FOTO DI COPERTINA - Monte Everest visto da
quota 6900 m
Presentazione di
ROBERTO DE MARTIN
già Presidente Generale
del Club Alpino Italiano,
Vice Presidente
del Club Arc Alpin
C’era anche il comeliano
Aurelio De Zolt
e 19 Alpini di cui 4 in vetta
La cronaca dell'Everest
1973 è densa di episodi
che i protagonisti,
anche se taciturni come
tutti gli uomini della
montagna, faranno
fatica a raccontare e
che forse riveleranno
gradatamente ad una
ristretta cerchia di
amici e familiari, nelle
lunghe serate invernali
passate davanti ad un
buon bicchiere ed al
calore di un caminetto
fumante.
Delle loro imprese (...)
pochi sapranno.*
*Dal notiziario illustrato
ESERCITO numero speciale
Maggio 1973
Cartolina ufficiale
della spedizione
Monzino
SALUTO DEL
PRESIDENTE
DELLA SEZIONE
A.N.A. CADORE
Il fatto che il primo italiano a
mettere piede sulla cima
dell'Everest sia stato un alpino
vorrà pur sig nificare qualcosa.
Non solo la capacità alpinistica,
corroborata dall'esercizio fisico
ma anche dalla preparazione
mentale all'impresa, non solo le
capacità organizzative promosse
nell'anno 1973 da un perfetto
apparato logistico; c'è su tutto
una convinzione particolare che
ha animato Guido Monzino, gli
alpini e tutti gli altri partecipanti
appartenenti alle Forze Armate e
naturalmente il comeliano
Aurelio De ZoIt, autore di questo
diario interessantissimo e di
splendide foto.
Una convinzione fondata sui
grandi valori del rispetto della
montagna, della consapevolezza
del rischio da correre, della
capacità di non oltrepassare i
propri limiti.
Valori validi ancor oggi che
l’A.N.A. Cadore ha voluto
ricordare con questo piccolo
opuscolo.
Felice Da Rin Delle Lode
SALUTO DEL
PRESIDENTE
DELLA
COMUNITÀ
MONTANA
COMELICO E
SAPPADA
Forse non tutti i comeliani
ricordano oggi l'impresa di
Aurelio De Zolt. Dopo 25 anni i
particolari possono sfuggire, gli
eventi di ieri sono sommersi
dall'incedere del tempo e dai
nuovi avvenimenti.
Eppure il Comelico e Sappada,
terra di valenti alpinisti e di
amanti della montagna, non può
tralasciare l'esempio di costanza,
impegno e sacrificio, che l'ascesa
all'Everest di Aurelio De Zolt
rappresenta, con il suo corredo
di umanità, sofferenza e capacità
di accettare scelte difficili.
Per questo, la comunità Montana
che rappresento, sensibile alla
diffusione dei valori umani e
culturali della nostra terra, ha
concesso con piacere il suo
patrocinio all'iniziativa.
Mario Zandonella Necca
SALUTO DEL
SINDACO DI
SAN PIETRO
DI CADORE
II Comune di San Pietro di
Cadore vuole, mio tramite, salutare
calorosamente un Suo illustre
concittadino: Aurelio De Zolt.
Questa Comunità annovera, tra i suoi
figli, illustri uomini che si
sono distinti nel campo sportivo.
Fra questi figura certamente anche
Aurelio De Zolt, nativo di
Presenaio che venticinque anni fa
partecipò ad un'importante
spedizione sull'Everest. La famosa
spedizione "Monzino" dal nome
del dott. Guido Monzino che la
guidò. Celebrare i 25 anni di
questa indimenticabile impresa
significa ricordare la straordinaria
avventura del nostro concittadino
che, dopo lunghe e faticose prove
di controllo psico-fisico e di
sopravvivenza, partì nel gennaio
del 1973 per il Nepal.
Una magnif ica spedizione, quella
sul ghiacciaio Ice Fall, che permise
ad Aurelio De Zolt, esperto
tracciatore, di pervenire a risultati
eccellenti, raggiungendo quota
8000 metri, sopportando avversità
ambientali, fisiche e psicologiche
che competizioni di questo tipo
portano con sé.
