significa pedalare di notte illuminati dalle aurore boreali (le ore di luce a
febbraio sono poco più di sette), permettere ai propri occhi
di vedere l’orizzonte lontano che muta ogni giorno, sentire gli
Extraeuropeo
ululati dei lupi e percepire la presenza discreta degli animali
del bosco. Partecipare a questo tipo di gare significa anche
portare il proprio fisico e la propria mente allo sfinimento,
avere allucinazioni per la combinazione di freddo e fatica,
maledire se stessi per avere deciso di cimentarsi in qualcosa
che a volte sembra irraggiungibile, perdere la sensibilità nelle
mani, nei piedi e nel sopra sella, vedere vacillare la fiducia in
se stessi. La combinazione tra poesia e dura realtà costituisce, tuttavia, un mix fortemente gratificante. Per potersi gratificare con performance di questo tipo bisogna superare un
grosso scoglio: la preparazione fisica e mentale. Chi, come
me, conduce una vita normale, quando mette in programma l’organizzazione di una spedizione o la partecipazione ad
una gara deve pensare, nei mesi che la precedono, di dedicare ogni momento libero al training, rubando ore preziose
al sonno, al riposo ed agli affetti. Entrando nello specifico,
per prepararmi alla YAU ho dovuto sottopormi a sessioni di
allenamento in sella alla mtb, ma ho dovuto anche correre a
piedi e spingere la bicicletta per riprodurre il gesto, spossante ed asimmetrico, che avrei dovuto ripetere in caso di neve
fresca. Questi allenamenti mi hanno consentito di accettare
“di buon grado” il “soft trail” che ha caratterizzato l’edizione
2013 della gara. I molti concorrenti che si sono ritirati lo hanno fatto principalmente per questo motivo. Tanto i runner,
quanto gli sciatori, così come il sottoscritto, hanno sofferto il
fatto di sprofondare nella neve: le medie precipitano, i tempi
programmati si dilatano, il cibo e l’acqua a disposizione non
sono più sufficienti per coprire il percorso, l’ansia aumenta,
lo sconforto fa capolino. La soddisfazione che si prova nel
superare queste prove, ma anche solo nel cimentarsi e nel
mettersi in gioco, da sola dà una risposta all’annosa domanda… perché lo fai?
Sono grato ad Ottavio di avermi accompagnato in Alaska, in Australia, in Mali e in Canada. La sua presenza mi
consente di coronare alcuni miei sogni e mi regala la possibilità di renderli eterni attraverso le sue splendide immagini.
La cosa, tuttavia, di cui maggiormente sono grato ad Otta è
quella di avere vissuto insieme a me forti emozioni permettendomi, così, di non relegarle ad un egoistico momento di
solitudine, ma di esaltarle nella gioia della condivisione.
Adamello 115 – pag. 45
Extraeuropeo
Trekking in Marocco
5 giorni e 4 notti trek deserto 2014!
Pensieri di Claudia
Avevo trovato questa citazione di Antoine de Saint
Exupéry:
“Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna
di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia
qualcosa risplende nel silenzio!”
Ho voluto portare con me anche il Piccolo Principe, un
concentrato di saggezza. Mi erano rimaste impresse nella
mente le ultime parole dell’autore che invita chi passasse per
caso dal deserto a guardare le stelle, perché c’è la possibilità
di incontrare ancora il Piccolo Principe.
L’ho evocato leggendo ad alta voce qualche brano alle
mie compagne di tenda Robi e Pat e ai vicini che, di volta in volta, si avvicendavano (solo una coperta separava i
“vani”)… Ma non sono riuscita a vederlo! Nel magico firmamento a cupola che ci avvolgeva tutte le notti era invece facilissimo vedere il Grande Carro e la cintura di Orione. Le mie
rudimentali conoscenze astronomiche non mi hanno permesso di distinguere altro, ma… sarà per la prossima volta!
Attraverso la trama larga delle tende, la luce delle stelle ci teneva compagnia tutta la notte. Ebbene sì, 19 temerari, di cui
13 donne, andavano a dormire sotto una coperta di stelle. Le
nostre tende berbere di lana di cammello e capra, magicamente allestiste dai ragazzi berberi al nostro seguito, pronte
per accoglierci alla sera, di ritorno da una giornata di cammino. Perfette per il meritato riposo! Tutto all inclusive: materasso, lenzuola e coperte, altro che hotel a 5 stelle! Il nostro
pag. 46 – Adamello 115
era un hotel da miliardi di stelle! E cammina cammina… è
stato come essere sbalzati in un tempo ormai dimenticato…
accompagnati dal vento, dal sole, attraversando letti aridi dei
fiumi e dei laghi effimeri, terreni dall’aspetto lunare, incontrando gruppetti di timidi fiori che facevano capolino dalla
sabbia e cespugli dall’aspetto secco, che orgogliosamente
mostravano i loro piccoli fiori colorati, osservando e toccando distese di fossili di primitive ere, incisioni rupestri e miniere di ematite. E cammina cammina… abbiamo visto le linee
di demarcazione precise, nette, fra le dune di sabbia dorata
di Erg Ouzine e le nere montagne sullo sfondo, fra le dune di
sabbia rossa di Erg Chebbi e il magnifico cielo turchese. La
sabbia che dall’alto delle dune sembrava un’enorme distesa
di morbido gelato alla nocciola. È stata un’immersione totale
in questo vortice di colori!… Arrivava anche l’appuntamento serale con gli spettacolari tramonti, assaporati dalla cima
di una montagna o di una duna. Salutando il sole arrivava
repentino il freddo, puntuale, ma per un momento la luce
abbassata metteva in risalto il contorno preciso della natura
intorno, di tutto quanto avevamo appena visto… tutto era
avvolto nel più magico silenzio. Il silenzio, una concreta presenza, nel silenzio si fa pace con se stessi… Tanti ricordi,
tante immagini dentro di me… difficile scegliere o classificare ma... forse il più particolare è quanto è successo nella
tappa del terzo giorno, la più impegnativa ma anche la più
sorprendente. Finalmente abbiamo raggiunto Erg Ouzina,
le agognate dune! La sabbia dorata! Senza pensarci, via gli
scarponi e contatto diretto piedi/sabbia! Il cuore e il corpo
pervasi da una gioia infantile: inizia un sali scendi di dune
fantastico, per arrivare infine al campo base soddisfatta e felice… ma all’orizzonte… un miraggio? Una costruzione con
una targa che riportava a grandi lettere “BLOC SANITAIRE”
Incredula! No… anzi sì… Sì, erano proprio bagni e docce! E
quindi oltre al the nel deserto abbiamo potuto godere di doccia nel deserto! Che spasso! D come Deserto, Dune, Doccia
e come… Dromedari, sei per la precisione: silenziosi, pacifici, simpatici, ci hanno accompagnato con la loro andatura
dinoccolata pronti a sollevarci di tanto in tanto dalla nostra
fatica; avete mai notato i loro piedi?
Pantofole, sì, le definirei enormi pantofole! I ragazzi berberi e lo staff... ottime guide e compagni di viaggio che attraversavano il deserto signorilmente, con le loro tipiche ciabattine dalla punta ricurva! Erano il nostro prezioso supporto
come guide, per l’allestimento del bivacco giornaliero, per
l’accoglienza serale nel salotto per il momento del the, per
il servizio della cena e della colazione e per l’intrattenimento
serale con i tamburi. I bambini e le bambine: in particolare
ricordo di aver sentito un mattino presto, dalla tenda, il bisbigliare, quasi un cinguettio, di tre bimbi: si erano presentati
a buon’ora, con le loro poche suppellettili da vendere, eh sì,
eccoli i piccoli principi del deserto! La compagnia, 19 persone tutte diverse tra loro. Lo scambio avuto, sincero, mai
invadente; per ognuno mi rimane impressa una immagine,
il clima fra di noi è stato veramente buono. Giacomo Ferri.
Giacomo come un vero generale, puntuale tutti i giorni, ci
raggiungeva per l’ispezione ragguagliandoci sulle tappe che
avremmo affrontato l’indomani. Per poi ritornare nel suo magnifico maniero “Le Chevalier Solitaire”!
La bella e simpatica Latifa, che ha preparato premurosamente un ottimo rancio per la truppa, facendoci gustare
oltre a prodotti tipici anche una pasta all’italienne! Fusilli! In
realtà avevano superato di un cicinin il punto di cottura ma
sono dettagli di poco conto. Oscar il gancio! Grazie! Ha fatto
da trait d’union fra questo mondo fantastico e il nostro molto
meno entusiasmante!
Adamello 115 – pag. 47
Vulcano Concepcion all'isola di Ometepe
Cintura di fuoco
Camminate tra vulcani e terremoti in Nicaragua
di Angelo Maggiori
vulcani non sono montagne come le altre. Si ergono verso il cielo, ma sono l’estensione delle viscere inquiete
della terra. Quando sono addormentati appaiono come
giganti buoni, con le bocche aperte pronte per ospitare laghi
e vegetazione. Attivi testimoniano di un mondo in evoluzione
che solo i tempi cosmici fanno apparire staticamente immobile. Salire coni perfetti o rilievi slabbrati dopo le eruzioni è
esperienza che costringe noi poveri bipedi che amiamo l’ascensione a fare i conti con i demoni del sottosuolo. A volte
anche con i nostri diavoli.
I
dopo. E così è stato. Ho sperimentato solo alcune decine di
piccole scosse di assestamento, ma nulla di “spaventevole”.
Per converso l’allarme rosso sui terremoti ha comportato il
divieto di salire i vulcani attivi e quello di visitare i canali lavici
interrati. Il piccolo cambiamento al programma non ha però
comportato minore soddisfazione per la visita di un Paese
ancora in buona parte incontaminato e socialmente in costruzione.
Masaya: la bocca dell’inferno
Cintura di fuoco del Pacifico
Per quanto evocativa e poetica la parola, più che alla mitologia, rinvia alla geologia. Individua la linea di separazione
tra le zone tettoniche attorno alla quale avviene il 90% dei
terremoti dell’intero pianeta e dove esiste la più alta concentrazione di vulcani attivi della terra. Dopo averne percorso
i tratti indonesiani, delle Filippine e della Kamchatka sono
andato ad incontrare quelli dislocati in linea retta sull’attraversamento del centro America e, più precisamente, i vulcani
del Nicaragua.
Pochi giorni prima di partire due terremoti oltre il sesto
grado della scala Richter avevano scosso Managua. Da noi
analoga potenza distruttiva ha devastato l’Aquila. Cinicamente pensai: se sono avvenuti prima non ci saranno anche
Masaya la fumana solforosa
pag. 48 – Adamello 115
Agli indios precolombiani la Montagna che arde incuteva
reverenziale timore. Per placare le ire dei suoi abitanti infiammati, vi gettavano giovani fanciulle. Gli spagnoli pensavano
che il cratere fosse l’ingresso agli inferi. Oviedo, un prete
missionario spagnolo, riteneva che la lava ribollente in fondo
alla voragine fosse oro fuso. Miti e dèi di culture diverse.
