Nicolò Leotta
Approcci visuali di turismo urbano
Il tempo del viaggio, il tempo dello sguardo
1
Indice
Presentazione di Enzo Nocifora
pag.
9
Introduzione
pag.
19
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43
Il tempo del viaggio
Il tempo dello sguardo
Il viaggio romantico
Lo sguardo del turista: città d’arte, metropoli,
ville d’eau
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Letture consigliate
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La metropoli delle metropoli
Lo sguardo dinamico-sociale
Le torri di Babele
Una città, mille città. Il mosaico multi-etnico
Leisure time, Kodak people
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Letture consigliate
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Primo Itinerario: Il Bel Paese
1. Il “Tour d’Italie”
1.1.
1.2.
1.3.
1.4.
Secondo Itinerario: New York
2. La città in piedi
2.1.
2.2.
2.3.
2.4.
2.5.
2
Terzo Itinerario: La “dolce Roma”
3. La metropoli dal cuore antico
3.1. Vacanze romane: lo sguardo collettivo
3.2. Cinecittà: Hollywood sul Tevere
Letture consigliate
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Quarto Itinerario: La megalopoli padana
4. Paesaggi urbani
4.1. Megalopoli e comunità locale
4.2. Le identità della megalopoli padana: lo sguardo socioterritoriale
4.3. Metropoli reticolare e viaggiatori urbani, centri storici
e parchi a tema, vie d’acqua e città di mare
Letture consigliate
Riferimenti bibliografici
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Presentazione
Il dibattito scientifico sulla fase storica di nascita della pratica turistica si è
avvalso, in differenti sedi accademiche, del contributo di autori estremamente
significativi per l'accreditamento istituzionale della Sociologia del Turismo.
Molto schematicamente possiamo dire che due sono le opinioni che si sono
progressivamente differenziate. Da un lato la posizione di chi mette al centro
della propria riflessione il “Grand Tour“ romantico e la sua progressiva differenziazione dal “Grand Tour” tradizionale, dall'altro la posizione di chi individua nella stazione balneare inglese, e nel turismo di massa che ne deriva, la
manifestazione caratteristica del turismo moderno.
Le conseguenze sociali e territoriali di questa riflessione non sono
secondarie. Attribuire il primato storico al “Grand Tour” romantico vuol dire
conferire il primato, sulla scena turistica internazionale, al nostro paese e al
suo diffuso patrimonio artistico e monumentale, mentre mettere al centro della
riflessione il modello “elio-tropico-balneare” vuol dire conferire centralità al
cosiddetto “turismo di massa” che in Inghilterra si sviluppa nella seconda
metà dell'Ottocento. Non sono certamente le ragioni nazionalistiche quelle
che ci spingono ad optare per la prima ipotesi. Ci sembra, infatti, importante
rilevare che, ancor prima che si diffonda e si generalizzi il modello della
stazione balneare inglese, descritto da J. Urry, l'Italia ha già preso saldamente
nelle proprie mani la guida del mercato turistico internazionale, il quale si
caratterizza soprattutto come turismo culturale orientato alle città d'arte.
Ricordiamo tutto questo perché vi è una significativa corrispondenza fra il
processo di professionalizzazione della pratica turistica ed il processo di
approfondimento e di specializzazione degli studi in campo turistico che è
avvenuto in Italia nel corso degli ultimi tre decenni.
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Ma veniamo adesso alla questione che vogliamo porre qui al centro della
nostra riflessione. Per quanto possa apparire oggi paradossale, il nostro paese
ha conosciuto la leadership del mercato mondiale attraverso un'economia del
turismo fatta di piccole imprese, a volte addirittura microscopiche, di un
artigianato tutto orientato all'improvvisazione e al volontarismo familistico.
Il trasferimento dalla campagna alla città di ceti dell'intermediazione e del
commercio dei prodotti agricoli fa nascere, a cavallo fra la fine dell'Ottocento
e gli inizi del Novecento, un ceto imprenditoriale che punta alla valorizzazione del patrimonio familiare attraverso la rendita immobiliare.
Proprio mediante questo passaggio si sviluppa una ricettività che punta
tutto sul modello artigiano e sulla conduzione familiare. I molti tentativi di
rivendicare al turismo il carattere di “industria dell'ospitalità” non sono altro
che volon-taristici, ed a volte velleitari, tentativi di affermare l'importanza
della razionalizzazione organizzativa e gestionale di imprese che di razionale
hanno ben poco e che sono di successo solo perché sono gestite paternalisticamente ed artigianalmente.
Per fare fronte ad i fabbisogni formativi di un settore di attività economica
così strutturato è più che sufficiente, anzi per certi versi è addirittura eccessiva, l'offerta formativa degli istituti professionali e, successivamente, degli
istituti tecnici per il turismo. In sostanza alla formazione di camerieri e
cuochi, si aggiunge progressivamente anche quella di receptionist ed operatori
di agenzia di viaggio.
Quando, alla metà degli anni Settanta, viene per la prima volta proposta
un'offerta pubblica di formazione superiore con il Diploma Universitario in
“Economia e gestione dei servizi turistici”, fortemente voluto da Giovanni
Peroni, ci troviamo, più o meno consapevolmente, ad una svolta storica
estremamente significativa del mercato turistico internazionale.
La graduatoria delle grandi potenze turistiche sta per essere radicalmente
rivoluzionata. La Francia e, qualche anno più tardi la Spagna, si presentano
sul mercato con nuovi prodotti, progettati centralmente dall'iniziativa pubblica
e promossi con grande intelligenza e dispendio di risorse. Nuove regioni
turistiche si affacciano sul mercato, come la Camargue, la Valle della Loira, la
Costa Brava, la Costa del Sol e così via. Ciò consente a questi paesi di
avvantaggiarsi significativamente della crescita della mobilità internazionale,
relegando al terzo posto il mercato italiano.
Si manifesta in sostanza una tendenza che vede crescere la mobilità
internazionale e, quindi, incrementarsi progressivamente e costantemente il
mercato turistico, in un quadro però che muta fortemente sul piano qualitativo. I nuovi turisti si rivolgono verso nuove mete, mettendo in discussione
le posizioni storiche consolidate delle mete tradizionali. Forti del grandissimo
potere attrattivo di Roma, Firenze e Venezia, gli operatori italiani continuano
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a pensare che la forza del proprio mercato sia imperitura, e così facendo
perdono, senza accorgersene, i contatti con i cambiamenti che stanno avvenendo sul mercato e nella società. La concorrenza internazionale impone a
tutti una forte spinta verso la professionalizzazione; ma il processo, certamente presente, procede con la lentezza e il ritardo imposto da una struttura
d'impresa eccessivamente frammentata.
Gli elementi di allarme che gli specialisti individuano nel corso degli anni
Novanta vengono imputati principalmente alla irruzione sulla scena internazionale degli Stati Uniti, che spingono adesso il nostro paese addirittura al
quarto posto. Per chi si è addormentato sugli allori del potere attrattivo dei
nostri grandi monumenti storici è particolarmente sorprendente vedere diventare New York, una città con “soli” due secoli di storia, la prima meta
turistica del mondo.
Il turismo culturale delle città d'arte è ancora, certamente, un segmento
importante, ma sono ben altre le motivazioni turistiche che conquistano la
leadership del mercato in questi anni. I parchi tematici, le grandi aree
naturalistiche, il turismo urbano sono adesso le tendenze più significative di
un fenomeno che ha accresciuto notevolmente la gamma delle proprie connotazioni identificative.
Questo ulteriore arretramento nella graduatoria internazionale dell'Italia
turistica coincide con la comparsa di un'offerta formativa notevolmente più
ricca rispetto al passato; con la nuova laurea in “Scienze turistiche”, proposta
da Guido Martinotti, viene finalmente recepita l'esigenza di interdisciplinarietà che più volte era stata rivendicata in sede scientifica. Non si tratta più di
affrontare lo studio dell'economia del servizio turistico, quanto piuttosto rendere conto dei processi sociali che sono all'origine della pratica turistica,
delle trasformazioni territoriali che esso induce, dei processi di regolazione e
di governo di cui necessità, delle trasformazioni storiche, culturali e sociali
che provoca. Insomma il turismo come “fatto sociale totale”, per dirla con M.
Mauss.
Moltissime università aderiscono a questa proposta e, nel breve volgere di
pochi anni, vediamo proliferare un numero di corsi di laurea veramente
notevolissimo, che va ben al di là di quanto fosse prevedibile e forse anche
auspicabile. E' abbastanza evidente, e non proponiamo certo di sottovalutarne
il ruolo, che le logiche accademiche di sostegno di settori disciplinari declinanti non sono estranee a questa proliferazione abnorme e repentina. Non
abbiamo alcuna difficoltà a riconoscere che in quella fase storica non
esistevano certo le decine e decine di sociologi, storici, geografi, economisti e
giuristi del turismo di cui tutti quei corsi di laurea avevano necessità per
soddisfare tutti i fabbisogni di docenza imposti dai nuova curricula.
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Ciò nonostante questo processo di crescita dell'offerta formativa ha
consentito di vedere che la domanda esiste e che le università si sforzano,
contrariamente a quanto si sostiene di solito, di adeguare la propria offerta.
Ben diverso è il discorso che riguarda il mercato. I soggetti sociali e le
famiglie investono fortemente nel processo di professionalizzazione del
lavoro turistico, e non solo in formazione universitaria.
Si pensi, per esempio, al proliferare dei corsi di formazione professionale e
soprattutto dei Master più costosi ancorché fantasiosi. A fronte di questo
processo lascia interdetti la reazione del mondo delle imprese, le quali si
attardano in comportamenti tradizionali che sono molto difficili da comprendere razionalmente.
Il ritardo con cui viene introdotta l'informatica nei cicli produttivi, il
lentissimo processo di promozione dell'associazionismo categoriale e sindacale, lo scarso imput di esternalizzazione dei servizi, il basso tasso di adesione
ai marchi di qualità, la diffidenza verso tutto le iniziative di pianificazione
territoriale e di concertazione delle scelte strategiche non sono che alcuni dei
sintomi del ritardo con cui l'imprenditorialità turistica reagisce, in questi anni,
alle sfide del mercato.
Il modello spontaneo ed artigianale è ancora dominante, anche se diventa
ogni giorno sempre più evidente che non si possono continuare a gestire
imprese che hanno raggiunto adesso dimensioni significative utilizzando
esclusivamente le logiche organizzative tipiche del modello familiare a conduzione diretta.
L'organizzazione a carattere fortemente gerarchizzato, con una linea di
comando molto breve e con uno scarsissimo utilizzo di figure professionali a
carattere intermedio, rappresenta un elemento di rigidità che non soltanto non
consente di fare fronte rapidamente agli imprevisti di mercato, ma che rende
impossibile l'introduzione di innovazioni, sia di tipo tecnico che di tipo
organizzativo.
Il paternalismo familistico rappresenta lo strumento migliore per gestire
l'impresa sotto stress, per esempio nei momenti di affollamento stagionale,
quando c'è da incrementare la quantità del lavoro erogato, ma è particolarmente inadatta a reagire nelle situazioni di difficoltà congiunturale o alle crisi
derivanti da esigenze di innovazione, quando è particolarmente rilevante la
qualità del lavoro prodotto.
In altri termini, le continue docce fredde che il mercato ci riserva, impongono una accelerazione del processo di professionalizzazione del settore
turistico, e ci costringono a prendere atto di quanto siano importanti, per sostenere la concorrenza internazionale, specializzazione e qualificazione, professionalità e pianificazione. Siamo ovviamente ancora lontanissimi dagli
standard raggiunti da paesi che, negli ultimi anni, sono cresciuti tantissimo.
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Si pensi, per fare solo qualche esempio, a paesi come l'Austria e la
Germania, che non hanno una gamma di prodotti ampia come può essere
quella italiana, francese o spagnola, ma che hanno raggiunto una posizione
consolidata di tutto rispetto sul mercato turistico mondiale.
In sostanza, le molte sconfitte che il nostro paese è riuscito a totalizzare,
nonostante la posizione di preminenza di cui ha goduto in passato, ci consentono di trarre due importanti lezioni: la centralità del processo di professionalizzazione e dell'interdisciplinarietà delle competenze.
La “marca Italia” ha un elevatissimo fabbisogno di professionalità e di
metodologie di intervento a carattere interdisciplinare se vuole cominciare a
dare una qualche risposta positiva al declino che è in atto e che l'ha portata,
nel corso del 2004, al quinto posto nella graduatoria mondiale, superata questa
volta persino dalla Cina.
