ARCHIVIO MISSIONARI SAVERIANI
emerging mission
missione oggi gennaio 2013_mo 05/01/2013 9.29 Pagina 42
Tra i
Kayapó
dopo
lo tsunami
amazzonico
RENATO TREVISAN
A
Renato Trevisan,
missionario saveriano
di Caldogno (Vi), dal
1979 lavora in Brasile
e dal 1980 con gli
índios della regione
amazzonica. È stato
consigliere della
Direzione Generale
dell’Istituto.
Attualmente fa parte
dell’equipe di
Pastorale Indigenista
della Diocesi di
Conceição do Araguaia,
con i confratelli
P. Saul Ruiz Alvarez e
Fr. Raymundo Camacho
Covarrubias.
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Missione Oggi | gennaio 2013
rrivato a São Felix do Xingu nel 1980, lavorai
per un decennio avendo come base Kikretum,
uno dei cinque villaggi della grande riserva kayapó del Pará (6.000 índios in un territorio di
3.284.000 ettari). L’improvviso aumento della
popolazione, attratta da tutto il Brasile dalla ricchezza forestale e mineraria, e il violento impatto
provocato tra i kayapó da questo fenomeno fanno
della regione una grande sfida socio-culturale,
ambientale e anche missionario-pastorale.
In quel periodo tutto mi appariva maestoso,
il fiume Xingu, la foresta amazzonica faceva
venir voglia di cantare “Sono cittadino, dell’infinito [...] e porto la pace nel mio cammino”. Nei
villaggi si arrivava in barca, la comunità aspettava
sulla sponda del fiume e poi c’era il primo incontro nella “casa dei guerrieri”. Una vita dettata
dal ritmo delle attività della comunità kayapó,
dalle feste, dalle condizioni del tempo.
In pochi anni il clima è cambiato nei villaggi
mano a mano che avanzava la distruzione della
foresta; le acque dei fiumi Fresco e Branco erano
diventate di color marrone. Ormai mi veniva in
mente un’altra canzone di padre Zezinho: “Non
è questa la natura che volevo, che cade indifesa,
perdendo la bellezza, portando la tristezza nella
terra che ho creato”.
I kayapó, dopo una prima resistenza, finirono
per lasciarsi contaminare dal virus della ricchezza
improvvisa grazie alla vendita del legname pregiato (mogano) e dell’oro (comprando auto, seconde case a Redenção e Tucumã, con domestiche). Di fronte ai miei avvertimenti per quanto
stava accadendo (comprese le liti familiari per
le aree aurifere), il cacique di Kikretum non mi
cacciò dal villaggio solo per non essere costretto
a chiudere la scuola. Una delle conseguenze di
questo fenomeno è la trasformazione dei villaggi
Diverso
ma “prossimo”
da parte di imprese minerarie come la Comipa,
la Canopus e la Vale do rio Doce, di multinazionali dei cosmetici (Body-shop) e dei farmaci
(Merk), nonché delle industrie del legname e
delle grandi aziende agricole. Mancava solo la
centrale idroelettrica di “Belo Monte” per completare il quadro.
La mia vita missionaria si svolge in un periodo storico che il Documento di Aparecida definisce “di
cambiamento d’epoca, e il suo livello più profondo
è quello culturale” (44), ma anche ambientale! Una
vita missionaria, la mia, a partire da due luoghi
socioculturali diversi: il mondo indigeno (dei villaggi), dove i kayapó mi hanno rivelato la complessità del loro universo, coi suoi valori (tracce
della presenza di Dio) e le sue contraddizioni; i centri
urbani, a ridosso della grande riserva kayapó, in
continua espansione, in particolare Redenção, dove
attualmente risiedo con due confratelli..
Nei villaggi, anche per lo sforzo di inculturazione,
mi sentivo ben accolto, “in casa”, ma diverso, per
tutto ciò che ero e rappresentavo. A Redenção resto
diverso dai kayapó, però “sono prossimo”. “Prossimo”
perché sanno che, noi tre missionari, siamo loro alleati, amici, doppiamente interpreti per conoscerne
la lingua e il loro modo di essere e di vivere, facendo
nostre le loro cause e sfide. In questa esperienza fiorisce la missione, l’annuncio del Vangelo, la scoperta
della fede e che cosa significa “essere cristiano”; una
parola che non molto tempo fa voleva dire “straniero”, molto spesso “nemico”. (r.t.)
PER SAPERNE DI PIÙ
ARCHIVIO MISSIONARI SAVERIANI
QUEL CHE I KAYAPÓ MI HANNO RIVELATO DI DIO
in luoghi di riferimento più che di vita comune.