Oggi, quel che a noi è dato di apprezzare giungendo alla
caldera è l’immensa fumana olezzante di zolfo che sale dal
profondo nascondendone profondità ed estensione. L'ambiente lavico attorno al vulcano si estende a perdita d’occhio. Neri blocchi rugosi, sconnessi e tormentati, rendono
difficoltoso il camminare. La natura viva prosegue nella colonizzazione con alberi profumati di Frangipane (sancuanjoche), splendido fiore nazionale dalla candida corolla a cinque
petali e cuore giallo, sacro ai Maya, che fiorisce ad aprile
Extraeuropeo
maggio. Per il resto solo erba e arbusti nani. Mistero del vulcano è che mentre vigeva il divieto di camminare al bordo
del cratere e salire alla croce Bombadilla, pagando il servizio
del cavallo alla comunità locale, era permesso raggiungere
la cima. Anche a dorso del quadrupede il giro è piacevole e
consente di ammirare gli 11 km d’estensione del vulcano.
Mombacho: bellezza tra le nubi
Per capire la trascorsa potenza del vulcano si deve fare
un giro in barca tra le isletas che punteggiano lussureggianti
il lago di Managua (Cochibolca), davanti a Granada. Sì, perché queste meraviglie lacustri, coperte da uccelli e lussuose
ville, sono il lascito dell’ultima eruzione di circa mezzo millennio fa. Ora il gigante Mombacho fuma poco, ma non è
spento. La sommità si trova a circa 1.400 metri d’altezza,
perennemente tra le nubi. La nebbia genera un microclima
da foresta tropicale senza che vi sia pioggia. Una strada
ripidissima s’inerpica sui fianchi della montagna. Il piccolo
nastro di blocchi di cemento incastrati scorre tra recinzioni
verde scuro alte svariati metri. Sono alberi della felicità posti come quinta frangivento a protezione delle piantagioni di
cacao e caffè.
Un camion molto spartano, denominato ecomobile,
porta gli escursionisti fino all’osservatorio. Sale ansimando
sugli stretti tornanti. Sballottola i ben capitati e, durante la
discesa vertiginosa, in non pochi punti, procura scariche di
adrenalina. Dalla sede dei guardia parco iniziano percorsi di
varia lunghezza e difficoltà. Si dipanano in varie direzioni. I
più interessanti consentono di penetrare nella selva boscosa
e fare conoscenza con alcune delle centinaia d’orchidee, uccelli e decine di animali molto singolari che vivono nell’ombra bagnata di una rugiada permanente. Ho bordeggiato il
cratere incontrando piante velenose, colibrì sospesi come
micro elicotteri a succhiare nettare, fumarole odoranti di zolfo, colorate farfalle, fiori fantasiosi, ed il policramo l'uccello
nazionale (guardabarranco) dall’incredibile coda senza piu-
me. E, per finire la conoscenza della foresta, ho svolazzato
come un ragazzino tra gli altissimi alberi di ceiba appeso con
carrucole ai cavi metallici di un’ardita Canopy.
Maderas: l’urlo dei congos
Il lago Nicaragua è grande 25 volte il nostro lago di Garda. Ad un’ora e mezza di traghetto dall’istmo che lo separa
dall’oceano Pacifico c’è la bella isola di Ometepe. Sembra
un otto. Al centro dei due cerchi si ergono i vulcani. Il Concepcion raggiunge i 1600 metri. Ha la forma del cono perfettamente regolare.
I fianchi scoscesi sono privi di vegetazione, striati con
fasce colorate dal nero al rosso. La cima ha il pennacchio
di fumo che il vento deforma nelle vesti di nube. Visto dal
lago è un’immagine affascinante. I suoi brontolii inquietano
non solo gli abitanti dell’isola, ma anche quelli della regione
di Rivas.
Sul lato opposto si erge il vulcano Maderas. È più basso
di duecento metri e interamente coperto da vegetazione. È
meno minaccioso. Sono salito fino alla sommità e disceso
nel cratere. L’escursione è faticosa sia per il dislivello, sia
per la ripidezza del sentiero, sia per
la presenza di fango viscido miIl salto della scimmia Congo
sto a pietre. Ad appesantire
la salita è il caldo umido.
Opprimente.
Nella parte alta del
vulcano la foresta nebulare è rigogliosa e
intricata. Qui è costante la presenza di nubi e
nebbia. È l’insieme della
vegetazione che trattiene l’umidità.
I vegetali assorbono l’acqua direttamente dall’aria
Colibri nella foresta nebularia
Il lago nel cratere del vulcano Maderas
Adamello 115 – pag. 49
Extraeuropeo
Sentieri sul vulcano Mombacho
più che dal suolo. L'ambiente che ne deriva ospita specie
rare sia di piante endemiche che di animali. Nascosta tra le
fronde la scimmia urlatrice, famiglia delle alaoutinae, chiamata dai locali Congo, lancia lugubri versi che rinviano a urla
da Giurassic Park. Più discrete le scimmie cappuccino. Il
muso bianco s’intravede più facilmente nella fosca oscurità
della foresta.
Per accedere al lago che si è formato nel cratere occorre
scendere un centinaio di metri su sentiero molto ripido, accidentato e scivolosissimo. Poi è l’amenità di un luogo aperto
nel mistico cuore della foresta. Il silenzio è avvolgente. Essere in fondo ad un cratere fa sentire parte della montagna e
della terra, anche tenendo i piedi a mollo nell'acqua.
Cerro Negro: discesa ludica
È il vulcano attivo comparso dal nulla da poco più di 150
anni. È alto solo 750m, ma sta ancora innalzandosi. Ubicato a pochi chilometri dalla splendida cittadina di Leon è un
cono stondato di sabbia e ciottoli neri come la pece. L’interno del cratere, parzialmente collassato con l’ultima eruzione
del 2005, è striato di rocce gialle e biancastre che odorano intensamente di zolfo. In sommità è la casa delle vespe.
Ronzano e pungono. Lo scopro quando cerco d’infilarmi
ginocchiere, occhialoni e tuta verde. Insieme ad un’asse di
legno costituiscono l’attrezzatura essenziale per scendere in
verticale scivolando sulla parete del vulcano.
Superato l’imbarazzo iniziale è un divertimento pari alla
quantità di polvere nera che troverò infilata anche negli spazi
più reconditi della mia persona. Il surf sui vulcani è gioco
ludico a cui è vano resistere. Ho rifiutato l’idea per tutto il
viaggio e, alla fine, ho provato. Giunto in fondo alla discesa
avrei voluto risalire per farla più veloce.
I demoni nascosti del desiderio rendono fanciulli anche
gli “anziani”. Spezzano pregiudizi e convenzioni. Ammaliano, seducono, motivano. All’inizio pongono il quesito nella
forma del perché no? Poi inevitabilmente diventa un perché
sì. La vita è il gioco della ricerca, dell’invenzione, del senso.
Sfuggire alla trappola dell’auto censura è la premessa per
ampliare orizzonti. Anche dalla cima di un vulcano.
La cintura di fuoco cinge il pianeta
Solo così è possibile capire, ad esempio, la splendida arte
dei murales che abbelliscono innumerevoli pareti d’ogni villaggio o intuire la valenza politica dell’attuale slogan sandinista: Haciendo Patria: cristiana, socialista, solidaria.
Avvicinando la gente si fa conoscenza con l’anima gentile di questo popolo. Non si percepiscono tensioni ribollenti come nel periodo della feroce dittatura somozista, nella
guerra di liberazione sandinista o della guerriglia dei contras.
Il Nicaragua è l’unico stato al mondo dove una forza politica
giunta al governo tramite la guerra rivoluzionaria ha lasciato
il potere all’opposizione per avere perso in libere elezioni.
E dove, dopo 17 anni di attesa, lo stesso capo guerrigliero
ritorna al governo, con il voto. Eppure si respira l’aria di un
paese ancora in fase di costruzione democratica. Il vulcano
sociale nicaraguense è ancora attivo nelle smisurate disuguaglianze tra ricchi e poveri, nella povertà endemica tra le
campagne. Nicaragua non è solo un’infilata di vulcani, di
ecosistemi unici, spiagge deserte e fascinose città coloniali.
È un laboratorio sociale che cerca faticosamente una via per
rimanere fedele ai principi etici di Sandino, all’opzione per i
poveri, e ciò mentre ancora oggi quasi il 50% della popolazione fa i conti con l’alimentazione di pura sussistenza. Passeggiare sulla cintura di fuoco significa calarsi in un mix di
aspetti culturali, sociali e naturalistici che rendono il viaggio
in questo paese, ancora autentico e poco frequentato dal
turismo, un’esperienza difficile da dimenticare.
Gioco sulle pendici
del Cerro Negro
Il vulcano sociale
Viaggiare in Nicaragua richiede necessariamente di conoscere la storia del paese, almeno quella dall’indipendenza.
pag. 50 – Adamello 115
Strange Canopy
Escursionismo
Alla Bocchetta di Val Massa:
tra storia e natura
di Davide “Ramingone” Dall’Angelo e Lorenzo “Ramingazzo” Rota
Dati escursione:
• Giro ad anello: no
• Differenza altimetrica: 990m (da
1517m a 2507m)
• Lunghezza totale: 13,5km
• Tempo percorrenza: 5h30min (andata e ritorno)
• Difficoltà: E
Le nostre montagne sono ricche di
luoghi della memoria, dove la storia si
mescola con la leggenda. Dove le gesta
degli alpini nella Grande Guerra riaffiorano tra le gelate rocce delle più impervie cime. Ormai da qualche tempo noi
Raminghi avevamo in mente un giro alla
Bocchetta di Val Massa nel Parco dello
Stelvio per visitare gli imponenti ruderi
militari che caratterizzano questo posto.
L’amico Marino ci aveva parlato a lungo
di questa escursione, di come sia bella paesaggisticamente e del suo valore
storico, così quale migliore occasione
per festeggiare il suo ingresso nei Raminghi delle Terre Alte?
Ci troviamo come al solito a Provaglio d’Iseo alle 6 e 30 di una bella mattina
di fine giugno. Raggiungiamo il parcheggio in località Ponte della Valle, poco sopra il piccolo abitato di Canè che domi-
na la cittadina turistica di Temù. Calzati
gli scarponi e messi gli zaini, cominciamo a camminare sulla bella stradina di
pietra bianca che conduce in Val Canè.
Passiamo subito la baita Stodegarda
dove un esplicativo cartello ci spiega
l’etimologia del nome (deriverebbe dal
longobardo “stute” che significa cavallo brado e “garton” ossia recinto). Dopo
un breve tratto di cammino sul candido
lastricato, arriviamo al bivio col sentiero n. 3 che, sulla destra, conduce verso
le case di Chigol e la Malga Previsgai.
Imboccato il sentiero, che qui è ancora
una comoda stradina, in breve tempo
entriamo in un bellissimo bosco di larici.
