L'ANNO DI DANTE
Correnti letterarie
e studiosi del Poeta in Puglia
Ad apertura della sua conferenza Dante e la Puglia, tenuta nel Palazzo
Comunale di Bari il 25 aprile 1900, pubblicata nello stesso anno nel «
Giornale Dantesco », Nicola Zingarelli scriveva: « Manca un articolo Dante e
la Puglia ». Ne echeggiava la voce, nello stesso anno, Giuseppe Petraglione,
annotando: « Nel Salento... gli studi danteschi non hanno mai prosperato » 1.
Né, oggi, la situazione è mutata, anche se ad intervalli irregolari altri scritti più
generali non sono mancati sull'argomento. Ricordiamo, così per fare qualche
nome, i saggi di Francesco Torraca su Il regno di Sicilia nelle opere di Dante 2, di
Corrado Zacchetti su L'Italia meridionale nel pensiero di Dante 3, di
1 Dello Z. cfr. « Giornale dantesco », VIII (1900), pp. 385-407, qui p. 385. Del P. cfr. «
Riv. abr. », VI-VII (1900), p. 331.
2 Conferenza tenuta il 3 maggio 1900, pubblicata a Palermo nel 1900 (poi: Studi danteschi,
Napoli 1912, pp. 347-81).
3 Napoli s.a. (estr. dal vol. Dante nella vita e nelle opere a cura del Comitato dei Capi
d'Istituto della Provincia di Napoli, pp. 28). - Per altre notizie a latere, cfr.: V. LABATE, La prima
conoscenza della D.C. in Sicilia, in « Gsli », 1900, pp. 339-53 (v. G. PETRAGLIONE in « Riv. Abr.
», VI-VII (1900), pp. 330-31); L. PERRONI-GRANDI, Per la varia fortuna di Dante e per la storia
della cultura a Messina, Messina, 1904 (id. Notizie ecc., 1907); St. DE CHIARA, Dante e la Calabria,
Città di Castello, 1910. E prima ancora: F. ARRIVABENE, Il secolo di Dante [1827, Firenze,
1830; L. VIGO, Dante e la Sicilia, Palermo, 1870; E. MOORE, Dante and the Sicily, in Studies in
Dante, Oxford, 1899, s. II; ecc. V. ancora per notizie e bibl. su Dante e la Sicilia, SANTI
CORRENTI, Dante
3
Antonio Masciullo su Studiosi di Dante nel Salento 4, che, per diverse vie e con
metodo diverso, presentano di scorcio o a prima fronte, nelle scarne citazioni
o nei grandi silenzi, un panorama piuttosto desolante degli studi danteschi in
Puglia.
Eppure non mancavano certe tendenze sotterranee o disposizioni di
clima e di carattere, che possono esser considerate come presupposti di
notevole rilevanza storica e psicologica. Valgano, almeno, la grande
tradizione ghibellina e federiciana espressa eloquentemente da Giovanni di
Otranto e Giorgio di Gallipoli 5che sopravanza l'adesione angioina di Matteo
Spinelli e, dopo sei secoli, il guelfismo de Il Corradino 6di Antonio Caraccio
(Nardò, sec. XVII) ; valgano le definite personalità in lingua volgare del
Duecento pugliese 7, l'enorme mosaico pavimentale della cattedrale di
Otranto 8. Nel settore più strettamente dantesco, scarni isolati o generici
sono i temi che possono risalire a Dante o a personaggi cari al Poeta o legati
comunque al clima culturale e spirituale che gli fu proprio. Nel teatro, dalla
Francesca da Rimini di Francesco Saverio Mercadante (Altamura, sec. XIX)
alla Francesca di Giuseppe Lillo (Galatina, sec. XIX), salutato come un
novello « gran Bellini » 9; nell'arte, dalle opere La sfida di Marsia con Apollo, Il
trittico sull'origine dei Guelfi e dei Ghibellini, I funerali di Buondemonte (con un
poco noto ritratto di Dante) di Saverio Altamura (Foggia, sec. XIX) al
disegno, grottesco e caricaturale, Esposizione marittima di Napoli, visitata da
Virgilio e Dante di Antonio Manganaro (Manfredonia, sec. XIX), al quadro
Castel del Monte di Antonio Bolognese (Andria, sec. XIX) ; nella letteratura
dal dramma Pia de' Tolomei di Giacinto Bianchi (Fasano, sec. XIX) al poema
sull'Inferno Purgatorio e Pa
e la Sicilia e G. D. ANNA, La Sicilia nella D.C., in « Nuovi Quaderni del Meridione », III (9, 1965), p.
63-73, 208-12.
4 Lecce, 1922, pp. 38.
5 Cfr. M. GIGANTE, Poeti italobizantini del secolo XIII, Napoli, 1953, particolarmente: v. 14,
p. 65; I, 21-23, p. 71; VIII, 9-10, p. 76; XI, 20-28, p. 79; XII, 12, p. 83.
6 Roma, 1694; su cui v. F. DE ANGELIS, Giudizio intorno alla tragedia del "Corradino" ecc.
in: D. DE ANGELIS, La vita dei letterati salentini, Firenze, 1710, pp. 199-207.
7 A parte gli studi generali, modesti appaiono i contributi "locali" e particolari. Cfr., ad
esempio: D. LOPEZ, Giudizio di Dante sui vari dialetti italici e particolarmente sui dialetti siciliano e
pugliese: Critica del Galiani al giudizio di Dante sul dialetto pugliese e siciliano; Nostro avviso sul giudizio di
Dante in La Puglia agli albori della vita, Bari, 1952, pp. 124-27, 128-29, 130-55; E. AVITTO, Saggio su
la cultura e le lettere in Puglia nei secoli XI, XII e XIII, Bari-Roma, 1959, passim.
8 I raffronti tra il pavimento e la Commedia addotti da G. GIUFFRIDA (Suggestioni e
analogie tra il mosaico pavimentale di Otranto e la D.C., Otranto, 1964) devono rimanere sul piano
della pura ipotesi.
9 Cfr. PALUMBO, Risorgimento salentino (1795-1860), Lecce, 1911, p. 475.
4
radiso di Salvatore Fenicia (Ruvo, sec. XIX), ai versi Quadriglia di Giordano de'
Bianchi (Montrone, sec. XVIII-XIX) : oltre a sparse note, discorsi d'occasione,
dissertazioni scolastiche in gran parte dell'Ottocento, come le opere innanzi
ricordate 10.
D'altra parte se non è difficile, è certo improbo cercar tracce di Dante in
poesie, poemi, drammi dal XVII secolo in poi. Ne Le Epistole eroiche di
Antonio Bruni (Manduria, sec. XVII) ad esempio Dante è assunto a
corroborare in qualche luogo piuttosto esternamente, immagini e tono
espressivo.
ne gli abissi di Dio lo ingegno interni
(Caterina d'Aragona ad Arrigo VIII, re
d'Inghilterra, p. 43) 11
e s'hai pur disio di saper
(Euripide ad Orfeo, p. 227)
ch'amor in cor gentil solo risplende
(Onorio ad Attila, p. 419)
... ne l'abisso del tuo consiglio...
(Purg. VI, 121-22)
... gran disio mi stringe di
[savere
(Inf. VI, 83) (Inf. V, 124-25)
Amor, ch'al cor gentil rat[to s'apprende,
(Inf. V, 100).
In questo caso e in ogni altro più che Dante impera il Tasso. Le lettere
in Puglia, dopo la varia fase umanistica, fioriscono sotto il segno del Tasso. Il
tassismo delle rime di Scipione Ammirato (Lecce, sec. XVI) sopravanza di gran
lunga il dantismo, cui pure si volse con ammirazione 12. Nella lirica edita ed
inedita che rimane in gran copia e nell'epica dal tardo Cinquecento in poi è
sorprendentemente evidente. Nella prefazione-dedica de Il Corradino di
Antonio Caraccio si parla del Tasso. Severino Boccia (sec. XVII) con lo
pseudonimo di Sincero Valdesio scrive e pubblica a Napoli un suo Tasso
piangente. Le esemplificazioni di G. C. Grandi (Lecce, XVII sec.) per il Tancredi
del fratello Ascanio 13sono, in gran parte, attinte al Tas10 Qualche altra minore indicazione si può ricavare da: C. VILLANI, Scrittori e artisti
pugliesi a n t i c h i , m o d e r n i e contemporanei, Trani, 1904. E con questa opera, citiamo fin da ora: A.
FOSCARINI, Saggio di un catalogo bibliografico degli scrittori s a l e n t i n i , Lecce, 1894 e dello stesso
Chiari soggetti salentini. Note bio-bibliografiche, in « Il Giornale del popolo » (anni 1927-1930: la
raccolta completa dei ritagli è nella Bibl. Prov. di Lecce, con la segn. 32.H.160); infine, per più
recenti notizie, in un discorso ben più impegnato: T. FIORE, Formiconi di Puglia. Vita e cultura
in Puglia (1900-1945), Manduria, 1963.
11 Cfr. Le epistole eroiche , Venezia, 1628; e da questa edizione le altre citazioni. Per
"abisso" in Dante cfr.il nostro Studi su Dante medievale, Firenze, 1965, p. 53.
12 Cfr. i nostri saggi in Studi e ricerche di letteratura salentina, Lecce, 1959, pp. 29-95,
particolarmente pp. 91-95.
13 Ibid., pp. 97-117, part. 104. - S. BOCCIA pubblicò a Napoli (Monaco, 1682), il suo
Tasso piangente (v. F'. F. GUERRIERI, L ' a b b a t e S. B. grammatico e les-
5
so. Qui, e in ogni saggio di « poetica », Dante entra solo per incidens. Al Tasso
si riferiscono componimenti poetici come le ottave Il Lamento del Tasso di
Michele Achille Bianchi 14, in epoca recente, o nel passato, le difese di
Giovan Battista Vitale (Foggia, sec. XVI), gli interventi di Giovan Francesco
Cardami e Pietro Antonio de Magistris sull'opera di G. P. D'Alessandro
(Galatone, sec. XVII), Dimostrazione dei luoghi tolti ed imitati di più autori del
Signor T. Tasso. Il Tasso entra anche per ogni verso nelle lunghe polemiche
attorno al Marino.
1. L'umanesimo pugliese, e in esso il più alto esponente Antonio de
Ferrariis il Galateo (Galatone, sec. XV-XVI), non sentì Dante « in hoc angulo
Italiae » 15(un'espressione ch'è già in Dante, « in hoc minimo mundi angulo »,
De v. e. I, X, 9, rivolta all'Italia in generale), come più a lungo e più
tenacemente accadeva in altri luoghi. Valgono tutte le ragioni addotte 16, ma
anche quel sentirsi greci, più greci d'ogni altro. Lo scrive il Galateo Ad
Hermolaum Barbarum de interpretatione Themistii: « Ego veteres Graecos amo:
hos colo, hos quotidie animo et oculis verso et me italograecum esse fateor ex
hac parte Italiae ». E altrove, più energicamente: « Cives et mores et vestes et
graecam linguam deposuerunt sed non genus. Nec perdet nos generis nostri:
Graeci sumus et hoc nobis gloriae accedit » 17. Dante è Medio Evo, non
antichità; è latino, non greco; è teologia, non filologia.
Scrivendo all'amico C. Colonna sulla morte del fratello, ricorda i grandi
greci e « ex nostris » Catone Scipione Seneca Boezio Petrarca e Pontano : un
salto significativo da Boezio a Petrarca.
Tu Socratum, Platonem, Aristotelem, Xenophontem, Callisthenem,
Zenonem et stoicos omnes spetta et imitare, et ex nostris Catonem,
Scipionem, Senecam, Boethium, Petrarcam et Pontanum nostrum.
E Pontano e Sannazaro sono detti « i primi Poeti, che fussero mai stati
da Virgilio in sino a' tempi nostri » 18. Il presente si salda al passato grecolatino. Per Dante non c'è posto.
s i c o g r a f o d e l s e c . XVII, Cerignola, 1900; C. TRABALZA, Storia della g r a m m a t i c a , p p . 3 5 5 56).
14 Cfr. C. VILLANI, cit., pp. 1 2 1 2 - 1 2 1 3 .
15 Cfr. Epistole a cura di A. ALTAMURA, Lecce, 1959, p. 8 5 .
16 Cfr.il nostro A s p e t t i d e l l ' e s e g e s i d a n t e s c a n e i s e c o l i X V I e X V I I a t t r a v e r s o t e s t i
i n e d i t i , Lecce, 1 9 6 6 (Collana di studi e testi diretti da M. Marti e A. Vallone). - Per uno
sguardo d'insieme agli umanisti cfr. A. FOSCARINI, Gli umanisti in Terra d'Otranto, in «
Riv. storica salentina», I V ( 1 2 , 1 9 0 7 ) , p p . 13 (estr.); e dopo, il nostro L i n e a m e n t i d e l l a
cultura ecc., in R i c e r c h e e studi ecc., cit., pp. 7- 2 8 .
17 Cfr. Epistole, c i t . , p . 9 5 e L a G i a p i g i a e v a r i opuscoli a cura di S. GRANDE,
Lecce, 1 8 6 7 ss., II pp. 80- 8 1 .
18 Cfr. rispettivamente: L a G l a p i g i a e v a r i i o p u s c o l i , cit., II, p . 1 3 6 ; e Suc-
6
Si conoscono le lingue classiche e le ebraiche (si pensi a Pietro Colonna,
Galatina XVI sec.), non il volgare; si leggono gli antichi, Aristotele soprattutto
(e si pensi, per fare un esempio, al contributo di M. A. Zimara, Galatina XVI
sec., all'aristotelismo padovano), non i contemporanei e Dante. Le stesse
mobili formule dialettali si legano a vetuste tradizioni e si rivestono di caratteri
greci. Ed è ancora da studiare quale parte possano aver avuto (di propulsione o,
piuttosto, di freno dinanzi alla somma esemplarità toscana) la cultura e la
poesia napoletane del secondo Quattrocento. Il Petrarca, si sa, ha un diverso
destino 19. Dante nel Galateo s'incontra in casi isolati e piuttosto in luoghi
comuni e genericamente accolti. E’ il caso di Paolo e Francesca, « duo a Dante
poéta celebrati amantes apud inferos, quos lectio traxit in flagitium », addotti
con altri esempi a dimostrazione dell'asserto: « ego in mulieribus multas litteras
non approbo ». È il caso di Dante stesso, uomo di fede nella vita e inclemente
come Solone Licurgo Pausania Camillo Coriolano Boezio Simmaco, « illustres
viri aut necati sunt aut exules fuere ». Eppure, in ambedue (in Dante del
Convivio, in specie) sembra perdurare lo stesso concetto di filosofia, d'origine
laica-aristotelica.
Philosophia, si ea vera sii, non ficta et fucata et quae re non verbis et vestibus
constet, sola est, quae vere homines et vere iustos facit, sub quo uno nomine, ut
Aristoteles et divus Hieronymus ait, virtutes omnes continentur 20.
Né di Dante v'è segno di consenso nel leccese fra Roberto Caracciolo,
ch'è tra i grandi predicatori del Quattrocento, che spesso sfiora, naturalmente,
temi e personaggi, nella doviziosa esemplificazione, danteschi. Più
propriamente Dante è ricordato (se non siamo in errore) due volte, in un unico
luogo, ora giustificando Celestino V per il « gran rifiuto », ora condannando
cessi dell'armata turch,esca in Opuscoli, Lecce, 1871, I, p. 152. - Così si lodano i fiorentini, conosciuti a
Lecce e a Napoli, come eloquenti briosi e affabili, ma non Dante: « Dormientes, et languentes, ne
dicam mortuas per multa ante saecula in Italia ob crebras Barbarorum invasiones, litteras, et
humanitatis, et medicinae studia, majores vestri, ut vestri poetae verbis utar, excitaverunt. Hoc
beneficium vestra civitas latinitati praestitit », in La Giapigia ecc., cit., III, p. 121. Si parla spesso
di Guelfi e Ghibellini (ibid., II, p. 40; III, p. 195; Opuscoli cit., I, p. 12), ma come di fazioni
astratte. Né la lunga Esposizione del Pater Noster (Giapigia, cit., III, pp. 149-238 e Opuscoli I, pp. 5104) gli dà occasione d'incontro con Dante.
19 Per il petrarchismo cfr.: F. TORRACA, Rimatori napoletani del Quattrocento in Aneddoti di
storia letteraria napoletana, Città di Castello, 1925, pp. 187-258 e passim; per il De Jennaro, in
particolare, v. l'ed. di M. CORTI, Bologna, 1956.
20 Cfr. rispettivamente le citazioni: Illustri viro Belisario Aquevivo. Vituperatio litteratum, in
Epistole, cit., p. 198; Ad Gelasium de nobilitate, in Epistole, cit., p. 278; Ad Petrum Summontium
(Callipolis descriptio), in Epistole, cit., p. 238. (Per Dante cfr.il nostro Studi su Dante medievale, op. cit.,
p. 9 ss.).
7
la Monarchia (e non poteva essere diversamente) con un giudizio che vale la
pena riportare: « È una pacia a credere quello che dice Dante nella sua
Monarchia, contro le quale fora le sententie e sono di tanti uomini più dotti,
più savi e più sancti che non fo lui » 21. Passi la santità, ma dottrina e saviezza
al filosofo Dante erano state riconosciute già dai primi esegeti del Trecento.
Le tracce pur rilevanti di adesione linguistica al toscano letterario (a Dante
oltre che, più evidentemente, al Petrarca Boccaccio) sono da considerarsi
sotto il profilo della compartecipazione al fondo comune liberamente
circolante in vaste aree anche meridionali, piuttosto che l'espressione di un
acquisto diretto, assai improbabile a nostro avviso. La documentazione
letteraria del Quattrocento e Cinquecento, che in sostanza precisa l'assenza di
interessi di letture e orientamenti di gusto verso la poesia di Dante, conforta
decisamente questa opinione. Né l'eruditismo del Sei e Settecento sa andare
oltre le affrettate e grame notizie che l'abate Giacinto Gimma (Bari, sec.
XVII-XVIII) raccoglie in modo incondito nella sua Idea della storia dell'Italia
letteraria (1723) 22.
L'umanesimo moderno (si dica per incidens ), che ha permesso generosi
saggi di traduzione in dialetto greco-salentino, in dialetto cerignolese o in
sonanti esametri latini 23, di taluni luoghi danteschi, ha ben altra origine,
natura e spirito. Si tratta di tentativi, di otium letterario, di prove a margine del
gusto realistico o classico proprie del tardo Ottocento, né certo possono
imparentarsi alle espressioni concrete e sostanziali della civiltà letteraria dei
secoli XV e XVI.
21 Cfr. Lo specchio della fede, Venezia, 1537, serm. II, f. 21 r e 22 v. - Ma per temi e
personaggi cfr. particolarmente Prediche, Milano, 1482 (segn. Bibl. Prov. di Lecce: XXXII.D.244);
Quadragesimale (italice), s.l. [Venezia] c. 1475 (ibid.: XXXII. E. 73), circa le notizie che dalla terra
giungono ai dannati (serm. XXVI); Opus quadragesimale quod de poenitentia dictum est, venetiis, 1472
(ibid.: XXXII. F 35). In quest'opera, ad esempio, per il peccato di lussuria (dopo frequenti
esclamativi: « O depravatio sensus. O cecitas fatue mentis » ecc.) si ricorre a Cleopatra: « O
Cleopatra egipti regina quanta scelera perpetrasti pro amore Marci Antonii tui », c. 203: una
esemplificazione che può anche non derivare da Dante!
