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Anno 17 - N. 2 Novembre 2012
Saper dire grazie alla Vita e quindi anche alla malattia
La vita è come una cipolla: ogni tanto se ne taglia uno spicchio e allora si piange. Questo detto in qualche modo
rappresenta una visione che è insita nell’essere umano. Una sorta di fatalismo congenito. Quasi che vita e dolore
siano un connubio inscindibile.
Certo, la vita è per definizione esperienza e quindi cambiamento, altrimenti quale sarebbe il suo senso? E il cambiamento spesso implica destabilizzazione, disorientamento, malessere.
Tutti vorremmo invece stabilità, certezze, riferimenti precisi, anche se in fondo in fondo, il più delle volte non sono
ingredienti che consentono di vivere nella dimensione della gioia.
È più un andazzo, un’abitudine, uno spazio conosciuto e quindi considerato sicuro. Insomma, una specie di recinto dove la qualità di vita, ad essere onesti, spesso è quella che è, ma è pur sempre il nostro spazio. Ci è familiare.
Fa parte di noi. In pratica è la nostra vita.
Ecco allora che la Vita inaspettatamente interviene, si fa sentire, ha qualcosa da dirci. Spesso ci fornisce degli stimoli, dei messaggi, ma tendiamo ad essere sordi e non sentire.
Allora la Vita urla e quindi dobbiamo ascoltare per forza. Anche una seria malattia rappresenta un urlo, un richiamo a quel cambiamento che per svariate ragioni non siamo stati in grado di realizzare.
Non per questo la Vita ci è nemica; in realtà vuole solo il nostro massimo bene, solo che non ce ne rendiamo conto. Certo, è umanamente difficile riconoscere in una diagnosi di cancro un’importante opportunità, uno strumento
che la Vita ci offre. Tendiamo piuttosto a opporre resistenza, a rifiutare la malattia, a sentirci vittime e così facendo al dolore che è insito nell’esperienza, aggiungiamo anche la sofferenza che deriva dal nostro atteggiamento. Intanto il processo è avviato e darà comunque i suoi frutti, che ci piaccia o no.
Si potrebbe affermare che la Vita è come una medaglia: ha sempre due facce. L’importante sarebbe guardare anche l’altra, quella che ci fa vedere e comprendere le cose al di dà delle apparenze, quella che da un senso compiuto a tutte le cose. Fermiamoci un attimo, ascoltiamoci, osserviamoci e noteremo di certo che la malattia sta creando un’alchimia, una trasmutazione profonda, in meglio si intende. Un processo che meriterebbe una partecipazione consapevole: gli spigoli caratteriali si alleviano, le carenze della personalità si colmano, la Vita viene vista con
occhi diversi, più sensibili, in grado di vederne comunque la bellezza e i colori.
È proprio in ciò che tendiamo più a rifiutare che sta la chiave e il saperla usare consente di aprire la via che porta alla guarigione.
Grazie Vita, grazie malattia.
IL PRESIDENTE, Ezio Casagranda
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METODO DI BELLA
La sentenza del Tribunale di Bari
na recente sentenza del
Tribunale Bari ha condannato la ASL a un’erogazione immediata del Metodo
Di Bella, provocando rabbiose reazioni e scomposte prese
di posizione di politicanti a
vario titolo e grado inseriti
nei circoli di potere che gestiscono la Sanità e la più ricca
delle malattie, il cancro. Dal coro di questi rappresentanti della medicina politicizzata emergono chiarissime e immediate due evidenze:
a) Burocrati di commissioni ministeriali lottizzate da
politici si arrogano il diritto di gestire la salute e
pretendono di disporre della vita della gente, imponendo una tirannia politicoterapeutica attraverso
prontuari e linee guida ministeriali. Questi dictat
terapeutici, ignorando la maggioranza delle evidenze scientifiche, mortificano la dignità del medico e annientano la sua libertà di prescrivere secondo scienza e coscienza, vanificando la ricerca, le
cui acquisizioni non possono così essere trasferite
nella clinica e valorizzate nella terapia.
b) Non smetterà mai di stupire con quanta consumata
esperienza, studiata naturalezza, assoluta disinvoltura
siano abituati a negare la verità, l’evidenza, il dato di
fatto documentato e verificabile.