Arriviamo alle case di Chigol, dove una
salutare fontana ci rinfresca e dove Ramingazzo subisce le invettive dei compagni. “Riempite gli zaini di borracce!”,
aveva tuonato, “lungo il percorso non
si trova mai acqua!”. Proseguiamo raggiungendo, dopo circa un’ora di marcia,
una solitaria santella recintata. Dopo
altri 20 minuti circa, siamo al bivio col
sentiero che, sempre sulla destra, lascia
la comoda stradina per inerpicarsi tra gli
alberi. Camminiamo tra alti larici e fioriti
rododendri. In circa 45 minuti sbuchiamo in un ampio pascolo dove troviamo
i ruderi della baita di Val Massa a quota
2173m. Da qui si apre una bella vista sui
monti dell’Adamello, che ci mostra la
sua severa parete Nord. Proseguiamo
lungo il sentiero rientrando brevemente nel bosco che, seppur rado, resiste
fino a queste quote e, in una manciata
di minuti, facciamo capolino nella spettacolare conca del Coleazzo. Valeva
la pena fare un poco di fatica solo per
vedere questo posto. Prima di riprendere il cammino ci concediamo qualche
momento in contemplazione di fronte al
meraviglioso panorama.
Siamo ora sulla bella mulattiera militare costruita dagli alpini durante la
Prima Guerra Mondiale, che salendo
si mantiene a mezza costa sulla destra
della valle. Camminandoci sembra quasi
di sentire le voci di quei ragazzi che qui
spesero fatiche immense e i loro anni
migliori a guardia dei nostri confini.
Dopo circa un’ora e un quarto dalla malga, raggiungiamo i 2500m della
Bocchetta di Val Massa, dove veniamo
accolti da una immensa serie di fortificazioni che, verso sinistra, si inerpicano per centinaia di metri salendo fino ai
piedi delle rocce sommitali del Monte
Coleazzo. È uno spettacolo maestoso
Val Canè
Adamello 115 – pag. 51
Escursionismo
che invita noi escursionisti a riflettere su
come sia stata la vita quassù in tempo di
guerra. Marino intanto approfitta del luogo per indossare la maglia dei Raminghi ed entrare ufficialmente nel gruppo.
Visto che ormai è mezzogiorno, pranziamo coi panini che ci siamo portati e
brindiamo al nuovo ramingo con le due
ottime bottiglie di rosso che gentilmente
ci offre. Dopo pranzo, Lorenzo ci allieta
con le note del suo baghet, suonando
un Soldato Scozzese di grande impatto
emotivo. Non perdiamo l’occasione di
dare un’occhiata al grande comprensorio di ruderi militari: una lunga e imponente muraglia di sbarramento con
rientranze e sporgenze per evitare che
durante un attacco tutta la trincea potesse essere presa da fuoco di infilata,
con fortificazioni adatte ad accogliere
le postazioni d’artiglieria. Mentre Ramingazzo e l’amico Ciano fanno un largo giro fino alle fortificazioni poste più
in alto, riuscendo ad ammirare anche il
dirimpetto passo di Gavia, Ramingone,
Ramingorino e Ramingo Marino, ormai
paghi, si accontenteranno di visitare i
dintorni per poi riposarsi sull’erba aspettando i compagni. Riunitosi il gruppo, si
fa l’ora del rientro, che affronteremo percorrendo il medesimo itinerario di salita.
Giunti nuovamente a Chigol, una decina
di mucche ci accolgono nelle vicinanze
della fontana, mentre noi scambiamo
qualche parola col proprietario di una
delle baite. In pochi minuti siamo nuovamente al parcheggio, dove, approfittando di uno zampillante ruscello, immergiamo gli stanchi piedi nelle acque
Ramingazzo suona il Baghet nella trincea
Neo ramingo Marino
Bocchetta di val Massa
pag. 52 – Adamello 115
Escursionismo
Strada bianca di Val Canè
La trincea vista dalle pendici di Cima Somalbosco
gelate, facendo fanciullescamente a
gara a chi riesce a stare più a lungo con
i piedi a mollo, riattivando così la circolazione e togliendo dagli arti un po’ della
stanchezza accumulata durante la gita.
L’intero percorso è veramente suggestivo con interessanti scorci paesaggistici.
Non è particolarmente impegnativo ed il
sentiero è sempre ben segnato.
Consigliamo l’escursione a chi abbia
un minimo di allenamento e sia desideroso di trascorrere una giornata nella natura, magari dedicando un momento di
riflessione a coloro i quali, quasi un secolo fa, furono costretti a salire fin quassù portandosi nel pesante zaino alpino
quello spirito patriottico che, forse, tanto
manca a noi oggi.
Cima Somalbosco dalla trincea
Conca del Coleazzo
pag. 53 – Adamello 114
Adamello 115 – pag. 53
www.cai.bs.it
e-mail: [email protected]
Prossime gite
Domenica 6 Luglio – Passo Nota da Vesio
da Vesio disl. 1500m, dist. 40 km, diff. Media
Coordinatori: Davide Pighetti 3392021098 ʹ Anna Stefani 3346550272
Sabato Domenica 19/20 Luglio – Val Camonica Tour Montozzo
Peio Ossana Tonale Case di Viso pernottamento al Rif. Bozzi
Lago Palù Peio disl. 2100m, dist. 65 km, diff. Molto Impegnativa
Coordinatori: Anna Stefani 3346550272 ʹ Enrico Cadenelli 3487616291
Sabato 13 Settembre Uscita in notturna - Tour della Valtenesi
Desenzano Padenghe Salò Desenzano disl. 750m, dist. 40 km, diff. Media
Coordinatori: Davide Pighetti 3392021098 ʹ Enrico Cadenelli 3487616291
Uscita in notturna: munirsi di faro
Ogni gita sarà presentata
in sede CAI il giovedì sera precedente l’uscita
Scuola di alpinismo
Il dubbio
di Giuseppe Masneri
redo che il compagno più costante in una salita sia il dubbio. Da qualche parte, dentro di noi e fuori da noi, si annida
sempre questa pericolosa ma insostituibile sensazione di dubbio. Il dubbio, se solo fossimo un po’ sagaci, dovrebbe
accompagnarci anche nella vita quotidiana.
Già quando prepariamo una salita ci vengono dubbi: la meteo, il compagno più adatto, i tempi, l’attrezzatura, il peso
fisico dello zaino. Sarò in grado di affrontare quella difficoltà? Riuscirò a supportare il mio compagno? E se mi trovo in quella
situazione? Naturalmente mi vengono dubbi anche sulla cottura ottimale del roastbeef nel forno, ma tutti sappiamo che al
peggio sarà duro e coriaceo. In montagna, invece, ci possiamo fare male.
E l’attacco lo troveremo o vagheremo frustrati, come bambini senza il loro giocattolo preferito?
Più si prosegue e più la posta si alza; tiro duro, e le mani vagano alla ricerca del punto migliore o l’unico disponibile per
poterti appoggiare con l’anima. C’è il dubbio di non riuscire a trovare la posizione giusta, la maniglia giusta, prima che ti
scoppi il braccino e piombare nell’incoscienza della caduta, nella disfatta dell’autostima. Riuscirò a tendermi a sufficienza
per superare quello strapiombo?
Ricordo sempre, con un sospiro di sollievo, il momento in cui alzatomi quanto basta, scorgo l’appiglio rassicurante, che
poi alla fine, davanti a una birra, banalizza tutto con scanzonato umorismo.
Un’altra grande sensazione di dubbio infinito è la tenuta di quella maniglietta obbligatoria, su grado allegro e con magari
fuori qualche metro di corda. Oppure anche su friabilità spinta. O in pieno canale di ghiaccio e senti uno scoppio di rocce
sopra di te, o un boato profondo e cupo di fianco.
Dico sempre a me stesso, che sto cercando incoscientemente, quell’appiglio che si staccherà con le mie mani dalla
parete, quella scaglia di ghiaccio in uscita da una cascata che mi farà precipitare nelle amorevoli mani del soccorso alpino.
Ma il dubbio è anche la molla più forte della prudenza. È quel continuo, a volte snervante controllo su di sé e su quello che
abbiamo intorno, che ci fa pensare con lucidità e freddezza ad ogni passo che compiamo, ad ogni strada che imbocchiamo,
e a come passare il sabato sera.
Ovvio che senza determinazione non usciremmo da casa, e per me quel guardare intorno con occhio critico è uno sprone
a ingaggiare con tutto me stesso una gara con il futuro mio e con le sue difficoltà. Come affrontare la tangenziale di Brescia
alle otto di mattina di lunedì. In realtà è proprio questa incertezza che cerco, questo senso di sconosciuto che qualcuno
chiama avventura. In realtà è vivere questo istinto primordiale che m’interessa, vivere per qualche ora, in una dimensione
lontanissima dal raziocinio e vicinissima all’anima. L’importante è che ci sia una corda e un amico dall’altra parte.
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Sono contento
C’
Adamello 115 – pag. 55
Scuola di alpinismo
SA1
“giache piane”
di Marcello Ronca
ra un po’ che mi ronzava in testa,
soprattutto quando, scendendo
con i piedi legati alle ciaspole, li
vedevo volteggiare con gli sci.
Alla fine è scattata la molla e mi sono
iscritto al corso base di scialpinismo, il
cosiddetto SA1.
Mi son quindi trovato in mezzo ad
un gruppo di persone, unite dalla stessa passione e mosse ognuno da proprie
motivazioni. Dentro questo gruppo, un
altro gruppo: quello degli istruttori, che
ben presto sarebbero diventati i nostri
scrupolosi ed attenti traduttori ed interpreti dell’affascinante e complesso
mondo delle montagne innevate.
Già dalle prime battute del corso mi
è parso chiaro che si facesse sul serio. I
toni scherzosi di Raffaele, il direttore del
corso, stemperavano il clima, rendendo
la trattazione teorica piacevole e fluida
ma quello sguardo sicuro e quella capacità tutta sua di rimarcare i concetti importanti mi hanno subito detto: “sei nelle
mani giuste!”
Con il susseguirsi degli incontri serali e con le uscite in ambiente, questa
prima impressione è presto diventata
importante certezza.
Sotto l’attento coordinamento di
Raffaele un gruppo molto coeso di
istruttori ha in poche settimane lavorato in modo egregio portando tutti a
fare cose che neanche immaginavamo.
E
pag. 56 – Adamello 115
Siamo usciti dal corso con una serie di
strumenti pratici utili a frequentare la
montagna invernale con un buon grado
di consapevolezza sui rischi ambientali.
Ho così imparato ad osservare la
montagna, a studiarne pendii ed esposizioni, a leggere nella neve la storia di recenti e passati sbalzi termici, ho chiuso
gli occhi la sera pensando al bollettino
meteo appena letto, immaginando cornici, avvallamenti, dorsali, boschi, radure, tracce di salita ed inebrianti discese.
Mi son trovato in un mondo che
già avevo negli occhi e nel cuore ma
che pian piano iniziavo a vedere con lo
sguardo più alto di chi le cose le vive da
dentro.
Ho scoperto così un rapporto con la
montagna quasi intimo, fatto di grande
attenzione, assoluto rispetto e continuo
confronto.
La cosa più bella è che questa consapevolezza mi è affiorata dopo il corso,
cioè quando non essendoci più al fianco
l’istruttore, ho deciso da solo la traccia
da seguire, ho valutato il pendio, ho abbandonato la via solo apparentemente
più logica per scegliere quella più lunga ma sicura, ho deciso che non aveva
senso arrivare in vetta dato l’orario.