22 Nell'opera (Napoli, Mosca, 1723) egli è spesso a rimorchio del Crescimbeni (Ist. d.
volgare poesia, 1698). A pp. 178-79 il G. fa un cenno al De v. e. a proposito dei siciliani; a p. 195
chiama Dante inventore della terza rima e lo considera «Il Filosofo e 'l Teologo tra' Poeti»; a pag.
386 riporta un malevolo giudizio del gesuita francese Filippo Briezio circa Filippo il Bello; a p. 390
fa nascere Dante nel 1262; a pp. 593-94 infine (e sono gli accenni più probi) ricorda i commentatori
del Tre e Quattrocento (e sono notizie cavate dal Landino) e del Cinquecento.
23 Cfr. rispettivamente G. GABRIELI, Frammenti danteschi in dialetto greco-salentino in
«Byzantinisch. neugriechische Jahrbücher», III (1922), pp. 121-29;
Non tenèive'ante ca trendacinqu'anne
quann'io inda vòsche me sperdieppe,
ca non ve sacce dice a cum'e u quanne.
F. CAPUZZELLO, Par. XI, 44-117, Frascati, 1905, pp. III-IV (ivi, v. 71, correz. 'signacula' ).
8
Sorge, dunque, una domanda: quali le cause generali di questo lungo
silenzio dinanzi a un testo che largamente veniva studiato ed elogiato in
Toscana, in Emilia-Romagna, nel Lazio, in Lombardia e altrove (ma anche
all'estero almeno dal Settecento in poi)? Cercare le cause di una vicenda
culturale è sempre rischioso, ingrato, o più propriamente improprio.
Ma par meno azzardato dire innanzitutto che una delle ragioni consista
nell'accentramento delle « provincie » al « reame ». (Napoli-città dinanzi a
Dante è già altra cosa della « provincia-frontiera » qual'è la Puglia). Ancora
nel 1864 lo zio di Luigi Capuana parlava con sgomento e sorpresa del nipote,
che lasciata la Sicilia si era diretto a Firenze: « Ida banna u munnu. Fora
regnu! » 24: la Toscana: al di là del mondo, dunque, fuori del Regno! In
relazione a questo aspetto, altri motivi (e questi con altri ancora) quali
l'assenza di Università e di centri di cultura (che tali certo non sono le
arcadiche Accademie di provincia), la mancanza di autonomia politica di
pensiero e di decisione, la riverenza a temi o atteggiamenti inculcati per
tradizione dal paternalismo della Chiesa (anche quando in Roma stessa si
discutevano, almeno), condizionano la presa e la penetrazione del pensiero e
della poesia di Dante in Puglia. Dire, in questo o in altro caso, che « l'ingegno
pugliese più si piega al faticoso lavoro dell'erudizione, anziché alle capricciose
corse della fantasia » 25 o forse anche alla poesia o all'intendimento di essa, è
esprimere una semplice impressione senza fondamento critico e scientifico.
Dire poi, e lo ha detto un maestro come Zingarelli, che i pugliesi « non
cercano e ammirano Dante per angusti principi regionali » 26, significa
costringere complesse ragioni storiche e culturali entro l'alveo di una vicenda
mediocre e famigliare.
Piú meritatamente individuavano le ragioni generali dell'abbandono del
Sud e della Puglia in particolare Vito Fornari (Molfetta, sec. XIX) nella
Lezione XIX. Della statistica verso la storia, e Saverio Baldacchini (Barletta,
sec. XIX) nel saggio Vita e studii di Alessandro Poerio. Il progressivo
impoverimento di uomini e di iniziative, accentuatosi di tempo in tempo
dopo gli Svevi fino all'età moderna, è presentato con la malinconia delle cose
antiche, belle e perdute. Per di piú è collegato, come accade spesso negli
storici di età risorgimentale, all'egoismo accentratore del potere
amministrativo e al soffocamento delle libertà politiche. Lo dice velatamente
il Fornari.
Tutta questa parte d'Italia, che ora è reame di Napoli, in antico
alimentava fino a diciotto milioni di uomini; o dodici almeno,
24 Cfr. P. VETRO, Luigi Capuana, Catania, 1922, p. 22. - Per la provincia-frontiera,
cfr. G. PEPE, Il Mezzogiorno d'Italia sotto gli Spagnoli, Firenze, 1952, p. :318.
25 Cfr. G. GIGLI, Storia delle lettere in Terra d'Otranto, Lecce, 1890, p. 9.
26 Cfr. Dante e la Puglia, in « Giornale dantesco », cit., p. 401.
9
secondo i più discreti. Prima e dopo il mille il popolo si diradò miseramente di
una maniera appena credibile. Crebbe alquanto sotto i Normanni; e di poi, sotto
Federico II, svevo, montò forse fino a quattro milioni. Calò sotto gli Angioini a
un milione e mezzo; rifiorì sotto gli Aragonesi a tre milioni e mezzo. Co' vicerè
scadde di nuovo e assai, fino a Carlo III; dal cui tempo va sempre più crescendo
e approssimandosi all'antica floridezza. Or chi non iscorge che, se le nostre
istorie fossero perite, basterebbero que' numeri a conservarne qualche
particella? 27
Tonifica il concetto e lo polemizza il Baldacchini.
Questa estrema parte d'Italia ebbe sorti diverse molto dalla parte
superiore e mediana. Presso noi, quasi ai tempi ne' quali veniva fondata
la grande monarchia che a grandi cose pareva chiamata dal valore de'
primi Normanni e dal senno di Federico Svevo. Ma la monarchia inglese
doveva prosperare, ed effettuare un ottimo reggimento civile, la nostra
invece dagli angioini tempi fino agli spagnuoli ed ai borbonici, non
seppe o non poté divenire nazionale mai. E spesso ho pensato che se le
nostre città avessero potuto, come Genova, come Firenze, come
Venezia, esplicare i loro germi e diffondere a mano a mano la lor vita,
forse più presto le nostre provincie avrebbero progredito nelle vie della
italica civiltà. Nè quell'essersi agglomerate insieme da tanti secoli giovò
punto alla unità nazionale, intanto che alla casa di Savoia è stato
possibile d'ingrandirsi da tanto umili principii ognor più, e di tentare e di
compiere quell'opera che sempre male tentarono i nostri principi (se
pure la tentarono), e che inetti si mostrarono a compire. Di mutamenti
di signorie queste popolazioni erano state cupide sempre; ma la cattiva
pruova fatta da esse ad ogni loro rivoltura aveva infine ingenerato nelle
menti de' migliori tra' nostri un desiderio profondo di un mutamento
diverso e radicale affatto. Vedendo che nessuna dinastia sorgeva che
stringesse l'Italia a noi, ci nacque come un bisogno di perdere la nostra
personalità propria e di scioglierci, sarei per dire, nel gran mare della
patria italiana. Un tal desiderio, confuso prima e indeterminato,
acquistava sempre maggior consistenza, ed anche le menti meno
privilegiate erano a poco a poco punte da quell'assillo 28.
Siamo ormai nell'Ottocento. La Puglia si scuote, avanza premesse e
condizioni (ma si pensi ai vari avii settecenteschi dì Giuseppe Palmieri, di
Francesco Milizia, dei molti corrispondenti pugliesi di L. A. Muratori) e infine
tenta un suo più libero gioco politico. È allora che si estende e s'impone il culto
27 Cfr. Dell'arte del dire, Napoli, 1857, I, pp. 131-32.
28 Cfr. Purismo e romanticismo a cura di E. CIONE, Bari, 1936, pp. 172-73 (il saggio è del
1862).
10
di Dante (mai, certo, in misura corrispondente ad altri centri di vita civile e
culturale italiana: e indichiamo Toscana e Romagna), si sente la voce del poeta,
si studiano le sue opere, s'indaga il suo pensiero.
L'Ottocento pugliese (ma anche calabrese e lucano) è legato ancora, e in
maniera salda e tenace, politicamente e culturalmente, a Napoli. È la grande
scuola napoletana che domina. Puoti De Sanctis Settembrini sono i maestri 29.
Dietro, l'autorità indiscussa di Vico. Non ci sono altre vie, né altri
insegnamenti. Non altre voci. Né traccia evidente di movimenti d'idee e di
pensiero. Cesari Foscolo Mazzini Balbo Gioberti e via via nel tempo
Tommaseo e Giuliani non giungono come dantisti. Se qualche eco c'è, è di
rimbalzo, per via mediata. In tal senso il tramite più significativo è Carlo Troya.
Né (sia ben chiaro una volta per tutte) si forma un vero dantismo pugliese. Gli
studiosi di Dante, nati in Puglia, vivono a Napoli gran parte del loro tempo o
altrove; e vivono e scrivono, operano e sentono come allievi della scuola
napoletana. Divulgano principi e applicano idee; o meglio ancora contaminano
gli uni e le altre, li cuciono insieme e li rifondono ora con persuasività e bontà
di risultati (e sono invero i pochi), ora, più spesso, li sommano o li accostano
senza profondi ripensamenti (e questi sono i più).
Le grandi correnti « nazionali » dantesche di guelfismo e ghibellinismo
non hanno né rappresentanti, né voci autorevoli; giungono confuse (e non
certo per macanza di fervore e di polemica) e s'insaporano nel moderatismo
napoletano. Vico è maestro a tutti, anche s'è inteso in modo piuttosto parziale
e generico. Dalla scuola del Puoti stesso escono sia gl'interpreti di Dante in
chiave puristico-cattolica, sia quelli d'orientamento laico-politico. Al
Baldacchini sembrava strano come dal Puoti potessero avere origine Francesco
De Sanctis e Vito Fornari.
L'autore degli Studii critici [ = De Sanctis], dove è tanta la vivacità ed il brio,
non fu discepolo forse del Puoti egualmente che l'Abate Fornari? E pure quanta
diversità in quei due! e non ti sembra che il Fornari in quei suoi dialoghi
dell'Armonia universale ti faccia rivivere Bonaventura ed Anselmo, e costringali
a ragionare ne' modi più eletti ed efficaci della nostra favella? 31.
2. E Vito Fornari (Molfetta, sec. XIX) è certamente l'esponente
maggiore in Puglia di un'interpretazione cattolica di Dan29 Cfr. E. CIONE, Napoli romantica. 1830-1840, Napoli, 1957, 3a part. pp. 135-54; L.
RUSSO, F. De sanctis e la cultura napoletana (1860-1885), Firenze, 1959; A. ZAZO, L'istruzione
pubblica e privata nel napoletano (1797-1860), Città di Castello, 1927; F. DE SANCTIS, La scuola
cattolico-liberale e il romanticismo a Napoli, Torino, 1953.
30 Cfr. i nostri: La critica dantesca contemporanea, Pisa, 1957 e La critica dantesca
nell'Ottocento, Firenze, 1958, passim.
31. Cfr. B. Puoti e la letteratura italiana, in Purismo e romanticismo, cit., pp. 153-54.
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te. Parte da Vico, ma lungo la strada muta compagni di viaggio e scopo del
suo esame. Le grandi fasi dell'umano incivilimento sono, anche per il Fornari,
tre: la divina, l'eroica e l'umana 32; tre momenti, che al De Leonardis, pugliese
di diverso orientamento, sembrano giustamente « tolti di peso dalla Scienza
Nuova di Vico », con l'osservazione che la « teorica cui tutta s'informa la
estetica del Fornari, non è punto vichiana » 33. Vico non si è sognato « di dire
la poesia nasce dalla festa dello Spirito » 34. Né basta per il De Leonardis, che
incalza: « L'Estetica fornariana, per tal modo adulterata, risulta una
contraffazione bella e buona: è l'equivoco frusto, in cui si mette un povero
prete, che, pur muovendo dal mistero, si vorrebbe atteggiare a progressista ed a
pensatore, senza ricordarsi che 'l dogma e la scienza stanno tra loro nella ragione
degli antipodi, e che perciò si escludono a vicenda ». « A niuno è dato di
contraffare la mente altrui, massime quando questa è la mente di Vico, svolta,
e si divinamente, dal Ferrari » 35. Dante è posto, in quell'arco di tempo in tre
fasi, come tappa significativa dell' « ordine intrinseco della storia », dopo
Costantino, Gregorio Magno, Gregorio VII, e prima di Carlo V e Napoleone.
La civiltà moderna è vista nascere con lui, perché « nell'Alighieri, verso il
milletrecento, io dirò che la moltitudine delle genti cristiane e romane ebbe la
coscienza del passato, vi ripensò, e con questo collocossi in un'età più
recente, ponendo termine al medio evo » 36.
S. Tommaso, che « per quasi due secoli » aveva improntato tutte le
opere della cristianità, è posto alla base dell'ispirazione di Dante: « Di che
qual maraviglia, se l'impressione della Somma Teologica discuopresi persino tra'
poetici voli della Divina Commedia? » 37.
L'allegoria è esemplificata con versi del poeta (Par. XXIX, 142-44 e
XXVIII, 16-18) 38, entro cui sa distinguere le allegorie poetiche (esempio: la
selva, il Veltro) 39da quelle didascaliche: le une e le altre però (e certo
ingiustificatamente data la precedente distinzione) accolte nel grembo della
poesia: «Può l'allegoria didascalica appartenere alla poesia [...]; ma nondimeno
essa è di natura totalmente diversa dalla poetica. Basti il dire, che l'allegoria
didascalica serve a mostrare una verità, e la poetica a nasconderla» 40.
È, dunque, l'ufficio della Verità che redime i versi e fa poe32 Cfr. Dell'arte del dire, Napoli, 1862, IV, p. 270 e passim. - Sul F. « cattolico », v. P.
SICILIANI, Sul rinnovamento della filosofia politica in Italia, Firenze, 1871, p. 158 ss.
33 Cfr. L'arte e la vita dello spirito, Genova, 1880, I, p. 17.
34 Ibid., p. 17.
35 Ibid., pp. 18-19, 21.
36 Cfr. Dell'arte del dire, cit., I, p. 199.
37 Ibid., II, p. 121.
38 Idib., II, p. 273 e 282.
39 Ibid., II, p. 283.
40 Ibid., II, pp. 283-84.
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sia. Sembra, più innanzi, che il didascalismo puro e semplice sia da
respingersi, non quello però che si veste d'immagini e di affetti.
Non per tanto nè tutta la Divina Commedia, nè quei medesimi canti del
Paradiso, considerati verso l'opera intera, possono appellarsi un vero
poema didascalico, o didascalici p oemi. E la ragione è, che ivi
l'intendimento dell'Alighieri mira a fare impressione poetica anzi che ad
ammaestrare; che ivi le idee servono alle immagini e agli affetti, e non
per contrario; e che, finalmente, ivi il discorso intellettivo, sebbene
potentissimo, va obbedendo e secondando la libera fantasia poetica 41.
È una venatura contenutistica che s'ingentilisce d'estetismo tra Puoti e
De Sanctis. A questo clima s'intona l'altro concetto, nel suo germe vichiano,
della universalità di Dante, che parte si dalla storia, ma questo poi, per atto di
poesia, sopravanza e redime.
La poesia ritrae la nazione e l'età in cui fiorisce; ma l'eccellenza di lei
non dipende necessariamente dalle condizioni di quella nazione e di
quella età [....]. Chi non sa che Omero e Dante e il Shakespeare, in
quanto all'eccellenza della loro poesia, sorvolano a' tempi e a' luoghi in
che vissero? E quel medesimo è della storia, nè più nè meno 42.
Nel saggio Del Convito, le idee del Fornari sono messe a dura prova. Il
Convivio affonda in una orgogliosa consapevolezza del sapere. E questo
riconosce anche il Fornari nel fare di Dante « il primo che laico e uomo
politico filosofeggi. Perciò nel Convito, benché ispido di forme scolastiche, si
vede già la scienza pigliare qui e colà nuovo aspetto e nuovo colore » 43.
Eppure entro questa precisa considerazione (che è preceduta dall'altra,
felicissima, sulla « filosofia riaccostata alla coscienza del filosofo » ) 44, si parla
di Dante destinato dal « consiglio divino ad essere strumento di un alto
disegno » 45 e sovrano poeta perché « vede nella Verità l'universo tutto quanto
». « Al suo intelletto tutte le cose che sono e furono e saranno, si
rappresentano unite tra loro, distinte ma non separate » 46. Egli è per «
l'armonia », che rende accresciuta e « più chiara », per cui « gittò nel Convito
un seme che dee tuttavia germogliare e frutterà una filosofia nuova, non
contraria all'antica » 47.
41 rbid., II, p. 302.
42 Ibid., III, p. 189.
43 Cfr. Dante e il suo secolo, F i r e n z e , 1 8 6 5 , p . 4 5 1 .
44 Ibi d . , p . 4 4 9 .
45 Ibid., p. 443.
46 I b i d . , p p . 4 4 5 , 4 5 6 .
47 Ibid., p. 458.
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Il Convivio è proiettato, o piú propriamente prospettato nel Medio Evo,
e si vede estendersi nell'evo moderno. Si parte bene, dunque, e si arriva male.
È lo scotto che tutto l'Ottocento (e nella filosofia e nella politica e nella
scienza e in ogni altra branca del sapere; e proprio quell'opus magnum che è il
volume Dante e il suo tempo del sesto centenario per la nascita di Dante, n'è
una chiara documentazione) paga alle idee correnti. Non tanto s'intende
esaltare il pensiero di Dante, quanto la sua continuità nel tempo; non tanto
questa quanto l'italianità del suo spirito o la capacità formativa di esso.
La via che batte il Fornari nel tentativo di esaltare la Verità e salvare la
poesia della Commedia, di intendere poi questa come arte del dire, era assai
rischiosa. Non si poteva accontentar tutti, Puoti specialmente, e ubbidire alla
onesta voce delle proprie convinzioni. In quegli stessi anni le lezioni del De
Sanctis assai più chiaramente indicavano altre più probe soluzioni; quelle del
Settembrini, pubblicate nel 1867, sottolineavano i pregiudizi del disegno
fornariano. Il De Leonardis, contaminando il tutto, potrà dopo anni di
ripensamento, obiettare all'abate di Molfetta: « L'Arte rappresenta ciò che la
Religione sente e la Scienza medita » 48.
Altri si rifanno, accanto e dopo il Fornari e non proprio direttamente a
lui, ad una interpretazione cattolica del pensiero e della poesia di Dante; ma
senza quei fermenti, quella varietà di tentativi e, certo, quel nobile sforzo di
accordare e promuovere soluzioni critiche, che rendono oneste e proficue,
storicamente, le pagine del Fornari. Pensiamo agli Studi filosofici, morali,
estetici, storici, politici, filologici su la Divina Commedia di Gualberto De Marzo
(Oria, sec. XIX), in tre grossi volumi pubblicati dal 1864 al 1881 con cui si
intende « chiarire come Dante sia il Principe de' poeti cristiani non pure, ma
altresì quegli che abbia raccolto intorno a sé gli elementi tutti della grandezza
letteraria della italiana penisola » 49: un enorme sperpero di cognizioni varie,
raccattate un po' ovunque senza criterio alcuno di ordine e di selezione, e col
sacrificio di tanta buona volontà. Né, invero, si tenta qui una soluzione
unitaria dei vari aspetti, ma solo una loro giustapposizione, terzina per
terzina, canto per canto. La « morale » si riduce ad una chiosa precettistica; la
« filologia », che non conosce codici e loro problemi, ad una piatta
esplicazione di parole; così via via per gli altri aspetti. Nelle tarde Lezioni di
letteratura italiana il De Marzo, in pieno clima di critica e filologia, scopre la
triade fornariana di « Vero Buono e Bello » 50. Né quegli enormi Studi lo
rendono immune, in minori saggi, da ingenue suggestioni come quando vede
nel Veltro (e non è solo) Vittorio
48 Cfr. L'arte e la vita, cit., I, p. 25.
49 Firenze, 1864, I, p. XV.
50 Cesena, 1891, p. 25.
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Emanuele II 51. A queste indulge appieno A. M. Forleo (Francavilla Fontana,
sec. XIX), uno specialista di studi del genere, per cui i famosi versi di Inf.