Ricordare le stimate ed apprezzate
imprese dei nostri concittadini, per
la Civica Amministrazione, è un
dovere ed una forma di
gratitudine verso chi, con ingenti
fatiche e sacrifici, ha saputo
onorare nel mondo anche la
nostra Comunità. Mi sembra
doveroso questo omaggio ad
Aurelio De Zolt per il Suo grande
valore sportivo.
dott. Varzi Pradetto Battel
PRESENTAZIONE
di Roberto De Martin
vicepresidente del Club Arc Alpin, già
Presidente Generale del CAI
II rivivere dopo cinque lustri
l'atmosfera di quella prima salita
italiana sul "Tetto del mondo"
all'Everest, non è certamente
inutile. Sia perché ci permette di
riscoprire la tempra di un
comeliano di razza, Aurelio De
Zolt, sia perché ci riporta ad
ancorarci saldamente ai valori
che la nostra terra deve
continuare ad alimentare ed a
mantenere saldi, aiutandoci ad
alzare - nonostante tutto - gli
occhi alle montagne.
Non è un caso infatti che i
dintorni della montagna più alta
siano stati teatro anche negli
ultimi tempi di fattacci che ci
ricordano che l'uomo non è
migliore solo per il fatto che è in
grado di salire più in alto. Basti
ricordare la pesante atmosfera
che emana da testi come "aria
sottile" per rendersene conto; ma
ancor più basti ricordare le
precisazioni piene di stupita
meraviglia che quel libro ha
provocato in alpinisti forti e veri
come il kazako Anatolij
Bukreev. Si potrebbero pertanto
fare considerazioni scontate;
arrivare a dire che già
venticinque anni fa erano
presenti gli elementi che
avrebbero progressivamente
inquinato la splendida avventura
di salire in cima all'Everest.
Preferisco non percorrere quel
sentiero, il percorso fin troppo
facile della denuncia e dello
sdegno.
Mi preme invece sottolineare con
trasporto alcuni sentimenti che
emergono dal diario di Aurelio De
Zolt: lo stupore provato a
Thangpoche nel vedere per la
prima volta il "Sagarmata, sogno
di tutti noi"; la silenziosa
gratitudine verso Achille
Compagnoni che era stato prodigo
di consigli preventivi; la
complicità delle sortite con
Siegfried Messner per andare a
scoprire i primi "5000", dimentichi
delle stellette e della relativa
disciplina; il gusto del perdono
ricevuto e dell'aiuto dato...
Certo che quando scrivevamo
sulle primissime pagine de "La
Sentinella" orgogliosi della
presenza di un comeliano in
quella grande spedizione,
semplificavamo la complessità
della sua storia. Delle tante
storie, delle tante umanità che
stanno dietro ad ogni impresa.
Ed allora lasciatemi dire che mi
sento di accostare gli accenti veri
che sono nel diario di De Zolt, al
racconto del maresciallo Epis
sentito a Bergamo quattro anni fa,
ancora vibrante nel ricordo del suo
arrivo in vetta. E lasciate che il
sigillo di questa presentazione
siano alcune righe scritte da
Teresio Valsesia,
prezioso vice presidente per sei
impegnativi anni, nel ricordo del
capo spedizione di allora:
“Da Guido Monzino ci viene un
insegnamento troppo spesso
trascurato dall’alpinismo attuale:
quello della prudenza, della
sicurezza, dell’anelito della
conquista rigorosamente
subordinato all’importanza della
vita. Il bagaglio gratificante del
suo andare per terre alte e
altissime è stato sostanziato dai
valori più genuini della montagna,
ma in primis dell’uomo.
Montagna camminata, cioè vissuta
con l’intelletto d’amore.
Partecipata e condivisa con gli
altri. Da autentico signore della
montagna”.
IL DIARIO AUTOGRAFO
DI AURELIO DE ZOLT
componente della spedizione
Monzino all'Everest
Aurelio De Zolt
componente la
spedizione
«Monzino»
all'Everest
anno 1973
fotografato a
quota m 7800
Fine gennaio 1973
Partenza dall'Italia (Cameri - Novara)
Due giorni di volo per raggiungere Kathmandù nel Nepal.
Dopo due settimane di permanenza
nella capitale, terminati i lavori di
imballaggio dei materiali della
spedizione, parto per Lukla a 2800
metri di quota dove esiste un
piccolo campo di atterraggio per
aerei di piccole dimensioni. II trasferimento
l'ho
fatto
con
l'elicottero dell'Esercito Italiano; il
volo è durato un'ora.
A Lukla vengono concentrati
tutti i portatori, gente dei vari
villaggi, in maggioranza ragazzi e
ragazzine. Viene organizzato il
trekking e il giorno 14 febbraio
1973 si inizia la marcia di
avvicinamento al campo base
situato a 5300 metri di quota.