Ricordo che nell’aprile 1996, al numero già rilevante
di ammalati in cura col Metodo Di Bella fu interdetto
l’uso della Melatonina con un decreto (D.L. n. 161)
promosso dal presidente pro tempore della Commissione Unica del Farmaco, “illustrissimo” professor
Garattini.
Il provvedimento innescò gravi reazioni, anche per la
totale e documentata assenza di tossicità acuta e cronica della Melatonina, liberamente in vendita in tante
nazioni e nei supermercati americani come prodotto
da banco, cioè senza prescrizione medica. Si arrivò a
manifestazioni di piazza, originate dal rifiuto di sottostare a regole e coercizioni burocratiche dettate da
commissioni e apparati arroganti e vessatori, che avevano la sempre più palese finalità di salvaguardare inconfessabili interessi. Iniziarono così le prime riunioni libere e spontanee di pazienti, cui seguirono manifestazioni e la costituzione di associazioni per difendere la libertà di cura.
U
Per il decreto Garattini, il medico prescrittore della
Melatonina era penalmente perseguibile. Il professor
Di Bella non si fece intimidire, continuò le prescrizioni, scrivendo alla fine di ogni ricetta, che il decreto faceva esplicito divieto al medico di prescrivere la Melatonina. La Corte Costituzionale fece giustizia e accolse il ricorso dei pazienti dichiarando incostituzionale il decreto 161.
La legge finanziaria 2007 ha abrogato la cosiddetta
legge Di Bella (D.L. n 17 /1998) che consentiva al
medico di prescrivere al di fuori dei vincoli burocratici ministeriali secondo scienza e coscienza, in base alle evidenze scientifiche, al momento in gran parte disattese dal prontuario del Ministero della Salute. Grazie a questa legge per anni i medici hanno potuto prescrivere farmaci di cui esisteva un razionale d’impiego scientificamente testato, ma ignorato dalle commissioni ministeriali (Prontuario). Ciò consente alle
ASL dei centri di oncologia ed ematologia di fare opposizione alle sentenze di merito che avevano erogato il Metodo Di Bella in base al dato di fatto obiettivo,
verificato e certificato dal CTU (Consulente tecnico
di ufficio nominato dal magistrato) di evidenti miglioramenti e/o remissioni con MDB di pazienti in cui
l’oncoematologia aveva fallito.
Se i farmaci, e i protocolli delle linee guida ministeriali hanno chiaramente e totalmente fallito, come documentato dalla progressione della malattia, questo
non deve importare nulla, il paziente per i politici non
può esimersi dal continuare a praticare cure razionalmente, scientificamente, clinicamente fallite, non può
opporsi, né ricorrere alle vie legali (estrema difesa
della sua salute e libertà di scelta terapeutica).
Al medico è fatto esplicito divieto di prescrivere farmaci off label (fuori etichetta) per i cosiddetti usi non
previsti, anche se pienamente conformi ad un rigoroso e logico razionale d’impiego clinico basato sull’applicazione circostanziata, ragionata e consequenziale delle evidenze scientifiche.
Secondo il Giuramento di Ippocrate, il Codice deontologico, la Conferenza internazionale di Helsinki sulla etica medica, la Codificazione Internazionale della
Medicina Basata sull’Evidenza (EBM), il medico non
solo può, ma ha il dovere morale, umano, professionale, di applicare in ogni singolo caso e circostanza, il
farmaco meno tossico e più efficace. La finanziaria
2007 fa nella maggioranza dei casi espresso divieto di
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applicare questi concetti ovvi, universalmente accettati e sottoscritti, umiliando la libertà e dignità del medico con gravi danni per la salute delle persone.
La terapia del professor Luigi Di Bella ha i nemici
peggiori e in assoluto i più pericolosi nei circoli che
gestiscono il potere globale e centralizzato. Tutta l’opera di mistificazione, disinformazione e falsificazione è interamente orchestrata da chi ha molto da perdere, in termini di potere.
Questo potere si articola su alcuni punti strategici: l’economia, la politica e l’informazione. La perdita di
credibilità e di fatturato indotti dal Metodo Di Bella è
ampiamente superiore a quanto la persona comune
possa ipotizzare. Il danno non sarebbe solo economico, c’è un danno molto peggiore, che ha creato le reazioni più esasperate: la delegittimazione di questo potere, che è basato sul falso e sullo sfruttamento della
gente. L’arma più pericolosa per combattere tutto questo è la verità.