VII, 1 (« Papè Satàn, papè Satàn aleppe ») e Inf . XXX, 67 (« Raphèl may
amèch zabì almì ») su cui ne abbiamo sentite tante 52, ma non queste)
significano rispettivamente « Pasta-Pane, Pasta-Pane Al Pepe » e « Chi farle
ami a me si abbi male » 53. Così la predicazione di Cacciaguida è rivolta
all'Italia 54 e il vaticinio di Beatrice (Purg. XXXIII, 43-45, 46-51) mira al
1848, per cui il Duca è Carlo Alberto, il Messo di Dio è Pio IX e il Gigante,
naturalmente, è lo Straniero 55. Ma non si trascuri di completare il quadro con
Il senso morale nascosto nei doppi anagrammi 56.
Leonardo Forleo, invece, che precede l'enigmista, trascura l'allegoria a
fondo cattolico-patriottico, e ci presenta uno studio, onesto in sostanza, che
Urbano Lampredi in una lettera del 20 maggio 1832 pone sulla scia di
Cesari Perticari e Vaccaro (un brav'uomo questo e null'altro, che ha il merito
di aver detto male del Foscolo, qui bollato come « stolto e stravagante ») 57. Si
apprenderà poi che il « classicismo » di cui parla Leonardo Forleo si
apparenta con le virtù « dell'etica, per le quali la poesia si eleva ad arte di
pubblica ragione, ad ausiliaria delle leggi, ed a sostegno nobilissimo dello
Stato » 58.
Se non andiamo errati qui si va più indietro del Fornari, si scavalca il
Puoti e si presenta un Dante utile alla buona amministrazione borbonica. Più
polemico, se mai, si presenta il breve saggio di Oronzo Quarta, giurista
(Copertina, sec. XIX), Dante antipapista cattolico. Lettere all'egregio avvocato Signor
Edoardo Teodorani, in cui si riconosce in Dante non solo « il cattolico più
sincero ed ardente, il S. Tommaso della poesia », ma anche un « fedele e
ardente seguace e difensore del Cattolicesimo Romano dei Papi » 59. Idee non
nuove, certo, che, pro51 Cfr. La croce bianca in Campo rosso vaticinato nella D.C. pel Risorgimento d'Italia, Lecce,
1892, p. 28. - Per queste ingenue suggestioni cfr. P. BELLEZZA, Curiosità dantesche, Milano,
1913, p. 112, 121.
52 Cfr. il nostro Il canto VII dell'Inf., in Studi su Dante medievale, op. cit., pp. 143-48.
53 Cfr. Gli anagrammi degli versi strani di Dante nella D.C. - Inf., canti VII e XXXI, Lecce,
1876, p. 7 e 9.
54 Cfr. La predicazione di Cac ciaguida. La stella d'Italia, Lecce, 1878, p. 5.
55 Cfr. Il vaticinio di Beatrice. Il Dux, ibid., 1877, p. 11.
56 Lecce, 1877, [pp. 51].
57 Cfr. L. A. FORLEO, Cause e ragioni che fanno classico il poema di Dante, Bari, 18423 (il
giudizio del Lampredi è a p. 65) (Ia ed., Napoli, 1829). (Sul Lampredi-Foscolo cfr. il nostro
saggio in Dal Caffè al Conciliatore. Storia delle idee, Lucca, 1951). - Per i testi di L, F., cfr. C. DEL
BALZO, Poesie di mille autori, ecc., Roma, 1905, IX, p. 168 ss., 178 ss., 541 ss., 571 ss.
58 Cfr. Liceo dantesco ovvero guida allo studia di Dante, Bari, 1844, p. V. Ivi si esaminano
canto per canto le Bellezze etiche, scientifiche, poetiche dell'Inferno, il Paragone di Virgilio con Dante di
V. Monti, il Disegno e piano dei poema di G. Maffei, ecc.
59 Lecce, 1862, p. 27, 32.
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prio in quegli anni, questione romana e scadenza del Centenario dantesco,
acuiranno, ma almeno chiare e schiette.
Le grandi voci della difesa cattolica di Dante da Ozanam e Gioberti, qui
assenti, al Giuliani e Bennassuti, troveranno ben più validi argomenti e più
pronta e solida cultura.
3. Gli oppositori pugliesi del Fornari (soprattutto, sul piano diretto, De
Leonardis) non conducono a fondo la polemica sull'interpretazione cattolica di
Dante; anzi del cattolicesimo di Dante, essi liberali e progressisti, sono
convinti. Pongono come base il pensiero laico di Dante, che non intende
rovesciare le istituzioni, ma correggerle, vivificarle, epurarle. Dante lotta, anche
per loro, contro gli uomini indegni, i presuntuosi rappresentanti, i villani rifatti,
non mai contro i poteri istituiti da Dio. Il ghibellinismo dantesco di
Baldacchini, De Leonardis, Siciliani e forse anche di Giovanni Bovio, è
contenuto almeno quanto il guelfismo dantesco di Vito Fornari. Né da una
parte né dall'altra c'è un travalicamento di questi limiti, una sopraffazione del
nucleo più vero e proprio del pensiero dantesco. Le differenze che si rilevano,
riguardano scelte e tendenze di lettura o temi obbligati che ruotano attorno al
pensiero centrale, ch'è integro e si rispetta. L'urto si acuisce, come suole
accadere, nei minori. Prevale nei migliori la temperanza. La coglieva «
sensibilissima, nella natura pugliese » Saverio Baldacchini nel discorso Ai miei
elettori delle città di Barletta e di Andria del 1 agosto 1864 60.
Saverio Baldacchini (Barletta, sec. XIX) può considerarsi il tramite quasi
naturale tra l'interpretazione cattolica e quella laica di Dante, l'una e l'altra
contemperate e accolte. Tracce di Puoti e Troya, ma anche, alla lontana, di
Tommaseo Balbo e Mamiani, si possono cogliere nei suoi studi.
Nel saggio Del fine immediato d'ogni poesia (1835) accoppia la Commedia
ai libri dei profeti e dell'India antica, alle odi di Pindaro e ai cori dei tragici greci
nella convinzione che la poesia non tenda al diletto, ma a giovare e fecondare:
un tema certo vecchia, ma che nel saggio vale ad impostare un probo discorso
su Dante.
Pongono i critici esser fine della poesia o il diletto o il giovamento o il diletto al
giovamento congiunto. Ma che il diletto non sia il fine della poesia a me il
persuade la natura istessa della impressione, ch'ella il più delle volte suole
produrre, al tutto diversa da quella ch'è causa a noi di un qualche diletto. E
veramente la impressione che in noi si produce dalla poesia, e più quando ella è
più nobile e sublime, non è senza dolore, che il contrario è del diletto: e
chiunque si sarà fatto a leggere con alquanta atten-
60 Cfr. Prose a cura di B. FABBRICATORE, Napoli, 1874, III, p. 426.
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zione i libri de' profeti, e quelli ora più universalmente noti dell'India antica, e le
lodi di Pindaro ed i Cori de' tragici greci, e la Divina Commedia dell'Alighieri,
facilmente mi consentiranno che stolto loro parrebbe chi una così alta e severa
poesia chiamasse dilettosa, con che verrebbe a scemare, anzi a distruggere ogni
suo pregio 61.
La poesia è vista come sostanza di qualità morali e civili, non però
sottoposta a scopi di divulgazione e di programmi, ma scaturita da
«immaginazione spontanea ». Non è schema, dunque, secondo ragione; ma è
atto libero di chi crea e opera. La « rettitudine » di Dante (e Dante si chiamò
poeta della rettitudine) non deriva da impegno o da « sapienza riflessiva », ma
dalla « prima sapienza o istintiva ».
Que' tre principii, o quelle primalità, secondo ch'esprimesi il Campanella, della
sapienza, della potenza e dell'amore, furono soggetto dell'altissimo canto
dell'Alighieri, dove gli atti cortesi e gli eroici e le dottrine de' savii si magnificano
ed esaltano, e le tirannidi all'incontro e le ipocrisie e i sofismi vengono vituperati:
onde Dante chiamò se medesimo il poeta della rettitudine. Ma pure io mi penso
che questa appellazione gli si convenga alla guisa istessa che Omero meritossi che
il Basilio il chiamasse poeta della virtù, comunque di gran lunga l'italiano e il
cristiano vincesse il greco e il pagano; imperocchè coloro che aman proceder con
le seste nell'esame delle cose poetiche ben si possono assai spesso scandalizzare
della rettitudine di Dante, come della virtù di Omero, non ponendo mente che
quella rettitudine e quella virtù sono obbietto della immaginazione spontanea, non
della ragione; della prima sapienza o istintiva, non già della seconda o riflessiva
che vogliam dirla. E nel principio del suo viaggio non altra guida prende Dante
che la poesia, simboleggiata in Beatrice, la quale, se così fosse lecito esprimerci, è
una poesia rivelata; ambedue sopra la realtà umana ci sollevano, e mistiche fonti
della bellezza pura ci schiudono delle quali la scienza umana si mostra men vaga,
come quella che le cose considera in rispetto d'un determinato utile nel tempo.
Infino a che non si estinguerà su i labbri degli Italiani la lingua che parlano, ne si
potrà senza una nuova barbarie, la Divina Commedia, che è una rappresentazione
fedelissima della nostra natura spontanea ovvero dell'attività del nostro
immaginare e del nostro sentire, la quale in tutti i singoli popoli ha talune
differenze, sarà come una comune sorgente, onde ogni altra nostra poesia ha da
essere un rivo 62.
È interessante, almeno, questo impasto di tendenze estetiche e di
caratterizzazione morale: singolare, poi, come impianto
61 Cfr. Purismo e romanticismo a cura di E. CIONE, Bari, 1936, p. 2.
62 Ibid., pp. 18-19.
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d'idee che si muovono nell'ambito del Puoti e con temi predesanctisiani. Ma
si sa che la fonte è Vico. E sempre poi Omero e Dante, accoppiati: quello
vichianamente rapprasenta « l'età giovanile di Grecia » ; questo, « l'età
giovanile d'Italia » 63.
Il punto centrale del Baldacchini, che però non si risolve
compiutamente in tema critico ma da cui si ricava viva suggestione, è il
riconoscere validità di messaggio alla poesia dantesca e insieme libertà
assoluta. Esalta il Furioso dell'Ariosto perché non è riducibile a precetti
aristotelici 64; ma biasima il Tasso perché s'inchinò all'autorità di Aristotele.
Se egli infatti avesse confidato più in sé, ci avrebbe dato un poema « non solo
nobilissimo, ma eccellente e perfetto, in cui i pregi della Divina Commedia e
del Furioso si vedrebbero raccolti » 65. Giudizi e raffronti che invero poco
valgono se non si tien conto che con essi il Baldacchini intende esemplificare,
quasi drammaticamente dinanzi ai sommi, l'importanza della libertà in arte.
Conta infatti (e lo pone a conclusione del suo saggio) « l'ispirazione
spontanea».
Pongasi dunque una volta, chè solo rimedio mi pare, l'ispirazione spontanea come
essenza dell'arte, e come suo fine il rapimento degli animi. Non adulatrice ella sia,
servendo al fugace diletto, non si spogli della sua libertà intima, credendo di poter
recare un giovamento positivo e speciale, basti ch'ella ci conduca alla regione del
bello: il quale molteplice è come effetto, ma uno come causa, verità che niegano
coloro, i quali due cozzanti forme di bello si figurano, l'una antica, l'altra moderna,
l'una materiale, spirituale l'altra. Per me dovunque incontro questo divino raggio,
che bellezza si chiama, quivi adoro lo spirito, e l'adoro in Omero, siccome in
Dante e negli altri che per la loro ardua via procedono 66
Qualche anno dopo nel saggio Ozanam, o della filosofia di Dante (1839), al
di là dello stesso critico francese, con l'appoggio del Gravina e Vico, sarà
possibile al Baldacchini dire che anche la filosofia, quella che proviene dalla
fede e non dal dubbio, non nuoce all'arte del poeta.
Fu possibile all'Alighieri in una età tutta poetica, così giustamente diffinita dal
Gravina e dal Vico, gran filosofo essere, senza che ciò punto nocesse all'arte
ch'egli spezialmente coltivava: il che ai nostri giorni non sarebbe sì agevole; la
spontaneità, ch'è l'essenza dell'arte, essendo venuta meno, e la filosofia prendendo
ora le mosse dal dubbio, e non più, come a' tempi di Dante accadea, dalla fede 67.
63 Cfr. Discorso intorno al fine e al metodo del giornale “Il Progresso” (1836) in Prose, cit., III, p. 21.
64 Purismo ecc., cit., p. 27.
65 Ibid., p. 27.
66 Ibid., pp. 56-57.
67 Cfr. Prose, cit., III, p. 118.
18
Una concordia ch'egli in un saggio del 1839, un po' semplicisticamente,
propone ai buoni e augura ad ogni età!
Questa concordia dell'Arte, della Fede e della Filosofia, che ne' secoli più
gloriosi ed aurei giustamente chiamati, si è veduta già sulla terra, i buoni si
dovrebbero sforzare ad ogni modo di restituire 68.
Ma se concetti, sentimenti, morale e filosofia rientrano nell'arte e si
purgano, la storia invece sembra resistervi in una perentoria validità di
contenuto. La Commedia diventa espressione cristiana e laica di un tempo che
può chiamarsi esclusivamente di Dante. Lo scrive in un saggio negletto, ma
sobrio e ancor oggi vitale De' presenti studii danteschi in Italia, e particolarmente
intorno ai dubbi mossi da alcuni sull'autenticità della lettera di frate Ilario del Corvo
(1840).
La Divina Commedia esprime in tutto il suo splendore l'idea cristiana e l'idea
civile: nè in altra età poteva esser cantata che in quella, in cui il laicato cattolico
si apparecchiava, educato virilmente dalla Chiesa nel lungo periodo del medio
evo, ad entrare in una via di futuri progressi 69.
L'idea che lo studio di Dante decada quando i tempi sono inadeguati,
per colpa delle « astruse speculazioni » o degli esangui esercizi « dei
grammatici »70, o risorga col Parini e l'Alfieri 71, luogo comune nel
Risorgimento, qui tende a porre la storia di Dante, quell'età, come sovrana ed
irripetibile. Vico qui rimane nel sottofondo. Il suo concetto di storia è
esemplare sì, specie al traguardo di Dante, ma non è immobile e statico 72. Qui
c'è invece il gusto del ritratto, di che s'avvale tutto l'Otto68 Ibid., III, p. 124.
69 Cfr. Appendice in: C. T'ROYA, Del Veltro allegorico de' Ghibellini, Napoli, 1856, p. 412
(già in «Museo di Scienze e di Letteratura», 1840).
70 Ibid., p. 415.
71 Ibid., p. 413; ma anche in Basilio Puoti e la lingua italiana (1867) in Purismo, cit., p. 11617: « La parola dantesca riviveva col Parini meglio assai che col Monti: il quale, compiacendosi di
esser detto un Dante ringentilito, mostrava a chiari segni di non saper troppo Dante chi fosse, e
neppure che fosse la gentilezza vera, evidentissima nell'amante della Beatrice Portinari. Bene
accolse la parola dantesca col Parini Vittorio Alfieri, nato nel vicino Piemonte, dove la
costituzione militare della monarchia dava un qualche vigore agli animi, spezialmente nella classe
de' nobili, dalla quale uscivano quelli che comandavano agli eserciti con non poca loro
riputazione, e quasi soli mantenevano la gloria e il decoro delle armi italiane ». E ancora, ibid., pp.
125-26: « E l'Alighieri, come sdegnoso delle miserie grammaticali e delle nebbie teologiche,
apparve nuovamente, quale veramente era, amico della operazione, ed uomo politico, come pur
troppo era stato creduto dai coetanei che lo condannarono ». Cfr. anche Prose, cit., III, p. 25.
72 Cfr. il nostro La critica dantesca nel Settecento ed altri saggi danteschi, Firenze, 1961, pp.
23-34.
19
cento, che crea e propone immagini e tipi su cui modellare, per carità di
patria, presente e futuro.
E divenuto adulto l'umano pensiero, l'opinione cantata da Virgilio della
rinnovazione dei secoli, e di un miglioramento essenziale della società civile, si
affaccia innanzi alla robusta mente dell'Alighieri. Però, introducendo egli
Giustiniano nella sua divina cantica, in versi non più uditi al mondo dopo di
Omero, ei viene considerando gli eventi umani, in una molto peregrina guisa
ignota interamente agli scrittori profani. Ne alcuno si meravigli che io trovi la
storia nella epopea dantesca: perocchè in quella poesia altissima veruna cosa non
è, che come in germe sia pur contenuta. Non è poesia di secoli raffinati quella
dell'Alighieri, ne consiste in antitesi e in un vano rimbombo, come quella di alcuni
lirici d'oggidì; ma l'intero uomo, l'intero visibile ed invisibile universo stringe nella
sua potente comprensione. Maestro è l'Alighieri dei poeti non meno che dei
prosatori, e chi questo non vede, abbandoni l'arte dello scrivere, che non è cosa
fatta per lui. Con Dante sorge la sapienza laicale moderna, dopo quella lunga
preparazione ieratica dell'età media 73.
Risalire a Dante attraverso Alfieri o proporre Alfieri come restauratore
del culto dantesco significa anche, per il « moderatissimo tra' i moderati »
Baldacchini, riconfermare una linea laica della nostra tradizione: un mito
tenace nell'Ottocento. Se siamo fuori « di Guelfi e di Ghibellini » che egli non
vorrebbe « udirli più ripetere »74, siamo però dentro la più valida tradizione
meridionale da Vico a De Sanctis e Settembrini.
I grandi temi di purismo e nazionalismo, di classicismo e cristianesimo,
entra cui si pone il Dante « napoletano », riaffiorano più polemici e rozzi,
rimescolati e confusi in Giuseppe De Leonardis (Serracapriola, sec. XIX).
La polemica che egli sostenne, netta e piena col Fornari, precisa la sua
posizione. De Sanctis è qui fuso e confuso col Mazzini « i due più profondi
pensatori, i due critici più potenti che abbia avuto l'Italia in questi ultimi
tempi » 75: l'idea estetica si piega sotto l'ideologia. L'estetismo si altera non
solo con lo psicologismo, ma anche col naturalismo. Il valore educativo, e
cioè di civiltà e d'insegnamento, dell'opera dantesca prevale sugli aspetti puri
della « retorica », ch'è ovunque sotto accusa. « Ben le leggi estetiche esistono;
ma sono leggi psicologiche, e
7 3 Cfr. De' generi storici (1844) in Purismo ecc., cit., pp. 70-71.
7 4 Cfr. Su' moderati d'Italia (10 ottobre 1861) in Prose cit., III, p. 416 (e preced. citaz.,
p. 409). V. anche B. CROCE, Storia della storiografia, Bari, 1921, I, pp. 24-26, 42 ss., 65 ss. ; II,
p. 71 ss.
7 5 Cfr. L'Uno eterno ecc., cit., I, p. 28.