Aumentarono i posti “di vigilanza” del territorio
contro le invasioni e nacquero piccole proprietà
di gruppi familiari kayapó, da cui trarre profitto,
vendendo oro, legname, pesce a imprenditori,
cercatori e commercianti. Parlo del Pará tagliato
dalla Transamazzonica, della famosa Serra Pelada e del progetto di colonizzazione Tucumã
I semina Verbi presenti nella cultura portano
a scoprire “tracce” della presenza di Dio nel popolo kayapó. Per esempio, racconta il mito che
l’antenato kayapó sarebbe disceso dal cielo, seguendo le orme dell’armadillo che per scappare
bucò la volta celeste calandosi sulla terra con
una corda di cotone. Il cacciatore che lo inseguiva
si calò con la stessa corda fino ad arrivare sulla
terra e prendere l’armadillo. Col cacciatore discesero la moglie e i figli. Mangiarono l’armadillo
e lì nacque il primo villaggio kayapó. “In cielo
è rimasta molta gente – racconta ancora la tradizione kayapó –: guarda in una notte senza luna
quanti fuochi accesi (le stelle) in cielo! È là che
anche noi torneremo!”.
Tutti i documenti della Chiesa latinoamericana
postconciliare sottolineano l’esistenza nei popoli
indigeni “di valori umani di grande significato,
frutto della presenza dei semi del Verbo”. Perciò
è un dono di Dio vivere tra loro, ma la convivenza
mi ha spinto a richiamare l’attenzione dei kayapó
sulla presenza del male, anche quello che abita
nel cuore e nella società kayapó. Il popolo kayapó,
attraente per le sue espressioni culturali (organizzazione sociale, arte plumaria, pittura corporale, ecc.) e la conoscenza etno-ecologica, è problematico nell’etica individuale, comunitaria e
sociale (tensioni interne, divisioni, anche nel contesto familiare). Vivendo con loro, ho imparato
non solo a essere “solidale” coi loro problemi e
le sfide provocate dallo tsunami della globalizzazione, ma pure a essere “profeta”, cioè critico
e interlocutore, maestro e prete (wayangare).
Avevamo anche tempo per presentare la vita di
Gesù; gli indios desideravano conoscere la nostra
vita di wayangare-preti, del vescovo mons. Erwin
Kreutler, della Chiesa, del papa di Roma.
In città ci incontravamo per conversare, anche
sulle questioni che riguardano la loro vita, il loro
territorio (Belo Monte), la partecipazione alle
manifestazioni organizzate dai movimenti indigeni o dal Consiglio indigenista missionario (Ci-
Renato Trevisan
e Emilio Iurman
Kayapó
Il popolo che venne
dall’acqua
Introduzione
di Domenico Milani
CSAM, Brescia 2002
pp. 117; s/p
presso:
[email protected]
Grande riserva kayapó del
Pará (Brasile), villaggio Las
Casas: bambini kayapó in
un momento di festa, la
“Giornata dell'indio" 2011.
A pag. 42 (da sinistra):
P. Renato Trevisan in una
scuola di Redenção (Pará)
durante la “Settimana dei
popoli índios”, che si
celebra a metà aprile;
bambina kayapó accanto al
papà, con il cocar di piume
di “reicongo”, confezionato
con le piume caudali di un
uccello amazzonico: il corpo
è ricoperto di sottopiume di
arara, mentre il volto di
polvere di uova di uccello
azulona, per la “Menire
bi’ôk” (festa delle donne),
cioè il “battesimo” kayapó,
che introduce la bambina
nella comunità kayapó.
Missione Oggi | gennaio 2013
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emerging mission
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Scoprire
i “semina Verbi”
L’apostolo Paolo scrive ai Filippesi:
“Abbiate in voi gli stessi sentimenti
che furono in Cristo Gesù” (2,5).
Il che significa: una conversione
culturale, psico-affetiva; una
sapienza che matura vivendo e
facendo propria la vita, la storia, la
cultura dei nostri fratelli indios.
Questa è la base per la
“ricostruzione della comunione,
senza discriminazioni né
esclusioni”. L’America latina (e il
Brasile), secondo Aparecida 525,
“non è solo un fatto geografico [...]
Molto meno [...] una somma di
popoli ed etnie che si
giustappongono [...] L’America
latina è una casa comune, la grande
patria di fratelli [...] un’unità, che si
arricchisce con molte diversità
locali, nazionali, culturali”.