La prima marcia dura 6 ore
circa in direzione di Pheriche a
m.4243 di quota dove la carovana
arriverà il 5 marzo. Nei giorni
successivi raggiungo Thangpoche
a 3867 metri di quota, ore di
marcia 5. Da questo paesino posso
vedere in lontananza la vetta
dell'Everest, "Sagarmata" nella
lingua nepalese, sogno di tutti noi
partecipanti alla spedizione. A
Thangpoche faccio un incontro
ina spettato con un portatore sherpa
di Giuseppe Pirovano, guida
interna zionale, bergamasco (è sua
la scuola di sci dello Stelvio), che
parlava un po' di italiano. Pirovano
andò sull'Aamadablam, montagna
sacra dei nepale si. È stato mio
maestro sui ghiacciai dello Stelvio:
mi insegnò come affrontare il
ghiaccio.
IL 15 FEBBRAIO grande ricevimento all'aperto con la presenza
del fratello del Re del Nepal. II
pranzo vede 40 pecore messe allo
spiedo. Tutta l'operazione è stata
fatta da un caporal maggiore cile no e dal suo maggiore, Aranda,
amici del presidente cileno
Allende e dello stesso Monzino,
capo spedizione. Ospiti gente del
posto,
adulti
e
bambini.
Nonostante in Nepal sia proibito
l'alcool è stato distribuito vino.
Altra sosta, ne approfitto per
fare una visita ai paesi vicini, con
me c'è Sigfrid Messner, fratello
del più famoso Reinhold. Lui fa da
interprete e mi va giusto bene.
Paesi molto poveri, vivono di
agricoltura e come portatori alle
spedizioni.
IL 26 FEBBRAIO io e Sigfrid
Messner approfittiamo della sosta
di qualche giorno per fare una
ascensione di due cime alte 5250
metri. Siamo i primi di tutti i
componenti a cimentarci sulle
montagne ne palesi. Dislivello
1600 metri. Prima esperienza a
quelle quote e pr ime fatiche di una
fatiche di una certa importanza.
Difficoltà di respiro, diminuzione
delle forze, specie negli arti
superiori: le dita faticano a reagire
nella presa degli appigli. Prime
lentezze della mente, difficoltà
varie del corpo.
In quel giorno mi sono tornati
alla mente i consigli datimi da un
grande alpinista, Achille Compagnoni, incontrato a Cervinia
mentre mi preparavo all'avventura
dell'Himalaya.
Il test della scalata mi ha
fruttato una notte insonne e un
forte mal di testa; la causa l'ho
capita dopo: poca assuefazione
all'alta quota e la brevità del tempo
nel salire e scendere. Ho rischiato
anche il rimpatrio, in quanto non
erano consentite certe sortite. Sigfrid
Messner è stato rimpatriato, io
invece sono stato perdonato.
IL 4 MARZO sosta a Thangpoche; invito del Dei Lama ad assistere alla loro funzione religiosa, per
l'inizio dell'anno buddista, con musica e balli dei monaci: per la prima
volta nella storia vengono ammesse
le cineprese in quel convento, in
cambio però il capo spedizione
Monzino ha fatto una buona offerta
in denaro e generi alimentari.
Nei giorni seguenti ci sono state
delle nevicate, così altro riposo
forzato a tutto beneficio nostro per
l'assuefazione.
IL 24 MARZO partecipo con il
Mar. Epis, destinato poi alla seconda
cordata che raggiungerà la vetta, al
completamento del tracciato lungo
l’Ice Fall. Raggiungo la quota 5700
favorito dal bel tempo. II percorso
effettuato corrisponde circa alla
metà
dell'intera
"cascata
di
ghiaccio". II percorso è tra i più
insidiosi: è difficile da scalare, crepacci senza fine e muraglioni di
"serracata".
IL 26 MARZO si prosegue per il
campo base. In compagnia del vice
capo spedizione, avv. Nava, e altri
quattro alpinisti, faccio un sopralluogo all'Ice Fall, la famosa cascata
di ghiaccio, che non sempre si riesce
a superare, e che è motivo dei falliti
tentativi di raggiungere l'Everest
dalla parete sud. Al rientro dalle due
ricognizioni,
su
richiesta
di
Monzino, tengo una conferenza a
tutti i componenti della spedizione.
Argomento: difficoltà incontrate e
un parere sulla qualità del ghiaccio.
Espressi il mio parere dicendo che
l'ho trovato diverso da quello europeo; ci fu quasi una risata. A distanza di qualche anno lessi su una
rivista le stesse impressioni, provate
da un noto alpinista.
IL 27 MARZO riparto in compagnia del capitano della Guardia di
Finanza, Pierluigi Marconi, obiettivo
quota 6100, dove sono state piantate
alcune tende. II mio carico nello
zaino consiste anche in una bombola
di ossigeno del peso di Kg.5,
ossigeno che dovrà servire nei campi
alti dopo i 7000 metri. In quattro ore
riusciamo a superare l'Ice Fall,
grazie all'attrezzatura piantata sul
tracciato. Nell'anfiteatro dell’Ice Fall
il caldo era insopportabile, senza un
filo d'aria, mentre di notte le
temperature scendono a meno 30.
