Parrocchia S. Ambrogio V. Dott. Trezzano sul Naviglio - Anno XXI n. 2 Marzo Aprile 2016 Notiziario Sommario · · · · · · · · · ·· · Editoriale Donaci, Signore, occhi nuovi! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.3 Calendario Appuntamenti del mese Marzo - Aprile eventi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 6 Dio di tenerezza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 10 Quaresima,tempo di convesione e solidarietà.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 11 Non perdete l’occasione di essere felici!. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 15 L’uomo nuovo è nomade. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 17 La strada el asorgente - Quaresima a Milano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 21 Difronte a Gesù con il Centurione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 24 Il significato del Triduo Pasquale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. Altri articoli da . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 27 29 Marzo - Aprile - Maggio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 54 Battesimi - Matrimoni - Funerali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 59 Preghiera Papa Francesco Giubileo della Misericordia Cammino quaresimale Quaresima Card. Tagle Triduo Pasquale SS Messe Anagrafe Stampato presso Grafiche Rekord S.r.l. 2 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Editoriale Donaci, Signore, occhi nuovi! Anno Santo della Misericordia, periferie esistenziali, Quaresima, Pasqua, cammino verso la resurrezione, riconciliazione, … . Mi sono chiesto quale grazia chiedere al Signore, come frutto della conversione mia e della comunità. “Signore, donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli…”. Queste parole della Preghiera Eucaristica del Canone Romano mi hanno illuminato. A fare problema, non sono le povertà, ma gli occhi nuovi che ci mancano. Quelli che abbiamo sono troppo antichi, fuori uso, strabici dall’egoismo, miopi dai pregiudizi. Spenti. Non vedono il Risorto presente tra noi nell’umanità della sua Chiesa. Siamo portati a contabilizzare le cose che non vanno più che a decifrare i segni della fecondità silenziosa. Il lamento prevale sullo stupore. La critica soffoca la gratitudine. Il calcolo uccide la speranza. La superbia ci fa dimenticare che siamo servi. L’invidia e la gelosia coprono le opere che Dio va realizzando in mezzo a noi. E le foglie che cadono ci sgomentano più di quanto ci facciano trasalire di gioia le gemme a primavera, quando rompono la vecchia corteccia dell’albero. Ci manca il colpo d’ala per alzarci, allontanarci dalla bassa quota a cui stiamo volando, per vedere Dio, l’Emmanuele, il Risorto in mezzo a noi. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. Pietà, Signore, per la nostra cecità! Abbiamo considerato la tua Chiesa come un’azienda. Ci manca amore, passione, trasporto, santità. Liberaci dalla mentalità dell’efficienza, che subordina il sorriso all’andamento delle attività pastorali. Rivestici di letizia. Tu cammini con noi, sei noi. Siamo felici di averti dato la vita e di servire il Vangelo. C’è tanto bene nella nostra comunità! Solo lo sguardo limpido dei bambini può vederlo, per gioirne, renderti grazie. Sappiamo di essere fragili, limitati, peccatori. E quando sbagliamo, Tu non ci abbandoni. Ci aspetti ai crocicchi della storia, al pozzo di Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 3 Sicar, come la donna samaritana, per scaldarci il cuore con la tenerezza del perdono. I nostri vecchi occhi si sono ormai abituati a scorrere indifferenti sui problemi della gente. Non sfondano fino a raggiungere le profondità del cuore, l’interiorità dell’animo. Passiamo accanto alle persone, scivolando via, senza lasciare una traccia di bene e un po’ di calore umano. Ed ecco le solitudini, le frustrazioni, gli esaurimenti, le depressioni, il tedio di vivere, la tristezza di essere scavalcati, dimenticati, lasciati da parte senza più tenerezza. Spesso si va ancora oltre. Lo sguardo malato ci fa vedere quello che non esiste. La società si trasforma in un ring, dove combattere per vincere. La violenza verbale prende il posto del dialogo. Ogni parola diventa un problema insormontabile. La riservatezza del consiglio fraterno è sostituita dalla critica sfacciata. Lo scherno e il disprezzo coprono la verità e la dignità. A stringere, ci accorgiamo che le lacrime sul ciglio di tante persone, più che dai loro occhi, trovano nei nostri la loro ultima triste sorgente. Pietà, Signore, per ogni ombra, che oscura lo sguardo. Gli uomini e le donne sono fratelli e sorelle. Donaci un cuore grande per accoglierli. Insegnaci l’arte di amare, la delicatezza, il rispetto, la finezza, l’educazione, la gentilezza. Perdonaci, Signore, quando feriamo gli animi con parole cattive e seminiamo tristezza. La superbia non ci impedisca di tornare indietro a cercare coloro che abbiamo percosso e consolarli con un amore più grande. Chi piange non va giudicato, anche se ha torto. Lo facesti tu per primo con la donna adultera, indicandoci la strada del perdono. Un amico ritrovato riempie di gioia più di tutti quelli che ci stanno attorno da sempre. Quante volte ce l’hai ripetuto con le Parabole della Misericordia e quanto poco lo mettiamo in pratica! Aiutaci, Signore, a lavorare con passione per migliorare la casa comune che è il mondo, dove abitiamo. Lusingati da ciò che rende e non basta mai, i nostri occhi non scorgono le nuove miserie, la folla dei poveri dagli accenti casalinghi e planetari. Sono i pensionati con redditi bassissimi, gli invalidi con sostegni da fame, i lavoratori che, pur ammazzandosi di fatica, vivono sott’acqua, i diversamente abili senza un futuro sicuro, i malati cronici e di mente lasciati soli, i terzomondiali in fuga dalla loro terra e rifiutati dalla nostra, i detenuti rigettati dalla società, uomini e donne privi dell’essenziale: la salute, la casa, il lavoro, il salario, … . E ancora, le vittime dei cataclismi della storia e della geografia, i popoli colpiti dalla siccità, gli esuli massacrati dai bombardamenti della guerra, le turbe di bambini denutriti, le dolenti moltitudini dei lebbrosi, i cortei di gente mutilata per mancanza di medicine e assistenza, gli estromessi dai 4 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 banchi della cultura, … . Quante miserie, difficili da sconfiggere alla radice, sempre imputabili alla nostra cattiveria! Occorre avere occhi nuovi per vedere, spalancare il cuore, promuovere dignità e libertà, risalire alle cause ultime. Piccoli passi, per andare lontano. Una cultura nuova di giustizia e di impegno sociale. La fede dentro la storia. L’amicizia fraterna che accoglie, accompagna, investe sul futuro dei poveri. Uomini, donne, giovani di buona volontà, samaritani di misericordia e artefici di un mondo migliore. Scrive Papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima: “Nel povero la carne di Cristo diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… , per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura”. È il cammino della resurrezione. Aiutaci, Signore, a percorrerlo, vincendo l’egoismo, la pigrizia, la rassegnazione. Donaci la gioia della carità, l’entusiasmo delle opere buone, la fantasia della solidarietà. Fa’ che la nostra vita non sprofondi nell’ “eterno abisso della solitudine”, dove c’è tristezza e rovina. Porta in alto il nostro sguardo, dove i nomi di tutti sono scritti in cielo. “Cerchiamo di far sempre del bene, è per questo che siamo al mondo”. (Beato Clemente Vismara, missionario in Birmania). Donaci occhi nuovi, Signore! don Franco Colombini Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 5 Calendario CALENDARIO MARZO 1. Martedì Corso fidanzati 3.Giovedì Catechiste 4. Venerdì 24 ORE PER IL SIGNORE : Il cammino della Croce nella città 5. Sabato 24 ORE PER IL SIGNORE : Ritiro sulla Misericordia e la carità 6. Domenica PASTO POVERO – Incontro genitori I media – BATTESIMI 8. Martedì Corso fidanzati 9. MercoledìCaritas 10. Giovedì Catechesi adulti 11. Venerdì Via Crucis (ragazzi) ore 17.00 Via Crucis (Centro Storico) ore 21.00 13. Domenica Incontro genitori IV elementare PELLEGRINAGGIO MADONNA DEL DOSSO CONCLUSIONE CORSO FIDANZATI 14. Lunedì VEGLIA DECANALE MARTIRI CRISTIANI (ore 21.00 S. Gianna) 15. Martedì Gruppo Liturgico 16. Mercoledì Consiglio affari economici 17. Giovedì FESTA DEL PAPÀ AL CA ‘SOLARE 18. Venerdì Via Crucis (Quartiere Azalee) ore 21.00 19. Sabato Auguri Pasquali Caritas – Veglia in Traditione Symboli in Duomo 20. Domenica DELLE PALME – Catechesi II elementare 23. Mercoledì Celebrazione del Sacramento della Penitenza 24. Giovedì TRIDUO PASQUALE 25. Venerdì TRIDUO PASQUALE 26. Sabato TRIDUO PASQUALE 28. Lunedì Pellegrinaggio medie a Roma 29. Martedì Pellegrinaggio medie a Roma 6 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 30. Mercoledì Pellegrinaggio medie a Roma – Caritas 31.Giovedì Catechiste APRILE 1. Venerdì Pellegrinaggio parrocchiale Umbria e Roma Primo venerdì del mese 2. Sabato Pellegrinaggio parrocchiale Umbria e Roma 3. Domenica Pellegrinaggio parrocchiale Umbria e Roma 4. Lunedì Pellegrinaggio parrocchiale Umbria e Roma 5. Martedì Pellegrinaggio parrocchiale Umbria e Roma 6. Mercoledì Pellegrinaggio parrocchiale Umbria e Roma 7. Giovedì Pellegrinaggio parrocchiale Umbria e Roma 10. Domenica BATTESIMI 13.MercoledìCaritas 16. Sabato Ritiro prima Comunione 17. Domenica Catechesi bambini 3/6 anni – Catechesi II elementare 18. Lunedì Consiglio Pastorale Parrocchiale 21. Giovedì Catechesi adulti 22. Venerdì PRIMA COMUNIONE con le famiglie (ore 19.30) 24. Domenica Anniversario Consacrazione della Chiesa S. Gianna Beretta Molla - Festa Patronale 25. Lunedì Corteo a ricordo dei caduti – PRIMA COMUNIONE con la comunità (ore 11.15) 27. Mercoledì Caritas 28. Giovedì Giovedì penitenziale 30. Sabato Pellegrinaggio Parrocchiale Chiesa Giubilare Sacra Famiglia MAGGIO 1. Domenica 2. Lunedì 5.Giovedì 6. Venerdì 8. Domenica BATTESIMI S. Rosario (Quartiere Marchesina) ore 21.00 Catechiste Primo venerdì del mese (ore 16.00 Adorazione Eucaristica) Pellegrinaggio Decanale a Morimondo (ore 21.00) BATTESIM Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 7 FESTA DEI PAPÀ AL ANTIPASTO Degustazione di salumi stagionati dop con gnocco fritto PIZZA A Giro Selezione di pizze tagliata a spicchi in mezzo al tavolo ACQUA VINO O BIRRA CAFFE’ LIMONCINO O GRAPPA GIOCHI MUSICA SORPRESE Giovedì 17 Marzo ore 20.00 Iscrizione presso il Bar del Centro Parrocchiale OFFERTA LIBERA 8 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Settimana Santa 2016 Mercoledì Santo, 23 Marzo Ore 21.00 : Celebrazione del Sacramento della Penitenza Giovedì Santo, 24 Marzo Ore 08.00 : Liturgia della Parola Ore 11.00 : S. Messa e lavanda dei piedi per gli operatori di misericordia (Caritas, Associazioni) Ore 17.00 : Liturgia del Giovedì Santo per ragazzi/e Ore 21.00 : S. Messa in Coena Domini e lavanda dei piedi Venerdì Santo, 25 Marzo È giorno di magro e digiuno Ore 08.00 : Liturgia della Parola Ore 10.00 : Per i ragazzi/e: Preghiera in Oratorio, film, pasto povero (offerta libera) - Celebrazione della Morte del Signore, . Ore 15.00 : Celebrazione della Passione e Morte del Signore (S. Gianna) Ore 18.00 : Celebrazione nella deposizione del Signore (S. Gianna) Ore 21.00 : Via Crucis (da S. Ambrogio a S Gianna) Sabato Santo, 26 Marzo Ore 08.00 : Liturgia della Parola Ore 09.00 : Confessioni per tutta la giornata Ore 10.00 : Per le medie : Visita al Sepolcro e alla Porta Santa del Duomo Per ragazzi/e : Adorazione Croce e Eucaristia, Visita alla Tomba vuota Ore 21.00 : Solenne Veglia Pasquale Per tutti: Adorazione dell’Eucaristia e bacio della Croce Domenica di Pasqua, 27 Marzo Le S. Messe seguiranno l’orario festivo normale (ore 08.30, 10.00, 11.15, 18.00) Lunedì dell’Angelo, 28 Marzo S. Messe ore 08.30, 10.00, 11.15 Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 9 Preghiera Dio di tenerezza Dio onnipotente ed eterno, Padre dei poveri, il tuo amore guida ciascun momento della nostra vita. Ti rendiamo gloria per il dono della vita umana e specialmente per la promessa di vita eterna. Sappiamo che sei sempre vicino agli afflitti, ai poveri, a tutti i deboli, a coloro che soffrono. O Dio di tenerezza e compassione, accresci loro la fede e la fiducia in te. Confortali con la tua amorevole presenza e, se questa è la tua volontà, ridai loro salute, da’ loro rinnovata forza nel corpo e nell’anima. O Padre amorevole, benedici i moribondi, benedici tutti coloro che tra poco ti incontreranno faccia a faccia. Noi crediamo che Tu hai reso la morte la porta per la vita eterna. Mantieni nel tuo amore i nostri fratelli in fin di vita e portali nel sicuro, a casa, nella vita eterna, insieme a Te. O Dio, fonte di ogni forza, custodisci coloro che si prendono cura degli ammalati e assistono chi sta morendo. Da’ loro uno spirito coraggioso e gentile. Fa’ di loro un segno del tuo amore trasfiguratore S. Giovanni Paolo II 10 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Papa Francesco Quaresima tempo di conversione e solidarietà Il Messaggio di Papa Francesco Pubblichiamo il testo del Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2016. Il titolo del Messaggio è “Misericordia io voglio e non sacrifici (Mt 9,13). Le opere di misericordia nel cammino giubilare”. 