Il motore di tutto questo è la logica esasperata del denaro e del potere, che ha sovvertito la nostra società e
ha inquinato in modo intollerabile anche la medicina.
Oggi la cura non viene impostata in base ai valori del
rispetto della vita e della qualità della vita, ma in base
al profitto. Il programma è realizzato attraverso la politicizzazione della medicina che ha ridotto il medico
ad un trascrittore di terapie vincolate a linee guida ministeriali. Per cui il medico, se vuole vivere e lavorare, non può prescrivere quello che in scienza e coscienza ritiene utile al paziente, altrimenti si troverebbe in serie difficoltà. Deve invece prescrivere ciò che
gli viene imposto. La frattura tra medicina speculativo-commerciale e clinico-scientifica è sempre più
profonda, grave e progressiva, come molti incominciano a intuire.
Il professor Luigi Di Bella non ha mai preteso, o sostenuto, o dichiarato, o scritto di poter guarire tutti i
tumori, né qualsiasi stadio neoplastico. Ma oggi si può
senz’altro affermare che è ampiamente documentato
che il suo Metodo, costituisce il maggior progresso
nella terapia contro il cancro in termini di incremento
delle mediane di sopravvivenza e miglioramento della qualità di vita. Il MDB non rappresenta solo un progresso epocale nella storia della medicina, ma è anche
un documentato e chiaro atto di accusa, verso quelle
aggregazioni di potere che con ogni mezzo hanno
ostacolato il divenire di queste ricerche e degradato la
medicina a pratica speculativo commerciale. Ciò nella totale indifferenza e sfiduciata rassegnazione di
un’opinione pubblica disorientata, inerte, inebetita da
una continua e ossessiva retorica di disinformazione,
falsificazione mistificazione su cui si regge il regime.
Solo adesso, per la gravità dei problemi e delle sofferenze vissute, la gente lentamente ma progressivamente sta iniziando a prendere coscienza, di quanto
lungamente e gravemente sia stata ingannata.
Nel Principe di Nicolò Macchiavelli è chiaramente
delineata la strategia del potere che fino a quando è
possibile, cerca di far credere la gente, ma quando la
fiducia viene meno, deve essere in grado di imporsi
con la forza. Forse siamo ormai in questa fase di transizione a livello finanziario, economico, sociale, commerciale, politico, culturale.
Solo l’affermazione e il richiamo più forte ai valori
veri, autentici della nostra civiltà, se diffuso, può sviluppare una forza politica, sociale, culturale e ideologica dirompenti, in grado di annientare quella marea
montante di liquame che sta tentando di sommergere
l’umanità.
Come ha documentato in numerosi libri di inchiesta e
di denuncia la professoressa Marcia Angell (nota
scienziata e ricercatrice statunitense per 20 anni responsabile di una delle massime testate scientifiche
mondiali) nell’arco di decenni è stata silenziosamente
e progressivamente attuata una strategia volta ad assicurare e incrementare il fatturato delle multinazionali
del farmaco attraverso il completo asservimento del
politico, che elegge commissioni ministeriali, che impongono linee guida e prontuari. Questo sistema ha
consentito in questo periodo di crisi l’incremento annuale a due cifre del fatturato delle multinazionali del
farmaco. In questo contesto e disparità abissale di forze possiamo solo documentare i meccanismi d’azione, le basi scientifiche e i risultati clinici del MDB,
pubblicarli e renderli accessibili a medici e ricercatori animati da sincero interesse e onestà intellettuale.
Soprattutto tra gli oncologi, in Italia e all’estero, silenziosamente, sta aumentando l’interesse e la collaborazione, così come non raramente medici che mi
hanno portato i propri familiari da curare e mantengono continui contatti, stanno incominciando a trasferire ad altri pazienti le conoscenza e l’esperienza
acquisita.
A 71 anni il traguardo ormai prossimo è la presentazione del rendiconto al Padre Eterno di quanto mi ha
dato da fare; non possedendo di certo né l’immensa
cultura né le capacità di mio padre, spero solo che si
accontenterà di quel poco che sono riuscito a fare
per rendere nota e spiegare la sua terapia, diffondendo la Verità, che come sempre è l’unica Via che porta alla Vita.