20
non rettoriche : sono leggi dinamiche, e non già artificiali: sono leggi intime o
congenite, e non già meccaniche o di semplice esteriorità »76. Accetta e fa
proprio il principio del Settembrini, « la forma è formata dalla materia » 77, per
poi contarninarlo o travisarlo.
Legge il canto di Francesca e dà verso per verso, spesso d'accordo con
il De Sanctis, un'interpretazione estetica aperta, nei particolari, a suggestive
considerazioni, qual'è quella, desanctisiana, dell'invito al lettore a collaborare
col poeta.
Non altro scrive il Poeta; e già la fantasia di chi legge, nell'ansia di lacerare il velo
che ricopre quella storia dolorosa, si mette in moto: è l'effetto che l'artista volea
conseguire. Il poeta, di fatto, se veramente intende l'arte sua, non sempre dee dir
tutto, alle volte cenna e passa, lascia intravedere qualche cosa, ma si guarda bene
di dare l'ultima pennellata, perchè la fantasia altrui bisogna che si desti, bisogna
che lavori 78.
Ma ricerca ovunque un filone di realismo, che sempre più gli sfugge
nell'analisi o quand'esso sembra colto scade in formula di nessun rilievo
critico. Dire infatti che « Dante è un realista, da par suo, cioè degnissimo » 79 è
proprio un evadere da ogni precisa annotazione. Né molto si capisce a
proposito della idealità dell'arte!
Quel verso [Inf. V, 137] è come la lapide che seppelliva, e per sempre, una storia
d'amore pietosissima! Chi tentasse rimuoverla, perciò profanerebbe l'opera santa
dell'artista. Ed ecco la idealità dell'arte! 80.
Legge il canto di Ulisse e sa vedere in Omero e Dante lo stacco del
personaggio dalle leggende e dalle fonti per accentuarne poi lo spirito
moderno. Ma se da una parte si salva dalla ricerca erudita (fine a se stessa)
delle fonti, cede dall'altra alle lusinghe degli emblemi e delle prosopopee.
Nella leggenda omerica trasfonde la storia de' tempi suoi, e, tra Ulisse e Marco
Polo, s'interza egli stessi, il divino Poeta, col fare di lontano, apparire la sua
montagna bruna [...]. Non è più l'anima di Ulisse, ne di Marco Polo, ma è l'anima
umana, assetata della idea del Bene e del Vero [...]. Omero, lavorando su la
tradizione, l'aveva genialmente trasfigurato in un nuovo Olimpo di Dei, che sono,
in parte, sua poetica creazione; e Dante, a sua volta, lavo-
76 Cfr. L'arte e la vita dello spirito, Genova, 1880, I, pp. 229-30 (v. ancora L'Uno eterno
ecc., cit., I, p. 10).
77 Ibid., p. 228.
78 Ibid., p. 268.
79 Ibid., p. 268.
80 Ibid., p. 270.
21
rando su la leggenda, con la stessa genialità la trasforma in una nuova narrazione,
che più si dilunga dal mito antico, e più si avvicina al vero e più sa di moderno. Per
entrambi, l'Arte è il sustanziarsi della idea in un tipo fantastico, per modo che ne
risulti una poetica figura, piena di tutta la realtà della vita; ma il sangue che circola in
quelle vene, e quindi l'anima che la infiamma, è propria di ciascuno: il che prova,
anche una volta, che l'Arte ha sempre alcunchè di assoluto e di relativo, d'ideale e di
reale, di tradizionale e di nuovo, dalla cui temperanza ed armonia nasce quel parelio
divino, che poi dicesi Bello: nè questo è stazionario, ma progressivo, palingenesiaco,
trasformatore, ch'è quanto dire, in uno stato di continua evoluzione, di sua natura,
indefinita ed indefinibile 81.
Entro c'è tutto (vero e moderno, arte e fantasia, realtà e trasfigurazione,
assoluto e relativo, nuovo e tradizionale), dalla cui mescolanza spunta il « parelio
divino » 82, un'espressione cara al De Leonardis, e cioè il « Bello ». A questa
concezione del « bello », sorto invero stranamente da confusa mescolanza di idee
che non si sa come potrà diradarsi in « armonia », s'innesta il dinamismo evolutivo
dell'età « naturalistica ». Il « bello » classico, statico e compiuto, era già stato
superato da tempo (è anche questa una battaglia del De Sanctis ), ma col De
Leonardis si complica, s'ingrossa, di parole almeno, si copre indistintamente d'ogni
tema polemico.
Nell'opera L'Uno eterno e l'eterno amore di Dante. Principio metodologico e
protologico della Divina Commedia 83 temi e spunti, che pur documentano uno
schietto amore per Dante, (e a questo aspetto si devono riferire le lodi di Del
Lungo e D'Ancona) 84, non si dipanano. L'idea che la Commedia sia una « sintesi
colossale lo suggestiona e lo perseguita. Assegna al critico il compito di « scovrire
siffatta sintesi », che deve essere « ricreatrice » e non « dissolvente » 85. Che anzi «
se prima non si sarà bene inteso chi fu Dante politico, chi fu Dante filologo, chi fu
Dante filosofo, pretendere di spiegare Dante poeta è mattia » 86. E intanto ovunque
tesaurizza il De Sanctis, piegandolo a diversa significazione. Dante è visto come «
correttore della chiesa » ; « martire » « apostolo » « artista » « cittadino e profeta » ;
poeta « eminentemente ideale » perché traduce « sé medesimo in fantasmi » ; «
archetipo di virtù umana o, meglio, eroica » ; tende ad una. rivoluzione ch'è solo «
filosofico-morale » 87. E mentre da una parte fissa nell'arte tre gradi, « l'idea,
81 Ibid., II, pp. 225-26, 227.
82 Cfr. L'Uno eterno ecc., cit., I, p. 18.
83 Genova, 1890, voll. 2.
84 Ibid., II, p. 10.
85 Ibid., I, p. 23.
86 Ibid., I, p. 27.
87 Ibid., I, rispett. p. 32, 35, 55, 77.
22
parola, immagine » ; dall'altra coglie in Dio « l'Uno, semplice e quindi
l'invisibile » 88. De Sanctis sembra qui ancor più compromesso. E invero
questi ultimi saggi mostrano il De Leonardis rivolto ad una interpretazione
intimistica e simbolica della Commedia, che egli denunzia, come accade a tutti
gli svelatori di misteri, con orgoglio e presunzione.
Col ricomporre la vasta Ideologia dantesca al lume dell'Uno eterno e
dell'eterno Amore, ch'è la sua teorica sovrana; e col farne vedere il riflesso
in Arte, quasi prisma luminoso di quella idea divina o come parelio
abbagliante di quello spirito eccelso, non ho fatto che schizzare appena il
disegno: non ho fatto, cioè, che stabilire il centro d'irradiazione, per
poscia illuminarne o descriverne la periferia mondiale 89.
Confusi gli avvii di questo critico, confuse anche le conclusioni.
Tuttavia l'opera può valere come punto d'incontro, senza possibilità d'intesa e
di penetrazione, di tendenza o « scuola psicologica, o puramente estetica »,
com'è detta quella del De Sanctis 90, e di stimoli scaturiti dalle teorie
evoluzionistiche del positivismo. La parte piú scoperta e significativa è certo
nell'esame del concetto di « evoluzione artistica » e di « legge dinamica dello
spirito » 91.
Posizione di equivoco naturalmente che rendeva lo spirito, pur
compartecipe delle istanze del tempo, scosso smosso e incoerente, e nello
stesso tempo alterava lineamenti e dottrine di che si era fatto promotore il De
Sanctis, e che certo andavano assettando il terreno critico. Può essere
significativo qualche riscontro con Pietro Siciliani (Galatina, sec. XIX), che al
Liceo « Dante » di Firenze il 15 maggio 1865 parlò del Triumvirato nella storia
del pensiero italiano ossia Dante Galileo e Vico 92, e cioè arte scienza e
speculazione 93, in cui Vico convive con Gioberti (Saggio sul bello) e con
Fornari (Arte del dire) 94. per divorziare poi ne Gli hegeliani in Italia:
Lor merito verace sta nell'avere aiutato e nell'aiutare l'ingegno italiano a
svecchiarsi sempre più secondo i generosi desideri del povero Gioberti; il
quale ci sarebbe di certo riuscito, se non avesse pigliato la faccenda con
tanto calore e ardore ortodosso, da disgradarne in certi momenti perfin
l'entusiasmo di sant'Agostino! 95
88 Ibid., II, p. 56.
89 Ibid., II, pp. 183-84.
90 Ibid., I, p. 110.
91 Ibid., I, p. 114.
92 Firenze, 1865, pp. 32. - Un superamento di questi legami della « tradizione
nazionale » si ha nel S. con il discorso Rinnovamento e filosofia internazionale [1883], Bologna,
1884.
93 Ibid., p. 13.
94 Ibid., p. 15 e 18.
95 Cfr. « Rivista bolognese », II (fasc. 6, 1869) p. 3 (estr.): recensioni a S.
23
ove invece si tessono piene lodi a Bertrando Spaventa.
Seguaci di tale filosofia in Italia c'era parecchi, segnatamente a Napoli; ma chi
abbia preso a parlarne pubblicamente e predicarlo con entusiasmo coraggioso
degno del Bruno, è stato lui, principalmente lui 96.
In questo settore della critica dantesca, in cui inconditi confluiscono
spunti estetici e teorie evoluzionistiche, annotazioni psicologiche e fantasie
allegoriche, ricerca del vero ed elogio della fantasia, troviamo una cospicua
schiera di modesti lettori di Dante, da Michele Baldacchini (Barletta, sec.
XIX), FranSpaventa, A. C. De Meis, M. Florenzi Waddington, F. Fiorentino (per il suo P. Pomponazzi).
96 Ibid., p. 5. Al Siciliani (o alla suocera Antonietta Pozzolini) si devono le Onoranze a
Dante nel 1865 a Galatina e la partecipazione della città a Firenze (cfr. perciò Ai popoli salentini e
al Gonfalone di Galatina. Un saluto e un augurio. Da Firenze nel Maggio del primo Centenario di Dante,
Firenze, 1865, pp. 35, a c. di P. SICILIANI: « E fu per questa nobiltà d'animo che il Municipio di
Galatina seppe vedere quale alto significato, qual magnanimo intento volevasi da tutti conseguire
nelle solenni feste a Dante Alighieri; e con sollecitudine affettuosa, nella sua modestia e
lontananza, voll'esservi rappresentato, a raffermare, con altre cento città italiane, la grande unità
della patria comune. E perché s'intendano alcune allusioni delle poesie che seguono qui
appresso, è bene avvertire, che l'elegante stemma di Galatina, capace di molte interpretazioni,
rappresenta una civetta che, come uccello della dea Minerva, simboleggia la civiltà greca».
(Notizia etnografica dei popoli salentini e della città di Galatina di P. SICILIANI, pp. 21-22. All'iniziativa
parteciparono con versi i poeti del salotto Pozzolini. Per curiosità ricordiamo i seguenti di G.
REGALDI:
Questo nobil vessillo, o Galatina,
De' tuoi segni vetusti effigiato
D'Alighieri spirò l'aura divina
Quando d'Italia il popolo rinato
Al prisco ardor della virtù latina
Fra 'l suon de' carmi, con propizio fato
Sull'Arno celebrava il suo riscatto
Della concordia rinnovando il patto (p. 23);
e ancora di GIANNINA MILLI:
Questa Insegna gentil, che fra le tante
Fraterne Insegne fulse all'Arno in riva,
Quando alla festa secolar di Dante
Italia tutta in un pensier si univa;
Tra le memorie tue più illustri e sante,
O Galatina, serberai giuliva;
D'Alighier benedetta al simulacro
Fia di tua libertà palladio sacro, (p. 25);
col rombante saluto Alle donne salentine le sorelle di Firenze di A. POZZOLINI: « A voi, o Salentine,
che interpretando il gentil desiderio di cotesta lontana provincia, con amoroso zelo voleste
fregiare di elegante ricamo il gonfalone, che con altri mille stendardi fu destinato a confermare la
concordia dei popoli italiani alle secolari feste di Dante; a Voi è indirizzato in ricambio di affetto
il saluto delle Donne Fiorentine», p. 31.
Per l'attività del Comitato di Bari, v. Onoranze del 1865 a Firenze, in « Giornale del
Centenario di Dante Alighieri», n. 32, 34-35, 39-48 (ivi, art. di G. De Leonardis); ecc.
24
cesco Muscogiuri (Mesagne, sec. XIX) e Francesco Prudenzano (Manduria,
sec. XIX) ad Alessandro Massimo Cavallo (Carovigno, sec. XIX). E’ facile
qui cogliere osservazioni sul realismo come modo d'arte « popolare e
nazionale » 97, sul « movimento progressivo nella scienza prodotto dalle
istituzioni religiose e sociali » nell'età di S. Francesco e sulla poesia come «
concitazione del genio » 98, note sulle « teorie dell'evoluzione » e sulla «
filosofia del bello » 99 e infine sull'arte e sulla « scienza anatomica » 100.
Quel che si poteva costruire in questo settore, col dominio della
difforme materia o almeno con l'alto fervore di mente aperta e operosa, lo fa
intravedere Bonaventura Mazzarella (Gallipoli, sec. XIX) nelle poche pagine
dedicate a Dante nei suoi volumi Della critica. Ivi riflessione esame e
coscienza d'indagine in un'età che appunto si apriva alla critica, come scienza,
sono proposte a fondamento delle opere di Dante, perché « per lui poetare è
una ricerca, è una indagine, che fa nel proprio spirito » 101. E’ questa una
consapevole reazione al concetto d'intuizione e genio programmato dal
romanticismo, una rivolta razionale nel tentativo di creare un fondamento
nuovo alla poesia.
L'estremo limite dello schieramento laico della critica dantesca «
pugliese » è rappresentato da Giovanni Bovio (Trani, sec. XIX). Il De
Leonardis, che si mostrò insoddisfatto del Fornari, respinge e accusa di «
vacuità » l'esame dantesco del Bovio 102. Attraverso queste misure e differenze
viene così fissato l'arco intero dell'interpretazione. De Sanctis è accoppiato a
Giuseppe Ferrari, i soli critici che « intuirono in Dante questa fu97 Cfr. F. MUSCOGIURI, Il realismo nell'arte, in Note letterarie, Lecce, 1877, p. 121;
dello stesso v. anche Di alcuni caratteri meno popolari della D. C., Firenze, 1889 (ove De Sanctis è
citato più volte, p. 25, 41, 42 ecc. e poi trattato in un art. in « Natura e Arte », 15.9.1893, pp.
705-13).
98 Cfr. rispettivamente: F. PRUDE'NZANO, F. D'Assisi e il suo secolo [1890], Napoli,
1893, pp. 272-304 (ivi il comm. al c. XI del Par., pp. 421-44); Instituzioni d'arte poetica, Napoli,
1852 2, p. 18; e dello stesso: Scritti estetici e letterari, Napoli, 1890, p. 21 («scuola eletta dell'ideale»
quella di Dante, Omero e Raffaello); V. N. a c. di P. FRATICELLI e con giunte di F. P.,
Napoli, 1856.
99 Cfr. A. M. CAVALLO, La scuola di Dante nella D. C., Ostuni, 1913, p. 7 ss.e 12 ss.
100 Cfr. M. BALDACCHINI, Del vero considerato nell'arte specialmente della pittura, in «
Rendiconto delle tornate e dei lavori della R. Accademia di Scienze Morali e politiche » VIII
(giugno, 1868), p. 63; e dello stesso, ivi, Studi sopra Dante. Commento di alcuni luoghi della D. C. che
si riferiscono a musica, pp. 21-31 (un onesto saggio di « estetica musicale » su: Purg., IX, 140 ss. ;
Par., VIII, 17-18, XIV, 118 ss., XVII, 43 ss., XX, 141 ss.; ecc.). Si potrebbero ancora v.
ANDREA GABRIELI (Noci, sec. XIX); GIROLAMO CONGEDO (Lecce, sec. XIX); A.
STANISLAO MANFREDI per il saggio Dante e la laicità dello stato, in « Rassegna Pugliese », V,
p. 99 ss.
101 Cfr. Della critica, Genova, 1866-68, I, 125.
102 L'Uno eterno ecc., cit., II, pp. 29-55.
25
sione mirabile del pensatore coll'artista » 103. De Sanctis è anche qui il punto
di partenza.
Ma quel nucleo, che qua e là sembra affiorare, è in sostanza allargato,
travolto e disperso. Basti pensare solo a due elementi: il valore del contenuto
e l'accostamento del lettore a Dante. Il contenuto, polemicamente inteso,
prende il sopravvento su tutto.
Lumeggiate innanzi tutto [e reagisce a Voltaire e Lamartìnel il contenuto. Esso
non è l'arte, ma è la materia onde le forme rampollano, e in disparte dalla quale
le forme non s'intendono 104.
L'accostamento alla poesia, che il De Sanctis voleva distaccato e puro,
(ricordiamo nel saggio su Francesca l'espressione ben diversamente valida: «
Lasciate queste dispute agli oziosi... Se volete gustar Dante, fatti i debiti studi
di lettere e di storia, leggetelo senza commenti ») 105, diventa ripudio cieco e
totale d'ogni sostegno all'intelligenza e al gusto.
Smettete queste ricerche: i grandi poeti si ammirano, si sentono, ecco tutto: i
loro fantasmi sono sciolti dalle date, dagli evi, da' luoghi, dalle regole, anche da'
sistemi e dalle religioni: la poesia è come la vita, sfugge alle definizioni, alle
determinazioni, alla analisi, alle categorie 106.
Né misura, né gusto, né probità riappaiono più in queste pagine.
L'aspetto eroico e civile prende il sopravvento. Nulla esiste o si conserva al di
fuori. La poesia è già tutta nell'uomo: eccezionale questo, eccezionale quella.
Giova alla visione il considerare Dante (ed è uno dei miti, d'origine vichianoromantica più tenace e suggestivo) posto tra due età in urto tra loro, Medio
Evo e Rinascimento, cui egli impone la forza del suo destino. « Il massimo di
questi uomini fu Dante, perché nessuna lotta nella coscienza umana fu più
grande tra il Medio Evo e il Rinascimento » 107.
Udite in lui ancora tante voci del Medio Evo, che si estinguono poco dopo nel
turbine di Occam, e udite tante voci del Rinascimento, che vi abilitano a
chiamarvi moderni 108.
L'urto tra le due età non scaturisce da una tesi storica, come si raffigura
proprio nella storiografia del tempo, ma serve al Bovio per tessere una tela di
raffronti politico-civili tra Dan103 Cfr. Dante nella sua generazione, Roma, 1896, pp. 20-21.
104 Cfr. La protasi di Dante, Napoli, 1888, p. 13.
105 Cfr. Lezioni e saggi su Dante, a cura di S. ROMAGNOLI, Torino, 1955, p. 635 (v. il
nostro La critica dantesca nell'Ottocento, cit., p. 165).
106 La protasi di Dante, cit., p. 11.
107 Dante nella sua generazione, cit., p. 9.
108 Ibid., p. 26.
26
te, da una parte, e Machiavelli Bruno, dall'altra. Qualcosa del genere c'era già
stato nel Siciliani e in altri, non pugliesi, ed è motivo ricorrente nell'ultimo
trentennio dell'Ottocento.
Dante fondò la virtù sulla morale, Machiavelli sulla politica; l'uno cominciò a
tirarla fuori dalla scolastica, l'altro ne la liberò del tutto [...]. Il nolano non
respinse Dante e Machiavelli, gl'integra [...]. Dante è tratto più volte a
sommettere virtù dogmatiche alla dignità della mente - morale intima - con la
quale esamina assoluzioni e condanne fatte da' pontefici [...]. Morale, politica,
natura sono i gradi per i quali sale la evoluzione etica da Dante a Bruno 109.
