Il processo di alfabetizzazione e scolarizzazione in Ticino tra
Cinquecento e fine Ottocento
Intervento proposto da Letizia Fontana in occasione della serata sull‟analfabetismo intitolata “Tra
Ottocento e ottocentomila. Cittadini senza parola dall'Ottocento ad oggi”, organizzata il 21
settembre 2011 a margine della mostra “Bibliografia ticinese. L‟arte della stampa in Ticino tra „700
e „800”, curata dall‟Istituto Bibliografico Ticinese, e nel programma delle “Giornate per
l‟alfabetizzazione” promosse dall‟Associazione Leggere e Scrivere delle Svizzera italiana e dalla
Conferenza della Svizzera italiana per la formazione continua degli adulti.
1. Introduzione
a) Relazione tra stampa e alfabetizzazione
La ragione che ha spinto l‟Istituto Bibliografico Ticinese ad organizzare questa serata nell‟ambito
del ciclo di conferenza a margine della mostra sulla “Bibliografia ticinese. L‟arte della stampa in
Ticino tra „700 e „800” è molto semplice da spiegare: per il legame esistente tra stampa ed
alfabetizzazione. L'invenzione e soprattutto la diffusione della stampa hanno contribuito ad
aumentare la domanda d'istruzione sia come investimento, ma anche come bene di consumo. È
grazie alla massiccia produzione di libri ed alla riduzione dei loro costi, se sempre più persone
hanno potuto accedere alla lettura e alla scrittura.
Se in tutto l'Occidente l'Ottocento è un secolo che coincide con una rapida diffusione della cultura
scritta, questo è essenzialmente dovuto alla diffusione della stampa.
b) Relazione tra storia e scrittura
Come saprete, la storia si costruisce a partire dai documenti. Purtroppo, per tanto tempo e troppo
spesso, la storia si è fatta unicamente a partire da fonti scritte, al punto da definire le società nonalfabetizzate delle società mute. Non perché queste società non parlassero; semplicemente erano
mute per gli storici e dunque, di riflesso, per la storia.
Per questo, dato che la scrittura dà voce alla storia, ho pensato di aprire questo mio intervento con
un elenco di parole, una sorta di abbecedario del processo di alfabetizzazione in Ticino.
Eccovi di seguito un possibile abbecedario dell'alfabetizzazione in Ticino dal Cinquecento alla fine
dell‟Ottocento:
A
abbecedario, alfabetizzazione, analfabetismo, autogoverno
B
Bibbia, biblioteca
C
calligrafia, catechismo, cittadinanza
D
dialetto
E
ecclesiastici, emigrazione
F
fogli volanti, Franscini, fanciulle
G
governo
I
immagini, insegnanti
1
L
lavoro, lettura, libertà, lumi
M
memoria, metodica, morale, mutuo insegnamento
N
novelle
O
obbligatorietà
P
paradosso alpino, potere, pubblica istruzione
Q
qualità e quantità
R
recita, registri, rivoluzione, rozzezza
S
scuola, sillabari, stampa
T
tipografia, tipografi
U
udito
V
voce, volontà politica
X
X
Z
zoccoli
Dopo quest'immersione nell‟alfabeto, ora vi proporrò un discorso nel quale ritroverete le parole
appena elencate in questo abbecedario, accompagnate da altre. Questo discorso vuole offrivi un'idea
d'insieme del processo di alfabetizzazione in Ticino dalla seconda metà del Cinquecento sino alla
fine dell'Ottocento.
2. Il processo di alfabetizzazione in Ticino tra Cinquecento e Settecento
Nella Svizzera italiana il processo di alfabetizzazione subisce un bell'impulso nel Cinquecento all‟epoca della Contro Riforma -, grazie all'azione dell'arcivescovo Carlo Borromeo e dei suoi
successori. È a partire dalla seconda metà del Cinquecento che si considera che il processo di
alfabetizzazione inizia ad assumere dimensioni sociali e la scrittura cessa di essere un privilegio di
ristrette cerchie di persone acculturate.