1. Maria icona di una Chiesa che evangelizza perché evangelizzata Nella Bolla di indizione del giubileo ho rivolto l’invito affinché “la Quaresima di quest’anno giubilare sia vissuto più intensamente come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio” (Misericordiae Vultus, 17). Con il richiamo all’ascolto della Parola di Dio ed all’iniziativa “24 ore per il Signore” ho voluto sottolineare il primato dell’ascolto orante della Parola, in specie quella profetica. La misericordia di Dio è infatti un annuncio al mondo: ma di tale annuncio ogni cristiano è chiamato a fare esperienza in prima persona. È per questo che nel tempo della Quaresima invierò i Missionari della misericordia, perché siano per tutti un segno concreto della vicinanza e del perdono di Dio. Per aver accolto la Buona notizia a lei rivolta dall’arcangelo Gabriele, Maria, nel Magnificat, canta profeticamente la misericordia con cui Dio l’ha prescelta. La vergine di Nazareth, promessa sposa di Giuseppe, diventa così l’icona perfetta della Chiesa che evangelizza perché è stata ed è continuamente evangelizzata per opera della Spirito Santo, che ha fecondato il suo grembo verginale. Nella tradizione profetica, la misericordia ha infatti strettamente a che fare, già a livello etimologico, proprio con le viscere materne e anche con la bontà generosa, fedele e compassionevole, che si esercita all’interno delle relazioni coniugali e parentali. Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 11 2. L’alleanza di Dio con gli uomini: una storia di misericordia Il mistero della misericordia divina si svela nel corso della storia dell’alleanza tra Dio e il suo popolo Israele. Dio, infatti, si mostra sempre ricco di misericordia, pronto in ogni circostanza a riversare sul suo popolo una tenerezza e una compassione viscerali, soprattutto nel momenti più drammatici quando l’infedeltà spezza il legame del Patto e l’alleanza richiede di essere ratificata in modo più stabile nella giustizia e nella verità. Siamo qui di fronte ad un vero e proprio dramma di amore, nel quale Dio gioca il ruolo di padre e di marito tradito, mentre Israele gioca quello di figlio/figlia e di sposa infedeli. Sono proprio le immagini familiari – come nel caso di Osea (Os 1.2) – ad esprimere fino a che punto Dio voglia legarsi al suo popolo. Questo dramma d’amore raggiunge il suo vertice nel Figlio fatto uomo. In Lui Dio riversa la sua misericordia senza limiti fino al punto da farne la “Misericordia incarnata” (Misericordiae Vultus, 8). In quanto uomo, Gesù di Nazareth è infatti figlio di Israele a tutti gli effetti. E lo è al punto da incarnare quel perfetto ascolto di Dio richiesto ad ogni ebreo dallo Shemà ancora oggi cuore dell’alleanza di Dio con Israele: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6, 4-5). Il Figlio di Dio è lo Sposo che fa di tutto per guadagnare l’amore della sua Sposa, alla quale lo lega il suo amore incondizionato che diventa visibile nelle nozze eterne con lei. Questo è il cuore pulsante del Kerygma apostolico, nel quale la misericordia divina ha un posto centrale e fondamentale. Esso è “la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto” (Esortazione Apostolica, Evangelii gaudium, 36), quel primo annuncio che “si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve tornare sempre ad annunciare durante la catechesi”. La Misericordia allora esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere” (Misericordiae Vultus, 21), ristabilendo proprio così la relazione con Lui. E in Gesù crocifisso Dio arriva fino a voler raggiungere il peccatore nella più estrema lontananza, proprio là dove egli si è perduto ed allontanato da Lui. E questo lo fa nella speranza di poter così finalmente intenerire il cuore indurito della sua Sposa. 3. Le opere di misericordia La misericordia di Dio trasforma il cuore dell’uomo e gli fa sperimentare un amore fedele e così lo rende a sua volta capace di misericordia. È un miracolo sempre nuovo che la misericordia divina si possa irradiare nella vita 12 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 di ciascuno di noi, motivandoci all’amore del prossimo e animando quelle che la tradizione della Chiesa chiama le opere di misericordia corporale e spirituale. Esse ci ricordano che la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo. Perciò ho auspicato “che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporali e spirituali. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina” (MV 15). Nel povero, infatti, la carne di Cristo “diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura” (MV). Inaudito e scandaloso mistero del prolungarsi nella storia della sofferenza dell’Agnello Innocente, roveto ardente di amore gratuito davanti al quale ci si può come Mosè solo togliersi i sandali (Es 3,5); ancor più quando il povero è il fratello o la sorella in Cristo che soffrono a causa della loro fede. Davanti a questo amore forte come la morte (Ct 8, 6), il povero più misero si rivela essere colui che non accetta di riconoscersi tale. Crede di essere ricco, ma è in realtà il più povero tra i poveri. Egli è tale perché schiavo del peccato, che lo spinge ad utilizzare ricchezza e potere non per servire Dio e gli altri, ma per soffocare in sé la profonda consapevolezza di essere anch’egli null’altro che un povero mendicante. E tanto maggiore è il potere e la ricchezza a sua disposizione, tanto maggiore può diventare quest’accecamento menzognero. Esso arriva al punto da neppure voler vedere il povero Lazzaro che mendica alla porta della sua casa (Lc 16,20-21), il quale è figura di Cristo che nei poveri mendica la nostra conversione che Dio ci offre e che forse non vediamo. E quest’accecamento si accompagna ad un superbo delirio di onnipotenza, in cui risuona sinistramente quel demoniaco “sarete come Dio” (Gen 3, 5), che è la radice di ogni peccato. Tale delirio può assumere anche forme sociali e politiche, come hanno mostrato i totalitarismi del XX secolo, e come mostrano oggi le ideologie del pensiero unico e della tecnoscienza, che pretendono di rendere Dio irrilevante e di ridurre l’uomo a massa da strumentalizzare. E possono attualmente mostrarlo anche le strutture di peccato, collegate ad un modello di falso sviluppo fondato sull’idolatria del denaro, che rende indifferenti al destino dei poveri le persone e le società più ricche, che chiudono loro le porte, rifiutandosi persino di vederli. Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 13 Per tutti la Quaresima di questo Anno Giubilare è dunque un tempo favorevole per poter finalmente uscire dalla propria alienazione esistenziale grazie all’ascolto della Parola e alle opere di misericordia. Se mediante quelle corporali tocchiamo la carne del Cristo nei fratelli e sorelle bisognosi di essere nutriti, vestiti, alloggiati, visitati, quelle spirituali – consigliare, insegnare, perdonare, ammonire, pregare – toccano più direttamente il nostro essere peccatori. Le opere corporali e quelle spirituali non vanno perciò mai separate. È infatti proprio toccando nel misero la carne di Gesù crocifisso che il peccatore può ricevere in dono la consapevolezza di essere egli stesso un povero mendicante. Attraverso questa strada anche i “superbi”, i “potenti” e i “ricchi”, di cui parla il Magnificat, hanno la possibilità di accorgersi di essere immeritatamente amati dal Crocifisso, morto e risorto anche per loro. Solo in questo amore c’è la risposta a quella sete di felicità e di amore infiniti che l’uomo si illude di poter colmare mediante gli idoli del sapere, del potere e del possedere. Ma resta sempre il pericolo che, a causa di una sempre più ermetica chiusura a Cristo, che nel povero continua a bussare alla porta del loro cuore, i superbi, i ricchi ed i potenti finiscano per condannarsi da sé a sprofondare in quell’eterno abisso di solitudine che è l’inferno. Ecco perciò nuovamente risuonare per loro, come per tutti noi, le accorate parole di Abramo: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro” (Lc 16, 29). Quest’ascolto operoso ci preparerà nel modo migliore a festeggiare la definitiva vittoria sul peccato e sulla morte dello Sposo ormai risorto, che desidera purificare la sua promessa Sposa, nell’attesa della sua venuta. Non perdiamo questo tempo di Quaresima favorevole alla conversione! Lo chiediamo per l’intercessione materna della Vergine Maria che, per prima, di fronte alla grandezza della misericordia divina a lei donata gratuitamente, ha riconosciuto la propria piccolezza (Lc 1, 48), riconoscendosi come l’umile serva del Signore (Lc 1,38). Papa Francesco 14 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Giubileo della Misericordia Non perdete l’ occasione di essere felici! Se avete letto tutti i libri del mondo e siete informati di tutte le novità, ma non conoscete la via della gioia, non avete ancora imparato nulla della vita. Se avete accumulato ricchezze incalcolabili e avete risorse per soddisfare ogni desiderio, ma non avete la gioia, non possedete niente di veramente importante. Se avete fatto tutte le esperienze e conservate ricordi e cicatrici di imprese straordinarie, ma non avete ancora sperimentato la gioia, non avete ancora provato niente. Se vi siete procurato fama e notorietà in ogni angolo del mondo e siete ritenuti importanti, ma non avete niente di vero da dire a proposito della gioia, la vostra fama è un fumo che non vale niente. Se conoscete il mondo intero e avete relazioni di cui siete fieri, ma non sapete offrire gioia a quelli che incontrate, non si può dire che valga la pena di incontrarvi. Per questo si celebra il Giubileo, per rendere accessibile a tutti la gioia, per condividere il giubilo, la festa di Dio! L’occasione è rappresentata dall’apertura delle Porte aperte delle chiese, Porte della Misericordia, per offrire a tutti la grazia del perdono di Dio. Il perdono di Dio infatti è la festa di un abbraccio che accoglie chi torna al Padre pentito. E fa desta! Chi è perduto è stato salvato, chi è perduto è stato accolto, chi è perduto è stato restituito alla sua dignità di figlio amato. Questo infatti è il segreto della gioia: la certezza di essere amato, sempre, senza condizioni. Amato e atteso. Amato e stimato. Non perdete l’occasione! Le chiese penitenziali (più di 50 in Diocesi), le Porte della Misericordia (9 in Diocesi) assicurano il servizio per il Sacramento della Riconciliazione, per il perdono dei peccati, per essere segno dell’abbraccio del Padre che accoglie i figli che tornano. Raccomando che queste chiese siano effettivamente disponibili e che i confessori si prestino con generosità. In particolare i Venerdì di Quaresima sono i giorni particolarmente adatti per celebrare il mistero della misericordia di Dio. Non perdete l’occasione! Non perdete l’occasione! Lo dico anche ai preti, diocesani e religiosi. La misericordia è anche per voi. Non possiamo essere buoni confessori se non siamo umili penitenti. Invito pertanto tutti i ministri ordinati a incamminarsi verso la Pasqua di questo Anno Giubilare della Misericordia con un desiderio sincero di verità sulla propria vita. il Sacramento della Confessione è una vera esperienza di liber- Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 15 tà e di rinnovamento per chi lo vive con una pratica effettiva, umile e fiduciosa. Anche la nostra quotidiana conversione rende più bella la Chiesa che amiamo. Dobbiamo sottrarre questo Sacramento da una specie di riduzione intimistica e individualistica. Anche nel modo di celebrare questo mistero di grazie, che è la Confessione, dovremmo esprimere in modo più evidente la sua dimensione ecclesiale. Non perdete l’occasione! Lo dico in particolare a coloro che stentano ad apprezzare l’offerta di grazia dell’Anno Giubilare. Mi sembra che molti giovani vivano come una specie di imbarazzo nei confronti di questa offerta di grazia. Molti si lasciano intristire da un senso di colpa che li mortifica, li induce a perdere stima di sé, a vivere di distrazione e trasgressione per non dover confrontarsi con una vita di cui provano vergogna. Invito gli educatori e tutti gli adulti a dare testimonianza sulla gioia che si sperimenta nell’essere perdonati, nell’umiltà di riconoscersi peccatori raggiunti dalla parola del perdono. Non perdete l’occasione, abbiate il coraggio di essere felici, come chiede Papa Francesco. Lo dico a coloro che si sentono schiacciati da peccati troppo gravi, tanto da disperare del perdono; lo dico a coloro che si vergognano troppo, tanto da non riconoscere il peccato; lo dico a coloro che hanno troppi dubbi sulla Chiesa e ritengono troppo umiliante presentarsi a un uomo per chiedere il perdono di Dio. Invito tutti a entrare nella grazia del Sacramento, nell’offerta di grazia di Dio che si serve di poveri strumenti umani, ma opera con la sua potenza divina. Il Papa ha concesso a tutti i confessori l’autorizzazione ad assolvere anche dal peccato di aborto e dalla sanzione connessa per dare un segno che non c’è peccato tanto grave che non possa essere perdonato, se c’è vero pentimento. Perciò non perdete l’occasione di sperimentare la gioia indicibile di essere amati fino ad essere perdonati. Non perdete l’occasione! La grazia di questo Giubileo della Misericordia trasfigura i gesti minimi, il bene ordinario, il servizio quotidiano in “opere di misericordia”. Persino il bicchiere d’acqua e il pezzo di pane è un gesto sufficiente per ottenere l’indulgenza. Persino la pazienza nel sopportare la malattia, persino l’umiliazione di essere in carcere è una porta che si apre sulla misericordia. Pertanto invito tutti a intraprendere questa via verso la gioia. La gioia infatti è l’esperienza commovente di essere capaci di amare! Questo auguro di cuore a tutti all’inizio di questa Quaresima dell’anno giubilare: che tutti possano fare esperienza della gioia. Il segreto della gioia è tutto qui: l’esperienza di essere amati fino al perdono, l’esperienza di amare fino a compiere le opere di Dio. Non perdete l’occasione! S. E. Mons. Mario Delpini Vicario generale