Fra il caldo e l'alta quota sembrava
d'essere ubriachi. Alle 14 del
pomeriggio rientro al campo base a
5400 metri.
IL 28 MARZO partecipo alla più
grande operazione alpinistica che
mai sia stata effettuata: salita de ll'Ice
Fall di 19 componenti e di 62
sherpa. Abbiamo trovato dei materiali di una spedizione austriaca
che ha rinunciato alla salita.
IL 29 MARZO visita medica nel
laboratorio del campo base. I professori sono Cerretelli, Miserocchi
ed altri. Mi hanno trovato in piena
forma, il morale naturalmente era
salito al massimo.
IL 9 APRILE partiamo alle ore
6.30 con cielo quasi sereno, vento
che spirava da nord est; giungiamo
al campo 1 alle ore 11; giornata poco
calda, condizioni di tempo ottime.
Sei persone Franzoi, Tancon,
Nemela, Epis, Plazzotta e Nolte.
Prima della partenza notte insonne
(ho dormito solo due ore). L'Ice Fall
è cambiata terribilmente dalla mia
prima uscita. È irriconoscibile con
spostamento da destra a sinistra:
pericolosissima.
IL 10 APRILE partenza alle 10
con vento da nord-est, quasi sereno;
ore tre di marcia con dislivello 400
metri per giungere al campo 2 a
metri 6500. Salita regolare, molto
falso piano, raffiche di vento alternate a calma. Leggero disturbo di
testa all'arrivo al campo; quasi
nessun pericolo durante il percorso,
circa 5/10 cm di neve fresca portata
dal vento. Due compagni di cordata:
cordata: Franzoi e Nemela. Altra
cordata con Epis e Plazzotta.
In questa data scrivo a mia moglie e
la informo che "oggi sono stato
chiamato dal capo spedizione il quale
mi ha fatto una domanda: si o no? Io
logicamente gli ho risposto di si;
soltanto allora ho scoperto le sue
intenzioni, mi ha scelto con il
compagno di tenda per l'assalto alla
vetta. Ho gioito e nello stesso
momento mi si è stretto il cuore e mi
sono detto: sono proprio fortunato. Il
capo mi ha chiesto con chi preferivo
essere unito in cordata ed io ho
scelto il compagno di tenda. Mi ha
anche detto che mi aveva scelto già
da 20 giorni. Ora debbo solo sperare
di stare in buona salute. Dei quattro
Spedizione
Everest anno
1973 Valle
del Cumbu
quota m 6400
della Guardia di Finanza io sono
stato prescelto".
L' 11 APRILE partenza dal
campo 2 verso il campo 3, durata di
marcia 4 ore. Inizio percorso piano
con leggera salita, ultimo tratto di
salita dal 20 al 30%. Ho aiutato un
compagno, Dotti, che stava male.
Nell'ultima rampa tempo buono, non
troppo caldo, vento da nord-est. In
serata sono stato male: vomiti e mal
di testa.
IL 12 APRILE attacco al campo
4 a quota 7400 metri. Partito alle ore
10 e ritornato alle 14, nonostante il
giorno precedente abbia rimesso più
volte; salita ripida con pendenze dal
30 al 50 %. Usato per la prima volta
le bombole di ossigeno, con il
compagno di cordata Franzoi. Altra
cordata formata da Cermis e
Vallata. Essi hanno proseguito per
il campo 4. Io a metà percorso ho
fatto ritorno per la stanchezza, a
causa del sole cocente. AI campo 3,
al mattino, tutti ammalati con
disturbi di testa e vomiti. Iniziano le
difficoltà ambientali.
IL 13 APRILE giornata di
riposo, notte insonne con mal di
testa. Sono saliti al campo 4 Dotti,
Epis, Plazzotta; giornata dura di
sole cocente.
Giunti al campo 3 Stella e
Marconi più dieci componenti che
hanno rinforzato il campo e che poi
sono rientrati.
IL 14 APRILE svegliatomi con il
mal di testa, ho preso una aspirina
ed ho fatto uso di un litro all'ora di
ossigeno. Ho tenuto la maschera per
un'ora dopo di che mi sono alzato e
stavo bene. Ho bevuto del caffè e
quindi ho preparato i bagagli di
entrambi per il rientro al campo 2
(metri 6550). Ho mangiato e sto
abbastanza bene. II mio compagno
Franzoi invece sta male da ieri
notte. Io sono stato male due giorni
al campo 3: mi sentivo svuotato e
ho rimesso più volte. Il campo 2 è
più confortevole e si riesce a
mangiare. Giornata fredda con
raffiche di vento assai forti. Ieri e
oggi ho ricevuto posta.