Ebbene, lo sforzo che il sistema universitario pubblico ha compiuto in
questi anni di dare risposte, in termini di formazione superiore, a questo
elevatissimo fabbisogno formativo è stato veramente imponente. Possiamo
discutere a lungo sul suo livello di adeguatezza scientifica ma si tratta
certamente di un tentativo di risposta.
Non è questa la sede per discutere del numero e della qualità delle lauree
di primo e di secondo livello che sono state messe in campo in questi anni. Vi
è sicuramente un eccesso di offerta che però è tale non tanto dal punto di vista
dei fabbisogni espressi, quanto piuttosto dal punto di vista delle competenze
specialistiche che il mondo accademico italiano era ed è in grado di mettere in
campo.
I pochi poli di eccellenza, Assisi, Rimini e Venezia, con le pesanti battute
di arresto che a volte le vicende universitarie impongono, hanno fatto fatica a
produrre quell'ampio bagaglio di studi specialistici e di ricerche applicative
che sarebbe stato necessario.
Si stentava ad uscire “dall'economia e gestione dei servizi turistici” per
cominciare a concepire il prodotto turistico come un tutto integrato; andare al
di là del management e della valutazione della sua importanza economica, per
tendere alla comprensione dei fenomeni sociali che erano alla sua origine.
Di tutte queste lentezze e ritardi è il paese tutto quanto che ha pagato un
prezzo elevatissimo e del tutto ingiustificato.
Abbiamo voluto in questa sede richiamare le alterne e perigliose vicende
del processo di istituzionalizzazione della formazione superiore in campo
turistico nel nostro paese perché il libro di Nicolò Leotta, che qui presentiamo,
si inserisce a pieno titolo in una stagione di studi specialistici che sta len8
tamente colmando le molte lacune che la letteratura in lingua italiana registra
rispetto a quella francese e anglo-sassone.
Nel 1989, alla pubblicazione di Antropologia del turismo di A. Simonicca,
era evidentissima l'ampiezza di questa sproporzione. Non era da imputare
soltanto al notorio rigore di Simonicca il fatto che, fra le opere italiane, era
possibile annoverare solo il saggio pionieristico di A. Savelli che, a lungo, è
stata l'unica opera non economica, significativa sul piano scientifico.
Il profluvio di opere sul “marketing territoriale”, a dire il vero ben poco
innovative, ha concretamente dimostrato in quali secche era andato a conficcarsi un aziendalismo economicistico del tutto inconcludente. In un paese
che non ha mai tradotto D. Mac Cannell e che ha tradotto J. Urry solo alla
metà degli anni Novanta (ed io so bene quanta fatica c'è voluta per convincere
l'editore), si traducevano manuali statunitensi assolutamente ripetitivi ed a
volte del tutto controproducenti per il mercato italiano.
Oggi, per fortuna la situazione non è più questa e, da cinque anni a questa
parte, abbiamo visto crescere il numero degli studi specialistici. Dagli studi di
storia sociale di A. Brilli, P. Battilani e F. Paloscia, a quelli geografici di C.
Minca, a quelli economici di G. Candela, a quelli sociologici di U. Bernardi,
N. Costa, L. Guiotto, C. Marra, L. Savoja e T. Romita. Non si possono poi
dimenticare le ricerche dirette da non specialisti come G. Amendola, F. Beato,
R. Gubert e F. Martinelli, i quali hanno assegnato un ruolo importante al
turismo per spiegare i loro specifici contesti di ricerca. Siamo, insomma, di
fronte ad un panorama di letteratura specialistica ben più ampio di quello che
era possibile registrare sino a pochi anni fa.
In questo quadro, le contaminazioni fra sociologia urbana e sociologia
visuale, che Leotta ci propone in questo testo, rappresentano un ulteriore contributo che non può che essere visto favorevolmente da chi si è speso maggiormente per accreditare l'interdisciplinarietà intrinseca della “scienza
turistica”.
Se Z. Bauman arriva a dire che la mobilità territoriale è una delle variabili
più significative attraverso cui procede la ridefinizione della cittadinanza nelle
società contemporanee, allora forse non è peregrino lo sforzo di chi si è in
questi anni battuto per una visione del turismo come fenomeno sociale e
culturale a carattere globale, finalmente libero dalle distorsioni economiciste
che sono fra le cause principali del gravissimo ritardo culturale e scientifico
che il nostro paese ha accumulato in questo campo.
Siamo ormai quinti nella graduatoria mondiale e sicuramente possiamo
ancora peggiorare. Ma adesso possiamo dire che disponiamo di un bagaglio
scientifico che comincia ad essere adeguato ad affrontare le sfide che, non
solo il mercato, ma anche i cambiamenti sociali costantemente impongono.
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Veniamo adesso alla vera e propria presentazione di questo Approcci
visuali di turismo urbano che ci propone un percorso di riflessione veramente
originale.
Innanzi tutto il primo tema è quello del turismo urbano che è una categoria che in letteratura non ha avuto sinora lo spazio adeguato.
Abbiamo parlato spesso di località turistica, ed è stato analizzato il
processo sociale che trasforma un sito in una meta turistica.
La letteratura anglo-sassone sulla relazione ospitanti-ospitati ha tutto un
filone di ricerche che approfondisce le caratteristiche della località turistica,
intendendo come tale quella meta che lentamente espelle ogni attività economica e si specializza nell'ospitalità turistica.
La teoria del ciclo di vita e della “curva di carico” rappresentano i principali strumenti interpretativi che questi studi hanno prodotto e adottato.
Più recentemente è iniziata la riflessione sulla categoria di “regione
turistica”, che in sostanza utilizza gli strumenti degli studi sistemici per mettere in luce il processo di specializzazione funzionale per sub-aree che interessa le mete turistiche a più ampia diffusione territoriale.
Conferire centralità nella propria riflessione al turismo urbano vuol dire
modificare sostanzialmente la propria ottica di analisi e mettere a fuoco il
modo specifico in cui lo sviluppo turistico si connette con i processi sociali
caratteristici della modernità, integrandosi con i flussi migratori ed i processi
di urbanizzazione che sono tipici della metropoli moderna.
Rompere la separatezza disciplinare e utilizzare gli strumenti della
sociologia urbana per venire a capo di un fenomeno che è tutto dentro al
processo di metropolitanizzazione, se così si può dire, della vita sociale.
L'analisi dell'area metropolitana romana costituisce forse l'esempio più
specifico di come sviluppo turistico e metropolitanizzazione dello sviluppo
locale fanno un tutt'uno che difficilmente può essere disaggregato.
Un esempio ugualmente calzante, e forse ancor meno intuitivo, è quello
della metropoli padana, che viene a coincidere con il “distretto del piacere”
che A. Bonomi aveva posto sotto ossservazione qualche anno fa.
Tutto ciò viene analizzato attraverso lo strumento della sociologia visuale.
E siamo con questo al secondo elemento di originalità di questo testo.
Si propone di rompere la dominanza della parola per accostarsi a queste
località attraverso un apparato iconografico estremamente variegato e complesso, di grandissimo interesse.
Questo tentativo non è originale in se, vista la ricchezza che la letteratura
sulla sociologia visuale ha acquisito in questi anni, ma rappresenta un'innovazione per gli studi specialistici di cui qui discutiamo. E ciò è partico10
larmente paradossale per un oggetto di studio come il turismo, che si connota
spesso in senso comunicativo e multimediale.
La riflessione che il percorso testuale suggerisce è particolarmente legata
alla cultura iconica delle differenti epoche storiche. Negli ultimi anni si sono
susseguite alcune importanti mostre, da quella sul “Grand Tour” del Palazzo
delle Esposizioni di Roma del 1996, a quella sul vedutismo del Canaletto, all'importante “Imago Urbis” che è stata in mostra ai Musei Capitolini più di
recente. In tutte queste esposizioni d'arte del XVI e XVII secolo si propongono opere che hanno dato un contribuito molto significativo alla costruzione
moderna dello sguardo turistico, ed in particolare a quello che Urry chiama lo
sguardo romantico.
Il “cosa” si guarda e il “come” lo si guarda, viene storicamente indagato e
proposto all'osservazione dei consumatori di arte dell'epoca, proprio nella
stagione in cui il “Grand Tour” romantico si afferma come prima forma storica di turismo moderno.
E' attraverso le immagini, che i primi viaggiatori commissionano ai grandi pittori dell'epoca, che si costruisce quello sguardo che farà diventare mete
turistiche località e monumenti che non erano affatto considerati significativi
e degni di attenzione fino a quel momento storico.
Difficile dire se alla costruzione della categoria storica turismo abbia dato
un contributo maggiore la parola scritta di Goethe o il vedutismo del Canaletto, e la questione posta in questi termini avrebbe ben poco senso.
Quel che certamente possiamo dire è che studiare oggi il turismo utilizzando solo la parola scritta vuol dire in qualche modo impoverire le proprie
possibilità, limitarsi ad una comunicazione ad una sola dimensione, che non è
certamente adeguata all'oggetto di studio che abbiamo di fronte a noi.
“Camera con vista” di E.M. Foster è sicuramente un ottimo saggio di
sociologia del Grand Tour, oltre che, naturalmente, un bellissimo romanzo.
Ma i miei studenti apprezzano molto di più il film che ne ha tratto J. Yvory
negli anni Ottanta (1985) ed imparano molte più cose di quante non ne possa
spiegare io, a parole, in quattro o cinque lezioni.
I lettori di Leotta trarranno anche grande giovamento dallo studio del suo
testo ma impareranno molte più cose dagli itinerari di turismo urbano riportati
nel DVD che è allegato al libro e che si arrichisce dei paesaggi sonori di
Massimo Cavallaro.
I percorsi iconografici raccolti nel supporto multimediale costituiscono
dunque un saggio interdisciplinare di cultura visuale e pratica turistica di città
che con fotografie di autore e atmosfere jazzistiche costituisce una novità che
merita di essere salutata non foss’altro che per il coraggio e per la forza
innovativa.
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Ci sarebbero ancora tante altre cose da aggiungere, ed alcune di queste non
sono del tutto certo che sarebbero di grande interesse per i nostri lettori.
Facciamoci dunque da parte per lasciare parlare l'autore, i percorsi iconografici di turismo urbano e i tappeti musicali che li accompagnano.
Enzo Nocifora
Roma, 30/05/2005
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Introduzione
L’aspetto di una città si può mostrare con
un’immagine o descrivere con le parole:
la prima infatti la raffigura, le altre la descrivono
M. Goodman, 1978
Questo testo accomuna due diversi contesti tematici di ricerca e di pratica:
la cultura visuale ed il turismo di cui raramente è stata esaminata la specifica
interazione, nonostante la copiosa produzione di dibattiti critici e teorici. Il
carattere d’insieme di questo libro, integrando la comunicazione visiva alla
pratica turistica dal “Grand Tour” all’esplorazione della megalopoli padana
del XXI secolo, si pone l’obbiettivo di attraversare i confini di varie discipline che spaziano dalla rappresentazione del territorio al folklore, dalla storia
dell’arte all’architettura, dall’urbanistica alla storia della fotografia.
Un approccio metodologico interdisciplinare di Turismo Urbano e Sociologia Visuale che vuol essere un ulteriore contributo al già ricco dibattito in
corso sulle relazioni tra osservazione visuale e pratica turistica.
La cultura visuale: origini e definizioni
Prima di analizzare i legami tra turismo urbano e produzione dell’immagine, è utile riportare un breve excursus sul termine “cultura visuale” che si
colloca nel contesto accademico della storia dell’arte agli inizi degli anni ’70.
Ed è proprio ad una storica dell’arte, Svetlana Alpers, generalmente attribuito
il merito di aver coniato e diffuso il termine “cultura visuale” per denominare
la produzione delle abilità visuali di una determinata epoca per lo sviluppo del
patrimonio artistico (Evans, Hall, 1999; Walzer, Chaplin, 1997).
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In seguito, durante gli anni ’80 e ’90, numerosi studiosi si interrogarono
sulla centralità dell’“Arte” come fulcro dell’analisi culturale di un patrimonio
artistico e, in luogo di ciò, Nicholas Green proponeva invece un “approccio
interdisciplinare al visuale” (Green, 1990, 4).
Tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000 un numero crescente di esperti orientarono la cultura visuale da un contesto secondario a un campo d’indagine principale inserendo la definizione in ricerche, pubblicazioni, periodici
e titolando nuove riviste come il Visual Culture in Britain (2000-) e il Journal
of Visual Culture (2002-).