della Diocesi di Milano 16 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Cammino quaresimale L’ uomo nuovo è un nomade Cammino quaresimale per giovani Scorre sangue nomade nelle vene del popolo di Dio. L’istinto del vagabondaggio si è conficcato nella carne di questo popolo fin da quando il suo vecchio patriarca Abramo ha lasciato il suo paese, il suo parentado, la casa di suo padre (Gen 12, 1) in cerca di una terra che non è ancora stata trovata. Anche quando abita in città chiassose, questo popolo risente sempre negli orecchi il rumore del vento, che graffiava le rocce del deserto del Sinai, nel quale è nato e trova sempre qualche granello di sabbia tra le pieghe delle comode pantofole casalinghe. La nostalgia della giovinezza lo riconduce continuamente nel deserto, dove Dio lo attende per fare insieme le lunghe camminate dell’amore: “Ecco, io l’attrarrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore… E canterà, là, come nel giorno in cui salì dalla terra d’Egitto!” (Os 2,13-14). L’esperienza del deserto, come situazione di totale disponibilità al venire imprevedibile di Dio, rappresenta l’esperienza fondamentale e costruttiva del popolo eletto. IL NOMADISMO DI GESÙ Gesù, che è il vero Israele, il vero popolo di Dio, ha vissuto pienamente l’esperienza del Figlio di Dio, in modo pubblico e ufficiale, nella grandiosa teofania del Battesimo; egli si reca nel deserto, il luogo dell’attesa e del cammino, come per insinuare che la sua filiazione divina non è solo un fatto costitutivo della sua persona, ma anche un dono che deve essere atteso e una meta che deve essere raggiunta. Per noi, che siamo abituati dalla fede ad attribuire a Gesù la dignità di Messia e di Figlio di Dio, risulta particolarmente ostica una intuizione che è evidente e pacifica per gli scrittori del Nuovo Testamento: Gesù è “diventato” Figlio di Dio attraverso una paziente maturazione e una faticosa ricerca della volontà del Padre. Un tema costante della primitiva predicazione apostolica è che Gesù si presenta pienamente come Figlio di Dio soltanto al momento della resurrezione (At 13, 33; Rom 1, 4). Gesù ha dovuto conquistare sempre di nuovo un autentico spirito di obbedienza filiale: “Cristo nei giorni della sua vita mortale, avendo offerto preghiere e suppliche a Colui che poteva salvarlo da morte, insieme a forti grida e lacrime, ed essendo stato esaudito per la sua pietà, Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 17 sebbene fosse Figlio, imparò, da ciò che sofferse, l’obbedienza” (Eb 5, 7-8). Del resto in questo insegnamento apostolico riecheggia un comportamento costante di Gesù: ogni illusione che viene fatta alla sua dignità divina e messianica viene regolarmente accompagnata da uno spostamento di tale dignità nel futuro e dal ribadimento del presente stato di nascondimento, di umiliazione, di sofferenza. Quando Pietro confessa la dignità messianica di Gesù, avviene la prima profezia della passione (Mc 8, 27-33); quando la madre dei figli di Zebedeo accenna al regno messianico, si sente dire che prima occorre bere il calice della passione (Mt 20, 20-23); quando il Sinedrio chiede a Gesù un definitivo autopronunciamento, egli non nasconde la verità sulla sua persona, ma sposta al di là della passione il momento della venuta gloriosa (Lc 22, 67-71). Queste espressioni ci aprono uno spiraglio molto interessante sulla coscienza di Gesù: pur essendo da sempre Messia e Figlio di Dio e pur sapendo da sempre di esserlo, egli ha voluto, seguendo un normale destino umano, che i privilegi della sua condizione divina si manifestassero dopo la Pasqua, come dono del Padre, in risposta al suo atteggiamento di abbandono filiale a lui e di totale dedizione ai fratelli. Ogni altro modo di intendere la propria missione messianica è scartato da Gesù come tentazione demoniaca. Dietro a un messianismo fatto di clamorose esibizioni miracolistiche, Gesù riconosce la mentalità di Satana, di colui che aveva tentato il primo uomo, perché si costruisse da solo il proprio destino, rifiutando la proposta di Dio. Anche quando è la voce ben nota e cara al cuore, la voce di un amico, di Pietro, a suggerirgli un comportamento diverso da quello voluto dal Padre. Gesù è all’erta e con vigile senso critico riconosce lo stile inconfondibile del tentatore: “Allontanati da me, satana! , perché tu non ragioni secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8, 33). Ma proprio in questo clima da deserto, in questa rinuncia ad ogni progetto umano per fidarsi di Dio, in questa paziente e peregrinante ricerca delle piste tracciate dal Padre, Gesù attua il suo destino di rivelatore. Egli rivela Dio all’uomo e l’uomo a se stesso. In Cristo, che spartisce fino in fondo la situazione di tensione, di faticosa maturazione, propria dell’uomo, Dio si rivela come colui la cui vera grandezza e potenza è una inimmaginabile forza di amore, una puntigliosa volontà di condividere la condizione dolorosa e mortale dell’uomo. n Cristo, che si concede a Dio con abbandono totale, l’uomo si scopre come colui che vive nel momento in cui si getta allo sbaraglio. IL RICHIAMO DEL DESERTO Se i nostri gruppi giovanili vogliono essere autentiche comunità cristiane, 18 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 devono lasciarsi incantare dal fascino sottile e penetrante del deserto. Quali piste vi conducono? Andare nel deserto vuol dire riscoprire l’attitudine contemplativa dell’esistenza cristiana. il mito esclusivo dell’efficienza, dell’organizzazione, della programmazione può snaturare il senso della nostra convivenza nei gruppi giovanili. L’unica realtà veramente efficiente, che il cristiano conosce, è l’amore; e l’amore è disponibilità all’azione di Dio in noi. L’amore esige anche attività solerte e programmata, ma non vi si esaurisce. Tutte le cose valgono per quello che producono. L’amore è l’unica cosa che vale per se stessa: non deriva il valore dalle cose che fa, bensì concede ad esse il valore pieno. Quando l’insanabilità della situazione di sofferenza in cui si trova il mio fratello è tale da rendere insignificante ed inefficiente ogni mio ulteriore intervento, comincia il momento più puro e sconcertante dell’amore: condividere semplicemente la sua situazione, compatire, cioè entrare in consonanza cordiale con la sua passione, stargli accanto come segno della compagnia di Dio. Tanta cosiddetta attività caritativa dei nostri gruppi consiste in molta attività e in poca carità: è azione, ma non comunione. Di qui la sua incostanza e la sua inconcludenza. Il nostro compito è spartire la sofferenza del fratello, guarendo ciò che è guaribile e sopportando ciò che è inguaribile. Penserà il Padre celeste, il Signore della vita, Colui che ha risuscitato Gesù da morte, a farci sperimentare nella carne tutta la vitalità che era nascosta nel nostro amore sofferente. Andare nel deserto vuol dire ascoltare la parola di Dio. Spesso le conversazione religiose nei nostri gruppi sono il tentativo di chiedere a Dio la risposta alle nostre esigenze e alle nostre esperienze: ci impanchiamo a interrogatori di Dio, dimenticando che per noi esistere significa essere chiamati alla vita, quindi essere dei convocati, degli interrogati. Non dobbiamo usare Dio per spiegare noi stessi: dobbiamo, al contrario, lasciarci usare da Dio, perché egli in noi si spieghi, si riveli ai nostri fratelli. Un vero scambio di esperienze deve partire dalla Parola di Dio e deve comunicare come ciascuno di noi, secondo la irripetibile originalità della propria persona e della propria storia, è diventato una cassa di risonanza per la parola che Dio ha proclamato in noi. IN QUARESIMA La quaresima può essere una magnifica occasione per far circolare nelle nostre vene il vecchio sangue dei nostri Padri nomadi. In Quaresima siamo invitati a lasciarci giudicare e criticare con maggiore lucidità dalla Parola di Dio e siamo spinti da questa Parola a condividere più coraggiosamente Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 19 la vita dei nostri fratelli. Dobbiamo cessare di essere dei contestatori, per diventare dei contestati da Dio. Se il tentatore ci tenterà, come ha tentato i nostri Padri e come ha tentato Gesù nel deserto, suggerendoci di mettere Dio alla prova col chiedergli l’avallo e la riuscita dei nostri progetti, gli dobbiamo rispondere, insieme con Cristo, che l’uomo non può tentare Dio, ma deve semplicemente abbandonarsi alla prova rischiosa ma entusiasmante a cui la parola di Dio lo sottopone. Don Luigi Serenthà Rettore Maggiore dei Seminari Milanesi 20 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Quaresima La strada e la sorgente Anche dalla roccia più dura Dio può far scaturire acqua viva Riflessioni all’inizio della Quaresima Nel silenzio che si allarga dal mercoledì delle Ceneri – memento quia pulvis es, et in pulverem reverteris – s’inizia il tempo della metànoia, del cambiamento interiore. Ricordo un messaggio di Benedetto XVI di qualche anno fa. Il Papa ha chiamato a questo capovolgimento del cuore. (Singolare distonia della Chiesa nel coro di voci che, tutte, oggi invocano il cambiamento dell’altro, sempre solo dell’altro. Come una stecca nel coro, una limpida nota dissonante: la metànoia domanda conversione non dell’altro, ma a noi). Quadragesima, è il nome antico dei quaranta giorni alla Pasqua. Quaranta come i giorni di Noè sull’arca, come le albe di Mosè sul Sinai, come gli anni di Israele nel deserto. Un tempo “di perseveranza”, bastante a vedere in atto le opere di Dio e a decidersi per lui. Un tempo che ci si immagina scorrere più lento, e più grave; e che vorremmo meno assediato dal rumore. Quaranta giorni: come, anche, quelli di Gesù nel deserto. A questo tempo il Papa paragona la Quaresima. Quaranta giorni in cui Cristo restò solo con il Padre, in un’intima solitudine cui si abbeverava; eppure proprio in quella pace muta di rocce e sassi, e stelle, qualcosa d’altro si insinuava e premeva. Come confusa con il vento, una voce sussurrava e prometteva potere e gloria. Nello stesso deserto colmo di Dio, la crepa di quella voce straniera. “Questa situazione di ambivalenza descrive anche la condizione della Chiesa nel “deserto” del mondo e della storia, ha detto il Papa. La Chiesa, cioè noi cristiani, ancora una volta in cammino verso una Pasqua che dica che la morte è vinta e la pietra del sepolcro divelta. Ma, intanto, eccoci, in questo spazio di quaranta giorni in cui vorremmo, ci proponiamo di cercare un nuovo sguardo. In cui cerchiamo magari momenti di silenzio e di verità su noi stessi, che illuminino la fatica opaca, o il dolore; ma alla cella dei nostri deserti preme il mondo. Sono echi e boati, e grida di protesta, e scandalo, e meschinità, o anche solo il chiacchiericcio di parole inutili, di promesse vane; valanga di rumore che costantemente ci si rovescia addosso, e senza che ce ne accorgiamo ci stordisce. Il deserto può essere anche un brusio Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 21 opprimente di voci, una cacofonia stordente che, senza negare esplicitamente un senso ai nostri giorni, ci annichilisce fino a che nemmeno più lo cerchiamo. Stretti fra i nostri due deserti procediamo, qualche volta scoraggiati. Porterà davvero a una meta questo cammino, questa lancia nel fiume del tempo che ogni anno ritorna e domanda che ci mettiamo per strada verso la Pasqua, verso la Resurrezione? E sembra di sentire lo scalpiccio dei nostri passi faticosi, o cinici, o abituati. Convertirci? Noi? Via, come ci si può credere davvero. Ma, dice il Papa, “anche per la Chiesa di oggi il tempo del deserto può trasformarsi in un tempo di grazia: anche dalla roccia più dura Dio può far scaturire l’acqua viva”. Perché quell’acqua che disseta non viene da noi; non dal nostro anche onesto affannarci, ma dallo squarcio inaspettato della roccia che svela, dove tutto sembrava morto, una fonte. E noi? Noi possiamo soltanto camminare nel deserto, zitti abbastanza per sentire il fiato del vento; curvi sotto i nostri fardelli, e perseveranti, per non lasciarci sommergere da chi sussurra o grida che andiamo soltanto verso il nulla. In quel deserto lungo quaranta giorni pellegrini, che umilmente, piano, vanno. Certi che, come vuole e dove vuole, in questa polvere si alzerà un’alba nuova. (Forse la nostra moderna fatica a credere sta nel pensarci noi, con la nostra scienza e potenza, i veri motori e artefici della salvezza). Camminiamo per i nostri metropolitani deserti, ben certi che lì, non potrà crescere un solo filo d’erba. Dimentichi del Dio che spacca le rocce e ne scaturisce sorgenti; del Dio di Israele nel deserto, del “primo amore tra Dio e il suo popolo”, dice il Papa. Forse la legge del deserto lungo quaranta giorni sta nel non pretendere di misurare Dio con la nostra misura, nel non pensare di organizzare la grazia. Ma semplicemente nel domandare; inermi, mendicanti, la mano aperta e vuota. Francesco Galluccio 22 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Quaresima Quaresima: a Milano inizia quattro giorni più tardi. Come mai? Chi sa perché a Milano e nei Comuni della sua Diocesi il Carnevale si festeggia in ritardo rispetto a tutto il resto del mondo? “Semplice – molti risponderanno – , perché a Milano si segue il Rito Ambrosiano e non quello Romano”. Certo, ma perché a Milano si segue il Rito Ambrosiano e non quello Romano? Per capirlo dobbiamo tornare indietro nei secoli, anzi di quasi due millenni, al periodo nel quale è vissuto Sant’Ambrogio. La tradizione vuole che il Vescovo e capo della Chiesa Milanese fosse impegnato in un pellegrinaggio e avesse annunciato il proprio ritorno per Carnevale. Questo perché avrebbe voluto celebrare i primi riti della Quaresima nella propria