Dott. Giuseppe Di Bella
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La chemioterapia: un alleato insospettabile del cancro
na ricerca choc ha messo in agitazione la comunità scientifica internazionale. Uno studio
recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista
medico-scientifica “Nature”, rivela che la chemioterapia, ovvero il trattamento standard utilizzato per il
cancro, potrebbe in realtà trasformarsi in un alleato
del tumore. In particolare, la chemio stimolerebbe la
secrezione di una proteina che aiuta il tumore a crescere e a sviluppare una sorta di immunità nei confronti di ulteriori cicli di trattamenti.
La scoperta nasce da uno studio volto ad approfondire le caratteristiche delle cellule del tumore della prostata, e in particolare la loro particolare resistenza ai
trattamenti che si manifesta all'interno del corpo umano, mentre in laboratorio vengono eliminate facilmente.
I ricercatori hanno analizzato gli effetti prodotti dalla
chemioterapia su tessuti di pazienti affetti dalla malattia, scoprendo evidenti danni al Dna delle cellule
sane che si trovavano attorno all'area colpita dal cancro. Per qualche ragione, in risposta alla chemio, le
cellule sane producevano una quantità maggiore della
proteina WNT16B, che favorisce appunto lo sviluppo
U
delle cellule tumorali.
Uno degli autori della ricerca, Peter Nelson del Fred
Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, nello
stato di Washington, ha affermato che “la scoperta
che l'aumento della WNT16B interagisce con le vicine cellule tumorali facendole crescere, propagare e,
più importante di tutto, resistere ai successivi trattamenti anti-tumorali era del tutto inattesa".
Questa la scoperta è peraltro in linea con un fatto ricorrente nei casi di cancro, vale a dire la capacità del
tumore di ripresentarsi, dopo un primo ciclo di chemio apparentemente efficace, ancora più aggressivo
di prima.
"I nostri risultati indicano che il danno nelle cellule
benigne può direttamente contribuire a rafforzare la
crescita 'cinetica' del cancro", hanno spiegato gli autori, che però non hanno suggerito l'abbandono della
chemio come opzione terapeutica, come sarebbe stato
logico aspettarsi, ma un suo perfezionamento: “ad
esempio un anticorpo alla WNT16B, assunto durante
la chemio, potrebbe migliorare la risposta uccidendo
più cellule tumorali. In alternativa si potrebbero ridurre le dosi della chemio".
ECCO LUCY E GLENN,
I primi cani italiani che “fiutano” i tumori!
Anche in Italia sono partite le sperimentazioni con un
cane Labrador di sei anni, Lucy, addestrato dalla “Medical Detection Dogs (MDD)”, l’associazione inglese
che utilizza i cani nel rilevamento di alcune malattie
metaboliche e patologie tumorali.
Un altro Labrador, Glenn, è in fase di addestramento
presso la sezione di Pergine (TN) dell’associazione
“MDD Italia Onlus”, dove ci sono anche i laboratori
per la ricerca in questo nuovo e promettente campo che può affiancare le metodologie tradizionali nella diagnosi precoce del tumore.
Il labrador, ha 18 mesi e dovrebbe entrare in attività da gennaio del 2013. Il migliore amico dell'uomo infatti ha 250 milioni di cellule olfattive nel naso; si tratta di recettori che riconoscono i più diversi tipi di odori
(un uomo ne ha solo 50.000). La scoperta che il cane può riconoscere, in campioni di urina, ma in futuro anche nel fiato, la presenza di tracce volatili di cellule tumorali è stata fatta da Claire Guest , medico inglese,
che lavora alla «casa madre» a Londra della Mdd.
Il cane Lucy messo di fronte a varie provette di laboratorio, annusa i campioni che gli vengono sottoposti e
quando trova quello giusto, dove «sente» il tumore, si siede e aspetta che l'uomo lo gratifichi per la sua «scoperta».
La difficoltà nell'addestramento è far capire al cane che deve individuare un certo tipo di malattia. Sembra
infatti che ogni malattia abbia un «odore» e solo i cani sono in grado di percepirlo.