Nuova produzione editoriale che, anticipando un crescente interesse per la
cultura visuale come campo di analisi e ricerca, confermava l’approccio multidisciplinare e multimediale della materia, pur mantenendo, tra gli esperti della materia, divergenze e differenze metodologiche di fondo.
Studiosi come Jenks (1995; 2000), Carson e Pajaczkowska, (2000), Sturken e Cartwright (2001), Walzer e Chaplin (1997) applicavano infatti la definizione di “cultura visuale” a tutti gli aspetti iconografici della cultura utilizzando il termine in senso onnicomprensivo per sottolineare l’ampliarsi della
gamma degli oggetti d’indagine al di là delle categorie stabilite delle “belle
arti”. Nei lavori dei citati ricercatori si evidenziava il continuo rimando ad opere d’arte, film, produzioni televisive, video, pubblicità, fotografie, design ed
immagini digitali.
Gli autori, sottolineando inoltre il contributo costruttivo del pubblico nella
produzione di significati, spostavano l’indagine da un singolo oggetto, o corpus di oggetti, alla relazione dinamica tra “eventi” visuali ed i loro fruitori.
Nello stesso periodo altri ricercatori come Mitchell (1995), Rogoff (1998,
2000), Mirzoeff (1999), Evans e Hall (1999), criticando la tassonomia degli
oggetti, argomentavano che il nuovo campo dell’indagine iconografica doveva incentrarsi meno sugli artefatti e più indirizzarsi sulle connessioni fra le varie pratiche culturali nella costruzione del significato. Questi autori delineavano, negli studi culturali degli anni ’90, un’enfasi teoretica sulla “visione”, la
“visualità” e la “svolta visuale”.
Agli inizi del 2000 il campo della cultura visuale comincia ad espandersi
in ambiti meno scontatamente iconografici. Come argomentato da Iris Rogoff
lo scambio intertestuale tra le differenti manifestazioni del visuale non si ferma all’aspetto ottico ma incorpora “le interpretazioni uditive e spaziali e le dinamiche psichiche degli spettatori” (Rogoff, 2000, 28).
Questo, più ampio e contemporaneo, campo d’indagine si presta particolarmente a chiarire alcune attuali pratiche turistiche poiché, non soltanto si analizzano gli oggetti visuali del turismo (dalle cartoline alle immagini pubblicitarie), ma si esamina la più vasta rete di legami tra oggetti e pratiche, aspettative ed esperienze di luoghi reali, paesaggi ed incontri personali. Nuovi
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contributi alla “pluralità di punti di vista” elecanti nell’introduzione al testo
Visual Culture and Tourism (2003) a cura dell’etnografo David Crouch e della storica dell’arte Nina Lübbren. Una pubblicazione che offre una raccolta di
contributi provenienti da molteplici ambiti disciplinari: dalla sociologia alla
geografia, dalla storia dell’arte al cinema, dalla pittura alla fotografia.
Il visivo turistico
La complessità e l’articolazione del “visivo turistico” (Leotta, 2005a) guida verso una elencazione cronologica delle questioni maggiormente meritevoli di attenzione e di riflessione metodologica sulla mobilità territoriale per ragioni turistiche.
Fra la metà degli anni ’70 e la fine degli anni ‘90 una ricca produzione editoriale richiamava l’attenzione sull’uso della pittura e della fotografia nella
pratica turistica con la pubblicazione di tre importanti studi socio-antropologici: The Tourist di Dean MacCannell (1976), Ethnic and Tourism Arts di
Nelson H. Graburn (1978) e infine The Tourist Gaze di John Urry (1990).
Dean MacCannel, fondatore della sociologia scientifica del turismo, ha
sostenuto che lo spettacolo, la rappresentazione, l’allestimento scenico, sono
centrale nei rituali del turismo moderno. Il concetto di ‘rappresentazione’
(dell’autenticità) è mutuato da Erving Goffman (1969) e quindi non è collegato direttamente al ruolo della fotografia nella creazione di un luogo, di un sito,
di un paesaggio. Al sociologo americano interessa soprattutto dimostrare che
il turista è un collezionista di simboli attraverso i quali un bene culturale, ma
anche una semplice pratica della vita quotidiana, viene trasceso e diventa un
must, da usufurire assolutamente da parte del viaggiatore moderno. Il turista è
il “pellegrino della modernità” poiché venera gli oggetti del suo sguardo in
quanto essi rappresentano l’eccezionale, ciò che è fuori dall’ordinario, dalla
quotidianetà. Dunque, per MacCannell, lo spettacolo visuale risulta centrale
nei rituali del turismo moderno sostenendo con decisione il riconoscimento
della valenza delle località turistiche come depositarie dell’autenticità, dove le
persone possono “sentire” le loro vite autenticate.
“Basando le sue argomentazioni sull’interpretazione del turismo come sightseeing
(visita guidata), MacCannell dimostra che il bagaglio della cultura visuale è confezionato per fornire al turista quanto viene percepito come autentico anche quando si tratti
di una autenticità messa in scena mediante una abile manipolazione di manufatti e segni. Effettivamente, i manufatti, anche quelli costruiti, divengono elementi del turismo privilegiati come indicatori (markers). Lo studioso parla di riconoscimento organizzato: i visitatori (sightseers) hanno la capacità di riconoscere i segni trasformandoli
nei loro indicatori” (Crouch, Lübbren, 2003, 4).
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Ed è proprio all’immagine commercializzata che generalmente è affidata la
«riproduzione meccanica» di simboli e indicatori, una fase specifica della celebrazione del riconoscimento organizzato del magico e dello straordinario,
come, per esempio, accade nel caso della produzione iconografica della tradizione religiosa.
Questo ultimo riferimento alla produzione di simboli e indicatori in contesti turistici rimanda ad un altro importante ambito degli studi scientifici sul
turismo: l’antropologia culturale. La pubblicazione del socio-antropologo
Graburn tratta le ‘arti turistiche’ dei Paesi in Via di Sviluppo (PVS) argomentando che esse possono reinventare l’artigianato locale poichè la domanda turistica di oggetti può evitare la sparizione di artigiani superati dalla produzione in serie tipica dell’industria di massa. Allo studioso interessa contestare
l’idea corrente che ovunque arrivi il turismo si ha conseguente e automatica
perversione delle culture locali e l’avvento del “cattivo gusto”. Se si ha decadenza dell’artigianato non è colpa dei turisti che, invece, in determinate situazioni, ma non in tutte, mostrano competenza, per cui spendono di più per prodotti tipici anche se sono stati reinventati per loro e non più per i locali. Questo tipo di produzione, cresciuta all’interno di una economia turistica e talvolta definita ironicamente “arte d’aeroporto”, “arte da turisti”, “souvenir art”,
indirizzava l’indagine antropologica tradizionale verso un generale riconoscimento dei modi in cui le cosiddette comunità “tradizionali” venivano coinvolte nei meccanismi della modernità e del post-colonialismo (Smith, 1975;
Graburn, 1976, 1983; Jules-Rosette, 1984; Evans-Pritchard, 1989; Phillips,
1995; Phillips, Steiner, 1999).
A conclusione di questi due percorsi di analisi e ricerca è utile precisare
che sia MacCannel che Graburn dimostrano che le immagini dei luoghi e dei
prodotti sono socialmente costruite, evidenziando l’attività simbolica del turista come cercatore di un’autenticità sempre rappresentata (MacCannell) e
quella della popolazione locale che può essere attiva nel reinventare l’immagine e le funzioni dei prodotti culturali da essa creati (Graburn).
Un terzo ambito è riconducibile a John Urry il sociologo che, cronologicamente, ha teorizzato sullo ‘sguardo turistico’(1990, 1995), inaugurando un
filone che si è via via sviluppato nel corso degli anni ‘90. Per lo studioso di
sociologia del turismo la funzione rappresentativa dello sguardo risulta fondante per le aspettative, le esperienze e i ricordi del turista.
Nell’esercizio del visivo turistico la funzione del linguaggio pittorico, secondo Urry, sottintende un potere della cultura iconografica in relazione
all’osservatore attraverso la sua “padronanza della scena”.
Nel caso della produzione fotografica essa diventa una forma di cultura
dell’immagine costruita ad arte con il potere di trasmettere e riprodurre
16
l’egemonia del visuale. Paradossalmente, la fotografia è giunta a produrre
quanto Urry definisce “segni mobili” che costituiscono la cultura visuale alla
fine del XX secolo (Urry, 2000).
Urry distingue in modo piuttosto rigido ma efficace lo “sguardo romantico” dallo “sguardo collettivo”, facendo corrispondere a ciascuno un contesto
storico-sociale e uno stile di vita. Lo “sguardo romantico” enfatizza il viaggio
solitario, la solitudine, la privacy e la soggettività semi-spirituale della relazione con gli oggetti a cui è rivolto lo sguardo. La presenza nell’area di destinazione di altri soggetti distrae il viaggiatore solitario dalla “corretta” esperienza turistica. Ovviamente, il contesto di riferimento è l’età Romantica e
Urry argomenta come l’emotività dello sguardo si trasforma in attività che “apre” la storia del turismo di massa. Lo “sguardo collettivo” si sofferma sulla
convivialità: gli altri, soprattutto gli stessi turisti, e non le popolazioni locali,
sono necessari per creare l’atmosfera giusta. I luoghi diventano shopping
communities. Le attività ricreative sono rivolte e praticate dalle masse. Il contesto è quello della società dei consumi, il periodo quello del secondo dopoguerra e degli anni Sessanta del Novecento (le cartoline illustratre raffigurano
spiagge popolate da bagnanti, costellatte da ombrelloni, colorati in modo da
distinguere uno stabilimento balneare dall’altro).
Dopo il determinate contributo di Urry sullo “sguardo del turista” il dibattito accademico si è spostato più sugli studi empirici che, riportati sulle riviste
internazionali, si occupano principalmente di immagini turistiche e tecniche di
rpresa fotografiche.
A questo proposito è utile rimandare alla “Kodakizzazione” del turismo
che comprende i luoghi chiaramente segnalati per la posizione, la direzione
della vista panoramica, persino la cornice in un circuito di cultura visuale.
“Senza le restrizioni delle pause prolungate del pittore e delle prime tecniche fotografiche, la fotografia accompagna e registra la mobilità contemporanea o per lo meno
molteplici punti di riferimento. Sulla scia di MacCannell e Urry molti degli studiosi
d’arte e di fotografia hanno condiviso il ruolo cruciale e formativo delle immagini
nelle pratiche del turismo”(Crouch, Lübbren, 2003, 4).
Come scrive Peter Burke, sviluppando le tematiche trattate dal critico culturale tedesco Siegfried Kracauer negli anni ’20, la storia culturale è la storia
dell’immaginario sociale.
Il turista non reagisce necessariamente alla realtà economico-sociale; la reazione è forte per le immagini in circolazione sulla destinazione turistica di
suo interesse (Pocock, 1982) .
Il libro del sociologo Rob Shields, Places on the Margin (1991), fornisce
una definizione altrettanto potente, anche se meno nota, sul ruolo cruciale delle immagini nella rappresentazione dell’esperienza turistica integrando gli
17
studi di Urry. Shields nel suo scritto argomenta che le percezioni che le persone hanno di determinati luoghi sono influenzate da ciò che definisce “miti del
luogo”. Il concetto viene ripreso dalla Lübbren e Crouch specificando che:
“si tratta dell’insieme formato dall’immagine del luogo, cioè gli stereotipi ed i cliché associati ad una particolare località ed in circolazione all’interno di una data società. Questi miti non devono necessariamente corrispondere alle reali condizioni del
luogo; devono la loro stabilità, la loro diffusione ed il loro impatto alla ripetizione ed
alla divulgazione ad ampio raggio. Anche se Shields esamina le illustrazioni solo incidentalmente, sembrerebbe che gli elementi visuali possano costituire componenti
fondamentali per la creazione di un mito locale (Lübbren, 2001). Un’immagine può
evocare una particolare associazione o categoria di luogo se lo incarna in maniera potentemente sinedottica ed iconica. In altre parole l’immagine può riassumere un intero
luogo, una regione, una struttura conosciuta rappresentandone solo un frammento (un
albero di palma o un indigeno in costume). L’immagine può anche rivolgersi direttamente a chi la guarda in virtù di un linguaggio visuale implicito. La grande maggioranza delle immagini turistiche di solito non è costituita da dipinti o da altri oggetti di
«arte alta», ma da fuggevoli tracce di pubblicità, scambi commerciali o souvenir per
uso personale” (Crouch, Lübbren, 2003, 5).