Città e nella propria Chiesa. Poiché, però, il Vescovo Ambrogio tardava ad arrivare, la popolazione di Milano lo aspettò, prolungando il Carnevale fino al suo arrivo. È per questo, dunque, che fu posticipato il Rito delle Ceneri, che nell’Arcidiocesi Milanese si svolge la prima domenica di Quaresima. Ma questa è solo una leggenda, che, per quanto credibile, non ha alcun fondamento. In realtà la differenza tra Rito Romano e Rito Ambrosiano è dovuta al fatto che anticamente la Quaresima iniziava dappertutto di domenica. I giorni dal Mercoledì delle Ceneri alla domenica successiva furono introdotti nel Rito Romano per portare a quaranta i giorni di digiuno effettivo, tenendo conto che le domeniche non erano mai stati giorni di digiuno. Dunque il Rito Ambrosiano altro non sarebbe che il Rito Romano originario, seguito dalla Chiesa, solo successivamente modificato con l’introduzione del Rito Romano. A cura di Alessio Maraschio Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 23 Card. Tagle Di fronte a Gesù con il Centurione Riflessione del Cardinale Tagle, Arcivescovo di Manila mistero che adoriamo e ne siamo trasformati. Fare l’adorazione eucaristica è come stare ai piedi della croce di Gesù, testimoniando il suo sacrificio della vita ed essendone rinnovati. A parte la Madre e il discepolo amato, che vegliarono con Gesù morente, anche il centurione romano, che controllava lo svolgimento della crocifissione, può essere modello di adorazione. Probabilmente quell’ufficiale ha tenuto d’occhio Gesù dall’arresto fino alla morte. Vedendo Gesù tradito, arrestato, accusato, umiliato, spogliato e brutalmente inchiodato alla croce, ha sorprendentemente concluso: “Veramente quest’uomo era giusto” (Lc 23, 47), e “Davvero costui era Figlio di Dio” (Mt 27, 54; Mc 15, 39). Già indurito da tante crocifissioni, di cui era stato supervisore, deve aver visto qualcosa di nuovo in Gesù. Al termine di una esecuzione di routine, è fiorita una professione di fede in Gesù. Non è stata solo un’altra crocifissione, dopo tutto, ma la manifestazione dell’innocenza e del Figlio di Dio. Apprendiamo dall’adorazione del centurione che il sacrificio della vita di Gesù non può essere apprezzato per quello che è veramente, se non si affronta l’orrore della croce. Il Vangelo secondo Marco dice che il centurione stava davanti a Gesù. Come ogni capo di guardie, sorvegliava attentamente il criminale giustiziato. Non faceva altro che guardare Gesù. E la vicinanza fisica non bastava: doveva essere vigile e attento, in modo da poter rendere conto di ogni dettaglio. Impariamo dal centurione a stare di fronte a Gesù, a tenerlo sempre d’occhio, a guardarlo fisso, a contemplarlo. All’inizio il centurione ha passato ore a guardare Gesù per dovere, ma poi ha finito per contemplarlo nella verità. 24 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Che cosa ha visto, il centurione? Possiamo supporre che abbia visto l’orrore della sofferenza che ha preceduto la morte di Gesù. Egli è stato testimone oculare del dolore, dell’umiliazione e della solitudine inflitti a Gesù, quando gli amici lo tradirono e lo abbandonarono. Deve essere rimasto sorpreso nel vedere Giuda scoccare un bacio apparentemente affettuoso, che era in realtà un atto di tradimento. Probabilmente si è meravigliato della rapidità con cui un gruppo di discepoli potevano abbandonare il loro maestro per salvare la pelle. Ha ascoltato le bugie fabbricate nel Sinedrio e la resa di Pilato alla folla, nonostante la mancanza di un chiaro capo d’accusa contro Gesù. Ha visto la gente schernire Gesù, sputargli addosso, spogliarlo e crocifiggerlo. Ha sentito il grido di dolore: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34). Il centurione ha constatato una crudeltà incredibile da parte degli amici, delle autorità e persino della divinità lontana. Il tradimento, la disumanità e la brutalità continuano fino ad oggi nelle molte crocifissioni dei poveri e della creazione. Non possiamo fare a meno di chiederci perché gli amici, le autorità e Dio non intervengono. Ma credo anche che in Gesù il centurione abbia visto un amore incredibile: amore per il Dio che non gli aveva tolto quel calice di sofferenza, e amore per ogni suo prossimo. Per i suoi nemici chiese il perdono del Padre (Lc 23, 34). A un bandito promise il paradiso (Lc 23, 43). Alla madre assicurò una nuova famiglia (Gv 19, 26-27). E al Dio, che lo aveva abbandonato, Gesù si abbandonò: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Il centurione ha visto l’amore fiorire nel deserto della disumanità. In mezzo al chiasso degli insulti e delle menzogne, quell’uomo, Gesù, pronunciava parole di fedeltà e di verità. Dappertutto la gente gridava “no” a Gesù, ma il centurione ha udito da Gesù solo “sì” al Padre, “sì” al prossimo, “sì” alla missione. In quella orribile croce di odio e di violenza il centurione ha riconosciuto l’amore, un amore incrollabile, che si rifiuta di morire, che è forte come l’acciaio contro il male, ma tenero di fronte all’amato. Gesù è rimasto fedele alla sua missione. Così la sua morte è stata trasformata in vita. Quando adoriamo il Dio-Trinità in lode del sacrificio di Gesù, siamo chiamati a piangere per le vittime dell’indifferenza dell’umanità peccatrice e dell’impotenza di Dio. Ma piangiamo anche di gratitudine per la speranza dell’amore puro che va dispiegandosi in un mondo lacerato. La croce, emblema della colpa dei criminali, ha confermato l’innocenza di Gesù, il vero adora- Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 25 tore di Dio. Il culto sacrificale, che egli ha celebrato, era il suo amore senza macchia per il Padre e la profonda compassione per i peccatori. Gesù, che è sopravvissuto a tale orrore con la speranza e ha vinto un così grande male con la tenerezza e l’amore, non era solo innocente. Ha anche mostrato che veniva dall’alto. Il centurione ha creduto che Gesù poteva venire solo da Dio, suo Padre. Card. Luis Antonio Gokim Tagle Arcivescovo di Manila 26 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Triduo pasquale Il significato del Triduo pasquale Il Triduo pasquale è al cuore della nostra vita di cristiani. È la Settimana Santa che per la sua esemplarità, è definita, fin dall’antichità, “Autentica”, proprio perché in essa si fa memoria dei giorni della morte e di Resurrezione del Signore. L’inizio è fissato nella mattina di domenica, detta delle Palme, a ricordare l’ingresso del Signore a Gerusalemme, salutato dal festoso sventolio di palme e ulivo che si rievoca anche fisicamente nella processione che si svolge dalla chiesa di sant’Ambrogio a quella di Santa Gianna Beretta Molla. Giovedì santo La Messa Crismale, con la benedizione degli oli e la consacrazione del crisma prelude al Triduo pasquale, ma non ne è parte. Questa celebrazione, che prende il nome dal crisma, è concelebrata dall’Arcivescovo con il suo clero ed è a esso specificamente dedicata. Nel pomeriggio, la Messa in Coena Domini e il rito della lavanda dei piedi che, nel rito ambrosiano non è inserita nella celebrazione eucaristica, ma la precede, avvia i giorni del Triduo. Al termine della celebrazione, l’Eucaristia viene riposta in un altare laterale detto Riposizione, da cui verrà riportata al Tabernacolo sull’altare maggiore, nella Veglia di Risurrezione. Venerdì santo Nella giornata del Venerdì santo – che è aliturgica – e nella celebrazione del Passio si vivono, accompagnati dalla lettura continuativa del Vangelo di Matteo, i momenti più drammatici. Per questa Liturgia è il Parroco a leggere personalmente il Vangelo e, nel momento in cui Cristo spira, nella chiesa cade un’oscurità completa, a significare che il mondo perde la sua luce. Particolarmente importante il gesto di esporre il Crocifisso alla pietà Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 27 dei sacerdoti e dei fedeli che lo baciano in segno di devozione dolorosa. La preghiera universale proclamata dai Sacerdoti è emblema di una famiglia, grande quanto il mondo, stretta intorno alla Croce. Nel tardo pomeriggio la Chiesa rivive la deposizione di Gesù dalla Croce, la sepoltura. Alla sera si ripercorre il cammino della Croce , la Via Crucis, fino a raggiungere il sepolcro di Gesù, dove sostare pensosi e assorti, certi che qualcosa di grande sta per succedere. Il Sabato santo è il giorno del silenzio, della preghiera e della riflessione, nell’attesa della gioia che erompe nell’Alleluia della Veglia di Risurrezione. Cristo è risorto, come canta tre volte il celebrante con voce crescente. Nella Veglia, l’abbondanza della Parola di Dio, attraverso nove letture, il canto del Preconio – come “mirabile sintesi” della storia della salvezza – , l’annuncio della Risurrezione, il battesimo dei catecumeni che iniziano il loro cammino di luce cristiana, ritmano il ritorno alla vita che, nella solenne Liturgia di Pasqua, definisce il senso compiuto della nostra fede. Anna Felicita Milani 28 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Giubileo Il Giubileo nella nostra Diocesi Con l’apertura della Porta Santa del Duomo di Milano, lo scorso 13 dicembre, il Cardinale Scola ha inaugurato il Giubileo della Misericordia anche nella nostra Diocesi. In questo articolo il Vicario generale illustra il significato di questo particolare Anno Santo e spiega come viverlo concretamente nella quotidianità, anche attraverso le iniziative diocesane. PREFERISCO LA DOMENICA I discepoli di Gesù, anche quando vivono il Venerdì Santo, sono testimoni della risurrezione, pensano quindi alla domenica. Non sono come quelli che preferiscono il venerdì sera e il sabato notte per farsi del male, rovinarsi la salute e sprecare infinite ore nella desolazione. I discepoli di Gesù preferiscono la domenica, conoscono l’arte di fare festa, che sa comporre gli affetti, la fede nel Padre del Signore Gesù, il riposo e il modo di far contento qualcuno. Preferiscono a tal punto la domenica che si sono inventati anche l’Anno giubilare, che sarebbe un anno fatto solo di domeniche, anche se questo non si può dire perché rovinerebbe, come dicono, tutta l’economia. Ad ogni modo, è difficile negare che il Giubileo abbia a che fare con giubilo, gioia, festa. Il Giubileo straordinario della Misericordia, indetto da Papa Francesco, è un anno per celebrare la gioia che nasce dall’annuncio e dall’esperienza di essere amati dal Padre misericordioso, che si prende cura della gioia dei suoi figli. E il Papa raccomanda: abbiate il coraggio di essere felici. Ecco che cosa c’è in programma per l’Anno giubilare: un grande convenire di giovani a Cracovia, che vogliono celebrare il coraggio di essere felici, beati, perché amati e capaci di amare. “Beati i misericordiosi” (Mt 5,7). PREFERISCO IL RASOIO La schiuma è quella reazione che fa sembrare pieno il bicchiere mezzo vuoto e ti dà l’impressione che sia tanta la birra che è poca. Siamo sempre esposti alla tentazione della schiuma: che le apparenze siano montate per gratificare l’amor proprio, che il fumo sia gagliardo per nascondere la pochezza dell’arrosto. La schiuma si spalma sulla faccia quando si vuole fare la barba: in quel momento anche il volto più truce fa ridere. Ma per fare la barba ci vuole il rasoio. Per togliere un male ci vuole un bisturi. La miseriAnno XXI Marzo Aprile 2016 - 29 cordia non è una schiuma e l’Anno giubilare non dovrà essere una messa in scena di manifestazioni. Si tratta piuttosto di riconoscere che c’è un male da togliere, una infelicità da curare, una cattiveria da estirpare e la misericordia è l’opera promettente dello Spirito di Dio che entra nell’intimo dei cuori, là dove si nasconde una qualche sorgente velenosa che inquina l’umore e il volere. Lo Spirito è delicato come una rugiada e tagliente come un rasoio: può estirpare il male e guarire le ferite. Ecco che cosa c’è in programma per l’Anno giubilare: un cammino di popolo che si fa pellegrino per convertirsi, tornare al Signore, essere perdonato. Perciò sono state individuate in ogni zona pastorale le chiese giubilari e le chiese penitenziali, perché tutti coloro, che si sentono trafiggere il cuore dal pentimento dei peccati e da uno struggente desiderio di vita nuova, siano accolti e perdonati. Perciò saranno organizzati momenti da condividere per le diverse fasce di età, per le diverse categorie, per tutti, come il pellegrinaggio diocesano a Roma del 22 ottobre. PREFERISCO IL RITMO Non nego che lo scatto ha un certo fascino. Mi esalto anch’io degli slanci. Difficile essere insensibili ai momenti collettivi di entusiasmo. Ma io preferisco il ritmo, quella presenza fedele sulla quale puoi contare, quell’ordine dei tempi che mette ordine non solo nelle giornate, ma anche nei pensieri e negli affetti, quella puntualità agli appuntamenti che non esaspera chi aspetta. Così deve essere la pratica della carità: non slancio di un momento di entusiasmo, non la frenesia di un pomeriggio per una impresa che meriti d’essere citata al telegiornale, piuttosto il ritmo che sa che cosa può fare e mantiene le promesse. Il ritmo della carità significa che la misericordia non si riduce all’emozione di un momento, ma diventa una decisione, un impegno da mantenere, un servizio su cui gli altri possono contare. Ecco che cosa c’è in programma per l’Anno giubilare: la pratica delle Opere di Misericordia corporali e spirituali. S. E. Mons. Mario Delpini Vicario Generale della Diocesi di Milano 30 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Intervista “Dobbiamo lottare per un mondo senza povertà” Intervista rilasciata da Papa Francesco ai Giornali di strada È ancora presto quando ci presentiamo al portone di servizio del Vaticano, a sinistra della Basilica di San Pietro. Le guardie svizzere sono al corrente del nostro arrivo e ci fanno passare. Dobbiamo andare alla Casa Santa Marta, perché lì abita Papa Francesco. Casa Santa Marta probabilmente è l’hotel a tre stelle più particolare del mondo. Un grande edificio bianco dove pernottano Cardinali e Vescovi che svolgono il loro servizio in Vaticano o vi si trovano di passaggio e che è anche la dimora dei Cardinali durante il conclave. Anche qui sanno del nostro arrivo. Due signore alla reception, come in ogni albergo, gentilmente ci indicano una porta laterale. La stanza dell’incontro è già stata preparata. Uno spazio abbastanza grande con una scrivania, un sofà, alcuni tavoli e sedie, questo è il luogo di ricevimento infrasettimanale del Papa. Poi, inizia l’attesa. Marc, il venditore di Straatnieuws, è il più tranquillo di tutti e aspetta, seduto sulla sedia, ciò che verrà. Di colpo si presenta il fotografo ufficiale. “Sta arrivando il Papa”, ci bisbiglia. E prima che ce ne rendiamo conto entra nella stanza: Papa Francesco, il capo spirituale di più di un miliardo di cattolici. Porta con sé una grande busta bianca. “Mettetevi seduti, amici – dice con un gesto gentile della mano – . che piacere avervi qui”. Visto da vicino dà l’impressione di un uomo calmo e amichevole, ma allo stesso tempo energico e preciso. Una volta seduto si scusa per il fatto di non parlare l’olandese. Glielo perdoniamo subito. Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 31 Le nostre interviste iniziano sempre con una domanda. LEI, SANTO PADRE, COSA RICORDA DELLA STRADA E DEL QUARTIERE IN CUI È CRESCIUTO? CHE IMMAGINI LE VENGONO IN MENTE PENSANDO ALLE STRADE DELLA SUA INFANZIA? Da quando avevo un anno fino al momento in cui sono entrato in seminario, ho vissuto nella stessa via. Era un quartiere semplice di Buenos Aires, tutte case basse. C’era una piazzetta, dove noi giocavamo a calcio. Mi ricordo che scappavo da casa e andavo a giocare con i ragazzi dopo la scuola. Mio papà lavorava in una fabbrica, che era distante cento metri da noi. Mi ricordo anche i nomi delle persone, che poi, da sacerdote, ho rivisto e incontrato per i sacramenti o per l’ultimo conforto. Questi sono i miei ricordi spontanei. LEI GIOCAVA ANCHE A CALCIO? Sì. ERA FORTE? No. A Buenos Aires, quelli che giocavano a calcio con me, li chiamavano pata dura. Che vuol dire avere due gambe sinistre. Tante volte giocavo come portiere. COME È NATO IL SUO IMPEGNO PER I POVERI? Mi vengono in mente tanti momenti del passato. Ricordo una signora che veniva a casa nostra tre volte la settimana per aiutare la mia mamma. Per esempio aiutava in lavanderia. Aveva due figli. Erano italiani, venivano dalla Sicilia e avevano vissuto l guerra. Erano molto poveri, ma tanto buoni. Di quella donna ho sempre mantenuto il ricordo. La sua povertà mi colpiva. Noi non eravamo ricchi, ma arrivavamo alla fine del mese. Non avevamo una macchina, non facevamo le vacanze. Ma a loro mancava il necessario e mia mamma le dava qualcosa. L’ho rincontrata quando ero già Arcivescovo di Buenos Aires, aveva 90 anni. E l’ho accompagnata fino alla more, avvenuta all’età di 93 anni. Un giorno lei mi ha dato una medaglia del Sacro Cuore di Gesù che porto ancora con me. Questa medaglia mi fa tanto bene. Vuole vederla? (Con un po’ di fatica, il Papa tira fuori la medaglia, completamente scolorita, 32 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 dopo che è stata portata per così tanti anni). Così penso a lei ogni giorno e a quanto ha sofferto per la povertà. E penso a tutti gli altri che hanno sofferto. La porto e la prego. QUAL’È IL MESSAGGIO DELLA CHIESA PER I SENZATETTO? CHE COSA SIGNIFICA LA SOLIDARIETÀ CRISTIANA PER LORO IN CONCRETO? Ritengo siano due le cose importanti. Gesù è venuto al mondo senzatetto e si è fatto povero. La Chiesa vuole abbracciare tutti e dire che è un diritto avere un tetto sopra la testa. Nei movimenti popolari si lavora con tre “t”: trabajo (lavoro), techo (casa), e tierra (terra). Per la Chiesa ogni persona ha diritto a queste tre “t”. LEI CHIEDE SPESSO ATTENZIONE PER I POVERI E I PROFUGHI. NON TEME CHE IN QUESTO MOMENTO SI POSSA GENERARE UNA FORMA DI STANCHEZZA NEI MEDIA E NELLA SOCIETÀ GENERALE? A tutti noi viene la tentazione – quando si affronta un tema difficile – di dire: “Ma, finiamola: questa cosa stufa troppo”. La stanchezza esiste, ma non mi fa paura. Devo continuare a parlare della verità e di come stanno le cose. È SUO DOVERE? Sì, è mio dovere. Lo sento dentro di me. Non è un comandamento, ma come persone tutti dovremmo farlo. NON TEME CHE LA SUA DIFESA DELLA SOLIDARIETÀ E DELL’AIUTO PER I SENZATETTO E DEI POVERI IN GENERALE POSSA ESSERE SFRUTTATA POLITICAMENTE? COSA DEVE DIRE LA CHIESA PER ESSERE INFLUENTE E ALLO STESSO TEMPO RIMANERE FUORI DAGLI SCHIERAMENTI POLITICI? Ci sono situazioni che possono portare a commettere errori. Vorrei sottolineare due forti tentazioni. La Chiesa deve parlare con la verità e la testimonianza: la testimonianza della povertà. Se un credente parla della povertà o dei senza tetto e conduce una vita da faraone, questo non si può fare. Questa è la prima tentazione. L’altra tentazione è quella di fare accordi con i governi. Si possono fare accordi, ma devono essere accordi chiari e trasparenti. Per esempio: noi gestiamo questo palazzo, ma i conti sono Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 33 tutti controllati, per evitare la corruzione. Perché c’è sempre la tentazione della corruzione nella vita pubblica. Sia politica, sia religiosa. Ricordo che una volta, ho visto – quando l’Argentina sotto il regime dei militari è entrata in guerra con la Gran Bretagna per le Isole Malvine – che la gente donava delle cose e ho visto tante persone, anche cattolici, incaricati di distribuirle, che le portavano a casa. C’è sempre il pericolo della corruzione. Anni fa ho chiesto a un ministro argentino, un uomo onesto, capace di lasciare il proprio incarico, perché non poteva andare d’accordo con alcune cose poco chiare: “Quando inviate aiuti – siano cibo, vestiti o soldi – ai poveri e agli indigenti, di quello che inviate, quanto arriva loro?”. Mi ha risposto: il 35 %. Significa che il 65 % si perde. È la corruzione: un pezzo per me, un altro pezzo per me. LEI CREDE CHE FINORA NEL SUO PONTIFICATO C’È STATO UN CAMBIAMENTO DI PROSPETTIVA, PER ESEMPIO NELLA POLITICA? Non saprei cosa dire. Non lo so. So che alcuni hanno detto che io ero comunista. Ma è una categoria un po’ antiquata (ride). Forse oggi si usano altre parole per dire questo… MARXISTA, SOCIALISTA… Hanno detto tutto questo. I SENZATETTO HANNO DEI PROBLEMI FINANZIARI, MA COLTIVANO LA PROPRIA LIBERTÀ. IL PAPA NON HA NESSUN BISOGNO MATERIALE, MA È CONSIDERATO DA ALCUNI COME UN PRIGIONIERO IN VATICANO. NON SENTE MAI IL DESIDERIO DI METTERSI NEI PANNI DI UN SENZATETTO? Mi ricordo il libro di Mark Twain Il principe e il povero: quando uno può mangiare tutti i giorni, ha da vestirsi, un letto per dormire, una scrivania per lavorare e ha anche degli amici, allora non gli manca niente. Ma questo principe di Mark Twain vive in una gabbia d’oro. SI SENTE LIBERO QUI IN VATICANO? Due giorni dopo essere stato eletto Papa sono andato a prendere possesso dell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico. Non è un appartamento 34 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 lussuoso. Ma è largo, è grande… mi è sembrato un imbuto a rovescio, cioè grande ma con una porta piccola. Questo significa essere isolato. Ho pensato: “Non posso vivere qui perché mi farebbe male”. All’inizio sembrava una cosa strana, ma ho chiesto di restare a Santa Marta. E questo mi fa bene, perché mi sento libero. Mangio nella sala da pranzo dove mangiano tutti. E quando sono in anticipo mangio con i dipendenti. Incontro gente, la saluto e questo fa sì che la gabbia d’oro non sia tanto una gabbia. Mi manca la strada. SANTO PADRE, MARC VUOLE INVITARLA A MANGIARE UNA PIZZA CON NOI. CHE NE PENSA? Mi piacerebbe ma non riusciremmo a farlo. Perché nel momento in cui esco mi si avvicina molta gente. Quando sono stato a cambiare le lenti dei miei occhiali in città, erano le sette di sera, non c’era molta gente in strada. Mi hanno portato dall’ottico, sono uscito dalla macchina, una donna mi ha visto e ha gridato: “Ecco il Papa”. Io ero nel negozio e fuori c’erano tante persone… LE MANCA IL CONTATTO CON LA GENTE? Non mi manca perché la gente viene da me. Ogni mercoledì c’è l’Udienza Generale, qualche volta vado nelle parrocchie: sono in contatto con la gente. per esempio ieri (26 ottobre) sono venuti più di cinquemila rom e sinti nell’Aula Paolo VI. SI VEDE CHE LE PIACE FARE IL GIRO DELLA PIAZZA DURANTE L’UDIENZA GENERALE… È vero. Sì, è vero. IL SUO OMONIMO SAN FRANCESCO SCELSE LA POVERTÀ RADICALE E VENDETTE ANCHE IL SUO EVANGELIARIO. IN QUANTO PAPA, E VESCOVO DI ROMA, SI SENTE MAI PRESSATO A VENDERE I TESORI DELLA CHIESA? Questa è una domanda facile. Non sono i tesori della Chiesa, ma sono i tesori dell’umanità. Per esempio se io domani le dicessi che la Pietà di Michelangelo sia messa all’asta, questo non si può fare, perché non è pro- Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 35 prietà della Chiesa. È in una chiesa, ma è dell’umanità. Questo vale per tutti i tesori della Chiesa. Abbiamo cominciato a vendere delle cose che mi sono state regalate. E i proventi della vendita vanno a monsignore Konrad Krajewski, che è il mio elemosiniere. Ad esempio sono state vendute delle automobili e il ricavato è stato donato ai poveri. Se ci sono cose che si possono vendere, si vendono. SI RENDE CONTO CHE LA RICCHEZZA DELLA CHIESA PUÒ CREARE QUESTO TIPO DI ASPETTATIVE? Se facciamo un inventario dei beni della Chiesa, si pensa: la Chiesa è molto ricca, i beni immobili sono molti, ma li usiamo per mantenere le strutture ecclesiastiche e per finanziare tantissime opere che si realizzano nei Paesi più poveri come ospedali e scuole. Ieri, per esempio, ho chiesto di inviare in Congo 50mila euro per costruire tre scuole. L’educazione è una cosa importante. Ho fatto questa richiesta all’amministrazione competente e i soldi sono stati inviati. ALLA FINE ANCHE MARC FA ALCUNE DOMANDE. VUOLE SAPERE, TRA L’ALTRO, SE IL PAPA GIÀ DA PICCOLO SOGNAVA DI DIVENTARE PAPA. IL SANTO PADRE RISPONDE CON UN RISOLUTO “NO”. Vi faccio una confidenza. Quando ero piccolo non c’erano tanti negozi. C’era il mercato dove si trovava il macellaio, il fruttivendolo eccetera. Io ci andavo con la mamma e la nonna per fare la spesa. Ero piccolino, avevo quattro anni. E una volta mi hanno domandato: “Cosa ti piacerebbe fare da grande?”. Ho risposto: “Il macellaio”. PER MOLTI FINO AL 13 MARZO 2013 LEI ERA UNO SCONOSCIUTO. POI DA UN MOMENTO ALL’ALTRO, È DIVENTATO FAMOSO IN TUTTO IL MONDO. COME HA VISSUTO QUESTA ESPERIENZA? È successo e non me l’aspettavo. Ma non ho perso la serenità. E questa è una grazia di Dio. Non penso tanto al fatto che sono famoso. Dico a me stesso: “Adesso ho un posto importante, ma tra dieci anni nessuno si ricorderà più di me” (ride). Sai, ci sono due tipi di fama: la fama dei “grandi” che hanno fatto grandi cose, come Madame Curie, e la fama dei vanitosi. Ma quest’ultima è come una bolla di sapone. 36 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 COSÌ LEI DICE: “ADESSO SONO QUA E DEVO DARE IL MEGLIO” E CONTINUERÀ QUESTO LAVORO FINO A QUANDO NE SARÀ IN GRADO? Sì. SANTO PADRE, SI PUÒ IMMAGINARE UN MONDO SENZA POVERI? Vorrei un mondo senza poveri. Noi dovremmo lottare per questo. Ma sono un credente e so che il peccato è sempre dentro di noi. E la cupidigia umana c’è sempre. La mancanza di solidarietà e l’egoismo creano povertà. Per questo mi sembra un po’ difficile immaginare un mondo senza poveri. Pensate ai bambini sfruttati nel lavoro, o a quelli vittime degli abusi sessuali, o ai bambini uccisi per il traffico degli organi. Uccidere i bambini per questo è cupidigia. Non so se ce la faremo a costruire un mondo senza poveri, perché il peccato c’è sempre e porta egoismo. Ma dobbiamo lottare, sempre, sempre. Abbiamo finito. Ringraziamo il Papa per l’intervista. Anche lui ci ringrazia e dice che il colloquio gli è piaciuto molto. Poi prende la busta bianca che per tutto il tempo è rimasta accanto a lui sul sofà ed estrae per ognuno di noi un rosario. Vengono scattate alcune foto e poi Papa Francesco si congeda. Tranquillo, rilassato com’è arrivato, ora esce dalla porta. Pronto per il prossimo appuntamento. L’intervista è stata raccolta dal Giornale di strada olandese Straatnieuws ed è stata pubblicata sulla Rivista Scarp del Tennis, Gennaio 2016, n. 197 Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 37 Papa all’Avana Un segno profetico Dopo 10 secoli lo storico incontro all’Avana di Papa Francesco con il Patriarca di Mosca Kirill Quando in una persona, in un cristiano vi sono una convinzione profonda, una santa risolutezza e una capacità di abbassarsi, allora l’impossibile può diventare realtà. Papa Francesco – va riconosciuto e sarà ricordato nella storia delle relazioni tra le Chiese cristiane – rende possibile ciò che per decenni era rimasta solo una ipotesi, un desiderio, sui quali dominava però la logica della dilazione: “I tempi non sono ancora maturi, occorre lasciare allo Spirito di decidere il quando…”, si diceva. Perché questo incontro tra il Vescovo di Roma, che è anche Patriarca d’Occidente, e il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia non è stato possibile finora? Per rispondere a questa domanda occorre avere buona memoria e uno sguardo non piegato alla logica politica, che cerca solo le ragioni del potere o di una “santa alleanza”, diventata urgente in un mondo che non conosce più la cristianità, ma anzi in molte nazioni conosce le persecuzioni dei cristiani. In Papa