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IL CLISTERE DI CAFFÈ
uno strumento efficace per disintossicare l'organismo e come terapia del dolore
er ripulire l'intestino dalle scorie accumulate negli anni, dalle incrostazioni fecali che rivestono le pareti del
P
colon pregiudicandone il corretto funzionamento, il primo e più semplice metodo è l'enteroclisma o clistere che
si può fare autonomamente a casa propria.
L'importanza dell'intestino nei processi di difesa dell'organismo è oggi unanimemente riconosciuta: l’intestino è l’organo immunitario più importante. Esteso circa 200-300
metri quadrati, può accumulare residui tossici che non riusciamo ad eliminare correttamente, a volte nonostante l’evacuazione quotidiana. Il prolungato contatto delle tossine
con la mucosa ne facilita il riassorbimento nel circolo sanguigno: ne conseguono problemi epatici, dermatiti, dolori
articolari, cefalee ecc.
Il clistere veniva utilizzato fin dai tempi antichi ai cambi di
stagione o a momento dell’insorgenza di influenza e raffreddori per accelerarne la guarigione.
Il clistere se preparato utilizzando un infuso di caffè (al posto di acqua e sale o camomilla o altri infusi) è uno strumento efficace nelle terapie oncologiche (in tal senso si vedano gli studi del dott. Max Gerson e del dott. Nader Butto) perché oltre ad essere un potente stimolatore epatico,
con effetti detossificanti, diuretici e di miglioramento dell’equilibrio glicemico, fornisce anche una considerevole
quantità di energia all’organismo. Secondo Gerson, nei pazienti con tumori, soprattutto in uno stato avanzato, l'intero
apparato digerente è in una situazione di grande tossicità.
Quando i pazienti sono in stadio avanzato riescono a malapena a mangiare. Non producono succhi gastrici, il fegato
non funziona, il pancreas non funziona, niente è attivo. Da
dove iniziare? Il primo passo importante è la disintossicazione. Nell’esperienza di Gerson il sistema più efficace è il
clistere di caffè. Benché il dott. Gerson abbia utilizzato questo tipo di clistere principalmente per l'eliminazione di scorie tossiche provenienti dal tumore in necrosi, sappiamo ora
che questi clisteri aiutano l'assorbimento della vitamina A,
fornita ai suoi pazienti dal grande numero di succhi di carote e verdure presenti nella sua terapia. La vitamina A, si
sa, gioca un ruolo importante nella funzione immunitaria.
Il dott. Gerson scoprì anche che i clisteri al caffè riducevano notevolmente i dolori. Prescrivendo ai pazienti un clistere ogni 4 ore, questi ne traevano grande sollievo. Nei casi più gravi si poteva arrivare fino a 1 clistere ogni 2 ore con
risultati stupefacenti: i pazienti riuscivano a sospendere i
farmaci antidolorifici, anestetici, oppiacei o morfina, perché il dolore diminuiva o spariva.
Il dott. Butto ha misurato lo stato di vitalità del corpo prima
e dopo il trattamento, utilizzando un apposito strumento (il
prognos) riscontrando un ripristino del livello di normalità.
Preparazione: far bollire per 7 minuti 3 cucchiai di polvere
di caffè esclusivamente biologico in un litro e mezzo di acqua in una pentola di acciaio inossidabile, raffreddare a 39°,
filtrare con un telo di tessuto o una calza da donna.
Utilizzare un clistere da viaggio al quale è utile aggiungere
una cannula di allungamento di circa 20 cm per far arrivare
il flusso di caffè oltre l’ampolla rettale. Appendere il sacco
dell'enteroclisma in posizione sufficientemente elevata per
favorirne lo scorrimento, per esempio può essere appeso
con gancio metallico ad un termosifone o al porta asciugamano. Ricordarsi di chiudere il rubinetto terminale prima di
versare il caffè nel contenitore e, prima dell’applicazione
nell’ano, far fluire una piccola quantità di acqua per eliminare l'aria della cannula. Mettere sul pavimento un asciugamano per assorbire eventuale acqua persa e tenere a portata di mano uno straccio per asciugare il pavimento.
Ungere il beccuccio e l'ano con qualche goccia di olio d’oliva che faciliti l'introduzione.
Sdraiarsi a terra sotto la sacca in modo che la cannuccia arrivi agevolmente. La posizione migliore è quella sul fianco
destro con le gambe raccolte (posizione fetale).