Andando per montagne, in mezzo al
deserto bianco, mi sono d’improvviso
ricomparse certe frasi del mitico Raffaele e guarda caso erano quei tormentoni
che lui introduceva dicendo “Gnari, direte che vi stufo, però... ” “Gnari, scusate
se lo ripeto, però...”
Nella mia vita ho frequentato parecchio i banchi di scuola, le aule di corso,
ho imparato cose che mi sembravano
fondamentali e che invece ben presto ho
perso; al corso CAI è accaduto qualcosa di diverso: quanto apprendevo talvolta mi sembrava posticcio, talaltra poco
chiaro ma poi andando in montagna il
cerchio si è chiuso e quanto è restato è
scolpito dentro.
Consiglio a chiunque si voglia avvicinare allo scialpinismo di farlo attraverso il corso che ho frequentato, troverà
persone estremamente disponibili che
amano la montagna perché la conoscono.
Ringrazio tutti gli istruttori per l’impegno, la passione e la spontanea e sincera simpatia che han saputo donarci.
Un grande abbraccio a tutto il gruppo “giache piane” con il quale sono stato veramente bene.
Ritorno
al CAI
di Roberto Conti
irca dodici o tredici anni fa,
quando ero un ragazzino tutto
pelle e ossa, spronato da mio
padre, decisi di frequentare un corso
di roccia organizzato dal CAI Brescia.
Le lezioni teoriche si svolgevano nella
minuscola sede di piazzetta Vescovato, e per me essere circondato da così
tante persone appassionate di montagna era semplicemente fantastico. Da
allora, non so per quale motivo, non
ho più messo piede nella sede del CAI,
sebbene abbia continuato ad andare in
montagna senza mai lasciarmi sfuggire
un week-end.
Quest’anno però decido che è tempo di ritornare a frequentare il CAI. Ben
13 anni dopo l’ultima visita in sede, mi
ritrovo così seduto nella nuova spaziosissima aula intento a seguire la prima
lezione teorica del corso SA1. In poche
C
settimane sono catapultato nelle iniziative del corso; compiti di cartografia, Artva, valanghe e le uscite pratiche
il sabato e la domenica. I compagni di
corso sono simpaticissimi e gli istruttori
non sono meno pazzi di quelli del lontano corso di roccia. Non sapevo bene
cosa aspettarmi da questo corso SA1;
forse all’inizio non ero nemmeno troppo
convinto, invece lezione dopo lezione sì
è rivelato davvero stupendo. Dopo quasi 15 anni passati su e giù dalle montagne e dalle pareti, sia che si trattasse di
nuove avventure o semplici escursioni
sulla neve, mi sono reso conto, grazie a
questo corso di introduzione allo scialpinismo, che chiaramente avevo ancora
tantissimo da imparare. In poco meno di
due mesi di corso ho capito che cosa
significa vivere la Montagna, quella
vera, d’inverno; che cosa significa confrontarsi con persone molto più preparate di me, che cosa significa vedere il
tuo istruttore infilare 6 curve in 3 metri
di neve. Insomma, le poche nozioni che
avevo all’inizio del corso si sono presto
ampliate, rendendomi molto più responsabile e accorto nella preparazione di
una gita.
Il corso ora è finito da un pezzo ma,
a differenza del passato, il CAI continuo a frequentarlo. Ho conosciuto molte persone con la mia stessa sfrenata
passione per la montagna e in un batter
d’occhio mi si sono presentate possibilità che prima nemmeno pensavo di poter
sfruttare e, pensandoci bene, è proprio
questa la cosa più bella che il CAI può
offrirti.
Adamello 115 – pag. 57
G.P.E.
Dietro la sigla GPE…
di Franco Ragni
on c’è mistero: è il Gruppo Pensionati Escursionisti
del CAI Brescia; altrove lo chiamerebbero Gruppo
Seniores, ma a noi piace così in forza della nostra
storia e di un’aneddotica che non è banale, poiché deriva da
una collaudata storia di passione e di dedizione. Per la storia
delle origini si sa che la fonte (oltre a quella di un facondo e
travolgente protagonista come Mario Verdina, per chi ha la
ventura di ascoltarlo) è il volume realizzato nel 2008 con la
cura di Giulio Franceschini e la collaborazione di Dino Pedretti (e con l’attingimento anche a diversi testi di Ida Esposito), e dedicato ai primi vent’anni “istituzionali” di storia del
Gruppo.
Nella “preistoria” di quest’ultimo era stato coniato l’acronimo; era quasi uno scherzo, ma poi GiPiE si è fatto vero
nome, anzi un marchio. “Marchio di Qualità”? Certamente:
se infatti da una parte può sembrare come il chiedere all’oste
se il suo vino è buono, un piccolo sforzo di obiettività ci autorizza a dire comunque di sì: “GPE-CAI Brescia” è un marchio
di qualità, e di quella buona.
Non si spiegherebbe altrimenti il progressivo successo
(marcato da un’espansione continua) dell’iniziativa che ha
questi connotati dal 1987, ma che già allora aveva alle spalle una sua storia, pur se strutturata in modo diverso e più
ridotto.
La sequenza dei numeri, un po’ approssimati ma realistici nell’ordine di grandezza, è eloquente: da una quarantina
di persone alla settimana (su un solo turno) del 1987, si è
N
Adamello 115 – pag. 58
da anni sulle 150 presenze, almeno, su tre turni settimanali (martedì, mercoledì, giovedì) per quasi tutto l’anno, senza
contare coloro che, rimasti anche brevemente assenti per i
più diversi motivi, faticano per “riprendere il turno” e si trovano costretti a fare Novéne perché qualcuno rinunci (per
motivi non gravi, ovviamente) e lasci il posto a chi è in attesa.
Ne consegue che il mondo dei “vicini” (in termini più tecnici potremmo parlare di “bacino di utenza potenziale”) si
può valutare in almeno 180 unità, che però si ritiene aumenteranno ancora, entro breve tempo.
E dall’inizio siamo ben oltre le 2.000 gite, con un numero
di presenze valutabile intorno alle 65.000 partecipazioni, o
giù di lì.
Niente male, si direbbe. E Brescia tra i “Gruppi Seniores
CAI” della Lombardia si difende piuttosto bene, avendo tra
l’altro al suo attivo due Raduni lombardi riusciti ottimamente,
e in particolare il ricordo recente è a quello del 2012 a Borno il cui esito è stato (riconoscimento unanime – diremmo
entusiastico – dei partecipanti degli altri sodalizi lombardi)
eccezionalmente lusinghiero.
Questo è stato un buon segno per la vitalità del GPE, che
non significa solo partecipazione passiva alle gite da parte di
un allegro gruppo (anzi: tre) di attempati buontemponi, ma
anche spirito di gruppo, senso di appartenenza e disponibilità (almeno da parte di un gruppo significativo di Soci) al lavoro volontario e gratuito per la soddisfazione di essere utili
e di fare le cose per bene, “solo per la bandiera” si direbbe.
G.P.E.
Tanto più che non sono facili (per i coordinatori, e soprattutto per gli storici leader) la convivenza con: le esigenze
diverse in base a propensioni ed età; la sopportazione dei
fisiologici mugugni; le differenze caratteriali e a volte anche
le intemperanze dei partecipanti; tutte espressioni, queste,
inevitabili nei gruppi compositi come i tre del GPE, ma che
sono la caratteristica di ogni realtà associativa funzionante,
pur richiedendo tanta pazienza da parte dei promotori.
Funzionare, infatti, significa prendere iniziative e fare delle scelte che vengono vissute da persone in carne e ossa,
che hanno un loro temperamento, una loro storia e delle
aspettative.
E la cosa funziona. È questa una delle tante facce della
vitalità degli uomini (e delle donne, ovviamente… non vorrei
essere tacciato di maschilismo) della cosiddetta “terza età”
cui la vita odierna ci ha abituato.
È vero che il mondo – almeno il “nostro” mondo – si è
fatto più vecchio e ci piacerebbe viceversa fosse popolato
da gioventù attiva, vivace e più piena di risorse davanti alle
difficili sfide che l’attualità pone davanti a noi e a tutti, ma del
resto la situazione che ci troviamo è questa e i “pensionati
escursionisti” non ne sono la parte peggiore… Anzi!
Potremmo dire, a buon titolo, che il solo fatto di mantenere questa voglia di andare in montagna e di socializzare in
questo modo è segno di una vivacità mentale e culturale che
va oltre gli inevitabili limiti caratteriali che ognuno di noi ha
e anche oltre la stessa forma fisica. Come dire che se non
siamo in grado di “salvare il mondo” (ci mancherebbe…!) riu-
sciamo ad esercitare un’influenza positiva su noi stessi e sul
piccolo mondo che ci circonda.
Nel nostro “giro” ci sono novantenni che non demordono, nonostante gli ovvi limiti fisici che si possono immaginare, ma sono ancora giovanilmente capaci di stupore davanti
ad ambienti, a situazioni e a panorami che nonostante la
lunga esperienza appaiono loro sempre nuovi; e tutti vorremmo (anzi vogliamo) essere così: vecchi col cuore giovane
in un mondo in cui anche tanti giovani hanno già, purtroppo,
il cuore vecchio.
All’alba dei sessant’anni e oltre, e anche molto oltre, si
ritorna con lo spirito ai tempi in cui anche la modesta Cinquecento (nella quale ci si sarebbe poi stipati in quattro con
tanto di zaini, per poi uscirne anchilosati) era un sogno e
l’unica possibilità di evasione era costituita dalle gite comunitarie in pullman: quei rumorosi arnesi pieni di vibrazioni e
puzzolenti di nafta, che vigorosi conducenti guidavano senza servosterzo su strade peggiori di quelle odierne.
Oggi è un’altra cosa e i mezzi sono più comodi – cosa
che non guasta – ma lo spirito è ancora quello, quello spirito
che ci fa apprezzare le altre scomodità che appaiono fastidiose ma che sono così liberanti: la salita (spesso anche la
discesa…), lo zaino e soprattutto… gli scarponi (che sollievo
toglierli, alla fine).
Oggi non si canta più, ma tutti ricordiamo: “Vecchio scarpone, quanto tempo è passato…” e noi ce la mettiamo tutta
per far passare dell’altro tempo, e poi altro ancora, restando
noi stessi e (magari!) cambiando solo gli scarponi.
CAI - G.P.E. 1987 DEL GIOVEDÌ
PROGRAMMA GITE - 2º SEMESTRE 2014
DATA
LOCALITÀ E META
T.ESC.
ORA
COORDINATORE
04/09/2014
Campo Carlomagno - Vallesinella alta Madonna di Campiglio (TN)
Esc
6,00
Scutra Armando - Albertini Natalina
11/09/2014
Passo di Costalunga - Passo Nigra -Malga
Costa - San Cipriano (BZ)
Esc.
6,00
Verdina Mario - Mascoli Francesco
18/09/2014
Passo Aprica - Riserva naturale del
Palabione
Esc.
6,00
Scutra Armando - Pelucchi Ercole
25/09/2014
Resceto - Via Vandelli - Rif. Conti ai
Campaniletti Passo Tambura (MS)
Esc.
6,00
Mascoli Francesco - Maffioli Gianni
02/10/2014
Passo Durone - Cima Sera (TN)
Esc.