Come già indicato da MacCannell i turisti viaggiano per raccogliere immagini, sia oggettive e materiali (cartoline, istantanee, video) sia soggettive ed
immateriali (speranze, sogni, visioni).
Tuttavia si dovrebbe sottolineare che, nonostante il crescente interesse per
i legami tra turismo ed immagini, permane una tendenza a sottovalutare il turismo anche tra quegli studiosi che hanno dedicato tanta attenzione al fenomeno.
John Taylor nel suo testo A Dream of England: Landscape Photography
and the Tourists Imagination, riporta la seguente analisi sul rapporto fra turismo e fotografia del paesaggio, dividendo:
“gli individui tra «viaggiatori» (che osservano contemplativamente quanto li circonda), «turisti» (che accumulano occhiate superficiali) e «gitanti» (che vedono tutto
a sprazzi, spizzichi e bocconi)” (Taylor, 1994, 14).
Lo storico letterario James Buzard nel libro The Bealten Track: European
Tourism, Literature, and the Ways to Culture, sostiene che la posizione discriminatoria verso i turisti sia nata con il turismo; in realtà, quanto Buzard
definisce “anti-turismo” è semplicemente un altro aspetto del complesso sviluppo del turismo e soggetto alle medesime modifiche, agli stessi rituali e gerarchie del “turismo” (Buzard, 1993).
18
In questi studi si riscontra, tuttavia, una gerarchia introdotta dai critici: il
“viaggiatore logocentrico” viene considerato, in qualche modo, superiore al
“turista oculocentrico” (Costa in Leotta, 2005a).
La contrapposizione tra logocentrimo e oculocentrimo, oggettività e soggettività, razionalità ed emotività nella storia del turismo si accorda con la tradizione occidentale che dà centralità alla mente, al logos, rispetto all’occhio.
Gli ecclesiastici, che sapevano leggere e parlare, definirono le cattedrali “Bibbia dei poveri” proprio per sottolineare che i ceti deprivati culturalmente erano costretti ad usare l’occhio per cercar di comprendere la Parola di Dio, non
essendo in grado di leggere il testo sacro (Costa in Leotta, 2004).
In genere, per “emotivo” bisogna intendere probabilmente gli inizi della
moderna divulgazione scientifica (sospettata dai critici di involgarimento del
sapere) in cui le immagini prevalgono sulle parole perché sono giudicate più
suggestive, ma anche la concezione del libro-passatempo: leggere dei romanzi
sotto l’ombrellone è una conseguenza dell’oculocentrismo perché la lettura
non fa comprendere il luogo, è inserita all’interno di un’attività visiva e ludica; il rapporto emotivo con la spiaggia, il mare, il sole, con “l’atmosfera” e
non con il senso profondo del luogo penetrato con la “mente del viaggiatore”
(Costa in Leotta, 2004).
In termini di ricostruzione mitica dell’identità occidentale, Ulisse, l’uomo
intelligente che inventò lo stratagemma per espugnare Troia, considerato il
simbolo del «viaggio intelligente», è uno dei personaggi storici utilizzati per
produrre miti nel turismo (Selwyn, 1996) .
Il «fatto sociale» che spiega il rimpianto del viaggiatore, non è l’ideale illuministico, che costituisce una mera esibizione di erudizione, ma una struttura cognitiva, un pensiero divenuto potere culturale che discrimina tra Alto e
Basso. Nella storia occidentale le èlite della conoscenza danno più importanza
al racconto fatto di parole che alle rappresentazioni visive, apprezzate comunque se funzionali ad un discorso razionale, al logos” (Costa in Leotta, 2004).
La cultura visuale e la rappresentazione del paesaggio
La cultura visuale si consuma negli spazi e la riflessione geografica è una
componente importante per la comprensione della fruizione/confronto con la
produzione di immagini. Il turismo è stato frequentemente rappresentato e teorizzato come un viaggio: un viaggio attraverso luoghi, identità ed esperienze
(De Burlo, Hollinshead, 2002).
Nell’esplorare queste differenti dimensioni è stata messa in risalto l’esperienza visiva che è parte delle numerose sfaccettature che coinvolgono il turi19
smo, sia in senso materiale che metaforico. Materialmente, la rappresentazione visiva del turismo è significativamente fisica, prende in esame lo spazio
soffermandosi su alcune località “concrete” in particolare. Metaforicamente,
la cultura visuale può organizzare le idee e i desideri dell’esperienza turistica,
ed i luoghi particolarmente fantasticati (Crouch, Lübbren, 2003).
Tuttavia, come sostiene Bender, la visione è ben lontana dal “realismo”: la
cultura visuale, lungi dall’essere una chiara riproduzione della realtà, è al contrario quanto mai problematica (Bender, 1993).
“Come veniamo a constatare in un’ottica turistica le sue implicazioni visuali, così
come i riscontri nella pratica, non sono così evidenti. Similmente, lo spazio non è lineare nel suo rapporto con l’individuo come turista. Ci si può imbattere nella cultura
visuale del turismo attraverso una vasta gamma di mezzi di comunicazione, tra cui la
pubblicità, la rappresentazione del luogo e la sua collocazione, i riferimenti pittorici
fotografici e la caratterizzazione negli opuscoli di viaggio. Modalità del turismo comprendono il Grand Tour, Blackpool ed il Taj Mahal, il trekking ed il pacchetto tutto
compreso, il rafting per le cascate, i parchi a tema, i viaggi in pullman, le riserve naturali, gli alberghi, le spiagge. Il turismo è comunemente inteso come «esserci» (being
there). Potremmo complicarlo rendendolo un «trovarsi» (being where), geograficamente e soggettivamente, sottolineando il significato della costruzione e della costituzione dello spazio nell’esperienza” (Lübbren, Crouch, 2003, 6).
L’interazione tra produzione iconografica e turismo è stata presentata come un presupposto dell’identità culturale contemporanea (Lash, Urry, 1994;
Rojek, Urry, 1997).
Nella scheda che segue gli studiosi Crounch e Lübbren riassumono quanto
la cultura visuale influisce sul turismo per quanto riguarda la sua organizzazione, la sua costituzione e pratica.
Si indica il ruolo del turismo nella cultura visuale e del potere della produzione iconografica. Quanto è importante il turismo nello sviluppo della cultura
visuale, e al contrario quanto è importante la cultura visuale nello sviluppo del
turismo?
“L’attenzione è concentrata sulla dinamica del turismo e della cultura visuale nel
mondo contemporaneo; tra le questioni fondamentali troviamo le seguenti:
•
•
•
La cultura visuale inventa, reinventa spazi/luoghi ed esperienze del turismo, o è
una risorsa in un processo più complesso?
La cultura visuale tende ad interpretare i luoghi, presentandoli già pronti per
l’animazione turistica?
Come viene coinvolta la cultura visuale nella dinamica seguita dal turista nei suoi
consumi e nelle sue attività? Chi struttura la cultura visuale del turismo?
20
•
Il commercio, la televisione, la letteratura, la pittura e la pubblicità forniscono
trame interpretative disponibili all’uso del turista?
Il turismo è il frutto del connubio tra affari e istituzioni culturali che attingono alla
cultura visuale ed alla sua ricerca” (Crouch, Lübbren, 2003, 6).
Nelle ricerche degli ultimi anni è stato osservato che nel processo di consumo, il turista valorizza le cose e gli oggetti e dopo l’acquisto attribuisce loro
valore in un processo di coinvolgimento attivo. Attraverso questi passaggi,
alcune cose sembrano importanti più che oggettivamente, per un loro potere
intrinseco separato dall’uso.
Nel turismo, sostengono la Lübbren e Crouch, quest’atteggiamento svuota
parzialmente il momento dell’esperienza sia prima che dopo il suo verificarsi.
Inoltre il consumo visuale avviene di pari passo ed insieme a numerosi altri
aspetti dell’esperienza.
“Questa più ampia prospettiva del processo rende difficile il progresso della cultura visuale. L’uso del turismo avviene nella complessità temporale e secondo modalità
di approccio. La visione avviene nel contempo o attraverso contatti multisensoriali
che scaturiscono dall’esperienza più che dall’isolamento. La visione non si realizza
«da sola». Darle priorità significa idealizzarla. Inoltre, la visione non prefigura.
L’individuo incontra il mondo mentre agisce ed attinge nel corso del processo a numerosi contesti. Il materiale visuale è parte delle risorse a disposizione dell’individuo.
Determinate immagini visuali possono contenere aspetti dell’esperienza, ma non anticiparli. Le persone possono invece includere il materiale visuale - dipinti, fotografie,
immagini a distanza, opuscoli - assieme agli altri elementi contestuali nel processo di
rielaborazione (refiguring) (Crouch, Matless, 1996; Crouch, 2001). Risulta centrale
stabilire fino a che punto la cultura visuale costituisca informazione o conoscenza per
il turista. Da una parte, le culture visuali nel turismo possono essere considerate sia
rappresentazioni contestualizzanti (come nella pittura ad esempio), destinazioni prioritarie che indirizzano e suggeriscono spunti di osservazione e forniscono punti di partenza. Dall’altra, la cultura visuale può coincidere con il «sito/luogo» stesso, come nei
Musei Guggenheim di New York e Bilbao, come a Little Bighorn o ad una cerimonia
di Bali” (Crouch, Lübbren, 2003, 7).
Strategie di comunicazione e turismo
A questo punto, dopo una breve riflessione sugli aspetti teorici ed analitici
concernente il binomio cultura visuale e turismo, risulta utile soffermarsi sui
21
canali di comunicazione e come la società si rapporta nel tempo alla produzione di immagini turistiche.
Jean Baudrillard nel testo Per una critica dell’economia politica del segno
(1975) sosteneva l’importanza delle “strategie del desiderio” attraverso le
quali i bisogni dei consumatori - come i turisti - sono messi in circolo ed il loro interesse crescente catturato in un processo di consumo continuo. Queste
strategie, secondo l’autore, consistevano in quei segni che trasmettono il valore dei prodotti nel processo di seduzione.
Nel caso specifico del turismo questi segni possono essere manifesti, documentari, oggetti d’arte così come gli stessi luoghi il cui potere aumenta e
diviene capillare con l’uso di diverse strategie di comunicazione. Se ne deduce che il potere dei segni si sposta dagli stessi oggetti alla loro circolazione in
rappresentazioni visive, con pieno apprezzamento dovuto alla loro valenza iconografica ed al loro valore rappresentativo del desiderio.
“Il turismo è spesso presentato come un processo di seduzione (Rojek, 1995). La
gente è attratta dai viaggi, affascinata da determinate culture, siti e panorami del mondo tramite la cultura visuale, le agenzie dell’industria turistica ed i loro numerosi
complici – scrittori, registi, agenzie pubblicitarie e governi. Il desiderio nasce e si sviluppa in questo processo. Lo spazio ed il suo uso/contenuto culturale ed il contesto
possono essere utilizzati per catturare il desiderio. Come i corpi, lo spazio è pervaso
di significato ed entrambe le rappresentazioni entrano prepotentemente in gioco nella
cultura visuale del turismo e sono sicuramente collegate (Game, 1991). Gli spazi possono acquisire significato con la raffigurazione e la rappresentazione visuale del corpo
– disteso sulla spiaggia come simbolo di cosa si fa e di come ci si sente da turista; similmente i corpi possono essere significativi in relazione ai luoghi, come nella cultura
dei Club di Ibiza” (Crouch, Lübbren 2003, 8).
I singoli individui ricercano simboli e potere come parte del loro fare turismo, osservano gli oggetti che ricevono secondo i segni, guardandone il significato, mantenendo le distanze da un approccio viscerale ed emotivo. La cultura visuale è preponderante nel processo e lo sguardo è una componente famigliare all’analisi del turismo (Urry, 1990, 2002).
“Il potere dello sguardo nella geografia e sociologia turistica ha a che fare con il
coinvolgimento del turista in veste di osservatore distaccato che consuma i segni e dà
loro importanza prioritaria. La cultura visuale dei siti stessi è parte di questo significativo materiale. In applicazione della teoria di Foucault sullo sguardo, i produttori di
siti come località storiche o a tema usano la cultura visuale attingendo a luoghi comuni di diversa matrice culturale per costruire la visione turistica” (Crouch, Lübbren,
2003, 8).