Inserire la cannula e aprire il rubinetto. Dopo aver introdotto un po' di liquido può arrivare un forte stimolo che spinge
a svuotarsi, provvedere e riprendere da capo. A volte il flusso si ferma. Questo può dipendere dal fatto che la cannula
è occlusa da materiale fecale. Bisogna quindi estrarla, pulirla e riprovare. Può essere utile fare esercizi di respirazione per aiutare lo scorrimento dell’acqua. Si può anche avvertire un po' di mal di pancia, che, provando a resistere
qualche secondo, scompare perché l'acqua supererà il blocco procedendo oltre, se invece non scompare interrompere
il flusso del caffè ed eventualmente scaricarsi. Gradualmente si impara a trattenere in modo da dare tempo al caffè
di raggiungere le parti più interne.
Quando tutto il caffè è entrato, girarsi a pancia in su e massaggiare delicatamente l'addome per qualche minuto; se nel
frattempo arriva un forte stimolo a scaricarsi procedere, altrimenti attendere il tempo indicato. Lo svuotamento non
avviene tutto in una volta ma ad ondate successive.
Ci vorrà un po' di tempo e un po' d’esperienza per riuscire
a trattenere il caffè per 12 minuti circa.
Se viene effettuato come descritto non esistono controindicazioni di sorta e i risultati sulla motilità intestinale saranno immediati, ma nei primissimi giorni potrebbe comparire un lieve mal di testa frontale e la lingua potrebbe
presentarsi più patinata del solito, segno di una disintossicazione in atto.
Poiché i processi di difesa dell’organismo si svolgono soprattutto di notte, secondo il dott. Gerson i clisteri di caffè
vanno fatti preferibilmente al pomeriggio, preceduti un’ora
prima dall’assunzione da almeno un cucchiaio di olio di semi di Ricinus communis, (quest’ultimo però è proibito in
pazienti sottoposti a chemioterapia). È utile far precedere o
seguire il clistere di caffè con un centrifugato di verdura
biologica o di sicura provenienza.
Sia secondo il dr. Gerson che il dot. Butto, i pazienti affetti
da patologia oncologica dovrebbero fare il clistere anche
ogni giorno. La cosa importante è lo stato generale della
persona che dopo il clistere deve sentirsi non indebolita, ma
energizzata.
Diana Gallone - naturopata
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Il dolore è di serie, la sofferenza è un optional
Questa metafora automobilistica esprime una verità che
fa la differenza.
Se la sofferenza è un optional, vuol dire che posso anche
evitarla, rinunciarvi!
Normalmente i due termini, dolore e sofferenza, vengono utilizzati come sinonimi, come se indicassero lo stesso fenomeno, mentre in realtà indicano esperienze molto diverse tra di loro.
La percezione del dolore è un fenomeno che oltre l’uomo riguarda gli animali e per certi versi il regno vegetale, mentre la sofferenza è solo ed esclusivamente appannaggio dell’esperienza umana.
Possiamo dire che la sofferenza è l’interpretazione del
dolore da parte della mente umana.
Una forma di dolore svolge l’importante funzione biologica di segnalare che qualcosa non sta andando per il
verso giusto e quindi ci sollecita a stare più attenti, a
prendere provvedimenti.
In generale, però, il dolore viene percepito come tale in
relazione all’impermanenza di tutte le cose. Il continuo
cambiamento è intrinseco alla vita, ne costituisce la caratteristica di fondo. Tutto continua a mutare.
Pensa solo al tuo corpo che invecchia – inesorabilmente!
Pensa a tutto quello che fai per garantirti qualche forma di sicurezza nelle relazioni, nel benessere materiale,
nella salute, nella carriera: tutto inesorabilmente destinato, prima o poi, a cambiare, a trasformarsi nel suo opposto.
I tuoi tentativi di manipolazione e la tua illusione di poter controllare la vita sono inesorabilmente destinati al
fallimento!
Da qualche parte c’è sempre una falla. Brevi sprazzi di
cielo sereno e poi qualche tempesta.
E anche quando la navigazione è tranquilla, è costantemente presente una sottile ansia, apparentemente ingiustificata.
É anche la tua esperienza? O riesci a stordirti e a man-
tenere in vita qualche miraggio facendo finta che la cosa riguarda sicuramente tutti gli altri ma non te?
Ecco il punto in cui il dolore diventa sofferenza.