Siamo nel cuore del laicismo, che, perduta la sostanza intima e globale
del pensiero di Dante o questa deformata attraverso il particolare, si
trasforma in anticlericalismo. Il raffronto Dante Machiavelli e Bruno si palesa
per quello ch'è veramente, cioè urto insanabile tra scolastica (ch'è alle spalle
di Dante) e pensiero moderno (che gli è davanti), tra dogma e « morale intima
». Al tutto poi si applica, anche qui, il concetto di evoluzione, reperito nel
fondo scientifico e naturalistico del tempo e applicato, assai
semplicisticamente, anche a un possibile elemento estetico-impressionistico,
della poesia dantesca: la rapidità. « Il magistero di questa rapidità non dovete
ignorarlo voi che vivete in un'età borghese, incalzata dalle scoperte
scientifiche » 110. Né su questo occorre insistere 111. Si capisce come il
passaggio da questo piano di idee alle chiose particolari (e ce ne sono molte e
nessuna oggi valida) denunzi ancor più gravemente, proprio in un'età di
ricostruzioni critiche minute e pazienti, una insufficienza di fondo ad
intendere il pensiero e l'arte di Dante, che la calda oratoria scopre più
deludente e drammatica.
In definitiva, dinanzi ai guelfi e ghibellini di Puglia nell'Ottocento
alle due correnti letterarie d'interpretazione cattoli-
,
112
109 Cfr. L ' e t i c a d a D a n t e a B r u n o , Roma, 1889, pp. 19, 20, 24 (e ancora: L a
p r o t a s i d i D a n t e , cit., p. 19).
110 D a n t e n e l l a s u a g e n e r a z i o n e , cit., p. 12.
111 Generosa e focosa fu la battaglia che il B. sostenne per la Cattedra dantesca (v. G.
PETRAGLIONE, La cattedra dantesca a Roma e le lettere inedite di G. Bovio a
G . C a r d u c c i , in « Japigia », XIII (1902), ora in Momenti e figure di storia pugliese, a
cura di L. DE SECLY, Galatina, 1949-1950, pp. 136-50 con bibl., pp. 8-10); e ancora prima,
tra gli altri, il DE LEONARDIS, L'Uno ecc., cit., II, pp. 13-55; e di recente riassume
l'argomento P. C'AFARO in « La Gazzetta del Mezzogiorno », 11 agosto 1965. - Per altri
sfondi circa il Programma di una istituenda Cattedra Dantesca v. P. GIORDANI, O p e r e ,
Milano, 1863, XIV, p. 146; e ancora M. D'ALOJA, L a c a t t e d r a d a n t e s c a o D a n t e e i l
p e n s i e r o u m a n o . L e t t u r a a G . F o r t u n a t o , Foggia, 1887, pp. 78.
112 Sotto il profilo storico v. P. PALUMBO, G u e l f i e G h i b e l l i n i i n T e r r a
d'Otranto (sec. XIII) in O n o r a n z e a l p r o f . V . L i l l a , Messina, 1904, pp. 255-64 (e
precedentemente dello stesso: «Strenna del Corriere meridionale», 1.1.1898, pp. 123-27 e
«Rivista storica salentina». I (1903), pp. 384409).
27
ca e laica di Dante, che partono entrambe da Vico e dalla scuola napoletana,
ci sembra probo fissare i seguenti temi comuni:
a) predominio del concetto vichiano-romantico di un Dante solo e
giustiziere, posto tra il mondo dell'oscuro (Medio Evo) e quello della luce (età
moderna), iniziatore di una nuova poesia, che pone di base la vita, alto nella
storia civile del Trecento;
b) intendimento della Commedia più come somma di motivi dettati da
sovrana dottrina (vecchia concezione tre-cinquecentesca) che come soluzione
di fermenti poetici in unità (com'era proprio nell'insegnamento del De
Sanctis) ;
c) rilievo del fondo cattolico del mondo dantesco, con la differenza che
nel Fornari esso acquieta e convoglia temi e idee sorti nel tempo per tradizione
tomistica; nel gruppo invece De Leonardis-Baldacchini (a parte l'estrosità del
Bovio) esso si pone a caratteristica personale di una coscienza pura e rigida in
urto con la società attorno. Li, quel fondo cattolico, si presenta immobile e
rischia di restar muto dinanzi alla mobilità della fantasia e della immaginazione;
qui, rasenta il tema e il culto della religione unica e personale, troppo propria e
orgogliosa, contro cui combatte la chiesa stessa;
d) attenzione, infine, più esterna che scientifica agli elementi formali
dell'arte di Dante, che scioglie in annotazioni di grammatica (spesso anche sul
piano di pure impressioni) il rigore, il timbro e la voce genuina del poeta. È
una specie di pulizia formale che parte, certo, dal Puoti (o, a dar sfondo, dal
garbato dilettantismo settecentesco di Baldassare Papadia, Galatina, sec.
XVIII) 113 e giunge, come limite estremo e parodistico, alle amenità di
Giuseppe Ricciardi (Foggia, sec. XIX) 114.
113 Cfr. N. ZINGARELLI, Postille di B. P. alla D. C., in « Giornale dantesco », III (1895), p.
228 ss. - Lo Z. nota « mere esclamazioni di meraviglia », p. 228, senza tener conto che natura e
luogo delle postille altro sviluppo non permettevano. In realtà, pur secondo una linea comune ai
postillatori sei-settecenteschi, il P. tende a dar rilievo al dato formale, oltre o al di sopra di quello
contenutistico e morale (a proposito di Inf., XVII, 59-61, (dice: « È mirabile Dante nelle sue
comparazioni, ed i di lui commentatori si perdono a schiccherare moralità, quando devono
mostrarci il bello e il grande», pp. 230-31; o ancora di Par., I, 60: « Più non si potea dire con più
brevi ed energiche parole; ma in questa terza cantica non abbonda di quell'estro di cui con tanta
copia ci ha saziato nelle due precedenti. Qui si mostra più scolastico che poeta», p. 232; ecc.); il che
è almeno singolare in uno storico, isolato da centri di cultura e senza evidenti e larghe letture.
114 Cfr. Le bruttezze di Dante, Napoli, 1879, voll. 3. Il titolo, evidentemente, vuol far da
contraltare alle Bellezze del Cesari, « che studiasi di scusare i luoghi meno scusabili del poema», III, p.
92. Il Ricciardi, rispettoso del Puoti che però non ebbe ad approvarlo (ed aspri furono con lui
D'Ancona, Amari ed altri, II, p. 9), parla di « scienza che fa ridere » (II, p. 12), di « oscurità » (II, p.
18), di storture dettate dalla rima (II, p. 19), di « stento grandissimo nel rimare » (II, p. 23), di
narrazioni confuse (II, p. 46), di strane parafrasi (II, p. 52), di stranezze varie (II, p. 69), di «
superfluità » e puerilità ovunque (II, p. 102), di « sproloqui poetici » (III, p. 18), di « fastidioso
trattato di teologia » III, p. 29), di « garbugli » (III, p. 35, a cui si condanna tutto il canto XX del
28
4. - Di tradizioni non controllate, di miti e numi tipici di gran parte
dell'Ottocento (come quelli finora esaminati), di derivazioni e accostamenti
dilettantistici, di sottigliezze ermeneutiche via via la critica dantesca si va
liberando a partire dall'ultimo trentennio dell'Ottocento. Sorgono allora
riviste scientifiche e specializzate (e basti citare il « Giornale storico della
letteratura italiana », il « Bullettino della Società Dantesca », « L'Alighieri Giornale dantesco ») 115. Si diffonde l'insegnamento della critica storica di
Carducci e D'Ancona dalle cattedre di Bologna e Pisa. Si crea, soprattutto,
con l'unità politica un'osmosi, che mette a profitto comune le conquiste di
scienza e di lettere. Le frontiere degli stati-regione cadono. Si stabilisce un
notevole flusso di studenti dalla Puglia verso il Nord. Le università di
Firenze, Bologna e Torino, cui accedono quasi contemporaneamente studenti
e docenti, rinsanguano e rimescolano la vita culturale della vecchia «
provincia-frontiera ». Netto si fa il taglio tra studiosi locali 116 e ricercatori
«laureati»,
Par., p. 72 ss.), di pecche e mende (III, p. 41), di « magagne » (III, p. 49 e cosí per tutto il c.
X del Par.), di verbi stranissimi (III, p. 52), di mancanza di dolcezza, eleganza e facilità del
rimare (III, p. 81), di improprietà (III, p. 100-101); e via via di questo passo. Qua e là
qualche concessione è fatta per quel che Dante fa e dice: così, con una venatura laicistica, la
« poca bellezza del poetare » del c. XXI del Par. è perdonata per quel che Dante dice dei
cardinali « per bocca di S. Pier Damiano » (III, p. 77). Al R. FRANCESCO BICCHI dedicò
una Risposta confutativa alla critica fatta alla Divina Commedia dal conte G. R. Parole dell'artigiano F. B.
Livornese, Livorno, 1882, pp. 248. Criticamente la difesa dell'« artigiano » vale quanto l'offesa
del « conte ». L'esame procede punto per punto, entro una considerazione generale di
questo tenore: « Io non mi pongo nel catalogo degli uomini di lettere, ma confesso che
leggendo le Bruttezze di Dante, scritte dal sig. Ricciardi, mi spiacque oltremodo quella lettura,
attesoché mi offese il sapere che un italiano abbia avuto l'ardire di impugnar la penna per
scrivere contro il padre e maestro della italiana poesia », p. 18. Ma non è detto che in questa
Risposta non emergano, di tanto in tanto, misura e buon senso. Resta il fatto che a un
borghese si oppone un popolano, a un purista (così per dire) un contenutista!
115 Cfr. il nostro: La critica dantesca nell'Ottocento, cit., pp. 21-23.
116 Ricordiamo, tra i molti, N. FOSCARINI (Lecce sec. XIX-XX) per un fine
saggio sulla V.N. come espressione di tecnica del « sogno », Note dantesche in Note critiche,
Napoli 1888, pp. 23-24); P. MARTI (Ruffano, sec. XIX-XX) per La visione dantesca e i
protagonisti della Commedia, Lecce 1903, pp. 15, per certe note estetico-morali su Francesca e
Farinata; per La missione del Vate in Sansevero per il VI Centenario di Dante, Sansevero 1921, pp.
11-32, in cui si assegna a Dante un posto c nella dinastia dei geni rappresentativi »; per
Origine e fortuna della coltura salentina, Lecce 1893, (e per i secoli XVII-XVIII, Ferrara 1895)
(ahimè, un bel titolo per una raccolta informe di dati e di nomi); ecc.; F. CAPUZZELLO
(Nardò, sec. XIX. XX) per Par. XI, cit.; per Lo sdegno di Dante nella D.C. Lecce, 1936, pp. 43 e
Maria Vergine assunta in cielo, Lecce 1950, pp. 40 (piuttosto esteriori); A. DE RITIS per Dante.
Racconto storico (Lucera 1903); M. DE ANGELIS per Canto II Inf. (Foggia 1906); e tra docenti
e non (ad integrazione di altri dati), M. TALAMO (Lecce, sec. XX), che giunge, nel suo
grande e patetico amore per Dante, a correggere la D. C. ad libitum, senza alcuna conoscenza
di codici, in Impressioni sul pensiero di Dante ecc. Lecce, 1925, pp. 242; Ostie e canto XXIX del
Par., ibid. 1929, pp. 16; La Fortuna, il taglione e la vendetta e la ficata maledetta, ibid. pp. 15; Libero
arbitrio e giustizia divina, ibid., pp. 10; Mondi ed immondi e ladri, ibid. pp. 21; Il bel Fiore e le
genealogie del Si-
29
anche lungo il primo Novecento. Né è raro il caso che giovani docenti,
giunti in provincia, continuino ricerca e insegnamento secondo metodo e
natura acquistati. S'imposta così la migliore scuola pugliese dell'età nostra
117. Gli studi storici da Gaetano Salvemini (Molfetta, sec. XIX-XX) a
Michelangelo Schipa (Lecce, sec. XIX-XX) e particolarmente a Romolo
Caggese (Ascoli Satriano, sec. XX), forniscono nuove prospettive al tempo
di Dante o a figure della sua opera 118. Giacomo Lacaita
gnore, ibid. pp. 13; Simon Mago e la stella di Barlaam, ibid. 1930, pp. 22; I sapienti, La Maddalena
1932, pp. 11; G. STANO (Manduria, sec. XIX-XX) per La « nobiltà » nel Convivio, Sala Consilina
1912, pp. 48; Due quisquilie dantesche, ibid. 1912, pp. 32; L'ultima visione nel Paradiso dantesco in «
Boll. dei PP. Passionisti di Manduria » (cfr. P. A. Putignani. Introduz. a: ARCHITA: Frammenti
filosofici, Taranto 1965, pp. 11-21) ; T. NOBILE (Ostuni, sec. XIX, XX); P. DE LORENTIIS
(Maglie sec. XIX-XX) per Note sulla D. C., Manduria 1907; La morte di Ugolino in « Bull. » XV,
p. 265 e Gl'ignavi dell'Inferno dantesco, ibid., XIX, p. 310; ecc. - E vogliamo ricordare qui l'onesta
lettura di un grande statista A. SALANDRA (Troia, sec. XIX-XX) Manfredi in « Rivista
d'Italia» (maggio 1904, pp. 23 estr.), in cui pur si colgono le possibilità che il dato storico (qui
fedelmente ricercato) si trasformi in poesia (pp. 18-19); ecc.
117 Ricordiamo almeno: G. PETRAGLIONE (Lecce, sec. XIX-XX): La cattedra
dantesca ecc., cit. (in cui si fa un'accurata analisi di ogni elemento a partire dalla legge-Bovio
1883, illustrata alla Camera il 24 aprile, alla nuova proposta del 1886, all'approvazione con
legge del 3 luglio 1887 e alla inagurazione di G. Carducci dell'8 gennaio 1888 con il discorso
L'opera di Dante); Una cronaca del Trecento e l'episodio dantesco di Guido da Montefeltro in « Giornale
dantesco », XI (1904), pp. 24 (estr.; in cui si esaminano il Chronicon fratris Francisci Pipini, ed.
Muratori 1726, e l'episodio dantesco, riconoscendo « l'indipendenza reciproca de' due scrittori
»); ecc. R. DE LORENZIS (Maglie, sec. XIX-XX) Sopra due luoghi del canto 10 dell'Inferno in «
Rivista d'Italia», 1912, pp. 851-63 (i luoghi, v. 82 e vv. 106-108, sono esami nati alla luce della
critica, Belloni e Torraca); G. LUCREZI-PALUMBO (Lecce, sec. XIX-XX) La luce e l'armonia
nella D.C., Lecce 1899 (che ebbe una buona presentazione di G. PETRAGLIONE in « Riv.
abr. », VI-VII, 1900, p. 331) ; ecc.
118 Di G. SALVEMINI Magnati e popolani in Firenze, Firenze 1899 (poi in nuova ed.) ;
di M. SCHIFA Carlo Martello angioino, Napoli 1890; e può essere utile il saggio Il Muratori e la
coltura napoletana del suo tempo, Napoli 1902 (estr. da « Arch. stor. per le provincie napoletane »,
XXVI, 1902); di R. CAGGESE v. particolarmente Prato nell'età di Dante in Dante e Prato, Prato
1922 pp. 53 ss. (una prima ordinata raccolta di dati); Roberto d'Angiò e i suoi tempi, Firenze 19211930, voll. 2 e Dante e Roberto d'Angiò in Studi per Dante, Milano 1935, pp. 67-85 (in cui
l'Angioino è considerato elemento perturbatore del disegno di simmetria e universalità del
potere civile vagheggiato dal Poeta); e infine Dal concordato di Worms alla fine della prigionia di
Avignone (1122-1377), Torino, 1939, pp. 319-450 (part. pp. 439-50). In questa opera, dopo un
esame delle interpretazioni storiche della storia fiorentina di fine Ottocento (Ottokar,
Salvemini, ecc.), avanza l'idea che la Monarchia possa essere stata scritta nel 1317 (noi
pensiamo, invece, al 1312-1313, v. G. VINAY, Monarchia, Firenze 1950, p. XXXVI) e svolge
ancora il concetto di un Dante entro il suo tempo, che vede l'Italia « comunale o signorile »
non estranea all'Impero, fermo agli antichi e chiuso ai moderni. « In questo consiste il dramma
intimo del Poeta e il più alto significato di tutta l'opera sua». Una prospettiva, dunque, ancor
oggi valida e suggestiva; ecc. - In generale è bene v. E. AAR (L. G. D'e Simone) Gli studi storici
in Terra d'Otranto, Firenze 1888, e prima C. DE CESARE, Progressivo svolgimento degli studi storici
nel Reame di Napoli e Sicilia dalla seconda metà del sec. XVIII sino alla metà del sec. XIX in «Archivio
storico Vieusseux », 1857-1858; e poi gli studi di P. PALUMBO, N, VACCA, ecc.
30
(Manduria, sec. XIX) ci dà, in ottima edizione, il Comentum a Dante di
Benvenuto di Imola 119. Francesco Macrí-Leone (Maglie, sec. XIX), in pochi
anni fervidi di studi, con note sul torinese « Giornale storico della letteratura
italiana » (talune datate con orgoglio provinciale da « Maglie d'Otranto ») e
saggi su La Vita di Dante scritta da G.B. e su La bucolica latina nella letteratura
italiana del sec. XIV (1889), è l'espressione tipica del rapido e inteso processo
di osmosi che ha colto la cultura italiana, dantesca in particolare, sul limite del
secolo 120. Dopo di lui Achille Pellizzari (Maglie, sec. XIX-XX), educato alla
stessa scuola o alla scuola dei colleghi del Macrì (ad esempio, al Cian come a
« maestro amatissimo » è dedicato lo studio su Il Dittamondo e la Divina
Commedia, 1905), porterà sulle cattedre dei Licei di Puglia o su quella
universitaria di Genova una fervida educazione storica perennemente ostile,
seppure parallela nel tempo, al crocianesimo 121.
119 Cfr, Comentum super Dantis Comoediam, Florentiae 1887, voll. 3 (v., per il L., per
rimanere nell'ambito pugliese, G. GIGLI G. L., Lecce 1895: « La profonda conoscenza che il sen.
Lacaita aveva della Commedia era invero meravigliosa, e tale da porlo accanto ai più reputati dantisti
», p. 27). Ivi del L. Della vita e delle opere di B., I pp. XIX-XLI.
120 Ricordiamo i saggi: sul « Gsli », XI (1888), pp. 479-80 v'è una nota polemica sullo
Zibaldone boccaccesco della Magliabecchiana; ib., XIII (1889), 282-94 Lettera del Boccaccio a messer
Fr. Nelli priore de SS. Apostoli (sostiene la data del 1361 del viaggio del B. a Napoli contro Gaspary);
ib.; XIV (1899), p. 311 Polemica A. Gaspary F. Macrí Leone; ib., XV (1890), pp. 79-110 La politicadi
G. B. (in cui si sostiene che «Dante, pur pensando all'Italia e amandola ...; politicamente ci appare un
uomo universale»). Poi: a) La vita di Dante scritta da G. B. Testo critico, Firenze 1888, con Introd. pp.