22
Il turista è partecipe dello sguardo fornito e su questo stimolo prosegue
nella organizzazione dello spazio della cultura e dello spettacolo. Persino il
testo scritto imita il contenuto visuale (e questa combinazione accompagna di
frequente il materiale turistico):
“Il linguaggio delle vedute e dei panorami presupponeva una certa struttura visuale dell’esperienza. La adeguatezza del sito era espressa dal processo del guardarlo,
assimilarlo ed esplorarlo con gli occhi” (Green, 1990, 88).
Ci troviamo di fronte a conseguenze critiche per l’esercizio del potere dello sguardo, attraverso il visuale, sui luoghi e sulle culture ad essi correlate. La
cultura iconografica viene chiamata in causa per la sua possibilità di dominio
temporaneo dato che:
“il turismo presuppone lo scambio finanziario per la proprietà visuale transitoria
che i visitatori possono acquisire con il temporaneo diritto di proprietà sui luoghi lontani da casa” (Lash, Urry, 1994, 271).
Inoltre, la produzione di immagini, coinvolta in questo processo di costruzione del turismo può essere spogliata del suo significato originario di “aura”
(dall’artista, dal fotografo) e rappresentata in modo completamente differente
come socialmente (ri)prodotta (Benjamin, 1973; Urry, 1990).
Tuttavia, investita dall’autorità dell’industria turistica, la cultura visuale
può essere utilizzata per affermare il potere sul turista come parte di una gestione finalizzata della cultura contemporanea, esercitata dai mediatori culturali.
“Sia per MacCannell che per Urry l’uso della cultura visuale nel turismo non soltanto è interessante, ma chiede di essere parte dei processi culturali del turismo e della
formazione dell’identità nella società contemporanea. I turisti, così come coloro che
osservano, restano vittime di questo regime scopico. Seguendo le teorie di Baudrillard
sulla costruzione del desiderio, ciò potrebbe suggerire che le persone reagiscano alla
loro esistenza attraverso la seduzione visiva fornita loro, secondo regole precostituite.
Per Lash e Urry, questo «far uso» dei segni «esterni» diviene il fulcro di una riflessione sulla stessa vita dell’individuo. Gli autori sostengono che si tratti di un processo di
riflessione estetica - autointerpretazione ed interpretazione dello scenario sociale stimolato da pratiche intensamente esteriori esemplificate da siti turistici a tema in cui il
design degli stessi e dei panorami può aiutare il gioco con i miti locali e con le proprie
identità (Lash, Urry, 1994). Lash e Urry ci portano oltre la seduzione del segno di
Baudrillard, per concentrarsi sulla comprensione individuale di materiale visuale tra
altri materiali in un processo attivo. Però non ci conducono al di là di un mondo «fermo» ad uno specifico accesso alla cultura visuale, lo sguardo standard. Cohen e Tylor
(1992) argomentano a favore di una esperienza del turismo molto più centrata sul
23
soggetto, meno dipendente da una particolare costruzione della cultura visuale, in un
senso quotidiano del fare, dell’organizzare, del modificare ed adattare. Come Willis
(1990; Fiske 1989), Lash e Urry identificano il materiale culturale, non ultima la cultura visuale, con delle risorse il cui uso può sovvertire e ristrutturare significati precostituiti” (Crouch, Lübbren, 2003, 10).
La percezione del binomio turismo e cultura visuale può dunque essere
considerata una complessa pratica di soggettività. Si potrebbe sostenere che le
persone pratichino e “agiscano” i luoghi e le loro vite. I siti e la produzione di
immagini del turismo sono vissuti, giocati, ansiosamente, incontrati in una autocostruzione dell’essere turista.
“Non soltanto consumatori della cultura visuale disponibile, i turisti producono la
loro, esemplificata nelle loro fotografie (Crashaw, Urry, 1997). Questo materiale può
non rispondere alla cultura visuale esistente. Mike Crang afferma che le fotografie
possono essere prodotte dall’esperienza individuale, non seguendo rappresentazioni
precostituite (Crang, 1997). Per Crang le stesse fotografie vengono trasformate da
semplici manufatti visuali ad oggetti fatti di soggettività che trasmettono con la loro
diffusione come scatti di viaggio. Così si potrebbe dire che la cultura visuale può essere parte di un reciproco fecondo incontro in una molteplice circolazione di manufatti e pratiche. Attraverso le discipline, c’è una tendenza ad integrare soggetti come
comprimari piuttosto che attori in strutture precostituite di significato, per problematizzare il potere dei contesti particolari, solitamente istituzionali, usando le cosiddette
teorie «non rappresentative» (Thrift, 1996). A ciò ha fatto seguito un rinnovato interesse per la nozione di desiderio: esperienza soggettiva emotiva e fisica di comprensione di materiale visuale attraverso un coinvolgimento fisico e corporeo: dando un
senso alla cultura visuale con il contatto con luoghi, siti e vedute «con i piedi ben
piantati a terra», anziché con i soli occhi (Game, 1991). Il turismo diviene un prezioso
crisma attraverso il quale considerare questi sviluppi concettuali, mantenendo l’attenzione centrata sul turista. L’incontro con l’acqua e la roccia in velocità del rafting
diventa ben più di quanto suggerisca il poster turistico (Cloke, Perkins, 1998). Inoltre,
l’osservazione da un sito turistico è sempre più trascurata e l’attenzione spostata sulla
mobilità turistica considerata un fenomeno più complesso, quindi alla macchina e al
treno (Urry, 1990). La televisione ci fa ripensare ancora una volta queste pratiche
(Urry, 1990). Le rappresentazioni diventano malleabili e possono essere modificate
dalla pratica, acquistando un nuovo significato” (Crouch, Lübbren, 2003, 11).
La cultura visuale può divenire significativa se elaborata attraverso un processo di pratica e di rielaborazione dell’oggetto finito o “completato” che costituisce una risorsa attraverso la quale le identità possono praticare e riscoprire proprie metafore. La cultura visuale del turismo è fluida e può configurarsi
come una semiotica soggettiva e materialista (Game, 1991; Crouch, 2001).
Sia il turismo che la rappresentazione iconografica possono essere considerati
24
processi di conoscenza, di esperienza e di identità, ed esempi di divenire individuale più che di semplice essere (Ingold, 2000).
Secondo Ingold, le persone non solo abitano lo spazio, il paesaggio o le
immagini, ma vivono in relazione ad essi in un processo di divenire dell’essere turista. Il Sé e l’oggetto sono continuamente rielaborati nell’incontro e
nell’azione del viaggiare.
L’individuo incontra il mondo multi-sensorialmente e multi-dimensionalmente. Un incontro corporeo non è soltanto la somma dei sensi.
Il turista è espressivo e ciò costituisce un utile orientamento per riconsiderare le relazioni tra tatto, gestualità, visione ed altri canali sensoriali mobilitati
in “sentimenti d’azione” (Merleau-Ponty, 1962; Harre, 1993; Radley, 1995).
“Inoltre, la produzione di cultura visuale è in parte un processo di viaggio, che
comprende esplorazione, immaginazione ed esercizio e pratica di identità (Matless,
1992; Crouch, Toogood, 1999). L’artista, ad esempio, può essere impegnato in un
percorso che è ben più di una semplice azione visuale. Nell’arte di Peter Lanyon, ad
esempio, immagini visuali sono costruite e formate camminando, girando, piegando e
coinvolgendo luoghi, utilizzando nel processo la sua consapevolezza di altre culture
visuali, in particolare dei dipinti e dei manufatti locali (Crouch, Toogood, 1999).
Similmente la produzione del turismo è in parte un processo di incontro con lo
spazio, il paesaggio e le sue culture visuali di rappresentazione. Essere un turista significa produrre e non solo consumare, paesaggio, luogo e materiale visuale (Crouch,
1999; Edensor, 1998; 2001). La tipologia degli atti e l’espressione corporea assunta in
relazione ad un oggetto lo colorano con le caratteristiche dell’agente e della sua relazione con lo spazio. L’aspetto espressivo e poetico di tanta cultura visuale offre un
potenziale reciproco incontro con il turista nel momento in cui si affronta il terreno
poetico (Birkenland, 1999). Fotografie ed altri elementi culturali tangibili sono frammenti dell’incontro personale del turista con la cultura visuale” (Crouch, Lübbren,
2003, 12).
La cultura visuale del turismo non si esplica su una tabula rasa ma è rintracciabile in un processo più ampio in combinazione con altre componenti.
Ciò significa flirtare con lo spazio, flirtare con la cultura visuale piuttosto che
esserne semplicemente sedotti (Crouch, 2002).
In conclusione, condividendo la convinzione sociologica di John Urry
(Rojek, Urry, Crawshaw, Urry, 1997) che l’esperienza turistica è prevalentemente, ma non esclusivamente, visiva, si investigherà, nei quattro itinerari riportati nel presente volume, l’intreccio tra immagine e turismo urbano ricostruendone visioni, senso e significati nel tentativo di arricchire e migliorare
gli strumenti teorici e metodologici della sociologia del turismo.
Itinerari turistici: il tempo del viaggio, il tempo dello sguardo
25
Il turista nell’esperienza del viaggiare produce la propria cultura visuale di
popoli e luoghi e i modi in cui la produzione iconografica e l’“essere turista”
interagiscono suggeriscono ambiti di ricerca multidisciplinari sul tempo del
viaggio e sul tempo dello sguardo. Nel ricostruire i quattro itinerari di turismo
urbano, dal “Grand Tour” classico ai paesaggi della megalopoli padana,
l’autore ha prediletto una strategia interdisciplinare di approcci visuali dal taglio storico al fine di ricostruire le diverse pratiche e tecniche rappresentative
del paesaggio, delle città, delle metropoli.
La scelta di un intreccio cronologico tra pratica del viaggiare e cultura visuale prende tradizionalmente forma con la stesura di un dizionario iconografico di luoghi topici e rappresentazioni realistiche del paesaggio urbano del
Bel Paese cronologicamente legato al secolo dell’Illuminismo e all’uso della
“camera oscura”.
Le descrizioni e le raffigurazioni legate alle bellezze architettoniche e alle
forme sociali della penisola italica sono state elaborate, nell’arco dei secoli
XVIII e XIX, da una folta schiera di letterati, scienziati, diplomatici che, accostando ai loro resoconti di viaggio una copiosa produzione di disegni, incisioni e fotografie, diedero vita ad un mosaico di stereotipi e topoi visivi così
forti da permanere nella produzione iconografica del Novecento e collocarsi
come i pionieri della visualizzazione turistica urbana (Fusco, 1982).
A testimoniare il forte sodalizio avvenuto fra la letteratura di viaggio e i
diversi linguaggi iconografici, basti ricordare la ricca produzione di diari e
vademecum codificati dalla lunga tradizione del Grand Tour che, già dalla
metà del secolo XVIII, aveva definito alcuni scenari dell’habitat urbano luoghi topici di “turisticità” con lo scopo di inventariare, catalogare e rappresentare monumenti, opere d’arte, costumi locali (Briganti, 1966; De Seta, 1996).
Gran parte dell’iconografia di siti e luoghi che guidano i percorsi del Tour
d’Italie è prodotta per un pubblico straniero e risponde a esigenze diverse:
dalla documentazione archeologica, agli itinerari paesaggistici, ai costumi locali e molta della produzione delle guide visuali dell’epoca è frutto
dell’esperienza di viaggiatori, tutor, borghesi che desiderando arricchire la
propria cultura classica e romantica affiancarono vedutisti, pittori, fotografi
(Dubbini, 1994).
I repertori narrativo/iconografici dei Voyages pittoresques con le ricche
analisi testuali e le rigorose metodologie prospettiche, stimolate anche dalla
crescente richiesta di reportage illustrati sulle città italiane, concretizzano
quella imagerie urbana di metà Ottocento che indirizza la tradizione vedutistica pittorica di tipo commemorativo verso la rappresentazione meccanicofotografica di genere descrittivo (De Seta, 1982).
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In questo clima di contaminazione tra pittura prospettica e fotografia documentaria si evidenzia il passaggio da un codice artistico ad una visione più
tecnica dei panorami cittadini che, affermandosi nelle guide turistiche del
tempo, pone l’accento su un’elaborazione descrittiva e sulla ricerca della veridicità dell’immagine urbana (De Paz, 1987).
Nell’editoria di viaggio all’apice dell’età romantica, parallelamente ai resoconti e agli itinerari di viaggio, ogni dagherrotipo, calotipo o fotografia diviene documento registrando con immediatezza e precisione il reale anche se,
nella composizione dell’immagine turistica, si rinuncia all’armonia e alla bellezza del segno, al ricco ventaglio di tonalità sfumate, agli studiati effetti
d’ombra, in favore della verità temporale dell’oggetto contestualizzato ormai
in una dimensione attiva, dinamica, sociale (Freund, 1976).