Tutto continua incessantemente a cambiare, a trasformarsi, ma tu ti opponi, resisti al movimento della vita e
cerchi di mantenere inalterate le condizioni che sostengono le tue apparenti sicurezze,
Resisti al cambiamento, l’unica cosa che non cambia
mai.
E questa resistenza provoca sofferenza.
Non il dolore in quanto tale, ma la tua resistenza al dolore provoca la sofferenza.
La tua identificazione con il corpo trasforma il dolore in
sofferenza. Un corpo bello, un corpo brutto. Un corpo
giovane, un corpo vecchio. Un corpo snello, un corpo
grasso. Un corpo da mostrare, un corpo da nascondere.
La tua identificazione con i pensieri trasforma il dolore
in sofferenza. La strenua difesa della tua identità frutto
della tua storia e del tuo passato.
La fragilità e inconsistenza del tuo ego, così evidenti per
tutti tranne che per te.
La tua identificazione con le emozioni trasforma il dolore in sofferenza. Quelle sensazioni che ti travolgono,
la rabbia, la gelosia, l’invidia, la mancanza di autostima, l’avidità, la paura, l’incertezza del futuro … qual’è
la tua preferita?
Il punto dolente è sempre e solo l’identificazione.
Se sei ben radicato nella tua saggezza essenziale, se la
tua Guida Interiore è presente e attiva, allora il dolore
è quello che è, parte della vita, l’altra polarità del piacere.
Il dolore è inscindibile dal piacere. Il pendolo si sposta
incessantemente da una estremità all’altra, dal piacere
al dolore e dal dolore al piacere. É la vita.
Scegliere una sola delle polarità significa trasformare il
dolore in sofferenza.
Con Amore.
Anand
TUMORI: una pubblicazione del Ministero
del Lavoro sui diritti dei lavoratori ammalati
Una diagnosi di cancro, già terribile da affrontare,
non può significare anche discriminazione sul lavoro.
Questo è l'obiettivo che ha guidato la realizzazione di
un piccolo opuscolo messo a punto dal Ministero del
Lavoro e delle Politiche Sociali.
La pubblicazione - "Patologie oncologiche invalidanti. Quello che è importane sapere per le lavoratrici e
i lavoratori" - fornisce in modo sintetico tutte le informazioni utili al malato e ai familiari: il diritto al part-
time, i congedi, gli eventuali sostegni economici, le
tutele legate ai contratti collettivi, i passi da fare per la
domanda di invalidità civile. Oggi, in Italia, secondo i
dati della Favo (Federazione delle associazioni di volontariato oncologico) ci sono 2 milioni di persone
che hanno avuto nella vita una diagnosi di tumore, di
cui 700 mila in età lavorativa. E il 90% vorrebbe lavorare, non solo per il denaro ma anche per conservare una propria progettualità e dignità di vita.
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La “Nuova Medicina” del dott. Hamer
La quinta legge - Il senso biologico della malattia
a quinta legge biologica scoperta dal dott. Hamer afferma che ogni cosiddetta “malattia” fa parte di uno o più
programmi speciali, biologici e sensati della natura.
Secondo il dott. Hamer è la legge più importante fra le cinque da lui scoperte poiché dischiude una nuova dimensione
e capovolge completamente l’attuale sistema diagnostico.
La “malattia” tumorale non più intesa quindi nel senso tradizionale come un errore della natura, che va quindi combattuto, bensì come un evento sensato che ha una sua specifica
ragione d’essere.
Si potrebbe affermare che la quinta legge rappresenta l’anello mancante tra ciò che può essere studiato scientificamente,
basandosi sull’osservazione dei fatti oggettivi, e ciò che finora ci sembrava inspiegabile, quasi trascendente, o addirittura astruso e insensato o affidato al caso.
Ecco allora che improvvisamente tutto appare nella sua infinita e perfetta chiarezza: non è la natura ad essere sciocca nel
produrre “guasti” ed “errori” ma sciocco è l’essere umano
che guarda la realtà con le bende sugli occhi animato da arroganza e presunzione di sapere.
Galileo, il grande scienziato, affermò che “la natura non è
né superflua né oziosa; la natura non può operare che con
somma esquisitezza”.