6,00
Albertini Natalina - Pelucchi Ercole
09/10/2014
Redagno - Pietralba - Redagno– Canion
delle foglie- Pietralba (BZ)
Esc.
6,00
Guarnieri Andrea - Pelucchi Ercole
16/10/2014
Le Maddalene - Proves - Giro delle Malghe
(BZ)
Esc.
6,00
Verdina Giancarlo - Mascoli Francesco
23/10/2014
Riva del Garda - Ponale - Ledro (TN) da
Riva, sentiero del Ponale, Biacesa e Ledro
Esc.
6,30
Pelucchi Ercole - Paganuzzi Augusto
30/10/2014
Cavriana - Colli Mantovani (MN)
Giro dei colli e visita museo
T. / Esc.
6,30
Pedretti Dino - Faita Renato
06/11/2014
Val di Non - Castel Thun - mele - Castello
Thun - Malga Vervo - Vervo (TN)
Esc.
6,00
Maffioli Gianni - Guarneri Andrea
13/11/2014
Varese - Sacro Monte cima - Gavirate (VA)
Esc.
6,00
Verdina Mario - Maffioli Gianni
20/11/2014
Da Zone al Monte Guglielmo e ritorno
(BS)
Esc.
6,30
Albertini Natalina– Panni Gianpietro
27/11/2014
Tenno - Rif. San Pietro e paese ricostruito
(TN)
T. /Esc.
6,30
Maffioli Gianni - Guarnieri Andrea
04/12/2014
Malcesine—Eremo di San Benigno e Caro
(VR)
Esc.
6,30
Scutra Armando - Maffioli Gianni
11/12/2014
Maderno - Sant’Urbano - Rif. Pirlo o
Pizzoccolo (BS)
Esc.
7,00
Panni Gianpietro - Albertini Natalina
18/12/2014
Pranzo di Natale da destinarsi
Comitato
Adamello 115 – pag. 59
G.P.E.
Da Rovereto,
lungo il sentiero delle Terragnòle
di Arturo Milanesi
Brescia, giovedì 6 marzo 2014
Alle 6 del mattino, in Piazzale Vivanti, ci raccogliamo in
un gruppo di pensionati donne e uomini: aspettiamo un autobus che ci porterà a Rovereto. Prima ci si divideva tutti fra
i gruppi del martedì e del mercoledì; poi le richieste sono
aumentate: perciò il C.A.I., per non lasciare a terra nessuno,
ci ha offerto la risorsa di un pullman anche il giovedì.
“Buon segno se siamo aumentati, vuol dire che il nostro
programma funziona!” dice allegramente un uomo dalla voce
tonante. “Ma ci sono pure le assenze, definitive purtroppo:
Gianni Bledig e Gabriella Belleri… e Elsa Franzoni… e altre e
altri prima di loro”, osserva una donna, piangendo. Cala il silenzio, che per qualcuno è preghiera. Poi gli occhi di lei, di un
altro, di alcuni, di tutte e di tutti si rivolgono a oriente, dove
nel cielo azzurro brilla un pianeta: è Venere, che anticipa la
luce del sole e segna speranza.
Arriva il nostro pullman, si caricano gli zaini, si sale, si
raggiunge un piazzale di Brescia sud, dove accogliamo altra
gente. Poi si riparte verso Peschiera, Affi, la Valle dell’Adige,
mentre il sole tinge il sereno con una morbida luce e s’affaccia sopra una terra dove è già primavera. Ormai conosciamo
a memoria il percorso, perciò qualcuno si appisola, altre e
altri intrecciano conversazioni dove le frasi vengono e vanno come le onde del mare e a tratti scrosciano in cascate
di ridere allegro. Sosta in un autogrill, poco dopo si scende
vicino alla parte alta di Rovereto. Ammiriamo le mura e i torrioni del grande castello cittadino, e quasi vorremmo entrarci
per osservare i numerosi reperti storici che vi sono raccolti.
Ma la voce del vicino torrente Leno, che scende dalla valle
dove siamo diretti, ci invita a riprendere zaini e racchette e
a metterci in marcia. Dopo pochi metri, i nostri occhi sono
attratti da una lapide dedicata al grande condottiero Eugenio
di Savoia, che qui montò a cavallo e puntò verso oriente per
combattere e sconfiggere i Turchi Ottomani. Però non troviamo neppure una traccia di omaggio per quelle umili donne
Adamello 115 – pag. 60
chiamate Terragnòle, eroiche senza saperlo, che ogni giorno,
fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, percorrevano a
piedi più di dieci chilometri e confluivano qui dai borghi della
valle per entrare in città a vendere i prodotti della loro terra,
poi a sera rifacevano il percorso a ritroso. Sulla parte anteriore di un bilanciere di legno portavano a spalle un recipiente di
rame pieno di latte; sulla parte posteriore avevano legato una
fascina di legna minuta per accendere il fuoco, fiori e piccoli
cesti di uova, funghi, ciliegie, vari prodotti degli orti. Al ritorno, dovevano accudire i figli minori lasciati in custodia alle figlie più grandi, controllare la salute degli ammalati e degli anziani, badare ai conigli, al pollaio e all’orto, cucinare la cena,
preparare il carico da portare a Rovereto il giorno seguente.
Provenivano dalle 33 frazioni del Comune di Terragnòlo,
chiamato così dalla parola «terragno» che significa «luogo
piano, rasoterra». Il terreno della valle era stato spianato, nel
corso dei millenni, dai detriti che il torrente Leno aveva trasportato da monti molto friabili come la nostra Concarena.
Ora l’acqua continua a scorrere verso Rovereto, ma in un
certo senso distrugge l’opera sua formando una forra profonda a forma di V, come se fosse tagliata da un enorme
coltello. Noi percorriamo, sulla sponda destra del torrente,
un’antica mulattiera fatta allargare dal principe Eugenio di
Savoia per le proprie cavalcate verso il Veneto, ma anche
(bontà sua) per i contadini e boscaioli chiamati Teragnòi e
per le loro donne Teragnòle. La salita è lieve e il fondo è regolare, riempito com’è da una ghiaia sottile che livella il terreno;
ma il percorso è lungo. Nella prima frazione che attraversiamo, davanti a noi cammina una donna. Quando la raggiungo, la saluto e attacco bottone. È vicina agli ottanta, come mi
dice, ma è ancora alta e snella, con la pelle del viso segnata
solo da piccole rughe; ha la mente lucida e la parola pronta.
Dà l’impressione di essere nata in una famiglia culturalmente
aperta, tanto da offrire anche alle figlie l’opportunità di frequentare le scuole superiori quando ancora non si usava. Le
chiedo delle Terragnòle. Siccome abita un poco più in alto,
G.P.E.
ci accompagna e mi fornisce alcuni dati interessanti. Quelle
donne si muovevano sulla mulattiera, allora più sassosa, con
i piedi avvolti da pezze; ma prima di entrare in città indossavano le scarpette eleganti di stoffa nera che si erano cucite.
Si presentavano ai clienti con un’aria gentile e dimessa, così
smaltivano più facilmente tutta la loro mercanzia. Ma al ritorno, libere dal peso e dai convenevoli, chiacchieravano ad
alta voce confidandosi tutte le novità e i segreti piccanti di
Rovereto e del territorio di Terragnòlo: nascite e morti, liti tra
parenti o vicini, amori riusciti o non ricambiati, affari di corna, tendenze sessuali particolari che alcuni uomini o donne
avevano sempre nascosto ma ora venivano a galla. Lungo
il percorso le Terragnòle cantavano Mira il tuo popolo o Noi
vogliam Dio davanti alle santelle, ma lontano da queste preferivano alcune canzoni molto profane. Le chiedo: “Me ne
fa sentire una?”. Lei si guarda intorno per assicurarsi che
nessun compaesano la senta, lascia passare tutto il nostro
gruppo e poi mi sussurra, in musica: “Anche i tedeschi / lassù nel Tiròl / una volta al mese se lavan el còl! // Tegnela ti,/
che mi no la vòi / la gà la goba e la sbrega i lensöi // Se tuti
i bechi / i gavesse un lampiòn / ohi mamma mia che illuminassiòn!”. “Bella – dico – ma forse un po’ troppo moderata;
me ne faresti sentire un’altra un poco più… espressiva?”.
Ma la furba gira il discorso e mi racconta di un ragazzotto
“foresto” che aveva tentato di molestare una giovane e bella
terragnòla: le altre lo circondarono, lo assalirono come furie
e lo bastonarono a dovere; poi gli promisero il bis se si fosse
fatto ancora vedere sul loro sentiero.
Arriviamo a un viottolo che conduce alla sua casa. Lei
svolta, poi ritorna sui suoi passi perché vuole raccontarmi
un altro episodio, avvenuto in un villaggio sul crinale del non
lontano Pasubio: Sul sagrato di una chiesa era arrivata una
vecchia contadina di razza terragnòla, con una gerla piena di
grossi pezzi di legna; e contemporaneamente una lettiga con
le stanghe sostenute da quattro uomini robusti in livrea; ne
era scesa la regina d’Italia Margherita di Savoia, barcollante
e con la faccia imbronciata. La contadina si libera in fretta dal
suo fardello pesante per accorrere vicino alla nobile donna e
chiederle, con una gentilezza che nasconde lo scherno: “Seu
straca, siora regina?”.
Ridiamo divertiti, poi la mia amica mi saluta con un cordiale arrivederci e scompare. Raggiungo il mio gruppo, che
si è fermato ad attendermi davanti al piccolo Maso del Brenta. Vi abita una famiglia romena che, oltre all’attività contadina, gestisce un piccolo museo di fossili. Fuori, un cartello avverte «SI AFFITTANO STANZE». Quali? Probabilmente sono
quelle degli stessi abitanti del maso, che d’estate si ritirano
nel loro fienile come, fino a qualche decennio fa, si usava anche a Montisola. Riprendiamo il cammino e leggiamo via via
i cartelli con il nome delle varie frazioni. Alcune sono piccoli
paesi, ma altre sono quasi solo ammassi di ruderi chiari dove
è fuggita anche l’edera e solo la vipera vi genera i figli. Che
cosa è successo? Semplice: le statistiche ufficiali ci dicono
che nel 1921 gli abitanti di Terragnòlo erano 2443, ma nel
2011 si erano ridotti a 755; oggi probabilmente sono ancora
di meno. Per salvare le tradizioni e il paesaggio delle nostre
belle terre di montagna, forse dovremmo incrementare e gestire con saggezza l’immigrazione di contadini stranieri?
Fra questi pensieri, raggiungiamo il capoluogo di Piazza,
dove ci sono il municipio, un plesso scolastico, una grande
chiesa e un ristorante; qui una ragazza romena svelta e gentile ci serve un buon pranzo a prezzo contenuto.
Nel parcheggio vicino al ristorante è fermo il nostro pullman, che è salito lungo una strada asfaltata parallela a quella
che noi abbiamo percorso a piedi; ciascuno riprende il suo posto e ripartiamo per Brescia. Durante il viaggio, si parla poco
e si dorme. Ci riscuotiamo prima di Sant’Eufemia e ammiriamo il sole che sta tramontando come un grande disco d’oro
brillante in un cielo rosato. Rosso di sera… ne avevamo bisogno, dopo uno strano inverno noioso e inzuppato di pioggia!