Francesco e nel Patriarca Kirill c’è la consapevolezza che i cristiani divisi, separati e sovente in opposizione sono una contraddizione al Vangelo, una situazione che talvolta rende sterile l’evangelizzazione. Kirill è un Vescovo convinto della necessità dell’ecumenismo, e di questo ha dato testimonianza anche prima di diventare Patriarca, sia al Consiglio ecumenico delle chiese, sia con la sua presenza a molte iniziative della Chiesa cattolica in vista della pace. Discepolo del metropolita Nikodim, il primo che iniziò un dialogo autorevole con Roma, morendo tra le braccia di Giovanni Paolo I, dopo avergli manifestato la sua ansia per l’unità della Chiesa e avergli palesato la testimonianza comune di martiri cattolici e ortodossi in Russia, Kirill venne anche a Bose in occasione del dialogo cattolico-ortodosso sulla spiritualità russa. Da Patriarca si è sempre avvalso dell’esperto 38 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 e fine intellettuale Ilarion, da lui creato metropolita e incaricato dei rapporti con le altre Chiese. In questi itinerari va dunque cercata la possibilità dell’incontro avvenuto. Il Papa ha certamente facilitato tale incontro, non ponendo nessuna condizione, pur di poter abbracciare chi chiama e riconosce come fratello. Dobbiamo non aver paura di riconoscerlo: è Francesco che è andato da Kirill, non viceversa, e la dichiarazione congiunta sottoscritta da entrambi non è certo l’elemento più importante di questo evento. Certamente, rallegrerà molto gli ortodossi il rifiuto del metodo dell’uniatismo usato nel passato come via di comunione, e rallegrerà i greco-cattolici il riconoscimento del loro diritto a esistere: la riconciliazione e la pace devono essere perseguite da entrambe le parti in modo da non vivere in diffidenza e concorrenza reciproca. Ma l’incontro in sé e le parole scambiate tra Francesco e Kirill sulla ricerca della comunione e su come difendere e custodire la presenza delle antichissime Chiese e dei cristiani in Medio Oriente e in Africa, un giorno si riveleranno molto più decisivi delle parole del comunicato, che certamente contiene novità di aperture e accenti ecumenici per la Chiesa Ortodossa Russa. L’incontro tra due fratelli che dopo mille anni si abbracciano, incontro avvenuto in modo inedito, in un aeroporto, in una terra contrassegnata dalla frattura tra Est e Ovest, senza la presenza della folla ad applaudire e a giubilare, è un grande segno profetico e lo si capirà meglio in futuro. Nessun clima da mega-evento, nessuna celebrazione, nessun cerimoniale: non siamo abituati a tanta semplicità, ma la modalità di questo incontro segnerà il futuro dell’ecumenismo. E così Papa Francesco, senza mai rivendicare la preminenza che pur la Chiesa Cattolica crede, sancisce anche un metodo attestato, che dal Concilio in poi contrassegna l’ecumenismo cattolico verso gli Ortodossi: non dialoghi bilaterali riservati a una Chiesa Ortodossa specifica, non un incoraggiamento dell’azione di una Chiesa a scapito dell’altra, secondo la tattica definita “dei due forni”. Questo incontro non segna certamente il ristabilimento della comunione, anche se Papa Francesco ha dichiarato che non vede ostacoli dovuti a proprie rivendicazioni, ma d’ora in poi non è più come prima nel dialogo tra Chiesa Cattolica e Chiese Ortodosse. Tutti i primati delle Chiese hanno incontrato il Vescovo di Roma e la sinfonia di un’unità nella diversità può iniziare a farsi sentire. Anche il Sinodo Panortodosso, che si celebrerà in giugno a Creta, non potrà essere vissuto come se questo incontro non ci fosse stato. A cura di Giovanna Mainardi Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 39 Cosiglio Episcopale Milanese L’ impegno dei cattolici perché la città sia migliore Il Consiglio Episcopale Milanese offre ai fedeli della Diocesi ambrosiana e a tutti coloro che sono disponibili e interessati al confronto alcune indicazioni in vista delle prossime scadenze elettorali. 1. Uno stile cristiano per un confronto costruttivo Il tema della politica e della amministrazione pubblica è stato troppo a lungo censurato nei confronti interni alla comunità cristiana forse per il rischio di causare divisioni e contrapposizioni. Il Consiglio Episcopale Milanese incoraggia ora i laici a confrontarsi sulla situazione, a interpretare le problematiche di questo momento: condivide infatti la persuasione che sia possibile praticare uno stile cristiano tra coloro che hanno a cuore la vita buona in città. “Educarsi al pensiero di Cristo” comporta maturare una mentalità che sappia vedere tutto nella luce del Signore e insieme trarre dalla fede e dagli insegnamenti della Chiesa motivazioni e criteri anche per la politica e la pubblica amministrazione. “Ci interessa conoscere e testimoniare la sapienza nuova che viene da Cristo e offrire all’uomo contemporaneo il nostro contributo per edificare la vita buona di tutti, consapevoli del bene che è l’essere insieme in una società in cui vivono persone portatrici di cosmovisioni diverse” (Cardinale Scola, “Educarsi al pensiero di Cristo”, 85). Tutti, in questo campo, dobbiamo ritrovare entusiasmo e coraggio. 2. La responsabilità di proposte Non avrà nessuna utilità la riproposizione di principi astratti e ideologie. È doveroso per i cattolici e utile per tutti fare riferimento con competenza aggiornata e con capacità argomentata agli insegnamenti ecclesiali, raccolti nella Dottrina sociale della Chiesa (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, 2004) e ribaditi con alcune particolari insistenze da Papa Francesco (Evangelii gaudium, 2013 e Laudato sì, 2015). Alcuni temi assumono nei nostri giorni un rilievo particolare: la famiglia e le problematiche antropologiche e demografiche, la povertà e le forme di solidarietà, il lavoro e le prospettive per i giovani, la libertà di educare, l’attenzione alle periferie geografiche ed esistenziali. Nell’amministrazione locale i grandi temi e le esigenze spicciole della vita 40 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 quotidiana richiedono concretezza e realismo e insieme l’orizzonte ampio di una idea di città e una visione complessiva della convivenza civile, in città, in Italia, in Europa. Quello che è certo e che, come si è constatato anche nel recente Convegno Ecclesiale di Firenze, tra i cattolici italiani ci sono persone competenti, illuminate, capaci di unire letture sintetiche e complessive con proposte concrete e locali. E dunque si facciano avanti anche a Milano e nelle terre ambrosiane! Prendano la parola, guadagnino ascolto, siano presenze stimolanti e costruttive per tutta la comunità cristiana, non solo in confronti “privati” o in contesto accademico. 3. Il dovere della partecipazione In questo momento caratterizzato da scetticismo, scoraggiamento, paura, astensionismo, individualismo, anche i cristiani sembrano spesso sopraffatti da un senso di impotenza che li orienta a preferire gesti spiccioli di generosità agli impegni politici e amministrativi. Si lascia ai Vescovi di formulare valutazioni, mentre i laici cristiani sono spesso senza voce di fronte alle questioni emergenti del nostro tempo, zittiti dai media, ma anche timidi nell’esporsi con proposte in cui si mettano in gioco di persona. Il “buon esempio” stenta a diventare testimonianza. Come obbediscono i discepoli a Gesù che li vuole luce del mondo e sale della terra? Per chi ne ha capacità, preparazione e possibilità è doveroso anche presentarsi come candidati con la gratuità di chi si offre per un servizio e ci rimette del suo. Ci si aspetta da tutti la fierezza, l’intraprendenza, una specie di giovane ardore sia per chi si candida e formula programmi coerenti, sia per chi vota nel valutare i programmi, nell’esprimere col voto le proprie scelte: tutti insieme impegnati per non permettere che la città muoia di tristezza, banalità, rassegnazione. 4. Legalità e resistenza alla corruzione L’esercizio del potere comporta sempre la tentazione dell’abuso, della corruzione, del favoritismo personale. L’esercizio del potere espone sempre all’invidia, alla contrapposizione polemica e pregiudiziale, al sospetto sistematico e la complessità delle normative può rendere particolarmente arduo il comportamento ineccepibile. I cristiani e tutti coloro che assumono responsabilità amministrative e politiche devono vivere un rigoroso senso di onestà, avere massima cura della legalità, e resistere in ogni modo alla tentazione della corruzione: per servire, non per essere serviti, per servire, non per servirsi. La gente merita rispetto e la gestione della cosa pubblica, del denaro pubblico, del potere, deve esprimere questo rispetto per ciò che Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 41 è comune. Solo così è possibile esigere il rispetto della legge da parte dei cittadini, tutti esposti alle medesime tentazioni. 5. La Chiesa non si schiera, i cristiani laici sì, con rispetto e coraggio I cattolici che si fanno carico di quella forma di carità, che è l’impegno politico e amministrativo, si assumono responsabilità come singoli e come associati: non devono pretendere di essere espressione diretta della Chiesa, insieme però devono avvertire che ogni opera che giovi al bene comune, ogni contributo di proposta e di testimonianza che sia a favore dell’uomo, trova nella Chiesa approvazione e incoraggiamento. Per evitare strumentalizzazioni il Consiglio episcopale ricorda a tutti le disposizioni diocesane più volte ribadite in base alle quali le parrocchie, le scuole cattoliche e di ispirazione cristiana, le associazioni e i movimenti ecclesiali, non devono mettere sedi e strutture a disposizione delle iniziative dei singoli partiti o formazioni politiche. Anche i consacrati e i ministri ordinati devono attenersi a tali indicazioni, si vigili per evitare che le attività pastorali vengano strumentalizzate a fini elettorali: durante questo periodo, è prudente non programmare iniziative che coinvolgano persone candidate o già impegnate a livello politico. Sulla base di quanto stabilito nelle indicazioni diocesane, gli appartenenti a organismi ecclesiali, a maggior ragione se occupano cariche di rilievo, qualora intendano mettersi a disposizione del bene comune, candidandosi alle elezioni, sono da considerarsi sospesi dai predetti organismi e lasceranno il proprio incarico in caso di elezione avvenuta. Ogni persona, che riveste e mantiene compiti o ruoli di responsabilità nelle istituzioni e negli organismi ecclesiali, è invitata ad astenersi rigorosamente da ogni coinvolgimento elettorale con qualsiasi schieramento politico. In particolare, sulla base dei criteri stabiliti nella normativa canonica e offerti nei ripetuti interventi dell’Episcopato italiano, ai presbiteri è richiesta l’astensione da qualsiasi forma di propaganda elettorale e di attività nei partiti e movimenti politici. Analoghi criteri prudenziali sono offerti all’attenta valutazione di diaconi e consacrati. 6. In conclusione, una domanda Che cosa ti impedisce o ti trattiene dall’offrire il tuo contributo, con il pensiero, la parola, la riflessione documentata e condivisa, con il tempo, il voto, la candidatura a una responsabilità amministrativa, per edificare una città sempre migliore? Il Consiglio Episcopale Milanese 42 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Don Mazzolari Il 25 aprile di don Primo Mazzolari Nell’estate del 1945, Mazzolari scrisse una serie di lettere aperte per “Il Popolo di Mantova”, che poi riprese e ampliò alcuni mesi dopo per “La Settimana d’Italia”, per essere infine riprodotte nell’opuscolo Lettere della speranza. L’intento era di recuperare l’uomo dopo la terribile prova della guerra. In quest’ottica, il parroco di Bozzolo si rivolse, tra gli altri, a un partigiano che sembrava aver smarrito la carica ideale della resistenza, a un giovane che aveva creduto nel fascismo, a un industriale che era stato connivente con il regime. In questa serie di articoli, Mazzolari enucleava alcuni concetti che avrebbero rappresentato un filo rosso della sua personale memoria della Resistenza. In particolare, nello scritto indirizzato al partigiano, nel quale dava voce al malcontento montante, che si faceva largo nelle fila resistenziali, il parroco di Bozzolo individuava come lascito insopprimibile della guerra di liberazione il recupero del senso patriottico in chiave popolare: “Fra tante tristezze e disgrazie, l’adozione della Patria da parte del popolo è l’avvenimento consolante della nostra storia. Proprio coloro che non avevano nessun motivo di attaccamento e di riconoscenze, slargarono verso di essa, quasi all’improvviso, il cuore e le braccia per proteggerla e salvarla. Ora che gli umili sono saliti verso un’idea di Patria, che può essere amata da tutti, perché è un bene di tutti e non sta contro nessuno, neanche con quelli di fuori, il Risorgimento è compiuto”. In tal modo il parroco di Bozzolo recuperava una declinazione, destinata a larga fortuna, della Resistenza come “secondo Risorgimento”, che aveva portato a compimento le aspirazioni dei padri della patria. In lui, affiorava appunto, la convinzione che, grazie alla guerra di liberazione, il popolo avesse per la prima volta preso direttamente in mano i destini della patria (“fra tanta tristezza e disgrazie, l’adozione della patria da parte del popolo è l’avvenimento consolante della nostra storia”, scriveva proprio nella lettera al partigiano), l’idea che la ricostruzione potesse avvenire soltanto attraverso lo sforzo di tutti, grazie anche a una politica di pacificazione nazionale, Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 43 capace di evitare sia i rigorismi estremi di una malintesa epurazione sia i facili trasformismi, facilitati