IL giorno 15 APRILE, giornata
di riposo al campo 2. La notte trascorsa discretamente, un leggero di-
sturbo di testa, visto che mi sono
svegliato più volte per le cadute
fragorose di blocchi enormi di
ghiaccio, ai lati del campo. Inoltre
raffiche forti di vento. Giornata di
sole non troppo caldo, rimango in
tenda tutto il giorno e mi riprendo
dalle fatiche. Quattro persone sono
scese al campo base: Dotti, Curtinis, Vallata e Ragazzi. Parteciperanno alla scalata della parete
sud.
16 APRILE. Ho trascorso una
notte tranquilla, senza aver usato
son-niferi. Giornata di riposo che
mi consente di recuperare ancora le
energie. Ieri ci hanno raggiunto dal
campo base Tauber, Scenci, Catalano e Aranda, quest'ultimo di origine cilena. Oggi sono saliti al campo
3 e ha fatto ritorno con loro
Benedetti.
17 APRILE. Sveglia alle 8.30.
Annuncio di fare bagagli e di
scendere al campo 1 (metri 6550)
per dare il cambio a Tamagno e
Bernardi. Not-te insonne e al
mattino debolissimo. A fatica faccio
i bagagli. Una parte dobbiamo
lasciarla nel sacco "Mari-ner" in
quanto i por tatori sono già partiti.
Quindi zaino affardellato e pesante
e discesa verso il campo 1. Con me
c'erano Epis, Plazzotta e Franzoi,
giornata di sole e vento. Verso le
ore 18, mentre stavo sdraiato in
tenda, sento dalla nostra radio
trasmittente un allarme: l'elicottero
precipita. Esso infatti da pochi
minuti aveva sorvolato il nostro
campo: andava al campo 2 per
sganciare il mate riale. Subito dopo
veniva confermata la caduta:
miracolosamente i tre componenti
l'equipaggio si erano salvati.
L’elicottero giace rovesciato sul
ghiaccio, abbattuto dal vento che lo
ha schiacciato dall'alto verso il
basso. Lo shock è stato grande per
tutti noi della spedizione.
18 APRILE. Mi sono alzato
molto debole, da un giorno non
toccavo cibo, ma sono riuscito a
mangiare qualcosa. Alle 9.30 ho
avuto un colloquio via radio con il
capo spedizione Monzino. Egli mi
ha chiesto notizie sulle mie
condizioni fisiche.
19 APRILE. Giornata splendida
di sole. Siamo stati raggiunti da sette
componenti, così siamo costretti a
dormire in tre per tenda.
20 APRILE. Sveglia alle 8 e partenza per il campo 2. In cordata
anche Franzoi e Cappon. Ore di
marcia 2 e 30. Quattro componenti
lasciano il campo 2 e fanno ritorno
al campo base poiché ammalati.
21 APRILE. Giornata tranquilla
di riposo.
22 APRILE. Pasqua. Festeggiata
con un pasto speciale che prevedeva
anche il dolce.
23 APRILE. In mattinata è intervenuto l'elicottero per trasportare
all'ospedale uno sherpa con polmonite. Riparto per i 6900 metri,
dunque la vetta si fa sempre più
vicina, il mio pensiero era rivolto
lassù. Con me ci sono altri tre alpinisti. Mentre salivamo piantavamo
delle bandierine e qualche corda
fissa. II lavoro più faticoso lo svolgevano gli sherpa ad alta quota.
L'allestimento di corde ed altro materiale deve servire per la prima
cordata che andrà in vetta.
24 APRILE. Giornata afosa, di
riposo. Ci ha raggiunto un nuovo
componente
il
paracadutista
Trentarossi. L'elicottero ha fatto due
visite per sganciare viveri freschi.
25 APRILE. Niente da segnalare.
26 APRILE. Comunicazioni radio
tra i campi 2 e 4 per incomprensione
tra i due cileni, il maggiore Aranda e
il caporale Catalano. Dopo dura
discussione con il campo base tra
l'avv. Nava e Monzino, si è giunti
alla conclusione che i due cileni
debbano la sciare la spedizione e fare
rientro in patria. Motivo: volevano
proseguire per la vetta, di testa loro
e ciò non è stato consentito. Nel
pomeriggio, dopo una parentesi
allegra con gli sherpa, il dott.
Miserocchi ha impartito lezioni
sull'uso delle bombole di ossigeno.