Dal XVI° secolo sino all'Ottocento, in Ticino i due motori essenziali della domanda di istruzione
sono stati l'autogoverno e l'emigrazione. L'autogoverno delle autorità locali ha favorito
l'alfabetizzazione della popolazione rendendo necessaria la presenza di qualcuno che sapesse
leggere, scrivere e far di conto in ogni località, benché piccola. L'emigrazione artigianale e
commerciale ha influenzato positivamente la domanda d'istruzione perché lettura e scrittura erano
due competenze necessarie per l'esercizio del mestiere e per l'amministrazione degli affari; dunque
principalmente per una necessità pratica, di tipo funzionale, ma non solo. Infatti l‟emigrazione ha
contribuito alla diffusione dell'alfabetizzazione anche per un'esigenza di tipo affettivo. Gli emigranti
e i loro famigliari rimasti in patria potevano restare in contatto tra di loro unicamente attraverso il
canale della lettura e della scrittura. La scrittura garantiva un legame tra mittenti - quasi sempre
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maschili - e destinatari, principalmente femminili.
La pratica dell'emigrazione, che nella Svizzera italiana ha creato una precoce e forte domanda di
istruzione, è alla base del fenomeno che viene definito come “paradosso alpino”. Infatti, per un
concreto bisogno sociale di scrittura legato all'emigrazione, gli abitanti di montagna erano spesso
più alfabetizzati dei contadini di pianura, anche se questi ultimi vivevano in condizioni migliori ed
erano più privilegiati.
A partire dall'inizio del Seicento la rete delle scuole gestite da curati e cappellani inizia ad
estendersi nel territorio. Quantitativamente è un dato di fatto; ma qualitativamente? Le donne
restano totalmente escluse dall'istruzione retta dalla Chiesa, per la quale il ruolo della donna è
relegato alla sola sfera famigliare. Tra il Cinquecento e la fine del Settecento la didattica non
cambia e si riduce ad una pedagogia dell'imitazione attraverso la memorizzazione e la ripetizione
automatica.
Attraverso il collegio Papio di Ascona, il seminario di Pollegio, il collegio Trefoglio di Bellinzona,
il collegio di sant‟Antonio di Lugano ed il collegio di san Giovanni di Mendrisio, l‟impegno
educativo degli ordini religiosi era più sistematico a livello dell‟istruzione media.
Tra Cinquecento e Settecento l'istruzione popolare è una questione prettamente privata. È solo alla
fine del Settecento che la Repubblica Elvetica si interessa al problema e promuove iniziative
riformatrici in questo senso. Questi tentativi restano però vani e la Repubblica Elvetica lascia alle
autorità del neo-costituito cantone il compito di risolvere il problema dell'istruzione pubblica.
3. L’alfabetizzazione in Ticino nell'Ottocento
Ad inizio Ottocento, alfabetizzazione e scolarizzazione sono una delle prime e principali
preoccupazioni delle neo-costituite autorità cantonali.
a) La legge del 4 giugno 1804
Il 4 giugno 1804 il Gran Consiglio del Canton Ticino emana la sua prima legge scolastica (v.
allegato 1).
Grazie a questa legge l'istruzione cessa di essere una questione prettamente privata, diventando una
questione pubblica, una responsabilità assunta dallo Stato cantonale, anche se poi in realtà il
compito è subito delegato alle autorità comunali. Conformemente agli ideali rivoluzionari e
napoleonici, le preoccupazioni delle autorità cantonali neo-costituite nei confronti dell'educazione
pubblica rispondono alla necessità di educare i cittadini - ovvero le cellule che costituiscono la
sovranità universale - all'uso della libertà. L'educazione non risponde quindi più ad esigenze di
carattere religioso - come nei secoli precedenti -, ma a necessità civiche.
Dicevo prima che alfabetizzazione e scolarizzazione erano state tra le prime e principali
preoccupazioni delle neo-costituite autorità cantonali. Per dimostrarlo basta pensare che il progetto
di legge (di questa prima legge scolastica cantonale) del Governo ticinese (Piccolo Consiglio)
prevedeva anche di inserire l'alfabetismo tra le condizioni richieste per essere cittadini attivi, vale a
dire eleggibili. Meno idealista e più pratico il Gran Consiglio si era però opposto a questa
disposizione considerando che i limiti di sesso, di età, di censo e di appartenenza ai patriziati
fossero già abbastanza restrittivi. La condizione dell'alfabetismo avrebbe infatti ulteriormente e
drasticamente ridotto la dimensione universale della sovranità dei cittadini. Per finire dunque questa
disposizione venne eliminata dal progetto di legge.
Nella sua forma finale la legge scolastica del 1804 persegue 3 obiettivi principali, espressi nei primi
due articoli dei quattro che la compongono: generalizzare le scuole; renderle formali, attraverso dei
contratti con le collettività locali; sancire l'obbligatorietà di frequenza.