Nella primissima documentazione descrittiva di luoghi topici e pittoreschi
del paesaggio urbano italiano, avvenuta con la nuova tecnica di ripresa fotografica, le vedute frontali di monumenti, le inquadrature d’angolo di palazzi
d’epoca con relativo abbassamento delle linee d’orizzonte, la progressiva articolazione dei piani ambientali delle Esposizioni Universali, riprende ancora
le tecniche pittoriche del vedutismo settecentesco, anche se il nuovo modello
di rappresentazione visiva “segna” definitivamente il vivere sociale e la concezione moderna della città (Miraglia, 1977).
Scelte di campo fatte proprie dall’editoria del viaggiare che, mettendo insieme osservazione visuale e narrazione letteraria, avrebbe affinato quello
sguardo del turista, che nella definizione di topoi urbani e folklore, codificava
i connotati della turisticità di un “luogo” con la cartolina illustrata di fine Ottocento (Di Mauro, 1982; Zannier, 1999).
Ottica questa, sempre presente nella produzione iconografica dell’immagine turistica di reportage delle città italiche che, affinando quel delicato rapporto tra committenza, produzione, distribuzione, aveva come obbiettivo principale di restituire agli oggetti e ai soggetti rappresentati spessore storico ed
identità sociale (Grazioli, 1998; Simonicca, 2001).
Ed è proprio in questo clima di riproduzione meccanica del mondo che a
metà del XIX secolo un vasto campo di lavoro si apre alla fotografia come
strumento di scomposizione e di indagine del tessuto urbano. Il medium fotografico fissando la composizione della città nei minimi particolari, funzionava
come strumento di documentazione di forme architettoniche ed espressioni
culturali mettendo a fuoco meccanismi sociali e panorami architettonici che
l’occhio umano non sarebbe stato in grado di leggere.
Lo straordinario carattere “rivelatore” della fotografia e la sua capacità di
penetrare la realtà viene dispiegato ne L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin che recita: la natura che parla alla
macchina fotografica é (…) una natura diversa da quella che parla all'occhio
27
dato che al posto di uno spazio elaborato consapevolmente dall'uomo, c'è uno
spazio elaborato incosciamente e che l'uomo solo attraverso il medium fotografico scopre questo inconscio ottico, come, attraverso la psicanalisi, l'incoscio istintivo (l966, 62).
Infatti le caratteristiche tecniche della camera obscura permettono di raccogliere ogni minimo particolare dello “spazio sociale” prescelto e di registrare assai di più di quanto lo stesso fotografo vede al momento dell’esposizione
della pellicola alla luce (Curry, Clarke, 1983).
Le osservazioni di W. Benjamin indicano come lo sguardo fotografico possa diventare uno strumento efficace nello svelare, con un processo di scomposizione e ricomposizione dell’inconscio tecnologico visivo, il linguaggio muto
della cultura architettonica di una città, i nessi tra luoghi e territorio, strutture
e rappresentazioni di realtà sociali inizialmente sconosciute e quindi apparentemente disorganiche. La fotografia svolge in questo caso una funzione “analitica” e raccogliendo dati visivi su dati visivi ricompone un sistema di segni
utili ad interpretare le strutture più profonde di una data società e del relativo
ambiente urbano (Barthes, 1980).
Se tutto ciò è vero, allora dovremmo chiederci quanto lo sguardo iconografico è prezioso per la valenza turistica di un luogo, svelandone le strutture più
profonde, annotando le rappresentazioni mitiche, analizzando il rapporto con
lo spazio, ed esaltando il tempo quotidiano e quello metastorico (Wagner,
1979).
Alla acquisizione del senso del mondo la fotografia ha dato importanti
contributi e nel corso del suo secolo e mezzo di vita ha individuato e fissato
paesaggi, ha celebrato monumenti e ha eletto scenari di città e i suoi abitanti
ad immaginario collettivo (Sontag, 1980).
Ma ancora di più l’occhio fotografico, in quanto fissa nel tempo determinate emozioni visive, mira a prolungare la durata dello “sguardo ciclopico” in
una scansione documentaria, al fine di rilevare le forme fisiche e sociali di un
luogo, di un sito turistico, di una comunità locale (Becker, 1975; 1981b).
Tale prospettiva di analisi che, associando il processo di osservazione visuale al concetto di frame - sezione, luogo, spazio o cornice di interazionismo
simbolico della sociologia del territorio - si propone come una strategia metodologica di analisi letteraria e visuale di ideal-tipi di turismo urbano (Urry,
1993; Giddens, 1994; Dal Lago, 1995).
L’articolazione metodologica individuata nel visual-frame consente di recuperare, in chiave urbano-storiografica, quello “sguardo socio-territoriale”
applicato alla pratica turistica che, a seconda della tecnica narrativa e dei processi di costruzione dell’immagine, risulta fondante per la definizione e lo sviluppo di paradigmi di turisticità risultanti dalla combinazione di una serie di
fattori socio-ambientali: dalla bellezza del paesaggio, alla peculiarità di una
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comunità locale, alla ricchezza di vedute e quadri architettonici di città (Zannier, 1988).
Infatti, se da una parte è il frame ambientale, o sezione del territorio, che
fornisce un fitto telaio di relazioni spaziali, poiché è al suo interno che si sviluppa il transfert fra osservatore e osservato, dall’altra è l’osservazione visuale
che, contestualizzata in un determinato momento storico, ne fornisce la progressiva scansione temporale (Lindekens, 1980).
Si tratta dunque di cogliere una liaison tra interazionismo simbolicoambientale e iconografia descrittiva che, scandagliando il tempo del viaggio e
il tempo dello sguardo, affronta il tema complessivo della narrativa diaristica
e dell’osservazione visuale degli spazi del turismo urbano moderno e postmoderno, che risultano di grande interesse sia in termini puramente visivi che
sul piano sociologico (Becker, 1981a; Gravano, 1997).
L’integrazione di queste due “strategie di lettura” della realtà risulta essere
indispensabile per la metodologia di analisi di turismo urbano che, presentata
in questo saggio, riprende un sodalizio interdisciplinare fra due modi di “interpretare” il mondo al fine di proporre uno studio non solo letterario ma anche visuale dello sviluppo di paradigmi di città e turismo (Spezia, 1994).
Ed è per questa ragione che alla diaristica di grandi viaggiatori, scrittori, filosofi, si aggiunge, per una più completa “visione” di scorci del paesaggio urbano, anche un linguaggio per immagini, che diventa passaggio obbligato per
scoprire qualcosa di particolare di un luogo, per stabilirne in qualche modo la
turisticità, per consegnare una visione della sua specificità sociale (Brilli,
1997).
Nell’iconografia turistica le sezioni dell’ambiente urbano, rappresentate
nelle guide o nella letteratura di viaggio, risultano così una delle espressioni
culturali più ricche di stimoli e rimandi visuali poiché, dietro l’aspetto talvolta
pittoresco, che a volte i topoi delle città possono avere, si nasconde tutta una
serie di elementi e relazioni che rilanciano la situazione locale, il vissuto specifico, la particolarità di una comunità (Leed, 1992).
Si propone quindi una strategia metodologica di descrizione letteraria e
documentazione visuale di ideal-tipi di turismo urbano che, seguendo quattro
itinerari iconografici, riportati nel DVD allegato con musiche di Massimo Cavallaro, permetteranno al lettore di effettuare un “tour” nel tempo e nello spazio visitando le città d’arte italiane in piena età romantica, la metropoli dei
grattacieli della New York di inizio Novecento, la “dolce Roma” del turismo
di massa degli anni sessanta, la megalopoli padana del XXI secolo (Turri,
2000).
Un grand tour che, toccando città e metropoli in periodi storici diversi, rispecchierà inevitabilmente i mutamenti delle rappresentazione tecniche e stilistiche della iconografia bidimensionale, l’enfasi della soggettiva verve narra29
tiva, il potere letterario delle annotazioni socio-antropologiche di comunità, le
peculiarità turistiche di luoghi e paesaggi (Brilli,1995).
Con il primo itinerario letterario-iconografico di apertura si procede “mettendo a fuoco” le caratteristiche generali di quello sguardo del turista romantico che caratterizzerà la prima fase del processo di produzione di topoi urbani
e artistici del Bel Paese nella lunga tradizione del “Grand Tour”(Boyer, 1997).
L’approccio metodologico proposto in questa prima parte è costruito dall'integrazione degli scritti sulle cento città italiane di P. Brydone, J.W. Goethe,
Stendhal, F. Bacon, L. Sterne, N. Gogol’, J. Ruskin, A. Dumas, e dai disegni e
le incisoni di artisti famosi alle prime fotografie di quadri urbani che forniscono le coordinate visuali della nascita dei luoghi topici del turismo moderno
(Di Mauro, 1982).
L’uso dei mezzi di riproduzione meccanica visiva nel codificare i topoi
delle città storiche e d’arte italiane nella seconda parte del XIX secolo avviene
con delle immagini della nota Ditta Alinari che, codificando lo stile fotografico delle guide del Touring Club Italiano, esaltano la perfezione e la velocità
tecnica della riproduzione e puntano di più sulla rappresentazione di monumenti, luoghi pittoreschi e costumi locali alimentando quello “sguardo del turista” condiviso dalla Weltanschauung culturale del tempo (Staronbiski,
1985).
Al dizionario iconografico dei luoghi topici delle città del Bel Paese segue
la rappresentazione del paradigma urbano-americano della città verticale fissata nella memoria collettiva con uno “sguardo dinamico-sociale” dei grattacieli e dei mille popoli di New York City (Leotta, 2000).
In America l’uso della camera genera una fotografia più diretta, dinamica,
sociale, che documenta la selva dei grattacieli di Manhattan, con le foto artistiche del caposcuola Alfred Stieglitz, o le scene multirazziali della città mosaico nei reportages del sociologo-fotografo Lewis W. Hine (Hine, 1932;
Stieglitz 1989).
Immagini che presentano, in chiave socio-documentaristica, il panorama
della città in piedi, i volti dell’emigrazione dei quartieri etnici e le istantanee
della frenetica vita urbana di Times Square (Taylor, 1999).
Geografie dello sguardo d’oltreoceano che, testimoniando il dirompente
quanto inarrestabile sviluppo del paradigma metropolitano, determineranno la
costruzione visuale del topos dello skyline newyorkese registrato all’inizio del
Novecento (Leotta, 2000).
Anche per questo itinerario riporteremo, da una parte, le testimonianze di
viaggiatori illustri come H. Matisse, P. Morand, V. Majakovskij, F.S. Fitzgerald e scritti dei sociologi della scuola di Chicago (R.E. Park, E.W. Burgess,
A.F. Weber e L. Wirth), per inquadrare meglio la questione urbana di oltre
oceano; dall'altra presenteremo New York documentata dal gruppo di fotogra30
fi-artisti di Camera Work (A. Stieglitz, P. Strand, J. Steichen) e dai precursori
della fotografia sociale (J.A. Riis, L.W. Hine, i fratelli Brown, J. VanDerZee,
B. Abbott), che con le loro immagini/documento hanno registrato le ardite geometrie metalliche, il grogiuolo multirazziale dei quartieri etnici, l’alta densità
metropolitana della Big Apple (Blom, 1892; Zannier, 1999).
L'aspetto narrativo del terzo itinerario attraverso “lo sguardo collettivo”,
descriverà le tappe di un turismo urbano nostrano cresciuto in maniera significativa dopo la seconda guerra mondiale nella metropoli dal cuore antico: la
“dolce Roma”.
Il racconto iconografico di questa parte registra il passaggio dalle immagini della lunga tradizione fotografica del Touring Club Italiano al linguaggio
cinematografico di “vacanze romane” e della “dolce vita” degli anni ‘60,
quando Hollywood si trasferì a Cinecittà. Percorso iconografico che, attraverso “lo sguardo collettivo”, restituisce il background sociale del turismo di
massa nei grandi processi di trasformazione della società italiana tra gli anni
‘50 e gli anni ‘70 (Ferrarotti, 1974; Costa nel terzo itinerario del presente volume).
Nella ricostruzione visuale dei primi tre itinerari si è esclusivamente lavorato sulle iconografie turistiche di repertorio e l’applicazione della metodologia del visual-frame in chiave storiografica è da leggere come una introduzione alla osservazione visuale del turismo urbano moderno.