magari dallo stesso Partito Comunista ansioso di nuovi sostenitori. Mazzolari si schierava invece per una netta denuncia dei guasti e delle responsabilità del fascismo – così come elencati nelle tre lettere all’industriale, al magistrato e al giornalista – , ma su questa base di chiarezza apriva la strada a un reinserimento attivo nella società civile di chi quel regime aveva più di altri sostenuto. Su questa linea di riflessione, vale la pena riprendere un altro testo, non a caso pubblicato in una delle prime uscite di “Adesso”: “La Patria non è l’ultima né tutta la casa dell’uomo: se poi si pensa che l’unità raggiunta in suo nome fu spesso a danno dei poveri e a servizio di pochi, posso anche spiegarmi certe indisposizioni e diffidenze. Ma se non è tutta la casa, è una casa dell’uomo, un luogo d’incontro e di sosta, un crocivia, dove si riesce a guardarci un po’ meno torvi: come quando ci si trova in chiesa, anche se la fede non è la stessa per tutti… . Come arrivare alla distinzione quando ci manca una comune coscienza politica, un affetto comune e un comune altare, su cui deporre le armi fratricide consumare i nostri rancori? Vedo un star male comune, una comune povertà che presto potrà divenire una comune rovina; ma non vedo una Patria comune: vedo il fascista e il partigiano, non vedo il fratello e l’italiano. Fascismo e Resistenza, sono due episodi della nostra storia, che non vanno deprecati né esaltati oltre certi limiti. Se la Resistenza per colpa dei partiti, non avesse perduta la sua iniziale nobiltà, se avesse conservato intatto il patrimonio spirituale dei suoi Morti, se invece di scavare una trincea avesse costruito un ponte, avrebbe salvato l’Italia”. La chiusa dell’articolo portava a galla un altro punto, che alimentò l’elaborazione di don Primo Mazzolari, propenso a tributare l’onore ai caduti per la causa. Nei primi mesi dopo la liberazione, uscì nell’opuscolo Testimonianze per Sergio Arini e Pompeo Accorsi morti per la libertà un suo commosso ricordo di due suoi “discepoli” uccisi nel 1944, che, a dispetto del titolo, traduceva questa tensione: Non so scrivere di voi. C’è uno scritto interessante in cui Mazzolari mise in parallelo la Resistenza tedesca e quella italiana, esemplarmente incarnate in due figure chiave, di cui erano usciti praticamente a caldo i rispettivi profili per ricostruirne il martirio. Riflettendo sul gesuita tedesco Friedrich Muckermann, il parroco di Bozzolo puntualizzò: 44 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 “Non nego che questo modo di sentire “non sia facilmente comprensibile e in parte qualificabile”; esso però denuncia il carattere passivo della Resistenza tedesca, poiché in Germania la fedeltà alla patria tedesca sovrasta ogni altra fedeltà”. Per contro, indagando sull’itinerario biografico di Teresio Olivelli, il prete cremonese scrisse: “Egli, infatti, è su questo piano di rivolta al male senza riserve, di offerta al bene senza limite. Per me è il tipo della nuova generazione cristiana, il quale, con una decisione semplice e incrollabile, si distacca e si oppone al fascismo, dopo averne sofferto, negli avvenimenti e negli uomini più che nell’ ideologia, l’irresolvibile antitesi tra esso e il cristianesimo. Basta un cristiano come Teresio Olivelli per giustificare nel mondo la presenza della Chiesa e l’insostituibilità della sua funzione di salvezza temporale ed eterna”. Il leit-motiv dell’onore reso al sacrificio fu, per l’appunto, sviluppato in chiave di martirio, non molto diversamente da quanto aveva rielaborato dopo la grande guerra, se, ad esempio, si confrontano i testi dei discorsi tenuti in occasione della ricorrenza del 4 novembre. In questo caso, a proposito di Emi Rinaldini, Mazzolari scrisse lapidariamente: “Ma ci sono i morti. I morti ci lasciano, non tradiscono”. Sullo stesso terreno, il parroco di Bozzolo si adoperò per difendere l’onore dei preti uccisi. Nell’estate del 1946, all’indomani dell’uccisione di don Gino Casola, nel Bolognese, Mazzolari scrisse un articolo intitolato Preti nella tormenta, nel quale denunciava il prevalere dello spirito della “fazione” che non si arrestava nemmeno di fronte alla sacralità del presbitero. L’uscita fece da battistrada a una serie di cinque articoli, usciti in agosto sotto l’occhiello comune de “La Chiesa nella tormenta”. Sulla stessa linea, per contrastare il tentativo di autoidentificazione con cui nell’immediato dopoguerra i partiti di sinistra tendevano a presentarsi come unici depositari del patrimonio etico della guerra di liberazione, Mazzolari oppose – come ha notato Matteo Truffelli nell’Introduzione agli Scritti politici – il “partito dei martiri”, alludendo presumibilmente ai sacerdoti assassinati durante e dopo la guerra civile da fascisti e comunisti: “Sarebbe più giusto dire: sono molte le cose che non vanno. Non sarebbe però giusto dire, come fanno coloro che vogliono il caos: c’è niente che va. Se adesso non mi tenessi il cuore, il suo straripare mi solleverebbe un attimo, ma farei male a molti, spezzando fiducie che voglio invece rinsaldare. Chi pecca contro la speranza pecca contro lo Spirito… . Due anni fa pensava così anche Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 45 il “partito degli impiccati”: mostrava almeno di pensarlo. Oggi, su questa posizione da onnipotente stoltezza è rimasto solo il “partito dei martiri”, ma posso assicurare i compagni che ci hanno abbandonato, che questa solitudine non ci fa paura”. Il tema, come è noto, rappresentò l’occasione per la sua ultima pubblicazione nel 1958 non a caso intitolata I preti sanno morire. Saggio di Paolo Trionfini apparso sul quotidiano Avvenire dell’11 Aprile 2015 a cura di Luca Grazioli 46 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Storia Sangue russo per l’ Italia libera La storia di Fjodor Poletaev, unico straniero che abbia meritato la medaglia d’oro al valor militare nella resistenza italiana. Una vicenda simile a quella di Valodkia, narrata da Beppe Fenoglio, nel romanzo “Il partigiano Johnny” Una raffica di mitra lo colpì alla gola e al cuore e il “gigante buono” Fjodor cadde leggero sulla neve che s’arrossava del sangue del fratello russo, venuto con i suoi compagni a liberare l’Italia. Finisce così, il 2 febbraio 1945, con una tragica scia rossa sulla candida neve della Val Borbera il lungo cammino di resistenza che aveva portato Fjodor Poletaev dalla lontana Kastino – regione sovietica di Rjazan – , a combattere insieme ai nostri partigiani contro le truppe naziste. Una storia, quella dell’unico partigiano straniero, medaglia d’oro al valor militare in Italia, degna della profonda vena narrativa di Beppe Fenoglio che nel suo “Partigiano Johnny” al capitolo “mancante” (l’ottavo) parla del russo Valodkia, “centro dell’ammirata curiosità dei compagni di Johnny”. E poi ancora al capitolo 11 Fenoglio scrive: “Gli ammiratori del russo della prima visita chiesero forte della sua sorte. Rispose il capo con la sua voce sonora: Volodkia è morto…”. Una morte eternata da uno dei massimi epigoni della nostra letteratura, quanto è invece poco celebrata, al di là delle attente memorie partigiane, la sorte avversa del sergente Poletaev, spesso associato al personaggio fenogliano. Figlio di una famiglia contadina, era orfano di padre, morte in un incidente sul lavoro presso il mulino dello “spietato” Losilin: la prima grande ferita per “ Fedja”, che già a 11 anni si mise sul piede di guerra per fronteggiare i soprusi e le ingiustizie sociali della Russia zarista. Fu la miseria a costringerlo ad abbandonare i banchi di scuola e a congedarsi dalla maestra Lebedeva – Nazarova, che molti anni dopo la sua morte lo ricordava come un bambino che “si distingueva per la sua alta statura, la forza fisica, ed era molto altruista”. Fjodor in russo significa “di ferro”. La muscolatura possente delle sue braccia ne fece un precoce quanto attivo operaio, che estraeva la torba per la centrale elettrica di Pavloskij Possad, e poi il fabbro e il contadino più forte del Kolkhoz del suo villaggio. Il gigante buono sollevava di peso e si metteva in spalla fino a tre bambini. Lo spirito del combattente affinato prima del richiamo alle armi nel 1939 quando, trentenne e già padre di 4 figli, fu arruolato nell’armata Rossa. Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 47 Da Mosca a Stalingrado, nella steppa lambita dalle acque del Don, ovunque l’impegno del sergente sulla neve Fjodor fu quello di debellare il nemico nazista. “Vi raggiungeremo”, era il monito dell’Esercito Rosso alle SS, ma nel tentativo di rompere l’accerchiamento delle truppe Hitleriane nel giugno del ’44 Fjodor venne catturato e internato nel lager di Vjaz’ma. Una prigionia durata appena un mese, passando sui carri piombati per Perticev, poi in Polonia fino all’approdo nel campo di concentramento di Tortona. A luglio il sergente con altri compagni russi riuscì a evadere e a unirsi sulle colline ai partigiani della Brigata Oreste nella divisione Pinan Cichero, andando poi a combattere con i partigiani del distaccamento “Nino Franchi”. Uomini valorosi come lui, stanziati lassù tra i boschi della Val Borbera, che avevano la massima considerazione di questo russo che masticava poco l’italiano, ma che inteneriva il cuore – ricordavano i paesani di Cantalupo ligure – quando sillabava tra l’incerto e il divertito la parola, “b-a-m-b-i-n-o”. Quella sporca guerra doveva pur finire prima o poi e sognava di tornare dai suoi bambini Fjodor che, intanto non si risparmiava nella azioni contro il nemico tedesco, fino all’ultimo attacco fatale nella Valle dei fulmini. “Venne il burrascoso mattino del 2 febbraio. Aveva appena cominciato ad albeggiare quando gli avamposti del “Castiglione” videro i nazisti che venivano all’attacco”, scrivono Baskov e Zadanov nel libro Il soldato Fedor Poletaev. È l’alba rossa dello scontro finale di San Nazzaro, in cui il Gigante, con la neve fino alle ginocchia, schiumava sete di rivalsa contro il tedesco, combattendo al fianco dei capi partigiani Tigre e Falco e dei compagni russi Viktor e Putilin (con lui tre dei quasi cinquemila sovietici che parteciparono alla Resistenza italiana). Al grido di “Avanti Oreste!”, sul ponte di San Nazzaro furono ore di scontri con perdite solo tra le file della Wehrmacht (12 morti, 5 feriti e 46 prigionieri) con un loro tenete che in ritirata avrebbe raccontato sconvolto: “Siamo stati attaccati da mille partigiani”. Erano soltanto 65 gli eroi di una giornata trionfale, con scene di battaglia da ricordare a petto in fuori un giorno. Magari davanti al fuoco con la sua famiglia riunita, nella casa di Kastino, se solo Fjodor deciso a salvare il suo Comando non si fosse scagliato all’inseguimento di quell’ultimo drappello composto da una cinquantina tra tedeschi e mongoli. Sfiorava il Borbera e deve aver pensato di trovarsi sul Don, quando quella raffica lo freddò. Unico caduto di quella straordinaria giornata a soli due mesi e mezzo dalla fine della guerra. Per il Gigante russo seguì un funerale semplice e la sepoltura nel piccolo cimitero di Rocchetta (oggi riposa in quello di Staglieno) dove fino al 1960 48 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 venne annoverato come Fjodor Poeta o Poetan. Una fine quasi da milite ignoto, combattendo in terra straniera, con la madre e la moglie Maria che lo credevano morto già dal 1942, fino a quando lo scrittore e giornalista Serghej Smirnov, con l’ausilio degli ex partigiani, venne a conoscenza dell’eroica vicenda umana e militare di colui che all’anagrafe di Gorlov era stato registrato come Fjodor Andianovich Poletaev. Una storia ancora divulgata nell’Italia dell’immediato dopoguerra e l’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi conferì al sergente russo la massima onorificenza: la medaglia d’oro al valore militare. L’unica assegnata dall’Italia a un partigiano straniero. Il giusto riconoscimento all’ eroe di due nazioni, perché anche l’Unione Sovietica lo riconobbe tale nel 1962. E trent’anni dopo (febbraio 2003), al monumento che lo ricorda a Cantalupo, per omaggiare la memoria del gigante buono arrivò in Val Borbera l’uomo della perestroika. L’ex premier russo Michail Gorbaciov, venuto per rivivere l’ultimo atto della vita di un uomo umile consacrato alla libertà e per rileggere mentalmente quei versi del partigiano Bini – che sulla Pravda aveva tradotto il poeta Slutskij – in cui sta scritto: “Ma tu Fjodor, fratello, giacevi e la neve nell’ultimo istante ti sarà parsa la neve di Mosca”. Saggio di Massimiliano Castellani Apparso sul quotidiano Avvenire del 21 Aprile 2011 A cura di Mattia Galavotti Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 49 Padre Baj Padre Baj e la santità grande mistero e dignità immensa Padre Ferdinando Baj ha accompagnato all’altare generazioni di preti. Fu direttore spirituale nelle classi del liceo. Per comprendere l’animo dei propri sacerdoti è importante conoscere coloro che li hanno educati e preparati al ministero. “Bello il passato, migliore il presente, l’ottimo lo attendo in fine… senza fine!” Così scrisse Padre Baj (1911-1997) nell’immaginetta per i suoi ottanta anni (1991). Sei anni dopo, come amico discreto, venne a rapirlo l’angelo della morte. Lo colse nel sonno. Appena ne fui informato, corsi nella sua camera: era ancora disteso nel suo letto, il volto era atteggiato ad un sorriso dolcissimo, come ancora dormisse e sognasse visioni di gioia, come vedesse – come vedeva – con i suoi occhi quel mondo che aveva atteso, o forse come vedesse finalmente suo padre, che aveva perso ancora fanciullo, il maggiore di cinque fratelli. Sua mamma non fu lasciata sola: suo zio la sposò, perché quei cinque ragazzi non crescessero senza la figura di un padre, che educa con amore operoso e virile. Imparò così che fiorisce chi si dona, si spegne chi si chiude. Un giorno la mamma gli confidò: “Prima che nascessi, ti ho offerto al Signore. Ti ho chiamato Ferdy, che vuol dire Fiore”. Forse l’etimologia non era corretta, ma il cuore della mamma – di ogni mamma – non sbagliava. “GESÙ È LA GIOIA” “Fiorisci dove ti pianta Gesù”, lo ammonì il suo parroco ed egli prese sul serio quelle parole: non lasciò mai il luogo nel quale era stato posto. Teneva una piccola statistica dei frutti della sua fedeltà, che mi riassunse poche settimane prima della morte: aveva vissuto 86 anni, dei quali 74 in Seminario “un record mondiale” amava ripetere – e 62 di sacerdozio, dei quali 59 come padre spirituale (1938-1997). Amava ricordare i suoi “amici” e ricordava San Luigi Orione e san Giovanni XXIII, il Beato Schuster e il Beato Paolo VI; i Beati don Giacomo Alberione, don Luigi Monza e don Carlo Gnocchi; Mons. Carlo Sonzini, Giuseppe Lazzati e Marcello Candia. 