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Nonostante i lodevoli principi, nella sua forma finale, molto ridotta ed essenziale, la legge del 1804
è poco coraggiosa - non determina la gratuità dell'educazione - e soprattutto molto generica; infatti
non dà indicazioni sulla durata dell'obbligo e sui contenuti, è poco chiara sul sesso degli alunni
(probabilmente solo maschi) e non si preoccupa minimamente della formazione degli insegnanti.
La legge è poco capita e soprattutto poco applicata. Nella pratica, ad inizio Ottocento la Scuola fa
fatica a generalizzarsi e a diventare pubblica ed obbligatoria.
Nel 1828, Stefano Franscini pubblica un opuscolo sull'istruzione pubblica nel Canton Ticino, che
contiene dei commenti e riflessioni sulla legge del 1804. Tra queste riflessioni, una molto
interessante riguarda ciò che succede una volta terminato l'obbligo scolastico. Ecco cosa scrive
Franscini:
“Cosa avverrà di quei ragazzi che non vanno più a scuola? È notissimo che nelle attuali
circostanze molti che hanno imparato nelle scuole il leggere, lo scrivere ed il conteggiare,
dimenticano poi tutto o quasi tutto coll'andar del tempo, per mancanza di esercizio e direzione.
Ognuno di noi conosce certamente più e più individui, ai quali dopo usciti delle scuole toccò sì
sgraziata condizione”.
Questo passaggio è molto interessante perché dimostra come già all'inizio dell'Ottocento, quando il
problema dell'analfabetismo di base non era ancora risolto ed il processo di scolarizzazione era ai
suoi inizi, ci si poneva già lo stesso il problema dell'analfabetismo di ritorno.
b) L’evoluzione dal 1837
Il processo che ha preso il via con la legge del 1804 giunge a compimento solo diversi decenni
dopo. Alla legge del 1804, nel 1831 fa seguito una seconda legge sull'istruzione pubblica e, l'anno
successivo, un regolamento generale sulla scuole. È soprattutto dopo il 1837 (anno in cui Stefano
Franscini assume la carica di consigliere di Stato e la presidenza della Commissione cantonale di
Pubblica Istruzione, nonché anno d'istituzione del primo corso di metodica per gli insegnanti) che in
Ticino si assiste ad una rapida diffusione del sistema d'istruzione primaria.
Dal 1837 al 1857 il numero di alunni passa da un rapporto di 1/14 ad un rapporto di 1/7. Nel
decennio 1855-1865 si stima che in Ticino l'analfabetismo si sia ridotto al 10% tra gli uomini e al
35% tra le donne. Queste statistiche si basano sulla firma con una croce (X) dell'atto matrimoniale.
A livello svizzero invece l'ottimismo di Franscini lo portava ad affermare che quasi tutta la
popolazione svizzera sapesse leggere e scrivere.
La terza legge scolastica cantonale, del 1864, è la prima che definisce chiaramente i termini
dell'obbligatorietà della scuola. L'obbligo si applica ai bambini e ragazzi di ambedue i sessi, di
un‟età compresa tra i 6 ed i 14 anni. Il limite dei 14 anni viene però velocemente rimesso in
discussione e già nel 1866 un decreto concede la riduzione dell'obbligo ai 12 anni. In ragione della
concorrenza tra istruzione e lavoro, la soglia dei 12 anni resterà effettiva praticamente fino alla fine
del XIX° secolo.
In ogni caso, se consideriamo l'insieme della Confederazione Svizzera, secondo le ricerche di Carlo
Maria Cipolla - uno dei primi storici ad essersi occupato di questo tema, alla fine degli anni „60 - a
livello internazionale nell'Ottocento la Svizzera era uno dei paesi più alfabetizzati ed istruiti
d'Europa.
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4. Osservazioni bibliografiche
Dopo questo breve excursus storico ora vorrei dedicare alcune parole all'aspetto bibliografico
dell'alfabetizzazione nel Ticino dell'Ottocento, dato che la mostra che ci ospita è dedicata proprio al
tema bibliografico.
Come si può apprezzare con la visita della mostra, il Ticino dell'Ottocento si caratterizza per
un'espansione del mercato tipografico e librario. Naturalmente l'istruzione pubblica che si afferma e
si diffonde è uno dei principali motori di quest'espansione, grazie alla domanda di libri di testo,
manuali, abbecedari, sillabari, ecc.
Della vasta produzione libraria scolastica resta però abbastanza poco e questo essenzialmente per
tre motivi: la qualità mediocre (per non dire scadente) delle produzioni (carta, rilegature, ecc.); i
modi con i quali ieri come oggi si trattavano i libri di scuola; e non da ultimo il fatto che
generalmente molto è conservato quando poco è scritto e poco è conservato quando molto è scritto.