La costruzione del quarto itinerario ha invece come meta stabilita l’esplorazione della megalopoli padana come ideal-tipo di un turismo urbano postmoderno, ed è stato realizzato con uno “sguardo socio-territoriale” da un
gruppo di fotografi (C. Calderoni, M. Capovilla, M. Ermoli, M. Lillini, G.
Maffi, T. Nicolini, A. Rotoletti, P. Tarantini, A. Vicario, M. Vitali) nell’ambito dell’insegnamento di Turismo urbano e sociologia visuale dell'Università
degli Studi di Milano-Bicocca. In tale contesto istituzionale si è elaborata la
metodologia del visual-frame, sezione di territorio rappresentato, come dato
empirico “in un progetto di ricerca dotato di quelli che si considerano requisiti
indispensabili di un approccio scientifico: provvisorietà degli enunciati, ripetibilità delle procedure operative e interpretative, possibilità di una verifica
pubblica, coerenza tra teoria e metodologia dell’indagine, controllo e attendibilità del dato e, almeno nel caso della sociologia, pregnanza e valore della
ricerca stessa” (Mattioli, 1991, 10).
I rispettivi requisiti sulla diversa contestualizzazione del visual-frame è ciò
che differenzia l’uso dei linguaggi visivi nella pratica turistica che non riguarda il contenuto e lo stile, ma la metodologia di interpretazione e di utilizzazione da parte degli studenti e degli operatori del settore, poiché lavorando sulla
iconografia di repertorio si applica un approccio più semiologico, come risulta
nei primi tre itinerari, mentre lavorando con le fotografie realizzate sul campo
31
si elabora un approccio più empirico applicato invece nell’ultimo itinerario
proposto.
Nell’iconografia turistica di repertorio la differenzazione metodologica del
visual-frame risiede nell’uso della valenza storiografica di un percorso visivo
dai chiari obiettivi cognitivi curriculari conseguibili attraverso l’acquisizione
delle seguenti conoscenze di base:
•
•
•
saper analizzare le forme e il linguaggio delle immagini turistiche secondo una prospettiva storiografica di paradigmi urbani e turismo;
saper riconoscere le tecniche di ripresa visuale per descrivere e comprendere le connessioni del turismo con le trasformazioni socio-territoriali;
saper analizzare l’immagine pubblica delle vecchie e nuove tipologie del
turista.
Nell’immagine socio-turistica la differenziazione metodologica del visualframe risiede invece nell’uso empirico, da parte dei diversi soggetti turistici,
di uno “sguardo socio-territoriale” che si fa promotore e testimone di tutela
paesaggistica, di potenzialità locali, di progettualità e promozione di marketing territoriale. Una strategia d’osservazione visuale che scandisce il passaggio dalla dimensione dell’immaginario, prevalente nella visione semiologia,
alla dimensione del reale, rappresentato attraverso quello sguardo socioterritoriale, come oggetto di analisi empirica. Un uso di dati visivi dai chiari
obiettivi professionalizzanti conseguibili attraverso l’acquisizione delle seguenti conoscenze operative :
•
•
•
sviluppare competenze minime nell’analisi visiva socio-territoriale del patrimonio locale nel contesto dell’offerta turistica globale;
acquisire le tecniche più semplici di visualizzazione delle risorse culturali
e ambientali per uno sviluppo turistico secondo i principi del marketing
territoriale (Caroli, 1999).
saper applicare i metodi della ricerca socio-visuale ai fenomeni empirci
del turismo delle comunità locali trasformandoli in opportunità di sviluppo turistico sostenibile (Costa, 1989; Guiotto in Godfrey, Clarke, 2002).
Per l’operatore turistico flessibile e polivalente - il philosophic practitioner
di Tribe (2002) - è importante acquisire skills inerenti la cultura visuale specificatamente finalizzati a progetti e piani di marketing turistico. Obiettivi professionalizzanti ripresi nella costruzione dell'ultimo itinerario narrativoiconografico da considerare un “viaggio di formazione”, in piena tradizione
“Grand Tour”, poiché permette - ai professionisti riflessivi del settore turistico
32
- di acquisire informazioni, descrizioni e un “linguaggio per immagini” di dati
visivi, che sappia scoprire e promuovere le potenzialità “socio-turistiche” della megalopoli padana (Bonomi, 2000).
Saggistica sul turismo e osservazione visuale ricostruiscono, attraverso lo
“sguardo socio-territoriale”, quello zoning visivo di strutture ricettive e comunità locali frutto di una ricerca sul territorio della megalopoli padana dove il
racconto per immagini sulla nomadità turistica e peculiarità terrioriali risponde ad una doppia chiave di lettura fotografica (Leotta, 2002).
La prima permette una lettura “collettiva” di un sistema di fotografie che,
collegate fra loro, definiscono i confini di un network urbano regionale, dove
il dato visivo diventa strumento di conoscenza e utilizzo di un sistema di strutture ricettive, analisi dei suoi livelli di interconnessione sistemica, comprensione dell’articolazione interna dei flussi di viaggiatori (Nocifora, 2002).
La seconda risponde invece ad una lettura “singola” dell’immagine simbolo di una sezione territoriale circoscritta e socialmente radicata (il visualframe) che, in riferimento al racconto turistico globale, restituisce una testimonianza “significante” di un particolare non traducibile in altri linguaggi di
storia locale e di identificazione degli attori che la compongono (Ierace,
1991).
Infatti, le modalità di interazione fra flussi sociali e nuove forme spaziali
del turismo post-moderno sembrano giunte a una svolta epocale che, all’alba
del terzo millennio, delineano un network dell'offerta del sistema turistico con
congiunte caratteristiche locali e globali (Martinotti, 1993).
Città-aeroporto, parchi a tema, grandi ricezioni alberghiere, stazioni di servizio per turisti, centri termali, come link locali di un ipertesto del turismo
globale, costituiscono quella interfaccia di una nomadità turistica la cui esperienza visiva sembra confermare che l’unica strategia cognitiva che rimane
per immaginare, così come per leggere il luogo turistico, è ritagliare la sua
specificità locale in un sistema regionale, definendo un certo spazio scelto
come luogo di interesse e di intervento (Minca, 1996).
Inventari iconografici territoriali e pratica turistica delineano i contorni
della costruzione di percorsi visuali padani pecificamente centrati su una logica di rimando fra strutture recettive, incoming vacanziero e risorse delle comunità locali e nessun altro strumento sembra essere più ricco e congeniale
dello “sguardo socio-territoriale” per riflettere sulla nuova condizione, cognitiva e spaziale (Tuan Yi-Fu, 1974), del viaggiatore urbano nel sistema turistico integrato della megalopoli padana del XXI secolo.
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Letture consigliate
Saskia Sassen
Le città nell’economia globale
Il Mulino, Bologna 1997
La globalizzazione dell’economia, accompagnata dall’emergere di una cultura a
sua volta globale, ha profondamente alterato il tessuto sociale, economico degli statinazione, di vaste aree transnazionali e, non da ultimo, delle città.
In questo volume vengono proposte nuove chiavi di lettura per analizzare i punti
di intersezione tra globale e locale, a partire dallo studio della città intesa come uno
dei luoghi in cui si svolgono i processi di globalizzazione.
È ormai evidente, infatti, che alcune grandi metropoli (fra cui New York, Tokyo,
Londra, Toronto, Miami, San Paolo, Sydney) si sono sviluppate all’interno di mercati transnazionali e hanno finito con l’avere più tratti in comune tra loro che in rapporto ai rispettivi contesti regionali o nazionali.
Da un lato occorre dunque ripensare alla concezione tradizionale della città come
sottounità dello stato nazionale e riconsiderare l’importanza della dimensione geografica e materiale dei luoghi, dall’altro è necessario esaminare come l’impatto dei
processi globali sulle struttura sociale ridisegni le gerarchie della disuguaglianza.
Eugenio Turri
La megalopoli padana
Marsilio, Venezia 2000
Si parla tanto di Padania oggigiorno. Ma che cos’è veramente la Padania? Semplicemente la terra del Po o qualcosa d’altro? La risposta che dà questo libro è che
essa ormai può essere vista come un unico spazio urbanizzato, come un’unica megalopoli nella quale i territori agricoli pingui, irrorati dai fiumi nei secoli, fondamentali
supporti dell’economia e della vita padana, sono ormai delle aree interstiziali, incluse
fra direttrici di densa urbanizzazione che attraversano la pianura. e le zone abitatative, così come le vede l’occhio indagatore di un satellite, si impongono senza soluzione di continuità lungo le arcate che si sviluppano ai piedi delle Alpi e
dell’Appennino dando forma a una duplice città lineare che dal suo vertice occidentale, in Piemonte, si estende verso oriente e l’Adriatico.
È la “ megalopoli triangolare”, un sistema di città tra loro legate a reticolo, alla
cui formazione si devono ricondurre i continui flussi migratori, le nuove e complesse
relazioni sociali, i nuovi modi di produrre, oltre che anomale concentrazioni abitative
che oggi, pur comprendendo metropoli come Milano, si trova già nella necessità di
ridistribuire verso altri nodi, grazie anche alle nuove forme di comunicazione, numerose funzioni un tempo di esclusiva pertinenza delle città maggiori. Mentre il territorio, privato ormai di riferimenti storici, politici e culturali che un tempo costituivano
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l’anima della grande pianura, scenario di storia come pochi altri in Italia e in Europa,
ci appare sempre più indistinto e unificato.
Una realtà, dunque, complessa, segnata da conflitti diversi, tra cui quelli propri di
uno spazio intasato ma fortemente attrattivo, non ancora governato secondo
un’armonica coniugazione delle specificità locali con la più ampia dimensione macroregionale e globale, con le istanze derivanti dalla sua strategica collocazione geografica.
La megalopoli padana del resto, area forte e ricca, si pone come plaque tournante
che ha bisogno al tempo stesso dell’Italia e dell’Europa per essere quello che è sempre stata nei secoli: una terra autonomamente capace di creare cultura e ricchezza ma
anche mediatrice di funzioni fondamentali tra Mediterraneo e Europa centrale.
George Ritzer
Il mondo alla McDonald’s
Il Mulino, Bologna 1997
Che cosa c’entra Max Weber con il Big Mac? Per quanto irriverente, l’accostamento non è peregrino: il modello di organizzazione sociale che per Weber toccava la sua forma più compiuta nella burocrazia, trova secondo Ritzer una declinazione lampante nel “sistema McDonald’s”, fondato sull’efficienza, la qualificazione,
il calcolo, la prevedibilità, il controllo. Esempio per eccellenza: l’hamburger.
Dimensioni e peso sono uguali in tutti i paesi del mondo, la confezione è uniforme, la modalità di consumo sono preordinate, il prezzo viene usato dagli economisti
per comparare il costo della vita a livello internazionale.
Un modello che sembra ormai regnare in ogni ambito della vita sociale: tra ipermercati e programmi televisivi, parchi Disneyland e vacanze preconfezionate, la
standardizzazione si fa strada nell’istruzione e nella medicina, nella religione e nello
sport.
Pur sottolineando l’irreversibilità di tale processo, l’autore ne mette in luce gli
aspetti degenerativi e i limiti intrinseci (iperrazionalità che scatena irrazionalità), e
propone alcune strategie per mitigarne le conseguenze più disumanizzanti.
Guido Martinotti
Metropoli
Il Mulino, Bologna 1994
Gli abitanti del mondo urbano contemporaneo vivono al centro di un generale rivolgimento la cui portata è ancora in larga misura offuscata dalla banalità del quotidiano. L’habitat urbano, pazientemente costruito dalle generazioni del passato, viene
stravolto da modi di vita sempre più irrinunciabili e al tempo stesso insostenibili,
mentre le tradizionali categorie interpretative di “città” e “campagna” risultano obsolete.
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Sulla base di una rigorosa ricerca, questo libro propone una nuova interpretazione
della morfologia sociale metropolitana, fondata sull’analisi dei diversi tipi di popolazione che oggi competono per lo spazio urbano.
Gli abitanti della città subiscono la pressione e la minaccia di nuove popolazioni,
come effetto non soltanto dell’ondata più recente di migrazioni storiche da aree povere ad aree ricche, ma anche delle pacifiche invasioni quotidiane di milioni di pendolari e del passaggio di masse crescenti di “city users”, visitatori e consumatori metropolitani che usano e abusano della città.
Ma i conflitti tra questi soggetti emergenti e gli abitanti e i lavoratori insediati
nelle aree urbane rappresentano solamente una delle dinamiche che si stanno sviluppando in un quadro di crescente globalizzazione del sistema urbano.