Adamello 115 – pag. 61
PROGRAMMA ESCURSIONI G.P.E. SENIORES
2º SEMESTRE 2014
le escursioni giornaliere si effettuano di norma il martedì, il mercoledì e il giovedì
mar
mer
giov
Dal 30 giugno al 7 luglio
Itinerario
T/Esc
Quota/Disl.
salita/
Settimana nazionale dell'Escursionismo in
Cadore e nella Conca d'Ampezzo (BL)
Coordinatori
Partenza
Cerretelli C.
1/7
2/7
3/7
Tires-Valle del Ciamin da S. Cipriano (BZ)
Esc
1700
600
Maggini A.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
8/7
9/7
10/7
Cristo Pensante-Giro del Castellazzo (Passo
Rolle-TN)
Esc
2333
400
Faini G.
5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo
15/7
16/7
17/7
Lago Aviolo-Bivacco Festa
(Valcamonica-BS)
Esc
2320
838
Ventura M.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
Nel cuore delle Dolomiti (BZ)
1° giorno: Monguelfo-Dobbiaco
2° giorno: traversata Val di Landro-Val di Braies
3° giorno: Luttago-Val di Tures
Esc
1715
2307
2527
630
610
540
Seminario P.
Faini G.
5.30 Vivanti / 5.45 S. Polo
2 gruppi
19-20-21/7 e 21/22/23/7
22/7
23/7
24/7
Ponte Pianone-Lago di Laghisol
(Val Breguzzo-TN)
Esc
2141
900
Toffa E.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
29/7
30/7
31/7
Vermiglio-Stavel-Rifugio Denza
(Val di Sole-TN)
Esc
2680
800
Ventura M.
5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo
Esc
1620
450
Esc
2380
2690
720
310/1270
Sentiero 3V da Vaghezza all'Alpe Pezzeda
Commemorazione di S. Cinelli, R. Floreancigh,
Domenica 24/8
S. Battaini ecc. (Val Trompia-BS)
in collaborazione con Gruppo M. Maddalena
Traversata della Val Passiria (BZ)
2 giorni
1° giorno: Passo Rombo – Rif. Monteneve
martedì 2/9-mercoledì 3/9
2° giorno: Rif. Monteneve-Masseria V. Ridanna
Visita culturale Centrale di Edolo-Museo di
Cedegolo (Valcamonica-BS)
5/9
Da lunedì 8/9 a sabato
13/9
Cesenatico, mare e monti circostanti
(Romagna-Foreste Casentinesi)
Turistico
Bignotti G.
Mezzi propri
6.30 Vivanti
Maggini A.
5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo
Seminario P.
Esc/
Bignotti G. Maggi G.
Turistico
16/9
17/9
18/9
Pian dei Resinelli-Rifugio Rosalba
(Prealpi lombarde-LC)
Esc
1730
23/9
24/9
25/9
Val D'Arda da Vernasca a Vigoleno-percorso ad
anello (Appennnino Piacentino)
Esc
471
30/9
1/10
2/10
S. Apollonia-Fortificazioni di Val Massa
(Val Camonica-BS)
Esc
2499
7/10
8/10
9/10
Monte Cengio-Cogollo del Cengio
Altopiano dei Sette Comuni (Asiago-VI)
Esc
14/10
15/10
16/10
Pre di Ledro – Baita Segala
(Val di Ledro - TN)
14-15-16/10
21/10
22/10
28/10
Faini G.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
Seminario P.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
919
Moreschi E.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
1360
200
Maggini A.
6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo
Esc
1250
800
Arici E.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
Gorizia e dintorni
1° giorno: attorno a Gorizia
2° giorno: il Carso Isontino
3° giorno: trekking urbano a Gorizia
Esc
1500
Cerretelli C.
6.00 Vivanti / 6.15 S. Polo
23/10
Da Lagdei al Lago Santo e M. Marmagna
(Appennino T. E.)
Esc
1851
600
Faini G.
5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo
29/10
30/10
Sentiero delle Scogliere di San Cassiano (Colli
Berici-VI)
Esc
255
600
Cerretelli C.
7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo
4/11
5/11
6/11
Anello del Podone (Val Seriana-BG)
Esc
1225
946
Faini G.
6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo
11/11
12/11
13/11
Via Valeriana-Edolo-Ponte di Legno
(Valcamonica-BS)
Esc
1350
700
Quadri P.
6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo
Novembrata
Castellaro Lagusello (MN)
Esc/
turistico
19/11
550
1200
complessivi
Tutti
25/11
26/11
27/11
Trekking della Val Grigna da Esine a Bienno
(Valcamonica-BS)
Esc
650
350
Panteghini G.
6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo
2/12
3/12
4/12
Sarnico-Corno Buco-Predore
(Lago d'Iseo-BG)
Esc
969
770
Maggi G.
7.30 Vivanti / 7.40 S. Polo
9/12
10/12
11/12
Da Castelletto a Malcesine con visita presepi di
Campo (Lago di Garda-VR)
Esc
406
350
Faini G.
7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo
Tutti
14.30 mezzi propri
17/12
Adamello 115 – pag. 62
Auguri fine anno I.T.G. Tartaglia
Puoi ricaricarla come una prepagata.
Puoi addebitare gli acquisti in conto corrente come un bancomat.
Puoi posticipare l’addebito delle spese come una carta di credito.
E il PIN lo scegli tu!
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Ed. 12/2012 BANCO POPOLARE - Comunicazione e Pubblicità.
Messaggio pubblicitario con fi nalità promozionale. Per le condizioni contrattuali fanno riferimento i Fogli Informativi disponibili sul sito web e presso le fi liali della Banca.
Ed. 11/2013 BANCO POPOLARE - Comunicazione e Pubblicità.
Corsa in montagna
A proposito del Ravasio…
di Armando Scutra, Rolando Bertussi e Cesare Benedini
proposito del trofeo Ravasio…
mi ricordo che tanti anni fa (1975,
eravamo giovani) il sentiero UNO
lo abbiamo percorso in tre giorni, a fine
settembre-primi di ottobre, con i rifugi
ormai chiusi.
Ritrovo in piazza stazione, in treno
sino a Edolo, in autobus sino a Temù,
poi a piedi alla centrale elettrica e su su
sino al rifugio Garibaldi.
Attraverso una finestra si accede al
locale invernale; erano presenti altri due
escursionisti. Un litro di acqua calda e
una bustina di minestra liofilizzata (non
certo quelle moderne per i runner), più
tardi entrano Anchise Mutti e due compagni intenzionati a salire la nord dell’Adamello… e allora si aggiunge mezzo
litro di acqua alla minestra. La mattina,
dopo il the, si inizia dalla diga del Venerocolo, passo del Lunedì, diga del
Pantano, passo Premassone, Tonolini,
Baitone e rifugio Gnutti, dove incontriamo i soci Chiaudano e Faita. Ci organizziamo la cena con la minestra liofilizzata,
pancetta e crackers. Dormiamo nella ex
cabina elettrica ora trasformata in rifugio
invernale.
Al mattino the caldo con il nostro fornelletto e si riparte, salita al passo Miller
e discesa al rifugio Prudenzini. Non c’è
locale invernale. Tutto è chiuso. Dopo
uno spuntino ripartiamo in salita al passo Poia e ripida discesa in val Adamé.
Anche il rifugio Lissone è chiuso e senza
locale invernale. Decidiamo di rifugiarci
nella vicina malga; un locale con tavolo
A
pag. 64 – Adamello 115
e fuoco è a disposizione e un pagliaio
per riposare c’è. Dopo un bagno nel
Poia, nudi come vermi, e il solito rito di
minestra liofilizzata ci corichiamo, come
consigliano i manuali di alpinismo, con i
piedi negli zaini e ci avvolgiamo nei poncho antipioggia. Chi ha dormito sulla paglia sa come ci si sveglia… con la gola
cartavetrata! Alle prime ore dell’alba
siamo alla fontana per rigenerarci; the
caldo e borracce piene con la fettina di
limone e via. Al passo Ignaga ringrazio il
cielo di farlo in salita, poi il lago d’Aviolo,
passo di Campo, dove inizia a nevicare
e al passo Dernal, sotto un’improvvisata
tettoia di lamiera, facciamo uno spuntino nei ruderi dell’ex rifugio Brescia.
Salita alla Bocchetta Brescia. C’è nebbia, non si vede il fondo, non si vedono
i segni, in fila indiana, piano piano e nel
più assoluto silenzio scendiamo sulle
cenge, naturalmente non ci sono ancora
le corde fisse. Solo quando scorgiamo
la ganda sottostante ci torna la favella
e considerando finiti i possibili problemi
proseguiamo per la lunga traversata che
ci conduce al passo Blumone e infine,
dopo 12 ore di cammino, al rifugio Gabriele Rosa situato nello stabile dei custodi della diga del Lago della Vacca i
quali, ormai all’imbrunire, non si aspettano di vedere tre pellegrini affamati e
ci preparano pastasciutta e bottiglione
di vino. Il giorno seguente recuperiamo
parte del peso corporeo perduto con un
pranzo al rifugio Blumone e dopo l’autostop ad un autocarro che trasporta
legname raggiungiamo Bagolino seduti
sui tronchi. Infine con un comodo autobus ritorniamo a Brescia.
Poesia
La morte bianca
di Enzo Franzoni
Oltre le cime innevate d’intorno
c’è un orizzonte lontano
verdazzurro slavato;
sopra di noi
e nella valle giù sotto
vedo nuvole nere
a mucchi rigonfi.
La traccia che nasce con me
presto s’allunga
dolce e sinuosa
verso la cima
col greve peso
di uomini e sci.
A un tratto, su in alto,
è come un soffio, un sospiro…
Il corvo che rotea sì lento
ha come un guizzo
veloce dell’ala;
un brivido scorre nel tronco
contorto del larice ardito,
lassù sempre più solo;
lo sguardo si blocca atterrito…
Per legge di grande mistero,
si stacca dall’alto una palla,
come per gioco.
La vedo esitare un istante
e poi correre in basso
sempre più grande
sempre più bianca
sempre più vicina,
rigando la montagna
come a guastare un vestito
candido e bello,
e col suo urlo inumano
tutto travolgere
nello schiantarsi a valle.
Serateproiezioni
2014
9 settembre
14 ottobre
11 novembre
9 dicembre
Ambienti naturali
e sport della montagna
Ruggero Bontempi
Trekking GR 20 in Corsica
Roberto Micheli
I tremila delle Dolomiti
Roberto Ciri
Magica Concarena
Andrea Guerzoni
Adamello 115 – pag. 65
Biblioteca Claudio Chiaudano
Invito alla lettu
ra di...