Onnipresenti, comuni e dunque considerati senza valore ed indegni di essere conservati nelle
biblioteche, spesso i libri scolastici venivano trascurati e distrutti.
Nell'Ottocento per l'apprendimento della lettura si utilizzavano essenzialmente gli abbecedari e le
opere religiose. Tra gli abbecedari ed i libri di lettura il più diffuso è senza dubbio il Libretto dei
nomi e primo libro di lettura. Questo libricino rappresenta un buon esempio dello scambio
editoriale tra la vicina Lombardia ed il Ticino. Infatti trova le sue origini nella Milano della
Restaurazione e verso il 1830 viene introdotto nel Canton Ticino dove viene edito e riedito
numerose volte e da varie tipografie, fino alla fine del secolo.
Ciò che più caratterizza questo testo scolastico, come altri, è l'inadeguatezza. Quest'inadeguatezza è
doppia, contenutistica e linguistica. A livello di contenuto il testo è inappropriato per due motivi: il
libretto dei nomi è rivolto ai bambini di Milano, a bambini di città e borghesi, ed è proposto tale e
quale ai contadinelli ticinesi; inoltre per tutto il secolo il libretto continua a proporre un mondo preindustriale, una realtà fossilizzata che non tiene conto delle evoluzioni e dei cambiamenti. Tutto ciò
contribuisce a creare un grande divario tra il mondo vissuto dagli alunni e il mondo descritto dal
libro. E ciò evidentemente provoca indifferenza verso i contenuti.
Mentre a livello di lingua non dobbiamo dimenticare che la lingua madre degli allievi ticinesi
nell'Ottocento era il dialetto; non l'italiano. Il dialetto è la lingua dell'oralità, mentre la scrittura è
territorio riservato all'italiano. È ben vero che per aiutare gli allievi dialettofoni il testo portava in
nota le traduzioni in dialetto, ma ancora alla fine del secolo gli ispettori scolastici affermavano che
gli allievi erano incapaci di tradurre in dialetto ciò che leggevano. Ancora alla fine dell‟Ottocento,
troppo spesso la lettura era un semplice esercizio meccanico.
A questo proposito, per concludere, vorrei ancora proporre un passaggio dell'opuscolo di Stefano
Franscini del 1828, già citato in precedenza:
“Senza dubbio il maggiore o minor profitto degli scolari dipende in assai parte dalla qualità dei
libri che vengono loro fatti studiare. Siccome non si tratta di fare ai figlioli acquistare la materiale
abilità di leggere, quanto quella dello intendere gli altrui pensieri esposti nello scritto e dello
esporre in modo chiaro e almeno sufficientemente esatto i propri, quindi ecco necessari libri a ciò
opportuni”.
5
Bibliografia consultata
- ARROYAL ESPIGARES P., MARTIN PALMA M. T., « Humanismo, escritura, imprenta »,
Baética: estudios de arte, geografía e historia, Nr. 15, 1993, pp. 227-246.
- BIANCONI Sandro, “Legere et scrivere et far di conti”. Il processo di alfabetizzazione nei
baliaggi italiani”, in CESCHI Raffaello (a cura di), Storia della Svizzera italiana dal Cinquecento al
Settecento, Bellinzona, Stato del Cantone Ticino, 2000, pp. 313-328.
- CESCHI Raffaello, Nel labirinto delle valli. Uomini e terre di una regione alpina: la Svizzera
italiana, Bellinzona, Ed. Casagrande, 1999.
- CIPOLLA Carlo Maria, Istruzione e sviluppo. Il declino dell’analfabetismo nel mondo
occidentale, Bologna, Il Mulino, 2002.
- FRANSCINI Stefano, Della pubblica istruzione nel Cantone Ticino: libro unico, Lugano, G.
Ruggia e Comp., 1828.
- FRANSCINI Stefano, Discorso letto dal Consigliere di Stato Stefano Franscini alla prima
adunanza del Consiglio cantonale di Educazione pubblica: li 15 ottobre 1844 in Locarno, Locarno,
Tip. del Verbano, 1844.
- FRANSCINI Stefano, Per lo sviluppo dell’istruzione nel cantone Ticino, (a cura di Carlo G.
Lacaita), Caneggio, Stamperia della frontiera, 1985.
- ROGGERO Marina, “L‟alphabétisation en Italie: une conquête féminine ? », Annales, Nr. 4, 2001,
pp. 903-925.
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Allegato 1
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