CLXXIV (la dedica è al Bartoli, e data 1 marzo 1888 da Maglie d'Otranto): ivi si salutano come
maestri, Bartoli Rajna Novati B. Podestà, e come amici P. Papa Parodi e Bacci ( per il metodo nella
costituzione del testo dice: «Cominciando da' sottogruppi più lontani cercheremo di ricostituire in
ciascuna famiglia il testo degli intermediari, risalendo a mano a mano sino al capostipite», p.
CLXXII). Il R[enier] lodò l'opera parlando di «una rigorosa applicazione dei criteri sovra esposti in
un testo critico, che può dirsi definitivo », « Gsli », XII (1888), pp. 268-71. - b) La bucolica latina nella
letteratura italiana del secolo XIV, Torino 1889, pp. 124 (saluta i maestri Bartoli e Rajna; data R. Liceo
di Girgenti 1 giugno 1889): ivi, dopo la storia della bucolica latina nel M. E., tratta delle Egloghe di
Dante e di Giovanni del Virgilio e rileva: 1) la persistenza della tradizione classica; 2) la tradizione e
la storia delle Egloghe di Dante e di G. del Virgilio (poi presentate e tradotte, interpretate e
discusse); 3) la data di composizione (con i riflessi per la Commedia: « Da tutto questo si raccoglie
che nel 1319 l'Inferno e il Purgatorio erano stati non solo composti, ma anche diffusi », p. 108). Sul
« Gsli » XV (1890), pp. 228-92 si parlò di « metodo rigoroso » e di « esame acuto e diligente dei testi
» (F. NOVATI Pascua Pieriis demum resonabat avenis in Indagini e postille dantesche, Bologna 1899, pp.
39-69, in cui tra le lodi per il giovane « dotato di svegliato ingegno e di non scarso acume », si
avanzano riserve per la fretta e gli errori del saggio). Nel necrologio di V. ROSSI (« Gsli », XVIII
1891, p. 479) si legge: « L'ingegno, che ebbe agile e vivace, lo condusse spesso ad affrontare intricati
problemi e ad accalorarsi vivamente nella discussione, in cui portava larga e soda cultura, acutezza
di ipotesi, per tutti pregevoli anche quando non tutti potevano consentire nelle opinioni da lui
sostenute ».
121 Del P., studioso di Dante, v.: Il Dittamondo e la D. C., Pisa 1905 (riscon-
31
Giuseppe Gabrieli (Calimera, sec. XIX-XX), in varie occasioni lungo
trent'anni di Novecento, sottopone a sereno vaglio il tema nuovo della critica
dantesca, Dante e l'Oriente 122. Né oggi, pur dopo le recenti ricerche del
Cerulli, si è andati molto al di là.
Il monopolio della tradizione napoletana si rompe, dunque,
definitivamente sul limite estremo dell'Ottocento. Ora più che mai è difficile
e assurdo tracciare linee e orientamenti che riguardino la geografia di una
regione. Né è senza significato che lo studioso pugliese di Dante piú
rappresentativo, Nicola Zingarelli, abbia, studiato a Napoli e ivi insegnato
negli anni di formazione e poi per trent'anni nelle Università di Palermo e
Milano.
Lo Zingarelli, nato a Cerignola nel 1860, si era laureato a Napoli nel
1882 e poi, dopo un biennio di perfezionamento a Firenze (1883-1884),
aveva seguito in Germania i corsi di Gaspary a Breslau e di Tobler e Schwau
a Berlino. Dal 1902 al 1916 aveva insegnato storia delle lingue e letterature
neolatine a Palermo e dal 1916 la stessa disciplina a Milano, succedendo al
Monaci, per passare poi ivi sempre alla letteratura italiana, dopo la morte di
Scherillo, dal 1931 in poi 123. Alla vigilia della sua ultima lezione, moriva il 7
giugno 1935. In due lettere inedite si precisano alcuni dati del suo curriculum
universitario, in due momenti particolari, l'avvio prima e il passaggio poi a
Bologna nel 1907, a seguito di un nuovo concorso, cui però dové rinunciare «
non essendo la cattedra per ordinario ».
tri assai calzanti tra i due testi secondo un gusto tipico della ricerca delle fonti); L'estetica di Dante,
Napoli 1919 (ma v. a riscontro, e per curiosità, lo opuscolo: Il delitto della signora. Saggio di critica
estetica, Città di Castello 1906); Orme di Dante in Val di Magra, Sarzana 1907; Dante e l'anima nazionale,
Firenze 1922 (il senso di queste ricerche risale ad A. D'ANCONA Il concetto dell'unità politica nei poeti
italiani in Studi di critica e storia letteraria, Bologna 1880; e l'attualità è documentata da altri saggi, invero
assai vaghi, del tempo, come: Dante e l'anima italiana di I. CAPPA, Forlì 1921; ecc.) -Validissimi ancora
i cenni al Benivieni dantista (cfr. Un asceta del Rinascimento ecc. in Dal Duecento all'Ottocento, Napoli
1914, pp. 303-308).
122 Cfr.: Intorno alle fonti orientalidella « D. C. », Roma, 1919, pp. 84; Dante e l'Oriente,
Bologna (19211, pp. XX-138; Dante e l'Islam. Contro l'ipotesi di Asin Palacios in « Riv. Di filos.
neoscolastica », 1921, PP. 43 (estr.);
Il pensiero pedagogico di Dante illustrato da recenti studi in « Studium », 1921, pp. 11 (estr.);
Frammenti danteschi in dialetto greco-salentino in « Byzantinisch. neugriechische Jahrbucher » III (1922),
pp. 121-29; La prima traduzione araba della D. C. in « Nuova Antologia », 1 marzo 1934, pp. 143-47;
Dante e gli Arabi in Studi su Dante, Milano 1938, IV, pp. 30 (estr.); L'Oriente nella D. C. in Atti del IV
Congresso di Studi Romani, Roma 1938, pp. 12 (estr.) ; Dante e il mondo musulmano in Studi su Dante,
Milano 1940, pp. 35 (estr.). - Su G. G. v. B. DE SANCTIS in «Japigia», XX (1942), pp. 132-40, con
bibl. di F. G. pp. 141-60. - Per il Cerulli, cfr. il nostro La critica dantesca contemporanea, cit. pp. 122-26.
123 Cfr. M. PENSA, Saggio bio-bibliografico in N. Z. - Scritti vari e inediti nel primo centenario della
nascita: 1860-1960, Cerignola 1963, pp. 1-7. Per la bibl. cfr. E. FLORI Blbl. di N. Z., Milano 1933, con
357 voci.
32
Roma, 24 sett. 98. Non so dove il nostro Percopo sia. Prego perciò te di volergli
far sapere che il concorso palermitano pare sia destinato ad andare a gambe
levate. Il Carducci ha scritto al Ministro ch'egli non può giudicare un concorrente
(il Cesareo) di cui ha pubblicamente detto un gran male. Hanno scritto poi,
scusandosi di non poter accettare l'ufficio di commissario, il D'Ancona, lo
Zumbini, il Mazzoni (qui presente). Il Del Lungo, anche invitato, dovrà rifiutare
anche lui perchè suocero di suo genero Bacci. Il Graf, dicono, rifiuterà anch'esso.
E resterebbero, dei dieci, il Flamini, il Rossi, il Cian, il Mestica. Anche che tutti
volessero accettare, non saranno in numero. E allora? Deciderà il Ministro; ma
per questo autunno non credo si potrà far nulla. I concorrenti passano la ventina.
C'è, oltre il Percopo e il Colagrosso, il Cotronei, il Barbi, il Morpurgo, lo Zenatti, il
Negri (quello delle divagazioni leopardiane), un Lesca, un De Seta, lo Scrocca, il
Vivaldi ecc. ecc. Quante curiose ambizioni!
Come vedi, Palermo quest'anno è causa di parecchi pasticci!
Com'è che quest'anno nè tu nè altri di Napoli avete mandato alcun candidato alle
Gare d'onore?
Ti abbraccio. Tuo Michele 124.
Castelvetrano 15.3.908. Ho appreso con molto ritardo, e per caso, la tua vittoria
nel concorso di Bologna; e mentre mi rallegro sinceramente e cordialmente della
bella e meritata e opportuna soddisfazione che hai avuta, devo anche esprimerti
un senso di non meno sincero e cordiale rincrescimento pel sospetto che
l'importanza della università e il fastidio delle tante noie sofferte a Palermo
possano indurti a lasciare la nostra Facoltà, nonostante la difficoltà dello
straordinariato. Intendo che tu devi unicamente consigliarti con gli interessi futuri
della tua carriera d'insegnante e di studioso; e temo appunto per ciò di dover
perdere quanto prima la tua compagnia. Ma desidero che tu creda, che in Palermo
lasceresti in me uno degli amici più affezionati e uno dei colleghi, che sentirebbero
di più il tuo allontanamento [...] G. Gentile 125.
Di per sé questo curriculum è una significativa espressione dell'unità «
nazionale » nel campo della vita accademica e culturale.
Metodo e istanze della nuova critica su salde basi storiche e filologiche si
sperimentano dinanzi ai temi tradizionali e ne rinnovano insieme i particolari e
le strutture. La letteratura del Duecento e le connessioni con le letterature
coeve, Dante e Petrarca, sono i temi che più frequentemente si ritrovano in
quell'età. Lo Zingarelli ne assaggia le condizioni, porta avanti o chiarifica gli
sviluppi, accerta le conquiste altrui sul metro di
124 È nell'Epistolario di N. Z. presso la Bibl. Provinciale di Foggia (e qui le altre lettere,
dirette allo Z., che via via si citeranno).
125 Ibid.
33
una diretta e meditata lettura dei testi. La filologia si contempera con lo
schietto e garbato psicologismo; la storia, l'indagine anzi sul documento e per il
documento, convive onestamente con certo istintivo e probo gusto estetico.
Trionfa una misura sana ed elegante, che esprime qualvolta una calcolata
prudenza dinanzi a fazioni in contrasto (si pensi all'eruditismo e al filologismo
del tempo di contro al Croce e al crocianesimo ). La amicizia col Gaspary, di
cui le lettere inedite documentano variamente un vasto periodo dal 19 aprile
1885 al 6 gennaio 1891 126, contribuì certo a rassodare idee e tendenze, in un
giovane d'ingegno avido di fervidi slanci, con una disciplina tutta rigore e
misurate proporzioni.
La traduzione della Storia della letteratura italiana del Gaspary è un lungo
e puntiglioso esercizio non solo di perfezionamento nella lingua tedesca, ma
anche di accordo e controllo di un metodo esemplare. È un lavoro a due non
sempre sereno e facile, di cui può essere utile seguire le tappe più significative.
Il 2 dicembre 1885 il Gaspary rimprovera l'allievo perchè «qua e là» gli
sfugge «una piccola negligenza: salta qualche parola o scrive una cosa
invece dell'altra (« Guido » invece di Odo delle Colonne, ecc.) »; nè è
contento dello stile che « qualche volta non mi pare troppo liscio ». Nè
accetta solleciti da chi è in torto e lo scrive senza mezzi termini (lettera
del 28 gennaio 1886): « Dopo aver per più di un anno messo la mia
pazienza a così dura prova, Ella viene ora a dire a me che faccia presto,
perchè « ormai questa traduzione indugia troppo, e il Loescher potrebbe
trovare delle difficoltà»! Perdio, che ne trovi delle difficoltà! Che me ne
importa? Di chi è la colpa, se la traduzione indugia? forse è mia? Se lei ha
voglia di fare più presto d'adesso in poi, tanto meglio; me ne rallegrerò.
Ma come mi può domandare che io, ogni qualvolta piace a Lei di
mandarmi dei fogli, metta da parte i miei altri lavori tanto più importanti e
tanto più fruttuosi, e pensi unicamente a questa correzione faticosa,
noiosa e ingrata? [...] E pensi bene che c'è in mezzo non solamente il mio
onore, ma anche il Suo, ed anzi molto più; dacchè io, comunque mi
spiacerebbe di vedere guastato il mio libro, sempre son risponsabile
soltanto dell'originale tedesco; ma Lei sarà giudicato dalla traduzione, e
non mancheranno i censori attenti ed anche maligni ».
126 Ibid. Sono 39. Nella lettera del 29 agosto 1885 il G. ringrazia lo Z. della «
magnifica ospitalità »: « Non dimenticherò mai queste belle giornate passate in Puglia "la
piana" », in cui però s'è presa « una infiammazione delle visceri causata dal bere i vostri
vini troppo forti per me, soprattutto durante un caldo così intenso » e lamenta di Napoli,
tappa d'obbligo, lo « strepito che non mi lasciava dormire », il caldo e le zanzare. Ma in
altra (15 gennaio 1886) si esaltano « i fichi e le olive », « come qua sarebbe impossibile
trovarne ». - Per Gaspary, v. il ricordo dell'uomo e dello studioso nella Pref. a Storia di.
lett. ital., Torino 1914 2.
34
Nè, dopo, le cose migliorano. L'8 aprile 1886 il Gaspary incalza rudemente:
«Lei delle volte ha tradotto con una grandissima negligenza, così che non
solamente ha saltato parole e storpiato il senso, ma perfino ha riprodotto
con inesattezza le citazioni date da me in italiano, di modo che non mi
potetti fidare neanche delle semplici trascrizioni. Inoltre si vede di nuovo
che Lei non conosce bene il tedesco, lavora col dizionario, e ogni finezza le
sfugge [...]. Lei sempre deve pensare, che per me si tratta qui di una cosa
molto grave. Questo libro, sia buono o cattivo, è per me lo scopo della vita
». Si ripensa poi all'entusiasmo del primo incontro e lo si giudica, alla luce
dei primi risultati del lavoro, troppo audace. « Pur troppo lo prevedevo che
più presto o più tardi la nostra amicizia pericolerebbe per causa di questa
benedetta traduzione, e perciò ho tentato in tutti i modi di distorgliercela.
Lei allora pieno d'ardore per un lavoro di cui non sentiva bene tutte le noie
e difficoltà, non ha voluto darmi retta. Ed ora naturalmente Le dispiace di
sentire da me la verità, perchè è brutta. Ma l'uomo può essere cortese e
mansueto quanto si voglia; lo cesserà di essere dal momento che si
[tradiscono] i suoi interessi più intimi. Ma Lei non comprende le mie
lagnanze, perchè giudica solamente dal punto di vista suo e non da quello
dell'autore » (lettera del 23 maggio 1886).
In altre lettere il rimprovero è rivolto ad elementi particolari o su questi si
calca il giudizio. « Delle volte Lei leggendo di fretta ha tradotto in modo che
esce un periodo senza verbo, oppure una frase senza senso comune [...].
Ora che fa Lei, che pure s'è occupato tanto di Dante? Mi corregge con una
conseguenza mirabile il « Commedia » sempre in « Divina Commedia », e
così io aveva continuamente a cancellare quella giunta » (lettera del 18
giugno 1886).
Come Dio vuole, si giunge alla conclusione: « Ecco finalmente terminata la
revisione » (lettera del 27 agosto 1886) 127. Ma an127 La continuazione della traduzione passò poi ad altre mani. Il 25 dicembre 1887
il Gaspary ricordava il pesante cammino percorso insieme: « in generale prendeste i miei
rimproveri delle volte un pò crudi come un'ingiustizia e come il risultato di un amore
esagerato dell'autore per la sua opera; ma ora vedete, se ho avuto ragione; non mi fondo sul
giudizio del Giornale Storico, che può essere malevolo, né su altri giornali, che non ho
veduto nemmeno, ma solamente su quello che veggo io stesso e che dettò il D'Ovidio, che
certo non potete accusare di parzialità [...]. Voi temete la cattiva impressione che si
produrrebbe, se il lavoro fosse continuato da un altro; ma non sarebbe molto peggio, se il
secondo volume uscisse forse di forma più corretta, ma pieno di malintesi e di inesattezze,
di cui il primo almeno è libero? Voi non avete una conoscenza sicura del tedesco; le
sfumature più delicate dell'espressione vi sfuggono; ne ho avuto molte prove facendo la
revisione; e ognuno, che potrebbe vedere il manoscritto vostro, come mi venne fre le mani
e come ne uscì, mi darebbe ragione, il D'Ovidio più di tutti. Non ve ne fò un rimprovero;
voi siete venuto in Germania non per studiare il tedesco, ma per tutt'altra cosa; avete
imparato la mia lingua abbastanza per leggere un libro scientifico o per intendere un'opera
letteraria cioè all'ingrosso. Ma la traduzione, per la quale ci vuole una conoscenza profonda
della
35
che qui, a cominciare dalla « disposizione del manoscritto », non tutto va per
il suo verso! Tra l'uno e l'altro consiglio emerge continuamente il rimprovero
per l'umore sbalzante, la discontinuità e il tono della corrispondenza. « Anche
lo Zumbini delle volte non mi scrive per mezzo secolo e poi, quando ha
scritto, è impazientissimo per la risposta» (lettera del 28 novembre 1886)128. Si
intercalano notizie e giudizi s u opere tedesche e italiane, assai acuti e
spregiudicati. Il lavoro del Borgognoni (ad esempio) s u l Guinicelli è «
paradossale al suo solito, e quantunque vi si trovino alcune fine [sic]
osservazioni nello stile del poeta bolognese, manca ogni fondamento alla tesi
principale. Il luogo di Dante è spiegato in modo sofistico e insostenibile; quei
passi, dove il Borgognoni vede delle idee della nuova scuola già prima del
Guinicelli, quasi tutti o non contengono niente di ciò, ovvero non sono
anteriori al Guinicelli » (lettera del 4 gennaio 1887). Chiede dello Scherillo e
intanto esprime un severo giudizio sullo studioso e sull'uomo: « Avete veduto
quel nuovo lavoro dello Scherillo s u Dante? E' una cosa proprio insipida. E
poi quanta vacuità in questo giovine! Appena ha imparato un po' di
provenzale, che spesso fraintende gravemente, vuol fare da maestro, e dire le
cose più trite, come se fossero nuove di zecca » : « vanitoso », dunque, almeno
quanto il Torraca che « almeno ha più dottrina e spirito » (lettera del 27
febbraio 1890).
lingua, non era un lavoro per voi, e ve lo dissi subito, quando ho visto il primo foglio tradotto
». Il 9 aprile 1889: « Nell'affare della traduzione del mio 2° volume non vi siete condotto con
molta delicatezza. Io ho voluto nascondere all'editore la vera ragione del vostro rinunzio [sic,];
ma quando vi domandai nell'autunno passato se gli doveva scrivere io, non m'avete risposto, e
sulla domanda del Loescher gli avete scritto una lettera, che egli mi mandò, ed il cui tono non
mi piacque molto. Ma lasciamo stare queste cose ormai passate, e non se ne parli più ».
Infine, il 6 gennaio 1891, il G., dicendosi « contento » del nuovo traduttore,
aggiungeva: «Voi non eravate l'uomo per un tal lavoro; siete troppo impetuoso e impaziente,
ve lo dissi sempre, e se aveste seguito i miei consigli, vi sareste risparmiato alcune amarezze.
Ma ora son cose passate, e se guardando il volume forse vi annoia il pensiero che un altro l'ha
dovuto tradurre, pure gli vorrete bene per amor mio, e vi troverete dentro non poche cose
aggiunte all'originale tedesco».