Di ciò non si potrà non tenere conto nell’individuazione, e nella successiva applicazione, di politiche che affrontino la complessa stratificazione di nuove forme metropolitane e vecchie strutture della città industriale.
AA.VV.
Cina a Milano.
Famiglie, ambienti e lavori della popolazione cinese a Milano
AIM, Editrice Abitare Segesta, Milano 1997
Il volume nel primo capitolo, ripercorre le tappe fondamentali della formazione
della “diaspora cinese”, dapprima nel Sudest asiatico, quindi negli Stati Uniti e assai
più limitatamente in Europa e focalizza l’impatto delle trasformazioni economiche e
sociali della Cina contemporanea sulle migrazioni interne e internazionali.
L’originale composizione della popolazione cinese a Milano è oggetto del secondo capitolo. A differenza di molte altre comunità immigrate a Milano, quella cinese
risulta infatti assai articolata per i diversi tempi di inserimento e per la variegata
composizione per genere ed età. Particolare attenzione viene rivolta alla condizione
delle donne cinesi e dei bambini.
La terza tappa del testo è dedicata al “successo” di una economia etnica, agli elementi più stabili del modello imprenditoriale cinese e di organizzazione del lavoro
ma anche alle sue trasformazioni: dalle cravatte alla pelletteria ai ristoranti all’import-export.
L’ultimo capitolo analizza le modalità di insediamento e i vari modi dell’abitare,
sottolineando da un lato la presenza di un quartiere etnicamente connotato, dall’altro
zone e forme diverse di concentrazione, nonché logiche di tipo diffusivo.
AA.VV.
Africa a Milano
Famiglie, ambienti e lavori delle popolazioni africane a Milano
AIM, Editrice Abitare Segesta, Milano 1998
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Lo sguardo dell’indagine si è fermato soprattutto su quelle popolazioni che hanno
fatto la storia dell’immigrazione straniera nel capoluogo lombardo: si tratta di popolazioni che provengono dal Maghreb (dalla parte marocchina in particolare), dall’Egitto, dal Corno d’Africa e dal Senegal.
“Fotografare”, si è detto… in senso letterale perché questo libro è uno straordinario percorso per immagini che illuminano il testo e completano visivamente il racconto degli immigrati stessi, attorno al quale si compongono le prime due parti
dell’opera. Ma “fotografare” anche in senso metaforico. Chi studia l’immigrazione
sa bene quanto sia cangiante e sorprendente la natura dei fenomeni migratori, di come anche il più meticoloso degli studi sociologici raramente sappia tradursi in qualcosa di più di “un’istantanea” pronta a sbiadire rapidamente negli anni a venire.
L’impegno degli autori è stato comunque quello di fare in modo che questa istantanea sia una nitida e fedele testimonianza di una delicatissima transizione dalla temporaneità al radicamento di quote sempre più importanti della popolazione africana a
Milano. Tenendo conto che parlare oggi di “Africa a Milano” significa non più soltanto parlare di immigrati: significa parlare di famiglie di nuovi milanesi, di persone
che realizzano i propri progetti di vita e di lavoro nel cuore stesso della società metropolitana milanese.
Marco Torres
Luoghi magnetici. Spazi pubblici nella città moderna e contemporanea
Franco Angeli, Milano 2000
Il libro si occupa di alcuni spazi di largo consumo, luoghi magnetici che quasi irresistibilmente attraggono molti di noi. Il loro ruolo è importante perché essi hanno
storicamente costituito i luoghi della socialità e dei processi di costruzione delle identità collettive.
Oggi, nelle metropoli contemporanee, quali forme di socialità hanno luogo nelle
piazze dei centri storici affollate dai turisti e nei centri commerciali extraurbani?
Quale genere di identità collettiva si viene qui costituendo?
Questi sono alcuni degli interrogativi che il volume affronta, collocando le questioni sollevate nel contesto più ampio delle trasformazioni architettoniche, urbanistiche, economiche e culturali degli spazi pubblici dalla metà del XIX secolo a oggi.
Andrè Corboz
Ordine Spars. Saggi sull’arte, il metodo, la città e il territorio
Franco Angeli, Milano 1998
Punto di riferimento importante di storici della città, urbanistici, architetti, storici dell’arte, Andrè Corboz è un connaisseur d’arte e di città che con profonda attenzione segue, registra ed interpreta i mutamenti dello spazio contemporaneo; indaga,
scopre e percorre sentieri di ricerca inusuale.
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Il coraggio dell’ipotesi è per Corboz metodo di indagine, continua sollecitazione ad uscire dai sentieri più battuti della ricerca storiografica ed artistica e ad avanzare nuove e personali interpretazioni.
Dagli studi sull’alto Medioevo, all’Invention de Carouge, allo studio sul Canaletto, alla riflessione su rappresentazioni, storie e significati della città, sulla nuova
dimensione urbana e del territorio contemporanea, Corboz ci spinge ad un salutare
“nomadismo disciplinare”. Il ricercatore si specializza caso per caso, sperimenta
tecniche di indagine appartenenti a discipline diverse e sempre in modo rigoroso associa ed incrocia oggetti anche tra loro distanti.
L’intento di questa antologia non è solo quello di dare ordine all’insieme multiforme dell’opera di questo studioso, ma anche di provare a cogliere alcuni dei numerosi filoni di ricerca seguiti nel tempo, radunando testi dispersi in luoghi diversi, riviste di architettura, di urbanistica, di storia della città e dell’arte, di storia locale, inedite e legati a molteplici occasioni.
Nicolò Costa
La città dell’iper-turismo
La disneyficazione della società e lo spirito del capitalismo barocco
CUEM, Milano 1995
L’espressione “disneyficazione della società” non contiene alcun giudizio di valore, è soltanto un modo sintetico e chiaro di descrivere un processo economico e socioculturale in corso. Al suo posto, si sarebbe potuto utilizzare anche “macdonaldizzazione della società”. Non vi sono collegamenti con espressioni ideologiche come “cocacolonizzazione” utilizzate per denigrare la politica estera degli Usa, non esprime neanche adesione o apprezzamento non è neanche un mega-trend che coinvolge tutta la
società contemporanea che resta, nonostante le dinamiche di de-differenzzazione e di
de-politicizzazione, insiste nella disneyficazione, una società differenziata dal pluralismo istituzionale.
Penso che la “bella vita”, creata attraverso i costumi e le attività ricreative, non
riesca a colonizzare la società civile e politica, nonostante sia pressante la pressione
della seduzione di massa.
AA.VV., Osservater
Gli iconemi: storia e memoria del paesaggio
Il progetto Oserva.Te.R. i paesaggi della pianura
Silvana Editrice, Milano 2001
Guardare e scoprire il paesaggio della pianura lombarda, comprenderlo e raccontarlo, seguirlo nelle sue trasformazioni: queste in sintesi le finalità di osserva.Te.R.,
l’Osservatorio del Territorio Rurale istituito dalla Regione Lombardia-Direzione Generale Agricoltura e dall’Unione Regionale delle Bonifiche, delle Irrigazioni e dei Miglioramenti Fondiari per la Lombardia. L’armonia tra uomo e ambiente che ha costi38
tuito l’elemento fondante e continuativo dello sviluppo socio-economico e territoriale
della pianura lombarda rischia oggi di entrare definitivamente in crisi.
I segni di questa crisi sono rivelati in modo sensibile dal paesaggio, che va invece
tutelato nelle sue specifiche componenti, in quanto elemento fondamentale di identità
e condizione essenziale per il miglioramento della qualità di vita delle popolazioni. Il
paesaggio è sintesi di natura e cultura; risultato di processi storici e di mutamenti socio-economici; specchio in cui si riflettono e si misurano il vivere e l’agire dell’uomo,
il suo operare e il suo incessante rinnovarsi.
Il paesaggio pulsa, vive e risulta dall’evoluzione di numerosi elementi (i suoli, le
acque, il clima la vegetazione, la presenza e il lavoro dell’uomo…) che dialetticamente concorrono alla sua affermazione: quasi un mosaico formato da tante tessere legate
inscindibilmente tra loro da un rapporto che vive e muta nel tempo. Osserva. Te.R.
prende in esame questi elementi per coglierne la molteplicità di funzioni e significati e
le interrelazioni dinamiche tra i fattori umani e quelli naturali e gli danno forma.
Ogni elemento è approfondito da studiosi e tecnici delle varie discipline e rappresentato attraverso campagne fotografiche condotte con liberta di sguardo da affermati
professionisti. I risultati sono pubblicati in volumi monografici, in cui la prima parte
raccoglie i contributi scientifici e la seconda le immagini fotografiche, e presentati in
convegni e seminari. Le immagini raccolte costituiscono l’archivio fotografico del
progetto e vengono esposte nelle mostre itineranti “I paesaggi della pianura”.
Corrado de Francesco e Giovanni Delli Zotti
Tesi (e tesine) con PC e Web. Impostare e scrivere il testo, organizzare e gestire idee
e materiali, cercare informazioni su Internet
Franco Angeli, Milano 2003
Questo libro ti spiega come impostare e realizzare tesi di laurea triennale, specialistica o di dottorato: leggendolo, imparerai ad organizzarti ed eviterai perdite di tempo.
Il libro si rivolge ai laureandi, ma anche agli studenti impegnati in tesine e relazioni: a
tutti permette di imparare un metodo di lavoro intellettuale.
Qui, infatti, trovi gli strumenti per:
- impostare e scrivere il testo: dalla scelta del tema e del relatore, alla stesura della
scaletta e all'uso corretto di Word® nelle fasi di redazione e revisione;
- organizzare e gestire idee e materiali: imparando così a dominare la marea delle informazioni costituite da una miriade di file di formati diversi;
- cercare informazioni on-line con i siti giusti: definendo un metodo per la ricerca su
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DVD Allegato
Il viaggio, lo sguardo
Design
Giovanni Mori
Paesaggi sonori urbani
Massimo Cavallaro
Editing
Roberto Musci
I° Itinerario
Il Bel Paese
II° Itinerario
New York
III° Itinerario
La dolce Roma
IV° Itinerario
La megalopoli padana
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Approcci visuali di turismo urbano
Il tempo del viaggio, il tempo dello sguardo
Questo testo accomuna due diversi contesti tematici di ricerca e
di pratica: la cultura visuale ed il turismo di cui raramente è stata
esaminata la specifica interazione nonostante la copiosa produzione di dibattiti critici e teorici.
Il carattere d’insieme di questo libro, integrando la comunicazione visiva al turismo, guida il lettore lungo un viaggio nel tempo
e nello spazio che attraversa siti archeologici e architetture balneari, luoghi e paesi, città e metropoli.
Il primo itinerario, seguendo la lunga tradizione del “Grand Tour
d’Italie” in piena età romantica, tocca le maggiori città d’arte italiane documentate nel ricco repertorio dei voyages pittoresques
che delinearanno le coordinate iconografiche del turismo urbano
del Bel paese. Segue l’itinerario americano della città in piedi:
New York. Visioni d’oltreoceano che testimoniano il dirompente
quanto inarrestabile sviluppo dello skyline newyorkese, la seduzione spettacolare di Times Square, i mille popoli della metropoli
delle metropoli. L'aspetto narrativo del terzo itinerario descrive le
tappe del turismo degli anni ’60 nella metropoli dal cuore antico:
la “dolce Roma”. Un percorso di turismo urbano cresciuto in maniera significativa attraverso il linguaggio cinematografico di vacanze romane e della dolce vita: testimonianze iconografiche di
quando Hollywood si trasferì a Cinecittà.
Le tappe del quarto itinerario esplorano le anime della megalopoli padana, una vasta regione geografica che si estende dalle Alpi
agli Appennini, da Genova a Trieste, da Torino a Rimini. Un
“tour” attraverso un sistema urbano reticolare che partendo dal
cuore pulsante della grande Milano attraversa la Pianura Padana
per concludersi sulle spiagge modaiole della costa adriatica.
Nicolò Leotta è docente di Turismo Urbano e Sociologia Visuale
nel corso di Laurea di Scienze del Turismo e Comunità Locale della Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di MilanoBicocca e presso il Network dell’Università Ovunque Nettuno
di Roma. Fra le sue pubblicazioni Modelli Urbani e Sociologia
Visuale:Photometropolis (2005); Le vie del rame:Turismo mediterraneo e cooperazione internazionale (2005).
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Nicolò Leotta Approcci visuali di turismo urbano