27 APRILE. Tempo capriccioso
ma salute ottima. Si attende il via
alla scalata finale dell'Everest.
Siamo impazienti.
28 APRILE. Partenza ore 10.30
delle prime due cordate per la vetta,
composte da Minuzzo, Carrel, Epis,
Innamorati con due sherpa. II
paracadutista Trentarossi ha la sciato
il campo 2 per Lukla; escluso dalle
cordate non ha più voluto rimanere.
29 APRILE. Al campo 2 nessuna
novità per gli alpinisti di testa.
Colpo
di
scena:
domani
proseguiranno per la vetta solamente
i due pupilli Minuzzo e Carrel. Epis
e Innamorati dovranno fermarsi al
campo 4 (metri 7350) in attesa
dell'esito dei due primi. Al seguito
dei due pupilli vanno i due sherpa
più forti Lhakpa e Sambu, altri 15
sherpa forti sono a disposizione
affinché l'impresa riesca. I componenti al campo 2 vivono nel più
Spedizione
Everest
anno 1973
Campo
base a
quota
5400 m
alcuni
component
con De
Zolt
secondo in
basso da
sinistra
Spedizione
Everest
anno 1973
campo base
quota 5400 m
grande stupore e malcontento per il
tradimento al quale si pensava, ma mai
si credeva fosse messo in atto in un
momento così importante sia per il
morale, sia per la posta in palio.
Registriamo
la
partecipazione
augurale alla spedizione dell'Ambasciatore d'Italia e dell'Addetto Militare, entrambi residenti in India,
giunti fino a Thangpoche.
30 APRILE. Partiti per il campo 3
il dott. Miserocchi e il carabiniere
Scharf. Giornata di riposo in tenda.
1 MAGGIO. Giornata nuvolosa con
nevicate e raffiche di vento per cui la
marcia alla vetta di Minuzzo e Carrel è
stata bloccata. 28 gradi sotto zero. In
mattinata i componenti del campo 2
sono saliti al campo 3 per portare
bombole di ossigeno.
2 MAGGIO. Cielo coperto con
sporadica nevicata, la cordata di testa
è rimasta sempre ferma. Scarseggia
l'ossigeno, dei 15 sherpa, 7 sono scesi
dal campo 5 per prendere rifornimenti.
Sono seguite ore di consulti se
procedere o meno, sia gli sherpa che i
nostri sono sembrati timorosi. C'è
preoc cupazione perché il maltempo
rallenta le operazioni.
3 MAGGIO. Condizioni di tempo
incerto: sole alternato a nebbia e a
nevischio. Salita al campo 3 con
bombola di ossigeno; battuta la pista
su 15 cm. di neve fresca. A metà
strada esplode un caldo infernale,
subito dopo un vento accompagnato a
nevischio e freddo. Ore tre per l'andata
ed il ritorno. Eravamo in 10. Anche
oggi le cordate sono rimaste ferme.
L'elicottero ha sganciato bombole di
ossigeno che scarseggia nei campi 4, 5
e 6.
4 MAGGIO. Giornata bellissima
con calma di vento. La cordata di testa
ha proseguito per il campo 6, a metri
8540. Plazzotta è rientrato al campo 2
ed è partito Lorenzi per il campo 3.
5 MAGGIO 1973. Sveglia ore 8.
Cielo sereno, poco vento, notte un po'
insonne. Partenza di 4 componenti dal
campo 2 verso il campo 3 a metri
6.500 per portare ossigeno. Questi
sembrano esclusi per la salita alla
vetta, però è tutto da vedere. Questo è
quanto si è appreso dalle voci ufficiose. Dal campo 3 si sono mossi per
il campo 4 Stella, Tamagno e Lorenzi,
tutti della Scuola Alpina di Aosta.
Mentre le cordate di testa con
Minuzzo, Carrel, i nepalesi Lhakpa e
Sambu, dal campo 6 a metri 8540,
sono andati in vetta conquistandola
alle ore 12.40. Partiti alle ore 6 hanno
fatto ritorno alle 19.40. In loro aiuto
sono partiti Epis, Innamorati e Benedetti più lo sherpa Gyaltzen ed altri
con torce ed altri accessori. Tutti
stanno bene, molto stanchi, nessun
congelamento agli arti.
6 MAGGIO. Sveglia ore 8.
Sorpresa: sono costretto a partire per il
campo base. Faccio i bagagli e parto
contento; motivo di carattere medico.
Infatti pesandomi al campo base
risulto calato di 11 Kg.: 78 in Italia,
qui 66. Al campo 2 dopo visita medica
risulta lievemente abbassata la
pressione, il resto è in ottimo stato.