128 Ivi si dà notizia del Tobler, e poi di Appel e Schwau, « tutt'e due si sono
amichevolmente ricordati di voi »; e si dà un giudizio sulla situazione politica: « Temo che in
primavera avremo una guerra della Russia contro la Austria e l'Inghilterra [...]. Per l'Italia si
prepara una grande occasione di mostrarsi forte e leale e prudente, ed ho buona speranza per
causa dell'ottimo ministro degli esteri, conte Robilant ». Così in un'altra (22 febbraio 1887) si
scrive: « La disgrazia successa ai vostri soldati in Africa m'ha veramente afflitto. Che dolore
che il sangue di tanti valorosi si sia sparso senza utile! Scusatemi, ma io ho veduta sempre falsa
la politica italiana nell'Africa; i vostri ministri hanno creduto troppo facilmente alle
proposizioni lusinghiere dell'Inghilterra, la quale nelle cose coloniali fu sempre perfida, e se
Massaua valeva qualche cosa, se la sarebbe tenuta per sè. Ora se n'è sbarazzata con onore e a
danno vostro. Che brutta situazione per uno stato potente come l'Italia di dover sopportare
una tale ingiuria da una nazione barbara, senza potersi vendicare subito! ».
36
Da questo esercizio lo Zingarelli forse esce un po' umiliato nell'amor
proprio, ma certo con un modello cui tendere, un esempio da tener presente
nel porre il proprio lavoro in termini esatti di scienza.
È una consapevolezza che gli permette di orientare decisamente su
temi particolari e limitati, entusiasmo di ricerca, preparazione e ingegno.
L'amicizia e la collaborazione con Michele Barbi, dal 2 dicembre 1893
alla Pasqua del 1935, documentata peraltro dalle molte lettere inedite che
intercorsero, vale sia per seguire formazione e sviluppo della simpatia e della
tendenza dello Zingarelli per gli studi danteschi, ma anche per precisare o
cogliere di questi taluni momenti significativi in un arco di tempo (oltre
quarant'anni) denso e vario di correnti e polemiche.
Il 2 dicembre 1893 il Barbi gli invia il primo invito a collaborare al Bullettino « con
recensioni critiche e annunzi bibliografici o con brevi articoli originali », ch'è avallato, sulla
stessa lettera dal Del Lungo. Seguono poi gli Studi danteschi per i quali il Barbi chiede «
articoli di largo interesse; note e chiose conclusive, nuove, varie, sicure; notizie che diano
occasione a suggerimenti, consigli, ammonimenti, che servano di guida, di sprone, di freno
ecc. » (lettera del 17 giugno 1920). E più avanti: « Sai poi ch'io debbo tener ferma la regola
di non accettare proposte d'interpretazione se non c'è una dimostrazione sicura o quasi.
Purtroppo non ho potuto far sempre a mio modo, ma gli amici mi devono aiutare a tener
saldo questo principio: se no smetto subito la pubblicazione. [...] Io ho bisogno di
collaboratori sicuri, e perciò non allargo la cerchia, ma mi contento di pochi fidi tanto per la
collezione quanto per gli Studi; altrimenti il mio tempo andrebbe tutto in revisioni. Tu sei
tra quelli su cui conto di più ». « Io non voglio fare un altro Giornale dantesco, com'ho
detto nel proemio. E per evitare la noia di respingere i soliti articoli, bisogna evitar noi anche se si abbia cose utili da dire - certi argomenti e certi modi di trattazione che possano
incoraggiare gli altri a far altrettanto. Soprattutto voglio evitare che si prenda a esporre un
canto o parte d'un canto: anche se c'è due o tre cose nuove, o qualche osservazione fine,
quanto contorno occorre! Per potere svolgere il mio programma, desiderio o articoli
d'assoluta novità e importanza - o note brevi, taglienti, passo per passo. L'intenzione di far
un articolo a tutti i costi non si deve vedere mai. Voglimi aiutare in questo, specialmente in
principio » (lettera del 2 settembre - 1920? -). In altra, ammonisce: « Ammetterai che c'è in
Italia questa tendenza ch'io dico alla « composizione » e a trattare per un punto discutibile
tutto quanto un argomento. Io perciò vorrei dar esempio negli Studi di mirar diritto alle
questioni vere, nettamente poste, convergendo su esse tutti i dati e gli argomenti necessari,
che altrimenti sono posti qua e là ad altro proposito, senza che il lettore sappia spes-
37
so ricongiungerli debitamente alla questione particolare » (lettera del 10 settembre - 1920?
-).
E' questo un programma di studi e di ricerche, fermamente perseguito, che caratterizza
con il Bullettino e gli Studi danteschi tutta l'età della nuova critica storica e filologica. Nella
corrispondenza s'inseriscono frequenti richieste di notizie e chiarimenti su aspetti e voci
particolari, che danno adeguata idea di un lavoro comune e concordato a cui il Barbi
imprimeva la sua autorità di maestro. Ora si danno notizie storiche, (come
l'immatricolazione, prima del 1297, di Dante, all'Arte dei. Medici e Speziali, lettera del 10
maggio 1898; o le consuetudini circa i notai delle Riformazioni se prima o dopo il 1285,
lettera del 9 marzo - 1924? -); ora si chiedono riscontri di codici (come quelli delle Chiose
pubblicate dal Luiso, lettera del 28 maggio 1904) o si precisano interpretazioni su luoghi
controversi (come per i fiumi infernali che, a causa dei vv. 121-23 del XIV Inf., «
sembrano star veramente contro l'opinione che si tratti sempre di una medesima corrente
che assume via via diversi aspetti e nomi », lettera del 9 maggio 1908); ora si appuntano
rilievi filologici (ad esempio: « pochetuzza non potebbe essere una riduzione di ' poquet ‘?
», lettera del 20 giugno 1920). E poi programmi, idee, consigli, ovunque e sempre. In una
lettera del 19 giugno 1922 il Barbi parla del progetto di «una grande edizione commentata
delle opere di Dante » e aggiunge: « ho già l'impegno del Rajna per il De vulg. El., del
Fedele per la Monarchia, dell'Angelitti per la Quaestio, del Pistelli e del Fedele per le
Epistole, dell'Albini per le Egloghe. Io farei la V. N. e le Rime; per il Convivio vedremo,
avendone poca voglia il Parodi. Per la D. C. bisogna fare una cosa che metta a dormire
per sempre lo Scartazzini di Lipsia: un commento in tre volumi che raccolga e vagli
criticamente tutto quello che c'è di buono e di vivo nella secolare esegesi, con appendici
ad ogni canto per quei punti o quelle questioni che meritano una più larga informazione o
discussione. Ora che sei libero dal Vocabolario puoi assumerti - solo o co n l'aiuto di
qualcuno - questa parte? » (lettera del 19 giugno 1922). Amori e dissapori nel severo
mondo degli studi!
Non di rado, amorevolmente, il Barbi richiama l'amico per la sua fretta. Si legge qualcosa
di simile a quel che aveva lamentato, a suo tempo, il Gaspary: «Non potevo passare
quello che, nella fretta con cui hai fatto quell'articolo, dicevi di se continuando, di valle ecc.
Non hai riscontrato tu; ho dovuto riscontrare io. Fra buoni amici si fa così: e siccome il
tuo difetto è di correre qualche volta, non devi averti a male che qualcheduno ti fermi »
(lettera del 13 marzo 1924). Ma in verità, su questo piano, scrupolo storico e passione di
ricerca si travasano dall'uno all'altro. Attraverso il carteggio, queste e altre notizie che in
sintesi e solo in parte si son date, si fissa anche il lavoro di documentazione cui si
sottoponeva lo Zingarelli. In certi casi sembra all'attento
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toscano che troppo puntigliose siano ricerca e incetta del minuto da
parte dell'amico pugliese. Altro che fretta e superficialità! « E che
t'importan [chiede il Barbi] di sapere dove era precisamente l' « hostium
in muro ecclesie Sancti Martini ex latere Aquilonis »? [Eppure risponde]
Era una porticina che doveva dare sulla via di S. Martino; e i monaci di
Badia - da cui dipendeva quella chiesetta - volevano occupare lo spazio
che rimaneva fra la via lastricata e il fianco di essa chiesetta (fra via e
spazio un tre metri o tre metri e mezzo al più! Ma quelli che oggi ci paion
vicoli allora erano viali Romagna!). E i popolani di S. Martino volevano
lasciassero tra la via lastricata e quel tale h o s t i u m una strada d'accesso di
tre braccia. Ti ci diverti su questi che per un pugliese che sta a Milano
sono rebus rompicapo? E a te ti servono per il tuo volume? Non ti basta
dire che la casa Alighieri (non le case degli Alighieri) dava sull'attuale
piazzetta di S. Martino (perchè anche ora l'entratura della chiesa [unica
entratura] è dove era ai tempi di Dante), e che era una piccola casa,
senza logge e torri, come dimostrerò se ho tempo? Cfr. intanto Bull.,
XXIV 66. Vuoi scoprire nuove cose stando così? e metterti a discutere
di questi particolari coi Piranesi, ecc. in un volume sintetico su Dante
che deve illustrare più il suo pensiero e la sua arte che queste curiosità
locali? E quanti anni vuoi metterci? » (lettera del 9 marzo - 1924? -) 129.
La corrispondenza col Gaspary e col Barbi può chiarire, proprio
perché si affida a circostanze ed impressioni dirette e confidenziali, gli
interessi e le attitudini dell'uomo e dello studioso Zingarelli.
Queste ed altre, scambiate con studiosi come Monaci, Torraca, Parodi,
Vossler, D'Ovidio, Rossi 130 , stabiliscono la latitudine degli studi dello
Zingarelli, la loro portata e il loro inserimento nei tempi più vivi e dibattuti
della cultura letteraria del tempo, dantesca in particolare.
A Dante lo Zingarelli ha dedicato oltre cinquant'anni di ricerche e di
meditazioni, dal saggio Parole e forme della D.C. aliene dal dialetto fiorentino
(1884) « una primizia filologica » con cui il Monaci si compiaceva di aver
inaugurato i suoi « Studi di filologia romanza » (lettera del 13 gennaio 1897)
131, ai vari paragrafi su Dante e Petrarca, meditati a lungo e poi pubblicati
postumi nella poderosa Introduzione a Le Rime di F.
129 Le lettere (e si tralasciano altre meno importanti) sono, come si è detto,
conservate nella Bibl. Provinciale di Foggia. - Delle idee del B., «illustre dantista » ( La
vita ecc., cit., X); non sempre si mostra persuaso e in particolare crede che occorre, in
un'opera come la sua, dar risalto alla vita di Dante (ib., p. X).
130 V. n. prec.
131 E’ nella bibl. Prov. di Foggia (questa ed altre si pubblicheranno altrove).
39
Petrarca 132. In definitiva decine e decine di studi su Dante, cui si deve
aggiungere un numero assai vasto di recensioni, note, profili di dantisti e
filologi nelle riviste del tempo: « Bullettino », « Romania », « Giornale
dantesco », « Giornale storico della letteratura italiana », « La Cultura », «
Cultura moderna », « Studi danteschi », « Nuova Antologia », oltre a
quotidiani (particolarmente « Il Giornale d'Italia ») a Rendiconti e Memorie di
Accademie e alla « Rassegna critica della letteratura italiana » che, fondata col
Pércopo nel 1896, continuò poi dal 1902 al 1925 con la condirezione del
Torraca.
Non c'è libro o tesi di un certo rilievo su Dante, apparso in quegli anni,
che non abbia trovato pronto e pugnace lo Zingarelli sia per diretto interesse,
sia per suggerimento del Barbi 133. Basti citare le recensioni più significative,
ove spesso l'opera in esame viene arricchita da divagazioni (ed era quello che
gli rimproverava il Barbi) ma anche da apporti personali: al Bartoli 134, al Del
Lungo 135, al Rajna 136, al Vossler, che si dichiarava convinto delle « acute
critiche » mossegli (lettera del 1907) 137, al Rossi, che gli riconosceva forza di
dantista e « buon gusto » (lettera del 25 dicembre 1924) 138 e così via. Per di
più l'annotazione storica ed erudita si associa alla chiosa estetica, alla lettura
eloquente, al rilievo sagace di ogni piega morale e psicologica dell'opera
dantesca o del sottofondo letterario da cui promana. Si sente in ogni luogo la
stessa mano di chi discorre dei Figli di Dante 139 o di canti ed episodi singoli 140
e di chi ricerca rapporti e concordanze nel presente o nel passato di Dante 141.
Un lavoro enorme entro cui si pone l'ope132 Le Rime, Bologna 1965, Introd. pp. 3-278.
133 Anche queste si pubblicheranno.
134 Cfr. « Romania », XVIII (1889), pp. 136-39 e 159-64.
135 Ibid., XIX (1890), pp. 131-35.
136 Cfr. « Rassegna crit. d. lett. ital. », II (1897), p. 20s.
137 Cfr. « La cultura », XXVI (1907), pp. 167-73.
138 Cfr. « Studi danteschi », IX (1924), pp. 161-72.
139 Firenze 1923.
140 Cfr. le lecturae: Il sesto cerchio nella topografia dell'Inferno in « Gior. dantesco», IV (1897), p.
194 ss.; L'epistola di Dante a M. Malaspina in « Rassegna crit. d. lett. ital. », IV (1899), p. 49 ss.; Il canto
XV dell'Inferno), Firenze 1900; Il canto XX del Purgatorio, ibid. 1903; Il canzoniere di Dante, ibid. 1906;
Il canto XXIX dell'Inferno, ibid. 1917; Virgilio e Stazio nel canto XXII del Purgatorio in « Nuovo
Giorn. dantesco », I (1917), p. 2 ss.; L'incontro di Stazio nel canto XXI del Purgatorio e il concetto
dantesco della poesia in « Cultura moderna », gennaio 1923; La nobiltà di Dante in « Nuova Antologia »,
16 agosto 1927, ecc.
141 Ricordiamo almeno: Le reminiscenze del Lancelot in « Studi danteschi », I (1920), pp. 6590; Dante e la letteratura neolatina in « Cultura moderna », sett. 1921; e sarebbe bene vedere anche, oltre
all'Introd. a Le Rime del Petrarca cit., i saggi La personalità storica di Folchetto di Marsiglia nella
Commedia di Dante in « Atti R. Accad. di Arch. Lett. e Belle Arti di Napoli», XXIX (1897) (ora in
Nicola Zingarelli. Scritti ecc., cit. pp. 243-89), Il « Boezio provenzale e la leggenda di Boezio in « Rendic.
Ist. Lombardo di Scienze e Lettere », LIII (1920, fase. 5-6) (su cui v. Lettera del D'Ovidio, in lett.
ined.);
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ra La vita, i tempi e le opere di Dante edita dal Vallardi. Anzi par chiaro che
quegli studi e quelle ricerche, vasti e minuti, non tanto o non solo valgono in
se stessi, quanto invece collegati all'opus magnum, a quella enciclopedia
dantesca che si pianta solida nella vita dell'uomo e dello studioso: dal 18981902, anni in cui apparve in dispense, al 1931, ripubblicata in seconda
edizione, completamente rinnovata.
Due elementi-guida assunse lo Zingarelli nel suo lavoro: soddisfare in
ogni modo lo studioso-lettore di Dante, fornendogli notizie, dati,
suggerimenti e richiami; e in secondo luogo presentarsi libero da schemi
ideologici e da metodi di scuola. Nella premessa si compiacque di sottolineare
l'espressione: « La presente opera non appartiene a nessuna scuola; non segue
il metodo di nessun maestro ». Imprudenza somma, in un periodo in cui le
scuole e le tendenze letterarie si erano invece andate organizzando, dopo le
molte confusioni della critica italiana di tanta parte dell'Ottocento, e Dante
diveniva primo motivo di contendere. Ma era una confessione solo in parte
vera e tutta poi da ricondursi a quel puntiglioso orgoglio, di cui era capace
(come si è visto sfogliando l'epistolario da Gaspary a Barbi) 142, il pugliese
Zingarelli. In realtà un metodo egli lo seguiva: ed era quello, chiaro, della
scuola storica. Né era vero che non ubbidiva a maestri, perché almeno
Gaspary, Monaci, D'Ovidio 143, ma anche Tobler 144 e il vicin suo grande
Barbi 145 gli furono sempre accanto. Par chiaro anche che allo Zingarelli
mancò, in quel suo primo impegno, una mente atta ad organizzare e a
coordinare l'enorme materiale che il rinnovamento degli studi storici e
filologici gli poneva dinanzi. Le notizie si ammassano tra loro, i dati
stimolano altri. L'ordine è affidato alla graduazione naturale della materia
trattata. La tela è affidata alla pura cronologia. Il sottofondo stesso non palesa
quel rigore morale e pensoso (e certo non riconducono a questo gli indugi «
risorgimentali » e nazionalistici) che già si andava profilando in altri critici di
tendenza storica: e pensiamo, soprattutto, a Vittorio Rossi 146. Non di rado
l'indagine storica scade in curiosità del minuto e del particolare, che lo stesso
Barbi, come abbiamo visto (lettera del 9 marzo - 1924? -), non approvava.
Lo sforzo dello Zingarelli in trent'anni di ripensamenti fu appunto
salvare l'opera come mole e raccolta di notizie, e non
La falsa attribuzione del Fiore a Dante in « Giornale d'Italia », 9 settembre 1921 (poi in «Rass. crit.
d. lett. ital.». XXVII, 1921, p. 236 ss.); ecc.
142 Nella Bibl. Prov. di Foggia.
143 Sul D'Ovidio v. inoltre la Commemorazione Per la morte del s. c. F, D'O. in « Rend.
R. Ist. Lombardo di scienze e Lettere », LVIII (1925), fasc. 16-20.
144 Su A. Tobler, v. Il patriarca della filologia romanza in « Giornale di Italia», 27 marzo
1910.
145 V. prec. citazioni.
146 Cfr. il nostro La critica dantesca contemporanea, cit. pp. 99-107.
41
proprio il suo impianto, darle un'unità, che non fosse predominio di un'idea (al
che egli non solo era negato, ma era decisamente ostile per convinzione ed
educazione storica), ma accordo di biografia e pensiero, di tempo e arte, di
vicenda umana e fantasia poetica. Né è da dire che seguì quel che il Barbi e il
Rocca ebbero a scrivere sul suo primo Dante, se poi al Cosmo, dinanzi al
secondo, parvero ancora in piedi talune delle antiche riserve 147.
In una lettera al Vallardi del 23 dicembre 1924 preannunzia che «il lavoro sarà
parte nuovo, parte largamente rinnovato e ritoccato», spera che «un tempo
relativamente breve basterà» anche se riconosce ch’ « è sempre un lavoro che
richiede cure e fatica materiale, e vuol essere definitivo, e quale un uomo giunto
alla fine della sua carriera vorrebbe che la coronasse degnamente » 148. Ma, a
parte vari assaggi, tre anni dopo, sconsolato scrive: « Purtroppo non mi son
potuto giovare se non in piccolissima parte della prima edizione. Tutto è
rinnovato, e le maggiori innovazioni sono mie per fortuna » (lettera del 28 luglio
1927). E il 18 novembre dello stesso anno incalza: « Io tengo a questo libro in
modo straordinario, come cosa che dev'essere il mio titolo più onorevole [...]. E'
stato necessario rivedere da capo tanti studi altrui, mettere su una nuova via la
narrazione del soegere e formarsi di questo grande poeta [...]. Insomma viene
un lavoro nuovo, originalissimo, che agli studiosi porgerà tutto quello che sarà
loro necessario, e che non troveranno in nessuna altra parte » 149. E chiarisce
poi e ripete le difficoltà via via che si avvicina la stampa: « In trent'anni circa si è
formata una biblioteca nuova su Dante e le sue opere, un'epoca nuova è
succeduta all'altra tutta di critica e di storia, un'epoca in cui specialmente i
problemi spirituali vanno approfonditi. Io non mi son dato e non mi do pace
nel cercar di risolverli: e si vedrà nel mio libro il risultato di una meditazione
assidua, instancabile. Sono troppo vecchio per sperare nell'indulgenza del
pubblico, il quale verso i vecchi è esigentissimo» 150. Anticipa riserve e si
difende: « Nè mi si potrà rimproverare di aver cambiato opinioni, perchè sono
bastati tanti anni a rivolgere indirizzi e idee. Il male è che non vedo quel fervore
di studi che c'era allora, e temo di rimanere senza seguaci » 151. Infine precisa
intenti e natura dell'opera: «Io ho tenuto ben presente il fine divulgativo
dell'opera, e che
147 Del Barbi cfr. « Bull. » XI (1904) pp. 1-58 (poi in Problemi di critica dantesca, Firenze
1934, I, pp. 25-85); del Rocca cfr. « Gsli », XLVI (1905), pp. 136-76; del Cosmo « Cultura » X
(1931), pp. 956-75 con il nostro esame in La critica dantesca contemporanea, cit. pp. 181-83.