Si tratta di amare l’altro per quel che
è e per quel che Dio vuole che sia. È
un invito ad assumere le cause della
vita piena e della pace. Vale la pena
allora investire contro la distruzione
dell’ambiente, i tanti “Belo Monte”
che “inghiottono” non solo gran
Villaggio kayapó di Kriny,
un índio, vestito da capo
villaggio, fuma la pipa
(cachimbo) nella “casa dei
guerrieri”. Il fumo è un
aiuto alla distensione, ma
anche un mezzo di
“protezione”, perché tiene
lontane influenze negative,
malattie, non solo le
zanzare o altri noiosi
parassiti. La pipa fumata
alla sera davanti alla
capanna ha lo straordinario
potere di tenere lontani
influenze spirituali
negative; per questo chi
fuma soffia il fumo verso i
sentieri che portano al
fiume o alla foresta, per
impedire l’accesso a esseri
indesiderati.
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Missione Oggi | gennaio 2013
parte dell’Amazzonia, ma la vita dei
popoli indigeni che l’hanno
preservata integra fino ad oggi.
Si tratta di guardare oltre le nostre
frontiere e scoprire i segni della
presenza di Dio (del Regno) tra i
popoli che hanno bisogno della
nostra collaborazione, fede,
comunione di vita. Non solo per la
loro vita fisica, culturale,
ambientale, ma soprattutto per il
loro diritto di sperimentare che
sono figli di Dio, parte dell’unica
grande famiglia che Egli ama.
mi). Noi missionari siamo per loro “un ponte”,
qualcuno che i kayapó cercano, anche per chiedere! D’altro canto questi incontri sono ore di
catechesi informale, che i kayapó ricevono quasi
senza accorgersene.
LA PASTORALE INDIGENISTA
Mons. Erwin, vescovo dello Xingu, nel 1982
creò il Coordinamento della Pastorale indigenista della Prelazia dello Xingu, di cui sono
stato, per diversi anni, il coordinatore. Durante
la prima Assemblea del popolo di Dio della Prelazia (1984), la Pastorale indigenista fu scelta
come terza priorità per tutta la Chiesa locale.
Tale scelta mi obbligò a preparare opuscoli sui
popoli indigeni (la loro situazione, la loro vita
minacciata) per l’animazione missionaria delle
parrocchie e comunità ecclesiali di base. In pochi
anni il numero degli agenti della Pastorale indigenista aumentò. Potevo contare sull’appoggio
totale non solo del vescovo, ma dei parroci che
preparavano la gente agli incontri sulla Pastorale
indigenista. Inoltre, sono stato coinvolto nel Cimi
a livello regionale e nazionale, accompagnando
delegazioni di kayapó a eventi importanti per la
loro vita (votazione della nuova Costituzione
brasiliana).
Nel frattempo il Centro Padre Antônio Lukesch a Redenção, dove attualmente mi trovo,
pensato come punto di appoggio per i kayapó
che arrivano in città, ospita “L’esposizione kayapó permanente”, meta di studenti e turisti. E
la Pastorale indigenista dispone di un archiviobiblioteca con una ricca collezione di cd-dvs sul
mondo kayapó. Porantim e Mensageiro, periodici
del Cimi nazionale e regionale, sono usati come
sussidi da scuole e parrocchie per conoscere il
mondo indigeno e il giornale diocesano O Católico pubblica ogni mese riflessioni e notizie
della Pastorale indigenista.
CONDIVISIONE CON LA CHIESA
CHE MI HA INVIATO
Alla base della mia vocazione missionaria ci
sono la mia famiglia, la comunità parrocchiale
e la diocesi d’origine (Vicenza).
Noi missionari non inviamo a casa soldi, come fanno gli emigrati, ma notizie.
Stimolata dalla nostra sensibilità, la comunità
parrocchiale d’origine è sempre stata disponibile
a condividere la nostra vita missionaria, come
avveniva nelle prime comunità cristiane.
Iniziative culturali, miranti a dare un’immagine più autentica del mondo missionario, partendo dai “valori dell’universo indigeno che serviamo”, facilitano il dialogo con la Chiesa e la
comunità di origine e soprattutto col mondo dell’educazione e della cultura.
Quasi tutti gli anni abbiamo la presenza di
giovani, ma anche di meno giovani, laici che
vengono dalla nostra terra di origine, a vedere
per conoscere la nostra vita, a darci una mano, a
condividere il lavoro e anche, al ritorno, a decidere per una vita simile alla nostra. Questo é
uno dei risultati migliori.
RENATO TREVISAN
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