50 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Questo nugolo di santi aveva reso “bella “ la sua vita: “Non che Gesù ti tolga la croce dalle spalle, ma ti aiuta a portarla; non che Gesù disprezzi i beni del mondo, ma ti insegna a dominarli, perché non abbiano a dominarti; non che Gesù ti esoneri dalla lotta contro il male, ma ti nasconde nell’animo purificato del suo perdono, fortificato dalla grazia, illuminato dal suo Vangelo, una gioia vera, profonda, meravigliosa: Gesù è la gioia”. IL DIRETTORE SPIRITUALE Padre Baj fu un raffinato padre spirituale. Lo fu per dono di Dio, per le sue doti umane, per l’accoglienza sempre calorosa e rasserenante, per il sorriso aperto e sincero, per la voce tonante e insieme avvolgente, per la parola discreta e arguta e sempre incoraggiante, per lo sguardo penetrante, che lasciava la sensazione di essere stato non solo “letto” ma “compreso”, per il silenzio discreto e fidato. Padre Baj non era approssimato nella sua proposta spirituale. Si preparava con cura ed altrettanta ne voleva dai seminaristi: con Dio non si gioca all’improvvisazione. Uno strumento prezioso per intuire il modello educativo di Padre Baj è Il mio esame di vocazione per aspiranti al sacerdozio: “Il Sacerdote lo si direbbe Dio medesimo”; “Grande la Vocazione al Sacerdozio! Il Sacerdote lo puoi vedere con gli occhi della carne e lo trovi con i suoi difetti perché uomo, e come tale è un niente. Ma se lo guardi con gli occhi dello spirito è tutto”. LA “SCUOLA VOCAZIONI ADULTE” Toccò a Padre Baj accompagnare Mons. Giovanni Colombo, il futuro Cardinale, nella fondazione della “Scuola vocazioni adulte”, che prese l’avvio nel 1947. Era una scommessa sul futuro, che non tutti guardavano all’inizio con favore e che comportava la necessità di ripensare anche al modello educativo del Seminario, che in Milano sembrava intoccabile per le sue ascendenze alle Norme di San Carlo e di Federico Borromeo. Padre Baj, invece, sollecitava a pensare a un nuovo tipo di rapporto educativo: “Il giovane che entra in Seminario a una certa età, vede in ogni Superiore innanzitutto il prete. Egli ricorda il suo prete di casa, che l’aveva tutto in mano, che si interessava d’ogni sua cosa, dagli studi al peccato, e stenta a capire perché occorre frantumare la propria vita, per darla ora a quest’altro prete: il cervello al prete professore, il cuore al prete confessore”. Nel 1952 Padre Baj cominciò a pubblicare le sue meditazioni ai seminaristi, titolandole Luci nel mondo, per far loro sentire il fascino della meta, Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 51 che chiedeva entusiasmo nella fatica, mostrandone il senso e lo scopo; per innamorare del sacerdozio, stimolando a dedicargli il meglio della propria giovinezza; per educare a porre in Dio tutto il desiderio del cuore di un giovane, chiamato a essere prete. Nel 1966 pubblicò Cristianesimo umano. L’incipit era solenne: “Queste pagine sono rivolte a chi ama partire da Dio per giungere all’uomo. Bisogna, dunque, badare a compiere bene gli impegni di sempre, le azioni ordinarie, anche le più comuni, quelle che non appaiono all’occhio del mondo. La santità è il sì all’attimo, al bene che fugge”. LA TERZA TAPPA Grave di anni, ma leggero di cuore, cominciò a scrivere per gli anziani: Vita in cammino; Una pagina al giorno per l’anziano; Anziano: un Santo per te; Anziano, la Bibbia è con te. Presentando il primo libro scriveva: “Ciò che mantiene giovane il nostro spirito è la Fede; ciò che mantiene giovane il nostro cuore è l’Amore; ciò che mantiene giovane la nostra volontà è la Speranza; ciò che mantiene giovane la nostra vita è il Cristo, perché Egli è la Via, la Verità e la Vita”. Forse fu proprio per il desiderio di incitare a rimanere in cammino che Padre Baj propose poi le vite dei santi. I santi erano stati capaci di vivere con la fedeltà dell’amore. Di qui i volumi come Il Santo della mia parrocchia, Verso il 2000; L’anno ’97 con S. Ambrogio e altri santi. “Occorre conoscere i santi, senza idolatrarli – scriveva – ; imitarli, senza copiarli; invocarli, senza arrestarsi; e soprattutto raggiungerli lassù nell’eterna gloria!”. Forse per questo sorrideva nel sonno della morte: finalmente aveva visto – nel silenzio sereno della morte – l’Atteso della sua lunga vita. Mons. Ennio Apeciti 52 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 CAV Una bella testimonianza di amore alla vita Carissima Paola, vorrei manifestare la sincera gioia con cui il Centro di Aiuto alla Vita di Mazara del Vallo ha accolto l’adozione a distanza da parte della Parrocchia S. Ambrogio di Trezzano s/N: infatti, è anche grazie al vostro aiuto e a quello di tutti coloro che lavorano e si prodigano per la Vita, se riusciamo ad operare al meglio nei C.A.V. La mamma che state aiutando si chiama Lucia, ha 22 anni ed una figlia di appena 1 anno. La gravidanza di Lucia e la sua intenzione di abortire ci è stata segnalata dal suo parroco, il quale l’ha aiutata per le necessità più urgenti. Il nostro CAV ha aiutato Lucia per la sua prima bambina, ma questa volta non ha cercato il nostro aiuto, in quanto molto determinata nel suo proposito di interrompere la gravidanza. I due giovani genitori, infatti, hanno seri problemi di coppia (vivono in città diverse, ciascuno con la propria famiglia, lui ogni tanto la raggiunge, ma non si può dire che formino di fatto una coppia). La seconda gravidanza ha molto destabilizzato un equilibrio già precario e la IVG era vista come una soluzione. Ho in contrato i due giovani e non è stato facile dissuaderli, ma credo che, alla fine del colloquio, era loro chiaro che è un altro figlio che stanno aspettando e che anche lui va accolto e protetto proprio come è stato fatto per la loro bambina. Vorrei ringraziarvi di cuore per la sensibilità dimostrata a favore della vita nascente minacciata e per la testimonianza concreta della cultura della Vita attraverso la condivisione e la solidarietà. Porgo, anche a nome di Lucia e del suo compagno, l’augurio di vivere nel cuore la tenerezza, la meraviglia, la gioia di un Dio che si fa piccolo per portare l’amore sulla Terra. Angela Asaro Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 53 SS Messe MARZO Martedì 1 Mercoledì 2 Giovedì 3 Venerdì 4 Sabato 5 Domenica 6 Lunedì 7 Martedì 8 Mercoledì 9 Giovedì 10 Venerdì 11 Sabato 12 Domenica 13 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 16.00 ore 18.00 ore 21.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.30 ore 10.00 ore 11.15 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 16.30 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 16.00 ore 18.00 ore 21.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.30 ore 10.00 ore 11.15 ore 18.00 Novellis Clara Sanfilippo Giuseppe Passilongo Giovanni e Teresa Cipolla Ovidio e Luigia Mambretti Massimo Marco Borracino Enrico Liturgia delle ore Via Crucis Liturgia delle ore Via Crucis (Quartiere TR4) Fam. Brasca e Marzani Carboni Luigi e Enrica Priori Giovanni e Rosa Lazzaroni Emilio e Vittorina Cacciamani Luca Attilio, Bice, Agnese, Attilio Bellinzona Rino Mirandola Umberto Formenti F. Assandri MT, A, P Venturini G. Troccoli Filippo Bruni Bruno Fam. Rapisarda, Mirabella, Maesano Santino, Rosa, Rosario Liturgia delle Ore Via Crucis Liturgia delle Ore Via Crucis (Centro storico) Garibaldi Pasquale Caristo Assunta Locatelli Edoardo Mainardi Antonio e Daniela Nanti Romano Spendio Michele e Spendio Michele j. 54 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Lunedì 14 ore 08.00 Mazzone Stefano e Maria ore 18.00 Gazzola Giacomo Martedì 15 ore 08.00 Castelli Teresa e Curti Antonio ore 18.00 Fam. Pestarino e Mainardi Mercoledì 16 ore 08.00 Migliorati Maria ore 18.00 Colucci Vita Maria Giovedì 17 ore 08.00 Salvini Francesco ore 18.00 Fam. Monteverdi e Lino Venerdì 18 ore 08.00 Liturgia delle Ore ore 16.00 Via Crucis ore 18.00 Liturgia delle Ore ore 21.00 Via Crucis ( Quartiere Azalee) Sabato 19 ore 08.00 ore 18.00 Massetti Vincenzo e Laura Domenica 20 ore 08.30 Curti Teresa e Antonio ore 10.00 Talon Franco ore 11.15 Fam. Basilio ore 18.00 Busana Sergio, Mariolina e Paolo Lunedì 21 ore 08.00 Fam. Locati ore 18.00 Antonino, Maria Concetta, Nunziata, Rosa Martedì 22 ore 08.00 ore 18.00 Altamura Graziella Mercoledì 23 ore 08.00 ore 18.00 Bottin Giuseppina Giovedì S. 24 ore 08.00 Liturgia della Parola ore 17.00 Liturgia per i ragazzi ore 21.00 S. Messa in Coena Domini (lavanda dei piedi) Venerdì S. 25 ore 08.00 Liturgia della Parola ore 15.00 Morte di Gesù ore 18.00 Deposizione di Gesù ore 21.00 Via Crucis da S. Ambrogio a S. Gianna Sabato S. 26 ore 08.00 Liturgia della Parola ore 21.00 Veglia Pasquale Domenica Pasqua ore 08.30 Tessaro Oliva ore 10.00 Fam. Croci e Bruno ore 11.15 Spendio Michele e Spendio Michele j. ore 18.00 Fam. Gargiulo e Palomba Lunedì dell’Angelo ore 08.30 Cozzi Luciano e Iolanda ore 10.00 Giaconia Mauro e Marianna ore 11.15 Carrà Susanna Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 55 Martedì 29 Mercoledì 30 ore 08.00 ore 18.00 Chieco Giacinta ore 08.00 ore 18.00 Ravezzi Pompeo Giovedì 31 ore 08.00 Colombini Enrico ore 18.00 Sciacchitano Francesco APRILE Venerdì 1 ore 08.00 Schino Pietro e Antonia ore 18.00 Polese Lino Sabato 2 Domenica 3 Lunedì 4 Martedì 5 Mercoledì 6 Giovedì 7 Venerdì 8 Sabato 9 Domenica 10 Lunedì 11 Martedì 12 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.30 ore 10.00 ore 11.15 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.30 ore 10.00 ore 11.15 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 16.30 ore 18.00 Fam. Brasca e Marzani Deufemia Carmine, Giovanna e Giuseppe Priori Giovanna e Rosa Lazzaroni Emilio e Vittorina Cacciamani Luca Costantin Luca Cadeddu Antonio Lucia, Giovanni Antonino, M. Conc., Nunziata, Rosa Giulio e Carla Scarpino Vincenzo Pesatori Lucio Marino Giuseppina Bellò Carlo Villa Maria Venturini Gianfranco Carboni Liliana Fam. Brivio, Pasini e Pasquini Fam. Penati e Mainardi Fassina Anita, Cardia Antonietta Fam. Quaroni, Savarese, Gherezghier Lazzaroni Attilio, Pierina e Emilio Sanfilippo Rosa Bellarosa Domenico Fam. Palladino e Gazzola 56 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Mercoledì 13 Giovedì 14 Venerdì 15 Sabato 16 Domenica 17 Lunedì 18 Martedì 19 Mercoledì 20 Giovedì 21 Venerdì 22 Sabato 23 Domenica 24 Lunedì 25 Martedì 26 Mercoledì 27 Giovedì 28 Venerdì 29 Sabato 30 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.30 ore 10.00 ore 11.15 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.30 ore 10.00 ore 11.15 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 Manganaro Luciano Santino Tessaro Benvenuto De Marte G., M. Concetta, Domenico Antonio Granata Antonio Profeta Salvatore Fam. Scansetti e Cervi Fam. Croci e Bruno Locatelli Edoardo Gennari Roberto e Sara Carrara Maria Giovanna Fam. Beretta e Baruffi Falcone Carlo e Giuseppe Santoro Antonio Nanti Romano Rogi Domenico Rizzo Salvatore e Maria Ada, Lina, Iside Fam. Locatelli e Arioli Giuseppe Spallina Pietro e Domenica Fam. Cerati e Santoro, Alessia e Aurora Scaglia Pietro e Giovanna Agostini Sergio Tessaro Oliva Boggioni Pietro Andreoni Francesco e Teresina Scaglia Lorena Consolino Caterina Anniv. Matr. coniugi Rossetto Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 57 MAGGIO Domenica 1 Lunedì 2 Martedì 3 Mercoledì 4 Giovedì 5 Venerdì 6 Sabato 7 Domenica 8 ore 08.30 ore 10.00 ore 11.15 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.00 ore 18.00 ore 08.30 ore 10.00 ore 11.15 ore 18.00 Martinelli Valerio Lazzaroni Emilio e Vittorina Attinasi Marianna e Mauro Dellon Sergio, Cesarina, Gigliola Suor Leonzia Fontana Polese Lino Perondini Adriano Deufemia Carmine e Giovanna Fam. Brasca e Marzani Salvini Luigi e Ines Chiaromonte Giovanni, Gioacchino e Raffaele Venturini Gianfranco Cacciamani Luca Carlini Luca 58 - Anno XXI Marzo Aprile 2016 Anagrafe Battesimi Agnan Nora Marcelline, 10 Gennaio Bocansaca Daniel Ricardo, 07 Febbraio Ceccon Clelia, 10 Gennaio Celentano Camilla, 10 Gennaio Cetera Gabriele, 10 Gennaio Fabii Iris Olga, 10 Gennaio Feroldi Andrea, 10 Gennaio Gabriele Lorenzo, 10 Gennaio Gervasi Arianna, 07 Febbraio Margionti Giulia Sofia Laura, 07 Febbraio Margionti Lorenzo Luca, 07 Febbraio Maris Mariavittoria, 10 Gennaio Mascia Giada, 10 Gennaio Presutto Aurora, 07 Febbraio Matrimoni Speranza Andrea e Annoni Marta, 06 Febbraio Funerali Altamura Grazia, di anni 70 Calori Elsa Segalini, di anni 93 Gonzini Giulia Marcotti, di anni 91 Mainardi Antonio Enrico Maria, di anni 54 Mazetta Maria Peluzzi, di anni 101 Neri Lino, di anni 70 Pupella Maria Grazia Mainardi, di anni 73 Stabile Rosa Longo, di anni 82 Anno XXI Marzo Aprile 2016 - 59 Pro manuscripto