Tutto quello che mi ha detto il capo
spedizione risulta una scusa, in quanto
c'è gente che sta peggio di me
fisicamente. In realtà
Spedizione Everest
anno 1973
portatori nepalesi
Pheriche quota 4200 m
Spedizione Everest
anno 1973
Ice Fall
cascata di ghiaccio
quota 5800 m
al posto mio per la vetta è stato
mandato un capitano dei carabinieri.
Ordine dall'alto: un carabiniere deve
andare in vetta. I due carabinieri
semplici erano fuori causa, non se la
sentivano. Il bagaglio pesava circa
25 chili; partiti alle ore 10 siamo
arrivati al campo base alle 17.30,
stanchi morti. II sacco pesante l'ho
abbandonato a metà Ice Fall. Gli
altri in cima all'Ice Fall erano già
sfiniti. Infatti c'era un caldo da
morire. L'attraversamento dell'Ice
Fall
era
pericolosissimo
e
faticosissimo. Con me c'erano
Vanzetta, Bernardi, Plazzotta. Al
mattino dal campo 1 erano scesi
Sommadossi, Levitti, Dotti. Al
campo base pochi amici erano ad
accoglierci.
7 MAGGIO. Tempo buono. Il capitano Marconi mi porta la sorprendente notizia: "Devi preparare i bagagli e partire per l'Italia", stupore
da parte mia, ma nessun dispiacere.
Saluto i componenti del campo base.
Ho chiesto di salutare il capo
spedizione ma la risposta è stata
negativa in quanto era impegnato
con le radio ed era in atto la scalata
da parte della cordata di Epis, Innamorati e Benedetti, due alpini della
SMALP e un carabiniere capitano.
Con me hanno lasciato il campo base
Sommadossi, Dotti, Bianchi il
maggiore Aranda del Cile, Plazzotta,
Vanzetta e il capitano Tancon.
Motivo di tale partenza, tutti ammalati; per Tancon e Sommadossi i
motivi sono più gravi ("sobillatori")
ma non veri. Il capo spedizione
Monzino, prima che lasciassi la
piazzola elicotteri, ci ha rivolto il
suo saluto. Io sono stato l'unico fra
tutti a riceverlo. L'elicottero ha fatto
tappa a Pheriche e poi con un altro
elicottero siamo arrivati a Lubla
dove abbiamo trovato la primavera e
un campo molto attrezzato. Al
pranzo ci è stata servita minestra di
riso e carne, frutta, caffè e champagne, quest'ultimo per festeggiare il
successo della seconda cordata che
ha raggiunto la vetta alle ore 12.
Domani se il tempo lo permetterà si
partirà con gli aerei per Kathmandù
così finirà quest'avventura noiosa, e
piena di colpi di scena e falsità.
Aurelio De Zolt
Si conclude così, con un tono
evidentemente amareggiato e deluso
il diario di Aurelio De Zolt. Le
aspettative in lui generate dall'incontro con Guido Monzino che gli
preannunciava l'ascesa in retta (cedi
resoconto del giorno 1C aprile),
furono
bruscamente
disattese
quando la scelta cadde su altri. La
reazione fu tipica dell'uomo di
montagna, schivo e orgoglioso:
"stupore da parte mia, ma nessun
dispiacere
(..)
Così
finirà
quest'avventura noiosa e piena di
colpi di scena e falsità".
- A distanza di 25 anni dall'ac caduto,
qual è lo stato d'animo di Aurelio
De
Zolt,
ripensando
a
quell'avventura incredibile?
Nonostante il periodo trascorso
ho ancora vivo il ricordo di quelle
sensazioni.
D ella
dura
preparazione
sostenuta
per
l'impresa
che
ci
attendeva,
dell'entusiasmo di quei giorni, con
la sorpresa di essere stato
prescelto, della grande delusione
quando mi fu detto che invece
avrei dovuto tornare a casa. Le
fatiche sostenute, l'impegno della
tracciatura del percorso mi gliore
per giungere alla vetta avrebbero
meritato premio migliore
- Cosa è accaduto dopo quell'e vento?
Quando sono rientrato mi sono
sentito come svuotato. La poesia
della grande avventura era finita e
non ho più voluto i mpegnarmi in
imprese del genere anche se mi
avevano proposto altre salite in Patagonia e in Tibet. In fondo sull'E verest ho capito i limiti dell'uomo,
ho rischiato la morte scendendo
l'Ice Fall e mi sono detto che quei
limiti non avrei più voluto toccarl i.
- Con Monzino che rapporti ebbe in
seguito?