148 Lettere inedite all'editore Vallardi, dall'Archivio della Casa Editrice Vallardi.
149 V. nota prec.
150 Lettera del 27 gennaio 1929; ibid.
151 Lettera del 4 febbraio 1929; ibid.
42
in essa sta il risultato di lunghissime indagini originali, che rimangono celate.
Anzi, questa volta, più che nell'opera precedente, ho badato a sfrondarla della
parte erudita e a far conoscere le cose essenziali al gran pubblico cui è
destinata. Le questioni che vi ho trattate formano capi di cultura e di studio
dopo secoli che se ne parla in questa materia dantesca » 152.
Il libro intanto tarda ancora ad uscire.
Poi tra il 1931 e il 1932 una gran foga di piazzarlo bene, di introdurlo nella
stampa ufficiale e tra i critici che hanno nome, di lasciarlo vitale nel tempo 153.
Chi avanza riserve, vien tacciato di « superficiale »: tale sorte tocca ad Henry
Hauvette (lettera del 28 gennaio 1932).
Ma proprio dal 1902 in poi lo Zingarelli, più volte, avvia tentativi dinanzi
a temi generali e particolari, per saggiare le sue forze. La prosopopea romantica
(di un Dante tutto d'un pezzo, alla cui vita sofferta e adamantina doveva
condursi la opera intera) era stata più volte sconfessata non tanto da minori
elementi che emergono sotto altra luce al vaglio della critica erudita, ma più
propriamente da una diversa visione generale delle cose. Nessuna nuova
biografia d'insieme si scrive in questi anni, ma ad essa tendono i minuti
contributi che spuntano un po' ovunque. Il problema dell'unità era dunque
profondo e sentito.
Parlando del lavoro lo Zingarelli sottolinea il suo lungo amore, che non è «
vanteria, perchè in tutte le forme e occasioni, con volumi e opuscoli, articoli e
saggi, conferenze e recensioni ho io dato le prove di questa assiduità » 154. Ma
quest'ultima opera, apparsa « proprio mentre io vi parlo », ha « recato una luce
veramente, posto un ordine, sistemato, costruito una strada sulla
152 Lettera del 16 gennaio 1930; ibid.
153 Ricordiamo qualche lettera: in quella del 27 aprile 1931 dà notizia delle oneste e
liete accoglienze avute dal Re e da Mussolini: in altre (23 maggio e 8 giugno 1931) comunica
alcuni nomi di recensori; in quella del 1 gennaio 1932 comunica, festante, la buona nota di M.
Barbi. In realtà il Barbi (cfr. «Studi danteschi» XVI, 1932, pp. 207-208) dedica una nota
piuttosto breve e, in genere, favorevole; adombra qualche riserva, pur escludendola, circa la
«lentezza della trattazione e d'esser trattenuto [il lettore] su particolari di poco conto o lontani
troppo dal soggetto»; e aggiunge «che per ogni questione, per ogni apprezzamento abbia colto
giusto, sarebbe miracolo, nè egli stesso se lo pensa, in materie così controverse» (p. 206).
Qualcosa del genere si era letto, qua e là, nelle lettere.
154 Citiamo (e così in seguito) da un abbozzo manoscritto del suo saggio Il mio Dante
(letto all'Ist. Lombardo di Scienze e Lettere di Milano e all'Associazione pugliese), tenendo
d'occhio la prima stesura (negli accenni personali, più schietta e prepotente) e la seconda (più
equilibrata nelle parti critiche). Il ms. è, come le altre carte già segnalate, nella Bibl. Provinciale
di Foggia. - Per taluni di questi motivi cfr. anche La vita di Dante in relazione al suo svolgimento
interiore, Firenze 1914, e Prefazione a La vita ecc. (ib. 1931) pp. VII-XII.
43
quale sia agevole e sicuro e lieto passeggiare e spingersi anche più oltre? La
intenzione vi è stata; l'amore e la fede mi han dato la speranza; ma io non posso e
non debbo parlare di me, salvo per dire che soltanto questi puri affetti hanno
ispirato il mio lavoro nella totale abnegazione di me », al di là d'ogni ostentazione
di « virtuosità e abilità ».
« Confesso che molte deficienze stanno in me [e aggiunge: « non soltanto in me »]
di questo soggetto: non sono un filosofo, nè un teologo, nè un dottrinario nè un
settario in, politica, nè un astronomo o naturalista o matematico, nè un giurista o
economista, o esteta, mi pare di non essere neanche un filologo o un erudito: ma
non me ne dolgo, se la molteplice ignoranza può avermi portato a particolari
errori, credo che essa mi ha impedito anzi di cercare in un campo ristretto la
chiave del tempio ». « Anche Dante non era precisamente uno specialista e un
settario. Egli in quanto non può venir considerato da un lato solo e assorbito in
una specie, non ha nessun segreto per nessun circolo di iniziati: e tutto si riduce a
studiarlo in sè, comprenderne l'animo e la mente. Se fosse il più grande scienziato,
ma al quale la sua scienza paresse fine a se stessa; se il più abile artista e
illusionista, ma pel quale l'arte servisse a sè stessa, non sarebbe Dante, il
magnanimo che supera e domina la scienza pura e l'arte pura. Egli aveva meditato
a lungo sulle opere di poesia e di storia, antica e moderna; studiato etica, logica,
dialettica, retorica, teologia, astronomia e matematica, da diventarne padrone;
diritto e medicina; sapeva quasi tutta a memoria la Bibbia, Vecchio e Nuovo
Testamento, e senza il quasi l'Eneide; affrontava i problemi della composizione
anatomica del corpo umano, e della generazione e delle funzioni dell'anima e del
linguaggio e delle lingue, e della poesia e della musica. Ma per lui tutto ciò non
approdava a nulla se non serviva alla felicità del genere umano, che consisteva
nella pace e nell'ordine e nelle buone opere a comune vantaggio [...]. E sapienza si
congiungeva con la poesia, che riteneva ispirata dall'amore, e cioè da Dio stesso,
come tale [...]. Ma se la facoltà principale e la forma del suo genio era la poesia,
risulta da seri indizi la sua disposizione a rinunciare alla bellezza di essa dove era
necessario di usare mezzi comunicativi di raziocinio e una dimostrazione non
legata alle leggi della composizione poetica. Non era la scienza bella per sè e come
un surrogato della poesia? In tal senso egli dunque non si sentiva obbligato a
blandire con lusinghe di arte, ma considerava allo stesso modo della scienza anche
l'arte ministra e ancella dei fini supremi che sono la verità e i fini del mondo.
Religiosissimo non si è mai abbandonato al misticismo, perchè i fini terrestri
dell'uomo sono necessari al pari di quelli celesti, e gli uni e gli altri inseparabili.
Tale il carattere del mio Dante, la complessione della sua anima, e con tale indole
e disposizione ho veduto governarsi la sua nave nelle acque tempestose che i
tempi le
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apparecchiavano, sicchè la ragione delle sue opere, allo stesso modo delle
scienze e della poesia, è indirizzata ai bisogni umani, non si isola; e viene a
conoscersi soltanto col seguire gli avvenimenti che gliele [opere] imposero; e
questo anche illumina le relazioni esistenti tra l'una e l'altra [opera] ». Esse
esistono non solo nella triade tradizionale, Vita Nuova - Convivio -- Commedia;
ma anche tra queste opere e «le composizioni giovanili, canzoni e sonetti di
materia amorosa dove si esprimono affetti e desideri che quantunque onesti e
spirituali son limitati all'animo proprio e individuale», da una parte; e dall'altra
tra il tutto e la Monarchia.. «Il libro della Monarchia e la Divina Commedia sono
opere gemelle, di forma tutto diversa, ma di contenuto identico: trattato
dottrinale in latino l'una, poesia italiana l'altra. Ma questa poesia stava a quella
della canzone come la prosa alla musica; commedia voleva significare questo
per l'appunto; composizione di stile nè sublime ne umile, che non si
nascondesse ai più con le immaginazioni favolose, ma stesse sopra il piano della
realtà, offrendosi anche nella allegoria alla intelligenza senza sforzarla. Vi
trovano il posto la narrazione e la dimostrazione, la dottrina e il velo poetico;
ma soprattutto gli uomini col loro nome e coi fatti da essi compiuti, gli uomini
quali appariscono innanzi al tribunale di Dio, e come dovrebbero essere. Molti
hanno discorso della Divina Commedia dimenticandosi della Monarchia, e quasi
quasi non hanno capito nè l'una nè l'altra: e si è verificato lo stranissimo
fenomeno che da una parte tre di esse si son considerate così strettamente unite
da formare una trilogia, e ne rimanevano escluse le canzoni morali e la
Monarchia, dall'altra si giudicavano l'una indipendente dall'altra. Ecco con quali
metodi si è cercato di intender l'uomo e la Divina Commedia. Ma questa non è
altro che la dimostrazione della dottrina esposta nella Monarchia: nel trattato
latino si indaga la necessità dell'ordine politico di un unico sovrano per tenere in
pace in libertà e in perfetta operazione di virtù il genere umano, senza del quale
ordine esso è agitato dalla tempesta e si perde; nel poema si descrive la tempesta
e la perduta gente; nel trattato si prova l'origine dell'Impero romano da Dio e il
suo fondamento nel diritto e nella giustizia; nel poema si addita nell'amore la
sorgente del diritto e della giustizia del civile consorzio; nel trattato si dimostra
la necessità della separazione della potestà temporale dalla spirituale; nel poema
sono evidenti gli effetti della confusione, i santi del cielo imprecano contro i
capi della Chiesa che ne son causa; e da un capo all'altro si annunzia la vendetta
divina e il ristabilimento della monarchia [...]. E così nell'una e nell'altra opera il
centro dell'amore e delle cure di Dante è l'Italia, dove si doveva decidere la
partita, e per cui egli scriveva, come era anche centro e origine della civiltà
umana [...]. L'ordine politico della Monarchia era talmente necessario al genere
umano che in qualsiasi epoca e
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parte del mondo senza di esso non poteva mai trovarsi e non si trovò virtù
morale, salvo in qualche rarissimo uomo che Dio avesse privilegiato ispirandogli
la nozione della giustizia, come avvenne per Traiano e qualche altro. Nel poema
dunque la dimostrazione di questo concetto avviene mediante il giudizio dato
dagli uomini che furono prima e dopo della Passione di Cristo, così dei pagani e
gentili, come degli Ebrei, così dei Cristiani come degl'Infedeli». Di conseguenza
Virgilio « non è un simbolo, non significa la ragione, che Dante non ha mai
perduta, perchè egli è la persona storica inconfondibile quale il Poeta dei tempi
moderni ha conosciuto ed amato, e che vide la felicità d'Italia, e del mondo in
quello stesso Monarca e lo esaltò con purità d'animo per aver sedata la tempesta
della guerra fratricida di Roma e assicurato il frutto delle grandi virtù degli
Scipioni e dei Fabi e dei Deci' e di Pompeo e di Cesare: onde l'autore della Divina
Commedia vuol fare altrettanto, affinchè anche nell'Italia dei suoi tempi cessi la
guerra fratricida, e trionfi il Monarca: questa sua opera è dunque necessaria come
l'Eneide, è una nuova Eneide. Nè Beatrice è un simbolo, ma precisamente la
benedetta anima che lo assiste dal cielo, ed egli mediante il suo amore può
penetrare la bellezza delle cose celesti, fatte di bontà e di scienza, e amò la bellezza
di lei. Nessuna trasformazione operò il Poeta, e coloro che gliel'attribuiscono,
trasformano in un intrigato e inspiegabile trattato quello che egli presenta come
sentimento e pensiero suo proprio attinto per grazia celeste ai suoi studi e al suo
cuore ». «[...] Chi considera la Divina Commedia opera separata dalla interiorità
totale del suo autore, di pura virtuosità di arte come un romanzo, dimostra quale
enorme distanza separi la nostra mentalità ed esperienza da quella dell'età di
Dante, che visse la sua opera sino al martirio ».
Stretto tra il frammentismo semplicistico della critica erudita, cui
peraltro aderiva nella ricerca dei dettagli, e l'idealismo estetico, che tutt'al più
si risolveva in lui in istinto del bello, lo Zingarelli cercò una via tutta sua e
credé di averla trovata in una contaminazione di storia e fantasia, o meglio di
biografismo ed evoluzione artistica. Ne fu orgoglioso come di alta e
personale conquista. In realtà non era né una via nuova, né una via feconda
di risultati. Gli esteti lo ignorarono, gli storici e filologi temettero l'equivoco;
anche se gli uni e gli altri guardarono con rispetto l'opera immane e a lei
ricorsero per raffrontare, pro e contro, atteggiamenti propri e proporzioni
comuni.
In sostanza l'opera dello Zingarelli punta su questi elementi:
a) unità nel seguire e commisurare le vicende dell'uomo e del tempo e
le opere da esse imposte: un'unità che tanto più salva il critico dal tratteggiare
un « personaggio ideale » (e cioè astratto e avulso dalla storia) quanto più lo
nega al sotto46
fondo biografico. Senza veli egli parla di « orditura biografica » nel suo
grande Dante (p. XII) ;
b) ricerca di un equilibrio tra poesia e scienza di Dante: l'una e l'altra
mai considerate fine a se stesse, ma tanto più valide e operanti quanto più
esse si propongono all'uomo e ne consolidano il destino (richiama questo
elemento puranco nella Introduzione al Petrarca) 155;
c) saldezza di rapporti, pur nelle diverse dimensioni tra tutte le opere
dantesche, dalle rime giovanili alla Monarchia (su cui, per un eccesso
polemico, più s'insiste nel cogliere legami e spunti comuni alla Commedia) e
di conseguenza tra la poesia di Dante e quella che l'ha preceduta 156;
d) reazioni al lirismo puro, entro cui si concludeva per alcuni
l'esperienza più alta di Dante, e reazione al puro simbolismo, come negatore
di storia;
e) indagine rivolta alla storia e alla tradizione delle forme letterarie
dell'età medievale, più che a quella classica. « E va intanto osservato che la
romanità dei popoli medievali è essenzialmente cristiana, non già classica;
ossia porta in sé non il vivo ricordo di Roma antica e dell'antico impero, ma
quello di Roma cristiana e del nuovo impero » 157. Di conseguenza talune
figure più che dall'età antica, dalla figurazione medievale sembrano a lui
emergere: esempio dal Roman de Troie, Achille; dal mondo arturiano, Ulisse
158; e così via;
f) ripudio della teoria sull'origine popolare della poesia (anche dinanzi
al « poderoso tentativo » di Alfredo Jeanroy 159 e della lingua (non dialetto), «
la quale si forma con lo studio e con la raffinatezza d'ingegno, e non è mai il
ritratto preciso della lingua parlata » 160. Il pensiero di Dante stesso tende, a
tal riguardo, a fissare « un linguaggio letterario » come « eloquenza » « e che
nelle opere di eloquenza voleva egli una per155 Cfr. Le Rime, op. cit., p. 131.
156 Cfr., tra l'altro: Dante e la letteratura neolatina in « Cultura moderna », 1921. In una nota,
pur essa tra le carte mss., (Pubblica lettura al Circolo filologico di Milano. Note) ora nella Bibl.
Provinciale di Foggia, si legge: « Sul profondo distacco della Commedia dalle precedenti opere di
Dante insiste Ben. Croce, La poesia di D., Bari, Laterza; 1921 nel cap. Il Dante giovanile e iD D. della
« Commedia», e sicuramente esso è innegabile; ma da un altro punto di vista, la continuità sia nella
tecnica sia nella invenzione e nella ispirazione tra una parte e l'altra della produzione sua esiste, e va
conosciuta mediante lo studio della poesia predantesca » (n. 3 bis).
157 Ibid., n. 12.
158 Ibid., n. 15 e 17. Per Ulisse lo Z. si rifà al Rajna (Dante e i romanzi della Tavola Rotonda
in «Nuova Antologia», 1 giugno 1920).
159 Ibid., n. 6.
160 Cfr. il ms. De vulgari eloquentia. Lezioni (nella Biblioteca Provinciale di Foggia), c. 18.
Ivi importante è la discussione delle teorie sulla « sicilianità » della lingua contro la « filologia
moderna », che, « mentre si afferra a un sicilano illustre che riesce praticamente inafferrabile, vuole
in realtà una tradizione poetica fondata sul dialetto siciliano, perchè dovrebbe ritenersi per domma
che la poesia non nasca se non dal seno stesso del popolo », c. 10. Ma quest'opera dello Z. sarà
esaminata in altro luogo.
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fetta italianità, in modo che non si riuscisse a vedere e sentire di qual paese
fosse l'autore » 161;
g) distacco da ogni teoria interpretativa, guelfa o ghibellina che fosse, con
l'invito di studiare Dante (o di proporlo allo studio), con rispetto sommo del
suo pensiero e della sua parola, e di non sovrapporre se stessi alla sua grande e
genuina voce. In questo, almeno per le intenzioni, si ritrovavano tutti
d'accordo, De Sanctis e Carducci compresi.
Si capisce, dunque, che, per questo e per altri motivi, si è passati dalle
tempeste polemiche (e settarie sotto certi aspetti) dell'Ottocento a più
tranquille e profonde acque, ove la sintesi storica segue all'indagine, l'edizione
del testo cade sotto il controllo della filologia, l'interpretazione si spoglia d'ogni
empirismo e s'avvale di una più completa e nutrita capacità critica. A questo
sviluppo degli studi danteschi non sono estranei l'operosità e l'intelligenza dello
Zingarelli.
La Puglia, per suo mezzo, si stacca dal settarismo delle correnti e dal
predominio della cultura napoletana; ma perde definitivamente (se pure v'era
stata) l'impronta di una caratterizzazione propria, anche se approssimativa e
sfocata.
5. - Ed è certo che oggi la presenza, operante da vari decenni, di una
insigne Casa Editrice e di due Università a Bari 162 e a Lecce, gli studi danteschi
in Puglia hanno assunto vigore, risolutezza e predominio. E sono due tra molte
altre cause. Altri nel 2021, prossimo Centenario dantesco, potrà cogliere nuovi
aspetti e momenti, e riesaminare, sotto diversa luce, le parti e l'insieme.
ALDO VALLONE
Prof. ALDO VALLONE, docente di letteratura italiana nell'Università degli Studi
di Lecce.
Direttore, con B. Nardi de « L'Alighieri » (Roma, «Casa di Dante »).
161 Ibid., c. 17.
162 Cfr. l’art. di N. ZINGARELL, Per l'Università di Bari in « La Gazzetta del
Mezzogiorno », 23 aprile 1922.
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Correnti letterarie e studiosi del Poeta in Puglia