J. Hemmleb - “Nanga Parbat 1970” Versante Sud 2012
Nanga Parbat, la montagna nuda, da sempre la montagna del destino dei tedeschi, è stata salita la prima volta da Hermann Buhl nel 1953. L’allora capo spedizione Herrligkoffer si ripresenta nel 1970 per salirla dall’imponente parete sud del Rupal, la “parete più alta del mondo”. Ne fanno parte tutti alpinisti tedeschi e due giovani
altoatesini, i fratelli Reinhold e Gunther Messner. Questi, dopo aver conquistato la vetta, decidono, contravvenendo agli ordini del dott. Herrligkoffer, di scendere dallo sconosciuto versante nord per la parete Diamir. Solo
Reinhold esce vivo dalla discesa e viene tratto in salvo dopo alcuni giorni. Gunther rimane indietro e viene
sepolto da una valanga, rimanendo disperso fino al ritrovamento dei resti nel 2005. Sulla vicenda sono stati
scritti libri, fatti processi, e le polemiche tra i protagonisti non si sono mai sopite fino in fondo. Nel 2010 il
film “Nanga Parbat” di Joseph Vilsmaier, prodotto in collaborazione con Reinhold Messner, riporta la storia
alla ribalta. In tutta risposta nello stesso anno Jochem Hemmeleb, scrittore alpinista, scrive l’ennesima
versione del “dramma e della controversia” attraverso un’intervista a uno dei protagonisti, quel Gerhard
Baur che fu l’ultimo a parlare con Gunther...
Sergio Campagnoni, novembre 2013
E. Camanni - “Di Roccia e di Ghiaccio” Editori Laterza 2013
Un condensato di storia dell'alpinismo; da Francesco Petrarca a Ueli Steck, dalla salita del modesto
Mont Ventoux (anno Domini 1336) del poeta aretino alle cavalcate a tempo di record sulle grandi nord
delle Alpi dello spider man svizzero. “Di Roccia e di Ghiaccio”, prendendo spunto dalla scala delle difficoltà, ripercorre i vari gradi che hanno segnato l’evoluzione dell’Alpinismo, rimette in fila le tappe storiche di
questa avventura che ha mosso e tuttora muove gli animi dei sognanti “conquistatori dell’inutile”. Il Monte
Bianco, il Cervino, la Nord dell’Eiger, le Grandes Jorasses, la Nord Ovest del Civetta e via fino a quando la
vecchia scala Welzenbach ancorata al sesto grado viene sconvolta dai fratelli Messner. Da lì, dalla fine degli
anni sessanta, da quel settimo grado in poi è tutto un susseguirsi di progressi; nel ghiaccio arriva la piolettraction che consente tempi e itinerari impensabili fino a pochi anni prima; nella roccia arriva l’arrampicata
sportiva con Berhault, Manolo, Mariacher che stravolgono il concetto di alpinismo classico come è stato inteso
fino allora e alzano continuamente il grado... fino a quell’ipotetico dodicesimo che Camanni ormai identifica con
le grandi traversate di corsa in lotta con il cronometro. Scrive Giusto Gervasutti: “L’uomo felice non dovrebbe
avere più nulla da fare; per conto mio preferisco una felicità irraggiungibile”.
Sergio Campagnoni, novembre 2013
E. Camanni - “La metafora dell'Alpinismo” Liaison Editore, 2010
L’evoluzione nel tempo della storia dell’Alpinismo, dai “mezzi leali” di Mummery sul Dente del Gigante alla
guerra del chiodo tra Preuss e Piaz; innovatori e conservatori, accademici alla Quintino Sella e climber visionari alla Gian Piero Motti. In questo breve pamphlet, Camanni, da grande esperto della materia, condensa
due secoli di storia, analizza e ripercorre le motivazioni per cui la comunità degli alpinisti (i “conquistatori
dell'inutile”) ha saputo rinnovarsi e sopravvivere.
Sergio Campagnoni, marzo 2014
R. Messner - “La seconda morte di Mallory” Bollati Boringhieri 2002
Nel 1999 una spedizione di ricerca ritrova sotto la parete Nord dell’Everest il corpo quasi intatto di George L.
Mallory, l'inglese disperso 75 anni prima nel tentativo alla prima del tetto del mondo. Lo stesso Mallory ha
già partecipato alle precedenti spedizioni del 1921 e 22; quella del 1924 deve essere quella decisiva; o la
vetta o la morte, ora l’Everest deve essere suo o lui dell’Everest; vincerà la montagna; forse avrebbe voluto
proprio così, non vuole essere ritrovato, non vuole essere cercato, ma rimanere un tutt’uno con la sua montagna. Dopo il ritrovamento si riapre la discussione: e se i primi salitori fossero stati veramente Mallory e il suo
giovane compagno di cordata Andrew Irvine in quel 1924 e non Hillary e Tenzing nel 1953? Mallory ed Irvine
caddero nel tentativo di salita o di ritorno dalla vetta conquistata? Messner in questo libro romanzato raccoglie
documentazioni dell’epoca, ripercorre la vicenda, analizza i fatti e ne trae le conclusioni.
Sergio Campagnoni, febbraio 2014
F. Fleming - “Cime Misteriose, la grande avventura
della conquista delle Alpi” Carocci Editore 2001
Ci si chiede spesso perché gli inglesi siano stati i principali fautori della nascita dell’Alpinismo. Il libro di
Fleming non è che un piccolo trattato di storia in materia. L’Inghilterra delle colonie, dell’epoca Vittoriana, della
rivoluzione industriale domina il mondo negli anni in cui viene “scoperta” una nuova regione europea fino ad
allora considerata inaccessibile e abitata da esseri mostruosi come draghi, fantasmi e demoni di ogni genere:
sono le Alpi il nuovo terreno di conquista in cui si avventurano i coraggiosi sudditi di sua Maestà. Dapprima
come semplici viaggiatori estivi (sono i benestanti lord e i nuovi ricchi borghesi che possono permettersi di
trascorrere ogni anno qualche mese in vacanza); si fanno accompagnare dai locali abitanti dei luoghi ai piedi
delle imponenti lingue glaciali; poi gli studiosi si avvicinano sempre di più alle “terre proibite”, formulando le
prime teorie sulla formazione e il movimento dei ghiacciai. Infine arrivano i “cacciatori di vette”, che semplicemente fanno a gara per la conquista delle cime inviolate, e la fondazione dell’Alpin Club a Londra nel
1857 sancisce la nascita di un fenomeno che ormai si è allargato al resto d’Europa.
Sergio Campagnoni, dicembre 2013
Adamello 115 – pag. 66
Biblioteca Claudio Chiaudano
I. Affentranger - “I racconti del vento” Nuovi Sentieri Editore 2010
Nel lontano 1966 avevo letto “È buio sul ghiacciaio” di Hermann Buhl nella traduzione dal tedesco all’italiano
di Irene Affentranger. Oggi, a distanza di tanti anni, la piacevole occasione di scoprire Irene Affentranger come
autrice di questo libro coinvolgente e profondo. “I racconti del vento” è la narrazione autobiografica di salite
e avventure, sia estive che invernali, che spaziano dalle Alpi all’Himalaya, ma anche il racconto dettagliato,
giorno per giorno, di una vacanza “il completamento felice della mia giovinezza” come lei stessa la definisce,
vissuta da Irene quindicenne con il fratello Franco e altri ragazzi, durante la seconda guerra mondiale, fra le
montagne della Svizzera, quell’ “isolotto superstite contro cui si smorzano le lingue dell’Oceano di fuoco”.
L’autrice non si limita al racconto “esteriore”degli avvenimenti; dal libro emerge la sua notevole capacità di
compiere una profonda analisi interiore e, cosa assai difficile, di riuscire a coinvolgere il lettore in questa
sua analisi. Il libro è arricchito da bellissime foto a colori e in bianco e nero.
Rita Gobbi, maggio 2014
S. Moro - “Everest, in vetta a un sogno” Rizzoli Editore, 2013
Simone Moro, alpinista bergamasco, ha iniziato la sua attività con l’arrampicata sportiva per poi essere contaminato dalla malattia degli 8000. A 24 anni è già in spedizione verso l’Everest; l'esuberanza
giovanile, unita al sottovalutato fattore quota, gli gioca però un brutto scherzo: rischia la vita per inizio di
edema cerebrale. La lezione gli serve per le successive spedizioni in Himalaya, ormai la sua seconda casa:
le sue salite sono sempre ben studiate e la tabella di acclimatamento viene seguita scrupolosamente. Ciò
che afferma Moro a livello internazionale è la sua caccia agli 8000 in versione invernale (sue sono le prime
invernali al Shisha Pangma, al Makalu e al Gasherbrum II). Di recente (inverno 2014) ha tentato invano la salita al Nanga Parbat. Questo libro però è incentrato sulle sue quattro salite all’Everest, tra cui la rocambolesca
traversata da sud (Nepal) a nord (Tibet), senza il permesso del governo cinese, che gli costa quasi la galera...
L’Everest, il tetto del mondo, il sogno che si realizza e si concretizza sempre di più con la sua recente attività di
salvataggio con elicottero; così Simone Moro ha saputo adattarsi alla quota, diventando ora anche imprenditore
di se stesso, nonché affermato scrittore di montagna.
Sergio Campagnoni, aprile 2014
Adamello 115 – pag. 67
Quote
sociali
2014
Sono Soci “giovani” i Soci aventi meno di 18 anni. Sono Soci “familiari”
i conviventi con un Socio ordinario della stessa sezione. La quota di iscrizione offre notevoli vantaggi: sconto del 50% sui pernottamenti effettuati
nei rifugi del C.A.I. e del 10% sulle tariffe viveri; assicurazione fino a E
25.000,00 per il soccorso alpino; abbonamento alle Riviste della Sede
Centrale ed all’“Adamello” della nostra Sezione; sconto sull’acquisto di
volumi, guide e cartine; libera lettura dei volumi della biblioteca sezionale.
Da gennaio 2012 il mensile “Lo Scarpone” è diventato una testata on line
consultabile all’indirizzo www.loscarpone.cai.it.
Nella riunione
del Consiglio Direttivo
del 19-11-2013
sono state stabilite
le quote sociali
per il 2014.
Categorie di soci
Quota in E
Ordinario
Familiare
Giovane
Quota 1ª iscrizione
Quota 1ª iscrizione giovani
50,00
32,00
20,00
10,00
8,00
Si rende noto che il rinnovo dell’associazione al C.A.l. può
essere effettuato versando la quota annuale a mezzo vaglia
postale o tramite il conto corrente postale, intestando il bollettino come segue: “Club Alpino Italiano Sez. di Brescia”, Via
Villa Glori n. 13, c/c/p n. 14355259 ed aggiungendo il costo
delle spese postali oppure effettuare un bonifico bancario intestato a C.A.l. Sezione di Brescia Banca Credito Bergamasco
Sede di Brescia c/c n. 8189 ABI 03336 CAB 11200. IBAN
IT49H0333611200000000008189. Per evitare disguidi, si raccomanda di indicare chiaramente il nominativo del Socio, il
bollino comprovante l’avvenuta associazione verrà poi spedito
dalla segreteria direttamente al Socio.
Si comunica inoltre che è possibile effettuare i pagamenti
presso la nostra Segreteria con l’utilizzo del bancomat.
Cambi di indirizzo
Raccomandiamo vivamente ai Soci di volerci comunicare con cortese
sollecitudine ogni cambiamento d’indirizzo. Verrà facilitata la spedizione di riviste, avvisi e convocazioni, ecc.