Complessivamente il rapporto
con Monzino fu buono. Mi è solo
dispiaciuto non aver potuto parlargli direttamente nel momento
cruciale della spedizione. Poi ci
siamo rivisti in seguito ed in quella
occasione mi disse "Aurelio, sarà
per la prossima volta".
- C'è qualcosa nel diario che non
riscriverebbe?
Quell'ultima frase ove dicevo che
si
concludeva
una
"avventura
noiosa". A dire il vero non ri cordavo
nemmeno di averla scritta. Tutto fu
quell'avventura, meno che noiosa!
La carta intestata dell'hotel ore fu scritto il diario autografo di Aurelio De Zolt
AURELIO DE ZOLT
Finanziere ed alpinista
IL PROFILO
AURELIO DE ZOLT, nasce a S.
Pietro di Cadore il 28 marzo 1944.
Sciatore fin da ragazzo a Pre senaio
come entusiasta appas sionato del
fondo, si arruolava giovane nella
Guardia
di
Finanza,
per
poter
praticare gli sport in vernali a livello
agonistico.
Diventa grande amico di campioni
come Gustavo Thoeni, Pierino Gros,
Paolo De Chiesa, tutti nelle Fiamme
Gialle.
Tra i suoi successi sportivi ci tiamo il
primo posto nella classica di Valle
Intelvi nel 1971, la vittoria nel 3°
Gran Premio Alta Val Camonica nel
1970, la vittoria nel Trofeo Ricagno di
sci alpinismo in coppia con Elio De
Mattia, suo collega nelle FF.GG.
È cugino del "Grillo" Maurilio De Zolt:
due
star
nei
rispettivi
mondi
dell'alpinismo e dello sci nordico.
Guida alpina e scalatore fortissimo
ha al suo attivo numerose prime: nel
1972 ha scalato in prima invernale il
Picco "Becco d'aquila" Cima Reit a
Bormio.
Grande specialista e conoscitore dei
segreti
del
ghiaccio
(e
questa
conoscenza gli sarà fondamentale
nell'approccio alla terribile e peri colo-
Spedizione Everest
anno 1973
Aurelio De Zolt
foto scattata a quota 5100 m
sissima "Ice Fall" dell'Everest),
suo maestro fu il famoso Giuseppe
Pirovano.
Con lui fece numerose uscite sul
ghiacciaio dello Stelvio.
È stato uno dei punti di forza per
la spedizione Monzino all'Everest,
dove ha svolto la fondamentale
funzione di tracciatore per le cordate
che poi sono arrivate in vetta.
La partecipazione a questa prima
mondo" gli è valsa la nomina a
Cavaliere al merito della Repubblica
e la medaglia d'oro assegnatagli dal
capo spedizione Guido Monzino nel
1974 "con la più profonda ammirazione
e riconoscenza per quanto ha svolto e
dato all'impresa, in ispirito elevato, con
esemplare abnegazione e sacrificio immenso, superando fatiche e rischi
estremi ".
spedizione italiana sulla "vetta del
Vive e opera a Bormio in Valtellina.
Alcuni componenti che hanno fatto parte del gruppo sportivo della Guardia
di Finanza nella fotografia possiamo vedere primo da sinistra Paolo De
Chiesa, terzo Pierino Gros, quarto Elio De Mattia, sesto Aurelio De Zolt,
settimo Gustar Thoeni, nono Rolando Thoeni
LE CORDATE IN VETTA
(quota m 8848)
Spedizione
Everest
anno 1973
quota 8000
ultimo campo
prima
della vetta
1a CORDATA:
- sergente degli Alpini Mirino Minuzzo
- alpino Rinaldo Carrel
- gli sherpa Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang
2a CORDATA:
-
capitano dei Carabinieri Fabrizio Innamorati
maresciallo degli alpini Virginio Epis
sergente maggiore degli alpini Claudio Benedetti
lo sherpa Sonam Gyaltzen
La spedizione era formata da 53 elementi suddivisi in nuclei: scalatori
elicotteristi, telecomunicazioni oltre al nucleo scientifico sanitario cc medici ed
esperti civili (8 persone). Dei 53 militari, 32 erano dell'esercito, della Marina, 6
dell'Aeronautica, 5 dei Carabinieri, 4 della Guardia di Finanza, 3 della Pubblica
Sicurezza. Due militari cileni erano stati scelti dal capo spedizione Guido
Monzino. Vice capo spedizione l'avv.Pietro Nava. Respo nsabile scientifico
sanitario il prof. Paolo Cerretelli.
Spedizione Everest
anno 1973
Ice Fall
cascata di ghiaccio
Valle del Kumbu
Supplemento al nr. 13 del periodico «Sote le crode»