Oggi sappiamo, grazie al dott. Hamer, che ogni sintomo, anche il più doloroso, è riconducibile alla cosiddetta fase di soluzione (vagotonica) di un processo biologico sensato, regolato da precisi programmi fisiologici che tengono conto della durata e intensità del conflitto biologico subito e che sono
diversificati in funzione della natura embriologica del tessuto interessato (endoderma – mesoderma – ectoderma) dalla
malattia stessa.
Rimanendo nell’ ambito della malattia tumorale, per meglio
comprendere occorre fare un distinguo fondamentale fra:
1. tumore che interessa tessuti di origine endodermica e mesodermica del cervelletto;
2. tumore che interessa tessuti di origine mesodermica del
midollo e ectodermica.
Nel primo caso il “senso biologico” si ha nella cosiddetta fase di conflitto attivo (che va dal momento di insorgenza del
conflitto fino alla sua soluzione).
I tumori che crescono in questa fase hanno lo scopo di fornire un aiuto all’organismo per far fronte all’evento conflittuale (es. adenocarcinoma dello stomaco, degli alveoli polmonari, del fegato, del pancreas, del colon, delle ghiandole del
seno, della tiroide, ecc.).
Ecco allora che ad esempio il “boccone” che è rimasto sullo
stomaco può essere digerito grazie ad una maggiore secrezione di succhi gastrici ad opera del tumore che in pratica
rappresenta una sovrastrutturazione dell’organo.
L
Il “boccone” oggi è virtuale ma il programma biologico è arcaico ed è frutto dell’evoluzione dell’animale/uomo e in
quanto tale ancora ci appartiene, anche se da un certo punto
di vista può essere considerato non al passo con i tempi. Si
tratta di una sorta di software automatico.
Oggi il “boccone” può essere rappresentato dal collega d’ufficio o dall’amico che inaspettatamente fa qualcosa che consideriamo grave, che non mandiamo giù.
Ma il programma è ancor più articolato poiché nella cosiddetta fase di soluzione, cioè dopo aver risolto il conflitto, il
tumore smette di crescere e i funghi (es. candida) o i micobatteri presenti (es. TBC) iniziano la loro attività di riduzione del tumore per necrosi caseosa.
Nel secondo caso il “senso biologico” si ha, al contrario, nella cosiddetta fase di soluzione, che solitamente non è sintomatica. I tumori che crescono in questa fase hanno lo scopo
di riparare i danni subiti dai tessuti interessati, nella fase di
conflitto attivo (es. carcinoma del collo dell’utero, dei dotti
lattiferi del seno, dei dotti bronchiali, osteosarcoma, linfoma,
leucemia, ecc.).
Ecco allora che, nel caso ad esempio di affetti strappati dal
seno (es. morte di un familiare o partner portato via da un’altra), nella fase di conflitto attivo si ha ulcerazione del dotto
per far defluire più latte, quel latte che non può più essere
succhiato dall’affetto strappato. Non importa se la donna è o
meno in fase di allattamento; la donna può essere anche in
menopausa ma il programma biologico entra in funzione allo stesso modo e dopo la soluzione del conflitto ripara dette
ulcerazioni con rapida riproduzione cellulare (in quanto tale
diagnosticata come tumore) la cui crescita e durata è direttamente proporzionale alla durata e intensità del conflitto vissuto (quindi anche anni).
Solo una visione d’insieme sul piano sia psichico che organico consente quindi di comprendere i processi che stanno
interessando l’organismo. Solo così è possibile uscire dal
ruolo di “vittima” della malattia, per diventare invece partecipi consapevoli del processo di guarigione. L’incontro tra il
medico e il paziente dovrebbe quindi essere un dialogo e non
un monologo, come è accaduto finora.
Nella vita non si possono evitare gli shock conflittuali; più ne
subiamo, più siamo in grado di risolverli e più ci fortifichiamo. Se potessimo decidere di non morire mai, a prescindere
dalla capacità di risolvere i continui conflitti, ci trascineremmo con dei corpi indeboliti e doloranti. Non è questo il senso della Vita e nemmeno quello della evoluzione della specie
e nostro malgrado, dobbiamo accettare il fatto che, oltrepassati determinati limiti conflittuali, interviene la morte, parte
anch’essa di un programma biologico sensato.
Ezio Casagranda
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Anno 17 - Nr. 2 Novembre