Ricordiamo ai Soci che, come il resto della Rivista, anche la rubrica
Vita della Sezione è aperta a tutti i Soci. Invitiamo pertanto tutti i nostri
Soci a comunicarci, per la pubblicazione, eventuali nascite, matrimoni, lauree oppure lutti.
Nascite
19.11.2013
16.05.2014
Pietro Rubagotti di Fabio e Chiara Ferrari
Davide Morandi di Mauro e Laura Maffezzoni
Matrimoni
14.09.2013
16.10.2013
Michele Rocchi con Paola Mattei
Marco Bellini con Emma Spagnoli
Soci scomparsi
13.01.2014
14.01.2014
03.02.2014
08.02.2014
05.03.2014
21.03.2014
19.05.2014
Giancarlo Ciuti
Federico Bertoglio
Broccardo Casali
Gianni Bledig
Gabriella Belleri
Pietro Albini
Guido Furia
TABELLA DEI RIFUGI E BIVACCHI DELLA SEZIONE
RIFUGIO
Telefono
Località
e gruppo
Locale
Anno di
invernale
costruzione
posti n.
Categoria
Quota
s.l.m.
Posti
letto n.
Giuseppe Garibaldi
tel. 0364 906209 Val d’Avio
D
2548
98
8
1958
1996
Odoardo Ravizza
tel. 0364 92534 Estate
Arnaldo Berni
Gavia
tel. 0342 935456 Ortles-Cevedale
A
2541
71
–
1933
–
Elena Bonetta
tel. 0342 945466 Estate
Angelino Bozzi
Montozzo
tel. 0364 900152 Ortles-Cevedale
D
2478
24
–
1928
1968
Paolo Prudenzini
tel. 0364 634578
Val Salarno
Adamello
D
2235
63
6
1908
–
Serafino Gnutti
tel. 0364 72241
Val Miller
Adamello
D
2166
34
4
1975
Gianluca Madeo
– tel. 0364 72241 - 339 7477766
D
2574
37
10
1911
1979
D
2450
45
10
1891
2012
C
1335
27
2
1980
1981
E
3040
120
12
1929
2005
–
3149
9
9
1958
–
Maria e Franco
Val Paghera
tel. 0364 634372 Adamello
Franco Tonolini
tel. 0364 71181
Baitone
Adamello
Baita Iseo
tel. 0364 339383
Natù
Concarena
BIVACCO
Ai Caduti dell’Adamello* Lobbia Alta
tel. 0465 502615 Adamello
Passo Brizio
Zanon Morelli
Adamello
Anno di
ristrutturazione
Gestione Periodo di
e telefono apertura
Gestione diretta CAI BS - Monica Fantino
335 6215363 Estate
Giorgio Germano
0364 71157 Estate
Giacomo Massussi
tel. 030 9196647 Estate
Fabio Madeo Estate
tel. 0364 75107
cell. 338 9282075
Adelchi Zana
Estate
tel. 0364 433038 Gestore
0465 503311
335 6664234 Estate
Sempre
Incustodito aperto
Arrigo
Giannantonj
Passo Salarno
Adamello
–
3168
6
6
1980
–
Incustodito
Sempre
aperto
Gualtiero Laeng
Passo Cavento
Adamello
–
3191
6
6
1972
–
Incustodito
Sempre
aperto
* proprietà “Fondazione Ai Caduti dell’Adamello”
Adamello 115 – pag. 68
GITE ESCURSIONISTICHE C.A.I.
DI BRESCIA 2014
DATA
GITE
g
DIFFICOLTÀ DISLIVELLO
TEMPI
ACCOMPAGNATORI
Luglio 2014
EE
1500
8 ore
Giuseppe Ditto - Carla Dionisi
E
1250
7 ore
Marco Micheli - Dario Di Pietro
27/07/14 Corno Nero
Agosto 2014
EE
600
5 ore
Luca Bonfà - Riccardo Ponzoni
02-09/08/2014 Trekking Gran Sasso d'Italia e campo Imperatore
EE
06/07/14 Rifugio Tagliaferri
13/07/14 Laghi di Torsolazzo
19-20/07/14 Gita Alpinistica
03/08/14 Pizzo dei Tre Signori
09-10/08/2014 Traversata Val Duron - Passo d'Antermoia - Catinaccio
Dario Di Pietro - Marco Micheli
EE
1600 m
EE
1° g.: 1150
g.: 650
8 ore
2°
1° g.: 6 ore
2° g.: 6 ore
Giuseppe Ditto - Carla Dionisi
Luca Bonfà - Elena Poli - Luigi Bazzana
E
912
7 ore
23-24/08/2014 Isola Palmaria
E
200
3,30 ore
Punta del Venerocolo - Rifugio Garibaldi in collaborazione
30-31/08/2014 col CAI de l'Aquila per il loro 140°
EE
31/08/14 Cima Carega - Rifugio Fraccaroli
Settembre 2014
07/09/14 Monte Pagano
EE
780
6,30 ore
E
EE
EE
EE
700
1500 m
1367
950
5/6 ore
8 ore
6 ore
4 - 5 ore
EE
1200
7 ore
Dario Di Pietro - Marco Micheli
E - EE
E
930 + 320
800
7 ore
5 ore
Renato Roversi - Oscar Rossini
15/08/14 Laghi di Monticelli
14/09/14 Pizzo di Becco - Val Canale (BG)
21/09/14 Cima Barbignaga
28/09/14 Pizzo Arera
Ottobre 2014
05/10/14
12/10/14
19/10/14
26/10/14
Novembre 2014
02/11/2014
09/11/14
16/11/14
Monte Alben
1° g.: 960
2° g.: 770
1° g.: 5 ore
2° g.: 7/8 ore
Roberto Nalli - Alberto Maggini
Renato Roversi
Dario Di Pietro - Marco Micheli
Riccardo Ponzoni - Oscar Rossini - Matteo Gilberti
Pietro Borzi - Luigi Bazzana
Giuseppe Ditto - Carla Dionisi
Barbara Cocchini - Daniele Poli
Matteo Gilberti - Diego Micheli
OTTOBRATA
Laghi di Cerviera
Monte Zenone - in gemellaggio con UISP
Preseglie - Madonna del Visello (BS)
Monticelli - Gaina
NOVEMBRATA - Parco delle Colline di Brescia
E
E
E
380
600
250
3,30 ore
6 ore
2 ore
Barbara Cocchini e accompagnatore Uisp
Adamello 115 – pag. 69
Alberto Maggini - Pietro Borzi
Riccardo Ponzoni - Oscar Rossini - Matteo Gilberti
Marco Micheli - Dario Di Pietro e tutti gli Accompagnatori con pranzo
GITE ALPINISMO GIOVANILE 2014
GITE SOFT 2014
Adamello 115 – pag. 69
Sottosezione di SANTICOLO
1994-2014
20º anniversario di costruzione
del bivacco Davide
Un progetto nato fra amici intorno a un camino per ricordarne uno che non c’è più. Davide Salvadori, figlio di oriundi di Santicolo, scomparve il 22 ottobre del 1992 vittima di un incidente stradale.
Lo zio Giacomo e i suoi genitori, Franco e Sandra, volevano dedicare a lui qualcosa che restasse
nel tempo. Davide era grande appassionato di montagna; nacque così l’idea di realizzare un tracciato sulle montagne di Corteno Golgi che portasse come nome
la sua data di nascita. A metà di questo percorso sarebbe nato il “Bivacco
Davide”. Il luogo della realizzazione fu individuato al passo Torsoleto, in
questo punto la quota è di 2645 m slm e la vista verso il lago di Piccolo
è a dir poco sensazionale. Così gli alpinisti che avrebbero bivaccato
presso la struttura avrebbero goduto anche del notevole valore aggiunto di un panorama unico.
L’idea della famiglia Salvadori trovò pieno appoggio nelle associazioni della sottosezione C.A.I. di Santicolo, dell’U.S. Corteno Golgi
e nell’Amministrazione Comunale che ne facilitò l’espletamento delle
pratiche. Tante persone si prestarono in quel periodo per la realizzazione di una sfida che sembrava quasi impossibile.
Verso la fine dell’anno 1993 iniziò così la progettazione a cura del
geometra Giancarlo Moranda che lavorava presso le industrie Albertani di
Edolo, ditta specializzata nella costruzione di strutture in legno lamellare. Dalle prime bozze
ispirate al modello “Pedranzini”, bivacco situato quasi in vetta al monte Tresero nel gruppo
Ortles-Cevedale, fu prodotto un primo progetto con tipologia di costruzione block house. Nei
primi mesi del 1994, dopo vari perfezionamenti, il bivacco “Davide” era, sulla carta, pronto.
Dodici+quattro comodi posti letto, soppalco porta zaini, prese per il ricambio d’aria, arredamento
interno e quant’altro necessita a un alloggio del genere. La struttura fu progettata interamente in
legno lamellare coibentata e rivestita esternamente in lamiera. Le facciate furono previste di colore grigio/
argento che tanto si intonava con le rocce del paesaggio circostante, mentre la copertura in lamiera fu pensata rossa per renderlo ben visibile in caso di cattivo tempo.
Nei mesi di maggio e di giugno del 1994 ebbero inizio le operazioni di trasporto e di montaggio. Nulla doveva essere trascurato poiché i trasporti con elicottero dovevano essere calcolati precisamente sia per i carichi che per evitare costi inutili non di
poco conto. Squadre di volontari si impegnarono a fondo nei fine settimana, prima per gli scavi a mano e per la realizzazione
della platea in cemento armato che avrebbe fatto da basamento, in seguito per il montaggio vero e proprio della struttura con
tutte le problematiche che si possono incontrare nella realizzazione di un’opera simile a 2645 m slm. Il 3 luglio del 1994 il bivacco
“Davide” era finalmente pronto e, con una corsa in solitaria, l’atleta di casa Adriano Salvatori inaugurava il sentiero 4 luglio. Sul
passo Torsoleto fu tagliato il nastro e benedetta l’opera alla presenza di monsignor Bruno Foresti e di numerose persone salite
da Corteno e da Santicolo per l’attesissimo evento. Oggi, dopo vent’anni, il bivacco “Davide” è ancora lì, ha resistito a nevicate
e bufere, confermando le buone scelte progettuali, la qualità dei materiali usati e la professionalità degli artigiani volontari che
gli hanno dato vita. La sua gestione è affidata alla sottosezione C.A.I. di Santicolo che periodicamente esegue manutenzioni e
controlli sulla struttura ma i buoni alpinisti sanno che la manutenzione ordinaria di queste strutture è affidata soprattutto al buon
senso degli stessi che lo frequentano. Il bivacco “Davide” è il risultato di un grande periodo di collaborazione e di amicizia, per
certi versi di un periodo triste, ma allo stesso tempo è la dimostrazione della caparbietà e della buona collaborazione che hanno
portato alla realizzazione di un’opera che da vent’anni è lassù, a 2645 m slm, a servizio di tutti i passanti.
Nel ventesimo anniversario della sua costruzione, il 3 agosto di quest’anno avrà luogo presso il bivacco “Davide” una giornata particolare con celebrazione della santa messa e festeggiamenti vari.
CASIO PRG 270
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CASIO SGW-300H
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Lorenz
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